UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – HUMANI GENERIS

La lettera enciclica che proponiamo all’attenzione dei lettori, è una delle più importanti nella storia della Chiesa, e uno degli ultimi documenti di un Papa Cattolico, libero di esprimersi, prima della falce massonica e della ruspa liturgico-teologica che hanno determinato un macello putrido tra le anime, ed un cumulo di macerie nella Chiesa di Cristo, alterandone i connotati ideologici, filosofici, teologici, liturgici, con il ribaltone del falso pseudo-concilio c. d. Vaticano II, mediante il quale gli infiltrati marrani della “quinta colonna” si sono appropriati, usurpandoli, di tutti i posti chiave all’interno della struttura ecclesiastica, approfittando sia dei cani guardiani dormienti, sia dei pastori distratti dalla vanità, dai bagordi, dalle passioni sodomitiche, dall’amore dei beni del mondo e dall’amor proprio, novelli Giuda che, per un pugno di denari, dal vessillo di Cristo, sono passati sotto lo stendardo del nemico infernale, determinano la perdita di un numero incalcolabile di anime, comprese le loro. In questo vero syllabus degli errori del neo-ultra-modernismo, viene riaffermato il ruolo di assoluta importanza del Magistero Pontificio, sintesi ed elaborazione infallibile della Tradizione e della Sacra Scrittura, della quale è l’unica interprete autorizzata per diritto divino, e della filosofia e teologia scolastica, il cui apice è ovviamente il Dottore Angelico, proprio quello rigettato dalla blasfema, eretica, gnostica, satanica, la cosiddetta “nouvelle Theologie”, capace di moltiplicare all’infinito i bubboni pestiferi del modernismo già ampiamente condannati, ma mai sopiti e recidivati con virulenza maligna e metastatizzati tra le menti bacate di pseudo-teologi tutti accreditati nella falsa “chiesa dell’uomo”, la meretrice e la degna concubina del “signore dell’universo”, cioè dell’angelo decaduto e sprofondato negli inferi, concubina grottesca, mascherata obbrobriosamente da Sposa di Cristo. Ma senza andare oltre conviene effettivamente attenersi alla lucidissima analisi di S. S. Pio XII, ben coadiuvato nella stesura del documento pontificio da teologi illuminati (… non di Baviera!) ancora fedeli alla Chiesa, alla sua dottrina ed al suo Magistero; tra questi ci piace annoverare il futuro Papa Gregorio XVII, il Cardinal Giuseppe Siri, accanito ed irriducibile difensore della Chiesa, guardiano fedele della Dottrina, della filosofia e della teologia speculativa nonché dei testi canonici, dei quali era indiscussa autorità ai livelli assoluti. Godiamoci allora queste pagine che costituiranno pure una bella rinfrescata di memoria per chi ricorda appena concetti filosofici astrusi e falsi, propagandati ancora oggi dalla cultura laico-massonica (falsamente)progressista, e annichiliti dalla esposizione magistrale del Pontefice Massimo.

ENCICLICA

“HUMANI GENERIS”

DI S. S. PIO XII

“CIRCA ALCUNE FALSE OPINIONI CHE MINACCIANO DI SOVVERTIRE I FONDAMENTI DELLA DOTTRINA CATTOLICA”

