Rapporti con gli acattolici

Essendo oggi i Cattolici romani [quelli “veri”, in comunione con Gregorio XVIII e la gerarchia in esilio] nella nuova situazione, per la quale si trovano ad essere circondati dalla quasi totalità di a-cattolici del “novus ordo” e di settari eretico-scismatici di varie fogge (fraternità non-sacerdotali, istituti e chiesuole varie), è bene istruirsi sul modo di comportarsi con essi [spesso anche amici e familiari] riferendosi a quanto la Santa Madre Chiesa ha sempre disposto per la salute delle anime, affinché conservino la vera fede cattolica e possano così sperare degnamente nella vita eterna che, come è certo, solo si conquista con la fede in Gesù-Cristo e l’appartenenza all’unica Chiesa di Cristo (Extra Ecclesia nulla salus!). Lo scritto riportato è di Eriberto Ione O.F.M. Capp., ed è tratto da: “Compendio di Teologia Morale”, 5° ediz. – Marietti ed., 1961, un testo classico di riferimento accreditato, con “imprimatur” e “nihil obstat”, dalla dottrina sicura ed approvata dalla Chiesa Cattolica!

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I rapporti con gli acattolici.

Il contatto con gli acattolici può avvenire nella vita civile (communicatio civilis) oppure in atti di culto (communicatio in sacris).

La comunicazione civile con persone di altra fede è permessa fino a tanto che non ne derivino pericoli per la fede. – A causa dei pericoli per la fede, può essere proibito di restare in servizio presso persone di fede diversa, o di far parte di determinate società o di frequentare scuole acattoliche (cfr. n. 202). – Sono proibite le dispute o conferenze con acattolici su argomenti religiosi, specialmente se pubbliche, quando si tenessero senza l’autorizzazione della S. Sede o, nei casi urgenti, dell’Ordinario del luogo (can. 1325, § 3), perché nascondono in sé dei pericoli. – E pure vietata la partecipazione a riunioni, congressi, conferenze o società, aventi lo scopo di riunire in una sola alleanza religiosa tutti quelli che si chiamano cristiani; anzi è proibito persino promuovere tali iniziative (S. Uff., 8 luglio 1927, AAS, X I X , 1927, p. 278). – Sono proibite anche le cosiddette conferenze ecumeniche (S. Uff., 5 giugno 1948, AAS, X L , 1948, p. 257); in questa proibizione rientrano tutte le conversazioni e riunioni, sia pubbliche sia private, tanto se svolte con vasta partecipazione quanto se ristrette a pochi individui (S. Uff., 20 die. 1949, AAS, XL IL 1950, p. 142-147). Si presuppone tuttavia che tali adunanze avvengano dietro accordo, allo scopo preciso che la parte cattolica e quella acattolica, equiparate nella posizione dei vari problemi, trattino questioni riguardanti la fede e i costumi, esponendo ciascuna la dottrina del proprio credo come sua concezione personale. — Ai vescovi non di meno si suole concedere per un triennio la facoltà di permettere simili riunioni e conversazioni di indole locale, con le opportune cautele: per es. resta sempre proibita ogni « communicatio in sacris »; tuttavia non è proibito che all’apertura e alla chiusure delle adunanze si reciti in comune il Pater noster o altra preghiera approvata dalla Chiesa cattolica. — Per conferenze, invece, e riunioni interdiocesane. nazionali e internazionali si esige sempre, in ogni singolo caso, il previo consenso della S. Sede. A tali riunioni il vescovo della diocesi curerà di inviare soltanto sacerdoti veramente competenti in materia, i quali siano in grado di esporre e di difendere la dottrina cattolica in forma chiara e convincente. I fedeli non possono prendere parte a queste adunanze e conversazioni, se non avranno prima ottenuto il permesso speciale dall’autorità ecclesiastica, che lo concederà soltanto a coloro che siano bene istruiti nella dottrina cattolica e saldi nella fede. – Nei territori di religione mista viene concessa in genere la facoltà di permettere simili conversazioni fra teologi cattolici e acattolici; competente per tale permesso è il vescovo della diocesi in cui si tengono queste conversazioni, oppure il vescovo delegato, di comune accordo, dagli altri vescovi a dirigerle. – Non sono proibite le dispute casuali, che per es. avvengono durante un viaggio, e neppure sono vietate le conferenze apologetiche, anche con contradditorio, in modo che i partecipanti possano presentare obiezioni e difficoltà. — Tanto meno dall’Istruzione del S. Ufficio del 20 dic. 1949 sono proibite quelle adunanze miste di cattolici e di acattolici, in cui non si trattano affatto argomenti circa la fede e i costumi, ma i loro partecipanti, unendo le forze, si consultano sul modo di difendere i principi di diritto naturale e il patrimonio della fede e della moralità cristiana contro gli attuali nemici di Dio; oppure quando in esse si tratta della ricostruzione di un sano ordinamento sociale e di simili questioni. È evidente che in queste riunioni ai cattolici non è lecito approvare o ammettere teorie che siano in contrasto con la rivelazione divina o con l’insegnamento della Chiesa, benché riguardanti soltanto questioni sociali.

La comunicazione in atti di culto ha luogo quando i cattolici partecipano agli atti di culto degli acattolici o permettono che gli acattolici partecipino agli atti di culto cattolico.

La partecipazione dei cattolici agli atti di culto degli acattolici può essere attiva o passiva.

a) La partecipazione attiva agli atti di culto degli acattolici è assolutamente proibita (can. 1258, § 1).

Se si tratta di partecipazione ad atti di culto che sono eretici in sè, la partecipazione è proibita già dalla legge naturale. Riguardo ad atti di culto che gli eretici hanno comuni con i cattolici, la partecipazione, anche se non ne deriva alcuno scandalo, è proibita almeno dalla legge ecclesiastica. È, quindi, illecito chiedere ad un eretico di amministrare il battesimo, e ad un cattolico fare da padrino al battesimo di eretici (anche per procuratore). Inoltre, è proibito fare da testimonio in uno sposalizio davanti al ministro di religione acattolica; ricevere la Comunione dalle mani di uno scismatico. — In pericolo di morte, però, è lecito farsi amministrare un sacramento da un ministro acattolico, se non vi sia nessun cattolico che possa somministrarlo, e non ne derivi scandalo o pericolo di perversione. Similmente, è permesso, ottenutane la dispensa, farsi amministrare il sacramento del matrimonio da parte acattolica in un matrimonio misto e di amministrarglielo; non è mai lecito, però, che si faccia davanti al ministro del culto acattolico. – È pure proibito cantare insieme nelle funzioni religiose degli acattolici, suonarvi l’organo o altri strumenti.

— Invece, non è proibito recitare privatamente con eretici preghiere scevre d’errori o di cantare canzoncine buone, se non si ha da temere che ne derivi scandalo.

Chi, contro le disposizioni del can. 1258, partecipa agli atti di culto degli eretici, è sospetto di eresia (can. 2316).

b) La partecipazione passiva ad atti di culto degli acattolici è permessa, quando la consigliano gravi ragioni d’ufficio o di cortesia e ne è escluso il pericolo di perversione o di scandalo (can. 1258, § 2). – Nella nozione di assistenza passiva s’include il non pregare e il non cantare insieme, ecc. – Con tali restrizioni, quindi, è lecito assistere al battesimo amministrato da un eretico, o a un matrimonio contratto davanti a ministro acattolico, o a un funerale. Si può anche lecitamente visitare un tempio acattolico. Se, in una regione, esiste da lungo tempo l’eresia, può anche essere talvolta permesso assistere alle funzioni religiose per pura curiosità. —

Similmente, può un domestico o una domestica, dietro richiesta, accompagnare i padroni alle funzioni religiose acattoliche. Quando i soldati o i prigionieri vengono comandati di andare alle funzioni religiose acattoliche, possono ubbidire, se il comando non fu dato in odio della fede, ma solo per ragione di disciplina. — Ascoltare prediche acattoliche può essere spesso proibito a motivo dello scandalo che ne deriva o del pericolo per la fede. Tale pericolo si verifica pure ascoltando le prediche solo per radio, specialmente se ciò accade spesso.

2 ° La partecipazione degli acattolici ad atti di culto cattolico può essere parimenti attiva e passiva.

a) La partecipazione attiva degli acattolici a funzioni religiose cattoliche è proibita, in quanto può indurre qualcuno nella persuasione che la fede cattolica non sia essenzialmente diversa da quelle acattoliche e in quanto promuove l’indifferentismo. È proibito che gli eretici facciano da padrini nel battesimo di un cattolico; e in quanto appartengono a una setta, non possono neppur validamente fare da padrini (can. 765). Per un grave motivo, però, possono fare da testimoni nel matrimonio, purché non ne risulti scandalo alcuno.

— Circa l’amministrazione dei sacramenti in pericolo di morte a coloro che sono in buona fede, cfr. n. 566 e 637. [Confessione ed estrema unzione –ndr.-]

— Non è neppure lecito amministrare loro pubblicamente i Sacramentali. Perciò, è vietato dare loro le candele benedette il giorno della Purificazione, le Sacre Ceneri il giorno delle Ceneri, le Palme benedette la Domenica delle Palme. Mentre non è vietato dare loro privatamente dell’acqua santa o una medaglia benedetta, ecc., oppure dare loro delle benedizioni per impetrare ad essi la luce della fede e contemporaneamente la salute del corpo (can. 1149). (Cfr. n. 791).

— È pure proibito far loro portare i lumi durante le funzioni liturgiche, recitare alternativamente con essi l’Ufficio divino corale, farli partecipare ai canti liturgici. Per circostanze eccezionali, è stato permesso dal S. Ufficio che fanciulle scismatiche cantassero con quelle cattoliche durante le funzioni liturgiche. — Se non si può avere alcun organista cattolico, si può temporaneamente valersi di uno acattolico, quando non ne risulti scandalo. — Il sacerdote cattolico non può accompagnare alla sepoltura ufficialmente la salma di un eretico. Per gravi ragioni, e presupposto che non ne derivi scandalo alcuno, potrebbe come persona privata seguire il feretro e recitare alcune preghiere sulla tomba.

  1. b) Passivamente si possono far partecipare gli acattolici alle funzioni sacre. È lecito anche invitarli alle nostre prediche.

Nota.

.1° Circa la prossima o remota cooperazione ad atti di culto, cfr. n. 150.

.2° L’accettazione di un acattolico nella Chiesa cattolica si compie ottimamente nella seguente forma: a) Istruire profondamente nella fede cattolica; – b) Investigare sulla validità del precedente battesimo acattolico; cfr. n. 475. – c) Riferire il caso all’Ordinario: cfr. form, n. 810. In tale relazione si chiede, a nome del convertito, che sia accettato nella Chiesa. Quando un adulto debba essere battezzato sotto condizione, di solito si chiede contemporaneamente la facoltà di poter amministrare il battesimo senza le cerimonie solenni, se non si abbia tale facoltà per diritto consuetudinario o per disposizioni generali del vescovo. Nel caso di persone che abbiano compiuto i sette anni, per sé si debbono usare le cerimonie del battesimo degli adulti; cfr. n. 488.

d) L’atto dell’accettazione: questo varia secondo che il convertito debba essere battezzato in modo assoluto o sotto condizione o non lo debba affatto. – Nella maggioranza dei casi, spetterà al vescovo giudicare se e come debba essere amministrato il battesimo; solo quando non esiste assolutamente alcun dubbio in merito, il sacerdote stesso può decidere. Quando le ricerche siano impossibili, si può conferire il battesimo sotto condizione. – α) Se il battesimo si amministra in forma assoluta, non si richiede nient’altro che il battesimo. – Quindi non si richiede l’abiura e neppure l’assoluzione dalle censure e dai peccati. Il sacerdote stia comunque attento che il battezzando abbia il dolore dei peccati personali.

β) Se il battesimo viene amministrato sotto condizione, dopo le preghiere indicate nel rituale diocesano, si emette innanzi tutto la professione di fede, segue il battesimo sotto condizione, indi la confessione e l’assoluzione condizionata. – Il formulario per la professione di fede viene dato ordinariamente dalla Curia o si trova nel Rituale diocesano. Per ciò che riguarda la emissione della professione di fede, si stende un protocollo che viene sottoscritto dal convertito, da due testimoni e dal sacerdote delegato (cfr. formulario n. 817). Alcune Curie diocesane ordinano anche l’assoluzione condizionata dall’eresia. — L’accusa dei peccati può anche precedere il battesimo condizionato, affinché il convertito venga meglio disposto al pentimento; ma l’assoluzione condizionata dei peccati deve seguire il battesimo. Poiché, però, un convertito sovente non si confessa dal sacerdote che lo battezza, quest’ordine di cose sarà spesso impossibile.

β) Se non è necessario il battesimo, dopo la professione di fede segue prima in foro esterno l’assoluzione dalla scomunica incorsa, poi la confessione sacramentale.

L’assoluzione dalla scomunica per causa dell’eresia data in foro esterno, vale anche per il foro interno (can. 2251). – Se il formulario non è contenuto nel Rituale diocesano, di solito viene trasmesso dalla Curia vescovile. — Per la validità del resto non è prescritta formula alcuna determinata. Chi non ha compiuto il 14° anno d’età, non è incorso nella censura, e perciò non ha bisogno di esserne assolto.

e) Dopo l’accettazione, un adulto ha da assistere subito alla Messa e in essa comunicarsi, eccetto che vi si oppongano gravi e urgenti motivi (can. 735, § 2 ) . L’espressione « subito » può essere presa moralmente. Un motivo ragionevole basta, affinché la cosa non debba avvenire immediatamente. — Poi, a tempo stabilito, segue la cresima. In caso di matrimoni divenuti per tal modo interamente cattolici, si potrebbe anche riprendere la benedizione nuziale e la « Missa pro sponsis ».

— In pericolo di morte, quando la cosa urge, basta registrare su protocollo, possibilmente dinanzi a due testimoni, la petizione di ammissione nella Chiesa; a ciò segue la professione di fede, la quale si può ottenere facendo opportune domande. — Ogni sacerdote ha la facoltà di assolvere in pericolo di morte da ogni censura e peccato (cfr. n. 433, 587). Per evitare difficoltà, in caso di sepoltura, si comunica la conversione al ministro acattolico (cosa che più opportunamente faranno i parenti). In fine si manda alla Curia vescovile una accurata relazione di tutto.

 

La CHIESA CATTOLICA condanna e vieta espressamente la CREMAZIONE .

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L’obbrobrio della cremazione viene oggi fatto passare come pratica approvata dalla Chiesa Cattolica. Innanzitutto, ciò che viene sbandierato dai media di regime massonico, non è di fede cattolica, ma di fede marrano-modernista appannaggio della falsa chiesa conciliare, o meglio del tempio masso-liberista, sinagoga di satana. Ma poiché molti non sanno, non capiscono, o non voglio capire, ci intratteniamo con questo scritto, sull’ennesimo abominio modernista anticattolico, quindi ulteriore via per finire dritti nel fuoco eterno preparato per gli angeli ribelli e per coloro che lottano contro Cristo e la sua Chiesa [anche se inconsapevolmente … colpevolemente però!]. Per chiarire le idee a tanti inebetiti allocchi colpevolmente ignoranti, ricorriamo, come al solito, alla Enciclopedia Cattolica, l’ultima opera cattolica edita in Vaticano nel 1950 [oggi uno dei centri “direzionali” della Massoneria mondiale], coll. 838-841 del vol. IV, voce: CREMAZIONE., redatta addirittura da mons. Pietro Palazzini, quando ancora era nella Chiesa Cattolica, prima di essere nominato  non-Cardinale della falsa chiesa del novus ordo, dall’anti-Papa Montini [i cui atti sono quindi tutti invalidi, comprese le nomine cardinalizie].

CREMAZIONE

[Enciclop. Cattolica, C. d. V. 1950]

La voce crem. (dal lat. Crematici = abbruciamento) è stata riservata dall’uso all’atto dell’abbruciamento del cadavere umano. Il quale atto, com’è praticato oggi nei nostri paesi, è una combustione del cadavere pronta, completa e secondo la tecnica scientifica, mentre presso i popoli meno civili è un incinerimento più o meno completo con speciale cerimoniale religioso, com’era presso gli antichi. Secondo una simbologia, piuttosto convenzionale, l’incinerimento sembra voler significare che i corpi sono per sempre risoluti e dispersi, mentre il rito contrario dell’inumazione accompagna l’idea della morte equiparata a sonno, ed esprime con più aderenza la fede cristiana nella finale risurrezione. Ciò come espressione simbolica, non come realtà. In via assoluta infatti la crem. non è contraria a nessuna verità naturale o rivelata; molto meno è tale da costituire un ostacolo all’onnipotenza di Dio per la resurrezione dei corpi. E neppure può dirsi che leda in qualche modo i diritti della persona umana. Il cadavere non è più persona e quindi non è più per sé ed in sé essenzialmente inviolabile. Di fatto però la crem. è ripugnante alla disciplina della Chiesa fin dai suoi primi inizi, contraria agli squisiti sensi di pietà cristiana verso i defunti; mentre il rito contrario, l’inumazione, per unanime, ininterrotto, tradizionale insegnamento, è assurto ad una aderente significazione dell’immortalità dell’anima, della fede nella risurrezione della carne; ad un richiamo palese di avvenimenti ed insegnamenti biblici, già operanti nella tradizione giudaica, come dell’idea del corposeme ( Cor. XV, 36-44), della terra madre (Ger. III, 19; Iob. I, 2 1 ; Eccli. XL, 1), della morte-riposo e sonno (Dan. XII, 2 ; Io. XI, 11-39). Un pagano del II sec. diceva dei cristiani « execrantur rogos, et damnant ignium sepulturas » (Minucio Felice, Octavius, cap. 11: PL 3, 267). E ne faceva noto anche il motivo: la fede nella risurrezione della carne. Non si tratta dunque di una semplice consuetudine, contraria ai roghi, ma di una esecrazione, di una condanna fatta per principio religioso e così aperta da essere nota anche ai pagani. I quali, appunto per fare insulto alle convinzioni cristiane, non raramente si accanivano contro le martoriate spoglie dei martiri, incinerendole (Eusebio, Hist. eccl., V, capp. 1 e 2, PG 20, 433). – I cristiani si ritenevano gravemente ingiuriati per lo scempio fatto ai cadaveri dei loro fratelli e gli apologisti protestavano, pur facendo capire di non aver nulla a temere per la resurrezione. – Sono state tuttavia rinvenute in cimiteri cristiani urne cinerarie c resti combusti; ma il luogo di invenzione, spesso sotto cimiteri pagani, e le iscrizioni, nessuna delle quali finora è stata riscontrata cristiana, ci autorizzino senz’altro a ritenere che le dette urne cinerarie provengano per frane dai soprastanti monumenti funerari pagani (cf. O. Marucchi, Manuale di archeologia cristiana, Roma 1933. P- 201). – Materialismo, superstizione, incongruenze ridicole, tutto concorreva ad alienare l’animo dei cristiani dalla crem., oltre gli inutili maltrattamenti, a cui era sottoposto il cadavere. La consuetudine cristiana dell’inumazione, già in uso tra gli Ebrei, prende piede anche nel mondo pagano contro la pratica del rogo, proporzionalmente al diffondersi della fede cristiana e si estende ad ogni qualità di persone, anche le più alte, che avessero abbracciato il cristianesimo. I convertiti al cristianesimo, anche se di nobile casato, al fasto del rogo preferivano i loculi cimiteriali cristiani, mentre la liturgia della Chiesa si orientava tutta al rito dell’inumazione, riecheggiando gli alti significati che la tradizione ha dato alla deposizione del cadavere sotterra. – Con la vittoria della Chiesa tra la fine del IV e l’inizio del V sec, cessa la crem. nell’Impero romano. – La stessa rarità o quasi assenza della documentazione canonica in materia, è indice della assenza di abusi. Le testimonianze indirette dei concili, che legiferano in materia funeraria ci documentano la consuetudine universale di inumare i cadaveri (C. 28, C. XIII , q. 2 ). – Anche fuori dell’Impero romano i roghi sono scomparsi generalmente in ogni paese, ove è penetrato il cristianesimo. – I Sassoni renitenti ad abbandonare la crem., ne sono pressati da un capitolare di Carlo Magno del 789 (ed. Boretius, I , 69). Prima di loro avevano abbandonato la crem. i Turingi e dopo gli Scandinavi, i Norvegesi, gli Svedesi, i Danesi (1205) ed i Prussiani (1245). – Dopo il mille una strana usanza funebre si era andata diffondendo in Europa, che in qualche maniera aveva punti di contatto con la crem. Si scarnificavano artificialmente i cadaveri, previa cottura, perché più facilmente le ossa ripulite potessero essere trasferite da un luogo ad altro. Simile trattamento fu applicato al figlio dell’imperatore Conrado, all’arcivescovo di Colonia, Rainaldo (1162), a Federico I , il Barbarossa (1167) e ad alcuni suoi dignitari, a S. Luigi IX di Francia (1270) a Teobaldo, re di Navarra, Isabella d’Aragona, Filippo IV di Francia, e ad altri (Aimoino, De gestis Francorum, V, Parigi 1514, cap. 55). Una decretale di Bonifacio VIII (1299) colpisce di scomunica « latae sententiae », riservata alla S. Sede, i.mandanti e gli esecutori di tale operazione; privando insieme il corpo, così trattato, di sepoltura ecclesiastica (c. 1, De sepulturis, III, 6, in « Extravag. Comm.). La decretale nel suo testo e contesto è anche una condanna implicita della crem. – La condanna ottenne i l suo effetto, perché per secoli non si hanno più tracce di nuovi abusi. Sarà l’atteggiamento decisamente anticristiano dei cremazionisti odierni e dei loro sodalizi pro-crem. che susciterà per un fatto, in sé non strettamente legato con la dottrina, l’avversione dei credenti e le esplicite condanne della Chiesa. – Le origini del moderno movimento per la crem. si vogliono ricollegare con la Rivoluzione del sec. XVIII. Vi fu infatti un progetto di legge al Consiglio dei Cinquecento (11 nov. 1797), per ottenere che fosse resa facoltativa la crem., ma la cosa fu respinta. I tentativi saranno però ripresi più tardi nei vari Stati europei e con un certo successo. La massoneria ha molte responsabilità al riguardo. Pur non potendosi, per insufficenza di prove, imputarle la genesi di tale movimento, è certo che lo ha favorito in tutti i modi per spirito soprattutto anticlericale, curando di dargli quel carattere di indipendenza e di spirito di libertà di pensiero, di svincolamento da tradizioni religiose che è stata la causa principale delle condanne della Chiesa. Il vero lancio dell’idea cremazionista si ebbe in Italia nel 1857 ad opera di Ferdinando Coletti, un medico che fu seguito da vari colleghi; e nel 1867 formava oggetto di una proposta parlamentare non ammessa però alla lettura, ad iniziativa dell’on. Salvatore Morella celebre divorzista. Ma le proposte ripetute ebbero successo col decreto del 1874, il cui art. 67 permette la crem. come cosa, tuttavia eccezionale: da cosa eccezionale, grazie alla propaganda ed alle pressioni di una trentina di società cremazioniste, sorte nel frattempo, passava ad essere facoltativa con decreto del 1892. – Dopo il suo quarto d’ora di fortuna nel secolo scorso la c. è oggi in regresso in Italia. [Oggi le logge massoniche del Vaticano post-conciliare, in combutta con le logge a prevalenza giudaica, l’hanno riportata in auge – ndr. -]. Negli altri paesi gli inizi della campagna cremazionista si ebbero pure nel secolo scorso, e quasi dappertutto risulta il carattere storicamente antireligioso della crem. La crem. trovò traccia anche nelle altre legislazioni: fu ammessa in Francia (1887), in Belgio (1932), nella Spagna rossa (1932), nel Portogallo (1910), i n Danimarca (1892), in Cecoslovacchia (1919), in Inghilterra (1904), Finlandia (1926), Austria (1922), in molti degli Stati dell’America del nord, nell’Argentina (1886) ecc. All’avanguardia della prassi cremazionista sta forse la Svezia seguita dalla Norvegia, Svizzera (dove la legge in proposito è cantonale) e Germania. La Chiesa protestante si è mostrata in proposito molto conciliante, avversa invece la chiesa ortodossa e più di tutte la Chiesa cattolica. Ma non già per partito preso. -Difatti proprio in questo secolo la Chiesa dava prova di tolleranza in materia con i neofiti dell’India, permettendo ai suoi ministri di rimanere passivi, pur senza approvare, di fronte a casi di crem. di cadaveri di cristiani, promossa da parenti pagani per ragioni di prestigio di casta. E ciò per non porre ostacoli alla loro conversione (Collectanea S. Congr. de Propaganda Fide, n. 1626-27 sett. 1884). Intransigente invece si mostrò per opposte ragioni di fronte ai cremazionisti dei paesi cattolici nei quali era evidente il proposito di scristianizzare. Nel I° documento che è della S. Congregazione del S. Uffizio in data 19 maggio 1886 la Chiesa condanna la crem. come un detestabile abuso, proibisce di destinare per testamento o convenzione con le società di crem., o comunque, il proprio cadavere alla crem. o di far cremare quello degli altri; proibisce di appartenere a società cremazioniste, che, se affiliate alla massoneria, soggiacciono alle pene ecclesiastiche comminate contro quest’ultima (Acta Sanctae Sedis 19 [1886], p. 46). Il 15 dic. dello stesso anno usciva un altro decreto della medesima Congregazione, che interdiceva ai sacerdoti l’accesso al forno crematorio per compiervi i riti sacri, pur permettendoli, nella, casa del defunto o in Chiesa, qualora la c. avesse luogo per volontà dei superstiti. Che, se la c. avviene per destinazione del defunto, mantenuta fino alla morte, egli è privato della sepoltura ecclesiastica.Sorgevano in seguito a questi decreti molte questioni morali relative ai Sacramenti, ai suffragi ed alla cooperazione; questioni che venivano affrontate nel decreto del S. Uffizio del 27 luglio 1892. Con questo si interdiceva di amministrare i Sacramenti ai fedeli che senza essere massoni, avevano optato per la crem. e non volevano ritrattarla anche in seguito ad ammonizione; e si proibiva di applicare per loro pubblicamente la Messa in caso di decesso; si dichiarava illecita, pena l’interdizione dei Sacramenti, la cooperazione alla crem., fatta con l’animo da trasgredire il precetto ecclesiastico, pur tollerandosi la cooperazione materiale, qualora venisse tolto dalle cerimonie per la c. qualsiasi segno di aderenza alla setta massonica o di ostilità alla Chiesa (Collectanea S. Congr. De Propaganda Fide, n. 1808).Coerente a questi principi sulla cooperazione è l’istruzione del S. Uffizio del 3 ag. 1897, con cui rispondendosi alla superiora delle suore « a Matre Dolorosa », si tollerava, se eseguito dietro ordine espresso del medico, l’incenerimento di membra amputate, pur raccomandandosi, se possibile, la sepoltura in luogo benedetto (Acta Sanctae Sedis, 30 [1897] p. 630). Il codice di diritto canonico ritiene i principi e le istruzioni dei predetti decreti, ed alla loro luce vanno interpretati i canoni relativi. Il can. 1203 § 1 prescrive il seppellimento dei cadaveri, riprova la crem. e dichiara irrita la volontà del defunto, che avesse lasciato mandato in qualsiasi maniera per la crem. del suo cadavere, interdicendo la cooperazione alla crem. stessa a norma del decreto del 1892. È questa irritazione della volontà del defunto l’unico elemento nuovo della legislazione canonica. – La pena per chi, in qualunque modo, abbia dato disposizione che venga cremato il proprio cadavere, e non l’abbia ritrattata, è a norma del can. 2291 n. 5 e 1240 § 1 e 5, la privazione della sepoltura ecclesiastica, e quindi, a norma del can. 1204, dell’accompagnamento alla Chiesa, delle esequie e della deposizione in luogo sacro.- Conseguentemente il defunto sarà privato di qualunque messa esequiale, anche anniversaria (can. 1241). – La privazione della sepoltura ecclesiastica rimane in vigore come pena, anche se la crem. di fatto non sia eseguita, qualora risulti che il defunto abbia perseverato fino alla morte nel suo proposito di crem. Qualora sia dubbia questa volontà la sepoltura ecclesiastica non viene interdetta. Cosi non viene proibita, se la crem. è eseguita contro la ritrattazione dell’autore o senz’altro contro qualsiasi precedente volontà del defunto; ma occorre allora prevenire lo scandalo, il che potrà ottenersi anche rendendo pubblica la vera volontà del defunto, e occorre ancora seppellire le ceneri, a modo di inumazione di cadavere. L’accompagnamento di un cadavere al forno crematorio può riguardarsi non come un atto di religione, ma come un dovere di civili onoranze e sotto questo aspetto, anche se ci fosse il ministro acattolico, a norma del can. 1258 § 2 sarà lecito. Se negata la sepoltura ecclesiastica, si è chiamato un ministro acattolico, chi lo ha fatto è sospetto di eresia e non può essere ammesso ai Sacramenti, se non dopo aver riparato lo scandalo (risposta del S. Uffizio al vescovo di Linz, 25 febbr. 1926; AAS, 18 [1926], p. 282). – Le società di crem. sono certamente proibite, ma non sub censura a meno che non siano affiliazioni della massoneria. Anche gli acattolici, a norma del c. 12, sono tenuti ad osservare le leggi della Chiesa sulla crem. – Nel giugno del 1926 un’istruzione del S. Uffizio gettava l’allarme su una ripresa della crem., richiamando quasi letteralmente i decreti del 1886 e ribadendo ancora una volta la dottrina della Chiesa. È opportuno però rilevare, a scanso di equivoci, che nel campo puramente disciplinare e rituale: se le circostanze lo richiedessero, la Chiesa potrebbe, senza contraddirsi, cambiare disposizioni. E anche oggi non trova nulla a ridire, qualora la crem. sia richiesta in circostanze straordinarie, come guerra, epidemie ecc. per una certa e grave ragione di bene pubblico, come non trovò nulla a ridire in passato contro la pena di morte, applicata per crem. – Oltre i motivi religiosi, contro la crem., sta un grave argomento di indole sociale, tratto dalla medicina legale, che ha tra i suoi oggetti di studio, il cadavere umano, anche per qualche tempo dopo il suo seppellimento, in seguito ad una morte, che possa apparire violenta o delittuosa. Ora la crem. distrugge con il cadavere una delle eventuali prove del delitto; è dunque anche socialmente pericolosa per una maggiore sicurezza data al delitto.

BIBL.: B. Biondelli, La c. dei cadaveri umani esaminata nella sua ragione morale, religiosa e politica, Milano 1874; J . Matteucci, La crem. dei cadaveri, combattuta nei suoi rapporti storici, chimici, e religiosi, Bologna 1875; A. Guidini, La crem. dei cadaveri nei rapporti igienici e morali, Milano 1875; A. Cadet, Hygiène, inumation, crémation ou incénération des corps, Parigi 1878; A. Rota, È ammissibile la crem. dei cadaveri? Scritti contro la crem., Venezia 1882; A. Chollet, La crémation, in Revue des sciences ecclésiastiques, 54 (1886), pp. 981 sgg. ; A. Besi, Inumazione e c. dei cadaveri, Padova 1886; E. Valton, s. v., in DThC, III, coll. 2310-23; J . Besson, Incinération, in DAFC, II, coll. 628-44; H. Leclercq, Incinération, in DACL, VII, coll. 502-508; E. P. Regatillo, Crematio cadaverum, in Sal Terrae, 17 (1928), pp. 706-13; C. S . , De crematione corporis humani, in Periodica de re mor. can. lit., 18 (1929), pp. 62-82; E. Voosen, De inhumatione, in Collationes Namurcenses, 26 (1932), pp. 349-62; V. Dalpiaz, De cadaverum crematione, in Apollinaris, 17 (1934), pp. 246-54; F. Abba, La crem, Torino 1936; N . lung, Crémation, in DDC, IV coli. 757-62; E. Righi-Lambertini, De vetita cadaverum crematione…, Venegono inf. 1948. –

Pietro Palazzini

MEDICINA . – A favore della crem. sono portati, dai fautori, argomenti d’indole storica, tecnica, igienica, sociale, politica e religiosa. In particolare: 1) L’aggravarsi del problema della sistemazione dei cadaveri nelle sempre più vaste necropoli annesse alle città, crescenti per il fenomeno dell’urbanesimo: così, p. es., mentre nel 1870 il cimitero del Verano a Roma occupava un superfice di 15 ettari, attualmente le aree cimiteriali complessive della città (Verano, Flaminio) e del suburbio coprono ca. 100 ettari. 2) La difficoltà pratica di sistemare il camposanto in condizioni di ubicazione e orientazione tali da riuscire veramente non dannoso alla falda idrica sotterranea per le infiltrazioni nel sottosuolo o in rapporto alla direzione delle correnti atmosferiche dominanti, destinate a convogliare in direzione opposta all’abitato le esalazioni miasmatiche. Quantunque i competenti abbiano chiaramente dimostrato che un cimitero impiantato con tutte le regole dell’igiene non porta alcun danno al vicino abitato, bisogna riconoscere che praticamente non è facile risolvere il problema in maniera soddisfacente e son ben pochi i cimiteri non criticabili dal punto di vista igienico. Però, sia le ragioni addotte dal punto di vista dell’ingombro spaziale sia quelle d’indole igienica, se possono apparire a prima vista di notevole importanza, praticamente si rivelano non preoccupanti. Gli stessi cimiteri hanno una loro vita relativamente breve; pochi anni, al massimo una diecina, compiono nei morti quell’incenerimento che la fiamma produrrebbe in pochi istanti; la vita prepotentemente avanza e mentre la storia mostra che molte città sorsero e molti nuovi fertili campi furono conquistati dall’aratro, dove già i nostri avi trovarono pietosa sepoltura, non ha mai parlato di necropoli che soffocarono o inghiottirono città di viventi. Dal punto di vista igienico è dimostrato l’ottimo potere filtrante esercitato dalla terra sui germi patogeni più pericolosi (vaiolo, colera, tifo, ecc.); è dato d’osservazione che, ogni qualvolta scoppia un’epidemia, le fonti del contagio e della diffusione partono dai vivi e non dai morti; che non si assiste mai a risvegli di vecchie epidemie quando, nel periodo di sviluppo urbanistico del sec. XIX, i vecchi cimiteri furono travolti dal sorgere e dal dilatarsi dei nuovi abitati.

BIBL.: Documentation catholique, 23 (1930, 1), coli. 1363-1406; L . Maccone, Storia documentata della c. presso i popoli antichi e moderni, con speciale riferimento all’igiene, Bergamo 1931; E. Righi-Lambertini, Crem. o inumazione?, in La scuola cattolica, 1946, II , p. 132 sgg.; n i , p. 205 sgg.; 1947, 1, p. 28 sgg. Giuseppe de Ninno.

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Da questo scritto dell’Enciclopedia Cattolica si evince chiaramente che la cremazione è una pratica considerata abominio dalla Chiesa Cattolica, e pertanto proibita, tranne in caso di pubbliche calamità, con pene canoniche come si legge appunto nel Codice Canonico. Giova qui ricordare ai soliti “finti tonti”, gli ignobili e sacrileghi novatori del “conciliabolo roncallo-montiniano”, che il Codex Juris Canon. Pio-Benedettino del 1917 è parte integrante del Magistero della Chiesa Cattolica, quindi irreformabile ed eterno, essendo parte della Lettera Enciclica di S.S. Benedetto XV PROVIDENTISSIMA MATER – Pentecoste del 1917- [BOLLA che promulga il codex juris canonicus “… cui intendiamo attribuire validità perpetua, « promulghiamo il presente Codice, così come è stato redatto, e decretiamo e comandiamo che esso abbia d’ora in poi forza di legge per tutta la Chiesa », e lo affidiamo alla vostra salvaguardia e vigilanza.]. Codici successivi, promulgati da invalide pseudo-autorità [come gli apostati marrani antipapi del Novus Ordo], sono assolutamente invalidi, sacrileghi e blasfemi, parto distocico di lucifero. Pensare quindi semplicemente di essere cremato, costituisce peccato mortale degno del fuoco eterno; la cremazione impedisce addirittura la sepoltura ecclesiastica o in edifici sacri, indice quindi di estromissione dalla Chiesa cattolica, e pertanto sigillo sicuro di dannazione eterna. E chi afferma il contrario, anche se carnevalescamente addobbato con talare di colore porpora, rossa, nera o addirittura bianca, è un eretico, come tale estromesso dalla comunione della Chiesa Cattolica, quindi candidato certo all’eterna cremazione!

 

Scomunica e censura: nota da meditare attentamente!

Scomunica [da: Enciclopedia cattolica]

Il CIC definisce la scomunica (sc.) [2257, par.1]: “la censura che esclude il punito dalla comunione dei fedeli e che produce gli effetti elencati nei canoni seguenti” (cann. 2258 – 67). Ma la separazione dello scomunicato dalla comunione dei fedeli è più un ricordo del passato che una realtà effettiva: il vescovo scomunicato, ad es., continua ad essere il capo della propria diocesi con tutti i diritti inerenti.

