CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (IV)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I. , Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO II

Divisione del Mondo Soprannaturale.

Certezza di questa divisione: il dualismo universale e permanente — Causa di questa divisione: un atto colpevole — Origine storica del male — Spiegazione del passo di San Giovanni: Una gran battaglia ebbe luogo in cielo etc. — Natura di questa battaglia — Grandezza di essa — In qual Cielo ebbe luogo — Due ordini di verità: le verità naturali e le soprannaturali — Gli Angeli conoscono naturalmente le prime con certezza — La prova ebbe per oggetto una verità dell’ordine soprannaturale — Caduta degli Angeli.

Abbiamo dunque visto che il mondo superiore, il mondo delle pure intelligenze, governa necessariamente l’uomo e il mondo che gli è inferiore. Logicamente ne risulta che il Re del mondo superiore è il vero Re di tutte le cose. Gli Angeli e gli uomini, forze della natura, non sono che i suoi agenti. Tutto dipende da lui; Egli solo non dipende da alcuno. In conseguenza di ciò parrebbe che nell’universo tutto dovesse esser pace e unità. Invece altra è la realtà; dappertutto è il dualismo. Ora il dualismo non è nel mondo inferiore se. Non perché è nel mondo superiore; è nel mondo dei fatti, perché è nel mondo delle cause. La divisione e la guerra son dunque scoppiate nel cielo, innanzi di discendere sulla terra. Come esse sono tra gli uomini, profonde, accanite, universali, permanenti, cosi lo sono tra gli angeli. In una parola, il mondo soprannaturale, diviso in buono e cattivo, tale é la seconda verità fondamentale che bisogna mettere in chiaro. – Dio essendo la bontà per essenza, tutto ciò che esce dalle di lui mani non può essere che buono. (Deus charitas est. I Joan., IV, 16. — Vidit Deus cuncta quæ fecerat, et erant valde bona. Gen. I, 31). –  Essendo che una parte degli abitanti del mondo superiore sono malvagi, e che non sono tali per natura, fa d’uopo per necessità concludere ch’essi lo sono divenuti. Nessuno diventa malvagio che per sua colpa. Ogni colpa suppone il libero arbitrio. Gli Angeli cattivi sono dunque stati liberi, e hanno abusato della loro libertà. Ma quale è la prova a cui hanno essi volontariamente mancato? Se la ragione ne conferma resistenza, la rivelazione soltanto può spiegarne la natura. Sotto pena di sragionare eternamente, fa d’uopo dunque interrogare Dio medesimo, autore della prova e testimone dei suoi resultati. Ecco ciò che l’Antico dei giorni dice al suo più intimo confidente: Una gran battaglia ebbe luogo nel Cielo; Michele e gli angeli suoi combattevano contro il Dragone; e il Dragone combatteva, e seco i suoi Angeli. (Et factum est praefium magnum iu cœlo; Michael et Angeli ejus præliabantur cum Dracone; et Draco pugnabat et Angeli ejus. Apoc., XII, 7). – Queste poche parole racchiudono tesori immensi di luce. In ciò solamente sta l’origine storica del male. Dappertutto altrove incertezze, contradizioni, tenebre, oscillazioni eterne. E poiché siamo giunti al gran problema del mondo, tratteniamoci a considerare ogni sillaba dell’Oracolo divino. – Quale è questo combattimento, praelium? Essendo gli Angeli puri spiriti, questo combattimento non fu una lotta materiale, come quella dei Titani della mitologia; né una battaglia simile a quelle che si danno sulla terra, dove ora dall’una, ora dall’altra parte, i combattenti si assalgono da lontano con proiettili, si pigliano corpo a corpo, si gettano a terra, e si calpestano. In ciò essendo gli esseri tanti attori, un combattimento di Angeli è puramente intellettuale. È una contesa tra puri spiriti, in cui alcuni dicono si a una verità, e altri no. Grande combattimento, prælium magnum. Grande è infatti sotto qualunque punto di vista lo si ravvisi. Grande, pel numero e la potenza dei combattenti; grande, perché fu il principio di tutti gli altri; grande pei suoi resultati immensi, eterni; grande per la verità che ne fu l’oggetto. Per dividere il Cielo in due campi irreconciliabili, per trascinare nell’abisso la terza parte degli Angeli, e per assicurare per sempre la felicità degli altri, bisogna che questa verità tanto contrastata fosse un domma fondamentale. (Et cauda ejus trahebat tertiam partem stellamm Cœli, et misit eos iu terram. Apoc., XII, 4). – Quale può essere la natura di questa verità proposta come prova, all’adorazione delle gerarchie celesti? Per gli Angeli come per gli uomini vi sono due sorta di verità: le verità dell’ordine naturale e quelle dell’ordine soprannaturale. Le prime non oltrepassano le facoltà naturali dell’Angelo e dell’uomo. Ma delle seconde è altrimenti: spieghiamo dunque questo punto di dottrina. Ogni essere, come opera di un Dio infinitamente buono, è creato per la felicità. La felicità dell’essere consiste nella sua unione col fine pel quale egli è stato creato. Tutti gli esseri essendo stati creati da Dio e per Iddio, la loro felicità consiste nella unione di questi con Dio. Negli esseri intelligenti, fatti per conoscere e per amare, questa unione ha luogo mediante la cognizione e l’amore. Quest’amore e questa cognizione, svolte per quanto lo concedano le forze della natura, costituiscono la felicità naturale della creatura. Iddio non se n’è contentato. A fine di procurare agli esseri dotati di intelligenza una felicità infinitamente maggiore, cioè la sua bontà essenzialmente comunicativa, ha voluto che gli Angeli e gli uomini si uniscano al Bene supremo, per via di una conoscenza molto più chiara e mediante un amore molto più intimo, che non lo esigeva la loro naturale felicità: quindi, la bontà soprannaturale. Di qui pure, due sorta di cognizioni di Dio e della verità: una, naturale che consiste nella vista di Dio, in quanto la creatura n’è capace con le sue proprie forze; l’altra soprannaturale che consiste in una vista di Dio, superiore alle forze della natura e infinitamente più chiara della prima. Questa seconda cognizione è un favore tutt’affatto gratuito. Gli Angeli e gli uomini, come esseri liberi, debbono, per assicurarsene il possesso, soddisfare alle condizioni alle quali Iddio lo promette. – Da ciò infine derivano, com’è stato detto, relativamente agli Angeli ed all’uomo, due sorta di verità: le verità dell’ordine naturale, e le verità dell’ordine soprannaturale. Gli Angeli conoscono perfettamente, completamente, nei loro principiì e nelle loro ultime conseguenze, nell’insieme e minutamente, tutte le verità dell’ordine naturale, vale a dire che rientrano nella sfera nativa della loro intelligenza. Per essi, in questa sfera, non avvi alcun errore, nessun dubbio: per conseguenza nessuna possibile contradizione. Donde viene loro questa mirabile prerogativa? dall’eccellenza stessa della propria natura. Spieghiamo ancora questo punto d’alta filosofia, tanto nota alla barbarie del medio evo. e tanto sconosciuta nel nostro secolo dei lumi. L’Angelo è una intelligenza pura. Il suo intendimento è sempre un atto, non mai una potenza; cioè dire che l’Angelo non ha soltanto, come l’uomo, la facoltà o la possibilità di conoscere, ma che conosce attualmente. Ascoltiamo quei grandi filosofi, sempre antichi e sempre nuovi, che chiamansi i Padri della Chiesa ed i teologi scolastici. « Gli Angeli, dicono essi, per conoscere non hanno bisogno né di cercare, né di ragionare, né di comporre, né di dividere: essi si guardano e vedono. La ragione è questa, che sino dal primo istante della loro creazione, hanno avuto tutta la loro perfezione naturale e posseduto le specie intelligibili, o rappresentazioni delle cose, perfettamente luminose, per mezzo delle quali vedono tutte le verità che possono conoscere naturalmente. – Il loro intendimento è come uno specchio perfettamente puro, nel quale si riflettono e s’imprimono senz’ombra, senza accrescimento né diminuzione, i raggi del sole di verità. – « Altra cosa è l’intendimento dell’uomo, uno specchio imperfetto, cosparso di macchie più o meno dense, e più o meno numerose, le quali non scompaiono che in parte sotto lo sforzo laborioso e di continuo rinnovato dello studio e del raziocinio. La ragione è che l’anima umana, essendo unita al corpo, deve ricevere successivamente cose sensibili; e per via di queste, una parte delle specie intelligibili, mediante le quali gli è fatta conoscere la verità. È appunto cosi che l’anima è unita al corpo. » (Angelus semper est actu intelligens, non quandoque actu et quandoque potentia, sicut nos. S. Thn i p., q. l , art. 1). – Poiché, sino dall’istante della loro creazione, gli Angeli conobbero perfettamente, tutte le verità dell’ordine naturale, così la loro prova ha avuto necessariamente per oggetto qualche verità dell’ordine soprannaturale. Queste verità essendo inaccessibili alle forze native del loro intendimento, non vengono essi a conoscerle che per via della rivelazione. « Negli angeli, dice san Tommaso, vi sono due conoscenze: una naturale, con cui conoscono le cose tanto per la loro essenza che per (le specie innate. In virtù di questa conoscenza, essi non possono capire i misteri della grazia, perché questi misteri dipendono dalla pura volontà di Dio. L’altra soprannaturale, che gli beatifica, e in virtù di essa vedono il Verbo e tutte le cose nel Verbo. Con questa visione, conoscono i misteri della grazia, non tutti, né tutti egualmente, ma secondo che a Dio piace rivelarglieli. »E il combattimento ebbe luogo nel cielo, in Cœlo. Qual è questo cielo? Sonovi tre cieli o tre sfere di verità: il cielo delle verità naturali; il cielo della visione beatifica; il cielo della fede, intermediario tra i due primi. Abbiamo visto già che fino dal primo istante della loro creazione, gli angeli conoscono perfettamente nel loro insieme e nelle loro ultime conseguenze, tutte le verità dell’ordine naturale. Questa conoscenza forma la loro gloria, statuendo l’immensa superiorità di questi sull’uomo,. Così non havvi, da parte loro nessun interesse a protestare contro alcuna di queste verità. Nessuna possibilità di farlo; imperocché ogni essere ripugna invincibilmente alla sua distruzione. Le verità dell’ordine naturale essendo connaturali agli Angeli, protestare contro di esse sarebbe stato un protestare contro l’essere proprio: il negarle poi, sarebbe stato una specie di suicidio: dunque la battaglia non ebbe luogo nel cielo delle verità naturali. Tanto meno ebbe per teatro il cielo della visione beatifica; poiché questo, come ricompensa della prova, è l’eterno soggiorno della pace. Ivi, tutte le intelligenze angeliche ed umane, poste in faccia alla verità contemplata da esse senza velo, confermate nella grazia, unite in carità e confermate nella gloria, vivono della stessa vita, senza opposizioni, senza divisioni e senza possibili gare.Qual è dunque il cielo del combattimento? Evidentemente la dimora, o lo stato nel quale gli Angeli dovevano, come l’uomo, subire la prova per meritare la gloria. In che questa consisteva? Certamente ancora nell’ammissione di qualche mistero sconosciuto dell’ordine soprannaturale. Questa ammissione, per essere meritoria doveva costare. Essa ebbe dunque per oggetto qualche mistero il quale, al cospetto degli Angeli, sembrava urtare la loro ragione, derogare alla propria eccellenza e nuocere alla gloria loro. Ammettere umilmente questo mistero sopra la parola di Dio, adorarlo a malgrado delle sue oscurità e delle ripugnanze della loro natura, a fine di vederlo dopo averlo creduto; tale era la prova degli Angeli. Con quest’atto di sottomissione, queste intelligenze sublimi, curvando la loro fronte luminosa dinanzi all’Altissimo, gli dicevano: « Noi non siamo che creature; Voi solo siete l’Essere degli esseri. La vostra sapienza è infinita; grande com’essa, la nostra non è. La vostra carità agguaglia la vostra saggezza; noi abbracciamo nella pienezza dell’amore il mistero che vi degnate rivelarci. »Nei consigli di Dio, quest’atto di adorazione, che implica l’amore e la fede, era decisivo per gli Angeli, come un atto simile lo fu per Adamo, come lo è per ognuno di noi: chiunque non crederà, sarà condannato. (Qui vero non crediderit. condemnabitur. Marc.XVI, 16) – « E Michele e gli angeli suoi combatterono contro il Dragone. Michael et angeli ejus prælìabantur cum Dracone. Appena venne proposto di credere a questo domma, uno degli Arcangeli più luminosi, Lucifero, mandò il grido della ribellione: « Io protesto: ci si vuol far discendere, ed io salirò. Si vuole umiliare il mio trono, io lo innalzerò al di sopra degli astri. Io sederò sul monte dell’alleanza, ai fianchi dell’Aquilone. Io e nessun altro, sarò simile all’Altissimo. » 2 (“Conscendam, super astra Dei exaltabo solium meum, sedebo in monte testamenti, in lateribus Aquilonis…., similis ero Altissimo. Is., XIV, 13, 14). – Una parte degli angeli, ripete: « noi protestiamo. Tale è la prima origine del protestantismo. In questo senso può lusingarsi di non essere d’oggi.) » – A queste parole, un Arcangelo, luminoso quanto Lucifero, esclama: «Chi è simile a Dio? chi può rifiutarsi di credere, di adorare ciò che propone alla fede e all’adorazione delle sue creature? Io credo e adoro. » Quis ut Deus? La moltitudine delle celesti gerarchie ripete: « Noi crediamo e adoriamo. » Lucifero ed i suoi aderenti non appena commessa la colpa essendo stati puniti, si videro cangiati in demoni orribili, e furono precipitati negli abissi di quell’inferno che il loro stesso orgoglio aveva scavato. Spaventevole severità della giustizia di Dio! Quale n’è la causa, e donde viene ch’Egli abbia avuto misericordia per l’uomo e non per un angelo? La ragione sta nella superiorità della natura angelica. Gli angeli sono immutàbili, mentre l’uomo non lo è. San Tommaso dice: « essere un articolo della fede cattolica, che la volontà degli Angeli buoni è confermata nel bene, e la volontà dei cattivi, ostinata nel male. La causa di questa ostinazione non è nella gravità della colpa, bensì nella condizione della natura. Fra l’apprensione dell’Angelo e l’apprensione dell’uomo avvi questa differenza, che l’Angelo comprende o afferra immutabilmente col suo intelletto, come noi stessi afferriamo i primi principii che conosciamo. Al contrario l’uomo, con la sua ragione, apprende o afferra la verità, in una maniera variabile, andando da un punto all’altro, avendo pure la possibilità di passare dal si al no. Di guisa che la sua volontà non aderisce a una cosa che in un modo variabile, conservando essa altresì la facoltà di distaccarsene, e di appigliarsi alla cosa contraria. Diverso è il caso della volontà dell’Angelo: essa aderisce stabilmente e immutabilmente. » Noi conosciamo l’esistenza, il luogo ed il resultato della prova; ma qual ne fu la natura? In altri termini: qual è il domina preciso, la cui rivelazione diventò la pietra d’inciampo, per una parte delle celesti intelligenze? L’esame di tale questione sarà l’argomento dei seguenti capitoli.

MEDITAZIONE SUL VANGELO: L’INFERNO

L’INFERNO

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. III. Società Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939 – imprim.]

Un filosofo francese faceva un giorno, con la sua anima, questo dialogo: « Anima mia, se tu abusi, non solo sarai infelice in questa vita, ma ancora dopo morte, nell’inferno ». – E l’anima dal fondo gli rispondeva con un filo di fiato: « Ma chi ha detto che c’è l’inferno? ». E il filosofo: « L’inferno è così orrendo, che anche solo il dubbio che ci possa essere, ci dovrebbe costringere a far giudizio ». L’anima ardì rispondergli: « Io son certa che l’inferno non c’è ». « Anima mia, non dir bugie ! » gridò il filosofo. « Se sei persuasa che l’inferno non c’è, io ti sfido » (Diderot). – Quando dalla bocca di qualche uomo ascolto l’eresia: « Morto io, morto tutto. L’inferno è una favola… », io lo guardo con un sorriso di compassione e dico: « Buon uomo non dir bugie, che tu stesso non sei persuaso delle tue parole. È la tua vita sregolata; è un certo guadagno ingiusto a cui ti sei attaccato; è quell’affetto impuro che non vuoi spegnere in cuore; è quel peccato che non vuoi confessare, che ti fa dir così ». – « Finito noi, finito tutto: mai nessuno è venuto a dirci quello che c’è di là ». — Non dir questo, che non è vero. Oggi stesso viene Gesù, Gesù morto e risorto, Gesù, Figlio di Dio che non inganna, oggi stesso viene col suo Vangelo e ti dice che l’inferno c’è. « Come un re che festeggia le nozze del suo figliuolo, così è il regno dei cieli. Erano stati invitati molti, e il re per tempo li mandò a chiamare. Non vennero. Li mandò a chiamare un’altra volta: e quelli schernirono, batterono, uccisero i poveri servi. « Il re adirato disse: Le nozze si faranno egualmente e senza di loro. Andate negli incroci delle vie, e tutti quelli che passeranno invitate alla mia festa. – « Allora una folla d’ogni colore si riversò al banchetto: ogni posto fu occupato. – « Il re passò nelle sale a salutarli; ma vide un uomo senza la veste nuziale. Fremette e gli disse: Amico! in quest’arnese si viene qui? — Il misero taceva. — Prendetelo! stringetegli con ferri mani e piedi, e buttatelo di fuori nell’oscurità, dov’è pianto e stridore di denti ». Mittite eum in tenebras exteriores, ibi fletus et stridor dentium. – Il Signore parla chiaro: se qualcuno gli comparirà mal vestito, (e il peccato è un pessimo vestito), sarà buttato fuori dalla sua presenza, nell’oscurità ove in eterno piangerà nello stridor dei denti. Dunque l’inferno c’è. E c’è perché Dio è giusto; perché Dio è buono.

Ecco tre pensieri da comprendere bene.

1. L’INFERNO C’È

Se lo dicesse un profeta che l’inferno c’è, gli credereste voi? Ebbene: ricordate che non uno, ma molti profeti sono venuti sulla terra a dir alla gente che l’inferno c’è. Isaia così parla dei dannati: « Il verme che li rode non morrà mai; il fuoco che li divora non si spegnerà mai » (LXVI, 24). – E Daniele dice: « Tutti risorgeranno: alcuni destinati alla vita eterna, altri alla rovina eterna ».

Se venisse Gesù Cristo a dirvelo, credereste che l’inferno c’è? Ebbene: sappiate che Gesù Cristo è venuto e l’ha detto; e più d’una volta Egli stesso ci ha insegnato che è molto meglio sottoporci in questo mondo ai più dolorosi sacrifici, anche a lasciarci amputare un braccio e cavare un occhio piuttosto che incorrere nel supplizio eterno (S. Matth., XVIII, 8). Egli stesso parlando del giudizio finale, ci rivelò le parole che dirà ai condannati: «Via da me, o maledetti; andate in fuoco eterno ». E quelli dovranno entrare nel tormento senza fine. Ibunt hi in supplicium æternum (S. Matth., XXV, 4 6).

Se venisse qua a dirvelo un Apostolo, S. Paolo per esempio, credereste allora che l’inferno c’è? Ebbene: sentite S. Paolo, che cosa scrive ai Tessalonicesi: « Quelli che non riconosceranno Dio, quelli che non obbediranno al Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, riceveranno in morte tormenti eterni (II Tess., I, 8).

Non basta? È necessario forse che vengano a dirvelo trecento vescovi insieme? Ebbene: sono i trecento vescovi, tutti raccolti a Nicea che dissero: « Quelli che faranno bene entreranno nella vita eterna. Ma quelli che faranno male entreranno nel fuoco eterno » (Simb. Atan.).

L’inferno c’è. Più chiaro di così non potrebbe dirvelo nemmeno un dannato, se vi comparisse in casa vostra. E se non credete alle testimonianze dei profeti, di Cristo, degli Apostoli, di tutta la Chiesa, non credereste neppure a vederlo coi vostri occhi stessi. Fareste anche voi come Gaetano Negri che diceva: « Se io, proprio con i miei occhi, in pieno giorno, vedessi anche un miracolo, non crederei ». Come, mai? « Correrei in casa, mi caccerei in letto, mi metterei il ghiaccio sul cervello, persuasissimo d’aver un febbrone ».

2. C’È PERCHÈ DIO È GIUSTO

Semei figlio di Gera aveva rincorso lungo il Cedron il re David, lanciandogli la maledizione peggiore. Ora, morto David, Salomone lo fece chiamare e gli disse: « Fabbricati una casa in Gerusalemme e là vi abiterai, senza uscir mai dalla città. Poiché se ti coglieranno, in qualche giorno, oltrepassare il Cedron, tu morrai: il tuo sangue allora sia sopra il tuo capo ». Semei rispose al re: «Dici bene, perché io ho maledetto David. Così farò ». – Dopo tre anni fu riferito a Salomone che Semei era uscito da Gerusalemme, fino a Geth. Mandò subito a chiamarlo: «Semei! Semei! Non te l’avevo io minacciato? Non te l’avevo io predetto, che ogni qualvolta fossi uscito dalla città e avessi passato il Cedron t’avrei messo a morte? Ora ci sei caduto. Muori dunque, e di questa morte tu solo fosti la causa; tu solo e la tua malizia ». Dominus reddidit malitiam tuam in caput tuum (III Re, II, 44). E Salomone fece spiccare la testa a Semei di Gera. – Nessuno poté accusare Salomone d’ingiustizia o di crudeltà per questa morte, poiché Semei era stato preavvisato. E chi allora potrà accusare d’ingiustizia il Signore quando ci condannerà all’inferno, se più e più volte ci ha avvisati, scongiurati, minacciati? quando anche oggi, vi fa ammonire dal sacerdote che spiega il suo Vangelo? « L’uomo avvisato — dice un proverbio — è mezzo salvato ». E se dopo tutto questo noi cadiamo in inferno, l’ingiustizia non è di Dio, ma nostra. Malitia tua in caput tuum.

« È impossibile — si sente dire — che l’inferno esista; Dio è troppo buono … ». È vero, cristiani; Dio è troppo buono; è infinitamente buono. Ma è pure infinitamente giusto. Che direste voi di un uomo che avesse un braccio lungo e l’altro corto corto? che è un mostro. Allora non fatemi di Dio un mostro. Non crediate che il braccio della sua misericordia sia lungo lungo, e quello della sua giustizia corto corto. Dio è buono, ma anche giusto. – Vedete: a questo mondo c’è poca giustizia. Gli iniqui spesso trionfano: hanno ricchezze, palazzi, cibi, vesti, amici, onori. E nelle cause hanno sempre ragione. Mentre ci sono invece degli uomini buoni che al mondo soffrono: soffrono la miseria, le malattie, l’ingiustizia dei più forti. Ad essi, molte volte, come al povero Lazzaro, vien negato perfino quello che si butta ai cani. È necessario allora che la giustizia si faccia almeno nell’altro mondo; che il povero Lazzaro abbia nel cielo quel che gli fu negato in terra; e che all’Epulone sia negato in cielo quel che ha negato agli altri in terra. Dio è giusto! consolatevi, voi che patite, perché Egli vede ogni vostro dolore, conta ogni lagrima vostra, ogni vostro affanno, anche il più nascosto… niente andrà perduto; di tutto sarete compensati. Dio è giusto! Spaventatevi, uomini tristi, che vivete nel peccato; che non osservate le leggi di Dio; che angariate il vostro prossimo… niente andrà perduto; di tutto sarete puniti, anche di un desiderio cattivo. La vostra pena è l’inferno; che c’è, perché Dio è giusto.

3. C’È PERCHÈ DIO È BUONO

Di solito si dice che l’Inferno non c’è perché Dio è buono e non può farci soffrire così. Ma io vi dico che appunto perché Dio è buono, l’inferno c’è. – Un magnifico re, che aveva un unico figlio, una volta cominciò a voler bene anche al figliuolo di un suo schiavo, che non aveva nulla di suo, che viveva solo perché egli lo faceva vivere. Il gran re lo nutrì ogni giorno, lo arricchì, lo colmò di favori e arrivò perfino a chiamarlo suo figlio, a farlo erede d’ogni sua sostanza insieme all’unigenito suo. Questo figlio adottivo, un giorno malaugurato, commise un pessimo delitto e fu condannato a morte dalla giustizia. Il re non poteva andar contro giustizia. Era straziato dal dolore, eppure l’amava ancora. E in una follia, che solo l’amore potrebbe spiegare, piuttosto che lasciar condannare lui — figlio di schiavo, che non aveva nulla di suo, che viveva solo perché egli lo faceva vivere — preferì veder morire il suo unigenito: l’innocente. E sopportò che questi patisse fame e stanchezza, obbrobrio e dolore, che fosse tradito, messo in croce. Tutto sopportò, pur che l’altro si salvasse. Non basta: l’amore non è ancor stanco. L’altro non si pente; salvato ritorna ancora al pessimo delitto. Il gran re lo segue per ogni via, gli perdona più volte, lo conforta. Inutilmente: eppure l’amore, non è ancor stanco. Lo perseguita con rimorsi; lo fa avvisare dai suoi ministri; ma lo sciagurato s’abbandona al capriccio di tutte le sue passioni. Una volta annunciano al re che egli è malato da morire. Il re lascia ogni cosa e corre al suo capezzale e lo chiama: « Guardami in viso: sono io, il tuo Re, ma chiamami padre, che tu sei mio figlio. Guardami, son io ». E l’ingrato stringe i pugni, si nasconde nelle coltri, gli volta le spalle, e rantola nell’agonia: «Vattene! che non ti voglio ». Oh dite: che farà adesso l’amore? L’amore non corrisposto, o peggio tradito, è terribile nelle sue vendette. Ne potrebbe dire l’orgoglio umano qualcosa! Che farà allora il gran re con quell’ingrato? Che farà allora Dio col peccatore, poiché già tutti l’avete indovinato, il gran re è Dio e il figlio ingrato è il peccatore? Egli non ha più che la vendetta per salvare il proprio onore. Cadi, peccatore, cadi nel fuoco che non si spegne mai; cadi nel dolore che non ha fine, mai; cadi nell’inferno. L’inferno c’è perché Dio è amore, e guai a chi non lo ama. Con lui non si scherza (Gal., VI, 7). Questo non è mio pensiero, ma è di S. Giovanni; ed io non ho fatto che ampliarlo: « Quis non timebit te, Domine, quia tu solus pius es? ». Dobbiamo dunque temere Dio, appunto perché è buono.

CONCLUSIONE

Lisimaco, bruciato dalla sete, pur d’avere una tazza d’acqua fresca, onde placare quel tormento d’arsura, diede i suoi beni e il suo regno e la sua felicità in mano del nemico. E bevve. Dopo quella breve soddisfazione, mirando la tazza vuota, scoppiò in pianto. « Dii boni! quam ob brevem voluptatem amisi felicitatem summam ». « Un regno per una tazza d’acqua! la felicità di tutta la vita per il rinfresco d’una bevanda! Condannarmi a un fuoco eterno per liberarmi da un poco di sete! Che ho mai fatto… ». E cominciò a piangere che riempì di lagrime quella tazza che aveva vuotata d’acqua. – Quando commettiamo il peccato, la pazzia di Lisimaco la ripetiamo noi. Per un breve piacere, per la soddisfazione momentanea d’una passione, perdiamo ogni merito, il paradiso, la somma felicità di goder Dio e ci condanniamo al fuoco eterno. Se così abbiamo fatto, giacché siamo ancora in tempo, riempiamo con le lacrime del pentimento la tazza del piacere, che abbiamo vuotata. Queste lacrime varranno a spegnere il fuoco che ci potrebbe tormentare nei secoli dei secoli.

