STORIA DEL BUON LADRONE di mons. J.- J. GAUME (2)

 

CAPITOLO PRIMO

I LADRI NELLA GIUDEA.

Etimologia della parola ladro. — Ladri o briganti molto numerosi nella Giudea ai tempi di Nostro Signore Gesù Cristo. — Testimonianza dello storico Giuseppe. — Caccia data ai ladri da Erode, e dai governatori Romani Pilalo, Felice, e Festo.

Perché questo gran numero di briganti nella Giudea.

« Insieme con Gesù eran condotti anche due altri, che erano malfattori, per esser fatti morire, E giunti che furono al luogo detto Calvario, quivi crocifissero lui, e i ladroni uno a destra, l’altro a sinistra. E Gesù diceva: Padre perdona loro: conciossiachè non sanno quel che si fanno. E spartendo le vesti di lui, le tirarono a sorte …E uno dei ladroni pendenti lo bestemmiava dicendo: se tu sei il Cristo salva te stesso e noi. – E l’altro rispondeva sgridandolo, e dicendo: nemmeno tu temi Iddio, trovandoti nello stesso supplizio? E quanto a noi certo che con giustizia, perché riceviamo quel che era dovuto alle nostre azioni; ma questi nulla ha fatto di male. E diceva a Gesù: Signore, ricordati di me, giunto che Tu sia nel tuo regno. E Gesù gli disse: oggi sarai meco nel paradiso1.» – I due malfattori, che salivano il Calvario col fìgliuol di Dio erano ladri, latrones. Questa parola latina esprime non già un truffatore o un mariuolo, ma un vero ladro di strada, un brigante. « Gli antichi, dice Festo, chiamavano ladri, latrones i soldati mercenarii. Oggidì si dà questo nome ai ladri di strada, sia perché essi attaccano i viandanti di fianco, qaod a latere adoriantur, sia perché si nascondono per tendere loro insidie, vel quod latenter insidiantur 2. » – La legislazione di tutti i popoli li puniva di morte. Presso i Romani il più crudele ed il più ignominioso dei supplizi, la crocifissione, era loro riserbata. « La ragione di ciò è, dice s. Gregorio Nisseno, perché il brigante, per ottenere il suo intento, non rifugge dal ricorrere anche all’omicidio. Egli è armato, si associa altri compagni, sceglie i luoghi più favorevoli al delitto, e perciò le leggi lo condannano alla pena degli assassini » Così i malandrini, facevano allora quello che fanno ancora ovunque i loro successori. Armali insino ai denti, errando per le montagne, nascosti nelle caverne, appostati in imboscate sulle pubbliche vie, in luoghi appartati, essi attaccavano i passeggeri, e li percuotevano; e se non li uccidevano, li lasciavano semivivi e coperti di ferite. Senza dipartirci dal Vangelo, ne abbiamo la prova nella storia o parabola del viaggiatore da Gerusalemme a Gerico. Ne è questa la sola volta che il testo sacro parla dei ladri di strada. Nel giorno della passione, noi troviamo Barabba ladro insigne, sedizioso ed assassino. Finalmente due ladri sono i compagni di supplizio del Figliuol di Dio. – Si può domandare, perchè l’Evangelio, cosi parco nell’accennare le particolarità, constata a più riprese l’esistenza dei briganti nella Giudea. Soprattutto si può domandare, perché nostro Signore prende a soggetto di una delle sue più belle parabole il fatto di un viandante assalito dai ladri. La storia sacra e la storia profana insieme ce ne danno la risposta. La prima ci dice: che per essere compreso dalle moltitudini l’ammirabile Divin Maestro traeva le sue istruzioni dalle cose che erano da tutti conosciute. La seconda aggiunge, che all’epoca in che Egli viveva, e sino allo sterminio della nazione, la Giudea era infestata dai briganti. D’onde proveniva questa strana situazione? Da una parte i Giudei nella loro qualità di popolo di Dio, si credevano affrancati da ogni dominazione straniera. Dall’altra essi avevano dovuto soffrir crudelmente dai re di Siria ed anche dai Romani. L’odio per lo straniero, che bolliva nel cuore della nazione, si manifestava con ribellioni e sommosse incessantemente rinascenti. Dispersi dalla forza pubblica, i ribelli si ritiravano nelle montagne, e non tardavano, come abbiamo visto anche ai giorni nostri, a divenire terribili briganti. Vuolsi sapere la causa che produsse la riputazione di Erode, e gli spianò la via al trono? Ascoltiamo lo storico Giuseppe Ebreo: « Antipatro, egli dice, avendo acquistato un gran potere, confidò il governo della Galilea al suo figliuolo Erode ancora giovanissimo, mentre non aveva che quindici anni: ma la giovinezza non toglieva nulla alla di lui capacità. D’un carattere ardente e risoluto, non tardò a trovare l’occasione di mostrare il suo coraggio. Avendo incontrato Ezechia, capo di briganti, il quale alla testa di una numerosa banda infestava le frontiere della Siria, si precipitò su di lui e l’uccise insieme a gran numero di ladri suoi compagni. Quest’impresa gli meritò al più alto grado l’affezione dei Siri, poiché ne aveva appagati i voti liberando il paese dal brigantaggio. Per la qual cosa essi pubblicavano da per tutto nelle città e nei villaggi che egli era il loro liberatore, e che a lui erano debitori del tranquillo godimento dei loro beni. Questi elogi lo fecero conoscere a Sesto Cesare, parente del gran Cesare, e governatore allora della Siria. Una delle grandi occupazioni di Pilato durante i dieci anni del suo governo, e dei suoi successori Felice, Sesto ed altri, nel tempo della loro presidenza, fu di dare la caccia ai briganti. – Il paese ne era pieno, quando l’ anno 51 di Gesù Cristo, nono anno del regno di Claudio, Felice prese possesso del suo governo. – Il temuto capo dei briganti era Eleazaro figlio di Dineo. Già da venti anni questo vecchio malandrino era il terrore della provincia. Spesso le truppe romane lo avevano perseguitato nelle montagne, che gli servivano di ricovero. Molti della sua compagnia erano stati presi, ed all’istante giustiziati per ordine di Felice; ma Eleazaro era sempre sfuggito. Or essendo inutile la forza, Felice ricorse all’astuzia. Fece domandare ad Eleazaro un abboccamento, con giuramento che non gli sarebbe fatto nessun male. Avendo Eleazaro a ciò condisceso, appena entrò nella tenda di Felice, fu caricato di catene, ed inviato a Roma per subire nel carcere Mametino il supplizio riserbato ai più grandi malfattori. – La morte di Eleazaro non pose fine al brigantaggio; anzi tutto al contrario, si manifestò questo con nuova recrudescenza, e fini coill’infestare tutta la Giudea. Non udivasi parlare che di villaggi saccheggiati ed incendiati, di viandanti arrestati, di abitatori sgozzati. In questa trista condizione Festo successore di Felice trovò la Giudea, allorché ne venne a prendere 1’amministrazione. L’anno 58 di Gesù Cristo decimo di Nerone. Una delle cause di questa recrudescenza fu il malcontento dei Giudei di Cesarea. Questa città era abitata da Giudei e da Siri, che godevano dei medesimi privilegi, e vivevano sul piede di un’intera eguaglianza. I Siri, gelosi dei Giudei, vollero togliere a questi il diritto di cittadinanza, ed a questo intento, i principali fra essi scrissero a Berillo antico professore di Nerone, corrompendolo per via di doni, affinché ottenesse dall’imperatore il consenso alla loro domanda. Presto se ne vide il successo. Appena fu conosciuto il rescritto imperiale che i Giudei entrarono in piena ribellione; [Joseph., Antiq., Jud., lib. XX, c. VII.]; si formarono in tutto il paese delle bande di briganti, alla cui testa si pose un Mago impostore che attirava la folla nel deserto, la lusingava con vane speranze, e prometteva di renderla invulnerabile. Al fine di mettere un termine a questo stato di cose reso intollerabile, Festo spedì un corpo d’armata, cavalleria e fanteria che diede la caccia ai briganti, e massacrò l’impostore con tutta la sua truppa. – Per una ben meritata disposizione della divina giustizia, quegli orgogliosi Giudei i quali ricusavano di riconoscere un Messia pacifico, e che crocifiggevano la Verità in persona, accettavano tutte le chimere; e sempre in guerra, per sostenerle arrischiavano anche la loro vita. E sarà sempre così fino alla fine dei secoli. Datemi una nazione, una società, un’epoca che scuota il giogo del Principe della pace, che insorga contro la Verità vivente, e la vedrete infallibilmente cadere sotto la tirannia del principe della guerra e del padre della menzogna; e se Dio non interviene con un’azione diretta e sovrana, questo mondo affascinato camminerà d’errori in errori, di rivoluzioni in rivoluzioni, fino a che si sbrani di propria mano, o qualche capo di barbari venga a metter fine alla sua colpevole esistenza. – Non era difficile adunque trovare dei ladri nella Giudea, e possiamo credere che i due ladri del Calvario abbiano fatto parte delle tante numerose bande sparse nel paese. Queste particolarità storiche non solo servono a spiegare la menzione, che più volte si fa nel Vangelo, dei ladri nella Palestina, ma autorizzano altresì la tradizione di cui ora parleremo.

CAPITOLO II,

IL BUON LADRONE.

Fuga della sacra famiglia in Egitto. — Incontro dei ladri nel deserto. — Questo fatto molto verosimile in se stesso è attestato dalla tradizione. — Autorità di questa tradizione: essa è notata in vari monumenti del secondo e terzo secolo. — Che si deve pensare dei vangeli apocrifi. — Testimonianze dei secoli posteriori; Eusebio Alessandrino, Gregorio di Tours, S. Anseimo, Vincenzio di Beauvais. — Il grande istoriografo di Gesù Cristo, Laudolfo di Sassonia, il sapiente P. Orilia, e molti altri.— Quello che accadde in questo incontro. — Previdenza dell’infinita misericordia del Signore.

La strage degli innocenti era imminente, e fra tante vittime Erode ne cercava una sola. Iddio che si ride dei proponimenti degli uomini, salvò questa sola vittima, ed il regale assassino non altro vantaggio riportò dalla sua barbarie, che l’orrore della posterità. Giuseppe avvertito da un Angelo, prende il Bambino e la di lui Madre, lascia la sua dimora nel silenzio della notte, ed in tutta fretta si dirige verso l’Egitto. [Matt. II, 13-14] – Due vie potevano condurvici; la via di mare, e quella di terra. Prendendo la prima bisognava venire fino a Ioppe (Giaffa) o ai dintorni di essa, ed attraversare venti leghe di un paese popolatissimo; il che per i fuggitivi sarebbe stato lo stesso che correre quasi certissimo pericolo di essere riconosciuti; ed arrestati. – Di più arrivati al luogo d’imbarco potevano vedersi costretti ad attender anche più giorni 1’occasione della partenza, ed in tal caso ogni ora di dilazione sarebbe stata un ora di nuovo pericolo. Finalmente era necessario aver mezzi di pagare il viaggio, e la sacra famiglia era povera; ed è anzi molto probabile che lo fosse più ancora in questa circostanza, in cui l’ordine di partenza essendo venuto inaspettatamente e nel mezzo della notte, non si era potuto fare alcun preparativo. Quest’ordine pressante come un grido di allarmi, rispettato come un ordine del cielo, non permetteva né titubanza, né dilazione. Queste ragioni ed altre ancora sono sì gravi da non poter supporre che la sacra famiglia abbia scelta la via di mare. – Restava la via di terra; la quale aveva anch’essa i suoi pericoli. Da una parte, tra le frontiere meridionali della Giudea, e la terra di Egitto, stendevasi un deserto di quaranta leghe, che bisognava necessariamente attraversare. D’altra parte abbiamo veduto che la Palestina e i dintorni erano da molto tempo infestati da briganti, i quali, naturalmente, e diremmo anche quasi infallibilmente, dovevano incontrarsi, più che altrove, in questi luoghi appartati, lontani dalle abitazioni, e sopratutto nel mezzo di una vasta solitudine, che era la via obbligata delle carovane; in questi luoghi, essi potevano, senza timore di esser visti o conosciuti, esercitare la loro colpevole e troppo spesso sanguinaria professione. – Questa fu la strada che scelsero gli illustri fuggitivi: e l’arte, interprete della tradizione, rappresenta costantemente la sacra famiglia fuggitiva verso l’Egitto per la via di terra; e dipinge S. Giuseppe, che con una mano appoggiata ad un bastone, conduce con l’altra la modesta cavalcatura, sulla quale è assisa la SS. Vergine col bambino Gesù in braccio. Un’altra tradizione, della quale il terzo secolo offre già alcuni monumenti scritti nelle lingue orientali, ci fa conoscere che la sacra famiglia non iscampò al pericolo comune, e fu incontrata dai briganti del deserto. Prima di riportare i particolari di questo incontro, ci sembra utile di addurre qualche prova in appoggio di un avvenimento, che secondo la medesima tradizione occupa un vasto campo nella vita di S. Disma. – Nel fatto che la sacra famiglia come tanti altri viaggiatori, sia stata sorpresa dai ladri nella sua fuga in Egitto, non v’ha nulla d’impossibile; e si può anzi aggiungere che le nozioni storiche rammentate precedentemente lo rendono verisimile. È vero che non trovasi di un tal fatto parola nel Vangelo: ma il silenzio dei sacri scrittori non ne distrugge l’autenticità; poiché non tutto è stato scritto nel nuovo Testamento, e lo stesso Apostolo S. Giovanni dice, che il Libro divino contiene appena la minima parte dei fatti relativi a N. S. Gesù Cristo. [« Sunt autem et alia multa quæ fecit Jesus; quæ si scribantur per singula, nec ipsum arbitror mundum capere posse eos, qui scribendi sunt, libros. » XXI, 25]. – Vi sono anzi dei punti essenziali, di cui non vi si trova alcun vestigio, come sono fra gli altri, la sostituzione della Domenica al Sabato, e la validità del Battesimo per infusione. Qui come altrove la tradizione supplisce al silenzio dell’Evangelo; poiché questa tradizione di buon ora si fissò nei monumenti scritti. S. Luca ci dichiara, che sin dai primi giorni del Cristianesimo apparve un gran numero di opere sulla vita di Gesù Cristo. Ciò si comprende facilmente; poiché, al dir di Eusebio, folle innumerevoli di persone, attirate dal rumore dei miracoli dell’Uomo-Dio, accorrevano in Palestina dalle estremità più lontane della terra per vederlo e domandargli grazie e favori. [Hist, lib. I c. XIII.]. – Or l’uomo è così fatto che sempre e dapertutto, anche nei secoli d’incredulità e di materialismo, si mostra avido del meraviglioso. Questi pellegrini, Giudei o stranieri, che avevano avuto la sorte di vedere Gesù di Nazaret, o che avevano conversato con coloro che lo avevano veduto, facevano a gara in pubblicare le minime particolarità della sua vita e de’suoi miracoli. – Fu questa l’origine moralmente certa dei numerosi scritti, ai quali fa allusione l’Evangelista. – Quali erano queste prime opere delle quali dobbiamo deplorare la perdita? Nessuno lo sa. Possiamo affermare almeno che esse servirono di base ad un gran numero di raccolte di tradizioni evangeliche sparse più tardi in Oriente ed in Occidente. Le une furono redatte con più pietà che critica; l’altre composte o falsificate dagli eretici, racchiudevano il veleno dei loro errori: alcuna di esse non apparteneva con certezza all’autore, di cui portava il nome; e la Chiesa nella sua infallibile saggezza le rigettò tutte dal canone delle S. Scritture. – Ma col dichiararle apocrife essa non ebbe intenzione di denunziarle per false e menzognere affatto: alla zizzania dell’errore si trova in esse mescolato il buon grano della verità. La verità si riconosce facilmente, allorché il racconto di questi apocrifi è conforme a quello degli autori canonici, o all’insegnamento tradizionale della Chiesa; ed i casi ne sono assai frequenti. Se a cagion d’esempio, riportano essi alcune particolarità relative a Gesù Cristo, alla S. Vergine, o agli Apostoli; qualora simili particolarità non abbiano nulla di puerile o di inverisimile, ed a più forte ragione nulla di contrario alla fede; se anzi appariscano conformi agli usi ed ai costumi dell’antichità; esse costituiscono come una tradizione di second’ordine, che non è affatto riprovata né riprovevole; tradizione che gode anche di un’autorità relativa, sulla quale riposano un certo numero di fatti entrati senza opposizione per parte della Chiesa nel dominio del pubblico. La Chiesa medesima si è servita contro gli iconoclasti della lettera di Abgaro, comunque fosse stata messa tra gli apocrifi da S. Gelasio Papa. [Ved. Baron. an. 31. n. 50]. –  Nell’ottavo secolo, Papa Gregorio II, che doveva conoscere il decreto del suo predecessore, non teme di scrivere all’Imperatore iconoclasta Leone Isaurico in questi termini: « Trovandosi nostro Signore nei dintorni di Gerusalemme, Abgaro re d’Edessa, che aveva inteso parlare dei miracoli di Lui, gli scrisse una lettera, alla quale degnossi nostro Signore rispondere, e mandargli il suo adorabile ritratto. A vedere questa santa Immagine, non fatta per mano di uomo, accorri tu pure, o manda altri. Là accorrono e pregano molti dall’Oriente. » [Epist. I ad Leon. Isaur.]. –  Alcuni anni dopo un altro sommo Pontefice, Adriano I informa Carlo Magno di quanto si era fatto nel Concilio tenuto a Roma sotto Stefano IV e gli dice: « Il nostro predecessore di santa memoria, il Signore Stefano, presedendo al sopradetto Concilio, riporta un gran numero di testimonianze degne di fede, che egli stesso conferma; indi soggiunge: ma non è da omettersi quello che per relazione dei fedeli, i quali vengono dalle parti di Oriente, abbiamo appreso noi stessi. Per verità il vangelo non parla di quanto essi riferiscono; pure non è cosa incredibile, affermando lo stesso evangelista, come molti altri prodigi operò Gesù, che non sono stati scritti in questo libro. Asseriscono essi dunque che il Redentore del genere umano, avvicinandosi il tempo di sua passione rispondesse a una lettera del re di Edessa, il quale desiderava di vederlo, ed offrirgli un asilo contro le persecuzioni dei Giudei. »  [Apud Bar., an. 769, n. 8. Vedi ibid, an. 809, n. 17; an. 114, n. 17, etc.]. Segue poi la lettera di nostro Signore. Osservisi che S. Gregorio e Adriano scrivono lettere officiali ad imperatori, uno dei quali era nemico giurato delle sante immagini. Se le lettere di nostro Signore e di Abgaro, benché non ammesse nel canone delle scritture, non avessero avuto un’autorità molto rispettabile, come mai i sommi Pontefici avrebbero osato produrle con tale asseveranza in favore del culto tradizionale delle sante immagini? – I protestanti poi si mostrano talvolta meno disdegnosi di certi cattolici relativamente agli apocrifi. Quanto alle lettere di Abgaro conservateci da Eusebio, il dotto Pearson mostra una tal confidenza nelle primitive nostre tradizioni, che fa onore e alla sua imparzialità e alla sua erudizione.1 [Not. Ad Euseb. lib. I, c. XIII]. – Il dotto e saggio annalista della Chiesa Baronio non trova difficoltà alcuna di appoggiarsi agli apocrifi per stabilire, contro S. Girolamo, che quel Zaccaria ucciso dai Giudei fra il tempio e l’ altare è Zaccaria padre di S. Giovanni Battista. La regola da seguirsi, citando 1’autorità degli apocrifi, è quella indicataci dal gran cardinale: ammetterla cioè con prudenza, caute admittenda, e non sostenerla pertinacemente, mordicus defendi non deberi. [Ann. 48, n. 14. ann. 55. n. 5. et Iudex, t. I, p. 265, et 304]. – È inutile aggiungere essere nostra intenzione conformarvici in tutto il corso di questa storia. – « Le circostanze particolari contenute negli apocrifi, aggiunge Brunet, lungi dall’essere rimaste sterili, hanno avuto per una lunga serie di secoli razione la più potente e la più feconda sullo sviluppo della poesia e delle arti. L’epopea, il dramma, la pittura, la scultura del medio evo non hanno mancato di avervi ricorso. Trascurare lo studio dei vangeli apocrifi è lo stesso che rinunziare a scoprir le origini dell’arte cristiana. Essi sono stati la sorgente, alla quale gli artisti dopo l’estinzione del paganesimo hanno attinto tutto il loro vasto simbolismo: diverse circostanze rapportate da queste leggende, e consacrate dal pennello dei grandi maestri della scuola italiana, hanno dato luogo a tipi ed attributi che sono giornalmente riprodotti dalle arti del disegno.11. [Evang. apocryph. p. V. et VI; v. anche Bergier, Diz. artic. apocrifi, e vangeli.]. – Fra tutte queste opere noi ne citeremo due soltanto. L’una riferisce con qualche particolarità l’incontro della sacra famiglia coi ladri del deserto: l’altra dà il nome divenuto tradizionale dei due ladroni del Calvario. Il primo è l‘Evangelo della Infanzia, [Brunet, Evang. apocr., p. 54]. il quale risale almeno alla fine del secondo secolo. Scritto prima in siriaco, o in greco, fu tradotto poi nelle diverse lingue dell’Oriente e dell’ Occidente. Se ne trovaron copie in Egitto presso i Copti, nelle Indie presso i cristiani stanziati sulle coste del Malabar, presso gli Armeni ed anche presso i Musulmani; senza parlare dei popoli dell’Europa, ove le edizioni moltiplicate lo avevano reso popolare. [Brunet, Ibid., p. 53 et seg.]. – Questo scritto, chiunque siane l’autore, contiene fatti perfettamente avverati: tali sono le circostanze dell’adorazione dei Magi, e la causa della partenza della sacra famiglia per la terra di Egitto. « Ecco, dice il capo VII, ecco quello che avvenne. Mentre il Signore Gesù era nato a Betlelemme, città della Giudea, ai tempi del re Erode alcuni Magi vennero dal paese dell’Oriente a Gerusalemme, come l’aveva predetto Zorodascht (Zoroastro). Ed essi portarono seco alcuni doni, oro, incenso e mirra, ed adorarono il Bambino, e gli fecero omaggio dei loro doni. » Ed il capo IX: « Erode vedendo che i Magi non ritornavano da lui… cominciò a meditare nel suo spirito l’uccisione del Signore Gesù. Allora un angelo apparve a Giuseppe in sogno, e gli disse: Levati, prendi il bambino e la sua Madre, e rifugiati in Egitto. Ed al canto del gallo, Giuseppe si levò e partì. » Vi si trovano altri fatti che appartengono alla tra dizione di second’ordine, di cui abbiamo parlato, come l’incontro dei ladri e della sacra famiglia, che il capo XXIII descrive in questi termini. « Essi arrivarono quindi all’entrata del deserto, e saputo che questo era infestato dai ladri, si preparavano ad attraversarlo durante la notte. Ed ecco che nel medesimo istante vedono due ladri che erano addormentati, e vicino ad essi videro un gran numero di altri ladri, i quali erano i compagni di questa gente, e che erano pure immersi nel sonno. Questi due ladri si chiamavano Tito e Dumaco. [La tradizione meglio accertala dà differenti nomi a costoro, e nulla impedisce di ammettere che eglino avessero più e diversi nomi. Che forse la storia profana, e pur essa la storia evangelica, non fanno menzione di personaggi conosciuti sotto svariati nomi? Oggi stesso è forse rara cosa il vedere in ogni paese le relazioni giudiziarie, dar notizia al pubblico dei nomi che, oltre il lor proprio, moltissimi malfattori si ebbero per falsi delle loro audaci imprese?]. – II primo disse al secondo: ti prego dì lasciare andare in pace questi viaggiatori, per timore che i nostri compagni non li vedano. Ricusandosi Dumaco di ciò fare, Tito gli disse: Ricevi da me quaranta dramme, e prendi per pegno la mia cintura; e gliela presentava, pregandolo di non chiamare gli altri e di non gridare allarme.« Maria scorgendo la buona disposizione di quel ladro ad usarle riguardo, gli disse: Iddio ti sorregga con la sua destra, e ti accordi la remissione dei tuoi peccati. Ed il Signore Gesù disse alla Madre: Madre mia, passeranno trent’anni, e i Giudei mi crocifìggeranno, e questi due ladroni saranno crocifissi con me, Tito alla mia destra e Dumaco alla sinistra; ed in quel giorno Tito sarà con me in paradiso. E poiché ebbe così parlato, la Madre gli replicò: che Iddio tenga lontano da te, figlio mio, avveramento di siffatto presagio: e proseguirono il viaggio verso una città idolatra. ». – II secondo e il più celebre di tutti è l’Evangelo di Nicodemo. Esso non ha quasi una frase che, quanto al sentimento, non si trovi in parecchi scrittori dei primi secoli, come s. Cirillo di Gerusalemme, Finnico Materno, s. Crisostomo, s. Ippolito. Quindi la sostanza del racconto non è da porsi in dubbio. Redatto nella sua forma attuale verso il quarto o quinto secolo, questo e vangelo fu ben presto diffuso e letto in tutto l’Occidente. Gregorio di Tours, Vincenzio di Beauvais, ed un gran numero di scrittori del Medio Evo ebbero spesso ricorso a quest’opera, la cui autorità non fu punto sospetta ai loro occhi. In Egitto Eusebio di Alessandria la commenta ed analizza con energica confidenza. In epoche non molto remote, l’Evangelo di Nicodemo leggevasi nelle Chiese Greche, non come parte della s. Scrittura, ma come opera edificante e di rispettabile autore. Quindi è che innumerevoli ne sono le edizioni fatte in tutte le lingue. [Brunet, Evang. apocr,, p. 215. 220.].- Al pari di quello dell’Infanzia, il Vangelo di Nicodemo riferisce, oltre i fatti divinamente certi, le particolarità tralasciate dal racconto, tanto rapido e conciso, del sacro testo. Eccone, fra gli altri, un esempio : « Gesù, dice il capitolo X, uscì dal Pretorio; e quando ebbe raggiunto il luogo chiamato Golgota, i soldati lo spogliarono delle sue vesti e il recinsero di un saio, e coronatone il capo di spine, e messagli nelle mani una canna, lo crocifissero insieme coi due ladroni ai suoi fianchi, Dima a destra e Gesta a manca. » Fondati su questi evangeli, o su monumenti ora perduti, numerosi testimoni, sulla scienza e buona fede dei quali non cade sospetto, tramandarono alla posterità così la memoria di questo memorabile incidente, come i nomi dei due ladroni. Fra le opere dì s. Agostino, una ve n’è una che porta il titolo De vita eremìtica; la quale per lunga serie di anni fu attribuita al gran Vescovo d’Ippona, ma che col dottissimo P. Raynaud crediamo piuttosto di s. Anseimo, Arcivescovo di Cantorbery. [Metamorpìios. latr. inter Op. t. IX, p. 457, ediz. in fol. Lugd. 1665]. Chiunque ne sia per altro l’autore, molto antico è un tale scritto, e sul punto che trattiamo, esso conferma la tradizione dell’Oriente e dell’Occidente. – Or ecco in quali termini la riassume. « Abbiate per vero quanto si dice della sacra famiglia, che arrestata dai masnadieri, dovette la sua salvezza al buon volere di un giovane di quella banda. La tradizione vuole che ei fosse figlio del capo di quei ladri. Arrestati gli augusti viaggiatori, esso vide il bambino in grembo della madre. La maestà, che splendeva sul volto ammirabile di quel figliuolo, lo colpì talmente, che punto non dubitò esser desso più che un uomo, e col cuore intenerito abbracciatolo: « O benedetto fanciullo, esclamò, se mai l’occasione ti si offra di aver pietà di me, sovvengati di me, né dimenticare l’incontro di questo giorno. » – « La tradizione ritiene che questo giovane fosse poi il ladrone crocifisso alla destra di Gesù Cristo. Rivoltosi dalla sua Croce al Signore, miracolosamente riconobbe in esso il maestoso fanciullo che aveva veduto nella sua gioventù, e tornandogli a mente il suo patto: Sovvengati di me, gli disse, quando sarai nel tuo regno. – Come incentivo di amore, non credo inutile servirsi di questa tradizione, senza alcuna temeraria affermazione del fatto » – Il dottissimo Cardinale s. Pier Damiano, morto nel 1072: attribuisce la conversione del Buon Ladrone alle preghiere della beatissima Vergine lieta di riconoscere in esso lui il masnadiere, che nel deserto aveva protetta e salvata la sacra famiglia. — Il giovane ladrone volle compiere la sua buona azione. Non solamente esso impedì lo spoglio degli augusti viaggiatori, ma offrì loro la sua capanna per riposare e passarvi la notte, somministrò ad essi quanto era necessario, e l’indomani diede loro una scorta sicura per accompagnarli. – Lunga in vero sarebbe la lista degli autori, commendevoli per scienza e per pietà, che si fecero campioni di questa medesima tradizione, e l’accettarono senza riserva. Tali sono particolarmente il Beato Giacomo de Voragine Arcivescovo di Genova, il dotto Vescovo d’Equilio, Pietro de Natalibus, il P. Orilia dei Pii Operai, ed il grande storiografo di nostro Signor Gesù Cristo, Landolfo di Sassonia. II primo di essi, in un suo discorso, si esprime così: « La sacra famiglia allorché fuggiva in Egitto cadde nelle mani dei ladri. Uno di essi preso dalla bellezza del bambino: Io dico in verità, così parlò rivolto ai suoi compagni, che se Iddio potesse rivestirsi della nostra carne, giurerei che questo bambino è Dio. » Queste parole commossero quei banditi, e la Madre ed il pargoletto furono lasciati proseguire il viaggio senza far loro alcun danno ». – Al fatto principale il secondo aggiunge le seguenti circostanze: Il giovane ladrone, sorpreso dalla bellezza del Bambino, e dalla dolcezza di sua Madre, non solo si astenne dallo svaligiarli, ma li condusse nella sua caverna per passarvi la notte, somministrò loro quello che era ad essi necessario, e li fornì di una scorta per accompagnarli [Catatog. SS. lib. IlI, c.ccxxviii.]. – Landolfo di Sassonia non si allontana per nulla dalla tradizione, di cui sembra aver copiato la testimonianza in S. Anselmo [Oltre a ciò si deve notare che Maria fa presa insieme col fanciullo dai ladroni ec. Come in s. Anselmo, De vita eremitica, citato più sopra. Vita di Gesti Cristo, c. XIII, fol. 37, edizione di Venezia, 1531. in fol.]. –  A siffatte autorità il P. Orilia aggiunge il peso della sua erudizione e della sua pietà, al pari degli accennati scrittori, egli non dubita punto dell’incontro della Sacra Famiglia coi masnadieri del deserto, e della influenza che esso ebbe sulla conversione del buon Ladrone. « Io potrei, egli dice, fare un non breve elenco degli autori che narrano il medesimo fatto, ma sarebbe cosa noiosa citarli tutti. [P. Orilia, Riflessioni, ec. c. II, pag. 10]. – Egli avrebbe potuto aggiungere che in Oriente è volgarissima questa tradizione, la quale egli tiene con quella fermezza, e diremo anche con la immobilità che lo caratterizza. Quanto poi alle varianti che si notano nei racconti dei nostri autori, sono esse forse tali da toglier fede al fatto principale? No certamente, secondo il nostro giudizio. La critica stessa la più severa non si ricusa di ammettere come veri nella sostanza un gran numero di fatti in vario modo narrati dagli storici. Tali sono, per citarne alcuni dei più celebri e dei meno revocati in dubbio, l’assassinio di Cesare, le conquiste del re Clodoveo, e puranco talune delle battaglie di Napoleone. – Una prova d’ordine morale può confermare le testimonianze della tradizione. La Provvidenza non opera mai a caso. La sua infinita sapienza abbraccia il presente, il passato ed il futuro, e la bontà ne uguaglia la sapienza. Chi sa che per far risaltar l’una e l’altra, non fosse disposta l’avventura dell’incontro nel deserto? Quante altre non meno misteriose combinazioni non troviamo noi nel Vangelo! Fu egli forse per caso che il lebbroso della montagna, la Samaritana, Zaccheo, Matteo si trovassero sul passaggio di Nostro Signore? Cieco chi in questi fatti non scorge la misericordia correre in cerca della miseria, ed il medico andare incontro al malato! – Così pure chiamando sul suo passaggio il giovane ladro, ed ispirandogli un vivo senso di umanità, Colui che disse: « Io era viaggiatore e mi deste l’ospitalità: » Colui che non lascia senza premio un semplice bicchier d’acqua fresca dato in suo nome all’assetato, avrà voluto deporre nell’anima di quel malfattore il germe prezioso che un giorno doveva così magnificamente manifestarsi sulla croce. Se così è, e nulla prova che sia altrimenti, abbiamo sin dal principio, di che ammirare la divina misericordia, della quale la conversione del buon ladrone è senza dubbio uno dei più consolanti miracoli.

Nostra Signora di Fatima e la Russia

 

[Attualità di Fatima, Città della Pieve – 1953, impr. ]

Il nostro mondo si è così abituato a giudicare gli eventi temporali in termini di altri eventi, che sta perdendo di vista un altro e più grande sistema di giudizio, cioè l’Eterno, che irrompe nella storia per annullare i valori meschini e triviali dello spazio e del tempo. Poiché da coloro che vivono in un universo bidimensionale, costituito soltanto dalla destra e dalla sinistra, non si può pretendere che conoscano queste manifestazioni celesti, sarà bene ricordare che le due più importanti si verificarono quando il mondo ne aveva più bisogno e quando ne era meno consapevole. Una di queste rivelazioni ebbe luogo nell’anno in cui nacquero le idee che crearono il nostro mondo decristianizzato, l’altra ebbe luogo nell’anno in cui tali idee furono tradotte in pratica. Se c’è un anno cui possiamo fare risalire la nascita del mondo moderno — e dicendo « mondo moderno » intendiamo contrapporlo al mondo cristiano — dovrebbe essere all’incirca l’anno 1858. Proprio in quell’anno John Stuart Mill scrisse l’Essay on Liberty ( « Saggio sulla Libertà » ) in cui la libertà veniva identificata nella licenza e nell’assenza di responsabilità sociale; in quello stesso anno Darwin aveva terminato la sua Origin of the Species ( « Origine della Specie» ) con la quale distoglieva l’uomo dalla visione del fine eterno e lo induceva a guardare indietro, al passato animale. Nell’anno 1858 Karl Marx, fondatore del comunismo, scrisse l’introduzione alla Critica dell’Economia Politica, nella quale glorificava l’economia come base della vita e della cultura. Da questi uomini sono venute le idee che hanno dominato il mondo per quasi un secolo — ossia, che l’uomo ha origine non già divina, bensì animale; che la sua libertà è licenza ed evasione dall’autorità e dalla legge; che, svuotato dello spirito, l’uomo è una parte integrale della materia del cosmo e perciò non ha bisogno della religione. – In quello stesso 1858, anno indubbiamente importante, l’11 febbraio, ai piedi dei Pirenei in Francia, nel piccolo villaggio di Lourdes, la Vergine Benedetta cominciò la prima di 18 apparizioni a una contadinella la cui famiglia si chiamava Soubirous. Costei è ora conosciuta come Santa Bernadette. Quattro anni dopo che la Chiesa aveva definito la dottrina dell’Immacolata Concezione, il cielo si aprì e la Signora, così bella, disse Bernadette, che certamente non poteva essere di questa terra, parlò a Bernadette in questi termini: « Io sono l’Immacolata Concezione ». Nello stesso momento in cui il mondo negava il peccato originale e, senza saperlo, diceva che ogni creatura era concepita immacolatamente, la Nostra Madre Benedetta affermava che tale prerogativa era unicamente Sua : « Io sono l’Immacolata Concezione». Ella non disse: « Io sono stata concepita immacolatamente ». C’era come un’identificazione analoga tra Lei e l’Immacolata Concezione che Dio aveva fatta sul Monte Sinai quando aveva detto: « Io sono Colui che è » . Come l’esistere è proprio di Dio, così l’Immacolata Concezione è propria della Vergine Benedetta. Se solo e unicamente Lei fu concepita immacolatamente, ne segue che chiunque altro è nato in stato di peccato originale; se non c’è peccato originale, allora tutti sono stati concepiti immacolatamente. L’attribuire alla Vergine l’unicità del privilegio contraddiceva a tutte le idee che il mondo decristianizzato cominciava allora a generare. A coloro che credono che l’uomo appartenga esclusivamente alla terra, il cielo oppone che la Madre invita gli uomini a recarsi in pellegrinaggio al suo santuario in testimonianza dello spirito; per rispondere a coloro che riducono l’uomo ad animale, e l’animale a natura, la Bella Signora esorta gli uomini ad elevarsi al di sopra dell’animale alla loro suprema vocazione nel Suo Figlio Divino; a coloro che degenerano la libertà in licenza, l’Eterno riafferma che solo la Divina Verità può donarci la gloriosa libertà dei figli di Dio; quelli che dicono che la religione è l’oppio del popolo, Ella desta dell’oppio della menzogna alla realtà della gloriosa possibilità dell’uomo di diventare un erede del cielo.

COINCIDENZA DI EVENTI

Ma il mondo non ascoltò il richiamo celeste ai valori dello spirito. Le idee pagane del 1858, che l’uomo è un animale, che la libertà è isolamento dalla legge, che la religione è antiumana, varcarono ben presto l a copertina di un libro e le quattro mura di un’aula scolastica per concretarsi infine nella violenza della Prima Guerra Mondiale 1914-1918. Questa guerra fu l’attuazione delle false idee del 1858. Il mondo laico diventò carne da cannone. A considerare un solo anno di quella Guerra Mondiale, l’anno 1917 appare come il più significativo per gli eventi che si verificarono in tre parti del mondo. Il 13 maggio di quell’anno Benedetto XV impose le mani su Monsignor Pacelli, facendone un successore degli Apostoli. Mentre le campane di Roma suonavano l’Angelus di mezzogiorno, la Chiesa riceveva un nuovo vescovo che un giorno, per i remoti disegni della provvidenza, sarebbe asceso al trono di Pietro e avrebbe governato la Chiesa Universale come nostro Santo Padre, col nome di Pio XII. In Russia il 13 maggio 1917, Maria Alexandrowna stava insegnando catechismo in una delle chiese di Mosca. Sui banchi della chiesa stavano davanti a lei 200 fanciulli. Improvvisamente si udì un terribile rumore in direzione della porta principale: entrarono alcuni uomini a cavallo, caricarono fino in fondo alla navata della grande chiesa, rovesciarono la balaustrata della Comunione, distrussero l’altare, ritornarono quindi indietro distruggendo le statue e infine caricarono i fanciulli uccidendone alcuni. Maria Alexandrowna si precipitò urlando fuori dalla chiesa. Fu quella la prima di quelle violenze sporadiche che presagivano l’imminente rivoluzione comunista. Maria Alexandrowna corse da un rivoluzionario che doveva poi diventare famoso, e quando gli gridò: « E’ avvenuta una cosa terribile! Stavo insegnando il catechismo in chiesa quando sono entrati alcuni uomini a cavallo, hanno distrutto la chiesa, hanno travolto i ragazzi e ne hanno ucciso alcuni ». Lenin, il rivoluzionario, rispose : « Lo so li ho mandati io » . – In Portogallo, il 13 maggio 1917, tre fanciulli della Parrocchia di Fatima, Giacinta. Francesco e Lucia erano intenti a sorvegliare il gregge quando la campana della chiesa parrocchiale suonò l’Angelus. I tre pastorelli s’inginocchiarono e, com’era loro costume quotidiano, recitarono insieme il rosario. Quando ebbero terminato, decisero di costruire una « casetta » dove rifugiarsi nei giorni di tempesta. Ma i piccoli architetti furono improvvisamente interrotti da un lampo accecante e guardarono ansiosamente il cielo. – Nessuna nuvola velava la radiosità del sole di mezzogiorno. Impauriti, i fanciulli cominciarono a correre quando, proprio due passi innanzi, in mezzo al fogliame di un alce verdissimo, videro una « bella signora » più splendente del sole. Con un gesto di gentilezza materna la signora disse: « Non abbiate paura, non vi farò del male ». La signora era bellissima: dimostrava dai 15 ai 18 anni di età. La sua veste, bianca come la neve e trattenuta al collo da un cordone d’oro scendeva giù fino ai piedi che erano appena visibili, sfiorando i rami dell’albero. Un velo bianco ricamato d’orò le copriva la testa e le spalle, e ricadeva anche esso fino ai piedi come un manto. Le sue mani erano unite all’altezza del petto in atteggiamento di preghiera; un rosario di lucide perle con una croce d’argento le pendeva dalla mano destra. Il suo volto d’incomparabile bellezza scintillava in un alone brillante come il sole, ma appariva come velato da uno sguardo di leggera tristezza. Lucia fu la prima a parlare: « Donde vieni ? ». – « Vengo dal Cielo », rispose la signora. « Dal Cielo! E perché sei venuta sin qui? » domandò Lucia. – « Son venuta a chiedervi di trovarvi qui il tredicesimo giorno di ogni mese a quest’ora per sei mesi di seguito. Nel mese di ottobre vi dirò chi sono e che cosa voglio ». In quello stesso momento, mentre nell’estremità orientale dell’Europa l’Anticristo si scatenava contro l’idea stessa di Dio e contro la società in uno dei più terribili spargimenti di sangue della storia, nell’estremità occidentale dell’Europa appariva radioso quel grande ed eterno nemico del serpente infernale.

IL SEGRETO DI FATIMA E LA RUSSIA

Delle sei apparizioni della Madre Benedetta a quei fanciulli, la più importante fu l’apparizione del 13 luglio 1917. Bisogna ricordare che quello che era il terzo anno della prima guerra mondiale, a proposito de’la quale Ella disse: « Questa guerra sta per finire. Se la gente farà quello che io ho detto, molte anime si salveranno e troveranno pace ». « Ma » aggiunse, « se l a gente non cessa di offendere Dio, non passerà molto tempo, e precisamente durante il prossimo Pontificato, che un’altra e più terribile guerra avrà inizio » . Infatti fu durante il Pontificato di Pio XI che cominciò la terribile guerra spagnola, preludio alla Seconda Guerra Mondiale. Durante quel periodo i Rossi, nel loro odio per la religione, massacrarono 13 prelati, 14.000 preti e religiosi, e distrussero 22.000 tra chiese e cappelle. La Madre Benedetta diede poi un segno indicatore dell’inizio effettivo della seconda guerra mondiale. « Quando vedrete una notte illuminata da una luce ignota, saprete che quello è il segno che Dio vi dà per avvertirvi che è vicino il castigo del mondo per le sue tante trasgressioni, mediante la guerra, la carestia e la persecuzione della Chiesa e del Santo Padre » . Più tardi, a Lucia venne domandato quando era realmente apparso il segno, ed ella rispose che era stato quella straordinarissima aurora boreale che aveva illuminato una gran parte dell’Europa nella notte sul 26 gennaio 1938. Parlando della guerra a venire, Lucia disse: «Sarà orribile, orribile » . Tutti i castighi di Dio sono condizionali e possono essère evitati con la penitenza. La Madre Benedetta, va rilevato, aveva detto che la seconda guerra mondiale poteva essere evitata, poiché aveva aggiunto : « Per evitarla, chiederò la Consacrazione del mondo al mio Cuore Immacolato, e la Comunione in riparazione il primo sabato di ogni mese. Se le mie richieste saranno esaudite, la Russia si convertirà: ci sarà la pace. Altrimenti la Russia spargerà il terrore in tutto il mondo causando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni soffriranno il martirio, e il Santo Padre avrà molto da soffrire. Molte nazioni saranno distrutte » . Il Vescovo di Fatima non ha creduto opportuno informarci di una parte di quel messaggio. Che conteneva quella parte del messaggio, non lo sappiamo. Evidentemente non doveva contenere buone notizie, e sembra pure che si riferisse ai nostri tempi. In ogni modo, ci è stata detta la conclusione del messaggio, piena di speranza e di letizia: « Ma alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre consacrerà la Russia al Cuore Immacolato, e la Russia sarà convertita e una nuova èra di pace sarà concessa al mondo ». La rivelazione finale ebbe luogo il 13 ottobre, giorno i n cui la Madre Benedetta promise di operare un miracolo in modo che tutti i presenti potessero credere nelle Sue apparizioni. La sera del 12 ottobre tutte le strade di Fatima erano ingombre di veicoli e pellegrini che si recavano al luogo dell’apparizione. Testimone fu una folla di 60.000 persone le quali erano convenute a mezzogiorno del 13 e di cui molte erano miscredenti e irridevano alla religione.

