LO SCUDO DELLA FEDE (92)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884.

CAPO III.

Dal consentimento di tutte le nazioni dimostrasi che v’è Dio (1).

(1) Questa guisa di dimostrazione dall’esistenza di Dio, fondata sull’autorità del genere umano, suole denominarsi dimostrazione morale, perché l’umanità, riguardata nella dignità della sua ragione universale, ha un valore morale, e quindi un diritto ad essere creduta.

1.

I. Il maggior numero di testimoni che dalla legge richieggasi, sono sette: e questi bastano ne’ testamenti ad autenticare le disposizioni di un uomo, quantunque morto, presso chi neppur mai lo vide. Come però non basteranno tutte le nazioni del mondo a render credibile l’esistenza di un Dio vivente? Exceptis paucis, in quibus natura nimium depravata est dice S. Agostino – (In Io. tr. 106) universum genus humanum, Deum mundi hujus fatetur auctorem. Se girerete il mondo, pellegrinando, almen sulle carte, troverete popoli fra loro tanto diversi d’inclinazioni, che appena due vi saranno che si conformino nel modo di governarsi. Eppure in tale contrarietà di statuti voi non vedrete, non dirò regno, ma città, ma casale, che tolga unitamente qualunque divinità. Anzi non ha parte alcuna, ove non incontrinsi e templi, e vittime, e voti, e ministri ordinati al culto divino: tanto che vi sarà più facile abbattervi in un paese ove manchi il sole, che ove manchi ogni rito di religione: Potius conspiciendam sine sole urbem, quam sine Deo, ac religione, dicea Plutarco. Che seppure negli ultimi confini del mondo ritruovinsi mai persone così bestiali, che vivano senza leggi, non però quivi si troverà chi fra sé non vergognisi del mal fare, o non se ne vergogni al cospetto altrui: e molto meno si troverà chi non sentasi ad ora ad ora agitare dagli stimoli interni della coscienza rampognatrice, sicché operando contra il dettame di essa non si accorga tosto di offendere con quell’atto un Signor sovrano, di cui riconosce, quale ambasciata, la voce della sinderesi. – Come può essere adunque, che questo consentimento sì universale di tutti i popoli non valga presso di voi per un testimonio maggiore di ogni eccezione? Quello che sembra verisimile a tutti, dice Aristotile (L. 10. Eth.), non può stare, che non sia vero: Quod universis videtur verum est. Mai non annottasi in tutto il mondo ad un’ora, ma solamente in alcuna parte di esso. E la menzogna non può offuscar tutto insieme il genere umano, sicché sia tutto o ingannatore, o ingannato: Nemo omnes, omnes neminein, singuli singulos fallunt(Sen.). E la ragione si è perché il giudizio di tutti è giudizio della natura, la quale non può mentire: e se fece l’uomo alla scienza, non può dunque ella farsegli guida all’errore. Se però tutti, e romani e greci e giudei e assiriani ed etiopi ed egiziani e caldei e germani e galli e sarmati e iberi e indi e persiani e tartari e turchi, e cinesi, e quanti mai sono, in tante lingue differenti vi dicono, che v’è Dio; qual temerità, voler voi solo far argine a tanta piena col parer vostro? Potrete forse allegare veruna età in cui si credesse altrimenti? Anzi, più che vi applicherete con lezione attenta a riandare le antiche storie, più troverete, che la cognizione della divinità fu libera da ogni fallo. Ond’è, che innanzi al diluvio non si legge mai che regnasse l’idolatria; la cui origine riferiscono altri a Nembrotte, altri a Nino, ed altri a Prometeo, nati al pari dopo il diluvio; mercecchè innanzi di esso la notizia del Creatore fra’ popoli era vivissima, e posto ciò, come poteva allor sorgere tanto inganno di adorare una creatura? (S. Th. 2. 2. q. 50. art. 4 ad 2). Può la cometa avere adito ancora in cielo, ma non può avervelo, se non che lontana dal sole (Tutta quest’argomentazione può venir compendiata nel seguente epicherema: È vero ciò, che viene concordemente ammesso da tutto il genere umano, perché  è voce infallibile di natura; ma sempre e dovunque l’uman genere fu ed è concorde nell’ammettere l’esistenza di Dio, come ne porge irrefragabile testimonianza la storia: dunque è vero, che Dio esiste).

II.

II. Che se non vi ha memoria di verun secolo, in cui nel mondo non si credesse, esser Dio, chi non vede, quanto fuor di ragione sia l’asserire con gli ateisti, che però gli uomini sono inclinati a ciò faro, perché con tal credenza furono allevati dai loro progenitori fin dalle fasce?

III. Primieramente, come si sarebbono sempre tra sé indettati i nostri antenati, e sempre s’indetterebbono in una tal forma stessa di educazione, se questa fosse, non da ispirazion di natura, comune a tutti, ma da elezion di arbitrio? (L’educazione non crea nulla, bensì è tutta nello svolgere i germi insiti da natura nell’animo umano. Essa pertanto non varrebbe mai a destare nella mente dell’uomo l’idea di un Dio, se questa non si avesse un natural fondamento. Tant’è, che sebbene l’essenza di Dio trascenda per infinito eccesso ogni creata apprensiva, nondimeno il sentimento ed il concetto della Divinità penetrano con facilità meravigliosa nella mente del fanciullo egualmente che nell’anima di qualunque idiota ed analfabeta.). Chi ha mai veduta nelle risoluzioni arbitrarie sì grande uniformità, in tempi cosi diversi ed in terre così divise? Sicuramente, se in vece di discorrere noi ci vorremo anzi mettere a delirare, potremo affermare, con la medesima fronte, che gli uomini anticamente tutti filavano, come Sardanapalo, e che le donne andavano alla testa degli eserciti come Semiramide; ma che poi venuto al mondo un personaggio di sonno straordinario, ordinò le cose, e per bene delle famiglie obbligò le donne al fuso, e gli uomini all’aste. Eppure una fola tale sarebbe meno incredibile di quest’altra, con la quale Crizia argomentavasi di persuadere al mondo, che non v’è Dio, ma che un tal uomo, avveduto più de’ preteriti, avea per pro dei mortali introdotta il primo fra loro questa opinione giovevole, che vi fosse. E qual uomo fu questo sì fortunato, che pose in sesto tutto il genere umano con l’oppio poderoso di un tale inganno? Ove ebbe il suo nascimento? ove la stanza? ove la scuola? ove il seguito più solenne? qual fu il primiero fra’ popoli ad ascoltare la sua voce beata? su quali ali egli volò dentro tempo brevissimo in tanti lati a disseminare una menzogna sì bella, che vincea di pregio ogni vero? e ciò che è più da notarsi, ove son le statue erette poscia da’ posteri ad un eroe il qual era sì benemerito delle genti ? ove gli archi? ove gli altari? Ove i templi a lui consacrati, giacché altro bene era questo, che l’inventare, come diceasi di Bacco, la coltivazion delle viti, o come di Cerere, la seminazione del frumento; ed altro ciò, che smorbar dal mondo quei mostri i quali più vero albergo non vi ebber mai, che la fantasia de’ poeti devoti ad Ercole?

IV. Di poi domando: come avrebbe quell’uomo potuto mai propagare tanto felicemente per l’universo opinion sì nuova? Con ragione appagante, o senza ragione? Se senza ragione, dunque ritorna la difficoltà, che un inganno possa essere universale. Se con ragione, dunque non fu inganno ciò che tutti lasciaronsi persuadere uniformemente, fu verità.

III.

V. Che se puro taluno vuole talora opporsi a tal verità colla pervicacia del suo libero arbitrio, non vedete voi, che né anche può conseguirlo in qualunque stato? Basta che, come si usa co’ testimoni falsi, egli ritruovisi, quando men se lo aspetta, posto al tormento di qualche dolore insolito, o di fianchi, o di podagra, o di pietra, o di taglio acerbo; vedrete subito, come il contumace si volgerà per aiuto ad invocare il braccio di qualche nume abile a liberarlo; o almeno arrabbiato si volgerà a bestemmiarlo insolentemente, mostrando al pari con la sua lingua, o supplicatrice, o sacrilega, che egli errò, quando dubitò so v’è Dio. Certo almen è, che ne’ casi più repentini così interviene. Onde, ad un risico di naufragio imminente veggiam che tutti nella nave si uniscono ad alzare d’accordo le mani al cielo, chiedendo scampo. E pure i casi repentini sono quegli in cui secondo il filosofo, opera in noi la natura più che il consiglio. Ma se la natura ci spinge con sì grande impeto nei pericoli a confessare quel Dio cui facciam ricorso, non accade, che voi fuori de’ pericoli a forza d’arte vi affatichiate a negarlo. Questo vi rende tanto più inescusabile, mentre volete fare, che muoia in voi di morte violenta quella persuasione in voi nata con esso voi, che non vi può mai morire di naturale. Così avveniva in Caligola, il quale, all’udire dei tuoni, tremava tutto, riconoscendo uno più possente di lui, che lo poteva dall’alto mandare in cenere: e pure, acquetate le nuvole, s’ingegnava di porre sé nella stima di nume sommo.

IV.

VI. Io pertanto nel numero di coloro i quali rendono chiara testimonianza della divinità includo fin quei medesimi che la negano. Perché si scorge, che quantunque, collocando talora questi la gloria nell’empietà, si arroghino di saper tanto più degli altri, quanto ne credono meno: non è però, che mai davvero pervengano all’empietà da loro vantata, cioè al non credere nulla: e dove pur vi pervengano, è per breve ora; succedendo loro come ad un notatore, il quale può ben cacciarsi a forza sott’acqua, ma non può starvi. Se egli vuol vivere, conviene che suo malgrado dopo alcun tempo di respiro soppresso ritorni a galla.

VII. Se non che, quando ancora volessimo noi concedere, che alcuni pochi arrivino a scancellarsi affatto dall’animo ogni credenza di Dio, che rivelerebbe? (Lo scancellare presuppone la preesistenza dell’oggetto che si imprende a distruggere. Epperò i miserabili tentativi dell’ ateo e dell’empio sono nuova conferma e rincalzo dell’esistenza divina). Non possono alcuni pochi dare eccezione al sentimento di tutto il genere umano. Sono essi mostri. E però, siccome il nascere un uomo con due capi non può far prova, che non sia proprio degli uomini il nascere con un solo; così il ritrovarsi talora un cuore di concetti sì storti, che neghi qualunque divinità, non può far prova. che non sia proprio di tutto l’uman genere l’asserirla. Tanto più, che siccome i mostri. per provvidenza della natura amorevole, sono sterili, né han virtù di generare altri mostri, così costoro, rimanendosi soli nella loro opinione, non fanno popolo, né possono mai vantare di avere indotta una intera comunità a professare, come eglino, l’ateismo.

V.

VIII. Scorgo ben io ciò che voi mi potreste opporre, e non lo dissimulo: tanto son pronto anche a mettervi l’armi in mano. Se il consentimento di tutte le genti è una testimonianza della natura, alienissima da ogni frode, come dunque, direte voi, non si accordano tutte a riconoscere una stessa divinità, ed a venerarla con un medesimo culto di religione? Certo è, che in un caso la natura fallisce, mentre ella non ci determina verun culto particolare; dunque così può fallire ancora nell’altro ad inclinarci all’ universale. Ma no: l’illazione è falsa; ed eccone la riprova. Vediamo, che non tutti si accordano a cercar la felicità dove ella è riposta, ma chi la cerca nelle ricchezze, chi ne’ cibi, chi nelle carnalità, chi nella gloria, chi nella dominazione, chi nella dottrina, chi nello operazioni di gran virtù. Dunque non è la natura quella che ha inserito nel cuore di ciascun uomo all’istesso modo il cercar la felicità? Non tiene la conseguenza. E la ragione è, perché la natura ha inclinati gli uomini tutti generalmente a cercare il bene, ma non ha loro dato intuitivamente a vedere dove egli sia. Vuole, che da sé lo rintraccino col discorso, di cui dotolli a tal fine. Gli uomini però, seguendo la libertà del loro talento, si applicano variamente a pregiare più questo bene che quello, scambiando per goffaggine non di rado la copia con l’originale, il corpo con l’ombra, il reale con l’apparente. Tanto dite nel caso nostro. La natura ha inclinati gli uomini tutti a riconoscere una divinità dominante. Ma né l’ha data loro a mirare in sé, né poteva darla, mentre a ciò non sono abili gl’intelletti immersi nei sensi (Come nell’ordine religioso ogni animo umano è da natura portato alla credenza ed al sentimento di una Divinità in generale, astrazione fatta dai suoi attributi particolari e determinati, cosi nell’ordine del sapere ogni mente umana è da natura portata alla verità in generale, astrazione fatta dalle molteplici verità particolari). Vuole, che la discoprano dagli effetti. Gli uomini però, valendosi variamente di tale istinto, hanno riconosciuta questa divinità dov’ella non era, ed han fatto come i bambini, che, per la imperfezione del loro discernimento, chiamano madre la balia da cui sono allattati, e volgono le spalle alla madre dalla qual nacquero. Hanno gli sciocchi chiamato Dio il sole, Dio le stelle, Dio gli elementi che loro davano il sostentamento immediato; ed hanno rivoltato le spalle a quel sommo Bene che li cavò fin dal nulla. Pertanto la medesima idolatria che sì lungamente ha regnato per l’universo può confermare le prove della divinità, non può invalidarle: errando gl’idolatri, non nella tesi, ma nella ipotesi: cioè a dire, errando nel persuadersi in particolare, che quell’oggetto, cui supplicano, sia divino, non errando nel giudicare, che qualche nume vi sia presidente a tutto: che è ciò che sì bene intese Cicerone medesimo, dove disse: De hominibus, nulla gens est tam immansueta, quæ non, etiamsi ignoret, qualem Deum habere doceat, tamen habendum sciat (De legib.).

IX. Se però voi, girando a piacer vostro l’Europa, l’Africa, l’Asia, e fin l’America stessa, che è la più barbara parte, non troverete popolo il quale, o in un modo o in un altro, non asseriscavi, che Dio v’è; qual contrasto è mai questo che dovete voi fare al vostro intelletto, perché stia duro a non crederlo, con opporsi lui solo a tanti? Gliene dovreste forse voi fare altrettanto perché lo creda? L’autorità in ogni genere ha sì gran peso, che alfin ci opprime, quando non abbiamo qualche evidenza in contrario che ci sostenga. Ma qual evidenza potete voi mai vantare a favore dell’ateismo? L’evidenza non è dalla banda vostra, è dalla banda contro di cui militate. – Perché quantunque ad un puro apprender di termini non sia noto a ciascuno, che Dio vi sia; è nondimeno notissimo a chi gl’intendo.

X. Ma perché ciò altro non è, che un chiamarvi dal tribunale dell’autorità a quello della ragione, voi seguitemi, ed io vi precederò.

LO SCUDO DELLA FEDE (91)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 (2)

CAPO II.

Quanto sieno indegni di credito gli ateisti.

I.

I . Non par possibile, che l’uomo introdotto in questo mondo, quasi in un tempio, affinché in nome di tutte le creature offerisca alla divinità sacrifizio di lode eterna, degeneri poi del suo grado sì enormemente, che di’ sacerdote si rivolga in ribelle, né solo contenda al suo sovrano l’omaggio, ma infino l’essere. Eppur così non prevaricasse più d’uno! Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus(Ps. XIII. I ). Vero è, che se all’uomo è difficile l’avanzarsi al più alto della virtù, non gli è forse meno difficile l’difficile l’arrivare al più profondo del vizio. Ond’è che innanzi che uno divenga ateista vi vuole assai: dovendo egli a tal effetto, non solo perdere il senno, ma voler perderlo. Ora, perché il rinvenire l’origine de’ malori è gran parte della lor cura, facciameli a rinvenir quella dell’ateismo, per pura brama di convertire, a chi ne sia per sorte infetto, la vipera in medicina.

II.

II. La sorgente più consueta della vertigine non è nel cerebro, come la gente si crede, ella è nello stomaco, il quale pieno di maligni umoracci, manda alla testa quegli aliti impetuosi che, sconvolgendola, le danno insino a stimare che i monti ballino. Tanto accade nel caso nostro. La origine di questa incredulità sì caliginosa non si ha da cercare immediatamente nell’intelletto alterato, ma nella volontà, la qual carica di ogni fracidume di vizio, solleva dal suo seno lumi nerissimi, per cui viene alla mente quel capogiro che non le lascia tenere per saldo e stabile né anche il primo motore (Talvolta la corruzione discende dal cervello al cuore, tal’altra monta dal cuore al cervello. Le passioni della volontà ed i traviamenti dell’intelligenza sì rispondono mutuamente, e si dividono amichevolmente il dominio dell’anima).

III. Io certamente non so chi vi siate voi che avete pigliato a scorrere queste carte. Mi giova credere, che senza fallo voi siate fedele a Dio. Ma se foste uno di quei che neppur lo ammettono, deh contentatevi, che da solo a solo io vi chiegga in segreto sommo (giacché qui parliamo a quattr’occhi!, come avete mai fatto a scancellare dal fondo della vostra anima quei sentimenti più pii che vi stimolavano a riconoscere un Fabbricatore supremo dell’universo, ed a venerarlo (Queste parole ci ricordano quelle altre ragguardevoli di Tertulliano: « Oh! testimonium animæ naturaliter christianæ! »)? Non potete già dire, che siate nato ateista; vi siete fatto, e fatto, se si consideri, a poco a poco. Confessatemi dunque per quella divinità, cui non date fede: quali sono quei gradi per cui veniste a cadere in sì gran delirio? Non credo io già, che la integrità de’ costumi, la continenza, la carità, la pazienza, e molto meno la mortificazione indefessa di voi medesimo vi abbiano persuaso, che Dio non v’è (Un animo morigerato, e casto, ed adorno di elette virtù non può non sentire Iddio, che è santità e purezza infinita, ed in sentirlo ne riconosce e ne adorala viva presenza. Un cuore ben fatto non fu ateo giammai). Ve l’ha persuaso la vaghezza di vivere, come fan le bestie, a capriccio. E una dottrina sì misera, che si apprende unicamente nel lezzo e ne’ lupanari, sarà la vera? Dove mai si trovò, che a penetrar a più bella di tutte le verità fosse di mestieri mettersi sotto i piedi la temperanza? Anzi fu perpetuo parere di tutti i saggi, che ad indagare qualunque verità, non pure alta, ma comunale, nulla giovi più che l’avere libero il cuore dalle passioni troppo abili ad ingombrarlo (Come le passioni ci presentano le cose ben altre da quel, che sono, ossia alterate, così la mente spassionata non può non vedere gli oggetti quali sono effettivamente in se stessi, ed accogliere la schietta luce della verità). E come dunque chi più si lasci dominare dall’ira, dall’ambizione, dall’astio e dalle dissolutezze più vergognose, più ancora intende di ciò che appartiene a Dio? – Quando a contemplar meglio il cielo sarà più spediente ad un astronomo il chiudersi in una stufa colma di fumo, che non sarebbe l’uscire in campagna aperta: allora si potrà giudicare, che la vita menata fra mille crapule e mille carnalità vi abbia dato a vedere, che sulle stelle non v’è quel Dio che si pensa la gente credula. E se così è, permettetemi dunque, che io vi soggiunga: Qual quiete d’animo volete voi mai promettervi in una setta, nella quale avete sì forte la presunzione di non apporvi, dal mirar solamente chi siate voi?

III.

IV. Ma quando anche foste di vita non sì perversa, su che fondamento stabilite voi quella torre di confusione, dalla cui cima vi affacciate a trasmetterci sì gran nuova, che Dio non v’è? Non est Deus (Come Iddio è il primo essere, cagione dì tutti gli altri esseri, ed il primo Vero, ragione di tutti gli altri veri, cosi il Non est Deus dell’ateo nell’ordine della realtà mena al nullismo, perché senza Dio niente più sussiste, e nell’ordine del sapere riesce al massimo degli errori e degli assurdi, perché si risolve in questo pronunciato: l’essere, che non può non esistere (Deus), non esiste (non est); ossia il necessario è nulla). Aspetto, che mi diciate con quegli sciocchi già confutati da Tullio, (De nat. Deor.) che Dio non v’è, perché non è visibile agli occhi nostri. Ma da quando in qua si ha da curare la testimonianza degli occhi in cercar Dio? Si veggono con gli occhi le cose soggette agli occhi, quali son le corporee: le spirituali s’intendono, non si veggono. Di poi, perché state a dirmi di non vederlo? Noi vedete in sé, ve ‘l concedo; ma lo vedete (se non volete accecarvi da voi medesimo) ne’ suoi effetti. Ditemi un poco. Come vedete voi l’anima di quell’uomo che vi è presente? La vedete forse in se stessa? No certamente. Voi la vedete nelle sue operazioni. Eppure queste vi fanno abbastanza credere, ch’ella v’è: né mai vi cade in pensiero di sospettare, che il corpo di quell’artefice il quale intaglia, scrive, stampa, dipinge per eccellenza, non sia corpo animato, sia corpo morto da mandare alla sepoltura. Che sciocchezza dunque è mai questa? dalle operazioni del corpo conoscere che v’è l’anima da cui sgorgano; e dalle operazioni di tanto cose create non sapere conoscere, che v’è Dio! Stulte(diceva appunto il grande Agostino (In Ps. LXXIII) ad un uomo del taglio vostro) Stulte, ex operibus corporis agnoscis vicentem, ex operibus creaturæ non potes agnoscere Creatorem? Questo è il sapere arguir da’ suoi giri il rivo, e non sapere arguire dal rivo il fonte. I postumi mai non videro il loro padre, eppur di lui sono certi, né solo ne son certi, ma di più l’amano nei ritratti, l’amano nelle rendite, l’amano nella casa di tanto costo da lui fabbricata per essi non anche nati. E a voi non basta mirar quanto Dio vi diede, e quanto vi dà, per credere che ei vi sia, se non per amarlo? Voi dunque non crederete (se così è) né tanto che vi è noto per pura autorità di persone degne di fede, che ve lo affermano, come è, che il sole sia mille e mille volte maggior di tutta la terra (purtroppo anche il Segneri non credeva alle parole della Bibbia, quando riportava l’esempio degli eliocentristi dediti al culto di Mitra, che immaginavano – essi sì – che il sole fosse mille volte più grande della terra, senza avere avuto mai uno straccio di prova, ma solo per  argomentare contro le parole di Dio delle sacre Scritture – Errore grave di tutti i chierici sette-ottocenteschi ed oltre, che evidentemente non credevano al dogma dell’inenarranza biblica!); né crederete tanto altro che la ragione vi sforza a credere con le sue violente illazioni.

IV.

V. A questi due tribunali voglio io pertanto citarvi per vostro bene: a quello dell’autorità, ed a quello della ragione (Autorità e ragione tornano entrambe necessarie allo studio non della Religione soltanto, ma di qualsiasi ramo dello scibile umano. Il discente non può muover un passo senza piegar docile l’intelletto alla parola autorevole del maestro, perché non est discipulus supra magistrum; ed il dotto anch’esso mal può penetrare più addentro nelle profondità della scienza sua, se non piglia ad imprestito dalle altre scienze, senza punto discuterli e dimostrarli, quei principii, di cui come di postulati abbisogna la propria). E se ad ambo voi rimarrete convinto, che Dio vi sia, come più fissarvi a contenderlo? Sarebbe questo un non volere altra regola in giudicar delle cose, che il proprio orgoglio. Onde potremmo conchiudere, che se la corruzion della volontà, è la madre, come si disse, dell’ateismo; l’orgoglio dell’intelletto ne è il vero padre. Tale è l’origine degli animali più vili. Sono eglino schiusi in vero dalla putredine, ma non senza il concorso di quel poco di spirito che ivi intorno se ne va volando per l’aria. Quindi è l’osservare in ogni ateista un cervello, non pure altero, ma indomito, tanto che recansi fino a sapienza l’errare, ed a sapienza massima l’errar soli, singolarmente dappoi che l’amore della novità gli ha impegnati a stimarsi tanto più liberi, quanto più se ne vanno fuori di strada. Allora, crescendo in essi per la libertà l’alterezza, divengono incorreggibili. Imperciocché siccome nel calore della battaglia non si accorge taluno di esser ferito; cosi essi non si accorgono di quei colpi che dà loro la verità per ridurli in via, né se ne risentono, o sia l’autorità quella che più li percuote, o sia la ragione. Non vorrei già, che voi dimostraste esser uno di questi miseri. Però arrendetevi in prima all’autorità.

IL RISPETTO UMANO

Rispetto umano.

[Ab. E. Barbier:

I TESORI DI CORNELIO ALAPIDE

Vol III, S. E. I. Torino, 1930 – imprim.]

1. Il rispetto umano è una schiavitù. — 2. Il rispetto umano è una vigliacca debolezza. — 3. Il rispetto umano è uno scandalo. — 4. Che cosa vi è di disordinato nel rispetto umano. — 5. Donde viene il rispetto umano e necessità di disprezzarlo. — 6. Fa un atto di coraggio chi vince il rispetto umano.

