QUARESIMALE XXXIII

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco,
Ivrea 1844 –

Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843,
Ferraris prof. Rev. Pe]

XXXIII.

NEL VENERDÌ DOPO LA DOMENICA DI PASSIONE

Expedit, ut unus
moriatur homo pro populo.
[Jo. XI, 50]

1. E sia dunque
spediente a Gerusalemme che Cristo muoia? Oh folli consigli! Oh frenetici consiglieri! Allora io voglio che torniate a parlarmi, quando, coperte tutte le vostre campagne d’arme e d’armati, vedrete l’Aquile romane far nido intorno
alle vostre mura; ed appena quivi posate, aguzzar gli artigli, ed avventarsi alla preda; quando udirete alto rimbombo di tamburi e di trombe, orrendi fischi di frombole e di saette, confuse grida di feriti e di moribondi, allora io voglio che sappiate rispondermi s’è spediente. Expedit!E oserete dir expeditallora quando voi mirerete correre il sangue a rivi, ed alzarsi la strage a monti? Quando rovinosi vi mancheranno sotto i piedi gli edifizi? Quando svenate vi languiranno innanzi agli occhi le spose? Quando, ovunque volgiate stupido il guardo, voi scorgerete imperversare la crudeltà,
signoreggiare il furore, regnar la morte? Ah! non diranno già expedit! quei bambini che saran
pascolo alle madri affamate; non diranno quei giovani che andranno a trenta per soldo venduti schiavi; non lo diranno quei vecchi che penderanno a cinquecento per giorno confitti in croce. Eh che non expedit, infelici, no che non expedit. – Non expedit né al santuario, che
rimarrà profanato da abominevoli laidezze; né al tempio, che cadrà divampato da formidabile incendio; né all’altare, dove uomini e donne si scanneranno, in cambio di agnellini e di tori. Non expedit alla Probatica, che si vuoterà di acqua per correr sangue. Non expedit all’Oliveto, che diserterassi di tronchi per apprestare patiboli. Non expedit al sacerdozio, che perderà l’autorità; non al regno, che perderà la giurisdizione; non agli oracoli, che perderanno la favella, non ai profeti , che perderanno le rivelazioni; non alla legge, che qual esangue cadavere rimarrà senza spirito, senza forza, senzaseguito, senza onore, senza comando, né
potràvantar più suoi riti, né potrà salvare i suoi professori: mercecchè Dio vive in cielo, a fine di scornare e confondere tutti quegli, i quali più credono aduna maliziosa ragion di Stato, che a tuttele ragioni sincere della giustizia; ed indi vuole con memorabile esempio far manifesto che non est sapientia, non est prudentia, non est consilium contra Dominum (Prov. XXI. 30). Ecco: fu risoluto di uccidere Cristo, perché i Romani non diventassero padroni di Gerosolima; e diventarono i Romani padroni di Gerosolima, perché fu risoluto di uccider Cristo. Tanto è
facile al Cielo di frastornare questi malvagi consigli, e di mostrare come quella politica, che si fonda non nei dettami dell’onestà, ma nelle suggestioni dell’interesse, è un’arte quanto
perversa, altrettanto inutile; e la quale anzi, in cambio di stabilire i principati, gli stermina; in cambio di arricchirle famiglie, le impoverisce; in cambio di felicitare l’uomo, il distrugge.
Questa rilevantissima verità voglio io pertanto questa mattina studiarmi di far palese perpubblico beneficio, provando che non è mai utile quello che non è onesto, onde nessuno si dia follemente a credere che per esser felice giovi esser empio.

II. Ma prima vi confesso, uditori, che mi dà quasi rossore il dovere agitare un tale argomento in questo teatro; quasi che presso ai Cristiani ancor sia dubbioso quello che fu sì chiaro presso ai Gentili. Con che furore non si scagliò Cicerone contro coloro i quali ardirono di seminare i primi nel mondo questa dottrina, che ciò che non è onesto possa esser utile? Non li chiamò perturbatori della quiete, discioglitori delle amicizie, distruggitori delle repubbliche, sterminatori delle virtù, sollevatori del mondo? Quindi a lor confusione narra un successo che molto può valere a confusion nostra, e fu questo ch’or io dirò. Parlando un giorno Temistocle nel senato di Atene, disse di avere un consiglio utilissimo alla repubblica; ma che siccome non voleva proporlo in pubblico, così gli fosse assegnato qualcuno, cui lo confidasse in privato. Fu destinato Aristide per ascoltarlo; e a lui Temistocle distintamente scoperse una certa frode, con cui si poteva maliziosamente dar fuoco ai legni spartani loro nemici, benché allora lor collegati. Udito questo, Aristide tornò
in senato con grandissima espettazione d’ognuno, e senza spiegare il caso in particolare, sol disse in genere, che il consiglio di Temistocle era utile sì, ma non era onesto: perutile est consilium Themistoclis reipublicæ, sed minime honestum. Come? ripigliarono allora
tutti, gridando senza distinzione e senz’ordine, ad una voce: questo è impossibile. Se il consiglio non è onesto, non può nemmeno esser utile: quod onestum non est, non potest esse utile. E cosi, senza neppur degnarsi di udirlo, lo ributtarono: tanto era radicata in quei consiglieri quest’opinione, come conchiuse Cicerone, e con lui Plutarco, ut quod justum
non erat, minime putaretur esse utile
. – Or se alle menti di persone Gentili pareva questa verità così manifesta, com’è possibile che non
vogliam persuadercela noi che pur ne abbiamo tante ampie testimonianze dall’istessa infallibile Verità? Finalmente quei miseri non sapevano, dipendere le sorti di tutti gli uomini dalle mani di un solo Dio. Ammettevano molti Dei, diversissimi e discordissimi, tra i quali però non era gran fatto, che se uno favoriva la virtù,
un altro prosperasse per onta la scelleraggine. Anzi quale scelleraggine si trovava, che non avesse in ciclo il suo protettore? Proteggeva Giove gli adulteri, Mercurio i ladri, Marte i sanguinolenti, Bacco gli ubbriachi, Venere i lussuriosi, Plutone gli avari. Sicché i loro adoratori sarebbero finalmente stati in parte scusabili, se avessero giudicato, poter esser talora il vizio felice, mentre ogni vizio aveva per protettore anche pubblico qualche dio. Ma noi Cristiani, i quali crediamo esserci un Dio unico al mondo, e questo, quanto parziale della virtù, tanto nemico dichiarato del vizio, com’è possibile che con arti malvage dobbiamo mai sperare di farcelo favorevole? – Non dipende forse dalla sua mano qualunque nostra prosperità, così piccola, come grande sicché senza suo volere né spira un fiato per l’aria, né biondeggia una spiga per le campagne? Questo è certissime» In manu Dei prosperitas hominis, così chiaramente protestane l’Ecclesiastico (X, 5). Bona et mala, vita et mors, paupertas et honestas a Deo sunt(Ib. XI, 14). Adunque che politica è questa: per acquistar felicità, maltrattare chi la dispensa, offendere chi la dona? Pare a voi dunque bell’arte, per ricevere grazie, arrecare affronti; per riportare favori, usar villanie?

III. Risponderete, che in Dio forse non vale quest’argomento; perocché disprezzando Egli i beni terreni, non è però gran fatto che li comparta ancora a chi non li merita. Lasciar Lui piuttosto la cura di tali beni alle cagioni da noi chiamate seconde, da cui senza tanti riguardi son dispensati più largamente a coloro, i quali per altro pongono mezzi di lor natura più validi a conseguirli. Ma piano di grazia, perché codesto è un discorso, quanto lusinghevole agli empi, tanto fallace; onde io mi stimo obbligato a scoprirne la falsità, per togliere l’inganno. Ditemi un poco però: Dio non ha sempre sprezzati questi beni terreni all’istesso modo? Dio non si è sempre valso delle cagioni seconde all’istessa forma? Di questo non si può dubitare. E nondimeno io ritrovo, che per conseguire felicità ancor temporale, a nessuno ha giovato l’esser empio, laddove a molti spesso ha giovato esser pio. Parvi forse strana, uditori, questa proposizione? Io mi conforterei di provarvela con l’induzione di tutti quegli uomini memorabili ch’han fiorito fin dai principi del mondo, se il tempo me lo permettesse; ma perché questa mi sarebbe un’impresa, se non troppo difficile, almeno troppo ampia,
ristringiamoci dentro alcuni confini. Ditemi adunque: se nel naufragio del mondo s’ebbe a salvare una famiglia fra tutte, quale fu scelta? quella dell’empio, o quella di un giusto? Se dall’incendio di Sodoma s’ebbe a sottrarre una famiglia fra tante, quale fu favorita, quella di un impudico, o quella di un casto? Chi  possedette ai giorni suoi maggiori ricchezze di un Abramo, di un Isacco, di un Giacobbe, di un Giuseppe,
patriarchi tutti santissimi? Ed a Giuseppe singolarmente qual arte giovò sì per salire al trono, la malvagità o l’innocenza? Quando egli con cuore intrepido resisteva alle violenze ed ai vezzi della padrona, credo io che alcuno di questi odierni politici non avrìa mancato di sussurrargli all’orecchio: Giuseppe, mirate bene a ciò che voi fate. Non so se vi torni conto di disgustar la padrona, e padrona sì ricca, e padrona sì amica, e padrona sì potente. Il
marito è lontano; la camera è segreta: chi lo saprà? Importa troppo la grazia di una donna la quale, impetuosa in qualunque affetto, non sa né amare, né odiare, se non in sommo. Eppure si sarìa trovato consiglio più pernicioso per la
prosperità di Giuseppe? È vero ch’egli, per non avere aderito a questo consiglio, si trovò in prigione ed in ceppi; ma la prigione non lo introdusse alla reggia? I ceppi non gli fabbricarono la corona? Passiamo avanti. Se Mosè, ancor fanciulletto, prezzava il diadema postogli da Faraone sul capo (come Filone racconta), se si rimaneva nella sua Corte, se seguitava i suoi riti, sarebbe mai divenuto quel condottiero di un tanto popolo, quel terrore di un tanto Re? Ricusò egli d’esser suo nipote, e fu constituito suo Dio: ecce constitue te Deum Pharaonis (Exod. VII. 1). Le felicità poi della terra lungamente promessa da chi furono conseguite? Dai sollevatori del popolo? Dagli adoratori del vitello? dai dispregiatori di Dio? Neppur uno di questi, che pur erano più di seicentomila, vi pose il piede. E chi espugnò tante piazze, chi fugò tanti eserciti, chi
riportò tante spoglie ai tempi dei Giudici, se non un Giosuè, un Calebbo, un Otoniello, un Gedeone, ed altri tali a lor somiglianti nella virtù, i quali tutti, come osservò l’Ecclesiastico (XLVI, 12), furono grandemente felici, ut viderent omnes, quìa bonum est, obsequi sancto Deo? E venendo a tempi dei Re, qual di loro
ritroverassi, a cui l’impietà fosse d’utile, e non di danno? Me ne rammenterete pur uno? Se un Saule conseguì lo scettro per la bontà, non lo perdette per la colpa? Se un Davide provò mai fortuna contraria, non fu sol quando trasgredì la
legge divina? E a Salomone quanto giovò l’aver preposta in quella sua famosa elezione alle ricchezze la sapienza! Buon per lui, che non chiamò prima a trattato su questo affare veruno di quegl’iniqui statisti, di cui parliamo; perché io credo fermamente che tutti gli avrebbero detto: sacra maestà, pensateci un poco bene,
non precipitate il giudizio, non avventurate l’elezione. Che rilieva a voi tanta scienza? Mancheranno nello stato vostro dottori, mancheranno legisti, quando si avranno a decidere le controversie, o a ventilare le liti? Non sono le lettere quelle che costituiscono un principe formidabile. A voi si conviene dilatare le possessioni, accrescere le entrate, riempir l’erario; altrimenti si rideranno i nemici vostri di voi, quando vi vedranno ricco di libri, ma povero di danari, liberale d’inchiostro, ma scarso d’oro. Questo senza dubbio sarebbe
stato il consiglio di tali politicastri. Ma quanto fu meglio per Salomone conformarsi ai dettami dell’onestà, che non alle suggestioni dell’interesse! Che se dopo un tempo cominciò a declinare la gran felicità del suo stato, qual
ne fu la cagione? Non fu perch’egli deviò dal sentiero de’ divini comandamenti? Scorrete poi pur con agio tutto il catalogo de’ re di Giuda, suoi successori; voi troverete che i più fortunati furono un Ezechia, un Gioatamo, un Giosafatte, e un Giosia, che furono parimenti i più giusti. Questi goderono lunga vita, questi fabbricarono nuove piazze, questi accumularono ricche entrate, questi acquistarono meravigliose vittorie. In alcuni poi variò il tenore della loro felicità, conforme il vario tener de’ loro costumi, come può vedersi in Asa, in Gioas, in Ozia ed in Manasse. Ma tutti gli altri, sì re di Giuda, come re di Samaria, i quali furono
costantemente malvagi, furono ancora costantemente infelici: che però loro furono le ribellioni, loro le sconfitte, loro i disertamenti, loro le prigionie, loro le stragi. Ma che più? Non è chiarissimo il testimonio registrato sopra di ciò dall’istesso Spirito Santo? Leggasi al capo quinto presso Giuditta (ver. 21). Usque dum non
peccarent in conspectu Dei
sui, erant cum illis bona. Ubicumque ingressi sunt sine arcu et sagitta, et absque scuto et gladio; Deus eorumpugnavit
prò eis vicit.
(ver. 16). Et non fuit (
ponete mente alle parole che seguono), et non fuit qui ìnsultaret populo isto, nisi quando recessit a cultu Domini sui (ver. 17). Ora io vorrei sapere un poco da voi, signori miei cari: Iddio governa oggi più il mondo in quella maniera medesima, con cui governa ai tempi di questi principi, o veramente ha Egli mutato stile? Dite: d’allora in qua ha Egli nella sua mente variate massime? ha Egli nel suo cuor cambiato volere? Forse finalmente s’è indotto ad amare il vizio, se allora lo abbominava? Ovvero non è ora più Egli quel che governa, ma ha cedute per avventura le briglie dell’universo a un Caso cieco, o a una Intelligenza maligna? O, se non altro, è sottentrato in suo luogo qualcuno di quegli dei menzogneri, i quali a gara prendevano il patrocinio delle persone malvagie? Che v’è di nuovo nella natura, che v’è? Ohimè, che solo il cadere in tali sospetti, non che l’esprimerli, è bestemmia troppo inaudita: Ego Dominus, et non mutor; cosi ci fa Dio sapere per Malachia (III, 6). Son quel di prima, son quel di prima. Ma s’è così, come dunque possiamo noi confidare, che per conseguir felicità ci debba mai giovar l’esser empio? Non è questa una presuntuosa baldanza,
quasi che Davide non intendesse di favellare per noi pure, quando egli disse che vultus Domini super facientes mala, non per arricchirli, non per esaltarli, non per accreditarli, ma ut perdat de terra memoriam eorum(Ps. XXXIII. 17), per mandarli tutti in malora?

IV. Ma perché non crediate che a favore mio vada io mendicando forse argomenti da un solo popolo, governato già dal Signore con un’assistenza più particolare, e più propria,
facciamo così: mettete un poco voi da una parte il malvagio Erode, quello il quale per l’antichità si chiama il Maggiore, ed io per confronto metterò frattanto dall’altra il piissimo Costantino, quello il quale per i meriti è
detto il Grande. Ad ambedue questi principi vien proposto un sanguinoso macello d’innocenti bambini: a quello per assicurarsi lo scettro, a questo per salvarsi la vita. Risponde Erode: si faccia questo macello, purché io non perda lo scettro. Risponde Costantino, perda io la vita, purché per me non si faccia questo macello. Ora date voi la sentenza. Che giovò più, ad Erode la sua empietà, o a Costantino la sua giustizia? Volete saperlo? Attendete. Costantino, il quale ricusò quella strage, guarì della sua insanabile
infermità, e godette inoltre tranquillamente lo scettro. Erode, il quale la eseguì, perdé tra poco lo scettro, cadendo in una più orribile infermità. E pur famosa la lagrimevole fine che fece Erode, quando vedendosi cascare a brano a brano le carni, verminose prima che morte, addolorato dalle frequenti punture de’ nervi attratti, annoiato dall’intollerabile fetore delle membra incadaverite, tentò di accelerarsi la morte con un coltello. Ma senza ciò. Se prima Costantino aveva travagliato fra spesse ribellioni, di poi provò una giocondissima pace. Se Erode aveva prima provato gioconda pace, di poi travagliò fra spessissime ribellioni: perciocché congiurandogli contro il medesimo Antipatro suo figliuolo, aveva già concertato di avvelenarlo. Onde laddove potette Costantino, ancora vivente, crear Cesari i suoi figliuoli, Erode fu costretto a farli prigioni. Ma che dico a farli prigioni? Non prevalse ai suoi giorni quel  motto celebre: Melius est Herodis porcum esse, quam filium? E con qual fondamento  prevalse, se non perché chi perdonava la vita a quegli animali, come Giudeo, a due figliuoli la tolse, quantunque padre. Che se gran parte dell’umana felicità si stima l’essere amato, siccome l’essere odiato si tiene gran parte dell’umana miseria, quanto pur furono differenti tra loro Costantino ed Erode per un tal capo! Chi può contare le statue, gli archi, i
trofei che furono a Costantino innalzati dall’amor pubblico? Non così invero
di Erode: perocché avendo egli eretta per sua memoria non so qual aquila d’oro, gli fu tratta a terra, e gli fu fatta in pezzi con pubblica sedizione. Che più? Racconta Gioseffo ebreo, scrittore diligente delle sue antichità, che niuna
cosa recava al malvagio principe tanta angoscia, quanto l’accorgersi dell’indicibile contento che dalle sue disavventure traevano i suoi vassalli, onde, prima di morire, avendo con certa fraude imprigionata nel circo tutta la nobiltà, die ordine che sul punto ch’egli spirava fosse mandata subito a fil di spada, perché così nella sua morte dovessero a forza piangere quei che non s’inducevano a piangere per amore. Ora ditemi dunque, signori miei: per titolo di acquistare felicità qual arte voi giudicate più, vantaggiosa: quella che tenne Erode
uccidendo tanti innocenti bambini, o quella che usò Costantino ricusando di ucciderli?
Conviene che o sia cieco chi non conosce, o protervo chi non si arrende a tal verità, tanto ella è palpabile.

V. Ma questo è poco. Tutte le istorie ecclesiastiche non ci dimostrano anch’esse concordemente quanto più vagliano a conseguire prosperità, ancora supreme, le arti sincere della innocenza, che le stravolte della malvagità? Mirate un poco tre celebratissimi
imperatori, Gioviano, Valentiniano, e Valente. Tutti e tre questi, per quali vie s’incamminarono al soglio, se non per quelle onde l’umana politica avrìa creduto che se ne dovessero dilungare? Ritiraronsi tutti e tre, mentre ancor erano capitani privati dal servigio dell’insolente Giuliano apostata, per non aderire ai suoi
folli comandamenti; e non passò molto che in quella Corte, donde uscirono esuli, rientrarono Imperatori. E qual prudenza mondana doveva all’imperator Onorio approvare quelle belle arti, con le quali egli governava il suo Stato?
Considerate di grazia. Qualora, cinto da mille spade nemiche, vedeva che i Barbari gli movevano guerra, che faceva egli? Prendeva subito a muover guerra agli Eretici; e con questa diversione di armi, con cui pareva che dovesse
indebolire lo Stato, il fortificava. Ma non avrìa creduto altrimenti? Come? (si doveva allora strepitare ne’ suoi Conigli) che prudenza è mai questa? Quasi i Goti e gli Unni inondando sopra di noi dalle Spagne, non siano bastanti a
desolarci lo Stato, irritarci ancora contro l’Africa i Donatisti? Anzi ci dovremmo studiare con tutti i mezzi di renderli a noi concordi e confederati, quando essi ci volessero inimicare in simili congiunture. Qual ragione vuol dunque che da noi medesimi li irritiamo, mentr’essi non ci dan noja? prendasi pur a cuore le ingiurie della Religione; ma quando sieno prima fermati gli interessi della repubblica: altrimenti
cadrà la repubblica e non sosterassi la Religione. Così dovevasi probabilmente discorrere in quei Consigli. Ma quanto fallacemente! perocché Dio con riuscite affatto contrarie dava a conoscere che allora più sicura trovavasi la repubblica, quando per la Religione esponevasi a più cimenti. E non combatté egli però con armi invisibili a favore di Onorio, uccidendo ben
duecento mila soldati fra Goti ed Unni, condotti da Radagaso? Anzi, come se ciò fosse poco, gli estinse ancora nel breve giro di un anno sette usurpatori tirannici dell’impero, un Alarico, un Costantino, un Costante, un Massimo, un Giovino, un Sebastiano, un Saro, e altri simili, i quali a guisa di tanti cani nibbio, se gli erano
avventati alla vita. Tanto che correva
allora nel mondo questo bel detto:
far quasi a gara tra loro Dio ed Onorio: Onorio per sterminare i nemici di Dio; Dio per sterminare i nemici d’Onorio. Che se finalmente una volta pur sotto lui prevalsero i Barbari, e saccheggiarono Roma, rispondetemi, quando fu? Non fu quando il misero si lasciò vincere dalle importune istanze dei suoi, e concedé per alcun tempo sì agli Etnici, sì agli Eretici il
libero uso delle loro religioni? Allora Roma diventò subito preda del furore goto, allora divamparono le sue case, allora rovinarono le sue torri, allor seguì quell’eccidio così famoso, su cui versò tante lagrime san Girolamo quando scrisse: peccatis nostris barbari fortes sunt (Ep. 2 ad Heliod.). E che ciò sia pur vero, si manifesta; perché tosto che Onorio, ravvedutosi dell’errore, annullò le leggi malvagie, ed si affaticò per la distruzione delle fedi false e per la dilatazione della vera; tosto, dico, le cose cambiarono faccia: morirono i suoi principali nemici, e diventarono difensori di Roma quei Goti stessi, i quali n’erano stati gli oppugnatori. Piacesse al Cielo che le strettezze del tempo mi permettessero di trascorrere ad uno ad uno gli annali degli altri principi, a me ben noti: io son certissimo che l’esempio di ognuno porgerebbe baldanza all’iniquità, mentre le vicende stesse
vedreste ne’ due Teodosj, in un Arcadio, in un Giustino e in un Giustiniano, in un Maurizio, in un Eraclio, e in tanti altri, allora miseri, quando fecero ubbidire la Religione all’interesse; allor felici, quando fecero servire l’interesse alla Religione. Se non che, a che vale stancarsi più lungamente in accattare testimonianze dagli uomini, dove abbiamo sì in pronto quelle di Dio?
Ditemi un poco: l’infelicità non fu introdotta nel mondo a cagion del peccato? Certo che sì, risponderà l’Ecclesiastico (XL, 9 et 10): mors, sanguis, contentio, oppressiones, fames, et contritio, et flagella super iniquos creata sunt, et propter illos factus est cataclysmus. Pel peccato hanno inondato nel mondo tante sciagure;
pel peccato le guerre, per il peccato la povertà, pel peccato le pestilenze, pel peccato le carestie, pel peccato l’infamie, pel peccato la morte. Adunque come possiamo mai credere che il peccato sia mezzo acconcio a sfuggir l’infelicità, e non piuttosto ad incorrerla, se egli ne fu la cagione? Falso, falso! Se un iniquo dalla sua iniquità ritrarrà qualche ventura, qualche gloria, qualche grandezza, tutto sarà per mero accidente: di primaria istituzione sarà che avvenga il contrario. E però chi non vede che molto più frequentemente avverrà quello ch’è
d’istituzione primaria, che non quello ch’è per mero accidente?

VI. Ripiglierete: somiglianti ragioni per avventura tutt’essere e belle e buone; nulladimeno non poter voi ribellarvi a ciò che il senso vi attesta, ed a ciò che dimostravi
l’esperienza: che il mondo ha sempre abbondato di empi felici; che questo ha fatto sempre aguzzar mille penne contro la Provvidenza, questo fremere mille lingue; e che a volerla ora negare, bisognerebbe bruciar gli annali dei popoli, le declamazioni degli oratori, le
satire dei poeti, e fino i lamenti de’ profeti medesimi, i quali esclamano: quare via impiorum prosperatur? (Jer. XII, 1). Piano, piano; che voi credete con cotesta replica vostra di avermi a un tratto conquiso, non che convinto: eppur voi nulla provate contra di me. Il mondo ha «sempre abbondato di felici? Questo è falsissimo, perché senza paragone sono stati più gli empi miseri, benché la felicità sia più osservata negli empi, che la miseria, come cosa più sconveniente. Con tutto ciò volete ch’io vel
conceda per cortesia? Su, sia così: che no inferite però contro il mio discorso? Dunque è giovevole il vizio, dunque è utile l’empietà, dunque ad esser felice giova esser empio, ch’è la proposizione ch’io vi contrasto? Nego la conseguenza. Sapete dove consiste l’inganno vostro? Consisto in questo: che voi credete tali uomini esser divenuti felici per la malvagità; ed io vi dico di no. Vi dico ch’essi divennero tali mercé qualche opera buona, o cristiana o naturale, o morale, da loro fatta. Seminanti justitiam merces fidelis; tal è l’assioma infallibile dei Proverbi (XI. 18). Però, non lasciando mai Dio di premiar fedelmente verun’azione virtuosa, qualunque siasi, come non lascia mai
di punirne alcuna malvagia, ha voluto con quella breve prosperità temporale rimunerare coloro ai quali per altro erano destinali tormenti eterni. – Furono crudeli i Goti, ma nemicissimi d’ogni carnalità; bestiali gli Unni, ma alieni
da ogni delizia; rapaci i Vandali ma zelantissimi ancora in sterminare il culto d’idolatria. I Romani per contrario quantunque superstiziosi, non è credibile quanto fossero retti, liberali, fedeli, sobri, magnanimi, ed amanti dei popoli lor aggetti. Ne’ Turchi è insigne l’ubbidienza ai loro Principi; negli Svechi è singolare la fede alle lor consorti; e quel ch’io dico di questi popoli in
genere, dite voi di più personaggi in particolare, come di un Jerone, d’un Pisistrato, d’un Dionisio, d’un Falaride, d’un Periandro, d’un Mario, d’un Gracco, d’un Silla, e di altri tali per alcun tempo felici nell’impietà. Furono tutti costoro malvagi sì; ma si scorse anche chiaro in ciascuno d’essi quanto sia quel dettato comune, che coi gran vizi, sogliono andare bene spesso
congiunte di gran virtù: epperò Iddio, che doveva poi dare a’ lor vizi una lunga pena, volle dar prima alle lor virtù un breve premio, guiderdonandole, siccome erano tutte virtù manchevoli con bastoni di comando, con diademi di principato, con vittorie, con trofei, con tesori, e con altre simili felicità temporali; ch’è quanto dire, coi bricioli della sua mensa, con la polvere dei suoi piedi, con la spazzatura che si getta dai balconi del suo palazzo. Chi non
vede però come questo medesimo non abbatte, ma conferma piuttosto l’intento mio, mentre ancor fra’ Gentili, se ben rimirasi, là si è trovata maggiore prosperità, come lungamente dimostra santo Agostino (De Civ. Dei), dove si sono trovate virtù maggiori, se non vere e
reali, almeno verisimili ed apparenti?

VII. E non è per tutto ciò ch’io non sappia, Cristiani miei, che Dio più d’una volta permette
che l’uomo arrivi con l’istesse malvagità ad acquistare or qualche carico illustre, ed ora qualche rendita copiosa: questo è verissimo. Ma io dico, che neppur in questo caso medesimo si deve chiamare utile quella malvagità; perché, regolarmente parlando, sempre sarà più il male, che il bene, il qual ne derivi. Prosperitas stultorum (come Salomone testifica) perdet illos(Prov. I. 32). Non dice perdit, ma perdet. E perché ciò? Perché non sempre una tale
prosperità produce immediatamente i suoi tristi effetti, ma a passo a passo. Eh aspettate un poco di grazia, aspettale un poco, e vedrete dove andrà a terminare quel carico conseguito con le oppressioni degl’innocenti, dove quell’oro
accumulato con l’estorsioni dei poveri. Non avete mai letto là presso Giobbe, che Dio talvolta con gli uomini si trastulla, e che però adducit consiliarios in stultum fìnem? (Job. XII. 17). Non in stultum principium, no; in stultum finem. La
scia che alzino la gran torre di Babele; ma di poi fa che per la confusione vadano dispersi. Lascia che alzino la bella torre di Siloe; ma di poi fa che
sotto le rovine vi restino seppelliti. Questo è l’inganno, per lo quale molti uomini giudicano talora fortunata l’iniquità, e che ha condotti anche i Profeti medesimi a querelarsi amorosamente di Dio, e quasi ad accusar la sua provvidenza. Hanno i meschini considerato il principio, ma non hanno con Davide atteso il fine: donec intelligam in novissimis eorum (Ps. LXXII, 17); ch’è quanto dire, si sono fissi a mirare il bel capo d’oro dell’eccelso colosso
babilonese, e quivi tutti attoniti, tutti assorti, non hanno subito calati gli occhi a osservare i piedi di fango. Udite, e si stabilisca la verità.