Scomunica: Effetti. – Neppure è esatto che la scomunica produce effetti inseparabili e che essi vengono elencati nei cann. 2258-67. Gli effetti della scomunica sono molteplici e vengono sanciti in numerosi canoni, che non fanno parte del diritto penale. Essi poi sono più o meno gravi, secondo che la scomunica sia semplicemente incorsa, divenga notoria, sia inflitta o dichiarata con sentenza o decreto penale; gravissimi se lo scomunicato viene dichiarato « vitando ». A qualsiasi scomunicato è vietato di: a) ricevere i Sacramenti; b) fare e amministrare i Sacramenti e i sacramentali; c) assistere agli Uffici divini; d) porre gli atti legittimi ecclesiastici, di cui al can. 2256, n. 2°; e) esercitare le funzioni inerenti ad un ufficio o incarico ecclesiastico;) usufruire di un privilegio ecclesiastico; g) eleggere, presentare, nominare; h) conseguire dignità, uffici, benefici, pensioni ed incarichi nella Chiesa;

1) porre atti di giurisdizione ecclesiastica. Egli non partecipa delle indulgenze, suffragi e preghiere pubbliche della Chiesa. Se viola la censura, ponendo un atto di ordine, riservato ai chierici in sacris, diviene irregolare (can. 985, n. 70 ) . Se poi persiste per un anno intero nella contumacia, è sospetto di eresia (can. 2340 §1), a tutti gli effetti di legge. Se il fedele è notoriamente incorso nella s. non può lecitamente fungere da padrino nel Battesimo (can. 766, n. 20) e nella Cresima (can. 796, n. 30 combinato col can. 766, n. 2°); inoltre non può essere scusato dall’osservanza della censura per evitare l’infamia (can. 2232 §1, ultimo comma ) , né assolto dal semplice confessore, nei casi urgenti, dalla censura, se riservata, a norma del can. 2254 §1, primo comma; infine gli deve essere impedita l’assistenza attiva agli Uffici divini (can. 2259 § 2, ultimo comma) . Se poi è stato scomunicato o dichiarato tale con sentenza o precetto penale non può lecitamente ricevere neppure i sacramentali (can. 2260 §1, secondo comma); validamente fungere da padrino nel Battesimo o nella Cresima, essere nominato arbitro ( can. 1931, primo comma) , esercitare il diritto di elettorato attivo, presentazione o designazione, porre atti di giurisdizione (can. 2264, secondo comma), ottenere una grazia pontificia, se nel rescritto non viene fatta menzione della s.: perde la capacità di conseguire dignità, uffici, benefici ed incarichi nelle Chiese, di ottenere pensioni ecclesiastiche (can. 2265 § 1, 2° combinato col § 2 ), e di acquistare il diritto di patronato (can. 1453 § 1, ultimo comma ). Inoltre egli rimane privato dei frutti della dignità, uffici, benefici, pensioni ed incarichi, se ne abbia precedentemente conseguito qualcuno (can. 2266). Personalmente può stare in giudizio solo per impugnare la giustizia o la legittimità della s. inflittagli; per mezzo di un procuratore per scongiurare un pericolo che sovrasti al bene della sua anima; nel resto è privo della capacità processuale (can. 1654,§ 1) . Se muore, senza aver dato segni di penitenza, gli deve essere negata la sepoltura ecclesiastica (can. 1240 § 1, 2°) con tutte le conseguenze di legge (can. 1241). E se, nonostante tale divieto, egli viene seppellito nel luogo sacro, questo rimane profanato (can. 1172 §1, 4° e 1207). Allo scomunicato « vitando » infine, cioè a colui che sia stato dichiarato tale in una sentenza o decreto di condanna, pronunciati dalla S. Sede e pubblicati nelle forme stabilite dalla legge, e al reo di ingiuria reale sulla persona del Sommo Pontefice (can. 2258 § 2), deve essere impedito di assistere alla sacre funzioni, e se riesce impossibile allontanarlo, queste ordinariamente non possono aver luogo o essere continuate (can. 2259, § 2, I comma). – Egli rimane privato non solo dei frutti, ma delle stesse dignità, benefici, uffici o incarichi ecclesiastici (can. 2266, ultimo comma) . È permesso aver relazioni con lui nelle cose di ordine temporale solo ai genitori, al coniuge, ai figli, ai dipendenti e a coloro che abbiano un giusto motivo di farlo (can. 2267). Gravi pene sono comminate ai suoi correi, complici, e ai chierici, che lo ammettono alle sacre funzioni (can. 2338 § 2) .

2 . Comparazioni con le altre censure. — È facile cogliere le profonde differenze tra la scomunica e le altre censure: l’interdetto e la sospensione. La prima esclude il punito dalla comunione dei fedeli, sia pure nei limiti indicati di sopra; il secondo invece vieta soltanto alcuni atti della comunione, i quali sono diversi a seconda della specie dell’interdetto; la sospensione poi, i cui effetti sono separabili e quasi sempre separati, proibisce soltanto l’esercizio della potestà ecclesiastica, inerente all’ufficio o beneficio. Inoltre la s. è sempre censura, mentre l’interdetto e la sospensione possono essere anche pena vendicativa (v .). Infine la s. può colpire soltanto le persone fisiche, pertanto se viene inflitta ad un corpo morale soltanto i singoli colpevoli sono tenuti a sottostare ad essa. Invece la sospensione può colpire sia una persona fisica che morale collegiale e l’interdetto anche un luogo (can. 2255 § p. 2) .

  1. Riserva e assoluzione della scomunicaNel CIC sono comminate 37 scomuniche, di esse sono riservate alla S. Sede 4 “specialissimo modo”, 11 “speciali modo”, 11 simpliciter, all’Ordinario 6 e 5 non sono riservate. – Le prime colpiscono i seguenti gravissimi delitti: 1) profanazione delle Sacre Specie (can. 2320); 2) ingiuria reale sulla persona del Sommo Pontefice (can. 2343 § 1°); 3) assoluzione del complice nel peccato d’impudicizia semplice o qualificata (can. 2367); 4) violazione diretta del sigillo sacramentale (can. 2369 § 1, comma 1). Le seconde ordinariamente sono comminate ai rei di delitti contro la fede o che comunque fanno presumere la mancanza di fede nel colpevole, e in specie dei seguenti: 1) apostasia, eresia e scisma (can. 2314); 2) edizione, difesa, ritenzione e lettura dei libri che propugnano l’apostasia o lo scisma (can. 2318 §1); 3) simulazione della celebrazione della S. Messa e dell’amministrazione del sacramento della Penitenza da parte di uno che non sia sacerdote (can. 2322, n. 1°); 4) ricorso al concilio universale avverso leggi, decreti e ordini del Sommo Pontefice [in “Execrabilis” –ndr.-] (can. 2332 ); 5) ricorso al potere secolare per impedire l’emanazione, la promulgazione o l’esecuzione di atti della S. Sede o dei suoi legati (can. 2333); 6) emanazione di leggi, ordini o decreti lesivi della libertà o dei diritti della Chiesa; l’impedire, facendo ricorso al potere secolare, l’esercizio della giurisdizione ecclesiastica (can. 2334); 7) il convenire davanti ad un giudice laico un cardinale, un legato della S. Sede, un ufficiale maggiore della Curia Romana (assessori, segretari, sottosegretari o sostituti delle SS. Congregazioni ed altri prelati ad essi equiparati) per atti del loro ufficio, e il proprio Ordinario (can. 2341,1 comma); 8) ingiuria reale sulla persona di un cardinale o di un legato del Sommo Pontefice (can. 2343 § 2, 1°); 9) usurpazione o detenzione di beni o di diritti della Chiesa Romana (can. 2345); 10) contraffazione o alterazione di lettere, decreti o rescritti della S. Sede ed uso doloso di essi (can. 2360 § 1 ) ; 11) calunniosa denunzia ai superiori di un confessore per sollecitazione (can. 2363).

Le simpliciter riservate colpiscono i seguenti delitti: 1) traffico sacrilego delle indulgenze (can. 2327); 2) iscrizioni alla massoneria o ad associazioni affini [es. Rotary e Lion etc. –ndr.- ) (can. 2335); 3) assoluzione, data con dolo senza la necessaria facoltà, di una scomunica riservata specialissimo o speciali modo alla S. Sede (can. 2338 § 1) ; 4) correità o complicità in un delitto per cui uno viene dichiarato scomunicato « vitando », sua ammissione a prendere parte agli uffici divini o comunicazione in divinis con lui, consapevole e spontanea da parte di un chierico (can. 2338 § 2) ; 5) il convenire davanti ad un giudice laico un vescovo che non sia il proprio Ordinario, un abate o prelato nullius, o un superiore generale di un istituto religioso di diritto pontificio (can. 2341, comma 11); 6 ) violazione della clausura delle monache o dei regolari e illegittima uscita delle prime dal monastero (can. 2342, nn. 1 °, 2 °, 30); 7) usurpazione o distrazione di beni ecclesiastici (can. 2346) ; 8) duello (c a n. 2351 § 1); 9) Matrimonio attentato da chierici in sacris (vescovi, sacerdoti, diaconi, suddiaconi), e da regolari o monache che abbiano emesso la professione solenne (can. 2388 § 1); 10) simonia circa gli uffici, i benefici e le dignità ecclesiastici (can. 2392, n. 1°); 11) sottrazione, distruzione, occultamento o alterazione di un documento appartenente alla Curia vescovile (can. 2405). – Sono riservate all’Ordinario le scomuniche comminate contro i seguenti delitti: 1) celebrazione del matrimonio misto davanti ad un ministro acattolico, patto concluso nell’unirsi in matrimonio di educare la prole fuori della Chiesa, di far battezzare i figli da ministri a cattolici, e di educarli nella religione acattolica (can. 2319, nn. 1°- 4°); 2) fabbricazione, vendita, distribuzione ed esposizione alla pubblica venerazione di false reliquie (can. 2326); 3) ingiuria reale sulla persona di un chierico o di un religioso, non costituito in una delle dignità, di cui ai §§ 1-3. Certo ci vuole un po’ di pazienza per districarsi tra i canoni, ma chi vuole vedere, ne ha abbastanza per farsi un’idea chiara di censure e scomuniche.

– Ecco che allora i sedicenti “tradizionalisti” scismatici, eretici gallicani e sedevacantisti, rientrano nella categoria « riservate “speciali modo”», sia per scisma ed eresia, [p. 1], sia [p. 3] per “simulazione della celebrazione della S. Messa e dell’amministrazione del sacramento della Penitenza da parte di uno che non sia sacerdote [come i non-preti lefebvriani e sedevacantisti, che non hanno alcun mandato canonico, non sono mai stati ordinati validamente da “non-vescovi” senza giurisdizione e senza mandato pontificio], i non-fedeli scismatici perché partecipanti ad un falso culto! Per i modernisti ecumenisti della “chiesa dell’uomo, ugualmente c’è scomunica per eresia manifesta o anche apostasia, e per il punto 4), che scomunica tutti gli aderenti al falso concilio c.d. Vaticano II secondo la bolla “Execrabilis”. Tutti coloro che rientrano in queste categorie di scomunicati, sono formalmente fuori dalla Chiesa Cattolica, e per salvarsi in eterno hanno bisogno in assoluto della rimozione delle censure, cosa che, tranne che in “articulo mortis”, può essere ottenuto solo dal Santo Padre (Gregorio XVIII) o da un suo delegato. Questi sono i canoni e le leggi della Chiesa cattolica, piaccia o meno. Chi vuole salvare l’anima in eterno deve attenersi scrupolosamente ad essi, entrare o rientrare ad ogni costo nella Chiesa Cattolica, l’unica vera Chiesa di Cristo, nella quale solo c’è salvezza.

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Haec est fides catholica, quam nisi quisque fideliter firmiterque crediderit, salvus esse non poterit” – “ Quam nisi quisque integram inviolatamque servaverit, absque dubio in æternum peribit”. [Symbol. di S. Atanasio] e per chi fa finta di non conoscere il latino: “Questa è la fede cattolica, e non potrà essere salvo se non colui che l’abbraccerà fedelmente e fermamente” – “colui che non la conserva integra ed inviolata, perirà senza dubbio in eterno”.

Ragazzi, svegliatevi prima che giunga il Padrone della casa, altrimenti sarete buttati fuori al buio e li … sarà pianto e stridor di denti!

Enciclica MIRARI VOS: una boccata di Cattolicesimo puro.

Il Magistero della Chiesa è l’unica fonte di verità per questi nostri funesti tempi di spirituale sovversione. I falsi pastori attuali, hanno abiurato ed apostatato vergognosamente professando dottrine e novità deliranti, dal conciliabolo detto Vaticano II in poi, con perdite innumerevoli di anime, sprofondate così nel fuoco eterno della perdizione. Oggi che si respira tanfo abominevole di eresia come il gas di scarico del traffico cittadino dell’ora di punta, e proprio nei templi una volta popolati da Ministri cattolici, abbiamo bisogno di respirare aria pura di montagna, spiritualmente parlando. L’unico contenitore di questa aria pura spirituale, salutare “bombola” di ossigeno con maschera antigas, oltre alla Scrittura divina correttamente interpretata dai Padri della Chiesa, è il Sacro Magistero dei Sommi Pontefici e dei XX Concili ecumenici radunati sotto la guida di un Papa vero e legittimo. Tra gli scritti magisteriali abbiamo tratto dal tesoro della Chiesa, una “perla” di inestimabile valore per l’anima di un cristiano e per la salvezza eterna, la lettera Enciclica “Mirari vos” di S. S. Gregorio XVI, Mauro Cappellari, del 15 agosto dell’anno 1832. Rileggendola si vede come l’attuale ideologia modernista è esattamente agli antipodi del contenuto dell’enciclica, il che fa capire chiaramente come sul trono di Pietro ci sia il vicario del “truffaldino menzognero”, il servo del “cornuto”. Quel che stupisce è la totale ignoranza dei sedicenti cattolici-modernisti di ogni livello, realizzando così le profezie di Isaia: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro”[Is. V, 20] e … “Ascoltate pure, ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da esser guarito”[Is. VI, 9-10] – Siamo proprio giunti nel tempo in cui … “… il Signore ha versato su di voi uno spirito di torpore, ha chiuso i vostri occhi, ha velato i vostri capi” [Is. XXIX-10]. E allora si rallegri la nostra anima alla lettura della parola del Vicario di Cristo, essa che è PAROLA DI DIO infallibile ed irreformabile. – Tra le idiozie ed i deliri modernisti attualmente sbandierati, si condanna apertamente e senza appello l’indifferentismo, la libertà di coscienza, la libertà di stampare ogni bestialità, il libero pensiero senza controllo del tasso alcoolemico, la libertà di culti eretici, falsi, idolatri e pagani, il disprezzo delle cose sacre, l’autorità della Chiesa contestata, il mutamento della dottrina eterna, l’aggiornamento alle esigenze attuali, la perversione matrimoniale, la salvezza fuori dalla Chiesa cattolica, … ma d’altra parte oggi la religione è gestita da non-vescovi, non-preti, non-papi, mai validamente consacrati o eletti, da burattini senza sigillo sacerdotale nell’anima … cosa potremmo mai aspettarci? Solo il castigo oramai incombente ci potrà liberare da questi servi di beliaal. Intanto, tra una prece e l’altra, godiamoci questa ventata di aria pura, una boccata di santo Cattolicesimo. Buona lettura.

ENCICLICA

”MIRARI VOS”

DI S. S. GREGORIO XVI

gregorio_xvi

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE

GREGORIO PP. XVI SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Non riteniamo che voi vi meravigliate perché, da quando è stato imposto alla Nostra pochezza l’incarico del governo di tutta la Chiesa, non vi abbiamo ancora indirizzato Nostre lettere, secondo la consuetudine introdotta fin dai primi tempi e come la benevolenza Nostra verso di voi avrebbe richiesto. Era questo per la verità uno dei Nostri più vivi desideri: dilatare senza indugio sopra di voi il Nostro cuore, e parlarvi in comunione di spirito con quella voce con la quale nella persona del Beato Pietro fu divinamente ingiunto a Noi di confermare i fratelli (Lc XXII,32). Ma voi ben sapete per quale procella di mali e di calamità fin dai primi momenti del Nostro Pontificato fummo d’improvviso balzati in un mare così tempestoso, che se la destra del Signore non avesse testimoniato la propria virtù, avreste dovuto per la più perversa cospirazione degli empi compiangere il Nostro fatale sommergimento. L’animo rifugge dal rinnovare con l’amara esposizione di tanti infortuni il dolore vivissimo che ne provammo; e piuttosto Ci piace innalzare riconoscenti benedizioni al Padre di ogni consolazione, il quale con la dispersione dei ribelli Ci trasse dall’imminente pericolo e sedata la furiosa tempesta Ci fece respirare. Noi Ci proponemmo immediatamente di comunicarvi le Nostre idee relative al risanamento delle piaghe di Israele: ma la grave mole di cure che sopraggiunse per conciliare il ristabilimento dell’ordine pubblico pose un ostacolo alla realizzazione del Nostro proposito. – Un nuovo motivo per tenerci silenziosi giunse dalla insolenza dei faziosi, che tentarono di alzare nuovamente il vessillo della fellonia. Vero è che, vedendo Noi che la lunga impunità e la costante Nostra benigna indulgenza, anziché ammansire, alimentavano piuttosto lo sfrenato furore dei ribelli, dovemmo infine, sebbene con acerbissimo dispiacere, ricorrere alle armi spirituali (1Cor IV, 21) per frenare tanta loro pervicacia, valendoci dell’autorità conferitaci a tal fine da Dio: ma da questo appunto potete agevolmente comprendere quanto più laboriosa e pressante sia resa la Nostra quotidiana sollecitudine. – Ma giunti finalmente, secondo il costume dei Predecessori, a prendere nella Nostra Basilica Lateranense quel possesso che per le citate ragioni avevamo dovuto differire, troncato ogni indugio Ci rivolgiamo sollecitamente a voi, Venerabili Fratelli, e quale testimonianza della Nostra volontà vi indirizziamo questa Lettera fra l’esultanza di questo giorno lietissimo, in cui festeggiamo il trionfo della Vergine Assunta in Cielo, onde Ella, che fra le più dolorose calamità Noi sperimentammo sempre Avvocata e Liberatrice, tale pure Ci assista propizia nello scrivere a voi, e con la sua celeste ispirazione fecondi la Nostra mente di quei consigli che siano sommamente salutari per il gregge cristiano. – Dolenti invero, e col cuore sopraffatto dall’amarezza, veniamo a voi, Venerabili Fratelli, che, atteso il vostro zelo ed il vostro attaccamento alla Religione, ben sappiamo essere sommamente angustiati per l’acerbità dei tempi in cui essa versa miseramente, poiché davvero potremmo dire che questa è l’ora delle tenebre per vagliare come grano i figli di elezione (Lc 22,53). A ragione si può ripetere con Isaia: “Pianse, e la terra avvelenata dai suoi abitanti scomparve, perché avevano mutato il diritto, avevano rotto il patto sempiterno” (Is XXIV,5). – Venerabili Fratelli, diciamo cose che voi pure avete di continuo sotto i vostri occhi e che deploriamo perciò con pianto comune. Superba tripudia la disonestà, insolente è la scienza, licenziosa la sfrontatezza. – Viene disprezzata la santità delle cose sacre: e l’augusta maestà del culto divino, che pur tanto possiede di forza e di necessità sul cuore umano, viene indegnamente contaminata da uomini ribaldi, riprovata, messa a ludibrio. Quindi si stravolge e perverte la sana dottrina, ed errori d’ogni genere si disseminano audacemente. Non leggi sacre, non diritti, non istituzioni, non discipline, anche le più sante, sono al sicuro di fronte all’ardire di costoro, che solo eruttano malvagità dalla sozza loro bocca. Bersaglio di incessanti, durissime vessazioni è fatta questa Nostra Romana Sede del Beatissimo Pietro, nella quale Gesù Cristo stabilì la base della Chiesa; i vincoli dell’unità di giorno in giorno maggiormente s’indeboliscono e si sciolgono. La divina autorità della Chiesa viene contestata e, calpestati i suoi diritti, si vuole assoggettarla a ragioni terrene; con suprema ingiustizia si vuole renderla odiosa ai popoli e ridurla ad ignominiosa servitù. Intanto s’infrange l’obbedienza dovuta ai Vescovi, e viene conculcata la loro autorità. Le Accademie e le Scuole echeggiano orribilmente di mostruose novità di opinioni, con le quali non più segretamente e per vie sotterranee si attacca la Fede cattolica, ma scopertamente e sotto gli occhi di tutti le si muove un’orribile e nefanda guerra. Infatti, corrotti gli animi dei giovani allievi per gl’insegnamenti viziosi e per i pravi esempi dei Precettori, si sono dilatati ampiamente il guasto della Religione ed il funestassimo pervertimento dei costumi. Scosso per tal maniera il freno della santissima Religione, che è la sola sopra cui si reggono saldi i Regni e si mantengono ferme la forza e l’autorità di ogni dominazione, si vedono aumentare la sovversione dell’ordine pubblico, la decadenza dei Principati e il disfacimento di ogni legittima potestà. Ma una congerie così enorme di disavventure si deve in particolare attribuire alla cospirazione di quelle Società nelle quali sembra essersi raccolto, come in sozza sentina, quanto v’ha di sacrilego, di abominevole e di empio nelle eresie e nelle sette più scellerate. – Queste cose, Venerabili Fratelli, ed altre forse più gravi che al presente sarebbe troppo lungo annoverare e che voi ben conoscete Ci addolorano, di un dolore tanto più acerbo e continuo in quanto, posti sulla cattedra del Principe degli Apostoli, Ci sentiamo obbligati a tormentarci più di ogni altro dallo zelo per tutta la Casa di Dio. Ma scorgendoci collocati in una sede ove non basta piangere soltanto queste innumerabili sciagure, ma occorre compiere ogni sforzo per procurarne l’estirpamento, ricorriamo a tal fine al sussidio della vostra Fede, ed eccitiamo la vostra sollecitudine per la salvezza del gregge cattolico, Venerabili Fratelli, la cui specchiata virtù, religione, prudenza ed assiduità Ci danno coraggio, ed in mezzo all’afflizione che Ci cagionano circostanze così disastrose, dolcemente Ci confortano e consolano. – È Nostro obbligo, infatti, alzare la voce e tentare ogni prova, perché né il cinghiale della selva devasti la vigna, né i lupi rapaci piombino a fare strage del gregge. A Noi spetta guidare le pecore soltanto a quei pascoli che siano per esse salubri, e scevri d’ogni anche lieve sospetto d’essere dannosi. Dio non voglia, o carissimi, che mentre premono tanti mali e tanti pericoli sovrastano, manchino al proprio ufficio i Pastori che, colpiti da sbigottimento, trascurino le pecore o, deposta la cura del gregge, si abbandonino all’ozio ed alla pigrizia. Trattiamo anzi, perciò, nell’unità dello spirito la comune causa Nostra, o per meglio dire la causa di Dio, e contro i comuni nemici si abbiano per la salute di tutto il popolo la medesima vigilanza in tutti e il medesimo impegno. – Ciò poi adempirete felicemente se, come esige la ragione del vostro incarico, attenderete indefessamente a voi stessi e alla dottrina, richiamando spesso al pensiero che “la Chiesa Universale riceve l’urto di ogni novità” ( S. Celstino Papa, Ep. 21 ad Episc. Galline) e che, secondo il parere del Pontefice Sant’Agatone, “delle cose che furono regolarmente definite, nessuna dovessi diminuire, nessuna mutare, nessuna aggiungere, ma tali esse debbono essere custodite intatte nelle parole e nei significati” (S. Agatone papa, Ep. ad Imp.). Integra rimarrà così la fermezza di quella unità che ha il proprio fondamento e si esprime in questa Cattedra di Pietro, donde appunto derivano su tutte le Chiese i diritti della veneranda comunione e dove tutte “possono rinvenire muro di difesa e sicurezza, porto protetto dai flutti e tesoro d’innumerevoli beni” (S. Innocenzo Papa, Ep. II). A rintuzzare pertanto la temerità di coloro i quali adoperano tutti i mezzi o per abbattere i diritti di questa Santa Sede, o per sciogliere il rapporto delle Chiese con la stessa (rapporto in forza del quale esse hanno fermezza, solidità e vigore), inculcate il massimo impegno di fedeltà e di venerazione sincera verso la stessa Sede, facendo chiaramente intendere con San Cipriano che “falsamente confida di essere nella Chiesa chi abbandona la Cattedra di Pietro, sopra la quale è fondata la Chiesa” (San Cipriano, De unitate Ecclesiae). – A tale obiettivo debbono perciò tendere i vostri travagli, le vostre cure sollecite e l’assidua vostra vigilanza, affinché gelosamente sia custodito il santo deposito della Fede in mezzo all’infernale cospirazione degli empi, che con Nostro estremo cordoglio vediamo intenta a derubarlo e a perderlo. Si ricordino tutti che il giudizio intorno alla sana dottrina da insegnare ai popoli, non meno che il governo ed il giurisdizionale reggimento della Chiesa sono presso il Romano Pontefice, “a cui fu conferita da Gesù Cristo la piena potestà di pascere, reggere e governare la Chiesa universale” (Conc. Flor., sess. 25) come dichiararono solennemente i Padri del Concilio di Firenze . È poi obbligo di ogni Vescovo tenersi fedelissimamente attaccato alla cattedra di Pietro, custodire santamente e scrupolosamente il deposito della Fede, e pascere il gregge di Dio affidatogli. I Sacerdoti debbono stare soggetti ai Vescovi i quali, avverte San Girolamo [S. Girolamo, Ep. 2 ad Nepot. a. I, 24], devono essere considerati dagli stessi come “padri della loro anima“: né si dimentichino mai che anche dagli antichi Canoni è loro vietato d’intraprendere azione alcuna nel sacro Ministero, e di assumersi l’ufficio d’insegnare e di predicare “senza il consenso del Vescovo a cui il popolo fu affidato ed al quale si domanderà conto delle anime“(Ex can. ap. 38). Infine si tenga presente quale regola certa e sicura che tutti coloro che osassero macchinare qualche cosa contro questo ordine così stabilito perturberebbero lo stato della Chiesa. – Sarebbe poi cosa troppo nefanda ed assolutamente aliena da quell’affetto di venerazione con cui si debbono rispettare le leggi della Chiesa, il lasciarsi trasportare da forsennata mania di opinare a capriccio, permettendo a qualcuno di disapprovare, o di accusare come contraria a certi principi di diritto di natura, o di dire manchevole e imperfetta e dipendente dalla civile autorità quella sacra disciplina che la Chiesa fissò per l’esercizio del culto divino, per la direzione dei costumi, per la prescrizione dei suoi diritti, e per il gerarchico regolamento dei suoi Ministri. – Essendo inoltre massima irrefragabile, per valerci delle parole dei Padri Tridentini, che “la Chiesa fu erudita da Gesù Cristo e dai suoi Apostoli, e che viene ammaestrata dallo Spirito Santo, il quale di giorno in giorno le suggerisce ogni verità“, appare chiaramente assurdo ed oltremodo ingiurioso per la Chiesa proporsi una certa “restaurazione e rigenerazione“, come necessaria per provvedere alla sua salvezza ed al suo incremento, quasi che la si potesse ritenere soggetta a difetto, o ad oscuramento o ad altri inconvenienti di simil genere: tutte macchinazioni e trame dirette dai novatori al malaugurato loro fine di gettare le “fondamenta di un recente umano stabilimento” onde avvenga quello che era tanto condannato da San Cipriano, “che la Chiesa divenisse cosa umana” (S. Cipriano, Ep. 52), quando, al contrario, è cosa tutta divina. Ma coloro che vanno meditando siffatti disegni considerino che per testimonianza di San Leone, al solo Romano Pontefice “è affidata la disciplina dei Canoni” e che a lui solo appartiene, e non a privato uomo chicchessia, i1 definire sulle regole “delle paterne sanzioni“, e, come scrive San Gelasio [S. Gelasio, papa, Ep. ad Episcopum Lucaniae] “bilanciare in tal maniera i decreti dei Canoni e commisurare in tal modo i precetti dei Predecessori: dopo diligenti riflessioni si dia un conveniente temperamento a quelle cose che la necessità dei tempi richiede di dover moderare prudentemente per il bene delle Chiese“. – E qui vogliamo eccitare sempre più la vostra costanza a favore della Religione, affinché vi opponiate all’immonda congiura contro il celibato clericale: congiura che, come sapete, si accende ogni dì più estesamente, unendo ai tentativi dei più sciagurati filosofi dell’età nostra anche alcuni dello stesso ceto ecclesiastico: di persone che, dimentiche della loro dignità e del loro ministero, trascinate dal lusinghiero torrente delle voluttà, proruppero in tale eccesso di licenziosa impudenza che non ristettero dal presentare in più luoghi pubbliche reiterate domande ai Governi, onde venisse abrogato ed annientato questo santissimo punto di disciplina. Ma troppo C’incresce di trattenervi lungamente sopra questi turpi attentati, e piuttosto con fiducia incarichiamo la religione vostra affinché impieghiate ogni vostro zelo per mantenere sempre, secondo quanto prescritto dai Sacri Canoni, intatta, custodita, ferma e difesa una legge di tanto rilievo, contro la quale da ogni parte si scagliano gli strali degli impudichi. Inoltre, l’onorando matrimonio dei Cristiani esige le Nostre comuni premure affinché in esso, chiamato da San Paolo “Sacramento grande in Cristo e nella Chiesa” (Eb 13,4), nulla s’introduca o si tenti introdurre di meno onesto che sia contrario alla sua santità o leda l’indissolubilità del suo vincolo. Vi aveva già raccomandato insistentemente questo nelle sue lettere il Nostro Predecessore Pio VIII di felice memoria: ma continuano a moltiplicarsi tuttavia contro di esso gli attentati dell’empietà. È perciò necessario istruire accuratamente i popoli che il matrimonio, una volta legittimamente contratto, non può più sciogliersi, e che Dio ha ingiunto ai coniugati una perpetua unione di vita ed un tal legame che solo con la morte può rompersi. Rammentando che il matrimonio si annovera fra le cose sacre, e che per questo è soggetto alla Chiesa, essi abbiano di continuo presenti le leggi da questa stabilite in materia, e quelle adempiano santamente ed esattamente come prescrizioni, dalla cui osservanza fedele dipendono la forza, la validità e la giustizia del medesimo. Si astenga ognuno dal commettere per qualsivoglia motivo atti che siano contrari alle canoniche disposizioni e ai decreti dei Concilii che lo riguardano, ben conoscendosi che esito in felicissimo sogliono avere quei matrimoni che o contro la disciplina della Chiesa o senza che sia stata implorata prima la benedizione del Cielo, o per solo bollore di cieca passione vengono celebrati senza che gli sposi si prendano alcun pensiero della santità del Sacramento e dei misteri che vi si nascondono. Veniamo ora ad un’altra sorgente trabocchevole dei mali, da cui piangiamo afflitta presentemente la Chiesa: vogliamo dire l’indifferentismo, ossia quella perversa opinione che per fraudolenta opera degl’increduli si dilatò in ogni parte, e secondo la quale si possa in qualunque professione di Fede conseguire l’eterna salvezza dell’anima se i costumi si conformano alla norma del retto e dell’onesto. Ma a voi non sarà malagevole cosa allontanare dai popoli affidati alla vostra cura un errore così pestilenziale intorno ad una cosa chiara ed evidentissima, senza contrasto. Poiché è affermato dall’Apostolo che esiste “un solo Iddio, una sola Fede, un solo Battesimo” (Ef IV,5), temano coloro i quali sognano che veleggiando sotto bandiera di qualunque Religione possa egualmente approdarsi al porto dell’eterna felicità, e considerino che per testimonianza dello stesso Salvatore “essi sono contro Cristo, perché non sono con Cristo” (Lc XI, 23), e che sventuratamente disperdono solo perché con lui non raccolgono; quindi “senza dubbio periranno in eterno se non tengono la Fede cattolica, e questa non conservino intera ed inviolata” (Symbol. S. Athanasii). – Ascoltino San Girolamo il quale – trovandosi la Chiesa divisa in tre parti a causa dello scisma – racconta che, tenace come egli era del santo proposito, quando qualcuno cercava di attirarlo al suo partito, egli rispondeva costantemente ad alta voce: “Chi sta unito alla Cattedra di Pietro, quegli è mio” (S. Girolamo, Ep. 58). A torto poi qualcuno, fra coloro che alla Chiesa non sono congiunti, oserebbe trarre ragione di tranquillizzante lusinga per essere anche lui rigenerato nell’acqua di salute; poiché gli risponderebbe opportunamente Sant’Agostino: “Anche il ramoscello reciso dalla vite ha la stessa forma, ma che gli giova la forma se non vive della radice?“(S. Agostino, Salmo contro part. Donat.). – Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza qualche vantaggio alla Religione. “Ma qual morte peggiore può darsi all’anima della libertà dell’errore?” esclamava Sant’Agostino (Ep. 166). Tolto infatti ogni freno che tenga nelle vie della verità gli uomini già diretti al precipizio per la natura inclinata al male, potremmo dire con verità essersi aperto il “pozzo d’abisso” (Ap IX, 3), dal quale San Giovanni vide salire tal fumo che il sole ne rimase oscurato, uscendone locuste innumerabili a devastare la terra. Conseguentemente si determina il cambiamento degli spiriti, la depravazione della gioventù, il disprezzo nel popolo delle cose sacre e delle leggi più sante: in una parola, la peste della società più di ogni altra esiziale, mentre l’esperienza di tutti i secoli, fin dalla più remota antichità, dimostra luminosamente che città fiorentissime per opulenza, potere e gloria per questo solo disordine, cioè per una eccessiva libertà di opinioni, per la licenza delle conventicole, per la smania di novità andarono infelicemente in rovina. – A questo fine è diretta quella pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita “libertà della stampa” nel divulgare scritti di qualunque genere; libertà che taluni osano invocare e promuovere con tanto clamore. – Inorridiamo, Venerabili Fratelli, nell’osservare quale stravaganza di dottrine ci opprime o, piuttosto, quale portentosa mostruosità di errori si spargono e disseminano per ogni dove con quella sterminata moltitudine di libri, di opuscoli e di scritti, piccoli certamente di mole, ma grandissimi per malizia, dai quali vediamo con le lacrime agli occhi uscire la maledizione ad inondare tutta la faccia della terra. Eppure(ahi, doloroso riflesso!) vi sono taluni che giungono alla sfrontatezza di asserire con insultante protervia che questo inondamento di errori è più che abbondantemente compensato da qualche opera che in mezzo a tanta tempesta di pravità si mette in luce per difesa della Religione e della verità. Nefanda cosa è certamente, e da ogni legge riprovata, compiere a bella posta un male certo e più grave, perché vi è lusinga di poterne trarre qualche bene. Ma potrà mai dirsi da chi sia sano di mente che si debba liberamente ed in pubblico spargere, vendere, trasportare, anzi tracannare ancora il veleno, perché esiste un certo rimedio, usando il quale avviene che qualcuno scampa alla morte? – Ma assai ben diverso fu il sistema adoperato dalla Chiesa per sterminare la peste dei libri cattivi fin dall’età degli Apostoli, i quali, come leggiamo, hanno consegnato alle fiamme pubblicamente grande quantità di tali libri (At XIX,19). Basti leggere le disposizioni date a tale proposito nel Concilio Lateranense V, e la Costituzione che pubblicò Leone X di felice memoria, Nostro Predecessore, appunto perché “quella stampa che fu salutarmente scoperta per l’aumento della Fede e per la propagazione delle buone arti, non venisse rivolta a fini contrari e recasse danno e pregiudizio alla salute dei fedeli di Cristo” (Act. Conc. Lateran. V, sess. X). Ciò stette parimenti a cuore dei Padri Tridentini al punto che per applicare opportuno rimedio ad un inconveniente così dannoso, emisero quell’utilissimo decreto sulla formazione dell’Indice dei libri nei quali fossero contenute malsane dottrine (Conc. Trid., sess. 18 e 25). Clemente XIII, Nostro Predecessore di felice memoria, nella sua enciclica sulla proscrizione dei libri nocivi afferma che “si deve lottare accanitamente, come richiede la circostanza stessa, con tutte le forze, al fine di estirpare la mortifera peste dei libri; non potrà infatti essere eliminata la materia dell’errore fino a quando gli elementi impuri di pravità non periscano bruciati” (Christianae reipublicae, 25 novembre 1766). Pertanto, per tale costante sollecitudine con la quale in tutti i tempi questa Sede Apostolica si adoperò sempre di condannare i libri pravi e sospetti, e di strapparli di mano ai fedeli, si rende assai palese quanto falsa, temeraria ed oltraggiosa alla stessa Sede Apostolica, nonché foriera di sommi mali per il popolo cristiano sia la dottrina di coloro i quali non solo rigettano come grave ed eccessivamente onerosa la censura dei libri, ma giungono a tal punto di malignità che la dichiarano perfino aborrente dai principi del retto diritto e osano negare alla Chiesa l’autorità di ordinarla e di eseguirla. – Avendo poi rilevato da parecchi scritti che circolano fra le mani di tutti propagarsi certe dottrine tendenti a far crollare la fedeltà e la sommissione dovuta ai Principi, e ad accendere ovunque le torce della guerra, vi esortiamo ad essere sommamente guardinghi, affinché i popoli, a seguito di tale seduzione, non si lascino miseramente rimuovere dal diritto sentiero. Riflettano tutti che, secondo l’ammonimento dell’Apostolo, “non vi è potere se non da Dio, e le cose che sono furono ordinate da Dio. Perciò chi resiste al potere, resiste all’ordinamento di Dio, e coloro che resistono si procurano da se stessi la condanna” (Rm 3,2). Il divino e l’umano diritto gridano contro coloro i quali, con infamissime trame e con macchinazioni di ostilità e di sedizioni impiegano i loro sforzi nel mancare di fede ai Principi, ed a cacciarli dal trono. – Fu appunto per non contaminarsi di tanto obbrobrioso delitto che gli antichi Cristiani, pur nel bollore delle persecuzioni, sempre bene meritarono degl’Imperatori e della salvezza dell’Impero, adoperandosi con fedeltà nell’adempiere esattamente e prontamente quanto veniva loro comandato che non fosse contrario alla Religione: impegnandosi con costanza ed anche con il sangue abbondantemente sparso in battaglie per essi. “I soldati cristiani – afferma Sant’Agostino – servirono l’Imperatore infedele; quando si toccava la causa di Cristo, non conoscevano che Colui che è nei Cieli. Distinguevano il Signore eterno dal Signore temporale, tuttavia proprio per il Signore eterno ubbidivano quali sudditi anche al Signore terreno” (Salmo CXXIV, n. 7). Tali argomenti aveva sotto gli occhi l’invitto martire San Maurizio, capo della Legione Tebana, allorché – come riferisce Sant’Eucherio – così rispose all’Imperatore: “Imperatore, noi siamo tuoi soldati, però siamo al tempo stesso servi di Dio, e lo confessiamo liberamente… Eppure, neanche questa stessa dura necessità di serbare la vita ci spinge alla ribellione: ecco, abbiamo le armi, eppure non facciamo resistenza, perché reputiamo sorte migliore il morire che l’uccidere” (S. Eucherio, apud Ruinart, Act. SS. MM. de SS. Maurit. et Soc., n. 4). Tale fedeltà degli antichi Cristiani verso i loro Principi risplende anche più luminosa se si riflette con Tertulliano che a quei tempi “non mancava ai Cristiani gran numero di armi e di armati se avessero voluto farla da nemici dichiarati. Siamo usciti da poco all’esterno, egli dice agli Imperatori, e già abbiamo riempito ogni vostro luogo, le città, le isole, i castelli, i municipi, le adunanze, gli accampamenti stessi, le tribù, le curie, il palazzo, il senato, il foro… A qual guerra non saremmo stati idonei e pronti, quando pure fossimo inferiori di numero, noi che ci lasciamo trucidare tanto volonterosamente, se dalla nostra disciplina non fosse permesso più il lasciarsi uccidere che l’uccidere? Se tanta moltitudine di persone, quale noi siamo, allontanandosi da voi, si fosse rifugiata in qualche remotissimo angolo dell’orbe, avrebbe certamente recato vergogna alla vostra potenza la perdita di tanti cittadini, quali che fossero; anzi l’avrebbe punita con lo stesso abbandono. Senza dubbio vi sareste sbigottiti di fronte a tale solitudine… e avreste cercato a chi poter comandare: vi sarebbero rimasti più nemici che cittadini, mentre ora avete minor numero di nemici, tenuto conto della moltitudine dei Cristiani” (Tertulliano, Apologet., cap. 37). – Esempi così luminosi d’inalterabile sommissione ai Principi, che necessariamente derivavano dai santissimi precetti della Religione Cristiana, condannano altamente la detestabile insolenza e slealtà di coloro che, accesi dall’insana e sfrenata brama di una libertà senza ritegno, sono totalmente rivolti a manomettere, anzi a svellere qualunque diritto del Principato, onde poscia recare ai popoli, sotto colore di libertà, il più duro servaggio. A questo scopo per verità cospirarono gli scellerati deliri e i disegni dei Valdesi, dei Beguardi, dei Wiclefiti e di altri simili figli di Belial, che furono l’ignominia e la feccia dell’uman genere, meritamente perciò tante volte colpiti dagli anatemi di questa Sede Apostolica. Né certamente per altro motivo codesti pensatori moderni sviluppano le loro forze, se non perché possano menar festa e trionfo con Lutero, e compiacersi con lui di “essere liberi da tutti“, disposti perciò decisamente ad accingersi a qualunque più riprovevole impresa per giungere con più facilità e speditezza a conseguire l’intento. Né più lieti successi potremmo presagire per la Religione ed il Principato dai voti di coloro che vorrebbero vedere separata la Chiesa dal Regno, e troncata la mutua concordia dell’Impero col Sacerdozio. È troppo chiaro che dagli amatori d’una impudentissima libertà si teme quella concordia che fu sempre fausta e salutare al governo sacro e civile. Ma a tante e così amare cause che Ci tengono solleciti e nel comune pericolo Ci crucciano con dolore singolare, si unirono certe associazioni e determinate aggregazioni nelle quali, fatta lega con gente d’ogni religione, anche falsa e di estraneo culto, si predica libertà d’ogni genere, si suscitano turbolenze contro il sacro e il civile potere, e si conculca ogni più veneranda autorità, sotto lo specioso pretesto di pietà e di attaccamento alla religione, ma con mira in fatto di promuovere ovunque novità e sedizioni. Queste cose, Venerabili Fratelli, con animo dolentissimo, ma pieni di fiducia in Colui che comanda ai venti e porta la tranquillità, vi abbiamo scritto affinché, impugnato lo scudo della Fede, seguitiate animosi a combattere le battaglie del Signore. A voi sopra ogni altro compete stare qual muro saldo di fronte ad ogni superba potenza che si voglia alzare contro la scienza di Dio. Da voi si brandisca la spada dello Spirito, che è la parola di Dio, e siano da voi provveduti di pane coloro che hanno fame di giustizia. Chiamati ad essere coltivatori industriosi nella vigna del Signore, occupatevi di questo solo, e a questo solo volgete le comuni vostre fatiche: cioè che ogni radice di amarezza sia divelta dal campo a voi assegnato e, spento ogni seme vizioso, cresca in esso, abbondante e rigogliosa, la messe delle virtù. Abbracciando con paterno affetto coloro che si applicano agli studi filosofici, e più ancora alle sacre discipline, inculcate loro premurosamente che si guardino dal fidarsi delle sole forze del proprio ingegno per non lasciare il sentiero della verità e prendere imprudentemente quello degli empi. Si ricordino che Dio “è il duce della sapienza e il perfezionatore dei sapienti” (Sap VII,15), e che non può mai avvenire che senza Dio conosciamo Dio, il quale per mezzo del Verbo insegna agli uomini a conoscere Dio (S. Ireneo, lib. 14, cap. 10). È proprio del superbo, o piuttosto dello stolto, il volere pesare sulle umane bilance i misteri della Fede, che superano ogni nostra possibilità, e fidare sulla ragione della nostra mente, che per la condizione stessa della umana natura è troppo fiacca e malata. – Per il resto, i Nostri carissimi figli in Cristo, i Principi, assecondino questi comuni voti – per il bene della Chiesa e dello Stato – con il loro aiuto e con quell’autorità che devono considerare conferita loro non solo per il governo delle cose terrene, ma in modo speciale per sostenere la Chiesa. – Riflettano diligentemente su quanto deve essere fatto per la tranquillità dei loro Imperi e per la salvezza della Chiesa; si persuadano anzi che devono avere più a cuore la causa della Fede che quella del Regno, come ripetiamo con il Pontefice San Leone: “Al loro diadema per mano del Signore si aggiunga anche la corona della Fede“. Posti quasi come padri e tutori dei popoli, procureranno a questi quiete e tranquillità vera, costante e doviziosa, particolarmente se si adopreranno a far fiorire tra essi la Religione e la pietà verso Dio, il quale porta scritto nel femore: “Re dei Re, e Signore dei Signori“. – Ma per impetrare successi così prosperi e felici, solleviamo supplichevoli gli sguardi e le mani verso la Santissima Vergine Maria, la quale sola vinse tutte le eresie, ed è la massima Nostra fiducia, anzi la ragione tutta della Nostra speranza. Ella, la grande Avvocata, col suo patrocinio, in mezzo a tanti bisogni del gregge cristiano, implori benigna un esito fortunatissimo a favore dei Nostri propositi, sforzi ed azioni. – Tanto con umile preghiera domandiamo ancora al Principe degli Apostoli San Pietro e al suo Co-Apostolo San Paolo, affinché rimaniate tutti saldi come solido muro, e non si ponga altro fondamento diverso da quello che fu già posto. Animati da questa serena speranza, confidiamo che l’Autore e il Perfezionatore della Fede Gesù Cristo consolerà finalmente noi tutti nelle tribolazioni che troppo ci tengono bersagliati. Intanto, foriera ed auspice del celeste soccorso, a voi, Venerabili Fratelli, e a tutte le pecore affidate alla vostra cura impartiamo affettuosamente l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 15 agosto, giorno solenne dell’Assunzione della Beata Vergine Maria,