 

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (8) Modello di umiltà.

IL SACRO CUORE DI GESÙ MODELLO DI UMILTÀ

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

DISCORSO VIII

II Sacro Cuore di Gesù modello di umiltà.

L’apostolo S. Giovanni ha detto, che tutto quello che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita: Omne, quod est in mundo, concupiscientia carnis est, et concupiscentia oculorum, et superbia vitæ. (I Jo. II, 16) E con quanta giustezza quell’Apostolo abbia così sentenziato, non è difficile pur troppo il riconoscerlo. Gettando lo sguardo sul mondo, non ostante l’ipocrisia pomposa, con cui cerca ricoprire i suoi morali disordini e dar loro persino l’aspetto di virtù, tosto si scorge che l’amor dei piaceri lo domina ed avvilisce in tutte le sue età; che l’oro, il danaro fu sempre una divinità, dinanzi a cui si piegarono e l’uomo privato e l’uomo pubblico, e la sorgente funesta dei più gravi delitti; e che salire in alto, acquistarsi onori e gloria, essere superiori agli altri, non avere rivali fu in ogni tempo una comune aspirazione. Sì, l’amore dei sensuali piaceri, la cupidigia delle ricchezze, la sfrenatezza dell’orgoglio sono le tre furie, che signoreggiarono il mondo, orribilmente lo sconvolsero e tutto dì ne attentano la rovina. Ma sebbene queste tre furie abbiano fatto sempre insieme il loro cammino di strage e di desolazione, è certissimo tuttavia, che la superbia, benché da san Giovauni con ordine inverso nominata per l’ultima, ha sempre preceduto le altre, sia perché le prime colpe commesse nel mondo furono di superbia, sia perché non vi ha colpa alcuna, nella quale la superbia non entri e della quale non sia la causa fatale: Initium omnis peccati, superbia. (Eccli. x, 15). – Ora, poiché Gesù Cristo è venuto sulla terra a distruggere i1 regno della colpa, non poteva essere che Egli non prendesse particolarmente di mira l’orgoglio. Ed è ciò appunto che Egli fece e con la sua dottrina, e più ancora con il suo esempio per mezzo del suo Sacratissimo Cuore. Perciocché è dal suo Cuore divino, che fece uscir fuori la stupenda predicazione dell’umiltà, ed è nel suo Cuore, che Egli la praticò al sommo grado. Quindi è, che con quella sovrana autorità, con cui ci disse: Imparate da me che sono mansueto di cuore; ci dice pure: Imparate da me, che di cuore sono umile: Discite a me, quia… humilis sum corde. Pertanto a ben raggiungere il terzo fine della divozione al Sacratissimo Cuore di Gesù, che è l’imitazione delle sue speciali virtù, dopo di esserci animati alla pratica della mansuetudine, conviene che ci animiamo oggi alla pratica dell’umiltà. – A tal fine dopo d’aver considerato il gran male che è l’orgoglio rileveremo l’umiltà del Sacro Cuore e l’importanza di seguirne l’esempio.

I. — L’orgoglio, o miei cari, è un gran male, anzi la sorgente funesta di gravissimi mali, la causa fatale di disastrose rovine. Consideratelo nella sua natura, ne’ suoi caratteri, nelle sue conseguenze e non penerete a riconoscerlo per tale. Se io entro nel cuor dell’uomo vi incontro tosto l’amore di se stesso. E ciò non è male, perché dovrebbe forse odiarsi? Se l’uomo non si amasse, non comprenderebbe né il suo principio né il suo fine, non avrebbe alcun desiderio di corrispondervi, non ne adoprerebbe i mezzi, vivrebbe come il più stupido degli esseri. L’uomo adunque non solo non fa male ad amarsi, ma si deve amare. Ma ahimè! l’uomo si ama assai più di quello che debba amarsi, egli si ama senza giusta misura, egli si ama talora sino al delirio, vale a dire innanzi a tutto, più di tutti e in un modo esclusivo. Ecco l’orgoglio, la superbia: è l’amore di se stesso sino al punto da voler essere al di sopra di tutti gli altri e di non voler avere degli uguali. È il sentimento di Cesare, che passando per una bicocca delle Alpi, diceva, che avrebbe preferito ad essere là il primo, che secondo in Roma. È anzi il grido di Lucifero, che disse: Ascendam, voglio salire: il posto che occupo non mi appaga: in alto, in alto, fino a che non mi vegga curvato innanzi tutti coloro che mi circondano. Sì, o miei cari, la superbia è veramente l’impulso di satana sopra dell’uomo, è un movimento, che nella rabbia incessante, che lo agita, egli trasfonde nel nostro cuore, è il suo carattere, che vuol imprimere sopra di noi, per averci un dì partecipi della sua irreparabile sventura. – Ma d’onde mai questo amore così smodato di noi stessi, questo orgoglio così folle, che ne spinge a voler essere al di sopra di tutto e di tutti? Dalla falsa stima di noi stessi. Gettando lo sguardo sopra di noi, oltrecché non troviamo in noi alcun difetto, falsamente ancora troviamo in noi stessi tutte le belle qualità, e in un grado superiore. Qualunque sia il posto che noi occupiamo nella immensa scala della società, operai, o artisti, o maestri, o oratori, o scrittori, o capitani, o ministri, o re, noi ci reputiamo di tutti più abili, più capaci, più esperti, più valenti. E quel che è peggio, di tutto il gran bene che in noi scorgiamo, a nessuno ci riconosciamo debitori, neppure a Dio. Di tutto quello che noi siamo, e del molto più che crediamo di essere, di tutto quel molto che noi reputiamo di sapere e saper fare, tutto è merito nostro, merito esclusivo del nostro ingegno? della nostra intraprendenza, della nostra fatica! – Ed è naturale intanto, che da questa falsa stima di noi, per cui a tutti ci crediamo superiori, ne venga il disprezzo degli altri; disprezzo che si esplica nell’odio alla superiorità, nell’insofferenza dell’uguaglianza, nell’oppressione degli inferiori. Ed anzi tutto nell’odio alla superiorità, perché chi vuol essere il primo non vuol avere superiori; e siccome girando intorno lo sguardo vede, che la superiorità esiste in qualsiasi ordine di cose, e vede, che vi ha chi gli è superiore per autorità, chi gli è superiore per ingegno, chi gli è superiore per operosità, chi gli è superiore per beni di fortuna, chi gli è altrimenti superiore, perciò si adira contro tutto ciò che essendogli superiore, pone ostacolo al suo orgoglio, contro di ciò freme di secreta rabbia, e nutre un cocente odio. Oh se egli potesse liberarsi da quella superiorità, a cui egli è giocoforza sottostare, come si reputerebbe felice! Ed eccolo, il superbo, simile ad Aiace, che presso a morire faceva minacce col troncone della spada alla maestà degli dei, eccolo levarsi con tutta la sua forza a contrastare l’altrui superiorità e l’altrui primato. Eccolo, come artista, come scrittore, come applicato a qualsiasi professione, tentare di gettare nel fango chi lo supera e gli sta innanzi, adoperando perciò anche la calunnia; eccolo come operaio o come servo rifiutare l’obbedienza al suo padrone, eccolo come figliuolo pestar dei piedi e voler scuotere di dosso il giogo dell’autorità paterna, eccolo come moglie levarsi baldanzoso contro il diritto che ha il marito di comandare, eccolo come suddito mormorare del suo superiore e rifiutarsi di obbedirlo, eccolo come popolo insorgere e ribellarsi contro il pubblico potere, e quel che è peggio, eccolo come uomo e più ancora come cristiano rivoltarsi contro Dio e negargli la propria dipendenza e servitù. Ogni ribellione adunque, per quanto possa parere cagionata da altre molteplici cause, in fondo in fondo parte sempre dall’orgoglio. In secondo luogo il disprezzo per gli altri che vi ha nell’orgoglioso, si esplica nell’insofferenza degli eguali. E come li potrebbe soffrire egli, che vuol essere non solo il primo, ma vuol esserlo esclusivamente? Ecco perché se voi, quasi a fargli una lode, lo paragonate a qualcun altro o lo trattate da pari, agli s’offende. Di Maometto si dice, che un giorno esclamasse: Di eguali è da lungo tempo che io non ne debbo avere. E di Napoleone I si racconta, che ricevendo in Egitto una lettera da un membro dell’Istituto, intestata con le parole: Mio caro collega: « Come? si facesse a ripetere, lacerando quella lettera, mio Mio caro collega? È questo il modo di scrivermi? » Oggidì vi ha un partito che vuole ad ogni costo ottenere l’universale uguaglianza. Ma che si ha da credere di coloro, che se ne fanno caldi sostenitori e predicatori indefessi? Che vogliano veramente degli uguali? No, o miei cari; sono orgogliosi, che per la via del male tentano di salire in alto per avere dei sudditi. – In terzo luogo con l’odio alla superiorità e con l’insofferenza degli uguali, vi è nell’orgoglioso l’oppressione degl’inferiori. Il maggior contento, che prova il superbo, è quello di far sentire chi gli sta sotto il peso della sua superiorità; ed ecco il ricco, che guarda con disprezzo il povero e lo tratta mille volte peggio del cane; ecco l’aristocratico, che disdegna aver vicino a sé un misero figlio del popolo, e se ne schermisce come da una peste; ecco il marito, che tiranneggia la moglie, la tratta come misera schiava; ecco il potente, che opprime il debole, e gli fa versare lagrime di angoscia; ecco il padrone, che aggrava di comandi e di fatiche il servo e l’operaio, e lo defrauda della dovuta mercede; ecco il superiore mutato in un un despota, ed ecco l’ingiustizia regnare da per tutto. Ma strana cosa, o miei cari: mentre il superbo vuol sollevarsi sopra tutto e sopra tutti e disprezza perciò i superiori, gli eguali e gl’inferiori, egli per altra parte si avvilisce e non teme di avvilirsi nel modo più umiliante; perciocché, a raggiungere il suo scopo, non gli basta talora di strisciare cortigianescamente ai piedi della superiorità, ma in ogni guisa fa mercato di sé con gli eguali, e ricorrendo ad arti abbiette, a transazioni vigliacche ed a bugiarde promesse, va mendicando persino dagli inferiori quei suffragi, da cui spera essere innalzato. Che più? Poiché talora l’orgoglioso non arriva, non ostante i suoi supremi sforzi, ad acquistare alcuna celebrità nel bene, egli allora si butta disperatamente a ricercare in basso la celebrità del male. Ed ecco lo scrittore e il giornalista, che non potendo emergere nella bontà dello scrivere cerca di farsi un nome con la immoralità e con l’irreligione, di cui cosparge i suoi scritti; ecco l’artista, che non valendo a rendersi celebre con l’ingegno e con lo studio, cerca di farsi tale col

verismo e con le nudità più infami; ecco il ricco, che non avendo la generosità della beneficenza, si travaglia ad acquistarsi l’ammirazione in un lusso ridicolo, in una pompa imbecille di servi, di livree, di cocchi e di cavalli, di abiti, di feste, di palagi e di ville; ecco il capitano, che non potendo acquistar fama per vittorie sul nemico, si dà ad acquistarla per mezzo del tradimento; ecco il governante, che non riuscendo a farsi grande con la sapienza e con la rettitudine, si crea un nome con l’audacia e con la tirannia; ecco l’uomo stesso di Chiesa, che non attendendo a rendersi degno della lode di Dio e degli uomini per mezzo della virtù, ad essere grande in qualche modo si abbandona all’apostasia ed all’errore; ecco insomma Erostrato, che per crearsi un nome comunque, appicca il fuoco al tempio di Diana. – Ma anche allora, o miei cari, che l’orgoglio a soddisfarsi non si vale di questi delitti, o tardi o tosto non lascia di cagionarli. È questo, dice Cornelio a Lapide, il centro da cui partono i raggi di ogni iniquità; di qui l’incredulità e l’ateismo, di qui la sfrenata cupidigia del denaro, che uccide la giustizia, di qui la corruttela dei costumi, di qui la gelosia, la vendetta, di qui il delitto, sotto tutte le forme. Leggete la storia dell’orgoglio e vi troverete disastri spaventosi. È per superbia che Lucifero si ribellò a Dio volendo essere simile a Dio. È per superbia che Adamo ed Eva disobbedirono al precetto del Signore, desiderando di arrivare a conoscere come Dio il bene ed il male. È per superbia che Caino uccise Abele, vedendolo a sé superiore nell’estimazione di Dio. È per superbia che Esaù perseguitò Giacobbe, mal soffrendo di essere diventato inferiore a lui c on l’avergli venduto il diritto della primogenitura. È per superbia che Faraone oppresse gli Ebrei; per superbia che questi mormorarono contro Mosè, per superbia che Saul attentò più volte alla vita di Davide, per superbia che Davide cadde nella disonestà, per superbia che Nabucodonosor, Antioco, Erode si diedero a perseguitare gl’innocenti, per superbia che S. Pietro negò il Divin Redentore, per superbia che gli imperatori romani fecero tante vittime, per superbia che gli eresiarchi recarono tanto danno alla Chiesa, insomma fu ed è tuttora per la superbia che si commettono la maggior parte dei peccati, o più esattamente, tornerò a dire, non vi è peccato alcuno nel quale non vi entri la superbia: initium omnis peccati superbia., Né solamente è la superbia il principio di ogni peccato, ma essa è ancora la rovina di ogni virtù; poiché, come osserva s. Agostino, tende insidie a tutte le opere buone, affinché falliscano. E di fatti, dove va il merito delle limosine, delle preghiere, dei digiuni, dei sacramenti, delle pratiche di pietà, quandò siano fatte por superbia o dalla superbia siano contaminate? Colui che opera il bene per questo fine di comparire dinanzi agli uomini, si sentirà un giorno a ripetere da Dio medesimo: Iam recepisti mercedem tuam: hai già ricevuto la

tua mercede. Oh quanto grave danno arreca il peccato della superbia, senza nulla dire dei terribili castighi, con cui Iddio lo punisce, sottraendo al superbo la sua grazia, resistendogli anzi. abbandonandolo alle sue impure passioni, e lasciandolo ben anche in apparenza trionfare per colpirlo alfine con una terribile morte, svergognandolo poi nel dì del giudizio e gettarlo in preda alle eterne umiliazioni dell’inferno.

  1. II. — Tale adunque essendo il gran male della superbia, e così grandi le rovine, che esso cagiona, non poteva essere che Gesù Cristo venuto in sulla terra a combattere il male e ristorarne le rovine, non prendesse a combattere in special modo l’orgoglio, e sia con la dottrina, sia con l’esempio, non ci predicasse altamente l’umiltà; quell’umiltà che consiste nel riconoscere il niente che siamo rispetto a Dio e nell’indurre la volontà ad un sincero abbassamento di noi stessi; quell’umiltà che partendo dalla giusta cognizione delle nostre miserie, anziché al disprezzo degli altri, ne porta al disprezzo nostro; quell’umiltà, che ci fa rispettosi coi superiori, modesti con gli eguali, caritatevoli con gli inferiori; quell’umiltà che pure ci esalta dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, che ci fa trionfare delle umane passioni, che costituisce la base e il fondamento, a cui si appoggiano tutte le altre virtù, e che ci attira dal cielo l’abbondanza di ogni grazia e benedizione. E così fece. Gesù Cristo levò la sua voce di maestro delle genti e nell’umiltà parve compendiare tutta quanta la sua morale. « Se alcuno, Egli disse, vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Guardatevi bene dal fare le vostre buone opere per essere veduti e lodati dagli uomini, altrimenti non potrete pretendere verun premio dal Padre vostro, che è nei cieli. Se alcuno vuol essere il primo, si faccia l’ultimo, il servo di tutti. Quando avrete fatto tutto bene, con esito felice, riconoscete da Dio ogni prospero evento e dite: Siamo servi inutili ed abbiam fatto il nostro dovere. Non vogliate i primi posti; chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. In verità, in verità vi dico: se non diventerete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. » Ecco la morale del divino Maestro. – E questa è la morale, cui volle sottostare egli stesso, senza esserne punto obbligato. L’apostolo S. Paolo, parlandoci dei grandi misteri della incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, li presenta alla nostra considerazione come misteri di impicciolimento e di umiliazione. Iddio, egli dice, si è esinanito, prendendo la forma di servo: exinanivit semetipsum formam servi accipiens. (Phil. n, 7) Gesù Cristo, soggiunge, si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte e morte di croce.

Humiliavit semetipsum factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. Di fatti che altro mai furono questi misteri se non misteri della più profonda umiltà? Mistero di umiltà fu la sua incarnazione, non già perché incarnandosi abbia lasciato di essere Dio, ma perché, restando quello che era, cominciò, ad esistere in una natura creata, epperò tratta dal nulla, in cui sarebbe ricaduta, se l’atto che ne la fece uscire, fosse stato sospeso. Mistero di umiltà, perché sebbene, avendo stabilito di incarnarsi, avrebbe potuto prendere le forme dell’età adulta e comparire al mondo come vi fu introdotto Adamo, non di meno elesse di nascere bambino, e quel che è più, se non bambino peccatore, ciò che era impossibile, almeno bambino, come insegna S. Paolo, (Rom. VIII, 3) nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile. Mistero di umiltà perchè avendo presa la natura umana sotto la forma di bambino, poteva tuttavia con un tratto, con una parola, dare un saggio della sua potenza e della sua sapienza, ogniqualvolta lo avesse voluto; eppure nascose siffattamente le sue perfezioni divine, da non mostrar mai segno alcuno di qualità speciali sino all’età dei dodici anni. Mistero di umiltà, perché pur nascendo bambino avrebbe potuto cingersi di gloria e invece preferì di nascere a Betlemme, nella più piccola città del più piccolo regno, e nel luogo più vile di questa umile città, in una stalla, sulla paglia di un presepio. E come mistero di umiltà fu l’Incarnazione e la nascita, così mistero di umiltà fu tutta quanta la sua vita privata e pubblica. In quanto alla sua vita privata l’evangelista S. Luca la compendia tutta in azione continuata di umiltà, giacché di Lui non dice altro se non che era soggetto a Maria ed a Giuseppe: et erat subditus illis. (Luc. II, 51). Ed era loro soggetto, vale a dire lo era così nei dodici anni, come nei venti, come nei trenta, da giovanetto e da uomo fatto. Ed era a loro soggetto, cioè professava loro quella sudditanza, che si immedesima con la stessa umiltà. Ed era a loro soggetto, cioè, come osservano S. Agostino e S. Bernardo, Egli, Gesù Cristo, che

con tutta verità si dichiarò uguale a Dio, Dio egli stesso, colui che fabbricò il cielo e la terra era soggetto ai parenti, agli uomini, ad un povero fabbro; Et erat subditus illis. – Immaginatelo adunque quel caro Gesù sempre intento a fare umilmente la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi ed aiutarli in tutte le loro faccende. È vero, tanto Maria come Giuseppe riconoscendo con vivissima fede che quel loro figliuolo era Dio, non avrebbero osato soprastargli e fargli alcun comando, ma nel tempo riconoscendo che era volere di Gesù, che si diportassero con Lui da superiori e lo comandassero, di tanto in tanto con tutta grazia e soavità lo chiamavano e gli impartivano degli ordini. E Gesù sorridente in volto, il cuore pieno di gioia, pronto subito ad eseguirli. Epperò eccolo talvolta per obbedire a Maria ed aiutarla nelle faccende più umili della casa, ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Maria e mettersi Egli a pulir la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancor presentemente si fa vedere presso Nazaret, per attingere l’acqua. Eccolo per sottostare a Giuseppe ed aiutarlo ne’ suoi lavori ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare qualche mobile, ora uscire a far delle compere, ora a prendere delle misure ed ora attendere ad altre cose somiglianti. Oh Dio! Che meraviglioso spettacolo non doveva essere quello per gli Angeli del Cielo: vedere quel Dio, che è Re dei re, dominatore del mondo, alla cui servitù essi sono dedicati; al cui cenno fumano i monti, trema la terra, fremono i mari, soggetto alle creature e lavorare umilmente sotto la loro direzione e comando! Oh esempio, che noi stessi non crederemmo possibile se il Vangelo non lo accertasse. E quanto alla vita pubblica? Egli la inaugurò con l’umiltà. Eccolo, Gesù, ai piedi di Giovanni Battista per riceverne il battesimo, quasi fosse un peccatore. Guardatelo in seguito nel corso di una predicazione tra le tante lodi e benedizioni ricevere pure molti biasimi, minacce e persecuzioni senza mai replicare una parola, che riveli un minimo sentimento di orgoglio offeso. Egli inoltre trova la sua delizia nel trattenersi con le persone di bassa condizione; elegge per compagni di sua predicazione dei poveri pescatori, ai quali nell’ultima cena, come fosse loro servo, lava i piedi; preferisce di evangelizzare i poveri; ai fanciulli fa le sue speciali carezze, e persino i peccatori formano l’oggetto della sua predilezione! Ma che dire poi dei misteri di umiliazione, cui volle assoggettarsi durante la sua passione, e ai tribunali, dove fu condannato, trattato come re da burla, schiaffeggiato, sputacchiato, insultato, con le più grandi villanie, e al Pretorio di Pilato, dove fu messo a confronto con un famigerato omicida, Barabba, e a lui sottoposto; ed al Calvario, dove fu conflitto nudo in croce fra due ladroni? Ah questi sono veramente abissi di umiltà imperscrutabile. – Eppure non pago di ciò, Gesù Cristo vuol continuare a mostrarsi modello di umiltà nel S. S. Sacramento dell’altare, dove se ne sta umiliato più ancora che durante la sua vita mortale. Ed invero durante la sua mortai carriera lanciò pure degli sprazzi di luce, che costringevano gli uomini ad ammirarlo. Ma nella S.S. Eucaristia dov’è lo splendore, non dico della sua divinità, ma persino della sua umanità sacrosanta? Tutto ivi è celato, tutto è nascosto. Sotto le specie di un po’ di pane se ne sta chiuso entro al tabernacolo, come un povero carcerato, ed anche allora che ne vien tratto fuori per essere esposto alla pubblica adorazione, o per essere portato trionfalmente in processione, anche allora non lascia trasparire alcun raggio della sua gloria, non dà sintomo alcuno per intimare ai nostri sensi che ivi Egli si trova, vero Dio e vero uomo. Oh umiltà! Oh esempio inesplicabile! Poteva forse nostro Signor Gesù Cristo contrastare più efficacemente all’umano orgoglio e predicarne con maggior forza l’umiltà? Poteva dirci con più ragione: Imparate da me, che sono umile di cuore? Discite a me, quia… humilis sum corde?

III. — Or ecco l’esempio che assolutamente dobbiamo seguire come Cristiani e come devoti del Sacro Cuore di Gesù. Io dico assolutamente, perchè l’umiltà non è una virtù di consiglio soltanto o dalla quale possiamo in certe circostanze e speciali ragioni esimerci, no; essa è doverosa a conseguire l’eterna vita ed è doverosa sempre. In cielo si possono trovare dei Santi, che non abbiano fatto elemosina, ve ne possono essere degli altri che non abbiano potuto praticare digiuni e macerazioni, vi possono regnare di coloro, che non mantennero la verginità, ma nessuno può trovarsi e nessuno può entrarvi senza che sia stato umile. Gesù Cristo ha parlato chiaro dicendo: Se non diventerete umili sino a parere semplici pargoletti, non entrerete nel regno dei cieli: nisi efficianimi sicut parvuli, non intrabitis in regnum cœlorum. (MATT. XVIII, 3) Anzi senza umiltà le più grandi virtù degenerano in vizio; la più grande austerità della vita diventa un’ipocrisia detestabile, la più alta contemplazione un’illusione vituperevole, l’estrema povertà una sciocca vanità. Senza l’umiltà i deserti degli anacoreti, le penitenze dei confessori, i tormenti dei martiri, lo zelo degli Apostoli non sono che un vano trastullo, che colpisce gli uomini e allieta i demonii; senza umiltà gli stessi doni di Dio riescono di nocumento. Come i venti quando soffiano nelle vele di un bastimento, benché sembrino favorevoli al suo corso, non fanno che precipitarne il naufragio, se il bastimento è spinto verso gli scogli nascosti sotto le onde, così pure l’abbondanza dei doni del Signore in un’anima, che si lasci dominare dalla superbia, può servire ad accrescergliela spaventosamente e farla miseramente perire. E così è accaduto che uomini eminenti per santità, già vicini o pel martirio o per le più belle virtù al porto dell’eterna salute, miseramente naufragarono per aver urtato nello scoglio fatale della superbia. – Quanto importa adunque, che ad imitazione del Sacratissimo Cuore di Gesù noi siamo umili, e siamo umili non di umiltà apparente, ipocrita, bugiarda, di sole parole: chi si umilia così, ha detto lo Spirito Santo, si umilia maliziosamente ed ha il cuore pieno di frode: est qui nequiter se humiliat, et interiora eius plena sunt dolo. (Eccli. XIX, 23) Ed in vero a che giova il protestare che fan taluni di essere il più gran peccatore, o la più gran peccatrice del mondo, di meritare anche mille inferni, se poi facendo gli altri vista di credere, oppure notando in esso qualche difetto e correggendoli, tosto si adirano e rispondono parole piene di superbia? Costoro non è già che abbiano l’umiltà, ma l’ipocrisia di tale virtù, perciocché se da se stessi si abbassano, non lo fanno che per essere dagli altri esaltati. Ora il cercar lode dall’umiliarsi, dice S. Bernardo, tutt’altro che umiltà, è distruzione della stessa. Il vero umile confessandosi peccatore, al dire di S. Gregorio, a chi glielo ripete, non lo nega, ma lo conferma. Il vero umile insomma non pretende di essere lodato per umile, ma vuole essere tenuto per vile, per difettoso, per degno di disprezzi, e si compiace nel vedersi trattato come egli si stima; non vuole comparir santo, ma attende con ogni studio a farsi tale. È di questa umiltà pertanto che noi dobbiamo essere umili; non dell’umiltà di bocca, ma dell’umiltà di cuore, essendo questo Cristo ci ha raccomandato, vale a dire quell’umiltà che ci persuade, che siamo veramente nulla, anzi peggio che nulla; perché pieni di miserie, che ci tiene pronti a schivare sempre e ad occultare con molta cura tutto ciò, che può ridondare a qualche nostra lode, eccetto che la gloria di Dio e il bene delle anime richiedano assolutamente il contrario, che ci ingenera sentimenti di confusione allorché siamo lodati, anziché far nascere in noi una vana compiacenza, che ci incoraggia ad accettare con rassegnazione, e persino con amore e con gioia, tutto ciò che in qualche modo ci può umiliare dinanzi al mondo, che di tutto il bene che possiamo fare noi a Dio solo ci fa rendere la gloria, e di tutto il bene che van facendo gli altri ci fa santamente esultare, che ci getta ai piedi di Dio, che ci rende affabili con gli eguali, e pieni di carità con gli stessi inferiori, che in una parola ci rende imitatori di Gesù Cristo. Questa è l’umiltà, che han pure praticato i santi; l’umiltà che ha indotto degli imperatori, dei re, delle regine, dei Pontefici a calare dal fastigio della loro grandezza e a farsi gli altrui servi; l’umiltà che ha spinto degli uomini illustri a nascondersi nelle caverne dei monti per sfuggire agli onori, cui si volevano sollevare; l’umiltà, che ha portato dei grandi sapienti a rendersi stolti in faccia agli uomini essere da loro scherniti e disprezzati; questa è l’umiltà che ha popolato e va popolando il cielo. – Animo adunque, o carissimi; dinanzi a noi stanno spiegate due bandiere, la bandiera di satana, su cui sta scritto: Ascendiamo; la bandiera di Gesù Cristo che ha per motto: Recumbe in novissimo loco: (Luc. XIV, 10) sta nell’ultimo posto. Quale bandiera seguiremo noi? Fortunato il Cristiano, felice il devoto del Sacro Cuore, che lasciando la bandiera di satana, terrà sempre dietro alla bandiera di Gesù Cristo! A giudicarlo dall’apparenza egli sembrerà un uomo da nulla, ma in realtà egli è l’uomo più grande della terra, perché porta scolpita sul cuor suo l’immagine viva del cuore di Cristo; in apparenza ei sembra nell’abbiezione e nell’annientamento, ma realmente egli cammina diritto per la strada che conduce agli onori dell’eterno trionfo, perché se è verissimo che chi si esalta sarà umiliato: qui se exaltat humiliabitur, è pure certissimo, che chi si umilia sarà esaltato: qui se humiliat exaltabitur. (Luc. XIV, 11) Ma perché ciò abbia ad essere di ciascuno di noi, diciamo tutti al nostro caro Gesù: O nostro Salvatore e Maestro! In vista del vostro umilissimo Cuore noi ci ricopriamo di confusione e di rossore. Voi Re del cielo e della terra, umiliato sino al punto da morire come un malfattore su di un patibolo, e noi così peccatori ripieni di tanta superbia! Deh! per i meriti delle vostre umiliazioni e dei vostri disprezzi, fate che noi conosciamo le miserie e deformità nostre, acciocché aborriamo giustamente noi stessi, evitiamo con diligenza di metterci innanzi e di cattivarci le lodi, e soffriamo altresì in pace di essere trascurati, disprezzati ed ingiuriati, siccome meritiamo. Così mercé il vostro aiuto, noi speriamo vivamente di rendere il nostro cuore simile al vostro, cioè mansueto ed umile, e dopo di essere stati umili con voi qui in terra, essere poscia esaltati con voi in cielo.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7) modello di mansuetudine.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (7)

[A. Carmignola, IL SACRO CUORE DI GESÙ, S.E.I. Ed. Torino, 1920 – Disc. VII]

Il Sacro Cuore di Gesù modello di mansuetudine.

