LO SCUDO DELLA FEDE (VII). CERTEZZA DEI MIRACOLI

VII.

CERTEZZA DEI MIRACOLI.

. — Gli antichi miracoli e l’asina di Balaam. — Certezza dei miracoli antichi e di quelli di Gesù Cristo. — Certezza dei miracoli degli apostoli. — Esistenza e certezza dei miracoli odierni.

— È poi egli vero che Dio ha operati dei miracoli per comprovare la sua divina rivelazione?

Non hai mai letto la Storia Sacra? Non hai inteso dire dei grandi miracoli operati da Mosè? delle piaghe di Egitto, del passaggio degli Ebrei attraverso il mar Rosso, della morte degli Egiziani in quello stesso mare, della colonna nebulosa e lucente, che guidava il popolo ebreo nel deserto, della manna che ogni dì scendeva dal cielo, delle acque scaturite dalla pietra al tocco della verga prodigiosa? Non conosci qualche poco i miracoli di Elia, di Eliseo, d’Isaia, di Daniele, e di altri profeti?

— Ho inteso dire per altro che tra quegli antichi miracoli ve ne sono altresì di quelli veramente strani e futili? per esempio l’asina di Balaam…

Certamente qualche miracolo può parere strano e futile a noi, che siamo di corto intendimento, ma non è certamente tale. E poi i veri miracoli in prova della verità di nostra fede non sono da considerarsi isolati, uno ad uno, ma nel loro complesso, e fare come quando si vede una pianta carica di bei frutti, che si dice essere magnifica, ancorché ne abbia qualcuno non tanto bello. Del resto nessun vero miracolo per quanto strano, può essere futile, come appare dall’esempio stesso che tu hai accennato, dell’asina di Balaam. « Mi sembra, dice un illustre oratore, che questa povera bestia abbia dato al padrone la più dura lezione che un uomo abbia mai ricevuto. Essa, tra l’altre cose gl’insegnò, che chi resiste alla voce della coscienza, alla volontà divina, e si dà in braccio alle passioni, quali che siano, giunge a tal grado di avvilimento, che le bestie istesse sono più degne che lui di vedere le cose di Dio. Essa insegna a me, che se ora le bestie parlassero, molti filosofi, che credono veder chiaro, e che sono accecati dalla passione, sarebbero svergognati, cosa non futile » (Monsabrè).

— Questa risposta è piccante e mi piace assai. Ma di quei miracoli così antichi, così lontani da noi, possiamo essere sicuri?

E come no? Per negare la verità di questi miracoli bisognerebbe bruciare tutti i libri profani degli antichi autori, che parlano di Mosè dei profeti e del popolo ebreo, e poi bisognerebbe ancora distruggere tutti gli ebrei che vi sono sulla faccia della terra.

— E perché?

La cosa è chiara: perché tutti quei libri contengono i miracoli, che t’ho accennato, e tutti gli ebrei anche presentemente credono alla verità di tale racconto.

— Ma quei miracoli furono operati a pro della religione ebraica.

Allora era dessa la vera religione. Epperò Gesù Cristo non venne a distruggere quanto Dio aveva insegnato in quella, ma a confermare e perfezionare quegli stessi insegnamenti. Ed a tal fine anch’Egli operò un numero stragrande di miracoli, che in complesso conoscerai, e che non occorre adesso che io ti ricordi. La stessa cosa fecero in seguito gli Apostoli e quasi tutti i santi lungo il corso dei secoli.

— E i miracoli operati da Gesù Cristo sono veramente certi?

Se sono certi? È tanta la loro certezza che come bene osserva uno scettico, Bayle, sognerebbe avere la fronte ben incallita per osare di negarli. Di fatti si tratta non solo di un miracolo, ma di un numero stragrande di miracoli, ed operati in pubblico alla presenza di centinaia e migliaia di persone, non solo a pro di gente del popolo ma eziandio a vantaggio di gente istruita; si tratta di miracoli fatti al cospetto degli stessi nemici, i quali avendo pure l’interesse di negarli, sopraffatti dalla loro realtà non osarono di farlo; di miracoli infine che passarono in possesso della storia anche per mezzo dei libri talmudici degli ebrei e degli scritti dei più acerrimi nemici del nome cristiano, quali furono un Celso, un Porfirio, un Gerocle, un Giuliano l’Apostata, che costretti ad ammetterli e pur volendone distruggere la forza si appigliarono allo stolto mezzo di ascriverli all’arte magica. E d’altronde come mai Gesù Cristo sarebbe riuscito dagli Apostoli, dai discepoli suoi a farsi credere figlio di Dio e a farsi amare e adorare come tale, se non avesse dato loro la prova dei miracoli? E nota bene, che la fede, l’amore, l’adorazione ei l’ottenne pur promettendo agli Apostoli e seguaci suoi le tribolazioni, le persecuzioni e la morte violenta! Come si spiegherebbe ciò senza i miracoli?

— Capisco questa certezza per i miracoli di Gesù Cristo, ma per quelli degli Apostoli… non so nemmanco se i loro miracoli si trovino scritti nei libri sacri.

Sì, mio caro, moltissimi sono narrati negli Atti degli Apostoli, che furono scritti da San Luca e che fanno parte delle Sacre Scritture del nuovo testamento. Ma quando pure non si trovassero nelle Sacre Scritture, come è certamente di molti di essi, dimmi un po’ come mai si spiegherebbe senza miracoli la rapidissima diffusione del Cristianesimo, che essi riuscirono a fare per tutte le parti del mondo? Questa è cosa degna di gran considerazione. Ascolta. Il giorno stesso della Pentecoste S. Pietro converte più di cinquemila persone. Passati alcuni lustri, nelle città più famose dell’impero romano, nell’Asia, nell’Italia, nella Persia, nell’Etiopia, nella Scizia, nell’India, ad Atene, a Corinto, ad Efeso, a Filippi, a Colossi, a Tessalonica, nella stessa Roma vi sono moltitudini sì grandi di Cristiani, che gli stessi scrittori pagani Tacito, Seneca, Plinio non ne possono tacere. Eppure chi erano gli Apostoli? Se eccettui S. Paolo, gli altri erano poveri e rozzi pescatori, privi di scienza filosofica, senza forza, senza autorità, senza appoggi, anzi contrariati continuamente nel loro disegno da principi, da sacerdoti e filosofi. Quale la dottrina che predicavano? Una dottrina, che in quanto al dogma contiene incomprensibili misteri, e in quanto alla morale intima la guerra alle più prepotenti passioni, che proclama beati i poveri, gli umili, i casti, coloro che sono perseguitati ed hanno da piangere. – Quale ancora la società, a cui si rivolgevano? La più superstiziosa e corrotta che mai si possa immaginare. Basti il dire che gli stessi vizi più abietti e più turpi vi si consideravano come divinità affine di onorare gli dei dandosi in preda ai medesimi. E con tutto ciò gli Apostoli convertirono il mondo! E possibile che a ciò siano riusciti senza imporsi coi miracoli? In tal caso sarebbe avvenuto un miracolo anche maggiore. Lo dicono chiaro S. Giovanni Grisostomo e Santo Agostino; e il nostro Dante espresse bene il loro sentimento in questi versi: Se il mondo si rivolse al Cristianesmo, Diss’io, senza miracoli, quest’uno è tal che gli altri non sono il centesimo. (Paradiso, Canto xxiv).

— Le ragioni da lei addotte sono inoppugnabili. Ma intanto perché adesso non vi sono più miracoli?

Ciò è falso. A Lourdes, in molti altri santuari della Madonna, dei Santi, ne accadono tuttodì e pienamente constatati come tali, per quanto la scienza si studi di spiegarli umanamente. Inoltre la Chiesa ha continuamente alle mani dei processi per la canonizzazione di qualche beato. E in questi processi bisogna che consti assolutamente di qualche miracolo.

— Ma la Chiesa nell’interesse di far molti santi dichiarerà facilmente che vi sia miracolo anche allora che si tratterà di un semplice fatto naturale!

Senti. Sotto il Pontificato di Benedetto XIV trovavasi a Roma un inglese e ragionava un giorno con un Cardinale sulla religione cattolica, criticandola assai vivamente, e rigettando sopra tutto come falsi i miracoli operati per l’intercessione dei santi. – Poco tempo dopo il Cardinale fu incaricato di studiare le carte relative alla beatificazione di un servo di Dio. E dopo averle esaminate, volle rimetterle al protestante, perché volesse esaminarle lui pure, e dirgli il suo parere sulla fede che meritavano le testimonianze ivi addotte in prova dei miracoli operati dal servo di Dio. – Dopo qualche giorno l’inglese riporta le carte, dicendo: » Per certo, Eminenza, che se tutti i miracoli dei santi canonizzati dalla vostra Chiesa, fossero certi al pari di questi, non penerei ad ammetterli ». – « Davvero? rispose il Cardinale: ebbene sappiate che noi qui a Roma siamo più rigorosi di voi, perché le testimonianze qui addotte non ci sembrano abbastanza convincenti, tanto che abbiamo rigettato la causa! » Vedi adunque, amico mio, se la Chiesa nell’interesse di far dei santi sia facile ad ammettere il miracolo, quando non c’è! E siccome nonostante il rigore che adopera ne’ suoi processi, riconosce sempre tuttavia dei veri miracoli, devesi conchiudere che anche ai dì nostri dei miracoli ve ne sono. Che se vi hanno di coloro, che dicono senz’altro che adesso di miracoli non ve ne sono più, si è generalmente perché non ne vogliono più sapere. « Se sotto la mia finestra, diceva un celebre incredulo a Parigi, si dicesse risorto un morto, io non mi alzerei per vederlo, perché sono persuasissimo che non vi sono miracoli, né sono possibili ». Ecco di qual maniera si pensa e si parla da certa gente. Con costoro a che serve il discutere? – D’altronde se presentemente vi sono meno miracoli che nei primordi del Cristianesimo eccone indicata la ragione da San Gregorio Magno: « I miracoli nel principio della Chiesa furono necessarissimi. Imperocché per far crescere alla fede la moltitudine dei fedeli era d’uopo nutrirla con i prodigi, di quella stessa guisa che allorquando si piantano dei giovani alberi bisogna irrigarli, finché le loro radici vigorose siansi allargate e bene abbarbicate. Quando la fede fu solidamente radicata nella Chiesa, i miracoli incominciarono ad essere meno frequenti (V. Omelia XX sul Vangelo). Ecco adunque: lo scopo dei prodigi ornai raggiunto non ne esigerebbe più, benché come dissi, sempre ve ne siamo.

— Di ciò ora sono persuaso.

LA BESTEMMIA

 LA BESTEMMIA.

[G. Dalla Vecchia: Albe Primaverili; G. Galla ed. 1911]

Et vos inhonorastis me.

E voi mi avete vituperato.

( Joan. VIII. 49).

ESORDIO. — Gesù nel Tempio affollato dichiara apertamente

che non è figlio di Dio chi non ascolta le sue parole di verità e di vita. Propterea vos non auditis, quia ex Deo non estis (Ioan. VIII, 47). — Ma un’empia bestemmia risuona e si scaglia contro di Lui; lo si chiama Samaritano e posseduto dal Demonio (v. 48). — Gesù ne resta addolorato, e con una pazienza inarrivabile risponde: Io non sono indemoniato (49); ma onoro il Padre mio, e voi mi avete vituperato. Et vos inhonorastis me! Quanti cristiani, ai nostri giorni, alzano temerari la loro voce per offendere e bestemmiare Dio, la Vergine, i Santi, le cose sacre… Oh ! non vi pare di  sentire da questo Crocefisso la voce di Gesù: Voi, tanto amati da me, voi che siete il mio popolo eletto, voi che avete nelle vostre chiese il Sacramento dell’amor mio, voi redenti al prezzo infinito di tutto il mio Sangue, voi mi bestemmiate? Vos inhonorastis me?  – Vediamo dunque il grave delitto, che è la bestemmia e, santamente inorriditi, giuriamo odio eterno a questo linguaggio d’Inferno.

