FALSI PROFETI

FALSI PROFETI

(Sac. G. Colombo, Pensieri sui Vangeli vol. Terzo. Milano,1939)

« Guardatevi dai falsi profeti, — raccomandò Gesù — che vengono vicino con lane d’agnelli, con belati di pecore: ma invece sono lupi rapaci ». Quando il Maestro disse queste parole la prima volta era sulla montagna, e i discepoli tutti, come se il lupo travestito dovesse sopraggiungere allora, si strinsero alla sua persona persuasi che solo da Lui potesse l’insidia venire sventata. « Come faremo noi, poveri ingenui, a riconoscerli? » — sembravano dire.

« Come fate — li rincuorò Gesù — a distinguere le piante buone e le cattive? »

Dai frutti: pianta buona dà frutto buono, pianta cattiva dà frutto cattivo. Certo voi non coglierete mai un grappolo d’uva dallo spineto, né un fico dal roveto. Così è degli uomini: non guardate alle loro parole, perché non quelli che diranno « Signore! Signore! » entreranno in Paradiso ma guardate alle loro azioni. Uomo buono fa buone azioni, uomo cattivo fa cattive azioni ». – L’immagine di Gesù che si stringe d’attorno i suoi apostoli per salvaguardarli dai falsi profeti, deve aver molto impressionato i Cristiani dei primi tempi, se fin dall’inizio del secolo III, essa è ricordata nelle pitture delle catacombe. Su di una volta del cimitero di Pretestato è dipinto il Pastore buono che stende la mano destra a proteggere sette agnelli. Ma questi alzano il muso e gli occhi pieni di spavento come se un pericolo grave li minacciasse. Difatti dalla parte sinistra s’avanzano due animali per far nocumento: l’asino e il porco. Ma già il Pastore buono ha levato contro di essi il suo lungo vincastro e li tiene lontani (WILPERT, Le pitture delle catacombe, vol. I, tav. 51). – Questa ingenua rappresentazione che ha rallegrato gli occhi di molti martiri, non simboleggia forse la storia perenne della Chiesa lungo tutti i secoli? Sempre il gregge del Signore è minacciato da due sorta di falsi profeti: gli uni, rappresentati dall’asino, sono quelli che tentano con errori di corrompere il sacro deposito della fede: gli altri, rappresentati bene dal porco, sono quelli che tentano di corrompere i buoni costumi e la purezza della vita cristiana. Intanto la interessante pittura delle catacombe, senza ch’io me ne fossi accorto, mi ha diviso la predica in due punti: i falsi profeti della fede; i falsi profeti dei costumi.

I FALSI PROFETI DELLA FEDE

Ritornava da Betel, dove Dio l’aveva mandato per un’importante ambasciata, un uomo giusto. Quand’ecco, sulla strada, incontra un falso profeta che gli dice: « Vieni con me, a casa mia, e prenderemo insieme un po’ di cibo ». L’uomo giusto gli rispose: « Non posso venire con te, né mangiare, né bere, con chiunque sia: me l’ha proibito il Signore ». E l’altro con lusinghevole voce cominciò a scalzare il suo proposito: « Anch’io sono profeta simile a te; e se a te il Signore ha fatto questa proibizione, a me è comparso un Angelo e mi ha ingiunto: — conducilo a casa tua e confortalo con una cenetta ». L’ingenuo credette alle parole dell’astuto e gli andò dietro e mangiò il pane e bevve l’acqua del falso profeta. Ma alla sera, alcuni uomini che transitavano per un sentiero solitario, videro disteso un cadavere e accanto un leone: era il cadavere dell’infelice ingannato. Esterrefatti ritornarono in città e divulgarono la cosa (III Re, XIII). – Questo fatto della storia sacra c’insegna assai chiaramente la fine che faranno le anime che, dimentiche degli avvisi di Gesù e de’ suoi ordini, si avvicineranno ai falsi profeti della fede: finiranno preda del leone infernale. E mi è piaciuto ricordare lo spaventoso episodio perché specialmente in questi tempi i Protestanti in ogni città e in ogni paese d’Italia hanno organizzato una lotta accanita per strappare molti dalla vera fede cattolica. Per essi s’addice bene la figura del falso profeta, descritto dal Vangelo, che s’avvicina in veste da pecora, ma che nell’intrinseco è belva rapace. Infatti essi hanno sulle labbra parole pie, si dicono evangelici e anche cattolici, predicano del Signore e della salvezza dell’anima, danno elemosine, diffondono libri e bibbie a pochissimo prezzo. Ma strappate a loro queste lane d’agnelli e sentirete sotto il puzzo di Lutero e della sua esecrabile eresia: e sentirete che essi non vogliono né la Madonna Madre di Dio, né il Papa capo infallibile della Chiesa. A nome di Cristo, dal suo altare, io alzo il grido d’allarme. Attendite a falsis prophetis. – Ma non è solo dai Protestanti e dagli altri eretici definiti che vi dovete guardare. Guardatevi specialmente da tutti quelli che non amano il Papa. « Sono cristiano anch’io — vi diranno forse — sono cattolico anch’io al pari di te, ma non sento bisogno di ubbidire ad ogni comando del Papa, di rispettare ogni sua parola, di pregare per il suo trionfo… ». Chi non è col Pontefice, non è con la Chiesa di Cristo e quindi è un falso profeta dell’errore. E se anche un Angelo vi annunciasse una dottrina diversa da quella che la Chiesa e il Papa insegnano, non credeteci! Perché quell’angelo è un demonio trasfigurato. Se poi desiderate una norma pratica che vi salvi da ogni astuzia dei falsi profeti della fede, seguite questi due consigli:

1) Istruitevi nella Dottrina Cristiana. Gesù è venuto dal Cielo sulla terra per insegnarci queste sublimi verità, e voi le trascurate? Come oserete sperare salvezza? Dottrina Cristiana! Dottrina Cristiana!

2 ) Fuggite la compagnia di chi non ama il Papa o la Madonna e disprezza la santa Eucaristia: tutte le eresie si riducono a questi tre punti.

Ricordate quello che di S. Giovanni Apostolo narra S. Ireneo. Era, una volta, entrato in una casa, ma come s’accorse che v’era dentro l’eretico Cerinto, non un minuto volle indugiarvi e fuggì gridando: « Indietro, indietro! Temo che il tetto di questa casa mi rovini addosso per la presenza di un simile uomo ». – E di S. Policarpo si racconta che in Roma, dov’era appena venuto, s’incontrò con Marcione che era un eresiarca. « Policarpo! — gli disse; — non mi conosci? io sono Marcione ». « Oh se ti conosco! — gli rispose il santo. — Tu sei il primogenito del demonio ». Agnosco diaboli primogenitum.

I FALSI PROFETI DEI COSTUMI

Fra tutti i vizi che contaminano il mondo moderno, non ve n’ha uno più diffuso del vizio impuro. Sembra quasi che in questo secolo il porco sferri l’assalto più furioso al gregge di Cristo. Ha invaso tutte le età, tutte le condizioni, tutti i luoghi. Nolite proiicere margaritas vestras ante porcos. E i profeti falsi che sorgono a difenderlo non sono pochi. « Non è un peccato, — dicono, — è un bisogno della natura. L’uomo può fare quello che vuole, purché né uccida, né rubi. Quelli che dicono di essere puri, sono impostori più corrotti degli altri ». Le letture, le amicizie, i divertimenti sono le armi più terribili e più infiorate che i falsi profeti dei costumi maneggiano a distruzione delle anime.

Le letture. — Ancor oggi, come all’inizio dei tempi, l’uomo è collocato alla presenza di due alberi che producono frutti diversi: l’albero della stampa del bene, l’albero della stampa del male. Il primo dà illustrazioni pudiche e belle, giornali utili e seri, libri buoni e di sincero godimento; l’altro dà frutti di peste e di morte. Ed ancora si ripete la scena del paradiso terrestre. Dall’albero della stampa cattiva ci parla il falso profeta, con la voce carezzevole del serpente antico : « Perché i preti vi proibiscono queste illustrazioni, questi romanzi? Hanno paura che diventiate più bravi di loro e non restiate più sottomessi alla loro parola. Non dovete forse sapere quello di cui parla tutto il mondo? Voi solo non guarderete né leggerete quello che si vede e si legge ora da per tutto ? Ah! che nel giorno in cui li leggerete, diverrete altrettanti Dei ».

Ed ecco tanti giovani e tante fanciulle anche, ecco tanti uomini di ogni età e condizione, cedere al falso profeta, accoglierlo in casa magari segretamente e poi… e poi… lasciare la propria innocenza a brano a brano nella bocca della bestia feroce. « Galeotto fu il libro e chi lo scrisse! », ci grida Dante dalla sua « Commedia ».

Le amicizie, — Talvolta il falso profeta si presenta sotto i sembianti d’un amico, specialmente di sesso diverso. Non vi getterà, no, tutto d’un colpo al fondo dell’abisso: ma vi spingerà lentamente ed un po’ alla volta. Comincerà ad adescarvi con la sua bella figura, coi modi gentili, con il carattere gioviale, con qualche biglietto: in principio si ascolta volentieri, poi si sorride, poi si risponde, poi si cede. Certo è che una volta che vi siete dati in mano a un tal falso profeta, non siete più liberi, divenite cosa sua, la sua preda. « Coraggio, che facciamo di male? », vi dirà. Intanto divorerà la vostra anima e vi trasformerà in un essere abbietto come lui. Questa trasformazione mi pare che bene la raffigura Dante nell’« Inferno ». Nell’ottavo girone, egli vide arrivare di furia un serpente di sei piedi, e avventarsi addosso a un’anima dannata e stringersela membro a membro come un’edera s’abbarbica a un tronco, fino a formare con esso un sol corpo mostruoso che si allontanò lentamente. Alcuni che pure assistevano alla paurosa scena, esclamavano: « Ohimè, Agnel, come ti muti! » (Inf., XXV, 67). – Quante volte si potrebbe ripetere accanto ad anime rovinata dalle cattive amicizie il grido straziante « O Agnel, tu che ti dai in braccio a quell’amico perverso, come cambi! Già incomincia la metamorfosi e presto striscerai con lui nella melma. Ohimè, Agnel! ».

I divertimenti. — Di certe sale, di certi divertimenti, non voglio dire che una parola, una sola: ed è quella che S . Agostino dice del suo amico Alipio che s’era recato a teatro con tutti i più feroci propositi di non peccare. « Levatesi per certa avventura d’un gladiatore alte grida, aprì gli occhi e guardò. Guardò: da quel momento non fu più Alipio » (Conf., libr. V I , cap. 8).

CONCLUSIONE

Se S. Paolo fosse vivo ancora, udite, Cristiani, che cosa vi scriverebbe in questa mattina: « Io vi prego, o fratelli, che abbiate gli occhi addosso a quelli che pongono inciampi e errori contro la dottrina che voi avete imparato, e ritiratevi da loro. Perché questi tali non servono il Cristo Signore nostro, ma il loro ventre… » (Rom., XVI, 17 s.). – « Vi sono ancora molti chiaccheroni e seduttori, che mettono a soqquadro tutte le famiglie, insegnando cose che non convengono. Ma la mente e la coscienza di essi è immonda… » (Tit., I, 10 s.). Se alle mie parole non volete ubbidire, ubbidite almeno a queste, che sono di San Paolo.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESU’ – Terzo fine: imitarlo

DEVOZIONE AL CUORE DI GESU’ – Terzo fine: imitarlo

Terzo fine della divozione al Sacro Cuore di Gesù:

[A. Carmignola, IL SACRO CUORE DI GESU’, S.E.I. Torino, 1920 – Disc. VI]

È un fatto innegabile, che in tutti gli uomini è fortissimo l’istinto dell’imitazione, e che d a tutti, più o meno, si coordina la vita agli esempi, che cadono dinanzi agli occhi. Ma con questo istinto di imitazione potrà forse l’uomo darsi ad imitare indifferentemente tutte le altrui azioni, gli altrui portamenti, le altrui qualità morali? No, certamente. La stessa ragione ci dice, che noi non dobbiamo imitare negli altri se non ciò che è bene; anzi ci sprona incessante ad imitare ciò che è miglior bene e, se fosse possibile, ciò che è veramente perfetto. Ma questo dettame della ragione, come ogni altro, in realtà è un dettame di Dio medesimo, perché è Dio colui, che dando agli uomini un’anima ragionevole, vi ha stampato altresì la legge, che la regola e governa ne’ suoi giudizi. E se è Iddio stesso colui, che ci anima all’imitazione del buono, del meglio, del perfetto, non era forse conveniente, che egli ci mettesse innanzi il tipo di perfezione per eccellenza, sopra del quale avessimo a gettare lo sguardo per ricopiarlo in noi? – Or ecco appunto quello che fece Iddio nel mandare in sulla terra il suo divin Figliuolo. Ci presentò in lui il più perfetto modello, ed invitandoci ad imitarlo, disse a ciascun degli uomini: Inspice et fac secundum esemplar, quod tibi monstratum est. (Esod. XXX, 40) Perciocché, come nota S. Basilio, due furono i fini, per cui il Verbo divino si fece uomo: il primo ed il maggiore fu di operare la redenzione del mondo; il secondo di dare agli uomini l’esempio perfetto di ogni virtù. Ma con qual mezzo massimamente Gesù Cristo, Verbo incarnato, adempiendo la volontà del suo celeste Padre, raggiunse pure quaggiù questo secondo fine, di farsi a noi modello di ogni virtù? Col suo Cuore Sacratissimo, perciocché è nel cuore che risiedono le buone qualità morali di una persona. Ed è perciò, che Gesù Cristo, nell’invitarci Egli stesso a ricopiarlo, non ci disse soltanto: Imparate da me, che sono virtuoso; ma disse: Imparate da me, che sono virtuoso di cuore: Discite a me quia mitis sum et humilis corde; (MATT. XI, 29) per farci appunto conoscere, che essendo pel suo Cuore e nel suo Cuore, che ha esercitato perfettamente ogni virtù, è ancora il suo Sacratissimo Cuore, che più propriamente ci offre a ricopiare in noi. Ed ecco il terzo fine, che deve avere la divozione al Sacro Cuore, Se è vero quel che dice S. Agostino, che la vera divozione consiste sopra tutto nell’imitare coloro che onoriamo: Vera devotio imitari quod colimus, e se è giusto l’assioma, che l’amore o trova dei simili o li rende tali: amor aut pares inventi, aut pares facit, non dovremo impiegare tutta la nostra sollecitudine per ricopiare il Sacro Cuore di Gesù in noi e farci a Lui somiglianti più che sia possibile? Sì, o carissimi, per questo appunto la Chiesa così prega Gesù nella festa del Sacro Cuore. « O Signore Gesù, fa che noi ci rivestiamo delle virtù del tuo Cuore…. affinché, conformandoci all’immagine della tua bontà, meritiamo di essere altresì partecipi della tua Redenzione. » E questo sia il tema del presente discorso.

I. — Uno fra gli usi più belli e più utili seguiti dagli uomini è quello di innalzare dei monumenti a coloro, che si segnalarono per il loro ingegno, per il loro valore, per le loro virtù. È bensì vero che talora e massime oggidì, per un’aberrazione incredibile dello spirito umano, i monumenti vengono innalzati anche a coloro che, anziché segnalarsi nelle belle e buone imprese, si resero famosi piuttosto o per i tradimenti, o per le codardie, o per le rapine e benanco per i vizi; ma con tutto questo uso non lascia di essere per se stesso bello e gioevole, sia perché con esso si intende di eternare la memoria degli uomini valorosi, sia perché coi monumenti, quasi pubblici ammonimenti, si intende di ammonire gli uomini a ricopiare ciascuno in sé, per quel che gli spetta, quelle virtù, quel valore, quello spirito, di cui i grandi ci hanno lasciato l’esempio. Or bene, o miei cari, il Sacratissimo Cuore di Gesù può ben riguardarsi come il monumento per eccellenza, che Dio stesso ha innalzato nella sua Chiesa. Questo monumento ricorderà in eterno la carità divina per noi, e per tutti i secoli della vita del mondo ammonirà gli uomini a ricopiare in se stessi non solo questa o quell’altra virtù, ma le virtù tutte senza eccezione di sorta, perciocché Gesù Cristo pel suo Sacratissimo Cuore si mostra a noi ed è veramente modello perfettissimo di ogni virtù. Prima che egli venisse in sulla terra, come bellamente immagina un poeta cristiano, le virtù vagavano pel mondo in cerca di decente abitazione e non la trovavano, perciocché qua e là non si presentavano loro dinanzi, che intelletti ottenebrati e cuori guasti, nei quali non potevano né spandere la loro luce, né accendere la loro fiamma. Così che agitate e vergognose si ritirarono nel deserto, quando una notte udirono risuonare per l’aria questo cantico celestiale: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà! » A questo segno conobbero che era nato il Messia; andarono alla sua capanna, si presentarono a Gesù Cristo, e Gesù Cristo le accolse tutte nel suo Cuore, e dal suo Cuore divino prese a mostrarle a tutti gli uomini del mondo, perché, vedendole in Lui, più facilmente si invaghissero di ricopiarle. E così è, non solo in figura poetica, ma in realtà. Nel suo Cuore Sacratissimo Gesù Cristo ci mostra accolte tutte quante le virtù; ci mostra l’amor di Dio, nel quale superò infinitamente tutti i Serafini del Cielo, e l’amor degli uomini, per cui con una generosità suprema si sacrificò per essi. Ci mostra l’umiltà, per mezzo della quale si è abbassato al punto da esinanirsi e prendere la forma di servo; ci mostra l’obbedienza, per cui non solo fu soggetto a Maria ed a Giuseppe pei trent’anni di sua vita privata, ma adempì sempre la volontà del suo divin Padre fino alla morte e morte di croce. Ci mostra la povertà, per cui essendo infinitamente ricco, si fece povero per noi, e volle nascere in una spelonca, e volle vivere guadagnandosi il pane col sudore della fronte, e volle esser privo di un tetto, sotto il quale ricoverarsi a posare la testa, e volle morire ignudo sulla croce. Nel suo Sacratissimo Cuore ci mostra la purità, per cui volle nascere da Madre purissima, volle avere per custode un castissimo uomo, e per precursore un martire di purità, ed alle anime pure mostrare la sua predilezione. Ci mostra la pazienza, per cui, come agnello che non bela sotto le forbici di chi lo tosa, sopportò nel modo più eroico tutte le atrocissime pene della sua Passione; ci mostra la mansuetudine, per cui non solo non odiò mai i suoi nemici, ma li amò sempre, fece sempre loro del bene, pregò per essi sulla croce il suo celeste Padre a volerli perdonare. Ci mostra la sua misericordia, per cui i peccatori, respinti dagli uomini, trovavano in Lui un’accoglienza festosa ed un sincero rifugio. Ci mostra il suo zelo per la gloria di Dio, la sua rettitudine d’intenzione, il suo spirito di vigilanza, di preghiera e di mortificazione, ci mostra insomma tutte le virtù, e nel grado più perfetto. Sì, nel grado più perfetto. Noi abbiamo un bel leggere la vita dei più grandi santi, che spinsero le loro virtù sino al più ammirabile eroismo, ma non troveremo mai in alcun di essi una santità sì elevata e sì perfetta come quella di Gesù Cristo. L’apostolo ed evangelista S. Giovanni ci dice che il Vangelo non è altro che un compendio brevissimo della vita di Cristo e degli atti suoi; di modo che è certo che non tutti i tratti di virtù da Cristo compiuti ci sono manifestati. Ma quando pure nel Vangelo tutto fosse narrato, non ci sarebbe tuttavia possibile mai di penetrare nel santuario del Cuore di Cristo per intravedere, non che comprendere, la sublimità e perfezione, a cui elevossi ogni sua virtù. Quindi è che a differenza degli stessi più grandi santi, nella cui vita vi hanno dei momenti in cui, se la virtù non vien meno, tuttavia appena appena arriva ad essere tale, in Gesù Cristo invece tutte le virtù, senza eccezione di sorta, anche le più ardue, toccano sempre, senza menomo sforzo, l’ultimo apice. – E queste virtù le mostra a noi, di qualsiasi età, stato e condizione, perché anche qui in Gesù Cristo, oh quale differenza dai santi! Benché essi in generale abbiano avute tutte le virtù, non di meno negli uni spiccò di più questa, negli altri quella. In questo santo si ammira di più lo spirito di contemplazione e di preghiera, in quello invece più si ammira lo spirito di slancio e di operosità cristiana; in questo splende maggiormente l’umile e cieca obbedienza, in quello splende invece maggiormente una santa fierezza e uno zelo ardente; in questo il carattere dominante è la dolcezza e la semplicità dei modi, in quello il carattere dominante è invece il rigore delle penitenze e l’austerità della vita. Insomma ciascuno dei santi svolge il meglio delle sue forze in questa o in quell’altra virtù, per la quale grandeggia, manifestando ad un tempo stesso essere impossibile all’umana debolezza esercitarle tutte ad un tempo stesso nello stesso grado di perfezione. Gesù invece non così; Egli tutte, senza eccezione di sorta, tutte le virtù die come Uomo-Dio poteva esercitare, le ha esercitate tutte nel modo più eroico, ragione per cui Egli è modello di tutti, modello sovrano, che a tutti si addice. È modello ai sacerdoti, perché Egli è sacerdote per eccellenza secondo l’ordine di Melchisedech, che offerse a Dio il sacrifìcio di se stesso, e di sacerdote esercitò tutti gli altri uffici, predicando con zelo il suo Vangelo e diffondendo nei cuori degli uomini l’abbondanza della sua grazia. È modello ai coniugati, perché congiunto in mistiche nozze alla sua sposa, la Chiesa, la amò di un amor puro e santo e con tale generosità da versare il sangue per lei, per renderla bella, splendida, senza macchia alcuna. È modello ai padri e alle madri di famiglia, perché è egli che ha generato gli uomini alla vera vita morendo per essi, è egli che col latte della sua dottrina e col cibo dei suoi Sacramenti ha nutrito e fatto crescere noi, suoi figliuoli, è Egli che ha paragonato il suo Cuore a quello di un padre e di una madre. È modello dei figliuoli, perché Figlio del divin Padre da tutta l’eternità ha voluto essere figlio di Maria nel tempo, e come figlio affettuoso si diportò sempre, sia col suo Celeste Padre, sia con la sua Madre divina, e persino con colui, che di padre non gli teneva che le veci. È modello ai giovani e modello ai vecchi, modello ai ricchi e modello ai poveri, modello ai dotti e modello agli idioti, modello ai grandi e modello ai piccoli, modello ai re e modello ai sudditi, modello ai lieti e modello agli afflitti, modello ai giusti e modello persino ai peccatori, perciocché Egli, che non conobbe il peccato, si pose addosso i peccati di tutti gli uomini, ed espiandoli coi meriti della sua passione e morte, indicò anche ai peccatori la via che debbono seguire per riconciliarsi con Dio; insomma egli non è un modello soltanto, ma è il modello per eccellenza, il modello unico, il supremo, il perfettissimo modello di tutti. O Cuore Sacratissimo di Gesù, o scuola, o cattedra di sapienza divina, dove per mezzo dell’esempio si insegnano agli uomini tutte quante le virtù, come non ci appresseremo a voi, per studiarle, per impararle, per ricopiarle in noi? in noi massimamente che intendiamo essere i vostri devoti?

II. — E questo è propriamente il nostro assoluto dovere. Udite. Un giorno si presentarono dal divin Redentore alcuni discepoli dei farisei, da loro appositamente spediti, nella folle speranza di poterlo cogliere in parole. Costoro adunque maliziosamente si fecero ad interrogare Gesù Cristo, dicendo: Maestro, dinne un po’: è egli lecito o no di pagare il tributo a Cesare? Essi pensavano: Se egli dice di sì, noi abbiamo argomento per metterlo in odio presso la moltitudine, che così di mala voglia paga il tributo; e se dice di no, noi avremo il pretesto di accusarlo dinanzi ai Romani, ai quali si paga il tributo. Ma il divin Redentore, conosciuta la malizia del loro cuore: ipocriti, rispose, perché mi tentate? Mostratemi una moneta del tributo; di chi è V immagine e l’iscrizione che v’è sopra? Di Cesare, risposero allora quei discepoli de’ farisei. Dunque, soggiunse il Redentore, rendete a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio: Reddite ergo Cæsari quæ sunt Cæsaris, Deo quæ sunt Dei. ( MATT. XXVIII, 15-22) Stupenda risposta, colla quale Gesù Cristo, non solo fece ammutolire i suoi nemici, ma per mezzo della quale diede pure a noi una grande lezione. Noi, o carissimi, per grazia di Dio siamo Cristiani. E ciò che ci rese Cristiani è il Santo Battesimo, il quale ha impresso sull’anima nostra il carattere, l’immagine di Gesù Cristo, dal quale appunto prendiamo il nome. Ed oh! Abbiamo noi già riflettuto abbastanza a questo benefizio immenso che Iddio ci ha fatto a preferenza di tanti altri uomini? Coloro, i quali ancor « giacciono tra le tenebre e le ombre di morte » giacciono anche ora nell’abbrutimento e nella barbarie. Quell’idolatria, che prima della venuta di Gesù Cristo avviliva la maggior parte degli uomini nelle più stupide ed immorali superstizioni, continua oggidì ad avvilire tanti poveri selvaggi, ed altri che non sono più selvaggi, no, ma restano tuttavia nell’ultimo gradino della civiltà, quali ad esempio i Musulmani ed i Buddisti. Quei costumi così corrotti, in cui gli uomini prima di Gesù Cristo vivevano, a mo’ delle bestie, sono gli stessi costumi, che lì disonorano oggidì, perciocché anche oggidì, dove non risplendette il Vangelo, non vi ha che la schiavitù orribile dei sensi, l’appagamento più animalesco delle passioni e degli istinti della carne. Quella cecità, che prima di Gesù Cristo travagliava gli umani intelletti è la cecità medesima, che pur presentemente rimane fra tanti popoli, facendo loro scambiare il vizio con la virtù e la virtù col vizio, e mantenendo in loro una moltitudine infinita di errori riguardo alla loro origine, alla loro natura ed al loro fine. Noi invece siamo nati in paesi cristiani, noi abbiamo ricevuto il Battesimo, e col Battesimo la fede cristiana, e con la fede cristiana la verità, che ci illumina e che ci guida, la forza che ci anima e ci sostiene, l’adozione di figli di Dio, che ci rende fratelli di Gesù Cristo e ci abilita a diventare suoi coeredi del cielo. Oh! benefizio immenso, che è mai questo! Come non benedire le mille volte quell’anno, quel mese, quel giorno, quell’ora, quel punto, in cui ci avvenne di nascere in terra cristiana e di ricevere, per mano del sacro ministro, su questa nostra fronte quelle acque, che salgono a vita eterna, su queste labbra il sale della vera sapienza, e su questo petto l’unzione dei santi crismi? E qual merito vi era in noi, perché a preferenza di tanti milioni di altri uomini, risplendesse a noi la luce di Dio? Ah! non per altro, dice S. Paolo, non per altro noi fummo chiamati alla vera fede, che pel proposito di Dio, e per la grazia che ci fu data in Gesù Cristo! – Or bene se per la bontà immensa di Dio e per la grazia di Gesù, Cristo noi fummo fatti Cristiani, e se con l’essere stati fatti cristiani noi abbiamo il nome da Gesù Cristo, e di Gesù Cristo portiamo scolpita sull’anima la immagine, di chi siamo noi? a chi dobbiamo appartenere adesso e per sempre? Gesù ce lo ha fatto abbastanza chiaramente intendere con quel suo: Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio. Noi siamo dello stesso Gesù Cristo, del quale portiamo il nome e l’immagine, e dobbiamo appartenere perciò a Lui, a Lui solo, adesso e per sempre. Ma noi ci sbaglieremmo assai, se credessimo, che bastasse a questo fine di avere il nome ed il carattere di Cristiani. Ah! non ostante questo nome e questo carattere potrebbe accadere pur troppo che al termine della vita, presentandoci al tribunale di Gesù Cristo, ci intendessimo a dire da Lui: Nescio vos; non vi conosco! Per poter appartenere a Gesù Cristo adesso e per sempre è necessario, che noi al nome di cristiano facciamo rispondere i fatti. I Cristiani, ha detto S. Bernardo, ricevettero il nome da Cristo, ma è pregio dell’opera che siccome furono eredi del nome, lo siano ancora della santità. Bisogna che noi medesimi attendiamo a manifestare in noi, nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nei nostri desideri, nelle nostre parole, nelle nostre opere la vita di Gesù: Vita Iesu manifestetur in corporibus vestris; (II Cor. IV, 10) bisogna in somma che ci sforziamo di renderci pienamente conformi a Gesù Cristo, seguendo le sue vestigia, imitando i suoi esempi. Perciocché dice S. Paolo: coloro che Iddio ha preveduti con la sua prescienza eterna dover essere nel novero degli eletti, li ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine del suo divin Figliuolo: Quos præscivit, et prædestinavit conformes fieri imagini Filii sui. (Rom, VIII, 29) Ed è per tal guisa appunto che si sono formati i Santi. Si son formati gli Apostoli, che in Gesù Cristo imitarono lo zelo per la salute delle anime e la vita di sacrifizio; si son formati i martiri, che in Gesù Cristo imitarono il coraggio più eroico nell’affrontare la morte per la più santa causa; si son formati i penitenti, che in Gesù imitarono la vita di sofferenza e di mortificazione; si son formati i vergini, che in Gesù imitarono la purità più sublime; si son formati i santi Pontefici, che da Gesù imitarono l’amore per il gregge: si sono formati i santi confessori che in Gesù imitarono il disprezzo dei beni mondani e il desiderio delle cose celesti; si sono formati i santi re, che in Gesù imitarono l’umiltà nella gloria e l’abbassamento nella grandezza; si sono formati insomma tutti i santi, perché, studiando attentamente la loro vita, dobbiamo riconoscere. che sebbene non abbiano potuto imitare in tutto e a perfezione Gesù Cristo, perché ciò non è affatto possibile, ricopiarono tuttavia in se stessi più splendidamente non pochi tratti della sua fisionomia divina. – L’imitazione adunque delle virtù del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo è per tutti gli uomini indispensabile a salute. E tale imitazione, aggiungono i Santi Padri e i Dottori della Chiesa, ha da essere così fedele, che il Cristiano appaia come un altro Gesù Cristo: Christianus alter Christus; perché indarno, dice S. Bernardo, si può credere Cristiano colui, che non segue più che gli è possibile Gesù Cristo; e non assomigliandosi a Lui ne deve temere la punizione. – Epperò notate qui, o carissimi, quanti vi sono tra gli stessi Cristiani, che a questo riguardo da per se stessi stoltamente si ingannano! Perciocché molti vi hanno, che si credono essere seguaci di Gesù Cristo e conseguire un dì l’eterna salute, solo perché hanno ricevuto il battesimo, e credono così in generale ed in confuso alle verità della fede, cui associano molti errori, è fanno qualche volta alcuna di quelle cose che la fede impone. Ma in costoro dov’è l’umiltà e la mansuetudine? dov’è la purezza della vita e il distacco dai beni della terra? dov’è la preghiera e la mortificazione cristiana? dov’è la pazienza e la conformità ai voleri divini? dove sono in somma tutte le altre virtù di Gesù Cristo? Ah! che in costoro di Cristiano non v’è altro pur troppo che il nome, perché, come die S. Agostino, christiani vocantur, et in rebus christiani non inveniuntur. E che importa per costoro il chiamarsi, e ben anche il vantarsi tali, se manca in essi la conformità all’immagine di Gesù Cristo? anzi vi ha in essi la conformità al nemico, all’odiatore di Gesù Cristo, a satana e ne portano sull’anima la fisionomia! quella fisionomia, che con tanta verità ed energia S. Giovanni ha chiamato il carattere della bestia, characterem bestiæ! Perciocché, o carissimi, è questo purtroppo che accade nel Cristiano, allorché non si studia di diventare simile a Gesù Cristo con l’imitare le sue virtù; egli, per contrario, anche non pensandovi, divien simile al demonio, di cui segue le vestigia a preferenza di quelle di Gesù Cristo. Avviane in lui una trasformazione somigliante a quella del superbo Nabucco. Costui volendo essere come Dio, fu da Dio terribilmente punito e da uomo tramutato in fiera. Un dì, passeggiando nella sua corte, guardava i grandi veroni, i giardini pensili, le torri superbe, tutte le magnificenze, che si presentavano ai suoi sguardi, e il suo cuore si gonfiava e la sua anima si esaltava orgogliosa. « Non. è forse questa, diceva egli, la gran Babilonia che io ho costrutto nella pienezza della mia forza e nello splendore della mia gloria? » Egli parlava ancora, quando si udì una voce dal cielo, la quale diceva: « O re, ecco ciò che t’annunzio: il tuo regno è sul finire. Tu sarai scacciato dalla società degli uomini, tu abiterai colle bestie della terra e come il bue tu mangerai l’erba dei campi. » Ed ecco che all’improvviso gli si mutarono le forme della persona, gli si allungarono i peli, gli crebbero le unghie, e divenuto qual bestia, cacciato dalla reggia, fu costretto a pascersi di fieno come il bue. Il somigliante accade, se non nel corpo, nell’anima del Cristiano, che non intende trasformarsi in Gesù Cristo; lasciando di diventar simile a Lui, a cagione dell’abbandono di Dio e delle colpe e dei vizi, a cui si dà in preda, diventa simile non solo ad una bestia, ma alla bestia per eccellenza, come è chiamato satana nelle Sacre Scritture. Or bene se tanto assoluto è per ogni cristiano l’obbligo di imitare le virtù del Cuore di Gesù Cristo, e tanto grave è la disgrazia che incorre chi non adempie quest’obbligo, i veri devoti del Sacratissimo Cuore non dovranno attendere sopra tutti gli altri ad adempirlo? Oh! senza dubbio è a loro massimamente, che Gesù Cristo, come un giorno a’ suoi Apostoli, dice: Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis; (Io. XIII, 15) Io vi ho dato l’esempio, affinché voi facciate come ho fatto Io. Si quis vult post me venire, sequatur me. ( MATTH. XVI, 2 4 ) Chi vuol venire dietro a me, chi vuol essere tra i miei amici, chi vuol amare e stimare davvero il mio Cuore divino, ne imiti le virtù.