VIII. Se dopo il nascimento di Cristo fu serie d’uomini, i quali con arti inique si avanzassero
a grandi acquisti, furono senza dubbio gl’imperatori, o, se così vogliamo piuttosto chiamarli, tiranni greci. Ora ditemi: vi sono però stati altri ìmperi ch’abbiano dati, o più fortunosi, o più ferali argomenti alle scene tragiche? Niceforo il primo giunse alla fine co’ suoi tradimenti e con i suoi spergiuri ad usurparsi l’impero, scacciandone Irene, giusta posseditrice. Ma che? per le continue calamità divenne a sé medesimo sì obbrobrioso, che si chiamava nuovo Faraone indurato nelle disgrazie; ed alla fine sconfitto e ucciso da’ Bulgari, diede occasione a’ suoi nemici di fare del suo cranio una tazza, dove, non so
se per allegrezza o per onta, tutti beverono i principali del campo. Giunsero pur
Staurazio con illegittime nozze, e Leone Armeno con pubbliche ribellioni a
stabilirsi nel principato: ma quanto andò che per tal cagione morirono trucidati, l’uno in guerra, l’altro all’altare? Michele Balbo arrivò nella sua famosa congiura a passare dalla carcere al soglio, ed a farsi quivi adorare, mentre ancor era con le catene al collo e con i ceppi ai piedi; ma avendo ardire per tale prosperità di sposare una vergine sacra, subito gli si ribellò tutta la Schiavonia, subito gli fu sbaragliato tutto l’esercito; né per ciò ravvedendosi, fu consumato da una infermità stomachevole. Teofilo per le sue ragioni di Stato
arrivò quasi a spegnere affatto il culto delle immagini sacre; ma presto ancora
morì di affanno e di rabbia per una lagrimevole rotta ricevuta da’ Saracini. Michele III, riputato per le sue libidini e per le sue crudeltà novello Nerone, giunse a sterminar i tutori e sbandir la madre, per poter senza direttore regnare più
francamente; ma quanto fu però contro di esso l’odio del popolo, quante le ribellioni, dalle quali alla fine rimase estinto, mentre giaceva sopraffatto dal sonno ed ebbro dal vino! Riuscì ad Alessandro di spogliare gli altari sacri,
per trasportare, nel fisco l’oro de’ tempj; ma incontenente impazzì: né compì prima l’anno del principato, che vomitò col sangue insieme la vita. Che dirò di Romano I? Conseguì egli con astutissima frode di collocare nella sedia
patriarcale di Costantinopoli un suo figliuolo fanciullo con discacciarne il legittimo possessore; ma l’anno stesso da un altro dei suoi figliuoli fu discacciato egli ancor dal trono imperiale, e rilegato in un’isola solitaria. Così il
secondo Romano giunse ancor ei, per vaghezza di dominare, a togliere con veleno il padre dal mondo; ma fra brevissimo tempo fu tolto anch’egli dal mondo pur con veleno. Michele Paflagonio ottenne con arti inique d’intrudersi
nell’imperio; ma fu invasato subito dal diavolo, da cui né per esorcismi, né per limosine, si poté più liberare fino alla morte. Michele Calefate conseguì d’esiliare l’imperatrice per regnar solo; ma fu pigliato incontinente dal popolo, da cui lapidato e accecato, fu strascinato ancor vivo per la città. E l’istessa lagrimosa fine ancor fecero Diogene ed Andronico, saliti ambedue sul
soglio imperiale, l’uno col favore di amore impudico, l’altro col braccio di barbara fellonia. – Rispondetemi ora: pare a voi che si potessero chiamar punto felici le malvagità con cui questi si vantaggiarono? – Dite su: vi contentereste voi di godere dei loro acquisti, mentre dovreste parimente addossarvi le loro perdite? Chi v ‘è, chi v’è così sciocco, il quale stimi invidiabile la lor sorte? Or figuratevi che tal è stata universalmente la sorte di tutti quei che con arti inique anelarono ai lor vantaggi. Prosperitas  stultorum perdet illos; sì, miei signori, prosperitas stultorum perdet illos (Prov. I. 32). Eh che non accade affannarsi in tal verità!
Gridano tutti i libri, esclamano tutti i secoli, e tutti i regni unitamente sentenziano a favore della virtù: Justitia elevat gentes(Prov. XIV. 34); udite se può trovarsi un detto più favorevole al nostro intento, uscito dalla penna pur esso di Salomone: Justitia elevat gentes: la giustizia si è quella la quale sublima i popoli, li risuscita, li ravviva. Che quella che li fa miserabili? Il sol peccatro: miseros autem fàcit populos peccatum (Ibid.). Così pur altrove egli dice: non roborabitur
homo ex impietate
(Ib. XII. 3); ed altrove: in insidiis suis capientur iniqui(Ib. XI, 6); ed altrove: in impietate sua corruet impius(Ib. XI. 5); ed altrove: qui seminat iniquitatem, metet mala(Ib. XXII. 8). La Sapienza concorda in parlar così: malignitas evertet sedes potentium (Sap. V. 24), punto differente è il linguaggio dell’Ecclesiastico, il qual ci ha lasciato questo notabilissimo avvertimento, che i principati si veggono bene spesso andar vagabondi regnum a
gente in gentem transfertur
(Eccl. X, 8). Per qual cagione? per le ingiustizie, per le iniquità, per le fraudi, cui vennero amministrati: propter injustitias et injurias et contumelias et diversos dolos (Ibid.). Che dite dunque? Volete voi lasciarvi sì lusingare dalle fallaci promesse dell’impietà, che, ammirando le sue esaltazioni, non consideriate anche appressi i suoi precipizi? Eh rinunziatele pure, rinunziatele le sue arti,
ed assicuratevi (checché v’insegnino altri nei loro volumi pestilenziali e perversi),
assicuratevi, dico, che non vi sarà utile quello che non è onesto. Telas araneæ texuerunt, dice
Isaia di questi artefici scaltri d’iniquità: opera eorum opera inutilia; cogitationes eorum cogitationes inutiles (Is. LIX, 5, 6 et 7). Tengansi pur per sé il loro expedit maledetto questi
odierni sconsigliatissimi consiglieri; che noi piuttosto con le generose parole di Matatia, nobilissimo maccabeo, vogliamo conchiudere: propitius sit nobis Deus; non est nobis utile relinquere legem et justitias Dei (1 Mach. II. 21). Premettaci pure la malvagità ciò che vuole, non le crediamo. Mai non ci sarà utile lasciare la Religione per l’appetito, la Religione per l’interesse, la legge per l’affetto, Dio per
nessuno. Non est, non est nobis utile
relinquere leges et justitias Dei
.  Che cosa ci sarà utile? La pietà. Pietas omnia utilis,
dice l’Apostolo (1 ad Tim., IV, 8); mercecchè questa ha le promesse di essere favorita non solo nella vita futura, dove sta il vero premio dei Cristiani, ma ancora nella presente, Promissionem habens vitae, quæ nunc est, et futuræ.

SECONDA PARTE

IX. Io vi ho ragionato sinora come se non ci fosse altra vita, che questa sola, la qual da
noi si mena sopra la terra. Ma che? Ci è pur paradiso (o signori miei cari), ci e pur inferno. Se non siamo atei, lo dobbiamo confessare. Adunque, quando anche il vizio (ch’io non concedo) fosse nel mondo generalmente felice, basterebbe questo a poterlo chiamar giovevole? Eh miseri noi, che pensiamo al temporale, e
non consideriamo l’eterno! Quid prodest nomini, si mundum universum lucretur, animæ vero suoi detrimentum patiatur? (Matth. X. 26). Oh
sentimento degno di essere ripetuto a gran voce su tutti i pergami, anzi di essere inciso a caratteri grandi in tutte le sale, in tutte le stanze, a fine di non lo perdere mai di vista! E dove ancora, uditori cari, arrivassimo a
conseguire con i tentativi malvagi l’intento nostro, che avrem noi fatto? Quid prodest? Avremo acquistati alcuni anni di contentezza, ma ce ne saremo giuocata un’eternità. Oh potess’io questa mattina avanti ai vostri occhi spalancare tutto l’inferno, e farvi vedere quelle caverne di terrore, quelle carceri di tormenti! Che vorrei fare? Vorrei chiamare ad uno ad un tutti quegli, i quali vivendo non riconobbero su la terra altro Dio, che il loro interesse; e vorrei
con alti scongiuri violentarli a rispondere, come sian ora contenti delle loro passate felicità. Dove siete, olà, dove siete, voi Geroboami, voi Tiberj, voi Giuliani, voi Arrighi, voi tutti di questa scuola? Venite pure, benché vestiti di fiamme, benché cinti di serpi, benché carichi di catene, che per nostro profitto giova il vedervi. Che dite? Voi vivendo adempiste già tutto ciò che vi
suggerì il vostro perverso volere, con dir tra voi: sit fortitudo nostra lex justitiæ(Sap. II. 11). Non
è così? Non temeste mai uomini, non rispettaste mai Dio; e sol tutti intesi ai vostri interessi domestici, non dubitaste di procurarli con l’oppressione dei poveri, con le calunnie degl’innocenti, col tradimenti degli amici, con le rovine degli emoli, col sangue dei popoli, con lo sconvolgimento dell’universo. Ebbene, che
cavate ora voi dalla rimembranza dei vostri passati delitti? Sono per questo a voi men rigidi i ghiacci, o men voraci le fiamme? Vi ricordate, quanti già vi adoravano nelle reggi e quanti vi corteggiavano per le strade! quanti vi
applaudivano ne trionfi! Vi ritraevano altri su dotte tele, altri vi figuravano in duri marmi; e per la vostra felicità giornalmente sagrificavansi non so se più vite nelle battaglie, o più vittime in su gli altari. Or che vi giova una
tale felicità? rispondetemi, che vi giova? Quid
prodest
? Se voi poteste ritornare ora nel mondo a ripigliare i vostri cadaveri, a ritessere il vostro corso, qual tenore di fortuna vi eleggereste?
Rientrereste voi più nell’istesse regge? rimontereste voi più su gli stessi
troni? Oh Dio, che parmi di sentire che i miseri, bestemmiando, mandino urli per voci, e fremiti per parole. Che regge, gridano gl’infelici, che troni? Maledetta sia l’ora che vi salimmo; maledetti quei servi, che ci ubbidirono; maledetto quel cielo che ci esaltò. Selve, grotte, dirupi, orrori, sepolcri, là dentro correremmo
tutti a nasconderci, se noi potessimo più tornare or al mondo. Così mi pare che i miseri mi rispondano. Ed oh con quanta ragione! Vere mendacium possiderunt; vanitatem, quæ eis non profuit (mi giova qui di ripetere ad alta voce con Geremia – XVI. 19): vere mendacium possiderunt; vanitatem, quæ eis non profuit. Poverini che sono! quanto meglio sarebbe stato per tutti questi nascer servi, nascere schiavi, che nascer grandi! Ubi sunt principes gentium? Dove
sono più questi principi delle genti, dei quali abbiam ragionato? Qui dominantur super bestias, quæ sunt super terram; e per andare in cocchio nutriscono tanti cavalli: qui in avibus cæli ludunt;
e per andare a caccia nutriscono tanti cani: qui argentum thesaurizant et aurum, in quo confidunt homines,et non est finis acquisitionis eorum; e per arricchire le loro case privale non temono difar
gemere le città. Ubi sunt? ubi sunt? Dove sono? dove sono? Exterminati sunt, ripiglia il Profeta. Sono spariti, sono spariti. Spariti? Non sarìa nulla. Exterminati sunt, et ad inferos descenderunt, et alii loco eorum surrexerunt (Baruch. III, 16 et seq.). Lasciarono ai loro posteri gli ostri e gli ori, ed essi andarono a starsene tra le fiamme. Così è di tutti coloro, che non son vissuti secondo le buone leggi. Felici però noi se sapessimo approfittarci alle spese loro! Ma noi troppo insensati invidiamo la loro antica felicità, e non badiamo alla presente loro miseria. Quid prodest, quid prodest homini si mundum universum lucretur, animæ vero suæ
detrimentum patiatur
? Non è di fede, che tra quanti acquisti si facciano, di sogli, di clamidi, di corone, di scettri, di manti, di mitre o di pastorali,uniti ancora fuor d’ogni legge in un fascio,e la perdita che però s’incorra dell’anima, neppur v’è quella proporzione, la qual vi sarebbetra l’acquisto di un praticello selvatico,
e la perdita di una monarchia paria quella che godé Augusto? Adunque come stimeremo
mai felice quell’impietà che porta poi
seco annesso sì grave danno? Non
potest ulla compendii causa consistere
, io dirò, francamente con santo Eucherio (Epist. 1 ad Paræn.), si constet animæ intervenire dispendium.

X. Ma voi direte ch’io stamane non ho fatto altro che parlar sempre di principi e di principesse;
che i più di voi, che soli avete bisogno della mia predica, non siete in sì grande stato; e che però nemmeno siete soggetti a sì gran pericoli. Che le vostre politiche non si stendono se non il più a scavalcare un vostro emolo nella Corte, o a soppiantare un vostro corrispondente in qualche contratto; e che però non dovete forse temere tante infelicità né temporali, né eterne per tali colpe. Sì eh? Oh piacesse al cielo, che pur fosse vera una simile conseguenza! Ma questo
è il peggio, uditori miei, questo è il peggio, che per una cosa di niente offendiamo Dio, strapazziamo i suoi ordini, conculchiamo il suo sangue. Finalmente se per qualche acquisto assai grande lo conculcassimo, faremmo male,
chi ne può dubitare? Faremmo malissimo, ma quanto più conculcandolo per sì poco! E non è questo il lamento che Dio già fece per bocca di Ezechiele quando egli disse: violabant mepropter pugillum hordei, et fragmen panis? (Ezech. XIII, 19). Quasi che volesse egli dire in poche parole: ascoltate voi, cieli; ascoltala,  terra; e voi, cupi abissi, ascoltate. Quel  mio popolo, a me sì caro e diletto, che ha ricevuto da me sì eccelsi favori, che è stato liberato da me di sì misera schiavitudine, che da me è stato esaltato a sì gran potenza; questo mio popolo stesso mi ha strapazzato, sapete, mi ha strapazzato con ingratissime offese. E indovinate perché? Forse per appropriarsi le spoglie di un esercito debellato, come fece un Saule? Non me lo recherei a tanta ignominia. Forse per arrogarsi l’amministrazione di un principato vacante, come fece un’Atalia? Non me lo riputerei a tanto scorno. Forse per usurparsi la possessione d’alcun cittadino innocente, come fece un Acabbo? Mi daria  minor confusione. Forse per sfamare l’ingordigia dell’oro altrui, come
fece un Giezi? Ancor in ciò sentirei minor il rossore. E perché dunque egli mi ha offeso? Perché? Ve lo dirò io. Per un pugno d’orzo, per un frusto di pane; sì, torno a dire, per un pugno di orzo, per un frusto di pane: propter pugillum hordei, et fragmen panis. Per sì leggiero interesse
mi hanno gl’ingrati rivoltate le spalle, hanno dette enormi bugie, hanno inventate vituperose calunnie, hanno orditi bruttissimi tradimenti: ed io lo potrò tollerare? Così dolevasi Dio, signori miei cari, ne’ tempi andati. Sapete
voi come dolgasi nel presenti? Basterebbe, per saper ciò, girare un poco le piazze più popolose della città, entrare ne’ fondachi, visitar le botteghe, vedere i banchi, ed ivi considerare per qual piccioli emolumenti si commettano colpe
ancora mortali. Che menzogne, che contese non si odono colà dentro? che ingiustizie,
che frodi non vi si ascondono? E Dio, ch’ivi è presente, comporterà divedersi per così poco oltraggiato tanto? Come? s’Egli castigherà sì severamente chi, a ragion di esempio, spergiura per un tesoro, non punirà più aspramente chi spergiuri per un quattrino? Fino i Gentili medesimi conoscevano che un istesso peccato,
commesso per emolumento più rilevatile, pareva men grave; onde uno di loro ebbe
a dire: si violandum jus est, regnandi
causa violandum est
. Mai non è lecito di peccare; ma quando inoltre è minore l’allettamento, allora in parità d’altre circostanze sempre è
maggiore la colpa che si commette, perché Dio vien posposto ad un ben più minuto, ad un ben più vile, ad un bene più dispregevole. Conchiudiamo dunque così: se tanto fremeranno nell’inferno quei che vedranno di aver perduto Dio per una provincia o per un principato issai grande di questa terra, che sarà di quei miserabili che vedranno di aver fatta ancor essi una stessa perdita; ma perché? per una usura fecciosa di pochi soldi, per un cambio non sincero, per un censo non sussistente, o per alcun altro contratto di quei sì fini, che sono a voi meglio noti, che non a me? Non urleranno quei miseri di furore, molto più di un Esaù o di un Linneo, venditori sì sfortunati, quegli di una primogenitura, e questi d’un regno? E tali sono le perdite a cui conduco uno scellerato interesse, e conduce tutti, o grandi o piccoli, o governanti o plebei, ch’egli signoreggi. Considerate ora voi se vi è bene, il quale equivalga a perdite così
gravi, e poi sentenziate se mai per esser felice giovi esser empio.

LA COMUNIONE SPIRITUALE

[G. B. Scaramelli: DIRETTORIO ASCETICO, Trattato Primo

NAPOLI, LlBRERIA E TIPOGRAFIA SIMONIANA. Strada Quercia nº. 17. 1839.]

– CAPO VII.

Si parla brevemente della comunione spirituale, con cui devono le persone spirituali industriarsi di supplire alla mancanza delle comunioni sacramentali.

441. Giacché pochi son quelli, come ho già detto, a cui possa giustamente concedersi di ricever ogni giorno il Corpo Santissimo di Gesù Cristo sacramentalmente sotto le specie del pane; devono almeno tutti industriarsi di riceverlo spiritualmente con la comunione che chiamasi spirituale. Questa, dice S. Tommaso, consiste in un vivo desiderio di prendere il Santissimo Sacramento. Dicuntur baptizari, et communicari spiritualiter, et non sacramentaliter illi, qui desiderant hæc Sacramenta jam instituta sumere. (3 p. qu. 21, alias 8o, art. 1, ad 3.). E nell’articolo seguente: (in corp. Contingit spiritualiter manducare Christum, prout est sub speciebus hujus Sacramenti inquantum scilicet aliquis credit in Christum, cum desiderio sumendi hoc Sacramentum. Allora accade, dice l’Angelico, che alcuno mangi Spiritualmente Gesù Cristo ricoperto dalle specie sacramentali, quando crede in Cristo con desiderio di riceverlo in questo sacramento. E questo non solo è un ricevere spiritualmente Gesù Cristo, ma è un ricevere spiritualmente lo stesso Sacramento. Se queste brame siano molto fervide, e molto accese, la comunione fatta in spirito sarà tal volta più fruttuosa e più cara a Dio, che molte altre Comunioni reali fatte con tiepidezza, non per difetto del Sacramento, ma di chi freddamente lo riceve. S. Caterina da Siena, come si legge nella sua vita, bramava sì ardentemente di unirsi al suo Sposo sacramentato, e per la vivezza dei suoi desideri cadeva in dolci deliqui, e sollecitava il Beato Raimondo suo confessore a comunicarla per tempo su i primi albori del giorno, temendo di rimanere estinta dall’impeto delle sue brame. Gradiva tanto Gesù Cristo queste ansie amorose della devota Verginella, che una mattina, mentre il detto Raimondo celebrava la santa Messa, nell’atto di frangere l’Ostia sacra, ſe’ sì che gliene volasse dalle mani una parte; e andasse a posarsi su la lingua della santa, che si trovava presente al sacrifizio, e in questo modo appagò il signore i ferventi desideri della sua sposa. (S. Anton. 3 par. Chron. tit. 23, c. 14, S. 8.). Un simile avvenimento accadde in Venezia ad una Monaca avida della santa comunione. (Ber. Just. in ejus vita c. 8.). Non potendo questa comunicarsi nella solennità del Corpus Domini, mandò a significare al gran Patriarca S. Lorenzo Giustiniano il suo desiderio, ed a pregarlo, che almeno in tempo del santo sacrifizio la raccomandasse al Signore. Or mentre il santo celebrava a tutto il popolo la santa Messa in pubblica Chiesa, la detta Monaca se lo vide entrare nella sua cella con la santissima Eucarestia, e presentarle di propria mano il corpo santissimo del Redentore. Se poi questo accadesse replicandosi il santo in due luoghi o comparendo in ispirito dentro il monastero, non si sa. Due cose sole si sanno di certo: la prima che celebrando il santo non partì dall’altare; ma solo dopo l’elevazione dell’Ostia sacra fu veduto starsene lungamente estatico, ed alieno affatto da sensi: la seconda che interrogato su questo fatto, non lo negò, ma solo impose a chi n’era consapevole un rigoroso silenzio. Ho voluto tutto ciò riferire, acciocchè si veda quanto piacciono a Gesù Cristo queste comunioni spirituali: mentre opera talvolta miracoli, per unirsi realmente allo spirito di chi ardentemente la brama. – 442. Or queste comunioni spirituali possono farsi più volte, anzi cento volte in ciascun giorno con gran profitto: perché può l’anima devota spesso slanciarsi con l’affetto in Gesù sacramentato, e desiderare di riceverlo nel suo cuore, e d’incorporarsi col suo corpo santissimo. S. Ignazio Martire, scrivendo ai romani, dice loro così: Non voluptates hujus mundi desiderio; sed panem Dei, panem cœlestem, panem vitæ, qui est caro Jesu Christi Filii Dei vivi, et potum volo sanguinem eius, qui est dilectio incorruptibilis, et vita æterna. Io non bramo, diceva il santo martire, i piaceri vani, e caduchi di questo mondo: solo bramo il pane celeste, il pane divino, il pane di vita, che è la carne di Gesù Cristo, figliuolo di Dio vivo. Solo bramo quel sangue, che è un distillato di amore, ed un estratto di eterna vita. Nello stesso modo può la persona spirituale andar dicendo tra giorno, mentre le si presentano alla vista gli oggetti frali di questa terra, all’apparenza preziosi, deliziosi, e vaghi: Non voluptates hujus mundi desidero, sed panem Dei, panem coelestem, panem vitæ. Io non curo le delizie, le ricchezze, le bellezze, che dona il mondo ai suoi seguaci. Solo desidero ricevere il mio Gesù, che è le delizie degli angeli, che è un tesoro di ricchezze inesausto, che è un fiore di ogni bellezza. Solo bramo partecipare di quel corpo glorioso, che con la gloria del suo volto beato rallegra il Paradiso; di quel sangue, che fu tutto sparso per me; di quell’anima che per me spirò sulla croce; e di quella divinità, che è scaturigine di ogni bene. Cibus meus Christus est, et ego eius: come dice S. Bernardo: (Serm. 61 in Cant.). il mio cibo sia Gesù, ed io il suo: perché egli brama incorporarsi con me, ed io con Lui in questo divinissimo Sacramento. Con questi desideri aderà la persona rinnovando ad ogni ora comunioni spirituali, le quali tanto saranno più perfette, e tanto più profittevoli, quanto sanno più fervidi i suoi affetti verso Gesù Sacramentato.

443. Bisogna però almeno una volta al giorno fare questa comunione spirituale posatamente, a bell’agio, e con speciale apparecchio, acciocchè riesca con maggior divozione, e profitto, e in qualche modo compensi gli effetti della comunione sacramentale. Né per far questo v’è tempo più opportuno di quello, in cui si assiste al santo Sacrifizio della Messa; mentre può allora la persona unirsi col sacerdote a ricevere con l’affetto quel cibo divino, ch’egli riceve in effetto. Faccia dunque ella prima un atto di contrizione, e con esso ripulisca la stanza del suo cuore, dentro cui brama che venga a riposarsi il suo Signore. Poi avvivi la fede circa la presenza reale di Cristo nel santissimo Sacramento. Consideri (come abbiamo detto di sopra, parlando della comunione sacramentale) la grandezza, e la maestà di quel Dio, che sta nascosto sotto il velo di quegli accidenti eucaristici: ponderi quel grande amore, e quella somma bontà, per cui non solo non disdegna, ma brama di unirsi Seco: rifletta alla propria piccolezza, ed alle proprie miserie. Quindi seguano affetti misti di umiliazione, e di desiderio: di umiliazione in riguardo alla propria indegnità, di desiderio in riguardo alla infinita amabilità del suo Signore. Poi vedendo, che in quella mattina non è a lei permesso di unirsi realmente con esso Lui, per mezzo della comunione sacramentale; si abbandoni con l’affetto, e con Lui si unisca col vincolo d’un amore quieto, posato, e tranquillo; finalmente prorompa in affetti di ringraziamenti, e di lodi poiché se Gesù Cristo non è venuto effettivamente nel suo seno, non è rimasto da lui, giacché egli era pronto, anzi quanto è dal canto suo bramava questa congiunzione di amore con grande ardore di carità. Gli chieda quelle grazie, di cui si conosce necessitoso, e faccia quegli altri atti, che è solito di fare dopo le sue comunioni. Oltre l’utile, che di presente gli risulterà da tali comunioni di spirito, gliene proverrà anche questo vantaggio: che si troverà dispostissimo ad accendersi in divozione, qualunque volta avrà da accostarsi alla mensa Eucaristica, per cibarsi realmente delle carni santissime del Redentore. Poiché siccome un legno, che si conservi sempre caldo, e sempre disposto ad infiammarsi alla presenza del fuoco: così un cuore, che si mantenga sempre caldo di amore verso Gesù Cristo sacramentato, è facile a concepire fiamme di carità, avvicinandosi a quella fornace di amore, che arde sempre nel santissimo Sacramento.

444. Voglio aggiungere un fatto, in cui non solo vedrassi quanto siano accette al Redentore queste comunioni spirituali: ma an che il modo, con cui bisogna ad esse apparecchiarsi, acciocché gli riescano più gradite. Riferisce il padre maestro Giovanni Nider del l’ordine venerabile dei Predicatori, (in Formic. lib. 1, cap. 1) che nella città di Nuremberga v’era un uomo plebeo di nascita, ma di costumi illibato, di natura semplice, proclive alla pietà, dedito alla meditazione della passione del Redentore, alle opere di carità, ed alla macerazione del proprio corpo. Bramava questo ardentemente comunicarsi; ma non essendo nella sua patria in uso tra gli uomini la frequenza dei Sacramenti, non si arrischiava ad accostarsi alla sacra mensa, per non parer singolare, e per non essere dalla gente mostrato a dito.  Con tutto ciò sapendo, che Iddio gradisce non solo le opere buone, ma anche la buona volontà, procurava di supplire alle comunioni sacramentali con le comunioni fatte spiritualmente coi santi desideri. Avvicinandosi pertanto quei giorni, in cui avrebbe voluto comunicarsi, si preparava precedentemente con l’astinenza del cibo. La mattina poi se la passava in sante meditazioni, e in esse tutto s’infiammava in desideri del sacro cibo: ripuliva la coscienza con un’esatta confessione d’ogni suo mancamento, assistendo finalmente alla santa Messa si univa col sacerdote con tanto affetto, che nell’atto della comunione quasi che si avesse a comunicare anch’esso, si chinava profondamente, si percuoteva il petto, e apriva la bocca per ricevere la sacrosanta particola. Cosa veramente ammirabile! Nell’atto di aprire la bocca sentiva portarsi su le labbra l’Ostia sacra, e ad un tempo stesso diffondersi per tutto lo spirito una ineffabile soavità. Così Iddio premiava la viva fede: così saziava la santa fame di questo suo fedelissimo servo. Una mattina però quasi non credendo a se stesso, ed alle proprie esperienze, pose un dito nella bocca, per far prova col tatto della mano, s’era vero ciò, che pure esperimentava col tatto della lingua, e col sapore dello spirito; e in quel toccamento rimase al dito attaccata la sacra particola. Onde sempre più certificato del vero, la prese nuovamente con le labbra, e devotamente l’ingoiò.  – Non piacque però a Dio quell’atto non decente a persona secolare, e la poca fede, che in quell’atto aveva dimostrato: e perciò non tornò più il Signore a visitarlo, come aveva fatto per il passato con un sì prodigioso favore, quantunque per altro mantenesse sempre verso il santissimo Sacramento lo stesso sentimento di divozione, e di culto, e perseverasse sempre costante nello stesso tenore di vita santa. Apprenda dunque il lettore dagli altrui esempi ad affezionarsi a queste comunioni spirituali, ed a premetter loro, almeno una volta il giorno, qualche decente apparecchio, acciocchè riescano a Gesù Cristo più gradite, e ad esso più giovevoli. E apprendano i direttori ad insinuarle ai loro penitenti, e a consolare con essa la fame di queste anime buone, che vorrebbero accostarsi alla sacra mensa più spesso di quello che loro conviene.

MERCOLEDì DELLE CENERI

[Padre Paolo SEGNERI S. J.:

Quaresimale

– Stamperia Eredi Franco, Ivrea 1844 – Cortassa Pro-Vic. Generale; Rist. Ivrea 10 agosto 1843, Ferraris prof. Rev. Per la G. Cancell.]

