LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (5)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (5)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO II

LA VITA IN GESÙ CRISTO

1. Il Corpo Mistico

Si è già accennato a Gesù Cristo nostro Signore come a capo del genere umano, e al suo Corpo mistico al quale tutti i Cristiani sono incorporati. Ma questa espressione, del Corpo mistico, va studiata particolarmente per poter arrivare a meglio comprendere la vita spirituale e la Chiesa Madre secondo i Cattolici. Poiché per essi il Corpo mistico è assai più che una metafora, assai più che una felice espressione dei nostri rapporti con Gesù Cristo nostro Signore. Alcune parole di Lui, spesso ripetute, e altre di chi, come S. Paolo o S. Pietro, fu tra i suoi migliori interpreti non possono lasciarci alcun dubbio che questa incorporazione non sia in un certo senso una realtà. Il Corpo mistico del quale Cristo è il capo e i suoi seguaci sono le membra ha un’esistenza vera viva e vitale i cui frutti sono visibili sia nell’anima di ogni Cattolico che nel mondo circostante. – Possiamo innanzi tutto considerare l’insegnamento di Cristo stesso. E qui notiamo che nello studiare le parole di Lui, in questo caso come in altri, non cerchiamo tanto l’interpretazione letterale, quanto il pensiero che le dettò. A considerarle isolatamente è facile esagerarne o attenuarne la portata, ma raggruppandole e confrontandole possiamo sperare ch’esse ci diano il substrato del suo pensiero, vale a dire quanto maggiormente ci interessa. Incominciamo dall’ultimo episodio sul pendio del monte Oliveto, quando la predicazione di Gesù era ormai terminata ed Egli la concluse preannunciando ai dodici la fine del mondo e il giudizio universale. I giusti saranno separati dagli empi e riceveranno il premio: “Venite, benedetti dal Padre mio”, perché lo hanno servito. “Perchè ebbi fame e mi rifocillaste;. Ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi ricoveraste; ignudo, e mi copriste; infermo, e mi visitaste; carcerato, e veniste da me”. (Matt. XXV, 35, 36). – I giusti chiederanno quando mai fecero a Lui tali cose, quando mai lo videro in quelle condizioni, ed Egli risponderà: « In verità vi dico: quante volte avete fatto qualche cosa a uno di questi minimi tra i miei fratelli l’avete fatto a me ». (Matt. XXV, 40). Sono forti parole che aprono un nuovo orizzonte sulle relazioni fra uomo e uomo, fra il beneficato e il benefattore, e li pongono sopra un piano affatto nuovo. Anche se considerate isolatamente, esse significano, né più né meno, che Cristo ritiene fatto a se stesso ogni atto di bontà compiuto verso il povero e il sofferente, ed è già cosa meravigliosa che basta a dare un significato nuovo alla carità. Ma se riavviciniamo quelle parole ad altre pronunciate da Cristo in occasioni diverse, vi scorgiamo facilmente un’importanza ancor maggiore, un’intenzione che va più lontano. Disse un giorno Gesù ai dodici a parte: « Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me ». E non fu mai più esplicito che nel discorso dell’ultima cena, in cui diede ai suoi discepoli quello che chiamò “un comandamento nuovo”. “Vi dò un nuovo comandamento, d’amarvi scambievolmente; amatevi l’un l’altro così come Io v’ho amato ». (Giov. XIII, 34). È molto più di quanto finora fosse stato detto, molto più del precetto generale che ci impone di amare il nostro prossimo come noi stessi. ,Questo precetto ci offre a modello lo stesso amore disinteressato che ridusse Cristo ad annientarsi per amore di noi. Amare il mio prossimo come me stesso è una cosa, amarlo come mi ha amato Cristo è ben altro, poiché Egli mi ama assai più di quanto io non ami me stesso, ha fatto per me assai più di quanto io abbia mai fatto o mai possa fare. Mi domanda un amore per gli altri superiore a quello che da me posso dare: vuole ch’io li ami col suo stesso amore. Ma subito, per mostrarmi dove troverò il mezzo di fare l’impossibile e per metterlo alla mia portata, Cristo fa la nota similitudine. « Rimanete in me, e io in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto, se non rimane nella vite, così nemmeno voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Se uno rimane in me e Io in lui, questo porta molto frutto; perché senza me non potete far niente…. Come il Padre ha amato me, così ho amato voi. Perseverate nell’amor mio”. (Giov. XV: 1,9). Così ci rende possibile l’osservanza del suo “comandamento nuovo”. Dobbiamo amare il nostro prossimo non solo come noi stessi ma come ci ama Cristo, e, cosa ancor più sublime, come Cristo è amato dal Padre. “Come il Padre ha amato me, così Io vi ho amato. Come io vi ho amato, amatevi l’un l’altro”. Cosa impossibile alle nostre povere forze; possibile solo se “rimaniamo in Lui*, se “rimaniamo nell’amor suo”, se amiamo col suo amore, se viviamo della sua vita. – In una maniera mistica, ma non per questo meno reale, altrimenti le parole ora citate non significherebbero più nulla, noi siamo uniti a Gesù Cristo, al Verbo Incarnato, all’Uomo-Dio, così che la sua vita e il suo amore diventan nostri. Come il tralcio è unito alla vite e fatto con essa una cosa sola, come la vita di questa diventa la vita di quello, così noi siamo uniti a Lui, con questo risultato, che mentre da noi soli nulla potremmo, ora, uniti a Lui, possiamo fare ciò che fa Cristo stesso. “Il Verbo si fece carne e abitò noi…. pieno di grazia e di verità… e della pienezza di Lui tutti abbiamo ricevuto”, (Giov. I, 14, 16) non solo nella elargizione di un dono, come da amico ad amico, ma per una vera e propria comunicazione di vita. E non solo di vita, ma anche di ciò che la contiene, che è il corpo: se facciamo una sola vita con Cristo, faremo anche un corpo solo con Lui. Siamo incorporati a Cristo, siamo membri di quell’organismo di cui Egli è il capo; in un senso affatto nuovo, ma altrettanto reale, in Lui “viviamo e ci muoviamo e abbiamo il nostro essere”; viviamo, non più noi, ma Egli vive in noi; portiamo sul nostro corpo le stimmate di Cristo. – E sullo stesso concetto il Signore insiste nella solenne preghiera con cui termina l’ultima cena. Prima domanda che ai suoi venga concessa la vita eterna, e dicendo “i suoi” fa capire che non intende solo gli Apostoli ma anche i loro discepoli, tutti i Cristiani, tutti i credenti in Lui, sino alla fine del mondo; poi prega il Padre così: “Né soltanto prego per questi, ma anche per quelli i quali per la loro parola crederanno in me, che siano tutti uno, come tu sei in me, Padre, e Io in te: siano anch’essi uno in noi, sicché creda il mondo che tu m’hai mandato. E la gloria che tu mi desti io ho data ad essi, affinché siano uno come uno siamo noi. Io in essi, tu in me; affinché siano perfetti nell’unità, me affinché conosca il mondo che tu mi mandasti e amasti essi come amasti me”. (Giov. XVII, 20, 23). “Come Tu, Padre, in me ed Io in Te”. “Affinché siano uno in noi”. “ Affinché siano uno come uno siamo noi”. “Affinché siano perfetti nell’unità”. Affinché questa perfezione nell’unità convinca il mondo “che Tu mi mandasti, e che amasti essi come amasti me”. Non si tratta qui di una semplice metafora; non è il solito linguaggio iperbolico dell’amore, ma qualche cosa di più, assai di più; ha troppo l’accento della verità ed è concetto ripetuto con troppo calore e con troppa insistenza per poter essere l’invenzione di uno scrittore umano. – È un insegnamento positivo, ripetuto perché non venga frainteso, è come l’idea fissa nella mente e nel cuore di Cristo al momento cruciale della sua vita; e l’unione di cui parla è arditamente paragonata all’unità che esiste tra Dio Padre e Dio Figlio, “come Tu ed io siamo uno”. Due persone, eppure un Dio solo; due persone: Cristo e me, eppure una sola vita, un corpo solo che è il corpo stesso di Cristo. Tutti possiamo affermarlo, ogni vero credente e fedele seguace di Cristo può vantare questo privilegio; perciò in Lui, fatti membri del suo unico corpo, tralci eguali di una stessa vite, ricevendo ciascuno da Lui la medesima vita, noi siamo membri l’uno dell’altro. Siamo amati dal Padre precisamente come ne è amato Cristo, perché siamo il suo corpo, apparteniamo alla famiglia del Padre quali coeredi di Cristo, veniamo innalzati a una dignità che dà un significato nuovo alla vita e alla creazione tutta. Siamo nobilitati, e perciò invitati e impegnati a sforzarci di vivere all’altezza di tale onore, rendendoci migliori. Comprendiamo meglio ormai perché Cristo ci pose dinanzi fin dal principio della sua predicazione, con espressione ardita, un modello che sembrava irraggiungibile: “Siate dunque perfetti com’è perfetto il Padre vostro nei cieli”. (Matt. V, 48). Così la dottrina dell’unione mistica, ma non perciò meno reale, del fedele con Cristo è parte essenziale dell’insegnamento di Lui. San Paolo se la appropria e ne fa la base di tutto il suo sistema, la considera fulcro del Cristianesimo e della vera Chiesa. – Per lui, più che un’organizzazione, la Chiesa è un organismo; più che una istituzione, è una cosa viva; e quanto più esperto diviene delle vie di Dio e della vita umana, tanto più l’Apostolo insiste su questo concetto. È degno di nota ch’egli lo intuì fin dall’istante della conversione, come risulta — e sempre con maggior evidenza — da ciascuna delle tre narrazioni che ce ne rimangono. Saul fu gettato a terra tramortito e la voce che udì non diceva: “Perché perseguiti i miei fedeli?” ma: “Perché mi perseguiti?” E quando Saul chiese chi parlasse, la risposta fu: “Io sono Gesù che tu perseguiti”. (Atti, IX, 9). Saul non dimenticò più la lezione implicita in quelle parole; si direbbe anzi che ne facesse soggetto speciale di meditazione per tutta la vita, di modo che sempre meglio ne penetrò la portata e le conseguenze. Esser cristiano voleva dire essere una cosa sola con Cristo; esser membro della Chiesa significava esser membro di quel corpo vivo di cui Cristo era il capo. Con ciò è detto quasi tutto quel ch’è necessario per comprendere l’anima del grande Apostolo dei Gentili. Così scrive a quei di Corinto, tuttora incerti, che pare non abbiano ancora afferrato la necessità dell’unione fra loro: “Come il corpo è uno e ha molte membra e tutte le membra del corpo pur essendo molte il corpo è uno, così anche Cristo. Poiché noi tutti, sia Giudei sia Gentili, sia schiavi sia liberi, in unico Spirito siamo stati battezzati sì da formare un corpo solo e tutti siamo stati imbevuti di unico spirito. Anche il nostro corpo non è un membro solo, ma molte membra….. Orbene, voi siete corpo di Cristo e partitamente siete membra di esso ». (I Cor. XII, 12, 27). – E il suo pensiero si fa ancora più esplicito in seguito, nell’Epistola agli Efesini. Qui è bene rilevare la diversità fra le circostanze di queste due lettere. In quella ai Corinti trattava con dei Cristiani non completamente formati, ed egli stesso non aveva ancora trovato le parole atte ad esprimere perfettamente la verità che pur possedeva. Nell’Epistola agli Efesini, invece, si rivolge a dei fedeli conosciuti fin dall’inizio del suo apostolato. Non può dubitare della loro costanza ed è egli stesso ben certo ormai di poter dar loro il meglio della sua dottrina senza pericolo di venir frainteso: tutta l’Epistola vibra della commozione di un cuore profondamente affezionato, ansioso di far parte a chi tanto ama del più e del meglio di quanto possiede. E bisogna notare inoltre che, nel frattempo, Paolo ha vissuto parecchi anni di prigionia. Molte e lunghe ore di silenzio gli hanno permesso di meditare a suo agio sulla visione avuta, osservando lo sviluppo di quell’organismo vivo che si è diffuso tutt’intorno all’Impero romano non per effetto di organizzazione e di sistema, ma precisamente come un albero che cresce in virtù di una sua forza interna. E l’Apostolo ha finalmente trovato parole tali da poter esprimere con sufficiente efficacia i suoi pensieri. Perciò in questa Epistola non descrive più il Corpo mistico solo come un vincolo magnifico di unità, ma come una consumazione, una meta accessibile anche in questo mondo, un modello, un ideale che, raggiunto, costituisce la sua stessa ricompensa ed è l’uomo perfetto. Scrive così: “Io dunque vi esorto, io, il carcerato nel Signore, di condurvi in modo degno della chiamata che avete ricevuto, con tutta umiltà e mansuetudine e con longanimità, tollerandovi a vicenda con amore, sforzandovi di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace: un corpo solo, un solo spirito, come in unica speranza siete stati chiamati. Uno è il Signore, una la fede, uno il battesimo, uno Iddio e Padre di tutti, Colui che è sopra tutti e per tutti e in tutti”, (Efes. IV, 1, 6). – Questo è l’ideale; come raggiungerlo? Lo dice chiaramente il seguito dell’Epistola. Con “l’edificazione del corpo di Cristo, fino a tanto che ci riuniamo tutti nell’unità della fede e nel riconoscimento del Figlio di Dio, giungendo alla maturità d’uomo fatto, alla misura di età della pienezza di Cristo; affinché non siamo più dei bambini sballottati e portati via da ogni vento di dottrina…. Ma seguendo il vero con amore, progrediamo in tutto verso di Lui ch’è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo ben composto e connesso per l’utile concatenazione delle articolazioni, efficacemente, nella misura di ciascuna delle sue parti, compie il suo sviluppo per l’edificazione di se stesso nell’amore” (Efes. IV, 12, 16). – A questo modo San Paolo sviluppa il pensiero enunciato in un capitolo precedente, quando ha detto di Nostro Signore: “E tutta pose sotto i suoi piedi e Lui costituì capo supremo alla Chiesa che è il corpo di Lui, il complemento di Colui che tutto completa in tutti”. (Efes. I, 22, 23). Tutto ciò è abbastanza esplicito. Per San Paolo, e per la Chiesa tutta che gli era umita, oltre al Cristo storico che ha vissuto i suoi trentatrè anni su questa terra ed è morto, c’è anche un Cristo mistico, identico al primo eppure distinto, (come son deboli le parole e le idee umane quando si tratta di esprimere il soprannaturale!) che continua nel mondo, vivo fra gli uomini e negli uomini, un Cristo con un capo, un’anima, delle membra che formano tutte insieme un unico corpo vivente spirituale. “Benedetto Iddio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale, celeste, in Cristo, in quanto ci ha eletti in Lui, “prima della fondazione del mondo, a esser santi e irreprensibili nel suo cospetto, per amore avendoci predestinati a esser figli suoi adottivi per mezzo di Gesù Cristo, secondo la benignità del suo volere, sì che ciò torni a lode della gloriosa manifestazione della grazia sua, di cui ci fece dono nel suo diletto Figliolo”. (Efes. I, 3-6).

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (6)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (4)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (4)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO I

LA VITA IN DIO

3. – Gesù Cristo Uomo.

Può meravigliare che il Cristo e la sua Passione occupino tanta parte dei pensieri, delle parole, della vita stessa di chi, come il Cattolico crede con tutta l’anima e con tutta la convinzione quanto è stato esposto fin qui sul conto di Cristo nostro Signore? “La mia vita è Cristo e la morte mi è guadagno” asserisce San Paolo; e il Cattolico comprende perfettamente il suo pensiero, “Io non conosco che Gesù Cristo, e questo crocifisso” così si esprime in altro luogo; e i Santi gli fanno eco di continuo con un calore che dà alle loro parole l’accento stesso della verità. Dice ancora l’Apostolo: “Vivo, non già io, ma Cristo vive in me” e il Cattolico vorrebbe appropriarsi questa affermazione per farne l’ideale della propria vita. Potranno taluni rimaner stupiti o increduli; per molti Cristo è pietra d’inciampo, per altri scandalo e follia, ma non mancano quelli che sanno, e per costoro Egli è “il Cristo, la forza e la gloria di Dio”. Cristo, figlio di Dio fin da tutta l’eternità, ma insieme vero Figlio dell’uomo nel tempo, nato su questa terra da una donna della nostra stirpe, rimasto vero Dio, ché non avrebbe potuto mutar natura, ma diventato anche vero uomo, questo Cristo è venuto fra gli uomini perché li amava in quanto Dio, mi amava, di un amore eterno. Per me ha vissuto la sua vita umana ed è risuscitato da morte. E perché continua ad amarmi in quanto Dio e in quanto uomo, per me vive tuttora nel cielo dinanzi al Padre comune, “sempre vive a fare intercessione per me”, e quaggiù sulla terra, rinnovando di continuo l’oblazione che per me fece una volta per tutte. Vive in me realmente come io sono in me stesso, e nutre la mia vita della Sua, se io voglio, ogni giorno. Mi chiama fratello, figlio del suo stesso Padre, suo intimo amico, abolendo la distanza che ci separa. Mi fa partecipare alla sua eredità, supplica il Padre per me, uno dei “suoi”, affinchè “ov’Egli è io pure sia” qualunque sia la sentenza che merito. Ogni mio dolore trasforma in gaudio, e ogni mio gaudio in uno ancor più grande. E mi dimostra con metodi, evidenze, argomenti assai più convincenti e decisivi di quelli della ragione umana, eppure da essa ovunque confermati, che tutto ciò è vero e reale, è opera che Dio solo poteva compiere, è amore che Dio solo poteva mostrare, opera e amore ineffabili, ma in tutto degni di Lui. “Dio è fedele”. Tutto questo e più è Cristo per me; come potrebbe non esser l’oggetto primo dei miei pensieri e del mio amore? Che cosa non dovrò essere, che cosa non dovrò fare, che cosa non dovrò sopportare per questo Cristo che si è dato tutto per me, che tanto ha operato e patito per me? Vero è che fintanto che vivrò sulla terra avrò necessariamente da occuparmi di altre cose. Dovrò tenere il mio posto fra gli uomini e assolvere il compito che mi spetta. Il mio amore dovrà necessariamente riversarsi su altri; ma vada pure a tanti quanti si vuole e con tutta la ricchezza  ch’essi mi lasceranno prodigar loro: ciò non potrà che rendermi più simile a Lui, il grande amico dell’umanità. E comunque, i miei pensieri, le mie intenzioni, i miei affetti non potranno arrestarsi in loro: se voglion trovar riposo e soddisfazione debbono andare oltre, perché scoprono Lui che trascende ogni altro essere. Egli si è rivelato e ormai tutto in me deve aver fame e sete di Lui, come il cervo assetato brama le acque. La mente e l’anima l’hanno trovato e non possono più abbandonarlo, ché in Lui solo ormai troveranno la loro pace definitiva. – In verità, una volta incontrato e conosciuto Cristo, Egli diventa il nostro tutto. Vi sono altre belle, buone, desiderabili, degne di essere amate e perseguite, e noi possiamo apprezzarle e coltivarle tutte. Vi sono creature umane ammirevoli, nobili, amabili, degne di quanto di meglio possiamo dar loro e della nostra stessa vita. Anche l’amor di patria ci è lecito e doveroso non meno dell’amore ai fratelli, come lo dimostra in vari cimenti l’evidenza dell’eroismo e del sangue. Ma dietro a tutte queste cose, sopra di esse, sta la figura del nostro Signore ed amico che tutte le trascende e a tutte dà il massimo splendore a cagione della luce su di esse riversa. – Il Cattolico sa leggere il Vangelo. Altri potranno superarlo nella conoscenza tecnica di esso; potranno avere maggiori nozioni intorno alla terra di Palestina, agli usi e costumi degli Scribi e dei Farisei, alla forma delle pietre su cui Cristo passò e intorno all’esatto significato di qualche vocabolo del sacro testo.  Ma Colui che palpita nel Vangelo e ne balza fuori vivo e operante attraverso i secoli, e Chi con noi “ieri, oggi, lo stesso in eterno”, soltanto il vero Cattolico lo conosce e lo può conoscere come uno dei suoi, meglio di quanto non conosca la propria madre; e questa, che pure l’ha istruito, è ben lieta di cedere il poste al Maestro. – E poiché lo conosce, il Cattolico lo segue, ne ascolta ogni parola e la interpreta non a modo proprio ma al modo di Cristo stesso. Medita i suoi detti, cerca il significato ch’Egli vi racchiuse, non quello che desidererebbe lui e che una generazione ipercritica ed egoista suggerisce. Studia la sua vita e in essa riconosce l’ideale dell’umanità, sia o meno in poter suo il raggiungerlo. E quando deve agire, quando si trova di fronte a una decisione da prendere o a un giudizio da dare sulle cose della vita, istintivamente, quasi inconsapevolmente, guarda l’Ideale e si chiede: « Che cosa vorrebbe il Maestro  ch’io facessi? Come vorrebbe che mi comportassi? Qual è il consiglio con cui mi guida? Come avrebbe Egli parlato e agito in questa circostanza”? Poiché Egli è la verità infallibile, e al giudizio umano più è giusto allorché più armonizza con quello di Cristo. – E ancora, se il Cattolico vuol pregare, esulare per un momento da questa valle di lagrime e sospinger lo sguardo alle altezze donde viene l’ aiuto, sollevare la mente e il cuore a Dio e mettersi in contatto Con Lui, istintivamente si avvicina a Gesù. “Nessuno va al Padre se non per me”.  I suoi pensieri si uniscono a quelli di Lui; insieme, “per lo stesso Gesù Cristo Signor nostro”, come la liturgia non si stanca mai di ripetere, essi salgono al trono del Padre che è nel cielo, pregando affinché il suo nome sia santificato, affinché la sua volontà si compia sempre e dovunque. Insieme a Gesù Cristo, sollevando le nostre mani insieme alle Sue, noi meschine creature, cantare la gloria del nostro Dio come merita di esser glorificato, possiamo adorarlo, ringraziarlo e domandargli il nostro pane quotidiano, il perdono delle nostre colpe, la protezione da ogni male e da ogni minaccia, con una fiducia di bambini e di figli. – E quando non si tratta più di pregare, ma di applicarsi al lavoro quotidiano, sia questo per il Signore o per il prossimo, il Cattolico ha dinanzi agli occhi il lavoratore modello, il fabbro di Nazaret che si guadagna la vita fino all’età di trent’anni come un mortale qualunque ed è sottomesso a sua madre e l’ama e la riverisce, e rende servigi agli abitanti del suo villaggio. Oppure vede il maestro affaticato dalle peregrinazioni attraverso le colline della Galilea e della Giudea, il viandante che conobbe la fame, la sete, il sonno e non ebbe ove posare il capo, e che, una volta al meno, fu “triste fino alla morte”. – Quando s’incontra con altri e ha occasione di parlare e di trattar con loro, il Cattolico non può dimenticare tutto ciò ch’è inerente alla loro umana natura, ma può anche ricordare che, come Cristo dimora e vive in lui, così dimora o desidera dimorare nel cuore di queste altre sue creature. E quindi, parlare e trattar con esse e servirle, è trattare con Cristo e servir Lui. “Ogni volta che farete ciò al minimo di questi, lo farete a me” è l’incentivo che ha dato origine alla lunga teoria dei martiri della. carità, all’esercito permanente della Chiesa di Dio. – Così, in Gesù Cristo suo Signore e suo ideale si accentrano i pensieri del Cattolico, come tutti i suoi affetti. Poiché se fra noi, uomini di buon volere, conoscere un buono significa amarlo, quanto più ciò sarà vero per Gesù Cristo, Colui che nessuno poté convincer di peccato e del quale la folla, contemplandolo, disse che faceva bene tutte le cose, Colui che i nemici stessi non poterono a meno di chiamare “Maestro buono”. Egli è la Bellezza, la Bontà, la Verità per essenza. Mite ed umile, perché tutti possano avvicinarlo come uno dei loro, in Lui tutte le perfezioni della divinità si uniscono alle attrattive dell’uomo perfetto. L’ha dimostrato in ogni azione della sua vita sulla terra, ce lo dimostra ancora ogni giorno, sol che vogliamo leggere “i segni” con esattezza. “Chi di voi mi convincerà di peccato?” – “Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. – “Io sono la via, la verità, la vita”. – “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e Io vi ristorerò”. “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mansueto e umile di cuore e troverete riposo alle anime vostre”. “ Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. Queste parole che risuonarono nel cortile del Tempio o per le vie della Giudea hanno echeggiato nei secoli. Ora, come allora, cade ogni accusa lanciata contro di Lui, convinta di falsità al solo venir pronunciata. I testimoni non sono andati d’accordo; l’unica imputazione trovata sufficiente per condannarlo a morte è ch’Egli “si è detto Figlio di Dio”. Ora, come allora, le moltitudini lo seguono, mentre alcuni privilegiati attirati e ammessi alla sua intimità esperimentano in modo ineffabile la verità di ogni sillaba della sua promessa. – E davvero ha mantenuto la promessa, e non ci ha lasciato orfani: è ritornato a noi, e con noi rimane fino alla consumazione dei secoli. Solo chi sa il segreto del suo fascino può parlarne; gli altri, quelli che non sanno, che non hanno mai minimamente capito che cosa sia il Cristo, come potranno osar di negare o ripudiare ciò di cui nulla conoscono? Che i seguaci di altre dottrine a quelle si attengano, e noi non potremo che rispettarli per ciò, disposti anche ad ascoltarli con deferenza. Ma che non si azzardino, in forza della loro dottrina, a dettar dogmi su ciò di cui, secondo la loro stessa confessione, sono affatto profani. — Ne sutor ultra crepidam. — Ché non mancano i veri intimi di Cristo, quelli che conoscono Lui direttamente e non solo ciò che di Lui si dice; e li troviamo in ogni ceto, dal più umile al più alto, fra gli intelletti più ottusi e i più dotti. Se la diversità degli aderenti e l’universalità del consenso son prove di verità, la verità di Gesù Cristo e della Chiesa da Lui fondata balza evidente al disopra di ogni altra. E gli intimi son quelli che esperimentano il suo amore e lo ricambiano, che lo hanno sempre presente allo sguardo e si sentono guidati dalla sua mano e sanno di non essere nell’illusione. Una sola parola loro sul conto del Maestro val più di tutte le negazioni e dei vani tentativi di giustificarle da parte di chi non sa quello che si dice e perciò dev’essere perdonato, di chi non si è mai avvicinato a Lui e perciò va compatito, di chi si trova separato da Lui da duemila anni di storia, non essendo ancor riuscito a trovarlo qual è, se pure non lo consideri come un semplice mito. – Il Cattolico degno del suo nome sa “in chi ha creduto” e vive alla sua presenza e in sua compagnia. Ascoltiamo San Bernardo, scelto a caso fra i tanti che gli rendon testimonianza, poiché fu uno di “color che sanno”: “Signore, fa che col tuo aiuto possiamo seguirti, che per mezzo tuo possiamo venire a Te, poiché Tu sei la Via, la Verità, la Vita. Tu ci sei Via col tuo esempio, Verità con la tua promessa, Vita coi doni che ci elargisci. Tu hai detto che sei la Via che dobbiamo percorrere, la Verità che dobbiamo cercare, la Vita in cui dobbiamo rimanere; la Via che non conosce deviazione, la Verità che non conosce errore, la Vita che non conosce morte; la Via diritta, la Verità infallibile, la Vita eterna, la Via larga e spaziosa, la Verità forte e universale, la Vita dilettevole e per sempre gloriosa. – Ascoltiamo Santa Teresa. Sebbene il suo linguaggio trascenda l’esperienza della maggioranza, pure il Cattolico ne comprende ogni parola e vi consente. La sua opera per la gloria di Dio è ostacolata, sembra che tutto l’avversi e l’accusi, ma la certezza di Gesù Cristo, oggettivamente reale per lei quanto essa lo è a se stessa, è una perenne consolazione nelle sue pene e un incoraggiamento nelle difficoltà e una inesauribile sorgente di forza. Ecco come esprime ciò che Cristo è per lei e per ogni Cattolico, a ciascuno nella propria misura: “Sola com’ero, senza un amico che mi consigliasse, non potevo né pregare né leggere; ma rimanendo per ore ed ore turbata di mente e afflitta di spirito a cagione della gravità delle mie pene, incominciavo a temere di essere in balia del demonio e mi domandavo che cosa mai potessi fare per liberarmi. Pareva che nessun raggio di speranza mi arridesse né dalla terra né dal cielo, nulla all’infuori di una sola certezza che non mi abbandonò mai fra tutti i miei timori e pericoli, che Gesù Cristo mio Signore sicuramente sapeva il peso della mia afflizione. “O mio Signore Gesù Cristo, che amico fedele Tu sei, e come potente! Poiché quando vuoi esser con noi Tu lo puoi, e lo vuoi sempre purché noi siamo disposti ad accoglierti. Che tutto il creato ti lodi e ti benedica, o Signore dell’universo! O se io potessi percorrere il mondo intero proclamando ovunque con tutte le mie forze che amico fedele Tu sei per chiunque ti voglia essere amico! Mio diletto Signore, tutto passa e tutto vien meno; ma Tu, il Signore di tutto, non vieni mai meno, Tu non passi. Ciò che fai soffrire a quelli che ti amano è sempre troppo poco. Come benevolmente e nobilmente, (alla lettera: da vero signore) con quale tenerezza e soavità riesci a trattare e a provare le anime che son tue! Se si potesse esser ben certi di non amare nulla e nessuno all’infuori di Te! Si direbbe, mio dolce Signore, che Tu voglia mettere alla prova con flagelli e torture l’anima che ti ama, sol perch’essa comprenda, quando l’hai ridotta all’estremo, le sconfinate proporzioni dell’amor tuo”.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (3)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (3)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO I

LA VITA IN DIO

2. – Gesù Cristo, il Verbo Incarnato.