III. — Se non che parmi di intendere taluni di voi a dire: Ma come? noi, cristiani, noi, sopra tutto, devoti del S. Cuore di Gesù, dobbiamo imitarlo? Ed è ciò possibile all’uomo, anche più elevato? Non si tratta forse di un modello troppo sublime? Miei cari, io rispondo subito, voi credete adunque che Gesù vi comandi l’impossibile? Vi comanda Egli forse, che lo imitiate in quelle opere che più lo manifestano Dio? Vi comanda Egli di fabbricare il mondo? di operare dei miracoli? di guarire gli infermi? d’illuminare i ciechi? di far risuscitare i morti? Oh no certamente! Lo sfoggio e la pompa della divinità Gesù Cristo non la chiede da voi, che sa essere miserabili creature: egli vi chiede che lo imitiate nella dolcezza, nell’umiltà, nella pazienza, nella misericordia, nella carità, nella purezza, nelle sue virtù insomma e non nella sua gloria. E queste virtù, sempre che voi ne abbiate una vera volontà, non potete ricopiarle? Ditelo, in verità, come non vi sarebbe possibile essere dolci, essere umili, essere pazienti, essere casti, essere amanti di Dio e del vostro prossimo? – Tuttavia è certo, che tutti i nostri sforzi per imitare le virtù del Cuore Sacratissimo di Gesù sarebbero vani, se noi non fossimo aiutati dalla grazia di Dio. Ma ecco lo stesso Santissimo Cuore venire in nostro soccorso, e meritarci e darci con abbondanza questa divina grazia. Gesù Cristo, in quanto Dio, è la sorgente di ogni grazia; ma anche in quanto uomo ha sulla grazia un potere sovrano. Perciocché, se come Dio Egli dà alle sue opere, ai suoi patimenti, alle sue parole, ai suoi sospiri, a’ suoi palpiti un valore infinito, è tuttavia come uomo, cogli atti liberi e santi della sua umanità, che Egli ha compiute tutte queste opere meritorie. Iddio pertanto ricompensando nell’umanità di Gesù Cristo i suoi meriti di valore infinito, ha riversato nel suo Cuore un cumulo infinito di grazie. E questo Cuore ridondante della grazia di Dio, non la riverserà alla sua volta sopra quanti vi si accostano con la loro divozione? Oh sì, è a questa fonte divina, che attingeremo con gaudio l’acqua salutare della grazia di Dio: Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris; (Is. XII, 3) è dalla pienezza di Lui, che tutti riceveremo l’aiuto necessario a ricopiarlo: De plenitudine eius nos omnes accepimus. (Io. I, 16) Lo stesso Gesù ci ha appreso questa confortante verità con la più bella similitudine: « Io sono, egli disse, la vera vite; rimanete in me ed io rimarrò in voi. E come il tralcio non può dare alcun frutto da se stesso, se non rimane congiunto alla vite, così sarà di voi, se non rimarrete in me. » (Io. XV, 1-4) Dal Cuore adunque di Gesù Cristo, per ragione della Divinità, sorgente di tutte le grazie, e per ragione dell’umanità riempiuto da Dio della pienezza delle grazie, si trasfonderà in noi tutti quell’umore vivifico, che ci renderà non solo possibile, ma facile eziandio la imitazione delle sue virtù. Perciocché, se, come insegnano i santi dottori, la pienezza della grazia, che è in Gesù Cristo, è la causa meritoria di tutte le grazie date agli uomini ed agli Angeli stessi del paradiso, e con queste grazie i Patriarchi, i Profeti dell’antica legge, e nella legge nuova gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, i Vergini e i Santi tutti poterono imitare con facilità le virtù del divino modello; per mezzo di tali grazie ciò sarà facile anche a noi, ed anche noi potremo ripetere con l’Apostolo: Omnia possum in eo, qui me confortat: (Phil. IV, 13), io posso tutto nel Cuore di Gesù, che mi riconforta. Ma oltreché il Sacro Cuore con l’abbondanza delle sue grazie, noi ancora con due altri mezzi potremo facilitarci la grande opera della sua imitazione, e sono l’amore e lo studio di questo Cuore Santissimo. Come il fiore spunta dallo stelo, così   l’imitazione nasce dall’amore, perché come mai amare taluno ardentemente e non studiarci di renderci a Lui conformi? E così amando il Sacro Cuore di un amore ardente, sarà sempre più viva in noi la brama di farci simili a Lui. Se Gesù è amato, dice l’Apostolo, sarà pure imitato. Parimenti se praticando la esortazione di S. Paolo: Considerate Jesum: (Hebr. III, 1) fatevi a ben studiare Gesù; e quella di S. Pietro: Crescite in cognitione Domini nostri Salvatoris Jesn Christi: (II Piet., III, 18) Crescete nella cognizione di nostro Signor Gesù Cristo; per mezzo della parola di Dio, dello studio del Vangelo, delle sante letture e considerazioni, noi verremo a conoscere gli ammirabili esempi di Gesù Cristo, tanto più ci sentiremo animati di imitarlo. E non è forse la cognizione degli altrui esempi, massime degli uomini illustri, che ci è sprone efficacissimo ad azioni lodevoli, benché ardue? Il soldato allora si accende nella battaglia, quando con la vista conosce il coraggio del capitano. Così accadde appunto ai soldati di Gedeone; vedendo lui scagliarsi animoso contro i nemici, deposta la timidità, da cui erano stati invasi alla vista delle numerose schiere avversarie, si lanciarono ancor essi a combattere come leoni e le misero in rotta. •sì ancora avvenne ai soldati di Giuda Maccabeo. Nell’in seguire i nemici, incontratisi improvvisamente in un grosso torrente, già si arrestavano per la paura di affogare tragittandolo. Ma avendo visto il fortissimo Giuda pungere il suo cavallo, lanciarlo nelle acque e quasi in un attimo trovarsi dalla sponda opposta, tutti ne seguirono tosto l’esempio. Or ecco ciò che accadrà pure a noi; dalla maggior conoscenza del Cuore di Gesù Cristo noi saremo fortemente eccitati a ricopiarlo in noi medesimi. – Coraggio adunque: il Sacro Cuore di Gesù, modello perfettissimo di tutte le virtù ci si pone innanzi come l’ideale, a cui, come Cristiani e devoti suoi, dobbiamo aspirare di pervenire. La grazia per conseguire questo gran fine non ci verrà meno. Nell’amore e nello studio di questo Cuore Santissimo accendiamoci ognor più dal desiderio di riprodurlo in noi, ed allora potremo essere certi, che questo Cuore istesso, dopo di essere stato il nostro modello di vita, sarà il nostro premio e il nostro gaudio in cielo. Sì, o Cuore Sacratissimo di Gesù, questo sarà d’ora innanzi il nostro sommo ed unico impegno, renderci simili a Voi più che sia possibile, ricopiando nel cuor nostro le vostre splendide virtù. Ma deh! riguardando voi alla debolezza nostra, degnatevi di venire in nostro aiuto. Nella vostra infinita misericordia state a noi vicino in tutti gli istanti del vivere nostro e fateci sentire la vostra dolcissima presenza, affinché siamo animati a mirarvi e a ricopiarvi. Fate, insomma, che ci vestiamo delle vostre virtù, e ci accendiamo dei vostri affetti, affinché meritiamo di renderci conformi all’immagine della bontà vostra e di essere partecipi della vostra Redenzione.

Primo fine della devozione al SACRO CUORE DI GESÙ: amarlo

Primo fine della divozione al Sacro di Gesù: Amarlo.

[Sac. A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ; S.E.I. Ed. Torino, 1920 – IV disc. ]

Il grande S. Agostino ha detto che la vita del cuore è l’amore: Vita cordis amor. E ciò è conforme a quel che scrisse l’Apostolo S. Giovanni: Qui non diligit manet in morte. (I Jo. III, 14) Ma in quale amore il cuore troverà la vita? Nell’amore dei beni, dei piaceri, degli onori, delle creature di questa terra? No, o miei cari. Questo amore non procaccia al cuore che affanni, agitazioni, torture, infelicità e morte. Lo stesso S. Agostino esclamava: « O Signore, tu ci hai fatti per te, ed è inquieto il nostro cuore, finché non riposi in te. » Solo l’amore di Dio, di Gesù Cristo, può renderci contenti e dare al nostro cuore la vera vita. Ora se l’amor di Dio e di Gesù Cristo (perciocché amar Dio non è altra cosa che amar Gesù Cristo ed amar Gesù Cristo è lo stesso che amar Dio) è l’unico amore, che ci rende veramente felici, certamente sarebbe già stata gran cosa, se Gesù Cristo ci avesse anche solo permesso di amarlo, perché chi siamo noi a petto di lui, maestà infinita, da pensare di poterlo amare? Ma, oh bontà immensa del Cuore! Non solo ci ha permesso di amarlo, ma lo vuole e lo brama ardentissimamente; e per assicurarsi più che gli era possibile che lo amassimo, ce ne ha fatto un formale comando: Diliges Dominum Deum tuum ex toto eorde tuo: (MATTH. XXII. 37) Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore. Anzi. questo non è soltanto uno de’ suoi comandi, ma è il primo di tutti: hoc est maximum etprimum mandatum; (MATTH. XXII, 38) e al tempo stesso il fine di tutti, perché  tutti gli altri non tendono che a preparare ed assicurare l’adempimento di questo. Più ancora, l’amor di Dio è la pienezza della legge: plenitudo legis; (Rom. XIII, 8) è il vincolo della perfezione: vinculum perfectionis, (Col. III, 14) perché non è possibile amare Iddio e trasgredire alcuno de’ suoi precetti, e chi ama Iddio non può stare unito a lui con un legame più perfetto di quello dell’amore, essendo che Dio è carità e chi sta nella carità, dice S. Giovanni, sta in Dio, e Dio sta in lui: Deus caritas est, et qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo. (Jo. IV, 16) L’amor di Gesù Cristo pertanto è per noi la cosa più essenziale, la cosa che surroga tutto, ma che nulla può surrogare, la cosa che esistendo fa riuscire tutto a bene, ma che mancando, tutto va a male, la cosa più assolutamente indispensabile. « Sì, dice l’Apostolo Paolo, quando io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo sonante, e come un cembalo che squilla. E quando avessi lo spirito di profezia e intendessi tutti i misteri e tutto lo scibile; e quando avessi tutta la fede, talmente che trasportassi le montagne, se non ho la carità, sono un niente: e quando distribuissi in nutrimento dei poveri tutte le mie facoltà, e quando sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova. » (1a Cor. XIII, 13) Chi non ama nostro Signor Gesù Cristo non può far parte della società dei credenti: Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum sit anathema. ( I Cor. XVI, 22). Ora, o carissimi, compiamo noi questo nostro supremo dovere? Ahimè! Forse dobbiam rispondere che amiamo ogni altra cosa, ma poco o nulla quel Gesù, che dobbiamo amare sopra tutto. Ebbene a correggere questo nostro grave mancamento è indirizzata particolarmente la divozione al Sacro Cuore di Gesù. Questo è il suo primo fine. Il Divin Redentore rivelando a Santa Margherita Alacoque il suo Cuore « che tanto ha amato gli uomini » prese a gridarci gagliardamente: Ricambiatemi di amore, datemi amore, non cerco altro che amore: Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49) Son venuto con questo mio Cuore a portare un’altra volta in terra il fuoco della carità, e non bramo altro se non che si riaccenda. Per raggiungere adunque il primo fine della divozione al Sacro Cuore di Gesù, facciamoci oggi a considerare quanto il Sacro Cuore sia degno di essere amato.

1. — L’amore, questo allettamento, che niuna parola può esprimere, e che ci sospinge verso un oggetto in modo da dargli noi stessi, o più ancora da trasfonderci in lui se fosse possibile, l’amore, la più incomprensibile meraviglia di nostra natura è il bisogno più profondo, più prepotente e più irresistibile del nostro cuore. Non appena spunta nell’uomo, ancor piccolo bambino, il primo bagliore della conoscenza, non appena egli può fermare l’occhio sopra alcun oggetto ed esserne lievemente colpito, la fiamma dell’amore si desta in cuor suo e col crescere della vita ingigantisce smisuratamente fino a che arrivato ad un tempo in cui dispera di poter destare altri incendi, a poco a poco sminuisce, senza però spegnersi affatto che con lo spegnersi della vita. – Ma quali sono mai le cagioni che accrescono nel cuore dell’uomo una tale fiamma? Sono tre principalmente: la bellezza, la bontà e la potenza. Anzi tutto la bellezza, questo dono grande e terribile ad un tempo, che Iddio si compiacque di spargere sulle sue creature, questo raggio di cielo, che può bene nelle anime sante sollevare in alto le lor menti e i loro cuori alla contemplazione ed all’amore della bellezza unica ed eterna, ma che, ahi ! troppo spesso, trascina le anime volgari, che sono anche la più parte, ad amori idolatri e sommamente colpevoli. In secondo luogo la bontà, che può ben suscitare un amore più ordinato e casto che non la bellezza, ma che è troppo rara quaggiù e non esercita sempre una grande attrattiva. Da ultimo la potenza, da cui con amore d’interesse si sperano favori, od alla quale nelle anime ben nate si volge l’amore di gratitudine per i benefizi già ricevuti. Ebbene, queste tre cagioni principali dell’amore si trovano tutte tre nel Cuore Sacratissimo di Gesù in sommo grado, ma di tal natura, che non possono non spronarci all’amore più giusto, più puro e più santo, per poco che ci facciamo a contemplarle con gli occhi della fede. Ed anzi tutto nel Cuore di Gesù vi è una somma bellezza. E qui non intendo parlare della bellezza esterna della persona, che forma ora l’ornamento e lo splendore del Paradiso, e che un giorno sulla terra, come dice S . Girolamo, rivelandosi nella maestà della fronte, nella serenità degli occhi, nel sorriso delle labbra, nella dolcezza del sembiante, nella grandezza ed amabilità del portamento, esercitava un fascino irresistibile sopra i cuori degli uomini, guadagnandoli al suo amor divino; io parlo soltanto e propriamente della bellezza interna del suo Cuore, bellezza, la quale spicca massimamente per gli splendori della grazia, della sapienza e della santità. – Non appena il Cuore di Gesù diede i suoi primi palpiti, per cagione dell’unione ipostatica, furono palpiti dati subito nella pienezza della grazia. No, in essa la grazia non sopravvenne quale cosa accidentale, ma dalla Persona divina fluendo nella natura umana, vi si trovò tosto sostanzialmente e necessariamente. Cosicché in quel Cuore santissimo fin dal primo istante della sua esistenza, inabitandovi la pienezza della divinità, vi fu tosto la bellezza della divinità medesima. Ma oltre di ciò, perché questo Cuore era della nostra stessa natura, doveva partecipare altresì alle perfezioni, che il nostro cuore può avere. E poiché la più bella perfezione che possa avere il cuor nostro, è la grazia santificante, che lo rende oggetto di compiacenza agli occhi di Dio, così anche nel Cuore di Gesù Cristo, avverandosi la parola del profeta: Requiescet super eum Spiritus Domini, (Is. XI, 1) si posò lo Spirito Santo e vi riversò senza misura tutte le ricchezze ineffabili della grazia santificante. – Ed insieme coi tesori della grazia vi sono pure in Lui tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio: In quo sunt omnes thesauri sapientiæ. et scientiæ Dei absconditi. (Col. II, 3). In Lui la conoscenza intima di Dio, del suo essere, della sua unità, delle sue perfezioni, delle sue operazioni intime, della sua vita, di tutto ciò insomma che per noi è profondissimo mistero; in Lui la conoscenza di tutti i tempi presenti, passati e futuri, di tutti gli esseri che esistettero che esistono ed esisteranno, di tutta la natura e di tutte le sue forze più latenti e più misteriose. In lui la conoscenza di tutti gli Angeli del Cielo dall’infimo dell’infima gerarchia al più alto della gerarchia più alta, di tutti gli uomini dal principio sino alla fine del mondo, di tutti i loro cuori, di tutti i loro pensieri, di tutti i loro sentimenti, di tutti i loro affetti, di tutte le loro opere, di tutte le loro parole, di tutte le grazie che ricevono, e di tutte le colpe che commettono; in Lui insomma la conoscenza infinita di tutto ciò, che è finito e di ciò eziandio che è infinito. Epperò ben a ragione contemplando questo Cuore Santissimo di Gesù, raggiante dell’infinita sapienza di Dio, si ha da esclamare: O profondità delle ricchezze, della capienza e della scienza divina! 0 altitudo divitiarnm sapientiæ et seientiæ Dei! (Rom. XI, 33) – Ma ciò non è ancor tutto, perciocché il Cuore di Gesù così bello per i tesori della grazia e della sapienza, non lo è meno per quelli della santità. In Lui la santità è la più sublime che si possa immaginare; è desso .per eccellenza il Cuore santo, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori: Sanctus, innocens, impollutus, segregatus a peccatoribus. (Hebr. VII, 26) Sebbene nella sua immensa bontà per noi esso abbia voluto farsi in tutto e per tutto simile al cuor dell’uomo, in questo solo tuttavia ha fatto eccezione, e non ebbe mai sopra di sé neppur l’ombra della più piccola colpa. Oh! Ben sicuramente egli poté volgersi ai suoi nemici e lanciar loro questa nobile sfida: Chi di voi mi accuserà di peccato? Quis ex vobis arguet me de peccato? (Jo. VIII, 46) perché in tutta la sua vita di trentatrè anni, pur facendo libero esercizio della libertà, fin dal primo istante della sua concezione, né contrasse né conobbe mai che fosse la colpa. Oh santità! Oh bellezza meravigliosa! 1 santi, che nel corso di loro vita corrisposero fedelmente all’azione della grazia divina, già ci appaiono ben degni della nostra ammirazione; ma che cosa sono essi mai, anche uniti tutti assieme, in confronto della santità del Cuore adorabile di Gesù Cristo? Neppur tutto lo splendore degli Angeli del Paradiso vale a darci un’idea della bellezza di questo Cuore, perché negli Angeli del Paradiso, per quanto perfetti, Iddio trova delle macchie: In Angelis suis reperit pravitatem; (IOB. IV, 18) ma nel Cuore di Gesù invece il Divin Padre, rivolgendo lo sguardo, trova l’oggetto di tutte le sue compiacenze: Ecce Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui. (MATT. XVII, 5). Ma se il Cuore Sacratissimo di Gesù è già così amabile per la sua bellezza, chi potrà dire quanto lo sia per la bontà? Immaginate pure quanto vi ha di più tenero, di più sensibile, di più delicato, di più magnanimo; immaginate un cuore, che non possa vedere una lagrima senza commuoversi, che non possa guardare un misero senza intenerirsi; immaginate un cuore, che sia ripieno di tutte le impazienze e di tutte le sollecitudini per amare, e che nell’amare non si arresti né per indifferenze, né per rivolte, né per tradimenti, né per ingratitudini, che anzi abbandonato, vilipeso, disprezzato da coloro che maggiormente ha amati, provi il bisogno di amarli ancora; immaginate un cuore, che pieno di ogni ricchezza doni tutto quello che ha, e poi rimpianga di non poter dare di più, e vagheggi di sopravvivere nell’amore e vada perciò ricercando mille industrie per amare sempre, in ogni tempo, da per tutto, tutti gli uomini del mondo; tuttavia non arriverete che a raffigurarvi assai pallidamente la bontà del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo. I Santi non sapendo altrimenti darcene una idea, la dicono bontà d’un cuore di padre, di sposo e di amico. E questi sono pure i titoli con cui, a significarci la bontà del suo Cuore, Gesù Cristo o si è chiamato Egli stesso o si fece chiamare dalle Sante Scritture. Ed invero la sua bontà è veramente quella di un padre, perché è Egli che venne nel mondo per darci la vera vita e darcela abbondantemente: Ego veni ut vitam habeant et abundantius habeant. ( Jo. X, 10) E come un padre terreno, che non pago di aver concorso a dar la vita fisica ai figliuoli, si travagli a ancora per dare agli stessi la vita morale, così Gesù Cristo, dopo di averci data la vita della grazia, continua ad accrescerla in noi con la ricchezza de’ suoi tesori celesti è col provvederci incessantemente tutti gli aiuti che ci abbisognano, perché abbiamo a raggiungere il nostro fine. E che dire della tenerezza di questo Cuore veramente paterno verso i figli che più ne abbisognano? Durante la sua mortal vita è propriamente ai figliuoli più rozzi, più meschini, più infelici, che Egli rivolgeva di preferenza le attenzioni amorose del suo Cuore. E con quanta bontà trattava le turbe, benché così incostanti nel seguirlo! Con quanta bontà trattava gli Apostoli, benché così difficili ad essere ammaestrati e così tardi di cuore a prestargli fede! Con quanta bontà trattava i poveri, gl’infermi, i lebbrosi, benché così piagati? ributtanti! Con quanta bontà trattava i peccatori! Questi uomini avviliti, che dalla superbia de’ Farisei erano crudelr_:e condannati, nel suo Cuore pieno di compassione trovavano sempre un sicuro rifugio; e per assicurarci viemeglio di ciò, egli dipingeva il Cuor suo sotto l’immagine del cuore di un padre, che si strugge dalla gioia nel riabbracciare il suo pentito figliuolo. – La bontà del Cuore di Gesù è la bontà di un cuore di sposo. Pel mistero della grazia Egli si unisce alle anime nostre con uno sposalizio assai più perfetto, che non siano le nozze nell’ordine naturale. Ed unito per tal guisa ad un’anima, chi sa dire le finezze di bontà, che le prodiga? Come uno sposo indovina i desideri della sposa, ed amandola, prontamente l’appaga, così fa il Cuore di Gesù con le anime sue dilette. Egli legge in fondo al loro essere i bisogni che hanno, e con l’abbondanza delle sue grazie si fa premuroso a soddisfarli. Egli si intrattiene sempre con esse e del continuo le ispira al bene, le conforta nei pericoli, le consola negli affanni, le inebria in ogni circostanza di infinite dolcezze. Oh! è bensì vero che il mondo materiale e miscredente non sa, non intende, non crede neppur possibili queste relazioni così intime e così sublimi tra Gesù Cristo e le anime, che lo amano; ma con tutto ciò non lasciano di esser vere e di  rivelare la bontà immensa del Cuore di Gesù per noi. E se interrogassimo le anime sante, come quelle di una sant’Agnese, di una santa Catterina da Siena, di una santa Teresa di Gesù, di un S. Bernardo, di un S. Filippo Neri, di un S. Francesco Saverio e di mille altri  serafini d’amore che gustarono vivamente le delizie dello Sposo divino, ce ne direbbero senza dubbio delle meraviglie. – La bontà del Cuore di Gesù è ancora bontà di cuore d’amico. « Chi ha trovato un vero amico, ha trovato un tesoro, » dice lo Spirito Santo. Ed invero se tu hai un vero amico, hai chi riceve nel cuore i tuoi segreti e li custodisce, chi ti consiglia nei dubbi, chi ti aiuta nelle necessità, chi ti sostiene nei pericoli, chi ti ristora in tutta la vita, chi vive anzi per te stesso ed è pronto a sacrificarsi per te. Ma tal amico, oh quanto è difficile trovarlo tra gli uomini! Molti saranno coloro, che ti si spacceranno per tali, ma alla più piccola sventura che t’incolga, non tarderai a riconoscere la loro ipocrisia. Il Cuor di Gesù invece è il cuore di un amico vero, di un amico fedele, di un amico generoso. E chi andrà a confidare i suoi segreti a questo Cuore Santissimo col timore che gli siano svelati? Il Cuore del sacerdote, che nel Sacramento della penitenza rappresenta il Cuore di Cristo, è a somiglianza di uno di quei pozzi che vi sono sulle montagne, nei quali gettata entro una pietra, non sarà possibile cavamela fuori più mai. E chi ricorrerà per consiglio, per aiuto, per sostegno al Cuore di Gesù e non avrà tosto quanto egli brama? Un giorno Egli si fece vedere dal tabernacolo a S. Giovanni Berchmans con una corona di rose in mano, simbolo delle sue grazie, e gli disse che era pronto a donarle a chiunque si fosse appressato a domandargliene. E quando è mai che il Cuore di Gesù ci abbandoni? Porse nella povertà? Forse nel disonore? Forse nell’abbandono degli uomini? Forse nel carcere? Forse sul patibolo? Forse in vita? Forse in morte? Ah! mai e poi mai Gesù non ci abbandona: Egli ci sta sempre dappresso, anche allora che noi rifiutiamo la sua amicizia, anche allora che siamo in peccato, Egli si avvicina al nostro cuore e batte con le sue grazie per poterci rientrare. E infine che cosa non ha fatto per noi questo amico generoso? Lo stesso Gesù ha detto, che non vi ha carità maggiore di colui, che dà l a sua vita per i suoi amici: ed Egli la diede, ma ciò che è più meraviglioso, non per i suoi amici, ma per i suoi nemici, quali sono gli uomini per il peccato. Egli infine nel Sacramento dell’amore trovò il modo di restar sempre in mezzo a noi, di farsi persino il cibo delle anime nostre! Oh amico senza confronto! Oh bontà veramente ineffabile! – Chi è adunque, che non amerà un cuore così bello, così buono, epperò così amabile? Se anche da lontano noi intendessimo esservi una persona ammirabile per queste doti, non è egli vero che, anche senza conoscerla, noi ci sentiremmo dolcemente forzati ad amarla? E il Cuore di Gesù, ripieno di bellezza, di bontà infinita, sarà da noi così poco amato? Oh Dio! esclama sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Gesù che solo è amabile, Egli solo par che sia il mal fortunato con noi, non potendo giungere a vedersi da noi amato, come se non fosse abbastanza degno del nostro amore! È  così le fragili bellezze, le meschine bontà delle creature hanno maggior forza per guadagnare i nostri cuori, che non abbia il Cuore Santissimo di Gesù! Questo è quel che faceva piangere le Rose di Lima, le Caterine di Genova, le Terese, le Marie Maddalene de” Pazzi, le quali, considerando queste ingratitudini degli uomini, esclamavano piangendo: « L’amore non è amato! L’amore non è amato! » Orsù adunque, se vogliamo corrispondere degnamente al fine della divozione al Sacro Cuore, finiamola una volta con quegli amori delle creature, che non fanno altro che deturpare e gettare in affanno le anime nostre; amiamo soltanto più questo Divin Cuore, nel cui amore le anime nostre si faranno belle e buone della sua stessa bellezza e della sua stessa bontà.