NEL MERCOLEDI’ DELLE CENERI

“Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”

Un funestissimo annunzio son qui a recarvi, o miei riveriti uditori; e vi confesso, che non senza una estrema difficoltà mi ci sono addotto, troppo pesandomi di avervi a contristar sì altamente fin dalla prima mattina ch’io vegga voi, o che voi conosciate me. Solo in pensare a quello che dir vi devo, sento agghiacciarmisi per grande orror le vene. Ma che gioverebbe il tacere? il dissimular che varrebbe? ve lo dirò. Tutti, quanti qui siamo, o giovani o vecchi, o padroni o servi, o nobili o popolari; tutti dobbiamo finalmente morire: statutum est hominibus semel mori (ad Heb. IX, 27) . Ohimè! che veggo? non è tra voi chi si riscuota ad avviso sì formidabile? Nessuno cambiasi di colore? nessun si muta di volto? Anzi già mi accorgo benissimo che in cuor vostro voi cominciate alquanto a ridere di me, come di colui, che qui vengo a spacciar per nuovo un avviso sì ricantato. E chi è, mi dite, il quale oggimai non sappia che tutti abbiamo a morire? Quis est homo, qui vivet, et non videbit mortem? (Ps. LXXXVIII, 49 ) Questo sempre ascoltiamo da tanti pergami, questo sempre leggiamo su tante tombe, questo sempre ci gridano, benché muti, tanti cadaveri: lo sappiamo. Voi lo sapete? Com’è possibile? Dite: e non siete voi quelli, che jeri appunto scorrevate per la città così festeggiante, quali in sembianza di amante, qual di frenetico, e quale di parassito? Non siete voi che ballavate con tanta alacrità nei festini? Non siete voi che v’immergevate con tanta profondità nelle crapule? Non siete voi che vi abbandonavate con tanta rilassatezza à dietro ai costumi della folle Gentilità? Siete pur voi che alle commedie sedevate sì lieti. Siete pur voi che parlavate da’ palchi sì arditamente. Rispondete: e non siete voi che tutti allegri in questa notte medesima, precedente allo sacre Ceneri, ve la siete passata in giuochi, in trebbj, in bagordi, in chiacchiere, in canti, in serenate, in amori, e piaccia a Dio che non fors’anche in trastulli più sconvenevoli? E voi, mentre operate simili cose, sapete certo di avere ancora a morire? Oh cecità! oh stupidezza! oh delirio! oh perversità! Io mi pensava di aver meco recato un motivo invincibilissimo da indurvi tutti a penitenza ed a pianto con annunziarvi la morte: e però mi era, qual banditore divino, fin qui condotto per nebbie, per piogge, per venti, per pantani, per nevi, per torrenti, per ghiacci, alleggerendomi ogni travaglio con dire: non può fare che qualche anima io non guadagni, con ricordare ai peccatori la loro mortalità. Ma, povero me! troppo son rimaste deluse le mie speranze, mentre voi, non ostante sì gran motivo di ravvedervi, avete atteso piuttosto a prevaricare; non vergognandovi, quasi dissi, di far come tante pecore ingorde, indisciplinate, le quali allora si ajutano più che possono a darsi bel tempo, crapulando per ogni piaggia, carolando per ogni prato, quando antiveggono che già sovrasta procella. Che dovrò far io dunque dall’altro lato? dovrò cedere? dovrò ritirarmi? dovrò abbandonarvi in seno al peccato? Anzi così assista Dio favorevole a’ miei pensieri, come io tanto più mi confido di guadagnarvi. Ditemi dunque: mi concedete voi pure d’esser composti di fragilissima polvere; non è vero? lo conoscete? il capite? lo confessate, senza che altri stanchisi a replicarvi: Memento„ homo, memento quia pulvis es? Questo appunto è ciò ch’io voleva. Toccherà ora a me di provarvi quanto sia grande la presunzione di coloro che, ciò supposto, vivono un sol momento in colpa mortale. Benché presunzione diss’io? audacia, audacia, così doveva nominarla, se non anzi insensata temerità; che per tale appunto io prometto di dimostrarvela. Angeli, che sedete custodi a lato di questi a me sì onorevoli ascoltatori: Santi, che giacete sepolti sotto gli altari di questa a voi sì maestosa Basilica; voi da quest’ora io supplichevole invoco per ogni volta ch’io monterà in questo pergamo, affinché vogliate alle mie parole impetrare quel peso, e quella possanza, che non possono avere dalla mia lingua. E tu principalmente, o gran Vergine, che della divina parola puoi nominarti con verità Genitrice! tu che, di lei sitibonda, la concepisti per gran ventura nel seno; tu che, xli lei feconda, la partoristi per comun benefizio alla luce; tu che, di nascosta ch’ella era ed impercettibile, la rendesti nota e trattabile ancora a’ sensi; tu fa che io sappia maneggiarla ogni dì con tal riverenza, ch’io non la contamini con la profanità di formule vane, ch’io non l’adulteri con la ignominia di facezie giocose, ch’io non la perverta con la falsità di stravolte interpretazioni; ma che sì schietta io la trasfonda nel cuore dei miei uditori, qual ella uscì dai segreti delle tue viscere. Sprovveduto vengo io di ogni altro sostegno, fuor che d’una vivissima confidanza nel favor tuo. Però tu illustra la mente, tu guida la lingua, tu reggi il gesto, tu pesa tutto il mio dire di tal maniera, che riesca di lode e di gloria a Dio; sia di edificazione e di utile al prossimo; ed a me serva per acquisto di merito, non si converta in materia di dannazione.

II.  È l’uomo comunemente di sua natura più inclinato a temere nei gran pericoli, che disposto ad assicurarsi. Però voi vedete, che nella nave di Giona, profeta indocile, uno solo era quegli, che al fracasso de’ tuoni, e al furor de’ turbini dormiva tranquillamente. Gli altri tutti o gridavano, o gemevano, o consultavano, o si affaticavano, affine di liberarsi dall’imminente naufragio. Homo enim (così trovo io presupporsi da san Tommaso) magis inclinata» est ad timorem, quo mala fugit, quam ad audaciatn, qua mala invadit (Abulen. In Matt. cap. XVIII, q. 27 ex 2. 2. q. 16!, art. 29 ad 3 ). Ma questo principio è verissimo, quando si tratti de’ pericoli temporali, i quali sono meno terribili, e meno atroci; non però quando trattisi dell’eterno, che è tanto più irrimediabile e più tremendo. In questo solo (chi’1 crederebbe?) i mortali sono inclinati comunemente a fidarsi; né solamente nol temono, ma lo sprezzano; nol solamente nol fuggono, ma l’incontrano. E che vi pare, amatissimi peccatori, del vostro stato? Già voi sapete che in quell’istante medesimo nel qual voi, o col pensiero, o con la parola, o con l’opera, consumaste il vostro delitto, fu tosto contro a voi fulminata sentenza orribile di eterna condannazione. Né si deve durar gran fatica ad effettuarla. Ardon già inestinguibili quelle fiamme, che debbon essere il vostro letto per tutta l’eternità. Ignis succensus est in furore meo ( Jer. XV, 14); sì dice Dio, super ros ardebit. Già son preparati i tormenti, già stan pronti i tormentatori. Però, che manca? Manca che strappisi solamente quel filo che vi tien come pendenti sopra la bocca di un baratro sì profondo: Super putum abyssi (Apoc. IX. 2). E voi con tutto ciò non provate timore alcuno, ma potete la sera cenar con gusto, potete cicalare, potete conversare, potete andare a pigliar poi placidissimi i vostri sonni? se non è questa temerità intollerabile, rispondetemi, qual sarà? È vero che quel filo di vita che or vi sostiene potrebb’essere ancora forte e durevole; ma potrebbe anch’essere logoro e consumato. E perché dunque in una egual incertezza più volete attenervi a quella opinione che vi animi a confidare con tanto rischio, che non a quella che vi esorta a temere con tanto prò?

III. Benché troppo ho errato dicendo, in una egual incertezza. Qual cosa v’è che mai vi possa promettere di sicuro un sol momento di vita. Non i bezzuarri orientali, non le perle macinate, non gli ori potabili, non i gislebbi gemmati, che son piuttosto rimedi tutti inventati dall’ambizione, perché neppure il morire sia senza lusso. Dall’altra parte quante son quelle cose, le quali possono levarvela ogni momento! Si lusingavano comunemente gli antichi con darsi a credere, che le loro Parche non fossero più che tre. Ma non così si lusingava anche Seneca, il quale diceva, che a lui piuttosto parevano innumerabili: Eripere vitam nemo non homini potest (In Theb. act. 1). Mirate pur quante creature mai sono nell’universo, tutte, per dir così, tutte son tante Parche col ferro in mano, ch’è quanto dire, tutte applicate, tutte abili a darci morte. So non che, chi non sa che a fin di morire non ci fa nemmen di mestiere aspettarlo altronde? Dentro di noi sta quanto basta ad ucciderci. Come il ferro si genera la sua ruggine, come il legno il suo tarlo, come il panno la sua tignuola; così l’uomo si genera pur da sé la sua morte in seno, e non se ne accorge: a segno tale, che un celebre capitano del secolo precedente, detto il Caldoro (Poter. Detti memor. 1. 1), mentre arrivato, con sorte rara tra le battaglie, all’età di settantacinque anni, passeggiava lieto pel campo, e si gloriava di essere tuttavia sì disposto della persona, sì vivace, sì vegeto, qual ora di venticinque, finì in un punto e di vantarsi e di vivere; perché repentinamente percosso fu d’un accidente di furiosissima gocciola, la quale allora allora era in atto di sopraffarlo; e così, morendosi in poco d’ora, mostrò quanto ciascun uomo sia sempre mal informato di ciò che passi nell’intimo di se stesso. Ma se così è, come dunque in uno stato d’incertezza sì orribile, qual è questo, avete ardire, o ascoltatori, di vivere un sol momento in colpa mortale? Questa dunque è la cura che voi tenete della vostra anima? questa è la stima del vostro fine? questa è la sollecitudine della vostra felicità? saper di stare in mezzo a rischi sì gravi, e non vi riscuotere! Alcuni si stupiscono molto come un Elia, perseguitato da una potente Reina, potesse mettersi in una aperta campagna a dormir sì posatamente:projecitque se, et obdormivit (3 Reg. XIX, 5). Ma io non me no stupisco. Non è certissimo ch’egli finalmente era un Santo? Poteva dormire. II mio stupore è veder dormire un Saule, dormire un Oloferne, dormire un Sisara, quantunque dormano sotto de’ padiglioni. E che sia di loro, se restino quivi còlti da chi gli insidia? Eppure piacesse al Cielo, che i loro esempi non si vedessero tuttodì rinnovati tra i Cristiani. Sono innumerabili quelli che vanno a letto in peccato mortale, senza por mente a tanti orrendi pericoli, che del continuo lor possono sovrastare da una corrente impetuosa di sangue, da un soffocamento di catarro, da una soppressione di cuore, da un solo animaletto pestifero che li morda. E questi possono giungere a chiuder occhio, tuttoché per breve momento? Oh stupidezza infinita! oh stoltizia immensa! Si trovano là nell’Africa certi animali fierissimi detti orìgi, somiglianti ai tori selvatici, i quali tanto si fidano di sè stessi, che si addormentano dentro le medesime reti dei cacciatori; e benché già d’ogni intorno non altro sentasi che annitrire cavalli, che abbaiar cani, non però si scuotono punto per procurare di scappare in tempo da’ lacci. Or non è questa veramente un’audacia meravigliosa? Ma tale appunto pare amo che sia quella de’ peccatori. Che dissi, pare? È certo, è certo. Sentitelo da Isaia: dormierunt in capite omnium viarum, sicut oryx illa queatus, pleni indignatione Domini (Is. LI, 20). Poteva dirsi più eccelsamente?. Coloro i quali, già colmi d’iniquità, pieni indignatione Domini, si tengono sempre a Lato le male pratiche; coloro che non restituiscono quella roba; coloro che non rendono quella riputazione; coloro che covano quell’odio occulto nel cuore, sanno molto bene di star conseguentemente negli alti lacci infernali. Eppur che vi fanno? Si scuoton forse, si affannano, si affaticano, per poterne uscir prontamente? Pensate voi. Vi dormono spesso a guisa di tanti orìgi: dormierunt sicut oryx illaqueatus. Oh cosa orribile! Dormierunt sicut oryx illaqueatus. Ed è possibile che mai giungasi a tanto di sicurtà? Chi vi fa certi, o meschini, che a danno vostro non sia già bandita una caccia universalissima di tutte le creature? che non siano lasciati i cavalli? lasciati i cani? E voi dormite, e dormite in qualunque luogo senza sospetto, in capite omnium viarum e dormite (può dirsi più?), o dormite talvolta, come un Sansone, anche in  seno alle meretrici? dormitis in lectis eburntis, et lascivitis! ( Amos. VI, 4).

IV. E qui dovete considerare, uditori, che se nessuno di noi non può mai promettersi un sol momento di vita (tanta è la gelosia con lo qual Dio fra tutti gli altri domin ha voluto a sé riserbare quello del tempo, molto meno promettere se lo può chi vive in peccato. Il peccato ha introdotta al mondo la morte; chi non lo sa? per peccatium mors ( ad Rom. V, 12): e però il peccato ha sempre ancor ritenuta questa possanza, veramente terribilissima, di affrettarla, di accelerarla, di far che giunga assai prima del suo dovere. Sono infiniti nelle Scritture que’ luoghi, in cui questa verità ci vien confermata. Ne impie agas multum: (Eccl. VII, 18); così appunto si dice nell’Ecclesiaste: non ti voler dare in preda all’iniquità: non vivere come vivi con tanta libertà, con tanta licenza: non fare, come suol dirsi di ogni erba fascio: Ne impie agas multum. E per qual cagione? ne moriaris in tempore non tuo (Ibid); per non aver a morire innanzi al tuo tempo. Imputi, antequam dies ejus impleantur, peribit ( Job. XV, 32); così pure in Giob si ragiona. Iniqui sublati sunt ante tempus suum ( Job 22 ,16); così pure in Giobbe si replica. Qui odit correptionem, minuetur vita (Eccli. XIX,5); così pur viene affermato dall’Ecclesiastico. E Salomone nei suoi Proverbi si protestò apertamente, che gli anni dei malvagi verrebbono dimezzati: anni impiorum breviabuntur (Prov. X, 27 ): cadendo i più di loro quasi lambrusche, prima fracide, che mature; o quasi loglio, prima inaridito, che adulto. Udite ciò che accedette allo scellerato imperatore Anastasio. Dormiva egli una notte agitato dalle solite faci delle sue furie, le quali più importune nel sonno, lo molestavano or con ombre orribili, or con pensieri ferali: quando apparendogli un personaggio di aspetto terribilissimo, con la penna nella destra, con un libro nella sinistra: mira, gli disse, come io per la tua empietà quattordici anni cancello della tua vita: En oh perversitatem fìdei tua quatuordecim tibi vita: annos deleo ( Baron. in Annal. t. 6, an. 518). Si destò a queste voci il misero Principe attonito ed angoscioso, né sapeva s’egli ciò dovesse temere come visione, o deridere come sogno. Quando indi a pochi giorni cominciò il cielo, di sereno ch’egli era, a rannuvolarsi, indi a lampeggiare ed a fremere, e a fulminare. Si colmò Anastasio di profondissimo orrore; e, quasi presagisse nell’animo esser lui quello, per cui concitavasi in cielo sì gran tempesta, si diede a correre, qual novello Caino, pel suo palazzo ora fuggendo d’una in un’altra sala, or d’una in un’altra stanza; ma tutto indarno. Scoppiò all’improvviso una rovinosa saetta, che a dirittura l’andò a trovare in un gabinetto segreto, dov’egli stava qual coniglio appiattato nella sua buca, ed ivi l’uccise: dando così chiaro a vedere che non v’è lauro, non dirò regio, ma neppure imperiale, che salvar possa da’ fulmini un capo iniquo. Ma voi frattanto che dite? Non vi par vero che gli anni de’ malvagi hanno ad essere dimezzati? anni impiorum breviabuntur. Eh non vi fidate, uditori, non vi fidate; perché quantunque voi vediate la morte sopra un cavallo spossato, squallido, scarno, qual era quello, su cui comparve là ne’ deserti di Patmos; contutto ciò vi so dire, che quando ella ha seco lo sprone, lo sa far correre. Ma non sapete qual è lo sprone? il peccato: Stimulus autem mortis peccatum est, così grida Paolo, Stimulus autem morti peccatum est (1 ad Cor. XV, 56). Alcuni, ahi quanto ingannati! si danno a credere che questo sprone siano anzi le penitenze; e però non prima essi mirano un lor compagno ritirarsi, raccogliersi, darsi alquanto alla vita spirituale, che subito fanno mostra dì compatirlo. Ed oh semplicetto! gli dicono: non vedete che voi vi volete ammazzare? Che semplicetto, che semplicetto? scusatemi s’io vi sgrido: semplicissimi siete voi, i quali non avete ancora imparato a conoscere bene lo stimolo della morte. Non è il digiuno quello che fa venir la morte sì rapida. Piuttosto io trovo promesso dall’Ecclesiastico, che qui abstinens est, adjiciet vitam (Eccli. XXXVII, 34). Non sono le discipline, non sono i silenzii, non sono i salmeggiamenti, non sono i letti assai duri. Se dicessimo questo, si leverebbe tosto su dalla tomba il gran Romualdo, penitente austerissimo di cento anni, e irato ci smentirebbe; ci smentirebbe un Girolamo, ci smentirebbe un Antonio, ci smentirebbe un Arsenio, ci smentirebbe un’infinità di mortificatissimi anacoreti, vissuti più d’ogni effeminato Lucullo. Ah! che lo stimolo della morte è il peccato: conviene intenderla: Stimulus autem mortis peccatum est. Sono quelle atroci bestemmie, che si lasciano alcuni con somma audacia scappar tutt’ora di bocca, sono i furti, sono le fraudi, sono le oppressioni dei poveri angariati, sono le confessioni sacrileghe, sono le comunioni sacrileghe, sono le tante ingratitudini orrende, che da noi si usano a chi ci ha donata la vita: essendo conformissimo a tutte le buone leggi spogliar del feudo, spogliar del fìtto, chi neghi l’ossequio debito al suo Sovrano (De feudis 1. 3, c. 1).

V. Ed oh così le angustie del tempo me lo permettessero, come io vi mostrerei volentieri con l’induzione perpetua di tutti i secoli, quanto sia negli empj frequente il perir di morti, non solo anticipate, come or dicevasi, ma parimente le più improvvise, le più impensate, che possano mai trovarsi. Ma per restringerci alle divine Scritture, pigliatele quante sono, ed esaminatele, vedrete, che di quei giusti, la cui salute non può rivocarsi in dubbio, niuno s’io non erro, si sa che mancato mai sia di caso fortuito, fuorché i figliuoli del pazientissimo Giobbe, rimasti oppressi dalle impetuose rovine di quel palazzo, che si cambiò loro subito in sepoltura. Eppure a questi medesimi quando accadde una tal disgrazia? Quando sedevano ad un allegro banchetto, ch’era l’ora appunto, in cui sempre il lor savio padre aveva in essi temuto di alcuna macchia, ben intendendo che a’ giovani tra i conviti nessuna cosa è più facile, che lordarsi. Nel resto, se riguardate a quei personaggi, che furono di giustizia più segnalata, a un Abramo, a un Aronne, a un Isacco, a un Giacobbe, a un Giuseppe, a un Giosuè, a un Samuele, a un Mosè, a un Matatìa, a un Tobia, e ad altri lor simili, vedrete, ch’essi morirono agiatamente nei lor letti, lasciando salutevoli documenti, quali alle loro proli, e quali ai loro popoli. Ma se per contrario vorrete dare agli empj una sola occhiata, almen di passaggio, oh come voi li vedrete miseramente rapiti, chi dall’acque, chi dalle fiamme, chi dalle fiere, e chi da cent’altre stranie guise di morti, tanto più orribili, quanto meno aspettate! Qunmodo facti sunt in desolationem! (gridò il Salmista atterritosi in contemplarli) subito defecerunt; perierunt propter iniquitatem suam (Ps. LXXII, 19). All’improvviso morì Faraone il superbo con tutte le sue milizie, assorbito dai gorghi dell’Eritreo. All’improvviso morirono quegl’ingordi, che sospirarono i carnaggi di Egitto. All’improvviso morirono quegli audaci, che biasimarono la terra di promissione; e all’improvviso morirono altri oltre numero nelle divine Scritture, i quali tutti, se fecero un egual fine, subito defecerunt, tutti parimente vedrete, che furon rei di qualche somigliante delitto: perierunt propter iniquitatem suam. Or che vi voglio, uditori, inferir di ciò? che gli empj sieno soli a mancar di morte sì orribile, qual è questa che chiamasi subitanea? Non già, non già. Sarebbe questo un errore manifestissimo, volendo Dio che alle pene proprie degli empi soggiacciano qui talvolta gli stessi Santi, o sia per purificarli, o sia per provarli, o sia per non dare a credere che finalmente sulla terra si termini ogni mercede. Dico bensì che, se dobbiamo dar fede all’induzione evidente delle Scritture, assai più frequente è nei peccatori un tal esito repentino, che non nei giusti. Udite da Salomone parole orribili: Viro, qui corripientem dura cervice contemnit, repentinus ei superveniet interitus (Prov. XXIX,1). Nè mancanoragioni ancor naturali da confermarcelo. Perocché spesso i peccatori procacciansìuna tal morte con la voracità delle crapule,di cui si gravano il ventre; con lasfrenatezza delle disonestà, in cui diffondonogli spiriti; con la libertà delle maldicenzeper le quali si acquistano de’ nemici; conle risse de’ giuochi, con la rivalità degliamori, con le facilità degl’impegni, conle malinconie delle invidie, con gli affannidelle ambizioni, e con altri tali disordini,da cui vive assai più lontano ogni giusto,a cui ben si può dir con l’Apostolo, cheogni cosa si volga in bene: omnia cooperantur in bonum (ad Rom. VIII, 28): mentrel’istessa mortificazione gli vale più di unavolta a tener lontana la morte. Comunquesiasi, sapete voi come Dio proceda congli uomini in questo affare? come appunto sifa co’ legni del bosco. Quando si va per reciderequalche legno da porre in opera, dafabbricarne uno scrigno, da formarne unostudiolo, da farne una bella statua, si vacon cento riguardi, e mirasi che sia saldo,sia stagionato, sia soprattutto reciso al suotempo proprio, qual è quello di luna scema.Ma non così quando si va per troncar legna solamente da ardere: allor si va d’ogni tempo. Peccatori indurati che legna sono? Legna da gettar sul fuoco. Chi non sa? Excidentur, et in ignem mittentur (Luc. III, 9). Però si tagliano ad ogni ora senza rispetto. Che tante cautele? Che tante circospezioni? non est respectus morti corum (Ps. LXXII, 4); non ci si guarda.

VI. Or se tanto è ancor più probabile a tutti voi, dilettissimi peccatori, il perir di una fine sì miserabile, la quale allora che voi meno il pensate vi soppraggiunga, o nel più profondo del sonno, o nel più bello del giuoco, o nel più lieto di alcun altro vostro piacevole passatempo; deh! vi prego, tornatemi a confessare: non è un’insensata temerità vivere un sol momento in colpa mortale? Che pegno avete, che fermezza, che fedi, sicché non succeda ancor a voi, come a tanti, i quali ducunt in bonis dies suos, aggravando il peccato col disprezzarlo, et in puncto ad inferna, descendunt? (Job. XXI, 13) tanto poi li fa rovinar presto il gran poso che giù li tira Ha forse Dio con qualche privilegio speziale rivelata a voi l’ora di vostra morte? o vi ha promesso almen di mandarvela, non come ladro che muova tacito il passo per non destarvi, ma qual corriere che suoni lontano il corno, perché gli apriate? Che c’è, che c’è, che vi rende sì baldanzosi? Cur quasi de certo extollitur, io vi dirò sbigottito con san Gregorio, cujus vita sub pœna incertitudinis tenetur? I Niniviti non prima udirono che la loro città fra quaranta giorni avevasi a subissare, che incontanente plenum terroribus pœnitentiam egerunt (Conc. Tr. sess. 14, c. 4): subito si vestirono di cilicio, subito si sparser di cenere; né si curarono di aspettar sopra ciò gli editti del loro Principe, il quale, come accade, fu l’ultimo a saper nuove così funeste, o fosse perché dava poco ardire, o fosse perché dava poco adito, o fosse perché ognuno, già quasi stolido, non badava se non che alla propria salvezza. Or donde mai così gran fretta, uditori? Non sapevano costoro di certo che ancor avevano una quadragesima tutta intiera di tempo? adhuc quadraginta dies (Jon. III, 4). Perchè non dissero dunque: aspettiamo un poco? A placar Dio non si richieggono molte ore, basta un momento. Un atto di contrizione presso l’aurora del quarantesimo giorno ci salverà. Così potevano certamente dir essi; e seguitare a mangiare, se erano a tavola; e finire il giuoco, se stavano a solazzarsi. Ma fingete che avessero proceduto così: qual giudizio voi ne fareste? Non vi par che sarebbero stati audaci, presuntuosi, protervi, e indegni di quel perdono, che riceverono mercé la loro prontezza? Ma quanto peggio, uditori, è nel caso nostro? I Niniviti potevano almeno universalmente promettersi una quarantina di giorni, concessi loro per termine perentorio alla penitenza; e però, dov’era maggiore la sicurezza, sarebbe stata minore la temerità, se persistevano ancor qualche ora di più nei loro peccati. Ma voi nemmeno siete sicuri di tanto; no. Dice Cristo: nescitis, quando tempus sit (Marc. XIII, 33). L’eccidio del vostro corpo non sol potrebbe esser prossimo, ma imminente. Potrebbe avvenire in questa settimana medesima che ora corre, in questa mattina, in questo momento, perché la morte se ne va sempre armata di spada e d’arco: Gladium suum vibrabit, arcum suum tetendit (Ps. VII, 13). Con la spada colpisce i vecchi, che più non si possono riparare; colpisce i delicati; colpisce i deboli: con l’arco i giovani, che superbi confidano nella fuga. E come dunque potrete giustificare la vostra temerità, se lascerete inutilmente trascorrere tempo alcuno, per minimo ch’egli sia? Che dite? che rispondete? come scusate in così gran pericolo il vostro ardire? Il cacciatore mai non potrebbe tenere in pugno il falcone con tanta facilità e con tanta franchezza, se non gli avesse ben prima serrati gli occhi. E così ha fatto il demonio con esso voi: vi ha chiusi gli occhi, uditori, vi ha chiusi gli occhi; però ne fa ciò che vuole.

VII. Un solo scampo veggo io pertanto che a voi rimaner potrebbe; e sarebbe il dire: che veramente voi non potete sapore di avere a vivere ancora più lungamente, ma che potete nondimeno sperarlo; che non ostanti tanti pericoli, quanti n’abbiamo contati, molti anche deI peccatori e campano, e ingrassano, e invecchiano, e muojono pacificamente CoI loro sensi; e che però voi volete anzi sperare una simil sorte, che temer di contraria infelicità. Ma piano di grazia; perché, se parlaste così, mi dareste a credere d’esservi già dimenticati affatto del punto di cui trattiamo. Sapete pure che trattiamo dell’anima: non è vero? e di un’anima, la quale è vostra, anzi è voi; e di un’anima, la quale è unica; e di un’anima, la quale è immortale; e di un anima, la quale è irrecuperabile? E di quest’anima Ah! memento, memento, io vi dirò con san Giovanni Crisostomo, memento quod de anima loqueris. E vi par questa così poco apprezzabile, che si debba commettere in mano al caso? Vi potrebbe sortire felicemente, su, si conceda: ma se non sortisse, ditemi un poco, uditori, se non sortisse? Che non vogliate mettervi sempre al sicuro in altri interessi umani, io me ne contento. Vi perdono che arrischiate la roba, che avventuriate la riputazione, che cimentiate anche spesso la sanità, perché tutte questo sono a guisa di merci, che finalmente, per troppo precipitosa risoluzione gittate in acqua, si possono ripescare dopo il naufragio. Ma l’anima? Ahimè! non è questa da premere così poco; perché dove la perdita, che si faccia, non ha riparo, chi non vede essere una somma temerità il non procedere con una somma cautela?

VIII. Eppure, oh stupidità! qual è quell’interesse, nel quale la cautela non usisi assai maggiore, che nell’eterno? L’imperadore Adriano ( Eutrop. 1. 8 ), perché seppe esservi oracolo, che ai dominatori di Roma sarebbe stato esiziale passar l’Eufrate, rendé spontaneamente ai Persiani tutta l’Armenia, tutta l’Assiria, tutta la Mesopotamia, conquistate già da Trajano, sol per assicurarsi di non avere, per qualunque evento, a varcare quell’acque infauste; e alle ripe d’esse costituì i termini dell’Imperio. Ma che star qui a mendicare successi illustri? Non sapete voi di voi stessi con quanto sicure regole vi guidiate in tutti gli affarucci privati di casa vostra? Se voi cadete in letto, non dite: lasciam di chiamare il medico, perch’io forse me ne rileverò senza medicina. Se voi andate alla guerra, non dite: lasciam di far testamento, perch’io forse me ne ritornerò con salute. Quando voi prestate buona quantità di danaro ad un vostro amico, non vi fidate sì subito; ma che fate? Fate come Tobia, il qual, quantunque conoscesse Gabelo per uomo retto, timorato, fedele, non però lasciò di richiedere da lui pure scrittura autentica: argenti pondus dedit sub chirographo ( Tob. 1 , 17 ). A seminare scegliete i giorni più atti; a litigare cercate gli avvocati più pratici; a trafficare eleggete i corrispondenti più accreditali; e, in una parola, non v’è negozio, nel qual vogliate, come suol dirsi, commettervi alla ventura, mentre voi potete procedere con certezza.E perché dunque in mano al caso verrete a porre un negozio il maggior di tutti, qual è quel della eternità? e potendo ora pentirvi, direte: no perché forse ancora avrò tempo a farlo di poi? Ah, Cristiani, credetemi ch’io non posso capire come ciò avvenga; e sono costretto con san Giovanni Crisostomo ad esclamare, estatico e forsennato per lo stupore : Incertis ergo eventibus te ipsum committis? Incertis ergo eventibus te ipsum committis? (Homil. 23 in ep. 2 ad Cor.) Voi non fidereste all’incertezza del caso una vostra lite, un vostro deposito, un vostro quantunque minimo interessuccio; e poi gli confidate l’anima vostra? Stupite, o cieli, sbalordite, o celesti, all’udir che fate di tanta temerità, perch’io sono certo non potere al mondo trovarsene la maggiore. Quis audivit talia horribilia, qum fecit nimis virgo Israel? (Jer. XVIII, 13).

IX. E tuttavia chi non vede che questa temerità stessa sarebbe più comportabile, se per qualche notabile emolumento si commettesse? Fu principio ricevutissimo in tutti gli affari umani quello di Appiano, che summm dementim est ob res leves discrimen ingens subire (De bello Hispan.). Un pericolo grande mai non deve eleggersi per un guadagno leggiero, perché ciò sarebbe come appunto pescar con un amo d’oro, il qual, perduto, reca tanto discapito, che non è compensabile con la preda che ci promette. Però se un agricoltore arrischia molte moggia di grano nella sementa; e se un banchiere avventura qualche numero di danaro nei cambj; e se un litigante consuma buona parte di rendite nelle mance; ciascuno il fa, perché molto più è quello che spera, che non è quello che arrischia: né, per quanto si volgano antichi annali, si troverà mai pilota si temerario, il qual sia scorso sino all’Indie remote a lottare con gli austri, a pugnare con gli aquiloni, per riportare di colà sul suo legno, in vece di un vello d’oro, sabbione o stabbio. Ma voi, Cristiani, che fate? Per qual emolumento vivete in così gran risico di perdervi eternamente? Per qual guadagno? Pare a voi che, messo in bilancia, preponderi il bene che vivendo in peccato voi ritraete, al mal che vi verrebbe, se moriste in peccato? Se nello stato presente di peccatori voi non morite, vi riesce, il concedo, di goder quel trastullo libidinoso, di accumular quel danaro, di acquistar quelle dignità, di arrivare a quella vendetta. Ma se morite? Se morite, si tratta di andar giù subito nel profondo a scontar così breve riso con un lutto infinito di tutti i secoli. E parvi comparabile il bene, che vivendo godete, al male che morendovi incorrereste? Ah uomini ingiusti? ah uomini irragionevoli! Omendaces filii hominum in stateris (Ps.LXI, 10). Com’esser può che del continuo preponderi presso voi un bene temporale, fugace, frivolo, vano, ad un male eterno? Non si troveranno in casa a verun falsario stadere tali, che possano giammai dire bugìe sì grosse, se non si fa sì che le dicano a viva forza. Però non sono mendaces stateræ in filiis hominum, ma mendaces filli hominum in stateris, perché voi siete, che date agli intelletti vostri il tracollo, come a voi piace, con ribellarvi a qualunque lume chiarissimo di ragione. Ipsi fucrunt rebelles lumini (Job. XXIV, 13).