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI,

PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI

AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE

PACE E COMUNIONE

PIO PP. XII

SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Introduzione

I dissensi e gli errori degli uomini in materia religiosa e morale, per tutti gli onesti, soprattutto dei i sinceri e fedeli figli della Chiesa, sono sempre stati origine e causa di fortissimo dolore, ma specialmente oggi, quando vediamo come da ogni parte vengano offesi gli stessi principi della cultura cristiana. – Veramente non c’è da meravigliarsi, se fuori dell’ovile di Cristo sempre vi sono stati questi dissensi ed errori. Benché la ragione umana, assolutamente parlando, con le sue forze e con la sua luce naturale possa effettivamente arrivare alla conoscenza, vera e certa, di Dio unico e personale, che con la sua Provvidenza sostiene e governa il mondo, e anche alla conoscenza della legge naturale impressa dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia non pochi sono gli ostacoli che impediscono alla nostra ragione di servirsi con efficacia e con frutto di questo suo naturale potere. Le verità che riguardano Dio e le relazioni tra gli uomini e Dio trascendono del tutto l’ordine delle cose sensibili; quando poi si fanno entrare nella pratica della vita e la informano, allora richiedono sacrificio e abnegazione. Nel raggiungere tali verità, l’intelletto umano incontra ostacoli della fantasia, sia per le cattive passioni provenienti dal peccato originale. Avviene che gli uomini in queste cose volentieri si persuadono che sia falso, o almeno dubbio, ciò che essi “non vogliono che sia vero”. Per questi motivi si deve dire che la Rivelazione divina è moralmente necessaria affinché quelle verità che in materia religiosa e morale non sono per sé irraggiungibili, si possano da tutti conoscere con facilità, con ferma certezza e senza alcun errore. (Conc. Vat. D. B. 1876, Cost. “De fide Cath.”, cap. II, De revelatione). – Anzi la mente umana qualche volta può trovare difficoltà anche nel formarsi un giudizio certo di credibilità circa la fede cattolica, benché da Dio siano stati disposti tanti e mirabili segni esterni, per cui anche con la sola luce naturale della ragione si può provare con certezza l’origine divina della Religione cristiana. L’uomo infatti, sia perché guidato da pregiudizi, sia perché istigato da passioni e da cattiva volontà, non solo può negare la chiara evidenza dei segni esterni, ma anche resistere alle ispirazioni che Dio infonde nelle nostre anime. Chiunque osservi il mondo odierno, che è fuori dell’ovile di Cristo, facilmente potrà vedere le principali vie per le quali i dotti si sono incamminati. Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali, e con temerarietà sostengono l’ipotesi monistica e panteistica dell’universo soggetto a continua evoluzione. Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio. – Le false affermazioni di siffatto evoluzionismo, per cui viene ripudiato quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile, hanno preparato la strada alle aberrazioni di una nuova filosofia che, facendo concorrenza all’idealismo, all’immanentismo e al pragmatismo, ha preso il nome di “esistenzialismo” perché, ripudiate le essenze immutabili delle cose, si preoccupa solo della “esistenza” dei singoli individui. Si aggiunge a ciò un falso “storicismo” che si attiene solo agli eventi della vita umana e rovina le fondamenta di qualsiasi verità e legge assoluta sia nel campo della filosofia, sia in quello dei dogmi cristiani. In tanta confusione di opinioni, Ci reca un po’ di consolazione il vedere coloro che un tempo erano stati educati nei principî del razionalismo, ritornare oggi, non di rado, alle sorgenti della verità rivelata, e riconoscere e professare la parola di Dio, conservata nella Sacra Scrittura, come fondamento della Teologia. – Nello stesso tempo però reca dispiacere il fatto che non pochi di essi, quanto più fermamente aderiscono alla parola di Dio, tanto più sminuiscono il valore della ragione umana, e quanto più volentieri innalzano l’autorità di Dio Rivelatore, tanto più aspramente disprezzano il Magistero della Chiesa, istituito da Cristo Signore per custodire e interpretare le verità rivelate da Dio. Questo disprezzo non solo è in aperta contraddizione con la Sacra Scrittura, ma si manifesta falso anche con la stessa esperienza. Poiché frequentemente gli stessi “dissidenti” si lamentano in pubblico della discordia che regna fra di loro nel campo dogmatico, cosicché, pur senza volerlo, riconoscono la necessità di un vivo Magistero. – Ora queste tendenze, che più o meno deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o trascurate dai filosofi e dai teologi cattolici, che hanno il grave compito di difendere le verità divine ed umane e di farle penetrare nelle menti degli uomini. Anzi, essi devono conoscere bene queste opinioni, sia perché le malattie non si possono curare se prima non sono bene conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse false affermazioni si nasconde un po’ di verità, sia infine, perché gli stessi errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più diligenza alcune verità sia filosofiche che teologiche. Se i nostri cultori di filosofia e di teologia da queste dottrine, esaminate con cautela, cercassero solo di cogliere i detti frutti, non vi sarebbe motivo perché il Magistero della Chiesa avesse a interloquire. Ma, benché Noi sappiamo bene che gli insegnanti e i dotti cattolici in genere si guardano da tali errori, è noto però che non mancano nemmeno oggi, come ai tempi apostolici, coloro che, amanti più del conveniente delle novità e timorosi di essere ritenuti ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest’epoca di progresso, cercano di sottrarsi alla direzione del sacro Magistero e perciò sono nel pericolo di allontanarsi insensibilmente dalle verità Rivelate e di trarre in errore anche gli altri. Si nota poi un altro pericolo, e tanto più grave, perché si copre maggiormente con l’apparenza della virtù. – Molti, deplorando la discordia e la confusione che regna nelle menti umane, mossi da uno zelo imprudente e spinti da uno slancio e da un grande desiderio di rompere i confini con cui sono fra loro divisi i buoni e gli onesti; essi abbracciano perciò una specie di “irenismo” che, omesse le questioni che dividono gli uomini, non cerca solamente di ricacciare, con unità di forze, l’irrompente ateismo, ma anche di conciliare le opposte posizioni nel campo stesso dogmatico. E come un tempo vi furono coloro che si domandavano se l’apologetica tradizionale della Chiesa costituisse più un ostacolo che un aiuto per guadagnare le anime a Cristo, cosi oggi non mancano coloro che osano arrivare fino al punto di proporre seriamente la questione, se la teologia e il suo metodo, come sono in uso nelle scuole con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo debbano essere perfezionate, ma anche completamente riformate, affinché si possa propagare con più efficacia il regno di Cristo in tutto il mondo, fra gli uomini di qualsiasi cultura o di qualsiasi opinione religiosa. Se essi non avessero altro intento che quello di rendere, con qualche innovazione, la scienza ecclesiastica e il suo metodo più adatti alle odierne condizioni e necessità, non ci sarebbe quasi motivo di temere; ma alcuni, infuocati da un imprudente “irenismo”, sembrano ritenere un ostacolo al ristabilimento dell’unità fraterna, quanto si fonda sulle leggi e sui principî stessi dati da Cristo e sulle istituzioni da Lui fondate, o quanto costituisce la difesa e il sostegno dell’integrità della fede, crollate le quali, tutto viene sì unificato, ma soltanto nella comune rovina. Queste opinioni, provenienti da deplorevole desiderio di novità o anche da lodevoli motivi, non sempre vengono proposte con la medesima gradazione, con la medesima chiarezza o con i medesimi termini, né sempre i sostenitori di esse sono pienamente d’accordo fra loro; ciò che viene oggi insegnato da qualcuno più copertamente con alcune cautele e distinzioni, domani da altri, più audaci, viene proposto pubblicamente e senza limitazioni, con scandalo di molti, specialmente del giovane clero, e con detrimento dell’autorità ecclesiastica. Se di solito si usa più cautela nelle pubblicazioni stampate, di questi argomenti si tratta con maggiore libertà negli opuscoli distribuiti in privato, nelle lezioni dattilografate e nelle adunanze. Queste opinioni non vengono divulgate solo fra i membri del clero secolare e regolare, nei seminari e negli istituti religiosi, ma anche fra i laici, specialmente fra quelli che si dedicano all’educazione e all’istruzione della gioventù.

