Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (11), capp. XX-XXI

CAPITOLO XX.

MARTIRIO DEL BUON LADRONE.

  1. Disma può egli veramente chiamarsi martire? Tre condizioni richieste per il martirio. — Sentenze di S. Cipriano, di S. Agostino, di S. Girolamo, di S. Bernardo. La rottura delle gambe e delle cosce ordinata in odio di Gesù Cristo. — Il Crurifragium o supplizio distinto dalla crocifissione. — Esempi di questo presso i pagani. — La legge dei giudei non lo comandava. — Testimonianza di Origene.—-La consuetudine non lo autorizzava.— Belle spiegazioni dei Padri. — Sapiente riservatezza della Chiesa Romana. — Essa autorizza l’ufficio del Buon Ladrone sotto il nome di confessore. — Decisione della S. Congregazione dei Riti.

Per fare di s. Disma un capolavoro compiuto della bellezza morale, sembra che manchi una perla alla sua corona. Questa perla è la più preziosa di tutte; poiché essa sola fa brillare di tutto il loro splendore le virtù eroiche del coronato atleta: noi vogliam dire il martirio. Tale e tanto ne è il valore, che esso basta a far glorioso il più umile cristiano, al di sopra di tutti i santi dottori, pontefici, anacoreti, missionari che non siano martiri. Ed una simile gloria manca forse al nostro beato? Ce lo dirà la risposta alle seguenti interrogazioni. Quali sono le condizioni richieste pel martirio? Sono esse concorse nella morte di Disma? – Secondo la Teologia Cattolica tre cose costituiscono il martirio. Soffrire la morte o i tormenti capaci di produrla; soffrirla volontariamente; soffrirla per difesa della vera fede, o di altra virtù cristiana. Data appena una tale definizione, tosto vi ha chi risponde: S. Disma non fu martire. I suoi patimenti non furono volontari, né egli li soffrì per la difesa della fede. Il gran martire di Cartagine, s. Cipriano, replica molto a proposito. « Nella passione di questo Ladrone bisogna distinguere due tempi, due uomini, ed il sangue Dell’uno da quello dell’altro. Il sangue ch’ ei versò prima della dichiarazione di sua fede fu il sangue del ladro; e dopo quella dichiarazione fu il sangue di un Cristiano. Il sangue del ladro fu la pena dei delitti; ma il sangue del ladro versato nella confessione della fede cristiana, per affermare la divinità del Figlio di Dio, fu il sangue di un confessore »  [De Cœn. Doni., apud Orilia, p. 223, et Cor. a Lapid., in Luc., XXIII, 42]. S. Agostino riporta la sentenza del suo illustre collega dicendo: « Il Ladrone, non discepolo di Nostro Signore prima della croce, ma confessore sulla croce, è posto da S. Cipriano nel numero dei martiri. In vero per aver confessato Gesù Crocifisso, egli si ebbe ugual merito che se fosse stato crocifisso per Gesù. La misura dei martire si ritrova in colui che confessa Cristo nel momento in cui lo abbandonarono coloro che un giorno sarebbero stati martiri » [De anim. et ejus orig., lib. I, n. 11, Opp., t. X, p. 700]. In altro luogo Io stesso dotto Vescovo si esprime cosi: « Il Ladrone eletto già prima di esser chiamato, non ancor servo e già amico, non ancor discepolo e già maestro, da ladro diviene confessore. Senza dubbio; da ladro incomincia il suo supplizio, ma per un prodigio ineffabile il consuma da martire » [Serm. cxx, De Tempor.] – Lo stesso pensiero troviamo in S. Girolamo « Il Ladrone, dice il gran Dottore, cangia la croce per il paradiso, e della pena dei suoi omicidi fa un martirio. » [Epist. XIII, Ad Paulin.]. – Ascoltiamo ora S. Bernardo. « O beatissimo ladro… che dissi mai? non ladro, ma martire e confessore! Egli fa liberamente della necessità virtù, e muta la pena in gloria, e la croce in trionfo. In voi fortunatissimo confessore e martire, raccoglie il Salvatore le reliquie della fede in mezzo al mondo intero, che non ne ha più. I discepoli fuggono, Pietro rinnega, e voi aveste la sorte di essere il compagno di sua passione. Sulla croce voi foste Pietro, e nella casa di Caifa Pietro fu il ladro. E Pietro fu ladro per tutto quel tempo che ascondendo interamente quel ch’egli era, esternamente rinnegava il suo divino Maestro. Or ecco perché voi avete preceduto Pietro nel Paradiso. Imperciocché Colui che abbracciandovi sulla croce, divenne vostro capo e vostra guida, il giorno stesso in cui rientrò nel suo regno, in quello seco v’introdusse suo fedele e glorioso soldato. » Eccovi delle autorità, certamente rispettabili, che non esitarono di dare al nostro Santo il titolo di martire. Glielo danno perché ha sofferto almeno in parte il supplizio della croce confessando la divinità di Nostro Signore. Per assicurare a Disma questo titolo glorioso, faremo parola di un altro supplizio che gli venne inflitto a punizione della sua professione di fede. Intendiamo parlare del crurifragium o rottura delle gambe e delle cosce. – La crocifissione e la rottura delle gambe, erano due supplizi distinti. Uno non traeva seco necessariamente l’altro. La storia profana ce ne fornisce moltissime prove. « Augusto, scrive Svetonio, avendo scoperto che Thallo, suo segretario, aveva dato una lettera e ricevuto per essa cinquecento denari, gli fece romper le gambe e le coscie l. » [In Aug., c. LXVIII] Il medesimo autore narra come Tiberio facesse romper le gambe a due giovani, perché avevano rinfacciato a quel vile tiranno un turpe delitto. In Seneca leggiamo che Silla trattò nella stessa guisa Marco Mario Gratidiano. [De ira, III, c. XVIII.] – Nè il Crurifragium era proprio dei soli romani. Questo genere di supplizio era in uso presso gli altri popoli dell’antichità. Polibio riferisce che in Africa una popolazione ribelle, essendosi impadronita dei cittadini più illustri di Cartagine, li mutilò rompendo loro le gambe, e gettandoli semivivi in un fosso. Inutile è l’aggiungere che la stessa tortura fu largamente adoperata a riguardo dei martiri. Fra gli altri molti, gli atti di s. Adriano ne offrono un esempio, che può dare un’idea della crudeltà dei tiranni imperiali e della costanza dei confessori della fede. Tutti questi fatti ci mostrano che la rottura delle gambe aveva luogo alcuna volta senza il supplizio della crocifissione; e quelli che abbiamo citati antecedentemente ci hanno mostrata la crocifissione senza la rottura delle gambe. I popoli antichi erano sì poco premurosi di affrettar la morte dei crocifissi, che li lasciavano spirar sulla croce il più lentamente possibile. Così volevasi dal legislatore che si aggravassero i loro patimenti, e si prolungasse la lezione di terrore data col loro supplizio. Per accelerare la loro morte, era necessario, dicono gli antichi giureconsulti Paolo ed Ulpiano, che ricorresse l’anniversario della nascita del principe, o la domanda dei parenti, o qualche altra grave ragione; altrimenti si lasciavano imputridire sulla croce. Come presso i pagani, così presso i Giudei, il Crurifragium non era la conseguenza necessaria della crocifissione. In alcun luogo si trova indizio del contrario, e il testo del Deuteronomio che regola il supplizio della croce, non ne fa motto. Eccolo: « Quando un uomo avrà fatto un peccato da punirsi colla morte, e condannato a morire, sarà stato appeso al patibolo, non rimarrà sul legno il suo cadavere, ma sarà sepolto lo stesso dì; perché è maledetto da Dio chiunque è appeso al legno: e tu non dei contaminar quella terra, di cui il Signore Dio tuo ti avrà dato il possesso. » [XXI, 22-23]. La legge ordinava di deporre il cadavere dei crocifissi prima della fine del giorno, ma essa punto non dice che a farli morire innanzi all’ora stabilita, si dovessero spezzar loro le gambe e le cosce. Ma almeno era forse consuetudine ricorrere a quel barbaro mezzo? Nulla ci autorizza a pensarlo; anzi sembra chiaramente risultare il contrario dal testo evangelico. Ascoltiamo Origene, così vicino al tempo di Nostro Signore, e tanto pratico degli usi dell’Oriente. Su queste parole di s. Giovanni: i Giudei pregarono Pilato che fossero ad essi rotte le gambe e fossero tolti via, egli dice: « Un tal fatto ebbe luogo il giorno della morte di Nostro Signore Gesù Cristo; ma per ordinare che ad esso fossero spezzate le gambe. Pilato non invoca la consuetudine. L’Apostolo lo fa ben rilevare, dicendo che coloro pregarono Pilato che fossero ad essi rotte le gambe e fossero tolti via. Era forse necessario di andare a chiedere una tal cosa come una grazia, se tale, fosse stata la consuetudine? » [Tract. XXXV, in Matth.]. Col domandare questo crudele supplizio, i Giudei operavano ancora contro la consuetudine. Questa consisteva nel dare al condannato, del quale si voleva accelerare la morte, un colpo di lancia sotto le ascelle verso la regione del cuore; e questa era una maniera meno barbara di togliergli la vita. Noi dobbiamo ad Origene questi dettagli, il quale vivendo al tempo delle persecuzioni, conosceva meglio degli altri i particolari dell’esecuzioni capitali. Da qui la sorpresa di Pilato venendo a conoscere la pronta morte di Nostro Signore. Dall’un canto per piacere forse ai Giudei, non aveva egli dato l’ordine dell’ordinario colpo di lancia al Salvatore; dall’altro, egli sapeva che i crocifissi vivevano sulla croce, non solo alcune ore, ma dei giorni e delle notti intere. Fu perciò grande la sua meraviglia, quando il centurione, inviato per rompere le gambe ai condannati, venne ad annunziargli che Gesù era morto prima di questo supplizio. Quanto al colpo di lancia dato al Salvatore, oltre le ragioni misteriose, con le quali il permise la provvidenza, esso si spiega per la consuetudine che abbiamo accennata. Per assicurarsi se Nostro Signore fosse veramente morto, e togliere ad esso lui l’ultimo soffio di vita che gli poteva ancor restare, il soldato fece a riguardo suo ciò che era in uso di farsi pei condannati alla croce. Sotto una forma diversa, la consuetudine di cui parla Origene erasi conservata nell’antica legislazione penale delle nazioni europee. Al reo condannato ad aver rotte le gambe, il carnefice cominciava dal dare un colpo alla parte del cuore per ammortire il dolore dello spezzamento delle gambe e delle braccia. Nel caso poi, in cui il condannato meritasse di soffrire più a lungo, il colpo al cuore non si dava che in ultimo luogo. Questo era quello che chiamasi colpo di grazia. Ora perché mai, in luogo del colpo di lancia, i capi della Sinagoga chiedono che siano spezzate le ossa? Senza dubbio per rodio che portavano a Nostro Signore, e particolarmente al Buon Ladrone. Non avevano dimenticato che se essi avevano voluto far cambiare lo scritto da soprapporsi alla croce, che dichiarava la regia condizione del Salvatore, Disma aveva dal canto suo giustificata la dichiarazione di Pilato, ed accusato perciò i Giudei del più enorme degli attentati. La rottura delle ossa doveva punire il di lui coraggio. – Che tale si fosse la intenzione degli Ebrei, i Padri della Chiesa mostrano di non dubitarne: « Andarono pertanto i soldati, dice il Vangelo, e ruppero le gambe al primo e all’altro che era stato crocifisso con lui. » Secondo Luca di Burgos il primo indica il Buon Ladrone, crocifisso alla destra di Nostro Signore, e che respirava ancora, « E perché, domanda s. Gregorio Magno, tutte queste minute particolarità? Può mai credersi ch’esse non nascondano un qualche mistero? Perché non dire semplicemente ruppero le gambe ai due ladroni, se ciò non è per indicare nelle parole del primo e dell’altro, un senso occulto? » [Omil. XXII, in Evang.]. E quale è mai questo senso? Eutimio, citato dal dotto P. Silveira, viene a dircelo: « Con questa parola di primo il Vangelo indica il Ladrone crocifisso alla destra di Nostro Signore e convertito. Siccome il giusto è sempre il primo a ricevere i colpi, i Giudei da esso lui incominciarono, irritati com’erano contro di lui per aver presa la difesa del Signore ». Da tutte queste circostanze, il celebre commentatore arditamente conclude, che Disma fu un vero martire, e che i Padri della Chiesa ben si apposero nel dargli un tal titolo. « Pieni di livore, i Giudei cominciarono da lui il crudele supplizio del crurifragium. Ed avendolo Disma sopportato senza lamenti, in continuazione della magnifica testimonianza che egli avea resa all’innocenza ed alla regia qualità di Nostro Signore, io non esito punto a chiamarlo martire coi padri della Chiesa » Non ostante tutte queste testimonianze, noi dobbiamo alla verità della storia dichiarare che, sul martirio di s. Disma, vi han due diversi pareri: l’uno che gli attribuisce la qualità di martire propriamente detto, e l’altro che gliela nega. Nel passato secolo la Congregazione dei Riti prese a discutere siffatta questione, e la sua decisione dà luogo ad ammirare sempre più la prudente riserva della Chiesa Romana. Senza biasimare la opinione dei Padri e dei Dottori che attribuiscono a Disma il titolo di vero martire, la Congregazione adottò per la liturgia la opinione contraria: ed autorizzò 1’ufficio del Buon Ladrone, sotto il titolo di confessore non pontefice. A scanso poi di ogni critica, essa pur’anche soppresse il nome tradizionale di Disma [Vedi Benedetto X I V , De Canon. SS.; lib . IV , part. II, c. XII, n. 10].

CAPITOLO XXI

IMITATORI DEL BUON LADRONE.

(Per imitatori del buon Ladrone intendiamo i grandi peccatori che lo imitarono nella prontezza e sincerità della loro conversione).

 La conversione del Buon Ladrone inspira la fiducia. — Condanna la presunzione. — Espressione di S. Agostino. — Eloquenti parole del vescovo Eusebio. — Incoraggiamenti dati da S. Ambrogio e da S. Agostino. — Esempi di grandi peccatori subitaneamente convertiti. — Il giovane ladro dell’Apostolo S. Giovanni. — Sua storia.

Dopo la riforma del Breviario Romano, l’officio del Buon Ladrone fu primamente richiesto dall’ordine Europeo, sì famoso nella storia della carità cattolica, di Nostra Signora della Mercede, pel riscatto degli schiavi. Qual migliore avvocato, qual più perfetto modello per tanti infelici incatenati nei bagni di Tunisi e di Algeri? La domanda fu appagata da Sisto V. Venne di poi nel passato secolo la Congregazione Italiana dei Pii Operai. In riconoscenza delle molte e strepitose conversioni ottenute nelle missioni, per la intercessione di s. Disma, quei zelanti apostoli domandarono nel 1724 l’autorizzazione di far l’ufficio di quel grande avvocato dei peccatori. Roma accolse la loro domanda, ed il Buon Ladrone divenne il protettore speciale del loro ordine. – Il medesimo favore venne accordato ai Padri Teatini degni figli di s. Gaetano Tiene, non che ai Servi di Maria ed agli Oblati di Marsiglia; eroici missionari dell’America Settentrionale. – Non è dunque l’ammirazione il solo sentimento che ispirar ci deve la conversione del Buon Ladrone: una dolce e salda fiducia nell’infinita misericordia di Dio deve esserne il frutto. Fondata sull’esempio di tante conversioni, questa fiducia ci sembra che sia nei voti della Chiesa. Se non fosse per ispirarla ai suoi figli, peccatori o non peccatori, perché canterebbe ella ai funerali: Qui latronem absolvisti mihi quoque spem dedisti? – Senza dubbio sarebbe sommamente imprudente il peccatore, che incoraggiato dall’esempio di Disma, rimettesse all’estremo della vita la sua conversione. Dall’un canto, chi gli dice, che in quel punto sarà in grado di conoscere il suo stato? « Quegli, dice s. Agostino, che ha promesso il perdono al peccatore, non gli ha promesso il domani. » Qui veniam promisit, crastim non promisit. Dall’altro canto la conversione del Buon Ladrone è un miracolo di prim’ordine. Ma il miracolo è sempre un fatto eccezionale, ed il governo della divina Provvidenza non si fonda sulle eccezioni. Iddio non promette né deve miracoli a chicchessia, e molto meno ancora a chi contasse su tal favore per continuare ad offenderlo. Quindi quell’altra osservazione di s. Agostino : « Dei due ladroni uno si converte, perché non abbiate a disperarvi; ma egli è solo perché non abbiate a presumere: » Unus est ne desperes, solus est ne confidas.Non è dunque, ce ne guardi Iddio, per addormentare in una funesta sicurezza gli innumerevoli peccatori dei nostri giorni, che noi citeremo la subitanea conversione di un certo numero di grandi colpevoli. Nostro fine si è di mostrare non esser mai troppo tardi per tornare a Dio; che la sua misericordia si estende a tutti i secoli, inesauribile, infinita; che non v’ha vita sì rea, la quale non possa finire con una morte santa; che nessun peccatore fosse egli al momento di render l’anima, non deve gettarsi in braccio alla disperazione; e finalmente che l’esempio del Ladrone convertito sulla croce venne lasciato come un’ancora di salute ai peccatori moribondi e prossimi a cadere nell’abisso dell’impenitenza finale. Tale si fu pure l’idea dei Padri della Chiesa. « Iddio, dice il gran vescovo Eusebio, era in Nostro Signor Gesù Cristo riconciliantesi il mondo; vale a dire la divinità operava in un corpo mortale. Appariva la umanità nella fragilità della sua natura; e la divinità si rivelava nella maestà della sua potenza. Uomo, egli muore, e scende all’inferno. Dio, ne ritorna trionfante. Per salvare i colpevoli Ei si lascia collocare in mezzo ai rei; l’uno è alla sua destra, l’altro alla sinistra. Con i patimenti della sua Croce, il Giusto merita la gloria ad uno dei ladri; ma se ci poniamo ben mente, noi vediamo che una tal grazia non fu ad esso concessa per lui solo. Perdonando ad un sì gran colpevole, condonando ad un simile debitore la immensa somma dei suoi debiti, il Dio Redentore ha decretato la salvezza del genere umano. – « Egli vuole che il perdono di un sol disperato sia la consolazione e la speranza di tutto il popolo, e che un dono personale diventi un pubblico beneficio: e perciò bisogna credere senza esitazione, che se la conversione del Buon Ladrone fu la gloria della sua fede, essa è pur anche per noi un pegno di speranza, ed una sorgente di vantaggi. L’immensa bontà del nostro Dio accorda liberalmente ciò che Egli sa dover esser utile a tutti. Se dunque pieno di fiducia in una tale misericordia, qualcuno tra noi condanna la sua vita passata, coll’intraprendere una vita migliore, e se tutta ripone la sua speranza in Gesù Crocifisso, diviene pur esso un Buon Ladrone, che apre a se stesso le porte del cielo » Scrivendo a Teodoro, sì famoso per la sua caduta, s. Gio. Crisostomo gli dice: « Tale è la clemenza di Dio per gli uomini, che non rigetta mai una sincera penitenza. Fosse pur caduto il peccatore nel profondo dell’abisso dell’iniquità, se egli vuol tornare alla virtù Dio lo riceve, lo abbraccia, e nulla tralascia per rimetterlo nel suo primiero stato. Altra prova ancora più grande della sua misericordiosa bontà: se il peccatore non ha fatta una intera penitenza, non ne disdegna Egli una incompleta e leggiera, e magnificamente la ricompensa. Osservate il ladrone. Impiega egli forse gran tempo per ottenere il paradiso? Non più che il momento da poter proferire due sole parole, e tutte le sozzure dell’intera sua vita son cancellate, e prima degli stessi Apostoli è ammesso al premio nel cielo. » – Similmente per mostrare le ricchezze della divina misericordia, confortare la nostra debolezza, e raffermare la nostra speranza, Iddio ha permesso e permette ancora le gravi cadute di molti gran santi. Questo salutare coraggio, s. Agostino ispirava ai peccatori di tutti i tempi, di tutti i paesi, di tutte la classi. « David, diceva quel gran vescovo, David profeta e re secondo il cuore di Dio, proavo del Messia, ha commesso due enormi delitti. Ecco quello che debbono gli uomini evitare. Se poi essi pur caddero, ascoltino quello che debbono imitare. Molti vogliono cadere con David, ma non vogliono rialzarsi con David. Il suo esempio non deve insegnare cadere, ma sebbene a risorgere se mai cadeste. Non sia di gioia ai deboli la caduta dei forti, ma la caduta dei forti sia di timore per i deboli. A questo fine fu scritto l’esempio di David; e solo a questo fine viene spesso ricordato e cantato dalla Chiesa. I peccatori adunque si guardino bene di cercare una scusa nell’esempio del santo re, per dire: se David poté farlo perché non lo potrò io? ».  Proporsi di fare il male perché David il fece, è un rendersi più reo di David. David peccando non si era proposto un modello. Egli cade vinto dalla passione, non già incoraggiato dall’esempio di un santo. Voi per peccare vi ponete un santo innanzi gli occhi, e non por imitarne la santità, ma la rovina. Voi amate in David ciò che David odiò tanto in se stesso. Voi leggete ed ascoltate la santa Scrittura per darvi animo a far ciò che dispiace a Dio. Non così fece David. Egli fu rimproverato dal Profeta, e non cadde per cagione del Profeta. « Se fra coloro che mi ascoltano, vi fosse alcuno che sia già caduto, ei deve sicuramente riflettere alla gravità della sua caduta, alla profondità della sua ferita, ma non disperare della potenza del medico: peccato e disperazione è morte certa. Non vi sia dunque alcuno che dica: Io ho peccato, dunque sarò dannato: Iddio non perdona sì gravi colpe. E perché mi asterrò dal peccare ancora? Mi abbandonerò a tutte le mie passioni. Non avendo più speranza di salvarmi, io voglio godere di quello che vedo, mentre non posso conseguire quello che credo. « L’esempio di David risponde ad un simile ragionamento. Coma ammonisce a stare in guardia quei che non son caduti, così ritrae dal disperarsi coloro che caddero. O voi che avete peccato, e disperando della vostra salute, non volete far penitenza della vostra prevaricazione, ascoltate David che piange. A voi non verrà mandato Nathan profeta, ma è David stesso che vien a farvi coraggio ed a servirvi di modello. Voi l’udite esclamare; esclamate con lui; gemere, gemete con lui; piangere, alle sue unite le vostre lacrime. Voi lo vedete convertito, prendete parte alla sua buona ventura. Se esso non poté impedirvi di peccare, or vi conforti colla speranza di risorgere dalla vostra caduta » [Enarrat. in ps. L, n. 3 et 5. Opp., t, IV , p. 658, 660]. – All’eloquenza delle parole è tempo di aggiungere l’eloquenza dei fatti. Noi li sceglieremo tra tutte le specie di peccatori, per dimostrare che la divina misericordia si estende a tutto ed a tutti, e forse di preferenza ai ladri, e agli assassini. Noi scriviamo la storia del più insigne fra loro, e l’abbiano dedicata ad un gran ladro; poi ci pare che in questa classe di sciagurati il Buon Ladrone debba ricercare i suoi prediletti clienti, perche è ben naturale che i santi provino un particolare interesse per coloro che vengono soggetti alle stesse malattie morali, delle quali furono essi le vittime, e che godano di una speciale virtù di soccorrerli. – Il primo che ci si presenta è il capobanda convertito da s. Giovanni. Come quella di s. Disma, la storia di esso dimostra con qual celerità operi la divina misericordia. – Tornato ad Efeso dopo la sua relegazione all’isola di Patmos, il prediletto discepolo, nonostante la sua grave età, visitava le diverse Chiese dell’Asia, delle quali egli era fondatore e padre. Venuto in una città per regolare alcuni punti di disciplina, e decidere alcune controversie, posò l’occhio su di un bel giovane pieno di vigore e di brio. E voltosi al vescovo gli disse; « Siavi a cuore quel giovane, e su di lui vegliate con la più grande sollecitudine, lo ve lo affido innanzi alla Chiesa ed a Gesù Cristo, » Il vescovo lo prende sotto la sua responsabilità, e promette di fare per lui tutto ciò che gli domanda l’apostolo. S. Giovanni ritorna ad Efeso. Il vescovo prende in sua casa il giovane, Io istruisce, lo sorveglia, lo ricolma di paterne amorevolezze; infine lo ammette al battesimo, più tardi lo conferma col sacro crisma, e credendolo ormai ben’assicurato, rimette alquanto dall’usata sorveglianza. Ne profitta il giovane per vivere con maggior libertà, e ben tosto si lega in amicizia con altri giovani dell’età sua, oziosi, infingardi e dati ad ogni maniera di vizi. Questi nuovi compagni lo invitano a conviti e stravizzi, e lo fanno suo malgrado uscir di casa la notte per renderlo complice dei loro furti, e fargli animo a commettere maggiori delitti. Egli man mano vi si abitua, e pieno di coraggio e di confidenza nelle sue forze, come il cavallo che ha rotto il morso, si getta nell’abisso di tutti i vizi. Disperando poi della sua salute, non fa più conto alcuno dei delitti ordinari, e di accordo coi suoi compagni si avvisa di diventare un eroe del delitto. Riunisce infatti intorno a se e forma una banda di ladri, dei quali per la sua audacia, abilità e crudeltà divenne il capo. In questo mezzo, s. Giovanni da diversi affari è richiamato alla città, nella quale aveva conosciuto quel giovane, e dirigendosi al vescovo; « Rendimi, gli disse, il deposito che ti affidai alla presenza di Gesù Cristo e della chiesa della quale hai il governo. » Il vescovo meravigliato Don comprese, e credé che l’Apostolo gli richiedesse qualche somma di danaro deposto nelle sue mani, del quale non aveva tenuto alcun conto. « Io ti ridomando, riprese allora a dir s. Giovanni, quel giovine che ti confidai, ti chiedo l’anima del tuo fratello. » A queste parole il vecchio pastore chinò il capo e si pose a piangere. « Egli è morto, disse. — Come e di qual genere di morte? — È morto a Dio. Coperto di delitti; immerso nei vizi, si è fatto pubblico ladro e assassino. In luogo della Chiesa, nella quale abitava, ora occupa una montagna, ov’è alla testa di una banda di briganti suoi pari. » A tale notizia l’Apostolo lacerò le sue vesti, e dato un gran sospiro battendosi il volto con ambe le mani esclamò : « Veramente ad un buon guardiano confidai l’anima di tuo fratello! Or subito, mi si prepari un cavallo ed una guida. » E frettolosamente uscì dalla Chiesa. Or vedete s. Giovanni, il ben amato discepolo, già più che nonagenario, correre dietro alla pecorella smarrita! Giunto sulla montagna, egli cade nelle mani dell’avamposto dei masnadieri che l’arrestano senza che ei pensi né a fuggire né a difendersi : « E per questo io son venuto, gridò con tutta forza, conducetemi al vostro capo. » Questi armato di tutto punto, lo attendeva, e accortosi che era s. Giovanni che veniva a lui, vinto dalla vergogna prese la fuga. Ma l’Apostolo dimentico dell’età sua si pose a correre dietro i suoi passi gridando: « Figlio mio, perché fuggi tuo padre ch’è senz’armi e rotto dagli anni? Abbi compassione del mio affanno e della mia stanchezza. Non temere, v’ha ancora per te speranza di salute. Io risponderò per te a Gesù Cristo, e se sarà d’uopo, darò di buon grado la mia vita per salvare la tua, come il Signore diede la sua per noi tutti. Fermati, abbi fiducia, perché Gesù Cristo è quegli che mi ha mandato a te. » Al sentire un tal linguaggio il brigante abbassa gli occhi e si arresta; poi getta via le armi: quindi penetrato di orrore, amaramente sospira, e cade nelle braccia del santo vecchio: poi per quanto può, con lacrime dirotte lava la sozzura delle sue colpe, e solo gelosamente nasconde la sua mano destra, ch’era stata il principale strumento dei suoi delitti. L’Apostolo di bel nuovo lo assicura ch’egli otterrà dal Signore il suo pieno e intero perdono, ed inginocchiato a lui davanti, gli bacia la mano destra, ormai lavata dalle lacrime del pentimento, e Io riconduce seco alla Chiesa. Ei prega molto, e digiuna e si mortifica per lui; nutre 1’anima sua con le salutari massime della Scrittura, vi fa discendere il balsamo della speranza, lo ristabilisce nella pace, e non se ne diparte che dopo di avergli dato un uffizio nella chiesa. – Questa solenne conversione è ad un tempo il trionfo della penitenza, la prova della risurrezione che essa opera, ed un esempio da proporsi all’imitazione dei più grandi peccatori. [Euseb., Hist. 1. III, c. XVII]. – Non ci sarà permesso di aggiungere che questo episodio della vita di s. Giovanni sarebbe per gli artisti un soggetto di un magnifico dipinto? L’importanza del fatto in se stesso, il contrasto delle figure, e come accessori, gli alberi e le rupi della montagna, e quella schiera di banditi attoniti alla scena che ha luogo tra il venerando vecchio ed il loro capo; qual ricco campo per la immaginazione, e qual ricchi elementi per la pittura! – Con la scelta di somigliami soggetti, l’arte ridiverrebbe quel che deve essere, un sacerdozio; mentre perdendosi, com’essa fa dal Risorgimento in poi, nell’impuro labirinto della pagana mitologia, essa non è che uno sterile mestiere e quasi sempre uno strumento di corruzione.

LA BATTAGLIA DI LEPANTO

La battaglia di Lepanto.

[da: C. Castiglioni: Storia dei Papi, II vol. – UTET ed. Torino, 1957, impr.]