Il divin Redentore, venuto sulla terra ad operare la nostra salvezza, si fece pure il nostro Maestro. Per quattromila anni il mondo, errando tra le tenebre dell’errore e dell’ignoranza, sospirò che venisse un Dottore celeste, che lo rimettesse sul retto sentiero. Ma giunta quell’epoca, che a Dio parve opportuna, e che S. Paolo chiama « la pienezza dei tempi, » il Maestro sospirato comparve fra gli uomini e levò cattedra di verità. Ma a differenza della sapienza dell’uomo, che non insegna che con le parole, Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, ci ha ammaestrati anche con i fatti. No, Egli non si contentò di dare agli uomini delle sublimi lezioni, ma più ancora volle confermarle col suo esempio, cominciando anzitutto a fare, come nota S. Luca, e poi ad insegnare: cœpit Jesus facere ed docere. (Act. I, 1) Cosicché ben a ragione Gesù Cristo dicendo: « Io sono la luce del mondo, » poté soggiungere: « E chi tien dietro a me, seguendo i miei esempi, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce, che guida alla vita eterna; » qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitæ. (Io. VIII, 12) Sì, o miei cari, Gesù Cristo, nel tempo stesso che ci apprende tutte le più belle virtù, ne è pure il perfettissimo modello, e lo è nel suo Sacratissimo Cuore. E noi per tal guisa siamo in dovere di imitarlo, che qualora non lo imitassimo, indarno ci vanteremmo cristiani, più indarno ancora di voti del suo Sacro Cuore, e falsamente crederemmo di salvarci. Ma sebbene Gesù Cristo sia il modello perfettissimo di ogni virtù, e in tutte dobbiamo studiarci di invitarlo, è certo che ve ne hanno di quelle, che parvero essere state da Lui predilette, e la cui imitazione esige da noi un maggior impegno. Ed in vero, sebbene additandoci il suo Cuore Sacratissimo avrebbe potuto dirci: Imparate da me, che sono caritatevole, che sono paziente, che sono obbediente, che sono casto, che sono adorno di ogni virtù; disse invece: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde. (MATTH. XI, 29) Ora, che vuol dir ciò? Senza dubbio Gesù Cristo, essendo la divina Sapienza incarnata, non ha mai né parlato né operato senza infinita sapienza. Epperò essendosi egli compiaciuto di far spiccare nel suo Sacro Cuore le virtù della mansuetudine e dell’umiltà, e avendoci ordinato particolarmente di imitarlo in esse, è segno evidente, che di esse abbiamo un bisogno tutto speciale. Pertanto a raggiungere il terzo fine della divozione al S. Cuore, cioè la sua imitazione, in quel modo che a Lui piace maggiormente, conviene che noi ci facciamo a riconoscere il pregio di queste due virtù, della mansuetudine e della umiltà, e gli esempi ammirabili che di esse ci ha dato il Sacratissimo Cuore. E cominciando oggi dalla prima, vediamo quanto sia importante la mansuetudine e quale modello ne sia il Sacro Cuore.

I. — Quanto sia importante la virtù della mansuetudine non torna difficile il riconoscerlo. A questa virtù, secondo che insegna S. Tommaso, appartiene il comprimere l’ira, che viene provocata dalle cose contrarie e specialmente dagli affronti, e l’impedirne la vendetta, a cui sempre agogna questa fosca passione. Ora chi non sa come l’ira, che pur troppo predomina nella maggior parte degli uomini, sia un gran male ed anzi causa di molti altri gravissimi mali? Vi ha, è vero, una ira santa, eccitata dal giusto zelo, e che ci fa riprendere con forza chi non poté esser vinto dalla nostra mansuetudine: tale è la collera di un padre alla vista dei disordini commessi da un suo figlio, la collera di un maestro alla vista dell’indisciplinatezza ed infingardaggine di un discepolo, la collera di un padrone alla vista dell’inoperosità ed infedeltà di un suo servo, l a collera di un re alla vista delle offese fatte alla sua maestà da un suo suddito. Ed ecco perché il reale salmista ha detto: Adiratevi, ma senza peccato : irascimini et nolite peccare; (Ps. IV, 5) ecco perchè il divin Redentore istesso nel suo Vangelo ci mette innanzi l’esempio di padri di famiglia, di padroni, di sovrani che vanno in collera e puniscono severamente e senza remissione. Ecco perché lo stesso Gesù Cristo fu acceso da questo santo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità, e quando vedendo i Farisei a malignare di continuo contro le sue parole e le sue opere e soprattutto ad ingannare con le loro ipocrite apparenze il povero popolo, inveì contro di essi affine di smascherare i loro iniqui intendimenti. Ma ben diversa è l’ira che nasce in noi da cattivo principio, dal nostro egoismo in qualche modo contrariato e ferito. Ancorché si coprisse col manto dello zelo e dell’amore della verità e della giustizia, non è buona giammai, come dice san Giacomo, a far l’uomo giusto: ira enim viri justitiam Dei non operatur, (IAC. I, 20) anzi lo precipita in molti mali. Di fatti per essa viene anzitutto turbato gravemente lo stesso esteriore dell’uomo, che vi si abbandona. Osservate, dicono S. Gregorio e S. Giovanni Crisostomo, osservate un uomo sorpreso dalla collera: gli palpita il cuore nel petto e gli trema il corpo da capo a piè; gli si gonfiano le gote, agita scompostamente le mani, pesta coi piedi, si dimena nella persona, getta fuoco dal volto e scintille dagli occhi: quasi più non vede, e se guarda, non conosce neppure le persone a lui note, la lingua gli si confonde e manda piuttosto clamori da bestia, che parole da uomo: sicché egli stesso non sa più quel che si dica e quel che si faccia, ed è divenuto simile ad un bruto privo della ragione. Ma il peggio si è che per l’ira, nell’uomo che vi si abbandona vien rovinata l’anima per i tanti peccati che essa produce. Ed invero l’uomo che si lascia dominare dall’ira perde ogni pazienza, ogni prudenza, ogni carità ed ogni giustizia; si abbandona alle ingiurie, alle maldicenze ed alle calunnie, manda imprecazioni e bestemmie, giura odio e vendetta, trascorre agli oltraggi, alle violenze, alle battiture, alle ferite e quasi più non v’ha alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto della sua passione egli non osi intraprendere. Guardate quei due uomini, che si allontanano dalla città, e chieggono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco, hanno in mano uno strumento di morte, si scagliano l’un contro l’altro con implacabile furore. Uno d’essi vacilla, cade, e forse muore sul colpo, nell’atto medesimo del più barbaro e più inesplicabile delitto. E qual è mai l’origine di così frequenti duelli, di tante risse, di tanti ferimenti, di tanti omicidii, se non una qualche ingiuria pronunziata in un momento di collera o di astio, un risentimento dell’amor proprio ferito, uno sfogo d’ira? Ecco adunque i funesti effetti di sì terribile passione! – Ma anche allora che non conduce a tali eccessi, è tuttavia mai sempre di gravissimo danno ad un’anima cristiana, perché le tornerà di impedimento gravissimo ad unirsi a Dio nella preghiera ed a ricevere da Lui gl’influssi della sua grazia. E questa verità la fece intendere il Signore stesso con bella figura al profeta Elia. Perciocché volendo egli parlare a questo profeta, mentre stava in una spelonca del monte Oreb, chiamatolo fuori, mandò innanzi a sé un vento grande da sciorre i monti e spezzar le pietre, e dopo il vento un terremoto, e un fuoco; ma né gli parlò dopo il vento, né dopo il terremoto, né dopo il fuoco: non in commotione Dominus; gli parlò allora soltanto che a tutti quei grandi commovimenti successe lo spirare di un’aura leggera. Per tal guisa adunque, come notano i sacri Dottori, Iddio fece intendere, che anche con gli uomini di pietà Egli non si mette in comunicazione, vale a dire anche ad essi nega gli aiuti salutari della sua grazia, se sono facili ad inquietarsi e ad incollerire, e ciò anzitutto perché chi è facile all’ira, per quanto sia frequente alle chiese ed agli esercizi di pietà, non potrà mai col cuore agitato e sconvolto compiere tali opere se non esteriormente ed ipocritamente, e poscia perché parlando in cuor suo la passione, non lascerà che vi penetri a parlare e ad operare la grazia del Signore. Ora, o miei cari, se è vero che l’ira giunge talvolta ad impedire ed estinguere il lume della ragione, tramutando, l’uomo in un bruto selvaggio ed irragionevole, e che ad ogni modo ci sottrae agl’influssi benefici della grazia di Dio, chi non vede l’importanza suprema, anzi la necessità che tutti abbiamo di acquistare la mansuetudine, a cui spetta di frenare l’ira, di soggiogare in noi qualsiasi risentimento di odio e di vendetta e di farci usar dolcezza? E poiché si tratta di una virtù così importante e necessaria, poteva essere che Gesù Cristo, venuto in sulla terra a farsi il nostro maestro e modello non ce la predicasse e inculcasse con tutto lo zelo? E primieramente ce la predicò e inculcò come maestro. Ciò fece quando egli proclamò beati i miti, beati i pacifici; quando comandò di perdonare, e non sette volte, ma settanta volte sette, vale a dire un numero indefinito di volte; quando ci invitò a presentare la guancia sinistra a chi ci percuotesse la destra; ciò fece quando ne insegnò ad amare persino i nostri nemici, a rendere loro bene per male, a pregare per essi, e a dire al Padre celeste: Perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo ai nostri offensori; quando ci disse di non fare agli altri ciò che non vogliamo dagli altri sia fatto a noi; quando ci esortò a prendere norma nella nostra condotta dal suo stesso divin Padre, che fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e manda la pioggia per i giusti e per gl’iniqui. Ma non pago di ciò, all’insegnamento volle aggiungere il più ammirabile esempio, e l’esempio del suo Cuore Sacratissimo, affine di poter dire: Imparate ad essere miti non solo dalle mie lezioni, ma più ancora dagli esempi, anzi dal carattere istesso del mio Cuore: Discite a ine quia mitis sum corde.

II. Ed oh, chi potrà degnamente rappresentare la mitezza ammirabile che in tutta la vita dimostrò Gesù Cristo dal suo primo entrare nel mondo sino al suo ultimo uscirne per risalire al cielo? Nell’antica legge, Dio, facendo talora qualche manifestazione di sé, adoperava tale maestà e tale sfoggio di potenza, da incutere negli uomini il più grande terrore, sì che veniva chiamato il Dio degli eserciti, il Dio terribile, il Dio delle vendette! Ma nella legge nuova ben diversamente si manifesta il Dio della bontà, della dolcezza, della mansuetudine. L’apostolo S. Paolo volendo fra le virtù di Gesù Cristo nominarne una, che fosse come il carattere distintivo di Lui, non menzionò né la povertà, né la obbedienza, né l’umiltà, né la carità, né lo zelo, né alcun’altra delle tante eccelse virtù, che lo adornano, ma bensì la mansuetudine, e per essa si diede a pregare i Corinti: Obsecro vos per mansuetudinem… Christi. (II Cor. x, 1) Così pure il principe degli apostoli, S. Pietro, invitando i Cristiani a prendere esempio da Gesù Cristo, mette loro dinnanzi quello della sua mansuetudine, come l’esempio dato da Lui in modo sopra ogni altro eccellente: « Gesù Cristo, egli dice, ha patito per noi lasciandoci il suo esempio, perché lo imitiamo, e l’esempio è questo che essendo Egli maledetto, non malediceva; essendo strapazzato non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di chi ingiustamente lo giudicava. » ( I Pet. II, 23) E come re rivestito particolarmente di mansuetudine lo avevano pure annunziato i profeti: « Ecco, essi dissero, che il vostro re sen vien mansueto… egli non contenderà, né leverà la voce; né spezzerà la canna già rotta a mezzo, né spegnerà il lucignolo fumigante. » (MATT. XXII, 5-12, 19- 20) E quando Gesù uscito dal deserto, dava principio alla sua vita pubblica, S. Giovanni, il Precursore, lo additava al mondo siccome agnello per mansuetudine, dicendo: Ecce agnus Dei; (Io. I, 29) ecco l’agnello di Dio! E d oh, quante altissime prove di tale virtù diede il Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo! Egli incomincia a introdursi nel mondo nella forma più mite, più dolce, più soave, più benigna che possa, tanto che l’Apostolo Paolo nel considerare tutto ciò, pieno d’entusiasmo esclama: Apparuit benignitas, et humanitas Salvatoris nostri Dei: è apparsa la benignità e la mitezza del salvatore nostro. (Tit. III, 4) No, non è sotto l’aspetto di un grande conquistatore, di un sovrano potente e fiero, di un duro e terribile dominatore che Ei viene al mondo, ma sotto l’aspetto e nella forma di tenero, di amabile bambino, anzi di bambino sofferente come tutti gli altri bambini, avendo voluto nascere in tutto e per tutto somigliante a noi, fuorché nel peccato; anzi anche più sofferente degli altri, avendo voluto nascere in una stalla, essere involto in poveri panni ed essere posto a giacere su povera paglia. Ma è bensì vero che avendo preso una forma tanto mite ei non lascia di essere Dio, e che però quando il voglia, Egli che ha in suo potere i fulmini del cielo, non possa scagliarli adirato contro chi ardisce insolentire contro di Lui o pensare solo di recargli danno! Or dunque benché ancor tenero bambino, giacente entro la culla di un povero presepio, ai fulmini dia pur mano, perciocché un re geloso e barbaro lo cerca a morte, e scagliandoli terribilmente contro di lui se lo tolga d’impaccio. E non ha Egli come Dio non solo il potere, ma il diritto di farlo? Sì, senza alcun dubbio, ma Gesù Bambino già fin dalla culla vuol darci un grande esempio di mitezza; epperò mentre Erode pieno di collera inferocisce con le daghe dei suoi satelliti sopra i teneri bambini di Betlemme e dei dintorni, spargendo il loro sangue innocente e riempiendo di terrore e di dolore i cuori delle loro desolate madri, Gesù Bambino, mite sino all’estremo, tanto mite da sembrare debole e impotente, fugge in lontano paese e là rimane sempre nell’esercizio della più ammirabile mitezza sino a che il barbaro Erode è morto. Ah! Gesù, Gesù caro, quanto hai ragione dallo stesso primo principio di tua vita di volgerti a noi per dirci: Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore: Discite a me, quia mitis sum corde! Ma se tale è il principio, quale sarà il mezzo e il fine? Eccolo Gesù benedetto, dopo trent’anni passati nella oscurità della bottega di Nazaret, esercitando sempre con Maria e con Giuseppe la massima mitezza che possa avere un figliuolo col suo padre e con la sua madre, esce in pubblico a predicare la sua celeste dottrina; e quale sarà mai la calamita che Egli adopera per guadagnarsi il cuore degli uomini, per trarli a sé, e farsene dei seguaci? La mitezza. Un giorno stando Egli nel tempio ad istruire con tutta bontà i Giudei ed a provare ai medesimi la divinità della sua dottrina, quegli empi ed ingrati interrompendolo gli dissero che era un indemoniato. Ma Gesù a tanto insulto non disse una parola, e quasi gli avessero fatto una lode, seguitò ad istruirli. Un altro giorno due dei suoi discepoli trasportati da zelo indiscreto, perché il paese di Samaria avesse ricusato di riceverlo, lo eccitavano a farvi scendere sopra il fuoco dal cielo. Ed egli allora rimproverandoli rispose: « Voi non sapete a quale spirito apparteniate. Il mio spirito è spirito di mansuetudine, di dolcezza e di amore. Io non sono venuto in terra per perdere gli uomini, ma per salvarli. » Quasi sempre è circondato da gente invidiosa della sua gloria, e chi scredita i suoi miracoli come prestigi infernali, e chi taccia le sue dottrine come arti maliziose per sedurre la plebe incauta, e chi lo calunnia come uomo ambizioso, avido di farsi re, e chi lo perseguita con le pietre alla mano, e chi tenta di precipitarlo dall’erta cima di un monte, e con tutto ciò Gesù Cristo perdona. Quale indulgenza poi ed amorevolezza non usò egli mai con gli Apostoli, così rozzi e difettosi, così materiali e terreni? Più che da maestro egli trattavali da padre, istruendoli con somma pazienza, correggendoli con infinita bontà, sopportandoli con mansuetudine inalterabile. E con gli stessi Farisei, benché sembrasse sdegnarsi contro di loro, tuttavia Egli non fece altro mai che inveire contro i loro vizi, perché il popolo non restasse ingannato dalla loro ipocrisia; ma anche nel fare ciò adoperò sempre una grande mansuetudine e carità, astenendosi dal castigarli come meritavano, e cercando di rialzarli dai loro peccati e trarli a salvamento. Ma dove la mansuetudine del Sacratissimo Onore di Gesù risplende più luminosamente, si è nel tempo della sua passione, tra le contraddizioni, tra le tante accuse e calunnie, tra i tanti improperi e tormenti, di cui fu fatto bersaglio da parte de’ suoi feroci nemici. Un perfido discepolo lo tradisce e lo vende. Gesù sa tutto, il suo Cuore ne geme altamente, tuttavia ammette quell’ingrato alla sua mensa, lo ammonisce con inaudita benignità sino a lavargli i piedi, a ricevere il bacio da traditore e a dargli il dolce nome di amico. Le schiere degli sgherri al segno di Giuda son lì a mettere le mani addosso a Gesù, e Pietro, indignato, trae fuori dal fodero la spada e taglia un orecchio ad un servo del gran sacerdote. Ma il Salvatore riprende Pietro dolcemente, dicendogli : « Riponi la spada al suo luogo, perché chi ferisce di spada, di spada perirà; » e subito guarisce l’orecchio a Malco. Agli insulti di cui lo ricopre la vil plebaglia, non oppone che il silenzio. Quando un servo di Caifa osa dargli uno schiaffò, egli non dice altro: « Se ho parlato male, fammelo conoscere: se ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Pietro stesso lo rinnega per ben tre volte, e Gesù lungi dallo sdegnarsene, gli volge uno sguardo di tanta tenerezza, che gli trafigge il cuore, lo fa disciogliere in lagrime e lo converte. Ma eccolo il povero Gesù nelle mani de’ suoi nemici, che acciecati da diabolica rabbia gli si avventano contro a farne il più orrido scempio. Ed Egli, a guisa di innocente agnello, che se ne sta muto e senza aprir bocca sotto il ferro di chi lo tosa, piega le spalle ai flagelli, china la testa alle spine, porge le mani e i piedi ai chiodi, si lascia straziare le carni di dosso senza dare un sospiro di sdegno, senza proferire una parola di lamento, senza rivolgere un rimprovero: Quasi agnus coram tondente se obmutescet, et non aperiet os suum. (Is. LII, 7). Finalmente che cosa fa sulla croce? Oh Cuore pieno di mansuetudine veramente infinita! Quando i protervi suoi nemici, non ancor sazi delle crudeltà usate verso di Lui, si fanno ancora a lanciargli gli ultimi e più velenosi insulti, in quei momenti estremi della sua vita, Egli che pur potrebbe far scendere dal cielo un fulmine ad incenerirli, non fa altro che sollevare lo sguardo al cielo per indirizzare al suo Divin Padre il motto più sublime di mansuetudine, che mai sia stato pronunziato: Padre, perdona a loro, perché non sanno quel che si facciano. Eppure ciò non è ancora tutto, perciocché alle tante freddezze, ai tanti abbandoni, ai tanti insulti, che continua purtroppo a ricevere anche oggidì, massime nel S. S. Sacramento dell’altare, non risponde Egli che con la mansuetudine e con il perdono. Oh si esalti pure fin che si voglia la mansuetudine di uomini illustri sotto le diverse forme, in cui essa si mostra, di clemenza, di compassione e di dolcezza! si ammiri pure la mitezza di Socrate di fronte alle stranezze della sua moglie bisbetica; si lodi la bontà di Filippo il Macedone, che ad un soldato mormorante dietro alla sua tenda non disse altro che di allontanarsi; si celebri la condotta di Alessandro verso il suo medico Filippo, verso la moglie di Dario e verso i mutilati prigionieri di Persepoli; si canti la clemenza di Scipione e di Tito; tutto ciò è meno che nulla appetto alla mansuetudine incomparabile, di cui Gesù Cristo nel suo Sacratissimo Cuore ci ha dato esempio. – Ma questo ammirabile esempio che ci ha dato Gesù Cristo ce lo ha dato propriamente, perché noi lo avessimo ad imitare. Di fatti Egli nel dire: Imparate da me, che sono mite di cuore, non intese soltanto di farci un’esortazione, di darci un consiglio, ma intese di imporcene un assoluto comando. Fu lo stesso che dirci: « Io voglio che anche voi abbiate un cuore di colomba, senza fiele, senza sdegno, senza amarezza, simile al mio; voglio che anche voi contrariati non vi abbiate ad offendere, offesi abbiate tosto a perdonare, e non mai abbiate a nutrire i n cuor vostro sentimenti di odio, pensieri di vendetta; voglio che siate sempre dolci, affabili, amorevoli con tutti, anche con quelli che non vi trattano bene, che vi riescono molesti, che si lasciano andare ad ingiurie, ad insulti, a disprezzi contro di voi, anche con quelli che arrivassero a tale, dopo che voi li avete beneficati in mille guise, da ripagarvi con la più nera ingratitudine, da oltraggiarvi, da vilipendervi, da maltrattarvi. » Or chi sarà che, intendendo di essere vero Cristiano e devoto del S. Cuore di Gesù, non si studi col massimo impegno per adempiere questo suo volere ed imitarlo nella mitezza! Certa gente di questo mondo, ben si capisce, chiama stupidi e buoni a nulla coloro che sono miti e tollerano perciò senza risentimento e vendetta di essere contrariati e offesi; certa gente bolla nientemeno che col titolo di vigliacco chi non si fa a vendicare qualche danno ricevuto; che anzi arriva al punto da credere che sia indispensabile a certe offese rispondere con l’odio feroce e col misfatto! Ma se noi seguissimo le bestemmie e le assurdità del mondo, saremmo ancora di Gesù Cristo? Conviene adunque, o miei cari, per venire alla pratica, che ci andiamo seriamente abituando a dominare i moti dell’ira, a resistere ai suoi primi assalti ed a soffocarli con prontezza. Conviene che, qualora il nostro animo fosse alterato, vegliamo sulle nostre parole, poniamo anzi alla nostra bocca una prudente custodia per impedire, che ne escano fuori espressioni di lamento, di sdegno e di acrimonia. Conviene che ci studiamo di prevedere le occasioni di risentimento, che durante la giornata, ci potrebbero capitare, o per schivarle, se ci è possibile, o per prepararvi l’animo a soffrirle mansuetamente. Conviene infine che, quand’anche ci fossimo risentiti od offesi, non appena ce ne avvediamo, deponiamo tosto ogni astio dal cuore, praticando l’avvertimento di San Paolo: Il sole non tramonti sulla nostra collera : sol non occidat super iracundiam vestram. (Eph. IV, 26). Così appunto si regolò mai sempre quel Santo, che avendo ricopiato in modo singolarissimo la mitezza del Cuore di Gesù, fu chiamato un’immagine viva della bontà di Lui, voglio dire S. Francesco di Sales. Benché da natura egli avesse avuto un carattere focoso, tuttavia divenne il santo della dolcezza, facendo a se stesso una continua violenza. E tale e tanta fu questa violenza, che dopo morte, a cagione di essa gli si trovò il fiele indurito come la pietra. La sua santa vita essendo spina negli ocelli a uomini tristi, vi fu tra di essi, chi sparse contro di lui scritti velenosi per infamarlo, chi entrò nella sua stessa camera a caricarlo di vituperi, chi per molte notti andò a fare strepito sotto alle sue finestre, lanciando sassi contro la sua casa insieme con le più basse ingiurie, chi giunse persino ad insultarlo in chiesa in mezzo alle pompe dei riti solenni, e chi con mano sacrilega sulla pubblica strada gli sparò addosso un’arma da fuoco per dargli la morte. Ma egli, mansueto sempre, non aperse mai la bocca contro i suoi offensori; anzi nel ritrovarli stendeva loro le braccia per stringerli al seno; nel sapere che vi era chi voleva dar querela contro di loro, lo impediva con sollecitudine, e quando ciò non gli era riuscito, intercedeva con tale istanza presso il sovrano in loro pro, che li scampava dal meritato castigo, e finiva per protestare che quand’anche taluno gli avesse cavato un occhio, non avrebbe tralasciato di guardarlo amorosamente con l’altro. Che più? Una scellerata donna con la più nera calunnia lo fece autore di una brutta lettera, la quale, correndo per il pubblico di Annecy, lo fece inorridire. Ma S. Francesco di Sales che fece? Ritraendo sempre in sé la mansuetudine di Gesù che trattato da Erode come pazzo, se ne stette muto, non prese in nessuna guisa a far le sue ragioni per discolparsi, ma per ben tre anni durò sotto il peso di quella terribile imputazione, finché piacque a Dio stesso di far palese la sua innocenza. E a chi gli faceva premura di vendicare il suo onore, perché lo richiedeva il suo grado di Vescovo, rispondeva: « Iddio sa Egli di qual onore abbisogni, ed Egli ne avrà la cura; io dormo sicuro in braccio alla sua Provvidenza. » Ecco sino a qual punto questo gran Santo si fece ad imitare la mansuetudine del Cuore Sacratissimo di Gesù. Ma se noi non ci sentiremo l’animo di arrivare a tanto, dobbiamo nondimeno studiarci ancor noi di imitarla e praticarla quanto più ci è possibile.