L’eterno Figlio di Dio si è incarnato sulla terra nella persona dell’uomo Cristo Gesù per darci tutto se stesso, per farsi una cosa sola con noi e per potere, una volta associata a sé l’umanità, risollevarla all’altezza da cui era caduta e restituirle la dignità di vera figlia di Dio. È questa la dottrina che troviamo alla radice del credo cristiano, senza la quale esso non differisce in nulla da qualunque altro credo fondato unicamente sulla natura e sulla ragione. Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, vero Dio e vero uomo, e non semplicemente uomo dotato di una particolare unione con Dio, ha vissuto su questa terra la nostra vita, ha reso a Dio suo Padre che è nel cielo il perfetto ossequio di un uomo perfetto. Si è fatto capostipite della razza umana e se ne è addossato i dolori, perfino i peccati e le iniquità. Quei peccati ha portato al Padre e, umiliato dinanzi a Lui, se ne è confessato colpevole. Siccome da sé l’uomo non poteva espiarli, Egli si è offerto per espiarli in sua vece in quanto uomo. Dio ha accettato l’offerta, e Cristo l’ha consumata fino all’ultima stilla del calice amaro. Così Cristo Gesù è il nostro benefattore, il nostro amico, e il debito che abbiamo verso di Lui è incommensurabile: per tutta l’eternità dovremo cantare le lodi di Colui che ha tanto fatto per noi. – Il Cattolico si compiace nel pensare a quanto deve a Gesù Cristo, a quanto Egli ha fatto e continua a fare a suo vantaggio, “sempre vivo a intercedere per noi”. Vede in Lui non solo il Cristo storico limitato nel tempo e nello spazio, ma il mediatore eterno fra il peccatore, e il Padre offeso, « ieri e oggi e per sempre lo stesso ». E mediatore Egli è, non solo per concessione ma anche di diritto, ché, unendo in Sé la natura di Dio e quella dell’uomo, Egli nacque proprio per questo ufficio. Lo dice il suo stesso nome, impostogli prima che nascesse: « Lo chiamerai Gesù perché Egli libererà il suo popolo dai suoi peccati ». Come capo del genere umano, “il primogenito di ogni creatura”, Egli ha il diritto e la prerogativa di agire quale intermediario presso il Padre. Ma di ciò non fu pago; non volle essere solo un superuomo che fa atto di degnazione verso i suoi sudditi; volle esser “fatto in tutto simile all’uomo eccetto che nel peccato”, volle “addossarsi tutti i nostri dolori”, volle prender sulle sue spalle la nostra croce per poter trattare col Padre come uno di noi. Una simpatia e una compassione infinita per l’umanità, un amore che doveva essere eterno, intensificato, se così ci è lecito esprimerci, dall’esperienza della sua vita umana, tutto doveva influire e premere su Lui perché intercedesse in favor nostro. Tale è il significato di quello “spogliamento di se stesso” su cui San Paolo tanto insiste. D’altra parte, come Dio Egli è uguale al Padre e allo Spirito Santo e ha libero accesso ad entrambi. Può andare al Padre come Figlio diletto in cui il Padre stesso si è compiaciuto, può parlargli per diritto suo proprio e pretendere di essere ascoltato. Perciò, sia dalla parte dell’uomo che da quella di Dio, Egli sta, unico mediatore degno e sufficiente fra i due. È questo per il Cattolico il significato primo della vita di Cristo sulla terra. Egli ha voluto prender su di sé anche il terribile peso delle tentazioni dell’uomo: “Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non possa compatire le nostre debolezze; ma invece è stato provato in tutto a somiglianza di noi, salvo il peccato” (Ebr. IV, 15). Precisamente perché l’uomo aveva ceduto a tutte quelle tentazioni Cristo si è offerto come vittima. Ha consumato un olocausto perfetto, assoluto, col sacrificio di Sé sul Calvario, nell’obbedienza e nell’amore fino alla morte, e amore di cui maggiore non esiste, pagando di persona la disobbedienza dell’uomo, il suo difetto di amore. E il valore espiatorio di questo sacrificio risulta infinito, in primo luogo per l’infinito valore della vittima che spontaneamente si immolò, in secondo luogo per la misura stessa della espiazione. Poiché non era affatto necessario arrivare a tali estremi. Un semplice atto d’ossequio di Cristo Signore sarebbe stato sufficiente a soddisfare ogni giustizia. Se fosse perito fanciullo, vittima di Frode a Betlemme, se anche fosse morto appena nato, fra le braccia della Vergine, agli occhi del Padre questo Figlio del suo amore avrebbe fatto abbastanza per redimere il mondo. Ma non sarebbe stato abbastanza per soddisfare la sete di amor divino che ardeva nel cuore di Cristo.  “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Non volle offrire una soddisfazione qualsiasi; volle soddisfare finché non gli rimanesse più nulla; volle “spogliarsi di se stesso”, darsi tutto fino ad annientarsi. Per esser pago dové darsi fino all’estremo, affinché “dove abbondò la colpa più abbondasse la grazia… per Gesù Cristo nostro Signore”. (Rom. V, 20) e siccome “non esiste amore più grande di questo, dare la vita per l’amico” Egli doveva eguagliare il suo amore a tale prova suprema anche se non lo esigeva la stretta giustizia. – Così, a questo prezzo, il nostro mediatore ha ottenuto all’uomo non solo perdono e re.denzione: gli ha conquistato anche tutte quelle altre grazie e possibilità che lo innalzeranno ad una più intima unione con Dio. In questa luce San Paolo riassume più volte l’opera del suo Signore e Salvatore: “Benedetto Iddio, Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale ci ha benedetto con ogni benedizione spirituale, celeste, in Cristo, in quanto ci ha eletti in Lui, prima della fondazione del mondo a esser santi e irreprensibili nel suo cospetto, per amore avendoci predestinati a esser figli suoi adottivi per mezzo di Gesù Cristo, secondo la benignità del suo volere, sì che ciò torni a lode della gloriosa manifestazione della grazia sua di cui ci fece dono nel suo diletto Figliolo. In Lui noi abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia” (Efes. I, 3, 7.). Tutto questo ha fatto Nostro Signor Gesù Cristo con la sua vita e la sua morte, tutto questo ha ottenuto all’umanità, quale mediatore di essa. Ma ha fatto di più. Per incoraggiare e sostener l’uomo nello sforzo verso le cose più alte, per dargli maggior forza e fiducia di quelle che gli siano naturalmente possibili, Cristo ha istituito e ci ha lasciato quello che conosciamo col nome di sistema sacramentale. Ha dato al Padre, come provenienti dall’uomo, la propria vita e il proprio sangue; ha dato all’uomo, come provenienti dal Padre, quei doni gratuiti di forza soprannaturale, quei sette segni esteriori atti a conferire realmente le grazie che significano. – Perché l’uomo possa meglio affrontare ogni momento importante della vita, perché più sicuramente adempia in Gesù Cristo ai doveri inerenti ad ogni condizione, perché viva sulla terra per quanto è possibile la vita stessa di Cristo, questi gli ha offerto quei canali di grazia che gli saranno prontamente aperti se vorrà e ogni volta che vorrà. Il sangue di Cristo è stato dato al Padre, e dal Padre vien restituito all’uomo per mezzo dei sacramenti. Essi sono come le vene del Corpo mistico di Cristo, che portano e dispensano ad ogni membro il sangue di Lui e con esso la vita. Di più, purché gli uomini lo vogliano, Cristo ha dato a ciascuno il potere che da sé non avrebbe di dare al Padre una soddisfazione degna e di acquistar meriti per se stesso. Sappiamo che nell’ordine soprannaturale l’uomo naturale non può, da solo, far nulla di meritorio; ma egli “tutto può in Colui che lo conforta”. Incorporato a Cristo nel vero senso che considereremo più innanzi, l’uomo partecipa alla vita di Lui, le sue azioni sono identificate a quelle del suo Signore e Maestro allo stesso modo che nostre sono le opere delle nostre mani. Così, come il tralcio è alimentato dalla linfa stessa della vite e dà per ciò frutti che da sé solo mai potrebbe dare, le azioni dell’uomo innestato in Cristo sono tutte impregnate è principio di quella carità divina di cui Egli e sorgente. Con Lui, in Lui e per Lui, esse diventano azioni soddisfattorie in se stesse, ossia accette a Dio non nell’ ordine della natura ma nell’ordine della grazia, degne di merito, feconde di bene. – In terzo luogo, Cristo è mostro mediatore nel campo dei nostri doveri di religione, ossia dei doveri che abbiamo verso Dio. È fine funzione propria della creatura dar gloria al suo Creatore, come l’opera d’arte dà gloria all’artista che con la propria mano la foggiò. – “I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento”. (Sal. XVIII, 1). Ma per la creatura dotata di facoltà superiori, come l’intelligenza e il libero arbitrio, sarà doveroso dare a Dio una gloria ancor più grande e corrispondere alla fiducia che in lei ha posto il suo Creatore, allo stesso modo che un ministro del re, depositario delle insegne e dei pieni poteri di lui, tanto più lo onora quanto più di lui sa rendersi degno, ovunque si trovi. E come il quadro consegue la sua gloria massima mel procurar gloria all’artista che lo dipinse, come il libro vale a cagione dell’autore ch’esso rivela, altro non essendo la sua sapienza se non il riflesso della mente che lo concepì, come un ministro del re è maggiormente onorato quando più è degno di lui, così la creatura trova la sua gloria più alta nel rifletter la gloria di Dio suo Creatore, l’uso più degno della sua ragione nel manifestare il pensiero di Lui, e il miglior impiego della sua esistenza nel viverla a servizio di Lui. Eppure, anche quand’è più splendida, che cosa meschina è mai la gloria che da sé la creatura può dare al Creatore! E quanto più meschina, se si considera la condizione decaduta dell’uomo! Ma ecco che Cristo viene in suo aiuto. Ora finalmente, unita a Lui, la creatura può lodare e onorare il suo Dio, può rendergli omaggio e servizio con labbra e con mani degne, con un’anima e una volontà, un amore e una testimonianza d’amore degni di Dio. La creatura può esprimere il proprio cuore in unione al cuore di Cristo, e Dio Padre trova tale espressione degna di essere ascoltata. Anzi, dato che Cristo vive nella sua creatura, Egli le comunica il suo stesso potere di render lode e reverenza e gloria. E allora, quando la creatura parla, non son più parole sue quelle che pronuncia, ma in lei parla lo stesso Cristo Gesù. Egli non è soltanto il nostro Mediatore sommo e sufficiente che in sé rinnova tutte le cose: è anche il nostro Sacerdote, il Sommo Sacerdote della nuova legge. Alla lettura del Vecchio Testamento ci colpisce il fatto che la religione ivi descritta si accentrava tutta nel sacerdote e nel suo sacrificio. E non meno ci sorprende il vedere come la profezia di Colui che doveva venire lo annuncia “sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec”. – Dopo la sua venuta e la sua dipartita, non conosciamo commento migliore all’opera sua dell’Epistola agli Ebrei, ed è precisamente quella che verte tutta sul sacerdozio di Cristo nostro Signore. Anzi lo considera non solo come Sacerdote, ma come l’unico vero Sacerdote della nuova Alleanza e mostra il suo Sacrificio come unico. Prima di Lui tutti i sacrifici non erano stati che simboli, ma il Sacrificio di Cristo fu molto di più, fu Sacrificio reale, fu addirittura il Sacrificio di se stesso. E non potendo morire che una sol volta, il Sacrificio offerto non poté essere che uno, ma tale da compensare ampiamente ogni debito. Sotto questa luce, l’Epistola agli Ebrei e varie altre riassumono l’opera e il significato di Cristo sulla terra. “Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, oblazione e sacrificio a Dio, profumo di soave odore”. (Efes. V, 2). “Poiché uno è Iddio, uno anche il mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, colui che diede se stesso prezzo di riscatto per tutti; testimonianza fatta nel suo proprio tempo”. (I Tim. II, 5, 6). “Cristo, essendo venuto come sommo sacerdote dei beni avvenire, attraverso un più grande e più perfetto tabernacolo, non fatto da mano d’uomo, cioè non di questa creazione, né per il sangue di capri e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, entrò una volta per sempre nel Santuario, ottenendoci una redenzione eterna. Se il sangue di capri e di tori e la cenere d’una giovenca sparsa su quelli che sono immondi li santifica rispetto al procurare la purità della carne, quanto più il Sangue di Cristo il quale per via dell’Eterno Spirito offrì se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché rendiamo culto al Dio vivente? Per questo Egli è mediatore d’un nuovo patto, affinché, avvenuta la sua morte allo scopo di redimere i trascorsi commessi sotto il patto di prima, i chiamati ricevano l’eredità eterna loro promessa”. (Ebr. IX, 11, 15). – In altre parole, Nostro Signore Gesù Cristo, il nostro Sommo Sacerdote espiò i peccati del mondo col sacrificio di se stesso, l’olocausto del proprio sangue. Egli ha stretto un patto nuovo fra Dio e l’uomo; per Lui che si è immolato Dio e l’uomo sono riavvicinati. Ecco il significato e la portata della Passione e Morte di Gesù Cristo secondo il pensiero cattolico, ecco perché i Cattolici tengono in sì gran conto il segno della croce e il crocifisso. Per loro la Passione è assai più che un atto sovrumano di coraggio morale e di amore, assai più che la massima fra le tragedie umane. È il solenne sacrificio, nel senso più stretto del termine, di una vittima spontaneamente immolata. “Fu offerto perché lo volle”, “da un sommo sacerdote misericordioso e fedele perché fossero espiate le colpe del popolo”. (Ebr. II, 17). L’effusione di quel sangue ha purificato il mondo, ha cancellato la sentenza che pesava sull’uomo decaduto. Sul Calvario si compì l’opera della riparazione, la Redenzione: “Ecco l’Agnello di Dio che cancella i peccati del mondo”. Sul Calvario, con un atto spontaneo di perfetta obbedienza e di amore perfetto, si compì un sacrificio perfetto e completo da un sacerdote perfetto in una vittima pure perfetta. La giustizia fu completamente soddisfatta e l’amore perfettamente appagato: per la prima volta si diede a Dio sulla terra gloria perfetta e l’uomo fu salvo e redento. Il senso intimo e pratico di tutto ciò per i Cattolici fu espresso magnificamente da S. Bernardo in uno dei suoi sermoni: – “Gesù piange, ma non come gli altri o almeno non per lo stesso motivo. Negli altri prevale il sentimento, in Lui l’amore. Gli altri piangono per ciò che soffrono; Egli piange per compassione di ciò che gli altri soffrono o soffriranno. Essi deplorano il giogo pesante che grava sui figli di Adamo; Egli geme per quello che gli stessi figli d’Adamo si sono imposti volontariamente, per il male che hanno commesso. Per quel male, anzi, Egli versa ora le sue lagrime e più tardi verserà il suo sangue. “Oh, durezza del mio cuore! Volesse Iddio che, come il Verbo si fece carne, il mio cuore divenisse un cuore di carne invece che di pietra qual è adesso! È questa la tua promessa secondo il profeta che disse: “Strapperò dai loro precordi il cuore di sasso e vi sostituirò un cuore di carne » (Ezech, XI, 19). Fratelli, le lagrime di Cristo mi riempiono di confusione e di dolore. Io banchettavo fuori nel cortile, mentre nel segreto della dimora del Re si firmava la mia sentenza di morte. Il Figlio unigenito del Re ne ebbe sentore: depose la corona, si vestì di sacco, si cosparse il capo di cenere, si tolse i calzari e uscì piangendo e gemendo per la condanna di questo povero piccolo schiavo. Lo vedo comparire improvvisamente e la stranezza di questo spettacolo mi sbalordisce. Domando di che si tratta e apprendo la verità. Che cosa debbo fare? Potrò continuare nelle mie vanità, rendendo vane così le sue lagrime? Sicuramente non posso che esser sciocco e insensato se non voglio seguirlo, se non voglio piangere con Lui. – “Ecco il motivo della mia vergogna; che dire del dolore e del timore?….. “Io ignoro tutto di questa tremenda verità. Mi ritenevo tranquillo e sicuro, ed ecco è mandato il Figlio di una Vergine, il Figlio dell’Altissimo, e vien messo a morte perché le mie piaghe sian risanate col balsamo del suo Sangue prezioso. “Il Figlio di Dio è tutto tenerezza e compassione e piange: potrà l’uomo esser testimonio della Passione e ridere?”. – Rimaneva e rimane per ogni uomo che viene in questo mondo da accettare e da applicare a se stesso i frutti di quel Sacrificio, la carità, la soddisfazione, i meriti del Redentore divino. E perché  l’uomo possa far ciò nel modo più completo e possa, in ogni tempo e in ogni luogo, sempre dar gloria a Dio in modo degno di Lui e applicare a se stesso la sovrabbondanza dei meriti della Redenzione, Cristo istituì alla vigilia della sua Passione, un memoriale di essa. In questo “memoriale” o sacrificio, sotto le specie o apparenze del pane e del vino, il “sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” continua ad offrirsi come vittima per noi tutti e continuerà ad offrirsi sino alla fine dei secoli. – Così Cristo ha riconciliato l’uomo con Dio. Ma per l’uomo ha fatto ancor di più. Non avrebbe potuto venire nel mondo e per il mondo, per poi lasciarlo a dibattersi come prima nella sua desolata oscurità. Egli è la luce che deve venire in questo mondo a illuminare ogni uomo che in Lui crede. Egli stesso più di una volta si definì in questo modo: era la luce; e la luce è la vita dell’uomo. Se osserviamo bene possiamo constatare com’Egli abbia sempre assolto il suo compito: fin dalla venuta di Cristo sulla terra, dovunque è giunta la sua influenza, la vita del mondo si è rinnovata. E anche ora, vediamo come questa diffusione di luce continua. Quando Cristo venne sulla terra, la cultura pagana, tanto sostenuta dalla ragione, aveva ormai fatto il suo tempo; i suoi stessi filosofi non vi credevano più, i suoi addetti l’avevano sorpassata, le superstizioni si succedevano, gli uomini non sapevano più che cosa credere, né se ne preoccupavano gran che. Le forme erano mantenute, ossia l’apparato esteriore della religione, perché sembrava che senza di quello la civiltà stessa dovesse soccombere. Ma le forme non avevano più alcun significato, o, se ne avevano, era spesso il contrario di quello primitivo. Anche fra i Giudei si verificava un regresso, un pervertimento di ideali, una sostituzione di convenzioni alla verità. Credevano ancora nell’unico vero Dio, ma era soltanto il Dio di Abramo. La legge aveva divorziato dalla religione, si era fatta fine a se stessa e non più mezzo, e ne era seguita una schiavitù intollerabile. – In questo ambiente venne Cristo. Ergendosi al disopra del legalismo, parlò “come uno avente autorità e non come gli Scribi” e l’autorità ch’Egli si arrogava era quella di messaggero diretto di Dio stesso. Egli restituì all’uomo quella religione dello spirito che ne formava l’aspirazione spontanea. La razza umana era miope per natura, errante “come gregge senza pastore dà come è sempre stata e sempre sarà, se lasciata a se stessa. Cristo le diede una guida sicura, la sua stessa infallibilità che stabilì per sempre nel suo Corpo mistico, la Chiesa vivente. Essendo Cristo Dio, e quindi “ieri e oggi il medesimo per sempre, la sua infallibilità è conseguenza logica della sua divinità. – Non si tratta semplicemente di storia e di evoluzione che sono, esse stesse, fallibili, ma poiché l’infallibilità è cosa più che umana deve necessariamente appoggiare sopra una base sovrumana. Si basa non sulla storia, ma su Cristo in persona che non può ingannarsi né ingannare, che ha promesso di essere coi suoi “sempre, fino alla consumazione dei secoli”, che visse e morì e risorse “per dare testimonianza alla verità”. Se ci avesse dato di meno, nulla avrebbe fatto più di quanto l’uomo già fece nella sua affannosa esitante ricerca della verità. La sua intera dedizione, invece, ci fa riconoscere l’unico sigillo degno della Parola di Dio nella perenne infallibilità di Lui. Veritas Domini manet in æternum: “La verità del Signore per mane in eterno”. – E il suop insegnamento è venuto a rispondere in ogni punto alle ansiose interrogazioni dell’anima umana. Che cos’era essa? Quale la sua origine e la sua ragione d’essere? Quale la sua meta, il suo fine? Cristo le rispose, come uno avente autorità e in nome di Dio stesso, che veniva da Dio e a Lui doveva ritornare, quel Dio che voleva esserle padre, che l’ aveva creata per Sè, che l’aveva santificata e benedetta oltre ogni possibile aspirazione, che con la sua Provvidenza si prendeva cura di lei ad ogni istante. Era venuta da Dio che l’amava di un amore eterno, l’aveva adottata e beneficata come figlia, le aveva infuso la sua stessa vita per farla capace d’innalzarsi al disopra di sé, oltre il limitato orizzonte di questo mondo sensibile, e di diventar membro della sua casa, del suo regno. Che cos’era dunque in se stessa? Arricchita di questa vita nuova l’anima acquistava una dignità e un’importanza tali che al loro confronto il mondo intero perdeva ogni valore. “Che cosa darà l’uomo in cambio della sua anima?” Non era più un essere qualsiasi, ma figlio adottivo della famiglia stessa di Dio, fratello del Verbo incarnato, membro del suo Corpo mistico, tralcio di Lui che è la vite, figlio della sua Chiesa fondata su una rocca che nulla potrà abbattere, creatura preziosa agli occhi stessi di Dio, perché acquistata col sangue del Figlio suo, l’eterno diletto Unigenito. Ecco l’anima umana come Cristo la vedeva e come la rivelò all’anima stessa. Era una concezione che superava quella di tutti i filosofi e i profeti venuti prima di Lui. L’uomo guardò in alto, dalle proprie tenebre, verso le altezze donde veniva la nuova luce, e fu un’esistenza nuova. Poiché, illuminata e rivelata da quella luce, la vita stessa assumeva altro significato e altro valore. Che cosa doveva essere, e per quale scopo? Non era più la tomba la sua meta, ma la casa di Dio Padre, non la conquista di beni effimeri, ma quella di una corona incorruttibile. La sua perfezione stava precisamente nella conoscenza di Dio, nell’amor di Lui accettato e ricambiato, nella rassomiglianza con Lui, come di figlio al padre, ogni giorno più accentuata e più perfetta; e tutto ciò faceva di questa vita meschina una cosa affatto diversa, ricca di significato e d’ideali nuovi, con una nuova meta e con la splendida certezza di un’altra vita in cui la morte sarà assorbita nella vittoria. Nessuna meraviglia che chi ascoltava Cristo rimanesse “stupito della sua dottrina”. (Matt. VII, 28.) Era dottrina umana e divina insieme, perfettamente consona alle aspirazioni dell’uomo, vera risposta alle sue domande, appagamento dei suoi sogni più alti, verità soprannaturale eppur sempre a portata della sua vita quotidiana. “Beati voi, o poveri, perché vostro è il regno di Dio”. “Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati”. “Beati voi che ora piangete, perché riderete”. « Sarete beati quando gli uomini vi odieranno e vi bandiranno dalla loro compagnia e vi caricheranno di obbrobrio, e ripudieranno come abominevole il vostro nome per causa del Figliuol dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno e tripudiate perché il vostro premio sarà grande nei cieli (Luca VI, 20, 25). – Nessuna meraviglia che i suoi nemici, avendolo udito, si allontanassero dicendo: “Nessuno mai ha parlato come quest’uomo”. (Giov. VII, 45). Perché parlava come uno che vedeva e sapeva cose che nessun altro poteva vedere e sapere, e ne discorreva con un linguaggio che nessuno ha mai uguagliato, con una chiarezza, un calore, una convinzione, una sicurezza, perfino con una padronanza di parola e di frase che di per sé era garanzia di verità. Egli era la Via, la Verità, la Vita. Si attribuì questi titoli e nessuno osò contestarglieli. Unico fra tutti gli uomini, Egli poté chiedere: “Chi di voi mi convincerà di peccato?” Egli solo poté promettere ed invitare: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. E non si trovò nessuno che osasse accusarlo di presunzione. Da ultimo, poiché non possiamo continuare all’infinito, notiamo che Cristo non si limitò alle parole. Fu modello perfetto di tutto ciò che insegnò, perfetto soprattutto forse perché  appropriato ed accessibile ad ogni uomo che viene in questo mondo. Di nessuno si potrebbe asserire altrettanto, neppure dei migliori fra gli uomini. Incarneranno questo quell’ideale, saranno fulgidi esempi di questa o di quella virtù, ma se vogliamo esser giusti dobbiamo conceder loro, anche ai più grandi, il margine che è comune a tutta l’umanità. Cristo resta unico e solo. Non ha bisogno di nessuna concessione. La sua perfezione non è ristretta ad una qualità o ad una virtù; per quanto vi si cerchino limiti, non se ne troveranno. Si fece uomo, visse fra gli uomini la sua vita umano-divina, uguale in tutto agli altri, nascosto come si nasconde per lo più ogni vera grandezza obbediente come tutti dobbiamo esserlo quaggiù, mostrando in ogni suo atto come preghiera ed azione ogni siano intimamente unite, come l’uomo possa santificare e quindi render perfetta ogni prova e ogni avversità, ogni sconfitta come ogni successo. Insegnò con l’esempio e con l’esperienza, oltre che con la parola, la pazienza, la perseveranza e la speranza nell’afflizione, sopportò tutti i torti ch’Egli sapeva esser riserbati ai suoi futuri seguaci. Agonizzò nel corpo e nell’anima, sopportò il disprezzo degli uomini, l’ingratitudine, l’abbandono, il tradimento, il bisogno, l’insolenza, la crudeltà, l’ingiustizia, la vergogna, l’ignominia, ogni forma di male che può colpire l’umanità. Nessuno doveva mai poter dire che il suo destino fosse più crudele di quello di Cristo. – Eppure, sebbene la figura completa di Cristo sia quella di “verme, non uomo” in cui “non era apparenza che attirasse il nostro sguardo”, il suo esempio attrae irresistibilmente. “Quando sarò innalzato attirerò a me tutte le cose”. Così aveva detto una volta di Sé e, nel tempo, la profezia si è avverata. – Quella vittima innocente che tutto sopportò per puro amore di coloro che avrebbero dovuto soffrire in sua vece ha fondato una nuova civiltà; i suoi patimenti hanno portato frutto in questo mondo come nell’altro. La croce è apparsa nel cielo, e sul Cristo, sul Cristo crocifisso, è sorto il Cristianesimo. Attraverso i secoli Egli ha attirato a sé uomini e donne innumerevoli pei quali, a motivo di Lui, la sofferenza è diventata una gioia perché li ha resi tanto più simili a Lui, una cosa sola con Lui. E li ha fatti capaci di compiere in loro stessi “ciò che manca” alla passione di Lui, ha insegnato loro il modo di dargli prova d’amore, il mezzo medesimo con cui Egli dimostrò l’amor suo per essi. Ha reso loro possibile di partecipare alla sua vita e compiere, in Lui e con Lui, l’opera per la quale Egli visse e morì. Né il miracolo è esaurito: Cristo e la sua croce rimarranno l’ideale di milioni di esseri fino alla consumazione dei secoli; ché in quell’ideale, più che in ogni altro, è riposta la salvezza dell’uomo anche su questa terra.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (2)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (2)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO I

LA VITA IN DIO

1. Dio e la sua creatura

Debbo definire il pensiero cattolico; da dove incominciare? o quale dei suoi numerosi aspetti dovrò tentar di analizzare? In ogni caso, dovunque conducano in definitiva le mie riflessioni, posso incominciare dal fatto di Dio. So che Dio esiste, Dio uno e vero, oggettivamente reale, che contiene in se stesso tutto quanto intendiamo con la parola “personalità” e più ancora. So ch’Egli è al difuori della creazione e da essa indipendente, mentre la creazione, con tutto quanto contiene, da Lui dipende e deve dipendere: so ch’Egli è vicino ad essa e a ciascuna delle sue creature, vicino a me quanto lo sono io stesso. So che nulla gli è impossibile perché è l’Onnipotente, è quello che i teologi dicono immenso, intimamente essenziale a tutte le cose, di modo che nulla gli è ignoto, neppure i più segreti pensieri dell’uomo, non il passato né il futuro, non le cause né gli effetti. So che il mio Dio è infinito in sapienza e non può che far sempre il meglio secondo i suoi disegni, che è perfetto nella giustizia pur essendo la sua misericordia superiore ad ogni sua perfezione; so che la sua provvidenza regge e cura ciascuna cosa da Lui fatta, e soprattutto gli uomini affinché in Lui siano salvi. So che il mio Dio è non solo reale, più reale di quanto lo siamo noi, non solo giusto e misericordioso e infinitamente veritiero, fedele e immutabile. Egli è anche un Dio d’amore. Infinitamente amoroso e infinitamente degno di amore: è l’amore stesso dal quale deriva ogni amore e al quale ogni amore ritorna. Se sono coerente, non posso pensare a Dio senza che il mio pensiero si risolva in amore; non posso giudicare i suoi atti se non li considero con gli occhi dell’amore; se qualche cosa di Lui voglio scoprire, l’amore; soltanto potrà rivelarmelo. So che in questo Dio sono tre Persone che noi mortali chiamiamo Padre, Figlio e Spirito Santo precisamente perché son questi i nomi che per amore ci furon rivelati insieme alle reciproche relazioni delle tre Persone divine; e quando arriviamo a una qualche comprensione della essenza della SS. Trinità, vediamo ch’Essa altro non è che la perfetta espressione di un amore infinitamente perfetto. Il Padre e il Figlio, il Padre che dà al Figlio tutto ciò che ha e che è: se stesso; il Figlio e il Padre, il Figlio che restituisce al Padre tutto ciò che è e che ha; lo Spirito Santo, — come debolmente lo esprimiamo! — l’amore reciproco del Padre e del Figlio, infinito, e perciò unico. È questo il nostro Dio, veduto da questa oscurità ed in maniera oscura, ma che speriamo di contemplare un giorno a faccia a faccia. – E se l’amore è l’unica chiave alla conoscenza di Dio in se stesso, non ne esiste altra neppure per la comprensione dei suoi rapporti con le creature. Questo mio Dio mi conosce assai meglio di quanto mi conosca io stesso, assai meglio di quanto possan conoscermi gli altri, e ciò nonostante mi ama. Conosce il mio nulla, la mia miseria, le mie colpe, eppure, e forse per ciò stesso, Egli non ha per me che compassione ed amore. Fin da tutta l’eternità — mi esprimo come umanamente posso — io ero nella sua mente ed Egli mi amava; e nel tempo, proprio perché mi amava, mi volle e mi diede la vita. Quell’amore medesimo lo spinse non solo a far di me un essere umano, ma anche a farsi uomo Egli stesso come me e per me: dopo avermi dato me stesso, l’amore lo portò a darmi anche se stesso. Divenne uomo per me, ma ciò non gli parve abbastanza. Doveva continuare a dare, doveva darmi tutto ciò che aveva, la sua stessa vita: e come visse per amore di me, per amore di me morì. E per amor di me risuscitò; ma, risorto, essendo “passato da questa vita al Padre” ancora mi amò. Per amor mio ascese al cielo, per prepararmi un posto, come aveva detto, affinché dov’Egli era fossi io pure, quando il tempo non sarà più, per tutta l’eternità. Ma neppur questo bastava al suo amore infinito. Quando passò da questa terra non volle lasciarci orfani, volle ancora venire a noi. Era necessario che andasse, ma volle ritornare in questa valle di lagrime e dimorarvi finché vi resteremo noi. In quanto al mezzo di questa permanenza quaggiù, il suo amore l’avrebbe escogitato, e lo trovò in un po’ di pane e in un po’ di vino. L’amore lo indusse a darsi nuovamente tutto; a me si diede tutto intero nel Sacramento dell’Altare e non solo come compagno, ma come cibo. Se avesse voluto semplicemente dimorare con me sulla terra, avrebbe potuto farlo in altro modo, rimanendo accanto a me come uomo, trasfigurato magari, e in tutta la sua gloria attuale. E io l’avrei riconosciuto e adorato, amorosamente, come il povero cieco nato ch’Egli guarì a Gerusalemme. Invece Egli volle far di più: l’amore richiedeva qualche altra cosa e questa non gli fu negata. Per amor mio volle unirsi a me, venire a me, in me, nascosto in quel sacramento divino, e nutrir la mia vita della Sua. “Colui che mangia di me vivrà per me. Colui che mangia di questo pane vivrà in eterno ”. Né questo è tutto, ché l’amore non è mai pago quaggiù, e sempre vuol darsi e sempre brama un contraccambio. Perciò Egli volle unirsi ancor maggiormente a me: come aveva trovato il mezzo di venire in me, volle che ancor io fossi attratto a Lui. E per questo volle vivere sulla terra in un altro modo ancora: il suo spirito, la sua vita dovevano dimorare fra gli uomini come la linfa della vite circola nei suoi tralci, come il calore del fuoco rimane nel ferro arroventato, come l’anima vive nel corpo dell’uomo. Volle dimorare in un nuovo corpo, Corpo mistico è vero, ma non per questo meno reale, che avrebbe chiamato la sua Chiesa. E mi volle membro di quel corpo, parte di se stesso, inserito in Lui come il tralcio è inserito all’ albero, e volle che da Lui attingessi vita. Volle che io vivessi, no non più io, volle Egli stesso vivere in me per mezzo di questo organismo vivente suo che è la Chiesa. Così, dal principio alla fine, la storia dei rapporti fra questo Dio d’amore e me è perfettamente coerente, tutta degna di un Dio. Ammesso l’amore, amore ineffabile e sconfinato di un Dio che tutto dà e tutto chiede e tutto può, io vedo susseguirsi i suoi doni che lo abbassano fino a me e mi attirano a Lui, finché tutto il resto svanisce e io sono accolto, sol che lo voglia, nel suo tenero amplesso. –

Dio mi ha amato prima ch’io fossi, perciò Egli mi fece.

Dio mi ha amato dopo che m’ebbe creato, perciò si fece uomo per me.

Dio mi ha amato dopo essersi fatto uomo per me, perciò Egli morì per me.

Dio mi ha amato dopo esser morto per me, perciò risuscitò per me.

Dio mi ha amato dopo che risuscitò per me, perciò ascese al Cielo per me.

Dio mi ha amato dopo la sua, ascensione, perciò Egli ritornò a me.

Dio mi ha amato dopo che ritornò a me, perciò Egli venne in me.

Dio mi ha amato dopo che venne in me, perciò mi fece una cosa sola con Sé, membro del suo stesso corpo “che è la Chiesa”.