PARTE PRIMA

1° La bestemmia è un parlare ingiurioso contro Dio ed i santi. — Ereticale, se contiene un errore contro la fede, purché coll’animo di offenderlo, o di negargli qual che attributo … Semplice, o comune, quando con aggettivi ingiuriosi si offende il nome di Dio, il SS. Sacramento, la Madonna …, o per sfogo di rabbia, od altro motivo…

(a) Chi infrange un Comandamento della legge di Dio, offende il Signore; ma è un’offesa indiretta … Chi bestemmia, offende ed assale direttamente Dio stesso. — Un cittadino disobbedisce alle leggi, offende il re nei suoi ordini …; ma se gli va vicino e gli dice villanie … , in questo caso l’ingiuria è più grave… ; è reo di lesa maestà… Ecco quello che fa il bestemmiatore! E come osare di profanare quel nome santo, che gli Angeli e saltano venerabono? Sanctus, sanctus… Dominus Deus Sabahot… I cieli e la terra narrano le sue glorie… Coœli enarrant gloriam Dei… Terra tremuit et quievit; (Salmi) i demoni tremano a quel Nome potente… Et in nomine Iesu omne genuflectatur cœlestium,, terrestrium, et ìnfernorum (Filipp. II, 10), ed un cristiano oserà gettare contro di Lui i titoli più ingiuriosi, le parole più empie, le imprecazioni più triviali?

(b) È peccato gravissimo. — Il Crisostomo lo chiama il peccato più orrendo … ; nullum hoc peccato deterius; insegna che esso irrita singolarmente il Signore ; nihil ita exacerbat Deum. sicut quando nomen eius blasphematur.

— S. Girolamo aggiunge, che al suo confronto ogni colpa sembra leggera, che niente è più mostruoso della bestemmia. Nihil horribilius blasphemia. Omne peccatum, comparatum blasphemiæ, levius est. — E S. Bernardino: La lingua del bestemmiatore è come una spada, che penetra il cuore di Dio; e perciò nessun peccato racchiude in sé tanta iniquità, quanta ne contiene la bestemmia. È un peccato di pretta malizia.

(c) Il bestemmiatore è peggiore dei demoni. — Essi bestemmiano sotto i flagelli della giustizia di Dio … ; tu, nel momento, in cui Egli fa scorrere sul tuo capo 1’onda delle sue grazie … Ti conserva … , ti provvede…, ti . ama … Lo dovresti benedire…,, ed invece, ingrato, ti avventi su di Lui … , lo strazi col tuo parlare ingiurioso. E che ti ha fatto di male? — Quello che sei … , possiedi … , tutto suo dono. — La fede, i sacramenti, i rimorsi, le ispirazioni, le forze, la salute … ; tutto da Lui … Dunque sei un perfido…, un ingrato …

(d) Ne ricavi forse vantaggio ? — Il ladro … ha la cosa rubata … Il voluttuoso … qualche diletto… Ma tu niente … ; cioè sì; hai una colpa gravissima … sulla coscienza.

Forse ottieni onore ? — No; anzi sei disprezzato dagli Angeli; da chi ti sente proferire quei detti sacrileghi … Sei forse temuto ? — Allora ti mostri insolente, temerario contro il divino Benefattore… ; quindi un vile. — Le persone, che si rispettano, non pronunciano simili insulti. — L’è dei vigliacchi … , dei viziosi … Ti riesce meglio il lavoro ? — Ma ti manca allora la benedizione del Signore: e la casa, che non è benedetta da Dio, cadrà in rovina … — Ne sei forse contento ? — Il bestemmiatore, ha torvo lo sguardo, bieca la faccia, è irrequieto … ; sembra un dannato…

(e) E tu, sì povero e meschino, tu misero verme, osi ribellarti, ingiuriare 1’Onnipotente? — Ti può colpire di morte…, gettare in un inferno … Bisogna dire che ti manchi la fede… ; altrimenti non lo faresti di certo.

(f) Dai scandalo. — Da te i fanciulli imparano a maledire il loro Dio… E intanto la bestemmia dilaga con un crescendo pauroso… ; e l’immoralità procede di pari passo con questo parlare d’inferno. Iugiter tota die nomen meum blasphematur (Isaia LII, 4).

2° – Ed i castighi?

(a) Dio nel Levitico (XXIV., 16) minaccia la morte ai bestemmiatori:  et qui blasphemaverit nomen Domini, morte moriatur. — Al cenno di Mosè la terra inghiotte vivi i bestemmiatori del nome di Dio. Salumit della tribù di Dan è lapidato dal popolo… Oloferne viene ucciso da Giuditta … Golia dalla pietruzza di Davide … Sennacherib vede il suo esercito distrutto … Antioco muore ricoperto di piaghe…

— Se il Signore assicura, che non lascerà impunito chi nomina il suo nome invano, che sarà di chi lo bestemmia? Non enim habebit insontem Dominus eum, qui assumpserit nomen Dei sui frustra (Esodo XX)

(b) Nei primi secoli della Chiesa il bestemmiatore doveva fare per sette settimane pubblica penitenza… ; se non 1’accettava, era privato dei sacramenti e della sepoltura ecclesiastica … — I principi di Francia fecero leggi severe contro la bestemmia: si traforava e poi si tagliava la lingua a chi insultava il nome di Dio.

(c) S. Gregorio narra, che un fanciullo, a sei anni, proferì una bestemmia…, e morì all’istante … S. Bernardino racconta, che un soldato, cenando con gli amici, si pose a bestemmiare… Stramazzò a terra morto.

— La bestemmia provoca i pubblici flagelli … ; la peste, la guerra, la fame, le inondazioni. — Roberto, re di Francia, pregava un dì ai piedi del Crocefisso per ottenere la pace al desolato suo regno; ed una voce gli risponde: Punisci i bestemmiatori, ed avrai la pace. —

Sulle montagne della Salette la Vergine avverte il popolo cristiano di cessare dalle bestemmie, per non provare i fulmini della divina Giustizia … Per la bestemmia tante sventure pubbliche e private… Messina (Sicilia) crollava scossa dal terremoto, il giorno dopo, (1908) che un empio giornale pubblicava una poesia d’insulto al celeste Bambino.

(d) Il bestemmiatore sul letto di morte. — Il suo parlare è quello dell’Inferno; e già presenta i sintomi della dannazione … Oppresso dai dolori…, teme, si agita, trema … ; non invoca la Madonna ed i Santi … , che li ha tanto bestemmiati … Intorno al suo guanciale i demoni fanno una ridda infernale. — Muore…, è condannato. Imitaris linguam blasphemantem ? Condemnabit te os suum (Iob. XV 5, 6). – Per tutta 1’eternità sarà maledetto. Maledicti qui contempserint te, Domine… Damnati erunt omnes, qui blasphemaverint te, Domine (S. Scritt. passim.).

(e) Pretesti e scuse. 1° Io bestemmio solo quando vado in collera; del resto mai … Bella davvero! un peccato capitale, com’è la collera, un peccato, che rende l’uomo quasi una bestia, sarà scusa sufficiente per potere bestemmiare… In altre parole, invece di un peccato, farne due. – Mettiamo caso: Vai in casa di un amico; lo trovi irritato con la moglie, con i figli. Egli appena ti vede, ti regala un ceffone sulla faccia … ; e poi ti dice: Perdonami; ero in collera, e per questo ti ho percosso… Gli faresti buona questa scusa? — Ed un cristiano, perché in collera coi figli, con gli affari, con le bestie, si crederà lecito di bestemmiare ed offendere Dio?

2° – Ho provato tante volte a correggermi, ma non ne sono capace!

— Proprio – ? — Scommetto che, se ad ogni bestemmia dovessi sborsare cinque lire , oppure scontare due mesi di prigione, metteresti tutto 1’impegno per correggerti, e riusciresti davvero. È invece, che non ami e non temi il Signore; languida è la tua fede; dell’anima poco t’importa, e per questo bestemmi… Ma con Dio non si scherza; ed egli ti giudicherà severamente sulle parole che hai pronunciato. Et vos inhonorastis norastis me. — Propter peccata labiorum ruina proximat malo (Prov. XII, 13).

PARTE SECONDA

3° – La bestemmia dunque è un orribile delitto, che offende direttamente Dio stesso, provoca sulle famiglie, sulla società, sui miseri bestemmiatori la collera dell’Altissimo … Preme dunque togliere questa colpa orrenda dalla faccia della terra.

I mezzi, che deve usare il bestemmiatore per correggersi di quest’orrido vizio, sono:

(a) La mattina, fare una generosa risoluzione di non pronunciare in quel giorno la minima parola di offesa contro il Signore.

(b) Ti è sfuggita?… Subito, una breve giaculatoria. — Gesù mio misericordia!…

(c) L a sera, prima di coricarti, esamina se hai bestemmiato … , al caso, bacia tante volte i piedi del tuo Crocefisso, quante sono le bestemmie dette durante il giorno.

(d) Ti imponi qualche piccola preghiera per ottenere la grazia di smettere un parlare cosi esecrabile …, che ti rende peggiore dei Turchi …, che disonora la nostra patria … Con questi mezzi ti correggerai, e te ne chiamerai contento.

— Ma tutti siamo figli di Dio, dunque a tutti deve premere 1’onore del santo suo Nome. Tutti dobbiamo provare profondo il rammarico per gli strappazzi, le villanie, che 1’amoroso Signore riceve continuamente dalle labbra di tanti …, anche in giovane età… ; i quali proprio non sanno, almeno sembra, quello che fanno col loro linguaggio satanico. Ut unanimes uno ore honorificetis Deum (Rom. XV, 6). Tutti uniti, come in una santa crociata, muoviamo guerra alla bestemmia.

— Voi, o genitori, con l’esempio…, con la correzione…, coi castighi, fate che i vostri figli non prendano un abito così detestabile…

— Voi, o padroni, proibite ai vostri dipendenti simile parlare …; intimate loro: In casa mia non si bestemmia.

— Non si correggono ? — Licenziateli.

— Voi, fanciulle, se il vostro fidanzato bestemmia, abbandonatelo… Il padre, che bestemmia, attira sulla famiglia le maledizioni divine.

— Nessuno stringa amicizia con chi strapazza il Nome benedetto di Dio. — Chi gode di qualche autorità sugli altri, corregga, rimproveri …; chi non ne ha, volti le spalle al bestemmiatore, e lo consacri all’isolamento, al disonore.

— Preghiamo per la conversione dei miseri bestemmiatori … Sanctificetur nomen tuum…

— Se udiamo qualcuno prorompere in linguaggio sì empio, ripetiamo: Sia benedetto .. il nome di Gesù… ; Dio sia benedetto. « Sit Nomen Domini benedictum! » [indulgenza di 500 giorni ogni volta che, udendo una bestemmia, si reciti devotamente la giaculatoria suddetta (S. C. Indulg., 28 nov. 1903; S. Pæn. Ap., 9 dec. 1932). Così daremo lode al Signore; concepiremo un odio sempre più acerrimo contro questa colpa tanto detestabile … Remove a te os pravum (Prov. IV, 24). Guai! guai a chi bestemmia, e non si sforza di correggersi! Egli si associa al delitto dei Giudei, che deridevano ed insultavano il Figlio di Dio pendente dalla Croce, agonizzante in un mare di spasimi, per la nostra salute …- Moltiplica le iniquità, accumula a suo danno debiti enormi verso la divina Giustizia …; si priva dell’intercessione dei due potenti Avvocati, Gesù e Maria … Chi allora, se non si emenda, lo salverà dall’eterna dannazione? — Odio, dunque, odio eterno alla bestemmia.

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SIT NOMEN DOMINI BENEDICTUM!

[Ps. CXII]

(Indulg. 500 giorni ogni volta che, udendo una bestemmia contro Dio, si reciti devotamente la preghiera giaculatoria . – S. C. Indulg., 28 nov. 1903; S. Pæn. Ap.., 9 dec. 1932)

IMITARE GESU’ CRISTO

IMITARE GESÙ CRISTO.

[G. Dalla Vecchia: Albe Primaverili; G. Galla ed. Vicenza. 1911 – impr.]

“Sed induimini Dominum Jesum Christum. ,,

Ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo.

(Rom. XIII, 14)

ESORDIO. — Povero Gesù! dopo circa due anni di predicazione, di miracoli, di fatiche e di stenti, vede assottigliarsi le file dei suoi uditori; anche i suoi parenti dubitavano di lui. Neque enim fratres eius credebant in eum (Ioan. VII., 5).