Una grave minaccia incombeva da oltre un secolo sul cattolicesimo e su tutta l’Europa cristiana, l’invasione turca. Pio V fu uno dei papi che più energicamente ed efficacemente diedero opera a sventare quella minaccia. Nel secondo mese del suo pontificato scriveva a Giovanni La Vallette, Gran Maestro de’ Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, per incitarlo a resistere in Malta che era assalita dai Turchi. Gli prometteva soccorsi da parte del re cattolico; metteva a disposizione per l’impresa 57.000 scudi d’oro e autorizzava il La Vallette a chiedere in Francia un prestito di 50.000 scudi d’oro, permettendo di garantirlo sulle commende di Francia e di Spagna. Il Gran Maestro poté così rinnovare tutte le fortificazioni di Malta, e costruirvi una cittadella ben munita. – Fallita la conquista di Malta, i Turchi si gettarono sull’arcipelago greco, e si impadronirono delle isole di Chio, di Nasso, di Andro e Ceo (1566). Navi turche comparvero anche nell’Adriatico e minacciavano Ancona. Pio V si affrettò ad inviare Truppe e artiglierie, e in brevissimo tempo allestiva anche un corpo di 4000 uomini per la difesa della costa. Non fidando nei soli mezzi terreni, il Pontefice invitava tutta la cristianità a supplicare i divini aiuti, ed indiceva il 21 luglio 1566 il giubileo per il buon successo della guerra contro i Turchi. –

 

Stendardo dell’armata cristiana

Pio V fu il campione della cristianità contro l’Islam. Per quanto fosse alieno per natura e per sentimento dalle armi e dalle guerre, se ne occupò con tutto l’animo, e non si dette pace finché non riuscì ad organizzare una lega di popoli cristiani contro il Turco. – Egli valutava la situazione reale meglio che non la stessa repubblica veneta, la quale si trovava in continui contatti coi Turchi. Venezia chiedeva al Papa aiuto e specialmente di danaro, ma Pio V era convinto che la repubblica da sola sarebbe stata impotente. Voleva ad ogni costo formare una lega quanto più larga possibile, mentre i Veneziani invece sembravano diffidenti e gelosi degli altri stati cristiani. – A Solimano il Magnifico era successo (1566) il figlio Selim II, brutto, piccolo, dedito ai vini e ai liquori, tanto che lo soprannominarono l’Ubbriacone. Odiava il nome « cristiano », e per quanto fosse molto lontano dall’avere la virtù militare del padre, vagheggiava di estendere ancor più il potere della Mezzaluna. Nel 1570 inviava una potentissima squadra ad impadronirsi dell’isola di Cipro. Dopo un’eroica resistenza di due mesi, la capitale Nicosia si arrendeva: vi perirono 15.000 cristiani, oltre 2000 che vennero ridotti in schiavitù (15 agosto 1570). I vincitori si dirigevano contro Famagosta, la seconda città dell’isola, che era governata da Marc’Antonio Bragadino. La ferocia dei Musulmani, per spaventare l’eroico difensore, gli aveva inviato la testa di Niccolò Dandolo, il governatore di Nicosia. Ma il Bragadino non si sbigottì, e incominciò quella memorabile resistenza, « che resterà sempre monumento di gloria negli annali militari ». Pio V, con l’opera sua insistente, nel frattempo stringeva in lega Venezia, Genova, il ducato di Savoia, il granducato di Toscana, Filippo II, nonché lo Stato pontificio e i cavalieri di Malta (maggio 1571). Purtroppo i collegati furono tardi nelle loro mosse; la Spagna diffidava di Venezia. Il visir Mustafà ebbe tempo di ridurre agli estremi la città di Famagosta, e il Bragadino, dopo due mesi di lotta accanita, venuti meno le munizioni e i viveri, dovette trattare la resa (2 agosto). L’ottenne onorevole: i soldati cristiani sarebbero stati trasportati su navigli turchi all’isola di Candia; libertà parimenti agli abitanti di Famagosta per espatriare, salva la vita, e libertà di religione a quanti volevano rimanere. – Ma il barbaro vincitore, appena ebbe nelle mani la fortezza, beffandosi dei patti sottoscritti, ordinò che i capi fossero trucidati, i soldati tratti in servitù e il popolo spogliato. Il Bragadino, dopo che l a soldataglia l’ebbe sfregiato in volto coi pugnali, fu gettato in prigione, dove fu tormentato in ogni guisa per undici giorni. Trascinato quindi sulla piazza della città, i carnefici lo denudarono, lo stesero su di una pietra e lo scuoiarono vivo. Il martire spirò mormorando le parole del salmo della penitenza: Miserere mei, Deus. La pelle del Bragadino fu riempita di paglia, e per volere di Mustafà sospesa come trofeo di guerra all’antenna della nave capitana. L’ultimo baluardo cristiano nel Levante era caduto. Alla ferale notizia pianse a calde lagrime il Pontefice, e con voce di rimprovero si rivolse ai collegati cristiani, che erano stati spettatori inerti della perdita dell’asilo di Cipro. – I Turchi, imbaldanziti per la vittoria, minacciavano di prendere l’offensiva su più vasta scala. Non c’era tempo da perdere; bisognava agire subito. La flotta cristiana contava 243 legni tra grandi e piccoli, con 1800 cannoni e 80.000 uomini. Comandante supremo era Don Giovanni d’Austria, fratello naturale di Filippo II; più della metà delle navi erano italiane. Al governo dell’ala destra fu posto il genovese Giovanni Andrea Doria, della sinistra il provveditore veneto Agostino Barbarigo, del centro il veneto Sebastiano Venier e Marc’Antonio Colonna romano. Vi erano anche Andrea Provana di Leynì con tre navi dei Savoia, il Commendatore dell’Ordine di Malta pure con tre navi, e molti nobili venturieri, Alessandro Farnese di Parma, il duca d’Urbino, Ettore Spinola, Giovanni Cardona, Onorato Gaetani e Michele Cervantes di Saavedra. Il sultano opponeva complessivamente 282 legni con 90.000 persone e 750 cannoni, al comando del Capudan-pascià Ali, del serraschiere Pertaù, del governatore di Alessandria d’Egitto Maometto Scirocco e del re di Algeri, Lucciali, il Tignoso, rinnegato calabrese.

– BARTOLOMEO SERENO (autore dei Commentari alla guerra di Cipro e della Santa Lega dei Prìncipi cristiani contro il Turco) si introduce a parlare della grandiosa vicenda, che domina incontrastata nella storia navale e religiosa dell’età moderna, con queste parole di sapore epico: « Nessun giorno fu mai tanto tremendo né tanto ricordevole e glorioso, dopo che Dio operò in terra l’umana salute, quanto il 7 ottobre 1571 ». Il Sereno prese parte alla battaglia combattendo sulla galea pontificia Curzolari, la mattina del 7 ottobre 1571. Era mezzogiorno, quando dalla nave di Ali partì il primo colpo; il sole splendeva alto sull’orizzonte; il mare in bonaccia; il vento taceva. Le due flotte distavano fra loro un tiro di cannone; per la vasta distesa del mare non vedevasi che una selva di alberature, dalle quali pendevano vele e bandiere dai colori più svariati. In breve ora il sole fu offuscato dal furibondo cannoneggiare delle due parti: le flotte vogarono a tutta forza l’una contro l’altra; si mescolarono in un furioso corpo a corpo. – La nave di Ali investì la nave ammiraglia dei cristiani: Sebastiano Venier mosse con la sua nave contro la capitana nemica; un fracasso orrendo per il cozzar delle armi, che dai ponti accostati scagliavano i combattenti. Maestosa e sublime era la figura del vegliardo di S. Marco, che, a capo scoperto, con una zagaglia in mano, elevato sulla corsìa della nave, incitava e dirigeva i suoi all’arrembaggio. Fu colpito da una freccia ad un piede, ma non si mosse; cadevano colpiti a morte davanti ai suoi occhi Giovanni Loredano e Caterino Malpiero, e il nipote Lorenzo Venier rimaneva ferito da tre frecce. Ali perdeva la vita, e la battaglia, durata poco più di cinque ore e ritenuta la più grande delle battaglie navali nei tempi antichi e nei moderni, l’ultima e più gloriosa battaglia della cristianità.

Giovanni d’Austria – M. Colonna – S. Vernier

All’ala sinistra, fronteggiando Maometto Scirocco, Agostino Barbarigo compi prodigi di valore. Una freccia nemica lo colpì all’occhio destro mortalmente, e cadde rovescioni sul ponte. Pregato a ritirarsi per medicare la ferita, non acconsentì, ma rizzatosi in piedi, continuò ad impartire gli ordini finché non vide debellata l’ala nemica che gli stava di fronte. Scese allora nella sua camera: estrasse con la propria mano la scheggia di ferro dall’occhiaia e si pose a giacere per morire. Quando gli annunciarono la vittoria dei cristiani, levate le braccia al cielo, ringraziò Iddio e spirò. La vittoria dei cristiani fu piena e completa; era costata loro ottomila vittime, ma al nemico ne uccisero più di venticinquemila; gli affondarono ed incendiarono ottanta galere oltre i semplici fusti; gli catturarono altri centodiciassette legni; e liberarono parecchie decine di cristiani, che erano addetti ai remi, come schiavi, delle navi nemiche. Sulla nave ammiraglia, all’ombra dello stendardo benedetto da Pio V e che recava l’immagine di Cristo crocifisso, si raccolsero i capitani attorno all’ammiraglio: Marc’Antonio Colonna, Don Giovanni d’Austria e Sebastiano Venier si baciarono l’un l’altro, fieri d’aver salvato in quella giornata l’Europa cristiana dalla Mezzaluna. – A coronare l’impresa e a completare la vittoria non rimaneva che drizzare le vele verso Costantinopoli, dove il panico era universale; là avrebbero potuto vendicare la memoria del Bragadino; ma Genova e la Spagna temettero che Venezia ne guadagnasse troppo, e non vollero saperne di navigare verso l’oriente. Presero la via del ritorno, a ricevere le felicitazioni di tutti i popoli, che tripudiavano alla notizia della strepitosa vittoria. –

Visione di S. Pio V

Il sommo Pontefice il giorno della battaglia, nel fervore della preghiera, ebbe la visione del trionfo cristiano, e stette in ansia alcuni giorni, perché la fausta notizia sembrava tardasse a giungere. Un messaggero veneto giunse a Roma a mezzanotte; il Papa l’accolse in quell’ora, e inginocchiatosi esclamò: « Iddio ha ascoltato la preghiera degli umili; queste cose vengono scritte per la posterità, ed i popoli futuri loderano il Signore ». Grandi feste furono celebrate a Venezia e a Roma, dove l’ammiraglio della flotta pontificia entrava a guisa di un antico trionfatore romano. Perché non si avesse coll’andar del tempo a perdere il ricordo della vittoria, Pio V introdusse nelle Litanie lauretane l’invocazione: Auxilium Christianorum, ed istituì la festa di Maria Santissima della Vittoria da celebrarsi il 7 ottobre, giorno della battaglia di Lepanto. E siccome attribuiva la vittoria a Maria Santissima invocata con la devozione del santo Rosario, il successore Gregorio XIII ordinò che in tutta la di ottobre. A Venezia, durante le feste di ringraziamento per l a conseguita vittoria, Paolo Paruta recitò l’orazione solenne a gloria e a suffragio degli eroi caduti per la patria e per la fede.

Che l’Auxilium Christianorum, per intercessione di S. Pio V ci liberi dalla barbarie musulmana odierna che ormai ci soffoca e vuole ancora una volta opprimere i Cristiani fin nelle proprie terre e nelle proprie abitazioni.

Vergine del Rosario, ora pro nobis!

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (10), capp. XVII-XIX

CAPITOLO XVII.

CARITÀ DEL BUON LADRONE.

Carità del Buon Ladrone grande quanto la sua fede e la sua speranza.— Amore del Buon Ladrone per Nostro Signore. — Egli dimentica totalmente se stesso per non pensare che a lui. — Bei passi di S. Gregorio Magno, di S. Bernardino da Siena, e del B. Amedeo. — L’amore lo fa parlare. — Coraggio eroico nelle sue parole. — Amore del Buon Ladrone pel suo compagno di supplizio. — Oggetto di eterna ammirazione. — Passo del venerabile Beda. La corona dell’edifizio è la carità.

Non meno della fede e della speranza questa virtù risplende di una luce incomparabile nel Buon Ladrone. La carità tende all’unione; amare non è che unire. Allorquando i pensieri di una persona son pure i nostri pensieri; le affezioni sue, nostre affezioni; nostri i suoi interessi, i suoi dolori, le sue gioie, le sue speranze, la sua vita, noi possiamo dire che l’amiamo. Ora la carità ha due braccia; con uno abbraccia Dio, e coll’altro il prossimo. Col primo si appoggia a Dio per innalzarsi fino a lui; col secondo si attacca al prossimo per innalzarlo fino a Dio, ultimo termine, riposo e premio di ogni amore. Con questa nobile operazione la carità conduce tutte le cose all’unità. Se, qual noi l’abbiamo definita, questa virtù brilla ad un tratto in un’anima; se ella si appalesa con opere che riecheggiano un coraggio eccezionale, un coraggio più forte che la morte, è dessa eroica. Sarà egli necessario aggiungere che la carità di s. Disma riveste questi gloriosi caratteri? Nessun viaggiatore raggiunge d’un salto la cima di un’alta montagna, né il sole spande in un tratto sul mondo i suoi torrenti di luce. Avviene il medesimo nel mondo morale: nessuno si innalza alla perfezione in un batter d’occhio: Nemo repente fit summus. La perfezione è prezzo di lunghi sforzi, e di duri combattimenti. Alcuna volta Iddio dispensa da questa legge provvidenziale, e si vede, benché raramente, qualche anima arrivare in breve tempo al colmo della perfezione. In prima fila di queste anime privilegiate dalla grazia figura il Buon Ladrone. Nel rapido corso di pochi momenti egli acquista ad un grado eroico la regina delle virtù, la carità. Ciò che in una gran macchina è la ruota maestra, la quale mette in movimento tutte le ruote secondarie; e ciò che in un ammasso di paglia è la scintilla ardente che consuma quanto può essere consumato, la carità lo fu nell’anima di Disma. – « I chiodi, dice s. Gregorio, gli teneano confitti alla croce i piedi e le mani, e non aveva di libero che il cuore e la lingua. Ispirato da Nostro Signore egli offre tutto ciò che ha di libero; il cuore per ottener la giustizia, la lingua per ottener la salute. Per sentenza dell’Apostolo, tre sopraeminenti virtù hanno sede nel cuor dei fedeli, la fede, la speranza e la carità; di tutte tre, una grazia subitanea ricolmò il Buon Ladrone, che le serbò sulla croce. » Gli altri Padri, e fra questi s. Bernardino da Siena, parlano come s, Gregorio. « Tutto ciò che il Buon Ladrone possiede, dice il serafico predicatore, lo consacra a Gesù, qual sacrificio di perfetto amore. Inchiodato alla croce, non può far uso né dei piedi, né delle mani; ma consacra a di lui servizio le due cose di cui può disporre, il cuore e la lingua. Il cuore come un profumo del più soave odore bruciato dal fuoco della carità; la lingua come organo del suo amore. » [Serm. in Parasce., 53, c. II.] – Che dirò io ancora ? « O fenice, esclama il beato Amedeo, più soavemente odorosa del cinnamomo, del balsamo, e del nardo; la sola tua vista è più grata al re che tutti i profumi. [Homil. In obit. Virg.]. La carità che consuma il cuore di Disma, fa muovere la sua lingua. E qui essa mostrasi, s’egli è possibile, anche più eroica. Dal momento che il Buon Ladrone ha riconosciuto la divinità e la innocenza di Nostro Signore, ha compreso la causa dei suoi patimenti. La ragione dei suoi dolori (egli dice a se stesso) è nei delitti de’ peccatori; e chi vi sarà più abominevole di me? Egli è per me che fino alla feccia beve 1’amaro calice; egli è per salvar me dalle eterne pene dell’inferno ch’è tutto coperto di piaghe; egli è per farmi felice con esso Lui che dà la sua vita. [S. Max. Homil. 1 De S. Latr.]. E il suo amore prorompe in parole eroicamente coraggiose. Dimenticando i suoi propri tormenti, Disma non vede che quelli di Gesù. La causa di lui diviene la sua. Egli si fa suo apologista, proclama altamente la sua innocenza, e per questo non teme di affrontar l’odio di tutta la Sinagoga.8 [S. Basil. Seleuc., Orat. in Bibl. PP.] – « No (grida egli) Gesù Nazareno non ha fatto alcun male: Hic autem nihil mali gessit. Anna, Caifa, pontefici, sacerdoti, seniori del popolo, Pilato, e voi tutti che lo avete condannato a morte, qual delitti avete a rimproverargli? È forse un misfatto l’avervi predicato l’amor di Dio e degli uomini? aver risanato i vostri infermi, risuscitato i vostri morti, convertito i peccatori, consolato gli afflitti, nutriti i poveri, liberati gli ossessi? Sarà egli per tutto questo che voi l’avete colmato di oltraggi, coperto di piaghe, di sputi, e condannato al più infame dei supplizi? Io ed il mio compagno siamo ben colpevoli, ma Gesù di Nazareth è innocente: Hic autem nihil mali gessit. » Tutte queste dure verità ed altre ancora sono compendiate in queste due parole: egli non è colpevole. – Tutti i secoli hanno ammirato il coraggio che fece dire quelle verità ad una Sinagoga fremente. « Esaminiamo attentamente, dice un dotto e pio cenobita, qual uomo fosse questo ladrone, per tema che ignorando noi la ragione della sua speranza, non avessimo a cadere nella presunzione. Tutti gli amici, i prossimi e i seguaci del Salvatore, i suoi parenti ed anche i suoi propri discepoli privilegiati tra tutti gii uomini, vedendolo sotto il peso di tanti strazi, di tante umiliazioni, di tanti obbrobri, si erano dispersi, come mandrie di pecore, delle quali sia scomparso il pastore. Il discepolo prediletto di Gesù egli pur era fuggito, e Pietro così ardente lo seguiva da lungi. Tutti avevano dimenticato i miracoli che tante volte avevano veduto operati dal loro Maestro, e la potenza di operarne eglino stessi. Ed ecco che questo Ladrone, in mezzo a tanti oltraggi e miserie, che dissi mai? in mezzo ai tormenti della croce e le angosce della morte, riconosce per suo Dio quello che non aveva mai conosciuto, e con piena fiducia domanda soccorso e pietà a Colui, che pareva averne per se medesimo sì gran bisogno. Quale mai fra gli Apostoli mostrò egual coraggio? Tutti fuggono da colui che vivo avevano confessato; ed il Ladrone che vivo lo aveva negato, moribondo lo confessa. » La carità, dicemmo poc’ anzi, ha due braccia. Con uno ha Disma abbracciato Nostro Signore; con l’altro egli cerca di prendere il suo compagno per darlo al Dio Redentore; e dopo averlo avuto complice dei suoi delitti, averlo compagno nell’eterna sua felicità. Disma si fa missionario. Siccome il timore è il principio della sapienza, sua prima cura è di risvegliarlo nell’anima del suo discepolo. « Nemmen tu, gli dice, temi Dio: Neque tu times Deum? Al pari di me, tu vai a morire, ed a tutti i nostri passati delitti, non temi di aggiungerne un nuovo, insultando questo giusto e bestemmiandolo? Tu dunque non temi quel Dio che tra pochi momenti ti giudicherà ? » Quindi lo prende dal lato del suo amor proprio. « Tu l’insulti trovandoti nello stesso supplizio? Qui in eadem damnatione es? Come mai non vedi che gli insulti che a lui rivolgi, cadono su te e su me, poiché siamo tutti tre nella medesima condizione? Non abbiamo noi pene abbastanza, alle quali non possiamo sottrarci, perché sia d’uopo aggiungerne altre ancora? Quando pure il nostro compagno di supplizio fosse colpevole, l’insultarlo sarebbe viltà; ma egli è innocente, e l’insultarlo è delitto. Anzi Egli e più che innocente; è la stessa innocenza, egli è Dio. Egli muore per te, come per me. Egli è pronto a perdonarti. Quale accecamento ti trattiene dai riconoscerlo? Rientra in te stesso, ed i patiboli che separano l’uno dall’altro i nostri corpi, riuniranno le nostre anime nella gloria. » [S. Chrys., De Cruce, apud P. Orilia, p. 179.]. – Sappiamo come profittasse il cattivo ladrone dell’ardente carità di Disma; la quale fu tanto più meritoria in quanto che non ricevé la sua ricompensa in questo mondo, e per esercitarla ebbe egli d’uopo di un coraggio eroico. Procurando di convertire il suo compagno, si faceva l’apologista di Nostro Signore, il predicatore della sua divinità, e il pubblico accusatore di tutta la Sinagoga. A qual raddoppiamento di oltraggi, di scherni e di tormenti lo esponeva un siffatto ardimento? Per comprenderlo, bisognerebbe avere piena conoscenza dell’odio profondo degli Ebrei per Nostro Signore. Checché ne sia, la tradizione ci fa sapere che per il suo coraggio ebbe Disma il privilegio, che a lui pel primo rompessero le gambe; sicuramente per ridurre più presto al silenzio quella voce accusatrice. « E chi dunque, esclama il venerabile Beda, potrà ritenersi dall’ammirare l’eroica carità del Buon Ladrone : Quis hujus latronis animum non miretur? » [In Luc., XXIII, c. VI.] Non ci basti di ammirarlo, ma ciascuno di noi, nella sua condizione, si sforzi di imitarlo.

CAPITOLO XVIII.

PRUDENZA E GIUSTIZIA DEL BUON LADRONE.

Virtù necessarie alla canonizzazione. — La prudenza. — Che cosa sia. — Essa fu eroica nel buon Ladrone. — Testimonianze di S. Gregorio Nisseno,diS. Giovanni Crisostomo, di S. Lorenzo Giustiniani. — Giustizia del buon Ladrone. — Giustizia rapporto a Dio, e rapporto al prossimo. — Parole dell’Ab. Goffredo di Vendome.

Fra tutti i santi, il cui numero vince quello delle stelle del firmamento, il Buon Ladrone è il solo che abbia la gloria di essere stato canonizzato ancor vivo, e canonizzato da Nostro Signore Gesù Cristo in persona. Oggi sarai meco in paradìso, tal si fu il decreto della sua canonizzazione. Un tal decreto suppone la pratica in grado eroico delle tre teologali virtù, fede, speranza, e carità, non che delle quattro virtù cardinali, prudenza, giustizia, fortezza, e temperanza. Noi vedemmo già le tre prime risplendere in Disma di una luce tale da adombrare la fede, la speranza e la carità stessa degli Apostoli. Ma portò egli allo stesso grado di eroismo le quattro ultime? Si, è questa l’importante questione che ci resta da discutere. Secondo il principe della teologia, la prudenza è la buona consigliera di tutta la vita umana; della vita del tempo e della vita dell’eternità. [1. 2. q. 57, art. 4 ad 3.1]. Per esser buona, deve essa dirigere la vita del tempo alla vita dell’eternità, e far servir una all’acquisto dell’altra. Ogni altra prudenza è prudenza terrena, animale, diabolica; può ben diriger l’uomo a far acquisto di ricchezze e di terrene dignità, ma fomentando in lui il desiderio dei beni passeggeri, gli fa perder di vista il suo ultimo fine, e lo porta ad una irreparabile infelicità. Di questa falsa prudenza aveva Disma in tutta la sua vita seguito i biasimevoli consigli. Ancora un poco, e sarebbe caduto nel baratro che essa gli aveva scavato sotto i piedi. In un subito la vera prudenza discende nel convertito del Calvario, e noi la vediamo risplendere della stessa luce che la fede, la speranza, e la carità. Essa fa splendida mostra di sé nella resipiscenza per la quale rientra in se stesso, nella confessione dello sue colpe, e nella preghiera che volge ai Salvatore. Egli non può più illudersi: ben comprende che prossima è la sua fine, e vede che non gli restano se non pochi istanti di quella che volgarmente si chiama vita; ma che invece è una continua morte. Senza indugio ei rivolge il pensiero all’acquisto della vera vita, di quella che incomincia al di là del sepolcro. La divina prudenza che lo illumina, gli fa conoscere i mezzi onde conseguire il suo fine. « Tu ben lo sai, » gli dice; Colui che pende crocifisso al tuo fianco, è il Figlio di Dio, fatto uomo per redimere il genere umano. Chiedendogli la tua eterna salvezza, entri nelle sue vedute. Nè ti sgomentino i tuoi misfatti; perché per grandi che siano, la sua misericordia è ancora più grande. Vedi quant’è mai buono; ei prega pei suoi crocifissori, benché essi per nulla lo invochino. E potrà egli rigettare chi non 1’ha crocifisso, e lo invoca? Ricorri dunque a questo Dio eh’è la stessa bontà, e che ripone ogni sua gloria nel perdonare. » – Disma presta orecchio a sì consolante invito, e con un atto ben lontano da ogni regola di prudenza umana domanda la sua salvezza a quello cui bestemmiava poc’anzi. « L’accorto Ladrone, dice S. Gregorio Nisseno, vede un tesoro, e con sagacia profitta dell’occasione, ed afferra questo tesoro il quale è niente meno che la vita eterna. Nobilissimo e lodevolissimo uso dell’arte di rubare. » [Orat, de 40 Martyr].Né qui si arresta l’eroica prudenza del nostro santo. Egli ha conosciuto che innanzi di chieder grazia e misericordia, bisogna cominciare da dove è necessario che cominci ogni peccatore, che vuol esser perdonato, dall’umile confessione dei propri falli. « Egli è ben giusto, esso dice, che io sia inchiodato a questa croce; io non ho che quanto mi merito. » – Ascoltiamo il Bocca d’oro dell’Oriente, S. Giovanni Crisostomo, che esalta questo tratto di esimia prudenza. « Osservate la sua completa confessione. Nessuno lo spinge a far ciò, né vi è costretto; ma spontaneamente, e da se stesso egli pubblicamente confessa le sue iniquità dicendo: Il mio compagno ed io, giustamente siam condannati, e riceviamo il degno compenso dei nostri misfatti. Questi poi (Gesù) non ha fatto alcun male. Né osa dire al riconosciuto innocente: Sovvengati di me nel tuo regno, prima di essersi colla confessione scaricato del peso delle sue colpe. Quanto è grande il poter della confessione! Il Ladrone si confessa, e la confessione gli apre il paradiso. Ei si confessa, e tanta è la sua fiducia che, dopo una vita di masnadiere, non esita a chiedere un regno. » Ed il modo con cui lo domanda è un nuovo tratto della prudenza che lo ispira. Disma desiderava ardentemente la felicità del cielo; ma come domandarla? Con eroica umiltà invero erasi fatto suo proprio accusatore; e con egual coraggio, egli solo erasi fatto l’avvocato del Salvatore Gesù. Ma posso io perciò credere, diceva a se stesso, che dopo una vita d’iniquità, continuata fino a questo punto, mi sia dato il regno dei cieli per quelle mie poche parole? È forse Iddio sì prodigo del suo regno, che lo dia per sì poco? » Tali erano, è facile a comprendersi, i pensieri che ispiravano a Disma l’enormità dei suoi falli, e l’immensità del favore al quale agognava. La prudenza venne a porre un termine alle sue perplessità. « Chiedi poco, gli disse, ed otterrai molto. Il tuo Dio non e sì piccolo da rimeritare il poco col poco. Egli è magnanimo di cuore perché ha cuore di un Dio. Magnanimo, apre la mano, e dà colla generosità di Colui che tutto può: buono, Egli si compiace nel sorpassare i voti di coloro che lo invocano. » – Docile a questa voce, Disma chiede a Nostro Signore non più che un ricordo. Memento mei E qual domanda più modesta? « Non osa egli dire, osserva S. Lorenzo Giustiniani: dammi il cielo, fammi partecipe della tua gloria; ma dice solo: Ricordati di me. Egli peccatore, egli contaminato di delitti fino al fondo del cuore, egli ladro ed assassino si riconosceva indegno di entrare nel regno eterno, ove, per il lume della grazia, sapeva che Gesù andava trionfante a regnare. » – La speranza del Buon Ladrone non fu delusa. Or ora noi vedremo in qual magnifica ricompensa si trasformò il divino ricordo da esso implorato. Imitiamo pur noi una si prudente modestia. L’umiltà è il più sicuro mezzo di attirare sul nostro capo i più copiosi tesori della divina bontà. Fin qui abbiamo considerata la prudenza del buon Ladrone. Facciamoci ora a rilevare la sua giustizia. Questa seconda virtù cardinale comunemente vien definita: Una ferma volontà di rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto: a Dio, cui tutto è dovuto; al prossimo, cui pur molto è dovuto. Considerata sotto questo duplice punto di vista, la giustizia brilla del più vivo splendore negli ultimi atti dei Buon Ladrone. Relativamente a Dio, la vera e perfetta giustizia consiste nel rendergli i quattro omaggi che gli son dovuti: omaggio di lode a causa delle sue infinite perfezioni: omaggio di riconoscenza per i suoi benefizi; omaggio di soddisfazione per i peccati commessi; omaggio di dolore per le sue grazie neglette. – Dopo quello che abbiam detto, sarebbe superfluo il dimostrare come Disma adempisse a questi quattro grandi doveri. Nondimeno per affezione a questo santo, troppo poco conosciuto e troppo poco invocato, ne diremo qualche cosa. Conosciuta che egli ebbe appena la divinità del Salvatore, la proclama, la loda, la difende; si accusa spontaneamente, confessa di aver meritata la morte in espiazione dei delitti commessi: soffre senza mormorare i dolori atroci della crocifissione, riconosce Gesù per autore d’ogni bene, e lo prega con una fiducia imperturbabile. Or verso Dio, non ha il Buon Ladrone adempiuto a ogni giustizia? e considerate le circostanze di tempo e di luogo nelle quali trova vasi, non v’ha adempiuto con un eroismo che sarà l’ammirazione dei secoli? Rispetto al prossimo, la sua giustizia non fu meno perfetta. Ai Giudei che ingombravano il Calvario, ai pontefici, ai sacerdoti, ai seniori del popolo che insultando e crollando il capo passavano e ripassavano innanzi al crocifisso Signore, Disma era obbligato di dire la verità. E questa egli dice loro senza rispetto umano, ed a rischio di attirarsi un raddoppiamento di torture. Col proclamare la divinità di nostro Signore egli si sforza di farli rientrare in se stessi, convertirli, e di preservarli dalle pene di questo mondo e dai castighi dell’altro. Per quanto è in lui, procura di ritrarre dall’eterna perdizione il suo compagno, esercitando verso di lui la carità di un amico e di un fratello. Qual santo, qual martire, nei dolori della malattia, o nelle angosce della morte, ha mostrato maggiore zelo per la gloria di Dio e la salute del prossimo, maggior grandezza d’animo, e più grande eroismo?

CAPITOLO XIX.

