LA VITA INTERIORE (29)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (29)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

VOGLIO TE SOLO, O GESÙ!

TI DESIDERO…

Mio caro Gesù! Permetti che al termine di queste pagine nelle quali ho cercato di parlare di Te, parli, ora, un poco, a Te!

Sento vivissima, forte, insistente, la necessità di vivere con Te, perciò di venire a Te! Sento ch’è grave l’angustia di questa vita mortale: la mia debolezza mi confonde; la lotta d’ogni giorno mi fiacca! Oh! Signore Gesù, abbi pietà di me! Chiamami a Te, o Gesù! Ho bisogno del tuo amore! Solo del tuo amore! Del tuo amore solo! Più ti penso, più ti desidero, o Gesù! Sei l’amore infinito. Come si può vivere senza di te? Come posso stare, senza desiderare di gettarmi, tremante d’amore, fra le tue braccia paterne, per appoggiare il capo sul tuo cuore, per dirti che t’amo tanto e che non posso dire e fare altro che amarti, mio vero amore? – E che m’importano le meschine glorie, le vane soddisfazioni degli uomini che tanto facilmente s’adombrano; si contrastano, s’incensano, s’abbattono?

TI AMO…

Capisco, o Gesù; sì, capisco! È necessario soffrire tutta la vita, perché Tu hai voluto che non fossero qui il gaudio e la pace… Hai voluto che accettassimo, nell’abbraccio, la Croce…; che seguissimo il Tuo esempio. Dovrò tenerla, adunque, ancora, per molto tempo, nelle mie braccia, questa croce? Il seme di grano deve morire per poter dare nell’àrista mille frutti d’oro! Sì, o Gesù, voglio morire anch’io, ai miei desideri, anche ai più santi, per rinascere sempre più vivo e rivivere sempre con Te e in Te. – Gesù dolce! Gesù amore! se penso che Tu mi ami, sento che il cuore mio non resiste più. So che m’hai dato tutto il Tuo amore quando spasimasti e moristi, per me, in Croce; so che me l’hai conservato nella SS. Eucarestia…, ed io mi sento commosso e provo la gioia più inebriante! Sento che tu hai posto nel mio cuore il desiderio di un amore senza confini, e mi fai sentire, continuamente, che tu solo sei l’unico amore, che tu solo sei l’unica realtà! Ah! caro Gesù! Com’è dolce il Tuo amore! Che conforto inesprimibile! Oh Gesù! io ne sono insaziabile. Vieni, Gesù dolce, Gesù amore! Deh! Gesù vieni; e non tardare! senza Te io non posso stare!…

TI VOGLIO!

Gesù, Tu solo sei tutto. Per questo Ti voglio! Maestro insuperabile, venerato, caro! padre affettuoso; fratello dilettissimo; sposo dell’anima mia; amico fedelissimo; unico e vero Redentore! Per Te, tutto e solo per Te! Sì, o Gesù. Perché la mia vera gioia, la mia più grande gioia è di sapermi amato da Te, e perciò dal Padre celeste e dallo Spirito Santo. – Sapermi amato da Te che sei il tutto, mentre io sono il nulla! Meno che nulla.

Eppure… Sì, fa’ coraggio, anima mia, Iddio mi ama. Me, così esiguo, debole, effimero, deforme, cattivo, perfido, inetto, incostante. Ama me d’un amore infinito sin dall’eternità, questo Signore e Creatore di tutto lo sterminato universo che S. Agostino ha definito: «Sommo, ottimo, più che potente, più che onnipotente, sovranamente misericordioso e giusto, nascostissimo e presentissimo, bellissimo e fortissimo, stabile e incomprensibile ». Oh! Gesù. Perdonami se me ne meraviglio! Dovrei ricordare sempre che il Tuo amore è degno della Tua Bontà infinita, della Tua gloria, della Tua onnipotenza! Grazie, o Gesù! Accoglimi, dunque, fra le Tue braccia, poiché sono la pecorella smarrita, sono la dramma ruzzolata sotto la tavola, sono il figliuolo prodigo che si stringe al Tuo seno e non vuole più separarsi da Te! – Sento un bisogno irresistibile, o Gesù, di dimenticarmi, di scomparire, di consumarmi per adorare Te nel Padre Celeste ininterrottamente, per radicarmi in Te, immobile, come se fossi già nell’eternità, per ascoltarti in un profondo silenzio…

BEATI GLI OCCHI…

« Beati gli occhi che ti veggono, o Dio amore! O quando giungerò colà ove sei tu, Dio, vera luce?… So che alfine ti vedrò coi miei occhi, o Gesù, mio salvatore! Beati gli orecchi che ti ascoltano, o amore, verbo di vita! Quando la tua voce piena di tanta dolcezza mi consolerà chiamandomi a te? Oh! ch’io non abbia a temere una dura parola, ma ascolti presto la tua voce gloriosa! Beate le nari che sentono il tuo olezzo, o Dio, dolce profumo di vita! O venga io presto ai fertili e ameni pascoli della tua eterna visione! Beata la bocca, o Dio, che gusta le tue parole di consolazione, più dolci d’un favo di miele! Quando si nutrirà l’anima mia della sostanza della tua divinità, e si inebrierà dell’abbondanza delle tue delizie? Oh, possa io qui sentire quanto soave tu sei, Signore, in modo da goderti poi in eterno e pienamente, o Dio della mia vita. – Beata l’anima che si è unita a Te con amplesso di amore inseparabile, e beato il cuore che sente il bacio del cuor tuo, stringendo teco un patto di indissolubile amicizia. Oh! quando mi stringerai tu con le tue braccia, o Dio del mio cuore, e ti scorgerò senza velame?

Presto, tratta fuori da questo esilio, possa io vedere il tuo dolce volto nella gioia!» (Esercizi di Santa Geltrude la Grande).

O MARIA!

O Maria, Ausiliatrice, Immacolata, compi l’opera, soddisfa il mio desiderio. Voglio, per le tue mani verginali e materne, essere presentato, offerto e consacrato, per sempre, a Gesù. Degnati, o Vergine e Madre purissima, di esaudire la mia preghiera.

FINE

LA VITA INTERIORE (28)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (28)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LUI SOLO, GESÙ!

L’ATTRAZIONE DI GESÙ

QUATTRO MISTERI DI UNIONE.

San Tommaso d’Aquino ci ha indicato, con grande e insuperabile precisione, i quattro misteri di unione di Gesù con le nostre anime (Cfr. Inno alle Lodi nell’Ufficio del Corpus Domini (Breviario Romano):

1) Se nascens dedit socium.

Nel santo mistero dell’Incarnazione Gesù si fa nostro socio, nostro compagno, e così, di riverbero, noi diventiamo i compagni suoi.

2) Convescens în edulium.

La santa Eucaristia nel mistero della Cena fa di Gesù Cristo il nostro cibo e, di noi, i cibati da Gesù.

3) Se moriens in pretium.

Morendo in Croce, Gesù fu personalmente il prezzo del nostro Riscatto; e noi i riscattati, i liberati della schiavitù.

4) Se regnans dat in præmium.

Gesù salendo alla gloria del Cielo diventò la nostra ricompensa, e noi diventammo i suoi premiati in eterno. Ideo attraxi te, miserans… Avendo compassione, ti attrassi a me.

GESÙ NOSTRO COMPAGNO.

Portiamoci a Betlemme, e contempliamo Gesù Bambino. Dio, figlio di Dio, onnipotente… si è ridotto volontariamente all’impotenza, alla miseria, simile a noi, in tutto, tranne che nel peccato. È una persona storica, nel tempo, nel luogo, nelle azioni, nelle parole… Visse come gli uomini vivono, immerso in tante miserie, pressato da mille necessità…; abbeverato di dolori, mortificato da mille incomprensioni. Non importa. Volle essere nostro compagno, lo fu realmente, non soltanto con la sua autopresentazione, con la volontà di vederci e di conoscerci, ma con la sua più forte e più avvincente simpatia. Conosciamo, e ci ripetiamo con gioia, la sua dolce dichiarazione: Le mie delizie le ho riposte nello stare coi figli degli uomini. Ma, se questa è la sua dichiarazione d’amore per noi, qual è la nostra risposta? Come abbiamo cercato di lasciarci attrarre, di vivere uniti con lui?

TENDENZA DEL NOSTRO CUORE.

Per la corrispondenza del nostro cuore umano alle manifestazioni d’amore di Gesù, Dio ha posto ne’ nostri cuori una tendenza che li volge e indirizza e getta nel Cuore di Gesù. Questa tendenza è umana. e divina.

1) – Umana. – Tertulliano parlò dell’anima naturalmente cristiana. Gesù stesso ci presentò il fanciullo non ancor guasto dal convenzionalismo e dalle ipocrisie del vivere sociale come prototipo del cittadino del suo regno, che è quanto dire perfetto compagno suo. C’è un’attrazione naturale, una dolce simpatia insita nel cuore umano, per il Cuore di Gesù. Ne fu preso Pilato, fin dove poteva arrivare con la sua anima scettica di politico. Sembra ne fosse preso Tiberio, se è vero che lo abbia voluto nel numero degli dèi. La maggior parte dei nemici della Chiesa, ha avuto sempre una misteriosa ripugnanza a coinvolgerne nel suo odio anche il Fondatore; si sono trovati termini di separazione, come quello di Cristianesimo e di clericalismo, teorie le più strane per risparmiare Cristo dalla lotta contro l’opera sua; certe sette di sovversivi; come i comunisti, se lo sono preso e fatto addirittura proprio. Schierarsi contro Gesù, prendere di mira direttamente Lui è cosa che sempre ha ripugnato. E chi è giunto a farlo si è visto d’un tratto condannato all’isolamento dal disgusto dell’opinione pubblica. Del resto, giungere al punto di attaccare direttamente il Cristo ha sempre significato due cose: o uno stato di fobìa, di degenerazione che discende a toccare i confini dello squilibrio: o, più spesso, come ben giunse a notare di se stesso il Papini, il fondo di un grande amore che incosciente tumultua soffocato da un inconcepibile odio (legge ben strana questa di quel povero guazzabuglio che è il cuore umano, per cui ben spesso un’amicizia ed un fidanzamento cominciano con le più dispettose antipatie) ma, niente paura in tal caso: Saulo ben facilmente diventerà un Paolo.

2) Divina. – E con questo esempio siamo senz’altro passati dall’umana alla divina, dalla naturale alla sovrannaturale tendenza con cui Dio Padre polarizza i cuori degli uomini al Cuore del suo figlio diletto. Il Compagno chiama i compagni: se nascens dedit socium. Quest’opera di attrazione amorosa viene pur giustamente attribuita allo Spirito Santo: sono tratti di amore che ben si riferiscono all’Amore increato. « Nessuno viene a me, se il Padre che mi ha mandato non lo attira » diceva Gesù. E tutti noi sacerdoti ricordiamo lo splendido commento che sant’Agostino fa a queste parole: ce lo fa leggere la Chiesa nel mercoledì fra l’ottava di Pentecoste: « Non vi è solo una volontà che ci attrae a Gesù e ce ne fa desiderare la compagnia, ma pure una celeste voluttà. Egli nella mano del Padre (o se vogliamo, dello Spirito Santo) è come il ramo verde che trascina la pecorella, come le noci che fanno correre il fanciullo. Perciò la sposa della Cantica, si raccomandava di godere di queste divine attrattive per lo Sposo: Trahe me post te! ». Così a un di presso il santo dottore Agostino (A. CANESTRI, Rivista del Clero, VIII, 1936 – 423-4). Terminiamo con alcuni pensieri di sant’Alberto il grande (L’unione con Dio). « L’amore ha la virtù di unire e di trasformare: trasforma colui che ama in colui che è amato, e colui che è amato, in colui che ama. L’uno diviene l’altro quanto più è possibile. E prima di tutto, con quale pienezza di intelligenza trasporta l’oggetto amato nel soggetto che ama! Con quale dolcezza, quale soavità il primo vive nel ricordo del secondo; e come colui che ama si sforza di sapere, non in modo superficiale, ma fino nell’intimo, ciò che riguarda l’oggetto amato, e di entrare il più possibile nella sua vita interiore. Dopo viene la volontà. Forse che il primo non si trova in questa compiacenza amorosa, in questa dolce e intima gioia del possesso? Colui che ama si trova pure nell’oggetto amato, coi suoi desideri, la sua conformità con Lui di brame e di ignoranze, di gioie e di tristezze. Si direbbe che è una cosa sola con Lui ».

Come un organismo naturale riunisce nella sua unità

la diversità delle sue membra, così la Chiesa,

che è il Corpo mistico di Cristo, è considerata

come formante col suo Capo una sola persona morale.

S. Tommaso, III, q. XLIX, a. 1.

Cristo si forma în noi.

S. Paolo, Efes., IV, 15.

Noi dobbiamo crescere in lui.

S. Paolo, Cor., XII, 15-20.

GESÙ NOSTRO FRATELLO

GESÙ NON È CONOSCIUTO.

« E non ti bastava, o dolce mio Salvatore, l’abbassarti come Dio verso di noi per ridonarci la perduta immagine della tua divinità, che Tu volesti divenire anche nostro fratello? Per rinforzare la nostra fiducia per la energica elevazione di noi tutti sopra la debolezza dell’umana natura, volesti Tu stesso farti simile a noi in ciò che è essenzialmente umano, nell’impotenza e nella piccolezza; nel lottare e nel soccombere; nella tentazione e nell’abbandono — fuori che nel peccato, che questo non è umano (Hebr. IV, 15) — per darci un modello imitabile di perfezione veramente degno dell’uomo » (P. Schneep, Solo con Dio, II, pag. 143. Torino, S.E.I.). – È proprio questa una grande e bella e consolante verità; Gesù è il nostro fratello. « Ma la più grande sventura di questi nostri giorni è appunto quella di non conoscere Gesù: non solo da parte de’ nemici dichiarati del suo santo Nome, ma pure da tanti, da troppi Cristiani. Non vi dovrebbero essere uomini che si dicono increduli… Purtroppo, però, vi sono, e hanno la faccia tosta di dichiarare che, per essi, Gesù Cristo fu un grande uomo, un uomo eccezionale. Null’altro! » Molti poi fra i credenti in Gesù, non credono abbastanza alla divina umanità di Gesù. Lo considerano come un Dio distante, differente da loro stessi e talmente al di sopra di loro, che non è più loro fratello. Sopprimono la sua incarnazione e il contatto sublime — voluto dall’amore — della sua rassomiglianza con noi» (P. Matteo Crawley-Borvey, Incontro al Re d’Amore.). Persino tra le anime pie, vi sono alcune che non conoscono, rettamente, Gesù, poiché si creano un Gesù impicciolito, un Gesù sfigurato, un Gesù… che non è più Gesù. – Noi vogliamo, invece, dire, affermare, ricordare e presentare Gesù tutto intero, vero, integrale, figlio di Maria SS., il Gesù del Vangelo, Dio e Uomo, Uomo e Dio. Quale prova migliore delle parole di San Giovanni?: Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis (Giov. I, 14). E il Verbo si è fatto carne, cioè nostro fratello, simile a noi che siamo di carne; e si degnò di abitare fra di noi che gli siamo fratelli.Ancora: Apparuit benignitas et humanitas salvatoris Domini nostri Jesu Christi (Tim., III, 4).Apparve, Gesù, sotto l’aspetto della benignità, anzi, fu la benignità stessa, solo per attrarci a Lui più facilmente, più visibilmente. Infatti, per essere nostro fratello realmente, ha preso il nostro modo di parlare, le nostre affezioni, le nostre infermità, la nostra morte. Perché ci ha amato, perché ci ama. Per amore discese dal Cielo su la terra, per amore visse in mezzo di noi, per amore visse come noi, in tutto; tranne che nel peccato, per amore volle morire, e volle morire per dare a noi, suoi fratelli, la vita.

EBBE LE NOSTRE DEBOLEZZE.

