MERCOLEDI’ DELLE CENERI (2021)

MERCOLEDÌ DELLE CENERI

p. Carlo m. Curci D. C. D. G.: LA NATURA E LA GRAZIA: Discorsi

Vol. I, Roma-TorinoP. Marietti ed. – 1865

IL PROBLEMA DELLA MORTE

Memento, homo, quia pulvis es, et in  pulverem reverteris.

S. Chiesa.

1. Se da quella polvere, nella quale oggi la Chiesa ci ricorda che tutti dovremo ritornare, levasse il capo uno dei nostri maggiori, che vi tornò non più che un dieci o dodici lustri addietro, io mi avviso, che ei non crederebbe ai suoi occhi dallo stupore, trovando il mondo tanto diverso da quello, che egli, dipartendosi dalla vita, lo avea lasciato. E quale delle cose pubbliche o delle private, in piccolo tempo, non si è cangiata da una Socieià, la quale, compresa dalla febbre dell’innovare, ha riputato meglio tutto ciò che fosse nuovo, e tanto se n’è levata in maggiore superbia, quanto ha potuto farlo con fretta più avventata? Che se quel redivivo, più che alle cose esteriori, potesse guardare nei pensieri della generazione vivente, ahimè! io credo, che in lui la meraviglia cederebbe il luogo alla compassione: tanta è l’alterazione delle idee, e la falsità dei giudizi, che da una scienza sciocca e dissoluta, o, peggio ancora, da non so che oracolo dì pubblica opinione fur messe in voga! Pure in tanta mutazione di cose, in tanto pervertimento d’idee ne è una, alla quale troppo rileverebbe al mondo recare almeno qualche temperamento, e la quale tuttavia, a dispetto di tutte le civiltà adulte e dei progressi umanitari, è restata ferma, invariata, immobile siccome il fato, e non mostra che, per volgere di secoli, possa mai cangiarsi. E questa, Signori miei, è la Morte. Tant’è! quanto a questa tremenda necessità della natura, tutto è rimasto nello stato pristino, primitivo, direi quasi arcaico: i medesimi prenunzi le vanno innanzi nella vecchiezza decrepita, nelle infermità fastidiose, nei subiti accidenti, che colpiscono spesso i più vigorosi e che meno se l’aspettano; le medesime strette angosciosissime dell’agonia l’accompagnano, e le viene appresso la medesima corruzione. Come morì Abele sul limitare del terrestre paradiso, così stanno, or che vi parlo, boccheggiando quelle, parecchie centinaia di uomini, pei quali questo giorno sarà l’estremo, e così morirà l’ultimo degli umani nell’ultimo dei giorni, che sarà rischiarato dal sole. Che se non si è per nulla cangiata la morte, neppure si è cangiato per nulla il terribile problema, che essa acchiude, e che anzi impone, a mal loro grado, ai meno riflessivi, ai più spensierati oggi, come fu nei tempi andati, come sarà nei futuri, la creatura ragionevole, non si potrà mai persuadere, che tutto per lei abbia a finire colla morte; ed una voce imperiosa, più forte di tutte le sofìstiche antiche e moderne, gli dice dentro, che ei non morrà tutto, che anzi colla parte migliore di sé, voglia o non voglia, dovrà essere superstite al sepolcro. Ma allora eccolo condotto, e dico ancora eccolo trascinato per forza a pensare, a riflettere ad un ordine ultramondiale di cose, nel quale, salvo il caso che sia uscito di sentimento, i suoi destini non gli possono essere indifferenti. Or, perciocché la vita presente, come nella futura ha il suo compimento, così da questa deve pigliare le sue norme ed il suo indirizzo; tanto è lungi, che i vivi debbano schivare il pensiero della morte, che per contrario il pensiero della morte è il migliore regolatore, che possano avere della vita. Di qui la santa Chiesa, senza guari curarsi dei nostri millantali progressi, come fece colle azioni semibarbare dei suoi primordi, e poscia coi popoli credenti dei tempi di mezzo, così fa coi superbi figli del secolo decimonono, i quali per avventura ne hanno tanto maggiore il bisogno, quanto più si credono sovrastare agli altri. Essa, spargendo cenere sopra tutti i capi, rammenta al popolo cristiano la sua mortalità; e con ciò, invitandolo a quei pensieri soprannaturali, che sono sì propri del sacro tempo della Quaresima, lo conduce o almeno lo invita e lo stimola a quella santità di vita, che come è la condizione necessaria della nostra salute, così è il fine immediato dei suoi austeri ammaestramenti, e dei santi suoi riti. – Dalla quale usanza, io non mi dipartirò questa mattina; soprattutto perché, pel servigio che intendo rendervi in questi discorsi quaresimali, di cui domani vi esporrò il soggetto, troppo ho uopo, che voi vi risolviate ad attendervi di proposito, piegando l’animo ai gravi e solenni pensieri della vita avvenire. Oh! sì! tregua un tratto, tregua al tumulto dei sensi, al tramestio del mondo ed all’agitarsi ed al battagliare delle passioni! apriamo il cuore alle soavi ispirazioni della grazia; e forse una non piccola vena ne schiuderò alla pietà vostra quest’oggi dimostrandovi, siccome solo il Cristiano può risolvere il gran problema della morte, pigliandone norma a regolare la vita. Che se la natura, condottici a quell’estremo passo, non sa dirci nulla di ciò che esso è, e di ciò, a cui schiude la via, male si arroga il diritto di governare essa sola la vita; e, ad ogni modo, a questo effetto sarà uopo ricorrere a quell’altro ordine d’idee e di cose, dal quale solo si può spiegare la morte. Così la grazia del Divino Spirito assista me in questa faticosa, ma pure a me carissima opera di amministrarvi la divina parola; assista voi, miei amatissimi, la cui pietà e gentilezza già per antica usanza mi è nota, a trarre frutto copioso di benedizione dell’amministrata parola!

2. Voi penserete, che il gran problema della morte riguardi unicamente ciò, che le viene appresso. Pure non è così. La morte rende problematiche le stesse condizioni della vita, e le getta in una incertezza, le colpisce di una inanità, sopra le quali l’intelletto non può quietare, se non ne abbia una spiegazione. Volete vederlo? toccarlo con mano? Venite qua! Eccoci accanto al letto di un moribondo; e perché l’ipotesi sia più calzante, supponiamo un uomo, che abbia consumata la vita ad ammassare ricchezze, giungendo a quella fortuna, da tanti invidiata, e da sì pochi raggiunta, di diventare, come dicono coll’acquolina in bocca i cupidi, milionario; supponiamo un ambizioso (e ce ne sono tanti a’ di nostri!), che per male arti sia salito a grande potenza, e ne sia tuttora investito; supponiamo una donna vana, che abbia abusato i doni di Dio, per dominare cuori non suoi: un più vano letterato o scienziato, che non abbia nella vita mirato ad altro scopo, che di fabbricarsi una grande rinomanza. I circostanti non si sanno schermire da un pensiero importuno; e, benché mondani anch’essi, talvolta lo dicono: «Ecco dunque dove è andata a finire tanta foga di vanità e tanta febbre di cupidigia! E per finire a questa maniera valea bene la spesa di sudare, di trafelare, di logorarsi il cervello e la vita, come questi ha fatto! » Ma, più che i circostanti, ne dev’essere preoccupato e trafitto il morente; e senza saperlo, se è conscio ancora di sé, starà ripetendo seco medesimo ciò, che le Scritture ed i Padri, con ben diverso intendimento, avevano detto: « La vita non fu dunque altro, che un correre alla morte! Tutti quei beni furono sogni di dormenti; e questo morire è uno svegliarmi, che me ne rivela, con subito e sterile riconoscimento, il nulla! Per questa creta passò uno spirito, che non vi resta; ed io mai più non tornerò a vedere i cari luoghi della mia adolescenza e della mia vecchiezza (Psal. CII, 14)! Se così dovea essere, meglio per me saria stato il non esser nato, o l’essere tramutato dalla culla al sepolcro: dormirei ora il mio ferreo sonno coi potenti e coi re della terra, men forse nominato, ma certo meno affaticato di loro! Quare non in vulva mortuus sum, egressus de utero non statim perii ?… Somno meo requiescerem cum regibus et consulibus terræ (Iob. III,11, 14.).» Soprattutto che dire di quel fiero ed amarissimodisinganno, pel disperato convincimento, che dunqueil sospiro naturale alla felicità fu una illusione, fuun ludibrio? A questa maniera una potenza invidiosae malefica ci avrebbe tratti del nulla, per pigliarsi giuocodei nostri dolori, ed alla quale noi non potremmo rendereche una maledizione impotente: che fu la perpetuae bestemmiatrice malinconia dello sventurato Recanatese.Lo so che, con ricorso degno dei ricorrenti,si ricorre alle bestie; ma queste non hanno coscienzadel loro stato; e l’avessero pure, si sentirebbero appagatedall’avere servito all’uomo, che finalmente èil solo loro fine: di che, alla loro maniera, si potrebberoriputare felici. Ma ciò dell’uomo stesso non puòsupporsi, il cui fine deve evidentemente essere qualchecosa migliore di lui; e nel mondo sensibile nulla è, chesia migliore di lui. E ciò è vero perfino dei più miseried abbietti di condizione, nei quali, trovandosi sempreun’anima ragionevole, è inconcepibile, che cosìeccelsa natura, assetata di felicità e di durata, nonabbia avuto altro scopo, che di purgar panni, esempligrazia, di rattoppare calzari, di spazzare camini odi girare ruote, come molto meglio avrebbe potuto farsida un giumento o dal vapore; sicché fatto questo, peralquanti anni, tutto per lei sia finito con questo. Chepensare poi di certe umane creature, che, monche odifettose, neppur questo possono fare, e si consumanotra dolori ignoti ed inesplorati, separate dal mondo, nella solitudine di qualche casolare, o nel fondo deglispedali? Saranno dunque queste state tratte dal nullaniente altro, che per patire? Così è! e fatevene ben persuasi: se non si ricorre alla natura invida e malefica, che ha fatto l’uomo per sbeffeggiarlo delle sue illusioni e dei suoi dolori, dovete concedere, che la morte, fin che si rimane tra i puri termini della natura, rende inesplicabile la stessa vita. E pure il problema è appena cominciato: il forte dimora al di là. Deh! chi può persuadersi, torno a dire, che per l’uomo tutto finisca coll’estremo fiato, strappatogli dal dissolvimento già cominciato del suo organismo? I sofisti medesimi, che lo dicono, non ci credono; ed un’anima immortale non si persuaderà in eterno, per lei non vi essere altro rifugio, che il nulla: la più tremenda catastrofe, che possa incogliere a qualsivoglia cosa che esiste! Sì! La credenza universale di tutti i popoli ed in tutti i tempi; il desiderio innato ed indomabile di una felicità, della quale è indubitato, che di qua non può aversi l’adempimento; il nobile sentimento della giustizia, che tutti vorremmo vedere compiuta, e la quale nel mondo appena è altro, che oppressione dei deboli e prepotenza dei forti ; la nostra intellezione che, remotissima da ogni materia, ci rivela un principio, come nell’operare, così nell’essere indipendente da quella, e quindi franca d’ogni possibile corrompimento; questi, Signori riveriti, sono tali saldissimi fondamenti per la natia immortalità dell’anima umana. che indarno vi diedero di cozzo i materialisti famosi di sessanta secoli; e pensate se vi abbiano a poter far buona prova quattro nebulosità teutoniche solea il gran Tutto panteistico, nel quale lo spirito umano dovrebbe andare a perdere come fumo in aria, o meglio come goccia in Oceano! Ma allora ecco giganteggiarci innanzi un’altra volta il formidabile problema: E come starà, in che attuerà là sua pura operosità intellettiva questo spirito, solitario e nudo nella immensità dello spazio? Potrà conversare coi suoi pari? e con chi e come dovremo pensare che conversi ? Sarà all’oscuro delle cose e delle persone che abbandonò, come queste sono di lui? Ma, più d’ogni altro, c’incalza quella domanda: sarà felice o misero questo spirito nel nuovo stato, e da chi ed a quai titoli gli sarà attribuita l’una o l’altra delle due così diverse condizioni? Io sfido qualunque uomo, che sia in senno, ad avere il coraggio di passare per sopra a questi problemi. Chi lo avesse darebbe manifesto indizio di non essere in senno, come non è la persona, che si professasse indifferente al suo bene ed al suo male. Quella è cosa di tanto momento, che a S. Agostino pareva rilevare ben poco di qual morte s’abbia a finire la vita; e rilevare supremamente di qual vita s’abbia a cominciare a vivere dopo la morte: Non multum curandum est eis, qui necessario morituri sunt, quid accidat, ut  moriantur; sed moriendo quo ire cogantur (De civ. Dei lib. 1, c. 2.). E, comelo stesso santo Dottore, parlando della madre dei settefratelli martiri, ebbe a dire: Non intuebatur quamvitamfinirent, sed quam inchoarent (Ser. 110. De Diversis).

3. E non vi sfugga, di grazia, quell’intuebatur, che importa un ragguardare fermo e sicuro, un intuire per intuito di fede quella vita appunto, che comincia dopo la morte. Perciocché veramente noi Cristiani di quel gran problema abbiamo in pugno sicurissima la soluzione; a tutte quelle domande abbiamo le risposte certe altrettanto che piene; e quasi mi venne detto, che delle cose del mondo di là sappiamo meglio, che quelle del mondo di qua; e certamente le sappiamo con maggiore certezza, e senza pericolo di errore: il che non avviene delle cognizioni forniteci dal senso, dalla ragione o dall’autorità umana. Anzi ciò che conosciamo della vita avvenire, ci vale un tesoro a governare il corso della presente, a vincerne le difficoltà e a districarne anche un poco i garbugli, i quali senza quella sarebbero affatto inestricabili. Per noi dunque (e parlo delle anime sinceramente cristiane), la morte è il sabato aspettatissimo del mercenario, che riceve la giusta retribuzione della settimana più o meno lunga del suo lavoro: Sicut mercenarii dies eius (Iob. XIV, 6); è il termine del faticoso pellegrinaggio e l’arrivo alla patria sospirata; è la corona, che il giusto giudice ci darà per le sostenute lotte terrene: Corona iustitiæ, quam reddet milii Bominus iustus index (II. Tim. IV, 8). E però S. Paolo, parlando in persona di tutti i giusti, diceva animosamente: « Se la casa terrena (vuol dire il corpo, e nel greco è σκήνη (= skene) che significa tenda, come di pellegrini) se la casa terrena di questa nostra abitazione si deve risolvere per morte, noi sappiamo esserci apparecchiato da Dio colassù nel cielo un edifizio, una casa cioè non fatta a mano ed eterna: Scimus quoniam si terrestris domus nostra huius habitationis dissolvatur, quod ædificationem ex Deo habemus, domimi non manufactam, æternam in cœlis (II. Cor. V, l). Vero è che, fitti in questo corpo, gemiamo per naturale ripugnanza  a dovercene separare: Qui sumus in hoc tabernaculo, ingemiscimus, e, piuttosto che spogliarcene, ci piacerebbe di essere conesso il corpo sopravvestiti della gloria: eo quod nolumus expoliari, sed supervestiri (II. Cor. V, 4).» Ma certi, siccome siamo, che lo stesso corpo ci verrà a raggiungere in quella verace patria, la morte, anche per tutto l’uomo, non è finalmente altro, che un sonno. Anzi, come notò il Crisostomo, tanto più leggera del sonno è la morte, quanto che nel sonno le migliori facoltà dell’anima sono impedite; laddove nella morte l’anima colla più nobile parte di sé rimane sciolta, attuosa e liberissima, e solo delle facoltà inferiori le viene temporaneamente impedito l’esercizio. Di qui quel tanto significativo e consolante linguaggio cristiano, secondo il quale la morte è dormizione, i trapassati sono dormienti, ed i sepolcri non sono, che cimiteri, val quanto dire, come suona quella greca voce, dormitori. E questo, che tanto vale ad attenuarci l’apprensione della nostra morte, chi non vede quanto deve eziandio contribuire a disacerbarci il dolore per la perdita dei nostri cari, o parenti od amici, ogni qual volta possiamo avere fiducia, che siano state raccolte le loro anime sotto le grandi ali del perdono di Dio? Certo l’addolorarvi in questi casi è affetto naturale e legittimissimo; e S. Paolo non vi ammonisce già a non contristarvene; ma severamente a non contristarvene, come quei disgraziati, ai quali è mutola ogni speranza, e per quali la tomba ai fiori ed alle lagrime, che vi si spargono, non ha altra risposta, che il dubbio straziante od il nulla: Ut non contristemini sicut et cæteri, qui spem non habent (I . Thessal. IV, 13). Per contrario quella speranza cristiana ardisco dire, che può, come notò S. Agostino, condire di gaudio quel dolore. Contristamur nos in nostrorum mortibus necessitate amittendi, sed cum spe recipiendi; inde contristamur, hinc consolamur; inde infirmitas affìcit, hinc fides refìcit: inde dolet humana conditio, hinc sanat divina promissio (Serm. 32. De, Verb. Ap.). Che se sia parola non dei giusti, ma di quei miseri, i quali dopo una vita empia ed iniqua, o nessuna o quasi nessuna speranza lasciarono di salute; non vi pare, che per questi la morte sia un degno saggio della divina giustizia, che di là gli attende, e di qua un ristoramento dovuto alla pubblica indignazione, ed al pubblico scandalo, quando colle loro malvagità ebbero meritata quella, e destato questo? Oh! Gl’insensati! pigmei ridicoli si credettero, come i giganti della favola, rompere guerra a Giove; ma il Dio dei Cristiani è qualche cosa di più, che il Giove favoloso dei poeti. Egli, per santificazione dei suoi eletti, lasciò loro, per breve ora, lunga sul collo la briglia; e quella, che essi credettero fortuna, fu tremendo loro castigo. Accecati dall’orgoglio, invescati dalla lascivia, trascinati da cupidità insaziate, e, per estremo lor danno, ubriachi del riuscimento, trafficarono sulla fame dei poveri, insidiarono alla innocenza di caste colombe, mentirono, spergiurarono, tradirono per arrampicarsi ad un seggio potente; chi sa? assassinarono popoli e dinastie, spogliarono la Chiesa, e congiurarono adversus Deum et sanctum puerum eius Iesum (Act. IV, 27). Ne esultarono procacemente i malvagi, che n’ebbero spalla e conforto a misfare; ne piansero, se ne angosciarono i buoni, ai quali tardava talora di vederne il fine. Ma aspettate! Dio è paziente, perché Dio è eterno. Compiuto quel novero di delitti, la cui permissione entrava nel disegno della sua Provvidenza, ecco che Egli ne coglie al varco, quando meno sel pensano, gli autori nefandi; ne interrompe coi giorni iniqui i più iniqui consigli, e ve li fiacca, ve li getta a terra, oggimai diventati massa inerte d’imputridite carogne. Allora gli ultimi dei mortali potranno intuonar loro la fiera canzone, che si legge in Isaia: « E tu dunque ancora fosti sfolgorato siccome saremo noi; ed in questo almeno non fosti dissomigliante da quegl’infimi, che conculcasti! Et tu vulneratus es sicut et nos, nostri similis effectus es. La pretesa tua gloria fu trascinata ad oscurarsi nei luoghi bui: Detracta est ad inferos gloria tua; e, caduto il sozzo tuo carcame nell’abbandono della tomba, avrà per letto la tignuola, e per coltrice sepolcrale i vermi: Concidit cadavcr tuum: sub te sternetur tinea, et operimentum tuum erunt vermes (Isa. XIV, 10, 11).»Sicché vedete, Signori miei, che per noi Cristiani,non che sciogliersi il problema della morte, essa neppureè problema. Anzi, se ho a dirvi tutto intero ilmio pensiero, aggiungerò che, sia per rispetto ai buoni,sia per rispetto ai tristi, la morte è quella, che solamenteacchiude la spiegazione della vita; e questa daquella acquista scopo, dignità, valore di cosa che s’infuturanella perpetuità dei suoi effetti, e riceve confortodi giustizia sperata. Che se, nell’ordine fisico, i naturalistentano a determinare, onde mai si derivi nell’uomol’indeclinabile necessità della morte, nel moraleessa medesima diviene una verissima necessità;tanto che, senza la morte, non si potrebbe più nullaintendere della vita. Di qui si fa manifesta quella bellaparola di S. Agostino là, dove disse, che i giusti fanno lorprò della morte che è un male, come i malvagi fannolor danno della legge che è un bene; essendo proprio deiprimi il far medicina del veleno, e dei secondi il volgerein veleno la medicina: Mali male lege utuntur, quamvis lex sit bonum; et boni bene moriuntur, quamvis mors sit malum (De Civ. Dei Ub. 13, cap. 5.).

4. Ma è oggimai tempo di esaminare quale soluzione si dia al problema, o piuttosto ai problemi, che si affollano intorno al cataletto, dagli scredenti, che si professano avversi o certo estranei a quelle idee cristiane, le quali io, sotto molta brevità, testé vi ho esposte. Ora che volete che io vi dica? per cercarne che io abbia fatto con diligenza nei moderni filosofi, non ho trovato nulla, affatto nulla, che valesse la pena di essere preso ad esame. Essi non toccano questo punto, lo schivano a vero studio; e, condottivi alcuna volta dalla necessità del discorso, o lo saltano a piè pari. o se ne sbrigano con qualche frase vaga e insignificante sopra i destini avvenire dell’umanità, ovveramente intorno all’immedesimarsi, che farà lo spirito nell’unica sustanza del gran Tutto. Ma deh! che fa egli cotesto, quanto a satisfare a quel fremito d’indignazione, che tutti sentiamo nel fondo della coscienza, al ripensare, che, parificata ogni cosa per una medesima morte, il più ed il meglio della virtù debba rimanere, non che irremunerato, ma sconosciuto: e debba restare impunito ed inulto il peggio che ebbe il vizio, quando o riuscì ad inorpellarsi per ipocrisia, o poté più procacemente imbaldanzire, perché fortunato? Che fanno quelle frasi vaghe, insignificanti a risolvere almeno quel dubbio: Come mai la natura ci avrebbe inserita nell’animo la brama focosa di una felicità, della quale la morte, in mal punto, ci rivelerebbe essere cosa affatto impossibile a conseguirsi? Come non sarebbe ciò un’illusione? un ludibrio? quasi mi venne detto un tradimento? Gli antichi si accostarono a queste gravi disquisizioni con più coraggio, che non fanno i moderni; e quantunque, nel leggere i Dialoghi di Platone, notantemente il Timeo, le Tuscolane, o i de Finibus di Tullio, non si raccolga gran cosa, e per certi capi le perplessità crescano e si rinserrino; nondimeno è sempre decoroso, per filosofi di professione, non lasciare inesplorato questo campo, che dovrebb’essere l’ultimo termine di ogni sana filosofia. Anche Porfirio, come ricorda S. Agostino, si pose in traccia di una via universale da salvare le anime cercando viam communem salvandarum animarum (De Civ. Dei lib. 10, cap. 32); quantunque 1′ odio, che quel sofista avea giurato al Cristianesmo. non gli consentendo di cercarla in questo, dovette confessare, che né presso gl’Indi, né presso gli Egiziani, né presso i Caldei, né in verun’altra filosofia ne avea trovato alcun seniore. Ma, come dissi, i filosofi moderni non ne trattano, non se ne brigano, pare che neppure conoscano la esistenza e la possibilità di quei problemi; tanto che si direbbe, che il rimorso di una colpevole apostasia gì’impedisca dal pur tentare una materia, dalla quale temono di vedere disfavillare ai loro occhi una luce, la quale essi detestano, e per giusta punizione, forse non vedranno giammai. – Lasciando dunque stare i filosofi, ci dovremmo rivolgere, per pigliar lingua, alla gente del mondo anche colta e saputa. Ma questa, per un altro motivo, né sa, né vuol sapere di siffatte malinconie; ne schiva il pensiero, ne rifugge l’aspetto e, vivendo alla carlona, affogata nelle cure e nelle agitazioni secolaresche, quando a passi di gigante viene loro addosso la morte, più per altrui, che per proprio consiglio, non si oppongono talora, che entri a loro un prete, ad amministrare le così dette consolazioni religiose più ad un mezzo cadavere, che a un moribondo. E tutto è detto, e tutto è finito! Sicché, miei cari, dal mondo e dai suoi seguaci non ci è da spillar qualche cosa che valga intorno a questo gran problema della morie, per contrapporlo a ciò, che ne pensiamo e ne diciamo noi Cristiani. Tuttavolta se nei libri vi è poco o nulla, e nei discorsi secolareschi vi è anche meno quanto ad un tale soggetto; pure nella consuetudine della vita occorrono delle circostanze, nelle quali filosofi e mondani sono quasi obbligati a significare ciò che pensino di quel medesimo soggetto, sopra qualunque altro rilevantissimo. Ed il primo caso è, quando, per affezioni di amicizia e di parentela, ovvero per ragioni di convenienza, si trovano a dovere confortare al duro passo qualcuno che sia presso a morire, od a consolare il dolore di alcun altro, a cui morte abbia di fresco rapito un qualche capo carissimo: supponete un padre, una madre, un figliuolo, un marito, una sposa. Se non fosse che il caso è cotanto mesto, ci sarebbe davvero a ridere nell’udire quella mezza dozzina di voci scucite e incoerenti, che sono tutto il capitale confortatorio, di cui il mondo può valersi messo in cotali strette! Ma se non si può ridere, deh! a cui non farebbe compassione quel sentire uomini, talora gravi ed istruiti, balbettare: falò, necessità della natura, caducità umana; e per somma grazia: costanza nella sventura, ed Ente supremo? Ciò poi è sì miserabile e sguaiato, che in questi casi anche i men Cristiani parlano, o certo vogliono sentir parlare cristianamente; ed è lepido vederli tutto in opera, affine di cacciare morti nel paradiso dei Cristiani certi cotali, che, vivendo, non si curarono neppure di sapere se ci fosse o no un paradiso. Meno goffamente sterili si mostrano gli scredenti, quando si tratta di ornare con pubbliche laudi la memoria di alcun loro trapassato; massime se uomo di qualche levatura. Ma anche qui se non ci dite che queste laudi possono in un qualsiasi modo essere sapute dai laudati e rallegrarneli; se ci dite anzi che di loro non resta nulla, non si vede per qual motivo essi abbiano dovuto tanto affaticarsi per un guiderdone, del quale, non che godimento, non possono avere neppure contezza. Lo so che questa della gloria superstite è forse la più splendida delle umane illusioni; e certo, quando la sia governata accortamente, è la più profittevole al mondo, siccome quella, dalla quale la fatuità dell’uomo mondano è lautamente alimentata è potentemente sostenuta ad imprese ardue, ed a quella segnatamente, che tra tutte è arditissima, di farsi uccidere senza spesso saperne neppure il perché. Ma, se uscite dal giro delle idee cristiane, le quali sole sanno il modo, onde possono pei suoi servi in seno a Dio rinverdire gli allori caduchi della terra, tutte le cicalate necrologiche, più che laude dei trapassati, sono mezzi a gonfiare, la vanità ed a rinfocolare le passioni dei presenti. Ai quali, a’ dì nostri, si sono aggiunti sproni ai fianchi, col potere aspirare, a furia di abbiette iniquità, ad uno di quei monumenti, onde si sta lordando questa povera Italia; il cui vitupero ai suoi rigeneratori non pare compiuto, se non lo tramandano ai posteri col linguaggio dell’arte, e colla saldezza dei bronzi e dei marmi: speriamo che i posteri, per nostro onore, si vorranno pigliare il fastidio di spazzamela. Ma checché sia di ciò, dalle cose discorse mi pare dimostrato ad evidenza, solo il Cristianesimo spiegare il problema della morte, e da questo anzi pigliare lume a rischiarare e governare la vita. Quanto alla incredulità, essa, sia che ne discorra nei libri, sia che ne parli in piana terra, o dall’alto, è stata convinta di non capirne un iota; e le tenebre, dalle quali per lei rimane avvolto tutto ciò che è al di là della tomba, debbono lasciare non meno intenebrato tutto ciò, che di qua si trova. Il perché chi per sua sventura da noi passasse a quella, farebbe il baratto del Cristianesimo, non con un sistema, ma col nulla. Ora, trattandosi dei nostri destini avvenire, dai quali solamente si può pigliare norma sicura a regolare il presente, il nulla è troppo poco; e noi, almeno fino a tanto che l’incredulità non abbia trovato il modo di non farci morire, seguiteremo a pensare cristianamente della morte; e con ciò solo ci troveremo molto acconciamente disposti a riordinare la vita.

5. Si dice nei Salmi, che Iddio si ricorda che noi siamo polvere: Recordatus est quoniam pulvissiimus (Psal. CII, 14), per farci intendere, che questa memoria lo fa inchinevole a commiserazione delle nostre debolezze. Ma indarno lo ricorderebbe Iddio, se lo dimenticassimo noi; stante che la divina pietà esige la nostra corrispondenza ai suoi inviti, e la nostra cooperazione alla sua grazia. E però la S. Chiesa ci ricorda appunto quella nostra indeclinabile caducità, col severo Memento homo quia pulvis es, et in pulverem reverteris, sicura, siccome è, che una siffatta rimembranza è pei Cristiani invito efficacissimo ai gravi pensieri della vita avvenire. Di qui voi vi conformerete alla intenzione dell’amorosa madre, se penserete alla morte, se ne penserete cristianamente: il che importa, come io vi diceva pocanzi, valersi di quel pensiero per rischiararne e regolarne la vita. Ora a ciò fare non vi ha tempo nell’anno più appropriato della santa già cominciata Quaresima. Il sacro digiuno; riverenza alla stess’ora e rammemorazione dei quaranta dì digiunati nel deserto dal Redentore; l’apparecchio alla nostra grande solennità della Pasqua, ed ai giorni mesti della Passione, che le vanno innanzi; il disporvi, che tutti dovete fare al santo precetto pasquale; la divina parola, che scenderà sopra di voi così copiosa, quasi rugiada celeste, a rinfrescare le vostre arsure e a confortare, a consolare le vostre coscienze; chi sa? a scuotere e spoltrire qualche cuore assonnato e anneghittito; la Chiesa medesima col silenzio dei suoi organi, colla grave mestizia dei suoi riti e colla tanto espressiva austerità dei suoi cantici; tutto c’invita e soavemente ci sforza ad entrare in questo sacro tempo-quaresimale con sincera compunzione di cuore, e con ferma risoluzione di ordinare a salute la nostra vita. Deh! miei amatissimi! il tempo è breve, la morte a ciascun di noi si avvicina a gran passi; e come a molti, che qui erano presenti la passata Quaresima, quella fu l’ultima, così sarà questa per molti che sono ora presenti. E potendo ciò avvenire per tutti, non vi pare, che la prudenza dovrebbe persuaderci a giovarcene per l’anima nostra, come se davvero questa dovesse essere l’ultima per ciascuno? Da un’altra parte l’avvenire è chiuso ai nostri occhi; ma non è tanto, che non si vegga torbida l’atmosfera e gravida di tempesta. Or quando pubbliche e private calamità vi dovessero incogliere, non sarebbe bene giovarsi di questo tempo accettevole, di questi giorni di salute, per rinsaldarsi in quella fede ed in quel santo divino timore, che chi sa come e quanto dovrà esservi insidiato! Ed il quale pure potrà essere balsamo alle vostre piaghe e conforto dolcissimo della vostra speranza? E perciocché parte l’indulgenza della Chiesa, parte le sanità debilitate, parte (e perché non dirlo?) la carità rattiepidita han fatto sì, che il digiuno quaresimale siasi ridotto a molto poca cosa, voi fate di supplire a quello, procurando alle anime vostre più largo e più assiduo il nutrimento della divina parola. S. Paolo, fino, dai suoi tempi, esortava a non deserere collectionem, cioè queste sacre riunioni, nelle quali lo Spirito Santo ci parla al cuore; e si lamentava della consuetudine prevaluta in alcuni di allontanarsene: Sicut consuetudinis est quibusdam (Hebr. X, 25). Oh! no! di voi nonsia così. Ponete anzi Ordine alle vostre faccende o domestiche,o esteriori di affari, pubblici e privati permodo, che vi resti il tempo di ascoltare la predica oqui o altrove, o a quest’ora o ad un’altra; ma nonfate mancare questo pascolo di salute alle anime vostre.Già vi dissi, che domani vi esporrò il modo, onde iointendo amministrando; ed ascoltando il soggetto, cheho divisato di trattarvi, vi accorgerete che questa mattinavi abbiamo posto un buon fondamento col solo èssercirinfrescato nella mente il concetto, che, secondola nostra fede, dobbiamo avere della morte. Ma comeio alla fatica di annunziarvi la divina parola aggiungeròle povere mie preghiere, perché essa vi torni fruttuosa;così voi pregate, che dall’alto mi venga quellastessa parola, per ischiudere le labbra con apostolicalibertà: ut detur mihi sermo in aperitione oris mei cum fiducia; sicché io vi possa far noto, il mistero dell’Evangelio, osando parlare come si addice al mio ministero, ed al vostra bisogno: Notum fàcere mysterium Evangelii … ita ut in ipso audeam prout oportet, me loqui (Ephes. VI, 19).

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (1)

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (1)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770] (*)

(*) Codici anastatici tra cui: A. Sanders Beati in Apocalypsin in duodecim, Papers and Monographs of American Academy in Rome, vol. VII, – Roma 1930;

.-Obras completas y complementarias de Beato de Liébana, ed. bilingue di J. G. Echegaray, A. Del Campo y Leslie G. Freeman; B. A. C. Madrid. 2004]

Non abbiamo a nostra conoscenza, traduzioni in italiano; la versione qui proposta è di tipo redazionale e preparata con grande impegno dal Circolo Cristo Re-Rex regum per il blog ExsurgatDeus.org. Si è cercato di comporre una traduzione in un idioma italico attuale comprensibile ai più. Si è cercato di tradurre ancora in modo quanto più aderente possibile al senso del testo originale, con tutti gli inconvenienti e le imprecisioni che ogni traduzione dal latino ecclesiastico medioevale comporta. Ce ne scusiamo anticipatamente e, ringraziandoli i cuore, invitiamo nel contempo tutti i lettori competenti a segnalare errori – del tutto involontari, ma possibili – onde eliminarli ed apportare le eventuali necessarie correzioni.

COMMENTARIO  ALL’APOCALISSE DI SAN GIOVANNI

 (DEDICA DEL LAVORO AD ETERIO)

[1] Ho pensato di esporre alcune cose, spiegate con brevità di frasi, circa quello che è stato annunciato in diversi momenti nei libri dell’Antico Testamento sulla nascita di Nostro Signore e Salvatore secondo la Sua divinità od il Suo corpo, della Sua passione e morte, della Sua risurrezione, del Suo regno e del Suo giudizio, da uomini di scienza, da innumerevoli libri e dai più noti Santi Padri, cosicché l’autorità dei Profeti confermi la grazia della fede e dimostri l’ignoranza degli infedeli. E sebbene questo sia noto a tutti coloro che si occupano del vasto campo delle Scritture, può comunque essere ricordato con maggior facilità se letto in un breve trattato. Queste cose, che non sono esposte da me, ma dai Santi Padri, sono state raccolte in questo piccolo libro, e approvate dai loro autori: Girolamo, Agostino, Ambrogio, Fulgenzio, Gregorio, Ticonio, Ireneo (Vittorino), Apringio, ed Isidoro, di modo che, ciò che non si è capito leggendolo in altri, lo si comprenda in questo libro, scritto con linguaggio popolare, per certi aspetti derivato da essi, ma interpretato in piena conformità con la fede e la devozione. Considerate quindi questo libro come il chiavistello di tutta una biblioteca. E se ho errato in qualcosa, possa indulgere la carità, che vince su tutto. Queste sono una piccola parte delle tante dottrine che sappiamo essere state raccolte da persone degne di ogni credibilità, le cui parole, come vedremo, sono state da noi introdotte in alcuni luoghi, in modo che il nostro studio sia confermato dalle sentenze dei Padri. Tutto questo, dunque, ho dedicato a voi, Santo Padre Eterio, su vostra richiesta, ad edificazione dello studio dei fratelli, affinché io faccia di colui con cui condivido la gioia di essere religioso, coerede della mia opera.

TERMINA

IL PROLOGO DI SAN GIROLAMO

[2] L’Apostolo ed Evangelista S. Giovanni, scelto e diletto da Cristo, era considerato così superiore per il tanto amore di predilezione, che nella Cena riposava sul suo petto, ed al quale – in piedi da solo presso la croce – era stata affidata la sua stessa Madre; e così, a colui che volendo essere sposato aveva saputo abbracciare la verginità, fu concesso di custodire la Vergine. Ora, avendo avuto in sorte di patire l’esilio sull’isola di Patmos a causa della Parola di Dio ed a testimonianza di Gesù Cristo, è stata da lui scritta l’Apocalisse precedentemente mostrata; e così come all’inizio dei libri canonici – la Genesi – si è annunciato un “inizio incorruttibile”, anche con l’Apocalisse si ritorna ad un “fine incorruttibile” per mezzo di uno che è vergine, come è detto: « Io sono l’Alfa e l’Omega » (Ap. I, 8), cioè l’inizio e la fine. Questi è Giovanni che, conoscendo il giorno in cui sarebbe sopraggiunta la sua dipartita dal corpo, riuniti i suoi discepoli ad Efeso, scese nel luogo dove sarebbe stato sepolto e, dopo aver pregato, rese il suo spirito. Fatto così estraneo al dolore della morte, si considera alieno dalla corruzione della carne. La disposizione della Scrittura o l’ordine del libro non sarà da noi esposta in dettaglio, cosicché, in chi non la conosce, sia il desiderio di indagare a dargli una struttura.