I

Per quanto riguarda la Teologia, certuni intendono ridurre al massimo il significato dei dogmi; liberare lo stesso dogma dal modo di esprimersi, già da tempo usato nella Chiesa, e dai concetti filosofici in vigore presso i dottori cattolici, per ritornare nell’esporre la dottrina cattolica, alle espressioni usate dalla Sacra Scrittura e dai Santi Padri. Essi così sperano che il dogma, spogliato degli elementi estrinseci, come essi dicono, alla divina rivelazione, possa venire con frutto paragonato alle opinioni dogmatiche di coloro che sono separati dalla Chiesa e in questo modo si possa pian piano arrivare all’assimilazione del dogma con le opinioni dei dissidenti. Inoltre, ridotta in tali condizioni la dottrina cattolica, pensano di aprire cosi la via attraverso la quale arrivare, dando soddisfazione alle odierne necessità, a poter esprimere i dogmi con le categorie della filosofia odierna, sia dell’immanentismo, sia dell’idealismo, sia dell’esistenzialismo o di qualsiasi altro sistema. – E perciò taluni, più audaci, sostengono che ciò possa, anzi debba farsi, perché i misteri della fede, essi affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli, con i quali la verità viene in un certo qual modo manifestata, ma necessariamente anche deformata. Perciò ritengono non assurdo, ma del tutto necessario che la teologia, in conformità ai vari sistemi filosofici di cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche opposti, ma come essi dicono equivalenti, esponga al modo umano le medesime verità divine. Aggiungono poi che la storia dei dogmi consiste nell’esporre le varie forme di cui si è rivestita successivamente la verità rivelata, secondo le diverse dottrine e le diverse opinioni che sono sorte nel corso dei secoli. – Da quanto abbiamo detto è chiaro che queste tendenze non solo conducono al relativismo dogmatico, ma di fatto già lo contengono; questo relativismo e poi fin troppo favorito dal disprezzo verso la dottrina tradizionale e verso i termini con cui essa si esprime. Tutti sanno che le espressioni di tali concetti, usate sia nelle scuole sia dal Magistero della Chiesa, possono venir migliorate e perfezionate; è inoltre noto che la Chiesa non è stata sempre costante nell’uso di quelle medesime parole. È chiaro pure che la Chiesa non può essere legata ad un qualunque effimero sistema filosofico; ma quelle nozioni e quei termini, che con generale consenso furono composti attraverso parecchi secoli dai dottori cattolici per arrivare a qualche conoscenza e comprensione del dogma, senza dubbio non poggiano su di un fondamento così caduco. Si appoggiano invece a principî e nozioni dedotte da una vera conoscenza del creato; e nel dedurre queste conoscenze, la verità rivelata, come una stella, ha illuminato per mezzo della Chiesa la mente umana. Perciò non c’è da meravigliarsi se qualcuna di queste nozioni non solo sia stata adoperata in Concili Ecumenici, ma vi abbia ricevuto tale sanzione per cui non ci è lecito allontanarcene. Per tali ragioni, è massima imprudenza il trascurare o respingere o privare del loro valore i concetti e le espressioni che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro Magistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede, e sostituirvi nozioni ipotetiche ed espressioni fluttuanti e vaghe della nuova filosofia, le quali, a somiglianza dell’erba dei campi, oggi vi sono e domani seccano; a questo modo si rende lo stesso dogma simile a una canna agitata dal vento. Il disprezzo delle parole e delle nozioni usate dai teologi scolastici, di per sé conduce all’indebolimento della teologia speculativa, che essi ritengono priva di una vera certezza in quanto si fonda sulle ragioni teologiche. Purtroppo questi amatori delle novità facilmente passano dal disprezzo della teologia scolastica allo spregio verso lo stesso Magistero della Chiesa che ha dato, con la sua autorità, una cosi notevole approvazione a quella teologia. Questo Magistero viene da costoro fatto apparire come un impedimento al progresso e un ostacolo per la scienza; da alcuni acattolici poi viene considerato come un freno, ormai ingiusto, con cui alcuni teologi più colti verrebbero trattenuti dal rinnovare la loro scienza. E benché questo sacro Magistero debba essere per qualsiasi teologo, in materia di fede e di costumi, la norma prossima e universale di verità (in quanto ad esso Cristo Signore ha affidato il deposito della fede – cioè la Sacra Scrittura e la Tradizione divina – per essere custodito, difeso ed interpretato, tuttavia viene alle volte ignorato, come se non esistesse, il dovere che hanno i fedeli di rifuggire pure da quegli errori che in maggiore o minore misura s’avvicinano all’eresia, e quindi “di osservare anche le costituzioni e i decreti. con cui queste false opinioni vengono dalla Santa Sede proscritte e proibite” (Corp. Jur. Can., can. 1324; Cfr. Conc. Vat. D. B. 1820, Cost. “De fide cath.”, cap. 4, De fide et ratione, post canones). – Quanto viene esposto nelle Encicliche dei Sommi Pontefici circa il carattere e la costituzione della Chiesa, viene da certuni, di proposito e abitualmente, trascurato con lo scopo di far prevalere un concetto vago che essi dicono preso dagli antichi Padri, specialmente greci. I Pontefici infatti – essi vanno dicendo – non intendono dare un giudizio sulle questioni che sono oggetto di disputa tra i teologi; è quindi necessario ritornare alle fonti primitive, e con gli scritti degli antichi si devono spiegare le costituzioni e i decreti del Magistero. Queste affermazioni vengono fatte forse con eleganza di stile; però esse non mancano di falsità. Infatti  è vero che generalmente i Pontefici lasciano liberi i teologi in quelle questioni che, in vario senso, sono soggette a discussioni fra i dotti di miglior fama; però la storia insegna che parecchie questioni, che prima erano oggetto di libera disputa, in seguito non potevano più essere discusse. Né si deve ritenere che gli insegnamenti delle Encicliche non richiedano, per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi esercitano il potere del loro Magistero Supremo. Infatti questi insegnamenti sono del Magistero ordinario, di cui valgono poi le parole: “Chi ascolta voi, ascolta me” (Luc. X, 16); e per lo più, quanto viene proposto e inculcato nelle Encicliche, è già per altre