Quel che Dio sarà per me quando lo incontrerò a faccia a faccia “occhio non vide, orecchio non udì, né fu dato al cuor dell’uomo di Intendere”, ma intanto tutto questo e più ancora è per me il mio Dio anche quaggiù e in questa vita. O per lo meno, questo e più Egli sarebbe per me se io lo lasciassi fare. Poiché, ecco un’altra manifestazione del suo amore: Egli mi lascia libero di accettare o di rifiutare il suo dono. L’amore perfetto, come sappiamo, ha tre prerogative: desidera di possedere, anela di darsi e brama un contraccambio d’amore da parte del suo diletto. Ma perché questo avvenga, perché l’amore sia perfetto, deve essere spontaneo, e l’amato deve esser libero. Dio ama tutte le creature che fece, e in cambio esse dicono incessantemente la sua gloria. “Cœli enarrant gloriam Dei, et opera manuum suarum annuntiant firmamentum”. Ma non potrebbe essere altrimenti: l’amore di queste creature non è proprietà loro, allo stesso modo che l’immagine non appartiene allo specchio che la riflette. Questi esseri del creato sono specchio di Dio, sono belli perché lo riflettono, degni di amore appunto perché e in quanto rivelano l’amor suo, ma per se stessi non sono che creature, opera delle sue mani, senz’alcuna libertà o volontà propria con cui offrirgli quel dono spontaneo che fa dell’amore un olocausto perfetto. – All’uomo solo, su questa terra, fu concessa la facoltà di volere liberamente e di liberamente donare. Per ottenere questo olocausto e la gloria di un amore liberamente ricambiato e offerto a Lui dalla sua creatura, direi — se l’espressione non suonasse irriverente — che il mio Dio ha voluto tentare la prova. Ha dato la vita a una creatura che fosse libera, ha dato a me ch’Egli ama il potere di dire se voglio o no riamarlo. Mi ha manifestato tanta della sua bellezza, ha voluto che i cieli mi narrino la sua gloria, mi ha svelato il suo segreto, mi ha attratto e allettato in mille modi. Ha domandato esplicitamente il mio amore, me ne ha fatto un vero precetto, il suo unico grande comandamento, lasciandomi libero di mangiare del frutto di tutti gli altri alberi del suo paradiso. E libero davvero mi ha lasciato: malgrado tutti gli inviti, tutti gli allettamenti coi quali mi ha attirato e vincolato a Sè, io ho ancora in me il tremendo potere di respingerlo, di rinnegarlo, di dire che non voglio amarlo, che amerò invece di Lui qualche altra cosa, magari me stesso. – E l’uomo libero lo ha tradito. Io l’ho tradito. Egli ha messo alla prova affinché gli dimostrassi il mio amore, poiché l’amore non si accontenta di parole; e io non ho dato buona prova. Gli ho detto “Signore, Signore”, ma non sono entrato nel suo regno. A Lui ho preferito me stesso, ho posposto il suo infinito preziosissimo amore a un misero orpello, a qualche effimera soddisfazione. Quella stessa capacità d’amore, che era il suo dono sovrano a me e per la quale più gli rassomigliavo e di cui Egli solo era perfettamente degno, io l’ho distolta da Lui e l’ho rivolta ad altre cose, e in esse l’ho sperperata. Ecco il peccato. Per quanto è dipeso da me, mi sono distolto dall’amore di Dio, ho dichiarato al suo cospetto che non volevo saperne di Lui e che gli preferivo altri. Gli ho fatto l’ingiuria e l’insulto non solo di relegarlo a un secondo posto, ma anche di rifiutargli un posto qualsiasi, di lasciarlo al di fuori e al di dietro di me. Gli ho voltato le spalle, l’ho disprezzato, dichiarandomi pronto a subirne le conseguenze. Ho fatto ciò, e deliberatamente. Per quanto cerchi di scusarmi adducendo la mia profonda ignoranza, la mia cecità, la mia debolezza, l’attrattiva del momento, la pressione delle circostanze contrarie, non posso negare che, alcune volte almeno, sapevo benissimo quel che facevo. Avevo coscienza del suo sguardo amoroso posato su me, della sua mano tesa ad aiutarmi, eppure ho preferito continuare per la mia strada e abbandonarlo per seguire il mio capriccio. E una volta abbandonato Lui e fatta deliberatamente la mia scelta, era naturale che io non potessi da me tornare indietro. Non potevo riprender da me il bene cui avevo così liberamente rinunciato. Fin da principio non potevo vantare alcun diritto su di esso, ché tutto era suo dono gratuito; e tanto minor diritto poteva rimanermi ora che l’avevo respinto. Non mi era dato neppure di implorarne la restituzione: avevo peccato contro il cielo e contro il Padre mio. Tutt’al più, conoscendo l’amore costante di quel Padre, avrei potuto supplicarlo di accettarmi qual servo. Ma il mio Dio era pur sempre il Dio dell’amore e ancora mi amava d’immenso amore. Sebbene io lo avessi abbandonato e mi fossi recato in terra straniera per sfuggirgli, la sua misericordia non si stancava d’inseguirmi: Egli non poteva cambiare. Gli avevo rifiutato quanto gli dovevo non solo in qualità di beneficato, oggetto di un così tenero amore, ma anche in qualità di creatura sua; eppure Egli non volle castigarmi. Se un altro mi avesse fatto quel che io avevo fatto a Lui, mi sarei sentito in diritto di ripudiarlo; ma Egli non volle trattarmi così. Se pure il pentimento mi fosse stato possibile, io non avevo nulla con cui ripagare il mio Dio. Avevo offeso l’Infinito e commesso quindi una offesa infinita che nessuna creatura finita avrebbe potuto riparare. Avevo sperperato i miei tesori d’amore e non potevo aspirare ad altra sorte che a quella da me scelta. Ma Egli trovò la soluzione, per Sé come per me. Infinito e costante nella misericordia e nell’amore, Egli trovò il mezzo con cui pagare il mio debito. Giustizia si farebbe nei suoi riguardi, e al tempo stesso mi verrebbe reso l’amore sol ch’io lo volessi. E sarei perdonato, restituito alla perduta dignità, rigenerato sulle mie stesse rovine, e mi verrebbe dato un cuor puro e nuovo, anzi più di prima capace d’amore. E come poteva farsi tutto ciò? Debbo ancora servirmi di espressioni umane, ché altre non ne conosco. Debbo rendere la verità nell’unico modo in cui essa mi appare, “in maniera oscura e come in uno specchio”, ma io so che l’ombra che vedo è reale, sebbene non altro che ombra di una realtà assai più grande. Un giorno conoscerò anche la realtà, così come sono conosciuto io stesso. Dio Padre guardò dunque la sua creatura, diletta per quanto ostinata, la guardò e ancora l’amò. Dio Figlio, la Sapienza, il Verbo del Padre, guardò pure la creatura sua poiché “per Lui tutto fu fatto e nulla fu fatto senza di Lui”. E vide l’offesa recata dall’uomo al Padre, offesa che l’uomo non avrebbe mai potuto da sé riparare. Lo Spirito Santo Dio, l’amore del Padre e del Figlio, vide l’ingiustizia del peccato; e l’ingiustizia doveva esser riparata. Non poteva quel disaccordo durare per tutta l’eternità: fosse pur necessaria per ciò una riparazione divina, l’amore e l’onnipotenza di Dio ne troverebbero il mezzo. L’uomo sarebbe salvo, sol ch’Egli volesse accettare la salvezza offertagli. Dio stesso lo salverebbe, anche a costo di farsi uomo per pagarne il riscatto, fino all’ ultima stilla del suo sangue. – Ecco, in sostanza, ciò che costituisce pel Cristiano la dottrina della riparazione e della Redenzione. Considerata da un punto di vista umano e coi soli mezzi umani, essa ci appare incredibile, fantastica addirittura, null’altro che un sogno poetico; lo stesso San Paolo sembra talvolta sbalordito che si sia compiuta così grande meraviglia. Ma considerandola dalla visuale di Dio, guidati dalla visione e dall’amore di Lui, riconosciamo in questa sua immolazione l’espressione più completa della sua natura, e dobbiamo dire che era proprio degno di Dio fare tal cosa e in modo talmente magnifico. Egli è l’amore essenziale, e se mai fu compiuto atto di vero amore esso è precisamente la Redenzione. Quell’atto superò qualunque sogno umano anche il più ardito, ma fu atto ben degno di un Dio amorosissimo e in perfetta armonia col suo amore infinito. L’uomo non sarebbe mai giunto a concepirlo, e, misurandolo alla sola stregua delle sue facoltà umane, dubita che un tale eccesso d’amore sia possibile. Ma nell’accettarlo perché Dio stesso ha detto che così è, per l’autorità e sulla parola di Colui che l’ha compiuto, l’uomo deve dichiarare che solo un Dio d’amore poteva concepirlo e compierlo. « Dio ha talmente amato il mondo da dare il Figlio suo Unigenito ». (Giov. III, 16). “Cristo mi ha amato e ha dato se stesso per me”. (Gal. II, 20). “Da questo abbiamo conosciuto la carità di Dio, perché Egli ha dato la sua vita per noi”. (I Giov. III, 16). – “In questo si manifesta la carità di Dio verso di noi, che Dio mandò il suo Figlio Unigenito nel mondo affinché per mezzo di Lui abbiamo vita. In questo è la carità; che senza aver noi amato Dio, Egli per primo ci ha amati e ha mandato il suo Figliolo come propiziazione per i nostri peccati ”. (I Giov. IV, 9, 10). Eppure l’amore non ha ceduto per nulla affatto sul debito d’ onore contratto verso Dio stesso. Poiché dobbiamo ricordare che, oltre che infinitamente amoroso e misericordioso, Dio è infinitamente giusto, giusto verso tutte le sue creature come verso se stesso, e l’opera del Figlio di Dio è opera di amore infinito ma anche di infinita giustizia. L’offesa della colpa commessa contro un Dio infinito è offesa infinita nelle sue conseguenze in ragione della dignità dell’offeso, ma per la soddisfazione dell’Uomo-Dio la riparazione è completa: infinito per infinito. Anzi, considerando la Persona che ha compiuto la riparazione, troviamo che questa è sovrabbondante: il sacrificio dell’Uomo-Dio infinito dà al Padre una gloria ancor più grande di quella che il peccato dell’uomo finito gli ha tolta. – “Dove abbondò il peccato, ivi sovrabbondò la grazia, affinchè, come aveva regnato il fallo nella morte, così regni la grazia propria della giustizia, in eterno, per opera di Gesù Cristo nostro Signore”. (Rom. V, 20, 21). Così la misericordia infinita di Dio ha potuto applicarsi in pieno, pur rimanendo completamente soddisfatta la sua infinita giustizia. “La misericordia e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate. La verità è spuntata su dalla terra e la giustizia ci ha mirati dal cielo”. (Sal. LXXXIV, 11,12). Il Verbo di Dio fatto carne, vero Dio e vero Uomo, l’unica Persona del Verbo, il Figlio eterno di Dio, Nostro Signore Gesù Cristo Uomo e Dio, ecco la verità essenziale su cui si fonda il Cristianesimo. Per difenderla esso combatté attraverso secoli, per essa i suoi figli morirono a migliaia. Per essa e su di essa, il Cristianesimo ha edificato la nostra civiltà; senza di essa non esiste Cristianesimo. Modificatela, e d’un colpo modificherete l’essenza stessa del Cristianesimo. Sopprimete la divinità di Cristo e subito il Cristianesimo perde tutta quella visione, quella speranza e quell’amore, quell’energia che trascina, tutta quella gloria nella sofferenza e quella forza nella morte, tutto quello slancio verso un ideale che, fin dal tempo di Cristo, ha dato alla vita un significato nuovo ed è stato il contrassegno sicuro del suo progresso. Senza questo fondamento la civiltà che ancora si dice cristiana non differisce in nulla da qualsiasi altra civiltà o professione di fede: Senza di esso, non può vantare nessuna priorità, non può in alcun modo giustificare la propria influenza sulla storia dell’umanità, non ha nulla da replicare all’infedele. che le rinfaccia sdegnosamente l’unica superiorità dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra. Invece, una volta accettata la fede nella divinità di Cristo, sino a farne la base della nostra vita, tutto diventa subito chiaro. E non è necessario perciò oltrepassare la nostra esperienza naturale, ché anche su questa terra gli effetti di questa verità sono abbastanza visibili. Il primo, naturalmente, è che la stessa natura umana ne risulta nobilitata. Perché il Figlio di Dio, anch’Egli Dio come il Padre, si fece uomo, la condizione dell’uomo fu riabilitata. Il fatto che il Verbo di Dio, vero Figlio di Dio, per amore dell’uman genere ne abbia assunto la natura e rivestito la carne, e per esso abbia dato la vita, innalza subito la natura umana a una dignità affine a quella di Lui. Per amore il Verbo incarnato ha dato la propria personalità alla natura umana e con ciò l’ha sollevata fino a Sé; e se tale è la misura dell’amore di Dio per l’uomo quanto deve risultarne accresciuto l’amore dell’uomo stesso per il suo simile! “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci l’un l’altro… Se ci amiamo l’un l’altro, Dio abita in noi e la carità di Lui è perfetta….. – “Noi dunque amiamo Dio, poiché Egli per il primo ci ha amati. Ma se uno dirà: “Io amo Dio” e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti, chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” (1 Giov. IV, 11, 20). – In queste parole San Giovanni riassume il risultato pratico dell’Incarnazione e della Redenzione nella vita dell’uomo in questo mondo. Così, egli ci dà la chiave della storia del Cristianesimo. Ma in secondo luogo, non solo la natura umana nel suo insieme è tanto nobilitata ed esaltata; noi pure, ogni singolo essere umano che partecipa della nostra natura è nobilitato in se stesso. Poiché questo Cristo che è Dio è anche nostro fratello nella carne e in un certo senso possiamo dire che ogni uomo è imparentato con Lui. Ma non basta: come speriamo di considerare con maggior agio in un prossimo capitolo, sappiamo che Cristo ha lasciato sulla terra il suo Corpo mistico. Ad esso Egli ha incorporato tutti coloro che in Lui credono e che lo amano. Li ha resi tutti partecipi della sua stessa nobiltà divina. Proprio come il Verbo di Dio si è dato al Cristo uomo e in Esso vive, così, vedremo, sebbene in un ordine inferiore, Nostro Signore si è dato a noi e ci ha fatti una cosa sola con Lui. San Paolo non si stanca mai di ripeterlo. Noi siamo membri di quel Corpo mistico vivente; come tali ci è stato dato il diritto di appropriarci la sua soddisfazione, i suoi meriti, la sua stessa preghiera, affinché come cosa nostra possiamo offrirla a Dio in espiazione delle nostre colpe per ottener da Lui misericordia e favori. Così le nostre deboli petizioni umane, i piccoli atti di riparazione che possiam compiere, i poveri sacrifici che possiamo offrire, acquistan valore in e “per Cristo Signor Nostro”, poiché il Padre non disdegnerà preghiere e sacrifici per quanto meschini commisti al sangue del suo diletto Unigenito e animati dalla vita stessa di Lui.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (1)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (1)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

Brescia, 19 marzo 1935, Can. Ernesto Pasini, Cens. Eccl-

Brescia, 23 marzo 1935 IMPRIMATUR Aem. Bongiorni, Vic. Gen.

PREFAZIONE

 Se a questo libro è necessaria una giustificazione, l’unica plausibile è che l’autore fu invitato a scriverlo. Furono amici non cattolici a chiedergli di rivelar loro, per quanto possibile, lo spirito intimo, la vita interiore della Chiesa Cattolica. Essi conoscono, più o meno, la sua storia, e soprattutto da un determinato punto di vista; sono, inoltre, al corrente di tutte quelle manifestazioni di vita attiva della Chiesa medesima che, quasi ovunque, cadono sotto il loro controllo quotidiano. Conoscono pure buona parte del suo insegnamento che in alcuni punti coincide con quello accettato da loro stessi, mentre altri punti, quali essi li intendono, sono loro estranei o ripugnanti addirittura. Eppure essi sentono, anzi son persuasi, che l’idea della Chiesa Cattolica contiene qualche cosa di più, qualche cosa che va oltre la sua storia e il suo insegnamento, che a quella ha dato origine in passato e questo tuttora vivifica, e che è perciò superiore in importanza ad entrambi per una esatta valutazione della Chiesa stessa. Se riuscissero ad afferrare questo “quid” segreto, se potessero al pari dei Cattolici, rendersi conto del suo operare, solo allora forse si farebbe luce su tante divergenze di giudizio. Quanto appare alla superficie non può che essere manifestazione di ciò che arde dentro. Perché si diano questi segni esteriori di vita cattolica, è necessario vi sia uno spirito interiore ad animare e a permeare tutto il Cattolicesimo, a dargli quella unità, consistenza e solidarietà che innegabilmente possiede. E lo spirito che si manifesta non senza entusiasmo nella vita di ogni vero Cattolico praticante, lo spirito al qual  sono da attribuirsi i frutti prodotti dalla Chiesa Cattolica in ogni luogo e in ogni tempo. Ecco perché, secondo l’autore, spiriti avidi di conoscere questa vita interiore si sono rivolti precisamente a chi di essa già partecipa, in essa respira e di essa, come umilmente e sinceramente spera, già vive. È questo senza dubbio l’unico mezzo per poter afferrare anche un semplice barlume della verità. Nessuno che voglia veramente penetrare l’anima dell’Inghilterra si rivolgerà per ciò ad un Soviet russo; allo stesso modo, nessuno che sinceramente desideri di conoscere la Chiesa Cattolica nella sua realtà andrà ad informarsene presso uno la cui penna sia intinta nel fiele, le cui labbra stillin veleno, e che abbia in mente una gran confusione a questo riguardo. Uno scrittore siffatto non potrà mai dire la verità, di qualunque argomento si occupi. Poiché una comprensione giusta richiede la simpatia; e l’odio acceca sempre. E se pure manchi l’odio, nel significato peggiore della parola, il pregiudizio suo fratellastro riesce sempre ad alterare la verità e a farla servire al proprio scopo, finché il quadro finale che ne risulta si riduce ad una caricatura e nulla più. E ciò è particolarmente vero nel trattare di questioni religiose.  “Colui che conserva la carità nei costumi può comprendere tanto ciò ch’è evidente quanto ciò ch’è latente nelle questioni religiose — dice S. Agostino. — L’amore lo induce allo studio, l’amore lo guida nella ricerca, l’amore lo spinge a bussare alla porta; l’amore fa che in lui permanga quanto gli fu rivelato. » (Serm. 189, de Temp.). È dunque in risposta a una domanda di questo genere che l’autore ha compiuto il tentativo racchiuso nel presente volume, ed egli desidera che lo si legga nello spirito medesimo con cui fu scritto. Quella che noi chiamiamo teologia si affaccia talvolta inevitabilmente nelle sue pagine; eppure non è un’opera di teologia né di apologetica questa che l’autore offre. Egli non ha nessun mandato ufficiale e non ne accetta alcuno, né per difendere la sua Chiesa né per dimostrare la verità del suo insegnamento. Il suo compito è semplicemente quello di definire la posizione della Chiesa, di scoprire quasi l’anima propria o almeno di spiegare a chi desidera ascoltarlo le proprie convinzioni intime nei riguardi di Dio e dell’uomo. Egli perciò spera, anzi crede, che non sarà deluso e che i suoi lettori vorranno almeno riconoscergli il merito di una sincera fede in ciò che asserisce ed accettare poi quanto egli ha da dire, non solo come sua conclusione personale e come veduta propria particolare, ma come esponente di quella stessa fede ch’egli ha comune con i fratelli cattolici, sia esplicitamente nella forma o implicitamente nella pratica, fede basata su di una evidenza tale che, per lui almeno, è secondo ragione e quindi convincente. Se queste pagine non fossero tutto ciò, e si riducessero a una semplice esposizione del credo dello scrittore, non potrebbero essere espressione attendibile del pensiero cattolico. – Per lui che non è un convertito, la Chiesa in cui crede con fermezza e che ama di cuore, deriva direttamente dalla Chiesa del tempo in cui tutta l’Inghilterra era cattolica. Egli ringrazia Dio ogni giorno per il dono della fede goduto sin dall’infanzia, e nulla maggiormente lo addolora del fatto che tanti fra i suoi compatrioti han perduto l’eredità goduta dai loro antenati. Sa che molti, la maggior parte forse, dei suoi lettori non condividono la sua fede e il suo amore, né il suo rimpianto per la perduta eredità. Eppure, non per ciò li condanna, né si sente ad essi completamente estraneo. Ha vissuto abbastanza, e sotto le circostanze più varie, per sapere che differenze fondamentali di pensiero, specie in questioni di religione, sono dovute a cause molteplici, parecchie delle quali sfuggono al controllo dell’individuo. “Lo spirito soffia dove vuole”; “ il regno dei cieli è simile al lievito » l’azione del quale è segreta. Il metodo usato da Nostro Signore Gesù Cristo non fu mai un metodo di coercizione; ma allorché qualcuno a Lui si rivolgeva, Egli “lo guardava e lo amava” e ad uno, il quale non altro fece che mostrar di apprezzare la sua parola, Egli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio.” – Allo stesso modo e, l’autore lo spera, nello stesso spirito, egli ha avuto ed ha tuttora molti amici, protestanti e pagani, maomettani, indù e parsi, e ha potuto personalmente constatare fra loro tutti l’opera prodigiosa della grazia di Dio. Varie volte egli ha dovuto rammentare a se stesso, dinanzi all’evidenza dei fatti, che Nostro Signore venne sulla terra « non per giudicare il mondo, ma perché il mondo fosse da Lui salvato », e che morì, versando fino all’ultima goccia del suo sangue, non per i soli Cattolici, né per i soli Cristiani, ma per gli uomini tutti, indistintamente, come bene disse S. Agostino in tempi non troppo dissimili dai nostri e con una visione che, come sempre, abbraccia il. mondo intero, “Il Redentore venne e pagò il prezzo, diede il suo sangue e con esso riscattò il mondo. Chiedete che cosa acquistò? Guardate il prezzo versato e vedrete che cosa acquistò. Il prezzo è il sangue stesso di Cristo. Che cosa è adeguato a un tal prezzo? Che cosa, se non il mondo tutto? Che cosa, se non le nazioni tutte della terra? “In verità, o svalutano il prezzo che è stato versato o sono molto orgogliosi coloro che dicono essere quel prezzo tanto piccolo da aver riscattato solo gli abitanti dell’Africa, oppure avere essi soli tanta importanza che soltanto per loro sia stato versato un tal prezzo. Che costoro non si esaltino, non insuperbiscano. Quanto Egli diede lo diede per tutti.» (in Ps 95, n. 8). In considerazione di ciò, l’autore scrive non per controbattere alcuno, ma con la sola speranza che le sue pagine servano a riavvicinare gli uomini fra loro, “affinché possiamo conoscerli ed esser da loro conosciuti”, — ut cognoscamus et cognoscamur —, com’ebbe a dirgli or non è molto l’attuale Pontefice. Egli, dunque, di proposito si astiene da ogni parola che voglia essere di controversia o influire sulle convinzioni, le vere, le genuine convinzioni, altrui; e se una frase di questo genere gli sfugge non avrà altro scopo che quello di illustrare il suo pensiero per via di contrasto. Egli non scrive che la verità positiva, quale essa gli consta, per amici che lo hanno pregato di far ciò, e desidera che le sue parole vengano lette e interpretate come si leggono e s’ interpretano le parole di un amico. Alcuni non cattolici troveranno forse che l’interpretazione data dall’autore all’anima della Chiesa Cattolica non le appartiene esclusivamente ma è in gran parte comune a tutta la Cristianità, e condivisa anche dalla chiesa particolare della quale essi son membri. A questi l’autore non può che rispondere: “Dio sia ringraziato! Vuol dire che non siamo poi così fondamentalmente separati come credevamo.” Potessero davvero le affermazioni di questo volume riferirsi a tutti e a ciascuno di noi, a come un tempo si poteva riferirle ai nostri antenati senza distinzione! Allora la riunione della Cristianità non sarebbe più tanto lontana. Se la scoperta di un vasto campo comune sarà l’unico frutto di questo libro, esso non sarà stato scritto invano.

INTRODUZIONE

Nel rileggere quanto abbiamo esposto nei capitoli seguenti ci rendiamo conto della barriera che divide oggi gli uomini in due campi sempre più distinti. Da una parte, coloro che, senza distinzione di credo, accettano il soprannaturale come una realtà; dall’altra, tutti i negatori del soprannaturale. Per questi ultimi non esiste un aldilà o, se esiste, è cosa che non li riguarda, come non li preoccupa né minimamente li interessa il problema dell’esistenza di Dio. Ne viene di conseguenza che ogni principio fondamentale di vita deve, per loro, trovare la sua spiegazione e la sua definizione indipendentemente da Dio. La vita stessa e il suo fine, il dovere e le sue obbligazioni, la libertà e le responsabilità che ne derivano, l’amore dato e ricambiato, il sacrificio e il suo premio; il male, il suo significato, la sua responsabilità, il suo castigo e il suo rimedio; il bene, il suo valore, la sua nobiltà, la sua ricompensa, i suoi frutti; le relazioni dell’uomo con se stesso, coi fratelli, con la patria, con gli amici e coi nemici, infine con tutta l’umanità; il possesso, la potenza, il piacere, il diritto e la giustizia, la verità e il vizio, tutte queste cose esigono per coloro che non riconoscono al soprannaturale alcun diritto di cittadinanza definizioni affatto diverse da quelle che i credenti accettano. Anzi, definizioni vere e proprie non possono darsi: quando l’uomo si è fatto ideale e misura di se stesso, proprio giudice e proprio fine, tutte le realtà sopra elencate debbono servire a lui solo, e, per quanto si voglia dissimularlo, debbono ridursi a strumenti per la sua personale soddisfazione. Chi abbia questa mentalità troverà il nostro libro privo di ogni significato. Se ne sentirà anzi irritato e spinto forse a disprezzarlo. Lo giudicherà empirico (termine questo che non è proprio soltanto della generazione presente) e antiquato, un insieme di illusioni, un sogno vuoto di senso comune, non confermato dall’esperienza, forse addirittura una invenzione dei preti per adescare e asservire le anime libere. Chi non sapesse vedere altro in questo libro sarebbe pregato di metterlo da parte: esso non è fatto per lui. Ma noi vorremmo almeno dirgli che la vita e gli ideali ch’esso ha cercato di descrivere sono stati per ben quindici secoli ideali indiscussi, e che, per quanto antichi, hanno ancora la novità e la freschezza dei fanciulli e dei giovani che ogni anno, a milioni, continuano ad assorbirli e ad edificare, su quelli, la loro vita. E non basta: oltre ai trecentocinquanta milioni di credenti Cristiani ve ne sono altre centinaia di milioni, che noi talvolta chiamiamo pagani, pei quali il soprannaturale è una grande realtà e pei quali l’ideale descritto in queste pagine ha un significato pieno ed accettabile. La miscredenza moderna è un fenomeno molto isolato; tende a diffondersi, ma, in confronto della estensione della razza umana e dello stesso Cristianesimo nel cui seno sorge, è ancora poca cosa, ristretta in un alveo tutto suo. Le danno il nome di nuovo paganesimo; in realtà, per render giustizia ai veri pagani, dovremmo chiamarla in altro modo, ché i pagani autentici la condannano ancor più dei Cristiani. Ma nell’altro campo sono coloro pei quali Iddio e il soprannaturale sono una grande realtà, coloro che sanno in chi hanno riposto fede e che hanno la certezza di non essersi ingannati. Essi credono, e la loro non è una semplice opinione, di appartenere a Dio, e sanno ch’Egli si prende cura dei suoi. Credono che Dio ha parlato e ci ha detto cose che mai avremmo potuto scoprire da soli, e ch’Egli ci ha dato delle leggi e dei precetti per la regola della nostra vita. Per essi quindi, dal momento che Dio ha parlato, la vita e il dovere, l’amore e il sacrificio, il male e il bene, il diritto e la giustizia hanno significati e definizioni assai più chiari e sicuri di quelli che l’uomo avrebbe mai potuto da sé immaginare; hanno delle sanzioni che rendono quei principî, come la civiltà su di essi imperniata, molto più saldi di qualunque cosa l’uomo possa da sé solo costruire. È per costoro in primo luogo che fu scritto questo libro, possano essi, o no, convenire in tutto ciò che contiene; il loro consenso, per lo meno, riposerà sui principî primi intorno ai quali autore e lettori sono d’accordo. Senza questa intesa iniziale diverrebbe impossibile ogni ulteriore comprensione reciproca.

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (2)

LO SCUDO DELLA FEDE (218)

LO SCUDO DELLA FEDE (218)

MEDITAZIONI AI POPOLI (VI)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE VI.

Come ci prepariamo alla morte?

i denti anneriti, resta spalancata la bocca, e l’anima da quell’orrendo cadavere viene già trabalzata al tribunale di Dio!… Il Sacerdote nel tremendo istante stringendo nelle sue mani tremanti quelle mani convulse: Figliuol mio, grida, vi è ancora misericordia! io vi assolvo in nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo… Gesù, Gesù, salvate quest’anima! Gesù, Maria, Giuseppe, ricevete quest’anima nella sua agonia… Angeli, Santi, accorrete !!… Ed egli vomita l’anima in braccio al demonio!… Signori, disingannatevi! una vita non mai preparata alla morte va per lo più a terminare così.