UN ALTRO PROLOGO DELLO STESSO

[Questa prologo fu composta per il Commento di Vittorino]

[3] I diversi naviganti che attraversano l’immensità del mare incontrano vari pericoli. Si è colti da paura quando il turbinare del vento diventa più furioso. Si temono minacce (dai pirati) se la brezza moderata, non fa che increspare la superfice dell’elemento esteso. Così mi sembra che avvenga in questo libro che mi avete inviato che contiene la spiegazione dell’Apocalisse di Vittorino: infatti è pericoloso ed esposto ai latrati dei detrattori, il giudicare le opere di un uomo così egregio. E così già in precedenza, Papias, Vescovo di Gerapoli, e Nepote, Vescovo della regione d’Egitto, erano in accordo con Vittorino circa il “regno dei mille anni”. E poiché me ne avete supplicato per iscritto, non ho voluto differire, e per non disprezzare colui che lo richiede, ho subito consultato i libri dei nostri maggiorenti, e quanto ho trovato nei loro commenti dei “mille anni” l’ho unito all’opera di Victorino. Soppresso da questa ciò che si è trovato in calce alla lettera, dall’inizio del libro al segno della croce, abbiamo corretto ciò che è stato contaminato da parte di scrittori inesperti; ci rendiamo così conto di ciò che sia stato aggiunto da lì fino alla fine del libro. Il vostro compito è così quello di discernere e di corroborare ciò che vi aggrada. Se la vita ci accompagnerà (e Dio ci dà salute) – Anatolio carissimo – il nostro ingegno lavorerà con abilità per voi in questo libro.

UN’INTERPRETAZIONE DI QUESTO LIBRO

[Padre Florez chiama questa ampia introduzione summa dicendorum].

[4] Non c’è da stupirsi che Giovanni abbia ricevuto questo nome che costituisce come una specie di profezia, dal momento che in latino significa “grazia di Dio”. Infatti, nell’attimo in cui gli viene ordinato di scrivere alle sette Chiese l’Apocalisse, che è Rivelazione del Signore, egli vede il Figlio dell’uomo seduto sul trono, cioè il Cristo nella Chiesa, ed i ventiquattro Vegliardi, che sono i dodici Profeti ed  i dodici Apostoli. Le sette chiese, i sette candelabri d’oro, le sette stelle, rappresentano l’unica Chiesa, unita in matrimonio con Cristo mediante la grazia septiforme. Dopo questo ho visto una porta aperta in cielo (Ap. IV, 2). La porta aperta si riferisce a Cristo, che è nato ed ha sofferto, mentre “cielo” è la Chiesa. Dopo questo ho visto un trono eretto in cielo, cioè che sono i Sacerdoti della Chiesa, servendosi dei quali Cristo presiede e giudica ogni giorno. E colui che sedeva su questo trono era di aspetto simile al diaspro e alla cornalina: questo allude ai due giudizi, uno per mezzo dell’acqua e l’altro attraverso il fuoco. Dopo questo vidi quattro animali prostrarsi davanti al trono, cioè i quattro Evangelisti, ed ognuno di essi aveva un aspetto distinto: il primo come di uomo, cioè razionale; il secondo come di leone, forte e combattivo; il terzo come di bue, immolato in sacrificio; il quarto come di aquila in volo, che con tutto l’ardore della mente, deve rimanere sempre in contemplazione. Questi quattro animali ne sono uno solo, che cioè è la Chiesa. Dopo questo ho visto nella mano destra di colui che siede, un libro sigillato con sette sigilli (Ap. V), nel quale sono annotati la guerra, la fame, la morte, il clamore di coloro che sono stati uccisi, ed anche la fine del mondo e dei tempi. Enumerando questi stessi sigilli parliamo (Ap. VI), dei quattro cavalli: il primo bianco, che è la Chiesa, con il suo cavaliere Cristo; il secondo rossastro, che è il popolo che combatte contro la Chiesa, e il cui cavaliere è il diavolo sanguinario; il terzo nero, che è la fame spirituale all’interno della Chiesa, e il suo cavaliere lo pseudo-profeta; il quarto pallido, e il suo cavaliere è la morte, a cui è stato dato il potere di uccidere con la spada, la fame, la morte e le bestie della terra, comprendendo anche le eresie nella Chiesa. Il quinto (sigillo) si riferisce alle anime di coloro che sono stati uccisi a causa della Parola di Dio. Nel sesto, con il sole nero come un panno di crine, e con la luna tutta come sangue, e con le stelle cadenti, si allude agli increduli, a coloro che saranno oscurati dalla luminosità della dottrina. La luna diventata tutta di sangue, è la Chiesa dei Santi, che alla fine appaiono versare il loro sangue per Cristo. La caduta delle stelle, che turba i fedeli, conclude il sesto sigillo, nel quale a causa dell’ultima lotta dell’Anticristo, come una ficaia sbattuta dalla bufera lascia cadere i fichi immaturi, così i santi, quelli che sembrano santi, vengono scossi dalla Chiesa. E il cielo che è stato portato via come un rotolo di libro, sono i Santi, che in quel momento non presentano altra virtù se non lo spargimento del loro sangue. Ed ogni montagna ed ogni isola viene rimossa dal loro posto; i re della terra, i giudici e i tribuni, i potenti e tutti, sia schiavi che liberi, si nascosero nelle grotte e nelle rupi dei monti. E dicono alle rupi e ai monti: Cadeteci addosso e nascondeteci alla vista di colui che siede sul trono e dalla collera dell’Agnello, perché il grande giorno della sua strage è arrivato e chi potrà sostenersi? Tutto questo avverrà al tempo dell’Anticristo. Perché con i re della terra, i governanti ed i potenti, come si dice, noi intendiamo i Santi, che in quel momento vincono l’Anticristo. Essi cercano di nascondersi nelle grotte e nei dirupi della montagna, cioè cercheranno l’aiuto dei Profeti, degli Apostoli e dei martiri. Dopo questo ho visto quattro Angeli in piedi ai quattro angoli della terra, che reggono i quattro venti (Ap. VII), che sono le quattro parti del mondo. Gli Angeli ed i venti sono la medesima cosa, ma sono bipartiti, tra il bene ed il male: cioè la Chiesa ed i regni del mondo; ed infatti il mondo odia la Chiesa, nella quale si trovano i falsi fratelli. E a questi venti fu detto di non soffiare sulla terra, né sul mare, né su alcun albero. Tutto questo si riferisce agli uomini, di modo che essi non piangano, cioè non venga meno il loro spirito e non rendano gli altri simili a loro, onde evitare che le persone alla sinistra oltraggino quelle che sono alla destra. Dopo questo ho visto dodicimila servitori di Dio – cioè la Chiesa costituita dal numero dodici – segnati con il sigillo sulla fronte, cioè con la consapevolezza del loro operato. Il settimo sigillo completa, in questa serie, il libro segnato dai sette sigilli. Si fa silenzio in cielo, come per una mezz’ora. (Ap. VIII): questo si riferisce ai servi di Dio, che si riposano da ogni attività secolare e iniziano qui la contemplazione per gustare la vita eterna. Dopo di ciò vidi sette Angeli che suonarono sette trombe, cioè le sette chiese che ricevono la predicazione perfetta, come diceva il profeta: “Come una tromba proclami la tua voce” (Is. LVIII,1). Il primo Angelo suonò la tromba, e si produssero pietre e fuoco mescolati al sangue, e questa è l’ira di Dio, che trascinava molti alla morte, affinché i santi potessero essere provati come oro nel crogiolo. E il secondo Angelo suonò la sua tromba, e fu gettata nel mare un’enorme montagna in fiamme: questo è il diavolo gettato sul popolo. E il terzo Angelo fece risuonare la tromba, e cadde dal cielo una grande stella ardente come una fiaccola, il che si riferisce agli uomini che cadono dalla Chiesa e che sono stati considerati dagli altri come santi e grandi, mentre che per il loro tipo di predicazione e di vita trascinano altri alla morte. E il quarto Angelo suonò la tromba: e fu colpita la terza parte del sole, la terza parte della luna, e la terza parte delle stelle, così che si oscurò  e si perse la terza parte del giorno e la terza parte della notte: i Santi cioè furono separati dai malvagi. Dopo questo ho visto e sentito una grande aquila volare in mezzo al cielo, dicendo a grande voce: « Guai, guai, guai agli abitanti della terra quando suoneranno le restanti trombe dei tre Angeli. »  L’aquila ed il cielo sono la Chiesa. Quando dice che questa va da una parte all’altra, intende affermre che annuncia a gran voce le piaghe degli ultimi tempi. – Il quinto Angelo suonò la tromba, e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; ed aprì il pozzo dell’Abisso (Ap. IX), cioè il popolo si allontanò dalla Chiesa con il suo pseudo-profeta. Ha aperto il pozzo, perché ha manifestato il suo cuore con le parole. Si chiama abisso perché si nascondeva nell’occulto. E dal pozzo è uscito un fumo come quello di un grande forno. E il sole e l’aria si oscuravano con il fumo del pozzo. Il sole è la Chiesa e il fumo sono le parole degli uomini empi. Come il fumo precede il fuoco, così essi oscurano la Chiesa e la confutano con parole, facendo sì che alcuni diventino ciechi. E dal fumo del pozzo uscirono cavallette, cioè una moltitudine di demoni, che erano legati nei loro cuori (degli empi) come in un pozzo, e insieme agli uomini da essi posseduti, si sollevano contro la Chiesa. E ad essi fu dato un potere come quello degli scorpioni della terra. Lo scorpione infatti tocca con la bocca e ferisce con la coda, proprio come fanno questi. E le cavallette erano come cavalli preparati per la guerra. Sulle loro teste avevano corone che sembravano d’oro: questo perché sotto il loro manto di cristianità (le corone d’oro) erano come dei cavalli furiosi che correvano verso il male. E i loro volti erano come le facce degli uomini, considerati cioè razionali. Avevano i capelli come quelli delle donne, cioè sciolti e da effeminati. Avevano denti come quelli di un leone, cioè tanto forti da poter stritolare. Ed avevano code simili a quelle degli scorpioni, con pungiglioni nella coda, per mostrarsi su quel cavallo, popolo avversario della Chiesa, e per significare che in un solo corpo vi fossero molte membra. Nella testa, ecco i principi della terra; nella coda, i falsi sacerdoti che, affettando una regale devozione, opprimono la Chiesa e promettono al popolo sicurezza. Essi hanno sopra di loro, come re, l’angelo dell’abisso, cioè il diavolo o il re del mondo, perché l’abisso è il popolo. In ebraico il suo nome è “Abaddon”, in greco “Appolyon”, in latino “Perdens” (il perdente) o colui che stermina. Il primo Guai! è passato. Ma ecco che dopo ce ne sono altri due. Ecco che noi chiamiamo “pozzi” gli uomini che sono ignoranti; e chiamiamo cavallette i demoni o la moltitudine di uomini che ricevono il potere di nuocere a coloro che non sono segnati col sangue dell’Agnello. E il sesto Angelo suonò la tromba: qui iniziò l’ultima predicazione. – E udii una voce dai quattro angoli dell’altare d’oro che si trova davanti a Dio, che diceva al sesto Angelo che aveva la tromba: “Liberate i quattro Angeli che sono legati dal grande fiume Eufrate“. “Una voce dai quattro angoli” designa il popolo della circoncisione, il solo che in tutto il mondo conoscesse Dio. L’altare d’oro è la Chiesa, che proviene dalla circoncisione. Liberate i quattro Angeli, quindi dall’Oriente e dall’Occidente, dal Settentrione e dal Mezzogiorno: questo significa che la Chiesa diventa universale e che il Nome del Signore è conosciuto nelle quattro parti del mondo. Questo Angelo con la tromba, a cui viene comandato di liberare, è da interpretare come la predicazione di tutta la Chiesa. L’Eufrate è il fiume di Babilonia, e con Babilonia si intende il mondo intero. Dopo di che ho visto nella visione i cavalli e coloro che li cavalcavano: avevano pettorali del colore del fuoco, del giacinto e dello zolfo, e le loro teste erano come leoni. Non sono gli stessi che abbiamo descritto sopra, ma sono simili a loro.  Quando diceva di loro così, descriveva la stessa cosa ma in modo diverso. Dalla loro bocca uscirono fuoco, fumo e zolfo. Per fumo si intende il giacinto, cioè le parole di questi uomini. Da queste tre piaghe, cioè il fuoco, il fumo e lo zolfo, che uscivano dalle loro bocche, fu uccisa la terza degli uomini. Il potere dei cavalli sta nelle loro bocche e nelle loro code, che sono cioè i principi del mondo ed i sacerdoti, e con loro fanno del male, perché senza di loro non possono nuocere. Ho visto anche un altro Angelo potente scendere dal cielo, avvolto in una nuvola e con un arcobaleno sul capo (Ap. X): questi è il Signore rivestito della Chiesa. L’arcobaleno sopra il suo capo, è la perseveranza della Chiesa. Le nuvole, sono i predicatori che producono pioggia per mezzo dei miracoli. Il suo volto come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco. Sul suo volto c’è la conoscenza di Cristo; sulle sue gambe c’è la sofferenza dell’ultima persecuzione. Nella sua mano teneva un libro aperto: cioè attraverso la Legge ed il Vangelo si conosce Cristo. Mise il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra. Il piede destro sul mare, rappresenta le membra più forti nei maggiori pericoli. Il piede sinistro sulla terra, sono le membra più deboli in ciò che è di propria competenza. E gridò a gran voce come ruggisce il leone, cioè comandò di predicare con veemenza. E mentre gridava, sette tuoni fecero udire il loro fragore. Appena i sette tuoni fecero udire la loro voce, e mi disponevo a scrivere, ho sentito una voce dal cielo che diceva: « … sigilla ciò che i sette tuoni hanno detto, e non lo scrivere ». Ha detto questo nella prima parte del libro, mentre nell’ultima parte ordinerà di non sigillarla (Ap. XXII, 10), e questo perché ciò che la Chiesa non conosceva pienamente all’inizio, alla fine lo mostri ogni giorno. Allora l’Angelo che avevo visto in piedi sul mare e sulla terra alzò la mano al cielo, giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, che non ci sarà più tempo; ma nei giorni in cui si sentirà la voce del settimo Angelo suonare la tromba, non ci sarà più tempo se non quello della purificazione: questa è la futura risurrezione della pace, in cui la Chiesa si affermerà, così come dice l’Apostolo: « L’ultima tromba » (1 Cor. XV, 52), ed in essa il mistero di Dio sarà stato consumato, come Egli aveva evangelizzato attraverso i suoi servi. E ho sentito la voce del cielo che mi parlava e mi diceva: “Vai, prendi il libro che è nelle mani dell’Angelo e ingoialo; sarà nella tua bocca dolce come il miele, ma renderà le tue viscere amare come il fiele“. Questo libro è la Legge ed il Vangelo. Quando si comincia a leggerlo è dolce in bocca, ma se ne sentirà l’amarezza appena si comincerà a predicare ed a mettere in pratica quanto capito. E quando si sarà manifestata la dolcezza nella bocca e l’amarezza nelle mie viscere, dice: … devi predicare di nuovo. Nel dire questo, è chiaro che ai primordi la Chiesa ha compiuto la profezia pienamente, perché ha annoverato tanti martiri; ed una volta che la fede abbia fatto il giro del mondo, la profezia è chiusa. È questo ciò che dice: … dovete predicare di nuovo; con ciò si riferisce al fatto che alla fine dei tempi, quando ci sarà l’arrivo dell’Anticristo, la profezia riaprirà la sua bocca. Addolcire la bocca e rendere amare le viscere: questo è quando si inizia a predicare ed a porre in opera. – Poi mi fu data una canna di misura come un’asta, e l’Angelo mi disse: “Alzati e misura il santuario di Dio e l’altare, e quelli che in esso adorano” (Ap. XI). Non si riferiva a lui, nel dire alzati, ma al peccatore: … alzati per fare penitenza. Misurare il Santuario significa confessare al Padre onnipotente e a Gesù Cristo suo Figlio, nato per opera dello Spirito Santo dalla Vergine Maria; e quel che viene annunciato dai profeti è la mano di Dio, il Verbo del Padre e Creatore del mondo. Questa è la canna e la misura della fede. Ma nessuno adora il santo altare se non coloro che abbiano rettamente professato questa fede. Solo questi adorano, non tutti quelli che sembrano adorare. E mi dice: … l’atrio fuori dal Santuario, lasciatelo fuori. Il Santuario si riferisce ai servi di Dio, mentre il cortile è il cattivo Cristiano: ed infatti il cortile sembra appartenere al Santuario, ma non è il Santuario. E i Cristiani malvagi sembrano che appartengano ai Santi, ma non sono Santi. Per questo saranno cacciati via, perché ai tempi dell’Anticristo calpesteranno la città santa, cioè la Chiesa. I miei due testimoni profetizzeranno 1.290 giorni, coperti da tela di sacco. Questi due testimoni sono la Legge ed il Vangelo. Sono vestiti di sacco perché predicano la penitenza. In realtà, qui ci si riferisce ad Elia ed a colui che verrà con lui: io manderò i miei due testimoni ed essi profetizzeranno per mille e duecentonovanta giorni, cioè tre anni e sei mesi, che saranno i giorni della loro predicazione, ed il regno dell’Anticristo (durerà) altrettanto. Essi sono i due ulivi e i due candelabri. Questo, in senso letterale, si riferisce ad Elia ed a colui che deve venire con lui; ma si fa riferimento, in senso spirituale, ai due Testamenti, che sono la Legge ed il Vangelo. Questi sono i due ulivi e i due candelabri. Un tale candeliere, che viene descritto da Mosè come dotato di sette braccia (Num. VIII, 2), è la septiforme Chiesa ripiena dello Spirito. E i due olivi sono la Legge ed il Vangelo. L’olio deve essere versato sul candeliere, cioè sulla Chiesa. Questa è la Chiesa con il suo olio che non si esaurisce, ma che essa fa bruciare per illuminare il mondo. Se qualcuno cerca di farle del male, il fuoco uscirà dalla sua bocca e divorerà i suoi nemici: vale a dire che se qualcuno non vuole ascoltare la Legge ed il Vangelo, sarà bruciato dal fuoco divino. Questo è il fuoco, cioè la parola della predicazione, che Gesù è venuto a portare sulla terra (Lc. XII, 4) per il nostro corpo, e vuole che bruci in tutti. – Questi due hanno il potere di chiudere il cielo in modo che non piova, hanno cioè il potere di legare e di sciogliere, hanno il potere di trasformare l’acqua in sangue. L’acqua è la Scrittura. Si serra il cielo quando le parole della predicazione si infrangono su di un cuore indurito, ed a causa delle sue azioni malvagie, ciò che sembra cristiano gli risulta inutile. … Li vincerà e li ucciderà. Questo viene fatto spiritualmente nella chiesa dall’Anticristo con i suoi ministri. Li vincerà … saranno quelli che compiono azioni malvagie. Ucciderà … coloro che predicano Cristo e si allontanano dal male; perché è chi non osserva la Legge ed il Vangelo, come l’Anticristo, che ucciderà Elia ed Enoch. E il suo corpo sarà gettato nella piazza della città. Qui ha indicato un solo corpo dei due, perché la Legge e il Vangelo sono una cosa sola, ed insegnano che uno solo è il corpo della Chiesa. Da parte sua, quanto ha detto: sarà gettato nella “piazza” della città (“platos” in greco, che significa in latino “latitudo”, larghezza), si riferisce al fatto che, seguendo la via ampia e spaziosa, si gettano i corpi dei Testamenti, cioè la Legge e il Vangelo, in mezzo alla città; … corpo che è la Chiesa, così come è scritto: « tu che detesti la disciplina e che le mie parole te le getti alle spalle? » (Psal. XLIX,17). – Persone, razze, lingue e nazioni contempleranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo, cioè trecentocinquanta giorni, cioè tre anni e sei mesi. Questo deve essere compreso spiritualmente: dalla Passione del Signore al tempo dell’Anticristo, si contano tre anni e sei mesi. Per un anno, cento anni, e per tre anni, trecento, e per cinquanta anni, sei mesi: si mescola, allora, il tempo presente ed il futuro, come dice il Signore nel Vangelo: « Verrà l’ora in cui tutti coloro che vi uccideranno penseranno che stanno servendo Dio » (Gv. XVI, 2). Non separa mai il tempo presente da quello finale in cui l’Anticristo si manifesterà, perché ciò che accadrà allora in modo visibile sta accadendo già ora nella Chiesa in modo invisibile. Non è permesso seppellire i loro cadaveri, e questo è detto della promessa di coloro che seguono Cristo, nel senso che non è permesso loro di fare penitenza con tranquillità, come è scritto: « Guai a voi, scribi e farisei, ciechi e ipocriti, che chiudete il regno dei cieli, e questo è la Chiesa, perché non entriate voi né lasciate entrare altri » (Mt. XXIII, 13). Gli abitanti della terra gioiscono ed esultano a causa loro, e si scambiano doni: questo avviene quando, trovandosi i giusti nell’afflizione, gli empi ne gioiscono ed esultano. E la stessa loro visione è molto pesante per gli ingiusti, così come quando hanno detto di Cristo: « la sua stessa presenza ci è insopportabile » (Sap. II, 15), e non solo è loro di aggravio, ma li sgomenta, come è scritto: « L’empio vede e si adira, digrigna i denti e si consuma. » (Psal. CXI, 10). Si rallegreranno, quindi, quando non avranno più nulla da soffrire, quando i giusti saranno perseguitati ed uccisi e la loro eredità sarà posseduta. Perché diranno: questi due profeti hanno tormentato gli abitanti della terra, come a dire: sono loro che vivevano secondo la Legge ed il Vangelo, e ci hanno costretti a vivere così; rallegriamoci nel vederli dispersi dalla persecuzione e sterminati. Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita da Dio entrò in loro e si alzarono in piedi, e un grande timore si abbatté su coloro che li guardavano. E udirono una voce forte dal cielo: Salite qui, e saliranno in cielo in una nuvola. Di questi tre giorni e mezzo abbiamo già parlato prima nel senso spirituale, comprendendoli tra la prima e fino alla seconda venuta. Ciò che ha detto: si sono alzati in piedi, appartiene alla futura resurrezione; e quel che dice: un grande timore si è abbattuto su coloro che li hanno contemplati, lo dice di tutti gli uomini. E quando la loro sorte sarà mutata, coloro che erano felici in questo mondo saranno tormentati senza fine, e coloro che erano afflitti nel mondo gioiranno senza misura. Quel che ha detto: “Salite qui e saliranno in cielo in una nuvola; è quanto diceva già l’Apostolo: « Saremo presi dalle nuvole per incontrare Cristo » (1 Tess. IV,16). Infatti prima della venuta del Signore non poteva accadere che un uomo, se non il Cristo, potesse salire in cielo nel suo corpo; come sta scritto: «  prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo » (1 Cor XV, 23), ma alla sua venuta, saranno presi nelle nubi ed usciranno per incontrarlo. Se questo si dicesse solo di Elia e di colui che deve venire con lui, come potrebbero gli abitanti di tutta la terra gioire per la morte violenta di due persone che muoiono in una determinata città? O quando si possono inviare doni, essendoci solo tre giorni e mezzo per gioire della morte, prima di essere rattristati dalla risurrezione? O quali feste ci potrebbero essere, se per tre giorni i cadaveri umani emanano fetore? È chiaro infatti che in questi due personaggi sono rappresentatila Legge ed il Vangelo, e che “tre giorni e mezzo” si riferiscono al tempo che intercorre tra la prima e la seconda venuta del Signore. – E grande timore si è abbattuto su coloro che li hanno osservati, questo lo ha detto di uomini viventi, perché anche i giusti, che il giorno del giudizio troverà vivi, avranno grande paura alla risurrezione dei morti. … E i loro nemici li vedranno. Qui separerà i giusti da coloro che aveva detto in generale essere pieni di paura. In quella ora si è verificato un violento terremoto, e questa è la persecuzione alla venuta del Signore. E in quell’ora che è detta, significa tutto il tempo, affinché chi è sul tetto, non scenda a prendere nulla dalla casa (Mt. XXIV, 17), cioè chi vive per il Vangelo non vada più a rivestirsi dell’uomo vecchio, e non desideri avere ciò a cui una volta aveva rinunciato. E la decima parte della città è crollata nel terremoto, e settemila persone sono morte, cioè nella persecuzione dell’Anticristo si dice che ne siano morte settemila. Settemila e diecimila sono interpretati come un numero perfetto. Due sono gli edifici della Chiesa, uno è fondato sulla roccia, che è Cristo; l’altro sulla sabbia, che è l’eresia. Si dice che l’uno sia incorso nella persecuzione, ed altri abbiano temuto e dato gloria al Dio del cielo. Questi sono quelli fondati sulla pietra; infatti quando i giusti che temono, vedranno i malvagi morire nel terremoto, saranno sollecitati alla confessione della loro anima, saranno più coraggiosi nell’osservare i comandamenti, e daranno con gioia gloria a Dio, come sta scritto: « Vedendo il malvagio punito, egli diventa più astuto » (Prov. XV, 5). Terminata la ricapitolazione premessa al settimo Angelo, ripete l’ordine dicendo: Il seconda “guai” è passato; infatti il primo si diceva fosse passato nella battaglia delle cavallette; e il secondo era giunto con i cavalli visti in visione. – Non ha detto là che il secondo “guai” sia passato, per non descrivere subito il terzo, perché, sia per quanto riguarda le cavallette che i cavalli, il “guai” si è ricapitolato in due modi. Ora, dopo questa ricapitolazione, si dice che il secondo “guai” sia passato. Quindi, il secondo “guai” che è passato è quella dei cavalli, seguito dal terzo “guai” e dal settimo angelo con il quale si descrive la fine. Sembra che qui abbia fatto due finali successivi, uno di ricapitolazione e l’altro di ordine. Infatti ha raccontato una fine nella resurrezione dei testimoni, cioè della Legge e del Vangelo, che abbiamo commentato sopra e che l’ha presentata fuori dall’ordine (sequenziale), e ne ha poi introdotta una seconda che mancava, quella che si riferisce alla lotta dei cavalli, dicendo: Il secondo “guai” è passato: ecco, sta arrivando il terzo. Il settimo Angelo suonò la sua tromba, e c’erano voci forti in cielo che dicevano: Il regno di nostro Signore e del suo Cristo è venuto sul mondo, ed Egli regnerà nei secoli dei secoli. E i ventiquattro anziani si prostrarono faccia a terra e adorarono Dio dicendo: “Ti ringraziamo, o Signore Dio onnipotente, che sei venuto, perché hai ricevuto la tua grande potenza e hai regnato”. E le nazioni erano in collera, ma è giunta la tua ira ed è giunto il momento che i morti siano giudicati. Fa riferimento qui all’inizio e alla fine: Tu hai regnato, e le nazioni si sono infuriate: e questo è il primo avvento; … è giunta la tua ira ed il tempo di giudicare i morti: questo ne è il secondo, … e dare la ricompensa ai tuoi servi i profeti, e a quelli che temono il tuo nome, e distruggere quelli che distruggono la terra. Ecco, il terzo « guai! » viene dalla voce del settimo Angelo, nell’ultima lotta e alla venuta manifesta del Signore. Non c’è nessuno che lodi il Signore e ringrazi il Creatore, tranne la Chiesa, perché vive rettamente e crede rettamente, e pertanto i guai sono partiti dagli uomini empi. – Da questo comprendiamo che non c’è remunerazione dei buoni senza i « guai! » degli empi. Così ha detto la stessa Chiesa: è arrivata la tua ira ed è giunto il momento di giudicare i morti, di dare la ricompensa ai tuoi servi e distruggere coloro che distruggono la terra. Questo è l’ultimo “guai” che l’Aquila aveva annunziato: « Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre Angeli stanno per suonare! » (Ap. VIII, 13); in questo “guai!” giunge  la fine. Così ricapitolato il tutto dalla nascita del Signore, si diranno nuovamente le medesime cose con maggiore chiarezza. « Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. » È … nel suo santuario (Ap. XI, 19) – cioè nella Chiesa – che si è manifestato Cristo, e si è aperta così la profezia nella Chiesa. E ci sono stati fulmini, e tuoni, ed un terremoto, ed una grande grandinata. Tutte queste cose si riferiscono alle proprietà dello splendore della predicazione e delle guerre della Chiesa. Come in precedenza, nelle sette trombe degli Angeli sono stati esposti i fatti dalla venuta del Signore fino alla fine, perché si potesse riconoscere quanto accaduto con ciascuna delle trombe, così ora, non appena il Santuario di Dio in cielo è stato aperto, si sono susseguite le lotte e dice: « Ed ho visto la bestia che saliva dall’abisso. » Dopo aver inflitto molte piaghe al mondo, si dice che la bestia è risorta dall’abisso. Questo lo dice propriamente dell’Anticristo, che da quando Cristo è nato, è sempre stato negli uomini malvagi: coloro che hanno crocifisso Cristo erano il suo “abisso”; coloro che perseguitano la Chiesa sono l’abisso dell’Anticristo, perché “abisso” sono gli uomini che camminano nelle tenebre; infatti, al pari di Cristo che ha avuto come mediatori i Patriarchi e i Profeti che parlavano di Lui in figura e, dopo la sua venuta, coloro che avendolo annunciato lo hanno riconosciuto, e per mezzo dei quali fu suscitata la Chiesa, in cui Cristo, Capo di tutta la Chiesa, regna come un unico Corpo con i suoi membri, … così l’Anticristo ha i suoi mediatori nei re e nei sacerdoti empi, che riconosce come suoi membri per mezzo delle loro azioni nefande, e di tutti i malvagi è re e capo.