LA DONNA VESTITA DI SOLE E L’ORA DELLE TENEBRE

Qui non ci curiamo di provare l’autenticità dei fenomeni di Fatima, poiché coloro che credono nel regno dello Spirito e nella Madre di Dio sono disposti ad accettarli, e coloro che respingono lo Spirito non li accetteranno mai, a nessuna condizione. Quale significato dobbiamo dare all’apparente caduta del sole attestata dal popolo che si trovava a Fatima in quel giorni di ottobre del 1917? Non abbiamo alcun modo di conoscenza diretta, ma poiché il suo effetto generale fu così sconcertante, possiamo argomentare. Quel fenomeno poteva costituire il presagio del giorno in cui gli uomini avrebbero sottratto al sole una parte dell’energia atomica e l’avrebbero usata non per illuminare il mondo, ma come una bomba da lanciare dal cielo sulle popolazioni inermi. In passato, quando 1a carestia guastava la terra, quando la guerra devastava l’eredità accumulata nel corso dei secoli, quando gli uomini si sbranavano tra loro e grandi campi di concentramento simili a Moloch inghiottivano milioni di esseri, gli uomini potevano pur sempre rivolgere al cielo il loro sguardo di speranza. Se questa terra era crudele, almeno il cielo sarebbe stato benigno. Questo l’apparizione presagiva che adesso per un certi tempo persino il cielo si sarebbe rivolto contro l’uomo e che i suoi fuochi si sarebbero scatenati sugli inermi figli di Dio. Se sia stato o non un preavviso della bomba atomica, non sappiamo: una cosa è certa, e cioè che non era la fine della speranza, poiché i n mezzo a tutte le nuvole c’è pur sempre nei cieli la visione della Signora, come la Luna sotto i Piedi, una corona de stelle intorno alla Testa, ed il Sole sopra. Il Cielo non è contro di noi e non ci distruggerà finché Ella regnerà Signora dei Cieli. – Potrebbe essere tuttavia interessante domandarsi perché Dio Onnipotente nei Suoi provvidenziali rapporti con l’Universo abbia ritenuti opportuno di darci in quel giorno una rivelazione della Sua Madre Benedetta allo scopo di riportarci alla preghiera e alla penitenza. Una ragione che si presenta subito alla mente è questa: poiché il mondo ha perduto Cristo, può darsi che lo riconquisti per mezzo di Maria. Quando, a 12 anni, Nostro Signore Benedetto si perdette, fu la Madre Benedetta a rirovarLo. Ora che Egli è stato nuovamente perduto, può darsi che per mezzo di Maria il mondo riconquisti Cristo suo Salvatore. Un’altra ragione è che la Divina Provvidenza ha affidato a una donna il potere di domare il male. In quell’abominevole giorno in cui il male s’introdusse nel mondo, Dio parlò al serpente nel Giardino dell’Eden e gli disse: « I o metterò inimicizia tra te e la donna, tra il tuo seme e il suo seme: questo ti schiaccerà la testa e tu gli ferirai il tallone » (Gen. III, 15). In altre parole, il male avrà una progenie ed un seme. Anche la bontà avrà una progenie ed un seme. Sarà mediante il potere della donna che il male verrà schiacciato. Noi viviamo adesso in un’ora di male, perché, sebbene la bontà abbia il suo giorno, il male ha la sua ora. Ciò disse chiaramente Nostro Signore Benedetto la notte che Giuda penetrò nell’Orto di Getsemani: « Ma questa è l’ora vostra, e la podestà delle tenebre » (Luca XXII, 53). Tutto ciò che il male può fare in quell’ora è di spengere le luci del mondo; ma può farlo. Se allora noi viviamo in un’ora di male, come possiamo debellare lo spirito di Satana se non con il potere di quella Donna alla quale Dio Onnipotente ha dato il mandato di schiacciare la testa del serpente? Non si ode più la menzogna secondo la quale la Chiesa Cattolica adorerebbe Maria o La porrebbe sullo stesso piano di Dio, o Maria prenderebbe il posto di Dio. Gli uomini stanno invece cominciando a riconoscere la verità della tradizione cristiana, ossia che, come per colpa di Eva il peccato s’introdusse nel mondo, così per opera di una nuova Eva, Maria, la Redenzione dal peccato penetrerà nel mondo. Il Vescovo metodista G. Bromley Oxnam, nel suo Behold thy Mother (« Guarda la Madre Tua »), commentario delle parole di Nostro Signore a Giovanni che stava ai piedi della Croce, scrive: «Lo scopo morale è scritto nella natura delle cose? L’universo fu concepito per i pazzi? Aspettano la condanna i dittatori che si pavoneggiano sul palcoscenico per una breve ora, rifiutandosi di ripetere le rime del Dramma Eterno, negligendo le istruzioni del Divino Direttore? Ci sarà un sipario finale, e udranno essi : « Tu hai pesato nelle bilance ed hai trovato mancanze? ». In una parola, c’è qualcosa in ciò che Gesù volle rivelare, questo qualcosa che è rivelato nella vita di una vera madre? E’ questo qualcosa che abbiamo definito la realizzazione dell’essere nel dono assoluto di sé per gli altri, è questo qualcosa la legge che deve governare?… L a pace attende una revisione fondamentale dei concetti contemporanei di sovranità? Il diritto di proprietà è da connettersi con l’uso che il proprietario fa della proprietà? Ecco dei problemi che rendono perplessi, ma che dobbiamo affrontare se vogliamo avere la pace permanente e che d’altra parte non possiamo affrontare se non nel giusto spirito. « E stava là con Lui ai piedi della Croce la Madre Sua… » . L’uomo necessita di una nuova impresa unificatrice, tanto grande da unire tutti gli uomini. La classe sociale, la razza e la nazione sono concetti troppo piccoli. Questa impresa va ricercata nella dottrina cristiana della solidarietà della famiglia umana, nell’ideale di fratellanza? E qual è lo spirito, onde è maggiormente permeata? « E stava là con Lui ai piedi della Croce la Madre Sua… » . Lo spirito che Ella ha rivelato nel servire il Figlio Suo non era altro che lo spirito che Egli capì che bisognava rivelare se Egli voleva essere il Salvatore universale. Ed Ella andò con Lui. Portò un cuore infranto al Calvario, ma in quel cuore infranto rive1a ciò che Egli aveva rivelato nel Suo corpo infranto, ossia lo spirito che deve pur sempre governare il genere umano. Occorre un grande atto di fede per credere, come si è creduto da tanto tempo, che Gesù Cristo diventerà il Sovrano dei re della terra. Prima che Egli regni, gli uomini devono mirare lo spirito incarnato in Lui, ampiamente rivelato nei cuori delle madri di ogni dove. E’ lo spirito che deve governare il genere umano. Quando gli uomini lo sapranno e lo metteranno in pratica, quando intenderanno il vero significato di una madre che sta ai piedi di una croce, allora Egli diventerà il Sovrano dei re della terra. L’essere si realizza nel dono assoluto di sé agli altri, e tutti gli uomini diventano liberi nello spirito e nel1a pratica di questa legge. « E stava là con Lui ai piedi della Croce I Madre Sua » .

LA PREMESSA DELLA PACE INDICATA DA FATIMA

L a rivelazione di Fatima ci fa ricordare che viviamo in un universo morale, che il male ci distrugge, che il bene ci conserva; che i mali principali del mondo non stanno nella politica, nell’economia, ma nei nostri cuori e nelle nostre anime, e che la rigenerazione spirituale è la sola condizione per il miglioramento sociale. La Russia Sovietica non è il solo pericolo per il mondo occidentale; il pericolo è piuttosto la de spiritualizzazione del mondo occidentale cui la Russia ha dato forma e sostanza sociale. La seconda guerra mondiale è avvenuta perché, secondo quanto aveva detto Nostra Signora di Fatima, non c’era emendamento nei cuori e nelle anime degli uomini. Il pericolo di una terza guerra mondiale sta precisamente in questo, e non propriamente nell’Internazionale Comunista. Il mondo occidentale è scandalizzato del sistema sovietico, ma soprattutto perché vede che il proprio ateismo individuale è socializzato e attuato su una scala quasi cosmica. Il grande problema da affrontare non è né l’individualismo né il collettivismo, perché né questo né quello sono di primaria importanza; non è, sul piano economico, tra la libera iniziativa e il socialismo, perché nessuno di questi due sistemi è della massima importanza; la lotta ha invece per oggetto l’anima umana. Questo è un altro modo per dire che la crisi investe la libertà nel senso spirituale della parola. La guerra non acquisterà l’atmosfera del mondo, ma risulterà solo nell’atomizzazione dell’uomo, una realtà di cui la bomba atomica non è che un simbolo. Visto che il male non è interamente esterno, una guerra non potrà eliminarlo. Qualsiasi guerra mondiale non è che la oggettivazione del male che sta nelle singole vite degli uomini. Una guerra macrocosmica è il riflesso della guerra microcosmica che si combatte entro i cuori degli individui. E siccome il Cristiano lo sa meglio di chiunque altro, sua al massimo grado è la responsabilità dell’attuale situazione mondiale. Il mondo è quel che è perché ognuno di noi è quel che è. Il compito proprio del Cristiano è di discernere nelle due guerre mondiali avvenute nello spazio di 21 anni il giudizio di Dio sul nostro modo di vivere. Finché il Cristiano riterrà di non poter prendere che due direzioni, « Destra » o « Sinistra », non solo non porterà alcun contributo al mondo, ma renderà il mondo ancora peggiore, in quanto non intenderà che oltre al piano orizzontale della vita c’è anche quello vertica1e che porta a Dio e dove si trovano le due direzioni più importanti: quella « verso l’interno » e quella « verso l’alto » . Non trovando capri espiatori, siano essi i partiti politici o il comunismo, potremo sfuggire alla responsabilità di portare, come Cristo nell’Orto di Getsemani, il fardello della colpa del mondo. La rivelazione di Fatima ammonì i Cristiani che il cosiddetto problema della Russia è il problema dei Cristiani: che mediante la preghiera, la penitenza e la riparazione, e non mediante la guerra, l’abuso e la aggressione, la Russia potrà riunirsi alla società del’e nazioni amanti della libertà. – Non c’è « cortina di ferro » per questa visione del mondo, perché le preghiere non passano attraverso una cortina di ferro ma al di sopra di essa, come le particelle radioattive lasciate libere nell’atmosfera vengono trasportate su monti e continenti. La conversione della Russia è l a condizione essenziale per la pace del mondo, ma la conversione della Russia è condizionata dalla nostra stessa riconversione. Può darsi benissimo che proprio l’odio che la Russia mostra oggi verso il Cristianesimo provi che essa vi è più vicina che non l’uomo « spregiudicato » del mondo occidentale il quale non dice mai le sue preghiere. La Russia deve pensare a Cristo per poterLo odiare, ma l’uomo indifferente non vi pensa affatto.

OTTIMISMO CRISTIANO DI FRONTE AL PERICOLO RUSSO

Gli atteggiamenti che possiamo assumere verso la vita e la storia non sono che tre: 1°) L’ottimismo fatuo, che crede che la vita si muova necessariamente verso una meta prospera, grazie all’educazione, alla scienza e alle leggi dell’evoluzione.

2°) Il pessimismo del totalitarismo, che crede che la natura umana sia intrisecamente bacata e che occorra il potere dittatoriale dello Stato per controllare gli impulsi anarchici degli individui, i quali non sono degni di fiducia. In questo schema di cose la libertà deve essere tolta ai singoli e immessa ne1la collettività. Anche questa visione della vita si è dimostrata insoddisfacente in quanto ripone l a speranza in un futuro remoto senza pertanto garantire che possa mai realizzarsi.

3°) Il Cristianesimo, che giunge all’ottimismo attraverso il pessimismo; a una resurrezione attraverso una passione e a una corona di gloria attraverso una corona di spine; alla gloria della Domenica di Pasqua attraverso l’ignominia del Venerdì Santo. Il Cristianesimo, proclama che il seme caduto sulla terra, se non muore, rimane infecondo; se invece muore, germoglierà in una nuova vita. Questo ottimismo del Cristianesimo si verifica non già mediante un potere proveniente da noi stessi o dalla natura, bensì mediante e attraverso il potere di Dio; non attraverso l’addomesticamento di impulsi erranti da parte di uno Stato, né mediante lo spargimento del sangue altrui, bensì mediante la legge di sacrificio in cui si rivela l’amore. – A coloro che sono momentaneamente scoraggiati per la persecuzione di cui è oggetto la Chiesa, bisogna ricordare che la Chiesa è meno una cosa continua che una vita che muore e risorge. Il Signore Risorto disse alla Maddalena: « Non mi toccare » (Giov. XX, 17). « Non mi tenere entro il sepolcro, né pensare che Io debba sempre essere come ero prima della mia Resurrezione ». La Maddalena aveva dimenticato che ora Egli era nel giardino e non nel sepolcro, che Egli era una Sorgente vivente di Vita e non un corpo morto da essere ricoperto d’unguenti. Anche noi siamo pronti a credere che la Chiesa debba essere sempre la stessa in ogni età, dimenticando che il Suo Dio è Uno che sapeva come uscire dal sepolcro. Un’accusa che è stata spesso rivolta alla Chiesa è che essa non si adegua al mondo moderno. Il che è assolutamente vero. L a Chiesa non si è mai adeguata ai tempi in cui è esistita, poiché se si fosse adeguata ai tempi sarebbe perita con essi e non sarebbe sopravissuta. Nella Chiesa c’è qualche cosa che è sempre la stessa, e tuttavia qualche cosa che è molto diversa. – Quello che è lo stesso è che « Gesù Cristo è lo stesso di ieri, di oggi e di sempre ». Quello che è diverso è il fatto che la Chiesa riesce sempre a convertire ogni nuova èra, non come una vecchia religione, ma come una nuova religione. Gli alberi che germogliano in primavera sono gli stessi alberi che l’anno prima affondavano saldamente nel suolo, e c’è in loro qualcosa di nuovo, in quantoché se non fossero morti non potrebbero rivivere. La Chiesa non è una sopravvissuta. E’ più volte ritornata in questo mondo occidentale cosi rapidamente mutevole, allo scopo di riconvertire il mondo. Di volta in volta la vecchia pietra veniva scartata dai muratori, ma entro un secolo è stata ripresa dal mucchio dei detriti ed è diventata la pietra angolare del tempio della pace. Qui sta la grande differenza tra la Chiesa e le civiltà laiche: la Chiesa ha il potere di rinnovarsi, le civiltà no. Le civiltà si esauriscono e periscono, ma senza mai rinnovarsi. Quando una civiltà come Babilonia, Sparta e Atene adempie alla sua missione e si esaurisce, scompare per sempre dalla faccia della terra. Non si sa di alcuna civiltà che sia perita e sia risorta. La Chiesa è diversa: ha il potere di sorgere dal sepolcro, di essere apparentemente sconfitta da un’epoca, e di riuscire poi improvvisamente vittoriosa, « poiché le porte dell’Inferno non prevarranno su di essa ». – La Chiesa è stata spesso « uccisa », una volta dall’eresia di Ario, un’altra volta dall’eresia degli Albigesi, poi da Voltaire, indi da Darwin, e ora dalle tre forme di totalitarismo, rossa, bruna e nera, ma per una ragione o per l’altra, mentre ogni epoca successiva suonava la campana per annunciarne la condanna, era la Chiesa che finiva per sotterrare l’epoca. In questo momento specifico c’è di quelli che pensano che perché viviamo in giorni di persecuzione e perché in Europa la Chiesa è scesa un’altra volta nelle catacombe, essi debbano versare pie e reverenti lacrime sul suo sepolcro, e non capiscono che se volessero attraversare le loro lacrime, come avvenne alla Maddalena, vedrebbero il Figlio di Dio camminare ancora una volta vittorioso sulle colline del mattino. Si è creduto che dopo 1900 anni di esperienza il mondo rinunciasse a portare unguenti per la sepoltura della Chiesa. Si è supposto che la Chiesa fosse stata uccisa durante le prime dieci persecuzioni; si è supposto che fosse avvizzita sotto la luce dell’età della ragione; si è supposto che fosse stata ingoiata dalla terra nell’età della rivoluzione; si è supposto che fosse stata superata dal progresso della scienza e dell’evoluzione; e ora si suppone che sia stata sepolta nei giorni delle rivoluzioni antireligiose dei nostri tempi. Ma la realtà è che la Chiesa viene sepolta proprio nelle viscere della terra, là dove si scavano le catacombe e donde un giorno essa riemergerà per riconquistare la terra. Se in questo momento noi scendiamo nelle catacombe, è solo perché Cristo scese nel sepolcro. Il mondo ha un bell’aspettarsi di vedervelo giacere per sempre nella tomba, come ha un bell’aspettarsi l’assideramento di una stella, poiché « il cielo e la terra passeranno, ma la Mia Parola non passerà ». – All’inizio di questo secolo Francis Thompson rappresentò l’imminente persecuzione della Chiesa come Lilium Regis, e ne cantò quindi la vittoria finale:

“O Giglio del Re! bassa giace la tua ala d’argento.

E lunga è stata l’ora della tua detronizzazione;

E il tuo profumo di Paradiso sparge nel vento notturno i suoi sospiri,

Né alcuno carpirà i segreti del suo significato.

O Giglio del Re! Io penso ad una cosa grave.

O pazienza, dolentissima tra le figlie!

Attenta, l’ora è vicina del tremor della terra,

E rossa sarà la rottura delle acque.

Mantieniti forte sopra il tuo stelo, quando la tempesta parlerà con te,

Sotto la tenda delle misericordie del Re;

Ed il giusto saprà che vicina è la tua ora.

Vicina la tua ora possente nell’alba.

Quando le nazioni giaceranno nel sangue, e i loro re saranno una razza decaduta,

Guarda su, o dolentissima tra le figlie!

Alza la testa e ascolta quali suoni stanno nelle tenebre,

Che i Suoi piedi stanno arrivando a te sulle acque!

O Giglio del Re! Io non ti vedrò cantare,

Io non vedrò l’ora della tua incoronazione!

Ma il mio Canto vedrà, e si sveglierà come un fiore smosso dai venti dell’alba,

e aspirerà con gioia i profumi del suo significato.

O Giglio del Re, ricorda allora la cosa.

Che questa bocca morta cantò; e le tue figlie,

Mentre danzano innanzi al Suo cammino, cantano là nel Giorno

Ciò che io cantai quando la Notte copriva le acque”

[The Poema of Francis Thompson – London, Oxford University Press, 1937,

p. 122.].  –

La catastrofe è la condizione della grandezza. La Chiesa è come un agnello tosato ad ogni primavera, ma che seguita a vivere. La speciale stagione in cui viviamo sarà allora il tempo per la tosatura dell’agnello di Cristo, quando forse persino i pastori non avranno che bastoni di ferro. Sta alla Chiesa utilizzare la sconfitta. – Toynbee ci dice che ci sono state tre filosofie circa il rapporto tra Cristianesimo e civiltà. – La prima è che il Cristianesimo è nemico della civiltà. Questo punto di vista fu sviluppato nei giorni dell’Impero Romano da Marco Aurelio, poi da Giuliano l’Apostata, nel secolo scorso da Gibbon e poi da Marx e dai suoi seguaci. – Il secondo punto di vista è quello del liberalismo storico, che ritiene il Cristianesimo la maniglia della civiltà, una specie di ponte di transizione sulla lacuna che passa tra una civiltà e un’altra. La religione ha la capacità utile e subordinata di portare alla luce una nuova civiltà laica dopo la morte di quella precedente. La Chiesa è, perciò, una specie di costruzione morale, un’ambulanza, un’introduzione a un ordine nuovo, una levatrice per una civiltà più progressiva. – Il terzo punto di vista, quello giusto, è che le civiltà prosperano e decadono per facilitare lo sviluppo del regno di Dio in questo mondo. E’ il crollo delle civiltà laiche che costituisce l’introduzione a qualcosa di più alto. Quanto aveva affermato Eschilo, ossia che il sapore viene attraverso la sofferenza, fu riaffermato a Emmaus in questi termini: che la gloria viene attraverso le tribolazioni e la catastrofe. Può darsi che, come disse Toynbee, « tutte le sofferenze delle civiltà sono le stazioni della Croce lungo la strada della Crocifissione e che la religione è un carro. Sembra che le ruote sulle quali ascende al cielo siano le cadute periodiche delle civiltà terrene » (Arnold Toynbee, Burg Memorial Lectur, p. 22). Le civiltà sono cicliche, sono ricorrenti. Passano attraverso i medesimi fenomeni della nascita e della morte e non ritornano mai in vita. La  religione, invece, è un continuo movimento lineare verso l’alto, ascendente a nuove altezze dopo il decadere di ogni singola civiltà. Come la civiltà cristiana nacque dalla decadenza del mondo greco-romano, così un nuovo ordine cristiano sorgerà dalla decadenza del liberalismo storico e del comunismo. Ciò cui stiamo assistendo attualmente non è il declino della Chiesa, sebbene la morte di una civiltà che è stata egocentrica e che ha tentato di far trionfare l’egoismo e di bilanciare le forze opposte mediante la tolleranza intesa come indifferenza per il vero, o ricorrendo a organizzazioni esteriori per compensare la perdita della vitalità e della virtù personali. Da questa tirannia in cui gli uomini marciano in processione pensando di essere originali, e dalla morte di cui soffre la Chiesa, sorgerà una rinascita di fede per cui una nuova generazione apprenderà che l a Chiesa non è al mondo per migliorare la natura umana, ma per redimerla: non per migliorare gli uomini, ma per salvarli. Ciò cui noi attualmente assistiamo è quindi l a morte di una era di civiltà, ma non la morte di Colui che è il Signore dell’Universo. – Ogni civiltà che muore perseguita, e nel mezzo di tale persecuzione il Cristo ci dice ciò che disse ai discepoli di Emmaus: « Non deve il Figlio dell’Uomo soffrire per poter entrare nella Sua Gloria? ». E’ proprio nel colmo di un apparente indebolimento che Dio si rivela nel modo più chiaro. Allorché più disperata è la condizione del mondo, un nuovo fattore irrompe dall’esterno e muta completamente la situazione. Quando il caos e la paura e la potenza delle tenebre sembrano invincibili, lo scopo di Dio avanza poiché Egli fa la Sua apparizione in quei momenti della storia in cui le cose sono quanto mai oscure. Come ci fu un’invasione divina a Betlemme, così ora c’è un’invasione divina dopo il Calvario. Come nell’antichità gli Ebrei furono salvati dalla schiavitù per volere del Signore che sparti per essi le acque del mar Rosso e dalle stesse acque fece inghiottire i loro inseguitori, così anche ora, quando gli uomini si accalcano nella paura, il potere di Dio si manifesta. Il regno di Dio non si sviluppa fuori della storia, ma si manifesta attraverso la storia. La resurrezione fu la scoperta del significato della storia, poiché se la Crocifissione fosse stata la fine, il potere che si nascondeva dietro Nostro Signore non sarebbe stato commesso a difendere l’innocenza. – Oggi, al colmo della nostra paura, oggi che per difenderci dal nemico abbiamo barricato ogni porta, Cristo appare in mezzo a noi e ci ricorda di stare in pace. Ciò che di peggio può succedere alla Chiesa è di essere tollerata. In quanto oggi vive nella paura e viene perseguitata, la Chiesa si trova in una condizione psicologica quanto mai favorevole per conservare la sua vera natura. Se Cristo fosse stato un successo terreno, allora sarebbe potuto essere imitato soltanto nelle cose di questa terra. Se Egli fosse stato un fallimento e non fosse mai risorto, allora saremmo vendicativi, e noi che siamo i Suoi seguaci odieremmo gli Ebrei, i Romani e i Greci. Se Egli avesse scritto un libro, noi saremmo tutti professori, ma se Egli venne in questo mondo per portarci alla vittoria attraverso la sconfitta, allora chi sarà mai senza speranza? Quantunque noi di questa generazione abbiamo visto due guerre mondiali in 21 anni, quantunque la prima guerra sia stata combattuta per assicurare al mondo una democrazia senza Dio, e la seconda per realizzare un imperialismo senza Dio, e la minaccia della terza sia che la democrazia senza Dio possa lottare con l’imperialismo senza Dio, noi dobbiamo ancora credere, sebbene le porte siano chiuse alla Divinità e i brividi della paura ci percorrano, nella possibilità di un’altra Invasione Divina di quel potere extrastorico in quest’ora buia. Noi che abbiamo fede nella gloria e nella certezza della Sua resurrezione, sappiamo che abbiamo già vinto, solo la notizia non è ancora trapelata!

AMERICA E RUSSIA NELLA LUCE DI MARIA

Gli Americani in quanto tali non possono dimenticare la relazione tra l’America e la Donna alla quale Dio diede il potere di schiacciare la testa del serpente. Il Concilio di Baltimora dell’8 dicembre 1846 consacrò gli Stati Uniti all’Immacolata Concezione della Nostra Madre Benedetta. Solo dopo 8 anni la Chiesa definiva il dogma dell’Immacolata Concezione. L’8 dicembre 1941,festa dell’Immacolata Concezione, gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone. Il 13 maggio 1945, Giorno della Madre, quando tutta la Chiesa celebrò il Giorno Sodalizio di Nostra Signora, il Governo degli Stati Uniti proclamò un Risorgimento Nazionale per il Giorno della Vittoria in Europa. Il 15 agosto 1945, Festa dell’Assunzione della nostra Madre Benedetta, gli Stati Uniti conseguirono la vittoria nella guerra contro il Giappone. Il 19 agosto 1945 fu dal Governo degli Stati Uniti dichiarato Giorno ufficiale della Vittoria sul Giappone e si diede il caso che fosse l’anniversario di una della apparizioni di Nostra Signora di Fatima. Il 1° settembre 1945, primo sabato del mese che Nostra Signora di Fatima volle fosse a Lei consacrato, il generale Mac Arthur accettò la resa del Giappone a bordo della Missouri. L’8 settembre 1945, Natalità di Nostra Signora, la prima bandiera americana sventolò a Tokio, e mentre veniva spiegata al vento il generale Mac Arthur disse : « Fatela sventolare in tutta la sua gloria come un simbolo di vittoria per la giustizia ». – Sotto l’ispirazione e suggerimenti della Signora di Fatima, possa un giorno l’America vedere la grande solidarietà spirituale che esiste tra il 97 per cento del popolo russo che non fa parte del partito comunista, e l’idealismo, l’amore di pace, la generosità e l’amicizia del popolo americano. Sopra la tomba di Dostojevskij, Pushkin pronunciò un elogio che esprimeva l’alto destino del popolo russo : « Il nostro destino è un’universalità conquistata non dalla spada, ma dalla forza di fratellanza e dal nostro desiderio di vedere la restaurazione della concordia tra gli uomini » – Questo è stato sempre l’ideale dell’America. Ora che una minoranza vuole guastare le pacifiche ablazioni tra il popolo russo e il popolo americano, non solo l’America, ma la coscienza dell’occidente deve addossarsi il dolce fardello di restaurare le relazioni tra l’America e Dio, tra 1’America e la Madre di Cristo « sul cui corpo, come su una torre di avorio, Egli si arrampicò per baciare sulle labbra di lei una mistica rosa ».

Tu sei più tenera con i nostri sogni, Madre Nostra,

Del savio che c i tesse i sogni per ombra.

Dio è più buono con gli dèi che Lo derisero

Che non gli uomini con gli dèi che hanno creato…

Cos’è la casa del cuore prosciolto,

E dov’è il nido della libertà,

E dove dal mondo il mondo si rifugerà.

E l’uomo sarà padrone, se non con Te?

L a saggezza è assisa sul suo trono di tuono.

Lo Specchio della Giustizia acceca il giorno —

Dove sono le torri che non son quelle della Città,

E i trofei e le fanfare, dove sono?

Là dove oltre il labirinto del mondo che si gira

Le vie remote che volgono alla strada del Re.

[G. K . Chesterton, Queen or Seven Sicords – London: Sheed and Ward, 1926), p. 23.]

Mons. Fulton J. Sheen. Vescovo ausiliare di New York.

Mons. Fulton [quando era ancora cattolico] con S. S. Pio XII

 

LE TRE VERITA’

LE TRE VERITA’ CHE DISTRUGGONO 

I FALLACI INGANNI DEL “nemico” INFERNALE [e cioè:

1° L’ECUMENISMO MASSONICO,

2° L’INDIFFERENTISMO RELIGIOSO MONDIALISTA,

3° IL NOACHISMO TALMUDICO!]

[da: “IL CRISTIANO RAGIONEVOLE” – Discorso preliminare sopra la verità della Religione Cristiana, il quale servir deve di fondamento a tutte le istruzioni. – Mons. Billot: “Discorsi parrocchiali per le Domeniche”; S. Cioffi ed. Napoli, 1840]

Dopo lo stabilimento della religione cristiana i ministri del Vangelo credevano soddisfare al loro dovere, applicandosi solamente a ben stabilire la verità della sua morale, e ad ispirare ai popoli la pratica delle virtù, che ella insegna. Ma da che nel seno medesimo del Cristianesimo si è formata una fazione di spiriti increduli che, per abbattere sin dai fondamenti la morale della religione, si sollevano sfacciatamente contro i dogmi, e, non contenti di scuoter essi il giogo della fede, si sforzano di distruggerla negli altri, è dovere di un ministro del Vangelo 1’affaticarsi, quanto mai può e sa, a stabilire la verità della religione, sia per confondere l’empietà di quelli che non vogliono credere, sia per assodare ed animar la credenza dei fedeli, che è esposta al naufragio tra le tempeste da cui è agitala, e che non è sterile in un gran numero di cristiani se non perché non si fa da essi attenzione sufficiente ai motivi di credibilità che muover debbono ogni spirito ragionevole a sottomettersi alle verità della fede. Prima di entrare nella materia, si richiede una ragione esente da ogni pregiudizio e libera dalla schiavitù delle passioni, le quali sono gli ostacoli ordinari alle buone impressioni che questi motivi far possono sopra lo spirito: una ragione ben purificata deve arruolarsi sotto lo stendardo di una religione che se la presenta in tutta la sua maestà e con tutto lo splendore delle verità che l’accompagnano. – Vi è tanta armonia tra la religione e la ragione che basta esser ragionevole per diventar ben presto cristiano. Questo soggetto per altro è tanto più importante quanto che si tratta di combattere i nemici domestici della religione, più a temersi da essa che i nemici stranieri, i quali l’hanno attaccata a forza aperta, e le cui guerre non hanno servito che a darle un nuovo lustro; laddove a combattere, le porta colpi tanto più pericolosi quanto che assale l’uomo per il suo debole, servendosi delle sue passioni per sottrarlo all’impero della fede. Potessimo noi dissipare le nebbie che lo spirito delle tenebre ha di già sparso in qualche spirito tra noi! Potessimo noi svellere la zizzania che l’uomo nemico ha sopra seminato nel campo del padre di famiglia! Per riuscire in questo disegno facciamo vedere:

1.° che vi è una Religione rivelata da Dio;

2.°che questa è la Religione Cristiana;

3.° che la vera religione non si trova che nella CHIESA Cattolica, Apostolica Romana.

PRIMA VERITÀ

Necessità di una Religione rivelata

da Dio.

Vi è un Dio Creatore di tutte le cose, il quale si manifesta in una maniera si sensibile nelle sue opere che bisogna chiudere gli occhi alla luce per dubitare della sua esistenza. Questo bel mondo che noi vediamo non si è fatto da sé stesso; incapace di agire, non ha potuto darsi l’esistenza; egli è dunque 1’effetto di una cagione superiore, che era prima di lui. Il bell’ordine che noi ammiriamo nell’universo, che vi regna da tanti secoli con una maniera si costante, non può essere altresì che l’effetto di un’intelligenza infinita, la quale il tutto col suo potere sostiene, e colla sua sapienza governa. Queste idee di un primo principio di tutte le cose son nate con noi; non vi ha alcun uomo ragionevole che possa cancellarle dalla sua mente e che non senta la sua dipendenza da un Essere supremo. Sarebbe essere tanto cieco quanto il caso l’attribuirgli un’opera così perfetta come l’universo. Ora la più perfetta, la più eccellente delle opere di Dio è fuori di dubbio l’uomo » che racchiude in sé le perfezioni delle altre e ne è, per così dire, il compendio. Ma per qual fine ha Dio formato questa creatura così perfetta? Ciò non poteva essere che per venire da essa servito e glorificato: e per questo appunto le ha dato un’anima capace di conoscerlo e di amarlo. Infatti un essere intelligente e buono nulla fa invano, neppur agisce se non per fini buoni: or siccome Dio è un agente infinitamente perfetto, Egli si propone sempre nelle sue operazioni il fine più perfetto, che è Egli stesso. Per essere dunque conosciuto, amato e glorificato dall’uomo, Dio gli ha dato l’essere: altrimenti converrebbe dire che Dio non ha fatto l’uomo che per l’uomo stesso; il che non si può supporre in un artefice così eccellente, in un’intelligenza così perfetta, come Dio. Giacché Dio nulla fa invano, avrebbe Egli dato all’uomo delle facoltà che lo portano a Lui per via di conoscenza, affinché l’uomo non ne facesse alcun uso? E se 1’uomo deve far uso delle facoltà che Dio gli ha date, se egli deve conoscere, amare e glorificare l’Autor del suo essere, deve sperarne delle ricompense, perché Dio è un padrone infinitamente buono, il quale non può lasciar senza ricompensa i servigi che l’uomo può e deve rendergli; se l’uomo ricusa a Dio il culto che gli è dovuto, deve temere i suoi castighi, perché Dio è un padrone infinitamente giusto, il quale non può lasciare impunita l’ingiustizia che 1’uomo farebbe alla sua gloria, ricusandogli il culto che è obbligato di rendergli. – Supposti questi principi, conviene dunque accordare che v’è una religione rivelata da Dio, che deve insegnare all’uomo la maniera di glorificare il suo Creatore, i mezzi di cui deve servirsi per meritare le sue ricompense e per evitare i suoi castighi. Imperciocché, se la gloria di Dio esigeva che l’uomo riconoscesse con alcuni omaggi la sovranità del suo essere, esigeva la sua sapienza ch’egli insegnasse all’uomo il genere di culto che praticar doveva per dimostrare a Dio la sua dipendenza. Ora si è la religione che all’uomo tutto questo insegna; poiché la religione altro non è che un commercio tra Dio e l’uomo pel quale Iddio manifesta i suoi voleri all’uomo, insegnandogli gli omaggi che da lui esige, e l’uomo adempie verso Dio quanto gli deve. Ed esigeva pure la grandezza ed autorità di Dio che intimasse egli stesso i voleri all’uomo, e l’uomo non poteva apprendere che da Dio medesimo quel che far doveva per glorificarlo. – Ed in vero, non è forse cosa giusta che il servo sia sottomesso al suo padrone, il suddito al suo re, la creatura a Dio? Non è forse convenevole che questa creatura riconosca con qualche omaggio la sua dipendenza dal Creatore? Ma da chi il servo ed il suddito apprender devono i servigi al loro padrone dovuti, se non dal padrone medesimo? Qual sarebbe l’autorità di un padrone che avessi servi i quali far non volessero se non se ciò che loro piacesse e disponessero di sé medesimi e delle loro azioni senza consultare il loro padrone e senza aver altra regola che la propria fantasia ed il proprio capriccio? Non tocca forse al padrone piuttosto che al servo il regolare e prescrivere i servigi che gli sono dovuti? Vi sarebbe forse subordinazione o piuttosto non sarebbe un disordine nella società se un suddito non rendesse al suo padrone, al suo re, che un servizio arbitrario? E che? L’autorità di Dio sopra le sue creature è forse minore, o piuttosto non è ella superiore a quella di tutti i padroni sopra i loro servi, di tutti i re sopra i loro sudditi? Non è cosa giusta per lo meno di accordare a Dio il medesimo privilegio che i padroni e i re della terra hanno, in virtù della loro autorità, di far delle leggi? Tocca dunque a Dio, che ha ogni autorità sopra l’uomo, a prescrivergli, e non già all’uomo a prescrivere a sé stesso il culto e i servigi che dovuti sono all’Essere supremo: in conseguenza Dio ha dovuto comunicarsi all’ uomo per mezzo d’una religione rivelata, nella quale l’uomo imparasse il genere di servigio ch’egli deve rendere all’Autore del suo essere. Voleva la gloria dì Dio ch’egli si servisse di questa via per far sentire all’uomo la sua autorità; voleva altresì la sua sapienza ch’ ei gli desse questa regola di condotta per guidarlo. Imperciochè il dire, come gl’increduli, che Dio ha dato all’uomo la ragione per condurlo o che tocca ad essi insegnargli il culto ch’egli deve al suo sovrano egli è un cadere nei più grandi assurdi. La ragione stessa ci fornisce 1’armi per combattere questo sistema: poiché in primo luogo sarebbe sempre vero in questa supposizione che Iddio avrebbe abbandonato la sua autorità alla volontà dell’uomo, il quale diverrebbe il solo arbitro del culto e dell’omaggio che vorrebbe rendere al suo Creatore: il che è contrario ai principi che abbiamo pur ora stabiliti. Ma l’ammettere questo mostruoso sistema egli è esporre l’uomo ai più grandi eccessi ed aprir la porta alla sfrenatezza di tutte le passioni. Non deve forse la sapienza di Dio ovviare a tutti questi inconvenienti, dando all’uomo tutt’altra guida che la sua ragione? Infatti di che non è capace l’uomo abbandonato a se stesso? In quali errori non può egli cadere con la sola sua ragione? Chiaramente ce lo insegna l’esperienza di tanti secoli. Non si sono forse veduti uomini, che si vantano di averne assai, offrire incensi ai loro simili, ad uomini soggetti alle loro passioni medesime, prostrarsi ancora avanti statue di legno o di pietra, e per fino render gli onori divini ai più vili animali, alle piante più comuni?Ah! se non fossimo rischiarati dal lume della fede, noi stessi forse caduti saremmo in simili mancamenti. Ma voglio che, facendo noi un miglior uso di nostra ragione, riconosciamo un Essere supremo Creatore di tutte le cose, cui noi dobbiamo servire e glorificare; sin là giunger può la ragione: tra qual genere di culto c’insegnerà ella a rendergli questa ragione? Sa ella il trae a cui Iddio creandoci ci ha destinati? Può ella da sé stessa scoprire le ricompense che dobbiamo sperarne, i castighi che dobbiamo temerne, i mezzi di cui dobbiamo servirci per meritare le une ed evitare gli altri? questo è ciò ch’ella non potrà decidere giammai. Essa riconoscerà sempre l’insufficienza delle sue cognizioni ed il bisogno che ha di un lume superiore per guidarla nella strada che tener deve. Perciocché finalmente non si può negare che questa è limitata nelle sue cognizioni, variabile nelle sue idee, incerta nei giudizi che forma sopra le cose che non le sono evidenti, incapace per conseguenza a fissarci a qualche cosa di certo. Sono forse necessarie altre prove che i diversi pareri, i quali diviso hanno i più grandi ingegni del mondo intorno alla religione? Tra tutte le sette opposte che regnano nel mondo non vediamo noi forse che ciascuno pretende di aver la ragione della sua parte, che ciascuno abbonda nei suoi sentimenti? Donde procede dunque tanta diversità di opinioni tra coloro che pretendono di seguire la ragione? Prova certissima che ella non è una regola infallibile e che ha bisogno di una regola superiore per determinarsi. Ah! se noi avessimo altra guida che questa guida cieca in materia di credere, cadremmo ben presto nel precipizio dell’errore; il nostro spirito, dice l’Apostolo, sarebbe qua e là fluttuante, come un fanciullo, trasportato da ogni vento di dottrina, senza sapere a che attenersi. Ora è egli credibile che la previdenza di Dio, che il tutto governa con tanta sapienza; che ha stabilito un sì bell’ordine dell’universo tra le creature anche inanimate, che ha provveduto con tanta bontà a tutti i bisogni dell’uomo, 1’abbia abbandonato in un punto cosi essenziale e lasciato nelle sue incertezze in continua perplessità sopra ciò che far deve per glorificare il suo Creatore, meritar te sue ricompense, evitare i suoi castighi? Il dire che Dio ha lasciato all’uomo la libertà di condursi con i suoi lumi e di seguire la religione che gli piacerebbe val quanto dire che Dio approva il capriccio e la menzogna; poiché è impossibile che la verità, la quale è una sola, si trovi in diversi sentimenti contrari gli uni agli altri; val quanto dire che Dio, indifferente sulla condotta degli uomini, soffrirebbe tranquillamente negli uni l’idolatria, la superstizione; negli altri il vizio, 1’empietà. Queste idee sono elleno compatibili con quella di una provvidenza in finitamente saggia? Richiedeva dunque la sapienza di Dio ch’Egli non abbandonasse 1’uomo a sé stesso, ma che gli fissasse in una religione rivelata troverebbe la maniera d’adempier agli omaggi ch’ egli deve al suo Creatore. Questa religione era necessaria all’uomo non solo per preservare il suo spirito dagli errori in cui poteva cadere, ma ancora per servire di freno alle sue passioni e rattenerlo dai disordini ai quali abbandonar si poteva. – Ed invero, se non vi fosse religione alcuna che servisse di riparo alle passioni dell’uomo, non vi sarebbe alcun vizio che non innalzasse lo stendardo: si vedrebbe l’ingiustizia, la vendetta, l’impurità regnar baldanzoso; il mondo non sarebbe più che un teatro spaventevole di disordine, di libertinaggio, di ogni sorta di dissolutezza. Imperciocché, se non vi è religione alcuna, chi terrà in freno le passioni ? Forse i castighi di un Dio? Ma, rigettata la religione, più non si temono i castighi che Dio minaccia ai peccatori. E che temer non si deve da un uomo che nulla teme, che nulla spera? Forse la giustizia degli uomini? Ma la giustizia umana non punisce che i delitti pubblici: tutto ciò dunque che si facesse in segreto resterebbe impunito. La ragione potrebbe ella servir di ritegno alle passioni? Ma questa ragione non è forse spesse fiate talmente accecata dalla passione che confuse restano l’una con l’altra? Quanti pretesti oppone questa ragione per giustificar i propri sregolamenti? Non riguardasi forse come giusto e ragionevole, dice S. Agostino, tutto ciò ch’è conforme alle inclinazioni? Perciò se la religione non viene in aiuto della ragione sedotta dalla passione, 1’uomo si crederà lecito di accordar alle sue passioni tutto quello ch’esse gli domanderanno: non vi sarà alcuno eccesso cui 1’uomo non si abbandoni per soddisfare ai suoi desideri; i piaceri del senso saranno riguardati come inclinazioni e diritti della natura; i beni dei privati non saranno più sicuri dalle invasioni di un ingiusto usurpatore, né la vita stessa contro le persecuzioni di un vendicativo. Non vi sarà più subordinazione tra gli uomini, perché ogni uomo, riguardandosi uguale ad un altro, si crederà libero da ogni dipendenza. Non vi saranno più amici in cui altri confidare si possa, non promessa su cui riposare, non fedeltà nei matrimoni, non integrità nel commercio; la società umana non sarà più che un orribile composto di traditori, di perfidi, contro cui converrà sempre star in guardia; i più astuti e i più forti daranno sempre la legge ai più semplici e ai più deboli. Imperciocché, torno a dirvi, se non vi è religione alcuna che proponga all’uomo delle ricompense per la virtù e che riserbi dei castighi ai vizi; se non vi è alcun’eternità avvenire, qual ce l’insegna la religione, che incoraggiamento vi sarà per la virtù, e qual argine si potrebbe opporre al vizio? Se tutto perir deve col corpo, 1’uomo si riguarderà in questa vita come suo ultimo fine, riferirà ogni cosa ai suoi piaceri, ai suoi interessi; pretenderà aver diritto di tutto loro sacrificare « nulla risparmierà per rendersi felice quanto potrà in questo mondo; e su questo principio, ch’egli crederà fondato sulla ragione, non vi sarà disordine alcuno cui non si abbandoni, allorché vi troverà un qualche piacere; sacrificherà insomma alla sua passione la giustizia, la buona fede, le promesse eziandio più sacre. Tali sono le conseguenze a cui conduce l’irreligione: tale è altresì la condotta ordinaria dei nemici della religione, i quali non la rigettano, se non perché essa contraria le loro passioni e li molesta nel godimento dei loro piaceri: essi crederebbero volentieri quanto ella insegna, se viver li lasciasse a loro genio. Ma in vano pretendono di sottrarsi al suo impero: all’ora della morte saranno anch’essi giudicati secondo la verità e le massime del santo Vangelo. – Inoltre, se questi increduli di cui il mondo è inondato seguitassero i lumi di una retta ragione, accorderebbero senza difficoltà che la religione era necessaria per contener le passioni dentro i limiti del dovere, per assicurare la pace e la tranquillità tra gli uomini: se non s’accecano a sostenere che la provvidenza di Dio abbia loro anche in questo punto mancato e che la sua divina sapienza, la quale regola con tanta armonia l’universo, abbia abbandonato il genere umano alla con incredibile, né si può senza bestemmia asserire. Ah! riconosciamo piuttosto nella religione uno dei più amabili effetti della provvidenza sopra gli uomini, giacché questa religione serve di freno alle loro passioni, le allontana dal vizio e le anima alla virtù; essa è che mantiene il buon ordine nella società, che produce ed assicura 1’unione nelle famiglie; essa è che fa render giustizia a chi e dovuta e ispira l’ubbidienza ai superiori, essa è il fondamento di tutte le virtù, il carattere dell’uomo dabbene, il principio e la cagione dei buoni uffici che gli uomini ricevono gli uni dagli altri. La sola differenza tra un uomo che ha religione, e colui che non ne ha, basta per far decidere in suo favore e farne riconoscere la necessità. Ma qual è la vera religione? questo è ciò che conviene dimostrare.