dell’anno 1832, anno secondo del Nostro Pontificato.

GREGORIO PP. XVI

Festa di CRISTO RE

Festa di CRISTO RE

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Et dedit ei potestatem, et honorem, et regnum: et omnes populi, tribus, et linguae ipsi servient: potestas ejus, potestas aeterna, quae non auferetur: et regnum ejus, quod non corrumpetur. [Dan VII, 14]

 Deus, judicium tuum regi da, et justitiam tuam filio regis; judicare populum tuum in justitia, et pauperes tuos in judicio.  [3] Suscipiant montes pacem populo, et colles justitiam. [4] Judicabit pauperes populi, et salvos faciet filios pauperum, et humiliabit calumniatorem.  [5] Et permanebit cum sole, et ante lunam, in generatione et generationem. [6] Descendet sicut pluvia in vellus, et sicut stillicidia stillantia super terram. [7] Orietur in diebus ejus justitia, et abundantia pacis, donec auferatur luna.

[8] Et dominabitur a mari usque ad mare, et a flumine usque ad terminos orbis terrarum. [Ps. LXXI: 3,8]

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CRISTO RE

LETTERA ENCICLICA

QUAS PRIMAS

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI

PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI

AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE

PACE E COMUNIONE:

SULLA REGALITÀ DI CRISTO.

PIO PP. XI

VENERABILI FRATELLI

SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

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Introduzione

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. – Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. – Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza.

L’Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? – Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re. E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro? – E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provata l’eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!  – Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. – Inoltre, ricorrendo, durante l’Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l’avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», proclamò la dignità regale di Cristo. – Avendo, dunque, quest’Anno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll’introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re. – Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all’intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

Gesù Cristo è Re

Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovreminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiae caritatem [1]) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo.

Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno [2], perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalità di Cristo nei libri dell’Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe [3], e che dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra [4]. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale» [5]. – E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace… Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra» [6]. A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo» [7]. E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il “Rampollo giusto” che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra» [8]; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto… ed esso durerà in eterno» [9] e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto» [10]. E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale «cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello» [11] era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Gesù Cristo si è proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine [12] vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re [13], e pubblicamente confermò di essere Re [14] e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra [15]. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno?

Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra» [16], porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti» [17]. Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale [18], è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici [19].

Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell’antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell’immolazione dell’Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che «le norme della preghiera fissano i principi della fede». Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza» [20]; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. – Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati… ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato» [21]. Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo [22]: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo [23].

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. – Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire [24]. – I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità [25]. Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio» [26]. Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. – In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno “non è di questo mondo”. – Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla “potestà delle tenebre”, e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?

Regno universale e sociale

D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli» [27]. Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria  Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo» [28]. – Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati» [29], è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini» [30]. – Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali» [31].

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. – In questo senso 1’Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini» [32]. Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. – In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. – Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne «per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri”» e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: «II mio giogo è soave e il mio peso leggero?» [33]. – Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! «Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre» [34].

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La Festa di Cristo Re

Scopo della festa di Cristo Re

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio [35]. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante. – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza. – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Il “laicismo”

La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. – I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina. – Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità. – Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. – Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. – A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. – E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione. – Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano. – In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L’istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. – In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. – E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. – Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. – Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. – Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. – Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. – La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. – Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di codeste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana. – Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l’umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

Conclusione

Cristo regni!

È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come “armi di giustizia” [36] offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. – Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. – Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo 1925, quarto del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

 [1] Ef., 3, 19.

[2] Dan., 7, 13-14.

[3] Num., 24, 19.

[4] Ps. 2, 6.

[5] Ps., 44, 6.

[6] Ps. 44, 8.

[7] Is., 9, 6-7.

[8] Jer., 23, 5.

[9] Dan., 2, 44.

[10] Dan., 7, 13-14.

[11] Zach., 9, 9.

[12] Lc., 1, 32-33.

[13] Matth., 25, 31-40.

[14] Joh., 18, 37.

[15] Matth., 28, 18.

[16] Apoc., 1, 5.

[17] Apoc. 19, 16.

[18] Hebr., 1, 1.

[19] I Cor., 15, 25.

[20] In Luc., 10.

[21] I Petr., 1, 18-19.

[22] I Cor., 6, 20.

[23] Ibid., 6, 15.

[24] Conc. Trid., Sess. VI, can. 21.

[25] Joh., 15, 10.

[26] Joh., 5, 22.

[27] Brev. Rom. Inno del Mattutino dell’Epifania.

[28]  Leone Pp. XIII, Enc. Annum Sacrum, 25. V.1899.

[29] Act., 4, 12.

[30] S. Agostino, Lettera a Macedone, III.

[31] Pio Pp. XI, Enc. Ubi arcano Dei.

[32] I Cor., 7, 23.

[33] Matth. 11, 30.

[34] Leone Pp. XIII, Enc. Annum sanctum, 25.V.1899.

[35] Sant’Agostino, De Sanctis, Serm. 47.

[36] Rom., 6, 13.

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Hymnus

Te sæculórum Príncipem, Te, Christe, Regem Géntium, Te méntium, te córdium Unum fatémur árbitrum. Scelésta turba clámitat: Regnáre Christum nólumus: Te nos ovántes ómnium Regem suprémum dícimus. O Christe, Princeps Pácifer, Mentes rebélles súbjice: Tuóque amóre dévios, Ovíle in unum cóngrega. Ad hoc cruénta ab árbore Pendes apértis bráchiis, Diráque fossum cúspide Cor igne flagrans éxhibes. Ad hoc in aris ábderis Vini dapísque imágine, Fundens salútem fíliis Transverberáto péctore. Te natiónum Praesides Honóre tollant público, Colant magístri, júdices, Leges et artes éxprimant. Submíssa regum fúlgeant Tibi dicáta insígnia: Mitíque sceptro pátriam Domósque subde cívium. Jesu tibi sit glória, Qui sceptra mundi témperas, Cum Patre, et almo Spíritu, In sempitérna saecula. Amen.

[Inno Te, Principe dei secoli, te, Cristo, Re delle Genti, te delle menti te dei cuori noi riconosciamo unico arbitro. L’empia turba grida: Non vogliam che Cristo regni: te noi festanti di tutti t’acclamiam Re sovrano. O Cristo, Principe della Pace, le menti ribelli sottometti: e col tuo amor gli sviati in un solo ovil raduna. Per questo dall’albero cruento pendi colle braccia aperte, e trafitto da lancia crudele il Cuor mostri acceso d’amore. Per questo sugli altari rimani nascosto sotto le specie del pane e del vino, diffondendo la salute ai figli dal petto squarciato. Te i Presidenti delle nazioni esaltino con pubblico onore, riveriscano i maestri e i giudici, esprimano le leggi e le arti. Sottomesse risplendano le insegne dei re a te consacrate: e al tuo mite scettro assoggetta la patria e le case dei cittadini. O Gesù, sia gloria a te, che governi gli scettri del mondo, col Padre, e collo Spirito Santo, per i secoli eterni. Amen.]

Hymnus (2)

Æterna Imago Altíssimi, Lumen, Deus, de Lumine, Tibi, Redémptor gloria, Honor, potéstas regia. Tu solus ante sæcula Spes atque centrum témporum, Cui jure sceptrum Géntium Pater supremum credidit. Tu flos pudicæ Vírginis, Nostræ caput propaginis, Lapis caducus vértice Ac mole terras occupans. Diro tyranno subdita, Damnáta stirps mortalium, Per te refregit víncula Sibique cælum víndicat. Doctor, Sacerdos, Legifer Præfers notátum sánguine In veste “Princeps príncipum Regumque Rex Altíssimus”. Tibi voléntes subdimur, Qui jure cunctis imperas: Hæc civium beátitas Tuis subesse légibus. Jesu, tibi sit gloria, Qui sceptra mundi temperas, Cum Patre et almo Spiritu, In sempiterna sæcula. Amen.

[Inno Eterna Immagine dell’Altissimo, Dio, Luce da Luce, a te, Redentore, la gloria, l’onore, la potestà regia. Tu solo prima dei secoli la speranza e il centro dei tempi; cui a buon diritto lo scettro supremo delle Nazioni il Padre ha dato. Tu il fiore della purissima Vergine, il capo della nostra schiatta, la pietra caduta dal vertice, che colla sua mole occupa la terra. Soggetta a crudele tiranno, la stirpe dannata dei mortali, per te ha spezzato le sue catene, e si appropria il cielo. Dottore, Sacerdote, Legislatore tu porti segnato col sangue sulla veste: «Principe dei principi, Altissimo Re dei re». Volenti siamo soggetti a te, che per diritto a tutti comandi: questa la felicità dei cittadini, esser soggetti alle tue leggi. O Gesù, sia gloria a te, che governi gli scettri del mondo, col Padre, e collo Spirito Santo, per i secoli eterni. Amen.]

 

Inno (3)

Vexílla Christus ínclyta – Late triúmphans éxplicat: Gentes adéste súpplices, Regíque regum pláudite. Non Ille regna cládibus: Non vi metúque súbdidit – Alto levátus stípite, Amóre traxit ómnia. O ter beáta cívitas Cui rite Christus ímperat, Quæ jussa pergit éxsequi Edícta mundo caelitus! Non arma flagrant ímpia, Pax usque firmat foedera, Arrídet et concórdia, Tutus stat ordo cívicus. Servat fides connúbia, Juvénta pubet íntegra, Pudíca florent límina Domésticis virtútibus. Optáta nobis spléndeat Lux ista, Rex dulcíssime: Te, pace adépta cándida, Adóret orbis súbditus. Jesu tibi sit glória, Qui sceptra mundi témperas, Cum Patre, et almo Spíritu, In sempitérna saecula. Amen. [Inno I fulgidi vessilli Cristo trionfante spiega largamente: Genti, prostratevi supplici, e applaudite al Re dei re. Egli non colle stragi, non colla violenza o terrore ha soggiogato i regni: sollevato sull’alto della croce, tutto a sé ha tratto coll’amore. O città beatissima, su cui debitamente Cristo impera, che continua ad eseguire le leggi intimate al mondo dal cielo! Non l’armi crudeli vi risuonano, la pace vi firma sempre i patti, vi sorride ancor la concordia, sicuro vi sta l’ordine civico. La fede vi conserva i connubi, la gioventù vi cresce integra, pudiche fioriscon le case nelle domestiche virtù. Risplenda su noi questa desiata luce, o Re dolcissimo: te, conseguita una piena pace, adori l’orbe soggetto. O Gesù, sia gloria a te, che governi gli scettri del mondo, col Padre, e collo Spirito Santo, per i secoli eterni. Amen.]

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Col I :12-20 Fratres: Grátias ágimus Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem ejus, remissiónem peccatórum: qui est imágo Dei invisíbilis, primogénitus omnis creatúra: quóniam in ipso cóndita sunt univérsa in cœlis et in terra, visibília et invisibília, sive Throni, sive Dominatiónes, sive Principátus, sive Potestátes: ómnia per ipsum, et in ipso creáta sunt: et ipse est ante omnes, et ómnia in ipso constant. Et ipse est caput córporis Ecclésiæ, qui est princípium, primogénitus ex mórtuis: ut sit in ómnibus ipse primátum tenens; quia in ipso complácuit omnem plenitúdinem inhabitáre; et per eum reconciliáre ómnia in ipsum, pacíficans per sánguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt, in Christo Jesu Dómino nostro.

[Fratelli: Rendiamo grazie a Dio Padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, che ci ha strappati dalla potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del dilettissimo Figlio suo in cui abbiamo redenzione, mediante il sangue di Lui, e remissione dei peccati. Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogénito di ogni creatura, poiché in Lui sono state fatte tutte le cose nel cielo e nella terra, le visibili e le invisibili, sia i troni, sia le dominazioni, sia i principati, sia le potestà; tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e per Lui. Egli è prima di tutto, e tutte le cose sussistono in Lui. Ed Egli è il capo del corpo della Chiesa: Egli è il principio, il primo a rinascere di tra i morti, onde abbia il primato in tutte le cose. Poiché fu beneplacito del Padre che in Lui abitasse ogni pienezza, e che per mezzo di Lui e per Lui fossero seco riconciliate tutte le cose, pacificando, mediante il sangue della sua croce, le cose della terra e le cose del cielo, nel Cristo Gesú nostro Signore.]

Vang. di S. Giovanni XVIII:33-37 In illo témpore: Dixit Pilátus ad Jesum: Tu es Rex Judæórum? Respóndit Jesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Judǽus sum? Gens tua et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Jesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent, ut non tráderer Judǽis: nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Jesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis, qui est ex veritáte, audit vocem meam.

[In quel tempo: Pilato disse a Gesú: Sei tu il Re dei Giudei? Gesú gli rispose: Lo dici da te, o altri te l’hanno detto di me? Rispose Pilato: Sono forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani. Che cosa hai fatto? Rispose Gesú: Il mio regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo, i miei ministri certo si adopererebbero perché non fossi dato in potere ai Giudei: dunque il mio regno non è di quaggiú. Allora Pilato gli disse: Dunque tu sei Re? Rispose Gesú: È come dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chiunque sta per la verità, ascolta la mia voce.]

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ATTO DI CONSACRAZIONE AL SACRO CUORE DI GESÙ

Da recitare per ordine di S. S. Pio XI

nella Festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re.

Si può recitare anche in altre occasioni.

O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostrati dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a Voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno si consacra al vostro Sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non Vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, Vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. O Signore, siate il re non solo dei fedeli, che non si allontanarono mai da Voi, ma anche di quei figli prodighi che Vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Siate il Re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore, o per discordia da Voi separati; richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo Pastore. Siate il Re di tutti quelli che sono ancora avvolti nelle tenebre dell’idolatria o dell’islamismo; e non ricusate di trarli tutti al lume e al regno vostro. Riguardate infine con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto; scenda anche sopra di loro, lavacro di redenzione e di vita, il Sangue già sopra di essi invocato. Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa; largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine; fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce; Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.

 Segue la recita delle litanie del Sacro Cuore di Gesù.

Domande e risposte sulla salvezza

Domande e risposte sulla salvezza

di Padre Michael Muller, C.SS.R.

[Nota di redazione: Padre Michael Muller è stato uno dei teologi più letti del 19° secolo. Padre Muller ha presentato sempre le sue opere a due teologi redentoristi ed ai suoi superiori religiosi prima della pubblicazione, quindi siamo sicuri della solidità dottrinale dei suoi insegnamenti. In questo articolo, pubblicato nel 1875, c’è uno delle migliori trattazioni della verità dottrinale secondo la quale il Signore ha fondato una sola vera Chiesa, la cattolica, al di fuori della quale non c’è salvezza!]

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.1. – Tutti ammettono che la Chiesa cattolica sia la prima e la più antica chiesa, e, di conseguenza, che essa sia la Chiesa fondata da Gesù Cristo?

R.- Che la Chiesa cattolica sia la prima e la più antica, e di conseguenza sia la Chiesa fondata da Gesù Cristo, è e deve essere ammesso da tutti, perché è un fatto chiaramente dimostrato dalla Scrittura e dalla storia.

.2 – Chi sono coloro che testimoniano questo dato?

R – Lo testimoniano li Ebrei ed i Gentili, ed anche i protestanti lo riconoscono, perché, se infatti chiediamo loro perché essi stessi si chiamano protestanti, rispondono: “Perché noi protestiamo contro la Chiesa cattolica.”

.3 – Qual è la conseguenza di questa risposta?

R.- Che la Chiesa cattolica è più antica del Protestantesimo, altrimenti non avrebbero potuto protestare contro di Essa.

.4 – Se andiamo ancora più indietro e chiediamo alla Chiesa greca come e perché essa esista, quale sarà la risposta? –

– La Chiesa greca deve rispondere: “Abbiamo iniziato a separarci dalla Chiesa cattolica nel IX secolo.

.5 Qual ne è allora la conseguenza? –

R.- Che la Chiesa Cattolica esisteva già ottocento anni prima che nascesse la Chiesa greca, e di conseguenza, Essa è più antica della Chiesa greca.

.6 Risalendo ai giorni degli stessi Apostoli, che cosa riscontriamo nel modo in cui sono sorte le sette religiose? –

R- Se andiamo indietro ai giorni degli stessi Apostoli, troviamo che ogni setta si è separata sempre dalla Chiesa Cattolica, e quindi vediamo calvinisti, metodisti Kilhamiti, quaccheri, metodisti, riformati metodisti, metodisti tedeschi, metodisti Wesleyani, Battisti, Battisti riformati, Battisti Hardshell, Battisti Softshell, battisti Gallon, Anabattisti, Mennoniti, Milleriti, Universalisti, congregazionalisti, presbiteriani, mormoni, epicopali, cristiani perfezionisti, ecc, ecc, ecc.

.7 Dio non è  sempre lo stesso, qualunque religione professi una persona?

R- Se fosse sempre lo stesso Dio per qualunque religione professi una persona, Dio non avrebbe proibito, nel primo comandamento, di adorarLo in modo diverso dalla vera religione. E Cristo ha solennemente dichiarato: “Colui che non vuole ascoltare la Chiesa, sia per te come un pagano ed un pubblicano.” (Matteo XVIII:17).

.8 Chi, poi, sarà salvato? –

R. – Gesù-Cristo ha solennemente dichiarato che saranno salvati solo quelli che hanno fatto la volontà di Dio sulla terra, come spiegato, non mediante l’interpretazione privata, ma secondo l’insegnamento infallibile della Chiesa Cattolica Romana; “Non colui, afferma Cristo, che dice, Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli: questi entrerà nel regno dei cieli “. (S. Matt. VII:21) La volontà del Padre celeste è che tutti gli uomini ascoltino e credano in suo Figlio, Gesù Cristo. “Questi è il mio Figlio diletto. Ascoltatelo!”(S. Luca IX,35). – Ora Gesù Cristo ha detto ai suoi Apostoli e per essi a tutti i loro legittimi successori: “Chi ascolta voi ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me, e chi disprezza me, disprezza il Padre celeste, che mi ha mandato”. (S. Luca X: 16) Quindi tutti coloro che non ascoltano Gesù Cristo che parla loro attraverso San Pietro e gli Apostoli nei loro Successori legittimi, disprezzano Dio Padre. Non facendo la sua volontà, il cielo non sarà mai loro parte.

.9  Tutti coloro che desiderano essere salvati, devono quindi morire uniti alla Chiesa cattolica? –

R. – Tutti coloro che desiderano essere salvati, devono morire uniti alla Chiesa Cattolica. Fuori di Essa non c’è salvezza, perché solo Essa insegna ciò che Gesù Cristo richiede a tutti per essere salvati, e perché solo ad Essa Cristo ha lasciato i mezzi per ottenere tutte le grazie necessarie alla salvezza. Ecco perché Gesù disse ai Suoi apostoli e a tutti i loro legittimi successori: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni: insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandato. Chi non crede a tutte queste cose sarà condannato. “(S. Matteo XXVIII: 20, S. Marco XVI:16). Il nostro Divino Salvatore dice: “Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di me.” (S. Giovanni XIV: 6) Se poi vogliamo entrare in Paradiso, dobbiamo essere uniti a Cristo, al suo [mistico] Corpo, che è la Chiesa, come dice san Paolo. Pertanto, al di fuori della Chiesa non c’è salvezza. Ancora una volta, Gesù Cristo dice: “Chi non ascolta la Chiesa, sia considerato come un pagano e un pubblicano” (S. Mt XVIII:17), cioè un grande peccatore.  Pertanto, al di fuori della Chiesa non c’è salvezza. – La Sacra Scrittura dice: “Il Signore ogni giorno aggiungeva alla Chiesa coloro che dovevano essere salvati.” (Atti II:47) Perciò gli Apostoli hanno creduto e le Sacre Scritture insegnano che “non c’è salvezza fuori dalla Chiesa”.

.10 Cosa dicevano Sant’Agostino e gli altri vescovi dell’Africa, al Concilio di Zirta, nel 412, della salvezza di coloro che muoiono al di fuori della Chiesa cattolica romana?

R. Essi hanno detto che “chiunque è separato dalla Chiesa cattolica, quantunque la sua vita possa essere giudicata lodevole, per il solo motivo che è separato dalla unione con Cristo, non la vita, bensì l’ira di Dio dimora su di lui. “(S. Giovanni III:36).

.11 Che cosa dice san Cipriano circa la salvezza di coloro che muoiono al di fuori della Chiesa cattolica romana? –

R. – San Cipriano dice: “Chi non ha la Chiesa per sua madre non può avere Dio per Padre”. E con lui i Padri della Chiesa in generale dicono che: “come tutti quelli che non erano nell’arca di Noè perirono nelle acque del diluvio, così periranno tutti coloro che sono fuori della vera Chiesa “.

.12. Chi sono coloro che si trovano fuori dall’ambito della Chiesa cattolica romana?

R. – Fuori dal limite della Chiesa Cattolica romana, sono tutti i non battezzati e tutte le persone scomunicate, tutti gli apostati, i non credenti, e gli eretici.

Infedeli ed apostati

.13 Come facciamo a sapere che le persone non battezzate non vengono salvate?

R. – Che le persone non battezzate non vengano salvate, lo sappiamo da Cristo che ha detto: “Se uno non nasce da acqua e Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio” (S. Giovanni III: 5). Dio non può unire Se stesso a tali anime in cielo a causa del peccato originale da cui sono contaminati.

.14 Come facciamo a sapere che le persone giustamente scomunicate, che non sono disposte a fare ciò che è loro richiesto prima di essere assolte, non vengono salvate?

R. – Le persone giustamente scomunicate, che non sono disposte a fare ciò che è richiesto loro per essere assolte, non vengono salvate, perché il peccato di grande scandalo, per il quale erano come delle membra morte, le ha espulse dalla comunione della Chiesa, e le esclude dal Regno del Paradiso.

.15 Quali cattolici sono scomunicati? –

R. – Sono scomunicati tutti quei cattolici membri di società segrete che sono state scomunicate [condannate] dalla Chiesa, come la Massoneria ed altre società affiliate ad essa sotto vari nomi.

.16 Perché diversi Papi hanno solennemente scomunicato tutti gli aderenti alla massoneria? –

R. – Tutti i massoni sono stati solennemente scomunicati da vari Papi a causa dell’oggetto principale e dello spirito della Massoneria, che vuole ristabilire il Paganesimo o la Chiesa di satana in tutto il mondo: a) Con sconvolgimento dei governi per avocare a sé il potere di governare e di fare leggi empie per i sudditi; b) Cercando di rovesciare la Chiesa cattolica che insegna e mantiene i diritti e le leggi di Dio e della società civile; c) Diffondendo i principi immorali ed empi attraverso la stampa infedele ed altri mezzi satanici; d) Stabilendo scuole pubbliche per l’educazione dei giovani all’infedeltà.

.17 È noto a tutti i massoni questo oggetto principale e lo spirito che li anima?

R. – Questo oggetto satanico e lo spirito della massoneria è noto solo ai membri dei più alti gradi della stessa. Ma sono sufficientemente noti a tutti le opere ed gli argomenti dei massoni, e quindi tutti i membri, anche dei gradi più bassi, sono colpevoli delle nefandezze di questa società satanica.

.18 Come facciamo a sapere che gli apostati non vengono salvati? –

R.- Gli apostati dalla fede cattolica non vengono salvati, perché allontanarsi dalla fede è un gran peccato che fa perdere il regno dei cieli.

.19 Ci sono molti tipi di infedeli o di non credenti? –

R.- Ci sono tre tipi di infedeli o non credenti: (a) Coloro che sono colpevoli del peccato di infedeltà; (b) coloro che non sono colpevoli del peccato di infedeltà, ma commettere altri grandi peccati; (c) coloro che non sono colpevoli del peccato di infedeltà, ma vivono in base ai dettami della loro coscienza.

20. Quali tipi di infedeli sono colpevoli del peccato di infedeltà?

R. – 1) Sono colpevoli tutte quelle persone che, non battezzate, non abbracciano la vera religione, anche se le verità di essa siano stata fatte loro sufficientemente conoscere, così come per molti dei Giudei dei quali Nostro Signore ha detto che non avevano alcuna scusa per i loro peccati, perché Egli stesso aveva parlato loro. – 2) Sono colpevoli tutte quelle persone che, non battezzate, e che hanno ricevuto la luce sufficiente per conoscere la verità, o almeno per capire il pericolo della loro posizione e che avevano l’obbligo di svolgere indagini diligenti per accertarsene e abbracciare la verità, hanno trascurato di farlo. – 3) Sono colpevoli del peccato di infedeltà tutti coloro che volontariamente negano la verità e ostinatamente vi resistono. – “Dobbiamo ricordare e condannare ancora una volta che l’errore più pernicioso che sia stato fatto proprio da molti cattolici è quello di essere del parere che: le persone che vivono in errore e non hanno la vera fede e sono quindi separate dall’unità cattolica, possano ottenere ugualmente la vita eterna. Ora questa opinione è la più contraria alla fede cattolica, come è evidente dalle semplici parole di Nostro Signore, (S. Mt XVIII:17; S. Mc XVI,16; S. Lc X:16; S. Giovanni III:18), come anche dalle parole di San Paolo (2 Tim II:11) e di San Pietro (2 Pietro II: 1) per cui “intrattenere opinioni contrarie a quelle della fede cattolica significa essere empio”. –

pio IX

S. S. Papa Pio IX

.21 Perché gli infedeli “positivi” non vengono salvati?

R. – Gli infedeli positivi non vengono salvati perché, “l’infedeltà positiva, essendo un’ostinazione volontaria, è una palese contraddizione, in quanto il disprezzo pubblico della rivelazione divina e dei precetti del Vangelo, costituisce uno dei peccati più gravi al cospetto di Dio e della Sua Santa Chiesa, come dice san Tommaso d’Aquino.

.22 Perché è enorme la gravità del peccato di infedeltà?

R. – Il peccato mortale è una deviazione dalla virtù e dalla legge divina. Il peccato più grave, quindi, è quello che separa l’uomo da Dio più di ogni altro. Ora, il peccato come l’infedeltà positiva provoca una grande separazione da Dio. Quando l’intelletto è in errore e abbandona la conoscenza di Dio, la volontà lo segue ed aumenta la malizia nella misura in cui l’intelletto si allontana dal sentiero della verità, della giustizia e della carità. Ogni passo che un uomo fa nel buio dell’infedeltà, aumenta la distanza che lo separa da Dio. Un ritorno da quel percorso pericoloso è molto difficile, perché quando l’intelletto è in errore e la volontà è piena di malizia e depravazione, tutti i legami in grado di unire l’uomo a Dio sono distrutti. – Se tali uomini muoiono con questa disposizione di spirito, sono infallibilmente perduti, dice san Tommaso. “Senza la fede è impossibile piacere a Dio.” (Eb. XI: 6).

.23 Chi sono gli infedeli non colpevoli del peccato di infedeltà, ma che commetteno altri gravi peccati?

R. – Coloro che non sono colpevoli del peccato di infedeltà, ma commettono altri peccati gravi, sono tutte quelle persone non battezzate che non hanno mai avuto l’occasione di conoscere la vera religione, o di prendere coscienza dell’obbligo di cercarla ed abbracciarla, e vivono secondo i dettami della loro coscienza.

.24 Questa classe di infedeli andrà persa?

R. – Questa classe di infedeli sarà persa, non a causa della loro infedeltà, che non era il loro peccato, ma a causa di altri gravi peccati che hanno commesso contro la loro coscienza. “Perché coloro che hanno peccato senza la legge”, dice san Paolo, “periranno senza la legge.” (Romani II:12).

.25 Saranno persi quegli infedeli che non sono colpevoli del peccato di infedeltà e vivono secondo la loro coscienza?

R. – Di questi infedeli che non sono colpevoli del peccato di infedeltà e sono fedeli nell’obbedire alla voce della loro coscienza, San Tommaso d’Aquino dice: “Se qualcuno è stato portato nel deserto o tra i bruti, e se ha seguito la legge della natura nel desiderare ciò che è buono, e nell’evitare ciò che è malvagio, dobbiamo certamente credere che Dio, con un’ispirazione interiore, gli abbia rivelato quello che deve credere, o abbia mandato qualcuno a predicargli la fede, così come mandò Pietro a Cornelio. ”

 L’eresia

.26 Qual è il significato della parola “eretico”?

R. – La parola “eretico” deriva dal greco e significa “un selettore”, “colui che sceglie”

.27 Che cos’è un eretico?

R. – Un eretico è un qualsiasi battezzato, che professa il cristianesimo, e che sceglie da sé cosa credere e cosa non credere a suo piacimento, in opposizione ostinata ad alcuna particolare verità che egli sa essere insegnata dalla Chiesa Cattolica come verità rivelata da Dio.

.28. Quali sono le cose che ci fanno ritenere che una persona si sia resa colpevole del peccato di eresia?

R. -Per ritenere una persona colpevole del peccato di eresia, sono necessarie tre cose: a) Egli deve essere battezzato e professare il cristianesimo; Questo lo distingue da un Ebreo e da un idolatra; – b) Deve rifiutare di credere una verità rivelata da Dio ed insegnata dalla Chiesa come rivelata. – c) Deve ostinatamente aderire all’errore, preferendo il proprio giudizio privato, in materia di fede e di morale, all’insegnamento infallibile della Chiesa Cattolica.

.29. Quanti tipi di eretici (o protestanti) ci sono?

R. – Ci sono essenzialmente tre tipi di eretici: – a) Coloro che sono colpevoli del peccato di eresia; – b) Coloro che non sono colpevoli del peccato di eresia, ma commettono altri gravi peccati; – c) Coloro che non sono colpevoli del peccato di eresia e che vivono secondo i dettami della loro coscienza.