Noi lavoriamo, lavoriamo per raccogliere un po’ di beni di terra; e alla morte tutti i beni raccolti ci cadon di mano per terra. Noi corriamo appresso a lusinghevoli vanità; e nell’atto di raggiungerle, vanno in dileguo. Noi ci stringiamo di tutto cuore alle creature che ci sono care; e quando crediamo di amarle per sempre, ci si corrompono in seno. Noi travagliamo, travagliamo in tutti questi pochi anni di vita per ammucchiare un poco di polvere, che noi chiamiamo ricchezze; e la morte ci percuote, e ci fa cadere cadaveri sui mucchi di polvere, che abbiam raccolti! Ah che cosa è mai questa povera vita nostra? Un fiore che brilla di vivaci colori alla mattina: dice san Gregorio Nazianzeno, ed è appassito e morto la sera: una soffiata di vento, che passa rumoreggiando, e non è più; una nave che scivola a vapore sull’onde del tempo, e non lascia un segno del suo passaggio: è un lampo di luce, che gitta nella oscurità! Che è mai la vita anche dei grandi del mondo? Hai mai veduto il polverone che s’innalza dietro il carro, il quale corre sopra via d’estate? Guardalo da lungi: quando gli danno dentro i raggi del sole, ti par un monte d’argento; corrigli vicino: dov’è il monte d’argento?… Precipitò la polvere per terra! Signori, il tempo della vita è come un rapido torrente, che rompendo tra i sassi scorre appiè del trono di Dio, e porta via sul filone dei fiotti, come fuscellini a galla, le generazioni degli uomini, e le trabocca nell’abisso dell’eternità: e noi, come le bollicine di spuma restate per poco ad un fil d’erba attaccate, traballiamo un istante sul vortice dell’acqua veloce del tempo, che ci travasa tutti nell’oceano dell’eternità. Eternità, che sei tu mai? Se io domando alla ragione che cosa è l’eternità, la ragione mi risponde: ne ho un sentore, ma non l’intendo. Se lo domando alla filosofia, mi dà per risposta: l’ammetto, ma mi confonde! Se domando alla mia coscienza, che cosa è l’eternità, mi risponde: mi fa paura! Ma che cosa è mai dunque questa eternità in cui corro a buttarmi dentro?… Non mi resta che domandarlo alla Religione, la quale mi risponde con chiaro concetto: l’eternità è il paradiso, o l’inferno, che duran sempre! Lasciamo le baie, o signori, lasciamo gli scherzi di questo mondo di un’ora, e prepariamoci alla eternità, che troveremo alla morte tale, quale noi ce l’abbiamo preparata nel tempo della vita; poiché la morte rende l’eco della nostra vita. Provatevi a gridare là dove risponde l’eco, e la vostra voce istessa vi ritornerà ripercossa all’orecchio. Siete voi vissuti senza pensiero di Dio? Ahi! alla morte vi troverete abbandonato da Dio; e l’uomo abbandonato da Dio in morte è uom perduto in inferno. Cercate voi Gesù, frequentate i Sacramenti, per salvarvi in braccio a Lui? Morirete nel bacio di Gesù in pace ed entrerete nel gaudio del Signore, ch’è il paradiso! La vita adunque non è che una prova, una scuola per imparar a morir bene. Ecché? L’artigianello nella bottega dell’operaio al tirocinio lavora senza paga per anni, a fine di apprendere un povero mestiere da campar grama la vita: lo studente consuma il fior della gioventù nei difficili studi, per tornar dalle università laureato È in patria: e poi? poi in fine muoiono. Eh valeva di spendere tanto di vita, per vivere onorati così pochi anni? Ma era prudente cosa, mi risponderebbero tutti, il provvedersi da vivere in questi pochi anni. Bene sta. Ma non sarà prudente lo spendere questa breve ora del viver nostro, per prepararci ogni ben di Dio per tutta l’eternità? La scuola adunque della morte è la più ragionevole, la più utile delle scuole. Faremo perciò questa sera un po’ di scuola per imparare a morir bene. La faccia ogni mese chi vuol assicurarsi la vera sua fortuna, il paradiso. – Signori, noi moriam tutti. Lasciamo adunque i pregiudizi: una cosa è la più importante, ciò è trovarci alla morte preparati pel paradiso: e chi di noi non si prepara a morire con buone Confessioni, e coll’unirsi a Gesù Cristo nella vita cristiana, va per lo più con una cattiva morte a dannarsi all’inferno, laddove chi in vita cerca coi Sacramenti di unirsi a Gesù nel corso’ di una vita cristiana, riceve la corona della sua vita devota a Dio in una beata morte: ha il paradiso. Salvatore nostro Gesù, Voi che fino nelle ansie della vostra agonia consolaste il peccatore che vi domandava di aiutarlo a morire, tirateci Voi tra le vostre braccia per prepararci a spirare devotamente e nel vostro Costato. E Voi, o Madre santissima addolorata, che col cuore straziato assisteste nell’agonia il Divin vostro Figlio, deh! per questa tremenda angoscia vostra mostrateci fin d’ora a prepararci alla santa morte, cosicché nell’agonia i figli volino in braccio alla Madre in paradiso. Pregate adesso, e nell’ora della nostra morte: ora pro nobis nunc et in hora mortis nostræ. Noi non possiam lusingarci di non aver da morire; tuttavia pare che crediamo di allontanarne il pericolo col non pensarvi. La morte ci atterrisce il al solo immaginarla; e noi col non pensarvi ci bendiamo gli occhi e corriamo a perderci senza spavento. È terribile la morte del peccatore; ma si batte tranquillamente la strada che conduce a quel termine tremendo! Deh provvediamo a metterci in salvo dal più orribile di tutti i pericoli, dalla mala morte. Fra poco tempo, e quando non l’aspetteremo, verrà il momento in cui noi ci troveremo sul letto a tmorire. Vedremo che le visite degli amici si fanno più rade; i medici nel loro fare incerto ci lasceranno comprendere che non ne possono più niente; i congiunti intorno con una insolita tenerezza… ci faranno uno sforzato coraggio; ma noi leggeremo facilmente negli occhi dei nostri cari, che vanno nell’altra camera ad empire le mani di pianto sulla nostra disgrazia! Intorno a noi una morta calma, un cupo silenzio … Qualche amico più confidente ecco viene fino all’uscio della nostra stanza, fa capolino, e si tira indietro dicendo: che non vuol disturbarci; ma è perché ha paura di noi che siam tantosto cadaveri!… Una persona, per lo più devota, si fa appresso del letto e con una confidenza mai non usata ci dice, che dobbiamo farci coraggio, che si prega per noi, che staremo meglio, che si spera… ma che sarebbe bene… per la quiete della famiglia… per divozione… È che? — Ricevere i Sacramenti al letto! — Oh Dio! — dobbiam dunque morire? — Che terribile colpo, che rompe sull’istante tutti i nostri disegni!… Noi qui nel mondo siamo come il pulcino sull’aia che va razzolando per entro alla lolla, e se trova qualche granello, batte le aline, saltella vivace; quando ecco l’avvoltoio gl’irrompe addosso e stridendo lo porta via. Mentre noi siamo tutti affannati ad arraffare ricchezze tra la polvere della terra, ahi! come aquila, che rapida piomba, ci cade addosso la morte, ci artiglia, ci porta nell’eternità; e delle cose del mondo forse non ci restano che sole le nostre colpe. Finché la sanità è fiorente, della nostra coscienza non vediamo che la superficie: un lungo abito di peccati si guarda come un solo peccato; e delle nostre passioni ci salta agli occhi solo la più tiranna. Ma la moltitudine delle nostre colpe, da noi tutti i giorni incautamente ingrossata, sta come una turma di assassini in agguato, per assalirci nel terrore di quella ultima confusione. Allora ah ci assalgono tristi fantasmi, immagini di tali persone e di tali fatti che… ah stanno come spettri, dinanzi agli occhi: e crudi rimorsi, come serpi mordono nel cuore; e più l’anima si addentra in quel tenebrore, i nemici ingrossano a furia, a maniera delle nubi nell’ora del temporale. Io non so, o fratelli, se voi non vi siete mai trovati in mezzo ad una solitaria campagna sul far della notte tra lo scoppiar di una tremenda burrasca. Allora buio il cielo, e dal tetro orizzonte nubi biancastre scorrono basse basse ad investir la terra: il mar ribolle ruggendo, e sopra esso nell’aere scuro il bianco airone fa il largo giro, mette uno strido, e si tuffa nelle onde. Allora gli augelli cercano un cavo negli alberi dove nascondersi; le fiere del bosco escon di tana, fiutano in alto, sentono odor di tempesta, e si rintanano; e fin le piante par che abbassino i rami ad aspettarla. L’aere è negro negro, romba il tuono, guizzano lampi, che ah! fan vedere più spaventosa la tempesta sul capo. Allora cerchiamo un nascondiglio a riparo. Così il povero peccatore, quando la morte lo sorprende non preparato. In quella tempesta d’affetti, tra il rombar di rimorsi e le immagini di peccati, guizzano certi lampi di verità, che abbruciano l’anima: e succede orror di sepolcro, terror del giudizio, buia eternità, truce bagliore d’inferno!… Il peccatore meschino cerca rifugiarsi, con fremito convulso abbranca le lenzuola, e tremebondo in tutte le membra, dice rotto, che vuole andare a casa!… Gli astanti impauriti mormorano sommessamente: Poverino sta male di morte! – Ma egli si sforza di riaversi, e dice a se stesso: che non morirà. Si cerchi un altro medico. Viene a consulta il più dotto del luogo, il quale con quel suo gran fare lusinga a parole; e l’ammalato trangugia in tremito gli ordinati rimedii, quasi bevesse la vita. Così, mentre si sente morire, per un fil di speranza si attacca furiosamente alla vita che manca. Come l’uomo che barcollando dalla vetta del monte scivola sulla rupe che gli sfugge di sotto: cerca sorreggersi, e precipitando sì aggrappa agli sterpi, s’arraffa alle spine, ma gli sterpi e le spine gli scappan di mano; gira le braccia per attaccarsi, quando piomba giù a rovina; nello stesso modo il disgraziato si attacca più vivamente al mondo quando la mano di Dio dal mondo lo balza nell’eternità. Oh morte, amara morte, così mi separi dal mondo? Siccine separas, amara mors ? Ma conviene che egli si disponga a confessarsi. I parenti si consultano… E quale sarà il suo confessore? Si guardano in volto con peritosa incertezza, e la consorte sospira con un gemito! La buona tutti gli anni alla santa Pasqua lo scongiurava che adempisse al principale dovere del Cattolico, si riconciliasse con Dio nella Confessione: ed egli in risposta una truce bestemmia. Ma intanto la morte si appressa. Presto, un Confessore qualunque!… Signori, ho da scoprire una piaga?… Eh mi è più cara la vostra salvezza che non il nostro onore sacerdotale! Io parlerò di coloro che, guardando la Pasqua come un tributo ancora da pagarsi al rispetto umano, con maligna accortezza si scelgono per Confessore un povero Prete, la cui vita mondana non possa essere di molto rimprovero alla loro propria, che vogliono continuare in peccato. Fermano nell’angolo della sagrestia un malcapitato Sacerdote, fosse pure un uom di piazza, e: fammi da profeta tu: esto mihi propheta! Dicongli in loro linguaggio. Giacché pensano che non avrà tanto zelo inquieto da disturbarli nella loro vita oziosa. Scelgono insomma un condottiero cieco, che li meni nel proprio accecamento in perdizione! Si cæcus cæcum ducit, ambo in foveam cadunt. Quanto è terribile Dio nella sua vendetta! Il peccatore voleva un Confessore mondano in vita per continuare ad offenderlo: ed ora per colpire il peccatore coll’istessa arma, in pauroso castigo… lascia che il peccatore sopra morte s’abbia un Confessore mondano! Ahi quanto è poi arido lo spirito del mondo! non ha una consolazione da dare nell’ora della morte! In tutta fretta, con alcune tronche parole, il prete voluto l’ha già confessato e assolto; se ne sbriga in furia, e va, abbandonando l’infelice morente nel terribile impegno di morire senza essere ben preparato. – Può avvenire che qualche anima buona tenga modo che gli sia mandato al letto un Confessore santo. Allora l’uomo di Dio lo vorrebbe disporre colle industrie della carità, e: Mio signore, da quanto tempo si è confessato?… Ed egli a lui: è già tanto…; non mi ricordo. — Ma da quanto tempo in questo peccato?… — Sempre: è il mio debole. — Ma quanti anni in questa pratica cattiva?… — Eh tanti anni…; ne aveva bisogno. — Dio della misericordia!… Ma qui è necessaria una confessione generale! — Per formarsi alla meglio un giudizio, il Confessore esamina… interroga… Ahi! con una mente che vacilla, con una memoria che si confonde, con un cuor che si spegne, con una lingua già incadaverita come stenebrar quegli abissi? come schiarire quella confusione di orrori a fine di metter in calma quella coscienza?. Ancor cerca di penetrarvi; ma l’infermo si conturba, si fa rosso infuocato… Il Confessore si accorge che egli diventa tutto convulso!… L’ha da far morire di spavento?… Tanto è inutile:… non lo comprende più!… Alza la mano, e gli dice tremando: Io ti assolvo per quanto posso… — quasi a dirgli: Va, ché sarai più esattamente giudicato da Dio! — Grande Iddio! uscirà quest’anima in tal confusione: si sveglierà scagliata ai piedi del tremendo tribunale della vostra giustizia, senz’altro intervallo tra una vita di peccato e la severità del vostro giudizio, che il vaneggiamento di pochi dì di malattia in furore? Sì, la settimana passata diguazzava ubbriaco in tempo delle funzioni nella bettola, e girava la notte a peccato proprio in quest’ora; stanotte va al giudizio di Dio: tre giorni fa nella casa del peccato, ora ad essere giudicato da Dio: senza altro tempo in mezzo tra il peccato mortale e la severità del giudizio tremendo; si, senza altro intervallo che di tre giorni di vaneggiamenti e di frenesie in furore. – Ben consolatevi voi, o cari, i quali in questa missione comporrete a pace la vostra coscienza, e per l’avvenire confessandovi sovente, così avrete il conforto di trovarvi preparati al giudizio di Dio. Alla morte chiamerete al letto il Confessore vostro: egli verrà, e il Confessore sarà l’amico che non abbandona l’amico nell’ora della paura: sarà come il medico che viene a calmarvi gli spasimi dell’agonia, sarà come un padre tenero ad asciugarvene i freddi sudori. Il Confessore sarà per voi come un Angelo che viene dal cielo a versare il balsamo del Sangue di Gesù Cristo sulle piaghe del vostro cuore tanto lacerato in quell’istante; o più ancora il Confessore sarà un ambasciatore, un vero plenipotenziario mandatovi dal Signore a dirvi a suo nome: Confida, o figliuolo, i tuoi peccati ti sono rimessi; ti do la scritta del perdono: presentala al giudizio segnata dal Sangue di Gesù Cristo: confide, fili, remittuntur peccata tua….. in nomine Jesu Christi: Amen. Noi, buon (GesùRedentore, vi baciam nel vostro Costato, perchévoi, che avete provato le angosce dell’agonia, ci deste la Confessione per farci spirar consolati nel vostro Nome. Ma può avvenire che noi moriamo all’improvviso. Dio tremendo! Avviene pur troppo che il peccatore sia là colla creatura del peccato, e che essole cada morto sui piedi all’improvviso! Capita che nel furor di una perdita di giuoco uno squarci labocca ad una bestemmia, e muoia colla bestemmia strozzata in gola! Che un altro sia là sul letto dei piaceri addormentato; e la morte gli dia il colpo…oh e’ si svegli sepolto in mezzo ai demoni nel fuoco d’inferno! Deh, deh pensatevi sopra (gridava per terrore infuocato s. Leonardo da Porto Maurizio).questo pensiero vale una predica! Uno può essere in peccato mortale addormentato, sentire il colpo di morte, aprire gli occhi e trovarsi all’improvviso sepolto coi demoni nel fuoco d’inferno! Pensateci, vi replico atterrito col Santo, pensateci!…Di certo si muore all’improvviso! anzi si muore troppo frequentemente all’improvviso. Noi non sappiamo bene se siano o i perturbati elementi, o i nostri metodi di vita alla moderna; se siano le passioni di più esacerbate, ovvero, come speriamo, se Dio colpisca in misericordia i buoni per dare avviso ai malvagi. Egli è un fatto che le morti improvvise si van ripetendo in tutti i luoghi a universale terrore; e voi le contate pressoché ogni giorno. Nei passati tempi qualche volta accadeva una morte improvvisa; ma era come uno scoppio di un di quei globi roventi, che di rado cadono di cielo, e nella loro caduta fan sentire un gran rombo le cento miglia lontano. Così le rade morti improvvise spandevano il terrore in tutto un regno. Si raccontava nelle famiglie nostre: il tale in quella città è caduto morto all’improvviso: restavamo muti un istante, poi un bisbigliare tutti colla nostra madre la preghiera: A morte improvisa libera nos, Domine!…. Ora queste tremende morti si ripetono tutti i dì; e noi assuefatti le ascoltiamo con una indifferenza che fa spavento. Se facciamo il calcolo quanti ne muoiano ad ogni mille, il conto ci dà chedi noi ora qui in questa chiesa molti troppo dovrebbero morire all’improvviso. Eh che la morte giàci mira alla vita! ah che qualcuno cade forse colpito ora… Guai a me! guai a voi! All’intronar tutt’intorno di quei colpi di morti improvvise io trabalzo in mezzo di voi strillando, come fa la chioccia sull’aia quando in mezzo ai pulcini guarda inisbieco in alto lo sparviero, il quale va roteando alarghi giri; fa la svolta, e stendendo gli artigli e il rostro giù, si vibra a terra. Garrisce la povera gallina madre che ella è: arruffa le penne, sì dibatte dell’ali, trabalza atterrita, croccia, croccia; e chiama crocciando i pulcini a salvarsi sotto la vita sua!…. Ah… piomba il falco! la si dà morta per terra!… poi si rialza… Oh le manca un pulcino! Ascolta in aria, e sente che geme negli artigli al girifalco… Corre furiosa: batte coll’ala i pulcini sperduti, e caccia tutti in un buco a salvarsi. Anch’io, anch’io vedo in alto che va roteando la morte, che ci adocchia la fiera: poveri, noi, veggo che ci coglie !…… Là siamo salvi ancora!. ahi che il colpo mi ha ucciso qui al fianco un amico! di là sento urla!..,. mi ha portato via un figliuolo!…. li ci è colpito un parente!…. Ma io non ne posso più!…. Strido col cuor lacerato: Salvatevi, salvatevi tutti! Io voglio cacciarvi tutti a riparare sotto le grandi ali del perdono di Dio: voi cioè vi dovete mettere tutti in grazia di Dio, affinché non vi porti via la morte improvvisa. Ma, se saremo in grazia, non potrà forse colpirci la morte improvvisa? No certamente. Potrà ben venire la morte repentina: ma improvvisa no, perché  l’abbiam prevista, e ci siamo provveduti. — Che se vi coglierà in grazia di Dio la morte repentina allora sarà una sorpresa d’amico. Quando è già da molto tempo che un amico non ha l’altro amico veduto, ed ora lo travede tra gente in calca, gli va adagino alle spalle, gli passa la mano sugli occhi all’impensata. In questa sorpresa l’amico quasi impaurito: ma chi è? esclama: l’altro gli risponde con un bacio in fronte, bacio reso più caro da quel quasi timore della sorpresa. — Fratelli, saremo noi in grazia, noi… Oh…. che è mai?…. Mi si oscura la vista!….. Mi manca il cuore ….. ahi che muoio!… o Gesù… o Maria !… Che spavento è la morte!,.. No, non abbiam tempo di spaventarci; ché non è più la morte; vi è Gesù che mi abbraccia alla vita nel bacio del paradiso!….. Oh paradiso,.. oh paradiso… oh benedetta la predica che mi fece preparare alla morte improvvisa! Ma è da ricevere il Santissimo Sacramento. Questo è il Mistero della Fede: Mysterium fidei. State attenti. Il Signore tratto tratto si degna di suscitare la divozione, anzi la fede con miracoli; e non vi è santuario della Madonna che non ne conti la sua serie. Celebri sono quelli dî Rimini, della Salette, di Lourdes; e noi ne vedemmo a Taggia; e poi quanti operati sulle tombe dei Santi! Ora se gli empi, a dispetto di tutte le prove da soddisfare la critica più esigente, calunniano e sanno di calunniare i devoti, dicono che li inventano; noi domanderemo loro perché mai non se ne inventano altrettanti e maggiori, siccome fatti dal SS. Sacramento, il più caro oggetto della divozione di tutti? Increduli! Nol vel diremo noi: È perché il Sacramento é più specialmente il Mistero da esercitare la Fede: Mysterium fidei… Noi crediamo che vi è Gesù nel Sacramento colla fede, potenza che viene da Dio. Invano gli occhi, il gusto, le mani ci dicono che non è: noi crediamo a dispetto dei sensi, che vi è il Corpo ed il Sangue di Gesù. Invano l’eresia dei protestanti, madre infelice del razionalismo, dice che è un segno, una figura; noi, a dispetto dell’orgoglio e dell’ eresia; e delle pretensioni della ragione, crediamo, che vi è proprio il vero Corpo e il Sangue di Gesù. Invano l’umanità progredisce nelle sue scoperte; noi crediamo colla fede degli Apostoli di mille ottocento anni fa. Eh noi siamo l’umanità più dotta, più virtuosa: perché la Chiesa Cattolica colla serie de’ suoi grandi uomini e de’ suoi Santi rappresenta l’umanità più colta e più virtuosa, ed è la maggior potenza intellettuale e morale del mondo: e noi con tali dotti, che non indietreggiano mai per le difficoltà nella ricerca del vero, con uomini dalle virtù eroiche più sfolgoranti, noi, buon popolo, noi facciam con essi come un sol corpo di una mente e di un cuore solo; noi crediamo, e crediamo unicamente perché Gesù Cristo dice: Questo è il mio Corpo, è il mio Sangue: quasi non ci curando neppure di citare miracoli, avvegnaché ne abbiamo dei grandiosi, come quello di Orvieto, in cui l’Ostia consacrata mandò vivo Sangue delle piaghe divine; e quello di Torino, dove l’Ostia santissima uscendo dalla pisside rubata elevossi in aria e stette sollevata risplendente qual sole al cospetto della città, la quale le innalzò una chiesa, a monumento eterno. Noi crediamo colla fede di s. Luigi re, che chiamato a veder Gesù visibilmente apparso sull’altare nel Sacramento, rifiutò di andarvi, essendo troppo più sicuro di crederlo colla sola fede, che di crederlo per averlo veduto. Noi crediamo di tal fede da voler dare la vita per difendere la nostra credenza. E qui appare l’onnipotenza di Gesù Cristo, il quale assoggetta tutte le menti dei popoli e dei più dotti con questa sola parola: questo è il mio Corpo: questo è il mio Sangue. Ma vi ha una fede, ch’è fede così morta che a mala pena si distingue dalla vera infedeltà. Lo dobbiamo dire? Se si domandasse ad un tale, se crede in Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento, egli risponderebbe forse indegnato: sì che credo e ché non sono io protestante. Ma, se credete (gli vogliam dire) perché mai bisogna scongiurarvi per farvelo ricevere almeno alla santa Pasqua? Perché lo si lascia senza un pensiero al mondo nelle chiesuole in un tabernacoletto che … e in villano abbandono? E se credete, perché si porta in trionfo la vanità fino sugli occhi a Lui sull’altare? Questa è fede morta! – Ma per morire santamente è necessaria viva la fede cattolica. Racconterovvi un fatto. Sofia principessa di Germania favoriva i falsi vescovi protestanti che si radunavano a convegno nelle sue sale. Quei sedicenti vescovi (benché si sia dichiarato, che ciascun protestante, massime della plebe, può morire come sel crede, senza pigliarsi punto cura di aver un ministro che lo assista al trapasso), trattandosi di una principessa in punto di morte, furono un giorno al suo letto, ciascuno colla Bibbia alla mano: poiché questo è il principio dei protestanti di ogni setta, che la santa Scrittura basti a tutti i bisogni dell’anime, e che sia libero a tutti d’intendere la parola di Dio, come ciascuno vuole e come meglio gli piace. Là eglino stavano a confortarla sopra morte. Principessa, le dice un protestante Luterano, pregate, pregate, acciocché Dio vi mantenga la fede, la quale basta a salvarvi: così dice a me la santa Scrittura qui. E che pregare? dice un protestante Calvinista; la santa scrittura qui mi fa sicuro, che la fede avuta una volta non si perde più. — Ma, principessa, le dice un protestante fido a Lutero nella sua prima confessione, preparatevi a ricevere Gesù impanato: ché l’evangelo parla chiaro qui, esservi il Corpo di Gesù. — Oh no, non fate; sarebbe questa idolatria, prorompe un altro Luterano; poiché Lutero si è poi dichiarato nella seconda confessione, che questo é, vale quanto: significa il Corpo mio. — Principessa, le diceva un Luterano moderato: doletevi dei peccati, che vi saranno perdonati. — Che peccati? Noi non possiamo peccare, perché non abbiamo libero arbitrio, diceva sdegnato un Calvinista. — Sì che si può peccare, rispondevagli infuocato un Luterano dei più recisi; ma abbiate la fede, e peccate pur qui allegramente in agonia: purché crediate, fate quel che volete. — Insomma tutti si bisticciavano in quelle dispute, buttando l’un all’altro sugli occhi le parole lì della Bibbia; e mentre s’incalorivano essi, chi era nell’impegno di morire, era la principessa, la quale con gemito loro diceva: O monsignori! lasciatemi morire senza disputare! La meschinella in quelle angosce aveva bisogno di morire con fede viva e sicura, e solo nella fede cattolica può essere la fede viva e sicura. Anche Melantone, uno dei caporioni dei protestanti assisteva nella morte la madre che atterrita nell’ansietà del dubbio: Mio figlio, gli disse col solenne accento dell’anelito estremo: tu disputasti già tanto di religione:…. dimmi ora, dimmi! alla fine dei conti, qual è la religione migliore? quella del Papa, o questa nostra protestante? — Melantone non ebbe cuore di tradire la madre in quel tremendo momento, e risposele con un sospiro: « mamma, questa nostra protestante mi va più a genio; ma quella del Papa è più sicura: Hæc nostra plausibilior, illa securior! » Venite ora a vedere come un cattolico, protestante in pratica, muoia con fede morta. Il buon parroco si fa al letto del malato, che visse con una fede a suo modo; e con gentil garbo: « signore, gli dice, voi vi siete confessato ;…. posso portarvi ora il Santissimo Viatico? E il morente a lui: Che?… or qui adesso?… sono già troppo stanco! Faremo presto: riposerete meglio poi… Ma egli: Oh… voi altri preti subito importuni a disturbar un malato!… Ma, signore! (in questi poveri tempi ormai siamo ridotti a parlar così)! signore! dichiaratevi: credete, o non credete?… Se credete, ricevete presto Gesù:….. è una gran fortuna che Egli venga a quest’ora ad accompagnarvi all’eternità! che se non credete, dichiaratelo; che io mi ritiro a piangere su di voi, e vi lascio morire nella vostra infedeltà!… Colui allora: eh voi altri preti siete sempre arrabbiati!… portatemi quel che volete!… Così si prepara a riceverlo in morte, come qualche volta in vita faceva per convenienza. Il Sacerdote intanto porta il Santissimo. La buona gente (e quale? Quella del buon popolo fedele, che correva appresso a Gesù, non già gli Scribi e Farisei nel paese dei Giudei d’allora) or l’accompagna col sospiro della confidente pietà salmeggiando: Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam: « O Signore, usate della vostra grande misericordia: e vogliamo dire di cuore: veniteci ad aiutare in morte, benché noi vi abbiamo tanto lasciato in abbandono in vita. » Entra in camera il Sacerdote, portando sul petto, innanzi al morente, Gesù santissimo, nostra speranza, tesoro dei nostri cuori; e coll’accento della tenerezza: Ecco, esclama, ecco l’Agnello di Dio, di cui non siam degni; ma Egli è che toglie i peccati del mondo. Esterrefatto il morente, come in pauroso incanto (egli non s’immaginò mai di vedersi quella scena nella propria stanza, perché non fece mai, come noi, la preparazione alla buona morte,) resta come da fulmine percosso. Il Sacerdote vien sopra all’infermo, e gli dice pietosamente: Ricevi, o fratello, Gesù .che ti accompagni alla vita eterna: accipe, frater, Viaticum… qui te… perducat ad vitam æternam! — Il morente apre macchinalmentela bocca. Il sacerdote gli depone in essal’Augustissimo Mistero. Quegli lo trangugia comeun boccone di medicina amara; e tristo e cupo sinasconde il capo dentro le lenzuola. Il Sacerdotese ne va: lodate, dicendo col suo popolo, lodate il Signore, il quale si è qui con noi fermato per usarecosì grande misericordia: Laudate Dominum omnes gentes, quoniam confirmata est super nos misericordia eius. — Ma il morente resta un istanteda solo: e qui alla prova la sua fede! Hodunque ricevuto Dio? dice con se stesso… Ma, sesono tutte nenie dei preti… Ma voglio credere cheho ricevuto Gesù Cristo… Eh no: guarirò, ripetecon rabbia: e sì allora non sarò stupido io da lasciarmitormentar dai preti… Ma se muoio? Vorreicredere io… Che negro dubbio… Voler crederee non poter credere, deve essere un terribile battagliarein quell’ora di tremendo scoramento.Ecco perché noi v’invitiamo, vi supplichiamo;vorremmo tutti unirvi con Gesù Cristo nel Sacramentoqui or in vita, affinché abbiate a trovarviin seno a Lui confortati alla morte, come s. FilippoNeri. Il gran Santo, vedete, viveva tutto colcuore nel suo Gesù. Per lui trovarsi avanti all’altarevicino vicino, cuore a cuore con Gesù nel Sacramentoera un sovrabbondar di gaudio tutto celeste,era un paradiso. Quando veniva obbligato amalincuore di allontanarsene, questo Santo innamorato,in sul partire gli occhi, il cuore, tutta la personarivolgeva addietro, e tornava a sorridere all’Amorsuo Divino, e gli mandava tenerezza di baci sullesue Piaghe, e l’abbracciava nel petto nella Comunionespirituale, e si sommergeva nell’immensabontà del suo Dio. Poi — là via, me ne vado, (diceva in un gran sospiro), ma il mio cuore resta qui. Neh, mio Gesù, che terrete il cuor mio con voi, mio tesoro? — Ebbene, era egli in sul letticciuolo nello stremo dell’età consunto di forze, mezzo addormentato, o come morto; quando lo scuotono, dicendogli: Padre Filippo! svegliatevi: viene Gesù nel SS. Sacramento! E s. Filippo: Oh! il mio Gesù…..! il mio grande Amico Divino!…: pensava ben io che non mi avrebbe abbandonato… Mio Gesù! sognava appunto proprio di ricevervi ora… Ciò dicendo fa uno sforzo per balzare di letto e gettarsegli incontro: e riceve Gesù in tale estasi di gaudio, che con due occhi scintillanti di luce celeste si solleva in aria, quasi volesse col suo Gesù risorto volare in Paradiso anche col corpo prima di risorgere…: egli sentivasi in petto nel Sacramento il pegno della sua risurrezione! Deh miei cari figli, ascoltatemi. Io voglio tutto il bene vostro: noi viviamo insieme in Gesù Cristo tra le sue braccia, col Cuore suo che palpita in Divinità, e versa il Sangue nel nostro cuore: nell’ora paurosa della morte proveremo consolazioni divine. Corriamogli in braccio con orazioni giaculatorie: Gesù allora con tocchi spirituali ci farà provare godimenti di Paradiso. Tutti i di, nelle sante Messe alle quali assistiamo, giuriamogli sul suo Corpo di voler vivere insieme con Lui: ed Egli alla morte ci conforterà con tale sentimento della sua presenza, che noi in seno a lui sfideremo l’inferno. Accogliamo in petto nelle Comunioni Gesù, e noi vivremo in Gesù; e Gesù, palpitando nel nostro cuore, ci farà sentire come non siamo noi che viviamo, ma vive in noi Gesù. Così nella morte insieme con Gesù spirando, come egli vive nel Padre, noi voleremo in seno al Padre ad immergerci nella beatitudine di Dio. Pur sopra morte un cotal senso di paura anche verrà a noi…. E noi la diremo in Cuor a Gesù: Salvator mio! che tremendo passo è mai morire!… e Gesù a noi: ma la morte è un volare in Paradiso;… O Gesù, ma mi spaventa il giudizio! Ma se sono Io stesso che ti ho da giudicare. Voi, buon Gesù nostro? Voi, il nostro giudice, Voi, che tanto ci amate e cui pur tanto amiamo?… Eh noi ci abbandoniamo tra le braccia della vostra bontà: così spireremo l’anima in beata morte nel vostro costato. Voi intanto pigliatevi la seconda lezione per fare una tranquilla anzi beata morte nel bacio del Signore: è questa; bisogna vivere cristianamente in pratiche di divozione, frequentare i Sacramenti. La Madre Chiesa allora vi preparerà alla santa agonia. Ma bisogna morire: e avvegnaché si sia indurato nel male, si muore. Il buon parroco va per visitare il morente, ed osserva con ansietà alla famiglia, come pur troppo la malattia volga alla peggio; ed osserva che sarebbe dovere confortare il caro infermo coll’ultima grazia che ha in mano da disporre, ciò è il Sacramento dell’Olio Santo. Ah no, risponde vivamente la consorte: lo fareste dare nelle furie: aspettate quando starà peggio (e vuol dire: quando sì dibatterà ferocemente colla morte, che già lo avrà artigliato e lo strozzerà), allora vi chiameremo! Buon Dio! così non si può neppur tentare la prova dell’ultima misericordia, che in quel frangente pauroso viene tanto opportuna. – Il Salvatore nostro ben previde tutte le nostre paure, e col darci l’ultimo Sacramento volle dirci: Care vite di figliuoli miei, avete a morire: ma Io vi manderò la mia Chiesa, alla quale diedi in mano tutto il mio Sangue da spendere a vostra salvazione. Ella vi farà da madre in quell’estremo bisogno, in cui forse altri vi avranno abbandonato. Vi piglierà in grembo ella, vi chiamerà intorno i padri delle anime vostre (inducat presbiteros Ecclesiæ), che sono i Sacerdoti. Essi con amore avendo curato le anime vostre sanno che i peccati lasciano quasi sempre delle tracce, cui solo la virtù divina può cancellare affatto, dopo il perdono. Quindi vi porteranno nell’Estrema Unzione il balsamo del mio Sangue che salderà le cicatrici, vi ristorerà nella perfetta interezza per vivere alla vita eterna. Anzi, se sarà il ben dell’anima vostra, la virtù del mio Sangue vi guarirà anche del corpo (Noi supplichiamo i nostri lettori, predicatori, missionarii e parroci di diffondere la pratica di amministrare l’Estrema Unzione a buon tempo in sollievo degli infermi; e di cercar così modo di salvar loro la vita. L’Apostolo dice quando infirmatur, e non quando moritur. Con questa benedetta pratica, ove si proponesse questo Sacramento agl’infermi, non vi sarebbe pericolo di spaventarli, potendosi loro citar molti che girano pieni di vita, dopo d’aver ricevuto l’Olio Santo: anzi lo sospirerebbero come un rimedio pel corpo e per l’anima.). — Intanto il Sacerdote, ributtato lontano dall’empio, accorre a quell’infermo felice, che si è preparato con vita da buon Cattolico a morir santamente; e portando sul petto i santi Olii: Pace, dice, a questa casa, pace a coloro che abitano in essa. Mio buon fratello, Gesù qui vi manda un rimedio che vi ha preparato col suo Sangue, l’Olio Santo dico, che spero vi guarirà per nostra fortuna, se è bene per voi. Così avete tempo di abbandonarvi tranquillo a far la volontà del Signore, il quale vuole tutto il nostro bene. Al tutto vi toglierà dall’anima ogni resto di umana miseria, affinché, se il Signore vi volesse nella eternità, possiate volare all’amplesso del Padre in cielo, caro a Lui siccome un figliuolo del Sangue del suo Figlio. A questo avviso l’anima sospira soavemente, e guarda il Crocifisso, dalle cui piaghe aspetta il balsamo alle piaghe del proprio cuore. L’Estrema Unzione! che bel Mistero di tenera misericordia! Che consolazione, di cui abbiamo tanto bisogno, sarebbe per noi; se non ne sturbasse il piangere dei congiunti! Però hanno essi una certa quale ragione, poiché si aspetta a dar l’Olio Santo a fil di morte. Sicché si confondono le consolazioni del Sacramento collo spavento dell’agonia. Via il terrore! lasciate fare a Gesù Salvator nostro. Egli con un Sacramento apriva le porte della Chiesa a noi appena nati; Egli ora a noi in pericolo di morte con un Sacramento apre le porte del paradiso; e prima che c’incamminiamo qui in basso tra noi versa da ciascuna delle sue piaghe il balsamo sulle piaghe nostre ad una ad una, ed impronta del sigillo del suo Sangue i sensi del corpo, per serbarlo alla risurrezione. Mettiamoci qui come a far prova di riceverlo anche noi. – Il Sacerdote esclama: — Grande Iddio, siam peccatori, lo confessiamo, abbiam fatto male: confiteor… mea culpa…; abbiamo fatto troppo gran male: mea maxima culpa. Ma a voi, o Maria, Madre nostra,a voi tutti, o Beati, confidiamo le nostre miserie. Deh otteneteci voi misericordia. — Qui il Sacerdoteci fa sopra il segno di croce per ripararci sotto le piaghe di Gesù; e alzando la mano, quasi pigliasse una manata del Sangue del Redentore, ci assicura la misericordia e tutta la indulgenza dalla parte di un Dio che ha una bontà onnipotente. Misereatur… indulgentiam; e stringendosi sul petto a Gesù, cerca ad una ad una le parti del corpo nostro, dove ipeccati potessero aver lasciata qualche impressione, per ogni taccola, ogni ricordo di colpa. Vi ungiamogli occhi col dirvi: Occhi puri, che vi siete chiusidavanti a lusinghieri oggetti, purificatevi col Sanguedi Gesù Cristo, perché, dopo la risurrezione, benchédi carne, avete da contemplare lo splendore dellabellezza di Dio. Bocche sante, calde dell’alito dellacarità, profumate dell’aroma delle preghiere, purificateviancora perché vi vorran baciare gli Angioli,a cui rispondeste di qui in terra, quando eravateintesi ai loro cantici di paradiso. Purificatevi,o caste orecchie: voi vi siete serrate alle mormorazioni,ai cattivi discorsi: ora dovete aprirvi adarmonie celesti. O ricchi, datemi le vostre manipiene d’opere di carità, e purifichiamole, perchéi poveri ve le vorranno baciare per eterna riconoscenza.Anche voi, o poveri, porgetemi le vostremani disseccate, indurite negli aspri lavori. Oh mi par di toccare le mani piene di Sangue e crocifisse.Ai Gesù Cristo! Via, lasciatemi purificare i vostripiedi o tribolati; ve li hanno lacerati le spine delCalvario, seguendo Gesù colle vostre croci d’ognimaniera. Proprio con questi piedi voi dovete camminarenegli eterni tabernacoli del novello mondodopo la risurrezione. Anima cara, hai amato la giustizia,hai odiato l’iniquità; ed. ecco: il SignoreIddio, il Dio tuo Gesù ti unse coll’Olio delle celesticonsolazioni! Bontà di Dio! noi vogliam baciarviin Cuor nel Sacramento a nome di tutti i moribondinella Religione Cattolica. Ma piangiamo di compassionepei poveri protestanti, i quali per consolarei loro moribondi fanno leggere belle poesie, crudelescherno nelle angosce della morte! Sciagurati!rifiutano colle altre grazie dei Sacramenti eziandioqueste consolazioni dell’Olio Santo.Ma il Sacerdote si accorge che la cara animacosì ben preparata ormai si svincola dalla terra, e batte l’ali verso del cielo; e guardala come un amicoche sarà a momenti accolto in paradiso, dovelo vorrà ben raccomandare. Laonde si tien fortunatodi accompagnarla con ogni gentilezza di caritàfin sulla porta dell’eterno regno; e non l’abbandona più, finché non la vede introdotta. Come padre amoroso ha sempre paura che non le incolgapericolo in quel passo; e le sospira d’intorno, emanda le sue grida ad invocar assistenza: — OSignore (sentite le belle orazioni pei moribondi), oSignore, che salvaste Noè dal diluvio universale,liberate quest’anima dalle angosce della morte chetutti travolge! O Signore, che avete tirato fuori Abramodalla terra d’infedeltà, tirate quest’animada questa terra di miserie e di schiavitù nel regnoeterno della beatitudine! O Signore, che avete liberatoS. Pietro e S. Paolo, l’un dal naufragio, l’altrodal carcere, cavate quest’anima dal carcere diquesto corpo che cade infralito e scampatela dalnaufragio dell’agonia. — Ma per un fil di vita ètrattenuta ancora l’anima dal volare al cielo. L’uomdi Dio allora alza sopra del letto della morte il Crocifissoverso del cielo, e: parti (le dice come in estasicolla fortunata), parti, o anima cristiana, pel paradiso.Sei figlia del Padre celeste che ti ebbe appuntocreata pel paradiso; sei redenta dal Figlio,corrigli in braccio come figliuola del suo Sangue;ti ha santificata lo Spirito Santo col suo amore, vaa sommergerti nell’amor di Dio, beatitudine eterna!— Al morente, in vedere il Crocifisso elevato sopradel capo, par di vedere Gesù istesso, che collamano insanguinata gli apre in alto le porte del paradiso;onde dà come indietro per umiltà: padre,esclamando, padre… son peccatore! Ma il Sacerdote:Coraggio!… è Gesù che ti introduce! Ma, padre,fermatemi qui con voi un poco…; e i peccati dellagioventù? Ma e la Confessione generale? Oh! qui dite,fratelli, vorreste voi averla fatta questa confessione,e con una confessione generale aver l’anima purificatapel paradiso? Ma padre, ripiglia il morente:e le penitenze tante che facevano i Santi? E il Sacerdote:E le indulgenze che ti hai guadagnato? Avoi, signori: vorreste averne voi un bel tesoro? Eppurequando la Chiesa nella sua Casa fa dall’altarpubblicare che in tal giorno apre il tesoro dellesue indulgenze; è vero, tutti i poveri di spirito siaffollano ai confessionali a fine di cercarne pel bisognodelle loro animette: ma noi uomini d’importanzaaspettiamo a sospirarle quando siam là permorire: ridotti a dire con Filippo re di Spagna:stolto: varrebbe più avere scritto sopra un quarticellodi foglio i peccati per confessarli, ché non tuttii protocolli degli affari di Stato. Per me poi credo proprioche sia stoltezza non prepararci mai per l’animaun po’ di bene che vorremmo trovar allora in abbondanza;stoltezza vera correre qua e là affannati in tantefaccende, e non muover piede per andare ad unperdono in una chiesa… — Ma l’agonizzante contremola voce: Padre… padremio!… ho paura a morire e non so perché… — Il Ministro di Dio conla sua autorità: Figlio! Io ti comando, muori senzapaura! Grande Iddio! quale comando!.. E il morente sarà obbligato a far uno sforzo per morire senza paura? Si certo, perché il Ministro di Dio è già da molto tempo che esercita quest’autorità su di lui; e ne prescrisse il diritto: ed ora se trema il penitente per debolezza della natura, sì conforta colla grazia dell’obbedienza; e sforzandosi di non aver paura, se spira tremando, cessa il tremito, spirando nel Cuor di Gesù; e dice appena spirato: Dio della giustizia, me l’avete fatto comandar voi dal ministro della vostra bontà di morire senza paura. Signori, per presentarci al giudizio con tal confidente pietà, bisogna esser stato solito d’antica data ad obbedire al Confessore. Egli vi comanda nel corso della vostra vita di evitare quella occasione, di esercitare quella virtù, di fare quel tal sacrifizio; e voi obbedite? Obbedirete fino a morir senza  – Ma gli occhi del pio morente, quasi sazi della luce della terra, si volgono a nascondersi sotto le palpebre per fissarsi in quiete nella luce del cielo, lasciando cader l’ultima lacrima in seno alla bontà di Dio. Il cuore palpita, palpita celere;… sospende il palpito… è l’ultimo non mai provato: è il palpito confuso col palpito del Cuor di Gesù, principio di vita immortale! Miei fratelli, anche noi, anche noi, impariamo a morire così: stringeremo le mani sul petto ansante, gli occhi al Crocifisso in man del Prete, il cuor nel Sacramento. Ci scompaiono tutte le cose d’intorno: solo, come tra nebbie lontane, ci appare il lume dell’assistenza;. .. alle orecchie un sordo rumore sempre più confuso… vediamo più niente… sentiamo più niente… Succede oscurità…, tenebre fitte… solitudine immensa e silenzio… E questa la morte?… Ah no no! sarà il paradiso; oh paradiso! oh vita eterna immersa nella beatitudine eterna di Dio. Deh vogliam tutti prepararci, o miei cari figliuoli, a spirare in Paradiso a questo modo. – Però intanto chi non si prepara a morir bene così, muore pur troppo sovente di mala morte. Quante volte nella notte il buon Sacerdote sente un battere alla sua porta come d’un uomo spaventato col grido — Correte, o padre, nella stanza di quel cotale: ché già la morte lo strozza. — Il buon Parroco, presto allora gli Olii Santi ;… sale affannato per la scura scala, apre l’uscio… un odor di cadavere che lo ributta:… vince il ribrezzo: entra in camera, e vede il morente cogli occhi spalancati nella pressura dell’agonia. Si getta in fretta in furia una stola attortigliata al collo: bagna il dito nell’Olio Santo, e sul moribondo in fremito di tormenti atroci, par che dica nell’ungerlo in Sacramento: Pel Sangue di G. Cristo, occhi contaminati da tante maligne occhiate, purificatevi! (ma gli trema la parola sul labbro) Bocca infuocata da bestemmie…. da brutti discorsi e luridi contaminata e da baci:… bocca rigurgitante di ubriachezze, sii ora purificata (ma gli trema la mano!): mani piene d’opere di peccato;… piedi lordi in tante occasioni, purificatevi… Ma al Sacerdote manca il cuore; ed al morente in quella tetraggine par di vedere forse 1’Angelo dell’eterna giustizia, che gli metta sulla persona il marchio della riprovazione… Forse a lui in sullo spirare… (orrendo a vedersi!…) il Sacerdote con ispavento: signore!… fratello!… mio figlio !… gli grida;… e atterrito sta!… Il moribondo gli manda un arido sguardo… Il Sacerdote: mio figlio, fate coraggio: il Signore vi chiama ora in paradiso!…. Ma, gli guizza dagli occhi un non so che di tetro e di feroce da far comprendere quanto atrocemente si dibatta contro il volere di Dio, cogli occhi di sangue come iena ferita digrigna i denti! Il Sacerdote si volta al Crocifisso: deh, o Signore, non entrate in giudizio col vostro servo; ma colui par che dica collo spasmodico anelito: son… già… giudicato!… Parole di perdono vengono sul labbro amorevole del Sacerdote; ma le ributta quegli con un cuor di sasso… Allora l’uom di Dio stacca dal muro un Crocifisso polveroso, e glielo mette sugli occhi, gridandogli: mio figlio, eccovi Gesù: baciategli le piaghe, spirategli in cuore… Ma ahi!… la vista del Crocifisso lo fulmina di troppo terrore, e torcendosi par che dica: allontanate quel Crocifisso, mi fa spavento! Sciagurato! se ti allontano il Crocifisso, chi ti salverà? Ma il rantolo lo va soffocando: stirati appaiono ì lineamenti del volto, gli occhi sbarrati come di vetro rovente, grosse gocce di freddo sudore piovono dagl’irti capelli, stridono

Deh prepariamoci! prepariamoci alla morte!… (Si fa la raccomandazione dell’anima.)