FORTEZZA E TEMPERANZA DEL BUON LADRONE

La fortezza definita da S. Tommaso. — La Magnanimità, la Fiducia, la SiCurrezza, la Pazienza, la Perseveranza, la Longanimità, l’ Umiltà, la Mansuetudine figli e della Fortezza. — Tuttesi riuniscono nell’anima del Buon Ladrone. — ErOìsmo dei loro atti. — Ammirazione dei Padri della Chiesa.

Operare e soffrire è tutta la vita umana. Per l’una cosa e per l’altra, la fortezza è necessaria. E ben a ragione S. Tommaso la definisce: « Una disposizione dell’anima, che si tien salda nel bene, contro gli assalti delle passioni e contro le difficoltà dell’operare.» – Come tutte le altre virtù, la fortezza trae l’essere suo dalla carità, e per dir meglio, essa è la stessa carità, che per Dio soffre di buon grado le contraddizioni e i dolori. La misura della fortezza di Disma è quella appunto della sua carità. Or noi l’abbiam veduto, la sua carità fu eroica. Queste poche parole potrebbero bastare per l’elogio del nostro Santo. Ciò nondimeno esaminiamo qualcuno degli atti ammirabili con che fa egli conoscere qual sia la fortezza che lo avvalora, « La fortezza, dice s. Bonaventura, è madre di una bella e numerosa famiglia. Sono sue figlie la magnanimità, la fiducia, la sicurezza, la pazienza, la perseveranza, la longanimità, l’umiltà e la mansuetudine. » [De quat. Vir. Card., in fin.]. – La magnanimità. — La magnanimità suppone l’esistenza delle sue sorelle, ed essa è il loro ornamento, la loro gloria, il loro mantello reale. Nobile e generosa, essa dà loro la mano, e comunicando ad esse le sue qualità, fa loro intraprendere con coraggio, proseguire con calma, sopportare con fermezza, e compiere con una semplicità sublime le più ardue cose e le più contrarie alle inclinazioni della natura. La magnanimità brilla di un vivo splendore nel Buon Ladrone. Con un coraggio tranquillo, una costanza a tutta prova, ed una sublime semplicità che non si smentiscono un momento, egli intraprende, egli solo contro tutti, la difesa di Nostro Signore, la conversione dei Giudei, e la santificazione del suo sventurato compagno. Nelle stesse disposizioni, egli soffre, non solo i tormenti della croce, ma l’onta ancora,e la ignominia, necessarie conseguenze di quel barbaro genere di morte. Ma egli fa qual cosa anche di più eroico, se ciò che più costa all’amor proprio dell’uomo è il confessarsi colpevole. Se il mondo dell’età nostra si allontana ognor più dal Cristianesimo, non dobbiam attribuirlo né alla incredulità, né alla corruttela dei costumi, né alle iniquità che ne sono la conseguenza, sì bene all’abbandono del tribunale della penitenza. Ah! se tutti i peccatori volessero confessarsi, la faccia della terra sarebbe ben presto rinnovata. Ma che cosa mai impedisce il confessarsi? L’orgoglio. Abbiamola debolezza di peccare, ma non il coraggio di confessarci colpevoli. Qual grande esempio dà su tal punto il Buon Ladrone! Confessarsi a voce bassa, e non essere inteso da alcuno, fuorché da Nostro Signore non gli basta: calpestando l’orgoglio, e il rispetto umano, ad alta voce egli si confessa reo alla presenza di tutto un popolo. La fiducia e la sicurezza. — Che queste dolci figlie della Fortezza avessero scelto per lor santuario il cuore del nostro Santo, ne è prova la conoscenza che abbiamo di queste virtù. « La fiducia, dice s. Agostino, agogna a grandi cose, e le attende con una certezza che da nulla è scossa. » E s. Tommaso aggiunge: « La sicurezza è la perfetta quiete dell’anima, che ha dato bando ad ogni timore. » li perdono istantaneo di tutta una vita di brigantaggio materiale e morale; quindi il cielo per ricompensa di un pentimento di poche o re come mai misurar la grandezza di simili pretensioni? Aspettarsi questi incomprensibili favori con una sicurezza che già si rassomiglia al possesso, tanto è dessa inaccessibile al dubbio! non è questo l’eroismo della virtù? La pazienza. — « Al dire di s. Bonaventura, la pazienza è una virtù che fa sopportare senza alterarsi tutte le ingiurie e tutte le avversità. » Quanto l’’illustre difensore di Gesù crocifìsso tenevasi certo della felicità dell’altra vita, altrettanto ei mostravasi paziente in soffrir le pene di questa. La flagellazione aveva fatto a brani la sua carne; i chiodi gli avevano traforato mani e piedi; i dolori di Nostro Signore erano divenuti i suoi; egli soffriva al di là di quello che possa immaginarsi; nondimeno tace ogni lamento. Nel ricordarsi dei suoi passati trascorsi egli attingeva un’eroica pazienza, e si contentava di dire: 1’ho meritato. Nos quidem juste. Noi ammiriamo i martiri che lietamente morivano in mezzo ai tormenti; ma potevano dire almeno: Io non l’ho meritato. Immensa consolazione, la cui mancanza dà il maggior rilievo alla forza eccezionale della pazienza del Buon Ladrone. La perseveranza e la longanimità. — Conservare nel loro stato di perfezione le diverse virtù che siam venuti enumerando, e conservarle così fino al giorno indeterminato che deve coronarlo, e conservarle senza che l’anima perda per un solo istante la sua serenità, la sua calma: tale si è il compito di queste altre due figlie della fortezza, la perseveranza, e la longanimità. – Dal momento in cui Disma è entrato nella gloriosa carriera della santità, non si smentisce un sol istante; nulla lo arresta nella sua corsa. L’occhio e il cuore fissi al cielo, ei resta irremovibile Della eroica sua pazienza, nell’eroica sua fiducia, non fa alcun caso dalle pene che soffre, e ch’è disposto a soffrire fin che a Dio piaccia. Egli infatti le sopporta fino al momento, in cui la sua anima benedetta riceve la corona dei confessori e la palma dei martiri. L’umiltà e la mansuetudine. — Fin qui abbiam veduto le figlie primogenite della fortezza adornare l’anima del Buon Ladrone, imprimendole quel nobile carattere di grandezza che dà più alto rilievo a tutte le sue virtù. Or ecco le loro minori sorelle che vengono a dar l’ultima mano alla perfezione di quell’anima eletta. Nella santa Scrittura Nostro Signore, il modello divino dell’ umanità, è chiamato successivamente Leone della tribù di Giuda, Agnello di Dio. Come Leone, è la forza; come Agnello è la mansuetudine. La unione di queste due virtù fa la perfezione. Nella difesa del Salvatore, Disma si mostrò forte come un leone: or ecco che va a mostrarsi umile e mansueto come un agnello. Umile, ei si confessa reo e meritevole del supplizio: umile, ei non ha alcuna fiducia in se stesso, e tutto aspetta dall’infinita bontà del Dio delle misericordie, che muore al suo fianco: un semplice ricordo è tutto quello che osa domandargli. – Dolce come un agnello, esso è al macello. Già feroce, violento, crudele al di là di quanto può dirsi, sopporta senz’aprir la bocca ad alcun lamento, le ingiurie degli spettatori, la vergogna del suo supplizio, i dolori fisici e morali, la cui intensità non ha nome, perché non ha misura di confronto. Si direbbe che un altro soffre in sua vece; tanto è tranquillo, tanto pare insensibile. – Conchiudiamo con le parole di un gran Cardinale. « Volete voi vedere un miracolo della potenza divina? Venite a contemplare Disma nella maestà della sua fortezza. Tutto il Collegio Apostolico, il fior della grazia, abbandona smarrito il divino Maestro, e prende la fuga: solo il Buon Ladrone, in mezzo ai Giudei frementi e minacciosi, rimane impavido e dichiara la innocenza del Signore: prodigio di fortezza. Egli non arrossisce di confessarsi pubblicamente colpevole, e meritevole della gravissima pena che soffre: altro prodigio di fortezza. » [Godofr. Vindocin., card. S. Prisa.*, Serm, x, De S. Latr.] Ma riserbiamo una parte della nostra ammirazione per un’altra virtù del beato Disma. La temperanza. — Che cosa è un uomo temperante? S. Agostino risponde : « Uomo temperante è quegli che in mezzo alle coso caduche e passeggere di questa vita, segue la regola tracciata nell’ antico e nel nuovo Testameuto. Questa regola consiste nel non amare e non desiderare alcuna di quelle cose per se stessa, ma per usarne, quanto il riecheggiano i bisogni della vita, e l’adempimento del proprio dovere, colla moderazione di un usufruttuario, e non colla passione di un amante. » – Quindi è che moderare le passioni dell’anima tenendole egualmente lontane dal troppo e dal troppo poco, è in generale l’ufficio della temperanza. Suo principale esercizio si è di reprimere la più imperiosa delle passioni del cuore umano, l’orgoglio. Ora la esperienza c’insegna che l’orgoglio ondeggia sempre tra la presunzione e lo scoraggiamento. Per lunghi anni schiavo di questa passione, vedete ora come il nostro Santo se la pone sotto i piedi. Grande acume avrebbe colui che scoprisse la menoma traccia o di scoraggiamento o di presunzione nel convertito del Calvario. Egli è sul punto di morire; nel suo passato vede un’ intera vita di delitti meritevoli della pena capitale; davanti a se un giudice inesorabile che l’attende sulla soglia dell’eternità. Credete voi forse che questo doppio pensiero lo getti nella disperazione? Nulla affatto. Con l’umile confessione delle sue reità egli ha vinto l’orgoglio; ed il vinto orgoglio ha dato luogo nel suo cuore alla fiducia. Ma la coscienza del perdono non gl’ispira forse qualche sentimento di personale ambizione, non lo rende presuntuoso nelle sue parole e nelle sue pretensioni? Sarebbe errore il crederlo. L’amore perfetto di che è infiammato per nostro Signore ha bandito dal suo animo l’orgoglio, e l’orgoglio altro non è che egoismo. Vero è che Disma chiede il paradiso, ma ben più per la gloria di Gesù che per la sua propria. Il suo amore, già lo vedemmo, non è un amor mercenario. Egli è un amore talmente spoglio di ogni personale interesse che lo fa degno di entrare immediatamente nel soggiorno della beatitudine. Egli domanda il cielo, ma con una modestia che tutti i Padri della Chiesa han decantato, e che tutti i secoli ammirano: Memento mei! Ricordati di me! Il precedente saggio ci ha permesso di riconoscere nel Buon Ladrone le sette virtù, il cui eroismo è necessario per la canonizzazione dei santi. Ciò che ne rileva la singolarità luminosa, si è di vederle nascere in un batter d’occhio in quell’anima di masnadiere. La potenza della grazia e la bontà di Dio furono mai tanto ammirabili e degne di riconoscenza? Ammirabile è questo grande Iddio, quando nel primo giorno della creazione lo sentiamo dire: « Sia fatta la luce, e la luce fu fatta. » Ammirabile, quando ad ognuna delle sue parole vediamo piene di vita uscire dagli abissi del nulla le innumerevoli creature, che popolano la terra, l’ aria, il mare. Ammirabile in tutti i prodigi che nella vita del popolo Ebreo, manifestano con meraviglioso splendore la sua sovrana autorità su gli elementi. Ma quanto il mondo delle anime supera in dignità quello de’corpi, altrettanto le meraviglie di Dio nell’ordine della grazia, sono superiori alle sue meraviglie nell’ordine della natura. Se dunque le bellezze visibili ai nostri occhi corporei ci rendono estatici di ammirazione, e giungono talora a commuovere fino a delirio la mente ed il cuore, in qual estasi non debbono rapirci le bellezze che si fan visibili agli occhi della fede? Tra tutte, domanderemo noi, havvene forse una che star possa al confronto con la subitanea, radicale, eroica conversione del Buon Ladrone? Sappiamo dunque ammirarla, ed ammirandola amare quel Dio che la operò.

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (9), capp. XV-XVI

CAPITOLO XV.

FEDE DEL BUON LADRONE.

Magnificenze della conversione per parte dell’uomo. — Magnificenze della fede del Buon Ladrone. — Più vìva di quella dei Patriarchi, dei Prufeti, degli Apostoli. — Passi di S. Gian-grisostomo e di S. Agostino. — Più furie. — Testo di S. Giang-risostomo e di S. Agostino. — La più grande che siasi veduta al mondo. — Parole di S. Agostino.

Se la conversione di Disma è magnifica per parte di Dio, essa non lo è meno dal canto dell’ uomo. Per convertire un peccatore non basta che la grazia gli parli al cuore. Uopo è che il cuore si apra all’influenza della grazia, e che si abbandoni alla sua azione salutare. Uopo è che la cooperazione dell’uomo sia in proporzione colla grandezza della misericordia che la sollecita. Tale si fu quella del Buon Ladrone. La grazia incomparabile, che era penetrata nell’ anima sua, richiedeva da lui una fede eroica, una speranza eroica, un’eroica carità. Applichiamoci a contemplare queste tre virtù, che come tre soli illuminano ad un tratto l’anima di Disma, la trasfigurano, e coi raggi loro dissipano le dense tenebre, nelle quali è avvolto il Calvario. – Il primo diamante che brilla in fronte alla Chiesa Cattolica è la fede. Intorno ad un siffatto gioiello sono collocate tutte le altre pietre preziose, che compongono la corona immortale della Sposa del Verbo incarnato. – Ciò che ha luogo per la Chiesa, lo ha pure per ciascuno dei suoi figli. La fede è quella che dà principio alla nostra vita soprannaturale: e la fede consiste nel credere ciò che non cade sotto i nostri sensi; argumentum non apparentium. Quanto più le verità sono al di sopra della ragione, e più denso è il velo che le ricopre, altrettanto più forte occorre che sia la fede, e più penetrante il suo sguardo. Riportiamoci al tempo, al luogo, alle condizioni nelle quali si trovava Nostro Signore, e calcoliamo quale, per riconoscerlo come Dio, esser dovette la forza della fede nel Buon Ladrone, e quanto penetrante il suo sguardo. Eccoci sul Calvario. Dirigiamoci a S. Disma e interroghiamolo. Come hai fatto a scoprire nel tuo compagno di supplizio il tuo Re, il tuo Dio? Qual segno di divinità, qual indizio di regia dignità vedesti mai in quel condannato, deriso dai dottori, ed obbrobrio del popolo? Ov’è il suo trono? Ov’è la sua corte? Ove il suo reale mantello? Ove i ministri suoi? ove gli estorciti? Il suo trono? Un patibolo, la croce che lo martirizza. La sua corte? Due malfattori crocifissi ai suoi fianchi, ed una vile canaglia che lo insulta. Il suo reale paludamento? Un cencio meschino che ne ricopre appena le parti più delicate del corpo. I suoi ministri? I carnefici che dopo di averlo crocifisso, stanno impassibili a riguardarlo nelle angosce della sua dolorosa agonia. I suoi eserciti? Pochi paurosi discepoli che sin dal principio della persecuzione, l’hanno vilmente abbandonato. Se nulla, assolutamente nulla, in Gesù crocifisso fa travedere un re, qualche cosa forse in lui fa scorgere un Dio; e la fede di Disma non sarà stata superiore a quella dei Patriarchi e dei profeti? « Abramo, dice il Crisostomo, credette in Dio; ma Iddio stesso gli aveva parlato dall’alto dei cieli, e gli aveva mandato i suoi angeli a messaggeri; di sua propria bocca gli aveva espresso le sue volontà. Mosè credette in Dio; ma 1’aveva veduto nel rovo ardente, che gli parlava di mezzo alle fiamme, e quindi in mezzo allo strepito delle trombe e dei tuoni. Isaia ed Ezechiele credettero in Dio; ma il primo lo aveva veduto assiso sull’eccelso suo trono, circondato di gloria; ed il secondo lo vide portato sulle ali dei cherubini. Tutti gli altri profeti credettero in Dio; ma tutti lo avevano veduto, benché di una maniera diversa, nella magnificenza della sua maestà, per quanto n’è capace la vista umana. E ciò sia detto, non per menomare la fede di quei santi personaggi, ma solo per mostrare la superiorità di quella del Buon Ladrone. » In verità che anch’egli vide il Signore; ma in qual luogo ed in qual tempo? « Nell’ignominia della croce! In ignominia, continua il Santo Dottore. Egli lo vide non già assiso su di un trono maestoso circondato dalle poderose legioni della celeste milizia; ma sulla Croce, e non lo vide che là. E che vuol dire, averlo veduto sulla Croce? Vuol dire che il vide su di un trono di scherno, mille volte più atto a nascondere che a rivelare la sua divinità. Vuol dire che, in luogo dei cherubini, non aveva per corteggio visibile che due ladri. Vuol dire che invece di adorazioni, egli non riceveva che insulti e bestemmie. In una parola, egli non lo vide che sulla Croce e non Io vide che là: ciò dice tutto. » – Se almeno, mentre Gesù era appeso al patibolo, Disma avesse inteso uscire dalla sua bocca alcuna di quelle parole onnipotenti, che convengono a un Dio; l’avesse inteso pronunziare contro i colpevoli la tremenda sentenza, che rivela il supremo giudice dei vivi e dei morti! Ma no. Ei lo vide quando tutte le potenze delle tenebre, scatenate contro di lui, Io tenevano in loro piena balìa. In luogo di sentirlo fulminar sentenze, ei lo sente, quale avvocato dei suoi stessi carnefici, implorar grazia e perdono per essi. Tali sono le due circostanze di tempo, e di luogo nelle quali il Buon Ladrone vide Nostro Signore. Ora queste due circostanze erano agli occhi della ragione tutto quello ch’esser vi potesse di più valevole a trattener Disma, al pari del suo ostinato compagno, nelle tenebre dell’errore, ed a farlo con esso cadere nelle tenebre dell’inferno. Ebbene: appunto in simili circostanze il Buon Ladrone, per un atto di eroica fede, riconosce Gesù suo Dio, tale ad alta voce il proclama, ed a Lui si raccomanda per quando rientrerà nel suo regno! « Come, grida il Crisostomo, tu lo vedi sospeso ad un patibolo, o parli di un regno nei cieli? … Crucifixam vides et regem prædìcas? In ligno pendere crucis et cœlorum regna meditaris? » Sia per la vivacità, sia per la prontezza, sia per la forza, porremo noi a confronto la fede del Buon Ladrone con quella degli Apostoli? « Noi abbiamo creduto, e conosciuto, dicono i discepoli al loro maestro, che tu sei il Cristo Figliuol di Dio. »  [« Non credidimus et cognovimus, ipsia tu es Christus Filius Dei. » Juan., III, 69]. E quando la loro fede si esprimeva con tale vivacità? Dopo di aver veduto gli innumerevoli miracoli operati da Gesù, e di aver ricevuto da Lui la virtù di operarne. E di quali prodigi non li aveva resi testimoni? L’avevano essi veduto sovrano padrone del mondo visibile e del mondo invisibile, comandare agli elementi ed alle spirituali potenze dell’aria. Lo avevano veduto cangiar l’acqua in vino; nutrire cinque mila persone con cinque pani e due pesciolini, guarire i lebbrosi, rendere il moto ai paralitici, la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, la parola ai muti, la vita ai morti, e cacciare i demoni. L’avevano veduto sul Tabor nell’atto di manifestare loro lo splendor della sua gloria, e il cielo e la terra rendere omaggio alla sua divinità; il cielo per mezzo della voce del Padre che diceva: « Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto; lui ascoltate,  La terra con la presenza di Mosè e di Elia, venuti per dichiarare, che Egli era il compimento della legge e dei profeti, la aspettazione delle genti e il Salvatore dell’umanità. È forse meraviglia che siffatti miracoli, e cento altri ripetuti nel corso di tre anni sotto gli occhi degli Apostoli, abbiano dato la vivacità del fuoco alla loro fede? Ora vediamo se fu cosi viva coinè quella del Buon Ladrone. – Ei pare che Nostro Signore medesimo decidesse la questione allorché disse a s. Tommaso: « Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto. Beati coloro che non hanno veduto e hanno creduto. » – Gli Apostoli avevano veduto, ed avevano creduto. Disma nulla aveva veduto, e credeva. Ove dunque lo sguardo della fede dovea esser più vivo e più penetrante, per riconoscere come Dio quello che fa le opere di Dio, o per riconoscere come Dio, chi non ne fa alcuna? Qual opera di Dio aveva mai visto farsi da Nostro Signore il Buon Ladrone? Che vedeva egli nella sua persona? L’uomo il più disprezzato di Gerusalemme; un malfattore condannato a morte dal senato della sua nazione. – Qual prodigio era occorso per aprire gli occhi suoi alla luce, illuminare la sua fede, e rettificare la sua opinione? Nessuno. – Dopo che Gesù di Nazaret ora divenuto suo compagno di supplizio, dopo la loro uscita dal Pretorio di Pilato e l’arrivo al Calvario, qual miracolo aveva Egli operato? Qual morto aveva risuscitato? Qual infermo guarito? Da chi mai aveva cacciato il demonio? Qual segno, quale indizio, ancorché fugace, aveva dato della sua divinità, celata sotto il sanguinoso ammanto della sua umanità? Nessuno. E non ostante il buio di questi densi veli, la fede penetrante di Disma scopre in Gesù il Dio del cielo e della terra, il Creatore e il Redentore del mondo. Egli crede, egli adora e proclama la sua fede con un virile coraggio che nulla vale ad intimidire. Se rispetto alla vivacità, la fede del Buon Ladrone sostiene con vantaggio il confronto colla fede degli Apostoli, essa è di una superiorità incontrastabile rispetto alla forza. Dal Calvario discendiamo per poco al giardino degli Olivi. Gesù è sai punto di esser preso, e gli Apostoli gli sono dappresso. Chi è tra loro che all’appressarsi delle guardie del Pretorio ardisca manifestare la sua fede e dire a quella sacrilega schiera: Che pretendete di fare? Il nostro Maestro è il Figlio di Dio! … Non una sola parola di fede, ma una subita fuga di paurosi e di vili: Omnes relicto eo fugierunt. Essi fuggono, si celano, si disperdono di tal maniera, che durante tutta la passione, nessuno sa che sia di loro. Se pur Pietro si mostra, egli è per rinnegare il suo Maestro. Giovanni, il solo Giovanni apparisce sul Calvario, ma non profferisce una parola per proclamare la divinità dell’adorabile suo Maestro. Il solo apostolo, il solo evangelista del Calvario è il Buon Ladrone. « Voi chiedete, dice il Crisostomo, che avesse egli fatto per meritare il Paradiso? Or io ve lo dico: quando Pietro rinnegava il suo Maestro sulla terra, il Ladrone lo confessava sulla croce. Il Principe degli Apostoli non resiste alle minacce di una vile fantesca; ed il Ladrone sospeso al patibolo, in mezzo a tutto un popolo di minacciosi bestemmiatori, proclama la divinità del bestemmiato Signore, lo riconosce qual Re del cielo, e senza esitare gli domanda di sovvenirsi di lui, quando avrà preso possesso del regno suo. » S. Agostino parla non altrimenti che il Crisostomo. « E che aveva dunque operato di sì grande il Ladrone per ascendere dalla croce che aveva ben meritata; fino al paradiso? Volete voi che in poche parole vi esprima la potenza della sua fede? In quella che Pietro negava in basso; egli confessava in alto. Ed io il dico, non per accusare, Dio me ne guardi, s. Pietro, ma sol per rilevare il coraggio magnanimo del Ladrone. Il discepolo non regge alla prova per la minaccia di un’abbietta donnicciola. Il ladro è in mezzo ad una moltitudine di schiamazzatori che vomitano bestemmie, maledizioni ed insulti, e non ne fa caso. Ei non si arresta all’abiezione visibile del suo compagno di pena; ma con l’occhio della fede penetra al di là di tutte queste cose, le disprezza quali ombre effimere che ascondono la verità, e sì fa a dire: Ricordati di me, o Signore, quando sarai nel tuo regno. Colorò che avevano veduto il Signore risuscitare i morii, vacillarono: il Ladrone crede in Lui quando fu crocifisso. Ad una fede siffatta io non so che aggiungere. In verità il Signore non ha mai trovato tanta fede né in Israele, né in tutto il mondo. » Il Vescovo Eusebio conchiude dicendo: « Egli è dunque assai più grande, e molto più glorioso pel Ladrone l’aver riconosciuto il Signore in un uomo che moriva sul patibolo, che se egli avesse creduto in Lui quando operava prodigi. Quindi non è senza ragione che egli meritasse una sì magnifica ricompensa. » – Dopo tutto ciò, sarà egli da stupire, se un concerto di lodi in tutti i secoli ha esaltata la fede del Buon Ladrone? Dopo la Santissima Vergine, s. Pietro, e s. Paolo, nessun Santo, secondo a noi pare, fu tanto esaltato dai Padri e Dottori della Chiesa. Si potrebbe formare un volume dei loro elogi.

CAPITOLO XVI.

SPERANZA DEL BUON LADRONE

Speranza non meno magnifica della sua fede. — L’uomo costruzione di Dio. — Tre parti di questo edificio. — Loro connessione. — Dottrina di S. Tommaso. — Fermezza della speranza del Buon Ladrone: parole di S. Bernardo. — Vivacità ed eroismo della medesima. — La speranza di Disma paragonata a quella della Maddalena. — Testimonianze.

La seconda virtù che risplende nel Buon Ladrone è la speranza. Essa riluce di uno splendore non meno vivo di quel della fede. Secondo S. Paolo, l’uomo è edificio di Dio. Dei aedìficatio eslis. Il divino architetto conosce le regole dell’arte: Egli incomincia dallo stabilire i fondamenti, sui fondamenti innalza le mura, e sulle mura pone la corona dell’edificio. Ora nella costruzione del Cristiano, le basi, le mura, la corona, sono la fede, la speranza e la carità. « La casa di Dio, dice S. Agostino, riposa sulla fede, s’innalza sulla speranza, e si compie con la carità. » S. Bernardo aggiunge. – « Con ragione l’Apostolo definisce la fede, base della speranza, dappoiché voler sperare senza credere si è un voler dipingere sul vuoto. Or la fede dice: Iddio prepara ai suoi fedeli dei beni immensi e incomprensibili. La speranza dice: essi mi sono riserbati. La carità dice: corro a prenderne il possesso. » Con la consueta sua lucidità S. Tommaso mostra la necessaria connessione di queste tre virtù, ed il fine al quale ci conducono. « La fede, la speranza, la carità, dice il sommo Dottore, son tre elementi aggiunti alla natura umana per la grazia del Redentore, che innalzano l’uomo, come per tre gradini, all’unione con Dio, facendolo, giusta l’espressione di S. Pietro, partecipe della natura divina. La fede alza l’intelletto, e l’arricchisce di alcune verità soprannaturali, che la luce divina gli fa conoscere. La speranza eleva la volontà e la dirige verso il possesso del bene soprannaturale, che ci è promesso. La carità eccita l’amore e lo fa tendere all’unione col bene soprannaturale divenuto suo oggetto. » Un sì magnifico edifizio non è già l’opera di un giorno. Ordinariamente dura tutto il tempo della vita, e per un privilegio eccezionale fu istantaneo nel Buon Ladrone. In un batter d’occhio, la sua speranza divenne perfetta come la sua fede. La speranza è perfetta quando è ferma, viva, eroica; e tal si fu quella di Disma. – Una speranza ferma è una speranza che nulla fa vacillare, né intimidisce, né fa esitare né l’enormità o il numero dei commessi peccati, né la grandezza della grazia sperata, né la dignità dell’offeso, né l’indegnità dell’ offensore. Una speranza che ha vittoriose risposte a tutti gli apparenti rifiuti; una speranza che in certo modo pone Dio stesso in stato da non poter rispondere, dicendogli con Giobbe: « Voi avete un bel fare, quand’anche mi toglieste la vita, io riporrò sempre in voi la mia speranza: » o colla Cananea, che assomigliata ai cani da Nostro Signore gli dice: « Sia pure, trattami come i cani; in una sì abbietta condizione spererò ancora, perocché i cagnolini mangiano le briciole, che cadono dalla tavola dei loro padroni. » – Volgiamo ora i nostri sguardi al Buon Ladrone. Egli si è confessato colpevole di tutta una vita d’iniquità contro Dio e contro gli uomini; iniquità tali che per sua confessione, han meritato il più crudele ed obbrobrioso di tutti i supplizi. Nos quidem juste. Dal fondo di questo abisso ecco spuntare la speranza … – S. Paolo paragona la speranza all’àncora che tien salda al suo posto la nave sbattuta dalla tempesta, e le impedisce andare a fondo Con tutta l’energia della sua fede Disma prende quest’àncora, e la getta sul fondo solido dell’onnipotenza, e dell’ infinita misericordia del Dio che muore al suo fianco. E fin da questo momento, non più dubbi, né incertezze, né timori nell’anima sua. Con una imperturbabile tranquillità egli attende ciò che ha domandato. E che ha egli domandato? Egli ha chiesto ciò che la maggior parte dei santi giungono a conseguire con una vita di austerità, e di combattimenti; egli ha chiesto ciò che Dio ha di meglio, e che riserba ai suoi più intimi amici; ha domandato il paradiso, val quanto dire il possesso eterno di Dio stesso con tutte le sue felicità. « Ricordati di me, disse egli al Salvatore, quando sarai nel tuo regno. » Lo che significa, dammi il paradiso; e ne è prova la risposta del Signore: « Oggi stesso sarai meco nel paradiso. » – Ed è Disma che domanda il paradiso, né più né meno, Disma il vecchio ladro; e lo domanda con quella lingua poc’anzi lurida di bestemmie! Qual confidenza, per non dire, qual santa sfacciataggine! Quanta latronis fiducia. E ciò che fa stupire la ragione, egli ottiene quanto domanda, e l’ottiene sul momento. O mio Dio! di qual maniera i vostri pensieri sono al di sopra dei nostri! E che è dunque la confidenza in voi? E donde le viene questa vittoriosa potenza? Nelle maggiori angustie, la fiducia è l’omaggio più accetto, che possa render a Dio una debole creatura. Così ella confessa e glorifica la sua potenza infinita, la sua infinita sapienza, e la sua infinita bontà. Quanto più urgente è il bisogno e più grande la indegnità, tanto più quest’omaggio diviene sublime e acquista forza sul cuore di Dio. Prima del buon Ladrone, Davide ne lasciò uno splendido esempio. Reo di grandi colpe ei ne domanda perdono a Dio. Ed a qual titolo? « Tu perdonerai il mio peccato (egli dice) perché egli è grande. Perdonare un peccatuzzo, ed anche peccati ordinari, è un nulla per voi che siete misericordia infinita; ma perdonare delitti enormi, ecco quello che manifesta la vostra bontà e vi fa glorificare, come ben meritate, dagli angeli e dagli uomini. Propter nomen tuum Domine propitiaberis peccato meo, multum est enim. » [Ps. XXIV, 11]. Altrettanto è salda, altrettanto è viva la speranza di Disma. Una speranza viva è quella che possiede tutti gli organi della vita, e ne fa uso. Cogli occhi che la fede le dà, vede al di là dell’angusto orizzonte del tempo, i beni immensi che Dio le ha preparati. Essa ha una lingua, ed è per parlare di questi beni futuri; un cuore, ed è per desiderarli; ha mani e piedi, ed è per agire e correre a conquistarli. Avendo per fine Dio stesso con tutte le sue ricchezze, tutto ciò che non è Dio, lo stima come spazzatura: “Omnia arbitror ut stercoraessendo ostacolo lo spezza; se è mezzo ella sen giova. Simile all’augello che fende l’aere, e che né la pioggia, né la neve, né il caldo, né il freddo, né  le nubi, né i venti contrari arrestano nel suo rapido volo, la speranza traversa, senza punto arrestarvisi, le cose del tempo; e con 1’occhio sempre fisso alla meta, essa con tutta l’energia tende verso le regioni dell’eternità. E che aggiungere per dipingere la speranza nell’attività di sua vita? Simile ai fiumi che corrono all’oceano, malgrado la lunghezza delle distanze, malgrado gli scogli o le sabbie, che ne ingombrano il letto, e malgrado le dighe stesse che la mano dell’uomo oppone alla loro impetuosità, la speranza corre a Dio, quali che ne siano gli ostacoli. Bellezze della natura, ricchezze, onori, piaceri, affari, viaggi, gioventù, vecchiezza, salute, infermità, miseria, favori, persecuzioni, fatica, riposo, vicende di ogni genere, nulla vale a trattenerla. – Quando la speranza possiede in grado eminente queste due qualità, la fermezza e la vivacità, essa è eroica: e tal fu la speranza del Buon Ladrone. Egli chiede a Nostro Signore il suo più ricco tesoro, il paradiso; non gli chiede di poter discendere dalla croce, né di essere restituito alla libertà ed alla vita. Egli non dice che una sola parola: Memento: Ricordati di me. E la dice senza esitare, e su quella sola parola riposa tranquillo e sicuro, come su di un molle origliere; tanto egli conta sulla bontà dì Quello a cui la rivolge. – Si direbbe che egli già conoscesse la preghiera che la Chiesa volge ora al suo divino Sposo: « O Dio, che superi i voti e le suppliche di coloro che t’invocano: Qui preces supplicum excedis et vota! – Meno ferma e meno viva si mostra la fiducia di Maria Maddalena, e di S. Pietro. Oppressa da vergogna, e divorata dai rimorsi la donna di Maddalo risolve di venire a chiedere il suo perdono. Tra il timore e la speranza ella si introduce nella sala del festino; e non osa rivolgere la parola al Signore, né farsi innanzi a Lui; ma si rimane indietro, e come per guadagnarsi la sua benevolenza, versa sul capo di Lui un vaso di prezioso unguento; poi si getta ai suoi piedi, li bagna delle sue lacrime, e li asciuga coi suoi capelli. Dopo la sua caduta il Principe degli Apostoli non ha il coraggio di andare a gettarsi ai piedi del suo buon Maestro; ma si allontana dal luogo del suo peccato, e va a nascondere le sue lacrime, prezzo necessario del suo perdono. Se la fiducia di S. Pietro fosse giunta, come quella di Disma, al supremo grado dell’eroismo, il figlio della Colomba sarebbe sull’istante tornato in mezzo ai servi del sommo sacerdote, ed avrebbe confessato il suo divino Maestro, sicuro di avere gli aiuti necessari per sopportare le derisioni, e i duri trattamenti, ai quali poteva esporlo la sua coraggiosa risoluzione. – Ben’altra è la condotta del buon Ladrone. Egli non distoglie il suo sguardo da Nostro Signore, e non esita, né si lascia imporre dal timore, né diminuisce per nulla la grandezza della sua domanda. Animato dalla speranza, fa ciò che S. Pietro non aveva osato di fare. – Ha egli il coraggio di proclamare innocente, degno del trono, e ingiustamente condannato a morte il crocifisso Signore. A simili tratti è forza riconoscere l’eroismo della speranza. Quindi è che un pio autore ha ben ragione di esclamare: « In pochi istanti egli è divenuto di nemico, amico; di sconosciuto, famigliare; di straniero, vicino; di ladro, confessore. Oh! quanto è mai grande la confidenza di questo ladrone! Agli occhi stessi della sua coscienza, reo d’ogni male, digiuno d’ogni bene, violatore di tutte le leggi, rapitore della vita e delle sostanze altrui, sul limitare della morte, senza più alcuna speranza nella vita presente, egli concepisce la speranza di conseguire la vita futura, che ha in tanti modi demeritata, e che non meritò mai; e pur non teme punto di domandarla. Chi potrà ora disperare, sperando a tal segno il Ladrone? » [Vitis mystica, seu de Pass. Dom., c. IX, inter. Opp. S. Bern., t. V, p. 891, edit. Gaume].