X. Per le viscere di Gesù, non vi vogliate più lungamente ingannare da voi medesimi: Nolite decipere animas vestras (Jer. XXXVII, 8): riscuotetevi, ravvedetevi; e, cominciando da quest’ora stessa a rientrare dentro il cuor vostro, considerate un poco qual frutto voi ritraete dal vostro stato. E, s’è maggior l’emolumento che i1 rischio’, abbiate pure per nullo quanto io vi ho detto: ma s’egli è senza paragone inferiore, pietà, vi prego, pietà dell’anime vostre. Volete dunque avere a piangere un giorno, e a dir voi pure con Geremia tutto afflitto: Venatione ceperunt me quasi avem inimici mei gratis! (Thr. III, 52). Oh che amarezza sarebbe questa! oh che cruccio! oh che crepacuore! Parla qui il Profeta divinamente in persona di un peccatore, e si confonde di essersi appunto portato come un uccello, il quale si lascia bruttamente adescar dagli uccellatori: perché? per nulla, per nulla, gratis, per un vil grano di miglio. Venatione ceperunt me quasi avem inimici mei gratis. E voi volete pur essere di costoro? Ah Cristiani! e che mai sono tutti i beni terreni, paragonati non solamente al minore, ma ancora al minimo de’ mali eterni, a cui vi esponete peccando? Un grano di miglio? No, neppur tanto. E per sì poco vi contentate di andarvene mai sempre trescando intorno a tanti vostri terribili insidiatori, con gravissimo rischio di restar presi per tutti i secoli, di perdervi, di perire? O præsumptio nequissima, unde creata es? (Eccli. XXXVII, 3). dirò dunque con l’Ecclesiastico. Io non ho sensi che bastino a detestare così strana temerità. Convien che a forza rimanga qui come stupido ad ammirarla.

SECONDA PARTE.

XI. Se in un uomo, il qual, come polvere, può facilmente disperdersi ad ogni soffio, è somma temerità, come abbiam veduto, vivere un sol momento in colpa mortale; che mi potrete questa mattina rispondere a favor vostro, voi, che in simil colpa vivete non i momenti, ma i giorni, ma le settimane, ma i mesi, ma gli anni interi, diebus innumeris? (Jer. II, 32) Operate voi con prudenza? procedete voi con saviezza? Qual probabilità vi rimane di non dannarvi? Nemo se tuto diu periculis offerre tam crebris potest, diceva Seneca (Herc. fur. act. 2, se. 2). E perchè? Quem sape transit casus, aliquando invenit. Passare una volta sul trabocchetto, e non rovinare; dare una volta nelle panie, e non invischiarsi; succhiare una volta il tossico, e non perire non è gran fatto. O sia protezione del Cielo, o sia condizione della sorte, talora accade. Ma che non perisca chi vuol saziarsi di tossico, come d’acqua; che non s’invischi chi si vuol abbandonar su le panie, come su’ fiori; che non rovini chi vuol andare a ballare su i trabocchetti, come sopra saldissimi pavimenti, dove mei troverete? Se dunque è tanto insensata temerità l’esporsi una volta sola a pericolo di dannarsi, e l’esporvisi un sol momento; che sarà il dimorarvi sì lungo tempo, che siano molto più nell’anno quei giorni, ne’ quali siete evidentemente soggetti a un simil pericolo, che non quegli altri, in cui ne siete probabilmente sicuri?

XII. È curiosità cognissima fra’ Cristiani il domandare se nella Chiesa più siano quei che morendo vadano a salvamento, o più quei che trabocchino in perdizione. A me non tocca ora entrare arbitro in sì gran lite; e quando toccasse a me, inclinerei più volentieri alla parte più favorevole, e direi maggior essere fra i Cattolici il numero degli eletti che dei dannati. Ma benché molti concorrano ancor essi in questa opinione, non so però, se pur uno ne rinverrete, o fra’ moderni Teologi o fra gli antichi, il quale vi dica, che la maggior parte dei peccatori abituali si salvi. Oh questo no. San Gregorio (L. 25 in Job., c. 2), sant’Agostino (De ver. et fal. pæn. c. 17), sant’Ambrogio (Adhort. ad pœn.), san Girolamo (Relat. ab Euseh. in Epist. ad Damas.), che sono i quattro principali Dottori di Santa Chiesa, senton tutti concordemente l’opposto, e le parole precise di san Girolamo, le quali a me son parute le più espressive, son le seguenti; Vix de centum millibus hominum , quorum mala fuit semper vita, meretur a Deo habere indulgentiam Unus. Né sia chi se ne stupisca; perché così l’uomo muore generalmente com’è vissuto. Quando si sega un albero, da qual parte viene a cadere? da quella dalla qual pende. Se pende a destra, cade a destra; se pende a sinistra, cade a sinistra. Quei malviventi pendono sempre a sinistra; e poi, segati, pretendono di cadere ancor essi a destra, com’è de’ buoni? Bisognerebbe che si levasse su quel punto a pro loro una grazia tale, che qual furiosissimo vento li rispingesse con impeto prodigioso alla parte opposta.  Ma chi è fatto mai meritevole di tal grazia? Vix de centum millibus unus; di cento mila, a gran fatica, uno solo. Come dunque, sapendo voi di trovarvi in un tale stato, da cui con molto maggior verissimilitudine può inferirsi che voi dobbiate appartenere ai dannati più che agli eletti, non commettete un’insana temerità, persistendovi ancora più lungamente? Quando anche dei peccatori simili a voi avessero i più a salvarsi, e i meno a perire, dovreste nondimeno temere senza intermissione di non essere a sorte fra questi miseri. Or che sarà, mentre i più avranno a perire, e i meno a salvarsi? Arnolfo conte di Fiandra era travagliato una volta da’ dolori acutissimi della pietra. Trattarono i suoi medici e i suoi cerusici di procedere al taglio: ma egli volle vederne prima la prova in qualche altro corpo. Furono però ricercati tutti coloro, i quali nel suo stato pativano del suo male, e ne furon trovati venti. Furono aperti dagli stessi cerusici, furon curati da’ medesimi medici, e tanto felicemente, che di venti morì non altri che un solo. Tornarono però tutti festosi al Conte rincorandolo al taglio: ma egli, quando udì che pur era fallito in uno, in cambio di animarsi, s’impallidì. E chi di voi mi assicura, rispose loro, che a me non tocchi la sorte di questo misero? E così più timido per la morte di uno, che speranzoso per la salute di diciannove, non sofferse mai di commettersi a tal cimento. Ora fingete voi che dei venti infermi tagliati, non dicianove fossero stati i guariti, ed un solo il morto, ma diciannove i morti, e un solo il guarito: che avrebbe allora risposto il prudente Principe? Come avrebbe scacciati lungi da sé quei cerusici arditi, quei medici temerarj? Avrebbe mai sopportato di esporsi al taglio, con la speranza di dover essere egli quell’uno sì fortunato? Ah! Cristiani miei cari, quella temerità, che nella cura del corpo parrebbe sì intollerabile, è quella appunto la quale voi commettete, ma nel governo dell’anima. San Girolamo afferma, che non di venti o di trenta, ma di centomila peccatori abituali appena uno è quel che si salvi: Vix de centum millibus unus. Ed è possibile che voi più siate animosi per la sorte di uno, che timorosi per l’infortunio di novantanovemila novecento novantanove? Dieci erano quei fratelli, i quali andarono a Giuseppe in Egitto per gli alimenti: eppure, quando udirono ch’uno d’essi doveva restare ivi in prigione, fu nei lor cuori universale l’affanno. Dodici quei discepoli, i quali furono convitati da Cristo in Gerusalemme innanzi al morire: eppure, quando ascoltarono ch’uno d’essi doveva convertirsegli in traditore, fu ne’ lor volti comune la pallidezza. Ed il sapere che i tanti più di quegli, che vivono come voi, dovranno dannarsi, non recavi alcun timore? Ecco dunque avverato del peccatore quello che leggesi in Giobbe: Dedit ei Deus locum pœnitentiæ, et ille abutitur eo in superbiam (Job XXIV, 23). Oh che superbia! oh che superbia! sperare di dover esser quell’uno fortunatissimo che si salvi fra tanta strage! quel sì privilegiato! quel sì protetto! quel che un dì possa da tutto il Paradiso venire mostrato a dito come un prodigio! Tamquam qui evaserit, e sono appunto parole dell’Ecclesiastico, tumquam qui evaserit in die belli (Eccli. XL, 7); da che? da un’alta rolla campale universalissima. Lasciate eh’ io corra a’ piedi di questo Cristo, e che qui mi sfoghi.

XIII. Gesù mio caro, e donde mai tanta audacia nei cuori umani? Chi gli ha resi sì stupidi? Chi gli ha fatti sì sconsigliati? Forse è così grande il diletto che hanno in offendervi, che niente ad essi rilevi ogni loro danno, purché disgustino voi? Oh s’io sapessi qual via dovessi almeno io qui praticare in questa Quaresima per umiliarli, per umanarli, per renderli tutti vostri! Volete ch’io li preghi in omni patientia? (2 ad Timoth. IV, 2) li pregherò. Volete ch’io gli ammonisca? gli ammonirò. Volete che io gli atterrisca? gli atterrirò. Volete ch’io severo ancor gli sgridi, et increpem illos dure? (ad Tit. 1,13) gli sgriderò. Son qui per voi. Comandate, ch’io farò tutto: Omnia, quæ præcipies mihi, ego loquar, omnia, omnia (Jer. 1, 17). Non chiedo acclamazioni, non chiedo applausi: chiedo di piacer solo a Voi. Chi sa che questa non abbia ad esser per me la Quaresima ultima di mia vita? Ecco però che con lo ceneri in capo voglio andare altamente per Voi gridando: penitenza, o mio popolo, penitenza. Non più si tardi a smorbar tante oscenità; non più si tardi a sradicare tanti odi; non più si tardi a piangerò amaramente ogni reo costume. Non vuoi tu farlo? A quelli ceneri adunque, a

quelle ceneri appello, che abbiamo in capo. Eccole qua, discopriamole, dimostriamole. Non lo veggio io questa mano egualmente sparse e su le chiome canute, e su i crini biondi? Adesso dunque io mi riporto, esse dicano, esse sentenzino, se vi può essere temerità pari a questa: confessarsi mortale in ogni momento, e pur fidarsi di vivere alcun momento in colpa mortale.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (IV)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO II

Divisione del Mondo Soprannaturale.

Certezza di questa divisione: il dualismo universale e permanente — Causa di questa divisione: un atto colpevole — Origine storica del male — Spiegazione del passo di San Giovanni: Una gran battaglia ebbe luogo in cielo etc. — Natura di questa battaglia — Grandezza di essa — In qual Cielo ebbe luogo — Due ordini di verità: le verità naturali e le soprannaturali — Gli Angeli conoscono naturalmente le prime con certezza — La prova ebbe per oggetto una verità dell’ordine soprannaturale — Caduta degli Angeli.

Abbiamo dunque visto che il mondo superiore, il mondo delle pure intelligenze, governa necessariamente l’uomo e il mondo che gli è inferiore. Logicamente ne risulta che il Re del mondo superiore è il vero Re di tutte le cose. Gli Angeli e gli uomini, forze della natura, non sono che i suoi agenti. Tutto dipende da lui; Egli solo non dipende da alcuno. In conseguenza di ciò parrebbe che nell’universo tutto dovesse esser pace e unità. Invece altra è la realtà; dappertutto è il dualismo. Ora il dualismo non è nel mondo inferiore se. Non perché è nel mondo superiore; è nel mondo dei fatti, perché è nel mondo delle cause. La divisione e la guerra son dunque scoppiate nel cielo, innanzi di discendere sulla terra. Come esse sono tra gli uomini, profonde, accanite, universali, permanenti, cosi lo sono tra gli angeli. In una parola, il mondo soprannaturale, diviso in buono e cattivo, tale é la seconda verità fondamentale che bisogna mettere in chiaro. – Dio essendo la bontà per essenza, tutto ciò che esce dalle di lui mani non può essere che buono. (Deus charitas est. I Joan., IV, 16. — Vidit Deus cuncta quæ fecerat, et erant valde bona. Gen. I, 31). –  Essendo che una parte degli abitanti del mondo superiore sono malvagi, e che non sono tali per natura, fa d’uopo per necessità concludere ch’essi lo sono divenuti. Nessuno diventa malvagio che per sua colpa. Ogni colpa suppone il libero arbitrio. Gli Angeli cattivi sono dunque stati liberi, e hanno abusato della loro libertà. Ma quale è la prova a cui hanno essi volontariamente mancato? Se la ragione ne conferma resistenza, la rivelazione soltanto può spiegarne la natura. Sotto pena di sragionare eternamente, fa d’uopo dunque interrogare Dio medesimo, autore della prova e testimone dei suoi resultati. Ecco ciò che l’Antico dei giorni dice al suo più intimo confidente: Una gran battaglia ebbe luogo nel Cielo; Michele e gli angeli suoi combattevano contro il Dragone; e il Dragone combatteva, e seco i suoi Angeli. (Et factum est praefium magnum iu cœlo; Michael et Angeli ejus præliabantur cum Dracone; et Draco pugnabat et Angeli ejus. Apoc., XII, 7). – Queste poche parole racchiudono tesori immensi di luce. In ciò solamente sta l’origine storica del male. Dappertutto altrove incertezze, contradizioni, tenebre, oscillazioni eterne. E poiché siamo giunti al gran problema del mondo, tratteniamoci a considerare ogni sillaba dell’Oracolo divino. – Quale è questo combattimento, praelium? Essendo gli Angeli puri spiriti, questo combattimento non fu una lotta materiale, come quella dei Titani della mitologia; né una battaglia simile a quelle che si danno sulla terra, dove ora dall’una, ora dall’altra parte, i combattenti si assalgono da lontano con proiettili, si pigliano corpo a corpo, si gettano a terra, e si calpestano. In ciò essendo gli esseri tanti attori, un combattimento di Angeli è puramente intellettuale. È una contesa tra puri spiriti, in cui alcuni dicono si a una verità, e altri no. Grande combattimento, prælium magnum. Grande è infatti sotto qualunque punto di vista lo si ravvisi. Grande, pel numero e la potenza dei combattenti; grande, perché fu il principio di tutti gli altri; grande pei suoi resultati immensi, eterni; grande per la verità che ne fu l’oggetto. Per dividere il Cielo in due campi irreconciliabili, per trascinare nell’abisso la terza parte degli Angeli, e per assicurare per sempre la felicità degli altri, bisogna che questa verità tanto contrastata fosse un domma fondamentale. (Et cauda ejus trahebat tertiam partem stellamm Cœli, et misit eos iu terram. Apoc., XII, 4). – Quale può essere la natura di questa verità proposta come prova, all’adorazione delle gerarchie celesti? Per gli Angeli come per gli uomini vi sono due sorta di verità: le verità dell’ordine naturale e quelle dell’ordine soprannaturale. Le prime non oltrepassano le facoltà naturali dell’Angelo e dell’uomo. Ma delle seconde è altrimenti: spieghiamo dunque questo punto di dottrina. Ogni essere, come opera di un Dio infinitamente buono, è creato per la felicità. La felicità dell’essere consiste nella sua unione col fine pel quale egli è stato creato. Tutti gli esseri essendo stati creati da Dio e per Iddio, la loro felicità consiste nella unione di questi con Dio. Negli esseri intelligenti, fatti per conoscere e per amare, questa unione ha luogo mediante la cognizione e l’amore. Quest’amore e questa cognizione, svolte per quanto lo concedano le forze della natura, costituiscono la felicità naturale della creatura. Iddio non se n’è contentato. A fine di procurare agli esseri dotati di intelligenza una felicità infinitamente maggiore, cioè la sua bontà essenzialmente comunicativa, ha voluto che gli Angeli e gli uomini si uniscano al Bene supremo, per via di una conoscenza molto più chiara e mediante un amore molto più intimo, che non lo esigeva la loro naturale felicità: quindi, la bontà soprannaturale. Di qui pure, due sorta di cognizioni di Dio e della verità: una, naturale che consiste nella vista di Dio, in quanto la creatura n’è capace con le sue proprie forze; l’altra soprannaturale che consiste in una vista di Dio, superiore alle forze della natura e infinitamente più chiara della prima. Questa seconda cognizione è un favore tutt’affatto gratuito. Gli Angeli e gli uomini, come esseri liberi, debbono, per assicurarsene il possesso, soddisfare alle condizioni alle quali Iddio lo promette. – Da ciò infine derivano, com’è stato detto, relativamente agli Angeli ed all’uomo, due sorta di verità: le verità dell’ordine naturale, e le verità dell’ordine soprannaturale. Gli Angeli conoscono perfettamente, completamente, nei loro principiì e nelle loro ultime conseguenze, nell’insieme e minutamente, tutte le verità dell’ordine naturale, vale a dire che rientrano nella sfera nativa della loro intelligenza. Per essi, in questa sfera, non avvi alcun errore, nessun dubbio: per conseguenza nessuna possibile contradizione. Donde viene loro questa mirabile prerogativa? dall’eccellenza stessa della propria natura. Spieghiamo ancora questo punto d’alta filosofia, tanto nota alla barbarie del medio evo. e tanto sconosciuta nel nostro secolo dei lumi. L’Angelo è una intelligenza pura. Il suo intendimento è sempre un atto, non mai una potenza; cioè dire che l’Angelo non ha soltanto, come l’uomo, la facoltà o la possibilità di conoscere, ma che conosce attualmente. Ascoltiamo quei grandi filosofi, sempre antichi e sempre nuovi, che chiamansi i Padri della Chiesa ed i teologi scolastici. « Gli Angeli, dicono essi, per conoscere non hanno bisogno né di cercare, né di ragionare, né di comporre, né di dividere: essi si guardano e vedono. La ragione è questa, che sino dal primo istante della loro creazione, hanno avuto tutta la loro perfezione naturale e posseduto le specie intelligibili, o rappresentazioni delle cose, perfettamente luminose, per mezzo delle quali vedono tutte le verità che possono conoscere naturalmente. – Il loro intendimento è come uno specchio perfettamente puro, nel quale si riflettono e s’imprimono senz’ombra, senza accrescimento né diminuzione, i raggi del sole di verità. – « Altra cosa è l’intendimento dell’uomo, uno specchio imperfetto, cosparso di macchie più o meno dense, e più o meno numerose, le quali non scompaiono che in parte sotto lo sforzo laborioso e di continuo rinnovato dello studio e del raziocinio. La ragione è che l’anima umana, essendo unita al corpo, deve ricevere successivamente cose sensibili; e per via di queste, una parte delle specie intelligibili, mediante le quali gli è fatta conoscere la verità. È appunto cosi che l’anima è unita al corpo. » (Angelus semper est actu intelligens, non quandoque actu et quandoque potentia, sicut nos. S. Thn i p., q. l , art. 1). – Poiché, sino dall’istante della loro creazione, gli Angeli conobbero perfettamente, tutte le verità dell’ordine naturale, così la loro prova ha avuto necessariamente per oggetto qualche verità dell’ordine soprannaturale. Queste verità essendo inaccessibili alle forze native del loro intendimento, non vengono essi a conoscerle che per via della rivelazione. « Negli angeli, dice san Tommaso, vi sono due conoscenze: una naturale, con cui conoscono le cose tanto per la loro essenza che per (le specie innate. In virtù di questa conoscenza, essi non possono capire i misteri della grazia, perché questi misteri dipendono dalla pura volontà di Dio. L’altra soprannaturale, che gli beatifica, e in virtù di essa vedono il Verbo e tutte le cose nel Verbo. Con questa visione, conoscono i misteri della grazia, non tutti, né tutti egualmente, ma secondo che a Dio piace rivelarglieli. »E il combattimento ebbe luogo nel cielo, in Cœlo. Qual è questo cielo? Sonovi tre cieli o tre sfere di verità: il cielo delle verità naturali; il cielo della visione beatifica; il cielo della fede, intermediario tra i due primi. Abbiamo visto già che fino dal primo istante della loro creazione, gli angeli conoscono perfettamente nel loro insieme e nelle loro ultime conseguenze, tutte le verità dell’ordine naturale. Questa conoscenza forma la loro gloria, statuendo l’immensa superiorità di questi sull’uomo,. Così non havvi, da parte loro nessun interesse a protestare contro alcuna di queste verità. Nessuna possibilità di farlo; imperocché ogni essere ripugna invincibilmente alla sua distruzione. Le verità dell’ordine naturale essendo connaturali agli Angeli, protestare contro di esse sarebbe stato un protestare contro l’essere proprio: il negarle poi, sarebbe stato una specie di suicidio: dunque la battaglia non ebbe luogo nel cielo delle verità naturali. Tanto meno ebbe per teatro il cielo della visione beatifica; poiché questo, come ricompensa della prova, è l’eterno soggiorno della pace. Ivi, tutte le intelligenze angeliche ed umane, poste in faccia alla verità contemplata da esse senza velo, confermate nella grazia, unite in carità e confermate nella gloria, vivono della stessa vita, senza opposizioni, senza divisioni e senza possibili gare.Qual è dunque il cielo del combattimento? Evidentemente la dimora, o lo stato nel quale gli Angeli dovevano, come l’uomo, subire la prova per meritare la gloria. In che questa consisteva? Certamente ancora nell’ammissione di qualche mistero sconosciuto dell’ordine soprannaturale. Questa ammissione, per essere meritoria doveva costare. Essa ebbe dunque per oggetto qualche mistero il quale, al cospetto degli Angeli, sembrava urtare la loro ragione, derogare alla propria eccellenza e nuocere alla gloria loro. Ammettere umilmente questo mistero sopra la parola di Dio, adorarlo a malgrado delle sue oscurità e delle ripugnanze della loro natura, a fine di vederlo dopo averlo creduto; tale era la prova degli Angeli. Con quest’atto di sottomissione, queste intelligenze sublimi, curvando la loro fronte luminosa dinanzi all’Altissimo, gli dicevano: « Noi non siamo che creature; Voi solo siete l’Essere degli esseri. La vostra sapienza è infinita; grande com’essa, la nostra non è. La vostra carità agguaglia la vostra saggezza; noi abbracciamo nella pienezza dell’amore il mistero che vi degnate rivelarci. »Nei consigli di Dio, quest’atto di adorazione, che implica l’amore e la fede, era decisivo per gli Angeli, come un atto simile lo fu per Adamo, come lo è per ognuno di noi: chiunque non crederà, sarà condannato. (Qui vero non crediderit. condemnabitur. Marc.XVI, 16) – « E Michele e gli angeli suoi combatterono contro il Dragone. Michael et angeli ejus prælìabantur cum Dracone. Appena venne proposto di credere a questo domma, uno degli Arcangeli più luminosi, Lucifero, mandò il grido della ribellione: « Io protesto: ci si vuol far discendere, ed io salirò. Si vuole umiliare il mio trono, io lo innalzerò al di sopra degli astri. Io sederò sul monte dell’alleanza, ai fianchi dell’Aquilone. Io e nessun altro, sarò simile all’Altissimo. » 2 (“Conscendam, super astra Dei exaltabo solium meum, sedebo in monte testamenti, in lateribus Aquilonis…., similis ero Altissimo. Is., XIV, 13, 14). – Una parte degli angeli, ripete: « noi protestiamo. Tale è la prima origine del protestantismo. In questo senso può lusingarsi di non essere d’oggi.) » – A queste parole, un Arcangelo, luminoso quanto Lucifero, esclama: «Chi è simile a Dio? chi può rifiutarsi di credere, di adorare ciò che propone alla fede e all’adorazione delle sue creature? Io credo e adoro. » Quis ut Deus? La moltitudine delle celesti gerarchie ripete: « Noi crediamo e adoriamo. » Lucifero ed i suoi aderenti non appena commessa la colpa essendo stati puniti, si videro cangiati in demoni orribili, e furono precipitati negli abissi di quell’inferno che il loro stesso orgoglio aveva scavato. Spaventevole severità della giustizia di Dio! Quale n’è la causa, e donde viene ch’Egli abbia avuto misericordia per l’uomo e non per un angelo? La ragione sta nella superiorità della natura angelica. Gli angeli sono immutàbili, mentre l’uomo non lo è. San Tommaso dice: « essere un articolo della fede cattolica, che la volontà degli Angeli buoni è confermata nel bene, e la volontà dei cattivi, ostinata nel male. La causa di questa ostinazione non è nella gravità della colpa, bensì nella condizione della natura. Fra l’apprensione dell’Angelo e l’apprensione dell’uomo avvi questa differenza, che l’Angelo comprende o afferra immutabilmente col suo intelletto, come noi stessi afferriamo i primi principii che conosciamo. Al contrario l’uomo, con la sua ragione, apprende o afferra la verità, in una maniera variabile, andando da un punto all’altro, avendo pure la possibilità di passare dal si al no. Di guisa che la sua volontà non aderisce a una cosa che in un modo variabile, conservando essa altresì la facoltà di distaccarsene, e di appigliarsi alla cosa contraria. Diverso è il caso della volontà dell’Angelo: essa aderisce stabilmente e immutabilmente. » Noi conosciamo l’esistenza, il luogo ed il resultato della prova; ma qual ne fu la natura? In altri termini: qual è il domina preciso, la cui rivelazione diventò la pietra d’inciampo, per una parte delle celesti intelligenze? L’esame di tale questione sarà l’argomento dei seguenti capitoli.

MEDITAZIONE SUL VANGELO: L’INFERNO

L’INFERNO

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. III. Società Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939 – imprim.]

Un filosofo francese faceva un giorno, con la sua anima, questo dialogo: « Anima mia, se tu abusi, non solo sarai infelice in questa vita, ma ancora dopo morte, nell’inferno ». – E l’anima dal fondo gli rispondeva con un filo di fiato: « Ma chi ha detto che c’è l’inferno? ». E il filosofo: « L’inferno è così orrendo, che anche solo il dubbio che ci possa essere, ci dovrebbe costringere a far giudizio ». L’anima ardì rispondergli: « Io son certa che l’inferno non c’è ». « Anima mia, non dir bugie ! » gridò il filosofo. « Se sei persuasa che l’inferno non c’è, io ti sfido » (Diderot). – Quando dalla bocca di qualche uomo ascolto l’eresia: « Morto io, morto tutto. L’inferno è una favola… », io lo guardo con un sorriso di compassione e dico: « Buon uomo non dir bugie, che tu stesso non sei persuaso delle tue parole. È la tua vita sregolata; è un certo guadagno ingiusto a cui ti sei attaccato; è quell’affetto impuro che non vuoi spegnere in cuore; è quel peccato che non vuoi confessare, che ti fa dir così ». – « Finito noi, finito tutto: mai nessuno è venuto a dirci quello che c’è di là ». — Non dir questo, che non è vero. Oggi stesso viene Gesù, Gesù morto e risorto, Gesù, Figlio di Dio che non inganna, oggi stesso viene col suo Vangelo e ti dice che l’inferno c’è. « Come un re che festeggia le nozze del suo figliuolo, così è il regno dei cieli. Erano stati invitati molti, e il re per tempo li mandò a chiamare. Non vennero. Li mandò a chiamare un’altra volta: e quelli schernirono, batterono, uccisero i poveri servi. « Il re adirato disse: Le nozze si faranno egualmente e senza di loro. Andate negli incroci delle vie, e tutti quelli che passeranno invitate alla mia festa. – « Allora una folla d’ogni colore si riversò al banchetto: ogni posto fu occupato. – « Il re passò nelle sale a salutarli; ma vide un uomo senza la veste nuziale. Fremette e gli disse: Amico! in quest’arnese si viene qui? — Il misero taceva. — Prendetelo! stringetegli con ferri mani e piedi, e buttatelo di fuori nell’oscurità, dov’è pianto e stridore di denti ». Mittite eum in tenebras exteriores, ibi fletus et stridor dentium. – Il Signore parla chiaro: se qualcuno gli comparirà mal vestito, (e il peccato è un pessimo vestito), sarà buttato fuori dalla sua presenza, nell’oscurità ove in eterno piangerà nello stridor dei denti. Dunque l’inferno c’è. E c’è perché Dio è giusto; perché Dio è buono.

Ecco tre pensieri da comprendere bene.

1. L’INFERNO C’È

Se lo dicesse un profeta che l’inferno c’è, gli credereste voi? Ebbene: ricordate che non uno, ma molti profeti sono venuti sulla terra a dir alla gente che l’inferno c’è. Isaia così parla dei dannati: « Il verme che li rode non morrà mai; il fuoco che li divora non si spegnerà mai » (LXVI, 24). – E Daniele dice: « Tutti risorgeranno: alcuni destinati alla vita eterna, altri alla rovina eterna ».

Se venisse Gesù Cristo a dirvelo, credereste che l’inferno c’è? Ebbene: sappiate che Gesù Cristo è venuto e l’ha detto; e più d’una volta Egli stesso ci ha insegnato che è molto meglio sottoporci in questo mondo ai più dolorosi sacrifici, anche a lasciarci amputare un braccio e cavare un occhio piuttosto che incorrere nel supplizio eterno (S. Matth., XVIII, 8). Egli stesso parlando del giudizio finale, ci rivelò le parole che dirà ai condannati: «Via da me, o maledetti; andate in fuoco eterno ». E quelli dovranno entrare nel tormento senza fine. Ibunt hi in supplicium æternum (S. Matth., XXV, 4 6).

Se venisse qua a dirvelo un Apostolo, S. Paolo per esempio, credereste allora che l’inferno c’è? Ebbene: sentite S. Paolo, che cosa scrive ai Tessalonicesi: « Quelli che non riconosceranno Dio, quelli che non obbediranno al Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, riceveranno in morte tormenti eterni (II Tess., I, 8).

Non basta? È necessario forse che vengano a dirvelo trecento vescovi insieme? Ebbene: sono i trecento vescovi, tutti raccolti a Nicea che dissero: « Quelli che faranno bene entreranno nella vita eterna. Ma quelli che faranno male entreranno nel fuoco eterno » (Simb. Atan.).