Nella festa dei tabernacoli giunge, quasi solo, a Gerusalemme; nel Tempio cerca di persuadere il popolo, che la sua dottrina, non era sua, ma del Padre che lo aveva mandato. Indarno: chi ne dubita, altri muove obbiezioni, qualcuno sprezza le sue parole. — Ne nasce un tumulto ; si mandano soldati per catturarlo… Ma non era giunto ancora il momento prestabilito dall’eterno Genitore…

— Non è quello forse che succede anche al presente nel mondo? Anche adesso si mettono in dubbio e si negano le verità della fede; si perseguita la Chiesa, s’infrangono i suoi ordini, s’insultano i suoi ministri… Anche fra i buoni, come pochi meditano la vita di Gesù! come pochi si studiano d’imitare le sue virtù ed i suoi esempi, di seguire da vicino i suoi passi!

E Voi? — Deh! vi dirò coll’Apostolo, induimini Dominum Jesum Christum; rivestitevi di Gesù, Cristo, cercando di assomigliarlo nei pensieri, negli affetti, nelle intenzioni, nel suo operare. — Imitare Gesù Cristo è per noi cosa al tutto necessaria, della massima utilità per raggiungere con certezza e facilità il regno dei cieli. — Lo vedremo con tutta brevità.

PARTE PRIMA.

Per praticare la vera virtù, per farci santi, e salvare così 1’anima nostra, ci occorre un modello pronto e perfetto: questo modello è Gesù Cristo. — Quindi dobbiamo imitarlo.

1° – È necessario. — Sei creatura di Dio, devi servirlo… ; non a tuo capriccio…, ma come Egli vuole… Devi servirlo coll’imitare Gesù Cristo. — Hic est filius meus dilectus… ipsum audite (Luca IX, 35). — È la tua vocazione di cristiano; christianus alter Christus, così S. Gregorio; altrimenti non ti salvi. — Egli è la via, la verità e la vita… Per questo sei stato battezzato; hai rinunciato al demonio, ed alle sue opere malvagie… Gesù deve essere come la tua veste nuziale, con cui prendere parte alle nozze celesti… In hoc vocati sumus, ut sequamur vestigia eius ( I. Petri 2°, 21).

Tutti formiamo il corpo mistico della Chiesa; Gesù è il capo, noi le membra…; dunque dobbiamo operare, parlare, pensare come Lui, altrimenti vi sarà separazione… e ci mancherà la vita… Unum corpus sumus in Christo; singuli autem alter alterius membra (Rom. XII, 5). Divisi da Lui periremo, come tralci recisi dalla vite. — Si quis in me non manserit, mittetur foras sicut palmes, et arescet…, et in ignem mittent, et ardet (Ioan. XV, 6).

— Gesù Cristo insiste su questo punto tanto necessario: Io vi ho dato 1’esempio: come ho fatto io, dovete fare anche voi (Ioan. XIII, 15). — E poi: Voi mi chiamate maestro, e dite bene; lo sono infatti… Imparate dunque da me, perché sono mite ed umile di cuore…

— D’altra parte nessuno potrà arrivare fino al suo Padre celeste, se non imiterà Gesù Cristo. Nemo venit ad Patrem nisi per me • cioè, dice Cornelio a Lapide, me imitando (Ioan. XIV, 6).

2° – Imitare Gesù Cristo ci apporta una grandissima utilità nella vita spirituale.

(a) Siamo avvolti dalle tenebre della superbia…; dai dubbi, dalle incertezze… — Gesù è la vera luce che illumina ogni uomo, che viene a questo mondo (Ioan. VIII, 12).

— Chi lo segue ed imita le sue virtù, è certo di non sbagliare… Per godere di questa luce, occorre retta intenzione…, santa indifferenza nel seguirlo dovunque… Eamus et nos ut moriamur cum eo (Ioan. XI, 16).

(b) Si è deboli: si conosce il bene, lo si apprezza, eppure giù al male, perché non si vuole il sacrificio delle proprie inclinazioni. — Ma Gesù ti fortifica con la sua grazia…, col suo esempio…, coi consigli dei suoi ministri. Prope est Dominus omnibus invocantibus eum in veritate (Salmo CXLIV, 18).

(c) Tu soffri. Ma che cosa sono le tue pene al confronto di Gesù? — Sei malato? Ed Egli è tutto una piaga… Sei umiliato? — Eccolo vilipeso, calunniato, condannato…. a morire sopra una croce, tra due malfattori… Sei abbandonato? — E Gesù è derelitto dai suoi cari … ; Giuda lo tradisce, Pietro lo rinnega… — Segui Gesù, e le pene diventeranno dolci, soavi… Al punto di morte esclamerai contento: Ave Crux, spes unica…

(d) Santifica le tue azioni. — Perché le opere tue siano sante, occorre:

1° Un fine retto… Ebbene unisci nel lavoro… le tue intenzioni a quelle di Gesù — Egli diceva: Io non cerco la mia gloria, ma dò onore al Padre mio. Sed honorifico Patrem meum (Ioan. VIII).

2° – Fare sempre quello che vuole il Signore, — E Gesù proclama: Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella di Colui che mi ha mandato… ; quæ placita sunt ei, facio semper. E questa volontà del Padre suo, la chiama suo cibo, suo calice… Meus cibus est, ut faciam voluntatem eius, qui misit me (Ioan. IV, 34). — Calicem, quem dedit mihi Pater, non bibam illum? (Ioan. XVIII, 11).

(e) Ti rende simile a Gesù. Cristo. — Noi siamo i suoi membri, Egli il nostro capo… Dunque dobbiamo continuare, in qualche modo, in noi stessi le sue azioni, i suoi patimenti… Dobbiamo procurare, che la nostra vita si avvicini, al possibile, alla sua…, perché non si veda troppa differenza… Questo, l’otterremo coll’imitare Lui, nostro divino Modello… Adimpleo ea quæ desunt passionum Christi in carne mea. (Ad Colos. I, 24). Di più Gesù è il nostro fratello primogenito (Rom. VIII, 29) Quindi cerca di ritrarre in te le sue virtù, di renderti simile a Lui nelle parole, nel pensiero, nel lavoro, nella tribolazione…, per diventare in Lui veramente perfetto. Ut exhibeamus omnem hominem perfectum in Christo lesu (Coloss. I , 28). Allora potrai ripetere coli’ Apostolo: Non sono più io che vivo, ma è Gesù Cristo, che vive in me. “Vivo autem jam non ego, vivit vero in me Christus (Galatas. III, 20). Ecco la perfezione.

PARTE SECONDA.

Dunque è per noi assolutamente indispensabile imitare il divin Redentore, fino al punto di rivestirci completamente di Lui.

3° – Ma che devi fare per riuscire in un lavoro così importante e difficile? Come condurti per imitare il divino Maestro?

I . — Bisogna conoscerlo. — Leggi, medita spesso la sua vita… Betlemme, l’Egitto, Nazaret, il Cenacolo, la Croce, il Tabernacolo …, sono i grandi centri in cui si aggruppano i Misteri della vita del Salvatore… Contemplali con calma… ; studiali con costanza…, applicali alle tue circostanze… Inspice et fac secundum exemplar, quod Ubi in monte monstratum est (Esodo XXV, 10).

II — Bisogna amarlo. — Tu ami un amico…, ed a poco per volta, quasi senza accorgerti, prendi le sue abitudini, i suoi gusti… Amicus alter ego, dicevano gli antichi.

— Ama Gesù…, e sentirai il bisogno di vivere della sua vita… A parole non si ama; fatti ci vogliono… L’amore ti condurrà a seguirlo non solo nelle vie facili, ma ancora nei sentieri dirupati, anche nelle difficoltà, nelle privazioni, negli strazi, nei disprezzi. Sequar te quocumque ieris (Matth. VIII., 19).

III. — Confronta spesso la tua vita con quella di Gesù.

Lo scultore esamina con diligenza il modello, che deve ritrarre sul marmo; ad ogni tratto lo confronta col suo lavoro… Tu pure avvicina la tua umiltà, obbedienza, energia, purità, dolcezza… a quelle di Gesù… Vedi se corrispondano al suo gusto…, se siano difettose… Chiedi spesso a te medesimo: Come penserebbe Gesù in questa circostanza?

— Quali le sue parole? — Come si diporterebbe?

Poi mettiti all’opera. — Pregalo di aiuto; ché senza di Lui nulla puoi fare, neppure un buon pensiero meritorio per il cielo. – Ecco il modo pratico di imitare Gesù Cristo. Egli solo sia la tua scienza, la tua gloria… Non piegare, né a destra, né a sinistra… Ascolta la sua voce, che ti chiama con pietosa insistenza, con amoroso comando… Quid ad te? Tu me sequere (Ioan. XXI., 22). Studialo, amalo, seguilo, imitalo…, e tu sei virtuoso, perfetto, santo. Quos præscivit, et prædestinavit conformes fieri immagini Filii sui, (Rom. VIII, 29) ut sit ipse primogenitus in multis fratribus!

 

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDI’

[A. Carmignola: Meditacioni, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1942, impr.]

Nella Settimana Santa

MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDÌ.

Sopra la lavanda dei piedi.

Mediteremo sopra la lavanda dei piedi, alla quale volle umiliarsi Gesù Cristo prima di dar principio alla sua passione e di istituire il SS. Sacramento dell’Eucaristia. C’immagineremo di vedere Gesù, che con un asciugatoio innanzi e con un catino d’acqua sta in ginocchio davanti agli Apostoli e lava loro i piedi. Ammireremo questo prodigio di bontà e di umiltà e, poiché sappiamo essere questo il suo desiderio, lo pregheremo che si compiaccia di lavare e purificare altresì con la sua grazia le anime nostre.

PUNTO 1°.

Gesù c’insegna il vero rispetto a Dio.

Il Divin Redentore, sapendo che la sua ora era venuta di passare da questo mondo al Padre, volle dare ai suoi una testimonianza più perfetta del suo amore, e là nel cenacolo, compiuta la cena, si dispose a lavar loro i piedi, a fare cioè il più umile ufficio dei servi. Gesù adunque si avvicinò a Simon Pietro pel primo. Ma questo fervido Apostolo, nel vedersi inginocchiato innanzi il Divin Maestro, non si poté rattenere dall’esclamare: Come, Signore, tu lavare i piedi a me? E rispondendogli Gesù: Quello che io faccio, tu ora non l’intendi, ma lo conoscerai in appresso; Pietro non si diede per vinto, ma ritraendosi replicò: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Con tutto ciò Gesù gli soggiunge: Se io non ti avrò lavato, non avrai parte con me, cioè sarai escluso dalla partecipazione dei miei beni. Quale minaccia! Come mai la ripugnanza di Pietro nel lasciarsi lavare i piedi da Gesù meritava un castigo sì terribile? Lo avrebbe meritato, dice S. Basilio, con la sua disobbedienza al volere divino; perciocché il vero rispetto a Dio consiste anzitutto nel fare la volontà sua e non la nostra, nel lasciarci reggere e governare da Lui e non già nel governarci e reggerci da noi. Quale importante ammaestramento dunque Gesù ci dà in questa circostanza! Vale un bel nulla per l’eternità, tutto ciò che facciamo di volontà nostra contro quella di Dio, manifestataci da coloro che ci dirigono. Val dunque meglio lasciarci guidare dai nostri superiori, che non regolarci da noi stessi. Gersone dice che l’anima religiosa, quando non cura la guida del suo superiore, non ha bisogno di demonio che la tenti, diventando essa demonio a se medesima. Allorché pertanto nella tua superbia o nel tuo falso rispetto vorresti opporti alla volontà di chi ti regge, sappi cedere prontamente e con semplicità, sicuro che si tratta sempre del maggior bene per te e per la gloria di Dio.

PUNTO 2°.

Gesù c’insegna la mondezza dell’animo.