 

 

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (8), capp. XII-XIV

CAPITOLO XII

LA CONVERSIONE.

Situazione delle tre croci. — Perché quella di Nostro Signore Gesù Cristo in mezzo. — Belle spiegazioni di S. Efrem e di S. Cirillo. — Immagine sorprendente del giudizio finale. — Passo di S. Agostino e di S. Leone. — Il Buon Ladrone posto alla destra di Gesù Cristo: nome che gli danno le lingue dell’0riente. — Parole di Nostro Signore Gesù Cristo: Padre perdona loro ec. — Impressione che esso producono su Disma. — Sue parole al compagno. — Quale ne è il senso. — Sue parole al Nostro Signore Gesù Cristo: Ricordati di me ec. — Qual ne è il senso. — Disma continua nel suo mestiere di ladro. — Felicitazioni che glie ne fanno i Padri della Chiesa, S. Gian.Crisostomo, S. Ambrogio, S. Agostino, Sedulio.

Tal era circa al mezzo dì l’aspetto del Calvario. Sulla più elevata cima del colle la Croce del Figlio di Dio: un po’ al di sotto a destra, quella di Disma, a sinistra in pari altezza, l’altra del cattivo ladrone. Intorno alle tre croci un largo guardato dalla coorte Romana: a piè delle croci, i soldati addetti alla guardia immediata dei crocifissi: poco più lungi, Maria, Giovanni e le pietose donne, da un misterioso privilegio autorizzate a star presso la Croce del Salvatore: juxta Crucem stabant: al di fuori di quel cerchio, una turba tumultuosa di popolo, che andava e veniva alfin di godere dello spettacolo, e che simile a flutti incalzati da flutti cambiava continuamente di luogo, per far meglio intendere alla divina Vittima le bestemmie che contro di essa lanciava: prætereuntes blasphemabant. – Qui tutto è Mistero. Mistero in quell’ammasso di sarcasmi che cadono sulla santa Vittima: è questo il letterale compimento delle profezie. Mistero nel luogo che Gesù tiene in mezzo dei condannati: è questa la manifestazione della sua gran qualità di Mediatore; qualità distintiva che Egli ha nel Cielo, che ebbe sulla terra, così nel corso della sua vita, come alla sua morte, e che avrà il giorno del giudizio universale, e per tutta l’eternità. – « Il luogo proprio di un mediatore, dice s. Efrem, è nel mezzo; ed è nel mezzo dei due condannati del Calvario, che Gesù si fa conoscere Mediatore universale. Sempre e per ogni dove Egli è nel mezzo. In cielo è tra il Padre e lo Spirito Santo; sulla terra nasce in una stalla fra gli Angeli e gli uomini; ed è locato come la pietra angolare in mezzo ai popoli. Nell’antica alleanza sta in mezzo alla legge ed ai profeti, dei quali riceve gli omaggi: e nella nuova Ei mostrasi sul Taborre tra Mosè ed Elia. Sul Calvario è in mezzo a due ladroni, e al buono si fa conoscere Dio. Giudice eterno, Egli è collocato tra la vita presente e la futura; in mezzo ai vivi e i morti, principio della doppia vita del tempo e dell’eternità. » [Orat in sepulcr. Christi.] E che fa Egli posto così nel mezzo? « Egli fa due cose, risponde s. Cirillo. Egli frena i malvagi e francheggia i buoni, e a traverso di tutti i secoli, e presso tutti i popoli fa quel che faceva la colonna nel deserto. Oscura e luminosa, impediva che le due armate nemiche si confondessero fra loro; arrestava l’Egitto e proteggeva Israele. La provvidenza volle che sul Calvario il Cristo si trovasse in mezzo ai due ladroni, l’uno che si converte e si salva; l’altro che rimane impenitente e si danna; immagine di tutti gli eletti e di tutti i reprobi. » [Lib. III, De adorat.] – Ora egli è di fede che al giorno del giudizio, gli eletti saranno alla destra del divino giudice, ed alla sinistra i reprobi. « E si raduneranno, dice l’Evangelio, dinanzi a Lui tutte le nazioni, ed Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecorelle dai capretti e metterà le pecorelle alla sua destra, e i capretti alla sinistra. »  [Matth., XXV, 32, 33.] E perché nulla manchi alla esattezza della profetica immagine del Calvario, il Buon Ladrone era alla destra del Salvatore, ed il malvagio alla sinistra. Questa particolarità, è vero, non rilevasi dal Vangelo, ma come di tante altre la tradizione ce ne avvisa e non vi è luogo a dubbio. Su questo punto tutti i Padri sono di sentimento unanime, ed in prova ascoltiamo solamente S. Agostino e S. Leone. « Se ponete mente, dice il primo, la Croce stessa fu un tribunale. Nel mezzo sta il giudice: dall’un dei lati il ladrone che crede ed è salvato; dall’altro il ladrone che insulta ed è condannato. Così Gesù anticipatamente annunziava ciò che farà dei vivi e dei morti, collocati gli uni alla destra e gli altri alla sinistra. Il buon Ladrone figura quelli che saranno alla destra, ed il cattivo quelli che saranno alla sinistra, il Figlio di Dio era giudicato, e minacciava il giudizio.1 » [In Joan. Traci, xxxi, n. 11, ad fin., Opp., t. III, p. alter. p. 2023.]. Il vicario stesso del divino Crocifisso, s. Leone, aggiunge: « Gesù Cristo, Figlio di Dio, è sospeso alla croce che portò Egli medesimo sulle spalle. I due ladroni son crocifissi con lui, l’uno a destra, a sinistra l’altro, a fine di figurare fin sul patibolo la separazione di tutti gli uomini, che avrà luogo nel giorno dell’universale giudizio. Il ladrone che crede è l’immagine degli eletti; ed il ladro bestemmiatore è figura dei reprobi. » [Ser. IV. De Pass.]. Eco non meno fedele della tradizione, le lingue orientali chiamano ancora Lass al Jemin, il ladrone della mano destra, quello che noi conosciamo col nome di Buon Ladrone. [D’ Herbelot, Bibl. orient, p. 512, in fol.] – Frattanto elevati sulla croce erano i condannati, e la folla dei dotti e dei ricchi, più ancora che degli ignoranti e dei poveri poteva pascersi dello spettacolo di loro angoscia. Fino a quel punto Nostro Signore non aveva risposto ai sarcasmi ad alle bestemmie che con un sublime silenzio. Quando quasi temendo che la folgore non scendesse ad incenerire i colpevoli, alza gli occhi al cielo, e dalle moribonde sue labbra lascia sfuggire queste misericordiose parole: « Padre, perdona loro, conciossiaché non sanno quel che si fanno. » Come tutti gli spettatori, Disma le ha intese e cessa tosto di bestemmiare. Né di ciò pago volgesi al suo compagno, e lo sgrida dicendo: « Nemmen tu temi Iddio trovandoti nello stesso supplizio? e quanto a noi certo che con giustizia: perché riceviamo quel che era dovuto alle nostre azioni: ma questi nulla ha fatto di male. » Qual è il senso di queste sì inaspettate parole? Eccolo. « Che tutti costoro che son qui liberi, né come noi alla loro ultima ora, non temano Dio, ed insultino al Giusto che soffre, è sempre una empietà, una bassezza; ma che noi al momento di spirar l’anima, con i nostri insulti aggraviamo le pene del nostro compagno di supplizio, questo è più che bassezza, è crudeltà, è odioso attentato. Ché se noi siamo condannati, lo abbiamo meritato; ma questi non ha mai fatto alcun male, e muore innocente. » Qual è mai, o Disma, questo strano mistero? Che? tu condanni ciò che poc’anzi ti pareva bene, e nel tuo complice riprovi severamente quel che or ora ti permettevi senza scrupolo alcuno? Chi ti ha messo tali sensi nel cuore, e sulle labbra somiglianti parole? Che avvenne mai? Qual oracolo ti ha parlato? Qual miracolo vedesti tu? Ma ecco altro soggetto di sorpresa maggiore del primo. Dopo di aver sgridato il suo compagno, Disma rivolgesi al personaggio ignoto crocifisso accanto a lui, e gli dice: « Signore, ricordati di me giunto che tu sia nel tuo regno. » E Gesù gli risponde. « In verità ti dico che oggi sarai meco nel paradiso. » [Luc. XXXIII, 42, 43]. Qui la ragione si smarrisce. Come! o Disma, questo personaggio sconosciuto che insultavi poc’anzi lo chiami ora Signore, lo proclami re, e gli chiedi un posto nel suo regno? E questo crocifìsso che è presso a morire, coperto di piaghe e di sputi, abbeverato di oltraggi, spogliato di tutto fino anche della sua ultima veste, te lo promette per quel medesimo giorno! « Anche una volta, domanda s. Leone, che è questo mistero? Chi ha istruito questo ladrone? Chi gli ha dato ad un tratto la fede? Qual predicatore gli parlò? Pure egli proclama re e Signore il suo compagno di supplizio.2 » [Serm. 11, De Pass. Dom.] . « Non vi faccia meraviglia, risponde Disma; io continuo il mio mestiere di ladro, e Gesù il suo compito di Redentore. Io ho veduto al mio fianco un ricco personaggio, possessore di tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio, ed ho fatto a suo riguardo ciò che tante volte nel corso della mia vita feci con altri. L’occasione mi parve propizia; r ho arrestato prima che egli partisse e l’ho spogliato facendomi ricco delle sue spoglie. » – Ecco ciò che fece il Buon Ladrone; e i Padri della Chiesa non hanno che una voce per lodarlo di questo ultimo atto di brigantaggio. « L’avventuroso ladro, esclama s. Ambrogio, vede che poteva fare una ricca preda, e non perde un’istante. Sulla via del cielo arresta il Signore, e alla maniera dei briganti lo spoglia. 1 » Serm. v in Dom.III Adv.]. – S. Agostino di gran cuore si congratula con esso lui. « Fu ben fortunato questo ladrone. Sì, ben fortunato; egli non si contenta di tendere insidie lungo la via, ma arresta Colui che è la stessa via, il Cristo. Genere affatto nuovo di brigantaggio Ma in un batter d’occhio s’impadronisce della vita, e morendo si rende possessore immortale della sua preda.2 » [Ser.XLV in append. Apud Orilia, par. II, c. I. p. 54.]. – Un dei più grandi poeti cristiani, Sedulio, canta questa nuova impresa con un entusiasmo più schietto e meglio giustificato di quello col quale i poeti pagani celebravano le glorie degli antichi trionfatori. « Ei non cangiò professione, un ultimo atto di brigantaggio lo ha posto in possesso del regno dei cieli. » [Carm, v. Paschal.] – Conosciamo già il brigante nell’esercizio del suo mestiere. Ma come poté Disma conoscere il ricco passeggero? Chi gli ispirò l’audacia di assaltarlo? Chi poté rivelargli il segreto di rubargli? L’ignoriamo ancora. Il divino Crocifisso, esercitando l’officio di Redentore fin sul patibolo ce lo insegnerà.

CAPITOLO XIII.

CAUSE DELLA CONVERSIONE.

Causa efficiente la grazia. — Testimonianze di Cirillo di Gerusalemme, di S. Gregorio Magno, di Cornelio a Lapide. Cause in strumentali nella conversione di S. Matteo, di Zaccheo, di S. Pietro, di S. Paolo. — Nella conversione di Disma, la parola di Nostro Signore Gesù Cristo: Padre perdona loro: la preghiera della Beata Vergine, l’ombra di Nostro Signore Gesù Cristo. — Citazioni dei Padri e dei Dottori della Chiesa. — Risposta alla difficoltà tratta dalle tenebre sparse sul mondo. — Gesù Cristo muore colla faccia rivolta a Occidente. — Testimonianze della tradizione. Sedulio, S. Giov. Damasceno, Beda, Pietro de Natalibus, Spinelli, Molano.— Ragioni misteriose di questa situazione: eloquenti parole di Luca di Tuy.

“Quando Io sarò levato da terra, e messo in croce, aveva già detto il Salvatore, trarrò tutto a me”. Sì tutto, o mio buon Maestro, fìnanco gli assassini di strada. Egli tenne la parola, e Disma n’è la prova. Ma come fu egli convertito? … Nella conversione di lui come di tutte le altre, uopo è distinguere la causa efficiente o interiore, e la instrumentale o esteriore. La causa efficiente è quella che produce direttamente la conversione. La causa instrumentale è il mezzo del quale Iddio si serve quasi di veicolo, perché la causa efficiente giunga a produrre il suo effetto. Posto ciò, la causa efficiente della conversione di Disma, come della conversione di tutti i peccatori e di tutte le peccatrici che vissero, vivono e vivranno è la grazia. Come definirla? Dono gratuito, favore immeritato, luce che illumina lo spirito, impulso che tocca il cuore, incanto che attrae, forza che rompe e rovescia, principio divino, che alle ree inclinazioni del vecchio uomo sostituendo le nobili affezioni dell’uomo nuovo, crea un’essere novello, animato di novella vita, e di un peccatore fa un penitente, un giusto, un santo; questa è la grazia. – Essa deriva dalla infinita misericordia di Dio che mai si stanca, che nulla ributta, nulla esaurisce. In essa è il segreto di tutte le conversioni. [“In charitate perpetua dilexi te, ideo attraxi te, miserans.” -Jer., xxxi, 3]. – Se noi pertanto domandiamo a Disma la causa della sua, risponderà egli come s. Paolo. « Per la grazia di Dio sono quello, che sono: » Gratia Dei sum id quod sum. – Or facendo, se è lecito dir così, l’autopsia dell’anima di lui, tutti i Padri della Chiesa riconobbero la presenza di questo principio rigeneratore. « Qual potenza, o Ladrone, ti ha illuminato? esclama s. Cirillo di Gerosolima; chi ti ha insegnato adorare quest’uomo vilipeso, e come te, appeso alla croce? O luce eterna, sei tu che illumini i ciechi! Giusto è dunque che tu intenda questa parola: Confida; non perché le tue opere sianp tali da rassicurarti, ma perché ai tuoi fianchi è il Re che dona la grazia.» [Catech. XIII]. – S, Gregorio il Grande parla come s. Cirillo. Ladro insigne egli ascende in croce; vedete qual è in virtù della grazia, quando ne discende. Improvvisamente la grazia piove su lui; egli la riceve e la conserva in mezzo a quelle angoscie. [Moral., lib. XVIII, c. XL]. Un dotto commentatore domanda: in qual modo fosse convertito il Buon Ladrone: e risponde: « Interiormente per un singolare, e quasi miracoloso impulso di Dio, e per un’illuminazione dell’intelletto che gli rivelò la innocenza del Cristo, la dignità reale di esso, e il supremo di Lui potere capace di richiamare a vita i morti; in guisa che lo ravvisò pel Messia, Figlio di Dio e Redentore del mondo. » [Corn. a Lap., in Luc. XXIII, 42]. – La grazia; tale fu la causa efficiente della conversione di Disma, e su tal punto non può esservi dubbio alcuno. Ma quale fu poi la causa instrumentale? L’Evangelio riferisce molte subitanee conversioni delle quali ci è nota la causa instrumentale. S. Matteo era un pubblicano. « E che è mai un pubblicano? domanda il Crisostomo. Esso è un ladro patentato, peggiore dei ladri di strada. Costoro almeno si nascondono e forse arrossiscono quando spogliano il viandante; questi ruba con impudenza. » [De Chananaea, Opp. t. Ili, p. 518, n. 2]. Intanto quel pubblicano ad un tratto diviene un evangelista. Sì; ma egli ha inteso Gesù che passando gli ha detto: Seguimi!. – Zaccheo è un altro pubblicano, più ladro forse di Matteo, ed in un subito egli diviene un modello di penitenza e di santità. Sì ancora; ma egli intese Gesù che gli disse: « Zaccheo, presto cala giù, perché fa d’uopo ch’io alberghi quest’oggi in casa tua. » Pietro ha rinnegato il suo divino Maestro, e la sacrilega negazione era ancora sulle sue labbra, che il pentimento fece dei suoi occhi due fontane di lacrime. E quelle lacrime furono tanto cocenti, che due solchi formarono sulle sue guancie, e sì perenni che non cessarono di scorrer fino alla sua morte. Così è, ma Gesù aveva gettato uno sguardo sull’apostolo infedele. – Paolo è un furioso persecutore della Chiesa nascente, un lupo rapace, assetato del sangue degli agnelli di Gesù Cristo; e in men che non si dice, ei divenne un apostolo. Tutto ciò è pur vero; ma Paolo aveva sentito la possente voce che gli disse. « Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? » In tutte queste conversioni istantanee, scorgiamo la causa strumentale della grazia; ma ove mai trovarla in quella del Buon Ladrone? « Ei non aveva visto alcun miracolo, riflette s. Leone; cessata era allora la guarigione degli infermi, l’illuminazione dei ciechi, la risurrezione dei morti; nè Disma conosceva i prodigi che erano per succedere. Ciò nondimeno egli proclama Signore e re il suo compagno di supplizio.  » [Serm. 2 De Pass.]. – Qual fu dunque per lui il movente esteriore della grazia efficiente? Ecco la risposta dei santi Dottori. Disma vedeva con stupore la pazienza inalterabile di Gesù in mezzo ai tormenti ed agli oltraggi, di che era abbeverato da ogni classe del popolo. Lo stupore di lui fu al colmo, quando sentì Gesù pregare per i suoi carnefici. « Questa divina preghiera, dice il dottissimo Tito vescovo di Bosra, fu probabilmente la causa strumentale della sua conversione » [Tit. Bosr., in Luc. Xxiii]. – Il Cardinale s. Pier Damiano, vescovo di Ostia, la trova nella preghiera della s. Vergine. Imperocché quella divina Madre a piè della Croce, incominciò l’officio suo di avvocata dei peccatori, e singolarmente dei peccatori che stanno sull’orlo dell’inferno. Collocata alla destra del suo divino Figliuolo, Ella era tra la Croce di Lui e quella del Buon Ladrone, tra il giudice ed il reo, tra il Redentore e lo schiavo. Madre di misericordia, chiede la grazia e l’ottiene [Apud Salmer., lib. X, tract. 40. De septem verbis]. – Il Padre Raynaud divide un tal sentimento, e lo esprime con i medesimi termini [c. vi, n. 13]. Il famoso Giovanni di Cartagena, spiega la preghiera della santa Vergine, e la misericordia di Nostro Signore coll’incontro nel deserto. Gesù e Maria rissovvenendosi della condotta che a lor riguardo tenne Disma allorché fuggivano in Egitto, vollero rimeritarlo arrestandolo sulla via dell’inferno, e ponendolo sulla via del cielo. Maria chiese per lui la grazia, e Gesù la concesse con una magnificenza degna di Colui, che non lascia senza ricompensa un semplice bicchiere di acqua fresca [Joan. Carthag., De sept. verb.]. – Altri, fra’ quali citeremo soltanto il dotto Spinelli [Lib. De Deipara, c. xxv. n. 4], trovarono la causa esteriore della conversione di Disma nell’influenza dell’ombra del sacrosanto Corpo di Nostro Signore, che proiettava su di lui, al momento in cui il Salvatore innalzato sulla croce pronunziava la preghiera del perdono: «Padre, perdona loro, conciossiachè, non sanno quel che si fanno. » – Il S. Paolo dell’età moderna, S. Vincenzo Ferreri riferisce questa opinione, e non la rigetta. « Si domanda, egli dice, perché dei due ladroni crocifissi con Nostro Signore, l’uno si converta e l’altro no. Alcuni trovano la ragione di ciò, nell’ombra del braccio del Redentore che giungeva a lui: e provano una tale spiegazione con un argomento a fortiorì tratto dall’ombra di S. Pietro, che sanava gli infermi, come si legge nel capo V. degli Atti degli Apostoli. Non è da far meraviglia dunque che l’ ombra di Nostro Signore risanasse l’ anima del Buon Ladrone. » – Cornelio a Lapide fa Io stesso ragionamento in sostegno delle parole di S. Vincenzio Ferreri. E non sappiamo poi del resto che  l’ombra sola della Croce guariva gli infermi? – Questa opinione, cui fa rispettata l’autorità dei suoi sostenitori, suppone che le tenebre non cominciassero immediatamente dopo la crocifissione dell’adorabile Vittima, e che sulla Croce il Salvatore avesse il viso rivolto a Occidente. Quanto alle tenebre, l’Evangelio dice che quelle si addensarono sulla terra dopo l’ora sesta, ab hora sexta, ma non ci fa conoscere se ciò avvenisse al principio preciso di quell’ora. Nulla dunque nel sacro testo impedisce di ammettere un leggero intervallo di luce tra la crocifissione di Nostro Signore e la conversione del Buon Ladrone. In questo intervallo l’ombra del Redentore si stese su Disma, e con la rapidità che si addice a Colui, che con una parola trasse il mondo dal nulla, quell’ombra salutare creò un uomo nuovo, chiamando il buon Ladrone dal nulla del peccato alla vita della grazia. – Che Nostro Signore poi sulla croce avesse il viso rivolto all’Occidente, è questa una tradizione generabilissima per la sua antichità, per le testimonianze che la confermano, e pei misteri che ci hanno rapporto. Di già Sedulio nel quinto secolo la cantava nel suo bel poema sulla vita del Salvatore. Più tardi la troviam menzionata in S. Giovanni Damasceno, nel venerabile Beda, in Pietro de Natalibus, nello Spinelli, in Molano, ed altri ancora. – Uno dei testimoni più gravi di questa tradizione, e al tempo stesso l’interpetre il più esplicito dei misteri che vi hanno attinenza, si è il sommo Teologo Spagnuolo Luca di Tuy. « Come il provano, egli dice, i versi di Sedulio, quando Nostro Signore moribondo impresse il segno della Croce sul mondo, aveva il capo volto all’Oriente, i piedi all’Occidente, la mano sinistra a Mezzogiorno, e la destra a Settentrione. Rivela questa posizione la dignità dell’emisfero Occidentale. – Sulla croce il Redentore del mondo aveva rivolto il viso all’Occidente, verso Occidente inchinò il capo spirando l’anima. Sacerdote eterno, Egli consacrò con l’immolazione del suo Corpo e l’effusione del suo Sangue l’Universo intero, ma particolarmente le regioni occidentali; perocché là Egli voleva stabilire nella pienezza della potestà il suo Vicario destinato a pascere le pecore e gli agnelli. Satana parve aver previsto Io stabilimento di quest’altissima dignità, di questa potenza ostile alla sua. Precipitato dalla altezza del cielo, ove pretendeva stabilire il suo trono per rendersi simile all’Altìssimo, non si tenne per vinto. Roma divenne la sua capitale nelle regioni dell’Occidente, e non vi ebbero empietà, ne abominevoli superstizioni di che non contaminasse quella città, che fu lo strumento della sua tirannide sul mondo intero. Nostro Signore Gesù Cristo, che era asceso sulla Croce per debellare il principe delle tenebre, e che aveva scelto Roma per la sua città di predilezione, chinò verso di quella il moribondo suo capo, a dimostrare che il suo ultimo sospiro andava a cacciare dalla sua rocca il principe e il dio di questo mondo, cui strapperebbe le armi e le spoglie, di che andava orgoglioso, e i cui altari rovesciati diverrebbero il piedistallo del suo trono. Da quel Iato ancora venne aperto il sacro costato del Salvatore e ne fluì sangue ed acqua; l’acqua destinata a purificar Roma ed il mondo contaminato da essa; il sangue destinato a riscaldarla perché fosse la città eterna, la regina delle città, l’inestinguibile focolare della scienza divina e della carità. Per manifestare il suo disegno e compiere l’opera sua, il divino Redentore chiamerà da ogni parte del mondo personaggi, che verranno a lavare col loro sangue la città del Re dei Re. La Giudea manderà Pietro, il capo del collegio Apostolico; la Cilicia Paolo, l’Apostolo delle genti; la Spagna il Levita Lorenzo; tutte le altre regioni dell’Universo schiere di martiri senza numero. Il principe degli spiriti maligni aveva accumulato in Roma, e fatto servire al suo culto sacrilego tutto ciò che vi era di meglio sulla terra, pietre preziose, marmi, oro, argento, le più ricche spoglie dell’umanità sottomessa al suo impero. Più di esso potente, il Figlio di Dio s’impadronì di tutte le di lui spoglie, e le distribuì ai suoi Apostoli ed ai suoi martiri, in guisa che tutto ciò che aveva servito al culto dei demoni serve ora alla gloria della Chiesa. Satana aveva tesaurizzato, ma non sapeva per chi tesaurizzava. – Aggiungiamo che la posizione di Nostro Signore sulla Croce, volto a Occidente, è una delle ragioni per le quali i primi Cristiani pregavano rivolti all’Oriente. Tali sono secondo i santi Dottori le cause strumentali o esteriori della conversione del buon Ladrone. Concorsero esse tutte ad operare un sì stupendo miracolo? O una sola ne fu l’esteriore strumento? Qualunque sia la risposta, abbiamo sempre ragione di ammirare la sapienza e la potenza di Colui, al quale tutti i mezzi son buoni per arrivare ai suoi fini.

CAPITOLO XIV.

MAGNIFICENZE DELLA CONVERSIONE.