III. — E a tal fine, o carissimi, ci gioveranno assai efficacemente questi tre mezzi. Il primo: Combattere la causa principale dei risentimenti della collera, vale a dire l’orgoglio. E non è forse per l’orgoglio, per la falsa stima, che abbiamo di noi, che tanto facilmente alla più piccola contrarietà, alla più leggiera ingiuria altamente ci offendiamo, e montiamo in ira, e fomentiamo odi e rancori? Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe della collera, gettiamo acqua sul fuoco della superbia, e quest’acqua salutare sia la considerazione frequente del nostro nulla, anzi il riconoscimento sincero della nostra miseria e della nostra colpevolezza al cospetto di Dio. Così facevano gli stessi Santi, i quali, benché facessero una vita esemplare e così differente dalla nostra, pure si chiamavano e si riconoscevano, non per esagerazione, ma con vero sentimento, miseri peccatori, epperò degni di ogni insulto e cattivo trattamento. E con tali sentimenti nell’animo un S. Francesco di Assisi, un S. Ignazio di Loyola, un S. Francesco Borgia, un S. Pasquale Baylon, un S. Giovanni della Croce, una S. Teresa di Gesù, una S. Maddalena de’ Pazzi, un S. Benedetto Giuseppe Labre, e mille e mille altri, emuli degli Apostoli, che se ne andavano gaudenti dal cospetto del Concilio di Gerusalemme, perché ivi erano stati fatti degni di patire disprezzi per il nome di Gesù, non solo sopportavano in pace gli insulti, che talora venivano fatti loro casualmente, ma con ammirabile eroismo ne andavano ancora essi medesimi in cerca, e secondo l’ammaestramento di Gesù Cristo si stimavano beati, se venivano ad essere maledetti e crudelmente perseguitati. Tant’è: chi si umilia a conoscersi sinceramente misero peccatore non può far a meno di esercitare la mansuetudine. E qua! reo vi è mai, che condannato per i suoi delittti a morire sopra d’un palco infame, non cambierebbe tanta ignominia con l’affronto di una guanciata per mano di un suo nemico! E così qual Cristiano vi sarà mai che considerando di essere per i suoi peccati meritevole di morte eterna, e degno di essere tormentato per sempre dai demoni dell’inferno, non si umili ad accettare una parola offensiva, un fatto oltraggioso, e ben anche una persecuzione maligna? Nessuno, risponde S. Bernardo, perché dalla cognizione delle proprie colpe e dal dispiacere delle medesime ne risulterà una mansuetudine ammirabile, anzi una magnanimità, che non si sbigottirà neppure pel ruggito di fiero leone. – Il secondo mezzo sarà: Ricordare sovente, e quanto più è possibile nel momento stesso, in cui l’animo sta per risentirsi, l’esempio di nostro Signor Gesù Cristo. Diceva S. Giovanni Crisostomo, che per placare un cuore, benché mille volte sdegnato, basterebbe tener innanzi agli occhi gli esempi di mansuetudine, che ci diede il santo re Davide. Ora se, al dire di tanto dottore, l’esempio di mansuetudine di un uomo simile a noi, e che tollerò delle ingiurie, ma non per noi, può bastare a spegnere nel nostro animo la fiamma dello sdegno, quale forza non dovrà avere l’esempio del Re del cielo, che sopportò con indicibile mansuetudine tanti affronti, e li sopportò per nostro amore? E vi sarà un cuore sì aspro e sì crudo che vedendo il Cuore di Gesù Cristo così quieto e sereno tra mille ingiurie, tra mille scherni, tra mille battiture, tra mille vergognosissimi obbrobrii, non si mansuefaccia e non deponga tosto ogni iracondia? Oh! non ha bastato talora il solo suo nome a calmare gli sdegni più accesi, a togliere gli odi più profondi? È il Venerdì Santo, e al di là degli spaldi della vaga Firenze batte la campagna un cavaliere. La fronte corrugata rivela un feroce pensiero, una impresa di sangue. Gli hanno ucciso i l fratello e non gli pare goder pace, fino a che nel sangue dell’uccisore non avrà lavato l’onta patita d alla famiglia. Ma ecco, ad uno svolto di strada, ecco dinanzi il ricercato nemico solo ed inerme. A tale vista la mano del guerriero corre al pomo della spada, gli occhi scintillano come quei della tigre, manda un ruggito di gioia, già levato il ferro deliba tutta la voluttà della vendetta, che farà il misero, che gli sta dinnanzi! È l’ora solenne, che segna la morte di Gesù, di quel Gesù, che moriva perdonando ai suoi nemici. E il misero si butta in ginocchio e a nome di Gesù chiede perdono. Miei cari! Il nome di Gesù Crocifisso opera un magico incanto. La passione dell’odio è cangiata d’un tratto nella passione dell’amore. Il cavaliere con le lagrime agli occhi perdona e stringe al seno il suo nemico: quindi appende all’altare del Crocifisso la spada della vendetta e, vestita la tonaca, Giov. Gualberto si fa santo. Finalmente, o carissimi, perché nel dominare noi stessi si tratta, non lo nego, di cosa assai ardua, a cui non potremmo giungere con le nostre deboli forze, imploriamo sovente con la preghiera l’aiuto dello stesso Sacratissimo Cuore di Gesù. Quando gli Apostoli nel traversare su fragile nave il mare di Galilea, sollevatasi una gran tempesta, correvano pericolo di affogare, ricorsero tosto a Gesù Cristo, gridando: Ah Signore, salvaci, che periamo. E Gesù si levò e comandò al vento di cessare e si fece tranquillità grande. Così farà con noi il Sacratissimo Cuore, se in mezzo alle tempeste della collera, che possono assalire il cuor nostro, ci volgeremo, fidenti a Lui per aiuto. Egli, che altro non desidera se non che il cuor nostro si faccia simile al suo, ci sarà largo della sua grazia, ed a poco a poco riusciremo ancor noi ad avere mai sempre nell’anima nostra una grande tranquillità. – Animo adunque, o miei cari: nella imitazione della mansuetudine del Cuore di Gesù, ricaveremo un triplice vantaggio. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra; » (MATT. V, 4) e così sarà realmente. Nella mansuetudine noi possederemo anzi tutto la terra dei nostri cuori, divenendo veri padroni di noi medesimi, della nostra passione, in quelle stesse circostanze, in cui ciò torna più difficile. In secondo luogo possederemo la terra dei cuori altrui, giacché è con la mansuetudine che con tutta facilità indurremo gli altri alla pratica del bene. Voi, io, noi siamo tali che la durezza, il rigore, la forza ci rompe, ma non ci piega. Ma invece ben presto siamo guadagnati dalla bontà e dalla mansuetudine. Ora quello che accade in noi da parte degli altri, sarà quello che avverrà negli altri da parte nostra. Sì, con la dolcezza, più che non con le prediche, e peggio ancora con le invettive, voi, o mogli guadagnerete al bene i vostri mariti, voi, o genitori, i vostri figli, voi, o superiori, i vostri sudditi, voi, o maestri, i vostri discepoli, voi, o amici, i vostri amici. E finalmente nella mansuetudine possederemo la terra che non è terra, vale a dire la terra di suprema conquista, di eterna promissione, la terra del cielo: Beati mites, quondam ipsi possidebunt terram. Prostrati intanto dinanzi al Cuore di Gesù diciamogli con tutto l’affetto: O Cuore mansuetissimo di Gesù, noi riconosciamo di essere privi pur troppo del vero spirito di mansuetudine. Pei difetti nostri abbiam sempre in pronto le scuse e pretendiamo il compatimento, ma per i difetti altrui non abbiamo che insofferenza e sdegno. Epperò di quanti risentimenti, di quante maldicenze, di quante collere, di quante imprudenze, di quanti atti di superbia, di quanti desideri di vendetta ci sentiamo rei! Deh! Fateci parte della vostra mansuetudine inesauribile, o Cuore divino, affinché reprimiamo e vinciamo noi stessi; calmate mai sempre l’anima nostra, quando la vedete ottenebrata e sconvolta dall’ira; dateci forza di sopportar tutti, di tutti compatire, di tutti amare, anche coloro che ci contraddicono e ci disprezzano, onde con la dolcezza del cuor nostro possiamo meritarci, secondo che voi avete promesso, la vostra grande ed eterna mercede.

NECESSITÀ DI STRINGERSI A GESÙ CRISTO

NECESSITÀ DI STRINGERSI A GESÙ CRISTO

[P. V. Stocchi: Discorsi Sacri; Tip. Befani, Roma, 1884,]

DISCORSO I.

“Accipite armaturam Dei, ut possitis resistere  in die malo et in omnibus perfecti stare”.

(Ephes. VI, 13)

Chi consideri quello svariatissimo tenore di provvidenza, onde si è Dio compiaciuto di governare le sorti della sua Chiesa, fra le incessanti burrasche che l’hanno sempre bersagliata e tuttavia la bersagliano, vedrà che se l’essere e il mostrarsi cristiano non di solo nome ma di opere, non è stato mai cosa facile, neppure è stato sempre difficile allo stesso modo. Imperocché Colui che manda come gli piace e si fa obbedire ai venti ed al mare, alle volte infrenando per così dire i turbini, e tenendo alla catena le tempeste, ha voluto che le cose passassero, tranquille, e il vivere dei Cristiani fosse come viaggio di nave in bonaccia, senza altre scosse ed altri barcollamenti che quelli che porta seco necessariamente l’instabilità di questo mare del secolo: altre volte per lo contrario licenziando i venti, e lasciandoli irrompere a sconvolgere il pelago e levare i flutti alle stelle: ha permesso che nel Cristianesimo tutto andasse in sommossa, in iscompiglio: di sorte che fosse necessaria gran forza di animo, gran perizia e gran lena per giungere a riva fra tanto dibattersi di onde e flagellar di marosi. Ora a quel modo che un naviglio di saldezza mediocre e scarsamente arredato basta a valicare il golfo e afferrare il porto quando o il mare è spianato, e l’aria è mite, o se tempesta, la traversia non è né lunga né formidabile, ma per durare contro la rabbia diuturna di un pelago infellonito è mestiere al legno di fianco valido e di robusta armatura: cosi nel Cristiano, sino quando è pace e sereno, con una virtù ordinaria si giunge a riva, ma nelle prove, nelle tenzoni, nelle burrasche ci vuole qualche cosa di più, e bisogna trovarsi bene stretti e congiunti con Gesù Cristo, chi non vuole essere dalla furia del vento traboccato e sommerso. Stando così le cose, io non credo che nessuno vorrà negarmi, che il vivere cristianamente costi più, e più sia difficile ai giorni nostri, di quel che fosse al tempo dei nostri padri, e che per conseguenza sia ai giorni nostri necessaria una virtù più robusta per serbarsi fedele a Gesù Cristo e salvarsi l’anima; ma se alcuno ci fosse che o lo rivocasse in questione o non lo credesse, io mi son posto in animo di persuaderglielo con questo discorso, tenendo per fermo che chi attenderà potrà cavare dalle mie parole quel prò, che cava il passeggero dall’aver conti ed aperti i pericoli della via e non trovarsi sprovveduto al bisogno. – Mostrerò dunque che chi vuole scampare alle seduzioni e all’insidie di questo secolo, e salvarsi l’anima, conviene che si stringa fortemente con Gesù Cristo: e che i fiacchi e i rilenti nella sequela del Salvatore saranno facilmente rapiti dal vortice e periranno. Le prove saranno chiarissime, e, se tanto mi è lecito di promettere, irrepugnabili: dunque attendetemi e incomincio.

1. Ma per non mettere il piede in fallo nella dimostrazione che mi sono proposta, credo opportuno di richiamar qui subito alla memoria di chi mi ascolta, quello che del nostro Signore Gesù Cristo disse S. Paolo con divina energia in quelle poche parole; Jesus Chrìstus fieri et hodie, tpse et in sæcula. (Hebr. XIII, 8.). Il che vuol dire che Gesù Cristo non fa come fanno gli uomini e come fa il mondo, i quali si accomodano ai tempi, e secondo le circostanze mutano le massime, i divisamenti, le leggi, i pensieri e gli affetti. No. Gesù Cristo tale è oggi quale fu ieri, e senza mutazione nessuna sarà tale in perpetuo. Può quindi il mondo e scompigliarsi e quietare, e ricomporsi ed insorgere, a modo della marea: possono gli uomini aborrire oggi quello che amarono ieri, e gittar domani nel fango quell’idolo che oggi innalzarono, e a cui testé ardevano incenso, accumulare sul capo il vituperio e la contumelia; Gesù Cristo immobile in mezzo a tanta vicenda, signoreggia tutte le mutazioni, le doma, le tempera, le regola, le disperde, a somiglianza di una rupe, che piantata ed eretta in mezzo all’oceano, aspetta imperterrita e sfida l’orgoglio dei marosi i quali siano grandi quanto si vuole, forza è che spumeggiando le si infrangano ai piedi l’uno dopo l’altro, e svaniscano. È per conseguenza un conato non solamente inutile ed empio, ma folle e ridicolo quello di coloro, che non avendo tanta lena di fianco per sollevar se medesimi all’altezza del Vangelo, si sforzano di abbassare il Vangelo alla propria abbiettezza, e argomentandosi di far complice delle loro codardie il Verbo fatto carne, cercano di persuadere a sé medesimi e agli altri, che Gesù Cristo non Badi tanto per la sottile, cosse suol dirsi ai dì nostri, e chiuda gli occhi rispetto a cene cose, che il Vangelo condanna, ma la snoda e il costume mettono in voga ed accreditano. Follie uditori, follie: cœlum et terra transibnnt. Vedete la terra? Vedete i cieli? Che si può pensar di più saldo, di più immutabile? Governati da leggi stabilissime ruotano da tanti secoli nello spazio, e sull’orbita e sulla traccia segnata loro da Dio viaggiano e viaggeranno. Eppure verrà giorno che questa gran macchina scrosci scompaginata e trapassi, ma neppur una trapasserà delle mie parole, disse Gesù: verba autem mea non prœteribunt, (Luc. XXI 33.) – Muti dunque il mondo quanto vuole, le verità insegnate da Gesù Cristo non mutano: imbizzarrisca a sua posta e si trasformi e insolentisca la moda, le leggi di Gesù Cristo son sempre quelle: sempre il medesimo debito di osservarle corre per tutti, e sotto la stessa sanzione. E qual sanzione? Del paradiso per gli obbedienti e delle eterne fiamme per i trasgressori.

2. Fermato bene questo gran punto veniamo a noi, e consideriamo onde avvenga, che una legge intimata da Dio medesimo agli uomini e con allettamenti di premi cosi grandi per chi la guarda, e con minacce di supplizi cosi formidabili per chi la conculca, sia stata e sia cosi poco osservata, che dico poco osservata? dovevo dire baldanzosamente trasgredita, vilipesa. La ragione la troveremo nelle passioni corrotte del cuore umano: alle quali se l’uomo dia il governo di sé medesimo, come cavallo sboccato ed indomito a cui il cavaliere abbia lasciato sul collo la briglia, lo porteranno senza fallo ad infrangersi nel precipizio; che è quello che disse lo Spirito Santo nell’ Ecclesiastico: si præstes animæ tuæ concupiscentias ejus faci et te in gaudium inimicis tuis: (Eccli. XVIII, 31.) se ti lascerai tirare agli appetiti sregolati del cuore, diverrai lo scherzo e il ludibrio dei tuoi nemici. – Ora se confronto il nostro secolo coi secoli antipassati, trovo che. in quelli come nel nostro abbondarono gli schiavi delle passioni, perchè sarebbe uno stolto chi pensasse che gli uomini abbiano cominciato ora a mostrarsi quei figliuoli che sono di Adamo prevaricatore. Con tutto ciò nessuno potrà negarmi, che se le passioni imperversavano per lo passato come al presente, era pel passato più assai che non al presente conosciuta e pregiata la mortificazione. Sì: gli schiavi medesimi delle passioni sapevano e intendevano che l’uomo sensuale e perduto dietro ai piaceri che appagano la parte animalesca non è cristiano altro che di nome; onde se non avevano animo di imitare coloro, che battevano la via segnata da Gesù Cristo li pregiavano e li onoravano, e questo non era poco. Non era poco, perché temperava e debilitava lo scandalo, mentre i godenti inchinandosi in faccia ai mortificati, facevano una quasi protesta di esser del numero dei primi, per non aver tanto di valore quanto faceva mestieri per mettersi coi secondi: non era poco, perché tagliava i nervi al rispetto umano, e operava che nessuno dovesse vergognarsi di essere e mostrarsi seguace del Crocifisso: non era poco, perché induceva gli stessi voluttuosi a praticare a quando a quando qualche opera di mortificazione cristiana, e pungeva i loro cuori di una spina continua; onde date giù le passioni, sfiorita la gioventù, sottentrato alle illusioni il disinganno, alle fallacie la verità, alle lusinghe della presente le speranze e i timori della vita futura, era ordinario vedere uomo morigerato chi fu giovane dissoluto, e vecchio pio e cristiano, chi fu uomo di bel tempo e arnese di mondo: non era poco finalmente, perché faceva, se non amabile, tollerabile almeno ed anche soave la loro condizione ai privi dei beni della terra, e agli sforzati a campar la vita stentatamente con l’opera delle mani e con il sudor della fronte, molceva gli affanni mantenendo viva nei loro cuori la consolazione della speranza cristiana. Ma che segno, che traccia resta oggimai nel mondo di mortificazione, di vittoria di sé medesimo, di abnegazione che traccia resta? Una smisurata sensualità invade e corrompe ogni cosa. Si vuol godere, e goder sempre e goder da tutti. E secondo questo desiderio tutto il mondo è pieno di templi, dove si arde incenso continuo alla voluttà. Godere, ed eccovi moltiplicati i teatri, teatri per le ore notturne, teatri per le diurne: teatri nobili e dispendiosi che smungano l’oro dell’agiato e del ricco, teatri umili ed abbietti, che si appaghino dell’obolo dell’artigiano e del povero. Godere, e i passeggi ribollono: godere, e 1- spesseggiano : godere, e non han posa le musiche: godere, e qua si legge a vil prezzo ogni lordura ed oscenità di romanzo; godere, e là si schiudono casini di giuoco e ridotti di gozzoviglia: insomma quel che aiuta a godere tutto è buono, quel che lo impedisce tutto è cattivo; ogni invenzione che può fruttare un godimento di più al corpo oramai svogliato fradicio di delizie consuete si applaude; ogni trovato che intenda ad ingentilire la miglior parte di noi, l’intelletto, o non si cura o si vilipende. Gode il dovizioso, e per godere getta nel vortice insano di mille inezie l’avito retaggio. Quegli che ha mezzane le facoltà, si spolpa e si riduce nella paglia per godere: chi è costretto rimanere fra gli ultimi guarda bieco chi lo precede, e aspetta fremendo il momento di sospingersi avanti. – Né questa è faccenda dei soli cattivi -. anche fra i buoni son molti che sottilmente quanto si possa goder di piaceri senza andare all’inferno, e li voglion godere fino all’ultima stilla, dedicando ad essi se non tutta almeno la maggior parte della lor vita. Questa immensa sete di diletti, questa è a confessione di tutti, la piaga massima del nostro secolo: questa da cui tutte le altre traggono la loro origine, lo costituisce praticamente un secolo anticristiano per eccellenza, mentre Gesù Cristo lo fulmina con tante saette quante sono le parole del suo Vangelo. Onde è che se il Vangelo è Vangelo, salvarsi con questa maniera di vita non è possibile. Che convien fare pertanto? Conviene farsi parte da sé, lasciare andare il mondo per la sua via, e a malgrado e a dispetto e quasi in faccia di tutta la turba che gode mortificarsi, o perire. Non è altro rimedio: conviene davvero stringersi al Crocifisso, conviene impararlo a conoscer bene: quella cognizione che in altri tempi sarebbe bastata non basta più: le cautele ordinarie per conservar la salute bastano nei tempi ordinari, ma quando regna la peste e imperversa il contagio, le cautele si convengono raddoppiare, e non bisogna aspettare ad esser malato, bisogna ancora prevenire la malattia.

3. Tanto più, uditori carissimi, che la faccenda non si contiene negli ordini della pratica, ma passa ancora negli speculativi, e questo sommergersi nel lezzo della voluttà e dei godimenti del senso vien proclamato come un diritto, e asserito come un dovere. Imperocché per tacere per ora di quelle truculenti dottrine che ad udirle fanno dubitare se si dia per avventura ai tempi nostri il miracolo di vedere sotto umane sembianze le più sozze fra le bestie: la riabilitazione per esempio della carne, la necessità dei piaceri, e per procacciarseli la fellonia, la licenza, l’empietà, il furto, il ladroneggio, l’assassinio, preconizzati sotto nome di diritti dell’ uomo, di libertà, di emancipazione e andate voi discorrendo; chi non ha udito ripetere mille volte, che il Vangelo non fa guerra alla voluttà, ma adagia l’uomo dei mezzi per procacciarsela? E perché il dir la cosa così crudamente, avrebbe avuto tal sembiante di assurdo, che nessuno ci si sarebbe gabbato, hanno abusato della parola civiltà; ed equivocando sul senso della medesima, hanno domandato prima se il Vangelo si opponga alla civiltà; e udito rispondersi che no, ma che la promuove invece, e può dirsi che dal Vangelo germoglia come frutto terreno, da pianta celeste, che hanno fatto? Hanno chiamato civiltà tutto ciò che conferisce a satollare gli appetiti ed il senso, e poi hanno gridato: “Popoli, ecco qua, pigliate, godete, tutto questo vi dà il Vangelo; e se altri viene a dirvi che la cosa non è così, chiamatelo un ipermistico, un ascetico esagerato, che ha capito il Vangelo a rovescio”. Esagero forse? Ma come, se abbiamo ancora le orecchie piene del frastuono di chi bandiva che ivi il Vangelo meglio fa e più puramente si pratica, dove è più lauta l’imbandigione del piacere? Come, se l’affluenza dei beni terreni e degli agi in un popolo ci è stato dato per contrassegno da conoscere chi è in possesso della vera credenza? Come, se quelli medesimi che così parlarono passarono per modesti rispetto agli altri che più baldanzosi se volete, ma meno ipocriti dissero chiaro, bisogna finirla col Vangelo perché una religione che prescrive di mortificarsi non è buona pel nostro secolo? Ora uditori, crediamo noi, che sia poca giunta al male, questo arrogere che si fa alla pratica presso che universale della voluttà, l’insegnamento che la legittima? Non solo non è poco male, ma è male gravissimo e quasi direi irreparabile. E perché? Perché toglie a questo fetido torrentaccio ogni diga ed ogni argine che lo ritiene. È così violenta la inclinazione dell’uomo al piacere, che parecchi vae formidabilissimi, scagliati da Gesù Cristo nel Vangelo contro i voluttuosi non impediscono che la maggior parte di coloro che credono al Vangelo ci si sommerga. Ingannate la gente e datele ad intendere che Gesù Cristo invece di dire: guai a chi gode, guai a chi ride, beato chi piange, beato chi tribola, abbia detto, beato chi la sguazza nei godimenti, e tristo chi è tribolato e chi è povero, e non rimarrà nulla di sano nel mondo: e noi ne vediamo se non il meriggio l’aurora almeno e gli albori, quando passa per buono e se volete per pio, chi satollandosi di diletti, guarda pure con qualche attenzione che non siano gravemente peccaminosi. Eppure ad onta di tanta lusinga di seduzione, di tanta universalità di esempio, di tanta piena di scandalo, di tanta corruttela di insegnamento, bisogna che il cristiano che vuol salvarsi creda ed operi tutto al rovescio : perché che faceva di peggio quell’Epulone del Vangelo? Non bazzicava, che si sappia, nei ridotti del vizio, non bestemmiava, non rubava nulla a nessuno: solamente se la godeva: e qual più innocente maniera di godimento? Vestiva bene, e mangiava meglio. Induebatur purpurei et bysso, epulabatur quotìdie splendide. (Luc. X V I , 19.) Ecco tutto, non ci era di peggio. Eppure non fu appena quell’anima uscita dal corpo, che fu sepolta giù nell’inferno. Mortum est dives et sepultus est in inferno. (Luc. XVI, 22.) Ma come sarà possibile pensare ed operare così, senza capir davvero Gesù-Cristo, e a Lui aderire con tanta più di sollecitudine, quanto più è grosso il torrente che minaccia di separarci da Lui, il quale, come vedemmo, ai dì nostri è gravissimo?

4. E se la cosa rimanesse qui. il male non sarebbe ancora supremo, ma ci è di più. Il mondo è stato sempre diviso in due parti, e i Cristiani si son trovati sempre nel bivio di scegliere fra i due padroni che si contendono il regno di Gesù Cristo ed il secolo, o che è lo stesso, Gesù Cristo e il Demonio. Padroni essenzialmente irreconciliabili, dei quali se l’uno, il demonio, pur di aver qualche cosa verrebbe ai patti, sapendo che avuto il poco ottiene poi di certo anche il molto, l’altro, Gesù Cristo, protesta risolutamente che no, e denunzia e proclama: qui non est mecum contra me est. qui non colligit mecum disperdit. (Luc. VI, 23). Nemo potest duobus Dominis servire; non potestis Deo servire et mammonæ. (Matth.VI. 24.) Chi non è con me è contro di me, chi non raccoglie meco disperde. Servire a due padroni, impossibile: impossibile servire a Dio e al demonio. Essendo tanta la divisione fra i condottieri, è manifesto che fra gli eserciti non può esser pace: ma fra l’esercito di Gesù Cristo e quello del diavolo è questa capitalissima differenza: che nelle continue battaglie mentre pel secondo ogni arme è buona, e ogni libito lecito, le armi del primo non sono altro che la ragione, la verità, la giustizia, la pietà, le quali, se come per lo più accade, vengano in questa malignità di mondo sopraffatte e conquise, e la legittima difesa renduta impossibile, non è lecito contrapporre ai furori degli avversari altro che la rassegnazione, la umiltà, la pazienza, la longanimità, la preghiera, expectantes beatam spem et advenium gloriæ magni Dei. (Tit. II, 11.) sostentandosi con la speranza e rimettendo le proprie ragioni ad un Giudice e a un tribunale che non è in questa terra. Questa condizione di cose è quella che fece dire all’Apostolo, omnes qui pie vivere volunt in Christo Jesu persecutionem patientur. (II. Tim. III, 12.) Non ci è rimedio, chi vuol vivere piamente in Gesù Cristo si rassegni alla persecuzione: la quale non è mai mancata, e la storia della Chiesa ce ne porge continuo ed irrefragabile testimonio. Vero è che i tristi, non hanno avuto in ogni tempo ad un modo le mani libere, e allora i buoni hanno respirato, e la pratica del bene e della vita cristiana è stata più facile, e certo qualche secolo fa, non pativa universalmente altri impedimenti che quelli della intrinseca difficoltà, e degli estrinseci intoppi inevitabili in un mondo posto tutto in maligno. Ma in questi nostri tempi è così? Non ci è bisogno che lo dica io, lo dicano per me le incessanti ed universali querele di tutti i buoni, e più che le querele dei buoni lo dica il manifesto ed irrepugnabile linguaggio dei fatti. Qual velo di pudore, qual freno di verecondia, quale impedimento di paura, comprime oramai la baldanza e i furori dei nemici di Gesù Cristo? Hanno calato la. visiera, e non essendo più né necessaria né possibile l’ipocrisia che ne protesse le culle, ne favorì i progressi, ne dilatò le conquiste, parlano come pensano, operano come parlano, e a chi non pensa e non opera come loro, fanno una guerra inesorabile, e non con altro intento che di perderlo o guadagnarlo. Questo sfrenamento e preponderanza di coloro che combattono nelle file di satana esige una vigoria di animo, e una tempera di virtù robustissima, in chi non vuole esser divelto da Gesù Cristo e perire, e certamente un coraggio, una gagliardia comunale non basta più. Bisogna professare magnanimamente la fede con le parole, sotto pena di incorrere nel numero infelice di coloro dei quali disse Gesù Cristo. Qui me erubuerit…. hunc filius hominis erubescet. (Luc. IX, 26) Chi si vergognerà di me al cospetto degli uomini, anch’Io mi vergognerò di lui al cospetto del Padre mio. Ma va e mostra di sentir da Cristiano, di non patteggiar con la miscredenza, di non tollerare che si faccia insulto alla fede dei tuoi padri, e vedrai i ghigni ingiuriosi, i sorrisi beffardi, proverai le punture dei motti villani, sentirai il morso delle contumelie, la trafittura degli insulti. Bisogna osservare la santa legge di Dio e della Chiesa, frequentare i Sacramenti e le pratiche di pietà, rifuggire da tutto ciò che pericola la salute dell’anima. Ma se vuoi farlo liberamente tieni per certo, che il camminare all’opposto della correste sarà nulla verso le battaglie che dovrai sostenere, quando del rimprovero manifesto, quando della beffarda mostra di compassioni di chi ti compiangerà come un folle deluso. La giustizia deve essere inviolabile per un cristiano, e tutto il mondo armato contro di lui non lo deve ritenere dall’adempiere i sacrosanti doveri. Provati a mostrarti inflessibile propugnatore della giustizia, e quasi fatto stuolo ti piomberanno addosso le persecuzioni, e ti azzanneranno le calunnie, ti arreticheranno le trame, e percosso da mille lati, sospinto da mille mani cadrai sotto il peso di una guerra tanto più formidabile quanto più fraudolenta, e non vedrai l’arme che ti ferisce e ignorerai d’onde parta il colpo che ti conquide. A questo o somigliante prezzo dovrai comprare il mantenerti fedele a Gesù Cristo, e Gesù Cristo non cederà, e tutto questo esigerà inflessibilmente da te, e ti dirà: “o la fedeltà a me a questo prezzo o perire”. Eh! Uditori carissimi, non ci lusinghiamo. Mi concedete voi che tutto questo si esiga per essere o dimostrarsi Cristiani, e per non tradir la coscienza? Se me lo concedete, io ripiglio tosto così. Bisogna amare più che mediocremente Gesù Cristo per esser capaci di far tutto questo per Lui. E come volete che posto al cimento di sostenere tanta battaglia, di privarsi di tante soddisfazioni, di incorrere tanti danni, si tenga saldo un animo più che per metà posseduto e tiranneggiato dal mondo? Gesù Cristo ci fa insuperabili; ma per armarci cosi che tutto il mondo non ci crolli né smuova, bisogna che sia Egli il padrone del nostro cuore. Date il cuore a Gesù Cristo e diverrete un eroe. Perché ci contrista tutto giorno lo spettacolo di tanti che ieri passavano per buoni, oggi sono nelle file dei cattivi? Perché non avevano il cuore stabilito e fermo in Gesù. Si trovarono a un passo forte, urtarono in un intoppo gagliardo, traballarono, sdrucciolarono, caddero, presero il pendio ed ora precipitano.