Come noi, ebbe tutte le debolezze della natura umana, tranne il peccato. Consideriamo, per un istante brevissimo, le sue condizioni nella capanna di Betlemme… Ecco come si esprime il Crawley: « Piccolo, impotente, nascosto nei suoi pannolini, non cammina, non parla. Ha bisogno quasi d’aiuto, di soccorso, e ne chiede; è nutrito con un po’ di latte, portato sulle braccia di sua madre, prova i suoi primi passi: è veramente, veramente il nostro fratello ». Come Dio, sa tutto; come uomo, vuole imparare, e siccome usano gli uomini, comincia a balbettare… – È onnipotente come Dio. Come uomo, fanciullo perseguitato, fugge l’ira degli uomini e, di ritorno a Nazareth, si dà al lavoro manuale, esercita il rude mestiere del falegname nella povera officina del suo Padre putativo, e sarà chiamato anche, con ironia, il figlio del falegname, il falegname. Conobbe tutte le sofferenze della povertà: quelle fisiche e quelle morali. Queste ultime causate dalle insolenze e dal disprezzo della gente danarosa! In barca cogli Apostoli nel lago di Tiberiade, si lascia prendere dal sonno. Assetato chiede da bere alla Samaritana al pozzo di Giacobbe. Assetato dell’anima della Samaritana, delle nostre anime, di tutte le anime, le segue, le perseguita col suo amore! Sempre così fino al Calvario, sulla Croce, quando si addormenterà nella sua sete bruciante ». Come noi, adunque, ha provato la fame, la sete, la fatica, il bisogno del riposo. S’è lasciato vincere, appositamente per incoraggiare noi, per attrarci a Sé, perché vivessimo con Lui, dalla fede della Cananea, e compì per essa il miracolo desiderato; s’è lasciato vincere da Simone, come un ospite qualunque. E ha steso la mano… Volle provare il dolore intimo dell’isolamento, e si trovò solo, separato dai suoi amici, nel doloroso momento della cattura, fino al Calvario. Si lascia insultare, schiaffeggiare, flagellare, coronare di spine… e, pur sempre onnipotente, accetta d’essere aiutato dal Cireneo… Permette che lo crocifiggano, che si prendano beffe di Lui… Desideroso d’essere compreso, fa suo un modo di dire tutto nostro, puramente umano: Che si dice di me? — Che vuoi che ti faccia? — Venite da me, voi tutti, che siete stanchi ed oppressi, ed Io vi ristorerò.

I SUOI SENTIMENTI…

Furono quelli d’un fratello. Amò come noi, a modo nostro, quello e quanto noi, secondo le leggi divine ed umane, possiamo amare. Pensiamo all’amore per la Mamma sua, Vergine purissima, santa! Amò la sua patria; ebbe le tenerezze più accorate per i discepoli, per gli amici, pei… piccoli, per i poveri. Ebbe, pure, le sue preferenze: Pietro, Giovanni. A Pietro chiese: M’ami tu più di costoro: Come noi ebbe bisogno di amicizia. Ed ecco Gesù a Betania presso Maria, Marta, Lazzaro… Fece, come noi facciamo a chi ne crediamo degno, le sue confidenze. Maria, Marta, Lazzaro sapevano… Qui è opportuno ricordare per nostro conforto quanto dice S. Paolo: Christus heri, hodie, et in sæcula (Hebr. IX, 12), cioè: Com’era allora Gesù, è oggi, e sarà sempre… Che dire poi della sua compassione? Fu profondamente umana, Verso i poveri, gli ammalati, e, soprattutto, verso i peccatori… Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati (Matth. IX, 12). Commosso per la prova di fedeltà dimostratagli dalle folle che l’avevano. seguito, assorbite dal fascino della sua parola dolce e raggiante, lascia sfuggire dal suo Cuore le parole più ricche di bontà compassionevole ed esclama: Misereor super turbam (Marc. VIII, 1). E moltiplica il pane ei pesci per tutti quelli che così fedelmente l’avevano seguito… Ancora. Dovunque è chiamato, guarisce, risuscita, consola. Non chiamato, provoca l’incontro per trovare l’occasione del miracolo. Così risuscita il figlio della vedova di Naim. Di fronte a Lazzaro morto, piange… Poi, con voce schiantata dal dolore, chiama il caro amico, lo invita a uscire dalla tomba e l’accoglie nelle sue braccia. – Ebbe, come molto bene fu detto, l’ineffabile debolezza delle lagrime: nella mangiatoia; presso il sepolcro di Lazzaro; sulla sorte della città di Gerusalemme; sulle conseguenze del peccato; nel Getsemani e sul Calvario. Tutto questo non bastò, perché tutto questo fu soltanto una parte della manifestazione del suo amore. Il suo amore completo, senza riserve, Egli ce lo diede, dandoci tutto se stesso… nella S. Comunione, perché noi dessimo tutto il nostro io a Lui e con Lui per sempre potessimo vivere, e fare una cosa sola con Lui!… « I pastori ed i Magi non poterono che baciare i piedi del piccolo Re che Maria loro porgeva. Maria e Giuseppe, essi stessi, non potevano che contemplarlo e abbracciarlo… Mille volte più felici, noi lo riceviamo in noi, e secondo la bella espressione di Bossuet, noi possiamo divorarlo. » Oh, non lo cambiate Gesù! » (CRAWLEY, o. c., pag. 126). È come noi, di carne, di sangue, di lagrime, di dolore! È Gesù delle anime nostre. È, veramente, il nostro fratello.

LA NOSTRA ASSIMILAZIONE GESÙ CIBO…

Nell’Inno all’Eucaristia per la festa del « Corpus Domini » , San Tommaso, dopo di avere affermato che Gesù Cristo se nascens dedit socium, aggiunge: convescens in edulium; e cioè: la SS. Eucaristia, nel Mistero dell’ultima Cena, fa di Gesù Cristo il nostro cibo e, di noi, i cibati da Gesù. – Sì. Venendo dal Cielo sulla terra si fece nostro compagno, nostro fratello. Abbiamo già considerato l’altissima degnazione, l’immensa bontà, la profonda condiscendenza verso le nostre anime! Ma, così, come fratello, come compagno, Gesù ci stava, ci è vicino… Come nostro cibo, invece, sappiamo che si identifica con noi, nella assimilazione più completa, e noi in lui col totale abbandono.

LA PROMESSA.

Due volte Gesù parlò della SS. Eucaristia: la prima volta, per prometterla; la seconda volta, per darla. « La promessa è avvolta negli splendori della potenza divina; la consegna si compie nei crepuscoli della più melanconica tenerezza. Gesù impegnandosi a fare un dono che sul momento non dava e d’altra parte era così straordinario, doveva far vedere che la potenza di mantenere la sua parola non gli mancava; perciò, preparò il suo discorso con la moltiplicazione dei pani: chi aveva la virtù di moltiplicarli sarebbe anche stato capace di trasformarli » (CANESTRI, Rivista del Clero, 1936, pag. 483). – Ed ecco la promessa di Gesù fatta a quelli stessi che pure avevano visto il miracolo della moltiplicazione dei pani: — Io sono il pane di vita. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e sono morti: Patres. vestri manducaveruni manna in deserto, et mortui sunt (GIOV., VI, 48, 9). — Questo è quel pane disceso dal Cielo, affinché chi ne mangerà non muoia: Hic est panis de coelo descendens, ut si quis ex ipso manducaverit, non moriatur (Giov., VI, 50).— Io sono il pane vivo, che sono discesodal Cielo: chi mangerà un tal pane, vivràeternamente: Ego sum panis vivus, qui de cœlo descendi: si quis manducaverit ex hoc pane, vivet in æternum! (Ib., 51, 52).Questa. chiara, cordiale, generosissima promessa non fu compresa…, e Gesù lavolle riconfermare subito, nonostante il fuggi fuggi degli ascoltatori: « In verità, inverità vi dico: se non mangerete la carne delFigliuolo dell’uomo e non berrete il suosangue non avrete la vita in voi: Amen, amen dico vobis: Nisi manducaveritis carnem Filii hominis, et biberitis eius sanguinem, non habebitis vitam in vobis » (Ib., 54). Lamia carne è veramente cibo e il mio sangueè veramente bevanda: Caro mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus » (Ib., 56).Dopo il ripetuto miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci per saziare la momentanea necessità di cibo di alcune migliaia di persone, nessuno avrebbe dovuto, o potuto, dubitare delle parole di Gesù.

L’ISTITUZIONE.

Passati circa 18 mesi dal giorno della promessa, ecco Gesù nel Cenacolo circondato dagli Apostoli, poche ore prima dell’inizio della sua Passione. Egli, in un atto di profonda umiltà e di sublime carità, quasi a meglio preparare i presenti al grande atto cui stava accingendosi, volle prima lavare i piedi dei suoi Apostoli. Indi, a cena iniziata, Gesù prese un pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede agli Apostoli dicendo: « Prendete e mangiate: questo è il mio corpo: Accipite et comedite: hoc est corpus meum » (Matt., XXVI, 20). Così pure prese il calice, e levati gli occhi al cielo, lo benedisse e lo diede ai medesimi, dicendo: « Bevete di questo, tutti; ché questo è il sangue mio del nuovo Testamento: Bibite ex hoc omnes: hic est enim sanguis meus novi Testamenti » (MAtT., XXVI, 27-28).La promessa era stata preceduta da ungrande miracolo che doveva manifestare lapotenza di Gesù. Il mantenimento della promessa non fu, invece, accompagnato danessun prodigio. Tutto fu accolto in un’atmosfera di dolore sereno, di forte commozione per il prossimo distacco, per l’imminente sacrificio di Gesù Redentore nell’offertato tale di se stesso al Padre Celeste per la nostra salvezza.

DUE SPECIALI CIRCOSTANZE.

San Tommaso nel richiamarci il momento speciale di cui stiamo trattando nell’Inno all’Eucaristia, fa presenti due speciali circostanze: una di tempo, l’altra di fatto:

Verbum supernum prodiens,

Nec Patris linquens dexteram,

Ad opus suum veniens,

Venit ad vitæ vesperam.

Ad vitæ vesperam. Cioè: la vita di Gesù stava per finire, era al suo vespro. Ci diede, Gesù, se stesso, in quel momento, vicino alla sua morte, come Suo ricordo, come eredità, come suo testamento. Chi può intendere di quale battito pulsasse, in quegli ultimi momenti, per noi, il Cuore di Gesù? Non solo al vespro della sua vita, ma anche al vespro di un giorno, cioè di sera. Nei dolci momenti dell’intimità famigliare, quando vivo ritorna il ricordo dei lontani, quando forte affiora il dolore dell’isolamento, quando potente erompe il desiderio di quelli che sono in attesa e di quelli dai quali noi ci siamo separati; la sera ch’è l’ora dei dolci e dei mesti ricordi… Pensate: Era già l’ora che volge il disio/ ai naviGanti e ’ntenerisce ’l core/ lo dì c’han detto ai dolci amici addio… (Purg., VIII, 1-3).

Ma v’era ancora qualche cosa di più che rendeva melanconico e tenero il momento dell’Istituzione dell’Eucaristia: la circostanza di fatto. Mentre Gesù mantiene la sua promessa e si dà in cibo agli Apostoli, ecco il doloroso contrasto: Giuda, il traditore, consegna Gesù ai suoi nemici. Al dono di Gesù viene, cioè, contrapposto il tradimento. Ecco le vive e precise espressioni di san Tommaso:

In morte a discipulo,

Suis tradendus æmulis,

Prius in vitæ ferculo

se tradidit discipulis.

Contrasto dolorosissimo che strappa non solo la commozione, la compassione, ma fa stillare le lacrime a chi vi rifletta.

GLI EFFETTI DELL’EUCARISTIA.

Gesù venendo in noi ci nutre e fortifica. Alla stessa guisa del cibo materiale per la vita fisica, il cibo spirituale per eccellenza, Gesù stesso, nell’Eucaristia, ci nutre di se stesso, della sua grazia, della sua carne, sotto le specie del pane e del vino. La carne e il sangue di Gesù ci danno la vita, perché noi, cibandocene, assimiliamo il cibo!… Non basta. Se ci nutrono, ci fortificano. Propriamente come il cibo materiale, passato al triplice traguardo della digestione chimica, nella parte della quantità e della qualità che viene assimilata, aumenta le energie, rinnova il sangue che torna a pulsare più veemente, e, perché  più fresco e più puro, più efficacemente fluisce ed irriga tutto il suo campo d’azione.

IL NOSTRO ABBANDONO…

Se Gesù dà se stesso a noi, sotto le specie del pane e del vino, affinché ci nutriamo di Lui, e noi così veniamo attratti e assimilati da Lui; s’Egli si abbandona interamente, con piena fiducia in noi, è doveroso che noi ci abbandoniamo, a nostra volta, in Lui, senza sottintesi, senza limitazioni. L’abbandono in Gesù è la via regia, come già abbiamo detto, che conduce all’unione con Dio, al possesso della vita interiore. « Lo spirito del vero abbandono è un prezioso dono di Dio, è un cuscino di piume sul quale l’anima pia dolcemente riposa… Chi non si abbandona interamente alla Provvidenza viene a staccarsi da se stesso da questo seno divino » (Groachino SEILER, Lo spirito di Gesù Cristo. – Torino 1936, pag. 149). Chi si abbandona in Gesù, non esiste più con la sua personalità, poiché vive in Lui Gesù stesso… ch’è diventato, padrone e direttore de’ suoi atti, dei suoi movimenti, delle sue intenzioni… In tal modo Gesù può richiedere. qualunque sacrificio all’anima che si è abbandonata in Lui essendo certo di ottenerlo generosamente. Concludiamo con la bella e saggia definizione che la beata Gemma Galgani dà della SS. Eucaristia: « L’Eucaristia è un’Accademia di Paradiso, dove s’impara ad amare; la scuola è il Cenacolo, il maestro è Gesù, le dottrine da impararsi sono la sua Carne e il suo Sangue ». Oh! Gesù! degnati di ascoltare e di esaudire la nostra preghiera: che tu continui ad attrarci e a trasformarci in Te, ora e sempre!

Dopo la Comunione, e mentre siamo davanti al tabernacolo, la santa Umanità di Cristo (che è il vincolo fra noi e il Verbo) ci avvicina sempre più a Lui e con maggiore efficacia

C. MARMION

LA VITA INTERIORE (27)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (27)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LA VITA D’ABBANDONO

LA VIA.

Fede, fiducia, confidenza, amore… abbandono. Ecco tracciata la via all’abbandono. Le radici sono nella fede, nello spirito di fede. L’anima che opera con fede, acquista la fiducia. Chi opera con fiducia in Dio sente la confidenza; il passo dalla confidenza all’amore, è brevissimo. L’amore puro e santo porta all’abbandono. Per raggiungere l’unione con Dio, cioè la vita interiore, è necessario abbandonarsi filialmente e umilmente alle sante disposizioni della volontà di Dio.

DIO IN NOI.

Per mezzo dello spirito di fede noi vediamo Dio in tutto, e in tutto lo sappiamo presente e operante; soprattutto in noi, nei nostri cuori. Gioiosa, consolante verità. Ma, purtroppo, quanto è ignorata questa grande verità! Possiamo ricordare, qui, le parole che Gesù rivolse a Filippo, nell’ultima cena: tanto tempo che sono con voi, e voi non mi avete ancora conosciuto? (GIOV., XIV, 9). Dio abita realmente in noi sino dall’istante in cui abbiamo ricevuto il Battesimo. Allontanati, disse, infatti, allora, il sacerdote, allontanati, o satana, da questo fanciullo, perché diventi il tempio del Dio vivo, e lo Spirito Santo abiti in lui. È certo che se noi non l’abbiamo allontanato col peccato mortale, Dio continuò e continua ad abitare in noi. Cioè: noi e Gesù facciamo una cosa sola; così, noi per mezzo di Gesù possiamo tutto; così realmente Gesù vuole che facciamo nostri e coltiviamo come mostri i suoi interessi: la gloria del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo; mentre Egli fa, e considera come suoi i nostri interessi, la santificazione nostra. Ma, in verità, quanto poco abbiamo pensato all’Ospite divino che vuole vivere e vive unito con noi! Dobbiamo confessare amaramente con santa Teresa: « Io comprendo di avere un’anima, ma la stima che merita quest’anima, ma la dignità dell’Ospite divino che vi abitava, ecco ciò che non comprendevo. Le vanità della vita erano una benda che mi coprivano gli occhi. Se avessi compreso, come lo capisco ora, che un sì gran Re abitava il piccolo palazzo dell’anima mia io non l’avrei lasciato così frequente solo! ».