1. IL RISPETTO UMANO È UNA SCHIAVITÙ.

— Quale atto più servile che quello di ridurre e di costringere se medesimo alla necessità di conformare la propria religione al capriccio altrui? di praticarla, non più secondo le norme del Vangelo, ma secondo le esigenze degli altri? di non adempiere i propri doveri, se non nella misura voluta dal mondo? di non essere Cristiano, se non a talento di chi ci vede? S. Agostino condanna i savi del paganesimo, i quali mentre con la ragione vedevano un Dio unico, per rispetto umano si piegavano ad adorarne molti. E in forza di un altro rispetto umano, il Cristiano vigliacco non serve al Dio che conosce e nel quale crede: quelli erano superstiziosi e idolatri; questo diviene oggidì, per rispetto umano, infedele ed empio. Quelli, per non esporsi all’odio dei popoli, praticavano all’esteriore quello che internamente ripudiavano, adoravano quello che disprezzavano, professavano quello che detestavano: — Colebant quod reprehendebant, agebant quod arguebant, quod culpabant adorabant (De Civit. Dei). E noi, per evitare le censure degli uomini, per una vile dipendenza dalle vane usanze e dalle massime corrotte del secolo, noi disonoriamo quello che professiamo, profaniamo quello che riveriamo, bestemmiano, se se non con la bocca, con le opere, non già, come diceva l’Apostolo, quello che ignoriamo, ma quello che sappiamo e riconosciamo. I pagani contraffacevano i devoti, scrive Bourdaloue. e noi Cristiani ci facciamo scimmie degli atei. La finzione di quelli non riguardava che false divinità, e quindi non era più che una finzione; presso di noi al contrario, la finzione riferendosi al culto del vero Dio, diventa un’abbominevole impostura (Sermon sur le respect hum.). Ora. il fare così non è un rendersi schiavi, e proprio in quello in cui siamo meno scusabili, perché si tratta dell’anima e dell’eternità?… Nati liberi, tali dobbiamo inviolabilmente mantenerci per Iddio, cui si deve culto, fede, rispetto, adorazione, riconoscenza, amore…

2. IL RISPETTO UMANO È UNA VIGLIACCA DEBOLEZZA.

— La notte della Passione del Salvatore, la portinaia della casa di Caifa, disse a Pietro: « Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo? ed egli rispose: No » — Dicit Petro ancilla ostiaria: Numquid et tu ex discipulis es hominis istius? Dicit ille: Non sum (IOANN. XVIII, 17). Ecco la debolezza vigliacca del rispetto umano. Qui si è avverato, come si avvera sempre in simili casi, quel detto dei Proverbi: « Chi teme l’uomo, non tarda a cadere » — Qui timet hominem, cito corruet (Prov. XXIX , 25); e quell’altro del Salmista: « Non invocarono il Signore; quindi tremarono di spavento dove non c’era punto nulla da temere » — Deum non invocaverunt; illic trepidaverunt, ubi non erat timor (Psalm. LII, 6). La persona che si lascia vincere dal rispetto umano, teme quello che non è da temere, e non teme quello che bisogna temere… Che viltà, per esempio, non osare dimostrarsi Cristiano per un semplice segno di croce! Il segno del Cristiano non è forse la croce? Non è forse la croce, dice S. Agostino, che benedice e l’acqua che ci rigenera, e il sacrifizio che ci nutrisce, e la santa unzione che ci fortifica? (Tract. CXVIII, in Ioann.). Avete voi dimenticato che della croce furono segnate le vostre fronti, quando foste confermati dallo Spirito Santo? Perché segnarvela in fronte? Non forse perché su la fronte è la sede del pudore? Sì certo; Gesù Cristo volle armare con la croce, la nostra fronte contro quella falsa e misera vergogna del rispetto umano, che ci fa arrossire di cose che gli uomini chiamano piccole, ma che sono grandi innanzi a Dio. » Cosa indegna e vile è il rispetto umano, e non ve n’è altra che tanto degradi, abbassi e disonori l’uomo… Colui che ne è schiavo, non merita più il nome di uomo, ma il suo luogo è tra le banderuole che segnano la direzione dei venti; poiché non sa fare altro che questo… Una tale persona è sommamente spregevole… Che cosa è la che trattiene? un motto, un sarcasmo, una beffa, un segno… Oh! che piccolezza di spirito, che viltà di cuore! Ne arrossiamo noi medesimi in segreto, e non ci sentiamo l’animo di superare simili bagattelle!… Cerchiamo pure di nascondere e di orpellare con altri nomi questa fiacchezza, questa viltà, ma invano… Noi temiamo le censure del mondo, degli increduli, degli empi, degli ignoranti, degli accidiosi, dei dissoluti… Noi temiamo di acquistarci nome di spiriti deboli e pregiudicati, se pratichiamo la Religione; e non vediamo che somma debolezza è non praticarla. Qual cosa più vergognosa e più degradante, che la vergogna di comparire quello che si deve essere? Siamo canzonati; ma cosa vi è di più frivolo che le beffe? Chi è che si burla di noi? quale ne è il merito, il credito, la scienza, la virtù?… E noi osiamo vantarci coraggiosi, di animo grande, di carattere generoso? Codardia odiosa è il rispetto umano. Noi apparteniamo a Dio per tutti i titoli, per la creazione, la redenzione, la santificazione, la conservazione, e arrossiamo di servire Dio!… Il soldato si vergogna di servire il suo re! Di difendere la patria!… Noi ci adontiamo della Religione, della virtù! cioè, ci vergogniamo di essere creati ad immagine di Dio, di essere stati redenti col suo sangue; noi arrossiamo di ciò che forma la gloria degli Apostoli, dei martiri, dei dottori, dei pontefici, dei confessori, delle vergini. Noi abbiamo vergogna di chiamare Dio nostro padre, di essere suoi figli, di lavorare alla nostra salute, di andare al cielo! Quale stupidaggine e follia! o codarda debolezza, che non merita né indulgenza, né perdono!

3. IL RISPETTO UMANO È UNO SCANDALO.

— Il rispetto umano è uno scandalo ingiurioso a Dio, perché ne abbatte il culto… Scandalo che facilmente si comunica, essendo gli uomini molto proclivi a dire ciò che odono…; a fare quello che vedono farsi dagli altri… Ma è soprattutto uno scandalo affliggente, dannosissimo nei ricchi, nei potenti, nei dotti.

4. CHE COSA VI È DI DISORDINATO NEL RISPETTO UMANO.

— Primo disordine del rispetto umano: distrugge l’amore di preferenza che dobbiamo a Dio, il che è un annientare tutta la religione. Sacro dovere di ogni persona è preferire Dio alla creatura; ora, il rispetto umano fa anteporre la creatura al Creatore; e da ciò appunto questo vizio prende il suo nome che è disonorante come lo stesso vizio. Perché, infatti, lo chiamiamo rispetto umano? certamente non per altro motivo, se non perché ci fa preferire la creatura in vece del Creatore. Da un lato mi comanda Iddio, dall’altro mi comanda il mondo; ed io per non dispiacere alla creatura, a lei obbedisco a scorno di Dio e a detrimento della mia salute; con disprezzo di Dio e dei miei più sacri doveri… Per piacere all’uomo, divengo ribelle a Dio. E allora, addio Religione… – Secondo disordine del rispetto umano: getta l’uomo in una specie di apostasia. Quante irriverenze nel luogo santo, per paura di comparire ipocrita o bigotto!… L’altare non diventa forse, per lo schiavo del rispetto umano, l’ara del Dio sconosciuto?… non è anzi da lui disprezzato, disonorato, rinnegato? Gli Ateniesi onoravano il vero Dio senza conoscerlo; costui conosce il vero Dio, e lo dimentica, lo vilipende… Terzo disordine del rispetto umano: rende inutili le più preziose grazie di Dio. Un tale, per esempio, sente in se desideri e disposizioni ad una vita più ordinata, ma il rispetto umano li soffoca e riduce all’impotenza… Vorrebbe un altro convertirsi, confessarsi, accostarsi alla santa Eucaristia: pregare, santificale le feste, essere in una parola, veramente e apertamente e sinceramente virtuoso e fedele Cristiano; ma il rispetto umano lo trattiene, lo arresta, l’inceppa, lo impietrisce… Si vorrebbe fare il bene e adempiere tutti i doveri di buon Cristiano, ma si vorrebbe che il mondo non se ne accorgesse… Si esce di chiesa, si parte dalla predica ben persuasi, ben convinti, e risolutamente determinati a fare quello che si è udito, ma ecco il rispetto umano che fa barriera insormontabile alle buone risoluzioni, manda a monte ogni anche ottimo provvedimento già preso… E così tutte le più elette grazie cadono vane sotto il peso di questa vigliacca debolezza prodotta dal rispetto umano…

5. DONDE VIENE IL RISPETTO UMANO E NECESSITÀ DI DISPREZZARLO.

— Il Vangelo, parlando dei progressi che faceva la dottrina di Gesù negli animi, dice che anche parecchi fra i primari e i maggiorenti dei Giudei credettero in Gesù Cristo, ma nota che non ne facevano professione esteriore, temendo che i farisei li scacciassero dalle sinagoghe; poiché stava loro più a cuore la lode degli uomini, che la gloria di Dio: — Ex principibus multi crediderunt in eum; sed propter pharisæos, non confìtebantur, ut e synagoga non eiicerentur. Dilexerunt enim gloriam nominimi magis quam gloriam Dei (IOANN. XII, 42-43). Ora tutti quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano, non sono essi guidati da simili motivi?… O sì, questi sono la vera sorgente del rispetto umano!… Si temono le osservazioni, gli appunti, le critiche degli uomini!… Ora perché non abbiamo noi i sentimenti di S. Agostino e non diciamo con lui: « Fate pure di me quel giudizio che più vi garba; per me tutto il mio desiderio è che la mia coscienza non mi accusi innanzi a Dio (Senti de Augustino quidquid libet, sola me conscientia in oculis Dei non accuset – Contro, Secundin. 1. I, c. I ) » . – E necessità indeclinabile per il fedele, il calpestare il rispetto umano. « Bisogna credere col cuore per ottenere la giustificazione, scrive il grande Apostolo, ma per arrivare alla salvezza ci vuole la confessione della bocca » — Corde ereditar ad iustitiam, ore autem confessio fit ad salutem (Rom. X, 10); e al suo discepolo Timoteo inculcava che non si vergognasse di rendere testimonianza al Signore Gesù Cristo e non arrossisse di lui. Paolo, schiavo del medesimo Gesù; ma soffrisse con lui per l’Evangelo, secondo la forza che gliene veniva da Dio: — Noli erubescere testimonium Domini nostri, neque me vinctum eius; sed collabora Evangelio secundum virtutem Dei (II Tim., II, 8). Poi, parlando di se medesimo ai Galati poteva dire con la fronte alta: « Di chi cerco io l’approvazione? degli uomini o di Dio? Forse che mi studio di piacere agli uomini? Se piacessi ancora al mondo, non sarei servo di Dio? » — Modo hominibus suadeo; an Deo? An quæro hominibus piacere? Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem (Gal. I , 10). – « No, dice altrove questo grande Apostolo, io non arrossisco del Vangelo » — Non erubesco Evangelium (Rom. I, 16); « e poco m’importa del giudizio che voi od altri facciate di me » — Mihi prò minimo est ut a vobis iudicer aut ab humano die (I Cor. IV, 3). Non meno chiaramente del discepolo, già aveva parlato il maestro, perché parole formali di Gesù Cristo sono le seguenti: « Se alcuno si vergognerà di me e della mia dottrina, il Figliuolo dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà circondato della sua maestà e di quella del Padre, e degli Angeli santi » — Qui me erubuerit, et meos sermones, huno Filius liominis erubescet, cura venerit in maiestate sua, et Patris, et sanctorum angelorum (Luc. IX, 26). E poi di nuovo: « Chi mi avrà rinnegato dinanzi agli uomini, sarà pure rinnegato da me in faccia al Padre mio che è nei cieli » — Qui negaverit me coram hominibus, negabo et ego eum coram Patre meo, qui in cælis est (MATTH. X, 33). Ascoltiamo dunque l’avviso d’Isaia e non spaventiamoci dell’obbrobrio e delle bestemmie degli uomini: — Nolite timere opprobrium hominum, et blasphemias eorum ne metuatis (ISAI. L I , 7).

6. FA UN ATTO DI CORAGGIO CHI VINCE IL RISPETTO UMANO. — « È gloria grande seguire il Signore, dice il Savio; da lui si avrà lunghezza di giorni » — Gloria magna est sequi Dominum: longitudo dierum assumetur ab eo (Eccli. XXIII, 38). « Perché non rinnegarono il Cristo, scrive S. Agostino, passarono da questo mondo al Padre celeste: confessandolo, meritarono la corona di vita, e la tengono per sempre (Quia Christum non negaverunt, transierunt de hoc mundo ad Patrem; confitendo, coronam promerentes, et vitam sine fine tenentes – In Eccli.) ». Che cosa fece mai di così grande, il buon ladrone, domanda S. Giovanni Crisostomo, di andare così presto in cielo? Volete voi che vi dica in due parole la sua virtù? Udite: mentre Pietro rinnegava Gesù Cristo ai piedi della croce, allora egli lo confessava pubblicamente su la croce. Il discepolo non ebbe coraggio di sopportare le minacce di una vile fantesca; ma il ladrone vedendo intorno a sé tutto il popolo che urlava, schiamazzava, bestemmiava contro il Cristo, non tenne in nessun conto tutto quel baccano; non si fermò alle umiliazioni presenti del crocifisso, ma veduto tutto cogli occhi della fede, non badando alle illusioni esteriori, calpestando ogni rispetto umano, riconosceva nel paziente il Signore dei cieli, e a Lui sottomettendo le facoltà dell’anima sua, ad alta voce e senza paura di essere burlato, esclamava: Signore, ricordatevi di me, giunto che sarete al vostro regno (Homil. de Cruce et latrone). E in ricompensa della sua viva fede, del suo coraggio nel confessarlo in faccia a tutta la folla, senza badare a rispetto umano, ebbe la dolce ventura di udirsi rivolgere dalla bocca medesima di Gesù Cristo quelle consolanti parole: « Oggi sarai con me in paradiso — Hodie mecum eris in paradiso (Luc. XXIII, 43). La forza, la grazia, la salute, la gloria, stanno nel disprezzo del rispetto umano… Chi si mette sotto i piedi il rispetto umano, è padrone di sé, del mondo, di tutte le creature, del cielo, di Dio medesimo… Il Cristiano coraggioso non arrossisce mai di Dio, né della sua religione… In questo coraggio sta la vera gloria… Esso salvò la Maddalena, il pubblicano, il prodigo, il buon ladrone. Se essi avessero dato ascolto al rispetto umano, sarebbero tutti perduti; lo disprezzarono, sono lodati da Gesù e resi gloriosi… I Santi, i più eccellenti personaggi di tutti i secoli, tali divennero perché, disprezzando il rispetto umano, camminarono diritti alla loro via… Imitiamoli… « Se noi soffriamo con Gesù, dice S. Paolo, regneremo con lui; se lo rinneghiamo, anch’Egli ci rinnegherà » — Si sustiuebiinus et conregnabimus; si negaverimus et ille negabit nos (II Tim. I I , 12).« Essi ebbero timore di ciò che non dovevano temere, dice il Profeta,e il Signore spezzerà le ossa di quelli che cercano di piacere agli uomini;furono coperti di confusione, perchè Iddio li ha disprezzati » — lllic trepidaverunt ubi non erat timor, Deus dissipavit ossa eorum qui hominibus placent; confusi sunt, quoniam Deus sprevit eos (Psalm. LII, 6-7). Eccoun triplice castigo per quelli che si lasciano guidare dal rispetto umano perincontrare il genio del mondo: 1° il rompimento delle ossa, cioè la perditadella vita, della felicità, della pace, della salute; 2° la confusione, l’ignominia,la perdita della gloria; 3° il disprezzo di Dio e la riprovazione.

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-8B-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (- 8B-)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO OTTAVO

Beati qui persecutionem patiuntur propter justitiam: quoniam ipsorum est regnum cælorum.

[Beati i perseguitati]

IV

LA VITA RELIGIOSA ODIATA DAL MONDO

FAMIGLIA CRISTIANA

Le vie della salvezza sono molte. Ogni forma e grado di vocazione al servizio di Dio è strada che mena al Cielo. Dio tutti quanti arricchisce dei suoi beni coloro che gli si accostano quaggiù con l’intenzione di essere pronti al suo comando. Non è Egli il distributore della felicità e la sorgente d’ogni gaudio? Qui offre i saggi, lassù, poi, conferisce il pieno godimento dei suoi doni. Basta osservare la famiglia cristiana. È lo spettacolo più attraente e ricco di commozione. Poiché tu vi vedi l’amore nelle sue forme più varie, con le età diverse, i compiti più disparati, le delicatezze che fanno sentire a chiunque la forza della religione cristiana sulla condotta. Fedeltà, che non subisce ombra di seduzione; carità dell’uno verso l’altro; come cosa normale e piacente, più d’un servizio ottenuto, il servigio offerto; gioia scoppiarne dai volti sereni e volontari, perché sempre tesi verso il piccolo o grave dovere. Parlare improntato alla naturalezza semplice e spontanea; godere senza ansietà o foga, lavoro e diporto, sempre come dovere e diritto della vita, senza un pensiero di stanchezza per il primo o di abuso per il secondo. E poiché tutto si svolge in armonia con la divina legge, anche i corpi sono di solito sani. La salute dei grandi è assicurata dalla frugalità, quella dei piccoli dall’obbedienza; quella di tutti dal costume semplice e devoto alla legge austera del vivere a servizio del Signore. La sobrietà sostiene le energie d’ognuno, poiché chi è padrone della gola rinvigorisce la volontà e così raddoppia le forze morali. La delicatezza, che sveglia la sensualità, è cagione di molti disordini e morali e fisici. Tu sai leggere negli occhi, che irraggiano, in codeste famiglie nutrite di Dio, la intima pace nell’equilibrio dei sentimenti e nella intera soggezione al precetto divino. Ma avverti altresì, che sovente accanto a queste vivono le famiglie disordinate e senza legge. Forse che possono esse tollerare il contrasto che le umilia e le urta? Ed eccole in armi per diffamarle, per destare contro di loro il malumore, per dipingerle come singolari e ipocrite e, insomma, meritevoli dell’ostracismo. E spesso anche persone non pessime si accodano a codeste per giustificare la persecuzione contro i buoni, che sono sempre luce fastidiosa all’occhio malato.

CHIAMATE ALL’ALTO

Se poi passiamo dalla onestà familiare alla vita religiosa ed ecclesiastica, scorgiamo anche meglio l’intolleranza del maligno, che rimarrà sempre terribilmente seccato dalla virtù. Si osservi, che le vocazioni ecclesiastiche o religiose comunemente sbocciano dalle famiglie cristiane migliori. Le eccezioni ci sono, ma non sono frequenti e indicano piuttosto una sorta di prodigio che avviene nella coscienza illuminata dallo Spirito Santo. Bisogna riconoscere, che la vocazione spesso anche nelle migliori famiglie desta una preoccupazione avversa. Ma se in questa è per il timore dell’illusione e dell’errore forse irreparabile, nelle altre l’opposizione nasce da ragione d’interesse, come la volontà di guadagno, la speranza di avere nel figlio o nella ragazza un appoggio per la vecchiaia, la vanità e la ambizione, forse anche, d’un buon partito e di avanzare nella scala sociale. L’opporre qualche difficoltà è cristiana prudenza e mira a provare la sincerità della vocazione; ma l’insistenza e l’uso delle forme violenti sono sommamente riprovevoli. Tradiscono infatti la concezione mondana della vita e l’antipatia per queste schiere di anime, che nella Chiesa stanno dal principio della sua storia come strumenti insostituibili a beneficio dell’umanità. Il loro sacrificio infatti è condizione di innumerevoli vittorie dell’opera di Dio. Non si può pertanto ammettere, che un Cristiano sincero opponga resistenza insormontabile ai propri figli, chiamati a dare un così ambito contributo di attività a servizio della Chiesa. – Non il loro amore verso la famiglia s’è spento, ma è venuto ad accendersi un nuovo amore grande per Gesù e per il prossimo. E i figli e le figlie offerti a Dio rimarranno i più disinteressati, tenaci e fedeli nella loro dilezione alla famiglia abbandonata. Oltre a questo, solo essi le daranno il frutto delle loro fatiche, sovente misconosciute e negate, e rappresenteranno la più sicura benedizione. – Il celibato e la verginità, l’apostolato della intelligenza o la carità dei corpi, la dedizione a prò delle vite menomate e inferme, dei deficienti e minorati dalla nascita, sono le prove della vocazione. Ma la radice di essa non è quella che talvolta muove gli spiriti comuni: la pietà verso la miseria umana, la compassione per la disgrazia fisica o spirituale; bensì l’amore di Dio. Soltanto se vibra questo unico sentimento si ha l’energia dell’eroismo. Il quale non ha da fare nulla con quello umano, che dura un attimo e che sa talora più di disperazione che di vera forza, ma l’eroismo della vita eterna. L’eroismo d’ogni giorno d’ogni ora, d’ogni anno sino alla morte.

OLOCAUSTO

Vuoi sentire da una di codeste anime la commozione che la portò alla offerta libera della vita? Leggi santa Caterina da Genova, una patrizia, che conobbe il fasto, ma che seppe anche scoprire l’oggetto dell’amore eterno. – « O anima felice, anima beata che hai gioito di questo amore; tu non puoi più gustare né vedere altra cosa, poiché questa è veramente la tua patria per la quale fosti creata! O dolcissimo amore, sconosciuto, chiunque t’ha gustato non può vivere senza di te! O uomo! Tu, che sei creato per questo amore, come mai potrai contentarti senza questo amore? come essere in riposo, come vivere? Tu trovi in esso tutto ciò che puoi desiderare e con una soddisfazione tanto grande che è impossibile esprimerla né figurarsela. Colui che saprà esprimere bene il sentimento d’un cuore scaldato dall’amore di Dio farà sciogliersi o spezzare gli altri cuori, fossero essi più duri del diamante e più ostinati del demonio ». (Dialoghi., II, 4). È per questo, che le loro opere sono tutta fiamma di carità, tutto splendore di bellezza, e candore di semplicità trasparente e ingenua, giacché nulla hanno da nascondere né da sofisticare. Le opere sono l’espressione irrompente dell’amore più alto, più santo, dell’unico grande amore. Né stupisce allora l’odio con cui satana li perseguita. Ma non avvenga, che Cristiani fedeli si lascino travolgere da istinti umani, non illuminati dalla fede, a contrastare la vocazione. Bisogna saperla difendere, riconoscerla ed esaltarla. Se il caso lo impone, metterla in valore e farne risaltare i meriti religiosi e sociali; essa è una forma comune di incarnazione di Dio, che si ripete nei secoli cristiani a redenzione dell’umanità sempre miserabile e sviata. È il mezzo con cui Cristo riscatta via via la schiava, che misconosce la sua libertà e la vende e prostituisce per un nulla, che sono tutte le soddisfazioni del peccato. La beatitudine di questi eletti comincia subito ora, è un compenso immediato, un premio che noi constatiamo con i nostri occhi. Ma poi li vedremo coronati di gloria e colmati di felicità. Accanto al Martire della giustizia per tutti i secoli. Neque esurìent, neque sitient amplius, nec cadet super illos sol, neque ullus æstus (Apoc, VII, 16). Non proveranno più la fame, né la sete, non sentiranno più l’ardore del sole, né alcuna intemperia ».

V.

PREPARARE I GIOVANI

A BATTERE LA LORO STRADA

Non educate i figli ad alcuna forma di viltà. Questa « beatitudine » dice come si debba essere beati quando s’è presi di mira da una ingiusta persecuzione. L’amore delle giustizia prepara anche codeste sorprese, che poi si risolvono in benefici preziosi e augurabili.

L E STRADE OVATTATE E SICURE

È forse raro il caso di genitori i quali hanno troppa cura di preparare ai loro figlioli tutte le strade ovattate e scevre da fatiche e da inciampi? E notisi, non perché occorra cercarli o provocarli, dato che ve n’ha molti, e vengono da sé; ma per la estrema paura d’ogni disagio e delle più piccole privazioni o rinunce. Devono, secondo il loro modo di concepire la vita, passarla liscia liscia, senza scosse; e a qualunque costo. Ma per garantirsi questa immunità, i buoni genitori non si peritano di acconsentire a compromessi e di indurre i figli ad accettarli sempre che si possa, senza altre compromissioni maggiori. Una tale educazione è errata alla partenza, come già sopra s’è varie volte prospettato. È l’educazione alla paura, alla viltà. Il giovane formato a siffatto metodo di vita, per cui debba calcolare il danno o il vantaggio per giudicare la moralità d’un’azione, sarà uno schiavo, uno spregevole servitore del violento. Anche se farà la posizione agognata, non potrà godere la stima di alcuno (neppure dei suoi padroni), né avrà la coscienza in pace, poiché la vergogna della sua condizione morale lo farà abbietto a se medesimo. – La teoria della soggezione al più forte non è stata insegnata da Cristo. L’evitare i fastidi, le « grane » a tutti i costi, non avvia un giovine sulla strada dell’onore. Ma non devesi mai credere sulla parola colui, che non vi è coerente nell’azione. Mille volte un pane guadagnato a frusto a frusto, che una propina lauta e fastosa, a prezzo della dignità. Se non che il mondo ragiona diversamente; e noi non abbiamo che a tenerne conto, non per compatirlo o seguirlo, ma per giudicare con criteri opposti.