.30. Chi sono quindi i colpevoli del peccato di eresia?

R. – Del peccato di eresia sono colpevoli: -a) Tutte quelle persone battezzate, che professano il Cristianesimo ed ostinatamente rifiutano una verità rivelata da Dio ed insegnata dalla Chiesa come così rivelata; – .b) Coloro che abbracciano un parere contrario alla fede, mantenendola ostinatamente, e rifiutano di sottomettersi all’autorità della Chiesa cattolica; -c) coloro che dubitano volontariamente della verità di un articolo di fede, e con tale dubbio intenzionale mettono in dubbio la conoscenza e la verità di Dio: questo è l’essere colpevole di eresia- .d) Chi riconosce la Chiesa Cattolica essere l’unica vera Chiesa, ma non abbraccia la sua fede; – e) Coloro che potevano conoscere la Chiesa, se l’avessero candidamente ricercata, ma che, attraverso l’indifferenza ed altri motivi colpevoli, hanno omesso di farlo; – f) Chi, come gli anglicani, pensano che si avvicinano molto alla Chiesa cattolica, perché le loro preghiere e le cerimonie sono simili a molte preghiere e cerimonie della Chiesa cattolica, e perché il loro credo è il Credo apostolico. Questi sono eretici in linea di principio, perché: “La vera personalità che professa eresie”, dice san Tommaso d’Aquino, “consiste nella mancanza di sottomissione all’autorità dell’insegnamento divino che è il Capo della Chiesa.”

.32. Perché si perdono i veri eretici?

R. I veri eretici si perdono perché rifiutando il divino Maestro – la Chiesa Cattolica – essi rifiutano tutti gli insegnamenti divini, commettendo così uno dei più grandi peccati. Ecco perché il Papa Pio IX ha parlato del protestantesimo in tutte le sue forme come “della grande rivolta contro Dio”, essendo esso un tentativo di sostituire un essere umano all’autorità divina, ed una dichiarazione di indipendenza della creatura dal Creatore. Per questo motivo la Sacra Scrittura condanna l’eresia con la massima fermezza. “Dopo una o due ammonizioni sta’ lontano da chi è fazioso, ben sapendo che è gente ormai fuori strada e che continua a peccare condannandosi da se stessa. E ancora dice: “Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema “. (Gal I: 8,9). – “Rifiutare, anche un solo articolo di fede insegnato dalla Chiesa”, dice san Tommaso d’Aquino, “è sufficiente a distruggere la fede, come un solo peccato mortale è sufficiente a distruggere la Carità”.La virtù della fede non consiste semplicemente nell’adesione alla Sacra Scrittura e riverirla come Parola di Dio; essa consiste principalmente nel sottoporre il nostro intelletto e la volontà all’autorità divina della vera Chiesa incaricata da Gesù Cristo di esporla.”Non crederei alle Sacre Scritture”, dice S. Agostino, “se non fosse per l’autorità divina della Chiesa”. Colui, pertanto, che disprezza e respinge questa autorità, non può avere la vera fede. Se ammette qualche verità soprannaturale, queste sono delle semplici opinioni, delle verità che dipendono dal suo giudizio privato. – E poiché la fede divina è l’inizio della salvezza, il fondamento e la fonte della giustificazione che si trova solo nella vera Chiesa, è chiaro che non c’è salvezza per tutto il tempo che si è eretici.

L’eresia nega ogni fede

.33. Gli eretici hanno fede in Gesù Cristo?

R. – Tommaso d’Aquino dice: “E ‘assurdo per un eretico dire di credere in Gesù Cristo. Credere in una persona significa dare il nostro pieno consenso alla sua parola e a tutto ciò che insegna. Vera fede, dunque, è la fede assoluta in Gesù Cristo e in tutto ciò che Egli ha insegnato. Quindi, chi non aderisce a tutto ciò che Gesù Cristo ha prescritto per la nostra salvezza, non possiede la dottrina di Gesù Cristo e della sua Chiesa, così come fanno i pagani, gli ebrei e i turchi” – “Egli è “, dice Gesù Cristo “, un pagano e un pubblicano”; e quindi sarà condannato all’inferno.

.34. Si dimostri come i protestanti non abbiano fede assoluta in Cristo.

– Gesù Cristo dice: “Ascoltate la Chiesa”. – “No”, dicono Lutero e tutti i protestanti, “non ascoltate la Chiesa; protestate contro di Essa con tutte le forze.” (S. Matteo XVIII:17) – Gesù Cristo dice: “Se qualcuno non ascolta la Chiesa, si consideri come un pagano e un pubblicano.” – “No”, dice il protestantesimo, “se qualcuno non ascolta la Chiesa, si consideri un apostolo, un ambasciatore di Dio. “(S. Matteo XVIII:17) ; Cristo dice: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro la mia Chiesa”.- “No”, dice il protestantesimo.-  ‘Questo è falso, le porte dell’inferno hanno prevalso contro la Chiesa per più di mille anni ed oltre.” (S. Matteo XVI:18). – Gesù Cristo ha dichiarato San Pietro e ogni successore di San Pietro – il Papa – essere suo Vicario in terra. “No”, dice il protestantesimo, “il Papa è anti-Cristo”. (S. Matteo 16:18) – Gesù Cristo dice: “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero”. (S. Matt XI:30). “No”, hanno detto Lutero e Calvino, “è impossibile osservare i comandamenti.” Gesù Cristo dice: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”. (S. Matt XIX:17). – “No”, hanno detto Lutero e Calvino, “la sola fede, senza le buone opere, è sufficiente per entrare nella vita eterna.” -Gesù Cristo dice: “Se non fate penitenza, tutti similmente perirete” (S. Luca XIII: 3) – “No”, hanno detto Lutero e Calvino, “il digiuno e le altre opere di penitenza non sono necessarie in soddisfazione del peccato.” – Gesù Cristo dice: “Questo è il mio corpo”. – “No”, ha detto Calvino, “questa è solo la figura del corpo di Cristo; diventerà il suo Corpo non appena si riceve “(1 Cor XI, 23-26) – Gesù Cristo dice: “Io vi dico che chiunque manda via sua moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; e colui che sposerà la donna ripudiata, commette adulterio “(Mt XIX: 9)”. – No, “dicono Lutero e tutti i protestanti ad un uomo sposato,” puoi ripudiare tua moglie, ottenere il divorzio, e sposarne un’altra.” – Gesù Cristo dice ad ogni uomo:. “Non rubare” – “No”, ha detto Lutero ai principi secolari, “Vi do il diritto di appropriarvi delle proprietà della Chiesa cattolica romana” (Mt XIX,18).

.35. Gli eretici parlano anche di Spirito Santo e degli Apostoli?

R. – Sì, loro lo fanno. Lo Spirito Santo dice nella Sacra Scrittura: ” L’uomo non conosce né l’amore né l’odio; davanti a lui tutto è vanità. ” (Eccles. IX: 1) “Chi può dire: Il mio cuore è pulito, io sono puro dal peccato?” (Pr XX, 9) e: ” attendete alla vostra salvezza con timore e tremore (Filip II:12) “No”, hanno detto Lutero e Calvino, “ma chi crede in Gesù Cristo, è in stato di grazia.” – San Paolo dice: “se avessi tutta la fede, in modo da poter trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.” (1 Cor. XIII: 2) – “No”, hanno detto Lutero e Calvino, “la sola fede è sufficienti per salvarci.” – San Pietro dice che nelle Lettere di san Paolo ci sono molte cose “difficili da capire, che ignoranti e instabili le travisano, come anche le altre Scritture, per loro propria perdizione.” (2 Pt. III,16) – “No, hanno detto Lutero e Calvino, “le Scritture sono molto semplici e facili da essere capite “. – San Giacomo dice: “C’è qualcuno malato fra voi? – Lasciate che vengano i sacerdoti della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore.” (S. Giac. V, versetto 14) – ” No “, hanno detto Lutero e Calvino,” questa è un cerimonia vana e inutile. ”

.36. Ora, pensi che Dio Padre farà entrare in cielo coloro che contraddicono in tal modo suo Figlio Gesù Cristo, lo Spirito Santo, e gli Apostoli?

R. – No, Egli lascerà che loro abbiano la loro parte con Lucifero all’inferno, che per primo si ribellò contro Cristo, e che è il padre dei bugiardi.

.37. Può un cristiano essere salvato, dopo aver lasciato la vera Chiesa di Cristo, la Santa Chiesa Cattolica?

R. No, perché la Chiesa di Cristo è il regno di Dio sulla terra, e chi lascia quel regno, si esclude dal regno di Cristo in cielo. (1 Tim 3:15; Matt 18:17) (1 Tm III,15; Mt XVIII:17).

38. I protestanti lasciarono la vera Chiesa di Cristo?

R. – I protestanti hanno lasciato la vera Chiesa di Cristo nei loro fondatori, che hanno lasciato la Chiesa cattolica sia per orgoglio, sia per la passione della lussuria e della cupidigia.

39. What will be the punishment of those who willfully rebel against the Holy Catholic Church38. Quale sarà la punizione di coloro che volontariamente si ribellano alla Santa Chiesa Cattolica?

R. Coloro che si ribellano volontariamente alla Santa Chiesa Cattolica, finiranno come Lucifero e gli altri angeli ribelli, saranno cioè gettati nelle fiamme eterne dell’inferno. “Chi non ascolta la Chiesa”, dice Cristo, “sia per te come un pagano e un pubblicano”. (S. Matt. XVIII:17).

.40. Ma se un protestante dovesse dire: “Non ho nulla a che fare con Lutero o Calvino o Enrico VIII o John Knox, io attingo dalla Bibbia,” cosa gli risponderesti?

R. In questo caso, si adottano e passano i principi e lo spirito degli autori delle eresie, e si cambia la Parola scritta da Dio nella parola dell’uomo, perché si interpreta la Sacra Scrittura alla nostra privata maniera, dandole quel significato che si sceglie di dare, e quindi, invece di credere alla parola di Dio, si crede piuttosto alla propria interpretazione personale di essa, che non diventa pertanto altro che la parola dell’uomo. Quindi, Sant’Agostino dice: “Voi che credete quel vi piace, e rifiutate quel che volete, credete a voi stessi ed alla vostra fantasia, piuttosto che al Vangelo”.

L’ignoranza non-colpevole

.41. Quali protestanti non sono colpevoli del peccato di eresia, ma commettono altri grandi peccati?

R. – Coloro che sono protestanti, senza colpa loro e che non hanno mai avuto l’opportunità di miglior conoscenza, non sono colpevoli del peccato di eresia; ma se vivono secondo i dettami della loro coscienza, essi saranno persi, non a causa della loro eresia, che per loro non era peccato, ma a causa di altri gravi peccati commessi.

42. Saranno salvati quegli eretici che non sono colpevoli del peccato di eresia, ma sono fedeli nel vivere secondo i dettami della loro coscienza? L’ignoranza non-colpevole della vera religione, scusa un pagano dal peccato di infedeltà, e un protestante dal peccato di eresia.Ma tale ignoranza non è mai stata un mezzo di salvezza.Dal fatto che una persona che vive secondo i dettami della sua coscienza, e che non può peccare contro la vera religione a causa della ignorante di essa, molti hanno tratto la falsa conclusione che tale persona è salvata, o, in altre parole, è in stato di grazia santificante, rendendo così inutile ogni mezzo di salvezza o di giustificazione. Se non vogliamo sinceramente fare grandi errori nello spiegare la grande verità rivelata, “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”, dobbiamo ricordare:a) che per ottenere la salvezza ci sono quattro grandi verità, che tutti devono conoscere e credere per essere salvati; b)che non si può andare in Paradiso a meno che non ci si trovi in uno stato di grazia santificante; c) che, al fine di ricevere la grazia santificante, l’anima deve essere preparata dalla fede divina, dalla Speranza e Carità, da un vero dolore per il peccato con il fermo proposito di fare tutto ciò che Dio chiede all’anima di credere e di fare, al fine di essere salvati; d) che questa preparazione dell’anima non può essere operata dall’ignoranza non– E se tale ignoranza non può disporre l’anima a ricevere la grazia della giustificazione, tanto meno essa può dare questa grazia all’anima. L’ignoranza non-colpevole non è mai stata un mezzo di grazia o di salvezza, nemmeno per le persone che ignorando la colpa, vivono secondo la loro coscienza. Ma per questa classe di persone ignoranti diciamo, con San Tommaso d’Aquino, che Dio nella sua misericordia porterà queste anime alla conoscenza delle verità necessarie alla salvezza, anche inviando loro un Angelo, se necessario, per istruirli, piuttosto che lasciare che essi muoiano senza colpa loro. Se accettano questa grazia, verranno salvati come cattolici.

 Altre domande

43. Ma non è una dottrina molto caritatevole il dire che nessuno possa essere salvato fuori della Chiesa?

R. Al contrario, si tratta di un atto di carità molto grande l’affermare a gran forza, che fuori della Chiesa Cattolica non c’è salvezza possibile;  Gesù Cristo ed i suoi Apostoli hanno insegnato questa dottrina con un linguaggio molto semplice: chi cerca sinceramente la verità è felice di sentirla e abbracciarla, al fine di essere salvato.

.44. Ma non è detto nella Sacra Scrittura: “Chi teme Dio, ed opera la giustizia, è accettabile a Lui?”

R. – Ma chi non crede a tutte le verità che Dio ha rivelato, ma crede o rifiuta ciò che vuole, non teme Dio e non può abbracciare la giustizia. “Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di Lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a suo Figlio”, dice san Giovanni (1 S. Giovanni V, 10); e per questo motivo, viene condannato all’inferno.

.45. Ma non ci sono molti che perderebbero l’affetto dei loro amici, le loro case confortevoli, i loro beni temporali, le prospettive nel mondo degli affari, qualora diventino cattolici? Non li scuserebbe Gesù Cristo, in tali circostanze, per non voler diventare cattolici?

R. Per quanto riguarda l’affetto di amici, Gesù Cristo ha solennemente dichiarato: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me “(S. Matteo X, 37). E per quanto riguarda la perdita di guadagno temporale, Egli ha così risposto: “Che giova all’uomo se guadagna tutto il mondo e poi perde la sua anima? “(S. Mc VIII,36).

.46. Ma non sarebbe sufficiente essere cattolico solo di cuore, senza professare pubblicamente la propria religione?

R. No, perché Gesù Cristo ha solennemente dichiarato che, “Chi si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando Egli verrà nella sua maestà, e quella di suo Padre, e degli Angeli santi . “(S. Luca IX,26). 46. But might not such a one safely put off being received into the Church till the hour of deat

.47. Ma potrebbe un tale così tranquillamente rimandare all’ora della morte l’essere ricevuto nella Chiesa?

R.- Rimandare l’entrata nella Chiesa Cattolica fino all’ora della morte è abusare della misericordia di Dio, ed esporsi al pericolo di perdere la luce e la grazia della fede, e morire da reprobo.

.48. Che altro trattiene molti dal diventare cattolici?

R. -Molti sanno bene che, se diventano cattolici, devono condurre una vita onesta ed essere sobri, puri, controllare le loro passioni peccaminose, e questo non hanno proprio voglia di farlo. “Gli uomini preferiscono le tenebre alla luce”, dice Gesù-Cristo, “perché le loro opere sono il male.” Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!

.49. Cosa comporta il fatto che la salvezza possa essere trovata solo nella Chiesa cattolica romana?

R. – Ne consegue che è cosa molto empia per chiunque, il pensare ed il dire che poco importa ciò che un uomo crede, a condizione che sia un uomo onesto.

.50. Che risposta si può dare ad un uomo che parla così?

R. – Ad un uomo che dice: “poco importa quello che un uomo crede, a condizione che egli sia un uomo onesto”, vorrei chiedere se crede o non che la sua onestà e la giustizia siano così grandi, al di sopra di quella degli scribi e dei farisei nel Vangelo. Essi erano perseveranti nella preghiera, pagavano le decime secondo la legge, davano generose elemosine, digiunavano due volte alla settimana, e facevano il giro del mare e della terra per ottenere un convertito e portarlo alla conoscenza del vero Dio.

.51. Cosa dice Gesù Cristo di questa giustizia dei farisei?

R. Egli dice: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. (S. Matt 5,20).

.52. Era, quindi, la giustizia dei farisei molto difettosa agli occhi di Dio?

R. – La loro giustizia era tutta nel mostrarsi e nell’ostentare esternamente. Facevano opere buone solo per essere lodati ed ammirati dagli uomii. Erano ipocriti, volgari, nascondevano i loro grandi vizi sotto la bella apparenza dell’amore per Dio, la carità ai poveri, e la severità per se stessi. La loro devozione consisteva in atti esteriori, e disprezzavano tutti quelli che non vivevano come facevano loro. Erano rigorosi nelle osservanze religiose delle tradizioni umane, ma non si facevano scrupolo nel violare i Comandamenti di Dio.

53. Che cosa dobbiamo dunque pensare di quelli che dicono: «Poco importa ciò che un uomo crede, purché egli sia onesto?”

R. – Di quelli che dicono questo, pensiamo che la loro onestà esteriore, come quella dei Farisei, possa essere sufficiente a tenerli fuori dal carcere, ma non dall’inferno.

18 GIUGNO 1968 -5-

–18 giugno 1968

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   Continuiamo a discutere con le idee un po’ più chiare, circa l’Invalidità intrinseca del rito del “Pontificalis Romani”, per quanto concerne la consacrazione vescovile. Ricordiamo in quali termini San Tommaso d’Aquino pone la questione: “Dio è il solo a realizzare l’effetto interno al Sacramento? Risposta: «Ci sono due modi di realizzare un effetto: in qualità di agente principale o in qualità di strumento. Secondo la prima maniera, è Dio solo che realizza l’effetto del Sacramento. Ecco perché Dio solo penetra nelle anime ove risiede l’effetto del Sacramento, e un essere non può agire direttamente la dove Egli non c’è. Anche perché appartiene solo a Dio il produrre la “grazia”, che è l’effetto interiore del Sacramento ( Sum. Theol. I-II, Q.112, a. 1). Inoltre, il carattere, effetto interiore di certi Sacramenti, è una virtù strumentale derivante dall’agente principale, che è qui Dio. Ma, nella seconda maniera, cioè agendo in qualità di ministro, l’uomo può realizzare l’effetto interiore del Sacramento; perché il ministro e lo strumento hanno la stessa definizione: l’azione dell’uno conduce ad un effetto interiore sotto la mozione dell’Agente principale che è Dio. » (Summa theologiae III, Q.64, 1). In poche parole, l’uomo non è che il ministro, lo strumento dell’azione di Dio in un Sacramento. E qui sorge la domanda: “Chi è che ci assicura in modo assolutamente certo che Dio agisce al meglio in un rito creato nel 1968”? Seguiamo ancora San Tommaso, che si chiede: “L’istituzione dei sacramenti ha solo Dio per autore? – « È a titolo di strumento, lo si è visto, che i Sacramenti realizzano degli effetti spirituali. Ora lo strumento trae la sua virtù dall’Agente principale. Vi sono due agenti, nel caso di un Sacramento: Colui che lo istituisce, e colui che usa del Sacramento già instituito applicandolo quanto a produrre il suo effetto. Ma la virtù del Sacramento non può venire da colui che non fa che usarne, perché non si tratta così se non al modo di un ministro. Rimane dunque che la virtù del Sacramento gli viene da Colui che l’ha instituito. La virtù del Sacramento non venendo che da Dio, ne risulta che Dio solo ha istituito i Sacramenti. » Summa theologiae (III, Q.64, 1). Dio solo ha istituito i sacramenti, e allora: Chi ci assicura in modo assolutamente certo che un rito creato nel 1968 trasmette la “virtù” di un Sacramento che ha solo Dio come autore? – “Gli elementi necessari istituiti dal Cristo secondo San Tommaso d’Aquino: L’istituzione dei sacramenti ha Dio solo per autore? « Obiezione n°1: Non sembra, perché è la Santa Scrittura che ci fa conoscere le istituzioni divine. Ma ci sono alcuni elementi dei riti sacramentali che non si ritrovano menzionati nella Santa Scrittura, come la santa Cresima, con la quale si da’ la confermazione, e l’olio con cui si ungono i sacerdoti, e certe altre parole e gesti che sono in uso nei Sacramenti. Risposta all’obiezione n° 1: Gli elementi del rito sacramentale che sono d’istituzione umana non sono necessari al Sacramento, ma contribuiscono alla solennità di cui lo si circonda per eccitare devozione e rispetto in quelli che lo ricevono. Quanto agli elementi necessari ai Sacramenti, essi sono stati istituiti dal Cristo stesso, che è nello stesso tempo Dio ed uomo; e se essi non ci sono tutti rivelati nelle Scritture, la Chiesa comunque li ha ricevuti dall’insegnamento ordinario degli Apostoli [la tradizione – ndr. – ]; è così che San Paolo scrive (1 Co XI, 34) : «Per gli altri punti, io li regolerò alla mia venuta». Summa theologiae (III, Q.64, 1). Se gli elementi del rito “necessari” al Sacramento sono stati istituiti dal Cristo stesso, chi è che ci assicura in modo assolutamente certo che gli elementi del rito creato  (… nientemeno che da dom B. Botte su commissione di Buan 1365/75!?!) nel 1968 contengano effettivamente gli elementi necessari al Sacramento istituito dallo stesso N.S. Gesù Cristo? Ricordando, al proposito, il giudizio di San Pio X « … allorché si sappia bene che la Chiesa non ha il diritto di innovare nulla che tocchi la sostanza del sacramento » [San Pio X, 26 dicembre 1910, “Ex quo nono”]. Quindi veniamo alle “1+3” condizioni di validità del Sacramento di consacrazione: 1) Perché una consacrazione episcopale sia valida, si richiede innanzitutto che il consacratore abbia egli stesso il potere d’ordine, cioè che egli sia validamente (ed ontologicamente) Vescovo. Successivamente, sono necessarie 3 condizioni all’esistenza del Sacramento della consacrazione episcopale (vale a dire alla sua validità) : • la materia e la forma: « I sacramenti della nuova legge devono significare la grazia che essi producono e produrre la grazia che essi significano. Questo significato deve ritrovarsi … in tutto il rito essenziale, e cioè nella materia e nella forma; ma esso appartiene particolarmente alla “forma”, perché la materia è una forma indeterminata per se stessa, ed è la “forma che la determina” ». [Leone XIII, Apostolicae Curae, 1896]. • l’intenzione del consacratore: «la forma e l’intenzione sono egualmente necessarie all’esistenza del Sacramento », «Il pensiero o l’intenzione, dal momento che è una cosa interiore, non cade sotto il giudizio della Chiesa; ma Essa deve giudicarne la manifestazione esteriore » [Leone XIII, Apostolicae Curae, 1896]. E il Santo Padre Pio XII sottolinea efficacemente la questione alla Conclusione dei lavori del 1° congresso internazionale della liturgia pastorale d’Assisi, il 22 settembre 1956: «Ricordiamo a questo proposito ciò che Noi diciamo nella Nostra Constituzione Apostolica “Episcopalis Consecrationis” del 30 novembre 1944 (Acta Ap. Sedis, a. 37, 1945, p. 131-132). Noi vi determiniamo che nella consacrazione episcopale i due Vescovi che accompagnano il Consacratore, devono avere l’intenzione di consacrare l’Eletto, e che essi devono per conseguenza compiere i gesti esteriori e pronunciare le parole, per mezzo delle quali il potere e la grazia da trasmettere siano significate e trasmesse. Non è dunque sufficiente che essi uniscano la loro volontà a quella del Consacratore principale e dichiarino che essi fanno proprie le sue parole e le sue azioni. Essi stessi devono compiere quelle azioni e pronunziare le parole essenziali. »! E allora, quali sono state le modifiche o le soppressioni “sospette” (per usare un eufemismo) del rito montiniano. Ecco cosa è stato soppresso: – 1) Il giuramento del futuro vescovo che promette a Dio «di promuovere i diritti, gli onori, i privilegi dell’autorità della santa Chiesa romana… d’osservare con tutte le sue forze, e di farle osservare agli altri, le leggi dei santi Padri, i decreti, le ordinanze, le consegne ed i mandati apostolici … di combattere e di perseguire secondo il suo potere gli eretici [una delle principali funzioni del vescovo!!!], gli scismatici ed i ribelli verso il nostro San Pietro: il Papa ed i suoi successori». – 2) L’esame attento del candidato sulla sua fede, comprendente la domanda di confermare ciascuno degli articoli del credo. – 3) L’istruzione del vescovo: « Un vescovo deve giudicare, interpretare, consacrare, ordinare, offrire il sacrificio, battezzare e confermare». In nessuna parte quindi, il nuovo rito menziona che la funzione del vescovo sia quella di ordinare, di confermare e di giudicare (di slegare e legare). -.4) La preghiera che precisa le funzioni del vescovo, dopo la preghiera consacratoria. Nel Pontificalis Romani, si definisce quindi una forma essenziale insufficiente. Per Pio XII, la forma deve significare in modo univoco l’intenzione del rito di fare un Vescovo per ordinare dei preti: «allo stesso modo, la sola forma sono le parole che determinano l’applicazione di questa materia, parole che significano in un modo univoco gli effetti sacramentali, cioè il potere di ordine e la grazia dello Spirito-Santo, parole che la Chiesa accetta ed impiega come tali» [Pio XII, Sacramentum Ordinis, 1947]. –

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[la vera formula consacratoria di sempre in uso nella Chiesa Cattolica]

La forma designata come “essenziale” da Paolo VI non indica il potere d’ordine, né la grazia dello Spirito-Santo come grazia del Sacramento: « La forma consiste nelle parole di questa preghiera consacratoria; tra di esse, ecco quelle che appartengono alla natura “essenziale”, sicché sono quelle esatte perché l’azione sia valida: «Et nunc effunde super hunc electum eam virtutem, quæ a te est, Spiritum principalem, quem dedisti dilecto Filio Tuo Jesu Christo, quem ipse donavit sanctis apostolis, qui constituerunt Ecclesiam per singula loca, ut sanctuarium tuum, in gloriam et laudem indeficientem nominis tui» [ed ora effondi su questo eletto quella virtù che viene da Te, lo Spirito “principale”, che desti al Figlio tuo diletto, e che Egli donò ai suoi Apostoli, perché si costituisse la Chiesa come tuo santuario a gloria e lode del tuo Nome …]. (Inoltre non è specificato di quale spirito si tratti! “Principalem”, in latino, significa pure: “del principe” [si consulti un normale vocabolario della lingua latina]… quindi non è per caso che ci si riferisca, viste le referenze degli autori, allo spirito del “principe … di questo mondo”?) – (Paolo VI, Pontificalis Romani, 1968.]. I termini supposti per definire il Vescovo figurano in un’altra parte del prefazio: «ut distribuát múnera secúndum præcéptum tuum » [Paolo VI, Pontificalis Romani, 1968). Alla maniera degli anglicani, i difensori del rito montiniano devono allora invocare l’“unità morale” del rito. Nel Pontificalis Romani, la forma essenziale è senza dubbio, insufficiente. Il sacramento (ex opere operato) non può operare ciò che esso non significa!!! « La sola forma sono le parole che determinano l’applicazione di questa materia, parole che significano in modo univoco gli effetti sacramentali, cioè il potere d’ordine e la grazia dello Spirito-Santo, parole che la Chiesa accetta ed impiega come tale». [Pio XII, Sacramentum ordinis, 1947]. Le parole del prefazio del Pontificalis romani “non” significano affatto il potere d’ordine: “Ut distribuant munera secundum praeceptum tuum”. [Che essi distribuiscano dei “doni” (!?! forse come santa Claus o la befana !?) secondo il tuo comandamento]. Il termine adottato “distribuant munera” è equivoco, esso esprime dei doni, dei carichi, delle funzioni (vedere il diz. Gaffiot per “munus”), si tratta di un termine profano che non esprime nemmeno lontanamente il potere d’ordine. Dom Botte traduce il greco κλήρους (Klerous) con ‘carichi’ (La Tradition apostolique, Ed. Sources chrétiennes, maggio 1968). Ora un “carico” ecclesiastico non è un ordine. Un anglicano può accettare l’espressione di distribuzione di carichi, un luterano ugualmente. Questa ambiguïtà è voluta … siamo ben lontani dalle parole essenziali del rito latino (comple sacerdote tuo). Queste parole esprimono in modo univoco il potere d’ordine (Episcopum oportet … ordinare – il vescovo deve ordinare!). Il sacramento (ex opere operato) non può operare ciò che esso non significa e quindi la forma è da considerarsi “difettosa A questo punto, a differenza di tutti i riti precedentemente adottati, è patente la “contro-intenzione” del rito, quella di “non” significare il potere di ordinazione dei preti, e quindi la volontà di non ordinare! Si mette dunque in evidenza una contro-intenzione a livello della forma del rito, contro-intenzione che appare in un contesto ecumenico che fornisce la “chiave” per la comprensione della messa in atto di questo rito. Non a caso Jean Guitton, scriveva: «Questa Chiesa ha cessato di chiamarsi cattolica per chiamarsi ecumenica», ed il massone Bugnini (col nome d’arte BUAN, sempre lui, quello della messa del baphomet “signore dell’universo”!) dichiarava sull’Osservatore Romano del 19 marzo del 1965: Noi dobbiamo spogliare le nostre preghiere Cattoliche e la liturgia Cattolica da tutto ciò che potrebbe rappresentare l’ombra di una pietra d’inciampo per i nostri “fratelli” separati (quelli che la “vera” Chiesa ha sempre chiamato “eretici” e “scismatici”, vale a dire i Protestanti.”). Un caso simile, a proposito delle false ordinazioni anglicane, fu inesorabilmente ed infallibilmente stroncato da un Papa “vero”, Leone XIII nella sua famosa lettera Enciclica del 1896(oggi occultata con ogni mezzo dagli apostati modernisti conciliari!), la già più volte citata “Apostolicae curae” nella quale si dimostravano 4 punti: – 1) La forma del sacramento è stata rimpiazzata da una forma ambigua che non significa precisamente la grazia che produce il sacramento [appunto come l’attuale -ndr. -]. –2) Il rito anglicano è stato composto e pubblicato in circostanze di odio del cattolicesimo e in uno spirito settario ed eterodosso (come quello ecumenico e neoterico della setta modernista, ampiamente scomunicato da Papi di felice memoria, uno tra tutti: Pio II –ndr. – ); – 3) Le espressioni del rito anglicano non possono avere un senso cattolico (esattamente come quello esaminato –ndr. – ).– 4) L’intenzione del rito anglicano è contraria a ciò che fa la Chiesa • Una conclusione infallibile e senza appello!!!. Tale conclusione, viste le premesse, può essere tranquillamente e serenamente applicata, con identica fermezza, a quella del rito di Montini e del “trio” dei blasfemi. Si tratta come si vede, di una ulteriore impostura sacrilega a-canonica ed a-cattolica introdotta a devastazione della gerarchia, completata di li a poco (1972) dall’abolizione indebita della tonsura ecclesiastica, e che ha “confezionato”, come vedremo, dei laici mai consacrati, dei prelati-zombi, ridicoli travestiti ed usurpanti ignobilmente titoli e giurisdizione!

DIVINA MATERNITÀ’ DI MARIA SS.

11 OTTOBRE.

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Questa festa fu istituita dal Sommo Pontefice Pio X I nel 1931, in occasione del XV Centenario del Concilio Efesino, coll’Enciclica « Lux Veritatis». Nostro Signore Gesù Cristo, generato dal Padre, discese dal Cielo con un procedimento nuovo e con una nuova natività, per salvare gli uomini e condurli alla eterna felicità. – Nacque da una Vergine senza concorso di padre terreno, senza perdita della verginità della madre, perché tale nascita conveniva al futuro Salvatore degli uomini, il Quale, benché avesse in sé vera natura umana ne ignorasse però le sozzure. Ciò che crediamo è fuori dell’uso e consuetudine umana, ma è sostenuto dalla potenza divina, che una Vergine è diventata Madre, Vergine ha dato alla luce, Vergine è rimasta. – Questa Vergine è Maria SS., scelta dalla stirpe regale di Davide come fu predetto nelle Sacre Scritture: « Ecco che una Vergine concepirà nel suo seno e partorirà un Figlio a cui sarà posto il nome di Emanuele, che significa: Dio con noi ». La fede della Chiesa nel dogma della Divina Maternità di Maria SS., cominciando dal giorno stesso in cui S. Elisabetta, illuminata dallo Spirito Santo, La salutò per prima «Madre del mio Signore», si conservò interrotta attraverso tutti i secoli. – Infatti fin dai primi tempi, allorché Nestorio osò opporsi a coloro che davano a Maria il titolo di Madre di Dio, il popolo ne fu così scandalizzato ed indignato, che s’alzò nella chiesa stessa a protestare contro la sua falsa dottrina. E quando, tre anni dopo, il Concilio radunato in Efeso, condannò l’eresiarca, la folla immensa che attendeva ansiosa di vedere solennemente riconosciuto il proprio amore e la propria fede nella Beatissima Madre di Dio, acclamò con la gioia più viva alle decisioni dei Padri del Concilio, e li accompagnò trionfalmente alle loro dimore. E noi crediamo fermamente in questo dogma, non solo perché così ci insegna la Santa Chiesa che è infallibile, ma anche per la testimonianza della S. Scrittura e di tutta la storia. – Il titolo di Madre di Dio è per Maria SS. il fondamento, la ragione e la sorgente di tutte le sue grandezze. « È Madre di Dio, dice Cornelio a Lapide: dunque essa è immensamente più eccelsa di tutti gli Angeli, anche dei Cherubini e dei Serafini; è Madre di Dio, e perciò è la più pura, la più santa, così che, dopo Dio, non si può immaginare purezza maggiore; è Madre di Dio, e perciò possiede in grado molto più elevato tutti i privilegi concessi a qualsiasi altro santo ». – Ma, mentre è Madre di Dio, Maria è pure benignissima Madre nostra, sia perché Gesù ci ha comandato di esserLe figli docili ed amorosi, sia perché ce la diede realmente per Madre quando, pendendo dalla Croce, disse a Giovanni ed in lui a ciascuno di noi: « Ecco tua Madre »; e sia perché Maria esercitò veramente gli uffici di Madre, dapprima verso gli Apostoli e poi verso tutta la Chiesa e verso ciascuno dei fedeli. E chi mai non sente di amare e non confida in una Madre così buona e così potente? In Lei trovano la difesa più sicura le anime innocenti, in Lei trovano il conforto gli afflitti, in Lei riposano tutte le speranze di chi, caduto in peccato, vuole risorgere e ritornare al Signore: per le sue mani passano tutte le grazie.

FRUTTO. — Maria SS. meritò di diventare Madre di Dio per la sua purezza e per la sua umiltà. PreghiamoLa a volerci concedere la grazia di queste due virtù così preziose.

PREGHIERA. — O Dio, il quale volesti che il Tuo Verbo, all’annunzio dell’Angelo, prendesse l’Umanità nel seno della Beata Vergine Maria, concedi a noi suoi supplicanti, che, come crediamo ch’Ella è veramente la Madre di Dio, così veniamo aiutati dalla sua intercessione presso di Te. Così sia.

[Un santo per tutti i giorni dell’anno. Roma- Alba, 1930]

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II OTTOBRE

MATERNITÀ” DELLA B. V. MARIA

[Dom Gueranger: “l’anno liturgico”, vol. II.]

Il titolo di Madre di Dio.

Il titolo di Madre di Dio, fra tutti quelli che vengono attribuiti alla Madonna, è il più glorioso. Essere la Madre di Dio è per Maria la sua ragion d’essere, il motivo di tutti i suoi privilegi e delle sue grazie. Per noi il titolo racchiude tutto il mistero della Incarnazione e non ne vediamo altro che più di questo sia sorgente per Maria di lodi e per noi di gioia. Sant’Efrem pensava giustamente che credere e affermare che la Santissima Vergine Maria è Madre di Dio è dare una prova sicura della nostra fede. – La Chiesa quindi non celebra alcuna festa della Vergine Maria senza lodarla per questo privilegio. E così saluta la beata Madre di Dio nell’Immacolato Concepimento, nella Natività, nell’Assunzione e noi nella recita frequentissima dell’Ave Maria facciamo altrettanto.

L’eresia nestoriana.

« Theotókos », Madre di Dio, è il nome con cui nei secoli è stata designata Maria Santissima. Fare la storia del dogma della maternità divina sarebbe fare la storia di tutto il cristianesimo, perché il nome era entrato così profondamente nel cuore dei fedeli che quando, davanti al Vescovo di Costantinopoli, Nestorio, un prete che era il suo portavoce, osò affermare che Maria era soltanto madre di un uomo, perché era impossibile che Dio nascesse da una donna, il popolo protestò scandalizzato. – Era allora vescovo di Alessandria san Cirillo, l’uomo suscitato da Dio per difendere l’onore della Madre del suo Figlio. Egli tosto manifestava il suo stupore: « Mi meraviglia che vi siano persone, che pensano che la Santa Vergine non debba essere chiamata Madre di Dio. Se nostro Signore è Dio, Maria, che lo mise al mondo, non è la Madre di Dio? Ma questa è la fede che ci hanno trasmessa gli Apostoli, anche se non si sono serviti di questo termine, ed è la dottrina che abbiamo appresa dai Santi Padri ».

Il Concilio di Efeso.