II. — E ciò è richiesto dal nostro stesso interesse. Il mellifluo S. Bernardo oltre al chiamare il Cuore di Gesù Cuore di fratello e di amico, lo chiama altresì Cuore di re: Cor E ben a ragione, perché Gesù Cristo è re davvero, onde disse Egli stesso a Pilato: Rex sum ego. ( Jo. XVIII, 37). Ma Egli è re che regge realmente, re che ordina, governa e comanda con ogni potere tutto quanto il creato. Così ancora dichiarò Egli ai suoi apostoli: Data est mihi òmnis potestas in cœlo et in terra: (MATT. XXVIII, 18) A me è stata conferita ogni potestà in Cielo ed in terra. E come non sarebbe così, se Egli è Dio creatore e padrone assoluto degli Angeli, degli uomini, e di tutti quanti gli altri esseri creati? Ma perché non ne dubitassimo punto, durante la sua mortal vita Egli ce ne diede le prove più grandi. Alle nozze di Cana in Galilea, dando principio alla serie dei suoi strepitosi miracoli, comandò all’acqua di diventar vino, e l’acqua obbedì facendosi vino generoso. Sul lago di Genezaret addormentato a poppa di una nave, allorquando la tempesta mugge e minaccia di sommergerla, al grido degli Apostoli atterriti si desta; comanda ai venti ed al mare di ricomporsi in pace, e questi gli obbediscono e torna la calma perfetta. Nel deserto le turbe, che da più giorni lo seguono, mancano di cibo e stanno per venir meno, ma Egli comanda ad alcuni pani e a pochi pesci di moltiplicarsi e questi obbediscono e bastano a satollare migliaia di persone. Nei borghi, nei villaggi, nelle città dove Egli passa, sono recati a Lui sulle pubbliche piazze infermi d’ogni maniera perché li guarisca, ed Egli comanda alle infermità di lasciarli in salute, e le infermità obbediscono alla sua voce e se ne vanno; ed ecco i sordi che odono, i ciechi che vedono, gli storpi che si drizzano, i paralitici che si alzano dai loro letti e lo portano via sulle spalle, i lebbrosi che sono mondati, gl’infermi d’ogni malattia che sono sanati. Né solamente sulle infermità Gesù Cristo fa sentire il suo potere, ma ancora sulla morte istessa, ed al suo comando l’unico figlio della vedova di Naim, la figlia di Giairo, ed il fratello di Marta e Maddalena, dopo d’essere stati vittime della morte, riprendono la vita e risuscitano. Gli stessi demoni così superbi, così potenti cogli uomini, diventano piccoli e miserabili dinanzi a questo Re dell’universo, ed al suo imperioso comando escono frementi di rabbia dal corpo degli ossessi e se ne vanno dove egli li rilega, nel corpo di vili animali. E quale è poi la potenza che egli esercita a suo riguardo? Davanti a coloro che lo vogliono lapidare ei si rende invisibile; innanzi ai suoi Apostoli prediletti si trasfigura diventando col volto più fulgido del sole e colle vesti più candide della neve; a coloro che vanno per catturarlo dice una parola soltanto ed essi cadono tutti all’indietro. Sul Calvario poi inchiodato sulla croce, non sembrando più altro che la debolezza in persona, pur fa tremare la terra ed oscurare i cieli, fa che si spezzino le rocce, si aprano i sepolcri, risuscitino i morti, si squarci il velo del tempio, sicché gli stessi suoi crocifissori dicano, battendosi il petto: Vere Filius Dei erat iste! (MATT. XXVII, 40). Ah! costui era veramente Figlio di Dio. E da ultimo per sua propria virtù risorge trionfante da morte e dopo essere rimasto ancora quaranta giorni con i suoi Apostoli se ne sale al Cielo. Quali prove adunque della potenza del Cuore di Gesù Cristo? Sì, del Cuore; perché l’onnipotenza spontanea che Gesù Cristo dimostra non è altro se non l’effetto dell’amore e della misericordia per gli uomini. Tutti i miracoli da Lui compiuti sono atti di beneficenza, atti che mirano a prevenire od a togliere le sventure, atti che hanno per iscopo di trasformare le anime e di salvarle, di trarre a sé le menti ed i cuori, degli uomini, atti perciò che inducono le moltitudini a circondarlo, sia per fare appello fiduciosamente al suo potere, sia per rendergli grazie dell’esperienza, che già ne hanno fatta. – Ma la potenza del Cuore Sacratissimo di Gesù non si è ora abbreviata; epperò tutto quello che Egli fece nella sua mortal vita, e mille volte di più, Egli è pronto a fare ora e sempre per il bene delle anime nostre e per guadagnarsi l’affetto dei nostri cuori. Sì, certamente ora non sempre ad ogni nostra invocazione opererà un miracolo, perché ciò non è affatto necessario, benché se fossero tutti conosciuti quelli che opera anche oggidì in tutto il mondo, si vedrebbe non essere per nulla inferiori di numero e di grandezza a quelli operati un giorno nella Palestina. Ma per darci all’amore del Cuore di Gesù Cristo abbiamo noi bisogno di miracoli? Non ci basta il sapere che Egli può scamparci dai pericoli del corpo e dell’anima? Che Egli può guarirci dalle nostre malattie o darci la pazienza di sopportarle? che Egli può soccorrerci nelle nostre sventure o darci la forza per assoggettarvici con rassegnazione e con merito? Che Egli può liberarci dalle tentazioni del demonio od assisterci, perché ne siamo vincitori? che Egli può domare le nostre cattive inclinazioni e farci santi? Un giorno Gesù parlando a Santa Margherita le disse: «Non temere, o mia diletta, perché tu non mancherai di soccorso, se non quando questo mio Cuore mancherà di potenza. » Or queste confortanti parole il Divin Redentore rivolge ancora a noi tutti, suoi devoti. E siccome la potenza del Cuore di Gesù non verrà meno in eterno, perciò dobbiamo ritenere, che Egli sempre eserciterà a pro delle anime nostre il suo infinito potere, purché noi ce ne rendiamo degni col nostro sincero amore per Lui. Coraggio adunque, o carissimi, quando la bellezza e la bontà del Sacratissimo Cuore non bastassero ancora ad indurci al suo amore, ci sproni almeno il nostro interesse, nella considerazione della debolezza nostra e della sua potenza; amiamolo questo Cuore Santissimo, almeno per gli aiuti che ce ne possono venire, epperò d’ora innanzi ripetiamo sempre efficacemente: Diligam te, Domine, fortitudo mea; (Ps. XVII, 1) o Cuore Santissimo di Gesù, Signore del Cuor mio, io vi amerò, perché voi siete la mia forza. –

III. Ma non basta, o miei cari, che noi ci risolviamo di amare il Cuore di Gesù, o che diciamo di amarlo È necessario che lo amiamo di fatto con un amor vero. E perché il nostro amore sia tale, fa duopo anzi tutto che sia un amore attivo, fecondo di buone opere e di generosi sacrifici. No, non sono parole che il Cuor di Gesù cerca da noi, ma opere: non… verbo et lingua, sed opere et veritate, ( I Jo. III, 18) perché prova dell’amore è l’esibizione dell’opera; non sono preghiere soltanto, che Egli vuole da noi, benché anche queste gli siano tanto care, ma l’adempimento della sua santa volontà, giacché questa è la livrea, a cui si riconoscono i suoi veri amanti: qui habet mandata mea et servat ea, illi est qui diligit me; (Jo. XIV, 15) no, non sono unicamente tenerezze affettuose ed amorose compiacenze, che Egli richiede da noi, benché anche queste gli tornino gradite, ma fatti veri e reali nell’esecuzione precisa di tutti i suoi santi precetti. Non basta. Per amare il Cuore di Gesù bisogna sottostare alla fatica per Lui, soffrire per Lui, bramare che ci manchi qualche cosa per Lui, gradire le malattie o qualche disgrazia per Lui. Chi ama, deve abbracciare con gioia anche i tormenti e le sofferenze pel diletto. Oportet amantem omnia dura et aspera propter dilectum libenter amplecti. (Imit. 1. III, c. V) E colui che non è pronto a patir e ad abbandonarsi interamente alla volontà di colui che ama, non merita di essere chiamato amante: Qui non est paratus omnia pati, et ad voluntatem stare dilecti, non est dignus amator appellari. (Ibid.) Or ecco perché i Santi tanto anelavano di patire, e un S . Francesco d’Assisi giubilava in mezzo alla penuria ed alla nudità; e un S. Giovanni della Croce domandava per compenso a Gesù di patire ed essere disprezzato per Lui: e una S. Teresa esclamava: O patire, o morire: e una S. Maria de’ Pazzi soggiungeva: Patire e non morire. Tutto ciò era effetto dell’amor vero, che nutrivano in cuore per Gesù Cristo. In secondo luogo, per amare il Cuore di Gesù di un amor vero, bisogna amarlo di un amor sovrano. Con ciò non s’intende già di dire che lo dobbiamo amare di un amor esclusivo, cioè senza amar affatto il prossimo; il pensar ciò sarebbe un’empietà ed una pazzia. Gesù Cristo anzi ci ha insegnato e con le parole e con l’esempio, che amare il prossimo è precetto simile a quello di amare Iddio; ma nel tempo stesso ci ha appreso ancora che il prossimo dobbiamo amarlo in Dio, con Dio e per Iddio, e che, per quanto vivo e tenero sia l’amor nostro verso del prossimo, deve sempre essere sovranamente superato dall’amor di Dio. Chi ama il padre o la madre, ha detto Gesù Cristo, chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me: Qui amat patrem aut matrem plusquam me non est me dignus; et qui amat filium aut filiam super me, non est me dignus. (MATT. X, 37) Il Cuore di Gesù adunque vuol essere amato sovranamente. Ed è questo l’amore con cui noi lo amiamo? O non vi sarebbero invece nel cuor nostro degli amori, che eclissano l’amore di Gesù Cristo! Non vi sarebbe in noi la stolta pretesa di mettere a paro l’amore di Gesù Cristo con quello delle creature? Di dare un po’ del cuor nostro a Lui e il resto agli amici e ai beni del mondo? Ah! il Cuore di Gesù, santamente geloso, di questa ingiustissima divisione troppo resterebbe afflitto! Egli vuole assolutamente, che neppure un affètto solo non sia ordinato a Lui. È quello che assai chiaramente fece conoscere alla sua dilettissima S. Rosa di Lima. Questa santa verginella erasi già distaccata da tutto il mondo e non viveva più ad altro che a Dio in continue orazioni. E volendo talora sollevarsi qualche poco dalle sue lunghissime contemplazioni, si tratteneva a coltivare ed innaffiare una pianta di basilico; ed essendo già cresciuta fronzuta e bella si godeva l’innocente piacere di guardarla qualche volta. Quando un dì tornata essa a rivedere il suo basilico, vide rovesciato il vaso, sparsa qua e là la terra e sfrondata la pianta. E a questa vista, ohimè! disse la Santa, chi mi ha così rovinato il mio caro basilico? E in questo dire girando gli occhi, vide dinnanzi a sé  il divin Salvatore Gesù, che tutto accigliato e fosco le rispose: « Sono io, che ho strappato il basilico, perché non voglio che veruno de’ tuoi affetti sia dato ad altro che a me. » A tali parole si confuse la Santa, e gettatasi per terra chiese perdono a Gesù del suo fallo. Ora, o carissimi, se dispiacque a Gesù quell’affètto così innocente per una pianta, come potrebbero piacergli quegli amori, con cui noi amiamo le creature e i beni del mondo a preferenza di Lui? Come anzi non ne sarebbe sommamente sdegnato? Ah! per professare al Sacratissimo Cuore una vera divozione, gridiamo adunque efficacemente come gridava S. Francesco di Sales: « Se io sapessi che nel mio cuore vi è una sola fibra che non fosse per Iddio, me la vorrei tosto strappare e gettarla lontano come un veleno. » Imitiamo l’esempio de’ Santi, che sono stati pronti per amore di Gesù, a sacrificare anche gli amori più vivi e più teneri, di padre, di madre, di figlio, di sposo, di amico, sempre che questi amori non potevano conciliarsi coll’amore di Gesù Cristo. E se fosse necessario, siamo pronti come i martiri a sacrificare piuttosto la vita, anzi che rinnegare l’amore di quel Dio, che nel Cuore di Gesù si mostra degno del nostro sovrano amore. Finalmente il Cuore di Gesù per essere amato di un amor vero deve essere amato di un amore costante. Pur troppo, o miei cari, riandando la vita passata vi saranno non pochi tra di noi, che già avanzati negli anni, come S. Agostino dovranno dire: Signore Gesù, assai tardi ti ho conosciuto, assai tardi ti ho amato; Sero te cognovi, sero te amavi. E in questo caso che altro dovremmo fare per l’avvenire, se non imitare quei Santi, che pur avendo offeso Iddio con gravi peccati, si fecero a ripararli con l’amor penitente, con le lagrime della contrizione? Ma chi sa pure quanti altri, giovani ancora, andranno forse dicendo in cuor loro: Più tardi, quando i ghiacci dell’età avranno raffreddato i nostri sensi, quando la vita sarà logora, quando in essa non vi sarà più nulla per il mondo, più nulla per il piacere, più nulla per le passioni, allora approfitteremo della calma dei nostri vecchi anni per amicarci con Gesù Cristo e dargli il nostro amore! Oh se mai ve ne fossero: Giovani, griderei, non siate così insensati da gettare il fior di vostra vita. Indarno correte in cerca di felicità nei piaceri del mondo e nella soddisfazione dei sensi. Gli amori terreni non susciteranno in voi che affanni ed amarezze; e il più crudo disinganno non tarderebbe a mostrarvi quanto vi siate avviliti. Ma siamo noi giovani, siamo noi vecchi, se Dio ci ha fatto la grazia, massime nella divozione al Sacro Cuore di Gesù, di conoscerlo e di cominciare davvero ad amarlo, deh! non cessiamo di amarlo un istante solo. Amiamolo oggi e amiamolo domani, amiamolo di giorno e amiamolo di notte, amiamolo nella pace e amiamolo negli affanni, amiamolo nella prosperità e amiamolo nelle cose avverse, amiamolo nella gioia e amiamolo nel dolore, amiamolo sempre, amiamolo eternamente. Anche noi con l’Apostolo Paolo ripetiamo: « Chi ci separerà dalla carità di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione, la spada? Io son sicuro che né la morte, né la vita, né gli Angeli, né i principati, né  le virtudi, né  il presente, né l’avvenire, né la violenza, né ciò che è in alto, né ciò che è al basso, né qualsivoglia creatura potrà dividerci dalla carità di Dio, la quale è in Cristo Gesù Signor nostro. » (Rom. VIII, 35-39). Che anzi studiamoci incessantemente di accrescere pel Cuore di Gesù il nostro amore. No, quando si tratta di amare quel Cuore, che tanto ci ha amato, non bisogna mai dire: Basta. Quando pure avessimo sostenute tutte le malattie di S. Liduina, quando avessimo sofferto come san Francesco di Assisi i dolori della crocifissione, quando avessimo fondato come S. Teresa trentadue monasteri, quando avessimo procacciata la pace alla Chiesa come S. Caterina da Siena, quando avessimo convertito intere nazioni come san Francesco Saverio, quando avessimo faticato come S. Paolo ed amato come S. Giovanni, pensiamo e confessiamo, che non abbiamo ancor fatto nulla, in confronto di quello che ci resta a fare, per amare il Cuore di Gesù Cristo, come merita di essere amato. Ad ogni modo troviamoci sempre con tali vampe in cuore, che alla domanda del Cuore di Gesù: « Mi ami tu veramente? » possiamo rispondere come S. Pietro: « Signore, tu sai il tutto: e tu conosci che io ti amo. » ( Jo. XXI, 15-17). Sì, o Cuore Sacratissimo, voi sapete il tutto e vedete come nel cuor nostro vi sia almeno il desiderio di amarvi. Eccoci dunque interamente a voi. Si chiudano per sempre questi nostri occhi, se cercheremo le nostre compiacenze in altra bellezza, e bontà fuorché nella vostra. Si inaridisca per sempre la nostra lingua se cesserà di invocare il vostro possente aiuto. Si estingua in noi ogni alito di vita, se non faticheremo, se non soffriremo, se non vivremo sempre per voi. Aiutateci, o Cuore Divino, a restar fermi nei nostri propositi. Dateci la grazia di amarvi davvero come meritate di essere amato, affinché ciascuno di noi possa sempre ripetere con gioia: Dilectus meus mihi, et ego illi: (Cant. I, 16) il mio diletto a me, ed io a Lui, in vita ed in morte, in terra ed in cielo, ora ed in eterno.

 

IL PECCATO VENIALE – (C. Alapide)

Peccato veniale.

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio Alapide; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

– 1. Il peccato veniale porta a gravi cadute. — 2. Malizia del peccato veniale. — 3. Quanto sono frequenti le colpe leggere. — 4. Punizione del peccato veniale.

I. IL PECCATO VENIALE PORTA A  GRAVI CADUTE. — « Chi non bada alle piccole colpe andrà a poco a poco nelle gravi » — Qui spernit modica, paulatim decidet (Eccli. XIX, 1). S u questa sentenza del Savio così ragiona S. Gregorio: « Se noi non badiamo alle piccole cose, insensibilmente sedotti, finiremo per cadere nei più enormi misfatti. Perché colui il quale trascura di deplorare i peccati veniali che ha commesso e non bada ad evitarli, decade dallo stato di giustizia non già tutto ad un tratto, ma a gradi e insensibilmente. Bisogna avvertire quelli che sono abituati al peccato veniale, perché considerino attentamente che talora una leggera caduta è in qualche modo più nocevole che una colpa grave; poiché una grave mancanza si rileva più facilmente e si piange più presto; mentre non si tiene conto di una leggera; e questa diventa tanto più pericolosa perché si commette senza scrupolo. Perciò spesso avviene che l’anima abituata alle colpe lievi, finisce col non sentire più orrore delle gravi: corrotta per le sue molteplici infrazioni, essa arriva a tanto di ardire, di disprezzo e di malizia, che più non teme i peccati mortali, perché ha imparato a commettere senza timore i veniali » (Moral. lib. X, c. XIX). – Lazzaro che languisce per debolezza, poi si ammala, poi muore, poi è sepolto, e finalmente puzza già putrefatto, presenta agli interpreti sacri una figura della vita e della caduta definitiva dell’uomo che non si dà pensiero di evitare il peccato veniale. 1 ° Egli non sente nell’anima che un languore; 2° questo languore si aggrava e diviene malattia; 3° cade in un sonno letargico, cioè nella noncuranza del suo stato; 4° arriva la morte o il peccato mortale; 5° la putrefazione o corruzione del cuore. – « Una cosa, dice S. Bernardo, che da principio ti pareva insopportabile peso, a poco a poco diventa meno pesante; poi non te ne accorgi nemmeno più; finalmente ti riesce dilettevole e gioconda (Primum aliquid tibi videtur importabile; iudicabis non adeo grave; nec senties: paulo post etiam delectabit – Serm, in Cantic.) ». Basta una scintilla a produrre un vasto incendio. Guai a chi trascura le piccole cautele! Bisogna chiudere, secondo l’avviso di S. Cipriano, non solo le porte, ma anche le più piccole fessure, per timore che basti un piccolo foro a introdurre il nemico nel campo. Tutto l’ambito di una città dev’essere fortificato, affinché non sia espugnata da un lato debole; perché, avverte Salomone, chi non fa conto del poco, mancherà nel molto (Omnes rimæ, ne dicam portæ, claudendæ sunt, ne per unum foramen castra omnia penetrentur; et universa sunt componenda munimento, ne per modicum non munitum tota civitas ruat; sicut Salomon repetit dicens: Qui spernit modica, paulatim decidet – Serm. in Eccles.) . – « Non sapete, scriveva S. Paolo, che un poco di lievito mette in fermento tutta la massa della farina? » — Nescitis, quia modicum fermentum totam massam corrumpit? ( I Cor.V, 6). «Chi non rigetta da sé i peccati veniali, dice S. Isidoro, si espone al pericolo di cadere nei più enormi delitti; perché il peccato veniale genera, per così dire, il mortale. I vizi crescono prontamente e senza che uno se ne accorga; se non si tiene d’occhio il peccato veniale, arriverà ben presto il mortale. Schivate adunque accuratamente l’uno, per non cadere nell’altro». (De norma bene viv.). «E come mai, dice S. Gerolamo, un’anima dedicata a Cristo, non baderà alle grandi ed alle piccole cose; mentre sa che avrà da rendere ragione perfino d’una parola oziosa? (Mens Christo dedita et in minoribus intenta est, sciens etiam prò otioso verbo reddendam esse rationem – Ad Heliodor.) ». « Guardatevi, dice S. Agostino, dal far poco conto delle vostre colpe, con la scusa che sono leggere; sono piccola cosa anche le gocce della pioggia, eppure riempiono fiumi, trascinano sassi ed alberi schiantati dalle radici (Noli despicere peccata tua quia parva sunt; nam etiam pluviarum guttæ flumina complent, et moles trahunt, et arbores cum suis radicibus tollunt – Serm. LXIV, de Temp.)». – « Che importa, dice il medesimo Santo, che un vascello naufraghi sommerso per una grossa falla, ovvero coli a fondo per il peso dell’acqua lasciata entrare poco a poco nella stiva per negligenza dei marinai? Nell’un caso e nell’altro l’esito è sempre lo stesso (Quid interest ad naufragium, utrum uno grandi fluctu navis aperiatur, aut obruatur; an paulatim subrepens aqua in sentinam et per negligentiam derelicta atque contempta, impleat navem atque submergat? – Epistola CVIII, ad Seleucum) ». Nessuno diventa improvvisamente un gran peccatore. Le trasgressioni leggere menano le colpe gravi; e tanto sono più pericolose le prime, in quanto che travestendosi, penetrano senza sforzo nell’anima, si nascondono nel cuore e vi preparano una spaventosa rovina … Perciò S. Bernardo ci avverte che « l’anima consacrata a Dio, deve schivare con altrettanto studio i più piccoli peccati, quanto i più enormi; perché cominciano da leggere venialità, quelli che cadono in grandi eccessi (Mens Deo dicata sic caveat minora vitia, ut maiora; quia a minimis incipiunt, qui in maxima prorunt Serm. In Cantic.) ». Sono funeste le conseguenze del peccato veniale, perchè 1 ° ancorché questo peccato non cacci Dio dal cuore, contrista però lo Spirito Santo che abita nell’uomo: ora, contristare un amico che viene a visitarci, equivale a fargli capire che può andarsene e che si può benissimo fare a meno della sua presenza… 2° Mette ostacolo all’abbondanza delle grazie… 3° Scema nell’anima il fuoco dell’amor divino… 4° La getta in uno stato fatale di tepidezza, stato pericolosissimo, dicendo il Signore nell’Apocalisse: « Fossi, tu almeno o del tutto freddo ovvero caldo! ma poiché sei tiepido, e ti tieni fra il freddo e il caldo, io ti rigetterò dalla mia bocca » — Utinam frigidus esses aut calidus! sed quia tepidus es, et nec frigidus nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo (Apoc. III, 15-16).  5 ° Il peccato veniale priva di molti favori che Gesù Cristo concede ordinariamente alle anime vigilanti e fedeli, quali sono la pace interna, e le consolazioni sensibili, ecc .. 6° Affievolisce le forze dell’anima, accresce e rinvigorisce le passioni; per conseguenza, presentandosi una tentazione violenta, ovvero un’occasione che trascini, l’uomo spossato per le molte ferite fattegli dal peccato veniale, è facilmente scosso, dà il suo consenso e soccombe, secondo la frase dei Cantici: « Le piccole volpi danno il guasto alle vigne » — Vulpes parvulas … demoliuntur vineas (Cant. II, 15) … 7 ° Vedendo la negligenza ed il disprezzo delle piccole colpe, il demonio piglia ardire e potenza a sollecitare gli uomini ed a farli cadere nel peccato mortale. Al contrario, chi si guarda dalle colpe leggere, fa ostacolo al demonio e non si lascia prendere né uccidere l’anima, col peccato mortale.« Io oso, diceva il Crisostomo, dire una sentenza che ha dell’inaudito e del paradosso, ma che non è meno salda di ogni altra verità più chiara: Mi pare che non minore studio si deve mettere a fuggire i peccati veniali, di quello che si mette a schivare i mortali; la natura medesima infatti ci porta ad avere orrore dei gravi eccessi, mentre trascura e disprezza le colpe leggere sotto il vano pretesto che non sono infami. Questo disprezzo e questa noncuranza impediscono ben presto l’anima di trovare in sé la forza e l’energia necessaria per non commetterle, e in conseguenza delle ferite che ne riceve, le viene la morte. Voi vedrete tutte le più enormi scelleratezze battere questa via; perché nessuno cade ad un tratto nelle ultime profondità del male; nessuno tocca d’un colpo il fondo dell’abisso. L’anima ha una certa vergogna un certo pudore naturale di cui non può svestirsi in un momento, ma lo fa gradatamente» (Homil. LXXXVIII in Matth.).

2. MALIZIA DEL PECCATO VENIALE. — Le seguenti considerazioni aiuteranno a comprendere la malizia del peccato veniale. 1 ° Il peccato veniale è, non meno che il mortale, una disobbedienza a Dio …; racchiude un certo qual disprezzo di Dio e della sua santa legge… 2 ° Dopo il mortale, il peccato veniale è il più grande dei mali. Fa più ingiuria a Dio, che non gli diano gloria tutte le opere buone immaginabili. Secondo i santi Padri e i teologi, tutti i meriti degli apostoli, dei martiri, dei santi, degli angeli, ed anche quelli dell’augusta Madre di Dio non basterebbero a scancellare un solo peccato veniale e riparare l’ingiuria ch’esso fa a Dio, ma si richiedono i meriti di Gesù Cristo … 3 ° Il peccato veniale è il male di Dio. Perciò essendo la gloria e l’onore dovuti a Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che appartiene alle creature, anche le più nobili e le più perfette, non sarebbe mai lecito commettere un solo peccato veniale per scamparle dai più grandi mali e procurare loro i più grandi beni. Salviano dice: « Nelle cose che riguardano Dio, non vi è nulla di leggero » — Nil leve æstimetur, quo læditur Deus ( Lib. VI). Tutti i peccati assalgono e offendono Dio ; ma la più lieve offesa verso di Lui è più gran male che tutti i mali che possano opprimere le creature. Chi ama Dio, deve pertanto fuggire anche il peccato veniale… S. Agostino insegna che non sarebbe lecito dire una piccola bugia, se anche si dovessero salvare tutti i dannati; perché la menzogna è il male di Dio, mentre il supplizio dei reprobi non è che il male dell’uomo. Ora, siccome i più gravi mali dell’uomo non sono che mali della creatura, non sono mai così grandi come la più piccola offesa verso Dio, offesa che intacca la Maestà infinita (Confess.). – Il peccato veniale è una macchia sul’anima; gli altri mali, qualunque siano, non sono che la pena o il castigo del peccato. Ora la più lieve di queste macchie è più grave di tutti i tormenti; questi infatti non sono mali ma beni, perché sono l’opera della giustizia vendicativa che corregge il peccato e riconduce in questo modo il peccatore all’ordine… Con quanta premura bisogna dunque schivare i peccati veniali! – I pagani medesimi compresero che non era cosa indifferente in se stessa il preservarsi dalle colpe veniali. «Non mediocre prova del nostro progredire in virtù, dice Plutarco, è questa di vedere se evitiamo le più piccole colpe. Chi così si regola, mostra che ha già acquistato meriti che vuole conservare intatti » (De Profer. virtut.).

3. QUANTO SONO FREQUENTI LE COLPE LEGGERE. — Il giusto medesimo non va esente da colpe leggere ed anche frequenti, ma le deplora e se ne rialza, dice il Savio: — Septies cadet iustus et resurget (Prov. XXIV, 16). – Chi osasse dire di non avere peccato, ingannerebbe se stesso, e sarebbe mentitore: — Si dixerimus quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus, et veritas in nobis non est (I IOANN. I, 8). Infatti, secondo S. Giacomo, « manchiamo tutti quanti in molte cose » — In multis offendimus omnes (IACOB. III, 2); il non commettere nessuna colpa è cosa tutta propria di Dio, dice Clemente Alessandrino: — Nil omnino peccare, proprium est Dei (lib. I, Pædag. c. II). Deve dunque essere nostro impegno di n on cadere, e di rialzarci subito non appena caduti.

4. PUNIZIONE DEL PECCATO VENIALE. — Se vi è argomento che debba farci comprendere che grande male sia il peccato veniale, sono i castighi con cui Dio lo punisce in questa e nell’altra vita. Frequenti ne occorrono gli esempi nei Libri santi. Mosè viene escluso dalla terra promessa in punizione di un leggero dubbio s u l’onnipotenza di Dio … Davide vede perire settantamila sudditi, per una colpa di vanitosa leggerezza… I Betsamiti per aver guardata curiosamente l’arca; Oza per averla toccata, sono colpiti di morte. La medesima sorte tocca ad Anania e Satura per una bugia. Dio punisce non di rado con malattie ed altre afflizioni temporali i peccati veniali; molto più spesso li castiga con pene interiori, molto più severe, quali sono l’aridità nella preghiera, la nausea degli esercizi di pietà, le tentazioni contro la fede e la purità, i moti di scoraggiamento e anche di disperazione ed altri interni affanni, molte volte così gravi da sopportare, che quelli che li provano si vedono esposti a d abbandonare il servizio di Dio, e per conseguenza a dannarsi … Nell’altro mondo poi il castigo riservato al peccato veniale è il purgatorio

 

Oggetto adorabile della divozione al SACRO CUORE di GESU’.

Oggetto adorabile della divozione al Sacro Cuore di Gesù.