Magnificenze per parte di Dio. — Cangiamento radicale e subitaneo che si opera in Disma. — La conversione di un peccatore miracolo più grande che non è la creazione del cielo e della terra; dottrina di S. Tommaso. — La conversione di Disma paragonata con quella della Maddalena, di S. Paolo, e di S. Pietro. — Più sorprendente di tutte le altre. — Sentimento dei Padri.

Il 2 di agosto 1767 Napoli fu testimone di uno strano spettacolo. Sul mattino il Vesuvio incomincia a gettare dense colonne di cenere e fumo, e senza iperbole né esagerazione, il sole ne fu oscurato a tal segno che sul mezzogiorno Napoli si trovò immersa in una notte oscura, come una notte d’inverno. L’orrore delle tenebre era accresciuto dal fracasso delle enormi pietre, che venivano lanciate fuori del cratere, e cadevano poi con tuoni e lampi di viva e sinistra luce. Gli abitanti spaventati credevano che fosse giunta l’ultima ora della loro città. Gli uni, e non senza ragione, temevano che quelle masse di ceneri ardenti, cadendo su delle materie infiammabili, non producessero un immenso incendio, del quale la bella ed opulenta Partenope sarebbe inevitabilmente la vittima: gli altri, che le campagne bruciate dalla lava del Vulcano, non divenissero affatto sterili. Nessuno certo pensava a ciò che in breve era per succedere. – Alla vista del pericolo, il popolo in folla era accorso al sepolcro di S. Gennaro, e grazie alla protezione di quel gran patrono dei Napoletani, in pochi istanti cambiò la scena. Le tenebre scomparvero, le ceneri si arrestarono, ed il sole si mostrò in tutto lo splendore dei suoi raggi sotto un cielo puro come uno specchio. [Orilia, lib. H, c. vi, p. 107]. Questo subitaneo e totale cambiamento, che pur talora sorprende nell’ordine naturale, gli annali religiosi ce lo dimostrano più meraviglioso ancora nell’ordine superiore della grazia. Ad una gioventù immersa nei disordini si vede succedere un’età matura ornata di eroiche virtù. Ed è questa una meraviglia, perché fu scritto: « Il giovinetto presa che ha sua strada, non se ne allontanerà nemmen quando sarà invecchiato. » [Prov., XXII, 6]. – Con un incomparabile chiarezza il buon Ladrone ci dà lo spettacolo di una simile trasformazione. Fin qui un velo nero, denso, lurido di sangue ricopre la persona e la vita di Disma. A’ nostri occhi, come agli occhi dei suoi contemporanei, apparve non solo come un brigante ordinario, ma come un brigante di qualità superiore; uno scellerato, la cui vita non fu che un lungo tessuto di assassinii e di furti; tigre assetata di sangue, spavento e terrore della contrada, onta dell’umanità, crocifisso fra gli applausi di tutto il popolo. – « Che vi fu mai, dice il Crisostomo, di più miserabile di quel Ladrone? E in un momento che vi fu mai di più felice? Egli aveva commesso innumerevoli assassinii, ed era condannato a morte. Quanti v’era a testimoni del suo supplizio, tanti erano accusatori dei suoi misfatti. Era al suo termine la sua vita passata nel delitto; ma poiché per un momento amò Dio come si deve, un’ineffabile felicità venne egli a conseguire. » [In Psalm. CXXVII, Exposìt., n. 2, p. 431]. E che era avvenuto mai? Un suono di quella voce interiore che spezza i cedri, e scuote le montagne, s’è fatto udire nel cuore di Disma. E quel cuore di pietra divenne un cuore di molle cera; quel cuore di bruto, un cuore di uomo; quel cuore di empio, un cuore di santo. Un raggio del sole di giustizia gli balenò sul volto, e quel volto ne fu irradiato. La sua schifosa bruttezza si è cangiata in sovrumana beltà, in angelica leggiadria: e la sua bocca sozza ancor tutta di bestemmie, distilla parole dolci come il miele e profumate come 1’umile violetta. Un lupo cerviero trasformato in agnello; un bestemmiatore cambiato in evangelista; un malvagio fatto santo, e santo canonizzato ancor vivo; tale si fu la incomparabile metamorfosi del Calvario. E nelle nostre scuole non parlano punto di tal meraviglia, mentre vi fan sudare dei mesi interi a spiegare le metamorfosi, spesso oscene e sempre ridicole, degli Dei della favola, cioè a dire, dei demoni! Aspettando che il senso comune torni a schiarire le menti umane, ricordiamo alcune delle magnificenze della conversione di Disma. – Essa fu magnifica per parte di Dio, magnifica per parte dell’uomo. – Magnifica per parte di Dio. Gesù era elevato sulla Croce. Una moltitudine di popolo insultante lo trattava come il rifiuto degli uomini. Nell’ordine della natura, strepitosi miracoli erano sul punto di rivelare la sua divinità. Il sole oscurato; profonde tenebre che coprivano il mondo e producevan notte a mezzodì; rupi spezzate fino alle più profonde loro latebre ; il velo del tempio lacerato, che mette in vista misteri fin allora sempre nascosi agli occhi dei profani; aperti i sepolcri pronti a rendere alla vita le vittime della morte; tanti straordinari miracoli dovevano strappare al Centurione il grido della fede: « Questuomo era veramente il Figlio di Dio. » Per manifestare nella sua pienezza tutta la potenza del divin Redentore, occorreva pur nell’ordine morale un fenomeno non meno meraviglioso. Con quella sapienza che sempre perviene a conseguire il suo fine, Gesù scelse il più difficile; la conversione istantanea, solenne, eroica di un peccatore, e di qual peccatore. » – I Padri della Chiesa ben compresero il fatto provvidenziale, e degnamente lo celebrarono. « Sulla sua Croce, dice il Crisostomo, il Signore operò due strepitosi miracoli: aprì il cielo chiuso al genere umano da ben quattro mila anni, e pel primo vi introdusse un ladrone. “Oggi, gli disse, sarai meco in paradiso”. Che diceste mai? Voi siete crocifìsso, voi inchiodato ad un patibolo, e per quel giorno stesso promettete il paradiso? Sì, io lo prometto per far rilevare e risplendere la infinita potenza, di cui sono investito sulla Croce. – Volli operare un tal miracolo, prova incomparabile del mio potere, non quando io risuscitava i morti; o imperava alle tempeste, o metteva in fuga i demoni, ma sebbene crocifisso, traforato mani e piedi da chiodi, abbeverato di oltraggi, coperto di sputi. Fu allora che io volli trasformare l’anima del ladrone. Così noi vediamo risplendere la sua potenza sul mondo materiale e sul mondo morale. Egli fa tremare la terra, fende da cima a fondo le rupi, e trasforma l’anima del ladrone indurita più delle rupi. » [De Cruce et Latr. n. 2]. – Se, come ce lo insegna s. Tommaso, la conversione di un empio è un opera più grande della stessa creazione del cielo e della terra, [2, q. 113, art. 9, Cor.] v’è poi da aggiungere che fra tutte le conversioni non ve n’ha alcuna che eguagli quella di Disma. [Luc. Burgen., in Inc., c. XXIII]. – Senza dubbio fu un prodigioso colpo di grazia la conversione di Maria Maddalena, che in pochi istanti da pubblica peccatrice divenne una delle più virtuose anime, di cui la storia abbia conservato memoria. A questo punto il Pontefice san Gregorio il Grande non esita a dire : « Egli è fuori dubbio che Iddio ha collocato nel cielo della Chiesa due grandi luminari, due Marie: Maria la Madre del Salvatore, e Maria sorella di Lazzaro. La prima, luminare maggiore, al fin di presiedere al giorno; cioè a dire al fin di essere il modello e la protettrice delle anime innocenti: la seconda, luminare minore, collocata ai piedi di Maria, onde rischiarar nella notte, ed essere il modello e la protettrice delle anime penitenti. 1 » [S. Greg. Magn. B. Albert. Magn., in Luc., c. vii]. La conversione della giovane principessa di Maddalo è ella più miracolosa di quella del Buon Ladrone? Col P. Orilia noi rispondiamo liberamente che no. Prima di convertirsi Maddalena era stata spettatrice di molti miracoli, e Disma non ne avea peranco veduto alcuno. Di ciò ne fa certi la tradizione. Uno dei miracoli più luminosi di Nostro Signore si fu la resurrezione del figlio della vedova di Naìm. Con altri moltissimi Maria Maddalena ne fu testimonio. Lo sventurato giovane era morto in peccato, ed aveva già toccate le pene dell’inferno. Tornato in vita, divenne un predicatore che gettò lo spavento nell’anima di quelli che lo ascoltarono. La sua morte fu per molti il principio dell’eterna vita; e di questo numero si fu Maria Maddalena, che il timore e la fiducia condussero ai piedi del Salvatore. Nella sua misericordiosa clemenza il buon Pastore volle scontrarsi con la smarrita pecorella. Immediatamente dopo la risurrezione del giovane, Egli si diresse alla casa di Simone il lebbroso, ove Maria, colpita dalla novità del miracolo, risolvé di presentarsi al taumaturgo, e di fare ciò che egli sarebbe per imporle. – Trovate voi nulla di somigliante nella conversione del Buon Ladrone? Ove sono i miracoli che 1’inducono a confessare i suoi peccati, e dall’abisso del vizio in un batter d’occhio lo facciano ascendere alla più alta perfezione? Fino a quel punto non conosciuto da lui, Nostro Signore non gli apparisce che l’obbrobrio del popolo suo, un verme ed un insigne malfattore; e in questo stato ei lo proclama suo Dio e suo Re. Mentre ei si trova sul suo patibolo, l’ignominia lo prega, lo adora, crede in Lui; e ciò nel momento che tutti lo insultano e l’abbandonano. [S. Bern., De Pass. Dom.t c. ix; id Arnold. Carnot., De sept. verbis.]. – Se ammirabile è la conversione di Maria Maddalena, non meno ammirabile è quella di s. Paolo; ma dobbiamo ripeterlo, assai più lo è la conversione di Disma. – Io veggo sulla via di Damasco il giovane persecutore alla testa dei suoi satelliti. Spinto dall’odio suo di fariseo contro Gesù di Nazaret, non respira che sangue e stragi. Guai alle pecorelle del Salvatore che cadranno nelle branche di questo lupo rapace. Il cielo non è più lontano dalla terra di quello che Saulo sia dal Cristianesimo. Nell’alto che ei rumina i progettati massacri, una voce dall’alto si fa sentire. Rapida come il lampo, poderosa come la folgore, essa rovescia a terra il minaccioso carnefice, e di un tal terrore lo riempie, che tutto smarrito esclama: « Signore, che vuoi Tu che io faccia?» La stessa voce degnasi di rispondegli; ed è condotto ad Anania, che termina di rivelargli quali fossero i disegni di Dio su lui. Il lupo è mutato in agnello; da persecutore Paolo diviene un Apostolo. Tal si fu il miracolo della sua conversione, ed è sì stupendo che servì di argomento a una dimostrazione innegabile della divinità di nostro Signore e del Cristianesimo. Ma la portentosa efficacia della grazia non si fa meglio sentire nella conversione del Buon Ladrone? Saulo ha inteso una voce dal cielo, che proclama la divinità di Colui che egli perseguita. Qual voce suonò mai all’orecchio di Disma? Nessun’ altra, se non la voce della sinagoga, che bestemmia ed oltraggia il suo compagno di pena. Qual luce sfolgorante aveva colpito di cecità i suoi occhi carnali per aprire gli occhi dell’ anima sua? Nessuna. Quale Anania aveva avuto Disma per esser confermato nella fede? Nessuno. Or ditemi; che più miracoloso: sottomettersi a quel Gesù che si mostra in cielo, e fa suonare dall’alto quella voce divina, la cui potenza atterra i cedri e scuote le montagne; o riconoscere umilmente per Dio quel Gesù inchiodato al patibolo, deriso, coperto di sputi, e sul momento di render l’anima come un semplice mortale? Nel primo caso vi ha un prodigio di onnipotenza capace dì convertire il più ribelle ed ostinato peccatore; nel secondo un prodigio di debolezza e di umiliazione, in apparenza più capace di togliere che di dare la fede. – Parleremo noi della conversione di s. Pietro? Essa fu istantanea, fu sincera. Ma Pietro già da tre anni era stato alla scuola di Nostro Signore, e testimonio dei suoi tanti miracoli: egli aveva altamente confessata la sua divinità: lo aveva poco prima ricevuto nella comunione: egli era stato eletto per essere il suo vicario. Ed appena che ebbe peccato, il buon Maestro degnavasi di gettar un dei suoi teneri sguardi sull’Apostolo infedele; e qual eloquenza in quello sguardo! Esso diceva: « Ah! Pietro, in questa guisa ricambi tu l’amor mio, e rispondi ai miei benefìzi? Così adempì la promessa che mi hai fatto di morire anziché abbandonarmi? Quando eravamo sul Taborre, non volevi più discenderne per meco rimanere, e prender parte alla mia beatitudine! Ed ora che mi vedi nelle angosce della mia passione, giuri di non conoscermi? » Chi avrebbe resistito a simili rimproveri venuti da un maestro, da un amico, da un padre, come il divin Redentore? Confrontiamo ora Disma con s. Pietro, la conversione dell’uno con quella dell’altro. Il Buon Ladrone era egli stato tre anni alla scuola di Nostro Signore? – No! Era egli stato venti volte testimonio dei suoi miracoli? No! Banditore delle sua divinità? No!. Ammesso alla sua mensa, e cibato della sua carne adorabile? No! E supposto che egli dovesse riconoscere per Dio il suo compagno di supplizio, non era però costretto a proclamare solennemente la sua divinità, ed esporsi così ad un accrescimento di torture. Nessuno a ciò l’obbligava. Senza voler nulla detrarre al merito della conversione del Principe degli Apostoli, diremo pure che s. Pietro non confessò già il suo divino Maestro in presenza di servi e delle ancelle del sommo sacerdote; non ritrattò la sua negazione, ed in prova del suo ravvedimento non seguì neppure Nostro Signore al Calvario. – Disma all’opposto confessa Gesù sulla croce, lo dichiara innocente, il difende contro coloro che l’oltraggiano, gli domanda perdono di suoi falli, ed al cospetto di tutti i suoi nemici lo proclama suo Signore e suo Dio. – Se vuolsi ravvisare in tutta la sua magnificenza l’opera onnipotente della divina misericordia, uopo è considerare puranco la conversione di Disma sotto il doppio rapporto della difficoltà e della prontezza. Gli illustri convertiti, che siamo venuti ricordando, non erano stati immersi nel vizio fin dalla loro prima età. Avevano avuto conoscenza dei principi morali; e questi per un tempo più o meno lungo, erano stati in un modo più o meno costante, la regola della loro condotta. – Quei giorni vissuti senza macchia di peccato erano come altrettanti preparativi di un novello edificio, e tanti ostacoli di meno all’ azione futura della grazia. Nulla di somigliante nel Buon Ladrone. Nato in mezzo ai ladri, quando toccò gli anni della ragione non aveva conosciuto che il furto, l’assassinio e il suo brigantaggio. Raggio di luce non era giunto mai a dissipare le tenebre della sua grossolana intelligenza. Nella sua virile età, mai un giorno senza delitto, e forse senza delitti di sangue. Quasi a migliaia conta il Crisostomo gli assassinii dei quali si era fatto reo. Intraprendere la conversione di un essere simile è lo stesso che voler trasformare in uomo un bruto, dar vita a un pozzo di granito, o giusta la espressione della Scrittura, render bianca la pelle di un Etiope. – « Prendete, dice il Padre Orilia, tutte le acque dell’oceano, e studiatevi di fare sparire il bruno dalla pelle di un Negro, o gli screzi dalla maculata pelle del Leopardo; le consumereste tutte senza venirne a capo. Del pari l’uomo che si è fatto del vizio quasi una seconda natura, e che a forza d’immergersi nel delitto impedì che si risvegliasse in lui il senso morale, o nel suo nascere lo ha empiamente soffocato, quest’uomo non può esser cambiato, se non per un miracolo della grazia, operante nella pienezza della sua forza. Tal era il caso di Disma » Ebbene! Quest’uomo, immerso fin al fondo nell’abisso del male, in un batter d’occhio si solleva al colmo della perfezione. In men ch’io noi dico, esso è trasformato, purificato da ogni sozzura, ornato da ogni virtù, a tal punto che per lui non v’ha, come per molti altri santi, né penitenza da farsi, né purgatorio a temersi. Egli è già purificato in modo da entrare subito in paradiso, buono da essere canonizzato: e lo fu di fatto. [G. Chrys., De Cruce et Ladr.].- « La misericordia divina ha tutto operato, dice il Crisostomo. Che aveva mai detto, che aveva mai fatto quel Ladrone? Aveva egli digiunato? Aveva pianto? Si era macerato, aveva fatto una lunga penitenza? Nulla affatto; ma sulla croce stessa, dopo la sua sentenza di morte, ottiene la salute. Ammirate la prontezza. Dal patibolo al cielo, dal supplizio alla gloria. » [In Gen. Serm. vii, n. 4, Opp., t. IV, p. 787]. Possiamo dunque conchiudere che nella conversione del Buon Ladrone la grazia del Signore sfolgora di una magnificenza incomparabile. Essa è nell’ordine morale il fiat creatore, il capo d’opera della destra dell’ Onnipotente, il consolante miracolo innanzi al quale ogni altro s’ecclissa: Hujus Iatronis pœnitentia non extat æqualis. – Aggiungeremo di passaggio, che la misericordia di Dio è sempre la stessa. Oggi ancora essa opera, se non col medesimo sfoggio, con la medesima prontezza almeno, e con la medesima efficacia. L’acqua del Battesimo scende sul capo del bambino, e al semplice tocco di quell’acqua vivificata dalla benedizione divina, la sua anima è all’istante purificata; il cielo gli è aperto, il suo luogo è fissato tra gli Angeli per tutta l’eternità! Altro miracolo. Quando nel tribunale della misericordia, la parola del sacerdote scende su di un’anima macchiata di colpa, sul momento quell’anima è trasformata. Tutti i legami che la incatenano son rotti: l’inferno è chiuso per lei; e se la contrizione è perfetta, può essa immediatamente entrare nel cielo. A questi tratti, che riempiono il cuore di confidenza e di amore, lo spirito ravvisa lieto l’opera di Dio: semplicità nei mezzi, prontezza e fecondità negli effetti.

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (7), capp. X e XI

CAPITOLO X.

LA CROCIFISSIONE.

Le montagne scelte pel supplizio dei rei. — A qual fine. — Passo di Quintiliano, di Valerio Massimo, di Svetonio. — Arrivo dei condannati. — Occupazione dei carnefici.— I condannati distesi prima per terra, e poi messi sulle loro croci. — Forma della croce. — Cinque specie di croci: la croce semplice, la croce biforcata, la croce decussata, la croce commissa, e la croce immissa. — Qual fu la croce del Buon Ladrone.—Sentenza di Tertulliano, di s. Girolamo, di s. Paolino.— Ragioni misteriose di questa sentenza.— La forma della croce perpetuata nel T che incomincia il canone della Messa. — Passi di Innocenzio III, di Niceforo, e di Sandini.

Ora che ben conosciamo il Calvario, appressiamoci alla santa collina, e montiamo fino alla sua sommità, seguendo i tre condannati che vanno a morirvi. Perché mai, in luogo di una aperta pianura, o di una valle, si scelse un luogo eminente per la crocifissione? La risposta ad un tale quesito, mentre ci rivela gli usi dei popoli antichi, conferma colla testimonianza della storia profana, il racconto della storia sacra. Oltre le misteriose ragioni, che tra tutti i luoghi del mondo, fecero preferire il Calvario pel supplizio dell’uomo-Dio e dei suoi compagni, una ve n’ha al tutto semplice e tratta dall’uso generale dell’antichità. – A fine di render utile e salutare lo spettacolo dell’ignominioso e più crudele dei supplizi, i popoli antichi avevano disposto che le croci dei malfattori venissero piantate nei luoghi più esposti alla vista e più frequentati, e di preferenza sulla cima delle montagne, « Tutte le volte, dice Quintiliano, che sospendiamo alla croce dei malfattori, noi scegliamo le vie più rinomate, affinché il più gran numero possibile di persone siano testimoni di un tale spettacolo, e colpiti di un salutare terrore » Valerio Massimo così racconta la morte di Policrate, tiranno di Samo. « Inquieto per la felicità della quale aveva costantemente goduto, codesto principe, a prevenire la gelosia degli Dei, volle imporsi un sacrificio gettando in mare una preziosissima gemma che egli aveva carissima; ma pochi giorni appresso quella gemma si rinvenne nel corpo di un pesce; e questa fu l’ultima sua contentezza. Mentre meditava la conquista dell’Ionia, fu preso a tradimento da Orete satrapo di Cambise che lo fece crocifiggere sulla cima più elevata del monte Micale, di faccia a Samo. » Per le stesse ragioni le croci facevansi molto elevate. A ciò alludeva quella crudele ironia dell’imperator Galba, riferita da Svetonio. « Un condannato a morte invocava le leggi, e faceva valere il suo titolo di cittadino Romano. In vista di esaudirlo e di rendergli men penoso il supplizio, Galba ordinò ch’ei fosse crocifisso su una croce molto più alta delle altre e vestito di bianco.» La straordinaria altezza della croce doveva far conoscere la sua dignità di cittadino romano, e la veste bianca propria dei cittadini romani doveva attirare singolarmente su di lui l’attenzione degli spettatori. – Intanto Gesù, Dima ed il suo compagno giungono alla sommità del Calvario. Tra i soldati, ai quali era affidata l’esecuzione, alcuni scavano le fosse per impiantarvi le croci, altri gettano a terra i condannati e li acconciano sulle croci legate sul loro dorso. Misterioso spettacolo! « Nel medesimo luogo, dice s. Agostino, v’eran tre croci. Sopra una di esse il ladro predestinato, sull’altra il ladro riprovato, su quella di mezzo Gesù, che era per salvare l’uno e condannare l’altro. Nulla di più somigliante fra loro che queste tre croci, nulla di più dissimile fra loro di quei crocifissi. » Come udimmo da s. Agostino, le tre croci erano somiglianti; ma quale ne era la forma? Presso gli antichi la croce come strumento di supplizio, non era né sempre, né ovunque la medesima. Se ne distinguono cinque diverse specie. La croce semplice, simplex, era un largo trave, sul quale s’inchiodava il paziente in modo, che prendesse l’attitudine più o meno distinta d’uomo in croce. Quando questa specie di crocifissione aveva luogo, quel trave era così basso che gli animali carnivori potevano arrivare alla vittima, e sbranarla viva sull’istrumento del suo supplizio. Ne abbiamo due celebri esempi; uno nella Scrittura, l’altro nel martirio di s. Blandina. Sette figli di Saulle essendo stati dati nelle mani dei Gabaoniti, costoro li crocifìssero. Aia, loro madre, si tenne immobile giorno e notte a piè delle croci per impedire che gli augelli di rapina, e le belve carnivore divorassero i suoi sventurati figliuoli. Eusebio parlando dell’illustre martire di Lione dice : « Blandina essendo stata attaccata ad una trave, fu esposta alla voracità delle bestie. A tale spettacolo, tutti quelli che avevano combattuto con essa ripresero animo. Essi erano pieni di una gioia soprannaturale, vedendola crocifissa presso a poco siccome lo era stato Gesù Cristo. Essi ne trassero un buono augurio per la vittoria, da che sotto la figura della loro sorella credevan di vedere Colui, che per essi era stato posto in croce. Andarono essi pertanto incontro alla morte pieni della dolce confidenza, che chiunque muoia per la gloria di Gesù Cristo, riceverà una vita novella nel seno stesso del Dio vivente. » [Lettere delle Chiese di Vienna e di Lione in Euseb. Hist. lib. V. c. x].La croce biforcata chiamata furca, perché prende la forma di una forca ad Y, si trova usata sovente per supplizio degli schiavi. Un autore pagano, Apulejo, parla di questa specie di croce come istrumento di morte per i malfattori ordinari. La croce decussata, vale a dire in forma traversa come la lettera X. Essa è volgarmente conosciuta sotto il nome di Croce di S. Andrea, perché fu lo strumento sul quale l’Apostolo dell’Acaja subì il suo martirio.La croce commissa, croce avente la formo del nostro T maiuscolo, che e lo stesso del Tau dei Greci, e degli antichi Ebrei. La croce immissa è la croce ordinaria, chiamata croce latina. Ognuno sa che essa si compone di un tronco traversato nella parte superiore da due braccia in linea retta †. Di tutte queste croci quale servì al supplizio di Nostro Signore, e dei suoi compagni? La croce commissa rispondono senza esitare Tertulliano, s. Girolamo, e s. Paolino. « La lettera T dei Greci e dei Latini (dice Tertulliano) è la figura della Croce.» S. Girolamo : « Nell’antico alfabeto ebraico, di cui si servono tuttavia i Samaritani, l’ultima lettera T è la figura della Croce.» S. Paolino: « Nostro Signore senza il soccorso d’innumerevoli ed animose legioni, ma col misterioso istrumento della Croce, la cui figura è rappresentata dalla greca lettera T, e che è la cifra del numero trecento, ha trionfato delle potenze nemiche.» La testimonianza di questi antichi Padri ci sembra su questo punto preferibile al sentimento di molti altri non meno rispettabili. Tali sono s. Giustino, s. Ireneo, s. Agostino, che parteggiano per la surriferita croce immissa. Or ecco le nostre ragioni. Fin nei più minuti particolari della sua passione Nostro Signore effettuava tutte le figure e le profezie. E sol quando ei l’ebbe effettuate tutte, disse: « Tutto è consumato. » Ora la croce commissa realizza alla lettera due grandi figure profetiche. Nelle parole da noi citate, Tertulliano fa allusione al passo di Ezechiele, nel quale il Signore comanda di segnare con la lettera T la fronte di coloro, che dovevano essere preservati dallo sterminio. « Ed il Signore gli disse: va’ per mezzo alla città, per mezzo a Gerusalemme, e segna un Tau sulle fronti degli uomini, che gemono e sono afflitti per tutte le abominazioni che si fanno in mezzo ad essa » Il Tau è la figura materiale e misteriosa della Croce. Impresso sulla fronte degli abitanti di Gerusalemme, li scampava dalla morte temporale; e impresso sulla fronte dei Cristiani il Tau reale li salva dalla morte eterna. Or ecco un altro mistero. Nella numerazione greca ed ebraica la lettera T conta per trecento. E con trecento soldati Gedeone trionfò del grande esercito dei Madianiti. Era di notte e ciascun soldato portava una fiaccola in un vaso di terra, Al concertato segnale son rotti tutti quei vasi, le faci risplendono, suona la tromba: e il terrore invade il nemico esercito, che in gran disordine si dà scompigliato alla fuga. In mezzo alle tenebre del Calvario, il velo dell’umanità, che copre la divinità di Nostro Signore, è lacerato dalle torture della croce; la divinità si manifesta coi miracoli, e col Tau misterioso, che vale trecento, il vero Gedeone mette in fuga le infernali potenze. La tradizione sulla verace forma della croce si è perpetuata in una particolarità conosciuta da pochi. Negli antichi Messali, il T col quale incomincia il Canone, Te igitur clementissime Pater, è accompagnato da una croce dipinta sopra quella medesima lettera. Ond’è che la figura e la realtà si trovano insieme confuse. Le moderne edizioni pongono in luogo della croce un incisione che rappresenta Nostro Signore in croce e posta sempre al principio del Canone. Assai prima di noi, fece quest’osservazione di dotto Pamelio. Tuttavia alcuni Padri, come già notammo, danno alla Croce di Nostro Signore la forma più conosciuta fra noi. Il Papa Innocenzo III parlando al IV Concilio di Laterano, pare aver risoluta la questione dicendo: « Il Tau è l’ultima lettera dell’alfabeto Ebraico. Essa è la precisa figura della Croce, quale era prima che Pilato vi collocasse in cima il nome e il titolo del Crocifisso Signore. » – Non meno chiaramente si esprime lo storico Niceforo. « Allorché fu ritrovata la S. Croce, se ne rinvennero tre separate, più una bianca tabella sulla quale Pilato aveva fatto scrivere in più lingue, Gesù re de’ Giudei Questa tabella, situata sul capo di Nostro Signore si elevava in forma di colonna, e dichiarava che il Crocifisso era il re dei Giudei. » Infine l’autore della Glossa dice nei termini più precisi: « L’iscrizione che sormontava la Croce ne formava il quarto braccio. » [« Tabulam supra crucem loco quarti brachii fuisse. » In Clement., De smma Trinit.]. – Ciò posto, conchiude il Sandini, l’accordo è presto fatto. I Padri che danno alla croce dei condannati dei Calvario la forma del Tau, fanno astrazione dalla soprapposta tabella. Coloro che le danno non tre, ma quattro estremità, tengono conto dell’aggiunta iscrizione, e parlano indistintamente dell’una e dell’altra. La Croce è il mistero dei misteri,, il trofeo del figlio di Dio., lo strumento benedetto della nostra Redenzione, il segno pieno di terrore per gli uni, di speranza per gli altri, che precederà il supremo Giudice, quando nell’ultimo giorno del mondo discenderà dal Cielo per retribuire a ciascuno secondo le opere sue, al cospetto di tutte le nazioni radunate. E chi potrebbe trovar lunghi e fastidiosi i più minuti particolari presi ad esame per farla conoscere quale fu già vista nel mondo, e quale allora si rivedrà?

CAPITOLO XI.

I DOLORI.

I condannati fissati alla croce non con le corde, ma con i chiodi. — Passi di Artemidoro, di S. Agostino, di S. G. Grisostomo, di Molano, di Giusto Lipsio. — Numero dei chiodi. — Testimonianze di Innocenzio III, di Luca di Tuy, di Gregorio di Tours, di Baronio e di altri. — Torture di quei che erano crocifissi. — Il suppedaneum . — Altezza delle croci. — I condannati si crocifiggevano ignudi. — Ignominia e dolori del supplizio della croce. — Bestemmie dei ladroni.