Nestorio non cambiò pensiero e l’imperatore convocò un concilio, che si aprì ad Efeso il 22 giugno del 431 sotto la presidenza di san Cirillo, legato del Papa Celestino. Erano presenti 200 vescovi i quali proclamarono che « la persona di Cristo è una e divina e che la Santissima Vergine deve essere riconosciuta e venerata da tutti quale vera Madre di Dio ». I cristiani di Efeso intonarono canti di trionfo, illuminarono la città e ricondussero alle loro dimore con fiaccole accese i vescovi « venuti – gridavano essi – per restituirci la Madre di Dio e ratificare con la loro santa autorità ciò che era scritto in tutti i cuori ». – Gli sforzi di satana avevano raggiunto, come sempre, un risultato solo, cioè quello di preparare un magnifico trionfo alla Madonna e, se vogliamo credere alla tradizione, i Padri del Concilio, per perpetuare il ricordo dell’avvenimento, aggiunsero all’Ave Maria le parole: « Santa Maria, Madre di Dio, pregate per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte ». Milioni di persone recitano ogni giorno quella preghiera e riconoscono a Maria la gloria di Madre di Dio, che un eretico aveva preteso negare.

La festa dell’undici ottobre.

Il 1931 ricorreva il XV centenario del Concilio di Efeso e Pio XI pensò che sarebbe stata « cosa utile e gradita per i fedeli meditare e riflettere sopra un dogma così importante » come quello della maternità divina e, per lasciare una testimonianza perpetua della sua devozione alla Madonna, scrisse l’Enciclica “Lux veritatis”, restaurò la basilica di Santa Maria Maggiore in Roma e istituì una festa liturgica, che « avrebbe contribuito a sviluppare nel clero e nei fedeli la devozione verso la grande Madre di Dio, presentando alle famiglie come modelli. Maria e la sacra Famiglia di Nazareth », affinché siano sempre più rispettati la santità del matrimonio e l’educazione della gioventù. – Che cosa implichi per Maria la dignità di Madre di Dio lo abbiamo già notato nelle feste del primo gennaio e del 25 marzo, ma l’argomento è inesauribile e possiamo fermarci su di esso ancora un poco.

« Godi, o Vergine, perché da sola hai sterminato nel mondo intero le eresie ». L’antifona della Liturgia insegna che il dogma della maternità divina è sostegno e difesa di tutto il cristianesimo. Confessare la maternità divina è confessare la natura divina e l’umana nel Verbo Incarnato in unità di Persona ed è altresì affermare la distinzione delle Persone in Dio nell’unità di natura ed è ancora riconoscere tutto l’ordine soprannaturale della grazia e della gloria.

Maria vera Madre di Dio.

Riconoscere che Maria è vera Madre di Dio è cosa facile. « Se il Figlio della Santa Vergine è Dio, scrive Pio XI nell’Enciclica Lux veritatis, Colei che l’ha generato merita di essere chiamata Madre di Dio; se la Persona di Gesù Cristo è una e divina, tutti, senza dubbio, devono chiamare Maria Madre di Dio e non solamente di Cristo uomo. Come le altre donne sono chiamate e sono realmente madri, perché hanno formato nel loro seno la nostra sostanza mortale, e non perché abbiano creata l’anima umana, così Maria ha acquistato la maternità divina per aver generato l’unica Persona del Figlio suo ».

Conseguenze della maternità divina.

« Derivano di qui, come da sorgente misteriosa e viva, la speciale grazia di Maria e la sua suprema dignità davanti a Dio. La beata Vergine ha una dignità quasi infinita, che proviene dal bene infinito, che è Dio, dice san Tommaso. E Cornelio a Lapide spiega le parole di san Tommaso così: Maria è la Madre di Dio, supera in eccellenza tutti gli Angeli, i Serafini, i Cherubini. È la Madre di Dio ed è dunque la più pura e più santa di tutte le creature e, dopo quella di Dio, non è possibile pensare purezza più grande. È Madre di Dio, sicché, se i Santi ottennero qualche privilegio (nell’ordine della grazia santificante) Maria ebbe il suo prima di tutti ».

Dignità di Maria.

Il privilegio della maternità divina pone Maria in una relazione troppo speciale ed intima con Dio, perché possano esserle paragonate dignità create di qualsiasi genere, la pone in un rapporto immediato con l’unione ipostatica e la introduce in relazioni intime e personali con le tre Persone della Santissima Trinità.

Maria e Gesù.

La maternità divina unisce Maria con il Figlio con un legame più forte di quello delle altre madri con i loro figli. Queste non operano da sole la generazione e la Santa Vergine invece ha generato il Figlio, l’Uomo-Dio, con la sua stessa sostanza e Gesù è premio della sua verginità e appartiene a Maria per la generazione e per la nascita nel tempo, per l’allattamento col quale Lo nutrì, per l’educazione che Gli diede, per l’autorità materna esercitata su di Lui.

Maria e il Padre.

La maternità divina unisce in modo ineffabile Maria al Padre. Maria infatti ha per Figlio il Figlio stesso di Dio, imita e riproduce nel tempo la generazione misteriosa con la quale il Padre generò il Figlio nell’eternità, restando così associata al Padre nella sua paternità. – « Se il Padre ci manifestò un’affezione così sincera, dandoci suo Figlio come Maestro e Redentore, diceva Bossuet, l’amore che aveva per Te, o Maria, gli fece concepire ben altri disegni a tuo riguardo e ha stabilito che Gesù fosse tuo come è suo e, per realizzare con Te una società eterna, volle che tu fossi la Madre del suo unico Figlio e volle essere il Padre del tuo Figlio » (Discorso sopra la devozione alla Santa Vergine).

Maria e lo Spirito Santo.

La maternità divina unisce Maria allo Spirito Santo, perché per opera dello Spirito Santo ha concepito il Verbo nel suo seno. In questo senso Leone XIII chiama Maria Sposa dello Spirito Santo (Encicl. Divinum munus, 9 maggio 1897) e Maria è dello Spirito Santo il santuario privilegiato, per le inaudite meraviglie che ha operate in lei, « Se Dio è con tutti i Santi, afferma san Bernardo, è con Maria in modo tutto speciale, perché tra Dio e Maria l’accordo è così totale che Dio non solo si è unita la sua volontà, ma la sua carne e con la sua sostanza e quella della Vergine ha fatto un solo Cristo, e Cristo se non deriva come egli è, né tutto intero da Dio, né tutto intero da Maria, è tuttavia tutto intero di Dio e tutto intero di Maria, perché non ci sono due figli, ma c’è un solo Figlio, che è Figlio di Dio e della Vergine. L’Angelo dice: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con Te. È con Te non solo il Signore Figlio, che rivestisti della tua carne, ma il Signore Spirito Santo dal Quale concepisti e il Signore Padre, che ha generato Colui che Tu concepisti. È con Te il Padre che fa sì che suo Figlio sia tuo Figlio; è con Te il Figlio, che, per realizzare l’adorabile mistero, apre il tuo seno miracolosamente e rispetta il sigillo della tua verginità; è con te lo Spirito Santo, che, con il Padre e con il Figlio santifica il tuo seno. Sì, il Signore è con te » (3.a Omelia super Missus est)

L’amore di Gesù per la Madre.

« Se fosse permesso spingere tanto innanzi l’analisi del suo sviluppo umano, si direbbe che in Gesù, come in altri, vi fu qualcosa dell’influenza della Madre sua. La grazia, la finezza squisita, la dolcezza indulgente appartengono solo a Lui, ma proprio per tali cose si distinguono coloro, che spesso hanno sentito il cuore come addolcito dalla tenerezza materna e lo spirito ingentilito, per la conversazione con la donna venerata e amata teneramente, che si compiaceva iniziarli alle sfumature più delicate della vita. Gesù fu davvero, come Lo chiamavano i concittadini, il « Figlio di Maria».  Egli tanto ha ricevuto da Maria, perché l’amò infinitamente. Come Dio, La scelse e le donò prerogative uniche di verginità, di purezza immacolata, e nello stesso tempo la grazia della maternità divina; come uomo, l’amò tanto fedelmente che sulla croce, in mezzo alle spaventevoli sofferenze, l’ultimo pensiero fu per lei: Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua Madre.» Ma il doppio amore gli fece scegliere per la Madre una parte degnissima di Lei. Il profeta aveva preannunziato lui come il Servo di Jahvè e la Madre fu la Serva del Signore nell’oblio di sé, nella devozione e nel perfetto distacco: « vi è più gioia nel dare che nel ricevere ». Cristo, che aveva presa per sé questa gioia, la diede alla Madre e Maria comprese così bene questo dono che nei ricordi d’infanzia segnò con attenzione particolare i rapporti che a un lettore superficiale sembrano duri: « Perché mi cercavate? Non sapevate che debbo occuparmi delle cose che riguardano il Padre mio? » E più tardi: « Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?… » Gesù vuole insegnarci il distacco che da noi esige e darcene l’esempio » (Lebreton. La Vie et Venseignement de J. C. N. S., p. 62).

Maria nostra Madre.

Salutandoti oggi col bel titolo di Madre di Dio, non dimentichiamo che «avendo dato la vita al Redentore del genere umano, sei per questo fatto stesso divenuta Madre nostra tenerissima e che Cristo ci ha voluti per fratelli. Scegliendoti per Madre del Figlio suo, Dio Ti ha inculcato sentimenti del tutto materni, che respirano solo amore e perdono » (Pio XI Enc. Lux veritatis). – « O Vergine tutta santa, è per i tuoi figli cosa dolce dire di Te tutto ciò che è glorioso, tutto ciò che è grande, ma ciò facendo dicono solo il vero e non riescono a dire tutto quello che tu meriti (Basilio di Seleucia, Omelia 39, n. 6. P. G. 85, c. 452). Tu sei infatti la meraviglia delle meraviglie e di quanto esiste o potrà esistere, Dio eccettuato, niente è più bello di Te » (Isidoro da Tessalonica. Discorso per la Presentazione di Maria P. G. 189, c. 69). – Dalla gloria del cielo ove sei, ricordati di noi, che Ti preghiamo con tanta gioia e confidenza. «L’Onnipotente è con Te e Tu sei onnipotente con Lui, onnipotente per Lui, onnipotente dopo di Lui », come dice san Bonaventura. Tu puoi presentarti a Dio non tanto per pregare quanto per comandare, Tu sai che Dio esaudisce infallibilmente i tuoi desideri. Noi siamo, senza dubbio, peccatori, ma Tu sei divenuta Madre di Dio per causa nostra e « non si è mai inteso dire che alcuno di quelli che sono ricorsi a Te sia stato abbandonato. Animati da questa confidenza, o Vergine delle vergini, o nostra Madre, veniamo a Te gemendo sotto il peso dei nostri falli e ci prostriamo ai tuoi piedi. Madre del Verbo incarnato, non disprezzare le nostre preghiere, degnati esaudirle » (San Bernardo).

Infine chiudiamo in bellezza con il santo Magistero, che è parola di Dio, rileggendo l’enciclica, già citata sopra, di S.S. Pio XI, nella quale tra l’altro c’è un passaggio significativo sul ruolo primario del Santo Padre, oggi misconosciuto dai modernisti apostati, dagli eretici-scismatici sedevacantisti dichiarati o criptici, e i sedicenti sede-privazionisti!

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LETTERA ENCICLICA

LUX VERITATIS

DEL SOMMO PONTEFICE

PIO XI

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,

PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI

CHE HANNO PACE E COMUNIONE

CON LA SEDE APOSTOLICA,

NEL XV CENTENARIO

DEL CONCILIO DI EFESO CHE PROCLAMÒ

LA MATERNITÀ DIVINA DI MARIA

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Concilio di Efeso

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

La storia, luce di verità e testimonio dei tempi, se rettamente consultata e diligentemente esaminata, insegna che la promessa fatta da Gesù Cristo: « Io sono con voi … fino alla consumazione dei secoli » [1], non è mai venuta meno alla sua Chiesa e non verrà quindi mai a mancare in avvenire. Anzi quanto più furiosi sono i flutti dai quali è sbattuta la nave di Pietro, tanto più pronto e vigoroso essa sperimenta l’aiuto della grazia divina. E ciò in modo singolarissimo avvenne nei primi tempi della Chiesa, non solo quando il nome cristiano era ritenuto delitto esecrabile da punirsi con la morte, ma anche quando la vera fede di Cristo, sconvolta dalla perfidia degli eretici che imperversavano soprattutto in Oriente, fu messa in gravissima prova. Infatti, come i persecutori dei cristiani, l’uno dopo l’altro, miseramente scomparvero, e lo stesso Impero romano cadde in rovina, così tutti gli eretici, quasi tralci inariditi [2] perché recisi dalla vite divina, più non poterono succhiare la linfa vitale né fruttificare. – La Chiesa di Dio invece, fra tante procelle e vicissitudini di cose caduche, unicamente confidando in Dio, proseguì in ogni tempo il suo cammino con passo fermo e sicuro, né mai cessò di difendere vigorosamente l’integrità del sacro deposito della verità evangelica affidatole dal divino Fondatore. – Questi pensieri si riaffacciano alla Nostra mente, Venerabili Fratelli, nell’accingerCi a parlarvi in questa Lettera di quel veramente faustissimo avvenimento che fu il Concilio celebrato ad Efeso quindici secoli fa, nel quale, come fu smascherata l’astuta protervia degli erranti, così rifulse la inconcussa fede della Chiesa, sorretta dall’aiuto divino. – Sappiamo che per Nostro consiglio furono costituiti due Comitati di uomini insigni [3], incaricati di promuovere nel modo più solenne commemorazioni di questo centenario, non solo qui in Roma, capitale dell’orbe cattolico, ma in ogni parte del mondo. Né ignoriamo che le persone alle quali affidammo tale incarico speciale si adoperarono alacremente di promuovere la salutare iniziativa, senza risparmio di fatiche o di sollecitudini. Di questa alacrità dunque — assecondata, si può dire, dappertutto dal volenteroso e veramente mirabile consenso dei Vescovi e dei migliori fra i laici — non possiamo che grandemente congratularCi, perché confidiamo che ne abbiano a derivare, anche per l’avvenire, grandi vantaggi per la causa cattolica. – Ma considerando Noi attentamente questo avvenimento storico e i fatti e le circostanze ad esso connessi, stimiamo conveniente all’ufficio apostolico affidatoCi da Dio, rivolgerCi personalmente a voi con un’Enciclica in quest’ultimo scorcio del centenario e nella ricorrenza del tempo sacro in cui la B. V. Maria per noi « diede alla luce il Salvatore », e intrattenerCi con voi intorno a questo argomento che certo è della massima importanza. Nel fare ciò nutriamo ferma speranza che non solo le Nostre parole torneranno gradite ed utili a voi e ai vostri fedeli, ma, se esse verranno attentamente meditate con animo desideroso di verità da quanti Nostri fratelli e figli dilettissimi sono separati dalla Sede Apostolica, confidiamo che essi, convinti dalla storia maestra della vita, non potranno non provare almeno la nostalgia dell’unico ovile sotto l’unico Pastore, e del ritorno a quella vera fede, che gelosamente si conserva sempre sicura e inviolata nella Chiesa Romana. Infatti, nel metodo seguito dai Padri e in tutto lo svolgimento del Concilio di Efeso nell’opporsi all’eresia di Nestorio, tre dogmi della fede cattolica specialmente brillarono agli occhi del mondo nella piena loro luce, e di essi Noi tratteremo in modo speciale. Essi sono: che in Gesù Cristo unica è la Persona, e questa divina; che tutti devono riconoscere e venerare la B. V. Maria come vera Madre di Dio; e infine, che nel Romano Pontefice risiede, per divina istituzione, l’autorità suprema, somma e indipendente, su tutti e singoli i cristiani, nelle questioni concernenti la fede e la morale.

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S. Cirillo di Alessandria

I

Per procedere dunque con ordine nella trattazione, facciamo Nostra quella sentenziosa esortazione dell’Apostolo delle genti agli Efesini: « Riuniamoci finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità » [4]. Le quali esortazioni dell’Apostolo, come furono seguite con sì mirabile unione d’animo dai Padri del Concilio di Efeso, così vorremmo che tutti, senza distinzione, facendo tacere ogni pregiudizio, le ritenessero come a sé rivolte e le mettessero felicemente in pratica. – Come è universalmente risaputo, autore di tutta la controversia fu Nestorio; non però nel senso che la nuova dottrina sia sbocciata tutta dal suo ingegno e dal suo studio, avendola egli certamente derivata da Teodoro, vescovo di Mopsuestia; ma egli, svolgendola poscia con maggiore ampiezza, e rimessala a nuovo con una certa apparenza di originalità, si diede a predicarla e a divulgarla con ogni mezzo con grande apparato di parole e di sentenze, dotato com’era di facondia singolare. Nato a Germanicia, città della Siria, si recò da giovane ad Antiochia per istruirsi nelle scienze sacre e profane. In questa città, allora celeberrima, professò dapprima la vita monastica; ma poi, volubile com’era, abbandonato questo genere di vita e ordinato sacerdote, si dedicò totalmente alla predicazione, cercandovi, più che la gloria di Dio, il plauso umano. La fama della sua eloquenza destò tanto favore nel pubblico e talmente si diffuse che, chiamato a Costantinopoli, allora priva del suo Pastore, fu elevato alla dignità episcopale, fra la più grande aspettazione comune. In questa così illustre sede, anziché astenersi dalle massime perverse della sua dottrina, continuò anzi a insegnarle e a divulgarle con maggiore autorità e baldanza. – Per bene intendere la questione, giova qui accennare brevemente ai principali capi dell’eresia nestoriana. Quell’uomo arrogante, giudicando che due ipostasi perfette, vale a dire la umana di Gesù e la divina del Verbo, si fossero riunite in una comune persona, o « prosopo » (com’egli si esprimeva), negò quell’ammirabile unione sostanziale delle due nature, che chiamiamo ipostatica; pertanto insegnò che l’Unigenito Verbo di Dio non s’era fatto uomo, ma si trovava presente nell’umana carne per la sua inabitazione, per il suo beneplacito e per la virtù della sua operazione. Di qui, non doversi Gesù chiamare Dio, ma « Theophoros » ossia Deifero; in modo non molto dissimile da quello per cui i profeti e gli altri santi possono chiamarsi Deiferi, cioè per la grazia divina loro concessa. – Da queste perverse massime di Nestorio seguiva doversi riconoscere in Cristo due persone, l’una divina e l’altra umana; e così ne scendeva necessariamente che la B. V. Maria non era veramente Madre di Dio, ossia « Theotócos », ma piuttosto Madre di Cristo uomo, ossia « Christotócos », o al più Accoglitrice di Dio, ossia « Theodócos » [5]. – Questi empi dogmi, predicati non più nell’oscurità del segreto da un uomo privato, ma apertamente in pubblico dallo stesso Vescovo di Costantinopoli, produssero negli animi, massime nella Chiesa orientale, una gravissima perturbazione. E fra gli oppositori dell’eresia nestoriana, che non mancarono nemmeno nella capitale dell’Impero di Oriente, tiene certamente il primo posto quell’uomo santo e vindice della cattolica integrità che fu Cirillo, Patriarca di Alessandria. Questi, non appena conosciuta l’empia dottrina del Vescovo di Costantinopoli, zelantissimo com’era non soltanto dei figli suoi, ma altresì dei fratelli erranti, difese validamente presso i suoi la fede ortodossa, e si adoperò con animo fraterno di ricondurre Nestorio alla norma della verità, indirizzandogli una lettera. – Riuscito vano questo caritatevole tentativo a motivo della pervicace ostinazione di Nestorio, Cirillo, non meno buon conoscitore che fortissimo assertore dell’autorità della Chiesa Romana, non volle spingere più oltre la discussione né sentenziare di sua autorità in una causa tanto grave, senza prima domandare e udire il giudizio della Sede Apostolica. Scrisse perciò « al Beatissimo e a Dio dilettissimo Padre Celestino », una lettera piena di deferenza, dicendogli fra l’altro: « L’antica consuetudine delle Chiese ci induce a comunicare alla Tua Santità simili cause … » [6]. « Né vogliamo abbandonare pubblicamente la comunione di lui (Nestorio), prima di farne cenno alla Tua pietà. Degnati pertanto di significarci la Tua sentenza, onde chiaramente ci possa constare se convenga che noi comunichiamo con uno che favorisce e predica una siffatta erronea dottrina. Quindi l’integrità della Tua mente e il Tuo parere su questo argomento deve venire esposto chiaramente per iscritto ai vescovi piissimi e a Dio devotissimi della Macedonia e ai Pastori di tutto l’Oriente » [7]. – Nestorio stesso non ignorava la suprema autorità del Vescovo di Roma su tutta la Chiesa; e di fatto ripetutamente scrisse a Celestino, sforzandosi di provare la sua dottrina e di guadagnarsi e accattivarsi l’animo del santo Pontefice. Ma indarno; perché gli stessi scritti incomposti dell’eresiarca contenevano errori non lievi; e il Capo della Sede Apostolica non appena li scorse, mettendo subito mano al rimedio perché la peste dell’eresia non divenisse, temporeggiando, più pericolosa, li esaminò giuridicamente in un Sinodo, e solennemente li riprovò e ordinò che parimenti da tutti fossero riprovati. – E qui desideriamo, Venerabili Fratelli, che riflettiate attentamente quanto, in questa causa, il modo di procedere del Romano Pontefice differisca da quello seguito dal Vescovo di Alessandria. Questi infatti, pur occupando una sede stimata la prima della Chiesa Orientale, non volle, come abbiamo detto, dirimere da sé una gravissima controversia concernente la fede cattolica, prima di aver ben conosciuto il pensiero della Sede Apostolica. Celestino invece, riunito a Roma un Sinodo, esaminata ponderatamente la causa, in forza della suprema e assoluta sua autorità su tutto il gregge del Signore, pronunziò solennemente questa decisione sul Vescovo di Costantinopoli e sulla dottrina di lui: « Sappi dunque chiaramente », così scrisse a Nestorio, « che questa è la nostra sentenza: se di Cristo, Dio nostro, non predichi ciò che affermano la Chiesa Romana e Alessandrina e tutta la Chiesa cattolica, come anche ottimamente sostenne la sacrosanta Chiesa di Costantinopoli fino a te, e se entro dieci giorni da computarsi da quello in cui avrai avuto notizia di questa intimazione, non ripudierai, con una confessione chiara e per iscritto, quella perfida novità che tenta di separare ciò che la Sacra Scrittura unisce, sei cacciato dalla comunione di tutta la Chiesa cattolica. Il testo del nostro giudizio su di te abbiamo inviato, per mezzo del ricordato figlio mio il diacono Possidonio, con tutti i documenti, al santo mio consacerdote Vescovo della predetta città di Alessandria, che di tutto questo affare con maggior pienezza C’informò, perché, in nostra vece, faccia in modo che questa nostra decisione venga conosciuta da te e da tutti i fratelli; perché tutti debbono sapere quanto si fa, quando si tratta della causa di tutti » [8]. – L’esecuzione di questa sentenza fu poi demandata dal Romano Pontefice al Patriarca di Alessandria con queste gravi parole: « Pertanto, forte dell’autorità della nostra Sede, tenendo le nostre veci, eseguirai, con forte vigore questa sentenza: o entro dieci giorni, da computarsi dal giorno di questa intimazione, egli condannerà con una professione scritta le sue perverse dottrine e confermerà di ritenere intorno alla natività di Cristo, Dio nostro, la fede professata dalla Chiesa Romana, da quella della tua santità e dall’universale sentimento; oppure, se ciò non farà, subito la tua santità, provvedendo a quella Chiesa, sappia ch’egli dev’essere in tutti i modi rimosso dal nostro corpo » [9]. – Alcuni scrittori antichi e moderni, quasi per eludere la chiara autorità dei documenti riferiti, vollero su tutta questa controversia proferire giudizio, spesso con un’orgogliosa iattanza. Anche ammesso, così vanno sconsideratamente dicendo, che il Pontefice Romano abbia pronunciato una sentenza perentoria ed assoluta, provocata dal Vescovo di Alessandria emulo di Nestorio, e quindi da lui ben volentieri fatta sua, resta però il fatto che il Concilio, riunitosi più tardi ad Efeso, tornò a giudicare da capo tutta la causa, già giudicata e assolutamente condannata dalla Sede Apostolica, e con la suprema sua autorità stabili ciò che da tutti doveva ritenersi in tale questione. Quindi credono di poter concludere che il Concilio Ecumenico gode di diritti assai maggiori e più forti che non l’autorità del Vescovo di Roma. – Ma chi con lealtà di storico e con animo spoglio di pregiudizi riguardi diligentemente ai fatti e ai documenti scritti, non può non riconoscere che tale obiezione posa sul falso ed è solo una simulazione di verità. Anzitutto conviene avvertire che quando l’imperatore Teodosio, anche in nome del suo collega Valentiniano, indisse il Concilio Ecumenico, la sentenza di Celestino non era ancora giunta a Costantinopoli, e quindi non vi era per nulla conosciuta. In secondo luogo avendo Celestino appreso della convocazione del Concilio di Efeso da parte degli Imperatori, non si mostrò affatto contrario; anzi scrisse a Teodosio [10] e al Vescovo di Alessandria [11] lodando il provvedimento e annunziando la scelta del Patriarca Cirillo, dei Vescovi Arcadio e Proietto e del prete Filippo, quali suoi legati, perché presiedessero al Concilio. Nel fare ciò il Romano Pontefice non rilasciò tuttavia all’arbitrio del Concilio la causa come non ancora giudicata, ma fermo restando, come si espresse, « quanto da Noi già si è stabilito » [12], affidò l’esecuzione della sentenza da lui pronunciata ai Padri del Concilio, in modo che essi, se fosse stato possibile, dopo essersi insieme consultati e aver pregato Iddio, si adoperassero per ricondurre all’unità della fede il Vescovo di Costantinopoli. Infatti, avendo Cirillo domandato al Pontefice come regolarsi in quell’affare, se cioè « il Sacro Sinodo dovesse riceverlo (Nestorio) nel caso che condannasse quanto aveva predicato; oppure valesse la sentenza già da tempo pronunziata, per essere ormai spirato il tempo dell’indugio », Celestino gli rispose: « Sia questo l’ufficio della tua santità insieme col venerando Concilio dei fratelli, di reprimere cioè gli strepiti sorti nella Chiesa, e di far sapere che, con l’aiuto divino, il negozio si è concluso con la desiderata correzione. Né diciamo già di non essere presenti al Concilio, non potendo non essere presenti a coloro con i quali, ovunque essi si trovino, Noi siamo congiunti per l’unità della fede … Costì Noi ci troviamo, perché pensiamo a ciò che costì si tratta per il bene di tutti; trattiamo presenti in ispirito ciò che non possiamo trattare presenti di corpo. Penso alla pace cattolica, penso alla salute di chi perisce, purché questi voglia confessare la sua malattia. E ciò diciamo perché non sembri che veniamo meno a chi forse vuole correggersi … Provi egli che Noi non abbiamo i piedi veloci ad effondere il sangue, conoscendo che anche per lui è offerto il rimedio » [13]. – Queste parole di Celestino ne dimostrano l’animo paterno e attestano chiaramente ch’egli non bramava di meglio se non che rifulgesse alle menti accecate il lume della fede, e che la Chiesa fosse rallegrata dal ritorno degli erranti; tuttavia le prescrizioni da lui fatte ai legati in partenza per Efeso, sono certamente tali da manifestare la cura sollecita con cui il Pontefice ordinò che fossero mantenuti intatti i divini diritti della Sede Romana. Si legge infatti, tra l’altro: « Comandiamo che si debba custodire l’autorità della Sede Apostolica; poiché così parlano le istruzioni che vi sono state date, che cioè dobbiate esser presenti al Concilio e che se si venga alla discussione, voi dobbiate giudicare delle loro opinioni, non già entrare nella lotta » [14]. – Né diversamente si comportarono i legati, col pieno consenso dei Padri del Concilio. Infatti, ubbidendo con fermezza e fedeltà ai predetti ordini del Pontefice, giunti ad Efeso, quando già era finita la prima tornata, chiesero che fossero loro consegnati tutti i decreti della precedente riunione, perché potessero venire ratificati in nome della Sede Apostolica: «Domandiamo che vogliate esporci quanto fu trattato in questo santo Sinodo prima del nostro arrivo, affinché, secondo la mente del beato nostro Papa e di questo santo Concilio, anche noi lo confermiamo …» [15]. – E il prete Filippo pronunciò dinanzi a tutto il Concilio quella famosa sentenza sul primato della Chiesa Romana, che viene riferita nella Costituzione dogmatica « Pastor Aeternus » del Concilio Vaticano [16]. Essa dice: «Nessuno dubita, anzi tutti i secoli conoscono, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno dal Signor Nostro Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, e che a lui fu data la potestà di sciogliere e legare i peccati; ed egli fino a questo tempo e sempre vive nei suoi successori ed esercita il giudizio » [17]. – Che più? Forse che i Padri del Concilio Ecumenico si opposero a questo procedere di Celestino e dei suoi legati? Assolutamente no. Anzi rimangono documenti scritti che ne manifestano chiarissimamente la riverenza e l’ossequio. Quando infatti i legati pontifici, nella seconda tornata del Concilio, leggendo la lettera di Celestino, dissero fra l’altro: «Abbiamo inviato, nella nostra sollecitudine, i santi fratelli e consacerdoti, Arcadio e Proietto, Vescovi, e il nostro prete Filippo, uomini specchiatissimi e concordi con Noi, perché intervengano alle vostre discussioni ed eseguano ciò che già da noi è stato stabilito; e ad essi non dubitiamo che la vostra santità debba dare l’assenso …»[18], i Padri, lungi dal ricusare questa sentenza come di giudice supremo, l’applaudirono anzi unanimemente e salutarono il Romano Pontefice con queste onorifiche acclamazioni: «Questo è il giusto giudizio! A Celestino, nuovo Paolo, a Cirillo nuovo Paolo, a Celestino custode della fede, a Celestino concorde col Sinodo, a Celestino tutto il Concilio rende grazie: un solo Celestino, un solo Cirillo, una sola la fede del Sinodo, una sola la fede del mondo » [19]. – Come poi si venne alla condanna e alla riprovazione di Nestorio, i medesimi Padri del Concilio non credettero di poter liberamente giudicare da capo la causa, ma apertamente professarono di essere stati prevenuti e « costretti » dal responso del Romano Pontefice: « Conoscendo … che egli (Nestorio) sente e predica empiamente, costretti dai canoni e dalla lettera del Santissimo Padre nostro e consacerdote Celestino, Vescovo della Chiesa Romana, versando lacrime, veniamo necessariamente a questa lugubre sentenza contro di lui. Pertanto Gesù Cristo, nostro Signore, assalito dalle blasfeme voci di lui, per mezzo di questo santo Sinodo ha definito il medesimo Nestorio privato della dignità episcopale e separato da ogni consorzio e riunione sacerdotale »[20]. – Questa fu altresì la professione fatta da Fermo, Vescovo di Cesarea, nella seconda sessione del Concilio, con le seguenti chiare parole: « L’Apostolica e Santa Sede del santissimo Vescovo Celestino, con la lettera indirizzata ai religiosissimi Vescovi, prescrisse anche in precedenza la sentenza e la regola intorno a questo caso; conformemente ad esse … giacché Nestorio, da noi citato, non è comparso, mandammo ad effetto quella condanna, proferendo contro di lui il giudizio canonico ed apostolico »[21]. – Orbene, i documenti finora da noi ricordati provano in modo così ovvio e significativo la fede già allora comunemente in vigore in tutta la Chiesa intorno all’autorità indipendente ed infallibile del Romano Pontefice su tutto il gregge di Cristo, che Ci richiamano alla mente quella nitida e splendida espressione di Agostino sul giudizio pochi anni prima pronunziato dal papa Zosimo contro i Pelagiani nella sua Epistola Tractoria: « In queste parole la fede della Sede Apostolica è tanto antica e fondata, tanto certa e chiara è la fede cattolica, che non è lecito a un cristiano dubitare di essa » [22]. – È così avesse potuto intervenire al Concilio di Efeso il santo Vescovo di Ippona! come vi avrebbe illustrato i dogmi della verità cattolica con quell’ammirabile sua acutezza d’ingegno, vedendo il pericolo delle discussioni, e come li avrebbe difesi con la sua forza d’animo! Ma quando i legati degli Imperatori giunsero ad Ippona per consegnargli la lettera di invito, non poterono far altro che piangere estinto quel chiarissimo luminare della sapienza cristiana e la sua sede devastata dai Vandali. – Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, che alcuni di coloro che, specialmente ai nostri giorni, si dedicano alle ricerche storiche, si affannano non solo ad assolvere Nestorio di ogni taccia di eresia, ma ad accusare il santo Vescovo di Alessandria Cirillo quasi che questi, mosso da iniqua rivalità, calunniasse Nestorio e si adoperasse con tutte le sue forze a provocarne la condanna per dottrine non mai da lui insegnate. E i medesimi difensori del Vescovo di Costantinopoli non si peritano di lanciare la medesima gravissima accusa al beato Nostro antecessore Celestino, della cui imperizia Cirillo avrebbe abusato, e allo stesso sacrosanto Concilio di Efeso. – Ma contro un siffatto attentato, non meno vano che temerario, proclama unanime la sua riprovazione la Chiesa tutta, la quale in ogni tempo riconobbe come meritamente pronunziata la condanna di Nestorio, ritenne ortodossa la dottrina di Cirillo, annoverò sempre e venerò il Concilio Efesino tra i Concili Ecumenici celebrati sotto la guida dello Spirito Santo. – Ed infatti, pur tralasciando molte altre eloquentissime testimonianze, valga quella di moltissimi seguaci dello stesso Nestorio. Essi videro svolgersi gli eventi sotto i propri occhi, né erano legati a Cirillo da vincolo alcuno; eppure, benché spinti alla parte contraria dall’amicizia con Nestorio, dalla grande attrattiva dei suoi scritti e dall’acceso ardore delle dispute, nondimeno, dopo il Sinodo Efesino, come colpiti dalla luce della verità, a poco a poco abbandonarono l’eretico Vescovo di Costantinopoli, che appunto secondo la legge ecclesiastica era da evitare. Ed alcuni di essi certamente sopravvivevano ancora, allorché il Nostro predecessore di f. m. Leone Magno, così scriveva al Vescovo di Marsala Pascasino, suo legato al Concilio di Calcedonia: «Tu ben sai che tutta la Chiesa Costantinopolitana, con tutti i suoi monasteri e molti Vescovi, prestò il suo consenso e sottoscrisse alla condanna di Nestorio e di Eutiche, e dei loro errori » [23]. – Nella lettera dogmatica, poi, all’imperatore Leone, egli accusa apertissimamente Nestorio come eretico e maestro di eresia, senza che alcuno gli contraddica. Egli scrive: « Si condanni dunque Nestorio, che opinò la Beata Vergine Maria essere madre soltanto dell’uomo e non di Dio, stimando altra essere la persona umana ed altra la divina, e non ritenendo un solo Cristo nel Verbo di Dio e nella carne, ma separando e proclamando altro essere il figlio di Dio, altro il figlio dell’uomo » [24]. Né alcuno può ignorare che questo stesso fu solennemente sancito dal Concilio di Calcedonia, il quale riprovò nuovamente Nestorio e lodò la dottrina di Cirillo. Così pure il santissimo Nostro predecessore Gregorio Magno, non appena fu innalzato alla cattedra del beato Pietro, dopo avere ricordato — nella sua Lettera sinodica alle Chiese orientali — i quattro Concili Ecumenici, cioè il Niceno, il Costantinopolitano, l’Efesino e il Calcedonese, si esprime intorno ad essi con questa, nobilissima ed importantissima sentenza: «… Su di essi si innalza, come su pietra quadrata, l’edificio della santa fede; su di essi poggia ogni vita ed azione; chi non si appoggia ad essi, anche se sembri essere pietra, giace tuttavia fuori dell’edificio » [25]. – Tutti dunque ritengano come certo e manifesto che veramente Nestorio propalò errori ereticali, che il Patriarca Alessandrino fu invitto difensore della fede cattolica, e che il Pontefice Celestino, col Concilio di Efeso, difese l’avita dottrina e la suprema autorità della Sede Apostolica.