L’inferno c’è. Più chiaro di così non potrebbe dirvelo nemmeno un dannato, se vi comparisse in casa vostra. E se non credete alle testimonianze dei profeti, di Cristo, degli Apostoli, di tutta la Chiesa, non credereste neppure a vederlo coi vostri occhi stessi. Fareste anche voi come Gaetano Negri che diceva: « Se io, proprio con i miei occhi, in pieno giorno, vedessi anche un miracolo, non crederei ». Come, mai? « Correrei in casa, mi caccerei in letto, mi metterei il ghiaccio sul cervello, persuasissimo d’aver un febbrone ».

2. C’È PERCHÈ DIO È GIUSTO

Semei figlio di Gera aveva rincorso lungo il Cedron il re David, lanciandogli la maledizione peggiore. Ora, morto David, Salomone lo fece chiamare e gli disse: « Fabbricati una casa in Gerusalemme e là vi abiterai, senza uscir mai dalla città. Poiché se ti coglieranno, in qualche giorno, oltrepassare il Cedron, tu morrai: il tuo sangue allora sia sopra il tuo capo ». Semei rispose al re: «Dici bene, perché io ho maledetto David. Così farò ». – Dopo tre anni fu riferito a Salomone che Semei era uscito da Gerusalemme, fino a Geth. Mandò subito a chiamarlo: «Semei! Semei! Non te l’avevo io minacciato? Non te l’avevo io predetto, che ogni qualvolta fossi uscito dalla città e avessi passato il Cedron t’avrei messo a morte? Ora ci sei caduto. Muori dunque, e di questa morte tu solo fosti la causa; tu solo e la tua malizia ». Dominus reddidit malitiam tuam in caput tuum (III Re, II, 44). E Salomone fece spiccare la testa a Semei di Gera. – Nessuno poté accusare Salomone d’ingiustizia o di crudeltà per questa morte, poiché Semei era stato preavvisato. E chi allora potrà accusare d’ingiustizia il Signore quando ci condannerà all’inferno, se più e più volte ci ha avvisati, scongiurati, minacciati? quando anche oggi, vi fa ammonire dal sacerdote che spiega il suo Vangelo? « L’uomo avvisato — dice un proverbio — è mezzo salvato ». E se dopo tutto questo noi cadiamo in inferno, l’ingiustizia non è di Dio, ma nostra. Malitia tua in caput tuum.

« È impossibile — si sente dire — che l’inferno esista; Dio è troppo buono … ». È vero, cristiani; Dio è troppo buono; è infinitamente buono. Ma è pure infinitamente giusto. Che direste voi di un uomo che avesse un braccio lungo e l’altro corto corto? che è un mostro. Allora non fatemi di Dio un mostro. Non crediate che il braccio della sua misericordia sia lungo lungo, e quello della sua giustizia corto corto. Dio è buono, ma anche giusto. – Vedete: a questo mondo c’è poca giustizia. Gli iniqui spesso trionfano: hanno ricchezze, palazzi, cibi, vesti, amici, onori. E nelle cause hanno sempre ragione. Mentre ci sono invece degli uomini buoni che al mondo soffrono: soffrono la miseria, le malattie, l’ingiustizia dei più forti. Ad essi, molte volte, come al povero Lazzaro, vien negato perfino quello che si butta ai cani. È necessario allora che la giustizia si faccia almeno nell’altro mondo; che il povero Lazzaro abbia nel cielo quel che gli fu negato in terra; e che all’Epulone sia negato in cielo quel che ha negato agli altri in terra. Dio è giusto! consolatevi, voi che patite, perché Egli vede ogni vostro dolore, conta ogni lagrima vostra, ogni vostro affanno, anche il più nascosto… niente andrà perduto; di tutto sarete compensati. Dio è giusto! Spaventatevi, uomini tristi, che vivete nel peccato; che non osservate le leggi di Dio; che angariate il vostro prossimo… niente andrà perduto; di tutto sarete puniti, anche di un desiderio cattivo. La vostra pena è l’inferno; che c’è, perché Dio è giusto.

3. C’È PERCHÈ DIO È BUONO

Di solito si dice che l’Inferno non c’è perché Dio è buono e non può farci soffrire così. Ma io vi dico che appunto perché Dio è buono, l’inferno c’è. – Un magnifico re, che aveva un unico figlio, una volta cominciò a voler bene anche al figliuolo di un suo schiavo, che non aveva nulla di suo, che viveva solo perché egli lo faceva vivere. Il gran re lo nutrì ogni giorno, lo arricchì, lo colmò di favori e arrivò perfino a chiamarlo suo figlio, a farlo erede d’ogni sua sostanza insieme all’unigenito suo. Questo figlio adottivo, un giorno malaugurato, commise un pessimo delitto e fu condannato a morte dalla giustizia. Il re non poteva andar contro giustizia. Era straziato dal dolore, eppure l’amava ancora. E in una follia, che solo l’amore potrebbe spiegare, piuttosto che lasciar condannare lui — figlio di schiavo, che non aveva nulla di suo, che viveva solo perché egli lo faceva vivere — preferì veder morire il suo unigenito: l’innocente. E sopportò che questi patisse fame e stanchezza, obbrobrio e dolore, che fosse tradito, messo in croce. Tutto sopportò, pur che l’altro si salvasse. Non basta: l’amore non è ancor stanco. L’altro non si pente; salvato ritorna ancora al pessimo delitto. Il gran re lo segue per ogni via, gli perdona più volte, lo conforta. Inutilmente: eppure l’amore, non è ancor stanco. Lo perseguita con rimorsi; lo fa avvisare dai suoi ministri; ma lo sciagurato s’abbandona al capriccio di tutte le sue passioni. Una volta annunciano al re che egli è malato da morire. Il re lascia ogni cosa e corre al suo capezzale e lo chiama: « Guardami in viso: sono io, il tuo Re, ma chiamami padre, che tu sei mio figlio. Guardami, son io ». E l’ingrato stringe i pugni, si nasconde nelle coltri, gli volta le spalle, e rantola nell’agonia: «Vattene! che non ti voglio ». Oh dite: che farà adesso l’amore? L’amore non corrisposto, o peggio tradito, è terribile nelle sue vendette. Ne potrebbe dire l’orgoglio umano qualcosa! Che farà allora il gran re con quell’ingrato? Che farà allora Dio col peccatore, poiché già tutti l’avete indovinato, il gran re è Dio e il figlio ingrato è il peccatore? Egli non ha più che la vendetta per salvare il proprio onore. Cadi, peccatore, cadi nel fuoco che non si spegne mai; cadi nel dolore che non ha fine, mai; cadi nell’inferno. L’inferno c’è perché Dio è amore, e guai a chi non lo ama. Con lui non si scherza (Gal., VI, 7). Questo non è mio pensiero, ma è di S. Giovanni; ed io non ho fatto che ampliarlo: « Quis non timebit te, Domine, quia tu solus pius es? ». Dobbiamo dunque temere Dio, appunto perché è buono.

CONCLUSIONE

Lisimaco, bruciato dalla sete, pur d’avere una tazza d’acqua fresca, onde placare quel tormento d’arsura, diede i suoi beni e il suo regno e la sua felicità in mano del nemico. E bevve. Dopo quella breve soddisfazione, mirando la tazza vuota, scoppiò in pianto. « Dii boni! quam ob brevem voluptatem amisi felicitatem summam ». « Un regno per una tazza d’acqua! la felicità di tutta la vita per il rinfresco d’una bevanda! Condannarmi a un fuoco eterno per liberarmi da un poco di sete! Che ho mai fatto… ». E cominciò a piangere che riempì di lagrime quella tazza che aveva vuotata d’acqua. – Quando commettiamo il peccato, la pazzia di Lisimaco la ripetiamo noi. Per un breve piacere, per la soddisfazione momentanea d’una passione, perdiamo ogni merito, il paradiso, la somma felicità di goder Dio e ci condanniamo al fuoco eterno. Se così abbiamo fatto, giacché siamo ancora in tempo, riempiamo con le lacrime del pentimento la tazza del piacere, che abbiamo vuotata. Queste lacrime varranno a spegnere il fuoco che ci potrebbe tormentare nei secoli dei secoli.

 

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (8) Modello di umiltà.

IL SACRO CUORE DI GESÙ MODELLO DI UMILTÀ

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

DISCORSO VIII

II Sacro Cuore di Gesù modello di umiltà.

L’apostolo S. Giovanni ha detto, che tutto quello che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita: Omne, quod est in mundo, concupiscientia carnis est, et concupiscentia oculorum, et superbia vitæ. (I Jo. II, 16) E con quanta giustezza quell’Apostolo abbia così sentenziato, non è difficile pur troppo il riconoscerlo. Gettando lo sguardo sul mondo, non ostante l’ipocrisia pomposa, con cui cerca ricoprire i suoi morali disordini e dar loro persino l’aspetto di virtù, tosto si scorge che l’amor dei piaceri lo domina ed avvilisce in tutte le sue età; che l’oro, il danaro fu sempre una divinità, dinanzi a cui si piegarono e l’uomo privato e l’uomo pubblico, e la sorgente funesta dei più gravi delitti; e che salire in alto, acquistarsi onori e gloria, essere superiori agli altri, non avere rivali fu in ogni tempo una comune aspirazione. Sì, l’amore dei sensuali piaceri, la cupidigia delle ricchezze, la sfrenatezza dell’orgoglio sono le tre furie, che signoreggiarono il mondo, orribilmente lo sconvolsero e tutto dì ne attentano la rovina. Ma sebbene queste tre furie abbiano fatto sempre insieme il loro cammino di strage e di desolazione, è certissimo tuttavia, che la superbia, benché da san Giovauni con ordine inverso nominata per l’ultima, ha sempre preceduto le altre, sia perché le prime colpe commesse nel mondo furono di superbia, sia perché non vi ha colpa alcuna, nella quale la superbia non entri e della quale non sia la causa fatale: Initium omnis peccati, superbia. (Eccli. x, 15). – Ora, poiché Gesù Cristo è venuto sulla terra a distruggere i1 regno della colpa, non poteva essere che Egli non prendesse particolarmente di mira l’orgoglio. Ed è ciò appunto che Egli fece e con la sua dottrina, e più ancora con il suo esempio per mezzo del suo Sacratissimo Cuore. Perciocché è dal suo Cuore divino, che fece uscir fuori la stupenda predicazione dell’umiltà, ed è nel suo Cuore, che Egli la praticò al sommo grado. Quindi è, che con quella sovrana autorità, con cui ci disse: Imparate da me che sono mansueto di cuore; ci dice pure: Imparate da me, che di cuore sono umile: Discite a me, quia… humilis sum corde. Pertanto a ben raggiungere il terzo fine della divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, che è l’imitazione delle sue speciali virtù, dopo di esserci animati alla pratica della mansuetudine, conviene che ci animiamo oggi alla pratica dell’umiltà. – A tal fine dopo d’aver considerato il gran male che è l’orgoglio rileveremo l’umiltà del Sacro Cuore e l’importanza di seguirne l’esempio.

I. — L’orgoglio, o miei cari, è un gran male, anzi la sorgente funesta di gravissimi mali, la causa fatale di disastrose rovine. Consideratelo nella sua natura, ne’ suoi caratteri, nelle sue conseguenze e non penerete a riconoscerlo per tale. Se io entro nel cuor dell’uomo vi incontro tosto l’amore di se stesso. E ciò non è male, perché dovrebbe forse odiarsi? Se l’uomo non si amasse, non comprenderebbe né il suo principio né il suo fine, non avrebbe alcun desiderio di corrispondervi, non ne adoprerebbe i mezzi, vivrebbe come il più stupido degli esseri. L’uomo adunque non solo non fa male ad amarsi, ma si deve amare. Ma ahimè! l’uomo si ama assai più di quello che debba amarsi, egli si ama senza giusta misura, egli si ama talora sino al delirio, vale a dire innanzi a tutto, più di tutti e in un modo esclusivo. Ecco l’orgoglio, la superbia: è l’amore di se stesso sino al punto da voler essere al di sopra di tutti gli altri e di non voler avere degli uguali. È il sentimento di Cesare, che passando per una bicocca delle Alpi, diceva, che avrebbe preferito ad essere là il primo, che secondo in Roma. È anzi il grido di Lucifero, che disse: Ascendam, voglio salire: il posto che occupo non mi appaga: in alto, in alto, fino a che non mi vegga curvato innanzi tutti coloro che mi circondano. Sì, o miei cari, la superbia è veramente l’impulso di satana sopra dell’uomo, è un movimento, che nella rabbia incessante, che lo agita, egli trasfonde nel nostro cuore, è il suo carattere, che vuol imprimere sopra di noi, per averci un dì partecipi della sua irreparabile sventura. – Ma d’onde mai questo amore così smodato di noi stessi, questo orgoglio così folle, che ne spinge a voler essere al di sopra di tutto e di tutti? Dalla falsa stima di noi stessi. Gettando lo sguardo sopra di noi, oltrecché non troviamo in noi alcun difetto, falsamente ancora troviamo in noi stessi tutte le belle qualità, e in un grado superiore. Qualunque sia il posto che noi occupiamo nella immensa scala della società, operai, o artisti, o maestri, o oratori, o scrittori, o capitani, o ministri, o re, noi ci reputiamo di tutti più abili, più capaci, più esperti, più valenti. E quel che è peggio, di tutto il gran bene che in noi scorgiamo, a nessuno ci riconosciamo debitori, neppure a Dio. Di tutto quello che noi siamo, e del molto più che crediamo di essere, di tutto quel molto che noi reputiamo di sapere e saper fare, tutto è merito nostro, merito esclusivo del nostro ingegno? della nostra intraprendenza, della nostra fatica! – Ed è naturale intanto, che da questa falsa stima di noi, per cui a tutti ci crediamo superiori, ne venga il disprezzo degli altri; disprezzo che si esplica nell’odio alla superiorità, nell’insofferenza dell’uguaglianza, nell’oppressione degli inferiori. Ed anzi tutto nell’odio alla superiorità, perché chi vuol essere il primo non vuol avere superiori; e siccome girando intorno lo sguardo vede, che la superiorità esiste in qualsiasi ordine di cose, e vede, che vi ha chi gli è superiore per autorità, chi gli è superiore per ingegno, chi gli è superiore per operosità, chi gli è superiore per beni di fortuna, chi gli è altrimenti superiore, perciò si adira contro tutto ciò che essendogli superiore, pone ostacolo al suo orgoglio, contro di ciò freme di secreta rabbia, e nutre un cocente odio. Oh se egli potesse liberarsi da quella superiorità, a cui egli è giocoforza sottostare, come si reputerebbe felice! Ed eccolo, il superbo, simile ad Aiace, che presso a morire faceva minacce col troncone della spada alla maestà degli dei, eccolo levarsi con tutta la sua forza a contrastare l’altrui superiorità e l’altrui primato. Eccolo, come artista, come scrittore, come applicato a qualsiasi professione, tentare di gettare nel fango chi lo supera e gli sta innanzi, adoperando perciò anche la calunnia; eccolo come operaio o come servo rifiutare l’obbedienza al suo padrone, eccolo come figliuolo pestar dei piedi e voler scuotere di dosso il giogo dell’autorità paterna, eccolo come moglie levarsi baldanzoso contro il diritto che ha il marito di comandare, eccolo come suddito mormorare del suo superiore e rifiutarsi di obbedirlo, eccolo come popolo insorgere e ribellarsi contro il pubblico potere, e quel che è peggio, eccolo come uomo e più ancora come cristiano rivoltarsi contro Dio e negargli la propria dipendenza e servitù. Ogni ribellione adunque, per quanto possa parere cagionata da altre molteplici cause, in fondo in fondo parte sempre dall’orgoglio. In secondo luogo il disprezzo per gli altri che vi ha nell’orgoglioso, si esplica nell’insofferenza degli eguali. E come li potrebbe soffrire egli, che vuol essere non solo il primo, ma vuol esserlo esclusivamente? Ecco perché se voi, quasi a fargli una lode, lo paragonate a qualcun altro o lo trattate da pari, agli s’offende. Di Maometto si dice, che un giorno esclamasse: Di eguali è da lungo tempo che io non ne debbo avere. E di Napoleone I si racconta, che ricevendo in Egitto una lettera da un membro dell’Istituto, intestata con le parole: Mio caro collega: « Come? si facesse a ripetere, lacerando quella lettera, mio Mio caro collega? È questo il modo di scrivermi? » Oggidì vi ha un partito che vuole ad ogni costo ottenere l’universale uguaglianza. Ma che si ha da credere di coloro, che se ne fanno caldi sostenitori e predicatori indefessi? Che vogliano veramente degli uguali? No, o miei cari; sono orgogliosi, che per la via del male tentano di salire in alto per avere dei sudditi. – In terzo luogo con l’odio alla superiorità e con l’insofferenza degli uguali, vi è nell’orgoglioso l’oppressione degl’inferiori. Il maggior contento, che prova il superbo, è quello di far sentire chi gli sta sotto il peso della sua superiorità; ed ecco il ricco, che guarda con disprezzo il povero e lo tratta mille volte peggio del cane; ecco l’aristocratico, che disdegna aver vicino a sé un misero figlio del popolo, e se ne schermisce come da una peste; ecco il marito, che tiranneggia la moglie, la tratta come misera schiava; ecco il potente, che opprime il debole, e gli fa versare lagrime di angoscia; ecco il padrone, che aggrava di comandi e di fatiche il servo e l’operaio, e lo defrauda della dovuta mercede; ecco il superiore mutato in un un despota, ed ecco l’ingiustizia regnare da per tutto. Ma strana cosa, o miei cari: mentre il superbo vuol sollevarsi sopra tutto e sopra tutti e disprezza perciò i superiori, gli eguali e gl’inferiori, egli per altra parte si avvilisce e non teme di avvilirsi nel modo più umiliante; perciocché, a raggiungere il suo scopo, non gli basta talora di strisciare cortigianescamente ai piedi della superiorità, ma in ogni guisa fa mercato di sé con gli eguali, e ricorrendo ad arti abbiette, a transazioni vigliacche ed a bugiarde promesse, va mendicando persino dagli inferiori quei suffragi, da cui spera essere innalzato. Che più? Poiché talora l’orgoglioso non arriva, non ostante i suoi supremi sforzi, ad acquistare alcuna celebrità nel bene, egli allora si butta disperatamente a ricercare in basso la celebrità del male. Ed ecco lo scrittore e il giornalista, che non potendo emergere nella bontà dello scrivere cerca di farsi un nome con la immoralità e con l’irreligione, di cui cosparge i suoi scritti; ecco l’artista, che non valendo a rendersi celebre con l’ingegno e con lo studio, cerca di farsi tale col

verismo e con le nudità più infami; ecco il ricco, che non avendo la generosità della beneficenza, si travaglia ad acquistarsi l’ammirazione in un lusso ridicolo, in una pompa imbecille di servi, di livree, di cocchi e di cavalli, di abiti, di feste, di palagi e di ville; ecco il capitano, che non potendo acquistar fama per vittorie sul nemico, si dà ad acquistarla per mezzo del tradimento; ecco il governante, che non riuscendo a farsi grande con la sapienza e con la rettitudine, si crea un nome con l’audacia e con la tirannia; ecco l’uomo stesso di Chiesa, che non attendendo a rendersi degno della lode di Dio e degli uomini per mezzo della virtù, ad essere grande in qualche modo si abbandona all’apostasia ed all’errore; ecco insomma Erostrato, che per crearsi un nome comunque, appicca il fuoco al tempio di Diana. – Ma anche allora, o miei cari, che l’orgoglio a soddisfarsi non si vale di questi delitti, o tardi o tosto non lascia di cagionarli. È questo, dice Cornelio a Lapide, il centro da cui partono i raggi di ogni iniquità; di qui l’incredulità e l’ateismo, di qui la sfrenata cupidigia del denaro, che uccide la giustizia, di qui la corruttela dei costumi, di qui la gelosia, la vendetta, di qui il delitto, sotto tutte le forme. Leggete la storia dell’orgoglio e vi troverete disastri spaventosi. È per superbia che Lucifero si ribellò a Dio volendo essere simile a Dio. È per superbia che Adamo ed Eva disobbedirono al precetto del Signore, desiderando di arrivare a conoscere come Dio il bene ed il male. È per superbia che Caino uccise Abele, vedendolo a sé superiore nell’estimazione di Dio. È per superbia che Esaù perseguitò Giacobbe, mal soffrendo di essere diventato inferiore a lui c on l’avergli venduto il diritto della primogenitura. È per superbia che Faraone oppresse gli Ebrei; per superbia che questi mormorarono contro Mosè, per superbia che Saul attentò più volte alla vita di Davide, per superbia che Davide cadde nella disonestà, per superbia che Nabucodonosor, Antioco, Erode si diedero a perseguitare gl’innocenti, per superbia che S. Pietro negò il Divin Redentore, per superbia che gli imperatori romani fecero tante vittime, per superbia che gli eresiarchi recarono tanto danno alla Chiesa, insomma fu ed è tuttora per la superbia che si commettono la maggior parte dei peccati, o più esattamente, tornerò a dire, non vi è peccato alcuno nel quale non vi entri la superbia: initium omnis peccati superbia., Né solamente è la superbia il principio di ogni peccato, ma essa è ancora la rovina di ogni virtù; poiché, come osserva s. Agostino, tende insidie a tutte le opere buone, affinché falliscano. E di fatti, dove va il merito delle limosine, delle preghiere, dei digiuni, dei sacramenti, delle pratiche di pietà, quandò siano fatte por superbia o dalla superbia siano contaminate? Colui che opera il bene per questo fine di comparire dinanzi agli uomini, si sentirà un giorno a ripetere da Dio medesimo: Iam recepisti mercedem tuam: hai già ricevuto la

tua mercede. Oh quanto grave danno arreca il peccato della superbia, senza nulla dire dei terribili castighi, con cui Iddio lo punisce, sottraendo al superbo la sua grazia, resistendogli anzi. abbandonandolo alle sue impure passioni, e lasciandolo ben anche in apparenza trionfare per colpirlo alfine con una terribile morte, svergognandolo poi nel dì del giudizio e gettarlo in preda alle eterne umiliazioni dell’inferno.

  1. II. — Tale adunque essendo il gran male della superbia, e così grandi le rovine, che esso cagiona, non poteva essere che Gesù Cristo venuto in sulla terra a combattere il male e ristorarne le rovine, non prendesse a combattere in special modo l’orgoglio, e sia con la dottrina, sia con l’esempio, non ci predicasse altamente l’umiltà; quell’umiltà che consiste nel riconoscere il niente che siamo rispetto a Dio e nell’indurre la volontà ad un sincero abbassamento di noi stessi; quell’umiltà che partendo dalla giusta cognizione delle nostre miserie, anziché al disprezzo degli altri, ne porta al disprezzo nostro; quell’umiltà, che ci fa rispettosi coi superiori, modesti con gli eguali, caritatevoli con gli inferiori; quell’umiltà che pure ci esalta dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, che ci fa trionfare delle umane passioni, che costituisce la base e il fondamento, a cui si appoggiano tutte le altre virtù, e che ci attira dal cielo l’abbondanza di ogni grazia e benedizione. E così fece. Gesù Cristo levò la sua voce di maestro delle genti e nell’umiltà parve compendiare tutta quanta la sua morale. « Se alcuno, Egli disse, vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Guardatevi bene dal fare le vostre buone opere per essere veduti e lodati dagli uomini, altrimenti non potrete pretendere verun premio dal Padre vostro, che è nei cieli. Se alcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo, il servo di tutti. Quando avrete fatto tutto bene, con esito felice, riconoscete da Dio ogni prospero evento e dite: Siamo servi inutili ed abbiam fatto il nostro dovere. Non vogliate i primi posti; chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. In verità, in verità vi dico: se non diventerete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. » Ecco la morale del divino Maestro. – E questa è la morale, cui volle sottostare egli stesso, senza esserne punto obbligato. L’apostolo S. Paolo, parlandoci dei grandi misteri della incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, li presenta alla nostra considerazione come misteri di impicciolimento e di umiliazione. Iddio, egli dice, si è esinanito, prendendo la forma di servo: exinanivit semetipsum formam servi accipiens. (Phil. n, 7) Gesù Cristo, soggiunge, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e morte di croce.

Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Di fatti che altro mai furono questi misteri se non misteri della più profonda umiltà? Mistero di umiltà fu la sua incarnazione, non già perché incarnandosi abbia lasciato di essere Dio, ma perché, restando quello che era, cominciò, ad esistere in una natura creata, epperò tratta dal nulla, in cui sarebbe ricaduta, se l’atto che ne la fece uscire, fosse stato sospeso. Mistero di umiltà, perché sebbene, avendo stabilito di incarnarsi, avrebbe potuto prendere le forme dell’età adulta e comparire al mondo come vi fu introdotto Adamo, non di meno elesse di nascere bambino, e quel che è più, se non bambino peccatore, ciò che era impossibile, almeno bambino, come insegna S. Paolo, (Rom. VIII, 3) nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile. Mistero di umiltà perchè avendo presa la natura umana sotto la forma di bambino, poteva tuttavia con un tratto, con una parola, dare un saggio della sua potenza e della sua sapienza, ogniqualvolta lo avesse voluto; eppure nascose siffattamente le sue perfezioni divine, da non mostrar mai segno alcuno di qualità speciali sino all’età dei dodici anni. Mistero di umiltà, perché pur nascendo bambino avrebbe potuto cingersi di gloria e invece preferì di nascere a Betlemme, nella più piccola città del più piccolo regno, e nel luogo più vile di questa umile città, in una stalla, sulla paglia di un presepio. E come mistero di umiltà fu l’Incarnazione e la nascita, così mistero di umiltà fu tutta quanta la sua vita privata e pubblica. In quanto alla sua vita privata l’evangelista S. Luca la compendia tutta in azione continuata di umiltà, giacché di Lui non dice altro se non che era soggetto a Maria ed a Giuseppe: et erat subditus illis. (Luc. II, 51). Ed era loro soggetto, vale a dire lo era così nei dodici anni, come nei venti, come nei trenta, da giovanetto e da uomo fatto. Ed era a loro soggetto, cioè professava loro quella sudditanza, che si immedesima con la stessa umiltà. Ed era a loro soggetto, cioè, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, Egli, Gesù Cristo, che

con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, Dio egli stesso, colui che fabbricò il cielo e la terra era soggetto ai parenti, agli uomini, ad un povero fabbro; Et erat subditus illis. – Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare umilmente la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi ed aiutarli in tutte le loro faccende. È vero, tanto Maria come Giuseppe riconoscendo con vivissima fede che quel loro figliuolo era Dio, non avrebbero osato soprastargli e fargli alcun comando, ma nel tempo riconoscendo che era volere di Gesù, che si diportassero con Lui da superiori e lo comandassero, di tanto in tanto con tutta grazia e soavità lo chiamavano e gli impartivano degli ordini. E Gesù sorridente in volto, il cuore pieno di gioia, pronto subito ad eseguirli. Epperò eccolo talvolta per obbedire a Maria ed aiutarla nelle faccende più umili della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulir la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancor presentemente si fa vedere presso Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo per sottostare a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare qualche mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure ed ora attendere ad altre cose somiglianti. Oh Dio! Che meraviglioso spettacolo non doveva essere quello per gli Angeli del Cielo: vedere quel Dio, che è Re dei re, dominatore del mondo, alla cui servitù essi sono dedicati; al cui cenno fumano i monti, trema la terra, fremono i mari, soggetto alle creature e lavorare umilmente sotto la loro direzione e comando! Oh esempio, che noi stessi non crederemmo possibile se il Vangelo non lo accertasse. E quanto alla vita pubblica? Egli la inaugurò con l’umiltà. Eccolo, Gesù, ai piedi di Giovanni Battista per riceverne il battesimo, quasi fosse un peccatore. Guardatelo in seguito nel corso di una predicazione tra le tante lodi e benedizioni ricevere pure molti biasimi, minacce e persecuzioni senza mai replicare una parola, che riveli un minimo sentimento di orgoglio offeso. Egli inoltre trova la sua delizia nel trattenersi con le persone di bassa condizione; elegge per compagni di sua predicazione dei poveri pescatori, ai quali nell’ultima cena, come fosse loro servo, lava i piedi; preferisce di evangelizzare i poveri; ai fanciulli fa le sue speciali carezze, e persino i peccatori formano l’oggetto della sua predilezione! Ma che dire poi dei misteri di umiliazione, cui volle assoggettarsi durante la sua passione, e ai tribunali, dove fu condannato, trattato come re da burla, schiaffeggiato, sputacchiato, insultato, con le più grandi villanie, e al Pretorio di Pilato, dove fu messo a confronto con un famigerato omicida, Barabba, e a lui sottoposto; ed al Calvario, dove fu conflitto nudo in croce fra due ladroni? Ah questi sono veramente abissi di umiltà imperscrutabile. – Eppure non pago di ciò, Gesù Cristo vuol continuare a mostrarsi modello di umiltà nel S. S. Sacramento dell’altare, dove se ne sta umiliato più ancora che durante la sua vita mortale. Ed invero durante la sua mortai carriera lanciò pure degli sprazzi di luce, che costringevano gli uomini ad ammirarlo. Ma nella S.S. Eucaristia dov’è lo splendore, non dico della sua divinità, ma persino della sua umanità sacrosanta? Tutto ivi è celato, tutto è nascosto. Sotto le specie di un po’ di pane se ne sta chiuso entro al tabernacolo, come un povero carcerato, ed anche allora che ne vien tratto fuori per essere esposto alla pubblica adorazione, o per essere portato trionfalmente in processione, anche allora non lascia trasparire alcun raggio della sua gloria, non dà sintomo alcuno per intimare ai nostri sensi che ivi Egli si trova, vero Dio e vero uomo. Oh umiltà! Oh esempio inesplicabile! Poteva forse nostro Signor Gesù Cristo contrastare più efficacemente all’umano orgoglio e predicarne con maggior forza l’umiltà? Poteva dirci con più ragione: Imparate da me, che sono umile di cuore? Discite a me, quia… humilis sum corde?

