GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (46)

LA VERA FEDE E GLI ETERODOSSI -1-

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI

OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

Ubi est qui natus est rex Judeorum? Vidimus enim stellam ejus, et venimus adorare aum.

(Matth. II)

INTRODUZIONE.

§I. – L’uomo non ha da sé inventata la verità, ma l’ha ricevuta da Dio per via di rivelazione e di fede. Due bei passi della Scrittura che lo attestano, ed argomentazione di S. Tomaso che lo dimostra. Al medesimo modo furono istruiti i Magi che avendo perciò conosciuti senza errore e con un’intera certezza i misteri di Gesù Cristo, figurarono gli altri due caratteri dell’insegnamento della fede: la sua VERITÀ e la sua CERTEZZA. Argomento e divisione della presente lettura.

Uno de’ più turpi delirj, spacciato con una intrepidezza di spropositare senza esempio da filosofi materialisti, e che, avendo menato gran rumore nello scorso secolo, ha un eco debole sì, ma pur reale ancora nel nostro, si è questo appunto: che l’uomo non è debitore che a se stesso della cognizione e del possesso della verità. Poiché, gettato, dicono, dalla natura sopra la terra, ovvero dalle viscere della terra uscito non si sa come, non fu in origine che un bruto, anzi il più ignobile e il più vile de’ bruti, senza altro fine che il grugnire, senza altra intelligenza che l’istinto di disputare al suo simile la vita corporea, senz’altra dimora che un covacciolo, senz’altre armi che le unghie, senz’altro alimento che le ghiande; e coi soli suoi sforzi seppe quindi uscire da questo stato di degradazione e di avvilimento, trovare i principj generali e formare la sua intelligenza, inventare il linguaggio e parlare, indovinare il diritto e le leggi, e sottomettervisi, e dalla condizione di muta bestia elevarsi all’altezza ed alla dignità d’uomo. Cioè a dire che seppe ragionare prima di aver l’uso della ragione, e parlare prima di aver l’uso della parola; poiché la ragione era necessaria per inventar la ragione, come Rousseau ha osservato che la parola era necessaria all’uomo per potere combinarsi coi suoi simili ad inventare la parola. – Ma gli epicurei moderni non hanno nemmeno il tristo vanto dell’invenzione di queste sconce ed orribili stravaganze, avendole servilmente copiate dagli antichi. Giacché Orazio, che non arrossiva di chiamarsi PORCO DEL GREGGE DI EPICURO, Epicuri de grege porcum, erano già diciotto secoli che aveva detto: — Cum prorepserunt primis ammalia terris — Multum et turpe pecus glandem atque cubilia propter — Unguibus et pugnis… pugnabant… — Donec verba quibus voces, sensusque nolarent— nominaque invenere; dehinc ubsistere bello — Oppida cœperunt munire, et funere leges — Ne quis fur esset neu latro, neu quis adulter … — Jura inventa metu injusti fateare necesse est (Sat. 3, lib. -1). In faccia a queste ignobili bestemmie di uomini degradati, discesi per la lascivia sino al bruto in pena di essersi voluti sollevare sino a Dio per l’orgoglio, quanto è bello l’udire gli oracoli santi delle Scritture, in cui il Dio Creatore dell’uomo ne ha Egli stesso descritta e rivelata la nobile istoria! Perché vi si dice: Dio ha creato l’uomo dalla terra, ed ha tratta dal suo stesso corpo la donna, perché gli fosse compagna della vita, come gli era simile nella natura. Deus de terra creavit hominem, et creavit ex ipso adjutorium simile sibi. Dio diede ad entrambi l’uso perfetto de’ sensi: sicché poterono subito e pensare e volere e intendere ed amare e manifestò loro il male per fuggirlo, ed il bene per abbracciarlo: Et linguam et aures et cor dedit illis excogitandi, et disciplina intellectus replevit illos. Creavit illis scientiam spiritus; sensu implevit cor illorum, et mala et bona ostendit illis. Degnossi ancora questo Dio di ammirare amorosamente il loro cuore, per sollevarlo sino a lui: rivelò loro la magnificenza divina delle sue opere, e loro insegnò a. render culto al suo Nome, non solo perché potente, ma ancora. perché santo, e a non gloriarsi in loro stessi, ma in Lui, come fattura meravigliosa delle sue mani, ed a trasmettere ai loro figliuoli i prodigi della creazione del mondo: Posuit oculum suum super corda illorum, ostendere illis magnalia operum suorum, ut nomen significationis collaudent et gloriari in mirabilibus illius. et magnalia enarrent operum ejtis. Finalmente gli ammaestrò nella maniera di condursi, dando loro la legge della vita ch’essi dovevano tramandare ai loro discendenti come in eredità. Strinse con loro,mediante la sua grazia, un’alleanza eterna, fece loro conoscere la santità de’ suoi comandamenti e la severità dei suoi giudizj: Addidit illis disciplinam, et legem vitæ hæreditvit illos. Testamentum æternum constituit cum illis, et justitiam et judicia ostendit illis (Eccli. XVII).Quanto dire che Dio stesso è stato non solo il primo padre, ma altresì il primo maestro dell’uomo, e dopo avergli data la vita corporea coll’avergli l’anima intasa, gli diede ancor la vita intellettuale, rivelandogli  ogni verità: vita nobile, preziosa, divina. Imperciocché siccome noi non amiamo il bene se non per un riflesso della divina volontà nel nostro cuore, così non conosciamo il bene che per un riflesso dell’intelligenza di Dio nella nostra mente; il quale, come dice leggiadramente s. Tommaso, rimirando noi, che ha creato a sua immagine in ciascuno di noi in certo modo si ripete, come uno stesso volto si ripete, come uno stesso volto vedesi ripetuto in tutti quanti i pezzi d’uno specchio infranto: Sinìcut apparent multæ faciesin speculo fracto. Quando dunque la Scrittura ci dice che l’uomo uscì dalle mani del Creatore ANIMA VIVENTE, et factus est in animam viventem (Gen. II), è chiarissimo che intende avvertirci che l’uomo da quell’istante incominciò a vivere non solo vita naturale per l’unione del corpo coll’anima, ma ancora della vita intellettuale per l’unione dell’anima colla verità. Giacché come un corpo senz’anima non è un essere vivente nell’ordine fisico, così nell’ordine intellettuale, non può dirsi anima vivente uno spirito tenebroso ed oscuro privo d’ogni verità. Come dunque l’Artefice divino infuse l’anima nel corpo del primo uomo, così la verità altresì rivelò ed infuse nella sua anima; sicché sin dal primo momento l’uomo incominciò a vivere della doppia vita che gli è propria, e divenne tra i corpi animati un corpo vivente ed un’anima vivente tra gli esseri intelligenti: Et factus est in animam viventem. Di questo gran fatto della rivelazione primitiva, di cui la Scrittura ci attesta la verità, il gran S. Tommaso ci ha data la ragione e le prove; poiché ecco come si esprime nel suo egregio trattato o questione DELLA SCIENZA DEL PRIMO UOMO (Quæst. disp.).Adamo, nell’istante medesimo in cui fu creato, dovette avere la scienza delle cose naturali non solo nel suo principio, ma ancora nel suo termine: perché fu formato daDio per esser padre di tutto il genere umano: ed i figliuoli devono ricevere dal padre non solo l’essere per mezzo della generazione, ma ancora la norma del vivere per mezzo dell’istruzione: Adam, in principio sua cenditionis, non solium oportuit ut haberet naturalium cognitionem quantum ad suum principium, sed quantum ad terminum, eo quod ipse condebatur ut pater totius generis immani. A patre fllii accipere debelli non soluta esse per generationem, sed disciplinata per instructionem. Dovette adunque trovarsi per ogni parte perfetto; e rispetto al corpo in modo da poter subito generare, e rispetto alla mente in modo da potereancora subito insegnare come primo e grande institutore di tutti gli uomini: Oportuit in ipsa sui conditione constitui in termino perfectionis, et quantum ad corpus, ut esset conveniens principium generationis, et quantum ad cognitionem, ut esset sufficiens cognitionis principium, in quantum erat totius generis humani instructor. Perciò siccome rispetto al corpo, non conobbe la debolezza dell’infanzia, così non provò le tenebre dell’ignoranza rispetto alla mente: ma ottenne egli in un istante ciò che noi acquistiamo col crescere degli anni, ricevette dall’operazione divina ciò che noi riceviamo dall’educazione umana; un corpo perfetto ed una mente rivestita dell’intero uso della ragione e mirabilmente illuminata: Sicut in corpore ejus nihil erat non explicitum in actu quod pertineret ad perfectionem corporis…. hoc etiam oportuit quod intelleclus ejus non esset in sui principio sicul tabula non scripta, sed haberet plenum notitiam ex divina operatione. Imperocché sarebbe stato contro la perfezione che doveva avere il primo degli uomini, se fosse stato creato senza la pienezza della scienza, ma avesse dovuto andare a grande stento imparandola per mezzo de’ sensi: Erat contra perfectionem qua primo homini debebatur, ut conderetur sine plenitudine scientiæ, solummodo a sensibus scientiam accepturus. Ma, oltre la cognizione naturale, soggiunge pure S. Tommaso, Adamo ricevette ancora la cognizione della grazia: In Adam duplex fuit cognitio, naturalis et gratiæ; in quantoche, non solo conobbe subito tutte le cose naturali, alle quali si può estendere l’intelletto umano coll’ajuto de’ primi principj, ma ancora conobbe per una graziosa rivelazione di Dio molte cose soprannaturali, cui sola non può giungere la ragione umana: Scivit etiam inulta ad qua vis primorum principiorum non se extendit; sed ad hæc aliqualiter cognoscendo adjuvabatur alia cognitione, qua est cognitio gratiæ. Con questa differenza però che le cose naturali le conosceva in tutta la loro ampiezza e in tutte le loro più remote conseguenze, come collocato nel termine della cognizione naturale perfetta: ma siccome questo termine di cognizione perfetta riguardo alle cose soprannaturali e divine non si può ottenere che nella visione della gloria, alla quale Adamo non era per anco arrivato, cosi non conosceva di queste cose se non quel tanto che Dio si degnava di rivelargliene: Sed in hac cognitione (gratiæ) non instituebatur  quasi im termino perfectionis ipsius existens: quia terminus gratuitæ cognitionis non est nisi in visione gloriæ, ad quam ipse nondum pervenerat, et ideo hujusmodi omnia non conoscebat, sed quantum de his sibi divinitus revelabatur. – Siccome per ciò solo per rivelazione conosceva Adamo le cose soprannaturali e divine, e non le credeva che sull’autorità della parola di Dio, così Adamo sin dal primo momento ebbe ancora infusa ed esercitò la fede: Adam in primo statu fidem habuit. E poiché la fede si riceve in due maniere diverse, o per mezzo dell’udito interiore per quelli che la ricevono i primi onde trasmetterla agli altri, come furono i Profeti e gli Apostoli, o per mezzo dell’udito corporeo per quelli che la ricevono in seguito, come sono stati tutti quanti i fedeli che furono istruiti dagli Apostoli e dai loro successori; così Adamo, avendo ricevuto la fede in qualità di principale, per poterla agli altri insegnare, ed essendone stato ammaestrato dallo stesso Dio, ebbe la divina rivelazione per mezzo dell’interna elocuzione, onde Dio parlò direttamente al suo cuore: Per auditum interiorem in his quid fidem primo acceperunt el docuerunt, sicut in Apostolis et Prophetis: per secundum vero auditum fides oritur in cordibus aliorum fidelium. Adam autem PRIMO fidem habuit, et primo est fidem edoctus a Deo: et ideo per internata elocutionem fidem habere debuit. – Ecco adunque sin dal principio del mondo praticata e stabilita da Dio col primo uomo la maniera propria onde gli uomini devono conoscere con certezza la verità, alimento evita dell’intelligenza, cioè per via di rivelazione e di fede.E poiché gli uomini, pel loro orgoglio e per la loro corruzione, avean col tempo smarrita la certezza e la verità, Quóniam diminuire sunt veritates a filiis hominum (Psal. XI, 2),cosi Iddio, dopo avere per quattromila anni in tanti e si varj modi parlato al mondo per mezzo de’ patriarchi e dei Profeti, cui della verità avea confidato il deposito, e che perciò la Scrittura chiama i BANDITORI DELLA GIUSTIZIA. Justitiæ præcones (II Petr. 2), finalmente nella pienezza dei tempi si è degnato di manifestare la sua verità per la bocca del suo stesso Figliuolo: Multifariam multisque modis olim loquens Deus patribus in Profetis, novissime autem locutus est in Filio (Hebr. I ). Ma coll’avere Iddio cambiato il personaggio che c’istruisca non ha cambiato, ma rinnovato e perfezionato il mezzo dell’istruzione. Come dunque Adamo ed Eva, primizie dell’umanità, furono per via di fede ammaestrati dal Dio Creatore, così per via di fede ancora furono dal Dio Redentore ammaestrati i santi re Magi, primizie del Cristianesimo. E come Adamo ed Eva, per mezzo della rivelazione conobbero senza errore e senza dubbiezza la religione primitiva, così i Magi, per Io stesso mezzo conobbero essi pure senza errore e senza dubbiezza la Religione cristiana; giacché la bella confessione che fecero in Gerosolima dicendo: « È nato il re de’ Giudei, o il Messia, e noi siamo venuti ad adorarlo, …Natus est rex Judæorum, et venimus adorare cum, » e i doni ch’essi offrirono in Betlemme, l’oro, l’incenso e la mirra, Obtulerunt ei munera, aurum, thus el myhrram, indicano chiaramente non solo la prontezza e l’uniformità della loro istruzione, ma ancora la purezza e la solidità della lor fede ne’ misteri del Dio Salvatore. Ma noi l’abbiamo veduto: i Magi furono i nostri precursori e i nostri rappresentanti nella Religione del Messia; perciò i pregi e i caratteri della loro istruzione e della loro fede furono pegno e figura de’ pregi e de’ caratteri della nostra: cioè a dire ch’essi, coll’averli sperimentati in se stessi, annunziarono e predissero a noi loro successori quattro grandi vantaggi; i quattro grandi caratteri, cioè, la facilità, l’universalità, la veracità e la certezza dell’insegnamento della fede. E poiché dei primi due caratteri di questo insegnamento si è trattato nella passata lettura, tratteremo degli altri due nella presente. A tale effetto vedremo da prima che la fede de’ Magi fu pura e sincera senza mescolanza di errore, perché frutto non delle loro private ricerche ma della rivelazione divina, e che, per mezzo dell’insegnamento della vera Chiesa, pura e sincera e senza mescolanza di errore, absque errore, è ancora la nostra fede. In secondo luogo cogli esempi degli antichi filosofi e de’ principali eretici dimostreremo come, al contrario, la via del privato giudizio conduce a turpissimi errori, e quanto noi saremmo infelici se fossimo privi dell’insegnamento della Chiesa. In terzo luogo, passando a parlare della certezza della fede de’ Magi e indicatine i tre motivi che la produssero. 1.° un’autorità divina; 2.° una rivelazione uniforme; 3.” una grazia superiore, dimostreremo che il Cattolico, trovando i medesimi motivi nell’insegnamento della Chiesa, la sua fede è altresì certa, solida e costante: Absque dubitatione, fixa certitudine. In quarto luogo finalmente proveremo come la via dell’inquisizione particolare, escludendo i tre indicati motivi di certezza, fuori della vera Chiesa non produce certezza alcuna di fede; ma una varietà infinita, un’anarchia di opinioni, che conduce all’indifferenza, al disprezzo di ogni verità, di ogni culto, di ogni virtù, che degrada e rende l’uomo infelice nel tempo e nell’eternità. Cioè a dire che procureremo di penetrare nella profondità del cuore, e ne’ secreti della mente tanto del Cattolico quanto dell’eretico: opporremo l’uno all’altro; ne noteremo le disposizioni contrarie rispetto alla fede, alla virtù, alla vera felicità; e senza stare à discutere sopra i domini, col quadro solamente delle bellezze della fede, opposte alle deformità della eresia, ne faremo col divino ajuto risultare la verità. – Questa è dunque la parte più importante del nostro libro, che domanda maggiore attenzione.

PARTE PRIMA.

§ II. – S’incomincia a tratture del terzo carattere dell’insegnamento della fede, la sua VERITÀ. I Magi conobbero e credettero Dio uno e trino, Gesù Cristo vero Dio, vero uomo e salvatore degli uomini, e i principali doveri del Cristiano. La loro fede fu pura, sincera, scevra di errore, perché frutto non delle ricerche della loro ragione, ma della rivelazione divina. I veri figli della Chiesa conoscono e credono colla stessa sincerità e purezza le medesime verità.

Il terzo carattere adunque proprio dell’insegnamento della vera fede si è, come si è veduto (Lett. V, § 1), di essere puro, sincero, veridico, senza mescolanza alcuna di errore, absque errore, come parla S. Tommaso; e di contenere tutta la verità, e di essere esso stesso tutto verità. Or tale appunto si fu l’ammaestramento de’ Magi: e però la loro fede fu pura e sincera, senza la menoma ombra di fallacia e di errore. Tutto ciò che essi conobbero per la rivelazione divina che ricevettero fu verità; ed essi ebbero, come si è più volte osservato, le idee più chiare, più precise e più giuste di tutte le verità che formano la base del Cristianesimo. – La prima di queste verità, fondamento e sorgente di tutte le altre, è il gran mistero di un Dio, un Dio uno nella natura e trino nelle Persone. Or questa grande, sublime ed incomprensibile verità i Magi, dice S. Ilario arelatense, la conobbero, come quindi noi tutti l’abbiamo conosciuta. Giacché nell’aver voluto offrire tre doni, oro, incenso e mirra, indicarono di conoscere la trinità delle Persone; e l’unità della natura nella trinità delle Persone mostrarono di credere col volere questi doni offrire ad un solo: Quid aliud Magi expresserunt muneribus, nisi fidem nostram? In eo enim quod tria offerentur trinitàs intelligitur: in eo vero quod tres UNI in trinitate unitas declaratur (Epiph., Homil. 1). E per sempre meglio dichiarare la cognizione che aveano di questo grande mistero, il dottissimo Drutmaro sull’appoggio della tradizione, afferma che i Magi non divisero i doni da offrire in modo che uno presentasse l’oro, l’altro l’incenso e il terzo la mirra, ma ciascun di loro recò l’oro, l’incenso e la mirra da offrire; manifestando così ciascuno in se stesso, con un segno visibile, la fede della Trinità nell’unità, che avean ricevuta nel cuore: Credimus quia, quod corde crediderunt, muneribus ostenderunt, et unusquisque trio oblulerit (in 2 Matth.). Lo stesso afferma l’Emisseno: i Magi, coll’avere ciascuno offerto tre doni, chiarissimamente dimostrarono la loro fede nella Trinità; Quod unusquisque trio miniera oblulit, fidem Trinitatis apertissime demonstrarunt (in 2 Matth.). Aggiunge anzi che, se avessero voluto ciascuno offrire doni più o meno di tre, non avrebbero mostrato esteriormente di conoscere l’unità e la trinità di Dio e di avere la vera fede cattolica di sì grande mistero: Quod unusquisque tria miniera obtuìit. Trinitatis fidem apertissime demonstrarunt: si enim vel plus vel minus offerrent, fidem catholicam non tenerent (ibid.). Il secondo mistero principale della cristiana Religione si è l’incarnazione e la morte di Gesù Cristo Salvatore degli uomini. Or questo mistero ancora conobbero i Magi colla stessa precisione e chiarezza con cui noi lo conosciamo buon conto, entrati appena in Gerusalemme, si mettono a gridare per tutte le vie, a domandare a tutte le persone:« Dov’è il re de’ Giudei che di già è nato? Venerunt Hierosolymam dicentes: Ubi est qui natus est rex Judæorum? »Non si contentano di chiederne ai laici, ma si rivolgono ancora ai sacerdoti; né si limitano ad interrogare il popolo, né ricercano ancora dal monarca. E notate, dice S. Pier Crisologo, questo re de’ Giudei o Messia non cercano i Magi in un personaggio di età matura, collocato in un magnifico trono, circondato dagli omaggi del popolo, terribile per le sue armi, potente pe’ suoi eserciti, rispettabile per la sua porpora, risplendente per la sua corona: Requirebant autem non grandævum humanis oculis, in excelsa sede conspicuum, exercitibus pontentem, armis terrentem, purpurea nitentem, diademate refulgentem. Noi ricercano nemmeno dopoché crocifisso trionfò colla sua croce, risorse da morte a vita, salì glorioso al più alto de’ cieli: Vel de cruce sibi exsultantem, vel ab inferis resurgentem, aut in cælos ascendentem.Cercano il re de’ Giudei in un bambino nato di fresco, qui natus est; che trema in una culla; che pende dalle poppe materne; che non ha nulla che gli concili l’ammirazione e il rispetto degli uomini, non ornamento alcuno della persona, non alcuna forza nelle sue membra: ma debole e meschino, senza titoli, senza autorità, non solo per la piccolezza della sua età, ma per la povertà ancora de’ suoi parenti: Sed recens natum, in cunis jacentem, uberibus inhianlem, nullo ornata corporis, nullis membrorum viribus, nullis parentum opibus, non sua ætate, non suo rum potestate præstantem. E questo re de’ Giudei lo cercano o lo domandano ad un altro re de’ Giudei, ad Erode, che allora sulla Giudea regnava: Et quærunt regem Judæorum a rege Judæorum. Segno evidente adunque che il re de’ Giudei di cui essi vanno in traccia è un re sopra gli altri re, un re che ha l’impero non solo de’ popoli, ma ancora de’ secoli un re che è uomo, ma uomo-Dio; dall’uomo-Erode cercano adunque Gesù Cristo uomo-Dio, dall’uomo-re terreno cercano del cielo che avea creato l’uomo: Ab Herude hamine Christum Deum et hominem; a terreno rege hominem regem cælorum qui condiderat hominem. Cercano, è vero, un Piccolino da un grande, come era Erode; dall’uomo pubblicamente onorato un bambino nascosto; da un eccelso personaggio un umile pargoletto; un infante da colui che parla; un povero da un ricco; da un potente un essere debole e infermo. Nulla ciò ostante però, e sebbene sia esso perseguitato da Erode, i Magi non dubitano punto che esso sia il vero Messia, il loro Salvatore, il padrone del mondo, degno di essere adorato, sebbene Erode il disprezzi; perché sebbene privo di ogni regia pompa umana, credono che in esso risiede l’adorabile maestà divina: A grandi parvulum, a loto latentem, ah excelso humilem, a loquente infantem, ab opulento inopem, a forti infirmimi. Et lumen, quamvis ab Herode persequente. sibi et aliis Christum dominantem, a contemncnte adorondimi profecto: in quo nulla pompa regia videbatur, sed vera Dei majestas adorabatur (Semi.Epiph.). Ma non solo però coi discorsi, ma coi donativi ancora, he erano impazienti d’offrire a’ suoi piedi, manifestarono, dice S. Leone, di riconoscere e di credere nella stessa Persona di Gesù Cristo e la maestà di un Dio e la dignità di un re e la mortalità dell’uomo. Giacché l’incenso si adopera ne’ sacrificj, che solo a Dio si competono; l’oro è la materia dei tributi, che si pagano al re: la mirra era l’aroma allora adoperato nell’imbalsamare i corpi de’ morti: Per ista trio munerum getterà in uno eodemque Christo et divina majestas, et regia potestas, et humana mortalitas intimatur. Thus enim ad sacrificium, aurum pertinet ad tributum, myrrha ad sepulturam mortuorum (Epiph. 1).Oh quanto è bello poi, segue a dire lo stesso Padre, il vedere da questi primi discepoli della fede confutati anticipatamente i più grandi maestri dell’errore e determinata intorno ai misteri di Gesù Cristo la cattolica verità! Col volere i Magi offerir dell’incenso al figliuolo siccome a Dio, confondono l’eretico ariano, che sostiene che solo al Padre Eterno si deve un culto di latria e il sacrificio che ne è l’espressione. Col volergli presentare, come ad uomo mortale, della mirra, confondono il manicheo, il quale ricusa di credere che Gesù Cristo è realmente morto per la nostra salute. Col recargli infine dell’oro, come a re celeste e terreno, confondono l’una e l’altra eresia insieme: giacché il manicheo, negandolo vero discendente di Davide, gli contende la regalia terrena: e l’ariano gli nega la regalia e l’indipendenza celeste, osando di chiamar servo di Dio l’Unigenito dello stesso Dio; in oblatione thuris confunditur arianus, qui soli Patri sacrificium offerri debere contendit. In oblatione myrrha confunditur manichæus, qui Christum vere mortuum prò nostra salute non credit. In auro simul uterque confunditur: et manichæus, qui de semine David secundum carnem natum non credit regem et arianus, qui Dei Unigenito assignare nititur servitutem. Che più? l’offerta che i re Magi si dispongono a fare distrugge l’eresia di Nestorio, il quale tenta di dividere in due Gesù Cristo, ammettendo in lui due persone. Giacché al vedere che i Magi offrono con tanta religione e pietà non già una cosa al Dio ed un’altra all’uomo, ma gli stessi doni all’unico e solo uomo-Dio, chi non intende che non si deve credere in due persone diviso colui che si vede riconosciuto uno ed indiviso nei donativi che gli si vogliono fare? Finalmente, come questi donativi indicano due nature in Gesù Cristo, anche la stolida eresia di Eutiche rimane schiacciata, che nega esservi in Gesù Cristo, in una stessa persona, una doppia natura: Confunditur eliam Nestorius, qui nititur Christian in duas personas dividere; cum videat Magos non alia Dea, alia homini, sed uni Deo-homini eadem miniera obtulisse suppliciler. Non ergo dividitur in personis qui non invenitur divisus in donis. Confunditur Eutichetis insania, qui non vidi in Christo utrumque veram predicare naturam.I Magi adunque nelle loro offerte han data a divedere di avere avuta una intelligenza perfetta di tutte le qualità sublimi, di tutti i caratteri unici del Messia, prima ancora di averlo veduto: in una parola, hanno conosciuta, creduta ed annunziata i primi al mondo la fede intera, la fede perfetta del gran mistero dell’incarnazione; poiché come uomo, né crederon la morte; come Dio, ne aspettarono la risurrezione, come re, ne temettero l’universale giudizio: Denique oblatio munerum ititeli igentiam in eo totius qualitatis expressit; atque ita per venerationem eorum sacramenti omnis est consummata cognitio: in nomine mortis, in Deo resurrectionis, in rege judicii. – Oh fede ammirabile de’ Magi! con quale esattezza, con quale precisione, con quale chiarezza e nei loro discorsi e nelle loro azioni esprimono le più grandi verità del Vangelo priaché sia predicato il Vangelo! quali idee giuste manifestano della natura di Dio e dell’incarnazione del Verbo! Come i misteri che sembrano contradittori fra loro ben si conciliano nella loro mente, si armonizzano nel loro cuore, e 1’una verità non esclude, ma sussiste insieme coll’altra senza confusione di termini, senza equivoco di espressioni, senza ombra alcuna di errore: Absque errore? Poiché essi confessano che Dio è uno nella natura e trino nelle persone; che Gesù Cristo, di cui vanno in traccia, benché poverello, è pure re; benché debole, è onnipotente; benché infante, è legislatore; benché figliuolo di donna, è figliuolo di Dio: celeste insieme e terreno, Dio ed uomo; uomo passibile, Dio impassibile; uomo mortale, Dio trionfator della morte; Dio ed uomo, Messia o Salvatore degli uomini. Confessano che bisogna credergli ed adorarlo, obbedirgli e servirlo, sacrificargli i tre rami della concupiscenza umana, l’orgoglio, la cupidigia, la sensualità, per mezzo della pratica di un’umile pietà, di una generosa giustizia, di una mortificazione severa. E queste verità, senza la menoma mescolanza di errore, ma nella loro purezza, come le hanno nella mente, le manifestano al di fuori colla lingua e coll’opera. E come, dice S. Giovanni Crisostomo, potevano mai errare uomini che non avevano implorato a loro guida il lume fioco e ingannevole della ragione umana, ma l’ammaestramento divino? che non ebbero a maestra la sapienza terrena, ma l’illustrazione celeste? Come potevan mai traviare, quando non cercarono per loro duce che lo stesso Gesù Cristo, che si avevano proposto a termine del loro viaggio: quel Gesù Cristo che ha detto: « Io sono insiememente la verità e la vita, e la vera ed unica strada per giungere alla vita ed alla verità? Non quæsierunt ducatum hominis, quia ducutum stellæ de cœlo acceperunt. Sed nec errare poterant qui veram viam, Christm Dominum, requirebant: illum utique qui ait: Ego sum via, veritas et vita (Homil. 1 ex var. in Matth.). Quanto dire: come potevano mai errare nella scienza di Dio, essendo stati ammaestrati da Dio, avendola, come poscia S. Paolo, imparata, non già per la via dell’inquisizione e del raziocinio, ma per via di rivelazione e di fede? La sola via onde si giunge a conoscere la verità senza alterazione, senza mescolanza di difetto e di errore: Absque errore. – E noi altresì cristiani Cattolici, noi conosciamo le stesse verità e al medesimo modo, perché siamo stati istruiti con lo stesso metodo: e la maniera onde furono ammaestrati i Magi per mezzo della stella fu una promessa ed una figura della maniera onde noi saremmo stati ammaestrati per mezzo della vera fede. – Infatti lo stesso Dio che loro si rivelò per mezzo della stella si è per mezzo della fede rivelato anche a noi. Lo stesso Dio che parlò loro per mezzo della sinagoga, ha parlato e parla a noi per mezzo della Chiesa. E come ogni uomo è mendace. Omnis homo mendax (Psal. CXV), e Gesù Cristo solo è verità, pura e sola verità: Christus est veritas (I Joan 5): come l’uomo alla sua propria scuola o a quella di un altro uomo è esposto al pericolo di non imparare che errori, così alla scuola di Gesù Cristo è sicuro di non apprendere che verità. E siccome questa scuola visibile, di cui Gesù Cristo è l’invisibile maestro, si è la cattolica Chiesa; così l’insegnamento della Chiesa cattolica è il solo adorno della qualità divina di essere esente da errore, absque errore; ed in esso tutto è verità, e vi è tutta la verità; verità vergine, verità pudica, verità intera, verità incorrotta, verità santa, come il Dio che ne è l’autore. Perciò come gli Apostoli, o la Chiesa, docile al magistero dello Spirito Santo, impararono da esso secondo la promessa di Gesù Cristo, ogni verità, Ipse docebit vos omnem veritatem (Joan. XVI): osi il vero Cristiano, docile al magistero degli Apostoli o della Chiesa, e che si è formato alla sua scuola, che ha appreso la sua dottrina e che è al suo insegnamento fedele, conosce tutte le verità che più importano di conoscere. Conosce Dio e i suoi attributi, gli angioli e il loro ministero, il mondo e la sua origine, l’anima e le sue facoltà, l’uomo ed il suo fine, la trinità e le sue Persone, la redenzione ed i suoi effetti, Gesù Cristo e i suoi misteri, la legge evangelica e le sue obbligazioni, i sacramenti e la loro efficacia, le pratiche di Religione e il loro uso, la vera santità ed il suo pregio, il vizio e i suoi castighi, la virtù e le sue ricompense. E queste verità sublimi, verità profonde, verità necessarie, verità eterne, ancorché non le intenda, né possa intenderle, le conosce però, le possiede e le crede senza alterazione, senza ambiguità, senza errore, ma pure, intatte, semplici, chiare, precise, come sono in sé stesse: giacché quello che il discepolo della Chiesa ha dalla Chiesa imparato e conosce e crede sulle lezioni della Chiesa, così è precisamente, così è esattamente, così è veramente né più né meno di come e di quanto esso lo conosce e lo crede. – Né si può temere che l’ignoranza che acceca, la debolezza dell’ingegno che istupidisce, i pregiudizi che strascinano, l’autorità che impone, la fantasia che illude, il prestigio che affascina, la falsa evidenza che abbaglia, il sofisma che inganna, la stessa erudizione che confonde, la stessa scienza che gonfia e l’interesse delle passioni che seduce, non si può, dico, temere che queste sì moltiplici e sì possenti cause di errore abbiano potuto influire nella mente del vero discepolo della Chiesa e fargli creder vero ciò che vero non è. Questo pericolo si teme e si deve ragionevolmente temere solo quando l’uomo pretende d’istruire sé stesso, o si dà ad essere istruito ad un altro uomo: e perciò alle scuole puramente umane le verità sono sì difficili e sì scarse, gli errori sì ovvii e sì frequenti. Ma non si teme, né si può temere alla scuola della Chiesa, dove colui che insegna è Dio: e però, nel passo d’Isaia che abbiamo citato di sopra e che Gesù Cristo ha spiegato nel Vangelo, i veri fedeli sono leggiadramente chiamati « scolari di Dio, Doctos a Domino (Isa. LIV): docibiles Dei (Joan. 6). ».

IL SACRO CUORE (36)

IL SACRO CUORE

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ (36)-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA

CAPITOLO III.

PRATICHE DELLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE

La beata ci presenta la divozione al sacro Cuore, come un insieme di pratiche determinate, ma la pratica va, per lei, molto al di là di queste pratiche. Nei suoi scritti, come nella sua vita, la sua cara divozione è l’anima di tutto, è uno spirito di amore che penetra e domina tutto. La divozione al sacro Cuore, come ella l’intende, è una formula ammirabile di vita cristiana e perfetta; tutta di Gesù, tutta in Gesù, tutta per Gesù. È l’amore di Gesù che invade l’anima, in tutti i suoi pensieri, i suoi affetti e le sue azioni, per modo che non siamo più noi che viviamo, ma è Gesù Cristo che vive in noi. Tutto ciò si rileva da ogni pagina della beata; non si ha che leggere i suoi scritti, per rendersene conto. Cominceremo col passare in rivista le pie pratiche che ci vengono da lei suggerite; poi accenneremo qualche testo, per mostrare come essa intende la divozione al sacro Cuore.

(Su queste pratiche, si hanno ampi particolari nel: Le règne du Sacre Cceur, t. II. Il tomo III, studia quali sono, secondo Margherita Maria « le virtù domandate dal sacro Cuore a tutti i suoi servi »; il tomo IV studia « le virtù particolari richieste ai Cristiani e ai religiosi » come pure le « diverse divozioni che hanno rapporto al sacro Cuore »).

PRATICHE DELLA DIVOZIONE AL SACRO CUORE

1.

LE PRATICHE

– 1. Immagine. 2. Consacrazione. — 3. Ammenda onorevole. 4. Comunione e divozione verso l’Eucaristia. — 5. Ora santa in unione a Gesù sofferente. 6. Divozione alla santa Vergine. 7. Le anime del purgatorio. 8. Pratiche diverse.

Le pratiche della divozione al sacro Cuore sono, presso a poco, quelle che la beata ha messo in vigore, sia quelle che essa ha approvato e fatto sue proprie e che proponevano, nei loro libri e taccuini, la Madre de Soudeilles, suor Joly, il P. Croiset. Qualcuna le è stata chiesta direttamente da Nostro Signore; altre sono state scelte da lei medesima, siccome molto grate al sacro Cuore; altre ancora ella s’ingegna di trovare, per mettere sempre più in rilievo la sua cara divozione. Qualcuna, fra queste, sono andate in disuso, o quasi.

(Quella, per esempio, dei biglietti che hanno da una parte delle invocazioni al sacro Cuore e dall’altra all’Immacolata Concezione, che si bagnano nell’acqua e s’inghiottiscono a digiuno. Lettera LXXXII (LXXXIIl), t. II, p. 159 (196); G. LXXXIII, 397. La beata parla di guarigione miracolosa, dovuta a questa pratica. Loc. cit. Cf. Lettera LIII (LIV), t. II, p. 104 (141); G. LIX, 344).

Altre sono rimaste, (la consacrazione, l’ammenda onorevole, ecc.), e varie che non si presentavano che in germe hanno preso sviluppo. Tali sono gli uffici, l’apostolato della preghiera, ecc.

1. L’immagine.

L’immagine occupa un gran posto nelle visioni di Margherita Maria, nei desideri e nelle promesse del sacro Cuore. Si capisce, perciò, che occupi pure un gran posto nelle preoccupazioni e nella corrispondenza della beata. Per lei è come un mezzo di propagare la sua cara devozione e una pratica speciale di questa stessa divozione, pratica desiderata da Gesù e alla quale egli ha promesso di annettere molte grazie. Così ella ne vuole ad ogni costo. E quanto si dà da fare per sollecitarne l’esecuzione, come l’aspettativa le sembra lunga! E come è felice quando i suoi desideri sono alfine esauditi e con qual gioia ne fa larga distribuzione! (Vedi nella Vie et Ocuvres, l’indice analitico alla chiamata: Images et tableax. Siccome l’indice è omesso da Mons. GAUTHIER, ecco qualche indicazione della sua edizione delle lettere, t. II, Lettere XL, XLII. XLV. XLVII, LI, LII. LIII (con la nota), LVI, LX,LXVI.). Non ha avuto essa forse le più consolanti promesse del sacro Cuore per coloro che porteranno su di se queste care immagini? Non ha forse avuto la sicurezza di benedizioni speciali, per le case ove saranno esposte e onorate? Gesù non ha forse detto che le vuole in un posto d’onore, anche nel palazzo dei re e sul vessillo di Francia? Nelle visioni della beata ora è il Cuore solo che si mostra, ora Gesù le apparisce mostrandole il Cuore. Nelle prime immagini che furono fatte non si ritrova mai la persona adorabile di Nostro Signore (Ciò dipende, torse, dal fatto che è più tacile disegnare l’immagine del cuore solo); il cuore solo vi è rappresentato. Esso ha la forma convenzionale a cui la divozione alle cinque piaghe aveva ormai abituato. Il carattere simbolico della rappresentazione, è indicato in vari modi; con le fiamme, coi « laghi d’amore », con la corona di spine e la croce, con la parola charitas. Le immagini che fece stampare la Madre Greyfìé, per farne dono alla beata e alle sue novizie, sembrano essere state la riproduzione, allora in uso, delle cinque piaghe (Cf.: Vie et Oeuvres, t. I , p. 223 (452); G. n. 242, pag. 220). Si sa che questa rappresentazione aggruppava tutto intorno al cuore ferito e in questo modo si aveva, per così dire, l’immagine del sacro Cuore, prima che assumesse il suo vero significato. Fu una delle preparazioni provvidenziali alla divozione.

2. La consacrazione.

Per questa deve intendersi due cose: un atto di consacrazione, che si fa e si rinnova, secondo le occasioni, e un dono completo di sé al sacro Cuore, affine di non viver più che per Lui, per i suoi interessi e per l’amor suo. Su questo punto abbiamo dei testi della beata. Eccone alcuni: « Egli mi chiese, dopo la santa Comunione, di rinnovargli il sacrifizio che già gli avevo fatto della mia libertà e di tutto il mio essere, ciò che feci con tutto il cuore » (Mémoire, t. II, p. 321 (374) ; G. n. 48, p. 65). – Qualche volta la donazione è chiesta sotto forme speciali. È la vittima che deve offrirsi per i peccatori, o per la comunità, o per le anime del Purgatorio. Si sa la celebre scena in cui ella dové espiare per la comunità: « Io ti vogli dare il mio cuore, ma prima devi farti vittima d’immolazione per essa » (Mémoire, in Vie et Oeuvres, t. II, p. 338 (395). Riveduto su G. n. 72, p. 84). La donazione su testamento è più originale: « Una volta il mio divino sacrificatore mi chiese di fare un testamento, scritto in suo favore, ossia una donazione intera e senza riserva, com’io gli avevo già fatto di viva voce, di tutto quello ch’io potrei fare o soffrire e di tutte le preghiere e beni spirituali che si farebbero per me sia in vita che dopo la mia morte. Volle ancora che io chiedessi alla mia superiora che volesse fare da notaio a quest’atto, impegnandosi di pagarla solidalmente. La mia superiora accettò di farlo » (Mémoire Atitographe in: Vie et Oeuvres, t. II, p. 348 (406) ; G. n. 84, p. 95).

Quest’atto ci è stato conservato nelle Contemporaines (Vie et Oeuvres, t. I, p. 128 (159) ; G. n. 191, p. 172: cf. G. Ecrits de la Mère Greyfié, n. 50, p. 408: « Viva Gesù nel cuore della sua sposa, Suor Margherita, per la quale e in virtù del potere che Dio mi da su di lei, offro, dedico e consacro, puramente, inviolabilmente al sacro Cuore dell’adorabile Gesù tutto il bene che ella potrà fare durante la vita e quello che verrà fatto per lei, dopo la sua morte; affinché la volontà di questo divin Cuore ne disponga secondo il suo beneplacito e in favore di chiunque a lui piacerà, sì vivo che trapassato. Suor Margherita Maria protesta che si spoglia volonterosamente di tutto, eccettuata la volontà di stare continuamente unita al divin Cuore del suo Gesù e di amarlo puramente per Lui stesso. In fede di che, ella ed io, firmiamo questo scritto, fatto l’ultimo giorno di dicembre 1638. Suor Pierina Rosalia Greyfié, attualmente superiora e della quale suor Margherita Maria implorerà tutti i giorni la conversione da quel Cuore divino e adorabile, insieme alla grazia della perseveranza finale ». La stessa Margherita Maria ci dice come fece la sua firma: « Io la segnai sul mio cuore con un temperino, col quale scrissi il sacro nome di Gesù, come il mio divin Maestro voleva e come segno ancora qui: suor Margherita Maria, discepola del divin Cuore dell’adorabile Gesù ».) ed è in data del 31 dicembre 1678. Nostro Signore, in compenso, la costituì erede dei tesori dei sacro Cuore con un atto che essa scrisse col suo proprio sangue, come lo leggeva nel cuore del Divin Maestro. Abbiamo anche quest’atto (Vie et Oeuvres, t. I, p. 119 (159): G. n. 192, p. 173. Cf. Lettres inédites, Lettera I V , p. 145; G. CXXXI1I, 511-572, et CROISET, Abrégé, p. 48-49. Ecco quest’atto come lo danno le Contemporaines: « Io ti costituisco erede del mio Cuore e di tutti i suoi tesori,per il tempo e per l’eternità, permettendoti di usarne secondo il tuo desiderio, io ti prometto che non mancherai di soccorso che quando il mio Cuore mancherà di potenza. Tu ne sarai sempre discepola prediletta, oggetto del suo beneplacito, olocausto dei suoi desideri e Lui solo sarà l’oggetto di tutti i tuoi desideri e riparerà e supplirà ai tuoi diletti, e ti aiuterà a soddisfare ai tuoi obblighi. » La beata ci dice (loc cit.) che Nostro Signore la faceva scrivere col di lei sangue a misura che le dettava. Ella ne scriveva così al P. CROISET. « Egli mi fece leggere (nel suo Cuore) e poi scrivere quello che vi aveva già scritto per me. Eccone qualche riga, con un testamento fatto in mio favore. » Le due formule han riscontro in quanto al senso, ma alcune espressioni sono del tutto diverse: Ciò che vi ha di ricercato e di dubbio nell’atto riportato qui sopra è spiegato nella lettera in termini chiari e naturali. Ciò sia detto per quelli che studiano la mistica e la psicologia). – La beata chiedeva questa consacrazione a tutti gli amici del sacro Cuore, il P. de la Colombière la fece, dicono, sino dal 21 giugno 1675 e la rinnovava frequentemente (Contemporaines, t. I, p. 94 (124): G. n. 153, p. 138 ; CROISET, La dévotion au Sacre Coeur, 3.» parte, c. 4 : Offrande, p. 179: Cf. 1°. parte, c. 2, p. 10). La prima festa del sacro Cuore, celebrata a Paray dalle novizie della beata il 20 luglio 1685, per Santa Margherita, ebbe per punto principale la consacrazione: « Ella ci lesse un atto di consacrazione, che aveva composto in onore del divin Cuore…., e c’invitò a scrivere ciascuna il nostro atto di consacrazione, promettendoci di aggiungervi una  qualche parola di suo pugno, a seconda delle nostre disposizioni » (Contemporaines, t. I, p. 207 (237); G. u). Ci sono state conservate una o due delle consacrazioni della beata e non vi ha chi non ne abbia veduta una stampata o in fac-simile. La beata l’aveva unita a una lettera diretta alla madre di Soudeilles, il 15 settembre 1686; e ne aveva pur mandato copia, con qualche parola cambiata, a Suor de la Barge. Le editrici del 1867 l’hanno riprodotta, ma confondendo i due testi (Lettera XLVIII (XLIX), t. II, p. 92 (129); Lettera XLIX, 238, p. 215, t. II, p. 98 (135); G. LIII, 328, LIV, 332). Si hanno ambedue gli autografi:

(Ecco la copia di uno dei fac-simili dell’autografo della Madre di Soudeilles riprodotto esattamente, meno l’ortografia e le abbreviazioni. « Io N. N. offro e consacro al sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo la mia persona e la mia vita, le mie azioni, pene e sofferenze, per non più servirmi di parte alcuna dal mio essere, che per amarlo, amarlo, e glorificarlo. E’ mia volontà irrevocabile d’essere tutta sua e di far tutto per amor suo, rinunziando con tutto il cuore a tutto quello che potrebbe dispiacergli. Io vi prendo dunque, o sacro Cuore, per l’unico oggetto dell’amor mio, il protettore della mia vita, la sicurezza della mia salute, il rimedio della mia incostanza, il riparatore di tutte le mie mancanze, il mio asilo sicuro per l’ora della mia morte. Siate dunque, o Cuore di bontà, siate la mia giustificazione presso Dio Padre e distogliete da me i colpi della sua giusta collera. O Cuore d’amore! Io ripongo in voi tutta la mia confidenza; temo tutto dalla mia debolezza, ma tutto spero dalla vostra bontà. Consumate dunque in me tutto quello che potrebbe resistervi o dispiacervi! Che il vostro amore si addentri così profondamente nel mio cuore, che non possa dimenticarvi mai più, ne essere separata da voi. Vi scongiuro, per tutta la vostra bontà, che il mio nome sia inscritto in voi, poiché voglio far consistere tutta la mia felicità, nel vivere e morire come vostra schiava ». Dal facsimile riportato in testa alle Elévatìons sur le Cceur de Jesus, del Padre F. DOYOTTE, Parigi, 1873). È questa, senza dubbio, la « piccola consacrazione », come ella la chiama, che avrebbe voluto vedere inserita nel libro del P. Croiset: « Le dirò solamente d’inserirvi la piccola consacrazione, perché, venendo da Lui, Egli non desidererebbe, se non m’inganno, che venisse omessa » (Lettres inédìtes, Lettera X, p. 209; G. CXXXÌX, 617). Questo desiderio non fu realizzato. Si ha, è vero nel libro del P. Croiset una consacrazione al sacro Cuore, che sembra esser piaciuta alla beata. « Io non credo, scrive, che vi sia da cambiar cosa alcuna (al libro), né la consacrazione, né l’ammenda onorevole » (Lettres inédites, Lettera X, p. 209; G. CXXXIX, 617). Ma non è già « la piccola consacrazione » che ella avrebbe voluto vedervi. Parla, altrove, di una formula più lunga, per una consacrazione generale (Lettera XXXVI ((XXXVII), t. II . p. 74 (111); G. XI.II, 307, ù. a. X, p. 209 ; G. ibìd.) e possiamo supporre che sia la formula dei livret autografo (Vedi nella Vie et Oeuvres, t. II, p. 477 (539); G. 780.). Non si tratterebbe, forse, di quella che fu letta alla prima festa dei sacro Cuore, il 20 luglio 1675? Nella sua insistenza per ottenere questa consacrazione al sacro Cuore, la beata ci rivela, nello stesso tempo, il suo modo d’intenderla. Ella scrive alla Madre de Saumaise il 10 agosto 1684; « Bisogna cominciare sul serio a non più vivere che per Lui e in Lui. È per questo, mia carissima Madre, che ella farebbe, mi sembra, cosa gratissima al sacro Cuore di Nostro Signore, se gli facesse un intero sacrificio suo, un venerdì dopo la santa Comunione, protestando di non volersene più servire ad altr’uso che a quello del suo puro amore, procurandogli tutto l’onore e la gloria che sarà in suo potere. Non le ne dico di più, perché mi sembra che ella abbia già fatto tutto questo; ma io credo che Egli si compiacerà, se lo ripeterà di frequente e lo praticherà fedelmente onde perfezionare la sua corona » (Lettera XXV (XXVI), t. II, p. 50 (87); G. XXVII, 277. 11. a.). La beata vi ritorna nelle sua lettera del 24 agosto 1685, designando il primo venerdì del mese come giorno propizio a ciò (Lettera XXXVII (XXXVIII), t. II, p. 65 (102); G. XXXVI, 297). È ancora più pressante ed esplicita in una lettera alla Madre de Soudeilles, il 3 novembre 1684: « Se Ella desidera vivere unicamente per Lui e giungere alla perfezione che Egli vuole da lei, bisogna che faccia al sacro Cuore un intero sacrificio di sé e di tutto quello che dipende da lei senza riserva alcuna e per non volere più altra cosa che ciò che vuole questo amabile Cuore, e non più amare che attraverso i di Lui affetti, e non agire che secondo i suoi lumi, e non intraprendere mai nulla senza prima implorare il suo soccorso ed aiuto; dando a lui gloria di tutto, ringraziandolo così nei cattivi successi delle nostre intraprese, come nei buoni, rimanendo sempre contente, senza turbarci di nulla. Infatti deve ben bastarci che questo Cuore disino sia soddisfatto e glorificato ed amato. Se ella, Madre mia, desidera di essere nel numero delle sue amiche, le offrirà questo sacrificio di se stessa, un primo venerdì del mese, dopo la Comunione che farà a questa intenzione, e si consacrerà tutta a Lui per rendergli e procurargli tutto l’amore, l’onore e la gloria che sarà in suo potere; e tutto questo nel modo che le ispirerà. Dopo ai che non si riguarderà più che come appartenente e dipendente dall’adorabile Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, a lui avendo ricorso in tutte le sue necessita e stabilendovi la sua fissa dimora più che potrà. Egli riparerà tutto quello che potrebbe trovarsi d’imperfetto nelle sue azioni e santificherà le buone, se sarà fedele ad unirsi a tutti i suoi disegni su di lei, che son grandi, e che gli procureranno molta gloria, per mezzo suo, se lo lascerà fare Tutta sua nell’amore del sacro Cuore, che unisce e trasforma i nostri in Lui, per il tempo e per l’eternità» (Lettera XXVI (XXVII), t. II. p. 52 (89). L’autografo era a Moulins ; fu inviato il 2 giugno 1789 a DB RESCON, vicario generale di Oloron. Ora è perduto. Vedi: GAUTHEY, XVIII, 278, n). – Leggendo questo, si comprende ciò che la beata scrive a suo fratello: « Mi sembra che non vi sia più breve cammino, per arrivare alla perfezione, né mezzo più sicuro, che di consacrarsi a questo divin Cuore » (Lettera LIII (LIV), t. II, p. 104 (141); G . LIX, 314).

3. L’ammenda onorevole.

Occupa questa un gran posto nella divozione al sacro Cuore. E doveva esser così, poiché è una divozione di riparazione per l’amore oltraggiato. E’ così, del resto, che Nostro Signore la propone nella grande apparizione. Egli chiede che il giorno della futura festa, si onori il suo Cuore, « facendo la Comunione, facendogli pure riparazione d’onore, con una ammenda onorevole, per riparare le indegnità ricevute, mentre stava esposto sugli altari » (Mémoire, t. II, p. 355 (414); G. n. 92, p. 102). Queste parole bastano a illustrare ciò che è l’ammenda onorevole e il suo scopo. Come la consacrazione, essa è un atto preciso, determinato; è come una tendenza generale dell’anima devota, gelosa dell’onore di colui che ama. Questo spirito di riparazione invade tutta la vita della beata e si ritrova in tutti i suoi scritti. Nel Petit livret, scritto di suo proprio pugno, si trova una formula di ammenda onorevole (Vìe et Oeuvres, t. II, p, 473 (534); G. 771). Fu senza dubbio, composta da lei stessa. Fra le pratiche che ella raccomandava alle sue novizie, si trova la seguente: « Farete trentatrè comunioni spirituali, e una sacramentale, per fare ammenda onorevole al sacro Cuore di Gesù Cristo e implorare da Lui misericordia per tutte le cattive comunioni che si fanno e sono state fatte da noi e dai cattivi Cristiani » (Écrits divers, t. II, p. 468 (530) ; G. p. 733). Monsignor Languet assicura essere della beata l’ammenda onorevole che si trova nel libro del P. Croiset (Terza parte, c. 4. Ammenda onorevole, p. 174). Ma ciò non è probabile, perché, secondo ogni apparenza, è quella stessa che la beata approvava, nella sua lettera del 21 agosto 1690: « Il tutto, scriveva essa, è così perfettamente di suo gusto (del sacro Cuore), che io non credo dovevasi cambiar nulla, né la consacrazione né l’ammenda onorevole » (Lettres inédites, X, p. 209; G. CXXXIX, 617).