[5] E un grande segno apparve nel cielo (Ap. XII), cioè nella Chiesa, Dio si fa uomo: una Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi, ed una corona di dodici stelle. È questa l’antica Chiesa dei Patriarchi, dei Profeti e degli Apostoli, che ha fatto proprio il gemito e l’angoscia del suo desiderio, fin quando non ha visto che Cristo, promesso secondo la carne, ha assunto il corpo dal suo stesso popolo. A sua volta, colei che è vestita di sole è la speranza della Resurrezione. La “luna” in vero, sono i pericoli dei Santi che soffrono nelle tenebre di questo secolo, che non possono mai mancare e che ora decrescono ed ora crescono, proprio come la luna che decresce e poi cresce. Allo stesso modo, i Santi brillano in mezzo alle tenebre, proprio come la luna. La corona di dodici stelle rappresenta il coro dei Patriarchi, secondo i quali Cristo doveva assumere la carne. E in Cristo vi sono le dodici tribù di Israele, cioè la Chiesa. E la donna è incinta, e grida nel travaglio e nel dolore del parto. Quando parliamo di questa donna ci riferiamo alla Chiesa, che porta Cristo nel suo grembo. Infatti la Chiesa partorisce con gran gemito volendo imitare Cristo. E un altro segno è apparso in cielo: un grande dragone rosso. Il “cielo” è la Chiesa, il dragone è il diavolo. Egli finge di adorare Cristo attraverso i suoi ministri nella Chiesa, e come Erode, il nemico interno, che cercò di uccidere colui che simulava voler adorare, così il diavolo, fingendosi santo, si sforza di uccidere Cristo, nato dalla donna-Chiesa, nel nostro petto attraverso i cattivi Cristiani. Esso ha sette teste e dieci corna. Però quante sono le teste, tante sono anche le corna. Nelle sette teste si indicano tutti i re, e nelle dieci corna, tutti i regni: queste vengono designate con un numero perfetto. E la sua coda attirava la terza parte delle stelle del cielo e le gettava sulla terra. La coda di questo dragone sono i profeti ed i sacerdoti iniqui, come detto parlando delle cavallette, e le stelle del cielo che vi aderiscono, cioè i santi che sembrano essere nella Chiesa, sono gettate sulla terra: tutti i Santi infatti sono il “cielo” ed i peccatori, chiamati “terra”, sono sotto i piedi della donna. E la donna partorì un figlio maschio, cioè la Chiesa (diede alla luce) il Cristo, di poi il suo corpo, che sono i Santi, partoriti ogni giorno con dolore. Ha parlato solo di un “Figlio”, perché Cristo, che ne è il Capo, costituisce un solo corpo con i membri della Chiesa. Lo dice “maschio”, cioè vincitore del diavolo che aveva vinto la donna. Infatti la donna che vince il diavolo vien chiamata uomo. E quando l’uomo è sopraffatto dal diavolo, si dice: “il diavolo ha sopraffatto la donna”. E la donna fuggì nel deserto: “deserto” sono i malvagi che non accolgono la predicazione, questi sono gli scorpioni e le vipere, ed è per questo che il Signore dice ai suoi servi: « Vi ho dato il potere di calpestare serpenti e scorpioni » (Lc. X, 19). Poi si svolse una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono con il dragone; anche il dragone ed i suoi angeli combatterono. Per “Michele” si intende Cristo; per cielo la Chiesa e per Angeli gli uomini santi. Non c’è nessuno che possieda gli Angeli, se non nostro Signore Gesù Cristo. Lungi da noi dunque il pensare che il diavolo con i suoi angeli potesse osare di combattere in cielo, dal momento che dovette chiedere al Signore il permesso di colpire un uomo sulla terra: Giobbe. Egli ha ricevuto però il potere di combattere con la progenie della donna, non con il Figlio di Dio o i suoi Angeli. Ma essi non hanno prevalso, e non c’era più posto per loro in cielo, cioè tra gli uomini santi, che, una volta creduto in Cristo, non hanno più accolto il diavolo che era stato cacciato via. Quando il dragone vide che era stato gettato sulla terra, perseguitò la donna che aveva dato alla luce un uomo maschio: poiché più si respinge il diavolo, tanto più esso perseguita. Poi il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per portarla via con la sua corrente, cioè con le persone che perseguitano la Chiesa. E ho visto una bestia salire dal mare (Ap. XIII). Prima aveva detto, “dall’abisso”; ed ora dice, “dal mare”. Il mare, l’abisso e la bestia sono in realtà una cosa sola, sono cioè gli uomini malvagi che nascono da uomini malvagi, così come le vipere nascono dalle vipere. In questa “bestia” sono rappresentate molte membra, a volte il diavolo, a volte i sacerdoti empi, a volte le persone malvagie, a volte i falsi religiosi. Essa aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle loro teste un nome blasfemo. “Sulle corna” si allude al potere o all’orgoglio dei capi, dei principi del mondo; con il nome “diademi”, al nome della Cristianità; col nome di “blasfemia”, al fatto che si lodano i loro principi e si venerano, si ascoltano come dei, senza che si voglia riconoscere Dio che ha fatto tutte le cose: questi, senza dubbio, sono annoverati tra i membri dell’Anticristo. E ho visto un’altra bestia sorgere dalla terra. Ha detto “un’altra” per la sua funzione, ma essa è sempre la stessa, perché la seconda fa la volontà della prima bestia, e si riferisce al falso profeta e sacerdote. E aveva due corna come un agnello, cioè predicava la Legge e il Vangelo, come l’Agnello, e fingeva di avere il volto di un uomo giusto: … ma parlava come un dragone, e faceva scendere fuoco dal cielo davanti al popolo: come i maghi oggi che, servendosi degli angeli decaduti, fanno miracoli agli occhi degli uomini, così gli empi sacerdoti battezzano alla presenza del popolo, ordinano sacerdoti, e danno l’assoluzione. Sono questi atti che fanno scendere il fuoco dal cielo. Il “fuoco” è lo Spirito Santo; il “cielo”, la Chiesa. E seducono non coloro che abitano in cielo, ma coloro che abitano sulla terra, e si fanno essi stessi simulacro della prima bestia, e attraverso di loro l’Anticristo regna nella Chiesa. Ed io guardai, ed ecco un agnello in piedi sul monte Sion, e con lui centoquaranta quattromila, con il suo nome e quello di suo Padre sulla fronte (Ap. XIV). L’Agnello è il Cristo; Sion è la torre di guardia della contemplazione; i centoquarantaquattro mila sono la Chiesa nella sua globalità. Questi seguono l’Agnello, cantando un inno nuovo: annunciano cioè Cristo che è nato ed ha patito e quindi, attraverso il Battesimo e la Penitenza, il perdono di tutti i peccati. Poi ho visto un altro Angelo volare nel cielo e un altro Angelo che lo seguiva, questi sono Elia e colui che verrà con lui, che precederà il regno dell’Anticristo con la sua predicazione. – Abbiamo detto tutte queste cose nel senso letterale. Ma, in senso mistico, con l’Angelo che vola nel cielo e quello che lo segue, si allude alla Legge ed al Vangelo, e che attraverso la loro predicazione percorrono il cielo, cioè la Chiesa. – E un secondo Angelo lo seguì dicendo: “È caduta, è caduta Babilonia la grande”. Babilonia significa la città del diavolo, vale a dire il suo popolo. Come la città di Dio è la Chiesa, così, all’opposto, la città del diavolo è Gerusalemme e Babilonia per tutto il mondo: questa è la Gerusalemme che uccide i profeti, mentre la Gerusalemme celeste è quella di Dio, dove si trova “nostra conversatio”. Questa è libera, come madre di tutti noi, mentre l’altra è schiava insieme ai suoi figli. Infatti la nostra Chiesa in questo mondo non si chiama Gerusalemme, cioè visione della pace, perché essa è nel combattimento; la nostra Chiesa si chiama invece Sion, cioè torre di guardia della contemplazione, perché calpesta ciò che è terreno e brama invece l’essenza delle cose celesti, contemplando in enigma Colui che desidera vedere quanto prima faccia a faccia. Quando dice: Babilonia la grande è caduta, si riferisce ai condannati nel giudizio: lo dice come se ciò che sta per accadere fosse già stato realizzato. Il fatto che ripeta due volte “è caduta, è caduta”, ci fa vedere innanzitutto che è caduta la Chiesa a causa delle eresie, degli scismi e delle opere di discordia, e che costoro saranno doppiamente condannati nel giorno del giudizio. – Un terzo Angelo li seguì, dicendo: Se qualcuno adora la bestia e la sua immagine e accetta il marchio sulla sua fronte, deve anche bere il vino dell’ira di Dio, ed essere tormentato con fuoco e zolfo davanti a Dio nei secoli dei secoli. Abbiamo detto sopra che la bestia è il diavolo ed il suo popolo. Sulla fronte, hanno la dottrina del diavolo; nella mano destra, un nome come di Cristianesimo: ma ne ricevono il marchio nella mano destra o sulla fronte quando fanno ciò che riconoscono essere come suo. – Poi ho guardato, e c’era una nuvola bianca: e sulla nuvola uno come un figlio dell’uomo, cioè Cristo. Si descrive la Chiesa nella sua luminosità, resa biancheggiante dalla fiamma della persecuzione. Portava una corona d’oro in testa. Questi sono gli Anziani con le corone d’oro: … e nella sua mano una falce affilata, simbolo nella loro attività della potestà di maledire. Per questo motivo ogni ladro e spergiuro sarà punito d’ora in poi fino alla morte. Il ladro e lo spergiuro sono gli ipocriti di cui dice il Signore: « Chi non entra dalla porta – che è Cristo – è un ladro ed un brigante » (Gv. X, 7).  – E un Angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che sedeva sulla nuvola: “Getta la falce, perché il raccolto della terra è maturo”. Allora ecco un altro Angelo anch’egli tenendo una falce affilata dicendo: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra .. metti la falce nel torchio della terra e gettala nel torchio dell’ira del furore del Signore”. La falce del mietitore e la falce del vendemmiatore sono una cosa sola. La spremitura del torchio e la mietitura del raccolto è la retribuzione del peccatore. Così che coloro che ora, con la penitenza, non si liberano della pula per diventare grano, e non vengono schiacciati dal torchio della tribolazione per diventare grano e vino nella Chiesa, saranno schiacciati all’infinito, fuori della Chiesa, nella gehenna.   – Poi ho visto in cielo un altro segno grande e meraviglioso, sette Angeli che portavano le sette ultime piaghe, poiché con esse è consumata l’indignazione di Dio (Ap. XV). Dice sette” e ripete “sette”: questo deve essere inteso spiritualmente, perché nelle sette piaghe, l’ira è intesa nella sua perfezione, così come attraverso le sette chiese si esprime la grazia settiforme. In queste sette piaghe ci si riferisce all’ira del Signore, perché l’ira di Dio percuote nella perfezione il popolo contumace. – Vidi anche come un mare di cristallo, e quelli che vi stavano sopra, che avevano le arpe e le coppe. Col “mare” allude al Battesimo, perché l’acqua del mare è amara. Con l’acqua si intende il Battesimo e con l’amarezza la penitenza. Il vetro significa “fragilità”, perché il Battesimo presto si infrange, ma con la penitenza si ripristina nella fornace della tribolazione. Le “arpe” a cui si allude, sono i cuori di coloro che lodano Dio, cioè di coloro che hanno crocifisso la loro carne insieme ai vizi ed alle concupiscenze di questo tempo, ed hanno mortificato sulla terra le loro   membra.  – Dopo ciò vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la Tenda della Testimonianza; dal tempio uscirono i sette Angeli che avevano le sette piaghe. – Il Santuario, il Tabernacolo e il Cielo sono un’unica cosa, cioè la Chiesa. Quella che dice “aprirsi” è la manifestazione, buona o cattiva, nella Chiesa. I sette Angeli, che portano le sette piaghe, sono le chiese, che nella grazia settiforme costituiscono una sola Chiesa, alle quali è stato dato dal Signore il potere di legare e sciogliere, e ciò che ciascuno fa, sia in bene che in male, non può rimanere nascosto nella Chiesa.  – Poi uno dei quattro animali ha dato ai sette Angeli sette coppe d’oro piene dell’ira del Dio vivente. Sono queste le coppe con gli aromi portati dai Seniori e dagli Animali, che sono la Chiesa, … essa è anche i sette Angeli, ed anche gli aromi che significano l’ira di Dio. Infatti le preghiere dei Santi, che sono il fuoco che esce dalla bocca dei testimoni, per il mondo è l’ira. Uno degli animali diede alla Chiesa le coppe, cioè la predicazione del Vangelo, perché chiunque lo ascolti possa essere salvato, e chi non lo ascolta venga colpito dall’ira di Dio, poiché il Vangelo è la volontà di Dio. Chiunque segue Cristo fa la volontà del Padre. – … e nessuno poteva entrare nel Santuario fino a quando non avessero termine le sette piaghe, cioè nessuno degli ipocriti poteva entrare nella Chiesa, perché ci sarebbe stata una grande angoscia, come non è mai esistita. E nessuna carne sarebbe risparmiata, se Dio non accorciasse quei giorni, a causa degli eletti. – E udii una voce forte dal cielo che diceva ai sette angeli: “Versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio” (Ap. XVI). Alla Chiesa è stato dato il potere di diffondere l’ira sulla terra dalla quale salì. Tutte queste sono piaghe spirituali: infatti in quel tempo tutti gli empi non saranno affetti da piaghe corporee, ed è come se avessero ricevuto tutto il potere di fare il male. E non sono flagellati nel corpo, perché se fossero flagellati, infine si correggerebbero, ma perdureranno fino alla fine nella pienezza dei loro peccati. E il primo Angelo versò la sua coppa sulla terra. E il secondo Angelo versò la sua coppa sul mare. E il terzo angelo ha versato la sua coppa sui fiumi e sulle sorgenti d’acqua. E il quarto angelo versò la sua coppa sul sole. E il quinto angelo versò la sua coppa sul trono della bestia. E il sesto angelo versò la sua coppa sul grande fiume Eufrate. E il settimo angelo versò la sua coppa nell’aria. – La terra, il mare, i fiumi, le sorgenti d’acqua, il sole, il trono della bestia, il fiume Eufrate, l’aria, sulla quale gli Angeli hanno versato le loro coppe, sono la terra, cioè gli uomini. il che è facile da dimostrare, poiché a tutti gli Angeli è stato ordinato di versare sulla terra. Tutte queste piaghe sono da intendersi in senso spirituale. Infatti costituisce una piaga incurabile ed un segno di grande ira, ricevere il potere di peccare, specialmente nei Santi, senza che siano corretti. È ancora segno di maggiore ira di Dio, e procurarsi un accrescimento dei tormenti, quando ogni Santo ritenga giusto ciò che fa, per potersi dare sempre al piacere, e pensi che in questo modo si sacrifichi davanti a Dio e serva i fratelli. Questa è la piaga dell’ira di Dio, che si diffonde soprattutto tra i servi di Dio che seguono la propria volontà. E vidi tre spiriti impuri come rane uscire dalla bocca del serpente, dalla bocca della bestia, e dalla bocca del falso profeta. Abbiamo già detto sopra che il dragone è il diavolo; la bestia, costituita dagli uomini malvagi, è il corpo del diavolo, come i falsi profeti; i prepositi del corpo del diavolo, sono i sacerdoti ed i predicatori malvagi, che hanno lo spirito come le rane. Le rane sono i demoni; queste di solito si nutrono in pozzanghere ed in acquitrini, la cui acqua è impura: questo animale non ha altra caratteristica, se non quella di emettere come voce un suono simile ad un gracchiare improbo ed importuno. Così, di per sé, un tale animale è impuro, ed anche l’acqua della quale si nutre è impura. Con cos’altro abbiamo allora a che fare se non con falsi profeti, cioè con sacerdoti e predicatori di impurità, che, essendo in se stessi sporchi come le rane, sporcano anche le acque medesime delle Scritture, introducendo nel mondo delle falsità con una modulazione vacua come con il suono ed il gracchiare delle rane. E questi stanno all’interno della Chiesa sotto il nome di religione, così da opprimere la Chiesa; e in Essa i falsi profeti sono composti da quattro categorie: l’eretico, che si caratterizza per il fatto che ognuno sceglie per sé ciò che vuole e fa come meglio gli pare e, se viene corretto da un qualche Cattolico, giustifica ciò che ha fatto e si considera essere come santo: costui è fuori dalla Chiesa. Altro è lo scismatico. Si chiama “scisma” dalla “scissura” delle anime: perché pur stando nella stessa Religione, con lo stesso culto, il medesimo rito, con gli altri Santi della Chiesa, non aderisce alla medesima gerarchia, ritenendosi più santo degli altri della Chiesa. E poiché veglia di più, lavora di più, digiuna più degli altri, crede di essere più santo, al punto da dire che egli santifica tutto ciò che è impuro. Altro è il Superstizioso: si dice superstizione, un’osservanza superflua, che è sovrapposta alle osservanze dell’istituzione religiosa. E questi non vivono come gli altri fratelli, ma per il desiderio del martirio si tolgono la vita in modo che, lasciandola in modo violento, siano considerati martiri. Questi si chiamano « cotopici » in greco e noi li chiamiamo “circumcelliones” in latino perché sono vagabondi. Vagano per le province, perché non tollerano di essere in un unico luogo in comune accordo con i frati e di avere una vita in comune onde vivere con un’anima sola e un cuore solo alla maniera degli Apostoli ma – come detto – vagano per molti paesi e contemplano attentamente i sepolcri dei Santi come se questo servisse alla salvezza delle loro anime: ma questo non giova loro a nulla, perché lo fanno senza il comune accordo con i fratelli. Il quarto è l‘ipocrita. Nella lingua greca, un ipocrita è ciò che in latino si chiama « simulatore ». È colui che ha il male dentro e si mostra buono agli occhi di tutti, perché “hypo” significa falso e “crisis” significa giudizio. Il nome “hypo” deriva dall’aspetto di chi appare negli spettacoli con il volto coperto, volto tinto con vernice nera, rossa od altre pitture, indossando maschere di gesso tinto di diversi colori. A volte si spalmano il collo e le mani con l’argilla, per acquisire l’aspetto di un personaggio e quindi ingannare il pubblico durante la rappresentazione dei giochi, assumendo l’aspetto di uomo o di donna, di uomo calvo o peloso, di anziano o di fanciulla, e con facce diverse per età e sesso; l’idea dell’argomento è stata poi traslata e da questa prende il nome di ipocrita, che cioè sono coloro che camminano con una faccia falsa e simulano ciò che non sono. Così, questo genere di monaci  sono cattivi all’interno, ma buoni all’esterno. E dunque non si possono chiamare ipocriti coloro che, una volta manifestatisi, vengono allo scoperto, perché si chiamano già eretici. – Questi quattro tipi sono propriamente considerati come falsi profeti. E sono considerati falsi profeti perché si nominano da sé, sia all’Episcopato, che al Presbiterato o al Diaconato, sia nella manifestazione religiosa o nel culto penitenziale, e vivono a loro discrezione, ritenendo santo ciò che operano e giustificandolo non con l’autorità delle Scritture, ma con parole mendaci. Infatti non sono scelti dalla Chiesa Cattolica, e quindi sono “ladri e briganti” che non entrano nella Chiesa attraverso la porta, che è Cristo. Questi sono membri del dragone, della Bestia e del falso profeta, dalla cui bocca si vedono uscire tre spiriti impuri come rane. Si vede un solo spirito, ma con il numero delle parti si sono indicate le membra di un corpo: il dragone, cioè il diavolo; la bestia, il corpo del diavolo, che è il popolo malvagio; ed i falsi profeti, cioè i preposti del corpo del diavolo, hanno un solo spirito, come di rana, perché tutti affermano una stessa parola. – E il settimo Angelo versò la sua coppa nell’aria; e una voce forte uscì dal santuario che diceva: è fatta, cioè è finita. Il Santuario e il trono diciamo essere la Chiesa. E quando dice: è finita, dice che sono finite le sette piaghe, ma ricapitola la stessa persecuzione. – Ci furono fulmini, tuoni e un terremoto, come non ce n’erano da quando gli uomini esistevano sulla terra. Un terremoto di questo tipo, un terremoto così grande, significa un’angoscia come mai prima d’ora. E la grande città è stata aperta in tre parti. La grande città è tutto il popolo, in generale, che è sotto il cielo; esso sarà aperto in tre parti, quando la Chiesa sarà stata divisa, in modo che la gentilità ne sia una parte, l’abominio della desolazione un’altra, e la Chiesa che è uscita da essa, la terza. – E le città delle nazioni caddero; Dio si ricordò della grande Babilonia, per darle il calice del vino della sua collera. Poi tutte le isole fuggirono e le montagne sparirono. Le “città delle nazioni” sono i popoli non battezzati. Babilonia è l’abominio della desolazione, che in latino è: tutto il male. Che o sia fatto tra i pagani, o tra i Cristiani o tra i servi di Dio, il male operato, si definisce sempre Babilonia. Babilonia si interpreta come confusione, cioè come una mistura. E ciò che è male, si separa da Cristo e dalla sua Chiesa. Così Babilonia cade o beve l’ira di Dio quando riceve potere contro la Chiesa, specialmente alla fine dei tempi. Per questo si dice che è caduta a causa del terrore, della paura e della contumelia che fa alla Chiesa, perché, come detto, i pagani ed i Cristiani sono mescolati con la Chiesa. Essi – i pagani – non hanno città separate dai Cristiani, così che in particolare debbano cadere. E se dobbiamo pensare al giorno del giudizio, perché Dio se lo è ricordato dopo Babilonia? Perché queste città buone e cattive si formano dappertutto. E quando dice che le città delle nazioni caddero, significa che esse hanno perso la speranza che avevano in questo mondo. A sua volta, le isole e le montagne che sono fuggite e non sono apparse, sono ancora la Chiesa che sopporta tutti gli insulti e non restituisce male per male. E quando subisce gli insulti e non risponde alle parole dei bestemmiatori, si dice che fugge e scompare. – E una grande grandine, con pietre di quasi un talento, cadde dal cielo sugli uomini. “Grandine” viene chiamata l’ira di Dio, con la quale Dio minaccia il popolo. E gli uomini bestemmiavano Dio a causa della piaga della grandine, perché era una grandissima piaga. Questa piaga di cui parliamo si trova all’interno della Chiesa: quando qualcuno non adempie ai precetti del Signore, è spiritualmente devastato dalla grandine. Allo stesso modo, l’ira di Dio devasta ciò che trova tenero, cioè morbido e dissoluto o tiepido, quando si vede che non si lavora con tutte le proprie forze. – Poi venne uno dei sette Angeli che avevano le sette coppe e mi disse: “Vieni, ti mostrerò il castigo della famosa prostituta, che siede sulle grandi acque: con essa fornicarono i re della terra, e gli abitanti della terra si ubriacarono con il vino delle sue prostituzioni. (Ap. XVII).  “Uno dei sette Angeli” di cui si parla, è la Chiesa. La coppa è il Vangelo. Quella che si designa come prostituta si riferisce alla corruzione ed alle opere malvagie, e si dice che “siede sulle grandi acque”, cioè sui popoli. Infatti le acque sono i popoli, siano essi cattivi Cristiani, pagani o eretici; ed essa è quella bestia riferita in precedenza. Coloro che si designano come “re della terra” sono i principi del mondo, quelli che vengono detti inebriati, sono le opere e le disposizioni malvagie che per loro si attuano sulla terra. – E sono andato in spirito nel deserto: e ho visto una donna seduta su una bestia.  Deserto è lo stesso che dire “sterile”, è cioè, laddove la predicazione del Vangelo non viene né fatta né recepita. È chiamato deserto perché abbandonato da Dio. D’altra parte, la bestia e le grandi acque sono una cosa sola, e cioè il popolo malvagio che è il corpo del diavolo ed il nemico dell’Agnello, cioè di Cristo e della Chiesa. E vidi una donna seduta su una bestia di colore scarlatto, cioè una peccatrice, insanguinata dal sangue dei martiri e di tutti i Santi, con sette teste e dieci corna. Le sette teste si riferiscono a tutti i re e le dieci corna a tutti i regni. Infatti il sette ed il dieci costituiscono un numero perfetto. Ed era adorna di oro, pietre preziose e di perle. E aveva in mano una coppa d’oro piena di abomini e delle impurità della sua prostituzione. Quando si dice “adornata” ed avente una “coppa d’oro”, ci si riferisce agli ipocriti pieni di sporcizia, che infatti appaiono davanti agli uomini effettivamente dei giusti, ma dentro sono pieni di sporcizia. Questa donna con la bestia ed i re della terra appaiono in cielo, cioè nella Chiesa. Questi sono coloro che combatteranno contro l’Agnello, sono cioè coloro che si opporranno alla Chiesa fino alla fine dei secoli. Ma l’Agnello, come Signore dei signori e Re dei re, li vincerà, in unione con i chiamati, gli eletti ed i fedeli; indica così la Chiesa: i chiamati, gli eletti e i fedeli, ed infatti non tutti i chiamati sono anche eletti, dacché « molti sono i chiamati, ma pochi sono gli eletti » (Mt. XXII, 14). Molti fedeli, non sono eletti. – E mi fu detto: “Vieni, ti sto per mostrare la Sposa dell’Agnello”, e mi mostrò la città che scendeva dal cielo. L’Agnello è Cristo, la Sposa dell’Agnello è la Chiesa. Essa discende sempre dal cielo, perché la Chiesa nasce sempre dalla Chiesa, come i Santi dai Santi che imitano i Santi, così come pure, al contrario, i malvagi dai malvagi che imitano i malvagi. – Dopo questo vidi un altro Angelo scendere dal cielo, che aveva un grande potere, e la terra fu illuminata dal suo splendore. E gridò a gran voce, dicendo: Babilonia la grande è caduta, è caduta, ed è diventata l’abitazione dei demoni. (Ap. XVIII). Questo Angelo è Cristo. Il gridare con forza è la predicazione del Vangelo. Quando dice: “Babilonia la grande è caduta ed è diventata l’abitazione dei demoni”, insegna chiaramente che Babilonia si divide in due parti, cioè tra i pagani ed i cattivi Cristiani, e che entrambi sono separati da Dio: alcuni lo rinnegano per la fede ed altri con le opere. Perciò egli avverte la Chiesa dicendo: Uscite da essa, popolo mio, affinché non diventiate complici dei suoi peccati e le sue piaghe non vi raggiungano: questo lo dice alla Chiesa. Allora un Angelo sollevò una pietra, come se fosse una grande macina da mulino, e la gettò in mare, dicendo: “Con questa pietra da macina Babilonia, la grande città, sarà scacciata e non apparirà più“. Dice così che la gioia degli empi passa e che non si ritroverà mai più. Poi ho sentito dal cielo un grande rumore di una folla immensa, che diceva: Alleluia (Ap. XIX). Questo è quel che dice sempre la Chiesa. Quando avrà luogo la separazione ed essa sarà apertamente vendicata, allora sarà veramente divisa da Babilonia, non ora in questo mondo: quando entrambe saranno uscite dal corpo, i malvagi andranno nelle profondità dell’inferno – che l’angelo ha chiamato “pietra da macina gettata nelle profondità del mare” – ed i giusti, invece, andranno alla vita eterna. – Poi ho visto il cielo aperto, e c’era un cavallo bianco: colui che cavalca su di esso si chiama Fedele e Verace. Questo cavallo è la Chiesa, e il suo cavaliere è Cristo. Questo è il cavallo visto nel primo sigillo tra il rosso, il nero ed il pallido. – Poi vidi un Angelo in piedi sul sole, e questa è la predicazione nella Chiesa: esso gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volavano in mezzo al cielo: venite, radunatevi per il grande banchetto di Dio, perché mangerete la carne dei re, dei tribuni e dei potenti, degli uomini liberi e degli schiavi, dei piccoli e dei grandi. La Chiesa, mangia tutto questo spiritualmente; la Chiesa ha preparato spiritualmente questi cibi e queste prelibatezze. Gli uccelli che volano si dicono Chiesa, e quelli che abbiamo detto essere mangiati sono i nemici della Chiesa, che essa divora sempre spiritualmente. – Poi ho visto la bestia ed i re della terra con i loro eserciti riuniti per combattere contro Colui che è a cavallo e contro il suo esercito. La bestia è il diavolo e tutto il suo popolo che combatte contro la Chiesa e contro Cristo. Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta, colui che aveva realizzato segni al cospetto della bestia perché si adorasse il suo simulacro. I due furono gettati vivi nel lago di fuoco che brucia di zolfo. La bestia catturata, significa che il Signore nella sua venuta finale sottometterà il diavolo, e con lui il falso profeta: quindi il diavolo, il popolo malvagio ed i suoi prepositi: un solo corpo diviso in parti. Infatti questi due vivi, sono il popolo ed i prepositi, che il Signore incontrerà viventi. E dice che li getterà vivi nel lago di fuoco ardente. Gli altri furono sterminati dalla spada che usciva dalla bocca di colui che sedeva sul cavallo, e tutti gli uccelli furono sazi della loro carne, cioè quando dice “gli altri” si riferisce a coloro che Cristo troverà morti al suo arrivo. “Colui che cavalca il cavallo” si riferisce a Cristo che è al di sopra della Chiesa. La “spada che esce dalla sua bocca” è la parola della predicazione. Tutti quelli che dice “gli uccelli”, sono i Santi che formano la Chiesa. Quando dice che si saziarono delle loro carni, significa che la Chiesa mangerà sempre la carne dei suoi nemici. Se ne ciberà perciò alla resurrezione, vendicatrice delle loro opere carnali. Ma, dopo la venuta del Signore e la punizione della bestia, chi deve essere ucciso con la spada per essere mangiato da veri uccelli, quando i corpi saranno risuscitati essendo gli uomini giudicati nella loro integrità? Qui finisce e ricapitola dall’inizio. Poi ho visto un Angelo scendere dal cielo, che teneva in mano la chiave dell’abisso ed una grande catena. Dominò il dragone, cioè il diavolo, e lo incatenò per mille anni. Lo rinchiuse e vi pose i sigilli, affinché non seducesse più gli uomini, fino al compimento dei mille anni (Ap. XX). L’Angelo qui nominato si riferisce al Cristo nella sua prima venuta. La chiave dell’abisso è il potere del suo popolo. Quella che egli chiama “catena” designa il potere che Dio ha dato al suo popolo. E quando dice che lo ha incatenato nell’abisso per mille anni, “l’abisso” è il popolo escluso dai cuori dei credenti. Ciò che egli ha chiamato mille anni, è il tempo dalla prima venuta del Signore fino alla sua seconda venuta, in modo che esso – il dragone – non possa nuocere per quanto vorrebbe a coloro che credono. Di poi deve essere liberato per un breve periodo, e questo alla fine del mondo, quando il diavolo, il principe introdottosi nell’Anticristo, e i suoi ministri negli uomini malvagi, avranno allora potere come non  mai, anche di prima che Cristo venisse. Poi vidi dei troni, ed essi si sedettero su di essi, e fu dato loro il potere di giudicare. Per “troni” si intendono le dodici tribù di Israele, che sono la Chiesa stabilita in Cristo; già fin dalla prima venuta del Signore, quando il diavolo era legato, essi sono seduti e giudicano, perché, come sta scritto, « i santi giudicano già il mondo » (1 Cor. VI, 2); ma lo fanno coloro che abbandonano completamente il mondo e seguono Cristo con tutta la loro mente. Questo lo dice dei Santi che sono vivi. Dei Santi che sono già sepolti dice: Ho visto anche le anime di coloro che sono stati uccisi a causa della parola di Dio e per la testimonianza di Gesù. Infatti la Chiesa testimonia ad entrambi, cioè al Verbo ed alla carne, che c’è un solo Cristo Figlio di Dio. Beato e santo colui che partecipa alla prima risurrezione; la seconda morte non ha alcun potere su di costui. Cioè, chiunque in questo mondo attende alla penitenza, in futuro non sarà gettato nell’inferno … ma saranno sacerdoti di Cristo e regneranno con Lui per mille anni, cioè per sempre. Infatti mille è un numero perfetto. E quando i mille anni saranno passati, satana sarà liberato dalla sua prigione, cioè si dissolverà nel nulla, così da svanire ed andare alla perdizione eterna. Perché non sarà liberato per ricevere la libertà, ma sedurrà le nazioni dei quattro angoli della terra, Gog e Magog. “Sedurre” significa rovinare e trascinare con sé alla perdizione. Tutti i malvagi che esso ha sedotto dai quattro angoli della terra, uniti a lui nella stessa perdizione, farà sì che siano sottoposti ai tormenti eterni. E li radunerà per la lotta, numerosi come la sabbia del mare: questa è cioè la moltitudine di peccatori levatisi con la superbia, ma le cui azioni terrene li faranno sprofondare. E circonderanno l’accampamento dei Santi, cioè vivranno insieme ai Santi. Ma di loro è già stato profetizzato: « tornano a sera, hanno fame, vagano per la città » (Psal. LVIII,7). – Ma il fuoco scese dal cielo e li divorò; e il diavolo, il loro seduttore, fu gettato nel lago di fuoco e di zolfo, dove si trova anche la bestia, e il falso profeta; ed essi saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli. Questa è la dissoluzione a cui ci siamo riferiti in precedenza, in modo che il seduttore muoia insieme con il sedotto. – Poi ho visto un grande trono bianco e Colui che vi sedeva sopra. Il “trono” è figura del giudizio, quando Cristo, in quel giorno del giudizio, giudicherà Egli stesso il mondo intero. Lo chiama bianco, perché tutti saranno giudicati con giustizia. Il cielo e la terra sono fuggiti dalla sua presenza, perché il cielo e la terra non possono resistere ad un giudizio di così grande potenza. Infatti davanti ad esso non c’è alcun posto che occupi spazio, ma c’è come il niente ed il vuoto. Così mostrata la forma del giudizio, indicata la qualità del Giudice, si riferisce già all’esecuzione della sentenza. Ho visto i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono, ed i libri sono stati aperti, cioè sono state proclamate le opere di tutti. E poi è stato aperto un altro libro, che è il libro della vita. Il libro della vita è Cristo. È allora che si rende manifesto a tutte le sue creature. E i morti venivano giudicati secondo ciò che era scritto nei libri, secondo le loro opere, cioè venivano giudicati secondo la Legge ed il Vangelo, secondo ciò che avevano operato o non fatto. E il mare restituì i suoi morti, cioè coloro che si trovarono vivi in questo mondo. E la Morte e l’Ade hanno restituito i loro morti, che sono i sepolti. E colui che non è stato trovato scritto nel Libro della Vita – cioè colui che non è giudicato vivo dal Signore – fu gettato nel lago di fuoco; questa è la seconda morte. Poi vidi un nuovo cielo ed una nuova terra, perché il cielo di prima e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, salire dal cielo, preparata da Dio, come una sposa adorna per il suo sposo (Ap XXI). Il nuovo cielo e la nuova terra si riferiscono ai Santi incorrotti. Gerusalemme è la schiera celeste dei Santi che si dice vengano con il Signore, si uniscano al loro Signore e rimangano con Lui per sempre. – E udii una voce dal trono che diceva: “Questa è la dimora di Dio con gli uomini, e tu porrai la tua casa in mezzo a loro, ed essi saranno il suo popolo, ed egli, Dio con loro, sarà il loro Dio”. Ed egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte, né il dolore, né il pianto, perché il vecchio mondo è passato.

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (2)

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (10)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (10)

Trad. M. T. Garutti Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa

Catania, 7 Marzo 1957 P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957 Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO X

L’ATTUALITÀ DEGLI ANTICHI MAESTRI DELLO SPIRITO CRISTIANO

II vero metodo dottrinale degli antichi

In ogni tempo l’autorità dei Padri è stata riconosciuta nella Chiesa come quella di guide spirituali e mistiche — così come di maestri delle scienze sacre; il valore dottrinale dei loro scritti oltrepassa i quadri dottrinali in cui molto spesso, ai giorni nostri, si tende a rinchiuderli. Occorre essere sull’avviso per i possibili abusi in questo campo. Limitiamoci a rilevare i più stridenti nella storia della Chiesa degli ultimi secoli. Il Protestantesimo, del XVI secolo, sotto tutte le sue forme, fece appello agli antichi testimoni della tradizione per introdurre le sue innovazioni nella Chiesa, disprezzando la Chiesa stessa; il suo torto maggiore fu quello di dimenticare la regola fondamentale posta da Sant’Ireneo nel II secolo: unione alla Sede Apostolica per eccellenza, quella di Roma. Questo grossolano errore di partenza era d’altronde accompagnato da numerose altre deviazioni, dottrinali e pratiche, che fecero della riforma protestante un’impresa rivoluzionaria, sul piano religioso anzitutto, e poi anche sul piano sociale. Riforme indiscutibili s’imponevano e la Chiesa le ha fatte; ha tardato, ma è rimasta fedele alla tradizione, cioè alla dottrina dei Padri e alle regole che essi avevano elaborato sulla traccia dei principi posti dal Cristo stesso. – Il giansenismo, formulato nel XVII secolo, si mostrò all’inizio molto meno radicale del protestantesimo, specialmente nei confronti della Chiesa, di cui ammetteva l’autorità in teoria, salvo a rifiutarla, di fatto, quando le direttive ricevute non coincidevano con l’unica regola ammessa dai suoi dottori, l’autorità di Sant’Agostino, con esclusione di ogni altra. La fede in tale autorità si riduceva in definitiva a una cieca adesione, per quanto riguarda il dogma, alla dottrina dell’Augustinus, erudito lavoro del futuro vescovo di Ypres, Cornelius Janssen, detto Giansenio, allora professore a Lovanio, e per la morale, alle austere direttive date da Saint-Cyran (Jean Duvergier de Hauranne) e dal grande Arnauld (Antoine), dottore alla Sorbona, il più giovane della famiglia, che fece di Port-Royal il bastione del giansenismo, dottrinale e pratico. A parte il fatto che Sant’Agostino non è, come si pretendeva, la sola autorità religiosa nell’antichità cristiana, la sua dottrina veniva appunto ricercata, nel clan giansenista, in modo molto ristretto, isolata dal suo vero ambiente spirituale, a profitto di quadri intellettuali nuovi. L’essenza del Cristianesimo non sta in un quadro giuridico e sociale, per quanto necessario questo possa essere; non sta neanche in un codice dottrinale, per quanta importanza abbiano per esso il dogma e la morale; è nella vita spirituale che si afferma e si espande in queste quadro e in queste dottrine, cioè, di fatto, in una carità viva e vissuta. Il giansenismo si legò ai quadri a scapito della vita profonda, che ne era l’anima. Un madornale errore di prospettiva che produsse conseguenze disastrose. – Lutero ne aveva avuto l’esatto sentimento, quando faceva appello all’ispirazione divina per rinnovare lo spirito cristiano; ma, come in ogni campo, anche qui mancò di misura e la sua rivolta contro la Chiesa finì col viziare ciò che pareva accettabile, nel suo piano di riforma. Il misticismo luterano, fondato sull’ispirazione individuale posta alla base di tutto, conduceva all’illuminismo e aggravò pesantemente le tendenze pseudo-mistiche di cui soffriva l’Occidente al tempo della Riforma. Qui le esagerazioni furono arginate da una ferma azione dei servizi dell’Inquisizione, Pontefici e reali, ma più ancora dall’azione provvidenziale dei grandi mistici carmelitani, Santa Teresa e San Giovanni della Croce, la cui influenza si estese ben lontano. Queste opere non impedirono al quietismo di imperversare, soprattutto in Francia, e la sua necessaria condanna nocque allo sviluppo del vero misticismo la forza delle chiese antiche, in quanto era l’anima delle prime cristianità. Ciò è già stato esposto largamente, da diversi punti di vista, e basta accennarvi brevemente. Il metodo dottrinale dei Padri è ben diverso da quello dei moderni, anche in teologia. La scolastica aristotelica ha molto utilmente messo l’accento sulle basi filosofiche delle dottrine esposte, anche sulle più alte, nell’ordine soprannaturale. Il Rinascimento ha accusato ancora questa tendenza insistendo sull’organizzazione naturale delle scienze. I metodi positivi si sono imposti in ogni campo e le specializzazioni si sono moltiplicate, con gran vantaggio della ricerca e delle scoperte, ma non senza inconvenienti sul piano della sintesi, specialmente nel campo della vita. Qui la fede non è che una base, un punto di appoggio, essenziale senza dubbio, poiché nulla può esser fatto senza di lei, ma insufficiente, poiché nulla viene compiuto senza la speranza e la carità. In un certo senso, si può persino dire che nulla è veramente iniziato senza queste due virtù. La fede non è che una guida e un punto di partenza nella ricerca dello spirito cristiano, che rappresenta la vita soprannaturale nella sua maturità, se non nella sua perfezione. Ecco precisamente il punto su cui gli antichi hanno insistito maggiormente e in cui restano per noi maestri incomparabili. – Abbiamo esposto gli elementi della loro dottrina in tutti i capitoli di quest’opera. Limitiamoci qui a cercarne le fonti, alla scuola dei due più grandi dottori dell’antichità: S. Giovanni Crisostomo in Oriente e S. Agostino in Occidente. Due maestri dello spirito cristiano. S. Giovanni Crisostomo è soprattutto un direttore di coscienze ed è da questo punto di vista che bisogna porsi per giudicare dell’influenza che esercitò durante la sua vita e più ancora forse a partire dal suo esilio e dopo la sua morte. Non aveva nessun gusto per la speculazione che attirava tanto gli orientali, specialmente quelli che erano stati conquistati dallo spirito neo-platonico. Considerava la filosofia come un vano tessuto di parole e di sottigliezze. Non ha ignorato il lato razionale dei dati cristiani, ma lo ha ricercato con la preoccupazione dominante di mostrare come questa fede risponde ai bisogni del cuore e li soddisfa. La filosofia è anzitutto per lui una forma superiore della pietà. A differenza di altri grandi dottori, che furono eminenti da molti punti di vista, egli lo fu soprattutto come maestro spirituale, apostolo ardente di zelo, di un totale disinteresse, difensore zelante dei diritti della verità e della morale. A leggere S. Giovanni Crisostomo, si sente che egli ha un altissimo concetto di Dio: i suoi attributi gli sono familiari, ma egli cerca meno di analizzarli che di viverne e di farne vivere. Egli era stato preparato alla sua missione da una vita interiore delle più intense e, prima di darsi alla vita attiva, era stato, in tutta la forza del termine, un contemplativo. Questo alto ideale, che egli aveva intravisto nella solitudine, si applicò a farlo rivivere nella famiglia cristiana per mezzo dello spirito di preghiera. Voleva, egli diceva, trasformare la casa del Cristiano in un « ginnasio di filosofia », poiché la donna che vi vive nel raccoglimento può applicarsi alla preghiera, alla lettura e ad ogni altra « filosofia », indicando con questo termine un esercizio di pietà. Non esige, per praticarla, che ci si ritiri nelle montagne e nei deserti; vuole ricondurla dalle solitudini nel vortice della città attraverso la pratica della virtù e l’esercizio della vita interiore. Questo ideale verrà ripreso da San Francesco di Sales e realizzato, di fatto, da S. Vincenzo de’ Paoli. Le opere di questi maestri non devono far dimenticare le intuizioni del loro grande precursore.Molto più filosofo, nel senso speculativo della parola, S. Agostino fu, in tutta la forza del termine, un pensatore, ma alla maniera dei Padri, che non Isola vano mai il pensiero dalla vita, soprattutto sul piano soprannaturale. Difatti la parola che rende meglio la sua fisionomia spirituale è quella di sapienza, intesa a proposito della ricerca e della scoperta di Dio.Essa si presenta su due piani ben diversi, l’uno puramente naturale, l’altro soprannaturale. S. Agostino li associa senza confonderli, ma insistendo soprattutto. sul secondo piano, su cui la sua anima si mantiene costantemente a partire dalla sua conversione, anche quando tratta di verità razionali.La sapienza naturale per S. Agostino è un semplice sostegno razionale della sapienza cristiana; è d’altronde ben reale e conduce l’uomo a una certa conoscenza di Dio, sulla quale riposano la religione e la vita. È, in sostanza, una filosofia fondamentale,che può elaborarsi in sistema, su piani abbastanza diversi. Dio ne è il centro. La sua filosofia è ordinariamente più implicita che formulata; egli ne ha tuttavia resi espliciti i principi basilari, attribuendoli a Platone, nella frase della Città di Dio già ricordata (l. VIII, c. IV sgg): Dio, secondo quel filosofo, egli dice, è «causadella sussistenza » degli esseri, « e principio di intellezione» degli spiriti, « e regola di vita » delle volontàcreate. Tutta una dottrina è in queste parole,e i nove dialoghi filosofici, per non citare che questi,ne esplicitano molte applicazioni. Ma, per quanto ricca, questa filosofia resta subordinata, di fatto, alla sapienza soprannaturale, la cui caratteristica specifica,’in S. Agostino, è da ricercarsi nella fede, nella speranza e nella carità. La sapienza agostiniana è essenzialmente una sapienza teologale. La fede gli serve di base, ma è essa stessa unita alla speranza e alla carità, e questa unione non è soltanto dottrinale: è vivente e di conseguenza progressiva.In questo mondo, una vera cooperazione dell’uomo con Dio si impone per valorizzare i doni divini. Le virtù teologali devono essere mantenute in esercizio ed è nella progressione di questo sforzo che si realizza più sicuramente la vera sapienza cristiana.In questa ascesa le tappe sono infinite e S. Agostino le ha segnate in varie maniere. Tre possono servire di base a un serio raggruppamento, valido per tutti i tempi e oggi ancora più necessario che mai. La vera sapienza teologale sarà prima dottrinale e orante: il primo sforzo del cristiano sarà di aderire alla fede nella preghiera, per trovarvi i primi appoggi essenziali necessari per lottare contro il male osservando i comandamenti. Ci si orienta così francamente verso le altezze cui tutti i Cristiani sono chiamati a. tendere.Dopo questo slancio, la saggezza diverrà effettiva e agente, poiché le prime forze acquisite facilitano un più grande sforzo, e l’amore di Dio porta con sé l’anima verso un dono più totale di sé, al servizio del Cristo e delle anime. Un vero spirito di conquista ne è il seguito normale nelle anime generose, e la storia dei santi ne mostra ovunque le alte realizzazioni apostoliche.Senza detrimento per questo spirito di preghiera e di azione, la sapienza, arrivando alla perfezione, diventa sempre unificante e pacificante. Lungi dallo ostacolare l’azione, essa spesso la sostiene e la alimenta. In molte opere di S. Agostino — soprattutto nelle Confessioni — si troveranno tracce di questi gradi,soprattutto del terzo, frutto dell’unione con Dio. È là che il Cristiano degli antichi tempi trovò l’espressione più netta e più calda dell’unione con Dio. Ed è ancor là che si può, ai giorni nostri, entrare meglio in contatto con quest’anima profonda e trovare quello spirito cristiano meglio rispondente all’anima contemporanea, poiché è attinto alle più pure fonti, le più vicine al Vangelo.