III. — Or ecco l’esempio che assolutamente dobbiamo seguire come Cristiani e come devoti del Sacro Cuore di Gesù. Io dico assolutamente, perchè l’umiltà non è una virtù di consiglio soltanto o dalla quale possiamo in certe circostanze e speciali ragioni esimerci, no; essa è doverosa a conseguire l’eterna vita ed è doverosa sempre. In cielo si possono trovare dei Santi, che non abbiano fatto elemosina, ve ne possono essere degli altri che non abbiano potuto praticare digiuni e macerazioni, vi possono regnare di coloro, che non mantennero la verginità, ma nessuno può trovarsi e nessuno può entrarvi senza che sia stato umile. Gesù Cristo ha parlato chiaro dicendo: Se non diventerete umili sino a parere semplici pargoletti, non entrerete nel regno dei cieli: nisi efficianimi sicut parvuli, non intrabitis in regnum cœlorum. (MATT. XVIII, 3) Anzi senza umiltà le più grandi virtù degenerano in vizio; la più grande austerità della vita diventa un’ipocrisia detestabile, la più alta contemplazione un’illusione vituperevole, l’estrema povertà una sciocca vanità. Senza l’umiltà i deserti degli anacoreti, le penitenze dei confessori, i tormenti dei martiri, lo zelo degli Apostoli non sono che un vano trastullo, che colpisce gli uomini e allieta i demonii; senza umiltà gli stessi doni di Dio riescono di nocumento. Come i venti quando soffiano nelle vele di un bastimento, benché sembrino favorevoli al suo corso, non fanno che precipitarne il naufragio, se il bastimento è spinto verso gli scogli nascosti sotto le onde, così pure l’abbondanza dei doni del Signore in un’anima, che si lasci dominare dalla superbia, può servire ad accrescergliela spaventosamente e farla miseramente perire. E così è accaduto che uomini eminenti per santità, già vicini o pel martirio o per le più belle virtù al porto dell’eterna salute, miseramente naufragarono per aver urtato nello scoglio fatale della superbia. – Quanto importa adunque, che ad imitazione del Sacratissimo Cuore di Gesù noi siamo umili, e siamo umili non di umiltà apparente, ipocrita, bugiarda, di sole parole: chi si umilia così, ha detto lo Spirito Santo, si umilia maliziosamente ed ha il cuore pieno di frode: est qui nequiter se humiliat, et interiora eius plena sunt dolo. (Eccli. XIX, 23) Ed in vero a che giova il protestare che fan taluni di essere il più gran peccatore, o la più gran peccatrice del mondo, di meritare anche mille inferni, se poi facendo gli altri vista di credere, oppure notando in esso qualche difetto e correggendoli, tosto si adirano e rispondono parole piene di superbia? Costoro non è già che abbiano l’umiltà, ma l’ipocrisia di tale virtù, perciocché se da se stessi si abbassano, non lo fanno che per essere dagli altri esaltati. Ora il cercar lode dall’umiliarsi, dice S. Bernardo, tutt’altro che umiltà, è distruzione della stessa. Il vero umile confessandosi peccatore, al dire di S. Gregorio, a chi glielo ripete, non lo nega, ma lo conferma. Il vero umile insomma non pretende di essere lodato per umile, ma vuole essere tenuto per vile, per difettoso, per degno di disprezzi, e si compiace nel vedersi trattato come egli si stima; non vuole comparir santo, ma attende con ogni studio a farsi tale. È di questa umiltà pertanto che noi dobbiamo essere umili; non dell’umiltà di bocca, ma dell’umiltà di cuore, essendo questo Cristo ci ha raccomandato, vale a dire quell’umiltà che ci persuade, che siamo veramente nulla, anzi peggio che nulla; perché pieni di miserie, che ci tiene pronti a schivare sempre e ad occultare con molta cura tutto ciò, che può ridondare a qualche nostra lode, eccetto che la gloria di Dio e il bene delle anime richiedano assolutamente il contrario, che ci ingenera sentimenti di confusione allorché siamo lodati, anziché far nascere in noi una vana compiacenza, che ci incoraggia ad accettare con rassegnazione, e persino con amore e con gioia, tutto ciò che in qualche modo ci può umiliare dinanzi al mondo, che di tutto il bene che possiamo fare noi a Dio solo ci fa rendere la gloria, e di tutto il bene che van facendo gli altri ci fa santamente esultare, che ci getta ai piedi di Dio, che ci rende affabili con gli eguali, e pieni di carità con gli stessi inferiori, che in una parola ci rende imitatori di Gesù Cristo. Questa è l’umiltà, che han pure praticato i santi; l’umiltà che ha indotto degli imperatori, dei re, delle regine, dei Pontefici a calare dal fastigio della loro grandezza e a farsi gli altrui servi; l’umiltà che ha spinto degli uomini illustri a nascondersi nelle caverne dei monti per sfuggire agli onori, cui si volevano sollevare; l’umiltà, che ha portato dei grandi sapienti a rendersi stolti in faccia agli uomini essere da loro scherniti e disprezzati; questa è l’umiltà che ha popolato e va popolando il cielo. – Animo adunque, o carissimi; dinanzi a noi stanno spiegate due bandiere, la bandiera di satana, su cui sta scritto: Ascendiamo; la bandiera di Gesù Cristo che ha per motto: Recumbe in novissimo loco: (Luc. XIV, 10) sta nell’ultimo posto. Quale bandiera seguiremo noi? Fortunato il Cristiano, felice il devoto del Sacro Cuore, che lasciando la bandiera di satana, terrà sempre dietro alla bandiera di Gesù Cristo! A giudicarlo dall’apparenza egli sembrerà un uomo da nulla, ma in realtà egli è l’uomo più grande della terra, perché porta scolpita sul cuor suo l’immagine viva del cuore di Cristo; in apparenza ei sembra nell’abbiezione e nell’annientamento, ma realmente egli cammina diritto per la strada che conduce agli onori dell’eterno trionfo, perché se è verissimo che chi si esalta sarà umiliato: qui se exaltat humiliabitur, è pure certissimo, che chi si umilia sarà esaltato: qui se humiliat exaltabitur. (Luc. XIV, 11) Ma perché ciò abbia ad essere di ciascuno di noi, diciamo tutti al nostro caro Gesù: O nostro Salvatore e Maestro! In vista del vostro umilissimo Cuore noi ci ricopriamo di confusione e di rossore. Voi Re del cielo e della terra, umiliato sino al punto da morire come un malfattore su di un patibolo, e noi così peccatori ripieni di tanta superbia! Deh! per i meriti delle vostre umiliazioni e dei vostri disprezzi, fate che noi conosciamo le miserie e deformità nostre, acciocché aborriamo giustamente noi stessi, evitiamo con diligenza di metterci innanzi e di cattivarci le lodi, e soffriamo altresì in pace di essere trascurati, disprezzati ed ingiuriati, siccome meritiamo. Così mercé il vostro aiuto, noi speriamo vivamente di rendere il nostro cuore simile al vostro, cioè mansueto ed umile, e dopo di essere stati umili con voi qui in terra, essere poscia esaltati con voi in cielo.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7) modello di mansuetudine.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7)

[A. Carmignola, IL SACRO CUORE DI GESÙ, S.E.I. Ed. Torino, 1920 – Disc. VII]

Il Sacro Cuore di Gesù modello di mansuetudine.

Il divin Redentore, venuto sulla terra ad operare la nostra salvezza, si fece pure il nostro Maestro. Per quattromila anni il mondo, errando tra le tenebre dell’errore e dell’ignoranza, sospirò che venisse un Dottore celeste, che lo rimettesse sul retto sentiero. Ma giunta quell’epoca, che a Dio parve opportuna, e che S. Paolo chiama « la pienezza dei tempi, » il Maestro sospirato comparve fra gli uomini e levò cattedra di verità. Ma a differenza della sapienza dell’uomo, che non insegna che con le parole, Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, ci ha ammaestrati anche con i fatti. No, Egli non si contentò di dare agli uomini delle sublimi lezioni, ma più ancora volle confermarle col suo esempio, cominciando anzitutto a fare, come nota S. Luca, e poi ad insegnare: cœpit Jesus facere ed docere. (Act. I, 1) Cosicché ben a ragione Gesù Cristo dicendo: « Io sono la luce del mondo, » poté soggiungere: « E chi tien dietro a me, seguendo i miei esempi, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce, che guida alla vita eterna; » qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitæ. (Io. VIII, 12) Sì, o miei cari, Gesù Cristo, nel tempo stesso che ci apprende tutte le più belle virtù, ne è pure il perfettissimo modello, e lo è nel suo Sacratissimo Cuore. E noi per tal guisa siamo in dovere di imitarlo, che qualora non lo imitassimo, indarno ci vanteremmo cristiani, più indarno ancora di voti del suo Sacro Cuore, e falsamente crederemmo di salvarci. Ma sebbene Gesù Cristo sia il modello perfettissimo di ogni virtù, e in tutte dobbiamo studiarci di invitarlo, è certo che ve ne hanno di quelle, che parvero essere state da Lui predilette, e la cui imitazione esige da noi un maggior impegno. Ed in vero, sebbene additandoci il suo Cuore Sacratissimo avrebbe potuto dirci: Imparate da me, che sono caritatevole, che sono paziente, che sono obbediente, che sono casto, che sono adorno di ogni virtù; disse invece: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde. (MATTH. XI, 29) Ora, che vuol dir ciò? Senza dubbio Gesù Cristo, essendo la divina Sapienza incarnata, non ha mai né parlato né operato senza infinita sapienza. Epperò essendosi egli compiaciuto di far spiccare nel suo Sacro Cuore le virtù della mansuetudine e dell’umiltà, e avendoci ordinato particolarmente di imitarlo in esse, è segno evidente, che di esse abbiamo un bisogno tutto speciale. Pertanto a raggiungere il terzo fine della divozione al S. Cuore, cioè la sua imitazione, in quel modo che a Lui piace maggiormente, conviene che noi ci facciamo a riconoscere il pregio di queste due virtù, della mansuetudine e della umiltà, e gli esempi ammirabili che di esse ci ha dato il Sacratissimo Cuore. E cominciando oggi dalla prima, vediamo quanto sia importante la mansuetudine e quale modello ne sia il Sacro Cuore.

I. — Quanto sia importante la virtù della mansuetudine non torna difficile il riconoscerlo. A questa virtù, secondo che insegna S. Tommaso, appartiene il comprimere l’ira, che viene provocata dalle cose contrarie e specialmente dagli affronti, e l’impedirne la vendetta, a cui sempre agogna questa fosca passione. Ora chi non sa come l’ira, che pur troppo predomina nella maggior parte degli uomini, sia un gran male ed anzi causa di molti altri gravissimi mali? Vi ha, è vero, una ira santa, eccitata dal giusto zelo, e che ci fa riprendere con forza chi non poté esser vinto dalla nostra mansuetudine: tale è la collera di un padre alla vista dei disordini commessi da un suo figlio, la collera di un maestro alla vista dell’indisciplinatezza ed infingardaggine di un discepolo, la collera di un padrone alla vista dell’inoperosità ed infedeltà di un suo servo, l a collera di un re alla vista delle offese fatte alla sua maestà da un suo suddito. Ed ecco perché il reale salmista ha detto: Adiratevi, ma senza peccato : irascimini et nolite peccare; (Ps. IV, 5) ecco perchè il divin Redentore istesso nel suo Vangelo ci mette innanzi l’esempio di padri di famiglia, di padroni, di sovrani che vanno in collera e puniscono severamente e senza remissione. Ecco perché lo stesso Gesù Cristo fu acceso da questo santo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità, e quando vedendo i Farisei a malignare di continuo contro le sue parole e le sue opere e soprattutto ad ingannare con le loro ipocrite apparenze il povero popolo, inveì contro di essi affine di smascherare i loro iniqui intendimenti. Ma ben diversa è l’ira che nasce in noi da cattivo principio, dal nostro egoismo in qualche modo contrariato e ferito. Ancorché si coprisse col manto dello zelo e dell’amore della verità e della giustizia, non è buona giammai, come dice san Giacomo, a far l’uomo giusto: ira enim viri justitiam Dei non operatur, (IAC. I, 20) anzi lo precipita in molti mali. Di fatti per essa viene anzitutto turbato gravemente lo stesso esteriore dell’uomo, che vi si abbandona. Osservate, dicono S. Gregorio e S. Giovanni Crisostomo, osservate un uomo sorpreso dalla collera: gli palpita il cuore nel petto e gli trema il corpo da capo a piè; gli si gonfiano le gote, agita scompostamente le mani, pesta coi piedi, si dimena nella persona, getta fuoco dal volto e scintille dagli occhi: quasi più non vede, e se guarda, non conosce neppure le persone a lui note, la lingua gli si confonde e manda piuttosto clamori da bestia, che parole da uomo: sicché egli stesso non sa più quel che si dica e quel che si faccia, ed è divenuto simile ad un bruto privo della ragione. Ma il peggio si è che per l’ira, nell’uomo che vi si abbandona vien rovinata l’anima per i tanti peccati che essa produce. Ed invero l’uomo che si lascia dominare dall’ira perde ogni pazienza, ogni prudenza, ogni carità ed ogni giustizia; si abbandona alle ingiurie, alle maldicenze ed alle calunnie, manda imprecazioni e bestemmie, giura odio e vendetta, trascorre agli oltraggi, alle violenze, alle battiture, alle ferite e quasi più non v’ha alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto della sua passione egli non osi intraprendere. Guardate quei due uomini, che si allontanano dalla città, e chieggono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco, hanno in mano uno strumento di morte, si scagliano l’un contro l’altro con implacabile furore. Uno d’essi vacilla, cade, e forse muore sul colpo, nell’atto medesimo del più barbaro e più inesplicabile delitto. E qual è mai l’origine di così frequenti duelli, di tante risse, di tanti ferimenti, di tanti omicidii, se non una qualche ingiuria pronunziata in un momento di collera o di astio, un risentimento dell’amor proprio ferito, uno sfogo d’ira? Ecco adunque i funesti effetti di sì terribile passione! – Ma anche allora che non conduce a tali eccessi, è tuttavia mai sempre di gravissimo danno ad un’anima cristiana, perché le tornerà di impedimento gravissimo ad unirsi a Dio nella preghiera ed a ricevere da Lui gl’influssi della sua grazia. E questa verità la fece intendere il Signore stesso con bella figura al profeta Elia. Perciocché volendo egli parlare a questo profeta, mentre stava in una spelonca del monte Oreb, chiamatolo fuori, mandò innanzi a sé un vento grande da sciorre i monti e spezzar le pietre, e dopo il vento un terremoto, e un fuoco; ma né gli parlò dopo il vento, né dopo il terremoto, né dopo il fuoco: non in commotione Dominus; gli parlò allora soltanto che a tutti quei grandi commovimenti successe lo spirare di un’aura leggera. Per tal guisa adunque, come notano i sacri Dottori, Iddio fece intendere, che anche con gli uomini di pietà Egli non si mette in comunicazione, vale a dire anche ad essi nega gli aiuti salutari della sua grazia, se sono facili ad inquietarsi e ad incollerire, e ciò anzitutto perché chi è facile all’ira, per quanto sia frequente alle chiese ed agli esercizi di pietà, non potrà mai col cuore agitato e sconvolto compiere tali opere se non esteriormente ed ipocritamente, e poscia perché parlando in cuor suo la passione, non lascerà che vi penetri a parlare e ad operare la grazia del Signore. Ora, o miei cari, se è vero che l’ira giunge talvolta ad impedire ed estinguere il lume della ragione, tramutando, l’uomo in un bruto selvaggio ed irragionevole, e che ad ogni modo ci sottrae agl’influssi benefici della grazia di Dio, chi non vede l’importanza suprema, anzi la necessità che tutti abbiamo di acquistare la mansuetudine, a cui spetta di frenare l’ira, di soggiogare in noi qualsiasi risentimento di odio e di vendetta e di farci usar dolcezza? E poiché si tratta di una virtù così importante e necessaria, poteva essere che Gesù Cristo, venuto in sulla terra a farsi il nostro maestro e modello non ce la predicasse e inculcasse con tutto lo zelo? E primieramente ce la predicò e inculcò come maestro. Ciò fece quando egli proclamò beati i miti, beati i pacifici; quando comandò di perdonare, e non sette volte, ma settanta volte sette, vale a dire un numero indefinito di volte; quando ci invitò a presentare la guancia sinistra a chi ci percuotesse la destra; ciò fece quando ne insegnò ad amare persino i nostri nemici, a rendere loro bene per male, a pregare per essi, e a dire al Padre celeste: Perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo ai nostri offensori; quando ci disse di non fare agli altri ciò che non vogliamo dagli altri sia fatto a noi; quando ci esortò a prendere norma nella nostra condotta dal suo stesso divin Padre, che fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e manda la pioggia per i giusti e per gl’iniqui. Ma non pago di ciò, all’insegnamento volle aggiungere il più ammirabile esempio, e l’esempio del suo Cuore Sacratissimo, affine di poter dire: Imparate ad essere miti non solo dalle mie lezioni, ma più ancora dagli esempi, anzi dal carattere istesso del mio Cuore: Discite a ine quia mitis sum corde.

II. Ed oh, chi potrà degnamente rappresentare la mitezza ammirabile che in tutta la vita dimostrò Gesù Cristo dal suo primo entrare nel mondo sino al suo ultimo uscirne per risalire al cielo? Nell’antica legge, Dio, facendo talora qualche manifestazione di sé, adoperava tale maestà e tale sfoggio di potenza, da incutere negli uomini il più grande terrore, sì che veniva chiamato il Dio degli eserciti, il Dio terribile, il Dio delle vendette! Ma nella legge nuova ben diversamente si manifesta il Dio della bontà, della dolcezza, della mansuetudine. L’apostolo S. Paolo volendo fra le virtù di Gesù Cristo nominarne una, che fosse come il carattere distintivo di Lui, non menzionò né la povertà, né la obbedienza, né l’umiltà, né la carità, né lo zelo, né alcun’altra delle tante eccelse virtù, che lo adornano, ma bensì la mansuetudine, e per essa si diede a pregare i Corinti: Obsecro vos per mansuetudinem… Christi. (II Cor. x, 1) Così pure il principe degli apostoli, S. Pietro, invitando i Cristiani a prendere esempio da Gesù Cristo, mette loro dinnanzi quello della sua mansuetudine, come l’esempio dato da Lui in modo sopra ogni altro eccellente: « Gesù Cristo, egli dice, ha patito per noi lasciandoci il suo esempio, perché lo imitiamo, e l’esempio è questo che essendo Egli maledetto, non malediceva; essendo strapazzato non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava. » ( I Pet. II, 23) E come re rivestito particolarmente di mansuetudine lo avevano pure annunziato i profeti: « Ecco, essi dissero, che il vostro re sen vien mansueto… egli non contenderà, né leverà la voce; né spezzerà la canna già rotta a mezzo, né spegnerà il lucignolo fumigante. » (MATT. XXII, 5-12, 19- 20) E quando Gesù uscito dal deserto, dava principio alla sua vita pubblica, S. Giovanni, il Precursore, lo additava al mondo siccome agnello per mansuetudine, dicendo: Ecce agnus Dei; (Io. I, 29) ecco l’agnello di Dio! E d oh, quante altissime prove di tale virtù diede il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo! Egli incomincia a introdursi nel mondo nella forma più mite, più dolce, più soave, più benigna che possa, tanto che l’Apostolo Paolo nel considerare tutto ciò, pieno d’entusiasmo esclama: Apparuit benignitas, et humanitas Salvatoris nostri Dei: è apparsa la benignità e la mitezza del salvatore nostro. (Tit. III, 4) No, non è sotto l’aspetto di un grande conquistatore, di un sovrano potente e fiero, di un duro e terribile dominatore che Ei viene al mondo, ma sotto l’aspetto e nella forma di tenero, di amabile bambino, anzi di bambino sofferente come tutti gli altri bambini, avendo voluto nascere in tutto e per tutto somigliante a noi, fuorché nel peccato; anzi anche più sofferente degli altri, avendo voluto nascere in una stalla, essere involto in poveri panni ed essere posto a giacere su povera paglia. Ma è bensì vero che avendo preso una forma tanto mite ei non lascia di essere Dio, e che però quando il voglia, Egli che ha in suo potere i fulmini del cielo, non possa scagliarli adirato contro chi ardisce insolentire contro di Lui o pensare solo di recargli danno! Or dunque benché ancor tenero bambino, giacente entro la culla di un povero presepio, ai fulmini dia pur mano, perciocché un re geloso e barbaro lo cerca a morte, e scagliandoli terribilmente contro di lui se lo tolga d’impaccio. E non ha Egli come Dio non solo il potere, ma il diritto di farlo? Sì, senza alcun dubbio, ma Gesù Bambino già fin dalla culla vuol darci un grande esempio di mitezza; epperò mentre Erode pieno di collera inferocisce con le daghe dei suoi satelliti sopra i teneri bambini di Betlemme e dei dintorni, spargendo il loro sangue innocente e riempiendo di terrore e di dolore i cuori delle loro desolate madri, Gesù Bambino, mite sino all’estremo, tanto mite da sembrare debole e impotente, fugge in lontano paese e là rimane sempre nell’esercizio della più ammirabile mitezza sino a che il barbaro Erode è morto. Ah! Gesù, Gesù caro, quanto hai ragione dallo stesso primo principio di tua vita di volgerti a noi per dirci: Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore: Discite a me, quia mitis sum corde! Ma se tale è il principio, quale sarà il mezzo e il fine? Eccolo Gesù benedetto, dopo trent’anni passati nella oscurità della bottega di Nazaret, esercitando sempre con Maria e con Giuseppe la massima mitezza che possa avere un figliuolo col suo padre e con la sua madre, esce in pubblico a predicare la sua celeste dottrina; e quale sarà mai la calamita che Egli adopera per guadagnarsi il cuore degli uomini, per trarli a sé, e farsene dei seguaci? La mitezza. Un giorno stando Egli nel tempio ad istruire con tutta bontà i Giudei ed a provare ai medesimi la divinità della sua dottrina, quegli empi ed ingrati interrompendolo gli dissero che era un indemoniato. Ma Gesù a tanto insulto non disse una parola, e quasi gli avessero fatto una lode, seguitò ad istruirli. Un altro giorno due dei suoi discepoli trasportati da zelo indiscreto, perché il paese di Samaria avesse ricusato di riceverlo, lo eccitavano a farvi scendere sopra il fuoco dal cielo. Ed egli allora rimproverandoli rispose: « Voi non sapete a quale spirito apparteniate. Il mio spirito è spirito di mansuetudine, di dolcezza e di amore. Io non sono venuto in terra per perdere gli uomini, ma per salvarli. » Quasi sempre è circondato da gente invidiosa della sua gloria, e chi scredita i suoi miracoli come prestigi infernali, e chi taccia le sue dottrine come arti maliziose per sedurre la plebe incauta, e chi lo calunnia come uomo ambizioso, avido di farsi re, e chi lo perseguita con le pietre alla mano, e chi tenta di precipitarlo dall’erta cima di un monte, e con tutto ciò Gesù Cristo perdona. Quale indulgenza poi ed amorevolezza non usò egli mai con gli Apostoli, così rozzi e difettosi, così materiali e terreni? Più che da maestro egli trattavali da padre, istruendoli con somma pazienza, correggendoli con infinita bontà, sopportandoli con mansuetudine inalterabile. E con gli stessi Farisei, benché sembrasse sdegnarsi contro di loro, tuttavia Egli non fece altro mai che inveire contro i loro vizi, perché il popolo non restasse ingannato dalla loro ipocrisia; ma anche nel fare ciò adoperò sempre una grande mansuetudine e carità, astenendosi dal castigarli come meritavano, e cercando di rialzarli dai loro peccati e trarli a salvamento. Ma dove la mansuetudine del Sacratissimo Onore di Gesù risplende più luminosamente, si è nel tempo della sua passione, tra le contraddizioni, tra le tante accuse e calunnie, tra i tanti improperi e tormenti, di cui fu fatto bersaglio da parte de’ suoi feroci nemici. Un perfido discepolo lo tradisce e lo vende. Gesù sa tutto, il suo Cuore ne geme altamente, tuttavia ammette quell’ingrato alla sua mensa, lo ammonisce con inaudita benignità sino a lavargli i piedi, a ricevere il bacio da traditore e a dargli il dolce nome di amico. Le schiere degli sgherri al segno di Giuda son lì a mettere le mani addosso a Gesù, e Pietro, indignato, trae fuori dal fodero la spada e taglia un orecchio ad un servo del gran sacerdote. Ma il Salvatore riprende Pietro dolcemente, dicendogli : « Riponi la spada al suo luogo, perché chi ferisce di spada, di spada perirà; » e subito guarisce l’orecchio a Malco. Agli insulti di cui lo ricopre la vil plebaglia, non oppone che il silenzio. Quando un servo di Caifa osa dargli uno schiaffò, egli non dice altro: « Se ho parlato male, fammelo conoscere: se ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Pietro stesso lo rinnega per ben tre volte, e Gesù lungi dallo sdegnarsene, gli volge uno sguardo di tanta tenerezza, che gli trafigge il cuore, lo fa disciogliere in lagrime e lo converte. Ma eccolo il povero Gesù nelle mani de’ suoi nemici, che acciecati da diabolica rabbia gli si avventano contro a farne il più orrido scempio. Ed Egli, a guisa di innocente agnello, che se ne sta muto e senza aprir bocca sotto il ferro di chi lo tosa, piega le spalle ai flagelli, china la testa alle spine, porge le mani e i piedi ai chiodi, si lascia straziare le carni di dosso senza dare un sospiro di sdegno, senza proferire una parola di lamento, senza rivolgere un rimprovero: Quasi agnus coram tondente se obmutescet, et non aperiet os suum. (Is. LII, 7). Finalmente che cosa fa sulla croce? Oh Cuore pieno di mansuetudine veramente infinita! Quando i protervi suoi nemici, non ancor sazi delle crudeltà usate verso di Lui, si fanno ancora a lanciargli gli ultimi e più velenosi insulti, in quei momenti estremi della sua vita, Egli che pur potrebbe far scendere dal cielo un fulmine ad incenerirli, non fa altro che sollevare lo sguardo al cielo per indirizzare al suo Divin Padre il motto più sublime di mansuetudine, che mai sia stato pronunziato: Padre, perdona a loro, perché non sanno quel che si facciano. Eppure ciò non è ancora tutto, perciocché alle tante freddezze, ai tanti abbandoni, ai tanti insulti, che continua purtroppo a ricevere anche oggidì, massime nel S. S. Sacramento dell’altare, non risponde Egli che con la mansuetudine e con il perdono. Oh si esalti pure fin che si voglia la mansuetudine di uomini illustri sotto le diverse forme, in cui essa si mostra, di clemenza, di compassione e di dolcezza! si ammiri pure la mitezza di Socrate di fronte alle stranezze della sua moglie bisbetica; si lodi la bontà di Filippo il Macedone, che ad un soldato mormorante dietro alla sua tenda non disse altro che di allontanarsi; si celebri la condotta di Alessandro verso il suo medico Filippo, verso la moglie di Dario e verso i mutilati prigionieri di Persepoli; si canti la clemenza di Scipione e di Tito; tutto ciò è meno che nulla appetto alla mansuetudine incomparabile, di cui Gesù Cristo nel suo Sacratissimo Cuore ci ha dato esempio. – Ma questo ammirabile esempio che ci ha dato Gesù Cristo ce lo ha dato propriamente, perché noi lo avessimo ad imitare. Di fatti Egli nel dire: Imparate da me, che sono mite di cuore, non intese soltanto di farci un’esortazione, di darci un consiglio, ma intese di imporcene un assoluto comando. Fu lo stesso che dirci: « Io voglio che anche voi abbiate un cuore di colomba, senza fiele, senza sdegno, senza amarezza, simile al mio; voglio che anche voi contrariati non vi abbiate ad offendere, offesi abbiate tosto a perdonare, e non mai abbiate a nutrire i n cuor vostro sentimenti di odio, pensieri di vendetta; voglio che siate sempre dolci, affabili, amorevoli con tutti, anche con quelli che non vi trattano bene, che vi riescono molesti, che si lasciano andare ad ingiurie, ad insulti, a disprezzi contro di voi, anche con quelli che arrivassero a tale, dopo che voi li avete beneficati in mille guise, da ripagarvi con la più nera ingratitudine, da oltraggiarvi, da vilipendervi, da maltrattarvi. » Or chi sarà che, intendendo di essere vero Cristiano e devoto del S. Cuore di Gesù, non si studi col massimo impegno per adempiere questo suo volere ed imitarlo nella mitezza! Certa gente di questo mondo, ben si capisce, chiama stupidi e buoni a nulla coloro che sono miti e tollerano perciò senza risentimento e vendetta di essere contrariati e offesi; certa gente bolla nientemeno che col titolo di vigliacco chi non si fa a vendicare qualche danno ricevuto; che anzi arriva al punto da credere che sia indispensabile a certe offese rispondere con l’odio feroce e col misfatto! Ma se noi seguissimo le bestemmie e le assurdità del mondo, saremmo ancora di Gesù Cristo? Conviene adunque, o miei cari, per venire alla pratica, che ci andiamo seriamente abituando a dominare i moti dell’ira, a resistere ai suoi primi assalti ed a soffocarli con prontezza. Conviene che, qualora il nostro animo fosse alterato, vegliamo sulle nostre parole, poniamo anzi alla nostra bocca una prudente custodia per impedire, che ne escano fuori espressioni di lamento, di sdegno e di acrimonia. Conviene che ci studiamo di prevedere le occasioni di risentimento, che durante la giornata, ci potrebbero capitare, o per schivarle, se ci è possibile, o per prepararvi l’animo a soffrirle mansuetamente. Conviene infine che, quand’anche ci fossimo risentiti od offesi, non appena ce ne avvediamo, deponiamo tosto ogni astio dal cuore, praticando l’avvertimento di San Paolo: Il sole non tramonti sulla nostra collera : sol non occidat super iracundiam vestram. (Eph. IV, 26). Così appunto si regolò mai sempre quel Santo, che avendo ricopiato in modo singolarissimo la mitezza del Cuore di Gesù, fu chiamato un’immagine viva della bontà di Lui, voglio dire S. Francesco di Sales. Benché da natura egli avesse avuto un carattere focoso, tuttavia divenne il santo della dolcezza, facendo a se stesso una continua violenza. E tale e tanta fu questa violenza, che dopo morte, a cagione di essa gli si trovò il fiele indurito come la pietra. La sua santa vita essendo spina negli ocelli a uomini tristi, vi fu tra di essi, chi sparse contro di lui scritti velenosi per infamarlo, chi entrò nella sua stessa camera a caricarlo di vituperi, chi per molte notti andò a fare strepito sotto alle sue finestre, lanciando sassi contro la sua casa insieme con le più basse ingiurie, chi giunse persino ad insultarlo in chiesa in mezzo alle pompe dei riti solenni, e chi con mano sacrilega sulla pubblica strada gli sparò addosso un’arma da fuoco per dargli la morte. Ma egli, mansueto sempre, non aperse mai la bocca contro i suoi offensori; anzi nel ritrovarli stendeva loro le braccia per stringerli al seno; nel sapere che vi era chi voleva dar querela contro di loro, lo impediva con sollecitudine, e quando ciò non gli era riuscito, intercedeva con tale istanza presso il sovrano in loro pro, che li scampava dal meritato castigo, e finiva per protestare che quand’anche taluno gli avesse cavato un occhio, non avrebbe tralasciato di guardarlo amorosamente con l’altro. Che più? Una scellerata donna con la più nera calunnia lo fece autore di una brutta lettera, la quale, correndo per il pubblico di Annecy, lo fece inorridire. Ma S. Francesco di Sales che fece? Ritraendo sempre in sé la mansuetudine di Gesù che trattato da Erode come pazzo, se ne stette muto, non prese in nessuna guisa a far le sue ragioni per discolparsi, ma per ben tre anni durò sotto il peso di quella terribile imputazione, finché piacque a Dio stesso di far palese la sua innocenza. E a chi gli faceva premura di vendicare il suo onore, perché lo richiedeva il suo grado di Vescovo, rispondeva: « Iddio sa Egli di qual onore abbisogni, ed Egli ne avrà la cura; io dormo sicuro in braccio alla sua Provvidenza. » Ecco sino a qual punto questo gran Santo si fece ad imitare la mansuetudine del Cuore Sacratissimo di Gesù. Ma se noi non ci sentiremo l’animo di arrivare a tanto, dobbiamo nondimeno studiarci ancor noi di imitarla e praticarla quanto più ci è possibile.