SECONDA VERITÀ

La Religione Cristiana è la sola vera.

Siccome non havvi che un Dio solo così non può esservi che una sola religione, perciocché la religione è la strada per andare a Dio. Non si può andare a Dio che per la strada della verità: or la verità, la quale non è che una sola, non può trovarsi in differenti religioni opposte le une alle altre. Ma qual è questa sola religione vera che si dee seguire a preferenza di tutte le altre? Ella è senza dubbio la religione cristiana, perché essa sola è munita dei caratteri di divinità, i quali non si trovano in alcun’altra, e che devono farla riguardare come una religione rivelata da Dio. Questi caratteri noi li troveremo nell’ adempimento delle profezie che hanno annunziato i misteri di lei, nei miracoli che Dio ha fatto per confermarla, e nella santità della dottrina e della morale ch’ella insegna. Questi sono i segni da cui dobbiamo riconoscerla per una religione divina, con quest’arme deve essa convincere ogni spirito ragionevole.

Le profezie. A Dio solo spetta il predire l’avvenire, le cui circostanze non dipendono dalla concatenazione delle cause naturali, ma dalla pura determinazione delle cause libere. L’umano intendimento è troppo limitato per poter penetrare in questa sorta di avvenimenti. – Or la religione cristiana è stata annunciata prima del suo stabilimento da profezie di cui ricusare non si può l’autenticità, poiché ci sono state trasmesse dai Giudei medesimi, nemici della nostra religione: profezie sì chiare e sì circostanziate che, a confrontarle con tutti i misteri della religione da esse predetti, si direbbe che sono piuttosto storie di cose passate che predizioni di fatti futuri. Vi si vede chiaramente il luogo della nascita del Messia, la sua missione, i suoi prodigi, le circostanze della sua vita e della sua morte, la sua risurrezione, la sua sepoltura, la sua ascensione al cielo, lo stabilimento della Chiesa su le rovine della sinagoga, la desolazione, la dispersione del popolo ebreo, che non ha voluto riconoscere il Messia. Tutti questi avvenimenti predetti sono accaduti in una maniera si conforme alle predizioni fatte che i pagani medesimi col solo lume della ragione ne hanno riconosciuto il compimento; e questa conformità di fatti colle profezie faceva tanta impressione sul loro spirito che si determinavano ad abbracciare la religione cristiana. Su di che S. Agostino fa questo ragionamento, capacissimo a convincere qualunque spirito in favore della religione cristiana: una religione che è stata predetta da tanti oracoli verificati in tutte le loro circostanze, deve senza dubbio essere riguardata come una religione divina. Or tale è la religione cristiana: basta confrontare i fatti colle profezie. Ma donde sapete voi, dicono i pagani, che gli oracoli sopra la religione hanno un carattere di divinità? Non alla nostra testimonianza dovete voi rapportarvene, rispondiamo loro; ella vi potrebbe essere sospetta: ma sono i Giudei nostri nemici che ci hanno trasmessi questi oracoli nei libri che li contengono e che essi ci assicurano esser divini. Voi dovete tanto più loro prestar fede quanto che han conservato questi libri di generazione in generazione come il loro più prezioso tesoro, come la storia della loro nazione, che i padri avevano cura di far leggere ai propri figliuoli, che i re e i sudditi avevano tra le mani e che conteneva la religione di un popolo intero. Lo stesso s. Agostino, indirizzandosi ai Giudei per convincerli della verità della nostra religione, “voi ci avete trasmessi, lor dice, i libri contenenti le profezie che annunziano i nostri misteri; voi ciò non ostante non volete riconoscere l’adempimento di questi misteri, che noi vi riconosciamo. Ma se non volete creder a noi, ascoltate su questo soggetto la testimonianza dei pagani, i quali, guidati dal solo lume della ragione, trovano tanto di conformità tra le profezie e i fatti da esse annunziati, che se questi libri sono divini, non può alcuno non riconoscerla per una religione rivelata da Dio. Voi ci dite che questi libri sono divini: i pagani riconoscono la connessione tra le profezie ch’essi contengono e gli avvenimenti che sono venuti dopo. E perché dunque ricusare di abbracciar una religione la cui verità è appoggiata sopra i vostri oracoli e sopra la ragion medesima dei pagani?”. – Cosi è, conchiude S. Agostino, i nostri nemici ci somministrano l’armi contro sé medesimi a favore della nostra religione, ed il loro proprio consenso ridonda in nostro vantaggio: “Salutem ex inimicis”. Sarebbe questo il luogo di riferire alcune di queste profezie, il cui adempimento prova la verità della religione cristiana: ma tra il gran numero che potrebbe citarsene fermiamoci a quella il cui avvenimento si fa sentire nel modo più palpabile, nella situazione in cui si trova oggi giorno il popolo ebreo. Questo popolo, che di sua propria confessione, e per testimonianza delle altre nazioni, era un popolo assai florido, che possedeva una delle più ricche porzioni della terra, che aveva i suoi re, il suo tempio, i suoi sacrifici, si trova al giorno d’oggi in un’intera desolazione, senza forma di governo, senza sacerdoti, senza tempio, senza sacrifici, errante, vagabondo nelle diverse parti del mondo, odiato, aborrito da tutte le nazioni della terra, senza speranza di mai più ricuperare il suo primiero splendore. Sì può qui non riconoscere la famosa profezia di Daniele, il quale lungo tempo aranti aveva predetto che, venuto il Messia e messo a morte dal suo popolo, questo popolo sarebbe disperso, desolato, che sarebbe distrutto il suo tempio, aboliti i suoi sacrifici, e che la sua desolazione durerebbe sino alla consumazione dei secoli? Dallo stesso popolo ebreo abbiamo noi ricevuta questa profezia, dunque non è supposta: essa si è verificata in tutte le sue circostanze; noi ne vediamo sotto i nostri occhi l’adempimento; questo popolo sarà un monumento eterno della verità della nostra religione. Si sono veduti sparire i più grandi imperi del mondo; quello degli Assiri, dei Babilonesi, dei Medi, dei Persiani, dei Greci, quello anche dei Romani, che ha distrutti gli altri imperi e quello dei Giudei non sussistono più: nulla di meno questa nazione sussiste sempre senza capo, senz’appoggio, carica dell’odio delle altre nazioni. Iddio ciò permette per far vedere in essa la verità della nostra religione, di cui ne sono, per cosi dire, i predicatori muti e forzati; perciocché la loro situazione fa vedere in una maniera sensibile la missione del Legislatore divino, che essi non han voluto riconoscere, che è venuto a compire ciò che la loro religione aveva predetto, e che, sostituendo la realtà del Nuovo Testamento alle figure del Vecchio, ci ha dato una religione egualmente antica che il mondo; perché la sostanza di questa religione era rinchiusa nella religione giudaica, e questa non era vera avanti del Messia che per la unione e la relazione che aveva colla religione cristiana. – Veniamo ora alle prove dei miracoli.

I miracoli. Si può dire dei miracoli riguardo alla religione ciò che il reale Profeta diceva dell’opere di Dio, le quali annunziano la sua gloria, che è un linguaggio chiaro ed intelligibile che si fa intendere a tutto il mondo, essendo adattato alla capacità sì del savio che dell’ignorante: “Non sunt loquelæ neque sermones quorum non audiamur voces eorum”. È una luce viva e penetrante che rischiara le menti più grossolane. Non avvi intelletto sì ottuso che non debba arrendersi ad una evidenza così convincente. Infatti non si ricerca gran raziocinio per convenire che Dio, fare un miracolo per confermare una menzogna: se dunque ha fatto miracoli per autorizzare la religione cristiana, conviene conchiudere ch’essa è vera. Or, che Dio abbia manifestate con prodigi le verità della nostra religione, non si può negare senza contraddire i principi della certezza e i lumi del buon senso. Leggansi le storie dell’antico e del nuovo Testamento, gli annali della Chiesa, gli scritti di tanti eruditi: si osservi nei monumenti di quei miracoli, che ancora sussistono, e si vedranno miracoli d’ogni genere operati in favore della religione: malattie d’ogni sorta in un subito risanate, ciechi illuminati, ossessi liberati, morti risuscitati, tempeste calmate, elementi che hanno sospeso la loro attività, leggi della natura interamente cangiate in mille occasioni in cui si trattava della gloria e della verità della religione: miracoli operati non in un sol luogo né avanti a qualche testimonio, ma in un’infinità di luoghi, innanzi a migliaia di testimoni, che li hanno esaminati con l’ultima esattezza, che gli hanno attestati per tutto ciò che eravi di più sacro, che li han sostenuti col sacrificio di quanto avevano di più caro, coll’effusione medesima del loro sangue; il che non avrebbero fatto, se non ne fossero stati ben convinti e ben persuasi: miracoli che han convertito alla religione i suoi più crudeli nemici, non solo il basso popolo, ma eziandio i grandi e i dotti, i quali non l’avrebbero certamente abbracciata, se non avessero conosciuta 1’evidenza dei miracoli: miracoli di cui si vedono ancora in molti luoghi monumenti autentici, che non avrebbero innalzati, se i fatti non fossero stati ben provati: miracoli per altro che riguardar non si potevano come effetti del caso, poiché si sono operati in circostanze di elezione, alle preghiere di quelli che domandavano qualche favore dal cielo o che volevano confermare qualche dogma della fede: miracoli per conseguenza che non potevano riguardarsi come l’effetto di qualche causa naturale ed incognita; ma che potevano sicuramente attribuirsi all’onnipotenza di Dio, che operava contro le leggi fisiche della natura in favore della religione. Imperciocché egli è certo che Dio ha dato all’uomo lumi per giudicar delle cose secondo 1’esperienza che ne ha; conseguentemente, quando in materia di credere vede un fatto che sorpassa le forze della natura, può giudicare che Dio n’è l’autore: poiché, se fosse l’effetto d’una causa naturale, né gli desse Iddio alcun mezzo per scoprirne l’illusione, sopra Dio medesimo ricadrebbe il suo errore: conseguenza che non si può ammettere senza far ingiuria alla somma veracità e alla provvidenza di Dio. Perciocché bisogna o negar la provvidenza o dire che non ha potuto permettere fatti straordinari che ci avrebbero indotti in errore in materia di religione; molto meno ancora dar all’uomo cognizioni che lo porterebbero a credere cose che non sono. Vedano gl’increduli il partito che prender vogliono. Negheranno che questi miracoli siano accaduti? Ma conviene per questo accusare di falsità tutta la rispettabile antichità, le storie di più secoli e di molti paesi del mondo, gli scritti di tanti uomini sapienti, di tanti santi personaggi, da cui sono stati raccontati appunto come li avevano appresi da testimoni oculari, e a cui avrebbero data certamente la mentita, se le cose non erano in tal modo accadute come le han pubblicate. Come mai questi santi e dotti personaggi avrebbero spacciato come tante verità fatti i quali non sarebbero stati che favole e chimere, essi che nessun interesse avevano a spacciarli, e all’opposto sarebbe stato di loro vantaggio il rigettarli? Come questi fatti avrebbero ottenuta la credenza non solo del semplice popolo, ma eziandio dei più grandi ingegni del mondo? É forse credibile che tante nazioni, di diversi paesi e di secoli differenti, abbiano tutte insieme dato nel delirio e nell’illusione sopra cose che contrariavano le loro passioni e che conseguentemente loro importava di non credere? Le persone illuminate avrebbero prese tante favole come verità per sì lungo tempo e sì costantemente come han fatto? Forse non dobbiamo almeno prestar tanta fede alle storie dei miracoli della religione, quanta alle storie profane degli imperatori, dei re, dei popoli della terra? Non abbiamo maggior fondamento di ricusarla alle une che alle altre. Se si vuol mettere in dubbio tutto quello che si è fatto nei secoli scorsi. nulla più vi è di certo nel mondo; i secoli avvenire saranno in diritto di non credere ciò che ai giorni nostri succede: tali sono gli assurdi a cui l’irreligione conduce. Quando gli increduli volessero contrastare qualche fatto miracoloso che si cita in favore della religione, possono essi ragionevolmente dubitare di quelli, che Gesù Cristo e gli Apostoli hanno operato? L’universo che li ha veduti, non ha potuto resistervi; strascinato dalla forza di questi miracoli l’universo ha cangiato di credenza ed è divenuto cristiano. Possono dubitare di quelli che sono approvati dalla Chiesa dopo un esame il più esatto e che reggono alla prova della critica più severa? E se a tutti questi fatti se ne aggiunge un’infinità d’altri riferiti da autori degni di fede, può negarsi che non ne sia almen accaduto qualcheduno? E non sarebbe una follia il metterli tutti in dubbio? Come poter resistere ad un’infinità di testimoni, ad un cumulo di prove cavate da tante storie, dalla morte di tanti migliaia di martiri, da tanti monumenti che ancora sussistono? E ciò tutto insieme non fa un peso di ragioni, sotto cui ogni mente deve piegare? Se noi non abbiamo qui un’evidenza appoggiata sopra la testimonianza dei sensi, abbiamo almeno una morale evidenza, ch’equivale alla più grande certezza e che non si può prudentemente rigettare. E quante cose non credono gl’increduli di cui non hanno tanta certezza, quanta loro se ne fa vedere nei fatti della religione? Appunto perché questa religione non si accomoda alle loro perverse inclinazioni, perciò loro piace di contrastare la verità dei suoi miracoli. Ma almeno contrastare non possono un prodigio, che hanno a vanti gli occhi, il quale suppone e sorpassa anche tutti gli altri, ed è la religione medesima. SI, la religione cristiana deve comparire a qualunque pensi dirittamente il più grande dei prodigi, ossia che la consideri nel suo stabilimento, ossia che la esamini nel suo progresso e nella sua durata. Ch’era la religione cristiana nel suo cominciamento, e come si è ella stabilita? Noi tutti lo sappiamo, e i suoi nemici negare non possono. Simile al piccolo grano della senapa, per servirmi delle parole del Vangelo e nello stesso tempo giustificarlo, questa religione non fu da principio conosciuta che in un piccolo angolo del mondo dove fu annunziata da un uomo povero ed abbietto nel suo esteriore, che non aveva alcun soccorso umano per attirar gli uomini al suo partito, che fu scacciato, disprezzato da quei medesimi tra i quali era nato. Quali uomini si associò Egli per lo stabilimento di questa religione? Non furono né conquistatori che con lo strepito delle loro armi abbiano portato il terrore tra le nazioni della terra, né sapienti che colla loro eloquenza abbiano trionfato degl’intelletti: se questo fosse stato, la religione si sarebbe riguardata come opera degli uomini. Si valse al contrario di ciò che vi era di più debole e di più abbietto per confondere e ridurre quanto vi era di più forte e di più grande. Furono dodici poveri, ignoranti, rozzi, deboli ed imperfetti, che non avevano né talenti né eloquenza né ricchezze. E che cosa insegnare dovevan agli altri questi uomini sì poco capaci d’istruirli? Una religione ripiena di oscurità, che propone misteri impenetrabili allo spirito umano, massime del tutto opposte alle inclinazioni più naturali, l’odio di sé  medesimo, l’amore dei nemici, la mortificazione dei sensi, il crocifiggimento della carne. E a chi questi uomini insegnar dovevano questi misteri impenetrabili, queste massime ripugnanti? Non al semplice popolo soltanto, ma ai più grandi ingegni del mondo, ai re, ai potentati della terra, che avevano in orrore e la dottrina che loro si predicava e gli uomini che l’annunziavano; che il minacciavano dei supplizi più orribili, della morte più crudele. Ciò non pertanto, oh prodigio dell’ onnipotenza e della sapienza di Dio! Questa religione, benché impenetrabile alla mente umana, benché tutta spiacevole alle inclinazioni del cuore, è stata non solo annunziata ma persuasa al popolo e, quel che è più, ai sapienti, ai più dotti filosofi, che non erano capaci di lasciarsi sorprendere e che non l’avrebbero certamente abbracciata, se non avessero avute ragioni bastanti che li convincessero. Essa è stata annunziata, persuasa ai re, ai potentati più formidabili: essa ha fatto piegare sotto il suo giogo le teste coronate: essa è stata seguita, abbracciata da un’infinità di nazioni, le quali tutte varie di costumi, di carattere, di lingua, riunite si sono sotto i suoi stendardi, e questo non ostanti tutti gli ostacoli che formati si sono contro il suo stabilimento, malgrado tutte le persecuzioni che suscitate le hanno contro, alla vista dei supplizi orribili di cui si minacciavano i seguaci di lei, e a cui molti sono stati condannati. Il sangue stesso dei discepoli era come una semente che ne produceva un’infinità d’altri. E non bisogna dunque convenire ch’eravi in ciò del miracoloso, e che un tale cambiamento nell’universo non poteva essere che opera dell’onnipotenza di Dio? “A Domino factum est istud”. Imperciocché, per ragionare quivi con S. Agostino, o la conversione del mondo alla religione cristiana è stata la conseguenza e l’effetto dei miracoli, o si è fatta senza miracoli. Se questa conversione fu l’effetto dei miracoli, dunque Dio ne fu l’autore: se si è fatta senza miracoli, egli è il più grande dei miracoli che il mondo siasi convertito senza miracoli; e chi non vuol credere deve esser riguardato come un prodigio di incredulità. Ora è certo 1.° che la Religione non si è stabilita senza miracoli, perché la conversione dell’universo è un miracolo il quale suppone tutti gli altri. Infatti, come mai schiere innumerevoli di persone d’ogni stato, d’ogni sesso, d’ogni paese avrebbero abbracciato una religione sì impenetrabile nei suoi misteri, sì ripugnante nelle sue massime, non avessero avuto prove convincenti della sua verità? Negar non si può che gli Apostoli non abbiano convertito un gran numero di Giudei loro contemporanei. Ad essi primieramente fu annunziato il Vangelo; ne furono essi le prime conquiste, principalmente allorché alla festa della Pentecoste i giudei radunati da diversi paesi del mondo udirono predicar gli Apostoli e se ne convertirono più migliaia. Ora una conversione sì pronta e sì generale si sarebbe ella operata, se Gesù Cristo e gli Apostoli non avessero fatto alcun miracolo per persuadere la religione che predicavano? Poiché, se gli Apostoli avessero annunziato miracoli che Gesù Cristo non avesse operati, non avrebbero data loro la mentita quelli che, avendolo veduto, potevano rendere testimonianza del contrario? o se gli Apostoli stessi non avessero operati miracoli, li avrebbero creduti? li avrebbero seguiti? Giudichiamone da quanto sono per supporre: se qualche uomo della feccia del popolo dicendosi inviato da Dio, intraprendesse al giorno d’oggi a promulgare una nuova religione; che si associasse a quest’effetto dodici persone della sua medesima condizione, senza talenti, senza ricchezze, senza credito, che quest’uomo in odio della sua religione fosse messo a morte con un supplizio infame, e che né egli né i suoi seguaci avessero data altra prova della Religione che predicherebbero se non la loro semplice testimonianza, chi è che seguir vorrebbe questa religione, quand’anche fosse meno severa di quella che noi professiamo? Come dunque Gesù Cristo e gli apostoli avrebbero stabilita una religione sì austera sopra le rovine dell’idolatria, la quale favoriva tutte le passioni, se non avessero date altre prove che la loro semplice testimonianza, e se la forza della loro parola non fosse stata sostenuta, come dice s. Paolo, da quella dei prodigi? Non sono gli uomini sì facili a rinunziare ai loro primi pregiudizi; non si abbandona così facilmente e senza motivi tutto ciò che lusinga le naturali inclinazioni per abbracciare tutto ciò che vi è di più austero e di più malagevole. Giudichiamone da noi medesimi, i quali, benché istruiti e convinti delle verità di nostra religione, proviamo tanta fatica a seguirne le massime. I predicatori del Vangelo avrebbero avuto bel dire che predicavano la pura verità e che dovevasi loro prestar fede: ciascuno si sarebbe beffato di essi, nè li avrebbe alcuno seguiti giammai, se non avessero dati segni evidenti di una missione divina. Inoltre, come mai questi predicatori del Vangelo, come gli Apostoli intrapreso avrebbero di stabilire la loro dottrina a costo di quanto avevano di più caro della loro vita medesima? Come si sarebbero essi offerti a soffrire tutto il furor dei tiranni, il rigor dei supplizi più orrendi per sostenere una religione di cui avrebbero conosciuta la falsità? – Se Gesù Cristo che aveva dato per prova della sua missione il miracolo del suo risorgimento non fosse, siccome disse loro, risuscitato, come continuato avrebbero a seguir il partito di un uomo, il quale ingannati li avesse, non avendo essi alcun interesse di seguirlo, essendo all’opposto di loro grande vantaggio l’abbandonarlo, giacché si trattava della loro fortuna, della loro vita? Non sarebbe stato in essi un eccesso di follia e di stravaganza il sostenere, a sì gran costo un’insigne falsità? È egli credibile che gli Apostoli e tanti altri abbiano preso piacere a lasciarsi imprigionare, tormentare, crocifiggere per render testimonianza alla risurrezione di Gesù Cristo e alla verità della religione, se non ne avessero avute prove certe ed evidenti? Una testimonianza che tanto ha costato non deve essere per noi una prova invincibile che la religione cristiana si è stabilita per via di miracoli? – Se questa religione si è stabilita senza miracoli, ho detto in secondo luogo, ch’era il più grande dei miracoli, che ciò si sia fatto senza miracolo. E una più grande meraviglia, dice S. Giovanni Grisostomo, che dodici poveri pescatori, come erano gli Apostoli, abbiano convertito il mondo intero, che non se dodici uomini della feccia del popolo senza forze, senza danaro, senz’armi, senza equipaggi militari avessero intrapreso di far la conquista dell’impero romano, che dava la legge a tutta la terra, e ne fossero venuti a capo. Questa meraviglia è accaduta, noi la vediamo coi nostri occhi; non cerchiamo più altri miracoli. Infatti al vedere che, malgrado le guerre più sanguinose e crudeli che suscitate si sono contro la religione, ella si è stabilita con tanta rapidità e sostenuta con tanto successo, come se ciò accaduto fosse a forza d’eloquenza e d’armi; ch’ella ha estese le sue conquiste con la povertà della croce più lungi che i Cesari non hanno estesi i confini del loro impero con armate formidabili e milioni di soldati, si può egli non riconoscervi l’opera dell’onnipotenza di Dio? Al vedere che questa religione è stata abbracciata cosi universalmente, che ha durato sì lungo tempo, malgrado la severità delle sue massime cotanto ripugnanti alla natura, dobbiamo conchiudere che Dio solo poteva assoggettare in tal modo lo spirito ed il cuore dell’ uomo. – Se questa religione era opera d’uomini, sarebbe ben presto caduta da sé stessa; ben presto il mondo se ne sarebbe annoiato. Questo è il ragionamento che faceva un famoso dottor della legge tra i Giudei radunati per condannare a morte gli Apostoli. “Se questa impresa, diceva loro, è opera d’uomini; essa cadrà da sé stessa, siccome abbiamo veduto cadere altre sette; ma se è opera di Dio, invano tentate distruggerla; essa sussisterà vostro mal grado. Ora se, per testimonianza di un nemico dichiarato della religione cristiana, potevasi riguardare come opera di Dio ove si fosse sostenuta anche senza contraddizione, tanto più deve ella esser riguardata per tale dopo di aver sostenuto tutto il fuoco delle persecuzioni e sofferta tutta la violenza delle tempeste. Io domando ad ogni men ragionevole se questo non è portare un carattere di divinità e se tutt’altra autorità, fuorché quella di Dio, poteva in tal modo sottoporre i cuori degli uomini alle più severe leggi, alle massime più ripugnanti: “A Domino factum est istud”. – No, non possiamo ricusare di seguire una religione che mostrasi con tanto splendore sia dell’adempimento delle sue profezie, sia nell’evidenza dei suoi miracoli, sia nel suo prodigioso stabilimento. Se noi restiamo ingannati seguitandola, sopra Dio ricadrebbe il nostro errore, poiché la sua verità è stabilita sopra tante prove capaci ad appagar la ragione, che Dio ci ha dato per condurci. O non vi è in Dio provvidenza alcuna, e ci ha dato lumi fallaci per giudicar delle cose; o se vi è una provvidenza ed una retta ragione nell’uomo, bisogna necessariamente convenire della verità della religione cristiana.

Santità della religione. Aggiungiamo ancora un tratto di verità, che il carattere di santità di cui è munita la religione nostra, che riguardar si deve come un carattere di divinità. Vi fu mai infatti religione sì santa nel suo Autore, nella sua dottrina, nei suoi seguaci? Vediamolo partitamente, e ne resteremo ben presto convinti. L’autore della religione cristiana è Gesù Cristo, l’uomo più santo che sia stato giammai. Uno sguardo sulla storia della sua vita ci fa vedere l’innocenza più pura, lo staccamento più universale, 1’umiltà più profonda, la mansuetudine più inalterabile, la purità più esatta, la mortificazione più austera, la condotta più irreprensibile, in una parola, le virtù più eroiche. Si diportò durante tutta sua vita mortale in un modo sì santo e sì edificante che non temeva di sfidare i suoi nemici a fargli il minimo rimprovero: Quis ex vobis arguet me de peccato? non sono solamente i suoi storici, i suoi discepoli, ma ancora i suoi nemici hanno reso testimonianza alla sua santità. Quantunque 1’abbiano accusato avanti ai giudici per farlo condannare, l’esame più critico non trovò giammai motivo di condanna sopra le sue azioni ; Pilato stesso non poté tenersi dal riconoscere la innocenza dì Lui; “Nullam Invenio in eo causam”. La fama ed il grido della santità di Lui aveva fatta tanta impressione sopra lo spirito dei pagani medesimi, i quali lo conoscevano, che un imperatore romano propose in senato di metterlo nel numero degli Dei, Giuseppe ebreo, storico non sospetto, lo riguarda carne uomo divino. Maometto stesso gli dà la qualità di gran profeta. Ma lasciamo questi elogi stranieri per venire a quello che merita la santità della dottrina di Lui. Qual dottrina ci ha Egli insagnata nel suo Vangelo! Che purità nella sua morale! Che perfezione nelle massime che la compongono! Questa dottrina non solo condanna tutti i vizi, ma abbraccia ancora la pratica di tutte le virtù. Non solo condanna i vizi più gravi e che da sè stessi fanno orrore alla natura, come l’omicidio, il furto, l’adulterio; ma ancora i mancamenti più leggieri, così i vizi che si formano nel cuore come quelli che si manifestano al di fuori. Essa proibisce sino i cattivi desideri, sino lo stesso pensar male. – Vuole questa santa religione che il cuore dell’uomo sia talmente regolato che soffochi sino i primi principi, sino i primi sentimenti del male, Non vuole che si conservi il minimo risentimento e neppure l’indifferenza contro del suo prossimo; che alcuno si fermi anche ad un solo pensiero contrario alla modestia. Si può portar più lungi l’odio e l’orrore del peccato? Essa abbraccia la pratica di tutte le virtù e di tutti i doveri riguardo a Dio, al prossimo è a sé stesso. Riguardo a Dio, ella prescrive il culto più perfetto, i sacrifici più grandi, le cerimonie più maestose nel divino servizio. Riguardo al prossimo, l’amore più sincero e più efficace; amore che deve portarsi sino ad amare i suoi più crudeli nemici, sino a fare del bene a quelli che ci fan del male, sino a pregare pei propri persecutori. Vi è forse un’altra religione, fuorché quella rivelata da Dia, che possa portare l’uomo ad atti sì eroici? Riguardo a noi medesimi, quali sono mai i doveri che questa santa religione ci prescrive? Un intero staccamento dai beni del mondo; una rinunzia perfetta ai piaceri del senso, un generoso dispregio degli onori, e della gloria del secolo, la pazienza nelle afflizioni, l’amore delle umiliazioni e dei patimenti, 1’abnegazione di sé stesso, una mortificazione continua dei sensi e delle passioni. Un altra religione, ripeto, fuorché quella rivelata da Dio poteva portar l’uomo ad una perfezione sì alta? Possiamo, leggendo il Vangelo, non convenire che la dottrina in essa contenuta è venuta dal cielo ed è stata dettata da una sovrana sapienza? Sente ciascuno, anche suo malgrado, che la morale di essa viene da Dio ed a Dio conduce, che non possiamo temere d’ingannarci seguitandola e che dobbiamo tutto sperare osservando i suoi precetti. – Lo splendore della sua santità fu quello ancora che le attirò un si gran numero di discepoli, e la santità dei suoi discepoli non ebbe minor forza per propagarla di quel che abbia avuto l’autenticità dei suoi miracoli. E nel vero qual sono stati i discepoli della religione? Qual vita santa non hanno essi menata? Leggiamo le vite dei santi che hanno edificato il mondo coi loro esempi. Voi vi vedrete uomini sì staccati dai beni del mondo che rinunziavano a tutto e vendevano tutto quel che avevano per darlo ai poveri, che amavano il loro prossimo sino a perdonare le ingiurie più atroci ed abbracciare i carnefici che li facevano morire; che si davano interamente a tutti i rigori della penitenza; che ancor vivi si seppellivano nelle solitudini per non occuparsi che di Dio e della speranza di un’eterna felicità. E quante ancora ne vediamo di queste anime generose che fanno simili sacrifici! Quante anime sante che rinunziano a tutte le speranze del secolo per prendere il partito del ritiro, dove menano una vita più angelica che umana! Quanti in mezzo al mondo medesimo si vedono ancora fedeli cristiani che seguitando i sentimenti della loro religione, adempiono con edificazione tutti i doveri che loro impone; che sono poveri nell’abbondanza, umili negli onori, pazienti nelle afflizioni, sobri, casti, temperanti, e che perdonano le ingiurie e gli affronti più atroci. Se tutti i discepoli della religione non sono tali non bisogna ad essa imputarlo, ma bensì alle malvagie disposizioni di coloro che non vogliono seguirne le massime. Se tutti seguissero queste massime sante e salutevoli, la società dei cristiani sarebbe la più perfetta e la più felice: sarebbe una società di santi i quali non avrebbero che un cuore ed un’anima sola; dove non vi sarebbero né dispute né contese sopra i beni e gli onori del mondo, dove i ricchi non si solleverebbero con orgoglio sopra i poveri; dove i poveri riceverebbero dai ricchi tutti gli aiuti necessari alle loro miserie; dove ciascuno, in una parola, sarebbe a gara premuroso di prevenirsi, di rendersi servigio gli uni agli altri. Tali furono i primi discepoli che la religione formò, e fu il loro esempio che attirò al seno di lei un sì gran numero d’idolatri, i quali non potevano persuadersi che una religione che regolava sì bene la società e portava gli uomini a sì gran virtù non fosse una religione inspirata od emanata dal cielo. I nemici che l’attaccano le renderebbero al giorno d’oggi la medesima testimonianza, se non fossero accecati dalle loro sregolate passioni, che molestate si trovano dalla severità del Vangelo, del quale non per altro motivo si sforzano di scuotere il giogo che per vivere a loro capriccio. Ma in ciò ancora rendono essi, senza volerlo, testimonianza alle verità della fede; poiché non rigettano la religione se non perché si oppone alle loro inclinazioni perverse, prova certissima ch’ella è santa e che viene da Dio, il quale è il principio di ogni santità. Siamo santi, siamo ragionevoli, e persuasi saremo facilmente della verità della religione. Questo è il migliore ed il più sicuro partito che l’uomo possa prendere per esser tranquillo, felice e contento anche in questa vita, lo non chiedo all’incredulo che una seria riflessione su questo punto per determinarlo a sottoporsi al giogo della religione. Vedrà egli senza fatica che il cristiano è più prudente e più ragionevole di lui, e che gli torna più conto il seguir il partito della religione che il combatterla e rigettarla. – Infatti ragioni l’incredulo, l’empio, il libertino quanto gli piacerà sopra la religione; metta in dubbio, neghi pure le verità più sodamente stabilite, inventi sistemi a suo grado per combattere i misteri delle fede: oltreché egli cade in assurdi più incomprensibili che i misteri medesimi ch’ei vuole combattere, qualunque sistema possa egli immaginare per mettere al coperto le sue passioni, non potrà giammai assicurarsi contro i terrori che una religione conforme al buon senso deve ispirargli. Derida pure la credenza del fedele; cerchi pure qualche apparenza di ragione per accecarsi e far illusione a se stesso sopra le terribili verità che non vuol credere; ardisco sfidarlo che, con tutte le sue sottigliezze, i suoi raggiri, le sue critiche maligne sopra la religione arrivi a persuadersi ch’ella non è vera. Tutto quel che può fare si è di negare, di dubitare, di combattere con qualche sofisma le verità sante che noi crediamo; ma potrà egli mai avanzare qualche cosa di positivo e di certo che le distrugge? Imperciocché, per persuadersi che la religione è falsa, converrebbe far vedere ad evidenza che tutto ciò che si dice della sua propagazione miracolosa, dei prodigi operati da Gesù Cristo, dagli Apostoli e dai suoi seguaci non è vero. E come mai il proverebbe l’incredulo? È egli forse stato in tutti i luoghi ed in tutti i tempi in cui le cose sono accadute, per scoprire l’inganno, se stato vi fosse, e per rigettare come falsi tutti quei fatti? Non vi è per lo meno altrettanto fondamento di credere tutto ciò che ne vien riferito che di non crederlo? Quanto dunque potrebbe guadagnare di più l’incredulo sarebbe di dubitare e di un dubbio assai malfondato. Non andrà mai più lungi, qualunque sforzo possa fare la sua mente e qualunque sistema possa egli immaginare. Già in questo dubbio, io domando, chi dei due è il più tranquillo? il cristiano, che ha la fede, o l’incredulo, che non l’ha? Egli è facile il provare che il cristiano; perciocché o la nostra religione è vera, o tale non è. Se essa non è vera, se quanto ci si dice delle ricompense e dei castighi di un’altra vita è falso, se non v’è né paradiso né inferno, il cristiano nulla arrischia nel crederlo poiché, se non ve n’è alcuno, non arrischia punto di essere eternamente infelice. Ma se la religione cristiana è vera, come è dimostrato da tutte le prove che si sono date e che sono capaci di appagare qualunque spirito ragionevole, voi, o empi, voi, o increduli, aspettar vi dovete di essere un giorno rinchiusi in quel luogo d’orrore e di disperazione che sarà il soggiorno dei peccatori, voi attender dovete di provare a vostro danno ciò che la religione mi obbliga di credere su questo soggetto. Qualunque ragione allegar possiate per giustificare la vostra condotta, dubitare per lo meno dovete di correr ogni rischio di una eterna disgrazia col non prendere il partito migliore per evitarla. Ora, in un dubbio ed in un rischio si grande come questo, può alcuno essere felice e tranquillo? E il cristiano che crede ed opera conformemente alla sua credenza non è egli più saggio e più tranquillo che colui che non crede? Si priva, è vero, il cristiano di qualche piacere che trova il libertino nell’appagar le sue passioni, ma non è forse meglio privarsi di qualche piacere passeggero per assicurarsi una felicità eterna, che mettersi al pericolo di uno stato eternamente infelice, per goder d’un piacere che a guisa d’un baleno svanisce ? Per poco che voglia l’incredulo rientrar in se stesso lo sfido a poter calmare i rimorsi della sua coscienza ed esser tranquillo sopra il timore d’una eternità infelice. Imperciocché, cosi deve dir tra sé stesso, se la religione cristiana è vera, ed io non la seguito, l’inferno sarà dopo questa vita la mia sorte; almeno corro rischio di precipitarmivi. Or questo pensiero, quest’agitazione, questo timore, che è sì ben fondato, non è egli capace d’intorbidare tutti i piaceri? Non ha forse qualche cosa di più amaro che i piaceri non hanno di dolce? Qualunque cosa l’empio possa fare, dire o pensare, l’infelicità avvenire non dipende dalle sue idee: sebbene non la creda, non è perciò men vera, e deve per lo meno temere di cadervi. Invano vorrebbe assicurarsi contro se stesso, la fede metterà sempre il terrore nel suo cuore. Or vi è piacere al mondo che possa uguagliare questo timore, o si può godere di qualche tranquillità in questo stato? Laddove il cristiano privo dei piaceri vietati, oppresso, se il volete, dai mali della vita, se ne sta tranquillo sopra la sua eterna sorte e può dire a se stesso: i mali di questa vita passeranno; ma se la religione che professo è vera, come ho tutto il fondamento di credere, io sarò ben ricompensato con un bene eterno, che mi è serbato nel cielo. Il cristiano dunque non arrischia che di soffrire per qualche tempo e non per un’eternità, egli sacrifica poco per aver molto, ed anche non sacrifica che piaceri che Dio gli proibisce; anzi gode egli, mentre vive di qualche soddisfazione permessa: laddove l’incredulo, 1’empio sacrifica tutto per aver poco, si espone ad una miseria eterna per alcuni piaceri d’un momento, di cui non gli resta altro che una trista rimembranza. Or io domando: chi dei due è il più saggio ed il più contento? Ah! per poco che l’incredulo abbia a cuore i suoi veri interessi, sarà ben tosto il discepolo di una religione che tutti rende beati i suoi seguaci, All’ora della morte soprattutto noi l’aspettiamo per sapere che cosa penserà. Potrà egli allora esser tranquillo sopra i sistemi che ha avuto durante sua vita? Potrà persuadersi che la sua anima morrà insieme col corpo e che non debba essa comparire avanti ad un Giudice supremo che deciderà della sua eterna sorte? Persisterà egli a credere che la religione non è che un pregiudizio della nascita e della educazione? O piuttosto non riconoscerà egli forse che questo preteso pregiudizio era appoggiato con giudizio sopra un sodo fondamento? Oh allora si che le passioni ammorzate daranno luogo alla religione, che si risveglierà e si mostrerà in tutta la sua forza ed in tutto lo splendore della sua verità! Oh allora si che questi pretesi spiriti forti diverranno deboli in faccia allo spavento di un giudizio terribile che li minaccia e li aspetta! Vorrebbe allora l’incredulo aver creduto e vissuto da buon cristiano. Ve ne ha ben pochi che non chiamino allora la religione in loro soccorso e non cerchino nei rimedi ch’ella offre al peccatore di che assicurarsi contro un avvenire infelice. – Ma è troppo tardi aprir gli occhi quando le tenebre son venute, e farsi a viaggiare quando il sole è tramontato, lo non domando ai nemici della religione che di essere ragionevoli e di aver a cuore i loro veri interessi per seguir il partito.

TERZA VERITÀ’.

La vera religione non si trova che nella

Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.

Dimostrata la necessità d’una religione rivelata e la verità della religione cristiana, è cosa facile provare che nella sola Chiesa Romana si trova la vera religione. E che sia la verità, gl’increduli medesimi, che irresoluti sono sul partito della religione, convengono non esser d’ uopo di seguirne alcuna; ma che, se devesi seguirne una, alla sola religione romana bisogna attaccarsi, perché nelle altre tante falsità e varietà s’incontrano che riguardar non si possono come religioni da Dio rivelate. – Non tratteremo noi questo punto in tutta l’estensione con che trattar si potrebbe: ne daremo soltanto alcune prove principali, capaci di convincere ogni spirito ragionevole. La Religione è la strada che dee condurci a Dio ed il mezzo di cui Iddio vuol servirsi per salvare gli uomini. In conseguenza questa religione non ha potuto esser nascosta, ma ha dovuto e deve ancora essere conosciuta e manifestata da segni che visibile la rendano a coloro che vogliono e debbono abbracciarla per esser salvi. Imperciocché come mai si potrebbe seguire, se non si conoscesse? É dunque necessario che vi sia una società d’uomini che ne facciano professione pubblica e che insegnar la possano a quelli che l’ignorano. In questa società esser vi debbono capi rivestiti dell’autorità di Dio, i quali possano condurla, ossia per istruire gl’ignoranti e i semplici che fanno il maggior numero e che capaci non sono di giudicare né di determinarsi da sé stessi sopra i punti della loro credenza, ossia per finire le dispute tra le persone dotte che pensano differentemente sopra la Religione, che spesse volte si ostinano nelle opinioni le più contrario alla fede e al buon senso e che hanno bisogno, come il semplice popolo, di un’autorità suprema ed infallibile la quale corregga i loro pregiudizi, fissi la loro incertezza e la riduca all’unità della fede. Se Dio non avesse stabilito nella Religione un tribunale infallibile per decider le differenze tutte che ad ogni momento insorgono tra gli uomini, la sua provvidenza avrebbe loro mancato in un punto essenziale; vi sarebbero state altrettante religioni, quanti spiriti privati, che a loro talento ne avrebbero spiegato i dogmi: assurdità che non si può ammettere in modo alcuno. – Or questa società d’uomini condotti da capi rivestiti dell’ autorità di Dio o, per meglio dire, questi capi medesimi che conducono la società dei fedeli son ciò che noi chiamiamo la Chiesa. Essa è che conserva il deposito della Religione, colonna della verità e regola di nostra fede; essa è, secondo l’oracolo di Gesù Cristo, quella città posta sul monte alla vista di tutto il mondo, in cui le nazioni tutte della terra possono radunarsi. Essa è la fiaccola collocata sul candeliere per illuminar tutti i popoli; e coll’aiuto di questa fiaccola possiamo noi camminare con sicurezza negli oscuri sentieri della fede. Ma tra tutte le società che si vantano al giorno d’oggi di seguitare la religione cristiana, dove troveremo noi questa vera Chiesa depositaria degli oracoli di Gesù Cristo ed appoggio della verità? Non ne cerchiamo altra fuorché la Chiesa Romana, di cui noi siamo i figliuoli. Essa sola, ad esclusione di tutte le altre sette, può gloriarsi di essere la vera Chiesa di Gesù Cristo. Ed invero qual è la Chiesa di Gesù Cristo? È quella ch’Egli stesso ha fondata, di cui ha dato il governo ai suoi Apostoli e stabilito per capo s. Pietro principe degli Apostoli, allorché gli disse: Tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno giammai contro di essa: “Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo ecclesiam meam; et portæ inferi non prævalebunt adversus eam. Questa Chiesa non è stabilita per un qualche tempo; essa deve durare sino alla consumazione dei tempi, professando sempre la medesima fede. Dunque bisogna che, non essendo sulla terra s. Pietro e gli Apostoli per governare la Chiesa, i loro successori abbiano la stessa autorità per conservare il sacro deposito della fede; altrimenti Gesù Cristo avrebbe abbandonata la sua Chiesa all’errore e alla menzogna. Ma chi sono i successori di s. Pietro e degli Apostoli? Sono i Sommi Pontefici e i Vescovi. Dunque hanno ricevuto nella loro persona la giurisdizione e l’autorità infallibile per governare la chiesa di Roma. Qual altra società, fuorché la chiesa di Roma, può vantarsi di avere la successione degli Apostoli e dei primi pastori? La tradizione e la Storia di tutti i secoli ne sono una prova convincente. Sappiamo l’origine di tutte le sette, il tempo in cui hanno incominciato senz’avere alcuna missione; nel loro stabilimento mostrano esse un carattere di divisione e di falsità. Avanti la nascita di queste sette dunque sussisteva la Chiesa Romana; essa era la vera Chiesa: altrimenti converrebbe dire che pel corso di più secoli non v’è stata alcuna Chiesa visibile; il che è contro l’oracolo di Gesù Cristo, che ha stabilita la sua durata sino alla consumazione dei secoli. – Non è forse la Chiesa di Roma quella che fu sempre vittoriosa di tutte le eresie che insorte sono nel mondo dopo lo stabilimento della Religione Cristiana? Quanti di questi mostri non ha Ella atterrati, di cui più non si vede vestigio alcuno? Per confessione dei suoi nemici medesimi, Ella è stata nei primi secoli riconosciuta per vera. Ora, se essa è stata tale nel suo cominciamento, deve sempre esserlo; perché, secondo l’oracolo di Gesù Cristo, le porte dell’inferno prevaler non possono contro la vera Chiesa: il che sarebbe nulladimeno avvenuto; se la Chiesa di Roma fosse caduta nell’errore. Ma no: 1’oracolo di Gesù Cristo sussisterà sempre, sarà egli sempre colla sua Chiesa come ha promesso, sino alla consumazione dei secoli. Dobbiamo noi dunque ascoltare la voce dei pastori i quali governano questa Chiesa come la voce di Gesù Cristo medesimo; disprezzar questa voce si è disprezzare quella di Gesù Cristo, come Egli stesso ce ne assicura: “Qui vos spernit, me spernit”. Se i Pastori della Chiesa ci ingannassero, sopra Gesù Cristo medesimo ricadrebbe questo errore, poiché sono stati da Lui stesso destinati a condurci: “Posuit episcopos regere ecclexiam Dei”. Ora Gesù Cristo non può ingannarci, né per conseguenza la Chiesa, che è suo oracolo. Tale si è la regola che i grandi uomini han sempre seguita, come un S. Agostino, un S. Girolamo. Il primo aveva tanto rispetto per l’autorità della Chiesa che protestavasi che senza di essa non presterebbe fede alcuna allo stesso Vangelo: “Ego Evangelio non crederem, nisi me moveret Ecclcsiæ auctoritas”; poiché, a dir vero, si è per l’autorità della Chiesa che noi siamo assicurati essere il Vangelo la parola di Dio. Più cose, diceva questo santo dottore, mi ritengono nel seno della Chiesa: la successione dei pastori non interrotta, l’autorità confermata dai miracoli, la conformità di dottrina dei secoli presenti con quella dei secoli primitivi, lo mi unisco, diceva S. Girolamo, colla cattedra di S.Pietro: chiunque non è nella sua nave, è sicuro di naufragare. Tralascio per brevità molte e molte altre autorità di egual peso. – Finalmente, per ristringere in poche parole quanto sin qui abbiamo detto, la santa Chiesa Romana possiede sola i caratteri della vera Chiesa, i quali non si trovano in verun’altra società, e sono l’antichità, l’infallibilità, la santità. Carattere di antichità: ella sussiste da Gesù Cristo in poi per una successione di pastori che ha durato sino a noi. Carattere d’infallibilità, che Gesù Cristo le ha dato e che le conserverà sino al fine dei secoli: dal suo tribunale tutti gli errori che sono comparsi nel Cristianesimo hanno ricevuta la loro condanna. Carattere di santità: egli è in questa Chiesa che s’insegna la morale più perfetta e che si trovano i mezzi più sicuri per giungere alla più alta santità. Dal suo seno sono uscite quelle schiere innumerabili di martiri che han sigillato col loro sangue le verità della fede; quel gran numero di dottori che hanno illuminato il mondo col loro sapere ed i cui scritti vengono dai nemici medesimi della Chiesa ammirati ed adottati. E non appartiene finalmente a questa Chiesa quella prodigiosa moltitudine di santi d’ogni stato, i quali dai primi secoli sino a noi hanno edificato il mondo colla loro virtù, e la cui memoria è in venerazione in tutto il mondo cristiano? Questi santi sono stati della comunione della Chiesa Romana, sono stati suoi allievi, suoi figliuoli. Si può a questi tratti non riconoscerla per la vera Chiesa? E se è la vera Chiesa, dunque essa sola è depositaria della vera Religione e la regola di nostra fede, regola infallibile che deve terminar tutte le differenze sopra gli articoli della Religione. E però non prima la Chiesa ci propone qualche verità a credere ovvero condanna alcun errore, noi dobbiamo sottometterci, credere senza esitare ed interdirci ogni, disputa: l’umiltà cristiana c’insegnerà questa sommissione di spirito e di cuore; il solo orgoglio negli uni e il diletto di carità negli altri rendono perpetue tra di noi queste dispute. Convinti che obbedire alla Chiesa è lo stesso che obbedire a Dio, temiamo di porre limiti alla nostra obbedienza per voler troppo accordare al nostro proprio sapere. – Quando la Chiesa ha parlato, tutto è finito; altro partito a prendere non ci resta che una intera sommissione: ora noi dobbiamo questa sommissione alla Chiesa, ossia che Ella c’istruisca con la voce dei pastori radunati in Concilio, oppure dispersi nelle loro sedi, perciocché fanno sempre un corpo medesimo con Gesù Cristo, che è il Capo invisibile della Chiesa, ed essi sono si nell’uno che nell’altro caso la voce di Dio. Di più Gesù Cristo ha promesso di esser sempre colla sua Chiesa sino alla consumazione dei secoli: ora i pastori non sono sempre radunati insieme; dunque hanno la medesima autorità essendo dispersi. Un’altra prova: la Chiesa radunata non ha autorità se non in quanto che rappresenta la Chiesa dispersa: ma chi rappresenta un altro non può avere maggiore autorità di lui: dunque la Chiesa dispersa è un giudice infallibile, come la Chiesa radunata. – Eccovi prove bastanti per soddisfare qualunque spirito ragionevole, il quale altro non cerca che la verità. Quantunque la fede ci presenti misteri impenetrabili allo spirito umano, Iddio li ha resi credibili questi misteri con l’evidenza della rivelazione e con l’autorità, ch’Egli ha dato alla sua Chiesa per assicurarci della sua divina parola. – L’oscurità dei misteri la il merito della fede, l’evidenza della rivelazione rende ragionevole il nostro ossequio. Non si lamenti dunque l’incredulo che Dio esiga da lui una sommissione cieca e tirannica, poiché egli nulla chiede di contrario alla ragione e ci permette di valerci della nostra ragione per sottometterci al giogo della fede. Conveniva forse, per credere i misteri, che Dio li mettesse in tale evidenza che tolto ci avesse il merito della fede? Perciocché qual merito vi è a credere ciò che comparisce evidente e facilmente si comprende? Bastava dunque che la rivelazione di questi misteri fosse posta in tale evidenza da non potere essere rigettati senza colpa. Ecco quanto poteva l’uomo domandare da Dio. Ha egli forse diritto di non credere misteri impenetrabili alla mente umana, perché non li comprende? Ma quanti segreti nella natura in cui siamo astretti a confessare la nostra ignoranza! Sarebbe alcuno ben fondato a non crederli perché non li comprende? Teniamoci dunque entro i limiti del nostro corto intendimento, camminiamo con la semplicità della fede per le strade in cui ella ci conduce; poiché non possiamo trovare felicità se non nella sommissione ad una Religione che è si conforme al buon senso: “Beati qui non viderunt et crediderunt”. Invano l’incredulo cercar vorrebbe questa soda felicità negli oggetti creati, nei piaceri dei sensi; non vi troverà mai onde soddisfare pienamente i suoi desideri, e mancherà sempre qualche cosa nel suo cuore che gli impedirà di essere interamente felice. Questo cuore, che è infinito nei suoi desideri, sospirerà sempre per tutt’altra felicità che quella di quaggiù, ne troverà giammai una stabile assicuranza che nella sommissione alle verità della fede e nella pratica delle sue massime, il che fa la vera pace dell’anima; egli è impossibile trovarne una più pura e più vera. Invitiamo gl’increduli a farne l’esperienza; non potranno tenersi dal rendere giustizia ala verità, si risparmieranno il timore di un’eterna miseria, e troveranno nella fede la consolazione più soda contro le amarezze della vita presente ed un pegno sicuro della felicità della vita avvenire. Cosi sia.