ABITUDINI DI VILTÀ

Una delle forme di soggezione ispirate dalla viltà, consiste nell’adattamento al gergo e alle abitudini di servilismo, che fanno strada nel mondo. Il sacrificio della naturalezza, della spontaneità è un segno evidente di rinuncia e di servilità. Il giovine non ama questi atteggiamenti artificiosi. Egli sente piuttosto piacere ad affermare le sue qualità peculiari, che a farne sacrificio per ottenere protezione o benevolenza. Preferisce la manifestazione spontanea del tipo suo e del suo criterio di vita conforme alla educazione del Vangelo. « Sì, sì, no, no ». Tutto quello che non è in questi termini è per il giovane almeno sospetto d’inganno. Ed egli, poco esperto delle abitudini della vita mondana, ne nutre schietta ripugnanza. Bisogna preparare i giovani alla naturalezza, tanto simpatica; alla chiarezza di espressione e all’affermazione, modesta e misurata fin che si vuole, ma aperta e senza doppiezze. Né questo è singolarità. La legge dell’ordine e della dignità appare presente di continuo nella storia umana, e con Cristo è diventata il patrimonio di tutti i suoi veri seguaci. La persecuzione non ha peso nel conflitto fra la giustizia e l’interesse materiale. Vorrei dire, che colui il quale ama la giustizia ha gusto di trovare malagevole la strada che ve lo conduce. È il piacere dell’amore difeso e onorato; è la soddisfazione di vedersi la meta agognata; e il premio antecedente la stessa vittoria. I giovani sani entrano facilmente in questo criterio e giudicano secondo una vena di moderato eroismo e di ragionata ostentazione. Nutrono un chiaro disprezzo della persecuzione, come mezzo di sopraffazione della giustizia. Ed è testimonianza della rettitudine di quelli i quali non sono ancora compromessi con il male. I giovani appaiono il documento vivo delle tendenze della natura ed essi ci si presentano piuttosto con carattere di indipendenza e di una spiccata personalità. Poi le circostanze vengono ad attenuare e tanto spesso anche a soffocare l’impulso alla spontanea affermazione di essa. Occorre pertanto, che i genitori e gli educatori si guardino dell’insegnare ai giovani la strada delle timidezze e dei compromessi. Che cosa può essere per loro di maggiore soddisfazione, che degli allievi capaci di guardare la vita in faccia e di affrontarne le difficoltà con animo generoso? Naturalmente per questo necessita la disposizione di sopportare sovente anche il danno. O forse una tale prospettiva deve intimidire un animo cristiano? Non posso vincere la tentazione che mi prende di citare una pagina biografica di Newman, per dimostrare come fosse la sua linea spirituale. Essa portava in sé tanto fermento di quelle novità, le quali ebbero benefico influsso nella sua patria e fuori. La cito per mostrare quanta fosse la semplicità di questa grande anima. Essa fu ben lontana dall’equilibrarsi e dalle decisioni diplomatiche proprie degli spiriti angusti e divorati dall’ambizione. Osservate attentamente dove si appiatti la sollecitudine di far bella figura e di adattarsi, di proporzionarsi, e di conquistarsi il buon nome e le riverenze. « Chiunque — scrisse l’indomani della morte del cardinale uno dei suoi amici più intimi — chiunque ha seguito con attenzione la carriera del Newman, ha dovuto sentirsi colpito da questo tratto del suo carattere, la naturalezza, la viva e libera semplicità con la quale egli parlava ad un amico o esprimeva la sua opinione, l’assenza di ogni sorta d’affettazione e di formalismo. Doveva talvolta, per necessità, portare le insegne della sua dignità (negli anni della sua maturità era cardinale); si poteva scorgere insieme la piena obbedienza all’autorità che gli imponeva la porpora, ma anche la sua impazienza sorridente, per vedersi vestito di tanta maestà. Non accoglieva come amici particolari se non coloro con i quali potesse (come si dice) parlare in manica di camicia; e giudicava con severità un amico troppo cerimonioso e formalista. Tutto ciò che avesse un sapore di unreality, ogni pomposità, solennità di portamento, affettazione, lo impazientava. Ma più che tutto lo disgustava quando lo si faceva oggetto d’una ammirazione beata. Lui, un eroe, un profeta; la sola idea lo faceva andar fuori dai gangheri ».

INCOMPRENSIONE NEI FELICI

Come accadde, tale atteggiamento gli procurò fastidì e incomprensioni. Ma non è anche questo affrontare in qualche senso la persecuzione per amore di giustizia? Davanti agli esempi, che poi nella vita appaiono ripugnanti, di ricerca della simpatia, dell’ossequio e della popolarità a qualunque prezzo, questo criterio di condotta è veramente evangelico ed anche perciò sommamente imitabile. Una dama, con la quale egli aveva scambiato qualche lettera, venne a visitarlo a Oxford, mentre era ancoa anglicano. Ne fu delusa e ne scrisse in tono modesto a Newman, come « per raggiustare i lembi del suo sogno », dice Bremond nella meravigliosa biografia psicologica del grande uomo. Ecco la risposta. « Quanto a me. siate sicura che, se voi tornerete a vedermi, tutto sarà esattamente come l’altro giorno. Io non sono affatto, ma niente affatto venerabile e nulla mi può rendere tale. Io sono come sono. Somiglio a chiunque altro, e, dove non ci sia male, non ho ragione per astenermi da pensieri e da sentimenti uguali a quelli di chiunque. Io non posso parlare come un libro, ciò che qualcuno fa senza sforzo. Non fatevi delle idee e sbagliate sul conto mio. Chiunque mi conosce, non sogna neppure di soffocarmi con segni di ossequio e di deferenza. È il mio desiderio più caro e la mia supplica, che nessuno mi tratti così. Non fui mai su un piedistallo, né ho mai ricevuto inchini. Non li potrei tollerare. Per dire tutto, io ho la debolezza di ricevere duramente coloro che a me vengono con un atteggiamento di deferenza ». E questo, se sa un poco dell’orso, quanto insegna ad un mondo che affoga, non dico nelle dichiarazioni di quel rispetto che è d’uomini consapevoli dei rapporti sociali, ma nelle esaltazioni, ipocrite e nelle corrispondenti dimostrazioni di soggezione, che dicono spesso perfettamente il contrario di ciò che è dentro l’animo. Sicché « beati i perseguitati per amore di giustizia » e di verità. Beati quelli i quali sopportano volontariamente il peso della loro sincerità e della semplicità del loro costume; quelli che dicono ciò che hanno dentro, che fanno ciò che il dovere e come il dovere impone; ma che insieme sono soddisfatti del frutto della fatica, senza enfasi, smorfie e viltà. E non sarà dunque lecito ripetere: « Beati i perseguitati » anziché i fortunati? Con questi è il mondo in tutte le sue forme basse e piccine, con quelli è il Vangelo di Cristo Signore, che fu il vessillifero d’ogni schiettezza, il nemico d’ogni ipocrisia. Che egli salvi i suoi dall’inganno del formalismo. Nei rapporti sociali essi siano maestri di semplicità e di sarà  verità a servizio della carità.

VI.

SARÀ IN CIELO LA PIENA BEATITUDINE

GRAZIE AL MEDICO DIVINO

Tutte le considerazioni venute su dal cuore e distese in queste rapide pagine, sincere fino all’evidenza, hanno un valore relativo. Che cosa miriamo con esse, se non a temperare un’arsura, ma senza l’illusione di soddisfare la nostra sete? – È pertanto una sorta di ricerca di calmanti, che sappiamo essere effimeri, questo nostro sforzo. Non rimane tuttavia senza effetti promettenti. Il dolore attenuato non affatica troppo, non stanca, non arresta la salita della vita. E il calmante consente di arrivare alla meta. Ciò che importa è la natura della medicina. Non deve essere per altre vie nociva. Ma se davvero sana è, se è fatta di ingredienti utili e combinati abilmente, così da conservare le proprietà iniziali e da concordare ciascuna al comune scopo, siano benedetti la medicina e il chimico, che l’ha spremuta dal suo ingegno. Non possiamo noi pertanto ringraziare il Signore Gesù? – Le « Beatitudini », riferite da Matteo nella forma compiuta e che io ho preso a meditare, sono il calmante e la medicina prodigiosa, che il Cuore di un Dio fatto nostro fratello, ci ha ammannito come mezzo di energia e di saggezza, nella vicenda di questa nostra esistenza, dove si incontrano fattori di bontà, di bellezza, di gioia e di incoraggianti promesse, insieme ad elementi purtroppo deprimenti, sconfortanti e talora disperanti. Queste otto parole del Signore ci furon date a tale fine, di renderci il peso leggero e la soddisfazione sufficiente, di svelare il pericolo per farci atti a superarlo felicemente, di rafforzare la nostra resistenza per andare incontro a tutte le forme del dovere senza sbandare dalla paura, dall’incertezza o dal panico fatale. L’averle meditate e studiate lungamente, sotto i diversi aspetti, che la vita nostra di questa epoca singolare ci offre, ne ha certo rivelato un succo di salute, di forza e di costanza. Sentiamo, spero, che non siamo esseri sperduti su questo pianeta, per la crudeltà d’un Creatore insensibile alle nostre difficoltà c alle debolezze della natura. Avvertiamo, al contrario, di essere vigilati assistiti carezzati da un occhio attento benevolo e amoroso. Sappiamo chiaramente e sicuri, che quest’occhio è guidato da un cuore sommamente buono e caritatevole, da una volontà potente e decisa di plasmare gli stessi esterni avvenimenti secondo un piano di benevolenza paterna.

ALLE EDUCATRICI

Non posso nascondere un’altra circostanza riguardante la nascita di questo libretto. Esso fu scritto per invito della Presidenza dell’Unione Donne di Azione Cattolica. Benché lo svolgimento non abbia rispettato i limiti intesi da essa, il mio intento di somministrare alle Donne della nostra amata Patria un sussidio, pur tenue, per aiutarle nel compimento della loro missione mi pare in certa misura raggiunto. Ho avuto sempre davanti agli occhi questa donna italiana. Essa ha il merito di conservare nel mondo il primato della religiosità familiare e della morale cristiana. Di essa possiamo concepire le speranze migliori per l’avvenire, poiché nella sua grande maggioranza si mantiene salda e compatta intorno ai principii di vita emananti dal Vangelo e che ci vengono inculcati dalla nostra Madre Chiesa. L’essere la nostra la famiglia più prossima alla Sede del Vicario di Cristo, ne fa quasi un vessillo e un emblema che Egli possa talvolta mostrare al mondo. Voglia Iddio, che essa perseveri e migliori su questa sicura strada, collaudata dai secoli e benedetta da Dio. La tradizione cattolica della famiglia, checché se ne dica, all’eco di certi pregiudizi, che traversano i tempi ma non intaccano la verità, è la più aderente al pensiero di Cristo, dalla Chiesa conservato puro e intatto. L’unica Nazione al mondo, forse, nella quale il divorzio non ebbe il più modesto successo, fa onore alle sue donne e queste la onorano. [Purtroppo questo primato è stato perduto vergognosamente per l’opera ed il contributo dei cani muti, delle jene vestite da agnelli, i falsi prelati massoni della quinta colonna infiltranti la Chiesa ed usurpanti cattedre e istituti religiosi, che hanno minato dalle fondamenta il tempio cattolico morale e dottrinale italiano e mondiale, travolgendo donne e famiglie in primis … alberi marci dai frutti bacati e corrotti, servi dell’anticristo insediati nei sacri palazzi dell’urbe …- ndr. -]. Esse sono eccellenti per la robustezza del buon senso, che respinge, nel suo insieme, la procacità di mode straniere; per la serietà dell’amore alla casa, curata nel casto solco dei più austeri principii; per il culto della Religione, nella quale essa trova il sostegno massiccio e lo stimolo acuto per ogni dovere; per la sodezza del metodo educativo, sicché i figli loro, nonostante tutte le deficienze, crescono in un ambiente di sano amore, di rispetto scrupoloso, di austerità serena e parca ad un grado unico. A codeste donne, spose e madri o educatrici che siano, questo libretto sulle « Beatitudini » è dedicato. È scritto per esse. Venne steso con l’occhio di continuo fisso su di loro, come per scoprire i rapporti, i richiami, gli echi che dalla mirabile pagina del Vangelo passano alle guide della nostra gioventù. Talvolta l’argomento ha costretto lo scrittore a indugiare su temi particolarmente vasti e implicanti fenomeni più sociali, che familiari; tuttavia anche queste pagine offriranno all’occhio attento e allo spirito accorto della lettrice, posata e lenta, lo spunto personale atto a svegliare in cuore una sollecitudine rilevante e opportuna. Il cuore sovrattutto avrà modo di trasalire talvolta e di sentirsi tutto preso, in talune considerazioni, dove la responsabilità della educatrice risulta maggiormente impegnata. Anche i punti scabrosi e delicati verranno tuttavia osservati con occhio sereno e comprensivo e daranno il frutto inteso. Ma sappiamo bene che tutto questo non si limita a quaggiù. Che cosa sarebbe la nostra appassionata sete di felicità, se dovessimo contentarci di una misura così ristretta e che non esclude il sospiro insaziato?

LA META SOVRANA

Noi guardiamo assai più lontano e più alto. Teniamo l’occhio volto al Cielo dove le ansie si placano e i desideri vengono appagati infinitamente. Al Paradiso mirano le nostre aspirazioni senza limiti e senza rinunce. Al Paradiso volano dì per dì i nostri pensieri, dove sappiamo quante anime, a noi ben note, sono giunte e ci aspettano con l’affetto diventato più retto, più disinteressato, più intero. A quelle miriadi di spiriti, che a Dio offersero il frutto della loro fatica di quaggiù, noi pensiamo e sospiriamo, umili e fidenti. Beatitudine piena è soltanto in essi. Donde l’asprezza della nostra è scomparsa, rimanendo soltanto gli elementi positivi di soavità gaudiosa… Lassù i poveri sono diventati i ricchi effettivamente e con assoluta interezza; perché il Signore ha consegnato loro tutto il suo patrimonio di felicità. I miti sono riconosciuti per tali e amati e onorati. Posseggono tutto e tutti nel gesto della loro benignità compiacente e longanime. Dio li onora. Lassù, i dolenti sono consolati, così da ringraziare il ricordo del male sofferto e da benedirlo. Lassù i famelici e gli assetati di giustizia vedono effettuato il loro sogno siffattamente da sentirsene colmi e ripagati in misura pigiata, scossa e strabocchevole. Oh! i mondi di cuore sentono quanto bene si sono opposti al sudiciume di questa terra, dove la mondezza era guardata come angustia di cuore e inettitudine al godere. Ora vedono capovolti i criteri e avvertono da lontano i gemiti dei pentimenti tardivi e delle impossibili resipiscenze. L’Agnello è fissato dai loro occhi ed essi lo seguono per sempre in una dovizia di appagamenti ineffabili, e cantano l’Inno che solo dice alfine la loro trionfale vittoria. Dio lassù chiama suoi « figli » i pacifici. L’aver lottato per mettere pace nel mondo li fa sovrani e centro di ammirazione. La loro pace interiore li rende luminosi di una luce che tutto vede giusto e dolcemente in Dio. E tutti gli spiriti celesti gridano ai perseguitati della terra: « Orsù, possedete e godete il Regno dei Cieli; è vostro per diritto di conquista e Dio ve lo dona in tutta la sua vastità… Avete ben combattuto e siete coronati ». – Qui, pertanto, abbiamo un piccolo e sufficiente saggio della ricchezza e lautezza di Dio; lassù il possesso pieno. Al Cielo teniamo dunque levato l’occhio. Il Cielo è fatto per tutti. Gesù ha detto che « è in noi », per farci intendere questa nostra destinazione superiore e definitiva. Esso è lo sviluppo del bene, da questa vita sino ai confini dell’altra, dove ha compimento. Il suo segno è la felicità. « Io vi dissi queste cose, affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia perfetta ». Il più miserabile degli uomini non disperi della sua fortuna, egli « ha ancora un regno intero ». – Nel Cielo il bene sarà soddisfazione, ma non senza nuova speranza. Dal suo interno il bene posseduto ha uno sviluppo continuo e proporzionato al merito di ciascuna anima beata. Ora tutto questo è difficile e oscuro. L’unione con Dio stabilitasi quaggiù, si farà più «sensibile» e goduta, più totale. «Ci sono tante dimore nella casa del Padre mio », ha detto il Signore. Ciascuno di noi troverà la « beatitudine » alla quale si è andato preparando in questa vita di prova.

« E la carità rimane ».

[Fine]

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-8A-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (- 8A-)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO OTTAVO

Beati qui persecutionem patiuntur propter justitiam: quoniam ipsorum est regnum cælorum.

[Beati i perseguitati]

I.

LA PROVA DI FEDELTÀ

Ma sapeva il Signore, che i suoi seguaci in tutti i secoli sarebbero stati colpiti dalla calunnia, dalle malvagie accuse, dalla persecuzione in vasta misura? Egli lo leggeva nell’avvenire con il suo occhio infallibile e anche nella sua personale esperienza. Poteva perciò ammonire con senso paterno i pochi intimi. La folla anche se avesse ascoltato una simile profezia non l’avrebbe saputo intendere nel suo giusto senso, e si sarebbe scandalizzata. Agli intimi darà spiegazioni. Tuttavia anche la folla ascolti, e tutti, perché in seguito non si ritengano ingannati o illusi. – Desiderano essi vivere quaggiù come la turba? Beati non saranno mai; qualunque sia per essere la loro accortezza. Intendono essi di assicurarsi un avvenire sicuramente felice? Siano capaci di affrontare anche la persecuzione. Malevolenza, calunnia, tormenti morali e anche fisici, come darà lui medesimo esempio tra breve, Su codesta strada, siano certi, troveranno la beatitudine, che non soffre diminuzioni.Saranno beati, non soltanto perché Dio nell’altra vita ha modo di premiare ogni sacrificio compiuto per Lui, ma proprio qui, come inizio visibile della eternità felice. – Non è proprio vero, che soltanto dopo questa esistenza tormentata, assente da ogni agio, spesa totalmente e austeramente per il bene, arida, fredda, oscura, malmenata e appesantita dal malvolere di molti, possa riceversi da Dio la prova del suo compiacimento. Anche ora il giusto è sovente scoperto, riconosciuto, premiato. Egli non sempre ne sarà consapevole; ma qui gli uomini sanno indovinare la bontà, anche se non sappiano essere buoni sempre.

UN’ANIMA

Leggo il titolo di alcuni capitoli della mirabile vita di santa Elisabetta d’Ungheria, langravia di Turingia. « Come la cara santa Elisabetta fosse cacciata dal suo castello coi suoi teneri figli e ridotta all’estrema miseria; e della ingratitudine grande e crudeltà degli uomini inverso di lei ». « Come il misericordiosissimo Gesù consolasse la cara santa Elisabetta nella sua miseria e nel suo abbandono, e come la dolcissima e misericordiosissima e clementissima Vergine Maria venisse a istruirla e fortificarla ». « Come i cavalieri di Turingia facessero pentirsi il langravio Enrico della sua fellonia e rendere giustizia alla cara santa Elisabetta ». – Tutta la storia della santa si può intuire da questi argomenti. Perduta la potenza con la morte del marito durante la crociata, essa cade vittima del cognato. È ammirabile la sua condotta in questo frangente. Cacciata di notte dalla sua casa, insieme ai figli, essa si reca alla chiesa dei cappuccini, che era aperta mentre si cantava mattutino e fa intonare per carità il Te Deum di ringraziamento al Signore per la sorte toccatale. – Ma il Signore non l’abbandona e presto viene la rivincita. Se poi questa non fosse venuta, la sua vittoria era piena e nella coscienza di tutti i buoni, dei quali il giudizio morale soprattutto conta, e nella propria coscienza, la quale conta anche maggiormente. Non occorre di più in questa misera esistenza terrena. La nostra posizione è necessariamente incomoda. Il mondo essendo posto « totus » nel maligno, che cosa possono pretendere coloro che aspirano invece a servire Dio? – Lo spirito del mondo è l’antitesi dello spirito di Dio. Anche prima di Cristo era così. Chi aspirava a giustizia, era considerato come nemico. Non lo si legge di Aristide? Fu bandito da Atene perché i suoi concittadini erano stanchi ed annoiati di sentirsi ripetere, che egli era « giusto ». E di Socrate pure si legge, che fu condannato a bere la cicuta, perché aveva insegnato troppo assiduamente di amare la virtù. – Il mondo è un campo di battaglia nel quale la luce combatte contro le tenebre, il bene contro il male; chiunque si sforza di propagare la luce e di fare il bene, lavora a vantaggio di Colui che fu detto Sole di giustizia. Come il mondo potrà tollerarli? Se volessimo recare esempi, quanti mai ne avremmo nella storia dell’umanità! Abele fu perciò ucciso da Caino; Abramo fu visto di malo occhio dai Cananei, perché fu il primo ad onorare il vero Dio; Isacco perseguitato da Ismaele; Giacobbe da Esaù; Giuseppe dai suoi fratelli, che lo vendettero, simulando che fosse stato divorato dalle fiere, ma le fiere erano essi. – E Gesù Signore fu soppresso dai Giudei, fratelli di sangue. Sicché san Gerolamo commenta: « Un giorno non mi basterebbe se volessi enumerare in quanti modi gli empi prevalgono quaggiù sui giusti e li opprimono ». (Com., in Habacuc). C’è anche la storia della Chiesa, ci sono le vite dei Santi, per somministrarci esempi. Ma chi non ne ha esperienza personale? Non perché ciascuno si possa sentire Santo; ma perché ogni volta che uno fa sinceramente bene, incontra ostacoli, che invece non incontra allorché seconda lo spirito del demonio. « Ho amato la giustizia, ed ho odiato l’iniquità, diceva sul letto di morte il Papa Gregorio VII, propterea morior in exilio ». E la persecuzione può venire da ogni parte, anche dalle meno pensabili.

DIO È MEDICO

La persecuzione prende anche le forme meno solenni e visibili e agisce sullo spirito sottilmente, copertamente, con gli effetti del fiele da cui una vita può essere disfatta senza apparire. Dai prossimi più intimi, nella stessa tua famiglia, nel tuo gruppo sociale, con il quale dividi gli ideali e la sorte dell’apostolato e del sacrificio, nel respiro della medesima fede. E forse questa è la più acre e avvelenante. La più difficile da concepire e da tollerare. Nondimeno il Signore soccorre, medica, consola, sostenendo sino all’estremo. E gli effetti per l’anima sono veramente sostanziosi. Una purificazione senza pari, un consolidamento della fiducia in Dio solo, una più chiara visione dell’intervento di Lui, una più massiccia decisione della volontà d’aderire con pienezza a Dio. Gaudio dell’anima ringiovanita e fatta più castamente ardente per la virtù. « Dio è medico, dice sant’Agostino, è tu hai ancora qualche infezione. Tu gridi, ma egli ha ancora qualcosa da potare. Ed egli non leva la mano sin che non ci sia qualche cosa, secondo il suo giudizio, da togliere. È medico crudele quegli che si lascia commuovere dai lamenti del paziente e perdona alla ferita e all’infezione. Osserva le madri: con quale energia esse trattano i loro piccoli nel bagno, per la loro salute!… Difettano forse di tenerezza? Tuttavia i loro bimbi gridano, ed esse non li ascoltano. Così il nostro Dio è pieno di carità, ma pure non sembra che ci ascolti, per guarirci e risparmiarci nell’eternità ». (Enarr. in Ps., XXXIII, 16). – Tutto questo non scusa i persecutori. È Dio mirabile nella sua arte di prodigioso utilizzatore del male a beneficio dei suoi. Ad essi Egli dà così, per via solo a lui praticabile, la beatitudine, che è un bene senza confine e senza pari. Piuttosto che lagnarci, facciamo d’essere fra i perseguitati anziché fra quelli che perseguitano, fra le vittime piuttosto che fra i carnefici. Siamo, sì, strumenti in mano al Signore, ma a servizio della virtù e non del vizio. Qui è meglio ricevere che dare. Poiché dare è frutto di cattiveria, ricevere è atto di adesione al Signore, che apprezza l’accorta virtù di chi si piega senza colpa a sopportarne il peso e il castigo.

II

NON DIAMO PRETESTO AI PERSECUTORI

Ci sono Cristiani i quali porgono ai maligni il fianco alle critiche e alle persecuzioni? Ci sono. È una delle conseguenze della umana fragilità. Si aderisce ad un grande ideale di vita, e si rimane indietro alla retroguardia di tutte le infermità morali, onde è tempestata la nostra esistenza quaggiù. Aneliti sinceri ma facili, cedimenti incresciosi e d’ogni dì.

I PRETESTI CI SONO

È vero, che talora passano, come aderenti a Cristo, anime dannate e che a Cristo offrono il segno della loro considerazione, calpestandone la legge e negandone i principi di vita. Disertori dall’esercito pacifico dei suoi veri seguaci, si fanno belli del suo nome e dei meriti dei fedeli per accaparrare profitti. Negatori delle sue verità, si adornano, data occasione, della fragranza delle parole del divino Maestro e della sua Chiesa. Usano della conoscenza, che ne hanno, attraverso la buona educazione, per coprirla di ingiurie e perseguitarla con la calunnia. Traditori come Giuda, ve n’ha ancora e quanti… Son questi i più pericolosi fra i persecutori, perché sono informati delle fragilità umane, che anche i migliori debbono portare con sé giorno per giorno. – I loro metodi di persecuzione hanno del diabolico. Con la negazione delle fondamentali verità della Fede, accoppiano il disprezzo e il ridicolo. Sicché sovente presso il pubblico ignaro giungono ad ottenere l’effetto di uno stupore e di un disagio umiliante e deprimente. Vi sono poi i trascurati. A questi guardano i primi, per dire a colpo sicuro, che la Fede è da cercare fra le donnette, ma che non esiste neppure più in troppi membri della Cristianità. Poiché le loro povertà di opere li fa insignificanti parti della società; soprattutto la deficienza della carità verso i bisognosi, li fa oggetto di facile critica ed esposti alla demolizione della loro sincerità di fedeli. La carità in vero, è la prova della convinzione d’appartenere al Corpo mistico di Cristo. Lo si può affermare ed insegnare, ma se le opere non corrispondono, e il bisognoso dell’elemosina e della indulgenza e comprensione morale fa difetto, a che serve la stessa Fede? Sicché costoro sono una autentica zavorra della comunità della Chiesa e forniscono il pretesto di polemiche e di persecuzioni.