4. La comunione e la divozione all’ Eucaristia. —

Una delle pratiche che Gesù chiede a Margherita Maria, è di « fare la santa comunione quanto più spesso potrà ». E sia nella sua vita, come nei suoi scritti, la divozione ai SS. Sacramento è strettamente unita a quella del sacro Cuore. Davanti al SS. Sacramento ella è favorita delle principali rivelazioni; soprattutto all’altare ella vede Gesù oltraggiato; all’ altare gli fa ammenda onorevole e gli offre i suoi omaggi e le sue riparazioni. Si sa quante lunghe ore ella passasse dinanzi al SS. Sacramento, immobile, in estasi, o quasi. Uno dei desideri più cari al suo cuore è quello di consumarsi come un cero ardente, dinnanzi al santuario (C’est ma plus grande envie d’y consommer ma vie, Comme un cierge allume, Devant mon Bien-Aimé. (il mio più grande desiderio è consumare la mia vita come un c’ero acceso, davanti al mio diletto) Cantico al Sacro Cuore, t. II, p. 514 (575); G. 841). La Comunione è una delle sue migliori attrazioni, è una delle pratiche che raccomanda più insistentemente; ed è subito dopo la Comunione che vuole si faccia la consacrazione al sacro Cuore. Molti degli esercizi che la beata fa e raccomanda, io onore del sacro Cuore, si riferiscono all’Eucaristia. Non si stanca di proporre alle sue novizie le pratiche per onorare le diverse vite di Gesù nel Santo Sacramento, dove le due devozioni si collegano e si uniscono strettamente. (Vie et Oeuvres, t. II, p. 465 (527) ; G. 730).

5. Ora santa e unione a Gesù sofferente. — Si può dire della Passione quasi lo stesso che della Eucaristia; è una divozione che la beata riguarda come inseparabile dalla divozione al sacro Cuore. Sarebbe troppo lungo di rilevarne tutti i rapporti; basterà ricordarne qualcuno. L’ora santa, che Gesù aveva chiesto a Margherita Maria, come già sappiamo (Vedi più sopra, c. 2, § 3, pag. 25), non è altra cosa che un esercizio di unione con Gesù che soffre. La beata passava, in questa unione, la notte dal giovedì al venerdì santo, dinanzi al SS. Sacramento, tutte le volte che le era permesso. La Madre Greyfié ci descrive così una di queste notti: « Ella usciva da una lunga malattia…. Nondimeno, mi venne a chiedere come una grande grazia, il permesso di vegliare dinnanzi al SS. Sacramento. Io non giudicavo possibile che potesse farlo, ma per darle qualche consolazione, acconsentii che rimanesse nel coro dalle otto sino a dopo la processione della città (Questa processione arrivava alla Visitazione circa le 10 di sera). Accettò la mia prima offerta e con molta dolcezza e umiltà mi pregò di prolungarle questo tempo. Io le concessi la notte, ed ella non mancò di prendere il suo posto in coro alle otto e mezzo…. ; vi stette sin d’allora in ginocchio, con le mani giunte, senza punto appoggiarsi, senza fare alcun moviménto, come se fosse stata una statua, sino all’indomani all’ora di Prima, in cui riprese il suo posto nel coro. Quando ella venne a rendermi conto delle sue disposizioni in tutto questo tempo, mi disse che Nostro Signore le avevo fatto la grazia di renderla partecipe della sua agonia nel giardino degli Ulivi e che aveva sofferto tanto da sembrarle ad un tratto che l’anima le si separasse dal corpo » (Contemporaines, t. I, p. 158 (187) ; riveduto su G. Écrits de M. Greifié, n. 12, pag. 358). L’immagine del sacro Cuore, che le fu mostrata in una apparizione (corona di spine, ferita, croce), è tutta impregnata della idea della Passione. Fra le grandi grazie che ricevé da Gesù nel suo ritiro per la professione, « sorvegliando un’asina col suo asinello, nel giardino », essa annovera la conoscenza che le dette « del mistero della sua santa morte e passione ». « Ma, aggiunge, sarebbe un compito soverchiamente difficile il descriverlo ». Così non ne dice che una parola. « Ciò mi ha dato un amore sì grande per la croce, che non posso vìvere un momento senza soffrire; ma soffrire in silenzio, senza consolazione, sollievo o compatimento, e morire con questo sovrano dell’anima mia, oppressa sotto la croce di ogni sorta d’obbrobri, di umiliazioni, di dimenticanze e disprezzo » (Mémoire, t. II, p. 323 (376); G. n. 50, p. 66).  Gli scritti della beata, infatti, ci danno l’impressione di una vita strettamente unita con Gesù sofferente, senza altra gioia che la gioia stessa di « soffrire amando ». Si conosce la famosa visione nella quale Nostro Signore le presentò un doppio quadro; questo di una vita tutta pace e consolazione, e quello di una vita interamente crocefissa, e come Egli stesso scelse per lei la seconda (Ibid, t. II, P . 333 (389); G, n. 66, p. 78). Ella scriveva al P. Croiset, il 15 settembre 1689: « Io non posso vivere un sol momento senza soffrire, e il mio più dolce alimento è la croce…. Oh! Che felicità poter partecipare quaggiù alle angosce, alle amarezze e agli abbandoni del sacro Cuore! » (Lettres inédites, III, p. 119; G. CXXXII, 547). Una pratica che aveva imparata da Nostro Signore, per il tempo del giubileo, le fu sempre cara; consisteva nell’offrire all’Eterno Padre le ampie soddisfazioni che Egli rese alla Sua giustizia sull’albero della croce, pregandolo a rendere efficace il suo sangue prezioso per tutte le anime peccatrici (Contemporaines, t. I, p. 160 (189); G. n. 95, p. 106). E a questa univa la beata molte altre pratiche, in cui il sacro Cuore e la Passione non formavano, per così dire, che un solo oggetto di divozione.

6. Divozione alla Santa Vergine.

Vi sarebbe molto da dire su questo soggetto. Ma la parte della santa Vergine nella divozione al sacro Cuore non è diversa, secondo la nostra beata, da quella che le perviene in ogni vita cristiana. Se le relazioni fra la santa Vergine e Margherita Maria sono ammirabili, non è tanto perché Margherita Maria è stata la discepola e l’evangelista del sacro Cuore, quanto perché è stata una gran santa dei tempi moderni, e perché Dio le ha fatto esperimentare, nella sua propria vita, ciò che Maria opera segretamente in ogni anima che si santifica. Qualche tratto, nondimeno, merita di esser notato. – Si sa come, sino dalla sua infanzia, Nostro Signore, che voleva farla tutta sua, la confidò alla SS. Vergine: « Io ti affidai, le diss’Egli, alla, mia Santa Madre, affinché ella ti lavorasse  secondo i miei disegni » (Mémoire, t. II, p. 304 (356); G. n. 22, p. 46). Maria fu per lei « una buona Madre », ed ella fu una figlia per Maria, parlandole « come alla sua buona Madre ». Fu per essere la « figlia della santa Vergine » che scelse di entrare alla Visitazione; e fu Maria che la preparò alla sua missione di apostolo del sacro Cuore. Un giorno ella vide il suo cuore, molto piccolo, fra i cuori di Gesù e di Maria, e « i tre non ne formavano che uno ». « Era, dic’ella, il giorno della festa del Cuore della santissima Vergine » (Contemporaines, t. I , p. 91 (122); G. t. II, p. 164). Si vede, da queste rivelazioni, che Maria interviene per disarmare il sacro Cuore, irritato, e ottenere le sue buone grazie (Ibid, t. I, p. 266 (293); G. t. II, p. 170). Ed è pure la Madre di Dio che interviene affinché il sacro Cuore sia affidato, come un deposito alla Visitazione. « Venite, figlie mie, avvicinatevi, perché io voglio farvi depositarie di questo tesoro prezioso » (Visione del 2 luglio — Lettera LXXXV (LXXXVI) ; t. Il p. 167 (201); G. XXCX, 405). – A sua volta, Margherita Maria non separava Maria da Gesù. Una delle sue lettere termina con la promessa delia più tenera affezione « nei sacri Cuori di Gesù e di Maria » (Lettera IX, t. II, p. 16 (49); riveduta su G. IX, 241). Non solo ella onora e fa onorare la SS. Vergine, perché « non potremmo far cosa più gradita a Dio, che onorare la sua santa Madre » (Avis, LUI (LIX), t. II, p. 441 (502); G. LIX, 737), ma perché, come dice a una sua novizia, « se è in tutto una vera figlia di santa Maria », Maria la. « renderà una perfetta discepola del sacro Cuore » (Avis, XIV, t. II, p. 388 (440) ; G. XXII, 670). E, per contro, assicura quelli che vogliono essere « i perfetti amici » del sacro Cuore, che la santa Vergine sarà la loro « speciale protettrice, per farli arrivare a quella vita perfetta » (Lettres inèdites, III, p. 130; G. CXXXIII, 554). Così, Ella vuole che ci si unisca « di cuore e di spirito «La SS. ma Vergine, per rendere omaggio al Verbo incarnato, adorandolo e amandolo in silenzio con lei ». Ella vide il sacro Cuore in atto di offrire i suoi sacrifizi all’Eterno Padre « sull’altare del cuore della madre sua »; e prega, e vuol che si preghi « il divin Cuor di Gesù, vivente nel cuore di Maria, di vivere e regnare in tutti i cuori » (Lettres inèdites, m. p. 130; G. CXXXII, 554). Di più, ella desidera che la Mediatrice del sacro Cuore, « chieda alla santa Vergine di interporre tutto il suo merito affinché Egli (il sacro Cuore) faccia sentire gli effetti del suo’ potere a tutti coloro che a Lui si rivolgeranno » (Avis, L1V (LV). t. II. p. 441 (502); G. LXX, 749). Ella stessa imparò da Nostro Signore a tenersi accanto alla Croce « con le stesse disposizióni che animavano la santa Vergine »; ad ascoltare la Messa in unione a queste disposizioni ; a fare la santa Comunione, offrendo al sacro Cuore « le sue disposizioni nel momento dell’Incarnazione, cercando di penetrarvi i l più possibile, domandandolo per la sua intercessione, e ripetendo con lei: « ecco la serva del Signore » (Lettera XLIV (XLV), t. II, p. 86 (123) ; G- L. 323), e finalmente, a fare la sua orazione offrendo « le disposizioni che animavano la Vergine santa nella sua presentazione al tempio » (Contemporaines, t. I, p. 6 9 (100); G. n. 115-116, p. 116). Da ciò si comprende come la santa chiedesse al P. Croiset d’inserire nel suo libro del sacro Cuore « le litanie del sacro Cuore della SS.ma Vergine » (Lettres inèdites, t. II, p. 99; G. CXXXI, 534). Ella torna ad insistere un mese dopo, il 15 settembre 1689, (Lettres inèdites, t. III, p. 123; G. CXXXII, 550) e in un’altra lettera del 16 maggio gli ricorda questa sua raccomandazione: « Non dimenticate le litanie della SS.m a Vergine, nostra buona Madre » (Lettres inèdites, IX, p. 200 ; G. CXXXVIII, 613). Per la beata la divozione a Maria e al cuore di Maria è inseparabile dalla divozione a Gesù e al cuore di Gesù.

7. Pregare e soffrire per le anime del Purgatorio.

L’amore del sacro Cuore accompagna le anime al loro uscir dalla vita, quando hanno bisogno di purificarsi nell’altra. Così vediamo Margherita Maria, tutta animata dalla compassione del divin Cuore per le « sue amiche sofferenti », farsi vittima per loro e attingere nei tesori del sacro Cuore per sollevarle. La prima festa del sacro Cuore a Paray fu impiegata, per la maggior parte, in loro favore. Le Contemporaines ci dicono infatti « che ella desiderò che il resto della giornata fosse impiegato a pregare per le anime del Purgatorio e condusse le sue novizie al nostro piccolo cimitero, ove fece dir loro gran quantità di preghiere per suffragarle » (Vie et Oeuvres, t. I, p. 209 (239) ; G. n. 238, p. 21S). PI scrive pure alia Madre de Saumaise : « Il sacro Cuore di Gesù abbandona spesso la sua miserabile vittima alle anime del Purgatorio, affinché soddisfaccia per loro alla divina giustizia. È allora eh’ io soffro quasi la loro stessa pena, non trovando riposo né il giorno né di notte » (Lettera LXXXVII (LXXXVIII), t. II, p. 178 (215); G. XCII. 416). La beata parla spesso di questo purgatorio dell’anima sua e di ciò che soffriva in tali circostanze. In compenso però Gesù non sapeva rifiutar nulla alla sua diletta, e le sue pratiche, in onore del sacro Cuore, avevano una speciale efficacia per sollevare le anime purganti. E’ ciò che le faceva scrivere alla Madre de Saumaise. « Se sapeste con quale ardore queste povere anime invocano questo nuovo rimedio, che ha forza sovrana per sollevarle! È così che esse chiamano la divozione al sacro Cuore, e particolarmente le Messe dette in onor suo » (Lettera LXXXV (LXXXVI), t. II, p. 170 (207) ; G. XC, 408). Con le Messe, ella chiede delle Comunioni, degli atti di virtù in amore del sacro Cuore e in spirito di riparazione, degli atti di unione al sacro Cuore, per soddisfare a Dio Padre con i meriti di questo Cuore divino. Scrive alla Madre de Saumaise : « Il soccorso che io le domando è di accordarmi nove pratiche ogni giorno, da oggi, sino all’Ascensione: quattro di carità e cinque di umiltà, per onorare, con le prime, l’ardente carità del sacro Cuore di Gesù, e riparare, con le altre, le umiliazioni principali che subì nella sua Passione » (1). Nelle sua « sfida » per l’ottava dei defunti ella assegnava alle sue novizie un metodo ben regolato che è insieme santificante per loro e utile alle povere anime. « Ecco, diceva ella, la maniera che mi sembra più conforme ai desideri del sacro Cuore di Gesù, per soddisfare, il più fedelmente alla promessa che avete fatta, in favore delle sante anime che soffrono nel Purgatorio. In primo luogo « penetrerete, come al solito, nel sacro Cuore, offrendogli tutto quello che direte e penserete ». Seguono diversi atti per i diversi momenti della giornata. Da tale ora alla tal’altra, « cinque atti di purità d’intenzione, con cinque atti di adorazione, unita con quella che Egli rende al Padre suo, nel santissimo Sacramento dell’altare, da offrirsi a Dio, per soddisfare alla sua giustizia, compensandolo, con la purezza del sacro Cuore, per la mancanza di purezza d’intenzione di quelle povere anime ». Così per tutto il giorno, sempre in unione con Gesù: pratica del silenzio, in unione con « quello di Gesù nel santo Sacramento; « pratica di carità » in unione con l’ardentecarità del sacro Cuore. per compensare le mancanze di quelle povere anime; « pratiche di umiltà, in unione dell’umiltà di quel Cuore divino, sempre per pagare coi suoi meriti, i debiti di quelle povere afflitte ». Esorta poi le sue novizie a fare, « alla sera, un. piccolo giro per il Purgatorio, in compagnia del sacro Cuore, consacrando a Lui tutto quello che avrete fatto nel giorno, pregandolo di volerne applicare il merito a quelle sante anime penanti. E queste pregherete, in pari tempo, a volere interporre il loro credito, per ottenervi la grazia di vivere e di morire nell’amore e fedeltà al sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, corrispondendo ai suoi desideri su di noi, senza resistenza alcuna » ((ì) Avis, t. Ili (LIV), t. II, p. 440 (501); G. LIX, 735. Per maggiori particolari vedere l’opuscolo composto da una Ausiliatrice del Purgatorio. Le sacre Coeur, la B. Marguerite Marie et les àmes du Purgatoire, Paris, s. d.).

8. Pratiche diverse. —

Dagli scritti della beata, si possono rilevare diverse altre pratiche (Litanie, Piccolo Ufficio, etc.). Qualcuna di esse ha molta analogia con varie pratiche che hanno preso di poi grande sviluppo. I diversi Offici da disimpegnare in onore del sacro Cuore, discepolo, servo, adoratore, amico, mediatore, riparatore, zelatore, ecc., cominciano già a esserci rivelati dalla beata. Ella scrive alla madre Greyfié, parlandole di una suora. « Egli (il sacro Cuore, le ha assegnato il suo ufficio, costituendola sua Mediatrice…. e desidera che presso di lei si trovi una suora che gli renda il medesimo servizio; ma vuole che sia tirata a sorte. Egli vuole avere ancora una Riparatrice, e in quanto a lei, Madre mia, avrà l’ufficio di offrire a questo amabile Cuore, tutto il bene che verrà fatto in onor suo. (Lettera XLIV (XLV,. II, p. 86 (123); G. L. 323). – In una lettera al Padre Croiset ella chiede che si stabilisca una associazione di questa divozione (del sacro Cuore), i cui associati parteciperebbero al bene spirituale gli uni degli altri. È l’ideale dell’apostolato della preghiera e della Guardia d’onore. La beata vorrebbe pure stabilire una particolare unione e divozione ai santi Angeli, « che sono più particolarmente destinati ad amarlo (il sacro Cuore), onorarlo e servirlo nel divin Sacramento d’amore, affinché essendo uniti e associati a loro, supplissero per noi alla sua divina presenza, tanto per rendergli i nostri omaggi, quanto per amarlo per noi e per tutti quelli che non lo amano e per riparare le irriverenze che commettiamo alla sua santa presenza » (Lettres inèdites, II, p. 100; riveduto su G. CXXXI, 535). Questa unione con gli Angeli è stata realizzata negli Uffici.

II.

LO SPIRITO DELLA DIVOZIONE

L’amore, con ciò che ha di più vivo, tenero, generoso, zelante e pratico.

(Les Demeures dans le sacre Camr, t. II’, p. 469 (531); G. LC, 725: e « La manière d’ honorer les diverses vies de Notre Seigneur au Saint-Sacrement », t. II, p. 465 (527) ; G. LXII, 730.)

Considerando queste pratiche diverse, non crediamo già che la divozione al sacro Cuore, come la intende la beata, non consista che in questo. E’ più e meglio. La sua sostanza, consiste in una vita di unione con questo cuore amante, per sentire quello che ei sente, volere ciò che egli vuole, amare ciò che egli ama ; e per piacere a Dio, appropriandosi i suoi sentimenti e i suoi meriti, a Lui offrendoli, in una vita, infine, tutta d’amore e di riparazione amorosa (Vedi la « sfida » alle Novizie per prepararsi alla festa del sacro Cuore nel 1685. E’ troppo lungo riportarla qui per intero, ma eccone alcuni tratti: « Svegliandovi, entrerete nel sacro Cuore, consacrandogli corpo, anima, cuore e tutto quello che siete, per non più servirvene che per la sua gloria e il suo amore. « Quando andrete all’orazione, avrete cura di unirla a quella che Egli fa per voi, nel SS.mo Sacramento. « Quando direte l’ufficio, vi unirete alle lodi che Egli dà a Dio suo Padre, in questo divin Sacramento. « Per ascoltare la santa Messa, vi unirete alle intenzioni di questo amabile Cuore, pregandolo a volervene applicare il merito a seconda dei suoi adorabili disegni su di voi ». « Così l’intera giornata, coi suoi differenti esercizi e occupazioni, è tutta orientata verso il sacro Cuore nel SS.mo Sacramento. Le stesse mancanze sono utilizzate. Quando avrete commessa una qualche colpa, andrete a prendere nel suo divin Cuore la virtù contraria alla vostra colpa, per offrirla all’eterno Padre », etc. Avis. L (LI); p. 434 (495); G. LIII, 717). – Nelle pratiche, qualunque sieno, la beata non vede che un esercizio, di amore. Amare il divin Cuore che ci ama tanto e che ha sete d’esser riamato, rendergli amor per amore, ecco quàl è, per lei, il fondo della divozione al sacro Cuore. Così, per la beata, tutto è racchiuso in questa reciprocità d’amore; « Gesù, nel suo amore per noi, ha sete d’esser riamato » (Vedi Lettres inèdites, VI, p. 180 ; G. CXXXV, 600). L’anima che ha ben compreso questo, non vive più che per amarlo e farlo amare. Questo amore prenderà tutte le forme, impiegherà tutti i mezzi: pregherà, agirà, soffrirà sopratutto. Ma tutto si trasformerà in amore.

(E’ la lezione che N. S. si degnò dare alla sua serva, dopo il suo voto di perfezione, 31 ottobre 1686. Dopo avere scritto la lunga lista delle sue risoluzioni, la beata ebbe paura. “Nella moltitudine di tutte queste cose io mi sono sentita vinta da un si gran timore di non esservi fedele, che non avevo il coraggio di obbligarmi ». N. S. la rassicurò, dicendole nel più intimo del cuore: « Di che cosa temi, poiché Io rispondo per te?…. L’unità del mio puro amore ti terrà luogo d’attenzione nella moltiplicità di tutte queste cose». Contemporaines, t. I, p. 252 (280); G. n. 253, p. 238). E così, per mezzo dell’amore, l’anima devota del sacro Cuore, farà vivere Gesù in lei. La sua vita sarà la vita di Gesù. La beata scrive alla Madre de Soudeilles, il 15 settembre 1686: « Infine io desidero che siano tutte del sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, per non più vivere che della sua vita, non amare che per il puro amor suo, non agire e soffrire che secondo le sue sante intenzioni, lasciandolo operar in noi e per, noi e come più gli piace (Lettera, X L VIII (XLIX), t. Il, p. 95 (132); riveduto su G. LIII, 331). Parlando un giorno di sé stessa al P. Croiset, (lettera 14 aprile 1489) essa dice: « Ebbi altra volta tre desideri così ardenti, da poterli riguardare siccome tre tiranni, che mi facevano soffrire un continuo martirio, senza darmi tregua. Bramo di amare il mio Dio, di soffrire e di morire in questo amore ». Ora, però, Margherita Maria è arrivata a non poter più volere o desiderare cosa alcuna. « lo vorrei affliggermene, qualche volta, continua, ma non lo posso: non appartenendo più a me stessa, non ho più nessun volere o libertà su di me. Ed ecco il pensiero che mi consola. È che il sacro Cuore di Nostro Signor Gesù Cristo, opererà tutto questo per me. Se lo lascio fare, Egli amerà e vorrà in mia vece, e supplirà a tutte le mie impotenze e imperfezioni ». E il 10 agosto: « Io sacrificherei tutto, senza riserva, poiché il mio cuore non sentendosi più suscettibile, mi sembra, che, degli interessi di questo divin Cuore, non mi preoccupo più in qual maniera mi tratti, da che mi usò la misericordia di consacrarmi Egli stesso alla sua gloria e al suo onore. Mi basti che Egli sia soddisfatto. Che m’innalzi o mi abbassi, che mi consoli o mi affligga, sono ugualmente contenta del contento suo…. Purché infine io possa amarlo, non voglio altro » (Lettres inèdites, II (autografo) p. 91; riveduto su G. CXXXI, 529). Le pagine di questo genere, non si contano nella sua corrispondenza. Un lungo passaggio di una delle sue lettere, ci mostrerà meglio che dei brevi estratti, ciò che è in lei e ciò che opera in lei la divozione al sacro Cuore. Ella scrive a Suor de la Barge, verso la fine d’ottobre 1689. « È dunque questa volta, cara amica, che dobbiamo consumarci tutte, senza eccezione, né remissione, in questa ardente fornace del sacro Cuore del nostro adorabile Maestro, da cui non bisogna mai uscire. Dopo avere annientato il nostro cuore di corruzione in quelle divine fiamme del puro amore, bisogna formarcene un nuovo che ci faccia vivere, ormai, di una vita tutta nuova, con un cuore nuovo, che abbia pensieri e affetti nuovi e che produca opere di purezza e fervore in tutte le nostre azioni. Vale a dire, che non si tratti più di noi stesse, ma che questo divin Cuore sia talmente sostituito al nostro, che lui solo agisca in noi e per noi; che la sua santa volontà annienti talmente la nostra, sì che possa agire assolutamente, senza incontrar resistenza da parte nostra. Infine, che i suoi affetti, pensieri e desideri, prendano il posto dei nostri, ma soprattutto i l suo amore, per modo che ami sé stesso in noi e per noi. Così se quest’amabile Cuore sarà il nostro tutto in ogni cosa, potremo dire con san Paolo che non viviamo più noi, ma è lui chi vive in ‘noi…. Mi sembra che non dobbiamo più respirare che fiamme del puro amore, amore crocifiggente e interamente sacrificato, per una immolazione di noi stesse alla divina volontà, affinché si compia perfettamente in noi; contentandoci, per parte nostra, di amarlo e lasciarlo fare, sia che ci abbassi o c’innalzi, che ci consoli o ci affligga; tutto deve esserci indifferente…. Purché Egli si contenti, ciò deve bastarci ». « Amiamolo, dunque, quest’unico amore delle anime nostre, poiché Egli ci ha amato il primo e ci ama ancora con tanto ardore, che ne abbrucia continuamente nel santissimo Sacramento. Non ‘ci bisogna altra cosa, per farci sante, che amare questo Santo dei santi. Chi potrà dunque impedirci di esserlo, poiché non abbiamo dei cuori che per amare, e dei corpi per soffrire? (Lettere (VIII -autografa-, t. II, p. 227 (275); riveduto.su G. CX, 467). La beata termina quest’inno all’amore, con questa specie di strofa ritmica, che narra i vantaggi dell’amore per arrivare alla perfezione: « Non vi ha che il suo amore che ci faccia fare tutto quello che gli piace; non vi ha che questo perfetto amore che ce lo faccia fare in quel modo che gli piace; non può esservi che questo amore perfetto, che ci faccia fare ogni cosa quando gli piace ».

LO SCUDO DELLA FEDE (133)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

(Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884)

PARTE SECONDA

CAPO XII.

I martiri più moderni mostrano la verità della Chiesa Romana.

I. Quei ladri cui non riesce l’arte di fabbricare monete false, si riducono in fine a rubar le vere. Di tale schiatta appariscono i novatori. Questi, dappoi di avere tentato in vano d’incoronar come martiri uomini di vita infamissima, che per l’ostinazione mostrata in morte son degni di supplizio, non di trionfo; tentano di togliere alla Chiesa cattolica i veri martiri, con asserir bestemmiando, che quel sangue sì bello, sparso ne’ primi secoli in tanta copia, conferma la loro pretesa riformazione. – In udir ciò, mi sovviene di quella pazza bestialità di Caligola, che mandò a troncare il capo di Giove Olimpico, e collocarlo sul busto di una sua statua, per apparire un nume in terra chi folle non arrivava ad esservi neppur uomo. Anche i novatori, per dare alla loro perfidia qualche ombra di religione, osano di affermare, sé, e non i Cattolici, essere i successori di quegli antichi Cristiani i quali fiorirono ai primi secoli della Chiesa nascente con tanta gloria; e così ancora, sé essere i veri eredi del loro spirito e della loro santità. Parvi, che un capo d’oro di tanta carità, qual fu quella de’ sacri martiri, uomini per lo più sì mortificati, prima che morti, stia bene ad un tronco di vita epicurea, qual è quella dei novatori, uomini sì nemici della castità, dell’astinenza, dell’austerità, della penitenza cristiana, che per larva han la croce, e il ventre per idolo? Inimicos crucis Christi, quorum Deus venter est (Philip. III. 18).

II. Ma poniam da banda i rimproveri, a niuno discari più, che a chi più li merita; e se i traviati non vogliono lasciarsi ridur da noi sulla buona via, non ci lasciamo almanco noi deviare dai traviati. Avranno questi forse animo di affermare, che loro siano i martiri più moderni? E come dunque volersi arrogar gli antichi, se tra gli uni e gli altri non solamente non v’è differenza alcuna, ma v’è anzi una somma conformità? (Io non ho mai potuto comprendere il perché i novatori ed i riformati ci parlino di martirio essi, che hanno pronunciato bastare la fede essa sola senza lo opere. Se a salvarmi occorre sol questo, che io creda interiormente alla parola di Dio, non è egli un dar calci alla logica il sostenere, che il martirio è una virtù cristiana, che argomenta la divinità della Religione cristiana? 0 forsechè il martirio non è un atto religioso esteriore, anzi il più sublime tra gli atti Cristiani?).

III. Chi si ponesse a sostenere, che in Roma l’antica architettura sì sia perduta, non si potrebbe convincere in miglior guisa che con alzare le piante delle moderne fabbriche, e confrontarle alle regole dell’antiche: perché, mentre sì nell’une, sì nell’altre apparissero espressamente i medesimi ornamenti, le medesime proporzioni, converrebbe di necessità confessar, che regna oggi in Roma la medesima arte di piantar fabbriche che vi regnò anticamente. All’istessa forma, mentre quelle moli eccelsissime di virtù, quali sono i martiri, si veggono alzate con una simmetria somigliante, sì negli andati secoli, sì ne’ nostri, converrà dire, che nella Chiesa Cattolica v’è un artefice stesso che le lavora, cioè lo Spirito Santo; e v’è un’arte stessa di lavorarle, che è la sua grazia. Però a restrignerci discorriamo così.

IV. Due cose si richieggono a un vero martire: la pena da lui sopportata, e le virtù praticate nel sopportarla (S. Th. 2. 2. q. 123. a. 1). Ora, a cominciar dalla pena: se andiamo in quel teatro di crudeltà che a’ nostri giorni ha tenuto aperto il Giappone, e lo tiene ancora; troveremo che i martiri di quella chiesa cedono, è vero, in questo ai martiri antichi, che non tutti sono ancora riconosciuti autenticamente per tali dalla santa Chiesa Romana, a cui tocca ammetterli: onde sol si chiamano martiri per usanza, cioè secondo il modo comune di favellare che hanno i Cattolici, avvezzi, fino da’ primi tempi, a conferire l’onore di si gran titolo a tutti coloro, cui, se fu levata la vita, fu verisimilmente levata in odio della fede di Cristo da lor protetta: che sarà il senso qui ancor seguito da noi. Del rimanente, nell’acerbità de’ tormenti la novella cristianità giapponese, più che verun’altra nazione, è ita d’appresso a’ primi eroi della cristianità già nascente: senonchè, se della giapponese mi piace di ragionare, ancora più e delle altre, è perché di questa son testimoni in buona parte gli olandesi medesimi, cioè gli eretici odierni, ne’ diari di là trasmessi in Europa: onde non si potrà sospettare d’una verità che è confermata fin dagli stessi avversari su’ loro fogli volanti.

I .

V. Dirò pertanto che il pestare la vita con le mazze ai nuovi Cristiani, il viso co’ piedi, il decapitare, il dimembrare, l’immergere nelle carni ferri roventi, lo stirare sulle cataste, il sospendere sulle croci, come tormenti volgari furono quivi disusati ben tosto da quei crudeli, affin di sostituirne dei più tremendi, quali poi furono l’ardere a fuoco lento in più ore quei generosi confessori di Cristo, affinché si consumassero a poco a poco; strappare loro con tenaglie la pelle, le membrane, i muscoli, i nervi, e dipoi così spolpati reciderli a pezzo a pezzo con coltellacci male affilati; tenerli appesi per più giorni dai piedi legati in alto, e col capo pendente dentro una fossa; segare ogni dì loro il collo interrottamente con una canna, per lo spazio talor di una settimana; sommergerli a parte a parte nell’acque bollentissime del monte TJngen, e poi levarli, perché marcissero vivi, e poi tornare a sommergerli già marciti. E perché la morte, quantunque così stentata, parca pur troppo veloce all’insaziabile crudeltà di quei fieri persecutori, scacciarli alla campagna su ‘l cuor del verno, che là stride orrendissimo, in dì nevosi, e scacciarveli ignudi, o al più coperti di alcune lacere stuoie che loro talor lasciavano per decenza, senza altro cibo che di quelle radiche amare le quali si raccogliessero in tanto ghiaccio; senza fuoco, senza tetto, senza tugurio, mercé le guardie d’intorno, che loro divietavano ogni riparo; sicché le povere madri eran ridotte ad ammassare i lor teneri figliuoletti sopra il terreno, e coprirli d’ erbe, mentre bene spesso erano tanti, che non potevano stringerli tutti al seno. E v’ha chi rimembrasi di aver mai lette in altre istorie maniere di tormentare più ree di queste?

VI. Ecco però, che nella pena non sono i moderni eroi del Giappone inferiori agli eroi degli antichi secoli. Passiamo ora alle virtù, o cagioni, o compagne di tanta pena. La corona magnifica del martirio è composta di quattro gioie del paradiso, cioè di quattro segnalate virtù, di fortezza e di pazienza nell’atto che si chiama imperato, di carità e di fede nell’imperante (S. Th. 2. 2. q. 124. a.2. ad 2). Ora per conoscer più chiara la fortezza e la pazienza di simili giapponesi, sarà buon consiglio lasciare da parte gli uomini, e favellare sol delle femmine e de’ fanciulli, in cui tali virtù appariranno tanto più prodigiose, quanto più superiori alla lor natura. La fortezza naturale richiede in prima una robustezza di membra proporzionate, e così ancor la pazienza: onde il corpo ben formato in sé, e risentito ne’ muscoli; l’età di mezzo tra la gioventù e la vecchiaia; il temperamento misto di bile e di flemma, sogliono darsi per contrassegni di prode e di poderoso. Molto alla natura anche aggiunge l’educazione; molto anche l’abito; onde riescono più forti i soldati veterani, che i nuovi: e più pazienti quei che sono allevati sulle montagne ai rigori della stagione, di quei che al piano vissero lungamente tra gli agi e tra l’abbondanza delle loro coltivazioni domestiche.

VII. Pertanto chi più lontano dalla fortezza nell’incontrare i pericoli, che una debole femminella, la quale per nessuno di questi capi può mai sperare un’indole superiore al sesso donnesco? Mulierem fortem quis inveniet? E chi ancor più lontano dalla pazienza nel sostenerli  L’istesso dicasi a proporzione dei teneri pargoletti che per l’età appena sono abili a divisare altro bene che il dilettevole, non che a preferire l’onesto (che è un bene riposto di là da’ sensi) a qualunque bene sensibile, e a preferirvelo in faccia a mille spietate carneficine. E tuttavia, perché scorgasi, che la virtù de’ Cristiani perseguitati non nasce nelle miniere della natura, ma della grazia, le femmine ed i fanciulli hanno dati, come ne’ secoli primi, cosi anche in questi, esempi di costanza i più segnalati che mai si udissero al mondo. Non mi permette la brevità di far che accennare in poche parole fatti sì ampli, che soli meriterebbonsi un gran volume: e ben anche l’hanno, mentre v’è chi con pari e pietà di spirito e perizia di stile gli trasse a luce.

VIII. Vi ha memoria di una Tecla arsa viva, con cinque suoi fìgliuolini intorno di lei, ed uno dentro di lei, mentre ne era incinta (Bart. p. 2): v’è dico memoria, che giunta al luogo del supplizio, trasse fuori un bell’abito tutto nuovo, e se ne vesti in segno di festa, e acceso il fuoco, mentre cosi struggevasi lentamente, rasciugava le lagrime ad una sua bambina di tre anni che agonizzante tenevasi in sulle braccia, e la confortava con la speranza della gloria celeste già già vicina. Una povera donna vendé una cintola, per potere col prezzo d’essa comperarsi un palo, a cui legata ardesse viva per Cristo (P. 1). Un’altra si addestrava a star forte, col prendere spesso in mano ferri roventi, con che giunse in fine ad ottenerlo, morendo anch’ella lentamente nel fuoco (P. 2). Una madre scoperse a’ persecutori una piccola sua figliuolina, perché morisse seco qual cristiana ed un’altra avvisata della sentenza già data contro di lei, fe’ coi suoi di casa una piccola processione, cantando intorno intorno inni di lode al Signore per ringraziarlo (P. 2). Una scrisse frettolosamente al marito da sé lontano invitandolo a morir seco (P. 1). Un’ altra diede al tiranno una supplica, e in essa le ragioni del non dover venire esclusa sola lei dalla morte, che in fine ella consegui (P. 1): ed una, veggendosi ucciso a un tratto il marito, corse dietro ai carnefici, addimandando una simil grazia per sé che gli era consorte, come nel talamo, cosi, e ancora più, nella fede (P. 2. p. 59).

IX. Non differente dalla generosità delle madri fu quella dei pargoletti. Un fanciullo di nove anni, corse dove poteva essere decollato, e si levò da sé le vesti dal collo, per porgerlo nudo al taglio (P. 1). Una fanciulletta d’otto anni, non potendo andare da sé, come cieca affatto, si afferrò stretta alla madre, e con essa pervenne a morir bruciata (P. 2). Uno di anni tredici finse di averne quindici per entrare nel ruolo dei condannati (P. 2. p. 503). Due fanciulli, sentenziati a morire, si misero dolcemente a consolare la vecchia zia, che essi credevano piangere di tristezza, mentre piangeva d’invidia da lei portata a chi moriva per Cristo (P. 1). Un altro di dodici anni brillò di giubilo in sulla croce, né sol brillò, ma si commosse più che poté con le gambe, come se bramasse ballarvi (P. 1). E perché il coraggio più che mai si riconosce ai pericoli repentini, chiudiamo con questo solo quello che rimarrebbemi ancora a dir di meraviglioso. Uno di cinque anni svegliato (mentre egli più soavemente dormiva) perché venisse al supplizio; senza smarrirsi chiese di subito i suoi panni di festa, e vestitosi prestamente, fu sulle braccia del carnefice stesso portato al luogo della decollazione a lui destinata: dove inginocchiatosi vicino al padre, poco fa tagliato in più pezzi, con le mani giunte, e con gli occhi levati al cielo, aspettò il colpo con un atto si generoso che il manigoldo, vinto dalla pietà, rimise in fine la scimitarra nel fodero; e perché il figliuolo, che s’era da se stesso spogliato dal mezzo in su, stava pur tuttora aspettando chi il decollasse, ottenne al fine la grazia da uno, che mal esperto non seppe né anche farlo in un colpo solo, forse perché si ammirasse più la costanza di quel bambino che seppe quivi stare imperterrito fino al terzo che lo fini (P. 1).

X. Come poi ir fuoco interiore d’una fornace comprendesi agevolmente dalle vampe accese che l’escono dalla bocca; così dalla intrepidezza del volto, dalla generosità delle parole, dalla grandezza de’ portamenti, con cui furon usi di accompagnare il loro trionfo questi che abbiam rammentati, ed altri lor simili, agevol cosa ci sarà di comprendere ancora quello che lor bolliva nel profondo del seno, cioè la fede e la carità che servivan loro di anima ad una morte sì coraggiosa; onde non resti neppur minimo luogo da dubitare, se nella cristianità giapponese abbiano i suoi fedeli imitata assai da vicino la virtù di quei grandi martiri primitivi che diedero loro norma.

II.

XI. Che diran pertanto gli eretici a queste cose? Negheran forse qualunque credito ai fatti da me narrati? Ma come, se in parte ne furon essi medesimi spettatori? Ed oltre a ciò, sono tali fatti riferiti da altri uomini di virtù tanto singolari, che per tutto quell’oro che è mai venuto sulle flotte di Olanda non s’idurrebbono a mentir lievissimamente, non che a mentire sacrilegamente in materia di religione, con rendersi però degni del fuoco eterno. Diranno, che questa intrepidezza era per verità da natura indomita, qual da noi fu notata ne’ donatisti? Ma come, se tale intrepidezza trovavasi in donne, in donzellette, e in garzoncelli, tutti innocenti, né si era trovata mai prima che tra lor s’inoltrasse la fede romana? Se questi eroi giapponesi fossero stati di quella tempra, di cui era formato quel Fermo imperadore di Roma (Vopiscus in Firmo), che prosteso sopra il terreno poteva sostenere sul petto ignudo un’incudine martellata con braccia robustissime da due fabbri, confesserei, che la tara avrebbe qualche apparenza di verità. Ma qual apparenza può averne, dove sappiam che le femmine e che i fanciulli son si cascanti, che crollano a qualunque urto, e svengono alla vista dell’altrui sangue, non che del proprio? Quei cuori dunque che non sostengono di mirare senza orrore le piaghe di un ferito, benché trattate delicatissimamente da mano medica, avran poi potuto naturalmente esultare in faccia ai tiranni, e vincere con la fermezza della loro tolleranza, la ferocità de’ loro tormentatori?

XII. Diranno, che non tutti riuscirono di costanza sì prodigiosa: ma che, se molti ressero al furore di tante persecuzioni, molti anche caddero. Sì: ma questo parimente addivenne nei tempi antichi: tanto che il numero de’ caduti costrinse i concili a formare più canoni intorno ad essi, come specialmente apparisce da s. Cipriano (L. 1. ep. 2. et 1. 3. ep. 14. 15. 16. 17. 19). Senzachè ci viene ciò di vantaggio a manifestare, che la costanza ne’ martiri è dalla grazia: onde chi manchi alla medesima grazia, rimane in fine spogliato di tal costanza, data dall’alto a guisa di vestimento che si pone a un tratto e si leva: Donec induamini virtute ex alto (Luc. XXIV, 49). E a questo fine permette Iddio le cadute, perché non attribuiscasi alla natura ciò che appartiene alla grazia, qual suo favore. Se la luna fosse piena sempre ad un modo, potrebbe credersi, che ella avesse in sé la sorgente della sua luce: ma mentre mirasi ad ora ad ora mancante, si fa palese, che quel bellissimo argento di cui si veste, non è dalle miniere a lei nate in casa; è dono del sole, o è piuttosto un imprestito fatto a tempo.

XIII. Finalmente, come un vero prodigio, quantunque solo, basterebbe a provare la verità della Religione romana; così basterebbe a provarla anche un vero martire, come quegli che non è per certo un prodigio minor degli altri, anzi di gran lunga è maggiore (Potrebbe dirsi della divinità di nostra religione ciò stesso, che della verità in generale. In quella guisa che un Vero anche solo sarebbe sufficiente a dimostrare l’insussistenza dello scetticismo, così un martire, fosse pur solo, varrebbe contro l’incredulo, o l’eretico, che impugnano la divinità del Cattolicismo.). Ora chi si avviserà, che fra tanti, di cui la Chiesa medesima ne ha modernamente colmi i suoi fasti, non se ne trovi neppur uno di vero? Sarà dunque possibile che ai Cattolici solamente riesca di fingerne innumerabili, mentre alle sette non è riuscito di fingerne mai veruno che non soggiaccia alla sua eccezione evidente? Non accade però, per non confessare l’indubitato, concedere l’impossibile. Ma questo appunto è ciò che tanto vien da me detestato in questi protervi increduli; voler i miseri faticar più per mantenere la loro incredulità, di quel che faticherebbero per deporla.

XIV. Rendansi dunque tutti alla verità conosciuta, da che più glorioso è il cederle prontamente, che il contrariarla; e si concluda, che come la vera Chiesa è stata in tutti i secoli adorna di nuovi prodigi, così in tutti i secoli è stata parimente arricchita di nuovi martiri (V. Boz. 1. 7. sig. 27): la continuazione de’ quali è tanto illustre argomento di verità, che siccome non è mai restata interrotta fino a quest’ora, così né  anche dovrà restare interrotta d’ora innanzi, ma piuttosto accresciuta ove ciò fia d’uopo, conforme appunto si è veduto seguir questi ultimi tempi, quando avendo più che mai l’eresia procurato di porre a fondo la navicella di Pietro, è accorsa la provvidenza a sostenerla anche più, con possente braccio. Nel resto fra tanti i quali si leggono ne’ moderni annali aver data la loro vita animosamente per la fede cristiana, chi sono più? I Cattolici, o riformati? Che dissi più? Neppur uno de’ riformati potrà contarvisi. Vengano pur essi dunque, e si arroghino, se si può, quello che è sì chiaro esser nostro.

FINE DEL SECONDO VOLUME.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (35)

IL SACRO CUORE

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA:

CAPITOLO II.

LE GRANDI APPARIZIONI

Le visioni di Margherita Maria non si contano. In più d’una si riscontrano dèi tratti utili per conoscere la divozione al sacro Cuore; ce ne serviremo all’occasione. Ma non è la divozione privata di Margherita Maria che ci preme di studiare principalmente, nè le sue relazioni personali, col sacro Cuore; così ci fermeremo, senz’altro, alle grandi rivelazioni che le furono fatte in vista del culto pubblico che Nostro Signore voleva stabilire per mezzo suo.

I .

LA PRIMA DELLE GRANDI APPARIZIONI

(27 dicembre, molto probabilmente dell’anno 1673)

I segreti del sacro Cuore svelati. Il sacro Cuore nel suo amore appassionato per gli uomini, vuol manifestarsi e aprir loro i suoi tesori. La discepola e l’evangelista del sacro Cuore. Margherita Maria nella sua lettera al P. Croiset, in data3 novembre 1689, segnala come « prima grazia speciale »avente un rapporto diretto con la sua missione e col culto del sacro Cuore, quella che ricevette nei giorno di San GiovanniEvangelista. Ella non ce ne indica l’anno, ma dovetteessere il 1673.A somiglianza di santa Geltrude, fu ammessa, in similegiorno, a « riposare per più ore su quel sacro petto » e ricevéda quest’amabile Cuore delle grazie così preziose cheil solo ricordo bastava, come ella dice a « metterla fuoridi sè ». La beata aggiunge che non stima « necessario lo specificarle» (Lettres inéd. IV, p. 141), ma ne ha conservato molto vivamente « il ricordoe l’impressione ».Ne parla pure in questi termini alla Madre de Saumaise,in una lettera scritta nel gennaio 1685 (È questa la data accennata da Mons. GAUTHEY, Le religiose di Paray, come LANGUET, avevano letto: 1689). « Lo Sposo, divino, dice ella, mi fece la grazia incomprensibile e di cui sono cosi indegna, di farmi riposare sul suo seno, col suo discepolo prediletto e di darmi il suo cuore, la sua croce e l’amor suo » (Lett. XCIII, T. II, pag.). Ma fortunatamente, abbiamo ancora qualcosa di meglio di queste allusioni e impressioni personali in cui, infine, niente indica una missione speciale. La «  Mémoire » scritta per ordine del P. Rolin, ci dà dei dettagli preziosi e precisi. – Margherita Maria si trovava innanzi al Santissimo Sacramento. Nostro Signore, la fece riposare molto a lungo sui suo petto divino; le scoprì le meraviglie del suo amore e i segreti inesplicabili del suo sacro Cuore, « segreti, dic’ella, che Gesù te aveva tenuto nascosti sino allora ». Egli le mostrò il suo Cuore e le disse : « Il mio Cuore è sì appassionato d’amore per gli uomini, e in particolare per te, che, non potendo più contenere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le espanda per mezzo tuo e che si manifesti a loro, per arricchirli dei suoi preziosi tesori. Nel mio Cuore vi è tutto quello che abbisogna per ritrarli dalla perdizione. Io ti ho scelta, soggiunse, per il compimento di questo gran disegno, siccome un abisso d’indegnità e d’ignoranza, affinché tutto sia fatto da me ». Segue qui una di quelle scene simboliche, frequenti nelle vite dei santi. Gesù prese il cuore dalla sua serva e lo mise nel suo adorabile. Lo ritrasse poi come una fiamma ardente, in forma di cuore, se lo rimise al suo posto, dicendo fra le altre cose : « Sino ad ora tu non ti sei chiamata che mia schiava ; ma io ti dò il nome di diletta discepola del mio sacro Cuore » (Mémoire, t. II, p. 5). Così il sacro Cuore si rivela, si mostra appassionato d’amore per gli uomini; vuol manifestarsi loro e arricchirli dei suoi tesori di santificazione e di salute. Margherita Maria è l’istrumento che Egli ha scelto per i suoi disegni.

II.

L A SECONDA GRANDE APPARIZIONE

(1673 o 1674)

L‘immagine simbolica: ultimo sforzo di amore, redenzione amorosa operata dal sacro Cuore; missione di Margherita Maria.

Dopo aver detto al P. Croiset, nella lettera suaccennata, che non stima necessario di specificare cosa alcuna, aggiunge subito: « Dopo questo, il divin Cuore mi si presentò etc… » e segue una descrizione dettagliata e il racconto d’una visione. Ci siamo domandati se si trattasse di una scena distinta dalla precedente, o solamente di nuovi dettagli della stessa scena. Le maggiori verosimiglianze sono per una scena distinta, perché qui la beata specifica e perché le circostanze sono tutt’altre. Ma poco importa la circostanza del tempo, purché sì osservi e si noti il progresso nella manifestazione del sacro Cuore. – Noi abbiamo adesso una visione simbolica dello stesso Cuore, al di fuori del corpo che non apparisce. Egli era « come su di un treno di fiamme, più risplendente del sole, trasparente come il cristallo e con la sua piaga adorabile. Era circondato da una corona di spine sormontato da una croce». Dopo avere spiegato l’emblema delle spine e della croce, la beata aggiunge : « Egli mi fece vedere che il suo ardente desiderio, d’essere amato dagli uomini e di ritrarli dalla via della perdizione dove satana li precipita in gran numero, gli aveva fatto formare il disegno di manifestare agli uomini il suo Cuore, con tutti i tesori di amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute che contiene ». Ma che cosa ci vuole, per aver parte a tutti questi tesori del cuore di Dio? « Onorarlo sotto la figura di questo cuore di carne ». Seguono delle promesse di grazie e di benedizione; per coloro che onorerebbero anche l’immagine di questo sacro Cuore. Questa divozione, continua la beata, ripetendo le parole di Nostro Signore, è come un ultimo sforzo del suo amore, che voleva favorire gli uomini in questi ultimi secoli di una specie di redenzione amorosa, per ritrarli dall’impero di satana e per metterli, nella dolce libertà del regno dell’amor suo. « Ecco, concluse Nostro Signore, ecco i disegni per i quali ti ho scelta » (Lettres inédites, IV, pag. 141, 140, riveduto su G. CXXXIII 567). Non abbiamo qui solamente il sacro Cuore scoperto; vi è il desiderio chiaramente manifestato, di un culto speciale, con delle promesse magnifiche, per una delle forme di questo culto, (l’onore reso alla immagine); vi è lo scopo indicato da Gesù medesimo, con la missione di Margherita Maria, annunziata e specificata. Tutto questo sta per delinearsi sempre più.

III.

LA TERZA GRANDE APPARIZIONE

(probabilmente nel 1674)

Il sacro Cuore, raggiante d’amore: culto riparatore d’amore; comunione frequente, comunione dei primi venerdì del mese. Ora santa.