[Sac. A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ; S.E.I. Ed. Torino, 1920 – III disc. ]

Iddìo è il primo principio di tutte le cose create e di tutte il conservatore. E poiché ad ogni persona dotata di qualche dote eccellente devesi onore, perciò devesi onore a Dio, perché vi ha in Lui un’eccellenza infinita, che a noi si manifesta specialmente con quella somma onnipotenza ed immensa bontà, con cui dà l’essere a tutte le cose e a tutte le mantiene. Ora l’onore a Dio dovuto gli si offre per mezzo della religione. – Ma l’uomo rispetto alla Religione, come dimostra purtroppo la storia dei passati secoli, non è altro che un povero bambino. Quando il bambino ha fame e la madre non gli è là per dargli il seno, egli allora approssima alla bocca qualsiasi cosa che gli cada sotto la mano, e la divora e la inghiottisce come fosse un alimento di vita, ancorché al contrario fosse veleno e gli recasse la morte. Così rispetto alla religione avviene per l’uomo, allorché si trova fuori della vera Chiesa. Lungi da questa madre divina, la sola che gli offra il vero mezzo di porsi in intima comunicazione con Dio, sospinto dalla fame che di ciò naturalmente ha in cuore, egli converte stupidamente qualsiasi cosa in Dio, si fa de’ falsi dei, si abbandona ad onorarli come fossero il vero Dio, e per dirlo in breve, cade nell’idolatria, cioè nell’aberrazione più abusata dello spirito e del cuore umano. Or bene, o miei cari, lo credereste? Questo delitto così orribile venne pure attribuito da taluni ai devoti del Sacro Cuore di Gesù. Sì, nello stabilirsi del culto al Sacratissimo Cuore non mancarono certi spiriti beffardi, i quali facendosi a schernire i sapientissimi seguaci di questo culto istesso, chiamaronli col nome di cardiolatri, di cordicoli, di adoratori di un viscere. Certamente non vi sarebbe bisogno di far conoscere a voi la falsità di questa accusa. Tuttavia, per rassodarvi sempre più nel culto che rendete al Sacratissimo Cuore, io voglio mostrarvi oggi come l’oggetto di questo culto, sotto qualsivoglia aspetto può considerarsi, vuol essere adorato, e come perciò non è se non con infallibile sapienza che la Chiesa ci invita a rendere tale omaggio al Cuore di Gesù, dicendo: Cor Jesu, charitatis victimam, venite adoremus.

I. — Dio è amore, dice S. Giovanni: Deus charitas est. (I Joan. IV, 8) L’amore è la sua essenza, la sua vita, la sua legge. Contemplando se stesso Egli si vede infinitamente bello, infinitamente buono, opperò infinitamente degno di essere amato; e con uno slancio, che dura da tutta l’eternità, Egli si volge a se stesso ad amarsi d’amore infinito. Ma questo Dio, tutto amore, non solo ama se stesso, ma ama ancora tutte le sue creature. O Dio, esclama il Savio, tu ami tutte le cose che esistono, ed avendole tu fatte non ne odii alcuna: Diligis omnia quæ sunt, et nihil odisti, eorum, quæ fecisti (Sap. XI, 25). Come ciò avvenga non è facile spiegarcelo, perché se si segue la sentenza di S. Dionisio, che ciò che ama Dio nelle sue creature è quella parte di sua bellezza e di sua bontà che in esse ha posto, come non seguire altresì quella dell’Angelico S. Tommaso, il quale asserisce che questa parte di bellezza e di bontà sono già effetto dell’amore di Dio? Ma comunque sia la cosa, ciò che è indubitabile si è, che Dio ama le sue creature. E poiché tra le sue creature tengono un posto principalissimo gli uomini, che Egli ha fatti a sua immagine e somiglianza, è certissimo altresì, che agli uomini porta un amore specialissimo. E chi può dubitarne? – Ascolta bene, o uomo. Tu non esistevi ancora, non esistevano ancora i padri tuoi, anzi non eranvi ancora il cielo, la terra, gli Angeli, e Dio già ti amava, e ti amava da tutta l’eternità. Sì, da tutta l’eternità ti aveva concepito nella sua mente, ti teneva innanzi a sé, pensava a te, a crearti, a farti del bene, ad annoverarti tra i suoi fratelli, tra i figli di Dio, tra gli eredi del cielo, a illuminarti con l’insegnamento delle verità celesti, a confortarti con le sue grazie, ad aiutarti in ogni guisa, perché un giorno avessi poi ad essere con Lui unito per sempre. Così ti amava Iddio. Ma vi era forse in te alcun merito a tanto amore, oppure aveva Iddio alcun obbligo di così amarti? Mai no. Tuttavia Egli ti amò gratuitamente e di amore eterno: In charitate perpetua dilexi te. (IER. XXXI, 3). – Ma ecco che questo Dio che nel suo pensiero ti amava da atta l’eternità si pone per te ad attuare i suoi disegni d’amore. Per te crea il mondo con tutte le sue meraviglie e per te lo conserva. Per te incessantemente somministra alle creature la forza che le sostiene e la costanza che le fa resistere; per te fa spuntare il sole sull’orizzonte, fa brillare le stelle, fa discendere le piogge, fa vivere gli animali, fa germogliare le piante e produrre i frutti, per te insomma apre la sua mano divina a spargere su tutti gli esseri la sua benedizione e a diffondere nei medesimi la vita. E poi con le sue stesse mani prende la creta e forma il tuo corpo, e dalla sua bocca spira in te l’alito di vita. E con quest’alito ti dà l’intelletto, la volontà, la libertà, la memoria, l’immaginazione, i1 cuore, il pensiero, la parola e tanti altri doni che formano di te il re della creazione. Più ancora, Egli ti innalza ad uno stato meraviglioso e soprannaturale, sicché gli Angeli fuori di sé per lo stupore, vanno chiedendo a Dio: E chi è mai l’uomo che tu hai fatto sì grande, ed al quale hai rivolte tutto le tenerezze del tuo cuore? Quid est homo quia magnificas eum? aut quid apponis erga eum cor tuum? (IOB. VII, 17) Ma ciò non è tutto. Poiché sgraziatamente per la colpa sei caduto dalla tua grandezza, e sei precipitato in un abisso di miserie, per rialzartene impone al suo Figlio Divino di lasciare il cielo, venire in terra, di farsi uomo e di sacrificarsi per te. Ed eccolo, questo Divin Figlio, obbediente alla voce del suo divin Padre, nascere in una povera stalla e fra gli orrori di una cruda stagione, eccolo sottostare alle persecuzioni di un re geloso e pigliar la via dell’esilio, eccolo menare la vita prima tra gli stenti e tra le fatiche nell’umile bottega di un fabbro falegname, e poi tra l’ingratitudine, il disprezzo, e le minacce di uomini protervi ed invidiosi; eccolo oppresso dal timore, dal tedio, dalla tristezza mortale agonizzare e sudar sangue in un orto; eccolo dopo aver passato tra un popolo facendo del bene e dando a tutti gli infermi la sanità, lasciarsi catturare come vile malfattore, trascinare carico di catene dall’uno all’altro tribunale, flagellare orrendamente a sangue, incoronare di spine e condannare iniquamente a morte; eccolo al fine, portata Egli medesimo la croce sulla cima di un monte, lasciarsi affiggere ed inalberare su di essa, e su di essa dopo aver agonizzato per tre ore in un mar di tormenti, spirar l’ultimo fiato. Oh amore! oh amore! Ben ha ragione l’Apostolo S. Giovanni di esclamare: Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret. (III, 16) Ma pure ciò non basta ancora. Perciocché questo Figlio Divino, che dopo essersi sacrificato per noi sulla croce, deve risorgere e salire al cielo per preparare lassù un luogo anche a noi, prima di salirvi Egli trova il modo di rimanere in mezzo a noi con la sua reale presenza sino alla fine del mondo, di perpetuare tra di noi il sacrificio di se stesso al suo Divin Padre per la nostra salute, di diventare il cibo spirituale e celeste delle anime nostre. O Santissima Eucarestia, non ci parli tu in modo sopra ogni altro eccellente dell’amore immenso di Dio per noi? Sì, senza dubbio, per te tutti gli amori sono vinti; per te, Iddio ha esaurite le ricchezze della sua bontà; per te ci ha dato tutto ciò che poteva darci: Sic Deus dilexit! – Or bene, o miei cari, di questo immenso amore di Dio per noi è simbolo per l’appunto il Sacratissimo Cuore di Gesù. Epperò questo Cuore Sacratissimo, quando pure non fosse altro che il segno simbolico di quest’amore, giustissimamente sarà da noi adorato, perché in sostanza l’adorazione nostra avrà per oggetto supremo alcunché di divino. Forse che gli uomini, e coloro medesimi che insultano le pratiche del culto cattolico, non tributano ancor essi un qualche culto a quei segni che ci ricordano qualche cara persona o simboleggiano qualche sua bella dote? Perché talvolta sì grande venerazione ed amore ad una spada, ad un abito, ad uno strumento, ad un piccolo ritratto, ad una ciocca di capelli, ad un fiore appassito? Quegli eretici e quegli increduli che con tanta facilità si fanno a qualificare di superstizioso ed idolatrico il culto che noi, veri Cattolici, rendiamo ai simboli ed alle memorie delle perfezioni di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine e dei Santi, si mettono in aperta contradizione con se stessi. Perciocché tra cotesti eretici ed increduli v’hanno sin di coloro, che conservano religiosamente il cuore di Zwinglio, uno dei laro maestri, di coloro che mostrano ed onorano i calzoni di Lutero, di quelli che tengono in devota venerazione il bastone e la tabacchiera di Voltaire! Tanto è vero anzi tutto che chi cessa di essere religioso e credente e si fa a beffare la religione e la fede, diventa egli credulo e superstizioso, e tanto è vero altresì che tale è l’istinto naturale del nostro cuore, che ne spinge a legare ad un oggetto qualsiasi il ricordo delle altrui virtù e i più cari sentimenti dell’altrui stima e dell’altrui amore. Ora se tributasi un culto ad un segno che ricordi una persona umana, ad un simbolo di una qualche sua rara qualità, non si dovrà tributare un culto, ed il culto supremo, il culto di adorazione, a quel Cuore che ci ricorda e ci simboleggia la carità di un Dio per noi? Sì, certamente, anche per sola ragione il Cuore Sacratissimo di Gesù è Cuore adorabile.

II. — Ma ciò non basta. Il Cuore di Gesù vuol essere adorato, perché fu in realtà il principale strumento dell’amor divino per noi, l’organo che risentì maggiormente tutti gli affetti e tutti gli strazi, a cui Gesù Cristo fu assoggettato nel compiere l’opera della nostra redenzione. Ponete ben mente. Come nei corpi vi ha un centro di gravitazione, così ve ne ha uno nella nostra vita fisica e morale, e questo centro di azione della nostra doppia vita è il cuore. Io non ignoro che vi sono degli scienziati che contrastano al cuore la sovranità che i popoli gli attribuiscono, volendo far cadere ciò che essi chiamano il prestigio e la poesia del cuore. Ma checché essi dicano e scrivano, non riusciranno tuttavia giammai ad impedire che il cuore sia in realtà l’organo che principalmente si risente delle affezioni dell’anima. Esso è per così dire il termometro di quella interna atmosfera, che a seconda dei casi, or lieti, or tristi, or piacevoli, ora dolorosi, invade l’anima. Di fatti a seconda di tali casi ora balza nel petto, ora accelera i suoi battiti., ora si dilata, ora si restringe, ora si infiamma, ora si raffredda, ora si consuma ed ora vien meno. Ma fra tutte le passioni dell’anima tiene il primo posto l’amore; anzi, come insegna l’Angelico dottore S. Tommaso, non vi ha alcuna passione, che non presupponga l’amore e della quale l’amore non sia fonte. Perocché in tutta la vita dell’uomo è propriamente l’amore, che con il suo movimento le dà impulso. L’intelligenza guarda, la volontà comanda, ma l’amore è quello che va ed eseguisce; l’amore spira, l’amore chiama, l’amore si slancia, l’amore si precipita, l’amore gravita traendo seco tutto ciò che gravita intorno a lui: essendo che dove tende il nostro amore, là tendono i nostri desiderii ed aspirazioni, le nostre parole, le nostre opere, le nostre virtù, e pur troppo anche i nostri vizi, secondo che il nostro amore è ordinato o disordinato. Quæcumque feror, amore feror, ha detto assai egregiamente S. Agostino, perché pondus meum, amor meus; il peso della mia vita è il mio amore. Se adunque fra tutte le passioni dell’anima tiene il primo posto l’amore, e se il cuore è nel corpo umano l’organo che più si risente delle passioni dell’anima, è chiaro perciò che il cuore è l’organo che per eccellenza sente e misura la passione dell’amore. Non basta. Il cuore situato, quasi sovrano degli altri organi, pressoché in mezzo del corpo, è desso che mette in moto senza alcuna posa il sangue e lo manda a nutrire tutte le altre parti del corpo, e ad infondere in esse la vita. Cosicché quando taluno arriva a questa prova suprema di amore per alcun altro, da versare per lui il suo sangue, in quest’uomo generoso è il cuore propriamente che si esaurisce e che col sangue spinge fuori di sé la vita. – Ciò riconosciuto, torna facilissimo il vedere come il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo non sia soltanto il simbolo dell’amore divino per noi, ma ancora lo strumento di tale amore, quell’organo, che nel corpo di Gesù Cristo per cagione di tale amore provò le più vive sensazioni, l’organo anzi, da cui l’amore divino mandò fuori il sangue preziosissimo col quale si operò la nostra redenzione. Difatti era nel Cuore di Gesù Cristo intenerito, che Iddio si inteneriva alla vista dei fanciulli e provava un’insolita gioia nell’accarezzarli e nel benedirli. Era in questo Cuore infiammato, che Dio si infiammava di santo sdegno al pensiero di chi avrebbe scandalizzate queste animucce da Lui predilette. Era in questo Cuore commosso dei sordi, dei muti, degli storpi, dei lebbrosi, degli ossessi, dei peccatori, e si sentiva spinto a manifestare in loro prò, la sua potenza e la sua bontà. Era in questo Cuore dilatato che Dio dilatava la sua bontà nell’intrattenersi con gli Apostoli, con i discepoli, con gli amici e confidenti, facendo loro intendere parole di vita eterna. Era in questo Cuore balzante nel petto di Gesù, che Iddio in quell’istante da Lui tanto sospirato giubilava di allegrezza instituendo il Sacramento dell’amore. Era in questo Cuore insomma, che Iddio sentiva tutte quante le espressioni molteplici della sua passione d’amore per gli uomini. Ma fu da questo Cuore soprattutto, che nell’agonia del Getsemani, oppresso dalla paura, dal tedio e dalla tristezza, alla vista degli acerbissimi patimenti cui andava incontro, dei peccati degli uomini che gli gravitavano sopra, e delle nere ingratitudini, fu da questo Cuore, dico, che Iddio risospinse il sangue che trasudava per tutte le membra del corpo di Gesù Cristo, e gocciolava a terra. Fu per questo Cuore che sulla croce, esausto ormai per il sangue versato nella flagellazione, nella coronazione di spine e nella crocifissine, manifestò la sete divina di tutte le anime del mondo. Fu infine da questo Cuore, che ferito dalla lancia di un soldato, fece uscire le ultime gocce di sangue e di acqua che ancor vi restavano, per figurare quei fiumi di grazia che avrebbe versato mai sempre sopra di noi, per mezzo de’ suoi Sacramenti. – Or dunque se il Cuore di Gesù Cristo è desso propriamente il centro di tutti i movimenti amorosi di Dio per noi, e lo strumento precipuo di cui Iddio si valse in tutte le prove che Egli ci ha dato della sua carità divina, e specialmente nelle supreme, se insomma il Cuore di Gesù è la sede dell’amore di Dio per gli uomini, non merita esso il nostro culto, ed il culto supremo di adorazione? Sì, senza dubbio, perché adorando questo Cuore, noi adoriamo, come siamo in dovere, la carità divina. Epperò ben a ragione la Chiesa, nostra sapientissima ed infallibile maestra, nell’atto stesso che chiama con tanta proprietà il Cuore di Gesù Vittima di carità, ci invita ripetutamente ad adorarlo: Cor Jesu, charitatis victimam, venite adoremm. Sì, il Cuore di Gesù Cristo fu la parte principale di quella Vittima umana-divina che si sacrificò per la salute del mondo, epperò « è ben degno di ricevere la virtù, e la divinità, e la sapienza, e la fortezza, e l’onore, e la gloria, e la benedizione, » (Ap. V, 12) è ben degno insomma di essere adorato.

III. — Ma ecco un’ultima e suprema ragione, per cui al Sacratissimo Cuore è dovuto il culto di adorazione. La verità che forma la base, il centro ed il fine di nostra santa Religione, è la Divinità di Gesù Cristo. Se Gesù Cristo non fosse Dio, come spiegare l’esistenza del Cristianesimo? Ogni effetto suppone una causa; e come il mondo con la sua esistenza, con i suoi movimenti, con le sue bellezze ed armonie ci fa credere al supremo Creatore e Governatore, così il mondo cristiano, che si trova sparso da per tutto e che, sebbene in apparenza più piccolo dell’universo, è in realtà di una grandezza immensamente superiore, ci deve far credere a Gesù Cristo Dio, che lo ha fondato ed ordinato. Senza la divinità di Gesù Cristo, il Cristianesimo sarebbe un cumulo di effetti i più mirabili senza causa, di opere le più sorprendenti senza fattore. Anzi, se Gesù Cristo non fosse Dio, non solo non si potrebbe spiegare l’esistenza del Cristianesimo, ma questo, come immenso edificio campato in aria senza fondamento ed esposto alla furia di tutti i venti, dovrebbe tosto sfasciarsi e andare in rovina. Ma quale verità vi ha mai, che sia meglio comprovata della divinità di Gesù Cristo? Venuto Egli al inondo per salvarlo, si è fatto perciò vero uomo, prendendo la nostra umana natura. Ma prendendo nella sua Persona la nostra umana natura, non lasciò di conservare la natura divina e di restare vero Dio, quale già esisteva ab aeterno, Figliuolo di Dio eguale al Padre ed allo Spirito Santo, con essi Creatore del Cielo e della terra, e Padrone assoluto di tutte le cose. E vero Dio lo dissero i profeti, che tanti secoli innanzi la sua venuta, illuminati da Lui, ne annunziarono la nascita, la vita, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al Cielo con tutte le loro circostanze più minute e particolari. Vero Dio lo credettero gli uomini dell’antico testamento, sospirando che Ei rompesse i cieli e ne scendesse a rallegrarli con il suo divino aspetto. Vero Dio si proclamò Egli stesso in faccia ai suoi discepoli e confidenti, in faccia al popolo ed ai magistrati, nel corso della sua vita e al punto stesso della morte. Vero Dio lo manifestarono il suo spirito il più sublime ed il più semplice ad un tempo, il suo Cuore il più amante e il più puro, la sua volontà la più ferma e la più retta. Vero Dio lo chiarirono i miracoli d’ogni sorta da Lui operati sugli infermi risanandoli da ogni languore, sui morti risuscitandoli in vita, sul mare e sui venti burrascosi acquietandoli all’istante, su pochi pani e pochi pesci moltiplicandoli per saziare migliaia di persone. Vero Dio lo dimostrarono le profezie fatte da Lui medesimo sulla sua morte, sulle circostanze che la accompagnarono, sulla gloriosa sua risurrezione, sull’eccidio di Gerusalemme, sulle tribolazioni e morte de’ suoi discepoli, sulla conversione del mondo, sulla diffusione del Vangelo, sullo stabilimento della sua Chiesa e sull’immortale sua vita. Vero Dio lo proclamarono i Giudei medesimi, amici e nemici, quelli con l’abbracciarne la religione, questi con il dannarlo a morte, sotto il mendicato pretesto che Ei facevasi Dio. Dio lo gridarono gli stessi soldati romani che, per ordine di Pilato, messolo in croce, avevano assistito al suo estremo supplizio. Dio lo dimostrarono l’oscurarsi del sole, il tremar della terra, il piangere di tutta la natura, come sulla tomba del suo divino Autore; Dio lo palesò la sua gloriosa risurrezione che atterrì le guardie, e pose in scompiglio e tolse persino il senno ai capi della Sinagoga; Dio lo predicarono da un capo all’altro della terra gli Apostoli, operando col nome suo non mai visti né uditi prodigi, dando tutti la vita in conferma di questa verità essenziale; Dio lo riconobbe il mondo pagano, che a Lui rapidamente si diede, abbandonando gli adorati idoli, rovesciandone gli altari, distruggendone i templi, e sulle loro rovine piantando e adorando la croce; Dio lo confessarono in ogni tempo sulle grate infuocate, tra le fauci delle fiere, sulla punta delle spade milioni di martiri di ogni età, sesso e condizione, morendo con giubilo e gridando: « Gesù Cristo è Dio, Lui adoriamo: con Lui regneremo in eterno. » Dio lo ossequiarono le menti più colte, i guerrieri più prodi, i Signori ed i Monarchi più potenti. Dio lo mostra ancora la sua Religione, la sua Chiesa, combattuta sempre, e vinta non mai. Dio lo manifesta l’amore invincibile che dopo tanti secoli di sua mortale carriera, a malgrado di tante persecuzioni, a costo di tanti sacrifici gli serbano i popoli, come figli ad un padre morto pur ora. Dio finalmente lo attesta quell’odio medesimo, così costante e così implacabile, che ebbero contro di Lui i suoi nemici, ed i bestemmiatori del suo santo Nome. Perciocché l’odio feroce contro Gesù Cristo si trova forse negli adoratori e amanti di Dio? Ah! l’odio che costoro professano contro Gesù Cristo è figlio della fede che hanno in Lui, e dall’accento con cui dicono: « Gesù Cristo non è Dio » è facile conchiudere « Gesù Cristo è Dio. » Sì, Gesù Cristo è Dio, ecco l’affermazione universale e perpetua dell’umanità. E contro di questa affermazione potrà levarsi per poco l’orgoglio degli anni giovanili, gettati in preda alle passioni, l’orgoglio più altero di una scienza vana e falsa, l’orgoglio anche più sfrenato di un esito apparentemente felice nella guerra ingaggiata contro l’opera di Gesù Cristo stesso: ma quando le passioni sono calmate, quando l’ebbrezza della scienza mondana è passata, quando la sventura ha colpito e fiaccato d’un tratto l’umana alterigia, allora, salvo rarissime eccezioni, si ritorna a quell’affermazione, che nostra madre tenendoci stretti alle sue ginocchia ci faceva ripetere negli anni dell’infanzia: « Figlio mio, chi è Gesù Cristo? » — « O mamma, Gesù Cristo è Dio. » In Gesù Cristo adunque, Verbo divino fatto carne per la nostra salute, vi sono due nature, la natura divina e la natura umana, ma non vi ha che una sola Persona, la Persona divina. Ora poiché tanto la natura divina, quanto la natura umana sussistono nella sola Persona divina di Gesù Cristo, sia che si riguardi Gesù Cristo secondo la natura divina, sia che si riguardi secondo la natura umana, sia che si consideri in Lui lo spirito purissimo che è come Dio, sia che si consideri la carne di cui Egli, seconda Persona della SS. Trinità, si rivestì nel venire sulla terra ad operare la nostra redenzione, sempre vuol essere onorato col supremo culto di adorazione, con cui si onora la Divinità. E la ragione di ciò, del tutto conforme alla dottrina della Chiesa, è assai chiaramente espressa da S. Giovanni Damasceno. Egli dice: « Uno è Gesù Cristo, perfetto Iddio e perfetto uomo, che noi col Padre e con lo Spirito Santo adoriamo di una sola adorazione insieme con la Carne Immacolata. Né ricusiamo di adorare la Carne, poiché l’adoriamo nella Persona del Verbo, che in sé l’ha assunta; né per questo adoriamo una creatura, poiché non adoriamo la Carne presa da sé sola, ma come congiunta alla divinità, e perché le due Nature di Lui sono unite nella Persona del divin Verbo. » Così adunque, come ci spiega questo Santo, anche la Carne assunta da una Persona divina, vuol essere da noi adorata. Epperò ben a ragione la Chiesa, fin dal V° Concilio Ecumenico, contro di coloro che avrebbero voluto sottrarre al culto di adorazione la Carne di Gesù Cristo, pronunziò questa condanna: « Se alcuno ricusa di adorare con una sola e medesima adorazione il Verbo divino e la Carne ond’è rivestito … sia scomunicato. » – Or bene, o miei cari, quello che la dottrina Cattolica stabilisce relativamente a tutta l’Umanità di Gesù Cristo, si ha da dire anche in particolare del suo Cuore. Esso è una parte nobilissirna della stessa Umanità di Gesù Cristo, e per conseguenza con tutto il restante di essa è veramente e realmente unito alla Persona del Divin Verbo, anzi come tutta la restante Umanità non altrimenti sussiste ed esiste se non per questa stessa vera e reale unione. Quindi è, che questo cuore non è solamente il cuore di un uomo per quanto nobile, eccellente e santo, ma è il cuore di un Uomo-Dio, è il cuore della seconda Persona divina, incarnatasi e fattasi uomo, in una parola è, a tutto rigore, il cuore di un Dio. Se adunque il Cuore di Gesù Cristo, il suo Cuore reale, appartiene all’integrità personale di Gesù Cristo e devesi sempre considerare unito alla Divina Persona di Lui, deve essere adorato, e adorandolo altro non si fa che adorare tutto intero Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. E se vi ha chi stoltamente ci deride e ci compassiona, quasi idolatri, perché nella divozione al Sacro Cuore gli rendiamo il culto supremo di adorazione, riconosciamo che egli piuttosto meriterebbe di essere deriso e compassionato per la sua ignoranza. – Ma più ancora prendiamo di lì eccitamento ad onorare sempre più profondamente quel Cuore che tanto merita di essere onorato. Il santo Re David nel condurre l’Arca del Signore  in luogo più degno, deposta la reale maestà, camminando innanzi all’arca, faceva atti di santa gioia e di profonda umiliazione. Lo vide dalla finestra sua moglie Michol, ed oltre all’averlo disprezzato nel suo cuore, si fece ancora in seguito a schernirlo con amare parole. Ma il santo re tosto le rispose: « Al cospetto del Signore io mi abbasserò e mi renderò ancor più abbietto di quel che ho già fatto, perché si tratta del mio Dio. » Così, o carissimi, al disprezzo, con cui taluno ricoprisse la vostra pietà, il vostro culto al Sacro Cuore di Gesù, rispondete sinceramente in cuor vostro: Al cospetto del Cuore adorabile di Gesù Cristo mi abbasserò e mi umilierò anche di più, perché il Cuore di Gesù Cristo è Cuore di Dio. Sì, o Cuore Sacratissimo di Gesù, Cuore simbolo per eccellenza dell’amore di Dio per noi, Cuore sede e strumento di tale amore, Cuore realmente divino, noi vi presteremo mai sempre l’omaggio delle nostre adorazioni. Come vi hanno adorato gli Angeli al primo vostro comparire sulla terra e come oggi vi adorano i beati tutti del Cielo, così vi adoriamo anche noi. Vi adoriamo con la mente ed inchiniamo dinnanzi a Voi tutte le sue facoltà; vi adoriamo col cuore e vi offriamo i suoi affetti; vi adoriamo col corpo e vi pieghiamo riverenti le nostre ginocchia. E Voi nella bontà vostra infinita, degnatevi di gradire gli omaggi della nostra totale adorazione e di compensarli per modo che, un giorno, possiamo venire a perpetuarli lassù nel regno dei cieli, con gli Angeli e coi Santi. Così sia.

PASSIONE, RESURREZIONE E TRIONFO FINALE DI GESU’ CRISTO NELLA SUA CHIESA

PASSIONE, RESURREZIONE E TRIONFO FINALE DI GESU’ CRISTO NELLA SUA CHIESA.