ITINERARIO A DIO.

E se col peccato avessimo allontanato, cacciato, perduto Dio? Delle vie che riconducono a Dio, quella più segnata d’orme è la via del dolore. Il figliuolo prodigo, ritrovò il cammino della casa paterna quando alla sua pena non diedero più lenimenti le lascivie e le gozzoviglie delle città idolatre. La gioia e le lautezze fanno obliosi. Tutti gli altari, purtroppo, hanno sempre avuto più tributo di pianto che d’inni. Il grido di sant’Agostino: Inquietum est cor nostrum, Domine, assomma un’esperienza che è di tutti i tempi. Dio prorompe dalla sventura, e mentre l’anima lo ricerca tribolata e piena d’affanno, diventa ebbra di gioia nel ritrovamento. In quei momenti l’anima avverte Dio, ancora oscuro, ma presente. Non ama interpreti né intermediari, né formule. Pare che l’anima così dica: io voglio cercarti da me… parlarti direttamente, offrirti con le mie mani il dono della mia anima così come tu l’hai fatta… Picchio a te, supplico a te. Aprimi. Il mio cuore ha sete di te… Ha bisogno di appoggiarsi a una speranza, di legarsi a una certezza. (Dio è qui. Mondadori, Milano, 1927). Questo Dio che il tribolato chiama e cerca dappertutto, nel cuore degli uomini, negli aspetti delle cose, nella tripudiante testimonianza della natura, appare, a poco a poco, preciso e radiante e splendente: è il Dio dell’amore vero, dell’amore puro, il Dio della Misericordia infinita che toglie ogni tremore, che cancella ogni angoscia, asciuga ogni lagrima, che inonda di luce, vivifica di amore e stringe paternamente al cuore le anime, le anime dei suoi figli… che tornano a inebriarsi del suo amore.

NOI CON DIO

In due modi possiamo noi « povere creature umane », accettare la santa volontà di Dio: a stento, o con piena fiducia, con sereno abbandono… La vita interiore è in questa seconda maniera, nell’uniformità del nostro col volere di Dio. Perché? Ecco: Sono creatura tua. Fa di me ciò che tu vuoi. Non chiederò perché. Accetterò i tuoi decreti come si accetta il giro delle stagioni, il pullulare del germoglio e il distaccarsi della foglia secca, l’impennarsi del cavallone schiumoso e l’abbattersi contro la clamorosa scogliera (Ibidem). L’anima comprende che il vero e unico suo bene consiste nell’eseguire la santa volontà di Dio. La volontà di Dio diventa, adunque, oggetto dei desideri e delle compiacenze della nostra anima. « Essa sa che la mente di Dio pensa a lei e il suo Cuore ordina e dispone le cose a suo profitto: perché, adunque, dovrebbe essa ancora pensarvi e occuparsene, come se non le bastasse la sapienza infinita e la immensa bontà del suo Dio? Essa si abbandona pertanto ciecamente e tranquillamente al corso delle cose, come esso viene guidato dalla Divina Provvidenza; quali si siano gli avvenimenti, essa prova uguale soddisfazione, poiché in qualunque circostanza impera il volere di Dio, suo bene e sua felicità: che si avverino piuttosto tali che tali altre cose, non è affare dell’anima, ma di Dio, per essa ciò che importa è che ogni avvenimento risponda alla volontà divina. » Questo è il vero spirito di abbandono, che costituisce l’essenza della vita spirituale e della santità » (Op. cit., p. 417). Benché i nostri cieli siano oggi sbarrati dai fili del telegrafo e nella chiarità dei nostri orizzonti spicchino molti fumaioli, i campanili non sono diminuiti né di numero né di altezza. Vogliamo dire che l’apprendimento e la pratica dell’abbandono in Dio non è, poi, una cosa tanto difficile da pretenderne la riserva per alcune anime privilegiate, e l’esclusione per le altre tutte.

MOTIVI DI QUESTO ABBANDONO.

Sono molti. Ma sia sufficiente ricordare: Gesù è buono; Gesù accoglie tutti, sempre; Gesù è misericordioso; Gesù è fedele. Basta che la nostra anima si fermi un istante su queste considerazioni e ne sarà immediatamente persuasa, convinta. Non è Gesù che disse: ego sum pastor bonus? Sì il buon pastore che cerca le sue pecorelle… Di lui, il Vangelo, dice: «percorreva la Galilea, la Samara, la Giudea, insegnando nelle sinagoghe dei Giudei e annunziando il Vangelo del regno, guariva tra i popoli ogni languore e ogni infermità (MATT., IV, 23)… E folle numerose accorrevano a Lui, conducendo seco sordi, ciechi, paralitici, malati e molti altri, che deponevano ai suoi piedi, ed Egli li guariva (MATT.; XV, 30). Poiché Gesù è buono, accoglie tutti. Questa è la prova di un buon cuore. — « Durante la sua vita terrena accoglieva tutti con la medesima benevola bontà. La sua fronte era sempre calma e il suo occhio sorridente. Tutti potevano avvicinarlo senza timore, e l’avvicinavano, infatti. » I farisei e i sadducei vanno ad esporgli le difficoltà e a tendergli tranelli. Gesù dissipa i loro intrighi con una parola luminosa, con una diversione inattesa, con un miracolo, ma non li scaccia. » I ricchi l’invitano alla loro mensa, talora per sincera ammirazione, talora per vana ostentazione, Gesù accetta l’invito e qualche volta, non invitato, s’invita da se stesso. » Frequenta la casa dei grandi come il tugurio del povero, va a riposarsi nella villa di Lazzaro, a Magdala, come nella capanna della suocera di Pietro, il pescatore. » Accoglie, con la medesima bontà, il giovane ricco, il dotto Giuseppe d’Arimatea il mendicante cieco, seduto lungo la via e lo sventurato coperto di lebbra, che da lontano implorava la sua clemenza. » Distribuisce i suoi benefizi a tutti. Resuscita Lazzaro, suo amico; e restituisce l’orecchio a Malco, suo persecutore. Richiama alla vita la figlia del gran sacerdote Giairo, e il figlio unico della vedova di Naim. Gesù è sempre buono e cortese. » Ha qualche preferenza e la rivolge ai fanciulli, ai poveri, agli umili » (Schryvers, L’amico divino, pag. 418-1 9, Torino). – È misericordioso. L’infinita sua misericordia è la principale manifestazione della sua onnipotenza. Fu la sua misericordia, che l’indusse a lasciare il cielo per la terra, a soffrire e a morire per salvarci! Ha compassione della folla che lo segue… Attende al pozzo la Samaritana, e, dolcemente, la persuade a riconoscersi colpevole. Piange sulle sventure di Gerusalemme, su la morte di Lazzaro. Libera la Maddalena dai demoni e folgora Paolo su la via di Damasco, trasformandolo in un suo invincibile atleta. Di più: Gesù è fedele. L’ha voluto dire e confermare egli stesso: Io dò la mia vita per le pecorelle (Giov., X, 15); e: Nessuno strapperà dalle mie mani coloro che il Padre mi ha dato (Giov., X, 28). – Talora Gesù ci sembra lontano lontano, o almeno, assente. Ma non è così. Risvegliamo anche noi, come gli Apostoli sul lago di Genezareth, Gesù che ci sembra addormentato. Scuotiamo le nostre ali, eleviamo il volo, corriamo alla divina sorgente; e ripetiamo la preghiera insistente a Gesù dolce, a Gesù Amore: Dammi da bere di quell’acqua che sola può dissetarmi, ché, chi ne beve una volta non ha più sete mai.

CONCLUDENDO.

La volontà di Dio, è duplice. Comprende cioè quello che dobbiamo fare noi e quello che Dio vuole fare in noi stessi. Ci richiede, cioè, il Signore, che noi operiamo, e che operando, sottomettiamo, adattiamo noi, dolcemente, all’azione sua. Tutto, però, è sempre secondo le divine disposizioni, momento per momento. Dio si serve degli avvenimenti, delle cause seconde; per mezzo di esse ci annuncia la sua volontà. Ascoltare, accettare, eseguire queste divine disposizioni è abbandono in Dio, è unione con Dio, è vita interiore. Ma questa, è vita di abbandono, non tanto della creatura verso Dio, quanto di Dio alla creatura. « In verità è più abbandono di Dio che nostro. Abbandono significa rinuncia e sacrificio. Ora che cosa noi rinunciamo, quando ci diamo a Dio? Non solo non rinunciamo a nessun bene, ma ci arricchiamo di ogni bene e di ogni fortuna » (A. Gorrino, op. c., pag. 420.).

LA VITA INTERIORE (28)

LA VITA INTERIORE (26)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (26)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LA POVERTÀ DI SPIRITO

Su la Patria, ottimo mensile degli emigrati  italiani nell’Argentina, è stato pubblicato, anni or sono, il seguente articolo:

NECESSITÀ DI VITA REGOLATA E CALMA.

«Il milionario americano Wheeter Arturo, straordinariamente seccato dal rumore delle automobili, che va facendosi sempre più intenso negli Stati Uniti, ha comprato dai monaci di Cerne, per 750.000 dollari, l’Isola di Browsea, ove si recherà a vivere, il più presto possibile, lontano da tutti i rumori. » Questo. milionario, odiatore del fracasso, della velocità, dei records sportivi ed assetato di silenzio; merita d’essere ricordato ai posteri, non tanto per l’esempio — che potrà essere difficilmente imitato da coloro che non hanno la fortuna di possedere la bellezza di 750 mila dollari per comperarsi un’isola — quanto per il significato profondo del suo gesto.

» Chi non ricorda gli inni, americani e non americani, alla vita intensa, avida di tutte le soddisfazioni e di tutte le gioie, in movimento perennemente in corsa sulle piste rumorose della felicità ricercata nelle scoperte della tecnica e nell’apoteosi della Natura?

» Il clamore assordante, diabolico, senza posa, dei veicoli in corsa non era che la espressione esteriore caratteristica dell’ansia terribile che padroneggiava e tormentava le anime, assumendo via via impeti di dramma e bagliori di tragedia.

» La guerra mondiale fu lo sbocco logico di quell’ansia terribile.

» Dal crollo immane popoli e individui si levano ora, cercando confusamente la propria pace. I popoli risalgono verso le antiche fonti, riannodano con doloroso amore le vetuste tradizioni già bestemmiate e infrante; gl’individui, sempre più numerosi, riposano appagati nella ritrovata pienezza della vecchia fede.

» E dai rumori delle strade, degli sports, della perenne dissipazione delle anime si anela al silenzio.

» Senza fuggire la vita, che non è sempre possibile né consigliabile, anche l’uomo moderno deve seguire il monito della sapienza antica, sequestrarsi qualche volta e qualche istante dal turbine umano, fare un’isola intorno al proprio cuore, rifugiarsi nella parte migliore di sé, ascoltare se stesso e Dio. Da questa solitudine e da questo silenzio nascono i grandi pensieri e le grandi forze che governano il mondo ».

ISOLARSI DALLE COSE CREATE.

È una verità conosciutissima quella che afferma, come la molteplicità e la soverchia estensione nella ricerca delle cose, sia contraria alla profondità della conoscenza delle cose stesse. La citrullissima teoria dell’americanismo, secondo la quale le virtù passive — a differenza delle attive — meritano disprezzo, è relativamente di fresca data; da che mondo è mondo; però, molti, troppi sono vissuti e vivono dominati dalle inezie, infatuati dei beni effimeri; avvinti da sciocchezze, da tutto ciò. che si esprime nella parola « leggerezza ». Poco tempo fa, a mensa di conoscenti, con parecchi invitati, ho compianto un povero Legale che, mentre gli altri compivano lodevolmente l’ufficio che a mensa si compie, continuava a esaltarsi nel riferire l’elenco vario e numeroso delle sue… conoscenze! — Ah! il generale X? È un mio amico di lunga data!… Il prefetto della provincia? Lo conobbi ai bagni!… Sì, conosco il nipote di S. Em. il Cardinale!… Feci il servizio di permanente alle dipendenze dirette di S. E. il Generale Cadorna!… — E chi più ne ha più ne metta. Chi sa quando avrebbe terminato di esaltare la sua prosopopea se uno de’ commensali, quasi sottovoce, non fosse uscito in questa dichiarazione: «Lo dirò al babbo, ch’è il questore di…; affinché, occorrendo, si rivolga a lei, egregio signore, per le sue informazioni ». Parlasse questi sul serio, come si dice, o con ironia, fatto sta ed è che il millantatore, o venditore di fumo, si tacque mortificato, e cercò di rifarsi in parte sulle diverse vivande che vennero presentate in seguito. Questo è uno dei sintomi. Oggi, si può ben dire, l’austerità, la severità, i digiuni, le mortificazioni, la temperanza, non trovano più il loro clima. A questo clima si cerca e si vuole sostituire il coronemur nos rosis di oraziana e pagana memoria. V’è poi un’altra categoria di persone, simile a questa, la quale nella via del bene, nella ricerca di Dio, vuole troppe cose… Perché l’anima possa veramente progredire nella ricerca e nel possesso di Dio, deve, riconoscendo la completa e assoluta vanità delle cose create, distaccarsi da esse e legarsi sempre più intimamente con tutto quello che riguarda direttamente Dio stesso. Lavorandosi, come si suol dire, energicamente su questo punto, l’anima giunge a disinteressarsi quasi completamente di tutto ciò che è creatura, per concentrare e fissare tutta la sua attività nel Creatore. Nulla più di questo giova al progresso della vita spirituale. Come per gli interessi della vita naturale il raccogliere la propria attività su pochi propositi e pochi oggetti, è condizione assoluta di prospero successo, così, e tanto meglio, per gl’interessi spirituali. I troppi pensieri, le troppe idee, gli eccessivi desideri inaridiscono lo spirito e snervano l’attività umana. L’uomo di poche idee, ma precise e ben chiare; di pochi desideri, ma decisi e risoluti, trionfa senza difficoltà di tutti coloro che, volendo troppe cose, finiscono con stringerne nessuna.

« La forza della volontà, frazionata e diluita su troppi oggetti, non riesce a condurne in porto nessuno; non è volere molte cose, ma volere molto poche cose ed anche una cosa sola, che assicura l’esito dell’impresa » (A. Gorrino, o. c., pag. 421).

RENDERE LIBERO IL CUORE.

Quando il nostro spirito si trova ingombrato e preoccupato da troppi desideri, da soverchio numero di pensieri e di preoccupazioni, pure essendo tutti e tutte di ordine sovrannaturale, è impedito di muoversi con libertà nel servizio di Dio. – Avviene lo stesso di quanto accade a un fiore delicato e fine se avvolto da un denso e intricato fogliame. Il fiore presto avvizzisce. Ma se il fiore viene liberato dall’efflorescenza esuberante che lo circonda, riprende presto la sua vita, si sviluppa, emana soavissimo profumo, rivela il suo essere prezioso e gradito. Così è della vita del nostro spirito. Non molte cose, ma poche, anzi, magari una sola, ma bene. Quando sentiamo di amare intensamente e realmente Gesù, allora sentiamo pure nausea per tutte le cose della terra. Conosciamo allora la necessità del concentramento del nostro io, delle nostre attività, delle nostre dedizioni… Riconosciamo, in quel caso, molto facilmente, quanto poco valgano i mille umani accorgimenti e infingimenti; proviamo, anzi, ripugnanza per le mille frivolezze e futilità cui, purtroppo, la maggior parte delle creature umane dà tanto peso…; riconosciamo che il nostro cuore ha bisogno d’essere liberato dalle soprastrutture ingombranti, dall’inutile vegetazione che lo soffoca.