NON LE RAGIONI

È pur vero, che Gesù nostro Signore ha insegnato che fossimo « perfetti » come lo è il Padre. Ed è questo l’ideale splendente che irraggia su ogni novella anima, dall’istante che viene irrorata dalle onde battesimali. La giovinezza di molti poi si svolge nell’atmosfera di purezza c di ardore, che li fa aderenti ad esso e li cresce nel dolce clima dell’amore delle cose alte. Ma in seguito viene la prova delle tentazioni, delle seduzioni mondane, le insidie di cui si incaricano con il Demonio anche la carne e il mondo. Parecchi cedono presto all’assalto, non proprio interamente; ma si fanno tiepidi, fiacchi, esitanti al sacrificio, che la battaglia impone. Che cosa volete dire contro la condotta della guerra se il soldato, anziché entusiasmarsi del coraggio del capitano, si intimidisce e abbandona il posto? E Gesù è il capitano in questa resistenza al male, e son degni di lui tanti suoi rappresentanti, da lasciare nell’insieme dei militi la più schietta ammirazione. Ma i deboli non difettano e la loro condotta offre motivi di critica e di maldicenza. Sono anime non affatto indegne della divisa che vogliono portare, ma c’è della zavorra nella loro condotta e, se occorre riconoscerla, bisogna altresì dare aiuto e protendere loro la mano, invece di gravarla sulle accuse ed esporli alla irrisione dei malevoli. Stimolarli, spingerli avanti con l’esempio più schietto di calore, di fervore, di santa letizia. Anche da queste constatazioni, che talvolta affiorano nella cronaca quotidiana ed entrano nell’ambito della conversazione di famiglia, la mamma accorta sa trovare argomento per sollecitare le volontà alla interezza della fede consapevole e vissuta. Le mezze misure del tiepido Cristiano sono tradimento della verità e di Cristo stesso, sono frode alla buona fede e tranelli contro il prossimo e illusione nociva a chi le va perpetrando. Le debolezze della vita morale devono essere battute in breccia con chiarezza di portamento consapevole e non scusate o velate al proprio occhio. La pietà ipocrita non serve e danneggia sempre. Si faccia tuttavia ben rilevare la bassa astuzia del persecutore, che abusa di ombre, incolpabili ai singoli, per oscurare lo splendore della veste, che orna il corpo mistico di Cristo. La Chiesa soffre di codeste cattiverie, ma il suo dolore è vivo soprattutto per il danno che colpisce gli ignari scandalizzati e le anime stesse dei colpevoli. Ogni Cristiano senta la maternità della Chiesa e se ne serva nei frangenti più difficili quando il tiepido scivola nella ingratitudine. – Il Cristianesimo si presenta al mondo come una potenza di elevazione spirituale. Non soltanto il suo Fondatore ha giustificato un tale concetto, ma tutta la sua storia ne è una dimostrazione. Gli effetti del suo lavoro nei secoli sono troppo evidenti; e, benché il peso delle fragilità umane venga ogni momento a gravare sui settori secondari della sua attività, sono palesi le elevate mète raggiunte, la nobiltà di schiere di anime, la distinzione di tanti suoi membri, l’efficacia stimolante per le folle che ne vissero. Oggi si tende a sopravalutare le deficienze della media e la esiguità del suo successo complessivo sulla vita sociale.

LA PIÙ GIUSTA REAZIONE

Questa tendenza antistorica, è il massimo argomento in mano ai negatori e agli illusi fondatori di una certa nuova religione mitica e psicologica. In ogni tempo ci furono fuggiaschi dalla Fede di Cristo. Non ci furono tra gli Apostoli stessi? Eresie, che travolsero intere regioni, vigoreggiarono per secoli. Scismi durano ancora e di proporzioni formidabili. Ma che cosa valgono nei riguardi della essenza del Cristianesimo? Non prevarranno « le porte dell’Inferno ». Le vicende particolari non contano. E pare, che due mila anni possano bastare a provare la consistenza intima e la divina protezione su di esso. I frantumi che lo circondano servono a dargli rilievo. A noi si impone di non servire codeste deviazioni dei giudizi degli uomini. Spetta ad ogni fedele di Cristo il dovere di compiere le opere della virtù con tutta quella perfezione, che esige il servigio di Dio. In tal modo offriremo al mondo l’esempio di cui ancora ha bisogno per ravvedersi e migliorare. Come sarà grande la nostra gioia lassù, allorché il Signore ci riceverà coronati dalle spine della persecuzione, che se non gli altri, noi a noi medesimi avremo confitto intorno alla nostra fronte, per amor suo e dei suoi fratelli! Ci sentiremo invitati ad accostarlo, a sedere a Lui vicino, a godere della sua intimità, poiché l’avremo in qualche senso meritata, vivendo quaggiù nella sua sequela più umile e disagiata. – Ma intanto intorno ai servi buoni si sviluppa un alone di vera simpatia, che attira al Signore e alla Chiesa gli sviati, gli ignari, quelli che soltanto per errore si erano allontanati dalla strada del bene. La virtù così praticata porta alla beatitudine di un efficace apostolato. Conferisce alla somiglianza viva con Gesù. Non sarà consolante di poter esclamare come alcune anime sante hanno fatto quaggiù: «Signore, se sono piccolo e fiacco, la mia energia l’ho spesa tutta per te! ». – Che cosa peseranno allora le calunnie, le ingiurie, le persecuzioni, quando tutto sarà messo a chiaro e ognuno si renderà conto del premio offerto da Dio alla nostra piccolezza? Santa Giovanna d’Arco, in un dramma letterario, a un certo punto chiede: « Signore, tu, che hai preparato questa contrada, dimmi quando essa sarà alfine pronta per ricevere i tuoi santi? Quanto tempo dovrà ancora passare, o Signore, quanto tempo? ». Sappiamo, ormai, che tocca a noi di essere questi santi. Quando ci decideremo a farci tali?

III

COME I SANTI AFFRONTANO LA PERSECUZIONE

CONCEZIONE AGONISTICA

Parliamo di cose irreali? Dove sono i segni d’una prova, che Iddio sia per chiedere ai suoi seguaci? Non occorre essere informati in misura particolare, per conoscere quanti popoli siano nel crogiolo della durissima prova della loro fedeltà al Cristo Signore. Le persecuzioni sono permanenti qua e là contro la Chiesa Cattolica. Ora è una nazione ora è l’altra; mentre essa benefica tutte le nazioni e consola tutti i popoli guidandoli alla salvezza, per la via della civiltà. Le sue vittorie son queste. Fin che essa è in grado di sostenere la fiducia nel bene, che è il dovere verso Dio e verso il proprio Paese, la Chiesa si dichiara soddisfatta e contenta di soffrire su quella strada feconda. Ma ciascuno è pure impegnato personalmente a sostenersi in faccia alle prove, che sono le opposizioni dello spirito del male e le seduzioni che esso esercita contro di noi. Non è una prova permanente questa? Non siamo noi così senza respiro nella persecuzione? Chi non rimane quasi permanentemente in stato di allarme, domani sarà con probabilità uno sconfitto. La battaglia è ingaggiata dal principio del mondo. La prova è d’ogni istante. La resistenza deve essere costante e vigile. Salda la convinzione della verità e delle sue basi storiche. Chiari i fondamenti razionali e le prove comuni, per sostenere le piccole obbiezioni quotidiane. Crescente l’impegno e l’accortezza per conoscere le ragioni della condotta della Chiesa e le difficoltà, che essa incontra qua e là. Soldato consapevole dei suoi doveri e delle difficoltà da superare, deve oggi insomma essere il fedele di Cristo. Se non che combattere è atto dello spirito e questo ha da essere nutrito e sostenuto con cura. Indichiamo tre atteggiamenti necessari allo scopo di sostenere la parte d’un saggio milite di Cristo. Innanzi ogni altra cosa un vivo senso d’umiltà.

ALCUNI CONSIGLI

È tanto facile convincersene, quando uno osservi le proprie insufficienze in cento aspetti della giornata intima e del lavoro. L’umiltà è un giudizio veritiero della propria condizione. I doni di Dio, le buone opportunità in cui siamo venuti a trovarci, la riuscita di questo o di quest’altro affare, sono in gran parte da attribuirsi ad altri che a noi. Chi se ne esalta dimostra di non averne rilevata l’origine. Splendori effimeri sono certi modi di intendere la propria consistenza morale e intellettuale. Fuochi fatui sono certi sogni fioriti soltanto nella fantasia. Quando io sono sincero con me medesimo e non tengo conto delle lusinghe o delle facili adulazioni, sento la mia povertà e mi stupisco della considerazione che presso taluni posso forse godere. Riflettiamo, che l’orgoglio allontana le simpatie e l’umiltà ci concilia quella degli Angeli e Dio ci ama. Riconosciamo il suo potere e la sua volontà; siamo soggetti ai suoi comandi senza inani proteste; siamo pronti ad accettare i doveri, i posti, le responsabilità che Egli ci affida ed egualmente disposti a rinunciarvi. Docili così, non può che rallegrarsi con noi e compensarci in proporzione. Come l’orgoglio che è il principio d’ogni peccato » (Eccli., X, 15), così l’umiltà è il piano su cui tutte le virtù si possono erigere. Cara virtù, che attira altresì la benevolenza degli uomini. Essi non sono mai minacciati nei loro possessi o materiali o spirituali dall’umile, e da questi ricevono esempi di remissività, di indulgenza, di bontà. L’umile non si appropria nulla da alcuno e riconosce a ciascuno il suo. E questa è la condizione prima di godere buona pace col prossimo. La seconda condizione per sostenere efficacemente la persecuzione è la piena confidenza in Dio, per cui si rimette a Lui la difesa della sua causa e non si reagisce con alcuna delle forme usate dagli uomini del mondo. Come fece il Signore. Si legge nel salmo XXXVII: « Sono diventato come un uomo che non ode e che non ha parole di risposta nella sua bocca. Poiché in te, Signore, ho poste le mie speranze; e tu ascoltami, Signore Dio mio ». – « Il Signore, scrive sant’Agostino, ti mostra ciò che devi fare, se la persecuzione si abbatte su di te. Tu cerchi di difenderti e nessuno ti presta ascolto. Eccoti colmo di turbamento, come se avessi perduta la tua causa: nessuno ti difende, nessuno reca testimonianza in tuo favore. Ma se l’accusa ha prevalso contro di te, ciò è soltanto davanti gli uomini: pensi tu che così avverrà anche al tribunale di Dio, dove la tua causa deve essere trattata in appello? Quando avrai Dio per giudice, tu non avrai altro teste che la tua coscienza. Tra essa e questo giusto Giudice, non temere nulla, se non la tua causa. Che questa non sia cattiva e tu non avrai né accusatori da temere, né difensori da sollecitare ». (Enarr., in Ps. XXXVII, 16). – Questo richiamo alla sovrana giustizia di Dio, capace di correggere qualunque umano errore, è sommamente consolante. Esso ci porta a concepire un assoluto abbandono in Lui, anche fra le laceranti angustie e le delusioni dalle quali l’umana accortezza sia incapace di liberarci.

METODI GLORIOSI

Non dico neppure, che la fiducia in Dio miri ad ottenere questo intervento risolutivo a nostro vantaggio. La fiducia deve avere un altro oggetto. La santa Chiesa non intende ottenere, pregando, la immediata fine della persecuzione; sebbene che la intenzione del Signore, il quale è sempre Padre, sia raggiunta nel miglior modo per la sua gloria e per la salute dei suoi figli. Altrettanto dobbiamo fare noi. Fiducia nella bontà di Dio. In Lui ci riferiamo in ogni tribolazione con la speranza della salute dell’anima, raggiunta con quelle forme e con quei mezzi, che siano di suo gradimento. Sicuri, come rimaniamo in qualunque frangente, della sua saggezza e del suo paterno amore. Lasciamo fare a Lui, che conosce i nostri bisogni. – È per questo atteggiamento del tutto superiore alle capacità dell’uomo, privo di grazia, che le persecuzioni contro la Chiesa, furono di costante profitto persino a molti dei persecutori. Questi strumenti della rabbia di satana e, in diverso senso della divina giustizia, furono sempre così vivamente colpiti dalla sovrumana serenità dei veri Cristiani, dalla loro accettazione del male senza reazioni violenti e ribelli, che sovente ne trassero l’unica conclusione naturale: essere la Chiesa alimentata da un succo divino, i suoi fedeli nutriti da una forza superiore, e la sua missione condotta a termine a dispetto di tutte le più disperate risoluzioni, dalla mano stessa del Signore. È la gloria dei Cristiani nel mondo: d’essere sovente oggetto di odio e di non mai odiare. Anzi di insegnare, con una assiduità e una fermezza che in certi frangenti della sua storia stupisce, che occorre amare gli stessi nemici. « Diligite inimicos vestros, benefacite his qui oderunt vos et orate prò persequentibus et calumniantibus vos » (Mt., V,. 44). – Lo stupore del mondo rimane sempre questa generosità senza uguale nel suo dominio. Si legge di san Francesco di Sales, il quale ebbe a dichiarare a chi lo offendeva atrocemente, che se gli avesse pur cavato un occhio, non avrebbe potuto impedirgli di guardarlo dolcemente con l’altro. Questo stato d’animo è innanzi tutto ispirato dall’amor di Dio, che sa e vede e protegge i suoi, poi dall’amore del prossimo e dall’istinto dell’apostolato, che alberga in ogni cuore di Cristiano. Per questo ognuno si considera « pescatore d’uomini ». Orbene il pescatore con l’amo non attira pesci se lancia sassi. Sappiamo dunque aspettare che si accostino e siano così presi senza violenza.

[Continua …]

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-7B-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (7B)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO SETTIMO

Beati pacifici: quoniam filii Dei vocabuntur.

[Beati i pacifici perché saran chiamati figli di DIO]

III

IL SEGRETO DELLA NOSTRA PACE

DISTACCO

Chi tiene il cuore avvinto ai beni di questa terra non può aver pace. Se giovane, è insaziabile di soddisfazioni, di ambizioni, di piaceri; se vecchio, è intollerabile e disperato per tutti gli acciacchi inerenti alla sua età intermedia, spasima fra quello che sfugge e quello che non può raggiungere ed è infelice. L’uomo, così fremente d’insani desideri e di avidità incomposte, si trova in una condizione in cui nessuna cosa al mondo lo può saziare. Il sogno supera sempre la capacità di acquisto. È quindi in un tormento che non lascia requie, che logora la fibra fisica e deprime le energie morali. Qui è giocoforza richiamare le parole del Signore intorno al seme, che per svilupparsi ha bisogno di essere messo nel solco e di morirvi. Soltanto allora cesserà di essere solo e si moltiplicherà. Così l’uomo, il quale con gesto deciso della sua volontà, si stacca dai sentimenti, che lo fanno schiavo delle circostanze della vita, dai suoi comodi, dalle sue ambizioni, dai suoi sogni e si decide di vivere con la maggiore docilità alla volontà di Dio, volgendosi dove Lui vuole, desiderando di fare ciò da Lui gli viene indicato, sarà in pace con se stesso e con la vita. Nulla giustifica la schiavitù degli uomini soggetti alle cose; e neppure si può lecitamente parlare di stoicismo e di buddismo a proposito della rinuncia cristiana. Quelli sono una spinta egoistica di liberazione da tutte le sollecitudini presenti, questa è al contrario suggerita al fine di adempiere con scioltezza i più ardui e difficili doveri ad onore del Signore e a bene del prossimo. Fare per Lui è un titolo che ci eleva, fare secondo il suo beneplacito è una condizione spirituale che ci garantisce contro ogni slittamento verso l’ignobile interesse. Appare chiaro, che, per lo schiavo volontario e abituale dei piaceri mondani, non ci sia via di salvezza, senza il sorgere nel suo cuore d’un nuovo oggetto d’amore, che faccia scendere sotto l’orizzonte della sua vita l’antico pianeta. Ma esso deve riuscire talmente attraente e splendido da non poter essere che Dio e la sua gloria. A questa condizione l’uomo sarà salvo.

INDIPENDENZA

Chi è responsabile d’una famiglia ha il dovere di provvedervi. Ma forse, che occorra per questo farsi ligi e incatenati alle cose materiali? Queste han da servire noi, non viceversa. E l’amore di Dio è veramente prodigioso nel darci l’indipendenza perfetta anche nel possesso d’ogni bene. « Nihil habentes et omnia possidentes ». La scioltezza e la libertà dei movimenti, anche fra gli interessi più urgenti, sono prerogativa delle anime care al Signore e che al Signore mantengono la loro fedeltà. Tutto basta e a tutto hanno attitudine; sembrano concentrate nelle cose di Dio e ti sanno trattare i più disparati affari della terra. Non è così dei religiosi e delle religiose, sovente? Ma questo accade anche tra le nostre migliori mamme e i nostri Cristiani solidi e più uniti al Signore con isacramenti. Il senso giusto della pietà, conferisce anche quello giusto dei doveri della vita presente. Osserva pure i Santi fondatori. Sono gli uomini più pratici e produttivi che si conoscano. San Vincenzo de’ Paoli? San Carlo Borromeo? Don Bosco! Potevano dare molti punti ad industriali di grande nome. È vero, che anche più generosa era la Provvidenza divina con questi amici, fiduciosi in lei sino all’inverosimile. Ma anche le situazioni più scabrose essi seppero superare in serenità stupenda. Dio c’è bene per tutti, se vogliamo confidare in Lui. Si tratta di chiedergli questa magnifica virtù, propria dei figli di Dio. La pace allora ravvolge tutta l’azione nostra e ci fa tetragoni alle vicende più strane. Non si meraviglia dell’odio, che divora tanto sovente gli uomini; ma sa, che per questo essi vivono nel disaccordo e nella tribolazione. Dice san Giovanni Crisostomo, che « colui il quale attende a pacificare i fratelli, fa nella terra o città sua l’officio che la natura ha dato ai nervi del corpo, cioè di unire le membra e trarre l’uno all’altro per la loro salute. Ma questa virtù non ha forza se non in quei che prima vivono quietamente con se stessi. Altrimenti darebbe da ridere alla gente colui che volesse persuadere ad altri la mansuetudine e la tranquillità della mente, ed esso fosse veduto per ogni minima ragione adirarsi ».

LA PREGHIERA DI FAMIGLIA

Se la indipendenza dalle preoccupazioni eccessive della vita materiale è condizione di pace, non bisogna fermarsi tuttavia a questa, poiché è condizione solo negativa. Il segreto della pace dello spirito è l’unione con Dio. La quale è naturale attraverso la preghiera Che potenza d’azione abbia in sé la unione col Signore, quale forza di reale progresso sia la invocazione animosa e costante del divino aiuto, e come per suo mezzo l’anima religiosa si affini, si rassodi, si confermi nei propositi di bene, ognuno sa. La famiglia trova la sue serenità in questo appoggiarsi di tutti i giorni, di tutte le speranze, in tutte le angustie, sia con la preghiera privata e individuale, che con la collettiva, sul petto di Dio. La madre pia è il maggior tesoro della casa. Pia nel senso di una alta capacità di stare con Dio, di respirare con Lui, di abbandonarsi in Lui in tutte le contingenze della vita. Pia per una abbondante cognizione degli elementi fondamentali della fede e dei nostri doveri verso Dio, centro dei cuori e delle menti. Una moglie e madre pia, in tal senso luminoso e attraente, è una energia, una guida, un vessillo, che i familiari seguono con devota riconoscenza. Dove è intelligenza e soprattutto cuore ed equilibrio si va con fiducia, con rispetto e gratitudine lieta. Nessuno può a ragione parlare di bigottismo, nessuno di superfettazione o di gravame sullo spirito dei piccoli; poiché lì è l’anima più ariosa e serena, la parola più sensata e prudente, l’iniziatrice dei diporti che danno respiro nel compimento del dovere particolare. La donna che si raccoglie intorno la famiglia per la preghiera, è il centro d’una scena che non si circoscrive al momento, ma rimane e si svolge durante tutta la giornata e, vorrei dire, la notte. Ciascuno sul lavoro o nel riposo si sente parte di quel gruppo familiare e oggetto di quella energia materna (poiché anche il marito è da questo lato spirituale un poco il figlio di sua moglie) che non sospende mai il suo incarico di plasmatrice delle coscienze dei suoi. E vivono in questa atmosfera e dentro quella luce e in quella dolce temperie d’affetto. La preghiera così non è psittacismo vano e noioso, ma vibrazione di tutta l’anima e nutrimento di tutti gli strati della coscienza. Chi può ardire di spregiarla? Bisognerebbe disprezzare l’educazione stessa. Poiché la madre cristiana tutti gli aspetti della vita fa servire ad alimentare il senso del divino presente e attivo: nella natura, che in città è meno sentita, ma possibile con qualche accorgimento; nel cuore individuale, dove il giovinetto già avverte un mondo di cose in fermento: nell’intelletto, di cui Dio col suo Figlio Gesù, il rivelante, è stimolatore e guida in ogni lato provvida; nella stessa vita sociale, iniziale nel piccolo, m a influente sugli altri, Dio è rilevabile assai utilmente, con l’occhio del cuore d’una madre accorta e vivace. Sentire Dio è adorarlo, è servirlo, è diventarne apostolo. Sulle ginocchia di codeste madri, davvero si formano i figli atti a consolarne in seguito gli anni dell’inerzia forzata, ma nei quali si gode il gradito frutto della passata fatica. Di questa chiara pietà, che noi veneriamo nelle nostre mamme, riconosciamo il potente riformatore nella preghiera liturgica, dove parla di continuo Dio con la voce della Chiesa, maestra di pensieri, di fervori, di sentimenti equilibrati, di alte aspirazioni morali. L’ascoltare la Messa per la madre diventa un giornaliero arricchimento dello spirito e un colpo di leva di tutte le capacità educatrici.

IV

I PACIFICI SOMIGLIANO A DIO

L A PACE DI DIO

Perché mai ognuno di noi è preso dall’ammirazione per colui che offre il tipo d’una vita serena e tranquilla? La serenità è manifestazione di una padronanza di sé, che non si incontra frequentemente fra gli uomini. La serenità, intendiamo, che non è incoscienza e difetto di comprensione delle responsabilità della vita; ma quella la quale, malgrado il peso e le difficoltà di ogni giorno, ci rende atti a reprimere gli impeti della natura impaziente e ribelle al disagio e ci mantiene calmi, consapevoli e costanti. È la saggezza maggiore, quella per cui uno sa dire a se medesimo con sicurezza, che a tutto v’è rimedio. Viene dalla retta coscienza, nella quale la difficoltà non ha avuto origine colpevole; viene dall’innocenza in cui sta la ragione della attesa tranquilla, nella fiducia che gli avvenimenti si svolgeranno così da porre in rilievo la rettitudine. Dio è in pace con se stesso infinitamente; nessuna vicenda umana o dell’universo lo sorprende né lo turba; tutto gli rimane esteriore, essendo dentro di sé sconfinatamente pacifico e coerente. La sua unità fa sì che in Lui non sieno complicazioni di sorta; non si possano verificare contrasti o collisioni fra sentimenti opposti; non avvengano frizioni, né esitazioni di giudizio; non si rivelino incertezze nelle decisioni, le quali sgorgano da una intelligenza che è volontà, da una intuizione che è verità o aderenza perfetta ad una realtà ben nota in tutti i suoi intimi meandri, nelle sue stratificazioni e nelle sue esterne manifestazioni. L’unità di Dio esclude tutto ciò che può, in qualche misura e in determinati momenti, provocare squilibri o disaccordi. È pertanto una sola armonia la sua vita intima e misteriosa. Le tre Persone Santissime sono della medesima natura e sostanza. Le manifestazioni, che interessano noi, non hanno in sé possibilità di conflitti.  Tutto è concepito, esaminato e voluto nella più limpida omogeneità di un pensiero, che è completo e semplice, comprensivo nel senso più vasto, compatto e armonico. L’armonia di Dio nasce dall’amore che lo alimenta. Essendo tutto amore, Dio non può subire effetto di contrasti, di dissapori, di gelosie, di disparità di vedute, di dissimiglianza di gusti, di aspirazioni dissonanti, di sogni disuguali. L’amore è la forza unitiva, senza altri elementi che esso medesimo, svolgentesi nelle mille direzioni, che importano la ricchezza della sua vita interiore e delle sue espressioni vitali nel mondo umano e universale.

LA LEZIONE ALLE MADRI

Anche la immutabilità di Dio è coefficiente della sua intima pace. Perché noi facilmente mutiamo? Perché son pochi gli intelletti così vivamente intuitivi atti a cogliere con tutta prontezza il punto della verità e così coerenti da non subire influssi distraenti dal centro d’interesse. La nostra incapacità ci induce a diffidare di noi, anche quando avremmo ragione di rimanere tranquilli; la nostra instabilità ci porta a tremare ed esitare anche allorché potremmo ragionevolmente essere fermi nella scelta fatta e nella decisione fissata. Ma poiché in Dio non sono codeste incertezze e sarebbero irragionevoli in Lui, ecco la inconcussa pace e perfetta linearità e l’immutabile armonia nella sua vita molteplice e unica, milliforme e costante, sconfinatamente ricca e compatta. Il Signore è ammirabile. Eppure noi dobbiamo studiarci di imitarlo. Nessuna vanità in noi, ma neppure alcuna pusillanimità. Nessuna ragione di orgoglio in tanta nostra miseria, ma neanche puerile in certezza. Dio ci vuole riflessivi, poiché siamo fragili e parecchio ottusi, ci vuole umili, ricercatori modesti di consiglio dalla saggezza di chi ci guida, ma più dalla invocazione dello Spirito Santo. Fiduciosi e sereni, sino ad un totale abbandono in Dio e nella sua protezione. Il Signore può ben insegnare alla buona mamma come resistere contro la indisciplina interiore, che porta a mutar decisione ad ogni difficoltà. Chi governa ha il dovere d’essere molto lento a prendere certi provvedimenti senza lasciarsi impressionare, intimidire, turbare; ma preso che l’abbia, deve restare fermo e calmo nell’attuazione. Le esitazioni irragionevoli, le incertezze che vengono dai nervi tesi, non sono fatte per ispirare fiducia nei familiari. L’educatrice possegga un poco della fissità di Dio, come è tenuta a tornirsi della sua preveggenza. Il Signore soccorre la fatica della buona madre e la illumina. Come saprebbe superare certe giornate di angosciosa trepidazione? Durante una malattia, in un periodo di ribellione di un figliolo, nel turbamento cagionato dagli affari del marito, in un esperimento amoroso d’una ragazza: la madre mantiene il dominio su di sé e con mano ferma segue il corso dell’incidente, o lo gira oppure lo sconvolge e annulla come la prudenza le suggerisce. Ma il centro d’ispirazione rimane unico, immoto, sicuro, frutto di prove più o meno fortunate, ma tali da aprire l’animo alle suggestioni della saggezza. Lo Spirito Santo ha la sua funzione. Chiediamola a Lui, il quale, sollecito del nostro bene temporale ed eterno, ci richiama i suoi dettami di vita. E anche Gesù Signore è con noi. Non forse ci invitò sin dalla sua comparsa quaggiù ad avere fiducia, che egli provvederà al alleviare il nostro bisogno? « Jugum meum suave est, et onus meum leve » (Mt., X I , 30). Se sappiamo trasformare il disagio in titolo di merito per aderire a Lui, ecco che Egli lo allevia e lo rende gradito e soave. Sicché ciò che costituiva motivo di affanno e di pena, diviene vincolo più intimo e valido a servizio del bene. E dove era urto di sentimenti e più acerbo attrito di considerazioni, apparisce come per prodigio, una ragione di aderenza al Signore.