[Mons. G. De Segur. “Œvres” tom. X, 3a Ed.: “Je crois” PARIS LIBRAIRIE SAINT – JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR; 112, RUE DE RENNES, Ed. 1887]–

Cap. III,
GESÙ-CRISTO REDENTORE E CAPO DELLA CHIESA

Gesù-Cristo e la Chiesa formano un tutt’uno indivisibile; la sorte dell’Uno, è la sorte dell’altra; e così come dove si trova la testa, là deve ugualmente trovarsi il corpo, allo stesso modo i misteri che si sono compiuti in Gesù-Cristo, durante la sua vita terrena e mortale, devono compiersi nella sua Chiesa durante la sua vita militante quaggiù. Gesù-Cristo ha avuto la sua Passione e la sua Crocifissione. La Chiesa deve anch’essa avere la sua Passione e la sua crocifissione finale. Gesù-Cristo è resuscitato ed ha trionfato miracolosamente sulla morte. La Chiesa resusciterà, e trionferà su satana ed il mondo, con il più grande e prodigioso dei miracoli: quella della resurrezione istantanea di tutti gli eletti, nel momento in cui Nostro-Signore Gesù-Cristo, attraversando i cieli, ne discenderà pieno di gloria con la sua Madre santa e tutti i suoi Angeli. Infine Gesù-Cristo, Capo della Chiesa, è salito corporalmente in cielo nel giorno dell’Ascensione: a sua volta la Chiesa, resuscitata e trionfante, salirà in cieli con Gesù per gioire con Lui, nel seno di Dio, della beatitudine eterna. Noi non conosciamo in maniera certa « né il giorno né l’ora » (Vigilate et orate, quia nescitis diem neque horam. – Ev. S. Matth., c. XV, 13.), in cui avverranno tali cose. Ciò che sappiamo, in modo generico ma infallibile, perché rivelato da Dio, è che « la fine verrà quando il Vangelo sarà predicato nel mondo intero, al cospetto di tutti i popoli. » (Et prædicabitur hoc Evangelium regni in universo orbe, in testimonium omnibus gentibus: et tunc veniet consummatio. – Ibid., XXIV. 14.). Ciò che noi sappiamo, è che prima che queste cose supreme e spaventose si avverino, e che costituiscono la Passione della Chiesa ed il regno dell’antiCristo, si avrà, dice San Paolo, l’apostasia (Nisi venerit discessio primum. – II ad Thess., II, 3.): l’apostasia ufficiale delle nazioni cristiane, l’apostasia generale o quasi generale dalla fede della santa Chiesa e dal Pontefice Romano (Defectio et rebellio illa insignis, plena et generalis qua scilicet pleræque et passim omnes gentes discedent et déficient tum a Romano Pontifice et Ecclesia, tum a fide et Christo. – Corn. a Lap., in loc. cit.). Infine, ciò che noi sappiamo, è che in questa epoca spaventosa, il carattere generale della malattia delle anime, sarà il rilassamento universale della fede ed il raffreddamento dell’amore divino, in seguito al sovrabbondare dell’iniquità. Agli Apostoli, che avevano domandato a nostro Signore, da quali segni i fedeli avessero potuto riconoscere l’avvicinarsi degli ultimi tempi, Egli rispose loro: dapprima ci saranno grandi seduzioni, e molti falsi dottori, molti seminatori di false dottrine riempiranno il mondo di errori seducendone un gran numero (Tunc scandalizabuntur multi. Et multi, pseudoprophetæ surgent, et seducent multos. – Ibid., 10, 11.); poi ci sarebbero state grandi guerre e si sarebbe sentito parlare solo di grandi combattimenti, e che regno si sarebbe levato contro regno (Auditum enim estis prœlia et opiniones prœliorum… Consurgent enim gens in gentem, et regnum in regnum. – Ibid., 6, 7.); – che da ogni luogo poi si avranno flagelli straordinari, malattie contagiose, eidemie, carestie e grandi tremori di terra (Et erunt pestilentiæ, et famés, et terræ motus per loca. – Ibid., 7.) . « E tutto questo, aggiunse il Salvatore, non sarà che l’inizio “dei dolori” (Hæc autem initia sunt dolorum. – Ibid., 8.). satana e tutti i demoni ne saranno la causa e, sapendo che non resta loro molto tempo, raddoppieranno il furore contro la santa Chiesa: faranno un ultimo sforzo per annientare, distruggere la fede e tutta l’opera di Dio. La rabbia della loro caduta distruggerà la natura, (Projectus est (satanas) in terram, et angeli ejus cum illo missi sunt…Væ terræ, et mari, quia descendit diabolus ad vos, habens iram magnam, sciens quod modicum tempus habet. – Apoc, XII, 9, 12.), i cui elementi, come detto, resteranno fino alla fine sotto le influenze malefiche degli spiriti cattivi. Allora comincerà la più terribile persecuzione che la Chiesa abbia mai conosciuto, degna delle atroci sofferenze che il suo divin Capo ebbe a soffrire nel suo corpo sacratissimo, a partire dal tradimento di Giuda. Nella Chiesa pure ci saranno scandalosi tradimenti, immense e lamentevoli defezioni; davanti all’astuzia dei persecutori e l’orrore dei supplizi, molti cadranno, anche tra i sacerdoti, anche tra i Vescovi: « le stelle dei cieli cadranno », dice il Vangelo. E i Cattolici fedeli saranno odiati da tutti, a causa di questa stessa fedeltà (Multi venient in nomine meo, … et multos seducent… Tunc tradent vos in tribulationem, et occident vos: et eritis odio omnibus gentibus propter nomen meum. – Ev. S. Matth., XXIV, 5, 9.) . Allora, colui che S. Paolo chiama « l’uomo del peccato ed il figlio della perdizione » (Homo peccati, filius perditionis. – II ad Thess., II, 3.) l’antiCristo, comincerà il suo regno satanico e dominerà tutto l’universo. Egli sarà investito dalla potenza a dalla malizia di satana (Et dedit illi draco virtutem suam et potestatem magnam. – Apoc. XIII 2.). egli si farà passare per il Cristo, per il Figlio di Dio; si farà adorare come Dio, e la sua religione, che non sarà altra cosa se non il culto di satana e dei sensi, si ergerà sulle rovine della Chiesa e sui detriti di tutte le false religioni che copriranno allora la terra (Adversatur et extollitur supra omne quod dicitur DEUS, aut quod colitur, ita ut in templo DEI sedeat ostendens se tamquam sit DEUS. – II ad Thess. II, 4.). L’antiCristo sarà una sorta di Cesare universale, che estenderà il suo impero su tutti i re, su tutti i popoli della terra; questo sarà un’infame parodia del Regno universale di Gesù-Cristo. satana gli susciterà un “sommo sacerdote”, parodia sacrilega del Papa; e questo sommo sacerdote farà predicare ed adorare l’antiCristo su tutta la terra. Per virtù di satana farà grandi prodigi, fino a far scendere fuoco dal cielo in presenza degli uomini; e per mezzo di questi prestigi, sedurrà l’universo. Egli farà adorare, sotto pena di morte, l’immagine dell’antiCristo; e questa immagine sembrerà vivere e parlare; ugualmente, sotto pena di morte, comanderà che tutti, senza eccezione, portino in fronte e sulla mano destra il segno della bestia, cioè il segno dell’antiCristo. Chiunque non porterà questo segno, non potrà né vendere né comprare, chiunque esso sia (Et vidi aliam Bestiam… Et potestatem prioris Bestiæ omnem faciebat in conspectu ejus: et fecit terram, et habitantes in ca, adorare Bestiam primam… Et fecit signa magna ut etiam ignem faceret de cœlo descendere in terram in conspectu hominum. Et seduxit habitantes in terra propter signa, quæ data sunt illi facere in conspectu Bestiæ, dicens habitantibus in terra, ut faciant imaginem Bestiæ… Et datum est illi ut daret spiritum imagini Bestiæ, et ut loquatur imago Bestiæ: et faciet ut quicunque non adoraverint imaginem Bestiæ, occidantur. Et faciet omnes… habere characterem in dextera manu sua, aut in frontibus suis. Et ne quis possit emere aut vendere, nisi qui habet characterem aut nomen Bestiæ. – Apoc. XIII, 11-17). Intorno all’immagine dell’antiCristo, i prestigi di satana saranno tali, che quasi tutto il mondo li scambierà per veri miracoli; e gli eletti stessi alla lunga potranno essere sedotti ; ma a causa degli stessi eletti, il Signore abbrevierà questi giorni (Dabunt signa magna et prodigia, ita ut in errorem inducantur (si fieri potest) etiam electi… Sed propter electos breviabuntur dies illi. – Ev. Matth., XXIV, 22, 24). « L’abominio della desolazione regnerà nel luogo santo (Cum videritis abominationem desolationis,… stantem in loco sancto. (Ibid., 15.) », per tre anni e mezzo, durante « quaranta due mesi (Et data est ei potestas facere menses quadraginta duos. – Apoc, XIII, 5.) », corrispondenti alle quarantadue ore che sono trascorse, come abbiamo già detto, dall’inizio delle tenebre della crocifissione di Gesù, il Venerdì Santo, fino all’ora della resurrezione, la Domenica di Pasqua, al sorgere del sole. Benché sempre visibile e composta dai suoi elementi essenziali, la Chiesa sarà, in tutto questo tempo, crocifissa, come morta e sepolta. Sarà dato all’antiCristo di vincere i servi di Dio e di far piegare, sotto il suo giogo, tutti i popoli e tutte le nazioni della terra; e, salvo un piccolo numero di eletti, tutti gli abitanti della terra lo adoreranno, nel tempo stesso in cui adoreranno satana, autore della sua potenza (Et datum est illi (Bestiæ) bellum facère cum sanctis, et vincere eos. Et data est illi potestas in omnem tribum, et populum, et linguam, et gentem: et adoraverunt eam omnés qui inhabitant terram, quorum non sunt scripta nomina in Libre vitæ Agni… Et adoraverunt draconem, qui dedit potestatem Bestiæ; et adoraverunt Bestiam. (Ibid., VII, 8,4.). Se in precedenza il feroce Diocleziano ha potuto credere per un istante che egli avesse definitivamente distrutto il nome di Cristiano, che sarà in quei tempi dei quali quelli di Diocleziano e di Nerone non saranno che un pallido simbolo? L’antiCristo proclamerà orgogliosamente la decadenza del Cristianesimo, e satana, padrone del mondo, si crederà per un istate essere il vincitore. Ma nello stesso tempo, come ci insegnano le Scritture e la Tradizione, si leveranno contro l’antiCristo « i due grandi testimoni (Et dabo duobus testibus meis. (Ibid., XI, 3) » di Gesù-Cristo, riservati per questi ultimi giorni, vale a dire il Patriarca Henoch ed il Profeta Elia, che non sono morti, come espressamente insegna la Scrittura. Essi verranno a predicare le vie del Signore,  predicheranno Gesù-Cristo ed il regno di Dio per mille e duecentosessanta giorni, cioè per la quasi intera durata del regno dell’antiCristo. La virtù di Dio li proteggerà e li conserverà. Essi avranno il potere di chiudere il cielo ed arrestare la pioggia per tutto il tempo della loro missione … avranno il potere di cambiare le acque in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di piaghe. (Et prophetabunt diebus mille ducentis sexaginta… Et si quis voluerit eis nocere, ignis exiet de ore eorum, et dévorabit inimicos eorum: et si quis voluerit eos lædere, sic oportet eum occidi. Hi habent potestatem claudendi cœlum, ne pluat diebus prophetiæ ipsorum; et potestatem habent super aquas convertendi eas in sanguinem, et percutere terram omni plaga quotiescumque voluerint. – Ibid., 3, 4, 5, 6.). Essi faranno miracoli senza numero, simili a quelli di Mosè ed Aronne (se ne può vedere la recita profetica in diversi passaggi dell’Apocalisse, la quale, come ognuno sa, è la grande profezia degli ultimi tempi della Chiesa), quando combatterono in Egitto l’empio faraone e prepararono la liberazione del popolo di Dio. Come Mosè ed Aronne, i due testimoni di Gesù-Cristo scuoteranno l’impero ed il prestigio del “maledetto”. Non di meno, questi perverrà ad impossessarsi di loro, ed essi subiranno il martirio … « là dove è stato crocifisso il Signore (In plateis civitatis magnæ, ubi et Dominus eorum crucifixus est. (Apoc, XI, 8), » vale a dire a Gerusalemme; o forse a Roma, ove l’ultimo Papa sarà stato crocifisso dall’antiCristo, secondo una tradizione immemorabile … Dopo tre giorni e mezzo, i due grandi precursori del Re di gloria, resusciteranno davanti a tutti i popoli, saliranno in cielo su di una nube, nel corso di un tremendo terremoto che seminerà il terrore dappertutto. (Et post dies très, et dimidium, spiritus vitæ a Deo intravit in eos. Et steterunt super pedes suos, et timor magnus cecidit super eos, qui viderunt eos … Et ascenderunt in cœlum in nube… Et in illa hora factus est terræ motus magnus. – Ibid,, 11, 12, 13.). Per mostrare la sua potenza, l’antiCristo, scimmiottando la trionfale Ascensione del Figlio di Dio e dei grandi Profeti, tenterà anch’egli di salire in cielo, in presenza dell’élite dei suoi adepti. Ed allora Nostro Signore Gesù-Cristo, simile al fulmine che squarcia il cielo dall’Oriente all’Occidente, apparirà improvvisamente sulle nubi, in tutta la maestà della sua potenza (Sicut enim fulgur exit ab oriente, et paret usque in occidentem; ita erit et adventus Filii hominis… Et videbunt Filium hominis venientem in nubibus cœli cum virtute multa et majestate. (Ev. S. Matth., XXlV, 27, 30.), colpendo con il suo soffio sia l’antiCristo, sia satana ed i peccatori. Tutto questo è predetto in termini formali (Ipse Dominus in jussu, et in voce Archangeli, et in tuba Dei, descendet de cœlo. – I ad Thess., IV, 15.). Come abbiamo detto, l’Arcangelo Michele, il principe della milizia celeste, farà udire in tutta la terra il grido di trionfo che resusciterà tutti gli eletti (Et mittet Angelos suos cum tuba et voce magna; et congregabunt electos ejus. – Ev. S. Malth., XXIV. 31). Questo sarà il “Consummatum est” della Chiesa militante, che entra per sempre nella gioia del Signore. Questa « voce dell’Arcangelo » sarà accompagnata da una combustione universale, che purificherà e rinnoverà tutte le creature profanate da satana, dal mondo e dai peccatori. La Fede ci insegna, in effetti, che nell’ultimo giorno, Gesù-Cristo deve venire a giudicare il moldo con il fuoco (Cum veneris judicare sæculum per ignem. – Rit. Rom.). Questo fuoco vendicatore rinnoverà la faccia della terra in « … una nuova terra e nuovi cieli (Emittes Spiritum tuum … et venovabis faciem terrae. – Psal, CIII, 30. – Et vidi cœlum novum et terram novam. – Apoc. XXI, 1). Come sul Sinai, come nel Cenacolo, lo Spirito-Santo si manifesterà così con il fuoco, in questo giorno fra tutti spaventoso. – Tale sarà la fine terribile e gloriosa della Chiesa militante; tale sarà, almeno per quanto la luce sempre un po’ velata delle profezie ci permette di intravedere, la Passione della Chiesa; tale sarà la sua resurrezione seguita dal suo trionfo: Corpo mistico del Figlio di Dio, essa avrà seguito il suo divin Maestro fino al Calvario, fino al sepolcro, e per questa fedeltà avrà meritato di condividere la sua gloria per sempre.

Gesù-Cristo,  Maestro e Signore del mondo,
porrà fine alla serie dei secoli
con il Giudizio universale.

Nel suo glorioso avvento che porrà fine ai combattimenti della Chiesa, Gesù-Cristo resusciterà dapprima tutti gli eletti (Et mortui qui in Christo sunt résurgent primi. – I ad Thess., IV. 15,) Hæc est resurrectio prima. Beatus et sanctus qui habet partem in resurectione prima! – Apoc., XX, 5, 6), così come noi lo apprendiamo dalle Sante Scritture; e questa terra che non ha visto, per così dire, la Santa Chiesa di Dio, se non umiliata, combattuta, bagnata da lacrime e spesso bagnata dal sangue, la vedrà infine gloriosa e risplendente. «Ora, come dice San Paolo, tutte le creature sono nell’attesa ed aspirano al giorno in cui la gloria dei figli di Dio sarà rivelata, perché subiscono, loro malgrado, il giogo della menzogna. Allora esse saranno liberate dalla schiavitù della corruzione, e parteciperanno alla gloriosa libertà dei figli di Dio (Nam exspectatio creaturæ, revelationem filiorum Dei exspectat. Vanitati enim creatura subjecta est non volens… Quia et ipsa creatura liberabitur a servitute corruptionis, in libertatem gloriæ filiorum DEI. – Ad Rom., VIII, 19-21). » – Il secondo avvenimento cominciato con l’espulsione di satana, la distruzione dell’antiCristo e di tutti i suoi, e con la resurrezione trionfale degli eletti, sembra dover essere, secondo le Scritture, non soltanto un momento, un atto, ma bensì un’epoca, un’epoca di gloria ed un regno tutto spirituale di Dio e della sua Chiesa sulla terra rinnovata; un’epoca corrispondente ai quaranta giorni che hanno separato la Resurrezione e l’Ascensione del Signore (benché ortodosso ed appoggiato sulle Sacre Scritture e da diversi santi Padri venerabili, questo sentimento è stato gravemente compromesso dai grossolani ed assurdi errori dei millenaristi. In seguito non se n’è più occupato e di conseguenza è meno tradizionale. Il dotto Cornelio A Lapide tuttavia ne parla e vi ritorna in più riprese nei celebri commentari sulle Scritture. Forse, nei disegni della Provvidenza, questa questione è specialmente riservata ai dottori cattolici degli ultimi tempi, come il dogma dell’Immacolata Concezione, oppure il mistero del Sacro Cuore. (Si concepisce in effetti, come nella sua misericordiosa provvidenza, Nostro-Signore dia alla sua Chiesa dei lumi più possenti sui grandi misteri dell’antiCristo, del secondo avvento, e del giudizio finale, a mano a mano che i suoi fedeli si avvicineranno a questi giorni solenni e terribili). Quel che è certo, è che essa terminerà con la resurrezione dei riprovati, e con questa grande e terribile assise che si chiama: il Giudizio Finale. Nostro Signore, che nel capitolo XXIV di S. Matteo si è degnato di farci conoscere con tanti dettagli i segni premonitori del suo avvento e della redenzione finale della Chiesa, ci racconta con dettagli non meno sconvolgenti, nel venticinquesimo capitolo delle stesso Vangelo, questa chiusura solenne dei secoli, a cui presiederà di Persona. « Quando il Figlio dell’uomo sarà venuto nella sua maestà, con tutti i suoi Angeli, Egli siederà, ci dice, sul trono della sua gloria; e tutti i popoli saranno radunati davanti a Lui. Egli separerà gli uomini gli uni dagli altri; come il pastore che separa le pecore dai capri … porrà le pecore alla sua destra, ed i capri alla sua sinistra. Allora il Re dirà a coloro che saranno alla sua destra: « Venite, benedetti del Padre mio e prendete possesso del suo regno preparato per voi fin dalle origini del mondo! » E a coloro che saranno alla sua sinistra, Egli dirà: « Allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per i demonio e per i suoi angeli, … ed essi andranno al supplizio eterno, mentre i giusti entreranno nella vita eterna (Cum autem venerit Filius hominis in majestate sua, et omnes Angeli cum eo, tunc sedebit super sedem majestatis suæ: et congregabuntur ante eum omnes gentes, et separabit eos ab invicem, sicut pastor segregat oves ab hædis: et constituet oves quidem a dextris suis, hædos autem a sinistris. Tunc dicet Rex his qui a dextris ejus erunt: Venite, henedicti Patris mei, possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi… Tunc dicet et his qui a sinistris erunt: Discedite a me, maledicti, in ignem æternum, qui paratus est diabolo, et angelis ejus… Et ibunt hi in supplicium æternum: justi autem in vitam æternam. (Ev. S. Matth.. XXV. 31, et seq.). « Ed allora non ci sarà più tempo: la terra ed i cieli spariranno dal volto dell’Agnello e non occuperanno più alcun luogo (Tempus non erit amplius… Et vidi Thronum magnum candidum, et sedentem super eum, a cujus conspectu fugit terra, et cœlum, et locus non est inventus eis. (Apoc., X, (5; XX, 11.) ». Questo sarà l’inizio dell’eternità propriamente detta, che per gli eletti ed i santi Angeli, sarà « il possesso perfetto e tutto intero della vita che non ha fine  –Vitæ interminabilis tota simul perfectaque possessio », e per i demoni ed i riprovati, la perdita assoluta, perfetta, irrecuperabile, intera della vita e della eterna felicità. Sottolineiamo, … io non dico solo l’autorità, ma la divinità di questi oracoli di Gesù-Cristo. Chi altri, se non Dio solo, può tenere un simile linguaggio? Lo dice Egli stesso, è come Figlio di Maria, è come uomo e non solo come Dio, che Gesù-Cristo giudicherà il mondo. È il “Figlio dell’uomo” che presiederà il giudizio universale, in tutto lo splendore della divina maestà e circondato da « tutti i suoi Angeli » (Finius enim hominis venturus est in gloria Patris sui cum Angelis suis. – Ev. S. Matt., XVI. 27.) » Gli Angeli sono con Lui; questi sono i “suoi Angeli”. Meglio, non è solo come Figlio dell’uomo che giudicherà così il cielo e la terra, ma « perché Egli è il Figlio dell’uomo (Et potestatem dédit ei judicium facerc, quia Filius hominis es – Ev. Joan., V, 27.) ». Queste sono le parole proprie nel Vangelo. La regalità universale, il sovrano giudizio, l’onnipotenza sono svelate all’umanità di Gesù-Cristo, inseparabile dalla sua Persona divina; ed in Gesù-Cristo noi non sapremo ripeterlo abbastanza, non è solamente il Dio che bisogna adorare, amare e servire, ma è anche l’Uomo. È ai piedi dell’Uomo che la saggezza umana deve annientarsi, che l’orgoglio umano deve prostrarsi. Là, in effetti, è il mistero della fede, il mistero dell’amore. Chi non crede in Dio? Chi non riconosce Dio come Dio? Ma « il Figlio dell’Uomo, » il piccolo Bimbo di Bethleem, l’umile e povero Gesù del Vangelo, il mondo non lo vuole! Esso lo respinge, non vuole credere in Lui. Nel Giudizio finale, essi lo vedranno, questo Figlio dell’Uomo, più risplendente del sole, nella gloria della eterna maestà. Ma allora sarà troppo tardi: il tempo del merito e della grazia sarà passato; il giorno della retribuzione eterna comincerà immutabile, indivisibile, senza possibili cambiamenti, senza fine. In questo mondo, noi possiamo cambiare, perché abbiamo tempo; da buoni possiamo diventar cattivi, e da cattivi diventare buoni, perché la natura stessa del tempo, che è successivo, ce lo permette; ma nell’eternità, non ci sarà più tempo: la Rivelazione ce lo insegna; la durata dell’eternità è assolutamente una ed indivisibile, tutta intera insieme, “tota simul”; ma è soprattutto perché i dannati non potranno cambiare il loro destino col pentirsi. « La vita eterna » che Gesù-Cristo annuncia ai suoi fedeli, è dunque lo stato immutabile di beatitudine, ove, interamente nella luce, nella gioia, nella felicità assoluta, uniti a Gesù glorificato, così come nel corpo vivente le membra sono unite alla testa, gli eletti e gli Angeli vedranno Dio faccia a faccia e vivranno con Gesù in Dio, della stessa vita di Dio, nella beatitudine dell’eterno amore. Ed il « supplizio eterno » di cui Gesù-Cristo minaccia nel Vangelo i riprovati, è lo stato immutabile di maledizione, di disperazione e di sofferenza, in cui interamente nelle tenebre, nei rimorsi, nel fuoco, nel dolore assoluto, separati per sempre da Dio, dal suo Cristo e dalla sua Chiesa, i dannati ed i demoni, che avranno scelto liberamente e follemente la morte del peccato, invece della vita e della grazia, saranno sprofondati con satana negli abissi dell’inferno, per bruciarvi eternamente, nell’odio e nella rabbia di una disperazione senza fine. Tale è l’onnipotenza divina di Nostro-Signore Gesù-Cristo, e così incommensurabile che la mano destra della sua misericordia salva i buoni, la mano sinistra della sua giustizia tiene e castiga i malvagi. Egli è il Maestro, Egli è il Signore, il Signore di cui ci si beffa impunemente (Nolite errare: DEUS non irridetur. – Ad. Gal., VI, 7.); Egli è il Dio dei viventi e dei morti, il solo vero Dio vivente, con lo Spirito-Santo nella gloria di Dio Padre.

LA DEVOZIONE AL SACRO CUORE DI GESU’

La divozione al Sacro Cuore di Gesù.

[ A. Carmagnola: “Il Sacro Cuore di Gesù”; S.EI. Ed. Torino, 1920. – DISCORSO II.]

Purtroppo non pochi Cristiani dei nostri giorni, formandosi un Cristianesimo tutto a loro modo, al sentir parlare di divozione lasciano uscir di bocca un sorriso di scherno, e di compassione, come se la divozione non fosse altro che un’esagerazione di teste piccole e di nature meschine. Anzi nel linguaggio moderno quando si è detto di taluno che è un devoto, si è detto abbastanza per renderlo odioso e ridicolo, benché si tratti un’anima profondamente convinta, robusta di virtù, elevata di mente e generosa di sentimenti. E non pochi vi hanno, che preferiscono essere chiamati cristiani alla libera e secondo lo spirito del mondo, che cristiani divoti. Ma tutto ciò, che è altro mai, se non chiarissimo indizio del loro decadimento dallo spirito cristiano? Perché è egli possibile il possedere veramente questo spirito e non avere ciò che si chiama divozione? Se la divozione deriva il suo nome a devovendo dal dedicarsi che alcuno fa prontamente all’altrui servizio, che cosa è dessa altro mai se non la volontà pronta di fare quelle cose che appartengono al servizio di Dio? E tale essendo la divozione, non conviene riconoscere perciò che non solo non è una esagerazione, ma non è neppure un soprappiù di ciò che conviene ad essere vero cristiano, tanto che non si possa dire Cristiano vero colui che non è pure Cristiano divoto? – Ma se certi cristiani alla moda, eppur così ripieni di ignoranza per riguardo alle cose di Dio, già si fanno a deridere in genere la divozione, fanno peggio ancora intendendo a parlare della divozione al Sacro Cuore di Gesù. Per loro questa divozione, oltre che è una divozione tutta nuova, non è altrimenti basata che sulla immaginazione, e non deve servire ad altro che ad occupare gli animi delle religiose, che vivono racchiuse tra le mura di un monastero. Ora quanto grave sia il loro errore è ciò che si verrà conoscendo meglio di mano in mano che, svolgendo la sostanza di questa divozione, si verrà a conoscere più esattamente in che cosa essa consista e come più che ogni altra divozione sia basata, tutt’altro che sull’immaginazione, sulle più belle e più grandi realtà. Tuttavia fin da oggi contro le stolte declamazioni di certi spiriti leggieri ci faremo a considerare di proposito quanto questa divozione al Sacro Cuore di Gesù sia salda ed eccellente.