BEATI I POVERI DI SPIRITO.

Quando il cuore si è reso libero da tutto ciò che è fragile e insipido, da tutte le vanità illusorie, da tutte le foglie secche portate e riportate dal vento, allora non abbiamo più bisogno di nulla, all’infuori di Dio. La povertà di spirito ci fa possedere l’unica ricchezza. Iddio è questa unica vera ricchezza. Se adunque, ci esorta S. Gregorio Magno, volete divenire ricchi tendete al Regno celeste… ». « Quanto più eviteremo di crearci esigenze, di essere schiavi della comodità e del lusso, e procureremo di ridurre, a francescana semplicità, la nostra vita, tanto più ci sentiremo invasi da un senso di vera libertà, apportatrice di gioie intime e veraci » (A. Cavagna. Squilli di gioia, pag. 351). Così possiamo ben comprendere come la prima delle beatitudini predicata da Gesù sia quella della povertà di spirito. Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli (MATT., V, 3). «La povertà di spirito è più che lo spirito di povertà poiché con questo si rinuncia ai beni materiali della vita, mentre la prima importa la rinuncia anche ai beni superiori alla materia, come l’onore, la stima, la libertà, l’indipendenza, la gioia del successo, ecc. ecc.

» È il vero impoverimento dell’anima, la quale diventa indifferente e incapace di formare ed esprimere desideri per qualsiasi cosa che non sia Dio e il suo volere.

» Il povero di spirito non desidera nulla delle cose del mondo; la vita, l’intelligenza, le attitudini, il successo sono per lui cose indifferenti, quando non coincidono col volere divino. È sempre lo stesso, va sempre bene, poiché si compie sempre la volontà di Dio.

» Avere la povertà di spirito significa avere lo spirito povero e mancante di ogni sorta di bene proprio ed anche dei desideri stessi di tale bene; vuol dire non solo non possedere beni tra le vanità terrene, ma neppure desiderabili, od anche pensarci solamente.

» È quel sentimento espresso da S. Francesco di Sales il quale diceva di se stesso: Io voglio poche cose e quelle cose stesse le voglio molto poco e, se dovessi rinascere, vorrei non avere alcun desiderio» (A. GORRINO, 0. C., pag. 423).

DIO SOLO, UNICO VERO BENE!

La povertà di spirito non si applica solo ai beni materiali. Si applica, anche, ai beni spirituali più di quanto vi si pensi, ed espone l’anima alla ricerca assoluta dell’unico vero bene, Dio. Ah! se questa verità fosse ben compresa da tutte le anime e, in modo particolarissimo, dalle anime religiose! Suole accadere che molte anime spendono energie preziose non per cercare Dio, ma per raggiungere i doni spirituali, le virtù, le grazie che avvicinano a Dio. È necessario amare e cercare Dio per se stesso; se Dio, poi, disporrà che noi lo vediamo e lo possediamo per mezzo de’ suoi doni, noi saremo disposti a fare come piacerà a Dio… E qui, data l’occasione, affermiamo chiaramente il principio: TUTTO deve servire a Dio, per Dio…; nulla dobbiamo cercare all’infuori di Dio. Egli è un Padre: non pretende l’esito felice, la riuscita vittoriosa…: pretende, invece, soltanto il mostro sforzo che deve accompagnare la mostra volontà nella ricerca di Lui solo, o dei mezzi, da Lui solo disposti, per giungere a Lui. – Ogni anima che riflette con serietà su di se stessa, non può fare a meno di conoscere la sua assoluta miseria, la sua abbiettezza, e di essa, come della sua povertà, non si avvilirà. Ne godrà, anzi, perché così il Signore le apparirà tanto più grande ed amabile e tanto più l’avvicinerà a Dio… quanto più il sentimento della propria indegnità le sembrerà allontanarla. Santa Teresa del Bambino Gesù così, a questo riguardo, scrisse: Oramai mi rassegno a vedermi sempre imperfetta ed anzi trovo in questo la mia gioia! (Storia, VII). Ma noi, nel constatare le nostre imperfezioni, diciamo anche così? No. Non diciamo così. Noi, ordinariamente, viviamo di amor proprio, e ci lamentiamo, e facciamo disperare coloro che, per divina disposizione, preposti al nostro bene, diventano i bersagli del nostro egoismo. Ma seguiamo ancora la Santa: Più tardi, può darsi che il mio tempo mi appaia ancora pieno di molte miserie, ma io non mi stupisco più di nulla, né io mi affliggo nel vedermi essere la stessa debolezza; al contrario è in questo che io trovo la mia gloria e mi attendo ogni giorno di scoprire in me nuove imperfezioni (Storia IX). Ora, queste parole piene di umiltà e di santa rassegnazione, hanno già la loro radice in quelle che l’Apostolo Paolo scriveva ai Corinti: Volentieri troverò la mia gloria nelle mie infermità, perché risieda in me la virtù di Cristo (II Cor., XII, 9). Ma non è a queste anime, forse, che suole rivelarsi Gesù? Ecco le parole precise di Matteo (XI, 20): Hai celato le tue verità ai sapienti e ai prudenti per rivelarle ai bambini. Le predilezioni sono per questi piccoli: Chi è bambino, venga da me (Prov., IX, 4). Su questa piccolezza come ognuno bene deve sapere, il Signore pone la base della sua grandezza: Chiunque si sarà umiliato come questo bambino, sarà maggiore nel regno dei cieli (MATT., XVIII, 4).

CONCLUDENDO.

È necessario, adunque, possedere Dio, vivere uniti a Lui; e, perciò, poter fare a meno di tutti gli aggeggi e le sovrastrutture di questa vita. Un solo pensiero, un solo affetto può e deve riempire la nostra anima: Dio! Ogni altra cosa è aridità, fumo, fango, parvenza, NON REALTÀ. Perciò:

1) Anima fedele, non turbarti se ti senti povera e meschina.

2) Onori, stima, considerazioni, agiatezza e fortuna, sono illusioni.

3) Se gli uomini pensano male, e ti giudicano male, non dartene pena. Tu, potresti pensare assai peggio di te, poiché ti conosci.

4) Non attenderti nulla da nessuno, mai. Non la riconoscenza, non la comprensione, non la benevolenza. Non angustiarti se altri ti passano avanti, e, vilmente favoriti, occupano il tuo posto. Qualunque angolo… è sufficiente per la tua pochezza.

5) «Se ti senti arida e distratta nelle preghiere e negli atti di pietà: se il servizio di Dio ti parrà arido e freddo senza alcuna consolazione; se il tuo spirito rimane vuoto e inerte durante la meditazione dei misteri della bontà divina, non affliggerti per questo e pensa che non sei buona a niente e rimani ferma nel dare a Dio quel poco di cui sei capace » (A. Gorrino, o. c., pag. 427). – Non temiamo adunque.

Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo più cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta.

S. Paolo, Ai Col., III, 1-2.

LA VITA INTERIORE (27)

LA VITA INTERIORE (25)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (25)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

L’ALLEGRIA

Dopo aver trattato del dolore come fonte di vita interiore, è bene mettere in risalto che anche l’allegria vera ci conduce a una vita di stretta relazione con Dio.

ERRORE COMUNE.

«Due sono gl’inganni principali, con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù. Il primo è far loro venire in mente che il servire al Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un modo di vita cristiana, che vi possa nel tempo stesso rendere allegri e contenti, e additarvi quali siano i veri piaceri, talché voi possiate dire col santo Profeta Davide: Serviamo al Signore in santa allegria: Servite Domine in lætitia. Tale appunto è lo scopo di questolibretto: insegnare a servire il Signore e astare allegri». Così il santo don Bosco in:Il Giovane Provveduto, indirizzandosi ai giovanetti…Questo inganno non è, però, solamente presentato ai giovanetti. Il demonio si sforza di presentarlo, orpellato più o meno bene, a tutte le anime e molte, purtroppo,ne rimangono prese. La persuasione,errata, che ne consegue, rimane, purtroppo,la seguente: il peccato e la colpa sono apportatori di gioia; la gioia vera consistenell’assaporare il frutto proibito; e quindi, la pratica della vita cristiana, l’eserciziodelle virtù sono sinonimi e fonte di malinconia e di tristezza.La dottrina cattolica insegna tutto il contrario:il peccato è fonte di mestizia e di avvelenamento spirituale: la pratica della virtù porta all’allegria santa e serena.

LA « SOCIETÀ DELL’ALLEGRIA ».

Quando il santo don Bosco, giovinetto, riuscì, dopo tanti stenti e sacrifici, a stabilirsi nella cittadina di Chieri per iniziarvi gli studi regolari che gli avrebbero poi aperte le porte del seminario, del sacerdozio, del suo apostolato grande quanto il mondo, seguendo le divine aspirazioni, raccolse intorno a sé tutti i compagni di scuola… « La carità in lui era fin d’allora diffusiva. Desiderava, voleva, anzi, darsi davvero tutto a tutti ». Per questa sua spontaneità nel dare e nel darsi generosamente, e con la narrazione spigliata di piacevoli racconti, con l’attrattiva dei giochi ordinari e di altri di prestigio, e, soprattutto, coll’aiuto nell’indirizzo per lo svolgimento dei compiti scolastici, gli avvenne anche a Chieri quello che già eragli accaduto ai Becchi, alla Cascina Moglia, a Murialdo, a Castelnuovo. A questo si aggiunga la parola viva e scolpita, la parola affabile, il tratto affettuoso, avvincente… e non si proverà più nessuna meraviglia se diremo che si vide presto circondato da un numero discreto di compagni, di amici, docili e pronti al suo cenno e alla sua parola. Tanto docili, tanto obbedienti, che, per mezzo di essi e con essi, fondò la Società dell’allegria. La società dell’allegria aveva uno statuto proposto da Giovannino Bosco e approvato dai soci, di due soli articoli, la cui osservanza garantiva la buona condotta religiosa e morale de’ singoli soci. Ecco i due articoli nella loro semplice ed esatta espressione:

1) Ogni membro della società dell’allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che disdica ad un buon Cristiano.

2) Dev’essere esatto nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi.

Potremmo trarre diverse e molteplici conseguenze. Ne trarremo una sola, e diremo che i soci della società dell’allegria avevano nell’osservanza dei due articoli dello statuto della loro società il mezzo di fuggire il peccato, ogni peccato, e di praticare bene il proprio dovere, tutti i loro doveri. Il peccato porta il rimorso, che toglie la gioia, la pace, l’allegria; per contrario la pratica della vita cristiana nell’adempimento dei nostri doveri genera la pace, la gioia, l’allegria santa. I piaceri del mondo portano amarezza e malinconia, desolazione, angoscia; la preghiera, il raccoglimento, il sacrifizio, l’esercizio della virtù porta la felicità, l’allegria.

IDDIO È GIOIA.

Chi ha gioia vera, possiede Dio, poiché Dio è gioia, è allegria. Se noi potessimo dire, osserva molto finemente il padre Faber, che la vita di Dio consiste in un attributo piuttosto che in un altro, dovremmo dire che consiste nella sua gioia. Gesù lasciò il cielo per la terra, per portarci quella gioia, quell’allegria sana e santa che il peccato ci aveva tolto. « Ma gli uomini non vogliono sapere della sua gioia. Le porte di molti cuori, come quelle di Betlemme, si richiudono sgarbatamente per non accogliere la sua insistente offerta di vera gioia. Ed egli è stanco. Sono duemila anni, che ripete, con la medesima delicata e imperturbabile premura, la sua offerta di gioia. » Altri invece, a suo posto, sono ascoltati; proprio e solo quelli che portano il rimorso, l’infelicità, la tristezza. » Vedetelo seduto vicino al pozzo di Giacobbe e in ciascheduno dei nostri tabernacoli, in un atteggiamento dignitosamente triste. Iddio, esclama il S. Curato d’Ars, vuol renderci felici e noi non lo vogliamo! Noi ci stanchiamo di lui, e ci diamo al demonio! Noi fuggiamo il nostro amico e noi cerchiamo il nostro carnefice! Noi commettiamo il peccato, noi sprofondiamo nel fango… Non è una vera follia, che potendo godere le gioie del cielo in vita unendoci a Dio coll’amore, ci rendiamo degni dell’inferno legandoci al demonio? » (A. M. Cavagna, Squilli dî gioia, pag. 167, Milano, 1933). – Concludendo: il piacere non dà la vera gioia. Perfino D’Annunzio deve confessare: « come tutti i fiumi sboccano nell’acqua amara del mare, così tutti i piaceri sboccano nell’amarezza del disgusto ». Parole tremende che meritano tutta la meditazione di ogni anima nel peccato. Renato Bazin, nella vita di Carlo De Foucauld, ricordando il periodo passato nei piaceri, osserva: Egli era triste, in fondo al cuore, triste, di un’antica tristezza. Aveva ben potuto vivere nel piacere: la tristezza non era che aumentata. Ma quando si trovò nel deserto, divenuto eremita e penitente, Carlo De Foucauld esclamò con gioia riconoscente: Io sono l’uomo più felice del mondo. È necessario che confessiamo anche noi con S. Agostino: Non sarà più, o Signore, che io mi reputi beato quando una gioia qualunque allieterà il mio cuore. Vi ha una gioia, che non è concessa agli empi, ma soltanto a coloro che ti servono con amore disinteressato e questa gioia sei tu. Ecco la vita beata; godere in te, di te, per te; la felicità è questa e non altra.

VITA DI GIOIA.

Enumerando l’apostolo Paolo i frutti che porta la venuta dello Spirito Santo, dopo la carità, così asserisce: Fructus Spiritus Sancti gaudium et pax: i frutti dello SpiritoSanto sono la gioia e la pace (Gal., V, 19).Queste parole dell’Apostolo trovano unaddentellato in queste altre di Gesù riferiteda san Giovanni (XIV, 26, 27): La pacelascio a voi, dò a voi la mia pace; ve la doio, non in quel modo che la dà il mondo. Nonsi turbi il vostro cuore e non s’impaurisca.Le parole dell’apostolo Paolo e quelle di S. Giovanni ci persuadono che la vita nostra spirituale dev’essere permeata da un senso di pia allegrezza. Tutto questo, anzi, risulterà chiaro alla nostra mente e alla nostra anima, ricordando quanto sopra abbiamo riferito. Qui, però, desideriamo riaffermarlo, ponendo a base della nostra affermazione, l’idea della Provvidenza divina, sapiente e amorosa, che ci fa considerare tutti gli avvenimenti della nostra povera vita in questa valle di lagrime con serena confidenza, con tranquillità e sicurezza. Dio ci assiste e guida sempre amorosamente, come un padre; e noi non dobbiamo preoccuparci di nulla, tranne che di essere docili nel lasciarci guidare. Egli vuole solo e sempre il nostro bene. Ecco le parole di Davide che, con molta proprietà e precisione, sviluppano questo pensiero: Aveva sempre il Signore dinanzi agli occhi miei poiché Egli sta alla mia destra, affinché io non vacilli. Per questo ha gioito il mio cuore ed esultò la mia lingua; di più: anche la mia carne riposerà nella speranza. Poiché tu non abbandonerai l’anima mia nel soggiorno dei nostri morti; né permetterai che il tuo santo vegga la corruzione. Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita; mi ricolmerai di gioia col tuo volto; vi sono delizie senza fine alla tua destra. Certamente, dobbiamo essere santamente allegri per questa paterna e divina assistenza, nonostante î dolori fisici e morali, nonostante la pena per i peccati commessi, nonostante tutte le presenti, possibili afflizioni. Anche questo ha radice nelle affermazioni di Gesù: In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete e il mondo godrà; ma la vostra tristezza si muterà in gioia (Giov., XVI, 20). Questa affermazione di Gesù è fin d’ora dolce e amabile conforto nelle nostre pene, di modo che le anime desiderose della vita interiore godono del loro pianto e de’ loro dolori, secondo l’Apostolo Paolo: quasi tristes, semper autem gaudentes (II Cor., VI, 10).