5. E qui permettetemi che v i apra intero l’animo mio. Avrete udito voi come me e più ancora forse di me, come più prossimi ed aderenti a quel mondo, dal quale la misericordia di Dio mi ha sequestrato, certi avvocati e patrocinatori del nostro secolo, che ce lo vogliono dare come un fiore e una cima di secolo colto e gentile, e di tanto superiore agli antipassati di quanto la civiltà sovrasta alla barbarie, e la luce alle tenebre. E se così parlando costringessero il loro dire nei termini dei miglioramenti materiali che accrescono i comodi della vita, e agevolano il godimento più copioso dei beni della terra non solo non lo negherei, ma lo confesserei di buon grado, anzi l’ho già confessato. Ma si passa più avanti: ed esagerando certi scandali e certi delitti, che si vedevano e commettevano ai tempi andati, non più frequentemente ma per quel che si dice più scopertamente che ai giorni nostri, trionfano e gridano. Ecco: dove sono ora queste brutture? Trovatemi una sfacciataggine di scandalo così manifesto. Un prepotente non avrebbe animo di fare la metà, e se lo osasse lo fulminerebbero mille lingue, e lo percoterebbe la esecrazione universale. Se io avessi preso a difendere i secoli passati potrei mostrare quanto ci sia di esagerato in queste declamazioni: potrei dire che se non mancava chi scandalizzasse il mondo con grandi vizi, soprabbondava chi lo edificasse con lo splendore di virtù ancora più grandi, ma non è questo l’intento mio. Io non voglio difendere i secoli passati, voglio mostrare che ai nostri giorni più che per il passato un Cristiano che vuol salvarsi ha bisogno tener vivo Gesù Cristo e il Vangelo davanti agli occhi, e di calcarne le orme risolutamente. – Quindi io posso concedere, se si vuole, ogni cosa. Se anche nei secoli passati ci eran gli scandali, abbondavano i delitti; e che meraviglia se gli uomini erano uomini e non erano angeli? Ma allora i delitti erano delitti, e come delitti si esecravano e si punivano, e non gli altri solamente ma il delittuoso medesimo e il peccatore si riconosceva per peccatore e delittuoso, non si vantava per integerrimo, né trionfava come un eroe. E così chi insidiava alla innocenza della gioventù, era un sozzo e un infame, chi attentava all’onor dei talami un adultero, chi spargeva bestemmie ed errori contro la fede un sacrilego e un empio, chi insorgeva contro la legittima autorità un fellone: ora questi e somiglianti vituperi hanno mutato nome, e i nomi mutati hanno pervertito i concetti degli nomini. Ed oh! con quanto danno. Perché finché il delitto è chiamato delitto e percosso con l’onta e col vituperio che merita, gli innocenti ne rifuggono inorriditi, i colpevoli sentono il peso della propria miseria ed il rimorso della colpa: ma chiamate male il bene, onorate il vizio coi fregi della virtù, ed eccovi tutta la morale andarsene in fasci, il delitto in trionfo, la virtù in sterminio, e la società in soqquadro. Ci è bisogno che io provi quest’ultima conclusione con l’argomento dei fatti? No, ciascuno può farlo da sé. e la memoria è cosi recente, che ogni commemorazione sarebbe superflua. Domanderò piuttosto che in tanta corruzione dei principi più comuni della legge medesima della natura sia possibile mantenersi fedele a Gesù Cristo con una vita molle, vanitosa, spartita fra le brighe del mondo, e i duetti del senso, e consolata solamente di qualche pia necessaria pratica di religione, la Messa alla festa per esempio, e forse non sempre, la confessione alla Pasqua, e poi ogni maniera di peccati, commessi alla libera in ogni repentaglio di occasioni cercate apposta? No, certo no: non basteranno queste poche pratiche, sebbene santissime a contrabbilanciare gli scapiti, che tutto giorno si incorrono, e saranno scarso contravveleno a tanta copia di tossico che si sorbisce con l’aria medesima che si respira. Quindi poco a poco si verrà stendendo una nebbia sopra il lume delle massime della fede: e non rifulgendo più del loro lume, non accenderanno neppur di sé quell’amore che prima accendevano, né avranno al bisogno quella efficacia che in sé contengono, e se avvenga che alcuno di questi tali sia posto a cimento di subire qualche gran male, o di calpestar la Religione e di rinnegar Gesù Cristo, verrà anche a questo profondo, e per non essersi a dovere assodato nel bene sarà un apostata. Dicendo così, uditori, non dico altro, che quel che disse con espresse ma formidabili parole il nostro Signore Gesù Cristo. Qui audit verbo mea et facit ea assimilabitur viro sapienti qui ædifìcavit domum suam supra Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica non tema: egli rende similitudine di quell’uomo savio che pianta i fondamenti della sua casa sopra la roccia. Vengano pure i venti, si scatenino i turbini, cadano le piogge, si disarginino i torrenti non crollerà. Ma quel cristiano per metà che dice di creder tutto ma vuol far poco, che vuol tenere un occhio al Vangelo e un altro al secolo, quello insomma qui audii verba mea et non facit ea, a chi sarà simile? Similis erit viro stulto qui ædificavit domum suam super arenam, (Matth. VII, 24.) al pazzo che va a fondare la casa sopra la rena. Dio gliela guardi da una pioggia che precipiti, da un fiume che traripi, da un turbine che si scateni. All’urto primo, alla prima sospinta, l’edilizio cadrà sul capo, e la rovina non ammetterà riparo. E diciamolo francamente, potrà un Cristiano ai dì nostri promettersi con una fiducia che non sia baldanza, che non gli accadrà mai che insorga qualche bufera a cimentar l’edificio della sua fede, con pericolo che lo spianti se non lo trovi fondato bene sulla vera pietra angolare che è Gesù Cristo? O Dio se il mondo è stato sempre un mare nel quale ad ogni calma è sempre in breve succeduta la procella, oggigiorno si direbbe che da qualche breve tregua in fuori tempesta sempre. A quel modo che un serraglio di fiere freme intorno ai cancelli aspettando che qualche mano audace, o qualche accidente propizio rimuova la sbarra per irrompere ed avventarsi al macello; fremono i nemici di Gesù Cristo e aguzzano l’ugne e la rabbia anelando lo sterminio di tutto ciò che è santo. Non udite le bestemmie che vomitano in tanti libri? Non vi percuotono le orecchie i fremiti che mettono in tante minacce? Non li vedete rodere rabbiosamente la lor catena guatando bieco quanto ha in sé l’impronta di cristiano e di pio ? Stringiamoci con Gesù Cristo uditori, che è quel Potente col quale si vince sempre, e sempre si vincerà. A quel modo che le onde del mare si avventano l’una dopo l’altra alla spiaggia quasi per inghiottirla, né perché le prime si infrangano e retrocedano cessano di avventarsi all’assalto le seconde e le terze: sono diciannove secoli che l’inferno si scaglia contro la Chiesa: sempre indarno sì, ma senza che per le male prove passate si disanimi e resti di tentar le future. È scritto che tutti questi furori contro la Chiesa non prevarranno; ma prevalsero e prevalgono contro quei meschini che nel giorno della prova non si trovano ben saldi in Gesù Cristo. Noi non siamo di questi, uditori carissimi, e per quanto amiamo di non dannarci non facciamo come quel pigro di cui parla lo Spirito Santo. Propter frigus piger arare noluit. (Prov. XX, 4.) Il pigro, venuto il tempo della sementa non volle arare il suo campo dicendo: è freddo. Mendicabit ergo in æstate, alla state quando gli altri mietono andrà cercando limosina. Chi gliela darà? Nessuno. Et non dabitur illi.

6. Ma come mai, verrà voglia per avventura a taluno di domandare, come mai permette Gesù Cristo che quella Sposa che Egli ama tanto della quale è Sposo amoroso e su cui veglia dal Cielo con provvidenza così operosa, sia tanto frequentemente bersagliata e battuta dalle persecuzioni che il diavolo solleva per opera dei suoi ministri, persecuzioni cosi violente alle volte che sembrano metterla in fondo, e non passano senza precipizio e rovina di innumerabili? La ragione la diede l’Apostolo Paolo ai fedeli dei suoi tempi, che facevano le meraviglie medesime, e “oportet, disse, et hæreses esse, ut qui probati sunt manifesti fiant in vobis (I Cor.XI,19.). Sono necessarie alta Chiesa le persecuzioni, perché la virtù dei Cristiani sia cimentata, e quella che regge alla, prora riceva la corona, quella che si sommerge sia come alga vile dal mare quando tempesta gittata al lido. Si aggirano in tempo di pace i cristiani di solo nome fra quelli che son Cristiani in opera e in verità, chi li conosce? chi li discerne? Nessuno. Viene la battaglia e la prova, e il soldato codardo getta le armi alla prima affrontata e si dà per vinto, il generoso e il magnanimo guarda il suo posto, sostiene gli impeti, ribatte gli assalti, e non abbandona le armi altro che con la vita. Il premio è grande, è ineffabile, è un’eternità di contenti, un immenso peso di gloria, un trionfo che mai non cessa nel Paradiso: ma la legge è fatta: Gesù Cristo non lo vuol dare ai codardi, non lo ha proposto come dono, ma come premio. Che meraviglia però, che lasci insorgere il nemico e bollir la battaglia? Lo fa per darci occasione di arricchirci di spoglie che siano seme di gloria. E non ne ha fatto mai un mistero, ma l’ha detto scopertamente, e noi lo sappiamo. Siamo soldati di Gesù Cristo, la Chiesa che ci raccoglie ed unisce si chiama Chiesa che milita, il Capitano che ci guida è morto nel campo della gloria, ed eccolo qua guiderdone insieme ed insegna. Guai però al soldato che aspetta ad imparare l’uso dell’armi e a guardare in viso il nemico il giorno della battaglia, guai al Cristiano che aspetta a guernirsi di animo e di virtù quando sovrasta il cimento. Eh! su, gridava l’Apostolo ai cristiani di Efeso: occipite armaturam Dei, ut possitis resistere in die malo, et in omnibus perfecti stare. (Eph. VI, 13) Indossate ora l’armatura di Dio. acciocché nel dì del conflitto sappiate tenervi saldi e far testa: state succinti lumbos vestros in veritate, et induti loricam iustitiæ, calceati pedes in præpatione Evangelii pacis. (1. c. 14. 15) La verità sia la cintura dei vostri lombi, la giustizia vi guernisca il petto come corazza, il Vangelo vi somministri la lena a camminare in pace fra tanti pericoli. In omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignea restinguere. (1. c. 16) La fede poi sia sempre lo scudo che vi armi il braccio, dietro al quale possiate ripararvi, e con il quale ribattere e rintuzzare le infuocate saette del nequitoso. Indossate questa armatura, galeam, salutis assumite, et gladium spiritus quod est verbum Dei. (1. c. 17.) Proteggete il capo con l’elmo della salute, armate la mano con la spada dello spirito che è la parola di Dio, e non temete. Per orationem et obsecrationem in spiritu in ipso vigilantes. (1. c. 18.) Con le preghiere, con le suppliche, con la vigilanza, vedrete annullarsi davanti a voi la potenza dei vostri nemici, mille ne cadranno alla vostra destra, dieci mila alla sinistra, ma la punta delle armi loro non giungerà fino a voi. O bel combattere con la certezza della vittoria. – E questa certezza rallegra sempre e conferma nelle tenzoni chi ha dalla sua Gesù Cristo.

IL VESTITO DI UN CRISTIANO

Vestito.

[G. Bertetti: I TESORI DI SAN TOMMASO D’AQUINO; S.E.I. Ed. Torino, 1918 -impr.-)

– 1. Come deve vestirsi il cristiano. — 2. L’esempio dei santi (Quol, 10, q. 6, art. 14; Contra impugn. Relig., 8)

1. Come deve vestirsi il cristiano. – Altro s’ha a dire d’una persona pubblica, altro d’una persona privata. – In una persona pubblica si considera e lo stato della dignità e la condizione della persona stessa: a queste due cose una persona pubblica deve aver riguardo, affinché la dignità della sua autorità non venga in disprezzo e non si lasci trascinar alla superbia chi n’è rivestito. L’una e l’altra cosa può esser lodevole: e l’adoperar vesti preziose per indur rispetto all’autorità, e l’adoperar per amor d’umiltà vesti dimesse; purché non degeneri in superbia ciò che si fa per la conservazione dell’autorità, e non s’infranga l’autorità di chi regge, per un soverchio riguardo all’umiltà. Perciò è cosa lodevole che il sacerdote adoperi nel divino ufficio indumenti preziosi per inspirar riverenza al culto di Dio; ed è cosa lodevole astenersene per umiltà, come accade in alcuni ordini religiosi. – Ci sono alcuni stati d’uomini, in cui l’abito è determinato: così ogni ordine religioso ha il suo abito. Così pure negli antichi tempi i re e i dignitari avevano abiti determinati, quasi distintivi della lor dignità. Così ancor oggi il sommo Pontefice veste un abito determinato. Come dunque a un religioso non è lecito assumere un abito più vile fuor della foggia prescritta, ma meriterebbe lode invece di biasimo, se si servisse di abiti più dimessi nei limiti della sua religione: così non sarebbe stato lodevole negli antichi principi, e non sarebbe ora lodevole nel sommo Pontefice, l’assumere un abito più meschino oltre la foggia ordinaria. Quando invece per una persona pubblica non è prescritta la foggia dell’abito, non è riprovevole il servirsi di vesti più vili di quanto possa convenire allo stato (2° Beg., 6, 20, 21; ESTHER, 14, 16); anche i re e i principi possono lodevolmente appagarsi d’un umile vestito, quando si può fare senza scandalo e senza danno alla propria autorità. – In una persona privata è atto di virtù l’usare per amor d’umiltà indumenti abietti più di quanto lo richieda il proprio stato: « se il rinunziar a una veste preziosa non fosse virtù, l’Evangelista parlando di Giovanni non ci farebbe notare che si vestiva di peli di cammello » (S . GREGORIO, in hom. De divit. epul.). È però lecito usar vesti preziose in modo proporzionato alla propria persona: ma sarebbe peccato il farlo oltre il modo conveniente. E poiché prezioso, come grande, si dice in senso relativo, e poiché quel ch’è prezioso per uno non è prezioso per un altro, quando si parla di preziosità di vesti s’accenna sempre un eccesso della propria convenienza, e così in tesa è sempre peccato. – La povertà delle vesti è lodevole per se stessa, come un atto di penitenza e d’umiltà: anche quando si vestono poveramente quelli che secondo la condizione del loro stato potrebbero lecitamente indossar vesti più preziose, come lodevolmente s’astengono dalle carni e digiunano quei che non fossero obbligati. Non può esser male ciò che si merita la misericordia di Dio: ebbene, per la povertà delle vesti si meritarono la misericordia di Dio anche i più grandi peccatori. L’empio Achab, dopo aver udito i discorsi d’Elia, « si stracciò le vestimenta, si coprì di cilicio, digiunò, dormì in un sacco », e di lui il Signore disse a Elia: « Non hai veduto Achab umiliato alla mia presenza? Ebbene, perché si umiliò per cagion mia, non gli manderò sventura ne’ suoi giorni » (3° Reg., XXI, 27). L’umiltà, come tutte le altre virtù morali, non solo consiste nell’interno ma anche nell’esterno: e poiché è dell’umiltà il disprezzare noi stessi, sarà anche dell’umiltà il servirci esternamente di cose spregevoli. Nell’uso delle cose esterne è più commendevole ciò che mira a un fine migliore: come l’astinenza dei cibi, che mira a domar le voglie carnali, è più commendevole del vitto comune onde ci serviamo dei cibi ringraziandone Dio. Similmente la povertà delle vesti mira a umiliar l’anima e in pari tempo a domar il corpo, e perciò è più commendevole d’un abito comune. Può essere che qualcuno se ne abusi come altri s’abusa della preziosità delle vesti: o recando molestia a quelli con cui si convive, o facendolo per vanagloria o per ipocrisia. Ma la preziosità delle vesti mira per sé e direttamente alle delizie della carne e della superbia: mentre la viltà delle vesti non mira per sé all’ipocrisia. Il diavolo poi, per ingannare, non nasconderebbe sotto abito religioso certi suoi ministri, se l’abito religioso non avesse in sé l’aspetto d’un bene.

2. L’esempio dei santi. — Il Battista vestiva con peli di cammello (MATTH., III, 4); gli antichi Profeti « andarono raminghi, coperti di pelli di pecora e di capra » (Hebr., 11, 37); S. Ilarione, S. Arsenio e gli altri padri del deserto vestivano vilissimi abiti. Non è da credersi che il Signore Gesù Cristo vestisse abiti preziosi, Lui che lodò Giovanni per la povertà del vestito: altrimenti i Farisei, che ostentavano una santità esteriore, come l’accusarono di vorace, di bevitore, d’amico dei pubblicani, avrebbero pure detto di Lui che andava vestito con ricercatezza. Anche i soldati che lo schernivano, non gli avrebbero posto in dosso la veste di porpora in segno di regia dignità, se la sua tunica inconsutile fosse stata intessuta d’oro e di seta. Che se i soldati non vollero poi dividerla, ciò non fu già per il valore della veste, ma per il loro numero, che sopravanzava le quattro parti che essi fecero delle vesti di Cristo. Non avrebbero ricavato nessuna utilità a spartire la tunica, ond’è manifesto che essa non era di materia preziosa.

FALSI PROFETI

FALSI PROFETI

(Sac. G. Colombo, Pensieri sui Vangeli vol. Terzo. Milano,1939)

« Guardatevi dai falsi profeti, — raccomandò Gesù — che vengono vicino con lane d’agnelli, con belati di pecore: ma invece sono lupi rapaci ». Quando il Maestro disse queste parole la prima volta era sulla montagna, e i discepoli tutti, come se il lupo travestito dovesse sopraggiungere allora, si strinsero alla sua persona persuasi che solo da Lui potesse l’insidia venire sventata. « Come faremo noi, poveri ingenui, a riconoscerli? » — sembravano dire.

« Come fate — li rincuorò Gesù — a distinguere le piante buone e le cattive? »

Dai frutti: pianta buona dà frutto buono, pianta cattiva dà frutto cattivo. Certo voi non coglierete mai un grappolo d’uva dallo spineto, né un fico dal roveto. Così è degli uomini: non guardate alle loro parole, perché non quelli che diranno « Signore! Signore! » entreranno in Paradiso ma guardate alle loro azioni. Uomo buono fa buone azioni, uomo cattivo fa cattive azioni ». – L’immagine di Gesù che si stringe d’attorno i suoi apostoli per salvaguardarli dai falsi profeti, deve aver molto impressionato i Cristiani dei primi tempi, se fin dall’inizio del secolo III, essa è ricordata nelle pitture delle catacombe. Su di una volta del cimitero di Pretestato è dipinto il Pastore buono che stende la mano destra a proteggere sette agnelli. Ma questi alzano il muso e gli occhi pieni di spavento come se un pericolo grave li minacciasse. Difatti dalla parte sinistra s’avanzano due animali per far nocumento: l’asino e il porco. Ma già il Pastore buono ha levato contro di essi il suo lungo vincastro e li tiene lontani (WILPERT, Le pitture delle catacombe, vol. I, tav. 51). – Questa ingenua rappresentazione che ha rallegrato gli occhi di molti martiri, non simboleggia forse la storia perenne della Chiesa lungo tutti i secoli? Sempre il gregge del Signore è minacciato da due sorta di falsi profeti: gli uni, rappresentati dall’asino, sono quelli che tentano con errori di corrompere il sacro deposito della fede: gli altri, rappresentati bene dal porco, sono quelli che tentano di corrompere i buoni costumi e la purezza della vita cristiana. Intanto la interessante pittura delle catacombe, senza ch’io me ne fossi accorto, mi ha diviso la predica in due punti: i falsi profeti della fede; i falsi profeti dei costumi.

I FALSI PROFETI DELLA FEDE

Ritornava da Betel, dove Dio l’aveva mandato per un’importante ambasciata, un uomo giusto. Quand’ecco, sulla strada, incontra un falso profeta che gli dice: « Vieni con me, a casa mia, e prenderemo insieme un po’ di cibo ». L’uomo giusto gli rispose: « Non posso venire con te, né mangiare, né bere, con chiunque sia: me l’ha proibito il Signore ». E l’altro con lusinghevole voce cominciò a scalzare il suo proposito: « Anch’io sono profeta simile a te; e se a te il Signore ha fatto questa proibizione, a me è comparso un Angelo e mi ha ingiunto: — conducilo a casa tua e confortalo con una cenetta ». L’ingenuo credette alle parole dell’astuto e gli andò dietro e mangiò il pane e bevve l’acqua del falso profeta. Ma alla sera, alcuni uomini che transitavano per un sentiero solitario, videro disteso un cadavere e accanto un leone: era il cadavere dell’infelice ingannato. Esterrefatti ritornarono in città e divulgarono la cosa (III Re, XIII). – Questo fatto della storia sacra c’insegna assai chiaramente la fine che faranno le anime che, dimentiche degli avvisi di Gesù e de’ suoi ordini, si avvicineranno ai falsi profeti della fede: finiranno preda del leone infernale. E mi è piaciuto ricordare lo spaventoso episodio perché specialmente in questi tempi i Protestanti in ogni città e in ogni paese d’Italia hanno organizzato una lotta accanita per strappare molti dalla vera fede cattolica. Per essi s’addice bene la figura del falso profeta, descritto dal Vangelo, che s’avvicina in veste da pecora, ma che nell’intrinseco è belva rapace. Infatti essi hanno sulle labbra parole pie, si dicono evangelici e anche cattolici, predicano del Signore e della salvezza dell’anima, danno elemosine, diffondono libri e bibbie a pochissimo prezzo. Ma strappate a loro queste lane d’agnelli e sentirete sotto il puzzo di Lutero e della sua esecrabile eresia: e sentirete che essi non vogliono né la Madonna Madre di Dio, né il Papa capo infallibile della Chiesa. A nome di Cristo, dal suo altare, io alzo il grido d’allarme. Attendite a falsis prophetis. – Ma non è solo dai Protestanti e dagli altri eretici definiti che vi dovete guardare. Guardatevi specialmente da tutti quelli che non amano il Papa. « Sono cristiano anch’io — vi diranno forse — sono cattolico anch’io al pari di te, ma non sento bisogno di ubbidire ad ogni comando del Papa, di rispettare ogni sua parola, di pregare per il suo trionfo… ». Chi non è col Pontefice, non è con la Chiesa di Cristo e quindi è un falso profeta dell’errore. E se anche un Angelo vi annunciasse una dottrina diversa da quella che la Chiesa e il Papa insegnano, non credeteci! Perché quell’angelo è un demonio trasfigurato. Se poi desiderate una norma pratica che vi salvi da ogni astuzia dei falsi profeti della fede, seguite questi due consigli:

1) Istruitevi nella Dottrina Cristiana. Gesù è venuto dal Cielo sulla terra per insegnarci queste sublimi verità, e voi le trascurate? Come oserete sperare salvezza? Dottrina Cristiana! Dottrina Cristiana!

2 ) Fuggite la compagnia di chi non ama il Papa o la Madonna e disprezza la santa Eucaristia: tutte le eresie si riducono a questi tre punti.

Ricordate quello che di S. Giovanni Apostolo narra S. Ireneo. Era, una volta, entrato in una casa, ma come s’accorse che v’era dentro l’eretico Cerinto, non un minuto volle indugiarvi e fuggì gridando: « Indietro, indietro! Temo che il tetto di questa casa mi rovini addosso per la presenza di un simile uomo ». – E di S. Policarpo si racconta che in Roma, dov’era appena venuto, s’incontrò con Marcione che era un eresiarca. « Policarpo! — gli disse; — non mi conosci? io sono Marcione ». « Oh se ti conosco! — gli rispose il santo. — Tu sei il primogenito del demonio ». Agnosco diaboli primogenitum.

I FALSI PROFETI DEI COSTUMI

Fra tutti i vizi che contaminano il mondo moderno, non ve n’ha uno più diffuso del vizio impuro. Sembra quasi che in questo secolo il porco sferri l’assalto più furioso al gregge di Cristo. Ha invaso tutte le età, tutte le condizioni, tutti i luoghi. Nolite proiicere margaritas vestras ante porcos. E i profeti falsi che sorgono a difenderlo non sono pochi. « Non è un peccato, — dicono, — è un bisogno della natura. L’uomo può fare quello che vuole, purché né uccida, né rubi. Quelli che dicono di essere puri, sono impostori più corrotti degli altri ». Le letture, le amicizie, i divertimenti sono le armi più terribili e più infiorate che i falsi profeti dei costumi maneggiano a distruzione delle anime.