I. — La divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, tutt’altro che essere una divozione nuova, è la divozione più antica e più costante. In un certo senso si potrebbe dire che è antica quanto è antico il mondo, e che ha cominciato in quel giorno in cui Adamo peccatore, intese insieme con la condanna della sua colpa promettersi da Dio misericordioso il Riparatore del suo male in un figlio della Donna. Perciocché fin d’allora Adamo riconoscendo l’amore, che il Messia Verbo Incarnato, avrebbe dimostrato agli uomini nel venire quaggiù a redimerli, in questo amore, frutto di un Cuore Divino, pose tutta la sua fede, tutta la sua speranza, e questo amore si studiò di ricambiare con l’amor suo e con la penitenza del suo peccato. In questo senso continuarono ancora i patriarchi e tutti i profeti a nutrirgli la loro divozione; e questi ultimi soprattutto ne celebrarono in mille guise la carità, la bontà, la tenerezza e tutte le altre sue perfezioni, tanto che la Chiesa anche oggidì non trova nulla di meglio per onorare questo Divin Cuore nel giorno della sua festa che valersi delle loro magnifiche espressioni. Tuttavia questa divozione al Sacro Cuore di Gesù nell’antica legge non era praticata che indirettamente. – Ma quando nostro Signore diede compimento alle sue promesse, ed incarnatosi e fattosi uomo, si cominciò dagli uomini a sperimentare di fatto la bontà immensa del Cuor suo, si può dubitare che a questo Cuore non si sia preso a tributare una divozione diretta? Quel che è certo si è che Gesù Cristo medesimo fin d’allora offerse il suo Cuore Sacratissimo alla devozione degli uomini. E per prova di ciò basta ricordare quel che fece nell’ultima cena con l’Apostolo suo prediletto san Giovanni. Stando questo Apostolo seduto a fianco di Gesù in modo, che comodamente poteva chinare la testa sopra il Cuore di Gesù Cristo, ve la chinò di fatto; e Gesù non solo glielo permise, ma in certa guisa lo volle, perché così avesse ad intendere i suoi palpiti, avesse a sentire l’ardore delle sue vampe amorose, e potesse un giorno, meglio di ogni altro evangelista, mettere in chiaro le prove infinite e supreme di carità, che questo suo Cuore diede per noi, ed invitare così più efficacemente gli uomini a ricambiarlo d’amore. Sì, dice S. Agostino: secreta altiora de intimo eius Corde potabat; san Giovanni attingeva a questo Cuore i più ineffabili misteri. E così pure asserisce Origene: Bisogna riconoscere che nel fondo del Cuore di Gesù Giovanni pigliasse i tesori della sapienza e della scienza: in penetrali Cordis Iesu thesauros sapientiæ et scientiæ requisisse dicendum est. Ma ecco finalmente che Gesù Cristo nel Getsemani dà principio alla sua Passione, e dal suo cuore risospinge il Sangue all’esterno, quasi per dirci che dal Cuore avevano principio tutti i suoi patimenti; e poscia morto sulla Croce, lascia che un soldato con una lanciata inflittagli con violenza nel fianco destro, vada fino al fianco sinistro a trapassargli il Cuore, come per dirci che lo stesso Cuore ai suoi patimenti poneva il colmo. Allora certamente la sua divozione dovette consolidarsi e stabilirsi più direttamente ancora. Ed in vero l’apostolo ed evangelista S. Giovanni non ci avrebbe notate tutte queste cose particolari intorno al Cuore di Gesù, avvenute nella sua passione e morte, se egli stesso non ne fosse stato ardentemente innamorato. E per altra parte queste cose medesime narrate e fatte conoscere ai cristiani non povano non accendere in loro questa divozione. – Difatti per tacere di molti martiri, nei cui atti si legge, che a questo Sacratissimo Cuore attingevano la forza necessaria a versare il loro sangue per la fede, quali stupende pagine non scrissero mai in suo onore e per la sua divozione i Santi Padri lei primi secoli della Chiesa? S. Agostino e S. Cipriano parlano del Cuore di Gesù nel modo più entusiastico, osservando come da esso ne vennero fuori la Chiesa e i Sacramenti, e in esso si aperse la porta della eterna salute, raffigurata dalla porta dell’arca costrutta da Noè, per la quale passarono gli animali, che non dovevano perire nel diluvio. Tertulliano e S. Giovanni Grisostomo magnificano in questo Cuore la misericordia divina, poiché nell’acqua e nel sangue che sgorgarono dalla sua ferita, veggono chiaramente indicati il Sacramento del Battesimo e della Eucarestia. S. Cirillo vi ritrova il compimento della nostra Redenzione, essendo esso l’indizio più certo della morte di Cristo. S. Efrem, S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno ed altri Santi Padri ancora esaltano altamente questo Cuore, chi chiamandolo fornace di amore, chi scampo sicuro, chi rifugio in tutti i pericoli, chi fonte di ogni grazia e benedizione. Ad imitazione di questi Santi Padri continuarono gli altri dottori e gli altri santi in ogni tempo a tributare i loro omaggi al Cuore Sacratissimo di Gesù. E qui, o miei cari, contentandomi di ricordare i nomi di S. Pier Damiani, dell’illuminato Taulero, di S. Bernardino da Siena, di S. Tommaso da Villanova, di S. Tommaso d’Aquino e di S. Bonaventura, di S. Luigi Gonzaga e di S. Francesco di Sales, di santa Geltrude, di santa Matilde, di santa Teresa, di santa Caterina da Siena, di santa Maddalena de’ Pazzi, di santa Margherita da Cortona, di santa Francesca Romana, tacendo di moltissimi altri santi e sante, faccio tuttavia speciale menzione di S. Bernardo, il quale scriveva intorno al Sacro Cuore pagine così tenere e così sublimi, che la Chiesa non trovò nulla di più adatto per comporre le lezioni della sua officiatura ad onore del Divin Cuore. Ed in vero: « Poiché, egli dice, siamo venuti al Cuore dolcissimo di Gesù, ed è per noi cosa buona il rimanervi, non lasciamoci facilmente allontanare da colui, del quale è scritto: Coloro che da te si allontanano saranno scritti in terra, mentre invece coloro, che a te si avvicinano, avranno i loro nomi scritti in cielo. Accostiamoci adunque a te, ed esultiamo e rallegriamoci in te, memori del tuo Cuore. Oh quanto è cosa buona e gioconda l’abitare in questo Cuore! il gettarvi entro ogni pensiero ed affètto! In questo tempio, in questo santuario, presso a quest’arca del testamento io pregherò e loderò il nome del Signore, dicendo con Davide: Ho trovato il cuore per pregarvi il mio Dio. Sì, ho trovato il cuore del re, del fratello, dell’amico benigno Gesù. E come mai, o Gesù dolcissimo, io non pregherò il mio Dio dentro a questo tuo e mio cuore? Ah! degnati soltanto di ammettermi in questo sacrario, in cui le mie preghiere saranno da te esaudite! Anzi, vogliami trarre tutto nel Cuor tuo. O Gesù, il più bello fra tutti gli uomini, lavami dalla mia iniquità e mondami dal mio peccato, affinché, per tua mercé purificato, io possa accostarmi a te che sei purissimo, e meriti abitare nel Cuor tuo in tutti i giorni della mia vita, e valga a vedere e fare ad un tempo la tua volontà. Imperciocché per questo è stato ferito il tuo fianco, perché a noi sia aperta l’entrata. Per questo fu ferito il tuo Cuore, perché sciolti dalle cure terrene, in esso ed in te possiamo abitare. Tuttavia questo Cuore fu specialmente ferito, affinché per la ferita carnale e visibile ci fosse manifesta la ferita spirituale ed invisibile dell’amore, che lo consuma. – Chi adunque non amerà un cuore così amante? Chi non abbraccerà un cuore sì casto? Amiamo, riamiamo, abbracciamo adunque questo Cuore, e stiamo in esso affinché si degni di stringere e ferire il cuor nostro ancor sì duro ed ostinato con la catena e con il dardo dell’amore. » Così adunque il mellifluo s. Bernardo scriveva e parlava del Sacratissimo Cuore nel secolo XII. – Tuttociò pertanto dimostra chiarissimamente che la divozione al Sacratissimo Cuore in sostanza non è una divozione nuova, come la vollero riguardare certi eretici dispettosi e superbi, ma una divozione antica quanto è antico il Cristianesimo, anzi il mondo, e costante quanto lo fu il corso dei secoli. Epperò per questa sola ragione della sua antichità già bene riesce manifesto, quanto essa sia salda ed eccellente. Ma qui osserviamo, almeno di passaggio, quanto siano stolti ed ignoranti coloro, che senza sapere e riflettere di che si tratti, giudicano senz’altro la divozione al Sacro Cuore di Gesù una divozione propria di teste piccole e di nature meschine. Oh! eran dunque nature meschine e teste piccole un S. Agostino, un S. Giovanni Grisostomo, un S. Bernardo, un S. Bonaventura, e un S. Tommaso d’Aquino? Comprendete perciò, o miei cari, quanto siano sventati e falsi i giudizi dei mondani, e per quel che riguarda la divozione al Sacro Cuore di Gesù, non dubitate punto di apprezzarla e di praticarla, sicuri di conformarvi in essa ai più grandi luminari della Chiesa. Ma sebbene nella sua sostanza la divozione al Sacro Cuore di Gesù non sia nuova affatto, tuttavia la forma speciale, cui la vediamo oggidì praticata in tutto l’universo cattolico, non ebbe principio che verso la fine del secolo decimo settimo, quando lo stesso Gesù Cristo si degnò esprimerne la sua volontà ad una sua sposa diletta. Udite. A Paray-le-Monial in Francia, in un monastero della Visitazione viveva una santa verginella per nome Margherita Alacoque. Fin dai primi anni della sua vita, illustrata dallo Spirito Santo ed arricciata delle benedizioni celesti, disprezzando gli allettamenti del mondo, si era consacrata a Dio col voto di verginità perpetua e aveva preso a praticare ogni più bella virtù cristiana. Ma perché il mondo non avesse a guastare menomamente la bellezza di questo fior di paradiso, quel Divin Padre, che Gesù Cristo stesso chiamò col nome di agricoltore, per opera della sua provvidenza, togliendola di mezzo al mondo, la trapiantava negli orti chiusi della religione, dove, per la maggior abbondanza di grazia e per la fedele corrispondenza alla stessa, cresceva meravigliosamente in spirituale bellezza, tanto da attrarre sopra di sé lo specialissimo sguardo di quel Gesù, che si pasce fra i gigli, e meritare non solo di godere sovente delle sue visite di paradiso, ma di essere eletta per stabilire quaggiù la divozione al suo Sacratissimo Cuore. Ed ecco come andò il fatto. – Volgeva tacita la notte del 16 Giugno dell’anno 1675, fra l’ottava del Corpus Domini, e Santa Margherita vegliava tutta sola appiè del santo altare e fervorosamente pregava. L’anima sua immersa nei divini misteri sentivasi come infuocata di carità, e tale un incendio la abbruciava, da non poter quasi più reggere per l’estremo dolore; quand’ecco si ode su per l’altare un muovere concitato di passi, ed una luce improvvisa balza fuori da quelle tenebre. Margherita leva gli occhi… ed oh! che non vide ella mai?… Le era apparso Gesù Cristo in persona e le dava a vedere il suo Cuore Sacrosanto. Era questo come sopra un trono di vive fiamme, circondato da una corona di spine, squarciato da una ferita, con una croce piantatavi sopra. Margherita lo mirava estatica, come immersa in un mare di gioia e quasi senza mandar un respiro, quando il Divin Redentore ruppe egli stesso il silenzio ed uscì fuori in questi amorosi accenti: « Margherita, ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini, sino a struggersi e consumarsi per dimostrar loro le sue grandi vampe. Ma in ricambio Io non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini, tanti sono i disprezzi, le freddezze, le irriverenze, i sacrilegi, che si commettono contro di me nel Sacramento di amore. E ciò che mi torna anche più penoso si è, che a trattarmi così vi sono pure dei cuori a me consacrati. Ti chieggo pertanto che il primo venerdì dopo l’ottava del SS. Sacramento sia dedicato a celebrare una festa particolare in onore del mio Cuore e con la santa Comunione si riparino in quel giorno gli indegni trattamenti, che Io ho ricevuto, mentre stavo esposto sopra gli altari. Io poi ti prometto, che il mio Cuore si dilaterà per spargere con abbondanza le influenze del mio divino amore sopra tutti coloro, che gli renderanno e procureranno che gli sia reso da altri questo onore. » Così parlò Gesù Cristo alla sua diletta Margherita, la quale tutta confusa e tremante per la grande missione che venivale conferita, si faceva umilmente a rispondere: « Ma, Signore amabilissimo, a chi vi volgete voi per una tanta impresa? E non vedete che io sono meschina e peccatrice? Vi mancano forse anime generose, a cui affidare sì grave incarico? » Ma Gesù Cristo nulladimeno, ricordando quella legge del suo governo, per cui si serve di mezzi in apparenza spregevoli per effettuare grandi opere, onde risplenda meglio la potenza del suo braccio, riaffermava la sua volontà e confortava quella santa verginella ad eseguirla. – Anzi, continuando in seguito ad apparirle, le faceva sempre meglio conoscere i segreti del suo Sacratissimo Cuore, le dichiarava il fine, che dovevano proporsi le anime generose che aspirassero a glorificarlo, le suggeriva Egli stesso le pratiche di pietà da Compiersi, le faceva conoscere le grazie che avrebbe compartite ai suoi adoratori, le assicurava che questa divozione si sarebbe mirabilmente dilatata non ostante tutte le opposizioni, con cui taluni l’avrebbero impugnata, e filialmente le inviava un suo fedelissimo servo, il padre La Colombière, della Compagnia di Gesù, perché le fosse di potente aiuto a promuoverla ed a spargerla ovunque. – Così adunque, o miei cari, voi lo avete inteso, è Gesù Cristo medesimo Colui che volle avere un culto pubblico al suo Sacratissimo Cuore. Epperò mirando a questa divozione, sparsa ornai per tutta la terra, ben a ragione dobbiamo esclamare: A Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris. (Ps. CXVII, 22) E chi sarà pertanto, che nel considerare come Gesù Cristo, la divina Sapienza incarnata, ha Egli medesimo presentato il suo Cuore ad essere onorato dai fedeli, non riconoscerà la grande saldezza e la somma eccellenza, che vi ha nella sua divozione?

II. — Ma io so benissimo, che se qui vi fosse ad ascoltarmi taluno dei così detti spiriti forti, si riderebbe in cuor suo dell’aver dato io importanza alla rivelazione di Santa Margherita Alacoque. Perciocché, che cosa altro mai secondo la moderna incredulità sono le estasi dei Santi, le rivelazioni fatte da Dio a certe anime sue predilette, se non allucinazioni di mente esaltata, effetti di una malattia, che chiamano isterismo? Tuttavia, anche perché crederei tempo gittate il fermarmi a discutere sopra questo nuovo trovato della scienza atea e mostrarne la vanità, io mi accontento di osservare per voi che siete credenti, che senza dubbio le rivelazioni particolari fatte da Dio ai Santi non si hanno da accogliere se non in quella misura, che la Chiesa permette e stabilisce, ma che quando la Chiesa ce ne ha fatto ella medesima sicurtà, allora non dobbiamo più dubitarne. Perché la Chiesa accetta forse ed approva senz’altro qualsiasi particolare rivelazione? Tutt’altro! Essa non accetta e non approva alcuna di queste particolari rivelazioni, se non dopo lunghissimo, minutissimo e serissimo esame, in cui di tali rivelazioni siano prodotte le prove più autentiche. Or bene, queste prove, non altrimenti che nelle rivelazioni di altri santi, la Chiesa le ha pur volute nella rivelazione di Santa Margherita, ed avendole trovate specialmente nella santità della sua vita, essa ha creduto a tale rivelazione e con sicurezza la propose a credersi anche da noi. – Con tutto ciò, o carissimi, sbaglierebbe assai chi credesse che la divozione al Sacro Cuore di Gesù fosse basata unicamente sopra la rivelazione fattane da Santa Margherita. No, questa divozione, come ogni altra che vi ha nel seno della Chiesa, non è basata sopra una privata rivelazione, ma sopra la rivelazione per eccellenza che Iddio fece di tutta la sua religione, ed approvata perciò dalla autorità della Chiesa. – Ponete ben mente. Egli è certissimo che se Iddio non si fosse degnato di rivelarci egli stesso la massima parte delle verità, che a Lui si riferiscono e dei doveri religiosi e morali che a Lui ci stringono, noi non potremmo giammai né conoscerlo, né amarlo, né servirlo convenientemente, tanto da meritare di raggiungere il fine, a cui ci ha destinati. Ma anche in questo Iddio ci manifesta la sua misericordia infinita, nel parlarci e rilevarci tutto ciò che noi avremmo dovuto credere ed operare. – Egli, come ci dice S. Paolo, incominciò a fare la sua divina rivelazione ai padri nostri per mezzo dei profeti, e la compì poscia per opera dello stesso suo divin Figliuolo, Gesù. (Hebr. I, 12) In Gesù Cristo pertanto e negli Apostoli, che lo udirono, la divina rivelazione è perfettamente compiuta, e dopo Gesù Cristo e gli Apostoli non può ammettersi nessuna verità nuova riguardo al deposito della fede. È bensì vero che Iddio anche dopo la venuta del suo divin Figlio sulla terra ha continuato a fare delle particolari rivelazioni a grande numero de’ suoi servi prediletti, ma in nessuna di esse ci rivelò delle verità, che non fossero state già rivelate o ci propose un culto che non fosse già praticato. Ma senza rivelare alcuna nuova verità e senza introdurre alcun nuovo culto, è certo che Iddio in molte di queste sue particolari rivelazioni fece intendere agli uomini qualche suo speciale desiderio in relazione a qualche particolare verità e a qualche forma peculiare del culto già esistente. Così ad esempio, apparendo alla beata Giuliana da Liegi, le rivelò il desiderio vivissimo, che gli si desse una speciale manifestazione di fede, di amore e di gratitudine per l’istituzione del SS. Sacramento dell’Eucaristia, stabilendosi una festa particolare in suo onore, la festa del Corpus Domini. E fu appunto in seguito a questa particolare rivelazione che la Chiesa prese occasione ad istituire una tal festa, perciocché per una parte, esaminando seriamente la rivelazione fatta alla beata Giuliana, la trovò vera, e considerando per l’altra parte se era opportuna una nuova festa ad onore del SS. Sacramento dell’altare, vide che, tutt’altro che essere una novità pericolosa, era un mezzo efficacissimo a ravvivare la fede in una verità mai sempre creduta e a rendere più vivo e solenne il culto, che erasi mai sempre praticato ad onore del SS. Sacramento. La Chiesa adunque, anche per le rivelazioni più splendide che Iddio faccia ai santi, non introdurrà mai alcuna nuova verità da credere od alcuna pratica che non sia conforme alla religione completamente rivelata da Gesù Cristo. Tuttavia prendendo ad esaminare seriamente tali rivelazioni particolari, e trovandole degne di fede, suole da esse prendere occasione per mettere in maggior luce questo o quel mistero, per animare più efficacemente a questa od a quella divozione, conforme al desiderio manifestato da Dio e secondo lo spirito di sapienza e di opportunità, di cui è dotata dalla continua assistenza dello Spirito Santo. – Ora ecco appunto quello che accadde riguardo alla divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù. Questa divozione in sostanza, come dissi fin dal principio, non è mancata mai nel seno della Chiesa, perché, basati sulla divina rivelazione i Cristiani hanno creduto sempre che in Gesù Cristo, essendo la Persona divina unita alla natura umana, anche la sua umanità, di cui il Cuore è parte nobilissima, deve essere adorata. – Ma poiché Gesù Cristo si compiacque di apparire ripetutamente alla sua diletta serva Margherita Alacoque, e farle conoscere il desiderio vivissimo, che questa divozione al suo Cuore si dilatasse viemaggiormente fra i fedeli e si praticasse con pubblica solennità, la Chiesa che cosa fece? Anzi tutto esaminò lungamente e seriamente la condotta di quell’inclita serva di Dio, e ritrovatala santa, riconobbe altresì che per ragione della sua santità meritava fede alle sue rivelazioni. E considerando inoltre il gran bene, che ne sarebbe venuto a sé ed ai fedeli dalla pratica della divozione particolare al Sacratissimo Onore, senza punto introdurre una nuova verità da credere, od un nuovo culto da praticare, dalla celebre rivelazione dell’Alacoque prese occasione a concretar meglio e a dare maggior impulso a questa divozione istessa. Il che adunque vuol dire che la divozione al Sacro Cuore di Gesù è basata non già sopra la particolare rivelazione, che Gesù Cristo fece a Santa Margherita, ma sopra la rivelazione per eccellenza che Egli fece a tutto il mondo, e che la Chiesa in seguito alla particolare rivelazione di Santa Margherita ha con l’autorità sua confermata ed esplicata una tale divozione. E per tal guisa la Chiesa ci assicura nello stesso tempo della saldezza e della eccellenza della medesima, e noi la dobbiamo praticare con la massima sicurezza e con tutto l’impegno. È vero che vi sono dei Cristiani superbi, a cui le proprie viste sembrando più giuste che quelle della Chiesa, anche per ciò che riguarda questa divozione non credono di doversi fidare del suo giudizio. Ma noi certamente non saremo nel numero di questi sventurati. Ossequenti alla parola di Gesù Cristo, che disse, che chi ascolta la Chiesa ascolta Lui stesso, senza esitazione di sorta anche in questo ci affideremo a lei, pienamente sicuri che essa, maestra infallibile di verità, né si inganna, né può ingannarci. – Sebbene nel dire che la Chiesa ci assicura della saldezza ed eccellenza della divozione al Sacro Cuore di Gesù, ho detto assai poco; ben altro ha fatto e continua a fare in favore di questa divozione. Essa la raccomanda nel miglior modo possibile. Il Sacro Cuore di Gesù aveva fatto conoscere a Santa Margherita che nel diffondersi della sua divozione si sarebbero levati contro di essa dei grandi nemici, ma che Egli avrebbe regnato malgrado tutte le contraddizioni. E così fu veramente. La setta dei Giansenisti, che negli scritti di Giansenio avevano bevuto gravi errori, mentendo astutissimamente pietà e mortificazione cristiana, trascinava in inganno non pochi fedeli. Appoggiandosi ad uno dei suoi principali errori, che Gesù non è morto per tutti, né per tutti ha versato il suo sangue, si travagliava con diabolica malizia a restringere i benefizi della redenzione e ad impedire i fedeli dì attingere con gaudio le acque di salute alle fonti del Salvatore. Perciocché con speciosi pretesti negava ai fedeli di frequentare la SS. Comunione o vi esigeva condizioni così esagerate di santità, da togliere nel loro animo il pensiero di potervisi ancora accostare. Non era dunque possibile, che a questa nuova razza di Farisei tornasse gradita la divozione al Sacro Cuore, così atta ad allargare il cuore di tutti gli uomini alla speranza della eterna salute e così efficace a promuovere l’uso e la frequenza dei SS. Sacramenti. Epperò non è facile immaginare quanto essi fecero in privato ed in pubblico, affine di screditarla e farla cadere in dispregio. Essi arrivarono al punto da impedire in alcuni paesi della Francia, che si celebrasse la festa del Sacro Cuore e si onorasse la sua immagine. E di sì gran peso fu il loro cattivo esempio che, estesosi in Italia, l’anno 1789 tenevasi un conciliabolo nella città di Pistoia, in cui giungendosi al massimo dell’impudenza, osavasi condannare la devozione al Sacro Cuore siccome nuova, erronea e pericolosa. Ma non ostante una guerra così accanita, il Cuore di Gesù trionfò per opera della Chiesa. Perocché, all’opposto degli eretici, la Chiesa riconoscendo questa divozione utilissima, prese a difenderla, ad inculcarla, a promuoverla in mille guise. Ne stabilì la festa, ne ordinò la Messa, ne compose l’ufficio, ed annuì al desiderio dei fedeli di unirsi in devote congregazioni, che avessero questo scopo speciale di onorare il Sacro Cuore. Che dirò poi dei tesori innumerevoli di sacre indulgenze, che i Romani Pontefici sparsero sopra tali congregazioni, erette in onore del Sacro Cuore, e sopra i fedeli che con ossequi determinati lo onorassero? Che dirò del fervore veramente meraviglioso, con cui sul suo stesso principio una tal divozione fu accolta dai Vescovi non di una Chiesa o di una provincia, ma di cento o più sedi dell’Italia, della Francia, della Germania, del Belgio, della Spagna, della Boemia, della Polonia, ed ora di tutta quanta la Cristianità? Che dirò dello zelo ardente, con cui tutto il clero e secolare e regolare si adoperò a porre in estimazione ed onore questo divin culto? I religiosi ed i sacerdoti più amanti del bene delle anime lo promossero per modo nelle loro congregazioni, nelle loro chiese e parrocchie, che non v’ha più casa di Dio, ove non sia dedicato al Sacro Cuore un altare, ove non sia esposta almeno la sua immagine alla cristiana venerazione. Ma a tutte le prove già addotte non bisogna che io tralasci di aggiungerne una del massimo peso, voglio dire l’erezione di una basilica consacrata al Sacro Cuore di Gesù im Roma, nella sede del Successore di S. Pietro, nella capitale del mondo cattolico, nel centro e nella metropoli della religione cristiana. Perciocché per opera di chi quella basilica si innalzò sul colle Esquilino, splendida di marmi e di pitture? Sì, è vero, fu il Padre Maresca, Barnabita, che da principio ne suggerì e promosse l’idea: fu quel gran servo di Dio, Don Giov. Bosco, che coadiuvato dalla carità degli Italiani e di tutto il mondo cattolico la condusse ad effetto con uno zelo ed una operosità indicibile; ma chi benediceva alla grand’opera e ne comperava col suo proprio denaro il suolo necessario, era l’angelico Pontefice Pio IX, di santa e venerata

memoria, quel Pontefice, che soleva dire e scrivere: « Nel Cuore di Gesù sta riposta la mia speranza: in Corde Jesu spes mea; » e chi affidava il grande e importante incarico a Don Bosco era il S. Padre Leone XIII, di venerata memoria, e così devoto del Sacro Cuore, che sapientemente ne innalzava la festa al maggior grado di solennità. Se pertanto due Pontefici così insigni curarono essi medesimi l’edificazione di un tempio al Sacro Cuore di Gesù, in Roma istessa, da cui, come da elevato e splendissimo faro, parte la luce di verità che illumina tutto il mondo, vi vorrà ancor altro, non dico per assicurarci della saldezza, dell’eccellenza della divozione al Sacro Cuore, ma per stimolarci a praticarla con tutto l’ardore? – Se un figliuolo vuole amare non a parole, ma a fatti la propria madre, non è egli vero che non può avere altro impegno se non di formare con la madre stessa un sol pensiero, un sol desiderio, un solo affetto? Senza alcun dubbio egli approverà quello che la sua buona madre approva, apprezzerà ciò che ella apprezza, amerà ciò che ella ama; e se conosce osservi qualche opera, che torni a lei gradita, si porrà a compierla con la più viva sollecitudine. Se altrimenti facesse e si vantasse di affettuoso figliuolo noi diremmo che egli mentisce. Or bene lo stesso è di ogni Cristiano in riguardo alla Chiesa sua madre spirituale. È Cristiano sincero colui, che approva, apprezza, ama e compie ciò che approva, apprezza, ama, compie la Chiesa, ma non è veramente tale colui che fa diversamente. Se la Chiesa pertanto approva e raccomanda la devozione al Cuore Santissimo di Gesù, siccome quella che non si discosta per nulla dall’inalterabile tesoro delle sue sante dottrine, potrà dirsi sincero Cristiano colui, che non la credesse altro che frutto di una allucinazione mentale, epperò non l’apprezzasse, non l’amasse e non la praticasse? No certamente. Deh! non sia adunque, che alcuno di noi non si accenda ognor più in una divozione così salda e così eccellente. Imitiamo tutti l’esempio dei grandi santi che l’hanno praticata; assecondiamo il volere di Gesù Cristo che l’ha rivelata; conformiamoci al sentimento della Chiesa, che l’ha approvata e raccomandata. E nella stima e nella pratica di questa divozione ci sarà dato certamente di godere i più salutari vantaggi per le anime nostre. – E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, via, verità e vita di tutti gli uomini che vengono in questo mondo, siatelo specialmente per noi, che intendiamo di professarvi quella divozione, che meritate. Siate la nostra via e conduceteci diritti al vostro amore, al vostro servizio ed al vostro godimento. Siate la nostra verità ed illuminate cogli splendori indefettibili della vostra luce le nostre menti per conoscere sempre meglio i vostri pregi ineffabili. Siate la nostra vita, ed infondete nel cuor nostro lo spirito che vive in voi, affinché non vivendo più che in voi, con voi e per voi quaggiù sulla terra, possiamo un giorno venire a vivere in voi, con voi e per voi lassù in cielo.

L’ORGOGLIO

ORGOGLIO

 [E. Barbier: “I Tesori di Cornelio Alapide”, S.E.I. Ed. Torino, vol. III, 1930]

1. Che cosa è e a qual segno si riconosce. — 2. L’orgoglio è accecamento e pazzia. — 3. L’orgoglio non soffre di essere ripreso. — 4. Differenza tra l’orgoglio e l’umiltà. — 5. Enormità dell’orgoglio. — 6. L’orgoglio è la causa di tutti i mali. – 7. La superbia è detestabile. — 8. Dio umilia i superbi. — 9. Castighi dei superbi. — 10. Diversi gradi d’orgoglio. — 11. Motivi e mezzi di fuggire la superbia

1. Che cosa è e a qual segno si riconosce. — L’orgoglio è la stima sregolata di se stesso. Avere orgoglio vuol dire preporci agli altri; attribuire a noi quello che ci viene da Dio. A quattro segnali si riconosce l’orgoglio : 1° l’orgoglioso crede che gli venga da se stesso quello che possiede; 2° crede di non esserne debitore ad altri che al proprio merito; 3° si gloria di quello che ha e si vanta di quello che non ha; 4° disprezza gli altri e desidera che tutti sappiano ch’egli ha molto.

2. L’orgoglio è accecamento e pazzia. — « Se noi diciamo che non abbiamo peccato, inganniamo noi medesimi e la verità non è in noi » (I Ioann. II, 8), scrive S. Giovanni, e « se qualcuno si tiene per qualche cosa, mentre è un nulla, costui inganna se stesso», ripete S. Paolo (Gal. VI, 3). Gli orgogliosi si compiacciono in se stessi e confidano in sé; si persuadono di essere virtuosi e vivono in una stolta sicurezza, come se non mancassero di nulla e non avessero nulla da temere. O stolto! tu dici: io sono ricco in meriti e non ho bisogno di nessuno, e non sai quanto sei misero, e infelice, e povero, e cieco, e nudo (Apoc. III, 17). L’orgoglioso crede di sapere anche quello che non sa…; non vuol saperne né di consigli né di avvisi; è caparbio; ed ecco perché vi è poca o nessuna speranza di vederlo volgersi a ravvedimento… Tali erano gli scribi e i farisei che, gonfi di se medesimi, non riconobbero il vero dottore Gesù. Cristo e ricusarono di ricevere da lui lume e istruzione… Tali sono i Giudei… Tali ancora tutti gli eretici ostinati…; non vogliono né istruirsi né vedere la verità e vogliono insegnare… Che cosa potete sapere voi, orgogliosi, se non conoscete; come può mai essere che, cenere e polvere, v’insuperbiate? L’orgoglio è la più forte e la più pericolosa delle seduzioni cui l’uomo possa cedere; esso lo precipita nelle più fitte tenebre… L’orgoglioso vede malamente tutte le cose… Vede là dove non c’è nulla da vedere; non vede nulla dove ci sarebbe da vedere qualche cosa… Sempre cieco e zimbello della sua seduzione, egli è convinto della sua chiaroveggenza e imparzialità. Il Crisostomo asserisce che l’orgoglio è somma pazzia e che non si dà uomo più insensato dell’orgoglioso. Difatti, dove trovare idea più pazza di quella di resistere a Dio e di fargli guerra? Vi può essere impresa più stolta che quella di privarci volontariamente del favore, della grazia e del soccorso di Dio da cui tutto dipende e al quale tutto appartiene? Può l’uomo commettere una pazzia più grande che quella di costituirsi antagonista e nemico non di un uomo, non di un angelo, non del demonio medesimo, ma di Dio in persona, così che osi sfidarlo a duello? « L’orgoglio nasce dalla demenza, dice il medesimo santo; non si dà orgoglioso che non sia insensato; il superbo è pieno di stoltezza ». L’orgoglioso, essendo un pazzo, e spregevole e disprezzato, è il caso di dire con S. Paolo: « Vantandosi saggi, sono divenuti stolti » (Rom. I, 22). « Avete voi veduto un uomo che si crede saggio? c’è più da sperare da uno stupido che da lui », leggiamo nei Proverbi (XXVI, 12); e un proverbio popolare dice: «Uomo che si stima, perde ogni stima». — Quelli che si credono accorti, sono facilmente ingannati dal demonio e si perdono. Chi invece riconosce la sua poca saggezza, cerca una guida illuminata, e con questo modo cammina sicuro e facilmente si salva. L’umiltà è la sapienza dell’anima; l’orgoglio ne è la stoltezza; infatti l’umiltà riposa su la verità, l’orgoglio non è che vanità, menzogna, errore. « Perché la terra e la cenere si leva in superbia? » dice l’Ecclesiastico (X, 9). « Perché mai ti gonfi, o uomo? dice S. Bernardo; di che t’insuperbisci tu, concepito nella colpa, nato nella miseria, la cui vita è un peccare, il morire è angustia?».

3. L’orgoglioso non soffre di essere ripreso. — Gli orgogliosi non vogliono mai aver torto… Di loro si può dire:  « Tocca i vulcani e fumeranno (Psalm. CXLIII, 5). Oh sì, dagli orgogliosi di cui i vulcani sono gli emblemi escono rombi di tuono, sordi muggiti, onde di fumo; essi vomitano lave di sarcasmi, di motteggi, di ingiurie contro l’uomo caritatevole che cerchi di riprenderli e condurli a più savi pensieri… Provatevi a correggere un superbo; empie l’aria di lamenti; quante scuse, quante false ragioni accampa!… Non lo si conosce…; s’inventa…; si esagera a suo danno…; tutti sono inveleniti…; nessuno lo tratta con carità… Perché mischiarsi de’ suoi affari…; egli sa regolarsi…; egli non fa male…; nessuno ha diritto d’imporgliene… È proprio vera la sentenza di S. Cirillo, che il rimprovero il quale migliora gli umili, riesce intollerabile ai superbi; e con ragione il Venerabile Beda dice: O quanto misera è la coscienza di colui che rimproverato dalla parola di Dio, se ne risente come di un affronto (Collett.). Quindi il Profeta pregava il Signore, che non permettesse che il suo cuore si volgesse a parole di malizia, per scusare le sue mancanze e i suoi peccati (Psalm. CXL, 4). « Siccome dalla radice dell’orgoglio nasce la disobbedienza, dice S. Gregorio, i disobbedienti ascoltano chi scopre l’enormità delle loro colpe, ma del ripararle per mezzo di un’umile confessione, non ne vogliono sapere. Desiderando grandeggiare, da nulla tanto si guardano, quanto dal lasciar vedere le loro cadute. Perciò vanno in cerca di scuse e pretendono di aver ragione, perché non vogliono apparire peccatori ». S. Bernardo, parlando della caduta di Adamo, cagionata dalla superbia, e della scusa con cui egli volle coprirsi dinanzi a Dio, scusa inspirata anch’essa dall’orgoglio, dimostra quanto grave e odiosa a Dio sia la difesa del male. « Vi è ragione di credere, dice, che quell’antica così famosa e così nocevole prevaricazione avrebbe ottenuto perdono, se l’avesse seguita un’umile confessione e non una difesa. Infatti non nocque tanto la trasgressione, quantunque fatta con animo deliberato, quanto l’ostinazione con la quale le si aggiunse una scusa premeditata ». L’orgoglioso somiglia al riccio; nel quale, se lo vedete correre, distinguete le orecchie, le zampette, il muso; ma se l’avvicinate e cercate di prenderlo, non è più che un gomitolo irto di punte che vi forano le mani. In qualunque modo, da qualunque lato prendiate il superbo, è un riccio che punge e ferisce.