ragioni patrimonio della dottrina cattolica. Se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo l’intenzione e la volontà degli stessi Pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione fra i teologi. È vero pure che i teologi devono sempre ritornare alle fonti della Rivelazione divina: è infatti loro compito indicare come gli insegnamenti del vivo Magistero “si trovino sia esplicitamente sia implicitamente” nella Sacra Scrittura o nella divina tradizione. Inoltre si aggiunga che ambedue le fonti della Rivelazione contengono tali e tanti tesori di verità da non potersi mai, di fatto, esaurire. Le scienze sacre con lo studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre; al contrario, diventa sterile, come sappiamo dall’esperienza, la speculazione che trascura la ricerca del sacro deposito. Ma per questo motivo la teologia, anche quella positiva, non può essere equiparata ad una scienza solamente storica. Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e come implicitamente. E il divin Redentore non ha mai dato questo deposito, per l’autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero della Chiesa. Se poi la Chiesa esercita questo suo officio (come nel corso dei secoli è spesso avvenuto) con l’esercizio sia ordinario che straordinario di questo medesimo officio, è evidente che è del tutto falso il metodo con cui si vorrebbe spiegare le cose chiare con quelle oscure; anzi è necessario che tutti seguano l’ordine inverso. Perciò il Nostro Predecessore di imperitura memoria Pio IX, mentre insegnava che è compito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: “in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa”.

II

Ritorniamo ora alle teorie nuove, di cui abbiamo parlato prima: da alcuni vengono proposte o istillate nella mente diverse opinioni che sminuiscono l’autorità divina della Sacra Scrittura. Con audacia alcuni pervertono il senso delle parole del Concilio Vaticano con cui si definisce che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura, e rinnovano la sentenza, già più volte condannata, secondo cui l’inerranza della Sacra Scrittura si estenderebbe soltanto a ciò che riguarda Dio stesso o la religione e la morale. Anzi falsamente parlano di un senso umano della Bibbia, sotto il quale sarebbe nascosto il senso divino, che è, come essi dichiarano, il solo infallibile. Nell’interpretazione della Sacra Scrittura essi non vogliono tener conto dell’analogia della fede e della tradizione della Chiesa; in modo che la dottrina dei Santi Padri e del Magistero dovrebbe essere misurata con quella della Sacra Scrittura, spiegata, però, dagli esegeti in modo puramente umano; e non piuttosto la Sacra Scrittura esposta secondo la mente della Chiesa, che da Cristo Signore è stata costituita custode e interprete di tutto il deposito delle verità rivelate. Inoltre il senso letterale della Sacra Scrittura e la sua spiegazione elaborata, sotto la vigilanza della Chiesa, da tali e tanti esegeti, dovrebbe, secondo le loro false opinioni, cedere il posto ad una nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale; secondo quest’esegesi i libri del Vecchio Testamento, che oggi nella Chiesa sono una fonte chiusa e nascosta, verrebbero finalmente aperti a tutti. In questo modo – essi affermano – svaniscono tutte le difficoltà alle quali vanno incontro soltanto coloro che si attengono al senso letterale delle Scritture. – Tutti vedono quanto tutte queste opinioni si allontanino dai principi e dalle norme ermeneutiche giustamente stabilite dai Nostri Predecessori di felice memoria: da Leone XIII nell’Enciclica “Providentissimus Deus“, da Benedetto XV nell’Enciclica “Spiritus Paraclitus“, come pure da Noi stessi nell’Enciclica “Divino afflante Spiritu“. Non deve recare meraviglia che tali novità in quasi tutte le parti della teologia abbiano prodotto i loro velenosi frutti. Si mette in dubbio che la ragione umana, senza l’aiuto della divina Rivelazione e della grazia, possa dimostrare con argomenti dedotti dalle cose create, l’esistenza di un Dio personale; si afferma che il mondo non ha avuto inizio e che la creazione del mondo è necessaria, perché procede dalla necessaria liberalità del divino amore; così pure si afferma che Dio non ha prescienza eterna ed infallibile delle libere azioni dell’uomo: tutte opinioni contrarie alle dichiarazioni del Concilio Vaticano (Cfr. Conc. Vat. Cost. “De fide cath.”, cap. 1: De Deo rerum omnium creatore). Da alcuni poi si mette in discussione se gli Angeli siano persone; se vi sia una differenza essenziale fra la materia e lo spirito. Altri snaturano il concetto della gratuità dell’ordine sovrannaturale, quando sostengono che Dio non può creare esseri intelligenti senza ordinarli e chiamarli alla visione beatifica. Né basta; poiché, messe da parte le definizioni del Concilio di Trento, viene distrutto il vero concetto di peccato originale e insieme quello di peccato in genere, in quanto offesa di Dio, come pure quello di soddisfazione data per noi da Cristo. Né mancano coloro che sostengono che la dottrina della transustanziazione, in quanto fondata su un concetto antiquato di sostanza, deve essere corretta in modo da ridurre la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia ad un simbolismo, per cui le specie consacrate non sarebbero altro che segni efficaci della presenza di Cristo e della sua intima unione nel Corpo mistico con i membri fedeli. Certuni non si ritengono legati alla dottrina che Noi abbiamo esposta in una Nostra Enciclica e che è fondata sulle fonti della Rivelazione, secondo cui il Corpo mistico di Cristo e la Chiesa cattolica romana sono una sola identica cosa. Alcuni riducono ad una vana formula la necessità di appartenere alla vera Chiesa per ottenere l’eterna salute. Altri infine non ammettono il carattere razionale dei segni di credibilità della fede cristiana. È noto che questi errori, ed altri del genere, serpeggiano in mezzo ad alcuni Nostri figli, tratti in inganno da uno zelo imprudente o da una scienza di falso conio; e a questi figli sono costretti a ripetere, con animo addolorato, verità notissime ed errori manifesti, indicando loro con ansietà i pericoli dell’errore.