II

Ma è tempo ormai, Venerabili Fratelli, che passiamo a considerare più profondamente quei punti di dottrina, i quali, mediante la condanna stessa di  Nestorio, furono apertamente professati e autorevolmente sanciti dal Concilio Ecumenico di Efeso. Orbene, oltre la condanna dell’eresia Pelagiana e dei suoi fautori, tra i quali senza dubbio era Nestorio, l’argomento principale che vi fu trattato, e che fu solennemente e unanimemente confermato da quei Padri, riguardava la sentenza del tutto empia e contraria alle Sacre Scritture, propugnata da questo eresiarca; ond’è che fu proclamato come assolutamente certo ciò che egli negava, e cioè in Cristo essere una sola persona, la persona divina. Nestorio infatti, come dicemmo, ostinatamente sosteneva che il Divin Verbo si unisce all’umana natura in Cristo, non già sostanzialmente e ipostaticamente, bensì mediante un vincolo meramente accidentale e morale; e i Padri di Efeso, condannando appunto il Vescovo di Costantinopoli, proclamarono apertamente la vera dottrina dell’Incarnazione, che deve essere da tutti fermamente ritenuta. Ed invero Cirillo, nelle sue epistole e nei suoi capitoli, già in precedenza indirizzati a Nestorio e poi inseriti negli Atti di quel Concilio, accordandosi mirabilmente con la Chiesa di Roma, con chiare e ripetute parole ne difende la dottrina: « Pertanto in nessun modo è lecito scindere l’unico Signor nostro Gesù Cristo in due figli … La Scrittura infatti non dice che il Verbo ha associato a sé la persona umana, ma che si è fatto carne. Il dire che il Verbo si è fatto carne, significa che egli, come noi, si è unito con la carne e col sangue; egli dunque fece suo il nostro corpo e nacque uomo dalla donna, senza nondimeno abbandonare la divinità e la filiazione dal Padre: restò quindi, nella stessa assunzione della carne, quello che era » [26]. – Infatti, come sappiamo dalle Sacre Scritture e dalla tradizione divina, il Verbo di Dio Padre non si congiunse con un uomo, già in sé sussistente, ma uno stesso e medesimo Cristo è il Verbo di Dio esistente ab aeterno nel seno del Padre e l’uomo fatto nel tempo. Poiché la mirabile unione della divinità e dell’umanità in Cristo Gesù, Redentore del genere umano, la quale a ragione vien detta ipostatica, è appunto quella che è inconfutabilmente espressa nelle Sacre Lettere, allorché lo stesso unico Cristo, non solo è appellato Dio ed uomo, ma viene anche descritto in atto di operare e come Dio e come uomo, ed infine, di morire in quanto uomo e di risorgere glorioso dalla morte in quanto Dio. In altri termini, quello stesso che è concepito per virtù dello Spirito Santo nel seno della Vergine, nasce, giace nel presepe, si dice figlio dell’uomo, soffre, e muore confitto in croce, è quello stesso appunto che dall’Eterno Padre, in modo miracoloso e solenne è proclamato « mio Figlio diletto » [27], dà con potere divino il perdono dei peccati [28], restituisce per virtù propria la sanità agli infermi [29] e richiama i morti alla vita [30]. Ora tutto ciò, mentre dimostra ad evidenza essere in Cristo due nature, dalle quali procedono operazioni umane e divine, non meno evidentemente attesta uno essere Cristo, Dio e Uomo nello stesso tempo, per quella unità della persona divina, per la quale è detto « Theànthropos ». – Inoltre, non vi è chi non veda come questa dottrina, costantemente insegnata dalla Chiesa, sia comprovata e confermata dal dogma della Redenzione umana. Infatti, come avrebbe potuto Cristo essere chiamato « primogenito fra molti fratelli » [31], essere ferito a causa della nostra iniquità [32], redimerci dalla schiavitù del peccato, se non fosse stato dotato di natura umana, come noi? E parimenti come avrebbe Egli potuto del tutto placare la giustizia del Padre celeste, offesa dal genere umano, se non fosse stato insignito, per la sua persona divina, di una dignità immensa e infinita? – Né è lecito negare questo punto della verità cattolica per la ragione che, se si dicesse che il Redentore nostro è privo della persona umana, per ciò stesso potrebbe sembrare che alla sua natura umana mancasse qualche perfezione, e quindi diventerebbe, come uomo, inferiore a noi. Poiché, come sottilmente e sagacemente osserva l’Aquinate, « la personalità in tanto appartiene alla dignità e alla perfezione di qualche cosa, in quanto appartiene alla dignità e alla perfezione di quella cosa l’esistere per se stessa, il che si intende col nome di persona. Però è più degno, per qualcuno, esistere in un altro di sé più elevato, che esistere per sé; quindi la natura umana è in maggiore dignità in Cristo, che non lo sia in noi, perché in noi, esistendo quasi per sé, ha la propria personalità; in Cristo, invece, esiste nella persona del Verbo. Così pure l’essere completivo della specie appartiene alla dignità della forma; tuttavia la parte sensitiva è più nobile nell’uomo per la congiunzione ad una più nobile forma completiva, che non lo sia nel bruto animale, nel quale essa stessa è forma completiva »[33]. – Inoltre è bene qui notare che, come Ario, quell’astutissimo sovvertitore dell’unità cattolica, impugnò la natura divina del Verbo, e la sua consostanzialità con l’Eterno Padre, così Nestorio, procedendo per una via del tutta diversa, rigettando cioè l’unione ipostatica del Redentore, negò a Cristo, sebbene non al Verbo, la piena ed integra divinità. Infatti, se in Cristo la natura divina fosse stata unita con quella umana solamente con vincolo morale (come egli stoltamente vaneggiava) — ciò che, come abbiamo detto, hanno in certo qual modo conseguito anche i profeti e gli altri eroi della santità cristiana, per la propria intima unione con Dio — il Salvatore del genere umano poco o nulla differirebbe da coloro che egli ha redenti con la sua grazia e col suo sangue. Rinnegata dunque la dottrina dell’unione ipostatica, sulla quale si fondano ed hanno solidità i dogmi dell’Incarnazione e della redenzione umana, cade e rovina ogni fondamento della religione cattolica. – Però non Ci meravigliamo se, alla prima minaccia del pericolo dell’eresia Nestoriana, tutto l’orbe cattolico ha tremato; non Ci meravigliamo se il Concilio Efesino vivamente si è opposto al Vescovo di Costantinopoli che combatteva con tanta temerità ed astuzia la fede avita, ed eseguendo la sentenza del Romano Pontefice lo ha colpito col tremendo anatema. – Noi pertanto, facendo eco, in armonia di animo, a tutte le età dell’era cristiana, veneriamo il Redentore del genere umano non come « Elia… o uno dei profeti » nei quali abita la divinità per mezzo della grazia, ma ad una voce col Principe degli Apostoli, che ha conosciuto tale mistero per rivelazione divina, confessiamo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » [34]. – Posta al sicuro questa verità dogmatica, se ne può facilmente dedurre che l’universale famiglia degli uomini e delle cose create è stata elevata dal mistero dell’Incarnazione a tale dignità, da non potersene certamente immaginare una maggiore, certo più sublime di quella alla quale fu innalzata con l’opera della creazione. Poiché in tal maniera nella discendenza di Adamo vi è uno, cioè Cristo, il quale perviene proprio alla sempiterna e infinita divinità, e con la stessa è congiunto in modo arcano e strettissimo; Cristo, diciamo, fratello nostro, dotato della natura umana, ma anche Dio con noi, ossia Emmanuele, che con la sua grazia e i suoi meriti, riconduce tutti noi al divino Autore, e ci richiama a quella beatitudine, dalla quale eravamo miseramente decaduti a causa del peccato originale. Nutriamo dunque per lui sensi di gratitudine, seguiamo i suoi precetti, imitiamone gli esempi. Così saremo consorti della divinità di colui « che si è degnato farsi partecipe della nostra umanità »[35]. – Se però, come abbiamo detto, in ogni tempo, nel corso dei secoli la vera Chiesa di Gesù Cristo ha con somma diligenza difeso pura e incorrotta tale dottrina dell’unità di persona e della divinità del suo Fondatore, non così, purtroppo, avviene presso coloro che miseramente vagano fuori dell’unico ovile di Cristo. Infatti, ogni volta che qualcuno con pertinacia si sottrae al magistero infallibile della Chiesa, abbiamo da lamentare in lui anche una graduale perdita della sicura e vera dottrina intorno a Gesù Cristo. In realtà, se alle tante e così diverse sette religiose, a quelle in modo speciale sorte dal secolo XVI e XVII in poi, le quali si gloriano ancora del nome cristiano e al principio della loro separazione confessavano fermamente Cristo Dio e uomo, domandassimo che cosa ora ne pensano, ne avremmo risposte del tutto dissimili e fra loro contraddittorie; perché, sebbene pochi di essi abbiano conservato una fede piena e retta riguardo alla persona del nostro Redentore, quanto agli altri però, se in qualche maniera affermano qualcosa di simile, questo sembra piuttosto un residuo di quel prezioso aroma di antica fede, di cui ormai hanno perduto la sostanza. – Infatti essi presentano Gesù come un uomo dotato di divini carismi, congiunto in un certo modo misterioso, più degli altri, con la divinità, e a Dio vicinissimo; ma sono molto lontani dalla intera e genuina professione della fede cattolica. Altri infine, non riconoscendo nulla di divino in Cristo, lo dichiarano semplice uomo, adorno sì di esimie doti di corpo e di animo, ma soggetto anche ad errori e alla fragilità umana. Da ciò appare manifesto che tutti costoro, allo stesso modo di Nestorio, vogliono con ardire temerario « separare Cristo » e pertanto, secondo la testimonianza dell’Apostolo Giovanni, « non sono da Dio » [36]. – Noi dunque, dal supremo fastigio di questa Sede Apostolica, esortiamo con cuore paterno tutti coloro che si gloriano di essere seguaci di Cristo, e che in Lui ripongono la speranza e la salute sia dei singoli sia dell’umano consorzio, ad aderire ogni giorno più fermamente e strettamente alla Chiesa Romana, nella quale si crede Cristo con fede unica, integra e perfetta, lo si onora con sincero culto di adorazione, lo si ama con perenne e vivida fiamma di carità. Si ricordino costoro, in modo speciale coloro che governano il gregge da Noi separato, che quella fede dai loro antenati solennemente professata in Efeso, è conservata immutata, e viene strenuamente difesa, come nell’età passata così al presente, da questa suprema Cattedra di verità; si ricordino che una tale purezza e unità di fede è fondata ed ha fermezza nella sola pietra posta da Cristo, e parimenti che solo per mezzo della suprema autorità del Beato Pietro e dei suoi Successori si può conservare incorrotta. – E quantunque di questa unità della religione cattolica abbiamo trattato più diffusamente pochi anni addietro nell’Enciclica Mortalium animos, gioverà tuttavia richiamarla qui brevemente in memoria, poiché l’unione ipostatica di Cristo, confermata in modo solenne nel Concilio Efesino, propone e rappresenta il tipo di quella unità di cui il nostro Redentore volle ornato il suo corpo mistico, cioè la Chiesa, « un solo corpo » [37], « ben compaginato e connesso » [38]. E veramente, se la personale unità di Cristo è l’arcano esemplare al quale Egli stesso volle conformare l’unica compagine della società cristiana, ogni uomo di senno comprende che questa non può affatto sorgere da una certa vana unione di molti discordanti fra loro, ma unicamente da una gerarchia, da un unico e sommo magistero, da un’unica regola del credere, da un’unica fede dei cristiani [39]. – Questa unità della Chiesa, che consiste nella comunione con la Sede Apostolica, fu nel Concilio di Efeso splendidamente affermata da Filippo, legato del Vescovo Romano, il quale, parlando ai Padri Conciliari che ad una voce plaudivano alla lettera inviata da Celestino, proferì queste memorande parole: « Rendiamo grazie al santo e venerabile Sinodo, perché letta a voi la lettera del santo e beato Papa nostro, voi, membra sante, vi siete congiunti al capo santo con le vostre sante voci e con le vostre sante acclamazioni. Infatti la vostra beatitudine non ignora che il beato Apostolo Pietro è capo di tutta la fede ed anche degli Apostoli » [40]. – Più che in passato, ora maggiormente, Venerabili Fratelli, è necessario che tutti i buoni siano stretti in Gesù Cristo e nella sua mistica sposa, la Chiesa, da un’unica, medesima e sincera professione di fede, poiché dappertutto tanti uomini cercano di scuotere il soave giogo di Cristo, respingono la luce della sua dottrina, calpestano le fonti della grazia, e infine ripudiano la divina autorità di Colui, che è diventato, secondo il detto evangelico, « il segno di contraddizione » [41]. – Siccome da tale lacrimevole defezione da Cristo provengono innumerevoli mali che vanno ogni giorno crescendo, tutti cerchino l’opportuno rimedio da Lui, che « è stato dato agli uomini sulla terra e nel quale solamente possiamo avere salvezza » [42]. – Così soltanto con l’aiuto del Sacro Cuore di Gesù, potranno spuntare tempi più felici per gli animi dei mortali, tanto per i singoli uomini, quanto per la società domestica e per la stessa società civile, al presente così profondamente sconvolta.

III

Dal punto della dottrina cattolica fin qui toccato, necessariamente deriva quel dogma della divina Maternità, che predichiamo, della B. Vergine Maria: «non già come ammonisce Cirillo, che la natura del Verbo o la sua divinità abbia tratto il principio della sua origine dalla Vergine Santissima, ma nel senso che da Lei trasse quel sacro corpo informato dall’anima razionale, dal quale il Verbo di Dio, unito secondo la ipostasi, si dice sia nato secondo la carne » [43]. Invero se il figlio della B. Vergine Maria è Dio, per certo Colei che Lo generò deve chiamarsi con ogni diritto Madre di Dio; se una è la persona di Gesù Cristo, e questa divina, senza alcun dubbio Maria deve da tutti essere chiamata non solamente Genitrice di Cristo uomo, ma Deipara, « Theotòcos ». Colei dunque che da Elisabetta sua cugina è salutata «Madre del mio Signore » [44], della quale Ignazio Martire dice che ha partorito Iddio [45], e dalla quale Tertulliano dichiara che è nato Iddio [46], quella stessa noi veneriamo come alma Genitrice di Dio, cui l’eterno Iddio conferì la pienezza della grazia e che elevò a tanta dignità. – Nessuno poi potrebbe rigettare questa verità, tramandataci fin dall’inizio della Chiesa, per il fatto che la B. Vergine abbia fornito sì il corpo a Gesù Cristo, senza però generare il Verbo del Padre celeste; infatti, come a ragione e chiaramente già fin dal suo tempo risponde Cirillo [47], a quel modo che tutte le altre donne nel cui seno si genera il nostro terreno composto ma non l’anima, si dicono e sono veramente madri, così Ella ha similmente conseguito la divina maternità dalla sola persona del Figlio suo. – Giustamente quindi il Concilio Efesino ancora una volta riprovò solennemente l’empia sentenza di Nestorio, che il Romano Pontefice, mosso dallo Spirito divino, aveva condannato un anno prima. – E il popolo di Efeso era compreso da tanta devozione e ardeva di tanto amore per la Vergine Madre di Dio, che appena apprese la sentenza pronunziata dai Padri del Concilio, li acclamò con lieta effusione di animo e, provvedutosi di fiaccole accese, a folla compatta li accompagnò fino alla loro dimora. E certo, la stessa gran Madre di Dio, sorridendo soavemente dal cielo ad un così meraviglioso spettacolo, ricambiò con cuore materno e col suo benignissimo aiuto i suoi figli di Efeso e tutti i fedeli del mondo cattolico, perturbati dalle insidie dell’eresia nestoriana. – Da questo dogma della divina Maternità, come dal getto d’un’arcana sorgente, proviene a Maria una grazia singolare: la sua dignità, che è la più grande dopo Dio. Anzi, come scrive egregiamente l’Aquinate: « La Beata Vergine, per il fatto che è Madre di Dio, ha una dignità in certo qual modo infinita, per l’infinito bene che è Dio » [48]. Il che più diffusamente espone Cornelio a Lapide con queste parole: « La Beata Vergine è Madre di Dio; Ella dunque è di gran lunga più eccelsa di tutti gli Angeli, anche dei Serafini e dei Cherubini. È Madre di Dio; Ella perciò è la più pura e la più santa, così che dopo Dio non si può immaginare una purezza maggiore. È Madre di Dio; perciò qualsiasi privilegio concesso a qualunque Santo, nell’ordine della grazia santificante, Ella lo ha al di sopra di tutti » [49]. – E allora perché i Novatori e non pochi acattolici riprovano così acerbamente la nostra devozione alla Vergine Madre di Dio, quasi riducessimo quel culto che solo a Dio è dovuto? Ignorano forse costoro, o non attentamente riflettono come nulla possa riuscire più accetto a Gesù Cristo, che certamente arde di un amore grande per la Madre sua, quanto il venerarla noi secondo il merito, premurosamente riamarla e studiarci, con l’imitazione dei suoi esempi santissimi, di guadagnarcene il valido patrocinio? – Non vogliamo però passare sotto silenzio un fatto che Ci riesce di non lieve conforto, come cioè ai nostri tempi, anche alcuni tra i Novatori siano tratti a conoscere meglio la dignità della Vergine Madre di Dio, e mossi a venerarla ed onorarla con amore. E questo certamente, quando nasca da una profonda sincerità della loro coscienza e non già da un larvato artificio di conciliarsi gli animi dei cattolici, come sappiamo che avviene in qualche luogo, Ci fa del tutto sperare che, con l’aiuto della preghiera, la cooperazione di tutti e con l’intercessione della B. Vergine che ama di amore materno i figli erranti, questi siano finalmente un giorno ricondotti in seno all’unico gregge di Gesù Cristo e, per conseguenza, a Noi che, sebbene indegnamente, ne sosteniamo in terra le veci e l’autorità. – Ma nella missione della maternità di Maria, ancora un’altra cosa, Venerabili Fratelli, crediamo doveroso ricordare: una cosa che torna certamente più dolce e più soave. Avendo Ella dato alla luce il Redentore del genere umano, divenne in certo modo madre benignissima, anche di noi tutti, che Cristo Signore volle avere per fratelli [50]. Scrive il Nostro Predecessore Leone XIII di f.m.: «Tale ce la diede Iddio: nell’atto stesso in cui la elesse a Madre del suo Unigenito, le ispirò sentimenti del tutto materni, che nient’altro effondessero se non misericordia ed amore; tale da parte sua ce l’additò Gesù Cristo, quando volle spontaneamente sottomettersi a Maria e prestarle obbedienza come un figlio alla madre; tale Egli dalla croce la dichiarò allorché, nel discepolo Giovanni, le affidò la custodia e il patrocinio su tutto il genere umano; tale infine si dimostrò Ella stessa, quando, raccolta con animo grande quella eredità d’un immenso travaglio lasciatale dal Figlio moribondo, si diede subito a compiere ogni ufficio di madre » [51]. – Per questo avviene che a Lei veniamo attratti come da un impulso irresistibile, e a Lei confidiamo con filiale abbandono ogni cosa nostra — le gioie cioè, se siamo lieti; le pene se siamo addolorati; le speranze se finalmente ci sforziamo di risollevarci a cose migliori —; per questo avviene che se alla Chiesa si preparano giorni più difficili, se la fede viene scossa perché la carità si è raffreddata, se volgono in peggio i privati e pubblici costumi, se qualche sciagura minaccia la famiglia cattolica e il civile consorzio, a Lei ci rifugiamo con suppliche, per chiedere con insistenza l’aiuto celeste; per questo, infine, quando nel supremo pericolo della morte, non troviamo più da nessuna parte speranza ed aiuto, a Lei innalziamo gli occhi lacrimosi e le mani tremanti, chiedendo fervidamente, per mezzo di Lei al Figlio suo, il perdono e l’eterna felicità nei cieli. – A Lei, dunque, ricorrano tutti con più acceso amore nelle presenti necessità dalle quali siamo travagliati; a Lei domandino con suppliche pressanti « di impetrare che le fuorviate generazioni tornino all’osservanza delle leggi, nelle quali è riposto il fondamento d’ogni pubblico benessere, e donde promanano i benefìci della pace e della vera prosperità. A Lei chiedano molto intensamente ciò che tutti i buoni devono avere in cima ai loro pensieri: che la Madre Chiesa ottenga il tranquillo godimento della sua libertà, la quale non indirizza ad altro che alla tutela dei supremi interessi dell’uomo, e dalla quale, come gli individui, così la società, anziché danno, trasse in ogni tempo i più grandi e inestimabili benefìci » [52]. – Ma sopra ogni altra cosa, un particolare e certamente importantissimo beneficio desideriamo che da tutti venga implorato, mediante la intercessione della celeste Regina. Ella cioè, che è tanto amata e tanto devotamente onorata dagli Orientali dissidenti, non permetta che questi miseramente fuorviino e che sempre più si allontanino dall’unità della Chiesa e quindi dal Figlio suo, del quale Noi facciamo le veci sulla terra. Tornino a quel Padre comune, la cui sentenza accolsero tutti i Padri del Concilio Efesino e salutarono con plauso unanime quale « custode della Fede »; facciano ritorno a Noi, che per tutti loro portiamo un cuore assolutamente paterno, e volentieri facciamo Nostre quelle tenerissime parole con le quali Cirillo si sforzò di esortare Nestorio, affinché « si conservasse la pace delle Chiese e rimanesse indissolubile tra i sacerdoti di Dio il vincolo della concordia e dell’amore » [53]. – Voglia il Cielo che spunti quanto prima quel lietissimo giorno in cui la Vergine Madre di Dio, fatta ritrarre in mosaico dal Nostro antecessore Sisto III nella Basilica Liberiana (opera che Noi stessi abbiamo voluto restituire al primitivo splendore), possa vedere il ritorno dei figli da Noi separati, per venerarLa insieme con Noi, con un solo animo e una fede sola. Cosa che certamente Ci riuscirà oltre ogni dire gioconda. – Riteniamo inoltre di buon augurio l’essere toccato a Noi di celebrare questo quindicesimo centenario; a Noi, vogliamo dire, che abbiamo difeso la dignità e la santità del casto connubio contro i cavillosi assalti d’ogni genere [54]; a Noi che abbiamo solennemente rivendicato alla Chiesa i sacrosanti diritti dell’educazione della gioventù, affermando ed esponendo con quali metodi dovesse impartirsi, a quali princìpi conformarsi [55]. – Infatti questi due Nostri insegnamenti trovano sia nelle mansioni della divina maternità, sia nella famiglia di Nazaret un esimio modello da proporsi all’imitazione di tutti. Effettivamente, per servirci delle parole del Nostro Predecessore Leone XIII di f. m., « i padri di famiglia hanno in Giuseppe una guida eccellentissima di paterna e vigile provvidenza; nella Santissima Vergine Madre di Dio, le madri hanno un insigne modello di amore, di verecondia, di spontanea sottomissione e di fedeltà perfetta; in Gesù poi, che era a quelli sottomesso, i figli trovano un modello di ubbidienza tale da essere ammirato, venerato ed imitato » [56]. – Ma è particolarmente giovevole soprattutto che quelle madri dei tempi moderni, le quali, infastidite della prole e del vincolo coniugale, hanno avvilito e violato i doveri che si erano imposti, sollevino lo sguardo a Maria, e seriamente considerino a quanto grande dignità il compito di madre sia stato da Lei innalzato. Così si può allora sperare che, con la grazia della celeste Regina, siano indotte ad arrossire dell’ignominia inflitta al grande sacramento del matrimonio, e che siano salutarmente animate a conseguire con ogni sforzo i pregi ammirabili delle virtù di Lei. – E qualora tutto ciò avvenga secondo i Nostri desideri, se cioè la società domestica — principio fondamentale di tutto l’umano consorzio — verrà ricondotta a così degnissima norma di probità, senza dubbio potremo affrontare e porre finalmente un riparo a quello spaventoso cumulo di mali da cui siamo travagliati. In tal modo avverrà « che la pace di Dio, la quale supera ogni intendimento, custodirà i cuori e le intelligenze di tutti » [57], e che l’auspicatissimo regno di Cristo venga dovunque e felicemente ristabilito, mediante la mutua unione delle forze e delle volontà. Né vogliamo por fine a questa nostra Enciclica senza manifestarvi, Venerabili Fratelli, una cosa che certamente riuscirà a tutti gradita. Desideriamo cioè che non manchi un ricordo liturgico di questa secolare commemorazione: un ricordo che giovi a rinfervorare nel Clero e nel popolo la più grande devozione verso la Madre di Dio. Perciò abbiamo ordinato alla Sacra Congregazione dei Riti che vengano pubblicati l’Ufficio e la Messa della Divina Maternità, da celebrarsi in tutta la Chiesa universale. – Intanto a ciascuno di voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro, come auspicio dei celesti favori e quale pegno del Nostro cuore paterno, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 dicembre, nella festa della Natività di N. S. Gesù Cristo, dell’anno 1931, decimo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

[1] Matth., XXVIII, 20.

[2] Ioann., XV, 6.

[3] Epist. ad Emos Card. B. Pompilj et A. Sincero, d. XXV Dec. MDCCCCXXX.

[4] Ephes. IV, 13-16.

[5] Mansi, Conciliorum Amplissima Collectio, IV, c. 1007; Schwartz, Acta Conciliorum Oecumenicorum, I, 5, p. 408.

[6] Mansi, l.c., IV, 1011.

[7] Mansi, l.c., IV, 1015.

[8] Mansi, l.c., IV, 1034 sq.

[9] Migne, P. L., 50, 463; Mansi, l.c., IV, 1019 sq.

[10] Mansi, l.c., IV, 1291.

[11] Mansi, l.c., IV, 1292.

[12] Mansi, l.c., IV, 1287.

[13] Mansi. l.c., IV, 1292.

[14] Mansi, l.c., IV, 556.

[15] Mansi, l.c., IV, 1290.

[16] Conc. Vatic., sess. IV, cap. 2.

[17] Mansi, l.c., IV, 1295.

[18] Mansi, l.c., IV, 1287.

[19] Mansi, l.c. IV, 1287.

[20] Mansi, l.c., IV, 1294 sq.

[21] Mansi, l.c., IV, 1287 sq.

[22] Epist. 190; Corpus Scriptorum ecclesiasticorum latinorum, 57, p. 159 sq.

[23] Mansi, l.c., VI, 124.

[24] Mansi, l.c., VI, 351-354.

[25] Migne, P. L., 77, 478; Mansi, l.c., IX, 1048.

[26] Mansi, l.c., IV, 891.

[27] Matth., III, 17; XVII, 5; II Petr., 17.

[28] Matth., IX, 2-6; Luc., V, 20-24; VII, 48 et alibi.

[29] Matth., VIII, 3; Marc, I, 41; Luc., V, 13; Ioann., IX et alibi.

[30] Ioann., XI, 43; Luc., VII, 14 et alibi.

[31] Rom., VIII, 29.

[32] Isai., LIII, 5; Matth., VIII, 17.

[33] Summ. Theol., III, q. II, a. 2.

[34] Matth., XVI, 14.

[35] Ordo Missae.

[36] I Ioann., IV, 3.

[37] I Cor., XII, 12.

[38] Ephes., IV, 16.

[39] Litt. Encycl. Mortalium animos.

[40] Mansi, l.c., 1290.

[41] Luc., II, 34.

[42] Act., IV, 13.

[43] Mansi, l.c., IV, 891.

[44] Luc., I, 43.

[45] Ephes., VII, 18-20.

[46] De carne Chr., 17, P. L., II, 781.

[47] Mansi, l.c., IV, 599.

[48] Summ Theol., I, q. XXV, a. 6.

[49] In Matth., I, 6.

[50] Rom., VIII, 29.

[51] Epist. Encyl. Octobri mense adventante, die XXII Sept. MDCCCXCI.

[52] Epist. Encycl. s. c.

[53] Mansi, l.c., IV, 891.

[54] Litt. Encycl. Casti connubii, die XXI Decemb. MDCCCCXXX.

[55] Litt. Encycl: Divini illius Magistri, die XXI Decemb. MDCCCCXXIX;

[56] Litt. Apost. Neminem fugit, die XIV Ian. MDCCCXXXXII.

[57] Phil., IV, 7.

FESTA DEL SANTO ROSARIO

Per le festa del SS. Rosario, vogliamo ricordare, tra i tanti, due documenti del Magistero della Chiesa particolarmente importanti. Sono due lettere encicliche di S. S. LEONE XIII, un Papa particolarmente devoto alla Vergine Santissima. Per queste parole non servono commenti, sono voce del Vicario di Cristo in terra … voce di Dio!, oggi più attuali che mai, vista la situazione della Chiesa in mano agli apostati ecumenisti. ma anche questa volta il Rosario sarà l’arma vincente …

“… e il mio Cuore Immacolato alla fine trionferà! 

 rosario

“SUPREMI APOSTOLATUS”

DEL SOMMO PONTEFICE LEONE XIII

“SULLA RECITA DEL SANTO ROSARIO

NEL MESE DI OTTOBRE”

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI,

PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

DEL MONDO CATTOLICO

AVENTI GRAZIA E COMUNIONE

CON L’APOSTOLICA SEDE

LEONE PP. XIII

SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Dall’ufficio del Supremo Apostolato che esercitiamo, e dalla condizione durissima di questi tempi siamo ogni giorno più stimolati e quasi sospinti a provvedere con tanta maggiore sollecitudine alla tutela e all’incolumità della Chiesa quanto più essa è travagliata da gravi calamità. Perciò, mentre Ci sforziamo, per quanto Ci è possibile, di difendere in tutti i modi i diritti della Chiesa, e di prevenire e respingere i pericoli che sovrastano o ci circondano, non desistiamo dall’implorare i celesti soccorsi, dai quali unicamente Ci possiamo attendere che le Nostre cure e le Nostre fatiche raggiungano il desiderato scopo. – Per ottenere questo, nulla stimiamo più valido ed efficace che di renderci degni, con devozione e pietà, del favore della Gran Madre di Dio Maria Vergine, la quale, come mediatrice della nostra pace presso Dio e dispensatrice delle grazie celesti, è collocata in cielo nel più eccelso trono di potere e di gloria, perché conceda il suo patrocinio agli uomini, che fra tante pene e pericoli si sforzano di giungere alla patria sempiterna. – Per la qual cosa, essendo ormai prossima la solennità annuale in cui si celebrano i moltissimi e sommi benefici concessi al popolo cristiano attraverso le preghiere del Santissimo Rosario di Maria, vogliamo che, quest’anno, tutto il mondo cattolico, con particolare devozione, rivolga la stessa pia preghiera alla Grande Vergine, affinché, per la sua intercessione, possiamo avere la gioia di vedere il suo Figlio placato e mosso a compassione dalle nostre miserie. – Per tale motivo abbiamo creduto bene, Venerabili Fratelli, indirizzarVi questa Lettera, perché, conosciute le Nostre intenzioni, Voi possiate, con la Vostra autorità e con il Vostro zelo, spronare la pietà dei fedeli a corrispondere pienamente ad esse. – Fu in ogni tempo lodevolissimo ed inviolabile costume del popolo cattolico ricorrere nei trepidi e dubbiosi eventi a Maria e rifugiarsi nella sua materna bontà. Ciò dimostra la fermissima speranza, anzi la piena fiducia, che la Chiesa cattolica ha sempre a buon diritto riposto nella Madre di Dio. Infatti la Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per ciò stesso fatta corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né mai potrà raggiungerne una maggiore. E poiché la gioia per Lei più gradita è quella di aiutare e consolare ogni singolo fedele che invochi il suo soccorso, non vi può essere dubbio che Ella voglia molto più volentieri accogliere, anzi esulti nel soddisfare i voti di tutta la Chiesa. – Ma questa così ardente e fiduciosa devozione verso l’augusta Regina del cielo più chiaramente apparve quando la violenza degli errori largamente diffusi, o la corruzione strabocchevole dei costumi, o l’impeto di potenti nemici, parve mettere in pericolo la Chiesa militante di Dio. – Le memorie antiche e moderne, e i sacri fasti della Chiesa ricordano le pubbliche e private preghiere e i voti innalzati alla Gran Madre di Dio, nonché i soccorsi, la pace e la tranquillità concessi da Dio per sua intercessione. Da qui ebbero origine quei titoli insigni con i quali i popoli cattolici la salutarono Ausiliatrice dei cristiani, Soccorritrice, Consolatrice, Arbitra delle guerre, Trionfatrice, Apportatrice di pace. Fra tali titoli si vuole in primo luogo ricordare quello così solenne del Rosario, con cui furono consacrati all’immortalità i sommi suoi benefici verso l’intera cristianità. Nessuno di Voi ignora, Venerabili Fratelli, quanto travaglio e lutto apportassero alla santa Chiesa di Dio, sullo scorcio del secolo XII, gli eretici Albigesi, i quali, generati dalla setta degli ultimi Manichei, riempirono di perniciosi errori le contrade meridionali della Francia ed altre regioni del mondo latino. – Spargendo in tutti i luoghi il terrore delle armi, contavano di poter dominare incontrastati con stragi e rovine. Contro siffatti nemici crudelissimi, il misericordioso Iddio, come è noto, suscitò un santissimo uomo, l’inclito padre e fondatore dell’Ordine Domenicano. Egli, grande per la purezza della dottrina, per la santità della vita, per le fatiche dell’Apostolato, prese a combattere intrepidamente per la Chiesa cattolica, confidando non nella forza né nelle armi, ma più di tutto in quella preghiera che egli per primo introdusse col nome del santo Rosario e che, o direttamente o per mezzo dei suoi discepoli, diffuse ovunque. Per ispirazione e per impulso divino, egli ben sapeva che con l’aiuto di questa preghiera, potente strumento di guerra, i fedeli avrebbero potuto vincere e sconfiggere i nemici, e costringerli a cessare la loro empia e stolta audacia. Ed è noto che gli avvenimenti diedero ragione alla previsione. Infatti, da quando tale forma di preghiera insegnata da San Domenico fu abbracciata e debitamente praticata dal popolo cristiano, cominciarono a rinvigorire la pietà, la fede e la concordia, e furono dappertutto infrante le manovre e le insidie degli eretici. Inoltre moltissimi erranti furono ricondotti sulla via della salvezza, e la follia degli empi fu schiacciata da quelle armi che i cattolici avevano impugnate per rintuzzare la violenza. – L’efficacia e la potenza della stessa preghiera furono poi mirabilmente sperimentate anche nel secolo XVI, allorché le imponenti forze dei Turchi minacciavano di imporre a quasi tutta l’Europa il giogo della superstizione e della barbarie. In quella circostanza il Pontefice San Pio V, dopo aver esortato i Principi cristiani alla difesa di una causa che era la causa di tutti, rivolse innanzi tutto ogni suo zelo ad ottenere che la potentissima Madre di Dio, invocata con le preghiere del Rosario, venisse in aiuto del popolo cristiano. E la risposta fu il meraviglioso spettacolo, allora offerto al cielo e alla terra, spettacolo che incatenò le menti e i cuori di tutti. Da una parte, infatti, i fedeli pronti a dare la vita e a versare il sangue per la salvezza della religione e della patria, aspettavano intrepidi il nemico non lontano dal golfo di Corinto; dall’altra, uomini inermi in pia e supplichevole schiera invocavano Maria, e con la formula del Rosario ripetutamente salutavano Maria, affinché assistesse i combattenti fino alla vittoria. – E la Madonna, mossa da quelle preghiere, li assistette. Infatti, avendo la flotta dei cristiani attaccato battaglia presso le isole Curzolari, senza gravi perdite sbaragliò ed uccise i nemici [a Lepanto] e riportò una splendida vittoria. Per questo motivo il santissimo Pontefice, ad eternare il ricordo della grazia ottenuta, decretò che il giorno anniversario di quella grande battaglia fosse considerato festivo in onore di Maria Vincitrice, e tale festa Gregorio XIII consacrò poi col titolo del Rosario. – Parimenti sono note le vittorie riportate sulle forze dei Turchi, durante il secolo scorso, una volta presso Timisoara in Romania, e l’altra presso l’isola di Corfù, in due giorni dedicati alla grande Vergine e dopo molte preghiere a Lei offerte secondo il pio rito del Rosario. Questa fu la ragione che mosse il Nostro Predecessore Clemente XI a stabilire che, in attestato di riconoscenza, tutta la Chiesa celebrasse ogni anno la solennità del Rosario. – Pertanto, poiché risulta che questa preghiera è tanto cara alla Vergine, e tanto efficace per la difesa della Chiesa e del popolo cristiano, nonché per impetrare da Dio pubblici e privati benefici, non stupisce che anche altri Pontefici Nostri Predecessori si siano adoperati con parole di altissimo encomio per diffonderla. Così Urbano IV affermò che “per mezzo del Rosario pervengono nuove grazie al popolo cristiano”. Sisto IV proclamò che questa forma di preghiera “torna opportuna, non solo a promuovere l’onore di Dio e della Vergine, ma anche ad allontanare i pericoli del mondo”; Leone X la disse “istituita contro gli eresiarchi e contro il serpeggiare delle eresie”; e Giulio III la chiamò “ornamento della Chiesa di Roma”. Parimenti Pio V, parlando di questa preghiera, disse che “al suo diffondersi, i fedeli, infiammati da quelle meditazioni e infervorati da quelle preghiere, cominciarono d’un tratto a trasformarsi in altri uomini; le tenebre delle eresie cominciarono a dileguarsi, ed a manifestarsi più chiara la luce della fede cattolica”. Infine, Gregorio XIII dichiarò che il “Rosario fu istituito da San Domenico per placare l’ira di Dio e per ottenere l’intercessione della Beata Vergine”. – Mossi da queste considerazioni e dagli esempi dei Nostri Predecessori, riteniamo assai opportuno, nelle presenti circostanze, ordinare solenni preghiere affinché la Vergine augusta, invocata col santo Rosario, ci impetri da Gesù Cristo, Suo Figlio, aiuti pari ai bisogni. – Voi vedete, Venerabili Fratelli, le incessanti e gravi lotte che travagliano la Chiesa. La pietà cristiana, la pubblica moralità e la stessa fede – il più grande dei beni, e fondamento di tutte le altre virtù – sono esposte a pericoli sempre più gravi. Così pure Voi non solo conoscete la Nostra difficile situazione e le Vostre molteplici angustie, ma per la carità che a Noi sì strettamente Vi unisce, Voi le soffrite insieme con Noi. Ma il fatto più doloroso e più triste di tutti è che tante anime, redente dal sangue di Gesù Cristo, come afferrate dal turbine di questa età aberrante, vanno precipitando in un comportamento sempre peggiore, e piombano nell’eterna rovina. – Il bisogno dunque del divino aiuto non è certamente minore oggi di quando il glorioso San Domenico introdusse la pratica del Rosario Mariano per guarire le piaghe della società. Egli, illuminato dall’alto, vide chiaramente che contro i mali del suo tempo non esisteva rimedio più efficace che ricondurre gli uomini a Cristo, che è “via, verità e vita”, mediante la frequente meditazione della Redenzione, ed interporre presso Dio l’intercessione di quella Vergine a cui fu concesso di “annientare tutte le eresie”. – Per questo motivo egli compose la formula del sacro Rosario in modo che fossero successivamente ricordati i misteri della nostra salvezza, e a questo dovere della meditazione s’intrecciasse un mistico serto di salutazioni angeliche, intercalate dalla preghiera a Dio, Padre del Nostro Signore Gesù Cristo. – Noi dunque, che andiamo ricercando un uguale rimedio a simili mali, non dubitiamo che la stessa preghiera, introdotta dal santo Patriarca con così notevole vantaggio per il mondo cattolico, tornerà efficacissima nell’alleviare anche le calamità dei nostri tempi. – Per la qual cosa non solo esortiamo caldamente tutti i fedeli affinché, o in pubblico o in privato, ciascuno nella propria casa e famiglia, si studino di praticare la devozione del Rosario, senza mai tralasciarne l’uso, ma vogliamo altresì che l’intero mese d’ottobre del corrente anno sia dedicato e consacrato alla celeste Regina del Rosario.