Le letture. — Ancor oggi, come all’inizio dei tempi, l’uomo è collocato alla presenza di due alberi che producono frutti diversi: l’albero della stampa del bene, l’albero della stampa del male. Il primo dà illustrazioni pudiche e belle, giornali utili e seri, libri buoni e di sincero godimento; l’altro dà frutti di peste e di morte. Ed ancora si ripete la scena del paradiso terrestre. Dall’albero della stampa cattiva ci parla il falso profeta, con la voce carezzevole del serpente antico : « Perché i preti vi proibiscono queste illustrazioni, questi romanzi? Hanno paura che diventiate più bravi di loro e non restiate più sottomessi alla loro parola. Non dovete forse sapere quello di cui parla tutto il mondo? Voi solo non guarderete né leggerete quello che si vede e si legge ora da per tutto ? Ah! che nel giorno in cui li leggerete, diverrete altrettanti Dei ».

Ed ecco tanti giovani e tante fanciulle anche, ecco tanti uomini di ogni età e condizione, cedere al falso profeta, accoglierlo in casa magari segretamente e poi… e poi… lasciare la propria innocenza a brano a brano nella bocca della bestia feroce. « Galeotto fu il libro e chi lo scrisse! », ci grida Dante dalla sua « Commedia ».

Le amicizie, — Talvolta il falso profeta si presenta sotto i sembianti d’un amico, specialmente di sesso diverso. Non vi getterà, no, tutto d’un colpo al fondo dell’abisso: ma vi spingerà lentamente ed un po’ alla volta. Comincerà ad adescarvi con la sua bella figura, coi modi gentili, con il carattere gioviale, con qualche biglietto: in principio si ascolta volentieri, poi si sorride, poi si risponde, poi si cede. Certo è che una volta che vi siete dati in mano a un tal falso profeta, non siete più liberi, divenite cosa sua, la sua preda. « Coraggio, che facciamo di male? », vi dirà. Intanto divorerà la vostra anima e vi trasformerà in un essere abbietto come lui. Questa trasformazione mi pare che bene la raffigura Dante nell’« Inferno ». Nell’ottavo girone, egli vide arrivare di furia un serpente di sei piedi, e avventarsi addosso a un’anima dannata e stringersela membro a membro come un’edera s’abbarbica a un tronco, fino a formare con esso un sol corpo mostruoso che si allontanò lentamente. Alcuni che pure assistevano alla paurosa scena, esclamavano: « Ohimè, Agnel, come ti muti! » (Inf., XXV, 67). – Quante volte si potrebbe ripetere accanto ad anime rovinata dalle cattive amicizie il grido straziante « O Agnel, tu che ti dai in braccio a quell’amico perverso, come cambi! Già incomincia la metamorfosi e presto striscerai con lui nella melma. Ohimè, Agnel! ».

I divertimenti. — Di certe sale, di certi divertimenti, non voglio dire che una parola, una sola: ed è quella che S . Agostino dice del suo amico Alipio che s’era recato a teatro con tutti i più feroci propositi di non peccare. « Levatesi per certa avventura d’un gladiatore alte grida, aprì gli occhi e guardò. Guardò: da quel momento non fu più Alipio » (Conf., libr. V I , cap. 8).

CONCLUSIONE

Se S. Paolo fosse vivo ancora, udite, Cristiani, che cosa vi scriverebbe in questa mattina: « Io vi prego, o fratelli, che abbiate gli occhi addosso a quelli che pongono inciampi e errori contro la dottrina che voi avete imparato, e ritiratevi da loro. Perché questi tali non servono il Cristo Signore nostro, ma il loro ventre… » (Rom., XVI, 17 s.). – « Vi sono ancora molti chiaccheroni e seduttori, che mettono a soqquadro tutte le famiglie, insegnando cose che non convengono. Ma la mente e la coscienza di essi è immonda… » (Tit., I, 10 s.). Se alle mie parole non volete ubbidire, ubbidite almeno a queste, che sono di San Paolo.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESU’ (6) – Terzo fine: imitarlo

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ – Terzo fine: imitarlo

Terzo fine della divozione al Sacro Cuore di Gesù:

[A. Carmignola, IL SACRO CUORE DI GESU’, S.E.I. Torino, 1920 – Disc. VI]

È un fatto innegabile, che in tutti gli uomini è fortissimo l’istinto dell’imitazione, e che d a tutti, più o meno, si coordina la vita agli esempi, che cadono dinanzi agli occhi. Ma con questo istinto di imitazione potrà forse l’uomo darsi ad imitare indifferentemente tutte le altrui azioni, gli altrui portamenti, le altrui qualità morali? No, certamente. La stessa ragione ci dice, che noi non dobbiamo imitare negli altri se non ciò che è bene; anzi ci sprona incessante ad imitare ciò che è miglior bene e, se fosse possibile, ciò che è veramente perfetto. Ma questo dettame della ragione, come ogni altro, in realtà è un dettame di Dio medesimo, perché è Dio colui, che dando agli uomini un’anima ragionevole, vi ha stampato altresì la legge, che la regola e governa ne’ suoi giudizi. E se è Iddio stesso colui, che ci anima all’imitazione del buono, del meglio, del perfetto, non era forse conveniente, che egli ci mettesse innanzi il tipo di perfezione per eccellenza, sopra del quale avessimo a gettare lo sguardo per ricopiarlo in noi? – Or ecco appunto quello che fece Iddio nel mandare in sulla terra il suo divin Figliuolo. Ci presentò in lui il più perfetto modello, ed invitandoci ad imitarlo, disse a ciascun degli uomini: Inspice et fac secundum esemplar, quod tibi monstratum est. (Esod. XXX, 40) Perciocché, come nota S. Basilio, due furono i fini, per cui il Verbo divino si fece uomo: il primo ed il maggiore fu di operare la redenzione del mondo; il secondo di dare agli uomini l’esempio perfetto di ogni virtù. Ma con qual mezzo massimamente Gesù Cristo, Verbo incarnato, adempiendo la volontà del suo celeste Padre, raggiunse pure quaggiù questo secondo fine, di farsi a noi modello di ogni virtù? Col suo Cuore Sacratissimo, perciocché è nel cuore che risiedono le buone qualità morali di una persona. Ed è perciò, che Gesù Cristo, nell’invitarci Egli stesso a ricopiarlo, non ci disse soltanto: Imparate da me, che sono virtuoso; ma disse: Imparate da me, che sono virtuoso di cuore: Discite a me quia mitis sum et humilis corde; (MATT. XI, 29) per farci appunto conoscere, che essendo pel suo Cuore e nel suo Cuore, che ha esercitato perfettamente ogni virtù, è ancora il suo Sacratissimo Cuore, che più propriamente ci offre a ricopiare in noi. Ed ecco il terzo fine, che deve avere la divozione al Sacro Cuore, Se è vero quel che dice S. Agostino, che la vera divozione consiste sopra tutto nell’imitare coloro che onoriamo: Vera devotio imitari quod colimus, e se è giusto l’assioma, che l’amore o trova dei simili o li rende tali: amor aut pares inventi, aut pares facit, non dovremo impiegare tutta la nostra sollecitudine per ricopiare il Sacro Cuore di Gesù in noi e farci a Lui somiglianti più che sia possibile? Sì, o carissimi, per questo appunto la Chiesa così prega Gesù nella festa del Sacro Cuore. « O Signore Gesù, fa che noi ci rivestiamo delle virtù del tuo Cuore…. affinché, conformandoci all’immagine della tua bontà, meritiamo di essere altresì partecipi della tua Redenzione. » E questo sia il tema del presente discorso.

I. — Uno fra gli usi più belli e più utili seguiti dagli uomini è quello di innalzare dei monumenti a coloro, che si segnalarono per il loro ingegno, per il loro valore, per le loro virtù. È bensì vero che talora e massime oggidì, per un’aberrazione incredibile dello spirito umano, i monumenti vengono innalzati anche a coloro che, anziché segnalarsi nelle belle e buone imprese, si resero famosi piuttosto o per i tradimenti, o per le codardie, o per le rapine e benanco per i vizi; ma con tutto questo uso non lascia di essere per se stesso bello e gioevole, sia perché con esso si intende di eternare la memoria degli uomini valorosi, sia perché coi monumenti, quasi pubblici ammonimenti, si intende di ammonire gli uomini a ricopiare ciascuno in sé, per quel che gli spetta, quelle virtù, quel valore, quello spirito, di cui i grandi ci hanno lasciato l’esempio. Or bene, o miei cari, il Sacratissimo Cuore di Gesù può ben riguardarsi come il monumento per eccellenza, che Dio stesso ha innalzato nella sua Chiesa. Questo monumento ricorderà in eterno la carità divina per noi, e per tutti i secoli della vita del mondo ammonirà gli uomini a ricopiare in se stessi non solo questa o quell’altra virtù, ma le virtù tutte senza eccezione di sorta, perciocché Gesù Cristo pel suo Sacratissimo Cuore si mostra a noi ed è veramente modello perfettissimo di ogni virtù. Prima che egli venisse in sulla terra, come bellamente immagina un poeta cristiano, le virtù vagavano pel mondo in cerca di decente abitazione e non la trovavano, perciocché qua e là non si presentavano loro dinanzi, che intelletti ottenebrati e cuori guasti, nei quali non potevano né spandere la loro luce, né accendere la loro fiamma. Così che agitate e vergognose si ritirarono nel deserto, quando una notte udirono risuonare per l’aria questo cantico celestiale: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà! » A questo segno conobbero che era nato il Messia; andarono alla sua capanna, si presentarono a Gesù Cristo, e Gesù Cristo le accolse tutte nel suo Cuore, e dal suo Cuore divino prese a mostrarle a tutti gli uomini del mondo, perché, vedendole in Lui, più facilmente si invaghissero di ricopiarle. E così è, non solo in figura poetica, ma in realtà. Nel suo Cuore Sacratissimo Gesù Cristo ci mostra accolte tutte quante le virtù; ci mostra l’amor di Dio, nel quale superò infinitamente tutti i Serafini del Cielo, e l’amor degli uomini, per cui con una generosità suprema si sacrificò per essi. Ci mostra l’umiltà, per mezzo della quale si è abbassato al punto da esinanirsi e prendere la forma di servo; ci mostra l’obbedienza, per cui non solo fu soggetto a Maria ed a Giuseppe pei trent’anni di sua vita privata, ma adempì sempre la volontà del suo divin Padre fino alla morte e morte di croce. Ci mostra la povertà, per cui essendo infinitamente ricco, si fece povero per noi, e volle nascere in una spelonca, e volle vivere guadagnandosi il pane col sudore della fronte, e volle esser privo di un tetto, sotto il quale ricoverarsi a posare la testa, e volle morire ignudo sulla croce. Nel suo Sacratissimo Cuore ci mostra la purità, per cui volle nascere da Madre purissima, volle avere per custode un castissimo uomo, e per precursore un martire di purità, ed alle anime pure mostrare la sua predilezione. Ci mostra la pazienza, per cui, come agnello che non bela sotto le forbici di chi lo tosa, sopportò nel modo più eroico tutte le atrocissime pene della sua Passione; ci mostra la mansuetudine, per cui non solo non odiò mai i suoi nemici, ma li amò sempre, fece sempre loro del bene, pregò per essi sulla croce il suo celeste Padre a volerli perdonare. Ci mostra la sua misericordia, per cui i peccatori, respinti dagli uomini, trovavano in Lui un’accoglienza festosa ed un sincero rifugio. Ci mostra il suo zelo per la gloria di Dio, la sua rettitudine d’intenzione, il suo spirito di vigilanza, di preghiera e di mortificazione, ci mostra insomma tutte le virtù, e nel grado più perfetto. Sì, nel grado più perfetto. Noi abbiamo un bel leggere la vita dei più grandi santi, che spinsero le loro virtù sino al più ammirabile eroismo, ma non troveremo mai in alcun di essi una santità sì elevata e sì perfetta come quella di Gesù Cristo. L’apostolo ed evangelista S. Giovanni ci dice che il Vangelo non è altro che un compendio brevissimo della vita di Cristo e degli atti suoi; di modo che è certo che non tutti i tratti di virtù da Cristo compiuti ci sono manifestati. Ma quando pure nel Vangelo tutto fosse narrato, non ci sarebbe tuttavia possibile mai di penetrare nel santuario del Cuore di Cristo per intravedere, non che comprendere, la sublimità e perfezione, a cui elevossi ogni sua virtù. Quindi è che a differenza degli stessi più grandi santi, nella cui vita vi hanno dei momenti in cui, se la virtù non vien meno, tuttavia appena appena arriva ad essere tale, in Gesù Cristo invece tutte le virtù, senza eccezione di sorta, anche le più ardue, toccano sempre, senza menomo sforzo, l’ultimo apice. – E queste virtù le mostra a noi, di qualsiasi età, stato e condizione, perché anche qui in Gesù Cristo, oh quale differenza dai santi! Benché essi in generale abbiano avute tutte le virtù, non di meno negli uni spiccò di più questa, negli altri quella. In questo santo si ammira di più lo spirito di contemplazione e di preghiera, in quello invece più si ammira lo spirito di slancio e di operosità cristiana; in questo splende maggiormente l’umile e cieca obbedienza, in quello splende invece maggiormente una santa fierezza e uno zelo ardente; in questo il carattere dominante è la dolcezza e la semplicità dei modi, in quello il carattere dominante è invece il rigore delle penitenze e l’austerità della vita. Insomma ciascuno dei santi svolge il meglio delle sue forze in questa o in quell’altra virtù, per la quale grandeggia, manifestando ad un tempo stesso essere impossibile all’umana debolezza esercitarle tutte ad un tempo stesso nello stesso grado di perfezione. Gesù invece non così; Egli tutte, senza eccezione di sorta, tutte le virtù die come Uomo-Dio poteva esercitare, le ha esercitate tutte nel modo più eroico, ragione per cui Egli è modello di tutti, modello sovrano, che a tutti si addice. È modello ai sacerdoti, perché Egli è sacerdote per eccellenza secondo l’ordine di Melchisedech, che offerse a Dio il sacrifìcio di se stesso, e di sacerdote esercitò tutti gli altri uffici, predicando con zelo il suo Vangelo e diffondendo nei cuori degli uomini l’abbondanza della sua grazia. È modello ai coniugati, perché congiunto in mistiche nozze alla sua sposa, la Chiesa, la amò di un amor puro e santo e con tale generosità da versare il sangue per lei, per renderla bella, splendida, senza macchia alcuna. È modello ai padri e alle madri di famiglia, perché è egli che ha generato gli uomini alla vera vita morendo per essi, è egli che col latte della sua dottrina e col cibo dei suoi Sacramenti ha nutrito e fatto crescere noi, suoi figliuoli, è Egli che ha paragonato il suo Cuore a quello di un padre e di una madre. È modello dei figliuoli, perché Figlio del divin Padre da tutta l’eternità ha voluto essere figlio di Maria nel tempo, e come figlio affettuoso si diportò sempre, sia col suo Celeste Padre, sia con la sua Madre divina, e persino con colui, che di padre non gli teneva che le veci. È modello ai giovani e modello ai vecchi, modello ai ricchi e modello ai poveri, modello ai dotti e modello agli idioti, modello ai grandi e modello ai piccoli, modello ai re e modello ai sudditi, modello ai lieti e modello agli afflitti, modello ai giusti e modello persino ai peccatori, perciocché Egli, che non conobbe il peccato, si pose addosso i peccati di tutti gli uomini, ed espiandoli coi meriti della sua passione e morte, indicò anche ai peccatori la via che debbono seguire per riconciliarsi con Dio; insomma egli non è un modello soltanto, ma è il modello per eccellenza, il modello unico, il supremo, il perfettissimo modello di tutti. O Cuore Sacratissimo di Gesù, o scuola, o cattedra di sapienza divina, dove per mezzo dell’esempio si insegnano agli uomini tutte quante le virtù, come non ci appresseremo a voi, per studiarle, per impararle, per ricopiarle in noi? in noi massimamente che intendiamo essere i vostri devoti?

II. — E questo è propriamente il nostro assoluto dovere. Udite. Un giorno si presentarono dal divin Redentore alcuni discepoli dei farisei, da loro appositamente spediti, nella folle speranza di poterlo cogliere in parole. Costoro adunque maliziosamente si fecero ad interrogare Gesù Cristo, dicendo: Maestro, dinne un po’: è egli lecito o no di pagare il tributo a Cesare? Essi pensavano: Se egli dice di sì, noi abbiamo argomento per metterlo in odio presso la moltitudine, che così di mala voglia paga il tributo; e se dice di no, noi avremo il pretesto di accusarlo dinanzi ai Romani, ai quali si paga il tributo. Ma il divin Redentore, conosciuta la malizia del loro cuore: ipocriti, rispose, perché mi tentate? Mostratemi una moneta del tributo; di chi è V immagine e l’iscrizione che v’è sopra? Di Cesare, risposero allora quei discepoli de’ farisei. Dunque, soggiunse il Redentore, rendete a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio: Reddite ergo Cæsari quæ sunt Cæsaris, Deo quæ sunt Dei. ( MATT. XXVIII, 15-22) Stupenda risposta, colla quale Gesù Cristo, non solo fece ammutolire i suoi nemici, ma per mezzo della quale diede pure a noi una grande lezione. Noi, o carissimi, per grazia di Dio siamo Cristiani. E ciò che ci rese Cristiani è il Santo Battesimo, il quale ha impresso sull’anima nostra il carattere, l’immagine di Gesù Cristo, dal quale appunto prendiamo il nome. Ed oh! Abbiamo noi già riflettuto abbastanza a questo benefizio immenso che Iddio ci ha fatto a preferenza di tanti altri uomini? Coloro, i quali ancor « giacciono tra le tenebre e le ombre di morte » giacciono anche ora nell’abbrutimento e nella barbarie. Quell’idolatria, che prima della venuta di Gesù Cristo avviliva la maggior parte degli uomini nelle più stupide ed immorali superstizioni, continua oggidì ad avvilire tanti poveri selvaggi, ed altri che non sono più selvaggi, no, ma restano tuttavia nell’ultimo gradino della civiltà, quali ad esempio i Musulmani ed i Buddisti. Quei costumi così corrotti, in cui gli uomini prima di Gesù Cristo vivevano, a mo’ delle bestie, sono gli stessi costumi, che lì disonorano oggidì, perciocché anche oggidì, dove non risplendette il Vangelo, non vi ha che la schiavitù orribile dei sensi, l’appagamento più animalesco delle passioni e degli istinti della carne. Quella cecità, che prima di Gesù Cristo travagliava gli umani intelletti è la cecità medesima, che pur presentemente rimane fra tanti popoli, facendo loro scambiare il vizio con la virtù e la virtù col vizio, e mantenendo in loro una moltitudine infinita di errori riguardo alla loro origine, alla loro natura ed al loro fine. Noi invece siamo nati in paesi cristiani, noi abbiamo ricevuto il Battesimo, e col Battesimo la fede cristiana, e con la fede cristiana la verità, che ci illumina e che ci guida, la forza che ci anima e ci sostiene, l’adozione di figli di Dio, che ci rende fratelli di Gesù Cristo e ci abilita a diventare suoi coeredi del cielo. Oh! benefizio immenso, che è mai questo! Come non benedire le mille volte quell’anno, quel mese, quel giorno, quell’ora, quel punto, in cui ci avvenne di nascere in terra cristiana e di ricevere, per mano del sacro ministro, su questa nostra fronte quelle acque, che salgono a vita eterna, su queste labbra il sale della vera sapienza, e su questo petto l’unzione dei santi crismi? E qual merito vi era in noi, perché a preferenza di tanti milioni di altri uomini, risplendesse a noi la luce di Dio? Ah! non per altro, dice S. Paolo, non per altro noi fummo chiamati alla vera fede, che pel proposito di Dio, e per la grazia che ci fu data in Gesù Cristo! – Or bene se per la bontà immensa di Dio e per la grazia di Gesù, Cristo noi fummo fatti Cristiani, e se con l’essere stati fatti cristiani noi abbiamo il nome da Gesù Cristo, e di Gesù Cristo portiamo scolpita sull’anima la immagine, di chi siamo noi? a chi dobbiamo appartenere adesso e per sempre? Gesù ce lo ha fatto abbastanza chiaramente intendere con quel suo: Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio. Noi siamo dello stesso Gesù Cristo, del quale portiamo il nome e l’immagine, e dobbiamo appartenere perciò a Lui, a Lui solo, adesso e per sempre. Ma noi ci sbaglieremmo assai, se credessimo, che bastasse a questo fine di avere il nome ed il carattere di Cristiani. Ah! non ostante questo nome e questo carattere potrebbe accadere pur troppo che al termine della vita, presentandoci al tribunale di Gesù Cristo, ci intendessimo a dire da Lui: Nescio vos; non vi conosco! Per poter appartenere a Gesù Cristo adesso e per sempre è necessario, che noi al nome di cristiano facciamo rispondere i fatti. I Cristiani, ha detto S. Bernardo, ricevettero il nome da Cristo, ma è pregio dell’opera che siccome furono eredi del nome, lo siano ancora della santità. Bisogna che noi medesimi attendiamo a manifestare in noi, nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nei nostri desideri, nelle nostre parole, nelle nostre opere la vita di Gesù: Vita Iesu manifestetur in corporibus vestris; (II Cor. IV, 10) bisogna in somma che ci sforziamo di renderci pienamente conformi a Gesù Cristo, seguendo le sue vestigia, imitando i suoi esempi. Perciocché dice S. Paolo: coloro che Iddio ha preveduti con la sua prescienza eterna dover essere nel novero degli eletti, li ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine del suo divin Figliuolo: Quos præscivit, et prædestinavit conformes fieri imagini Filii sui. (Rom, VIII, 29) Ed è per tal guisa appunto che si sono formati i Santi. Si son formati gli Apostoli, che in Gesù Cristo imitarono lo zelo per la salute delle anime e la vita di sacrifizio; si son formati i martiri, che in Gesù Cristo imitarono il coraggio più eroico nell’affrontare la morte per la più santa causa; si son formati i penitenti, che in Gesù imitarono la vita di sofferenza e di mortificazione; si son formati i vergini, che in Gesù imitarono la purità più sublime; si son formati i santi Pontefici, che da Gesù imitarono l’amore per il gregge: si sono formati i santi confessori che in Gesù imitarono il disprezzo dei beni mondani e il desiderio delle cose celesti; si sono formati i santi re, che in Gesù imitarono l’umiltà nella gloria e l’abbassamento nella grandezza; si sono formati insomma tutti i santi, perché, studiando attentamente la loro vita, dobbiamo riconoscere. che sebbene non abbiano potuto imitare in tutto e a perfezione Gesù Cristo, perché ciò non è affatto possibile, ricopiarono tuttavia in se stessi più splendidamente non pochi tratti della sua fisionomia divina. – L’imitazione adunque delle virtù del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo è per tutti gli uomini indispensabile a salute. E tale imitazione, aggiungono i Santi Padri e i Dottori della Chiesa, ha da essere così fedele, che il Cristiano appaia come un altro Gesù Cristo: Christianus alter Christus; perché indarno, dice S. Bernardo, si può credere Cristiano colui, che non segue più che gli è possibile Gesù Cristo; e non assomigliandosi a Lui ne deve temere la punizione. – Epperò notate qui, o carissimi, quanti vi sono tra gli stessi Cristiani, che a questo riguardo da per se stessi stoltamente si ingannano! Perciocché molti vi hanno, che si credono essere seguaci di Gesù Cristo e conseguire un dì l’eterna salute, solo perché hanno ricevuto il battesimo, e credono così in generale ed in confuso alle verità della fede, cui associano molti errori, è fanno qualche volta alcuna di quelle cose che la fede impone. Ma in costoro dov’è l’umiltà e la mansuetudine? dov’è la purezza della vita e il distacco dai beni della terra? dov’è la preghiera e la mortificazione cristiana? dov’è la pazienza e la conformità ai voleri divini? dove sono in somma tutte le altre virtù di Gesù Cristo? Ah! che in costoro di Cristiano non v’è altro pur troppo che il nome, perché, come die S. Agostino, christiani vocantur, et in rebus christiani non inveniuntur. E che importa per costoro il chiamarsi, e ben anche il vantarsi tali, se manca in essi la conformità all’immagine di Gesù Cristo? anzi vi ha in essi la conformità al nemico, all’odiatore di Gesù Cristo, a satana e ne portano sull’anima la fisionomia! quella fisionomia, che con tanta verità ed energia S. Giovanni ha chiamato il carattere della bestia, characterem bestiæ! Perciocché, o carissimi, è questo purtroppo che accade nel Cristiano, allorché non si studia di diventare simile a Gesù Cristo con l’imitare le sue virtù; egli, per contrario, anche non pensandovi, divien simile al demonio, di cui segue le vestigia a preferenza di quelle di Gesù Cristo. Avviane in lui una trasformazione somigliante a quella del superbo Nabucco. Costui volendo essere come Dio, fu da Dio terribilmente punito e da uomo tramutato in fiera. Un dì, passeggiando nella sua corte, guardava i grandi veroni, i giardini pensili, le torri superbe, tutte le magnificenze, che si presentavano ai suoi sguardi, e il suo cuore si gonfiava e la sua anima si esaltava orgogliosa. « Non. è forse questa, diceva egli, la gran Babilonia che io ho costrutto nella pienezza della mia forza e nello splendore della mia gloria? » Egli parlava ancora, quando si udì una voce dal cielo, la quale diceva: « O re, ecco ciò che t’annunzio: il tuo regno è sul finire. Tu sarai scacciato dalla società degli uomini, tu abiterai colle bestie della terra e come il bue tu mangerai l’erba dei campi. » Ed ecco che all’improvviso gli si mutarono le forme della persona, gli si allungarono i peli, gli crebbero le unghie, e divenuto qual bestia, cacciato dalla reggia, fu costretto a pascersi di fieno come il bue. Il somigliante accade, se non nel corpo, nell’anima del Cristiano, che non intende trasformarsi in Gesù Cristo; lasciando di diventar simile a Lui, a cagione dell’abbandono di Dio e delle colpe e dei vizi, a cui si dà in preda, diventa simile non solo ad una bestia, ma alla bestia per eccellenza, come è chiamato satana nelle Sacre Scritture. Or bene se tanto assoluto è per ogni cristiano l’obbligo di imitare le virtù del Cuore di Gesù Cristo, e tanto grave è la disgrazia che incorre chi non adempie quest’obbligo, i veri devoti del Sacratissimo Cuore non dovranno attendere sopra tutti gli altri ad adempirlo? Oh! senza dubbio è a loro massimamente, che Gesù Cristo, come un giorno a’ suoi Apostoli, dice: Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis; (Io. XIII, 15) Io vi ho dato l’esempio, affinché voi facciate come ho fatto Io. Si quis vult post me venire, sequatur me. ( MATTH. XVI, 2 4 ) Chi vuol venire dietro a me, chi vuol essere tra i miei amici, chi vuol amare e stimare davvero il mio Cuore divino, ne imiti le virtù.