… et IPSA conteret caput tuum!

 

LO SPIRITISMO (2)

CAPITOLO XXXIV.

(seguito del precedente.)

Frutti dello spiritismo — Negazione sempre più generale del Cristianesimo — Libertà data a tutte le passioni — Pazzia — Suicidio — Statistiche — Ultimo ostacolo all’invadimento satanico: il Papato — Grido della presente guerra : Roma o morte — Timore, generale sentimento d’Europa — Unico mezzo di calmarlo rimettersi sotto il governo dello Spirito Santo — maniera di farlo.

La novella religione dà i suoi frutti. È dote essenziale d’ogni dottrina concretarsi in fatti, che ne sono i frutti naturali. Sinora, fra i più palesi effetti dello spiritismo s’annovera, nell’ordine religioso, la negazione che si fa sempre più generale del Cristianesimo, come opera divina e come religione positiva; il diminuirsi del timore de’ divini giudizi, la fede della metempsicosi, la quale portando in pieno secolo decimonono gli errori dello gnosticismo teorico, mena allo gnosticismo pratico, vale a dire allo sbrigliamento degli scorretti appetiti. – E potrebbe forse accadere altrimenti? Venir fuori a proclamare in mezzo ad un mondo come il nostro, che le pratiche del cattolicismo punto non sono obbligatorie; e che qualunque vita s’abbia menata, se ne potrà saldare i conti con pene transitorie; che queste pene medesime andranno sempre scemando, finché si giunga a perfetta ed eterna felicità; non è egli un gettar legna sul fuoco e stimolar le passioni in modo terribilmente efficace? « Le strade derivate, dicono con ragione gli spiritisti, hanno fatto cadere le barriere materiali. La parola d’ordine dello spiritismo: senza carità non vi è salute, farà cadere tutte le barriere morali. Farà in special maniera cessare l’antagonismo religioso, cagione di tanti odi e sanguinosi conflitti; attesoché allora ebrei, cattolici, protestanti, turchi, si stenderanno la mano, adorando, ciascuno alla sua maniera, l’unico Iddio di misericordia e di pace ch’é lo stesso per tutti. [Rivista spiritisti a , ivi, p. 23.]- [Questi concetti di spiritismo pratico, o satanismo operante, sono oggi addirittura spacciati dal “novus ordo” degli adoratori del baphomet-luciferino, nei sacri palazzi un tempo cattolici, come modello per i fedeli-ignoranti che si pretendono cattolici –ndr.-] » E in altro luogo: «Il principio della pluralità delle esistenze, ha soprattutto una singolare tendenza a entrar nell’opinione delle moltitudini, e nella filosofìa moderna. » [Ivi,, p. 5.]. E noi lo crediamo facilmente. Di tutti questi errori più o meno seducenti, qual’ è il finale resultato? quello che il demonio ha sempre ambito e che unicamente ambisce: la perdita delle anime, cioè la separazione eterna del Verbo redentore: « Satana, dice san Cipriano, non ha altro desiderio che di allontanare gli uomini da Dio e attirarli al suo culto, togliendo loro l’intelligenza della vera religione. Punto». egli cerca di farsi dei compagni del suo supplizio, di coloro che rende con i suoi inganni, partecipi del suo delitto.» – E sant’Agostino: «I demoni fìngono d’essere costretti dai maghi a cui obbediscono volentieri, a fine di allacciarli essi e gli altri, più fortemente nelle loro reti e di ritenerveli. » « Il demonio, aggiunge Alfonso di Castro, finge d’esser preso per prenderti meglio; vinto, a fine di vincerti, sottomesso alla tua volontà, per sottometterti alla sua; prigioniero per metterti nei suoi ferri; finge d’essere attaccato, per le tue invocazioni ad una statua, ad una pietra (a una tavola) all’oggetto di attaccarti con le catene del peccato e di trascinarti nell’inferno. » E in mezzo a nazioni battezzate, si lascia tranquillamente propagarsi una simile religione? – Nell’ordine sociale, i suoi effetti non sono punto meno funesti. Per ciò stesso che egli tende a distruggere il Cristianesimo, lo spiritismo prepara la rovina della società. Bisogna aggiungere che i principali agenti della Rivoluzione europea sono spiritisti, e che gli oracoli degli Spiriti, circa i futuri avvenimenti sono mandati da Garibaldi. Fra esso e i capi dello spiritismo vi è una attivissima corrispondenza. Nell’ordine civile o domestico, la nuova Religione si rivela con la pazzia e col suicidio. Cosi doveva essere. satana é l’implacabile nemico dell’uomo: chiunque scherza con esso, scherza col fuoco. Vittima della sua temerità, egli si trova colla pazzia quando credeva abbracciar la ragione: in seno alla morte, credendo andare alla vita: imperocché, uccidere l’uomo nell’anima e nel corpo, è il supremo intento del grande omicida. – Son questi adunque i due grandi contrassegni del regno di satana, che si manifestano sul mondo presente, segni che lo Spiritismo ha resi più che mai chiari e spiccati. Ahimè! guardate che terribile forza ha la muta eloquenza delle seguenti cifre. Il numero dei pazzi in cura ne’manicomi in Francia, era nel 1835, quando s’ebbe a farne per la prima volta il novero, di 10,539. Nel 1851, di pazzi o scemi, ricoverati ne’pubblici ospizi, o dimoranti nelle loro case, se ne contarono 44,960. Nel 1856 il numero dei pazzi propriamente detti crebbe a 35,031; dei quali 11,714 nelle loro case, e 23,515 negli spedali. Nel 1861, negli 86 dipartimenti dell’antica Francia, si contarono 14,853 pazzi propriamente detti a domicilio, e quindi quasi 20 per cento più che nel 1856. Il l° gennaio del 1860, il numero de’pazzi negli spedali era di 28,706. « Siccome questo numero cresce incessantemente; noi non esitiamo punto a metterlo, pel giugno 1861, di 29;500: onde risulterebbe un totale di 44,353 pazzi, nei manicomi o a domicilio. Sommando insieme pazzi, scemi e cretini, si ha per l’antica Francia, nel 1861, un totale di 80,839 di cotesti infermi. » [Giornale della Società di statistica di Parigi. Del movimento dell’alienazione mentale, ecc., del signor Legoyfc capo di divisione e di statistica generale in Francia, marzo 1863. — L’Inghilterra segue lo stessa progresso. Al 1° gennaio 1864 vi si contavano 44,695 pazzi per l’ Inghilterra e il paese di Galles, e questo numero non rappresenta tutto che imperfettamente le reali proporzioni della pazzia in tutto il regno.]. – Dal che si vede che nei ventisei ultimi passati anni il numero dei pazzi noverati in Francia si è quasi triplicato. [Statistica della Francia . 2a serie, t. III, 2a parte — e Censimento del ministero dell’Interno, 1861.] – Non è altrimenti un calunniare lo spiritismo, l’attribuirgli gran parte del merito di cotesto bel progresso. Or sono dieci anni, negli Stati Uniti, si calcolava che nei casi di pazzia e di suicidio esso ci entrava per un decimo. In un suo ragguaglio sullo Spiritismo, considerato come causa di pazzia, e letto recentemente alla società degli studi medici di Lione, il Dott. Burlet cosi riepilogava le sue conclusioni: « L’influenza della pretesa dottrina spiritica è oggidì ben dimostrata dalla scienza. Le osservazioni che la mostrano vera e reale si contano a migliaia. Ci sembra cosa posta fuori di dubbio che lo spiritismo può venir collocato fra le più feconde cagioni dell’alienazione mentale » [Nampon, Disc. sullo spirit., p. 41 e 43]. E una lettera da Lione, posteriore a codesto ragguaglio dice: « È un fatto, che, dopo l’invasione dello Spiritismo nelle nostre mura, il numero di coloro che s’ebbero a chiudere nell’ospedale per cagione di pazzia, si è più che duplicato. » Somigliante progresso appalesasi dovunque pianta le sue tende lo spiritismo. L’arcivescovo di Bordeaux, in una sua pastorale per la Quaresima del 1863, diceva al suo clero: « Difendete la cattolica verità contro le pratiche misteriose, le evocazioni, le malie, cose che rammentano tristi epoche nella storia del mondo, e che, troppo sovente, hanno, fra gli altri loro lacrimevoli effetti, quello altresì di produrre la pazzia. » E, notato che il numero dei pazzi si è in questi ultimi tempi triplicato, il cardinale soggiunge: « Sì è giunti, fra le congreghe, che noi crediamo dover nostro segnalare alla sollecitudine deinostri padri di famiglia, al segno di formulare dottrine contrarie a quelle della Chiesa. State costantemente sulla breccia; allontanate i fedeli da’luoghi in cui si esercitano queste dannevoli superstizioni.» Segno manifesto dell’influenza del demonio si è, anco  più della pazzia, il suicidio. Suprema violazione della legge divina, negazione assoluta della fede del genere umano, questo disperato delitto non è in natura. Ogni essere ripugna alla sua propria distruzione: mortem horret, dice sant’Agostino, non opinio sed natura, di guisa che le bestie medesime non si uccidono volontariamente. Il pensiero del suicidio, che rende l’uomo inferiore alle bestie, non può dunque venirgli che da suggestione fuori della sua natura. Ora, gli ispiratori del pensiero sono due soltanto: Lo Spirito Santo, e Satana. Non viene dallo Spirito Santo: che anzi lo vieta e condanna: Non occides. Viene dunque da satana, il grande omicida, che, fin dal principio del mondo, non ha mai cessato, e non cesserà mai, di odiare l’uomo di mortalissimo odio. E se vien dal demonio il pensiero, che dire del delitto stesso del suicidio ? Per spingere l’uomo a distruggere sé stesso, oh Dio! che dominio non bisogna mai che abbia sopra di lui! E l’uomo suicida, quanto più consuma l’orrendo delitto a sangue freddo, dà segno che è tanto meno libero di sé  stesso: proprio com’è il moderno suicidio. Pertanto, tutte le volte che sentirete dire che un uomo s’é dato a sangue freddo la morte, dite pure francamente, ch’egli era in balìa del demonio. Parimente se troverete nella storia tempo, in cui il suicidio si mostri più frequente, dite pure anche allora: il demonio in questo tempo volle avere una gran signoria. E se voi v’abbattete a trovar tempo in cui il suicidio sia più frequente che in altri mai; che lo si commetta a sangue freddo, per qualsiasi motivo, in ogni età e condizione dell’uomo; in modo insomma che cessi d’incutere orrore e spavento, ahimè! quello sarà tempo di dover tremare. E si ha un bel negarlo, ma pur troppo si può dirlo ad alta voce, e senza paura di errare, che il demonio sul tempo nostro regna con signoria, quasi diremmo, sovrana: la storia é li pronta a confermarlo. Quando, nell’antico mondo, il suicidio desolava in miseranda guisa l’umana società, il regno di satana era al suo apogèo: codesto delitto n’è il segno e la misura. Divenuto simile alla Bestia che adorava, l’uomo s’era abbrutito. E non credeva più a nulla, nemmeno a sé stesso: a sanare il mondo, a purgarlo della profonda sua corruzione, ci voleva il ferro dei barbari, e il diluvio di sangue. Scacciato dal Cristianesimo, il suicidio ricomparve in Europa in un col Risorgimento; in modo che di mano in mano che questo andava recando i suoi frutti, il suicidio cresceva ancor esso; imperocché egli è uno di quei frutti. Presentemente s’è fatto tale che, in questa parte, i tempi nostri passano gli antichi. Lo si commette per i più leggieri motivi, da uomini e donne, da fanciulli e da vecchi, da ricchi e da poveri, nelle campagne, del pari che nelle città. Non fa più orrore né spavento: se ne leggono i casi come una novella della giornata. La, legge civile più non lo punisce: e sa male che la Chiesa il condanni: per la coscienza di molti non è più manco peccato. – Volete vedere, nel suo laido splendore, codesto segno, del regno di Satana sul mondo presente ? Nel 1783, Mercier scriveva nel suo Quadro di Parigi: « Da alcuni anni in qua, si contano circa venticinque suicidi per anno, in Parigi. » E nelle provincie, allora, era delitto quasiché ignoto, e sempre orribile; cosicché un solo caso che ne avvenisse, bastava a gettar lo spavento in tutto un paese. Mezzo secolo dopo il Mercier, Parigi fu spettatrice di cinquantasei suicidi in un mese. Del resto, ecco qui, per la Francia, la statistica ufficiale del suicidio nel 1861. « Il numero de’ suicidi in Francia è, tratta una media, da 10 a 11 al di, cioè 3899 all’ anno. « Figurano in cotesto numero 842 donne, e 3057 uomini: 16 fanciulli furono suicidi: 9 di 15 anni ; 3 di 14: 2 di 13: 2 di 11, « 49 nonagenari, di cui 38 uomini, e 11 donne. » [Statistic a pubblicata dal Ministero della giustizia. Nel 1866 il numero dei suicidi in Francia è stato di 5,119, cioè 173 di più che nel 1865. S tatistica id. 1868.]. – Da quanto reca l’esattissimo e molto ben fatto libro intitolato: Del suicidio in Francia, pubblicato nel 1862, dal sig. Ippolito Blanc, capo d’uffizio nel ministero dell’istruzione pubblica, il numero dei suicidi in Francia, dal 1827 al 1858, vale a dire in 32 anni, crebbe sino all’ enorme somma totale di 99,662. Gran Dio, in trentadue anni, nel regno cristianissimo, novantanove mila uomini volontariamente uccisi di propria mano! Sarà egli lo Spirito Santo che ha ispirato sì orrenda strage ? E poi si nega l’operar di satana sul mondo! E si celia su d’esso! E si parla di miglioramento morale sempre crescente! – E non è da pretermettere che la Frància, in cotesto satanico macello, punto non fa eccezione: anzi in tal progresso di nuovo genere non primeggia nè anco. Da’ quanto ricavasi dai più recenti documenti ufficiali, i vari stati d’Eùropa danno; sovra un milione di abitanti, i seguenti numeri di suicidi:

.- Belgio ……. 57  – Prussia…………………. 108

.- Svezia…………………. 67 – Sassonia…………… 202

.- Inghilterra……………. 84 – Ginevra…………………..267

.- Francia ………. 100   .- Danimarca ………………….. 288 –

.- Norvegia……………….108 [Annali d’igiene pubblica, gennaio 1862, p. 85. Quanto alla Russia, ecco quel.che ne dice il sig. D. K. Schedo-Ferroti nei suoi Studi sull’avvenire della Russia, pubblicati in Berlino, 1863. « Si conta gran numero di sètte in Russia; eccone qui alcune, che più vannp segnalate per la stravaganza delle loro dottrine. « I Kapitoni, cosi detti dal loro capo, il monaco Kapiton, formano la più antica delle sètte, senza clero: essi considerano il suicidarsi per la fede come la più meritoria delle azioni. « I bespopowzì, della Siberia, credono che 1’Anticristo è venuto e regna sulla chiesa russa, onde fa d’uopo evitare ogni contatto coi suoi servi o aderenti. Come buon mezzo d’involarsi al pericolo di cader vittima delle astuzie del demonio, raccomandano specialmente il suicidio col fuoco; e tali raccomandazioni non sono punto vane ; attesoché, in un dì, 1700 persone perirono volontariamente per via dell’immacolato battesimo del fuoco, implorato dal loro capo. – « I pomoreni e i fllipponi professano la stessa credenza sull’efficacia del suicidio per la fede. « Ve ne sono dei mostruosi, come per es. gli uccisori di bambini, i quali stimano atto meritorio mandare al cielo l’anima di un tenero bambino: i soffocatori, i quali credono che il cielo non sarà aperto se non a coloro che muoiono di morte violenta, e si fanno un dovere di soffocare o accoppare quei dei loro congiunti, nei quali una qualche grave malattia faccia temer la sventura d’una morte naturale. Anzi i più fanatici spacciano fin anche i loro amici vegeti e sani. – Oggi le “società sedicenti civili, lo fanno con l’eutanasia” – ndr. –]. – E in questo conto non entrano che i suicidi ufficialmente denunziati. Quanti ve n’ha che, per un motivo o per un altro, sfuggono alla pubblicità ufficiale! Tale si è la sanguinosa via in cui, da quattro secoli, cammina l’Europa, l’antica Città del bene. Al vedere il suicidio, abolito già dal Cristianesimo, tornato, col Risorgimento, endemico in Europa, che altro conchiuderne se non che il Risorgimento fu il ritorno del Satanismo in Europa: che il grande omicida ha ricuperato parte del suo impero e regna sui nuovi suoi soggetti con signoria pari all’antica? che dico? con signoria ancora più estesa; attesoché la si vede, a certi segni, maggiore d’ assai dell’antica. – E lo spiritismo la va facendo crescere sempre più [Ecco alcune confessioni che abbiamo raccolte dalla bocca stessa di spiritisti avanzatissimi nelle pratiche dello spiritismo, e testimoni dei fatti che ci confidavano. « Lo spiritismo è pieno di pericoli per la salute a ed anche per la vita. Dappertutto ove si sviluppa con una certa intensità, sorgono malattie anomali, un immenso numero di casi di pazzia e la deplorevole propagazione del suicidio, che vanno a colpire coloro che vi si danno con ardore. » Ravvedutisi non senza fatica dei loro errori, gli stessi spiritisti ci riferivano moltissimi casi di suicidio e di follia, avvenuti tra i loro fratelli in spiritismo. La loro testimonianza non faceva che confermare la nostra personale esperienza» A questo proposito la Vera buona novella racconta che a Firenze dove il magnetismo ed il sonnambulismo contano numerosi osservanti, un empio si è dato al mestiere dello spiritismo. Egli ha trovato per medium una povera giovane, e si è messo ad evocare gli spiriti infernali. A forza di essere chiamati, gli spiriti, che non sono sordi, sono venuti: son venuti così spesso che hanno stimato per la più corta di stabilirsi a dimora presso la giovane, la quale a quest’ora, è diventata ossessa e sul punto di morire.]; imperocché lo spiritismo toglie il timor dell’inferno, anzi gli spiriti bene, spesso invitano a venir con essi i viventi e ad entrare, per via della morte, in una nuova incarnazione più perfetta, od anche a godersi lo stato di puri spiriti. Da quanto confessano gli spiritisti medesimi, confermato dai molti fatti riferiti dai giornali, dalle osservazioni dei medici, dai ragguagli datine dalle famiglie, risulta pur troppo chiarissima l’influenza omicida della novella religione. – Si giudichi adesso se la Chiesa ha avuto ragione di condannare gli spiriti, i sonnambuli, i magnetizzatori, i loro libri e le loro pratiche. Sino dall’anno 1856, il Sommo Pontefice segnalava le pratiche diaboliche che avevano per fine di evocare le anime dei morti, e raccomandava a tutti i vescovi del mondo cattolico di adoperare tutte le forze, per estirpare queste pratiche abusive. [Enciclica del 4 agosto 1856].  – Quantunque il decreto non nomini lo spiritismo col suo proprio nome, attesoché a quest’ epoca non si era ancor bene smascherato, nulladimeno egli è chiaramente condannato con queste parole: evocare le anime del morti e ottenere risposte, è una cosa illecita ed eretica. Più tardi, avvenne più direttamente, allorquando lo stesso Pio IX, mediante il decreto della S. Congregazione del Santo Uffizio data del 20 aprile, e della Congregazione del Concilio del 25 dello stesso mese 1864 condannò tutte le opere di Allan Kardec, che trattano dello spiritismo, e tutte le altre opere concernenti le stesse materie: omnes libri similia tractantes. – Infine il Padre Perrone, gesuita romano, stabilì teologicamente la proposizione seguente che è la condanna delle moderne pratiche diaboliche: « Il magnetismo animale, il sonnambulismo e lo spiritismo nel loro insieme non sono altra cosa che la restaurazione della superstizione pagana e dell’impero del demonio. [De Virt. Relig. Etc., p. 351] – Una sola cosa impedisce tuttavia allo spiritismo di recare tutti i suoi frutti: il Cattolicesimo. Or il Cattolicesimo si personifica nel Papato; e satana lo sa molto meglio ancora di Garibaldi e Mazzini. Quindi i fatti,di cui siamo spettatori: l’accanita sua guerra contro di Roma. Dal suo babelico concilio fino alla venuta del Messia, i perseveranti sforzi del principe delle tenebre mirarono ad un solo scopo: formare la sua gigantesca città, e stabilirne Roma capitale. Ci riuscì, imperocché con l’essere padrone di Roma, era padrone del mondo. Ed invero, non sì tosto comparvero gli Apostoli armati di Spirito Santo, Roma diventò l’oggetto del combattimento. Roma o Morte., era il grido della Città del bene e della Città del male, che per tre secoli echeggio da Oriente ad Occidente; ed undici milioni di martiri attestano quanto grande fosse e tremendo il conflitto. – Per il Verbo incarnato, Roma vuol dir l’impero: per satana, morte vuol dire perdita di Roma e dell’impero., Chi non resterà stupito al vedere, dopo diciotto secoli, Roma diventare un’altra volta oggetto della pugna; ed il grido di guerra Roma o morte servire di parola d’intesa ai due campi opposti? Fra tutti i segni dei tempi, questo, per nostro avviso, non è punto il meno degno di attenzione. Che Roma sia il grido del mondo attuale, il grido che passa ogni altro, è fatto che non ha bisogno di prova. Re e popoli, diplomatici e filosofi, scrittori e soldati, cattolici e rivoluzionari, tutti agognano Roma per diversi motivi. Oggidì più che mai l’odio e l’amore si contendono Roma; e tutto ciò che parla di Roma scuote gli animi, ed eccita la duplice passione del bene e del male.- Questo dramma supremo, di che il mondo fu spettatore solo una volta, di che cosa è prova? Di quel medesimo che diciotto secoli fa. Prova che Roma è la regina del mondo; prova che satana, cacciato di regno, e stretto in catene dal Redentore, tenta spezzare quelle catene e rifare la sua città; città formidabile, in quanto che va composta di gran parte d’Europa, tolta al Cristianesimo. Prova che, per ricostituirla qual era una volta, non gli resta più che renderle Roma, sua antica capitale; ch’ei la vuole ad ogni costo, e per conquistarla cammina alla testa d’immenso esercito di rinnegati, non facendo, come già altre volte, distinzione tra mezzo e mezzo, e ripromettendosi una non lontana vittoria, la quale, giusta il detto di Pio IX, rìcomincierà l’era dei Cesari e dei secoli pagani, vale a dire farà ricadere il mondo nella morale e materiale schiavitù, da cui lo aveva liberato il cristianesimo.[Encic. 8 ic. 1849]. – Detto verissimo. Ora s’egli è chiaro che il mondo va sempre peggio sottraendosi all’influenza dello Spirito Santo, è chiaro non meno che esso cade, in pari misura, sotto l’impero dello Spirito maligno, e si sottopone per sua grande sventura a tutte le conseguenze della sua colpevole infedeltà. Il passato è storia dell’avvenire. Non ostante le lusinghiere predizioni dei loro falsi profeti, i popoli dei tempi nostri hanno un cotal presentimento di quel che li aspetta: essi hanno paura. È questo indefinibile sentimento, ignoto in tempi regolari, un contrassegno dei nostri. – L’Europa soggioga città reputate inespugnabili, e pure ha paura. Con pochi soldati ottiene, in lontani paesi, splendide vittorie su potenti nemici, e pure ha paura. Vegliano alla sua difesa quattro milioni di baionette, e pure ha paura. Doma gli elementi, annulla le distanze da popoli a popoli, vanta i prodigi della sua industria; l’oro scorre abbondante nelle sue mani; alle rustiche divise ha sostituita la seta; la natura tutta s’è fatta tributaria del suo lusso; la sua vita somiglia al convito di Baldassarre; e pure ha paura. Dappertutto regna la paura. Le nazioni hanno paura delle nazioni: i re hanno paura dei popoli, e i popoli hanno paura dei re. L’uomo ha paura dell’uomo. La società ha paura del presente, e più ancora dell’avvenire ; chi ha paura di qualcheduno, o di qualche cosa, il cui nome è un mistero. Perché ha ella paura ? Perché l’istinto della sua propria conservazione 1’avverte che non è più retta dallo spirito di verità, di giustizia, di carità, senza del quale non v’ha ordine possibile, né società durevole, né sicurezza per alcuno. E questo temere non è altrimenti vano. Per le nazioni si come per gl’individui, tra la Città del bene e la Città del male, tra Cristo e Belial, non si dà punto di mezzo. – Or, ritornando nel mondo, satana, checché ne dicono i suoi apologisti, ci ritorna qual è, fu, e sarà sempre: l’odio. Lasciate che cotesto forzato dell’inferno, esca della sua galera, sciolto e libero della camicia di forza che si chiama Cattolicesimo, e vedrete quel che farà. Padre della superbia e della crudeltà, della menzogna e della voluttà fallace, farà domani quello che ha fatto in tutti i tempi che fu dio e re, quel che seguita a far tuttavia in tutti i popoli ancor sottoposti al suo impero. La guerra sarà generale; la terra diventerà un campo di rovine; lacrime e sangue scorreranno a torrenti: il genere umano avvilito, sarà fatto segno ad Oltraggi non rammentati ancor dalla storia, giusto castigo di una ribellione allo Spirito Santo, simile al’quale la storia parimente non conta. Salvo un miracolo, tale si è, non accade dissimularlo, lo spalancato abisso, a cui camminiamo. Come arrestarci sul fatale pendio? Via tutti i mezzi di salvamento, che viene a proporre 1’umana sapienza. No, cento volte no; l’Europa infedele allo Spirito Santo non sarà salvata né dalla filosofia, né dalla diplomazia, né dall’assolutismo, né dalla democrazia, né dall’ oro, né dall’industria, né dalle arti, né dalle banche, né dal vapore, né dall’elettrico, né dal lusso, né dalle belle parole, né dalle baionette, né dai cannoni rigati, né dalle navi corazzate. Come dunque vorrà ella esser salvata, se lo dev’essere? La risposta è facile: perdutosi per essersi dato in braccio allo spirito del male, il mondo moderno sì come 1’antico, non andrà salvo che col darsi allo spirito del bene. Il flgliuol prodigo non risorge a vita se non ritornando nelle braccia di suo padre. Attesi gl’incalcolabili pericoli onde, nell’ora che corre, è minacciata la vecchia Europa, questo ritorno allo Spirito Santo, pronto, sincero, universale, è la prima necessità urgentissima. A fine di farla vedere finanche ai ciechi, noi ci siamo indotti a rinfrescar la memoria dell’esistenza, dimenticata troppo, dei due spiriti opposti, che si contendono l’impero del mondo e con sovrana autorità lo governano: e abbiamo posta in chiaro l’ineluttabile alternativa, in cui si trova il genere umano, di vivere sotto l’impero dell’uno ò dell’altro. Finalmente la storia universale, riepilogata in breve nella descrizione parallela delle due Città, ci ha detto quel che ridonda all’uomo dall’essere cittadino della Città del bene, o cittadino della Città del male. – Ma il solo sapere quel che bisogna fare, punto non basta, e resta a indicare i mezzi corrispondenti. I quali tutti consistono e riduconsi nel conoscere lo Spirito Santo, all’oggetto di amarlo, invocarlo, rimetterci sotto il suo impero, e restarvi. Finora abbiamo mostrata l’opera più dell’artefice: l’opera esteriore e generale, più che l’opera intima e particolare; il corpo piuttosto che l’anima. Or’è d’uopo far conoscere in se stessa quest’Anima divina dell’uomo e del mondo: questo Spirito Creatore, a cui il cielo e la terra vanno debitori del loro splendido ammanto: questo Spirito vivificatore, che ci nutre come l’aria, che ci circonda come la luce: questo Spirito santificatore, Autore del mondo della grazia e delle sue magnifiche realtà. E’ si vogliono spiegare le multiformi sue operazioni nell’ordine della natura e nell’ordine della grazia, si nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Teologica, acciocché sia esatta; semplice e in certo modo catechetica, acciocché la verità sia nelle mani del Sacerdote un pane più facile a rompere alle menti meno forti e capaci, tale dev’essere la seconda parte del nostro lavoro. La quale, diciamolo schiettamente, è, più ancor della prima, superiore alle nostre forze. Vi ci accingiamo tuttavia, confortati nella nostra debolezza da due cose: cioè dalla benevola indulgenza delle persone illuminate, le quali intendono la difficoltà di tale lavoro; e dalla infinita bontà di Colui per cui lavoriamo : “Da mihi sedium tuarum assistricem saptentiamut im eum sit et mecum làboret” [Sap., IX, 4.].

LO SPIRITISMO (1)

 

[J.- J. Gaume – “Il Trattato dello Spirito Santo” – Firenze, 1887: Vol. I, Capp. XXXIII e XXXIV]

Capit. XXXIII

Lo Spiritismo.

Farsi adorare, supremo scopo di Satana — Lo spiritismo — Sua apparizione — Sua pratica — Sua dottrina — Sue mire — Forma una nuova religione — Suo simbolo — Suoi regolamenti — Sue finanze — Suoi mezzi di propagazione — Numero crescente dei suoi adepti.