Decretiamo pertanto e comandiamo che in questo stesso anno la solennità della Madonna del Rosario sia celebrata con speciale devozione e splendore di culto in tutto il mondo cattolico, e che dal primo giorno del prossimo ottobre sino al due del successivo novembre in tutte le Chiese parrocchiali del mondo e, se gli Ordinari dei luoghi lo riterranno utile ed opportuno, anche in altre Chiese ed Oratori dedicati alla Madre di Dio, si recitino devotamente almeno cinque decine del Rosario, con l’aggiunta delle Litanie Lauretane. Desideriamo poi che quando il popolo si raccoglie per tali preghiere, o si offra il santo Sacrificio della Messa, oppure si esponga solennemente il Santissimo Sacramento, e alla fine s’impartisca ai presenti la Benedizione con l’Ostia sacrosanta. – Vivamente approviamo che le Confraternite del Rosario, seguendo un’antica tradizione, facciano solenni processioni per le vie delle città, a pubblica dimostrazione della loro fede. Ma dove, per l’avversità dei tempi, ciò non sia possibile, Noi non dubitiamo che quanto sarà tolto da questa parte al culto pubblico sarà compensato con una più numerosa frequenza ai sacri templi, e che il fervore della pietà si manifesterà con una più diligente pratica delle cristiane virtù. – A favore poi di coloro che faranno quanto sopra abbiamo ordinato, apriamo volentieri i celesti tesori della Chiesa, nei quali essi possano trovare al tempo stesso stimoli e premi alla loro pietà. Pertanto a coloro che, entro il tempo stabilito, parteciperanno alla pubblica recita del Rosario con le Litanie, e pregheranno secondo la Nostra intenzione, concediamo per ogni volta l’Indulgenza di sette anni e di sette quarantene. Vogliamo parimenti che di tale beneficio possano godere coloro che, impediti per legittima causa dal compiere il pio esercizio in pubblico, lo praticheranno in privato, e pregheranno anch’essi Iddio secondo la Nostra intenzione. – A coloro poi che, entro il suddetto tempo, per almeno dieci volte, compiranno la medesima pratica o in pubblico nelle Chiese, o, per giusti motivi, nelle loro case, concediamo l’Indulgenza plenaria, purché alla pia pratica congiungano la Confessione e la Comunione. – Questa Indulgenza plenaria delle loro colpe concediamo anche a quanti, nella stessa solennità della Beata Vergine del Rosario o in uno degli otto giorni successivi, si saranno parimenti accostati al tribunale della Penitenza ed alla mensa del Signore, ed in qualche Chiesa avranno pregato Dio e la Madonna seco la Nostra intenzione, per le necessità della santa Chiesa. Orsù dunque, Venerabili Fratelli, per quanto avete a cuore l’onore di Maria e il benessere della società, studiatevi di alimentare la devozione e di accrescere la fiducia dei popoli verso la Grande Vergine. Noi pensiamo che sia da attribuire a divino favore il fatto che, anche in momenti tanto burrascosi per la Chiesa come questi, si siano mantenute salde e fiorenti nella maggior parte del popolo cristiano l’antica venerazione e la pietà verso la Vergine augusta. Ma ora Noi speriamo che, incitati da queste Nostre esortazioni ed infiammati dalle Vostre parole, i fedeli si metteranno con sempre più ardente entusiasmo sotto la protezione e l’assistenza di Maria, e continueranno ad amare con crescente fervore la pratica del Rosario, che i nostri padri solevano considerare non solo come un potente aiuto nelle calamità, ma anche come un nobile distintivo della cristiana pietà. La celeste Patrona del genere umano accoglierà benigna le umili e concordi preghiere, e agevolmente otterrà che i buoni si rinvigoriscano nella pratica della virtù; che gli erranti ritornino in sé e si ravvedano; e che Dio, vindice delle colpe, piegato a misericordiosa clemenza, allontani i pericoli e restituisca al popolo cristiano e alla società la tanto desiderata tranquillità. – Confortati da questa speranza, con i più accesi voti del Nostro cuore preghiamo vivamente Iddio, per l’intercessione di Colei in cui ha riposto la pienezza di ogni bene, affinché elargisca a Voi, Venerabili Fratelli, le più abbondanti grazie celesti, delle quali è auspicio e pegno l’Apostolica Benedizione che impartiamo di cuore a Voi, al Vostro Clero ed ai popoli affidati alle Vostre cure.

Dato a Roma, presso San Pietro, l’1 settembre 1883, anno sesto del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

 leone-xiii

Leone XIII

Octobri mense

Lettera Enciclica

 

Con l’approssimarsi del mese di ottobre, sacro alla beatissima Vergine del Rosario, Ci ritornano gradite alla memoria le calorose esortazioni a voi rivolte negli anni scorsi, Venerabili fratelli, affinché tutti i fedeli, senza eccezione, incitati dalla vostra autorità e dal vostro zelo si applicassero con rinnovata devozione al culto della gran Madre di Dio, potente ausiliatrice della cristianità, ed a Lei si rivolgessero supplichevoli per tutto il mese, invocandola con la santissima pratica del Rosario, che la Chiesa non ha mai mancato di esercitare e di diffondere, specialmente in situazioni d’incertezza e in tempi di grandi difficoltà, ottenendo sempre l’esito desiderato. – È Nostra intenzione, anche quest’anno, rivolgerci a voi per ribadire e raddoppiare le stesse esortazioni, come Ci consiglia e Ci spinge a fare l’amore verso la Chiesa, le cui tribolazioni, invece di affievolirsi aumentano ogni giorno di numero e di gravità. I mali che deploriamo sono noti a tutti: i sacrosanti dogmi che la Chiesa custodisce e tramanda sono sistematicamente attaccati; la purezza della morale cristiana che essa difende è derisa; in molti modi si calunnia e si offende l’ordine dei Vescovi e soprattutto il romano Pontefice; si arriva al punto di attaccare lo stesso Gesù Cristo con spudorata audacia e infame empietà, allo scopo di abbattere e cancellare ciò che nessuna forza riuscirà mai a distruggere, ossia la divina opera della Redenzione. In verità, la Chiesa militante è avvezza a tali prove; come Gesù aveva predetto agli Apostoli, deve quotidianamente affrontare la battaglia per insegnare agli uomini la verità e condurli alla salvezza eterna. Infatti combatte impavida attraverso i secoli fino al martirio, soprattutto lieta e onorata di offrire il proprio sangue insieme a quello del suo Fondatore, in cui è riposta la certissima speranza della vittoria promessa. – Tuttavia è pur vero che questa continua guerra riempie di profonda mestizia i buoni. Sicuramente è causa di grande tristezza vedere come la malvagità degli errori e la protervia contro Dio allontanino molti dalla retta via e li spingano verso il precipizio. Così pure vedere tanti altri, ai quali è indifferente qualsiasi forma di religione, abbandonare da un momento all’altro la vera fede; ancora, non sono pochi i cattolici che si considerano tali solo di nome e che non curano affatto le pratiche religiose. Inoltre, avvilisce e addolora ancor più il constatare che questa luttuosa situazione è nata soprattutto dal fatto che nelle istituzioni sociali o non si dà alcuna importanza alla Chiesa o se ne contrasta volutamente il benefico influsso. In questo stato di cose si ravvisa la grande e giusta punizione di Dio, che permette l’ottundimento delle nazioni, le quali, con miserevole cecità mentale, si allontanano da Lui. – Per tutto questo, la situazione afferma di giorno in giorno, con maggior forza, l’assoluta necessità che i cattolici si rivolgano a Dio con assidue, fervorose preghiere e suppliche “incessantemente”) (1Ts 5,17) Facciano ciò non soltanto in privato, ma soprattutto riuniti nei luoghi sacri, e implorino con tutte le loro forze che Dio misericordioso liberi la Chiesa “dagli indesiderabili e dai malvagi” (2Ts 3,2) e riporti alla ragione le genti traviate, mediante la luce e la carità di Cristo. – Cosa meravigliosa, straordinaria, in verità! Se gli uomini, pur sorretti dal lavoro, dalla forza, dalle armi, dall’ingegno riescono a fatica a percorrere la loro strada, la Chiesa, per contro, procede nei secoli con passo fermo e sicuro confidando unicamente in Dio, al quale innalza gli occhi e le mani con incessante preghiera. Infatti, pur non trascurando prudentemente tutti gli strumenti umani che, con l’aiuto divino, il tempo le offre, non in questi ripone la sola speranza, bensì nella preghiera, nella supplica, nella fervida invocazione a Dio. Ne deriva che alimenta e rinvigorisce il suo spirito vitale, perché, con l’assidua preghiera, può felicemente staccarsi dalle miserie umane. In perpetua unione con Dio, può godere della stessa vita di Cristo e continuare a vivere in piena tranquillità, quasi come Cristo stesso, al quale la crudeltà dei tormenti, che egli sopportò per il bene di tutti, non tolse né diminuì la gioia e la visione beatifica. – Queste grandi testimonianze della saggezza cristiana furono sempre tenute in considerazione e religiosamente seguite da tutti i buoni cristiani. Le loro preghiere al Signore solevano essere più frequenti e più intense ogni volta che la santa Chiesa o la sua più alta guida venivano colpite dal violento attacco degli inganni o dalla sciagurata azione di uomini iniqui. Resta come straordinario esempio quello dei fedeli della Chiesa nascente, degno, senza dubbio, di essere proposto all’imitazione dei posteri, affinché lo seguano. Pietro, vicario di Cristo Signore, capo supremo della Chiesa, era stato tradotto in carcere per ordine dell’empio Erode e destinato a morte certa. Non c’era alcun mezzo né aiuto esterno che potessero favorire la sua evasione. Non gli mancava, però, quell’aiuto che una fervida preghiera ottiene da Dio; la Chiesa, infatti, come riporta la storia sacra, pregava intensamente per la sua salvezza. “Da parte della Chiesa si rivolgeva a Dio una incessante supplica per lui” (At 13,5), e tutti pregavano con tanto maggior impegno quanto più acuta era la pena per così grave sciagura. È risaputo che le preghiere dei supplicanti ebbero successo: il popolo cristiano celebra sempre con grande gioia il ricordo della miracolosa liberazione di Pietro. – Inoltre, un esempio divino ancora più fulgido fu fornito da Gesù Cristo quando non solo con i precetti, ma impegnando tutto se stesso, volle preparare e indirizzare la sua Chiesa verso la piena santità. Infatti, nel tempo della sua vita terrena, si dedicò spesso e diffusamente alla preghiera. Anzi, nell’ora estrema, quando nell’orto di Getsemani, con l’animo invaso da profonda amarezza, si sentiva venir meno al pensiero della morte imminente, non solo pregava, ma “pregava con maggior fervore” (Lc XXII, 43). Non fece questo per il proprio bene, perché, come Dio, non aveva nulla da temere né da desiderare, ma lo fece per noi e per la sua Chiesa, le cui preghiere e sofferenze future rendeva feconde di grazia, facendole generosamente sue. – Non appena ottenuta la salvezza del genere umano col sacrificio della Croce, la Chiesa, dopo la resurrezione di Cristo, fu fondata in terra e solennemente consolidata; da quel momento ebbe inizio, per il nuovo popolo, un ordine di Provvidenza Divina prima sconosciuto. Conviene tener conto, con grande rispetto, dei consigli divini. – L’eterno Figlio di Dio volle assumere la natura umana per la redenzione e l’onore dell’uomo, e con ciò avviare un mistico connubio con il genere umano. Non lo volle fare senza aver prima ottenuto il pieno, libero consenso della Madre predestinata, che in certo qual modo rappresentava l’intera umanità, secondo la giustissima e nobile definizione dell’Aquinate: “Per l’annunciazione si aspettava il consenso della Vergine, per conto dell’umanità intera” . Per questo, è lecito affermare, a piena ragione, che dell’immenso tesoro di ogni grazia che il Signore ci ha procacciato, poiché “la grazia e la verità provengono da Cristo” (Gv 1,17), nulla ci viene dato direttamente se non attraverso Maria, per volere di Dio. Dato che nessuno può andare al Sommo Padre se non per mezzo del Figlio, così, di regola, nessuno può avvicinarsi a Cristo se non attraverso la Madre. – Quanta luce di sapienza e di misericordia risplende in questo disegno divino! Quanta insipienza, invece, e fragilità nell’uomo! Come noi lodiamo l’infinita misericordia di Dio e crediamo in essa, così ne riconosciamo e temiamo l’infinita giustizia; come ricambiamo l’amore del nostro Salvatore, che per noi diede anima e sangue, così lo temiamo come inflessibile giudice. Perciò, trepidanti perché consapevoli delle nostre azioni, necessariamente ci occorre un protettore e patrocinatore che goda di tutta la grazia di Dio e che sia di tanta generosità da non rifiutare la difesa di nessuno e da ridare agli avviliti e agli afflitti la speranza nella misericordia divina. Con estrema chiarezza, è proprio il caso di Maria: certamente potente perché madre dell’Onnipotente, ma, ed è ciò che risulta più gradevole perché compiacente, benigna, indulgente al massimo grado. Tale ce la offrì Dio stesso quando la elesse madre del suo Unigenito, instillandole veri sentimenti materni, di null’altro animati se non di amore e perdono. Così ce la mostrò Gesù Cristo nei fatti, quando volle spontaneamente viverle accanto, in sottomissione e obbedienza, come un figlio con la madre. Così la consacrò dalla Croce, quando le affidò, nel discepolo Giovanni, la cura e il sostegno dell’umanità intera; come tale, infine, si offerse ella stessa quando, accettando con grande forza d’animo l’eredità dell’immenso impegno affidatole dal figlio morente, cominciò subito a riversare su tutti le sue cure di madre. – Fin dall’inizio, i Santi Apostoli e i primi cristiani accolsero con immensa gioia l’iniziativa di tanta benevola misericordia, presa per volontà divina e confermata dalle ultime parole di Cristo. La capirono e l’insegnarono anche i Venerabili Padri della Chiesa e, in ogni tempo, ebbe il consenso di tutte le popolazioni cristiane. Pur se ogni ricordo, ogni documento tacesse, una voce erompente dal petto dei cristiani parlerebbe alta e chiara. Da nessun’altra parte, se non certamente da una fede divina, può provenire quel prepotente impulso che dolcemente ci attrae e che ci spinge verso Maria, tanto non c’è nulla di più importante e di più gradito che affidarci alla sua protezione e assistenza. Riporre in Lei progetti e opere, purezza e pentimento, gioie e dolori, preghiere e voti, insomma, ogni cosa di noi, con serena, fiduciosa speranza che tutto ciò che sarebbe meno gradito da Dio se presentato da noi, indegni, risulterebbe graditissimo e ben accetto se presentato da Maria santissima. Come grande è la consolazione dell’animo per la verità e la dolcezza di queste cose, altrettanta è la mestizia pensando a coloro che, privi di fede, non riveriscono né considerano Maria come madre. Maggiormente ci addolora la miseria di quelli che, pur essendo partecipi della fede, osano rimproverare i buoni di rivolgere a Maria eccessivi ed esagerati onori: perciò tradiscono profondamente quel sentimento d’amore che dovrebbero avere come figli. – Pertanto ora, nella tempesta delle avversità da cui la Chiesa è afflitta, tutti i figli a lei fedeli capiscono facilmente quanto siano obbligati da un sacro dovere a pregare Dio sempre più fervorosamente e quale sia la miglior strada da seguire affinché queste preghiere possano ottenere il massimo effetto. Seguendo l’esempio dei devotissimi padri e antenati nostri, rifugiamoci in Maria Santissima, Signora nostra; rivolgiamoci a Maria, madre di Cristo e nostra, e tutti insieme supplichiamo: “Dimostra di essere madre; fa che per merito tuo accolga le nostre preghiere Colui che, nato per noi, accettò di essere tuo figlio” . – Ora però, se fra le tante forme e maniere di onorare la divina Madre sono da preferire quelle considerate più degne di lei e a lei più gradite, piace qui indicare espressamente e vivamente raccomandare il Rosario. Questo modo di pregare è comunemente chiamato “corona”, anche perché esso rappresenta un felice intreccio dei grandi misteri di Gesù e di Maria, dei gaudi, dei dolori, dei trionfi. È incredibile quanto giovamento possano trarre i fedeli dalla devota meditazione di questi sublimi misteri, ripassati e contemplati uno per uno, sia per alimentare la fede e proteggerla dall’ignoranza o da errori funesti, sia per risollevare e rafforzare i valori morali. In questo modo, il pensiero e la memoria di colui che prega, illuminati dalla fede, si dedicano a questi misteri con gioioso trasporto e, compenetrandoli e discutendoli, possono considerare con ammirazione la meravigliosa opera dell’umano riscatto ottenuto a sì gran prezzo e attraverso una lunga serie di avvenimenti. In verità, l’animo, di fronte a queste manifestazioni di carità divina, si infiamma di amore e di riconoscenza, rafforza e aumenta la speranza e, ansioso, tende ad ottenere il premio celeste predisposto da Cristo per coloro che si uniranno a lui, seguendone l’esempio e condividendone i dolori. Qui trovano posto le preghiere insegnate dal Signore stesso, dall’Arcangelo Gabriele e dalla Chiesa: preghiere che, ricche di lodi e di salutari voti, riscoperte ripetute seguendo un ordine ben preciso e vario, daranno sempre nuovi e graditi frutti di pietà. – È da credere, tra l’altro, che la stessa Regina celeste valorizzi in special modo, col suo appoggio, l’efficacia della preghiera del Rosario, proprio perché, per sua iniziativa e suggerimento, fu istituita e divulgata dal famoso Patriarca Domenico, in un periodo tristissimo per il Cattolicesimo, non molto diverso dall’attuale, quasi come un’arma da guerra validissima per sconfiggere i nemici della fede. La setta degli eretici Albigesi, infatti, aveva invaso molte regioni, sia in forma clandestina, sia manifesta; orribile emanazione dei Manichei, ne rinnovava gli spaventosi errori e ne ripeteva le violenze, le ipocrisie e il più accanito odio verso la Chiesa. Contro questa arrogante e pericolosissima moltitudine ben poco si poteva sperare dalle forze degli uomini, quando giunse l’aiuto direttamente da Dio per merito del Rosario. E così, col favore della Vergine, gloriosa vincitrice di tutte le eresie, furono annullate e distrutte le forze degli empi e salvata la fede di tanti. Molti altri fatti simili a questo, accaduti presso diverse popolazioni, come pericoli allontanati o benefìci ottenuti, sono sufficientemente noti e la storia li ricorda, sia in passato, sia in tempi recenti, con splendide testimonianze. – A ciò si aggiunge, inoltre, un’altra valida, convincente argomentazione: da quando fu istituita, la pratica del Rosario fu subito accettata e resa operante ovunque, presso ogni classe sociale. In verità, con nobili appellativi e in molti modi la devozione dei cristiani rende onore alla Madre di Dio, che unica fra tutte le creature rifulge per tanti meriti. Tuttavia, la recita del Rosario, questa particolare preghiera nella quale sembrano concentrarsi la testimonianza della fede e il culto dovuto alla Madonna, è sempre stata singolarmente amata. Al Rosario, sia in privato, sia in pubblico, nelle case e nelle famiglie, è stata dedicata una speciale attenzione, costituendo associazioni, consacrando altari, promuovendo processioni, nella convinzione che non esista una preghiera che possa meglio onorare la Vergine nelle sue solennità e ottenerne la protezione e i favori. – A questo proposito, non si può passare sotto silenzio un fatto che evidenzia il sorprendente, provvidenziale intervento della nostra Protettrice. Quando, col passare degli anni, ci si accorse che presso certe popolazioni si andava spegnendo il sentimento religioso e si trascurava la stessa consuetudine di questa preghiera, nel momento in cui gli eventi pubblici si stavano avviando verso una situazione pericolosa e incombevano bisogni urgenti, con generale consenso venne ripristinata, a preferenza di altre pratiche religiose, la preghiera del Rosario, che recuperò il suo posto d’onore e riacquistò ovunque il suo valore salvifico. Non occorre cercare testimonianze di ciò in tempi lontani: abbiamo luminosi esempi al presente. In questa nostra età che, come abbiamo ricordato all’inizio è veramente ostile alla Chiesa, a Noi, che per volere divino siamo incaricati di governarla, è dato però di osservare e ammirare con compiacimento che in ogni luogo, fra le popolazioni cattoliche, si onora e si tiene in grande considerazione la pratica del Rosario. Ciò è da attribuire esclusivamente a Dio, che guida e regge le sorti degli uomini, e non alla saggezza e allo zelo di questi ultimi. Di conseguenza il Nostro animo, mentre si rallegra e si riconforta, nutre un’incrollabile fiducia in ulteriori e più grandi trionfi della Chiesa, auspice Maria. – Tuttavia ci sono alcuni che, pur convinti di tutto ciò che noi abbiamo giustamente ricordato, non vedendo fino ad ora realizzato nulla di quanto avevano sperato, specialmente riguardo alla pace e alla tranquillità della Chiesa, anzi, constatando che forse i tempi tendono al peggio, abbandonano, stanchi e sfiduciati, la buona abitudine di pregare con convinzione. Stando così le cose, gli uomini dovrebbero prima controllare se le preghiere che rivolgono a Dio possiedono, secondo il precetto di Cristo Signore, le giuste virtù: se così fosse, considerino che è indegno e illecito voler imporre a Dio il modo e il tempo di venirci in aiuto. Egli nulla ci deve, e quando esaudisce le nostre preghiere e “corona i meriti nostri, non corona altro che i suoi doni” . Quando non asseconda del tutto le nostre richieste, si comporta saggiamente come un buon padre con i figli, perdonando la loro stoltezza e avendo cura del loro benessere. – In realtà, le nostre preghiere, tese ad ottenere, con il sostegno di tutti i Santi del Paradiso, il favore di Dio per la sua Chiesa, sono sempre ben accette e ascoltate da lui, sia che riguardino l’aspetto spirituale, cioè il bene massimo ed eterno, sia che si riferiscano all’aspetto temporale, meno importante, ma sempre a lei necessario. Sicuramente a queste invocazioni aggiunge grande importanza e sicura efficacia, sia per le preghiere, sia per i suoi meriti, Cristo Signore, che “amò la Chiesa e sacrificò se stesso per lei, al fine di santificarla… per mostrarla a se stesso vestita di gloria” (Ef 5,25-27); egli, sommo Pontefice di questa Chiesa, santo e innocente, “vive sempre per intercedere in nostro favore”: noi sappiamo per fede che il suo intervento e la sua preghiera ottengono immancabilmente buon esito. – Per ciò che riguarda poi i beni temporali della Chiesa e la sua vita, è palese che essa si trova di fronte nemici formidabili per avversione e potenza. Da questi è spogliata purtroppo dei suoi averi, ostacolata ed oppressa nella sua libertà, perseguitata e disprezzata nella sua autorità e, infine, esposta a danni e fatta segno ad atti ostili di ogni genere. Se ci si chiede perché la malvagità di questi avversari non arrivi alla violenza, non raggiunga, cioè, lo scopo degli sforzi profusi e perché, invece, la Chiesa, in tante vicissitudini, continui ad emergere, seppur in modi diversi, e a crescere in magnificenza e gloria, sia nell’uno come nell’altro caso, è giusto ritenere che il motivo principale consista nella lodevole consuetudine della Chiesa di pregare Dio. La ragione umana, infatti, non può sufficientemente rendersi conto di come mai un odio così potente non riesca a superare confini, che pur sono ristretti, e la Chiesa, al contrario, senza libertà di movimento, riesca ugualmente ad ottenere magnifiche vittorie. La stessa cosa diventa più evidente se si tratta dei beni con i quali la Chiesa indirizza gli uomini al conseguimento dell’ultimo fine. Dal momento che essa è nata proprio con questo compito, deve avere molto peso con le sue preghiere affinché la provvidenza e la misericordia divina abbiano un perfetto risultato. Tale che gli uomini, pregando con la Chiesa e per la Chiesa, possano ottenere ciò che “Dio onnipotente, fin dall’eternità, stabilì di donare” . – La mente umana non può capire, per ora, i superiori disegni della Provvidenza divina, ma al momento opportuno, quando le ragioni e le concatenazioni delle cose saranno benignamente palesate da Dio stesso, risulterà chiaro quanto grandi, in proposito, siano state l’efficacia e l’utilità della preghiera. Sarà per merito suo se molti, nella corruzione di un’epoca depravata, si conservarono immuni e incontaminati “da ogni lordura della carne e dello spirito, portando a compimento la santificazione nel timore di Dio” (2Cor VII,1); se altri, già in procinto di abbandonarsi al disonore, seppero fermarsi in tempo e da quella stessa pericolosa prova ottennero doni di maggiore virtù; se altri, già caduti, trovarono la forza interiore di rialzarsi e di riabbracciare Dio misericordioso. Facciamo voti che tutti, consapevoli di ciò, non cedano agl’inganni dell’antico nemico, né abbandonino per nessun motivo la pratica della preghiera, ma si mantengano costanti nell’orazione, “incessantemente”. La loro prima preoccupazione sia per il sommo bene, ossia l’eterna salvezza di tutti, e per l’incolumità della Chiesa; dopo si possono chiedere a Dio gli altri beni relativi alle necessità della vita, purché ci si adegui alla sua sempre giusta volontà, e parimenti si ringrazi il munifico Padre, sia che conceda o neghi le cose richieste. Infine ci si rivolga a Dio con amore e devozione, come è giusto e doveroso che sia, così come erano soliti fare i Santi e come si comportò lo stesso nostro Redentore e Maestro, “con alte grida e lacrime” (Eb V,7). – Ora, il dovere e l’amore paterno ci spingono ad implorare Dio, dispensatore di ogni bene, affinché infonda in tutti i figli della Chiesa non solo il desiderio della preghiera, ma anche quello di una sincera penitenza. Al tempo stesso, dal profondo del cuore esortiamo tutti e ciascuno a praticare, con lo stesso impegno, questa virtù, strettamente connessa all’altra. È evidente, infatti, che se la preghiera dà conforto allo spirito, lo agguerrisce e lo avvicina a Dio, la penitenza ci rende padroni di noi stessi, specialmente del corpo che, per colpa del peccato originale, è l’acerrimo nemico della ragione e della legge evangelica. Non c’è dubbio che queste virtù si collegano perfettamente tra loro, si sostengono a vicenda e tendono insieme al medesimo scopo: distogliere l’uomo, nato per il cielo, dalle cose terrene, quasi ad innalzarlo ad una celeste intimità con Dio. Al contrario, se lo spirito si abbandona alle passioni e non resiste alle lusinghe, così debilitato rifiuterà le dolcezze delle cose celesti, e la preghiera non sarà altro che una voce debole e fredda, certamente indegna di essere ascoltata da Dio. – Tutti conosciamo gli esempi di penitenza dei Santi, le cui preghiere e suppliche, proprio per queste mortificazioni, non solo risultavano estremamente gradite a Dio, ma addirittura operavano miracoli, come apprendiamo dai sacri scritti. Essi sapevano guidare la mente e l’animo; sapevano dominare, senza cedimenti, le passioni; non mancavano di ubbidire, con pieno consenso e sottomissione, alla dottrina di Cristo e agli insegnamenti e ai precetti della Sua Chiesa. Nulla desideravano e nulla respingevano se prima non si erano resi conto della volontà di Dio, e non miravano ad altro, con le loro azioni, se non ad aumentare la Sua gloria, a reprimere energicamente e a vincere le voglie insane, a trattare duramente e senza riguardi il proprio corpo, ad astenersi, per amore della virtù, anche da cose piacevoli, di per se stesse lecite. Per tutto questo, potevano, a buon diritto, ripetere ciò che l’Apostolo Paolo diceva di sé: “Dopo tutto, la nostra cittadinanza è in cielo” (Fil 3,20). È per questo motivo che le loro preghiere risultavano tanto efficaci nel propiziare la benevolenza e il favore di Dio. – Naturalmente è chiaro che non tutti possono né debbono fare altrettanto, tuttavia, che ognuno debba controllare la sua condotta di vita, compatibilmente col proprio sentire, lo esigono le ragioni della giustizia divina, a cui, per i nostri peccati, ci si deve rigorosamente attenere. È auspicabile, mentre si è in vita, imporsi volontarie mortificazioni le quali, così, acquistano il merito della virtù. – Inoltre, dal momento che tutti facciamo parte del corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa, ne deriva, secondo San Paolo, che quando un membro si allieta per una qualsiasi ragione anche gli altri si rallegrano con lui; parimenti, se è addolorato, tutti partecipano al suo dolore e allora, se i fratelli cristiani sono ammalati nell’animo o nel corpo, gli altri debbono spontaneamente intervenire in loro aiuto e, a seconda delle possibilità, prendersene cura. “Abbiano le membra una vicendevole sollecitudine… Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro esulta, tutte le membra godono della sua esultanza. Ecco, voi siete il corpo di Cristo e membri di uno stesso membro” (1Cor XII,25-27). Ora, in questa prova di carità, che ci indica il dovere di espiare le colpe del prossimo, sull’esempio di Cristo, che diede la vita con immenso amore per la redenzione dei peccati di tutti noi, sta proprio il grande vincolo di perfezione col quale i fedeli sono legati fra di loro, coi Santi e intimamente con Dio. In conclusione, la pratica di una santa penitenza è tanto varia, operosa e si estende talmente in largo che ognuno, solo con un po’ di coscienza e di buona volontà, può esercitarla di frequente senza troppa fatica. – È scontato, Venerabili Fratelli, che, data la vostra straordinaria e ammirevole devozione verso la Santissima Madre di Dio, la solerzia e la carità verso il gregge dei cristiani, dall’opera vostra, dopo i Nostri richiami e le Nostre esortazioni, Noi Ci aspettiamo un esito sicuramente ottimo. Esulta il Nostro cuore nel prevedere gli stessi frutti, già ora copiosi e fecondi, che più volte ottenne la manifesta devozione dei cattolici per Maria. Dunque, per le chiamate, le sollecitazioni, i suggerimenti vostri, i fedeli convengano numerosi, specialmente nel prossimo mese, agli altari rituali dell’augusta Regina e amorevolissima Madre e, secondo l’usanza filiale, intreccino e le offrano mistiche ghirlande, recitando il Rosario sicuramente gradito. Ferme restando le norme da Noi stessi precedentemente fissate al riguardo, e le sacre indulgenze concesse). – Come sarà grande ed esaltante vedere nelle città, nei villaggi, nelle campagne, in terra, in mare e in ogni angolo del mondo cattolico molte centinaia di migliaia di fedeli, accomunati nelle preghiere e nelle lodi, con una sola voce e un solo intento, in tutte le ore del giorno acclamare Maria, implorare Maria e sperare di ottenere ogni bene per merito di Maria! A lei, fiduciosi, chiedano con forza, dopo aver supplicato il Figlio, che le popolazioni allontanatesi dalla giusta via ritornino ai principii e ai precetti cristiani, sui quali poggia il benessere pubblico e da cui sgorgano copiosi i frutti della invocata pace e della vera beatitudine. A lei chiedano con insistenza ciò che deve essere intensamente ambìto da tutti i buoni, cioè che Madre Chiesa possa ottenere la sua libertà e ne possa godere tranquillamente. Essa non chiede altro che poter realizzare i maggiori benefìci per l’umanità; da lei, sia i singoli individui, sia le comunità, non ricevettero mai alcun danno, bensì sempre numerosi e grandissimi vantaggi. – Ora, Venerabili Fratelli, con l’intercessione della Regina del Santissimo Rosario, Iddio sia prodigo con voi di grazie celesti affinché abbiate, il più a lungo possibile, forze e protezione per attendere santamente ai doveri del vostro ufficio pastorale. Ne sia auspicio e pegno l’Apostolica Benedizione che a voi, al clero e ai fedeli affidati alle vostre cure affettuosamente impartiamo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 22 settembre 1891, quattordicesimo anno del Nostro Pontificato

Invito alla confessione.

Invito alla confessione.

confessione

[Manuale di Filotea, del  sac. G. Riva, Milano 1888 – imprim. -]

Un povero carcerato il quale col laccio al collo aspettasse d’ora in ora di andare al supplizio, non aspirerebbe a fortuna maggiore che di campare la vita. E se gli venisse recata la nuova che il principe gli perdona, e di più lo adotta e lo fa erede del suo regno appena lo crederebbe, e credendolo correrebbe rischio che l’allegrezza gli togliesse la vita che non gli tolse il carnefice. Ora se si possono paragonare le cose piccole alle grandi e le temporali alle eterne, questa è la mutazione che in un peccatore si opera con la santa Confessione. Dallo stato di reo, di schiavo, di condannato ad essere in eterno ludibrio di satanasso, egli è sublimato alla dignità di figliuolo adottivo di Dio. Miglior sorte è questa che non fu quella di Giuseppe cavato dal fondo di una torre è posto la nell’Egitto a sedere sul trono. Qui è che si può dire: “meraviglia! il re mandò a liberarlo nella prigione e non contento di ciò, lo costituì padrone per la sua casa e sovrintendente a tutto i suoi poderi. Voi forse non sarete finora mai giunto a capire quanto male sia vivere in peccato mortale; e per questo io non mancherò in farlo vedere delle susseguenti meditazioni. Frattanto vi basti sapere che il peccato mortale è sommo male, la somma disgrazia e la somma disavventura che possa accadere all’anima nostra. È più miserabile un uomo con un solo peccato mortale sulla coscienza che non sarebbe se egli avesse addosso per suo tormento tutti i demoni che bruciano nell’inferno e ne fosse per tutta la vita invasato. Poco male sarebbe rispetto a questo l’essere cambiato in un mostro. Voi vi stupite tanto quando sentite un Nabunodonosor, re di Babilonia, trasfigurato in un bue, un Tridate re dell’Armenia tramutato in un porco. Eppure questo è un nulla rispetto a ciò che è nell’anima di un peccatore. Egli è proprio come un demonio, onda di uno di questi disse il Signor: “uno di voi è un demonio perché, come dice San Tommaso, il demonio non è altro che una creatura intelligente in stato di peccato mortale. Se si potesse mai offrire ad questa elezione, o di precipitare senza colpa all’inferno, o di salire al cielo con la colpa, non sarà ammesso il modo non avrebbe affrettarsi a dire animosamente: piuttosto all’inferno con l’innocenza, che nel cielo con l’iniquità! Ma che dissi con S. Anselmo? l’Ecclesiastico quando parlò della colpa non disse forse chiaro: “meglio di lei è l’inferno? Né è meraviglia, perché il male della pena si oppone alla volontà della creatura, il male della colpa alla volontà del Creatore; ora guardate voi se vi può essere paragone. D’altra parte chi può misurare l’altezza della grazia per mezzo della quale noi siamo costituiti figliuoli adottivi di Dio? È la grazia divina un bene tanto grande che più vale un minimo grado di essa, che non vale tutta la nobiltà, tutta la sapienza, tutta la bellezza, tutto il potere, tutta la Santità, tutte le ricchezze, e quanto mai hanno posseduto di bene tutti gli uomini, anzi quanto è dovuto alla natura stessa degli Angeli. – E così se per acquistar un grado di questa grazia fosse necessario subissare la terra, sprofondar cieli e tutto in un momento distruggere la natura tutta, questa rovina sarebbe bene impiegata per tanto acquisto. Più, la giustificazione, che è quella per la quale si infonde la grazia nell’anima nostra, supera tutto quello che è nell’ordine della natura si fa dall’onnipotenza divina, e più fra Dio quando converte un solo peccatore che non fece quando diede il moto alle stelle, quando creò l’universo e quando ne creasse uno di nuovo ad ogni secolo. “Non est digna ponderatio continentis animae (dice il Signore nella Sapienza), non v’è prezzo che eguagli un’anima giusta. Che vi pare dunque della felicità di chi da tanta miseria passa ad un tale stato? Pigliate questo termine PECCATO, ponderatelo attentamente e poi mettetelo a paragone della GRAZIA, e consideratene la differenza. Inteso questo, voi subito capirete quanto bene a noi venga dalla Confessione sacramentale per mezzo della quale si effettua questa grande mistificazione e stupirete, anzi stordirete in vedere che tuttavia pur si trovino i peccatori i quali si confessino tanto di rado, contenti di riposare la loro somma miseria come animali che molto più volentieri stanno a giacere nelle proprie lordure di quello che mai farebbero in letti d’oro. Oh quanta ragione ebbe Dio in gridare contro costoro con Sofonia: “anderò a cercare gli uomini fitti nelle loro immondezze!” Che se poi questa giustificazione è già effettuata, non è perciò che la santa Confessione rimanga senza il suo frutto imperocché quella grazia della quale un minimo grado, come avete già sentito, vale tanto, sempre viene ad avvalorarsi, ad aumentarsi, a moltiplicarsi. “Chi è giusto si giustifichi di più” come si fa nell’Apocalisse. Per animarvi dunque a confessarvi frequentemente e superare quel poco di vergogna che si prova nell’esporre candidamente le proprie debolezze, considerate che cosa opera in noi la Confessione ben fatta.