III. — Se non che parmi di intendere taluni di voi a dire: Ma come? noi, cristiani, noi, sopra tutto, devoti del S. Cuore di Gesù, dobbiamo imitarlo? Ed è ciò possibile all’uomo, anche più elevato? Non si tratta forse di un modello troppo sublime? Miei cari, io rispondo subito, voi credete adunque che Gesù vi comandi l’impossibile? Vi comanda Egli forse, che lo imitiate in quelle opere che più lo manifestano Dio? Vi comanda Egli di fabbricare il mondo? di operare dei miracoli? di guarire gli infermi? d’illuminare i ciechi? di far risuscitare i morti? Oh no certamente! Lo sfoggio e la pompa della divinità Gesù Cristo non la chiede da voi, che sa essere miserabili creature: egli vi chiede che lo imitiate nella dolcezza, nell’umiltà, nella pazienza, nella misericordia, nella carità, nella purezza, nelle sue virtù insomma e non nella sua gloria. E queste virtù, sempre che voi ne abbiate una vera volontà, non potete ricopiarle? Ditelo, in verità, come non vi sarebbe possibile essere dolci, essere umili, essere pazienti, essere casti, essere amanti di Dio e del vostro prossimo? – Tuttavia è certo, che tutti i nostri sforzi per imitare le virtù del Cuore Sacratissimo di Gesù sarebbero vani, se noi non fossimo aiutati dalla grazia di Dio. Ma ecco lo stesso Santissimo Cuore venire in nostro soccorso, e meritarci e darci con abbondanza questa divina grazia. Gesù Cristo, in quanto Dio, è la sorgente di ogni grazia; ma anche in quanto uomo ha sulla grazia un potere sovrano. Perciocché, se come Dio Egli dà alle sue opere, ai suoi patimenti, alle sue parole, ai suoi sospiri, a’ suoi palpiti un valore infinito, è tuttavia come uomo, cogli atti liberi e santi della sua umanità, che Egli ha compiute tutte queste opere meritorie. Iddio pertanto ricompensando nell’umanità di Gesù Cristo i suoi meriti di valore infinito, ha riversato nel suo Cuore un cumulo infinito di grazie. E questo Cuore ridondante della grazia di Dio, non la riverserà alla sua volta sopra quanti vi si accostano con la loro divozione? Oh sì, è a questa fonte divina, che attingeremo con gaudio l’acqua salutare della grazia di Dio: Haurietis aquas in gaudio de fontibus Salvatoris; (Is. XII, 3) è dalla pienezza di Lui, che tutti riceveremo l’aiuto necessario a ricopiarlo: De plenitudine eius nos omnes accepimus. (Io. I, 16) Lo stesso Gesù ci ha appreso questa confortante verità con la più bella similitudine: « Io sono, egli disse, la vera vite; rimanete in me ed io rimarrò in voi. E come il tralcio non può dare alcun frutto da se stesso, se non rimane congiunto alla vite, così sarà di voi, se non rimarrete in me. » (Io. XV, 1-4) Dal Cuore adunque di Gesù Cristo, per ragione della Divinità, sorgente di tutte le grazie, e per ragione dell’umanità riempiuto da Dio della pienezza delle grazie, si trasfonderà in noi tutti quell’umore vivifico, che ci renderà non solo possibile, ma facile eziandio la imitazione delle sue virtù. Perciocché, se, come insegnano i santi dottori, la pienezza della grazia, che è in Gesù Cristo, è la causa meritoria di tutte le grazie date agli uomini ed agli Angeli stessi del paradiso, e con queste grazie i Patriarchi, i Profeti dell’antica legge, e nella legge nuova gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, i Vergini e i Santi tutti poterono imitare con facilità le virtù del divino modello; per mezzo di tali grazie ciò sarà facile anche a noi, ed anche noi potremo ripetere con l’Apostolo: Omnia possum in eo, qui me confortat: (Phil. IV, 13), io posso tutto nel Cuore di Gesù, che mi riconforta. Ma oltreché il Sacro Cuore con l’abbondanza delle sue grazie, noi ancora con due altri mezzi potremo facilitarci la grande opera della sua imitazione, e sono l’amore e lo studio di questo Cuore Santissimo. Come il fiore spunta dallo stelo, così   l’imitazione nasce dall’amore, perché come mai amare taluno ardentemente e non studiarci di renderci a Lui conformi? E così amando il Sacro Cuore di un amore ardente, sarà sempre più viva in noi la brama di farci simili a Lui. Se Gesù è amato, dice l’Apostolo, sarà pure imitato. Parimenti se praticando la esortazione di S. Paolo: Considerate Jesum: (Hebr. III, 1) fatevi a ben studiare Gesù; e quella di S. Pietro: Crescite in cognitione Domini nostri Salvatoris Jesn Christi: (II Piet., III, 18) Crescete nella cognizione di nostro Signor Gesù Cristo; per mezzo della parola di Dio, dello studio del Vangelo, delle sante letture e considerazioni, noi verremo a conoscere gli ammirabili esempi di Gesù Cristo, tanto più ci sentiremo animati di imitarlo. E non è forse la cognizione degli altrui esempi, massime degli uomini illustri, che ci è sprone efficacissimo ad azioni lodevoli, benché ardue? Il soldato allora si accende nella battaglia, quando con la vista conosce il coraggio del capitano. Così accadde appunto ai soldati di Gedeone; vedendo lui scagliarsi animoso contro i nemici, deposta la timidità, da cui erano stati invasi alla vista delle numerose schiere avversarie, si lanciarono ancor essi a combattere come leoni e le misero in rotta. •sì ancora avvenne ai soldati di Giuda Maccabeo. Nell’in seguire i nemici, incontratisi improvvisamente in un grosso torrente, già si arrestavano per la paura di affogare tragittandolo. Ma avendo visto il fortissimo Giuda pungere il suo cavallo, lanciarlo nelle acque e quasi in un attimo trovarsi dalla sponda opposta, tutti ne seguirono tosto l’esempio. Or ecco ciò che accadrà pure a noi; dalla maggior conoscenza del Cuore di Gesù Cristo noi saremo fortemente eccitati a ricopiarlo in noi medesimi. – Coraggio adunque: il Sacro Cuore di Gesù, modello perfettissimo di tutte le virtù ci si pone innanzi come l’ideale, a cui, come Cristiani e devoti suoi, dobbiamo aspirare di pervenire. La grazia per conseguire questo gran fine non ci verrà meno. Nell’amore e nello studio di questo Cuore Santissimo accendiamoci ognor più dal desiderio di riprodurlo in noi, ed allora potremo essere certi, che questo Cuore istesso, dopo di essere stato il nostro modello di vita, sarà il nostro premio e il nostro gaudio in cielo. Sì, o Cuore Sacratissimo di Gesù, questo sarà d’ora innanzi il nostro sommo ed unico impegno, renderci simili a Voi più che sia possibile, ricopiando nel cuor nostro le vostre splendide virtù. Ma deh! riguardando voi alla debolezza nostra, degnatevi di venire in nostro aiuto. Nella vostra infinita misericordia state a noi vicino in tutti gli istanti del vivere nostro e fateci sentire la vostra dolcissima presenza, affinché siamo animati a mirarvi e a ricopiarvi. Fate, insomma, che ci vestiamo delle vostre virtù, e ci accendiamo dei vostri affetti, affinché meritiamo di renderci conformi all’immagine della bontà vostra e di essere partecipi della vostra Redenzione.

Primo fine della devozione al SACRO CUORE DI GESÙ: amarlo

Primo fine della divozione al Sacro di Gesù: Amarlo.

[Sac. A. Carmignola: IL SACRO CUORE DI GESÙ; S.E.I. Ed. Torino, 1920 – IV disc. ]

Il grande S. Agostino ha detto che la vita del cuore è l’amore: Vita cordis amor. E ciò è conforme a quel che scrisse l’Apostolo S. Giovanni: Qui non diligit manet in morte. (I Jo. III, 14) Ma in quale amore il cuore troverà la vita? Nell’amore dei beni, dei piaceri, degli onori, delle creature di questa terra? No, o miei cari. Questo amore non procaccia al cuore che affanni, agitazioni, torture, infelicità e morte. Lo stesso S. Agostino esclamava: « O Signore, tu ci hai fatti per te, ed è inquieto il nostro cuore, finché non riposi in te. » Solo l’amore di Dio, di Gesù Cristo, può renderci contenti e dare al nostro cuore la vera vita. Ora se l’amor di Dio e di Gesù Cristo (perciocché amar Dio non è altra cosa che amar Gesù Cristo ed amar Gesù Cristo è lo stesso che amar Dio) è l’unico amore, che ci rende veramente felici, certamente sarebbe già stata gran cosa, se Gesù Cristo ci avesse anche solo permesso di amarlo, perché chi siamo noi a petto di lui, maestà infinita, da pensare di poterlo amare? Ma, oh bontà immensa del Cuore! Non solo ci ha permesso di amarlo, ma lo vuole e lo brama ardentissimamente; e per assicurarsi più che gli era possibile che lo amassimo, ce ne ha fatto un formale comando: Diliges Dominum Deum tuum ex toto eorde tuo: (MATTH. XXII. 37) Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore. Anzi. questo non è soltanto uno de’ suoi comandi, ma è il primo di tutti: hoc est maximum etprimum mandatum; (MATTH. XXII, 38) e al tempo stesso il fine di tutti, perché  tutti gli altri non tendono che a preparare ed assicurare l’adempimento di questo. Più ancora, l’amor di Dio è la pienezza della legge: plenitudo legis; (Rom. XIII, 8) è il vincolo della perfezione: vinculum perfectionis, (Col. III, 14) perché non è possibile amare Iddio e trasgredire alcuno de’ suoi precetti, e chi ama Iddio non può stare unito a lui con un legame più perfetto di quello dell’amore, essendo che Dio è carità e chi sta nella carità, dice S. Giovanni, sta in Dio, e Dio sta in lui: Deus caritas est, et qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo. (Jo. IV, 16) L’amor di Gesù Cristo pertanto è per noi la cosa più essenziale, la cosa che surroga tutto, ma che nulla può surrogare, la cosa che esistendo fa riuscire tutto a bene, ma che mancando, tutto va a male, la cosa più assolutamente indispensabile. « Sì, dice l’Apostolo Paolo, quando io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo sonante, e come un cembalo che squilla. E quando avessi lo spirito di profezia e intendessi tutti i misteri e tutto lo scibile; e quando avessi tutta la fede, talmente che trasportassi le montagne, se non ho la carità, sono un niente: e quando distribuissi in nutrimento dei poveri tutte le mie facoltà, e quando sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carità, nulla mi giova. » (1a Cor. XIII, 13) Chi non ama nostro Signor Gesù Cristo non può far parte della società dei credenti: Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum sit anathema. ( I Cor. XVI, 22). Ora, o carissimi, compiamo noi questo nostro supremo dovere? Ahimè! Forse dobbiam rispondere che amiamo ogni altra cosa, ma poco o nulla quel Gesù, che dobbiamo amare sopra tutto. Ebbene a correggere questo nostro grave mancamento è indirizzata particolarmente la divozione al Sacro Cuore di Gesù. Questo è il suo primo fine. Il Divin Redentore rivelando a Santa Margherita Alacoque il suo Cuore « che tanto ha amato gli uomini » prese a gridarci gagliardamente: Ricambiatemi di amore, datemi amore, non cerco altro che amore: Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? (Luc. XII, 49) Son venuto con questo mio Cuore a portare un’altra volta in terra il fuoco della carità, e non bramo altro se non che si riaccenda. Per raggiungere adunque il primo fine della divozione al Sacro Cuore di Gesù, facciamoci oggi a considerare quanto il Sacro Cuore sia degno di essere amato.

1. — L’amore, questo allettamento, che niuna parola può esprimere, e che ci sospinge verso un oggetto in modo da dargli noi stessi, o più ancora da trasfonderci in lui se fosse possibile, l’amore, la più incomprensibile meraviglia di nostra natura è il bisogno più profondo, più prepotente e più irresistibile del nostro cuore. Non appena spunta nell’uomo, ancor piccolo bambino, il primo bagliore della conoscenza, non appena egli può fermare l’occhio sopra alcun oggetto ed esserne lievemente colpito, la fiamma dell’amore si desta in cuor suo e col crescere della vita ingigantisce smisuratamente fino a che arrivato ad un tempo in cui dispera di poter destare altri incendi, a poco a poco sminuisce, senza però spegnersi affatto che con lo spegnersi della vita. – Ma quali sono mai le cagioni che accrescono nel cuore dell’uomo una tale fiamma? Sono tre principalmente: la bellezza, la bontà e la potenza. Anzi tutto la bellezza, questo dono grande e terribile ad un tempo, che Iddio si compiacque di spargere sulle sue creature, questo raggio di cielo, che può bene nelle anime sante sollevare in alto le lor menti e i loro cuori alla contemplazione ed all’amore della bellezza unica ed eterna, ma che, ahi ! troppo spesso, trascina le anime volgari, che sono anche la più parte, ad amori idolatri e sommamente colpevoli. In secondo luogo la bontà, che può ben suscitare un amore più ordinato e casto che non la bellezza, ma che è troppo rara quaggiù e non esercita sempre una grande attrattiva. Da ultimo la potenza, da cui con amore d’interesse si sperano favori, od alla quale nelle anime ben nate si volge l’amore di gratitudine per i benefizi già ricevuti. Ebbene, queste tre cagioni principali dell’amore si trovano tutte tre nel Cuore Sacratissimo di Gesù in sommo grado, ma di tal natura, che non possono non spronarci all’amore più giusto, più puro e più santo, per poco che ci facciamo a contemplarle con gli occhi della fede. Ed anzi tutto nel Cuore di Gesù vi è una somma bellezza. E qui non intendo parlare della bellezza esterna della persona, che forma ora l’ornamento e lo splendore del Paradiso, e che un giorno sulla terra, come dice S . Girolamo, rivelandosi nella maestà della fronte, nella serenità degli occhi, nel sorriso delle labbra, nella dolcezza del sembiante, nella grandezza ed amabilità del portamento, esercitava un fascino irresistibile sopra i cuori degli uomini, guadagnandoli al suo amor divino; io parlo soltanto e propriamente della bellezza interna del suo Cuore, bellezza, la quale spicca massimamente per gli splendori della grazia, della sapienza e della santità. – Non appena il Cuore di Gesù diede i suoi primi palpiti, per cagione dell’unione ipostatica, furono palpiti dati subito nella pienezza della grazia. No, in essa la grazia non sopravvenne quale cosa accidentale, ma dalla Persona divina fluendo nella natura umana, vi si trovò tosto sostanzialmente e necessariamente. Cosicché in quel Cuore santissimo fin dal primo istante della sua esistenza, inabitandovi la pienezza della divinità, vi fu tosto la bellezza della divinità medesima. Ma oltre di ciò, perché questo Cuore era della nostra stessa natura, doveva partecipare altresì alle perfezioni, che il nostro cuore può avere. E poiché la più bella perfezione che possa avere il cuor nostro, è la grazia santificante, che lo rende oggetto di compiacenza agli occhi di Dio, così anche nel Cuore di Gesù Cristo, avverandosi la parola del profeta: Requiescet super eum Spiritus Domini, (Is. XI, 1) si posò lo Spirito Santo e vi riversò senza misura tutte le ricchezze ineffabili della grazia santificante. – Ed insieme coi tesori della grazia vi sono pure in Lui tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio: In quo sunt omnes thesauri sapientiæ. et scientiæ Dei absconditi. (Col. II, 3). In Lui la conoscenza intima di Dio, del suo essere, della sua unità, delle sue perfezioni, delle sue operazioni intime, della sua vita, di tutto ciò insomma che per noi è profondissimo mistero; in Lui la conoscenza di tutti i tempi presenti, passati e futuri, di tutti gli esseri che esistettero che esistono ed esisteranno, di tutta la natura e di tutte le sue forze più latenti e più misteriose. In lui la conoscenza di tutti gli Angeli del Cielo dall’infimo dell’infima gerarchia al più alto della gerarchia più alta, di tutti gli uomini dal principio sino alla fine del mondo, di tutti i loro cuori, di tutti i loro pensieri, di tutti i loro sentimenti, di tutti i loro affetti, di tutte le loro opere, di tutte le loro parole, di tutte le grazie che ricevono, e di tutte le colpe che commettono; in Lui insomma la conoscenza infinita di tutto ciò, che è finito e di ciò eziandio che è infinito. Epperò ben a ragione contemplando questo Cuore Santissimo di Gesù, raggiante dell’infinita sapienza di Dio, si ha da esclamare: O profondità delle ricchezze, della capienza e della scienza divina! 0 altitudo divitiarnm sapientiæ et seientiæ Dei! (Rom. XI, 33) – Ma ciò non è ancor tutto, perciocché il Cuore di Gesù così bello per i tesori della grazia e della sapienza, non lo è meno per quelli della santità. In Lui la santità è la più sublime che si possa immaginare; è desso .per eccellenza il Cuore santo, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori: Sanctus, innocens, impollutus, segregatus a peccatoribus. (Hebr. VII, 26) Sebbene nella sua immensa bontà per noi esso abbia voluto farsi in tutto e per tutto simile al cuor dell’uomo, in questo solo tuttavia ha fatto eccezione, e non ebbe mai sopra di sé neppur l’ombra della più piccola colpa. Oh! Ben sicuramente egli poté volgersi ai suoi nemici e lanciar loro questa nobile sfida: Chi di voi mi accuserà di peccato? Quis ex vobis arguet me de peccato? (Jo. VIII, 46) perché in tutta la sua vita di trentatrè anni, pur facendo libero esercizio della libertà, fin dal primo istante della sua concezione, né contrasse né conobbe mai che fosse la colpa. Oh santità! Oh bellezza meravigliosa! 1 santi, che nel corso di loro vita corrisposero fedelmente all’azione della grazia divina, già ci appaiono ben degni della nostra ammirazione; ma che cosa sono essi mai, anche uniti tutti assieme, in confronto della santità del Cuore adorabile di Gesù Cristo? Neppur tutto lo splendore degli Angeli del Paradiso vale a darci un’idea della bellezza di questo Cuore, perché negli Angeli del Paradiso, per quanto perfetti, Iddio trova delle macchie: In Angelis suis reperit pravitatem; (IOB. IV, 18) ma nel Cuore di Gesù invece il Divin Padre, rivolgendo lo sguardo, trova l’oggetto di tutte le sue compiacenze: Ecce Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui. (MATT. XVII, 5). Ma se il Cuore Sacratissimo di Gesù è già così amabile per la sua bellezza, chi potrà dire quanto lo sia per la bontà? Immaginate pure quanto vi ha di più tenero, di più sensibile, di più delicato, di più magnanimo; immaginate un cuore, che non possa vedere una lagrima senza commuoversi, che non possa guardare un misero senza intenerirsi; immaginate un cuore, che sia ripieno di tutte le impazienze e di tutte le sollecitudini per amare, e che nell’amare non si arresti né per indifferenze, né per rivolte, né per tradimenti, né per ingratitudini, che anzi abbandonato, vilipeso, disprezzato da coloro che maggiormente ha amati, provi il bisogno di amarli ancora; immaginate un cuore, che pieno di ogni ricchezza doni tutto quello che ha, e poi rimpianga di non poter dare di più, e vagheggi di sopravvivere nell’amore e vada perciò ricercando mille industrie per amare sempre, in ogni tempo, da per tutto, tutti gli uomini del mondo; tuttavia non arriverete che a raffigurarvi assai pallidamente la bontà del Cuore Sacratissimo di Gesù Cristo. I Santi non sapendo altrimenti darcene una idea, la dicono bontà d’un cuore di padre, di sposo e di amico. E questi sono pure i titoli con cui, a significarci la bontà del suo Cuore, Gesù Cristo o si è chiamato Egli stesso o si fece chiamare dalle Sante Scritture. Ed invero la sua bontà è veramente quella di un padre, perché è Egli che venne nel mondo per darci la vera vita e darcela abbondantemente: Ego veni ut vitam habeant et abundantius habeant. ( Jo. X, 10) E come un padre terreno, che non pago di aver concorso a dar la vita fisica ai figliuoli, si travagli a ancora per dare agli stessi la vita morale, così Gesù Cristo, dopo di averci data la vita della grazia, continua ad accrescerla in noi con la ricchezza de’ suoi tesori celesti è col provvederci incessantemente tutti gli aiuti che ci abbisognano, perché abbiamo a raggiungere il nostro fine. E che dire della tenerezza di questo Cuore veramente paterno verso i figli che più ne abbisognano? Durante la sua mortal vita è propriamente ai figliuoli più rozzi, più meschini, più infelici, che Egli rivolgeva di preferenza le attenzioni amorose del suo Cuore. E con quanta bontà trattava le turbe, benché così incostanti nel seguirlo! Con quanta bontà trattava gli Apostoli, benché così difficili ad essere ammaestrati e così tardi di cuore a prestargli fede! Con quanta bontà trattava i poveri, gl’infermi, i lebbrosi, benché così piagati? ributtanti! Con quanta bontà trattava i peccatori! Questi uomini avviliti, che dalla superbia de’ Farisei erano crudelr_:e condannati, nel suo Cuore pieno di compassione trovavano sempre un sicuro rifugio; e per assicurarci viemeglio di ciò, egli dipingeva il Cuor suo sotto l’immagine del cuore di un padre, che si strugge dalla gioia nel riabbracciare il suo pentito figliuolo. – La bontà del Cuore di Gesù è la bontà di un cuore di sposo. Pel mistero della grazia Egli si unisce alle anime nostre con uno sposalizio assai più perfetto, che non siano le nozze nell’ordine naturale. Ed unito per tal guisa ad un’anima, chi sa dire le finezze di bontà, che le prodiga? Come uno sposo indovina i desideri della sposa, ed amandola, prontamente l’appaga, così fa il Cuore di Gesù con le anime sue dilette. Egli legge in fondo al loro essere i bisogni che hanno, e con l’abbondanza delle sue grazie si fa premuroso a soddisfarli. Egli si intrattiene sempre con esse e del continuo le ispira al bene, le conforta nei pericoli, le consola negli affanni, le inebria in ogni circostanza di infinite dolcezze. Oh! è bensì vero che il mondo materiale e miscredente non sa, non intende, non crede neppur possibili queste relazioni così intime e così sublimi tra Gesù Cristo e le anime, che lo amano; ma con tutto ciò non lasciano di esser vere e di  rivelare la bontà immensa del Cuore di Gesù per noi. E se interrogassimo le anime sante, come quelle di una sant’Agnese, di una santa Catterina da Siena, di una santa Teresa di Gesù, di un S. Bernardo, di un S. Filippo Neri, di un S. Francesco Saverio e di mille altri  serafini d’amore che gustarono vivamente le delizie dello Sposo divino, ce ne direbbero senza dubbio delle meraviglie. – La bontà del Cuore di Gesù è ancora bontà di cuore d’amico. « Chi ha trovato un vero amico, ha trovato un tesoro, » dice lo Spirito Santo. Ed invero se tu hai un vero amico, hai chi riceve nel cuore i tuoi segreti e li custodisce, chi ti consiglia nei dubbi, chi ti aiuta nelle necessità, chi ti sostiene nei pericoli, chi ti ristora in tutta la vita, chi vive anzi per te stesso ed è pronto a sacrificarsi per te. Ma tal amico, oh quanto è difficile trovarlo tra gli uomini! Molti saranno coloro, che ti si spacceranno per tali, ma alla più piccola sventura che t’incolga, non tarderai a riconoscere la loro ipocrisia. Il Cuor di Gesù invece è il cuore di un amico vero, di un amico fedele, di un amico generoso. E chi andrà a confidare i suoi segreti a questo Cuore Santissimo col timore che gli siano svelati? Il Cuore del sacerdote, che nel Sacramento della penitenza rappresenta il Cuore di Cristo, è a somiglianza di uno di quei pozzi che vi sono sulle montagne, nei quali gettata entro una pietra, non sarà possibile cavamela fuori più mai. E chi ricorrerà per consiglio, per aiuto, per sostegno al Cuore di Gesù e non avrà tosto quanto egli brama? Un giorno Egli si fece vedere dal tabernacolo a S. Giovanni Berchmans con una corona di rose in mano, simbolo delle sue grazie, e gli disse che era pronto a donarle a chiunque si fosse appressato a domandargliene. E quando è mai che il Cuore di Gesù ci abbandoni? Porse nella povertà? Forse nel disonore? Forse nell’abbandono degli uomini? Forse nel carcere? Forse sul patibolo? Forse in vita? Forse in morte? Ah! mai e poi mai Gesù non ci abbandona: Egli ci sta sempre dappresso, anche allora che noi rifiutiamo la sua amicizia, anche allora che siamo in peccato, Egli si avvicina al nostro cuore e batte con le sue grazie per poterci rientrare. E infine che cosa non ha fatto per noi questo amico generoso? Lo stesso Gesù ha detto, che non vi ha carità maggiore di colui, che dà l a sua vita per i suoi amici: ed Egli la diede, ma ciò che è più meraviglioso, non per i suoi amici, ma per i suoi nemici, quali sono gli uomini per il peccato. Egli infine nel Sacramento dell’amore trovò il modo di restar sempre in mezzo a noi, di farsi persino il cibo delle anime nostre! Oh amico senza confronto! Oh bontà veramente ineffabile! – Chi è adunque, che non amerà un cuore così bello, così buono, epperò così amabile? Se anche da lontano noi intendessimo esservi una persona ammirabile per queste doti, non è egli vero che, anche senza conoscerla, noi ci sentiremmo dolcemente forzati ad amarla? E il Cuore di Gesù, ripieno di bellezza, di bontà infinita, sarà da noi così poco amato? Oh Dio! esclama sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Gesù che solo è amabile, Egli solo par che sia il mal fortunato con noi, non potendo giungere a vedersi da noi amato, come se non fosse abbastanza degno del nostro amore! È  così le fragili bellezze, le meschine bontà delle creature hanno maggior forza per guadagnare i nostri cuori, che non abbia il Cuore Santissimo di Gesù! Questo è quel che faceva piangere le Rose di Lima, le Caterine di Genova, le Terese, le Marie Maddalene de” Pazzi, le quali, considerando queste ingratitudini degli uomini, esclamavano piangendo: « L’amore non è amato! L’amore non è amato! » Orsù adunque, se vogliamo corrispondere degnamente al fine della divozione al Sacro Cuore, finiamola una volta con quegli amori delle creature, che non fanno altro che deturpare e gettare in affanno le anime nostre; amiamo soltanto più questo Divin Cuore, nel cui amore le anime nostre si faranno belle e buone della sua stessa bellezza e della sua stessa bontà.