IMITARE DIO

Questo è secondare la sua santa volontà e renderci simili a Lui. Infatti la somma azione di Dio sulla nostra esistenza presente è la mutazione del male in bene; in questo settore della nostra prova ci facciamo a Lui somiglianti. Per altro sappiamo, che la nostra pace sta nella capacità di fare il suo volere. Nel quale è conforto e requie. Figli di Dio sin d’ora pertanto. Figli del suo potere e del suo dolore. Figli della sua volontà di perdono e del suo generoso amore. Noi passiamo sul medesimo sentiero della sua vita terrena e lo imitiamo nell’opera di redenzione delle anime nostre e dei fratelli. Nella atmosfera di pace in cui respiriamo così, noi solleviamo i nostri cuori dalle miserie che ci fasciano tutt’intorno e ascendiamo su verso le regioni del sereno perpetuo. Per altro non possiamo vivere isolati da Lui. La sua paternità opera sempre e noi non siamo in grado di scostarci. Figli suoi dobbiamo essere. Perché mai sottrarsi ad un amore tanto benigno e consolante? Quale vantaggio potremmo avere dal contrastare con Lui? Il Signore ci vuol possedere per nostra fortuna. « Nemo enim nostrum sibi vivit et nemo sibi moritur. Sive enim vivimus, Domino vivimus, sive morimur, Domini morimur. Sive ergo vivimus, sive morimur, Domini sumus » (Rom., XIV, 7-8). – Non mai siamo indifferenti per il Signore; poiché Egli ci ha fatto per Lui e non mira ad altro, che a conquistare la nostra libera decisione. La via sua abituale è quella dell’amore; e noi saremmo ben scarsi di intelletto se lo costringessimo ad usare, a suo dispetto, la via dell’asprezza e del castigo. Queste non si confanno al suo gusto. Siamo figli amorosi d’un Padre infinitamente amabile. Siamo dunque ansiosi di servirlo, di vivere per Lui; siamo fedeli agli impegni da Lui impostici, alla obbedienza da Lui intesa, alla rettitudine giustamente pretesa e la prodigalità del suo cuore ci farà sperimentare quanto bene ci voglia. Dio entra in ogni individuo per una porta diversa. Ma perché impedirgli di entrare? Che guadagno ne ricaveremmo? Non lo Tediamo ogni giorno? E non vale meglio la pace del cuore, che non ogni fatuo e illusorio bene del mondo? Facciamo pace in noi, teniamo pace con Dio, diventiamo sempre più figli suoi. A che disperdiamo il nostro tempo nel rincorrere le cose di questa povera esistenza? Non vediamo quanto poco esse hanno da offrirci e come il poco è vano? E come non avvertire, dopo alcuni esperimenti, che tutte insieme non riescono ad appagare la insaziabile fame dei nostri cuori? Perché non cercare ciò che si proporziona a questa fame? La mancanza di pace di tanta umanità viene da questo errore. Non vogliamo in noi almeno correggerlo?

V.

LA VIRTÙ SECONDO L’INDOLE DEL GIOVANE

I PACIFICI

Dapprima questi sono indotti ad amarla come per istinto di natura. Sono inesperti e quindi timidi. Osservano con curiosità la vita e vedono che è infestata da pericoli da ogni lato. Nella scuola, sul lavoro, nella compagnia dei discoli e dei violenti. La stessa vigilanza dei genitori e dei superiori suggerisce loro il desiderio d’essere sempre in pace con essi. È bello. Risulta anche utile. Dà soddisfazione a tutti. Perché impennarsi nell’alterco e destare conflitti? In pace si è sereni, si lavora, si è ilari. La coscienza dice, che in questo stato si meritano anche le benedizioni del Signore. – L’esempio dei grandi serve loro di confronto. Dove incontrano bizze, risentimenti, vendette, malignità sentono d’istinto la repugnanza d’ogni animo gentile; dove scorgono dominio di sé, benevolenza, generosità di perdono, cura della serenità con tutti, prudenza di rapporti soprattutto con i più sanguigni spargono gioia così da travolgere anche i meno pacifici. I giovani tendono a vedere la vita con la letizia di cui hanno inondata l’anima e le sorridono perché per essi è una grande promessa di felicità. Non si convincono delle parole che mirano a metterli in guardia contro le facili illusioni. Sorridono, quasi, delle pitture fatte a tinte fosche che loro narrano le delusioni, i tradimenti, gli inganni seminati dovunque, i trabocchetti disposti ai piedi di ogni esistenza giovanile. Rimangono un poco scettici, e par che dicano: Vedrete, che io non vi cascherò! Tutto armonia, bellezza, promesse di riuscite e di vittoria. L’ingegno è pure un fattore di speranze senza fine. La ricchezza o l’agiatezza vi coopera. La salute florida ne è un elemento principe. Pare al giovine, che potrà conquistare e trionfare senza grandi difficoltà. Pacificamente. Serenamente. Pare frutto della incoscienza dell’età, ma lo è, se mai, della natura.

MILITIA EST VITA HOMINIS SUPER TERRAM

Se non che viene l’ora della rivelazione. Gli scontri si effettuano; gli urti si impongono; bisogna, talvolta, per raggiungere la pace col prossimo, accettare la guerra e vincerla con calma, Nascondersi la realtà non è da saggio; e il giovine, senza esserlo ancora, s’avvede di uno svegliarsi di sentimenti non mai provati per l’innanzi. Si desta lo spirito di lotta e la sua intima consapevolezza prende nuove forme. Non è un risveglio gradito, sicuramente. Non può garbare allo animo retto e sincero la scoperta della necessità di lottare contro i doppi e gli ipocriti, o, comunque contro gli ambiziosi, gli irrequieti e i litigiosi. Il giovine non aveva per anco esperimentato l’esistenza di questa necessità nella vita. Ne è seccato. Ha una segreta tentazione di sbarazzarsene definitivamente. Liberarsene per sempre. Ma non è possibile. Bisogna subire  le condizioni della esistenza. Non v’è dunque il pericolo, che appunto queste condizioni corrompano nel giovine la visione della convivenza sociale e lo precipitino d’un colpo nella sfiducia e nella mediocrità? La tentazione è possibile e molte volte vince la inesperta resistenza di chi è sfornito di altri appoggi nella grazia e nella ispirazione superiore della coscienza. Giovani assenti alle pratiche religiose non sono generalmente in grado di superare la prova. Diventano scettici e si abbandonano a quella, che credono ormai essere la legge della convivenza umana. Non credere che all’interesse. Sono giorni neri questi. Un rivolgimento funesto si va come assestando a dispetto della educazione e dello stato d’animo anteriore. Semi di rivolta si sviluppano nel fondo dell’animo, che non aveva conosciuto se non l’adesione calma e schietta dalla disciplina. S’aderge di dentro perfino un senso di avversione a tutto il complesso educativo dal quale ebbe la sua formazione. Un sollevamento pauroso di mal umori, di dispetti, di antipatie, di intolleranze. Il cuore della madre, che deve essere guida in tali momenti, non dovrà dimenticare all’ultimo posto le voci della fede. Lo affidi il suo figliolo al ministro di Dio; glielo presenti con compiutezza di informazione; gli dia i suggerimenti opportuni affinché Egli possa penetrare l’anima scossa e darle quel soccorso caritatevole ed accorto, che sia proporzionato al caso. La crisi morale è crisi di coscienza e di fede. Tutta la vita interiore è compromessa. Ma la vittoria non è né impossibile né difficile. Se il giovine capisce la sua condizione e si serve dei mezzi che la grazia gli offre, potrà uscirne non soltanto bene, ma con profitto vero. Il suo passo si farà più celere sul sentiero del bene e la pace ritornerà nel cuore. La esperienza nuova lo avrà rassodato nell’apprezzamento del valore delle forze spirituali e della religione. Saprà, che l’anima s’arricchisce nel crogiolo della prova. Non la temerà per l’avvenire, quando immancabilmente tornerà. Ma dovrà trovare condizioni ben differenti; poiché la pace fatta di conquista, ha un pregio assai superiore a quella sussidiata solo dall’ambi ente. È una armonia acquistata passo passo, briciola per briciola con l’animo. Il quale sente fermentare dentro una pena acuta e salutare, tendendo con ogni cura all’alto, in una serena speranza di riuscita. Grazie a questo atteggiamento di umile fiducia il giovane, anche in seguito alla vittoria, si manterrà consapevole della sua lunga battaglia e delle proprie debolezze, supplite dalla attiva presenza del divino. L’umiltà e la diffidenza di sé accordata alla fiducia in Dio, lo salveranno.

IL CUORE CHE VINCE

Poiché egli rapidamente si orienta poi e riprende contatto con il suo mondo con sicuro ardire e col sorriso dell’animo, che aveva conosciuto le trepidazioni e le angosce. Fortunate le madri, che sanno essere così vicine e benefiche alle loro creature! Esse veramente sono di continuo rigeneratrici e sostegni, con abnegazione senza limiti e riposo. Il loro cuore vede, sente, compassiona e riesce a scoprire la via della energia, che si moltiplicherà e manterrà la saldezza dell’azione. Chi si scontra con un simile giovane potrà essere causa di disagio, ma non più di irritazione e di conflitto. La pace lo rese pacificatore. Gli somministrò gli elementi per rasserenare ogni spinto o almeno per renderlo innocuo. Tanta è la interna armonia che non può ammettere di smarrirla per cause  comuni. Al più, un avvenimento grave e preoccupante lo farà pensieroso e gli darà il tono severo delle grandi sollecitudini; non mai lo farà agitato e convulso, irritato e intollerante. Sappiamo, che soltanto colui il quale non ha il cuore avvelenato dalle eccessive cure del mondo, degli averi e del piacere, dispone della forza che vince queste battaglie. Ha la mente fissa ne’ suo proposito di equa considerazione delle cose e degli interessi di quaggiù. Non se ne lascerà smovere. Perché mai giocherebbe la sua pace per la perdita di qualche cosa di un pregio così limitato? E l’esempio suo avrà effetto e farà scuola intorno. La forma d’apostolato, che gli si offre, è più di fatti che di parole. Convincerà ognuno, che sia sincero, della santità delle sue idee, mostrando la pace e il dominio di sé, di cui è capace. C’è in fondo a codesti spiriti una tensione verso le cose celesti. E sono pertanto anime eroiche. Personali, costruttrici, ferme, ricche di risorse per fazione, ornate di una robusta volontà, e utili a sé ed ai loro prossimi.

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-7A-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (7A)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO SETTIMO

Beati pacifici: quoniam filii Dei vocabuntur.

[Beati i pacifici perché saran chiamati figli di DIO]

I

I PACIFICI PORTANO PACE

La definizione di Sant’Agostino è classica, perché compiuta e perfettamente chiara. « Pax omnium rerum, tranquillitas ordinis— la pace d’ogni cosa è il riposo nell’ordine » (De civ. Dei, XIX, 13). Occorre pertanto un doppio elemento: l’ordine e il riposo in esso. Chi nutrisse un segreto istinto a sconvolgere l’ordine in cui vive, non possederebbe la pace, né saprebbe diffonderla. Essa impone tre gradini l’uno atto ad introdurre nell’altro: la pace nell’individuo, quella col prossimo, quella con Dio. Ma la radice è al terzo posto. Solo da Dio si inizia ogni lavoro fecondo. L’osservanza della legge nei confronti di Lui ci dà i mezzi per salire alla pace con i nostri simili e per renderci di Dio efficaci collaboratori.

« Pax multa diligentibus legem tuam — molta pace a coloro che amano la tua legge » (Sal., CXVIII). Non può sussistere ordine senza legge. E una legge, priva di autorità e di base chiara e sicura, non ha intima energia. Dio è pertanto l’elemento principe della pace; per questo, che Dio ne è la sorgente, così si chiamano « figli di Dio », in un senso sommamente onorevole, quanti sanno dargli mano nello stabilirla tra i suoi redenti. L’opera di pacificazione si inizia dall’individuo e si compie nella società, Il singolo deve riuscire ad armonizzare, quanto meglio sa, i movimenti dell’animo e deve assoggettarli alla ragione, che ha il diritto di guidare e di sorvegliare tutti gli appetiti inferiori. Così si stabilisce il regno spirituale dell’ordine, come mè voluto da Dio. Tutto un lavoro di rinuncia di repressione, di sorveglianza attiva è necessario. Ubbidire e rinunciare a tutto ciò che contrasta con la volontà di Dio, con la luce della quale occorre rischiarare la ragione nostra. Le coscienze illuse, che amano di mantenere un impossibile equilibrio tra la legge di Dio e quella del mondo, dettata da satana, e cercano di inchinare quella e di sorridere a questa, sciupano la loro i pocrita fatica.

LA VERA PACE

Saranno sempre nel turbamento e recheranno con sé, non la pace, ma la loro sottile contraddizione. Un senso di disagio creeranno fra coloro ai quali si vorranno rivolgere, per seminare il dono di Dio. La parola « pace » possiede una vera magìa all’orecchio dell’uomo. Come vivere perpetuamente in contrasto, in litigi, in alterchi? La vita diventa intollerabile all’uomo normale. Perciò ciascuno si proponga di seguire la volontà di Dio. Dall’osservanza di essa nell’obbedienza, promanano beni senza numero. Non è l’obbedienza l’espressione della nostra fiducia nelle disposizioni della Divinità? È il riconoscimento della sua volontà buona e del suo amoroso interessamento per il nostro felice avvenire. Dalla pace non si moltiplicano le più preziose opere dell’ingegno? La civiltà nelle sue forme meglio apprezzabili e universalmente utili, quelle che interessano il lato positivo del vivere civile, non nascono nei periodi turbati dalle diverse forme del sovvertimento, ma nel dominio della pace. Regolata dallo spirito dell’ordine, la vita produce. Nella discordia anche l’animo individuale è sterile per le attività costruttive. Il turbamento contrae l’iniziativa del pensiero e del cuore e isterilisce la volontà. V’è nondimeno chi osa accusare la pace e la difesa di essa come una confessione di debolezza, di acquiescenza davanti al male, di incoraggiamento al disordine e alla sopraffazione. Basta richiamare come il Signore Gesù amò l’ordine e la pace e come li tutelò. Ma è un vezzo condannevole quello di rappresentare i santi più amati per la loro mitezza, come inetti a far valere le ragioni del diritto. Non sarebbero devoti alla volontà di Dio; non amerebbero la sua legge; né agirebbero in conformità alla volontà della sua Chiesa. Come dentro di sé il Cristiano lotta e reprime al fine di difendere l’ordine della legge minacciato dai fermenti del male; così nella vita esterna e sociale egli è tenuto a non sottrarsi al dovere di correggere e anche di punire, per amore di quiete, per desiderio di piacere e di mantenere la pace. Che cosa è una famiglia in cui difetti questo nerbo di energia, imposto dal dover e di incoraggiare il bene e ostacolare il disordine? La pace da Gesù detta fonte di beatitudine non è inerzia e accidia. Essa ama l’ordine e sa difenderlo come imporlo. Il precetto cristiano è equilibrio; instabile ma progressivo; vigilato e deciso. Così nella famiglia l’autorità si esercita e si afferma con un senso di delicata responsabilità. In essa è una forza paterna di bene. E nella stessa Chiesa l’autorità mantiene la pace nell’ordine non senza sanzioni. Poiché essa deve esprimersi fuori nella vita sociale, occorre sia conservato il rispetto della legge, che per far trionfare il bene è costretta a reprimere ogni fomite del male. – Ma con questo siamo ben lontani dall’odio; giacché la pace nell’odio è la ipocrisia più nera. L’autorità secondo Dio deve saper raggiungere la difesa del diritto e della pace, senza ombra di fiele. « Vergine vereconda, scrisse san Bernardo (Modus vivendi ad Sororem, XXXV) ascolta; l’odio separa l’uomo dal paradiso, lo toglie al cielo. L’odio non si cancella per patimenti, per martirio non si purga, non si lava per effusione di sangue; non gli uomini dobbiamo odiare, ma i vizi. Chi odia il fratello è omicida. Chi odia il fratello è nelle tenebre. Non ama Dio, chi odia l’uomo. Tra l’ira e l’odio corre la stessa differenza, che tra la pagliuzza e la trave. L’odio è ira invecchiata; quella turba l’occhio della mente, questa acceca l’occhio del cuore. Sorella amatissima in Cristo; ascolta quel che dico. Se ti avviene di contristare una tua sorella, rendile soddisfazione. Se hai mancato contro di lei, mostrale il tuo pentimento. Se hai dato cattivo esempio, chiedi perdono. Va in fretta a riconciliarti. Non ti addormentare, se prima non hai dato soddisfazione, non ti riposare, prima di esser tornata alla pace ».

PERDONA !

« Se il tuo nemico è umiliato, non te ne rallegrare, onde a te non succeda lo stesso. Ma ti sia dolce dolerti con chi soffre. Compatisci alle altrui miserie, piangi con chi piange. Sorella venerabile, non esser dura e inesorabile. Se alcuno ti offende non gli render secondo la sua colpa, giacché il giudizio di Dio scenderà anche su di te. Perdona per essere perdonata… ». Non di meno il Cristiano, che ama la pace, la deve ottenere senza sacrificio della giustizia e del bene. Il suo compito non è sempre agevole. Talora si preferisce la tranquillità, anziché la reazione, che è difesa della verità e del retto. Sant’Ignazio di Loyola è esempio di questo senso di giustizia. La difesa della sua persona non lo scomodava; ma quella dell’Ordine nascente, sì. E allorché occorse ricorrere ai Tribunali, lo fece senza esitazione e non tollerò compromessi, ma volle arrivare alla piena dimostrazione dell’innocenza. L’indulgenza di fronte a una tiepida ritrattazione sarebbe stata più tardi abusata dai malevoli, per coprire di calunnie la Compagnia, la quale non avrebbe potuto servire utilmente la causa della verità, se non con un nome intemerato. I contrasti pertanto, che fossero imposti dalla tutela del bene, è un dovere affrontarli. L’indolenza nella difesa non è amor di pace, ma preparazione di disordini e di conflitti. È chiaro, che tutta questa prontezza nella reazione contro l’assalto del male, non esime dall’amore del prossimo.

« Uccidete l’errore, amate gli erranti » è la formula giusta e chiara. Non è da tutti certamente questa condotta; non tutti sono in grado di dominare gli impulsi del disordine interiore. Tuttavia è l’insegnamento del Signore, verso il quale è dover nostro di andar conformando la nostra condotta. Per questa via noi ci manteniamo aderenti all’amore del prossimo e non compromettiamo la divina figliolanza che tanto ci onora. Chi ama vivere nella pace e diffonderla largamente, sarà chiamato figlio di Dio. Infatti il Signore è nella pace, perché è nell’ordine. Perfetto l’ordine, perfetta e solenne la pace. La quale in Dio è sommamente attiva e feconda. Dobbiamo tendere verso codesto ordine, per rendere produttiva la nostra vita presente. Purtroppo noi siamo appassionati di pace; ma poiché difettiamo d’equilibrio, abbiamo l’animo sempre tendente alla guerra.

II

PORTARE LA PACE CON LE OPERE

LE OPERE DELLA PACE

Quando tu vuoi sapere quali sieno le convinzioni del tuo prossimo, puoi interrogarlo. Ma la parola non basta a dar garanzia di veracità. C’è un mezzo più aderente e sicuro; quello di osservare il tono delle sue opere. Se opera correttamente e con fine onesto, allora non v’è dubbio. L a sua coscienza è retta e ci si può affidare senza tema. I fatti sono garanti. I sacrifici delle opere buone sono testi che non soffrono smentite. Sono appunto queste che recano con sé la pace. Nell’individuo sono pacificatrici perché gli danno la prova della sua reale o fittizia armonia con il dovere e con Dio; e nei rapporti sociali offrono modo di accorciare le distanze, di dare la mano a chi è caduto, di accentuare il sorriso dei cuori schietti e devoti. Nella mia personale coscienza mi pacifico davvero, se so di poter dare a me medesimo il documento della mia coerenza. Qualunque sia la ragione del turbamento, l’uomo allora sa di camminare sulla via del giusto e dell’onesto. Se qualche motivo di umiliazione sussiste, ognuno ha i mezzi per riprendersi e ricalcare il sentiero della virtù. Le opere sono davvero impegnative per lui e con efficacia implorano da Dio quegli aiuti straordinari, che fossero necessari. Chi fa il bene « ama » secondo il senso di sant’Agostino e si trova in condizione di rimanere tranquillo e fiducioso. – Le deficienze sfumeranno via via al sole ardente della carità. Io non finisco di lodarmi della funzione delle Conferenze di san Vincenzo, perché vi scopro sempre meglio uno stupendo strumento di bonifica spirituale e di santificazione. I confratelli e le consorelle portano la pace e la moltiplicano dentro di sé. Sono essi gli apostoli della verità nelle opere e i facitori di Dio col sacrificio. Nel silenzio e nella umile prestazione appaiono sempre meglio veicoli di benedizione per le famiglie nelle quali vien dato modo di agire. La serenità dello spirito, la condiscendenza benevola, la comprensione del bisogno la quale è frutto di esperienza talvolta vasta e sicura, la rinuncia al proprio comodo a servizio del povero, la grazia di Dio emanante dal contegno rispettoso e modesto, imprimono nell’azione del Confratello e della Consorella il segno indelebile della pace e così comunicano il massimo tesoro.

FIDUCIA NELLA PROVVIDENZA

Quali dovranno essere le condizioni di spirito necessarie a condurre a buon termine il lavoro di apostolato, pur essendo estranei alla gerarchia ecclesiastica? Credo, sia la fiducia nella Provvidenza. Non spaventarsi e non spaventare. È chiaro, che noi ci troviamo davanti a prospettive mai pensate. Come sarà per risolversi questa crisi, non siamo i n grado di prevedere. Siamo tuttavia sicuri, che lo sarà nel senso voluto da Dio. Ebbene questa certezza è tale da farci sereni e tranquilli. La storia ci insegna qualcosa. Tutti gli attacchi diretti contro il diritto di adorare che è nell’uomo furono per lui altrettanti preludi di vittoria. Pensiamo ai secoli barbari, allorché scendendo dal settentrione le torme dei soldati, avidi di bottino e di sole, stupiti di bellezza nel nostro paese, abbattevano ogni resistenza con la più paurosa devastazione. – Come risulta dai discorsi di san Gregorio Magno, pareva prossima la fine del mondo. Non era tutto ciò che l’inizio del medioevo, l’epoca del massimo trionfo sociale del Cristianesimo di Roma. Quando Dio spezza un mondo invecchiato lo fa per costruirne uno nuovo e giovane, nutrito di succhi vitali e di speranze. L’apostolo deve sentire questa sicurezza del divino soccorso, anzi della divina azione a servizio della sua civiltà in questo mondo umano, che è suo, che rimane ognora la ragione delle sue manifestazioni esterne e dei suoi diversi interventi nelle cose umane. Come è consolante questa certezza e quanto bene ci fa, mentre la vita scorre agitata e senza un’apparente meta! Da questo senso della presenza di Dio negli avvenimenti umani sgorga il modo e il metodo dell’azione verso gli avversari del proprio pensiero religioso. L’apostolo non è mosso da puntigli personali, da rivendicazioni limitate al proprio interesse; se dunque agisce e soffre per l’attuazione del pensiero divino, soltanto la carità fraterna può essere la forza motrice nei suoi rapporti sociali. La storia ci insegna, che il Cristiano dimentico del precetto della carità risulta inetto alla conquista, seppure sia ricco di talenti. L’ingegno ha un valore secondario, quello che assolutamente pesa è l’amore. Un amore aperto e cordiale, schietto nella opposizione all’errore, quanto rispettoso dell’errante, deciso nel combattere contro ogni forma d’ignoranza, ma con il garbo suggerito dal senso della comune fragilità e incompiutezza. Il rispetto delle forme e la interpretazione favorevole delle parole, conducono alla riuscita, attraverso la convinzione dell’avversario e la sua conquista alla verità alfine riconosciuta. Dove al contrario entra l’orgoglio o il semplice amor proprio, l a verità viene negata e vilipesa.

CARITÀ CORTESE

L’apostolo cristiano deve guardare all’umanità contemporanea come il samaritano del Vangelo. Essa, incamminata verso le mete indicate da Cristo, fu assalita dai ladroni, che la ferirono gravemente e la derubarono dei suoi tesori più apprezzabili, quelli contenuti nella fede cristiana. Quando i sacerdoti di Cristo, veri ministri di Dio, le si sono avvicinati per aiutarla, ella nel delirio li respinse con male parole, con ingiurie e villanie. La nostra missione è d’accostarla di nuovo, di esaminarne le ferite, di versare su di esse l’olio delle fraterne parole, dell’incoraggiamento cordiale. Può darsi, che essa, aperti gli occhi, e resasi consapevole dell’errore, o, comunque, scorgendo al suo fianco facce diverse e benigne, ci accolga cortesemente e ci ascolti. È possibile, che l’apostolo, cresciuto in una famiglia religiosa, si senta urtato se venga a contatto di certi ambienti e gruppi sociali? Egli incontra orgoglio fra la gente istruita, fatuità nella gente del mondo, ossessione del godimento brutale dei sensi nel povero popolo. M a sta appunto nel sacrificio del sentimento personale e del proprio gusto, un titolo di gran valore per possedere i n cambio l’anima del prossimo. Minore è la personale soddisfazione e maggiore sarà la probabilità di riuscita. L’umiltà dell’apostolo lo fa superiore e vittorioso. Che se la difficoltà è per il momento insuperabile, se la nostra fatica pare annullata e vuota di efficacia, sappiamo, che Dio tien conto d’ogni sforzo e lo fa fruttare sicuramente, allorché la sua misura sia stata raggiunta. In ogni caso sia larga la seminagione della verità. Sia appoggiata ad una vita coerente e fedele, generosa e schietta. Gli spiriti testimoni della solare lealtà d’una vivace fede personale, sono destinati a diventare il migliore sussidio dell’apostolo. Essi si comunicheranno le loro impressioni, le loro esperienze, le conclusioni delle loro indagini, e, vinto il senso di repulsione, imposto dal pregiudizio di parte, a grado a grado verso la verità. E Dio ha vinto. L’affermazione che oggi dobbiamo saper propagare deve essere la certezza sperimentale che il Cristianesimo è insostituibilmente necessario all’umanità.