Rimani con me, o Signore, e si la mia vera gioia (300 giorni di ind.).

LO SCUDO DELLA FEDE (203)

LO SCUDO DELLA FEDE (203)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI!. CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (6)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878 – TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

§ III.

Il terzo inganno è il voler darsi d’intendere che gli uomini sono nati dalle bestie molti secoli e secoli prima che li creasse con amore Dio benedetto.

 (I PREISTORICI).

(2)

La parola preistorico vuol dire esistente prima della storia. In questo senso si posson dire quegli abitatori in mezzo ai laghi, preistorici per loro: perché essi non voglion credere alla storia dell’origine di tutti gli uomini. Già per tutte le nazioni che non credono alla Parola santa di Dio, i primi uomini che le formarono, debbono essere tutti preistorici. Poiché senza il lume della nostra santa fede, intendetelo, tutte e tutte le origini delle nazioni del mondo antico sono involte nelle tenebre tra le nebbie di incredibili racconti favolosi: e quindi quegli uomini che esistettero prima che si scrivesse la loro storia, sono per loro preistorici. Per noi credenti, grazie a Dio, non vi sono uomini preistorici in quel senso. Perché Dio stesso si fece scrivere da Mosè nella Scrittura Sacra la Storia del principio di tutto il genere umano. È inutile vantarsi di non credere. Ormai tutti i più dotti uomini del mondo colla loro giudiziosa e sana critica riconoscono che la Scrittura Sacra nostra contiene le più antiche memorie e tradizioni di tutto il genere umano. Fatta scrivere dal Signore molto tempo prima di tutte le vere storie del mondo. Essa sola dà il filo in mano che guida i dotti a cavarsela dal laberinto della confusione di tanti errori favolosi (Lenormand nel — Manuale di storia antica dell’Oriente — Opera coronata dall’Accademia di Francia). Sicché la Sacra Scrittura è il Libro che contiene più verità storiche antiche che non tutti libri, storie, frammenti, di tutta l’antichità. Essa sola ha il racconto dell’origine del mondo che più soddisfa la ragione. Le scoperte poi delle scienze lo vanno sempre più confermando.

Spez. Finalmente intendo anche io come in fatto non vi sieno stati mai uomini preistorici, prima cioè dalla Storia Sacra fatta scrivere da Dio. Il primo uomo che fu creato è Adamo, di cui ci è dato di conoscere la vera storia. – Ora a noi: che cosa si ha da dire adunque di queste abitazioni che già da tanto tempo erano in mezzo alle acque; e che si chiamano lacustri?

Par. Vi dirò che corsi anch’io a visitare quei laghi; e dovetti, come chiunque, essere bene persuaso, che quegli uomini che le costruirono in lontanissimi tempi, erano tutt’altro che selvatici. Mi pare anzi che vivessero proprio nei tempi stessi delle nazioni, di cui noi conosciamo la storia, come vi dirò. Avreste a vedere come furono ben costruite. In alcuna, come nel Lago di Zurigo, si contano fino a quattro mila travi conficcate in fondo al lago tra macigni ben gettati come si fa dai nostri ingegneri nelle costruzioni dentro il mare, per formarvi i moderni porti; sicché resistettero per migliaia d’anni a tutte le burrasche. Potete ben immaginarvi come sopra quelle palafitte dovettero sicuramente aver formato le travate e i parapetti, perché fino i figliuoli: almeno non sprofondassero nelle acque. E pensare che quegli antichissimi non avevano i nostri ferri, né gli altri stromenti! dovremo dire che coloro diedero prova di perizia, e son più da ammirare che i costruttori delle antiche città che avevano tanti mezzi. Intanto vi dirò che se son da dire preistorici e selvatici quegli uomini, perché costrussero le loro abitazioni in mezzo ai laghi, si dovranno da lor dire preistorici e selvatici quei signori che fabbricarono le delizie delle isole Borromeo; preistorici e selvatici fino i Vescovi che edificarono il Seminario sul lago d’Orta; preistorici e selvatici poi fino quei prodi Italiani che nelle lagune della Venezia fabbricarono sulle palafitte quei marmorei palagi per difendersi dai barbari come quegli antichi per difendersi dalle fiere e dai nemici di quel tempo.

Spez. Eppure quei miserabili ridon di Mosè e della Santa Scrittura.

Par. Ma il ridere di ciò che non si vuole studiare, perché non si vuole conoscere per non volere far bene, è segno di superba ignoranza e di corruzione del cuore. Tenete sempre in mente poi quel che vi dissi già, che coloro che non vogliono credere in Dio col vagare orgogliosi dietro alle lor fantasie, vanno a terminare in un abisso di confusione da non intender più niente. Invece, per la santa Parola di Dio è dato ai dotti veri di conoscere in fondo alle false religioni in cui furono confusi coi favolosi racconti, gli avanzi della verità che Dio aveva in sul principio fatto rivelare a tutta l’umana famiglia. Siccome poi quando una inondazione passò attraverso a un edifizio e lo rovinò, se si levano via le ghiaie e il fango di mezzo, si vedono ancora i ruderi che mostrano coi loro avanzi in qualche modo qual doveva essere in prima il bell’edifizio; così se si levano via dalle false religioni, dai lor racconti favolosi tutto ciò che gli ingannatori e la superstizione vi misero dentro di falso e di cattivo o di irragionevole affatto, si viene a conoscere e si deve ammettere che è vero ciò che racconta la storia di Mosè nella Scrittura Sacra dettata da Dio medesimo. Ma il Signore faceva raccontare la storia del genere umano, affine di far conoscere la storia delle sue misericordie, con cui voleva salvare gli uomini col mandare il suo Figliuolo, il nostro Divino Gesù; perciò, quando ebbe raccontato come Egli, il Signore castigò l’orgoglio di quegli antichi che pretendevano innalzare una torre, stolti! per toccar fino al cielo, colla confusione delle lingue, a quel punto cessa la Parola di Dio di raccontare la storia delle altre nazioni, e parla solamente in modo particolare del popolo ebreo, a cui affidava la promessa di venire a salvare il mondo, nascendo uomo nella famiglia d’Abramo. Delle altre nazioni dice solo: che si divisero e andarono in dispersione per le varie parti della terra. Come però narra ancora che tutta la gran famiglia del genere umano era divisa in tre rami dai discendenti dei tre figliuoli di Noè di Sem, di Cam e di Iafet; così la Parola di Dio dà ancor un filo per giungere in quella oscurità di tempo a capir qualche cosa della storia delle altre nazioni antiche. Ora tutte le scoperte che si van facendo da tanti secoli, provano proprio che i discendenti di Sem restarono nell’interno dell’Asia intorno alla torre di Babele, la Babilonia. I discendenti di Cam dall’Asia andarono diffondendosi nell’Egitto e nelle altre parti dell’Africa; mentre i figliuoli di Iafet emigrarono nei più lontani paesi, per estendersi nell’Europa nostra. Eccovi la ragione, che par giusta, per cui, massime presso agli abitatori dispersi in Europa, erano in uso stromenti ed armi, utensili di osso e di pietra; mentre tra i discendenti di Sem, di Cam che là fermatisi formarono subito grandi nazioni, erano in quel tempo stesso in uso le armi e gli stromenti di bronzo e ferro.

Spez. Dica, dica che io la spiegherò ai miei, che spero farà loro piacere ad udirla; perché quei miei buoni amici dicono sol quel che lor si mette senza pigliarsi la briga di studiare se sia la verità.

Par. Ebbene vi dirò quel che pare solamente ragionevole assai, perchéne abbian tante prove. Adunque i figliuoli di Iafet emigrando in lontani paesi forse prima di aver conosciuto come si lavorassero già i metalli, certo là sulle creste degli altissimi monti che dividono l’Eutopa dall’Asia, non trascinavano seco le fucine per fondere, e lavorare i metalli, né poi là avevan in pronto le cave conosciute da estrarli.

Spez. Questo mi par ragionevole e mi fa già intendere una qualche cosa.

Par. Quando poi si trovarono tra le montagne dove abitarono in prima, tra quelle orride foreste di cui vi sono ancora gli avanzi, là in quelle selve dei nostri in mezzo a quelle belve feroci, fu una bella grazia per loro aver trovato le caverne da rifugiarsi dentro e farne le loro abitazioni. Là trovarono in pronto le ossa da poter lavorare, con le pietre focaie da formar ancor ben affilati stromenti. Di metalli non vi dovette neppur venire un pensiero. E mentre abitavano in quelle grotte nella pace delle loro famigliole, facevano in osso ed in pietre quei loro lavoretti. Se ne trovano armi e utensili di cucina, anzi fin oggetti di lusso così belli che è grazia a vederli ancora nei nostri musei. Si direbbe che furono diligentati con amore e buon gusto d’arti. Quasi si direbbe che sin d’allora lasciarono in eredità l’arte di far quei gentili lavori ai Germani e Svizzeri de’ nostri dì, in legno ed osso. Per vivere poi insieme quasi in piccole borgate studiaron bene di costruirsi in mezzo all’acqua al sicuro le loro abitazioni lacustri. Per poco che, visitandole, vi giriamo in quelle col pensiero, come s’aggirano ancora gli Europei su quelle abitazioni e giardini pénsili che i Cinesi vanno estendendo sull’acque del mare. Che ne dite or voi? Eran barbari questi uomini, eran selvatici come gli orsi e preistorici da milioni di secoli?

Spez. La ringrazio; ella mi dice cose, che questa gente che non pensa mai bene, poiché dimenticato il catechismo che hanno gustato da fanciulletti, bevon giù alla grossa ciò che gli increduli dan loro ad intendere.

Par. Voi dunque potete a loro far capire chiaramente, che poterono quegli antichi abitatori della montagna usare le pietre per formarsi i loro stromenti; sicché si può chiamare in buon senso quel tempo, l’epoca della pietra; mentre nell’istesso tempo nelle nazioni dell’Asia e nell’Egitto in Africa si lavoravan già tanto bene i metalli. – Ne abbiam le prove più chiare che questi usi erano contemporanei nel gran Libro delle verità storiche più sicure. Diffatto, si legge egli è vero, che Abramo comprò una grotta da seppellirvi la sua Sara; ma vi sborsò fin d’allora sicli d’argento ben sonanti. Sefora moglie di Mosè, poi Giosuè, usavan nel circoncidere i coltelli di pietra; ma Mosè nello stesso tempo scelse gli artisti più stimati per lavorare il bronzo, l’argento e l’oro pel Tabernacolo di Dio. Anche Davidde non sapeva usar altr’arme che i sassi del torrente; ma Golia aveva la spada con cui Davidde gli tagliò la testa. Eppoi eppoi anche ai di nostri, salite sulle cime degli Appennini, là vedrete. che quei buoni montanari han tutti gli utensili di legno, di osso e fino le pentole di pietra; ma dalla vetta dei loro monti potete veder Genova, in cui si lavora l’oro e l’ argento a finissima filigrana. Immaginatevi adesso che un figliuol di quei mandriani, mandato a Genova alle scuole, diventasse fino un gran ministro dello Stato. Se costui ritornasse poi al nativo monte per respirare aria più pura, la sua cugina pastorella, a lui solito a centellare il caffè in dorate porcellane, presenterebbe il latte con bel garbo in una ciottola di legno. Ebbene, potranno dire coloro che la pastorella è preistorica o almen selvatica?.. Però se avessi da dir io qual è fra questi due la persona di più pulita civiltà… non esiterei un sol momento!… Non è dunque da credere che le epoche della pietra, del bronzo e del ferro fossero divise da secoli l’una dall altra; quando abbiam tante prove che eran contemporanee.

Spez. Oh! che le spiegassero un po’ bene, massime nelle nostre Scuole Tecniche, queste cose, se però prima le avessero studiate i maestri! Verrebbe su la nostra gioventù ben più sodamente istruita, e quindi meglio educata! Ma son tanto nuove per noi queste osservazioni, che vorrei mi faceste ancor meglio intendere come queste tre epoche, che si menan sempre per bocca da chi meno profondamente studia, potessero esser vicine, anzi, come avete detto, contemporanee in diversi luoghi.

Par. Potrei darvene le tante prove; ma vi dirò che si provano ravvicinate queste epoche da tante scoperte, di cui mi accontenterò di accennarvi almeno le principali, fatte nella nostra Italia. La crosta terrestre continuamente si muta. Le alluvioni e le eruzioni dei vulcani ebber coperto le tante volte di nuovi strati di terra i terreni primitivi. Ebbene, nella caverna detta di Tiberio tra Imola e Faenza, sì eran trovati cocci di vasi mal composti e mal fatti; mentre sì sarebbe detto da chi ha la smania di gridar subito: ecco una prova contro la Storia di Mosè; ecco le prime prove di quegli uomini che cominciavano appena ad incivilirsi; poiché vi si son trovati fin cultri di selce. Ebbene si trovarono subito appresso antiche monete romane, anzi anche una statuetta di bronzo! Si direbbe poi che la Provvidenza abbia voluto conservare sotto depositi alluvionali vicino al lago Sabbatino un vero piccol museo, per mostrar come tanto si avvicinano le tre epoche tra loro. Si trovarono degli oggetti in ordine di tempo deposti. Dalle acque. In basso stromenti di selce lavorati, poi oggetti di bronzo, poi anche monete ben coniate, fin monete e vasi dei tempi dei romani imperatori. Ora dirassi che gl’imperatori romani fossero preistorici?… Però dovranno credere anche gl’increduli che sieno nati un qualche anno almeno dopo Adamo! – Tenetelo ben fisso in mente che tutte le scoperte col tempo vengono sempre a dimostrare la verità della nostra santa Religione; e così le vere scienze e il tempo vanno sempre a terminare per render più splendido il trionfo della nostra santa fede. Voglio aggiungere una osservazione tutta mia, ed è: che siccome nelle abitazioni lacustri, nelle alluvioni, e sotto le eruzioni vulcaniche si è trovato che l’uso della pietra, poi del bronzo e poi del ferro erano così vicini nel tempo: così quegli oggetti sono prova che i così detti tempi preistorici erano vicini assai agli storici contemporanei. Ecco un anello fra loro. Bene appare questo da una scoperta di un’abitazione lacustre in questa Lombardia, in cui si sono trovati fino ami, aghi, una spilla di ornamento. Laonde vorrei dire: che per la vicinanza della Toscana, queste nostre provincie, gli antichi abitanti delle montagne e dei laghi nostri furono dei primi ad avvicinarsi ai Pelasgi, e agli Etruschi. Tra lor trovato l’uso di quel metallo, se ne sarebbero provveduti degli oggetti più utili pei laghisti, gli ami e i primi oggetti di lusso per le lor donne. — Pregheremo il Signore di concedere che si vada innanzi nelle scoperte; perché è vicino il tempo in cui i loro tempi preistorici diverranno storici anche per loro, come sono storici per grazia della Parola di Dio tutti i tempi del genere umano. La santa Religione nostra sola ha la storia dell’umanità; e per saper qualche cosa bisogna cominciare a credere in Dio.

Spez. Permettetemi ancora questa. Mi mostrano stampato che ancora adesso vi sono degli uomini che restarono sempre selvaggi; e che quindi tali bestie-uomini sono di una razza alle bestie superiore appena per un grado: e che i tentativi di noi uomini per farli più civili finiscono collo sterminarli.