.4. Differenza tra l’orgoglio e l’umiltà. — S. Gregorio dice: « Fatto nella sua creazione superiore a tutte le creature, volle il demonio, nostro mortale nemico, gonfio di orgoglio, che lo si considerasse come dominante su tutto. Invece il nostro Redentore, infinitamente grande e superiore a tutto, si degnò farsi piccolo in tutto. L’autore della morte disse: Io ascenderò al cielo; l’autore della vita: L’anima mia è piena d’angosce, è come annichilita. Satana disse : Io porrò il mio trono al di sopra degli astri del cielo; Gesù Cristo disse al genere umano : Ecco che io vengo ad abitare in mezzo agli uomini. Lucifero disse : Io siederò sul monte dell’alleanza dalla parte dell’Aquilone; e il Salvatore: Io sono un verme e non uomo, l’obbrobrio degli uomini, lo scherno della plebe. Satana disse : Io salirò sopra le nubi e sarò simile all’Altissimo; e il Verbo di Dio si è annientato, vestendo la forma di servo {Moral. lib. XXXIV, c. XXI).

5. Enormità dell’orgoglio. — Sant’Ottato, Vescovo di Milevi, dice che è meno cattivo e fatale il peccato con l’umiltà, che l’innocenza con l’orgoglio (Contra Parmen.). Infatti, come osserva S. Bernardo, il superbo s’innalza sopra Dio e si mette con lui in aperta lotta. Dio vuole che si faccia la sua volontà, e il superbo pretende che si faccia la sua. Quindi S. Agostino diceva: « Colui che cerca, o Signore, di volgere i tuoi doni a sua gloria e non alla tua, è ladro ed assassino, è simile al demonio che volle prendere il tuo trono ». Lo stesso santo giunge a dire : « Io oso dire ai superbi che si serbarono continenti, che è utile per loro il cadere. Io oso asserire che è cosa vantaggiosa agli orgogliosi l’inciampare in qualche colpa manifesta e innegabile, affinché essendo caduti per aver cercato di troppo piacere a se stessi, si rialzino dispiacendo a se medesimi ». Ed osserva che « Dio, secondo lui, permise ai barbari che conquistavano e saccheggiavano le città dell’impero Romano, di violare le vergini cristiane, o perché erano orgogliose, o perché vi era pericolo che peccassero di orgoglio, invanendo della loro castità » (De Civit. 1. I, c. XXVIII). Il Profeta pregava: « Preservatemi, o Signore, dal cadere in orgoglio » (Psalm. XXXV, 11). « Chiunque sia, leggiamo nei Proverbi, l’uomo arrogante è abbominato da Dio » (XV, 5). E la ragione sta in ciò, che il superbo si mette come emulo e antagonista di Dio : nuovo Lucifero, vuole uguagliarsi a Dio, e mettere la sua volontà in luogo di quella dell’Onnipotente. « La superbia fa il suo volere, scrive S. Agostino, l’umiltà fa la volontà di Dio ». Gran male è l’orgoglio, perché assale Dio, lo schiaffeggia, lo provoca suo malgrado al combattimento. Enorme è agli occhi del Crisostomo il delitto della superbia; meglio, secondo lui, converrebbe all’uomo essere pazzo, piuttostochè orgoglioso. La pazzia è l’impedimento all’azione dell’anima, l’orgoglio è una pazzia volontaria. Il pazzo forma la infelicità a se solo, il superbo forma la disgrazia degli altri (Hom. XXXIX ad pop.). Spaventosa sentenza è quella dell’Ecclesiastico: « L’orgoglio dell’uomo comincia dal farlo apostatare da Dio; perché il suo cuore si allontana da colui che l’ha fatto e dalla superbia comincia ogni peccato » (X, 14-15). Quindi non c’è da stupire se, come dice S. Giacomo, Dio resiste ai superbi(Iac. IV, 6).

6. L’orgoglioso è la causa di tutti i mali. — « La superbia è fonte di ogni male», dice il Crisostomo (Hom. XV, in Matth.). Difatti il primo atto del superbo è scuotere il giogo e la legge dì Dio… « L’orgoglio li ha invasi, leggiamo nei Salmi, ed essi si sono macchiati di ogni empietà (Psalm. LXXII, 6); Davide confessa di se medesimo, che non cessò di peccare se non quando fu umiliato(Psalm… CXVIII, 67). E Tobia ammoniva suo figlio che non si lasciasse mai comandare dall’orgoglio né nei pensieri né nelle parole; perché da esso ebbe origine ogni perdizione (Tob. IV, 14). « L’umiltà, scrive S. Bernardo, rende gli uomini simili agli angeli, l’orgoglio cambia gli uomini in demoni. L’orgoglio è il principio, il fine, la causa di tutti i peccati, perché non solamente esso è peccato in se stesso, ma nessun peccato né ha potuto, né può, né potrà mai esistere senza orgoglio ». No, non si dà peccato senza orgoglio, dice S. Prospero; perché chiunque pecca, preferisce sé e l’appetito a Dio e alla sua legge, il che è vero orgoglio (De Vita contemp. cap. XXV). Dalla superbia trae origine ogni peccato, dice il Crisostomo. Da lei il disprezzo dei poveri, da lei la cupidigia dell’oro, da lei l’ambizione del comando, da lei il desiderio di gloria umana. L’orgoglioso non può sopportare nessuna prova, da qualunque parte essa venga, sia dai superiori, sia dagli inferiori. – La superbia è chiamata da S. Gregorio, regina dei vizi (Moral. lib. III, c. XVIII). Ed in quel modo, continua questo Santo, che la radice di un albero sta nascosta, ma nutrisce il tronco e i rami, così la superbia si nasconde in fondo al cuore, e di lì alimenta molti vizi manifesti. Non vi sarebbe peccato pubblico, se l’orgoglio non possedesse l’anima in segreto (Moral. lib. XXXIV, c. XVII). Non si cade nel male se non per superbia, almeno segreta… L’orgoglio precede gli empi, portando dinnanzi a loro una fiaccola, per condurli al delitto… Agli orgogliosi in generale si adatta quello che S. Agostino diceva dei Pelagiani: «Perché non vollero essere discepoli della verità, divennero maestri dell’errore ». L’orgoglio produce le risse, le gare, le dispute, gli odi, le maldicenze, le calunnie, le liti, le guerre, gli scismi, le eresie, e via dicendo… L’umiltà, al contrario, è sorgente di pace, di concordia, di unione, di carità, di fratellanza… La superbia è la madre di tutti i mali e di tutte le malattie, poiché e quelli e queste sono frutto del peccato. Non vi è peccato che non sia infetto di superbia, perché il peccato è ribellione contro Dio, è disprezzo della sua legge: ora la rivolta e il disprezzo vengono direttamente dall’orgoglio. « Siccome la superbia è il principio di tutti i misfatti, dice S. Bernardo, così è la rovina di tutte le virtù. L’orgoglio cammina il primo per la via del peccato, ma viene l’ultimo per la va del pentimento ». E in altro luogo dice: « La superbia ha concepito il dolore nel cielo, ha partorito l’iniquità nel paradiso terrestre; il dolore figlio del peccato, l’iniquità madre della morte e di tutte le miserie. Solo tra i vizi, l’orgoglio fa guerra a tutte le virtù, e come veleno universale le corrompe tutte ». – Giovanni Crisostomo paragona l’orgoglio alle tempeste di mare; dice che questo delitto acceca lo spirito; fa dell’uomo un oltraggiatore, un bestemmiatore, uno spergiuro, un demonio; non vi è male che l’uguagli. Esso è la sorgente di tutti i vizi, come all’opposto l’umiltà è la fonte di tutte le virtù … È il peccato dei demoni…; è un peccato di cui ben raramente si trova chi si corregga… è tale peccato che conduce per l’ordinario al suo seguito la curiosità, la iattanza, l’ipocrisia, la caparbietà, l’ostinazione, le liti. Gli orgogliosi si nutrono di vento, dice S. Isidoro; la superbia è il più enorme dei delitti, è la causa della morte dell’anima, sia col dare morte a tutte le virtù, sia col generare tutti i vizi… Chiunque pecca è un orgoglioso, perché peccando calpesta i divini precetti (Epist. de forma bene viv.). L’orgoglio, scrive S. Gregorio, impedisce di giudicare con equità; porta alle grida e agli schiamazzi; inspira zelo amaro, gaiezza scomposta, tristezza furiosa, risposte pungenti, atti impudenti, contegno insultante. L’anima dei superbi è sempre forte per fare un oltraggio, sempre debole per tollerare un affronto; pigra ad obbedire, importuna a stimolare gli altri; tarda a fare quello che deve, pronta a quello che non deve. Nessuna esortazione può muoverla a favore di ciò che non le piace, cerca al contrario di essere obbligata a mettere mano a ciò che le piace ». L’orgoglio si caccia dovunque, s’insinua e si mischia in ogni cosa, a tal punto che, secondo l’avviso di S. Agostino, dobbiamo temerlo perfino nelle buone opere(In Medit.). E’ veleno che infetta le preghiere, le confessioni, le comunioni, l’ingegno, la bellezza, lo spirito, l’anima, il cuore… Male sommo, cambia in male perfino il bene. Si attacca a tutte le facoltà dell’anima, ad ogni senso del corpo: «Vi è l’orgoglio del cuore, dice S. Bernardo, l’orgoglio della bocca, l’orgoglio delle opere, l’orgoglio del portamento »… La superbia invade ogni più remoto angolo della terra; si trova in fondo al cuore di quasi tutti gli uomini… Siccome gli angeli cattivi furono perduti da questo vizio, perciò di questo a preferenza di ogni altro si servono per far perdere il genere umano… « Nessuna cosa, dice S. Giovanni Crisostomo, tanto allontana l’uomo dall’amore divino e più facilmente lo precipita nell’inferno, quanto la follia dell’orgoglio. Questo vizio insozza tutta quanta la nostra vita, per quanto splendida e ragguardevole la facciano le preghiere, le elemosine, i digiuni, il pudore, la verginità, la virtù ». L’orgoglio ha spinto gli angeli alla ribellione in cielo e ne ha fatto dei demoni; l’orgoglio ha scavato l’inferno e vi ha precipitato gli spiriti ribelli; l’orgoglio ha cambiato in supplizi eterni le delizie di cui dovevano godere… L’orgoglio ha fatto cadere Adamo; l’ha cacciato dal soggiorno della felicità e condannato al lavoro, alle cure, alle pene, alle ambasce, alla nudità, all’accecamento, ai dolori, alle malattie, alla morte, alla corruzione del sepolcro. « L’orgoglio ha rovesciato la torre di Babele, scrive Papa Innocenzo III, ha confuso le lingue, abbattuto Golia, innalzato il patibolo di Aman, fatto morire Nicanore, colpito Antioco, sommerso Faraone, ucciso Sennacherib. Donde viene questo fasto all’uomo? all’uomo, la cui vita si sviluppa sotto il peso che gli impone il lavoro come castigo che si chiude con la necessità della morte, pena ancor più grande; all’uomo, la cui esistenza è di un istante, la vita un naufragio, il mondo un esilio; all’uomo, cui la morte o già si avvicina, o minaccia di avvicinarsi? ».

7. La superbia è detestabile. — Dove trovare cosa più abbominevole e più degna di severissimi castighi che l’uomo superbo il quale s’innalza su la terra in faccia a un Dio fatto uomo? esclama S. Leone, e conchiude : « Intollerabile impudenza è questa, che un vermiciattolo si gonfi e si inorgoglisca dove la maestà suprema si annienta ». I superbi dispiacquero a Dio fin dal principio(Iudith. IX, 16); anzi tanto lui quanto gli uomini ebbero sempre in odio la superbia (Eccli. X, 7). L’orgoglioso disprezza tutti gli altri, li insulta e canzona, s’innalza al di sopra di loro col sarcasmo e col disprezzo. Ma il Signore dice : « Guai a te che disprezzi! Non sarai tu forse disprezzato a tua volta? » (Isai. XXXIII, 1). Il superbo si prepara dunque il disprezzo e l’umiliazione… L’orgoglio è la strada all’ignominia… A misura che l’orgoglio aumenta e ascende, l’uomo diminuisce e cala fin che si sprofonda nel fango. « Tra i superbi è un continuo rissare » (Prov. XIII, 10), dice il Savio. Ecco perché noi vediamo tra gli eretici tante sètte ed opinioni differenti, quanti sono individui… Gli orgogliosi si odiano a vicenda… Nulla per loro è sacro, ma pretendono di essere essi sacri a tutti. O condotta sommamente ingiusta e detestabile! «Parlare con disdegno ed arroganza, operare con insolenza è un rendersi simile al demonio », dice S. Basilio. S. Leone, parlando di Satana e di Adamo, osserva che « ambedue ambirono l’altezza; quegli della potenza, questi della scienza », ma il primo trovò nel suo orgoglio il sommo della degradazione, il secondo il sommo dell’ignoranza.

8. Dio umilia i superbi. — È sentenza perentoria di Gesù Cristo che « chi si esalta sarà umiliato » (Luc. XVIII, 14); Dio ha fatto dire a S. Giacomo ch’egli resiste ai superbi(Iacob. IV, 6); a tal punto che, come disse la Beata Vergine, impiega contro di loro la forza del suo braccio, per atterrarli, li balza dai loro seggi per collocarvi gli umili (Luc. I, 52). « Signore, esclamava Giuditta, voi non abbandonate quelli che a voi si affidano; ma umiliate quelli che confidano in sé e si vantano della loro forza » (Iudith. VI, 15). Ecco perché il Salmista trovava buono per lui che Dio lo avesse umiliato: (Psalm. CXVIII, 7). « I superbi, dice Giobbe, s’innalzano per breve tempo ma non la dureranno; saranno abbattuti e trebbiati come spighe mature. Si levi pure la superbia dell’empio fino al cielo, giunga anche a nascondere il capo nelle nuvole, egli finirà col perdersi nello sterco e quelli che l’avevano veduto diranno : Dov’è? » (Iob. XXIV, 24) (Ibid. XX, 6-7). Per avere un’idea del modo con cui Dio tratti e combatta i superbi, osservate quali armi e quali eserciti impiega contro gli orgogliosi Egiziani a favore d’Israele; sono rane, moscherini, cavallette… Il re Faraone è vinto da una cavalletta; colui che aveva osato levare la sua fronte contro Dio, è costretto a piegarla sotto una mosca. « Fiero della sua forza, dice S. Agostino, parlando di Golia, gonfio, pettoruto, comincia col riporre in sé solo la vittoria di tutta la sua nazione. E perché ogni orgoglio si palesa nella sfrontatezza, dalla percossa di un sasso in fronte egli è rovesciato a terra. La fronte che mostrava l’impudenza dell’orgoglio, fu spezzata; la fronte che portava l’umiltà della croce di Cristo, fu coronata del trionfo ». Studiate la storia di Aman che finisce col morire su di un patibolo alto cinquanta cubiti, da lui destinato al supplizio dell’umile Mardocheo, e imparerete in qual modo Dio resiste ai superbi. Inviperito quell’orgoglioso, che Mardocheo non piegasse il ginocchio davanti a lui, giura di vendicare nel sangue di lui e di tutti i suoi connazionali, il preteso affronto. Ma tutto a un tratto le cose cambiano. Mardocheo, destinato ad ignominiosa morte, è vestito da Aman medesimo del manto reale, e questi ascende il patibolo preparato per quello. Chi può dire il dispetto e l’umiliazione che prova Aman a questo mutare di scena? Infatti: 1° si vede tolto l’onore altissimo che nella sua superbia si era preparato; 2° vede dato quest’onore all’umile Mardocheo; 3° Aman medesimo deve servire di strumento al trionfo di Mardocheo; 4° quello stesso che poco prima si faceva adorare, ora non è più che lo staffiere, il banditore di un vile giudeo ch’egli detesta; 5° tutti questi affronti, queste inattese fulminanti umiliazioni gli piombano addosso tutte a un tempo, perché l’Altissimo atterra e stritola i superbi; 6° Aman è condannato a pendere da quel medesimo patibolo ch’egli aveva innalzato per Mardocheo. O giudizi di Dio contro i superbi come siete terribili! Le umiliazioni della carne accompagnano l’orgoglio dello spirito… Dio cambia in bestia l’orgoglioso Nabucco che si glorifica nella città di Babilonia; Dio abbatte lo sdegnoso Baldassarre e per umiliarlo e farlo tremare non si serve che di una mano, anzi dell’ombra di una mano; l’arrogante Antioco è divorato vivo dai vermi. « Piangendo e umiliandosi, Pietro si condannava e si salvava, dice S. Agostino, mentre, quando pago di se stesso confidava nelle proprie forze, si perdeva » {In Psalm XXXVII). Lo stesso pensiero aveva espresso il Salmista : « Copriteli, o Signore, d’ignominia, e cercheranno il vostro nome » (Psalm. LXXXII, 15).

9. Castighi dei superbi. — Terribile castigo sono già per i superbi le umiliazioni a cui li condanna Iddio, ma altre punizioni ancora egli loro riserva nella sua collera: 1° Egli si allontana da loro. « L’uomo, dice il Salmista, si esalterà in cuor suo, e Dio ascenderà ancora più in alto » (Psalm. LXIII, 7). « Dall’alto del suo trono il Signore fissa lo sguardo sugli umili, ma gli orgogliosi guarda da lontano », — (Psalm. CXXXVII, 7). – 2° Dio castiga il superbo abbandonandolo a se medesimo. Oggetto di scherno e di abbominio agli altri, l’orgoglioso si cruccia del disprezzo in cui è tenuto, ne è offeso e straziato. « Se tu sei superbo, dice S. Agostino, sarai punito e abbattuto. A Dio non mancano pesi per farvi discendere, e questi pesi saranno quelli dei vostri peccati. Egli ve li rinfaccerà e voi sarete annichilati » (Homil.). L’orgoglio è un carnefice che accompagna l’orgoglioso. In questo senso già diceva Seneca che Dio sta con la spada della vendetta alle spalle dei superbi (In Hercuule). 3° Dio ha rovesciato i troni su cui volevano sedere i superbi, scrive l’Ecclesiastico (X, 17). Lucifero e i suoi seguaci, Adamo, ecc. fanno testimonianza di questa verità… « Dio ha fatto seccare perfin la radice delle nazioni superbe » (X, 18), leggiamo ancora nel medesimo Ecclesiastico. Ne sono prova i sette popoli Cananei sterminati da Dio per il loro orgoglio e il medesimo popolo ebreo spogliato da lui di ogni grazia e di ogni gloria, dopo che respinse Gesù umiliato. 4 ° « Dio ha fatto scomparire la memoria dei superbi » nota il Savio (Eccli. X, 21), e il profeta Malachia annunzia che gli orgogliosi saranno come paglia data alle fiamme, e non ne rimarrà né germe né radice (Malach. IV, 1). 5° Se Dio non perdonò agli angeli superbi, dice S. Bernardo (Serm. I, de Ad.), come lusingarvi che risparmi voi, polvere e cenere? L’angelo non venne al fatto; egli non ebbe che un pensiero di orgoglio, eppure in un attimo fu precipitato senza remissione. Ah! fuggite, ve ne scongiuro, fratelli, fuggite l’orgoglio; schivate quella superbia che gittò così subitamente nelle tenebre Lucifero, più splendido degli astri; fuggite quell’orgoglio che cambiò un angelo, e il primo degli angeli, in un demonio. 6° La superbia ha fruttato la morte. « L’uomo, scrive S. Agostino, era stato fatto immortale; avendo ambito la divinità, non perdette no la qualità di uomo, ma l’immortalità; per causa dell’orgoglio della sua disobbedienza, è stato condannato alle malattie, ai patimenti, alla morte. Quindi la morte introdotta nel mondo dalla superbia, è essa medesima castigo alla superbia (Sentent. CCLX). 7° Rabano Mauro fa osservare che Iddio onnipotente e sommamente buono volendo ogni bene a tutti gli uomini, è stato in certo qual modo costretto ad assoggettare all’impero degli angeli orgogliosi le persone superbe, affinché perseguitate da loro comprendano la differenza infinita che vi passa tra il servizio di Dio e quello del demonio (De adept. virtut.). Il superbo che rifiuta di sottomettersi a Dio, diventa schiavo del demonio, delle concupiscenze carnali, delle passioni, castigo certamente spaventosissimo. 8° L’orgoglio inaridisce la sorgente delle grazie. « Voi farete, o Signore, zampillare fontane nelle valli, e le acque loro passeranno in mezzo ai monti » (Psalm. CIII, 11). Queste valli innaffiate sono gli umili colmi delle grazie del cielo; i monti che non profittano delle acque sono i superbi divenuti simili a macigni aridi e sterili… L’orgoglioso, pieno e gonfio di se stesso, non lascia più in sé luogo alla grazia (IV Reg. IV, 6). La privazione della grazia è prova dell’esistenza dell’orgoglio, come l’abbondanza di grazie è segno dell’esistenza dell’umiltà.. Chi dunque si vede privo della grazia e dei doni di Dio, sappia che vi sono in lui radici di superbia. L’orgoglio manda a male tutte le grazie. Vi è castigo peggiore di questo? 9° La superbia porta con sé l’accecamento spirituale, l’indurimento del cuore, l’impenitenza finale, una morte funesta, un giudizio formidabile, una condanna terribile, l’inferno eterno… Fra tutti i peccati, il più detestato e il più severamente punito da Dio è la superbia. Dio solo è grande, ed ogni orgoglio, assalendo questa grandezza, ben difficilmente ottiene misericordia. Dio dimentica e perdona facilmente le colpe di debolezza, ma ben di rado quelle di caparbietà e di superbia. « Noi apertamente conosciamo, dice S. Gregorio, che evidentissimo segno di riprovazione è l’orgoglio e sicurissimo indizio di predestinazione l’umiltà ». Così parlano unanimi i Padri ed i Dottori, così insegna la Chiesa e la S. Scrittura.

10. Diversi gradi di orgoglio. — L’orgoglio ha sette gradi: 1° non soffrire che gli altri ci guardino come poca cosa; 2° non essere contenti di vederci disprezzati; 3° non confessare che meritiamo di esserlo; 4° non sopportare l’insulto con eguaglianza di amore; 5° non tollerare con pazienza gli affronti; 6° incollerire delle umiliazioni; 7° ricusare di ammettere che non siamo buoni a nulla.

11. Motivi e mezzi per fuggire la superbia. — Ecco nove principali motivi che ci devono indurre a fuggire la superbia : 1° essa è odiosa a Dio ed agli uomini; 2° è causa d’ingiustizie, di rapine, d’inganni, d’insulti; 3° l’uomo, per quanto potente, è sempre di natura sua una misera cosa; 4° ogni uomo è un nulla, anche solo considerata la brevità e la vanità della vita; 5° dopo morte, diventa pasto ai vermi; 6° la superbia è un abbandono di Dio, un’apostasia; 7° è principio, radice, sorgente di ogni peccato; 8° il superbo cessa in certo qual modo di essere la creatura di Dio, per diventare creatura del diavolo; 9° si attira un rovescio di castighi.
Leggiamo nella Scrittura che Davide andando contro Golia, scelse nel torrente cinque pulitissimi sassi con i quali atterrare quel gigante (I Reg. XVII, 40). In quei cinque sassi S. Bernardo riscontra cinque mezzi con i quali noi possiamo battere il Golia dell’orgoglio : 1° la minaccia delle pene; 2° la promessa delle ricompense; 3° l’amor di Dio; 4° l’imitazione dei Santi; 5° la preghiera (Serm. sup. Missus)… Conoscere Dio, conoscere se stesso, ecco un altro rimedio efficacissimo contro l’orgoglio… Bisogna praticare, per quanto è in noi, la bella virtù dell’umiltà; essa è la mazza che atterra e uccide la superbia.

 

IL SACRO CUORE DI GESU’ E I TEMPI PRESENTI

Il Sacro Cuore di Gesù e i tempi presenti.

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESU’; S.E.I. Ed. Torino, 1920 – impr.-]

 Cuore! Cuore! Ecco una di quelle parole più espressive, più ricche di significati, che maggiormente si odono sulla bocca degli uomini. E Cuore! Cuore! facciamoci a ripetere ancor noi. Ma non già per ricordare il viscere del petto umano, o le sue morali qualità, bensì per rappresentare dinnanzi a noi il viscere del petto divino e le sue grandezze, le sue perfezioni, i tesori del suo amore infinito per noi. Sì, diciamo e ridiciamo pur le cento volte Cuore! Cuore! per farci a conoscere, ad amare, ad imitare, ad adorare il Cuore Sacratissimo di Cristo. E potremo noi far uso migliore della parola Cuore? Potremo meglio riparare in tal guisa l’uso indegno, che di essa si fa in espressioni idolatriche e sacrileghe? Potremo con essa esprimere, significare qualche cosa di più grande, di più bello, di più sublime, di più buono, di più eletto, di più caro! Cuore, Cuore Sacratissimo, Cuore Santissimo, Cuore Divino, Cuore Adorabile, Cuore di Gesù Cristo, ecco adunque la voce, che noi fin da questo momento prenderemo a ripetere senza stancarci mai. E perché? Perché incominciando oggi il mese di giugno, nel quale ricorre la festa del Cuore di Gesù, e che noi, secondo l’uso cristiano ornai universalmente introdotto, consacriamo a questo Cuore istesso, prendevo col più vivo trasporto a parlarne ogni giorno, affine di accenderci ognora più della sua divozione. – Ed oh! a qual opera importante noi ci accingiamo! Oggidì massimamente si muove contro di Gesù Cristo una guerra atroce, ostinata ed implacabile. Si bestemmia orribilmente il suo santo Nome, si disprezza la sua celeste dottrina, si deridono i Sacramenti, frutti benefici del suo amore per noi, si oltraggia la Chiesa da Lui istituita per la nostra salute, si insulta e si fa patire l’Augusto Capo, che Egli vi ha preposto a governarla, e in cento guise diverse si lavora satanicamente a distruggere .nelle anime il regno di Gesù Cristo. Ora, prendendo noi a parlare del suo Sacratissimo Cuore, ne mostreremo, come meglio ci sarà dato, le grandezze, le perfezioni, le prove di carità per noi, e ci industrieremo per tal guisa a mantenere ed accrescere in noi la sua fede, il suo amore e a diffondere altresì questo amore e questa fede nel cuore dei nostri fratelli. E se a ciò riusciremo, oltreché avremo assicurate grazie specialissime di salute a noi, non arrecheremo altresì vantaggi segnalatissimi alla società, in cui viviamo? I tempi, o miei cari, corrono tristi pur troppo, non ostante le più fallaci parvenze del contrario. E la ragione della miseria ed infelicità presente non da altro è causata se non dall’abbandono e dal disprezzo, in cui fu lasciato cadere Gesù Cristo. – La divozione pertanto al suo Cuore Santissimo, che noi praticheremo e che col nostro esempio faremo praticare da altri, sarà uno dei mezzi più efficaci per risollevare la società presente dal suo abisso, e ridonarle la pace e la prosperità. Ed è ciò appunto che voglio dimostrarvi in questo primo discorso. Ma prima di metter mano agli importanti argomenti, che siamo per trattare, preghiamo umilmente il cuore Santissimo di Gesù, che si degni di purificare le nostre labbra e i nostri cuori. Quando Mosè fu per avvicinarsi al roveto ardente, intese da quello uscir una voce che gli disse: « Sciogliti prima i calzari, perché il luogo in cui stai è terra santa. Ed il Cuore di Gesù, nel quale dobbiamo entrare in questo mese con le nostre considerazioni, coi nostri sentimenti, e coi nostri affetti, è un luogo infinitamente santo, è il ricettacolo di tutta la santità. Diciamogli adunque con umiltà: O Cuore Sacratissimo, purificate le nostre menti, i nostri cuori, le nostre labbra, perché liberi da vani pensieri non riflettiamo più ad altro che a quello che voi ci farete intendere, perché mondi da terreni affetti non amiamo più altro che voi, perché casti nelle parole cantiamo più degnamente che sia possibile le vostre sante lodi.