Appena S. Pietro conobbe essere volontà di Gesù che si lasciasse lavare i piedi, si arrese all’istante e si affrettò a soggiungere: Signore, lavatemi pure, e se volete, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo. Ma Gesù gli rispose: Chi è stato lavato, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, del resto è tutto mondo. Con le quali parole Gesù, dalla esteriore e sensibile lavanda assorgendo alla purificazione spirituale dell’anima, ci insegnò che chi è mondo dalla colpa grave, non ha bisogno d’altro che pulirsi di quei difetti quotidiani che sono all’anima come la polvere ai piedi, e che anche questa sollecitudine importantissima si devono pigliare specialmente le persone consacrate a Dio. I difetti quotidiani, che si riducono a colpe veniali, non tolgono la grazia di Dio; ma non lasciano di offendere Lui e di macchiare l’anima. Or che penseremmo noi di un figlio, di una figlia che dicesse al padre: Io vi obbedirò nelle cose di maggior momento, ma in quelle leggiere non intendo obbedirvi? Essendo noi per la nostra condizione figli prediletti del Padre celeste, non dovremmo perciò usare la massima diligenza per non offenderlo neppure con leggieri mancamenti? Se non ci studieremo del continuo di emendarci dei difetti nostri e di purificarci sempre di più, non ci faremo mai santi, né avremo mai da Dio gli aiuti, i lumi e le grazie che tanto ci abbisognano per la nostra santificazione, e, quel che è peggio, corriamo pericolo di passare così dai difetti leggieri ai peccati gravi.

PUNTO 3°.

Gesù c’insegna e comanda l’umiltà.

Gesù, dopo aver lavato i piedi a Pietro, li lava a tutti gli Apostoli e ben anche a Giuda, pur sapendo che lo tradirà. Oh esempio senza pari di profondissima umiltà! Oh bontà ammirabile e inaudita! Ma quello che Gesù ha fatto, vuole che lo facciano anche i suoi. Perciò dice loro e dice a tutti i suoi seguaci: Io vi ho dato l’esempio, e questo esempio voi dovete imitare. Con il che volle dire: Per quanto elevata sia la vostra dignità, per quanto eletto il vostro ingegno, per quanto mirabili le opere che sapete compiere, per quanto sublimi i doni spirituali ricevuti da Dio, dovete nondimeno essere umili, ed umili al punto da gettarvi ai piedi dei vostri fratelli, prestar loro i servizi della carità, edificarli con la vostra bontà, guadagnarli con i sapienti abbassamenti della vostra elevatezza. Oh noi avventurati se seguiremo tanto esempio e sì grande ammaestramento di Gesù! Così certamente santificheremo noi stessi e faremo del bene agli altri, e non già con la nostra alterigia, con lo stare sul nostro, con la superba pretensione che si abbassino gli altri davanti a noi.

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL MARTEDI’ – SETTE PAROLE

[A. Carmignola: Meditazioni, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1942, impr.]

Nella Settimana Santa

MEDITAZIONE PER IL MARTEDÌ.

Sopra le ultime parole di Gesù.

Mediteremo sopra le ultime parole di Gesù in croce. C’immagineremo di essere dappresso a Gesù come figli d’intorno al padre morente, e di ascoltarne gli ultimi addii. Con sentimenti di cordoglio assisteremo a quegli estremi istanti della vita di Gesù, stampandoci nel cuore i suoi estremi ricordi.

PUNTO 1°.

Quarta parola: Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Essendosi Gesù caricato di tutti i nostri peccati affine di espiarli, il suo Divin Padre lo assoggettò ai patimenti più acerbi sino ad abbandonare la sua natura umana e inferma alle podestà delle tenebre, lasciandola in balìa dei suoi nemici, in preda al furore degli uomini e dei demoni, esposta a tutte le pene, e negandole ogni stilla di consolazione: proprio Figlio non pepercit, sed prò nobis tradidit illum: non la risparmiò, dice San Paolo, al proprio Figlio, ma per noi lo abbandonò ai tormenti e alla morte (Rom., VIII, 32). A questo colpo non potendo più resistere l’agonizzante Gesù, raccolto sulle labbra l’ultimo avanzo di fiato rimastogli, si lamentò di sì doloroso abbandono, esclamando a tutta voce: Dio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? (MATTH., XXVII, 46). Ma più ancora che lamentarsi, dice S. Leone, Gesù con tali parole ebbe in animo di far sapere a noi la ragione per cui patì tale abbandono, volle cioè farci comprendere che se Egli fu abbandonato dal suo Divin Padre, non fu per altro motivo se non perché noi coi nostri peccati abbiamo abbandonato Lui. Se è così, chi non griderà pentito ai piedi di Gesù: Signore, d’ora innanzi starò sempre unito a Voi; più nulla mi separerà dall’amor vostro? Tanto più che Gesù con quel grido, come dice S. Bernardo, volle ancora pregare il suo Divin Padre di non mai abbandonare alcuno di noi. E siccome questa sua preghiera, come tutte le altre, fu pienamente esaudita, così possiamo essere sicuri che per parte sua Iddio non ci abbandonerà mai definitivamente, sempre ci lascerà la via del ritorno aperta, sempre terrà le braccia distese per riabbracciarci. Deh! Liberiamoci adunque da ogni impaccio e laccio, che c’impedisca di unirci interamente a Dio e di essere suoi in eterno.

PUNTO 2°.

Quinta paróla: Ho sete.

Gesù nella sua passione condotto da questo a quel tribunale, flagellato e coronato di spine, obbligato a portare sopra le spalle la croce, e sopra di essa inchiodato, si trovava ornai con le vene esauste, sommamente affaticato e con un’arsura terribile. In tanto bisogno di bere, gridò dall’alto della croce: Ho sete; sitio (Jo., XIX, 28). A questo grido uno dei crocifissori prende una spugna, la immerge in un vaso di aceto, che, secondo l’uso, là si trovava, e collocatala sulla punta di una canna gliel’avvicina alla bocca. Oh crudeltà senza esempio! Eppure Gesù stende a quella spugna le arse labbra e prende di quell’aceto. Così, dice S. Ambrogio, non potendo prendere realmente l’agrezza delle nostre impazienze, dei nostri astii, dei nostri rancori, delle nostre escandescenze, dei nostri sdegni e delle nostre rabbie, la prese nel simbolo dell’aceto per rifondere in noi la soavità della sua grazia. Ma più ancora Gesù con quel grido ha voluto manifestare la sete, che aveva delle anime nostre e la sete che dobbiamo avere noi di salvarle. Sì, con questa parola sitio, ho sete, Gesù volle dirci: Non cerco altro, altro non bramo che le anime: queste sono l’acqua che estingue l’arsura del mio cuore, queste sono il refrigerio che cerco alle mie pene. Lavorate, lavorate a salvar anime, guadagnatene col vostro zelo, traetele dal peccato e mettetele sulla via della penitenza e della virtù, datele al mio Cuore divino e così mi estinguerete la sete che mi divora. O caro Gesù, oserò io dunque negar da bere a voi? E se per estinguere la vostra sete ci vogliono anime, non vi darò anzitutto la mia e non mi sacrificherò per darvene ancora delle altre?

PUNTO 3°.

Sesta e settima parola.

Gesù, vicino a trarre l’ultimo respiro, disse: Tutto è compiuto: consummatum est; vale a dire: è stato fatto tutto ciò che era necessario per compiere la volontà del Padre celeste, per redimere il genere umano, per acquistare la grazia dei sacramenti, per stabilire la Chiesa, per chiudere l’inferno e per aprire il paradiso! E tutto ciò è stato fatto a perfezione. Non rimane altro se non che gli uomini facciano la parte loro e si studino di corrispondere a quanto io ho fatto per loro e di trarne profitto per la loro salvezza. Ora possiamo noi dire di esserci già messi sul serio a compiere questa nostra parte? Non abbiamo invece finora sprecato tanto tempo più per rovinarci che per santificarci? Su adunque, non tardiamo più oltre a rendere perfetta l’opera di Gesù Cristo. Fine alla nostra freddezza, indifferenza e codardia! Diamoci subito a vivere conforme al nostro stato e alle grazie che Gesù ci ha fatte, perché anche noi al termine della nostra vita possiamo ripetere con soddisfazione e con gioia: Consummatum est: tutto è compiuto: non mi rimane che rimettere il mio spiritò nelle mani di Dio, mio Padre: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum! Queste furono le ultime parole di Gesù; con esse, a rendere perfetto il suo sacrificio, offerse ancora al divin Padre il suo spirito. Queste saranno pure le parole che potremo pronunziare noi stando per morire: il nostro spirito, dopo essere stato unito a quello di Gesù Cristo in vita, mediante la conformazione completa dei nostri pensieri, dei nostri affetti, dei nostri sentimenti, dei nostri desideri, delle nostre parole, delle nostre opere, della nostra vita a quella di Gesù, si unirà al suo spirito nella beata eternità.

PRECES IN MEMORIAM SEPTEM VERBORUM

QUÆ IESUS IN CRUCE PROTULIT

 

  1. Deus, in adiutorium meum intende.

Domine, ad adiuvandum me festina.

Gloria Patri et Filio, etc.

 

PRIMA PAROLA

Padre, perdonate loro, perché non sanno ciò che fanno.

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce a fine di pagare con le vostre pene il debito dei miei peccati, ed aprite la vostra divina bocca per ottenermene il perdono dall’eterna giustizia, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue sparso per la nostra salute datemi un dolore così vivo delle mie colpe, che faccia spirare l’anima mia nel seno della vostra infinita misericordia.

Tre Gloria Patri.

Miserere nostri, Domine, miserere nostri.

Mio Dio, credo in voi, spero in voi, amo voi e mi pento di avervi offeso coi miei peccati.

SECONDA PAROLA

Oggi sarai meco in paradiso

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che con tanta prontezza e tanta liberalità corrispondete alla fede del buon ladro, che in mezzo alle vostre umiliazioni vi riconosce per Figlio di Dio, e lo assicurate del paradiso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue ravvivate nel mio spirito una fede così ferma e costante, che non vacilli a qualunque suggestione del demonio, affinché anche io ottenga il premio del santo paradiso.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

TERZA PAROLA

Ecco la tua Madre. Ecco il tuo Figlio

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e dimenticando i vostri patimenti mi lasciate in pegno dell’amor vostro la stessa vostra Madre santissima, affinché per suo mezzo possa con fiducia ricorrere a voi nei miei maggiori bisogni, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per l’interno martirio di così cara Madre avvivate nel mio cuore una ferma speranza nei meriti infiniti del vostro preziosissimo Sangue, onde possa evitare l’eterna condanna, che mi sono meritata coi miei peccati.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

QUARTA PAROLA

Dio mio, Dio mio, perché mi avete abbandonato?

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che aggiungendosi patimenti a patimenti, oltre tanti dolori nel corpo, soffrite con infinita pazienza la più penosa afflizione di spirito per l’abbandono dell’eterno vostro Padre, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue datemi grazia di soffrire con vera pazienza tutti i dolori e le angustie della mia agonia, affinché, unendo alle vostre le mie pene, possa poi essere partecipe della vostra gloria in paradiso.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

QUINTA PAROLA

Ho sete

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che non sazio ancora di tanti obbrobrii e patimenti vorreste soffrirne anche di più, purché tutti gli uomini si salvassero, mostrando così che tutto il torrente della vostra Passione non è bastante ad estinguere la sete del vostro Cuore amoroso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue accendete tanto fuoco di carità nel mio cuore, che lo faccia morire di desiderio di unirsi a voi per tutta l’eternità.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

SESTA PAROLA

Tutto è consumato

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e da codesta cattedra di verità annunziate di aver compito l’opera della redenzione, per la quale l’uomo da figlio d’ira e di perdizione è divenuto figlio di Dio ed erede del paradiso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue distaccatemi interamente dal mondo e da me stesso, dandomi la grazia di offrirvi di cuore il sacrificio della mia vita in espiazione dei miei peccati.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

SETTIMA PAROLA

Padre, nelle vostre mani raccomando lo spirito mio.

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che a compimento di sì gran sacrificio accettate la volontà dell’eterno Padre con rassegnare nelle sue mani il vostro spirito, per poi chinare il capo e morire, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue datemi una perfetta uniformità al vostro divin volere, onde sia pronto a vivere o a morire, come più piacerà a voi; né altro io brami, che il perfetto adempimento in me della vostra adorabile volontà.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

Preghiera alla Vergine Addolorata

Madre santissima Addolorata, per l’intenso martirio, che soffriste a pie’ della Croce nelle tre ore di agonia di Gesù, degnatevi di assistere anche me, che son figlio dei vostri dolori, nella mia agonia, affinché con la vostra intercessione possa dal letto della morte passare a farvi corona nel santo paradiso.