Farsi adorare, il Verbo incarnato è re, è Dio: per tale duplice titolo a Lui spettano gli omaggi e le adorazioni del genere umano. Satana, implacabile nemico del Verbo, vuole ad ogni costo pigliarne il posto, e come re e come Dio. Tale si è lo scopo supremo cui sempre mirò, cui ottenne nel mondo antico, e ancora ottiene in tutti i popoli non cristiani. La storia entra come testimone di questo fatto, antico quanto l’umana progenie. A tale uopo, nel mondo antico, egli aveva diffuso tre grandi errori, che arretravano tutta quanta la terra: il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Piantati negli animi, questi tre errori soppiantavano radicalmente il Verbo Redentore, la cui Incarnazione pareva quindi impossibile, oppure incredibile. Preparato in questa guisa il terreno, satana montava a piè pari sui troni e sugli altari. E la ragione n’è semplice assai: l’uomo non può stare senza un Signore né un Dio. Creato per ubbidire e adorare, bisogna, checché egli faccia, che ubbidisca e adori: Gesù Cristo Dio e re, ovvero satana dio e re, non c’é via di mezzo. Or, esaminando gli errori dominanti nell’Europa moderna, agevolmente, si trova che si riducono ai tre antichi sistemi; il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Adesso come in antico, il supremo loro termine è la distruzione del domma dell’incarnazione. Se tutto è Dio, non accade incarnazione veruna: se tutto è materia, incarnazione non si dà: se non v’ha verità che passi i limiti della ragione, non occorre parlar di misteri, e perciò nemmeno d’Incarnazione. Fa egli mestieri di dire che la negazione diretta di questo domma fondamentale torna a saltar fuori fra noi con tale sfoggio di audace ignoranza, qual non s’era mai visto dal Vangelo in poi? E s’ha egli ad aggiungere che la si vede accolta con tale calore da doverne chinare la fronte per la vergogna e tremare? È un segno dei tempi. Senza l’elemento cattolico, che lotta tuttavia per mantenere sul divino suo seggio la persona del Verbo incarnato, il mondo presente tornerebbe come l’antico. E quanto più quell’elemento viene scemando, tanto più s’appiana la via al demonio per risalire sovra i suoi antichi altari. La ragione lo dice, e la storia lo conferma: l’uomo presente siccome l’antico ha bisogno d’un Dio: detronizzando il Verbo, si cade in satana. – Al mirare l’Europa volgente le spalle al Cristianesimo, tale caduta potevasi preveder facilmente: e v’ebbe chi la previde, annunziò, dimostrò da più di venti anni. Ma i veggenti furono trattati da sognatori. Nel secolo decimonono, il mondo tornare al paganesimo! Insensato chi il dice, sciocco chi il crede. Intanto, il paganesimo, ne’ suoi elementi costitutivi, seguitava ad invadere la società; già era il paganesimo stesso. Per paganizzare gli animi, non fa altrimenti mestieri trarre fuori idoli materiali: il mondo era pagano prima che la mano dell’uomo presentasse alle sue adorazioni dèi di marmo o di bronzo. Il paganesimo è la negazione del Verbo incarnato e del sovrannaturale divino; e, qual conseguenza inevitabile, l’adorazione di ciò che non è il vero Dio, di ciò che non è il vero sovrannaturale. Or, adorare ciò che non è il vero Dio, è adorare un dio falso, è adorare satana, è essere pagano. « Abbia o non abbia l’oggetto dell’idolatria una forma plastica, è nondimeno sempre idolatria, » così Tertulliano. – Siccome l’anima chiama il corpo, così il culto interiore chiama il culto esteriore. In antico, satana godevasi l’uno e l’altro; e ancor se li gode nei popoli idolatri. Or bene, satana punto non muta né invecchia. E’ vuol essere quel che già fu: avere quello che già ebbe. E lo vuole tanto più, in quanto che gli oracoli, le evocazioni, le apparizioni, le guarigioni, i prestigi erano il precipuo mezzo del suo regno, e parte integrante della sua religione. Era dunque più che certo che tosto o tardi, sarebbe ritornato con tutto quell’accompagnamento di pratiche vittoriose, destramente modificate secondo i tempi e le persone. Cosi parlava la logica, la quale aspettava con fede, anzi, con terrore, la conferma dei suoi ragionamenti. Stavano le cose in questi termini, quand’ecco, nel popolo più razionalista del mondo, apparire mille strani fenomeni, attribuiti ad agenti sovrannaturali, e al cui aggregato, fu dato il nome di Spiritismo, ossia Religione degli spiriti. Uno de’ suoi pontefici ve ne fa la storia cosi: « Verso il 1850, la pubblica attenzione venne, negli Stati Uniti d’America, chiamata su diversi fenomeni strani, consistenti in rumori, colpi e movimenti d’oggetti, senza causa conosciuta. Tali fenomeni accadevano spesso spontaneamente, con intensità e persistenza singolari; ma si notò ancora che in più speciale maniera manifestavansi sotto l’influenza di certe persone, alle quali si diede il nome di Mediums, è che in certa qual maniera potevano eccitarli a lor senno: onde s’ebbe modo di replicare gli esperimenti. « S’adoperarono a tale uopo specialmente tavole; non perché tale oggetto vada meglio d’un altro; ma solo perché é mobile, più comodo, s’ebbero giri della tavola, poi movimenti in tutti i versi, scosse, arrovesciamenti, alzamenti, forti colpi, ecc. È il fenomeno che in principio chiamavasi delle Tavole giranti ». «Non si tardò a riconoscere, in quei fenomeni, effetti intelligenti: infatti il muoversi della tavola ubbidiva alla volontà: la tavola volgevasi a destra od a sinistra, verso una persona designata, drizzavasi, al comando: su uno o due piedi picchiava il richiesto numero di colpi, batteva il tempo, ecc. Restò fin d’allora evidente che la cagione di tali fenomeni punto non era meramente fisica; e, secondo 1’assioma: Se ogni effetto ha una causa, ogni effetto intelligente deve avere una causa intelligente, si conchiuse che la causa di tale fenomeno doveva essere un’intelligenza. » Non c’è che dire; il ragionamento è giusto, sì come il fatto medesimo è incontestabile; ma quale si era la natura di questa intelligenza? Qui stava il punto: « Cosi sul primo si pensò che potesse essere un riflesso dell’intelligenza del medium, o degli astanti: ma l’esperienza mostrò che questo era impossibile; attesoché, si ottennero cose interamente estranee al pensiero ed alle cognizioni delle persone presenti, ed anzi contrarie alle loro idee, volontà, desideri: non poteva dunque appartenere che ad un essere invisibile. E semplicissimo era il mezzo di rendersene certi. Non sognava altro che mettersi in conversazione con quell’essere: il che si faceva mediante un numero di colpi fissati, significanti si, ovvero no, sulle lettere dell’alfabeto: e in questa guisa s’avevano le risposte alle fatte domande. » È il fenomeno detto delle Tavole parlanti. Tutti gli esseri, che cosi si comunicarono, interrogati sulla loro natura, dichiararono di essere Spiriti ed appartenere al mondo invisibile. Or, quei medesimi effetti essendosi manifestati in molti luoghi, per mezzo di persone diverse, ed essendo d’altra parte stati osservati da uomini gravissimi ed illuminatissimi, non era possibile che fossero giuoco d’una illusione. Dall’America passò quel fenomeno in Francia, e nell’altre parti d’Europa: dove, per alcuni anni, le tavole giranti e parlanti furono cosa di moda, e divertimento delle brigate; poi quando se n’ebbe abbastanza, si lasciarono da parte per altre distrazioni. Le comunicazioni a colpi battuti erano lente ed imperfette. Si trovò che mettendo per acconcio modo una matita in qualche oggetto mobile, per es. in un paniere, in un tavolino, su cui si ponessero le dita, quell’oggetto prendeva a muoversi, e segnare caratteri. Vennesi poi a conoscere che tali oggetti erano meramente accessori, e se ne poteva far senza. L’esperienza mostrò che lo Spirito, operante su corpo inerte per volgerlo a suo senno, poteva altresì operare sul braccio o la mano, per guidar la matita. S’ebbero allora i Mediums Scriventi, vale a dire persone scriventi in maniera involontaria sotto l’impulso degli Spiriti, de’ quali venivano quindi ad essere strumenti e interpreti. Allora le comunicazioni non ebbero più limite….» – Ai Mediums scriventi, s’aggiungono oggidì i Mediums evocatori, ed i Mediums risanatori. I primi, numerosissimi da due anni in qua, ottengono dagli spiriti i più strani fenomeni; apparizioni di spettri, o di fiamme fosforescenti, suoni articolati, scritture spontanee, rigidità e insensibilità di tutte le membra del corpo, immobilità istantanea di tutti gli orologi d’un appartamento, ecc. [Tutti sanno che i fenomeni dello Spiritismo sono andati crescendo col crescer dei suoi addetti. Non più soltanto con tavole giranti, o scriventi, ma con assunzione temporanea di umane sembianze, Satana scimmia perpetua dell’Uomo Dio, comunica coi suoi adoratori. Questi fenomeni dei quali i periodici spiritistici parlano con frequenza, sono avvenuti in presenza a persone di troppa, serietà da poterli mettere in dubbio. La ossessione poi, quantunque non completa, delle persone ci è rivelata da quei fenomeni che oggi chiamano ipnotici, mediante i quali a volontà dell‘ipnotizzante, anche con distanza di luogo e di tempo la persona ipnotizzata compie per necessità azioni che mai vorrebbe compiere fuori dell’ipnosi. — Chi volesse le sicure riprove dei più strani fenomeni spiritistici, non ha che a leggere The spiritualist, e The Medium, and Daybreak oppure The spiritual Sdentist. (N, d. Ed.). Gli altri, tendono a moltiplicarsi, secondoché gli spiriti hanno annunziato, affine di propagare lo Spiritismo, per l’impressione che questo nuovo genere di fenomeni non può mancar di produrre sulle moltitudini; perché non v’ha alcuno, anche de’ più increduli a cui non piaccia la sua salute…. Tra il magnetizzatore ed il medium risanatore, passa questa capital differenza, che il primo magnetizza col suo proprio fluido, e l’altro col fluido epurato degli spiriti. I medium risanatori sono un de’ mille mezzi provvidenziali, per accelerare il trionfo dello Spiritismo.[Rivista spiritica, del gennaio 1804 p. 10 e 11. — Che i demoni possano operare delle guarigioni più o meno reali la cosa non sembra dubbia. Tertulliano ne dà il segreto: ed i numerosi ex voto appesi alle mura dei templi pagani antichi, attestano la credenza dei popoli; checché se ne dica gli spiriti non arrivano ora fin qui. Il loro gran medium che guarisce, lo zuavo Jacob, la cui fama occupava tutta Parigi, l’anno passato 1867 ha finito col fare un fiasco completo. » – Tali sono, finora, i principali fenomeni spiritistici e i modi ordinari di comunicazione cogli spiriti. Ma, in fin dei conti, che s’ha egli a pensare di codesti fenomeni, e che spiriti sono quelli? Dire, come certuni fanno: « Io nego tutti questi fenomeni, perché finora non ne ho veduto alcuno, torna allo stesso che dire: Io nego l’esistenza della città di Pechino, perché non vi sono mai stato. È un dire a coloro che vi parlano di quei fenomeni: voi siete ingannati, o ingannatori. Or bene, si noti che chi fa tal complimento, lo fa non a poche persone, facili ad essere tratte in inganno, o complici interessati di grossa menzogna: ma a migliaia dì persone, gravi e rispettabili, di ogni paese, le quali fra loro punto non conoscendosi, né pur mai essendosi vedute, si troverebbero allucinate lo stesso dì, nella stessa ora: o s’accorderebbero per affermare come vero un fatto materialmente falso. E insomma un dire: Io nego perché nego: cioè perché voglio dire una sciocchezza; attesoché sciocchezza vera è negare senza provare. Se la tenga chi vuole, e noi andiamo innanzi. – Dire con altri: « Questi fenomeni esistono, ma non hanno niente di sovrannaturale. Giuochi di fisica, ciurmerie, o al più al più effetti di certe influenze dei fluidi; altro non c’è. » Giuochi di fisica! E la prova? « Ah la prova si è che il nostro famoso prestidigitatore, Robert Houdinì ne fa dei somiglianti. » Voi dunque avete veduto da Robert-Houdin quello che migliaia di testimoni affermano di aver veduto dagli Spiriti, tavole che giravano, si alzavano, battevano il tempo, al contatto del dito mignolo d’un fanciullo? Dunque avete veduto tavole intelligenti, che rispondevano alle vostre interrogazioni, e scrivevano esse medesime le risposte? Dunque avete, veduto Robert-Houdin dirvi quel che accadeva cento miglia lontano; scoprirvi cose note a voi soli? L’avete sentito, al semplice contatto dei vostri capelli, esattamente descrivervi una qualche interna malattia, di cui finora nessun medico valse a guarirvi, e spiegarvene la natura, e nominarvi, pur non essendo medico ne chimico, con precisione e con i loro nomi scientifici, i rimedi necessari a guarirne? Oh! No. Robert-Houdini non v’ha fatto vedere nulla di simile. Ciurmerie, e la prova? Ahi la prova, si è che ai tempi nostri i ciarlatani sono tanti e sì destri, che non c’è più da fidarsene. » Vero, verissimo che i ciarlatani, ai tempi che corrono, sono molti e d’una destrezza da non si dire: e voi farete ottimamente a guardarvene. Ma la questione non è questa. Si tratta di sapere le ragioni che voi avete di credere che gli Spiriti son ciarlatani, e i testimoni dei loro fenomeni, gente prezzolata o illusa. Fuori dunque le ragioni, se volete che discutiamo: imperocché ben sapete che su quel che non si conosce, non si da’ discussione. « Le ragioni, voi rispondete, io le ho già dette: io non posso ammettere l’intervento .degli spiriti in questo genere di fenomeni. » Dire che voi non potete, è dire che non potete: non é un recare prove, ma niente altro che affermare la vostra, impotenza, né più né meno. Ma che volete? a questa vostra impotenza, trionfalmente risponde la potenza del testimoniare, mille volte ripetuto, di migliaia di testimoni oculari, sani di mente e di corpo, e come voi, dotati di ragione e forniti di scienza, di esperienza, di sangue freddo e di diffidenza: più che voi per avventura non pensate. Risponde, anzi più, la testimonianza di .tutto il mondo, da migliaia d’ anni; imperocché migliaia d’anni sono che il mondo vede Spiritisti. Or bene, da queste due testimonianze esce una voce che domina tutte le altre e dice: No, i fenomeni dello Spiritismo non sono ciurmerie.L’influenze dei fluidi! E la prova? « Ah! la prova, si è che i fluidi sono agenti misteriosi, atti a produrre effetti da stordire, e che a noi paiono sovrannaturali, comecché siano naturalissimi. » Ammettiamo i fluidi; ma prima ditemi di grazia quello che in sostanza è un fluido. L’avete voi veduto? toccato? analizzato? Che colore ha? di che elementi è composto? È cosa spirituale o materiale? Se è cosa materiale, spiegatemi come possa un agente materiale produrre effetti non materiali: farmi leggere cogli occhi chiusi, vedere a distanza, sapere quello che si fa in lontani paesi, da. me non mai veduti, e dove non conosco persona. Se poi il fluido è qualche cosa di natura spirituale, allora siamo d’accordo; quello a cui voi date nome di fluido, noi lo chiamiamo Spirito. Ma voi a dare un’esatta definizione del fluido vi trovate impacciato: perché voi stesso lo dite un agente. Se è un agente misterioso, dunque non lo conoscete, o lo conoscete troppo poco da potergli, con certezza, attribuire questi o quelli effetti. Questa maniera di ragionare non è però nuova, né recente: imperocché già tutta la materialistica-setta di Epicuro l’adoperava contro gli oracoli ed i prestigi, vale a dire contro l’antico Spiritismo. A detta loro, tutti quei fenomeni procedevano da sotterranee esalazioni d’ignota natura: e i poveretti non s’accorgevano che la paura del sovrannaturale li faceva dare in contraddizioni ed assurdi: badiamo di non caderci anche noi. E sarebbe in verità un cadervi, se ci contentassimo di mal definite parole per sostituirle a fatti veri e reali. Insomma, salvo dare nel pirronismo universale, è giuocoforza ammettere nel loro complesso, la realtà dei fenomeni spiritistici, e la spiritualità degli agenti che li producono. Ma che spiriti son questi? Non possono essere altro che angeli buoni o cattivi, anime sante ovvero anime dannate. Or, angeli buoni né  anime sante non sono: imperocché, prima di tutto, gli angeli buoni e. le anime sante non stanno altrimenti ai cenni dell’uomo, nel senso che vengano, in maniera sensibile, alla chiamata del primo venuto, per soddisfare la sua curiosità e servirgli di spasso: non si è mai veduto, né detto, né creduto nulla di simile. E poi, Iddio vieta, sotto severissime pene, l’interrogare i morti. I pretesi morti che rispondono, disobbediscono a Dio; e perciò non sono santi. Che sono essi dunque? anime dannate, o demoni. Ma anche i dannati non stanno altrimenti, più che i santi, ai cenni di chiunque li evochi. Quali saranno dunque codesti spiriti, che rispondono? I demoni; che stanno attorno a noi, pronti sempre ad ingannarci; al quale intento hanno mille arti e mezzi. Cosi, in perentoria maniera, la ragiona Monsignor vescovo di Poitiers: « Se non è lecito, dice il dotto prelato, interrogare i morti, e se, per conseguenza, Iddio loro non dà facoltà di rispondere alle interrogazioni, che i vivi non possono loro fare lecitamente, onde credete voi che vengano codeste risposte, che altri si vanta di ottenere, e talvolta ottiene? Evidentemente, che possa rispondere a queste colpevoli interrogazioni, altri non v’ha se non lo Spirito delle tenebre. È dunque la comunicazione cogli spiriti, né più né meno che il commercio con i demoni. È quindi un ritornare ai mostruosi disordini e dannose superstizioni, che misero per tanti secoli, e mettono ancora, i popoli pagani sotto la vituperosa servitù delle potenze infernali. [Istr. past. tom. Ili, p. 48, 45.] » – All’autorità dell’ illustre vescovo – aggiungiamo quella di un teologo romano, la cui recente opera é onorata di una lettera del Sovrano Pontefice, Pio IX. « Il Magnetismo animale, dice il P. Perrone, il sonnambulismo e lo spiritismo nel loro complesso, non sono altro che la restaurazione della superstizione pagana, e dell’impero del demonio.» Gli Spiritisti, negando la personalità dei demoni fan loro proteste contro tal ragionare; ma poi sostengono, contro i loro princìpi, e in modo da doverne andare confusi, come fra poco vedremo, che le comunicazioni cogli Spiriti sono un fatto, noto fin dagli antichissimi tempi. « La realtà dei fenomeni spiritistici, così essi, trovò molti contradditori. Gli uni non ci seppero vedere altro che una ciurmeria…. I materialisti misero l’esistenza degli Spiriti nel novero delle favole assurde…. Altri, non potendo negare i fatti, sotto l’impero d’un certo ordine di idee  (Intendi il clero e i cattolici, fedeli alle dottrine rivelate), attribuirono tali fenomeni a mera influenza del Diavolo, e con questo intesero, di spaventar ì timidi.. Ma oggidì la paura del Diavolo ha molto e poi molto perduto del suo prestigio. Se ne è parlato tanto, lo si è presentato in tante maniere, che la gente si è addimesticata con tale idea; e molti hanno detto; bene! e si vuol cogliere l’occasione di vedere una volta che cosa infine è il diavolo. Onde venne che, salvo poche donne di timorata coscienza, l’annunzio dell’arrivo del vero diavolo aveva alcun che di solleticante, per coloro che non l’avevano mai veduto, se non in pittura, o al teatro: di guisa che per molte persone fu un efficace stimolo. » (Àllan Kardec. Lo spiritualismo nella sua più semplice espressione). – In altro luogo, questo medesimo oracolista dello Spiritismo, dopo aver fatta, senza pensarvi, una giusta pittura delle generali disposizioni del mondo moderno rispetto al demonio, dice: « Sebbene i fenomeni Spiritistici si siano in questi ultimi tempi manifestati in maniera più generale, nondimeno v’han mille prove ch’ebbero luogo fin da’più remoti tempi. Questa, di cui noi siamo al presente testimoni, non è dunque una moderna scoperta: è il- ridestarsi dell’antichità; ma dell’antichità sciolta e libera da quella mistica farraggine, che ha prodotto le superstizioni dell’antichità illuminata dalla civiltà e dal progresso nelle cose positive…. (Vuol dire, dell’antichità qual era prima del Cristianesimo, e quale ritorna secondo che il cristianesimo va perdendo terreno. Queste parole del Sig. Allan Kardec valgono, tant’oro. Se noi l’avessimo pagato per sostenere la nostra gran tesi del paganesimo moderno, non avrebbe potuto dir’meglio). – « Il fatto delle comunicazioni col mondo invisibile si trova in termini non equivoci nelle narrazioni bibliche, in s, Agostino, s. Girolamo, s. Giovanni Grisostomo, s. Gregorio Nazianzeno. I più sapienti filosofi dell’antichità l’hanno ammesso; Platone, Zoroastro, Confucio, Pitagora… Lo troviamo nei misteri e negli oracoli … negli indovini e fattucchieri del Medio Evo…. In tutto lo stuolo delle ninfei dei geni buoni e cattivi, delle siili, de’gnomi, delle fate, dei folletti, ecc. » (Rivista spiritistica, 8 gennaio 1858.). Tale dunque si è la bella genealogia dello Spiritismo. Da quanto confessa il loro più solenne maestro, gli spiritisti moderni hanno per antenati e colleghi tutte le pitonesse, tutte, le maliarde, tutti gli Spiriti dei tempi antichi. Quest’antichità loro piace, e se ne vantano. Cosi vediamo compiacersi i Protestanti d’aver per loro antenati gli Ussiti, i Valdesi, gli Albigesi, e per mezzo di essi farsi su, fino ai primi tempi della Chiesa. Nel programma d’una magnetizzatrice, dimorante in uno dei bei quartieri di Parigi, leggiamo (marzo 1864): « La scienza, di cui ci accingiamo a parlare ai nostri lettori, è certamente una delle più antiche ed importanti per l’umana specie. Prima del secolo decimosesto, era questa scienza conosciuta sotto il nome di Spirito, di sortilegio e di magia. Due secoli dopo, il dottore Mesmer ravvisò, in questa scienza non definita, un potente agente che s’insinua per influenza- celeste, presso i nervi, de’quali sviluppa l’attività, ecc. » – Il summenzionato messere, che dello Spiritismo ha tessuto la genealogia che abbiamo veduto, dice giusto, giustissimo: i fenomeni spiritistici dei tempi nostri sono i medesimi dell’antichità pagana, e dei popoli che ancora giacciono nelle tenebre dell’idolatria. Qual differenza infatti trovate voi, se non forse nella forma, tra le evocazioni  gli oracoli, le consultazioni, i prestigi che vediamo, dopo diciotto secoli di Cristianesimo, ricomparire in Europa, e quanto avveniva, due mila anni fa, a Claros, a Dodona, a Preneste, in tutte le città dei Greci e dei barbari, come dice Plutarco, e quanto tuttavia avviene in Africa, nelle Indie, nel Tibet, nella Cina, insomma dovunque non fu predicato il Vangelo? Se l’autore non fosse stato accecato dal suo premeditato intento, avrebbe conchiuso dicendo: l’identità degli effetti mostra l’identità della causa. Or, l’antichità tutta attribuisce a’demoni, e non alle anime dei morti, i fenomeni dello spiritismo: dunque se non si può far contestazione sul fatto, nemmeno sulla causa. (I cattolici si rammenteranno che sarebbe altrettanto pericoloso che assurdo, il negare nel loro complesso l’autenticità delle manifestazioni diaboliche attuali, La negazione del soprannaturale satanico, conduce alla negazione del soprannaturale divino. Quello satanico non è tale che per rapporto a noi; rapporto ai demoni è naturale. Questo è il significato che noi diamo a questa parola nel corso dell’opera nostra). – Che tutta l”antichità attribuisca ai demoni cotali fenomeni, è fatto che nessuno può negare senza dar nello scetticismo. E avendolo noi già provato, basti qui recar Tertulliano; il quale strappando, già ben diciasette secoli fa, la maschera ai pretesi morti di Allan Kàrdec e degli spiritisti moderni, diceva: « La magìa promette di evocare i morti. Che dunque diremo essere la magìa? quello che la dicono quasi tutti, un inganno. Ma è inganno che è noto soltanto a noi cristiani, che sappiamo i fatti degli spiriti maligni. I demoni sono autori della magia, per mezzo della quale si danno per morti. Ben s’invocano dunque i morti giovani, e di morte violenta; ma sono i demoni che operano, sotto la maschera dell’anime. » [Magia…. quæ animas…. evocaturam te ab inferum incolatum  pollicetur. Quid ergo dicemus magiam? quod omnes pene, fallaciam. Sed ratio fallaciæ solos non fugit cbristianos, qui spiritualia nequìziæ novimus…. In qua se dæmones perinde mortuos fingunt…. Itaque invocantur quidem Ahoxi et Biothanati, sed dæmones operantur sub obtentu earum (animarum). De Anim c. LVII]. Sant’Agostino aggiunge: « Questi «piriti, ingannatori non per natura ma per malizia, si dantio per iddii o per tante anime dèi morti, e non per demoni come sono realmente. » – Al chiaro parlare della tradizione, i Padri aggiungevano l’autorità detratti. Colle prove alla mano, essi disvelavano la natura di quei pretesi morti, facendo notare gli errori .e l’immoralità della loro dottrina; e nulla è mutato. Non ostante tutti i suoi artifizi, in nessuna altra cosa il demonio si mostra più evidentemente che nell’insegnamento che dà ai moderni spiritisti, coll’incarico di farsi suoi organi. E il suo insegnamento, strano miscuglio di vero e di falso, adesso come già in altri tempi, finisce con errori radicali. In fatti, il Cattolicesimo è la verità, tutta la verità, niente altro che tutta la verità; ed ogni affermazione contraria è errore, e viene senz’altro dal Padre della menzogna. – Or bene, gli Spiriti insegnano sei errori, vale a dire sei negazioni, che menano alla totale distruzione del Cattolicesimo. Essi negano: 1° resistenza dei demoni; – 2° Teternità delle pene ; – 3° la risurrezione dei corpi; – 4° il peccato originale; – 5° la rivelazione cristiana; – 6° e per conseguenza la divinità stessa di nostro Signore. – Mano alle prove. Per l’organo di tutti i loro medium e specialmente per bocca del loro gran sacerdote, Allan-Kardec, gli Spiritisti dicono: « Lo spiritismo, così essi, impugna l’eternità delle pene, il fuoco materiale dell’inferno, la personalità del diavolo. Secondo la dottrina degli spiriti intorno a’demoni, il diavolo è la personificazione del male; è un essere allegorico, che ha in sé tutte le male passioni degli spiriti imperfetti. Gli spiriti altro non sono che le anime. « Gli Spiriti prendono temporaneamente un corpo materiale. Quelli che seguono la via del bene camminano avanti più presto, sono meno lenti a giungere alla mèta e vi giungono senza penar tanto…. Il perfezionamento dello Spirito è frutto del suo proprio lavoro. Non potendo, in una sola esistenza corporale, acquistare tutte le qualità morali e intellettuali, che lo devono condurre alla mèta, e vi giunge per mezzo di varie esistenze successive, in ciascuna delle quali fa alcuni passi innanzi nella via del progresso…. Quando un’ esistenza fu male spesa, resta senza profitto per lo spirito, il quale deve ricominciarla da capo, in condizioni più o meno penose, secondo la sua negligenza e mal volere…. « Gli Spiriti, incarnandosi, recano seco quello che hanno acquistato nelle esistenze precedenti. Le cattive inclinazioni naturali formano quei rimasugli d’imperfezioni dello Spirito, di cui non s’è interamente purgato: sono i segni delle colpe che ha commesse ed il vero peccato originale…. Dicendo che l’anima, rinascendo, porta seco il germe della sua imperfezione, delle sue esistenze antecedenti, viene a darsi del peccato originale una spiegazione logica, che ognun può intendere ed ammettere…. « Nelle sue incarnazioni susseguenti: essendosi lo spirito a poco a poco spogliato delle sue impurità e perfezionato col lavoro, giunge al termine delle sue esistenze corporali, appartiene allora all’ordine degli spiriti puri, ossia degli angeli, e gode ad un tempo la piena vista di Dio ed una perfetta felicità in eterno. (Intorno alla pretesa rincarnazione delle anime, gli spiritisti non sono d’accordo. Allan Kardec e la sua scuola lo sostengono; Pierart e la sua scuola lo negano radicalmente. Ma spiritisti e spiritualisti, Kardec e Pierart sono d’accordo per attaccare il Cristianesimo e sostituirvi la religione degli Spiriti). – « Lo Spiritismo è indipendente da ogni culto particolare…. E’ non ne prescrive alcuno, né bada a dommi particolari..,. Si può dunque essere cattolico, greco o romano, protestante, ebreo o turco…. ed essere spiritista; e se n’ha la prova in ciò che lo Spiritismo ha seguaci in tutte le sètte…. Uomini di qualsiasi classe, sètta, colore, voi siete tutti fratelli: perché Dio tutti vi chiama a sé. Stendetevi dunque la mano, qualunque sia la vostra maniera di adorarlo, e non mandatevi a vicenda l’anatema; imperocché l’anatema è la violazione della legge di carità proclamata da Cristo. » [Lo spiritismo nella sua più semplice espressione, p. 15, 16, 18, 19, 21, 22, 28, 5a ediz. 1868 — e Istruzioni pratiche sulle manifestazioni spiritiche, passim, Parigi, 1858. — Voi non sapete ciò che vi dite: il Cristo del quale voi invocate l’autorità non ha Egli lanciato l’anatema contro quegli che non crede? « Colui che non crederà sarà condannato; è già giudicato, Colui che non ascolta la Chiesa deve essere tenuto per un pagano e un pubblicano. » La vostra carità senza la fede è una chimera. L’unione dei cuori suppone l’unione degli intelletti. — Gli stessi errori sono insegnati in tutti i libri e giornali spiritisti]. [Oggi si sente lo stesso ritornello, “siamo tutti fratelli” nelle logge massoniche e nella “sinagoga di satana” del “novus ordo”, la cui radice culturale è con tutta evidenza la stessa: lo spiritismo infernale ed il culto del baphomet! – ndr.-]. – Il credereste? per render loro agevole la via, lo Spiritismo ha l’audacia di mettere i suoi errori in bocca a persone le più santamente cattoliche; san Giovanni Evangelista, san Paolo, sant’Agostino, san Luigi, san Vincenzo dei Paoli, i nostri celebri predicatori e perfino il ven. curato d’Ars tornano dall’altro mondo, a dire ai vivi che i nostri dommi sacrosanti sono favole; ed essi, per conseguenza, ingannati od impostori! Non è questa in verità la più radicale e perfida negazione del Cattolicismo, che mai si sia veduta tra i popoli cristiani? [Il povero mons. Gaume si sbagliava, ma non poteva certo immaginare che la negazione più perfida sarebbe avvenuta dal 1958 in poi, nella falsa chiesa-sinagoga dell’uomo, con il diabolico ecumenismo del “novus ordo”– ndr. -]  Ne volete di più per far conoscere la natura degli Spiriti che rispondono alla chiamata degli Spiriti? Nondimeno, il distruggere la religione del Verbo incarnato non è altro che la parte, direm cosi, negativa dell’opera: ha la sua parte positiva nel sostituire alla religione del Verbo la religion degli Spiriti, vale a dire dei demoni. « Gli Spiriti annunziano, vel dice Allan Kardec, che i tempi, segnati dalla Provvidenza per una manifestazione universale, sono giunti [basta dare un’occhiata alle 4 logge massoniche in Vaticano! –ndr.- ]: e che, essendo essi ministri di Dio e strumenti della sua volontà, la loro missione è d’istruire ed illuminare gli uomini, aprendo un’era nuova per la rigenerazione del genere umano…. – « Parecchi scrittori di buona fede, che hanno impugnato a spada tratta lo spiritismo, rinunziano ad una lotta ravvisata inutile. Di vero, la necessità d’una trasformazione morale va facendosi ogni dì meglio sentire. Lo sfacelo del vecchio mondo è imminente; attesoché le idee da lui predicate non corrispondono più all’altezza, cui è giunta l’umanità intelligente. Si sente che ci vuole qualche cosa di meglio di quel che esiste, e nel mondo attuale lo si cerca invano. Gira per aria qualche cosa come una elettrica corrente preannunziatrice, e ognuno sta in aspettazione; ma ciascuno intende altresì che non è all’umanità che tocca indietreggiare. » [Rivista spiritista, gennaio 1864, p. 4 e 5.]. – Ma dove anderà ella? Gli spiriti dichiarano a voce unanime ch’essa va allo spiritismo. « Lo Spiritismo,, dicono, è la Religione dell’avvenire. [Ne abbiamo un esempio nel cosiddetto “rinnovamento nello spirito … non Santo, movimento trainante del “novus ordo” – ndr. –]”.  Lo spiritismo è la religione legata agli uomini da Cristo, purificata da tutti gli errori, che il loro orgoglio o la loro ignoranza vi hanno introdotto…. -Lo Spiritismo è lontano dall’essere una nuova religione, ma la stessa essenza dei principii sublimi che il Cristo ha legati agli uomini, presentiti da Socrate e da Platone; imperocché niente è venuto a distruggere, bensì ad appurare la legge mosaica, come oggi lo spiritismo quella del cristianesimo. » [La Verità giornale spiritista di Lione, L’Avvenire, Monitore dello spiritismo, 24 novembre 1864. Quest’ultimo giornale aveva per redattore in capo, Alis d’Ambel, luogotenente di Allan Kardec, il quale secondo l’uso troppo comune tra gli spiritisti, sì è suicidato.]. – Altrove: « Lo spiritismo chiarisce tutto; egli é la sintesi di tutte le scienze, di tutte le rivelazioni, di tutte le religioni. Come il Cristianesimo di cui è il complemento e la consacrazione, così lo spiritismo avrà i suoi Giuda: e come questa dottrina sacra, così gli bisognerà rovesciare, migliaia di ostacoli che il vecchio mondo e le vecchie credenze coalizzate dirigono e dirigeranno da tutte le parti contro di lei. » [Avvenire id.,8 settembre 1864]. Uno dei loro medium, parlando sotto l’influenza dello Spirito, è ancor più esplicito : « Si, lo spiritismo è una religione, poiché essa procede dalla onnipotenza dell’Altissimo, ma non come nel vostro mondo s’intende questa parola, vale a dire contornata da culto esteriore, di simulacri, di canti,, corteggio obbligato di tutte le istituzioni, le quali sino a questo giorno hanno preso questo titolo. Lo Spiritismo è la religione del cuore, lo spirito dei pensieri emessi da Cristo…. Oggi la religione cristiana non vive più, atterrita alla sua volta da un cattolicismo pagano…. cioè da quella religione falsata dalle tradizioni, dalle dispute teologiche, dai concili che l’attuale spiritismo ha per missione di rigenerare. » [Come sopra, 17 novembre 1864]. [Sembra di riascoltare il “benemerito” patriarca universale degli “Illuminati di Baviera”, quando si faceva adorare come Principe degli Apostoli! – ndr. -]]. Medesime dottrine o piuttosto medesime bestemmie sulle labbra di un altro Spirito parlante a Parigi per l’organo del medium P. S. Leymarie: « Le tendenze dell’uomo hanno cambiato ; l’epoca attuale,* come la crisalide, sembra trasformarsi per prendere ali: la scienza degli Spiriti, impossibile cinquant’anni fa, adesso s’identifica col generale buon senso. Voi ascoltate queste voci amiche che vengono a distruggere le vostre incertezze. Il loro programma è un lavoro di propaganda spirituale. Quel che vogliono è la rinnovazione delle idee religiose come base e condizione della società europea, riorganizzata su nuovi principi…. È un lavoro religioso tale che sarà l’opera capitale di questo secolo; e uno dei più grandi movimenti dell’intelligenza umana dopo Gesù Cristo. » [Avvenire, Monitore dello Spiritismo, 17 novembre 1864]. E altrove : « Si, lo spiritismo è altresì una leva potente che deve rendere alla morale cristiana il suo movimento normale ed effettivo attraversato da tanti secoli. Si, l’unico suo scopo e il suo effetto immediato è per l’appunto la rigenerazione dell’umanità.  » [Avvenire, monitore dello spiritismo, 17 nov. 1864]. – Più sotto : « Se qualcuno vi domanda ciò che lo spiritismo ha insegnato, dite, che egli ha da principio insegnato ciò che la maggior parte degli uomini avevano bisogno di sapere, cioè che cosa é l’anima; ciò che essa diventa dopo la morte; se vi sono delle purgazioni o stati intermedi; qual progresso vi si compie…. che Dio in questo momento prepara la razza umana ad una universale restaurazione; che nessun cristianesimo vale una festuca, salvo il cristianesimo primitivo, e che il vecchio cadavere delle Chiese oggidì esistenti, deve da prima ricevere un nuovo alito di vita se esse vogliono rivivere. » [Spiritual Magazine, apr. 1863] – [sembra un discorso dopo l’Angelus attuale! –ndr.- ] Potremmo citare cento altri passi simili, in cui gli Spiriti dichiarano che il Cattolicismo è una istituzione decrepita; il Nostro Signore Gesù Cristo un semplice mortale, la Chiesa una maestra d’errori, tutte le religioni tante sette non intelligenti, e lo spiritismo la sola vera religione, là religione dell’avvenire. Non contenti di predicare nei loro libri, nei loro giornali, nelle loro assemblee, nelle loro conversazioni particolari, la religione degli Spiriti, gli addetti la predicano anche pubblicamente e la propagano con successo. Essi la praticano, e qual nome dare a quel che noi vediamo? – L’ evocazione degli spiriti, la consultazione orale, l’idromanzia, la negromanzia, l’ornitomanzia, la divinazione, il magnetismo, il sonnambulismo artificiale ed altre pratiche spiritiste, esercitate senza scrupolo e senza spavento, da una moltitudine di persone, nell’antico e nel nuovo mondo, non sono essi forse nient’altro che un avviamento verso il culto dei demoni, o piuttosto non sono questo culto medesimo? Così lo comprendono gli spiriti. Ci hanno detto: per essi lo spiritismo non è una semplice scuola di filosofia, ma una religione, e lo provano con la loro condotta. Ogni religione mira a mettere l’uomo in diretta relazione col mondo sovrannaturale, con mezzi sovrannaturali, allo scopo di ottenere effetti sovrannaturali. Lo scopo palese degli spiritisti è di mettersi in immediata comunicazione cogli Spiriti. Il mezzo che usano, è la preghiera. La preghiera è l’atto fondamentale di ogni religione, il cui carattere n’é quindi determinato. Il Cattolicismo è la vera religione, perché la sua preghiera è indirizzata al vero Dio. Il paganesimo è religione falsa, perché la sua preghiera è indirizzata al demonio. Lo spiritismo, che indirizza la sua preghiera ai demoni celati sotto la maschera dei morti, è dunque una religione, ed una religione falsa. [Perfìn nel linguaggio affettano i religiosi loro intendimenti, parlandosi o scrivendosi; si chiamano: cari fratelli nello spiritismo.]. –  Il che appare tanto più vero, in quanto hanno costoro per scopo, d’ottenere il dono di guarire i malati, e la potestà di scacciare i demoni. « I nostri medium risanatori, così eglino stessi, cominciano con innalzare la loro anima a Dio…. Iddio, sollecito, manda loro potenti aiuti…. Sono gli spiriti buoni che vengono a comunicare il benefico loro fluido al medium, il qual lo trasmette al malato. Quindi é che il magnetismo adoperato dai medium risanatori, è cosi efficace, e produce quelle guarigioni che son dette miracolose e che son dovute semplicemente alla natura del fluido effuso sul medium. Attesoché questi benefici fluidi sono proprietà degli spiriti superiori, è quindi necessario ottenere il concorso di questi; e perciò ci vuole la preghiera e l’invocazione. 1 » [Bivista spiritica, gennaio 1864, p. 8-10]. Aggiungono che la preghiera è necessaria specialmente nel caso di ossessione; perché bisogna avere il diritto d’imporre la sua autorità allo spirito.  [Id., p. 12]. Essi annunziano che fra breve le ossessioni diventeranno frequentissime, e saranno il trionfo dello spiritismo. « Codesti casi di possessione, secondo che è annunziato, si hanno a moltiplicare con grande energia, di qui a qualche tempo, acciocché sia fatta ben bene palese l’inefficacia dei mezzi adoperati finora. Anzi una circostanza di cui noi non possiamo ancora parlare, ma che .ha una cotale analogia con quanto avvenne ai tempi di Cristo, contribuirà a sviluppare questa specie di epidemia diabolica. Non v’ha dubbio pertanto che si vedranno medium speciali, forniti della potestà di cacciare gli spiriti cattivi, come gli apostoli avevano quella di cacciare i demoni…. per dare agli increduli una novella prova dell’esistenza degli spiriti. » [Ibid., p. 12. — Non ammettendo gli spiritisti, angeli cattivi, quel che da loro vien chiamato demonio, altro non vuol essere che un’anima impurificata. Tutto è nuovo: idee e parole]. – Intanto che si aspetta codesta epidemia diabolica, gli Spiritisti già si trovano aver alle mani alcune speciali ossessioni, e malattie credute incurabili. Ecco in che modo gli addetti risanatori scrivono ai loro capi: «Stiamo in questo punto curando un secondo epilettico. La malattia questa volta sarà per avventura più malagevole a guarire, perché é ereditaria. Il padre ha lasciato ai suoi quattro figliuoli il germe di codesta affezione. Ma con l’aiuto di Dio e degli spiriti buoni, noi speriamo di riuscirne a bene in tutti e quattro. Caro maestro, noi chiediamo l’aiuto delle vostre preghiere e quelle dei nostri fratelli di Parigi. Sarà per noi quest’aiuto incoraggiamento e stimolo ai nostri sforzi. E poi, i vostri buoni spiriti-possono venire ad aiutarci. « M. G-…. di L…. ci deve condurre suo cognato, cui un spirito malefico soggioga da due anni in qua. La nostra guida spirituale Lamennais c’incarica della cura di questa ostinata ossessione. Iddio ci darà egli altresì la podestà di scacciare i demoni? Se così fosse, altro non avremmo a fare che umiliarci per si alto favore. » Lettera d’un ufficiale de’Cacciatori, che dice: «Noi passiamo le lunghe ore d’inverno attendendo con ardore allo svolgimento delle nostre facoltà medianimiche. La triade dei 4° Cacciatori, sempre unita, sempre vivente, si ispira ai suoi doveri. » Ibid., p. 6, e 7]. – Per ottenerlo, i maestri, giusta gli oracoli loro venuti dall’altro mondo, rispondono: «Ad agire sullo Spirito ossessore, vuolsi l’azione non meno energica d’uno spirito buono disincarnato… Questo vi mostra quel che dovrete fare d’or innanzi, in caso di possessione manifesta. Bisogna chiamar in vostro aiuto la persona d’uno spirito elevato, fornito ad un tempo di potenza morale e fluidica; come, per es., l’eccellente curato d’Ars, e voi sapete che sull’assistenza di questo degno e santo Vanney potete contare…. Quando si magnetizzerà Giulio bisognerà innanzi tutto cominciare colla’ fervente evocazione del curato d’Ars e degli altri Spiriti buoni, che ordinariamente si comunicano fra voi, pregandoli di agire contro i cattivi Spiriti che molestano codesta fanciulla, e che fuggiranno dinanzi alle limane loro falangi » [Rivista spiritistica, p. 16-17]. – Tranne lo scherno vituperoso e inaudito, con cui satana pretende d’avere per complici dei suoi prestigi gli Apostoli e i santi del cielo, non è egli cotesto precisamente quello che in altri tempi già facevano i pagani, e ancora fanno i moderni idolatri? Non invocano essi forse continuamente i genii buoni contro i cattivi? Finora gli Spiriti buoni degli Spiritisti si sono, per lo manco pubblicamente, contentati di chieder preghiere: ma se chiedessero poi, per prezzo dei loro favori, una genuflessione, un granello d’incenso, un voto, un’offerta qualunque, è egli ben certo che tale omaggio lor sarà diniegato? È egli ben certo che non esigeranno tale omaggio, che non ne esigeranno anzi di maggiori? In questa materia non accade asseverare per certo, né questo né quello. Quando si fa ciò che il demonio volle ed ottenne dagli antichi pagani, ciò che vuole e ancora ottiene da’moderni idolatri; quando si pensa che sotto l’influenza1 dello spirito del 93 che punto non era lo Spirito Santo, la Francia ufficiale ha adorata una cortigiana, e che Parigi edificò un tempio a Cibele, s’intende che nulla v’ha d’impossibile. Quanto a noi, restiamo con la triste convinzione che se lo Spiritismo giungesse a dominare la società, e venisse  vaghezza agli Spiriti di chiedere, come già altre volte, combattimenti di gladiatori, ne sarebbero contentati, e la gente trarrebbe in folla allo spettacolo. – Essi la praticano pubblicamente. Lo spiritismo ha preso corpo; egli si è autenticamente costituito sotto il nome di Società parigina degli studi spiritisti, alla quale vanno a congiungersi i gruppi spiritisti della Francia e dell’estero. Dietro il parere del Ministro dell’Interno e della Sicurezza generale, il governo francese, che ha dichiarato la franco-massoneria società d’ utilità pubblica, ha riconosciuto ed autorizzato lo spiritismo per decreto del prefetto di polizia, in data del 13 aprile 1858. [Regolamento della Società Parigina degli studi spiritisti, p. 1]. In perfetta armonia con lo spirito moderno e col principio ateo dell’eguaglianza dei culti, questa società forma, come essa medesima lo dice, il nucleo di una nuova religione, la quale ammette nel suo seno uomini di ogni casta, di ogni setta, di ogni colore, alla sola condizione di credere agli Spiriti e di accettare le loro dottrine. – À fine di provvedere alle spese del culto, la religione spiritista ha le sue finanze. L’articolo 15 del regolamento reca: « Per provvedere alle spese della Società, si paga una tassa annuale di 24 lire pei titolari, e di lire 20 per gli associati liberi. I membri titolari, nella loro accettazione, pagano inoltre un diritto d’entrata di 10 lire una volta tanto. » Codeste tasse, formando considerevoli somme à disposizione dei capi della società, riescono nelle loro mani, potenti mezzi di propagazione. – Ha le sue adunanze periodiche. Art. 17 : « Le sedute della società hanno luogo tutti i venerdì alle 8 della sera. Niuno può prendere la parola senza averla prima ottenuta dal presidente. Tutte le domande indirizzate agli Spiriti devono farsi per mezzo del presidente. » – Art. 21. « Le sedute particolari sono riservate Smembri della società. Si tengono il primo, il terzo e, se v’ è, il quinto venerdì d’ogni mese. » – Art. 22. « Le sedute generali han luogo il secondo e quarto venerdì d’ogni mese. » Secondo ché abbiamo visto, in codeste congreghe tutte le domande si devono dal presidente indirizzare agli Spiriti, e ognuno deve ascoltarle in religioso silenzio. In alcune, l’evocazion degli Spiriti si fa con questa formula: « Io prego Iddio onnipotente di porgere orecchio alla mia supplica, di permettere ad uno Spirito buono (oppure allo spirito di tal persona) di venir qui fino a me, di farmi scrivere sotto la sua influenza. » L’evocatore prende una penna, oppure una matita, la cui punta mette lievemente sulla calia, aspettando che lo Spirito venga egli stesso a guidargli la mano. « Questa mano, dicono gli Spiritisti, è una macchina che lo Spirito disincarnato signoreggia a talento. » Il fatto sta che i medium possono discorrere di cose affatto diverse da quelle che scrivono, con le persone astanti, e pur mentre il loro braccio va con una prestezza bene spesso meravigliosa. La è, sotto altra forma, una continuazione delle antiche pitonesse. Essi la propagano con successo. Lo Spiritismo ha i suoi predicatori ed Apostoli. In America, paese suo natio, ventidue grandi giornali sono diventati suoi organi. In Francia ne conta dieci, a Parigi la Rivista Spiritista (mensile) redatta da Allan Kardec, la Rivista Spiritualista (mensile) redatta da Pierart; [La Rivista spiritista esce ogni mese, e se ne tirano 1800 copie: della Rivista spiritualistica, 600: le quali cifre, paragonate alle migliori Riviste cattoliche, similmente periodiche, sono in verità enormi. L’Avvenire Monitore dello Spiritismo (settimanale); a Lione, la Verità, giornale della spiritismo (settimanale) ; a Bordeaux, l’Alveare Bordelese (bimestrale); il Salvatore dei popoli (settimanale); La luce per tutti (settimanale); La voce dell’altro mondo (settimanale) ; a Tolosa, il Medium evangelico, (idem); a Marsiglia, L’eco del mondo di là (idem); Il Belgio ne ha due: Il mondo musicale (idem), a Bruxelles ; la Rivista Spiritista a Anversa (mensile). Torino, gli Annali dello Spiritismo (mensile); Bologna la Luce; Napoli ha il suo; Palermo pure; Londra i suoi; Spiritual Magazine; Spiritual Times; la Germania i suoi. Possiamo aggiungere l’Almanacco Spiritista che si stampa a Bordeaux. Appena abbiamo noi in Francia ed in Italia altrettanti organi assolutamente cattolici. Oltre a queste pubblicazioni periodiche, libri d’ogni prezzo e formato, altri dotti ed altri popolari, avidamente letti, attivamente spacciati, propalano le risposte degli Spiriti, e le loro dottrine, per irrecusabile prova delle quali sono fatti valere i prestigi. E niuno creda che noi diciamo queste cose a caso, alla leggiera. Abbiamo sottecchi più di sessanta opere spiritistiche, di recente pubblicazione, delle quali altre sono alla terza, altre alla quinta, altre alla sesta, altre alla duodecima edizione. Ed una delle più pericolose di codeste opere, per il suo prezzo e formato, è, per l’Europa, tradotta in tedesco, in portoghese, in polacco, in italiano, in spagnolo; e, per l’oriente, in greco moderno. Nel 1863 quest’opera contava già cinque edizioni. Lo stesso avviene in Inghilterra; l’Allemagna è di tali opere inondata. Aggiungasi che da qualche tempo esiste a Parigi una scuola di spiritismo tenuta da due donne; una locanda spiritista, e nel dipartimento dell’Oise uno stabilimento di educazione spiritista. Londra ha un liceo spiritista, diretto da un sig. Powell.Per conseguenza, La religione degli Spìriti ha i suoi discepoli in tutte le età ed in tutte le classi della società. Le officine, la borghesia, i tribunali, la nobiltà, la, medicina, l’esercito soprattutto gli forniscono il loro contingente. D’anno in anno questo contingente aumenta in un modo spaventoso. «Quest’anno 1863, scrive Allan Kardec, è segnato dall’accrescimento del numero dei gruppi di società che si sono formati in una moltitudine di località dove ancora non ve n’erano, tanto in Francia che all’estero; segno evidente dell’aumento del numero degli addetti e della diffusione della dottrina. Parigi che era rimasta addietro, cede talmente all’impulso generale e comincerà a muoversi. Ogni giorno vede formarsi delle particolari riunioni per uno scopo eminentemente serio e in eccellenti condizioni; la società che noi presiediamo vede con gioia moltiplicarsi intorno a sé dei vivaci rampolli, atti a spargere la buona sementa. Se per un istante si è potuto concepire qualche timore sull’effetto di certe dissensioni nel modo di considerare lo spiritismo, un fatto é di natura da dissiparli completamente; si è il numero sempre crescente delle società, le quali, da tutti i paesi si pongono spontaneamente sotto il patrocinio di quella di Parigi e inalberano la sua bandiera. » [Stato dello Spiritismo al 1863. Rivista spiritica, gennaio, 1864]. – I ragguagli che abbiamo potuto aver fra le mani, danno, che Parigi ha non meno di cinquanta mila Spiritisti, o persone di ogni condizione, dedite abitualmente, come attori o spettatori alle pratiche dello Spiritismo. Calcolare il numero degli Spiritisti a Parigi, sul numero dei centri di riunioni ufficialmente noti, e su quelli dei membri che li frequentano, sarebbe un errore. Oltre i crocchi pubblici, vi sono le riunioni private, chiamate dagli Spiritisti riunioni di famiglia. Possiamo affermare che queste riunioni sono più che moltiplicate, quasi che permanenti, frequentatissime e che si trovano in tutti i quartieri di Parigi. In queste riunioni, prolungate sino a notte avanzata, migliaia di Cristiani fanno ciò che facevano i pagani a Delfo, a Claros, in tutti i tempi d’oracoli, evocazioni, e consultazioni, precedute o seguite da preghiere agli Spiriti. – Possiamo altresì affermare che a Parigi molti medici hanno al loro servizio, per consultar sulle malattie; sonnambule, fanciulle o donne; dì guisa che il magnetismo artificiale diventa una professione come un’altra; e i sonnambuli punto non temono, al pari delle altre professioni, di spargere i loro programmi e procacciarsi clienti. – Ne sia, fra gli altri una prova, questo che fu fatto girar per Parigi (marzo 1864); « Belle maraviglie del onagnetismo e del sonnambulismo e delle loro applicazioni rigeneratrici. — La signora F., dopo aver fatti con buon esito parecchi corsi e subiti gli esami dei professori medico-magnetizzatori, esercita da dieci anni questa meravigliosa scienza, con soddisfazione delle persone da lei pienamente guarite. Può trovarsi, ad ogni ora, in sua casa, via S.-H. dove si é sicuri di avere una sonnambula di primo grado di lucidità, colla quale s’entra in relazione; e soddisfa ad ogni domanda. « Si può alla sonnambula fare ogni possibile domanda, senza tuttavia offendere la buona creanza; si può chiedere ogni parere o consulto sulla probabile riuscita d’un matrimonio, d’un processo, d’una speranza di futura o presente eredità; su ogni smarrimento d’oggetti, o denaro, anche sotterrato o nascosto. La sonnambula risponderà ad rem con lucidità e presenza di spirito sui risultati di cose lontane, anche, milleduecento leghe. Se la persona che consulta ha una malattia qualunque, la consultata sentirà da sé stessa la parte malata, e potrà dare consigli, senza aver mai imparata la maniera di guarire. » Leggesi ancora il seguente annunzio: Sibilla moderna, sonnambula eminentemente lucida, via della Senna, 16, primo piano, a Parigi. Avvenire politico e privato. Malattie inveterate e incurabili. Spiegazione dei sogni, previsioni, ricerche e informazioni diverse. Riceve tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 5. Si può avere la consultazione mediante lettere indirizzate franche alla Sibilla. Se queste promesse non avessero altra malleveria che la parola della sonnambula, sarebbe permesso di dubitarne; ma c’è ben altro. Le riferite domande sono né più né meno che le stesse che si proponevano agli antichi oracoli; a tal segno che, leggendole, quasi ti crederesti leggere una pagina di Porfirio. Ispirate dal medesimo spirito, sciolte con analogo procedimento, e quelle e queste hanno dunque lo stesso valore. Or bene, l’autorità degli oracoli era stabilita, stabilitissima; vale a dire, in altri termini, falsissimo crederebbe, chi pensasse tutto essere stato falsità nelle loro risposte. – A guisa di Parigi procedono le provincie. Tra tutte, la città della SS. Vergine, Lione, si distingue pel suo fervore al nuovo culto e pel numero degli aderenti che essa gli dà. È a tal punto, ci scrive da questa città una persona bene informata, che il capo dello spiritismo, Allan Kardec, il quale passando da Lione nel 1861, vi contava appena quattro o cinque mila spiritisti, nel 1862 punto non teme di portar quel numero a venticinquemila. Credo però di non essere lontano dal vero, riducendo tal numero a quindici o ventimila. » – Bordeaux conta circa diecimila spiritisti. Metz, Nancy, Lisieux, Oléron, Marennes, Le Havre, Saumur, Marsilia, Arbois, Strasburgo, Brest, Montreuil-sur-Mer, Carcagsonne, Chauny, Lavai, Angers, Moulins, Gallóne vicino a Tullìns, Passy, Saint-Ètienne, Tolosa, Limoges, Pontfouchard, Marmande, Macon, Valence, Niort, Douai, Pau, Villenave-de-Rions, Cadenet, Grenoble, Besangon, posseggono tanti gruppi di spiritisti più o meno numerosi. Fuori di Francia, Bruxelles, Anversa, Pietroburgo, Algeri, Constantina, Smirne, Palermo, Napoli, Torino, Firenze, gareggiano di zelo per lo spiritismo e altre pratiche diaboliche. [Nel numero del 21 marzo 1861, il giornale italiano il Movimento contiene quest’annunzio: Trovasi da qualche giorno in Genova il signor Francesco Guidi, professore di magnetologia. E gli percorre l’Europa da undici anni dando delle pubbliche sedute di magnetismo. Ne darà una sabato sera al Teatro Nazionale di Sant’Agostino. »Gli stessi cattolici che vogliono occuparsi dello spiritismo ne costatano i progressi. « Al tempo nostro non si vive più, poiché non c’è tempo; ma si consuma la vita, di maniera che gli avvenimenti invecchiano rapidamente, e cessano presto d’attrarre l’attenzione, anche quando le loro conseguenze continuano a svolgersi. Ecco perché il pubblico ha cessato da qualche tempo di occuparsi dello spiritismo, quantunque il mostro non cessi di crescere. Sì, non bisogna dissimularselo, lo spiritismo non cessa di guadagnare nuovi sèttari, favorito com’é dalla generale tolleranza…. Abbiamo raccolto numerosi fatti e degni di un serio esame. »Fondati su fatti a noi molto ben noti, e su altri, non così noti a noi, ma che ci paiono autentici, gli spiritisti proclamano baldanzosamente i loro progressi sempre crescenti. « Dacché egli apparve, lo Spiritismo non ha mai cessato di crescere, non ostante la guerra fattagli; e al presente ha piantata la sua bandiera su tutti i punti del globo. I suoi aderenti si contano a milioni; e se si pone mente alla via che ha fatta da dieci anni in qua, tra gl’innumerevoli ostacoli opposti, si può giudicare quel che sarà di qui a dieci anni, tanto più che gli ostacoli scemano di mano in mano che va innanzi. » [Discorso del presidente della Società spiritica di Marennes, Rivista ecc., gennaio 1864]. In Oriente lo stesso progresso. Il Presidente della Società Spiritista di Costantinopoli cosi si esprime: Voi conoscete da lungo tempo la mia devozione alla causa spiritista. Secondato dai Signori Valauri e Montani, io non trascuro nessuna occasione per farla penetrare nello spirito della popolazione di Costantinopoli. Perciò, confesso con legittima soddisfazione che i nostri sforzi non sono stati infruttuosi…. Laonde noi che rappresentiamo gli spiritisti di Costantinopoli gridiamo : coraggio!… L’idea spiritista non é più una grande incognita. Come una rugiada penetrante essa ha fatto rinvigorire il vecchio globo. Essa ha già fatto il giro del mondo, e dovunque essa penetra, ha fatto sorgere dei ferventi adepti. Non è questa una prova evidente del suo intrinseco valore? Cosi lo spiritismo deve da qui innanzi camminare a testa alta…. Il passato è finito, l’èra dell’inferno è chiusa. L’èra della pace, della libertà e dell’amore sorge all’orizzonte. Gloria a Dio nel più alto dei cieli. » [Costantinopoli, 8 novembre 1864 ; il vostro fratello in spiritismo. B. Bepos. Avvenire Monitore dello Spiritismo, 20 aprile 1865]. – Finalmente, da calcoli fatti altrove, colla maggiore esattezza possibile, si ha che il numero degli spiritisti è di cinque milioni. [Vedi l’ottima rivista napoletana La Scienza e la fede, giugno 1863, p. 374.]. – Misuriamo adesso il cammino che lo spiritismo ha fatto dopo sedici anni. Nella sua origine non era che un divertimento, una moda, un giuoco, tutt’al più un oggetto di curiosità più o meno vana. Propagato da principio come una traccia di polvere nell’antico e nel nuovo mondo, sembrava ora scomparso. Lo si credeva morto e non era che addormentato. Con la guerra d’Italia si è risvegliato più vivace che mai. Gettando la maschera, di semplice passatempo è diventato Società dotta; e, cosa seria, uomini di tutte le condizioni se ne occupano. « Nei saloni come nelle fabbriche, si fanno oggi adunanze per lo studio dei nostri fenomeni. Non è più come al principio delle tavole giranti, quando ci si contentava del fenomeno innocente di alcuni responsi insignificanti col si o col no. Oggi, è cosa grave e seria. L’evocazione si fa religiosamente. Punto ciarlatanismo, e niente di scenico. Tutto si fa semplicemente; e le comunicazioni hanno un non so che di carattere elevato e profondo che incute rispetto e attenzione, ». – Però lo spiritismo ha fatto un passo di più. Oggi ei si traduce in culto, e si proclama la religione dell’avvenire, la religione che deve sottentrare a tutte le altre. Il suo simbolo, come dettato dagli Spiriti medesimi, e redatto dal loro gran sacerdote Allan Kardec, è la negazione radicale del cristianesimo, e l’affermazione dommatica degli errori fondamentali dell’antico paganesimo. Concentrare tutta la nostra attenzione sopra altri punti, per quanto possano sembrare importanti, e lasciare inosservato questo fatto minaccioso, sotto pretesto che il tempo farà pronta giustizia degli spiritisti, come l’ha fatta dei suoi predecessori, sarebbe agli occhi nostri una illusione deplorevole. Al contrario noi diciamo che lo spiritismo è una potenza con cui bisogna seriamente contare. Da una parte è l’incarnazione religiosa della Rivoluzione, vale a dire del paganesimo, come il socialismo ne sarà l’incarnazione sociale. Dall’altra, notabili differenze lo distinguono dal Mesmerismo, dal Sonnambulismo, dal Magnetismo, e altre pratiche diaboliche dei secoli passati. Queste differenze sono tra le altre; l’estensione del fenomeno ; la sua rapida propagazione; la sua negazione confessata del cristianesimo; lo stabilimento della religione degli Spiriti. Fermiamoci per un istante a quest’ultima differenza. Il pericolo grande dello spiritismo è, ch’esso viene a tempo per lui opportuno. Credere che l’indebolimento attuale della fede conduca il mondo al protestantismo, al giudaismo, al maomettismo, all’ateismo sarebbe un errore. – L’Europa incredula non pensa punto a farsi protestante, ebrea, o maomettana. Quanto all’ateismo non sarà, come alcuno ha detto, l’ultima religione della umanità. L’ateismo è una negazione: il mondo non può vivere di negazione; non è mai vissuto così. In qualunque modo gli è necessaria una affermazione religiosa. Ora non cessiamo di ripeterlo: tra la religione di Gesù Cristo, e la religione di Belial, tra il cristianesimo e il satanismo, non vi è via di mezzo. Il inondo moderno che volge il dorso al Cristianesimo, dove va egli ? Va al satanismo: e lo spiritismo non è altra cosa che il satanismo, imperii dœmonis instauratio. – Se dunque il clero non oppone allo spiritismo una potente lega, e se Dio non interviene da sovrano in questa lotta decisiva, chi impedirà al nuovo culto di prendere, avanti la fine di questo secolo, proporzioni sconosciute? La prima condizione di questa lega, è di istruire solidamente i fedeli non solo nei catechismi, ma altresì nei sermoni e nei libri, sulla potenza degli angeli buoni e malvagi. In questo punto la nostra educazione è da fare o da rifarsi. Si aggiunga che lo Spiritismo è aiutato da potenti ausiliari. Per preparargli la via, liberandogli il terreno, lavorano notte e giorno due armate innumerevoli: le società segrete, e i Solidari. Come dubitare della gravità della situazione ? Come non vedere che oggidì la Chiesa si trova avviluppata nella Città del male, e che all’ordine sociale, in Europa, minato nelle fondamenta, sovrasta qualche inaudita catastrofe? Tale condizione di cose fa venire in mente il detto di sant’Agostino : « In quella guisa che lo Spirito di verità spinge gli uomini a farsi compagni degli angeli santi, così lo spirito dell’empietà li spinge alla società dei demoni. – “Sicut veritas hortatur homines fieri socios sanctorum angelorum, ita seducit impietas ad societatem dæmoniorum”. –Epist. CII; n. 19.- » E non par egli proprio anche il caso di rammentare la predizione dell’Apostolo: « Ma lo spirito dice apertamente che, negli ultimi tempi, alcuni apostateranno dalla fede, dando retta agli spiriti ingannatori; e alle dottrine de’demoni? »  “Spiritus autem manifeste dicit, quia in novissim is temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris et doctrinis dæmoniorum”. I Tim . IV, 1]. [Continua …]