Miei cari figliuoli! Levatevi su qui con me; cerchiamo d’imparar la maniera di fare buona la nostra agonia. (Quì si piglia in mano il Crocifisso, ed inginocchiatosi, con tutto il popolo insieme fa la raccomandazione dell’anima dicendo:) Mettiamoci qui come a spirar l’anima: gli occhi di tutti sul Crocifisso; e in tanta paura ripariamoci col cuore nel Cuor di Gesù nel Sacramento! – Oh Gesù! Oh Gesù!… Quando mi si oscurerà la vista nell’agonia…. e vorrò guardare a Voi Crocifisso, e non vi vedrò più; … vorrei dire allora, ma non lo potrò! lo dico adesso per allora col cuore a voi nel Sacramento: Gesù e Maria vi raccomando l’anima mia!… – Oh Gesù, quando nel fremito della mia agonia tenterò di stringermi colle mie mani sul cuore a voi Crocifisso, e le mie mani tremolanti vi lasceranno cadere sul mio petto ansante;… vorrei dire allora, ma non lo potrò!… Ve lo dico adesso per allora col cuor a voi nel Sacramento: Gesù e Maria, vi raccomando l’anima mia!… – Oh Gesù:… quando vorrò baciarvi le piaghe sul Crocifisso e in quel bacio versare il mio cuore nel vostro costato…. e le mie braccia tremanti convulse non potranno baciarvi più; vorrei gridarvi allora, ma non lo potrò! lo faccio adesso per allora :… Gesù e Maria, vi raccomando l’anima mia!… – Oh Gesù…, quando mi sentirò accorciare il fiato,… tremolarmi tutte le carni, e nell’anelito boccheggiante morirmi il cuore!…. oh Gesù, oh Gesù, dirò, ahi che muoio! tremendo punto!… Oh che corro in questo momento in paradiso, o nell’inferno…. E chi è che parla ora d’inferno?… Gesù! Gesù! lo spiro nel vostro Cuore l’anima mia!… Gesù e Maria… ricevete l’anima mia… in paradiso., O miei figliuoli! spireremo di dì? spireremo di notte? dove spireremo?… Vi sarà qualcun che ci accompagni colla preghiera la nostra agonia?….. Non lo sappiamo… Siamo ora qui tanti;… recitiamo il Pater noster e l’Ave Maria della buona agonia… (Pater noster ecc. Ave Maria ecc.). Gesù, Maria, Giuseppe… Angelo Custode… ricevete l’anima mia, così tutti spiriamo in Gesù in santa agonia

LO SCUDO DELLA FEDE (217)

LO SCUDO DELLA FEDE (217)

MEDITAZIONI AI POPOLI (V)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE V.

Il pericolo di morire in peccato.

Io vado, dice Gesù, mi cercherete.., e morirete nel vostro peccato. Ego vado, quæretis me.., in Peccato vestro moriemini (Joan. VIII). Grande Iddio! GesùSalvatore! e queste tremende parole dalla vostrabocca delle misericordie?,.. E quali sono coloro cheminacciate di abbandonare a morire nel propriopeccato?… E a me, mandato che sono per chiamare tutti i vostri figli a salvarsi, affidate questa paurosa incombenza d’intimar loro la terribile minaccia di lasciarli morire nel peccato?… Ma io già sulla vostra parola ho promesso a tutti il perdono e il paradiso conquistato col vostro Sangue! — Miei fratelli, in questo Spavento mi aprirò del cuore con voi, e confesserovvi, che nella vivezza del mio amore per voi vi consolai con parole forse di troppo facile carità. Però non mi chiamo in colpa. In questi poveri tempi, in cui il mondo con tutte le arti più lusinghiere cerca di rapirci dalle nostre braccia i figli, io sono come una madre, che corre appresso al figliuolo, il quale minaccia di andarsi a perdere; lo chiama colla parola della tenerezza, e per rimprovero gli grida dietro: Figliuol mio, ti hai da salvare! — Vel confesso che io cerco di presentarvi aggraziate delle lor forme più amabili le verità della Religione, che è sommo amore; ma forse spogliando in parte dei suoi terrori la parola di Dio, l’avrei per avventura resa meno efficace? Mi dorrebbe l’animo! Al tutto non voglio essere però con voi l’uomo che lusinga, ma il padre che vi vuol salvare; e come s. Giovanni l’Apostolo, dopo di aver assorbita sul petto di Gesù la carità, dopo d’aver assistito a Gesù, quando moriva per salvar tutti, tuonava poi al mondo le più terribili minacce, guai alla città dei peccatori; così io, che ho messo la bocca al Costato di Gesù, ed ho assistito nella Messa al Sacrificio delle sue misericordie, ora anch’io con parola infuocata dal suo amore griderò: guai a voi, se non vi convertite oggi che vi chiama Iddio, cari miei figliuoli; io vi supplico a pensare seriamente questa sera che, non volendoci convertire oggi, forse non ci convertiremo mai più, 1° perché non vorremo convertirci neppure alla morte, 2° perché, anche volendo convertirci alla morte, non lo potremo. Ce lo minaccia Gesù, dicendo: io me ne vado; mi cercherete e morrete nel vostro peccato! Minaccia Dio, il quale solo ci può dare la grazia della conversione alla morte; ed Egli ci fa sapere, ci manda a dire, che forse non ve la darà: minaccia Dio, il quale conosce gli effetti nelle loro cause; d Egli prevede che una vita durata in peccato dovrà poi condurci all’impenitenza finale. Ah siete voi, Gesù Cristo, che minacciate? Ma noi vedendovi colle braccia, col Cuor aperto, noi, si, nel terrore di andare dannati, a fine di cercare uno scampo, ci getteremo in braccio a Voi, né questa sera partiremo di qui senza esserci convertiti. Voi, Maria Santissima, pietosa nostra Madre, mettetemi sul labbro la materna vostra parola, per avvisare i vostri figli che non tardino di far ritorno a Dio, che quest’oggi li chiama ancora: aiutatemi a gridar forte, a gridar tanto forte, finché non si fermino, fossero pure sull’orlo del precipizio. Ah no no, Madre; nessuno si ha da perdere! e Voi dovete metterci tra le braccia del perdono di Dio questa sera, dimodoché nell’ore dell’agonia ci troviamo scampati dal pericolo di una cattiva morte: risolvendo di convertirci adesso per trovarci convertiti nell’ultima ora (Ave Maria). – Meditiamo in prima che non volendoci convertire adesso, forse non ci vorremo convertire neppure alla morte. Non vi aspettate che io voglia atterrirvi coll’orrendo spettacolo di pochi che muoiono ostinatamente dannati. Infelicissimi! che in tutta la loro povera vita fecero guerra a Dio, alla Religione sua santa, e poi finiscono col rifiutare in morte i santi sacramenti che soli li possono salvare. Non le lagrime dell’angosciata consorte, non le preghiere dei figli atterriti, non gli sforzi di tutti i conoscenti spaventati intorno al letto li possono cavare di bocca all’inferno. Essi impenitenti fino all’incredibile, ostinati come i demoni ricusano di confessarsi ed esalano l’ultimo fiato in disperazione. Queste orrende morti si lasciano addietro, come il rimbombo del tuono, tremendo oggetto di scandalo che fa orrore a tutti. Via! gettiamo una manata di terra non consagrata sull’orrido cadavere, tizzone d’inferno, e sepelliamolo nell’eterna dimenticanza. Sono pochi i quali muoiono disperati così, per grazia di Dio, fin ora; ma ci piomba sul cuore, pur troppo, un tristo presentimento che queste morti esecrate, più che nel passato, abbiano a diventare frequenti ai nostri di. Poiché i giovani educati in seno alle famiglie cristiane erano fin nel mattino della vita dalla Religione illuminati; sicché la loro fede, venissero pure le nebbie della fosca incredulità ad ottenebrarla, poteva essere sopita, ma spenta non mai. Restava essa come scintilla nascosta sotto la cenere la quale venendo scossa nella caduta d’una malattia mandava luce vivissima. L’avviso poi della morte era per loro come uno scroscio di tuono in negra burrasca; e al baleno di quel lampo le verità eterne, Dio, il suo giudizio, l’inferno, apparivano nella tremenda loro grandezza. In quel terrore era una grazia il vedersi comparire quasi là in un canto la Religione, come un antico amico della gioventù, a pregarli di cercare uno scampo in seno alla Chiesa, a questa madre nostra fortunata, che salva ancora dei figli da tutti riputati perduti! Di fatto perfino Voltaire, Voltaire sforzandosi dar indietro dall’inferno, che già l’ingoiava sopra morte, urlava: Confessione! Confessione!… — Egli era stato educato cristianamente. Ma tristi a noi! in certe famiglie i nostri poveri figli, senza che una stilla di pietà consoli il fiore della lor vita crescente, essi vengono dal seno materno buttati nei vortici di questo mondo in rivolta, balzati in ogni incontro sempre più lontani dal Signore! Or crederemmo che questi vorranno cercar di gettarsi nelle braccia della misericordia di Dio alla morte?…. Ma se guardarono sempre Dio come un nemico, il quale loro disputava le agognate soddisfazioni!… Vorranno sentirsi volentieri parlar di anima, di eternità? Ma queste verità debbono apparire loro come fantasmi paurosi al letto di morte; ond’essi respingeranno con rabbia anche le più care persone che loro le ricordano, quasi fossero in lega coi Sacerdoti per atterrirli in quell’ora di abbattimento! Faranno quindi riottosi l’ultimo sforzo per battersi, quasi contro aborriti nemici, contro i buoni parenti, contro i Sacerdoti, contro di Dio stesso.  Perciò dobbiam noi paventare che troppo debba crescere il numero di coloro che colla bestemmia in bocca moriranno nel loro peccato: in peccato vestro moriemini! – Ora parlando del morir in peccato non accenniamo a quelle morti fragorose che gettano il terrore su tutti; ma di morti che sembrano buone agli occhi degli uomini, eppure, dice s. Agostino, innanzi a Dio sono egualmente perdute. Parliamo di coloro che si preparano la mala morte alla quieta in due maniere, che dimostrano in se stesse due tremende ragioni. La prima è, che ributtata indegnamente la prima chiamata di Dio particolare anzi solenne, con cui Egli gli invita a salvarsi nella gioventù, si buttano all’abbandonata agl’inviti del mondo: e sempre più poi ingolfandosi negl’impegni e negli affari suoi, si trovano come aggirati nel vortice dei mondani avvolgimenti fino alla morte. La seconda, perché in questo stato non vogliono convertirsi per accecamento dell’intelletto, per la forza dei mali abiti, per indurimento di cuore. Accompagnatemi, o fratelli, e vi vedrete, come sotto gli occhi aperta la via per cui molti vanno alla rotta a dannarsi, nelle accennate due maniere. – Prima di tutto vi debbo mettere sull’avviso, come viene per tutti un terribile momento, forse da molti non avvertito, perché i più in sul cominciar della vita vanno sbadati ad affidarsi al mondo il quale li tradisce allegramente. È un fatto. Al giovane, quando comincia pensare da sé, vien messo dinanzi (secondo l’espressione dello Spirito Santo) la vita e la morte: ed è in quel momento (che appunto noi ancora vogliamo dire terribile), che il giovane, in quanto è da lui, dà la sentenza all’anima sua, se debba salvarsi, o se debba andare dannata. State attenti. In un momento di calma, quando il giovane si trova solo con se stesso, si presenta alla coscienza di lui Iddio con tutte le sue promesse e i suoi diritti di essere servito in tutta la vita. Se il giovane l’ascolta e vuol essere giusto con Dio, e a Dio fa omaggio di tutto se stesso, egli compie la prima giustizia, ch’è il principio dell’eterna salute. Se quindi non guasta l’opera della grazia di Dio, egli troverà in Dio tutto il suo bene che sospira. Ma a questo giovane eziandio, nel paradiso terrestre della fiorente età, si presenta il demonio colle sue lusinghe, con tutti gli allettamenti del piacere: l’invita a goder in terra, e a liberarsi, come da noiosa gente dai buoni, che gli parlan di Dio e dei suoi doveri. Se il giovane in quell’istante a Dio prepone il demonio, se a Dio volta orrendamente le spalle, quasi col dirgli: non mi curo per ora di Voi! ho troppi altri oggetti che mi sono più cari, — commette la più indegna ingiustizia: ingiustizia che vorremo dire fondamentale, perché sopra essa si fabbrica tutta la vita mondana a perdizione eterna. Così, è allora appunto che si mette dalla parte dei reprobi, e va con loro a perdersi, ove Dio non lo salvi ancora. Ributtato così orribilmente Iddio, è fatto dal giovane il primo pericolosissimo passo verso la perdizione! Venite ora a vedere come va la povera gioventù a perdersi negli inganni preparati nella nostra moderna società, in cui si cimenta: e vi resta nella vita mondana terribilmente impegnata fino alla morte! – Ai giovani leggieri, che si buttano folleggiando sbadatamente in cerca di piaceri (e sono i più), s’apre dinanzi un avvenire a mille colori storiato, quasi ampio e fiorito giardino, dove e’ si immaginano e prati e rose e boschetti e delizie. Colla foga di cuori ardenti di brame corrono a disfreno, come lascivi puledri pur calpestando ogni fior d’innocenza, e giù per la china fangosa vanno a tuffarsi perdutamente a gola in ogni pantano di vizi. Intanto al giovane più altero dell’animo s’apre dinanzi l’aringo degli onori. Egli guarda il mondo come un campo da gettarvisi dentro o a far trionfare la propria ambizione. L’accorto comprende che il mondo è sempre di chi sa pigliarselo, e che i più audaci in parole (massime ai nostri dì) se ne fanno padroni; ond’esso si presenta col linguaggio alla moda venditore di ciance nelle adunanze di società: encomia i pregiudizi in voga, lusinga le passioni dell’accozzaglia di piazza, serpeggia in basso fino ai cenni degli onorati malvagi, che sono potenti di alto locarlo per serbarlo cagnotto al proprio servizio. Per tutti poi in questa nostra società tutta nel calcolo, il gran movente è il danaro; e i godenti e le godenti insieme, anche in mezzo al fango delle più abbiette passioni, cercano le pagliuzze dell’oro; e chi è giunto in altezza di grado vuole che il sudato onore gli frutti danaro. Così quasi tutti guardano la società come un grande mercato, il mondo come una miniera da scavarne tesori. A questa fatta d’uomini già nella foia di così vive passioni se alcuno ardisce parlare di Dio, dei beni dell’anima, del Paradiso; ed eglino scioperati che sono in vita molle, s’arrabbiano contro l’importuno che li inquieta nei godimenti, e fanno come i ciacchi sozzi ì quali, mentre stan grufolando se altri li scuote mostrando loro una collana di perle, alzano il grifo, grugniscono arrabbiati e si rintuffano in brago: sus lota in volutabro luti. Agli adoratori d’ogni soleche spunta, alle banderuole politiche che varianogli andamenti col variare del vento in piazza, vorrestevoi parlare di santità di principi?! Eh diteloro che la legge di Dio non muta col mutarsi delleleggi umane; che si debba più obbedire a Dio cheagli uomini, avvegnaché potenti, ed eglino grideranno:la croce addosso ai nemici del nostro progresso!Come poi sono tutti in far danaro, se parlatedi Sacramenti, della dolcezza della pietà; sedite che fare carità ai poverelli è fare imprestito aDio medesimo; questi adoratori della bestia d’oro,per questo che l’amore assimila all’oggetto amato,hanno viscere di metallo, né si commuovono cheal tintinnio dei soldi. Intanto s’impigliano negliaffari del mondo; e gli affari del mondo sono unacatena, dice sant’Eucherio, i cui anelli si avvolgonopiù intralciati, e sempre più stringono alla vita, sinoa quell’ora in cui abbiamo bisogno di trovarci l’animasciolta pel paradiso. A siffatti impegni aggiungansile relazioni di famiglia, gli obblighi di società,certi vizi che snervano il vigore, con un cuore poiin petto che è diventato nient’altro che un pezzodi carne che vibra solo nei godimenti sensibili: evoler pretendere che (senza una grazia particolare) costoro si dien pensiero di servir Dio e di salvarsi, sarebbe lo stesso che pretendere che non fosse vera la parola di Dio, la quale dice, che è impossibil cosa il servire a due padroni: Nemo potest duobus dominis servire. E dunque troppo vero che i giovanisi preparano a morir male col gettarsi all’abbandonatanei pericoli e negli impegni del mondo.Oh ma costoro, gregge dei moderati, sono uomini del giustomezzo! Ammettono bene la Religione come una convenienza: si veramente però che la Religione non abbia adisturbarli nei loro godimenti; non attraversare le mire dell’ambizione; né inquietare l’animo loro, quando sono tuttinell’arricchire senza scrupoli, e nel voler farsi ricchi si cimentanoin tutte tentazioni di commetter qualunque peccato.Cotesta gente si forma una religione a seconda delleloro passioni, e la ripone come una statuina morta fuoridegli usi della vita, a cui dar qualche segno d’omaggio,quando il mondo padrone lo permetta. Costoro pretendonodi venire a patti con Dio, quasi Dio debba transigere conessi ed Egli accontentarsi dei ritagli che gli vorran dare della vita tutta dedita alle proprie soddisfazioni. Con Dio fanno come certi mariti infedeli colla sposa forse amata un dì, i quali per tradirla più perfidamente, senza essere da lei inquietati, le riserbano certe dimostrazioni come d’amore passato, che non sono altro che noiose moine, mentre poi prostituiscono il cuore ad altro oggetto indegnamente amato. Su via! questi uomini del gran mondo daranno a Dio una mezz’ora di noia nella Messa festiva: si accontenti il Signore; ché essi per tutto il resto del giorno santo hanno interessi di maggior importanza: convegni alle campagne, partite alla bettola, viaggi, e lauti desinari. E poi… e poi?… e poi hanno tutt’altro da fare, che servire a Dio!.. Hanno serbato questo giorno a trattare con quelle persone, a trovarsi a quel convegno, a scapricciarsi in quella città, in quel modo… che non vi dico io… Anche la signora con ogni più fina cura tutta la mattina impiega della domenica per mettersi alla parata e volteggiar a pompa con grazia nella chiesa all’ultima Messa, a cui concorrono tutti gli occupati del molle far nulla; ché non parliamo di coloro che hanno doveri che loro disputan la vita. E tutto il resto del dì passa nelle visite, nella passeggiata colla damigella, come le merci in mostra, e nei galanti trattenimenti nelle serate. Che se avvolta in gran modestia di veli, s’accosterà ai Sacramenti in certe solennità, non mancherà però al teatro alla sera, elegante alle feste da ballo e in tale miseria di vesti che…. Signori! e Messe e feste e Sacramenti non sono che moine… Si farà anche la Pasqua qualche volta; ma non sarà poi mai la Pasqua che muti la loro vita. Anzi nel coricarsi la notte ancora un segno di croce, ma alla sfuggita, quasi guardandosi indietro che nessuno si accorga che si è debole tanto. Eh che la Pasqua e il pregare in tal modo non sono che moine, con cui sì può forse lusingare la nostra coscienza, ma non s’inganna Iddio, no, il quale vede il cuor nostro troppo da Lui lontano: cor autem eorum longe est a me, e protesta di gettarci in volto certe false dimostrazioni siccome immondezze da lui troppo aborrite: projiciam super facies vestras stercus solemnitatum vestrarum. Così, quando un mondano si dedica a tutt’uomo agli affari della vita presente, resta travolto da essi quasi da un vortice in perdizione, perché ha fino la sfrontatezza di dire che non ha più tempo a pensare e che non vuol convertirsi fino all’ora della morte. – Ma il Signore con una pazienza infinita, perché è pazienza di Dio, riserba certi suoi colpi nelle ore della sua misericordia. Questi colpi combattevano ben di spesso e gettavano vinti a terra i peccatori più fieri, nei tempi in cui i Cristiani non erano scaduti in tanto sfinimento di costumi svenevoli; ma erano di caratteri energici, così che, se erano stati grandi peccatori, davan però sovente spettacoli di conversioni clamorose. Così avvenne al signor di Rancé. Udite. Egli fior di giovane principe, tra gli impegni del più bello, del più gran mondo, in mezzo alla splendida corte di Francia, vicino al trono, dal monarca ricolmo di onorificenze e di immensi favori (troppe fortune!), si lasciò impigliare in un laccio dei più fatali; io dico nell’amor di una giovine dama, invidia delle vane di quei dì. Dio d’un colpo troncò quella vergognosa catena, fece cader morta la bellissima in mezzo a’ suoi trionfi. Terribilmente colpito il cavaliere non si poteva staccar dalla tomba dell’avvenente, nella frenesia del dolore apre, dicesi, la tomba, stringe con fremito la testina della morta sul proprio cuore, fisso su di essa la guarda. Dio santo! era un teschio annerito, da cui cadevano intorno colle carni sfasciate i biondi capelli!… Questa testina da morto gli resta fitta nel cuore…: Rancé ha un bel frequentare la reggia e mostrarsi intrepido sfoggiando in splendidezze di lusso ai ricevimenti di corte: pur in mezzo a quelle splendide feste in cuor suo sta fitta la testina della dama! Rancé la sciala negli inviti a palazzo, ma tra il banchettare sontuoso la testina della dama! Rancé getta l’oro a manate nelle partite di giuoco delle grandi società; ma pur al tavoliere la testina della dama!….. Rancé non ne può più: scappa via di mezzo di un gran festino, sì chiude nell’appartamento; in quella battaglia affranto si getta sopra un sofà… Pendeva dalla parete della camera un Crocifisso prezioso (ché la moda d’allora non esigeva si scacciasse il Crocifisso, come dai nostri salotti pieni alla men trista di preziose nullità); la lucerna del tavolo pioveva sopra esso una luce velata la quale dava risalto appiè della croce ad una testolina da morto di pallido argento. « Ah! la testina della dama…. » grida balzando in piedi Rancé; e resta muto…. cogli occhi inarcati sulla testolina d’argento…. e poi sul Crocifisso…. Silenzio!…. è il momento del mistero della grazia in quel cuor che martella…. Colle mani serrate sul cuore poco appresso manda questo sospiro: Gesù Cristo! non m’ingannate Voi; no…. Voi siete Dio! dunque m’inganna il mondo…. e questa mia vita è la vita di un reprobo…; e così vado a dannarmi. — Rancé prese una di quelle risoluzioni, che gli snervati nostri direbbero incredibili; andò a seppellirsi in gola ad orride montagne, dove in breve lo raggiunsero cavalieri e uomini grandi ad espiare i godimenti della loro miserabile vita colle penitenze più spaventose alla mollezza nostra. Egli è poi questi l’abate Rancé, il quale fondò la congregazione della Trappa. – Ah signori! per convertirsi quell’uom del gran mondo dovrebbe fermarsi in mezzo alle sue goderie, e dire a se stesso: Io pasciuto sono di tutti i più raffinati pensieri: la mia occupazione ordinaria è divertirmi; non mi niego mai una soddisfazione, sia pur un qualunque peccato. Lauta la mia mensa, in questo sfarzo di casa; ed il mondo mi può ben chiamar fortunato: ma Gesù non m’inganna; se muoio sono un ricco sepolto in inferno: mortuus dives sepultus in inferno. — Quell’uomo d’affari, in quel mar d’interessi dimenticata l’anima affatto, dovrebbe dire: Le campagne, è vero, mi rendono; crescono i miei capitali; che che ne dicano i preti, in quest’impiego nessun può farmi i conti, posso pigliar a man salva, perché il mondo mi tiene in conto di uom d’onore; ma Gesù Cristo mi dice: Stolto! che ti varran le tue ricchezze in fondo all’inferno? — Insomma per convertirsi bisogna dire: Lungi da me, malaugurate soddisfazioni; lungi da me, creature di peccato: voglio riparar le ingiustizie, mortificar la carne che mi tradisce, usare ai Sacramenti, redimere le mie cattive azioni con opere di carità. Ah! che dei godenti ne vedete molti, i quali scialano per una festa da ballo, per una favorita, per una pariglia di cavalli somme, che basterebbero ad isfamare in una carestia tante povere famiglie, dove sono que’ vecchi smunti, sonvi que’ fanciulli ingialliti che basiscono; ma di questi epuloni quanti ne vedete voi far penitenza prima di morire? Muoiono adunque nei loro peccati: in peccato vestro moriemini. – Voi bisognosi sospirate nascostamente quando vedete che le usure dei signori avari vi succhiano il sangue, quando pensate che la vigna, il tugurio, il letticiuolo andrà all’incanto; che là si arraffa negli impieghi, qui si truffa nei contratti, da tutti sì mangia sulla vita della povera gente. Ma di questi ladri ben educati quanti ne vedete fare restituzione per prepararsi al giorno improvviso del giudizio dell’eterna giustizia, al rendiconto con Dio? Eh via che i mondani del nostro tempo condannano anzi fieri la severità del Vangelo, come esagerazioni fanatiche; e trovano mille pretesti per mettere al coperto i loro vizi, per palliare le molte ingiustizie. – Poi anche si gode una segreta compiacenza che sia combattuta la Chiesa, come un malvagio figliuolo gode che sia mortificata la madre, la quale del continuo avvisalo di non andarsi a perdere. Si ruba alla Chiesa, si ride delle scomuniche come di una celia; e per tutte ragioni si ripete: Eh a questi  tempi fanno tutti così! quasi il numero dei ribelli sempre crescente debba imporre a Dio medesimo! Che se la coscienza martella, per soffocare i suoi sospiri si piglia una proroga, Sì rimanda ad altro tempo lo acconciarsi dell’anima, il togliersi via quel peso che l’angustia, e far la pace con Dio. Ma quando? ad un tempo… che non verrà forse mai; quasi per noi si possa disporre delle grazie e del tempo di Dio. Mentre, oh Dio Santo! non vi è forse peccato che metta un maggior caos di separazione tra il peccatore e il vostro perdono, che questo di contarvi le grazie in mano da disporne a volontà, e fare noi da padroni del tempo! – Ma bisogna dar gloria alla bontà di Dio, che lo vuole salvo ancora col mandare a quest’uomo del mondo la più addattata misericordia, nell’ultima e lunga sua malattia. Con essa ferisce il peccatore, come una fiera che fugge; e getta a terra, diremo, sul campo del. combattimento il nemico che ama; e gli offre il perdono, sol che si arrenda. L’ultima misericordia di Dio! chetempo prezioso per riparare ad una vita ormai tutta perduta! che grazia grande conceduta per salvar l’anima ancora! Allora cessati per necessità i tanti affari che si disputarono questa povera vita, nel silenzio della camera, nelle tante buone ore di calma del male, la coscienza la quale si ridesta, il buon Angelo compagno che l’ha come raggiunto finalmente, dopo d’avergli corso appresso piangendo in tutti gli errori della vita, il rimorso, che si fa sentire, come il rincrudir del dolore di una piaga vecchia che era ormai incancrenita, e la grazia di Dio, che inquieta ed agita, tutto è disposto dalla provvidenza di Dio per lasciargli quel po’ di ultimo tempo a salvarsi. Ma il demonio allora gli manda intorno e parenti e gli amici a far che non pensi, affinché non gli scappi dagli artigli. Gli è ben vero che si sente come a dire, che il buon parroco manda a prender notizie, e che gira forse intorno alla casa, si sa che è zelante… che fa intendere se potrebbe visitarlo…; Ma: Profeta di sciagure! che vuol costui?