Par. Amico! fa troppo male al cuore che quei nostri a noi sì cari sempre lontani dalla Chiesa senza mai una parola che loro inspiri un buon pensiero, leggano tutto che si manda per le stampe a loro dinanzi, colla più fina astuzia preparato per ingannarli; e poi lo dicono su alla spensierata. Così le povere pecorelle lontane dal pastore pascolano le erbe avvelenate ed appestano anche le altre! Lasciatemi sfogar del cuore: mi salgono le fiamme dello sdegno al volto nel leggere in certi libri che si fan girare in mano a tutti, sotto una scienza apparente con maligna moderazione come si danno orribili insegnamenti. Anche voi lo avete detto, che si vuol far credere che vi sieno razze d’uomini selvaggi poco diverse dalle bestie, e di un grado appena superiore, e come una razza degli altri mammiferi un po’ più fina. Oh i tristi! altro che abolire ai nostri dì, si potrebbe metter su la schiavitù più dura; e questa loro teoria giustificherebbe le più atroci crudeltà! E perché i Romani credevano poter fare sgozzare a lor dinanzi nei conviti l’un coll’altro i loro servi? ed ahi! al misero che cadeva trafitto barcollando, dicevano col bicchiere in mano: «Fatti in là, bestia, che non mi brutti la tunica di sangue!… » È perché leggevano scritto nei loro libri, come in questi libri ai nostri di, che gli schiavi eran d’una razza diversa inferiore alla nostra! Perché quei pagani crudelmente cavavano fino gli occhi agli schiavi, affinché facessero girare più quieti le loro macine da mulino? E perchè insegnavano nelle scuole che gli schiavi erano cose, e come bestie da lavoro! Se quei poveri selvaggi fosser bestie solo d’una razza un po’ più fina, potranno dunque i celada (chiamano celada quei pezzi di galera, udite, udite, che me lo raccontano tante volte i moretti e le morette riscattati) potranno quegli orribili celada andare a dare loro la caccia tra le povere capanne e sulle rive dei ruscelli, abbrancar per la gola quei poveri fanciulletti, e pigiarli dentro un sacco per portarli a vendere sui mercati di carne umana! Eh via! che la scienza moderna di quei tali scrittori insegnerebbe che sono scimmie di una razza un po’ più fina! E quegli uomini scampa-forche, che si dicono mercanti della tratta degli schiavi, possono ancora sguinzagliare alla vita dei selvaggi i grossi cani, per raccoglierli a torme in sulle spiagge e stiparli nelle stive dei bastimenti, e così far buoni affari! Ahi! che l’intendon la lezione certi padroni che fan lavorare i poveri sudditi nelle campagne senza lasciare un dì di festa da sentirsi dire che anch’essi hanno ancora un Padre in cielo! E si Stampa sopra un libro: che questo è il risultato della scienza! Ah! maledetta questa scienza, con cui forse si vuol preparare il popolo a lasciarsi trattare come le bestie… Se questi empi la vincessero, non credendo né a Dio, né all’anima, né alla povera umanità, potranno ammazzarci come bestie! E potran fare!… (vel voglio dire: quel che fecero coloro che nella grande rivoluzione passata proclamarono che non esiste Iddio!…) potranno far conciare certe pelli!.. come più morbide di tutte quelle delle bestie di una razza alla nostra inferiore! E ci dicono che scrivono da filantropi per istruire il popolo!

Spez. DIO CI LIBERI DA QUESTI FILANTROPI!  FAN L’AMORE AI POPOLI.. COI DENTI! … Ma in quei libri si dà per certo che molte orde di selvaggi sono tali per natura sempre state per tutti i secoli selvatici d’allora che apparvero sulla terra.

Par. Vedete come la danno da bere a coloro che pretendono d’essere istruiti senza avere studiato, e credon tutto ciò che leggono nei libri stampati apposta per ingannarli! Le tradizioni, le storie, i monumenti e tutto dimostra, che quel miserabile stato di selvatichezza in cui si trovano, è uno stato di decadimento. – Questi poveri. popoli selvaggi conservano ancora le memorie dei loro antenati, che erano tanto più di loro civili: cui tengono sino come figliuoli dei loro sognati Dei. – I nomi poi conservati dalle storie degli antichi regni tanto fiorenti in quei paesi, in cui van ora vagolando misere nazioni mezzo selvatiche, mostrano che in prima furono fondati proprio fin dai figliuoli di Noè, come la santa Scrittura ricorda. I Persiani, detti anche Elamiti, discesero da Elam, gli Assiri da Assur, i Lidii da Lut, tre figlivoli di Sem. Da Canan gli antichi Cananei, da Misraim gli abitanti d’Egitto, detto anticamente Misraim; gli Etiopi, detti anche anche Cussiti, da Cus, figliuoli di Cam. I quali discepoli di Noè eran tutt’altro che selvatici, ma erano colti di quella civiltà primitiva, che si mostrò così grande nelle grandi opere eseguite subito nei primordi dei loro regni. Diffatto, in Asia nel nostro tempo i Persiani e gli Arabi nell’Africa, gli Etiopi ed anche molti Egiziani, van errando sui ruderi di antichissime città e rizzano le lor catapecchie sui palazzi e templi, le cui grandiose rovine si van tuttora scoprendo; e quando gli Europei scoprirono il Nuovo Mondo, si credeva che le orde di quegli indigeni fosser sempre state selvagge; ma si scoprirono e si scoprono ancora presentemente gli avanzi di antichissime città e dimostrano come gli Americani selvaggi, ora è ormai certo, discesero dagli Asiatici dell’antichissima civiltà. Questi, e si può dire tutti i popoli selvaggi, adunque sono decaduti da una primitiva ed antichissima civiltà.

Spez. Ma com’è adunque, mi diranno, che son diventati selvaggi così?

Par. Son contento che me lo domandate, poiché mi porgete occasione di dirvi cose che mi pesano sul cuore. Sono tre le cause che fecero e che farebbero diventar selvaggio tutto il genere umano, se non lo conservasse civile la bontà di Dio. La prima è pur troppo il perdere l’idea di Dio Creatore e Padre, che creò gli uomini per farli seco beati. La seconda, la tirannia dei conquistatori. La terza, la corruzione dei costumi. Voi siete uomo di buon giudizio; e lascio pensare a voi a queste tre cause se non fan diventare peggio che selvatici anche certi increduli dei nostri dî, che par sentano tanto la brama d’imbestialirsi, affannandosi a far credere che siamo figliuoli di bestie.

Spez. Ma perdonatemi; essi si mostrano filantropi e compiangono i poveri selvatici perché non si possa render migliore la lor condizione; poiché tutti i tentativi per civilizzarli, non fanno che sterminarli.

Par. Ah che dite? tutti i tentativi! Vi dirò io quali si fecero e si fanno tentativi da certi filantropi, per civilizzare i poveri selvatici! Quando questi filantropi mercanti toccano qualche spiaggia abitata da’ selvaggi, la prima cosa vi fabbrican i loro forti per pigliar di là il possesso del paese; e se quei miserabili abitanti accorrono a difender le loro terre, predicano loro la civiltà da’ fortilizii colla bocca dei cannoni. Con quei terribili catechisti, come v’ho detto, che sono i lor grossi mastini, invece di raccoglierli intorno ad una cappelletta (come facevano quei monaci nostri per ammansare i barbari in Europa che convertirono nelle più civili e floride nazioni del mondo) li spinsero sui bastimenti per poi venderli in sui mercati. Quando appena poterono comandare, a far subito leggi per togliere ai selvaggi il possesso dei loro terreni che coltivavano alla meglio… misero fino la taglia: « Avrà tanto di mercede chi porterà la testa d’un Indiano; »  e si spesero delle grandi somme per toglier quelle teste, invece di farle battezzare. Ah! sì, che vel dico io, che con questi tentativi non si fece che sterminarli. Deh! si lascino almeno andar in pace i Missionari di Gesù Cristo, e non si corra appresso a perseguitarli sin in mezzo alle Missioni! Dite anche ai vostri signori che li aiutino almeno colle loro preghiere. – Quando adunque vediamo stampato che, p. es., gli Indiani dell’America hanno un carattere selvaggio e fiero, che resistono a tutti i tentativi di civilizzazione, noi gridiamo altamente: è indegna questa ingiuria fatta a quei poveri nostri fratelli che sono ancora selvaggi. Se con certi tentativi non si fa che sterminarli, vi sono altri tentativi che danno i più consolanti risultati. Più che tutte le spedizioni commerciali e le scientifiche; più che tutte le colonie stabilite da avventurieri trafficanti, ha potuto un povero frate, san Francesco Solano. Ma egli non andava tra i selvaggi a rubare il loro oro, ma offriva tutto se stesso, e col coraggio da eroe per proteggere i suoi convertiti in un’invasione di altri selvaggi correva incontro a quelle orde col petto ignudo e col Crocifisso in mano: e ammansatili colla carità, li convertiva a milioni. Il dir che gl’Indiani d’America non possano rendere civili è una calunnia contro cui protestano tutti gli Americani inciviliti più che forse molti Europei. Ora mentre tutte le nazioni civili distruggono tutte le barriere che dividono l’umana famiglia sparsa sulla faccia della terra, per formare la gran famiglia nell’unione della civiltà cristiana Universale, si debbon ricordare quegli scienziati che stamparono questi libri ai nostri dì, che già altri scienziati in Europa tenevano le orde di abitanti del Paraguay in conto di uomini-bestie. Ebbene, pochi Gesuiti obbedendo alla Parola di Gesù Salvatore che comanda d’istruire tutte le genti per salvare tutti, si cimentarono tra quelle orde di feroci e li ammansarono colle industrie di carità. Essi là a lavorare per mostrare a lavorare, essi là a piantare alberi fruttiferi e coltivare erbaggi per lasciar cogliere ai selvaggi; essi là a conciar pelli, a tessere le lane; essi là mutati in sarti, calzolai, falegnami, fabbri, muratori; poi far da medici e sempre a far da padri con tutti. Così mentre gli scienziati qui disputavano seriamente se fosser uomini da battezzare, essi avevano quei selvatici educati a tal modello di civiltà, da far dire ad un letterato con una sublime espressione: «Ecco là nel Paraguay il Cristianesimo felice. » – Ancora adesso, mentre tanti Missionari di varii Ordini religiosi consumano la vita in ignorati benefizi e..riescono così bene nei tentativi benedetti da Gesù Cristo, udite ciò che mi scrivono gli amici Salesiani fino dai Pampas: « Oh quanto sono disposti, quanto sono capaci, anzi proprio desiderosi di diventare migliori e buoni cristiani, questi poveri selvaggi !… ».

Spez. Dio la rimeriti, mio buon signor Parroco! Mi pare proprio di esser con lei come.col padre della nostra grande famiglia, a trattare degl’interessi di tutti i nostri fratelli, anche di quelli che noi abbiamo tanto lontani! Ma io non posso capire quali ragioni possano avere ancora da far contro la fede in Dio?

Par. Mio carissimo, ne hanno due ragioni, contro cui non valgono le verità delle ragioni della fede: e sono l’orgoglio della mente e la corruzione del cuore che rendono gli uomini amanti sol di se stessi, nemici di Dio, e crudeli coi loro fratelli. Io ho il cuor troppo pieno, ed ho bisogno di sfogarmi con voi che m’intendete così bene. Ben vi ricorderete, che quando il demonio soffiò nell’orgoglio di quei superbi dell’antico tempo, che vollero costruire la grande Torre per tentare di elevarsi in cielo fino a Dio, essi tirarono sopra di sè il castigo della confusione delle lingue; e dovettero andare dispersi? Ora ecco che vi sono degli uomini altrettanto superbi, ma di coloro più vili, i quali, anch’essi dal diavolo, e maggiormente tentati di propria concupiscenza, così perdutamente guasti che tutt’altro che cercare di alzarsi al cielo sino a Dio, si abbassano ad avvoltolarsi nel fango, © tutti ingolfati in putridume, niente più agognano che d’imbestiarsi colle bestie, vantandosi di esser nati da loro. Però almen quegli antichi si mostrarono grandi fin nell’audacia del loro delitto; e con quel resto di sentimento della loro grandezza raggranellarono ancora i fratelli dispersi e formarono grandi nazioni da regnarvi quasi come déi: ma questi increduli moderni senza cuore e vili da schifo si studiano di sbrancare la famiglia umana quasi noi fossimo torme di bestie per poco dalle altre diverse. E che? vorranno forse tosarci come pecore matte e farne carne? Eh lo darebbero da sospettar col preparare come fanno l’Internazionale e la Comune! Così se quei superbi col tentare di farsi eguali a Dio fabbricarono la Babele della confusione delle lingue; questi vili coll’imbestiarsi vorrebbero buttarci nella Babele della distruzione. Pigliamo animo, o caro. Poiché se tutti che fanno guerra a Dio van vagabondando nella Babele, noi che l’amiamo come figliuoli, siamo nella Pentecoste; perché il miracolo della Pentecoste conrinua ancora per noi. Vi voglio partecipare una mia consolazione che provai proprio questo anno nel di di S. Giovanni in Torino. Nell’Oratori dei Salesiani, come gli apostoli nel Cenacolo raccolti intorno a Maria Ausiliatrice, quei buoni giovani per festeggiare il dì onomastico del loro pio istitutore accorrevano da tutte le parti a leggergli i più cari indirizzi, in tante lingue diverse; italiani, francesi, inglesi, irlandesi, scozzesi, tedeschi, polacchi, spagnoli, americani e fin cogli accenti dei selvaggi, degli Indii, Pampas e Patagoni: allora io in uno scoppio di pianto esclamava « ecco il miracolo della Pentecoste! » Ebbene, ebbene udii allora D. Bosco, questo uomo provvidenziale colle mani al cielo esclamare come il Salvatore: oh quanto è abbondante la messe! preghiamo il padrone ci mandi tanti operai: affinché si possa dare pane di vita eterna agli uomini nostri fratelli di tutti i colori che il Padre nostro invita al convitto del figliuol suo Gesù … ed io ripetevo singhiozzando: Oh, gran Padre della misericordia, affrettatevi a far di tutti gli uomini come un solo ovile di pecorelle sotto un solo buon Pastore! Oh amico, voi tante volte con ragione esclamavate: DIO CI LIBERI DA QUESTI SAPIENTI, DA QUESTI FILANTROPI!.. Deh! deh! Esclamate pregando con me: Dio salvi tutti gli uomini per Gesu Cristo suo Figliuolo unico Salvatore del mondo.

LA VITA INTERIORE (25)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (25)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

IL DOLORE.

PERCHÈ IL DOLORE?

La parola « dolore » è, qui, generica: intendiamo, con essa, ogni sofferenza fisica, morale, spirituale; disdette, tribolazioni, contrasti, lotte, infermità, discordie, speranze infrante, abbandoni, mali di ogni genere, tutti i mali. Ogni dolore ci dovrebbe condurre a Dio, come ci suggerisce l’Apostolo Pietro: Christus passus est pro nobis, vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia eius (S. Pierro, II, 21), e cioè: Gesù Cristo soffrì per noi, lasciandovi un esempio, affinché seguitiate le sue vestigia. — Ho detto: ci dovrebbe condurre a Dio; ma, in realtà, molte anime non si lasciano condurre a Dio; se ne allontanano, anzi, quanto più loro è possibile. Perché? Perché sotto la pressione del dolore, si ribellano a Dio, si rivoltano con tutte le loro energie, e non riuscendo a vincere l’origine e la causa del male che subiscono, si accasciano, si avviliscono e, Dio non voglia, si lasciano dominare dalla disperazione. Certo, questo contegno non è proprio delle anime che vogliono seguire Gesù. È volontà di Dio che ognuno cerchi di vincere, lottando e pregando, tutte le avversità. Ma quando abbiamo cercato di fare da parte nostra tutto ciò ch’era umanamente possibile, l’ostinazione contro il volere di Dio è superbia, è una resistenza inutile. « La nostra sorte non è nelle nostre mani, e ogni rivolta contro il corso degli avvenimenti si risolve sempre a nostro danno e scorno. Chi picchia del capo contro il muro, non spezza l’ostacolo, ma la testa ». Così, giustamente, un pio autore, il Gorrino, nella sua Vita interiore.

GLI INSEGNAMENTI DELLA FEDE.