Sino ad ora le grandi apparizioni ci hanno mostrato il sacro Cuore pieno di amore e di grazie, desideroso di spanderle e chiedendo un culto di amore e di onore. Noi vedremo ora questo amore come sconosciuto e implorante un culto di amore e di riparazione. È ancora la Mémoire che ci fa conoscere questa nuova apparizione. Nessuna data. Il contesto, però, sembra indicare un primo venerdì del mese e vien notata espressamente la circostanza che il Santissimo Sacramento era esposto. Qualche autore la fissain un giorno dell’ottava del Corpus Domini; altri il 2 luglio, festa della Visitazione, l’anno 1674. Secondo il nostro punto di vista, per altro, la data precisa importa poco. Un giorno dunque, che il Santissimo Sacramento era esposto, Nostro Signore si presentò a lei, « tutto risplendente di gloria, con le cinque piaghe che scintillavano come cinque soli … Da questa sacra umanità si sprigionavano come delle fiamme da ogni parte, ma soprattutto dal suo petto adorabile sì che rassomigliava una fornace». Il petto si aprì, lasciando scoperto « l’amantissimo e amabilissimo Cuore, che era la viva sorgente di quelle fiamme ». Nostro Signore le fece vedere le « meraviglie inesplicabili del suo puro amore, e sino a quale eccesso egli aveva amato gli uomini. » Ma che, purtroppo, non riceveva in compenso che « ingratitudine e sconoscenza e ciò, le disse il divin Maestro, essergli molto più sensibile di tutto quello che aveva sofferto nella sua passione ». « Se essi, aggiungeva Egli, mi dessero qualche corrispondenza di amore, stimerei poco tutto quello che ho fatto per loro e, se fosse possibile, vorrei fare ancora di più; ma essi non hanno che della freddezza e della repulsione per tutte le mie sollecitudini nel far loro del bene ». Questo amore sconosciuto domanda una riparazione, e la domanda, per primo, alla sua serva diletta. « Tu, almeno, le dice, tu dammi questa consolazione, di supplire alla loro ingratitudine, per quanto puoi esserne capace ». Margherita Maria, gli espose allora umilmente la sua impotenza, ma: « Tieni, diss’Egli, ecco con che supplire a tutto quello che ti manca ». E ciò dicendo, dischiuse il suo cuore e ne uscì una fiamma sì ardente, che ella credé rimanerne consunta. Non potendo più sostenerne l’ardore, gli chiese di aver pietà della sua debolezza, al che Egli rispose: « Io sarò la tua forza ». Allora le indicò delle pratiche speciali, da farsi in questo spirito di amore riparatore. « In primo luogo mi riceverai nel Santo Sacramento, quante più volte ti sarà permesso dall’obbedienza … di più farai la Comunione ogni primo venerdì del mese. Nostro Signore vuole di più che ella partecipi alla mortale tristezza a cui si sottomise nel giardino degli Ulivi, tutte le notti del giovedì al venerdì. « Per accompagnarmi nell’umile preghiera ch’io rivolsi al Padre mio, fra tutte le mie angosce, ti alzerai fra le undici e mezzanotte, e ti prostrerai in unione a me, per un’ora, con la faccia contro terra, sia per placare la collera divina, implorando misericordia pei peccatori, sia per addolcire, in qualche modo, l’amarezza ch’io risentii per l’abbandono dei miei apostoli. Durante quell’ora, farai quello che io t’insegnerò » (Mémoire, t. II, p. 327-328; G. u. 55-57. p. 71-72). Qui, come ben si vede, la divozione si delinea come una divozione d’amore riparatore, verso l’amore sconosciuto; di affettuosa compassione verso l’amore sofferente e, in qualche modo, di unione amorosa a Gesù, vittima per l’amore degli uomini e implorante, per loro, misericordia e perdono. Nostro Signore non ne fa qui la domanda che a Margherita Maria: ma queste pratiche, della comunione frequente in spirito di riparazione e di amore, della comunione dei primi venerdì dei mese o comunione riparatrice, dell’Ora santa, o veglia nel giardino degli Ulivi, si sono generalizzate, sin dal principio, siccome quelle che ben rispondevano allo spirito della divozione. Le ritroveremo sulla nostra via. Nostro Signore, del resto, sta per generalizzarle e precisarle da se stesso.

IV.

L A GRANDE APPARIZIONE

(nell’ottava del Corpus Domìni 1675)

« Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini ». Una festa di riparazione. Il P. de la Colombière.

Eccoci arrivati a quella che si può chiamare la grande apparizione, fra le grandi apparizioni. Il P. de la Colombière, che vi era interessato, ne ebbe conoscenza nei primi giorni che seguirono l’avvenimento, e ne fece fare i l racconto dalla beata. È questo stesso racconto che. trascritto da lui, nel suo ritiro di Londra, febbraio 1677, fu pubblicato, col giornale dei suoi ritiri spirituali, e abbandonò al pubblico il segreto delle apparizioni, senza però designare ai non iniziati, né il monastero, né la veggente. È questo stesso racconto che si ritrova, con qualche leggera variante, nella Mémoire autografo, trascritto, molto probabilmente, dalla beata stessa, sulla edizione del P. de la Colombière (É ancora possibile che il racconto redatto dal P. DE LA COLOMBIÈRE, fosse stato conservato dalla beata fra le sue carte). L’apparizione ebbe luogo nell’ottava del Corpus Domini. L’anno non è indicato; ma siccome il P. de la. Colombière si trovava a Paray, non potè essere che nel 1675 o, ai più, nel 1676. Però, tutto porta a preferire la data del 1675, indicata dalle Contemporanee (Vìe et Oeuvres, I, pag. 94 (125). G. u. 151 pag. 136). Siccome d’altronde, vi sono delle ragioni, non però decisive, di credere che abbia avuto luogo la domenica, si può fissarla al 1675, come si è fatto ripetutamente. Ecco il racconto come si trova nella  Mémoire autographe: – La beata era innanzi al Ss.mo Sacramento, e Dio la ricolmava « delle grazie eccessive dall’amor suo ». Siccome ella desiderava a rendergli amore per amore, per contraccambiarnelo, in qualche modo, Egli le disse : « Tu non puoi darmi contraccambio più grande, che facendo quello che ti ho già chiesto tante volte ». Nulla, però, indica chiaramente, a che cosa facciano allusione queste parole. S’intuisce che si tratti di eseguire le intenzioni del Divino Maestro, con lo stabilire il culto del sacro Cuore; ma potrebbe ancora darsi che si trattasse di comunicare alla sua superiora o al suo direttore, quelle stesse intenzioni del Salvatore. Nostro Signore, del resto, sta per manifestare apertamente ciò che desidera. «Ecco, le dice, ecco questo Cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla, sino a esaurirsi e consumarsi per testimoniar loro il suo amore. E per riconoscenza, non ricevo, dalla maggior parte, che della ingratitudine, per le loro irriverenze e i loro sacrilegi, per la freddezza e il disprezzo che hanno per me in questo sacramento d’amore. Ma, quello che mi è ancor più sensibile, si è che sieno dei cuori a me consacrati che agiscan così » (Nel testo trascritto dal P. DE LA COLOMBIÈRE si legge: « Ma ciò che mi disgusta, maggiormente si è che sono dei cuori a me consacrati ». Ciò ha maggior forza ed è curioso che la beata stessa abbia addolcito la frase). – Sin qui non si riscontra nulla di molto nuovo, in questa apparizione, tolta la menzione speciale degli oltraggi ricevuti nell’Eucaristia. Ciò che segue, però, è interamente nuovo. Nostro Signore, aggiunge: « È per questi che io ti chiedo che il primo venerdì, dopo l’ottava del SS.mo Sacramento, sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, facendo la comunione in quel giorno, e offrendogli una riparazione d’amore, con una ammenda onorevole, per le indegnità che ha ricevuto mentre era esposto sugli altari ». Nostro Signore domanda dunque un culto pubblico, che abbia la sua festa, e delle pratiche determinate. « Io ti prometto, continuò, che il mio cuore si dilaterà, per spandere con abbondanza le effusioni del suo divino amore, su coloro che gli renderanno questo amore, o procureranno che gli sia reso » (Mémoire in: Vie et Oeuvres, t. II, pag. 355 2.a edizione p. 413. G. u. 92. pag. 102. Nel primo racconto mancano le parole: e che procureranno che gli sia reso. Non è che a partire dal 1685 che la beata ha fermato l’intenzione sull’apostolato del Sacro Cuore.). Ma come stabilire questa festa? È la terza fase dell’apparizione. Nella sua Mémoire, la beata abbrevia un poco; ma, nel racconto scritto per il P. de la Colombière, la scena si anima: « Ma, Signor mio, a chi vi rivolgete voi dunque? » E, Margherita Maria insiste sulla sua indegnità di miserabile creatura, di povera peccatrice. « Oh! povera innocente che sei, le rispose Nostro Signore, non sai tu forse che Io mi servo dei soggetti più deboli, per confondere i forti? » — « Datemi dunque, diss’ella, il mezzo di fare quello che mi comandate ». — « Rivolgiti al mio servo (Gesù designò il P. de la Colombière, che era allora superiore della piccola residenza dei Gesuiti a Paray), e digli, da parte mia, di fare tutto quello che gli è possibile, per stabilire questa divozione e consolare, così, il mio divin Cuore ». Nostro Signore aggiunse che le « difficoltà non gli sarebbero mancate, ma deve sapere che è onnipotente, chi diffida di sé, per confidare in me unicamente ». – Con questa apparizione, la divozione al sacro Cuore entrava in una fase nuova, e ciò in due modi. Dapprima, Nostro Signore domanda un culto pubblico e, in particolare, l’istituzione di una festa. Poi i disegni di Gesù si manifestano al di fuori. Sino allora, Margherita Maria ne diceva o scriveva qualche cosa, per la sua superiora e per quelli che essa voleva consultare; ma, molto riservatamente, come sì vede nelle note consegnate alla Madre de’ Saumaise e da lei conservate accuratamente. Invece la comunicazione fatta al P. de la Colombière, fu chiara e completa. D’allora, come meglio vedremo in seguito, i disegni di Nostro Signore entrarono in via di esecuzione: la divozione al sacro Cuore cominciò a propagarsi.

V.

IL MESSAGGIO AL RE

(1689)

II sacro Cuore onorato nel palazzo dei re; la sua immagine sullo stendardo reale; un edificio in onor suo e unomaggio solenne. Previsioni per l’avvenire.

Con queste tre o quattro grandi apparizioni, la divozione al sacro Cuore si è costituita da se stessa. Non rimane ora che stabilirla e propagarla. Vedremo come ciò si fece, poco a poco, nei quindici anni che visse ancora Margherita Maria. Sembra che non vi siano state altre nuove rivelazioni, per tredici o quattordici anni, se ne eccettuiamo le promesse di cui parleremo. Nei 1689, però nuovi orizzonti si dischiudono. Gesù vuole che si faccia proposta al re della nuova devozione, che Luigi XIV si consacri al sacro Cuore; che l’onori pubblicamente, che gli consacri una cappella espressamente costruita, e che faccia mettere la sua immagine nelle armi reali e sugli stendardi. – La beata osa appena parlare di questo nuovo desiderio del sacro Cuore, anche con la sua intima confidente, la Madre de Saumaise, tanto sembra andare al di là delle possibilità umane. Ella per tanto lo effettua, secondo l’impulso che le ne è dato. Fu il 17 giugno 1689, venerdì dopo l’ottava del Corpus-Domini, (oggi festa del sacro Cuore) che le fu fatta questa nuova rivelazione. Quali furono le circostanze precise che l’accompagnarono? La beata non ce lo dice, ma ancora sotto l’influenza dei lumi ricevuti scrive: « Questo amabile Cuore regnerà, malgrado satana e i suoi ministri ». E dopo aver enumerato le grazie riservate alla Visitazione e i disegni misericordiosi del sacro Cuore per la salute degli uomini, aggiunge che « Gesù ha ancora più grandi disegni, che non possono essere realizzati che dalla sua onnipotenza, che può tutto quello che vuole; che Egli desidera entrare con pompa e magnificenza nella casa dei principi e dei re, per esservi tanto onorato quanto fu oltraggiato, disprezzato e umiliato nella sua passione ». Bisogna che Egli abbia altrettanta gioia, nel vedere « i grandi della terra abbassati e umiliati, dinanzi a Lui, quanta fu l’amarezza che Egli provò, nel vedersi annientato ai loro piedi ». La beata ha udito a questo proposito, delle parole precise destinate al re: « Fa’ sapere al figlio primogenito del mio sacro Cuore…. che, come la sua nascita temporale fu ottenuta per la divozione ai meriti della mia santa infanzia, così otterrà la nascita alla grazia e la gloria eterna, per la consacrazione che egli farà di se stesso al mio Cuore adorabile, che vuol trionfare del suo, e per suo mezzo, del cuore dei grandi della terra ». Qui il messaggio si precisa: « Egli vuole regnare nel suo palazzo, esser dipinto sui suoi stendardi e scolpito sulle sue armi » (Lettera XCV1II. Vie et Oeuvres t. II, pag., 200 2.a edizione, lettera  XCVII, G. c. 434-436). « Ella, aggiunge la beata, Ella deve ridere, mia buona Madre, della mia semplicità nel dirle tutto questo; ma seguo l’impulso che me né è dato ». Conchiude col domandare il segreto; ma il segreto non può essere che relativo, poiché si tratta di un messaggio che deve trasmettersi. Ella vi ritorna sopra, perciò, (28 agosto 1689) e dilucida qualche punto. « L’eterno Padre, volendo compensare le amarezze e le angosce di cui il Cuore adorabile del suo divin Figlio era stato abbeverato nella casa dei principi della terra, fra le umiliazioni e gli oltraggi della sua passione, vuole stabilire il suo regno nella corte (Le editrici di Prey, hanno scritto: « nel cuore ») del nostro gran monarca ». Si vede che il tono si sublima col soggetto e Dio vuol dunque servirsi del re per l’esecuzione dei suoi disegni… Che cosa si deve fare? « Un edificio, dove sarebbe esposto il quadro del divin Cuore, per ricevervi la consacrazione e gli omaggi del re e di tutta la sua corte ». 1 sacro Cuore ha scelto il re come suo fedele amico, per fare autorizzare, dalla Santa Sede, la Messa in onor suo e ottenerne tutti gli altri privilegi, che devono accompagnare la devozione di questo sacro Cuore. In compenso di ciò, Egli fa al monarca le più magnifiche promesse di beni temporali e spirituali, per la terra e pel cielo. « Felice lui, conclude la beata, se porrà le sue compiacenze in questa divozione, che gli procurerà un regno eterno di gloria e di onore, nel sacro Cuore di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale si prenderà cura d’innalzarlo e. renderlo grande nel cielo, innanzi al Padre suo. quanto più questo gran monarca ne prenderà per rialzare, dinanzi agli uomini, gli obbrobri e gli annientamenti che questo Cuore divino ha sofferto ». Ma come fare arrivare il messaggio al re? Dio conta per ciò sul P. della Chaise. « Egli non avrà fatto mai altra azione più utile alla gloria di Dio, più vantaggiosa all’anima sua, e di cui egli, e tutta la sua santa congregazione siano più abbondantemente ricompensati ». L’impresa è difficile, ma Dio è al disopra di tutto. La Madre de Saumaise, aveva proposto di scriverne alla superiora di Chaillot, siccome la più adatta a ben avviare la cosa. L’idea fu approvata (Lettera CIV, Vie et Oeuvre, t. II, pag. 212 – 26o). – Poco dopo, il 15 settembre 1689, la beata ne scrisse ancora al P. Croiset; ma, siccome essa non gli aveva confidato ancor nulla delle sue visioni, così si contenta di lanciare l’idea, e, pur dicendo dì lasciare agire la potenza di questo Cuore adorabile, cerca di mettere il suo corrispondente in traccia di mezzi pratici. La prova non fu fatta, o non ebbe buon esito, presso Luigi XIV. L’idea però non era morta e i devoti del sacro Cuore continuarono a sperare che i disegni del Cuor di Gesù sarebbero realizzati. La basilica di Montmartre, lo stendardo di Paray, la consacrazione del 1873 a Paray-ìe-Monial sono per essi, nello stesso tempo che un principio di realizzazione, anche una promessa per l’avvenire. Bisogna ricordare ciò per comprendere la divozione del sacro Cuore nel passato, bisogna pur ricordarlo per spiegare il suo carattere sociale nel presente e le sue prospettive per l’avvenire.

VI.

VISIONE DEL  2 LUGLIO 1688

Missione affidata alle religiose della Visitazione e alla Compagnia di Gesù.

Per realizzale i disegni del sacro Cuore, occorrevano degli strumenti. Per cominciare, Nostro Signore aveva scelto una suora della Visitazione e un Gesuita e volle che le Visitandine e i Gesuiti fossero, come d’ufficio, gli apostoli della nuova divozione. Senza escludere nessuna buona volontà, anzi facendo appello a tutte, diede nondimeno incarico a qualcuno di lavorarvi più efficacemente. Ne fece per loro come un dovere di vocazione, promettendo, se fossero stati fedeli all’avuta missione, una più larga parte dei tesori racchiusi nel sacro Cuore. – La scelta divina era già stata quasi annunziata e se ne sono raccolti più di mille indizi. Ma nulla è così chiaro come le parole della beata. Senza fermarsi ai preliminari, tocchiamo, senz’altro, il punto principale. Era il giorno della Visitazione, 2 luglio 1688. Margherita Maria aveva avuto la felicità di passare l’iutiera giornata dinanzi al SS.mo Sacramento, e il suo Sovrano, com’essa dice, « si degnò di gratificare la sua miserabile schiava con molte grazie particolari del suo Cuore amoroso ». Le fu rappresentato un luogo molto eminente, spazioso e di bellezza ammirabile nel centro del quale si ergeva un trono in fiamme. Essa vi vide l’amabile Cuore di Gesù, con la sua ferita. Questa ferita proiettava raggi cosi ardenti e luminosi, che il luogo ne era tutto illuminato e riscaldato. Questa volta il sacro Cuore non era solo. La santa Vergine era da un lato e dall’altro si trovava San Francesco di Sales con il Padre de la Colombière. Poi venivano le figlie della Visitazione con i loro buoni Angeli accanto, tenendo ciascuno un cuore in mano, probabilmente i cuori dei loro protetti. La santa Vergine, dice la veggente, la invitava con le sue parole materne : « Venite miefiglie dilette, avvicinatevi, perché io voglio rendervi depositarie di questo prezioso tesoro ». Segue qualche commentario dal quale risulta chiaramente che il Cuore di Gesù è tutto Gesù e che il dono del Cuore è il dono stesso di Gesù, con tutto il suo amore, tutti i suoi meriti e tutte le sue ricchezze. Continuando a parlare alle figlie della Visitazione, questa regina di bontà disse, mostrando il divin Cuore: « Ecco quel tesoro divino che vi è manifestato particolarmente », Gesù ama il loro istituto « come il suo caro Beniamino », e lo « vuole favorire di questo dono di preferenza a ogni altro ». Ma esse non lo hanno già per loro sole; bisogna « che si facciano dispensatrici di questa moneta preziosa », che « cerchino di arricchirne il mondo, senza tema che venga loro a mancare; perché più ne prenderanno, più troveranno da prenderne ». Ecco la parte delle Visitandine, ben chiaramente indicata dalla loro amabile Madre e mediatrice. Questa Madre di bontà si rivolse allora al P, de la Colombière e gli disse: « E tu, servo fedele del mio divin Figliuolo, tu hai gran parte di questo tesoro prezioso; perché, se è stato assegnato alle figlie della Visitazione di farlo conoscere, amare e distribuire agli altri, è riserbato ai Padri della Compagnia di farne vedere e apprezzare l’utilità e il valore, affinché se ne tragga profitto, ricevendolo col rispetto e riconoscenza dovuto a sì gran benefizio ». Insomma, come le Visitandine devono essere una continuazione di Margherita Maria, i Gesuiti devono esserlo del P. de la Colombière. Saranno ricompensati come lui, poiché, « a misura che essi consoleranno, per siffatto modo, il divin Cuore, questo stesso Cuore, sorgente di benedizioni e di grazie, le spanderà così abbondantemente sulle funzioni del loro ministero, che produrranno dei frutti al di là delle loro fatiche e delle loro speranze, anche per la salute e perfezione di ciascuno di loro ». La scena si chiude con un magnifico discorso di San Francesco di Sales. Egli invita le sue figlie a venire ad attingere le acque della salute alla sorgente medesima d’ogni benedizione, e spiega loro come la nuova divozione, lungi dall’esser contraria alle loro costituzioni, che già uscirono da quel divin Cuore, presenta loro un mezzo facilissimo di ben soddisfare a ciò che loro è prescritto nel primo articolo del loro direttorio, il quale contiene, in sostanza, tutta la perfezione del loro Istituto : Che tutta la loro vita e tutti i loro esercizi siano per unirsi a Dìo. « È d’uopo perciò, diss’egli, che questo Cuore sia la vita che ci anima e l’amor suo sia il nostro esercizio continuo, siccome il solo che può unirci a Dio per aiutare con la preghiera e i buoni esempi la santa Chiesa e la salute del prossimo. Per questo pregheremo nel Cuore, e per il Cuore di Gesù, che vuol rinnovare la sua mediazione fra Dio e gli uomini. I nostri buoni esempi saranno di vivere conformemente alle massime e alle virtù di questo divin Cuore e coopereremo alla salute del prossimo, propagando questa santa divozione. Cercheremo pure di spandere il buon odore del sacro Cuore di Gesù, in quello dei fedeli, affine di essere la gioia e la corona di questo amabile Cuore » (Lettera XXXV. Vie et Oeuvre, t. II, 1). Idee analoghe, ma ispirate da nuovi lumi, si ritrovano in un’altra lettera alla Madre de Saumaise, il 17 giugno 1689. Era il venerdì dopo l’ottava del SS.mo Sacramento, Margherita Maria ha veduto la divozione del sacro Cuore come un bell’albero, destinato, da tutta l’eternità alla Visitazione », affinché ogni casa « potesse raccoglierne frutti a seconda del suo gusto e del piacere suo ». Si tratta di frutti di « vita e di salute eterna » ; ma questi frutti non sono riserbati unicamente per le Visitandine; esse devono distribuirli « a tutti quelli che desidereranno mangiarne, senza tema che possano venire a mancar loro » (Lettera XCVII1 (XCVII). Vie et Oeuvres, t. II, p. 198 – 232). – Segue il messaggio per il re, di cui si è già fatto menzione. Poi Margherita Maria passa ai Gesuiti, la cui missione le si presenta sempre come complemento di quella della Visitazione. Essa attribuisce questa missione alle preghiere del P. de la Colombière, come attribuisce quella delle Visitandine a San Francesco di Sales. I n grazia sua, la Compagnia di Gesù sarà gratificata insieme alla Visitazione « di tutte le grazie e privilegi particolari della divozione del sacro Cuore ». Questo divin Cuore promette loro di spandere « con profusione le sue sante benedizioni sulle loro opere ». Esso desidera « essere conosciuto, amato e adorato particolarmente da quei buoni Padri ». E, se essi cercheranno « di attingere tutti i lor lumi nella sorgente inesauribile di tutta la scienza e carità dei Santi », darà alle loro parole « l’unzione della sua carità ardente » con delle grazie « si forti e potenti che hanno come delle spade a due tagli, che penetreranno nei cuori più indolenti dei più ostinati peccatori > (Lettera XCVIll. t. II. p. 200 (XCIII, p. 234); G. c. 436. Vedi anche la lettera CIV. t. II. p. 214 (262); G. CVII, 456). « Se è vero, dice ella altrove, che questa amabilissima devozione ha avuto origine alla Visitazione, non posso a meno di credere che progredirà per mezzo dei Reverendi Padri Gesuiti. E credo che sia appunto per questo che Egli abbia scelto il beato amico del suo cuore (il P. de la Colombière) per il compimento di questo gran disegno ». Perché la beata non può impedirsi di avere questa convinzione? Perché Nostro Signore le « ha fatto conoscere, in modo da non poterne dubitare, che era principalmente per mezzo della Compagnia di Gesù che voleva stabilire dappertutto questa solida divozione, e per essa assicurarsi un numero infinito di servi fedeli, di perfetti amici e di figli riconoscenti » (Lettres ìnédites, Lettera III, p. 125. Vi ritorna a p. 130. « Siccome Egli non vuole che un frutto così prezioso sia nascosto, ha scelto i R. Padri Gesuiti per distribuirlo e farne gustare la dolcezza e la soavità. » G. CXXXII, 551 e 554). Forse in nessun’altra parte l’insieme di queste idee è così ben collegato come nella lettera del 10 agosto 1689 al P. Croiset. « Quantunque questo tesoro di amore appartenga a tutti e tutti abbiam diritto, nondimeno è stato sempre nascosto sino al dì d’oggi, in cui si è dato particolarmente alle figlie della Visitazione, siccome quelle che devono onorare la sua vita nascosta, onde esse lo manifestino e distribuiscano agli altri. Nondimeno è riserbato ai Rev. Padri della Compagnia di Gesù di far conoscere il valore e il vantaggio di questo prezioso tesoro, dove più si prende e più si ha da prendere. Non dipenderà dunque che da loro di arricchirsi abbondantemente d’ogni sorta di beni e di grazie, poiché con questo mezzo efficace che Egli offre loro, essi potranno soddisfare perfettamente, come Egli desidera, i doveri del santo ministero di carità a cui son chiamati. Questo divin Cuore spanderà in siffatto modo là soave unzione della sua carità sulle loro parole, che penetreranno come una spada a due tagli nei cuori più induriti, per renderli sensibili all’amore di questo divin Cuore, e le anime più colpevoli e peccatrici saranno ricondotte a una penitenza salutare. Infine per questo mezzo Egli vuole spandere sull’Ordine della Visitazione e su quello della Compagnia di Gesù, l’abbondanza di questi divini tesori di grazia e salute, perché  essi sappiano rendergli quello che Egli ne aspetta, vale a dire un omaggio d’amore, d’onore e di lode e lavorino, con tutte le loro forze, a stabilire il suo regno nei cuori. Per questo, Egli aspetta molto dalla vostra santa Compagnia, ed ha su di essa grandi disegni. Per questo si è servito del buon P. de la Colombière per iniziare la divozione a questo adorabile Cuore, come spero che voi sarete uno di quelli di cui si servirà per introdurla nel vostro Ordine » (Lettres inédites, Lettera II, p. 95. Riveduta su G. II, 531-2). Queste assicurazioni, così spesso ripetute dalla beata, dominano la storia di questa divozione. Senza di queste, non sapremmo spiegarci come le Visitandine e i Gesuiti abbiano preso tanto a cuore il diffonderla. Ma queste ultime rivelazioni hanno anche un altro vantaggio; molti dei tratti che vi sono accennati servono mirabilmente a dare un’idea più completa e precisa della divozione al sacro Cuore.

VII.

RIASSUNTO E CONCLUSIONE

Il sacro Cuore mediatore d’amore. Idea grandiosa della divozione al sacro Cuore.

Si è potuto osservare, più sopra, una parola un po’ strana, nel piccolo discorso di San Francesco di Sales. « Preghiamo, dice egli, nel Cuore e col Cuore di Gesù, che vuol farsi di nuovo mediatore fra Dio e gli uomini ». L’espressione è famigliare alla beata, per quanto possa sembrare ardita. Sino dal 1685 noi la sentiamo parlare di una mediazione speciale del sacro Cuore fra Dio e gli uomini. Scrive infatti alla Madre Greyfìé: « Egli mi ha fatto conoscere che il suo sacro Cuore è il santo dei santi, il santo d’amore, che voleva essere ora conosciuto, per essere mediatore fra Dio e gli uomini, perché Egli è onnipotente, per accordar loro la pace, allontanando da loro i castighi che i nostri peccati ci hanno attirato, e ottenendoci misericordia ». – In un suo biglietto in data 21 luglio 1686. a Suor Maria Maddalena des Escùres, il giorno stesso in cui la comunità dì Paray si era consacrata al culto del sacro Ciiore, la beata scriveva: « Il gran desiderio di Nostro Signore che il suo sacro Cuore sia onorato con qualche omaggio particolare si è per rinnovare nelle anime i frutti della sua Redenzione, facendo di questo sacro Cuore come un secondo mediatore fra Dio e gli uomini ». Qui la parola vi si trova, con la: legazione che le conviene ; ma quando anche manca la parola, si sente che l’idea è sempre presente. E in questo senso, infatti, che essa parla « di un ultimo sforzo » dell’amore di Gesù, nella manifestazione del suo divin Cuore; di una « redenzione amorosa » per la mediazione di questo sacro Cuore; di una nuova effusione, per il dono unico del « Cuore di Dio », di « tutti i tesori d’amore, di misericordia, di grazia, di santificazione e salute » che contiene. Sarebbe ben facile raccogliere nelle opere della beata, mille espressioni della medesima idea. Quelle che più meritano di esser notate, le abbiamo già fatte notare. Se ne troveranno altre, quando parleremo delle promesse del sacro Cuore. Per la beata è dunque un grande avvenimento, nella storia del mondo la manifestazione dei sacro Cuore. È come un’era novella, che comincia, per tutti quelli che vorranno mettersi sotto la protezione di questo Cuore divino. Non già che Gesù non fosse già nostro, con tutti i suoi tesori, per mezzo della Incarnazione e della Redenzione; ma vi è qui come un nuovo passo di Gesù verso di noi, e come una nuova offerta di tutto quello che è, di tutto quello che ha, con questo suo dono del Cuore. Sembra quasi che Gesù si concentri nel suo Cuore, per darci tutto se stesso nell’offrircelo. E il carattere proprio di questa offerta si è di essere un’offerta tutta d’amore. Certamente l’incarnazione, la redenzione, tutti i benefici di Gesù, erano di già l’effetto di un amore appassionato ed erano già stati presentati come tali da Gesù medesimo, da San Giovanni, da San Paolo, da tutta la tradizione cristiana. Ma, nella manifestazione del sacro Cuore a Margherita Maria, si rivela una nuova manifestazione d’amore, così viva ed appassionata, che diviene un nuovo, pressante invito ad amare, Il dono del sacro Cuore è come l’amore di Gesù che si avvicina a noi. La divozione a questo Cuore adorabile, è dunque il culto di quest’amore, l’omaggio che si fa al suo Cuore appassionato d’amore è un omaggio fatto a Gesù; noi andiamo al Cuore, per arrivare a Gesù, amandolo sempre più ardentemente. Si comprende, perciò, tutta l’importanza che Margherita Maria annetteva alla nuova divozione, tutta l’importanza che ha realmente. Non è una divozione inventata dall’uomo, non è che la risposta a una nuova manifestazione dall’amore divino. Quando si riflette a tutto questo, si capisce ancora come Monsignor Bougaud abbia potuto scrivere: « La divozione al sacro Cuore è, certamente, la rivelazione più importante che abbia irradiato la Chiesa, dopo quelle della Incarnazione e della Eucaristia. È la maggiore esplosione di luce che si sia avuta dopo la Pentecoste » (Histoìre de la B. Marguerite Marie, c. XIV, p. 331). Queste parole hanno bisogno d’interpretazione; certo non bisogna attribuire ad esse tutto il rigore teologico (Per quanto, secondo lo storico, le rivelazioni di Paray possano essere autorizzate, sono sempre, però, rivelazioni private, senza valore ufficiale e le cui garanzie e autorità non potrebbero essere confrontate con le rivelazioni fatte autenticamente all’umanità. Del resto questa è chiusa per sempre sino dalla fine dei tempi apostolici), ma, ben comprese, esprimono sempre un pensiero vero. – Così, secondo Margherita Maria, il sacro Cuore riassume tutto Gesù; il dono del sacro Cuore è, per così dire, un nuovo dono di Gesù agli uomini, un nuovo avvicinarsi di Gesù a noi. Veramente non si potrebbe dare una idea più grandiosa e più giusta di questa devozione.

LO SCUDO DELLA FEDE (126)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE SECONDA

CAPO V.

Si difende dalle imposture la verità dei miracoli propri della Religione cristiana,incominciando da quei di Cristo, calunniati dai Giudei.

I. Quella volpe, che, non arrivando alla pergola, sprezzò l’uva con infamarla di agresta, non era favola, era figura perfetta, se fosse stata ordinata a vaticinare quello che poi dovevano far le sette invidiose al nome di Cristiano. Veggon ben queste da un lato, che lo verità della Religione, superando la capacità della nostra mente, non possono per via di ragione umana persuadersi abbastanza; conviene accreditarle per via di ragion divina, quali sono i miracoli. E però si sforzano quanto possono di arrivare a sì alta pergola anch’esse, con provarsi a fare, in confermazion de’ loro errori, qualche opera prodigiosa. Ma perché  gli sforzi son vani (non permettendo la provvidenza, che mai si giunga a contraffare tal opera tutta sua), si rivolgono le meschine a tacciare l’uva di agresta, con divulgare che i miracoli da noi Cristiani arrecati, non vaglion nulla, o sono simulati, o sono superflui, e conseguentemente non sono pienamente efficaci aprovare il vero.

II. Dunque nostro debito è qui di manifestare contra i giudei, e dipoi contra tutti assieme gli eretici, quanto sieno ingiuste queste due eccezioni solenni, da loro date a’ testimoni maggiori d’ogni eccezione, quali sono i miracoli propri nostri.

I.

III. I Giudei, tanto solleciti in voltare le spalle al vero, quanto dovrebbero essere ad abbracciarlo, oppongono, che i miracoli di Gesù, registrati in quattro vangeli, non son da credersi, perché non hanno altro istorico che li narri, fuora de’ nostri, e i nostri tutti sono al pari sospetti, mentre essi furono o divoti, o discepoli di quell’uomo, cui sì nuovi miracoli sono ascritti.

IV. Ma dico in prima: chi dunque dovea narrarli? Forse i gentili, i quali dedicavano i loro libri a principi sì arrabbiati in perseguitare la religione di Cristo poc’anzi nata? Non potea scrittore veruno riferir di lui meraviglie non più sentite, prima di crederle; né potea crederle, senza prima risolversi a non temere gli orrendi scempi destinati a chi le credesse. Ma di tal cuore non erano certamente i profani istorici.

V. Anzi solamente per ciò, perché erano profani, non parea giusto che la provvidenza divina gli eleggesse per testimoni di opere così eccelse. Conciossiachè qual fede in esse meritavan da’ posteri quelle penne che erano tanto apertamente venali, adulatrici, amplificatrici, bugiarde in più altre cose, da loro riferite a capriccio?

VI. Dall’altro lato, con che coscienza si allegano per sospetti gli evangelisti? È vero, che in giudizio vacilla l’attestazione de’ famigliari: ma non già quando si tratti di cose tali, che non potevano o sapersi, o spiarsi, fuorché da loro. In tal caso, i famigliari, anziché esclusi dal giudice, sono ammessi, ed ammessi gli unici, come testimoni oculari, e però più degni.

VII. Inoltre appare chiarissimo, non avere gli Evangelisti scritto adulando ed amplificando, all’usanza di quegli istorici che adattano i racconti ai loro interessi, cambiandosi come i polipi al novello colore di quello scoglio che li nutrica. Imperocché, se tali fossero stati non altro avrebbero raccontato di Cristo, che le sue operazioni meravigliose, dissimulando ad arte la   povertà, i patimenti, gli obbrobri che sempre lo accompagnarono unitamente fino al patibolo. Eppure gli evangelisti han fatto l’opposito, dando sulle loro tele pennellate smorte ai chiarori del loro Maestro, cariche all’ombre. De’ prodigi, chi di lor lasciò l’uno, chi lasciò l’altro: niuno lasciò di riferire, più diffusamente di ogni altra cosa, la morte, a primo aspetto sì indegna da lui sofferta, con aggiungere ai torti fattigli dai nemici fino gli strapazzi usatigli da’ discepoli, o traditori, o infedeli, o incostanti. Certamente, se le penne degli evangelisti non avessero unicamente mirato alla verità, non avrebbono almeno di se medesimi notificati ai posteri sì gran falli, né scrivendo al tempo stesso da luoghi così disgiunti, senzaché l’uno sapesse punto dell’altro, avrebbero concordato a narrare il tutto con tanta uniformità di deposizioni.

VIII. Di poi qual prò gli avrebbe indotti ad ingannare il genere umano con vane fole, sperando di farle credere? Chiunque mentisce, mentisce comunemente, o per timore di qualche male, o per ansia di qualche bene. Ma qual bene ambivano sulla terra i seguaci del Redentore, o di qual male temevano, mentre abbandonavano le ricchezze, e cercavano la povertà; abborrivano le ricreazioni, e correvano ai patimenti; sdegnavano l’aura popolare, e gioivano tra gli scherni? Che se poi morirono sì coraggiosi affin di testificare, che quanto avevano scritto era verità; qual timore di morte poteva prima avvilire le loro penne a lasciar da sé spremere una menzogna?

IX. Eppure ciò prova solo, che gli Evangelisti non volessero fingere quei miracoli; laddove io passo innanzi, e dico di più, che quando avesser voluto, non gli avrebbero neanche potuti fingere. Conciossiaché, chi furono gli Evangelisti? non furon uomini poveri di sapere? Come dunque eglino, se avesser finti i miracoli, gli avrebbero giammai finti con sì bell’arte? Maometto il quale, sprovveduto di ogni lettera, pur volle fìngerli, che non disse a spropositato, o di sciocco, non che di vile? Poco men dunque avrebbero fatto anch’essi gli Evangelisti, o almanco non avrebbero mai saputo vestir que’ fatti di circostanze sì decorose e sì degne, come essi fecero. Può mai da un fondaco di lanaiuoli venire una roba d’oro? tanto più, che ciascuno di quei miracoli fu indirizzato da Cristo a dar, con tale occasione, dottrine eccelse. E queste, come da favoleggiatori sì rozzi si sarebbero quivi potute inserire tutte, anzi intessere sì aggiustate, che neppure un filo vi sia di semplicità? dalla statua si giudica il suo scultore: né può chi mai non toccò scarpelli a’ suoi giorni, fare un colosso simile a quel di Rodi, senza mai dar botta in fallo.

X. Si aggiunga che essi non iscrissero cose accadute avanti il diluvio, che pure tanto giustamente si credono da’ Giudei, avvegnaché le narrasse un solo Mosè. Scrissero cose intervenute addì loro, e così addì parimente di quegli stessi a cui le scrivevano. Quale artifizio potevano dunque avere gli Evangelisti a persuaderle fin a’ loro stessi paesani, s’erano false? Non sarebbero in poco tratto stati anzi tutti convinti di mentitori? Se non furono veri i tanti prodigi vantati in Cristo, dell’acqua mutata in vino, de’ malati che risanò, dei morti che risuscitò, degli energumeni da Lui prosciolti ad un cenno, del pane aumentato, delle procelle abbonacciate, del velo squarciatosi da se stesso, de’ sassi spezzati, dei sepolcri spalancati, del sole tutto oscurato sì stranamente nel giorno della sua vergognosa crocifissione: come tra i Giudei non sollevossi per lo meno un Daniele a scoprire sì alte imposture con lingua intrepida, o come non comparve alcun Matatia, zelatore magnanimo della legge, a ficcare, se non la spada, almeno la penna in gola a menzogne le più sfacciate che mai veruno avesse date fuori ad obbrobrio della lor gente? Eppur i Giudei, non solo non opposero libri a libri, per confutare quanto gli Evangeli affermavano dì stupendo nel Redentore dannato innocentemente a morir da ladro; ma essi medesimi a più migliaia, concorsero ad approvarlo, a tenere indi quel crocifisso per Dio, e a non lasciarsi da Lui staccare neppure da quante funi vennero però loro avventate al collo, per trarli in carcere, e per trascinarli alle croci (Act. II.4. etc.).

XI. E poi, se quelle erano non verità, ma novelle, come le credettero i greci tanto superbi, i parti, i medi, i mesopotami, gli arabi, gli elamiti, gli egizi, e sopra tutti i romani, così alieni dal credere meraviglie? Erano pur tra questi molti filosofi, quali saggi, quali sofistici, che non si gloriavano d’altro, che di mettere al vaglio le novità per vaghezza di ributtarle. Come però il mondo tutto, dentro sì breve tempo, ne venne a credere tante prodigiosissime, e ancor le crede? Forse uno stuolo cencioso di giudei raminghi, che non han né patria, né sacerdoti, né sacrifizi, né fede, né sperienza, né scienza di alcuna guisa, salva quella di usureggiare, potrà dare eccezione a tanti gran principi, a tante città, a tanti cleri, a tante università, che riveriscono quelle storie medesime contraddette dal giudaismo, e le tengono per divine? E perché crede il giudaismo i miracoli di Mosè, di Elia, di Eliseo, se non perché n’è rimasta fra loro tutti una fama così costante, che non poteva derivare se non da testimoni veridici di veduta? Come poi dunque in egual affare essi adoperano più d’un peso, né vogliono colle bilance medesime regolare le credenze loro e le nostre? Quod quisque iuris in alterum statuit, ipse eodem iure uti debet, grida la legge (Extra de constit.c. cum omnes et 1. hoc edictum ff. quod quisque iuris). Anche tra noi è rimasta una fama simile, e fama si invitta, e fama sì invariata dopo il tratto di diciassette secoli ornai trascorsi, che non può avere sua fonte, fuorché nel vero, che è la vena sempre mancante all’istessa altezza.

XII. Si provino un poco gli ebrei presenti a far credere al mondo un solo miracolo operato da alcun de’ loro rabbini novellamente, come gli evangelisti fecero al mondo crederne tanti e tanti, operati addì loro dal Redentore. Strana cosa dunque, che questa arte di fingere meraviglie, sì persuasibili a tutti, si sia perduta; ma a dire il vero, tal arte non vi fu mai. I Giudei ancora, quando le lor meraviglie furono vere, le fecero tosto credere, tuttoché tanto giungessero inaudite, di sole fermo, di mari aperti, di manne amministrate, di piazze smantellate a forza di suono. Se non ne possono al presente far credere neppur una, che segno è? E segno manifestissimo che non l’hanno.

XIII. Finalmente qual cosa da’ lor profeti fu prenunziata più apertamente, che lo stuolo foltissimo de’ miracoli, i quali dovevano accompagnar la venuta del gran Messia? Come se ne sono essi dunque dimenticati? Che se pur vogliono ostinatamente travolgere le scritture su ciò concordi, che diran poi, mentre i maestri medesimi del loro talmud non seppero negare tali miracoli in Gesù Cristo (In tit. Ahedazora ap. Crotium 1. 2. n. 5. in Anot. c. Elbachera ap. Salm. c. 6. tr. 2); né con essi negar li seppero i nemici più giurati che mai sortisse la religion cristiana, senza neppure escluderne un Maometto nel suo alcocorano, non invidioso a Gesù di sì giusta gloria? (Il giudaismo s i compenetra così intimamente col cristianesimo ne’ suoi punti più sostanziali, che ai Giudei non è concesso dalla logica di impugnare i miracoli di Cristo senza rompere in brutta contraddizione).

XIV. E vero dunque (ciò che da principio fu opposto), che i nostri storici furono i primi a narrare gli inauditi miracoli da Lui fatti, perché ciò era più proprio; ma non è vero che gli storici esterni non ne abbiano poi lasciata menzione espressa, come di cosa assai nota. Egesippo (Apud Salm. t. 6. tr. 2) nel libro quinto, riferisce due lettere di Pilato a Tiberio Cesare, in cui mostrasi ripentito dell’ingiustissima condannazione di Cristo, egli dà parte de’ gran miracoli da Lui già fatti in vita, e del maggiore che fece poi risuscitando da morte; ciò che venne tenuto sì fuor di dubbio, che l’istesso Tiberio tentò d’introdur Cristo nel Campidoglio fra la turba degli altri dei; e perché il senato per disposizione divina nol consentì (non convenendo al Dio vero l’andare in riga con dii di stucco, o di sasso), non volle l’imperadore che i Cristiani ricevessero almanco verun contrasto, ma fossero lasciati river in pace, come si eseguì finché a ch’ei visse (Tert., in apol. Euseb. 1. 1. hist. Ec. c. 2).

XV. Ma che? Nostre forse eran le Sibille? Eppure le Sibille non altro fanno, che predicare le operazioni mirabili del futuro Messia, tutte ad una ad una avveratesi in Gesù Cristo, delineato tanto prima sì al vivo ne’ loro versi (Ap. Lact. 1. 4. inst. c. 15).

XVI. Molto meno era nostro Giuseppe Giudeo. E pure è tanto chiaro l’onore da lui renduto al nostro Gesù. che sarebbe solo bastevole a colmar di rossore la sua nazione, se in lei non fosse il volto, conforme al cuore già divenuto di smalto. Eodem tempore, dice egli (Ioseph. 1. 18. Ant. c. 4 ), fuit Jesu vir sapiens, si tamen virum eum fas est dicere. Erat enim mirabilim operum patrator, et doctor eorum qui libenter vera suscipiunt. E poco appresso, riferita che n’ebbe la morte atroce, così soggiugne: Apparuit enim eis tertia die vivus, ita ut divinitus de eo vates hoc et alia multa miranda prædixerant. Ecco dunque che i Giudei non volendo credere ai nostri, sono costretti a non dovere né anche credere a se medesimi, o per lo meno a calpestare quegli stessi scrittori i quali hanno in pregio sopra qualunque altro. Ma così va; Si contuderis stultum in pila non auferetur ab eo stultitia eius(Anche se tu pestassi lo stolto nel mortaio tra i grani con il pestello, non scuoteresti da lui la sua stoltezza. – Prov. II. 23). Quanto vuoti di senno,tanto ostinati, somigliano ad un pallone, chepiù che vien percosso, meno si acquieta.

II.

XVII. Convinti però della verità delle narrazioni, si rivolgono ad intorbidare il fondo di quelle meraviglie sì strepitose di cui non possono divertire la piena. Affermano che i miracoli di Cristo sono da Lui stati operati per arte magica. E che però, se non sono finti nel fatto, sono finti nella virtù (Quest’obbiezione si risolve da sé, sol che si rifletta, che il miracolo è tal fatto sovrannaturale, che da Dio solo ripete la sua cagione efficiente. Un miracolo, operato per arte magica o per forza naturale, senza il concorso diretto di Dio, non è un miracolo). Ma qualemopposizione più sconsigliata.

XVIII. Primieramente una somigliante calunnia ebbero da Apuleio i miracoli di Mosè, e l’ebber da Plinio. Ciò però che i Giudei risponderanno contro di questi in difesa del loro legislatore, risponderemo contro di loro noi, in difesa del nostro.

XIX. Dipoi, come fu mago Cristo, se la sua legge sì severamente proibisce, con tutte le altre scelleratezze, anche questa maggior dell’altre?

XX. Aggiungasi, che le maraviglie de’ magi sono indirizzate comunemente a danno di altrui, avendo per fine o vendette, o violenze, o furori di amore insano, più reo di ogni odio. Laddove i miracoli di Gesù furono sempre rivolti a beneficare i corpi, e più ancora l’anime, tirando ognuno all’amore dell’ onestà.

XXI. Più, l’onor del Padre celeste fu sempre il bersaglio di tutte le sue operazioni meravigliose: che perciò ricusò di operarle senza profitto nella patria incredula; o di operarle per vanità davanti ad un re curioso, anche quando l’operarle potea fin toglierlo dalla morte di croce. Chi mai però vide negli stregoni uno zelo simile, mentre essi sono la ribaldaglia del mondo. e come tali esiliati da tutti i popoli, puniti da tutte le leggi con pene orrende? »

XXII. Finalmente ciò che possono i magi si stende a poco, cioè a molto meno di ciò che possono gli spiriti maligni loro padroni, ai quali né anche permette Dio troppo ampia la sfera del noiare e del nuocere sulla terra. Come però avrebbe potuto coll’aiuto di tali spiriti effettuare Cristo cose tanto superiori alle loro forze, quali erano risuscitare i morti, e tra questi risuscitare in ultimo ancora sé? Come sarebbero mai state così durevoli le sanità da lui restituite agl’infermi se fossero state opere prestigiose e non sussistenti? Come avrebbe Egli insegnate dottrine sì salubri, sì sante, sì celestiali, se fosse stato un uomo indiavolato?

XXIII. I diavoli, quando han concorso ad opere di stupore, vi hanno concorso affine di promuovere singolarmente il culto dei falsi dei, cioè di se stessi, ambiziosissimi, sin dalla origine loro, d’innalzarsi a onori divini. E come dunque potean essi concorrere di buon grado a quelle di Cristo, mentre Cristo era tutto intento ad abbattere il loro culto, e a rimettere quello del vero Dio, con intenzione d’inviare gli Apostoli suoi seguaci per l’universo, alla distruzion general dell’idolatria? Si Satanas in seipsum divisus est, quomodo stabit regnum eius?

XXIV. Si vede bene, che i presenti Giudei son figliuoli peggiori de’ lor padri, mentre non temono di apporre a Cristo una taccia che gli antichi giudici stessi del sinedrio non ardirono di appiccargli (Tit. de Sinedrio et tit. de Sabach, apud Grotium 1.5. n. 5). Questi (se noi stiamo alla fede de’ talmudisti) dovevano essere tutti esperimentati nelle arti magiche per convincere quei che n’erano rei. Come però, per fondamento delle altre accuse da loro date a Gesù, non posero in campo questa dei sortilegi da lui tuttora operati? Misero lui, se glie l’avessero mai potuta attaccare, se non per vera almeno per verisimile, come una volta ma senza frutto tentarono i farisei, quando dissero al popolo ammiratore della possanza da lui già posseduta sopra l’inferno: In principe dæmoniorum eiicit dæmonia(per il principe dei demòni, Egli scaccia i demòni – Luc.XI. 15).

XXV. Sarebbe un non finir mai, se si volessero ad una ad una arrecare tutte le prove, per cui si dimostrano degni di ogni credenza i miracoli del Redentore, indegnissimi di veruna i centrasti che loro si fanno. E però, a ridurre quasi un’iliade in un guscio, possiamo dire che i prodigi di Cristo furono da lui effettuati in così gran numero, al cospetto di tanta gente, in luoghi sì diversi, con modi sì pii, con mano sì poderosa, con imperio di tanta sovranità, non più scorta al mondo, con tanta gloria di Dio, con tanto aiuto de’ popoli, con tanto accrescimento della pietà; e che di più vennero tramandati a notizia con uno stile tanto innocente, da penne si schiette, da persone sì sante, da testimoni cosi bene informati d’ogni minuzia, che il negarli non è solamente un chiudersi gli occhi, è cavarseli dalle casse, per farsi cieco in odio del giorno. Non accade pertanto che gli ebrei sperino colle loro lingue malevole di oscurarli. Sarà loro più facile il sollevarsi contra il sole, ed estinguerlo con un soffio.

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (12)

R. P. CHAUTARD D. G. B .

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (12)

TRADUZIONE del Sac. GIULIO ALBERA, S. D. B. 8a EDIZIONE

SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE

TORINO MILANO GENOVA PADOVA PARMA ROMA NAPOLI BARI CATANIA PALERMO

VISTO: Nulla osta alla stampa.

Torino: 22 giugno 1922.

Can. CARLO FRANCO – Rev. Arciv.

VISTO: Imprimatur.

C. FRANCESCO DUVINA – Provic. gen.

PARTE QUINTA

Alcuni principi ed avvisi per la vita interiore

4.

Vantaggi della vita liturgica

a) Favorisce la permanenza del soprannaturale in tutte le mie azioni

Quanta difficoltà provo, mio Dio, per agire ordinariamente per un motivo soprannaturale! Con il concorso di Satana e delle creature, il mio amor proprio sottrae l’anima mia e le mie facoltà alla dipendenza di Gesù vivente in me.  Quante volte in una giornata quella purezza d’intenzione la quale sola può rendere meritorie le mie azioni e fecondo il mio apostolato, è viziata dalla mancanza di vigilanza o di fedeltà! Soltanto con uno sforzo continuo io posso ottenere, con l’aiuto di Dio, che la maggior parte delle mie azioni abbiano la grazia per principio vivificante che le diriga verso Dio come verso il loro fine.  Per tale sforzo la meditazione mi è indispensabile: ma quale differenza quando esso si compie nella vita liturgica! La meditazione e la vita liturgica sono due sorelle che si aiutano a vicenda. La meditazione che precede la mia Messa e la mia recita del Breviario, mi slancia nel soprannaturale. La vita liturgica mi dà il mezzo di vivere della mia meditazione durante la giornata (Faccio bene la mia meditazione per celebrare bene la Messa, e celebro bene la Messa e recito devotamente il Breviario, per far bene la meditazione il giorno seguente – P. Olivaint).  