… nessuno ha da disturbare l’ammalato… — Ma però gli si parla d’affari… vuol essere di tutto in- formato… mostra di esser ben grato a chi gli vien a rubare i pensieri, affinché non provveda a salvarsi…; da letto provvede a tutto… E per l’anima?… proprio non un pensiero!… Intanto la malattia progredisce alla rotta: mancano le latenti forze della natura: si osserva un cader lento: in volto ai cari intorno al letto si vede il terrore. …., Dunque è da pensare all’anima… Eh! no, non è ancor tempo!… È che non vuol anche allor convertirsi!…- Ma se già comincia a vacillare, e stirati i lineamenti della faccia…. appaiono i tratti del cadavere?… Ah! egli è alle prese colla morte che già l’abbranca: egli tenta invano di disvincolarsi… Finalmente anche i suoi più cari cessano di tra- dirlo. Col cuor che scoppia dagli occhi, con mezze parole gli fanno intendere, che una visita del Parroco… Egli risponde: domani ci penserò. — È che non vuol convertirsi! Grande Iddio, fin quando la vostra giustizia sta già in atto di colpire il peccatore, ed egli non alzare una mano per chiedere l’ultimo istante per combattere ancora contro la vostra bontà? Mentre gli fate battere il cuore, affinché negli ultimi palpiti si slanci in seno alla vostra misericordia; ed egli fin negli ultimi aneliti non curarsi di Voi? Non è questo un voler morire nel peccato? In peccato vestro moriemini? Ahi che è troppo vero quando il Cristiano in sul cominciar della vita non si cura di servir Dio in quel fior dell’età, e si getta all’abbandonata negli impegni col mondo, gl’impegni del mondo diventano sempre più tenaci, l’amore lo attacca vivamente e lo assimila agli oggetti dei peccati: sprofondato in quei godimenti non sa più distaccarsene, non vive più che in essi; senza mai un pensiero per l’anima, non gusta che piaceri di carne: insensibile ai movimenti della grazia, si precipita a dannarsi, perché non vuole convertirsi per accecamento dell’intelletto; per la forza degli abiti; per indurimento di cuore. Diciamo per accecamento d’intelletto; e questo avvien pur troppo ai nostri giorni più che per lo passato. Fu già notato che la tomba ricorda la culla. Perché i peccatori, anche più superbi, in fondo non sono che uomini anch’essi; e nell’abbandono delle forze sopra morte sentono un bisogno che lor fa sospirare la madre. L’idea poi della madre ridesta il sentimento della bontà di Dio che gustarono in seno a lei; almeno in quel tempo, quando le madri non erano le dottoresse invero; ma donne devote che parlavan di Dio. Ora troppo sovente le madri sono sapute, spregiudicate, anziché devotuccie: leggono i giornali, anche empi, i romanzi di passioni più calde, e li tengono sul tavoliere esposti ai fanciulli: i quali possono edificarsi almen nelle stampe contemplando per ore le più sguaiate figure. Poiché dicono: è bene che i fanciulli sappiano tutto. (Nuovo metodo di fare buon sangue: dare il veleno ai figlioletti nello svilupparsi della loro vita). Questi poi dalle famiglie via alle scuole; ed io non so quali, ma so che certo non innamorano troppo di Dio. Così anche senza molta dottrina cristiana, han la religione bella e formata.. Se pur la religione è ancora per loro tanto importante da doverne aver alcuna. Almeno si vantan esse con boria di avere tagliuzzata una religione a modo della loro testa, in cui per dogmi stanno le proprie sventatezze, per leggi le passioni, per precetti di vivere i pregiudizi in voga. Siffatta educazione basta: il resto lo faran poi le passioni. Vengono certi momenti in cui la verità eterna di Dio fa sentire la sua potenza. Un amico che si converta, un redattor di giornali che faccia ritrattazioni, un colpo di morte improvvisa in circostanze che fanno restare storditi, una predica in una missione, certi lampi di verità e di grazia da scuotere anche i più assopiti, fanno sentire il bisogno di mutar vita, e di tornare a Dio. Ma il peccatore si riscuote, e quasi si rimprovera. — Eh via, dice, sono avanzi di pregiudizi vecchi cotesti…; ora siamo illuminati noi, e sappiam regolarci. — Per tal modo vengono a dire: allontanatevi, o Signore, che i vostri lumi ci disturbano troppo: Recede a nobis, scientiam viarum tuarum nolumus. (Iob. XXIV, 144). Sono adunque peccatori illuminati; e i peccatori illuminati, senza un miracolo di Dio, sono peccatori perduti, che non vogliono convertirsi, neppure alla morte, per accecamento nelle vie del Signore; ma si danno al reprobo senso, si sprofondano nelle fogne di vizi, e il mal abito del peccato diventa natura. E in vero, quando dissennatamente da giovane si cominciarono a guardare i disonesti costumi come leggerezze convenienti all’età, i disordini continuati della gioventù lasciano un fondo di debolezza che consuma ogni nerbo; tutte le occasioni diventano cadute, e lo stato abituale di tali giovani infelici, più che una lagrimevole fragilità, è la più indegna corruzione. Usi a pascolare la carne dei piaceri, i peccati diventano quasi necessari non altrimenti che il pane d’ogni dì. Ora pretendere che chi si sbrama di carne tutta la vita, alla morte sospiri il ben di Dio; pretendere che questi fracidi sepolti in invecchiata carnalità risorgano come anime ansiose di volar con Dio in paradiso alla morte, è un pretendere che la carne marcia diventi spirito, è un pretendere che dalla natura umana si faccia il più gran miracolo di forza nell’ora del più spaventoso abbattimento. Ah! che l’abito trascina quasi con irresistibile forza a morire in peccato. E gli sciagurati che si lasciano andare disfatti in brutali stemperamenti di lascivie, che si ingolfano in bagordi continui diventano simili a quei luridi Cinesi abituati a fumare l’oppio, i quali si sentono macchinalmente trascinare nella tana dei fumatori: là si buttano al bragiere ed assorbono a gonfie guance il velenoso profumo. Fan ribrezzo al vederli! Si annebbiano gli occhi incantati, tremolano tutte le membra, e fumano ancora: barcollano….. e infine cadono nel più pauroso assopimento, fatti oggetti agli osceni scherni della bordaglia. Così il bettoliere, che s’abbandona senza ritegno a villano stemperamento di ubriachezze, ancora nell’ultima malattia agogna tuffarsi nel vino. Così la donna solita a mettersi in vanità per suscitar seduzioni, anche nel letto di morte coltiva un avanzo di bellezza schifosa in un cadavere che infracidisce. Così l’avaro col cuor sempre attaccato al suo tesoro di metallo muore rivolgendosi al danaro, che la man di Dio gli strappa dalle viscere. E chi ne’ suoi trasporti squarcia la bocca alla bestemmia, fino negli ultimi aneliti della morte, quando già lo strozza l’agonia, se sente un acuto dolore, bestemmia Cristo oggi; e dimani e’ sì trova tradotto al tribunale di Cristo. E infine chi vive da anni con la creatura di peccato in casa, là sulla sponda della bara muore giurando un’abbominevole fedeltà; ché l’abito riduce all’induramento del cuore. Terribile è lo stato a cui conduce l’accecamento dell’intelletto e l’abuso delle grazie nel continuo peccare. Allora pel peccatore indurato nel male, niente fa più spavento; e le verità più tremende hanno perduto la loro forza: onde ei si ride persino della morte e dell’inferno. Noi abbiam potuto sentirne come molti di questi peccatori dal cuor di pietra, rappresentandosi in quelle orge dei loro teatri l’inferno cogli orrori che spaventano fin il pensiero, battessero le mani esclamando: oh bello l’inferno! replica l’inferno! » Soliti a resistere a tutte le inspirazioni della grazia, sono diventati battaglieri agguerriti nel resistere a tutti i colpi. Li visiti pure un pio Sacerdote per convertirli al letto di morte; ed essi, che deridevano le cose di Dio in vita, con orribili facezie sopra morte mettono in ridicolo per anco le tenerezze dello zelo dell’uomo di Dio. Giri pure intorno al morente il santo uomo; il peccatore indurito è come una pianta morta, un arido tronco che, per coltivare che si faccia, non mette fuori un fil di verde di buona speranza: è un duro macigno che, per percuoterlo che si faccia colla verga della parola, non dà una stilla di consolazione; e se Dio stesso lo vuol salvare, deve fare il più gran miracolo della sua onnipotente misericordia: creargli dentro un cuor di carne, in luogo di quel suo cuor di macigno. – Senza questo miracolo, aspettare che si converta é come aspettare che una rupe di granito si ammollisca in olio; è un aspettare che la malizia umana ridotta alla diabolica pertinacia si assimili alla bontà di Dio. Pur troppo ci dobbiamo aspettare che costoro muoiano nel loro peccato: In peccato vestro moriemini! – Dunque questo povero uomo peccatore, che pur troppo ributtò Dio fino dalla gioventù sprofondandosi nelle vie della carne, e dandosi a cercar tutto il suo bene nel mondo, si attacca alle cose del mondo furiosamente fino alla morte, e non vuol convertirsi a Dio neppure alla morte. – Ma però spaventa ancora più il pensare, nel secondo punto, che, anche volendosi convertire presso alla morte, forse non lo potrà. – Si, il peccatore che fa conto di convertirsi alla morte, forse non lo potrà fare. Il Vangelo, questo gran libro delle verità che hanno da salvarci, mira a farcene avveduti, insegnandoci di star preparati a morire ad ogni istante, con una parabola di ammiranda semplicità, e sublime come l’eloquenza di uno splendido vero. Di dieci vergini, dice il Salvatore nostro Gesù, cinque erano prudenti, e cinque fatue, Ma però, a fine di comprendere la parabola, la quale troppo sovente diventa un fatto, giova ricordare il costume degli Ebrei, quando menavano sposa. Essi la conducevano a casa di notte; e per quell’ora invitavano le giovanette del paese, che si radunavano bianco vestite, inghirlandate di fiori, colle loro fiaccole pronte per andare incontro a festeggiare gli sposi, cui poscia in bel corteo accompagnavano in casa. Qui si chiudeva allora la porta, si apriva lautamente il convito, e le vergini in fine ricevevano dallo sposo i bei regali. Ora, dice Gesù Salvatore, tardando l’arrivo dello sposo, le dieci vergini raccolte là dormicchiavano alquanto, e poi attaccarono a dormire della grossa; quand’ecco a mezza notte risuonar l’aere delle liete grida. Lo sposo viene! su, su a fare evviva agli sposi! Sorsero le cinque prudenti; diedero presto mano alle loro lucerne, ed accesele, così allestite furono in sulle mosse. Sorsero anche le fatue, presero le loro lucerne, e lì per accenderle. Oh le senza testa! Non avevano preparato l’olio… Allora: dateci, dateci dell’olio vostro, o sorelle! Ma sì, le prudenti non ne avevano che per loro! Uscirono le sprovvedute alla cerca, e ritornarono; se non che l’ora era già tarda; la porta era chiusa, ed elleno restarono là nell’oscuro di fuori a battere i denti asciutti. Ora, o fratelli, fermiamoci sopra il pensiero, ed osserviamo com’erano vergini quelle che aspettavano lo sposo, e come lo sposo venne di notte, quando non ci pensavano. Dite voi: se quelle erano vergini, che sarà di noi, che non siamo vergini, non senza impegni, non pronti a far festa allo sposo; di noi che abbiamo tanti legami contratti col mondo, in cui tanti affari ci rubano tutta la vita; sicché non ci resterà tempo neppur quando ci verrà sopra la morte? Che sarà di noi, i quali, ben lungi dal sospirare come anima vergine il Signore, che l’invita alle nozze immacolate, adulterammo perduti in amore colle creature? Che sarà di noi, se lo sposo viene di notte, allorché dormiamo i più stupidi sonni in una vita sepolta in peccati? E notate ancora che lo sposo venne proprio quando quelle addormentate tranquillamente non sel pensavano neppur in sogno; e quand’è che l’uom pensa a tutt’altro che d’aspettare il Signore nella morte;… quando l’uom pecca…. Giusto Iddio! E proprio quando l’uomo pecca, Voi lo potete mandare alla morte, sicché cominci il peccato e prima di compirlo piombi in inferno!… Sì veramente! e chi vi assicura, mio caro giovane, che non cadrete morto li, quando vi stemprate In peccato? nessuno, nessuno. Anzi lo Spirito Santo vi dice, che anche il povero Onano accontentava la carne, quando lo sdegno di Dio in quell’istante lo percosse di un colpo, lo gettò nell’inferno, morto nel suo peccato. Chi vi assicura o donna, che ad arte vestita e ad arte non vestita in quella festa attirate gli sguardi, e seducete il cuore di tanti, chi vi assicura che non cadiate morta proprio in quel festino? Nessuno, nessuno! Anche Gezabella faceva la vana là sul balcone; e Gezabella fu dal balcone in quell’istante precipitata, e restò abbasso subito divorata dai cani. Chi vi assicura, o libertino, che non cadrete morto in una bettola tra le gozzoviglie, o in quella che squarciate la bocca alla bestemmia? Ah chi vi entra mallevadore che, colla gazzetta in mano là nel caffè maledicendo al Papa, non moriate scomunicato in sul momento? Nessuno, nessuno! Anche Baldassarre cioncava e ribeveva coi vasi rapinati nel tempio; ed oh che è mai? Gli si rizzano i capelli in testa ,… guarda cogli occhi inarcati, trema in tutte le membra :… e perché?… Ve’ una mano spaventosa che scrive sulla parete dirimpetto al re: « questa notte perderai il regno e la vita. « E Baldassarre fu trucidato in quella notte! Chi vi assicura che non cadrete morto d’un colpo in quella notte in cui girate da una casa all’altra per cercar di peccare, come va in cerca di carne l’immondo gufo? nessuno, nessuno! Anche Oloferne teneva chiusa nella tenda Giuditta; ma in quella che sognava piaceri, addormentato sul letto, il colpo di spada gli fece cadere la testa per terra, sì che dal sogno del piacere fu buttata l’anima sua nell’inferno! Ah che bene ci grida Gesù: « state preparati, perché la morte vi viene come il ladro alla vita. » E noi lo vediamo tutti i di nelle morti improvvise, nelle morti non improvvise, ma accelerate e non benpreparate, e finalmente lo vediamo nelle morti cattive. – Ho detto nelle morti improvvise. Eh fa d’uopo che io ve lo dimostri? Non siete voi anzi storditi all’intronare di tanti colpi di morti improvvise? Ahi sentesi un grido di terrore: Ah Signore! è morto qui adesso un nostro caro all’improvviso! Dall’altra parte si piange forte: Poveri noi, il nostro papà l’abbiamo trovato morto stamattina nel letto. E perché corre gente colà? Ah padre! li sulla strada è caduto un ubbriaco… morto! Là nell’osteria si è infuriato in un giuoco e vi restò morto quel tale! Quella dama nella saletta: quella signora là nel far pompa di bello spirito, cadde morta in mezzo ai signori; e quel tale seduto al tavoletto nel caffè restossi cadavere colla gazzetta scomunicata in mano!….. Ahi! Ahi! qui, e qua, dappertutto fulminano i colpi di morte improvvisa, quali lampi del furore di Dio, che lasciano intorno un fetor di zolfo d’inferno in certi luoghi!… – Vive ancora, ve lo voglio contare, vive ancora oggi in un ritiro di donne penitenti una povera figlia sempre in singulti di dolore, inconsolabile. Essendosi un pio sacerdote fatto venire, a fine di consolarla, mentre il buon prete le andava dicendo: figliuola, gettatevi nel vostro dolore ai piedi di Gesù e consolatevi nella sua misericordia, come la Maddalena! ella risposegli: no, non posso consolarmi più; ed alzando la faccia ingiallita, colle mani nei capelli, cogli occhi gonfi che pareva sanguinassero, con rotti singhiozzi, mandò un urlo con queste parole: « Ah… proprio là in quella casa… in quella tana di peccati, o in quella bocca d’inferno mi vidi appresso strozzato dalla morte negro, ah l’ho ancor su gli occhi;…. li negro come un carbone, l’orrido uom del peccato…. » Deh figliuoli, abbracciamo atterriti le ginocchia a Gesù nel Sacramento: ripariamo dai colpi della morte in petto a lui nel Sacramento, e gridiamogli nel suo Cuor ch’è nostro: « A morte improvisa: libera nos, Domine! » – Ma vi hanno delle morti che mandano all’inferno alla quieta, perché, quantunque non improvvise, non sono però preparate e, se non fan rumore agli orecchi degli uomini, sono però morti egualmente di perduti dinanzi a Dio. Non si è spenta all’improvviso quella persona, ma le venne uno svenimento … accorre il medico… e dichiara che è un accidente di apoplessia. Presto dunque, si chiami un prete… Cento preti son sempre pronti in città; in quell’istante non se ne trova alcuno….. Là, che giunge tutto affannato, mezz’ora dopo….. « Padre, singhiozzava or ora;… adesso è assopito.., Ahi il cuore non batte più :…. non ci resta che piangere!…. » Castigo di Dio: costui era solito di dire: di preti ve ne ha troppi. » Non è morta all’improvviso quella donna; ma un parossismo di febbre l’assale, la getta irrigidita sul letto. Aspettiamo che ritorni in sé: ora è in lotta colla febbre… No, no, è in lotta colla morte che già l’uccide!… Corre il sacerdote e trova un cadavere che ancor respira; l’assolve subito; ma, eh no che non giugne ad assolverla, quell’anima è già nella eternità!… Non è morto all’improvviso quell’uomo; un colpo di sole in campagna lo colse: ha un afflusso di sangue al cervello, e son due giorni che smania infuocato in furore. Il buon sacerdote gli gira intorno con carità, stringe colle proprie mani le mani al frenetico: ma tocca forse il cuore a quel meschino? Gli fa ripetere: « Gesù e Maria!» cari Nomi, nostre speranze … ma sbuffando in furor quel meschino rompe in questi Nomi in tal orribile modo, che il sacerdote resta incerto, se quegli preghi o bestemmi. Lo assolve atterrito, e lo vede morir così mal preparato, che no, non può dir con tanto buon cuore a coloro che restano nello spavento: confidate che egli è salvo in paradiso. Abbiam detto: nelle cattive morti. Poiché, o signori, intendete questa tremenda verità: ciò è che Dio com’è infinito nella sua misericordia, ha pure infinitala sua giustizia; e se dal peccatore indurato fu continuamente attaccato, anzi come colpito nella sua santità, poi finalmente provocato a sdegno con tante ribalderie debbe aver il tempo per la sua vendetta. E lo ha! Tremiamo, perché Egli dice proprio, che nella tetra ora del suo sdegno, manderà il colpo del suo furore! che farà scherno al peccatore abbattuto nell’ora della perdizione, e che bagnerà nel sangue del peccatore la saetta del suo furore!… (Deh ce ne scampi Gesù Salvator nostro!) Via, ecco che quest’ora è venuta, in cui l’uom dell’orgoglio è abbattuto per terra; egli ha da morire! Che se è ostinato come un demonio egli, almeno gli altri chiamino il sacerdote e glielo mandino intorno per forza, affinchè; vorrei dire contro sua voglia, lo pigli tra le sue braccia e lo strappi via dalla bocca d’inferno… Un sacerdote?… Eh! Ricordatevi che il sacerdote fu respinto le tante volte; fu perseguitato;… al sacerdote fu troncato il nerbo della sua potenza. Egli fu cacciato via come vil ributto da questa società che non vuole più Dio; e resta ora il prete, come un uom sepolto nel mondo. In quest’ora ad evocarlo si farebbe quello che fu fatto, quando fu evocato dal sepolcro il profeta Samuele, la cui anima dal tenebror della morte fu mandata a fulminar il tremendo castigo di Dio. State attenti. Re Saulle, dopo un esecrato abuso di grazia di Dio, era caduto in mano della sua vendetta. Stava nel frangente d’attaccare la battaglia, che gli minacciava orrenda rotta; di che forte agitato per terror del cimento, recossi a consultare la pitonessa, terribile donna che comunicava tra cupi misteri colle anime dei morti. Là nella spaventosa caverna Saulle le intima: Pitonessa, chiamami qui l’anima di Samuele — La pitonessa balza sul tripode, getta una manata di sacrilego incenso sui carboni ardenti; in quella oscurità, al riverbero della vampa tutta di fuoco, fa terribili scongiuri, si contorce in tormini come invasata, gonfia i fianchi, si morde le labbra, getta in aria con furore le trecce, e colla schiuma alla bocca, cogli occhi a maniera di vetro rovente, manda un urlo tremendamente, e: Saulle! Saulle! L’anima di Samuele è qui! parlale tu… tu… Saulle si ripara alle spalle dell’orrida donna e dice tremando: Samuele!… dimmi, che sarà dimani di me!…. E Samuele a lui: Re disgraziato! a che mi chiami in quest’ora?…. allora era tempo di ascoltarmi, quando ti scongiurava le tante volte di ritornar a Dio!… Tu mi ributtasti;…. ed io a piangere per te!… Ora non ho per te che minacce e guai…. Dimani, rotto nel campo in battaglia, cadrai scannato sul tuo stesso brando;…. e i cavalli dei Filistei irrompendo nel furore della lotta a galoppo, e tu….. resterai sotto i lor piè stritolato!… In quel rombar di minacce Samuele disparve…… Signori, anco il sacerdote dovrebbe gridare: Oh! che mi chiamate voi al fianco di quel riprovato? Sono io forse destinato ad essere testimonio della vendetta di Dio, che cerco sempre di scongiurare? Io fatto ministro di misericordia lo invitai le tante volte, lo pregai, gli gridai appresso piangendo, rassicurandolo che, se avessi potuto avermelo tra le braccia, lo avrei portato tra le braccia del perdono di Dio, e messo in sicuro nel Cuor di Gesù! … Ora lasciatemi piangere appiè di Gesù Crocifisso, sprofondato nel dolore per la perdizione. di quell’anima….. Ah, fratelli, fratelli, mi manca il cuore… Ma… ah! palpito in questo istante. O Gesù!… Gesù mio!… siete voi che mi fate battere il cuor così!… Siete voi sì, che voleste salvo il ladro nel momento della sua e della vostra agonia!… Sì, Gesù, il mio buon Salvatore, il Salvatore di tutti! Miei figliuoli, ve lo dico tremando sul Cuor di Gesù…. Saulle moriva abbandonato; ma allora non era ancor morto crocifisso questo nostro Gesù!… allora non avevamo ancora una madre, come Maria, ad assisterci nella nostra agonia; allora non era ancor qui con noi in terra Gesù col cuore aperto e colle braccia e le mani piene di Sangue nel Sacramento, che vuol tutti salvi… Vedete un povero peccator nostro figlio, che par che non possa convertirsi in lotta col demonio!… Ebbene correte a chiamarci: ci troverete; noi siam col cuore nel Cuor di Gesù! Oh sì! noi voleremo subito con Gesù che teniamo sempre in cuore; e se cì sarà dattorno il diavolo che ci contrasta, exorcizo te, cruenta bestia (grideremo): demonio omicida, va all’inferno! Noi chiuderemo l’inferno col metterci sopra il Crocifisso, ed abbracciando il peccatore nell’agonia, riceveremo l’anima figliuola del Sangue di Gesù, la quale egli spirerà in questo petto nostro; e qui dentro la metteremo nel Cuor di Gesù, non potrà precipitar nell’inferno, volerà al paradiso… Qui son ridotto ad esclamare: oh figliuoli! poveri noi in che tristi tempi noi siamo ridotti!… Ahi mi sento soffocare il respiro:… ho paura di dirlo; ma ve lo dico tremando;…. se alcuno non si vuol proprio convertire adesso, misero a lui… forse non sì vorrà convertire più mai: forse non si vorrà convertire alla morte, o forse, anche volendolo alla morte, non lo potrà!… Poveri noi, che cattivi tempi! lo ripeto… ho paura di dirlo; ma pure ve lo voglio dire…. Però, se mai durasse un peccator ostinato fino alla morte… chiamateci, se giungiam in tempo, gli diremo le più care cose, piangeremo per lui, lo abbracceremo, oh speriamo, si convertirà, allora lo strapperemo colla potenza dell’amor di Gesù di bocca all’inferno… Sì, se arriveremo a tempo…. Che se non arriveremo a tempo, egli è dannato! Gesù mio, misericordia! O Maria, ve li raccomandiamo i peccatori più ostinati ora e per l’ora della morte: Sancta Maria Mater……. etc. nunc et in hora mortis nostræ!