Vere fonti dello spinto cristiano

Guardiamoci anzitutto da uno scoglio in cui inciampano molti pensatori moderni, anche i più Cristiani: esagerare l’importanza della filosofia. Essa si impone, certo, e particolarmente Sant’Agostino ha spesso fatto appello alle sue risorse; ma non è, per il Cristiano, che un aiuto. Anche la più alta e più pura speculazione filosofica, è soltanto una guida verso la trascendenza divina. Sant’Agostino ha afferrato il valore dello spirito e della sua attività, ma non al modo di certa « Filosofia dello Spirito » del giorno d’oggi. La vera filosofia dello spirito è la base più diretta e forse più sicura dell’ascesa verso l’infinito. Ma non è che una base e non può vantarsi di attingere Dio; Egli resta nella sua trascendenza, ed è per una vera condiscendenza da parte sua che l’uomo può unirsi a Lui, nella grazia, Dio è Spirito, puro spirito, situato per essenza nell’al di là. Ogni spirito contingente, inferiore a Lui per natura, dipende da Lui in tutte le sue attività soprannaturali. Dio è il solo essere Puro Spirito, Spirito perfetto, unico e tuttavia sussistente in Tre Persone, come ci insegna la fede cristiana. In tutto questo, la filosofia è completata dalla Rivelazione. – L’unione dell’uomo, spirito imperfetto, con Dio Puro Spirito, si compie da un lato nella grazia santificante, che è una grazia di adozione filiale da parte di Dio, e dall’altra nell’attività delle virtù teologali, fede, speranza e carità, grazie alle quali l’uomo agisce fin da quaggiù come figlio di Dio. Questo è in sostanza, lo spirito cristiano, che esiste già nel bambino battezzato, ma che si sviluppa solo con la cooperazione dell’adulto. Essa si annuncia fin dal risveglio della ragione, ma non si affina e non si completa se non all’età veramente adulta, in proporzione della generosità e della docilità di ciascuno. I gradi sono molteplici e i mezzi per progredirvi infiniti. Abbiamo visto, nel corso di quest’opera, in qual modo i Padri abbiano considerato questa azione divina nell’umanità e come questa, grazie al Cristo e allo Spirito Santo, abbia corrisposto ai suoi appelli. Queste modalità sono molto varie. Vorremmo qui non riprenderle nei particolari, ma ricondurle all’unità, insistendo specialmente sullo spirito cristiano. Questo suppone la « ragione umana », ma la supera per mezzo della cooperazione divina. Non si confonde neanche con « lo Spirito Santo », che è una Persona divina e trascendente come il Padre e il Figlio, anche se assume nell’umanità rinnovata dal Cristo un’alta missione ispiratrice e direttiva. Lo spirito cristiano suppone questi due elementi e li mostra associati nel battezzato, fedele alla grazia e generoso nel servizio di Dio. I mezzi per affermare e sviluppare questo spirito, hanno potuto variare nel corso dei secoli. Importa osservare bene quelli che rispondono nel modo migliore ai bisogni delle anime, a seconda dei tempi. La presente opera ha particolarmente messo in luce quelli che sono raccomandati fin dall’antichità cristiana, ed essa fu un’epoca di alta vita spirituale. La cultura scientifica del Medio Evo, del Rinascimento o dei tempi moderni, non ha in nulla contraddetto, su questo punto, il valore dei tempi pastristici, e se lo ha fatto dimenticare, bisogna, con una sana reazione, ritornare a quelle vere fonti della vita spirituale integrale. Due mezzi soprattutto, fra molti altri, sembrano oggi imporsi ai Cristiani colti, specialmente ai giovani, preoccupati della vita cristiana in profondità: la preghiera personale e la propedeutica cristiana dello spirito. – La preghiera personale è presa qui nel senso letterale della parola. Ogni preghiera cristiana suppone una certa partecipazione della persona che vi prende parte. Una semplice presenza fisica non basta. L’assistere ad un atto di culto, anche il più santo e il più solenne, è una preghiera solo se colui che vi assiste vi prende parte intenzionalmente, spiritualmente, affettivamente. I riti e le formule non sono che elementi preparatori o condizioni esteriori: la preghiera risiede in un certo dono del cuore, per quanto elementare esso sia. Questo dono interiore può, del resto, essere molto intenso ed efficace, e assicura alla frequenza ai riti un profondo valore. Questo dono interiore garantisce allora anche la preghiera pubblica e comune: respirazione sincrona e profonda di un corpo animato dallo spirito. Ma al suo fianco vi è posto per una preghiera personale propriamente detta: è ciò che comunemente si chiama « orazione », dalla parola latina oratio, che significa discorso. Ciò che domina nella preghiera, non è il rito esterno, né la recitazione delle formule, per quanto pia essa sia; è il dono personale dello spirito e del cuore a Dio, presente nell’anima per mezzo della grazia, dono rinnovato in seguito o in occasione di una lettura fatta o di un ricordo evocato. S. Agostino ne fu un maestro eccellente, il più popolare di tutta l’antichità cristiana, per mezzo delle Confessioni. – Quest’opera è, infatti, un’orazione prolungata, sotto forma di conversazione con Dio ed ha giovato più di tutte le teorie più scientifiche alla diffusione di questo esercizio. Di qui l’importanza capitale di Sant’Agostino in questo campo della preghiera interiore personale. Egli la presenta non soltanto nella sua forma corrente, ma, in molte pagine, sotto forme superiori, in cui l’azione divina è predominante e in cui la preghiera diventa contemplazione. Questa, a sua volta, intensifica le forze interiori in vista dell’azione, e spiega bene l’efficacia prodigiosa e la durevole fecondità dell’agostinismo preso nelle sue linee essenziali, troppo dimenticate durante i secoli. Essa riprende ai giorni nostri il posto che le spetta e che non esclude, del resto, nessuna delle altre modalità di apostolato dottrinale imposte dagli errori moderni. Essa può vivificarle tutte, aiutandole a ritornare, con i Padri, al meglio della loro vitalità profonda. Le élites cristiane attuali si formano, in parte, nelle Università; sorge qui un nuovo pericolo, fin dall’entrata: la specializzazione. È un metodo che si impone davanti all’abbondanza delle scienze nuove, le cui branche si sono moltiplicate all’infinito. La specializzazione è la garanzia di un certo valore tecnico e di un serio approfondimento. Bisogna però conservare la misura e osservare specialmente che alcuni elementi di alta cultura si impongono ovunque, e che se vi è specializzazione, anche in tal caso, essa contiene elementi di base universali e che bisogna mettere in luce fin dagli inizi. Questo è precisamente il caso di dati sullo « spirito », condensati nelle pagine che precedono riguardanti lo spirito cristiano, dati che suppongono qualche nozione sullo spirito in generale, e principi precisi sul solo Essere Puro Spirito che è Dio. Questi temi che sembrano elementari, sono di fatto punti di partenza in tutti gli orientamenti del pensiero, non soltanto umano, ma cristiano. Di qui la necessità di una vera Propedeutica cristiana dello spirito. Nulla è più importante forse, ai giorni nostri, al momento di iniziare gli studi universitari. Questa specializzazione superiore mira precisamente a lottare contro gli effetti delle specializzazioni correnti, mettendo in luce, fin dalla partenza, l’importanza delle verità della fede e delle loro esigenze. Per questo insistiamo tanto sulla funzione capitale dei Padri, che furono meno degli scienziati propriamente detti che degli «spirituali e mistici». I Padri, come gli stessi scrittori ispirati, dovrebbero tenere un posto importante in una vera iniziazione cristiana all’alta cultura dello spirito, sia pure la più specializzata.

F I N E

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (9)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (9)

Trad. M. T. Garutti Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa Catania, 7 Marzo 1957

P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur Catanæ die 11 Martii 1957

Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO IX

LE GRANDI DEVOZIONI DEGLI ANTICHI SPIRITUALI

Abbiamo considerato i Padri da molteplici punti di vista, sempre nel campo spirituale. È ora di radunare i risultati delle nostre ricerche sul piano della vita interiore, poiché tale è stato qui il nostro costante punto di vista. Non abbiamo cercato di stabilire dei dogmi o mostrare l’origine di sintesi teologiche di ordine speculativo o di ordine morale. Abbiamo soprattutto ammirato dei credenti, viventi la loro fede e trovanti in essa una vera pienezza di vita umana e cristiana. È sul piano soprannaturale che si realizza tale vita perfetta. La natura, certamente, non viene esclusa. Gli uomini che abbiamo seguito nelle loro attività sono uomini e non angeli; partecipano delle nostre debolezze e delle nostre angosce, ma le dominano con la fermezza della loro fede e più ancora con la forza del loro amore soprannaturale. La maggior parte sono dei santi, e molti danno l’esempio di eminenti virtù. Non sono dunque puri teologi che dissertano da tecnici sulle fonti della fede e sull’esatta portata delle parole rivelate; al di là delle formule e delle ricerche scientifiche che queste impongono, essi vanno alle realtà divine che vi si manifestano, per unirsi ad esse con tutto il loro essere, attraverso la carità. Sono, in una parola, spirituali piuttosto che teorici. La vita divina li attira di per sé e nelle sue comunicazioni vitali, più della scienza di tali doni, ed è in questo che i Padri si distinguono dai teologi di ogni tempo. In un certo senso, tutto si riconduce per loro a un solo oggetto, che centralizza gli altri con un’efficacia sovrana, Gesù Cristo. Come per gli apostoli, il Salvatore era l’oggetto fondamentale dei loro pensieri. Infatti facevano loro la parola di San Paolo che dichiarava ai Corinti di non voler conoscere che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso (I Cor. II, 2). Ma a seguirli, ci si rende subito conto che il Cristo, lungi dall’essere un limite, è invece un punto di appoggio universale e che tutto vi si ricollega, nei campi che hanno per l’uomo un interesse vitale. Nei vari capitoli di questo studio ne è stata fatta l’analisi. Ne possiamo ora fare la sintesi, partendo precisamente da questo oggetto centrale dove tutto si ricongiunge in Dio. Per quanto segreto sia e rimanga il mistero del Cristo, non è meno ricco e munifico di luce per coloro che lo considerano con devozione ponendosi alla sua scuola, seguendo e svolgendo quei molteplici punti di vista che l’antichità cristiana, orante e pensante, ci pone dinanzi. Il culto delle Tre Persone, caro ai Padri, introduce il Cristiano al di là delle devozioni propriamente dette; esso è la base di tutte le devozioni.

Le Tre Persone Divine

Nel Cristo è infatti il mistero del Dio in Tre Persone che si svela ed è quello che ha maggiormente nutrito la pietà dei Padri fin dalle origini. Di fronte al paganesimo, i Cristiani dovevano insistere sul fatto dell’unità divina, ciò che non impediva loro di affermare la divinità di Cristo, e di versare il loro sangue per questa causa. Ma già, fin da quell’epoca e fin dai primi scritti patristici, come in quelli stessi degli Apostoli, le Tre Persone sono proclamate Dio, Dio unico tuttavia, sperimentato come tale nella loro vita interiore: vita spirituale intensa, nella quale si afferma una potenza più alta, potenza unica c complessa di cui il Vangelo ha rivelato i possessori, Padre, Figlio, Spirito Santo, e di cui il Cristiano tocca, nella sua vita stessa, l’alta e magnifica realtà. Prima di porsi domande curiose i primi Cristiani hanno vissuto intensamente questo mistero nella loro anima, e le opere di un Sant’Ireneo ci mostrano con quale profondità, prima delle grandi controversie trinitarie, i Cristiani entravano con tutto il loro essere spirituale nella vita stessa di Dio. Le Tre Persone sono sempre in primo piano nel pensiero e nella preghiera, del resto ben associate, presso quei Cristiani che vivono il loro Cristianesimo invece di dissertarne abbondantemente, come faranno i filosofi in altri tempi. La vita di pietà assicurava ai maestri una ricchezza di dottrina che bastava a tutti i bisogni dell’anima in quei tempi di lotta e di preghiera. I Padri del IV secolo che fecero trionfare la fede tradizionale nella divinità del Verbo, Figlio di Dio, uguale al Padre, non fecero tanto ricorso alla speculazione quanto alla vita cristiana. Tale era, infatti, il caso del più grande di tutti: Sant’Atanasio. La sua vera fonte di ispirazione era in una pietà ardente, che poteva contentarsi di semplici formule, tratte dalla Sacra Scrittura, poiché queste venivano penetrate a fondo per mezzo delle intuizioni del cuore e della grazia. Da qui le certezze che cause umane non possono spiegare. I maestri cappadoci furono anche uomini di preghiera, formati nella solitudine e che attinsero nella contemplazione le formule capaci di ricondurre alla vera fede numerosi spiriti esitanti, a dispetto delle lacune manifeste della loro speculazione. La vita di preghiera suppliva alle debolezze della scienza. – Il dottore che doveva fornire i lumi, non definitivi (perché tali non ve ne saranno mai), ma più penetranti in questo profondo mistero, è certo Sant’Agostino. Il fatto delle Tre Persone in Dio è, senz’altro, quello che conta maggiormente nella sua vita: corona e compie tutte le ricerche del suo spirito insaziabile. Vi trova la pace del cuore e quella dello spirito, poiché quel mistero egli lo vive profondamente nella sua preghiera. Molte pagine dei sette primi libri de La Trinità lo lasciano chiaramente comprendere, ma tutta la seconda parte di quest’opera è costruita sulla profonda intuizione che egli ha delle analogie dell’anima umana con l’Essere divino. Puro Spirito e Vita trascendente, unica e multipersonale. Qui le intuizioni dello spinto sono fondate su quelle della preghiera, più alta e più audace. Abbiamo mostrato come Sant’Agostino trovi nell’anima cristiana, docile alla grazia fino alla sapienza, una immagine perfetta del Dio in Tre Persone. Questa immagine, che può non essere che un’immagine per il ricercatore intellettuale, diventa un’altissima preghiera, di carattere unitivo molto accentuato, nell’anima cristiana che vive del Dio presente e vivente in lei.

Gesù Cristo Verbo Incarnato

È la rivelazione dell’Uomo-Dio che ha posto con forza decisiva, il fatto delle Tre Persone in Dio, e il netto riconoscimento di queste, sta alla base del mistero dell’Incarnazione, ma non basta a esprimerlo. Si pone qui un nuovo problema, che è, fin dall’inizio, strettamente legato a un terzo, tutto di pietà: la maternità divina di Maria. Difatti è a proposito di questo titolo, Madre di’ Dio, dato alla madre di Gesù in Oriente che insorgono, nel IV secolo, quelle controversie che porteranno alla definizione solenne del grande privilegio mariano. – Le intuizioni della pietà cristiana sono qui alla base delle definizioni conciliari, e questo fatto deve essere compreso bene, non soltanto sul piano dogmatico propriamente detto, ma anche, e soprattutto, diremo qui, sul piano della vita cristiana, in cui tiene un posto eminente. – Maria non sarebbe Madre di Dio, se Gesù Cristo non fosse Dio in persona e unicamente Dio quanto alla persona. Se in Gesù Cristo vi fosse, accanto alla persona divina, una persona umana, Maria sarebbe la madre di questa e non di Dio; sarebbe una madre come le altre madri della terra, e per quanto grande sia, una maternità umana non ha, in sé, nulla di divino. Perché Maria sia veramente Madre di Dio, bisogna che suo Figlio non sia che Dio quanto alla Persona. Chiamiamo persona, parlando di un uomo, ciò che agisce, che parla, che pensa, che ama con questo insieme vivente e complesso che chiamiamo umanità, corpo e anima. Tutto ciò appartiene a un essere che ne usa, ma è posseduto da una persona; e in Gesù Cristo questa persona è Dio, il Figlio di Dio, la Sapienza infinita, il Verbo venuto al mondo per aiutare l’uomo a risalire verso Dio. In un mistero così complesso nella sua semplicità, San Cirillo d’Alessandria ebbe bisogno di intuizioni superiori per afferrare immediatamente, a dispetto delle lacune manifeste della filosofia a quell’epoca, il pericolo di formule presentate da uomini colti e sottili come lo erano Nestorio e i suoi difensori, le cui buone intenzioni erano senz’altro rette almeno sul principio. – I Papi, difensori della fede, messi sull’avviso da San Cirillo, lo appoggiarono senza riserve. Nonostante le difficoltà che sorsero in seguito, proprio a causa di queste formule imperfette, impiegate per andare diritti all’essenziale del mistero in causa, l’intervento del patriarca di Alessandria fu decisivo. Esso era provvidenziale, e gli altri scritti del Santo mostrano con evidenza che era stato altamente preparato, con lo studio e la preghiera, a questa missione di un’importanza sovrana. Non poteva essere, in quell’ora decisiva, il Dottore dell’Incarnazione, con la chiarezza che diede al suo messaggio, se non attraverso una preparazione spirituale di cui testimonia l’insieme della sua opera dottrinale. – Ma il mistero dell’Uomo-Dio non è reso tutto intero con l’affermazione dell’unica Persona divina; restano da esprimere le nature, poiché per essere Dio incarnato, Egli deve avere e la natura divina, che è unica nelle Tre Persone, e la natura umana, che gli è qui associata, senza avere personalità propria dello stesso ordine, ma che beneficia precisamente dell’alta personalità del Verbo. Tale umanità non è deficiente in nessuna maniera: scartato il pericolo del dualismo se ne profila appunto un altro che mette in causa l’integrità della natura umana del Cristo, il monofisismo. E la Chiesa che aveva già riprovato coloro che rifiutavano all’umanità di Gesù Cristo la ragione superiore, per meglio salvare la Persona, reagisce di nuovo con vigore, proclamando l’integrità totale della sua umanità. Il Papa San Leone prese direttamente la causa in mano e per opera sua fu trovata e approvata la formula definitiva che riguarda il mistero dell’Incarnazione considerato nei suoi elementi essenziali. – Contro il monofisismo, che rimetteva in questione, con l’umanità del Cristo, l’essenza stessa del Cristianesimo, si deve ancora ammirare un intervento divino. L’azione di San Leone, che mantenne con tanta fermezza la fede antica e mise definitivamente fine a tentativi di divinizzazione dell’umanità nel Salvatore, fu veramente provvidenziale. Le sette pullularono invano. Non soltanto esse vennero ridotte all’impotenza fin dall’inizio, ma il culto stesso dell’umanità del Salvatore fu largamente favorito, come lo fu due secoli più tardi con la condanna del monotelismo, grazie specialmente a San Massimo il Confessore, che seppe ricollegare al culto dell’umanità del Cristo una vera dottrina spirituale e mistica, di cui si troverà il seguito nelle direttive di un San Bernardo nel Medio Evo, e un’alta applicazione, tutta particolare, nel culto moderno del Sacro Cuore, che il Cristo stesso doveva promuovere.

Il Cristo Redentore e Sacerdote

Il mistero della Redenzione è un altro aspetto dell’Incarnazione. Non fu tuttavia discusso tanto quanto questa, benché la sua importanza sia stata riconosciuta fin dall’origine: verso la fine del II secolo, Sant’Ireneo ne parlava abbondantemente con forza. Non è lo scopo stesso dell’Incarnazione? Gli antichi non sembrano dubitarne, appoggiandosi a San Paolo. Il grande difensore della divinità di Cristo, Verbo fatto carne, Sant’Atanasio, riconosceva che la Redenzione è il fine dell’Incarnazione, non ne tratta diffusamente. Il solo fatto di essere uomo, per il Verbo, è così importante, agli occhi del patriarca di Alessandria, che il resto segue come un corollario evidente. Non che egli deprezzi il valore del secondo aspetto; ma è troppo preso dal primo perché l’altro lo attiri egualmente: la contemplazione del Verbo incarnato gli basta; in essa ha tutto. Chi ha insistito con grande forza sulla Redenzione è stato S. Agostino. Non ne vede solo il valore morale, o il potere di attrazione mediante l’esempio, ma penetra in profondità nelle esigenze della soddisfazione sul peccato, offesa infinita, che richiede una riparazione proporzionata. Egli ha consacrato a tale argomento, nelle Confessioni, pagine commoventi che devono essere qui citate, poiché mostrano con quale accento di pietà il Santo trattava un argomento di simile levatura: «Ma il vero mediatore, che il segreto della Tua misericordia ha rivelato agli umili e che hai inviato per insegnare loro, con il suo esempio, l’umiltà stessa, questo mediatore di Dio e degli uomini, è Gesù Cristo fatto uomo, che è apparso fra i peccatori mortali e il Giusto immortale, mortale con gli uomini, giusto con Dio. E come la vita e la pace sono la ricompensa della giustizia, per mezzo della giustizia che l’unisce a Dio, egli affranca i peccatori, giustificati dalla morte di cui ha voluto essere quasi loro tributario. È lui che è stato mostrato da lontano ai Santi degli antichi giorni, perché essi venissero salvati dalla fede nel sangue che Egli doveva spargere, come noi lo siamo per mezzo della fede nel suo sangue versato. È nella sua qualità di uomo infatti che è mediatore (I Tim, II, 5). In quanto Verbo, non è intermediario, poiché il Verbo è uguale a Dio, Dio in Dio (Rom. VIII, 32) e un solo Dio con il Padre e lo Spirito Santo. » Come ci hai amato, o Padre, o Bene, Tu che non hai risparmiato il Tuo unico figlio, ma lo hai immolato per le nostre iniquità! (Rom. VIII, 32). Come ci hai dunque amato, noi per i quali Colui che non ha considerato come una usurpazione di essere tuo eguale, si è reso obbediente fino alla morte di croce! (Phil. II, 6). Colui che solo è libero fra i morti (Ps. LXXXVII, 6), che aveva il potere di lasciare la vita e di riprenderla (Joan. X, 18), si è offerto per noi come vincitore e vittima, come vincitore in quanto è stato vittima. Per noi, si è offerto come sacrificatore e come sacrificio, sacrificatore in quanto è stato sacrificio. Infine, da schiavi che eravamo, ci ha reso tuoi figli, lui Tuo Figlio, divenuto nostro schiavo. È dunque giustamente che io pongo in lui la ferma speranza che tu guarirai i miei languori, per mezzo di Lui che siede alla tua destra e intercede per noi (Rom. VIII, 34). Altrimenti io dispererei, poiché numerose e grandi sono le mie infermità. Sì, numerose e grandi; ma più grande ancora è la virtù dei tuoi rimedi. Noi avremmo potuto credere il Tuo Verbo troppo lontano da noi per unirsi all’uomo, e disperare di noi, se Egli non si fosse fatto carne, e se non avesse abitato fra noi. Spaventato dai miei peccati e dal peso della mia miseria, avevo deliberato nel mio cuore e quasi risoluto di fuggire nel deserto; ma tu mi hai fermato e rassicurato con queste parole: « Il Cristo è morto per tutti, affinché coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per loro » (II Cor. V, 15). Così Signore, rimetto nelle tue mani la cura della mia vita, e considererò le meraviglie della tua legge. (Ps. CXVIII). Tu conosci la mia ignoranza e la mia debolezza, istruiscimi, guariscimi. Questo Figlio unico in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Colos. II, 3), mi ha ricomprato con il suo sangue. Lungi da me le calunnie dei superbi (Ps. CXVIII), poiché conosco il prezzo della mia vittima; mangio la sua carne, bevo il suo sangue, e la distribuisco agli altri. Povero ancora, desidero esserne saziato con quelli che la mangiano e se ne saziano e che lodano il Signore poiché lo cercano » (Ps. XXI, 26). (Conf. I, X, e. XLIII, 68, 6g, 70). – Qualche anno più tardi riprese la sua tesi nella grande opera sulla Trinità. Essa costituisce l’essenza del libro XIII consacrato al raddrizzamento dell’immagine di Dio nell’uomo degradato dal peccato, e il prezzo del riscatto mostra la grandezza della colpa. La teologia ha largamente attinto in queste pagine acute e profonde, in cui il Santo Dottore precisa il significato e le vere esigenze della giustizia in questo campo, distinguendole dalle formule correnti un po’ equivoche. È nella Città di Dio e contro le pretese religiose dei neoplatonici, di Porfirio soprattutto, che Sant’Agostino ha più abbondantemente trattato l’argomento, e a leggerlo si sente che non è solo una teologia quella che egli espone; è una vita religiosa che egli difende e vuole promuovere, sia che provi il sacerdozio del Cristo, sia che ne descriva il sacrificio: è l’argomento essenziale del X libro. Il tono delle prime pagine di tale esposizione ne mostra il carattere profondamente religioso. « È a Dio che dobbiamo, per parlare come i Greci, rendere il culto di latria, sia negli atti esteriori, sia nella nostra interiorità; poiché noi siamo il suo tempio, tutti insieme come ognuno di noi in particolare, ed Egli si degna di prendere a dimora ogni fedele e il Corpo della Chiesa, senza essere più grande nel tutto di quanto non lo sia in ogni parte, poiché la sua natura è incapace di ogni estensione e di ogni divisione. Quando il nostro cuore è elevato a Lui, esso è il suo altare; il Suo unico Figlio è il sacerdote per mezzo del quale lo preghiamo; gli immoliamo vittime cruenti quando versiamo il nostro sangue per la verità e per lui; l’amore che ci infiamma in sua presenza, con una fiamma santa e pia, è il più gradito incenso; gli offriamo i doni che ci ha fatto, e se ci offriamo restituiamo noi stessi al nostro Creatore; richiamiamo il ricordo dei suoi benefici con feste solenni, per paura che il tempo non rechi l’ingratitudine e l’oblio; infine gli votiamo sull’altare del nostro cuore, in cui irradia il fuoco della carità, un’ostia di umiltà e di lode. È per vederlo, per quanto può essere visto, è per essere uniti a Lui, che ci purifichiamo della sozzura dei peccati e delle passioni cattive, e che cerchiamo una consacrazione nella virtù del suo nome; poiché è la fonte della nostra beatitudine e il fine di tutti i nostri desideri. Legandoci dunque a Lui, o piuttosto legandoci invece di distaccarcene per nostra disgrazia, meditandolo e rileggendolo senza sosta (da cui viene, si dice, la parola religione), tendiamo verso di lui per mezzo dell’amore, alfine di trovare in lui il riposo e di possedere la beatitudine possedendo la perfezione » (Città di Dio, I. X, c. III, 2).

La Chiesa e Maria, templi dello Spirito Santo

Cristo continua a vivere, spiritualmente, nella Chiesa, che è il suo Corpo mistico. Tale dottrina, espressamente insegnata da San Paolo (I Cor. XII, 12-13 e 27), era familiare ai Padri della Chiesa. Nessun Dottore antico tuttavia l’ha sviluppata con maggiore entusiasmo di Sant’Agostino. Uno dei suoi temi basilari è il paragone della vite e dei tralci: « Come il corpo è unico e ha molte membra, e come tutte le membra, malgrado il loro numero, non formano che un solo corpo, così il Cristo è molteplice nelle sue membra e unico nel suo corpo. Siamo dunque tutti uno con il Cristo, nostro capo, noi che, senza capo, siamo senza valore. Perché? Uniti al nostro capo, siamo la vite; separati da Lui, ciò che Dio non voglia! saremmo tralci tagliati, inutili per i vignaioli, buoni soltanto ad essere bruciati. Per questo è detto nel Vangelo: “Io sono la vite, voi i tralci; mio Padre è il vignaiolo, e senza di me non potete fare nulla ” (Joan. XV, I, 5). Signore, se non possiamo fare nulla senza di te, possiamo tutto con te. Difatti tutto ciò che il Cristo fa in noi, siam noi che sembriamo farlo; ma mentre Egli senza di noi può molto, può tutto, senza di Lui non possiamo nulla (In Ps. 30, serm. II, n. 4). – Tutti i fedeli mossi dallo Spirito formano un corpo di cui il Cristo è la testa, una città di cui è il capo, uno Stato di cui è il Re. Egli è Cristo per l’unzione regale e sacerdotale che ha ricevuta, e noi lo siamo in Lui, noi che siamo il suo corpo, poiché Egli ci incorpora a lui (concorporans nos sibi), fa di noi sue membra, affinché noi formiamo un sol Cristo con lui. È per questo che i Cristiani godono dell’unzione che, nell’Antico Testamento, era riservata a due sole persone. Per conseguenza noi siamo il corpo di Cristo, poiché tutti noi siamo consacrati. In lui, siamo tutti dei «cristi» e un solo Cristo, poiché la testa e le membra formano il Cristo totale. Questa unzione ci perfezionerà in maniera spirituale nella vita che ci è promessa » (In Ps. XXVI, serm. I , 2). Corpo mistico, la Chiesa è un organismo vivente, animato dallo Spirito Santo ricevuto nella Pentecoste, secondo le promesse fatte dal Salvatore: Come molti altri Padri, Sant’Agostino sviluppa questa dottrina, che fu l’anima del suo primo grande apostolato presso i donatisti. Mentre lottava contro i fanatici difensori dello scisma, la sua anima si esaltava a contemplare, nella preghiera, le bellezze e le grandezze della Sposa di Cristo. Le ha molte volte descritte nelle sue omelie sui Salmi. Nel suo commento al Salmo XLIV, canta con entusiasmo questa mistica unione del Verbo e della Chiesa. La devozione al Cristo e alla Chiesa si completa in Sant’Agostino, in un vero culto verso Maria, e il fatto è tanto più commovente in quanto questo culto non ha preso veramente il suo grande sviluppo nella Chiesa se non dopo la definizione della maternità divina della Vergine nel Concilio di Efeso, tenuto nel 431, l’anno che seguì la morte del Santo Dottore: vi era invitato, ma non poté rispondere a quell’appello. Il culto verso Maria era nato molto prima, e i trattati sulla verginità, che apparvero nel IV secolo, in Occidente come in Oriente, contribuirono a diffonderlo. Il titolo di « Madre di Dio » che ne era il punto di appoggio, incontrò resistenze che il concilio dovette spezzare. Fin dall’inizio del V secolo, trent’anni prima di queste lotte, Sant’Agostino aveva preso posizione, nei primi capitoli del suo trattato « Sulla Verginità », e quelle pagine hanno un alto valore dottrinale, non soltanto nei riguardi della verginità in sé, ma anche della condizione unica della Vergine-Madre, Maria. Sant’Agostino va qui oltre i limiti dell’argomento, pur così elevato, della maternità divina propriamente detta, realizzata nell’Incarnazione, per proclamare un’altra maternità, tutta spirituale, di Maria, quella che l’associa strettamente alla Chiesa per mezzo della quale i Cristiani sono introdotti nella vita divina. Anche la Chiesa è una Vergine, legata spiritualmente al Cristo con un matrimonio verginale; e, d’altra parte, è Madre, perché dona agli uomini la vita divina: « Venga in nostro aiuto il Cristo, figlio della Vergine e sposo delle vergini, nato corporalmente da un seno verginale, legato spiritualmente da un matrimonio verginale. Dato che la Chiesa universale è una Vergine unita a uno sposo unico, il Cristo, come dice l’Apostolo (II Cor. XI, 2), di quale felicità non son degne quelle delle sue membra che osservano fin nella loro carne ciò che nella sua totalità ella osserva nella sua fede? Ella prende per modello la madre del suo Sposo e Signore; poiché anche la Chiesa è Madre e Vergine. A chi appartiene infatti l’integrità su cui vegliamo, se ella non è Vergine? O ancora, di chi sono i figli di cui parliamo, se non è Madre? » (Virg., II, 2). – Un nuovo parallelo, tracciato a grandi linee, mostra come, in questo campo spirituale, la verginità e la fecondità vadano di pari passo nella Chiesa e in Maria: « Maria ha messo al mondo fisicamente il capo di questo corpo; la Chiesa mette al mondo spiritualmente le membra di questo capo. Né nell’una né nell’altra la verginità impedisce la fecondità; né nell’una né nell’altra la fecondità distrugge la verginità. Di conseguenza, se la Chiesa universale è santa di corpo e di spirito, senza essere tuttavia universalmente vergine di corpo, ma soltanto di spirito, quanto è più santa in quelle delle sue membra in cui essa è vergine e di corpo e di spirito! » (Virg. II, 2; p. 113). L’introduzione generale del trattato prosegue nelle pagine seguenti (cap. IV, VI), che si riferiscono specialmente alla Madre del Salvatore. Questa dottrina di Sant’Agostino sulla Santissima Vergine non deve isolarsi da un’altra formula del santo di cui non si è sempre vista la profondità. Nel trattato su La Natura e la Grazia, contro Pelagio, egli dichiara in modo categorico, dopo aver esposto l’universale estensione del peccato nella discendenza di Adamo: « Bisogna dunque fare eccezione per la Santa Vergine Maria, di cui, per l’onore del Signore, non voglio assolutamente sia questione in alcun modo, quando si tratta dei peccati » (XXXVI, 42; P. L. 44, col. 267). È chiaro che il contesto prende di mira i peccati attuali. Sant’Agostino non si poneva la questione del peccato originale; ma la formula è così categorica e così universale, che ci si può domandare ciò che avrebbe risposto se la questione gli fosse stata posta, come fu posta ai Dottori medioevali. Non è temerario pensare che egli avrebbe potuto trovare, quasi per istinto spirituale, la ragione invocata da Duns Scoto per scartare le obiezioni di coloro che ci tenevano, con ragione, a salvaguardare l’universalità della salvezza per mezzo del Cristo (È in vista dei meriti del Cristo che Maria fu preservata.). Questa ipotesi — non è che un’ipotesi — diventa più plausibile quando si è messa in rilievo, come abbiamo cercato di fare, la nota spirituale predominante nelle opere patristiche, piuttosto che il carattere tecnico delle loro ricerche. Queste alte preoccupazioni erano particolarmente acute in Sant’Agostino, ciò che toglie all’ipotesi ogni inverosimiglianza, anche se non si può andare oltre.