*

Alla vostra scuola, o santa Chiesa, come mi è facile prendere l’abitudine di dare al mio Creatore e Padre il culto che gli è dovuto! Voi che siete la Sposa di Colui che è l’Adorazione, il Ringraziamento, la Riparazione e la Meditazione per eccellenza, mi comunicate, per mezzo della liturgia, quella sete che aveva Gesù, di glorificare suo Padre. Dare gloria a Dio è il fine principale che vi siete proposto con lo stabilire la liturgia. È dunque chiaro che se io vivo della vita liturgica, sarò tutto imbevuto della virtù della Religione, perché tutta quanta la liturgia è la pratica continua e pubblica di questa virtù, la più eccellente dopo le virtù teologali.  La manifestazione della dipendenza da Dio di tutte le mie facoltà, la pietà, la vigilanza, il combattimento spirituale, si possono certamente sviluppare se mi valgo dei lumi della fede; ma quanto bisogno ha l’uomo di essere aiutato da tutte le sue facoltà, per fissare la sua mente nei beni eterni, per rendere il suo cuore entusiasta e avido di profittarne, per eccitare la volontà a chiederli frequentemente e a cercarli senza tregua!  – La liturgia investe tutto il mio essere: con un complesso di cerimonie, di genuflessioni, d’inchini, di simboli, di canti, di parole, che si rivolgono agli occhi, alle orecchie, alla sensibilità, alla fantasia, all’intelletto, al cuore, essa mi orienta tutto verso Dio; mi ricorda che in me tutto, os, lingua, mens, sensus, vigor, si deve rivolgere a Dio.  – Tutto quello con cui la Chiesa mi rappresenta i diritti di Dio e i suoi titoli al mio culto di omaggio filiale e di appartenenza totale, sviluppa in me la virtù della religione e perciò lo spirito soprannaturale.  Nella liturgia tutto mi parla di Dio, delle sue perfezioni, dei suoi benefizi; tutto mi porta a Dio; tutto mi mostra la sua Provvidenza che continuamente, per mezzo di prove, di aiuti, di avvertimenti, d’incoraggiamenti, di promesse, di lumi e persino di minacce, offre all’anima mia i mezzi per santificarmi. La liturgia mi fa pure parlare continuamente a Dio ed esprimere la mia religione nelle forme più diverse.  Se con il desiderio di approfittarne, io mi applico a questa formazione liturgica, dopo i ripetuti esercizi che ogni giorno ne richiedono le mie funzioni di ecclesiastico, come mai la virtù della religione non metterebbe in me più profonde radici! Como sarà possibile che io non giunga a un’abitudine, a uno stato di anima, perciò alla vera vita interiore? La liturgia è una scuola di Presenza di Dio e della presenza del nostro Dio quale lo manifestò l’Incarnazione, o meglio, una scuola di Presenza di Gesù e di Carità. L’amore si nutre con la conoscenza dell’amabilità dell’essere amato con le prove d’amore che ci ha date, ma soprattutto, dice san Tommaso, con la sua presenza. La liturgia ci riproduce, ci spiega e ci applica le diverse manifestazioni della vita di Gesù Cristo in mezzo a noi. Essa ci mantiene in un’atmosfera soprannaturale e divina, continuando, per così dire, la vita di Nostro Signore, mostrandoci in tutti i misteri l’amabilità e la tenerezza del suo Cuore. Voi stesso, o Gesù, per mezzo della liturgia continuate la vostra gran lezione e la vostra grande manifestazione di amore. Io vi vedo sempre più, non alla maniera dello storico, cioè velato dai secoli, e neppure come spesso vi vede il teologo attraverso ardue speculazioni: Voi siete proprio vicino a me; Voi siete sempre l’Emanuele, il Dio con noi, con la vostra Chiesa, e perciò con me! Voi siete uno con cui vive ciascun membro della vostra Chiesa, e che la liturgia mi fa vedere in ogni circostanza al primo posto come esemplare e fine del mio amore. – Con il ciclo delle feste, con le lezioni tratte dal vostro Vangelo e dagli scritti dei vostri Apostoli, con i raggi meravigliosi di cui essa fa risplendere i vostri Sacramenti e soprattutto la vostra Eucaristia, la Chiesa vi farà vivere in mezzo a noi e ci fa udire i palpiti del vostro Cuore. Credere che Gesù vive in me e che vuole agire in me se io non mi oppongo: che leva potente di vita soprannaturale mi dà la meditazione che m’inculca questa verità! Ma lungo la giornata, con i mezzi diversi e sensibili che offre la liturgia, il nutrirmi frequentemente del dogma della grazia, di Gesù che prega, che opera con ciascuno dei membri di cui egli è la vita, che supplica per loro, e perciò anche per me, vorrà dire mantenermi sotto l’influsso del soprannaturale, farmi vivere di unione con Gesù e stabilirmi nel suo amore. Tutte le forme dell’amore, amore di compiacenza, di benevolenza, di preferenza e di speranza, risplendono nelle bellissime collette, nei salmi, nelle cerimonie, nelle preghiere, e penetrano l’anima mia. Come renderà forte e generosa la mia vita interiore questa maniera di rappresentarmi Gesù vivente e sempre presente! E quando per vivere del soprannaturale io dovrò fare un atto di distacco o di rinuncia, dovrò adempiere un obbligo difficile, dovrò sopportare un dolore o un’ingiustizia, come perderanno il loro aspetto doloroso e ripugnante il combattimento spirituale, la virtù o la prova, se invece di vedere la croce nuda, vi vedrò appeso Voi, o mio Salvatore, e vi udrò chiedermi, mostrandomi le vostre ferite, quel sacrifìcio come prova di amore! Un altro prezioso appoggio mi dà la liturgia ripetendomi che il mio amore non si esercita da solo: io non sono solo nella lotta contro la natura che continuamente cerca di vincolarmi; la Chiesa che s’interessa della mia incorporazione in Gesù Cristo, mi segue maternamente, mi fa parte di tutti i meriti dei milioni di anime con le quali io sono in comunione e che parlano con lo stesso linguaggio ufficiale di amore che parlo io, e mi riconforta con rassicurarmi che il Paradiso e il Purgatorio sono con me per incoraggiarmi e per assistermi.

*

Perché l’anima non cessi di dirigere le sue azioni verso Dio, nulla giova di più che il pensiero dell’eternità. Nella liturgia tutto mi ricorda Novissima mea; ad ogni passo si incontrano le espressioni Vita æterna, Cœlum, Infernum, Mors, Sæculum sæculi e simili. I suffragi e gli uffici per i defunti, le sepolture, mi mettono sotto gli occhi la morte, il giudizio, le ricompense e i castighi eterni, il valore del tempo e le purificazioni indispensabili, o qui o in purgatorio, per entrare in Cielo.  Le feste dei Santi mi parlano della gloria di coloro che mi hanno preceduto su questa terra, e mi mostrano la corona che mi è riservata se camminerò sulle loro orme e se seguirò i loro esempi. Con queste lezioni la Chiesa mi dice continuamente: 0 anima cara, pensa all’eternità, se vuoi essere fedele alla tua divisa: Dio in tutto, sempre e dappertutto. O divina liturgia, io dovrei parlare di tutte le virtù, se volessi ricordare tutti i benefici di cui vi sono debitore. In grazia dei testi scritturali che continuamente fate passare sotto i miei occhi, in grazia dei riti e dei simboli che mi spiegano i divini misteri, l’anima mia si trova costantemente sollevata da terra e rivolta ora verso le virtù teologali, ora verso il timore di Dio, l’orrore del peccato e dello spirito mondano, il distacco, la compunzione, la fiducia o la gioia spirituale.

b) Mi aiuta validamente a conformare la mia vita interiore con quella di Gesù Cristo

Tre sentimenti predominano nel vostro Cuore, o divin Maestro, una dipendenza completa dal Padre, e per conseguenza “un’umiltà perfetta, una carità ardente e universale per gli uomini, e lo spirito di sacrificio.

UMILTÀ PERFETTA. — Al vostro entrare nel mondo, avete detto: Padre, eccomi per fare la vostra volontà (Ingrediens mundum dicit: Hostium et oblationem noluisti… Tunc dixi: Ecce renio… ut faciam, Deus, voluntatem tuam (Ebr. X, 5, 7). Voi spesse volte ricordate che tutta la vostra vita intima si riassume nel desiderio continuo di fare in tutto il beneplacito del Padre (Ego quæ placita sunt ei facio semper (Giov. VIII, 29). — Meus cìbus est ut faciam voluntatem eius qui misit me – Giov. IV, 34). — Descendi de cœlo non ut faciam voluntatem meam, sed voluntatem eius qui misit me – Giov. VI, 38). Voi siete la stessa obbedienza, o Gesù, obbediente fino alla morte e alla morte di croce – Factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis – Filipp., II, 5); anche al presente Voi obbedite ai vostri sacerdoti e alla loro voce scendete dal Cielo: Obediente Domino voci hominis (GIOSUÈ, X, 14). A quale scuola mi mette la liturgia, per farmi imitare la vostra obbedienza, se il mio cuore sa piegarsi ai più piccoli riti con il desiderio di formarsi allo spirito di dipendenza da Dio, di domare, senza indebolirlo, questo «io» avido di libertà, e di rendere docili il mio giudizio e la mia volontà sempre portati a non imitare, o Gesù, lo spirito fondamentale che Voi siete venuto a insegnarci con i vostri esempi, cioè il Culto della Volontà divina! Ogni volta che sforzo la mia personalità a sopprimersi, per obbedire alla Chiesa come a Voi medesimo, per agire in suo nome e per unirmi con lei, e perciò per unirmi con Voi, che prezioso esercizio io faccio, e quali effetti produrrà la fedeltà alle più minute prescrizioni delle rubriche, quando si tratterà di piegare la mia superbia in circostanze più difficili! (Qui fidelis est in minimo, et in malori fldelis est – Luc. XVI, 10). – Ma vi è di più: ricordandomi la certezza della vostra vita in me e la necessità della vostra grazia per trarre frutto anche da un solo pensiero, la liturgia combatte la presunzione che potrebbe tutto distruggere nella mia vita interiore. Il Per Dominum nostrum Jesum Christum, che è la conclusione di quasi tutte le preghiere liturgiche, mi ricorderebbe, qualora lo potessi dimenticare, che da solo io non posso nulla, assolutamente nulla, se non peccare o fare atti senza nessun merito. Tutto mi penetra della necessità di ricorrere con frequenza a Voi; tutto mi ripete che Voi esigete da me questo ricorso supplichevole, affinché la mia vita non si smarrisca in illusioni ingannatrici. La Chiesa, per mezzo della liturgia, insiste con sollecitudine per persuadere i suoi figli della necessità della supplica; della liturgia essa fa davvero la SCUOLA DELLA PREGHIERA e perciò dell’umiltà. Con le sue formule, con i Sacramenti e i Sacramentali, m’insegna che ogni cosa mi viene dal vostro prezioso Sangue e che il gran mezzo di raccoglierne i frutti è di unirmi con una preghiera umile, al vostro desiderio di applicarceli. Fate che io mi giovi di queste lezioni continue, o Gesù, per accrescere il sentimento vivissimo della mia piccolezza e per convincermi che nell’Ostia che è il vostro Corpo mistico, io non sono che un’umile particella, e nell’immenso concerto di lodi che Voi dirigete, io non sono che una debole voce. In grazia della liturgia, possa io vedere sempre meglio che per mezzo dell’umiltà io posso rendere questa voce sempre più pura e questa particella sempre più bianca.

CARITÀ UNIVERSALE. — Il vostro Cuore, o Gesù, ha esteso a tutti gli uomini la sua missione redentrice. A quel Sitio che voi morendo avete lanciato al mondo e che continuate a far sentire dall’Altare e dal Tabernacolo e persino dal seno della vostra gloria, deve rispondere nell’anima anche del semplice cristiano un vivo desiderio di spendersi per i fratelli, una sete ardente della salvezza di tutti gli uomini e della diffusione del Vangelo, un grande zelo per favorire le vocazioni ecclesiastiche e religiose, e vive preghiere affinchè i cristiani comprendano l’estensione dei loro doveri, e le anime la necessità, per loro, della vita interiore.  – Ma tali desideri molto più devono accendere l’anima dei vostri ministri ai quali i riti ricordano che Voi avete loro dato nel vostro Corpo mistico un posto eletto, affinché vi INCORPORINO quante più anime è possibile; siano corredentori, mediatori che devono piangere inter vestibulum et altare (GIOELE II. 17. 1). i peccati del mondo e santificarsi non soltanto per sè, ma anche per poter santificare gli altri, per formare, istruire e guidare le anime e per far circolare in esse la vostra Vita: Ego sanctifico meipsum ut sint et ipsi sanctificati! (Giov. XVII, 19). O santa Chiesa del Redentore, Madre di tutti i miei fratelli vostri figli, come potrò vivere della vostra liturgia, senza partecipare agli slanci del Cuore del vostro divino Sposo per la salute delle sue creature e per la liberazione delle anime che gemono nel Purgatorio? Certamente io godo di una parte privilegiata dei frutti della Messa che celebro e del Breviario che recito; ma Voi intendete che la parte principale vada anzitutto al complesso delle anime di cui siete sollecito: In primis quae tibi offerimus prò Ecclesia tua sancia catholica (Canone della Messa). Voi adoperate mille mezzi per dilatare il mio cuore e per conformare la mia vita interiore con quella di Gesù. O cara vita liturgica, accrescete il mio amore filiale alla santa Chiesa e al Padre comune dei fedeli; rendetemi più devoto e più sottomesso ni miei Superiori gerarchici e più unito a tutte le loro sollecitudini; aiutatemi a non dimenticare che Gesù vive in ciascuno di quelli con cui mi trovo ogni giorno a contatto, e che voi li portate, come li porta Lui, nel vostro cuore; fate che io irradii su loro l’indulgenza, la tolleranza, la pazienza, la cortesia, in modo che rispecchi la mansuetudine del dolcissimo Salvatore. Mantenete in me il sentimento che non posso andare in Paradiso se non per mezzo della Croce, che le mie lodi, le mie adorazioni, i miei sacrifici e gli altri miei atti non hanno valore per il Paradiso se non per il Sangue di Gesù, e che con tutti i Cristiani debbo guadagnarmi questo Paradiso, poiché con tutti gli eletti ne dovrò godere e con essi dovrò continuare, per mezzo di Gesù e per tutta l’eternità, il concerto di lodi a cui sono associato sulla terra.

SPIRITO DI SACRIFICIO. — 0 Gesù, Voi sapendo che l’umanità non si poteva salvare se non per mezzo del sacrificio, avete fatto di tutta la vostra vita terrena una continua immolazione.  Ed io, identificato con Voi, Sacerdote con Voi quando celebro la Messa, o divino Crocifisso, voglio essere OSTIA con Voi. In Voi tutto gravita intorno alla Croce: in me tutto graviterà intorno alla mia Messa; essa sarà il centro e il sole delle mie giornate, come il vostro Sacrificio è l’atto centrale della liturgia  Questa, richiamandomi continuamente, per mezzo dell’Altare e del Tabernacolo, il pensiero del Calvario, sarà per me una Scuola di spirito di sacrificio. Con farmi partecipare ai sentimenti della vostra Chiesa, mi comunicherà i vostri, o Gesù, e così si avvererà in me la parola di san Paolo: Hoc sentite in vobis quod et in Christo Jesu (Filipp. II, 5), e quella che mi fu detta quando fui ordinato sacerdote: Imitamini quod tractatis (Pontificale Romano). – Il Messale, il Rituale e il Breviario mi ricordano nei modi più svariati, non fosse altro che con i segni di croce, che il sacrificio è divenuto, dopo il peccato, la legge dell’umanità e che ha valore soltanto se è unito al vostro. Vi renderò dunque ostia per ostia, o mio divin Redentore; vi farò di me stesso un’immolazione totale FUSA con la vostra immolazione compiuta una volta sul Calvario e rinnovata più volte in ogni minuto secondo dalle Messe che si celebrano in tutto il mondo. La liturgia mi renderà facile questa offerta di me stesso e mi farà contribuire maggiormente a compiere per il vostro corpo che è la Chiesa, quello che manca alla vostra Passione (Adimpleo quæ desunt passionem Christi prò corpore eius quod est Ecclesia – Coloss. I, 24). Porterò anch’io la parte mia a questa grande ostia fatta con i sacrifici di tutti i Cristiani (Tota ipsa redempta Civitas, hoc est congregatìo societasque sanctorum, universale Sacrificium offertur Deo per Sacerdotem magnum, qui etiam obtulit in Passione prò nobis, ut tanti capiti» corpus essemus… Cum itaque noe hortatus esset Apostolus ut exhibeamus corpora nostra hostlam vi venterò… hoc est Sacrificium Christianorum: multi unum corpus in Christo. Quod etiam Sacramento Altaris, fid elibus noto, frequentat Ecclesia, ubi el demonstratur quod in ea re quam oflert, ipsa offeratur – S. AGOST., De Civ. Dei, lib. X, cap. VI); e questa ostia salirà verso il Cielo per espiare i peccati del mondo e per far discendere sulla Chiesa militante e purgante i frutti della vostra Redenzione.  Avrò cosi la vera vita liturgica; infatti il rivestirmi di Voi, o Gesù, o Gesù crocifisso, l’unirmi praticamente al vostro Sacrificio facendo olocausto di me stesso con l’Abneget semetipsum, non è forse questo, o mio Salvatore, il fine a cui mi vuole condurre la vostra Chiesa instillandomi i vostri sentimenti con le sue preghiere e con le sue sante cerimonie introducendo nel mio cuore quello che in Voi predominava su tutto: lo Spirito di sacrificio? In tal modo diventerò una di quelle pietre viventi e scelte che, levigate dalla prova, Scalpri salubris ictibus et tunsione plurima Fabri polita malico (S. AGOST., De Civ. Dei, lib. X, cap. VI). 2), sono destinate alla fabbrica della Gerusalemme celeste.

c) La vita liturgica mi fa vivere della vita del Cielo

Conversatio nostra in cœlis est (Filipp. III, 20. 3), dice san Paolo; e dove potrei io imparare più facilmente a praticare questo programma, che nella Liturgia! Questa liturgia della terra non è forse l’imitazione della Liturgia celeste che l’Apostolo prediletto descrive nella sua Apocalisse? Quando canto e recito l’Ufficio, non faccio altro che compiere le stesse funzioni di cui gli Angeli si onorano dinanzi al Trono dell’Eterno. Anzi la dossologia di ciascun salmo, di ciascun inno, la conclusione di ciascuna orazione mi getta in adorazione dinanzi alla SS. Trinità. Le innumerevoli feste dei Santi mi fanno vivere come nell’intimità dei miei fratelli del Paradiso, i quali mi proteggono e pregano per me. Le feste di Maria santissima mi ricordano  che ho lassù una Madre tanto buona e tanto potente la quale non avrà riposo finché non mi veda al sicuro ai suoi piedi, nel Regno di suo Figlio. Sarebbe mai possibile che tutte queste feste che i misteri del mio dolce Salvatore, il Natale, la Pasqua, l’Ascensione soprattutto non mi dessero quella NOSTALGIA DEL PARADISO che san Gregorio considera come un pegno di predestinazione?

d) Pratica della vita liturgica

Buon Maestro, Voi vi siete degnato di farmi comprendere che cosa è la vita liturgica: potrei io addurre come pretesto le esigenze del mio ministero, per sottrarmi allo sforzo che mi chiedete per praticarla? Certamente voi mi rispondereste che il compiere secondo i vostri desideri le funzioni liturgiche, non richiede più tempo che il compierle macchinalmente; mi ricordereste l’esempio di tanti vostri servi, tra gli altri del beato P. Perboyre (Vedi la sua Vita, lib. III, cap. 8 e 9, Parigi, 1890),i quali pure essendo da voi caricati di occupazioni continue e assorbenti in un grado veramente intenso, erano tuttavia anime eminentemente di vita liturgica.

PREPARAZIONE REMOTA:

Fate, o buon Salvatore, che il mio desiderio di vita liturgica si esplichi in un grande SPIRITO DI FEDE per tutto ciò che si riferisce al culto divino. I vostri Angeli e i vostri Santi vi vedono a faccia a faccia e nulla può distogliere la loro attenzione dalle auguste Funzioni che sono uno degli elementi della loro gioia inenarrabile; ma io, sottoposto ancora a tutte le debolezze della natura umana, come mi potrò mantenere alla vostra presenza quando vi parlo con la Chiesa, se non sviluppate in me il dono della Fede che ricevetti nel Battesimo? Non vorrò mai, mi pare, considerare le funzioni liturgiche come un lavoro ingrato da sbrigare al più presto che si possa, o da subire perché vi sono annessi dei lucri; non oserò mai, spero, parlare al Dio tre volte Santo o compiere i suoi riti con una LIBERTÀ DI TRATTO che mi vergognerei di adoperare con il più umile dei servitori: non vorrò mai dare scandalo con quello che deve dare edificazione. Eppure posso io prevedere fin dove arriverei, se cominciassi a non più vigilare sopra me stesso riguardo lo spirito di fede? – Mio Dio, se io fossi già su questo pendìo, degnatevi di fermarmi; o meglio datemi una Fede così viva che, compreso dell’importanza che hanno davvero ai vostri occhi gli atti liturgici, mi rallegri al sentire che la loro sublimità entusiasma la mia volontà sempre di più.  Avrei io il minimo spirito di fede, se non avessi nessuno zelo per conoscere e per osservare le RUBRICHE? Ipensieri più belli sulla Liturgia non potrebbero scusare la mia negligenza dinanzi a Voi o mio Dio. Poco importa che io non senta nessuna attrattiva naturale per tale lavoro: basta che vi piaccia la mia obbedienza e che io sappia ch’essa mi sarà di gran profitto. Nei miei ritiri spirituali non mancherò mai di esaminarmi su questo punto riguardo al Messale, al Rituale e al Breviario. La vostra Chiesa, o Gesù, si serve principalmente delle ricchezze dei SALMI per il suo culto; se io ho lo spirito liturgico, l’anima mia nelle parti del Salterio saprà vedere Voi figurato soprattutto nella vostra vita dolorosa. Saprà che quella parola intima, quei sentimenti che il vostro Cuore rivolgeva a Dio durante la vostra vita mortale, si incontrano in molte delle composizioni profetiche che avete ispirato al Salmista.  Essa vi troverà meravigliosamente compendiati profeticamente i principali insegnamenti del vostro Vangelo. – Sotto gli stessi veli intenderò la voce della Chiesa la quale continua la vostra vita di prove e manifesta a Dio, nei suoi dolori e nei suoi trionfi, dei sentimenti imitati da quelli del suo Sposo divino, sentimenti che può pure fare suoi, nelle sue tentazioni, nei rovesci, nelle lotte, nelle tristezze, negli scoraggiamenti, nelle delusioni, come pure nelle sue vittorie e nelle sue consolazioni, ogni anima in cui si può manifestare la vostra vita.  Riservando alla Sacra Scrittura una parte delle mie letture, svilupperò il mio gusto per la liturgia e faciliterò la mia attenzione alle parole (Plus lucratur qui orat et intelligit quam qui tantum lingua orat. Nam qui intelligit reficitur quantum ad intellectum et quantum ad affectum (S. Tom., in I Cor., XIV, 14).  La riflessione mi farà scoprire in ogni composizione liturgica un’idea centrale intorno alla quale si svolgono i diversi insegnamenti.  In tal modo, o anima mia, quali armi ti preparerai contro la mobilità della tua fantasia, soprattutto se saprai imparare dai SIMBOLI! La Chiesa li adopera per parlare ai sensi con un linguaggio che li colpisce con rendere sensibili le verità rappresentate. Agnoscite quod agitis, essa mi disse quando fui ordinato sacerdote. Alle cerimonie, ai lini, agli oggetti, ai paramenti sacri, a tutto la Chiesa mia madre dà una voce significativa; ora come potrei illuminare l’intelligenza e toccare il cuore dei fedeli che la Chiesa vuole impressionare con questo linguaggio ingenuo e grandioso a un tempo, se io stesso non posseggo la chiave di tale predicazione?

PREPARAZIONE PROSSIMA:

Ante orationem præpara animam tuam (Prima della preghiera prepara la tua anima – Eccli. XVIII, 23). Subito prima della Messa e ad ogni ripresa del Breviario, farò un atto calmo, ma energico, di raccoglimento per distogliermi da tutto ciò che non si riferisce a Dio e per fissare la mia attenzione verso di Lui: Colui al quale sto per parlare, è Dio!  Ma Egli è pure mio Padre: a quel timore riverenziale che anche la Regina degli Angeli conserva quando parla al suo divin Figliuolo, unirò l’ingenuità semplice che dà anche al vecchio che si rivolge alla Maestà infinita, UN’ANIMA DI FANCIULLO. Questo atteggiamento semplice e ingenuo dinanzi al Padre mio rispecchierà ingenuamente la mia convinzione di essere unito a Gesù Cristo e di rappresentare la Chiesa nonostante la mia indegnità, e la certezza di avere per compagni nella mia preghiera gli spiriti della milizia celeste: In conspectu An-gelorum psallam tibi (Canterò a te in presenza degli angeli – Salmo CXXXVII).  Per te, o anima mia, non è più il momento di ragionare nè di meditare, ma devi ritornare un’anima di fanciullo. Giunta all’età della ragione, tu accettavi con espressione di una verità assoluta tutto ciò che ti diceva tua madre; così devi con la stessa semplicità e ingenuità accettare dalla tua Madre la Chiesa tutto ciò che ti presterà come alimento della tua fede.  Tale ringiovanimento dell’anima è indispensabile: quanto più mi farò un’anima di fanciullo, tanto più approfitterò dei tesori della Liturgia e mi lascerò colpire dalla poesia che ne emana, e nella stessa misura progredirà in me lo spirito liturgico.  Facilmente allora l’anima mia entrerà in adorazione e vi rimarrà durante la funzione (cerimonia, Breviario, Messa, sacramento ecc.) a cui prendo parte come membro o come ambasciatore della Chiesa o come Ministro di Dio. Dal mio modo di entrare in adorazione dipendono in gran parte non soltanto il profitto e il merito dell’atto liturgico ma anche le consolazioni che Dio annette al suo perfetto compimento e che devono sostenermi nelle mie fatiche apostoliche. Voglio dunque Adorare; con uno slancio della volontà voglio unirmi, per rendere a Dio questo omaggio, alle adorazioni dell’Uomo-Dio: sarà uno slancio del cuore più che sforzo della mente. Lo voglio con la grazia vostra, o Gesù, e questa grazia la chiederò, per esempio, per il Breviario, con il Deus in adiutorium, e per la Messa, con l’Introibo recitati con calma.

Voglio: ed è questo volere filiale e affettuoso, forte e umile, unito con un vivo desiderio del vostro aiuto, quello che Voi esigete da me. Se ottengo che la mia intelligenza presenti alla mia fede qualche bell’orizzonte, o che la mia sensibilità le offra qualche buon sentimento, la mia volontà se ne gioverà per adorare più facilmente; ma non dimenticherò questo principio, che l’unione con Dio risiede, in ultima analisi, nella parte superiore dell’anima, nella volontà, e anche quando non avrà che tenebre e aridità, questa facoltà, arida e fredda in se stessa, prenderà il suo slancio appoggiandosi sulla sola Fede.

L’ATTO DELLA FUNZIONE LITURGICA:

Il compiere bene le funzioni liturgiche è un dono della vostra munificenza, o mio Dio: Omnipotens et misericors Deus de cuius munere venit ut tibi a fidelibus tuis digne et laudabiliter serviatur (Orazione della domenica XII dopo Pentecoste.). Degnatevi di concedermi questo dono, o Signore; io voglio rimanere adoratore durante l’atto liturgico. Questa parola riassume tutti i metodi. La mia volontà ha gettato il mio cuore e lo mantiene dinanzi alla maestà di Dio, ed io compendio tutto il suo lavoro nelle tre parole digne, attente, devote… della preghiera Aperi, le quali esprimono esattamente quale dev’essere l’atteggiamento del mio corpo, della mia intelligenza e del mio cuore.

DIGNE. Con un contegno rispettoso, con la pronuncia esatta delle parole e con maggiore lentezza nelle parti principali, con l’accurata osservanza delle rubriche, con il tono della voce e con la maniera di fare i segni di croce, le genuflessioni ecc., il mio corpo manifesterà non soltanto che so a chi parlo, quello che dico e quale APOSTOLATO posso alle volte esercitare, ma anche che il mio cuore è quello che agisce. – (O apostolato o scandalo: per molte anime che vedono la religione attraverso un vago intellettualismo o ritualismo, la predica di un prete mediocre è spesso assai meno efficace che l’apostolato del vero sacerdote la cui gran fede, la compunzione, la pietà risplende nell’occasione di un battesimo, di una sepoltura e soprattutto di una Messa; parole e cerimonie sono dardi capaci di muovere quei cuori. La liturgia cosi vissuta riflette loro il mistero come certo, l’Invisibile come esistente e li invita a invocare quel Gesù quasi sconosciuto a loro, ma col quale sentono che quel prete è in intima comunicazione. Vi sarà invece o un’attenuazione o la perdita della fede, quando le anime disgustate dicono: « Non è davvero possibile che quel prete creda in Dio e lo tema, dal momento che celebra, battezza, dice preghiere e fa cerimonie in tale maniera! Che responsabilità! E chi oserebbe sostenere che simili scandali non saranno oggetto di un giudizio rigoroso? Quale influenza può avere sui fedeli cosi la manifestazione del timore riverenziale, come la libertà di tratto nelle sacre funzioni! – Quando ero studente dell’Università e fuori di ogni influsso clericale, ebbi per caso l’occasione di vedere, senza che egli se ne accorgesse, un sacerdote a dire il Breviario. Il suo contegno rispettoso e devoto fu per me una rivelazione, e sentii un forte bisogno di pregare, e di pregare cercando d’imitare quel prete. La Chiesa mi sembrava concreta in quel degno ministro in comunicazione con Dio. – « Invece, mi diceva ultimamente un’anima schietta, vedendo a qual punto il mio parroco strapazzava la sua Messa, rimasi turbato e mi persuasi che egli non doveva aver fede. D’allora in poi non potei più pregare e neppure credere, e una specie di disgusto prodotto dal timore di vedere ancora quel prete a dire la Messa, mi tenne, da quel momento, lontano dalla chiesa). – Nelle corti dei re della terra, persino i semplici servitori stimano grandi i più umili impieghi e senza saperlo prendono un aspetto maestoso e solenne. Non giungerò io ad acquistare quella nobiltà che si manifesterà nell’atteggiamento dell’anima mia e nella dignità del mio contegno, nell’esercizio delle mie funzioni, io che faccio parte della guardia d’onore del Re dei re e del Dio d’infinita maestà?

ATTENTE. La mia mente sarà tutta intesa a raccogliere nelle parole e nelle cerimonie quanto potrà nutrire il mio cuore. Talora la mia attenzione sarà al senso letterale dei testi; sia che segua ciascuna frase, sia che, pure continuando la mia recita, mediti a lungo un’espressione che mi abbia colpito fino a che senta il bisogno di scoprire in un altro fiore il miele della divozione, io mi attengo in tutti e due i casi al precetto: Mens concordet voci (Il pensiero sia d’accordo con la voce (Rególa di san Bernardo).Talora la mia intelligenza si occuperà del mistero del giorno o dell’idea principale del tempo liturgico. Ma la sua parte sarà secondaria in confronto con quella della volontà della quale essa non sarà che la provveditrice, per aiutarla a mantenersi in adorazione o a ritornarvi. Tutte le volte che verranno le distrazioni, io voglio, senza dispetto, senza durezza, senza asprezza, ma soavemente come tutto ciò che si fa con il vostro aiuto, o Gesù, e fortemente, come fa chi vuol essere generosamente fedele a tale aiuto, voglio ritornare all’atto adoratore.

DEVOTE. Questo è il punto capitale: tutto deve concorrere per fare dell’ufficio e di ogni funzione liturgica un esercizio di pietà, e perciò un atto del cuore.

La precipitazione è la morte della divozione. Parlando del Breviario, e tanto più si deve dire della Messa, san Francesco di Sales dà questa massima come un principio. M’impongo dunque l’obbligo di dedicare circa mezz’ora alla mia MESSA, affinché non soltanto il Canone, ma anche tutte le altre parti siano recitate devotamente. Allontanerò senza pietà tutti i PRETESTI di fare in fretta questa azione principale della mia giornata. Se l’abitudine mi fa troncare certe parole o cerimonie, mi applicherò, anche esagerando per qualche tempo, ad andare molto adagio in tali parti difettose (Volendo mettere in caricatura una persona che parla con volubilità e che non sa quello che sì dice, un letterato dello scorso secolo, famoso cosi per la sua empietà come per il realismo delle sue descrizioni, non trova un miglior termine di paragone che il prete il quale strapazza la Messa).Con le dovute proporzioni, estenderò questa risoluzione a tutte le altre mie funzioni liturgiche: sacramenti, benedizioni, sepolture ecc. Riguardo al Breviario, avrò cura di prevedere io quale momento lo reciterò, e venuto il tempo, mi obbligherò a qualunque costo a tralasciare ogni cosa. A qualunque costo voglio che la recita del Breviario, sia una vera preghiera del cuore. Oh! sì, conservate in me, o divin Mediatore, l’orrore per la precipitazione quando io tengo il vostro posto o agisco in nome della Chiesa. Fatemi ben persuaso che la precipitazione paralizza il gran Sacramentale che è la liturgia e non le lascia mantenere quello spirito di orazione, senza del quale, con tutta l’apparenza di sacerdote zelantissimo, io potrei essere agli occhi vostri nulla più che un tiepido, o meno ancora. Scolpite nella mia coscienza questa parola così capace di farmi tremare: Maledictus qui facit opus Dei fraudulenter (Maledetto chi compie l’opera di Dio con negligenza (GER. XLVIII, 10).  Talora con uno slancio del cuore abbraccerò in una sintesi di fede il senso generale del mistero ricordato dal Ciclo liturgico e di esso nutrirò l’anima mia. Talora sarà un atto lungamente gustato, atto di fede o di speranza, di desiderio o di pentimento, di offerta o di amore. – Altre volte mi basterà un solo SGUARDO, uno sguardo intimo e prolungato su un mistero, su una perfezione di Dio, su uno dei vostri titoli, o Gesù, sulla vostra Chiesa, sul mio nulla, sulle mie miserie, sui miei bisogni, o sulla mia dignità di cristiano, di sacerdote, di religioso. Sarà uno sguardo ben diverso dall’atto dell’intelligenza durante uno studio teologico; uno sguardo che accresce la fede, ma più ancora l’amore; uno sguardo che è certamente un pallido riflesso della visione beatifica, ma che intanto già effettua quaggiù la vostra promessa alle anime pure e fervorose: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt (Beati quelli che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio (MATT. V, 8).

*

Così ogni cerimonia sarà per me un sollievo e un riposo, un vero respiro dell’anima mia che correva pericolo di essere soffocata dalle occupazioni. O santa liturgia, quale balsamo porterete all’anima mia con le vostre «funzioni»! Queste, ben lungi dall’essere una virtù onerosa, saranno per me una delle maggiori consolazioni della mia vita. Né potrebbe essere altrimenti, poiché sempre chiamato da voi alla dignità di figlio e di ambasciatore della Chiesa, di membro e di Ministro di Gesù Cristo, mi rivestirò sempre più di Colui che è la gioia degli Eletti. Con la mia unione con Lui, imparerò a giovarmi delle croci di questa vita mortale per seminare le messi della mia eterna felicità e, con la mia vita liturgica, più efficace di qualunque apostolato, sentirò di trascinare dietro di me altre anime nella vita della salute e della santità.

5.

La custodia del cuore è il sostegno della vita interiore ed è perciò essenziale per l’apostolato.

RISOLUZIONE DELLA CUSTODIA DEL CUORE:

Io voglio, o Gesù, che il mio cuore sia abitualmente sollecito a PRESERVARSI da ogni macchia e ad UNIRSI SEMPRE PIÙ al vostro Cuore in tutte le mie occupazioni, conversazioni, ricreazioni ecc. L’elemento negativo, ma indispensabile, di questa risoluzione mi fa ripudiare ogni macchia nel motivo e nell’esecuzione dell’azione (Come si acquista la purezza d’intenzione? — Si acquista con una grande attenzione sopra noi stessi, nel cominciare e soprattutto nel progresso delle nostre azioni. Perché quest’attenzione è necessaria nel cominciare le nostre azioni? — Perché se queste azioni sono gradite, utili, conformi al gusto naturale, questo vi tende subito da sé, per la sola attrattiva del piacere o dell’interesse. Ora quale attenzione e qual dominio bisogna avere sopra se stesso, per non permettere che la volontà sia subito trascinata dall’impressione dei motivi naturali che l’accarezzano, la sollecitano e la incantano! Perché avete detto che quest’attenzione è soprattutto necessaria nel progresso delle nostre azioni? — Perché quando si avesse avuta la forza di rinunciare da principio all’attrattiva seducente del sensi o dell’amor proprio, per seguire in tutto soltanto le vedute della fede, e con intenzioni pure; se poi si dimentica di osservarsi da vicino, il godimento attuale o del piacere che si prova o dell’interesse che trova nel corso di certe azioni, viene sempre a fare nuove impressioni e il cuore s’infiacchisce a poco a poco, la natura, benché mortificata dalle prime rinunce, si risveglia e riprende il suo predominio; ben presto l’amor proprio insinua subdolamente e quasi senza che ce ne avvediamo, le sue mire interessate, mettendole al posto dei buoni motivi con cui le nostre azioni erano state incominciate: per questo avviene, non so in quanti casi, ciò che dice san Paolo, cioè che dopo di aver incominciato con lo spirito ai va a finire con la carne, ossia con mire basse, terrene o interessate – P. Caussade). – L’elemento positivo spinge la mia ambizione a voler intensificare la fede, la speranza e l’amore che sono l’anima dell’azione. Questa risoluzione sarà la vera misura del valore pratico delle altre precedenti, perché in essa si riassume la vita interiore nell’esercizio del mio apostolato. La meditazione e la vita liturgica mi fanno riprendere lo slancio per unirmi a Dio ma è la Custodia del cuore quella che permetterà al viaggiatore di trarre profitto del nutrimento preso prima di mettersi in cammino o durante le fermate, per conservare sempre il buon passo della partenza.  So già in che cosa consiste la Custodia del cuore. Con essa si avvera MANETE in me et ego in vóbis (Giov. XV, 4); con essa la mia unione indiretta con Dio, per mezzo delle sue opere, cioè per mezzo delle relazioni che, secondo la sua volontà, ho con le creature, diventa la continuazione della mia unione diretta con Lui per mezzo della meditazione, della vita liturgica e dei Sacramenti. In tutti e due i casi l’unione deriva dalla fede e dalla carità e si compie sotto l’influsso della grazia. Nell’unione diretta siete Voi medesimo e Voi solo, o mio Dio, che io ho di mira; nell’unione indiretta invece mi applico ad altri oggetti. Ma siccome lo faccio per obbedire a Voi, quegli oggetti a cui dò la mia attenzione diventano mezzi voluti da Voi per unirmi a Voi: vi lascio, ma per ritrovarvi. Siete sempre Voi quello che io cerco e con lo stesso cuore, ma nella vostra volontà. E questa divina volontà è l’unico faro che la Custodia del cuore mi fa fissare per dirigere la mia attività al vostro servizio: nell’un caso e nell’altro posso dunque dire: Mihi adhærere Deo bonum est (Salmo LXII, 28).  È dunque un ERRORE il credere che per unirmi a Voi, o mio Dio, io debba rimandare l’azione o aspettare che essa sia terminata; è errore il supporre che certi lavori, per la stessa loro natura o per il tempo in cui si fanno, possano dominarmi e impacciare la mia libertà al punto che mi riesca impossibile unirmi a Voi. No, Voi volete che io sia libero; non volete che razione mi domini; Voi volete che io ne sia il padrone e non lo schiavo. E per questo fine mi offrite la vostra grazia, se io sono fedele alla Custodia del cuore. Dunque dal momento in cui il senso soprannaturale pratico mi ha fatto vedere, con i molteplici avvenimenti, con le circostanze e con i particolari disposti dalla vostra Provvidenza, che quella data azione è voluta da Voi, è mio dovere non sottraimene come pure non compiacermene. Io devo intraprenderla e continuarla, ma unicamente per fare la vostra volontà, perché l’amor proprio ne guasterebbe il valore e ne diminuirebbe il merito (Nel bene, dice il P. Desurmont, si trova nascosto un piacere, un onore, una gloria, un non so che di cui la natura è sommamente ghiotta, spesso più ghiotta che del male stesso; e l’anima non diffida abbastanza di questo pericolo. Il Signore, per la sua bontà verso di noi e per gelosia della sua gloria, si è dichiarato, per conto suo, indifferente a tutti i beni particolari e ci dice che una sola cosa gli piace, la sua volontà. Per conseguenza una cosa da nulla conforme alla sua volontà meriterà il Cielo, e anche i miracoli, operati senza di essa, resteranno senza ricompensa – Le relipieux résolu).

a) Necessità della custodia del cuore

Mio Dio, Voi siete la Santità e quaggiù non ammettete nella vostra intimità un’anima se non nella misura in cui essa si applica a distruggere o ad evitare tutto ciò che per lei potrebbe essere una macchia.  Pigrizia spirituale nell’innalzare il mio cuore a Voi; affetto disordinato verso le creature; asprezze e impazienze; rancore, capricci, mollezza, ricerca delle comodità; facilità nel parlare senza giusto motivo dei difetti altrui; dissipazione, curiosità che non mira per nulla alla gloria di Dio; pettegolezzi; ciarle, giudizi vani o temerari sul prossimo; vana compiacenza di me stesso; disprezzo per gli altri, critiche sulla loro condotta; ricerca della stima e della lode nei motivi che mi fanno agire; ostentazione di ciò che torna a mio vantaggio; presunzione, testardaggine, gelosia, mancanza di rispetto verso l’autorità, mormorazioni; immortificazioni nel mangiare e nel bere ecc., che FORMICAIO DI PECCATI VENIALI o almeno d’imperfezioni volontarie può se non vigilo, invadermi e privarmi delle grazie abbondanti che mi avevate preparate da tutta l’eternità! Se la mia meditazione e la mia vita liturgica non mi portano progressivamente a tenere l’anima mia sveglia anche contro le colpe di pura fragilità, a rialzarmi prontamente quando la mia volontà incomincia a piegare e anche a impormi in tali casi una penitenza, io posso PARALIZZARE, O Gesù, la vostra azione sopra di me. – Messe, Comunioni, Confessioni, altre pratiche di pietà, protezione speciale della divina Provvidenza in vista della mia eterna salvezza, sollecitudine del mio Angelo custode e persino la vostra materna vigilanza su di me, o Madre Immacolata, tutto può essere paralizzato e reso sterile per colpa mia.  Se la mia volontà è cattiva o non buona abbastanza per impormi quella violenza alla quale Voi, o Gesù, alludete dicendo: Violenti rapiunt illud (MATT. X I , 12), Satana cercherà continuamente di sorprendere il mio cuore. Non illuderti, o anima mia! Certe tue cadute che tu chiami di pura fragilità, sono forse di natura diversa agli occhi di Dio, se non pratichi la Custodia del cuore e se non miri a praticare questo programma: Voglio arrivare a dare a Gesù il motivo di ogni mia azione.  Che terribili e lunghe espiazioni io mi preparo per il Purgatorio, se non custodisco il mio cuore!  E senza questa risoluzione che pericolo corro e quale responsabilità incontro! Il pendio è tanto sdrucciolevole da portarmi al peccato mortale!

b) La presenza di Dio è la base della custodia del cuore

O santa Trinità, se, come spero, sono in stato di grazia, voi abitate nel mio cuore con tutta la vostra gloria, con tutte le vostre perfezioni infinite, tale insomma quale siete in Cielo benché nascosta sotto il velo della fede. Non vi è istante in cui non abbiate gli occhi sopra di me, per discernere le mie azioni. La vostra misericordia e la vostra giustizia operano continuamente in me. Per punirmi delle mie ingiurie, ora mi ritirate le vostre grazie speciali oppure cessate di disporre maternamente gli avvenimenti che dovevano riuscire a mio vantaggio, ora invece mi colmate di nuovi benefici!  Se la vostra dimora in me fosse ai miei occhi l’avvenimento più importante e il più degno della mia attenzione, starei io così di frequente e così a lungo senza pensarvi? Non derivano forse dalla disattenzione a questo fatto fondamentale della mia esistenza, gli insuccessi che finora seguirono i miei tentativi di Custodia del cuore! – Le giaculatorie, succedendosi regolarmente lungo la giornata, mi avrebbero dovuto ricordare questa dimora amorosa di Dio in me. E tu, o anima mia, hai finora fatto abbastanza per intercalare la tua vita con qualche giaculatoria, ALMENO UNA VOLTA OGNI ORA! Della tua meditazione quotidiana e della tua vita liturgica hai fatto abbastanza profitto per rientrare di quando in quando almeno per alcuni secondi al santuario intimo del tuo cuore, per adorarvi la Bellezza infinita, l’Immensità, l’Onnipotenza, la Santità, la Vita, l’Amore, insomma il Bene sommo e perfetto che si degna di risiedervi e che è il tuo Principio e il tuo Fine? Le comunioni spirituali che posto occupano nella mia giornata! Eppure sono ogni momento a mia disposizione, non solo per ricordarmi che abita in me la SS. Trinità, ma anche per intensificare tale dimora con una nuova infusione del Sangue redentore nell’anima mia.Che conto ho fatto finora di tanti tesori messi sulla mia strada! Mi sarebbe bastato abbassarmi a raccogliere questi diamanti per ornarne il mio diadema. Quanto sono lontano da quelle anime che, pure continuando i loro lavori e le loro conversazioni, ritornano migliaia di volte al giorno al loro Ospite divino! Esse si sono fatta quest’abitudine, e il loro cuore è fisso là dove sta il loro tesoro.

c) La divozione a Maria Santissima facilita la custodia del cuore

O Madre mia immacolata, la parola di vostro Figlio sul Calvario vi costituì Madre mia, affinché voi mi aiutaste a conservare il mio cuore unito, per mezzo di Gesù, alla SS. Trinità. Io voglio che le invocazioni sempre più frequenti che vi rivolgerò, mirino soprattutto a questa custodia del mio cuore, affinché ne siano purificate le tendenze, le intenzioni, gli affetti e i voleri. Non voglio più nascondermi alla vostra dolce voce. «Fermati, figlio mio, correggi il tuo cuore; no, non è vero che in questo momento tu cerchi la gloria di Dio! ». Quante volte nelle mie dissipazioni o nelle mie occupazioni mal regolate mi avete rivolto questo invito materno! E quante volte, purtroppo, io non Io volli udire! Madre mia, d’ora innanzi ascolterò questo RICHIAMO DEL VOSTRO CUORE, e la mia fedeltà gli risponderà con un proposito energico e risoluto; esso potrà durare soltanto un baleno, ma basterà perché io mi faccia una di queste domande: Per chi è questa azione? Come agirebbe Gesù al posto mio? Questa interrogazione intima, divenuta abitudine, costituisce la Custodia del cuore. Essa mi permetterà, nei più minuti particolari, di tenere le mie facoltà e le loro tendenze in una dipendenza abituale sempre più perfetta da Dio che vive in me.

d) Come s’impara la custodia del cuore

Io gemo al vedere che per lunghi intervalli il mio lavoro resta fuori dalla presenza di Dio; gemo nel constatare che, durante questo tempo di vita tutta esteriore, molte colpe mi sfuggono; qualunque sia lo stato dell’anima mia o mescolanza di fervore e d’imperfezioni, o tepidezza manifesta, voglio incominciare da oggi a rimediarvi, esercitandomi nella Custodia del cuore. – Al mattino durante la meditazione determinerò, MA RISOLUTAMENTE E CON TUTTA PRECISIONE, UN MOMENTO DEL MIO LAVORO, nel quale mi sforzerò, pure attendendo alacremente all’opera voluta da Dio, di vivere di vita interiore PIÙ PERFETTA CHE SIA POSSIBILE, di Custodia del cuore, cioè di vigilanza sotto il vostro sguardo o Gesù, e di ricorso a Voi come se avessi fatto il voto di fare sempre ciò che è più perfetto. Incomincerò con cinque minuti, o anche meno, mattino e sera (È praticamente quello che Bossuet chiama « il momento di solitudine affettuosa che bisogna a ogni costo procurarsi durante la giornata » — È quello che con tanta insistenza consigliava san Francesco di Sales sotto il nome di ritiro spirituale. – In questo esercizio del ritiro spirituale e delle giaculatorie sta la grande opera della divozione. Questo esercizio può supplire al difetto di ogni altra orazione, ma la mancanza di questo non può quasi essere riparata da nessun altro mezzo. Senza di questo non si saprebbe fare che male la vita attiva… e il lavoro non è che un impedimento – Introd. alla Vita divotap. 2, c. III); mirerò più alla perfezione di questo esercizio che non alla sua durata; mi sforzerò di farlo sempre meglio e di agire in mezzo al lavoro, ANCHE e SOPRATTUTTO se è assorbente, come agirebbe un santo, con la purezza d’intenzione, con la custodia del mio cuore e di tutte le mie facoltà, con una condotta generosa, insomma, come avrebbe agito Gesù medesimo se avesse dovuto fare lo stesso lavoro.  Questo sarà un tirocinio di vita interiore pratica; sarà una protesta contro la mia abitudine di dissipazione e di evagatio mentis. Voglio Dio; voglio il suo regno; voglio che questo regno duri in me quando è giunto il tempo delle occupazioni esteriori. Non voglio più che l’anima mia sia come un corridoio aperto a tutti i venti e che si metta nell’impossibilità di vivere unita a Dio e di essere vigilante, supplichevole e generosa. In quel breve istante il mio occhio resterà senza sforzo, ma esattamente, fisso sui diversi motivi dell’anima mia la quale non si perdonerà nulla. La mia volontà sarà essa pure ardentemente decisa di non risparmiare nulla per vivere perfettamente, durante quel breve intervallo. Il mio cuore da parte sua sarà risoluto di ricorrere con frequenza al Signore, per mantenersi in quel SAGGIO DI SANTITÀ. Questo esercizio sarà cordiale, allegro e fatto con espansione di anima. Certamente mi saranno necessarie vigilanza e mortificazione, per mantenermi alla presenza di Dio e per rifiutare alle mie facoltà e ai miei sensi tutto ciò che risente della natura; ma non mi accontenterò di questa parte negativa: mirerò soprattutto a informare questo esercizio con quella intensità di amore che, facendomi praticare con somma cura l’Age quod agis (Fa ciò che fai, cioè applicati interamente all’azione presente), prima con la purezza d’intenzione e poi con un ardore, con una impersonalità e una generosità sempre crescenti, dia alle mie opere tutta la loro perfezione e il loro valore. – La sera, all’esame generale, o all’esame particolare se prendo come argomento questo esercizio, farò una rigorosa analisi di quello che furono quei minuti di custodia del cuore più stretta, incondizionata e presso Gesù. M’infliggerò una piccola penitenza, anche solo la privazione di un po’ di vino o di frutta senza che altri se ne accorga, o una breve preghiera con le braccia in croce, o alcuni colpi di riga o di altro oggetto duro sulla punta delle dita, se constaterò di non essere stato abbastanza supplichevole o abbastanza amante durante quell’esercizio di custodia del cuore, cioè di vita attiva interiore congiunta con la vita attiva. Che splendidi risultati darà questo esercizio! Che bella scuola di Custodia del cuore! Quante nuove viste su peccati e imperfezioni di cui non sospettavo neppure l’esistenza! Quei momenti benedetti a poco a poco irradieranno VIRTUALMENTE su coloro che li seguiranno. Tuttavia non li prolungherò se non quando avrò prima quasi esaurito quello che potevo intravvedere dell’orizzonte di santità, di perfezione nell’esecuzione e d’intensità di amore. Si ravviverà la mia sete di non più stare a pochi minuti e con il vostro aiuto, o Gesù, arriverò a rendermi familiare questo esercizio salutare e a prendere un’abitudine che renderà pura l’anima mia e mi farà vivere sempre con Voi.

e) Condizioni della custodia del cuore

Queste sono: una vigilanza forte, calma, dolce e sincera; una gran diffidenza di me e delle creature; il rinnovamento frequente della mia risoluzione; i continui ricominciamenti pieni di fiducia nella misericordia di Gesù, verso l’anima che lotta davvero per giungere alla custodia del cuore; la certezza sempre crescente che NON COMBATTO DA SOLO, ma unito con Gesù vivente in me, con Maria mia Madre, con il mio Angelo custode e con i Santi; la convinzione che queste potenze alleate mi assistono ogni momento, purché io cerchi questa custodia del cuore e non mi allontani dalla loro assistenza, e finalmente un ricorso cordiale e frequente a tutti questi soccorsi divini, affinché mi aiutino a fare quod Deus vult e a farlo quomodo vult e quia Deus vult (Quello che Dio vuole, come lo vuole e perché lo vuole.). Oh! quanto sarà trasformata la mia vita, o Gesù, se custodirò  il mio cuore unito a Voi! La mia intelligenza potrà essere assorta nell’azione presente,  ma io voglio giungere a effettuare in me quello che potei constatare nelle anime sommamente occupate il cui cuore tuttavia non cessava di RESPIRARE IN VOI. Se ben comprendo che cosa è la Custodia del cuore, ben lungi dal diminuire la libertà di azione necessaria alle mie facoltà per compiere tutti i doveri del mio stato, il respiro dell’anima mia nell’atmosfera di amore che siete Voi, o Gesù, non farà altro che aumentarla e renderà la mia vita luminosa, allegra, forte e serena.  Invece di essere schiavo delle passioni e delle impressioni, io diventerò sempre più libero, e di questa mia libertà così perfezionata io potrò, o mio Dio, farvi frequentemente un omaggio di dipendenza, di riparazione e di amore, in unione con Gesù il quale continuamente nella sua vita mortale praticò questo spirito di dipendenza che ora è trasformato in una gloria infinita ed eterna: Propter quod exaltavit illum (Filipp. II, 9).