III

Tutti sanno quanto la Chiesa apprezzi il valore della ragione umana, alla quale spetta il compito di dimostrare con certezza l’esistenza di un solo Dio personale, di dimostrare invincibilmente per mezzo dei segni divini i fondamenti della stessa fede cristiana; di porre inoltre rettamente in luce la legge che il Creatore ha impressa nelle anime degli uomini; ed infine il compito di raggiungere una conoscenza limitata, ma utilissima, dei misteri (Cfr. Conc. Vat. D. B. 1796). Ma questo compito potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione sarà debitamente coltivata: se cioè essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo al confronto con la verità rivelata i suoi principî e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principî della metafisica cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile. In questa filosofia vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente, e che perciò la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia; ma non vi è la medesima libertà riguardo a parecchie altre, specialmente riguardo ai principî ed alle principali asserzioni di cui già parlammo. Anche in tali questioni essenziali si può dare alla filosofia una veste più conveniente e più ricca; si può rafforzare la stessa filosofia con espressioni più efficaci, spogliarla di certi mezzi scolastici meno adatti, arricchirla anche – però con prudenza – di certi elementi che sono frutto del progressivo lavoro della mente umana; però non si deve mai sovvertirla o contaminarla con falsi principî, né stimarla solo come un grande monumento, sì, ma archeologico. La verità in ogni sua manifestazione filosofica non può essere soggetta a quotidiani mutamenti specialmente trattandosi dei principî per sé noti della ragione umana o di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli che sul consenso e sul fondamento anche della Rivelazione divina. Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità già acquisita; perché Dio, Somma Verità, ha creato e regge l’intelletto umano non affinché alle verità rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga altre nuove; ma affinché,, rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati, aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose da cui la verità si attinge. Per tale ragione il Cristiano, sia egli filosofo o teologo, non abbraccia con precipitazione e leggerezza tutte le novità che ogni giorno vengono escogitate, ma le deve esaminare con la massima diligenza e le deve porre su una giusta bilancia per non perdere la verità già conquistata o corromperla, certamente con pericolo e danno della fede stessa. – Se si considera bene quanto sopra è stato esposto, facilmente apparirà chiaro il motivo per cui la Chiesa esige che i futuri sacerdoti siano istruiti nelle scienze filosofiche “secondo il metodo, la dottrina e i principi del Dottor Angelico” (Corp. Jur. Can., can. 1366, 2), giacché, come ben sappiamo dall’esperienza di parecchi secoli, il metodo dell’Aquinate si distingue per singolare superiorità tanto nell’ammaestrare gli animi che nella ricerca della verità; la sua dottrina poi è in armonia con la Rivelazione divina ed è molto efficace per mettere al sicuro i fondamenti della fede come pure per cogliere con utilità e sicurezza i frutti di un sano progresso (A. A. S. vol. XXXVIII, 1946, p. 387). Perciò è quanto mai da deplorarsi che oggi la filosofia confermata ed ammessa dalla Chiesa sia oggetto di disprezzo da parte di certuni, talché essi con imprudenza la dichiarano antiquata per la forma e razionalistica per il processo di pensiero. Vanno dicendo che questa nostra filosofia difende erroneamente l’opinione che si possa dare una metafisica vera in modo assoluto; mentre al contrario essi sostengono che le verità, specialmente quelle trascendenti, non possono venire espresse più convenientemente che per mezzo di dottrine disparate che si completano tra loro, benché siano in certo modo l’una all’altra opposte. Perciò la filosofia scolastica con la sua lucida esposizione e soluzione delle questioni, con la sua accurata determinazione dei concetti e le sue chiare distinzioni, può essere utile – essi concedono – come preparazione allo studio della teologia scolastica, molto bene adattata alla mentalità degli uomini medievali; ma non può darci – aggiungono – un metodo ed un indirizzo filosofico che risponda alle necessità della nostra cultura moderna. Oppongono, inoltre, che la filosofia perenne non è che la filosofia delle essenze immutabili, mentre la mentalità moderna deve interessarsi della “esistenza” dei singoli individui e della vita sempre in divenire.