III. — E a tal fine, o carissimi, ci gioveranno assai efficacemente questi tre mezzi. Il primo: Combattere la causa principale dei risentimenti della collera, vale a dire l’orgoglio. E non è forse per l’orgoglio, per la falsa stima, che abbiamo di noi, che tanto facilmente alla più piccola contrarietà, alla più leggiera ingiuria altamente ci offendiamo, e montiamo in ira, e fomentiamo odi e rancori? Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe della collera, gettiamo acqua sul fuoco della superbia, e quest’acqua salutare sia la considerazione frequente del nostro nulla, anzi il riconoscimento sincero della nostra miseria e della nostra colpevolezza al cospetto di Dio. Così facevano gli stessi Santi, i quali, benché facessero una vita esemplare e così differente dalla nostra, pure si chiamavano e si riconoscevano, non per esagerazione, ma con vero sentimento, miseri peccatori, epperò degni di ogni insulto e cattivo trattamento. E con tali sentimenti nell’animo un S. Francesco di Assisi, un S. Ignazio di Loyola, un S. Francesco Borgia, un S. Pasquale Baylon, un S. Giovanni della Croce, una S. Teresa di Gesù, una S. Maddalena de’ Pazzi, un S. Benedetto Giuseppe Labre, e mille e mille altri, emuli degli Apostoli, che se ne andavano gaudenti dal cospetto del Concilio di Gerusalemme, perché ivi erano stati fatti degni di patire disprezzi per il nome di Gesù, non solo sopportavano in pace gli insulti, che talora venivano fatti loro casualmente, ma con ammirabile eroismo ne andavano ancora essi medesimi in cerca, e secondo l’ammaestramento di Gesù Cristo si stimavano beati, se venivano ad essere maledetti e crudelmente perseguitati. Tant’è: chi si umilia a conoscersi sinceramente misero peccatore non può far a meno di esercitare la mansuetudine. E qua! reo vi è mai, che condannato per i suoi delittti a morire sopra d’un palco infame, non cambierebbe tanta ignominia con l’affronto di una guanciata per mano di un suo nemico! E così qual Cristiano vi sarà mai che considerando di essere per i suoi peccati meritevole di morte eterna, e degno di essere tormentato per sempre dai demoni dell’inferno, non si umili ad accettare una parola offensiva, un fatto oltraggioso, e ben anche una persecuzione maligna? Nessuno, risponde S. Bernardo, perché dalla cognizione delle proprie colpe e dal dispiacere delle medesime ne risulterà una mansuetudine ammirabile, anzi una magnanimità, che non si sbigottirà neppure pel ruggito di fiero leone. – Il secondo mezzo sarà: Ricordare sovente, e quanto più è possibile nel momento stesso, in cui l’animo sta per risentirsi, l’esempio di nostro Signor Gesù Cristo. Diceva S. Giovanni Crisostomo, che per placare un cuore, benché mille volte sdegnato, basterebbe tener innanzi agli occhi gli esempi di mansuetudine, che ci diede il santo re Davide. Ora se, al dire di tanto dottore, l’esempio di mansuetudine di un uomo simile a noi, e che tollerò delle ingiurie, ma non per noi, può bastare a spegnere nel nostro animo la fiamma dello sdegno, quale forza non dovrà avere l’esempio del Re del cielo, che sopportò con indicibile mansuetudine tanti affronti, e li sopportò per nostro amore? E vi sarà un cuore sì aspro e sì crudo che vedendo il Cuore di Gesù Cristo così quieto e sereno tra mille ingiurie, tra mille scherni, tra mille battiture, tra mille vergognosissimi obbrobrii, non si mansuefaccia e non deponga tosto ogni iracondia? Oh! non ha bastato talora il solo suo nome a calmare gli sdegni più accesi, a togliere gli odi più profondi? È il Venerdì Santo, e al di là degli spaldi della vaga Firenze batte la campagna un cavaliere. La fronte corrugata rivela un feroce pensiero, una impresa di sangue. Gli hanno ucciso i l fratello e non gli pare goder pace, fino a che nel sangue dell’uccisore non avrà lavato l’onta patita d alla famiglia. Ma ecco, ad uno svolto di strada, ecco dinanzi il ricercato nemico solo ed inerme. A tale vista la mano del guerriero corre al pomo della spada, gli occhi scintillano come quei della tigre, manda un ruggito di gioia, già levato il ferro deliba tutta la voluttà della vendetta, che farà il misero, che gli sta dinnanzi! È l’ora solenne, che segna la morte di Gesù, di quel Gesù, che moriva perdonando ai suoi nemici. E il misero si butta in ginocchio e a nome di Gesù chiede perdono. Miei cari! Il nome di Gesù Crocifisso opera un magico incanto. La passione dell’odio è cangiata d’un tratto nella passione dell’amore. Il cavaliere con le lagrime agli occhi perdona e stringe al seno il suo nemico: quindi appende all’altare del Crocifisso la spada della vendetta e, vestita la tonaca, Giov. Gualberto si fa santo. Finalmente, o carissimi, perché nel dominare noi stessi si tratta, non lo nego, di cosa assai ardua, a cui non potremmo giungere con le nostre deboli forze, imploriamo sovente con la preghiera l’aiuto dello stesso Sacratissimo Cuore di Gesù. Quando gli Apostoli nel traversare su fragile nave il mare di Galilea, sollevatasi una gran tempesta, correvano pericolo di affogare, ricorsero tosto a Gesù Cristo, gridando: Ah Signore, salvaci, che periamo. E Gesù si levò e comandò al vento di cessare e si fece tranquillità grande. Così farà con noi il Sacratissimo Cuore, se in mezzo alle tempeste della collera, che possono assalire il cuor nostro, ci volgeremo, fidenti a Lui per aiuto. Egli, che altro non desidera se non che il cuor nostro si faccia simile al suo, ci sarà largo della sua grazia, ed a poco a poco riusciremo ancor noi ad avere mai sempre nell’anima nostra una grande tranquillità. – Animo adunque, o miei cari: nella imitazione della mansuetudine del Cuore di Gesù, ricaveremo un triplice vantaggio. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra; » (MATT. V, 4) e così sarà realmente. Nella mansuetudine noi possederemo anzi tutto la terra dei nostri cuori, divenendo veri padroni di noi medesimi, della nostra passione, in quelle stesse circostanze, in cui ciò torna più difficile. In secondo luogo possederemo la terra dei cuori altrui, giacché è con la mansuetudine che con tutta facilità indurremo gli altri alla pratica del bene. Voi, io, noi siamo tali che la durezza, il rigore, la forza ci rompe, ma non ci piega. Ma invece ben presto siamo guadagnati dalla bontà e dalla mansuetudine. Ora quello che accade in noi da parte degli altri, sarà quello che avverrà negli altri da parte nostra. Sì, con la dolcezza, più che non con le prediche, e peggio ancora con le invettive, voi, o mogli guadagnerete al bene i vostri mariti, voi, o genitori, i vostri figli, voi, o superiori, i vostri sudditi, voi, o maestri, i vostri discepoli, voi, o amici, i vostri amici. E finalmente nella mansuetudine possederemo la terra che non è terra, vale a dire la terra di suprema conquista, di eterna promissione, la terra del cielo: Beati mites, quondam ipsi possidebunt terram. Prostrati intanto dinanzi al Cuore di Gesù diciamogli con tutto l’affetto: O Cuore mansuetissimo di Gesù, noi riconosciamo di essere privi pur troppo del vero spirito di mansuetudine. Pei difetti nostri abbiam sempre in pronto le scuse e pretendiamo il compatimento, ma per i difetti altrui non abbiamo che insofferenza e sdegno. Epperò di quanti risentimenti, di quante maldicenze, di quante collere, di quante imprudenze, di quanti atti di superbia, di quanti desideri di vendetta ci sentiamo rei! Deh! Fateci parte della vostra mansuetudine inesauribile, o Cuore divino, affinché reprimiamo e vinciamo noi stessi; calmate mai sempre l’anima nostra, quando la vedete ottenebrata e sconvolta dall’ira; dateci forza di sopportar tutti, di tutti compatire, di tutti amare, anche coloro che ci contraddicono e ci disprezzano, onde con la dolcezza del cuor nostro possiamo meritarci, secondo che voi avete promesso, la vostra grande ed eterna mercede.

NECESSITÀ DI STRINGERSI A GESÙ CRISTO

NECESSITÀ DI STRINGERSI A GESÙ CRISTO

[P. V. Stocchi: Discorsi Sacri; Tip. Befani, Roma, 1884,]

DISCORSO I.

“Accipite armaturam Dei, ut possitis resistere  in die malo et in omnibus perfecti stare”.

(Ephes. VI, 13)

Chi consideri quello svariatissimo tenore di provvidenza, onde si è Dio compiaciuto di governare le sorti della sua Chiesa, fra le incessanti burrasche che l’hanno sempre bersagliata e tuttavia la bersagliano, vedrà che se l’essere e il mostrarsi cristiano non di solo nome ma di opere, non è stato mai cosa facile, neppure è stato sempre difficile allo stesso modo. Imperocché Colui che manda come gli piace e si fa obbedire ai venti ed al mare, alle volte infrenando per così dire i turbini, e tenendo alla catena le tempeste, ha voluto che le cose passassero, tranquille, e il vivere dei Cristiani fosse come viaggio di nave in bonaccia, senza altre scosse ed altri barcollamenti che quelli che porta seco necessariamente l’instabilità di questo mare del secolo: altre volte per lo contrario licenziando i venti, e lasciandoli irrompere a sconvolgere il pelago e levare i flutti alle stelle: ha permesso che nel Cristianesimo tutto andasse in sommossa, in iscompiglio: di sorte che fosse necessaria gran forza di animo, gran perizia e gran lena per giungere a riva fra tanto dibattersi di onde e flagellar di marosi. Ora a quel modo che un naviglio di saldezza mediocre e scarsamente arredato basta a valicare il golfo e afferrare il porto quando o il mare è spianato, e l’aria è mite, o se tempesta, la traversia non è né lunga né formidabile, ma per durare contro la rabbia diuturna di un pelago infellonito è mestiere al legno di fianco valido e di robusta armatura: cosi nel Cristiano, sino quando è pace e sereno, con una virtù ordinaria si giunge a riva, ma nelle prove, nelle tenzoni, nelle burrasche ci vuole qualche cosa di più, e bisogna trovarsi bene stretti e congiunti con Gesù Cristo, chi non vuole essere dalla furia del vento traboccato e sommerso. Stando così le cose, io non credo che nessuno vorrà negarmi, che il vivere cristianamente costi più, e più sia difficile ai giorni nostri, di quel che fosse al tempo dei nostri padri, e che per conseguenza sia ai giorni nostri necessaria una virtù più robusta per serbarsi fedele a Gesù Cristo e salvarsi l’anima; ma se alcuno ci fosse che o lo rivocasse in questione o non lo credesse, io mi son posto in animo di persuaderglielo con questo discorso, tenendo per fermo che chi attenderà potrà cavare dalle mie parole quel prò, che cava il passeggero dall’aver conti ed aperti i pericoli della via e non trovarsi sprovveduto al bisogno. – Mostrerò dunque che chi vuole scampare alle seduzioni e all’insidie di questo secolo, e salvarsi l’anima, conviene che si stringa fortemente con Gesù Cristo: e che i fiacchi e i rilenti nella sequela del Salvatore saranno facilmente rapiti dal vortice e periranno. Le prove saranno chiarissime, e, se tanto mi è lecito di promettere, irrepugnabili: dunque attendetemi e incomincio.

1. Ma per non mettere il piede in fallo nella dimostrazione che mi sono proposta, credo opportuno di richiamar qui subito alla memoria di chi mi ascolta, quello che del nostro Signore Gesù Cristo disse S. Paolo con divina energia in quelle poche parole; Jesus Chrìstus fieri et hodie, tpse et in sæcula. (Hebr. XIII, 8.). Il che vuol dire che Gesù Cristo non fa come fanno gli uomini e come fa il mondo, i quali si accomodano ai tempi, e secondo le circostanze mutano le massime, i divisamenti, le leggi, i pensieri e gli affetti. No. Gesù Cristo tale è oggi quale fu ieri, e senza mutazione nessuna sarà tale in perpetuo. Può quindi il mondo e scompigliarsi e quietare, e ricomporsi ed insorgere, a modo della marea: possono gli uomini aborrire oggi quello che amarono ieri, e gittar domani nel fango quell’idolo che oggi innalzarono, e a cui testé ardevano incenso, accumulare sul capo il vituperio e la contumelia; Gesù Cristo immobile in mezzo a tanta vicenda, signoreggia tutte le mutazioni, le doma, le tempera, le regola, le disperde, a somiglianza di una rupe, che piantata ed eretta in mezzo all’oceano, aspetta imperterrita e sfida l’orgoglio dei marosi i quali siano grandi quanto si vuole, forza è che spumeggiando le si infrangano ai piedi l’uno dopo l’altro, e svaniscano. È per conseguenza un conato non solamente inutile ed empio, ma folle e ridicolo quello di coloro, che non avendo tanta lena di fianco per sollevar se medesimi all’altezza del Vangelo, si sforzano di abbassare il Vangelo alla propria abbiettezza, e argomentandosi di far complice delle loro codardie il Verbo fatto carne, cercano di persuadere a sé medesimi e agli altri, che Gesù Cristo non Badi tanto per la sottile, cosse suol dirsi ai dì nostri, e chiuda gli occhi rispetto a cene cose, che il Vangelo condanna, ma la snoda e il costume mettono in voga ed accreditano. Follie uditori, follie: cœlum et terra transibnnt. Vedete la terra? Vedete i cieli? Che si può pensar di più saldo, di più immutabile? Governati da leggi stabilissime ruotano da tanti secoli nello spazio, e sull’orbita e sulla traccia segnata loro da Dio viaggiano e viaggeranno. Eppure verrà giorno che questa gran macchina scrosci scompaginata e trapassi, ma neppur una trapasserà delle mie parole, disse Gesù: verba autem mea non prœteribunt, (Luc. XXI 33.) – Muti dunque il mondo quanto vuole, le verità insegnate da Gesù Cristo non mutano: imbizzarrisca a sua posta e si trasformi e insolentisca la moda, le leggi di Gesù Cristo son sempre quelle: sempre il medesimo debito di osservarle corre per tutti, e sotto la stessa sanzione. E qual sanzione? Del paradiso per gli obbedienti e delle eterne fiamme per i trasgressori.

2. Fermato bene questo gran punto veniamo a noi, e consideriamo onde avvenga, che una legge intimata da Dio medesimo agli uomini e con allettamenti di premi cosi grandi per chi la guarda, e con minacce di supplizi cosi formidabili per chi la conculca, sia stata e sia cosi poco osservata, che dico poco osservata? dovevo dire baldanzosamente trasgredita, vilipesa. La ragione la troveremo nelle passioni corrotte del cuore umano: alle quali se l’uomo dia il governo di sé medesimo, come cavallo sboccato ed indomito a cui il cavaliere abbia lasciato sul collo la briglia, lo porteranno senza fallo ad infrangersi nel precipizio; che è quello che disse lo Spirito Santo nell’ Ecclesiastico: si præstes animæ tuæ concupiscentias ejus faci et te in gaudium inimicis tuis: (Eccli. XVIII, 31.) se ti lascerai tirare agli appetiti sregolati del cuore, diverrai lo scherzo e il ludibrio dei tuoi nemici. – Ora se confronto il nostro secolo coi secoli antipassati, trovo che. in quelli come nel nostro abbondarono gli schiavi delle passioni, perchè sarebbe uno stolto chi pensasse che gli uomini abbiano cominciato ora a mostrarsi quei figliuoli che sono di Adamo prevaricatore. Con tutto ciò nessuno potrà negarmi, che se le passioni imperversavano per lo passato come al presente, era pel passato più assai che non al presente conosciuta e pregiata la mortificazione. Sì: gli schiavi medesimi delle passioni sapevano e intendevano che l’uomo sensuale e perduto dietro ai piaceri che appagano la parte animalesca non è cristiano altro che di nome; onde se non avevano animo di imitare coloro, che battevano la via segnata da Gesù Cristo li pregiavano e li onoravano, e questo non era poco. Non era poco, perché temperava e debilitava lo scandalo, mentre i godenti inchinandosi in faccia ai mortificati, facevano una quasi protesta di esser del numero dei primi, per non aver tanto di valore quanto faceva mestieri per mettersi coi secondi: non era poco, perché tagliava i nervi al rispetto umano, e operava che nessuno dovesse vergognarsi di essere e mostrarsi seguace del Crocifisso: non era poco, perché induceva gli stessi voluttuosi a praticare a quando a quando qualche opera di mortificazione cristiana, e pungeva i loro cuori di una spina continua; onde date giù le passioni, sfiorita la gioventù, sottentrato alle illusioni il disinganno, alle fallacie la verità, alle lusinghe della presente le speranze e i timori della vita futura, era ordinario vedere uomo morigerato chi fu giovane dissoluto, e vecchio pio e cristiano, chi fu uomo di bel tempo e arnese di mondo: non era poco finalmente, perché faceva, se non amabile, tollerabile almeno ed anche soave la loro condizione ai privi dei beni della terra, e agli sforzati a campar la vita stentatamente con l’opera delle mani e con il sudor della fronte, molceva gli affanni mantenendo viva nei loro cuori la consolazione della speranza cristiana. Ma che segno, che traccia resta oggimai nel mondo di mortificazione, di vittoria di sé medesimo, di abnegazione che traccia resta? Una smisurata sensualità invade e corrompe ogni cosa. Si vuol godere, e goder sempre e goder da tutti. E secondo questo desiderio tutto il mondo è pieno di templi, dove si arde incenso continuo alla voluttà. Godere, ed eccovi moltiplicati i teatri, teatri per le ore notturne, teatri per le diurne: teatri nobili e dispendiosi che smungano l’oro dell’agiato e del ricco, teatri umili ed abbietti, che si appaghino dell’obolo dell’artigiano e del povero. Godere, e i passeggi ribollono: godere, e 1- spesseggiano : godere, e non han posa le musiche: godere, e qua si legge a vil prezzo ogni lordura ed oscenità di romanzo; godere, e là si schiudono casini di giuoco e ridotti di gozzoviglia: insomma quel che aiuta a godere tutto è buono, quel che lo impedisce tutto è cattivo; ogni invenzione che può fruttare un godimento di più al corpo oramai svogliato fradicio di delizie consuete si applaude; ogni trovato che intenda ad ingentilire la miglior parte di noi, l’intelletto, o non si cura o si vilipende. Gode il dovizioso, e per godere getta nel vortice insano di mille inezie l’avito retaggio. Quegli che ha mezzane le facoltà, si spolpa e si riduce nella paglia per godere: chi è costretto rimanere fra gli ultimi guarda bieco chi lo precede, e aspetta fremendo il momento di sospingersi avanti. – Né questa è faccenda dei soli cattivi -. anche fra i buoni son molti che sottilmente quanto si possa goder di piaceri senza andare all’inferno, e li voglion godere fino all’ultima stilla, dedicando ad essi se non tutta almeno la maggior parte della lor vita. Questa immensa sete di diletti, questa è a confessione di tutti, la piaga massima del nostro secolo: questa da cui tutte le altre traggono la loro origine, lo costituisce praticamente un secolo anticristiano per eccellenza, mentre Gesù Cristo lo fulmina con tante saette quante sono le parole del suo Vangelo. Onde è che se il Vangelo è Vangelo, salvarsi con questa maniera di vita non è possibile. Che convien fare pertanto? Conviene farsi parte da sé, lasciare andare il mondo per la sua via, e a malgrado e a dispetto e quasi in faccia di tutta la turba che gode mortificarsi, o perire. Non è altro rimedio: conviene davvero stringersi al Crocifisso, conviene impararlo a conoscer bene: quella cognizione che in altri tempi sarebbe bastata non basta più: le cautele ordinarie per conservar la salute bastano nei tempi ordinari, ma quando regna la peste e imperversa il contagio, le cautele si convengono raddoppiare, e non bisogna aspettare ad esser malato, bisogna ancora prevenire la malattia.

3. Tanto più, uditori carissimi, che la faccenda non si contiene negli ordini della pratica, ma passa ancora negli speculativi, e questo sommergersi nel lezzo della voluttà e dei godimenti del senso vien proclamato come un diritto, e asserito come un dovere. Imperocché per tacere per ora di quelle truculenti dottrine che ad udirle fanno dubitare se si dia per avventura ai tempi nostri il miracolo di vedere sotto umane sembianze le più sozze fra le bestie: la riabilitazione per esempio della carne, la necessità dei piaceri, e per procacciarseli la fellonia, la licenza, l’empietà, il furto, il ladroneggio, l’assassinio, preconizzati sotto nome di diritti dell’ uomo, di libertà, di emancipazione e andate voi discorrendo; chi non ha udito ripetere mille volte, che il Vangelo non fa guerra alla voluttà, ma adagia l’uomo dei mezzi per procacciarsela? E perché il dir la cosa così crudamente, avrebbe avuto tal sembiante di assurdo, che nessuno ci si sarebbe gabbato, hanno abusato della parola civiltà; ed equivocando sul senso della medesima, hanno domandato prima se il Vangelo si opponga alla civiltà; e udito rispondersi che no, ma che la promuove invece, e può dirsi che dal Vangelo germoglia come frutto terreno, da pianta celeste, che hanno fatto? Hanno chiamato civiltà tutto ciò che conferisce a satollare gli appetiti ed il senso, e poi hanno gridato: “Popoli, ecco qua, pigliate, godete, tutto questo vi dà il Vangelo; e se altri viene a dirvi che la cosa non è così, chiamatelo un ipermistico, un ascetico esagerato, che ha capito il Vangelo a rovescio”. Esagero forse? Ma come, se abbiamo ancora le orecchie piene del frastuono di chi bandiva che ivi il Vangelo meglio fa e più puramente si pratica, dove è più lauta l’imbandigione del piacere? Come, se l’affluenza dei beni terreni e degli agi in un popolo ci è stato dato per contrassegno da conoscere chi è in possesso della vera credenza? Come, se quelli medesimi che così parlarono passarono per modesti rispetto agli altri che più baldanzosi se volete, ma meno ipocriti dissero chiaro, bisogna finirla col Vangelo perché una religione che prescrive di mortificarsi non è buona pel nostro secolo? Ora uditori, crediamo noi, che sia poca giunta al male, questo arrogere che si fa alla pratica presso che universale della voluttà, l’insegnamento che la legittima? Non solo non è poco male, ma è male gravissimo e quasi direi irreparabile. E perché? Perché toglie a questo fetido torrentaccio ogni diga ed ogni argine che lo ritiene. È così violenta la inclinazione dell’uomo al piacere, che parecchi vae formidabilissimi, scagliati da Gesù Cristo nel Vangelo contro i voluttuosi non impediscono che la maggior parte di coloro che credono al Vangelo ci si sommerga. Ingannate la gente e datele ad intendere che Gesù Cristo invece di dire: guai a chi gode, guai a chi ride, beato chi piange, beato chi tribola, abbia detto, beato chi la sguazza nei godimenti, e tristo chi è tribolato e chi è povero, e non rimarrà nulla di sano nel mondo: e noi ne vediamo se non il meriggio l’aurora almeno e gli albori, quando passa per buono e se volete per pio, chi satollandosi di diletti, guarda pure con qualche attenzione che non siano gravemente peccaminosi. Eppure ad onta di tanta lusinga di seduzione, di tanta universalità di esempio, di tanta piena di scandalo, di tanta corruttela di insegnamento, bisogna che il cristiano che vuol salvarsi creda ed operi tutto al rovescio : perché che faceva di peggio quell’Epulone del Vangelo? Non bazzicava, che si sappia, nei ridotti del vizio, non bestemmiava, non rubava nulla a nessuno: solamente se la godeva: e qual più innocente maniera di godimento? Vestiva bene, e mangiava meglio. Induebatur purpurei et bysso, epulabatur quotìdie splendide. (Luc. X V I , 19.) Ecco tutto, non ci era di peggio. Eppure non fu appena quell’anima uscita dal corpo, che fu sepolta giù nell’inferno. Mortum est dives et sepultus est in inferno. (Luc. XVI, 22.) Ma come sarà possibile pensare ed operare così, senza capir davvero Gesù-Cristo, e a Lui aderire con tanta più di sollecitudine, quanto più è grosso il torrente che minaccia di separarci da Lui, il quale, come vedemmo, ai dì nostri è gravissimo?

4. E se la cosa rimanesse qui. il male non sarebbe ancora supremo, ma ci è di più. Il mondo è stato sempre diviso in due parti, e i Cristiani si son trovati sempre nel bivio di scegliere fra i due padroni che si contendono il regno di Gesù Cristo ed il secolo, o che è lo stesso, Gesù Cristo e il Demonio. Padroni essenzialmente irreconciliabili, dei quali se l’uno, il demonio, pur di aver qualche cosa verrebbe ai patti, sapendo che avuto il poco ottiene poi di certo anche il molto, l’altro, Gesù Cristo, protesta risolutamente che no, e denunzia e proclama: qui non est mecum contra me est. qui non colligit mecum disperdit. (Luc. VI, 23). Nemo potest duobus Dominis servire; non potestis Deo servire et mammonæ. (Matth.VI. 24.) Chi non è con me è contro di me, chi non raccoglie meco disperde. Servire a due padroni, impossibile: impossibile servire a Dio e al demonio. Essendo tanta la divisione fra i condottieri, è manifesto che fra gli eserciti non può esser pace: ma fra l’esercito di Gesù Cristo e quello del diavolo è questa capitalissima differenza: che nelle continue battaglie mentre pel secondo ogni arme è buona, e ogni libito lecito, le armi del primo non sono altro che la ragione, la verità, la giustizia, la pietà, le quali, se come per lo più accade, vengano in questa malignità di mondo sopraffatte e conquise, e la legittima difesa renduta impossibile, non è lecito contrapporre ai furori degli avversari altro che la rassegnazione, la umiltà, la pazienza, la longanimità, la preghiera, expectantes beatam spem et advenium gloriæ magni Dei. (Tit. II, 11.) sostentandosi con la speranza e rimettendo le proprie ragioni ad un Giudice e a un tribunale che non è in questa terra. Questa condizione di cose è quella che fece dire all’Apostolo, omnes qui pie vivere volunt in Christo Jesu persecutionem patientur. (II. Tim. III, 12.) Non ci è rimedio, chi vuol vivere piamente in Gesù Cristo si rassegni alla persecuzione: la quale non è mai mancata, e la storia della Chiesa ce ne porge continuo ed irrefragabile testimonio. Vero è che i tristi, non hanno avuto in ogni tempo ad un modo le mani libere, e allora i buoni hanno respirato, e la pratica del bene e della vita cristiana è stata più facile, e certo qualche secolo fa, non pativa universalmente altri impedimenti che quelli della intrinseca difficoltà, e degli estrinseci intoppi inevitabili in un mondo posto tutto in maligno. Ma in questi nostri tempi è così? Non ci è bisogno che lo dica io, lo dicano per me le incessanti ed universali querele di tutti i buoni, e più che le querele dei buoni lo dica il manifesto ed irrepugnabile linguaggio dei fatti. Qual velo di pudore, qual freno di verecondia, quale impedimento di paura, comprime oramai la baldanza e i furori dei nemici di Gesù Cristo? Hanno calato la. visiera, e non essendo più né necessaria né possibile l’ipocrisia che ne protesse le culle, ne favorì i progressi, ne dilatò le conquiste, parlano come pensano, operano come parlano, e a chi non pensa e non opera come loro, fanno una guerra inesorabile, e non con altro intento che di perderlo o guadagnarlo. Questo sfrenamento e preponderanza di coloro che combattono nelle file di satana esige una vigoria di animo, e una tempera di virtù robustissima, in chi non vuole esser divelto da Gesù Cristo e perire, e certamente un coraggio, una gagliardia comunale non basta più. Bisogna professare magnanimamente la fede con le parole, sotto pena di incorrere nel numero infelice di coloro dei quali disse Gesù Cristo. Qui me erubuerit…. hunc filius hominis erubescet. (Luc. IX, 26) Chi si vergognerà di me al cospetto degli uomini, anch’Io mi vergognerò di lui al cospetto del Padre mio. Ma va e mostra di sentir da Cristiano, di non patteggiar con la miscredenza, di non tollerare che si faccia insulto alla fede dei tuoi padri, e vedrai i ghigni ingiuriosi, i sorrisi beffardi, proverai le punture dei motti villani, sentirai il morso delle contumelie, la trafittura degli insulti. Bisogna osservare la santa legge di Dio e della Chiesa, frequentare i Sacramenti e le pratiche di pietà, rifuggire da tutto ciò che pericola la salute dell’anima. Ma se vuoi farlo liberamente tieni per certo, che il camminare all’opposto della correste sarà nulla verso le battaglie che dovrai sostenere, quando del rimprovero manifesto, quando della beffarda mostra di compassioni di chi ti compiangerà come un folle deluso. La giustizia deve essere inviolabile per un cristiano, e tutto il mondo armato contro di lui non lo deve ritenere dall’adempiere i sacrosanti doveri. Provati a mostrarti inflessibile propugnatore della giustizia, e quasi fatto stuolo ti piomberanno addosso le persecuzioni, e ti azzanneranno le calunnie, ti arreticheranno le trame, e percosso da mille lati, sospinto da mille mani cadrai sotto il peso di una guerra tanto più formidabile quanto più fraudolenta, e non vedrai l’arme che ti ferisce e ignorerai d’onde parta il colpo che ti conquide. A questo o somigliante prezzo dovrai comprare il mantenerti fedele a Gesù Cristo, e Gesù Cristo non cederà, e tutto questo esigerà inflessibilmente da te, e ti dirà: “o la fedeltà a me a questo prezzo o perire”. Eh! Uditori carissimi, non ci lusinghiamo. Mi concedete voi che tutto questo si esiga per essere o dimostrarsi Cristiani, e per non tradir la coscienza? Se me lo concedete, io ripiglio tosto così. Bisogna amare più che mediocremente Gesù Cristo per esser capaci di far tutto questo per Lui. E come volete che posto al cimento di sostenere tanta battaglia, di privarsi di tante soddisfazioni, di incorrere tanti danni, si tenga saldo un animo più che per metà posseduto e tiranneggiato dal mondo? Gesù Cristo ci fa insuperabili; ma per armarci cosi che tutto il mondo non ci crolli né smuova, bisogna che sia Egli il padrone del nostro cuore. Date il cuore a Gesù Cristo e diverrete un eroe. Perché ci contrista tutto giorno lo spettacolo di tanti che ieri passavano per buoni, oggi sono nelle file dei cattivi? Perché non avevano il cuore stabilito e fermo in Gesù. Si trovarono a un passo forte, urtarono in un intoppo gagliardo, traballarono, sdrucciolarono, caddero, presero il pendio ed ora precipitano.