Noi lasciammo i tre condannati gettati per terra e stesi sulle loro croci. I carnefici incominciano la loro barbara operazione. Udite i colpi di martello che risuonano sui chiodi del patibolo. Infatti con dei chiodi, e non già con delle corde, come vorrebbero far credere taluni dipinti, i crocifìssi erano appesi allo strumento del loro supplizio. Una tal usanza era generale. La croce, scrisse un’autore pagano, si compone essenzialmente di due cose, del legno e dei chiodi. » S. Agostino, esimio conoscitore delle antiche costumanze, si esprime in questi termini. « Gli infelici attaccati alla croce con dei chiodi, lungo tempo soffrivano. Le loro mani erano coi chiodi fissate al legno, e i loro piedi ne erano traforati. Il buon ladrone aveva il corpo trafitto dai chiodi, ma ne era intatta l’anima, e la sua intelligenza non era punto crocifìssa. » – Giovan Crisostomo afferma la medesima cosa. « E come, egli dice, non ammirare il buon Ladrone che traforato dai chiodi, conserva tutta la sua presenza di spirito? » Non altrimenti parlano tutti gli organi della tradizione, e solo a scanso di una soverchia prolissità, non ne alleghiamo i testi. L’uso dei chiodi nella crocifissione era a tal segno invariabile, che il dottissimo Gretzer conchiuse: « Non può comprendersi affissione in croce senza i chiodi. » E qual’era il numero dei chiodi? Fu esso il medesimo pei due ladroni, e per Nostro Signore? Non abbiamo ragione da dubitarne. Ora la tradizione degli antichi Padri ci assicura che il Figliuolo di Dio fu attaccato alla croce con quattro chiodi; due per le mani, e due per i piedi. Luca di Tuy, detto il Salomone della Spagna, riporta e chiosa il seguente passo d’Innocenzio III. « Quattro chiodi trafissero il Salvatore: ed aggiunge: questa è la testimonianza di quel gran Vicario di Dio, e dottore della Chiesa, di quel martello degli eretici, Innocenzio III. E quale testimonianza più di questa autorevole? Che di più vero di queste parole, discese dal trono di Dio, cioè a dire dalla Chiesa romana, per bocca del Padre di tutti i fedeli, il sommo Pontefice Innocenzio III? » Impertanto rappresentare Nostro Signore e i Ladroni affissi alla croce con soli tre chiodi è contrario alla tradizione più antica, ed anche alla ragione. Come mai con un sol chiodo trapassare i due piedi, soprapposti? Sembra questa un’operazione difficile anche per parte dei carnefici, mentre al contrario si vede esser facile con quattro chiodi. Posando in piano i piedi sul suppedaneo, poteano esser facilmente traforati e solidamente affissi con due chiodi appositi. Quei chiodi, dei quali Roma conserva un prezioso avanzo, eran di forma quadrata e lunghi circa cinque pollici, di una corrispondente grossezza e col capo a forma di fungo. Sospinti a gran colpi di martello, trapassavano da parte a parte le mani dei condannati. Le membrane, le vene, le fibre, le ossa, i muscoli e tutti i tessuti nervosi, sede della sensibilità, eran lacerati e rotti: il sangue ne usciva in copia, e provavansi dolori inesprimibili. Dalle mani si passava ai piedi, stesi sul suppedaneo sul quale posano, son essi come le mani traforati e confìtti alla croce. Le contorsioni e le grida delle vittime rallegrano o contristano gli spettatori. Abbiam nominato il suppedaneo; ci conviene dire che cosa fosse. Sospendere un corpo umano col semplice sostegno di quattro chiodi, due dei quali non traversavano che la palma delle mani, certamente non presentava una sufficiente solidità. Tratta dal grave peso del corpo la parte superiore delle mani poteva facilmente fendersi, e lasciar cadere il paziente. Nella previsione di un tal pericolo, la croce era munita di un legno, sul quale veniva a poggiare la pianta dei piedi. Negli antichi autori, un siffatto legno è chiamato sedile, suppedaneum, solistaticulum, ossia piccolo appoggio. Il Papa Innocenzio III ne parla così. « Quattro pezzi di legno composero la Croce del Signore; il tronco, la traversa, il suppedaneo, ed al vertice l’iscrizione. » Inchiodati sul loro letto di dolori, per non più discenderne, i condannati erano elevati da terra, affinché tutto il popolo potesse godere dello spettacolo del loro supplizio. La croce cadendo nello scavo preparato a riceverla, comunicava una violenta scossa a tutto il loro corpo, e fa fremere il solo pensare all’effetto di quel violento moto sulle membra piagate e lacerate. A rendere poi immobile nello scavo la croce, sostegni, chiodi posti con forza continuavano il doloroso movimento, fino a che saldo restasse il patibolo. E qual ne era l’altezza? Facemmo già osservare che l’altezza della croce variava secondo la dignità del condannato. Ciò nondimeno, la Croce di Nostro Signore non pare che fosse più elevata di quella dei due ladroni. S. Agostino dice che desse erano tutte tre simili, e sappiamo che vi fu necessità di un gran miracolo per poter riconoscere la vera croce dalle altre due. – Un’autorevole tradizione dà alla Croce del Salvatore quindici piedi di altezza, ed otto piedi di lunghezza al legno trasversale. Siffatte dimensioni nulla hanno d’inverosimile. Supponendo la croce profondata nello scavo per un piede e mezzo, il Capo di Nostro Signore, e quello dei suoi compagni doveva essere all’altezza di tredici piedi e mezzo da terra. Può ben credersi che fosse così, poiché per arrivare alla sacrosanta bocca del Signore allorché disse, Ho sete, bisognò porre la spugna sulla punta di una canna. Sia per l’impazienza che avevano i Giudei di soddisfare al loro cieco furore, sia per la tema che alcun miracolo non facesse loro sfuggir di mano l’augusta Vittima, sia finalmente per farlo ravvisare come il maggior colpevole dei tre condannati, Nostro Signore fu crocifisso il primo, e sulla cima più prominente del Calvario, mentre più in basso furono poste le croci dei due ladroni. V’è pur luogo a credere che i Giudei ed i soldati, ormai paghi e soddisfatti, non procederono che assai lentamente alla crocifissione degli altri due. Dopo che l’ebbero crocifisso, dice S. Matteo, si spartirono le sue vesti, tirando a sorte, e gli posero scritto sopra la sua testa il suo delitto: Questi è Gesù il Re dei Giudei. Allora furono crocifissi con lui i due ladroni, uno a destra e l’altro a sinistra. » Egli è probabile che avessero anch’essi il loro titolo scritto sul capo. Ma quel che par certo si è, che eglino al pari di Nostro Signore furono crocifissi ignudi. Tal era l’uso dell’antichità. La qual cosa ci vien confermata da questa facezia di cattivo gusto riferita da Artemidoro. « Essere crocifisso è un bene pel povero che vien sollevato da terra, ed è un male pel ricco ch’è crocifisso ignudo. » In quel momento piombò su di essi tale una piena di fisici e morali dolori, che il pensiero non giunge a formarsene un’idea. – « Fra tutti i generi di morte, dice S. Agostino, non ve ne ha uno più crudele della crocifissione. E ciò è sì vero che noi naturalmente chiamiamo croci i dolori e gli affanni giunti al più alto grado d’intensità. Pendenti dal legno del supplizio, avendo mani e piedi trafitti dai chiodi, i crocifissi morivano lentamente. Crocifiggere uno non era ucciderlo, poiché vivevasi lungamente su quel patibolo. Non per prolungare la vita sceglievasi quel genere di supplizio, ma sì per ritardare la morte, affinché non troppo presto finisse il dolore. » Il dolore pare al contrario che presto dovesse avere fine per il mancar della vita. Come mai poteva il crocifisso lungamente conservarla? Tutto in lui soffriva, e soffriva mortalmente: sospeso a quattro chiodi, immoto o scosso che fosse, il suo corpo provava dolori acutissimi che andavano al cuore. Violenti spasimi contraevano i muscoli, e l’irritamento nervoso straziava le viscere. La continua perdita del sangue, rendendo ognor più deboli le membra, faceale più sensibili allo spasimo. A sì fiera tortura si aggiungeva un’ardentissima sete cagionata dagli ardori della febbre. Trovarsi in siffatto stato, con innanzi agli occhi la m orte, ed attenderla per lunghe ore tra le imprecazioni e gli scherni di tutto un popolo, senza incontrare uno sguardo compassionevole, senza trovare in se stesso un consolante pensiero, è facile immaginare qual dovesse essere la disperazione del reo impenitente attaccato alla croce, e farsi una ragione delle sue bestemmie. Non sapendo con chi prendersela, Dima e il suo compagno si volgono a Nostro Signore. Veggono essi loro ai fianchi quel personaggio sconosciuto, la cui inalterabile calma ed il silenzio fan vivo contrasto con le loro imprecazioni e le convulsive loro agitazioni. Hanno inteso dire ch’Egli fosse il Figlio di Dio; il suo titolo porta scritto Re dei Giudei; intorno a lui si vedono persone che gli sono di gran cuore devote, e se fra le turbe accorse molti lo insultano, molti ancora lo piangono. Allora, per un sentimento che l’eccesso del dolore spiega, ma non giustifica, gli rinfacciano le loro torture, e lo svillaneggiano. Conviciabantur ei [Mc.XV, 32] « Se tu sei il Cristo, salva te stesso, e noi : » Si tu es Christus, salva temetipsim et nos [Luc., XXIII, 39.]. E ripetono contro l’innocente Vittima tutti gl’insulti dei Sacerdoti e gli oltraggi dei Seniori del popolo. Idipsum autem et latrones, qui crucifixi erant cum eo, improperabant ei – [Matth., XXVII, 44.] – Ed è egli vero che ambedue i ladroni si facessero l’eco delle bestemmie lanciate dai Giudei contro Nostro Signore? S. Luca dice: « Uno dei ladroni pendenti lo bestemmiava dicendo: Se tu sei il Cristo salva te stesso e noi [« Unus autem de his qui pendebant latronibus blasphemahat eum dicens: Si tu es Christus, salva temetipsum et nos. » – Luc., XXIII, 39.]. – Fondati su questo testo, parecchi Padri. han preteso che solo il cattivo ladrone avesse così bestemmiato; ma il maggior numero è di sentimento contrario. Si appoggiano questi sull’autorità di S. Matteo e di S. Marco, che positivamente incolpano del medesimo peccato tutti e due i ladroni. Poco sopra abbiamo riportate le loro parole. Alcuni dotti commentatori tolgono di mezzo la difficoltà, cc Può dirsi, così scrive il Cardinale Ugone, ed è ciò anche più conforme alla verità, che in sulle prime il Buon Ladrone bestemmiasse egli pure come il malvagio, ma che si rimanesse quando il Signore nella sua misericordia si degnò v visitarlo » – Un altro interprete, non meno autorevole, Tito vescovo di Bosra nel quarto secolo ci dà la medesima spiegazione. « Perché, egli chiede, S. Matteo e S. Marco ci assicurano che i due ladroni insultavano Nostro Signore, mentre S. Luca non ne incolpa che un solo? Sul principio entrambi i ladroni bestemmiavano il Signore al pari dei giudei. Eglino per avventura il facevano per gratificarsi il popolo bestemmiatore, ed ottenerne grazia, o almeno un qualche sollievo nelle loro angosce; ma vedendosi delusi nelle loro speranze, uno dei due sipentì, ed ammonì gravemente il Compagno a far senno. » – Checché ne sia, se il Buon Ladrone bestemmiò, la sua conversione è tanto più ammirabile; e noi ci facciamo a narrarla. È tempo ch’essa venga a confortare l’anima contristata dallo spettacolo che fin qui avemmo innanzi agli occhi.

 

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (6), capp. VIII e IX

CAPITOLO VIII.

IL CALVARIO.

Situazione e descrizione del Calvario. — Parie del monte Moria, che ha tre cime.— Da che furono esse occupate. — La cima del Calvario fuori di Gerusalemme ai tempi di Gesù Cristo. — Il Calvario come è oggigiorno. — Passo di Monsignor Milsin. — Esso porta ancora i segni dei prodigi dì cui fu il teatro. — Citazione di Adricomio e di un viaggiatore protestante. — Etimologia della parola Calvario. — La testa di Adamo sotterrata sul Calvario. — Antica tradizione dell’Oriente.

Passata appena la porta giudiziaria, si era alle falde del Calvario propriamente dotto. Prima di porre il piè sul suolo di questo sacro colle, sul quale fra pochi istanti son per compiersi tanti e sì prodigiosi misteri, fra gli altri la morte del Figlio di Dio, e la conversione di Dima, ci sia dato di farne la descrizione; e per orizzontarci premettiamo alcune parole sulla situazione di Gerusalemme. Questa città è posta sopra una montagna, che ha la forma di una penisola, i cui accessi, scoscesi al nord, all’est, al sud, ed anche in parte all’ ovest, sono circoscritti dalle anguste e profonde valli di Giosafat, di Gihon, e di Gehenna. Questa montagna ha diverse sommità ineguali, ed il Calvario ne è la più celebre. Raccogliamoci per intendere ciò che ne dice un gran vescovo di Oriente, maestro illustre di anche più illustri discepoli, s. Giovanni Crisostomo, s. Basilio e santo Atanasio. « Il Calvario, dice Diodoro di Tarso, faceva parte del monte Moria, il quale dividevasi in più colline e monticelli. Nella parte orientale era il colle chiamato Sion, ove era la cittadella di David. A poca distanza era il campo di Ornan il Gebusso, che, comperato da David, fu poi occupato dal tempio di Salomone, siccome leggiamo nel libro secondo dei Paralipomeni. Un’altra parte del Moria, detta Calvario, è posta fuori delle mura della città. Ivi fu immolato Isacco, ed il Cristo figurato da Isacco. » [Apud Corn. a Lap., in Gen.XXII]. – Altri viaggiatori posteriori al vescovo di Tarso, e non meno esatti di lui, distinguono tre cime sul monte Moria; la prima Sion, cosi detta a motivo della sua elevazione; la seconda, Moria propriamente detta; la terza Calvario. In Sion era la città e la cittadella di Davide; sul Moria il tempio di Salomone; sul Calvario il luogo della crocifissione del Cristo. Ai nostri giorni un dotto prelato, Monsignor Mislin, ci fa conoscere più particolarmente il Calvario. « Al tempo di Nostro Signore quel monte era fuori della città e della porta giudiziaria: fu là che soffrì Nostro Signore, extra portam passus est. Attualmente il Calvario è dentro la cinta di Gerusalemme. Por le ricerche fatte sulla posizione e la circonferenza dell’antica città, si riconobbe che le mura d’allora non avevano la stessa direzione che hanno oggigiorno. Secondo l’antica circoscrizione, lo spazio ove ora sono il convento latino, e la più gran parte del Convento greco, e la Chiesa del S. Sepolcro, è al di fuori delle antiche mura, delle quali rimangono ruderi visibilissimi presso la Porta Giudiziaria. Questa parte dell’attuale città, nella quale al tempo di Nostro Signore v’erano dei giardini, come quello di Giuseppe di Arimatea, ed alcune case isolate, fu da Agrippa il vecchio cinta di un muro, che formava la terza cinta di Gerusalemme. Questo cambiamento avvenne un dieci anni dopo la morte del Salvatore. » – Non ostante questa superficiale modificazione, il Calvario conserva le prove della sua identità, e dei prodigi di cui fu teatro: come malgrado le rivoluzioni del Globo, la terra conserva nei fossili chiusi nel fondo delle sue viscere, la prova palpabile del racconto Mosaico. Citeremo solo la rupe che si spezzò alla morte di Nostro Signore, e che tuttavia si vede. Il celebre Adricomio, che l’ebbe esaminata tre secoli fa, così la descrive. « Sul pietroso colle del Calvario è ancor manifesta la prova delle rupi che si spezzarono. Può vedersi ancora la rottura che alla morte di Nostro Signore ebbe luogo alla sinistra della sua croce, e perpendicolarmente sotto la croce del cattivo ladrone. Essa tuttora conserva le tracce del sangue del Signore, e tale è la larghezza della fessura, che può agevolmente passarvi un corpo umano, ed è sì profonda che indarno i curiosi tentarono di misurarla. Si direbbe che essa va fino giù agli abissi, e che, siccome al buon ladrone posto alla destra fu aperta la via del Cielo dalla morte del Redentore; così per lo squarciamento di quella rupe fu dischiusa al ladrone crocifisso a sinistra, come già al ribelle Core, la via dell’inferno. » – Ascoltiamo ora un moderno viaggiatore protestante. « Un gentiluomo inglese, uomo stimabilissimo che aveva percorsa la Palestina, mi assicurava che il suo compagno di viaggio, deista pieno di spirito, cercava cammin facendo di ridere e farsi beffe dei racconti, che su quei luoghi santi lor facevano i preti cattolici. Con tali disposizioni andò colui a visitare le grandi fessure della rupe, che sul monte Calvario si mostrano come effetto del terremoto avvenuto al momento della morte di Gesù Cristo, e che oggigiorno si osservano nell’ampio Santuario ivi eretto dall’imperatore Costantino. Ma quando egli venne ad esaminare quelle fessure coll’attenzione e l’intelligenza di un naturalista, si volse all’amico e disse: Comincio ad esser cristiano. Io ho fatto, proseguì egli, un lungo studio della Fisica e della Matematica, ed ho per fermo che siffatte rotture della rupe non poterono giammai esser prodotte da un ordinario e naturaleterremoto. Una simile scossa avrebbe in verità separato l’uno dall’altro i vari strati di che la rupe è composta; ma ciò sarebbe avvenuto nella direzione delle vene che la distinguono, e rompendo questa loro commessura nei punti più deboli. Io ho bene osservato che così è sempre avvenuto negli scogli che i terremoti han sollevato, e la ragione ci insegna che dove a avvenire così. Lo scoglio è rotto traversalmente, e di una guisa strana e soprannaturale la rottura attraversa le vene. Io vedo dunque chiaramente, evidentemente dimostrato ciò essere puro effetto di un miracolo, che né la natura né l’arte potevano produrre. Ed è perciò che io rendo grazie a Dio, egli soggiunse, di avermi qui condotto per contemplare questo monumento della sua meravigliosa potenza, monumento che mette in una sì splendida luce la divinità di Gesù Cristo. [Addisson. Della religione cristiana, t. II; Luoghi Santi, t. II, c. xx, 50. e c. I, p. 95] – Come ho già detto, il Calvario è ora chiuso dentro le mura della città, e le falde di esso son coperte di case; mentre la sommità con le parti adiacenti è racchiusa nella Chiesa del S. Sepolcro. Il luogo della esecuzione ci è noto. Prima di salirne alla cima seguendo i passi di Nostro Signore e dei suoi compagni di supplizio, fermiamoci un istante, poiché, fino al nome di questo colle, tutto in esso è mistero. Calvario, in Siro-Caldaico Golgotha, vuol dire Luogo del cranio. E d’onde potrà venire una sì strana denominazione? Per saperlo è d’uopo interrogare la tradizione dell’antico Oriente. « Essa viene, risponde, dall’essere stato il cranio di Adamo sepolto in cima di questo monte. Allorquando le acque del diluvio furono sul punto d’inondare la terra e di ridurre in polvere le ossa degli uomini, o di mescolarle con quelle degli animali, Noè raccolse le ossa di Adamo, e le collocò religiosamente nell’Arca. Dopo il diluvio, egli le divise tra i suoi figli. A Sem come a primogenito, diede il capo del padre del genere umano, e con esso la Giudea. Sia per ordine profetico di Noè, o per sua propria e personale ispirazione, Sem seppellì sul Golgota il capo del primo Adamo, affinché il sangue del Secondo desse la vita al mondo in quel luogo medesimo ove riposava quelli che gli aveva dato la morte. Per questo fatto la montagna prese il nome di Calvario, luogo del cranio. Per strana che paia a primo aspetto una siffatta tradizione, i più illustri Padri dell’Oriente e dell’ Occidente non esitarono punto a ritenerla per vera ed a farsene interpreti. Oltre l’autorità del dotto maestro di S. Efrem da noi citata, e quella di tanti altri che appresso citeremo, si appoggia essa sulle misteriose disposizioni della divina sapienza, e si trova d’accordo e coi sentimenti della natura, e con gli usi e costumi degli antichi patriarchi. « Tutti i popoli del mondo, dice il dotto Masio, ebbero sempre religiosa cura delle spoglie dei trapassati illustri. Egli è questo un sentimento innato nell’uomo. Quindi è che in nessun luogo le ossa e le ceneri dei morti furono trattate come cose profane e inanimate. Benché separate dall’anima, esse conservano un non so qual germe d’ immortalità, che lascia loro una specie di vita, aspettando di riprenderla intera, appena reintegrate nel loro stato primiero. » – Nell’ Egitto i morti erano l’oggetto di sollecitudini quasi superstiziose. Pei Romani nulla v’era di più sacro che la religione dei sepolcri; ond’è che abbiamo di essi tanti sontuosi monumenti per conservare le ceneri dei loro morti. Il medesimo è a dirsi degli altri popoli civilizzati. Che anzi, non abbiaci veduto anche i selvaggi del nuovo mondo, fuggire davanti ai loro conquistatori, e portare con sé le ossa dei loro padri? Ora perchè mai Noè, l’uomo giusto per eccellenza, non avrebbe fatto per Adamo ciò che tanti altri meno di lui religiosi così fedelmente praticarono verso meno illustri defunti? Non v’ha chi non conosca le pietose cure dei suoi discendenti per le ossa dei loro padri. Giacobbe morendo in Egitto raccomanda ai suoi figli di portare le sue spoglie nella Terra processa per seppellirvele; ed è fedelmente obbedito. Fuggendo dall’Egitto gli Israeliti si guardarono bene dal lasciarvi le ossa di Giuseppe: come un tesoro degno di riverenza e di amore, eglino le portarono seco loro, e le deposero a Sichem, nel campo acquistato da Giacobbe. Diciamolo di passaggio: guai al popolo che dimentica i suoi morti, che li rilega lungi da sé, e che pare avere in uggia la loro memoria! La pietà verso i defunti, la sollecitudine per la loro sepoltura, la visita delle loro tombe, il desiderio di riposare presso a coloro che ci furono congiunti per i legami di sangue e di amicizia, sono sentimenti così sacri, che non possono essere dimenticati senza dare di sè l’idea più trista e più allarmante. – La ingratitudine non fu mai indizio di un cuor buono; ed un cattivo cuore è capace di ogni male, incapace di ogni bene.

CAPITOLO IX.

IL CALVARIO.

(Continuazione)

Prove di questa tradizione: testimonianze di Tertulliano, di Origene, di s. Basilio, di s. Giovanni Crisostumo, di s. Agostino e di molti altri. — Spiegazione di alcuni passi di s. Girolamo. — Perpetuità di questa tradizione nella testa di morto collocata ai piedi del Crocifìsso. — Il Calvario luogo del sacrificio di Isacco: prove.

Ai sentimenti di natura in favore della tradizione che abbiamo riferita, si unisce la più esplicita testimonianza dei Padri della Chiesa. Sono essi in sì gran numero, che dobbiamo limitarci a citarne alcuni. Nei primi tempi del Cristianesimo, troviamo Tertulliano, il grande apologista, che dice: « Golgota è il luogo del cranio, e perciò dai padri nostri fu chiamato Calvaria. Ci fu dato conoscere che là il primo uomo fu seppellito. Là il Cristo è immolato; quel terreno beve il sangue espiatore, affinché la cenere del vecchio Adamo, mescolata al sangue del Cristo, sia purificata dall’acqua, che scorre dal suo costato » [Adv. Marcian., lib. II, c. iv, p. 1060, edit. Pamel. In fol. 1583. – Quest’ opera appena conosciuta, prova che Tertulliano fu egualmente buon poeta, che grande oratore. Vergogna all’educazione che ci lascia senza conoscere i tesori della letteratura cristiana, e che obbliga la gioventù a dissetarsi alle avvelenate sorgenti del paganesimo]. – La tradizione, che fin dal secondo secolo era popolare nell’Occidente, non era meno divulgata nell’Oriente. Contemporaneo di Tertulliano, Origene lo prova in questi termini. « Si è detto che il Calvario non ebbe una causale destinazione, ma che fu specialmente predestinato ad essere il luogo ove doveva morir Colui, che doveva morire per tutti gli uomini. Una tradizione giunta fino a noi, mi fa sapere che il corpo di Adamo, padre del genere umano, fu là sepolto ove il Cristo fu crocifisso. Ciò avvenne perché, come tutti si ebbero la morte in Adamo, tutti si avessero in Gesù Cristo la vita; e perché nel luogo chiamato Calvario, cioè luogo del cranio, il capo dell’umano genere trovasse la risurrezione con tutta la sua posterità, in virtù della risurrezione del Salvatore, che in quel luogo medesimo patì e resuscitò » – Il gran Vescovo di Cesarea, s. Basilio, non è un men solido anello della catena tradizionale. « Una tradizione, egli dice, conservasi nella Chiesa, la quale ci fa conoscere che il primo abitatore della Giudea fu Adamo. Ei vi si venne a stabilire fin dal momento che fu cacciato dal paradiso terrestre, per addolcire in qualche modo il dolore, che gli cagionava la perdita dei beni dei quali era stato spogliato. Quindi è che la Giudea fu la prima a ricevere le spoglie di un morto, quando Adamo ebbe subito la pena del suo peccato. Per i suoi figli la vista di un cranio scarno fu un nuovo e strano spettacolo, e chiamarono perciò Calvario, luogo del cranio, il sito ove il deposero. Egli è verisimile che Noè non ignorasse dov’era la tomba del primo uomo, di modo che dopo il diluvio, e per la bocca stessa di Noè una tal tradizione si divulgò dappertutto. – Or ecco perché Nostro Signore, volendo dar morte alla morte nella sua stessa sorgente, soffrì la morte sul Calvario; acciocché sul luogo stesso, ove era cominciata la morte del genere umano, avesse il suo principio la vita, e la morte vittoriosa in Adamo fosse vinta dalla morte del Redentore.. S. Epifanio nato nella Palestina e conoscentissimo della tradizione della sua patria, si esprime così: « Noi abbiamo inteso che Nostro Signore Gesù Cristo fu crocifisso sul Calvario, e precisamente sul luogo ove Adamo era stato sepolto ».. [Hæres XIV, n. 25] – S. Atanasio: « Gesù Cristo volle essere crocifisso sul Calvario, che giusta l’opinione di più dotti fra i Giudei, è il sepolcro di Adamo. » [Tract. de Pass. Dom.] – S. Ambrogio: « Il luogo ove fu piantata la croce del Signore, corrisponde perfettamente al sepolcro di Adamo, secondo che gli Ebrei ci assicurano. » [In Luc., XXIII] – S. Giovanni Crisostomo ritiene la medesima tradizione, ed in poche parole dice quello stesso, che dissero s. Basilio e gli altri padri dell’Oriente, e dell’Occidente. – S. Agostino è anche più esplicito. « Udite, egli dice, un’altro mistero. Il beato prete Girolamo ha scritto, d’aver risaputo dagli antichi del popolo Ebreo che Isacco fu immolato nel luogo stesso ove di poi Nostro Signore fu crocifìsso La tradizione degli antichi ci fa ancora sapere che il primo uomo Adamo fu sepolto sul luogo medesimo ove fu piantata la croce del Salvatore. Da ciò venne a quel luogo il nome di Calvario, perché il capo del genere umano vi fu seppellito. E veramente, fratelli miei, non v ‘ha nulla di strano e d’irragionevole a credere, che il medico fosse posto là ove giaceva il malato; poiché conveniva, che là ove era caduto l’orgoglio umano, là pur discendesse la divina misericordia, e che il sangue prezioso sparso dalla gran Vittima, anche col suo corporale contatto, riscattasse la polvere dell’antico peccatore. 1 » [Serm, VI, De temp n. 5. Opp. t. V, p. alter., p. 2306, edit. Gaume. Id. De Civ. Dei, lib. XVI, c. XXXII]. – A tutte queste testimonianze noi potremmo aggiungere quelle di s. Cipriano, di Teofilatto, di Eutimio, del Rabbino Mosè Ber-cepha, di s. Germano patriarca di Costantinopoli, di Anastasio il Sinaita, e quella pur di s. Girolamo. I secoli non han punto smentita questa bella tradizione. Nei tempi a noi più vicini, i due più dotti storici di terra santa, Àdricomio e Quaresmio ne costatano la perpetuità, e si fanno garanti della sua autenticità. «Si crede, dice quest’ultimo, che non fu per un semplice sentimento di pietà filiale, ma per un espresso ordine lasciato da Adamo alla sua posterità, che il suo corpo fosse sepolto nella terra di Giuda, e quindi riposto nell’Arca acciocché non fosse distrutto dalle acque dei diluvio. Tra i misteri che Iddio gli aveva rivelati, il padre del genere umano conosceva il più importante fra tutti gli altri. Egli sapeva che il Figlio di Dio, fatto suo redentore, si degnerebbe di morire a Gerusalemme sul Calvario. Nulla pertanto di più naturale che dai suoi figli abbia egli voluto esser sepolto nel luogo stesso ove il Cristo doveva morire; affinché partecipando al frutto della sua morte, ricuperasse la vita ove cattivo lo teneva la morte. – Si vorrà dunque riconoscere che una tradizione, la quale ha per sostegno i più antichi Padri della Chiesa, i più dotti autori moderni, ed inoltre le misteriose convenienze dell’ordine provvidenziale, è di una tale imponenza da sfidare tutti gli attacchi di chi voglia negarla. Ciò nondimeno, poiché i negatori potrebbero appoggiarsi all’autorità di s. Girolamo, la lealtà della storia esige, che da noi si discuta la testimonianza del santo anacoreta di Betlemme. Incominciamo da stabilire in questo esame il principio, che, contro un gran numero di altri non meno competenti, un solo testimonio in contrario prova nulla, segnatamente quando questo testimonio non è d’accordo con se stesso, e apertamente mostra di essere la vittima di uno sbaglio. Che quel gran santo ce lo perdoni, ma tal è egli riguardo al fatto del quale parliamo. Egli non è d’accordo con se stesso: si sta in dubbio. Nel suo cementarlo sull’Evangelio di s. Matteo, così scrive: Ho inteso dire che il monte Calvario sia il luogo della sepoltura di Adamo, e che esso fu così denominato, perché la testa del primo uomo vi fu deposta, lo che fa dire all’apostolo: Levati su tu che dormi; e risuscita da morte, e Cristo li illuminerà. Interpretazione lusinghiera per le orecchie del popolo, ma che non è punto vera. » – Più tardi interpetrando l’epistola agli Efesini, il sommo dottore si mostra molto meno assoluto. Avendo di bel nuovo rigettata la tradizione, aggiunge: « È dessa vera o falsa ? Lascio giudicarne al lettore. » – Finalmente altrove egli afferma ciò che prima ha negato, e poi dato come dubbioso. Niuno ignora che le due sante ed illustri matrone romane Paola ed Eustochio avevan ricevuta da s. Girolamo la conoscenza della Bibbia. Si può dunque liberamente affermare esser egli che parla nella seguente lettera, tanto più che così per la sostanza come per la forma, quell’epistola ben lunga sembra esser di lui anziché di quelle pie donne; le quali scrivendo alla loro amica Marcella per impegnarla a portarsi a raggiungerle in Palestina, le dicono: « La tradizione ci fa sapere, che qui a Gerusalemme, e precisamente sul Calvario, Adamo nostro primo padre, abitasse e poi fosse sepolto. Di là il nome di Calvario dato al luogo ove Nostro Signore fu crocifisso, perché vi era stato deposto il cranio del primo uomo; onde il secondo Adamo col suo sangue che scorreva dalla croce, cancellasse il peccato del primo Adamo, giacente sotto lo stesso altare del sacrificio, e fosse adempiuta quella parola dell’apostolo: Levati su tu che dormi, e risuscita da morte? e Cristo ti illuminerà. » Il santo dottore fu tratto in inganno. Per non ammettere la sepoltura di Adamo sul Calvario, s. Girolamo si fonda su questo passo di Giosuè: « Hebron aveva per l’avanti il nome di Cariath-Arbè: Adamo, il massimo tra gli Enacimi ivi è sepolto.» Ora il Santo Dottore scambiò il grande Adamo di cui si parla in quel passo, per Adqmo il padre del genere umano; questo dimostrano il Baronio e Cornelio a Lapide. Hebron fu occupato dal gigante Arbè e dai suoi discendenti, e di qui si ebbe il proprio nome di Cariath-Arbè, che suona città di Arbè. Ora Arbè fu il padre di Enac, ed Enac il padre dei giganti. Arbè fu fra tutti il più grande sia per ragione di sua paternità, sia per ragione di sua statura, e perciò gli fu dato il soprannome di Adamo. Tale è il senso del testo di Giosuè, ed eccone la prova: 1.° Nella valle di Hebron primamente chiamata Cartalh-Arbè, viveano i giganti, la cui sola vista spaventò gli esploratori mandati da Giosuè. « Vi abbiamo veduto certi mostri di figliuoli di Enac, di razza di giganti, paragonati ai quali noi parevamo locuste. » [Num ., XIII, 34]. – 2.° Lo storico Giuseppe narra che a suo tempo ancora era cosa ordinaria il vedere delle ossa di giganti, che erano state sepolte in Hebron di così smisurata grandezza, da parere affatto incredibile, a chi non le abbia vedute coi suoi propri occhi. [Antiq. Jud., lib. V, c. 11]. 3.° Non è possibile ammettere che tutti i Padri della Chiesa abbiano ignorato il testo di Giosuè, e contro il testo scritturale, posto il sepolcro di Adamo sul Calvario, anziché in Hebron. Quindi è che l’Adamo sepolto in Hebron è tutt’altro che il Padre del genere umano. – 4.° Quello che poi pienamente ne convince, si è il testo medesimo di Giosuè. L’Adamo di Hebron vi è chiamato il massimo Adamo, Adam maximus. Ora appellare così il nostro primo Padre, è una locuzione insolita nella Santa Scrittura. Quindi è ben chiaro che la sentenza di s. Girolamo non toglie fede per nulla alla testimonianza unanime dei Padri. – La tradizione della sepoltura di Adamo sul Calvario può dirsi continuata anche oggigiorno in un fatto a tutti visibile, del quale molti ignorano la ragione. Intendiamo parlare del teschio di morto dipinto e scolpito a piè dei Crocifissi. Quel teschio rappresenta il capo di Adamo. Il primo ed il secondo Adamo ravvicinati l’uno all’altro, il peccatore ai piedi dell’Espiatore; la morte pena del peccato, vinta dalla morte del Giusto; il genere umano caduto in Adamo, rialzato in Nostro Signore. Qual libro può darsi più di questo eloquente e completo? – Al Calvario si riferisce un’altra non meno bella che certa tradizione. Noi dobbiamo conoscerla per ascendere la misteriosa collina al seguito di Nostro Signore e dei suoi compagni di morte, col corteggio di tutte le memorie che essa richiama alla mente. Sul Calvario ebbe luogo il sacrificio di Abramo. Certa ne è la tradizione, ed ha per base la Scrittura ed i Padri. « Prendi, disse il Signore ad Abramo, il tuo figliuolo unigenito, il diletto Isacco, e va nella terra di visione; ed ivi lo offrirai in olocausto sopra uno dei monti il quale ti indicherò. [Gen., XXII.] » La terra di visione, in ebreo la terra di Moria, è la terra ov’è il monte Moria. Ora, l’abbiam già notato, una delle cime del Moria è il Calvario. Aggiungiamo che il sito della montagna concorda col nome. Allorché Abramo ebbe il comando di immolare suo figlio, abitava il paese di Gerara. Di là al monte Moria vi sono tre piccole giornate di cammino, e la Scrittura dice, che appunto al terzo giorno Abramo scoprì coll’occhio la montagna del sacrificio. 3 S. Girolamo stesso afferma che nulla è più certo di una tal tradizione. La quale non solo è sicura, ma è bella, di quella bellezza incantevole, che risplende nelle opere della divina sapienza. Per comando di suo padre, Isacco salì la montagna eternamente misteriosa portando sulle sue spalle le legna del suo olocausto. Per volere del suo Padre celeste, Nostro Signore Gesù Cristo la salì Egli ancora carico del legno della sua croce. Col suo sacrificio figurativo il figlio di Abramo, quindici secoli prima, segnalava il luogo benedetto, ove il Figliuolo di Dio esser doveva immolato in realtà. In premio di loro obbedienza, Abramo ed Isacco ebbero su quella montagna le più magnifiche promesse. Per prezzo della sua morte, Nostro Signore Gesù Cristo ricevé sul Calvario l’eredità di tutte le nazioni. In quale storia profana si troveranno mai somiglianti armonie?