Però, mentre disprezzano questa filosofia, esaltano le altre, sia antiche che recenti, sia di popoli orientali che di quelli occidentali, in modo che sembrano voler insinuare che tutte le filosofie o opinioni, con l’aggiunta – se necessario – di qualche correzione o di qualche complemento, si possono conciliare con il dogma cattolico. Ma nessun cattolico può mettere in dubbio quanto tutto ciò sia falso, specialmente quando si tratti di sistemi come l’immanentismo, l’idealismo, il materialismo, sia storico che dialettico, o anche come l’esistenzialismo, quando esso professa l’ateismo o quando nega il valore del ragionamento nel campo della metafisica. Infine alla filosofia delle nostre scuole essi fanno questo rimprovero: che essa nel processo del pensiero bada solo all’intelletto e trascura la funzione della volontà e del sentimento. Ciò non corrisponde a verità. La filosofia cristiana non ha mai negato l’utilità e l’efficacia che hanno le buone disposizioni di tutta l’anima per conoscere ed abbracciare le verità religiose e morali; anzi, ha sempre insegnato che la mancanza di tali disposizioni può essere la causa per cui l’intelletto, sotto l’influsso delle passioni e della cattiva volontà, venga cosi oscurato da non poter rettamente vedere. Di più, il Dottor Comune ritiene che l’intelletto possa in qualche modo percepire i beni di grado superiore dell’ordine morale sia naturale che soprannaturale, in quanto esso esperimenta nell’ultimo una certa “connaturalità” sia essa naturale, sia frutto della grazia, con i medesimi beni (Cfr. S. Thom., Summa Theol. IIa IIæ, quæst. I, art. 4 ad 3; et quæst. 45, art. 2, in c.); ed è chiaro quanto questa, sia pur subcosciente, conoscenza possa essere di aiuto alla ragione nelle sue ricerche. Ma altro è riconoscere il potere che hanno la volontà e le disposizioni dell’animo di aiutare la ragione a raggiungere una conoscenza più certa e più salda delle verità morali, ed altro in quanto vanno sostenendo quei tali novatori: cioè che la volontà e il sentimento hanno un certo potere intuitivo e che l’uomo, non potendo col ragionamento discernere con certezza ciò che dovrebbe abbracciare come vero, si volge alla volontà, per cui egli possa compiere una libera risoluzione ed elezione fra opposte opinioni, mescolando malamente così la conoscenza e l’atto della volontà. Non c’è da meravigliarsi che con queste nuove opinioni siano messe in pericolo le due scienze filosofiche che, per natura loro, sono strettamente collegate con gli insegnamenti della fede, cioè la teodicea e l’etica; essi ritengono che la funzione di queste non sia quella di dimostrare con certezza qualche verità riguardante Dio o altro ente trascendente, ma piuttosto quella di mostrare come siano perfettamente coerenti con le necessità della vita le verità che la fede insegna riguardo a Dio, Essere personale, e ai suoi precetti, e che perciò devono essere accettate da tutti per evitare la disperazione e per ottener l’eterna salvezza. Tutte queste affermazioni e opinioni sono apertamente contrarie ai documenti dei Nostri Predecessori Leone XIII e Pio X, e sono inconciliabili con i decreti del Concilio Vaticano. – Sarebbe veramente inutile deplorare queste aberrazioni, se tutti, anche nel campo filosofico, fossero ossequienti con la debita venerazione verso il Magistero della Chiesa, che per istituzione divina ha la missione non solo di custodire e interpretare il deposito della Rivelazione, ma anche di vigilare sulle stesse scienze filosofiche perché i dogmi cattolici non abbiano a ricevere alcun danno da opinioni non rette.

IV

Rimane ora da parlare di quelle questioni che, pur appartenendo alle scienze positive, sono più o meno connesse con le verità della fede cristiana. Non pochi chiedono instantemente che la Religione Cattolica tenga massimo conto di quelle scienze. Il che è senza dubbio cosa lodevole, quando si tratta di fatti realmente dimostrati; ma bisogna andar cauti quando si tratta piuttosto di ipotesi, benché in qualche modo fondate scientificamente, nelle quali si tocca la dottrina contenuta nella Sacra Scrittura o anche nella tradizione. Se tali ipotesi vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata, non possono ammettersi in alcun modo. – Per queste ragioni il Magistero della Chiesa non proibisce che in conformità dell’attuale stato delle scienze e della teologia, sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell’evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche sull’origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente sia Dio). Però questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i dogmi della fede (Cfr. Allocuzione Pont. ai membri dell’Accademia delle Scienze, 30 novembre 1941; A. A. S. Vol. , p. 506). Però alcuni oltrepassano questa libertà di discussione, agendo in modo come fosse già dimostrata con totale certezza la stessa origine del corpo umano dalla materia organica preesistente, valendosi di dati indiziali finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se nelle fonti della divina Rivelazione non vi fosse nulla che esiga in questa materia la più grande moderazione e cautela. Però quando si tratta dell’altra ipotesi, cioè del poligenismo, allora i figli della Chiesa non godono affatto della medesima libertà. I fedeli non possono abbracciare quell’opinione i cui assertori insegnano che dopo Adamo sono esistiti qui sulla terra veri uomini che non hanno avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come da progenitore di tutti gli uomini, oppure che Adamo rappresenta l’insieme di molti progenitori; non appare in nessun modo come queste affermazioni si possano accordare con quanto le fonti della Rivelazione e gli atti del Magistero della Chiesa ci insegnano circa il peccato originale, che proviene da un peccato veramente commesso da Adamo individualmente e personalmente, e che, trasmesso a tutti per generazione, è inerente in ciascun uomo come suo proprio (cfr. Rom. V, 12-19; Conc. Trident., sess. V, can. 1-4).

V

Come nelle scienze biologiche ed antropologiche, cosi pure in quelle storiche vi sono coloro che audacemente oltrepassano i limiti e le cautele stabilite dalla Chiesa. In modo particolare si deve deplorare un certo sistema di interpretazione troppo libera dei libri storici del Vecchio Testamento; i fautori di questo sistema, per difendere le loro idee, a torto si riferiscono alla Lettera che non molto tempo fa è stata inviata all’arcivescovo di Parigi dalla Pontificia Commissione per gli Studi Biblici (16 gennaio 1948; A. A. S., vol. XL, pp. 45-48). Questa Lettera infatti fa notare che gli undici primi capitoli del Genesi, benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato dai migliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo, tuttavia appartengono al genere storico in un vero senso, che però deve essere maggiormente studiato e determinato dagli esegeti; i medesimi capitoli – fa ancora notare la Lettera – con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di un popolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sono fondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazione popolare dell’origine del genere umano e del popolo eletto. Se qualche cosa gli antichi agiografi hanno preso da narrazioni popolari (il che può essere concesso), non bisogna mai dimenticare che hanno fatto questo con l’aiuto dell’ispirazione divina, che nella scelta e nella valutazione di quei documenti li ha premuniti da ogni errore. Quindi le narrazioni popolari inserite nelle Sacre Scritture non possono affatto essere poste sullo stesso piano delle mitologie o simili, le quali sono frutto più di un’accesa fantasia che di quell’amore alla verità e alla semplicità che risalta talmente nei Libri Sacri, anche del Vecchio Testamento, da dover affermare che i nostri agiografi son palesemente superiori agli antichi scrittori profani. Veramente Noi sappiamo che la maggioranza dei dottori cattolici, dei cui studi raccolgono i frutti gli Atenei, i Seminari e i Collegi dei religiosi, sono lontani da quegli errori che apertamente o di nascosto oggi vengono divulgati, sia per smania di novità, sia anche per una non moderata intenzione di apostolato. – Ma sappiamo anche che queste nuove opinioni possono fai presa tra le persone imprudenti; quindi preferiamo porvi rimedio sugli inizi, piuttosto che somministrare la medicina quando la malattia è ormai invecchiata. Per questo motivo, dopo matura riflessione e considerazione, per non venir meno al Nostro sacro dovere, ordiniamo ai Vescovi e ai Superiori Generali degli Ordini e Congregazioni religiose, onerata in maniera gravissima la loro coscienza, di curare con ogni diligenza che opinioni di tal genere non siano sostenute nelle scuole o nelle adunanze e conferenze, né con scritti di qualsiasi genere e nemmeno siano insegnate, in qualsivoglia maniera, ai chierici o ai fedeli. Gli insegnanti degli Istituti ecclesiastici sappiano che essi non possono esercitare con tranquilla coscienza l’ufficio di insegnare che è stato loro affidato, se non accettano religiosamente le norme che abbiamo stabilite e non le osservano esattamente nell’insegnamento delle loro materie. Quella doverosa venerazione ed obbedienza che nel loro assiduo lavoro devono professare verso il Magistero della Chiesa le infondano anche nella mente e nell’anima dei loro scolari.