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (5)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (5)

Trad. M. T. Garutti

Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa – Catania, 7 Marzo 1957

P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957 Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO V

I PROMOTORI DI VITA CRISTIANA

Grandi educatori

Il nome di Clemente di Alessandria si presenta qui spontaneamente alla memoria. La sua apologia, detta Protreptico, contiene già l’abbozzo di un piano di formazione morale, indirizzato ai pagani per avviarli alla vita cristiana. Ma il Pedagogo è molto più adatto a questo scopo: il suo titolo lo indica; il vero educatore dell’umanità è Cristo, e questo titolo la vince sui molti altri evocati dall’autore, poiché Gesù, ai suoi occhi, è anche medico e generale e pilota. Per quanto alte siano queste ultime funzioni, che in parte vanno oltre il corpo, cedono alla sapienza che Cristo, vero Pedagogo, dona di persona a chi lo segue. Tale è l’essenza della seconda opera della Trilogia clementina e merita davvero di essere meditata da vicino, in quanto pone le basi di una educazione completamente cristiana. Gli Stremata ne espongono le grandi leggi, fino ai più alti Vertici, con una ampiezza sorprendente per quel tempo. Clemente aveva una vasta cultura letteraria, filosofica e religiosa. Egli mise tutto questo a frutto, abbondantemente, in quello studio monumentale il cui titolo indica da solo la portata dei soggetti trattati e la varietà dei toni: Straniata significa «tappezzeria», ed il contenuto risponde all’insegna. Una quantità importante di elementi classici, tratti dai poeti e dai filosofi antichi, viene qui messa a profitto per innalzare l’anima, a tappe, ad una eminente vita spirituale, fino ad un grado altissimo di perfezione. I sette Straniata non hanno nulla in comune con le Sette dimore del Castello dell’anima che un giorno Santa Teresa descriverà, attenta anzitutto a esperienze religiose intime. Il punto di vista di Clemente è del tutto diverso, malgrado alcuni incontri occasionali. La caratteristica dominante è la fede, una fede illuminata al punto da essere chiamata Scienza (gnosi), una scienza del divino; scienza legata d’altronde alla carità e di cui bisogna ben rilevare tutti i tratti distintivi, poiché essi si imporranno nella teologia come nella spiritualità dell’Oriente. – Questo punto verrà precisato nel seguente capitolo. Limitiamoci qui a qualche osservazione sul piano pedagogico, molto vicina al soggetto che trattiamo. La « gnosi », che è, per Clemente, l’ideale di ogni educazione cristiana impegnata, è la sintesi di una cultura religiosa animata dalla carità, secondo il consiglio di San Paolo (L’Apostolo raccomanda ai Galati « la fede che agisce per mezzo della carità » – Gal. V, 6), e di una certa cultura naturale, particolarmente filosofica, che può benissimo servirle di base, ma che non può da sola raggiungere la sua perfezione, neppure sul piano umano, senza quest’appoggio del soprannaturale più elevato. Questa visione profonda, per certi riguardi veramente geniale, dell’armonia di due ordini, era troppo nuova per non dover incontrare resistenze, e per presentarsi con tutte le sfumature desiderabili, che non verranno messe a punto se non dopo secoli di esitazione e di ricerche. Non era per questo meno preziosa e doveva incitare i migliori spiriti verso una profonda cultura, morale e religiosa quanto dottrinale e intellettuale. Tutto l’alessandrinismo cristiano vi era contenuto in germe. – Origene doveva riprendere l’opera di questo iniziatore e darle una nota religiosa più sentita. Nato poco dopo il 180, era troppo giovane quando il suo maestro lasciò Alessandria, nel 201, per poter aver ricevuto da lui poco più di un orientamento di base. Esso fu decisivo ma abbastanza largo per permettergli di avere la propria personalità, la quale doveva essere molto accentuata, più ancora forse di quella del suo brillante precursore. Egli fu pienamente uomo sia di preghiera che di studio, e particolarmente esegeta, votato interamente alla meditazione della Sacra Scrittura. Il suo pensiero fu dominato dal soprannaturale che vi si esprime, ed egli ne penetrò le ricchezze fino al misticismo. La sua esegesi fu pervasa soprattutto dalla ricerca ostinata dello spirito al di là della lettera, e ciò allo scopo di formare dei Cristiani perfetti, poiché, sull’esempio del suo maestro, egli fu un grande educatore, con un carattere ancora più marcato dalla fede di quello di Clemente. Il campo in cui si alimenta il suo pensiero e sul quale esso si espande, è la parola di Dio, contenuta nei Libri Santi; ma non si può fare di lui un puro esegeta, sia pure spiritualista. Egli vuole formare Cristiani completi, nel significato letterale della parola, non solo naturale, ma soprattutto cristiano, ed il suo ideale racchiude un vero misticismo. La gnosi è veramente l’eco di quella del suo maestro, con qualcosa forse di più divino ancora. L’origenismo è caratterizzato precisamente dall’amore della Scrittura e dalla ricerca del senso spirituale, il quale viene scoperto con il ricorso all’allegoria, con una ostinazione che diventa caratteristica: origenismo doveva essere sinonimo di allegorismo. Ma bisogna aggiungervi una sfumatura molto suggestiva: l’insistenza sulla vita spirituale realizzata nei membri della Chiesa nei quali si continua Cristo quaggiù, a partire dalla Pentecoste. Questo misticismo, che prolunga all’infinito quello dei tipi biblici presentati dalla Scrittura, è basato sopra un largo richiamo ai doni dello Spirito Santo. In questo campo Origene aveva avuto precursori: San Giustino, Sant’Ireneo, Clemente; ma egli li supera tutti per l’uso che ne fa nella spiegazione della perfetta vita cristiana. Dopo questi due eccellenti maestri di una superiore vita cristiana, la cui azione fu tanto felice quanto decisiva malgrado le inevitabili lacune, basterà accennare a qualche altra guida importante delle anime elette, in cerca di perfezione, nell’antichità cristiana. Queste guide furono anch’esse, a modo loro e nel senso più ampio della parola, educatrici per mezzo della sapienza della Scrittura più che della scienza dei pedagoghi ufficiali.

Forse San Cipriano (210-285) potrebbe venir posto vicino ai grandi, come maestro cristiano, in quell’Africa latina ch’egli illustrò nel III secolo è segnò profondamente nonostante la rapidità del suo passaggio. La maggior parte dei suoi scritti possono essere classificati in questo genere, persino i quattro opuscoli apologetici nei quali predomina sempre la preoccupazione morale. Questa preoccupazione è ancora più sentita in un’altra serie di opuscoli, soprattutto quelli che sono imitati da Tertulliano cui egli segretamente si ispirava e del quale attenuava saviamente le esagerazioni, preparando da lontano una riammissione dell’opera di questo grande uomo nell’alveo della vita cattolica. Egli non ebbe il suo genio, ma fu egualmente uomo di valore e di misura, qualità queste essenziali dei veri educatori. È senza dubbio per questo ch’egli fu più grande, di una grandezza coronata dal prestigio del suo martirio. – Si potrebbero citare in questa serie di educatori molti grandi nomi nel IV secolo, ma essi saranno meglio collocati altrove per il carattere generale della  azione nell’antichità. Alcuni tuttavia si impongono, soprattutto in Oriente, ricordiamo in particolare i tre Cappadoci: San Basilio, San Gregorio Nazianzeno, San  Gregorio di Nissa, di altissima cultura, certo molto diversi l’uno dall’altro, ma bene uniti dalla loro fratellanza spirituale più ancora che dai vincoli di famiglia (il secondo Gregorio era un fratello minore di Basilio). I due primi ebbero un senso molto acuto dei valori della cultura classica, e San Basilio, in uno scritto celebre (Omelia 22 – P. G., 31 -: forse bisogna vedervi un trattato (Logos) piuttosto che una omelia), insiste sulla sua utilità, non soltanto sul piano estetico, ma per la formazione morale e la comprensione della Scrittura stessa. San Giovanni Crisostomo gli fece eco, pochi anni dopo, nella vicina provincia Antiochia, ed il suo esempio giovò ancor più delle teorie. Nell’Occidente latino, la Provvidenza suscitata nella stessa epoca, imitatori di qualità, come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Girolamo soprattutto, il quale conservò fino alla fine la preoccupazione della forma, senza danno però per la dottrina. Per la maggior parte furono oratori sacri ed è l’aspetto principile della loro azione che dobbiamo ricordare: la preoccupazione pastorale non è che domina soltanto nella catechesi, ma in tutta l’eloquenza dei Padri.

Catecheti e predicatori d’Oriente

Il catecheta per eccellenza dell’antichità cristiana in Oriente è San Cirillo di Gerusalemme. Indubbiamente il suo contemporaneo, San Gregorio di Nissa, ha scritto un « Discorso catechetico » che è celebre, ma che è un’esposizione sommaria della religione cristiana, piuttosto che un appello alla vita di preghiera. Ciò è realizzato solo in parte dal « Sacramentario » di Serapione, Vescovo di Thmuis, in Egitto, (IV secolo), il quale raccoglie preghiere di cui egli non è forse l’autore, o almeno il solo autore; in ogni caso, si limita a delle formule, senza dubbio preziose, concernenti i riti sacri, ma insufficienti. – Le Catechesi di San Cirillo (313-386), vescovo di Gerusalemme sono, al contrario, un’esposizione completa degli elementi dottrinali che servono di base diretta alla vita cristiana. I dati della fede contenuti nel simbolo (Cat. 4-18) non sono mai completamente staccati dalle applicazioni morali, al contrario formano la base di un sano insegnamento morale; ugualmente lo studio dei riti che inquadra queste esposizioni (1-3 e 19-23) non è soltanto speculativo ma pratico (Gli ultimi citati sarebbero, secondo l’attuale critica, di un successore di Cirillo a Gerusalemme, di nome Giovanni, che ha, in effetti, parlato e scritto verso la fine del IV secolo). Senza dubbio egli mette in guardia i neofiti contro gli errori correnti del suo tempo, quelli dei pagani, ebrei, samaritani, eretici, manichei. Ma ciò che più colpisce alla lettura di queste pagine è la vita di fede che vi si afferma con un accento molto affascinante. Egli è il testimonio per eccellenza della pietà palestinese nel IV secolo. Sant’Efrem (+ 373), il dolcissimo dottore siro, semplice diacono ma grandissimo oratore e poeta dall’ispirazione inesauribile, rifugiato dalla Persia a Edessa (Siria nord-orientale) negli ultimi dieci anni della sua vita, rappresenta il puro Cattolicismo tradizionale, prima delle deviazioni che produrranno nel secolo seguente le razioni cristologiche; per dei secoli, nestoriani e monofisiti si contenderanno i tronconi di quella sfortunata cristianità. Sant’Efrern è per tutti un legame con la Chiesa cattolica, di cui egli rimane la gloria più pura come asceta e moralista, e ancor più come mistico molto devotamente attaccato a Cristo Uomo-Dio, a sua Madre Maria e alla Chiesa, sua mistica sposa. Eccoci infatti le grandi linee della sua teologia vivissima e pratica. Malgrado la sua abbondanza, questa opera preziosa, per la penetrazione della dottrina ed il fervore della pietà. – Un altro siriano, occidentale questo, antiocheno, di nobile famiglia e di profonda cultura, San Giovanni Crisostomo, fu il maestro per eccellenza della predicazione cristiana in Oriente ed in tutto l’Impero. Alla sua completa formazione ellenica egli aggiunse, da una parte, la vita solitaria da lui condotta per parecchi anni sulle montagne vicino ad Antiochia, e dall’altra lo studio delle Scritture, Antico e Nuovo Testamento, particolarmente San Paolo, che gliene rivelò il senso profondo. Il Trattato del Sacerdozio, ove condensa, ancora giovane, le sue vedute sull’azione pastorale, soprattutto oratoria, dimostra ch’egli l’aveva lungamente meditata nei suoi principi: egli mette sempre alla base dell’apostolato cristiano la preghiera e lo studio. Trascurare ciò, sarebbe falsare la sua dottrina. Segnaliamo d’altronde il pericolo d’un doppio scoglio. Bisogna star attenti anzitutto a non fare del santo un erudito, perché è di Antiochia, oppure uno speculativo, perché è Orientale. In verità, egli ha un senso dottrinale assai acuto: saprà, all’occasione, confondere i filosofi ariani, le cui arguzie rovinano la fede. Bisognerà evitare d’altra parte di attribuirgli una esclusiva preoccupazione dell’azione che ne faccia una guida empirica, senza profondità dottrinale, ciò che sarebbe un tradimento della sua personalità. – Evidentemente San Crisostomo ha un senso morale molto acuto, ma fondato sopra una dottrina profonda e viva. Egli è un gran discepolo di San Paolo, ed i suoi commenti, sempre luminosi e affascinanti, sono richiami incomparabili alla vita di fede. Senza dubbio egli ripete in termini propri o equivalenti, che Dio è ineffabile o impenetrabile, ciò che conduce all’adorazione rispettosa, più che all’intimità affettiva. La venerazione è, in lui, associata al sentimento generale provocato dalla grandezza di Dio, oggetto tanto di ammirazione quanto di amore. Essa è accompagnata dallo stupore, dall’angoscia, dalla vertigine, dal timore, dal tremore, dal terrore; altrettante formule familiari al Santo. La natura divina ch’egli predica, non ha nulla dell’astrazione; è posta molto in alto, al di sopra del creato, in una vera trascendenza e tuttavia « sperimentata come una presenza terribilmente reale » (Otto). Queste tendenze sono d’altronde temperate da altri sentimenti familiari all’oratore d’Antiochia, in particolare la giustizia e la bontà: essi sono descritti con altrettanta poesia e calore e sono difese con energia contro i manichei. La dottrina paolina della grazia è meno precisa che presso Agostino, ma è ben chiara, fino alla distinzione di due volontà in Dio a proposito dei peccatori: una è che non periscano (volontà prima); l’altra ch’essi siano puniti (volontà seconda). Questo pastore e grande maestro di vita cristiana aveva il dovere di insistere sui riti sacramentali: i sacramenti principali difatti, sono largamente raccomandati, l’eucaristia soprattutto che occupa largo posto nella sua opera, tanto che lo si è potuto chiamare « Dottore eucaristico ». Il suo realismo in questo campo è persino ardito, quasi esagerato: « Non vedremo soltanto il nostro Salvatore, ma lo prenderemo addirittura nelle nostre mani, lo mangeremo, stritoleremo la sua carne, ci uniremo a lui nel modo più intimo… Ciò che il Salvatore in Croce non ha sofferto (sentite lo spezzarsi totale delle sue ossa), Egli lo soffre ora nel Sacrificio per amor vostro, e si lascia ridurre in briciole per saziarci tutti ». S. Giovanni Crisostomo supera di molto, su questo tema la catechesi di S. Cirillo di Gerusalemme e persino quella di S. Gregorio di Nissa. Bisogna tuttavia tener presente che in questi testi l’oratore mira meno ad esporre il mistero quanto a stimolare i fedeli già istruiti della dottrina corrente. – Dal V secolo la Chiesa Bizantina ha coltivato l’omelia più della catechesi, e si possono segnalare in modo particolare le omelie mariali, di cui, nel XX secolo, sono stati pubblicati molti testi nuovi. Esse sono i testimoni di un reale progresso della devozione verso Madre di Dio: la sua Immacolata Concezione e la sua Assunzione vi sono insegnate in modo chiaro, benché implicito il più delle volte. Fra gli oratori più in vista in questo campo, bisogna citare quelli dell’VIII secolo, particolarmente San Germano, patriarca di Costantinopoli, Sant’Andrea di Creta, metropolita di Gortyne, San Giovanni Damasceno, prete di Gerusalemme, l’ultimo dottore della Chiesa orientale, difensore delle immagini e del culto mariano. – Un grande monaco bizantino, San Teodoro Studita, alla fine dell’VIII secolo ed al principio del IX, fece eco a tutti, su un piano catechetico superiore, poiché egli nelle sue Catechesi, la Piccola come la Grande, si rivolgeva ad una élite di monaci. Meno dottrinale degli antichi, peoccupato soprattutto del progredire spirituale dei monaci, e dei fedeli, che allora si mantenevano in intima comunione con essi, egli è un’eco prolungata della vita cristiana bizantina, alla vigilia del ripiegamento che sta per prodursi laggiù, con pregiudizio della piena cattolicità, gloria dell’antica Chiesa d’Oriente.

Oratori e Pastori in Occidente

Il maestro per eccellenza della catechesi latina, teorica e pratica, è sempre Sant’Agostino, e bisogna riavvicinarlo a San Giovanni Crisostomo, del quale egli fu, in Occidente, il pio emulo, se non l’eco, poiché non lo conobbe bene che sul tardi. S. Agostino ha scritto sulla formazione dei neofiti (De Catechizandis rudibus) dopo avere, da un punto di vista più generale, trattato del modo di predicare la parola di Dio, nel primo libro della Dottrina cristiana. Secondo lui l’eloquenza è secondaria: ciò che conta anzitutto è la fede viva nel Dio in tre Persone, che esce dalla sua alta trascendenza per darsi a noi nella creazione, nell’Incarnazione redentrice, e nella Chiesa animata dallo Spirito Santo; a condizione che tutto sia vissuto da noi nella Carità, di cui egli espone i principi all’inizio dell’operetta sulla Dottrina cristiana. I tre libri che seguono la completano sotto diversi punti di vista: ma è l’attività oratoria di Sant’Agostino che ne è il miglior commento, un commento dalle ricchezze infinite. Limitiamoci a qualche sguardo d’insieme. – Le sorgenti della dottrina di Agostino devono spesso essere cercate nell’Antico Testamento, che gli ha fornito il tema per 50 prediche generali e per le 200 omelie sui salmi (Enarrationes), vere esposizioni di vita cristiana intensa, forse le più ricche della sua opera oratoria. Tuttavia le omelie su San Giovanni (Tractatus: 124 sul Vangelo, e 10 sulla prima Epistola) sono più accessibili. Bisogna aggiungervi le innumerevoli prediche ordinarie (più di 500) su un tema particolare, sia dell’Antico Testamento che del Nuovo (circa 150), sia della liturgia o dei santi, sia dei più diversi soggetti dottrinali. – La predicazione agostiniana ha come propria caratteristica l’insistenza sulla fede come principio di vita. Per questo Dottore, la sorgente per eccellenza di insegnamento è la fede, vale a dire la Santissima Trinità, Cristo, la Chiesa sotto ogni aspetto: è la teologià, in una parola, se si lascia a questo termine il significato degli antichi, meno preoccupati di ricerche speculative che di applicazioni vitali. La formazione alla devozione è in lui inseparabile dal dogma e in particolare dal Cristo vivente nella Chiesa. I suoi commenti sui Salmi, opera dell’Antico Testamento, sono illuminanti a questo riguardo; con maggior ragione si troverà questa nota nei trattati su San Giovanni, Vangelo dottrinale per eccellenza, in cui il santo unisce alla perfezione i doni speculativi e le preoccupazioni morali, spinte d’altronde fino all’ascesi, con una purissima ed altissima e soavissima nota mistica. – Un elemento domina l’insieme di quest’opera pastorale: l’amore di Dio. Di tutti i titoli che sono stati dati a Sant’Agostino, il più importante forse, e il più popolare, è quello di Dottore della carità, generalmente espresso da un cuore dal quale scaturiscono fiamme. La carità appare molte volte nelle esposizioni dottrinali precedenti. Essa si manifesta ancor più nella morale di cui è l’anima, sia che si considerino le comuni regole, oggetto della Morale propriamente detta, sia che si ricerchino i mezzi speciali per mirare alla perfezione (Ascetismo), e ancor più i doni superiori concessi per compiere l’opera di perfezione (Mistica); quest’ultimo titolo è il più importante, e l’argomento verrà ripreso nel capitolo seguente. – Per quanto grande egli sia stato, Sant’Agostino non può farci dimenticare altri pastori che furono potenti maestri di vita cristiana in Occidente. Sant’Ambrogio è il più conosciuto e senza discussione il più eminente. Egli fu il padre di Agostino nella fede: il suo insegnamento pubblico a Milano fece impressione sul retore scettico e diffidente che vi arrivò nel 384 e che, due  anni più tardi, era pienamente trasformato, grazie a quella parola forte e illuminante, che andava diritta al cuore dei grandi problemi dottrinali e morali che lo tormentavano. Ambrogio era anzitutto un uomo di azione e un moralista. Non era chiuso alla filosofia, particolarmente a quella di Plotino, che pareva dare allora le ali allo stoicismo trionfante negli ambienti romani colti dell’epoca. Era pure attratto dalla speculazione orientale di un Origene, ma metteva sempre l’accento sulla nota morale, che conveniva al suo carattere e alla sua missione; egli ebbe una funzione provvidenziale: quella di fornire all’Occidente una dottrina cristiana sicura e viva nel campo morale, tanto necessaria in quell’epoca di transizione. Egli preparava così la via a Sant’Agostino, il quale era destinato ad approfondire quest’opera e a fissarla, estendendola in ogni campo, alla vigilia dei grandi cataclismi che si annunciavano al centro dell’Impero. – Nel secolo seguente San Leone Magno rappresenterà la catechesi cristiana sotto la più alta forma, quella dell’insegnamento dato dal Pastore supremo: poiché le prediche che ci rimangono di quel grande Pontefice, un centinaio, hanno tutte come scopo diretto quello di arricchire e rafforzare la fede dei fedeli, sia che li spinga all’ascesi (digiuni), sia che esalti i misteri, sia che evochi i privilegi della Chiesa romana ch’egli ha la missione di governare nel nome di Cristo, col titolo di successore di Pietro. – La vita e la passione del Salvatore sono normalmente l’essenza delle sue esposizioni dottrinali, opere di pastore più che di teologo speculativo. I soggetti morali l’attirano d’istinto. Si citano di lui molte pagine sull’esame di coscienza, il demonio, la concupiscenza, la preghiera, la fede e la carità, queste due ali del Cristiano (predica 45, 2), l’infanzia spirituale (predica 37, 3). Egli non dimentica certo la grazia, della quale parla in molte pagine alla maniera di Sant’Agostino, ma senza trascurare il dovere di cooperare alla grazia, di amare e di cercare Colui che, per primo ci ha amati e cercati. Il suo zelo si traduce spesso in incalzanti esortazioni alla lotta contro le passioni ed all’azione per amore di Dio. Egli ha formulato la grande legge del progresso così spesso ripresa dai direttori spirituali: « Chi non avanza indietreggia e chi non acquista nulla, perde qualcosa » (qui non proficit deficit et qui non acquirit, non nihil perdit). – Almeno due oratori contemporanei di San Leone che onoravano pure la Chiesa d’Italia con la loro eloquenza apostolica, devono essere citati qui: San Pietro Crisologo, del quale rimangono 176 prediche,  San Massimo di Torino, che ne ha lasciate circa 270. – Ma i più conosciuti fra quelli che esercitarono una grande influenza pastorale, fra San Leone e San Gregorio il Grande, è San Cesario di Arles, che fu per 40 anni (503-543), vescovo di questa sede primaziale del sud della Gallia. Più che uno speculativo, egli fu un organizzatore e un uomo di azione. Si ispira dovunque a Sant’Agostino, particolarmente nelle sue prediche che spesso citano letteralmente il grande dottore africano; perciò dai primi editori sono state fatte molte confusioni. Il suo stile, senza essere scorretto, è dei più   semplici; l’oratore non indietreggia davanti alle espressioni rozze, perché, egli spiega, tutto « il gregge del Signore possa ricevere il nutrimento celeste in un linguaggio semplice, e poiché gli ignoranti non possono sollevarsi all’altezza dei sapienti, bisogna che i sapienti si degnino abbassarsi all’ignoranza dei loro fratelli. » Le prediche sui misteri, le omelie sulla Scrittura sono di un tono più elevato, ma l’insieme della sua predicazione mantiene un carattere pratico molto accentuato. – San Gregorio Magno (540-604) fu, a suo tempo un’eco lontana delle grandi voci di Sant’Agostino e di San Leone Magno, un’eco lontana sotto tutti i punti di vista, ma ben percettibile, malgrado il caos nel quale si dibatte l’Italia, tutto l’Occidente, in quel tempo. Egli si ispira ad Agostino per la dottrina, sui punti che possano illuminare opportunamente, in un’epoca di terrore come la sua, le grandissime verità dogmatiche sulle quali riposa la morale cristiana tradizionale con tutte le sue esigenze. Egli insiste non solo sulle dottrine di base, ma su quelle di un alto ideale spirituale. Durante i suoi quattordici anni di pontificato (590-604) si adoperò costantemente per presentare questo ideale cristiano in modo tangibile a tutta la Chiesa, non solo all’Occidente che lavora a convertire i barbari, ma all’Oriente imperiale ostacolato da uno statalismo sempre più invadente. Su uno o sull’altro piano, egli è stato un vero promotore di vita cristiana intensa nel suo tempo. – La sua predicazione, conosciuta attraverso una sessantina di omelie, su vari testi di Ezechiele e dei Vangeli, mostra, nel Papa, eletto da poco, la preoccupazione predominante di edificare i fedeli, illuminandoli. Questa preoccupazione spirituale si afferma ancor più nelle Moralia, vasto trattato d’ascesi e di mistica fondato sul testo di Giobbe, ma tratto, in effetti, dall’esperienza dei santi e dallo zelo apostolico del Pontefice. I fatti e i testi sono sempre orientati verso applicazioni pratiche, destinate a condurre le anime generose ad una vera contemplazione, in cui Dio si mostra all’anima per innalzarla a un amore purissimo o a un servizio divino sempre più generoso. In verità San Gregorio fu, con questi scritti, un animatore della vita perfetta, tanto nei preti, ch’egli ha specialmente in vista nel suo Pastorale, quanto nei monaci, che egli raggruppa, come meglio può, intorno a San Benedetto, al quale dedica un libro intero dei suoi Dialoghi così popolari. – Ancora in Italia, poco prima di San Gregorio si era distinto alla corte di Teodorico, vicino a Boezio e più a lungo di lui, Cassiodoro, una specie di ministro dell’interno, erudito in storia, grande educatore dei Goti, stabilitisi sul suolo dell’impero. A 60 anni, nel  540, egli si ritirò in un monastero da lui fondato, e fino alla sua morte (570) continuò la sua opera di educatore, in profondità, dei barbari insediati in Italia. Morì in odore di santità; tuttavia non è mai stato oggetto di un vero cullo, come Boezio a Pavia. È piuttosto la figura di un erudito che di un santo. Con il gusto delle lettere si avvicina a Boezio, dal quale si distingue per tutto il resto. Mentre Boezio è un filosofo e uno speculativo, Cassiodoro è, anzitutto, pratico. È meno preoccupato delle idee astratte che della formazione intellettuale c morale, utilizzando, d’altronde, per raggiungere il suo scopo, tanto gli antichi scritti degli autori pagani quanto le opere ecclesiastiche. Egli le ha spesso citate, le une e le altre, ed i servizi che ha reso cosi alla cultura medioevale sono immensi. –  Sant’Isidoro, arcivescovo di Siviglia (+ 636), è certamente il più grande scrittore spagnolo dell’antichità. – Egli ebbe un’influenza nazionale, decisiva nei concili di ordine religioso e politico. Fu un restauratore degli studi, dopo l’insediamento dei nuovi popoli nel paese. Scrittore instancabile, tratta di tutto in innumerevoli opere, alcune delle quali sono vere cnciclopedie. Molte sono consacrate alla Scrittura, alla storia, alla Chiesa. Egli è più erudito che pensatore originale, ma da questo punto di vista la sua funzione fu decisiva e lo colloca tra i grandi educatori del medioevo. Tutta  la sua scienza gli viene dal passato; da Sant’Agostino e da San Gregorio ha attinto la sua dottrina teologica ed ascetica, come ha attinto a piene mani nei tesori delle letterature antiche. Egli era, d’altronde, straordinariamente dotato per questa funzione di compilatore, e forse è stato addirittura il più grande che sia mai esistito. Ad una intelligenza molto aperta e ad una memoria sicura, egli univa una grande facilità di esposizione chiara e rapida; e benché adoperi una lingua, corrotta da un enorme apporto di parole straniere, ha spesso dato definizioni di una precisione meravigliosa, meritando di’essere dichiarato Dottore della Chiesa. In Inghilterra, Beda il Venerabile nel secolo seguente ha ottenuto lo stesso titolo, con meriti molto diversi. All’infuori di qualche scritto didattico, la sua opera è profondamente e prevalentemente religiosa; persino la sua storia della nazione inglese, risente di queste preoccupazioni. Notissimi i suoi commenti sul Nuovo e Antico Testamento che spiegò quasi per intero. Egli fu un vero promotore di vita cristiana prima nei monasteri, e poi al di fuori di essi: è spesso l’eco fedele di Sant’Agostino o di San Girolamo. Altrove, egli è più personale con quella tendenza al misticismo che lo rese famoso e popolare nel medioevo. Egli è l’ultimo degli antichi dottori dell’Occidente.

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (2)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (2)

Trad. M. T. Garutti

Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa – Catania, 7 Marzo 1957

P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957 – Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO II.

I PADRI UOMINI DI CHIESA PER ECCELLENZA

Significato della parola « Padri ».

Chiamiamo « Padri della Chiesa » tutti gli scrittori cattolici dei primi secoli, quelli la cui opera è rimasta, nel suo insieme, conforme all’ortodossia tradizionale. Il fatto di aver scritto non ha in sé valore particolare: le loro composizioni non sono assimilate ai Libri canonici del Vecchio e Nuovo Testamento ai quali è riconosciuta una ispirazione divina specialissima. Non è affatto sicuro né probabile che gli scritti dei Padri rappresentino la totalità della loro azione personale, né, a maggior ragione, la totalità dell’azione apostolica del loro tempo, tutt’altro. Nondimeno, proprio per questi scritti, essi hanno acquisito, per i secoli posteriori, una autorità eccezionale; essi sono per noi i testimoni diretti della vita cristiana durante tutto il periodo degli inizi. Senza dubbio, le comunità si sviluppavano per effetto di una spinta interna, di una linfa che sale e alimenta dal di dentro, segno evidente d’una autentica vitalità. Ma noi non conosceremmo che superficialmente questa vitalità senza gli scritti rimastici di quell’epoca. Da ciò l’interesse fondamentale di queste opere. – In realtà, bisogna aspettare il V secolo perché la parola « Padre » esprima pienamente quel valore dottrinale che gli si attribuisce oggi. San Basilio o San Gregorio Nazianzeno furono gli iniziatori di questa tendenza, che si impose al momento delle controversie cristologiche, in modo particolare nei Concili di Efeso e di Calcedonia (451). La fama dei Vescovi che avevano respinto vittoriosamente le grandi eresie trinitarie del IV secolo, nella loro azione conciliare o fuori dei concili, ma con un vero accordo di pensiero e di atteggiamento religioso, dette allora a quel nome di « Padri » un contenuto dottrinale che in seguito è andato sempre più estendendosi. Questa denominazione deve il suo prestigio non solamente ai grandi concili del IV secolo, i cui membri furono da allora chiamati «Padri », ma anche ai Vescovi anteriori e agli altri scrittori cristiani approvati dai Vescovi fin dai tempi apostolici. – San Vincenzo di Lérins, verso il 430, nel suo celebre « Commonitorium », fa appello all’autorità speciale di quelli che, essendo entrati m comunione con l’intera Chiesa, sono i soli « maestri da approvare » (magistri probabiles). Sono questi maestri i veri « Padri », ben diversi dai semplici scrittori ecclesiastici, la cui autorità non è così autenticamente garantita. Un documento importante della fine dello stesso secolo, opera parziale del Papa San Gelasio, al quale fu poi attribuito per intero (Decreto gelasiano), precisa ancora questi dati e li illustra con un elenco di nomi famosi. Ne manca uno, importantissimo, quello di Santo Ireneo, colui che aveva posto la regola capitale in questo campo: la necessaria conformità con una Sede capace di garantire da sola il legame diretto con gli Apostoli, la sede di Roma. – La santità di vita richiesta per l’attribuzione del nome di Padri, non è così rigorosa come la canonizzazione in vista del culto liturgico; esige una autentica vita cristiana ma senza quel grado eroico di cui a poco a poco la Chiesa ha fatto una condizione essenziale per l’onore degli Altari. Nel titolo di Padre, è l’ortodossia dottrinale che ha la prevalenza. – L’antichità che s’impone egualmente in questo campo, risale dal punto di vista delle fonti fino agli Apostoli esclusi: questi, infatti, continuano in qualche modo la Rivelazione propriamente detta, di cui furono i testimoni diretti ed immediati nella persona del Cristo. Questo contatto con gli Apostoli dà ai primi Padri, anche se non sono vescovi, e ai primi scritti, anche se sono anonimi, una autorità tutta particolare che non bisogna né esagerare né diminuire. Il punto di partenza della Patristica è dunque molto netto: la fine del I secolo, benché le opere cristiane vi siano rare: ce n’è almeno una e di grande portata, l’epistola di San Clemente di Roma, e forse anche la Didachè il cui autore è ignoto. All’altra estremità, l’epoca detta dei Padri è stata naturalmente più fluttuante. Ha superato da molto tempo il V secolo; fin dal medioevo, si dava particolare importanza a San Gregorio Magno (+ 604) in Occidente, e in Oriente a San Giovanni Damasceno, semplice monaco e grande difensore del culto delle immagini (+ 749). Generalmente si sta a queste due date; non crediamo però che le ragioni invocate per restare fissi ad esse siano decisive. Si lasciano così fuori della Patristica alcuni santi che hanno manifesti contatti con l’antichità cristiana e che è ingiusto porre in qualche modo fuori della serie, poiché i loro scritti non risentono affatto dell’ispirazione medievale. Pensiamo, per l’Oriente, a San Teodoro Studita, che incarna la lotta contro l’iconoclastia, agli inizi del sec. IX. Prima di lui in Occidente troviamo San Beda il Venerabile, posteriore di più di un secolo a Gregorio Magno, e forse bisognerebbe aggiungervi anche i grandi monaci anglo-sassoni degli inizi del sec. IX, che furono più dei testimoni del passato che dei veri iniziatori. La data dell’842, che segna la fine della lotta iconoclasta, con l’ascesa al potere dell’imperatrice Teodora, vedova dell’imperatore Teofilo e reggente in nome del figlio Michele, ancora minorenne, è una data capitale, sul piano religioso come su quello politico, data sottolineata ancora dalla festa dell’Ortodossia istituita fin dall’843 e tuttora in onore nella Chiesa bizantina. L’iconoclastia non era stata battuta se non grazie all’appoggio dell’Occidente, dei Papi in particolare, e la nuova solennità avrebbe potuto chiamarsi festa dell’Ortodossia cattolica: ragione di più per ricollegarvi l’antichità cristiana. Con la fine del IX sec. un nuovo periodo storico si apre in Oriente come in Occidente. L’epoca patristica è definitivamente chiusa.

Spirituali e mistici, più che speculativi.

Il lettore moderno affronta, generalmente i Padri con preoccupazioni che sono spesso molto lontane dalle loro e gli impediscono di capirli esattamente, a dispetto di una cultura letteraria e storica assai profonda. Egli chiede loro lumi su punti che essi hanno affrontato solo incidentalmente, trattando di questioni ben più importanti per essi di quelle che appassionano i moderni. Esiste un vero « campo » patristico, che occorre conoscere, almeno nelle sue grandi linee, prima di abbordare i Padri, se si vuol fare uno studio serio ed obiettivo. I teologi stessi si sbagliano spesso in proposito. A maggior ragione i laici rischiano di restare fuori da questo campo così particolare, se non si sono informati con cura sull’argomento. Il titolo stesso di questo libro — « spirituali e mistici » — non basta a orientare il lettore; queste due parole, per quanto giuste e utili siano, hanno preso ai giorni nostri dei significati ben determinati che non rispondono, se non lontanamente, alla realtà antica. Esse scartano già molte concezioni false ed hanno quindi un valore almeno indicativo. Bisogna tuttavia precisarle ancora, senza però rinchiuderci in quadri troppo angusti, che impediscano di andare al nocciolo delle opere. I Padri hanno meno la preoccupazione della scienza che della realtà vivente conosciuta per mezzo della fede. Ora questa solo nutre l’anima del Cristiano quando è illuminata dallo Spinto, e lo scopo che noi perseguiamo in questo lavoro fondamentale è mostrarne la funzione vitale. Nell’analisi di tale realtà vivente, abbiamo immediatamente posto in risalto un elemento essenziale, determinato da Cristo stesso, la Chiesa, di cui i primi documenti cristiani ci fanno toccare e afferrare l’azione diretta, prolungata attraverso i secoli. Certo vi è una bella distanza da un San Clemente di Roma e un Sant’Ignazio di Antiochia a un Sant’Agostino e a un San Gregorio Magno, ma un legame potente li unisce: il Coipo Mistico. – Questo Corpo, la Chiesa, è prima di tutto, nel mondo, una incarnazione continua del soprannaturale propriamente detto: è una vita divina nel senso letterale della parola. La lotta delle due città, di cui Sant’Agostino detterà le leggi nel V secolo, è già impegnata sin dai primi tempi, e gli apologisti, alla fine del secondo, ne mettono in luce la posta, o, se non altro, ne intravedono la grandezza e il mistero. Essi non sono tanto polemisti quanto apostoli a modo loro. Questa caratteristica è ancor più marcata nei Dottori propriamente detti, quelli che ebbero il dono di penetrare nel cuore dei misteri, non certo per comprenderli a fondo, ma per attingervi le luci provvidenzialmente necessarie contro le grandi eresie. Essi furono eminentemente dei contemplatori di questi misteri, nel senso profondo della parola, e vi trovarono luce e forza per realizzare l’alta missione dottrinale che la Provvidenza divina aveva loro affidato. – I « Dottori » ebbero sempre cura, nella Chiesa, di unire alla più rigorosa ortodossia la più intensa vita cristiana, ed i più illustri fra di essi furono anche i più ardenti promotori della fede «viva». Su questo punto c’è una comunanza di vedute, una unanimità di vita e di pensiero evidenti: essi furono « buoni pastori » nel senso evangelico della parola. Tutti, salvo rare eccezioni, si dedicarono alla preghiera con un fervore esemplare, e molti raggiunsero le vette della più pura contemplazione. La loro mistica è generalmente dottrinale nella sua base, ma la loro fede era così strettamente associata alla carità che oggigiorno si è creduto talvolta di potere e dover ritenere solo questo aspetto del Cristianesimo; ciò che porta ad una grave deformazione. Non è esclusa l’esperienza religiosa, ma essa trova il suo apogeo in una pura contemplazione del vero Dio, e persino della Trinità. Le Tre Persone, senza uscire dalla loro trascendenza, si comunicano in modo reale alle anime di preghiera e i Dottori antichi sembrano averne spesso beneficiato, talmente le loro opere testimoniano una certa intimità con esse. Questo misticismo è inseparabile da una vera ascesi che serve loro di base e che non si potrebbe dimenticare qui, anche se i principi dottrinali di una via ascetica completa, se non autonoma, non siano stati formulati e sistematizzati che più tardi. Sintesi del genere non sono spesso possibili che dopo lunghe esperienze, e talvolta in reazione contro gli abusi, così come, sul piano dottrinale, le definizioni dogmatiche e le costruzioni di sistemi non hanno potuto essere realizzati che in risposta a degli errori. Alcuni tentativi di sistematizzazione teologica si sono verificati al tempo dei Padri: ma essi sono eccezionali. Gli antichi non si preoccupavano tanto della scienza e delle sue esigenze rigorose, per ciò che riguarda il metodo, quanto della vita sotto le varie forme che sono state ora evocate. Vi fu qualche tentativo, in Oriente, prima di Sant’Agostino, il quale, verso il V secolo o al principio di questo, tentò parecchi abbozzi, d’altronde magistrali; e, quattro secoli più tardi, la Patristica si onora della piccola sintesi dottrinale di San Giovanni Damasceno. Tutto ciò annuncia da lontano un vasto campo da esplorare. Sarà l’impegno del Medioevo che affronterà i temi con un metodo, che non sarà più quello dei Padri, ma che non deve far dimenticare il loro. – Nelle opere dei Padri viene spesso trascurata la filosofia; ed è una lacuna, almeno per quanto riguarda i più grandi. Anche per quest’ultimi, e soprattutto in Oriente, la filosofia ha un ruolo secondario. Tuttavia non è inutile accennarvi, non fosse altro che per ricordare quella funzione ausiliaria che si ha spesso tendenza ad esagerare. Anche per Sant’Agostino, particolarmente subito dopo la sua conversione, la filosofia non sarà mai la preoccupazione predominante; tuttavia il suo apporto in questo campo non può essere trascurato senza recare un grave pregiudizio alla sua memoria, e a tutta la storia del pensiero Occidentale e cristiano. Sant’Agostino fu un pensatore nel senso letterale della parola, ma un pensatore religioso, un santo che si diede interamente, anima e corpo, alla grazia, dopo la sua conversione, e che, da secoli, rimane la guida spirituale più autorevole dell’Occidente. – Questa analisi metodica, di cui i capitoli seguenti saranno la giustificazione dettagliata, conferma la nozione di « Padri », data all’inizio di questo lavoro: organi qualificati dello Spirito Santo in quell’epoca privilegiata che è l’antichità cristiana, età che Cristo colmò dei suoi doni per farne guida per eccellenza dei tempi nuovi.