TERTULLIANO

TERTULLIANO

[G. Panzini. “Compendio storico dei Padri della Chiesa, Napoli, 1905]

Tertulliano (Quinto Settimio Plorenzio). Uno dei più illustri Dottori della Chiesa, nacque a Cartagine, capitale dell’ Africa, verso il 160, era figlio di un Centurione delle truppe proconsolari. Era stato pagano ed si era abbandonato alla vita dissoluta. Lo confessa egli stesso, e dice che non restava al mondo che per farne penitenza. I suoi sregolati costumi non gli impedirono di rendersi esperto in tutte le scienze, e particolarmente nella giurisprudenza romana. Studiò la lingua latina e la greca. La costanza dei Martiri nei più crudeli tormenti, il potere che avevano i Cristiani di cacciare i demoni e di fare ammutolire gli oracoli dei falsi dèi, e finalmente il timore dei giudizi di Dio persuase Tertulliano ad abbandonare i suoi errori per abbracciare il Cristianesimo. S’ignora il tempo e le circostanze della sua conversione; ma è certo ch’egli era già Cristiano, e da qualche tempo, allorché scrisse la sua dotta Apologia, nel principio del Secolo III. Da quest’Opera si rileva ch’egli era sin d’allora bene istruito nella religione. Aveva moglie, come apparisce da due libri, ch’egli le indirizza. Non si può dubitare ch’ella non sia stata Cristiana, perché in uno dei libri suddetti l’avverte che se Dio lo chiamasse a sé prima di lei, ed ella volesse rimaritarsi, era obbligata a sposare un Cristiano, poiché S. Paolo a questa sola condizione solamente permetteva le seconde nozze. Egli meritò, separatosi già dalla moglie, per la sua dottrina e virtù morali d’essere innalzato al Sacerdozio, ma non si sa 1’anno della sua Ordinazione. Tertulliano trovandosi a Cartagine, scoprì 1’eresia, che Prassea seminava contro la fede della Trinità. Prassea vedendosi scoperto, ritrattò il suo errore. Questa è l’unica cosa che sappiamo di lui mentre era Cattolico. – Tertulliano aveva un ingegno vivace, ardente e sottile. Benché egli parli poco vantaggiosamente dei propri studi, i suoi libri provano a sufficienza che aveva studiato tutte le scienze. L’elocuzione sua è un po’ dura, ma sovente accompagnata da una nobiltà, da una vivacità e da una forza che destano meraviglia. Si vede ch’egli aveva molta lettura di S. Giustino e di S. Ireneo. Tertulliano disgraziatamente non perseverò sino alla fine; l’invidia, dice S. Girolamo, e qualche male trattamento ricevuto dai compagni, lo precipitarono negli errori di Montano e spregiò le censure della Chiesa. Si crede da alcuni che fosse tratto in quel partito da Proclo, famoso Montanista, che aveva gran riputazione d’ eloquenza e di virtù. Tertulliano aveva anche una severità naturale, che lo portava sempre al maggior rigore; e quindi non è da stupirsi ch’egli sia stato sedotto da una setta di eretici, che vantava di menar una vita più austera e di custodire una continenza più esatta che i medesimi Cattolici: ma ad onta di ciò egli continuò a recare grandi benefici al Cristianesimo, combattendo tutte le eresie. D’altronde non ostante questi errori nei quali cadde, e che portarono la rovina della sua grand’anima, i libri che scrisse nel seno della Chiesa, non cessano di essere un prontuario di profonda teologia, ed Egli sarà sempre uno dei più rinomati Apologisti della Religione Cristiana. Tertulliano morì nel 245.

OPERE

Non v’ha quasi scritto di Tertulliano, in cui non s’incontrino opinioni poco esatte, o almeno espressioni dure e singolari. Spira nondimeno tanta devozione da tutto ciò ch’egli ha composto, essendo Cattolico, e tanta forza e sublimità e penetrazione in quelle Opere nelle quali prende a difendere la verità, anche dopo la sua diserzione, che la lettura può esserne sempre utile: ma fa d’uopo avere di molti lumi per distinguere i buoni raziocini dai meno esatti, dei quali talvolta usa servirsi. – Possono essere divise in tre classi le Opere di Tertulliano: 1. Quelle che ha composto contro i Pagani. 2. Quelle nelle quali combatte contro gli Eretici. 3. Finalmente quelle che destinò all’istruzione dei Fedeli. Le di lui opere di pietà sono: 1.° I trattati del Battesimo, della Penitenza, dell’Orazione, della Pazienza, contro gli spettacoli, e dell’ ornamento delle donne. – 2.° Il trattato delle prescrizioni. Le varie sètte di eretici antiche e recentemente nate, che disonoravano il nome Cristiano ai tempi di Tertulliano, lo indussero a scrivere questo Trattato. Questa voce è tolta dalla giurisprudenza, ed è una ragione di non procedere a trattare del merito delle pretese altrui, fondate sul quieto possesso d’ un gran numero di anni. – 3. La sua “Apologia per la Religione Cristiana contro i Pagani”. È questa la più celebre e la più importante Opera di Tertulliano. Egli ha trattato la materia profondamente, a dato un colpo fatale all’Idolatria. Duolsi dapprima che vengano condannati i Cristiani senza essere uditi; nel tempo che la libertà di difendersi viene accordata anche ai maggiori scellerati. Egli è quindi ben chiaro, dice egli, che l’odio è al nostro nome. La confessione di Cristiano basta per farci condannare; ella sola ci espone all’odio pubblico; e l’odio di questo nome è sì cieco nella maggior parte degli uomini, che dicendo bene d’uno di noi vi mescolano sempre rinfacciamenti del nome: È una buona persona il tale: ma è un peccato che sia Cristiano ecc. Vi è nel suo Apologetico una parte sì sublime che stimo necessità trascriverla interamente. “Io ne chiamo in testimonio, (dice egli) i vostri atti, o voi che presiedete tutti i giorni al giudizio degli accusati; qual seduttore, qual ladro, qual assassino, qual sacrilego, è egli iscritto come Cristiano nei vostri registri ? O allorché i Cristiani compariscono in questa qualità davanti a voi, chi tra di loro è trovato colpevole di questi delitti? È dei vostri che rigurgitano le prigioni e le miniere; è dei vostri che s’ingrassano gli animali; è fra i vostri che gli appaltatori dei massacri reclutano incessantemente quei branchi di rei destinati ai vostri divertimenti. Colà nessun Cristiano, o per essere solo Cristiano. Se egli è incolpato di un altro delitto, da quell’istante non è Cristiano. Noi soli dunque siamo innocenti. Perché sorprendersene, quando è per noi una necessità di esserlo? Sì, ella è per noi una necessità. Istruiti da Dio, noi conosciamo perfettamente la virtù, che un maestro perfetto ci rivela, e la pratichiamo fedelmente per ordine, e sotto gli sguardi di un giudice formidabile. Tra voi essa è insegnata dall’uomo. Voi non potete dunque né come noi conoscerla, né come noi praticarla: tutto vi manca, e la pienezza della verità, e la terribile sanzione del dovere. Che è la sapienza dell’ uomo per mostrare ciò, che è veramente utile? Che è la di lui autorità per condannarlo? l’una s’inganna sì facilmente, come facilmente si disprezza 1′ altra. Ed in realtà qual è il precetto più completo, quello che dice: tu non ucciderai, o quello che proibisce eziandio la collera? Qual è il più perfetto di vietar 1’adulterio, o la semplice concupiscenza degli occhi, le azioni cattive, e puranco le parole maligne? Di proibire l’ingiuria, e d’inibire eziandio di vendicarla? e ancora sappiate, che ciò che sembra tendere alla virtù nelle vostre leggi, esse lo hanno ricevuto da una legge più antica, dalla legge divina. Tuttavia che è in sostanza 1’autorità delle leggi umane, che 1’uomo elude celando il suo delitto, e che affronta volontariamente, o per necessità? Considerate inoltre la brevità del supplizio, che la morte termina, qualunque egli siasi. Per noi che dobbiamo essere guidati da un Dio che tutto vede, e che sappiamo che le sue punizioni sono eterne, noi abbracciamo solo la virtù, e perché perfettamente la conosciamo, e perché non sono vi ombre dense abbastanza per nascondere il delitto, ed a motivo della grandezza del supplizio, lungo non solo, ma eterno. Noi temiamo il supremo Giudice, noi temiamo Iddio, e non il Proconsole, (Capp. XXXVI, XXXVII, XXXVIII). 4. I due libri ai Gentili, dei quali il soggetto è lo stesso, che quello dell’Apologia. Libri che scrisse nel medesimo tempo, vale a dire in uno dei primi anni del 3.° secolo. – 5. Il libro della testimonianza dell’anima, che tratta della medesima materia, poiché non fa che stendere ciò che aveva detto nell’Apologia in poche parole a proposito della testimonianza, che 1’anima rende naturalmente all’esistenza di un Dio solo. Anche lo scopo n’è il medesimo, cioè la difesa della Religione Cristiana. Le altre opere di Tertulliano sono per la maggior parte state composte dopo la sua caduta. Debbonsi distinguere quelle nelle quali attacca la Chiesa Cattolica, da quelle nelle quali combatte gli eretici relativamente ad alcune verità, su delle quali i Montanisti e i Cattolici erano d’accordo. Queste ultime contengono cose pregevolissime. Così: 1. Il Trattato contro Marcione, merita d’ essere guardato come un tesoro d’antica Teologia — 2. Il Trattato contro Prassea, in cui Tertulliano difende la fede della Trinità SS.a a fronte di quell’eretico, che, dopo d’avere abiurato il suo errore, vi ricadde di nuovo. Gli scritti di Tertulliano condannati dalla Chiesa sono: i libri della Monogamia, dove condanna come illecite le seconde nozze — della Pudicizia, dove sostiene, che chi ha violato le leggi della castità non può essere riconciliato con Dio – quello dell’Anima, in cui dice ridicole cose della di lei natura. Quello del Pallio, e prende a dimostrare che aveva avuto ragione di lasciare la veste romana per assumere il pallio filosofico. V’ha molta erudizione in quest’Opera, non vi è cosa contro la Chiesa, ma non vi si trova tutta la gravità e saviezza che si vorrebbe aspettare da un uomo di riputazione sì grande. Nei libri della Corona e della Fuga egli insegna contro il sentimento dei Cristiani che non era permesso ai soldati cristiani di portare sul capo una corona d’alloro, né di fuggire la persecuzione. Scrisse finalmente sei libri intitolati dell’estasi, il soggetto dei quali si è di sapere se i Profeti veri conservavano sempre la libertà dello spirito e del giudizio, come dicevano i Cattolici contro Montano. Questi sei libri sono perduti, come anche la risposta ch’egli fece a S. Apollonio, che li aveva confutati. Tertulliano pretendeva che Dio per un effetto mirabile della sua provvidenza, avesse di nuovo mandato lo Spirito Santo, e riempitene i suoi servi come aveva promesso loro per bocca di Gioele; ch’Egli aveva preparato questo rimedio contro l’incredulità degli eretici e la debolezza dei Cattolici ch’egli chiama psichici, cioè, carnali. Tertulliano si divise finalmente dai Montanisti, e fece Assemblee particolari; vi erano ancora suoi seguaci a Cartagine 200 anni dopo, e Dio si servì di S. Agostino per farli rientrare in grembo alla Chiesa Cattolica. – Abbiamo varie edizioni delle sue Opere. Quelle di Rigault e Pamilins sono le più stimate.

J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (15)

CAPITOLO XXIX

DISEGNO D’UNA BIBLIOTECA CLASSICA CRISTIANA

Allevare i giovinetti nello spirito della società, di cui essi sono i figliuoli e di cui esser devono i continuatori, tale è la prima legge che il buon senso indica ad ogni popolo. Allevare cristianamente i membri d’una società cristiana, è l’applicazione necessaria di questa gran legge. L’educazione si fa colla trasmissione delle idee; la trasmissione delle idee si fa colla parola scritta o parlata. La parola scritta, la sola di cui qui ci occupiamo, si fa coi libri che si pongono in mano al giovinetto, dei quali lo si forza a nutrirsi durante più anni, che gli sono spiegati con cura, che gli si presentano come modelli, che è obbligato di sapere a menadito, in guisa di riprodurli nel suo linguaggio, e d’invocarli al bisogno come confermazione dei suoi pensieri e dei suoi giudizii. Tutti i popoli capirono l’influenza decisiva di questa parola scritta, sui destini dell’avvenire. I cristiani parteciparono come gli altri, dirò più degli altri, a questo buon senso che fa dipendere le idee ed i pubblici costumi dall’insegnamento dato alla gioventù. Gelosi di conservare intatto il sacro deposito della religione, essi allontanarono con un’estrema sollecitudine dalle labbra delle generazioni nascenti la tazza, per splendida che fosse, la quale contenere potente veleno. Questa condotta ò una legge, alla quale bisogna che noi ritorniamo sotto pena di perire. Ora, lo vedemmo, i soli libri classici, messi in mano alla gioventù dai padri nostri, sono: le Sacre Scritture, gli Alti dei martiri, e le opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa. L’ammirabile loro sapienza si mostra qui sotto due aspetti ben gloriosi. Cristiani prima di tutto, e riconoscendo l’esistenza di una letteratura cristiana, come si riconosce, aprendo gli occhi, l’esistenza del sole, essi volevano che i loro figliuoli destinati ad essere cristiani come i padri loro, imparassero dapprima la lingua e la letteratura della società cristiana. Di più, sapevano che l’educazione è il tirocinio della vita. Per loro, la vita era cosa seria. Essa era una lotta continua, una lotta gigantesca, una lotta a morte contro il male. Sotto pena di essere vinto ed infelice di qua e di là dalla tomba, ogni cristiano deve essere un eroe. Nessuna cosa pareva loro più propria a fare dei loro figliuoli tanti eroi, quanto i possenti insegnamenti usciti dalla bocca di Dio stesso; quanto gli eroici esempi dei loro avi; quanto i sublimi incoraggiamenti di quegli immortali dottori, di quei Santi dell’Oriente e dell’Occidente che parlano colla triplice autorità della scienza, dell’eloquenza e della virtù. Cinquanta generazioni, come il mondo non ne vide mai, sono il glorioso monumento della giustezza del loro calcolo. – Fortemente nutriti del sugo cristiano, i loro adolescenti ottenevano il permesso di percorrere il mondo pagano, d’interrogare i suoi uomini, le sue arti, i suoi monumenti, i suoi costumi e le sue leggi. I nuovi ebrei potevano allora visitare l’Egitto, non solo senza correre pericolo di diventare suoi schiavi, ma ancora con la giusta fiducia d’impadronirsi delle sue ricchezze, per farle servire all’ornamento del tabernacolo. Così si trovavano conciliali e l’integrità dello spirito cristiano, ed il compiuto sviluppo della scienza. È chiaro: per i nostri padri tutto cominciava, tutto finiva colla religione. Tale è, per mille motivi, il cammino al quale bisogna imperiosamente ritornare. – Dapprima, pei popoli, quali essi siano, la religione è tutto. Il libro che la insegna deve essere il primo nelle mani del fanciullo, e l’ultimo nelle mani del vecchio. Tranne nei nostri tempi moderni, che non sono caduti nel caos se non per averla sconosciuta, sempre e dappertutto questa verità fu compresa e praticata. – Fra gli Ebrei, la Bibbia era tutto. Con la tradizione che la spiega, essa compone la scienza nazionale. Difesa sino al sangue, essa è rispettata come l’arca santa, amata come la patria. Fra i Maomettani, la legge del Profeta, accompagnata da qualche commento, è il libro unico. In questo libro il fanciullo impara a leggere, il giudice cerca la ragione delle sue sentenze, l’uomo d’ogni condizione e d’ogni età la sua regola di condotta. Libro sacro! Quando i fanciulli sono giunti a conoscerne un capitolo, è un avvenimento, che si celebra con una pubblica festa. Posto su d’un ricco veicolo, circondato da faci, il libro nazionale è portato in trionfo nelle vie, seguito dai fanciulli e dai maestri, salutato con rispetto dai parenti e dalla intera popolazione: la gioia è nel cuore della società, di cui questa manifestazione annuncia la perpetuità dello spirito che l’anima. Dopo lo studio d’ogni capitolo, la festa ricomincia. – Ora, per le nazioni cristiane, l’Evangelio è lutto: esso è la loro vita intellettuale, morale, domestica, civile, politica, letteraria, artistica, scientifica; in questo immenso oceano di luce esse devono vivere come il pesce nel mare. La Chiesa cattolica, loro madre, non cessa di proclamare questa grande verità. Non una vi ha delle sue solenni adunanze, in cui essa non collochi su d’uno splendido trono il libro degli oracoli religiosi e sociali. Pure, bisogna dirlo, da più secoli l’Evangelio è nulla, o quasi nulla nella nostra pubblica educazione. Come stupirsi ch’esso sia più nulla o quasi nulla nelle idee e nei costumi? Come stupirsi, in altri termini, che noi cessiamo d’essere cristiani? O ritornare a resipiscenza, o morire. Di più, lo stato presente del mondo non permette, a questo proposito, né ritardo né concessione. La rapida formazione di due grandi unità, quella del bene e quella del male, regine dell’avvenire senza rivali, non è più un problema per nessuno. Innalzato all’ultima sua potenza, il male si formula oggidì con una negazione assoluta. Una negazione assoluta non può combattersi se non da un’affermazione egualmente assoluta. Il Cattolicesimo, il Cattolicesimo in tutta la sua integrità, il cattolicismo professato da martiri, può solo lottare contro la società del male. Ma una cosa sola può ricondurre in tutto il suo vigore ed in tutta la sua purezza il Cattolicesimo in seno all’Europa, cioè un’educazione fortemente cattolica. – Simile educazione non è possibile se non con classici cristiani. Per conseguente, noi supplichiamo che si voglia ben ripigliare per evangelio, in fatto di educazione, la condotta dei secoli cristiani. Ciò posto, ecco le nostre idee ed il nostro disegno. – Pei popoli cristiani, noi l’abbiamo detto, l’Evangelio è tutto. Tutto deve uscire di là, tutto deve ricondurre colà. Intorno a questo divino perno deve evidentemente girare tutto quanto il sistema della educazione. Ora, l’Evangelio è un centro posto in mezzo al mondo, al quale riescono per due correnti opposte i secoli che lo precedono ed i secoli che lo seguono. Per iniziare il fanciullo alla conoscenza dell’Evangelio, noi gli facciamo studiare nel più bello fra i libri la preparazione quattro volte secolare di questo gran fatto. I magici racconti della Bibbia, non già in un latino del secolo 18°, ma nel latino primitivo e consacrato della Volgata, diventano il primo libro della sua vita di collegio, come furono il primo libro della sua vita di famiglia. Di più, l’Evangelio è un codice, ed il fanciullo lo studia. Ogni codice vuol essere spiegato. Le opere dei Padri ne sono il commento verbale il più perfetto, ed il fanciullo se ne nutrisce. Gli Atti dei Martiri e dei Santi ne formano la spiegazione pratica, ed il fanciullo la conosce; e la sua vita diviene evangelica. Tale è il principio che ci ha servito di bussola. Quanto al nostro disegno, eccolo in poche parole:

1° Supponendo che si mantenga la divisione per classi, tutti i classici, sino alla quarta inclusive, debbono essere cristiani. È d’uopo tutto quel tempo, almeno coll’attuale metodo d’insegnare le lingue, per insegnare convenientemente il latino cristiano ed iniziare allo studio della lingua greca cristiana. Inoltre esso è necessario per nutrire fortemente di Cristianesimo le giovani generazioni, uscite troppo spesso da famiglie poco cristiane e destinate a vivere in una società che è ancor meno cristiana.

2° Partendo dalla terza sino alla rettorica, i classici possono essere cristiani e pagani. In questo momento lo studio del paganesimo offre minor pericolo, poiché, secondo il detto di Tertulliano, lo spirito ed il cuore dei fanciulli sono sodamente temprati alle fonti cristiane. D’altra parie, questo tempo basta per studiare e per leggere gli autori profani, in quanto lo richiede l’esame del baccellierato.

3° Quanto alla scelta particolare dei classici cristiani, noi diremo solo qui, che fu deciso, dopo maturo esame e molti consigli, che l’esecuzione letteraria di questo importante lavoro sia affidata ad uomini, i cui lumi e la cui esperienza offrono al clero ed ai laici tutti i pegni di fiducia che si possono desiderare. Possiamo inoltre affermare che nel suo complesso tale scelta è buona, ottima; e lo possiamo affermare senza essere accusati di vana pretensione. Da un lato noi la troviamo indicata anticipatamente da tutta la tradizione cristiana; dall’altro lato essa è formalmente raccomandata dalla Chiesa.«L’uomo essendo inclinato al male sin dalla puerizia, dice il 5° Concilio generale del Laterano, l’educazione della gioventù è cosa della maggiore importanza. Perciò noi decretiamo e regoliamo che tutti i maestri di scuola ed i professori siano tenuti non solo d’insegnare ai fanciulli ed ai giovani la grammatica, la retorica ed altre cose simili, ma eziandio che siano obbligati ad istruirli nella religione, ed a far loro conoscere gli inni sacri, i salmi e le vite de Santi; di più, è loro proibito, nei giorni festivi, di insegnare a quelli altra cosa, tranne ciò che spella alla religione ed ai buoni costumi (Conc. Laler. V, sess. VIII, an. 1512). Più tardi noi sentiamo il santo Concilio di Trento, questo grande ristoratore della Chiesa e della società, esprimersi in termini non meno formali sulla necessità dello studio classico della Scrittura, non solo nei seminari, ma ancora nei collegi o pubblici ginnasi. I motivi sui quali si appoggia l’augusta assemblea sono gli stessi da noi esposti nel corso di quest’opera: lo studio del codice sacro è necessario alla difesa ed all’accrescimento della fede, alla conservazione ed alla propagazione della sana dottrina; in una parola, se non si nutre di Cristianesimo la gioventù, la società cesserà d’essere cristiana (Sess. V). Tale è il giudizio dell’immortale Concilio. – Il lettore vedrà che noi non siamo novatori: i novatori sono quelli che introdussero il paganesimo nell’educazione; né uomini d’immaginazione e discepoli del nostro senso privato : gli uomini d’immaginazione sono quelli che credono conservare cristiane le generazioni da essi saturate di paganesimo ed alle quali lasciano ignorare il cristianesimo; i discepoli del senso privato sono quelli che, spregiando e la pratica costante delle età di fede ed i precetti della Chiesa universale, impongono le loro teorie siccome regole infallibili. Si concederà pure, amiamo sperarlo, che i l bisogno il più imperioso del tempo nostro quello sia di rendere cristiana la educazione, e per conseguenza di familiarizzare di buon’ora le nascenti generazioni con le idee, con gli uomini, con i fatti, con gli esempi, con le massime, con gli scritti, in cui trovasi con maggiore abbondanza e purezza il sugo vivificatore del Cristianesimo. Finalmente, quando la scelta dei classici sarà conosciuta, si concederà, lo speriamo, che la indicata biblioteca sia tale da raggiungere questo scopo necessario. – Ma non si mancherà di chiederci perché noi la pubblichiamo, mentre già si pubblicano classici cristiani? Non è forse ciò un voler fare un libro a fianco ad un libro parimente buono? Ecco in due parole la risposta. Noi pubblichiamo siffatta biblioteca, perché cosa indispensabile il dare all’insegnamento un seguito logico che assicuri il buon esito dello studio, graduando il lavoro, ed uno sviluppo sufficiente per nutrire di Cristianesimo tutte le facoltà della gioventù, dal suo entrare in collegio sino al suo uscirne. – Ora, i saggi comparsi sinora, sebbene utili in sé, sebbene concetti colle più lodevoli intenzioni, ci sembrano lungi dal soddisfare alla doppia condizione. Da un lato essi si limitano ad alcuni tratti isolati, che annegati in mezzo ai libri pagani, non possono dare alcun serio risultato né sotto il riguardo letterario, né sotto il riguardo morale. I pregevoli autori di quegli opuscoli non tennero conto abbastanza, almeno così ci sembra, dell’esistenza benissimo distinta delle due lingue latine. S’essi l’avessero riconosciuta, come non avrebbero essi visto che, facendo camminare di pari passo lo studio del latino cristiano e lo studio del latino pagano, il giovinetto non imparerebbe altro che un gergo, barbara composizione dell’idioma cristiano e dell’idioma pagano? Non è forse ciò un voler fare studiare in pari tempo l’italiano e lo spagnolo, per esempio? Questo miscuglio, sgraziato nel risultato, accresce singolarmente la difficoltà nella pratica. Quale confusione ancor più deplorevole non deve produrre nello spirito del giovinetto lo studio simultaneo delle idee pagane e delle idee cristiane? Dove sarà per esso la pietra di paragone che gli farà discernere la vera virtù, la vera gloria, la vera saggezza, da quella che non ne ha che l’apparenza? Prima di lasciargli frequentare i pagani, aspettate (come vuole san Basilio) ch’egli sia fortemente cristiano. – Considerato sotto un altro riguardo, questo miscuglio di Cristianesimo e di paganesimo è un sistema all’atto logoro. Al punto in cui siamo, non vi sono più oggidì nella educazione, nonché in religione, in politica, in filosofia ed in tutto il rimanente, se non due sistemi in piedi: il sistema cristiano ed il sistema pagano; cattolicesimo o socialismo; tutto o nulla. Uomini e cose, tutto ciò che non è , tutto ciò che non sarà francamente l’uno o l’altro, o non conta più, o è morto prima d’essere nato. D’altra parte, i trattati o brani, di cui si tratta, mancano di gradazione logica. Infatti, essi offrono a studiare, ad esempio, S. Girolamo prima di S. Gregorio. L’opposto deve avere luogo. L’immortale pontefice è il tipo della bella latinità cristiana. Soltanto dopo averlo bene studiato si può, senza pericolo pel gusto letterario, passare a S. Girolamo, il cui stile rammenta ancora spessissimo la forma pagana. I l dottore di Betlemme deve essere la transizione tra la lingua cristiana e la lingua pagana. Tale è i l posto ch’egli occupa nella nostra biblioteca.

CAPITOLO XXX

VANTAGGI PARTICOLARI DI QUESTA BIBLIOTECA

Facendo rientrare logicamente, gradualmente, compiutamente il Cristianesimo nella educazione, noi facciamo rientrare negli animi il gusto del bello, poiché, amiamo dirlo di nuovo, il bello è lo splendore del vero. Questo scopo, oggidì sì desiderevole, è raggiunto in modo tanto più certo in quanto tutti i nostri classici sono, sotto il punto di vista meramente letterario, al di sopra d’ogni paragone. Ci sia permesso d’insistere su questo punto importante. L’influenza del paganesimo fu tale che un gran numero di persone perdettero il gusto del bello in fatto di letteratura cristiana, ancor più che non in fatto di pittura e di architettura. Ora, lo ripetiamo; la Sacra Scrittura, gli Atti dei Martiri e le opere dei Padri, tali sono i modelli che noi proponiamo alla gioventù.

La Scrittura. Se l’eccellenza dello stile dei libri sacri su quanto noi abbiamo di più perfetto fra i migliori scrittori di ogni tempo, potesse essere dubbia agli occhi di qualcheduno, o prevenuto, o superficiale, o indifferente, noi lo preghiamo di meditare il seguente passo di un autore non sospetto. Ecco il paragone che Sterne fa tra l’eloquenza profana e l’eloquenza Sacra: « V’hanno, dice il celebre scrittore inglese, due sorta di eloquenza, una delle quali appena ne merita il nome. Essa consiste in un numero fisso di periodi acconciati e compassati, e di figure artificiali, in diamantate di paroloni pretensiosi. Questa eloquenza abbaglia, ma rischiara poco l’intendimento. Ammirata, affettata dai semi-dotti, il cui giudizio è così falso come ne è viziato il gusto, essa è del tutto estranea agli scrittori sacri. Se fu sempre riguardata come al di sotto dei grandi uomini di ogni secolo, quanto (a più forte ragione) dovette sembrare indegna di quegli scrittori che lo spirito d’eterna sapienza animava nelle loro veglie, e che dovevano raggiungere quella forza, quella maestà, quella semplicità che l’uomo solo non raggiunse mai! « L’altra sorta di eloquenza è affatto contraria a quella che ho censurato, e caratterizza veramente le Sacre Scritture. La sua eccellenza non deriva da un linguaggio lavorato e recato da lungi, ma da un misto meraviglioso di semplicità e di maestà: doppio carattere così difficilmente riunito, che ben raramente si trova nelle composizioni puramente umane. Le sacre pagine non sono caricate di ornamenti superflui ed affettati. L’Essere Infinito, avendo voluto acconsentire a parlare il nostro linguaggio per recarci la luce della rivelazione, si compiacque dotarlo di quelle forme naturali e graziose, che penetrar dovevano nelle nostre anime. – « Osservate che i più grandi scrittori dell’antichità, vuoi greci, vuoi latini, perdono infinitamente delle grazie del loro siile quando sono tradotti nelle nostre lingue moderne. La famosa apparizione di Giove nel libro I di Omero, la sua pomposa descrizione d’una tempesta, il suo Nettuno che fa crollare la terra e che la squarcia per metà sino al suo centro, la bellezza dei capelli della sua Pallade; tutti questi passi, in una parola, ammirati di secolo in secolo, appassiscono e spariscono quasi del tutto nelle traduzioni latine. Si leggano le traduzioni di Sofocle, di Teocrito, di Pindaro stesso: vi si troverà egli altro se non alcune vestigia leggiere delle grazie che ci rapirono negli originali? Concludiamo con dire che la pompa dell’espressione, la soavità dei numeri e la frase musicale costituiscono la maggior parte delle bellezze dei nostri classici autori, mentre quelle delle nostre Scritture consistono piuttosto nella grandezza, delle cose stesse che non in quella delle parole. Le idee vi sono così sublimi di loro natura, che devono sembrare sublimi per necessità nel loro modesto abbigliamento: esse brillano attraverso le più deboli e le più letterali traduzioni della Bibbia ». Quale eloquenza più degna delle anime serie e dei popoli cristiani!

Gli Atti dei Martiri. Dopo la Scrittura, nulla vi è più degno d’ammirazione e di rispetto degli Atti dei Martiri. Se i libri sacri sono dovuti all’ispirazione di Dio stesso, le risposte dei martiri agli interrogatori dei giudici furono, giusta la promessa del Salvatore, dettate dallo Spirito Santo. Sotto il punto di vista puramente letterario, esse presentano lo stesso genere di bellezze della Bibbia. La semplicità delle parole e l’eloquenza delle cose ne formano i l continuo e sublime carattere. In faccia ai padroni del mondo, armati di sofismi, di minacce, di promesse, seguiti da un lungo corteggio di littori, di proconsoli, di prefetti, di giudici, di carnefici e di belve feroci, voi scorgete uomini del popolo, donne, fanciulli, poveri schiavi ridurre al nulla, colla semplicità, colla fermezza, colla chiarezza del loro linguaggio, i sofismi dei filosofi, le questioni capziose dei magistrati, i discorsi patetici dei parenti afflitti. A misura che il coraggio del martire s’innalza all’eroismo, il suo carattere si spiega, la sua parola sfavilla in tratti della più sublime eloquenza. Diventando più stringente, il dialogo diventa più vivo, più interessante. E la grandezza della causa che si discute, ed il contrasto tra la forza del tiranno e la debolezza della vittima, tra la brutalità ed il furore dell’ uno, e l’innocenza e la calma dell’altra, tutto ciò commuove alle lacrime i cuori i più freddi, cioè tutto il dramma finisce col raggiungere la più alta poesia. Sublimità e semplicità, unzione e vigore, grazia ed ingenuità, rapidità che trascina e particolarità commoventi, tali sono le doti letterarie che caratterizzano il racconto di quelle tenzoni senza esempio nei fasti del mondo. Da ciò viene che gli Atti de’Martiri, come tutto quello che è veramente bello di fondo e di forma, godono del privilegio di appassionare i fanciulli medesimi e di fare le delizie dei più grandi uomini dei secoli i più celebri. Fra mille esempi potrei recare quello di Santa Teresa; ma tutti lo conoscono. Fra mille testimonianze, citerò solo quella del celebre Giuseppe Scaligero. « La lettura degli Atti dei Martiri, dice quel dotto critico, è sì commovente, che lo spirito non può mai sfamarsene. Ognuno può averlo provato secondo il grado di sensibilità e d’intelligenza di cui egli è dotato; ma per me, confesso che nulla mai lessi nella Storia ecclesiastica, a più forte ragione nella storia profana, che abbia eccitato nel mio cuore moti sì straordinari ad una e sì violenti, che nel lasciare cotal libro non conosco più me stesso (Annot. ad Euseb., Hist. Eccl.) ».