Conclusione

Cerchiamo con ogni sforzo e con passione di concorrere al progresso delle scienze che insegnano; ma si guardino anche dall’oltrepassare i confini da Noi stabiliti per la difesa della fede e della dottrina cattolica. Alle nuove questioni, che la cultura moderna e il progresso hanno fatto diventare di attualità, diano l’apporto delle loro accuratissime ricerche, ma con la conveniente prudenza e cautela; infine, non abbiano a credere, per un falso “irenismo”, che si possa ottenere un felice ritorno nel seno della Chiesa dei dissidenti e degli erranti, se non si insegna a tutti, sinceramente, tutta la verità in vigore nella Chiesa, senza alcuna corruzione e senza alcuna diminuzione. Fondati su questa speranza, che sarà aumentata dalla vostra pastorale solerzia, come auspicio dei celesti doni e segno della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di gran cuore a voi tutti singolarmente, come al clero e al popolo vostri, l’apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 22 del mese di Agosto dell’anno 1950, XII del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – JAM VOS OMNES

Jam vos omnes

Pubblichiamo questa Lettera Apostolica con la quale il Papa Pio IX, all’occasione della convocazione del Concilio Vaticano, invitava i “fratelli separati” a rientrare nella Chiesa Cattolica.  In questo importante documento, molti spunti interessanti mettono in rilievo, qualora ancora ce ne fosse bisogno, per gli ipovedenti neo-pagani, le contraddizioni delle nuove dottrine del satanico Concilio c. d. Vaticano II – scomunicato anzitempo dalla bolla Execrabilis di S. S. Pio II – e dell’ancor più luciferino post-concilio, con il Magistero perenne della Chiesa. – Innanzitutto Pio IX mostra quello che è sempre stato lo scopo di un Concilio Ecumenico, e per cui gli è garantita l’assistenza divina, cioè la condanna degli errori e la diffusione della fede. Notevole poi l’appello accorato a tutti  coloro che si trovano in comunità pseudo-religiose fuori della Chiesa, per spingerli alla conversione e a rientrare nell’ovile di Cristo, al di fuori del quale non c’è salvezza … extra Ecclesiam nulla salus! Il Papa afferma chiaramente che in nessuna di quelle società religiose, sette scismatiche ed eretiche (tra le quali oggi annoveriamo pure il neomassonico “Nuvus ordo” dei modernisti ecumenisti-adoratori del “signore dell’universo” [cioè il baphomet-lucifero], nonché i gallicani fallibilisti eredi ed emuli del “cavaliere kadosh” Lienart, le varie sette dell’arcipelago dei “cani sciolti”, cioè i liberi sedevacantisti e tesisti vari …), si può identificare la Chiesa di Gesù Cristo che è soltanto la Chiesa Cattolica. Il Pontefice sottolinea poi come il diffondersi delle sette produca gravi danni anche per la società civile (dopo un secolo e mezzo vediamo che aveva perfettamente ragione … come al solito!), e se ne deduce quindi che esse non abbiano nessun diritto a non essere impedite di diffondersi pubblicamente, come vuole il diktat mondialista massonico-ecumenista. Il Papa termina la lettera mostrando come il motivo di questo appello sia dettato dal suo preciso dovere di fare tutto il possibile per la salvezza delle anime e per il bene della società cristiana. .. IAM VOS OMNES noveritis, Nos licet immerentes ad hanc Petri Cathedram evectos …­