La nota dominante della Patristica: sapienza cristiana.

Il quadro che precede rischia, nella sua sommaria formulazione, di inaridire la storia di una dottrina che fu soprattutto una vita cristiana, eminente nelle istituzioni come nelle persone. Se la si vuole caratterizzare con una sola parola, forse bisognerebbe ricondurre tutto alla sapienza cristiana, considerando questa stessa come una realizzazione interiore della fede viva che agisce per la carità, secondo la parola di San Paolo (Gal. V, 6). Si tratta qui veramente di una realizzazione perfetta nell’insieme; la Chiesa aveva il dovere di giungere a questa pienezza di vita per imporsi, come ha fatto, in quei primi secoli cristiani: poiché tutto era da creare allora, sul piano spirituale, in un mondo materializzato dal paganesimo, o da una amministrazione potente ma implacabile. Bisognava, al di là del corpo, far vivere lo spirito volgendolo verso un Dio puro spirito, assolutamente trascendente e tuttavia capace di realizzare una vita superiore nell’uomo; anzitutto nella sua anima e poi, come per ridondanza, in quella degli altri. Tale è la grande legge evangelica. Cristo ha colmato gli Apostoli del suo Spirito al fine di intraprendere la conquista del mondo. Egli aveva agito e predicato davanti a loro per degli anni; era riapparso loro risuscitato ed essi ancora titubavano, come stupefatti, quasi schiacciati sotto il peso di un compito sovrumano. Lo Spirito Santo, nella Pentecoste, li trasformò interiormente, ne fece degli altri uomini; e sarà in forza di questo rinnovamento interiore che agirà in seguito sull’umanità, come il lievito nella pasta, secondo la formula stessa del Salvatore. Questa azione dello Spirito di Dio sull’uomo si presenta sotto molte forme. Tutte però hanno come risultato una sapienza universale, che è come la sintesi delle virtù teologali e dei doni superiori dello Spirito Santo. Ecco l’essenza dello spirito evangelico che animava i Padri e che doveva essere il vero sostegno della loro azione. Stiamo attenti a non vedere in essi soprattutto e soltanto dei filosofi; vi fu, in alcuni di essi, un vero sforzo razionale, ma fu accessorio, non essenziale, come certuni vorrebbero farci credere al giorno d’oggi. La ragione non ha che una funzione ausiliaria nella loro teologia. Questa stessa è per loro meno una scienza, nel senso tecnico della parola, che una vita di fede cosciente e organizzata per l’utilità personale e per quella del prossimo; i Padri, che ebbero generalmente l’alta responsabilità di anime affidate alla loro vigilanza, sentirono vivamente il dovere di istruirle e formarle. Essi posero in tal modo le basi di una vera teologia cristiana. Nondimeno, non è questa l’essenza dell’anima patristica. – I Padri sono innanzi tutto i testimoni di un Dio trascendente, ma che ama le creature al punto di abitare nell’umanità e persino in ogni uomo per mezzo di Cristo e del Suo Spirito. Per poter dire tutto in una parola, Dio si degna, per amore verso di noi, di vivere nella Chiesa, questa parte dell’umanità che Cristo ha raggruppato nella persona degli Apostoli e che Egli anima col suo Spirito. Ecco l’ambiente spirituale autentico dei Padri, la nota fondamentale della loro dottrina e della loro azione. I Padri sono gli uomini dello Spirito ed i testimoni della sua presenza attiva nel seno dell’umanità. Essi non sono degli allucinati, giocattoli fragili della loro immaginazione o dei loro sensi smarriti. Essi sono uomini sani di spirito, come testimonia la continuità, la potenza e la fecondità della loro azione: in realtà, essi hanno lanciato ai quattro angoli della terra, senza alcun mezzo umano, questa forza incomparabile che è il Cristianesimo stesso. Esso ha trasformato spiritualmente l’umanità: è la sola forza che conta ancor oggi di fronte al materialismo organizzato per lo sfruttamento del mondo nella negazione delle vere attività dell’uomo. Lo Spirito, nel senso letterale della parola, ci pone di primo acchito su un piano superiore, ed integra perfettamente vari aspetti di una attività umana assai intensa nell’ordine cristiano. – Bisogna tuttavia prevenire qui pericolosi equivoci, fissando a larghi tratti i valori diversi che si nascondono nella parola Spirito. Correntemente, essa indica l’anima umana, considerata nella sua attività soprasensibile: alte visioni intuitive e vita razionale. Si può, senza compromettere l’unità sostanziale dell’uomo, corpo ed anima ad un tempo, insistere nella necessaria sottomissione del corpo all’anima. Le attività sensibili son ben differenti dalle operazioni superiori, dette spirituali, senza che vi sia dualità. Alcuni Padri le hanno talvolta troppo distinte; ma altri, come Sant’Agostino, salvaguardano bene l’unità dell’anima, sia pure ordinando le sue operazioni interiori verso un Essere spirituale eminente che è Dio, e che d’altronde rimane nella sua alta trascendenza. Dio è, in pienezza, Spirito, puro Spirito, benché Egli sia dovunque e in ogni essere, con la sua essenza e con la sua azione. È lo Spirito Santo che è il principio dell’attività divina sull’anima. Tale azione si esercita specialmente nell’ordine soprannaturale. La formula spirito cristiano indica, in modo felice, una vera collaborazione spirituale dell’uomo con Dio, secondo i principi posti da Cristo e realizzati con l’aiuto dello Spirito Santo. Limitiamoci a questi significati fondamentali. – Nell’ordine dell’azione, forse si potrebbe riportare tutto alla sapienza, presa in un senso pieno che ci ponga di colpo su di un piano in cui si raggiungono precisamente il divino e l’umano, nel campo del pensiero come in quello dell’apostolato. Si tratta di una sapienza viva, sapienza teologale, vera sintesi delle tre grandi virtù che sono l’essenza del cristianesimo, secondo San Paolo (I Cor., XIII, 1-13). La sapienza scientifica dei teologi venuti dopo, metterà ancor più accento sui principi speculativi, i quali, del resto, si impongono ai ricercatori, anche nel campo del rivelato, con gli adattamenti indispensabili allo studio del soprannaturale. Essa non esclude nulla dei dati posti dai Padri sopra un altro piano: l’esercizio vivo della fede, della speranza e della carità sotto l’azione dello Spirito Santo.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (56) LA VERA E LA FALSA FEDE -XI. –

LA VERA E LA FALSA FEDE – XI.-

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

PARTE SECONDA.

SI CONFERMA ULTERIORMENTE LA VERITÀ DELLE ESPOSTE DOTTRINE

§ XIX. – Si tratta in fine degli effetti funesti del sistema dell’INQUISIZIONE PRIVATA in materia di religione per rispetto alla pace dell’intelligenza. Come il cattolico che non ama il SOMMO BENE, ma sé stesso, non ha pace del Cuore, così non ha pace nell’intelligenza l’eretico che non crede al SOMMO VERO, ma solo a se stesso. Condizione degli eretici INQUISITORI. Quadro spaventevole della miseria e dell’infelicità di una intelligenza priva della fede divina comparata alla miseria ed alla infelicità del cuore privo della divina carità. Quest’infelicità è la causa più possente della demenza e del suicidio sì frequenti presso gli eretici. Conclusione delle due precedenti letture.

Dal sistema però di vita epicurea che abbiamo descritto, e che vedesi posto in azione per lo più presso dei grandi e dei ricchi protestanti, bisogna fare moltissime eccezioni in favor di coloro che, non avendo abjurato siffattamente all’essere di uomini che non si ricordino a quando a quando. di essere immortali, consacrano una parte della loro vita a ritrovare, a forza d’inquisizioni e d’indagini, un sistema. certo, un’opinione sicura in materia di religione, che, contentando. la loro ragione, metta in calma il loro cuore sulle apprensioni del loro eterno avvenire. Ma l’uomo, creato da Dio per Iddio, non può trovare che in Dio la tranquillità e la pace: Creatis nos, Domine, ad te,diceva S. Agostino, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te (Confess.). Accade perciò all’intelligenza ciò che accade al cuore: poiché la fede è l’amor dell’intelligenza, come l’amore è la fede del cuore. Come dunque non vi è calma pel cuore se non nel partecipare al sommo BENE per mezzo della divina carità; così non vi è tranquillità per la intelligenza, se non nel partecipare al sommo VERO per mezzo della fede divina. Nessuno che non ha la fede divina può in materia di religione, dire con sicurezza: sono istruito;come nessuno che non ha la divina carità può dire senza mentire a sé stesso: sono felice. Ora, noi lo abbiamo di già dimostrato (§ 45), l’eretico, l’incredulo che si prende pel guida i proprj pensieri e non crede che a sé stesso, non ha. fede divina; come non ha la divina carità il peccatore che si abbandona alle proprie passioni e non ama che se stesso!Ogni bene creato che non si è ancora goduto si presenta al cuore come un non so che d’infinitamente buono, capace di tenergli luogo del bene increato; e quindi la smania, il. furore del cuore che non ama Dio a variare i piaceri e diletti, a cercarne sempre dei nuovi, sulla lusinga di trovarvi  quella sicurezza, quella felicità che non gli hanno apprestata gli antichi. Così ogni opinione umana, in materia di religione, che non si è ancora apprezzata si presenta all’intelligenza come un non so che d’infinitamente vero, capace di tenerle luogo della verità infinita; e quindi l’impegno, lo sforzo di chi non crede alla parola di Dio di variare opinioni e sistemi, di cercarsene dei nuovi a forza di letture, di dispute, di confronti, sulla lusinga di trovarvi quella sicurezza, quella certezza che negli antichi non ha trovata giammai. – Oh di quanto siam noi obbligati all’insegnamento della cattolica fede! Possediamo le verità divine come certissimi dommi, non come incerte opinioni. Il cattolico adunque, con un accento di sicurezza dice: io credo: e la sua intelligenza è perfettamente tranquilla e soddisfatta della sua fede. Il catechismo che la Chiesa, depositaria della parola divina, gli ha messo nelle mani gli basta. Non cerea di più perché di più non ha bisogno. Quindi quando mai noi Cattolici ci mettiamo a studiare, a disputare, a far ricerche sulla religione, se non è per conoscerne sempre meglio la grandezza, la bellezza e le obbligazioni, onde edificare noi stessi e le fondamenta e le prove per farla conoscere od amare dagli altri? Ma non è Io stesso dei protestanti, degli eretici che pur non sono ancora caduti nel baratro dell’indifferenza per ogni religiosa verità. Come colla loro lettura della Bibbia non han potuto formarsi sopra alcuna cosa un convincimento profondo e non hanno raccolte ed accozzate meschinamente insieme che opinioni più o meno probabili, altre opinioni ben presto distruggono, o scoperte provvisorie, che nuove scoperte rendono vane ed insussistenti: così non possono esser certi di nulla, appagarci di nulla, in nulla appagarsi di nulla, in nulla riposarsi. E quindi studj, dispute e ricerche continue e sempre nuove sulla religione. Simili agli antichi filosofi inquisitori, non istudiano, non leggono e non viaggiano che per discoprire una religione certa e sicura; e, come ho avuto occasione di osservarlo io stesso, tutti i loro discorsi si raggirano sempre sulla religione. Felici quelli fra loro che in queste ricerche hanno veramente la buona fede per principio, e la verità per iscopo, l’umiltà per compagna! Questi sinceri della vera religione finiscono sempre per conoscerla ed abbracciarla. Negli stati protestanti d’America, come testimonj oculari ci han riferito, frequentissimo si è il vedere di questi inquisitori, che fanno il giro di tutte le sette religiose, onde è lacerata la religione in quelle contrade, ma senza arrestarsi che mesi o giorni in ciascuna; perché mutar setta non è che mutare opinione, e ciascuna opinione non vai più dell’altra per produrre certezza. E come mai opinioni umane, che sono di ogni setta la base, possono contentare chi cerca una fede divina? Sicché, malcontenti di tutte, perché nessuna li appaga, finiscono col farsi Cattolici, ed in seno alla fede cattolica confessano di aver trovata solamente quella certezza, quella tranquillità di mente e di cuore, che fuori di essa, per anni molti e con stenti e studj immensi, cercarono invano. Ma coloro che non hanno né il cuore così sincero e così generoso da abbracciare la verità dovunque si ritrova, e che, dominati dai pregiudizi anticattolici e da un odio cieco e irragionevole contro il Cattolicismo, lo mettono fuori di legge, lo escludono dalle loro vedute, e ristringono le loro ricerche nel circolo delle sette fuori della vera Chiesa, invano mutano opinioni e sistemi: poiché chiedono essi sempre alla ragione la certezza e la fede che la ragion non può dare; ed i nuovi sistemi e le opinioni novelle, nulla delle antiche più solide e più efficaci, lungi dall’appagare la loro intelligenze non fanno che svegliare più viva la brama e il bisogno di credere. Come invano, dice S. Bernardo, l’anima che non ha la carità divina varia i piaceri e i diletti: poiché chiedendo sempre alla passione la felicità e il bene che la passione non può dare, i nuovi piaceri e i diletti novelli, lungi dal confortare il cuore, vi eccitano sempre più violenta la fame ed il bisogno che esso ha di godere e di amare: Famem magis excitant quam extinguunt. – Ma a forza di ragionarvi sopra a siffatti sistemi, a siffatte opinioni, se ne conosce infine l’incoerenza, la contradizione, la bizzarria, e si finisce per riguardarle con indifferenza e con disprezzo; come appunto il cuore, a forza di gustare nuovi beni e nuovi diletti, scoprendone il vuoto, la fralezza, il nulla, li prende a vile: Possessa vilescunt. Ah! S. Paolo lo ha detto: l’inquisizione umana non trova che stoltezza e follia, invece di certe e solide verità: Sapientiam quærunt, et stulti facti sunt. E mentre l’orgogliosa scienza si applaude di avere raggiunta la verità e di averla già conquistata, la verità si è scostata in modo da non farsi trovare giammai: Semper dicentes et nunquam ad scientiam veritatis pervenientes, come Salomone ha detto di coloro che cercano il riposo e la pace fuori di Dio che non trovano nel loro penoso cammino che l’infelicità e l’amarezza: Contritio et infelicitas in viis eorum; e la pace,che si credevano di avere già stretta in pugno, è ita lungi da loro, ed essi ne hanno smarrita per sempre persinla via: Pax pax, et non erat paxj et viam pacis non cognoverunt!Or quali colori, quali espressioni possono mai rappresentare e al vivo l’alta miseria di queste intelligenze che cercandola verità nelle tenebre dell’intelletto, come i viziosi cercano. nella corruzione del cuore la felicità, cioè fuori del solo paese che la possiede, non incontrano che il dubbio e l’errore? Come il vizio nel cuore, così l’errore e il dubbio porta il disordine e lo scompiglio nella mente e la rende profondamente infelice; giacché ogni intelligenza, come ogni cuore in disordine, dice S. Agostino, è pena e carnefice di sé stessa: Pœna sua sibi est omnis animus inordinatus. Se non che i rimorsi della mente sono più angosciosi di quelli del cuore, le agitazioni della ragione più tormentose di quelle della coscienza; e se è insopportabile la pena interiore di chi non ama Iddio, più insopportabile si è quella di chi non lo conosce e non gli. crede come egli vuol essere conosciuto e. creduto: e se sta scritto che non vi è pace per colui che gli resiste, Quii resistit ei et pacem habuit? (Job. IX) siccome più resiste a Dio chi oppone il suo giudizio alla parola di Dio e ne ripudia la fede che chi oppone la sua passione alla volontà di Dio e ne viola la legge, cosi una ribellione più colpevole deve aspettarsi un più grande castigo; e se non vi è pace pel peccatore, molto meno ve ne sarà per l’eretico, per l’incredulo, per l’empio: Non est pax impiis.Grande perciò è senza dubbio l’infelicità di un cuore in preda al vizio: e chi può mai contarne le interne noje, le amarezze, i disgusti, i rimorsi, i palpiti secreti in cui passa giorni e notti peggiori? Ma quando si ha il vantaggio di essere nella vera fede, questa infelicità non è separata dalla speranza, e perciò non è senza conforto. Il peccatore, che ha la vera fede, spera un giorno di riconciliarsi col suo Dio e di trovare in seno al pentimento la pace della vita,la tranquillità della morte e l’eterna salute, di cui la vera fede lo rende sicuro: e benché questa speranza spesso sia renduta vana da una morte prematura, improvvisa, che previene il momento di una penitenza sincera, pure non è lieve compenso per un cuore che il peccato ha separato da Dio il sapere che nella vera fede ha sicuro il mezzo di riunirsi con Dio. Il rimorso stesso che lo cruccia, lo consola: perché sa che il rimorso è una delle voci onde Iddio chiama; è una delle industrie della divina misericordia, che amareggia le vie del disordine per obbligar l’uomo ad abbandonarle, e che dal peccato stesso fa nascere le spine che uccidono il peccato e salvano il peccatore. Perciò il rimorso stesso lo avvalora nella speranza del ritorno e della sicurezza del perdono.Ma non si può però dire altrettanto dell’eretico, che è privo allo stesso tempo dei tranquilli splendori della fede divina e degli incanti soavi della divina carità; che, non redendo nulla come parola di Dio, né nulla amando in ordine a Dio, non può appagarsi né di quello che ama, né di quello che crede; e le cui pene, pene del cuore che non trova la felicità nei beni creati, sono accresciute dalle agitazioni della mente che nelle opinioni umane non trova certezza. Quindi un continuo flusso e riflusso di desiderj sempre sterili, di tentativi sempre infruttuosi, d’idee sempre strane, di sentimenti sempre molesti, di opinioni sempre vaghe, di noje sempre fastidiose, di giudizj sempre incerti di illusioni sempre funeste, di trasporti sempre ciechi, sistemi sempre incoerenti, di dubbj sempre angosciosa, di rimorsi sempre pungenti, che nascono e muojono per rinascere di nuovo, e s’urtano e si mescolano e si confondono e finiscono per creare in questa intelligenza senza lume, in questo cuore senza dilezione, una notte profonda ed una profonda infelicità.  – Ora questo stato dell’anima è troppo penoso, questo aculeo è troppo crudele, perché possa sostenersi a lungo, dissimularsi in silenzio, soffrire con tranquillità. L’umana debolezza non può reggere a sì gran peso, e vi rimane schiacciata e oppressa. Che accadrà adunque a queste anime doppiamente infelici? La ragione e l’esperienza abbastanza ce lo dicono.Una gran parte di queste intelligenze, così scompigliate dall’incredulità o dall’eresia, cadono in demenza: poiché è impossibile che alla lunga il cerebro non si risenta dall’orrendo disordine dell’intelletto di cui è l’organo. Per poco adunque che quest’organo vi è disposto, lo sconcerto, il contrasto delle idee, di una mente vedova di fede, alterandone le disposizioni fisiologiche, vi produce di necessità la pazzia. E perché non resti alcun dubbio che questa orribile malattia della nostra specie è in moltissimi l’effetto funesto dell’assenza della fede, le statistiche di questa degradante infermità e attestano che il numero dei mentecatti nei paesi  dominati dall’eresia, rispetto al numero dei mentecatti delle contrade cattoliche, è nella proporzione di cento a dieci; e nelle stesse contrade il numero dei matti è ito crescendo a misura che vi si è introdotto lo spirito d’incredulità e vi si è indebolita la fede. Oltreché non è giusto e corrispondente castigo che nella ragione sia punito chi più peccò colla ragione, e che la perdita della religione faccia discendere sino al bruto colui che colla ragione osò di farsi giudice della. parola di Dio?Nulla perciò di più naturale quanto che, a misura che cresce il numero degli increduli, si slarghino, come oggi si fa. gli ospedali de’ matti: e lo zelo dei moderni filantropia migliorare il trattamento di siffatti infermi non è puro da ogni calcolo egoista. E interesse loro il rendere più confortativa una condizione in cui essi pure possono facilmente trovarsi, giacché dal delirio delle religiose opinioni al delirio degli organi corporei non vi è che un passo, e questo molto sdruccioloso. – In altri moltissimi però la situazione che abbiamo descritta,nata dalla licenza di opinare e dall’incertezza di credere produce effetti ben differenti. Vedonsi ogni giorno, anche fra noi, uomini i quali (poiché il vizio è in essi passato in natura, e le ree abitudini son divenute troppo forti e troppo debole il coraggio e la volontà di trionfarne) si riducono ad una morale impossibilità di correggersi, e che, spinti perciò alla disperazione di salvarsi, ne depongono ogni pensiero dicendo: « Per me è finita. Andrà come deve andare; seppure alla morte un qualche santo non ajuterà. »Intanto però, per sottrarsi ai latrati della coscienza, evitano di trovarsi un solo istante da solo a solo con se stessi; ne escon fuori e vanno negli oggetti esteriori vagando sempre lungi dal proprio cuore, come un marito intollerante, dice S. Agostino, se la passa sempre fuori di casa per sottrarsi alle furie di una consorte inquieta: Mulier rixosa, conscientia mala. Ora se ciò accade al cattolico, che dalla licenza de’ suoi vizj è stato condotto alla disperazione di amare, molto più accade agli eretici, condotti ancora dalla licenza delle loro opinioni alla disperazione di credere. Ad esempio adunque di Lutero che orrendamente straziato dalla memoria delle sue turpitudini e delle sue bestemmie, s’involava allo sguardo minaccioso della sua anima, avvolgendo nel fango della lascivia e seppelliva i rimorsi nell’ubriachezza,degni figliuoli di sì egregio padre, gli eretici inquisitori cercano essi pure di dissipare le agitazioni della loro mente coll’abbandonarsi a tutte le delizie dei sensi, e di obbliare le apprensioni funeste della vita avvenire coll’uscire fuori di se stessi e spandersi o perdersi nel più turpe epicureismo della vita presente. Quindi lo studio di fuggire tutto ciò che può richiamare alla loro mente ogni idea di religione, di virtù, dell’anima, di Dio, della morte, dell’eternità; ed al contrario la smania di trastullarsi coi bruti, colle scimmie, coi pappagalli, coi cani, coi cavalli; di prenderli a compagni, di preferirli agli uomini nelle loro affezioni, sino a procurar loro, a costo di grandi spese,ogni specie di comodità e di delizie, e farli eredi della propria fortuna; sicché direbbesi che ne invidiano la condizione, tanto procurano d’imitarne la natura! Ma questa smania orribile, in uomini sì orgogliosi della ragione, di degradarsi fin sotto agli esseri irragionevoli e di far vita comune con loro, questo studio funesto di appagare l’intelligenza, creato pel sommo bene e per la somma verità, coi miseri avanzi della felicità dei bruti, non sempre riesce. L’invincibile natura ripiglia a quando a quando il suo impero, e dall’abisso tenebroso del vizio in cui si è chiuso il cuore, e da sotto alle orribili rovine degli errori in cui l’intelligenza si è sepolta, escono voci tremende, minaccevoli grida, che gli strepiti di tutte le passioni in delirio non possono estinguere. Allora l’uomo si sveglia adirato, perché gli si rompe il sonno di una vita tutta corporea; perché l’ebbrezza del piacere non dura: perché il mondo esteriore si. dilegua, perché, abbassandosi un istante il velo delle volontarie illusioni, si trova a viso scoperto in faccia all’orrendo spettro della sua anima senza fede, senza speranza, senza amore. Allora, simili a quegli umori bizzarri che, oppressi dalla malinconia, negli spettacoli malinconici cercali conforto, povere d’ogni bene, cerca di farsi un vanto della sua povertà; avvilito agli occhi propri, si sprofonda sempre più nel suo avvilimento e nella sua ignominia; addolorato e infelice,si pasce della sua infelicità e del suo dolore: finché,divenendo odioso a sé stesso ed impotente al peso della vita,corre a cercare nel suicidio la fine di una esistenza che dispera di rendere migliore e che non ha coraggio di sopportare. E difatti presso gli antichi filosofi di Atene e di Roma i veri eretici del genere umano) il suicidio, il più orribile attentato contro la natura, era riputato un dovere ed una virtù per l’uomo saggio nelle ambasce che gli rendevano la vita più amara della morte. E nei tempi moderni questo stesso delitto, quasi ignoto affatto in Europa nei secoli di fede, ed anche oggi, che la fede si è illanguidita, rarissimo nei paesi cattolici, è rinato col rinascer dell’antica scienza del dubbio, che l’eresia luterana ha sostituito alla fede.Quindi nei paesi protestanti e presso gli allievi dell’orgoglio,che altra religione non hanno che quella di un vago ed assurdo filosofismo, sono frequentissimi gli esempi, non solo di uomini ma ancora di donne e di fanciulli che attentano alla loro vita con un orribile sangue freddo, e quest’atto di disperazione e di folli  a si reputa eroismo o una cosa affatto indifferente. Deh che la fredda ragione non apporta alcun solido conforto contro le noje della vita, i dolori delle infermità,le perdite della fortuna, le miserie della famiglia, i dispetti della gelosia, il peso del disonore, e molto meno contro i rimorsi del cuore e le angosce dell’intelligenza dubbio! L’uomo abbandonato alle sole sue forze e senza appoggio per parte della fede che non ha, della grazia che non implora, della provvidenza che non crede, della vita futura che non attende, è troppo debole per rassegnarsi a prolungare un’esistenza che per qualcuna delle indicate cause gli è divenuta pesante ed amara, ed il suicidio diviene per lui una specie di necessità fatale ed una conseguenza, funesta sì ma naturale, della sua morale indigenza e del suo desolamento. Oh profonda miseria! oh condizione orribiledell’uomo ribelle alla Chiesa ed alla vera fede! Tutto è perlui tenebre, dubbio, incertezza, rimorso, affanno, dolore,disperazione, delitto: e la sua profonda infelicità nel tempo non è che il funesto preludio di quella dell’eternità.Concludiamo adunque l’importantissima e per noi Cattolici consolantissima discussione che ci ha occupati in queste due ultime lunghe letture. Noi abbiamo veduto che l’insegnamento della Cattolica Chiesa é facile, accessibile a tutti, veridico, certo, uniforme, immutabile: che solo contiene tutte le verità, solo ispira tutte le virtù, solo appresta tutte le consolazioni. solo fornisce tutte le speranze, solo solleva l’uomo e Io santifica e Io perfeziona e Io salva: e però che esso è il solo insegnamento sincero, legittimo, santo, celeste, divino. Abbiamo pure veduto, al contrario, che il metodo inquisitorio ossia della ragione privata che, disprezzando l’autorità della Chiesa, pretende di formarsi da sé la religione, consultando, come essa dice, la natura e la Scrittura, in verità però non seguendo che il proprio orgoglio ed il proprio capriccio; che questo metodo, dico, che è il fondamento comune di tutte le false religioni, di tutti gli scismi e di tutte le eresie, oltre che domanda molto tempo, molti studi e molti sforzi, non conduce in fine che all’errore, al dubbio assoluto, alla indifferenza, al disprezzo, alla distruzione completa di ogni religione, cioè alla degradazione dell’intelligenza, alla depravazione dei cuori, alla disperazione dell’individuo, alla ruina della società; e perciò è un metodo vizioso, erroneo, detestabile, diabolico, infernale. – Oh se, con un occhio all’orribile quadro di miserie, di devastazioni, di rovine di tutti i dommi e dì tutte le leggi, di tutte le verità e di tutte le virtù, di tutte le credenze e di tutti i sentimenti, di tutte le speranze e di tutte le consolazioni del Cristianesimo, miserie, devastazioni, rovine  cui vanno di necessità a terminare tutti i sistemi di errore; oh se con un occhio, dico, a  quest’orribile quadro che noi abbiam tracciato, il miscredente e l’eretico volessero coll’altro occhio contemplare i grandi e giocondi prodigi che pur hanno di continuo presenti, e che la grazia della fede opera nelle coscienze cattoliche; oh come apprezzerebbero la condizione dei figli della vera Chiesa, che, dispensati dall’ingrato e sterile lavoro di ricercare, di esaminare, di disputare, di discutere, trovano nell’insegnamento della cattolica fede una dottrina pura, santa, uniforme, costante, bella, preparata e ridotta a formole chiare, precise, certe, immutabili, ed accessibili a tutti! Oh come rimarrebbero sorpresi e incantati dal bello spettacolo delle virtù solide, dei sentimenti sublimi della vera santità, che questa dottrina divinamente feconda fa germogliare nel cuore che le è fedele! Oh come non si sazierebbero mai di ammirare la perfetta tranquillità con cui la cattolica intelligenza si riposa in seno alla sua fede, l’adesione fermissima con cui ne ritiene le verità sante, il gaudio segreto, l’immensa gioja con cui ne vagheggia la chiara luce! Oh come invidierebbero la sorte avventurosa dell’anima veramente cattolica che, confermando la sua condotta con la sua credenza e senza tema alcuna d’ingannarsi nella sua fede presente, né di essere delusa nelle sue speranze dell’avvenire, tenendo fedelmente dietro alla vera stella miracolosa della fede che, come la stella dei Magi, la precede e l’accompagna, la guida e la sostiene, la illumina e la conforta, la istruisce e la colma di gioja; traversa questa terra d’esilio, colla sicurezza di giungere alla patria dell’eterno riposo e dell’eterna felicità! Ma se i miscredenti e gli eretici non vogliono e non possono conoscere questa condizione felice, invidiabile di noi cattolici, procuriamo di sempre meglio conoscerla noi stessi che, per un tratto della divina misericordia, ne siamo in possesso; affine di conservare in noi con maggior gelosia il prezioso deposito della vera fede, di riconoscerne con sensi di gratitudine sempre maggiore dalla bontà di Dio l’immenso beneficio, di amarne con maggiori trasporti le bellezze, di compierne con maggior diligenza le opere sante; unica condizione per goderne più copioso qui in terra il fruito ed ottenerne più ricco il guiderdone nei cieli.

FINE DELLA LETTURA VI.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (55) LA VERA E LA FALSA FEDE -X.-

LA VERA E LA FALSA FEDE –IX.-

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

PARTE SECONDA.

S I CONFERMA ULTERIORMENTE LA VERITÀ DELLE ESPOSTE DOTTRINE

§ XVII. – I protestanti sono pure obbligati dai loro principj a riguardare, come riguardano difatti, ogni religione buona per salvarsi. Quanto questa opinione è empia ed assurda. Devono altresì essere, come sono, indifferenti per la pretesa loro religione. Questa loro indifferenza è manifesta dal loro sistema di educazione, di predicazione e d’insegnamento: più che mai però apparisce chiara dal loro culto pubblico e dal disprezzo in che lo tengono. 1 protestanti di Amburgo.