6.

Per l’apostolo è necessaria un’ardente divozione a Maria Immacolata

Come membro dell’Ordine Cistercense, così strettamente consacrato a Maria, come figlio di san Bernardo, impareggiabile apostolo dell’Europa per mezzo secolo, come potrei dimenticare che il santo Abate di Chiaravalle attribuiva a Maria tutti i suoi progressi nell’unione con Gesù e tutti i trionfi del suo apostolato!  Tutti sanno che cosa fu presso i popoli e i regnanti, in mezzo ai Concili e sul cuore dei Pontefici, l’apostolato di colui che è il figlio più illustre del Patriarca san Benedetto.  Tutti esaltano la santità, l’ingegno, la scienza profonda dei Libri santi e l’unzione penetrante degli scritti dell’ultimo dei Padri della Chiesa.  Ma quello che più di tutto riassume l’ammirazione dei secoli per il santo Dottore, è il titolo di Cytharista Mariæ che gli fu dato. «Cantore di Maria», egli non fu superato da nessuno di quelli che celebrarono le glorie della madre di Dio. San Bernardino da Siena e san Francesco di Sales, come Bossuet, sant’Alfonso, il santo Grignon de Montfort e altri, attingono a larga mano dai tesori di san Bernardo, quando vogliono parlare di Lei e trovare argomenti per stabilire questa verità che il santo Dottore mette in rilievo: tutto ci viene da Maria.  «Vediamo, o fratelli, con quali sentimenti di divozione Dio volle che noi onorassimo Maria, Egli che mise in Lei la pienezza di ogni bene. Se vi è in noi qualche speranza, qualche grazia, qualche pegno di salvezza, riconosciamo che tutto questo si riversa su noi da Colei che è ricolma di delizie… Togliete questo sole che illumina il mondo, e non vi sarà più giorno: togliete Maria, questa stella del mare, del nostro grande e vasto mare, che cosa rimane se non una profonda oscurità, un’ombra di morte e di fitte tenebre? Dunque dal più intimo del nostro cuore, dal fondo stesso delle nostre viscere e con tutti i nostri voti noi dobbiamo onorare Maria Vergine, perché questa è la volontà di Colui il quale dispose che noi avessimo tutto da Lei» (Serm. in Nativ. B. M. V. alias de Aquæductu, S. Bernardo). Appoggiato a questa dottrina, non esiterò a stabilire che l’apostolo, qualunque cosa faccia per la sua salvezza e per il suo progresso spirituale e per la fecondità del suo apostolato, corre rischio di costruire sulla sabbia, se la sua attività non si appoggia su una specialissima divozione a Maria.

a) PER LA VITA INTERIORE PERSONALE. L’apostolo non è abbastanza divoto verso sua Madre, se la sua fiducia in lei è priva di entusiasmo, se il culto che le dà, è quasi tutto esterno. Come suo Figlio, Maria intuetur cor, guarda soltanto i cuori e non ci giudica suoi veri figli se non dalla forza con cui il nostro amore risponde al suo.  Il cuore dell’apostolo dev’essere un cuore fermamente convinto delle grandezze, dei privilegi e delle funzioni di Colei che è ad un tempo la Madre di Dio e la Madre degli uomini. Dev’essere un cuore penetrato di questa verità, che la lotta contro i difetti, l’acquisto delle virtù, il regno di Gesù Cristo nelle anime, e perciò la sicurezza della salute e la santificazione, sono in proporzione con il grado della divozione a Maria. (Nessuno mai non si è salvato se non per mezzo di Voi, o Madre di Dio; nessuno mai non riceve il dono di Dio se non per mezzo di Voi, o piena di grazie (S. Germano). La santità cresce in proporzione della divozione verso Maria SS. P. Faber). Dev’essere un cuore compreso dì questo pensiero, che nella vita interiore tutto è più facile, più sicuro, più soave e più rapido, quando si opera con Maria (Con Maria, si fa più progresso nell’amore di Gesù in un mese, che non in anni interi vivendo meno uniti a questa buona Madre – B. Grignon de Montfort). Dev’essere un cuore riboccante di fiducia filiale, qualunque cosa accada, verso Colei di cui conosce per esperienza le delicatezze, le premure, le tenerezze, le misericordie e le generosità (« Filioli, hæc mea maxima fiducia est, haec tota ratio spei meæ: Figliuoli, essa è la base della mia fiducia, è tutta la ragione della mia speranza » – S. Bernardo). Dev’essere un cuore sempre più infiammato di amore verso Colei che egli non separa da nessuna delle sue gioie, che unisce a tutte le sue pene e per la quale passano tutti i suoi affetti. Tutti questi sentimenti rispecchiano assai bene il cuore di san Bernardo, modello dell’uomo di azione. Chi non conosce le parole che sgorgano dall’anima di questo santo Abate quando, spiegando ai suoi monaci il Vangelo Missus est, esclamava:  « O tu che nel flusso e nel riflusso di questo mondo ti accorgi che vai vagando in mezzo alle tempeste e alle burrasche, più che non cammini sulla terra, tieni fisso lo sguardo su questa stella per non perire nell’uragano. Se si scatenano i venti delle tentazioni, se urti contro gli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei agitato dalle onde della superbia, dell’ambizione, della maldicenza, dell’invidia, guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira o l’avarizia e le passioni assalgono la fragile barchetta dell’anima tua, alza gli occhi a Maria. Se oppresso dall’enormità delle tue colpe, confuso per le laide piaghe della tua coscienza, atterrito dall’orrore del giudizio, incominci ad essere assorbito nell’abisso della tristezza e della disperazione, pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angosce, nei dubbi, pensa a Maria, invoca Maria. Maria non sia mai lontana dalle tue labbra, non mai lontana dal tuo cuore; e per ottenere il suffragio della sua preghiera, non dimenticare l’esempio della sua vita. Seguendo lei, non ti smarrisci; pregandola, non disperi; contemplandola, non sbagli. Con il suo appoggio, non cadi; sotto la sua protezione, non temi; sotto la sua guida, non ti stanchi; se Essa ti è propizia, arriverai al porto».  Costretto a non dilungarmi troppo, eppure volendo offrire ai miei confratelli nell’apostolato come un compendio dei consigli di san Bernardo per arrivare ad essere veri figli di Maria, credo di non poter fare nulla di meglio che invitarli fraternamente a leggere con attenzione il prezioso e sodo volume La vie spirituelle à l’école du Bienheureux Grignon de Montfori, scritto dal P. Lhoumeau (Libreria Oudin. — Il P. Lhoumeau è il Superiore generale della Congregazione fondata dal B. Grignon de Montfort). – Con gli scritti di sant’Alfonso e i commentari del P . Desurmont, con quelli del P. Faber e del P. Giraud de la Salette, nessun libro, meglio di quello del P. Lhoumeau, riflette i sentimenti di san Bernardo che egli infatti cita a ogni passo. Soda base teologica, unzione, praticità, non manca nulla per ottenere il risultato che cercava continuamente il santo abate di Chiara-valle, di formare cioè il cuore dei suoi figli a immagine del suo e di dare loro quella che fu la caratteristica degli scrittori Cistercensi, il bisogno del Ricorso abituale a Maria e la Vita di unione con Lei.  Terminerò con la consolante parola che l’illustre Cistercense santa Geltrude, che Dom Guéranger chiama «Gertrude la Grande», udì dalle labbra della stessa Vergine santissima: «Non bisogna chiamare mio Figlio unico, ma piuttosto il mio primogenito, il mio dolcissimo Gesù; io concepii Lui il primo nel mio seno, ma dopo di Lui, o meglio per mezzo di Lui, io vi ho tutti concepiti perché siate suoi fratelli e miei figli, adottandovi nelle viscere della mia carità materna». Nelle opere di questa santa Patrona delle Trappiste, tutto rispecchia lo spirito del suo Padre san Bernardo, in ciò che riguarda la vita di unione con Maria.

b) PER LA FECONDITÀ, DELL’APOSTOLATO. Sia che l’uomo di azione debba togliere le anime dal peccato, sia che debba far fiorire in loro le virtù, sempre deve avere come primo scopo, a esempio di san Paolo, quello di far nascere Gesù Cristo in queste anime. Ora Dio, dice Bossuet, avendoci voluto dare una volta Gesù Cristo per mezzo della santa Vergine, non muta più il suo disegno: Maria diede alla luce il Capo, e così pure deve dare alla luce le membra. – Segregare Maria dall’apostolato sarebbe un non riconoscere una delle parti essenziali del Disegno divino. «Tutti i predestinati, dice sant’Agostino, sono in questo mondo nascosti nel seno della Vergine santissima, dove sono custoditi, nutriti, conservati e allevati da questa buona Madre, fino a che Essa li darà alla luce della gloria, dopo la loro morte». – Dopo l’Incarnazione, conchiude giustamente san Bernardino da Siena, Maria acquistò una specie di giurisdizione su ogni missione temporale dello Spirito Santo, di modo che nessuna creatura riceve grazie se non per mano di Lei. Ma anche il devoto di Maria diventa a sua volta onnipotente sul Cuore di sua Madre; e allora quale apostolo potrebbe dubitare dell’efficacia del suo apostolato se con la sua divozione dispone dell’Onnipotenza di Maria sul Sangue redentore! Perciò noi vediamo tutti i grandi apostoli animati da una devozione straordinaria verso Maria. Quando vogliono trarre un’anima dal peccato, che ardore di persuasione essi hanno, essendo identificati, per l’orrore del male e per l’amore della virtù, con Colei che chiamò se stessa l’Immacolata Concezione! – Alla voce di Maria il Precursore riconobbe la presenza di Gesù ed esultò nel seno di sua madre. Quali parole non darà Maria ai suoi veri tigli, per aprire a Gesù i cuori che prima gli erano chiusi!  Quali parole non sanno trovare gli intimi della Madre di Misericordia, per impedire che la disperazione s’impadronisca delle anime che per molto tempo abusarono delle grazie! – Se si tratta di un disgraziato che non conosce Maria, la sicurezza con cui l’uomo di azione la presenta come vera Madre e Rifugio dei peccatori, aprirà agli occhi di quel misero nuovi orizzonti. Il santo Curato d’Ars trovava alle volte dei peccatori che, accecati dall’illusione, si appoggiavano a qualche pratica esteriore di divozione a Maria, per starsene tranquilli, per peccare a loro agio e per non temere le fiamme eterne. Allora la sua parola diventava irresistibile sia per dimostrare al colpevole la mostruosità di una presunzione così ingiuriosa alla Madre di Misericordia, sia per fargli adoperare quell’atto di divozione per implorare la grazia di liberarsi dalle strette del serpente infernale. – In un caso simile, un uomo di azione poco devoto di Maria con le sue parole recise e fredde non riuscirà ad altro che a far abbandonare al povero naufrago l’ultimo frantume che sarebbe potuto divenire per lui una tavola di salvezza. Maria vivente in un cuore di apostolo è la stessa eloquenza materna assicurata all’operaio evangelico, per commuovere le anime con le quali ogni mezzo fu vano. Sembrerebbe che, con ammirabile delicatezza, il Signore abbia voluto riservare alla mediazione di sua Madre le conquiste più difficili dell’apostolato e non le conceda che a quelli che vivono in intimità con Lei. Per Te ad nìhilum redegit inimico nostros.  Il vero figlio di Maria non sarà mai a corto di argomenti, di mezzi e di espedienti quando, nei casi quasi disperati, dovrà fortificare i deboli e consolare gl’inconsolabili. Il Decreto che aggiunge alle Litanie l’invocazione Maier boni consilii, si appoggia sui titoli di Cœlestium gratiarum thesaurariae di Consolatrix universalis che Maria si merita. «Madre del buon consiglio», essa dà ai suoi veri devoti soltanto, come a Cana, il segreto per ottenere il Vino della forza e della gioia, per distribuirlo agli altri. Ma soprattutto quando alle anime bisogna parlare dell’amore di Dio, la «Rapitrice dei cuori», Raptrix cordium, secondo l’espressione di san Bernardo, la Sposa dell’Amore sostanziale mette sulle labbra dei suoi intimi parole di fuoco che accendono l’amore di Gesù e con esso fanno germogliare tutte le virtù. – Noi come apostoli dobbiamo amare appassionatamente Colei che Pio IX chiama Virgo Sacerdos e la cui dignità sorpassa del tutto quella dei Sacerdoti e dei Pontefici. E questo amore ci dà il diritto di non considerare mai come perduta un’opera se l’abbiamo incominciata con Maria e se vogliamo continuarla con Lei. Maria infatti è la base e la corona di tutto ciò che interessa il regno di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Ma non dobbiamo poi credere che lavoriamo con Lei, se ci limitiamo a innalzarle altari o a far cantare lodi in suo onore: quella che Ella vuole da noi è una divozione la quale ci permetta di affermare con sincerità, che noi viviamo abitualmente uniti con Lei, che ricorriamo ai suoi consigli, che i nostri affetti passano per il suo Cuore e che le nostre domande sono molte volte fatte per mezzo di Lei. Ma quello che Maria più di tutto si aspetta dalla nostra divozione, è l’imitazione di tutte le virtù che ammiriamo in Lei, e l’abbandono incondizionato, nelle sue mani, affinché ci rivesta di Gesù Cristo. A questa condizione del Ricorso abituale a Maria, noi imiteremo quel generale del Popolo di Dio, il quale, prima di marciare contro il nemico, diceva a Debora: «Se tu vieni con me, andrò; se non vieni, non andrò», e faremo davvero tutte le nostre opere con Lei. Non solo essa entrerà nelle decisioni più importanti, ma anche in tutti i casi imprevisti e persino nei particolari dell’esecuzione. – Uniti a Colei il cui titolo di Nostra Signora del Sacro Cuore riassume per noi tutti i titoli, non correremo mai il pericolo di corrompere le nostre opere lasciando che esse si oppongano alla nostra vita interiore, diventino un pericolo per l’anima nostra e possano servire più alla nostra gloria che alla gloria di Dio. Noi anzi arriveremo appunto per mezzo dell’azione alla vita interiore, e così all’unione sempre più intima con Colei che ci deve assicurare il possesso di Gesù suo Figlio, per tutta l’eternità.

EPILOGO Presso il trono di Maria Immacolata depongo questo umile lavoro.  L’ideale perfetto dell’apostolato mi piace meditarlo nel Cuore della SS. Vergine, quale ce lo mostra un’incisione bizantina del VI secolo. Maria porta nel suo seno il Verbo incarnato, circondato da un cerchio di luce. Come l’Eterno Padre, essa conserra sempre in se stessa il Verbo che diede al mondo. Secondo l’espressione di Rohault de Fleury, «il Salvatore risplende in mezzo del seno di Lei come un’Eucaristia i cui veli siano squarciati»; Gesù vive in Lei; egli è il suo cuore, il suo respiro, il suo centro e la sua vita: vera immagine della vita interiore. Ma il divino Adolescente esercita l’apostolato: il suo atteggiamento, il rotolo del suo Vangelo che tiene nella sinistra, il gesto della mano destra, il suo sguardo, tutto indica che Egli sta insegnando. La Vergine si unisce alla sua parola; l’espressione del suo viso sembra dire che anch’essa vuole parlare; i suoi occhi così aperti sembrano andare cercando anime alle quali possa comunicare suo Figlio: bella immagine della vita attiva della predicazione e dell’insegnamento. Le sue mani distese come quelle delle Oranti delle catacombe, o del sacerdote che offre l’Ostia santa, ricordano che con la preghiera prima di tutto e con l’unione al sacrificio di Gesù, la nostra vita interiore sarà intensa e il nostro apostolato fecondo. Essa vive di Gesù, per mezzo di Gesù, della sua vita, del suo amore, dell’unione al suo sacrificio, e Gesù parla in Lei e per mezzo di Lei. Gesù è la sua vita, e Maria è la portatrice del Verbo, il suo portavoce, l’ostensorio di Gesù. Così l’anima dedicata all’azione per eccellenza, all’apostolato, deve vivere di Dio per poter efficacemente parlare di Lui, e la vita attiva, lo ripeterò ancora una volta, non dev’essere altro che l’effusione della vita interiore.

FINE

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (11)

R. P. CHAUTARD D. G. B .

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (11)

TRADUZIONE del Sac. GIULIO ALBERA, S. D. B. 8a EDIZIONE

SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE TORINO MILANO GENOVA PADOVA PARMA ROMA NAPOLI BARI CATANIA PALERMO

VISTO: Nulla osta alla stampa.

Torino: 22 giugno 1922.

Can. CARLO FRANCO – Rev. Arciv.

VISTO: Imprimatur.

C. FRANCESCO DUVINA – Provic. gen.

PARTE QUINTA

Alcuni principi ed avvisi per la vita interiore

3.

La vita liturgica, sorgente di vita interiore e perciò di apostolato

RISOLUZIONE DI VITA LITURGICA:

Con la mia Messa, con il mio Breviario e con le mie funzioni liturgiche, come MEMBRO O AMBASCIATORE della Chiesa, voglio  unirmi sempre più alla sua vita, e così rivestirmi di più di Gesù e di Gesù crocifisso, soprattutto se sono suo MINISTRO.

a) Che cosa è la liturgia?

O Gesù, siete Voi quello che io adoro come centro della liturgia; siete Voi che date l’unità a questa liturgia che posso definire il culto pubblico o ufficiale della Chiesa, oppure L’INSIEME DEI MEZZI CHE LÀ CHIESA RACCHIUDE SOPRATTUTTO NEL  MESSALE, NEL SITUALE, NEL BREVIARIO, E DEI QUALI SI SERVE PER ESPRIMERE LA SUA RELIGIONE VERSO L’ADORABILE TRINITÀ, COME PURE PER ISTRUIRE E PER SANTIFICARE LE ANIME.  Nel seno stesso dell’adorabile Trinità, tu, o anima mia, devi contemplare Veterna Liturgia con cui le tre Persone si cantano a vicenda la vita divina e la santità infinita in quell’inno ineffabile della generazione del Verbo e della processione dello Spirito Santo. Sicut erat in principio…  Dio volle essere lodato anche esternamente: creò gli Angeli, e il cielo echeggia delle loro acclamazioni: Sanctus, Sanctus, Sanctus; creò il mondo visibile, e questo fa risplendere la sua potenza: Cæli enarrant gloriam Dei.  Comparve Adamo e cominciò in nome della creazione l’inno di lode, eco dell’eterna Liturgia; Abele, Noè, Melchisedech, Abramo, Mosè,il Popolo di Dio, Davide e tutti i Santi dell’antica Legge lo cantarono a gara. La Pasqua israelitica, i sacrifici e gli olocausti, il culto solenne a Jehovah nel suo tempio, gli davano una forma ufficiale, ma era un inno imperfetto, soprattutto per conseguenza della caduta: Non est speciosa laus in ore peccatoris (La lode non è bella in bocca al peccatore – Eccli. XV, 9).  Tutto, nel culto mosaico, preparava la liturgia cristiana di cui Voi, o Gesù, siete il centro e la vita.  Voi, Voi solo siete l’inno perfetto, perché siete la vera gloria del Padre; nessuno può glorificare degnamente il Padre se non per mezzo di Voi: Per lpsum, et cum Ipso, et in Ipso est tibi Deo Patri… omnis honor et gloria (Per mezzo di Lui, con Lui e in Lui a Te, o Dio Padre… viene tutto l’onore e la gloria – Canone della Messa).

2). Voi siete il TRATTO DI UNIONE tra la liturgia della terra e la liturgia del cielo alla quale associate più direttamente i vostri eletti. La vostra incarnazione è venuta a unire in modo sostanziale e vivente l’umanità e la creazione intera alla liturgia divina. È un Dio che loda Dio: lode piena e perfetta che tocca il suo apogeo nel Sacrificio del Calvario. – Prima di lasciare questo mondo, o Salvatore divino, avete istituito il Sacrificio della nuova Legge per rinnovare la vostra immolazione: questa è la sorgente da cui tutto deriva. Avete inoltre istituito i Sacramenti per comunicare ai fedeli i frutti del vostro sacrificio.  Ma Voi avete lasciato alla vostra Chiesa la cura di circondare questo sacrificio e questi sacramenti con simboli, cerimonie, esortazioni, preghiere ecc., affinché essa onori di più il mistero della Redenzione, lo faccia meglio comprendere ai fedeli e li aiuti a trarne migliore profitto ed ecciti nelle loro anime un rispetto misto di timore. A questa stessa Chiesa avete pure dato la missione di continuare fino alla fine dei secoli, con l’Ufficio divino, con la preparazione e il ringraziamento della Messa, la preghiera e la lode che il vostro Cuore non cessò mai di far salire al Padre durante la vostra vita mortale, e che gli offre ancora incessantemente dal santo Tabernacolo e negli splendori della gloria celeste. La Chiesa, con l’amore di sposa che nutre per voi, e con la sollecitudine di madre che ha per noi, ha soddisfatto al suo doppio compito, e cosi si sono formate le meravigliose raccolte che racchiudono tutti i tesori della liturgia. La Chiesa unisce la sua lode a quella che gli Angeli e i suoi figli eletti rendono a Dio in Cielo e in tal modo prelude a quella che sarà la sua occupazione eterna. Questa lode e questa preghiera della Chiesa, unendosi a quella dell’Uomo-Dio, si divinizza, e la liturgia della terra si fonde con quella delle Gerarchie celesti nel Cuore di Gesù, per far eco a quella lode eterna che scaturisce dal focolare di amore infinito, che è la santissima Trinità.

b) Che cosa è la vita liturgica?

Signore, Voi da me esigete strettamente soltanto la fedele osservanza dei riti e la pronuncia esatta delle parole, con l’intenzione generale di lodare Dio o di fare ciò che vuole la Chiesa. Ma non vi è dubbio che voi desiderate che la mia buona volontà vi offra di più. Voi volete che la mia mente e il mio cuore approfittino delle ricchezze nascoste nella liturgia, per unirsi più intimamente alla vostra Chiesa e per arrivare a unirsi più strettamente a Voi. Mosso dall’esempio dei vostri servi più fedeli, io voglio, o buon Maestro, sedermi con premura al sontuoso banchetto a cui la Chiesa m’invita, certo di trovare nell’ufficio divino, nelle formule, nelle cerimonie, nelle collette, nelle epistole, nei vangeli ecc., che accompagnano l’augusto sacrificio della Messa e l’amministrazione dei Sacramenti, un nutrimento sano e abbondante per lo sviluppo della mia vita interiore.  Alcune riflessioni sull’idea principale che unisce gli elementi liturgici e sui frutti a cui si riconoscerà il mio progresso, mi preserveranno dall’illusione. Ciascuno dei sacri riti si può paragonare a una pietra preziosa, ma uno a qual punto si innalzerà il valore e lo splendore di quelle che si riferiscono alla Messa e all’Ufficio, se so incastonarle in quel meraviglioso complesso di cose che è il Ciclo liturgico (La Chiesa ispirata da Dio e istruita dai santi Apostoli, dispose l’anno in maniera che vi si trova, con la vita, con i misteri, con la predicazione e la dottrina di Gesù Cristo, il vero frutto di tutte queste cose nelle ammirabili virtù dei suoi servi e negli esempi dei suoi Santi, e finalmente un misterioso riassunto dell’Antico e del Nuovo Testamento e di tutta la storia ecclesiastica. Cosi tutte le stagioni sono fruttifere per 1 cristiani, tutto vi è pieno di Gesù Cristo. In questa varietà che si riduce tutta all’imita tanto raccomandata da Gesù Cristo, l’anima innocente e pia trova, con i piaceri celesti, un sodo nutrimento o un continuo  rinnovamento del suo fervore (BOSSUET, Discorso funebre di Maria Teresa d’Austria).  – L’anima mia, mantenuta per un intero periodo sotto l’influenza di un Mistero, nutrita di ciò che la Scrittura e la Tradizione hanno di più istruttivo e di più affettuoso a quel riguardo, rivolta costantemente verso lo stesso ordine d’idee, deve necessariamente subirel’influenza di tale attenzione e trovare, nei sentimenti che la Chiesa le suggerisce, un alimento sostanzioso e saporito per approfittare della grazia speciale che Dio riserva a ciascun periodo, a ciascuna festa di questo Ciclo.  Il Mistero mi penetra non solo come una verità astratta che si assimila con la meditazione, ma prende tutto il mio essere muovendo anche le mie facoltà sensibili, per eccitare il mio cuore e per decidere la mia volontà. Non è più soltanto un ricordo del passato, un semplice anniversario, ma è un fatto che ha il carattere di un avvenimento presente di cui la Chiesa fa un’applicazione attuale e al quale essa partecipa realmente. – Nel tempo del Natale, per esempio, festeggiando presso l’Altare la venuta di Gesù Bambino, l’anima mia può ripetere: Hodie Christus, natus est, hodie Salvator appartiti, hodie in terra canunt Angeli… (Oggi è nato il Cristo, oggi è apparso il Salvatore, oggi gli Angeli cantano sulla terra – Uffizio del Natale).  – In ogni periodo del Cielo liturgico, il Messale e il Breviario mi scoprono un nuovo raggio dell’amore di Colui che per noi è ad un tempo Re, Dottore, Medico, Consolatore, Salvatore e Amico. All’Altare, come a Betlemme, a Nazaret, sulle rive del lago di Tiberiade, Gesù si rivela Luce, Amabilità, Tenerezza, Misericordia. Egli soprattutto si rivela I’AMORE PERSONIFICATO, perché è il DOLORE PERSONIFICATO, l’Agonizzante del Getsemani e il Riparatore del Calvario.  Così la liturgia dà alla vita eucaristica il suo pieno sviluppo, e la vostra Incarnazione che ha avvicinato Dio a noi, o Gesù, mostrandolo visibilmente in Voi, continua a renderci lo stesso servizio in ciascuno dei misteri che festeggiamo nel ciclo liturgico.  In questo modo, o Gesù, io partecipo per mezzo della liturgia alla vita della Chiesa e alla vostra; con lei assisto ogni anno a tutti i misteri della vostra vita nascosta, pubblica, dolorosa e gloriosa, e con essa ne raccolgo i frutti. Inoltre le feste periodiche di Maria e dei Santi che meglio imitarono la vostra vita interiore, mettendomi i loro esempi sotto gli occhi, mi portano un aumento di luce e di forza per riprodurre in me le vostre virtù e per inculcare nelle anime dei fedeli lo spirito del vostro Vangelo. – Come potrei io nel mio apostolato adempiere il voto di san Pio X, come potrebbero i fedeli per mezzo mio entrare nella partecipazione attiva dei santi Misteri e della Preghiera pubblica e solenne della Chiesa, il che, come dice lo stesso Pontefice, è la SORGENTE PRIMA E INDISPENSABILE del verospirito cristiano (Motu proprio di san Pio X, del novembre 1903), se io stesso passo accanto ai tesori della liturgia senza neppure sospettarne le meraviglie?

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Per dare maggior unità alla mia vita spirituale e per unirmi di più alla vita della Chiesa, cercherò di connettere alla liturgia, per quanto è possibile, gli altri miei esercizi di pietà. Per esempio sceglierò preferibilmente un argomento di meditazione in relazione con il periodo o con la festa del Ciclo liturgico; nelle mie visite al SS. Sacramento mi tratterrò più volentieri, secondo il tempo dell’anno, con Gesù Bambino, con Gesù sofferente, con Gesù glorioso, con Gesù vivente nella sua Chiesa ecc. Le letture private sul mistero o sulla vita del Santo di cui si venera la memoria, daranno anch’esse il loro concorso a questo disegno di spiritualità liturgica.

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O Maestro adorabile, preservatemi dalle CONTRAFFAZIONI DELLA VITA LITURGICA: esse sono nocive alla vita interiore specialmente perché indeboliscono la lotta spirituale. Preservatemi da una pietà la quale faccia consistere questa vita liturgica soltanto in piaceri poetici o in uno studio attraente di archeologia sacra, oppure che inclini verso il quietismo e ai suoi prodotti, cioè all’indebolimento di tutto ciò che è il movente della vita interiore: timore, speranza, desiderio della salvezza e della perfezione, lotta contro i difetti e fatica per l’acquisto della virtù. – Datemi la convinzione che in questo secolo di occupazioni assorbenti e pericolose, la vita liturgica, per quanto perfetta, non può dispensare dalla meditazione del mattino.  Allontanate da me il sentimentalismo e la pietà malintesa che fanno consistere la vita liturgica nelle impressioni e nelle commozioni, e lasciano la volontà schiava della fantasia e della sensibilità. Certamente Voi non esigete che io rimanga insensibile a tutto ciò che la liturgia contiene di bello e di poetico: tutt’altro; con i suoi canti e con le sue cerimonie, la vostra Chiesa si rivolge appunto alle facoltà sensitive con lo scopo di toccare più a fondo l’anima dei suoi figli, di presentare meglio alla loro volontà i veri beni e di innalzarli più sicuramente, più facilmente e più completamente verso Dio.  Posso dunque gustare tutta l’inalterabile e salutare freschezza che si trova nei Dogmi e che la liturgia mette in rilievo, posso lasciarmi commuovere dinanzi al maestoso spettacolo di una Messa solenne, gustare le preghiere dell’assoluzione o i riti commoventi del Battesimo, dell’Estrema unzione, delle sepolture ecc.  Ma non devo dimenticare mai che tutto ciò che mi offre la liturgia è soltanto un mezzo per giungere all’unico fine della vita interiore che è di far morire l’uomo vecchio affinché voi, o Gesù, possiate vivere e regnare al posto suo.  Avrò dunque la vera vita liturgica, quando penetrato di spirito liturgico MI GIOVERÒ DELLA MESSA, DELLE PREGHIERE E DEÌ RITI UFFICIALI PER AUMENTARE LA MIA UNIONE CON LA CHIESA, PER PROGREDIRE COSÌ NELLA PARTECIPAZIONE DELLA VITA INTERIORE DI GESÙ CRISTO E PERCIÒ DELLE SUE VIRTÙ, E PER MEGLIO RISPECCHIARLE AGLI OCCHI DEI FEDELI.

c) Spirito liturgico

Questa vita liturgica, o Gesù suppone una speciale attrattiva per tutto ciò che si riferisce al culto. A certuni Voi avete dato gratuitamente tale attrattiva; altri invece sono meno privilegiati, ma se ve la chiedono e se si valgono dello studio e della riflessione, la otterranno.  La meditazione che farò più tardi sui vantaggi della vita liturgica, accrescerà la mia sete di acquistarla a qualunque costo. Per intanto fermo la mia mente sui caratteri che distinguono questa vita e che le danno così un posto importante nella spiritualità.

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Unirsi al vostro Sacrificio, o Gesù, anche da lontano, insieme con la Chiesa, per mezzo del pensiero e dell’intenzione; fondere la propria preghiera con la Preghiera ufficiale e continua della vostra Chiesa, è già cosa ben grande! Il cuore del semplice battezzato vola così più sicuramente verso Dio, portato dalle vostre lodi, dalle vostre adorazioni, dai vostri ringraziamenti, dalle vostre riparazioni e dalle vostre domande (Unirsi alla preghiera altrui può condurre a un alto grado di orazione, come lo prova quel contadino che si era offerto a portare i bagagli a sant’Ignazio e al suoi compagni. Vedendo egli che i Padri, appena giunti all’albergo, cercavano un posto tranquillo per raccogliersi dinanzi a Dio, faceva altrettanto e s’inginocchiava come loro. Interrogato un giorno che cosa facesse quando si ritirava a quel modo, rispose: « Non faccio altro che dire, Signore: quelli sono santi, e io sono il loro somaro; quello che fanno loro lo voglio fere anch’io; ecco che cosa offro allora al Signore » (RODRIGUEZ, Eserc, di perfez. ecc., parte I, tr. 5, cap. XIX). Se quell’uomo con il solo mezzo di tale esercizio continuo si avanzò molto nell’orazione e nella spiritualità, tanto più anche l’illetterato, unendosi alla vita liturgica della Chiesa, ne può trarre gran profitto. – Un frate converso di Chiaravalle custodiva le pecore durante la notte dell’Assunta e si uni come meglio potè, soprattutto con la recita dell’ave Maria, al Mattutino che i monaci cantavano in coro e i cui echi lontani arrivavano fino a lui. Il Signore rivelò a san Bernardo, che quella devozione così umile e semplice era tanto piaciuta a Maria Santissima, che la preteriva a quella dei monaci, pure tanto fervorosi (Exordium magnimi Ord. Cisterc., Distinc, 4* c. XIII). – Prendere una parte attiva, sono le precise parole di san Pio X, e cooperare ai santi Misteri e alla Preghiera pubblica e solenne con un’assistenza pia e illuminata, con l’avidità di profittare delle feste e delle cerimonie, o meglio ancora servendo alla Messa, rispondendo alle sue preghiere, o concorrendo alla recita o al canto degli uffici, non è forse il mezzo di entrare in comunicazione più diretta col pensiero della vostra Chiesa e di attingere alla sua sorgente prima e indispensabile il vero spirito cristiano? (Mota proprio di S. Pio X, del 22 novembre 1903). – Ma, o santa Chiesa, il presentarsi ogni giorno, in virtù dell’ordinazione o della professione religiosa, insieme con gli Angeli e con gli Eletti, come vostro Ambasciatore titolato, dinanzi al trono di Dio per esprimere la Preghiera ufficiale, che nobile missione! Ma avrò una dignità incomparabilmente più sublime ancora e superiore a qualunque espressione, quando, Ministro consacrato, io divento un altro Voi «tesso, o mio divin Redentore, con l’amministrazione dei Sacramenti e soprattutto con la celebrazione del santo Sacrificio!

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PRINCIPIO: Essendo MEMBRO DELLA CHIESA, devo essere convinto che quando, COME CRISTIANO (Il Sacerdote, e anche il Pontefice, come il semplice fedele, riveste soltanto il carattere di Cristiano quando, senza esercitare nessuna funzione, assiste a una cerimonia e ne sa trarre profitto), prendo parte a una cerimonia liturgica, sono unito a tutta la Chiesa, non soltanto per la Comunione dei Santi, ma in virtù di cooperazione reale e attiva a un atto di religione che la Chiesa, Corpo mistico di Gesù Cristo, offre a Dio come società. E, per mezzo di questa unione, la Chiesa maternamente facilita la formazione dell’anima mia alle virtù cristiane (Comprenderemo meglio l’efficacia della liturgia per farci vivere della grazia e per facilitarci la vita interiore, se ricorderemo che ogni preghiera ufficiale, ogni cerimonia istituita dalla Chiesa, possiede una potenza d’impetrazione di per sé efficacissima. Qui la potenza che si adopera per ottenere ima data grazia non è soltanto un atto individuale, la preghiera isolata di un’anima anche ottimamente disposta, ma è anche l’atto della Chiesa che supplica con noi, è la voce della Sposa diletta, che rallegra sempre il cuore di Dio e che sempre viene in qualche modo esaudita.  Per riassumere questo in due parole, diremo che la potenza d’impetrazione della preghiera liturgica è composta di due elementi: l’Opus operanti dell’anima che si vale del gran Sacramentale della liturgia, e l’Opus operanti Ecclesiæ. I due atti, quello dell’anima e quello della Chiesa, sono come due forze che si combinano e che vanno con uno stesso slancio verso Dio). – La vostra Chiesa, o Gesù, forma una società perfetta i cui membri strettamente uniti tra loro sono destinati a comporre una Società ancora più perfetta e più santa, la società degli Eletti. Come Cristiano, io sono membro di questo Corpo di cui Voi siete il Capo e la Vita, e così Voi mi considerate, o divin Salvatore; io vi procuro una gioia speciale quando presentandomi a Voi, vi considero come mio Capo e considero me stesso come una pecorella di quell’Ovile di cui Voi siete l’unico Pastore e che racchiude nella sua unità tutti i miei fratelli della Chiesa militante, purgante e trionfante. – Questa dottrina che dilata l’anima mia e allarga la mia spiritualità, mi è insegnata dal vostro Apostolo il quale dice: Come in un solo corpo noi abbiamo diverse membra, così noi tutti siamo un solo corpo nel Cristo, membra gli uni degli altri (Sicut enim in uno corpore multa membra habemus… ita multi unum sumus un Christo, singuli autem alter alterius membra (Rom. XII, 4, 5). Come il corpo è uno, dice altrove, pure avendo più membra, e come le membra, pure essendo parecchie, formano un solo corpo, lo stesso è del Cristo (Sicut enim corpus unum est, et membra habet multa, omnia autem membra corporls cum sint multa unum tamen corpus sunt: Ita et Christus (1 Cor. XII. 3). – Tale è l’unità della vostra Chiesa indivisibile nel suo tutto e nelle sue parti, tutta intera nel tutto e tutta intera in ciascuna parte (Unusquisque fidelium quasi quædam minor vi de tur esse Ecclesia, dum salvo unitatis arcanæ mysterio, etiam cuncta Redemptlonis humanae unus homo suscipit Sacramenta (S. PIER DAMIANI, Opusc. XI, c. X), unita nello Spirito Santo, unita a Voi, o Gesù, e per tale unione introdotta nell’unica ed eterna Società del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo (S. Pier Damiani, citato da D. GRÉA: La sainte Liturgie, p. 51). La Chiesa è l’assemblea dei fedeli che sotto il governo della stessa autorità sono uniti con la stessa fede e con la stessa carità e tendono allo stesso fine, cioè all’INCORPORAZIONE CON GESÙ CRISTO, con gli stessi mezzi i quali si riassumono nella grazia i cui canali sono la preghiera e i sacramenti. – La gran preghiera, il canale preferito della grazia, è la preghiera liturgica, la preghiera della Chiesa stessa, più potente che la preghiera dei privati e anche delle pie associazioni, per quanto potenti e raccomandate dal Vangelo siano la preghiera solitaria e la preghiera associata (S. IGNAZIO. Epist. ad Eph., n. 5. Sant’Alfonso Liquori preferiva un’orazione del Breviario a cento preghiere private). Incorporato alla vera Chiesa, figlio di Dio e membro di Gesù Cristo per il Battesimo, io acquisto il diritto di partecipare agli altri Sacramenti, ai divini Uffici, ai frutti della Messa, alle indulgenze e alle preghiere della Chiesa. Io posso godere di tutte le grazie e di tutti i meriti dei miei fratelli. – Dal Battesimo io sono stato segnato con un carattere indelebile il quale mi delega al culto di Dio secondo il rito della religione cristiana (Charactere sacramentali insignitur homo ut ad cultum Dei deputatus secundum ritum christianae religìonis (Card. BILLOT, De Eccl. Sacram., t. I, tesi 2 ). Per la consacrazione battesimale, io divento membro del regno di Dio e faccio parte della stirpe eletta, del sacerdozio regale, del popolo santo (Vos autem genus electum, regale sacerdotium, gens sancta, populus acqulsitionis (1 PIET. Il, 9). Perciò come Cristiano io partecipo al sacro ministero, benché alla lontana e indirettamente, con le mie preghiere, con la mia parte di offerta, con il mio concorso al sacrificio della Messa e alle funzioni liturgiche, moltiplicando, con la pratica delle virtù, come raccomanda san Pietro, i sacrifici spirituali, facendo ogni cosa per piacere a Dio e per unirci a lui, facendo del mio corpo un’ostia viva, santa e grata a Dio (Sacerdotium sanctum, offerre spirituales hostias, acceptabiles Deo per Jesum Christum (I PIET. II, 5). — In questo senso sant’Ambrogio dice: Omnes filli Ecclesiæ sacerdotes sunt; ungimur enim in sacerdotium sanctum, offerentes nosmetipsos Deo hostias spirituales – In Lucam, lib. IV, n. 33) . — Sicut omnes Christiani dicimus, propter myaticum Chrisma, sic omnes sacerdotes, quoniam membra sunt unius Sacerdotis (S. AGOSTINO, De Civ. Dei, lib. XX, c. X).Questo appunto mi fate comprendere, o santa Chiesa, quando per bocca del sacerdote dite ai fedeli: Orate, fratres, ut meum ac vestrum sacrificium æceptabiìe fiat… Il sacerdote dice ancora nel Canone: Ricordatevi, Signore, di quelli che sono qui presenti… per i quali vi offriamo o i quali vi offrono questo sacrificio di lode. E poco dopo: Ricevete, o Signore, benignamente, ve ne preghiamo, questa offerta che vi facciamo, io vostro servo e tutta la vostra famiglia (Memento, Domine… et omnium eircumstantium… prò quibus tibi offerimus vel qui tibi offerant hoc sacrificium laudis. — Hanc igitur oblationem servitutis nostrae sed et cunctæ famìliæ tuæ, quæsumus, Domine, ut placatus accipias (Canone della Messa). — « Noi offriamo tutti insieme con il sacerdote, acconsentiamo a tutto ciò che egli fa e a quello che dice ». E che cosa dice:« Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia accetto al Signore ». E che cosa rispondete voi? « Il Signore lo riceva dalle vostre mani! Che cosa? « Il mio e vostro sacrificio ». E che cosa dice ancora il sacerdote? « Ricordatevi dei vostri servi per i quali vi offriamo ». È tutto qui? — Egli aggiunge: « Oppure che vi offrono questo sacrificio ». « Offriamo dunque con lui; offriamo Gesù Cristo; offriamo noi medesimi con tutta la sua Chiesa cattolica sparsa su tutta la terra ».). – La santa Liturgia difatti è talmente l’opera comune di tutta la Chiesa, cioè del sacerdote e del popolo, che il mistero di questa unità vi è sempre realmente presente per la forza indistruttibile della Comunione dei Santi proposta alla nostra fede nel Simbolo degli Apostoli. L’ufficio divino e la santa Messa che è la parte principale della Liturgia, non si possono celebrare senza che vi si associ e vi sia misteriosamente presente tutta la Chiesa  (S. Pier Damiani citato da D. GRÉA: La sainte Liturgie» p. 5). Perciò nella Liturgia ogni cosa si fa in comune, a nome di tutti e a vantaggio di tutti: tutte le preghiere si dicono in plurale. – Da quello stretto vincolo che unisce tra loro tutti i membri con la stessa fede e con la partecipazione agli stessi sacramenti, nasce nelle anime la carità fraterna, segno distintivo di coloro che vogliono essere gli imitatori di Gesù Cristo e seguirlo: Si conoscerà che siete miei discepoli dall’amore che avrete gli uni per gli altri (Giov. XIII, 35). Questo vincolo tra i membri della Chiesa si stringe tanto più, quanto più questi partecipano, per la Comunione dei Santi, alla grazia e alla carità del Capo il quale comunica loro la vita soprannaturale e divina.  Queste verità sono il fondamento della vita liturgica e questa alla sua volta mi ci porta continuamente. O santa Chiesa di Dio, quale amore per voi accende nel mio cuore questo pensiero: io sono vostro membro, sono membro di Gesù Cristo! Che amore m’ispira per tutti i cristiani, poiché tutti sono miei fratelli e tutti insieme formiamo una sola cosa in Gesù Cristo! Quale amore per il mio divin Capo Gesù Cristo! Nessuna delle cose che vi riguardano mi potrebbe lasciare indifferente; mi rattristo se siete perseguitata, mi rallegro al racconto delle vostre conquiste e dei vostri trionfi. Che gioia al pensare che, santificando me stesso, contribuisco ad accrescere la vostra bellezza e lavoro alla santificazione di tutti i figli della Chiesa miei fratelli e anche alla salvezza della gran famiglia umana! O santa Chiesa di Dio, io voglio, per quanto dipende da me, che voi siate più bella e più santa e più numerosa, poiché lo splendore del vostro complesso risulta dalla perfezione di ciascuno dei vostri figli fusi insieme in quella solidarietà intima che fu l’idea fondamentale della preghiera di Gesù dopo l’ultima Cena e il vero testamento del suo Cuore: Ut sint unum!… Ut sint eonsummati in unum! (Giov. XVII, 21, 23). Quale stima sento in me per la vostra Preghiera liturgica, o santa Chiesa Madre mia! Siccome io sono uno dei vostri membri, quella è pure la mia preghiera, specialmente quando vi assisto o vi coopero; tutto ciò che voi avete è mio, e tutto ciò che è mio appartiene a voi. – Una goccia d’acqua non è nulla, ma unita al mare partecipa della sua potenza ed immensità; cosi è della mia preghiera unita alla vostra. Agli occhi di Dio, per il quale tutto è presente e il cui sguardo abbraccia insieme il passato, il presente e l’avvenire, essa fa una cosa sola con quel concerto universale di lodi che voi fate salire da quando siete incominciata e che continuerete a far salire al trono dell’Eterno fino alla fine dei secoli. Voi volete, o Gesù, che la mia pietà sia, sotto certi riguardi, utilitaria, bisognosa e interessata; ma con l’ordine delle domande del Pater, mi avete insegnato come desiderate che la mia pietà sia PRIMA DI TUTTO consacrata a lodare Dio (Creatus est homo ad hunc flnem, ut Dominimi Deura suum laudet, ac revereatur elque serviens tandem salvus fiat (S. IGNAZIO, Eserc. Spirit.). — Il nostro fine è il servizio di Nostro Signore e soltanto per servirlo meglio, dobbiamo correggerci dei nostri difetti e acquistare le virtù; la santità non è che un mezzo di servizio migliore – Ven. P. Eymard)e che ben lungi dall’essere egoista, gretta e isolata, mi faccia abbracciare nelle mie suppliche tutti i bisogni dei miei fratelli. Facilitatemi, con la vita liturgica, quella pietà nobile e generosa che, senza danno per il mio combattimento spirituale, dà a Dio, e largamente, la lode; quella pietà caritatevole, fraterna e cattolica che abbraccia tutte le anime e s’interessa di tutte le sollecitudini della Chiesa. O santa Chiesa, è vostra missione il generare continuamente nuovi figli al vostro divino Sposo e di allevarli in mensuram ætatis plenitudinis Christi (Efes. IV, 13); voi dunque avete ricevuto in abbondanza tutti i mezzi necessari a tale fine. L’importanza che voi date alla liturgia, dimostra la sua efficacia per iniziarmi alla lode divina e per sviluppare il mio progresso spirituale. Durante la sua vita pubblica, Gesù parlava come chi abbia autorità (Sicut potestatem habens (MATT. VII, 20): così pure parlate anche voi, o santa Chiesa Madre mia. Depositaria del tesoro della verità, voi avete la coscienza della vostra missione; dispensatrice del Sangue divino, voi conoscete tutti i mezzi di santificazione che il divin Salvatore vi ha affidati. Voi non vi rivolgete già alla mia ragione per dirmi: Esamina e studia; fate invece appello alla mia fede dicendomi: Abbi fiducia in me: non sono forse tua Madre? E che cosa desidero di più che il vederti crescere ogni giorno nella somiglianza con il tuo divino Modello? Ora chi conosce Gesù Cristo meglio di me che sono la sua Sposa? Dove dunque troverai meglio lo spirito del tuo Redentore, che nella liturgia la quale è l’espressione autentica dei miei pensieri e dei miei sentimenti? Sì, o Madre santa e amata, io mi lascerò guidare e formare da voi, con la semplicità e la fiducia di un fanciullo, dicendo a me stesso: Io prego con mia Madre; sono le parole sue quelle che mi mette sulle labbra per penetrarmi del suo spirito e per trasmettere nel mio cuore i suoi sentimenti. – Con voi dunque, o santa Chiesa, con voi mi rallegrerò: gaudeamus, exsultemus; con voi gemerò: ploremus; con voi loderò: confitemini Domino; con voi implorerò misericordia: miserere; con voi spererò: speravi, sperato; con voi amerò: diligam. Con ardore mi unirò alle domande che fate nelle vostre splendide orazioni, affinchè le salutari commozioni che fate produrre dalle parole e dai riti sacri penetrino più profondamente nel mio cuore, lo rendano più docile alle ispirazioni dello Spirito Santo e possano fondere la mia volontà con quella di Dio.