V. A subitanea et improvisa morte,

R. Libera me, Domine,

V. Ab insidiis diaboli,

R. Libera me, Domine,

V. A morte perpetua,

R. Libera me, Domine.

 Oremus.

Deus, qui ad humani generis salutem in dolorosissima Filii tui morte exemplum et subsidium constituisti, concede, quæsumus, ut in extremo mortis nostræ periculo tantæ caritatis effectum consequi, et ipsius Redemptoris gloriæ consociari mereamur. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Indulgentia septem (7) annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana precum recitatio in integrum mensem producta fuerit

(S. Rit. C , 26 aug. 1814; S. C. Indulg., 8 dec. 1897;

Pæn. Ap., 27 maii 1935).

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL LUNEDI’

[A. Carmignola: “Meditazioni”, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1942, impr.]

Nella Settimana Santa

MEDITAZIONE PER IL LUNEDÌ.

Sopra le prime parole di Gesù in croce.

Mediteremo sopra le tre prime parole pronunziate da Gesù agonizzante sopra della croce. C’immagineremo di essere sul Calvario con le anime devote, che attorniano il divin crocifisso, e di ascoltare quei divini insegnamenti che, stando Egli per morire, ci dà ancora da quella cattedra, quasi compendiando alcuni insegnamenti più importanti della sua legge evangelica. Li custodiremo gelosamente dentro del nostro cuore e pregheremo l’adorabile Maestro che ci aiuti a farne tesoro nel tempo opportuno.

PUNTO 1°.

Prima parola: Padre, perdona loro.

Gesù, agonizzando sulla croce e meritando ogni compassione, è invece ancora dileggiato dai Giudei, ai quali egli risponde non già con collera, ma con mansuetudine, pregando per essi il suo Divin Padre così: Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si facciano: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt ( Luc. XXIII. 34). Oh preghiera di mitezza e misericordia infinita! Ben a ragione osserva S. Agostino, che non vi è stato mai un avvocato così abile a perorare la causa dei suoi clienti, come Gesù per i suoi crocifissori. Ma perché mai, anziché fare questa preghiera nel secreto del suo cuore, volle proferirla a voce alta? Per farci intendere ancora una volta con la parola e più ancora con l’esempio la gran legge del perdono!Senza dubbio praticare la dolcezza, la carità, essere mansueti, padroni di noi e perdonare, in certi casi, con persone, che a bella posta ci fanno del male, e che, peggio ancora, tentano coprire le loro intenzioni con la sembianza di far del bene, di compiere il loro dovere, di rimuovere degli scandali o dei pericoli di scandalo, e che nondimeno ci disonorano e ci fanno altri gravi danni, è assai difficile. Con tutto ciò chi mai potrà fare a noi il male che i Giudei fecero a Gesù? E se Gesù tuttavia li ha perdonati, ed ha ancora implorato il perdono per essi dal suo celeste Padre, perché noi, che vogliamo e dobbiamo essere imitatori di Gesù, non perdoneremo a chi ci fece un male immensamente minore? Rinnoviamo dunque davanti all’agonizzante Gesù il grande proponimento di praticare la mansuetudine e di perdonare sempre, a tutti e particolarmente ai nostri più fieri nemici, di ricambiare anzi il loro male con il nostro bene e col pregare per essi. Perdonando generosamente agli altri i loro torti verso di noi, meriteremo che Dio perdoni a noi i nostri peccati.

PUNTO 2°.

Seconda parola: Oggi sarai meco in paradiso.

Gesù, crocifisso tra due ladroni, mentre era dall’uno bestemmiato, dall’altro veniva grandemente compassionato. Che anzi, riconoscendo questi in Gesù il vero Messia, Figliuolo di Dio e Salvator del mondo, con viva fede e profonda umiltà gli rivolse questa preghiera; Signore, ricordatevi di me, quando entrerete nel vostro regno. Alla quale preghiera Gesù prontamente rispose: Oggi sarai meco in paradiso: hodie mecum eris in paradiso (Luc., XXII, 43). Oh prontezza della misericordia divina nel muovere incontro al peccatore penitente e nell’assicurarlo non solo del perdono, ma ancora dell’eterna beatitudine! L’uomo può sempre allargare alla speranza il suo cuore, anche dopo una vita malamente trascorsa, purché assecondi l’impulso della grazia, che Iddio pur negli estremi istanti di vita concede. Con tutto ciò imitando ora, se ne abbiamo bisogno, la illimitata fiducia del buon ladrone, guardiamoci bene dal differire la penitenza. Il buon ladrone all’estremo istante della vita si convertì; ma il cattivo si ostinò anche allora nella sua cecità e malizia e si perdette. E sì che stava vicino a Gesù, e il sangue di Lui si versava per la salute degli uomini, e le sue piaghe stavano aperte per riceverli. Ad ottenere la salute non basta esser vicini a Gesù per ragione del nostro stato, se non corrispondiamo alla grazia singolare della sua vicinanza col fare noi la parte nostra. Preghiamo adunque Gesù crocifisso che, avendoci fatta la grazia di chiamarci a vivere e morire dappresso a Lui, ci faccia ancor quella di corrispondervi degnamente, perché anche noi alla fine possiamo sentirci dire la consolante parola: Oggi sarai meco in paradiso.

PUNTO 3°.

Terza parola: Donna, ecco il tuo figlio!

Gesù Crocifisso, giunto al colmo delle sue pene e delle sue agonie, scorgendo Maria e Giovanni ai piedi della croce, posa sopra di essi il languido sguardo, già vicino a spegnersi nelle ombre di morte, e accennando l’uno all’altro dice a Maria: Donna, ecco il tuo figlio: Mulier, ecce filius tuus; e soggiunge a Giovanni: Ecco la tua madre: ecce mater tua! (Jo., XIX, 26, 27). Oh parole piene di tenerezza e di amore e nella loro semplicità sommamente feconde! Con esse Gesù premia la verginità di Giovanni e la sua vicinanza alla croce; con esse dà a Maria un sostegno pel restante della sua vita nella persona di Giovanni; con esse soprattutto costituisce Maria Madre nostra e raccomanda a noi di onorarla, di amarla, di servirla, di trattarla da buoni figliuoli. Fu come un dire a Maria: Donna, Voi che con i vostri dolori cooperate con me a dare la vera vita agli uomini, prendeteli adunque per figli vostri, facendo parte ad essi di quell’amore che avete per me, e adoperandovi sempre come loro Madre alla loro salvezza e santificazione. E fu come un dire a noi: O uomini, ecco che stando io per morire, e non avendo più altro da darvi, vi do la Madre mia per madre vostra: vogliatele bene, fate di amarla, di ossequiarla e compensarla di quello che Ella insieme con me ha fatto e farà ancora per voi. Maria ha corrisposto e corrisponde sempre alle intenzioni di Gesù! Corrispondiamo anche noi per la parte nostra! Sì, o Maria, vi amerò, vi onorerò, mi affiderò alla vostra pietà; anzi farò di tutto per farvi amare e onorare dagli altri.

PECCATO VENIALE

PECCATO VENIALE.

[G. Dalla Vecchia: Albe primaverili; G. Galla ed. Vicenza, 1911]

Et ecce leprosus veniens, adorabat eum dicens:

Domine, si vis, potes me mundare.

Ed ecco un lebbroso, accostatosi a lui, lo adorava, dicendo: Signore, se vuoi, puoi mandarmi.

(Matt. XVIII, 2.)

ESORDIO. — Un lebbroso si avvicina a Gesù, si prostra, lo adora, lo prega : Signore, se vuoi, puoi guarirmi. E Gesù: Voglio; già sei guarito… E da quel povero corpo emaciato la lebbra scomparve… Notate : Il lebbroso viveva, ma il suo male lo avrebbe

stremato, corroso fino a morirne… Il lebbroso riconosce la potenza divina di Gesù: Se vuoi, puoi mondarmi, si affida alla sua bontà…

— L’anima, che volontariamente e con frequenza commette il peccato veniale, è una povera lebbrosa. Il peccato veniale, vera lebbra spirituale, le snerva le forze, le corrode ogni energia per il bene, per resistere alle tentazioni; e lentamente la conduce alla morte col peccato grave… — E intanto essa crede in Gesù, frequenta i sacramenti…; ma, se non si emenda, la sua vita si affievolisce…, si spegne.

— Povera infelice! gettati ai piedi di Gesù, lo prega: Domine, si vis, potes me mundare. — Ed oggi da questa croce Gesù ti risponde: Lo voglio. — Signore, tu lo vuoi? Aiutami dunque a meditare bene che cosa sia il peccato veniale contro di te, contro l’anima mia… Ed io pure ti dirò: Signore, con la tua santa grazia, anch’io voglio guarire da questa lebbra così schifosa e di tanto danno al mio progresso spirituale.

PARTE PRIMA

Il peccato veniale è una piccola disobbedienza alla legge di Dio; si dice veniale, perché non dà morte all’anima e viene perdonato con più facilità. — Però, sebbene veniale, non è cosa piccola, né riguardo a Dio, né pei danni che apporta all’anima. — Infatti: 1° – Che cosa fa il peccato veniale contro Dio?

— L’offende. — Offende un’infinita Maestà, il nostro Benefattore, il nostro unico e sommo Bene. — Non gli volti le spalle, come col peccato mortale, ma gli rechi dispiacere. Innalzi fra te e Dio un velo denso, che impedisce ai raggi della sua grazia e del suo amore di giungere fino a te. — Non attenti alla sua vita; ma però lo flagelli, lo cingi di spine… E non ti pare orribile?

— Prendi una bilancia: da una parte poni tutti i dolori di questa vita, vi aggiungi anche 1’inferno, in quanto è pena; dall’altra vi metti una sola bugia ufficiosa… Pesa più quel peccato veniale; mentre l’inferno è pena, la bugia è colpa; ed ha più ragione di male la colpa, che la pena (S. Tommaso). — Tutti i dolori della Vergine e dei Santi non possono cancellare una sola colpa veniale…; e Gesù è morto anche per i peccati veniali. Offende Dio: se un’anima ama il Signore, eviterà certo il peccato veniale, che gli dà tanto dispiacere.

2° – Che cosa fa Dio contro il peccato veniale?

— Lo odia. — La colpa, anche più piccola, ripugna essenzialmente alla divina natura. — Egli, la stessa purezza, non può tollerare la minima macchia.

— Lo castiga. — Maria, sorella di Mosè, mormora contro il fratello… ; per tre giorni è coperta di lebbra.

— Sara, moglie di Lot, per una curiosità, diventa una statua di sale. — Un atto d’impazienza… ; batte due volte la rupe, da cui zampilla l’acqua, e Mosè non può entrare nella terra promessa. — I Betsamiti (50.000) guardano l’Arca con poco rispetto… ; e sono colpiti di morte.

— S. Gerardo fisa un po’ troppo un oggetto pericoloso, e tosto diventa cieco. — S. Francesca romana sta un po’ di tempo oziosa, e riceve dall’Angelo uno schiaffo solenne…

E, se per i peccati mortali vi è 1’inferno, per i veniali vi è il Purgatorio. Anche nel purgatorio, e fuoco, ed atroci dolori, e privazione della vista di Dio… Vi si deve soddisfare la divina giustizia fino all’ultimo centesimo.

Il Kempis scrive: « Un’ora di purgatorio sarà più dolorosa, che cento anni di grave penitenza qui sulla terra. »

— E l’Angelico: « Signore, se il fuoco, che ci avete dato in questo mondo per vostra misericordia, è così terribile, che cosa sarà quello del purgatorio, acceso dalla vostra giustizia per l’espiazione della colpa? ».

— E dirai cosa piccola il peccato veniale? — Ma i Santi erano risoluti a qualunque sacrificio piuttosto, che commettere una piccola colpa… E tu?

3° – Che cosa fa il peccato veniale contro l’anima?