[continua … ]

Cardinal H. E. Manning: LA CRISI ATTUALE NELLA SANTA SEDE (5)

Henry Edward Manning

LA PRESENTE CRISI ATTUALE DELLA SANTA SEDE (5)

[annunciata dalle profezie]

in 4 LETTURE

LONDRA: BURNS & LAMBERT, 17 & 18 PORTMAN STREET, e 63 PATERNOSTER ROW; KNOWLES, NORFOLK ROAD, Bayswater.

MDCCCLXI.

LETTURA IV (2)

3. Tutto quanto conduce chiaramente ai segni che il profeta ci indica della persecuzione degli ultimi giorni. Ora ci sono tre cose che egli ha registrato. Nella lungimiranza della profezia ha visto ed annotato questi tre segni. – Il primo, che il Sacrificio continuo debba essere portato via; – il successivo, che il santuario sarà occupato dall’abominio della desolazione; – il terzo, che “la forza” e “le stelle”, come le ha descritte, saranno abbattute: e questi sono gli unici tre segni di cui mi occuperò. Ora, innanzitutto, cos’è questo: « togliere il sacrificio continuo »? È stato portato via formalmente alla distruzione di Gerusalemme. Il sacrificio del Tempio, cioè dell’agnello, mattina e sera, nel Tempio di Dio, fu completamente abolito con la distruzione del Tempio stesso. Ora il profeta Malachia dice: « Poiché dall’Oriente all’Occidente grande è il mio nome fra le genti e in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e una oblazione pura, perché grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti. ». Questo passaggio del Profeta è stato interpretato dai Padri della Chiesa, a cominciare da Sant’Ireneo, San Giustino Martire, e non so quanti altri, essere il Sacrificio della Santa Eucaristia, il vero Agnello pasquale che è venuto al posto del simbolo, cioè il Sacrificio di Gesù stesso sul Calvario rinnovato perpetuamente e continuato per sempre nel Sacrificio dell’altare. Ora questo Sacrificio continuo è stato portato via? Ciò che era simbolico nei tempi antichi è già stato portato via. Ma la realtà è stata portata via? I santi Padri che hanno scritto sull’Anticristo e su queste profezie di Daniele, senza eccezioni, per quanto ne so, – e sono i Padri sia dell’Oriente che dell’Occidente, della Chiesa greca e della latina – tutti, tutti all’unanimità, dicono che nell’ultima parte del mondo, durante il regno dell’anticristo, cesserà il santo Sacrificio dell’altare (Malvenda, lib. VIII, c. 4). – Nel lavoro sulla fine del mondo, attribuito a Sant’Ippolito, dopo una lunga descrizione delle afflizioni degli ultimi giorni, leggiamo quanto segue: « Le Chiese faranno gran lamento, poiché non sarà offerta più oblazione, né incenso, né adorazione accettevole a Dio. Gli edifici sacri delle chiese diverranno come tuguri; e il prezioso Corpo e Sangue di Cristo non sarà presente in quei giorni; la Liturgia sarà estinta; il canto dei Salmi cesserà; la lettura della Sacra Scrittura non verrà più intesa. Ma ci saranno tenebre sopra gli uomini, e lutti su lutti, e guai su guai. (S. Hyppolito, tributus liber de consum. Mundi,  § 34). Allora, la Chiesa sarà dispersa, ricacciata nel deserto, e sarà per un certo tempo – così com’era all’inizio – invisibile, nascosta nelle catacombe, nelle tane, nelle montagne, nei luoghi d’agguato; per un certo tempo sarà spazzata via, per così dire, dalla faccia della terra. Tale è la testimonianza universale dei Padri dei primi secoli. È esistito per il passato qualcosa che si possa definire un preludio o  un antecedente di un evento del genere? Guardiamo verso l’Est: la superstizione maomettana, sorta in Arabia, travolse la Palestina e l’Asia Minore, la regione delle Sette Chiese, poi l’Egitto, il nord dell’Africa, la patria di Sant’Agostino, di San Cipriano, di Ottato e infine penetrò in Costantinopoli, dove presto divenne dominante; in ogni luogo ha perseguitato e soppresso l’adorazione e il Sacrificio di Gesù Cristo. La superstizione maomettana in questo momento usa come moschee una moltitudine di chiese cristiane, in cui il Sacrificio continuo è già stato portato via e l’altare completamente distrutto. Ad Alessandria ed a Costantinopoli sorgono chiese costruite per il culto cristiano, in cui non è mai entrato il piede di nessun Cristiano da quando il Sacrificio continuo è stato spazzato via. Sicuramente in tutto questo vediamo – almeno in parte – il compimento di questa profezia; al punto tale che molti interpreti considerano Maometto essere l’Anticristo e che perciò nessun altro debba venire. Senza dubbio egli era uno dei tanti precursori e prototipi dell’Anticristo che dovevano mostrarsi. Esaminiamo ora il mondo Occidentale: è stato forse in qualsiasi altra terra, più che in esso, portato via il Sacrificio continuo? Ad esempio, in tutte quelle chiese della Germania protestante che erano un tempo cattoliche, dove veniva offerto quotidianamente il santo Sacrificio della Messa? – o in tutta la Norvegia, e in Svezia, Danimarca e metà della Svizzera, dove ci sono una moltitudine di antiche chiese cattoliche? – o in tutta l’Inghilterra, nelle cattedrali e nelle chiese parrocchiali di questa terra, che sono state costruite semplicemente come santuari di Gesù incarnato nella Santa Eucaristia, come santuari innalzati per l’offerta del Santo Sacrificio? Che cosa è il segno caratteristico della Riforma, se non il rifiuto della Messa e di tutto ciò che le appartiene, ritenendole, come dichiarato nei Trentanove Articoli della Chiesa d’Inghilterra, favole blasfeme e inganni pericolosi? La soppressione del Sacrificio continuo è, soprattutto, il segno e la caratteristica della Riforma protestante. –Troviamo, quindi, che questa profezia di Daniele abbia avuto già il suo adempimento sia in Oriente che in Occidente, nelle due ali, per così dire; mentre nel cuore, nel centro della Cristianità, viene offerto ancora il Santo Sacrificio. Cos’è questo gran diluvio di infedeltà, rivoluzione e anarchia, che sta ora minando le fondamenta della società cristiana, non solo in Francia, ma soprattutto in Italia, che racchiude Roma, il centro ed il santuario della Chiesa Cattolica, se non l’abominio della desolazione nel santuario che elimina il Sacrificio continuo? Le società segrete hanno da tempo indebolito ed inglobato la società cristiana dell’Europa, e sono in questo momento in marcia verso Roma, il centro di tutto l’Ordine cristiano nel mondo. L’adempimento della profezia deve ancora arrivare (oggi questa si è realizzata in tutto l’orbe, con l’istituzione della messa satanica montiniana del “novus ordo” che ha cancellato di fatto l’offerta dell’oblazione monda – ndr. -); e ciò che abbiamo visto nelle due ali, vedremo anche nel centro; « … e quel grande Esercito della Chiesa di Dio sarà, per un tempo, disperso ». Sembrerà, per un po’ sconfitto, ed il potere dei nemici della fede per un tempo prevarrà. Il Sacrificio continuo sarà portato via, e il santuario sarà abbattuto. Cosa può essere più letterale dell’abominio della desolazione dell’eresia che ha rimosso la presenza del Dio vivente dall’altare? Se si vuol comprendere questa profezia della “desolazione”, si entri in una chiesa che un tempo era cattolica, e dove ora non c’è più alcun segno di vita; essa è vuota, deserta, senza altare, senza tabernacolo, senza la presenza di Gesù. E ciò che è già accaduto in Oriente e in Occidente, ora si sta estendendo in tutto il centro dell’unità cattolica. – Lo spirito protestante dell’Inghilterra, e lo spirito scismatico persino di Paesi cattolici di nome, sta in questo momento incitando il grande movimento anticattolico dell’Italia. L’ostilità verso la Santa Sede è il solo vero e diretto motivo. – E così arriviamo al terzo segno, il l’estromissione del “Principe della Forza” che è l’Autorità divina della Chiesa, e specialmente di colui nella cui persona è incarnata, il Vicario di Gesù Cristo. Dio lo ha investito di sovranità e gli è stata donata una casa ed un patrimonio sulla terra. Il mondo è in armi per deporlo e per non lasciargli posto nemmeno dove posare la testa. Roma e gli Stati romani sono l’eredità dell’Incarnazione! Il mondo è deciso ad eliminare l’Incarnazione dalla terra. Non si fermerà finché non la calpesterà con i piedi. Questa è la vera interpretazione del movimento anticattolico dell’Italia e dell’Inghilterra: “Tolle hunc de terra” (via Costui dalla terra). La detronizzazione del Vicario di Cristo è la detronizzazione della Gerarchia della Chiesa Universale ed il rifiuto pubblico della Presenza e del Regno di Gesù Cristo!

4. Ora, se sono obbligato ad entrare in qualche modo nel futuro, mi limiterò a tracciare uno schema molto generale. La tendenza direttiva di tutti gli eventi che vediamo in questo momento è chiaramente questa: rovesciare il Culto cattolico in tutto il mondo. Già vediamo che ogni governo in Europa esclude la Religione dai suoi atti pubblici. I poteri civili si stanno dissacrando: il governo è senza Religione; e se il governo è senza Religione, l’educazione deve essere pure senza Religione. Lo vediamo già in Germania ed in Francia. È stato ripetutamente tentato in Inghilterra. Il risultato di questo non può essere nient’altro che il ristabilimento della semplice società naturale; in altre parole, i governi e le potenze del mondo, che per un certo tempo furono soggiogati dalla Chiesa di Dio alla fede nel Cristianesimo, all’obbedienza alle leggi di Dio e all’unità della Chiesa, essendosi ribellati, si sono profanati, sono ricaduti cioè nel loro stato naturale. – Il profeta Daniele, nell’undicesimo capitolo, dice che nel tempo della fine « cadranno dei sapienti affinché siano provati con il fuoco, e purgati ed imbiancati fino al tempo stabilito, perché rimane tuttora altro tempo », e l’empio agirà malvagiamente, e nessuno dei malvagi capirà, ma i dotti comprenderanno, e molti che hanno conosciuto la fede lo abbandoneranno con l’apostasia. Alcuni dei sapienti cadranno (Dan. XI, 35);  cadranno dalla loro fedeltà a Dio. E come avverrà questo? In parte per la paura, in parte per l’inganno, in parte per la codardia; in parte perché non potranno sopportare la verità impopolare al cospetto della falsità popolare; in parte ancora perché la opinione pubblica sovversiva e sprezzante, com’è in un Paese come questo e in Francia, sottomette e spaventa così tanto i Cattolici, che essi non osano confessare i loro princîpi e, alla fine, non osano professarli. Diventano così anch’essi ammiratori e adoratori della prosperità materiale dei Paesi protestanti, ne vedono i commerci, i manufatti, l’agricoltura, i capitali, la scienza pratica, gli eserciti irresistibili e le flotte che coprono il mare, si accalcano per l’adorazione e dicono: « Niente è così grande come questo paese dell’Inghilterra protestante ». E così essi abbandonano la loro fede, e diventano materialisti, cercando la ricchezza ed il potere di questo mondo, abbagliati e sopraffatti dalla grandezza di un Paese che ha respinto la sua fedeltà alla Chiesa.

5. Ora l’ultimo risultato di tutto ciò sarà una persecuzione, che non cercherò di descrivere. Basta ricordare qui le parole del nostro Divin Maestro: « Il fratello tradirà il fratello a morte … », sarà una persecuzione in cui nessun uomo risparmierà il suo prossimo, in cui le potenze del mondo invaderanno la Chiesa di Dio con una vendetta che il mondo prima non ha mai conosciuto. La Parola di Dio ci dice che verso la fine dei tempi la potenza di questo mondo diventerà così irresistibile e così trionfante che la Chiesa di Dio affonderà sotto la sua mano, che la Chiesa di Dio non riceverà più aiuto né da imperatori, né da re, o da prìncipi, da parlamenti, nazioni, e popoli, per  resistere al potere e alla forza del suo antagonista. Essa sarà privata di ogni protezione, sarà indebolita, confusa e prostrata, e sanguinerà ai piedi dei poteri di questo mondo. Questo sembra ora incredibile? Ma cosa vediamo in questo momento? Guardiamo la Chiesa Cattolica e Romana in tutto il mondo: non somiglia ora più che mai, al suo Capo divino nell’ora in cui veniva legato, mani e piedi, da coloro che lo tradivano? Noi vediamo la Chiesa Cattolica ancora indipendente, fedele alla sua fede divina, ma tuttavia è respinta dalle Nazioni del mondo; il Santo Padre, il Vicario del nostro Divino Signore, in questo momento deriso, disprezzato, reietto, tradito, abbandonato, privato dei suoi, e colpito anche da quelli che lo dovrebbero dovuto difendere! Quando mai – mi chiedo – la Chiesa di Dio è stata in una condizione di maggior debolezza, in uno stato così misero agli occhi degli uomini, e in questo ordine naturale, come è ora? E da dove – chiedo ancora – verrà la sua liberazione? C’è sulla terra qualche potere che possa intervenire? C’è qualche re, prìncipe o potete, che abbia il potere di imporre la sua volontà o la sua spada a protezione della Chiesa? Non ce n’è uno; ed è predetto che dovesse essere così! Né abbiamo bisogno di desiderarlo, perché la volontà di Dio sembra essere diversa. Ma c’è un potere però che distruggerà tutti gli antagonisti; c’è una Persona che abbatterà e punirà come granelli di polvere d’estate dall’aia, tutti i nemici della Chiesa, poiché è Lui che consumerà i Suoi nemici: « … con lo Spirito della Sua bocca li distruggerà », con la luminosità della sua venuta. Sembra che il Figlio di Dio sia geloso ché nessuno possa rivendicare la Sua autorità. Egli ha riservato la battaglia per Sé solo. Egli ha raccolto il guanto di sfida  che è stato lanciato contro di Lui; e la profezia è chiara ed esplicita nell’affermare che il ribaltamento ultimo del male sarà operato da Lui stesso; che non sarà operato da nessun uomo, ma solo dal Figlio di Dio; affinché tutte le Nazioni del mondo possano sapere che Lui, Lui solo, è il Re, e che Lui, Lui solo, è Dio! Noi leggiamo nel libro dell’Apocalisse della città di Roma, che .. essa disse nell’orgoglio del suo cuore: « Poiché diceva in cuor suo: Io seggo regina, vedova non sono e lutto non vedrò; per questo, in un solo giorno, verranno su di lei questi flagelli: morte, lutto e fame; sarà bruciata dal fuoco, poiché potente Signore è Dio che l’ha condannata ». Alcuni dei più grandi scrittori della Chiesa ci dicono che con ogni probabilità durante l’ultima caduta dei nemici di Dio, la stessa città di Roma sarà distrutta; sarà una seconda volta punita da Dio Onnipotente, come lo fu all’inizio. Non c’è mai stata nei tempi antichi sulla terra, una distruzione paragonabile alla caduta di Roma. San Gregorio Magno, scrivendo di questo, dice: « Roma un po’ di tempo fa era considerata l’amante del mondo; ma vediamo ciò che è ora. Schiacciata da molteplici e sconfinate miserie, dalla desolazione dei suoi abitanti, dalle incursioni dei nemici, dalle frequenti distruzioni, … vediamo adempiersi in essa le parole del Profeta contro la città di Samaria; “dov’è il senato? dove ora è la sua gente?” Le ossa sono frantumate e la carne è consumata. Tutto il fasto della sua grandezza mondana si è estinto. La sua intera struttura si è dissolta. E noi, i pochi che restano, siamo giorno dopo giorno vessati dalla spada e da innumerevoli tribolazioni … Roma è vuota e brucia, … il suo popolo ha fallito, e anche le sue mura stanno cadendo … Dove sono ora coloro che un tempo esultavano nella sua gloria? Dov’è il loro sfarzo? dove il loro orgoglio; dove la loro costante e smodata gioia? (San Gregorio M. lib. II, Hom. VII, in Ezech.). Non c’è mai stata una rovina così grande come per il rovesciamento della grande Città dei Sette Colli, quando le parole della profezia si saranno adempiute: « Babilonia è caduta “come” una grande pietra da macina nel mare. » – Gli scrittori della Chiesa ci dicono che negli ultimi giorni probabilmente la città di Roma cadrà nell’apostasia dalla Chiesa e dal Vicario di Gesù Cristo (… hanno avuto perfettamente ragione – ndr.) ; e che Roma sarà nuovamente punita, perché egli se ne andrà; e il giudizio di Dio si abbatterà sul luogo da cui un tempo regnava sulle Nazioni del mondo. Che cosa è ciò che rende sacra Roma, se non la presenza del Vicario di Gesù Cristo? Per cosa essa dovrebbe essere cara agli occhi di Dio, se non per la presenza del Vicario di Suo Figlio? La Chiesa di Cristo si allontana da Roma: Roma non sarà agli occhi di Dio più che la Gerusalemme antica. Gerusalemme, la Città Santa, scelta da Dio, abbattuta e consumata dal fuoco, perché crocifisse il Signore della Gloria; e la città di Roma, che è stata la sede del Vicario di Gesù Cristo per diciotto secoli, se diventerà apostata, come la Gerusalemme antica, subirà una condanna simile. E, pertanto, gli scrittori della Chiesa ci dicono che la città di Roma non ha alcuna speciale prerogativa se non quella che in essa è presente il Vicario di Cristo; e se essa diventasse infedele, gli stessi giudizi che caddero su Gerusalemme, santificata dalla presenza del Figlio di Dio, del Maestro, e non solo del discepolo, cadranno ugualmente su Roma. L’apostasia della città di Roma dal Vicario di Cristo e la sua distruzione da parte dell’Anticristo, possono essere pensieri così nuovi per molti Cattolici, che ritengo sia opportuno citare il testo dei Teologi maggiormente stimati. In primo luogo, Malvenda, che scrive espressamente sull’argomento, afferma in comune con l’opinione di Ribera, Gaspar Melus, Viegas, Suarez, Bellarmino e Bosius, che « … Roma deve apostatare dalla fede, cacciare il Vicario di Cristo e ritornare al suo antico paganesimo » (Malveda, de Antichristo, lib. IV, cap. 5). Le parole precise di Malvenda sono: « … Roma stessa negli ultimi tempi del mondo tornerà alla sua antica idolatria, alla potenza e grandezza imperiale. Scaccerà il suo Pontefice, apostaterà completamente dalla fede cristiana, perseguiterà terribilmente la Chiesa, verserà il sangue dei martiri nel modo più crudele che mai, e recupererà il suo precedente stato di abbondante ricchezza, e forse anche maggiore di quello che aveva sotto i suoi antichi sovrani. » Lessius dice: « Al tempo dell’Anticristo, Roma sarà distrutta, come vediamo apertamente dal diciottesimo capitolo dell’Apocalisse », e ancora: « Nella donna che hai visto essere la grande città che regna sui re della terra, è significata Roma nella sua empietà, come era al tempo di San Giovanni, e come sarà di nuovo alla fine del mondo » (Lessius: de Antichristo, demonst. XII).  E Bellarmino: « Nel tempo dell’Anticristo, Roma sarà desolata e bruciata, come apprendiamo dal sedicesimo versetto del capitolo XVII dell’Apocalisse (Bellarm. de Summo Pontif. lib. IV. cap. 4). Il gesuita Erbermann così commenta su queste parole: « Concordiamo con Bellarmino che il popolo romano, un po’ prima della fine del mondo, tornerà al paganesimo e scaccerà il Romano Pontefice.” Viegas, nel commento al diciottesimo capitolo dell’Apocalisse, dice: « Roma, nell’ultima era del mondo, dopo che avrà apostatato dalla fede, raggiungerà grande potere e lo splendore delle ricchezze, e il suo dominio sarà ampiamente diffuso in tutto il mondo e prospererà enormemente. Vivendo nel lusso e nell’abbondanza di tutte le cose, adorerà gli idoli, sarà immersa in ogni tipo di superstizione, e renderà onore ai falsi dei; e a causa della grande effusione del sangue dei martiri che fu versato sotto gli imperatori, Dio sarà molto severo e giustamente li vendicherà, per cui essa sarà completamente distrutta e bruciata da una conflagrazione terribile e disastrosa. » – Infine, Cornelius a Lapide riassume ciò che si può dire essere l’interpretazione comune dei teologi. Commentando ancora lo stesso diciottesimo capitolo dell’Apocalisse, dice: « Queste cose devono essere riferite alla città di Roma, non a quella che è, né a quella che era, ma a quella che sarà alla fine del mondo. Perché allora la città di Roma tornerà alla sua antica gloria, e allo stesso modo, pure alla sua idolatria e agli altri peccati, e sarà come se fosse al tempo di San Giovanni, sotto Nerone, Domiziano, Decio, ecc. Perché da cristiana essa deve ridiventare ribelle. Scaccerà il cristiano Pontefice e i fedeli che aderiscono a lui. Dovrà perseguitarli ed ucciderli, rinnovando le persecuzioni degli imperatori pagani contro i Cristiani. Perché infatti vediamo che Gerusalemme pure fu in un primo tempo pagana sotto i Cananei; in un tempo successivo, fu fedele sotto gli Ebrei; poi cristiana sotto gli Apostoli; in un quarto tempo, di nuovo sotto i Romani; in un quinto, saracena sotto i turchi ». Tale sarà la storia di Roma: pagana sotto gli imperatori, cristiana sotto il Apostoli, fedele sotto i Pontefici, apostata sotto la Rivoluzione, e pagana sotto l’Anticristo. Solo come Gerusalemme, potevano peccare tanto formalmente e cadere così in basso; per questo solo Gerusalemme è stata scelta, illuminata e consacrata. E poiché nessun popolo è mai stato così feroce come gli Ebrei nella loro persecuzione contro Gesù, temo che nessuno sarà mai più implacabile contro la fede come i Romani. – Ora io non ho cercato di indicare quali saranno gli eventi futuri, tranne che nella struttura, e non mi sono mai azzardato a designare chi sarà la persona che li realizzerà. Di questo non so nulla; ma sono autorizzato con la certezza più perfetta, dalla Parola di Dio e dalle interpretazioni della Chiesa, ad indicare i grandi princîpi che sono in conflitto da entrambe le parti. Io ho cominciato col dimostrare che l’Anticristo ed il movimento anticristiano hanno questi segni: primo, scisma dalla Chiesa di Dio; in secondo luogo, la negazione della sua divina ed infallibile voce; e in terzo luogo, la negazione dell’Incarnazione. L’anticristo è quindi, il nemico diretto e mortale dell’unica Chiesa Santa, Cattolica e Romana; ogni scisma viene prodotto uscendo dall’unità con Essa, che è l’unico organo della voce divina dello Spirito di Dio, il tempio ed il santuario dell’Incarnazione e del Sacrificio continuo. Ed ora per finire: gli uomini hanno bisogno di guardare ai loro princîpi. Devono fare una scelta tra le due cose: – tra la fede di un Maestro che parla con voce infallibile, che governa l’unità che ora, così come all’inizio, unisce le Nazioni del mondo; – e tra lo spirito di un Cristianesimo frammentato, che è fonte di disordine e produce l’incredulità. Ecco la semplice scelta a cui tutti siamo chiamati; e tra loro dobbiamo operare una scelta prendendo una decisione. Gli eventi di ogni giorno portano gli uomini sempre più avanti nel cammino verso il quale sono avviati. Ogni giorno gli uomini diventano sempre più divisi. Questi sono tempi di vagliatura. Il nostro Divin Signore sta nella Chiesa: « Il ventilabro è nelle sue mani, ed Egli pulirà completamente la sua aia, raccoglierà il grano nel suo granaio, e brucerà la pula con un fuoco inestinguibile. » (S. Matth. III, 11) È questo un tempo di prova, quando « alcuni dei sapienti cadranno », e solo saranno salvati quelli che persisteranno fino alla fine. I due grandi antagonisti stanno radunando le loro forze per l’ultimo conflitto, esso potrebbe non avvenire ai nostri giorni, potrebbe non essere nel tempo di quelli che verranno dopo di noi; ma una cosa è certa, che siamo già da ora sottoposti a questo processo come lo saranno coloro che vivranno nel tempo in cui tutto questo avverrà. Perché, come il Figlio di Dio regna in alto, e regnerà « … finché non avrà messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi », così sicuramente tutti quelli che alzano il loro calcagno, o dirigono un’arma contro la sua Fede, contro la sua Chiesa o il suo Vicario sulla terra, condivideranno il giudizio che è stato emesso per l’anticristo che essi servono.

FINE

LONDON:

PRINTED BY LEVEY, ROBSON, AND FRANKLIN.

Grent New Street and Fetter Lane. 1861.

Cardinal H. E. Manning: LA CRISI ATTUALE DELLA SANTA SEDE (4)

Henry Edward Manning

LA CRISI ATTUALE DELLA SANTA SEDE (4)

[annunciata dalle profezie]

in 4 LETTURE

LONDRA:

BURNS & LAMBERT, 17 & 18 PORTMAN STREET, e 63 PATERNOSTER ROW; KNOWLES, NORFOLK ROAD, BAYSWATER.

MDCCCLXI.