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2° PRINCIPIO: Quando in una funzione liturgica io agisco come Rappresentante della Chiesa (Sono cosi delegati della Chiesa i Chierici, i Religiosi obbligati al Breviario, anche quando lo recitano privatamente; cosi pure, nelle loro chiese canonicamente erette, coloro che sono tenuti all’Ufficio del coro e alle Messe capitolari o conventuali, e anche coloro che, senza aver ricevuto gli Ordini, ne compiono le funzioni per tolleranza della Chiesa, come per esempio quelli che servono alla Messa),Dio desidera che gli esprima la mia virtù della religione con avere coscienza del MANDATO UFFICIALE di cui sono onorato e che così, sempre più unito alla vita della Chiesa, progredisca in tutte le virtù. Io dunque, o Gesù, quale rappresentante della vostra Chiesa affinché a nome suo e di tutti i suoi figli offra continuamente a Dio, per mezzo di Voi, il sacrificio della lode e della supplica, sono, secondo la bella espressione di san Bernardino da Siena, persona publica totius Ecclesiæ (Sermo XX).  In ogni funzione liturgica deve dunque avvenire nella mia persona una specie di sdoppiamento simile a quello che avviene in un ambasciatore che nella sua vita privata è semplicemente cittadino privato, ma quando, rivestito delle insegne della sua carica, parla o agisce in nome del suo Principe, diventa nello stesso istante il rappresentante e, sotto un certo aspetto, la persona stessa del suo Sovrano. Così è di me quando compio le mie «funzioni» liturgiche: al mio essere individuale si aggiunge una dignità che mi riveste di un mandato pubblico, e allora posso e devo considerarmi come il delegato ufficiale della Chiesa tutta quanta. Se prego, se recito il mio ufficio anche privatamente, non agisco più soltanto a nome mio; le formule che adopero non sono scelte da me, ma è la Chiesa che le mette sulle mie labbra (Sacerdos personam induit Ecclesiæ, verba illius gerit, vocem assumit (GULLEL. PARIS, De Sacram. Ordinis). È dunque la Chiesa che prega per bocca mia, che parla e agisce per mezzo del suo ambasciatore. Allora sono davvero, secondo la bella espressione di san Pier Damiani, LA CHIESA TUTTA QUANTA (Per unitatem Fidei, Sacerdos Ecclesia tota est et ejus vices gerit (S. PIER DAMIANI, Opusc. X, cap. X). — Quid mirum si Sacerdos quilibet… vicem Ecclesiæ solus expleat… eum per unitati intimæ Sacramentum, tota spiritualiter sìt Ecclesia (S. PIER DAMIANI, l. c.). Per mezzo mio la Chiesa si unisce alla divina religione di Gesù Cristo e rivolge alla SS. Trinità l’adorazione, il ringraziamento, la riparazione e la supplica.  Perciò, se ho un po’ di coscienza della mia dignità, come potrò, per esempio, incominciare il mio Breviario, senza che avvenga nel mio essere un’azione misteriosa che m’innalzi sopra me stesso, sopra il corso naturale dei miei pensieri, per gettarmi interamente nella convinzione che io sono come un mediatore tra il cielo e la terra? (Medius stat Sacerdos inter Deum et humanam naturam; illinc venientia beneficia ad nos deferens et nostras petitiones illuc perferens – S. Giov. CRISOST., Hom. V, n. 1, in illud: Vidi Dominum). Che disgrazia se dimenticassi queste verità! I Santi ne erano penetrati (Perché il sacerdote quando recita il Breviario, anche da solo, dice: Dominus vobiscum? E perché risponde: Et cum spiritu tuo, invece di: Et cum spiritu meo? No, dice san Pier Damiani, il sacerdote non è solo; quando celebra o prega, ha dinanzi a sè tutta la Chiesa misteriosamente presente ed egli la saluta dicendo: Dominus vobiscum; poi, come rappresentante della Chiesa, a nome di lei risponde: Et cum spiritu tuo – Vedi S. PIER DAMIANI, J, Dom. vob., c. 6, 10 ecc.). Qui riproduciamo i suoi pensieri); ne vivevano. Dio aspetta da me che io me ne ricordi quando compio una funzione. La Chiesa con la vita liturgica mi aiuta continuamente a non dimenticare che io sono suo Rappresentante, e Dio esige che a questo titolo corrisponda nella pratica una vita esemplare (Laudate Dominum; sed laudate de vobis, id est ut non sola lingua et vox vestra laudet Deum, sed et conscientia vestra, vita vostra, facta vestra – S. AGOSTINO, Enarrat, in Psalm. In Psalm. CXLVIII, n. 2). — Come gli uomini vogliono da voi la santità quando vi presentate loro come ambasciatori di Dio presso di loro, così Dio la esige quando vi presentate a lui come intercessori degli uomini presso di lui. Un intercessore è un messaggero della miseria umana mandato alla giustizia divina; ora, dice san Tommaso, a un messaggero sono necessarie due condizioni perché sia favorevolmente accolto: la prima è che egli sia un degno rappresentante del popolo che lo manda; la seconda è che egli sia amico del principe a cui è mandato. Un sacerdote che non gode stima per santità, come potrebbe essere degno rappresentante del popolo cristiano, se non è neppure l’espressione completa delle virtù cristiane? E come sarebbe egli amico di Dio, se non è neppure suo servo fedele? — E se è così di un mediatore indifferente, tanto più sarà per un mediatore colpevole, perché chi potrebbe dire allora le anomalie della sua funesta condizione? « Pregate per me, Padre, voi che siete amico di Dio », gli dicono le anime buone; ma qual è l’efficacia di quella mediazione piamente richiesta? Plus placet Deo latratus canum quam oratio talium clericorum (S. AGOSTINO, Serm. 37). P. CAUSETTE, Manrèze du Prètre, 1° Jour,  2 discours). O mio Dio, penetratemi di una stima profonda per questa missione che la Chiesa mi affida; quale stimolo troverei in essa contro la mia viltà nel combattimento spirituale! Ma datemi anche il sentimento della mia grandezza come cristiano e concedetemi verso la vostra Chiesa un’anima di fanciullo, affinché possa profittare largamente dei tesori della vita interiore accumulati nella santa liturgia.

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PRINCIPIO: Come SACERDOTE, quando consacro l’Eucaristia oamministro i Sacramenti, devo ravvivare la mia convinzione che sono MINISTRO DI GESÙ CRISTO, perciò ALTER CHRISTUS; e devo tenere per certo che dipende da me il trovare nell’esercizio delle mie funzioni grazie speciali per acquistare le virtù richieste dal mio Sacerdozio (Quello che diciamo del sacerdote, si applica pure, fatte le debite proporzioni, al diacono e al suddiacono). I vostri fedeli, o Gesù, formano un corpo solo, ma in questo Corpo non tutte le membra hanno le stesse attribuzioni (Omnia autem membra non eumdem actum habent – Rom. XII, 4); divisiones gratiarum sunt (1 Cor. XII, 4).  Avendo voluto lasciare visibilmente il vostro Sacrificio alla Chiesa, Voi le avete affidato un Sacerdozio il cui fine principale è di continuare la vostra immolazione sull’altare, poi di distribuire il vostro Sangue per mezzo dei Sacramenti e di santificare il vostro Corpo mistico infondendogli la vostra Vita divina. Voi, Sommo Sacerdote, avete stabilito da tutta l’eternità di eleggermi e di consacrarmi vostro ministro per esercitare per mezzo mio il vostro Sacerdozio (Ipse est principalis Sacerdos qui, in omnibus et per omnes Sacerdos novi Testamenti, offert. Ideo enim quìa erat Sacerdos in æterum instituit Apostolos Sacerdotes ut per ipsos suum Sacerdotium exsequeretur – DE LUGO, De Euchar., disp. XIX, sect. VI, n. 86); mi avete comunicato. I vostri poteri per compiere con la mia cooperazione (Dei adiutores sumus (I Cor. III, 9) un’opera più grande che la creazione dell’universo, il miracolo della Transustanziazione e per restare, con tale meraviglia, l’Ostia e la Religione della vostra Chiesa. Come comprendo le espressioni entusiastiche dei santi Padri per dire la grandezza della dignità sacerdotale! Le loro parole mi obbligano logicamente a considerarmi, in virtù della comunicazione del vostro Sacerdozio, come un altro Voi stesso: Sacerdos alter Christus. – Vi è infatti un’identificazione tra Voi e me, perchè la vostra Persona e la mia sono così unite, che queste parole sono: Eoe est Corpus meum, Hic est ealix Sanguinis mei, voi le fate vostre quando io le pronuncio. Io vi impresto le mie labbra per poter dire senza menzogna: Mio Corpo, Mio Sangue (Ipse est (Christus) qui sanctiflcat et immolat… Cum videris Sacerdotem offerentem ne ut Sacerdotem esse putes, sed Christi znanum invisibiliter extentam… Sacerdos linguam suam commodat (Giov. Cris., Hom. 86 in Joan. n. 4). Basta che io voglia consacrare, perché vogliate anche Voi; la vostra volontà è fusa con la mia. Nell’atto più grande che possiate fare quaggiù, la vostra anima è legata alla mia anima; io v’impresto quello che è più mio, la mia volontà, e la vostra subito si fonde con la mia. Siete talmente Voi che agite per mezzo mio, che se io osassi dire sulla materia del Sacrificio: Questo è il Corpo di Gesù Cristo, invece di dire: Questo è il mio Corpo, la consacrazione sarebbe invalida. L’Eucaristia siete Voi stesso, o Gesù, sotto le apparenze di pane e ogni Messa viene a rimettere sotto i miei occhi la verità che il sacerdote siete Voi, o Sacerdote unico, sotto l’apparenza di un uomo che avete eletto per vostro Ministro (Nil aliud Sacrifex est quam Christi simulacrum – PETR. BLES., Tract. ryth. de Euch. cap. VII). Alter Christus! Io sono chiamato a far rivivere queste parole ogni volta che amministro gli altri Sacramenti. Voi soltanto potete dire come Redentore: Ego te baptizo, Ego te ab-solvoy ed esercitare così un potere divino come quello di creare. Anch’io pronuncio queste parole, e gli Angeli vi stanno più attenti che non al Fiat che fecondò il nulla (Maius opus est ex impio iustum facere quam creare cœlum et terram – S. Agostino),perché esse sono capaci, oh meraviglia! di formare Dio in un’anima e di produrre un figlio di Dio, partecipe della vita intima della Divinità. – In ogni funzione sacerdotale, io credo di udire Voi che mi dite: Come mai, figlio mio, potresti supporre che avendoti fatto Alter Christus con questi poteri divini, io tolleri che nella tua condotta abituale tu sia un « Senza Cristo», oppure anche un « Contro Cristo »? –Come! nell’esercizio di queste funzioni tu operavi facendo una sola cosa con me; e un momento dopo satana prenderebbe il mio posto per fare di te, col peccato, una specie di Anticristo, oppure ti addormenterebbe al punto di farti deliberatamente dimenticare l’obbligo che hai di imitarmi e di lavorare per rivestirti di me, secondo l’espressione del mio Apostolo? – Absit! Tu puoi fare assegnamento sulla mia misericordia quando si tratta della sola fragilità umana nelle tue colpe quotidiane subito detestate e riparate; ma accettare freddamente un vero programma d’infedeltà e ritornare senza rimorsi alle tue funzioni sublimi, sarebbe certamente eccitare la mia collera. Corre un abisso tra le tue funzioni e quelle dei sacerdoti dell’antica Legge; eppure se i miei profeti minacciavano Sion per causa dei peccati del popolo o dei suoi governanti, odi qual era il risultato della prevaricazione dei sacerdoti: Complevit Dominus furorem suum, effudit iram indignationis suæ; et succenditignem in Sion, et devoravit fondamenta eius… propter iniquitates sacerdotum eius (Thren. IV, 11, 13).  – Perciò con quanto rigore la mia Chiesa interdice al sacerdote di salire all’altare o di amministrare i Sacramenti, se sulla sua coscienza rimane una sola colpa mortale!  Per mia ispirazione essa va anche più avanti: con i suoi riti ti mette nell’alternativa della pietà o dell’impostura. Devi deciderti a vivere della vita interiore, oppure esprimermi dal principio alla fine della Messa, ciò che non pensi, e domandarmi ciò che non desideri; spirito di compunzione e purificazione dalle minime colpe, perciò custodia del cuore; spirito di adorazione, perciò di raccoglimento; spirito di fede, di speranza, di amore, e perciò direzione soprannaturale della condotta esterna e delle opere, tutto questo è collegato intimamente alle parole e alle cerimonie sacre. Riconosco, o Gesù, che il vestire i paramenti sacri senza essere risoluto a sforzarsi di conseguire le virtù di cui sono simboli, sarebbe una specie di ipocrisia. Voglio che d’ora innanzi genuflessioni, segni e formule non siano mai un vano simulacro che nasconda il vuoto, la freddezza, l’indifferenza, aggiungendo alle mie colpe quella di rappresentare una parte bugiarda dinanzi all’Eterno. – Possa io essere compreso da un santo timore quando mi accosto ai vostri santi Misteri e indosso le vesti liturgiche. Le preghiere con cui accompagno tale atto, le formule così piene di unzione e di forza, del Messale e del Rituale, m’invitino a scrutare il mio cuore perché possa giudicare se esso è davvero d’accordo con il vostro, o Gesù, con un desiderio sincero ed efficace di imitarvi con la vita interiore. Bando ai sotterfugi, o anima mia, che mi farebbe credere che basti essere Alter Ghristus soltanto durante le sacre funzioni e che poi, purché non sia un Contro Cristo, mi potrei dispensare dal lavorare per rivestirmi di Gesù Cristo!  Non solo Ambasciatore di Gesù Cristo crocifisso, ma ancora altro Cristo crocifisso, come pretenderei di accovacciarmi in una pietà comoda e accontentarmi di virtù casalinghe! Cercherei invano di persuadermi che il claustrale sia tenuto più di me a sforzarsi di imitare Gesù Cristo e di acquistare la vita interiore: questo è un ERRORE PROFONDO, basato sulla fusione. Per tendere alla santità, il religioso si obbliga a servirsi di certi mezzi, cioè di voti di obbedienza e di povertà e della pratica della Regola. Come sacerdote io non sono obbligato a questi mezzi, ma sono obbligato a cercare e a conseguire  lo stesso une, e PER ASSAI PIÙ TITOLI che non l’anima consacrata che non abbia la missione di dispensare il Sangue divino. – Dunque guai a me se mi lasciassi cullare in un’illusione certamente colpevole, poiché per dissiparla basta che consulti l’insegnamento della Chiesa e dei suoi Santi; illusione la cui falsità mi apparirebbe alle soglie dell’eternità. Guai a me se non sapessi approfittare delle mie funzioni per conoscere le vostre ESIGENZE, O se restassi sordo alla voce che mi fanno udire gli oggetti sacri che mi circondano, l’altare, il confessionale, il fonte battesimale, i vasi, i lini e i paramenti sacri. Imitamini quod tractatis (Pontificale romano). Mundamini qui fertis vasa Domini (Is. LII, 12). Incensum et panes offerunt Deo, et ideo sancti erunt (Levit XXI, 6). – Se io fossi sordo a tali inviti, o Gesù, sarei tanto menò scusabile perché ciascuna delle mie funzioni è l’occasione di una grazia attuale che voi mi offrite per modellare l’anima mia a vostra immagine e somiglianza. È la Chiesa che domanda questa grazia; è il suo cuore geloso di corrispondere ai vostri desideri, che si cura di me come della pupilla dell’occhio; è lei che prima della mia ordinazione mi mostrava le gravi conseguenze della mia identificazione con Voi. – Impone, Domine, capiti meo galeam salutis, ad… Præcinge me cingulo puritatis… Ut indulgere digneris omnia peccata mea. Fac me tuis semper inhærere mandatis et a te numquam separati permittas ecc. Non sono più io solo a fare tali domande per me, ma sono tutti i veri fedeli, tutte le anime fervorose a voi consacrate, tutti i membri della gerarchia ecclesiastica, che della mia povera preghiera fanno la loro preghiera. Il loro grido s’innalza al vostro trono, e Voi udite la voce della vostra Sposa; e quando i vostri ministri, risolati di volere la vita interiore, mettono il loro cuore d’accordo con le loro funzioni, Voi esaudite sempre queste suppliche che per essi fa la Chiesa. Invece di escludermi con una negligenza volontaria, dai suffragi che offro al Padre vostro per l’assemblea dei fedeli quando celebro la Messa o amministro i Sacramenti, voglio trarre profitto da tali grazie, o Gesù. A ciascuno dei miei atti sacerdotali io aprirò largamente il mio cuore alla vostra azione; voi gl’infonderete allora i lumi, le consolazioni, la forza che, nonostante gli ostacoli, mi permetteranno di identificare con i vostri i miei giudizi, i miei affetti, i miei voleri, come il Sacerdozio m’identifica con Voi, Sacerdote eterno, quando per mezzo mio Voi vi fate Vittima sull’altare, o Redentore delle anime.

*

Riassumiamo in poche parole i tre princìpi dello spirito liturgico:

CUM ECCLESIA. Quando mi unisco come semplice cristiano alla Chiesa, questa unione m’invita a penetrarmi degli stessi sentimenti di essa.

ECCLESIA. Quando io sono la stessa Chiesa perché agisco come suo Ambasciatore dinanzi al Trono di Dio, sono ancora più fortemente incitato a fare mie le sue aspirazioni per essere meno indegno di rivolgermi alla Maestà santissima di Dio e per esercitare con la Preghiera ufficiale un Apostolato più fecondo.

CHRISTUS. Ma quando per la partecipazione al Sacerdozio di Gesù Cristo io sono Alter Christus, quali parole potranno esprimere i vostri inviti, o Gesù, perché io prenda sempre di più la vostra divina somiglianza e così vi manifesti ai fedeli e li trascini a seguirvi con l’apostolato dell’esempio?

http://www.exsurgatdeus.org/2020/09/11/lanima-dellapostolato-12/

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (10)

R. P. CHAUTARD D. G. B .

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (10)

TRADUZIONE del Sac. GIULIO ALBERA, S. D. B. 8a EDIZIONE

SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALETORINO MILANO GENOVA PADOVA PARMA ROMA NAPOLI BARI CATANIA PALERMO

VISTO: Nulla osta alla stampa.

Torino: 22 giugno 1922.

Can. CARLO FRANCO – Rev. Arciv.

VISTO: Imprimatur.

C. FRANCESCO DUVINA – Provic. gen.

PARTE QUINTA

Alcuni principi ed avvisi per la vita interiore

1.

Alcuni consigli agli uomini di azione per la vita interiore

CONVINZIONI:

Lo zelo non è efficace se non gli si unisce l’azione di Gesù Cristo.

Gesù Cristo è l’agente principale, e noi non siamo altro che i suoi strumenti.

Gesù Cristo non benedice le opere in cui l’uomo confida soltanto nei propri suoi mezzi.

Gesù Cristo non benedice le opere sostenute unicamente dall’attività naturale.

Gesù Cristo non benedice le opere in cui lavora l’amor proprio invece dell’amore divino (P. Desurmont, C. SS. R).

Guai a chi si rifiuta alle opere a cui Dio lo chiama.

Guai a chi s’intromette nelle opere senza assicurarsi della volontà di Dio.

Guai a chi nelle opere vuole comandare, senza dipendere veramente da Dio.

Guai a chi nell’esercizio dell’azione non adopera i mezzi di conservare o di ricuperare la vita interiore.

Guai a chi non sa coordinare la vita interiore con la vita attiva, in modo che questa non danneggi l’altra.

PRINCÌPI:

Principio. — Non bisogna darsi all’azione per pura attività naturale, ma bisogna consultare Dio per potersi rendere la testimonianza che si agisce sotto l’ispirazione della sua grazia e secondo la manifestazione moralmente sicura della sua volontà.

Principio. — È cosa imprudente e dannosa il rimanere troppo a lungo in un periodo di eccessive occupazioni che metterebbero l’anima in uno stato incompatibile con gli esercizi essenziali della vita interiore; allora è il caso, soprattutto per i sacerdoti e i religiosi, di applicare, anche alle opere più sante, il precetto: Erue eum et proiice abs te (Strappalo e gettalo lontano da te (MATT. V, 29). ).

Principio. — Un regolamento che stabilisca l’impiego abituale del tempo, fatto d’accordo con un sacerdote prudente, di vita interiore e di esperienza, si deve imporre anche con la violenza se occorre, all’eccesso sregolato della vita attiva.

Principio. — Per il profitto proprio e per quello degli altri, bisogna prima di tutto coltivare la vita interiore: quanto più si è occupati, tanto più si abbisogna di questa vita. Dunque tanto più se ne deve avere la sete e si devono adoperare i mezzi perché questa sete non sia uno di quei desideri sterili di cui satana si serve per addormentare le anime e mantenerle nell’illusione.

Principio. — Se l’anima si trova per caso, e davvero per volere di Dio, molto occupata e perciò nella morale impossibilità di prolungare le sue pratiche di pietà, essa possiede un termometro infallibile il quale le dice se DAVVERO si mantiene nel fervore. Se davvero essa ha sete di vita interiore, se con tutta la sua buona volontà prende tutte le occasioni per compierne le pratiche essenziali, può starsene tranquilla e deve fare assegnamento sicuro su grazie affatto speciali che Dio serba per lei: essa vi troverà la forza sufficiente per progredire nella vita spirituale.

Principio. — Fintantoché l’uomo di azione non arriva a mantenersi nel raccoglimento e nella dipendenza dalla grazia che lo devono accompagnare dappertutto, si trova in uno stato insufficiente di vita interiore. Per tale raccoglimento necessario, non occorre nessuno sforzo: basta uno sguardo abituale che venga più dal cuore che non dalla mente, uno sguardo sicuro, giusto, penetrante, per vedere se si rimane nell’azione sotto l’influenza di Gesù.

Avvisi PRATICI:

1° Bisogna scolpirsi bene in mente che senza il Regolamento sopra accennato e senza la ferma volontà di attenervisi abitualmente, e particolarmente riguardo all’ORA DI ALZARSI rigorosamente fissata, l’anima NON PUÒ avere una vita interiore.

2° Stabilire come base della vita interiore, come elemento indispensabile, la meditazione del mattino. Santa Teresa dice: « Colui che è già ben deciso di fare a qualunque costo la mezz’ora di meditazione del mattino, è già a metà strada». Senza la meditazione si avrà quasi necessariamente una giornata di tepidezza.

La Messa, la Comunione, la recita del Breviario, le funzioni liturgiche sono miniere incomparabili di vita interiore, le quali si devono sfruttare con fede e con fervore sempre crescenti.

L’esame particolare e l’esame generale devono avere per scopo, come la meditazione e la vita liturgica, l’abitudine della Custodia del cuore con la quale si mette in pratica l’unione del Vigilate e dell’Orate. L’anima attenta a ciò che passa nel suo interno e alla presenza della Santissima Trinità in lei, acquista l’istinto di ricorrere a Gesù in ogni circostanza, ma soprattutto quando vede il pericolo di dissiparsi o di indebolirsi.

5° Di qui nasce un bisogno di pregare continuamente con le comunioni spirituali e con le giaculatorie cosi facili, quando si vuole, anche in mezzo alle occupazioni più assorbenti, e così piacevoli a variare, adattandole agli speciali bisogni del momento presente, alle circostanze attuali, ai pericoli, alle difficoltà, alla stanchezza, alla delusione ecc.

6° Un devoto studio della Sacra Scrittura e specialmente del Nuovo Testamento deve trovare posto ogni giorno, o almeno più volte alla settimana, nella vita di un sacerdote. — La lettura spirituale del pomeriggio è un dovere quotidiano che un’anima generosa non tralascia mai. La mente ha bisogno di mettersi dinanzi alle verità soprannaturali, ai dogmi che generano la pietà e alle conseguenze morali che ne derivano e che tanto facilmente si dimenticano.

7° In conseguenza di questa custodia del cuore che ne sarà come la preparazione remota, la confessione settimanale sarà certamente fatta con sincera contrizione, con vero dolore e con fermo proponimento sempre più leale e risoluto.

8° Gli esercizi spirituali una volta all’anno sono utilissimi, ma non bastano: il ritiro mensile, di un giorno intero, o almeno di mezza giornata, impiegata davvero per rimettere l’anima in equilibrio, è quasi indispensabile per l’uomo di azione.

2.

La meditazione, elemento indispensabile della vita interiore, e perciò dell’apostolato

Un vago desiderio di vita interiore concepito dopo la lettura rapida di un volume, non darebbe NESSUN RISULTATO.  Bisogna che questo desiderio sia fissato con una risoluzione precisa, viva e pratica.  – Molte persone di azione mi hanno domandato che rendessi loro facile il mezzo di effettuare il loro proposito di vita interiore, esponendo alcune risoluzioni generali. Il rispondere a tali desideri vuol dire aggiungere una specie di appendice a questo volume.  Vi rispondo tuttavia volentieri, persuaso che da una parte l’uomo di azione, o sacerdote o secolare, non avrà certo davvero fatto profìtto dalla lettura di ciò che precede, se non è ben deciso di dedicare ogni mattina un po’ di tempo alla meditazione, e che d’altra parte il sacerdote, se vuole progredire nella vita interiore, non può fare a meno di valersi della vita liturgica e di esercitarsi nella custodia del cuore.  Mi pare cosa più pratica l’adottare per questi tre punti la forma di risoluzione personale. Non pretendo d’insegnare un nuovo metodo di meditazione, ma cercherò di estrarre il midollo dai metodi migliori.

RISOLUZIONE DI MEDITAZIONE (1):

(1) Ciascuna di queste tre risoluzioni dev’essere meditata lentamente o, meglio ancora, divisa in più meditazioni: una semplice lettura non basta per trarne profitto.

Voglio essere fedele alla meditazione del mattino.

a) Questa fedeltà è necessaria?

SACERDOTE, io intesi negli esercizi spirituali della mia ordinazione, questa grave parola: Sacerdos alter Christus! Compresi allora che se non vivo specialmente di Gesù, non sono un sacerdote secondo il suo cuore, non sono un’anima sacerdotale.

SACERDOTE, io devo vivere nell’intimità di Gesù; Egli lo vuole da me: Iam non dicam vos servos.. Vos autem dixi amico (Non vi chiamerò più nervi, ma amici – Giov. XV, 15). – MA LA MIA VITA CON GESÙ principio, mezzo e fine, si sviluppa in quella misura in cui egli è la LUCE della mia ragione e di tutti i miei atti interni ed esterni, 1’AMORE che regola tutti gli affetti del mio cuore, la mia FORZA nelle prove, nelle lotte, nel lavoro e I’ALIMENTO di quella vita soprannaturale che mi fa partecipare della stessa vita di Dio.  Ora questa vita con Gesù, ASSICURATA CON LA MIA FEDELTÀ ALLA MEDITAZIONE, senza questa è moralmente IMPOSSIBILE.  Oserò io oltraggiare con un rifiuto il cuore di Colui che mi offre questo mezzo di vivere della sua amicizia!  Un altro aspetto importante, benché negativo, della necessità della mia meditazione è questo: secondo l’economia del disegno divino, essa è EFFICACE contro i pericoli inerenti alla mia debolezza, alle mie relazioni con il mondo, a quei dati miei obblighi. Se faccio la meditazione, sono come rivestito di un’armatura di acciaio e INVULNERABILE ai dardi nemici i quali mi colpirebbero CERTAMENTE senza la meditazione. Perciò molte colpe che non avverto o avverto appena, mi saranno imputate nella loro causa. O meditazione o gravissimo pericolo di dannazione per il sacerdote che è a contatto con il mondo, dichiarava il pio, dotto e prudente P. Desurmont, uno dei più provetti predicatori di esercizi spirituali agli ecclesiastici. – E il cardinale Lavigerie diceva: «Per l’apostolo non vi è via di mezzo tra la santità, se non acquisita almeno desiderata e cercata (soprattutto con la meditazione quotidiana) e il pervertimento progressivo». – Ciascun sacerdote può applicare alla sua meditazione le parole ispirate dallo Spirito Santo al Salmista: Nisi quod LEX TUA MEDITATIO mea est tunc forte periissem in humilitate mea (Se la tua legge non era la mia meditazione, già sarei perito nella mia miseria – Salmo CXVIII, 92). Ora questa legge arriva fino al punto di obbligare il sacerdote a riprodurre lo spirito di Gesù Cristo.

UN SACERDOTE VALE QUANTO LA SUA MEDITAZIONE. VI SONO DUE CATEGORIE DI SACERDOTI:

1° I sacerdoti la cui risoluzione è tale, che la loro meditazione non sarebbe neppure ritardata da pretesti di convenienza, di occupazioni ecc.; soltanto un caso RARISSIMO di forza maggiore la farà rimandare ad altra mezz’ora del mattino, ma nulla più. Questi veri sacerdoti vogliono ottenere dei risultati buoni dalla loro meditazione e vogliono che questa sia distinta dal ringraziamento della Messa, da ogni lettura spirituale e tanto più dalla composizione di una predica. – Essi hanno la santità efficacemente desiderata e finché perseverano così, la loro salvezza è moralmente assicurata.

2° I sacerdoti che avendo preso soltanto una mezza risoluzione, RIMANDANO e perciò omettono facilmente la loro meditazione, ne snaturano lo scopo oppure non s’impongono nessun vero sforzo per riuscirvi. Ne seguirà una fatale tepidezza, con illusioni subdole, con una coscienza addormentata o falsata… Passo che scivola verso l’abisso.  A quale delle due categorie voglio appartenere! Se esito nella scelta, vuol dire che non feci bene gli esercizi spirituali.  – Tutto si collega insieme: se lascio la mia mezz’ora di meditazione, anche la Messa — perciò la mia comunione — sarà ben presto senza frutti personali e potrà divenire imputabile a colpa; la recita penosa e quasi macchinale del Breviario non sarà più la fervorosa e allegra espressione della mia vita liturgica; poca vigilanza, nessun raccoglimento e perciò nessuna giaculatoria; più nulla, purtroppo, di lettura spirituale; un apostolato sempre meno fecondo; non più esame leale delle colpe, meno ancora l’esame particolare; CONFESSIONI PER ABITUDINE E TALORA DUBBIE… in attesa del SACRILEGIO! – La cittadella sempre meno difesa e abbandonata all’assalto di una legione di nemici: prima sono brecce… ben presto saranno rovine…

b) Che cosa dev’essere la mia meditazione?

ASCENSIO MENTIS IN DEUM (L’ascensione della mente a Dio). « Il salire così, dice san Tommaso, essendo un atto della ragione non speculativa, ma pratica, suppone gli atti della volontà ». Per conseguenza: La meditazione è un VERO LAVORO, specialmente per i principianti. — Lavoro per staccarsi un momento da ciò che non è Dio. — Lavoro per rimanere mezz’ora fissi in Dio e per arrivare a prendere un nuovo slancio verso il bene. — Lavoro certamente penoso da principio, ma che voglio accettare generosamente. — Lavoro che del resto sarà presto coronato dalla più gran consolazione di quaggiù, cioè dalla pace nell’amicizia e nell’unione con Gesù.  La meditazione, dice santa Teresa, non è altro che una conversazione amichevole nella quale l’anima parla intimamente con Colui dal quale si sente amata.

CONVERSAZIONE CORDIALE. Sarebbe un’empietà il supporre che Dio, il quale mi dà il bisogno e talora l’attrattiva di questa conversazione, più che non me la imponga, non voglia poi facilitarmela. Ancorché da molto tempo io l’abbia trascurata, Gesù mi chiama teneramente e mi offre un’assistenza SPECIALE per questo linguaggio della mia fede, della mia speranza e della mia carità che dovrà essere, come dice il Bossuet, la mia meditazione. – Vorrò io resistere a questo invito di un padre il quale chiama anche il prodigo ad ascoltare la sua parola, a trattenersi familiarmente con lui, ad aprirgli il suo cuore e ad ascoltare i suoi palpiti?

CONVERSAZIONE SEMPLICE. Sarò schietto: perciò parlerò a Dio da tiepido, da peccatore, da prodigo o da fervoroso. Con l’ingenuità di un fanciullo esporrò lo stato dell’anima mia e parlerò solo il linguaggio che esprime davvero quello che sono.

CONVERSAZIONE PRATICA. Il fabbro ferraio non mette nel fuoco il ferro per farlo diventare ardente e luminoso, ma per renderlo malleabile: cosi pure la meditazione illumina la mia intelligenza e riscalda il mio cuore unicamente perché l’anima mia diventi malleabile, per poterla martellare, togliere i difetti o la forma dell’uomo vecchio e darle le virtù o la forma di Gesù Cristo. Dunque la mia meditazione avrà lo scopo di rialzare l’anima mia uno alla santità di Gesù (Bella espressione di Alvarez de Paz, sul fine della meditazione), affinché Egli la possa formare a sua immagine. Tu Domine Jesu, Tu ipse, manu mitissima, misericordissima, sed tamen fortissima FORMANS et PERTRACTANS cor meum (Tu, o Signore Gesù, Tu stesso con mano dolcissima, misericordiosissima, ma tuttavia fortissima, formi e plasmi il mio cuore (S. Agostino).

c) Come farò la meditazione?

Per mettere in pratica e la definizione e lo scopo, seguirò questa via logica: metterò la mia ragione, ma soprattutto la mia fede e il mio cuore, dinanzi al Signore che m’insegna una verità o una virtù; ravviverò la mia sete di conformare l’anima mia con l’Ideale intravveduto; deplorerò quello che vi è in me di contrario a Lui; prevedendo gli ostacoli, mi deciderò di romperli; ma persuaso che da me non posso fare nulla, con le mie istanze otterrò la grazia di riuscirvi.  Come un viaggiatore spossato e ansante, cerco di dissetarmi… Finalmente VIDEO (Video, io vedo; sitio, ho sete; volo, voglio; volo tecum, voglio con te): vedo una sorgente. Ma essa scaturisce da una rupe scoscesa… SITIO: quanto più guardo quell’acqua limpida che mi permetterebbe di continuare il mio viaggio, tanto più si fa vivo il desiderio, nonostante gli ostacoli, di calmare la mia sete… VOLO: a qualunque costo voglio arrivare a quella sorgente e sforzarmi di raggiungerla; ma purtroppo devo constatare la mia incapacità… VOLO TECUM: arriva una guida; non aspetta altro che le mie istanze per aiutarmi; mi porta persino nei passi difficili, e ben presto io posso bere a lunghi sorsi.  – Cosi sgorgano dal Cuore di Gesù le acque vive della grazia.

La mia lettura spirituale della sera, elemento così prezioso di vita interiore, ha ravvivato il mio desiderio di fare la meditazione al mattino seguente… PRIMA DEL RIPOSO vedo sommariamente, ma in modo preciso e vivo, l’argomento della meditazione (Un libro di meditazioni è quasi sempre necessario per impedire alla mente dì vagare nel vuoto. Molti volumi antichi e moderni presentano tutti i caratteri di veri libri di meditazione e non soltanto di lettura spirituale. Ogni punto contiene una verità evidente presentata con precisione, con forza e con brevità in modo che, dopo la riflessione, chiama il colloquio affettuoso e pratico con Dio. – Un solo punto basta per mezz’ora e si deve riassumere in un testo biblico o liturgico o in un’idea principale adatta al mio stato. Prima di tutto conviene scegliere i novissimi e il peccato, almeno una volta al mese, poi la vocazione, i doveri del proprio stato, i vizi capitali, le virtù principali, gli attributi di Dio, i misteri del rosario o un’altra scena del Vangelo e soprattutto della Passione. Nelle feste liturgiche l’argomento è già chiaramente indicato), come pure il frutto particolare che ne voglio trarre ed eccito dinanzi a Dio il mio desiderio di profittarne.

L’ORA DELLA MEDITAZIONE È GIUNTA (Il Clauso ostio di Gesù m’invita a preferire, per la meditazione, il luogo dove sarò meno disturbato, chiesa, camera, giardino ecc.). Voglio strapparmi alla terra, sforzare la mia fantasia a rappresentarmi una scena viva e parlante che io sostituisco alle mie preoccupazioni, distrazioni ecc. (Per esempio: Gesù che mostra il suo Cuore e dice: Ego sum resurrectio et vita, oppure: Ecco il Cuore che tanto ha amato gli uomini, oppure una scena della sua vita: Betlemme, Tabor, Calvario ecc. Se dopo uno sforzo sincero e breve non si riesce a farsi questa rappresentazione, si passi avanti, e Dio vi supplirà). Rappresentazione rapida e a grandi linee, ma abbastanza efficace da colpirmi e da GETTARMI ALLA PRESENZA di quel Dio la cui attività tutta di amore vuole avvolgermi e penetrarmi. Così eccomi in relazione con un INTERLOCUTORE VIVENTE (La riuscita della meditazione dipende spesso dalla cura con cui si considera l’Interlocutore come vivo e presente, e nel cessare di considerarlo come lontano e passivo, cioè quasi come un’astrazione), ADORABILE e AMABILE.  Cado subito in profonda adorazione, questa s’impone da sé; poi seguono atti di umiltà, di contrizione, di protesta, di dipendenza, e preghiera umile e fiduciosa affinché sia benedetta questa mia conversazione col mio Dio (Bisogna persuadersi bene che per questa conversazione Dio non vuol altro che la buona volontà. L’anima che, assediata dalle distrazioni, ritorna ogni giorno pazientemente e filialmente al suo divino interlocutore, fa una meditazione eccellente: Dio supplisce a tutto).

VIDEO:

COLPITO dalla vostra viva presenza, o Gesù, e libero così dall’ordine puramente naturale, comincerò la mia conversazione col LINGUAGGIO DELLA FEDE, più fecondo che le analisi della mia ragione, e con questo fine leggo o richiamo alla mente con diligenza il punto da meditare, lo riassumo e concentro in esso la mia attenzione.  Siete Voi che mi parlate e che m’insegnate questa verità, o Gesù; voglio dunque ravvivare e accrescere la mia fede su ciò che mi presentate come assolutamente certo, perché fondato sulla vostra veracità. E tu, o anima mia, non cessare di ripetere: Lo CREDO; ripetilo con maggior forza; come il fanciullo che studia la sua lezione, ripeti moltissime volte che tu aderisci a questa dottrina e alle sue conseguenze per la tua eternità… (Così si formano le forti convinzioni e si preparano i doni dello spirito di viva fede e dell’intuizione soprannaturale). O Gesù, questo è vero, è assolutamente vero, e io lo credo. Voglio che questo raggio del sole della Rivelazione sia come il faro della mia giornata; rendete la mia fede ancora più ardente; ispiratemi un forte desiderio di vivere di questo Ideale, e una santa collera per ciò che gli è contrario. Voglio divorare questo alimento di Verità e assimilarmelo.  – Se tuttavia, dopo alcuni minuti passati nell’eccitare la mia fede, rimanessi inerte dinanzi alla verità che mi viene presentata, non insisterò. Vi esporrò filialmente, o buon Maestro, la pena che provo per tale impotenza e vi pregherò di supplire Voi.

SlTIO:

Dalla frequenza e soprattutto dalla forza dei miei atti di fede, vera partecipazione a un raggio dell’Intelligenza divina, dipenderà il grado dell’esultanza del mio cuore, il LINGUAGGIO DELLA CARITÀ AFFETTIVA. Nascono infatti da sé, o eccitati dalla volontà, GLI AFFETTI, fiori che l’anima mia di fanciullo getta dinanzi a Gesù che le parla; sono adorazione, riconoscenza, amore, gioia, attaccamento alla volontà divina e distacco da tutto il resto, avversione, odio, timore, sdegno, speranza, abbandono. Il mio cuore sceglie uno o più di questi sentimenti, se ne penetra, ve li esprime, o Gesù, e ve li ripete mille volte, teneramente, lealmente, ma con semplicità.  Se la mia sensibilità mi dà aiuto, lo accetto perché può giovare, ma non è necessario. Un affetto calmo ma profondo è più sicuro e più fecondo delle commozioni superficiali; queste non dipendono da me e non sono mai la misura della vera ed efficace meditazione. Quello che è sempre in mio potere e che importa più di tutto, è lo sforzo per scuotere il torpore del mio cuore e per fargli dire: Mio Dio, io voglio unirmi a Voi; voglio annientarmi dinanzi a Voi; voglio cantare la mia gratitudine e la mia gioia di compiere la vostra volontà; non voglio più mentire con dirvi che vi amo e che detesto tutto ciò che vi offende ecc.  Benché mi sia lealmente sforzato, può darsi che il mio cuore rimanga freddo e che esprima fiaccamente i suoi affetti. Vi dirò allora ingenuamente, o Gesù, la mia umiliazione e il mio desiderio; volentieri prolungherò i miei lamenti, persuaso che gemendo così dinanzi a Voi per la mia sterilità, acquisto un diritto speciale ad unirmi in modo efficacissimo, benché aridamente, ciecamente e freddamente, agli affetti del vostro divin Cuore.  Come è bello, o Gesù, l’Ideale che io scorgo in Voi! Ma la mia vita è essa in armonia con questo Esemplare perfetto! Io compio questa ricerca sotto il vostro sguardo profondo, o Interlocutore divino, che ora tutto Misericordia, sarete tutto Giustizia quando vi troverò al giudizio particolare in cui con un solo sguardo Voi scruterete i motivi segreti dei più piccoli atti della mia vita. Vivo io di questo Ideale! Se morissi in questo momento, o Gesù, non trovereste che la mia condotta ne è la contraddizione! Su quali punti, o buon Maestro, desiderate che io mi corregga! Aiutatemi a scoprire gli ostacoli che m’impediscono d’imitarvi, le cause interne o esterne e le occasioni prossime o remote delle mie cadute. Alla vista delle mie miserie e delle mie difficoltà, il mio cuore è costretto ad esprimervi, o mio Redentore adorato, confusione, dolore, tristezza, amaro rimpianto, sete ardente di fare meglio, offerta generosa e illimitata del mio essere: volo piacere Deo in omnibus («Voglio piacere a Dio in tutte le cose». Con queste parole il Suarez riassume i frutti di tutti i trattali ascetici. Questi atti del Sitio dispongono l’anima alla risoluzione di non rifiutare nulla a Dio).

VOLO:

Faccio un passo innanzi nella scuola del VOLERE.

È il LINGUAGGIO DELLA CARITÀ EFFETTIVA. Gli affetti hanno fatto nascere in me il desiderio di correggermi; ho veduto gli ostacoli; ora tocca alla mia volontà il dire: Voglio rialzarmi. O Gesù, il mio ardore nel ripetervi questo voglio, deriva dal mio fervore nel ripetere: credo, amo, mi pento, detesto.  Se qualche volta questo VOLO non viene fuori con quella forza che desidero, o mio diletto Salvatore, deplorerò questa debolezza della mia volontà et invece di perdermi di coraggio, non mi stancherò di ripetervi quanto desidero di partecipare alla vostra generosità nel servizio del Padre celeste. Alla mia risoluzione generale di lavorare per salvarmi e per amare Dio, unisco quella di applicare la mia meditazione alle difficoltà, alle tentazioni e ai pericoli della giornata. Ma avrò cura soprattutto di rifondere con amore più vivo la RISOLUZIONE (È meglio tenere la stessa risoluzione per interi mesi, o da un ritiro all’altro. L’esame particolare, in forma di breve colloquio col Signore, completa la meditazione e, constatando un progresso o un regresso, facilita in modo straordinario l’avanzamento nella perfezione) che è oggetto del mio esame particolare (difetto da combattere o virtù da praticare); la rinforzo con motivi che attingerò dal Cuore del Maestro e da buon stratega stabilisco i mezzi che ne possano assicurare l’esecuzione, prevedo le occasioni e mi preparo alla lotta. Se intravvedo un’occasione speciale di dissipazione, d’immortificazione, di umiliazione, di tentazione, una decisione grave ecc., mi dispongo per quel momento alla vigilanza, all’energia e soprattutto all’unione con Gesù e al ricorso a Maria. – Se cado ancora, nonostante queste precauzioni, che abisso però tra queste cadute di sorpresa e le altre! Lungi da me lo scoraggiamento, perché so che Dio è glorificato dal mio continuo ricominciare per divenire più risoluto, più diffidente di me stesso, più assiduo nel supplicarlo: solo a questo prezzo avrò la riuscita.

VOLO TECUM:

Obbligare uno storpio a camminare diritto è meno assurdo che il pretendere di riuscire senza di Voi, o mio Salvatore (sant’Agostino). Perché le mie risoluzioni sono rimaste senza frutto, se non perché l’omnia possum non è derivato dall’in eo qui me confortat (Io posso tutto in Colui che mi conforta – Filipp. IV, 13)? Arrivo dunque al punto della mia meditazione, che sotto certi aspetti è il più importante: la SUPPLICA O LINGUAGGIO DELLA SPERANZA. – Senza la vostra grazia, o Gesù, io non posso nulla. Per nessun titolo io non merito questa vostra grazia, ma so che le mie istanze, ben lungi dall’annoiarvi, stabiliscono la misura del vostro aiuto, se esse rispecchiano la mia sete di essere vostro, la diffidenza in me stesso e la mia confidenza illimitata, pazza, direi, nel vostro Cuore. Come la Cananea, mi prostro ai vostri piedi, o Bontà infinita, con la sua insistenza, tutta di speranza e di umiltà, vi chiedo non qualche briciola, ma una vera partecipazione a quel banchetto di cui avete detto: Il mio cibo è di fare la volontà del Padre mio. – Divenuto, per mezzo della grazia, membro del vostro Corpo mistico, io partecipo della vostra vita e dei vostri meriti e prego per mezzo vostro, o Gesù. O Padre Santo, io prego per il Sangue divino il quale chiede misericordia: potrete voi respingere la mia preghiera?È il grido del mendico quello che io innalzo a Voi, o ricchezza inesauribile: Exaudi me quoniam inops et pauper sum ego (Esauditemi perché sono povero e bisognoso – Salmo LXXXV). Rivestitemi della vostra forza e nella mia debolezza glorificate la vostra potenza. La vostra bontà, le vostre promesse e i vostri meriti, o Gesù, la mia miseria e la mia fiducia sono i soli titoli della mia supplica per ottenere, mediante la mia unione con Voi, la custodia del cuore e la forza durante questa giornata. Se sopravviene un ostacolo, una tentazione, un sacrificio da imporre a una delle mie facoltà, il testo o il pensiero che io prendo come mazzetto spirituale, mi farà respirare il profumo di preghiera che ha circondato le mie risoluzioni, e di nuovo in quel momento innalzerò il grido della supplica efficace. Quest’ABITUDINE, frutto della mia meditazione, ne sarà pure la pietra di paragone: a fructibus cognoscetis.

*

Quando arriverò a VIVERE DI FEDE e di SETE ABITUALE di Dio, allora soltanto il lavoro del VIDEO sarà presto soppresso; Il SITIO e il VOLO verranno da sé fin dal principio della meditazione la quale trascorrerà nel produrre affetti e offerte, nel confermare la mia volontà risoluta e poi nel mendicare da Gesù direttamente, o per mezzo di Maria Immacolata, degli Angeli o dei Santi, una più intima e più costante unione con la Volontà divina.

 Il santo Sacrificio mi aspetta: la meditazione mi vi ha preparato. La mia partecipazione al Calvario, in nome della Chiesa, e la mia comunione saranno come una continuazione della mia meditazione (1). Nel mio ringraziamento estenderò le mie domande per gl’interessi della Chiesa, per le anime a me affidate, per i defunti, per le opere a cui attendo, per i parenti, amici, benefattori, nemici ecc.  La recita delle diverse ore del mio caro Breviario, in unione con la Chiesa, per lei e per me, le frequenti e fervide giaculatorie, le comunioni spirituali, Tesarne particolare, la visita al SS. Sacramento, la lettura spirituale, il rosario, Tesarne generale ecc. verranno a segnare la mia via, a ravvivare le mie forze e a conservare lo slancio preso al mattino, affinché nulla nella mia giornata sfugga all’azione del Signore. In seguito a tale slancio, il ricorso frequente prima, e poi abituale a Gesù direttamente o per mezzo di Maria, farà cessare le contraddizioni tra la mia ammirazione per la sua dottrina e la mia vita di emancipazione, tra la mia pietà e la mia condotta.

*

Devo qui mettere un freno al mio cuore che, nel suo desiderio di giovare davvero agli uomini di azione, vorrebbe consacrare qui una risoluzione speciale all’ESAME PARTICOLARE. Ma cedendo a tale desiderio, temerei di aumentare troppo questo volume. Eppure dalla lettura di Cassiano, di parecchi Padri della Chiesa, come pure di sant’Ignazio, di san Francesco di Sales e di san Vincenzo de’ Paoli, risulta che l’esame particolare e l’esame generale sono corollari obbligatori della meditazione e si connettono con la custodia del cuore. – L’anima, d’accordo con il suo direttore, si è risoluta a prendere di mira più direttamente, nella sua meditazione e nel corso della giornata, quel tale difetto o la tale virtù, sorgente principale di altri difetti o virtù.  Sono molti i cavalli che tirano il cocchio; l’occhio li vigila tutti costantemente; ma nel centro della squadriglia ve n’è uno che esige maggiore sollecitudine da parte di chi li guida. Infatti se quel cavallo corre troppo a destra o troppo a sinistra, fa sviare tutti gli altri.  L’analisi dell’anima per mezzo dell’esame particolare, per constatare se vi è progresso o regresso o stato stazionario sopra un punto ben determinato, non è altro che un elemento della custodia del cuore.

(1) La meditazione è il braciere dove si ravviva la custodia del cuore.  Con la fedeltà alla meditazione saranno vivificati tutti grll altri esercizi di pietà. L’anima acquisterà a poco a poco la vigilanza e lo spirito di orazione, ossia l’abitudine di ricorrere di più e con più frequenza a Dio.  L’unione con Dio nell’orazione produrrà l’unione intima con Lui, anche durante le occupazioni più assorbenti.  L’anima che vive cosi unita con Dio con la custodia del cuore, attirerà sempre di più sopra di sé i doni dello Spirito Santo e le virtù infuse, e forse Dio la chiamerà ad un grado di orazione più elevato.

L’ottimo libro Les Voies de l’oraison mentale (le vie dell’orazione mentale di Dom VITAL LEHODEY – ed. Lecoffre), stabilisce con precisione ciò che si richiede per l’ascensione dell’anima attraverso i diversi gradi di orazione e dà le regole per discernere se un’orazione superiore sia davvero un dono di Dio o un frutto dell’illusione.  Prima di parlare dell’orazione affettiva, primo grado delle orazioni più elevate a cui Dio ordinariamente chiama soltanto le anime arrivate alla custodia del cuore per mezzo della meditazione, il P. RIGOLEUC, S. J., indica nel libro cosi pregevole delle sue (Œvres spirituelles (Avignone, 1843, pag. 17 e segg.) dieci maniere di trattenersi con Dio quando, dopo una seria prova, uno si trovi nell’impossibilità morale di fare la meditazione sull’argomento preparato il giorno prima. Riassumiamo il pio autore.

1* MANIERA: Prendere un libro spirituale {(uovo Testamento o Imitazione di Cristo) — leggere a intervalli alcune righe — meditare un poco su quanto si ò letto, cercare di penetrare il senso e imprimerlo nella mente.

— Trarne qualche santo affetto, amore o pentimento ecc., e proporsi di praticare all’occasione tale virtù.

Evitare di leggere o di meditare troppo. — Fermarsi a ogni pausa finché la mente trova un colloquio piacevole e utile.

2* MANIERA: Prendere alcune parole della Scrittura o qualche preghiera vocale, per esempio il Pater, l’Ave o il Credo, pronunziarla, fermarsi a ciascuna parola e trarne diversi sentimenti di pietà in cui uno si fermerà finché vi trova gusto.  Alla fine domandare a Dio qualche grazia o virtù, secondo l’argomento meditato. Non fermarsi troppo, con noia e disgusto, su una parola, ma quando non si trova più di che trattenervi, passare tranquillamente ad un’altra.

— Quando uno si sente tocco da qualche buon sentimento, vi si fermi finché dura, senza darsi pensiero di andare innanzi. — Non è necessario fare atti sempre nuovi, ma basta talora stare dinanzi a Dio pensando in silenzio alle parole già meditate, oppure gustando il sentimento da esse prodotto nel cuore.

3* MANIERA: Quando l’argomento preparato non dà materia sufficiente, fare atti di fede, di adorazione, di ringraziamento, di speranza, di amore ecc., dando loro l’estensione che si vuole e fermandosi alquanto su ciascuno per gustarlo.

4* MANIERA: Quando non si sa più meditare né produrre affetti (impotenza e sterilità), protestare dinanzi a Dio, che si ha l’intenzione di fare tanti atti, di contrizione per esempio, quante sono le volte che si respira o che si fanno passare i grani del rosario tra le dita o che si pronuncerà con la bocca una breve preghiera.  Rinnovare di quando in quando tale protesta e, se Dio dà qualche altro buon sentimento, accettarlo con umiltà e trattenersi in esso.

5* MANIERA: Nelle pene e nelle aridità, se si è impotenti a pensare o ad agire, abbandonarsi generosamente al dolore senza inquietarsi né fare sforzi per uscirne, senza fare altri atti che questo dell’abbandono di sé nelle mani di Dio, per soffrire quella prova e tutte le altre che vorrà mandarci.  Oppure unire la propria preghiera all’Agonia di Gesù nel Getsemani e al suo abbandono sulla croce. — Persuadersi che si è crocifissi con Gesù e animarsi, con il suo esempio, a rimanervi e a soffrire costantemente fino alla morte.

6* MANIERA: Esame del proprio interno. — Riconoscere i propri difetti, le passioni, le debolezze, le infermità, l’impotenza, la miseria, il nulla.  — Adorare i giudizi di Dio riguardo allo stato in cui uno si trova. — Sottomettersi alla sua santa volontà. —- Benedire Dio egualmente sia per i castighi della sua giustizia, sia per i favori della sua misericordia. — Umiliarsi dinanzi alla sua infinita Maestà. — Fargli sincera confessione delle proprie infedeltà e peccati, e chiedergli perdono. — Ritrattare i propri giudizi falsi e i propri errori. — Detestare tutto il male che si è fatto e proporre di emendarsi per l’avvenire.  Tale meditazione è assai libera e ammette ogni sorta di affetti; si può fare in ogni tempo, soprattutto dopo qualche caso inaspettato, per sottomettersi al castighi della giustizia di Dio, o dopo il trambusto dell’azione, per rimettersi nel raccoglimento.