II. — E ciò è richiesto dal nostro stesso interesse. Il mellifluo S. Bernardo oltre al chiamare il Cuore di Gesù Cuore di fratello e di amico, lo chiama altresì Cuore di re: Cor E ben a ragione, perché Gesù Cristo è re davvero, onde disse Egli stesso a Pilato: Rex sum ego. ( Jo. XVIII, 37). Ma Egli è re che regge realmente, re che ordina, governa e comanda con ogni potere tutto quanto il creato. Così ancora dichiarò Egli ai suoi apostoli: Data est mihi òmnis potestas in cœlo et in terra: (MATT. XXVIII, 18) A me è stata conferita ogni potestà in Cielo ed in terra. E come non sarebbe così, se Egli è Dio creatore e padrone assoluto degli Angeli, degli uomini, e di tutti quanti gli altri esseri creati? Ma perché non ne dubitassimo punto, durante la sua mortal vita Egli ce ne diede le prove più grandi. Alle nozze di Cana in Galilea, dando principio alla serie dei suoi strepitosi miracoli, comandò all’acqua di diventar vino, e l’acqua obbedì facendosi vino generoso. Sul lago di Genezaret addormentato a poppa di una nave, allorquando la tempesta mugge e minaccia di sommergerla, al grido degli Apostoli atterriti si desta; comanda ai venti ed al mare di ricomporsi in pace, e questi gli obbediscono e torna la calma perfetta. Nel deserto le turbe, che da più giorni lo seguono, mancano di cibo e stanno per venir meno, ma Egli comanda ad alcuni pani e a pochi pesci di moltiplicarsi e questi obbediscono e bastano a satollare migliaia di persone. Nei borghi, nei villaggi, nelle città dove Egli passa, sono recati a Lui sulle pubbliche piazze infermi d’ogni maniera perché li guarisca, ed Egli comanda alle infermità di lasciarli in salute, e le infermità obbediscono alla sua voce e se ne vanno; ed ecco i sordi che odono, i ciechi che vedono, gli storpi che si drizzano, i paralitici che si alzano dai loro letti e lo portano via sulle spalle, i lebbrosi che sono mondati, gl’infermi d’ogni malattia che sono sanati. Né solamente sulle infermità Gesù Cristo fa sentire il suo potere, ma ancora sulla morte istessa, ed al suo comando l’unico figlio della vedova di Naim, la figlia di Giairo, ed il fratello di Marta e Maddalena, dopo d’essere stati vittime della morte, riprendono la vita e risuscitano. Gli stessi demoni così superbi, così potenti cogli uomini, diventano piccoli e miserabili dinanzi a questo Re dell’universo, ed al suo imperioso comando escono frementi di rabbia dal corpo degli ossessi e se ne vanno dove egli li rilega, nel corpo di vili animali. E quale è poi la potenza che egli esercita a suo riguardo? Davanti a coloro che lo vogliono lapidare ei si rende invisibile; innanzi ai suoi Apostoli prediletti si trasfigura diventando col volto più fulgido del sole e colle vesti più candide della neve; a coloro che vanno per catturarlo dice una parola soltanto ed essi cadono tutti all’indietro. Sul Calvario poi inchiodato sulla croce, non sembrando più altro che la debolezza in persona, pur fa tremare la terra ed oscurare i cieli, fa che si spezzino le rocce, si aprano i sepolcri, risuscitino i morti, si squarci il velo del tempio, sicché gli stessi suoi crocifissori dicano, battendosi il petto: Vere Filius Dei erat iste! (MATT. XXVII, 40). Ah! costui era veramente Figlio di Dio. E da ultimo per sua propria virtù risorge trionfante da morte e dopo essere rimasto ancora quaranta giorni con i suoi Apostoli se ne sale al Cielo. Quali prove adunque della potenza del Cuore di Gesù Cristo? Sì, del Cuore; perché l’onnipotenza spontanea che Gesù Cristo dimostra non è altro se non l’effetto dell’amore e della misericordia per gli uomini. Tutti i miracoli da Lui compiuti sono atti di beneficenza, atti che mirano a prevenire od a togliere le sventure, atti che hanno per iscopo di trasformare le anime e di salvarle, di trarre a sé le menti ed i cuori, degli uomini, atti perciò che inducono le moltitudini a circondarlo, sia per fare appello fiduciosamente al suo potere, sia per rendergli grazie dell’esperienza, che già ne hanno fatta. – Ma la potenza del Cuore Sacratissimo di Gesù non si è ora abbreviata; epperò tutto quello che Egli fece nella sua mortal vita, e mille volte di più, Egli è pronto a fare ora e sempre per il bene delle anime nostre e per guadagnarsi l’affetto dei nostri cuori. Sì, certamente ora non sempre ad ogni nostra invocazione opererà un miracolo, perché ciò non è affatto necessario, benché se fossero tutti conosciuti quelli che opera anche oggidì in tutto il mondo, si vedrebbe non essere per nulla inferiori di numero e di grandezza a quelli operati un giorno nella Palestina. Ma per darci all’amore del Cuore di Gesù Cristo abbiamo noi bisogno di miracoli? Non ci basta il sapere che Egli può scamparci dai pericoli del corpo e dell’anima? Che Egli può guarirci dalle nostre malattie o darci la pazienza di sopportarle? che Egli può soccorrerci nelle nostre sventure o darci la forza per assoggettarvici con rassegnazione e con merito? Che Egli può liberarci dalle tentazioni del demonio od assisterci, perché ne siamo vincitori? che Egli può domare le nostre cattive inclinazioni e farci santi? Un giorno Gesù parlando a Santa Margherita le disse: «Non temere, o mia diletta, perché tu non mancherai di soccorso, se non quando questo mio Cuore mancherà di potenza. » Or queste confortanti parole il Divin Redentore rivolge ancora a noi tutti, suoi devoti. E siccome la potenza del Cuore di Gesù non verrà meno in eterno, perciò dobbiamo ritenere, che Egli sempre eserciterà a pro delle anime nostre il suo infinito potere, purché noi ce ne rendiamo degni col nostro sincero amore per Lui. Coraggio adunque, o carissimi, quando la bellezza e la bontà del Sacratissimo Cuore non bastassero ancora ad indurci al suo amore, ci sproni almeno il nostro interesse, nella considerazione della debolezza nostra e della sua potenza; amiamolo questo Cuore Santissimo, almeno per gli aiuti che ce ne possono venire, epperò d’ora innanzi ripetiamo sempre efficacemente: Diligam te, Domine, fortitudo mea; (Ps. XVII, 1) o Cuore Santissimo di Gesù, Signore del Cuor mio, io vi amerò, perché voi siete la mia forza. –

III. Ma non basta, o miei cari, che noi ci risolviamo di amare il Cuore di Gesù, o che diciamo di amarlo È necessario che lo amiamo di fatto con un amor vero. E perché il nostro amore sia tale, fa duopo anzi tutto che sia un amore attivo, fecondo di buone opere e di generosi sacrifici. No, non sono parole che il Cuor di Gesù cerca da noi, ma opere: non… verbo et lingua, sed opere et veritate, ( I Jo. III, 18) perché prova dell’amore è l’esibizione dell’opera; non sono preghiere soltanto, che Egli vuole da noi, benché anche queste gli siano tanto care, ma l’adempimento della sua santa volontà, giacché questa è la livrea, a cui si riconoscono i suoi veri amanti: qui habet mandata mea et servat ea, illi est qui diligit me; (Jo. XIV, 15) no, non sono unicamente tenerezze affettuose ed amorose compiacenze, che Egli richiede da noi, benché anche queste gli tornino gradite, ma fatti veri e reali nell’esecuzione precisa di tutti i suoi santi precetti. Non basta. Per amare il Cuore di Gesù bisogna sottostare alla fatica per Lui, soffrire per Lui, bramare che ci manchi qualche cosa per Lui, gradire le malattie o qualche disgrazia per Lui. Chi ama, deve abbracciare con gioia anche i tormenti e le sofferenze pel diletto. Oportet amantem omnia dura et aspera propter dilectum libenter amplecti. (Imit. 1. III, c. V) E colui che non è pronto a patir e ad abbandonarsi interamente alla volontà di colui che ama, non merita di essere chiamato amante: Qui non est paratus omnia pati, et ad voluntatem stare dilecti, non est dignus amator appellari. (Ibid.) Or ecco perché i Santi tanto anelavano di patire, e un S . Francesco d’Assisi giubilava in mezzo alla penuria ed alla nudità; e un S. Giovanni della Croce domandava per compenso a Gesù di patire ed essere disprezzato per Lui: e una S. Teresa esclamava: O patire, o morire: e una S. Maria de’ Pazzi soggiungeva: Patire e non morire. Tutto ciò era effetto dell’amor vero, che nutrivano in cuore per Gesù Cristo. In secondo luogo, per amare il Cuore di Gesù di un amor vero, bisogna amarlo di un amor sovrano. Con ciò non s’intende già di dire che lo dobbiamo amare di un amor esclusivo, cioè senza amar affatto il prossimo; il pensar ciò sarebbe un’empietà ed una pazzia. Gesù Cristo anzi ci ha insegnato e con le parole e con l’esempio, che amare il prossimo è precetto simile a quello di amare Iddio; ma nel tempo stesso ci ha appreso ancora che il prossimo dobbiamo amarlo in Dio, con Dio e per Iddio, e che, per quanto vivo e tenero sia l’amor nostro verso del prossimo, deve sempre essere sovranamente superato dall’amor di Dio. Chi ama il padre o la madre, ha detto Gesù Cristo, chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me: Qui amat patrem aut matrem plusquam me non est me dignus; et qui amat filium aut filiam super me, non est me dignus. (MATT. X, 37) Il Cuore di Gesù adunque vuol essere amato sovranamente. Ed è questo l’amore con cui noi lo amiamo? O non vi sarebbero invece nel cuor nostro degli amori, che eclissano l’amore di Gesù Cristo! Non vi sarebbe in noi la stolta pretesa di mettere a paro l’amore di Gesù Cristo con quello delle creature? Di dare un po’ del cuor nostro a Lui e il resto agli amici e ai beni del mondo? Ah! il Cuore di Gesù, santamente geloso, di questa ingiustissima divisione troppo resterebbe afflitto! Egli vuole assolutamente, che neppure un affètto solo non sia ordinato a Lui. È quello che assai chiaramente fece conoscere alla sua dilettissima S. Rosa di Lima. Questa santa verginella erasi già distaccata da tutto il mondo e non viveva più ad altro che a Dio in continue orazioni. E volendo talora sollevarsi qualche poco dalle sue lunghissime contemplazioni, si tratteneva a coltivare ed innaffiare una pianta di basilico; ed essendo già cresciuta fronzuta e bella si godeva l’innocente piacere di guardarla qualche volta. Quando un dì tornata essa a rivedere il suo basilico, vide rovesciato il vaso, sparsa qua e là la terra e sfrondata la pianta. E a questa vista, ohimè! disse la Santa, chi mi ha così rovinato il mio caro basilico? E in questo dire girando gli occhi, vide dinnanzi a sé  il divin Salvatore Gesù, che tutto accigliato e fosco le rispose: « Sono io, che ho strappato il basilico, perché non voglio che veruno de’ tuoi affetti sia dato ad altro che a me. » A tali parole si confuse la Santa, e gettatasi per terra chiese perdono a Gesù del suo fallo. Ora, o carissimi, se dispiacque a Gesù quell’affètto così innocente per una pianta, come potrebbero piacergli quegli amori, con cui noi amiamo le creature e i beni del mondo a preferenza di Lui? Come anzi non ne sarebbe sommamente sdegnato? Ah! per professare al Sacratissimo Cuore una vera divozione, gridiamo adunque efficacemente come gridava S. Francesco di Sales: « Se io sapessi che nel mio cuore vi è una sola fibra che non fosse per Iddio, me la vorrei tosto strappare e gettarla lontano come un veleno. » Imitiamo l’esempio de’ Santi, che sono stati pronti per amore di Gesù, a sacrificare anche gli amori più vivi e più teneri, di padre, di madre, di figlio, di sposo, di amico, sempre che questi amori non potevano conciliarsi coll’amore di Gesù Cristo. E se fosse necessario, siamo pronti come i martiri a sacrificare piuttosto la vita, anzi che rinnegare l’amore di quel Dio, che nel Cuore di Gesù si mostra degno del nostro sovrano amore. Finalmente il Cuore di Gesù per essere amato di un amor vero deve essere amato di un amore costante. Pur troppo, o miei cari, riandando la vita passata vi saranno non pochi tra di noi, che già avanzati negli anni, come S. Agostino dovranno dire: Signore Gesù, assai tardi ti ho conosciuto, assai tardi ti ho amato; Sero te cognovi, sero te amavi. E in questo caso che altro dovremmo fare per l’avvenire, se non imitare quei Santi, che pur avendo offeso Iddio con gravi peccati, si fecero a ripararli con l’amor penitente, con le lagrime della contrizione? Ma chi sa pure quanti altri, giovani ancora, andranno forse dicendo in cuor loro: Più tardi, quando i ghiacci dell’età avranno raffreddato i nostri sensi, quando la vita sarà logora, quando in essa non vi sarà più nulla per il mondo, più nulla per il piacere, più nulla per le passioni, allora approfitteremo della calma dei nostri vecchi anni per amicarci con Gesù Cristo e dargli il nostro amore! Oh se mai ve ne fossero: Giovani, griderei, non siate così insensati da gettare il fior di vostra vita. Indarno correte in cerca di felicità nei piaceri del mondo e nella soddisfazione dei sensi. Gli amori terreni non susciteranno in voi che affanni ed amarezze; e il più crudo disinganno non tarderebbe a mostrarvi quanto vi siate avviliti. Ma siamo noi giovani, siamo noi vecchi, se Dio ci ha fatto la grazia, massime nella divozione al Sacro Cuore di Gesù, di conoscerlo e di cominciare davvero ad amarlo, deh! non cessiamo di amarlo un istante solo. Amiamolo oggi e amiamolo domani, amiamolo di giorno e amiamolo di notte, amiamolo nella pace e amiamolo negli affanni, amiamolo nella prosperità e amiamolo nelle cose avverse, amiamolo nella gioia e amiamolo nel dolore, amiamolo sempre, amiamolo eternamente. Anche noi con l’Apostolo Paolo ripetiamo: « Chi ci separerà dalla carità di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la fame, la nudità, il pericolo, la persecuzione, la spada? Io son sicuro che né la morte, né la vita, né gli Angeli, né i principati, né  le virtudi, né  il presente, né l’avvenire, né la violenza, né ciò che è in alto, né ciò che è al basso, né qualsivoglia creatura potrà dividerci dalla carità di Dio, la quale è in Cristo Gesù Signor nostro. » (Rom. VIII, 35-39). Che anzi studiamoci incessantemente di accrescere pel Cuore di Gesù il nostro amore. No, quando si tratta di amare quel Cuore, che tanto ci ha amato, non bisogna mai dire: Basta. Quando pure avessimo sostenute tutte le malattie di S. Liduina, quando avessimo sofferto come san Francesco di Assisi i dolori della crocifissione, quando avessimo fondato come S. Teresa trentadue monasteri, quando avessimo procacciata la pace alla Chiesa come S. Caterina da Siena, quando avessimo convertito intere nazioni come san Francesco Saverio, quando avessimo faticato come S. Paolo ed amato come S. Giovanni, pensiamo e confessiamo, che non abbiamo ancor fatto nulla, in confronto di quello che ci resta a fare, per amare il Cuore di Gesù Cristo, come merita di essere amato. Ad ogni modo troviamoci sempre con tali vampe in cuore, che alla domanda del Cuore di Gesù: « Mi ami tu veramente? » possiamo rispondere come S. Pietro: « Signore, tu sai il tutto: e tu conosci che io ti amo. » ( Jo. XXI, 15-17). Sì, o Cuore Sacratissimo, voi sapete il tutto e vedete come nel cuor nostro vi sia almeno il desiderio di amarvi. Eccoci dunque interamente a voi. Si chiudano per sempre questi nostri occhi, se cercheremo le nostre compiacenze in altra bellezza, e bontà fuorché nella vostra. Si inaridisca per sempre la nostra lingua se cesserà di invocare il vostro possente aiuto. Si estingua in noi ogni alito di vita, se non faticheremo, se non soffriremo, se non vivremo sempre per voi. Aiutateci, o Cuore Divino, a restar fermi nei nostri propositi. Dateci la grazia di amarvi davvero come meritate di essere amato, affinché ciascuno di noi possa sempre ripetere con gioia: Dilectus meus mihi, et ego illi: (Cant. I, 16) il mio diletto a me, ed io a Lui, in vita ed in morte, in terra ed in cielo, ora ed in eterno.

 

IL PECCATO VENIALE – (C. Alapide)

Peccato veniale.

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio Alapide; S.E.I. Ed. Torino, 1930]

– 1. Il peccato veniale porta a gravi cadute. — 2. Malizia del peccato veniale. — 3. Quanto sono frequenti le colpe leggere. — 4. Punizione del peccato veniale.

I. IL PECCATO VENIALE PORTA A  GRAVI CADUTE. — « Chi non bada alle piccole colpe andrà a poco a poco nelle gravi » — Qui spernit modica, paulatim decidet (Eccli. XIX, 1). S u questa sentenza del Savio così ragiona S. Gregorio: « Se noi non badiamo alle piccole cose, insensibilmente sedotti, finiremo per cadere nei più enormi misfatti. Perché colui il quale trascura di deplorare i peccati veniali che ha commesso e non bada ad evitarli, decade dallo stato di giustizia non già tutto ad un tratto, ma a gradi e insensibilmente. Bisogna avvertire quelli che sono abituati al peccato veniale, perché considerino attentamente che talora una leggera caduta è in qualche modo più nocevole che una colpa grave; poiché una grave mancanza si rileva più facilmente e si piange più presto; mentre non si tiene conto di una leggera; e questa diventa tanto più pericolosa perché si commette senza scrupolo. Perciò spesso avviene che l’anima abituata alle colpe lievi, finisce col non sentire più orrore delle gravi: corrotta per le sue molteplici infrazioni, essa arriva a tanto di ardire, di disprezzo e di malizia, che più non teme i peccati mortali, perché ha imparato a commettere senza timore i veniali » (Moral. lib. X, c. XIX). – Lazzaro che languisce per debolezza, poi si ammala, poi muore, poi è sepolto, e finalmente puzza già putrefatto, presenta agli interpreti sacri una figura della vita e della caduta definitiva dell’uomo che non si dà pensiero di evitare il peccato veniale. 1 ° Egli non sente nell’anima che un languore; 2° questo languore si aggrava e diviene malattia; 3° cade in un sonno letargico, cioè nella noncuranza del suo stato; 4° arriva la morte o il peccato mortale; 5° la putrefazione o corruzione del cuore. – « Una cosa, dice S. Bernardo, che da principio ti pareva insopportabile peso, a poco a poco diventa meno pesante; poi non te ne accorgi nemmeno più; finalmente ti riesce dilettevole e gioconda (Primum aliquid tibi videtur importabile; iudicabis non adeo grave; nec senties: paulo post etiam delectabit – Serm, in Cantic.) ». Basta una scintilla a produrre un vasto incendio. Guai a chi trascura le piccole cautele! Bisogna chiudere, secondo l’avviso di S. Cipriano, non solo le porte, ma anche le più piccole fessure, per timore che basti un piccolo foro a introdurre il nemico nel campo. Tutto l’ambito di una città dev’essere fortificato, affinché non sia espugnata da un lato debole; perché, avverte Salomone, chi non fa conto del poco, mancherà nel molto (Omnes rimæ, ne dicam portæ, claudendæ sunt, ne per unum foramen castra omnia penetrentur; et universa sunt componenda munimento, ne per modicum non munitum tota civitas ruat; sicut Salomon repetit dicens: Qui spernit modica, paulatim decidet – Serm. in Eccles.) . – « Non sapete, scriveva S. Paolo, che un poco di lievito mette in fermento tutta la massa della farina? » — Nescitis, quia modicum fermentum totam massam corrumpit? ( I Cor.V, 6). «Chi non rigetta da sé i peccati veniali, dice S. Isidoro, si espone al pericolo di cadere nei più enormi delitti; perché il peccato veniale genera, per così dire, il mortale. I vizi crescono prontamente e senza che uno se ne accorga; se non si tiene d’occhio il peccato veniale, arriverà ben presto il mortale. Schivate adunque accuratamente l’uno, per non cadere nell’altro». (De norma bene viv.). «E come mai, dice S. Gerolamo, un’anima dedicata a Cristo, non baderà alle grandi ed alle piccole cose; mentre sa che avrà da rendere ragione perfino d’una parola oziosa? (Mens Christo dedita et in minoribus intenta est, sciens etiam prò otioso verbo reddendam esse rationem – Ad Heliodor.) ». « Guardatevi, dice S. Agostino, dal far poco conto delle vostre colpe, con la scusa che sono leggere; sono piccola cosa anche le gocce della pioggia, eppure riempiono fiumi, trascinano sassi ed alberi schiantati dalle radici (Noli despicere peccata tua quia parva sunt; nam etiam pluviarum guttæ flumina complent, et moles trahunt, et arbores cum suis radicibus tollunt – Serm. LXIV, de Temp.)». – « Che importa, dice il medesimo Santo, che un vascello naufraghi sommerso per una grossa falla, ovvero coli a fondo per il peso dell’acqua lasciata entrare poco a poco nella stiva per negligenza dei marinai? Nell’un caso e nell’altro l’esito è sempre lo stesso (Quid interest ad naufragium, utrum uno grandi fluctu navis aperiatur, aut obruatur; an paulatim subrepens aqua in sentinam et per negligentiam derelicta atque contempta, impleat navem atque submergat? – Epistola CVIII, ad Seleucum) ». Nessuno diventa improvvisamente un gran peccatore. Le trasgressioni leggere menano le colpe gravi; e tanto sono più pericolose le prime, in quanto che travestendosi, penetrano senza sforzo nell’anima, si nascondono nel cuore e vi preparano una spaventosa rovina … Perciò S. Bernardo ci avverte che « l’anima consacrata a Dio, deve schivare con altrettanto studio i più piccoli peccati, quanto i più enormi; perché cominciano da leggere venialità, quelli che cadono in grandi eccessi (Mens Deo dicata sic caveat minora vitia, ut maiora; quia a minimis incipiunt, qui in maxima prorunt Serm. In Cantic.) ». Sono funeste le conseguenze del peccato veniale, perchè 1 ° ancorché questo peccato non cacci Dio dal cuore, contrista però lo Spirito Santo che abita nell’uomo: ora, contristare un amico che viene a visitarci, equivale a fargli capire che può andarsene e che si può benissimo fare a meno della sua presenza… 2° Mette ostacolo all’abbondanza delle grazie… 3° Scema nell’anima il fuoco dell’amor divino… 4° La getta in uno stato fatale di tepidezza, stato pericolosissimo, dicendo il Signore nell’Apocalisse: « Fossi, tu almeno o del tutto freddo ovvero caldo! ma poiché sei tiepido, e ti tieni fra il freddo e il caldo, io ti rigetterò dalla mia bocca » — Utinam frigidus esses aut calidus! sed quia tepidus es, et nec frigidus nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo (Apoc. III, 15-16).  5 ° Il peccato veniale priva di molti favori che Gesù Cristo concede ordinariamente alle anime vigilanti e fedeli, quali sono la pace interna, e le consolazioni sensibili, ecc .. 6° Affievolisce le forze dell’anima, accresce e rinvigorisce le passioni; per conseguenza, presentandosi una tentazione violenta, ovvero un’occasione che trascini, l’uomo spossato per le molte ferite fattegli dal peccato veniale, è facilmente scosso, dà il suo consenso e soccombe, secondo la frase dei Cantici: « Le piccole volpi danno il guasto alle vigne » — Vulpes parvulas … demoliuntur vineas (Cant. II, 15) … 7 ° Vedendo la negligenza ed il disprezzo delle piccole colpe, il demonio piglia ardire e potenza a sollecitare gli uomini ed a farli cadere nel peccato mortale. Al contrario, chi si guarda dalle colpe leggere, fa ostacolo al demonio e non si lascia prendere né uccidere l’anima, col peccato mortale.« Io oso, diceva il Crisostomo, dire una sentenza che ha dell’inaudito e del paradosso, ma che non è meno salda di ogni altra verità più chiara: Mi pare che non minore studio si deve mettere a fuggire i peccati veniali, di quello che si mette a schivare i mortali; la natura medesima infatti ci porta ad avere orrore dei gravi eccessi, mentre trascura e disprezza le colpe leggere sotto il vano pretesto che non sono infami. Questo disprezzo e questa noncuranza impediscono ben presto l’anima di trovare in sé la forza e l’energia necessaria per non commetterle, e in conseguenza delle ferite che ne riceve, le viene la morte. Voi vedrete tutte le più enormi scelleratezze battere questa via; perché nessuno cade ad un tratto nelle ultime profondità del male; nessuno tocca d’un colpo il fondo dell’abisso. L’anima ha una certa vergogna un certo pudore naturale di cui non può svestirsi in un momento, ma lo fa gradatamente» (Homil. LXXXVIII in Matth.).

2. MALIZIA DEL PECCATO VENIALE. — Le seguenti considerazioni aiuteranno a comprendere la malizia del peccato veniale. 1 ° Il peccato veniale è, non meno che il mortale, una disobbedienza a Dio …; racchiude un certo qual disprezzo di Dio e della sua santa legge… 2 ° Dopo il mortale, il peccato veniale è il più grande dei mali. Fa più ingiuria a Dio, che non gli diano gloria tutte le opere buone immaginabili. Secondo i santi Padri e i teologi, tutti i meriti degli apostoli, dei martiri, dei santi, degli angeli, ed anche quelli dell’augusta Madre di Dio non basterebbero a scancellare un solo peccato veniale e riparare l’ingiuria ch’esso fa a Dio, ma si richiedono i meriti di Gesù Cristo … 3 ° Il peccato veniale è il male di Dio. Perciò essendo la gloria e l’onore dovuti a Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che appartiene alle creature, anche le più nobili e le più perfette, non sarebbe mai lecito commettere un solo peccato veniale per scamparle dai più grandi mali e procurare loro i più grandi beni. Salviano dice: « Nelle cose che riguardano Dio, non vi è nulla di leggero » — Nil leve æstimetur, quo læditur Deus ( Lib. VI). Tutti i peccati assalgono e offendono Dio ; ma la più lieve offesa verso di Lui è più gran male che tutti i mali che possano opprimere le creature. Chi ama Dio, deve pertanto fuggire anche il peccato veniale… S. Agostino insegna che non sarebbe lecito dire una piccola bugia, se anche si dovessero salvare tutti i dannati; perché la menzogna è il male di Dio, mentre il supplizio dei reprobi non è che il male dell’uomo. Ora, siccome i più gravi mali dell’uomo non sono che mali della creatura, non sono mai così grandi come la più piccola offesa verso Dio, offesa che intacca la Maestà infinita (Confess.). – Il peccato veniale è una macchia sul’anima; gli altri mali, qualunque siano, non sono che la pena o il castigo del peccato. Ora la più lieve di queste macchie è più grave di tutti i tormenti; questi infatti non sono mali ma beni, perché sono l’opera della giustizia vendicativa che corregge il peccato e riconduce in questo modo il peccatore all’ordine… Con quanta premura bisogna dunque schivare i peccati veniali! – I pagani medesimi compresero che non era cosa indifferente in se stessa il preservarsi dalle colpe veniali. «Non mediocre prova del nostro progredire in virtù, dice Plutarco, è questa di vedere se evitiamo le più piccole colpe. Chi così si regola, mostra che ha già acquistato meriti che vuole conservare intatti » (De Profer. virtut.).

3. QUANTO SONO FREQUENTI LE COLPE LEGGERE. — Il giusto medesimo non va esente da colpe leggere ed anche frequenti, ma le deplora e se ne rialza, dice il Savio: — Septies cadet iustus et resurget (Prov. XXIV, 16). – Chi osasse dire di non avere peccato, ingannerebbe se stesso, e sarebbe mentitore: — Si dixerimus quoniam peccatum non habemus, ipsi nos seducimus, et veritas in nobis non est (I IOANN. I, 8). Infatti, secondo S. Giacomo, « manchiamo tutti quanti in molte cose » — In multis offendimus omnes (IACOB. III, 2); il non commettere nessuna colpa è cosa tutta propria di Dio, dice Clemente Alessandrino: — Nil omnino peccare, proprium est Dei (lib. I, Pædag. c. II). Deve dunque essere nostro impegno di n on cadere, e di rialzarci subito non appena caduti.

4. PUNIZIONE DEL PECCATO VENIALE. — Se vi è argomento che debba farci comprendere che grande male sia il peccato veniale, sono i castighi con cui Dio lo punisce in questa e nell’altra vita. Frequenti ne occorrono gli esempi nei Libri santi. Mosè viene escluso dalla terra promessa in punizione di un leggero dubbio s u l’onnipotenza di Dio … Davide vede perire settantamila sudditi, per una colpa di vanitosa leggerezza… I Betsamiti per aver guardata curiosamente l’arca; Oza per averla toccata, sono colpiti di morte. La medesima sorte tocca ad Anania e Satura per una bugia. Dio punisce non di rado con malattie ed altre afflizioni temporali i peccati veniali; molto più spesso li castiga con pene interiori, molto più severe, quali sono l’aridità nella preghiera, la nausea degli esercizi di pietà, le tentazioni contro la fede e la purità, i moti di scoraggiamento e anche di disperazione ed altri interni affanni, molte volte così gravi da sopportare, che quelli che li provano si vedono esposti a d abbandonare il servizio di Dio, e per conseguenza a dannarsi … Nell’altro mondo poi il castigo riservato al peccato veniale è il purgatorio