LETTURA IV (1)

Prima di entrare sull’ultimo argomento che resta, riprendiamo dal punto in cui ci eravamo interrotti nell’ultima lezione. Il punto era questo: sulla terra ci sono due grandi antagonisti: da una parte lo spirito e il principio del male; e dall’altra il Dio incarnato manifestato nella sua Chiesa, ma eminentemente nel suo Vicario, che è suo rappresentante, depositario delle sue prerogative, e quindi è il suo testimone speciale, che parla e governa nel suo Nome. L’ufficio del Vicario di Gesù Cristo contiene, in pienezza, le divine prerogative della Chiesa, in quanto, essendo il rappresentante speciale del Capo Divino, riversa egli, “unicamente” e solo, tutti i suoi poteri comunicabili nel governo della Chiesa sulla terra. Gli altri, i Vescovi e i Pastori, uniti a lui, agiscono in subordinazione a lui, e non possono agire senza di lui; egli soltanto può agire da solo, possedendo la pienezza del potere in se stesso. E inoltre, poiché le funzioni del corpo sono dirette dalla testa, le prerogative che dipendono dal Capo Divino della Chiesa sull’intero Corpo Mistico, sono centrate nella testa di quel Corpo sulla terra, dal momento che il Vicario sta al posto del Verbo Incarnato come ministro e testimone del Regno di Dio tra gli uomini. Ora, è proprio contro questa persona eminentemente ed enfaticamente, come ho detto in precedenza, che lo spirito del male e della falsità dirige il suo assalto; perché se si colpisce la testa del corpo, il corpo stesso deve morire. « … Colpisci il pastore e le pecore saranno disperse », era la vecchia astuzia del malvagio, quella che colpì il Figlio di Dio, onde si disperdesse il gregge. Ma quel modo di fare, provato una volta, fu sventato per sempre; poiché dalla morte che colpì il Pastore, il gregge fu riscattato; e benché il Pastore, costituito in luogo del Figlio, sia colpito, il gregge non può essere più disperso. Per trecento anni il mondo si sforzò di troncare la successione dei Sovrani Pontefici; ma il gregge non fu mai disperso: e così sarà ancora fino alla fine. Ciononostante, è contro la Chiesa di Dio, e soprattutto contro il suo Capo, che tutti gli spiriti del male in tutte le epoche e, soprattutto, al presente, dirigono i colpi della loro aggressione. Vediamo, quindi, che cos’è che impedisca la manifestazione, la supremazia e il dominio dello spirito del male e del disordine sulla terra: l’ordine costituito dalla Cristianità, la società soprannaturale di cui la Chiesa Cattolica è stata la creatrice, il vincolo di unione e principio di conservazione, che è il capo di quella Chiesa, è eminentemente il principio dell’ordine: il centro della società cristiana che lega le Nazioni del mondo nella pace. Ora il tema che ci rimane è molto più difficile: coinvolge il futuro e si occupa di eventi così trascendenti e misteriosi che tutto ciò che avrò intenzione di fare, sarà semplicemente delineare in modo schematico ed esporre quali siano le profezie, in modo ampio e luminoso, specialmente quelle del libro di Daniele e dell’Apocalisse, senza tentare di entrare nei minimi dettagli che possono essere interpretati solo dagli eventi [una volta realizzati]. E inoltre, come ho detto all’inizio, non tenterò mai nulla se non sotto la guida diretta della teologia della Chiesa e degli Autori le cui opere hanno la sua approvazione, e così come finora non ho citato nulla di mio, fino alla fine seguirò la stessa strada. Ciò di cui ho, quindi, da parlare ora, è la persecuzione dell’Anticristo e infine la sua distruzione. Innanzitutto, iniziamo con il capitolo venticinquesimo del santo Vangelo secondo San Matteo, in cui leggiamo ciò che il nostro Divin Signore disse quando vide gli edifici del Tempio: « Non sarà lasciato qui pietra su pietra che non debba essere distrutta » E i suoi discepoli, quando era nel Monte degli Ulivi, andarono da Lui privatamente e gli chiesero: « Dicci quale sarà il segno della Tua venuta e della consumazione del mondo ». Essi compresero che la distruzione del Tempio a Gerusalemme e la fine del mondo dovevano essere parte di uno stesso evento, e dovevano avvenire nello stesso momento. Ora, così come nella natura vediamo le montagne susseguirsi l’una dopo l’altra, così che l’intera catena sembra avere un’unica forma, così negli eventi della profezia, ci sono due fatti diversi che appaiono collegati in un unico evento: la distruzione di Gerusalemme e la fine del mondo. Il nostro Divin Signore continuò a dire loro che doveva arrivare una tal tribolazione come non ce n’era mai stata prima; e che se quei giorni non fossero stati abbreviati, non si sarebbe salvata alcuna carne; … che per amore degli eletti quei giorni sarebbero stati abbreviati; un regno sarebbe insorto contro un altro regno ed una nazione contro un’altra nazione, e ci sarebbero state guerre e pestilenze e carestie in diversi luoghi; « …Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte… sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti … allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. » (S. Marc. XIII); e che, come il lampo esce dall’Oriente, e appare anche ad Occidente, così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. In questa risposta il nostro Divin Signore parlò di due eventi: uno, la distruzione di Gerusalemme e l’altro, la fine del mondo. L’uno è stato adempiuto e l’altro deve ancora arrivare. – Questo capitolo di San Matteo ci offrirà una chiave per l’interpretazione dell’Apocalisse. Questo libro può essere diviso in quattro parti. – La prima parte descrive la Chiesa sulla terra, sotto la figura delle sette Chiese alle quali sono state inviati messaggi dal nostro Divin Signore. Esse rappresentano come una costellazione, l’intera Chiesa sulla terra. – La seconda parte riguarda la distruzione del Giudaismo e il rovesciamento del popolo ebraico. – La terza parte riguarda la persecuzione della Chiesa da parte della città pagana di Roma e il suo rovesciamento: – la quarta ed ultima parte si riferisce alla pace della Chiesa sotto l’immagine della Gerusalemme celeste che « discende dal cielo e dimora tra gli uomini ». Molti interpreti, specialmente dei primi anni, e anche scrittori come Bossuet ed altri di data successiva, hanno supposto le profezie dell’Apocalisse, eccetto l’ultimo capitolo, adempiute con gli eventi che hanno avuto luogo nei primi sei secoli, cioè il rovesciamento di Gerusalemme, la persecuzione della Chiesa e la distruzione della Roma pagana. Ma è la natura della profezia a rivelarsi gradualmente. Così come ho detto innanzi delle montagne che appaiono da lontano compatte in unico blocco alla nostra vista, man mano che ci avviciniamo alla loro base, cominciano, per così dire, a distinguersi i loro contorni e i dettagli si rivelano altrettanto numerosi e distinti; allo stesso modo è per gli eventi della profezia. L’azione del mondo si muove lungo dei cicli; cioè, come dice il saggio, « ciò che è stato sarà » e « … non c’è nulla di nuovo sotto il sole », e ciò che abbiamo visto all’inizio, la profezia dichiara che sarà di nuovo alla fine del mondo. Le quattro partii del Libro dell’Apocalisse, hanno visto tre agenti principali: la Chiesa, gli ebrei e un potere persecutorio, che era la Roma pagana. Ora, in questo momento pure esistono sulla terra questi tre agenti: – C’è ancora la Chiesa di Dio; – c’è l’antico popolo di Dio, cioè la razza ebraica ancora conservata, come abbiamo già visto, da una misteriosa provvidenza, per qualche futura strumentalità; e vi è in terzo luogo, – la società naturale, quella dell’uomo senza Dio, che ha assunto la forma di un paganesimo antico e assumerà poi la forma dell’infedeltà negli ultimi giorni. Questi sono i tre ultimi agenti nella storia del mondo moderno: in primo luogo, la società naturale dell’umanità; in secondo, la dispersione del popolo ebraico; e, terzo, la Chiesa universale. Gli ultimi due sono gli unici corpi che si compenetrano in tutte le Nazioni e hanno un’unità distinta e indipendente da esse. Hanno un potere maggiore di qualsiasi nazione e sono tra loro antagonisti mortali ed eternamente inconciliabili. Ora la Chiesa ha dovuto subire già due persecuzioni, una per mano degli Ebrei, e una anche per mano dei pagani; pertanto gli scrittori dei primi secoli, i Padri sia dell’Oriente che dell’Occidente, hanno predetto che, nell’ultima epoca del mondo, la Chiesa dovrà subire una terza persecuzione, ancor più amara, più sanguinosa, più capillare e più focosa di qualsiasi altra che abbia già subito, e che avviene per mano di un mondo infedele rivoltato contro il Verbo Incarnato. E quindi il Libro l’Apocalisse, come la profezia di San Marco e San Matteo (cap. XXIV), rivela due eventi, o due azioni. C’è l’evento che è passato, che costituisce il tipo e l’ombra dell’evento che verrà, e c’è l’evento che è ancora futuro, alla fine del mondo; tutte le persecuzioni che sono state fino ad ora, non sono altro che precursori e tipi dell’ultima persecuzione che dovrà esserci. – Abbiamo già visto il parallelo dei due misteri, il mistero dell’iniquità e il mistero della pietà; e anche il parallelo delle due città, la Città di Dio e la città di questo mondo. Rimane un altro parallelo che è necessario esaminare per chiarire ciò che dovrò dire in appresso. Leggiamo nel libro dell’Apocalisse di due donne. C’è una Donna vestita di sole e una donna seduta su una bestia coperta di nomi di bestemmie. Ora è chiaro che queste due donne, come i due misteri e le due città, rappresentano ancora due spiriti antagonisti, due princîpi antagonisti. Nel dodicesimo capitolo del libro dell’Apocalisse leggiamo della Donna « vestita di sole, che ha la luna sotto i suoi piedi, e sul suo capo una corona di dodici stelle » – Nessun cattolico sarà in difficoltà nell’interpretazione di queste parole; e persino interpreti protestanti, per evitare di vedere l’Immacolata Madre di Dio in questa Donna vestita di sole, dicono che essa simbolizzi la Chiesa. In questo hanno perfettamente ragione, anche se affermano solo una mezza verità. La Donna rappresenta o simboleggia la Chiesa, ed è per questo motivo, che il simbolo della Chiesa è l’Incarnazione, cioè la Donna con il Bambino; il simbolo dell’Incarnazione è perciò la Madre di Dio. D’altra parte, non è necessario andare molto lontano per comprendere l’interpretazione della donna che siede sulla bestia con i nomi blasfemi, perché l’ultimo versetto del diciassettesimo capitolo dice: « … la donna che hai visto è la grande città che ha regnato sui re della terra » – “È chiaro, quindi, che c’è un antagonismo tra queste due donne: la Chiesa sotto il simbolo dell’Incarnazione, e la grande città, la città di Roma, con i sette colli, che ha regno sui re della terra. Ora teniamo bene a mente questa distinzione, perché gli interpreti, accesi dallo spirito di polemica, sono stati capaci di confondere queste due cose insieme e di dirci che questa donna seduta sulla bestia sia addirittura la Chiesa di Roma. Ma la Chiesa di Roma è la Chiesa di Dio, o almeno parte di essa, anche nella mente di questi interpreti. Come, quindi, possono queste due donne, che sono così contrarie l’una all’altra, significare la stessa cosa? In verità, come avvenne ad Elymas il mago, che, per la sua perversità, non poteva vedere il sole per “un certo tempo”, così chi si scalda in polemica perde il senso delle cose. Nello splendore di questa visione non possono vedere la verità e cercare la Chiesa di Dio in ciò che è invece figura del suo antagonista, … rinnovando così di nuovo l’antico auto-inganno: quando la verità è sulla terra, gli uomini confondono la falsità con la verità, così come quando, venuto il vero Cristo, non lo riconoscevano e lo chiamavano nientemeno: Anticristo. Come è stato con la sua Persona, così sarà con la sua Chiesa. – Con queste distinzioni preliminari, diamo inizio allora all’ultima parte del nostro argomento. Ciò di cui devo parlare è la persecuzione che l’Anticristo infliggerà alla Chiesa di Dio. Abbiamo già visto la ragione per cui il nostro Signore Divino si lasciò catturare dalle mani dei peccatori solo quando giunse il suo tempo, e nessun uomo poteva impadronirsi di Lui e prevalere su di Lui, finché il suo libero volere non avesse consegnato se stesso al loro potere: così allo stesso modo sarà con quella Chiesa della quale disse: « Su questa roccia costruirò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di Essa ». Come i malvagi non hanno prevalso contro di Lui neanche quando lo hanno legato con le corde, lo hanno trascinato al giudizio, gli hanno bendato gli occhi, lo hanno deriso come un falso re, lo hanno colpito sulla testa come un falso profeta, lo hanno condotto via, lo hanno crocifisso, e il controllo del loro potere sembrava avere un dominio assoluto su di Lui, tanto da giacere a terra e quasi annientato sotto i loro piedi, … proprio in quel momento in cui era morto e sepolto fuori dalla loro vista, fu il conquistatore di tutti, e risuscitò il terzo giorno, salì al cielo, fu incoronato, glorificato e investito della sua Regalità, e regnò supremo Re dei re e Signore dei signori; anche così sarà con la sua Chiesa: sebbene per un tempo sarà perseguitata, e, agli occhi dell’uomo, rovesciata, calpestata, detronizzata, spogliata, derisa e schiacciata, eppure in quel periodo di grande apparente trionfo, le porte dell’inferno non prevarranno. C’è in serbo per la Chiesa di Dio una Resurrezione e un’Ascensione, una Regalità e un dominio, una ricompensa di gloria per tutto ciò che ha sopportato. Come Gesù, ha avuto bisogno di soffrire lungo il cammino per ottenere la sua corona, così ancora la Chiesa sarà coronata con Lui eternamente. Nessuno, quindi, si scandalizzi se la profezia parla di sofferenze a venire. Noi siamo abituati ad immaginare che la Chiesa celebri i grandi trionfi e le glorie sulla terra, che il Vangelo debba essere predicato a tutte le nazioni, che il mondo debba convertirsi, e che tutti i nemici siano sottomessi, e non so cos’altro, ecco che alcune orecchie sono disturbate dal sentire che ci possa essere in serbo per la Chiesa un tempo di prova terribile: e così ci comportiamo esattamente come gli Ebrei di un tempo, che cercavano un conquistatore, un re ed una loro perpetuità; e quando il Messia venne in umiltà e nella sua Passione, non Lo riconobbero. Quindi, temo, che pure molti di noi attossicano le loro menti rassicurandole con le visioni del successo e delle vittorie, e non possono sopportare il pensiero che ci debba essere ancora un tempo di persecuzione per la Chiesa di Dio. – Ascoltiamo ora le parole del profeta Daniele: parlando della persona che San Giovanni chiamerà l’anticristo, il profeta lo chiama «  re che opererà secondo la propria volontà » (Dan. VII, 25), e dice:  «… e proferirà insulti contro l’Altissimo – cioè, l’Onnipotente Dio – e distruggerà i santi dell’Altissimo ». –  Di nuovo egli dice:  « Esso s’innalzò fin contro la milizia celeste e gettò a terra una parte di quella schiera e delle stelle e le calpestò. S’innalzò fino al capo della milizia e gli tolse il sacrificio quotidiano e fu profanata la santa dimora. (Dan. VIII, 10, 11). Inoltre, egli dice: « … farà cessare il sacrificio e l’offerta; sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione e ciò sarà sino alla fine » (Dan IX, 27). Questi tre passaggi sono presi dal settimo, l’ottavo e il nono capitolo di Daniele. Potrei aggiungerne degli altri, ma questi sono sufficienti, poiché ci consegnano una chiave di lettura per intendere il libro dell’Apocalisse ove ritroviamo queste parole; San Giovanni, che coincide nei termini evidentemente col Libro di Daniele, scrive della bestia, cioè del potere persecutorio che regnerà sulla terra con forza, « … gli fu dato potere di fare guerra ai santi e di vincerli ». Ora qui abbiamo quattro distinte profezie di una persecuzione che sarà inflitta da questa potenza anticristiana alla Chiesa di Dio. Pertanto, sottolineerò brevemente, per quanto posso, ciò che appare dagli eventi che ci circondano e che ci preparano a questo risultato. –

1. Il primo segno o marchio di questa persecuzione in arrivo è una indifferenza nei confronti della verità. Proprio come c’è una calma profonda prima che giunga un grande tempesta, e come le acque del fiume prima di una grande cascata corrono piane come uno specchio, o come prima di una terribile epidemia c’è un tempo di tranquillità: il primo segno è l’indifferenza. Il segno che prelude con più sicurezza di qualsiasi altro, lo scoppio di una futura persecuzione è una sorta di sprezzante indifferenza verso la Verità o la menzogna. L’antica Roma, nel pieno del suo splendore e della sua potenza, aveva adottato tutte le false religioni provenienti da tutte le nazioni conquistate, e concesso a ciascuna di esse un tempio tra le sue mura: essa era sovranamente e sprezzantemente indifferente a tutte le superstizioni della terra, tollerandole tutte; e poiché ogni nazione aveva una propria superstizione, il permettere quella superstizione era un modo di tranquillizzare, di governare e di mantenere il controllo degli stranieri che si dedicavano alla costruzione di un tempio entro le sue porte. Allo stesso modo, vediamo che le nazioni del mondo cristiano in questo momento gradualmente, adottando ogni forma di contraddizione religiosa, cioè dandogli pieno appoggio e, come viene chiamata, una perfetta tolleranza; non riconoscendo nessuna distinzione di Verità o falsità tra una religione o l’altra, ma lasciando che tutte le forme di religione si espandano a modo loro. Non sto dicendo una parola, si badi bene, contro questo sistema se è inevitabile, visto che è l’unico sistema in cui la libertà di coscienza possa ora mantenersi. Dico solo, che miserabile è lo Stato del mondo in cui circolano diecimila veleni intorno ad una sola Verità; miserabile è lo stato di qualsiasi Paese in cui la Verità è solo tollerata. Questa è una condizione di grande pericolo spirituale ed intellettuale; e sembra in vero che non ci sia alternativa, e che i governi civili debbano lasciare una perfetta libertà di coscienza, per cui si tengono in uno stato di assoluta indifferenza. – Vediamone il risultato. Innanzitutto, la voce divina della Chiesa di Dio viene totalmente ignorata. Non si intravvede alcuna distinzione tra la dottrina della Fede e una qualsiasi opinione umana. Entrambe sono autorizzate ad avere via libera; si mescolano le dottrine della fede con ogni forma di eresia, finché, come in Inghilterra, abbiamo tutte le forme immaginabili di credenza, dal Concilio di Trento in tutto il suo rigore ed in tutta la sua perfezione da un lato, al Catechismo della religione positiva dall’altra. Abbiamo ogni forma di opinione enunciata e liberamente permessa, ed i due estremi; quello di cui c’è l’adorazione di Dio nell’Unità e nella Trinità, Incarnato per noi; e dall’altro, la negazione di Dio ed il culto dell’umanità. Quindi, negando o ignorando naturalmente la voce divina della Chiesa, il governatore civile deve ignorare di conseguenza l’unità divina della Chiesa ed ammettere qualsiasi forma di separazione, o di sistema, o di scisma, tutti mescolati insieme; cosicché la gente viene sminuzzata in sette e divisioni religiose, e la legge dell’unità sia completamente perduta. Quindi, ancora una volta, tutta la verità positiva, in quanto tale, è disprezzata; ed è disprezzata, perché chi potrà dire chi abbia ragione e chi torto, se non ci sarà un Maestro divino? Se non ci sarà un Giudice divino, chi dirà cosa sia vero e cosa falso tra opinioni religiose conflittuali? Uno Stato che si sia separato dall’unità della Chiesa, e quindi che abbia perso la guida dell’Insegnante divino, non è in grado più di determinare da nessuno dei suoi tribunali, civili o ecclesiastici che siano, o come si possano chiamare, ciò che è vero e cosa è falso in una controversa questione di religione; e così, come sappiamo, cresce anche un intenso odio per ciò che si chiama dogmatismo, cioè, per qualsiasi verità positiva, per ogni cosa definita, ogni cosa fissata, ogni cosa che abbia limiti precisi, qualsiasi forma di fede espressa in definizioni particolari: tutto ciò è assolutamente disdicevole per uomini che, in linea di principio, incoraggiano tutte le forme di opinione religiosa. In definitiva, ritorniamo nella condizione di Festo, il quale, quando ha saputo che gli Ebrei avevano mosso un’accusa contro San Paolo, riferiva che « …non addussero nessuna delle imputazioni criminose che io immaginavo; essi avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita » (Act. XXVII, 18-19). Ora questo è proprio lo stato di indifferenza a cui i governatori civili del mondo si stanno gradualmente riducendo, con il governo che amministrano, e le persone che lo dirigono.

2. Il passo successivo è, dunque, la persecuzione della Verità. Quando Roma, nei tempi antichi, aveva legalizzato da sempre l’idolatria in tutto l’Impero Romano, c’era una “religio illicita” che si chiamava religione ed una società che si definiva “societas illicita” o società illecita. Si potevano adorare i dodici “dei” dell’Egitto, o Giove Capitolino, o la Dea Roma; ma non si poteva adorare il Dio del cielo, essi « non potevano adorare Dio, rivelato nel Figlio suo ». Non credevano nell’Incarnazione; e quella Religione, la sola vera, unica Religione, non era tollerata. C’erano i sacerdoti di Giove, di Cibele, di Fortuna e di Vesta; c’erano tutti i tipi di sacre confraternite, di ordini e di società, e non so quant’altro; ma c’era una “societas” alla quale non era permesso esistere, e quella era la Chiesa del Dio vivente. In mezzo a questa tolleranza universale, c’era solo un’eccezione, osservata con la più minuziosa precisione, onde escludere la Verità e la Chiesa di Dio dal mondo. Ora, questo è proprio ciò che deve inevitabilmente accadere di nuovo, perché la Chiesa di Dio è inflessibile nella missione che Essa conduce. La Chiesa Cattolica non comprometterà mai una sua pur minima dottrina; non permetterà mai che due dottrine diverse vengano insegnate al suo interno; non obbedirà mai ad un governatore civile che pronuncerà giudizi in questioni di natura spirituale. La Chiesa Cattolica è vincolata dalla legge divina e preferisce subisce il martirio piuttosto che compromettere una sua dottrina, o obbedire alla legge di un governatore civile che viola la coscienza; ma oltre a questo, Essa non può rifugiarsi in una disobbedienza passiva, che possa avvenire rannicchiandosi in un angolo, ed essere quindi non rilevata e, non rilevata, non punita; la Chiesa Cattolica non può tacere; Essa non può rimanere in una pace afona; non può cessare di predicare le dottrine della Rivelazione, non solo quelle relative alla Trinità e all’Incarnazione, ma anche quelle dei Sette Sacramenti, dell’infallibilità della Chiesa di Dio, e della necessità dell’unità e della Sovranità, sia spirituale che temporale, della Santa Sede: e poiché Essa non resterà muta, non potrà scendere a compromessi, non cederà a questioni che appartengano alla sua prerogativa divina, e quindi si troverà sola nel mondo; non c’è infatti un’altra Chiesa così chiamata, né alcuna comunità che si professi una Chiesa, che non si sottometta né obbedisca, né mantenga la pace, quando i governatori civili del mondo impongono i loro comandi. Non sono passati ancora dieci anni da quando abbiamo sentito parlare di una decisione sulla questione del Battesimo, che coinvolgeva la dottrina del peccato originale da un lato e la dottrina della grazia preveniente dall’altro; e poiché un giudice civile dichiarò che era legale nella Chiesa d’Inghilterra stabilita dagli uomini poter insegnare impunemente due dottrine contraddittorie, vescovi, sacerdoti e persone varie, erano contenti che fosse così: o, almeno, dissero: « Non possiamo fare diversamente; il potere civile permetterà agli uomini di predicare entrambe le dottrine: cosa possiamo fare? Siamo perseguitati e quindi manteniamo la nostra pace; continuiamo a svolgere il ministero secondo una legge civile che ci costringe a sopportare sia ciò che l’uomo predica davanti a noi al mattino, sia ciò di cui l’uomo ci parlerà più tardi nel pomeriggio, predicando una dottrina diametralmente opposta a quella che sappiamo essere la dottrina rivelata di Dio; e poiché i governatori civili lo hanno determinato, noi non siamo responsabili, e nemmeno la Chiesa stabilita è responsabile, perché è perseguitata ». Ora questa è la differenza tipica tra un sistema puramente umano, stabilito dalla legge civile, e la Chiesa di Dio. – Mi sarebbe permesso nella Chiesa Cattolica Romana, negare che ogni bambino battezzato riceva l’infusione di grazia rigeneratrice? Cosa ne sarebbe di me domani mattina? So perfettamente che se dovessi dire un’inezia o una piccola difformità dalla santa Fede Cattolica, insegnata dalla voce divina della Chiesa di Dio, sarei immediatamente sospeso, e nessun governatore civile, o qualsiasi altro potere nel mondo, potrebbe ripristinarmi nell’esercizio delle mie facoltà; nessun giudice civile o potentato della terra, potrebbe riportarmi all’amministrazione dei Sacramenti, finché l’Autorità spirituale della Chiesa non mi permettesse di farlo. Questa, quindi, è la differenza caratteristica, ed un giorno si abbatterà sulla Chiesa, in tutti i Paesi in cui si è affermato questo spirito di indifferenza, una persecuzione del potere civile. Ed avverrà questo anche per un’ulteriore ragione, perché la differenza tra la Chiesa Cattolica e ogni altra società è che: le altre società sono di costituzione volontaria; cioè le persone si uniscono ad un corpo particolare e, se questo non va più loro a genio, perché magari acquisiscono una migliore conoscenza, cambiano strada: diventano battisti, o anabattisti, o episcopaliani, o unitari o presbiteriani, finché non trovino qualcosa che non piaccia loro in questi sistemi; e poi vanno anch’essi ad unirsi a qualche altro corpo o rimangono senza legami; perché queste società non hanno alcuna pretesa di dirigere la volontà, ma solo di insegnare tutto quello che pensano di fare. – Esse sono come le antiche scuole ed il loro insegnamento è una sorta di filosofia cristiana: pongono le loro dottrine davanti a quelli che sono disposti ad ascoltare: se le ascoltano e, per buona fortuna, sono d’accordo con loro, rimangono: se no, se ne vanno. Ma dov’è il governo sulla volontà? Possono forse essi dire: « Nel nome di Dio, e sotto pena di peccato mortale, devi credere che Dio si è incarnato e che il nostro Signore incarnato si offre in Sacrificio sull’altare, che i Sacramenti istituiti dal Figlio di Dio sono sette e che tutti trasmettono la grazia dello Spirito Santo »? A meno che essi non abbiano autorità sulla volontà e sull’intelligenza, costituiscono in realtà solo una scuola e non un Regno. Ora questo è il carattere che manca completamente in ogni società che non possa pretendere di governare nel nome del nostro Divino Signore e con voce divina; e quindi la Chiesa di Dio differisce da ogni altra società in questo particolare: che Essa non è solo una comunità di persone che si uniscono volontariamente tra loro, ma Essa è un Regno: Essa ha una legislatura; ha le direttive dei suoi Concili, per milleottocento anni si è riunita in seduta, ha deliberato e decretato con tutta la solennità e la maestà di un parlamento imperiale. Questo Regno ha un dirigente che attua ed applica i decreti di quei Concili in tutta calma e con tutta la decisione perentoria di una volontà imperiale. La Chiesa di Dio, quindi, è un Impero all’interno di un impero; e i governatori e i prìncipi di questo mondo ne sono gelosi proprio per questo stesso motivo. Essi dicono: « Nolumus hunc regnare super nos – non vogliamo che quest’Uomo regni su di noi ». Proprio perché il Figlio di Dio, quando venne, stabilì un Regno sulla terra, in ogni terra, in ogni Nazione, la Chiesa Cattolica governa con l’autorità della Chiesa Universale di Dio. Per esempio, in Inghilterra, il piccolo e disprezzato gregge di Cattolici si unì sotto una gerarchia per dieci anni, appoggiandosi alla Santa Sede come suo centro, parlando e governando con la sovranità derivante dalla Chiesa Universale di Dio. Però, a dieci anni di distanza, quell’atmosfera era turbata e tormentata dal tumulto dell’ « aggressione papista ». L’istinto naturale dei governanti civili sapeva che non si trattava di una semplice filosofia cristiana proveniente da una terra straniera, ma di un governo, di un potere, di una sovranità. Anche per questo, la scuola liberale estremista, che millanta tolleranza per ogni forma di opinione e che insegna che l’ufficio del governatore civile non debba mai entrare in controversie di religione, ma che tutti gli uomini dovrebbero essere lasciati liberi nel loro credo e la coscienza di tutti gli uomini essere libera davanti a Dio, fa anch’essa un’eccezione unica e, con la più strana delle contraddizioni verso tutti i suoi princîpi, o, almeno, verso le sue professioni, sostiene che, poiché la Chiesa Cattolica non è semplicemente una forma di dottrina, ma anche un potere o un governo, Essa deve essere esclusa dalla tolleranza generale! E questo è esattamente il punto della futura collisione. È proprio questa la ragione per cui gli Arcivescovi di Colonia, Torino, Cagliari e via dicendo, sono andati in esilio l’altro giorno; … ecco perché diciannove sedi sono, in questo momento, vacanti in Sardegna, … ecco perché, in Italia, i Vescovi sono, proprio in questo giorno, cacciati dalle loro cattedre episcopali; è ancora per questa ragione che in questa terra si stabilisce la religione protestante invece che la Verità cattolica, e che le Cattedre, una volta occupate dai Vescovi della Chiesa Universale sono ora occupate da quelli che i regnanti dell’Inghilterra, e non il regnante Vicario di Gesù Cristo, hanno scelto e istituito. È la medesima, la solita antica competizione, vecchia quanto il Cristianesimo stesso, che c’è stata fin dall’inizio, prima con il pagano, poi con l’eretico, poi con lo scismatico, e poi con l’infedele, e che continuerà infino alla fine. Non è lontano il giorno, in cui le Nazioni del mondo, ora così calme e pacifiche nell’immobilità della loro universale indifferenza, potranno essere facilmente destate, e le leggi penali persecutorie ancora una volta troveranno posto nei loro statuti.