I santi Padri. Quasi sulla stessa linea della Scrittura ispirata da Dio, delle risposte dei martiri dettate dallo Spirito Santo, compaiono i Padri della Chiesa. I loro scritti sono i monumenti i più insigni del Cristianesimo ed i più bei titoli di gloria del genio dell’uomo. Gli insegnamenti, le parole di quegli uomini, se pure si deve dar questo nome a quegli esseri eccezionali che paiono innalzarsi sino al cielo per contemplarvi la verità, sono ben meno gli insegnamenti e le parole di semplici particolari, che non gl’insegnamenti e le parole della Chiesa universale. Ivi i cristiani d’ogni secolo e d’ogni stato possono imparare ciò che si deve rigettare, ciò che si deve conservare, ciò che si deve odiare, ciò che si deve amare, ciò che si deve evitare, ciò che si deve fuggire, ed anche ciò che si deve ammirare sotto il punto di vista puramente umano della poesia e dell’eloquenza. A giusto titolo pertanto quei geni incomparabili, quei grandi uomini, da Dio suscitati per essere insieme i custodi e gli interpreti del Testamento del suo Figliuolo, sono chiamati nella storia gli specchi della eterna luce, gli organi dello Spirito Santo, i troni della sapienza, gli araldi dell’impero di Dio, le colonne della religione, i vendicatori della verità, i modelli della virtù, i duci del popolo cristiano, i maestri del genere umano, le faci della Chiesa, i fari dell’universo. Ma ciò che bisogna notare qui, si è che gli scritti dei Padri non solo sono fonti di sapienza divina, ma anche tesori di eloquenza e d’erudizione d’ogni genere. Su questo punto non v’ha che una voce nel mondo veramente dotto. Persino gli uomini i più classici del secolo il più appassionato pei Greci e pei Romani pagarono il tributo di loro ammirazione al letterario ingegno dei Padri della Chiesa.: « – Un Padre della Chiesa, un Dottore della Chiesa! grida Labruyère: quali nomi! quale tristezza nei loro scritti! quale aridità! quale fredda divozione! E forse quale scolastica! – dicono coloro che non li hanno mai letti. Ma piuttosto quale stupore per tutti coloro che si sono fatta un’idea dei Padri della Chiesa sì lontana dal vero, se vedessero nelle loro opere maggiore Unitezza e delicatezza, maggiore polito e spirito, maggiore ricchezza di espressione e maggiore forza di ragionamento, tratti più vivi e grazie più naturali, che non se ne notano nella più parte dei libri di questo tempo, i quali sono letti con gusto, i quali danno rinomanza e vanità ai loro autori! Qual piacere di amare la religione e di vederla cresciuta, sostenuta, spiegata da sì bei geni e da sì sodi spiriti, specialmente quando si viene a conoscere che, per la copia delle cognizioni, per i principi della più pura filosofìa, per la loro applicazione ed il loro sviluppo, per la giustezza delle conclusioni, per la dignità del discorso, per la bellezza della morale e dei sentimenti, nulla v’è, ad esempio, che paragonar si possa a Sant’Agostino se non forse Platone e Cicerone! (Caratteri, t. 1; Degli Spiriti forti, p. 153.) ». Non voglio cavillare col mio autore; pure sarei tentato di chiedere a Labruyère dove abbia veduto che Platone e Cicerone siano paragonabili a Sant’Agostino per la copia delle cognizioni, pei princìpi della più pura filosofia, per la bellezza della morale e dei sentimenti? Iddio perdoni al Rinascimento, di cui qui vedesi l’influsso sugli animi i più sodi. Da tali considerazioni generali sul merito letterario dei nostri classici cristiani passiamo a qualche osservazione particolare. Faremo notare dapprima che il numero di siffatti scrittori è assai piccolo. L’esperienza dimostra che il mezzo d’imparare una lingua non è già di studiare molti libri, ma di studiarne uno buono, e di studiarlo a fondo, in modo che il pensiero dell’autore e la forma del suo pensiero ritornino naturalmente e senza sforzo allo spirito, quando bisogna pensare, scrivere o parlare. Come da per tutto, qui pure si verifica la massima: Timeo doctorem unius libri. Poscia i nostri classici, già sì poco numerosi, si riducono quasi all’unità; poiché, dopo aver servito allo studio della lingua latina, servono ancora allo studio della lingua greca. Noi amiamo credere che nessuno dubiti dell’immenso vantaggio che ne deriva. Da un lato, il giovinetto vi trova grande facilità per imparare il greco, poiché è anticipatamente in relazione cogli autori dei quali già conosce tutti i pensieri; dall’altro lato è quasi impossibile che non conservi gli insegnamenti che gli si danno, sotto forme diverse, durante tutto il corso dei suoi studi. Finalmente i libri indicati come soggetti di lettura latina e greca daranno, se utile si crede, tutta la desiderabile varietà al lavoro del giovinetto. In pari tempo che gli faranno conoscere il modo dei vari autori, lo obbligheranno ad acquistare una seria cognizione delle letterature greca e latina. Ecco il nostro pensiero: Noi desideriamo che si appianino al possibile le difficoltà che s’incontrano nel cammino del discepolo; che sia liberato dal lavoro sì lungo, sì fastidioso e quasi sempre sì ingrato e talvolta sì pericoloso, di sfogliettare i dizionari. Basta per ciò dargli a viva voce sia il senso preciso di una parola, sia la spiegazione di una cosa ch’egli cercherebbe a lungo senza sicura speranza di trovarla egli stesso. Nulla pare più conforme di ciò al cammino della Provvidenza nello studio delle lingue, né più efficace per farvi rapidi progressi, preservandolo dal doppio flagello della nausea e della noia. Nondimeno, siccome si dovrebbe temere che tale metodo rendesse pigro l’intendimento, questo pericolo si sfugge facendo fare al giovinetto letture greche e latine, ch’egli solo deve capire e di cui è obbligato a rendere conto. – Aggiungeremo ancora (tanto oggidì ci pare necessario di cristianizzare l’educazione) che bisogna insegnare cristianamente anche gli autori pagani. Ecco come riuscirvi. Invece di darli, come troppo sovente si fece dopo il Rinascimento, per modelli finiti di virtù reali, bisogna avere cura di far notare l’imperfezione della loro sapienza, della loro forza, della loro prudenza, della loro temperanza, delle loro intenzioni e dei loro sensi, paragonando tutte queste cose con gl’insegnamenti della fede. Suppongo, ad esempio, che si spieghi il trattato De Amicitia di Cicerone. Per far risaltare l’inferiorità dell’amicizia naturale, si leggeranno i precetti di carità quali sono esposti nel catechismo del Concilio di Trento, oppure si mostreranno i veri caratteri di questa virtù, spiegando il 13° capitolo di San Paolo, nella prima ai Corintii. Parimente, quanti vantaggi pel discepolo, se alla lettura dei Commentarli di Cesare si unisse la spiegazione delle guerre sante di Giosuè, di Davide e dei Maccabei! Da un lato, il fanciullo vede e la giustizia che deve presiedere alla guerra, e la Provvidenza e la forza del braccio di Dio; dall’altro, gli errori dei grandi capitani del paganesimo, i quali per una vana gloria o per un vile interesse si credevano in diritto di sguainare la spada e di recare la desolazione per tutto l’universo. Quali sapienti, quali santificanti confronti da stabilire tra gli eroi della Grecia e di Roma, ed i grandi imperatori e i grandi capitani cristiani: Teodosio, Carlo Magno, San Luigi, San Stefano d’Ungheria, Vasco de Gama, Albuquerque e molti altri! Finalmente la superiorità del Cristianesimo spiccherà di per sé, se il professore avrà cura, quando s’imbatte in un sentimento od in un principio erroneo di un autore pagano, di provarlo alla pietra di paragone dell’Evangelio. Così, quando Cicerone si loda di per sé, o quando prodiga lodi altrui, bisogna dimostrare che quella lode è falsa, indegna di un’anima cristiana, che cercar deve per ricompensa non già l’adulazione, ma la vita eterna, e deporre tutte le sue corone ai piedi di Colui, da cui proviene ogni dono perfetto. Così ancora, quando Cicerone nei suoi Officii dice che nessuno deve vendicarsi, a meno che non sia provocato, o che non abbia ricevuto un insulto; qual magnifico campo aperto al professore per dimostrare la superiorità della legge cristiana, e per spiegare agli occhi dei giovinetti i grandi dettami del Calvario! – Ecco pel fondo. Che dirò io della forma? Facendo ammirare la frase numerosa di Cicerone, il maestro avrà cura di dire che tutta quella abbondanza di parole, che tutta quella pompa asiatica, oltre ad essere lontana dal convenire ad ogni argomento, è spesso indegna del cristiano, il quale sa che l’eloquenza ben più si trova nelle cose che non nelle parole, e che la parola fu data all’uomo, non già per procacciargli vane lodi, ma per servire alla gloria di Dio ed al vantaggio del prossimo. – Questo semplice saggio ci sembra bastare per far capire che cosa noi intendiamo per « insegnamento cristiano degli autori profani ». Ci si permetta di fare qui una osservazione di alta importanza. Non solo sui discepoli i classici cristiani possono esercitare il più salutifero influsso, ma ben anche sui maestri. Quasi sempre echi dei due mondi, gli autori cristiani, e specialmente gli Atti dei Martiri, aprono agli occhi dei professori un immenso orizzonte; essi danno loro così il mezzo naturale di sviluppare tutti i loro tesori di erudizione cristiana e pagana, o li obbligano a farne ampia provvigione, per potere soddisfare alle spiegazioni rese necessarie sia dal testo stesso dell’opera, sia dalle domande degli scolari. Per grande che sia, un tal vantaggio è però soltanto secondario. Mentre il continuo studio degli autori pagani inaridisce il cuore e talvolta lo corrompe, falsifica il giudizio, altera il gusto, e rende incompiuto l’uomo; lo studio degli autori cristiani nutre il cuore e lo santifica, forma il giudizio, purifica il gusto, rende pratico l’uomo, e di necessità ne fa un essere utile alla società. Diciamo, per finirla, che lo studio delle lingue vive diventando ognora più generale, e sembrandoci esso entrare nei consigli della Provvidenza sui tempi attuali, crediamo di rendere un vero servigio, osiamo dire, all’Europa intera, facendo dei nostri classici latini e greci altrettanti classici francesi, inglesi, tedeschi, italiani e spagnoli. Tradotti in tutte codeste lingue, non solo ne agevolano lo studio, ma nutrono ancora tutta la gioventù europea dello stesso pensiero, l’abbeverano dell’acqua medesima, la cibano dello stesso pane, la vivificano nello stesso battesimo. Ora, un tal pensiero è eminentemente bello, eminentemente sociale, poiché è eminentemente cristiano. O non rimane più alcun mezzo di ricondurre l’Europa a. quella forte unità di fede che per dieci secoli le valse la possanza, la pace, la gloria; a quei princìpi tutelari d’obbedienza e di abnegazione, senza di cui nessuna società è possibile; o bisogna concedere che il mezzo proposto sia il solo veramente efficace. Sia esso adoperato francamente ed universalmente, e ben tosto saranno uccisi il socialismo, il comunismo e tutti quegli errori spaventosi che minacciano di ricondurci al caos. Voi. avrete resa cristiana l’educazione: l’educazione — noi dimenticate — è la società, è l’avvenire, poiché essa è l’uomo tutto quanto di qua di là dalla tomba.

FINE DELL’OPERA

J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (13)

CAPITOLO XXVII

CONTINUAZIONE DELLA RISPOSTA ALLE OBBIEZIONI

La lingua latina cristiana non è più barbara della filosofia cristiana, dell’architettura cristiana, della pittura cristiana, dell’Arte cristiana: vogliate non dimenticarlo. Dando al mondo per modelli classici gli scrittori che la parlarono, non è questo dunque un ricondurre il mondo alla barbarie letteraria più che non vi sia ricondotto sotto il riguardo artistico, dandogli per tipo l’Arte cristiana. Voi credete che la nostra gioventù sarebbe barbara in fatto di latino ov’essa parlasse in tutta quanta la sua purezza l’idioma di San Leone, di San Gregorio, di San Bernardo e di San Tommaso. Davvero! voi avete ragione; essa sarebbe altrettanto barbara, né più né meno, quanto i nostri pittori che facessero quadri come il Beato Angelico da Fiesole, quanto i nostri architetti che edificassero templi come le cattedrali di Reims e di Colonia. Tutto codesto timore della barbarie non è dunque se non una chimera. Perciò, sotto il punto di vista meramente letterario, le nazioni moderne non hanno interesse veruno nel mantenere nella educazione il regno esclusivo del paganesimo. Vo più lungi, e dico che il loro amore pel latino e pel greco li obbliga a rannodare la catena infranta alla metà del secolo XV, ed a ristabilire nell’istruzione della gioventù il regno del Cristianesimo. Questa asserzione ci pone agli antipodi di coloro che pretenderebbero che la restaurazione delle lettere latine in Europa dati dal secolo XVI. Noi affermiamo all’opposto che simile restaurazione è anteriore a ciò che si chiama il Rinascimento ben più, che questa è l’epoca e la cagion principale del decadimento e della corruzione della lingua latina, come è l’epoca e la cagione del decadimento dell’arte. Tale è la doppia proposizione che bisogna ora stabilire per far giustizia compiuta della prima obbiezione. Durante tutto il medio-evo i classici furono esclusivamente cristiani; ma è falso, affatto falso, che a simile cagione si debbano il decadimento e la corruzione delle lettere latine, non più che quella delle scienze e delle arti. È dunque egualmente falso che tutte queste cose siano uscite dalla barbarie nel XVI secolo, sotto l’influsso del paganesimo. Al pari dell’arte pagana, la lingua latina pagana seguitò il muoversi della società pagana, di cui essa era l’espressione; ingrandì con quella, cadde con quella, come la forma cade e s’altera col fondo stesso che la sopporta e che la inspira. – Perciò appena Augusto discese nella tomba, e già sotto Tiberio, quando non vi era peranco vcrun classico cristiano, il latino comincia ad alterarsi. L’età dell’oro è bentosto seguita dall’età dell’argento, che non tarda a dar luogo a quella del ferro: tutti i monumenti letterari ne fanno fede. Se dunque, malgrado gli sforzi dei maestri i più segnalati, fra gli altri di Quintiliano, le lettere e le arti declinano nello stesso seno del paganesimo, lo ripetiamo, non lo si deve attribuire né all’uso dei libri cristiani, né all’influsso del Cristianesimo, ma piuttosto alle vicende dell’Impero e soprattutto alle dissensioni intestine, al contatto colle nazioni barbare, alle loro scorrerie ed al loro soggiorno in tutte le parti della repubblica, ed in ispecie alla corruzione generale dei costumi, la quale, un po’più presto od un po’ più tardi, ma inevitabilmente, trae seco la corruzione della letteratura e delle arti. Quindi, allorché i barbari, fattisi signori dell’antico mondo, ebbero coperto di mine il suolo saccheggiato, devastate le città, distrutte le scuole, bruciate le biblioteche, le lettere e le arti dovettero sparire quasi interamente. Qui pure non è né ai classici cristiani, né alla influenza del Cristianesimo che imputare si deve la barbarie in cui caddero lettere, arti e scienze. Al contrario; se alcun prezioso germe fu conservato, devesi renderne omaggio al Cristianesimo. Ritornata la calma, la Chiesa capì eh’ essa non aveva la missione di rifar la lingua pagana più che di risuscitare la società pagana. Sua prima cura, come lo indicammo, si fu di creare un novello mondo con gli infranti elementi del mondo pagano e con gli elementi ancor greggi del mondo barbaro. Si pose all’opera, persuasa che il novello mondo saprebbe col tempo crearsi una nuova lingua. La cosa infatti ebbe luogo; e noi crediamo avere stabilito che la nuova lingua, organo della società cristiana, fu per lo meno cosi perfetta come l’antica, organo della società pagana. – Egli è falso pertanto che la lingua latina, le scienze e le arti siano state ristorate in Europa dall’influenza de’classici pagani: come tutti sanno, il paganesimo nella educazione non data, se non dalla fine del XV secolo. Ora, più di trecent’anni prima di questa epoca, le lettere, le scienze e le arti erano state ristorate: che dico! si erano innalzate al più alto grado di perfezione. Prova ne sia che non v’ha ramo di scienza o d’arte, il quale non abbia generato capi d’opera, la cui perfezione non fu mai sorpassata. E giacché l’occasione ci si offre, ci sia permesso, raccogliendo i tratti sparsi in questa opera, di mostrare una buona volta e la magnifica realtà ed il meraviglioso segreto di cotale restaurazione, così sovente negata dagli uni e così male intesa dagli altri. Partiamo da un principio innegabile: la civiltà delle società non comincia né dalla coltura delle lettere e delle arti, né dalla costruzione dei teatri, né dalla eleganza del vestire, né dai comodi della vita materiale. Essa ha la sua origine ed il suo fondamento nei buoni costumi; i buoni costumi hanno per base l’esatta cognizione e la pratica fedele dei doveri della religione, secondo il detto della Scrittura: Inìtium sapieniiæ timor Domini. Infatti, il vero e il giusto sono il doppio fondamento della società: il bello non ne è se non il raggiare. Pertanto, solamente dopo essersi ben bene nutrita di sì sostanziosi alimenti, la società può darsi alla ricerca del bello, cioè allo studio delle lettere e delle arti. Così vogliono e la ragione e la logica. – Cosiffatto si fu il cammino intellettivo, seguito nel medio-evo dalle nazioni cristiane. Dopo le prime Crociate, le quali sì efficacemente contribuirono ai progressi dello spirito umano, si ebbe fretta di profittare della calma di cui godeva l’Europa. Liberi di darsi, secondo l’ordine dei sacri canoni, allo studio di tutte le scienze, i grandi intelletti che contenevano il clero ed i monasteri si concentrarono tutti con mirabile unanimità sulle scienze religiose e morali. Grazie ai loro sforzi, quelle alte scienze raffermate nella loro base, spiegate in tutte le loro parti, logicamente esposte nelle loro relazioni, presero un immenso sviluppo. Mentre oggidì tutta quanta l’umana attività concentrasi sul mondo fisico, il moto intellettuale di quella grande età si volse per intero verso le speculazioni della religione e della metafisica. Quindi ne viene che le numerose accademie, nate allora in tutte le parti d’Europa al soffio vivificante della Chiesa, non furono in origine se non scuole di teologia. – A questi magnifici studi Sant’Anselmo diede la forma, cioè la dialettica; Pietro Lombardo, più noto sotto i l nome di Maestro delle sentenze, procurò il fondo, estratto con un ammirabile lavoro dalle opere dei Santi Padri. L’ accrescimento venne loro da Alberto il Grande: la mano di San Tommaso e di San Bonaventura vi aggiunse la perfezione. Appena la scienza divina fu stabilita sovra un fondamento incrollabile, la filosofia fu costituita in modo non meno sodo. Aristotelica per la forma, ma cristiana nel suo oggetto, nei suoi princìpi, nelle sue dottrine, nel suo metodo, essa si manifestò con tutta la sua magnificenza nella Somma di San Tommaso. Qui la teologia e la filosofia si danno sempre la mano, si prestano un reciproco concorso e si mostrano talmente unite, che formano non so qual meraviglioso complesso, il quale non poté stancare l’ammirazione di sei secoli. Quest’opera è, infatti, la più bella che sia uscita dall’intendimento dell’uomo; opera angelica e quasi divina; ultimo limite del genio, fonte d’ogni scienza, tesoro d’ogni verità, confutazione d’ogni errore, arsenale d’ogni verità, esposizione la più vasta della religione cristiana, il più forte baluardo della Chiesa, gloria immortale dell’umano spirito, sola giudicata degna dai Padri del Concilio di Trento di stare a fianco dell’Evangelio, in mezzo alla sala delle loro auguste assemblee, onde togliere le difficoltà e terminare le controversie che potessero sorgere nella definizione dei dogmi cattolici. Dalla teologia, cioè dalla perfetta cognizione della legge divina e dalle relazioni sovrannaturali dell’ uomo con Dio, nacque la scienza delle leggi umane, cioè delle relazioni degli uomini tra loro. Non si rinviene dallo stupore, quando studiando i monumenti di questa età, si vede l’altezza alla quale era giunta la cognizione del diritto sia divino, sia umano, sia naturale, sia positivo, sia ecclesiastico, sia civile, sia politico. – D’altra parte, non si creda che le alte scienze, innalzate, come conviene, al posto d’onore nella estimazione e nell’amore dei nostri avi, assorbissero esclusivamente la loro attenzione. La religione e la società essendo poste al sicuro da ogni attacco, uomini di un grande sapere presero a scrutare tutte le parti del mondo fisico, affine di scoprire le proprietà dei corpi e di farle servire al vantaggio materiale ed anche ai piaceri della vita umana. In allora si scopersero tre cose, le quali, come fu detto, mutarono condizione, costumi, abitudini dell’universo: la stampa, la polvere e la bussola. Sì, codeste tre meraviglie, delle quali noi siamo così orgogliosi e di cui troppo spesso abusiamo, noi le dobbiamo a quei secoli che i moderni barbari non temono punto d’accusare di barbarie. Nell’ordine puramente fisico, i progressi non ristettero lì. Le matematiche, la geografia, l’astronomia, la chimica, la medicina, in una parola tutte le scienze naturali gettarono un vivo splendore, che servì ad illuminare la via percorsa dai secoli seguenti. Tali scienze si insegnavano pubblicamente dai più esperti maestri a migliaia di giovani intelletti: il che fece dare a quelle scuole illustri il nome di università. Contemporaneamente a questa universale restaurazione delle scienze camminava di egual passo la restaurazione delle lettere e delle arti. Lo stesso secolo che produsse San Tommaso, il dottore angelico, il principe de’ teologi, produsse Dante, il poeta divino ed il re di tutti i poeti. Per l’altezza del soggetto, per la magnificenza dello stile, pel vigore della espressione, per l’armonia del verso, la sua Divina Commedia si lascia addietro di molto tutte le opere poetiche dei pagani. Il mondo era ancora sotto il fascino di quella meravigliosa poesia, quando la voce di Francesco Petrarca si fece sentire. I suoi canti armoniosi non eccitarono minore ammirazione della forte composizione di Dante. Nulla v’ha di più vigoroso di Dante, nulla v’ha di più soave del Petrarca; nell’uno e nell’altro la poesia s’innalza al grado il più sublime. Ciascuno nel .suo genere è sì perfetto, che sorpassa od eguaglia almeno tutti i poeti che lo precedettero o che lo seguirono. (Faremo notare, coi più giudiziosi critici, che i lati deboli di quei due glandi poeti sono appunto quelli in cui essi vollero mescolare il paganesimo col cristianesimo. Questo miscuglio forma pure il pericolo di alcuni scritti del Petrarca.) – Quanto all’eloquenza, essa non era in uso se non nelle chiese. Dacché il governo dell’Impero romano era diventato privilegio di un uomo solo, e dacché il popolo non era più stato chiamato a dare il suo suffragio nelle pubbliche assemblee, l’eloquenza popolare era caduta; la sua caduta data dal regno dei Cesari. Lo stesso dicasi dell’eloquenza curiale. La sapienza della Chiesa aveva stabilito fra le nazioni cristiane quelle forme di giudizio, in cui più non si decideva sotto l’impressione della parola di un avvocato, subito e per così dire tumultuariamente, della fortuna e della vita degli uomini; ma in cui si procedeva lentamente, dopo maturo esame ed in seguito ai detti contraddittori delle parti. Quel genere di eloquenza, per nulla necessario, talvolta anche pericoloso, era pure caduto da secoli. Quanto all’eloquenza del pergamo, la sola quasi che fosse praticata, essa fiorì a meraviglia. I secoli posteriori non videro oratori che esercitassero sulle nazioni quell’impero prodigioso che fu privilegio di San Bernardo, di Sant’Antonio da Padova, di Guglielmo da Parigi, di San Bonaventura, di Giovanni Taulèro, di San Vincenzo Ferrerò, di San Lorenzo Giustiniani, di San Bernardino da Siena e di molti altri, la cui parola dominatrice regolava sovranamente e le cose dei popoli e le controversie dei re. – Ma come il cammino razionale del progresso va dallo studio delle scienze a quello delle lettere; così, esso trascorre dallo studio delle lettere alla coltura delle arti. Infatti, sebbene lettere ed arti esprimano le idee, le credenze, i costumi della società, le une con parole, le altre con segni, tuttavia, a quella guisa che il pensiero si manifesta più facilmente colla parola che non con statue o con quadri, così gli artisti non vengono se non dopo i poeti e gli oratori. – Ne risulta che le arti ricevono il loro impulso dalla letteratura, come la letteratura medesima riceve il moto dalle alte scienze. I secoli anteriori al Rinascimento confermano eloquentemente questa induzione. – A tale epoca l’ardente studio di tutti i generi di letteratura produsse la coltura ammirabile d’ogni arte. La pittura, ristorata nel secolo stesso di San Tommaso e di Dante, da Cimabue, fece magnifici progressi sotto l’influsso di Giotto, discepolo di Cimabue, degno di avere per panegiristi Dante stesso e Petrarca. Nello stesso XIV secolo, il Pisano la circondò di nuova gloria, e sul cominciare del secolo seguente, il Beato Angelico la innalzò alla perfezione. – Si fu nel cielo, per testimonianza di Michelangelo medesimo, che il Beato Angelico trovò il tipo delle sue inimitabili figure; in egual tempo che la pittura, la scultura e l’architettura salivano rapidamente all’ultimo termine della gloria. Infatti, Giotto ed il Pisano furono ad una pittori ed architetti segnalati. – Sì, e noi, noi diciamo senza un maligno piacere, si fu in quei secoli tanto diffamati che furono in ispecie costrutte quelle chiese, quelle cattedrali, quei Duomi, in cui il marmo, lavorato con infinita delicatezza, unisce gli svariati riflessi delle sue incrostazioni alle magnificenze della pittura; in cui la pietra ed il granito prendono, sotto lo scalpello dello scultore, le forme le più graziose e le più svelte, colla stessa agevolezza dell’argilla sotto le dita del vasaio; in cui la chimica, dando segreti sconosciuti prima e sconosciuti dopo, sospese colla mano del vetraio quei meravigliosi tappeti di porpora, d’oro e d’azzurro alle vaste finestre delle nostre venerabili basiliche: secoli per sempre barbari, in cui una quantità di monumenti, rimasti sinora senza rivali, innalzarono alla perfezione l’Arte cristiana in tutta la sua purezza. Sono inoltre onore del medesimo secolo non solo tutti gli altri incomparabili artisti del XV secolo, come Antonio da Messina, inventore della pittura a olio, il Donatello, l’Alberti, il Verrocchio, maestro di Leonardo da Vinci e del Perugino; ma ancora Leonardo da Vinci stesso, il Perugino, Bramante, Raffaello e Michelangelo. Infatti, benché questi artisti siano morti nel XVI secolo, pure ei cominciarono a fiorire nel XV, e dovettero alla scuola cristiana, fondata nel XIII secolo, e le loro idee ed i loro princìpi ed il fondamento della gloria immortale che si acquistarono. Per non citarne se non una prova, egli è un fatto nolo nelle vie del mondo dolio, che Raffaello e Michelangelo, principi degli artisti, si nutrivano di continuo, il primo della lettura del Petrarca, ed il secondo di quella di Dante. Quindi venne che Michelangelo riproducesse il vigoroso stile di Dante, e Raffaello lo stile grazioso e gentile del Petrarca. Perciò, cosa degna della più seria attenzione, tutti gli uomini immortali che dal secolo X I sino alla fine del XV innalzarono scienze, lettere ed arti ad un sì alto punto di perfezione, attinsero i loro princìpi, le loro idee, le loro regole e le loro ispirazioni dal Cristianesimo. Ciò che la stella fu pei Magi, la face della fede lo fu per ciascuno di loro. Si è unicamente alla sua luce ch’essi andarono debitori di percorrere con sicurezza, con facilità e con gloria la carriera aperta al loro genio. Un altro titolo di gloria pei secoli di fede, si è l’aver essi creato una scienza nuova, un’Arte nuova, esclusivamente cristiana ed appropriata alle nazioni cristiane, e non di aver fatto, come i secoli seguenti, una misera copiatura della scienza e dell’Arte pagana. – La stessa creazione avvenne in letteratura: nuovo omaggio ai secoli di fede. Primieramente, nulla è così vero come il dire che le tre più belle lingue d’Europa e del mondo, la lingua francese, la lingua italiana e la lingua spagnola traggono la loro origine dalla lingua latina. Ma devesi notare (il che non si nota se non da pochi) che cotali lingue non sono per nulla figliuole della lingua latina pagana, ma sì della lingua latina cristiana. . Esse ricordano non già la maniera di Cicerone, ma bensì la maniera di San Leone e di San Gregorio. Vi si ravvisa lo stesso taglio di periodo, lo stesso orrore per la vana abbondanza di parole; la stessa indole di sintassi, chiara e semplice (Quindi, fra mille esempi, venne il che, sempre espresso nelle nostre lingue moderne, e quasi sempre tolto nella lingua latina pagana.); lo stesso genere di stile, scelto, gradevole, grave; la stessa significazione per una quantità di parole, significazione nuova ed interamente cristiana; lo stesso uso delle grazie, casto e moderato; lo stesso modo a un dipresso quanto al numero, naturale e senza affettazione. Quindi ne viene che leggendo codeste belle lingue, uno crede di leggere San Girolamo nelle sue traduzioni sacre, o San Gregorio, Beda, San Pier Damiano, San Bernardo, San Tommaso e San Bonaventura. Qui non v’è illusione alcuna: da quelle fonti pure e feconde provennero infatti ed il genio e la sintassi dei nostri stupendi idiomi, ed anche la più parte di loro parole; vocabula manant parce detorta. Stessa origine per la poesia. Certo, non già in Omero, né in Virgilio, né in Orazio, né in Pindaro, ma nei Profeti e nell’Evangelio i padri della poesia francese, italiana e spagnola cercarono le sublimi loro idee, l’audacia loro felice, il loro modo di dipingere e di sentire, l loro stile, la loro elocuzione, il loro procedere. Non al Delius vates chiesero le loro ispirazioni, ma sì alla fede. Persino la forma della nostra moderna poesia ne indica l’origine cristiana. Differentemente dalla poesia pagana, questa poesia non misura i suoi versi né dai piedi, né dalla quantità lunga o breve delle sillabe, ma dal numero delle sillabe e dalla rima. Tale è, come tutti sanno, il carattere proprio della poesia di San Gregorio, di San Bonaventura, di San Tommaso e degli altri poeti latini dei nostri secoli di fede. Nessuno ignora che il ritmo da essi inventato è ancora quello della poesia moderna, soprattutto della poesia italiana. Nate dall’idea e dalla letteratura cristiana, le belle arti presero esse pure il suggello cristiano in tutta la sua purezza. Lo si trova non solo nei loro soggetti e nei loro motivi, ma ancora nel loro stile, nel loro genere di bellezze, nel fondo e nella forma delle loro opere. Ciò si vede specialmente nell’architettura cristiana che si chiama gotica. Vi sono ancora alcuni che la biasimano. Essi dicono: « Coll’arditezza o piuttosto colla temerità dei suoi concepimenti, quell’architettura stanca lo sguardo dello spettatore anziché adescarlo: colpisce penosamente l’anima, che getta in una specie di turbamento e di stupore. Tratta la pietra con libertà tale, scherza con tale audacia con tutti gli ostacoli, che non si ravvisa, né s’indovina il motivo di quei giuochi di forza, o piuttosto di quei capricci ». – La sola ignoranza può ragionare in tal guisa dell’architettura gotica. Tenere simile linguaggio si è un porre il proprio posto fra il volgo degli artisti, i quali non cercando nell’arte se non il piacere prosaico e sensibile dell’occhio e dell’immaginazione, lo considerano quale ultimo scopo dell’arte. Ciò è ad un tempo vergognoso e assurdo, poiché non è maggiormente permesso di dire che il piacere sensibile sia lo scopo ultimo dell’arte, che noi sia di affermare che i sensi e l’immaginazione sono tutto quanto l’uomo. – Del rimanente, non v’ha a stupirsi se i templi greci e romani hanno il privilegio esclusivo di eccitare l’ammirazione di simili giudici. Tale è la condizione, la natura, lo scopo di quei monumenti, che lasciano vedere a prima vista ed il segreto di loro armonia, ed i motivi del loro ordinamento. Nulla essi lasciano a indovinare; nulla nel loro complesso oltrepassa il livello dei sensi e delle volgari abitudini dell’anima; la loro nudità, la semplicità dei loro ornamenti dispensano da ogni fatica, da ogni studio l’anima del riguardante, e permettono alla sua immaginazione ed ai suoi occhi di riposare tranquilli in una vana contemplazione. Ecco perché consimili edifici sono belli di una bellezza puramente sensibile, ma nudamente di una bellezza morale ed intellettuale. Essi piacciono, ma non colpiscono guari: ricreano l’occhio e l’immaginazione, ma non innalzano l’anima al di sopra delle basse regioni della vita sensibile; non eccitano nella stessa alcun moto divino, non le ricordano alcuna rimembranza del mondo sovrannaturale. Lungi da ciò, l’aspetto generale delle loro forme e delle loro linee architettoniche tiene per forza abbassato lo sguardo verso la terra; quello non parla all’uomo se non un linguaggio terrestre, e non eccita in lui se non pensieri e desideri terrestri. E come si vorrebbe che fosse diversamente? Non è già per onorare il vero Dio né per riformare i costumi dell’uomo che i templi pagani furono eretti, ma si per far trovare all’uomo la felicità quaggiù, e per eccitare le sue passioni e lusingare i suoi sensi. Perciò, il Greco od il Romano non provò mai sotto le vòlte de’suoi templi un solo movimento di eutusiasmo divino. Che tali templi abbiano tutte le condizioni della bellezza sensibile, ne convengo; ma essi non poterono, né potranno mai essere gli eloquenti predicatori del mondo sovrannaturale, né dei suoi sublimi misteri, né delle sue mirabili bellezze, né dei suoi divini splendori. – Al contrario, questo è il glorioso privilegio delle chiese gotiche. Le loro torri slanciate verso il cielo, ch’esse sembrano cercare e raggiungere; le loro volte ardite, le loro ogive che forzano lo sguardo a sempre innalzarsi, le loro gigantesche proporzioni, i loro archi immensi: che mai annunziano essi se non il trionfo assoluto del genio dell’uomo sulla materia, ed il sublime sforzo dell’anima sua per innalzarsi al di sopra del mondo corporeo? Poi, quella pietra, quel marmo ammollito sotto lo scalpello, quei corpi sì pesanti, che perdono in certo modo le loro parti materiali per spiritualizzarsi; quelle linee che fuggono in tutti i sensi e che si prolungano quasi sino all’infinito; quella luce a vari colori che penetra per quei rosoni, per quelle invetriate sì ardite, che si direbbero piuttosto dipinte che scolpite alle porte ed ai vasti lati di quei giganteschi edifici: tutte codeste cose non trasportano esse l’anima nella regione dei miracoli, e non la obbligano forse a pensare al Supremo Architetto dell’universo? – Quest’architettura cristiana non eccita, ne convengo, la sensibilità fisica, non lusinga voluttuosamente l’immaginazione, ma penetra nelle profondità di nostra esistenza, assale le fibre le più intime dell’anima, vi risveglia la fede, l’innalza al di sopra delle cure e delle pene di questa miserabile vita, vi produce impressioni morali, lusinga l’immaginazione avida di grandezza e di magnificenza, rapisce tutte le facoltà intellettuali, ed innalza l’uomo al desiderio ed alle cure della vita futura. Perciò, sebbene noi siamo ancora sulla terra quando entriamo in quegli immensi edifici, pensiamo al cielo, e la vista delle opere dell’uomo ci porta sino a Dio. In una parola, l’architettura gotica delle nostre chiese, basata sul principio cristiano, altro non è se non la manifestazione sublime del pensiero cristiano, poiché scopo del Cristianesimo è quello di sciogliere l’uomo dalla tirannide dei sensi e d’innalzarlo alla contemplazione ed all’amore delle cose celesti. Esaminando freddamente il cammino generale dello spirito umano, si vede che in quell’età gloriosa gli scrittori e gli artisti ebbero il medesimo pensiero ed il medesimo scopo, cioè di esprimere, gli uni con parole, gli altri con segni, le idee, le credenze, le verità, i costumi cristiani, mirabilmente sviluppati dalla teologia e dalla filosofia cristiana. Tale è la vivacità e la purezza della fede che presiede alle loro opere, che gli uni e gli altri si mostrano gl’interpreti e i traduttori fedeli delle stesse verità. Ciò che gli scrittori rendono colla parola, gli artisti lo figurano in un linguaggio, diverso, é vero, ma collo stesso stile semplice, corretto, elegante, grave e quasi divino. Ora, secondo il detto già citato, il bello è lo splendore del vero: Pulchrum splendor veri. Dunque le lettere e le arti di quell’età brillano di tutto lo splendore della bellezza, perchè, affatto imbevute della verità cristiana, non riflettono se non i raggi del vero; dunque la stessa verità cristiana, ispirando i poeti e gli artisti, dà ai primi os magna sonaturum, ed ai secondi manum magna et pulchra confecturam. Ora, v’è egli a stupirsi se i grandi uomini dei secoli di fede non gustavano nell’età matura se non la scienza cristiana, la letteratura cristiana e l’Arte cristiana? Dall’infanzia esclusivamente nutriti dei classici cristiani, quasi altro non conoscevano se non il Cristianesimo e conservavano fedelmente ciò che dapprima avevano ricevuto: Quo semel imbuta fuerit recens testa diu christianum servavit odorem. – Avevamo noi torto (chiederemo terminando) di affermare che la ristorazione generale delle scienze, delle lettere e delle arti in Europa è anteriore a ciò che si chiama il Rinascimento? È egli ancor permesso di sostenere che se i libri classici diventassero di nuovo cristiani, si ricondurrebbe il mondo alla barbarie? Non è egli chiaro come il sole che, sotto l’influsso dei classici cristiani, due cose hanno avuto luogo? La prima, che le scienze, le arti e le lettere diventate essendo interamente cristiane, il mondo vide sorgere dalle fondamenta sino al tetto, il più magnifico edificio della sapienza e della civiltà che l’occhio umano abbia mai contemplato ; la seconda, che la teologia, la filosofia, la letteratura, le arti, giunte al colmo della perfezione, produssero in ogni genere uomini sì grandi, che né il passato né il presente nulla hanno da paragonare ad essi: Alberto il Grande e San Tommaso, Dante e Petrarca, Giotto ed il Beato Angelico, ed anche Raffaello e Michelangelo? Curvate il capo: ho nominato i re immortali della scienza, della letteratura e delle arti.

 

J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (12)

CAPITOLO XXVI

NECESSITA’ DEI CLASSICI CRISTIANI.

RISPOSTA ALLE OBBIEZIONI.

Se nella logica loro concatenazione le conseguenze che precedono non sono attaccabili, esse sono lungi, ben lungi dall’essere compiute nel loro sviluppo. Nondimeno, per quanto esser possa imperfetto il quadro da noi abbozzato, sembra bastante a dimostrare, ad ogni uomo che vuol vedere, i fatali effetti del paganesimo nell’educazione. Grazie ad esso, la società europea si trova condotta sull’orlo d’un vasto precipizio, del quale nessun uomo scandagliare potrebbe la profondità. Qui varie cose vi stupiscono e vi spaventano. Alla vista del verme roditore che le moderne società nutrono da sì lungo tempo nel loro seno, alla vista delle carezze medesime ch’esse gli prodigano, ci chiediamo d’onde provenga un sì strano accecamento? È d’uopo, come noi facemmo, cercarne la cagione nei terribili misteri dell’umana natura. L’introduzione del paganesimo nella educazione fu una reazione possente della carne contro lo spirito, una rivincita lungo tempo meditata del vecchio uomo incatenato dal Cristianesimo dominatore d’Europa, contro l’uomo nuovo, la cui signoria era stata crudelmente scassinata durante il troppo lungo scisma d’Occidente. Tale fu la cagione fondamentale del nuovo ingresso trionfale del paganesimo in seno alle moderne nazioni: la forma letteraria e artistica non fu se non un pretesto. Un fatto palpabile ne è la prova. Questo fatto, troppo poco notato, eccolo qui: il Rinascimento, propagato dapprima con entusiasmo da tutti i nemici della Chiesa, consiste essenzialmente in due cose: nella denigrazione universale delle opere del Cristianesimo; nell’ammirazione parimente universale per le opere del paganesimo; nel profondo disprezzo pei secoli inspirati dal cristianesimo; nel culto fanatico pei secoli nei quali il paganesimo regnò. – Allo stupore succede l’inquietudine. Noi indicammo il male; esso è sì profondo, sì inveterato che ci chiediamo se rimanga ancora qualche probabilità di guarirlo. Ammettendo siffatta probabilità favorevole, la società accetterà essa il rimedio? La risposta è sgraziatamente dubbia. Il rimedio è evidentemente 1’uso dei classici cristiani. Ora, a questo nome, io sento parte della società gridare all’assurdità, al fanatismo, alla barbarie. Malgrado il progresso delle idee, da sedici anni, una tempesta di sarcasmi e d’ingiurie sta aspettando, da parte degli Dei Termini, e il rimedio e lo sgraziato medico che osasse proporlo. Dopo il disprezzo vengono le impossibilità. In verità, codesta esplosione non ci meraviglia; essa ci incoraggia provandoci che noi ponemmo il dito sulla piaga: il paganesimo è sempre simile a sé. – Quando, sotto i Cesari, esso vide apparire il Cristianesimo che si preparava a disputargli la signoria del mondo, faceva rimbombare gli echi delle sue accademie e dei suoi anfiteatri del sanguinario grido: alle belve i cristiani! Padrone oggi delle società moderne, il paganesimo fa sentire in termini diversi lo stesso grido di morte contro il Cristianesimo che viene a rivendicare la signoria della educazione; poiché l’educazione è l’impero, essendo essa l’uomo. Le ingiurie ed i sarcasmi non si confutano: si sta paghi a compiangere colui che ne usa, e si fa di tutto per innalzarsi abbastanza alto per non esserne colpiti. Ma dopo le ingiurie vengono le impossibilità, e la lista ne è lunga. Formulate non solamente dai nemici dichiarati del Cristianesimo, ma ancora da uomini che al medesimo sono sinceramente devoti, richiedono esse un esame serio e imparziale. Ora, codeste impossibilità, ridotte dall’analisi alla loro più semplice espressione, si limitano a tre. In primo luogo si dice che il rimedio sarebbe peggiore del male, giacché esiliando dalla educazione i grandi modelli dell’antichità pagana, sarebbe ciò un ricondurre il mondo alla barbarie letteraria da cui il Rinascimento lo trasse. – In secondo luogo si dice che il rimedio è impossibile, poiché il baccalaureato (in Francia) esige la cognizione degli autori profani, e la più parte dei parenti vorranno che i loro figliuoli siano baccellieri, acciò siano qualche cosa in società, anche a costo di non essere cristiani. – In terzo luogo si dice che il rimedio, fosse pure applicabile, sarebbe inefficace, poiché con dei classici cristiani il professore può sempre, quando lo vorrà, fare dei discepoli pagani.

Esaminiamo in particolare ciascuna di queste obbiezioni.