Parto mostruoso di questa tolleranza dottrinale e teologica degli eretici sono le due orribili massime uscite dall’abisso del protestantismo cioè: 1.° Ogni uomo si può salvarsi nella sua religione. 2.° Un uomo onesto non cambia mai religione; quanto dire che, a giudizio dei protestanti, tutte le religioni sono egualmente buone. Ed in verità che l’eretico infatti non può pensare altrimenti. Subito che non vi è, né per lui né per gli altri, alcuna certezza di essere nel vero, subito che parte egli dalla dottrina che fa dipendere dalla privata ragione di ognuno l’esame e la decisione della bontà di una setta o di una religione; è di tutta necessità obbligato a riconoscere per buona ogni religione che ognuno sulla testimonianza della propria ragione tiene per buona, come egli stesso sulla stessa testimonianza tiene per buona la propria. Né ha il diritto di dire che nella propria religione si trova la salute e la dannazione in quella degli altri. Forse dirà che gli altri per mancanza d’ingegno non ragionano bene? ma la mancanza d’ingegno è una disgrazia e non già una colpa; non può dunque egli ragionevolmente escludere dall’eterna salute colui che si è arrestato ad una religione che la scarsezza del suo ingegno non gli ha permesso di conoscere che è cattiva. Quindi l’eresia sotto pena di contradizione e d’ingiustizia, è obbligata ad allargare le vie della salute agli uomini di tutte le religioni, di tutte le sette; è obbligata a proclamare che ogni religione è buona per andar salvo. E poiché in quantunque religione in cui l’uomo si trova si può salvare, e non vi è alcuna necessità di cambiar religione per assicurare l’eterna salute, ha dovuto altresì proclamare quest’altra massima, di cui abbiamo di già notata e l’empietà e la follia, cioè che un uomo onesto non cambia mai religione. E di fatti i libri dei protestanti inglesi sono ripieni di queste massime; né fanno un mistero di questa loro opinione, che discende come una conseguenza necessaria dei loro principi: Che non solo gli eretici di tutte le comunioni e di tulle le sette, ma anche i maomettani e gl’idolatri si salvano, restando nelle rispettive loro religioni. E mirate generosità di questi eretici: spingono essi la loro carità, onde abbracciano i popoli e le nazioni, sino a noi Cattolici; e concedono pure a noi, di potere, nella nostra religione, conseguir la salute!!! – Ma se queste strane massime non sono contrarie alla logica degli eretici, lo sono però al senso comune degli uomini; e di più sono tanto orribilmente empie quanto manifestamente assurde. Imperciocché dire che ogni uomo si può salvare nella propria religione è lo stesso che dire che ogni religione è egualmente buona. Dire che ogni religione è egualmente buona è lo stesso che dire che ogni religione è egualmente vera; giacché non può essere buona una religione che non è vera. Ma la maggior parte delle religioni sono non solo diverse, ma ancora contradittorie fra loro. Il giudaismo è contrario dell’idolatria, il Cristianesimo del giudaismo e del maomettanismo; lo scisma greco del protestantismo; il Cattolicismo, di tutte l’eresie. Dire adunque che tutte queste religioni sono egualmente vero è lo stesso che dire che è vero che vi è un Dio, è vero che vi sono più dei; che è vero che Gesù Cristo è Dio, e vero che non è se non  uomo; che è vero che il Cristianesimo è una religione divina, e vero che è una religione umana; che è vero che l’autorità legittima di spiegar la Scrittura appartiene alla Chiesa, e vero che quest’autorità appartiene solo alla ragione. È insomma lo stesso che ammettere che una stessa cosa è allo stesso tempo vera e non vera: è un ammettere la più manifesta assurdità. – Che se si dice che, senza esser tutte vere le religioni, sono però tutte egualmente buone per la salute, non si sfugge l’assurdità che per cadere nella bestemmia. Perché, ciò vuol dire che Dio, avendo fatta una rivelazione, avendo pubblicata una legge, avendo compiuta una redenzione, è poi indifferente  che l’uomo creda a questa rivelazione, o la impugni: abbia fede a questa redenzione, o lametta in ridicolo; adempia a questa legge, o la calpesti; che Dio riceve un culto degno di Lui tanto dalle superstizioni idolatre, dalle turpitudini maomettane, dalla perfidia giudaica, e dall’orgoglio dell’eresia, quanto dalla fede santa e pura della Chiesa Cattolica; in una parola, che Dio apre le porte del suo paradiso egualmente alla santità e al delitto, e ricompensa egualmente la virtù e il vizio, chi l’onora e chi lo bestemmia. – Ora non è più ragionevole il non ammettere alcuna rivelazione celeste di quello che ammetterne una che non è affatto necessaria il credere? Non è più ragionevole il non ammettere alcuna legge, alcuna religione divina, di quello che ammetterne una che non è necessario affatto il praticare, ed a cui senza alcun inconveniente, senza alcun pericolo per l’eterna salute si può sostituirne un’altra ispirata dal capriccio e dalle passioni umane? Non è più ragionevole il non ammettere alcun paradiso di quello che ammetterne uno aperto egualmente all’errore e alla verità, al vizio ed alla virtù? Finalmente, lo dirò io?… Non è più ragionevole il non ammettere alcun Dio di quello che ammetterne uno, alla foggia di quello di Epicuro, che non si cura affatto degli uomini: che né gradisce i loro omaggi sinceri, né si offende dei loro oltraggi; e che guarda collo stesso occhio d’indifferenza ogni specie di sacrificio ed ogni specie di delitto, e l’anima generosa che per Lui s’immola e l’anima idolatra di se stessa che si ride di Lui? Perciò tollerare teologicamente come fanno i protestanti, tutte le religioni, ammetterne indistintamente tutti i seguaci a partecipare all’eterna salute è lo stesso che negare l’esistenza di ogni rivelazione divina di ogni religione vera, di ogni legge, di ogni culto, di ogni ricompensa, di ogni divinità. Avea dunque ben ragione Fénélon di dire che « tra la Religione Cattolica, unica, vera, e l’ateismo puro, non vi è alcun mezzo ragionevole. « Imperciocché, disprezzando l’autorità divina, su cui la vera Religione è fondata, e riportandosi alla sola ragion privata in materia di religione, uno spirito veramente logico di conseguenza in conseguenza si vedrà trascinato a negar tutto fino Dio stesso. Quindi ancora la fredda indifferenza in cui sono caduti i protestanti di Germania e d’Inghilterra intorno al protestantismo considerato come dottrina religiosa, mentre che sono tenaci sino all’ostinazione, zelanti sino al fanatismo del protestantismo in quanto è istituzione politica e religione dello stato. La ragione di ciò si è che, in quanto è religione dello stato, l’eresia assicura a quelli che ne hanno il monopolio grandi dignità, grandi ricchezze e grandi privilegi. Il clero ammogliato dell’Inghilterra non è infatti esso solo più riccamente retribuito del clero cattolico, preso insieme, di tutto l’universo? Ma in quanto è dottrina teologica, non essendo l’eresia che un affare di pura opinione, che non apporta nulla di utile per la vita presente e non promette nulla di sicuro per la futura, non può destare e non desta che indifferenza. – Perciò, eccettuato il popolo , che anche nei paesi protestanti o scismatici è sempre più o meno religioso, giacché non può e non sa formarsi un’opinione sulla religione, ma la riceve dagli egregi apostoli della ragione che gliela pongono per le vie della forza e dell’autorità; i grandi poi, i ricchi, gli scienziati non hanno per lo più altra religione fuorché la indifferenza sulla religione, che non è in sostanza che un ateismo mascherato. E sebbene questo spirito di ateismo pratico, che si trova nel fondo di tutti i sistemi di errore, per un avanzo ben piccolo di verecondia, non osa che tremando di prodursi alla luce del giorno colle parole, si manifesta abbastanza però nel linguaggio ancora più eloquente dei fatti e della condotta. – Penetrate nell’interno delle famiglie protestanti, e vedrete la poca e nessuna importanza che vi si attacca alla religione cristiana. Lo zelo e la premura che le madri veramente cristiane hanno fra noi che i loro figliuoletti consacrino a Dio che li ha creati, le primizie della loro intelligenza, del loro cuore, della loro lingua; e perciò additano loro Iddio nel cielo, li avvezzano a pronunziare pria di tutto i nomi dolcissimi di Gesù e di Maria, ed insegnano loro l’Ave Maria, il Pater, il Credo e gli atti cristiani; queste sante industrie della vera fede sono ignote affatto nel seno delle famiglie protestanti. Le prime lezioni che vi si danno ai fanciulli riguardano il corpo, la terra, il tempo: nulla desta nella 1oro mente di bambina idee di Dio, dell’anima, del ciclo, dell’eternità. Tutta l’istruzione morale che si dà alle fanciulle in particolare si riduce al precetto di essere sagge, colla glossa che essere sagge significa non mentire, non nominare la coscia, e dire gamba di pollo e non mai coscia di pollo, e sapersi tener ritte colla vita e mantenersi pulite nella persona… I pagani insegnano qualche cosa di più alle loro figliuole. Quando poi il fanciullo è giunto all’età della ragione e sa sufficientemente leggere, gli si dà in mano la Bibbia tradotta in volgare e si lascia che la intenda come gli pare, che ne creda quanto e come gli pare; onde più tardi, tra le tante sette da cui si vedrà circondato al metter piede fuori di casa o nella casa sua propria, si determini per quella che più gli pare confacente ai suoi gusti e ai suoi capricci, o non si determini per nessuna, salvo il giurare o più presto spergiurare la confessione di Augusta, o i trentanove articoli, e il dirsi protestante o anglicano. Oh educazione che non è se non indifferenza assoluta ed il più profondo disprezzo del Cristianesimo! Ora siffatti uomini chiamateli. se vi dà l’animo, cristiani. – Ma qual meraviglia che i laici siano indifferenti quando e molto più lo sono i sacerdoti, i pontefici dell’eresia? Considerate la predicazione protestante. I dommi ne sono sbanditi. Ed a che parlarne, subito che essi non sono più che semplici opinioni per chi parla non meno che per chi ascolta? ed opinioni intorno alle quali chi parla non è d’accordo con chi ascolta, e sulle quali, tra quei due che ascoltano, non si trovano nemmen due soli che opinino allo stesso modo? Le prediche protestanti non sono adunque sermoni cristiani, ma dissertazioni accademiche, fredde e fastidiose dicerie sopra un qualche punto di morale evangelica, esposto colla stessa indifferenza, colla stessa freddezza, come se si trattasse di una morale puramente filosofica ed umana, e che non distruggono alcun vizio, non persuadono alcuna virtù e non migliorano alcuno. Né è raro l’udire dalla bocca di questi egregi cristiani lo stesso Gesù Cristo messo a confronto e trattato collo stesso rispetto o piuttosto collo stesso disprezzo di Socrate e di Marco Aurelio. Lo stesso sintomo d’indifferenza si manifesta nell’insegnamento teologico delle università. A questo insegnamento si concorre da prima per ispirito di mero interesse, per acquistarvi un requisito, un titolo onde fare il ministro o il pastore evangelico, come si studia la medicina per fare il medico, e la legge per fare l’avvocato: giacché in questi paesi il ministro ecclesiastico non è altrimenti una vocazione, ma una professione, un mestiere come ogni altro, e men nobile di ogni altro. In quanto poi alla scienza teologica, vi si attacca minore importanza che alla scienza della chimica o della medicina. Simili agli antichi accademici che, formati alla dottrina di Socrate e di Platone, proponevano ai loro uditori il prò ed il contra sopra ciascuna delle grandi tesi della religione primitiva, i professori della teologia protestante non fanno per lo più altro che mettere sotto gli occhi dei loro uditori il prò ed il contra sulle grandi tesi della religione cristiana, lasciando ad ognuno la libertà di ritenere ciò che gli è sembrato, ragionevole. Non insegnano a credere, ma a dubitare. Non spiegano misteri, ma propongono enimmi. Maestri senza convincimento formano discepoli senza scienza. Ed è singolare il contrasto che offrono, l’indifferenza che traspira da tutte le parole del maestro e la noja che si manifesta da tutti i movimenti de’ suoi discepoli. – Quest’indifferenza si manifesta più chiaramente ancora nel culto protestante. Il culto religioso è l’espressione o la manifestazione pubblica e solenne delle credenze di un popolo. Ora dove non vi sono credenze comuni, ma tante opinioni religiose quanti sono individui, non vi può esser un culto comune: e volendolo assolutamente stabilire, per dare ad intendere alla moltitudine che un culto comune sussiste, deve essere un culto negativo, non già che esprima l’orribile anarchia di tutte le opinioni, ma che tutte le tolleri, le approvi, le sanzioni, e che non ne offenda veruna: cioè a dire un culto che non è culto; un culto che annunzj la distruzione di ogni culto, come la opinione indica la distruzione di ogni fede. Ora tale appunto si è il culto protestante. – Nessuna cerimonia vi è in esso, nessun segno che esprima un domma qualunque. Ma tutto vi si riduce ad un freddo sermone, pronunciato senza convincimento ed ascoltato con indifferenza, o alla lettura di un qualche capitolo della Bibbia, che ognuno intende a suo modo, ed alla recita di preghiere e di cantici senza unzione, senza sentimento, in cui nulla si chiede, e con cui non si spera di ottener nulla. – I luterani ammettono è vero la presenza reale; siccome però chi l’ammette col pane, chi nel pane e chi sotto il pane, e le opinioni anche su questo punto variano all’infinito: così hanno esse lo stesso valore dell’opinione dei calvinisti e degli anglicani, che presenza reale non ammettono affatto: e l’affermazione degli uni e la negazione degli altri, non essendo un domina, ma un’opinione, e questa, a giudizio comune, né fondamentale né importante: la verità si è che è spenta egualmente tra tutti ogni credenza effettiva, ogni fede formale teologica nella presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia. Or senza l’Eucaristia non vi è sacrificio, senza sacrificio non vi è culto, senza culto non vi è religione. Difatti ciò che colpisce di più il Cristiano che crede e che sente, si è l’assenza assolata di ogni segno di religione nei templi dei protestanti e nelle loro cerimonie religiose. Poiché un magazzino non è una chiesa: un tavolino non è un altare; il mangiare un pezzetto di azimo insieme non è un sacrificio; un discorso accademico non è una predica; un pover uomo togato non è un sacerdote. Qual differenza tra questo culto, freddo come la ragione di cui è l’espressione, e la maestà e il sentimento sublime del culto cattolico, espressione della vera fede, che parla sì altamente all’intelligenza, che commuove profondamente il cuore e lo solleva e lo innalza e lo divinizza? Perciò gli stessi protestanti, in cui il filosofismo e il raziocinio non hanno estinto ogni sentimento religioso, assistono con piacere e con meraviglia alle nostre feste, e moltissimi ogni giorno ritornano alla nostra fede soggiogati dalla grandezza del nostro culto. In quanto al culto loro, non vi attaccano la minima importanza. – Perciò nessuno di quelli cui ciò incomberebbe si dà il minimo pensiero per promuoverne la frequenza. In molte citta dell’Inghilterra di nuova data, per una popolazione di sessanta o ottantamila anime, non vi è che uno o due templi incapaci tutti e due di contenere più di tremila posti; e questi tremila posti sono affittati alle ricche famiglie, e nessuno può occuparli. Or siccome il così detto servizio religioso non si fa che una volta sola nelle domeniche, così è chiaro che la totalità dei cittadini è fisicamente esclusa dall’assistere al culto della sua religione: e le autorità protestanti, ecclesiastiche e civili, vedono con indifferenza questo disordine che allontana la massa del popolo da ogni pratica religiosa. È l’eresia, che si è arricchita delle opime spoglie del Cattolicesimo, e che retribuisce i suoi ministri sì strabocchevolmente che ce ne hanno per mantenere palazzi spiranti lusso e mollezza profana, copiosa servitù, ricche carrozze, cacce clamorose, deliziose campagne, non solo per sé ma per le loro mogli e per i loro figliuoli, per le loro nuore, per i loro generi, per le loro sorelle, pei loro nipoti: l’eresia, dico, che profonde tante ricchezze a ricompensare la servitù abbietta de’ suoi ministri, non trova poi un obolo per edificare templi dove il popolo possa raccogliersi e ricordarsi almeno una volta la settimana che vi è Iddio. Ah! questi bravi uomini rendono essi stessi giustizia al loro culto e alla loro fede. Sanno pur troppo che un sì povero culto, figlio di una sì povera fede, non è né grato a Dio, né necessario, né utile agli uomini. Il denaro che s’impiegasse a dilatarlo, a promuoverlo, sarebbe buttato; ed è meglio adoperarlo a fabbricare officine mercantili che almeno rendono, o teatri che almeno divertono. Intervengono, è vero, i protestanti a questo culto sì meschino, vi assistono: ma più come ad una cerimonia umana che come ad una funzione divina; la riguardano più come un affare di mera convenienza sociale che come un obbligo morale di religione. – Questo sentimento di noncuranza e di disprezzo del culto protestante, i protestanti di Amburgo Io manifestano in una maniera pubblica e solenne, e che sarebbe ridicola, se non fosse sacrilega. Un testimonio oculare ci ha riferito che, di passaggio nell’indicata città, in giorno di domenica, vide ingombra di carrozze tutta la gran piazza dirimpetto all’antica cattedrale cattolica, cambiata dall’eresia in tempio protestante. Credendo adunque che i padroni di quelle carrozze fossero in Chiesa ad assistere il servizio divino, qual fu perciò la sua sorpresa allorché, entrato nel tempio, lo trovò affatto deserto? ed avendo ricercato « che stavano dunque a fare sulla piazza quelle carrozze? » ne ebbe in risposta: « Che i ricchi ed i signori protestanti, non usando più di andare in chiesa nei dì festivi, vi mandavano le loro carrozze ad onorarne la piazza. « Oh uomini veramente religiosi e pii! che, non potendo andare di persona in chiesa a render culto al Signore, ed essendo troppo lusso di religione il farsi rappresentare in chiesa dai loro domestici, si fanno rappresentare sulla piazza dai loro cavalli! Ora può mai immaginarsi, dalla parte dei protestanti medesimi, atto non dico di maggiore indifferenza, ma di maggior insulto e di maggior disprezzo pel culto protestante? Ecco frattanto a che miseria, a che degradazione il protestantismo ha fatto discendere la religione!

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (54) LA VERA E LA FALSA FEDE -IX.-

LA VERA E LA FALSA FEDE – X-

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

PARTE SECONDA.

S I CONFERMA ULTERIORMENTE LA VERITÀ DELLE ESPOSTE DOTTRINE

§ XVIII. – Applicazione delle esposte dottrine alla morale cristiana. Che cosa sono i SANTI; essi nella Chiesa cattolica solo si trovano. I principi del protestantismo diruttori di ogni virtù. Orribile corruzione di costumi ch’essi hanno prodotta. L’abolizione del celibato ecclesiastico vi ha potentemente contribuito. Necessità ed importanza di questa sublime istituzione pel sacramento della confessione. Che cosa è divenuto questo sacramento presso gli scismatici? 1 vizj che regnano fra i cattolici! Effetto della secreta influenza dell’eresie, come un avanzo di probità che si trova presso gli eretici è dovuto all’influenza segreta della cattolica verità, che sola genera la virtù.

Colla fede però e col culto l’eresia ha distrutto ancora e renduta impossibile la santità e la virtù. Uomo veracemente santo vuol dire uomo che quasi più non ritien nulla delle debolezze della corrotta umanità; che per la pratica dell’annegazione continua di tutto sé stesso ha soggiogata interamente la concupiscenza corporea, i sintomi della cupidigia e la febbre dell’orgoglio: che ha dato, dirò così, un nuovo corso, una nuova direzione alle sue inclinazioni carnali e terrestri per non averne altre che celesti e spirituali; ha rifuso interamente se stesso, e per mezzo della carità più disinteressata, più generosa, più pura e più perfetta non vive che in Dio, di Dio e con Dio. Ora questo prodigio, più grande, piò splendido di quello della risurrezione di un morto, giacche è più difficile, è più al disopra di tutte le leggi naturali che un uomo corrotto e terrestre viva una vita tutta spirituale, angelica, celeste e divina, di quello che un cadavere umano ritorni alla vita dell’umanità; questo prodigio, dico. non può essere l’opera delle fredde teoriche della ragione, ma dei sublimi sentimenti della fede; non può essere l’opera del fanatismo, ma della grazia; non può essere l’opera degli sforzi dell’uomo, ma dell’onnipotenza di Dio; giacché solamente il Dio che formò l’uomo può riformarlo, e sulle rovine dell’uomo, vecchio, che si confonde con Adamo peccatore, ristabilir l’uomo nuovo, che si confonde, si identifica e diventa una cosa sola con Gesù Cristo. Ora Iddio non può contraddire a se stesso; non opera perciò e non può operare miracoli se non in conferma della sua religione, della sua parola, né far servire la sua onnipotenza se non in difesa della sua verità. Perciò nella sola Chiesa cattolica si sono perpetuati i miracoli, non solo nell’ordine della natura, ma ancora nell’ordine della grazia, ed in essa sola coi taumaturghi si trovano i santi. Dimodoché, quando anche ogni altro argomento mancasse, dal vedere ch’essa sola forma i veri santi, che i santi in essa sola s trovano, e perciò dal vedere ch’essa sola è santa non pure nel suo capo invisibile e nelle sue leggi, ma ancora in moltissime delle sue membra, questa unica testimonianza basterebbe a dimostrare invincibilmente ch’essa sola è vera. Al contrario dove sono i santi che ha formati il protestantismo? Ci si nominino, ci si mostrino. Sul principio della riforma, turpi discepoli di maestri peggiori non arrossirono! (e di che mai arrossì l’eresia?) d’inserire nelle litanie dei santi i nomi di mostri di libidine, di orgoglio e di crudeltà! e i templi profanati echeggiarono dell’invocazione sacrilega di S. Lutero, S. Calvino, S. Swinglio, S. Arrigo VIII, Santa Elisabetta! Ma non è dato lungamente all’orgoglio d’insultare sì sfacciatamente al pudor pubblico e prendersi, questo segno, scherno del senso comune; oltredichè la commedia era non solo empia, ma ancora ridicola. Si rinunziò dunque a questa invocazione, e non mai più gli eretici delle diverse sette hanno avuta la stolida pretensione di vantarci dei SANTI, contentandosi solo d’indicarci degli ONESTI UOMINI. Noi al contrario mostriamo agli eretici con confidenza l’immenso catalogo de’ santi che fino ai dì nostri ha formati la grazia della vera fede. Noi ne abbandoniamo con .sicurezza la vita all’esame il più rigoroso dei nostri nemici. La considerino pure coll’attenzione di un occhio anatomico, che spiando i più reconditi recessi, le fibre più sottili del corpo umano.  Ci additino, se loro riesce, in questi eroi della vera virtù, in questi prodigi della grazia, una sola azione, un sol sentimento, un solo pensiero, un solo affetto che non sia in armonia perfetta colla sublime perfezione del Vangelo. Ma gli eretici si guarderebbero bene di farci la stessa esibizione e la stessa disfida intorno ai loro onesti uomini. Se noi ci mettiamo col Vangelo alla mano, ad esaminarne la vita, troveremo che molti di questi santi della ragione sarebbero stati men degni dell’altare che del capestro. Sono sepolcri imbiancati che, scoperti all’occhio puro della vera fede, non esibiscono che tutta la miseria, l’egoismo, l’orgoglio dell’uomo corrotto, sotto il velo ben trasparente per altro di una probità bugiarda. – Del rimanente. mirate bene come in questa materia l’errore è conseguente, e come dalla sua bocca esce la verità. Citandoci solo onesti uomini, gli eretici si danno per vinti e confessano di non poterci esibire dei santi. Deh! che la santità cristiana non si ritrova che nel terreno della cristiana verità. Essa è un fiore che non germoglia che dalla vera fede; non spunta che colla rugiada della grazia dei sacramenti; non viene a perfezione che all’ombra della cattedra di S. Pietro; non ispiega l’incanto della sua bellezza che sotto il clima del Cattolicismo; non si raccoglie che nell’orto chiuso della vera Chiesa. In quanto poi alle persone notabili dell’eresia, S. Giuda apostolo le ha ben dipinte dicendole « alberi infruttuosi, senza radice, morti due volte, alla verità del credere ed alla santità dell’operare; stelle fatue che non hanno né luce durevole né vivificante calore: Arbores infruttuosæ, bis mortuæ, eradicatæ, sidera errantia (Jud. 12). » Non può fare un intero sacrifizio del cuore alla pratica del bene chi non comincia dal sacrificar l’intelletto alla credenza del vero. La matta indipendenza, l’orgoglio insensato della ragione è un mezzo efficace, come insegna S. Paolo, da corrompere tutto l’uomo anziché santificarlo. La santità non può adunque nascere nel terreno dell’errore che non produce che spine. Umane opinioni non possono produrre virtù divine. Come le credenze degli eretici non si sollevano alla dignità di domini, così non mai all’eroismo della santità s’innalzano le loro azioni. Il filosofismo e l’eresia sono egualmente impotenti a formare un vero credente ed un uomo veramente virtuoso. Essi han formato una volta tutto al più dei savj in apparenza secondo il mondo; non vi è che la vera fede che forma i s|anti secondo Dio. – Ma che dico io mai? La santità? Anche la virtù cristiana la più volgare si è diseccata ed è quasi interamente scomparsa sotto l’aura pestilenziale dello scisma e dell’ eresia. Quando si è scosso il giogo della fede, quello della legge diviene affatto insopportabile ed odioso. Perciò Lutero, mentre con una mano abbatteva i dommi più sacri, fu visto distruggere coll’altra i più gravi precetti, autorizzando il langravio di Assia a sposare altra moglie, vivente ancora la  prima, e concedendo licenze ad ogni marito di servirsi ancor dell’ancella; accordando in una parola, non solo il divorzio ma l’adulterio ancora, ma la pluralità delle donne ed introducendo in Europa i costumi dell’Asia. E tutto ciò non ostante che l’unità e l’indissolubilità delle nozze sia  stabilita, e l’adulterio chiaramente condannato nella Scrittura, che pure, per Lutero, è l’unica regola di morale e di fede che bisogna seguire. Ma la muta Bibbia, senza un’autorità che la interpreti, come dà luogo a diverse interpretazioni dommatiche,  così dà luogo a diverse interpretazioni morali, e rende la regola dei costumi cosi arbitraria ed incerta come quella della fede. Subito che si è ammesso che ognuno deve formarsi da sé il suo simbolo, leggendo la Scrittura; si è dovuto pure ammettere che ognuno, leggendo pure la Scrittura, deve formarsi il suo decalogo, e tutti i nuovi decaloghi devono essere tollerati, come tutti i simboli novelli. La tolleranza di tutti gli errori rende necessaria quella di tutti i vizj. Non si può negar la licenza di tutto fare a chi si è conceduta quella di tutto credere. – Ma siccome ogni principio morale deve in un principio il suo appoggio, così i capi della riforma, come se avessero temuto che la logica delle passioni non sarebbe stata abbastanza forte per dedurre la più intemperante licenza del vivere dalla più sfrenata licenza dell’opinione, vollero dare una garanzia dommatica al vizio. Calvino coll’avere insegnato che la grazia del Battesimo, per qualunque eccesso che si commetta, non si perde giammai, eresse in domma l’indifferenza di tutti i vizj; e Lutero avendo insegnato che la sola fede è più che bastevole, che le opere buone, lungi dall’essere necessarie, sono anzi un ostacolo per conseguire l’eterna salute, fece un articolo di fede che tutti i vizj sona virtù. Val però senza dirlo che i buoni discepoli di sì buoni maestri si affrettarono di levare tatti gli ostacoli dalle opere buone che potevano contrastar loro l’acquisto dell’eterna salate; e si cominciarono a fare scrupolo di viver bene per non indebolire il merito e l’efficacia della fede. Perciò alla voce dell’eresia un torrente di vizj videsi venire appresso ad un torrente di errori. La vera probità cristiana scomparve colla vera fede, e ad eccezione del popolo particolarmente delle campagne, in cui le tradizioni cattoliche, con un avanzo di verità cristiana, mantennero tuttavia un’ombra di cristiana virtù, in generale però, nei paesi tiranneggiati dall’eresie e dallo scisma, la depravazione dei costumi divenne sì profonda e sì universale che in alcuni luoghi parve che la morale di Epicuro e di Petronio fosse sottentrata alla morale di Gesù Cristo. Ma qual meraviglia di ciò? la morale cristiana si mantiene tra i popoli per l’azione, e l’ascendente del clero. Ora quale azione, qual ascendente può mai avere sui popoli il clero eterodosso, i cui membri, prima di prendere una chiesa ossia di avere una sposa spirituale, ne prendono una carnale, e non si fan sacerdoti se non dopo esser divenuti mariti? La consacrazione, di cui si è conservato l’uso in Russia ed in Inghilterra, non obbligando alla continenza, non dà al sacerdote alcun carattere esteriore e visibile che gli concilii la venerazione e il rispetto. Non vi è che la castità, virtù sublime, caratteristica augusta dei cattolico clero, che, sollevando l’uomo al di sopra dell’umanità, lo fa riguardare come un essere angelico e divino, e gli dà quella superiorità di grado, quella forza morale sui cuori, di che gode il sacerdote cattolico. Tolto il celibato, è difficilissimo l’ottenere che il popolo riguardi come divina la parola di colui di cui lo stato del matrimonio rende umana e simile a quella degli altri la persona e la vita. Una toga nera ed un berretto rotondo forma, fuori della vera Chiesa, tutto il distintivo esteriore tra il laico ed il sacerdote. Ma il proverbio dice: Abito non fa il monaco. Ci vuole qualche cosa di più del semplice abito per dare all’uomo l’impero sul cuore umano. Oltre a che, quali sollecitudini può avere per gl’interessi della religione chi pria di tutto è obbligato a fare gl’interessi della sua famiglia? Quale affezione, qual zelo pastorale può avere pel suo gregge chi è posseduto dall’affezioni della consorte e dei figli? – Che diremo poi di quei prebendati ricchissimi dell’eresia che si dicono vescovi anglicani, che, affittando, per mezzo dei pubblici avvisi, al miglior offerente le cure subalterne, consumano immense rendite ecclesiastiche ad ingrassare figli e nipoti, cani e cavalli, e menano nel lusso e nella mollezza. nella dissipazione, nel libertinaggio del mondo, sotto un titolo ecclesiastico, una vita tutta profana? che diremo del popolo greco e del ministro protestante? quegli che dall’altare e dal confessionale, dove ha venduta a tanto a testa l’assoluzione, passa alla bottega o alla bettola ad esercitare per vivere esso e la famiglia, i più vili mestieri, i traffici più vergognosi; questi che. come ha osservato il conte de Maistre, avendo spesso in casa visite di nobili lordi, mentre forse parla in chiesa contro l’adulterio, non arrossisce l’indomani, alla fine di una vergognosa querela, di ricevere per decisione del magistrato il prezzo del suo disonore. Nulla perciò eguaglia la disistima, il disprezzo che circonda un siffatto clero. Nulla l’impotenza e la nullità della sua azione sui costumi dei popoli. Lord Fitz Williams, scrittore  protestante, in un’opera famosa pubblicata al principio di questo secolo (Lettere ad Attico) e che fu come un tardo omaggio solenne del protestantismo ai dommi consolatori della Chiesa, che esso ha tentato di distruggere ha dimostrato che è impossibile di stabilire la virtù, la giustizia, la morale fra gli uomini sopra una base alquanto solida, senza il tribunale della Penitenza, come è impossibile lo stabilire il tribunale della Penitenza senza la fede della presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia. Ora la confessione, dice benissimo il citato de Maistre, la confessione domanda il celibato. Non mai un marito, e molto meno una moglie aprirà tutto intero il suo cuore ad un sacerdote ammogliato. O venerabili colleghi nel grande ministero della riconciliazione e del perdono dei peccatori, quando voi con tanta vostra edificazione udite l’uomo, e molto più la donna, svelati profondi austeri di un cuore corrotto, falli che la coscienza appena osò di affidar palpitando alle tenebre, cadute le più umilianti, disegni, intrighi i più tenebrosi, affetti, pensieri i più turpi; quando insomma voi vedete un’anima che si dà a voi ad essere giudicata come Dio la giudicherà, e che perciò, scasa nasconder nulla, senza nulla scusare, si scopre a voi in tutto l’aspetto della sua turpitudine com’è innanzi agli occhi di Dio che tutto penetra e tutto conosce; ricordatevi che ciò che ispira ai penitenti una siffatta sincerità, una siffatta fiducia, cotanto al disopra delle abitudini umane, si è principalmente perché il celibato vi fa riguardare uomini al disopra degli altri uomini. O castità, o virtù sublime, o ornamento magnifico, o giojello prezioso della Chiesa Cattolica, sci tu che ci sollevi, che ci divinizzi, che ci rendi venerabili agli occhi dei popoli, che c’imprimi sulla fronte un segno divino e ci dai quella superiorità in faccia a cui tremano umiliate e si arrendono vinte le passioni. – Per la ragione contraria però la confessione, tra gli scismatici, si riduce ad un affare di pura cerimonia: Ho bestemmiato, ho rubalo, ho fornicato; ed il prete risponde: ego te absolvo; ed ecco tutto. Perciò in poche ore un solo prete greco ascolta la confessione di un intero reggimento. E se qualche centinajo di uomini rimangono non confessati nel tempo che è al sacerdote dalla ordinanza prescritto sotto pena della bastonata, il buon uomo li fa confessare ad alta voce tutti insieme, e tutti insieme li assolve. Ora dov’è in questi confessori il giudice che decide con una perfetta cognizione di causa, il maestro che insegna, il direttore che guida, il medico che suggerisce gli opportuni rimedj a sanare le piaghe del cuore, uffici di cui Gesù Cristo stesso ha incaricato il ministro del sacramento, e che solo si esercitano dai sacerdoti della vera Chiesa? Essi soli perciò riescono a distruggere i peccati, a riformare i peccatori, a guidare le anime nelle vie della più sincera pietà e della più alta perfezione: cose tutte ignote ed, oso dirlo, impossibili ad ottenersi nello scisma e nell’eresia, in cui la più profonda ignoranza delle cose dell’anima, unita alla privazione assoluta dei costumi ecclesiastici, degrada il ministro ed annulla l’azione del ministero. E che sa e che può dire agli altri uomini un uomo che non ha nulla che lo sollevi al di sopra sopra dell’umano? Immerso in tutte le cure della terra, come parlerà il linguaggio dei cieli! Il sacerdote scismatico è dunque una specie di macchina animata dal vapore dell’interesse, destinata ad assolvere, come la macchina di Pascal era stata inventata per fare le quattro operazioni aritmetiche; incapace di correggere i passati eccessi e di garantire l’anima dai nuovi. Nulla perciò vi si richiede di quella scienza della teologia morale, di quella cognizione profonda del cuore umano, di quella prudenza, di quel discernimento, di quel vanto spirituale che nella Chiesa Cattolica si domandano ad un idoneo ministro di sì gran sacramento. Il confessare fuori della vera Chiesa, è un mestiere come tutti gli altri, e che si può esercitare con minori talenti che si ricercano per gli altri: è un’usanza di convenienza, una conferenza puramente umana, che ha perduto ogni carattere, ogni azione ogni effetto divino. Oh amara derisione, oh profanazione sacrilega del più importante dei sacramenti dopo il Battesimo. Quindi fra questi cristiani il cui ministero ecclesiastico è sì impotente, in cui perciò esercita un’azione sì meschina il Cristianesimo, i costumi particolarmente nelle città, sono detestabili. Lo spirito di avarizia, di traffico e di furto nei privati; il libertinaggio nei grandi, la inverecondie e la facilità del divorzio nelle donne, ed i più turpi delitti che, per sentenza di S. Paolo, escludono dal regno di Dio sono divenuti cose affatto indifferenti presso questi popoli, che lo scisma ha sottratti alla vigilanza, all’autorità del supremo gerarca della vera Chiesa, il custode efficace della vera morale, come l’interprete infallibile della vera fede. – Che se tali sono i costumi degli scismatici, dove pure una larva dì confessione e molte pratiche religiose, benché grossolane, sono pur buone a qualche cosa presso popoli naturalmente buoni: quali saranno presso i protestanti, dove Lutero e Calvino, per facilitare la propagazione della loro teologia per meno del rilassamento della morale, abiurarono la sola base solida della virtù della giustizia, la confessione, disapprovati perciò dallo stesso Melantone; che da questa abolizione previde la rovina intera dei costumi? La lettura di un qualche capitolo della Bibbia, che ognuno spiega a suo modo, e la presenza ad un qualche insipido discorso di morale vaga ed inconcludente in cui pochissimi credono, a cui nessuno fa attenzione: ecco i soli soccorsi che il protestante ha lasciato all’uomo per correggere per le sue abitudini, per riformare i suoi vizi, per domare l’impeto delle passioni, per acquistare la giustizia che forma il Cristiano in terra e il candidato dei cieli. Perciò, eccettuate le campagne, dove un avanzo di religione conserva un avanzo di moralità, nelle grandi citta, particolarmente dedite all’industria ed alle manifatture, la plebaglia in materia di morale sembra discesa alla dissolutezza, al cinismo, alla degradazione, alla brutalità dei costumi pagani. I grandi, i ricchi, gl’industriali, intenti a moltiplicare i vantaggi del traffico e tutte le delizie della vita, pare che altro Dio non abbiano che l’oro e il piacere. Li diresti uomini che, avendo perduta l’intelligenza, coltivano ciò che loro rimane, la carne. Il materialismo più abbietto e più inverecondo traspira dalle loro maniere e dalla loro condotta. Hanno diviso il giorno in modo che una terza parte ne danno agli affari, ed il rimanente alla crapula, al sonno, ai giuochi, agli spettacoli, al libertinaggio. Queste cose si avvicendano e si succedono in modo che non lasciano il più piccolo spazio da pensare alla religione, all’anima, all’eternità. Tutto l’essere morale ed intelligente di questi Cristiani degradati rimane interamente assorbito dalle cure temporali e dalle delizie corporee. Così essi riescono ad evitare le noje della vita, a reprimere il rimorso, ad istupidirsi, ad assonnarsi intorno al loro eterno destino, cui vanno intrepidamente incontro dopo una vita che poco ha dell’uomo, nulla del cristiano. O cieche vittime di tutti i vizj e di tutti gli errori, coronate dal demonio di fiori, e che per un sentiero di delizie siete strascinate all’altare della eterna giustizia per esservi in eterno sacrificate! – Ma che? forse che le contrade cattoliche sono incorrotte? forse che l’oblio sistematico abituale di ogni pensiero e di ogni sentimento, non che di ogni pratica religiosa; forse che lo studio di accrescere i godimenti della vita e di procacciarsi l’oro anche per le vie più turpi, perché coll’oro ogni cosa si compra; forse con la smania di tormentare la natura corporea per obbligarla a fornire ai sensi nuove lusinghe e nuove delizie; forse che il furore per gli spettacoli voluttuosi, per li piaceri sensuali, per le oscene letture, pel lusso il più immoderato e il più inverecondo; in una parola, forse che il materialismo, ultima conseguenza dell’errore e primo preludio infallibile della ruina degli stati e delle nazioni, non regna ancora in qualche paese cattolico coll’infame corteggio di tutti i vizj? non vi ha quasi distrutto ogni traccia esteriore di Cattolicismo? non vi si gonfia ogni dì più, non vi si dilata siccome un torrente, minacciando di assorbire nelle fangose sue acque ogni principio di onore, di probità, di fede, e di far retrocedere il popolo cristiano sino alla corruzione idolatra? Tutto ciò è vero pur troppo. Se Africa piange, Roma non ride. I disordini di Gerusalemme eguagliano qualche volta quelli di Samaria; e il fedele Giuda sembra divenuto tanto colpevole! quanto lo scismatico Israello! Si osservi però che questa corruzione di costumi, che si ha pur troppo a deplorare anche in molte contrade cattoliche, vi è venuta da fuori. Essa è cresciuta all’ombra e sotto l’alito dell’eresia, come l’eresia ne prese i germi funesti dalle contrade idolatre; e dai paesi degli eretici, coi loro libri, coi loro costumi. Coi loro usi, colle lor mode, col loro linguaggio si è ita filtrando e si è segretamente propagata in varie cattoliche nazioni. – l.a civiltà è cosa sacra; giacché la civiltà vera è una pianta che non germoglia, non fruttifica che nel terreno della vera religione. Oggi però il sacro vocabolo di civiltà si è profanato e si fa servir di velo al materialismo più abbietto, come si è fatto servire di velo alla più matta anarchia e al dispotismo più crudele il vocabolo di libertà. E non è egli vero che nell’idea, nel linguaggio di certi stupidi economisti, di certi politici da collegio e da caffè, una città passa per incivilita se ha profumieri e modiste, sale di ballo e sale di giuoco, accademie e teatri, romanzi e giornali, la borsa mercantile ed un luogo di prostituzione? Cioè a dire che la civiltà, che consiste nella verità della religione, nella giustizia delle leggi, nella probità e nella mansuetudine dei costumi, si fa oggi consistere in tutto ciò che può depravare i costumi, rendere inique le leggi e nulla la religione; in tutto ciò che serve ad ingentilire e variare il vizio, a procurargli nuovi incentivi ed un’ampia impunità; in tutto ciò, insomma, che tende a ristabilire sulle rovine delle dottrine dello spirito il regno della materia, e l’idolatria del corpo e la religione del piacere sulla speranza del nulla. – Ora questo abuso detestabile di idee e di vocaboli, che ben presto si è riprodotto nei costumi, è venuto esso pure dalle contrade ereticali; ed ecco, fra tante altre, la bella merce di che l’Europa cristiana va debitrice all’eresia! Non dico io già che, prima della riforma luterana, non vi fossero scandali in Europa. Sì, ve ne erano e ben grandi e in quella parte onde si aveva meno motivo d’aspettarli. Fu anzi la depravazione dei costumi di Germania e d’Inghilterra che apri le vie e formò il letto al torrente dell’errore. Ma il vizio allora era vizio; l’eresia luterana ne ha fatto un dovere e lo ha eretto in virtù. Quindi, ove in quei secoli di fede con una lunga penitenza espiava per lo più l’età matura i disordini della gioventù, ed a questo spirito di penitenza si devono i grandi monumenti consacrati alla gloria della religione ed al sollievo dell’umanità che abbelliscono la superficie dell’Europa: oggi poi si vedono uomini che si dicono Cristiani prolungare sino nel gelo della vecchiaja la licenza di corrotti costumi, e lungi dal fondare nuovi stabilimenti di religione e di carità, la civiltà moderna non fa che distruggere gli antichi. Neppure intendo dire che tutti gli eretici siano viziosi e che tutti i Cattolici son santi. Vi hanno fra i protestanti uomini da bene, a ciascuno dei quali potrebbe dirsi: Talis cum sis utinam noster esses! come si trovan dei pessimi uomini fra i Cattolici, di cui siamo obbligati ad arrossire. Vi è però anche qui questa immensa differenza, che l’eresia conducendo per una necessità logica alla estinzione di ogni virtù perché distrugge ogni fede, l’eretico per operar bene bisogna che dimentichi se stesso, che si sollevi al di sopra e si metta in opposizione de’ suoi stessi principj di errore. – Al contrario, la fede cattolica conducendo, pure per una necessità logica, alla vera virtù, il Cattolico, per operar male, bisogna che dimentichi sé medesimo, che si metta al di sotto ed in opposizione della sua religione di verità: e l’una e l’altra cosa accade di frequente; giacché l’uomo non è sempre conseguente a sé stesso. Ma come il Cattolico che conforma esattamente la sua condotta colla sua fede è santo, giacché la santità non è che la verità della fede posta in azione col soccorso della divina carità, così l’eretico che conformasse esattamente la sua vita alla sua dottrina, per esempio luterana o calvinista, diventerebbe un mostro: giacche la perversità non è che l’errore ereticale realizzato nelle opere coll’ajuto dell’ispirazione diabolica. Di più. coloro fra gli eretici che conservano alcun che di cristiana probità lo devono alle tradizioni cattoliche che in molte contrade, in molte famiglie sono rimaste superstiti alle cattoliche istituzioni che vi sono state distrutte. Lo devono al nostro esempio, al nostro tratto, ai nostri scrittori; giacché sappiamo che in molte famiglie protestanti in Inghilterra non si leggono che Bourdaloue e Massillon e i grandi ascetici ed i grandi maestri della morale cattolica. Al contrario, il rilassamento nei costumi, l’indifferenza per la fede, che si scorge in molte contrade cattoliche, vi sono stati trasportati dai lidi protestanti; e tutto questo è il risultato funesto dei loro esempj, del loro tratto, dei loro libri, come accade al presente in Ispagna. Perciò come non si è virtuoso fra gli eretici se non per una partecipazione segreta dello spirito cattolico, e non si è pessimo fra i cattolici se non per l’influenza segreta dello spirito ereticale: così le stesse virtù degli eretici, come gli stessi vizj dei Cattolici servono a provare che è sempre l’errore che fa germogliare il vizio, che la virtù nasce dalla verità, e che la sola Chiesa Cattolica, colla vera luce che forma i credenti, conserva e porge la grazia che forma i santi.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (55) LA VERA E LA FALSA FEDE -X.-

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (53) – LA VERA E LA FALSA FEDE (VIII.)