 

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (5), cap. VII

CAPITOLO VII.

PRELUDI DELL’ESECUZIONE.

Anno, giorno ed ora dell’esecuzione.— Numerosi passi dei Padri, e degli Storici; tra gli altri di Tertulliano, di S. Agostino, di S. Giovanni Crisostomo, di Petavio, di Marianov, di Baronio. — Luogo ove fu emanata la sentenza: il Pretorio. — Descrizione del Pretorio. — Condotta dei condannati al luogo della esecuzione. — Descrizione della ina dolorosa. — La Porta giudiziaria. — Perché gli antichi rendevano giustizia presso le porte della città.

Era il venerdì, 25 marzo, il trigesimoquarto anno dell’èra cristiana, e il diciottesimo del regno di Tiberio, sotto il consolato di Rubellio Gemino e di Rufio Gemino, tra la quinta e la sesta ora del giorno, vaie a dire tra le ore undici e il mezzodì, come lo dimostreremo. Sono le date precise, che la Scrittura e gli antichi Padri, più che noi a portata di conoscere l’epoca degli avvenimenti, assegnano alla crocifissione di Nostro Signore, e per conseguenza del buon Ladrone. – « La passione, dice Tertulliano, o secondo l’espressione del profeta, lo sterminio del Signore, ebbe luogo nel corso delle 72 settimane di Daniele, sotto Tiberio Cesare, essendo consoli Rubellio Gemino, e Rufio Gemino, nel mese di marzo, ricorrendo la Pasqua il giorno otto avanti le calende di aprile, primo degli azzimi. » – S. Agostino tiene Io stesso linguaggio di Tertulliano. « Nostro Signore soffrì, nessuno lo pone in dubbio il sesto giorno avanti il sabato; ed è perciò che il sesto giorno è consacrato al digiuno. La tradizione degli antichi tenuta dall’autorità della Chiesa, ci fa sapere che Nostro Signore fu concepito il 25 di marzo, e che nel medesimo giorno fu crocifisso. Nostro Signore è dunque morto sotto il consolato dei due Gemini, il 25 di marzo » [De Civ. ei, cap. XVIII, c. LIV] – La medesima testimonianza si ha da s. Giovanni Crisostomo. « Nostro Signore, egli dice, ha sofferto l’ottavo giorno avanti le calende di aprile, nel mese di marzo, che è il giorno della Pasqua della Passione del Signore, come del suo concepimento; perché egli morì lo stesso giorno in cui fu concepito 8 [Ser. de S. Joan. Bapt.]. – Riassumendo l’ antica tradizione, a sostegno della quale sarebbe assai facile allegare altre testimonianze, Beda si esprime così: « Nostro Signore fu crocifisso e seppellito il venerdì. . . Ch’Egli fosse crocifisso il giorno ottavo avanti le calende di aprile, e che risuscitasse il sesto giorno prima delle stesse calende è un sentimento divenuto volgare per l’autorità di un gran numero di dottori della Chiesa. » [De rat. Temp. c. XIV]. Termineremo aggiungendo che questa data venne consacrata nel martirologio Romano, ed è talmente rispettata nella Chiesa, che Ruggiero Bacone alla fine del secolo decimoterzo, e Alfonso Tostato nel secolo appresso, avendo osato rivocarla in dubbio, furono severamente rimproverati dalle autorità competenti. – A questa venerabile tradizione, alcuni si avvisarono di opporre non so quali tavole astronomiche. « Nelle sue Regole sull’uso della critica, il dotto Onorato di santa Maria dimostrò, che quelle tavole non eran punto d’accordo fra loro; ed il dottissimo P. Petavio, dopo averle accuratamente esaminate, ne rilevò i molti difetti. » – Passiamo all’ ora della crocifissione. È noto che gli Ebrei dividevano il giorno e la notte in quattro parti eguali che chiamavano ore. Ciascuna ora giudaica equivaleva a tre delle nostre. Le ore del giorno avevano dei nomi, che la nostra Chiesa, in memoria delle varie scene della Passione, ha religiosamente conservati nel divino officio. Quella che cominciava al levar del sole era detta prima; e trovandoci all’equinozio di primavera, il giorno della morte di Dima, essa era incominciata alle ore sei. La seconda chiamata tertia durava dalle nove al mezzo dì. La terza chiamata sexta correva da mezzo giorno alle tre pomeridiane. La quarta detta nona si svolgeva dalle tre alle sei pomeridiane. Il buon Ladrone fu crocifisso all’ora medesima di Nostro Signore; ma qui si presenta una difficoltà. S. Marco dice che Gesù fu crocifìsso all’ora terza [« Erat autem hora tertia et crucifìxerunt eum. » XV, 25]. S. Giovanni, testimonio oculare, scrisse: « Ed era la Parasceve della Pasqua, e circa la sesta ora, e Pilato disse ai Giudei: Ecco il vostro Re. Ma essi gridavano: togli, togli, crocifiggilo. Allora dunque lo diede nelle loro mani, perché fosse crocifisso. Presero pertanto Gesù, e lo menarono via. » [XIX, 14, 15, 16]. – Non ci vuol molto a conciliare i due Evangelisti, e dimostrare che entrambi dicono la precisa verità. Con s. Marco i Padri della Chiesa affermano, che Nostro Signore e i due compagni furono affissi alla croce verso il fine dell’ora terza, ciò è dire poco innanzi al mezzodì; e con s. Giovanni dicono che fossero crocifissi verso il cominciar dell’ora sesia. In altri termini vogliono dire che la crocifissione ebbe luogo nel preciso momento, che univa la fine dell’ora terza col principio della sesta. « All’ora sesta, dicono le Costituzioni apostoliche, lo attaccavano alla croce; alla terza avevano ottenuta la sentenza che lo condannava. » La sentenza della crocifissione, pronunziata nel corso dell’ora terza, era il principio della crocifissione, la cui materiale esecuzione avvenne sul finire di detta ora ed al principiar della seguente, cioè dalla sesta (quasi hora sexta come disse s. Giovanni. « Quindi è, prosegue s. Ignazio di Antiochia, che la vigilia di Pasqua, all’ora terza, Pilato, permettendolo l’Eterno Padre, condannava Gesù, ed immediatamente all’ora sesta Gesù fu crocifisso. [Epist. ad Trallens.] Ora conosciamo l’ora della condanna, tra le undici ore cioè ed il mezzogiorno; ma dove fu emanata? Essa lo fu nel Pretorio di Pilato. E che cosa era mai questo luogo divenuto sì tristemente e sì gloriosamente celebre? Si chiamava Pretorio la residenza del Pretore. Presso i Romani il Pretore era un magistrato incaricato di rendere giustizia. Siccome i grandi magistrati civili e militari inviati in missione erano rivestiti del potere giudiziario, erano perciò chiamati Pretori, e la loro abitazione era detta Pretorio. Nella residenza poi il Pretorio propriamente detto era una sala del palazzo pretoriale. ove il magistrato rendeva giustizia. In campagna la stessa tenda del generale diveniva il Pretorio. A fine d’ispirare maggior rispetto all’autorità e dignità dei capi, quella tenda collocavasi nel luogo più eminente, dal quale si potesse scorgere tutto il campo, ed in mezzo ad un quadrato, ciascun lato del quale si discostava di cento passi dalla tenda; nei quattro angoli di un tal quadrato, erano le tende destinate alle guardie del generale. Quando egli voleva dar l’ordine del combattimento, spiegava in cima alla sua tenda un rosso vessillo, acciò potessero ben vederlo i soldati. Così parimente in quella tenda si raccoglievano gli ufficiali per ricevere gli ordini del capo, il quale quando doveva far le parti di giudice, assidevasi sopra un palco circolare. – A Gerusalemme il Pretorio di Pilato era l’antico palazzo del re Erode I, il qual palazzo era a piè del colle, su cui elevavasi la torre o fortezza Antonia. Anche oggigiorno se ne vedono i ruderi, ed il palazzo è divenuto una caserma dei Turchi. A somiglianza dei Pretori militari, in prossimità e sotto il portico posto all’Occidente, e che prospettava il Calvario, era la guardia Romana, la quale ordinariamente era stabilita nel pian terreno del Pretorio, ove si rinchiudevano i prigionieri. La piazza, che si apriva innanzi a quella residenza, aveva un pavimento in mosaico, secondo il lusso di quella età; lusso portato allora tanto oltre, che Cesare fin nel campo faceva coprir di mosaico il luogo nel quale ergeva il suo tribunale. – Su questa piazza erano raccolti i sacerdoti, i seniori o tutto il popolo, quando chiesero la morte di Nostro Signore. Una loggia sul portico del Palazzo fu il luogo d’onde Pilato mostrò l’uomo Dio flagellato, dicendo: Ecce homo. Qual consolazione per il cristiano pensare che quel loggiato, mezzo rovinato, fu ai giorni nostri comprato dalle Religiose di Sion, e che nella Chiesa, in cui venne rinchiuso quel venerabile monumento, le Figlie d’Israele offrono le loro preghiere e le loro lacrime per espiare il delitto dei loro padri, ed ottenere la conversione dei loro fratelli! – Erano passate le ore undici quando Pilato fece un ultimo tentativo per salvar la vita del Giusto. In memoria della loro liberazione dall’ Egitto, i Giudei avevano conservato 1’uso di dare nelle feste di Pasqua la libertà ad un condannato. Pilato non propose loro la grazia né di Dima, né del suo compagno, forse perché non erano abbastanza odiosi al popolo; [Si noti che i due ladroni, come si disse più sopra, furono condannati in Gerico, e non in Gerusalemme; non potevano perciò essere tanto odiosi al popolo dì Gerusalemme, come lo era Barabba, che giaceva da qualche tempo nelle prigioni di questa Città, ed era un famoso assassino], ma pose loro innanzi Barabba sperando senza fallo che non 1’avrebbero preferito a Gesù. Vana speranza! Qui noi entriamo in una serie di profondi misteri, che andranno svolgendosi fino alla morte di Nostro Signore e dei suoi due compagni. Due uomini son posti a confronto: il novello Adamo tutto ricoperto di piaghe: il vecchio Adamo tutto ricoperto di delitti. Il novello Adamo rappresentato dall’Uomo-Dio, che si lascia condannare per la salvezza del vecchio Adamo: Barabba che rappresenta il vecchio Adamo, salvato per la condanna del nuovo. Siccome il Giusto per eccellenza raffigura tutta l’umanità rigenerata, il gran delinquente raffigura l’umanità degradata, e da quattro mila anni rea di delitti, di sedizioni, di assassinii e di furti. – La condanna del Giusto, appena pronunziata, apre le porte della prigione a Barabba. Così la morte del novello Adamo cava fuori tutta quanta l’umanità dal tenebroso carcere, nel quale gemeva da tanti secoli, e la rende alla libertà dei figli di Dio. Questo momento è il più solenne della storia, ed il più fecondo di conseguenze per il passato e per l’ avvenire. – Posposto il Giusto al colpevole, si traggono dalla loro prigione i due ladroni, e si riuniscono col Figliuolo di Dio. Tutti e tre hanno sugli omeri la loro croce. Gesù è coperto della sua veste inconsutile, i ladroni vanno ignudi. Una folla immensa, avida, affannata, fremente si porta sulla piazza del Pretorio, e tutte occupa le vie che debbono percorrere i condannati. La romana coorte di circa mille e duecento soldati basta appena a frenare i moti incomposti della moltitudine. Alle ore undici e mezzo fu dato il segno della partenza, e l’esecuzione ebbe luogo a mezzodì, poiché dal Pretorio alla sommità del Calvario v’ha poco più di un chilometro; e questa strada è quella che a giusto titolo è chiamata la Via dolorosa. – Il corteggio passò sotto il loggiato, dall’alto del quale Nostro Signore era stato mostrato al popolo. La via sulla quale Egli si trova, lunga quasi due cento passi, è a china, scende fin dove s’incontra con quella che vieti dalla porta di Damasco, altra volta detta di Efraim. – A sinistra scendendo, si trovava la Santissima Vergine, che in tutta quella crudele mattinata si era trattenuta nelle vicinanze del Pretorio. Volendo per l’ultima volta vedere il suo divino Figliuolo, Ella si pose sul luogo del di Lui passaggio, e alla sua vista cadde tramortita. – Uscendo da quella via i condannati passarono innanzi la casa del cattivo ricco, di cui parla il Vangelo, ed entrarono in un’altra via dritta, e di faticosa salita. Verso la metà di essa, a sinistra, era la casa di santa Veronica; e fu qui che la pia e coraggiosa donna, traversando il folto drappello dei soldati, giunse a portata di asciugare con un bianco lino, divenuto poi immortale, il volto del Salvatore, grondante di sudare e di sangue. Dima e il suo compagno furono testimoni di quest’atto eroico. E che mai pensar dovettero del loro compagno di supplizio, oggetto di sì ardente amore? E soprattutto qual dovette essere la loro meraviglia allorché sereno e pietoso lo videro volgersi alla moltitudine e alle donne, che lo seguivano piangendo, e dire ad esse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete sopra di me, ma piangete su di voi stesse, e sopra i vostri figliuoli! » Pare a noi che non sia mestieri di un grande acume, e di una grande intelligenza per ravvisare in questi fatti disposti dalla divina Provvidenza, altrettante operazioni preparatorie della miracolosa conversione, che ben tosto era per divenire un fatto. – All’estremità di quest’ultima via era la Porta giudiziaria, sotto la quale i condannati passar dovevano prima di giungere al luogo del supplizio. Qui finiva la città a quell’epoca, ed anche oggidì è facile di riconoscere che in quel luogo era un’antica porta. La porta giudiziaria trovavasi in tutte le città della Giudea, e le si dava un tal nome, perché i seniori ivi seduti rendevano giustizia. Nel Deuteronomio si legge: Se un uomo avrà generato un figliuolo contumace e protervo, che non ascolta i comandi del padre o della madre, e castigato ricusa dispettosamente di obbedire; ei lo prenderanno e lo condurranno davanti ai seniori di quella città, alla porta dove si tiene ragione, e diranno loro: questo nostro figliuolo è protervo e contumace, si fa beffe delle nostre ammonizioni, non pensa ad altro che a bagordi, dissolutezze, e conviti; allora il popolo della città lo lapiderà, ed ei morrà; affinché sia tolta di mezzo a voi l’iniquità. » [Deutcr., XXI, 18]. – Perché mai gli antichi popoli avevano fissato i loro tribunali o pretorii alle porte della città? Diverse sono le ragioni che se ne arrecano. In primo luogo, perché gli stranieri entrando nella città fossero compresi di rispetto alla vista dell’autorità costituita. Di ciò viene che appo i Giudei il vocabolo porta era sinonimo di potenza; ed è pur tale oggigiorno in quella frase che molti profferiscono senza comprenderla, la sublime porta, per indicare la potenza musulmana. È inutile aggiungere che il più solenne impiego di questa espressione ritrovasi nelle divine parole, che alla nostra Chiesa son arra della sua immortalità: Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo ecclesiam meam: et portæ inferi non prævalebunt adversus eam. La seconda ragione si era di conservare la tranquillità e l’ordine nella città, l’ingresso alla quale era interdetto ai litiganti prima del termine del loro processo, o di aver convenuto fra loro in un pacifico accomodamento.

(Continua ...)

 

 

IL PAPA

Il Papa

[Giacomo Bertetti: “Il Sacerdote Predicatore”- S.E.I. ED. Torino, 1919)

Chi è il Papa. — 2. Il nostro dovere.

1.- CHI È IL PAPA. — Il Papa non è un angelo:… è un uomo composto come noi d’anima e di corpo;… nato come noi col peccato originale,… sottoposto come noi alle conseguenze del peccato originale,… può come noi peccare, e peccare anche gravemente;… è Pietro … Ma quel Dio che elegge le cose stolte del mondo per confondere i sapienti, e le cose deboli del mondo per confondere le forti, e le ignobili cose del mondo e le spregevoli e quelle che non sono per distruggere quelle che sono, affinché nessuna carne si dia vanto innanzi a lui » (la Cor., 1, 27 – 29) , ha fatto di Pietro la pietra fondamentale della Chiesa; .., «.Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei; e a te darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolta anche nei cieli » (MATTH. , 16, 18, 19) Una casa non può sussistere senza fondamenta:… e così per volontà di Dio non potrebbe sussistere la Chiesa senza il Papa, che n’è la pietra fondamentale… Tutt’i fedeli sono parti di quella Chiesa ch’è fondata su Pietro, finché rimangono uniti col Papa; … ove se ne scostassero, cesserebbero di far parte della Chiesa… Lontani dal Papa, s’è lontani dai Sacramenti, lontani dalla grazia santificante, lontani dalla verità, lontani dalla salvezza eterna… A Pietro soltanto Gesù diede il potere supremo di pascere gli agnelli e le pecorelle del mistico ovile (JOAN. , XII, 15-17,);… e chiunque ci si presentasse a parlarci di Dio e delle cose celesti, senza essere mandato dal Papa, lo dovremmo riguardare come un ladro e come un assassino dell’anima; … « In verità, in verità vi dico: chi non entra nell’ovile per la porta, ma vi sale per altra parte, è ladro e assassino » ( JOAN., X, 1). Nel mistero dell’Incarnazione la natura divina e la natura umana furono riunite in una sola persona;… nell’opera della santificazione la persona umana e le persone divine si uniscono in una sola natura, poiché Dio per mezzo di Gesù Cristo « fece a noi dono di grandissime e preziose promesse, affinchè per queste diventaste partecipi nella divina natura » (2a PETR., 1, 4 ) … E questa partecipazione della divina natura proviene in noi dalla spirituale unione con Cristo (la Cor., VI, 15; Ephes., III, 17; V, 30);… dall’adozione in figli di Dio (JOAN., 1, 12; la JOAN., 4, 7); … dall’abitazione dello Spirito Santo in noi (la Cor., III, 16, 17);… dall’imitazione della bontà e della santità di Dio (Ephes., V, 8)… — Ma al Papa, e al Papa soltanto, è stata concessa una partecipazione tutta speciale della divina natura, a beneficio di tutt’i fedeli;… la partecipazione dell’eterna verità, per cui, quando in materia di fede e di costumi ammaestra tutta la Chiesa, qual supremo suo pastore e dottore, dandone un giudizio definitivo, gode di quella medesima infallibilità, di cui Cristo volle adorna la Chiesa… Pietra fondamentale della Chiesa, principio d’unità e di fermezza del mistico edificio e pastore supremo dell’ovile di Cristo, deve sostenere quel regno ch’è anzitutto regno di verità e congregazione di credenti; deve somministrare il pascolo d’eterna salute al gregge; deve con sicura mano esercitare il potere delle somme chiavi, mettendo la terra in diretta comunicazione col cielo… Dell’infallibile magistero di P i e t r o abbiamo l’esplicita, formale e assoluta promessa di Gesù Cristo: « Simone, Simone, ecco che satana va in cerca di voi per vagliarvi, come si fa del grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno: e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli» (Luc., XXII, 31, 32).

2.- IL NOSTRO DOVERE. -— Se il Papa è la pietra fondamentale della Chiesa, se è il Pastore dei Pastori, se è il Vicario di Gesù Cristo, se è il Maestro infallibile, se fuori di lui non si può aver salute, dobbiamo starcene con lui strettamente uniti, per la vita e per la morte… Dobbiamo dirgli con le opere ciò che Pietro disse a Gesù, quando Gesù disse ai dodici apostoli: « Volete forse andarvene anche voi? » — « Signore, a chi andremo noi? tu hai parole di vita eterna» (JOAN. ,VII, 68, 69)… Consideriamo qual sarebbe la nostra angustia, se il Signore ci avesse lasciati in questo mondo pieno d’errori e d’iniquità senza un Capo visibile della Chiesa, il quale fa conservare intemerato il deposito della fede?… come faremmo ad accertarci d’essere sulla via della salute? … come faremmo ad accertarci se siano veramente pastori quei che ci predicano Dio e la sua legge, e se per essi debbonsi veramente applicare quelle parole: « Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me; e chi disprezza me, disprezza chi m’ha mandato »? (Luc,, X, 16) –

Dobbiamo al Papa il più grande rispetto, come la più grande autorità dopo Dio … Se i semplici sacerdoti « debbono essere per noi a ragione non solo più formidabili dei potenti e dei sovrani, ma ancora più venerandi dei nostri padri, perché questi ci hanno generato dal sangue e dalla volontà della carne, mentre quelli sono per noi autori del nascimento da Dio, della beata rigenerazione, della vera libertà e dell’adozione secondo la grazia» (S. Giov. CRIS., De sacerd., 3), che sarà del Sommo Pontefice, da cui unicamente deriva la potestà dell’ordine e della giurisdizione sovra gli altri sacerdoti?… — Rispettiamo il Santo Padre, … il Padre della nostra vita spirituale … Non tocca ai figli il giudicare i difetti e le mancanze del padre, anche quando paressero evidenti e inescusabili … tocca ai figli stendere sul padre quel velo di carità che pur siamo obbligati a stendere su qualsiasi nostro fratello:… facendo altrimenti saremmo maledetti da Dio (Gen.., IX, 25)… Che dire poi di coloro che prestano cieca fede alle maligne dicerie sparse intorno ai Papi da uomini senza timor di Dio, da uomini venduti ai nemici della Chiesa?… Che dire di coloro che sono soliti a leggere senza alcun rimorso di coscienza libri e giornali spiranti odio e disprezzo contro il Papa?

Dobbiamo obbedire al Papa... È la più grande autorità di questa terra;., gli stessi sovrani sono soggetti alla sua spirituale giurisdizione;… e chiunque non obbedisce al Papa, non obbedisce a Gesù Cristo, non obbedisce a Dio … Se l’Apostolo, parlandoci dell’ubbidienza che dobbiamo prestare alle autorità secolari, ebbe a scrivere: « Ogni anima sia soggetta alle podestà superiori; poiché non c’è podestà se non da Dio, e quelle che ci sono, son da Dio ordinate: e perciò chi s’oppone alla podestà, resiste all’ordinazione di Dio; e quei che resistono, si comprano la dannazione » (Rom., XIII, 1, 2), quanto maggior obbedienza non dobbiamo noi prestare al Vicario di Gesù Cristo! … — Ubbidiamo al Papa, non solo nelle cose di fede, ma anche nelle cose di semplice disciplina;… chi non gli ubbidisce nelle cose di fede è un eretico, uno scomunicato;… ma chi non gli ubbidisce nelle cose disciplinari, è pur sempre un ribelle, un figlio indocile e cattivo; … e all’inferno si può andare non solo per i peccati commessi contro la fede, ma anche per i peccati commessi contro qualsiasi altra virtù… —- Ubbidiamo al Papa, accettando con filiale sottomissione gli ordini ch’ei ci comunica mediante i Vescovi, i parroci, i sacerdoti;… pretendere che il Papa parli singolarmente a ciascuno di noi sarebbe stoltezza, e superbia inaudita l’interpretare la volontà del Papa dalle ciance degl’increduli e dei cattivi  cristiani, piuttosto che dalla voce dei legittimi pastori… — Ubbidiamo al Papa non solo con l’ubbidienza dell’opera, facendo ciò che ci viene comandato;… non solo con l’ubbidienza della volontà, conformandola a quella del Papa; … ma anche con l’ubbidienza dell’intelletto, conformando il nostro giudizio con quello del Papa, in modo da ritenere come cosa migliore di qualsiasi altra ciò che il Papa ci comanda… Basta un po’ d’umiltà e un po’ di fede per raggiungere quest’ubbidienza intera e perfetta, … considerando che il Papa si trova in un luogo molto più elevato di quello in cui ci troviamo noi, per giudicare quello che meglio si convenga alla gloria di Dio e alla salute delle anime.