7* MANIERA: Viva rappresentazione dei Novissimi. Considerarsi nell’agonia, tra il tempo e l’eternità, — tra la vita passata e il giudizio di Dio.  — Che cosa vorrei aver fatto? — Come vorrei essere vissuto? — Pena che se ne sentirà. — Ricordare i peccati, i disordini, gli abusi deUa grazia. — Come si vorrebbe essersi diportati in quelle date occasioni. — Proporre di rimediare efficacemente a ciò che si ha ragione di temere. Figurarsi di essere sepolti, in putrefazione, dimenticati da tutti — dinanzi al Tribunale di Gesù Cristo — nel Purgatorio — nell’Inferno.  Quanto più viva sarà la rappresentazione, tanto maggior profitto si farà da tale meditazione. È necessaria questa morte mistica, per spogliare l’anima dalla carne e per risuscitare, cioè per liberarsi dalla corruzione del vizio; bisogna passare da questo purgatorio, per giungere al godimento di Dio in questa vita.

8* MANIERA: Applicazione della mente a Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento. Salutare Gesù Sacramentato con tutto il rispetto che richiede la sua presenza reale, unirsi a Lui e a tutte le sue divine operazioni nell’Eucaristia dove non cessa di adorare, lodare, amaro suo Padre in nome di tutti gli uomini e nello stato di vittima.  Concepire il suo raccoglimento, la sua vita nascosta, lo spogliamento di tutto, la sua obbedienza, la sua umiltà ecc. — Eccitarsi a imitarlo e proporsi di farlo all’occasione.  Offrire Gesù Cristo al Padre, come unica vittima degna di Lui, per mezzo della quale noi possiamo rendergli omaggio, riconoscerne i benefici, soddisfare alla sua giustizia e obbligare la sua misericordia a soccorrerci. Offrire a Lui se stessi, l’essere, la vita, l’impiego. Presentargli un atto di virtù che si propone di fare, qualche mortificazione che si vuole praticare per vincersi, e ciò per gli stessi fini per cui Gesù si sacrifica nel Santissimo Sacramento. — Fare tale offerta con un ardente desiderio di accrescere quanto è possibile la gloria che Egli dà al Padre in questo augusto Mistero.  Terminare con la comunione spirituale.

Meditazione eccellente, soprattutto per la visita al Santissimo Sacramento. Rendersela familiare perché la nostra felicità in questa vita dipende dalla nostra unione con Gesù Sacramentato.

9° MANIERA: Essa si fa in nome di Gesù Cristo. — Eccita la nostra fiducia in Dio e ci fa entrare nello spirito e nei sentimenti di Nostro Signore.  Si fonda sul fatto che noi siamo alleati del Figlio di Dio, suoi fratelli, membri del suo Corpo mistico; che Egli vuole cederci tutti i suoi meriti e lasciarci tutte le ricompense che suo Padre gli deve per le sue fatiche e per la sua morte. Questo è ciò che ci rende capaci di onorare Dio con un culto degno di lui e ci dà il diritto di trattare con Dio e di esigere in certo modo le sue grazie come per giustizia. — Noi non abbiamo tale diritto come creature, meno ancora come peccatori, perché vi è sproporzione infinita tra Dio e la creatura, e opposizione infinita tra Dio e il peccatore. Ma come alleati del Verbo incarnato, come suoi fratelli, come suoi membri, possiamo presentarci con fiducia a Dio, trattare familiarmente con Lui e obbligarlo ad ascoltarci benignamente, ad esaudire le nostre suppliche e a darci le grazie, per motivo della nostra alleanza e della nostra unione con suo Figlio.  Presentarsi dunque a Dio per adorarlo, amarlo, lodarlo per mezzo di Gesù Cristo che opera in noi, come Capo nelle sue membra, e che c’innalza con il suo spirito ad uno stato divino; — domandargli qualche favore per i meriti di suo Figlio e a questo fine rappresentargli i servizi a Lui resi dal Figlio diletto, la sua vita, la sua morte, i suoi patimenti la cui ricompensa appartiene a noi, per la donazione che Egli ci fece.

Recitare l’Ufficio divino con questo spirito.

10* MANIERA: Semplice attenzione alla presenza di Dio e meditazione su questa. Prima di mettersi a meditare sull’argomento preparato, mettersi alla presenza di Dio senza accogliere altro pensiero e senza eccitare altro sentimento che quello del rispetto e dell’amore di Dio, ispirato dalla sua presenza. — Accontentarsi di stare cosi dinanzi a Dio in silenzio in questo semplice riposo della mente, finché se ne prova gusto. — Poi meditare secondo la maniera solita.  È bene incominciare cosi tutte le meditazioni ed è utile il fare altrettanto dopo ciascun punto. — Riposare cosi in questa semplice attenzione su Dio. — Cosi ci stabiliamo nel raccoglimento interno; — ci avvezziamo a fissare la mente in Dio e ci prepariamo a poco a poco alla contemplazione. — Ma non fermarsi cosi per pura pigrizia e per non volersi dare la pena di meditare.)

http://www.exsurgatdeus.org/2020/09/09/lanima-dellapostolato-11/

IL SACRO CUORE DI GESÙ (34)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE PRIMA:

La devozione al sacro Cuore secondo la beata Margherita Maria

INTRODUZIONE E BIBLIOGRAFIA

Il culto del sacro Cuore di Gesù, quale è riconosciuto e praticato dalla Chiesa, non si fonda né riposa sulle rivelazioni della beata Margherita Maria, così come la festa del Corpus Domini non si fonda su quelle della beata Giuliana di Mont-Cornillon. Nell’uno, come nell’altro caso, la Chiesa ha riguardato il culto in se stesso e nella sua diffusione ed Èssa si è pronunziata sul culto, senza però pronunziarsi sulle rivelazioni. Tuttavia, le rivelazioni hanno influito molto sul movimento verso la divozione. La beata Margherita Maria, come la beata Giuliana, è stata certamente lo strumento provvidenziale. La divozione al sacro Cuore, quale la Chiesa l’ha accolta e fatta sua, è la stessa che la beata dice di esserle stata rivelata da Gesù, quella ch’essa ebbe missione di propagare. È questo un fatto evidente. La constatazione del fatto, per se stessa, non implica un giudizio fermo e decisivo sulle visioni della beata. Ma obbliga a studiarle da vicino, perché esse dominano tutta la storia della divozione, e perché la divozione si presenta come un fatto storico, quanto e forse più che come una verità teologica. La beata Margherita Maria ha, per dir così, come accesa la fiaccola: questa ha alimentato la divozione, l’ha trasmessa agli altri. Di mano in mano, il culto si è diffuso, fino a divenire un culto cattolico, un culto pubblico nella Chiesa, avente le sue feste e le sue pratiche autorizzate. Altri, prima di lei, avevano avuto la divozione al sacro Cuore ed avevano lavorato per propagarla. Ma il culto, che è divenuto il culto pubblico del sacro Cuore, ha avuto il suo primo focolare nel cuore della beata. – Dunque, per ben conoscere la questione, è necessario, innanzi tutto, di sapere ciò che è la divozione, secondo la beata, e come essa ce la presenta. Solamente dopo aver fatto questo, si può farne la teologia e studiarne lo sviluppo storico. Il nostro lavoro comprenderà dunque tre parti, e cioè:

I. — La divozione al sacro Cuore, secondo la beata Margherita Maria.

II. — La teologia della divozione al sacro Cuore.

III. — Lo sviluppo storico della divozione al sacro Cuore.

Gli scritti della B. Margherita Maria

PARTE PRIMA.

La divozione al sacro Cuore secondo la beata Margherita Maria.

Non sapremmo trovar nulla di meglio, come fonte della divozione al sacro Cuore, che gli scritti della beata; ma è pur vero che sul valore dei testi si fanno delle obiezioni che è bene dilucidare. Così studieremo da prima, con gli scritti della beata alla mano, le grandi apparizioni; queste sono il fondamento e la base di tutto e nulla fa meglio conoscere questa divozione nel suo soggetto e nella sua natura. Esamineremo, di poi, la pratica di questa divozione e le promesse del sacro Cuore, in quel modo stesso che ci vengono presentate dalla beata Margherita Maria, Parrebbe, a prima vista, che si sarebbe dovuto cominciare col parlar della beata e dei personaggi che l’hanno secondata; dare un’idea, per quanto è possibile, della natura delle sue visioni, spiegare qual valore si deve dare a queste manifestazioni soprannaturali e al racconto che ne è stato redatto e accennare tutta la forza che dà, a questi fatti, la circostanza che la Chiesa ha posta sugli altari la veggente e adottato il culto preconizzato da lei. – Ma in tutto questo, molte cose non interessano che indirettamente il nostro soggetto, e quelle che vi han rapporto diretto, saranno trattate a luogo e tempo opportuno. Ci basti, per il resto, di rimandare il lettore alle Vite della santa e ai trattati di teologia.

[Vies de la Bienheureuse Marguerite Marie. L’anno stesso che seguì la morte di Margherita Maria, il Padre CROISET pubblicò nel suo libro: La dévotion au Sacre Cceur de N. S. Jesus Christ, Lyon, 1691, un Abregé de la Vie d’une réligieuse de la Visitation Sainte Marie, de la quelle Dìeu s’est servi pour l’établissement de la dévotion au Sacre Coeur de Jesus Christ, décédée en odoeur de sainteté le 17 octobre de l’année l690. – Egli vi dava ampie notizie degli scritti della beata, e specialmente delle lettere indirizzate a lui stesso. Nelle edizioni susseguenti, il nome di Suor Margherita Maria Alacoque fu dichiarato apertamente. Abrégé è stato ristampatocol libro nel 1895 a Montreuil-sur-Mer, dal Padre FRANCIOSI,secondo l’edizione di Lyon del 1694. Io cito secondo la ristampa.Nel 1729 Monsignor LANGUET DE GERGY, dell’Accademia Francese (al quale successe BUFFON) allora vescovo di Soisson, pubblicava, dopo lunga aspettativa, l’opera sua monumentale: La Vie de la Vénérable Mère Marguerite Marie, réligieuse de la Visitation Sainte Marie. Egli conosceva le contemporanee, lavorava sulle loro memorie, riceveva notizie di ogni specie. Così questa vita è stata la sorgente principale, fino alla pubblicazione delle Visitandine di Paray del 1867. L’abate GAUTEY, arcivescovo di Besancon morto nel luglio 1908, ne ha dato (Parigi 1890) una edizione in 4 °, conforme all’edizione prima, con note, schiarimenti, continuazione. Dopo il 1867, abbiamo ancora di più e meglio. Abbiamo i due volumi pubblicati dalla Visitazione di Paray nel 1867 e ristampati nel 1876, con qualche nuovo documento (il testamento t. I , nota D; le lettere 12 e 100, un pio biglietto, t. I I , avviso 47) col titolo: Vie et Oeuvres de la Bienheureuse Marguerite Marie Alacoque, Parigi, 2 volumi in 8 °. Il II tomo contiene gli scritti. Il volume I comprende, come brano principale, la vita inedita, memoria redatta da due antiche novizie della beata, secondo i loro ricordi e quelli delle altre suore. Esse vi hanno utilizzato, in oltre, e largamente citati, gli scritti della beata, le memorie delle sue due superiore, la Madre de Saumaise e la Madre Greyfié, l’Abrégé del Padre Croiset, ecc.]

La Madre Greyfié, alla quale fu comunicata, nel 1714, la trovò conforme alla verità, non rimpiangendo che di avervi molta parte. Questa memoria servì di fondo principale a Monsignor LANGUET. La citeremo sotto il titolo: Contemporaines. Si trovano ancora nel medesimo volume: la procedura del 1715, la memoria di Crisostomo Alacoque, fratello della beata; qualche altro brano di minore importanza. Monsignor GAUTHEY dette, nel 1915, una terza edizione, Vie et Oeuvres, notevolmente aumentata, con miglioramenti considerevoli, con prefazioni, note, ecc., che ne fanno come un’opera nuova. – Vi sono altre vite, in gran numero. Le più conosciute sono quelle del P. CH. DANIEL, Parigi, 1865; del CUCHERAT, Aùtun, -1865, e Grenoble, 1870; del BOUGAUD, Parigi 1874; di A. HAMON Parigi, ‘1907 delle Visitandine di Paray, Parigi, 1909. – Vedere, per maggiori schiarimenti Les historiens de la Bienheureuse Marguerite Marie – appendice bibliografica, di GAUTHEY, al libro del LANGUET, pag. 621- 646; e Les vies de la B. M. M. di A. HAMON negli Ètudes, 20 giugno 1 9 0 2 , t. XCI, pag. 721 – 742.

Il Sig. HAMON dette, ibid, 1904, una serie di articoli pieni di vedute nuove e penetranti: L a Bienheureuse Marguerite Marie, portrait intime. Pubblicò, nel 1907 una vita della beata, nella quale sono infine utilizzate tutte le risorse nuove.

GLI SCRITTI DELLA BEATA MARGHERITA MARIA

Si può dire con tutta verità che, sia negli scritti, come nella vita della beata, tutto converge direttamente o indirettamente, verso il sacro Cuore. È molto bene perciò, di farsene una idea chiara e precisa, non foss’altro che per ben comprendere le note a pie di pagina. Due questioni ci si presentano:

1. Che cosa abbiamo in fatto di scritti della beata ? —

2. Quanta sicurezza abbiamo, di possedere realmente il testo della beata?

I.

GLI SCRITTI

Inventario con osservazioni circa l’origine e la provenienza.

Essi sono raccolti quasi tutti nella « Vie et Oeuvres ». Qualcuno si trova sparso nel primo tomo delle « Contemporaines » altri occupano il tomo secondo, (A parte i quattro documenti su menzionati, e la modificazione della nota 19, le due edizioni non differiscono che per l’impaginatura. Il testo rimane lo stesso. Noi rimanderemo sempre alle due edizioni, avvertendo che, la prima cifra appartiene alla prima edizione, la seconda, fra parentesi, alla seconda. Quando non verrà indicata che una cifra, resta inteso che le due edizioni concordano) altri, finalmente, non sono stati conosciuti e identificati che dal 1876, e hanno dovuto aspettare, per trovare il loro posto, la terza edizione della Vie et Oeuvres di Mons. Gauthey.

Eccone l’inventario esatto:

Due brevi scritti, conservati dal P. de la Colombière e pubblicati nel diario dei suoi Retraites nel 1684. Benché brevi, però questi scritti dovevano avere una grande influenza sulla propagazione della divozione al sacro Cuore. Ne spiegheremo i motivi. Questi sono:

a) Il racconto di quello che si è convenuto chiamare la grande apparizione del sacro Cuore e che ebbe luogo il 16 giugno 1675. Fu redatto, poco tempo dopo l’apparizione, per ordine del P. de la Colombière. Egli, da parte sua, la trascrisse durante gli esercizi che dette a Londra, nel Febbraio 1677. È questo documento che fu pubblicato in Retraites del detto Padre nel 1684 ; ed è stato di poi riprodotto dal P. Croiset, dal P. Galliffet. e può dirsi, da tutti quelli che hanno scritto sul sacro Cuore. È da notarsi che il racconto della medesima apparizione, che si trova nel Mémoire, autografo della beata, è fatto quasi con le identiche parole e non cambia che sulla fine, molto abbreviata, dalla suddetta. Forse essa ha copiato dal volume stampato. Esiste una copia di questi Retraites e dell’annesso documento, che sembra essere indipendente dal testo stampato. L’ultimo editore del P. de la Colombière, Oeuvres complètes, Grenoble, 1901, l’ha riprodotta come suo testo e la suppone fatta sull’autografo del Padre. Il documento annesso si trova t. VI, p. 118. I l testo è quello della traduzione stampata; le differenze sono minime, una eccettuata. Questa dice peccatore invece di peccatrice, di modo che non sappiamo più se il racconto è fatto da una donna.

1. — Un biglietto misterioso, in cui la beata Margherita Maria dà, al Padre de la Colombière, una direzione per dei casi difficili in cui dové trovarsi. Oeuvres complètes di detto Padre, t. VI, p. 106. Cfr. Contemporaines t. primo p. 97 (128), G. n. 156 p. 139.

2. Gli scritti nei quali ella rendeva conto alla Madre de Saumaise, sua superiora, delle grazie ricevute dal 1672 al 1678, e che le edizioni del 1867 chiamano « Petit mémoire des gràces recues ». Questi scritti si trovano sparsi nelle Contemporaines. Sarebbe stato preferibile peraltro, vederli riuniti e dati integralmente, come pure quelli segnati al n. 9. Cosi ha fatto Monsignor Gauthey, t. II, pag, 119-166.

3. Una memoria sulla sua vita, scritta per ordine del. suo Direttore, il P. Rolin, si trova nell’autografo, t. II. p. 289-337, G. 24, ed è, con le lettere, ciò che meglio ci fa conoscere Margherita Maria. Noi lo citeremo con il titolo: Mémoire, ou mémoire autographe.

4. — Circa 140 lettere, o frammenti di lettere: alle sue due superiore, la Madre de Saumaise e la Madre Greyfié; a diverse religiose della Visitazione, ai suoi due fratelli; a diversi Gesuiti: a religiose e persone pie. – Si hanno ancora gli autografi di varie lettere, ma non ci rimangono, per la maggior parte, che copie o frammenti. – Nella raccolta di Paray la lettera CXXXI (CXXXIII) non sembra essere della beata. Ne è stato pubblicato l’autografo, ma non vi si riscontra la sua scrittura. In quanto alla lettera CXXIII (CXXV) non è che un Avis a una novizia. Nel 1691 il Padre Croiset, aveva citato nel suo compendio della vita della beata Margherita Maria, lunghi e molteplici estratti delle lettere di lei, senza però indicare a chi fossero dirette. Le Contemporaines ne presero motivo per attribuirle dirette al P. Rolin e l’errore ha durato sino ai nostri giorni; ma la scoperta del manoscritto d’Avignone, ha permesso d’identificare il destinatario, che non era altri che il medesimo P. Croiset. Ciò ha fatto luce su molti punti oscuri, benché il manoscritto non sia stato riconosciuto autografo della beata. In ogni modo, contiene dieci lettere copiate integralmente, salvo qualche omissione, che possiamo supporre rare e senza importanza. Giudicando la copia in confronto coll’autografo di una delle lettere, la seconda, conservata alla Visitazione di Bologna, è testuale, salvo le varianti ordinarie. Questa seconda lettera era stata pubblicata, fin dal 1874 nel Messager du Cceur de Jesus, secondo il manoscritto di Bologna. Le dieci lettere del manoscritto di Avignone sono state pubblicate nel Messager nel 1889 e 1890. Furono poi stampate a parte, sotto il titolo di Lettres inédites de la Bienheureuse Marguerite Marie, Tolosa 1890. Ne è stato un po’ ritoccato lo stile e verremo citandole, secondo l’autorità di Mons. Gauthey, che le ha riprodotte su di una copia del manoscritto. Rimane una lettera della quale il P. Croiset cita, p. 57, un lungo frammento. Il contesto e il testo medesimo, sembrano indicare che è degli ultimi anni della beata. Sarà stata diretta al P. Croiset come le altre? Aspettando delle prove che lo confermino o lo neghino, possiamo attenerci a degli indizi che rendono plausibile l’affermativa. Se questo è, pertanto, la raccolta di Avignone non comprenderebbe tutte le lettere dirette al P. Croiset, e non avremmo, in fatto di lettere della beata a dei Gesuiti, che queste sole del P. Croiset. Infine, il P. Letierce h a pubblicato, nel 1891, nel suo Etude sur le Sacre Cceur t. II. p. 539 una lettera scritta a una Orsolina. Egli crede che la beata ne abbia scritte molte altre e spera che possano ritrovarsene ancora. Mons. Gauthey la riproduce, (1. TXXVIII) insieme ad altre sin ora inedite

5. — Avis di direzione, e istruzioni spirituali, dirette per la maggior parte, a novizie. Quattro o cinque sono autografe. Il resto è stato preso su copie manoscritte.

6. Un piccolo libretto di preghiere e pie pratiche, tutto in rapporto al sacro Cuore, scritto per intero di propria mano della beata, il che per altro, non vuol dire che sia tutto di sua composizione.

7. Preghiere e pie’ pratiche della beata, di cui non rimangono che poche copie.

8. — Qualche cantico.

9. Alcune note personali, ma poche. Fra queste, se ne riscontrano alcune distinte con un « per obbedire ». Segnaliamole:

a) Note prese durante i suoi esercizi spirituali di professione (novembre 1672; con le risoluzioni « dettate » da Gesù, e l’offerta di tutta se stessa scritta col proprio sangue. Contemporaines t. I, p. 37 (68) Gauthey n. 74, 76, p. 89, 93.

b) Note prese durante i suoi esercizi del 1678. Contemporaines t. I, pag. 124 (154), Gauthey, n. 292 pag. 276.

c) L’atto col quale Gesù la costituisce erede del suo Cuore, scritta col proprio sangue, 31 dicembre 1678 e altre note. Contemporaines, t. I , pag. 129 (159), Gauthey, n. 190-194 p. 172-174.

d) Note del suo ritiro del 1684, con le sue risoluzioni. Contemporaines t. 1, p. 192 (221), Gauthey, N. 294 sq., pag. 280 sq.

e) Voto di perfezione con le grazie che lo seguirono, 31 ottob. 1686. Contemporaines t. I. pag. 248 (276),.Gauthey,. n. 252-253, p. 234-239.

f) Note sul suo « Ritiro interiore nel sacro Cuore di Gesù, per prepararsi a comparire dinanzi la Santità di Dio ». Contemporaines t. 1, p. 296 (293) Gauthey, n. 302-303, p. 286-289. Questo « Retraite intérieure » durò 40 giorni, cominciando dal 22 luglio 1690; ma le note si arrestano al secondo giorno. Tutti questi documenti si ritrovano, completi e riuniti, nel secondo volume di Mons. Gauthey. sotto il titolo di « Sentiments de ses retraites », p. 185, 204. Le tableau des références, p. 186, ne rende facile la ricerca. Per gli altri documenti veder pure lo stesso. Le tableau des références t. II, p. 774.

10. Diversi frammenti raccolti nelle Contemporaines senz’altra indicazione che quella che assicura l’antichità.Riuniti e completati dal Mons. Gauthey, t. II, pag. 166, 183, sotto il titolo di « Fragments ».

11. La piccola consacrazione che ella univa qualche volta alle sue lettere. Ce, ne rimangono due autografi, in cui si riscontra appena qualche parola di variante. Lettera XIX t. II, p. 98 L . I I V 332 e seg. t. II, 96 (133) G, 4111, 334 d.

12. — Una preghiera del P. de la Colombière, scritta di suo pugno, su di una immagine trovata nel 1894. Fàc-simile nel « Règne du Cœur de Jesus », 2.» edizione, Parigi 1899, t. I, p. 5, G. t. II, pag. 826.

13. — Delle Litanie, in latino, di Santa Chantal, copiate dalla beata. Vedere ibid, t. I V , pag. 496. Non si trovano i n G.

II.

FEDELTÀ DELLA TRASMISSIONE

Abitudine di rimaneggiare i testi. Gli autografi. Ritocchi delle copiste o degli editori. Fedeltà sufficiente e autenticità, meno qualche dettaglio di espressione. Il tono di Margherita Maria.

Le editrici di Paray hanno riprodotto con cura (a parte qualche leggero errore o correzione di dettaglio) gli autografi, quando sono stati conosciuti. Per il resto, hanno dovuto ricorrere ai testi stampati o alle copie manoscritte. Il P. di Galliffet aveva pubblicato le Mémoire della beata; Languet aveva dato molti testi forniti dalle Contemporaines; Croiset aveva inserito nel suo Abrégé lunghi frammenti di lettere: gli editori del P. de la Colombière, avevano unito, alle note di ritiro spirituale, un biglietto della beata, e il racconto della grande apparizione che il Padre aveva trascritto. Ma in quei tempi non venne a nessuno l’idea di pubblicare gli scritti della beata, tali come sono, mancanti di ortografìa e di stile letterario. Ciascuno ritoccava il testo che pubblicava. Si ritoccava perfino copiando; le Contemporaines, accomodavano, a piacer loro, i testi che trascrivevano per le suore o per Mons. Languet; Mons. Languet faceva lo stesso in vista del pubblico. Quando non si faceva per in coscienza, si ritoccavano quasi per istinto. (1) E ciò. si rileva confrontando i testi stampati con gli autografi e anche confrontando i testi stampati fra di loro; non se ne trovano due che si somiglino esattamente. – In compenso però, questo confronto ci prova che i ritocchi non sono che nella forma. Vi si riscontrano delle soppressioni spiacevoli, e delle trasposizioni infelici; ma il pensiero non è stato mai falsato, in sostanza, non sono stati fatti che dei ritocchi di grammatica o di stile. In quanto alle lettere, scritte al P. Croiset, il manoscritto d’Avignone è esatto, meno qualche soppressione. Fra le altre garanzie, abbiamo l’autografo della seconda lettera.

(1) Un tratto, raccontato dalla Madre de Saumaise, ci fa toccare sul vivo con quanta facilità incosciente, si copiavano i testi. Nostro Signore le fece vedere un giorno le croci e le pene interiori che il P. DE LA COLOMBIÈRE soffriva nel paese dove i superiori lo avevano mandato. Essa venne tosto a rendermene conto, presentandomi un biglietto da fargli avere e che conteneva delle cose molto consolanti che Gesù Cristo le aveva dettato. E siccome io ricevei, qualche tempo dopo, delle lettere da questo gran servo di Dio, compresi dalle domande che egli faceva, aver egli gran bisogno che si pregasse per lui. Siccome ciò poteva riferirsi a qualche cosa di cui questa virtuosa suora aveva avuto conoscenza, mi credei obbligata di mandargli il suddetto biglietto, che copiai senza aver fatto parola con alcuno di tutto questo. Nondimeno essa venne a trovarmi e mi disse che, nel copiare, avevo cambiato qualche cosa e che Nostro Signore voleva che ci si attenesse a quello che Egli aveva fatto scrivere. E volendolo io rileggere, per vedere quello che io avevo cambiato, trovai di aveve sostituito qualche parola assai somigliante, ma che aveva pertanto assai minor forza. Contemporaines, t. I, p. 117, (146) riveduto su G. n. 81 – p. 98..

L’edizione di Tolosa è imperfetta, ma ci dà il testo del manoscritto. Quando se ne allontana, lo indica spesso, ma non sempre. La lettera, o frammento di lettera, CXXXII, CXXX1V, dà maggiore incertezza. Lo stile ha una fermezza virile, il tono è di una decisione e una sicurezza molto rare nella beata; lo sviluppo ha una portata e una impronta tutta oratoria. Questi dati e altri ancora fanno pensare al P. de la Colombière. Di più, fra le diverse recensioni si riscontra, con qualche cambiamento di parole, una differenza nell’ordine dei paragrafi e a tutto questo si unisce il vago della designazione del destinatario. Così siamo condotti a domandarci se non avessimo là un’eco della beata, visibilmente fedele, piuttosto che il suono stesso della sua voce. – Si vorrebbe ritrovare in questa lettera quella che il P. de la Colombière dice avere scritto a uno dei suoi amici di Francia, per raccomandargli l’amabile divozione del sacro Cuore e per spingerlo a farsene L’apostolo. Certo, è su quel tono che dovette parlargli. Però le promesse sono di una ampiezza, di una precisione che non s’incontrano in altri scritti della beata avanti gli ultimi anni della sua vita. Di più, il P. Croiset la dà come di Margherita Maria, ciò che non permette più di dubitare. In ogni modo, risulta evidente che le cose espresse e le espressioni medesime, nell’insieme, sono della beata. Questa conclusione, che s’impone per il più dubbio dei documenti, presentatici dalle editrici di Paray, a parte sempre l’eccezione già segnalata della lettera CXXXI (CXXX1I1), s’impone a più forte ragione per tutto il resto. Noi abbiamo negli scritti editi di Margherita Maria, il suo pensiero e, salvo qualche dettaglio secondario, le espressioni sue proprie. – Senza far tante critiche, basta leggere per esserne convinti. Vi sono delle cose che non s’inventano né, s’imitano. Ogni lettore non prevenuto è invaso da quella unzione penetrante e soave dell’ardente carità del Salvatore, che Margherita Maria prometteva agli apostoli del sacro Cuore, in nome di Gesù medesimo. È una delle ragioni che ce la farà citare largamente. A chi, infatti a chi chiederemmo il racconto di queste esperienze intime, se non a quella che le ha provate? Chi può meglio iniziarci alla divozione del sacro Cuore di lei, che l’apprese dallo stesso Gesù, che l’ha vissuta nella sua pienezza, che ha ricevuto missione di propaganda?

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (9)

L’ANIMA DELL’APOSTOLATO (9)

TRADUZIONE del Sac. GIULIO ALBERA, S. D. B. – 8a EDIZIONE

SOCIETÀ EDITRICE INTERNAZIONALE TORINO MILANO GENOVA PADOVA PARMA ROMA NAPOLI BARI CATANIA PALERMO

VISTO: Nulla osta alla stampa.

Torino: 22 giugno 1922.

Can. CARLO FRANCO – Rev. Arciv.

VISTO: Imprimatur.

C. FRANCESCO DUVINA – Provic. gen.

PARTE QUARTA (2)

Fecondità che deriva all’azione dalla vita interiore

La vita interiore è condizione necessaria perché l’azione sia feconda

d) Dà all’operaio evangelico la vera eloquenza

Intendo parlare dell’eloquenza capace di essere apportatrice della grazia, tanto da convertire le anime e da condurle alla virtù. Già se ne è parlato, e mi limiterò qui a poche parole. Nell’Ufficio di san Giovanni si legge questo responsorio: Supra pectus Domini recumbens, Evangelii fluenta de ipso sacro Dominici pectoris fonte potavit et Verbi Dei gratiam in toto terrarum orbe diffudit [adagiato sul petto del Signore, si abbeverava del Vangelo alla fonte fluente dello stesso sacro petto del Signore e diffuse la grazia del verbo di Dio in tutta la terra].In queste poche parole, che bella lezione per tutti coloro che, o predicatori, o scrittori o catechisti, hanno la missione di diffondere la parola divina! Con quali espressioni la Chiesa scopre ai suoi sacerdoti le fonti della vera eloquenza!  Tutti gli Evangelisti sono egualmente ispirati; tutti hanno uno scopo provvidenziale; tuttavia ciascuno ha la sua eloquenza propria. Più che gli altri, san Giovanni ha l’eloquenza che va alla volontà per la via del cuore dove egli diffonde verbi Dei gratiam. Insieme con le Epistole di san Paolo, il suo Vangelo è il libro preferito dalle anime che trovano la vita di quaggiù vuota di senso, se non sono unite con Gesù Cristo. Di dove viene l’eloquenza affascinante di san Giovanni? Quel gran fiume le cui acque benefiche irrigano tutto il mondo Fluente in loto terrarum orbe diffudit, da quale montagna nasce? È uno dei fiumi del Paradiso, dice il testo liturgico: Quasi unus ex Paradisi fluminibus Evangelista Joannes.  – A che servono le alte montagne e i ghiacciai? Quelle sterminate estensioni di terra, dirà l’ignorante, non sarebbero più utili se si appianassero? Egli non pensa che senza quelle alte cime le pianure e le valli sarebbero sterili come il Sahara: sono infatti le montagne che, per mezzo dei fiumi di cui esse sono i serbatoi, danno la fertilità alla terra. Quell’alta vetta del Paradiso dove nasce la sorgente che alimenta il Vangelo di san Giovanni, altro non è che il Cuore di Gesù: Evangelii fluenta de ipso sacro Dominici pectoris fonte potavit; perché  l’Evangelista, con la vita interiore, udì i palpiti del Cuore dell’Uomo-Dio e l’immensità del suo amore per gli uomini, la sua parola è apportatrice della grazia del Verbo divino: Verbi Dei gratiam diffudit. Così si può dire che gli uomini di vita interiore sono anche essi in qualche modo fiumi del Paradiso. Non soltanto con le loro preghiere e con i loro sacrifici attirano dal Cielo in terra le acque vive della grazia e allontanano o abbreviano i castighi che il mondo si merita, ma attingendo nel più alto dei cieli, nel Cuore di Colui nel quale risiede la vita intima di Dio, quell’acqua viva, la versano in abbondanza sulle anime: Haurietis aquas de fontibus Salvatoris. Chiamati a dare la parola di Dio, la danno con un’eloquenza di cui essi soli posseggono il segreto; è il Cielo che parla alla terra; illuminano, riscaldano, consolano e fortificano. Senza tutte queste qualità insieme riunite, l’eloquenza è incompleta; ma il predicatore non riunisce in sé tutte queste qualità se non vive di Gesù. Sono io davvero di coloro che per dare alla loro eloquenza la forza dell’azione, fanno assegnamento sulla loro meditazione, sulla loro visita al SS. Sacramento e soprattutto sulla loro Comunione o la loro Messa? Se non ècosì, potrò essere un rumoroso cymbalum tinniens, potrò rimbombare come il bronzo, velut aes sonans, ma non sarò il canale dell’amore, di quell’amore che rende irresistibile l’eloquenza degli amici di Dio. Il quadro della verità cristiana esposto da un predicatore dotto, ma di mediocre pietà, può muovere le anime, avvicinarle a Dio, accrescerne anche la fede; ma per penetrarle del sapore vivificante della virtù, bisogna aver gustato lo spirito del Vangelo e, per mezzo della meditazione, averne fatta la sostanza della propria vita (S. Pio X, Exhortatio ad Clerum, 4 agosto 1908). Questa esortazione che il cuore paterno di san Pio X rivolge al ministri di Dio. è un commovente invito alla santità sacerdotale; essa ne espone la necessità e la natura e, con una serie di consigli pratici, insegna i mezzi di acquistarla e di conservarla). Ripetiamo ancora che soltanto lo Spirito Santo, principio di ogni fecondità spirituale, opera le conversioni e diffonde le grazie che determinano a fuggire il vizio e a praticare la virtù. La parola dell’operaio evangelico, penetrata dall’unzione dello Spirito santificatore, diventa un canale vivente che riversa tutta l’azione divina. Prima della Pentecoste, gli Apostoli avevano predicato quasi senza alcun frutto; ma dopo il loro ritiro di dieci giorni, tutti di vita interiore, lo Spirito Santo li invade e li trasforma. I loro primi saggi di predicazione sono vere pesche miracolose. Lo stesso è dei seminatori del Vangelo: per la vita interiore essi sono veri portatori di Cristo; essi piantano e irrigano efficacemente, e allora lo Spirito Santo dà sempre l’incremento. La loro parola è nel tempo stesso semenza che cade e pioggia che feconda: il sole che fa crescere e maturare non manca mai. Est tantum lucere vanum, dice san Bernardo, tantum ardere parum, ardere et lucere perfectum. E poco dopo dice: Singulariter aposiolis et apostólìcis viris dicitur: Luceat lux vestra coram hominibus, nimirum tamquam accensis et vehementer accensis (Serm. de S. Joan. Bapt. Il solo splendore è vanità, il solo calore è poco, lo splendore insieme col calore è cosa perfetta. — Soprattutto agli apostoli e agli uomini apostolici è detto: Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini. Essi infatti devono essere accesi, accesissimi). L’apostolo attinge l’eloquenza evangelica della vita di unione con Gesù per mezzo della meditazione e della custodia del cuore, ma anche della Sacra Scrittura che egli studia e gusta con passione. Ogni parola di Dio all’uomo, ogni frase caduta dalle labbra adorabili di Gesù, è per lui un diamante di cui ammira le facce alla luce del dono della sapienza cosi particolarmente sviluppato in lui. Ma siccome egli apre il libro ispirato soltanto dopo di aver pregato, non solo ammira, ma ne gusta gl’insegnamenti come se lo Spirito Santo li avesse dettati espressamente per lui; perciò quanta unione quando, salito in pulpito, cita la parola di Dio, e quale differenza tra la luce che egli ne fa scaturire, e le ingegnose o dotte applicazioni che ne può trarre un predicatore aiutato dai soli lumi della ragione e di una fede quasi astratta e morta! Il primo mostra la verità viva che avvolge le anime con una realtà che vuole non solo illuminarle, ma vivificarle; il secondo invece non sa parlarne se non come di un’equazione algebrica, certa sì, ma fredda e senza relazione come l’intimo dell’esistenza. Egli la lascia astratta e, per così dire, allo stato di semplice memoriale, o capace appena di eccitare i cuori con quello che si chiama il carattere estetico del Cristianesimo. «La maestà della Scrittura mi sbalordisce; la semplicità del Vangelo mi parla al cuore », confessava il sentimentale Rousseau; ma che cosa importavano alla gloria di Dio queste vaghe e così sterili commozioni f II vero apostolo invece possiede il segreto di mostrare il Vangelo nella sua verità, non solo sempre attuale, ma anche sempre operante e continuamente rinnovata, perché divina, per l’anima che prende contatto con esso. Senza fermarsi a cercare il sentimento, egli con la parola di vita divina arriva fino a quella volontà in cui risiede la corrispondenza alla vera vita. Le convinzioni che produce, generano amore e risoluzione: egli solo possiede la sola eloquenza evangelica. – Non si dà vita interiore completa, senza una tenera divozione a Maria Immacolata, che è per eccellenza il canale di tutte le grazie e specialmente delle grazie più elette. L’apostolo abituato a quel perpetuo ricorso a Maria, senza il quale san Bernardo non può comprendere un vero figlio di questa incomparabile Madre, nell’esporre il dogma sulla Madre di Dio e Madre degli uomini, trova parole che non solo colpiscono e commuovono gli uditori, ma trasmettono anche a loro il bisogno di ricorrere in ogni loro difficoltà alla Dispensatrice del Sangue divino. Egli non ha che da lasciar parlare la sua esperienza e il suo cuore, per guadagnare le anime alla Regina del Cielo e per gettarle, per mezzo di Lei, nel Cuore di Gesù.

e) Perché la vita interiore produce la vita interiore, i suoi risultati sulle anime sono profondi e durevoli.

Bisognerebbe che questo capitolo aggiunto alle prime edizioni, fosse in forma di lettera indirizzata al cuore di ciascuno dei miei confratelli. Abbiamo considerato come le opere dipendano soprattutto dalla vita interiore dell’operaio evangelico; ma la preghiera e la riflessione mi hanno fatto vedere sotto un altro aspetto l’infecondità di certe opere, e credo di essere nel vero formulando questa proposizione: Un’opera non mette radici profonde, non è veramente stabile e non può durare, se l’operaio evangelico non abbia generato delle anime alla vita interiore. Ora questo non gli è possibile, se egli stesso non è molto nutrito di vita interiore.  – Nel capo III della seconda parte, riportavo le parole del canonico Timon-David, sulla necessità di formare in ogni istituzione un gruppo di cristiani ferventissimi i quali esercitino alla loro volta un apostolato sui loro compagni. Chi non vede come sia prezioso tale fermento e come questi collaboratori possano moltiplicare la forza di azione dell’apostolo?Questi non è più solo al lavoro, e i suoi mezzi di azione sono centuplicati. Mi affretterò a ripetere che soltanto l’uomo di azione, che sia di vera vita interiore, possiede abbastanza di vita per produrre altri focolari di vita feconda. Anche le istituzioni laiche riescono a ottenere zelatori capaci di fare propaganda e di esercitare un’autorità per amore dei colleghi, per spirito di corpo e per rivalità; bastano, come leva, il fanatismo o la concorrenza, il settarismo o la vanagloria, l’interesse o l’ambizione. Ma suscitare apostoli secondo il Cuore di Gesù Cristo, apostoli che partecipino della sua dolcezza e della sua umiltà, della sua bontà disinteressata e del suo zelo esclusivo per la gloria del Padre celeste, non è cosa possibile che alla leva dell’intensa vita interiore.  – Finché un’istituzione non abbia potuto dare questo risultato, la sua vita è effimera; quasi certamente essa non sopravvivrà al suo fondatore. La ragione della continuità di certe istituzioni invece, non ne dubito affatto, sta ordinariamente nel fatto che la vita interiore poté produrre la vita interiore. Citerò unesempio: Il sacerdote Aliemand, morto in concetto di santità, fondava a Marsiglia, prima della rivoluzione, L’opera giovanile degli studenti e impiegati. Questa istituzione conserva ancora il nome del suo fondatore e continua, dopo più di un secolo, a godere di una meravigliosa prosperità. Eppure quel sacerdote, per nulla ricco di doni naturali, miope all’eccesso, timido, privo di qualità oratorie, era, umanamente parlando, incapace della prodigiosa attività richiesta dalla sua impresa. I lineamenti irregolari del suo volto avrebbero indotto i giovanetti allo scherno, se non fosse stata la bellezza della sua anima che si rifletteva nel suo sguardo e in tutto il suo contegno; con tale bellezza l’uomo di Dio aveva su quei focosi giovani un’autorità che li dominava e imponeva rispetto, stima e affezione. Il pio Aliemand volle tutto basare soltanto sulla vita interiore e poté formare, nella sua istituzione, un gruppo di giovani dai quali esigeva liberamente, in tutta la misura permessa dalla loro condizione, una vita interiore integrale, un’assoluta custodia del cuore, la meditazione del mattino ecc., insomma la vita cristiana completa, come la intendevano e la praticavano ì Cristiani dei primi secoli. E quei giovani apostoli succedendosi continuarono davvero ad essere, in Marsiglia, l’anima di quella istituzione la quale diede alla Chiesa parecchi Vescovi e le dà ancora tanti sacerdoti, missionari, religiosi e migliaia di padri di famiglia i quali sono in quella città ì migliori appoggi delle opere parrocchiali e formano una falange che non solo è l’onore del commercio, dell’industria e delle libere professioni, ma forma un vero focolare di apostolato. Dico di padri di famiglia, e questa espressione richiama il solito ritornello che si sente un po’ dappertutto: «L’apostolato che è relativamente facile sui giovani, sulle fanciulle e sulle madri di famiglia, diventa spesso impossibile quando vogliamo esercitarlo sugli uomini. Eppure finché non avremo ottenuto che i capi di famiglia diventino non solo Cristiani, ma apostoli anch’essi, l’opera pure così importante della madre cristiana sarà resa vana o effimera, e noi non arriveremo mai a stabilire il regno sociale di Gesù Cristo. Ora in questa parrocchia, in questo sobborgo, in quest’ospedale, in quest’officina, non c’è nulla da fare per ridurre gli uomini ad essere profondamente Cristiani ». – Confessando cosi la nostra incapacità, non ci diamo forse quasi sempre un certificato di insufficienza di quella vita interiore che sola ci farebbe conoscere i mezzi per impedire che tanti uomini sfuggano all’azione della Chiesa? Alle fatiche di una preparazione intensa di prediche capaci di destare la convinzione, l’amore e profonde risoluzioni in cervelli e cuori di uomini, non preferiamo forse il facile trionfo oratorio con i giovani e con le donne? Soltanto la vita interiore ci potrebbe sostenere nelle fatiche della semina, umili e aspre e in apparenza per molto tempo infruttifere; essa soltanto ci farebbe comprendere la potenza di azione che ci darebbe il lavoro della preghiera e della penitenza, e come il nostro progresso nell’imitazione di tutte le virtù di Gesù Cristo moltiplicherebbe l’efficacia del nostro apostolato sugli uomini. Ero così sorpreso di quanto mi si diceva intorno a un circolo militare di una gran città della Normandia, che stentavo a credere a così meravigliosi risultati. Come mai, per esempio, i soldati venivano al circolo assai più numerosi quando vi era una lunga serata di adorazione, per riparare alle bestemmie e ai disordini della caserma, che non quando si faceva un concerto musicale o una rappresentazione in teatro? Ma dovetti cedere all’evidenza, e cessò anche lo stupore quando mi fu descritto fino a che punto l’Assistente ecclesiastico comprendeva il santo Tabernacolo, e quali apostoli aveva saputo formare vicino a questo. – Dopo tale esempio, che cosa dovremmo pensare di certi apostoli per i quali il cinematografo, il palcoscenico, l’acrobatismo formano quasi il programma di un quinto vangelo per la conversione dei popoli? L’uso di tali mezzi, in mancanza di altri, per attirare i giovani o per allontanarli dal male, otterrà certamente un risultato, ma per lo più quanto limitato ed effimero! Dio mi liberi dal raffreddare lo zelo dei cari confratelli che non possono concepire né adottare un altro metodo e intravvedono già (come provai io pure da giovane sacerdote inesperto) i loro oratori deserti, se consacrano un tempo più breve a preparare quelle ricreazioni moderne che sono ai loro occhi condizione sine qua non della riuscita. Mi limito dunque a metterli in guardia contro il pericolo di dare una parte troppo larga a quei mezzi e auguro loro la grazia di capire la tesi del canonico Timon-David del quale già ho riferito una conversazione. – Un giorno (avevo allora appena due anni di sacerdozio) quel prete venerando era obbligato, alla fine della conversazione, a dirmi molto fraternamente, ma non senza un po’ di pietà: «Non potesti portare modo; soltanto più tardi, quando sarete più avanti nella vita interiore, mi comprenderete meglio. Oggi, tutto ben considerato, non potete fare a meno di adoperare tali mezzi: adoperateli dunque tranquillamente, in mancanza di altri. Per me, io tengo benissimo i miei giovani operai e impiegati e ne attiro dei nuovi, benché da noi non ci sia quasi altro che quei giochi antichi e sempre nuovi i quali, mentre non costano nulla, riposano l’anima con la loro stessa semplicità. Guardate, soggiunse poi argutamente, vi feci vedere sul solaio gli strumenti musicali che io pure da principio consideravo come indispensabili; ecco che viene appunto verso di noi la nostra fanfara di oggi: voi ne giudicherete». Poco dopo infatti sfilava dinanzi a noi una squadra di quaranta o cinquanta ragazzi dai dodici ai diciassette anni. Che fracasso! Chi si sarebbe potuto trattenere dal ridere alla vista di quella schiera strana che lo sguardo sereno del vecchio canonico fissava con soddisfazione? «Osservate, mi disse, colui che cammina all’indietro alla testa della squadra e che agita la sua bacchetta come un direttore d’orchestra e poi la porta comicamente alle labbra a guisa di clarino: è un sottufficiale in licenza, uno dei nostri migliori zelatori. Per quanto può, fa la comunione quotidiana, ma soprattutto non tralascia mai la sua mezz’ora di meditazione. Straordinario nel tenere allegri gli altri; questo angelo di pietà si sforza con tutto il suo ingegno perché i giuochi dei mezzani non languiscano; meraviglioso nel trovare i mezzi per il suo scopo, tiene vivo l’entusiasmo di questi giovanetti; ma al suo occhio di aiutante e al suo cuore di apostolo non sfugge nulla». Non potevo trattenere le risa dinanzi a quel gruppo di musici che eseguivano le canzonette più comuni: Un canard déployant ses ailes; As-tu vu la casquette ecc. Al segnale del capobanda si cambiava ritornello; ciascuno degli esecutori simulava uno strumento: gli uni con le mani allargate davanti alla bocca, altri con un foglio di carta che vibrava tra le labbra, alcuni pochi con uno zufolo; ma nella prima fila dei musici v’era un trombone a pompa e una grancassa: il primo fatto con due bastoni all’uno dei quali la mano dava un movimento regolare in su e in giù; la seconda era una vecchia latta da petrolio! I visi raggianti di tutti quei giovanetti mostravano tutto il loro entusiasmo per quel gioco. «Andiamo dietro alla fanfara», mi disse il canonico. Infondo del viale vi era unastatua della Madonna. «In ginocchio, amici — comandò il capobanda — un’Ave maris stella alla nostra buona Madre epoi una posta del Rosario ». Quel piccolo mondo restò prima un minuto in silenzio, poi cominciò a rispondere alle Ave Maria con la stessa divozione che se fosse stato in cappella. Quei piccoli Meridionali, quasi tutti congli occhi bassi, veri folletti pochi minuti prima, si erano improvvisamente trasformati in angeli di Fra Angelico! «Non dimenticate, mi disse lamia guida, che questo è il termometro dell’istituzione: trattenere con divertimenti semplici e allegri i nostri giovani anche di più di vent’anni; ottenereche desiderino di ripigliare qui, nelle loro ore di preghiera e di ricreazione, un’anima da fanciullo; arrivare soprattutto a far pregare, ma pregare davvero, anche in mezzo al gioco: tutti i nostri zelatori mirano a questo». La banda si rialzò per nuovi saggi artistici che echeggiarono nell’ampio cortile. Un momento dopo si giocava animatamente alla barra. Avevo notato che il sottufficiale, alzandosi dopo l’Ave maris stella, aveva sussurrato alcune parole all’orecchio di due o tre i quali subito, allegramente e come obbedendo a un’usanza praticata da tutti, andarono a deporre il camiciotto da ricreazione e in ordine si diressero alla cappella per passarvi un quarto d’ora presso il Divino Prigioniero. « La nostra ambizione, soggiunse allora il canonico Timon- David con profonda convinzione, la nostra ambizione deve mirare alla formazione degli zelatori nei quali l’amore di Dio sia abbastanza intenso perché, quando avranno lasciato l’istituto e abbiano fondato una famiglia rimangano apostoli premurosi di comunicare al maggior numero di anime gli ardori della loro carità. Se il nostro apostolato, continuava il santo sacerdote, mirasse soltanto a formare buoni Cristiani, come sarebbe limitato il nostro ideale! Noi dobbiamo creare legioni di apostoli affinché quella cellula fondamentale della società, che è la famiglia, diventi essa pure un centro di apostolato. Ora soltanto una vita di sacrificio e d’intimità con Gesù, ci darà la forza e il segreto di svolgere integralmente tale programma; soltanto a questa condizione la nostra azione sarà potente nella società, e si adempirà la parola del Maestro: Ignem veni mittere in terram et quid volo nisi ut accendatur? » (Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che altro voglio se non che si accenda? – Luc. XII, 49).  Solamente molto più tardi, purtroppo, sono riuscito a comprendere il valore delle lezioni viventi del canonico, così profondo nella sua psicologia e nella sua tattica, e sotto lo sguardo di Dio, per il quale i trionfi apparenti non contano nulla, a confrontare i risultati dei diversi mezzi adoperati. Questi mezzi, secondo che sono semplici come il Vangelo o complessi come tutto ciò che è troppo umano, possono servire a valutare un’istituzione e quelli che ne sono l’anima. Contro Golia avevano combattuto invano i forti d’Israele bene armati, e il giovine Davide va contro di lui con una fionda, un bastone e cinque pietre del torrente: l’adolescente non chiedeva di più; ma quel suo: In nomine Domini exercituum (lo vengo a te nel nome del Dio degli eserciti – I Re, XVII, 45), era già di un’anima capace di arrivare alla santità. Oggi si parla molto dei doposcuola laici; ma essi potranno pure avere a loro disposizione somme enormi stanziate ufficialmente dallo Stato, magnifici locali ecc.; i doposcuola della Chiesa, nonostante la loro povertà, non ne dovranno temere la concorrenza, se sono fondati sulla vita interiore e con l’attrattiva di ciò che più di tutto piace al giovane, cioè con il loro ideale, attireranno la parte migliore della gioventù.  Terminerò con un ultimo esempio il quale ci servirà a farci conoscere l’uomo di azione il quale sembra trascinare le anime al Signore fino al punto di farne degli apostoli, ma che in realtà desta soltanto entusiasmi nati dalla simpatia naturale per la sua persona e dall’azione magnetica che egli esercita intorno a sé. I giovani, felici di trattare con una pia persona che li incanta, orgogliosi nel vedere che si occupa di loro, formano intorno a lui come una corte e accettano a gara, ma soprattutto per fargli piacere, le pratiche anche più penose che sembrano il riflesso di una vera divozione.  Una Congregazione di ottime Suore catechiste era diretta da un Religioso di cui fu scritta ultimamente la vita. Quest’uomo di vita interiore disse un giorno a una Superiora locale: «Madre, sarei di parere che la Suora X… lasci almeno per un  anno d’insegnare il catechismo. — Ma padre, come si fa? è la migliore insegnante: i fanciulli accorrono da tutti i sobborghi della città, attratti dai suoi modi meravigliosi. Il toglierla dal catechismo equivale a far disertare quasi tutti quei fanciulli. — Io ho assistito dalla tribuna al suo catechismo, rispose il Padre; essa veramente incanta i fanciulli, ma in maniera troppo umana. Dopo un anno di un secondo noviziato, formata meglio alla vita interiore, essa santificherà l’anima sua e le anime dei fanciulli col suo zelo e col buon uso del suo ingegno; ma attualmente, senza saperlo, essa è un ostacolo all’azione diretta del Signore su quelle anime che si stanno preparando alla prima comunione. Vedo, Madre, che la mia insistenza vi rattrista; ebbene, accetterò una transazione: conosco Suor N… anima di vita interiore, ma d’ingegno limitato; domandate alla vostra Superiora Generale, che ve la mandi per qualche tempo. La prima verrà a incominciare per un quarto d’ora il catechismo, tanto per calmare il vostro timore di diserzione, poi a poco a poco si ritirerà del tutto. Vedrete allora che i fanciulli pregheranno meglio e canteranno più devotamente. Il loro raccoglimento e la loro docilità avranno un carattere più soprannaturale: questo sarà il termometro». Quindici giorni dopo, e la Superiora poté constatarlo, Suor N… faceva da sola il catechismo, eppure il numero dei fanciulli andava crescendo. Era proprio Gesù che insegnava il catechismo, per mezzo di lei; col suo sguardo, con la sua modestia, con la sua dolcezza, con la sua bontà, con la sua maniera di fare il segno di croce, con il suo tono di voce, essa esprimeva Gesù Cristo. Suor X… aveva potuto spiegare con ingegno e rendere piacevole ciò che vi era di più arido, ma Suor N… faceva di più. Certamente essa non trascurava nulla per prepararsi alle spiegazioni e per esporle con chiarezza, ma il suo segreto e quello che dominava nel suo cuore era l’unzione: e appunto con questa unzione le anime si trovano veramente a contatto con Gesù. Ai catechismi di Suor N… vi era assai meno di quelle esplosione rumorose, di quegli sguardi attoniti, di quel fascino che avrebbe potuto destare egualmente la conferenza assai interessante di un esploratore o il racconto commovente di una battaglia. Vi era invece un’atmosfera di attenzione raccolta: quei fanciulli stanno nella sala del catechismo come in chiesa; nessun mezzo umano per impedire la dissipazione o la noia.Qual è dunque l’influenza misteriosa che domina quell’uditorio?Non ne dubito: è quella di Gesù che si esercita direttamente. Infatti un’anima di vita interiore, che spieghi il catechismo, è un’arpa che suona al tocco del divino Artista, enessun’arte umana, per quanto meravigliosa, è paragonabile all’azione di Gesù.