Che mi accadrà quest’oggi, o mio Dio? Non lo so. Tutto quello che io so è che non mi accadrà nulla che voi non abbiate disposto da tutta l’eternità pel mio bene. Questo mi basta. Adoro i vostri disegni eterni ed impenetrabili… Sono riconoscente ad un’anima elettissima, già chiamata al premio celeste, se appresi e recitai, da molti anni, ogni mattina questa bellissima preghiera. Essa corrisponde pienamente alla più consolante realtà: la paterna bontà, la santa provvidenza di Dio a nostro riguardo. Tutto quello che ci può accadere, tutti gli avvenimenti, quanto ci riguarda, direttamente o indirettamente, è nelle mani di Dio: Deus meus es tu, in manibus tuis sortes meæ (Ps., XXX, 16); è disposto dalla divina Sapienza in numero, peso e misura: Omnia in mensura et numero et pondere disposuisti (Sap., XI, 21); ogni opera di Dio è piena di bontà: Opera Domini universa bona valde (Eccli., XXXIX, 21); Dio è buono e misericordioso con tutti: Suavis Dominus universis et miserationes eius super omnia opera eius (Ps.,CXLIV, 9).Perché, dunque, angustiarci? Dio pensa e dispone tutto solo pel nostro bene: Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Rom., VIII, 28). Dio è il Bene assoluto, l’Essere perfettissimo per eccellenza. Può da Dio, vero; sommo ed unico bene, venire il male? No. Ma… e allora? Allora quello che Dio permette, e che a noi sembra male,è solo un male esteriore, nell’aspetto, maè, al contrario, un vero bene…

ORIGINE DEL DOLORE.

Se Dio è il sommo Bene, s’Egli è veramente buono, se da Dio viene solo il bene, perché… tanto male, tanto dolore nel mondo? Perché tutta la vita umana è fasciata dal dolore, perché i brevi e pochi giorni della nostra vita sono avvolti da tante pene e amareggiati da tante lagrime? Perché? Questa domanda trova, purtroppo, una pronta, facilissima risposta: il male e i dolori di cui noi facciamo quotidianamente la più amara esperienza, hanno la loro origine nel vero ed urico male, il peccato. In rebus humanis nihil malum dicendum, nisi peccatum solum… « Ricordate: un poema d’amore apre la storia dell’umanità; l’uomo compare sulla terra, nel paradiso terrestre tra gli splendori, della natura tutta a lui soggetta, e della grazia che lo imparenta con Dio, rivestito del manto regale della giustizia originale che a lui procura l’integrità, la scienza, l’impassibilità, la immortalità; è collocato in un giardino di delizia, e Dio Padre scende a trattenersi visibilmente con lui come suo figlio adottivo. » Ma tutto ciò fu di breve durata: il poema è troncato, l’uomo fugge da Dio; è spogliato di ogni dono e grazia soprannaturale, è condannato al lavoro faticoso, al dolore e alla morte. » Chi ha fatto ciò? Non Dio certamente; fu il peccato che trasformò il paradiso terrestre in una valle di dolori e di lagrime, che portò nel mondo la fame, la pestilenza, la morte. » Quando noi gemiamo nel dolore, non rivolgiamoci a maledire Dio o a chiamarlo causa e origine delle sofferenze, malediciamo il peccato, questo odioso attentato contro la sovranità del Creatore e nostra sventura. » Il dolore, dunque, nasce con la colpa e la prevaricazione dei nostri progenitori; esso è la sorgente amara del fiume di lagrime che si è ingrossato per tutti i delitti dell’umanità attraversandone le interminabili generazioni » (G. Perardi, Vita cristiana, II, pag. 65-66.).

IL DOLORE NON È UN MALE.

Il dolore non è un male. Se in tutti gli avvenimenti umani il Signore cerca soltanto il nostro bene; se nel mondo niente dev’essere detto male all’infuori del solo peccato, quelli che noi diciamo mali, sofferenze, pene, e che non sono e non si identificano col peccato, si dicono mali impropriamente. Essi hanno una funzione di bene, e beni dovrebbero essere detti. – Ascoltiamo gl’insegnamenti della fede: Beato l’uomo che è castigato da Dio, disse Giobbe, il grande sofferente (V, 17); Beato l’uomo che è tentato perché, quando ha superato la prova, riceverà la corona della vita, confermò san Giacomo (Giac., I, 12); e Gesù con maggior precisione: Ego quos amo, arguo et castigo (Apoc., III, 19) e cioè: Io riprendo e castigo coloro che amo.Se questi sono gl’insegnamenti divini, perché noi dobbiamo temere tanto le pene, le sofferenze, i dolori di questa vita? Sono, essi, la fonte d’immensi vantaggi spirituali e spingono efficacemente la nostra anima alla ricerca di Dio, al possesso di Dio. Di più: i dolori, le prove di questa vita accettati e affrontati con serenità, rassegnazione, fiducia e confidenza in Dio ci liberano datanti altri mali.Dio ci ha voluti collaboratori efficaci dell’opera della nostra salvezza eterna. La volontà efficace nell’accettare le prove da Lui permesse ha valorizzato la nostra libertà. In questa libertà, con la volontà decisa per il Signore e per la sua gloria, noi saremo veramente provati ed approvati da Dio.

LA MISSIONE DEL DOLORE.

È il bene nostro, è la gloria di Dio. Non sarà coronato se non chi avrà combattuto secondo le leggi… Ecco l’obbligo, ecco la necessità dichiarata della lotta contro noi stessi, contro il mondo, contro il demonio. Questa triplice lotta è… un grande dolore. In questa lotta dobbiamo, invocata la divina assistenza, resistere e vincere. Dio ci ha assegnato la parte nostra nel portare il peso della Croce. Chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce, mi segua. Ma: hilarem datorem diligit Deus, e cioè: il Signore ama chi dà con gioia, con allegria, con serenità. Si deve, dunque, trarre un’altra conclusione, questa: noi dobbiamo accettare le prove, i dolori, le sofferenze non solo con rassegnazione, ma anche con gioia. – Ascoltiamo la parola dell’apostolo Paolo: Superabundo gaudio in omni tribulatione (II Cor., VII, 4). Perché? Perché dalla tribolazione terrena vedeva scaturire la dolce acqua del premio celeste. Che cosa c’insegna la quotidiana esperienza? Che l’uomo accetta, anzi giunge a desiderare e a volere un male, quando sa che da esso potrà venirgliene un bene! Non è, forse, per questo che noi ci lasciamo tanto manipolare dal medico, e, specialmente, dai chirurghi? Un’operazione chirurgica non è, certo, cosa che possa farci molto piacere. Tuttavia, poiché ne speriamo un bene, la desideriamo, e, pure sapendo che ci farà soffrire, che ci costerà anche una somma di denaro non indifferente, noi ci rechiamo da uno o da parecchi chirurghi, e… ci abbandoniamo nelle loro mani. Non altrimenti opera Dio. V’è, però, una differenza sostanziale: il divino chirurgo è un operatore infallibile. Non così gli umani manipolatori delle nostre povere carni. Gesù ha disposto che sia il dolore a ricondurre il peccatore a Dio. Ha voluto, e vuole, che il dolore ci distacchi dalle cose create, dal mondo, dalla terra… e ci faccia desiderare il Cielo. Ha voluto, e vuole, Gesù, che il dolore espii su la terra il peccato, che purifichi e perfezioni la virtù, come il fuoco purifica l’oro. Infine, il dolore crea la nostra rassomiglianza morale con Gesù Cristo, nostro modello, ricordandoci la nostra incorporazione con lui nel Battesimo. Se Gesù, nostro capo, è crocefisso, possiamo noi, sue membra, pretendere di essere esonerati dalla nostra parte di dolore?

LA VITA INTERIORE (24)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (24

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

L’INSTABILITÀ

LE PRIVAZIONI SPIRITUALI.

Abbiamo già ripetutamente notato che le anime desiderose di operare il bene, di darsi a Dio, in sul principio della loro dedizione sogliono essere amabilmente ricreate dalla bontà divina. Gioie spirituali, conforti divini, attrazione intensa… E, perciò, promesse su promesse di fedeltà, di attaccamento, di corrispondenza, di amore… Tutto questo, però, non può durare. In un attimo, mentre meno l’anima se la pensa, la scena cambia. Al fervore sensibile succede l’aridità, alla gioia la prova dolorosa, all’attrazione intensa… la noia, le tentazioni violente, le nausee quasi vorrei dire, di ogni forma di preghiera, di ogni manifestazione di pietà. Tutto questo, lo sappiamo, è la solita via delle anime. Ma questo stato di desolazione non dovrebbe essere temuto, essendo, per divina disposizione, ordinato al miglioramento e alla tempera della nostra volontà. Tuttavia, per molte anime, col sopraggiungere del tempo della prova, ha inizio lo scoraggiamento, l’intiepidimento, la freddezza, di più, la nausea. Perché? Per l’instabilità, per l’incostanza della volontà.

LA MONOTONIA…

È noto il detto: molti incominciano, pochi perseverano… Perché?… Perché si dimentica facilmente che è necessario rinnegare il nostro io, che occorre farsi violenza, che il regno di Dio può essere carpito solo da chi mostra vera energia. Energia: ecco la parola. Occorre energia di volontà per allontanare le tentazioni che ci vogliono far sembrare troppo noiosa, snervante, uniforme e perciò monotona la pratica della vita cristiana e, tanto più, la pratica della vita interiore. Intendiamoci: abbiamo già detto che, per raggiungere la vita interiore, l’anima deve allenarsi, ripetere esercizi sopra esercizi, e che solo a questa condizione l’ascesa potrà, poco a poco, essere vera, certa. Se poi in questo ripetersi di atti, di esercizi, si può provare noia, nausea… nessuna meraviglia. L’amore di Dio, il Paradiso costano sacrifizi… Ecco tutto. E se questa risposta sembrasse troppo semplicista, si consideri, per esempio, in quale modo lo studente cerca di riuscire promosso negli esami: e generalizzando, come trascorra la vita degli uomini su la terra. Non sono ore e ore e giornate e mesi di… studio continuo? Non sono, sempre, le stesse occupazioni, gli stessi argomenti, gli stessi doveri, le medesime contrarietà, per tutti…? Forse che noi tralasciamo i nostri doveri, le nostre conversazioni, i viaggi… perché sono sempre gli stessi? Che dovrebbe dire un viaggiatore di commercio che, tutti i giorni, col tempo, sì o no, favorevole, è costretto a ripetere lo stesso viaggio, dalla casa alla Stazione, dalla stazione alla stessa città? E che dovrebbe dire una mamma di famiglia, la quale, dalle stoviglie rigovernate, ai letti rifatti, alle orazioni ripetute, agli ammonimenti dati, vede tutto tingersi dello stesso colore da anni e anni…? Nessuna novità mai! E che per questo? Siccome sempre avviene nella vita ordinaria, così avviene pure nella vita dello spirito. Ma come nella vita quotidiana, la uniformità, la monotonia, la noia, la nausea non ostacolano l’adempimento del dovere, così, e tanto più, la freddezza, o la creduta freddezza, la noia, la stanchezza non debbono farci troncare le pratiche di pietà e lo sforzo per riuscire a raggiungere, possedere e conservare la vita interiore.

ASSENZA DEL CUORE.

Altro è dire uniforme, altro è dire monotono, noioso. Vogliamo dunque, dire che se la vita interiore può sembrare uniforme, non è affatto monotona e, tanto meno, noiosa. O meglio; potrà essere anche monotona e noiosa; ma allora si dovrà fare un’altra considerazione, questa: che dalla pseudo vita interiore è già assente il cuore coi suoi sentimenti e coi suoi affetti. Una delle due: o il cuore è presente, ed ecco più ragionate, ma care e dolci e soavi emozioni, nella ricerca dell’amore di Gesù, unica fonte del vero amore; o il cuore viaggia per conto suo, e allora gli affetti e i sentimenti sono dispersi e non trovano più il punto di accentramento, il quale non può essere altri che Gesù. Proviamoci a pensare e a tenere a posto il cuore nella contemplazione di Gesù! Oh! allora, sentiremo inondarci dell’amore di predilezione, e in quell’oceano infinito saremo costretti a ripetere a Gesù la proposta di Pietro sul Tabor: Domine, bonum est nos hic esse. Oh Gesù! quanto è bello per noi rimanere qui, così! Ma i momenti della Trasfigurazione furono pochi: dopo quelli, Gesù ritornò alla sua vita di sacrificio e di rinnegamento. Sacrifizio e rinnegamento necessari sempre contro le nostre inclinazioni naturali, le quali sono in contrasto con le aspirazioni spirituali. È tutto un continuo lavorio di purificazione e di rinunzia che l’anima deve affrontare con generosa disciplina in espiazione dei suoi peccati, abbracciando volentieri la sua croce, in unione, e per l’unione, con Gesù Cristo. Ma, per imparare questa rinuncia, che nel linguaggio cristiano è una specie di crocifissione e di morte, l’anima dovrà lottare energicamente contro l’orgoglio, contro la pigrizia e la noia, abituandosi allo spirito di preghiera e alla meditazione assidua delle sante verità. Sarà, allora, facile, al corpo e allo spirito allenarsi a quella mortificazione delle proprie inclinazioni naturali tanto necessaria per quelli che vogliono appartenere veramente a Cristo e viverne intimamente la vita. Camminate secondo lo spirito, e non andate dietro ai desideri della carne (Gal. V, 16); e ancora: I seguaci di Cristo hanno crocefisso la propria carne con le sue passioni e le sue concupiscenze (Gal., V, 24).

È UN AFFARE TROPPO LUNGO.

Ricordo il consiglio frequente di un indimenticato e indimenticabile Maestro: Procura di fare una cosa per volta, non due…; non preoccuparti del giorno passato che non ritorna, né del domani che non è certo; pensa soltanto a quest’oggi… Questo è il succo di tutta l’esperienza della vita interiore, e … della più sana filosofia. Age quod agis…: fa quello che fai, dicevano i maestri di spirito. Vivi alla giornata… L’avvenire è nelle mani di Dio. Per ogni giorno la sua croce. La fantasia che pretende prevedere per provvedere è, ordinariamente, catastrofica. Consideriamo ogni giorno come l’ultimo della nostra vita… Questa considerazione ci darà forza a resistere, a mantenere le nostre posizioni… a vivere nella vita interiore. Terminiamo con un saggio consiglio che S. Giovanni Bosco, il grande apostolo della gioventù, ha scritto per i suoi cari giovinetti, perché ci sembra che possa coronare bene quanto sopra abbiamo detto: « Il primo laccio che il demonio suol tendervi per rovinare l’anima vostra, è il presentarvi alla mente come sarà mai possibile che per quaranta, cinquanta, o sessant’anni che vi promette di vita, possiate camminare per la difficile strada della virtù, sempre lontani dai piaceri. » Quando il demonio vi suggerisce questo, voi rispondetegli: Chi mi assicura che io giunga fino a quell’età? La mia vita è nelle mani del Signore; può essere che questo giorno sia l’ultimo di mia vita. Quanti della mia età erano ieri allegri, pieni di brio e di salute, ed oggi sono condotti al sepolcro! Quanti miei compagni sono scomparsi da questo mondo nel fior degli anni! E non potrebbe accadere a me altrettanto? E quand’anche dovessimo faticare alcuni anni per il Signore, non ne saremo abbondantissimamente compensati da un’eternità di gloria e di piaceri nel paradiso? Del resto noi vediamo che quelli i quali vivono in grazia di Dio, sono sempre allegri, ed anche nelle afflizioni hanno il cuor contento. Al contrario coloro che si dànno ai piaceri, vivono arrabbiati, inquieti, e più si sforzano per trovare la pace nei loro passatempi, più si sentono infelici: Non est pax impiis, dice il Signore» (Da quel modello di libro di pietà scritto da S. Giovanni Bosco pei giovani, cioè: Il giovane provveduto.

LA VITA INTERIORE (23)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (23)

  1. Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

IL RACCOGLIMENTO

UN OSTACOLO: LA DISSIPAZIONE.