— Ci andiamo inoltrando nel secolo ventesimo. Ed è innegabile, che chi considera soltanto con occhio superficiale lo stato presente delle cose, va fuori di sé per maraviglia allo spettacolo, che gli si para dinnanzi. Le scienze fisiche e naturali, le conquiste nel campo della materia, la libertà nell’ordine sociale, le agiatezze della vita, sembrano aver raggiunto il loro apogèo, e se pur rimane a fare qualche passo per raggiungerlo si è così sicuri di poterlo fare, che già oggi si dice baldanzosamente: Domani avremo trionfato di ogni difficoltà! Dappertutto per mezzo di fili elettrici, che scorrono per le pianure, travalicano le montagne, stendonsi sul letto dei mari, con la rapidità del fulmine il pensiero e la volontà dell’uomo si appalesano da una ad un’altra città, da un popolo ad un altro popolo, da un mondo ad un altro mondo; che anzi oggimai mercé le scoperte di un nuovo genio italiano ciò avviene anche senza la mediazione dei fili. Là, in mezzo agli oceani navi, che assicurate dai capricci dell’atmosfera e dalla tirannia dei venti volano senz’ali, sfiorando l’abisso, giungendo in porto ad ora stabilita e compiendo in pochi giorni un viaggio, per il quale i nostri antenati impiegavano mesi intieri. Sulla superficie della terra una immensa rete di ferro, sulla quale i treni passano sbuffanti, portati dal vapore, come da un’anima vivente, e trasportando le intere popolazioni a spettacoli, ad affari, a piaceri, che ai nostri maggiori erano ignoti. Le città e persino le ville illuminate la sera da splendori incantevoli, che sembrano eclissare il giorno; e i signori e le dame che folgoranti di sete, di ori, di diamanti o battono il cammino in aria di conquistatori, o nei superbi cocchi paiono essere condotti per le vie del trionfo. Nel tempo stesso la gente del popolo, gli operai, i servitori, gli uomini della gleba, che senza più alcun riguardo si frammischiano nelle agitazioni della vita alla nobiltà ed alla borghesia, tenendo alta la testa e mostrando scritto sulla fronte il pensiero del cuore: « Le distinzioni sono ornai scomparse; è il tempo della libertà, dell’uguaglianza e delle fraternità: anche noi abbiamo i nostri rappresentanti al maneggio della cosa pubblica; siamo ancor noi in pieno possesso dei nostri diritti. » La gioventù poi soprattutto ti si presenta lieta e festante, incoronata di fiori, senza timore che le si appassiscano, spensierata della vita presente e facendo sogni dorati per l’avvenire. Insomma sembrerebbe tornata l’età dell’oro, parrebbero giunti i tempi della prosperità e della tranquillità universale. Eppure… ah! non vi ha bisogno di un lungo esame per riconoscere, che la prosperità non è che apparente e che la tranquillità non esiste. Invece della prosperità regna la miseria, e miseria sì grave, sì orrenda e sì estesa da far soffrire la fame a intere popolazioni. Invece della tranquillità regna la cupidigia, l’agitazione, la lotta, il disordine. Si è fatta la pace, ma la pace non esiste, e più che mai rinvigoreggiano gli odii nazionali e regionali; si invoca la ristorazione morale e non mai i delitti furono più numerosi, più enormi e più feroci, perché non mai i costumi furono così depravati. Quadra troppo bene alla nostra età quella sentenza dell’apostolo Giovanni: Omne quod in mundo est, concupiscentia carnis est, et concupiscentia oculorum, et superbia vitae. ( I Eph. II, 16). Quant’è nel mondo tutto è compiacenza della carne, sete delle ricchezze, superbia della vita. La più parte degli uomini infatti obbliando il principio, onde nacquero, e il fine a cui sono chiamati, fissano tutti i loro pensieri e le loro sollecitudini nei vani e caduchi beni della terra, e violentando la natura e scompigliando l’ordine stabilito, si rendono volontariamente schiavi dei miserabili agi e piaceri dei sensi. È poi naturale che con l’amore degli agi e dei piaceri si accoppi la cupidigia di quanto serve a comprarli. Di qui quella sfrenata avidità di denaro, che acceca quanti invade, e corre tutto fuoco ed a briglia sciolta a scapricciarsi, senza divisare sovente il giusto dall’ingiusto, e non di rado con ributtante insulto all’altrui miseria e impotenza. Di qui la giustizia divenuta così rara, il furto, la rapina, la concussione, l’usura che si pratica sotto tante forme, le catastrofi finanziarie che si moltiplicano, i giuochi di borsa nei quali si rischia non solo quel che si possiede, ma ciò che non si ha e non si avrà giammai; i possessori della fortuna pubblica che vivono tranquillamente al coperto sotto la loro infamia, la qualifica di speculazione disgraziata ai giuochi in cui si è dilapidato il bene altrui, l’invidia alla sorte di quei ricchi disonesti, a cui la fortuna fu più propizia, e da un capo all’altro della scala sociale quel non aver più in credito ed in voga che un’arte, l’arte di riuscire a far denaro, anche a costo di metter le mani sull’oro altrui e di tingerle dell’altrui sangue. E di qual sangue! Talora del fratello, dei figli, del proprio padre e della propria madre! All’istesso modo l’animo inorgoglito per una parte tenta scuotere il giogo d’ogni legge, calpesta ogni autorità e solleva da per tutto la bandiera della ribellione: per l’altra, affine di prevalere ad ogni costo sopra gli altri, si appiglia alla menzogna, alla corruzione, alla forza ed all’arbitrio. Uno sguardo in basso, e le classi povere e lavoratrici vi faranno paura; uno sguardo in alto, e l’autorità o vi farà compassione o vi farà fremere. Il popolo più non rispetta l’autorità, anzi non solo non la rispetta, ma la disprezza e la odia, e la disprezza e la odia solamente perché è autorità. I piccoli, i poveri, gli operai, i diseredati della fortuna alzano il grido di Spartaco, e con celerità spaventosa questo grido si propaga nel mondo ingenerando i più spaventevoli rivolgimenti politici; il pugnale o la palla dell’assassino mette così spesso a pericolo e toglie ben anco la vita dei Capi delle nazioni, e il petrolio, la dinamite, le bombe talora mandano in aria le case o le famiglie dei ricchi, dei padroni, dei capitalisti e dei governanti. Questi poi per parte loro in gran numero arrivano oggi a sedere al banchetto dei pubblici affari non altrimenti che brogliando e corrompendo; e là seduti, serviti del danaro delle pubbliche gabelle, servono ad un tempo stesso alla setta, da cui dipende tutta la loro vita e la loro forza, o eccedendo vilmente di tolleranza verso i malvagi, o più odiosamente di dispotismo verso i buoni. Che se poi dalla società in generale voi vi affacciate in particolare al focolare domestico, dovete tosto ritrarvene atterriti, perciocché nozze senza santità, famiglie senza amore, coniugati senza fedeltà, genitori senza prudenza, figliuoli senza rispetto, anche qui fanno regnare l’alterigia, la disobbedienza ed il disordine. Insomma dappertutto, nella vita privata e nella pubblica, nonostante il progresso delle scienze e della materia, e la prosperità e la tranquillità apparente, decadenza, miseria, malessere e rivoluzione che spaventa. Ma a tanto male chi ha spalancato la via? Quale causa funesta lo ha ingenerato e cresciuto? Quale causa?… L’abbandono e il disprezzo pressoché totale di nostro Signor Gesù! O, Sì, purtroppo, o miei cari, con uno spirito fatale di superba e fallace innovazione, Gesù Cristo fu detronizzato e messo alla porta dalla società, dalla scienza dalla letteratura, dall’arte, dalla morale, dal governo, e persino dalla religione, che si pensò creare senza di Lui; anzi Gesù Cristo non solo fu escluso, ma beffato, insultato, maltrattato, combattuto nella scienza, nella letteratura, nell’arte, nella morale, nel governo e nella religione di nuovo conio. Né crediate che in ciò vi sia esagerazione di sorta. Non avete che a gettare qua e là lo sguardo per convincervi tosto di questa dolorosa e terribile verità. « Considerate l’andamento delle pubbliche scuole. Non solo non si dà luogo in esse all’ecclesiastica autorità, e si lascia d’informare alla pratica dei cristiani doveri gli animi della gioventù, ma si tace il più delle volte l’insegnamento religioso, e ciò che è peggio le si ammanisce una viziata dottrina, la quale, tutt’altro che istruire con le nozioni del vero, infatua coi sofismi dell’errore. » (LEO XIII) – Il libero pensiero ha negate le grandi verità religiose, epperò postergata affatto la fede divina, e filosofando col solo magistero della ragione, si insegna che quanto vi ha nel mondo tutto è corporeo; che gli uomini e gli animali hanno medesimezza di origine e di natura, che forse non vi ha neppure un Dio, sommo artefice del mondo e dominatore delle cose, e che se pure esiste egli è ben diverso da quello che la religione cristiana lo finge. – Considerate la stampa, che più ancora della scuola riproduce il libero pensiero, e col libero pensiero la coscienza libera, che ha proclamato norma unica delle azioni umane il proprio volere; consideratela nei romanzi, nei libri, nei manuali, nelle riviste, negli almanacchi e più ancora nel giornale, che forma oggidì la principale attrattiva del popolo. Da per tutto storie, racconti, novelle, ragionamenti, articoli scientifici e letterari concorrono come tanti colpi di scure contro il tronco di un albero che si vuole atterrare, a rovinare, cioè gli ultimi avanzi della fede popolare. Ivi si insultano i preti, si calunniano e si infamano senza smentita o ritrattazione di sorta; ivi si scherniscono e si combattono le processioni, i pellegrinaggi, le feste religiose, i congressi cattolici e tutte le manifestazioni di fede cristiana; ivi si assale con energia diabolica la Bibbia, il Vangelo, Gesù Cristo, Iddio; ivi con la più cruda fierezza si spaccia il materialismo popolare: « Che Dio non c’è, che Dio è il male, che l a religione ha fatto il suo tempo, che quando si è morti tutto è morto, che l’altro mondo non esiste, che nessuno ne è mai tornato, che il cielo, l’inferno, il purgatorio sono stupidezze; che i preti che li predicano fanno il loro mestiere, che le persone che ancor ci credono sono sciocchi o pazzi, che le persone dabbene non ci credono più, che il regno della superstizione è passato, che è il regno della scienza! » Sì, ecco in tutta la sua sincerità e in tutta la sua estensione la dottrina, che si spaccia ogni dì da milioni e milioni di fogli stampati. Considerate inoltre le stesse arti, già inventate pei comodi della vita e onesto sollievo dell’animo, fatte servire di esca ad infiammare le umane passioni; considerate le ampie e licenziose rappresentazioni teatrali; considerate la educazione laica e viziata che si imparte ai figliuoli nel seno istesso delle famiglie; considerate sopra tutto il lavorìo febbrile, incessante, diabolico delle sette anticristiane, ed il contegno talora aggressivo ed oppressivo dei poteri umani contro la Chiesa cattolica; e poi non penerete a conoscere, che non solo si è respinto Gesù Cristo e la sua dottrina da ogni cosa, ma che in ogni cosa si combatte Gesù Cristo e la sua dottrina e da per tutto si ripete il grido della giudaica perfidia: Nolumns hunc regnare super nos. – Ma che? Dove termina il regno di Gesù Cristo, termina per naturale conseguenza il regno della vita cristiana, e delle cristiane virtù, da cui solo viene ogni bene; termina la castità che conserva il pudore e il buon costume, termina la povertà che ci innalza al di sopra dei miseri beni del mondo, termina l’umiltà che ci rende sommessi all’autorità, dolci con gli eguali, fratellevoli cogl’inferiori, termina la mortificazione che ci fa rassegnati al patire, termina la carità che ci anima al perdono ed al sacrificio; termina insomma il regno di ogni pia bella virtù, e vi sottentra necessariamente, inevitabilmente, un altro regno, il regno del diavolo, il regno d’ogni più turpe vizio; il regno della disonestà, della cupidigia, dell’orgoglio, del godimento, dell’egoismo, dell’ingiustizia, della prepotenza, dell’odio, della vendetta, dell’insubordinazione e della rivoluzione, e accumula rovine sopra rovine, dolori sopra dolori, miserie sopra miserie. Tant’è, la giustizia nella stima e nell’amore di Gesù Cristo innalza e prospera le genti, ma il peccato nell’abbandono e nel disprezzo di Gesù Cristo li abbatte ed immiserisce: Iustitia elevat gentem, miseros autem facit populos peccatum. (Prov. XIV, 34) No, non è da cercare altrove la causa dei mali presenti; perciocché le stesse cause meramente esterne, quali sono gli sbagli gravissimi dei governanti, l’accrescimento enorme delle tasse, l’inferacità del suolo, e simili, non sono altro in fondo in fondo che effetti e castighi prodotti da quella causa prima ed unica.

II. — Se tale adunque è la causa vera e suprema dello stato infelice, a cui trovasi ridotta la nostra società, quale sarà il rimedio per guarirla e salvarla? La sapienza umana si avanza proponendo i suoi. Il socialismo ai giorni nostri vorrebbe a tal line rifare la costituzione sociale dalle sue basi. Ma chi non ha perduto interamente il buon senso, vede a primo aspetto, che nelle teorie del socialismo ridotte alla pratica, anziché un rimedio vi ha un pericolo maggiore del male. I filosofanti vorrebbero far penetrare meglio nelle masse l’idea del dovere, della giustizia e dell’onore. Ma che può mai sull’animo umano l’idea dell’onore, della giustizia e del dovere, quando mancando la dottrina di Gesù Cristo non vi è più nulla da far sperare e più nulla da far temere? Quando dalle pareti del tribunale, della scuola, dell’officina, della casa domestica si è strappato il crocifisso, che rammenta un Dio che tutto vede e tutto conta, anche i più segreti pensieri dell’animo, per darne premio o castigo, dovere, giustizia, onore sono parole prive di senso. I governanti si appigliano alle leggi ed alla forza. Ma moltiplicate pure all’infinito le leggi, raddoppiate le precauzioni, triplicate le serrature, ampliate le prigioni, aumentate le galere e i domicilii coatti, mettete gli stati di assedio, istituite i tribunali militari, pronunziate giudizi con la massima severità ed eseguiteli col maggior apparato di forza, non perciò si stabilirà la prosperità e la pace, non saranno perciò più sicuri i vostri beni e la vostra vita; un po’ di astuzia, un po’ di destrezza, un po’ di violenza basterà ad eludere e ad abbattere ogni cosa per coloro, nei quali avete fatto morire l’idea della legge cristiana e di quel tribunale che non si evita giammai. Miei cari! I rimedi che propone l’umana sapienza sono inutili, perché impotenti ed inefficaci. « Come questo mondo non altrimenti può essere conservato, che dalla volontà e provvidenza di Colui, che l’h a creato, così pure non possono gli nomini essere risanati, che dalla sola virtù di Colui, che gli ha redenti. » No, non est in alio aliquo salus: (Act. IV , 12) – Non havvi salvezza fuor di Lui. « Poiché se Gesù Cristo a prezzo suo sangue riscattò una volta sola il genere umano, nondimeno perenne e costante è l’efficacia di opera cotanta e di sì gran benefizio. » ( LEO XIII) Perciocché questo è il disegno di Dio, di ristorare mai sempre in Cesù Cristo tutto ciò che è nei cieli, e tutto ciò che è sulla terra; Instaurare omnia in Christo, quæ in cœlis et quae in terra sunt. (Eph. 1, 10) E Gesù Cisto ristoratore, dall’alto della sua croce, sollevato in mezzo all’universo ed al tempo, è il centro di ogni armonia che si ristabilisce, d’ogni bellezza che si rinnova, d’ogni grandezza che si ristora: Egli è la via, la verità e la vita. È « la guarigione dei mali presenti è riposta in questo, che mutato avviso, ritornino gl’individui e la società a Gesù Cristo ed al retto cammino della vita cristiana. » (Id.) Tale, nessun’altra, è la gran legge della riparazione: ricondurre Gesù Cristo nella scuola, nell’officina, nella famiglia, nella legislazione, nel governo, nella religione, in tutta quanta la vita sociale ed individuale. Bisogna che ogni cristiano, di fatto e non di nome soltanto, effettui l’ideale del Cristianesimo additato già dai santi Padri: Esso è un altro Cristo: Christianus alter Christus. – Bisogna che l’individuo, la famiglia, la società possa gridare con l’Apostolo: Io vivo, ma non già io, è Gesù Cristo che vive in me. È Gesù Cristo che anima la mia parola, i miei scritti, le mie opere, i miei movimenti, le mie aspirazioni, i miei commerci, le mie industrie, le mie leggi, i miei governi: vivo ego, jam non ego, vivit vero in me Christus. (Galat. II, 20). Oh! quando per mezzo di una vita essenzialmente ed universalmente cristiana, rifiorita di tutte le cristiane virtù sociali ed individuali, sarà ricollocato Gesù Cristo sul suo trono, sarà rimesso nel cuore della società, della famiglia, degl’individui, allora ritornerà il benessere, la prosperità e la pace, perciocché i grandi abbasseranno l’orgoglio, i piccoli si faranno rispettare per le loro virtù e non incuteranno timori coi tumulti, i maestri, i padroni, i genitori eserciteranno con dolcezza e con vigore la loro autorità, e i sudditi, i discepoli, gli operai, i servi, i figliuoli la riveriranno con stima ed affetto; la giustizia metterà la spada nel fodero e signore del mondo sarà l’amore; la miseria scomparirà dai nostri paesi e dalle nostre case, perché allora Iddio ci benedirà tutti de rore

meli et de pinguedine terræ.

III. — Ma io so bene che vi saranno di coloro, i quali nel loro cuore andranno dicendo che questo è un bel sogno, ma nient’altro che un bel sogno. L’apostasia del secolo è andata troppo avanti, l’incredulità è addivenuta troppo generale, perché si possa pervenire a questo di ristabilire largamente la vita e le virtù cristiane in seno alla società. Ed io non nego che tale ristabilimento abbia ad incontrare difficoltà ed ostacoli, né si possa effettuare ad un tratto solo. Ma viva Dio! Egli che « fece sanabili le nazioni » ha pur sempre a secondo della loro infermità apprestato gli opportuni rimedii. Al tempo che il paganesimo agonizzante tentava di mantenersi in vita con lo scannare a milioni i Cristiani, Iddio diede a suoi martiri il coraggio, per cui versando il sangue per la fede, effondevano il seme di cristiani ancor più numerosi. Quando gli eretici, sottentrati ai carnefici, con maggior furore e con maggior nocumento spargevano la zizzania nel campo della Chiesa, Iddio suscitò i Padri e i Dottori, che con la loro ammirabile sapienza ed operosità non tardarono a mondarlo. Quando tra i popoli accesosi lo spirito di odio e di vendetta, gli animi stavano inferociti tra loro nel seno della stessa città e famiglia e la mano correva sì presta a brandire la spada per versare umano sangue, Iddio risvegliava lo spirito di carità vicendevole e di universale fratellanza per mezzo delle grandi famiglie religiose. E in questi ultimi tempi, in cui dapprima il Protestantesimo, ed il Volterianismo, e l’incredulità dappoi, han fatto man bassa sopra i misteri più augusti della nostra santa fede e sopra le pratiche più sante e salutari della nostra santa Religione gridando satanicamente e senza alcun riguardo: « Abbasso Gesù Cristo! abbasso la Vergine e i Santi! » Iddio sembra offrire il rimedio opportuno nella divozione più ferma, più viva e più manifesta ai Santi, alla Vergine e a Gesù Cristo soprattutto. Perciò in questi tempi è che ad onore di vari santi, come ad esempio di san Giuseppe, si è esplicato un culto assai più fervido che nei tempi passati; è in questi tempi che le manifestazioni di amore alla grande Ausiliatrice dei cristiani si sono mirabilmente accresciute; ed è pure in questi tempi che si è fatta e si va facendo più ardente nel cuore dei Cristiani la divozione a Gesù Cristo mediante la divozione diretta al suo Cuore Sacratissimo. – Ora, che nella divozione a questo Cuore Sacratissimo di Gesù, per non dir nulla qui della divozione alla Vergine ed ai Santi, stia riposto un mezzo dei più acconci a ridonare alla società lo spirito, la vita e le virtù cristiane, epperò la pace e la prosperità, nessuno è di retto senso che nol possa vedere. Perciocché, se è vero, come abbiamo riconosciuto, che l’attuale disordine della società consiste nell’abbandono di Gesù Cristo, e che a far scomparire tale disordine non vi è altro mezzo che rimettere nella società Gesù Cristo, bisogna pur confessare che a ciò nulla giova maggiormente, che la divozione al suo Sacratissimo Cuore. Il Cuore di Gesù è il cuore, in cui sono raccolte tutte le bellezze, tutte le perfezioni, tutte le virtù, tutte le dottrine, tutti gli ammaestramenti di Gesù Cristo. Il Cuore di Gesù è il cuore, in cui stanno tutte le ricchezze e tutti i tesori della bontà di Dio verso gli uomini, e da cui sono sgorgate tutte le prove supreme della carità divina in nostro prò. Questo Cuore anzi è per eccellenza la Vittima di Carità per noi; perciocché essendo il cuore l’organo dell’amore, è con questo Cuore, che Gesù Cristo ci amò col più grande amore di sacrifizio, vale a dire con quell’amore che lo spinse a dare tutto se stesso per noi. Nella divozione adunque di questo Sacratissimo Cuore si vengono a studiare e riconoscere particolarmente e profondamente le sue bellezze, le sue virtù, i suoi insegnamenti, le sue prove d’amore, tutta insomma la grand’opera della sua redenzione, e conoscendo tutto ciò resta come impossibile non credere, non amare, non imitare Gesù Cristo e non riporre in Lui tutta la fiducia. Di Archimede si racconta che essendo riuscito ad incentrare tutti i raggi del sole nel disco di una gran lente, di là proiettava saette di fuoco ad incendiare le navi nemiche. Gesù Cristo invece avendo concentrato nel Cuor suo Sacratissimo tutte le grandezze della sua redenzione, da questo Cuore si volge al cuore degli uomini per illuminarli, per infiammarli, per eccitarli alla sua imitazione, alla sua adorazione, all’invocazione del suo aiuto. – E per tal guisa Gesù Cristo creduto, amato, imitato, adorato, invocato dagli individui ripasserà nelle famiglie e nella società, che di individui si compongono; e la famiglia e la società, ritornate cristiane, riavranno la felicità e la pace. Tale, senza dubbio, sarà l’efficacia meravigliosa di questa divozione ben’intesa e ben praticata. Ce ne sta garante la parola istessa di Gesù Cristo. Mostrandosi egli un giorno a santa Geltrude in compagnia di S. Giovanni Apostolo concesse a questa santa di posare la testa sopra il suo petto. Ed allora, intendendo essa i battiti così forti del Cuore di Gesù Cristo, rivolgendosi a S. Giovanni esclamò: Perché, o santo Apostolo, non avete parlato nel vostro Vangelo di quello che ora io sento? E a questa domanda s’intese a rispondere che « una cognizione più intima del Cuore di Gesù era riserbata a quei tempi, in cui essendosi raffreddati i cuori degli uomini nel suo amore, sarebbe stato necessario riaccenderli. » Non temiamo adunque. – Per quanto sia cresciuta l’incredulità e l’indifferenza, per quanto sembrino congiurate contro la fede e la vita cristiana la scienza e la politica, per quanto possa parere vicino un nuovo trionfo del paganesimo e della rivoluzione, non sarà così tuttavia. La vera divozione al Sacro Cuore di Gesù, che si va ogni dì più assodando, mercé il movimento portentoso ed universale verso la SS. Eucarestia, ci anima efficacemente a sperare in tempi migliori. Lo stesso evangelista S. Giovanni dopo aver narrato l’ultimo oltraggio recato al Crocifisso con la lanciata, per cui gli fu aperto il costato e ferito il Cuore, si

affrettò di notare, che ciò avvenne perché si adempisse la Scrittura che diceva: Volgeranno gli sguardi a Colui, che hanno trafitto: Videbunt in quem trafixerunt. (ZACC. XII, 10) E così avvenne realmente, perciocché dopo quella crudele ferita gli stessi crocifissori si volsero a guardar Gesù Cristo non più come oggetto di odio e di abbominazione, ma come oggetto di pietà e di religione, anzi di speranza e di salute. Lo stesso Longino, il soldato, che trasse il duro colpo di lancia, volgendo lo sguardo a quel Cuore ferito essendo stato bagnato dall’acqua e dal sangue, che ne scaturì, non solo acquistò la vista materiale di un occhio che aveva cieco, ma più ancora acquistò la vista dello spirito, poiché conosciuta la verità, l’abbracciò e la seguì, e si fece santo e morì martire! Così anche ora, per mezzo della devozione, volgendo lo sguardo al Cuore trafitto di Gesù Cristo, se ne trarranno per gli stessi malvagi, cha hanno rinnovato il delitto di Longino, torrenti di luce e di amore. Ed oh! voglia Iddio che da tutti si riconosca questa grade verità. Ma poiché Egli nella sua bontà si è degnato di farla riconoscere a voi, che devoti al Sacro Cuore di Gesù siete venuti qui ad onorarlo, fin da questo primo giorno del mese a Lui consacrato, deh! continuate voi ad avvalervi di questo gran mezzo di salute. No, non vi sia alcuno di voi, che creda non appartenergli punto la ristorazione della società od essere opera di ben altri uomini. Quando pure tra di voi non ci fossero che anime semplici e rozze, non vi scordate che Iddio si valse di dodici poveri pescatori per rigenerare il mondo. E con la devozione al Sacro Cuore di Gesù, che voi continuerete a praticare, e che anzi andrete ogni giorno più in voi accrescendo, riuscirete senza dubbio, benché occultamente, a fare al mondo un bene di gran lunga maggiore che non quello di tutti i legulei e filosofi moderni. Venite adunque, o carissimi, venite in questo mese a considerare, a studiare da vicino, a contemplare questo Sacratissimo Cuore. In Lui, secondo l’insegnamento della Chiesa, riconoscete la Vittima della Carità, l’Arca che contiene la legge di grazia e di misericordia, il Santuario intemerato della nuova Alleanza, il Tempio mille volte più santo dell’antico, la sorgente di ogni virtù. Venite ad adorare questo Cuore Divino, a rifugiarvi dentro di Lui, a gustare le sue dolcezze, a sperimentare le sue misericordie. Venite, o giusti, venite, o peccatori,, venite, o anime tranquille, venite, o anime tribolate, venite, venite tutti: nel Sacro Cuore di Gesù, nella sua cognizione, nel suo amore, nella sua imitazione, nella sua vera divozione, troverete tutti la pace, la salute, la felicità. – E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, che sospingete al vostro capo, alle vostre mani, ai vostri piedi e a tutte le altre parti del vostro corpo, quel sangue preziosissimo con cui voleste operare la redenzione del mondo, deh! non permettete che una tale redenzione non abbia ad essere copiosa. Come un giorno vi commoveste di compassione al vedere innanzi a Voi una turba affamata di pane terreno, commovetevi oggi anche più nel vedere la presente società, che perisce in un’inedia terribile per la mancanza del cibo divino della vostra cognizione e del vostro amore. Mercé la divozione vostra disvelatevi ad essa in tutta la vostra amabilità, e riguadagnatevi tutti i cuori suoi; mercé questa divozione spargete sopra di essa le vostre benedizioni e le vostre grazie di salute, perché ancor essa fa parte del vostro popolo e della vostra eredità; sì, salvatela adunque e beneditela: Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic haereditati tuæ.

IGNORANZA DELLA RELIGIONE

Ignoranza.

[G. Bertetti: Il Sacerdote Predicatore. S.E.I. Ed. Torino, 1919]

— 1. Ignoranza colpevole. — 2. Ignoranza inescusabile. — 3. Ignoranza funestissima nelle sue conseguenze.

1. IGNORANZA COLPEVOLE. — Non è colpa l’ignorare l’astronomia, la geometria,… e tutte le altre scienze umane… Son tutte cose bell’e buone, se si apprendono col retto intento d’aiutarci per mezzo di esse alla conoscenza di Dio:… ma Dio non ci fa nessun obbligo di studiarle, e alla conoscenza di Dio si perviene molto più facilmente con la semplicità del cuore che con la sublimità dell’intelletto: « Io ti ringrazio, o Padre, o Signore del cielo e della terra, perché hai tenute occulte queste cose ai saggi e ai prudenti, e le hai rivelate ai piccolini: così è, o Padre, perché così a te piacque» (MATTH., XI, 25, 26):…. È colpa ignorare ciò che siamo obbligati a sapere;… è colpa ignorare ciò che s’appartiene alla fede e alla morale cattolica, e quest’è obbligo per tutti indistintamente d’apprendere e sapere: « la vita eterna si è che conoscano te, solo vero Dio, e Gesù Cristo mandato da te». (JOAN., XVII , 3) . .. Ed è obbligo di ciascuno in particolare d’apprendere e conoscere ciò che s’appartiene al proprio stato e al proprio officio;… è perciò colpa ignorare quel ch’è necessario sapere in particolare per esercitare coscienziosamente la missione che a ciascun di noi il Signore ha affidato… «È cosa manifesta che chiunque tralascia d’avere o di fare ciò ch’è tenuto ad avere o a fare, fa un peccato d’omissione: perciò è peccato l’ignorare per negligenza quelle cose che s’è in obbligo di sapere ». (S. TH., 2A 2AE , q. 76, a. 2 ) … Eppure, mentre una vera frenesia assale gli uomini d’acquistare la scienza profana, ben pochi si curano della scienza che solo può condurre alla vita eterna… Molti vanno avidamente in cerca di ciò che non sono obbligati a sapere;… pochi sanno le cose che si devono assolutamente sapere… Le tenebre della più profonda ignoranza della religione avvolgono il mondo… Provatevi a interrogare sulle questioni più elementari del dogma e della morale gli artigiani, i mercanti, gl’industriali;… interrogate i dotti e i letterati.

2. IGNORANZA INESCUSABILE . — Quest’ignoranza non ammette scusa… « L’ignoranza della verità non iscusa dalla condanna coloro, ai quali era facile trovarla, se l’avessero voluta cercare: tocca a noi cercare la verità la salvezza, la vita; non alla verità, alla salvezza, alla vita tocca cercare, noi » (S. GIOV. CRIS. , homil. 78 in Matth.);… « altra cosa è non aver saputo, altra cosa non aver voluto sapere; ignorante scusabile è chi vorrebbe imparare e non può; ma chi per non sapere si tura le orecchie alla voce della verità non è solo un ignorante, ma un dispregiatore della verità » (S. BEDA, in 12 Luc.). Potranno scusare la loro ignoranza quegl’infedeli che non sentirono mai parlare di Gesù Cristo,… quei protestanti che furono educati nella persuasione di trovarsi nella vera Chiesa;… ma come potranno scusarsi i cattolici che con tanta comodità d’istruirsi nella religione dicono col fatto, e fors’anche con le parole, al Signore: «Va via da noi; non ne vogliamo sapere de’ tuoi insegnamenti? » (JOB, 21, 14) … — «La regina del mezzogiorno insorgerà nel dì del giudizio contro questa razza d’uomini, e la condannerà, perché venne dall’estremità della terra a udire la sapienza di Salomone: ed ecco qui uno che è da più di Salomone » (MATTH., XII, 42)… Si condanneranno e si renderanno inescusabili da se stessi, poiché non badarono a sacrifici per imparare le cose della terra, e non mossero un dito per imparare le cose del Cielo!

3. IGNORANZA FUNESTISSIMA NELLE SUE CONSEGUENZE. — Chi non conosce Dio, non può amarlo, non può servirlo, non può aspirare alla celeste patria… L’ignoranza colpevole conduce direttamente alla perdizione eterna… Il trascurare la parola di Dio è segno evidente di riprovazione: « Chi è da Dio, ascolta la parola di Dio; voi non lo ascoltate, appunto perché non siete da Dio » (JOAN., VIII, 47) L’ignoranza apre inevitabilmente la via all’errore,… all’eresia,… all’apostasia:… non si vuol più sapere dell’Evangelo, e si presta cieca fede a ogni follia;… non si vuol più sapere di Gesù Cristo, «luce del mondo » (JOAN., VIII, 13), e si perdono dietro a uomini, che sono «nuvoli senz’acqua trasportati qua e là dai venti; alberi d’autunno, infruttiferi, morti due volte, da essere sradicati; flutti del mare infierito, che spumano le proprie turpitudini; stelle erranti, per le quali è riservata tenebrosa caligine in eterno » (Luc., XII, 13). – L’ignoranza della religione conduce alla più sfacciata immoralità:… senza l’Evangelo, si ripiomba in pieno paganesimo;… si perde l’esatta nozione dell’onestà, del diritto, della giustizia, della carità, della santità coniugale, della dignità umana… — É vero che conoscere la religione non significa ancor praticarla;… ma è pur vero che soltanto con la conoscenza di Dio si può avere la virtù… Conoscendo Dio, l’uomo si trova spinto al bene da impulsi più forti di quelli che lo spingono al male;… e anche quando avesse fatto il male, l’uomo trova la forza di rialzarsi, trova almeno un resto di pudore che lo protegge contro l’estremo cinismo dell’immoralità… Quando invece l’ignoranza nelle cose di religione è assoluta, i disordini raggiungono le più immonde e le più sfacciate turpitudini, conducendo tutto un popolo allo sfacelo e alla maledizione di Dio.