LA VERA E LA FALSA FEDE –VIII.

 (P. Gioacchino VENTURA: LE BELLEZZE DELLA FEDE, vol. II. Genova; Ed. Dario Giuseppe Rossi, 1867)

LETTURA VI.

LA CREDENZA DEI MAGI OVVERO LA VERITÀ E LA CERTEZZA DELL’INSEGNAMENTO DELLA FEDE.

PARTE SECONDA.

SI CONFERMA ULTERIORMENTE LA VERITÀ DELLE ESPOSTE DOTTRINE

§ XV. – L’effetto che deve necessariamente produrre la discordia delle opinioni si è di renderle tutte incerte. Osservazione sopra di ciò di Cicerone applicabile a lutti gli eretici. Quale è il loro più ordinario modo di avere una opinione. Senza l’autorità o il consenso non si può esser certo della verità dei proprj raziocinj. Testimonianze di Cicerone sopra questa materia. Col leggere solo la Scrittura, l’eretico si forma opinioni e non credenze intorno alla religione. Perciò tra i protestanti non vi sono dommi, ma sterili e vane opinioni.

Or qual sarà mai l’effetto di questa infinita discrepanza di opinioni, onde fra gli eretici le sette sono ostili alle sette, e gl’individui in guerra cogl’individui? L’incertezza e il dubbio. S. Tomaso lo ha detto: « Quando si vede che diversi fra coloro che si stimano sapienti opinano diversamente fra loro sopra di una cosa stessa, per altro dimostrata come verissima, e diversamente la insegnano, questa stessa cosa diviene dubbiosa ed incerta: Apud multos in dubitatone permanent ea quæ sunt verissime demonstrata, cum videant a diversis, qui sapientes dicuntur, diversa doceri. Cicerone aveva fatto di già tanti secoli prima la stessa osservazione, e citava l’esempio dei filosofi per prova della sua verità. Imperciocché, nel secondo degli accademici, dopo di avere enumerate le diverse opinioni dei filosofi intorno a Dio, e messi in contraddizione fra loro Zenone e Cleante, il maestro e il discepolo; dei quali il primo sosteneva che l’etere è il sommo Dio, e l’altro che il Dio supremo regolatore dell’universo si è il sole: Tullio conchiude appunto così: « Questa dissensione che vediamo regnare tra i capiscuola della filosofia intorno a Dio ci obbliga ad ignorare il Signor nostro; ed ormai non possiamo più saper con certezza se dobbiamo prestare l’omaggio della nostra servitù all’etere, ovvero al sole: ltaque cogimur, dissensione sapientum, dominum nostrum ignorare: quippe qui nesciamus, soli an etheri serviamus. Così pure, dopo aver fatto il quadro delle sentenze contraddittorie dei filosofi, sull’anima umana, dice: « Di queste contrarie sentenze, presentate tutte come vere, quale però sia la vera in realtà, ormai non può altri saperlo fuorché un Dio. In quanto a noi uomini, i filosofi colle loro dissensioni ci lasciano nell’incertezza: e nemmeno ci permettono  di decidere quale sia la vera: Harum sententiarum qua vera sit, Deus aliquis viderit: qua verosimilis, magna quæstio est. » – Ora allo stesso modo è obbligato a discorrerla 1’eretico intorno alle verità cristiane. Le opinioni diverse, i contrari sistemi, che tante migliaia di sette professano intorno a queste medesime verità, devono rendergliele necessariamente dubbiose ed incerte. Ed incerto pure diverrà per lui se il vero Cristianesimo sia fra i ruteni o fra i Greci, fra i luterani o fra i calvinisti, fra i metodisti o fra i quaccheri, fra presbiteriani o fra gli anglicani, fra i sociniani o fra gli anabattisti. Né là testimonianza della sacra Scrittura, in cui queste sette si vantano di aver trovata la loro fede, può rassicurarlo: perché è impossibile che la stessa Scrittura contenga, sopra uno stesso articolo, opinioni cosi contraddittorie come sono quelle onde una setta dall’altra discorda. Immaginate ancora che le sette nate dalla ribellione alla vera Chiesa non siano più di cento (quando si contano per migliaja). L’individuo di una di queste sette, per poco che ragioni, come potrà mai essere certo che la dottrina della sua setta sia la vera quando vede che le altre novantanove la condannano come eretica e come falsa? Con qual dritto dirà che tutte queste sette (che pur assicurano di aver seguite le stesse guide, la Scrittura e la ragione) sono nel falso, e la sua sola setta è nel vero? Sopra qual titolo accorderà il privilegio dell’infallibilità alla setta propria, e lo negherà a tutte le altre? Che sarà poi se, come si è notato, consideri l’infelice settario che anche nella setta propria degl’individui che la compongono non intendono poi allo stesso modo le dottrine che vi si processano? Non può dunque l’eretico appoggiarsi fuori di sé, sopra una fede comune, dove comun fede non vi è. Non può prendere almeno come in imprestito la certezza degli altri, se gli manca la propria; e lungi dal ritrovare fuori sé quell’appoggio possente alla sua credenza che i Cattolici, per sempre meglio confermarsi nella loro, ritrovan nella perfetta conformità del credere di tutta la Chiesa; non trova nella varietà delle opinioni di tante sette contrarie alla sua e degli stessi individui della sua medesima setta che motivi di dubbio e d’incertezza. Privo adunque ad un tempo e del sostegno dell’ autorità della Chiesa, che non riconosce, e del soccorso della grazia della fede, che non implora, e dell’appoggio della conformità delle altrui credenze colle sue, che non ritrova, rimane l’eretico perfettamente isolato dal cielo e dalla terra, dagli uomini e da Dio. Rimane abbandonato unicamente ai suoi lumi individuali e privati, in mano del suo consiglio e del suo giudizio, e non può contare che sopra sé stesso per indovinare la vera religione. Ora è egli facile che un viandante, lasciato solo in un immenso deserto, dove non vi è né sentiero né guida, ritrovi la sua strada per arrivare alla patria? Perciò la maggior parte degli eretici che ragionano, evitano di ragionare per accertarsi della vera religione. Non han coraggio d’intraprendere un lavoro, di cui l’immensa difficoltà è certa, incertissimo il risultato. – Accade dei settarj della religione ciò che Cicerone dice dei settarj della filosofia: nella età ancor tenera, o per compiacenza verso di un parente e di un amico, o abbagliati dall’eloquenza di un maestro da cui hanno ricevute le prime lezioni, pronunziano giudizio di cose che ancora non intendono, e si attaccano tenacemente al primo sistema che loro si è offerto, come chi ha fatto naufragio ed è sbattuto dalla tempesta si afferra al primo sasso che gli viene incontro: firmissimo tempore ætatis, aut obsecuti amico cuidam, aut una alicuius, quam primum audierint, oratione capti de rebus incognitis judicant; et ad quamcumque sunt disciplinam, tamquam tempestate delati, ad eam tamquam ad saxum adhærescunt. Hanno poi un bel dire che hanno  dato a tal sistema la preferenza perché insegnato da un uomo di maggior sapienza e di maggiore dottrina degli altri. Essi  mentiscono a se stessi. E come mai uomini ancora rozzi ed ignoranti potevano da per se stessi sopra ciò formare giudizio? E non si ricerca di fatti una consumata sapienza per decidere chi è più sapiente? Nam quod dicunt, se credere ei quem  indicant fuisse sapientem, probarem si idipsum rudes et indocti indicare potuissent. Statuere enim quis sit sapiens, vel maxime videtur esse sapientis. I più dei filosofi adunque non è già che credan vere le loro dottrine, ne conoscono anzi la falsità e l’errore. Ma siccome, per una incomprensibile frenesia, quest’errore, adottato da essi una volta, è loro amabile e caro; così ostinatamente lo diffondono, amando meglio di errare di quello che ricercare con animo imparziale la verità, che consiste in quello che SEMPRE E DA TUTTI si crede, e sì dice: Sed nescio quomodo plerique errare malunt, eamque sententiam, quam adamaverunt, pugnacissime defendere quam sine pertinacia quid COMSTANTISSIME dicatur exquirere (Àcad., lib. 1). –  Or ecco la storia altresì di quasi tutti gli eretici; sono pure essi pure lontanissimi dal credere, in faccia a tante contrarie testimonianze, che la loro setta o la loro dottrina è certamente la vera. Ma, o perché l’adottarono una volta nell’interesse di qualche passione, o perché vi sono natie cresciuti, vi si ostinano; e preferiscono le stravaganze e le turpitudini di un eresiarca privato alle credenze della Chiesa universale. – Molto più dopo che l’eresia, rivoltasi ad arrestare, per le vie del rispetto umano, le continue conversioni alla fede cattolica. che non può più arrestare per le vie della discussione o della tirannia, è giunta ad accreditare in Europa la massima che un uomo onesto non cambia mai religione: massima orribile., infernale, perché significa o che tutte le religioni sono egualmente buone per salvarsi, ciò che, come qui appresso vedrassi, è un’assurdità ed una bestemmia: o che, non essendovene se non una sola che conduca alla salute, l’uomo onesto che se ne trova fuori non deve abbracciarla, ma sacrificare ad un misero puntiglio Dio. l’anima, l’eternità, ciò che è il cumulo del delirio. Non sono però mancati, né mancano pur tuttavia degli eretici che, colla Scrittura alla mano, che leggono e rileggono di continuo, cercano di formarsi una religione. Infelici però! essi coi privati loro sforzi non arrivano, né possono mai arrivare a nulla di certo e di sicuro. Imperciocché egli è fuor di dubbio che l’uomo isolato e ridotto ai mezzi individuali di conoscere non è certo se non delle verità per sé note e immediatamente evidenti, cioè delle verità di semplice percezione; sia che le conosca immediatamente coll’intelletto (lnlellectus simpliciter percipiens semper est verus, S. Thomas); sia che le riceva per mezzo dei sensi, il cui giudizio, circa le cose di loro particolar competenza, è certo e sicuro (Sensus circa sensibile proprium sempre est vena, idem). E la ragione di ciò si è che, fino a tanto che si tratta di semplici percezioni, sì l’intelletto come il senso è sempre passivo, e quindi, dice lo stesso S. Tomaso, riporta fedelmente l’impronta della verità da cui è stato informato, come la cera riceve e ritiene l’impronta del sigillo che vi si è impresso. Ma quando trattasi di verità, di deduzione e di raziocinio, in cui l’intelletto divide e compone e diviene attivo e vi mette qualche cosa del proprio, nulla di più facile che l’ingannarsi (Error est in intellectu componente rei dividente, idem). E perciò ha detto pure S. Tomaso:« Troppo sovente accade che la ragione umana, camminandoper la via dell’inquisizione privata, incontri l’errore mentre crede di abbracciare la verità; attesa la debolezza del nostro intelletto nel ben giudicar delle cose, e la facilità che vi è da prendere per una verità un’illusione della fantasia (lnvestigationi rationis humanæ plerumque falsitas admiscetur, propter debilitatem intellectus nostri et phantasmatum admixtionem). » E perciò accade che anche le cose di cui la privata ragione è riuscita a persuaderai sulla testimonianza di una dimostrazione ben fatta rimangono incerte per l’uomo isolato; perché non può mai, finché è solo:  assicurarsi di avere tutti evitati i tredici scogli delle fallacie; un solo dei quali in cui s’intoppi basta a distruggere la rettitudine della dimostrazione: Et ideo apud multos indubitazione permanent ea quæ sunt verissime demonstrata dum vim demonstrationis ignorant. Inter multa etiam vera quæ demonstratur, immiscetur aliquando aliquid falsum, quod non demonstratur, sed aliqua probabili vel sophistica ratione asseritur. Se dunque l’autorità di persona che non può e non vuole ingannarlo, o il senso comune dei periti o dei dotti nella materia di che si tratta, non viene ad assicurar l’uomo che ha ragionato della rettitudine dei suoi raziocinj, egli è obbligato a diffidarne, a temer sempre che l’opposto di ciò che gli sembra vero sia falso; e la propria esperienza e quella dei più grandi ingegni che, ingannati da false evidenze, sono caduti in turpissimi errori, non può che confermarlo in questo timore. Quanto dire che l’uomo che conta solo, che solo ragiona, discute, dimostra, e che si fonda sul terreno vacillante della sua privata ragione,non può formarsi che opinioni più o meno probabili, più o meno vaghe, ma non già dommi certi ed immutabili; può giungere ad una certezza provvisoria, che altro non è se non la probabilità; ma non già ad una certezza assoluta,che comandi un’adesione dell’intelletto ferma, intera, costante, immutabile. – La storia della filosofia antica e moderna conferma la verità di questa dottrina. Gli antichi filosofi, con tutti i loro studi, con tutti i loro sforzi, con tutte le loro dispute sulle più importanti verità, sopra Dio e l’anima, non arrivarono a formarsi, come si è veduto, che opinioni più o meno incomplete, incerte, assurde, turpi, inette e ridicole; ma non poterono mai stabilire nulla come assolutamente certo e sicuro.Udiamo per tutti Cicerone idoneo testimonio di tutta la pagana antichità. Nei tre libri Sulla natura degli dei, introducendo egli Vellejo a sostenere la dottrina epicurea, Balbo la stoica, Cotta l’accademica intorno a Dio; nell’esame profondo che fa di queste tre dottrine delle tre scuole o sette principali della filosofia, passa in rivista, mette a fronte e pesa con pari eloquenza ed erudizione tutte le opinioni. dei filosofi sopra Dio. Or ecco come conchiude egli questo lungo ed interessante trattato sopra la prima e la più importante di tutte le verità: «Dopo questa discussione ci separammo, ritenendo presso a poco ciascuno la sua antica opinione, giacché a Vellejo parve più vera l’argomentazione di Cotta; a me poi parve più verosimile quella diBalbo: Hac cum essent dicta, ita discessimus ut Vellejo Cottæ disputatio verior, mihi Balbi, ad veritatis similitudinem, videretur esse propinquior. »Oh parole! oh confessione! Chi non si sente stringere il cuore?chi non arrossisce della debolezza della ragione umana al vedere un ingegno sì grande, anzi i più grandi ingegni dell’antichità altro frutto non ritrarre da sì lunghe discussioni che quello di concetti vaghi, di opinioni più o meno probabili, più o meno incerte intorno a Dio? oh miseria! disputare tanto per ottenere sì poco! Né meno debole, vacillante ed incerta era l’opinione di Tullio sull’immortalità dell’anima: verità la più importante dopo quella dell’esistenza di Dio, colla quale è legata e dalla quale discende. È vero che in diversi luoghi delle sue opere dichiara di ammetterla e volerla sempre ritenere, ma senza esserne né certo né sicuro; e il suo linguaggio problematico sopra questa materia indica più la sua inclinazione e il suo gusto di quello che il suo convincimento di essere immortale. Poiché dice: « Se erro nel credere all’immortalità dell’anima, erro volentieri; e finché vivo, non soffro che nessuno mi levi dalla mente questo errore che tanto mi piace. Se poi, come poveri e meschini filosofi opinano, la mia anima morrà col corpo, non ho a temere che le anime di questi filosofi, che periranno come la mia, mi befferanno per questo mio errore: Quod si in hoc erro, libenter erro, nec mihi hunc errorem, quo delector, extorqueri volo. Sin mortuus, ut quidam minuti philosophi censent, nihil sentiam; non rereor ne hunc errorem meum philosophi mortui irrideant. » Altrove poi, avendo esortato il suo uditore a leggere il celebre libro di Platone, in cui Tullio dice trovarsi ciò che può desiderarsi di più eloquente e di più solido in favore dell’immortalità, introduce lo stesso uditore a fare una dolentissima confessione intorno all’insufficienza dei raziocinj degli uomini più grandi per far credere con ferma certezza una qualunque verità. Poiché gli fa dire: « ho fatto più volte, tel giuro, ciò che mi suggerisci (di leggere il citato libro di Platone): ma, non so come, mentre leggo un tal libro mi pare di rimanere convinto; quando poi lo chiudo e comincio a ripensar meco stesso sull’immortalità, tutta la mia persuasione svanisce, e mi trovo incerto siccome pria: MARC. Num eloquentia Platonem superare possumus? Evolve diligentur ejus librum de animo. Amplius quod desideres nihil erit. AUDIT. Feci mehercule sæpius; sed nescio quomodo, dum lego, assentior: cum posui librum et mecum ipse de immortalitate cœpi cogitare, assentio omnis illa dilabitur. » – Or, se ciò accade delle verità primitive, cui pur la ragione può giungere; che sarà mai delle verità cristiane, che di sì gran lunga superano la ragione? Se l’uomo isolato non può generalmente elevarsi che a concetti più o meno probabili nelle cose che può a sé stesso dimostrare ed intendere; come può mai innalzarsi a dommi certi ed indubitabili di cose che non può né intendere né dimostrare? Il  simbolo adunque che l’eretico, usando del principio del libero esame e del giudizio privato, è ito accozzandosi con sommo stento leggendo  la Scrittura, non sarà che una faragine rozza e sconnessa d’incerte nozioni, di vaghe congetture, dì mal fondati giudizj sulla religione cristiana: parto mostruoso sovente più che della ragione, dell’immaginazione, della passione, del capriccio, e che non avendo infatti altra autorità, altra forza che quella della ragione che se li ha formati. Non potranno trasformarsi in verità certe che riscuotano un’adesione completa dell’intelletto e comandin la fede. Potrà opinare più o meno leggermente, ma non già credere nel senso che noi Cattolici attribuiamo a questa parola. – Egli è perciò che questi infelici. Che l’eresia ha trascinati si lungi dalle vie della certezza della fede, non si odono mai parlar di dommi, ma di opinioni. E di opinioni religiose, e non già di domini parlano i genitori nelle famiglie, i maestri nelle scuole, e perfino i teologi nelle cattedre e i predicanti nei templi. Ora il linguaggio è l’interprete fedele dei giudizj e delle idee di un popolo. Come dunque noi Cattolici colle parole dommi sacri, articoli di fede, che abbiamo sempre in bocca nel nostro linguaggio religioso, diamo chiaramente a conoscere che per la conoscenza cattolica, il Cristianesimo è un affare di damma e di certezza; così gli eretici colle parole opinione propria, opinione religiosa, che pare ripetano ad ogni istante nei loro discorsi e nei loro scritti quando trattasi di religione, danno evidentemente a vedere, loro malgrado  che nelle loro menti il Cristianesimo è un affare di probabilità e di opinione. – Badino perciò certi Cattolici che, come ho avuto occasione di notarlo io stesso, chiamano la religione l’opinione religiosa. Sebbene questa espressione, che ripetono con aria di grande pretensione e di grande importanza, come per farsi credere all’altezza del linguaggio del tempo, l’abbiano imparata da qualche libro anticristiano e la ripetano senza intenderla: badino però, io lo ripeto, che potrebbero farsi prendere, così parlando, per empj, quando i poverini non sono più che leggieri, stolidi e ridicoli. Poiché questa espressione, « opinione religiosa,» che, trattandosi del Cristianesimo quale il protestantismo lo ha ridotto, e sotto una penna ed in una bocca protestante, ha un senso rigorosamente filosofico e vero, nella bocca però di un Cattolico, trattandosi della cattolica Religione dommaticamente ed immutabilmente certa e sicura, è insieme un’assurdità ed una bestemmia. – Ritornando però al proposito, osserviamo che solamente il domma (parola greca che vuol dire decreto) può riscuotere l’assenso della mente e imporre e comandare alle affezioni del cuore: poiché esso solo si annunzia come necessario e circondato della forza, della certezza e dell’autorità. Ma in quanto all’opinione, non essendo nulla più che un concepimento vago, indeterminato, ed incerto della privata ragione, non può ottenere alcun assenso fermo ed immutabile, molto meno può esigere il menomo sacrificio dalle passioni. L’individuo perciò, come la società, si dirige co’ dommi e non già colle opinioni; e le opinioni allora comandano l’azione quando sono passati in dommi, o in certe ed importanti credenze. Ogni religione che non può presentarsi come dommatica, ma sol come opinabile, non può riscuotere che un’adesione momentanea, incostante, interessata, ovvero una completa indifferenza. E le opinioni religiose, appunto perché opinioni, non giovano per la vita presente e non presentano alcuna sicurezza per la vita presente, e non presentano alcuna sicurezza per la vita avvenire, non hanno maggiore importanza di quello che le opinioni di filosofia, di politica e di letteratura. Quando perciò nello scorso secolo il protestante Neker, ministro dell’infelice Luigi XVI, intitolò un suo libro: dell’importanza delle opinioni religiose, fu come se avesse detto: dell’ importanza delle cose che non importano né all’individuo ne alla società; perciò il libro sull’Importanza delle opinioni religiose non fece il minimo senso nella opinione e non produsse il menomo vantaggio alla religione. – Lo stesso è accaduto di tutti i libri apologetici del Cristianesimo scritti contro gli increduli da penne protestanti. Simili a chi per combattere non ha che armi logore, senza punta e senza taglio nelle mani, ed un terreno vacillante sotto dei piedi, e che, lungi dall’offendere il suo avversario, non deve sudar poco per difendersi e tenersi fermo in piedi esso stesso; simil, dico, a questo misero guerriero, gli eretici apologisti del Cristianesimo, incertissimi essi stessi di ciò che difendono, non potendo opporre che opinioni ad opinioni, non fanno il minimo timore ai loro avversarj, non recano il minimo danno al vizio o all’errore; e il più sovente non ne riscuotono che risa, disprezzo ed urti terribili che li fanno vacillare nella trista posizione in cui si trovano collocati. Il dottor protestante Beatty combattè il materialismo di Lokio. I grandi atei inglesi Hume, Bollinbroke, Collins, Gibbon trovarono dei confutatori in molti devoti dottori dello scisma anglicano. Ma chi fece mai attenzione a siffatte confutazioni? Gli scrittori contro di cui erano dirette se ne fecero beffe; il pubblico vi rimase così indifferente come se si fosse trattato di una controversia grammaticale: ed esse non impedirono che la storia di Hume in particolare, che contiene una chiara confessione di ateismo, non fosse dedicata al re d’Inghilterra, che pure porta ancora il titolo di difensor della fede. Perciò è un pezzo che questi inermi combattenti han deposto ogni pensiero di combattere l’incredulità ed han preso il saggio partito di lasciare in pace il deismo, l’idealismo, il materialismo, l’ateismo stesso che rompe ai loro fiaschi da tutte le parti: affinché queste opinioni filosofiche li lascino in pace nelle loro opinioni cristiane si comode e sopra tatto sì lucrose! – Deh che non è dato all’eresia il combattere l’incredulità con successo. I ribelli del senso comune della Chiesa universale non faranno mai paura ai ribelli del senso comune degli uomini, ma. rei del medesimo delitto, sono obbligati a perdonarselo a vicenda. Quindi la sì vantata tolleranza degli eretici per tutti gli errori non è se non l’effetto e l’indizio insieme della perdita intera di ogni fede e di ogni verità. Non è adunque fuori del nostro proposito che ne diciamo qui due parole.

§ XVI. – Digressione sulla tolleranza. Nessuno eretico ha diritto di accusare gli altri di eresia. La sola Chiesa cattolica può e deve condannare tutti gli errori, perché essa è verità; e compatisce gli erranti, perché  è carità. La tolleranza che gli eretici vantano di avere per tutte le altrui opinioni è una conseguenza necessaria dell’incertezza in cui sono della verità delle proprie. Questa tolleranza sono costretti ad estenderla persino all’ateismo. Uniti tutti coloro che sono fuori della Chiesa, qualunque religione professino, sono figli dello stesso padre, il demonio; formano una stessa famiglia; e l’istinto che hanno di ciò, li porla a tollerarsi a vicenda e ad essere intolleranti pei soli Cattolici. Questa coalizione di tutti gli erranti contro la Chiesa Cattolica è una bella prova che essa sola è vera e divina.

Ammesso una volta il principio del libero esame e del giudizio privato in materia di religione, ognuno rimane affatto indipendente in faccia all’altro nella sua religiosa opinione. Nessuno ha il diritto di dire all’altro: « La vostra opinione è falsa: la mia è la vera. » Nessuno ha autorità di obbligar l’altro ad opinare come esso opina, ad operare come esso opera. Chi osasse di arrogarsi una tale autorità e un  tale diritto, sarebbe giustamente reo in faccia alla ragione protestante, di usurpazione e di tirannia; sarebbe anzi il più iniquo degli usurpatori, il più odioso dei tiranni, poiché di tutte le usurpazioni e di tutte le tirannie la più ingiusta e la più oppressiva è quella che si esercita sulle coscienze e che dispone a capriccio della religione. Perciò il protestante è dai suoi stessi principj condotto a rispettare in tutti gli altri non solo il diritto di formarsi ciascuno la propria opinione, ma ancora l’opinione stessa che si è formata. E per quanto questa opinione sia evidentemente sconcia ed assurda, nessuno può farne ragionevolmente un rimprovero, subito che a questi così ne pare; ed ognuno ha egual diritto di ammettere ciò che gli pare e come gli pare. Perciò se un protestante dicesse all’altro: «Voi errate; voi siete eretico ammettendo tal e tal altra opinione, negando per esempio, la divinità di Gesù Cristo, questi potrà benissimo rispondere, come presso Cicerone Cotta rispondeva a Balbo che lo accusava di negare Dio : « Amico mio, ricordatevi che voi, al par di me, avete rigettata ogni specie di autorità, e che avete fissato per principio che ognuno deve appoggiarsi sulla propria ragione. Non abbiate dunque a male ch’io opponga la mia ragione alla vostra, e che usi dello stesso diritto che reclamate per voi stesso, di ritenere per vero ciò che alla mia ragione sembra vero: Tu auctoritate omnes contemnis, ratione pugnas. Patere igitur rationem meam cum tua conferre (De nat. Deor.). Non vi è che il domma o decreto che, supponendo un’autorità legittima che lo pubblica è obbligatorio. In quanto all’opinione privata di uno, esso non ha diritto che all’esame e non si può imporre alla credenza degli altri. Ora dovunque non vi è un’autorità comune, che ha diritto all’udienza comune, e perciò non vi sono dommi comuni, ma private opinioni; ognuno come ha diritto di tenere e di aver perdonata la propria, così ha un dovere di perdonare, di rispettare quella degli altri. – Da ciò si scorge quanto è assurdo ed ingiusto il rimprovero che gli eretici fanno a noi Cattolici di essere intolleranti verso di loro. Ingiusto, perché i Cattolici, generalmente parlando, compiangendo la miseria e la cecità degli eretici e degli infedeli non hanno alcun odio contro le loro persone. E difatti ove i Cattolici, soggetti politicamente ai protestanti o agli scismatici, sono più o meno palesemente tiranneggiati ed oppressi; al contrario gli eretici e gl’infedeli, soggetti politicamente pure ai Cattolici, godono di tutte le libertà che loro assicura la legge politica degli stati, e non soffrono alcuna oppressione. Di più la Chiesa cattolica, lungi dal nutrire odio per le vittime infelici dell’errore, spedisce ogni giorno i più generosi dei suoi figli, perché a costo ancora della propria vita del corpo, assicurino loro la vita dell’anima, portando loro la grazia colla verità. – Aggiungo che il rimprovero d’intolleranza che si fa alla Chiesa Cattolica è assurdo: perché l’errore può e deve essere tollerante per l’errore, ma non può e non deve essere tollerante la verità. Ora la Religione Cattolica è verità, è sola verità. è certa di essere tutta la verità. Come dunque la luce non può accomunarsi colle tenebre, né Gesù Cristo con Belial, non può la Cattolica Religione e non deve affratellarsi coll’errore, né vederne con occhio freddamente tranquillo gli orribili guasti che cagiona fra i popoli, e le tante anime che acceca nel tempo e perde per l’eternità. Se essa imitasse in ciò la condotta dell’eresia e si mostrasse indifferente per le dottrine che le son contrarie, darebbe a credere che errore è essa pure e che non è certa della sua verità. Tutta compassione per gli eretici e per gli infedeli, non può aver che odio e orrore per le dottrine dell’eresia e dell’infedeltà. E come l’odio infinito di Dio verso il peccato è una necessaria conseguenza ed una prova insieme che esso è santità, così quest’odio implacabile, quest’orrore costante della Chiesa Cattolica verso ogni sorta di errore, è una conseguenza necessaria ed insieme uno de’ più splendidi argomenti estrinseci che essa è verità, e che la verità in essa sola si ritrova, mentre è la sola che condanna tutti gli errori. La divisa dunque della Chiesa Cattolica è in queste belle parole di S. Agostino: «Guerra a morte all’errore, e perdono e carità verso gli erranti: Diligite homines, interficite errores. » Cioè a dire che la Chiesa Cattolica è e deve essere teologicamente intollerante verso le false dottrine; ma è tollerantissima verso gl’infelici che ne sono le vittime. Non così però l’eresia. Siccome la diversità delle opinioni religiose nuoce agl’interessi della sua politica; quando ne ha il potere, perseguita ed opprime politicamente gli uomini che le professano. Ma siccome non può decidere con certezza quale sia la vera religione, teologicamente è obbligata a scusarle e tollerarle tutte: cioè a dire che, intollerante per le persone, è, e deve essere tollerantissima per tutti gli errori; e questa tolleranza teologica di tutti gli errori è una legge, dalla quale l’eresia, non può sottrarsi senza smentirsi, senza contraddirsi, senza distruggersi. – Ecco dunque il fondamento, la ragione, la necessità logica della tolleranza reciproca dei protestanti, della quale essi menano sì gran vanto, e di cui invece dovrebbero arrossire e confondersi: giacché essa è la conseguenza e la prova insieme dell’assenza di ogni certezza, di ogni fede, di ogni religione fra loro. Siccome però il principio protestante, Che non bisogna riconoscere altra autorità che la Scrittura interpretata dalla ragione, non ammette restrizione e non può ammetterne alcuna, così non solo questa tolleranza si deve estendere e si estende difatti a tutti gli eretici, ma a quelli ancora fra gli eretici che negano la Trinità, la divinità di Gesù Cristo, l’eternità delle pene; perché essi ancora appoggiano queste negazioni sulla Scrittura, Si deve estendere e si estende difatti a tutti i maomettani, a tutti gl’idolatri fra i quali si è dai protestanti disseminata la Scrittura perché ognuno se la spieghi a suo modo, ed ai quali però non si può fare alcun rimprovero, se non vi trovano nemmeno un solo dei dommi cristiani che l’eretico dice loro di avervi trovati. Si deve estendere e si estende difatti a tutti i deisti, i quali, affermando che la ragione non ha loro dimostrata con bastevole chiarezza l’ispirazione divina delle Scritture si credono in diritto di negarla, e con essa di negare tutto il Cristianesimo. – Si deve estendere infine anche agli atei; giacché anche l’ateo dice di usare della sua ragione per negare Dio, che la sua ragione non comprende. E poiché la ragione, stabilita come unico giudice della Scrittura, diviene, come si è veduto, l’ultimo fondamento della credenza religiosa; sarebbe, dice un autore tristamente celebre non meno pe’ suoi talenti che per la sua caduta. sarebbe assurdo, contraddittorio, empio, l’obbligarlo a credere ciò che ripugna alla sua ragione. L’ateo ha in comune coll’eretico il principio di non riconoscere alcuna autorità, di non ammettere che ciò che sembra ammissibile alla propria ragione, rigettando tutto il rimanente. Or con lo stesso diritto onde il luterano rigetta le buone opere, il zwingliano la presenza reale, il calvinista il purgatorio, il sociniano la Trinità, il deista la rivelazione tutta intera, perché questi misteri sembrano inammissibili alla loro ragione, l’ateo potrà in faccia al protestante negare Dio stesso, affermando che l’esistenza di un Dio, puro spirito, immenso, eterno, immutabile, Creatore del tutto, è il più impenetrabile dei misteri, è il più inammissibile alla sua ragione. Si dirà che esso abusa della sua ragione? Verissimo: ma non è l’eretico che ha diritto di fargli un tal rimprovero. Subito che per esso pure tutto si riduce alla ragione, si deve ammettere come egualmente legittimo ogni parto della ragione. – Non può dunque l’eretico negare all’ateo la tolleranza. Sicché la tolleranza degli eretici non è che la confessione, il riconoscimento di tutti gli errori, fondato sopra la distruzione di tutte le verità. – Una sola eccezione iniqua fanno gli eretici dalla legge della tolleranza che estendono a tutti gli uomini di tutte le sette e di tutte le religioni, e questa eccezione è contro i figli della Chiesa Cattolica. In oriente i greci scismatici, i nestoriani, gli eutichiani tollerano e la perfidia giudaica e il sensualismo maomettano, e la superstizione idolatra. In occidente i luterani, i calvinisti, gli anglicani, tollerano anch’essi il socinianismo che non riconosce la Trinità, il deismo che rigetta ogni rivelazione, e perfino l’ateismo che nega ogni divinità. Chi mai oggi più tra gli eretici alza una voce, muove un dito, per impugnare questi errori che perdono le anime e degradano l’umana società? Solo contro i Cattolici si armano di uno zelo diabolico, invocano una crociata infernale, riuniscono i loro sforzi, il loro odio, il loro furore: e declamano e scrivono ed intrigano. Solo contro i Cattolici l’impostura e la calunnia, l’ingiustizia e l’oppressione, l’anarchia e il dispotismo, tutte le vie insomma sono buone, tutti i mezzi sono legittimi, tutti i delitti sono permessi. Che anzi non arrossiscono di far causa comune coi più dichiarati nemici del Cristianesimo per abbattere e distruggere dappertutto il Cattolicismo. Così questi generosi filantropi, che si perdonano fra loro e perdonano a tutti gli altri settari le opinioni le più empie, le più assurde e più scandalose, non perdonano al Cattolico la sua fede sì costante, sì ragionevole, sì santa e sì pia. Mentre riconoscono in ognuno il diritto funesto di delirare, seguendo le dottrine di qualunque impostore o le stravaganze della propria ragione ispirata dalle passioni: puniscono, come un delitto, il diritto che il Cattolico crede d’avere e d’esercitare, di umiliare, cioè, la propria ragione e di credere al Cristianesimo come lo intende e lo insegna la Chiesa; segno manifesto che la verità nella sola Chiesa Cattolica si trova, e che fuori di essa, sotto forme variate all’infinito, vi è l’errore più o meno esplicito, più o meno esteso, più o meno assurdo: giacché la religione contro la quale si coalizzano in una fratellanza, in un odio comune tutti gli errori, non può essere che verità.

GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (54) LA VERA E LA FALSA FEDE -IX.-