Uno degli ostacoli più gravi alla nostra vita d’unione con Dio è la dissipazione. La dissipazione mentre allontana e tiene separata da Dio l’anima, l’avvicina e lega alle cose create. Queste cose esterne, se troppo considerate, assorbono, guastano, avvelenano gli spiriti. Occorre perciò che l’anima desiderosa di vivere la vera vita interiore sappia dominare le cose esterne, o se ne separi arditamente e decisamente. Com’è possibile riuscirvi? Il primo mezzo, come sempre e in tutto, è la preghiera umile e fiduciosa. Vogliamo ricordare qui, almeno sinteticamente, una preghiera saggia di tante care anime: Signore non ti chiedo di dispiacere alle creature perché sono Tue; ma deh!, o Gesù, concedimi almeno di non piacere loro troppo e di non essere troppo amato… Dopo la preghiera, per riuscire a svincolarsi dalle cose esterne, è proprio necessario non amarle troppo, poiché quando si ama, si è legati all’oggetto dell’amore. Nulla macchia e impaccia il cuore umano come l’amore. impuro delle creature. Occorre, persino, non amare troppo le nostre occupazioni, il nostro apostolato, le fonti stesse della nostra vita spirituale. Dobbiamo amarle queste cose, ma non troppo. Basta, cioè, amarle con la disposizione di lasciarle senza rimpianti alla prima occasione. Dobbiamo, pure, cercare di avere e di conservare, inalterata, una grande calma e serenità di spirito in tutte le diverse circostanze della vita. Non affannarsi, adunque, non affaccendarsi, non tuffarsi, più del necessario, nelle opere esteriori. Il Signore non si lascia trovare nell’agitazione e, così pure, la nostra anima non riuscirà a dominarsi, a reggersi, e verrà, quanto prima, assorbita completamente. – Concludendo: la vittoria nella dissipazione e il conseguimento della vita raccolta non si ottengono senza una volontà ferma, senza una lotta continua contro le attrattive della esteriorità, e contro le nostre cattive inclinazioni tendenti alla ricerca della esteriorità.

I SENSI.

I sensi sono la porta del cuore e dell’anima. Se la porta non è custodita; tutti vi possono entrare. Per la porta dei nostri sensi entrano tutte le tentazioni. In modo particolare è necessario frenare e custodire la vista, l’udito, la lingua. Dobbiamo: vedere e non guardare; udire e non ascoltare; parlare moderatamente, con criterio, e non muovere continuamente la lingua a guisa di elica che volteggia meccanicamente, senza riflessione. «… Chi vuole tutto vedere e sapere, anche se si tratta di cose non cattive; né per se stesse pericolose, non sarà mai persona interiore. »« Dopo tutto, di quanto avviene attorno a noi nel mondo, poco o nulla merita di essere conosciuto. Anche ciò che il mondo chiama cose importanti, sono frivolezze di poco momento: sembrano grandi solamente a coloro che sono piccoli » (Gorrino, La vita interiore, pag. 114. Torino, S. E. I. 1936). – Per orientarsi, però, definitivamente nella vita di raccoglimento, è necessario dominare la lingua, vigilare, frenare, regolare la nostra parola. Precisamente per questo viene tanto insistentemente raccomandato il silenzio. « Chi crede di essere religioso e non raffrena la sua lingua, ha una religione vana » (SAN Giacomo, I, 26). Nella vita delle anime consacrate a Dio, tutto è a base di Regola. V’è, quindi, il tempus loquendi e il tempus tacendi. L’osservanza della Regola del silenzio porta, nella vita di comunità, una vera fioritura di anime care a Dio. Nella vita che la maggior parte delle anime deve condurre in mezzo al mondo, il silenzio può dirsi osservato e custodito quando si parla per necessità, per convenienza e col giusto criterio della riservatezza. Non taciturni e musoni: ma lieti, sereni e pronti a rispondere e ad alimentare una conversazione santa, o, anche, soltanto per quel sentimento di carità di cui parla san Francesco di Sales: « Dove non c’è peccato è sempre buona cosa, quando sia possibile, accontentare il nostro prossimo ».

FANTASIA, IMMAGINAZIONE, MEMORIA.

La dissipazione è alimentata non solo dai sensi esterni, ma anche dalle potenze interne. Ora il silenzio interno è ancora più necessario di quello esterno per ottenere la vita interiore. La fantasia è la pazza di casa, e l’immaginazione la segue come ancella fedele. Ma a che giova lasciare la fantasia sbrigliata? Devesi frenarla, non solo nelle cose peccaminose, o quasi, ma anche in quelle indifferenti. È tutto un lavorio interno di purificazione, di elevazione, di santificazione, specialmente col ricorso diretto a Dio, a Gesù Re dei vergini che si pasce tra i gigli. La memoria pure ha necessità d’essere regolata, frenata, quietata. Parrebbe impossibile, ma è proprio una constatata realtà. Di continuo ci proietta dal passato nel presente tutto quello che non vorremmo più ricordare, che abbiamo confessato, detestato, calpestato e promesso di non voler più ricordare. Ci sembra di poter suggerire questa constatazione: il passato non ritorna più e l’avvenire è nelle mani di Dio. Perciò procuriamo di vivere alla giornata, positivamente, e fidandoci solo del Signore.

VANTAGGI DELLA VITA RACCOLTA.

Sono preziosissimi. Anzitutto, l’anima che, poco per volta, si accorge d’essere presente a se stessa, viene a conoscere i propri sentimenti ed affetti nel loro sorgere. Se questi sono buoni li asseconderà, se sono malvagi li sopprimerà. In secondo luogo; fatta l’abitudine alla vita raccolta, l’anima trova più facile la preghiera, più viva la devozione, più intenso il fervore. Certamente non si può essere raccolti nella preghiera se si è assorbiti dalle cose esteriori o dissipati in esse. « Dove la mente è solita trovarsi lungo il giorno, ivi tornerà anche nel tempo dell’orazione. » Bisogna adunque fare in modo che il pensiero vada a Dio, anche quando ci si trova in mezzo alle brighe esterne: tanto meglio vi si manterrà poi unito durante l’orazione. » Quindi alle persone pie che desiderano sentire il fervore nella preghiera, non si può indicare altro spediente che questo: tenersi raccolte lungo la giornata. Ogni altro consiglio è inutile e inefficace. Chi non ha l’animo raccolto durante gli impegni della giornata, non lo avrà neppure durante l’orazione. Si vive di abitudine. Bisogna farsi l’abitudine del raccoglimento per essere raccolti nei tempi in cui vogliamo esserlo » (Gorrino, o. c., pag. 119). Ma il raccoglimento si nutre del vero fervore che non è quello sensibile. Il vero fervore è dato da una volontà seria, ferma, stabile, refrattaria, disposta a tutto.

LA VITA INTERIORE (22)

LA VITA INTERIOR E LE SUE SORGENTI (22)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

LUCE DIFFUSA

LA PUREZZA

BASE DI QUESTA VIRTÜ: LA MORTIFICAZIONE.

Come lo spirito di rinnegamento e di mortificazione è la base necessaria dell’unione con Dio, cosi lo è pure della virtù della purezza. Come Gesù venne espressamente in questo povero mondo per cercarvi non le soddisfazioni ma la rinuncia e le sofferenze, così noi dobbiamo seguirlo imitando le sue azioni e mettendo in pratica il suo comando: chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Matth. XVI, 24). – Nel sapersi molto rinnegare ivi è molto godere. Così, ricordo, mi scrisse venticinque anni or sono, una pia anima già chiamata al premio celeste. Non v’è adunque da rimanere storditi pel timore delle pene, pel numero delle contrarietà, per la morte che danno al nostro io. Ë necessario rinnegarsi, abbracciare la croce; e questa necessità porta al combattimento. La vittoria nella lotta, ottenuta coll’aiuto di Dio, rende lieta la nostra anima. Ecco l’origine del molto godere…. – « L’anima provata dalla tribolazione, formata alla sofferenza e alla contraddizione, abituata al sacrificio, rimane calma tra le pene della vita, bacia la mano di Dio che la percuote, leva lo sguardo verso il cielo e gode delle sue pene medesime, nelle quali vede l’espiazione delle sue colpe ed il pegno della felicità eterna. Che la facciano soffrire le bizzarrie dei giudizi umani, gli sbagli dell’amor proprio, i disgusti e le pene della fatica ella è ferma, incrollabile, e quanto più è percossa dalla sventura, tanto più è lieta di offrirsi a Dio come un’ostia segnata dal carattere della Croce del suo Figlio diletto, Gesü ». Ë questo il commento pratico che la stessa pia anima in quell’occasione scrisse e unì alla sua affermazione: nel sapersi molto rinnegare ivi è molto godere. Come conclusione aggiunse, ed io riferisco: sono queste le nostre disposizioni? Occorre assolutamente: 1. Soffrire per amor di Dio, senza mai lamentarcene, tutte le contrarietà e le croci; 2. non usare cure eccessive per sottrarci a tutto ciò che molesta ed incomoda; 3. tenere lo sguardo fisso a Gesù che preferì alle gioie della vita l’umiliazione e la croce. Per aumentare in noi la resistenza riflettiamo sulle seguenti parole che il Padre Baldassarre Alvarez, il consigliere di santa Teresa, indirizzava a se stesso: « È un errore il credere che devi entrare in Cielo interamente integro, e che la tua persona subirà soltanto pochi danni. Il regno di Dio è il regno dei decapitati, dei tentati, degli afflitti, dei disprezzati, di coloro che passarono da quelle o da più grandi prove. Come oseresti comparire tra sì illustri capitani, essendo tanto vile che se Dio ti mettesse il processo tra le tue mani condanneresti te stesso?» (Cfr. Lettere di direzione. Vol. I, pag. 135. S.E.I. Torino.)

LA PUREZZA DI MARIA.

Lo spirito di rinuncia e di mortificazione conducono felicemente alla conservazione della virtù della purezza, la quale a sua volta, è necessaria per conseguire e conservare l’unione con Dio. Gli esempi dei Santi, e, sovra di essi, tutti quelli della Vergine Madre di Dio, Maria, sono prove eloquentissime. Qui ci accontenteremo di riferire alcune parole che san Giovanni Bosco indirizzò ai giovinetti del suo primo Oratorio in una delle brevi conversazioni denominate: la buona notte: « Già era giunto il tempo tanto desiderato nel quale nascere doveva il Salvatore del mondo. Ma chi sarà mai colei, che avrà la gloria di essergli madre? Dio gira gli occhi su tutte le figlie di Sion e una sola ne vede degna di tanta dignità. Maria Vergine! Da lei nacque Gesù Cristo, per opera dello Spirito Santo. Ma perché tanto prodigio e privilegio? In premio della purità di Maria, che fra tutte le creature fu la più pura, la più casta. » O anime fortunate che non avete ancora perduta la bella virtù della purità, deh! raddoppiate i vostri sforzi per conservarla. Custodite i sensi, invocate spesse volte Gesù e Maria, visitate Gesù nel SS. Sacramento, andate sovente alla Comunione, obbedite, pregate. Voi possedete un tesoro così bello, cosi grande, che fino gli Angeli ve lo invidiano. Voi siete, come dice il nostro stesso Redentore Gesù Cristo, voi siete simili agli angioli. Erunt sicut Angeli Dei in cœlo.» E voi che per vostra disgrazia l’avete giàperduta non iscoraggiatevi. Le giaculatorie,le frequenti e buone confessioni, lafuga delle occasioni, le visite a Gesù viaiuteranno a ricuperarla. Fate ogni vostrosforzo; non temete; la vittoria sarà vostra,perché la grazia di Dio non mancherà mai.Un posto vi è ancora per voi nel cielo,così bello, cosi maestoso, al cui confrontosono come fango e spariscono i troni deipiù ricchi principi e più potenti imperatoriche siano stati e che potranno mai essere sovra questa terra. Sarete circondati eziandiodi tanta gloria, che lingua né umanané angelica potrà mai spiegare. Potrete ancoragodere della cara, bella compagnia diGesù e di Maria, di quella nostra buonaMadre che colà ansiosa ci aspetta ».Concludiamo con un altro pensiero beneappropriato di don Bosco: « Maria è la scala di Giacobbe che aveva per sua base la terra e stendeva la sua estremità fino a toccare il cielo, giacché è per mezzo di Maria che le terrene creature si congiungono con le celesti, come la scala veduta da Giacobbe congiungeva in certo modo il cielo con la terra ».

DIVERSI ASPETTI DELLA PUREZZA.

Precisiamo, ora, le diverse forme della purezza. Esse sono: la purezza di cuore, e cioè la purezza del corpo, o meglio dei sensi; la purezza di coscienza, la purezza di intenzione. Per non estenderci soverchiamente, ci limiteremo a richiamare l’assoluta necessità della purezza di cuore. Infatti, solo i puri di cuore vedranno Dio, secondo la promessa del Salvatore: Beati coloro che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio (Beati mundo corde quoniam ipsi Deum videbunt Matth., V, 8). La purezza del cuore è sempre accompagnata dalla prudenza e dall’umiltà. Queste virtù ci fanno conoscere qual è il vero bene e facilmente ci ritraggono dai beni falsi e malvagi per indirizzarci, più sicuramente, al vero Bene ch’è il Signore. Tra i beni falsi e malvagi viene, anzitutto, la sensualità. L’anima desiderosa di vivere unita con Dio, deve amare, e preferire sempre, a qualunque costo, la purezza. Questa virtù angelica, accompagnata e sorretta dall’umiltà e dalla prudenza, dovrà sempre fuggire tutto ciò che può essere, anche lontanamente, pericolo od occasione di peccato, e, soprattutto, dovrà fuggire quei beni che portano il nome di beni e piaceri corporali, o sensuali. Essi rendono schiavo il corpo e atrofizzano ogni slancio dello spirito. « Ne consegue, per tanto, che per conservare il dominio di sé e mantenere l’animo mondo, bisogna saper rinunciare ai piaceri dei sensi, anche per quella parte in cui sono permessi. » Senza questo allenamento dello spirito, prodotto dalla castità, l’uomo diventa preda e zimbello delle soddisfazioni corporali e due giudizi, che don Bosco dichiarò poi rispondenti a verità. « Don Bosco ha due grandi segreti, che sono la chiave di tutto il bene operato dai suoi. In primo luogo egli imbeve talmente i giovani delle pratiche di pietà che, quasi direi, li inebria. I giovani così impressionati, non osano quasi più, anche volendo, fare il male; non hanno i mezzi di farlo; devono assolutamente muovere contro la corrente per divenir cattivi; trascurando le pratiche di pietà si troverebbero come pesci fuor d’acqua.… Ma come fare a tenere tanti chierici e preti giovani, nel ministero più pericoloso, nell’età più critica, senza ch’eglino stessi cadano? Qui è il secondo segreto. Don Bosco accumula su ciascuno tante cose da fare, li carica di tante faccende, di tanti pensieri e sollecitudini, che non hanno neppure il tempo di volgere la mente ad altro. Chi può appena respirare, pensate se può essere tratto al male! ». Giunte all’orecchio di don Bosco queste osservazioni, egli cosi le commenta: « Mi pare che siano veramente due belle e buone verità. Quanto alle pratiche di pietà, si cerca di non opprimere i giovani, anzi di non istancarli mai; si fa che siano come l’aria, la quale non opprime, non istanca mai, sebbene noi ne portiamo sulle spalle una colonna pesantissima: la ragione è che interamente ci circonda, interamente c’investe dentro e fuori. Che poi si lavori molto. eh si!… specialmente quest’anno ». Si erano aperte in quell’anno 1878 venti nuove case (P. BARALE in Credere (V, 4). Roma, 1936).

PRATICHE DI PIETÀ E LAVORO.

Pratiche di pietà e lavoro.. L’elevazione della mente a Dio, per mezzo della preghiera, e il dominio delle forze fisiche per mezzo del lavoro che mortifica e castiga e che, pure, a sua volta, offerto a Dio, diviene preghiera, sono due mezzi efficacissimi, due propulsori, e due preservativi della purezza del cuore per la vita interiore.