[continua…]

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-6B-)

BEATITUDINI 6 (B)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

Beati mundo corde: quoniam ipsi Deum videbunt.

[Beati i mondi di cuore perché vedranno Dio]

III

LA VIRTÙ BELLA

VIRTÙ CHE RISPLENDE

La purezza è la bella virtù. È definita così. Le altre meritano pure titoli ed elogi; questo di « bella » appartiene particolarmente alla purezza poiché fa bella la vita umana. I bimbi per questo sono tanto attraenti. Il candore d’una fanciulla la fa avvenente, anche se le linee del suo volto mancano d’armonia. Un giovine dagli occhi aperti e chiari, dalla fronte limpida, dal costume casto, i cui pensieri rispecchiano la purezza del cielo nostro, possiede un fascino vero. Anche la donna deve la sua bellezza soprattutto alla purità delle abitudini e del cuore; poiché sia pur bella la sua figura, senza purezza di mente e di cuore essa ha del banale, che si tradisce dagli occhi e dalle labbra. La sua parola non ha finezza e soprattutto sincerità. Se madre diventa insufficiente al suo compito, è trasandata, pigra, debole anche se volesse usare energia, amante dei suoi comodi e arida verso Dio. Chi è pieghevole ai piaceri della carne difetta necessariamente di pietà religiosa; la sua preghiera è scarsa e priva di calore, di fede, di amore del Signore. Lo spirito, insomma, rimane mortificato e oppresso. Slanci di carità familiare possono talvolta erompere dal senso materno, ma senza resistenza e attenuati dalla tendenza all’interesse personale, per la soggezione alle prepotenze del corpo. – L’uomo non è esente da pesi a questo riguardo. Se non ha il governo dei suoi istinti inferiori, difficilmente è fedele al giuramento dell’altare. Il coniugio è abusato e depressa la sua dignità, come la sua funzione. Cede alle voci laterali della mala abitudine; guarda volentieri fuori di casa; gusta le compagnie equivoche; fatica a rimanere lealmente aderente alla famiglia; e quando la tentazione attacca con violenza… tradisce. Occorre una tenacia rara di volontà; una fede religiosa chiara e consapevole; una decisione che porti al lavoro, alle occupazioni, alle opere di carità in cui l’animo venga interamente compreso, come da una morsa franca e benefica. L’uomo casto ama lealmente i suoi e si diletta della sola famiglia.

UN PO’ DI MUSICA

Vogliamo sentire un po’ di musica in lode della purezza? Ecco una pagina di sant’Efrem, il primo poeta della Vergine sbocciato sulla fiorita aiuola siriaca della Chiesa, al principio del quarto secolo. È dottore della Chiesa e uno dei Padri più autorevoli della Tradizione cristiana. Nel suo scritto Parænesis canta il suo inno alla purezza; « O purezza, cui sono in abbominio le delizie, il lusso, l’affettata leggiadria della persona, gli ornamenti superflui delle vesti! O purezza nemica ai banchetti e alle ebrietà! O purezza, freno degli occhi, che trai tutte le membra dalle tenebre alla luce! O purezza, che umili la carne e l’assoggetti e percorri celere gli spazi del ciclo! O purezza, madre dei soavi affetti e norma della vita angelica! O purezza, che hai mondo il cuore, dolci le labbra, lieta e luminosa la faccia! O purezza, che inebri il cuore di chi ti possiede e dai ali per volare! O purezza, che dai gioie spirituali e bandisci ogni vile tristezza! O purezza, che domi la forza delle passioni e educhi l’anima a libertà! O purezza, che scuoti l’accidia e insegni la pazienza! O purezza, peso lieve, che nelle acque tempestose non sei travolta! O purezza, prezioso possesso, che le fiere non devastano e il fuoco non brucia! O purezza, che alberghi nei cuori mansueti e umili, e che rendi gli uomini divini! O purezza, che simile a rosa fiorisci nel mezzo del corpo e dell’anima e riempi di profumo tutta la casa! O purezza, precorritrice e coabitatrice dello Spirito Santo! O purezza, che adempi le promesse di Dio e trovi grazia presso tutti gli uomini! ». – Questa canzone non ha nulla di monotono, nulla di comune e di piatto. Respira la spontaneità d’un’anima e d’una intelligenza evidentemente ricca e sensibile. Essa aveva incominciato con questa affermazione: « L a purezza, fratello mio, somiglia a una palma. La palma ha il legno bianco e attorno è munita di fibre e di aculei, che ne proteggono il candore. Certo un tesoro come quello non può essere conservato che dagli aculei della mortificazione cristiana. Mediante questa la virtù si rinvigorisce, si sviluppa secondo la linea ascendente, che le è propria; trovandosi protetta, essa svolge e dilata le sue capacità sulla nostra condotta e la rende più saldamente ancorata contro ogni insidia. – Nelle famiglie in cui la riservatezza è abitudine, l’aria è sana e i caratteri si aprono a confidenza reciproca e tutto diventa comune e lieto. Il Signore è presente e adorato sempre con la gioia filiale, scoppiante dai cuori casti. Le prove della esistenza sono portate da cuori alacri e vibranti.

DUE TIPI DI FAMIGLIE

Dice l’Allard narrando delle persecuzioni, che « la strana fantasia d’un giudice preferì condannare qualche donna » ad lenomen potius quam ad leonem confessando in tal modo, che per noi cristiani la perdita della castità è più crudele d’ogni supplizio e d’ogni morte » (Tertulliano, Apol c./50). È per altro vero, che nessuna violazione, subita contro volontà, intacca la virtù; ma il fatto ha il suo significato. Colui che si dichiara seguace di Cristo intende di voler essere padrone delle sue impulsività e dei suoi sensi. La purezza del costume è la sua aureola più ambita. Ma perché? Perché è fonte di vita rigogliosa. Essa infatti è la migliore preparazione alla vita e la riserva di molta energia. Quando poi i giovani s’apprestano a formare una loro propria famiglia puri da contaminazioni, s’uniscono col diadema del pudore sulla fronte spianata e il loro affetto è tutto profumato di freschezza e di candore. Sono questi i matrimoni sani, dove la legge di Dio avvalora la saldezza della parola e del costume. L’affetto dei giovani sposi è tenero, l’attaccamento gagliardo, la fedeltà senz’ombra. Gli occhi non si volgono al di fuori, perché i cuori sono soddisfatti. – Altra è la famiglia senza preparazione. Lì l’adulterio spirituale ha principiato il suo lavoro di devastazione prima del matrimonio; come pensare, che questo abbia alfine una sistemazione leale? Ed avviene, che o la moglie appassisce solitaria in casa mentre il marito è attratto dalle sue distrazioni, o ambedue lasciano il deserto di una simile abitazione, in cerca di altri nidi. La licenza della giovinezza si perpetua così a rovina. – Alimenta tutte le altre virtù, somministra energia per tutti gli sforzi di bene, mantiene elevato il senso del dovere, perché essa stessa è una vittoria del dovere amato. Sorveglianza dunque sui sensi, mortificazione degli occhi, del cuore, della volontà di diporto. Fa gustare la famiglia, innamora dei figli, fa sentire le consolazioni che vengono dalla loro armoniosa manifestazione di vita. I genitori cristiani non fremono per le seduzioni mondane. I loro limpidi cuori sono presi interamente dalle ineffabili gioie della casta dimora della famiglia. – La donna ripone tutta la sua ambizione nella riuscita spirituale dei figli; l’uomo si gloria dei sacrifici per essi compiuti e pregusta gli anni del raccolto, quando, vecchio, potrà gustare il frutto della sua saggia condotta.

IV

I PURI HANNO LA VISIONE DI DIO

LIMPIDEZZA DELL’OCCHIO

La purezza fa limpida la vita e rende facile la pratica delle virtù. Tutte quante esse hanno per condizione e base l’animo puro. Chi soffre una illecita catena al cuore è vincolato e servo e tutti i suoi gesti, come i pensieri risentono della schiavitù. Ma il cuore libero di levarsi a volo in qualunque circostanza della vita od ora del giorno, sa schivare l’avarizia, che non lo tocca; sa vincere l’ira, che non è eccitata; sa dominare l’ambizione che non ha alimento, essendo l’animo saziato dalla grazia intima di Dio. Non v’è passione, che più renda frenetico il cuore umano quanto una qualunque forma d’impurità. Due monaci, narra Piero Misciatelli (Storie e pensieri d’anacoreti) dedicatisi alla vita attiva, chiesero un giorno a un antico compagno, rimasto in solitudine, come avesse in tale condizione vissuto. Egli, dopo un istante rispose: Empite d’acqua un vaso… Guardate nel fondo… che cosa vedete? Nulla. — Poi, calmatasi alquanto l’acqua, tornò a chiedere: Ed ora, che vedete? — Vi scorgiamo i nostri volti — Ed egli aggiunse allora: — Così è l’uomo, che vive in mezzo agli uomini, il quale per il turbamento provocato dagli affari e dalle passioni mondane, non può vedere i suoi difetti; ma se vive nella pace e nel riposo del deserto, scorgerà chiaramente Dio. La purezza è appunto la solitudine dello spirito, ben lontano e appartato da ogni mondanità, e vivente tutto del Signore presente. L’essere illeso da tutto ciò che infetta l’animo fa l’occhio vivido, acuto, pronto e limpido per raggiungere in un certo senso la Divinità. Non è per mezzo delle creature, forse, che Dio ci si rivela? E proprio noi siamo la sua creatura più nobile e somigliante. Se noi sappiamo scorgere bene nel nostro spirito puro o purificato, siamo sulla via di vedere Lui stesso. Dio ha tanto piacere di mostrarsi all’uomo. Non furono gli uomini a pregarlo che non si mostrasse loro, per la paura di morire? Questo però accadde, perché essi erano consapevoli della loro colpa. Se al contrario l’uomo è mondo, allora Dio gli si rispecchia nell’animo e si rende come visibile.

VEDERE IMMEDIATO

Visibile soprattutto nelle sue verità, che non soffrono gli oscuramenti della mezza fede languida e crepuscolare. La divina Rivelazione, quando entra in un’anima casta, si trova nella atmosfera opportuna e capace di diffonderne irradiazioni e chiarità mirabili. L’anima che l’accoglie supplisce sovente la cultura religiosa che s’acquista per vie umane e ne penetra il midollo santo, talvolta meglio dei dottori e dei maestri. « Abscondisti hæc a sapientibus et prudentibus » (Lc., X, 21). Sfolgora la verità della Fede nell’anima e nella vita del santo; rinvigorisce quella stessa del savio. Nessuna esitazione, nessun dubbio, poiché v’è l’esperienza e la conquista nel sacrificio. Visibile si rende Iddio altresì nella sua legge morale, che nel cuor puro fruttifica come l’olivo sulle rive del torrente. Legge morale, che non trova opposizioni consistenti nell’animo del casto; ma piuttosto comprensione e secondamento fedele. Egli sente la norma di Dio come provvida e feconda e come segreto di energia e di vita. L’ama e la approfondisce con l’esperienza d’ogni momento. – Visibile è Dio anche nella sua Provvidenza, la quale nel cuore immacolato agisce così stupendamente. Egli la discerne presente nel groviglio delle umane vicende, nel contrasto degli interessi e delle avidità degli uomini, nelle sorti delle loro intraprese, ma anche nelle manifestazioni che toccano gli umili, i poveri, i piccoli. La sua giustizia non gli appare mai oscurata dagli avvenimenti; il suo occhio rileva la sapienza dei suoi interventi, come delle sue apparenti assenze e dei suoi silenzi. È in questi problemi e nei contrasti umani, che la divina azione viene più facilmente misconosciuta dagli uomini di poca vista; ma il casto è vigile e acuto indagatore della mano di Dio e del cuore paterno. Il più accorto commentatore della storia non raggiunge la limpidezza d’intuizione dell’anima pura. Vi sono anime nelle quali si può vedere, « come attraverso piccole fenditure, scrisse l’ammirabile Padre Surin, la luce dell’altra vita ». E ve n’ha di anime veramente preziose, la cui luce interiore ha la propria sorgente nel Verbo e le cui dolcezze vengono dall’unzione dello Spirito Santo. Gli uomini che le accostano e che vivono loro accanto ne avvertono il profumo e la bellezza come uno specchio rilucente e come in una calda temperie. – Accadeva a san Francesco di Sales, secondo la deposizione di san Vincenzo de’ Paoli, di rileggere le pagine in cui aveva trattato le sue dottrine di morale virilità (risalto dell’azione della grazia divina, occasione di sviluppo di introspezione, di cultura di sé), piangendo di commozione, riconoscendovi l’ispirazione divina. Dalla quale affermazione appare come Dio si riveli col suo insegnamento attraverso l’opere delle anime caste, e queste lo riconoscano descrivendone l’azione. Non è questo stato come una parentela con gli Angeli? Se ne compiono le funzioni a servizio di Dio; se ne coltiva la precipua virtù, con fedeltà e un profitto ammirabili; se ne espande la bellezza a piene mani; se ne documenta la generosità in modo tangibile. Dio scendeva a conversare con gli uomini prima della colpa; Dio si mostra ai cuori puri già fin da questa vita, nelle forme che questa nostra vita sopporta. Pensiamo all’effetto, che sui giovani può avere sempre ed ha sovente la parola incitante alla purezza, quando sia nutrita di esperienza e di vita. È l’età delle tentazioni, ma appunto anche degli entusiasmi e della volontà vigorosa ed eroica. Quanto più assale la tentazione e più lo spirito ancora sano reagisce e si ribella. Dentro è la voce squillante della natura e della grazia, che in accordo perfetto danno l’allarme e si offrono a sostenere la difesa. Lo spirito giovanile si volge meglio all’invito della battaglia che non al consiglio della vile inerzia. Se egli trova chi gli parli con opportunità lo seguirà decisamente. Né sarà un prodigio necessario, poiché il giovine ha dentro la chiamata alle cose grandi e si sente generalmente disposto a secondarla. Il Padre Lallement scrisse, che la via più breve e sicura per arrivare alla perfezione è l’impegno di conquistare la purità del cuore, piuttosto che l’esercizio delle virtù. Il «cor mundum crea in me, Deus», rimane la invocazione capitale dell’uomo a Dio. Su di essa poggia tutta la nostra speranza. Ma vi sta altresì la volontà di Dio. Non abbiamo che da secondarla e la visione di Dio, a cui tendiamo per la creazione e per la grazia, si compirà poi nell’altra vita. – Il Bremond dice, che dietro sant’Ignazio, dopo Cristo, il Padre Coton realizzava con una impressionante chiarezza gli attori e le scene del mondo invisibile, che gli erano presenti quanto quelle di questo mondo e che, in fondo, gli sembrava più vero. Questo è vivere come gli uomini prima della caduta. Ma è anche il sospiro verace dei nostri cuori. « Oh, diceva il Curato d’Ars, quanto piace a Dio un’anima pura e com’è cara al suo cuore! Come son felici coloro che hanno il cuore puro ed amano Dio! ».

V.

UNA MEDESIMA VIRTÙ IN DUE STATI

DUE PUREZZE

Bisogna avere idee precise circa la condizione della verginità e del coniugio; due stati onorati dalla religione e che recano con sé le divine benedizioni. In ambedue, benché in proporzioni diverse, si verifica la volontà di Dio nei riguardi della purezza e ne viene l’esempio più eccellente della compiutezza umana della nostra Fede. Sant’Agostino commentando la figura di Susanna (Serm., 343) esclama: « Si specchino le donne coniugate in Susanna, le vergini in Maria; serbino le une e le altre la castità, coniugale quelle, queste verginale. Poiché hanno entrambe merito presso Dio; che se la verginale è maggiore, minore la coniugale, pure ambedue sono grate a Dio. Tutti pervengono alla vita eterna, ma non tutti conquistano lo stesso onore, la stessa dignità, lo stesso merito. La vita eterna si può paragonare al cielo nel quale son tutte le stesse così come tutti i giusti si troveranno nel regno di Dio. La vita eterna sarà per tutti ugualmente. . Ma guardate il cielo, rammentate le parole dell’Apostolo: — Vi sono i corpi celesti e i corpi terrestri; altro lo splendore del sole, altro quel della luna o delle altre stelle; persino una stella differisce dall’altra nel grado di splendore. Così avverrà nella resurrezione dei corpi. (1 Cor., XV, 40-2). Pertanto, fratelli, ciascuno combatta nel secolo presente in modo che possa rallegrarsi nel futuro ». – È la scelta da farsi secondo le ispirazioni dall’alto. Lo Spirito Santo parla a ciascun cuore con parole adatte; e le circostanze esteriori della esistenza ordinano intime indicazioni così da seguire la strada segnata da Dio. Ma è commovente il travaglio, che si verifica nell’anima d’un giovane o di una ragazza, quando, avendo amato la virtù bella, debba decidersi per il matrimonio. C’è un esempio preclaro in Federico Ozanam, già professore alla Sorbona e nella piena efficienza del suo genio letterario.

CASTITÀ VIRILE

La sua immacolata giovinezza lo ha mantenuto assente da ogni particolare legame con l’altro sesso. Gli studi, le opere di bene furono l’occupazione esclusiva della sua vita. Un senso di estraneità verso la donna lo ha seguito negli anni di preparazione. « Dichiaro che in generale io non le capisco. La loro sensibilità è talvolta ammirabile, ma la loro intelligenza è d’una leggerezza e d’una inconseguenza disperante. Avete avuto mai ad osservare una conversazione più capricciosamente interrotta, meno seguita della loro? » E arriva persino a scrivere: « Siate sicuro, che l’uomo abdica molto della sua dignità, il giorno nel quale s’incatena al braccio d’una donna ». La sua esitazione davanti alla prospettiva del matrimonio è persino curiosa. « Avete mai visto, senza provare uno stringimento di cuore, il domani delle nozze?… Io non concepisco la gaiezza che s’incontra abitualmente nelle nozze ». La perpetuità dell’impegno gli si presenta come qualcosa di terrificante. Sentite come si prospetta in lui il coniugio; in lui, che viveva del lavoro intellettuale con una vera passione. Scrive ad un amico in procinto di passare a nozze. « Conservo la speranza, che mi riesce dolcissima, di vedervi riservare qualche momento ancora della vostra libertà, della vostra attività; di vedervi tardare un po’ prima di impegnarvi in nuovi doveri, che vi vincolerebbero ora del tutto e non vi lascerebbero agio né per imparare, né per fare. Senza dubbio è triste e vuota questa vostra esistenza solitaria d’ora; ma il lavoro la può colmare e la religione consolare. Dio e la scienza, la carità e lo studio non bastano forse ad incantare la vostra giovinezza? ». Ma in seguito si pone anche a lui con imponenza il problema. Il suo spirito un po’ scrupoloso lo fa esitare sempre. Ma dopo la morte di sua madre occorre che si risolva. « Sento in me un gran vuoto, che non vien colmato né dallo studio, né dall’amicizia; ignoro chi verrà a riempirlo: sarà Dio? Sarà una creatura? Ormai il sogno nasce e matura ». Prega di aver tempo per prepararsi degnamente a riceverla. Ed appare significante il senso d’opportunità e il carattere positivo delle sue esigenze. « Prego che porti con sé quanto sarà necessario di fascino esteriore affinché non lasci il posto a nessun rimpianto; ma prego soprattutto che essa venga con un’anima eccellente, che porti una grande virtù, che valga assai più di me, ch’essa mi attiri in alto, ch’essa non mi faccia discendere, ch’essa sia generosa giacché spesso io sono pusillanime, ch’ella sia fervente perché io son tiepido nelle cose di Dio, ch’essa sia atta a compatire in fine affinché io non abbia ad arrossire davanti a lei della mia inferiorità; ecco i miei sogni ».

AMICIZIA CONIUGALE

E incontra l’anima che sarà sua. Amelia Sulacroix ha colpito il professore della Sorbona con tutti i doni della sua natura e della sua indole. Ozanam ne è preso. Ne parla agli amici nei termini migliori e dice di pregare affinché l’opera si conchiuda. A Parigi ne tratta anche con Montalembert. « La vita di santa Elisabetta ci ha rivelato le caste gioie della pietà coniugale; l’amicizia del suo storico ci può aiutare a riprodurla ». Amelia è la felicità di Federico. Con essa fa il viaggio in Italia e si presenta a Pio IX, dal quale insieme ricevono la santa Comunione. Ma la sua letizia presto si appanna. Sua moglie si accinge a diventare la sua infermiera. E qui il valore morale di essa viene a rivelarsi per intero. Da lei gli vengono tutte le consolazioni. « Voi potete essere tranquilla, scrive alla suocera, circa le cure che mi vengono prodigate. Conoscete colei che Dio mi ha dato per angelo custode visibile: l’avete ben vista all’opera. Ma da quando il male s’è fatto più serio, non potete immaginare tutto quello che essa ha trovato nel suo cuore di risorse, non soltanto per sollevarmi lo spirito, ma per consolarmi; quale tenerezza ingegnosa, paziente, infaticabile, mi circonda ogni momento e previene i miei desideri… Tra la mia donna e la mia piccola io gusto una dolcezza estrema ». Abbiamo così abbozzato le due fasi della castità verginale e della coniugale in un modello ira i più attraenti. La verginità emana anche dall’uomo come un dono inestimabile di Dio; la vita coniugale accettata dapprima nella esitazione di uno spirito robusto e quasi sicuro di sé, ma poi desiderata come il compimento per la maggioranza necessario della stessa castità giovanile. E non difetta la spontaneità del sentimento né nella prima, né nella seconda fase. – Sant’Agostino continua la sua lezione. « Sei coniugato? Il tuo stato è inferiore; ma pur non disperare del Regno dei cieli. Sei obbligato all’osservanza dei precetti coniugali… Non poche tentazioni insidiano la vita coniugale. Non fu tentata Susanna nella sua pudicizia, benché avesse un marito? Forse hanno le donne coniugate il privilegio di non essere cimentate in questa materia? Vedete: Susanna era moglie d’altri… eppure fu tentata, ondeggiò nella tempesta. Vedo angustie da ogni parte. Temé la morte per le accuse dei testimoni ribaldi, ma più a ragione paventò la morte che viene da Dio, giudice infallibile… Insegnò alle maritate come resistere al tentatore, insegnò a combattere, insegnò a soffrire, insegnò a chiedere aiuto per vincere ». Sicché fu la visione di Dio, che salvò Susanna. – Ed è questa la visione, privilegio dei cuori mondi, che ci consolerà per tutta la vita e nell’eternità.