5. E qui permettetemi che v i apra intero l’animo mio. Avrete udito voi come me e più ancora forse di me, come più prossimi ed aderenti a quel mondo, dal quale la misericordia di Dio mi ha sequestrato, certi avvocati e patrocinatori del nostro secolo, che ce lo vogliono dare come un fiore e una cima di secolo colto e gentile, e di tanto superiore agli antipassati di quanto la civiltà sovrasta alla barbarie, e la luce alle tenebre. E se così parlando costringessero il loro dire nei termini dei miglioramenti materiali che accrescono i comodi della vita, e agevolano il godimento più copioso dei beni della terra non solo non lo negherei, ma lo confesserei di buon grado, anzi l’ho già confessato. Ma si passa più avanti: ed esagerando certi scandali e certi delitti, che si vedevano e commettevano ai tempi andati, non più frequentemente ma per quel che si dice più scopertamente che ai giorni nostri, trionfano e gridano. Ecco: dove sono ora queste brutture? Trovatemi una sfacciataggine di scandalo così manifesto. Un prepotente non avrebbe animo di fare la metà, e se lo osasse lo fulminerebbero mille lingue, e lo percoterebbe la esecrazione universale. Se io avessi preso a difendere i secoli passati potrei mostrare quanto ci sia di esagerato in queste declamazioni: potrei dire che se non mancava chi scandalizzasse il mondo con grandi vizi, soprabbondava chi lo edificasse con lo splendore di virtù ancora più grandi, ma non è questo l’intento mio. Io non voglio difendere i secoli passati, voglio mostrare che ai nostri giorni più che per il passato un Cristiano che vuol salvarsi ha bisogno tener vivo Gesù Cristo e il Vangelo davanti agli occhi, e di calcarne le orme risolutamente. – Quindi io posso concedere, se si vuole, ogni cosa. Se anche nei secoli passati ci eran gli scandali, abbondavano i delitti; e che meraviglia se gli uomini erano uomini e non erano angeli? Ma allora i delitti erano delitti, e come delitti si esecravano e si punivano, e non gli altri solamente ma il delittuoso medesimo e il peccatore si riconosceva per peccatore e delittuoso, non si vantava per integerrimo, né trionfava come un eroe. E così chi insidiava alla innocenza della gioventù, era un sozzo e un infame, chi attentava all’onor dei talami un adultero, chi spargeva bestemmie ed errori contro la fede un sacrilego e un empio, chi insorgeva contro la legittima autorità un fellone: ora questi e somiglianti vituperi hanno mutato nome, e i nomi mutati hanno pervertito i concetti degli nomini. Ed oh! con quanto danno. Perché finché il delitto è chiamato delitto e percosso con l’onta e col vituperio che merita, gli innocenti ne rifuggono inorriditi, i colpevoli sentono il peso della propria miseria ed il rimorso della colpa: ma chiamate male il bene, onorate il vizio coi fregi della virtù, ed eccovi tutta la morale andarsene in fasci, il delitto in trionfo, la virtù in sterminio, e la società in soqquadro. Ci è bisogno che io provi quest’ultima conclusione con l’argomento dei fatti? No, ciascuno può farlo da sé. e la memoria è cosi recente, che ogni commemorazione sarebbe superflua. Domanderò piuttosto che in tanta corruzione dei principi più comuni della legge medesima della natura sia possibile mantenersi fedele a Gesù Cristo con una vita molle, vanitosa, spartita fra le brighe del mondo, e i duetti del senso, e consolata solamente di qualche pia necessaria pratica di religione, la Messa alla festa per esempio, e forse non sempre, la confessione alla Pasqua, e poi ogni maniera di peccati, commessi alla libera in ogni repentaglio di occasioni cercate apposta? No, certo no: non basteranno queste poche pratiche, sebbene santissime a contrabbilanciare gli scapiti, che tutto giorno si incorrono, e saranno scarso contravveleno a tanta copia di tossico che si sorbisce con l’aria medesima che si respira. Quindi poco a poco si verrà stendendo una nebbia sopra il lume delle massime della fede: e non rifulgendo più del loro lume, non accenderanno neppur di sé quell’amore che prima accendevano, né avranno al bisogno quella efficacia che in sé contengono, e se avvenga che alcuno di questi tali sia posto a cimento di subire qualche gran male, o di calpestar la Religione e di rinnegar Gesù Cristo, verrà anche a questo profondo, e per non essersi a dovere assodato nel bene sarà un apostata. Dicendo così, uditori, non dico altro, che quel che disse con espresse ma formidabili parole il nostro Signore Gesù Cristo. Qui audit verbo mea et facit ea assimilabitur viro sapienti qui ædifìcavit domum suam supra Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica non tema: egli rende similitudine di quell’uomo savio che pianta i fondamenti della sua casa sopra la roccia. Vengano pure i venti, si scatenino i turbini, cadano le piogge, si disarginino i torrenti non crollerà. Ma quel cristiano per metà che dice di creder tutto ma vuol far poco, che vuol tenere un occhio al Vangelo e un altro al secolo, quello insomma qui audii verba mea et non facit ea, a chi sarà simile? Similis erit viro stulto qui ædificavit domum suam super arenam, (Matth. VII, 24.) al pazzo che va a fondare la casa sopra la rena. Dio gliela guardi da una pioggia che precipiti, da un fiume che traripi, da un turbine che si scateni. All’urto primo, alla prima sospinta, l’edilizio cadrà sul capo, e la rovina non ammetterà riparo. E diciamolo francamente, potrà un Cristiano ai dì nostri promettersi con una fiducia che non sia baldanza, che non gli accadrà mai che insorga qualche bufera a cimentar l’edificio della sua fede, con pericolo che lo spianti se non lo trovi fondato bene sulla vera pietra angolare che è Gesù Cristo? O Dio se il mondo è stato sempre un mare nel quale ad ogni calma è sempre in breve succeduta la procella, oggigiorno si direbbe che da qualche breve tregua in fuori tempesta sempre. A quel modo che un serraglio di fiere freme intorno ai cancelli aspettando che qualche mano audace, o qualche accidente propizio rimuova la sbarra per irrompere ed avventarsi al macello; fremono i nemici di Gesù Cristo e aguzzano l’ugne e la rabbia anelando lo sterminio di tutto ciò che è santo. Non udite le bestemmie che vomitano in tanti libri? Non vi percuotono le orecchie i fremiti che mettono in tante minacce? Non li vedete rodere rabbiosamente la lor catena guatando bieco quanto ha in sé l’impronta di cristiano e di pio ? Stringiamoci con Gesù Cristo uditori, che è quel Potente col quale si vince sempre, e sempre si vincerà. A quel modo che le onde del mare si avventano l’una dopo l’altra alla spiaggia quasi per inghiottirla, né perché le prime si infrangano e retrocedano cessano di avventarsi all’assalto le seconde e le terze: sono diciannove secoli che l’inferno si scaglia contro la Chiesa: sempre indarno sì, ma senza che per le male prove passate si disanimi e resti di tentar le future. È scritto che tutti questi furori contro la Chiesa non prevarranno; ma prevalsero e prevalgono contro quei meschini che nel giorno della prova non si trovano ben saldi in Gesù Cristo. Noi non siamo di questi, uditori carissimi, e per quanto amiamo di non dannarci non facciamo come quel pigro di cui parla lo Spirito Santo. Propter frigus piger arare noluit. (Prov. XX, 4.) Il pigro, venuto il tempo della sementa non volle arare il suo campo dicendo: è freddo. Mendicabit ergo in æstate, alla state quando gli altri mietono andrà cercando limosina. Chi gliela darà? Nessuno. Et non dabitur illi.

6. Ma come mai, verrà voglia per avventura a taluno di domandare, come mai permette Gesù Cristo che quella Sposa che Egli ama tanto della quale è Sposo amoroso e su cui veglia dal Cielo con provvidenza così operosa, sia tanto frequentemente bersagliata e battuta dalle persecuzioni che il diavolo solleva per opera dei suoi ministri, persecuzioni cosi violente alle volte che sembrano metterla in fondo, e non passano senza precipizio e rovina di innumerabili? La ragione la diede l’Apostolo Paolo ai fedeli dei suoi tempi, che facevano le meraviglie medesime, e “oportet, disse, et hæreses esse, ut qui probati sunt manifesti fiant in vobis (I Cor.XI,19.). Sono necessarie alta Chiesa le persecuzioni, perché la virtù dei Cristiani sia cimentata, e quella che regge alla, prora riceva la corona, quella che si sommerge sia come alga vile dal mare quando tempesta gittata al lido. Si aggirano in tempo di pace i cristiani di solo nome fra quelli che son Cristiani in opera e in verità, chi li conosce? chi li discerne? Nessuno. Viene la battaglia e la prova, e il soldato codardo getta le armi alla prima affrontata e si dà per vinto, il generoso e il magnanimo guarda il suo posto, sostiene gli impeti, ribatte gli assalti, e non abbandona le armi altro che con la vita. Il premio è grande, è ineffabile, è un’eternità di contenti, un immenso peso di gloria, un trionfo che mai non cessa nel Paradiso: ma la legge è fatta: Gesù Cristo non lo vuol dare ai codardi, non lo ha proposto come dono, ma come premio. Che meraviglia però, che lasci insorgere il nemico e bollir la battaglia? Lo fa per darci occasione di arricchirci di spoglie che siano seme di gloria. E non ne ha fatto mai un mistero, ma l’ha detto scopertamente, e noi lo sappiamo. Siamo soldati di Gesù Cristo, la Chiesa che ci raccoglie ed unisce si chiama Chiesa che milita, il Capitano che ci guida è morto nel campo della gloria, ed eccolo qua guiderdone insieme ed insegna. Guai però al soldato che aspetta ad imparare l’uso dell’armi e a guardare in viso il nemico il giorno della battaglia, guai al Cristiano che aspetta a guernirsi di animo e di virtù quando sovrasta il cimento. Eh! su, gridava l’Apostolo ai cristiani di Efeso: occipite armaturam Dei, ut possitis resistere in die malo, et in omnibus perfecti stare. (Eph. VI, 13) Indossate ora l’armatura di Dio. acciocché nel dì del conflitto sappiate tenervi saldi e far testa: state succinti lumbos vestros in veritate, et induti loricam iustitiæ, calceati pedes in præpatione Evangelii pacis. (1. c. 14. 15) La verità sia la cintura dei vostri lombi, la giustizia vi guernisca il petto come corazza, il Vangelo vi somministri la lena a camminare in pace fra tanti pericoli. In omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignea restinguere. (1. c. 16) La fede poi sia sempre lo scudo che vi armi il braccio, dietro al quale possiate ripararvi, e con il quale ribattere e rintuzzare le infuocate saette del nequitoso. Indossate questa armatura, galeam, salutis assumite, et gladium spiritus quod est verbum Dei. (1. c. 17.) Proteggete il capo con l’elmo della salute, armate la mano con la spada dello spirito che è la parola di Dio, e non temete. Per orationem et obsecrationem in spiritu in ipso vigilantes. (1. c. 18.) Con le preghiere, con le suppliche, con la vigilanza, vedrete annullarsi davanti a voi la potenza dei vostri nemici, mille ne cadranno alla vostra destra, dieci mila alla sinistra, ma la punta delle armi loro non giungerà fino a voi. O bel combattere con la certezza della vittoria. – E questa certezza rallegra sempre e conferma nelle tenzoni chi ha dalla sua Gesù Cristo.

IL VESTITO DI UN CRISTIANO

Vestito.

[G. Bertetti: I TESORI DI SAN TOMMASO D’AQUINO; S.E.I. Ed. Torino, 1918 -impr.-)

– 1. Come deve vestirsi il cristiano. — 2. L’esempio dei santi (Quol, 10, q. 6, art. 14; Contra impugn. Relig., 8)

1. Come deve vestirsi il cristiano. – Altro s’ha a dire d’una persona pubblica, altro d’una persona privata. – In una persona pubblica si considera e lo stato della dignità e la condizione della persona stessa: a queste due cose una persona pubblica deve aver riguardo, affinché la dignità della sua autorità non venga in disprezzo e non si lasci trascinar alla superbia chi n’è rivestito. L’una e l’altra cosa può esser lodevole: e l’adoperar vesti preziose per indur rispetto all’autorità, e l’adoperar per amor d’umiltà vesti dimesse; purché non degeneri in superbia ciò che si fa per la conservazione dell’autorità, e non s’infranga l’autorità di chi regge, per un soverchio riguardo all’umiltà. Perciò è cosa lodevole che il sacerdote adoperi nel divino ufficio indumenti preziosi per inspirar riverenza al culto di Dio; ed è cosa lodevole astenersene per umiltà, come accade in alcuni ordini religiosi. – Ci sono alcuni stati d’uomini, in cui l’abito è determinato: così ogni ordine religioso ha il suo abito. Così pure negli antichi tempi i re e i dignitari avevano abiti determinati, quasi distintivi della lor dignità. Così ancor oggi il sommo Pontefice veste un abito determinato. Come dunque a un religioso non è lecito assumere un abito più vile fuor della foggia prescritta, ma meriterebbe lode invece di biasimo, se si servisse di abiti più dimessi nei limiti della sua religione: così non sarebbe stato lodevole negli antichi principi, e non sarebbe ora lodevole nel sommo Pontefice, l’assumere un abito più meschino oltre la foggia ordinaria. Quando invece per una persona pubblica non è prescritta la foggia dell’abito, non è riprovevole il servirsi di vesti più vili di quanto possa convenire allo stato (2° Beg., 6, 20, 21; ESTHER, 14, 16); anche i re e i principi possono lodevolmente appagarsi d’un umile vestito, quando si può fare senza scandalo e senza danno alla propria autorità. – In una persona privata è atto di virtù l’usare per amor d’umiltà indumenti abietti più di quanto lo richieda il proprio stato: « se il rinunziar a una veste preziosa non fosse virtù, l’Evangelista parlando di Giovanni non ci farebbe notare che si vestiva di peli di cammello » (S . GREGORIO, in hom. De divit. epul.). È però lecito usar vesti preziose in modo proporzionato alla propria persona: ma sarebbe peccato il farlo oltre il modo conveniente. E poiché prezioso, come grande, si dice in senso relativo, e poiché quel ch’è prezioso per uno non è prezioso per un altro, quando si parla di preziosità di vesti s’accenna sempre un eccesso della propria convenienza, e così in tesa è sempre peccato. – La povertà delle vesti è lodevole per se stessa, come un atto di penitenza e d’umiltà: anche quando si vestono poveramente quelli che secondo la condizione del loro stato potrebbero lecitamente indossar vesti più preziose, come lodevolmente s’astengono dalle carni e digiunano quei che non fossero obbligati. Non può esser male ciò che si merita la misericordia di Dio: ebbene, per la povertà delle vesti si meritarono la misericordia di Dio anche i più grandi peccatori. L’empio Achab, dopo aver udito i discorsi d’Elia, « si stracciò le vestimenta, si coprì di cilicio, digiunò, dormì in un sacco », e di lui il Signore disse a Elia: « Non hai veduto Achab umiliato alla mia presenza? Ebbene, perché si umiliò per cagion mia, non gli manderò sventura ne’ suoi giorni » (3° Reg., XXI, 27). L’umiltà, come tutte le altre virtù morali, non solo consiste nell’interno ma anche nell’esterno: e poiché è dell’umiltà il disprezzare noi stessi, sarà anche dell’umiltà il servirci esternamente di cose spregevoli. Nell’uso delle cose esterne è più commendevole ciò che mira a un fine migliore: come l’astinenza dei cibi, che mira a domar le voglie carnali, è più commendevole del vitto comune onde ci serviamo dei cibi ringraziandone Dio. Similmente la povertà delle vesti mira a umiliar l’anima e in pari tempo a domar il corpo, e perciò è più commendevole d’un abito comune. Può essere che qualcuno se ne abusi come altri s’abusa della preziosità delle vesti: o recando molestia a quelli con cui si convive, o facendolo per vanagloria o per ipocrisia. Ma la preziosità delle vesti mira per sé e direttamente alle delizie della carne e della superbia: mentre la viltà delle vesti non mira per sé all’ipocrisia. Il diavolo poi, per ingannare, non nasconderebbe sotto abito religioso certi suoi ministri, se l’abito religioso non avesse in sé l’aspetto d’un bene.

2. L’esempio dei santi. — Il Battista vestiva con peli di cammello (MATTH., III, 4); gli antichi Profeti « andarono raminghi, coperti di pelli di pecora e di capra » (Hebr., 11, 37); S. Ilarione, S. Arsenio e gli altri padri del deserto vestivano vilissimi abiti. Non è da credersi che il Signore Gesù Cristo vestisse abiti preziosi, Lui che lodò Giovanni per la povertà del vestito: altrimenti i Farisei, che ostentavano una santità esteriore, come l’accusarono di vorace, di bevitore, d’amico dei pubblicani, avrebbero pure detto di Lui che andava vestito con ricercatezza. Anche i soldati che lo schernivano, non gli avrebbero posto in dosso la veste di porpora in segno di regia dignità, se la sua tunica inconsutile fosse stata intessuta d’oro e di seta. Che se i soldati non vollero poi dividerla, ciò non fu già per il valore della veste, ma per il loro numero, che sopravanzava le quattro parti che essi fecero delle vesti di Cristo. Non avrebbero ricavato nessuna utilità a spartire la tunica, ond’è manifesto che essa non era di materia preziosa.

FALSI PROFETI

FALSI PROFETI

(Sac. G. Colombo, Pensieri sui Vangeli vol. Terzo. Milano,1939)

« Guardatevi dai falsi profeti, — raccomandò Gesù — che vengono vicino con lane d’agnelli, con belati di pecore: ma invece sono lupi rapaci ». Quando il Maestro disse queste parole la prima volta era sulla montagna, e i discepoli tutti, come se il lupo travestito dovesse sopraggiungere allora, si strinsero alla sua persona persuasi che solo da Lui potesse l’insidia venire sventata. « Come faremo noi, poveri ingenui, a riconoscerli? » — sembravano dire.

« Come fate — li rincuorò Gesù — a distinguere le piante buone e le cattive? »

Dai frutti: pianta buona dà frutto buono, pianta cattiva dà frutto cattivo. Certo voi non coglierete mai un grappolo d’uva dallo spineto, né un fico dal roveto. Così è degli uomini: non guardate alle loro parole, perché non quelli che diranno « Signore! Signore! » entreranno in Paradiso ma guardate alle loro azioni. Uomo buono fa buone azioni, uomo cattivo fa cattive azioni ». – L’immagine di Gesù che si stringe d’attorno i suoi apostoli per salvaguardarli dai falsi profeti, deve aver molto impressionato i Cristiani dei primi tempi, se fin dall’inizio del secolo III, essa è ricordata nelle pitture delle catacombe. Su di una volta del cimitero di Pretestato è dipinto il Pastore buono che stende la mano destra a proteggere sette agnelli. Ma questi alzano il muso e gli occhi pieni di spavento come se un pericolo grave li minacciasse. Difatti dalla parte sinistra s’avanzano due animali per far nocumento: l’asino e il porco. Ma già il Pastore buono ha levato contro di essi il suo lungo vincastro e li tiene lontani (WILPERT, Le pitture delle catacombe, vol. I, tav. 51). – Questa ingenua rappresentazione che ha rallegrato gli occhi di molti martiri, non simboleggia forse la storia perenne della Chiesa lungo tutti i secoli? Sempre il gregge del Signore è minacciato da due sorta di falsi profeti: gli uni, rappresentati dall’asino, sono quelli che tentano con errori di corrompere il sacro deposito della fede: gli altri, rappresentati bene dal porco, sono quelli che tentano di corrompere i buoni costumi e la purezza della vita cristiana. Intanto la interessante pittura delle catacombe, senza ch’io me ne fossi accorto, mi ha diviso la predica in due punti: i falsi profeti della fede; i falsi profeti dei costumi.

I FALSI PROFETI DELLA FEDE

Ritornava da Betel, dove Dio l’aveva mandato per un’importante ambasciata, un uomo giusto. Quand’ecco, sulla strada, incontra un falso profeta che gli dice: « Vieni con me, a casa mia, e prenderemo insieme un po’ di cibo ». L’uomo giusto gli rispose: « Non posso venire con te, né mangiare, né bere, con chiunque sia: me l’ha proibito il Signore ». E l’altro con lusinghevole voce cominciò a scalzare il suo proposito: « Anch’io sono profeta simile a te; e se a te il Signore ha fatto questa proibizione, a me è comparso un Angelo e mi ha ingiunto: — conducilo a casa tua e confortalo con una cenetta ». L’ingenuo credette alle parole dell’astuto e gli andò dietro e mangiò il pane e bevve l’acqua del falso profeta. Ma alla sera, alcuni uomini che transitavano per un sentiero solitario, videro disteso un cadavere e accanto un leone: era il cadavere dell’infelice ingannato. Esterrefatti ritornarono in città e divulgarono la cosa (III Re, XIII). – Questo fatto della storia sacra c’insegna assai chiaramente la fine che faranno le anime che, dimentiche degli avvisi di Gesù e de’ suoi ordini, si avvicineranno ai falsi profeti della fede: finiranno preda del leone infernale. E mi è piaciuto ricordare lo spaventoso episodio perché specialmente in questi tempi i Protestanti in ogni città e in ogni paese d’Italia hanno organizzato una lotta accanita per strappare molti dalla vera fede cattolica. Per essi s’addice bene la figura del falso profeta, descritto dal Vangelo, che s’avvicina in veste da pecora, ma che nell’intrinseco è belva rapace. Infatti essi hanno sulle labbra parole pie, si dicono evangelici e anche cattolici, predicano del Signore e della salvezza dell’anima, danno elemosine, diffondono libri e bibbie a pochissimo prezzo. Ma strappate a loro queste lane d’agnelli e sentirete sotto il puzzo di Lutero e della sua esecrabile eresia: e sentirete che essi non vogliono né la Madonna Madre di Dio, né il Papa capo infallibile della Chiesa. A nome di Cristo, dal suo altare, io alzo il grido d’allarme. Attendite a falsis prophetis. – Ma non è solo dai Protestanti e dagli altri eretici definiti che vi dovete guardare. Guardatevi specialmente da tutti quelli che non amano il Papa. « Sono cristiano anch’io — vi diranno forse — sono cattolico anch’io al pari di te, ma non sento bisogno di ubbidire ad ogni comando del Papa, di rispettare ogni sua parola, di pregare per il suo trionfo… ». Chi non è col Pontefice, non è con la Chiesa di Cristo e quindi è un falso profeta dell’errore. E se anche un Angelo vi annunciasse una dottrina diversa da quella che la Chiesa e il Papa insegnano, non credeteci! Perché quell’angelo è un demonio trasfigurato. Se poi desiderate una norma pratica che vi salvi da ogni astuzia dei falsi profeti della fede, seguite questi due consigli:

1) Istruitevi nella Dottrina Cristiana. Gesù è venuto dal Cielo sulla terra per insegnarci queste sublimi verità, e voi le trascurate? Come oserete sperare salvezza? Dottrina Cristiana! Dottrina Cristiana!

2 ) Fuggite la compagnia di chi non ama il Papa o la Madonna e disprezza la santa Eucaristia: tutte le eresie si riducono a questi tre punti.

Ricordate quello che di S. Giovanni Apostolo narra S. Ireneo. Era, una volta, entrato in una casa, ma come s’accorse che v’era dentro l’eretico Cerinto, non un minuto volle indugiarvi e fuggì gridando: « Indietro, indietro! Temo che il tetto di questa casa mi rovini addosso per la presenza di un simile uomo ». – E di S. Policarpo si racconta che in Roma, dov’era appena venuto, s’incontrò con Marcione che era un eresiarca. « Policarpo! — gli disse; — non mi conosci? io sono Marcione ». « Oh se ti conosco! — gli rispose il santo. — Tu sei il primogenito del demonio ». Agnosco diaboli primogenitum.

I FALSI PROFETI DEI COSTUMI

Fra tutti i vizi che contaminano il mondo moderno, non ve n’ha uno più diffuso del vizio impuro. Sembra quasi che in questo secolo il porco sferri l’assalto più furioso al gregge di Cristo. Ha invaso tutte le età, tutte le condizioni, tutti i luoghi. Nolite proiicere margaritas vestras ante porcos. E i profeti falsi che sorgono a difenderlo non sono pochi. « Non è un peccato, — dicono, — è un bisogno della natura. L’uomo può fare quello che vuole, purché né uccida, né rubi. Quelli che dicono di essere puri, sono impostori più corrotti degli altri ». Le letture, le amicizie, i divertimenti sono le armi più terribili e più infiorate che i falsi profeti dei costumi maneggiano a distruzione delle anime.

Le letture. — Ancor oggi, come all’inizio dei tempi, l’uomo è collocato alla presenza di due alberi che producono frutti diversi: l’albero della stampa del bene, l’albero della stampa del male. Il primo dà illustrazioni pudiche e belle, giornali utili e seri, libri buoni e di sincero godimento; l’altro dà frutti di peste e di morte. Ed ancora si ripete la scena del paradiso terrestre. Dall’albero della stampa cattiva ci parla il falso profeta, con la voce carezzevole del serpente antico : « Perché i preti vi proibiscono queste illustrazioni, questi romanzi? Hanno paura che diventiate più bravi di loro e non restiate più sottomessi alla loro parola. Non dovete forse sapere quello di cui parla tutto il mondo? Voi solo non guarderete né leggerete quello che si vede e si legge ora da per tutto ? Ah! che nel giorno in cui li leggerete, diverrete altrettanti Dei ».

Ed ecco tanti giovani e tante fanciulle anche, ecco tanti uomini di ogni età e condizione, cedere al falso profeta, accoglierlo in casa magari segretamente e poi… e poi… lasciare la propria innocenza a brano a brano nella bocca della bestia feroce. « Galeotto fu il libro e chi lo scrisse! », ci grida Dante dalla sua « Commedia ».

Le amicizie, — Talvolta il falso profeta si presenta sotto i sembianti d’un amico, specialmente di sesso diverso. Non vi getterà, no, tutto d’un colpo al fondo dell’abisso: ma vi spingerà lentamente ed un po’ alla volta. Comincerà ad adescarvi con la sua bella figura, coi modi gentili, con il carattere gioviale, con qualche biglietto: in principio si ascolta volentieri, poi si sorride, poi si risponde, poi si cede. Certo è che una volta che vi siete dati in mano a un tal falso profeta, non siete più liberi, divenite cosa sua, la sua preda. « Coraggio, che facciamo di male? », vi dirà. Intanto divorerà la vostra anima e vi trasformerà in un essere abbietto come lui. Questa trasformazione mi pare che bene la raffigura Dante nell’« Inferno ». Nell’ottavo girone, egli vide arrivare di furia un serpente di sei piedi, e avventarsi addosso a un’anima dannata e stringersela membro a membro come un’edera s’abbarbica a un tronco, fino a formare con esso un sol corpo mostruoso che si allontanò lentamente. Alcuni che pure assistevano alla paurosa scena, esclamavano: « Ohimè, Agnel, come ti muti! » (Inf., XXV, 67). – Quante volte si potrebbe ripetere accanto ad anime rovinata dalle cattive amicizie il grido straziante « O Agnel, tu che ti dai in braccio a quell’amico perverso, come cambi! Già incomincia la metamorfosi e presto striscerai con lui nella melma. Ohimè, Agnel! ».

I divertimenti. — Di certe sale, di certi divertimenti, non voglio dire che una parola, una sola: ed è quella che S . Agostino dice del suo amico Alipio che s’era recato a teatro con tutti i più feroci propositi di non peccare. « Levatesi per certa avventura d’un gladiatore alte grida, aprì gli occhi e guardò. Guardò: da quel momento non fu più Alipio » (Conf., libr. V I , cap. 8).

CONCLUSIONE

Se S. Paolo fosse vivo ancora, udite, Cristiani, che cosa vi scriverebbe in questa mattina: « Io vi prego, o fratelli, che abbiate gli occhi addosso a quelli che pongono inciampi e errori contro la dottrina che voi avete imparato, e ritiratevi da loro. Perché questi tali non servono il Cristo Signore nostro, ma il loro ventre… » (Rom., XVI, 17 s.). – « Vi sono ancora molti chiaccheroni e seduttori, che mettono a soqquadro tutte le famiglie, insegnando cose che non convengono. Ma la mente e la coscienza di essi è immonda… » (Tit., I, 10 s.). Se alle mie parole non volete ubbidire, ubbidite almeno a queste, che sono di San Paolo.