LO SCUDO DELLA FEDE (216)

LO SCUDO DELLA FEDE (216)

MEDITAZIONI AI POPOLI (IV)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE IV.

Il peccato

Noi siamo qui creati da Dio; tutto che abbiamo viene da Dio: adunque il sommo nostro dovere, la prima nostra giustizia è servire a Dio. Perciò commettere il peccato vuol dire non curar di Dio, negare la nostra sottomissione all’Eterno Creatore del tutto. Commettere il peccato, vuol dire, avere l’ardimento di usurpare le creature ordinate al servizio di Dio e con sacrilego insulto farle servire a scapricciare le nostre passioni a dispetto di Lui: vuol dire abusare dei doni della sua bontà e della vita istessa che Egli con amor ci conserva; e mentre come il più tenero dei padri, si piglia ogni più minuta cura di noi, noi voltargli le spalle colla più orribile ingratitudine, e venirgli a dire crudamente: Non serviam, io non mi curo di Voi: andate lungi da me, io vi ributto; non ho paura del vostro sdegno: e questa poca polvere, questa mia carne, anzi questa bruttura mi è più cara che non tutto il paradiso vostro, e Voi, Dio Stesso!…. Quale orribile tracotanza! Osare tal sacrilego sformato insulto contro alla divina Maestà tremenda, che, se solo soffia nel suo sdegno, manda l’universo in perdizione, e mentre ci tien sospesi qui affinché non cadiamo in inferno, noi avere l’audacia di batterci contro di Lui tra le sue braccia istesse; di mordergli la mano che ci sostiene; di gettare esecrati in seno alla Divinità santissima le ributtanti schifezze, le vituperate cose; insomma fare il peccato in braccio a Lui che lo aborrisce tanto, fino a mandare il suo Figlio a morir, per distruggerlo… Commettere il peccato vuol dire adunque commettere un male di tanto enorme malizia, quanto è grande Iddio in Se medesimo. Noi no, non diremo più in là: perché non possiamo spiegare quanto sia enorme male il peccato. Eh, bisognerebbe poter dimostrare quanto è grande Iddio!…. Via: facciamo di elevarci col pensiero alla sua grandezza. Considerate: mentre tutte le potenze della terra con tutti i loro sforzi non giungeranno mai a creare un sol granellino di polvere, Dio colla sua parola getta nel firmamento a mille a mille ì mondi come una manata di polvere. Così creò l’universo; E tal Maestà tremenda osiamo noi oltraggiar col peccato ?!… No no, non può bastar neppur l’inferno a dare condegna soddisfazione a Dio! Solo Dio stesso poteva cavarsi dal seno il Figliuol suo che si offrisse vittima per noi peccatori!….. Dio Crocifisso! Dio Crocifisso!… Ecco l’opera dei nostri peccati. O Maria Addolorata, tutta aspersa di Sangue sotto la croce del vostro Figlio Divino, voi là ben comprendeste che cosa sia peccato! E noi a calde lacrime vi confesseremo, che ci siamo traditi perdutamente, quando abbiamo commesso i peccati ma ora siamo così miserabili da non potere conoscere quanto spaventoso male abbiamo fatto! Madre benedetta, tirateci voi a guardare nel Cuore di Gesù qui in Sacramento, il quale così addentro squarciato, se ci fa intendere in qualche modo, che cosa sia peccato, ad un tempo però ci consola con dirci, che vi è ancora per tutti perdono per quel Sangue, che gronda ancor caldo sull’anima nostra in Confessione. Ora noi non potendo comprendere che cosa sia il peccato in se stesso, qui ai piedi di Maria, sotto Gesù lacerato in croce faremo di pesare la grandezza dei castighi del peccato, per fare conto quanto debba essere paurosa la sua malizia. Entriamo nella meditazione a pesare sulla bilancia della giustizia di Dio il peccato e i suoi castighi negli angeli ed in Adamo. Meditiamo primamente come fu castigato il peccato degli angeli, per piangere atterriti i peccati nostri in contrizione. Sa la vostra pietà come gli angioli peccarono contro Dio. – Tutto il genere umano sorge con noi per confermare il fatto della caduta degli angeli: mostrando esso in tutte le religioni (pur così svariate, pur così corrotte) che tutte le nazioni del mondo di tutti i tempi confessarono sempre esservi degli spiriti che diventarono malvagi, perché si ribellarono contro la Divinità. Tanto che, se si togliesse via da tutte le mitologie delle false religioni tutto ciò che hanno d’irragionevole, tutto ciò che hanno d’immorale, si troverebbe in fondo di tutte le credenze dell’universo questa verità del racconto della parola di Dio che rivela il mistero: peccarono gli angeli! La ragione annientata davanti al vero Dio non ha nulla da contrapporre. Poiché insomma nella caduta degli angeli si vede la creatura fornita d’intelligenza e di libera volontà la quale abusò dei doni. di Dio e non lo volle servire, non serviam, per innalzare se stessa. È verità, che una immensa moltitudine di angeli peccò! e che dopo il loro peccato, Dio si trovò in un nuovo rapporto con quelle creature. Egli le amava com’erano uscite dal suo amore; ma ora questi spiriti non erano più i figliuoli che volessero ricambiare d’amore Lui sempre, ì quali Egli voleva sempre seco beati. Si sono ribellati, e diventati nemici che lo vogliono combattere ostinatamente, commettendo il male davanti alla sua essenziale bontà. Ora la bontà di Dio deve difendersi contro del male che l’attacca. Così la bontà di Dio che si difende piglia la forma di un altro tremendo attributo, diventa giustizia: e bontà e giustizia di Dio si difendono dal male con castigare il peccato. – Qui, intanto, prima di pesare il peccato, vi prego, o carissimi, di fermarvi in cuore queste due verità, che avremo da ripetere all’uopo nel corso di questa meditazione. La prima è che Dio è infinitamente giusto, e perché è giusto non castiga mai il peccato più di quello che si merita. La seconda, che Dio è infinitamente buono, e per la sua bontà castiga il peccato sempre meno di quanto si merita. Ora lucifero, uno dei più belli angioli, in cui Dio sfoggiò nella ricchezza. dei suoi doni, lucifero principe della luce, rizza il capo nel regno dei cieli in orgoglio contro all’Altissimo, e dice: chi è questo Dio?…. Io nol servirò!… Con lui corrono a ribellarsi molti altri angeli: perché all’orgoglio non manca mai la bordaglia dei vili che si danno seguaci. Allora Dio guarda lucifero e gli angioli peccatori che gli stanno dinanzi in rivolta…. Li ha da castigare terribile nella sua giustizia, cui tempera la sua bontà; e Dio fulmina gli angeli colla tremenda parola « Siate castigati! » Ah! lucifero e gli angeli peccatori precipitano riversati dal cielo: più che folgore rapidi piomban fulminati in inferno!… Sono là i maledetti, diventati spaventosi demoni; e saran demoni, orrore di tutto il creato, e per tutta l’eternità!.. Deh deh! venite col pensiero sopra quest’orrido baratro di disperazione; e da quest’abisso misurate, se lo potete, la distanza che allontana il cielo dall’inferno; e pensate che, quanto è smisuratamente grande questo abisso di distanza, altrettanto è spaventosamente grande la malizia del peccato. Di qui colla mente dall’abisso dell’inferno solleviamoci a contemplare quegli angioli, quando essi erano in quello splendore di gloria, in cui potevano essere felici sempre in paradiso: e quindi guardiamoli giù, ora che sono. demoni, mostri orrendi in quella disperazione senza fine! Fermiamoci sopra l’inferno spalancato sotto dei nostri piedi, ed entriamo in giudizio colla nostra coscienza. Fu un solo peccato dagli angioli commesso, e col solo pensiero, quando non era ancor morto il Figliuolo di Dio per far comprendere quanto gran male fosse il peccato; e quegli spiriti sublimi, nella cui bellezza si specchiava Iddio stesso in cielo, diventarono orridi demoni, nell’inferno disperati per sempre… Noi pecchiamo tante volte, pecchiamo di pensiero, pecchiamo di parole, pecchiamo di opere, in ogni maniera commettiamo di esecrati peccati..; e noi la duriamo ancor per tanto tempo con tanti peccati a provocare l’ira di Dio… Deh deh! come potremo reggere dinanzi al furore di Dio!… Ahi che ci pare che già ci fulmini qui…. Ahi che c’ingoia l’inferno!… Dove fuggiamo?… la terra, i cieli, l’abisso sono nella sua mano: Egli conserva tutto colla sua parola: Egli può mandare i mondi in rovina sol che si sdegni..; Ahi ahi! Se ci vede ancor peccatori siamo dannati… Ripariamoci pentiti sotto il Crocifisso: attacchiamoci a Lui, affinché non ci divori quel baratro di disperazione eterna. – Or sì ben intendiamo il grande terrore dei Santi. Quando leggiamo, che certe anime di molta santità sovente esclamavano di non sapere come ad ogni momento non li colpisse ancora la giustizia di Dio! come mai la terra li sostenesse tuttora! come non si spalancasse, per ingoiarli, l’inferno! quando troviamo che non si potevano “dar pace più, al pensiero d’aver potuto forse anche con un solo peccato offendere Dio, noi consideriamo queste espressioni, come iperboli esaltate della fervente loro pietà. Pare a noi che dicessero con se stessi queste ed altre quasi sante menzogne, ma che non dovessero poi sentire in coscienza di meritarsi tanto castigo…. Ah, miei fratelli, che i Santi ben si addentravano in questa grande meditazione che spaventa l’anima: che, cioè è verità di Dio avere un solo peccato fatto gli angeli diventare demoni…. Grande Iddio, la Maestà vostra tremenda, e il pensiero di aver potuto peccare contro di Voi, li inabissava in tanto terrore! E noi?… Noi dobbiamo fare uno sforzo per eccitarci a qualche dolore, dopo di aver commessi tanti peccati!! Oimé, oimé! in così tetro accecamento siam noi caduti, che l’inferno spalancato, gli angioli per un peccato dannati, lo sdegno di Dio offeso non ci spaventano per niente! laddove per l’enormità dell’offesa di Dio un peccato solo ci dovrebbe spezzare il cuore per contrizione. – Intanto il primo frutto, che dobbiamo raccogliere da questa meditazione, si è l’umiltà, la quale ci deve rendere rassegnati a ricevere tutte le tribolazioni in questa povera vita, come tante grazie fatteci dalla misericordia di Dio, per risparmiarci i tremendi castighi della sua giustizia. Dobbiamo ricordare, anzi ripetere sovente alla nostra coscienza questa tremenda verità: per un solo peccato gli angioli meritarono di essere precipitati in inferno: or io troppo più di loro ho peccato le tante volte; non ho dunque ragione di lamentarmi di qualunque male m’incolga: i mali sono tanti colpi di che la giustizia di Dio castiga me peccatore, ma i suoi castighi in questa vita mia sono altrettante misericordie. Iustus es, Domine, et rectum iudicium tuum… Virga tua et baculus tuus, ipsa me consolata sunt. Adunque, se sono calunniato e maltrattato dagliuomini, dirò all’anima mia: è un po’ di giustiziache le creature, senza saperlo, fanno contro di meprotervo nemico di Dio. Se sarò caduto in povertà,se verrò buttato a languire sul letto dei dolori intante malattie, se mi colpiranno disgrazie d’ognimaniera… buon Dio! tutto è sempre per la vostra grande misericordia; che invece di avermi sprofondato nell’inferno, mi fate soffrire un tal poco di tribolazioni in questo così breve momento di vita: misericordia Domini quod non sumus consumpti !….È una grande misericordia di Dio, se non siam oradivorati dal fuoco eterno…. perocché, se Dio avesse fatto con noi a rigor di giustizia fino dalla prima colpa commessa, da tanti anni noi dovremmo esser dannati per sempre in inferno. Virga tua et baculus tuus, ipsa me consolata sunt. Quindi noi dobbiamo concepire un santo sdegno contro quest’uomo peccatore che siamo noi, e smontar giù da tante pretensioni, trangugiando nel silenzio dell’umiltà disprezzi e sofferenze, dispiaceri d’ogni fatta, ricordando che siam poveri sciagurati, meritevoli del fuoco eterno. Quando poi la nostra carne, questa nemica dell’anima che ci fece offendere Dio, intollerante di patimenti si lamentasse per poco di aver a soffrire, noi la porteremo col pensiero sopra l’inferno, e: guarda, le diremo, li dentro, in quell’orrendo fuoco dovrebbe essere la tua abitazione coi demoni in quegli spasimi tremendi per sempre…. Tizzone d’inferno! E ti lamenti di questi pochi mali di così breve momento? …. Ah gettiamoci piuttosto a baciar inteneriti nel cuore Gesù, il quale, mettendo i nostri patimenti insieme coi suoi, soddisfa per noi; e così ci porta via di bocca all’ inferno, e ancor ci vuole beati in paradiso. – Meditiamo nel secondo punto come fu castigato il peccato d’Adamo. Iddio creò Adamo padre di tutti gli uomini, e lo pose nel paradiso terrestre. Là, elevato come in trono, sovrano di tutte le creature della terra, viveva sotto un padiglione d’immensa luce di cielo; ai suoi piedi stendevasi un velluto d’erbe smaltato di fiori, davanti a lui le piante chinavano i rami ad offerirgli ogni maniera di frutta, e gli animali intorno ad aspettare i suoi cenni. Tutti i beni ch’ei gustava, come tanti assaggi, lo dovevano invogliare del Sommo Bene..; e… il cuore irrequieto lo slanciava a trovarlo in seno al Creatore. Affinché poi questa creatura, questo figliuolo anzi dell’amore di Dio non trasmodasse in perdizione, ma sì contenesse sottomesso al suo dominio e si lasciasse da Lui guidare, il quale lo avrebbe fatto beato, Dio gli fece comando, che non toccasse il frutto dell’albero della scienza del bene e del male; perché altrimenti si attirerebbe addosso, con tutti i mali, la morte. Adamo negò obbedienza, mangiò il frutto. Ecco il primo peccato. – Così Adamo peccò d’orgoglio rifiutando di assoggettarsi al comando di Dio. Ma, come peccò Adamo, pecchiamo noi disobbedendo alla legge di Dio. Adamo peccò d’amor proprio volendo mangiar del frutto per farsi eguale a Dio. Or, come peccò Adamo pecchiamo noi, quando invece di valersi delle cose create per servir Dio secondo la sua volontà ci serviamo, delle cose date a noi dalla. sua bontà, per accontentare noi a dispetto di Dio. Adamo peccò di sensualità, volendo mangiar del frutto per accontentare la gola. Pur troppo come peccò Adamo si pecca da noi per accontentare la carne! Ora come vediamo pesare il peccato d’Adamo, pensiamo da Dio si pesi ad uno ad uno ogni nostro peccato. – Ora ecco Adamo, ecco l’uomo che si ribella a Dio come nemico; e per la sua giustizia lo debbe fulminar di castigo; ma egli si ricorda della sua bontà. Ah, figliuoli! che qui batte troppo vivamente il cuore, erribil sicché mi è d’uopo interrompere per ricordarvi intenerito, che fin d’allora il Figliuol di Dio Salvator nostro benedetto diceva al Padre: pagherò io per quest’infelici! Così Dio nell’atto di castigare il peccato, guardando la bontà del Figliuol suo, pigliò la bilancia della sua giustizia: mise da una parte il peccato d’Adamo, come mette ciascun nostro peccato; e per contrabilanciare la colpa col meritato castigo, gettò sull’altra parte tutti i mali che prevedeva nel mondo: pesò…..; pesava di più il peccato. Deh pensate, verità di fede! che non vi sarebbero mali nel mondo se mai non vi fosse stato peccato. No, no vi sarebbero dispiaceri, non dolori, non lacrime di patimenti, non disperazioni, se mai non vi fosse stato il peccato. Dunque pel peccato vennero nel mondo tutti i mali. Tutti i mali? Che terribile parola, che spalanca innanzi alla mente il mare immenso di tutte le sciagure umane! Fermate il pensiero sulla serie delle sole malattie del corpo. Se vi si schierassero sotto degli occhi qui tutti i poveri infermi, che languiscono solamente in quest’oggi in tutti gli ospedali del mondo, (mio Dio!), quante luride piaghe! quanti tormini di convulsioni spaventose! quante membra consumate dall’etisie! quanti indescrivibili malori, tutti ributtanti che maciullano questa povera carne umana! Rifugge atterrito il pensiero… Immaginatevi poi tutti gli ammalati di tutto il mondo, di tutti i secoli. Che mar di dolori, troppo più grande del mar che abbraccia la terra! A questi mali solo dei corpi senza misura aggiungete tutti i mali dell’anime, i quali travalicano ogni misura immaginabile. Or Dio gettò questo smisurato ammasso di mali sulla terribil bilancia, gettò di riscontro il peccato: pesò…; pesava di più il peccato! Allora Dio gettò sulla bilancia la morte. Poiché non vi sarebbe stata la morte nel mondo, ove il peccato non l’avesse introdotta. Ma or via, mi dite: vi siete mai voi, o fratelli, fermati a considerare il terribile male che è la morte; e quanti spaventosi dolori cagiona agli uomini la morte? Pensate un istante: proprio in quest’oggi chi sa a quanti infelici quanti dolori fa provare la morte! Entriamo in quella povera casa percossa dalla disgraziata morte della madre di famiglia, che è la appena spirata. Quante angosce sotto quel tetto! In un angolo della camera il padre infelice colla testa sulle ginocchia, colle mani nei capelli!… cupo in silenzio!… poi si batte la fronte!… poi rompe nel gemito: Ma la compagna della mia vita è morta!…. morta la madre dei miei figliuoli!… Ma io non posso senza di lei;… e i miei poveri figli…. No!… qualunque altra disgrazia!… — Poi egli guarda come fulminato sul letto:… la madre è morta….. Ahi quali strida !…. sono esse di dolore… troppo acuto!… Ah è la figlia maggiore che corre dentro convulsa colle mani nelle trecce, e si getta colla testa contro del letto, e: Oh mamma, oh la mia mamma…. non l’avrò più!… No, mamma! che non dovete morire!… Qui’sempre con me voi.. ; non vi porteran via dalle braccia mie: no mai…, Alza la testa, la guarda esterrefatta… La mamma è morta…. Entra piangendo forte il fanciulletto: corre al solito dalla sorella; ma la buona ora lo respinge; ed egli alle ginocchia del padre; ma il padre lo ributta via, e: Va, disgraziato!… è per te questo colpo! … povero figliuol mio, senza la madre!… — Il figlio si volge alla mamma…, e si stringe al braccio di lei che pende dal letto… Ahi! ché è il braccio stecchito di un freddo cadavere! Si alza in punta di piedi, e guata sul letto… La madre è morta!… Si getta per terra arrotolandosi come in convulsione; urla… In quegli strazianti dolori anche il bimbo abbandonato si arrampica dalla culla a cercar il seno alla madre; ma quel seno è gelato, e quel cuore non palpita più!… La guarda in volto; ma quel volto color di cenere è sformato…; ma quella bocca fumante!.. quell’occhio di vetro annebbiato di morte!… Stride il povero bimbo…… Ha ragione: ha ragione!…… La sua mamma è morta. Oh la morte!…. La più orrida cagion di mali per questa povera famiglia umana… Oh morte, sempre terribile in tutte le forme, con cui ti presenti!… – Signori! noi vedemmo la morte forse nel più orrendo de’ suoi trionfi. Al tempo della guerra, per assistere i porveri nostri figliuoli scannati, ci gettammo sul campo della battaglia in quell’aria fosca di fumo, nei bagliori d’incendi dei diroccati edifizi. Oh Dio, quante urla! Voci alte e fioche e strida strazianti! Erano trentamila tra i morti ed i feriti morenti…. un orrore d’inferno! Qui subito un soldato sbattuto colla persona contro d’un sasso, portatagli via da un colpo la mascella di sotto, teneva la lingua penzoloni sovra del petto..: guizzava uno sguardo..; voleva dirci: deh aiutatemi a ben morire!… — Un altro rotto del capo…, colla faccia tutta di sangue, colla mano attrappata tentava in tremore stringerci la mano per…. Ahi moriva! Di li appresso un capitano, colla vita ad un albero spezzato, sentendo la nostra parola di pietà, manda un sospiro: Oh un sacerdote qui?…. — Sì, mio buon signore, per aiutarvi!… » – « O Padre, una consolazione anche per me!…. Guardatemi: ditemi, vedrò ancora i miei figliuolini?… » Poverino! una palla gli aveva portato via un occhio, e l’altro gli pendeva fuor sulla guancia. Qui, là, membra tronche colle schegge delle ossa infrante: larghi squarci nei petti; e tanti pensiero!….e tanti tenersi le viscere che si riversavan per terra: e troppi ammucchiati in pozze di sangue, stesi morti Ora ecco: li colle pugna serrate nello spasimo dei dolori… cogli occhi sbarrati e come di vetro sanguigno… colle tracce d’orrende morti ancor sulle facce annerite…. Noi piangevamo come madre sui poveri figli strozzati così, quando un buon ufficiale col pallore della morte… a noi « Oh Padre… avete ragione di piangere!… guardate là: per prendere quella posizione attaccaronla sei mila soldati, e tornarono soli cinquecento; cinquemila e cinquecento li mitragliati dai cannoni, trafitti nelle cariche alla baionetta, calpestati dai cavalli: orribile sfracellamento!… » Ah quanti orrori! oh morte!… Uomini d’orgoglio, ecco dove va a finire il carro della vostra tracotanza… alla morte!… alla morte!… A terra tutti sotto i passi della morte, che ci butta schiacciati appiè del trono della giustizia di Dio!… Ahi dalla terra tutta mischiata di tanti milioni di morti balena un lampo di luce di sangue, e tuona tremenda la voce: stipendium peccati mors: la morte è la paga del peccato. Questo tuono lascia voi per orrore nel silenzio, e me nel fremito del terrore!… Eppure Dio gettò con tutti i mali la morte sulla terribile bilancia: pesò;… pesava di più il peccato. Allora Dio nella tremenda sua giustizia gettò sulla bilancia finalmente l’inferno. Poiché non vi sarebbe l’inferno per gli uomini se non avessero mai peccato. – L’inferno?!… E chi può ponderare l’inferno? Chi può durarla in fissarsi in quel mare di disperati dolori?… Guardate nell’inferno quei reprobi che si arrovellano con furor di demoni in quei vortici di fiamme, che si sprofondano in quella fornace immensa di fuoco, cercano la morte, e trovano sempre la disperazione in rabbia eterna; ed ahi sotto i colpi del pendolo dell’eternità che batte coll’immutabile « sempre!… non mai!.. sempre nel fuoco: non fine, non mai…. sempre… fine non mai!… » Ahi ahi il fuoco dell’eternità ci abbrucia fino il pensiero!…. Col cuore annientato rifuggiamo dall’inferno!… – Ora ecco: Dio gettò tutti i mali del mondo, gettò le morti tutte, gettò l’inferno stesso sulla terribile bilancia e di riscontro il peccato: pesò;… pesava di più il peccato!… Poiché i mali degli uomini e fino tutti i mali dell’inferno, osserva S. Agostino, non sono che mali contro le creature; ma il peccato è male che offende il Creatore. Ma dunque il peccato prevalerà contro Dio? Ma dunque sopra il bene ha da vincere il male? E la giustizia eterna non avrà soddisfazione? E che ci voleva a soddisfare pel peccato? – Miei fratelli, guardiamo il Crocifisso, e comprendiamo. Ci voleva che Dio, per non mancare alla sua giustizia, sì cavasse dal seno della sua misericordia, come vittima condegna, il Figliuolo del suo eterno amore. Il Figliuol suo venne sulla terra, si fece uomo come noi per fare causa con noi comune; si mise dentro della nostra famiglia, stette in mezzo di noi dalla nostra parte, e volle dare Egli tale soddisfazione nel fior della vita, offerendosi per noi pagatore fino colla propria vita. Contempliamolo là nell’orto del Getsemani. Si getta in ginocchio davanti al Padre suo celeste; e, se si può dire colla misera parola umana: ciò, che diceva colla sua divina: Padre, par che esclami, sciagurati gli uomini vi offendono troppo indegnamente, e non potendo dare soddisfazione alla vostra giustizia, essi vanno tutti perduti! Ma eccomi, mi sono fatto uomo anch’io con loro, e soddisferò io per questi che mi ho fatto fratelli di mio sangue. — Così si piglia sul Cuore i peccati di tutti; vede la grandezza della Divinità in se stesso, e l’enormità dell’offesa di Dio: ne sente tutto il tremendo peso: il cuore umano nella sua Persona divina non può reggere più, gli viene meno la vita!… cade per terra!… in quella pressura di spasimo agonizza in sudore di morte! Ahi suda sangue! e in tanta copia che il sangue scorre fino per terra! Eccovi Gesù tutto bagnato di Sangue, boccheggiante in agonia che nell’anelito mette un gemito « Oh il peccato!… » e giù una pioggia di Sangue! « Che gran male è il peccato!…. » e piove Sangue ancora! Buon Gesù, Salvator nostro Dio, al dolore del vostro Cuore per li peccati unite il dolore nostro, piovete sul nostro arido cuore le calde gocce del Sangue vostro. E noi diciamo col pianto: Signore, mi pento e mi dolgo col vostro dolore solo degno di Dio: Vi abbiamo tanto offeso!… — Corriamo sotto la Croce a confessarci. Ma egli si dà in mano ai Giudei, che gl’irrompono addosso, lo tempestano di battiture, lo strascinano sul Calvario al patibolo. Lo han già gettato per terra!… Sentite? Sono colpi di martello!….. L’inchiodano sopra una trave, e lo levano alto in croce. Gesù con quel fascio di spine conficcato nel capo, colle mani, coi piedi inchiodati pende di croce, e non ne potendo più, mette l’altissimo grido; consummatum est. »: Gli uomini consumarono adunque il male del peccato! e Dio consumò il sacrificio della sua bontà!! Questo grido si fa sentire fino nel più alto dei cieli; e il terribile Angelo, che di là veglia alla difesa dell’onore di Dio, scosso a quel grido, abbassa lo sguardo sul Calvario, vede Gesù che spira per lo peccato: rompe la spada della vendetta di Dio, e bagnando il dito tremendo nel Sangue di Gesù, scrive sul terribile libro del giudizio divino: gli uomini otterranno perdono, perché soddisfece per loro il Figliuolo di Dio; — Ora l’eterna giustizia che aveva gettato sulla bilancia tutti i mali, tutte le morti e l’inferno, e che vedeva pesare sempre più il peccato, pone Gesù morto crocifisso. Pesa..; pesa di più il Crocifisso! Una sola goccia del Sangue di Dio pesa più che tutto l’universo: Gesù versa tutto il Sangue: la bilancia trabocca, balza via il peso del peccato… e davanti agli occhi di Dio resta sulla bilancia solo Gesù sacrificato il quale chiama col suo Sangue, col suo Cuore squarciato misericordia pei peccatori. Deh! corriamo sotto a Gesù Crocifisso: qui vi è perdono per tutti. Sì, spero, saremo già perdonati; ma è però verità che atterrisce al pensarvi, che noi peccando abbiamo commesso così gran male, sicché per riparare il peccato Egli ha voluto morire in croce il Figliuolo di Dio. Ora se noi vedremo la croce sulle nostre chiese, la croce sugli altari, la croce appesa al letto, dappertutto la croce, quella croce, diremo tremando, ricorda Gesù morto in croce pei miei peccati! Faremo come san Francesco d’Assisi. Sentite il fatto. Un di passava il Santo per un sentiero in una foresta, in cui i boscaioli atterravano alcuni alberi. Tra l’erba vide una pianta squadrata a modo di trave. San Francesco all’improvviso resta cogli occhi fissi sopra la trave, diventa pallido, pallido.., trema tutto della persona.., gli manca il cuore, cade svenuto sopra un sasso… mette un gemito di ansioso dolore come si sentisse morire… « Oimé!…. Oimé!… » Accorrono i boscaioli: « O Padre Francesco, che è mai? Vi ha morso una vipera?…. o qualche fiera vi ha addentato? Dove è la vipera? » e la cercavano colle mani nell’erba. « Ma dite, dite, padre: da qual parte fuggi la fiera? » E la cercavano colla secure tra i buscioni. E Francesco col pallor della morte, la bocca aperta, gli occhi sbarrati, le braccia colle mani larghe in fremito di convulsione a rispondere: oimé!… o figliuoli! altro che vipera!.. altro che bestia feroce!.. ho veduto una trave che mi ricorda, che il Figliuol di Dio è morto inchiodato sopra una trave pei miei peccati….. Oimé! oimè che mi si spezza il cuore;… — Fratelli, mandiamo le nostre grida sotto il Crocifisso: poveri noi! tristi a noi! che, commettendo i peccati, abbiam fatto così gran male, che per pagare il peccato volle morir trafitto in croce il Figliuol di Dio!… Non ci resta che piangere i nostri peccati con un atto di viva contrizione ai piedi del Crocifisso. Ora ci metteremo qui ad imparare insieme a far l’atto di contrizione. – Un venerando Vescovo, Monsignor De-la-Motte, diceva che, quando era per disporsi all’atto di contrizione per confessarsi, faceva tre stazioni: si fermava cioè col pensiero in tre luoghi. Si metteva in prima col pensiero come sollevato tra il cielo e l’inferno: poi si figurava di esser sopra tutti i cadaveri del mondo orribilmente ammucchiati, finalmente tutto atterrito si immaginava di essere sul Calvario appiedi di Gesù morente. Impariamo a farlo anche noi. Quando ci prepariamo alla Confessione facciamo la prima stazione. Alla presenza di Dio, fermi qui in terra, ritti verso del cielo, spingiamo lo sguardo fino in paradiso… Oh che oceano di luce! che splendore di gloria! che interminabile gaudio di Dio… O paradiso… o paradiso! Ma che? ci pare di vedere tra quei seggi di eterna gloria che alcuni troni sono abbandonati. Gli spiriti che vi risiedevano, dove sono presentemente? Abbassiamo lo sguardo nell’inferno spalancato di sotto. Sono là, diventati orrendi demoni, in eterna disperazione!… Chi precipitò dal cielo quegli angioli? chi li piombò nell’inferno? Il peccato!… Oh Dio… oh paradiso tutto perduto pel peccato… oh inferno meritato pel peccato!… Ed io ho da volere ancora il peccato? Bisogna che io abbia perduto la fede!… – Per fare la seconda stazione immaginiamoci di esser li fermati coi piedi sopra il coperchio di una sepoltura, o sopra i cadaveri di un cimitero. Eh via, basta fermarci sopra questa povera terra, sulla quale, se battiamo il piede, ci par di sentire risponderci il fremito di milioni e milioni di morti, i cui scheletri sono lì in frantumi, la cui polvere è frammischiata a tutto il terriccio, e le cui carni infracidiscono in quel fango. Immaginiamoci di tener i piedi sopra la sterminata montagna di tutti i morti del mondo: penetriamo col pensiero tra tutti i corpi dei morti. Ve’ li quante floride membra di gioventù imputridite, e quei biondi capelli avviluppati con quelle ossa in marciume annerite, e… Deh chi fece morir tutto quel mondo d’innumerabili genti? Fu il peccato!… E le anime loro… dovrebbero essere in quel gaudio d’eterna gloria in paradiso; eppure chi sa quante sono dannate in inferno!… Chi fece perdere a loro il paradiso? Chi le sprofondò nell’inferno?.. Il peccato… Ed io vorrò ancora commettere il peccato? Bisogna che io operi da pazzo furioso, per gettarmi a perdermi orribilmente così… Mio Dio, mio Dio, mi consumi qui subito il vostro amore, prima che io commetta ancora il peccato! – Ora dove faremo noi la terza stazione? Voi mi prevenite al Calvario, al Calvario coi cuori trepidanti sotto la croce… Ahi! si fa scuro il sole, e nel negro cielo le stelle pallide tremolano di smorta luce come fiaccole del funerale di Dio. Trema la terra: ci scoppia il monte sotto dei piedi; fremono i morti in gola ai sepolcri; e fino i giudei si battono in terrore il petto. Oh ascoltiamo il grido di Gesù, il quale mette uno strido: Eloîm Eloim lama sabactani: Oh mio Dio, oh mio Dio mi avete adunque abbandonato solamente, perché ho la forma degli uomini che sono peccatori! Mette ancora un più alto grido: consummatum est! il peccato fu consumato; è consumato il sacrificio di Dio per salvare l’uom peccatore! Rispondiamogli colle grida del nostro dolore, quasi si spezzi il cuore in contrizione: Gran Dio della eterna giustizia, Signore della misericordia e del perdono, Gesù Salvatore benedetto, cavate le lacrime da questo cuore di sasso! Ora comprendo alquanto che cosa sia il peccato: vi ho fatto così grande offesa, che per soddisfare a’ miei peccati non bastano tutti i mali, non basta la morte, non basta anche l’inferno: ci voleva, o buon Gesù, il vostro Sangue. Deh! vi supplico, vi scongiuro pel vostro Cuore santissimo per noi squarciato! Toglietemi questa vita piuttosto che io. pecchi ancora, e dal Cuor istesso mandatemi il Sangue, che scancelli il peccato, cui io non posso tollerare più; struggete ogni avanzo che mi lasciò. il peccato. – Con questo atto di contrizione vi do in mano la chiave del paradiso. Se voi vi confessate con questa contrizione in cuore, è di fede; otterrete per Gesù subito il perdono. Se morite senza potervi confessare con questa contrizione in cuore, vi salvate. Ripetetelo adunque tutte le sere sovente in vita sicché l’abbiate in pronto in caso di morte.

LO SCUDO DELLA FEDE (215)

LO SCUDO DELLA FEDE (215)

MEDITAZIONI AI POPOLI (III)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE IIL