Dobbiamo amare il PapaAnzitutto con la nostra perfetta ubbidienza: … un padre sa d’essere amato sinceramente dai figli, quando li vede docili ai suoi voleri; … allora spariscono per lui le difficoltà e le amarezze, e nell’obbedienza dei figli trova il più caro compenso e la più forte spinta nel continuare a sacrificarsi per loro:… « Siate ubbidienti ai vostri superiori e siate loro soggetti (poiché essi vigilano, come dovendo rendere conto delle anime vostre), affinché ciò facciano con gaudio e non sospirando » (Hebr., XIII, 17)… Quanto deve il Papa sospirare non solo per la guerra mossagli dai nemici, ma ancora per la pervicacia di molti figli, i quali fìngono di non udire e di non comprendere ciò ch’egli prescrive per il loro vantaggio!… —- Amiamo il Papa, pregando per lui e secondo le sue sante intenzioni; … soccorrendo la sua augusta povertà;… favorendo le opere buone da lui raccomandate;… difendendolo contro le ingiurie e le calunnie dei tristi … — Amiamo il Papa, prendendo viva parte alle sue gioie e a’ suoi dolori;… le gioie e i dolori del Papa son gioie e dolori di tutta la Chiesa;… chi ne rimanesse insensibile, chi ne facesse conto come di cosa estranea, chi non considerasse come suoi gl’interessi del Papa, denoterebbe d’essere indegno del nome cristiano, della grazia di Dio e della gloria eterna… «Se un membro soffre, soffrono insieme tutt’i membri; e se un membro gode, godono insieme tutti gli altri: ora voi siete corpo di Cristo e membri uniti a membro » (la Cor., XII, 26, 27); … un membro che non gode o non Soffre quando gode o soffre il capo, non è più un membro vivo, ma è un membro morto …

[Oggi ancor di più, abbiamo il dovere di amare il Santo Padre, ben visibile ma esiliato ed impedito nel suo legittimo ufficio pastorale e magisteriale, perseguitato insieme alla gerarchia apostolica della Chiesa “eclissata”, anch’essa in esilio e sparsa sui 5 continenti, irriso da apostati, eretici, scismatici di ogni risma aderenti a ridicole ed illegittime chiesuole e ad immaginari monasteri, da atei e settari di ogni razza ed obbedienza, da idolatri ed adoratori del baphomet-lucifero. Terribile deve essere il suo Getsemani, abbandonato e sofferente in ogni attimo della sua vita, in costante pericolo ma fiducioso sempre perché assistito dalla grazia divina che giammai permetterà che le porte dell’inferno prevalgano sulla Chiesa di Cristo e sulla sua “Pietra”, pietra sulla quale è fondato l’intero edificio divino voluto dal Padre ed eretto dal Figlio Gesù-Cristo sul Golgota. A noi “pusillus grex” il compito arduo ma ineludibile di pregare e sostenere, come ognuno può, secondo i propri mezzi e possibilità, il Vicario di Cristo in questo momento cruciale per la storia della Chiesa e dell’umanità intera – ndr.-].

  Successori di San Pietro:

San Pietro m. 67
San Lino 67-76
San Anacleto I 76-88
San Clemente I 88-97
San Evaristo 97-105
San Alessandro I 105-115
San Sisto I 115-125
San Telesforo 125-136
San Igino 136-140
San Pio I 140-155
San Aniceto 155-166
San Sotero 166-175
San Eleuterio 175-189
San Vittore I 189-199
San Zefirino 199-217
San Callisto I 217-222
San Urbano I 222-230
San Ponziano 230-235
San Antero 235-236
San Fabiano 236-250
San Cornelio 251-253
San Lucio I 253-254
San Stefano I 254-257
San Sisto II 257-258
San Dionisio 260-268
San Felice I 269-274
San Eutichiano 275-283
San Caio 283-296
San Marcellino 296-304
San Marcello I 308-309
San Eusebio 309(310)
San Milziade 311-314
San Silvestro I 314-335
San Marco 336
San Giulio I 337-352
Liberio 352-366
San Damaso I 366-383
San Siricio384-399
San Anastasio I 399-401
San Innocenzo I 401-417
San Zosimo 417-418
San Bonifacio I 418-422

San Celestino I 422-432
San Sisto III 432-440
San Leone Magno  440-461
San Ilario 461-468
San Simplicio 468-483
San Felice III 483-492
San Gelasio I 492-496
Anastasio II 496-498
San Simmaco 498-514
San Ormisda 514-523
San Giovanni I 523-526
San Felice IV 526-530
Bonifacio II 530-532
Giovanni II 533-535
San Agapito I 535-536
San Silverio 536-537
Vigilio 537-555
Pelagio I 556-561
Giovanni III 561-574
Benedetto I 575-579
Pelagio II 579-590
San Gregorio Magno 590-604
Sabiniano 604-606
Bonifacio III 607
San Bonifacio IV 608-615
San Deusdedit(Adeodato I) 615-618
Bonifacio V 619-625
Onorio I 625-638
Severino 640
Giovanni IV 640-642
Teodoro I 642-649
San Martino I 649-655
San Eugenio I 655-657
San Vitaliano 657-672
Adeodato (II) 672-676
Dono 676-678
San Agato 678-681
San Leone II 682-683
San Benedetto II 684-685
Giovanni V 685-686
Conone 686-687
San Sergio I 687-701
Giovanni VI 701-705
Giovanni VII 705-707
Sisinnio 708

Constantino 708-715
San Gregorio II 715-731
San Gregorio III 731-741
San Zaccaria 741-752
Stefano II 752
Stefano III 752-757
San Paolo I 757-767
Stefano IV 767-772
Adriano I 772-795
San Leone III 795-816
Stefano V 816-817
San Pasquale I 817-824
Eugenio II 824-827
Valentino 827
Gregorio IV 827-844
Sergio II 844-847
San Leone IV 847-855
Benedetto III 855-858
San Niccolò Magno 858-867
Adriano II 867-872
Giovanni VIII 872-882
Marino I 882-884
San Adriano III 884-885
Stefano VI 885-891
Formoso 891-896
Bonifacio VI 896
Stefano VII 896-897
Romano 897
Teodoro II 897
Giovanni IX 898-900
Benedetto IV 900-903
Leone V 903
Sergio III 904-911
Anastasio III 911-913
Lando 913-914
Giovanni X 914-928
Leone VI 928
Stefano VIII 929-931
Giovanni XI 931-935
Leone VII 936-939
Stefano IX 939-942
Marino II 942-946
Agapito II 946-955
Giovanni XII 955-963
Leone VIII 963-964
Benedetto V 964
Giovanni XIII 965-972
BenedettoVI 973-974
Benedetto VII 974-983
Giovanni XIV 983-984
Giovanni XV 985-996
Gregorio V 996-999
Silvestro II 999-1003
Giovanni XVII 1003
Giovanni XVIII 1003-1009
Sergio IV 1009-1012
Benedetto VIII 1012-1024
Giovanni XIX 1024-1032
Benedetto IX 1032-1045
Silvestro III 1045
Benedetto IX 1045
Gregorio VI 1045-1046
Clemente II 1046-1047
Benedetto IX 1047-1048
Damaso II 1048
San Leone IX 1049-1054
Vittorio II 1055-1057
Stefano X 1057-1058
Niccolò II 1058-1061
Alessandro II 1061-1073
San Gregorio VII 1073-1085
Beato Vittore III 1086-1087
Beato Urbano II 1088-1099
Pasquale II 1099-1118
Gelasio II 1118-1119
Callisto II 1119-1124
Onorio II 1124-1130
Innocenzo II 1130-1143
Celestino II 1143-1144
Lucio II 1144-1145
Beato Eugenio III 1145-1153
Anastasio IV 1153-1154
Adriano IV 1154-1159
Alessandro III 1159-1181
Lucio III 1181-1185
Urbano III 1185-1187
Gregorio VIII 1187

Clemente III 1187-1191
Celestino III 1191-1198
Innocenzo III 1198-1216
Onorio III 1216-1227
Gregorio IX 1227-1241
Celestino IV 1241
Innocenzo IV 1243-1254
Alessandro IV 1254-1261
Urbano IV 1261-1264
Clemente IV 1265-1268
Beato Gregorio X 1271-1276
Beato Innocenzo V 1276
Adriano V 1276
Giovanni XXI 1276-1277
Niccolò III 1277-1280
Martino IV 1281-1285
Onorio IV 1285-1287
Niccolò IV 1288-1292
San Celestino V 1294
Bonifacio VIII 1294-1303
Beato Benedetto XI 1303-1304
Clemente V 1305-1314
Giovanni XXII 1316-1334
Benedetto XII 1334-1342
Clemente VI 1342-1352
Innocenzo VI 1352-1362
Beato Urbano V 1362-1370
Gregorio XI 1370-1378
Urbano VI 1378-1389
Bonifacio IX 1389-1404
Innocenzo VII 1406-1406
Gregorio XII 1406-1415
Martino V 1417-1431
Eugenio IV 1431-1447
Niccolò V 1447-1455
Callisto III 1445-1458
Pio II 1458-1464
Paolo II 1464-1471
Sisto IV 1471-1484
Innocenzo VIII 1484-1492
Alessandro VI 1492-1503
Pio III 1503

Giulio II 1503-1513
Leone X 1513-1521
Adriano VI 1522-1523
Clemente VII 1523-1534
Paolo III 1534-1549
Giulio III 1550-1555
Marcello II 1555
Paolo IV 1555-1559
Pio IV 1559-1565
San Pio V 1566-1572
Gregorio XIII 1572-1585
Sisto V 1585-1590
Urbano VII 1590
Gregorio XIV 1590-1591
Innocenzo IX 1591
Clemente VIII 1592-1605
Leone XI 1605
Paolo V 1605-1621
Gregorio XV 1621-1623
Urbano VIII 1623-1644
Innocenzo X 1644-1655
Alessandro VII 1655-1667
Clemente IX 1667-1669
Clemente X 1670-1676
Beato  Innocenzo XI 1676-1689
Alessandro VIII 1689-1691
Innocenzo XII 1691-1700
Clemente XI 1700-1721
Innocenzo XIII 1721-1724
Benedetto XIII 1724-1730
Clemente XII 1730-1740
Benedetto XIV 1740-1758
Clemente XIII 1758-1769
Clemente XIV 1769-1774
Pio VI 1775-1799
Pio VII 1800-1823
Leone XII 1823-1829
Pio VIII 1829-1830
Gregorio XVI 1831-1846
Venerabile Pio IX 1846-1878
Leone XIII 1878-1903
San Pio X 1903-1914
Benedetto XV 1914-1922
Pio XI 1922-1939
Pio XII 1939-1958
Gregorio XVII 1958-1989
Gregorio XVIII 1991-Vivente

(Nota sul Papato in Esilio):

Il Cardinal Camerlengo di Gregorio XVII annunciò il Conclave il 3 giugno 1990: legalmente convocato questo si svolse a Roma il 2 Maggio del 1991 – Gregorio XVIII fu eletto il 3 Maggio del 1991.

 

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (4), capp. V e VI

CAPITOLO V.

LA FLAGELLAZIONE.

Pena che s’infliggeva ai condannati a morte.— Particolarità circa i fasci ed i littori. — Numero e funzioni dei littori. — Diversi strumenti per la flagellazione. — Come venivano in diverse maniere impiegati secondo la qualità delle persone. — Episodio di S. Paolo e di Sila. Crudeltà romana nella flagellazione. — Uso regolato dalla legge presso gli Ebrei. — Il buon Ladrone flagellato secondo la legge dei Romani.

Gli alti magistrati romani erano sempre preceduti dai littori che portavano i fasci. Così si appellavano certi mazzi di verghe di pioppo, di frassino o salice lunghi circa un metro, legati insieme e sormontati da una scure. La composizione di questi fasci indica le due specie di pena, che nelle esecuzioni capitali erano inflitte al condannato: la flagellazione cioè, e la morte. Dal numero dei fasci conoscevasi la dignità del magistrato. I consoli ne avevano dodici; sei i Pretori, e ventiquattro il Dittatore. I littori erano mercenari addetti al servizio dei grandi magistrati. Diremo più innanzi d’onde erano tratti. Loro ufficio era 1.° di precedere i magistrati coi fasci, e di aprir loro il passo nella folla. Andavano essi non già alla rinfusa, o più insieme, ma ad uno ad uno in una sola linea: 2.° di flagellare i colpevoli: I, Lictor, adde plagas reo, et in eum lege age: « Va, o littore, flagella il colpevole, e su di lui esegui la legge, » Eraquesta la formula della sentenza: e appena che il magistrato 1’avea proferita, i Littori s’impadronivano del condannato, lo flagellavano, e se occorreva lo mettevano a morte colla scure. Il nome loro di Littori viene dal latino ligare, perché essi legavano le mani ed i piedi del condannato prima del supplizio. Come tutti i condannati a morte, Dima ebbe dapprima a subire la flagellazione. Cinque diversi istrumenti servivano all’uopo. Le verghe, virgæ, erano, come abbiamo già detto, dei rami flessibili della grossezza di un dito, e lunghi pressoché un metro. Noi le vediamo in uso ancor oggi nel Knout dei Russi, nella Schlague degli Alemanni, nel Rotin dei Cochincinesi. In Francia la flagellazione sotto il nome di frusta, fu in uso fino al cadere dello scorso secolo, e tuttavia si pratica nell’esercito Inglese. Per lungo tempo sui vascelli francesi quell’arnese che chiamasi la garcette ne ha conservata la tradizione. Le Cureggie, Loræ, erano strisce di cuoio tagliate in mezzo, e talvolta armate di piombo. La frusta, o staffile, Flagra, o il suo diminutivo Flagello, era composto di sottili corde annodate all’estremità. Era questo, sebbene di più forme, l’istrumento di correzione del padre nella sua famiglia, del maestro nella sua scuola, e del Littore nei tribunali. Le Mazze, o bastoni, Fustes: queste prendevano il nome di Scorpiones scorpioni, quando erano bastoni nodosi, perchè illividivano e laceravano al tempo stesso. Li vediamo spesso adoperati sulla persona dei Martiri. – I Nervi: erano essi nervi di bue, comunemente armati di piombo all’estremità. Si vede bene che per torturare i colpevoli, e troppo spesso anche gli innocenti, gli antichi, e segnatamente i Romani, avevano un copioso arsenale. Questi svariati strumenti di supplizio non erano già sempre messi tutti in uso. Variavano secondo la condizione del condannato, o secondo la disposizione del magistrato. Il meno ignobile erano le verghe, e si adoperavano con gli uomini liberi. Legalmente non potevasi in verun caso battere con esse un cittadino romano. Parecchie leggi, e segnatamente la legge Porcia e la Sempronia, espressamente il vietavano, e guai a chi avesse osato violarle. Da ciò lo spavento dei Magistrati di Filippi, quando seppero che S. Paolo, fatto da essi flagellare, era cittadino romano. Ricordiamo di passaggio questo episodio della vita del grande Apostolo, per mostrare anche una volta la concordanza della storia sacra con la profana. Nelle loro corse apostoliche, Paolo e Sila erano giunti a Filippi. Questa città della Macedonia, celebre per la decisiva battaglia, nella quale da Ottavio furon vinti e disfatti Bruto e Cassio repubblicani, contava tra i suoi abitanti un certo numero di Ebrei. Andando i due apostoli alla Sinagoga, una giovane Pitonessa li seguiva gridando: « Costoro son i servi dell’altissimo Dio, e vi annunziano la via della salute. » Paolo impietosito a lei si volge, e ne caccia lo spirito maligno. Ma i padroni di quella giovane, perdendo così la speranza del loro guadagno, prendono Paolo e Sila, o li conducono innanzi ai Magistrati, accusandoli come perturbatori della pubblica quiete. I Magistrati senza altro esame li fan battere con le verghe, e gettare in prigione. Sul far della mezzanotte, Paolo e Sila oravano; quando ad un tratto tremò la terra, e spontanee si schiusero le porte della prigione. Il carceriere spaventato e convertito, pregava i due apostoli a profittare della loro libertà; e condottili nella sua abitazione, si recò a render conto dell’avvenuto ai magistrati. Costoro avendo insieme deliberato, mandarono un littore a dirgli che desse pure la libertà ai due prigionieri. Il carceriere ne fa avvisato Paolo; ma il grande Apostolo, « E che? rispose; costoro han fatto pubblicamente flagellare noi cittadini romani senza pure ascoltarci, e ci han messi ai ferri; ed ora vogliono farci evadere segretamente? Ciò non sarà mai. Che eglino stessi vengano qua e ci rendano liberi. » Recatasi dal littore una tale risposta, i Magistrati furono altamente commossi nell’udire che eglino avevano fatto flagellare dei Cittadini romani ; e tremanti e confusi si recarono a chieder loro perdono dell’offesa; essi medesimi li trassero dalla prigione, pregandoli ad abbandonare la città. Il che fecero i due apostoli, non senza aver prima pubblicamente usato della libertà visitando i fratelli. [Act., XVI, 12-39]. – La più ignominiosa delle flagellazioni era quella dello staffile o frusta. Questa era la pena propria degli schiavi, e dei rei più insigni per gravità di delitti, onde eransi resi indegni d’ogni dritto dell’uomo libero. E qui siamo portati a fare una riflessione, la cui luminosa chiarezza pone in evidenza la missione del Salvatore, e la dismisura dell’amor suo per l’umana creatura. Per redimere l’uomo schiavo, il Figlio di Dio, rivestitosi della forma di schiavo, subir volle la flagellazione propria degli schiavi. [Baron., an. 34, n- 38-84. Corn. a Lap., in Maith., XXVII, 26]. La durezza che caratterizza i Romani, si appalesa nella loro legislazione, come nei loro costumi. Presso questo popolo, troppo ammirato, il numero delle battiture nella flagellazione non era determinato dalla legge. Rimettevasi all’arbitrio del magistrato, ed anche spesso al capriccio crudele degli esecutori della giustizia. Quindi è che uno dei grandi loro giureconsulti, Ulpiano, altamente si duole, che buon numero di rei, benché non condannati a morte, soccombevano alla flagellazione. Non avveniva Io stesso presso i Giudei. Nella loro legislazione penale la misericordia non era disgiunta dalla severità. Col dimostrarsi Giudice, il Signore non dimentica mai che è Padre. La flagellazione non doveva mai oltrepassare il numero di quaranta colpi. Ecco il testo del sacro Codice, che ci mostra la differenza che passa tra una legislazione divina, e le leggi uscite dal cervello di umani legislatori. « Se vedranno che colui che ha peccato sia degno di essere battuto, lo faranno distendere per terra, e lo faranno battere in loro presenza. La quantità delle battiture sarà secondo la misura del peccato: con questo però, che non passino il numero di quaranta, affinchè non abbia a ritirarsi il tuo fratello lacerato sconciamente sotto i tuoi occhi. » [Deuter., xxv, 2, 3].  Per non esporsi a violare la legge, i Giudei si arrestavano al trigesimo nono colpo. Questa religiosa precisione ci spiega le parole di S. Paolo: « Cinque volte dai Giudei ricevei quaranta colpi meno uno: [Iudeis quinquies quadragenas, una minus accepi. – II. Cor.24.]. – Si sa che Nostro Signor Gesù Cristo condannato non dai Giudei, che avevan perduto il diritto di morte, ma da Pilato, depositario della sovrana potenza, fu flagellato secondo la legge romana, vale a dire che ricevé un numero indeterminato di percosse [« Divit ergo eis Pilatus: Accipite eum vos, et secundum legem vestram judicate eum. Dixerunt ergo ludaei: Nobis non licet interfìcere quemquam. » Joan., XVIII, 31]. – Rivelazioni particolari le fanno ascendere a più centinaia. Giudicati dalla medesima autorità, Dima ed il suo compagno subir dovettero il supplizio medesimo. Tuttavolta tra essi ed il Figlio di Dio vi fu probabilmente un divario, che ci proponiamo di spiegare nel seguente capitolo.

CAPITOLO VI.

LA FLAGELLAZIONE.

(Continuazione)

Momento della flagellazione; prima di condurre il condannato al supplizio, o nell’atto che ve lo conducevano. — Testimonianze degli antichi.— Come la flagellazione si eseguiva.— Flagellazione durante il tragitto dalla prigione al luogo del supplizio, la più usitata. — Numerosi esempi degli autori pagani.— Ministri della flagellazione. — Particolarità storiche sugli abitanti del Piceno e della Calabria. — Essi sposano il partito di Annibale .— Sono condannati dai Romani ad essere i corrieri ed i frustatori pubblici.— Testimonianze di Strabone, di Aulo Gellio e di Festo. — Da chi fu flagellato il buon Ladrone.

La flagellazione aveva luogo o prima che il condannato fosse condotto al supplizio, o mentre vi si conduceva: « aut ante deductionem, aut in ipsa deductione. » Nel primo caso subiva quella pena o nella prigione o nel pretorio, vale a dire nella sala, ove era stato giudicato il reo. Alle parole di rito: Fa, o littore, e flagella il colpevole, era questi spogliato delle sue vesti, gli venian legate le mani dietro al dorso, e le braccia e i piedi attaccavano ad un palo, o ad una colonna. In questa posizione, le percosse cadevano su tutte le parti del di lui corpo, facevano scorrere il sangue, e cadere a brani le carni. Tranne la colonna, rimpiazzata da quattro pali, l’orribile supplizio è ancora usato in Oriente; ed oh! quante volte, nei pretori della Concincina e del Tonchino lo ebbero a subire i nostri eroici missionari! L’uso di flagellare prima di avviarsi al supplizio era il più antico, ma al tempo di Nostro Signore, il meno praticato. Se ne incontrano parecchi esempi presso i Pagani. Per una o per altra ragione, l’antico uso della flagellazione venne preferito riguardo al Figliuolo di Dio. La colonna che servì al crudele supplizio conservasi a Roma nella Chiesa di Santa Prassede, eterno monumento dell’infinito amore del Redentore, e della gravità del vergognoso peccato. Non v’ha testo alcuno dal quale possiamo rilevare che i due ladroni fossero flagellati prima di andare al Calvario. Poiché la flagellazione era di rito nelle condanne a morte, e segnatamente nelle crocifissioni, pare che per essi avesse luogo nel tragitto. Del rimanente, come già si è detto, era questa la pratica più usata. Or ecco in qual modo, secondo gli autori pagani, eseguivasi questo supplizio, la cui ignominia uguagliava la crudeltà. Spogliavasi il reo di tutte le vesti, specialmente se trattavasi di uno schiavo, mille volte talora meno colpevole del suo padrone, la cui crudeltà lo condannava a simili torture: gli si attaccava la croce sulle spalle, e alcuni carnefici andando innanzi lo tiravano con corde, mentre altri lo seguivano armati di staffile, con cui lo percuotevano senza cessa fino al luogo del supplizio. Noteremo qui la perfetta concordanza dell’Evangelio con la storia profana. « Gesù, dice il sacro testo, s ‘incamminava al Calvario portando la sua croce, bajulans sibi crucem; » e tal era infatti l’uso generale. « Ogni condannato, ci assicurano gli autori pagani, dovea portar la sua croce. » I buoni Romani talora si compiacevano di allungare il tragitto, e dei compagni del povero schiavo servirsi come di strumenti della loro atroce barbarie. « Un illustre Romano, racconta Dionigi di Alicamasso, avendo condannato a morte uno dei suoi schiavi, ordinò ai compagni della schiavitù di lui di esserne eglino stessi i carnefici trascinandolo al supplizio; e perché più desse negli occhi il castigo, caricandolo di percosse, gli facessero traversare non solo il Fòro, ma tutte le vie più frequentate della città. Quei che Io conducevano, gli ebbero distese e attaccate ambo le mani alla croce, legandogliela al petto ed alle spalle, in guisa che i bracci della croce si stendessero fino alle palme delle mani di lui. Gli altri schiavi che lo seguivano a colpi di staffile intanto gli laceravano il corpo completamente nudo. » [Antiq. Rom., lib VII]. –  Tito Livio e Cicerone raccontano fatti consimili senza una parola che esprima la pietà o il ribrezzo. « Roma, dice il primo, era al Circo; ed ecco che un padre di famiglia, prima che incominciassero i giuochi, fa traversare l’arena ad uno dei suoi schiavi col peso della croce sulle spalle, mentre in quell’atto subiva la flagellazione. » Pare che questo spettacolo doloroso fosse per i Romani un passatempo, perché essi volentieri ne facevano mostra al popolo. « Si conduceva, dice Cicerone, lo schiavo pel Circo, caricato della sua croce e lacerato dalle battiture. Arnobio aggiunge, che tal era l’uso comune. Bell’uso veramente, e ben degno di un popolo, veduto dal Profeta sotto la figura di bestia coi denti di acciaio! Se vogliamo adunque avere un’ idea della flagellazione dei due ladroni del Calvario, rappresentiamoci il sinistro corteggio avviato al luogo del supplizio. In mezzo a il una folla immensa di popolo che faceva ala a destra ed a sinistra della Via dolorosa, ecco venire innanzi le trombe che annunziavano l’arrivo dei condannati; e dopo quelle un araldo che proclamava i nomi e i delitti di essi; dietro a lui due uomini uno dei quali era Dima già vecchio, entrambi spogliati delle loro vesti, e carichi entrambi della loro croce attaccata alle spalle, colle mani stese fino air estremità delle braccia di essa croce, l’uno e l’ altro preceduti dai carnefici, che con funi li trascinavano, e dai manigoldi che senza tregua li flagellavano dal Pretorio di Pilato fino al Calvario, che è quanto dire per lo spazio di mille e trecento passi. Chi sa che un sì orribile supplizio, subito a fianco di Nostro Signore, non fosse per Dima il principio di un ritorno salutare sopra se stesso, e forse quel germe prezioso che era per svolgersi mirabilmente sulla vetta del Calvario! Checché ne sia, dobbiamo aggiungere che la condotta del nobile romano, che fece giustiziare il suo schiavo da altri schiavi, era un fatto eccezionale. Questo tristo ministero apparteneva ad altri. I romani avevano esecutori e frusta tori pubblici. Ma chi erano mai codesti uomini? e furono essi, rispetto a Nostro Signore e al Buon Ladrone, gli strumenti della giustizia romana? Sotto tre punti di vista, ci par degna di esame una tal questione. Dal punto di vista della storia generale, essa accenna a costumanze poco note dei popoli antichi. Dal punto di vista della storia particolare, ci svela una speciale circostanza del supplizio di Dima. E dal punto di vista religioso, tutto ciò che spetta al gran dramma del Calvario, è l’oggetto di una viva e nobile curiosità. Tutti conoscono la storia dei Gabaoniti. Questo piccolo popolo della terra di Canaan, vedendo come Giosuè per ordine di Dio trattava le vicine nazioni, pensò di sottrarsi a quella dura sorte. Riuniti in consiglio i seniori si appigliarono al seguente stratagemma. Presero dei commestibili, e caricarono sui loro asini dei sacelli vecchi, e degli otri di vino rotti e ricuciti, e dei calzari molto vecchi e rappezzati in segno di vecchiezza, e si vestirono di abiti molto usati: i pani eziandio ch’essi portavano pel viatico erano duri e sbriciolati. Si presentarono al generale degli Ebrei che era negli alloggiamenti a Galgala: e « Noi veniamo, gli dissero, da lontani paesi, attirati dalla fama delle tue imprese e bramosi di fare alleanza con te. Vedi: quando partimmo, i nostri pani erano caldi, e nuovi gli otri. Lo stesso era dei nostri calzari e dei nostri abiti, che ora sono rifiniti a causa del lungo e penoso viaggio. » Furono creduti, e si fece alleanza con essi. Ma tre giorni dopo la loro partenza, Giosuè venne a conoscere, che quei pretesi stranieri erano abitanti di un vicino paese: marciò contro essi, e prese di assalto la loro capitale Gabaon. Ma per rispetto alla fede giurata, risparmiò gli abitanti: e solamente per punirli dell’inganno condannò i Gabaoniti e tutti i loro discendenti a tagliare le legna, e portare l’acqua per servizio del popolo d’Israele [Gios. IX, 21]. – Questa tal condotta, che i diritti della guerra giustificano, fu dai romani imitata, quando Annibale vittorioso al Ticino, alla Trebbia e al Trasimeno, invece di correre direttamente su Roma per la valle dell’Umbria, impadronir si volle delle contrade prossime al mare. Il suo fine era quello di essere a portata di ricevere prontamente e senza ostacolo, soccorsi da Cartagine. Gli abitanti del Piceno e delle Calabrie Picentini e Brutii furono i primi ad arrendersi ed a sposare la sua fortuna: ma cacciato che fu Annibale dall’Italia, i Romani con esemplare castigo punirono quei due popoli, che avevan dato l’esempio della defezione. Lasciamo la parola agli autori pagani. « Picenzia, dice Strabone, era la città capitale dei Picentini; ma questi ora son sparsi per la campagna. Cacciati della loro città dai Romani per punirli della loro alleanza con Annibale, furono esclusi dal servizio militare, e insieme coi loro discendenti condannati ad essere i cursori e i tabellari della repubblica » Più umiliante fu la punizione del Bruzii [ora sono gli abitanti della Calabria]. Essi furono condannati ad essere i littori dei grandi magistrati della repubblica, ed erano loro assegnate parecchie funzioni che erano proprie degli schiavi. La più ignominiosa era quella di essere i pubblici frustatori. « Catone, dice Aulo Gellio, biasimando Quinto Termo, lo rimproverava per aver detto: I Decemviri hanno mal preparato il mio desinar; il perché li fece spogliare dei loro vestimenti, e flagellare. I Bruzii flagellarono i Decemviri, ed il popolo ne fu testimonio. E chi può sopportare una simile ingiuria, un simile affronto, un tale marchio di schiavitù? » – Come gli abitanti del Piceno, i Bruzii furono esclusi dalla milizia romana, e per giunta di pena obbligati a provvedere di littori la repubblica. Giunti che erano dal loro paese, venivano messi a disposizione dei magistrati, che s’inviavano nelle provincie. Essi li seguivano come quei servi che nelle commedie eran chiamati Lorarii, o frustatori, perché legavano e flagellavano quelli che eran dati loro in mano per esser puniti. Appartenevano forse a questo popolo di flagellatori ufficiali coloro che flagellarono Nostro Signore, Dima, e il suo compagno? Il Baronio non osa affermarlo, e noi non saremo più di quel dotto cardinale facili ad asserirlo. Diremo solo, che un simile insulto già da gran tempo si getta in faccia ai Calabresi. Secondo il testo di Aulo Geliio, certo è che fino a qualche anno avanti Nostro Signore, i Bruzìi eseguivano quel vergognoso officio: ed è certo egualmente che Pilato aveva i suoi littori, e che questi si reclutavano nel paese dei Bruzii. Tal era la regola generale. Che poi più tardi ed in molti casi, i soldati ed anche altre persone fossero addetti a quell’odioso ministero, la testimonianza di Tertulliano non ce ne fa dubitare. Ma siccome nella storia della Passione, noi vediamo da un canto che Nostro Signore fu flagellato, come lo furono i due ladroni; e dall’altro che non si parla punto di soldati, che prendessero parte alla flagellazione propriamente detta, parrebbe che si potesse conchiudere, che di quella ignominiosa pena i Bruzii fossero gli esecutori. [Vedi Baron. An. 34. n. 83.-84].