Sostituendo classici cristiani ai classici pagani, ciò sarebbe, voi dite, un rimedio peggiore del male. Eppure il male è grande come può esserlo, meno che non sia la morte. A noi intorno, tutto è scassinamcnto, tutto è rovina: dal capo alle piante la società è una sola piaga. I medici chiamati a guarirla si dichiarano impotenti: molti la credono all’agonia, ed aspettano da un giorno all’altro ch’essa soggiaccia nelle convulsioni di una lotta suprema. Ecco il male: e voi dite che il rimedio proposto è anco peggiore! Perchè? ve, ne prego. Perché, in ultimo, voi rispondete: meglio vale per una società il perire frammezzo alla luce di una gloriosa civiltà che non il ricadere nella barbarie, la quale pure è una morte, e, per una nazione, di tutte le morti la più vergognosa. Ebbene! esiliando dall’educazione i grandi modelli dell’antichità, sarebbe questo un ricondurre senza fallo il mondo alla barbarie donde il rinascimento lo trasse. Tale è in tutta la sua forza la prima ragione che si oppone al ritorno dei classici cristiani. Noi abbiamo la disgrazia di credere l’opposto: noi sosteniamo che i classici cristiani non ricondurranno il mondo alla barbarie, sia la barbarie in letteratura che in morale; noi sosteniamo che la barbarie, dalla quale si vuole che il Rinascimento abbia tratto l’Europa, non è se non una chimera, e che la restaurazione delle arti è anteriore all’introduzione del paganesimo nella educazione. È vero: si trovano anche oggi molte persone, ben intenzionate di certo, che ripetono quale un assioma che i secoli anteriori al Rinascimento furono secoli barbari: barbari nei loro costumi, barbari nelle leggi loro, barbari nelle loro istituzioni civili e politiche, più barbari ancora nella loro letteratura e nelle loro arti. Queste persone capiscono per fermo quanto dicono. Per me, che nulla affatto le capisco, chiedo licenza di spiegare parola per parola la loro terribile proposizione. – Le tenebre della barbarie seguono le tenebre dell’errore di cui esse sono il prodotto, e le prime stanno sempre in ragion diretta delle seconde. La luce della civiltà, all’opposto, regna colà ove la luce della verità regna. La verità è il Cristianesimo. Per sapere se il medio-evo sia 1′ età della barbarie, basta dunque sapere se il Cristianesimo fosse sconosciuto nel medio-evo; s’esso non fosse per nulla applicato alla società, od anche se fosse men conosciuto, meno applicato che noi sia di presente. Aspetto la vostra risposta… – Aspettandola, vi chiederò perché mai i classici cristiani ricondurrebbero l’Europa alla barbarie? Essi ci farebbero perdere, voi dite, la conoscenza della nostra lingua materna, poiché non si può saper bene alcuna lingua d’Europa senza sapere il latino, dal quale tutte le nostre lingue moderne sono tratte. Una quantità d’ uomini, ed in ispecie di donne, che non sanno di latino, troveranno la vostra proposizione molto poco lusinghiera; infatti essa è troppo assoluta per essere, vera. Prendiamola tutta volta in tutta quanta la sua estensione; ma intendiamoci. Vi sono due lingue latine, lo sapete, e, se fa d’uopo, ve lo proverò in un momento. Ora, voi non potreste ignorare che le nostre lingue volgari sono uscite dalla lingua latina cristiana, e non già dalla lingua latina pagana. Abbiate pazienza, e su questo punto voi sarete ben presto convinto. Voi soggiungete che i classici cristiani ci ricondurrebbero alla barbarie, perché la lingua latina del secolo di Augusto e la lingua greca del secolo di Pericle, cessando d’essere conosciute, noi ci chiuderemmo l’adito ad ogni soda erudizione. Ancora un poco, e voi vedrete che i classici cristiani non faranno punto dimenticare le lingue pagane: all’opposto. Pel momento, debbo farvi convenir meco che queste lingue non sono mezzi di erudizione così necessari come voi sembrate crederlo. Quali sono mai, ditemelo, i tesori della scienza del diritto pubblico e privato delle nazioni d’Europa, del diritto civile e del diritto canonico, della teologia, della nostra istoria, della filosofia, della medicina, della geologia, delle scienze naturali e delle matematiche, se non forse le opere scritte nella lingua latina cristiana o nelle lingue moderne? Che mai sapreste voi di tutto ciò quando aveste letto gli autori del secolo d’Augusto e di Pericle? Voi insistete dicendo che i classici cristiani ci farebbero perdere il gusto del bello che noi dobbiamo al Rinascimento. Io vi rispondo che il gusto del bello nasce dalla conoscenza del vero. Bisogna dunque provarmi che la conoscenza del vero fosse meno perfetta prima del Rinascimento che nol fu dopo. Nominatemi dunque le verità che il Rinascimento ci fece meglio conoscere. Mostrate in qual genere esso sviluppò il senso del bello. Crediatemelo, non retrocediamo di sessantanni. Il rimprovero di barbarie pronunciato tante volte contro i secoli cristiani non è più accettato da tutti. Si conosce oggi, ed è provato che v’ha del bello, e dì molto, nell’ordine morale, nell’ordine scientifico, nell’ordine sociale, nell’ordine artistico anteriormente all’invasione del paganesimo classico. Da un quarto di secolo specialmente, molti pregiudizi secolari sono caduti: ancora ogni giorno ne cadono. Rimane, lo confesso, un punto sul quale i pregiudizi rimangono quasi interi. Voglio parlare della letteratura anteriore al Rinascimento. Siccome questo punto si è il principale motivo, o, per meglio dire, il pretesto il più ordinario che si ponga innanzi per mantenere il paganesimo nell’educazione, esso richiede un esame particolare. Ciò che fu detto a lungo dell’architettura cattolica, che essa era il tipo del cattivo gusto e della barbarie, che non era degna d’esser paragonata all’architettura greca e romana più che non Lucano a Virgilio, o Seneca il Tragico a Sofocle, si dice anche oggi della letteratura dei secoli cristiani. La medesima prosegue ad essere l’oggetto di un superbo disprezzo; si giunge persino ad arrossire di trovarla sulle labbra della Chiesa, e non viene ancora in mente a certi spiriti che si possa essere abbastanza senza buon gusto per porla a confronto colla letteratura dei secoli pagani. In una parola, Fénélon, il P. Maffei, Scaligero e molti altri lasciarono numerosi eredi della loro ammirazione esclusiva per la letteratura pagana e della loro profonda compassione pel cristianesimo letterario (Nella sua Lettera sull’eloquenza, Fénélon, l’egregio Fénélon non teme di dire che, ai di suoi, l’Europa non faceva se non uscire dalla barbarie, p. 399. È noto che la sua Lettera sull’eloquenza è un panegirico pomposo dell’eloquenza, della poesia, della tragedia, della commedia e dell’epopea pagane, offerte come solo tipo del bello). Fra mille esempi, uno solo ne scelgo, il quale a maraviglia compendia le disposizioni degli animi. Ecco ciò che pubblica, nel 1850, un uomo di alto sapere, di soda istruzione, di venerabile carattere: « L’innario del Breviario parigino è cosa che non si potrebbe abbastanza ammirare; gli è l’idioma latino in tutta la purezza del secolo d’Augusto; egli è il genere lirico in tutta la sua leggiadria, in tutta la sua pompa, in tutto il suo sfarzo; sono le figure le più giuste, le più energiche, le più delicate; i moti dell’anima i più naturali, i più toccanti, i più sublimi, i più pii. In una parola, gli è la cosa la più degna della verità discesa dal cielo. La decenza del culto pubblico richiedeva tale riforma, tale quale fu fatta, in ispecie nel secolo in cui viviamo, nel quale cotanto importa che il letterato indifferente od empio, che il fanciullo collegiale nulla trovino a dispregiare nel linguaggio liturgico che è posto sulle labbra al culto ». – Ed ecco la lingua e la poesia cristiana anteriori al Rinascimento, trattate come poco fa era trattata l’architettura gotica. Malgrado la severità di questo giudizio, o piuttosto a motivo di questa severità, il rispettabile autore delle linee sopra citate ci permetterà di discutere la questione e di appellarci a lui medesimo dalla sua propria sentenza. Custode fedele di una delle nostre più sontuose cattedrali, egli è, lo sappiamo, l’ammiratore illuminato dell’Arte cattolica. A questo titolo, egli considererebbe giustamente quale un ignorante ed un vandalo colui che andasse a dirgli: « La sostituzione dell’architettura greca e romana all’architettura gotica è una riforma richiesta dalla decenza del culto pubblico; lo stile artistico del secolo di Augusto e di Pericle è la cosa la più degna della verità discesa dal cielo ». Ebbene! egli ci permetterà di stabilire: 1° che la qualificazione di barbara non potrebbe essere maggiormente applicata alla letteratura cristiana, che all’Arte cristiana, cioè che il letterato indifferente od empio; che il fanciullo collegiale nulla ha a dispregiare nel linguaggio liturgico che gli si pone sulle labbra: 2° che l’idioma latino non ritrovò tutta la sua purezza nel Rinascimento del paganesimo classico, ma che la perdette e finì per perdervisi esso stesso tutto quanto. Dapprima, il semplice buon senso respinge a priori l’argomentazione dei partigiani del Rinascimento. Prima di ogni discussione esso obbliga ogni persona riflessiva a dire con l’illustre vescovo di Langres: « Noi eravamo sulle panche del collegio e già noi ci chiedevamo come poteva mai essere che solo lo spirito di menzogna avesse ricevuto il privilegio delle grazie del linguaggio; e quando poscia fummo incaricati noi stessi d’insegnare agli altri codest’arte del ben dire, la quale, considerata nella prima sua fonte, si è una derivazione meravigliosa del Verbo di Dio, noi non volevamo credere che questo Verbo fatto carne, il quale si era compiaciuto di prodigare un tale ingegno ai suoi nemici, come fa spesso di tutti gli altri doni della natura, l’avesse poi negato a quella Chiesa da lui procacciatasi col suo sangue, e che Egli unì a sé, a segno che, secondo la sublime espressione di San Giovanni, ne fa la sua sposa…. « Ecco quali erano i nostri pensieri in un’epoca di nostra vita, in cui, sotto l’impero di pregiudizi concetti sin dalla nostra tenera età, noi non potevamo ancora apprezzare i tesori letterari della Chiesa, i quali d’altronde noi conoscevamo a mala pena. – « Ma a misura che, innalzandoci al di sopra delle nostre proprie convinzioni, noi esaminammo con imparzialità tranquilla e coscienziosa gli scritti dei nostri dottori e dei nostri padri nella fede, il nostro stupore cangiò di oggetto. Noi ci chiedemmo, non più come mai la Chiesa di Dio non avesse posseduto le sublimi doti del linguaggio così bene come le chiese di Satana, poiché avevamo sott’occhio e sotto mano la manifesta prova dell’opposto; ma come mai fosse avvenuto che nel seno stesso del Cristianesimo si fossero posti da parte, negletti, sconosciuti, e, dal lato della educazione, dimenticati del tutto, i numerosi ed innegabili capi di opera della letteratura cristiana, per non studiare, ammirare, e, umanamente parlando, per non adorare se non le opere letterarie del paganesimo. – « Certo, queste ultime hanno pure il loro notevole merito, e, come dicemmo, la perizia nel parlare e nello scrivere è un dono della natura, lasciato in comune a tutti i figliuoli degli uomini da Colui che fa risplendere il suo sole sui buoni e sui cattivi, che sparge la fecondatrice sua pioggia sulla terra dei peccatori, del pari che su quella dei giusti. Ma ciò che noi non possiamo ammettere, e ciò che tuttavia fu lasciato credere lungamente, si è che quel dono prezioso sia il privilegio dell’errore. Noi sappiamo, per la consolazione di nostra fede, e proclamiamo oggi a discarico di nostra coscienza, che questo non è vero (Lettera ai sigg, superiore e professori del suo piccolo seminario) ». Prima di ogni esame, noi abbiamo dunque il diritto di respingere la qualificazione di barbara, applicata alla letteratura cristiana; giacché è cosa assurda, per nulla dire di più, lo ammettere che le grazie del linguaggio siano privilegio esclusivo dell’errore. Ma andiamo più lungi, e stabiliamo una distinzione fondamentale, sempre dimenticata dai partigiani del paganesimo letterario; questa distinzione fa crollare tutti i loro sofismi. Il latino fu parlato da due società interamente contrarie nel loro modo di giudicare e di sentire: dalla società pagana e dalla società cristiana. A quella guisa che, per confessione di tutti, v’ha una filosofia pagana ed una filosofia cristiana, una architettura pagana ed un’architettura cristiana, una pittura pagana ed una pittura cristiana, un’oreficeria pagana ed un’oreficeria cristiana, così vi fu un’eloquenza pagana ed un’eloquenza cristiana, una poesia pagana ed una poesia cristiana, una lingua latina pagana, ed una lingua latina cristiana.Queste due lingue hanno ciascuna la propria perfezione relativa ed i proprii caratteri distintivi. Sotto il pennello o sotto lo scalpello dei grandi maestri di Grecia e d’Italia, l’Arte pagana rende bene, molto bene, l’idea pagana, il sentimento pagano; parimente in bocca a Cicerone ed a Tito Livio, o sotto la penna di Virgilio e di Orazio, la lingua latina pagana rende bene, molto bene, l’idea pagana ed il sentimento pagano. Al pari della società di cui è l’espressione fedele, codesta lingua è, soprattutto nel secolo di Augusto, molto polita, molto elegante e molto fredda; talvolta maestosa ed il più spesso imperiosa e superba. – L’unzione le manca, perché la carità manca alla società pagana. Organo esclusivo di passioni e d’interessi puramente naturali, essa è profondamente sensualista. Tutto quanto l’ordine d’idee, di virtù, di sentimenti, di relazioni, nato dal Cristianesimo, rimane nella medesima senza traduzione. Perciò, materialismo puro, sensualismo, egoismo e povertà nel fondo, varietà, eleganza, secchezza nella forma, in versione e rigore nel contesto: tali sono i caratteri principali che la distinguono. Espressione di una società differentissima, la lingua latina cristiana presenta caratteri diametralmente opposti. Spiritualismo puro, ricchezza inesauribile nel fondo; semplicità, dolcezza, unzione, pieghevolezza, chiarezza nella forma: ordine logico soprattutto nel contesto: ecco alcune delle sue qualità. Si scorge che queste due lingue differiscono altrettanto l’una dall’altra quanto le due società medesime, di cui elleno sono la espressione. – Si vede ancora che non è né meno impossibile, né meno assurdo il voler fare della lingua latina pagana l’impalcato del Cristianesimo, quanto il voler fare della lingua latina cristiana l’organo del paganesimo. Sotto il punto di vista dell’Arte, egli è un edificare una cattedrale gotica per onorare Giove, o servirsi dei templi di Pesto per far processioni. Ecco perché i Padri della Chiesa, uomini di buon senso e di genio, impadronendosi delle parole dell’idioma latino, ne composero una nuova lingua latina, atta a rendere benissimo le idee, i sentimenti e gli usi cristiani: nella stessa guisa che gli architetti, gli scultori, i pittori e gli orefici cristiani, riconoscendo nell’Arte pagana certi principi e certe regole primitive, le adottarono modificandole sotto la ispirazione della fede, in modo da formarne gli elementi di un’Arte esclusivamente cattolica. Non è dunque per ignoranza della lingua latina pagana che la lingua latina cristiana fu creata. Chi oserebbe dire, ad esempio, che ignorasse la lingua e la letteratura pagana San Cipriano, il quale prima della sua conversione insegnò a lungo in Cartagine, ed in modo tanto splendido, l’eloquenza pagana? o San Girolamo, sì appassionato per Cicerone, e per Plauto, che non ci volle meno d’un castigo divino per guarirlo dalla sua passione? o Sant’Agostino, il quale prima di essere discepolo dell’Evangelio, lo fu per tanto tempo di Cicerone, di Virgilio e di Terenzio, ed il quale insegnò per lunghi anni la retorica mondana in Roma ed in Milano? Certo, se l’avessero voluto, nessun meglio di codesti uomini immortali avrebbe scritto e parlato il latino del secolo di Augusto. Se non lo fecero, non è già perché non lo potessero fare, ma perché non lo vollero; e non lo vollero perché capirono che una lingua nuova faceva mestieri ad una società nuova. A tale proposito noi abbiamo la irrecusabile testimonianza di Sant’Agostino stesso (S. Aug. opp. t. IlI, part. I, p. 129, De Doctr. christ., lib. IV, c. 14, n. 31, Edit. Paris.). – Del rimanente, non si creda già che respingendo e cacciando via dal latino idioma tutta quella mollezza, tutta quella superfetazione di forme, di misure e di sonorità pagana, i fondatori della lingua latina cristiana abbiano dimenticato la proprietà e la scelta dei termini, e l’eleganza stessa ed il numero. All’opposto, essi davano a tutto ciò una cura particolare, come lo testifica ancora Sant’Agostino. Ma la proprietà e la scelta delle parole; ma l’eleganza ed il numero ch’essi ricercavano, erano appropriati alla lingua latina cristiana, della quale è scopo principale non già lusingare i sensi, ma esprimerechiaramente, fortemente, nobilmente la verità. – Come il precedente, noi dobbiamo questo nuovo segreto del loro lavoro al gran Vescovo di Bona. Perciò, le espressioni ed i termini sono comuni all’una e all’altra lingua; ma il suggello, il genio, l’ordine ed il significalo di un gran numero di parole sono totalmente diversi. Questo divario tra i due idiomi è siffattamente reale che i più esperti in latinità pagana non lo sono per ciò in latinità cristiana: e colui che in prosa si lusinga d’imitar Cicerone, ed Orazio in versi, non è per questo capace di scrivere un discorso che sappia di San Leone o di San Gregorio, né un inno che ricordi Sant’Ambrogio o San Tommaso. La prova ne è fatta. Invano un uomo si sarà, per dir così, appropriato la maniera degli autori profani, e conoscerà benissimo la latinità del secolo di Augusto; s’egli non fa uno studio profondo dei principi della latinità cristiana, si troverà imbarazzato e persino incapace di scrivere e di parlare convenientemente del dogma, della disciplina, in una parola, delle cose cristiane. La sua composizione delle parole e pel numero della frase; ma mancherà di precisione, di gravità, di chiarezza; essa sarà vuota di cose, misera, e spesso ridicola. – Nel sedicesimo secolo si era intravveduto questo grave sconcio. Si era anche temuto, e non senza fondamento, che la lingua pagana non introducesse idee pagane ed errori nel Cristianesimo. « Si è dagli autori cristiani, diceva i l celebre P. Possevino, che i giovinetti toglier devono non solo la sana dottrina, ma ancora il modo di esprimerla con convenienza e con verità. Colui che vorrà scrivere o ragionare delle cose cristiane unicamente colla lingua del secolo di Augusto commetterà perniciosi errori, darà alla religione una fisonomia pagana, cadrà ad ogni passo in sconvenienze di lingua, in vanità di pensiero, spesso anche in inesattezze di credenza, le quali aprono la porta all’eresia. Del che noi abbiamo numerosi e tristi esempi in Lorenzo Valla ed in Erasmo, chiamati non senza ragione, da giudiziosissime persone, i precursori di Lutero ». – In prova di quanto asserisco, posso anche citare la testimonianza di un uomo noto a tutta Europa per la sua erudizione profonda e per la sua meravigliosa prestanza nella letteratura latina. Monsignor Laureani, custode della Biblioteca Vaticana, i cui scritti in prosa e in Verso latino sono quanto vi ha di più elegante, di più soave e di più ricco, faceva poco fa ingenuamente questa confessione: « Lo studio di Cicerone ( col quale si può dire ch’egli si sia identificato) non mi servì a nulla o quasi a nulla per trattar convenevolmente gli argomenti cristiani. Da principio, mi sentiva molto imbarazzato per iscrivere sulle cose religiose. Allora mi applicai allo studio di San Leone: ho trovato in questa continua lettura la vera lingua della Chiesa, colla sua eleganza, colla sua forma, colla sua chiarezza. Da quel punto potei dissertare agevolmente sulle materie ecclesiastiche (De oper. SS.Eccl. Pati: in litterar., etc. p. 52.). » Il dotto prelato avrebbe potuto aggiungere ch’egli aveva attinto a quella sorgente 1’eloquenza, il numero e la grazia inimitabile di linguaggio che così altamente lo illustrano. Da tutto ciò conchiudere bisogna non solo che vi sono due lingue latine benissimo separate; ma eziandio che, se si può fare un paragone tra un autore pagano ed un altro autore pagano, tra Cicerone, ad esempio, e Quintiliano, è cosa assurda il voler paragonare un autore cristiano ad un autore pagano, Cicerone, per esempio, a Sant’Ambrogio, o Quintiliano a Sant’Agostino; gli scrittori del secolo d’Augusto agli scrittori del secolo XIII. Infatti, gli uni parlano la lingua latina pagana e gli altri la lingua latina cristiana. Ora, queste due lingue differiscono essenzialmente per la forma, pel numero dei periodi, per l’ordine della sintassi ed anche pel senso di una quantità di parole. « Come mai, grida qui il dotto Vescovo sopraccitato, come mai si concede senza protestare, ad ogni autore di grido il diritto di avere il suo modo di scrivere, e non si concede alla Chiesa di Dio? Forse che la frase di Tito Livio non varia sensibilmente da quella di Tacito? Forse che la poesia di Orazio non ha una fisonomia ben diversa da quella di Virgilio? Chi pensò mai di dar carico ad uno di loro di cattivo gusto solamente pel suo paragone coll’altro ? E tuttavia, non si è forse ciò fatto nella riprovazione assoluta e collettiva dei Tertulliani, dei Cipriani, dei Lattanzii, degli Ambrogi, degli Agostini, dei Girolami, ecc., poscia dei Gregorii da Nazianzo, dei Basilii e dei Grisostomi? Si cercò negli uni la frase ciceroniana, e non fu trovata; negli altri le forme di Demostene, e nemmeno ivi si trovarono; per ciò solo si conchiuse che quegli scrittori fossero di gusto traviato, senza chiedere a se medesimi, se nello speciale loro modo di scrivere essi non contenessero bellezze affatto pure e di altissimo ordine? Ma da quando in qua il genere di uno scrittore forma legge assoluta in letteratura? Si danno a studiare in pari tempo vari autori pagani, sebbene di generi diversissimi: perchè questo, se non affinché il gusto si formi ed ogni nascente ingegno si determini appunto con siffatto paragone? Quale è dunque lo spirito di menzogna che non volle che da trecent’anni in qua venissero seguitate, in quanto riguarda gli scrittori di Santa Chiesa, quelle regole così generali e così naturali ? » L’ esistenza di una doppia lingua latina essendo così resa innegabile, noi respingiamo come un’odiosa menzogna la denominazione di bassa latinità, adoperata per designare l’idioma della Chiesa; a più forte ragione noi respingiamo di nuovo e con tutte le nostre forze il qualificativo di barbara, applicato alla lingua latina cristiana, la quale, elaborata dai più bei geni d’ Occidente, dice egualmente bene in prosa ed in verso. La poesia latina cristiana ha per creatori e per modelli, oltre Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, San Gregorio, San Fulgenzio, Innocenzo III, San Bonaventura e San Tommaso. Quanto alla prosa, questa ricevette tutta quanta la sua perfezione da San Leone e soprattutto da San Gregorio. – Essa fu mirabilmente parlata dai Concili e dai più grandi uomini del medio-evo, e prima ancora, come p. e. da Sant’Eucherio, da San Massimo, da San Vincenzo da Lérins, da San Piero Grisologo, da San Prospero, da San Fulgenzio, da Boezio, da Cassiodoro, da Sant’Isidoro, da Sant’Ildefonso, da Beda, da Rabano, da Aimone, da San Bernardino da Siena, da Sant’Antonio da Padova, da San Pier Damiano, da Sant’Anselmo, da San Bruno, da San Bernardo, da Ugo e da Riccardo di San Vittore, da Pietro di Blois, da Alberto il Grande, da San Bonaventura, da San Tommaso, e da una quantità d’altri ai quali né l’antichità, né i tempi moderni nulla hanno a paragonare. Essa prosegue a parlarsi ed a scriversi con gran perfezione nelle congregazioni romane e negli atti ufficiali della Santa Sede. Tale si è la lingua che si osa chiamare barbara! Come se tutti quegli uomini immortali, come se tutti quei secoli cristiani che rivestir seppero il loro pensiero con sì meravigliose forme artistiche, fossero stati colpiti da idiotismo e da impotenza quando trattasi di esprimerlo colla parola! Non basta affermare; mostrateci l’esistenza di somigliante contraddizione. Mostrateci i titoli scientifici e letterari che vi danno autorità di lanciare l’oltraggio sulla fronte della Chiesa cattolica. Senza di questo, quando voi vi permetterete di qualificare di barbaro il latino dell’Evangelio e di San Bernardo, che forse non avete mai letto; di Tommaso da Kempis e di tanti altri, il cui stile presenta qualità ammirabili e quasi divine, voi provate di essere voi stessi ignoranti e barbari, simili a coloro che poco fa trattavano di gotici e di barbari i nostri capi d’opera d’architettura, la cui inimitabile perfezione non è oggidì negata da alcun uomo di buon gusto. Esaminando la questione intrinsecamente, e fatta astrazione dalle testimonianze esterne, noi siamo anche meglio fondali a respingere le qualificazioni di spregiativi, delle quali è argomento la lingua latina della Chiesa. Trattasi di sapere non già se questa lingua sia la lingua del secolo d’Augusto, ma se essa sia meno perfetta; in altri termini, se la lingua latina cristiana esprima le idee, i sensi e le cose del Cristianesimo men perfettamente di quello che la lingua latina pagana esprimesse le idee, i sensi e le cose del Paganesimo? se in bocca a San Leone, per esempio, a San Gregorio, a San Bernardo, a San Tommaso, il sovrannaturale sia meno eloquente, meno nobile, meno abbondante, meno sublime, meno semplice, meno chiaro, meno vario che noi sia il naturalismo in bocca a Tito Livio, a Quinto Curzio od a Cicerone? Chi può mai, colle prove in mano, rispondere affermativamente? Ecco circa la relativa perfezione dell’uno e dell’altro idioma. Circa la loro perfezione assoluta, volete voi sapere a che attenervene? Ricordatevi che il bello è lo splendore del vero: che lo splendore od il raggiare del vero si appalesa nell’arte e nella parola; che quanto più una società possiede il vero, tanto più il suo stile, la sua arte e la sua lingua sono belli. Ciò posto, a voi basta, per decidere quale delle due lingue sia all’altra superiore, il rispondere al quesito seguente: « il Cristianesimo possiede egli maggior verità che non il Paganesimo? ».

FATIMA FARO DI VITA

« Fatima non ha ancora detto al

Portogallo e al Mondo tutto il suo

segreto. Ma non sembra eccessivo

affermare, che quelle che ha già rivelato

il Portogallo, è indizio e pegno

di quello che riserba al Mondo ».

Cardinale-Patriarca di Lisbona

Era fresca l’eco dell’ultima apparizione della Vergine a Fatima quando l’insofferenza del giacobinismo ufficiale e ufficioso contro la « nascente superstizione di Fatima » cominciò a sfociare in aperte minacce e rappresaglie. Una notte, alta notte, i pacifici abitanti dei dintorni della « Cova da Iria » si svegliano impauriti alle grida di allarme: Fuoco! fuoco!… La Cova da Iria è in fiamme! Guardando in quella direzione, si vedeva salire al cielo, nitidamente tracciato nelle tenebre, un chiarore rossastro, come di grande incendio. Non v’era dubbio: i settari avevano eseguito le minacce, appiccando il fuoco a quanto nella Cova poteva essere pasto delle fiamme. – Gli uomini di « Moita » balzano in piedi, si armano di randelli e di quanto trovano alla mano, e decisi corrono alla riscossa… Ma nella Cova regnava pace assoluta e silenzio profondo, reso più solenne dai trilli degli usignoli, che sembravano salmeggiare il Mattutino nella placida notte. – Sarebbe dunque quel fuoco una meteora straordinaria, o più semplicemente… una illusione collettiva? Ma ecco che il fenomeno si ripete due, tre volte, a pochi giorni d’intervallo… No! non poteva essere giuoco di fantasie esaltate! Era una realtà, un segno del Cielo, un simbolo prefigurante l’avvenire. Quel « fattore invisibile, che furono le Apparizioni di Nostra Signora di Fatima », doveva manifestarsi luminosamente come un incendio, perché doveva essere Faro immenso per diffondere torrenti di luce e di calore vitale in un mondo, che si dibatteva nelle tenebre, sotto minaccia di morte.

* * *

Questa irruzione vivificatrice di grazia si inaugurò già al tempo delle Apparizioni. Erano mistici effluvi di soprannaturale, che si irradiavano dalla Cova da Iria, illuminando, attirando, conquistando le anime, trasformandosi in un doppio torrente di vita: vita fisica e vita morale. I primi a sentirne l’efficacia furono gli stessi confidenti della Madonna. La grazia operò in essi meraviglie. Menti semplici e cuori innocenti si lasciarono prendere, trasformare, sollevare in alto, sempre più in alto. Francesco e Giacinta furono trovati in breve tempo maturi per il Cielo. Bambini analfabeti, ma Francesco in uno scarso anno e mezzo, Giacinta in due anni e quattro mesi, avevano percorso una lunga via di santità, da toccarne le vette. La loro tomba è ora i n benedizione, mèta di devoti, mentre è già in corso il Processo Canonico per la loro beatificazione. Fatima si gloria di queste due fiaccole di vita, trapiantate nel cielo, valida testimonianza della bontà del suo Messaggio. E Lucia di Gesù… Lasciamo in pace la candida colomba, che, infastidita del mondo, se n’è volata al vertice del Carmelo, per nascondersi nella cavità della roccia, nel Cuore Immacolato di Maria, lontano, tanto più lontano dalla terra, quanto più alle porte del Cielo. Il segreto della sua vita è là ora, nel Monastero di S. Teresa a Coimbra (Portogallo), che ha il privilegio di averla fra le sue mura, sotto il nome di Suor Maria Lucia del Cuore Immacolato. Ha detto tutto quello che doveva dire al mondo, come messaggera di Maria. Può attendere quindi tranquilla alle sue ascensioni interiori, aspettando l’ora della promessa, che la ricongiungerà ai suoi due cari amici d’infanzia. – Il celeste richiamo di Fatima volava intanto per gli spazi; moltiplicando i suoi prodigi. Il suo influsso toccante e trasfigurante operò anzitutto nei paesi vicini, poi nei più lontani. In breve tempo tutto il Portogallo ne fu conquistato. Ed eccovi una immigrazione sui generis di popolo, un continuo accorrere dì moltitudini sempre più numerose verso la montagna santificata dalla presenza di Maria… Una gran parte, forse i più, a piedi scalzi e col Rosario in mano… non pochi con i piedi sanguinanti, dopo un percorso di cento, duecento e perfino quattrocento chilometri! Non ha forse la Madonna raccomandato preghiera e penitenza, quale frutto della propria conversione, e per la salvezza del mondo? E’ una marea montante che sale ogni anno, dai cinque ai dieci mila pellegrini nei mesi invernali, dai 150 ai 200 mila in maggio e ottobre; in occasioni eccezionali si sale ai 300.000 nella Incoronazione della Regina Mundi (13-5-46) e ad una marea di gente incalcolabile nella solenne Chiusura dell’Anno Santo mondiale (13 Ottobre 1951). E per tutti Fatima è Faro di vita, fisica o morale, o fisica e morale insieme. E’ incontestabile che qui si sono realizzati veri portenti, guarigioni complete e rapide, che le forze della natura sono incapaci di realizzare, e che la scienza umana non riesce a spiegare, e la parola miracolo è sulle labbra di tutti: del « popolo non meno che degli uomini di scienza, che più accuratamente hanno esaminato i fatti. Ancora una volta si dimostra che qui c’è il dito di Dio, e la devozione di Fatima è suggellata dal segno inconfondibile del suo potere ». Così l’Episcopato Portoghese in un solenne documento. – Il « suggello di Dio »! suggello che parla non soltanto all’anima, ma ai sensi, e perciò attira e conquista irresistibilmente. Ogni pellegrinaggio porta i suoi malati, dalle più svariate infermità; ed i registri del Santuario presentano una media annuale superiore a 1000; qualche volta di 1.500 o 1.600. Ma quanti non si fanno registrare! E quanti si associano ai pellegrini, in ispirito, dai loro letti di dolore!… tutti colla speranza di recuperare la salute, o almeno trovare sollievo nei loro mali; e se non questo, certamente la rassegnazione cristiana per portare fruttuosamente e santamente la croce! Quante volte il povero infermo, venuto a Fatima anelando disperatamente la salute miracolosa, arrivato qui si sente inondare l’anima da un soave torrente di rassegnazione cristiana, e finisce per domandare la guarigione per un altro malato, che ora gli ispira più compassione che non le proprie sofferenze!… E non sono questi pure miracoli di luce, di vita, di una vita migliore, più alta della salute miracolosa? Le grazie attribuite all’intercessione della Madonna di Fatima qui nel Santuario e fuori sono a migliaia. La sola « Voz da Fatima» ne ha registrate più di mille in venti anni (1922-42). Oggi sarebbe letteralmente impossibile farne una statistica relativamente completa. Ma non importa; perche non è questa la nota caratteristica di Fatima. « Fatima è stata e continua ad essere soprattutto un fuoco potentissimo di vita spirituale… « …Non sono le guarigioni portentose e le grazie temporali di varia specie qui ottenute i grandi miracoli dì Fatima ; questi avvengono nel dominio recondito delle anime, nell’ambito delle coscienze, nel recinto misterioso dove non penetra la sonda dell’osservazione né l’investigazione della scienza. – Chi assiste alle solennità dei grandi giorni di Fatima e vede tutte le classi della società portoghese confuse nelle acclamazioni alla Vergine e nell’adorazione a Gesù Sacramentato, chi ha modo di osservare le folle immense inginocchiate nella polvere e quante volte nel fango, ricevendo in umile atteggiamento il Pane dei forti, chi sorprende i singhiozzi di pentimento e le lacrime negli occhi di tanti che camminavano sperduti pei sentieri del vizio, o militavano ostinatamente nelle schiere dell’incredulità, chi contempla la commozione profonda, che s’impadronisce degli stessi indifferenti, dinanzi alle invocazioni dolenti e ardenti, che sgorgano da migliaia di petti, chi assiste in spirito allo sfilare delle moltitudini che in Portogallo e fuori del Portogallo portano in trionfo la bianca immagine della Vergine di Fatima e piegano le ginocchia con eguale ardore nella strada e nel tempio, e chi paragona tutto questo con la deplorevole decadenza a cui era scesa in Portogallo la vita religiosa,… ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un mondo nuovo, e non può non riconoscere che un’onda potente di linfa divina e soprannaturale si è infiltrata nell’anima del popolo portoghese, si sono convertiti molti peccatori, si sono riconciliati con la vita molti che avevano perduto ogni speranza, hanno di nuovo imparata la strada della chiesa molti che l’avevano completamente dimenticata, si aprono alla preghiera umile e fiduciosa labbra che l’indifferenza aveva immobilizzato, benedicono il nome del Signore molti che ieri sacrilegamente lo bestemmiavano. In verità scorre nelle anime un fremito di vita più alta. Non è il caso di indagare il segreto delle anime. Ma la salute recuperata si può leggere nei numeri del termometro. Ed un termometro che indica sicuramente la vita delle anime, è la Mensa Eucaristica. A Fatima in ogni pellegrinaggio le Comunioni si contano a mogli aia: sono 20 o 30 mila, qualche volta 45 e 50 mila; nella chiusura dell’Anno Santo circa 160.000. – La media annuale nel quadriennio 1930-1933 fu di 97.550: nel quadriennio immediato saliva a più di 130.500: negli ultimi anni oscilla intorno alle 250.000. l’Anno Santo fu straordinario con le sue 400.000 Comunioni. E se fosse contare le Comunioni generali che nei giorni di pellegrinaggio nazionale si fanno in tante parrocchie del paese in unione coi pellegrini di Fatima?! Un altro termometro in numeri più piccoli parla ancora più alto; perché indica le forze vive che si vanno creando a Fatima, decise a rivivere esse stesse e a propagare la vita intorno a sé . tale è l’opera dei Ritiri chiusi, inaugurata a Fatima nel 1930 con 200 esercizianti; poco dopo superava i 1000; oggi ne conta 2500 all’anno. Fra essi il ptimo posto è riservato all’Episcopato. Vi convengono poi a turno sacerdoti, Medici, Avvocati, Professori, Studenti universitari, Dirigenti dell’A. C. , Membri di terz’ordini, madri e sorelle di sacerdoti, operai … Anche l’Azione Cattolica si è organizzata sotto la protezione della Madonna di Fatima, non chè le truppe ausiliarie della medesima, i 500.000 crociati di Fatima. – Con tutte queste forze vive, sotto il comando della “Vincitrice di tutte le battaglie di Dio” , come non realizzare miracoli? Ed il grande miracolo si è avverato: il profondo cambiamento avvenuto nel Portogallo, non soltanto politico, ma soprattutto morale e religioso. « Chi avesse chiuso gli occhi trent’anni fa e oggi li riaprisse, non riconoscerebbe più il Portogallo ». – Allora uno dei corifei della rivoluzione del 1910 poteva gloriarsi in piena assemblea della Massoneria, di avere vibrato il colpo di grazia al Cattolicesimo nel Portagallo, con l’iniqua « Legge di Separazione fra la Chiesa e lo Stato ». In due generazioni non ve ne sarebbe rimasto neppure vestigio… In rinforzo poi della satanica bravata vennero lunghi anni di persecuzione, bando agli Ordini religiosi, i Vescovi esiliati dalle loro Sedi o incarcerati, i Sacerdoti perseguitati a segno, i Seminari fatti caserme, proibito il catechismo e l’insegnamento religioso, le chiese — più di 40 nella sola capitale — profanate e bruciate, o convertite ad usi profani; e tutto il resto che narra la storia e quello che essa non ardisce narrare… – Trenta, quaranta anni dopo. E’ in piena attività la seconda generazione. Stracciata l’infame Legge di separazione, il Portogallo stringe con la Santa Sede un Concordato quasi modello e lo Accordo Missionario. Lisbona, la rocca forte del laicismo, riceve trionfalmente i Legati del Papa. Le più alte Autorità della Nazione non temono affermare pubblicamente la loro fede; mentre la vita cattolica va rifiorendo dappertutto in una immensa primavera di bene, che permette concepire le più ridenti speranze. « Il Portogallo ha ritrovato le sue antiche tradizioni di Nazione crociata : fedelmente cattolica e missionaria ». – Un simbolo, segno dei tempi. La Guardia Repubblicana, che una volta perseguitava a colpi di sciabola e arrestava i pellegrini di Fatima, oggi in alta tenuta è passata in rivista dal Vicario di Cristo nella persona dei suoi Legati, e si fa vanto non soltanto di montare la guardia d’onore alla Madonna di Fatima, ma di portarla a spalla attraverso un oceano di popolo plaudente. Simbolo quanto mai significativo della nuova vita che si irradia da FATIMA, faro di vita. Un giorno S. S. PIO XII, salendo in ispirito la montagna di Fatima, vedeva la Cova da Iria trasformata in « sorgente perenne di grazie e di « prodigi fisici, e molto più di miracoli morali che a torrenti di qua si riversano su tutto il Portogallo, e poi irrompendo le frontiere invadono tutta la Chiesa e tutto il mondo » (Radio-messaggio del 13-5-46). Fin dalle apparizioni dell’Angelo, e più da quelle della Madonna, con le allusioni trasparenti all’ateismo militante, al comunismo irruente ed iconoclasta, al materialismo ed all’immoralità dilaganti, e poi alle guerre mondiali, castigo di Dio per tante iniquità, il Cielo faceva vedere chiaramente che, se Fatima sorgeva nel Portogallo, era però destinata al mondo. Infatti appena stabilitone solidamente il culto, con il riconoscimento implicito dell’Autorità ecclesiastica (erezione della basilica, maggio 1928), e più con l’approvazione ufficiale (13 ottobre 1930), la devozione alla Madonna di Fatima irradiò largamente al di là delle frontiere del Portogallo, portando dovunque gli stessi frutti di benedizione. Fu però il giubileo delle Apparizioni, coll’intervento solenne del Vicario di Cristo, e la Consacrazione del mondo all’Immacolato Cuore di Maria (31-10-42), che diedero al Faro di Fatima una potenza illuminatrice e vivificatrice di milioni di chilowatt, registrati nei contatori di Dio. – « Dalle più lontane e recondite plaghe dell’Universo. dall’America, dall’Oceania, dalla Cina. dall’India, finanche dalla Russia martoriata arrivano a Fatima offerte, domande di preghiere, ringraziamenti, in una parola, dimostrazioni di confidenza e d’interesse, omaggi a Nostra Signora di Fatima. E’ incontestabile che Nostra Signora di Fatima ha conquistato il Portogallo e va conquistando il mondo ». Così scrivevano allora i Vescovi. – Oggi, passati dieci anni, chi potrebbe semplicemente elencare le chiese, cappelle, oratori, altari in suo onore eretti e venerati nelle cinque parti del mondo, nonché gli Istituti, Parrocchie, Diocesi, Missioni… a Lei intitolate e poste sotto la sua protezione? Si contino, per esempio, le centinaia di statue portate per essere benedette nel Santuario, e di là partite in tutte le direzioni per tutte le latitudini del globo. O si pensi a quel devoto de la Virgen de Fatima » , che a Madrid si diede a diffonderne la devozione, distribuendo immagini a prezzi minimi e spesso gratis: da quella improvvisata officina sono uscite in pochi anni, fra piccole e grandi, ben 3.000 statue dirette alla Spagna, all’India, all’America… – La devozione alla Madonna di Fatima ha preso la forma di una inondazione, serena ma grandiosa, come la piena del Nilo, che, superati i margini, allaga e feconda fino all’orlo estremo tutta la pianura coltivabile…, qui però la pianura è tutta la Chiesa di Dio! . .. Ma il Cuore Immacolato della Vergine Madre non si contenta di questa inondazione serena, per quanto rapida e progressiva. Appena incoronata REGINA MUNDI, ispira l’idea del Pellegrinaggio Mondiale, in circostanze tanto singolari, che è impossibile non riconoscervi un chiaro segno della volontà divina. Ed il Pellegrinaggio è, Come dire?, un violento nubifragio, che percorre l’orbe, travolgendo e trascinando tutto al suo passaggio. La prima tappa, Lisbona; e Lisbona per quattro giorni e quattro notti è ai piedi della Madonna « nella più stupenda e più impressionante manifestazione di fede di tutta la storia del Portogallo ». Poi percorre le provincie più abbandonate, dove fin dal 1910 tante città non avevano visto né voluto vedere l’ombra di un Sacerdote. Si moltiplicano i prodigi … Ma il grande miracolo è la trasformazione quasi repentina di tante migliaia di quei neo-pagani in cristiani ferventi. La Vergine Pellegrina entra in Ispagna da un arco trionfale in cui si legge il distico: « Spagna ai Tuoi piedi ». E il distico si verifica alla lettera. Piovono grazie e miracoli temporali; diluviano gli spirituali. Madrid in un sol giorno vede ben quindici miracoli! Ma allo stesso tempo, tutte le parrocchie, specialmente le periferiche, dove più abbondano gli elementi comunisti, subiscono una vera rivoluzione spirituale. Non vi è una sola che, alla vista notturna della Madre SS.ma, non conti alla Mensa Eucaristica 20 o 30 mila persone, il quaranta per cento delle quali da dieci e più anni non erano entrati mai in Chiesa. In Belgio: chi direbbe, per esempio, che Charleroi è in pieno pays rouge, vedendo che le chiese non bastano a contenere le moltitudini, e che le piazze si trasformano in chiese ed i banchi degli stabilimenti in balaustrata per la Comunione? Il Lussemburgo, paese di 250.000 anime, per tre giorni è tutta una fiamma di amore alla Vergine di Fatima e a Gesù Sacramentato: 100 mila Comunioni! In Olanda, ultima tappa del viaggio i n Europa, « se il Congresso di Maastricht fu una manifestazione grandiosa, il vero spirito di fede e di pietà glielo diede la Vergine Pellegrina », affermava l’ecc.mo Presidente. In Africa i vecchi Missionari piangono a calde lacrime vedendo la commozione delle anime; il passaggio della celeste Regina « è per loro il più bel giorno della vita »; e poi i catecumeni si moltiplicano, si fondano nuove Missioni. Nella grande India, nel Pakistan la Madonna passa spargendo generosamente favori a cristiani e non cristiani. La commozione delle folle è tale, che i Vescovi meravigliati si domandano se è sogno di leggenda orientale, o realtà vera, lo spettacolo che dappertutto si rinnova sotto i loro occhi… Nel Ceylon per qualche giorno si ha l’impressione che la grande isola sia diventata ad un tratto cristiana. Un Arcivescovo osserva: « Quello che il Figlio non ha fatto durante i secoli, la Madre lo ha fatto in pochi giorni »! Così pure nell’Indocina, in Australia, nelle Isole del Pacifico; così in America, dal Canada e Stati Uniti alla Colombia ed al Cile… Ed ora in Brasile: Fortaleza, Rio, S. Paulo, Nova Friburgo, Belo Horizonte, e cento altre città… ognuna protesta che il trionfo della Vergine Pellegrina è stato, da loro, il più grande, il più sentito, il più stupendo che mai si sia visto in Brasile: manifestazioni gigantesche di fede e pietà, conversioni, tante comunioni, e più che nei Congressi Eucaristici! . .. Il torrente avanzando cresce, trascina, vivifica; luce viva delle menti, vita dei cuori! Ma la grande meraviglia inedita di questo Pellegrinaggio di meraviglie è l’intervento di protestanti, di scismatici, di buddisti, di pagani, di mussulmani, che i n Africa, Asia, America, accorrono, spesso i n numero superiore a quello dei cattolici, e con essi fanno a gara nell’onorare la REGINA MUNDI, che passa sorridente e benedicente. S.S. PIO XII lo sottolineava nel suo augusto Messaggio de1 13 ottobre 1951 « La Regina degli Angeli uscendo… da cotesto Santuario di Fatima, dove il Cielo ci ha concesso di incoronarla REGINA MUNDI, percorre in visita giubilare tutti i suoi domini. E al suo passaggio, in America come in Europa, in Africa ed in India, nell’Indonesia e nell’Australia si moltiplicano le meraviglie della grazia per forma tale, che a stento possiamo credere a quanto pure vedono gli occhi. Non sono a soltanto i figli della Chiesa ubbidienti e buoni che diventano più ferventi, sono i prodighi che vinti dalla nostalgia delle carezze materne, ritornano alla casa del Padre; sono ancora (chi mai potrebbe immaginarlo?) in paesi dove ha appena incominciato a risplendere la luce del Vangelo, tanti avvolti nelle tenebre dell’errore, i quali a gara coi fedeli di Cristo, aspettano la Sua visita, La ricevono ed acclamano con delirio, La venerano, La invocano, ne ottengono grazie segnalate. Sotto lo sguardo materno della celeste Pellegrina… tutti per quache momento si sentono felici di essere fratelli. Spettacolo singolare e singolarmente impressionante, che ci fa concepire le più belle speranze!». – Qui viene spontanea una domanda: la REGINA MUNDI non avrà voluto forse prendere il titolo di FATIMA, per aprire una breccia nella fortezza inaccessibile dell’Islamismo?… Il nome di Fatima è un richiamo per i Musulmani. Esso ricorda un’antica leggenda, il nome di una nobile damigella musulmana del sec. XII, figlia di Vali Alcàcer, fatta prigioniera in uno scontro tra cavalieri portoghesi e musulmani, e richiesta in isposa dal condottiero dei portoghesi, Don Gongalo Hermingues. Fatima, che aveva aderito alla proposta, si fece anche cattolica, ma morì dopo pochi anni, con immenso dolore del suo sposo, che a conforto del suo schianto entrò tra i monaci di S. Bernardo nella Badia di Alcobaga a trenta chilometri da Ourém, nome imposto alla cittadina d’Abdegas, dal nome di Battesimo di Fatima, Oureana. Per interessamento dell’Abate del Monastero le spoglie di Fatima furono trasportate in un paesello, a sei chilometri da Ourém, dove l’Abate aveva fatto costruire in onore della Madonna una chiesa e un piccolo convento. Da quel tempo il paesello fu chiamato Fatima. Mons. Fulton J. Sheen, ricordando questa leggenda, si pone la stessa domanda: «Chissà che la Madonna non abbia voluto forse farsi conoscere col nome di Nostra Signora di Fatima, per offrire un segno di predilezione e di speranza ai Musulmani, e quasi un’assicurazione che essi, per il grande rispetto che hanno verso di Lei, accetteranno un giorno il suo Divin Figlio? » ( La Madonna di Fatima o i Musulmani nel pensiero di S. E. Mons. Fulton J. Sheen, in Selezione Missionaria, 1 (1933) p. 153.) . – Le non poche conversioni in atto dall’Islam al Cattolicesimo, al passaggio della Vergine di Fatima, sono un confortante saggio. Ma conforta ancora il pensiero che tutto il mondo missionario è in prodigioso risveglio. La Vergine di Fatima vuole accelerare i tempi, scendendo Lei stessa in aiuto sensibile dei pionieri dell’espansione evangelica. Il « faro di vita », acceso per il mondo in questa piccola località di Fatima, affretta le vie di Roma.

Can. AMILCAR MARTINS FONTES

Rettore del Santuario di Fatima