L’incontinenza

Abbiamo pur gran motivo di umiliarci, quando leggiamo come ai primi tempi della Chiesa i santi Padri Cipriano, Ambrogio, il Grisostomo, Gregorio ed altri erano tutti a tessere l’elogio della più bella, della più amabile, della più angelica di tutte le virtù, la santa purità. Tempi fortunati erano quelli, in cui la purità aveva i suoi martiri, e ne aveva pur tanti! Negli antri delle catacombe nelle notturne adunanze i santi Vescovi ai fedeli « siate puri, esclamavano, accennando a Gesù nel Sacramento , siate puri, o figliuoli di questo Sangue santissimo. » E sant’Apollonia per impulso dello Spirito Santo, prima di lasciarsi oltraggiare, si slancia in mezzo al fuoco, e vola coll’anima colomba immacolata in grembo allo Sposo Divino in cielo, « Siate puri » e sant’Agata grida davanti al persecutore « tagliami il petto, o uom brutale; ma io mi serbo intemerata a Gesù Cristo! » « Strappami gli occhi di fronte, o tiranno, dice santa Lucia; ché io vedrò più pura l’Amor mio celeste. » E fino Agnese bambina, quando il giudice in rabbia per le ributtate esecrate moine la fa stringere colle manette della ladronaia; ella tirando fuori dalle manette di ferro le braccioline troppo minute, gitta quei ferri da ladri ai piedi del sozzo crudele, e « guarda, gli dice, non sono ancora adattata a’ tuoi tormenti; ma Gesù mi ha fatto atta a’ suoi trionfi » ; e consunta dal fuoco quell’angioletto di fanciulla batte l’ali diritta al Paradiso. « Siate puri, » e un santo giovane, avvinto a ghirlande di rose sopra il letto della voluttà, solleticato con terribil tentazione, si taglia la lingua coi denti e la getta in faccia alla spudorata. « Siate pure, o figliuole, » e cento e mille verginelle in sul bel mattino della vita cadevano colle teste sotto le mannaie dei manigoldi, come nelle mattine del mese di maggio cadono sotto le falci dei mietitori i fiori brillanti di rugiade, ridenti anch’esse col volto al cielo. Sentite quanto convenga guardare il pudore, o spose cristiane. Santa Perpetua giovine sposa veniva gittata nell’anfiteatro, le si aizzavano intorno i tori infuriati; e un toro gli dié di cozzo col corno nel fianco, e le ebbe squarciata la veste. La sposa cristiana, più che di quel terribil frangente, paurosa che non si offendesse il pudore, per togliersi agli sguardi procaci, subito si mette intrepida a serrarsi la veste: mentre il toro la fa balzar sulle corna! Signori, allora il popolo cristiano in mezzo alla universale corruzione aveva questo carattere, che lo distingueva, la purità. Cosicché i pagani dicevano degli antichi fedeli (come racconta uno scrittore di quei tempi): « Abbiamo scoperto i Cristiani nelle caverne in ragunate. Sono gente pazza i Cristiani! che, invece di profumarsi le membra, se le straziano coi cilizi, e muoiono di digiuno, per dare pascolo alla poveraglia; i Cristiani son gente che non sa goder piaceri. » O miei cari, se gl’infedeli dei nostri giorni ci sorprendessero nelle nostre case in mezzo agli usi della vita, potrebbero dire: che noi siamo gente pazza che non sa godere i piaceri? Ahi che abbiamo perduto ogni resto di evangelica severità! La mollezza, le sozzure, il vitupero inondano il popolo santo di Dio; e l’immondezza è portata fin nell’interno del santuario ad insultare lo sguardo di Gesù Santissimo in Sacramento! E perché va più audacemente tronfia la sfacciata impudenza dovremmo tacere noi?… Parole di fuoco sul labbro del Sacerdote di Gesù Cristo, a fulminare l’infame peccato che non nomineremo mai; perché non possiamo pur nominarlo, senza lordarci le labbra. Venite meco voi, o fratelli, ora a meditare con orrore come il brutto peccato di carne fa il peggior oltraggio alla immagine di Dio in noi, e profana in noi Gesù Cristo; e così di peccato in peccato precipita i disgraziati ché vi si abbandonano, nell’abisso di perdizione: terribile peccato in se stesso e nelle conseguenze sue, e nelle conseguenze di altri peccati. – Non temete, o venerati, che io possa fare insulto alla purità delle orecchie vostre cristiane. La mia parola sarà pura, quale debbe esser sul labbro, che tutte le mattine si bagna nel Sangue di Gesù Cristo. Ah sì Voi, Sposo purissimo dell’anime nostre, dal vostro Sacramento purgate prima di tutto questa lingua mia di terra d’ogni leggerezza di mondanità, e datemi quella parola vostra che irraggia sulle anime il candor verginale. Voi poi, o santissima Immacolata, che siete la sola gran Madre della purità, tenete ai vostri piedi noi poveri Sacerdoti, destinati che siamo, come voi col Bambino, a servirlo sempre intorno a Lui sull’altare. Noi (ci vedete nell’anima!) vorremmo farlo amare da tutti i fedeli di casto amore. Deh quando io parlo, s’accorgano questi cari vostri figli, che il mio povero cuore, benché di fango, è vicino a Voi, e che si accorda col vostro Cuore, per mettere in salvo la loro virtù dall’esecrato demonio che li perseguita. Noi intanto cogli Angioli Custodi, per terror dei brutti peccati, ci getteremo in seno a Gesù qui velato col Cuor vostro purissimo, o Maria (Ave Maria). –  Debbo trattar del più brutto peccato, spaventoso in se stesso, ma più terribile nelle sue conseguenze. Noi abbiamo un’anima capace di tendere alla virtù, e alla virtù ordinare il nostro corpo a dar gloria a Dio; questa è la dignità dell’uomo, dice Tertulliano. Abbiamo un’anima che debbe del corpo nostro regolare gl’istinti, e frenargli le vibrazioni dei sensi, perché non la disturbino nell’elevarsi a Dio: e anzi dobbiamo fare del corpo un’ostia pura a Dio piacente, crocifiggendo le passioni della carne sull’altare di Dio appiè del Crocifisso; questa è la vocazione del Cristiano. In questo santo pensiero noi abbassiamo lo sguardo sopra di voi, e nel vedervi modesti in nobile decoro di vita onorata, cogli occhi alto levati quasi in cerca di luce in cielo che vi consoli, ci vien dal cuore questo saluto a Voi: « Care speranze di Paradiso, non siete voi no, destinati a restare consunti in questo fango della terra; le vostre persone sono venerate immagini di Dio vivente, e quest’anime vostre, qui alle prove della virtù, insieme coi corpi vostri, cara porzione della nostra umanità crocifissa e risorta in Gesù Cristo, debbono essere in Lui assorte nella beatitudine in Paradiso. » Ora fare, che il corpo nostro comandi all’anima, il maltalento alla volontà, e si strascini lo spirito nelle indegne corruttele di una carne bollente in sozzure, è tale disordine, che avvilisce la dignità dell’uomo alla condizione dei bruti senza ragione: Homo, cum in honore esset, comparatus est iumentis insipientibus et similis factus èst illis. Anche le favole della superstizione dicevano, che gli uomini che si abbrutiscono nei piaceri delia carne, abbietti in vita bestiale, vengono dalla maga passione cangiati in sozzi animali; e s. Bernardo ne dà la ragione. Perocché, egli dice, se l’uomo pecca d’orgoglio, in certo qual modo pecca (sia pure da angelo cattivo), ma pecca da angelo; perché anche l’angelo poté rizzare il capo superbo contro di Dio. Se l’uomo pecca d’avarizia, pecca da uomo; perché è proprio dell’uomo poter far calcolo dei beni che può procacciarsi a danaro. Ma, se l’uomo pecca di carne, pecca da bestia, perché si abbandona all’istinto ch’è nelle bestie il più prepotente. Anzi dirovvi con velata parola con s. Giovanni Grisostomo: che almeno l’istinto mira nell’ordine provvidenziale alla propagazione della specie; e non trasmoda più in là: ma l’uomo, che ha per fine la beatitudine eterna in seno a Dio, se, lasciato Dio, fonte inesausta di felicità, si abbandona al reprobo senso, la tendenza all’eterna felicità diventa brama di carne fremente. Ei vuole che la carne gli basti per Dio, s’incoccia a voler trovare un paradiso di godimento eterno nella carne che va in corruzione: affamato in foia di carne caninamente latra, e per divorare che faccia, ha sempre più fame che prima. Come ciacco immondo, va col grugno a grufolare le immondezze, si tuffa perdutamente a gola in ogni più indegno pantano. Ahi! che la corruzione dell’ottimo si è fatta pessima!… Deh ritiriamo lo sguardo da quella ribalda sozzura! Grand’Iddio! Quale sacrilego oltraggio alla immagine vostra si fa dall’uomo brutale, che nello stemperamento di lascivie si lascia andare in tal volume di vituperi! Ma vi è un sacrilegio maggiore; poiché noi non siamo solo immagine di Dio, ma gli siamo figli rinati nel Sangue del suo Figlio: siamo Cristiani! Or che peccassero di carne i pagani, non è da far meraviglia, diceva Tertulliano: impastati di carne corrotta si abbandonavano alla corruzione: ma non dum caro Christi erant: essi non erano carne di Gesù Cristo. Quale espressione!….. La spiega col dire, che non eravamo ancora, come dice Tertulliano con tanta energica parola, impastati di Spirito Santo, come siamo noi: poiché il Verbo Divino fatto carne trasfonde in noi il Sangue ristoratore dell’umanità, e ci ricrea figliuoli di Dio, santificandoci non solo dell’anima, ma anche della carne, la quale diventa così carne della carne di Gesù Cristo. Venite a consolarvi nel vedere la Madre Chiesa con quante fine e sante cure va preparando il corpicciolo del bambino, che debbe rinascere in Gesù Cristo nel battesimo. Gli segna di croce tutte le membroline; lo consacra col sacro crisma tutto intorno alla vita; gli soffia in petto coll’alito del Sacerdote caldo del Sangue di. Gesù Cristo; gl’infonde in bocca il mistico sale, segno della sapienza di chi vuol vivere dell’incorruttibile immortalità; lo avvolge in bianca veste, come angioletto in candida nube; l’adorna della stola, simbolo dell’eterna gloria, e gli fa tenere la candela ardente al fianco, che vuol dire come debba ardere il cuor suo nello slancio in amore a Dio. È così veneranda una creatura battezzata, che il santo martire Leonida, battezzato che s’ebbe il suo fanciulletto (che fu poi il grande Origene), se lo portò a casa, e sel guardava come cosa tutta santissima. Quando il fanciullo dormiva (padri e madri, udite il rispetto, che si deve usare coi bambini dell’innocenza battesimale), si avvicinava al letticciuolo, gli scopriva con venerazione il petto, gli s’inginocchiava al lato, e diceva « tempietto dello Spirito Santo, tabernacoletto del Dio vivente, io adoro in te Gesù Cristo, che in te abita personalmente » e davanti al fanciullo battezzato si faceva il segno della croce, come davanti al Santissimo! Noi adunque col Battesimo fummo consacrati tempi di Dio in anima e in corpo. Ora ben vedo io in questa bella Chiesa vostra, in quegli splendidi ori, in quei magnifici drappi, quanto voi amate l’onor del luogo santo. Siate benedetti! Ma dite: se in questo momento uno sciagurato invaso dal demonio del sacrilegio entrasse in questa augusta magione di Dio, e qui, sugli occhi vostri, buttasse il fango contro le pareti sacre, gettasse le immondezze, ahi! fino sull’immagine della santissima Immacolata e sul Crocifisso, tanto cari alla vostra pietà; dite voi, qual non v’infuocherebbe furore di sdegno contro quel maledetto? — Bene! ma ragionate per poco: è più santa questa chiesa, od è più santo il vostro corpo? Si veramente queste sono mura consacrate coll’olio santificato dal sangue di Gesù Cristo; ma esse poi sono mura morte; ma voi siete tempi vivi, consacrati dello Spirito Santo che in voi abita personalmente. Dite in vero ancora: è più santa l’immagine di Maria santissima, e il Crocifisso, od è più santa la vostra persona? Ma queste venerate immagini sono d’insensibile e morto legno: ma voi, vergini e spose cristiane, siete immagini vive dell’Immacolata Vergine Madre, e voi, fratelli, siete immagini vive di Gesù Crocifisso. E vi sarà chi vorrà gettare le immondezze del brutto peccato sopra le immagini vive di Dio che siamo noi? E chi sarà così protervo che osi mettere la mano immonda sopra le vergini e spose, immagini di Maria Santissima? Voi pure inorridite al sentire che un ladro mise la mano sugli ori e sulle gemme della Madonna nei santuari! e fino sui sacratissimi vasi dell’altare! Ora, se poteste sorprendere il ladrone sacrilego nella sagristia nell’atto che rompe i forzieri, tira fuori il calice, l’ostensorio e la pisside; anzi lo vedeste che con maggior sacrilegio corre fuori sopra la via ad empire i santi vasi delle sozzure di strada…. Ah che già vi sentite furiosamente indegnati! Voi vi gettereste sul mal capitato ladrone, e vel dico io, come l’acconciereste , neh!… Ma or via, perché tanto furore?… Voi mi rispondete « ma quei vasi toccarono nella specie il Corpo, il Sangue di Gesù santissimo! » Bene sta; e voi non avete mai osservato, come il Santissimo tocca solamente i vasi sacri, vi passa sulla superficie; ma non si mischia coll’oro e coll’argento! Ma nelle nostre persone entra proprio il Corpo di Gesù e ci compenetra nelle nostre carni, il Sangue suo si mischia col nostro sangue: e noi oseremo pigliare questo corpo nostro incorporato col Corpo di Gesù, per farne esecrate oscenità, e verseremo in vitupero il sangue nostro così consacrato!….. Inorridite! Ma vi è da fremere pel sacrilegio ancor più tremendo. Mi trema l’anima nell’addentrarmi in questi orrori! … Voi sapete, come nella frenesia del fanatismo protestante, gli eretici indemoniati, atterrate le porte a colpi di scure nelle nostre chiese, si slanciarono dentro nei penetrali del santuario ….ruppero i cancelli del santo dei santi…. infransero la porticella del sacro ciborio…. misero l’orribile mano sulla pisside sacratissima, e trattala fuori dal tabernacolo, versaron per terra…. mi manca l’animo !…. Ah, nostro buon Gesù, anche questo insulto!… perché volete restar qui con noi?… Piangiamo insieme all’adorabile suo Cuore!… Ma deh! che noi dobbiamo fremere egualmente per l’orror di un brutto peccato nelle nostre persone; e vorrem dire che ci pare simile sacrilegio: Poiché, dice s. Paolo, noi formiamo un sol corpo con Gesù, e siamo come le sue membra. Ed ahi piglierò un membro di Gesù Cristo, e lo farò membro di una infame creatura venduta al peccato? Tollam membrum Jesu Christi et faciam membrum meretricis!… È orrendo troppoil sol pensarvi! – Perciò vengono appresso come conseguenze propriedei peccati di carne, la perdita delle più caresperanze delle famiglie e la perdita della fede. Si, sì, lo Spirito di Dio si ritira da una carne,si lascia andare nella via della corruzione: ed allora perdute le più belle speranze, perduta la fede,il disgraziato, sgocciolante in sozzura d’abisso inabisso precipita nel baratro della disperazione, seDio non lo salva ancora.Diciamo che van perdute le più belle speranze;e le più care sono nei nostri giovani, che con tantoamore coltiviamo nelle famiglie. Avviene a noi comeal tradito giardiniere, che coltiva con ogni più finacura una pianticella preziosa che la primavera mettefiori e fiori. Al vedere quei rami brillanti di fiori,egli si aspetta abbondanza di frutti che gli consolila vita. Passa la bella stagione, non è fiore maiche leghi; e non vi restano che foglie. Cerca cercail perché, e trova alla ceppaia nel coletto vitale unverme, che corrode l’’alburno e consuma il sugoche dà frutta. Genitori, anche voi vi vedete fioriredinanzi gli amati figliuoli, con quegli occhi, in quegliaspetti più eloquenti di ogni più eloquente parola;e voi, o madri, siete le prime a compiacervene:e se li menate con frequenza ai Sacramenti, i giovanetti, irrorati di grazie celesti, finché restano devoti,vi fanno gustare in casa i profumi del paradisoterrestre. Ma, se una brutta biscia di maligna compagnasi avvinghia alla vita di quel fior di fanciulla;se lasciate per poco vi serpeggi intorno un seduttore….ve’..,! che getta via il libro di divozione..va sfrontata in chiesa, alterata in casa; morde come una vipera la madre: pallida come la morte, con un romanzo nelle mani, si consuma in sospiri; e se diventerà sposa quella bizzarra, colla matta poesia d’amore in corpo, la sarà una disgrazia per una famiglia! Ma chi guastò questo fiore di soavi speranze? È un verme schifoso ingeneratole in seno dalla serpe compagna! Se poi un tristo amico è ai panni del giovane vostro, se colla malizia gli guasta la vita nel suo germoglio, egli resta guasto per sempre. Eccolo già pauroso d’aspetto, lo sguardo incantato, luride macchie sul volto, penzolone il labbro, incapace al sorriso dell’affezione. Il meschino! spenta la vivacità, perduta la memoria, ora è inetto agli studi, snervato nei lavori: guarda come una prigione la casa, ulula come il mal augello lungo le vie di notte; si butta ai giuochi, ai teatri, alle osterie, alle orge; va a gettarsi fin nelle tane.. Ahi diventa un nemico di Dio, perché i brutti vizi fan perdere poco a poco la fede. Lo Spirito Santo ce l’assicura, che uno stolto ha detto: « non è vero che vi sia Dio. » Ma chi è, dimanda sant’Agostino, questo pazzo da catena che nega Dio? Forse fu egli, il frenetico, che creò questo ammirando universo? Eh leggete, commenta il santo, leggete: ché lo spirito del Signore ci dà la ragione di tanto abborramento: corrupti sunt, abominabiles: facti sunt in studiis suis: sono questi che si sono guastati, che divenuti abominevoli nelle lorobrame, vanno in foia frenetica fino a negar Dio,perché lo guardano come un nemico che a loro disputale agognate soddisfazioni. E per vero il primopasso all’empietà è il cattivo costume. La storiaè li ad attestarlo. « Io lessi, disse l’uomo della piùprodigiosa memoria, il grande Pico della Mirandola,tutti i libri che potei (e la sua biblioteca è una dellepiù ammirande in Roma), e posso assicurare chegli atei sono tutti gentame di mala vita. » È questoun gran fatto negli annali del mondo, che la guerrasistematica e poi continua, continua contro alla solaReligione cattolica cominciò d’allora che il Vangeloportò sulla terra la purità. È d’allora che la bordaglia dei corrotti asserragliossi fremente intorno alla Chiesa per cacciar Gesù Cristo dal mondo, se lo potesse. Questa è la bella gloria della Chiesa, che tutti i nemici che la combatterono e la combatteranno sempre, sono e saranno sempre un’accozzaglia di uomini di costumi indegni, dai primi eretici, cioè dagli gnostici e simil lordura, che nelle orge notturne in ridde infernali sacrificavano al demonio del vitupero nelle più esecrande sozzure, fino ai capi delle presenti e future eresie. Lutero, il bel padre dei protestanti! imprecava con atra bile al Sommo Pontefice in questa infernale bestemmia: « Che?… Voglio ben io purificare la Chiesa….. a me! a me! che monterò sul triregno del Papa!…» Ora questo frate lucifero ve’ in qual putridume è caduto! Per purificare la Chiesa licenzia a donne i religiosi sconsacrati; strappa dagli altari le vergini dedicate a Dio, le getta sulle piazze, e piglia a mogliera la sozza smonacata Catterina Boré.. Eh! guarda guarda, dice Erasmo con frizzo schernitore, come la gran commedia della Riforma finisce col matrimonio universale degli sconsacrati che avevan giurato la castità. Calvino tenta elevarsi sopra il maestro; ma ripiomba nell’istessa putredine, e resta ad infamia bollato per esecratissima laidezza. – Sempre fino ad ora così. E noto che uno scomunicato di prete scriveva un libercolo contro la Confessione; ma l’empio ne rendeva al mondo la vera ragione: egli viveva con una cotale, e non è molto moriva in Torino al fianco alla schifosa serva con una scurrile bestemmia in bocca! Un monaco vituperato al nostro tempo va a far guerra alla Chiesa ed all’Episcopato in Inghilterra: ma fuggito di Svizzera è processato in Italia per donne tradite. Ieri un altro sconsacrato predicava contro la purità del sacerdozio; ed uno schifoso cialtrone in sottana abbaiava arrabbiato sulle piazze di Torino ed in altri luoghi contro il Papa ed i Sacerdoti, a tutti in ribrezzo; ma questi due se la fanno colle lupe nelle tane, a rinfuocarsi nell’apostolato dell’empietà. Ma sentite oggi uno smonacato che fa guerra alla verità di Dio nel sommo Pontefice, che la rappresenta infallibile; sentitelo come con un’impudenza schifosa pubblica colle stampe, che egli, se volle tradire i voti, la religione e Dio, è per giurare ad una indegna donna esecrati amori! Via là ché così almeno copre lo scandalo dell’apostasia col fetore della sozzura, che lo fa ributtare da tutti! Ah non rimescoliamo questo immondezzaio; poiché di questo fango ne vedete fino nelle vostre contrade. Quando nella famiglia vostra un azzimato narciso, cadente di smorfie, consunto di brama, si avvicina alle vostre spose e fanciulle, egli insulta subito la loro devozione, e le schernisce, perché usano ai Sacramenti; e ride fin dell’inferno: credete a me, ch’è giusta la regola dei naturalisti colla quale osservando un augellaccio del becco adunco, della larga bocca, che manda puzza e fa il brutto verso, gli guardano sotto gli artigli, ed ha gli adunchi unghioni come di ferro, dicono subito: è un sozzo carnivoro. E voi, mariti e madri, affrettatevi di portargli via d’appresso le vostre colombe, perché non le strazi quel brutto augellaccio…. che mangia la carne… E poi ve’ ve’, che tutti questi immondi si dan l’aria d’alteri increduli, e non sono che bavosi ranocchi che ingozzano melma! Gran Dio santissimo! eccovi chi vi fa guerra. Almeno a fare guerra al falso dio Giove furono i giganti che misero le montagne una sopra l’altra, dice la favola. Ora più che giganti, son questi sconci pigmei, anzi vermi che guizzano in brago, che schizzando veleno fetente, vorrebbero oscurare il trono dell’eterna vostra gloria. – Ma finalmente, come si perde la fede nel brutto peccato, così esso manda a male ogni virtù. Dobbiamo tremare; perché non vi è santità che possa vantarsi di tenersi sicura. Davide era gran santo; ma egli fermossi a guardare una creatura in un brutto cimento; e Davide dopo di aver parlato con Dio, si lascia andare…. diventa omicida e peggio….. Avviso a voi, accioché non confidiate nella pietà vostra, né vi affidiate a persone, che l’allettamento della virtù rende più terribilmente pericolose. Non vi ha sapienza che possa gloriarsi di non andare tradita da certe lusinghe. Salomone era l’uomo più sapiente del mondo; ma Salomone, dopo che gli era apparso pur Dio a comunicargli della divina sapienza, apostatò per le donne infedeli che gli fecero adorare idoli indegni. Avviso a voi che confidate nella vostra accortezza, e state sicuri che non vi lascerete ingannare. Uno sguardo, una lacrimuccia gettò in catene e fece dare in pazzie tanti e tali sapienti… che non vi dico io! Non vi ha forza, che possa bravare di non avere paura. Sansone era tanto forte che sbarrò le porte della città, e se le portò sul monte in ispalla a dileggio dei Filistei; ma Sansone passa la veglia presso una fanciulla una sera, poi un’altra sera, poi nell’altra sera ancora; le si affida; e la scaltra gli taglia i capelli, gli cava gli occhi, lo dà legato a scherno dei Filistei; ed egli muore in mezzo di loro. Avviso a voi che trattate, avviso a voi che lasciate trattare le fanciulle per tante ore in tanto pericolo, fino di notte…. Avviso a tutti, perché noi non siamo più santi di Davide, né di Salomone più saggi, né di Sansone più forti (dice s. Gerolamo). Ulula abies, quia cecidit cedrus: caddero quei grandi! Quando certo vento furioso sradica i robusti cedri, che tanto si sprofondano di radici sotterra, quanto elevano i rami fino alle nubi, le pianticelle di pioppo si abbassino a terra, se non vogliono restare sverzate… Deh! se ci son care le nostre persone, noi non abbiamo che due mezzi per poterle salvare: ciò sono fuggire i pericoli, e ripararci in seno a Gesù Cristo nei Sacramenti, e tra le braccia a Maria in divozione. Se il brutto demonio ci sorprende all’abbandonata, egli alla malora ci rompe addosso con sette diavoli a tutta prova, e d’abisso in abisso ci strascina in perdizione. Gesù Cristo ne avverte, che, se il demonio dei brutti peccati coglie alla sprovveduta un’anima che sia stata pura, vi mena dentro i sette diavoli a far riddone. Al demonio della carne viene compagno il demonio del turpiloquio, il demonio dello scandalo, quello del tradimento, e quello della distruzione, il demonio dell’omicidio, quello del sacrilegio, ed infine il demone della disperazione. Diciamo, che il brutto peccato mena seco il demonio del turpiloquio, il diavolo mal parlatore, il quale come una serpe maligna, col fiato ammorba, colla bava avvelena e colla lingua dà la morte. L’uomo guasto di cuore mescola sempre nella bocca bavosa avvelenate parole: e negli scherzi maliziosi, negli osceni discorsi agita la lingua invasata per ferire da ogni lato il santo pudore. Genitori, cacciate gl’immondi dalle vostre case, se vi sono cari i vostri figli. Oh dite voi: se vi entrasse in famiglia un indemoniato furioso, e menasse giù colpi alla cieca, e dicesse che fa per divertirsi; e qui con un crudo colpo tagliasse il volto ahi! all’avvenente fanciulla, di lì troncasse un membro, e la gettasse a terra con una piaga fitta nel corpo il bel giovinetto, voi non vi scagliereste addosso al maledetto omicida?…. Deh! quando sentite dire brutte cose, sorgete sdegnati, serrate in gola all’assassino delle anime le avvelenate parole. Egli fa un’orrida ferita in quell’angioletto di bella innocenza, e la vostra figlia, che resta guastata in malizia per sempre: egli coll’insegnare un brutto peccato corrompe nel germe la vita del giovinetto, e lo colpisce di piaga schifosa, che diventerà forse cancrena da non potersi sanare mai più. – Mena seco il demonio dello scandalo, il più pericoloso, perché sa pigliare mille forme a tradir sempre. Ora invasa una donna vana, ed essa col suo demonio in corpo immodestamente vestita porta gli scandali fin dentro le sante chiese sugli occhi stessi degli angioli di Dio. Nei libri se invasa la storia, rimescola il putridume già sepolto, per ammorbare e presenti e futuri, come ammorbò i passati: nei romanzi cambia le tinte, camaleonte sempre da schifo per tutti ingannare: della letteratura e dei giornali fa un immondezzaio; e dei. teatri, infami bordelli. Se avvicina una fanciulla, la artiglia: se mette la mano su di un figlio, egli è perduto: se col tiranno bisogno incatena una meschinella, la tiene legata nella tana, e ne fa esca velenosa da dar la morte; che se poi corrompe un grande, ammorba una intiera nazione… Così gli scandalosi con una smania infernale perseguitano il pudore in ogni luogo… La povera innocenza è come il grazioso pesciolino detto angel del mare per la sua bellezza. Egli dalle squame colore di rosa, dalle carni delicatissime, non ha dove possa fermarsi. Se guizza in alto mare, il pesce cane l’ingoia: se cala nei bassi fondi lo soffoca la melma: se costeggia le spiagge, l’arraffa l’orrido granchio: se rade gli scogli, il polipo delle lunghe braccia l’attrappa: se vola fuor d’acqua, lo sparviero procellario gli piomba alla vita. No, no: noi non possiamo ormai più salvarvi in questo mare d’immondezze, se voi, cari figli, non vi cercate da voi stessi lo scampo solo in seno a Gesù ,nel Sacramento, e tra le braccia della Madre della purità, la Madre nostra Maria. E per vero il demonio degli infami peccati mena seco il demonio del tradimento. Bella gioventù: tu folleggi ingenua pei prati dei piaceri, e ti pare tiranno chi mira a tenerti in guardia lontano dai pericoli. Vieni a vedere l’incauto usignolo! Anche quell’augelletto in mezzo al prato scherza tra i rami della pianta, che mette fiori: gorgheggia allegro, e tempra l’armonia del canto coll’aere d’aprile, che gli ride d’intorno, e bacia il venticello, che gli accarezza le piume, geme e sospira; sospira!,.. poi si sfoga repente in fuga di trilli. Ma al piede dell’albero, sotto il fogliame si appiatta la serpe, che apre la bocca tra l’erbe, guizza la lingua a Spire a mo’ di vermicello, e fischia per richiamo all’augellino. Ei vola giù ad imbeccarlo… Ah! due occhi di brage gli fanno paura: fugge stridendo, e ciancia per l’aere, e si querula del tradimento. Va, che sei salvo ancora. Ma il boccone l’attira: fa la ronda, svolta…; e via…. Ma il fascino l’insegue, e torna svolazzando tra il cespuglio e l’arboscello, casca languido tra l’erbe, l’ali dimena e la coda; poi su tra i rami librasi ancora, guarda al verme…. pigola, geme, tremola, tremola, e vola in bocca al serpe… Ahi! stride l’usignuolo, tenta sfuggire, ma la biscia si alza indragata, e dall’orrida bocca misto alla bava gronda il sangue del divorato augellino. Fanciulle, vi fa spavento? L’usignuolo siete voi! E voi, o giovani….. vel dico io, che m’intendete. Eccovi dove vanno a finire le avventure d’amore! E ricordatevi tutti che, se d’Adamo in qua i pesci si sono presi cogli ami, ora poi vi è gran progresso nel sapere adattare le fogge degli ami alla bocca di tutti. Per prendere i pesci di carne grossa si getta un boccone di carne che manda fetore; e il pesciolone abbocca e resta preso dall’uncino alla gola. Così da una carne avvelenata si dà sovente la morte all’anima e al corpo ai peccatori più sozzi. Per prendere pesci più buoni si veste l’amo di un vermicello, che a mezza vita infilzato, si contorce nell’onda; e il buon pesce resta preso al palato, come anche per certe donne oneste certe offerte e regalucci e favori e servitù sono segni di una castità che va a morire, seppure non è già morta come dice s. Girolamo. Ma per pesciolini più delicati si veste l’amo a mo’ di un moscherino di ciniglie di colori cangianti, col fil trasparente si fa danzare nello specchio dell’acqua: il pesciolino la sfiora guizzando, e spruzza d’intorno come perline le gocce illuminate dal sole, si rituffa, poi dimena la coda, agita le pinne… e guizza al moscherino… Ve? la canna lo balza in aria e mostra il ventre inargentato al sole, e muore con un palpito in mano al pescatore. Con ciò vogliamo dire, che certe occhiate e moine e sospiri di alcuni svenevoli, sono di perdizione e che certe creature tradirebbero fino gli angioli in carne. – Ho detto che mena seco il demonio distruggitore della pace della famiglia. Guai se entra tra marito e moglie il demonio dell’infedeltà! mena esso seco il demonio della guerra in casa, e della distruzione della famiglia. E non sentite, o. fratelli, un ruggito?… E la belva infernale del divorzio, che adocchia il momento in cui una nazione sia corrotta abbastanza, per slanciarsi a distruggere le famiglie. Già la Prussia e l’Inghilterra invano tentano frenarlo: rotto il ritegno del Sacramento del matrimonio, essa è già dentro a straziarle. Ecco perché il demonio vorrebbe fare unioni, che dicono matrimoni senza Sacramento. Intanto, mentre il voto della castità da questo mondo senza amore raccoglie tanti, che non sì conoscono fra loro, e forma care famiglie di fratelli e sorelle di un cuor solo nei monasteri, il laido demonio distruggitore gettò all’abbandonata tanti infelici che si credono liberi perché non si maritano. – Meschini! Alcuni pensano che l’amore si compri a danaro dalle perfide, che li tradiscono, per chi più le paghi. Così senza affezioni di famiglia, senza consolazioni di parenti vanno vagolando nella società, come nello spazio certi areoliti infuocati, slanciati fuori dalle orbite dei pianeti, i quali dove cadono abbruciano, e mandan fetore di zolfo, né si sa in qual regno della natura classificarli. Povero scapolo! troverà la pace nelle osterie e nei caffè, che sono le sue case senza tenerezza? No; ché dalle invetriate dei caffè delle sale dei piaceri forse travede per la piazza un monello mezz’ignudo, educato per le carceri che manda maledizioni a chi contro le leggi dell’onore gli diede la vita, e contro la legge della natura non gli fa da padre! E le maledizion del sangue fan sempre male al cuore!… Il mal demonio li perseguita dappertutto, né giova cercar la pace in calcolatrice scaltrezza, in un matrimonio di convenienza ad una certa età, dopo di aver tradito forse una giovane incauta. Perché fino nel torbidi sonni nella camera nuziale gli appare uno spettro colla faccia ingiallita, coi capelli rabbuffati. È la figlia tradita che piglia dal seno una manata di nero sangue, e glie la getta in volto, per funestargli l’affezione maritale. Va, disgraziato! Ti sei riso dei traditi amori: ma il demonio struggitore del bene dell’anima ti insegue a funestarti fino l’agonia. Allora.., quando benedirai morendo i fanciulli del tardo matrimonio, che abbandoni col cuore lacerato ancor bambini, cupa una voce ti griderà: ma i tuoi figliuoli sono tutti qui?… Sono tutti qui?… – Ma ecco che vien appresso il demonio dell’omicidio, che agogna tuffarsi nel sangue umano. Fino le favole antiche dicevano che fu un pazzo di re pastore, che rubò una donna; e che quel pazzo attirò tutti i guerrieri di Grecia a distruggere il gran reame di Troia. E la storia antica ricorda che fu Taide, la svergognata famosa, la quale dal meretricio amplesso di Alessandro corse colla fiaccola alla mano come una furia a dar l’incendio che ridusse la capitale della Persia in una montagna di cadaveri e di rovine. Ah lo dice pur bene il Vangelo, che al più sant’uomo del mondo, al Battista dal sozzo Erode fu troncata la testa, perché una laida donna voleva saziarsi di quel sangue in una festa da ballo! La storia moderna poi segnala all’orrore di tutti il traditore della Chiesa Enrico VIII, che inferocito dall’osceno demonio non rifiniva mai di tagliare le teste alle proprie mogli per mutare pascolo alla insaziabile brama. Eh che dal diluvio universale, che affogò tutta la carne umana marcia in peccato, alle fiamme che abbruciarono le cinque città infangate d’orrende carnalità, fino alle creaturine spente prima di aver veduto la vita, e fino ai molti duelli e suicidi moderni è il sozzo demonio che diguazza nel sangue! Guai alle nazioni che si affogano nelle immondezze! In quel putridume cadono i troni dei re! E, signori! Allora sull’altare di Gesù, Dio del santo amore, s’innalza da adorare una druda oscena. Per quest’orrido dio gli apostoli sono gli assassini: pel coro delle vergini, le petroliere le Taidi d’adesso lupe dei bordelli, furie d’inferno: per sacerdoti, i boia dell’internazionale: e pei sacrifici i milioni di uomini che agognano sgozzare. Vi è da tremare per noi! – Il demonio del brutto peccato mena seco nell’anima il demonio del sacrilegio. E non vi accorgete che fa riddone infernale nelle chiese intorno alle processioni, ad insultare Gesù fino sugli altari, a morderlo nelle sacrileghe comunioni, e fino ad abusar del Sacramento santissimo in…. Maledizione all’orrido sacrilegio che non si può nominare! Gesù nostro! fuggiamo da quei luoghi dove la bordaglia dei sozzi indemoniati non contenti di andar sfrenati pei teatri, in mezzo alle città, in tante case o tane di vizi, vi portano fin nelle chiese il sacrilegio sui sacratissimi occhi vostri in Sacramento, fin nell’ora che spandete sui vostri fedeli col vostro Cuore, le sante benedizioni! Ah fratelli! pur troppo Gesù sì ritira, come si ritirò dalla Turchia, quando la civiltà si tuffa nel più orrendo pantano di vizi. Gesù più di tutto aborre dai civili bordelli, e preferisce le capanne dei selvaggi, ed ha più cari i popoli barbari delle Americhe, dell’Australia, del Nord, dei mari ghiacciati, che abitano cogli orsi marini, anziché l’accozzaglia ammorbata di viziosi eleganti. Tocca a voi tanto buoni, a fermarlo qui colla purità dei vostri costumi, o figlie di Maria, o giovani uniti in devoti consorzi, o caste spose, buona gente del popolo: voi costringetelo a rimaner qui. Siete puri, l’otterrete. Mane, Domine! Mane, Domine! Finalmente l’osceno demonio mena seco troppo sovente nell’anima il demonio della disperazione. – Sentite caso terribile ed inorridite! Ve lo racconto quasi con tutte le parole del padre Segneri. Un cavaliere sordido di costumi si teneva in casa una fanciulla a libidinoso trastullo. Se alcuno gli parlava di licenziarla, ei se lo levava d’intorno con un disdegnoso: non posso. Però venne la morte a distaccarlo. Si ammala lo sciagurato, si abbandona, sì colca; ed essendo già il male dichiarato pericoloso, viene un Sacerdote per prepararlo a quel passo estremo… Con accorta carità sì ben lo dispone, che l’infermo gli risponde, che, quantunque egli abbia menato cattiva vita, desiderava di sortire una buona morte con una santa Confessione. Pigliato tanto animo, il buon religioso avrebbe voluto venire al ,taglio di quella pratica scellerata, che con cordoglio e stomaco eguale vedeva nella camera stessa del moribondo, il quale la voleva sempre efficacemente vicina: ma la prudenza gli persuase di andarlo disponendo prima con richieste più facili. E come pareva pronto a far tutto « Non volete, gli disse per ultimo, ricevere i Sacramenti, come conviensi ad un buon Cristiano? » « Volentierissimo li riceverò, se voi, o padre, vi compiacete di amministrarmeli…. » « Ma sapete pure che questo non sì potrà, se prima non licenziate da voi quella giovane. » « Oh questo, padre, non posso! » « E perché non potete? e potete, e dovete, signor mio caro, se volete salvarvi! » « Io dicovi che non posso. » « Ma non vedete che tanto vi converrà partire da lei fra breve per necessità? Scacciatela adunque per elezione. » « Non posso, padre, non posso! » « Come! ad un Dio crocifisso che ve lo chiede, è Maria nostra Madre che l’aspetta?….» « Non posso, non posso!» « Ma voi non parteciperete dei Sacramenti! voi perderete il cielo!… » « Non posso! » « Ma voi precipiterete nell’inferno! » « Non posso! » « È possibile, che io non debba cavarvi di bocca altra voce? Meschino! perderete la donna, la riputazione, il corpo, l’anima, i Santi, la Madonna, Gesù, e il paradiso e così farete una morte da scomunicato, e sarete sepolto da bestia! » Allora quello svergognato, gettando un crudo sospiro, tornò ancora a replicare: non posso! non posso! — Afferrò improvvisamente la perfida per un braccio, e con volto angoscioso, con Voce alta: « Questa, proruppe, è stata la mia gloria in vita, questa è la mia gloria per tutta l’eternità! » Quindi con forza stringendola, ed abbracciandola, tra per la veemenza del male, e l’agitazione dell’affetto esalò sulle sozze braccia, l’anima disperata. Oh miei cari fratelli! E troppo vero che i brutti peccati di carne sono il peggiore oltraggio all’immagine di Dio che siamo noi. Sono un sacrilego insulto alle membra di Gesù Cristo, e sono cagione di tanti altri rovinosi peccati: poiché l’orrido demonio, che spinge a quegli esecrati delitti, trabocca gl’infelici in tutti i vizi, e li subissa nell’inferno. Deh! salviamoci tutti in seno a Gesù nel Sacramento. Nella santa Comunione mette Gesù dentro di noi il suo Sangue, che fa diventar pure le nostre persone, fa palpitare il cuore in purità. Nelle tentazioni chiamate Gesù e Maria! e sempre Gesù e Maria, che vi hanno da salvare.

LA VITA INTERIORE (29)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (29)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

VOGLIO TE SOLO, O GESÙ!

TI DESIDERO…

Mio caro Gesù! Permetti che al termine di queste pagine nelle quali ho cercato di parlare di Te, parli, ora, un poco, a Te!

Sento vivissima, forte, insistente, la necessità di vivere con Te, perciò di venire a Te! Sento ch’è grave l’angustia di questa vita mortale: la mia debolezza mi confonde; la lotta d’ogni giorno mi fiacca! Oh! Signore Gesù, abbi pietà di me! Chiamami a Te, o Gesù! Ho bisogno del tuo amore! Solo del tuo amore! Del tuo amore solo! Più ti penso, più ti desidero, o Gesù! Sei l’amore infinito. Come si può vivere senza di te? Come posso stare, senza desiderare di gettarmi, tremante d’amore, fra le tue braccia paterne, per appoggiare il capo sul tuo cuore, per dirti che t’amo tanto e che non posso dire e fare altro che amarti, mio vero amore? – E che m’importano le meschine glorie, le vane soddisfazioni degli uomini che tanto facilmente s’adombrano; si contrastano, s’incensano, s’abbattono?

TI AMO…

Capisco, o Gesù; sì, capisco! È necessario soffrire tutta la vita, perché Tu hai voluto che non fossero qui il gaudio e la pace… Hai voluto che accettassimo, nell’abbraccio, la Croce…; che seguissimo il Tuo esempio. Dovrò tenerla, adunque, ancora, per molto tempo, nelle mie braccia, questa croce? Il seme di grano deve morire per poter dare nell’àrista mille frutti d’oro! Sì, o Gesù, voglio morire anch’io, ai miei desideri, anche ai più santi, per rinascere sempre più vivo e rivivere sempre con Te e in Te. – Gesù dolce! Gesù amore! se penso che Tu mi ami, sento che il cuore mio non resiste più. So che m’hai dato tutto il Tuo amore quando spasimasti e moristi, per me, in Croce; so che me l’hai conservato nella SS. Eucarestia…, ed io mi sento commosso e provo la gioia più inebriante! Sento che tu hai posto nel mio cuore il desiderio di un amore senza confini, e mi fai sentire, continuamente, che tu solo sei l’unico amore, che tu solo sei l’unica realtà! Ah! caro Gesù! Com’è dolce il Tuo amore! Che conforto inesprimibile! Oh Gesù! io ne sono insaziabile. Vieni, Gesù dolce, Gesù amore! Deh! Gesù vieni; e non tardare! senza Te io non posso stare!…

TI VOGLIO!

Gesù, Tu solo sei tutto. Per questo Ti voglio! Maestro insuperabile, venerato, caro! padre affettuoso; fratello dilettissimo; sposo dell’anima mia; amico fedelissimo; unico e vero Redentore! Per Te, tutto e solo per Te! Sì, o Gesù. Perché la mia vera gioia, la mia più grande gioia è di sapermi amato da Te, e perciò dal Padre celeste e dallo Spirito Santo. – Sapermi amato da Te che sei il tutto, mentre io sono il nulla! Meno che nulla.

Eppure… Sì, fa’ coraggio, anima mia, Iddio mi ama. Me, così esiguo, debole, effimero, deforme, cattivo, perfido, inetto, incostante. Ama me d’un amore infinito sin dall’eternità, questo Signore e Creatore di tutto lo sterminato universo che S. Agostino ha definito: «Sommo, ottimo, più che potente, più che onnipotente, sovranamente misericordioso e giusto, nascostissimo e presentissimo, bellissimo e fortissimo, stabile e incomprensibile ». Oh! Gesù. Perdonami se me ne meraviglio! Dovrei ricordare sempre che il Tuo amore è degno della Tua Bontà infinita, della Tua gloria, della Tua onnipotenza! Grazie, o Gesù! Accoglimi, dunque, fra le Tue braccia, poiché sono la pecorella smarrita, sono la dramma ruzzolata sotto la tavola, sono il figliuolo prodigo che si stringe al Tuo seno e non vuole più separarsi da Te! – Sento un bisogno irresistibile, o Gesù, di dimenticarmi, di scomparire, di consumarmi per adorare Te nel Padre Celeste ininterrottamente, per radicarmi in Te, immobile, come se fossi già nell’eternità, per ascoltarti in un profondo silenzio…

BEATI GLI OCCHI…

« Beati gli occhi che ti veggono, o Dio amore! O quando giungerò colà ove sei tu, Dio, vera luce?… So che alfine ti vedrò coi miei occhi, o Gesù, mio salvatore! Beati gli orecchi che ti ascoltano, o amore, verbo di vita! Quando la tua voce piena di tanta dolcezza mi consolerà chiamandomi a te? Oh! ch’io non abbia a temere una dura parola, ma ascolti presto la tua voce gloriosa! Beate le nari che sentono il tuo olezzo, o Dio, dolce profumo di vita! O venga io presto ai fertili e ameni pascoli della tua eterna visione! Beata la bocca, o Dio, che gusta le tue parole di consolazione, più dolci d’un favo di miele! Quando si nutrirà l’anima mia della sostanza della tua divinità, e si inebrierà dell’abbondanza delle tue delizie? Oh, possa io qui sentire quanto soave tu sei, Signore, in modo da goderti poi in eterno e pienamente, o Dio della mia vita. – Beata l’anima che si è unita a Te con amplesso di amore inseparabile, e beato il cuore che sente il bacio del cuor tuo, stringendo teco un patto di indissolubile amicizia. Oh! quando mi stringerai tu con le tue braccia, o Dio del mio cuore, e ti scorgerò senza velame?

Presto, tratta fuori da questo esilio, possa io vedere il tuo dolce volto nella gioia!» (Esercizi di Santa Geltrude la Grande).

O MARIA!

O Maria, Ausiliatrice, Immacolata, compi l’opera, soddisfa il mio desiderio. Voglio, per le tue mani verginali e materne, essere presentato, offerto e consacrato, per sempre, a Gesù. Degnati, o Vergine e Madre purissima, di esaudire la mia preghiera.

FINE