L’anima innocente è tutta bella, e Dio l’onora di sua amicizia. Quam pulcra es, amica mea!… Surge, propera, amica mea, et veni (Cantico). — È l’amica, la figlia, la sposa di Dio… — Ora il peccato veniale allenta questa preziosa amicizia, rompe l’intimità fra l’anima ed il suo Signore. Infatti; l’amicizia consiste:

(a) Nell’unione dei cuori. (Eadem velle, eadem nolle).

— Col peccato veniale, con quella critica, con quella vanità, tu fai il contrario di quello che vuole il Signore.

— Tu offuschi il candido velo dell’innocenza; Dio non trova più in te le sue compiacenze e cerca altre anime più generose… Ecco rotta 1′ intimità, l’amicizia…

(b) Nella comunicazione dei beni. — Dio è diffusivo di sua natura, Deus charitas est. Ti ricolma di favori, di attenzioni. — Tu, con le piccole colpe, gli ricusi i leggeri sacrifici, che Egli ti chiede… Uno sguardo…, una curiosità…, un affetto… ; e tu gli neghi cose sì piccole!

— Disgustato se ne lamenta coi suoi eletti… ; a poco per volta, ritira le sue grazie…, non ti onora più dei suoi favori… ; le ispirazioni, gl’impulsi segreti, le sue visite di amore si fanno sempre più rare… Incìviam te evomere ex ore meo (Apoc. III, v. 10). L’amicizia non è più.

(c) Nell’esercizio di amore. — Tu cerchi sempre le occasioni di mostrare all’amico l’affetto che nutrì per Lui.

— Dio ti ama davvero; è sempre pronto ad accorrere alle tue chiamate…, sollecito ti presta aiuto, conforto… — Tu invece, a parole, tante proteste di amore; ma poi vieni meno alle promesse più sante. Tu sei quindi tiepido, infedele, ingrato verso il tuo Amico divino. Ed Egli si asconde, ti rigetta, ti abbandona… Maledictus…, qui facit opus Dei fraudolenter (Ieremia XLVIII, 10).

Maledetto chi fa l’opera di Dio con negligenza. — Quindi non sei più il suo amico… E potrai tenerti tranquillo? E non ti risuona terribile la sentenza di G. C.: Chi non è con me, è già contro di me? Ma l’amicizia si mostra specialmente – (d) – nella stabilità dell’affetto; essa deve durare anche oltre la tomba. — Dio ti ha sempre amato, e sempre ti amerà, se a Lui fedele. Cantate perpetua dilexi te, et ideo attraxi te, miserans. (Geremia XXXI. 3). — Un dì sarà il tuo premio per i secoli eterni… Ma tu gli ricusi le piccole cose, quindi non lo ami; esponi debole il fianco al demonio…, che a tempo opportuno darà un assalto più fiero…, e cadrai nella colpa mortale. — In pigriiiis humiliabitur contignatio. (Eccli. IX, 18).

; Giuda, prima avaro, poi traditore, sacrilego, muore impiccato. — Pietro, prima presuntuoso, poi negligente…, rinnega il divino Maestro… Questa è la storia di tutti i malvagi… Qui spernit modica, paullatim decidet (Eccli. XIX, 1).

4° – Dunque: che cosa deve fare l’anima contro il peccato veniale?

(a) Temerlo…, evitarlo, a qualunque costo… ; ed appunto, perché si tratta di cose piccole, vi sarà più diligente…

In omnibus operibus tuis præcellens esto. (Eccli. XXXIII., v. 23).

(b) Si fortificherà, per combatterlo, colle pratiche di pietà, con le giaculatorie, coll’esame della sera; con una tenerissima devozione a Gesù in Sacramento…

(c) Confesserà con esattezza e pentimento tutte le colpe anche più piccole; e riceverà la forza per non ricadervi… Qui timet Deum, nihil negligit (Eccles. VII, 19).

(d) Userà diligenza nell’acquistare le sante indulgenze …; nel compiere qualche piccola mortificazione… ; nell’adempimento dei propri doveri, per fare sulla terra un po’ di penitenza dei peccati veniali commessi, e diminuire così il tempo del Purgatorio… Ne verearìs usque ad mortem iustificari. (Eccli. XVIII, 22).

CONCLUSIONE. — Guerra dunque al peccato veniale, che disgusta il Signore, e lo costringe a punirlo con tanto rigore. — Guerra al peccato veniale che allenta e distrugge la nostra amicizia con Dio; unico vero amico, ultimo fine della nostra esistenza… Fortis est ut mors dilectio (Cantic. VIII, 6). E quindi, ai piedi del Crocefisso, preghiamolo a volere mondare questa povera anima nostra dalla lebbra pericolosa delle colpe leggere: Domine, si vis, potes me mundare… Scongiuriamolo a non ritirarsi da noi; di creare anzi in noi un cuor nuovo, puro, umile, ardente di amore… Ne vroicias me a facie tua… Cor mundum crea in me Deus (Salmo L). E deponiamo ai suoi piedi la ferma promessa di volere anche morire, piuttosto che tornare a commettere un solo peccato veniale.

IL PATIRE

IL PATIRE.

[G, Dalla Vecchia: Albe Primaverili; G. Galla ed. Vicenza. 1911 – impr.]

” Solvite templum hoc, et in tribus diebus excitabo illud. ,,

Disfate questo tempio, e in tre giorni lo rimetterò in piedi.

( Joan. V, 19)

ESORDIO. — Gesù, un dì, entrava nel tempio di Gerusalemme. Ma il luogo santo pareva una piazza di traffico, dove mercanti e banchieri facevano lauti guadagni.

— Acceso di santo zelo, lampeggiando dal volto raggi di maestà divina, con piccole cordicelle di giunco fa una frusta, caccia via i profanatori ed intima di rispettare la casa del Padre suo, casa di orazione. Cessato il primo stupore, i Giudei gli chiedono un segnale, una prova, che Egli aveva il potere di fare cose tanto straordinarie… E Gesù: Voi disfate questo tempio ed Io in tre giorni lo rimetterò in piedi. Solvite templum hoc, et in tribus diebus excitabo illud. I Giudei credono che Ei parli del loro tempio insigne, e ne fanno le meraviglie; ma Gesù alludeva alla sua passione e morte. Allora essi, coi flagelli, la croce, e la morte, avrebbero disfatto il suo corpo, tempio vivo della divinità, ma Egli in tre giorni lo avrebbe rimesso in piedi, risorgendo glorioso dalla tomba. Dunque il caro Salvatore, fino dai primi giorni della sua predicazione, accenna alla sua passione e morte. Questo è il suo tema favorito nei tre anni che lo dividono dal Calvario: sospira la grande ora dei suoi strazi; anela alla sua sposa, la Croce; insegna che il patire sarà l’eredità, il distintivo dei suoi amanti, ai quali però riserva una gloriosa risurrezione ed eterni trionfi. — Incomincio.

Parte prima.

Il programma di Gesù Cristo è ben diverso da quello del mondo. Sentitelo dal labbro del divino Maestro : « In verità vi dico, che piangerete e gemerete voi, il mondo poi godrà: voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cangerà in gaudio. » (Ioan. XVI, 20). È un programma, che spaventa e conforta, affligge ed innalza, nobilita, assicura gioie vere, intime, eterne… — Cerchiamo di penetrarne il segreto…

1° – Tutti i buoni sono provati dalle tribolazioni e dalle sventure: umiliati, derisi, nella povertà, nelle angoscie, esterne ed interne… La vita di Gesù, della Vergine, dei Santi, degli eletti, s’impernia sulla parola « patire » ; si avvinghia, come edera, all’albero sanguinante della Croce

— I cattivi godono, tripudiano negli onori, nell’abbondanza, … nei piaceri… Ma poi ai buoni un premio immortale, … ed anche qui, sulla terra, una felicità, che può comprendersi solo da chi soffre per amore di Dio. Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam, cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae (Iacob. I).

2° – A che serve il patire?

(a) A fare penitenza delle colpe commesse, e compierne il purgatorio durante la vita… Tutti abbiamo peccato; peccavimus et inique egimus, (Daniele III, 29) dunque col patire dobbiamo espiare i nostri falli… ut destruatur corpus peccati (Rom. VI, 6).

(b) Per esercizio di virtù. Nelle sofferenze il cristiano esercita la fede, la speranza, l’amore, la pazienza, impara a compatire chi soffre… Assomigli a Gesù, che ha patito per noi, qui passus est prò nobis, lasciando a noi l’esempio del modo di seguire i suoi passi; vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia eius (I Petr. II, 2). — D’altra parte, la vera virtù si consolida e si perfeziona al fuoco lento della tribolazione; virtus in infìrmitate perficitur (II Cor. XII, 9).

(c) Per distaccarti da quell’oggetto, da quelle creature…, che troppo ami, e sono la causa dei tuoi falli. — Dio ti ama; quem enim diligit Deus, castigat (Hebr. XII, 6); si serve, per correggerti, delle stesse creature… e ti salva.

(d) Per distaccarti da te stesso… Nella prosperità si ama la vita… ; nel dì della sventura riesce dolce il morire; si prova il bisogno di avvicinarsi a Dio…, dal quale viene la vera felicità. – La religione t’insegna a trovare, nei dolori, fonti di meriti… Qui vult venire post me, abneget semetipsum, tollat crucem suam quotidie… (Luca IX, 23).

3° – Bisogna però patire per Gesù Cristo; e questo si può avere in quattro modi…

(a) Il primo modo è di essere perseguitati per la Fede.

— I martiri ci fanno coraggio coi loro eroici sacrifici, con la loro generosità nel sopportare i più atroci tormenti, piuttosto che rinnegare la dottrina del divino Maestro. —

Adesso i veri Cattolici sono l’oggetto di una persecuzione lenta, insidiosa, ma incessante e terribile… Non ci perdiamo di animo. Siamo figli di martiri; del loro sangue furono imporporate le belle contrade della nostra italica terra… – Lungi da noi il vile timore e gli umani riguardi; lungi le transazioni ed il venire a patti coi nemici della Chiesa e del Papa… Dobbiamo essere soldati di Gesù Cristo, tutti di un pezzo; forti, intrepidi, sottomessi alle direzioni del Pontefice e dei vescovi… Il trionfo è certo, che il trionfo sta nella lotta. — Nondum usque ad sanguinem restitistis adversus peccatum repugnantes. (Hebr. XII).

(b) Il secondo è patire per Gesù Cristo le angustie e le lotte, che si devono sostenere nel suo servizio. È una battaglia continua contro il demonio, il mondo, e la carne. — Militia est vita hominis super terram. (Iob. 7). — Per innalzare le mura della nostra Gerusalemme interiore, con una mano bisogna lavorare, con l’altra combattere.

— La virtù costa fatica e sacrificio… Ma ogni pena è un merito; ogni sforzo un premio, ogni passo è una vittoria; la ricompensa infinita, eterna…, Dio. — Existimo enim, quod non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam, quæ revelabilur in nobis. (Rom. VIII, 18).

(c) Il terzo modo di patire per Gesù Cristo è sopportare con pazienza le tribolazioni della vita… Tutti devono portare ogni giorno la loro croce… La ricevi: con sommessione; te la manda il buon Dio… ; con pazienza, in espiazione dei tuoi peccati… ; con rassegnazione, uniformandoti alle intenzioni divine… ; con riconoscenza ; la croce è un fuoco lento, che purga lo spirito, e rende bella la virtù… Beati quelli che piangono, perché saranno consolati (Matt. V, 5).

— Se ti sdegni, tu devi pure soffrire; ma il tuo dolore è senza merito, senza conforto, senza premio. Ti torna forse utile, vantaggioso?

— Riposiamo.

(d) Il vero cristiano è generoso col suo Signore, e per questo impone a se stesso delle mortificazioni esterne ed interne. Ecco il quarto modo di patire per Gesù Cristo. — Per seguire questo divino Maestro bisogna rinnegare se stessi, cioè i propri sensi, l’amor proprio, le proprie idee, gli affetti, la natura, il cuore… Gesù ne è l’inarrivabile modello. Egli volle essere sommerso in un oceano di strazi per farci coraggio in questa lotta così difficile. — Sii fedele alle astinenze ed ai digiuni della Chiesa… Non ti risparmiare, non usarti troppe delicatezze…, che i delicati e gl’imbelli non arrivano al regno dei cieli… – Pensiamo, che non siamo più di noi stessi, mentre siamo stati comperati a caro prezzo ; (I Cor. VI) non con l’oro e l’argento, ma col sangue prezioso dell’Agnello immacolato (I Petri 1, 18). Dunque diamo gloria al Signore mortificando il nostro corpo, perchè la vita di Gesù si manifesti anche nel nostro esteriore. Semper mortificationem  Jesu in corpore circumferentes, ut et vita Jesu manifestetur in corporibus vestris. (2. Cor. IV., 10).