Effetti della confessione ben fatta.

1) Ci libera dalla colpa, dalla schiavitù del demonio, dalla pena eterna.

2) Ci restituisce l’amicizia di Dio, la pace dell’anima, e meriti moltiplicati.

3) Ci fortifica per estirpare ogni abito cattivo, per superare ogni tentazione, per praticare ogni virtù.

Cose necessarie a ben confessarsi

I. – ORAZIONE per impetrare: 1° – I lumi onde conoscere, 2° la contrizione onde detestar .- 3° l’umiltà onde confessare sinceramente i propri peccati. – 4° Una volontà risoluta di farne la debita penitenza, e di non commettere peccato veruno in avvenire.

II. – ESAME diligente, universale, imparziale.

III. – DOLORE interno, sovrannaturale, sommo, universale, animato dalla speranza del perdono.

IV. – PROPONIMENTO fermo, universale, efficace.

V. – CONFESSIONE intera, umile, sincera.

VI. – SODDISFAZIONE pronta, intera, devota.

Orazioni prima dell’esame

confessione-2

A Gesù Cristo

Gesù dolcissimo che mettete la vostra gloria nel far sovrabbondare la grazia là dove ha abbondato l’iniquità, gettate uno sguardo di compassione sopra quest’anima peccatrice che, umiliata ai vostri piedi, da voi implora soccorso. Pastore amantissimo delle anime nostre, che sollecito hanno andate in cerca delle pecorelle smarrite, non rigettate per pietà quest’anima infelice che, stanca dei suoi deviamenti desidera ritornare al vostro seno per non abbandonarvi mai più. La mia naturale cecità, raddoppiata dalle passioni che ho finora assecondate m’impedisce adesso di comprendere il numero e la grandezza delle commesse iniquità. Voi adunque che illuminate ogni uomo che viene al mondo, illuminate adesso la mia mente con un raggio della vostra luce, affinché riconosca tutte le mie colpe in quell’aspetto in cui me le farete conoscere nel giorno del Giudizio; non permettete che il mio amor proprio mi seduca nascondendomi sotto falsi pretesti i miei difetti. Io resterò confuso, lo preveggo, nel riconoscere l’orrendo abuso delle vostre grazie e le infinite violazioni della vostra legge; ma la mia confusione sarà salutare perché alla vista di tanti eccessi più facilmente sarà mosso il mio cuore ha detestar con l’amarezza della contrizione. Tuttavia come posso io permettermi di detestare i miei peccati se da me solo non posso nemmeno né richiamarli né riconoscerli? Voi dunque siete il solo da cui procede il volere e l’operare, compite adesso la grande opera della mia conversione, da cui per pura vostra misericordia mi avete ispirato il desiderio; io mi getto ai vostri piedi come un reo davanti al suo giudice, come un suddito ribelle davanti al suo Re. Voi comunicate all’anima mia parte di quella contrizione che per me avesse nell’orto, allorché piangeste le mie colpe con lacrime di sangue in tutto il corpo. Deh! Con quella voce onnipotente che chiamò a vita i defunti comandate adesso all’anima mia di uscire dal sepolcro dei miei peccati e tosto si romperanno quei lacci che la tengono schiava dei suoi nemici, e rinnovata e santificata comincerà a vivere una vita tutta nuova per non morire mai più. Voi prestatemi dunque un’assistenza speciale affinché questo Sacramento a cui solo per accostarmi sia da me ricevuto con tutte quelle disposizioni che sono indispensabili a partecipare agli infiniti vantaggi pei quali voi l’avete istituito.

A Maria

Vergine Santissima, Madre di misericordia, arbitra di ogni grazia, che godete di essere chiamata il soccorso dei cristiani ed il rifugio dei poveri peccatori, impetratemi adesso dal vostro Figlio divino lume alla mente e contrizione al cuore acciocché mediante il suo aiuto io possa riconciliarmi in questo Sacramento con la sua offesa bontà e cominciar poi una vita tutta conforme alla sua legge, modellata sui vostri esempi, che furono sempre frutti preziosi di grazia e di virtù, di onore e di onestà.

All’angelo custode

Angelo Santo, amorosissimo custode dell’anima mia, voi che, specchiandovi di continuo nel beatifico volto del vostro Dio, vedete con chiarezza tutte le azioni degli uomini, ma specialmente di me che la divina pietà si è compiaciuto di affidare alla paterna vostra premura, leggete adesso in questo specchio divino ed infallibile tutta la serie dei miei disordini per suggerirmeli fedelmente alla memoria. E siccome foste vostro malgrado il testimone delle mie cadute, così aiutatemi adesso a rialzarmi e ad ottenere per mezzo di questo Sacramento la grazia di non più ricadere.

Ai santi protettori.

E voi tutti, o santi del cielo, e specialmente miei avvocati e protettori che con tanta rettitudine camminaste nelle vie del Signore e con asprissima penitenza cancellaste i minimi vostri falli, aiutatemi adesso con la vostra potente intercessione a risorgere dallo stato di colpa in cui miseramente mi trovo, affinché santificata l’anima mia in questo Sacramento di riconciliazione e di pace, diventi poi imitatrice fedele della vostra virtù sulla terra per partecipare al premio eterno che, in unione con voi, mi ha la divina misericordia già preparato nel cielo.

confessione-3

ESAME DI COSCIENZA

[Per ogni sorta di persone, massime in occasione di confessione generale o straordinaria].

Dei precetti del decalogo

I° adorare un Dio solo

Se volontariamente avete dubitato delle cose di fede o le avete impugnate o poste in burla o trascurato di impararle; se letti libri proibiti senza licenza; se avete peccato sulla fiducia del perdono o disperato della divina misericordia o presunto di salvarvi senza pentirvi; se avete criticato la divina Provvidenza o vi siete di essa rammaricati per travagli della vita; si avete dato fede a sogni, a sortilegi, o avete osservato qualche superstizione con invocazione, o tacita od espressa del demonio o adoperate cose sacre a questo effetto; se trascurato il bene per rispetto umano; se avete mancato di adorare Dio in tutti giorni e attribuirGli ogni vostro bene, spirituale e temporale; si avete profanate le chiese, la cose sante, oltraggiato le persone consacrate a Dio; si avete abusato delle parole della Sacra Scrittura o delle cerimonie della Chiesa in cose ridicole o in ischerzi profani; se avete tralasciato di fare gli atti di fede, ecc., nei templi nelle circostanze in cui ne correva l’obbligazione.

2°: Non usare il nome di Dio invano.

Se avete giurato in nome di Dio o dei Santi colla bugie o senza bisogno<, giurato di fare qualche male cosa indifferente o santa con l’intenzione di mancare alla parola; si avete bestemmiato Dio o la Vergine o i Santi, se avete nominato il Nome del Signore con irriverenza; se avete detto delle imprecazioni contro voi stessi o contro il prossimo desiderandone la morte, dannazione o altro male; se avete indotto a giurare il falso o dato occasione di bestemmiare; se non avete osservato i voti o siete è stato negligente dell’adempirli.

3°: Santificare le feste.

Se avete tralasciato di ascoltare la Santa Messa nel giorno di festa o se l’avete ascoltata discorrendo, o volontariamente distratto; se avete lavorato o fatto lavorare per tempo notabile senza necessità e licenza; se vi siete portato con irriverenza in chiesa ridendo facendo altre cose illecite; se avete consumato il tempo in giuochi o in viziose intemperanti ricreazioni; se avete profanato i giorni di festa col far dei contratti o trascurato di santificarli con esercizi di Pietà; se avete lasciato di far osservare questo precetto ai vostri subalterni o impedito ad altre persone in modo che non potessero osservarlo.

4° Onora il padre e la madre.

Se avete portato odio ai vostri genitori, ai parenti e superiori, con il rattristarvi del loro bene o compiacervi del loro male; si avete giudicato di loro temerariamente e mancato di rispetto con parole ingiuriose, con minacce con gesti o fatti; se avete ad essi disubbidito, se avete disprezzato nel loro correzione, rubato robe di casa o se non li avete soccorsi nel loro bisogni; se essendo voi padri o madri di famiglie avete odiato qualcuno dei vostri figli o scagliato contro di loro delle imprecazioni, se avete trascurato di istruire o di far istruire quelli che erano sotto la vostra direzione, se li avete amati con ingiusta parzialità, corretti con troppo violenza o per rabbia; o non dato loro il necessario mantenimento, se avete trascurato di applicarvi a qualche vile esercizio o di far loro frequentare i SS. Sacramenti, o si avete dato loro mal esempio con parole o con patenti omissioni dei vostri doveri; se, essendo padrone, avete mancato in qualcuna delle cose suddette verso i vostri servi o lavoranti.

5°: Non fare omicidio.

Se avete battuto o ferito alcuno, se avete eccitato risse o protetto gente perversa; si vi siede esposto a qualche pericolo di morte senza necessità, per soddisfare le passioni di vendetta, di incontinenza, di intemperanza; se avete portato odio, invidia o mostrato disprezzo al prossimo, procurandogli, desiderandogli del male o compiacendovi di esso o rattristandovi del bene avvenutogli; se avete ricusato di perdonare e di riconciliarvi con chi vi ha fatto qualche torto; se avete litigato con animosità lasciandovi trasportare dalla collera con segni esterni mandando anche imprecazioni e maledizione con desiderio che si avverassero o anche senza questo desiderio; si avete procurato o fomentato dissezioni; se avete indotto qualcuno al peccato con cattivi esempi, malvagi consigli o in altro modo qualunque; se avete mancato di riprendere con carità il vostro prossimo quando ve ne correva la obbligazione, o se l’avete adulato nelle sue passioni, o burlato nelle sue opere buone.

6° Non fornicare.

Se vi siete volontariamente trattenuto con pensieri disonesti, con compiacenza amorosa o con desiderio di compierne l’opera; se avete amoreggiato o discorso di cose impudiche; letti o dati a leggere libri osceni, tenute pitture o immagini scandalose e qui riflettete che si può peccare disonestamente con tutti il sensi del corpo, con sguardi, con baci, parole dette od ascoltate, scritti, cenni, ambasciate ecc. Se avete indossato vestiti immodesti, se frequentate le chiese con fini disonesti. Si deve spiegare la qualità della persona che fa e di quella cosa con cui si fa o si desidera di fare tali brutture; se siete persona coniugata pensate se avete fatto qualche cosa contro i doveri del vostro stato.

7° Non rubare.

Se avete danneggiato il prossimo nella roba con frode o violenza, rubando, vendendo o comprando imprestando, litigando per ripicca o vendetta, o non congnizione manifesta del torto, o cooperando all’altrui danno, ecc.; se avete praticate usura o altre ingiustizie, si avete desiderato l’altrui danno e l’altrui roba con pregiudizio del prossimo; se avete negato, ritardato o diminuito ingiustamente il salario agli operai; se potendo non avete restituito o pagato giusto il dovere i creditori, i legati, le decime, ecc.; se avete mandato a male la roba altrui affidata alla vostra cura; se avete trascurato di fare l’elemosina secondo il vostro stato e il bisogno dei poveri; se avete ingannato nel giuoco o fatti giochi proibiti; se siete stato avaro, rammaricandovi delle spese necessarie a voi e alla vostra famiglia, o trascurandole totalmente; se avete differito senza giusto motivo il pagamento dei debiti o trascurato i mezzi opportuni per abilitarvi a compiere questo dovere.

8° Non fare testimonio falso.

Si avete giurato il falso in giudizio o indotto altri allo spergiura, o prodotto scritture false; si avete dette bugie, e se da esse derivò danno al prossimo; si avete calunniato, mormorato, specialmente di persone distinte, o giudicato temerariamente, se avete sospettato male senza motivo o ingiuriato o deriso il prossimo; si avete ascoltato volentieri chi mormorava, oppure potendo o dovendo non l’avete impedito; se avete violato il segreto, si avete composto, venduto o dato a leggere libri proibiti, fogli infamatorii; se avete mancato di riparare il danno fatto all’onore, alla vita, alla roba del prossimo con le calunnie e con le mormorazioni.

9° Non desiderare la donna d’altri

10º Non desiderare la roba di altri degli altri.

I peccati contro questi due precetti si sono già annotati nel sesto e settimo precetto ove si parla non solo delle parole e delle opere, ma ancora dei pensieri che si oppongono alla castità e alla modestia compresi nel “non fornicare”, oppure alla giustizia e alla carità comprese nel “non rubare”.

Avvertenza

Inoltre esaminatevi se avete mangiato senza licenza cibi proibiti o trascurando i digiuni comandati o ecceduto nel mangiare e nel bere, se avete trascurato il precetto pasquale, se si avete taciuto qualche peccato mortale delle confessioni passate o cercato confessori da voi giudicati troppo indulgenti o fatte confessioni sacrileghe per mancanza di esame, di dolore o di proposito, oppure tacendo qualche peccato mortale: se ricevuti indegnamente la SS. Comunione o altri Sacramenti; se avete trascurato le penitenze imposte delle confessioni o se avete tralasciato di mettere in pratica gli avvisi del confessore. In più deve ciascuno esaminarsi sopra gli obblighi del proprio stato. – Ricordatevi finalmente che dei peccati mortali si deve cercare per quanto è possibile, anche il numero alfin di evitare l’inconveniente di coloro che credono di aver fatto tutto, quanto hanno detto: “alle volte certe”, “in certe occasioni”, “quando sono in compagnia”, “quando sono in collera”, ecc. ed altre simili formule, le quali non bastano per dare al confessore una giusta idea dello Stato del penitente.

Altro esame di coscienza

[per chi si confessa frequentemente]

Verso Dio

Se non avete adempito con prontezza e devozione la imposta; penitenza se non vi siete dato premura di emendarvi dei soliti mancamenti; o di mettere in pratica i suggerimenti del confessore; se per umano rispetto o per accidia o per altri vani motivi avete omesso o fatto senza spirito di devozione le solite pratiche di pietà, ecc. Come vi siete riportato nella chiesa, se avete per mera curiosità girato intorno gli occhi o ciarlato senza bisogno, o dato agli altri a volte occasione di divagarsi, di ridere, di scherzare; se nelle vostre occupazioni non avete mai procurato di innalzare la mente a Dio, oppure lo faceste più pel vostra soddisfazione che per sua gloria; se ascoltato con poco raccoglimento o senza intenzione di approfittare o forse anche trascurato senza legittimo motivo, la divina parola nelle prediche, nella dottrina, ecc.; se nominato con poco rispetto Iddio, Maria Vergine e i Santi. Se trascurate le ispirazione che vi insinuavano la fuga del male e la pratica della virtù necessarie al vostro stato; se perduto il tempo in ozio o in occupazioni affatto inutili, se mancato di rassegnazione o di confidenza nelle disgrazie, nelle malattie, nelle tentazioni, ecc.

Verso il prossimo.

Con pensieri – Se avete giudicato temerariamente del prossimo; se fomentati i sentimenti di avversione, di disprezzo o di invidia; se invece di perdonare prontamente avete nella vostra mente ruminate le offese ricevute pensando al modo di risentirvi, o vi siete compiaciuto delle vendette già fatte<, se avete desiderato disordinatamente o con altrui pregiudizio la roba non vostra. – Con parole – Di poco rispetto ai maggiori, di poca carità con gli uguali o coi minori, se vi siete ostinati nell’opinione in cose anche di poca importanza, se sparlaste del prossimo, manifestando i suoi difetti nascosti, se ascoltaste con piacere le altrui maldicenze; se avete violato il segreto promesso; s’è detto bugie anche per semplice passatempo o con qualche danno degli altri, se preferiste parole un po’ libere o poco edificanti. – Con opere – Se avete fatto tra qualche vendetta qualche scherzo spiacevole al vostro prossimo, se avete preso o ritenuto ingiustamente la roba altrui; se avete fatta con dispetto o con negligenza le opere comandate. – Con omissione – Se per puro capriccio o per altro storto motivo avete ricusato di prestare al prossimo il servizio a voi richieste; se siete stato negligente nell’istruire, correggere, edificare i vostri dipendenti come figli, servi, lavoranti, scolari ecc.; Se non avete con la dovuta prontezza, precisione e ilarità obbedito ai vostri superiori, se avete ritardato senza giusto motivo la mercede agli operai o il salario ai domestici; si avete trascurato il pagamento dei debiti.

Verso se stesso:

Superbia. – se vi siete internamente compiaciuto oppure con altri vantati dei talenti della fortuna o delle opere vostre cose corporali come spie di suo si avete desiderato o cercate o ascoltate compara compiacenza le vostre lodi.

Avarizia. – se pensate molto l’interesse desiderando con anzianità uno stato poco mediante spesso sui mezzi meditando spesso sui mezzi di accrescere la vostra sostanza se provaste dispiacere nel far quello che l’elemosina e le spese necessarie se mi inquieta aste per ogni perdita anche minima di ciò che ci aperti ciò che vi appartiene.

Lussuria. – Se avete avvertitamente fermati i pensieri o gli sguardi sopra oggetti pericolosi; si avete usata soverchia familiarità anche con persone di sesso uguale; se avete fomentato attacchi troppo sensibili ad altre creature; se non avete usato la debita modestia nello spogliarvi e nel vestirvi; se avete tenuto in propria stanza, pitture, carte, statue, libri poco decenti.

Ira. – Se vi siete facilmente spazientito o se avete esternato la vostra impazienza con un volto oscuro, con parlar risoluto, con tratto dispettoso; se avete secondato il malumore.

Gola. – Se avvertitamente avete mangiato o bevuto più del bisogno o se da ciò provenne qualche disordine o scandalo; se siete stato poco mortificato nel vostro gusto assecondando sempre i suoi desideri oppure lagnandovi dei cibi non troppo bene preparati.

Invidia. – Si avete riguardato di mal occhio o disprezzare le persone che vi avanzarono in merito o in dignità; se avete avuto volontariamente rammarico dall’altrui fortuna o gusto dell’altrui male.

Sull’esame dei peccati veniali.

Non trascurate all’esame dei peccati veniali perché vi assicura l’ecclesiastico che chi sarà infedele poco diverrà presto infedele nel motto come gli incendi terribili hanno d’ordinario origina da una scintilla così i più gravi disordini hanno sempre il loro principio nelle genialità trascurato chiuso arrivò al segno di vendere e di tradire il proprio maestro perché non studio di reprimere nei suoi principi la passione dell’interesse. Ma non c’è nemmeno di coloro che si mettono in un mare di angustie per trovare il numero preciso e tutte le circostanze del minimo a loro con. Questo non è assolutamente necessario né sempre possibile non è necessario perché lo della confessione riguarda che i peccati mortali non è sempre possibile perché le tenebre attuali del nostro intelletto non ci permettono di vedere con la bramata chiarezza il fondo della nostra coscienza. Cercate adunque senza inquietudine i peccati veniali dei quali sentite vero rimorso poi contentatevi di esclamare col cuore che con la lingua signore perdonatemi nella vostra misericordia tutti i peccati che io non conosco e datemi grazie di accusare un umile sincerità tutti quelli che a voi è piaciuto di farmi conoscere. Non impiegate adunque un tempo eccessivo per questo esame mentre San Francesco di Sales us vi assicuro che perché si confessa ogni otto giorni basta un semplice quarto d’ora. Mettete piuttosto ogni vostro studio dell’eccitare un vero dolore tanto indispensabile anche per i soli peccati veniali che senza di esso quando non sia sacrilega è perlomeno non ad assicurare la validità ed il frutto delle vostre confessioni non abbiate sulla coscienza e peccati veniali portate il vostro dolore su qualche peccato mortale della vostra vita passata ancorché perdonato.

Doveri del penitente dopo l’esame di coscienza.

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Prima della confessione.

Come un buon coltivatore di campi non basta scoprire quei malefici insetti che con il velenoso lor dente tolgono la bellezza e la vita alle sue piantagioni, ma gli occorre eziandio di adoperare ogni arte per sterminarli, perché non si rinnovi nelle sue piantagioni successive il guasto avvenuto già nelle prime, così al cristiano che vuole efficacemente rimediare per mezzo della confessione ai guasti avvenuti nella mistica vigna della sua anima, non basta scoprir con l’esame quei peccati che gliela rovinarono da cima a fondo ma deve inoltre darsi premura di sterminarli dal primo all’ultimo col mezzo tanto facile e sicuro, altrettanto indispensabile, di un sincero dolore e ciò deve applicarsi un tanto più di premura, in quanto che nel detto dolore consiste sostanzialmente la bontà della confessione, né vale il desiderio di averlo quando non lo si abbia realmente, né può supplirsi al di lui mancamento con alcun altro mezzo. Finché non odiate il malfatto, non si può far pace con Dio, non si può ottenere il perdono. Questo dolore ottiensi col domandarlo umilmente e replicatamente al Signor per i meriti del suo sangue, e col ponderare la gravezza del peccato, riguardo a Dio e a voi stesso. Procurate poi con ogni studio che questo dolore sia perfetto, cioè procurate di muovervi a pentimento, non solo per timore dell’inferno, per la speranza del Paradiso, per la bruttezza del peccato, ma ancor e principalmente perché il peccato è un’offesa di Dio e di ingiuria alla sua suprema maestà, e contraria a quella bontà infinita che merita l’amore di tutti i cuori. Un’altra condizione deve avere il vostro dolore, senza questa esso non varrebbe: deve essere “efficace”, cioè congiunto con un proposito fermo di non commettere più peccato in nessun tempo in nessuna occasione né per fuggire qualunque male, né per acquistare qualunque bene. Non basta dunque dire: “io vorrei emendarmi”, bisogna dire “io voglio”; poiché di quelli che vorrebbero è pieno l’inferno, e solo di quelli che vogliono si riempie il Paradiso; solamente di questo proposito ha paura il demonio e come egli contro di questo rivolge tutte le sue macchine in disturbarlo, così voi impiegate tutte le vostre diligenze per concepirlo, chiedendone aiuto al Signore, con la cui grazia si può ogni cosa. Soprattutto conviene avvertire che questo proposito sia efficace in quanto a lasciar l’occasione prossima di peccare, che è quel pericolo di cadere nel quale quando voi vi ponete, cadete frequentemente. Se andate in una casa o per passatempo o per i vostri affari, se date da lavorare ad una persona, e molto più se la tenete in casa vostra, quando ella vi sia occasione di peccare, o lasciate di confessarvi. o disponetevi di vero cuore a levare quella comodità che presenta alla vostra concupiscenza l’abitazione, la familiarità, l’amore o qualsiasi altra circostanza già sperimentata fatale. Né dite: basta che io prometto di non peccare più, del resto che m’importa che io lascio questa amicizia? Non dite così, che questo è fare una legge a modo proprio e non osservare la legge fatta da Dio, il Quale per mezzo della Scrittura e per bocca di tutti i Dottori ci dichiara troppo espressamente l’obbligazione di fuggire questo pericolo prossimo di cadere. Piuttosto dite: io non mi curo del Paradiso, non m’importa dell’anima, rinunzio all’amicizia di Dio anziché rinunziare all’affetto portato ad una miserabile creatura che ora è un letamaio coperto, e di qui a poco sarà un ammasso di vermi e putredine, e direte il vero, ma vi accorgerete tra poco del cambio stoltissimo che avete fatto.

Nell’atto della confessione.

L’abito poi del quale deve comparire un peccatore a questo tribunale è l’umiltà e la confusione. Questa umiltà farà che manifestiate sinceramente i vostri falli senza scusarli, senza darne ad altri la colpa, senza fuggire da quei confessori che vi riprendono e vi danno a conoscere il vostro male. Ha pur poca voglia di guarire quell’infermo che va cercando un medico ignorante per essere curato nella sua malattia. Che concetto volete dunque che io faccia di voi se a bello studio vi eleggete un confessore senza lingua, uno di coloro che sono da Gesù ripresi quasi cani muti, perché non rivelando al peccatore la sua iniquità, gli impediscono di ridursi ad una sincera penitenza? Bisogna dire che non vi dispiace il peccato e dell’anima nulla v’importa.

Dopo la confessione.

Tre cose finalmente vi restano a fare dopo la confessione, l’una verso Dio, l’altra verso il prossimo e l’ultima verso voi stesso. – Verso Dio. Poi dovete umilmente ringraziarLo perché si è compiaciuto di rimettervi nella sua amicizia e cancellare quella sentenza di eterna morte e di severissima temporal punizione che aveva scritto il vostro peccato secondo che adesso fu mortale o veniale. Indi tornate a giurarGli di nuovo fedeltà come a vostro supremo Signore implorando il suo aiuto per avvalorare la vostra debolezza contro ogni assalto di tentazione. – Verso il prossimo. Vedete se siete tenuto a qualche restituzione o di fama o di roba, ed eseguitela prontamente, giacché lo stesso differirla, senza sufficiente cagione, anche in coloro che hanno vera volontà di compirlo, è nuova colpa. – Verso voi stesso. Applicatevi seriamente a soddisfare la penitenza con devozione se è tale che si possa soddisfar prontamente. Indi pensate di quali mezzi si potreste prevalere per non tornare al peccato. Questi mezzi che ben usati ottengono la sicurezza, la perseveranza nel bene incominciato, sono tre, cioè 1) l’orazione, 2) la fuga delle occasioni e 3) la frequenza ai Sacramenti. Proponete dunque di nuovo di voler almeno mattina e sera raccomandarvi al Signore e alla sua SS. Madre, perché vi tenga costante nelle vostre risoluzioni di non peccare mai più, né gravemente, né leggermente, proponete di non voler star più solo con quella persona, di voler rompere affatto quell’amicizia, proponete di voler tornare presto alla Confessione, cioè prima che la tentazione vi riconduca a qualche nuova colpa prendendo con questo Sacramento e con l’Eucaristia ogni dì nuova lena contro il demonio. Soprattutto fate, vi prego, per quanto avete cara l’anima vostra, fate il proposito di non servirvi mai della medesima Confessione per facilitare il peccato, come fanno molti, che se una volta cadono: già m’ho da confessare, dicono, posso peccar quanto voglio. Si può trovare discorso più ingiurioso al Signore, più dannoso alla nostra salute? “Più ingiurioso al Signore”, perché per moltiplicare i peccati vi servire di quel sangue medesimo che vi tiene apparecchiato alla Confessione per distruggerli; “più dannoso a voi”, perché non siete mai sicuro di confessarvi bene e quand’anche vi confessaste come si deve, ad ogni modo, anche dopo la Confessione rimangono ordinarie nell’anima molti cattivi effetti del peccato già distrutto in quella maniera che dopo che è partita la febbre restano in un convalescenza molte reliquie della passata malattia, se non rimanesse altro, rimane l’abito cattivo, cioè il maggiore impedimento che abbia un’anima a salvarsi. Intendetela dunque bene, voi che dite: farò questo peccato e poi mi confesserò. Quanto più commettere peccati, tanto più è difficile che vi salviate, ancorché vi confessate bene. La mente più si annebbia, la volontà sempre più s’indura, gli aiuti divini sempre più si demeritano, le forze del demonio sempre più si accrescono, le forze proprie sempre più mancano e quello sforzo che era sovrabbondante per poche colpe, riesce scarso in allora che sono cresciute a dismisura protestando il Signore per Amos: dopo le tre scelleraggini avrò misericordia di Damasco, e dopo le quattro io non lo richiamerò.

Avvertenza sull’atto di pentimento

Siccome il dolore alla parte più essenziale del Sacramento della Penitenza così ho creduto opportuno dargli qualche estensione non perché le molte parole facciano il dolore, ma perché le parole recitate con pause e con devozione passano facilmente al cuore, e quindi non servono solo ad esprimere, ma anche ad eccitare il pentimento. Chi però scarseggiasse di tempo potrà usare piacere qualunque atto più breve, ricordandosi che Davide fu giustificato con un solo “peccavi”, e la Maddalena e Pietro ottennero il perdono senza nemmeno parlare. Tanto è vero che tutto dipende dal cuore, di cui le parole non sono sempre come esser dovrebbero, la espressione la più sincera.

Atto di pentimento

Dal profondo abisso delle mie iniquità io alzo a Voi, Signore, la mia debole voce. Deh! non siate inesorabile alle mie preghiere. Se nel rigore della vostra giustizia pesate le mie colpe, io non ardisco più sperare perdono, perché esse han sorpassato il numero dei miei capelli, e contengono un eccesso di ingratitudine e di malizia che non ha esempio. Ma voi avete promesso di non disprezzare giammai il cuore contrito ed umiliato che Vi domanda pietà. Esaudite dunque le suppliche di un peccatore che unicamente confida nella vostra misericordia. Io ho peccato contro il cielo è contro di Voi. Creatura ingrata e ribelle ho disprezzata in Voi il mio Creatore, il mio Redentore, il mio Santificatore, il mio Dio. Come il prodigo del Vangelo, ho abbandonato in Voi il più sincero degli amici, il più tenero tra i padri, il più liberale tra i benefattori, per farmi schiavo miserabile dei vostri più odiati nemici, i quali altro non cercano se non la mia perdizione. Lungi da Voi amato mio bene, ho dissipato quei tesori di grazia che sono il Prezzo della vostra Passione e della vostra morte, e che voi mi accordaste unicamente per operare la mia salvezza. A somiglianza di Giuda, io Vi ho tradito nell’atto stesso in cui ad un altro non pensavate che a ricolmarmi dei vostri favori ed a stampare sulla mia fronte il bacio dolcissimo della vostra amicizia. Anzi ho abusato dei vostri doni per offenderVi, per oltraggiarVi; ho calpestato quel sangue che fu versato sulla Croce per mia salute: ho profanato quel tempio in cui Vi degnaste di fermare le vostre compiacenze; e quel che è peggio, Vi ho offeso, Vi ho oltraggiato sotto gli occhi santissimi della vostra adorabile Maestà. Sì si alla vostra presenza, o Signore, io non mi sono vergognato di commettere quelle indegnità che arrossirei di commettere innanzi all’uomo più vile di questa terra. Voi mi promettesse il paradiso se Vi rimaneva fedele, mi minacciaste l’inferno si aveva l’ardire di offenderVi; ed io insensato ho rinunciato alle promesse della vostra eredità, ho disprezzato le minacce della vostra collera, per assecondare i pessimi desideri del corrotto mio cuore. Me infelice! che non per altro Vi ho conosciuto se non per offenderVi con più malizia ed oltraggiarVi con più sconoscenza! Ah! La terra doveva aprire il suo seno per ingoiarmi vivo nell’abisso, il cielo doveva scagliare i suoi fulmini per distruggermi ed annientarmi! Ma la vostra bontà che sorpassa tutta la malvagità degli uomini, ha sospeso il braccio della giustizia che stava per calare sopra il mio capo. Sia infinitamente benedetta la vostra misericordia che mi ha risparmiato l’inferno in cui dovevo essere precipitato a spasimare per tutta l’eternità. Deh! Giacché tanto forse liberale verso di me, nonostante tutti i miei demeriti, coronate adesso la vostra pazienza con l’accordarmi un generoso perdono di tutti i commessi delitti. Anzi Voi che, infinito nella vostra potenza, sapete trarre la luce dal mezzo delle tenebre, fate adesso che la vista della moltitudine e dell’enormità dei miei trascorsi, risvegli nel cuore più viva e sincera la contrizione, affinché dolendosi tanto, quanto lo meritano i miei peccati, e tanto amandoVi quanto Vi ho offeso, possa sentirmi da Voi ripetere le consolanti parole dirette già alla penitente Maddalena: “ti sono rimessi molti peccati, perché molto hai amato”. Signore, Vi dirò adunque col pubblicano, “siate propizio a me, il più miserabile tra i peccatori”; e con Davide vero modello dei penitenti, “abbiate pietà di me secondo la grandezza della vostra misericordia”; lavate col vostro sangue tutte le macchie dell’anima mia, affinché, santificata dalla vostra Grazia diventi più candida della neve. Conosco adesso il gran male che ho fatto con i miei peccati, e li detesto e li abomino sopra ogni male, non tanto perché per essi ho perduto il Paradiso e meritato l’inferno, quanto perché con essi ho offeso Voi, sommo bene, che siete un Dio di infinita grandezza e degno dell’amore di tutte le creature. Vorrei poter ora morire per risarcirvi di tanti affronti. Ma giacché Voi gradite più assai il sacrificio del cuore, che quello della vita, ascoltate, Vi prego, i gemiti del mio cuore contrito ed umiliato; rimettetemi di nuovo nella vostra amicizia, ché risolutamente Vi prometto di non abbandonarVi mai più. Non sono degno di essere trattato da figlio vostro, ben lo comprendo; ma non ricusate almeno di ricevermi come l’ultimo dei vostri servi. Sono stanco, Signore di vivere lontano da Voi; ridonatemi il bacio del vostro amore perché Vi eleggo per mia porzione in tutto il tempo avvenire, disposto a soffrire anche la morte piuttosto che offenderVi un’altra volta.

Atto di proponimento

Mio Signore e mio Dio, sin da questo momento io propongo e risolvo, con l’aiuto della vostra santa grazia, con la quale posso ogni cosa, e senza di cui non mi è possibile cosa alcuna, propongo e risolvo di non peccare mai più, ed evitare con egual diligenza le occasione del peccato, di resistere coraggiosamente a tutte le tentazioni dei miei nemici, e finalmente di morire piuttosto mille volte che offendere nuovamente la vostra adorabile Maestà. Unico bene dell’anima mia, se gli uomini Vi conoscessero maggiormente ogni dì, non Vi offenderebbero. Fate dunque, o Signore, che io Vi conosca maggiormente ogni dì, e che io pensi sempre a Voi, affinché Vi ami costantemente fino alla morte. Fate che la ricordanza di Voi sia la delizia della mia memoria, che la cognizione di Voi sia la fiaccola della mia mente, e l’amor vostro sia la vita del mio cuore, affinché possa con verità esclamare con il Profeta: “ho detto e cominciato!”, “ego dixi et coepi”. Oggi, sì oggi mio Dio, ho cominciato davvero ad amarVi, a dichiarare guerra alle mie passioni e a tutto ciò che si oppone alla vostra legge santissima. Ma ohimè! Voi ben conoscete la mia fiacchezza, la mia incostanza e la malizia del mio cuore volubile con una foglia ad ogni leggero soffio di vento. Con tutto ciò i cuori degli uomini sono poi nelle vostre mani e Voi potete ammollire i più duri e piegare i più ostinati. Datemi adunque quello che Voi comandate: poi comandatemi quello che Voi volete. La vostra Grazia, o mio Dio, mi prevenga, mi accompagni mi segua in tutti i miei pensieri, in tutte le mie parole, in tutte le mie azioni, al fine di preservarmi da tutto ciò che può danneggiare la mia coscienza, allontanando da me tutto quello che può da Voi separarmi. Purità del mio Dio purificatemi! Santità del mio Dio, salvatemi. Date per misericordia il perdono a colui che potete condannar per giustizia, poiché sono risoluto di far penitenza, e di dare agli Angeli ed a Voi tanto diletto con la mia conversione, quanto a Voi e ad essi ho cagionato di dispiacere coi miei passati traviamenti.

Preghiera da aggiungersi

Oh mio Dio che avete sì misericordiosamente perdonato al pubblicano le sue frodi, alla Maddalena i suoi scandali, al ladro i suoi misfatti e avete con tanta bontà ricevuto il figlio prodigo, abbiate ancora di me pietà, e in questo Sacramento lavate l’anima mia col sangue di Gesù Cristo da ogni macchia di peccato; e rimettetemi e conservatemi poi sempre nella vostra amicizia, sì ché insieme con essi abbia ad esaltare per sempre le vostre misericordie in Paradiso, come spero dalla vostra bontà infinita e per i meriti del mio Redentore. Con questi sentimenti di confidenza nella vostra misericordia io vado ai piedi del confessore. Siate, o Signore nel mio cuore e nella mia lingua acciò detesti ed accusi sinceramente tutti i miei peccati e siate nella mente e nel cuore del Sacerdote, vostro ministro, affinché diriga l’anima mia secondo la vostra volontà.

Formula per le colpe veniali

Grande Iddio, che per la bontà e maestà vostra infinita, e per l’amore immenso che a noi portate per i grandi benefici che ci compartite tutto giorno, e ci andate ancor preparando a vera ed eterna felicità nel Cielo, meritate da noi ogni corrispondenza ed amore, qual confusione non è per me il riconoscere di averVi in cambio per tante maniere offeso e disgustato? Ah! mio Signore, me ne pento e mi dolgo con tutto il cuore, e vorrei dolermene ancor maggiormente, prima per il gran torto che ho fatto a Voi nel mancarVi di fedeltà ed amore, e poi per il gran danno arrecato all’anima mia, facendo sì poco conto del tempo, della grazia, dell’amor vostro, e dei meriti che potevo impiegare a maggior corona nel cielo, per meritarmi in quella vece le pene atrocissime del Purgatorio, lungi da Voi e dalla vostra gloria, amato mio bene. O la freddezza o la poca fede che è mai stata la mia nell’abbandonarmi con tanta facilità ad una colpa che offende un Dio di tanta grandezza e bontà, e reca l’anima mia mali sì grandi! Or la conosco e detesto; ed in avvenire sono risoluto con la vostra Grazia di schivare ogni cosa che sia di vostra offesa e di volervi amare con tutto il mio cuore, con tutta l’anima mia e con tutte le mie forze, per continuare poi ad amarvi più perfettamente insieme con i Santi in Paradiso, come per Gesù Cristo prego e spero di ottenere dalla vostra misericordia.