f) Importanza della formazione dei migliori e della direzione spirituale

Ritorno ancora alla conversazione memorabile riferita poc’anzi (2a parte, capo II), che io ebbi con il Rev. Timon-David. Una parola caduta dalle labbra di questo esperto fondatore di opere giovanili, certamente avrà colpito il lettore: usando la parola scultoria emetaforica «stampelle», il venerando canonico riassumeva il suo pensiero sull’impiego di certi divertimenti moderni (teatro, fanfara, cinematografo, giochi costosi e complicati ecc.) per attirare etrattenere i giovani nelle istituzioni giovanili. Tali divertimenti che sono spesso occasione di soverchio strapazzo e di depressione fisica, tendono meno ariposare e a dilatare l’anima o a conservare la buona salute, che non a lusingare la vanità e a sovreccitare la fantasia e la sensibilità. Del resto con questo nome di «stampelle» non si alludeva affatto a quei giochi assai divertenti, benché molto semplici, che riposano lo spirito, fortificano il corpo e furono trovati sufficienti da tante generazioni cristiane. Confrontando, ma senza metterlo abbastanza al tempo giusto, il parere di quel saggio canonico con quello di altri eccellenti direttori di opere giovanili, qualcuno si è potuto domandare se egli non generalizzasse troppo il caso in cui le «stampelle» si potessero sopprimere. Senza parlare delle istituzioni create specialmente a sollievo delle miserie corporali, si possono dividere le altre in due categorie: quelle in cui si vogliono soltanto i migliori, e quelle che escludono soltanto i cattivi. Però supponiamo che in questo secondo caso si cerchi pure di formare un nucleo dei migliori, capaci, con il loro fervore, di far notare dagli altri lo scopo dell’istituzione, quello cioè di condurre tutti i suoi membri a una vita non superficialmente, ma profondamente cristiana; altrimenti si avrà l’Istituzione profana diretta da un parroco, secondo l’espressione maliziosa di un bravo professore il quale, dietro la facciata clericale, sospettava che vi fossero le stesse miserie che si deplorano negli stabilimenti sottratti all’influenza della Chiesa.  I direttori che respingono assai facilmente dalle loro istituzioni i soggetti riconosciuti incapaci di essere messi tra i migliori, applaudono e trovano perfetta la parola «stampelle» per esprimere fino a qual punto essi considerano come secondari certi mezzi di cui sanno fare a meno, o che subiscono quasi loro malgrado. E senza dubbio essi sono tutt’altro che a corto di argomenti per difendere il loro parere. Per essi l’avvenire della società e la restaurazione della patria non può derivare che da un’irradiazione più intensa della santità della Chiesa. Con questo mezzo, essi dicono, più che con conferenze apologetiche, il Cristianesimo si sviluppò così rapidamente nei primi secoli della sua storia, nonostante la potenza dei suoi nemici, le prevenzioni di ogni sorta e la corruzione generale. Essi troncano ogni discussione con risposte di questo genere: Potete citare un solo fatto il quale dimostri che in quel periodo la Chiesa abbia avuto bisogno d’inventare divertimenti per distogliere dalla turpitudine degli spettacoli pagani le anime che doveva guadagnare? Uno di questi direttori, alludendo alla sete di denaro e alla frenesia per il cinematografo, che oggi riscaldano le folle avide di piaceri, mi diceva: Il Panem et circenses dei Romani della decadenza si potrebbe oggi tradurre in Biscottini e cinematografo. Ora prendete per esempio sant’Ambrogio e sant’Agostino, uomini straordinari nell’attirare le anime; si può trovare nella loro vita un solo tratto che ce li mostri come organizzatori di istituzioni che avessero lo scopo di procurare alle loro pecorelle dei divertimenti capaci di far loro dimenticare i piaceri offerti dal paganesimo?— E per convertire Roma tanto intepidita dallo spirito della Rinascenza, dove leggiamo noi che san Filippo Neri abbia avuto bisogno delle «stampelle» che eccitavano il buon umore del Rev. Timon-David! È certo che, tra i fedeli, la Chiesa primitiva, come si è già accennato, seppe formare un incomparabile e numeroso nucleo di persone scelte le cui virtù stupivano i pagani e obbligavano all’ammirazione le anime leali, anche le più prevenute per i loro princìpi, per le loro tradizioni e per i loro costumi, contro la religione cristiana. Le conversioni avvenivano anche in quegli ambienti in cui il sacerdote non poteva penetrare. Dinanzi a queste lezioni del passato, noi dobbiamo domandare a noi stessi se nel nostro secolo non abbiamo una fiducia esagerata non soltanto in certi divertimenti che stordiscono, ma anche in diversi mezzi, pellegrinaggi, feste di parata, congressi, discorsi, pubblicazioni, sindacati, azione politica ecc., prodigati oggi a larga mano e utilissimi, senza dubbio, ma ai quali sarebbe cosa deplorevole dare il primo posto. La predicazione per mezzo dell’esempio sarà sempre la leva principale: exempla tradunt. Le conferenze, i buoni libri, la stampa cristiana e anche i migliori discorsi, tutto deve svolgersi intorno a questo programma fondamentale: Regolare l’apostolato sul popolo PER MEZZO DELL’ESEMPIO di Cristiani fervorosi i quali fanno rivivere Gesù Cristo ed esalano il profumo delle sue virtù. I sacerdoti che, lasciandosi assorbire da funzioni estranee al loro ministero, si dedicano troppo poco a quella che è la principale, cioè la formazione dei migliori per la gran propaganda per mezzo del buon esempio, dovranno dunque stupirsi se nei nostri paesi i tre quarti degli uomini restano immobili nell’indifferenza e non vedono nella Chiesa altro che un’istituzione onorevole, di una certa utilità sociale, e non già la forza prima di ogni esistenza individuale, la chiave di volta delle famiglie e delle nazioni, il gran faro della verità e della vita eterna? Qual è dunque questa religione capace d’illuminare, di fortificare e d’infiammare così il cuore umano? Così dicevano i pagani vedendo i meravigliosi effetti che seppe produrre la Lega silenziosa dell’azione per mezzo del buon esempio. La forza di quella Lega che esisteva tra i primi Cristiani, non le veniva certamente dalla sola pratica del Declina a malo (Salmo XXXVI). La fuga delle azioni condannate dal Decalogo, non sarebbe bastata a far nascere, insieme con l’ammirazione, il forte desiderio d’imitare. Soprattutto con il Fac bonum (Salmo XXXVI) si collega l’Exempla trahunt. Ci voleva tutto lo splendore delle virtù evangeliche quali erano state proposte al mondo nel Discorso della Montagna. Un uomo di Stato, illustre ma incredulo, mi diceva un giorno: «Se la Chiesa sapesse scolpire più profondamente nei cuori il testamento del suo Fondatore: Amatevi a vicenda, diverrebbe la grande potenza indispensabile alle nazioni ». Non si potrebbe fare la stessa riflessione, riguardo a parecchie altre virtù? Con la sua conoscenza profonda dei bisogni della Chiesa, san Pio X aveva spesso delle vedute meravigliosamente giuste. L’ami du Clergé (Prédication, 20 gennaio 1921) ricorda un’importante conversazione del santo Pontefice con un gruppo di cardinali. « Qual è, disse il Papa, la cosa più necessaria oggi per la salvezza della società? — Edificare scuole cattoliche, disse uno. — No. — Moltiplicare le chiese, disse un altro. — Neppure. — Promuovere le vocazioni ecclesiastiche, disse un terzo. — No, no, rispose san Pio X, quello che presentemente è PIÙ necessario, è di avere in ogni parrocchia un gruppo di laici che siamo a un tempo assai virtuosi, illuminati, risoluti e veramente apostoli» (Se si confrontano certi passi della prima Enciclica di san Pio X con diverse parole che disse più tardi, si capisce che, nella conversazione che qui citiamo, egli si attende dal fervore dei sacerdoti la formazione dei nuclei scelti di cui parla, e su questi fa poi assegnamento (più che su tutti gli altri mezzi) per vedere accresciuto il numero dei veri fedeli. Ottenuto questo risultato, sono assicurate le vocazioni sacerdotali, come pure la moltiplicazione delle scuole e delle chiese.  Quando la quantità non dipende dalla qualità è ben grave il rischio di non ottenere altro che uno sfoggio di religiosità chiassosa, vana e ingannatrice). Altri particolari mi permettono di affermare che questo santo Papa, nei suoi ultimi giorni, aspettava la salvezza del mondo soltanto dalla formazione, per mezzo dello zelo dei sacerdoti, di fedeli che fossero fervorosi apostoli con la parola e con l’azione, ma soprattutto con il buon esempio. Nelle diocesi in cui, prima di essere Papa, egli aveva esercitato il ministero, dava minore importanza al registro de statu animarum, che non alla lista dei Cristiani capaci di irradiare con il loro apostolato. Egli giudicava che in qualsiasi ambiente si possono formare dei nuclei di fedeli scelti. Perciò egli CLASSIFICAVA i suoi sacerdoti secondo i risultati che il loro ZELO e la loro CAPACITÀ avesse ottenuto su questo punto. Il parere di questo santo Pontefice dà un’autorità speciale al sentimento dei direttori di istituzioni della prima categoria di cui si è parlato poco fa. Se nella formazione dei migliori consiste la sola e vera strategia per agire sulle masse, dunque il conservare dei soggetti di cui non si abbia seria speranza di renderli migliori, è uno sbaglio, quando con questo si corre il pericolo di abbassare il livello dei migliori, anche fino al punto che siano migliori soltanto di nome. Gli altri direttori che si limitano a scartare i soggetti pericolosi, non sono tuttavia senza argomenti per protestare contro l’espressione «stampelle» con cui si qualificano certi mezzi che ai loro occhi non sono punto i meno efficaci. Essi si difendono con mostrare a quali pericoli sarebbero esposte le anime che non si volessero ricevere nelle loro istituzioni, la necessità di accontentarsi di un numero infimo di reclute se si mirasse soltanto ai migliori, l’atmosfera appestata in cui vivono coloro che essi devono evangelizzare ecc. Sarebbe cosa ingiusta e crudele, essi dicono, il trascurare i più e il voler agire su loro soltanto con l’esempio dei migliori, senza tentare di agire direttamente sui mediocri, non fosse altro che per impedire loro di cadere più in basso e per preparare cosi dei candidati ai gruppi dei migliori. – Con molto rispetto ascoltai queste opinioni diverse di direttori o di direttrici di opere giovanili, persone di perfetta e buona fede e di zelo indiscutibile. Non cercherò di conciliare le opinioni diverse: ma siccome scrivo specialmente per i miei venerati confratelli nel sacerdozio, preferisco domandare a me stesso quale sarebbe la risposta del santo sacerdote Àllemand o quella del Rev. Timon-David, se fossero invitati a mettere d’accordo le due tesi con prendere un giusto mezzo. Il disegno dell’uno e dell’altro era questo: – 1° Trovare, tra le centinaia di giovani Cristiani appartenenti all’istituzione, una minoranza anche minima, capace di desiderare vivamente e di praticare seriamente la vita interiore. – 2° Poi riscaldare, direi quasi fino all’incandescenza, quelle anime, con far loro amare appassionatamente il Signore, con ispirare loro l’ideale delle virtù evangeliche e isolandole più che sia possibile dal contatto degli altri studenti, impiegati, operai ecc., fino a che la loro vita interiore non sia giunta al grado in cui li possa rendere immuni dal contagio. – 3° Finalmente, venuto il momento opportuno, comunicare a questi giovani lo zelo per le anime con il fine di servirsene per meglio agire sui loro compagni. Lo stabilire con precisione quel minimo che i due sacerdoti esigevano dai non ferventi, per conservarli qualche tempo nella loro istituzione, mi porterebbe troppo lontano: preferisco richiamare l’attenzione sulla parte considerevole che essi attribuivano alla direzione spirituale per mettere in opera il loro disegno. Il sacerdote Allemand (La vie et l’esprit de Jean-Joseph Allemand, par l’abbé GADUEL, Paris, Lecoffre), nel dirigere personalmente ciascun giovane, riusciva mirabilmente a destare in lui santi entusiasmi per la perfezione e a convincerlo che la miglior prova di devozione al Sacro Cuore è l’imitazione delle virtù del Modello divino.  – Il canonico Timon-David poi, eccellente confessore, abile nello scoprire e nel curare le piaghe delle anime, era inoltre un eccellente direttore spirituale. Nessuno meglio di lui seppe infiammare i cuori dell’amore alla virtù ed eccitare così i suoi collaboratori a non accontentarsi, nella guida delle anime, dei princìpi della teologia morale propri della vita purgativa, ma a servirsi della direzione per orientarle verso la vita illuminativa. Era impareggiabile la sua sollecitudine per fare dei suoi sacerdoti collaboratori, dei veri direttori di anime. Tutti e due consideravano come insufficienti le brevi esortazioni prima dell’assoluzione settimanale, le loro prediche ai giovani raccolti insieme, l’ordinamento della vita liturgica e persino le loro conferenze, pure così attraenti, fatte ai migliori: essi ritenevano cosa INDISPENSABILE la direzione mensile data a ciascuno in particolare. – Essi erano convinti che, dopo la preghiera e il sacrificio, il mezzo più efficace per ottenere dalla grazia di Dio quelle anime scelte che possono rigenerare il mondo, è l’azione del vero sacerdote per mezzo del suo ministero, ma SPECIALMENTE per mezzo della direzione spirituale. – Usciamo dalla cerchia ristretta delle opere giovanili e abbracciamo con uno sguardo tutto il campo che la Chiesa deve coltivare: istituzioni di ogni sorta, parrocchie, seminari, come pure comunità e missioni. Nessuno è capace di guidarsi da sé: tutti hanno debolezze da vincere, tendenze da regolare, doveri da compiere, rischi da incontrare, occasioni pericolose da evitare, difficoltà da superare e dubbi da rischiarare. Se per tutto questo è necessario un aiuto, tanto più per camminare verso la perfezione. Il sacerdote mancherebbe, e talora gravemente, al suo dovere di dottore e di medico delle anime, se le privasse del grande aiuto supplementare del confessionale, di quell’indispensabile propulsore della vita interiore che si chiama la direzione spirituale. Sono ben da compiangere le istituzioni in cui i confessori, che hanno sempre poco tempo disponibile, prima di assolvere non danno per lo più che una pia ma vaga esortazione che spesso è la medesima per tutti, invece di offrire lo specifico che un medico esperto e laborioso avrebbe saputo scegliere, secondo lo stato di ciascun ammalato. Nonostante la sua fede nell’efficacia del Sacramento, il penitente allora deve quasi considerare il ministro semplicemente come un « distributore automatico » simile a quelli che si vedono talora nelle stazioni ferroviarie, che, introducendo la moneta, vi mettono fuori un pasticcino. – Sono invece privilegiati gli oratori, le scuole, gli orfanotrofi ecc., in cui il confessore conosce l’arte della direzione ed è convinto di dovere PRIMA DI TUTTO praticare l’arte sua, se vuole ottenere che tutte le anime capaci di vibrare per un ideale, si diano risolutamente agli esercizi della vita interiore. Quanti padri e madri di famiglia videro singolarmente accresciuta la loro azione sui loro figliuoli e sui loro amici, perché incontrarono un vero direttore! Quali tesori vi sono da far valere, nell’anima di un fanciullo! È il momento in cui l’albero sta per piegarsi, e spesso definitivamente, o da un lato o dall’altro. Per non aver avuto nei loro anni giovanili una direzione adatta alla loro età e alle loro disposizioni, saranno molti gli adulti che non si potranno più contare tra i bei fiori del giardino di Gesù. Quante vocazioni sacerdotali o religiose avrebbero potuto sbocciare! Talora, anche per parecchie generazioni, in una parrocchia, in una missione, continuerà l’impulso dato da un sacerdote il quale sia stato ben altro che un discreto distributore di assoluzioni. Insieme con Ars, con Mesnil-Saint-Loup, si potrebbero citare altri luoghi, veri focolari di vita soprannaturale, in mezzo all’intiepidimento generale, perché ebbero la fortuna di avere un direttore zelante, prudente e pieno di esperienza. – Fui meravigliato e commosso quando, nel mio viaggio in Giappone, circa quindici anni fa, ebbi la fortuna d’incontrare alcuni membri di numerose famiglie cristiane, scoperte circa mezzo secolo fa presso Nagasaki. Cosa inaudita! Circondati da pagani, obbligati a celare la loro religione, privi di sacerdoti da ben tre secoli, quei fedeli avevano ricevuto dai loro padri non soltanto la fede, ma il fervore. Dove trovare uno slancio iniziale tanto forte da spiegare la potenza e la durata di una trasmissione tanto straordinaria? La risposta è facile: I loro antenati avevano avuto in san Francesco Saverio un meraviglioso direttore di questi nuclei dei migliori. Come mai certi piccoli seminari che mancano di direttori spirituali, potranno essere vivai di futuri sacerdoti? La maggior parte dei loro allievi, per non essere stati indirizzati abbastanza per tempo verso la perfezione, come potranno poi elevarsi sopra la mediocrità, nell’esercizio del loro sacerdozio? Fortunate queste anime che vanno cercando la loro via, se non sono state falsate nel loro desiderio di vita sacerdotale, affascinate dal bagliore delle doti naturali di certi professori dai quali trapelava l’indifferenza per la vita interiore e il disprezzo di una regolare direzione spirituale. La prova che in molte Comunità religiose, di vita attiva e anche di vita contemplativa, molti soggetti vegetano soltanto per mancanza di direzione spirituale, è il mutamento radicale che SPESSO potei costatare in anime tiepide, ritornate al fervore della loro professione dal momento che ebbero finalmente un direttore coscienzioso. Certi confessori sembrano dimenticare che le anime consacrate di cui essi hanno la cura, sono obbligate a tendere alla perfezione e hanno un BISOGNO BEALE di essere aiutate e stimolate per effettuare quei progressi continui a cui si possono applicare quelle parole del Salmo: Ascensione in corde suo disposuit… ibunt de virtute in virtutem (Salmo LXXXIII), e per diventare allora veri apostoli della vita interiore. E anche quanti sacerdoti sarebbero più fervorosi, trovando tutta la loro felicità nella vita eucaristica e liturgica e nel progresso delle anime, se il confessore da loro scelto manifestasse loro la sua vera amicizia, con il suo tatto nel guidarli, con la persuasione, alla direzione mensile, in vista di quella perfezione a cui devono tendere più ancora che i religiosi. Non si vede che parte importante danno gli agiografi al direttore spirituale di quasi tutti coloro dei quali raccontano la vita? E la Chiesa non conterebbe forse un maggior numero di Santi, se le anime generose, le anime sacerdotali e religiose soprattutto, fossero dirette con maggiore serietà? Senza l’intima direzione sacerdotale dei genitori di santa Teresa del Bambino Gesù e, più tardi, senza l’azione diretta dei rappresentanti di Dio su questa eletta dal Signore, la terra riceverebbe forse dal cielo quella pioggia di rose di cui è inondata?  Nei suoi scritti, il P. Desurmont ritorna spesso su questo pensiero: Per certe anime la salvezza è collegata con la santità. O tutto o nulla; o l’amore ardente di Gesù, o il culto del mondo e la direzione di satana; o la santità, o la dannazione.  Non sarebbe dunque cosa temeraria il temere dolorose sorprese, al giudizio particolare, per i sacerdoti i quali, per non avere studiato l’arte della direzione spirituale e per aver scansata la fatica che esige la sua pratica, sono, per certi rispetti, responsabili della mediocrità o anche della perdita delle anime. Amministratori capaci, predicatori eccellenti, pieni di sollecitudine per gli infermi e per i poveri, essi hanno però trascurato quella gran tattica adoperata dal Salvatore, quella cioè di trasformare la società per mezzo dei migliori. Il piccolo drappello di discepoli che Gesù scelse e formò Egli stesso e che poi Io Spirito Santo infiammò, bastò per corniciare la rigenerazione del mondo.  – Salutiamo con rispetto quei Vescovi sempre più numerosi, i quali, dietro l’esempio di san Pio X, giudicano che nei loro Seminari un corso di ascetica e anche di mistica è assai più utile che non le conferenze di sociologia. Per far notare l’importanza della direzione, essi esigono prima di tutto che i seminaristi vi siano fedeli per il loro progresso individuale e che tutti i professori ne abbiano una stima speciale e la dimostrino con il loro irradiamento di vita interiore.  Essi vogliono inoltre che tutti gli aspiranti al sacerdozio imparino quello che si riferisce al Regimen animarum, a quest’arte che dipende da princìpi bene stabiliti e dai saggi consigli vissuti da coloro che l’hanno sperimentata. Soprattutto di questa Ars artium si può dire che il Sapere deve necessariamente essere accompagnato dal Saper fare. – Riguardo la direzione, quante false nozioni e quanti pregiudizi si devono sfrondare, se si consultano gli autori che la Chiesa considera come maestri nella vita spirituale! Certe persone sanno molto bene far deviare la direzione dal suo scopo, se il sacerdote lascia che il suo zelo vada ondeggiando senza bussola, e se non regge il timone con mano ferma. Ora sono sedute di chiacchiere sterili o di moine tenere che lusingano l’amor proprio, oppure, portando al quietismo, diminuiscono la responsabilità personale; ora è una scuola di falsa pietà e di sentimentalismo, in cui si sviluppa il gusto delle emozioni sensibili o quello di una religiosità tutta fatta di divozioni esteriori; ora è una specie di ufficio notarile in cui si fa l’abitudine di venire a consultare per i più lievi incidenti della vita, per gli affari temporali e per le brighe familiari… E quante sono le altre false vie in cui si possono disgraziatamente smarrire e direttori e anime dirette! Il sacerdote deve perciò vigilare perché il carattere della direzione non venga falsato. Tutto deve convergere verso il fine chiaramente tracciato in questa definizione. La direzione consiste nel complesso metodico e regolare dei consigli che una persona, la quale abbia la grazia dello stato, la scienza e l’esperienza (soprattutto il sacerdote), dà a un’anima retta e generosa, per farla progredire verso la soda pietà e anche verso la perfezione. Anzitutto è una PREPARAZIÓNE DELLA VOLONTÀ, di questa facoltà principale che san Tommaso chiama Vis unitiva, la sola, in ultima analisi, in cui risiede l’unione col Signore e l’imitazione delle sue virtù. Il direttore degno di questo nome, si rende conto non soltanto delle cause intime dei mancamenti, ma anche delle diverse inclinazioni dell’anima. Egli ne analizza le difficoltà e le ripugnanze nel combattimento spirituale; fa irradiare l’ideale, prova, sceglie, verifica i mezzi di viverlo, segnala gli scogli e le illusioni, scuote il torpore, incoraggia, riprende e consola, se occorre, ma soltanto per ritemprare la volontà contro lo scoraggiamento o la disperazione. La direzione è ordinariamente legata alla confessione, finché l’anima, conservando ancora qualche attacco al peccato, rimane nella vita purgativa. Ma quando l’anima è seriamente orientata verso il fervore, più facilmente la direzione può diventare distinta dalla confessione. Appunto perché non sia confusa con questa, certi sacerdoti la vogliono dare soltanto dopo l’assoluzione e ordinariamente la danno soltanto una volta al mese a coloro che si confessano ogni settimana. Non è nel programma di questo volume lo sviluppare come si fa la direzione; ma siccome sono persuaso che molti sacerdoti devono prendere con maggiore serietà quest’arte spirituale, sarebbe per me una gran gioia, lo confesso, il tentare di offrire a certi confratelli che non hanno il coraggio di studiare opere voluminose, un sunto breve e pratico di ciò che è stato dato dai migliori intorno a questo argomento (Trattati speciali: La direction spirituelle, del Ven. P. Libermann (CEuvre de Saint-Paul 6, rue Cassetto, Parigi). — L’esprit tfun directeur des àmes, del Sig*. Olier (Poussielgue, Parigi). — La charité sacerdotale, del P. Desurmont (Saint-Famulo, rue Servandone Parigi). — Trattati diversi del Rev. Tixnon-David, indicati a pag. 54. — Les degrés de la vie spiritatile, di Saudreau (Grassin et Richou, Angers). — La pratigue progressive de la Confession et de la Direction e vari altri volumi dello stesso autore sulla Formazione morale e religiosa (Lib. Saint-Paul, Parigi). — Direction des Enfants, di Simon (Téqul, Parigi). Pratique de l’Education, di Monfat (Téqui). — L’éducateur apótre, di Guibert (Gigord, Parigi) ecc. Tra i molti che trattano della Direzione spirituale, vi sono: Cassiano, san Gregorio Magno, san Bernardo, san Bonaventura, san Vincenzo Ferreri, santa Teresa, san Francesco di Sales. san Vincenzo de’ Paoli, sant’Alfonso, san Gerolamo, santa Giovanna F. di Chantal, Bossuet, Fénelon, Dupanloup ecc., nelle loro Lettere. — I PP. Aquaviva, Lallemand, Grou, Scaramelli S. J. — Ribet, L’ascétisìne chrétien (Poussielgue, Parigi). — Meynard, O. P. (Jules, Vie, Parigi). — Mons. Gay. — Saudreau (L’ideal de l’dme fervente; La vote qui méne à Dieu; Manuel de spiritualité). — Schievers C. SS. R., Principe de la Vie spirituelle (Devit, Bruxelles) ecc.  Le opere di educazione o di psicologia pedagogica, come quelle dei PP. Eymieu (Perrin, Parigi) e de la Vaissière, S. J. (Beauchesne, Parigi), del PP. Raymond (Beauchesne) e Noble, O. P. (Lethielleux, Parigi), saranno utilissime ai direttori.  Del resto lo studio serio di La charitè sacerdotale del P. Desurmont o dei Degrés de la Vie spirituelle del Can. Saudreau, forniscono già a qualunque sacerdote del mezzi preziosi per dirigere le anime). Questo compendio non solo faciliterà lo studio e la classificazione delle anime, ma stabilirà con precisione i mezzi preconizzati dal Duc in altum adattato agli stati principali. Ciascun’anima è come un mondo a sé, con le differenze sue proprie; tuttavia ex communibus contigentibus si possono classificare i Cristiani in alcuni gruppi. Mi sembra utile il tentare qui di fare tale classifica, prendendo come pietra di paragone, da una parte il peccato o l’imperfezione, dall’altra la preghiera. Vorrei con questo quadro indurre qualcuno dei miei venerati confratelli a riflettere sulla necessità di uno studio che gli permetterebbe di conoscere le regole pratiche per dirigere ciascun’anima secondo il suo stato. Se per le due prime categorie il sacerdote non può direttamente agire sulle anime, almeno, se egli è un buon direttore, guiderà assai più facilmente i genitori o gli amici a cui sta a cuore di trarre, anche dall’indurimento delle persone che loro sono care e che Dio ancora non ha definitivamente rigettate.

1. INDURIMENTO.

Peccato mortale. — Stagnamento in questo peccato, per ignoranza o per coscienza falsata maliziosamente. — Soffocamento o assenza di rimorsi.

Preghiera. — Soppressione volontaria di qualunque ricorso a Dio.

2. VERNICE CRISTIANA.

Peccato mortale. — Considerato come un male leggero e che facilmente viene perdonato; l’anima vi si abbandona facilmente ad ogni occasione o tentazione. — Confessioni quasi senza dolore.

Preghiera. — Macchinale, senza attenzione e sempre dettata da interesse materiale. — Rari e superficiali riflessioni su se stesso.

3. PIETÀ MEDIOCRE.

Peccato mortale. — Debolmente combattuto. — Fuga meno frequente delle occasioni, ma pentimenti seri e vere confessioni.

Peccato veniale. — Si viene a patti con tale peccato considerato come un male insignificante, e perciò tepidezza di volontà. — Non si fa nulla per prevenirlo né per toglierlo né per scoprirlo.

Preghiera. — Assai benfatta di quando in quando. —Velleità passeggere di fervore.

4. PIETÀ INTERMITTENTE.

Peccato mortale. — Lealmente combattuto. Fuga abituale delle occasioni. — Pentimenti vivissimi. — Penitenze per ripararvi.

Peccato veniale. — Talora deliberato. — Combattuto fiaccamente. — Pentimento superficiale. — Esame particolare senza spirito di regolarità.

Preghiera. — Risoluzione insufficiente di essere fedele alla meditazione che l’anima abbandona quando è nell’aridità oppure è molto occupata.

5. PIETÀ ELEVATA.

Peccato mortale. — Mai. — Al più qualche rarissima sorpresa violenta e improvvisa. Allora spesso il peccato mortale è dubbio ed è seguito da vivo pentimento e da penitenza.

Peccato veniale. — Vigilanza per evitarlo e per combatterlo. — Raramente deliberato. — Pentimento vivo, ma poca riparazione. — Esame particolare regolare, ma che mira soltanto alla fuga dei peccati veniali.

Imperfezioni. — L’anima evita di scoprirle per non doverle combattere, oppure le scusa facilmente. — La rinunzia è ammirata e anche desiderata, ma è poco praticata.

Preghiera. — Fedeltà costante e a qualunque costo all’orazione, spesso affettiva. — Alternative di consolazioni spirituali e di aridità subite con pena.

6. FERVORE.

Peccato veniale. — Non mai deliberato. — Qualche volta per sorpresa o con semi-avvertenza. — Pentimento vivo e riparazione seria.

Imperfezioni. — Non volute, sorvegliate e combattute coraggiosamente, per piacere di più a Dio. — Talora tuttavia accettate, ma seguite subito da pentimento. — Atti frequenti di rinunzia. — Esame particolare che mira al perfezionamento in una virtù.

Preghiera. — Meditazione volentieri prolungata. — Orazione piuttosto affettiva e anche di semplicità. — Alternative di grandi consolazioni e di prove dolorose.

7. PERFEZIONE RELATIVA.

Imperfezioni. — Energicamente prevenute con grande amore — Sopravvengono soltanto con la semi-avvertenza.

Preghiera. — Vita abituale di orazione, anche dandosi all’azione esteriore. — Sete di rinunzia, di annientamento, di distacco e di amore divino. — Fame dell’Eucaristia e del Paradiso. — Grazia infusa di orazione di diversi gradi. Frequenti purificazioni passive.

8. EROISMO.

Imperfezioni. — Soltanto di primo impulso.

Preghiera. — Doni soprannaturali di contemplazione accompagnati talora da fenomeni straordinari. — Purificazioni passive accentuate. — Disprezzo di sé fino alla dimenticanza. — Preferenza dei patimenti alle gioie.

9. SANTITÀ CONSUMATA. Imperfezioni. — Appena apparenti.

Preghiera. — Per lo più unione trasformatrice. — Sposalizio spirituale. — Purificazioni di amore. — Sete ardente di patimenti e di umiliazioni. Sono assai rare le anime che appartengono alle due o anche alle tre ultime categorie; perciò facilmente si comprende che i sacerdoti aspettano l’occasione di avere tali soggetti prima di studiare quello che i migliori autori indicano, perché allora la loro direzione sia prudente e sicura. Ma non si potrebbe scusare quel confessore che, per mancanza di zelo nell’imparare e nell’applicare quello che si riferisce alle quattro categorie della Pietà mediocre, della Pietà intermittente, della Pietà elevata e del Fervore, lasciasse molte anime ammuffire in una triste tepidezza o fermarsi molto sotto quel grado di vita interiore a cui Dio le destinava.

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In quanto ai punti da toccarsi nella direzione dei principianti nella pietà, sembra che si possano ordinariamente ridurre ai quattro seguenti:

1° PACE. — Esaminare se l’anima si trova nella vera pace e non in quella che dà il mondo o che deriva dall’assenza di lotta. Se no, stabilirla in una pace relativa, nonostante le sue difficoltà. Questa è la base di ogni direzione: la calma, il raccoglimento e la fiducia si riferiscono a questo punto.

IDEALE. — Riuniti gli elementi necessari per classificarla e per riconoscerne i lati deboli, le forze vive di carattere e di temperamento e il suo grado di tendenza alla perfezione, cercare i mezzi atti a ravvivare il suo desiderio di vivere più seriamente di Gesù Cristo e di distruggere gli ostacoli che si oppongono allo sviluppo della grazia in lei. Insomma, con questo punto si tende a spingere l’anima a mirare sempre più in alto, sempre excelsior.

3° PREGHIERA. — Informarsi come l’anima fa le sue preghiere, e analizzare particolarmente il suo grado di fedeltà alla meditazione, il suo genere di orazione, gli ostacoli che vi trova e i risultati che ne trae: profitto dei sacramenti, della vita liturgica, delle divozioni particolari, delle giaculatorie e dell’esercizio della presenza di Dio.

4° RINUNZIA. — Studiare su che cosa e soprattutto come si fa l’esame particolare, come si esercita la rinunzia, per odio contro un peccato oppure per amore di una virtù, come si pratica la custodia del cuore, e perciò la vigilanza e il combattimento spirituale, in ispirito di orazione, durante la giornata. A questi quattro punti si può ridurre tutto ciò che vi è di essenziale per la direzione. Si possono esaminare tutti e quattro ogni mese, oppure attenersi alternativamente a uno di essi per non dilungarsi troppo.

Paralizzando così in un’anima gli elementi di morte e ravvivandovi i germi di vita, il sacerdote zelante arriva ad appassionarsi dell’esercizio dell’arte somma della direzione, e lo Spirito Santo di cui è ministro fedele, non gli risparmia quelle consolazioni ineffabili che formano quaggiù una delle grandi felicità del sacerdozio: gliele concede NELLA MISURA CON CUI SI SACRIFICA per applicare alle anime i princìpi che ha studiati. Chi più di san Paolo provò le gioie dell’apostolato? Ma da qual fuoco ardente egli doveva pure essere divorato, per poter scrivere: Per triennium nocte et die non cessavi cum lacrymis monens unumquemque vestrum! (Atti, XX, 31). – « Caro dottore, so che vostro figlio vuol dedicarsi al sacerdozio. Se egli e i suoi confratelli, quando dovranno curare le anime, prenderanno esempio dalla vostra abnegazione e dalla vostra coscienza professionale nel fare le diagnosi e nel prescrivere i rimedi e il regime che devono rendere all’ammalato una florida salute, né ebrei, né massoni, né protestanti non potranno impedire in mezzo a noi i trionfi della fede ». Queste parole piene di ammirazione e di riconoscenza rivolgeva, in mia presenza, un prelato al medico che con duri sforzi era riuscito a strapparlo a una crisi mortale e che poi poco dopo gli restituiva un nuovo vigore.  – L’applicazione della SCIENZA e l’esercizio dell’ABNEGAZIONE saranno certamente benedetti da Dio.  Ma qual potere sovrumano acquisteranno questi due fattori, quando il sacerdote che se ne serve, sarà di quelli che non possono comprendere il loro sacerdozio senza la TENDENZA ALLA SANTITÀ! Egli allora non si può accontentare di rimanere un semplice, benché sicuro, indicatore della via: egli arde di desiderio di essere un vero motore, un trascinatore di anime a cui possa comunicare la vita divina che ribocca in lui. Vi sarebbe una santa rivoluzione nel mondo, se in ogni parrocchia, in ogni missione, in ogni comunità e a capo di ogni associazione cattolica vi fossero dei veri direttori di anime. Allora anche nelle istituzioni, come per esempio gli orfanotrofi, gli asili, i ricoveri, in cui sono raccolti dei soggetti appena passabili, vi sarebbe sempre a base del programma: Formare i migliori e isolarli dai mediocri più che si può, fino a che non siano preparati a un discreto ma ardente apostolato sugli altri. – Chiunque voglia giudicare le istituzioni dai risultati che Gesù ne attende, deve per forza arrivare a questa conclusione: Dovunque si trova un focolare di vera direzione spirituale, non vi è nessun bisogno delle famose «stampelle» per ottenere in abbondanza meravigliosi frutti; mentre l’uso simultaneo, in un’istituzione, di tutte le «stampelle» possibili e più in voga, altro non può fare che mascherare il difetto di tale direzione, ma non mai attenuarne la necessità.  – Quanto più zelanti saranno i sacerdoti nel perfezionarsi nell’arte della direzione e nel dedicarvisi, tanto più si attenuerà ai loro occhi la necessità di certi mezzi esteriori, utili da principio per mettersi a contatto con i fedeli, per attirarli, per raccoglierli, per, interessarli, per trattenerli e per custodirli sotto l’influenza della Chiesa la quale, fedele al suo fine, non può essere pienamente soddisfatta se non quando le anime saranno intimamente incorporate con Gesù Cristo.

g) La vita interiore, con l’Eucaristia riassume tutta la fecondità dell’apostolato

Il fine dell’Incarnazione, eperciò del vero apostolato, è di divinizzare l’umanità: Christus incarnatus est ut homo fieret deus (Gesù Cristo si è incarnato affinché l’uomo diventi Dio – S. Agostino). Unigenitus Dei Filius suæ divinitatis volens nos esse participes naturam nostram assumpsit, ut hommes deos faceret factus homo (2 (2) Volendo che fossimo partecipi della sua divinità, il Figlio Unigenito di Dio prese la nostra natura, affinché, divenuto uomo, egli degli uomini facesse altrettanti dèi – S. TOMM., Uffizio del Corpus Domini). Ora nell’Eucaristia, anzi nella vita eucaristica, cioè nella vita interiore robusta, alimentata al banchetto divino, l’apostolo si assimila la vita divina. Abbiamo la parola perentoria del Maestro, la quale non dà luogo a equivoci: Nisi manducaveritis carnem Filii hominis et biberitis eius sanguinem, non habebitis vitam in vóbis (Se non mangerete la carne del Figliuolo dell’uomo e non berrete il suo Sangue, non avrete in voi la vita – Giov. VI, 54). La vita eucaristica è la vita di GesùCristo in noi, non solamente per l’indispensabile stato di grazia, ma per una sovrabbondanza della sua azione: Veni ut vitam habeant et abundantius habeant (Sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente – Giov. X, 10). Se l’apostolo deve sovrabbondare di vita divina per poterla dare ai fedeli, e se non ne trova la fonte altrove che nell’Eucaristia, come dunque si potrà supporre l’efficacia delle opere senza l’azione dell’Eucaristia, in coloro che direttamente o indirettamente debbono essere i dispensatori di quella vita per mezzo di tali opere? – Non è possibile meditare sulle conseguenze del dogma della presenza reale, del santo Sacrificio dell’altare, della comunione, senza doverne conchiudere che il Signore volle istituire questo sacramento per fare di esso il focolare di ogni attività, di ogni devozione, di ogni apostolato veramente utile alla Chiesa. Se tutta la Redenzione gravita intorno al Calvario, tutte le grazie di questo mistero sgorgano dall’Altare, e l’operaio della parola evangelica il quale non vive dell’Altare, non avrà altro che una parola morta, una parola che non salva, perché viene da un cuore non abbastanza imbevuto del Sangue redentore. Non senza un profondo disegno Gesù Cristo, subito dopo l’ultima cena, spiega con insistenza e con precisione, con la parabola dalla vite e dei tralci, l’inutilità dell’azione che nonsia animata dallo spirito interiore: Sicut palmes non potest ferre fructum a semetipso, sic nec vos nisi in me manseritis (Come il tralcio non può dare frutto da sé, così neppure voi, se non rimarrete in me – Giov. XV, 4). Ma subito fa vedere di quanto valore sarà l’azione esercitata dall’apostolo il quale vive di vita interiore, della vita eucaristica: Qui manet in me et ego in eo, hic feri fructum multum (Colui che rimane in me e nel quale io rimango, questi porta molto frutto – Giov. XV. 5). Hic, ma soltanto questo; Dio agisce potentemente soltanto per mezzo di lui. Poiché, dice sant’Atanasio, «noi siamo fatti altrettanti dèi dalla carne di Gesù Cristo». Quando il predicatore o il catechista conservano in sè il calore del Sangue divino, quando il loro cuore è acceso del fuoco che consumali Cuore eucaristico di Gesù, come è allora viva, ardente e infiammata la loro parola! Come irradiano intorno a sé gli effetti dell’Eucaristia, per esempio in una scuola, o nella corsia di un ospedale, in un oratorio ecc., coloro che Dio scelse per tali opere, quando ravvivano il loro zelo nella comunione e diventano portatori di Gesù Cristo! – O si tratti dell’abilità del demonio nel mantenere le anime nell’ignoranza, o si tratti dello spirito superbo e impuro che vuole inebriarle di superbia o affogarle nel fango, l’Eucaristia, vita del vero apostolo, fa sentire la sua azione superiore a qualunque altra, contro il nemico della salute. Per mezzo dell’Eucaristia si perfeziona l’amore; questo memoriale vivente della Passione, ravviva nell’apostolo il fuoco divino quando sta per spegnersi; gli fa rivivere il Getsemani, il Pretorio, il Calvario, e gli dà la scienza del dolore e dell’umiliazione. L’operaio apostolico parla agli afflitti un linguaggio che li può fare partecipi delle consolazioni attinte a questa scuola sublime.  Egli parla il linguaggio delle virtù di cui Gesù è sempre il modello, perché ciascuna delle sue parole è come una stilla di sangue eucaristico che cade sulle anime; ma se non riflette così la vita eucaristica, la parola dell’uomo di azione non produrrà altro che un effetto momentaneo; si potranno scuotere le facoltà secondarie e si occuperanno gli accessi della piazzaforte, ma la cittadella, cioè il cuore, la volontà, resterà per lo più inespugnabile. – Al grado di vita eucaristica raggiunto da un’anima, quasi sempre corrisponde la fecondità del suo apostolato. Infatti il segno dell’efficacia di un apostolato è l’arrivare a dare alle anime la sete di partecipare con frequenza e praticamente al banchetto divino; ma tale risultato si ottiene soltanto nella misura in cui l’apostolo stesso vive veramente di Gesù sacramentato. Come san Tommaso d’Aquino che si affacciava al santo Tabernacolo, per trovare la soluzione di qualche difficoltà, anche l’apostolo va a confidare tutto all’Ospite divino, e la sua azione sulle anime è l’attuazione delle sue confidenze con l’Autore della vita.  Il santo Pontefice e padre san Pio X, il Papa della comunione frequente, è anche il Papa della vita interiore: Instaurare omnia in Christo (Restaurare tutte le cose in Gesù Cristo – Efes. I, 10), fu la sua prima parola, rivolta specialmente agli uomini di azione: è il programma di un apostolo che vive dell’Eucaristia e che vede i trionfi della Chiesa proporzionati al progresso che fanno le anime nella vita eucaristica. Perché mai le istituzioni dei nostri giorni, così numerose eppure spesso sterili, perché mai non hanno rigenerato la società! Confessiamolo ancora una volta, esse sono assai più numerose che nei secoli passati, eppure non sono riuscite a impedire che l’empietà facesse una terribile strage nel campo del padre di famiglia; e perché? Perché esse non sono state abbastanza innestate sulla vita interiore, sulla vita eucaristica, sulla vita liturgica ben compresa. Gli uomini di azione che le dirigono, si sono potuti far ammirare per la logica, per l’ingegno e anche per una certa quale pietà, sono riusciti a gettare fasci di luce e a far accettare certe pratiche di divozione: risultato certo non spregevole. Ma perché non attingono abbastanza alla sorgente della vita, non hanno potuto comunicare quel calore che muove le volontà. Invano avrebbero voluto far nascere quelle abnegazioni oscure ma irresistibili, quei fermenti attivi delle masse, quei focolari di attrazione soprannaturale che nessun altro mezzo può sostituire e che senza chiasso, ma senza tregua, comunicano l’incendio intorno a sé e penetrano lentamente, ma sicuramente, in tutte le classi di persone a cui possono arrivare. La loro vita in Gesù era troppo debole per ottenere tali risultati. Nei secoli passati, al contagio del male bastava, per preservarne le anime, opporre una pietà ordinaria, ma al veleno di oggi, di una violenza centuplicata, inoculato dagli allettamenti del mondo, bisogna opporre un siero vivificante assai più energico. Per mancanza di laboratori che sappiano produrre dei contravveleni efficaci, le istituzioni o si sono limitate a procurare il fervore del sentimento, un bel fuoco, ma che si spegne quasi appena acceso, oppure non poterono influire che su infime minoranze. Seminari e noviziati non diedero sciami di sacerdoti, di religiosi e religiose abbastanza inebriati del vino eucaristico; perciò il fuoco che per mezzo di queste anime elette si doveva diffondere sui buoni secolari devoti alle istituzioni, è rimasto latente. Certamente si sono dati alla Chiesa apostoli pii, ma assai raramente le si sono dati operai evangelici che avessero, per la loro vita eucaristica, quella pietà integrale di custodia del cuore e di zelo, ardente, attiva, generosa e pratica, che si chiama vita interiore. Si sente alle volte chiamare buona, eccellente, una parrocchia, perché la gente saluta con garbo il sacerdote, gli risponde con deferenza, gli dimostra una certa simpatia, gli rende anche volentieri qualche servizio quando occorre; ma poi la maggior parte lavorano alla domenica invece di assistere alla Messa, i sacramenti sono abbandonati, regna l’ignoranza della religione, l’intemperanza e la bestemmia, e la morale lascia molto a desiderare. Che pietà! Una parrocchia eccellente! Ma si possono chiamare cristiane quelle persone di vita affatto pagana? Operai evangelici, noi che deploriamo questi tristi risultati, perché non siamo andati di più a quella scuola in cui il Verbo ammaestra i predicatori? Perché non abbiamo attinto di più, nell’intimità con Gesù sacramentato, la parola della vita? Dio non ha parlato per bocca nostra, e doveva essere cosi! Non meravigliamoci più che la nostra parola umana sia rimasta quasi sterile. Noi non ci siamo mostrati alle anime come un riflesso di Gesù e della sua vita nella Chiesa. Perché il popolo credesse in noi, bisognava che intorno alla nostra fronte risplendesse qualche cosa di quell’aureola che illuminava Mosè quando scendeva dal Sinai per ritornare dagli Israeliti; quell’aureola era, agli occhi degli Ebrei, la prova dell’intimità del rappresentante, con Colui che lo mandava. Per la nostra missione bisognava che noi apparissimo non soltanto uomini onesti e convinti, ma che un raggio dell’Eucaristia lasciasse intravvedere al popolo quel Dio vivo al quale nessuna cosa può resistere. Retori, tribuni, conferenzieri, catechisti, professori, noi siamo riusciti imperfettamente, perché non riflettevamo in noi l’intimità divina.  Noi apostoli, che ci lamentiamo del cattivo esito delle nostre fatiche, noi che pure sapevamo che in fin dei conti l’uomo ordinariamente è mosso soltanto dal desiderio della felicità, domandiamo a noi medesimi se gli uomini scorsero in noi quel raggio di felicità eterna e infinita di Dio, che avremmo potuto avere dall’unione con Colui il quale, mentre sta nascosto nel tabernacolo, è pure la gioia della Corte celeste. – Egli, il Maestro, non dimenticava questo nutrimento di gioia indispensabile ai suoi Apostoli: Hæc locutus sum vobis ut gaudium meum sit in vobis et gaudium vestrum impleatur (Vi dico queste cose affinchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta – Giov. XV, 11); così Egli dice subito dopo l’ultima cena, per ricordare fino a che punto l’Eucaristia sarà la sorgente di tutte le migliori allegrezze di quaggiù.  Noi, ministri del Signore, per i quali il Tabernacolo fu muto, la preghiera della consacrazione fredda, l’Ostia un memoriale rispettato ma quasi inerte, noi abbiamo dovuto lasciare le anime nelle loro vie perverse: e come avremmo potuto trarle dal fango dei loro piaceri illeciti! Eppure abbiamo parlato delle gioie della religione e della buona coscienza; ma siccome non abbiamo saputo dissetarci alle acque vive dell’Agnello, abbiamo appena saputo balbettare quando parlavamo di quelle gioie ineffabili il cui desiderio, più efficacemente che le nostre parole terribili sull’inferno, avrebbe spezzato le catene della triplice concupiscenza. In Dio che è tutto amore, le anime, per mezzo nostro, videro più che altro il legislatore severo e il giudice inesorabile nei suoi decreti e rigoroso nei suoi castighi. Le nostre labbra non seppero parlare il linguaggio del Cuore di Colui che ama gli uomini, perché i nostri colloqui con quel Cuore erano assai rari e poco intimi. Non gettiamone la colpa sullo stato di profonda demoralizzazione della società, perché vediamo, per esempio, quello che in parrocchie già scristianizzate poté fare la presenza di sacerdoti giudiziosi, attivi, generosi, capaci, ma soprattutto amanti dell’Eucaristia. Nonostante tutti gli sforzi dei ministri di satana, facti diabolo terribiles, attingendo la forza al focolare della forza, al santo Tabernacolo, questi sacerdoti, disgraziatamente troppo rari, seppero temprare armi invincibili che i demoni insieme congiurati non poterono spezzare.  L’orazione presso l’Altare per loro non fu più sterile, perché divennero capaci di comprendere queste parole’ di san Francesco d’Assisi: L’orazione è la sorgente della grazia; la predicazione è il canale che distribuisce le grazie che abbiamo ricevute dal Cielo. I ministri della parola di Dio sono scelti dal gran Re per portare ai popoli quello che essi stessi avranno imparato e raccolto dalla sua bocca, SOPRATTUTTO PRESSO IL SANTO TABERNACOLO. – Un gran motivo di sperar bene è oggi il vedere una generazione di uomini di azione, i quali non si accontentano più di promuovere comunioni di parata, ma sanno facilitare lo sviluppo delle anime di veri comunicanti.

http://www.exsurgatdeus.org/2020/09/07/lanima-dellapostolato-10/