4° – Gesù poi ci assicura, che al dolore succederà la gioia, alla tristezza il gaudio… Nel momento del dolore, guarda questo divino Maestro, che sale il Calvario per acquistare a noi gli eterni gaudii; senza tenere conto delle umiliazioni, porta la croce, su cui si lascia crocifiggere. Muore su quel legno ferale… ; ma ora trionfa alla destra del Padre (confronta ad Hebreos XII, 2.).

– Dunque lo segui nella via del patire. Egli ti consolerà!

(a) sulla terra, nell’ orazione…, nella comunione…, con gioie interne… Sicut socii passionum estis, sic eritis et consolationis. (2 Cor. 1., 7). — Ti consolerà (b) nel cielo.

— Là troverai il riposo, la corona, la pace, Dio. — Sì, Dio; e in Lui il premio, la felicità, il trionfo. — Ibi fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia (S. Agost.).

— Non vi sgomentate: neppure una delle vostre lacrime andrà perduta; ma tutte, raccolte dalla mano amorosa del Padre che sta. nei cieli, si muteranno in gemme per la vostra eterna corona. Si tamen compatimur, ut et conglorificemur (Rom. V, 17).

Prendiamo dunque la nostra croce, che è la nostra grande e gloriosa eredità. — Scelgano pure i mondani i piaceri e le delizie terrene, che tante volte sono veleno di morte. — Noi invece prendiamo il calice di amarezza, di angoscia, che ogni dì ci porge il buon Dio… È il calice prediletto del nostro divino Maestro… Generosi, con Lui, vi appressiamo le labbra, gustandone con amore fino all’ultima stilla… È calice di salute e di vita; ed in esso troveremo l’amore di Dio, troveremo Dio… Ed in Lui un’ebbrezza di pace e soavità, che mai viene meno… Un altro giorno in quello stesso calice troveremo il liquore prezioso della gioia, dell’ immortalità… Allora il Signore c’inonderà della sua felicità… Ed innanzi a tanto gaudio, che cosa sono mai le piccole e momentanee tribolazioni della vita?

— Dio, Dio, esclamava il grande Agostino, tu sei la mia eredità, il mio calice: ora con la tua grazia, ed un altro giorno con la tua gloria, mi ripagherai ad esuberanza del poco che io posso soffrire per te. — Bibant alii mortiferas voluptates; pars calicis mei Dominus, et calix meus inebrians quam præclarus est! (In Ps. XV).

LA CARITA’

LA CARITÀ.

[G. Dalla Vecchia: Albe primaverili; G. Galla ed. Vicenza, 1911 -impr.]

“Dicit ei Jesus : Da mihi bibere.”

[Gesù le dice: Dammi da bere.]

(Joan. IV. 7)

ESORDIO. — È sul mezzodì; hora erat quasi sexta; e Gesù, stanco ed affranto, siede sul pozzo di Giacobbe, presso la città di Sichem, nella Samaria. — Una donna del popolo viene al pozzo, attinge dell’acqua, e sta per ritornare. — Ma Gesù gentilmente le chiede da bere. —

Dicit ei Iesus: Da mihi bibere.

Il caro Salvatore era realmente assetato, ma soprattutto aveva sete della fede, della salute, dell’anima di quella Samaritana. — Quella sete era l’effetto dell’amore immenso, che nutriva per le anime; era 1’ardore, che dalla culla alla tomba lo struggeva per la salute di tutti noi, poveri mortali; era quella febbre di carità, che sulla croce gli strappava il grido straziante: Sitio; ho sete. — Il Cuore di Gesù fu un incendio di amore… O Modello perfettissimo di carità, Maestro inarrivabile, che nell’ultima sera della tua vita davi ai tuoi cari il divino comando: Amatevi come io vi ho amato; deh! oggi, ci innamora della bellezza di questa tua lezione favorita, la carità fraterna. Ci dona la grazia di attuarla nella nostra vita pratica, per assicurarci che ti amiamo davvero; e per assicurarci ancora le grazie ed i premi, che tu riservi a chi ama rettamente il suo prossimo.

PARTE PRIMA

La Carità è una regina, che discende da Dio ed a Dio ritorna, conducendo al seno del Padre celeste tutti i cuori che l’hanno amata. — Dio è amore per essenza; ama infinitamente e sostanziarmele se stesso, ed infinitamente ama ancora le sue creature. Questo amore divino le conserva nella loro natura e bellezza. — Noi poi, fatti ad immagine del divino Creatore, abbiamo un’anima, la cui vita è amore. — Non si può vivere senza amare… E chi ameremo?

— La Carità, questa graziosa regina, ha due braccia. — Con l’una accenna a Dio : l’altra si abbassa alla terra.

— Dobbiamo 1.) amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutto noi stessi: amarlo sopra tutte le cose… Dobbiamo 2.) amare il prossimo nostro, come noi stessi, per amore di Dio… L’amore del prossimo si chiama Carità.

1° – Dio comanda di amare il prossimo e lo comanda per mezzo di Gesù… Diliges proximum tuum, sicut te ipsum (Matt. 2XXII, 39). Prossimo sono tutte le creature ragionevoli capaci di amare e di servire il Signore qui sulla terra, e di goderlo poi nel cielo.

— E il comando prediletto di Gesù, quello che Egli ha portato sulla terra; quello, su cui insiste di più, perché venga osservato; ed ha praticato costantemente e con tutta perfezione. Hoc est præceptum meum (Ioan. XVIII, 34).

— Lo chiama: il compimento del grande precetto dell’amore di Dio; il secondo poi è simile al primo… (Marco XII, 31) ; lo dice il distintivo dei suoi veri discepoli ; si vedrà che siete miei, se vi amerete scambievolmente (Ioan. XIII, 35). Afferma che l’amore del prossimo è migliore degli olocausti e dei sacrifici (Marco III, 33)… Promette le sue grazie nella proporzione/ della nostra carità verso i nostri simili (Matt. VII, 2); assicura di ritenere, come fatto a sé stesso, ciò che avremo fatto al più piccolo dei suoi, cioè del prossimo. (Matt. XXV, 40). — Non basta: Ci propone sé stesso come modello della carità; ut diligatis invicem sicut dilexi vos (Ioan. XVIII). — Gesù ci amò tutti, sempre, anche quando eravamo in peccato e quindi suoi nemici. — Ci ha amato: e per noi si è umiliato, fatto simile a noi… Ha sopportato povertà, fatiche, intemperie, ingratitudine, persecuzioni…, la morte. — Ci ha donato il suo onore, la sua libertà…, la sua vita, tutto se stesso…, e per noi si è lasciato nell’Eucaristia; vive ascoso nei nostri tabernacoli…, si fa nostro cibo…, tutto nostro… — E noi dobbiamo imitarlo, seguirlo, coll’amare i nostri fratelli…, anche peccatori…, anche i nemici. — Se non ami il tuo fratello, non sei da Dio (Ioan. IV, 9), cioè figlio di Dio; non adempì la legge del Signore, perché la carità è il compendio di tutta la legge ; e chi ha la carità, osserva tutti gli, altri comandamenti (Rom. XIII, 8) e, se alcuno dice di amare Dio, ed odia il proprio fratello, è bugiardo (I Ioan. IV, 20).

— Se non ami il prossimo, non avrai il perdono dei peccati… Recita pure le più belle preghiere, ma, se non ami, Dio non ti ascolta. — Fa pure anche miracoli…, ma, o sarebbero falsi, oppure «anche con questi prodigi non cesserai di essere un riprovato. — Avessi anche a morire per la fede, ma, senza l’amore, a nulla ti gioverà presso il Signore… Sarai un confessore della fede, ma un apostata della carità…

2° – Il prossimo merita di essere amato.

Lo merita: (a) perché è figlio di Dio, uscito dalle sue mani divine… ; quindi amarlo è procurare a Dio la gioia, che prova un genitore, quando si ama un suo figlio…

(b) Perché è fatto ad immagine di Dio. — Se sei buono, anche attraverso i difetti del tuo fratello, scorgerai questa immagine divina, che ti spingerà a rispettarlo ed essergli utile…

(c) Perché è tuo fratello. — Anch’egli dice: Padre nostro, che sei nei cieli…, invoca la medesima Madre celeste…, il medesimo fratello e redentore, Gesù Cristo… — Rigenerato, egli pure, nel Battesimo…, riscattato egualmente dal sangue di un Dio…, ricolmo di grazie; forse più amato dal Signore, perché più buono e fedele… Esso pure alla confessione, alla comunione, e forse vi reca un cuore più umile ed amante del tuo…

(d) Tutti, al pari di te, sono i servi del grande Padrone degli Angeli e degli uomini; essi pure sono destinati al cielo, dove torse la loro gloria sarà superiore alla tua, perché più di te hanno amato il Signore. — Anche i loro nomi sono scritti nelle mani di Dio, che li ama con tanta tenerezza, che, se violi la carità, l’offendi nella pupilla dei suoi occhi. (Zacc. II, 8).

3° – La Carità è una regina, che entra nei cuori seguita sempre da molte nobili ancelle, cioè altre virtù cristiane.

— Intanto conduce l’amor di Dio, perché devi  amare i tuoi fratelli non per interesse, non per accontentare gl’impulsi del cuore; ma solo per amor di Dio; altrimenti la tua carità non avrebbe Dio, per origine, centro e fine e quindi non sarebbe meritoria di vita eterna.

— Conduce il vero amore verso te stesso, perché devi amare gli altri in quella maniera, che ami te medesimo.

— L’amore verso di te consiste nel procurarti il vero bene dell’anima, e così amerai il prossimo per aiutarlo nell’amore e servizio di Dio.

— Ne consegue, che deve essere un amore ordinato; prima la famiglia, i parenti, i benefattori, gli amici, poi tutti senza distinzione, senza antipatie, senza esagerazioni. Amare il prossimo in Dio, con Dio, per Iddio.

— Compatisci i difetti degli altri, dimentica le offese, prega per essi, ti presta in loro aiuto, parla con affabilità, senza critiche, né mormorazioni, accondiscendi dove puoi, desidera loro ogni bene, soffri delle umiliazioni altrui, godi delle doro gioie, dà buon esempio… In una parola amare è avere sete di fare a tutti tutto il bene possibile; quindi dimenticarsi, sacrificarsi, rinnegare se stessi, i propri comodi, la propria volontà. E’ farsi santi, che la santità è amore. Plenitudo ergo legis est dilectio (Ad Rom. XIII).

PARTE SECONDA

Il comando di amare il prossimo è chiaro, semplice; risponde al bisogno del cuore. — Però Gesù conferma il suo precetto con promesse di grandi premi a chi vi sarà fedele; ed ai trasgressori minaccia gravi castighi.

— Accenno solo.

1° – I premi. La carità copre la moltitudine dei nostri peccati, perché chi usa misericordia, troverà misericordia.

— I tuoi peccati sono forse gravi, senza numero, e tremi dei divini giudizi? — Ricorda dunque le parole di Gesù: Non giudicate, né condannate, e non sarete giudicati, né condannati (Matt. VII, 1). Dimentichi quel torto, tu perdoni quell’offesa? E vedrai dimenticate e perdonate le tue colpe… Se avrai amato il prossimo, la carità ti otterrà il dolore, il proposito, la sincerità dell’accusa… ; quindi al giudizio di Dio non saranno esaminati i tuoi peccati, perché non esisteranno più.

— Ti fa paura il pensiero di non salvarti? — Ma, se ami il prossimo, ami Dio; in questo amore si compendiano tutti i Comandamenti… Per salvarti non occorre di più… Chi ama davvero e rettamente, è un santo… I Santi furono sempre i più grandi benefattori dell’umanità…

2° – I castighi. — Eccoli, desunti dalle Epistole di S. Giovanni, l’apostolo dell’amore. (Epistola I) .

(a) Chi non ama il proprio fratello è nella morte. — Dunque se non ami il prossimo sei nella morte del peccato, nella morte della dannazione; non ti salvi. Qui non diligit (fratrem), manet in morte cap. III. v. 14). — Quindi, se volontariamente desideri espressamente un male grave ad una persona, se il tuo odio si prolunga per un tempo notevole, tu sei in peccato mortale.

(b) Chi odia il proprio fratello (cap. II, v. 11) è nelle tenebre spirituali, che seguono sempre la colpa grave. E nelle tenebre cammina, perché Dio ritira da lui la sua luce superna… Tanto più, che su questo punto è facile ingannarsi, trovare pretesti, scuse, fino a credere cose buone e virtù gli stessi peccati contro la carità… Si dice zelo di retta morale la maldicenza, la calunnia; non se ne ha rimorso; anzi si pretende di averne merito presso Dio e la società. Qui autem odit fratrem suum, in tenebris est, et in tenebris ambulat, (ivi, 11).

(c) Chiunque odia il proprio fratello, è omicida (III, 15). — Omicida, dell’anima sua, mentre l’uccide con una colpa grave… ; omicida della carità, perché da parte sua tende ad estinguere il principio di ogni società umana… ; omicida del prossimo, perché in certo modo, lo fa morire nel proprio cuore, dove dovrebbe vivere con l’amore… Omnis qui odit fratrem suum, homicida est. ( III, 15).

— Esaminiamoci tutti sinceramente intorno a questa virtù; sul come ci diportiamo nelle relazioni di famiglia, di società, cogli amici, con i nostri simili … — E’ tanto facile commettere dei falli contro la Carità… Vigiliamo dunque per non mancarvi coi giudizi male fondati, con le critiche, mormorazioni…, con le antipatie, collere… Reprimiamo gli affetti contrari … ; perché, un giorno, Dio stesso prenderà le difese di questa virtù, e ne rivendicherà i sacri diritti.

LA FESTA

LA FESTA

Videte, ut Sabbatum meum custodiatis”; ,

Badate di custodire il mio sabato.

(Exodo XXXI, 13)

ESORDIO. — Sul Sinai la voce di Dio, echeggiante nell’ etra scossa da folgori e tuoni, intimava al popolo eletto, a tutta l’umanità: Memento, ut diem sabbati sanctifices (Esodo XX., 8), Ricordati di santificare il giorno di sabato, giorno di festa. — Quel Ricordati attestava quanto premeva all’Altissimo, che gli uomini non avessero a violare il suo comando. — Più tardi il Signore ordina a Mosè, il fedele suo servo, d’ insistere su questo punto: « Dirai ai figliuoli d’ Israele (Esodo XXXI, 13) : Badate di custodire il mio sabato, cioè il giorno a me consacrato. Videte, ut sabbatum meum custodiatis. » — Per i trasgressori la pena di morte. — Morte morietur (XXXI, 14). Come si osserva adesso questo comando? Lo vedete: i negozi aperti, i mercati clamorosi, il rullo delle macchine là nelle officine, i colpi dei pesanti martelli, con immane frastuono sembrano gettare un grido di sfida all’Eterno: Spazziamo via dalla terra tutti i giorni del Signore; quiescere faciamus omnes dies festos Dei a terra. (Salmo LXXIII). — E questo; per sostituirvi il lunedì. Eppure la festa è il giorno del Signore, il giorno del cristiano, il giorno dell’ uomo… ; deve essere santificata… – Ecco l’argomento di questo giorno, che deve interessarvi per il vostro bene individuale e sociale.

PARTE PRIMA

Gli Ebrei furono scrupolosi nell’ osservare il giorno del Signore; i pochi, che osarono trasgredire il divino comando, furono lapidati. — La Chiesa al sabato sostituì la domenica in memoria dei grandi misteri della nostra Redenzione, avvenuti in questo giorno… Che cosa è la domenica? — L’empio sorride a questa domanda; sprezziamo il beffardo soghigno, e veniamo a noi.

1° – E’ il giorno del Signore. — Dio è padrone di tutti i nostri giorni…, come di tutte le cose… Se ha il diritto, che gli doni i fiori…, il denaro con l’elemosina, le primizie…, ha tutto il diritto che tu consacri al suo servizio almeno un giorno per settimana…

(a) Dio impiegava sei giorni nel creare l’universo…» ma, il settimo giorno, riposò dalle opere delle sue mani; lo benedisse, e lo santificò. (Esodo XX, 11). — Dunque su tutto il creato leggi l’invito di riposare nel dì del Signore; e la festa ti ricorda l’immenso beneficio della creazione…

(b) In giorno di sabato il Signore aveva liberato gl’Israeliti dalla tirannia di Faraone; per questo lo impose loro come giorno santo. — Gesù ci liberava tutti dal giogo ben più crudele del demonio, in cui da quaranta secoli gemeva 1’umanità… All’alba della domenica Egli risorgeva dal sepolcro, glorioso trionfatore della morte e dell’inferno, iniziando così un’era muova di grazia, di celesti benedizioni. Hæc est dies, quam fecit Dominus. — (Salmo CXVII, 23).

(c) In questo giorno benedetto lo Spirito Santo scendeva nel Cenacolo, dove si trovava allora riunita la Chiesa bambina…, e rinnovellava gli animi dei primi seguaci del Nazareno.

— In una parola, la domenica ricorda il Padre che ci ha creati ; il Figlio che ci ha redenti; lo Spirito Santo che ci ha santificati. E’ il giorno della SS. Trinità; il segno che Dio ha posto in mezzo alle umane generazioni, perché tutti sappiano, che egli solo è il Signore che ci santifica. — Signum est inter me et vos in generationibus vestris, ut sciatis, quia ego Dominus, qui sanctifico vos (Esodo XXXI, 13).

2° — E’ il giorno del cristiano. — Il cristiano ha i suoi doveri di religione … ; deve adempierli … Ma quando ? — Lungo la settimana, deve lavorare … , non ha un momento… La sera, ritorna a casa affranto … ; il mattino, deve sollecitare … — Solo di festa può esercitare i suoi atti di culto, ed adorare con maggiore tranquillità il suo Dio… Adorabis Dominus Deum tuum, et Illi soli servies (Matteo IV). Il Cristiano ha un’anima da salvare. — Negli altri giorni l’operaio, il contadino suda nell’officina e sulle zolle del campo…, per procurarsi un pane… Ma nel giorno di festa smette il duro lavoro, può pregare … , andare alla chiesa … , accostarsi ai sacramenti, ascoltare la divina parola … , saziare l’anima della manna celeste, irrorarla dì benefica rugiada … Così fortificato sarà più pronto al lavoro, al patire, alla virtù. Chi non rispetta la festa, perde l’innocenza; la sua fede vacilla … ; e fra breve sarà cristiano solo di nome. —

Nomen inane, crimen immane. (S. Ambrogio).

3° — E’ il giorno dell’uomo. — Il Signore, dandoti la ragione, ti ha fatto il re del creato. Omnia subiecisti sub pedibus eius. (Salmo CXV). Ma quando mostri la tua reale dignità? Forse in quell’opificio, in quel negozio, su quel campo? — Ma allora tu sei soggetto al padrone; le tue mani annerite, la faccia aspersa di sudore, la bella tua fronte curva su quel legno …, sull’incudine … Forse invidi al fiore che innalza la corolla ai baci del sole… ; all’augelletto che si bea nei campi immensi dell’aria . .. Giunge la festa: ritta la fronte, col sorriso sul labbro, le mani candide, coi vestiti più belli ti avvii alla chiesa. Ti accoglie il suono gaio dei sacri bronzi:.. Entri nella casa del Signore… Le melodie dell’organo, i canti lenti e soavi…; la voce del tuo parroco…; l’incenso, le faci risplendenti, le solermi cerimonie. — Qui ti senti grande…, qui sei Re.

— Si predica tanto l’eguaglianza sociale; ma ricchi e poveri, padroni e servi, principi e sudditi ve ne saranno sempre… — Vuoi trovare davvero questa eguaglianza?

— Vieni, la domenica, alla chiesa: Uno è l’altare, uno per tutti il Sacrificio… ; ricchi e poveri genuflessi innanzi al Crocefisso, che a tutti senza distinzione stende le braccia… Tutti piegano la testa alla mano del sacerdote, che con lo stesso segno benedice la fronte cinta di diadema, e quella che s’incurva oppressa dagli stenti… Qui siamo tutti eguali; qui si sente, che uno solo è il Padrone dei meschini e dei possenti.

4° — È il giorno del riposo. — I1 tuo corpo non può lavorare sempre; il riposo del settimo giorno ti è necessario…; lo esigono anche le bestie… È indispensabile alla tua salute… ; nei luoghi dove si lavora anche di festa gli organismi accennano ad un progressivo deperimento…

— Lavori di festa? — A breve andare la debolezza, l’anemia…; steso sul letto del dolore…, nella sala di un ospitale e, prima del tempo, nel sepolcro… Riposa la festa; ti sentirai più allegro, più pronto, più energico alla fatica… Memento, dunque, ut diem sabbati sanctifices.

5° — Ma, dirai, il riposo della domenica è un danno alla società; ed un danno specialmente per chi, con ll’industria ed il lavoro, deve procurarsi un pane… — Un danno alla società? Le grandi repubbliche di Venezia, Genova, Firenze, rispettavano il giorno del Signore; in forma ufficiale accorrevano agli Uffici divini…, ed erano floride, potenti, ricchissime… — Londra protestante, nella domenica, tace in assoluto riposo…, eppure fa invidia per il suo commercio a tutto il mondo… — Inoltre il bene della società sta anche nell’obbedienza alle legittime autorità costituite… Quando il popolo, nel giorno festivo, invece di andare alla chiesa, rimane nelle botteghe, nelle officine, questo popolo che non rispetta il comando di Dio, non obbedirà neppure le leggi dei governi; non rispetterà più l’autorità umana. Eccovi i furti, le rapine, le violenze, le ribellioni, l’anarchia …, lo sfacelo della società…

— Un danno all’individuo? — Se il Signore non benedice la tua famiglia, indarno ti adoperi per il suo benessere… Nisi Dominus ædificaverit domum, in vanum laboraverunt qui ædificant earnSe il buon Dio non ti protegge nel lavoro, nell’industria, a nulla ti giova sorgere vigilante di buon mattino per faticare fino a sera. (Salmo CXXVI). E Dio ti benedirà, se non rispetti il giorno a Lui sacro? — Oggi si lavora dovunque nel dì del Signore, ed oggi la miseria più accasciante dilaga per le nostre contrade … ; i fallimenti si moltiplicano con un crescendo vertiginoso… Che non sia forse un castigo per la profanazione delle feste?

6° — Ma io non so che fare tutta la festa… Non sai che fare? — Assisti alla santa Messa…, accostati ai sacramenti; ascolta la parola di Dio; va alle sante funzioni … ; esercita le opere di carità…, leggi qualche libro che t’istruisca sui tuoi doveri… — Poi godi degli affetti santi della tua famiglia, cerca di conoscerne i bisogni, renditi conto del suo vero stato… ; consiglia, correggi, provvedi… Insieme ai tuoi cari prendi un onesto sollievo… E la festa sfuggirà senza che te ne avveda; ricca però di opere buone e quindi di meriti…

— Dunque riposa, santifica la festa: è il giorno del Signore. Egli ti dice: o uomo, dopo sei giorni di fatica, cessa dal lavoro nel dì consacrato al tuo Dio… Verrà il momento in cui, dopo avere faticato quaggiù per vivere da buon cristiano, lo Spirito divino ti dirà: Dopo i lavori e le pene dell’esilio è giunto anche per te il giorno del riposo, e del premio… Seguito allora dalle tue opere buone, entrerai nella pace e nella beatitudine del Signore…

Amodo iam dicit Spiritus, ut requìescant a laboribus suis; opera enim illorum sequuntur illos (Apocalisse XIV, 15). — Le feste del cristiano sono un’immagine, un preludio dell’eterna domenica del cielo… Videte, sì,

videte, ut sabbatum meum custodiatis.