Pio IX

Iam vos omnes

Tutti voi sarete senz’altro a conoscenza che Noi, innalzati, pur senza alcun merito, a questa Cattedra di Pietro e posti quindi a capo del supremo governo e della cura dell’intera Chiesa Cattolica dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo, abbiamo ritenuto opportuno convocare presso di Noi i Venerabili Fratelli Vescovi di tutto il mondo e di riunirli, nel prossimo anno, in Concilio Ecumenico, per approntare, con gli stessi Venerabili Fratelli chiamati a condividere la Nostra sollecitudine pastorale, quei provvedimenti che risulteranno più idonei e più incisivi sia a dissipare le tenebre di tanti pestiferi errori che ovunque, con sommo danno delle anime, ogni giorno più si affermano e trionfano, sia a dare sempre più consistenza e a diffondere nei popoli cristiani, affidati alla Nostra vigilanza, il regno della vera fede, della giustizia e dell’autentica pace di Dio. – Riponendo piena fiducia nello strettissimo e amabilissimo patto di unione che in modo mirabile lega a Noi e a questa Sede gli stessi Venerabili Fratelli, come testimoniano le inequivocabili prove di fedeltà, di amore e di ossequio verso di Noi e verso questa Nostra Sede, che mai tralasciarono di offrire nel corso di tutto il Nostro Supremo Pontificato, nutriamo la speranza che, come avvenne nei secoli scorsi per gli altri Concili Generali, così, nel presente secolo, il Concilio Ecumenico da Noi convocato possa produrre, con il favore della grazia divina, frutti copiosi e lietissimi per la maggior gloria di Dio e per la salvezza eterna degli uomini. – Sostenuti dunque da questa speranza, sollecitati e spinti dalla carità di Nostro Signore Gesù Cristo, che offrì la sua vita per la salvezza di tutto il genere umano, non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione del futuro Concilio senza rivolgere le Nostre paterne e Apostoliche parole anche a tutti coloro che, quantunque riconoscano lo stesso Gesù Cristo come Redentore e si vantino del nome di Cristiani, non professano tuttavia la vera fede di Cristo e non seguono la comunione della Chiesa Cattolica. Così facendo, Ci proponiamo con ogni zelo e carità di ammonirli, di esortarli e di pregarli perché considerino seriamente e riflettano se la via da essi seguita sia quella indicata dallo stesso Cristo Signore: quella che conduce alla vita eterna. – Nessuno potrà sicuramente mettere in dubbio e negare che lo stesso Gesù Cristo, al fine di applicare a tutte le umane generazioni i frutti della sua redenzione, abbia edificato qui in terra, sopra Pietro, l’unica Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica e che a lei abbia conferito il potere necessario per conservare integro ed inviolato il deposito della fede; per tramandare la stessa fede a tutti i popoli, a tutte le genti e a tutte le nazioni; per tradurre ad unità nel suo mistico Corpo, tramite il Battesimo, tutti gli uomini con il proposito di conservare in essi, e di perfezionare, quella nuova vita di grazia senza la quale nessuno può meritare e conseguire la vita eterna; perché la stessa Chiesa, che costituisce il suo mistico Corpo, potesse persistere e prosperare nella sua propria natura stabile ed indefettibile fino alla fine dei secoli, e offrire a tutti i suoi figli gli strumenti della salvezza. – Chiunque poi fissi la propria attenzione e rifletta sulla situazione in cui versano le varie società religiose, in discordia fra loro e separate dalla Chiesa Cattolica, la quale, senza interruzione, dal tempo di Cristo Signore e dei suoi Apostoli, per mezzo dei legittimi suoi sacri Pastori ha sempre esercitato, ed esercita tuttora, il divino potere a lei conferito dallo stesso Signore, dovrà facilmente convincersi che in nessuna di quelle società, e neppure nel loro insieme, possa essere ravvisata in alcun modo quell’unica e cattolica Chiesa che Cristo Signore edificò, costituì e volle che esistesse. Né si potrà mai dire che siano membra e parte di quella Chiesa fino a quando resteranno visibilmente separate dall’unità cattolica. Ne consegue che tali società, mancando di quella viva autorità, stabilita da Dio, che ammaestra gli uomini nelle cose della fede e nella disciplina dei costumi, li indirizza e li governa in tutto ciò che concerne la salvezza eterna, mutano continuamente nelle loro dottrine senza che la mobilità e l’instabilità trovino una fine. Ognuno può quindi facilmente comprendere e rendersi pienamente conto che ciò è assolutamente in contrasto con la Chiesa istituita da Cristo Signore, nella quale la verità deve restare sempre stabile e mai soggetta a qualsiasi mutamento, come un deposito a lei affidato da custodire perfettamente integro: a questo scopo, ha ricevuto la promessa della presenza e dell’aiuto dello Spirito Santo in perpetuo. Nessuno poi ignora che da questi dissidi nelle dottrine e nelle opinioni derivano divisioni sociali, traggono origine innumerevoli comunioni e sette che sempre più si diffondono con gravi danni per la società cristiana e civile. – Pertanto, chi riconosce la Religione come fondamento della società umana, dovrà prendere atto e confessare quale grande violenza abbiano esercitato sulla società civile la discrepanza dei principi e la divisione delle società religiose in lotta fra loro, e con quanta forza il rifiuto dell’autorità voluta da Dio per governare le convinzioni dell’intelletto umano e per indirizzare le azioni degli uomini, tanto nella vita privata che in quella sociale, abbia suscitato, promosso ed alimentato i lacrimevoli sconvolgimenti delle cose e dei tempi che agitano e affliggono in modo compassionevole quasi tutti i popoli. – È per questo motivo che quanti non condividono “la comunione e la verità della Chiesa Cattolica” debbono approfittare dell’occasione del Concilio, per mezzo del quale la Chiesa Cattolica, che accoglieva nel suo seno i loro Antenati, propone un’ulteriore dimostrazione di profonda unità e di incrollabile forza vitale; prestando orecchio alle esigenze del loro cuore, essi debbono impegnarsi per uscire da uno stato che non garantisce loro la sicurezza della salvezza. Non smettano di innalzare al Signore misericordioso fervidissime preghiere perché abbatta il muro della divisione, dissipi la caligine degli errori e li riconduca in seno alla santa Madre Chiesa, dove i loro Antenati trovarono salutari pascoli di vita; dove, in modo esclusivo, si conserva e si trasmette integra la dottrina di Gesù Cristo e si dispensano i misteri della grazia celeste. – È dunque in forza del doveroso Nostro supremo ministero Apostolico, a Noi affidato dallo stesso Cristo Signore, che, dovendo espletare con sommo impegno tutte le mansioni del buon Pastore e seguire ed abbracciare con paterno amore tutti gli uomini del mondo, inviamo questa Nostra Lettera a tutti i Cristiani da Noi separati, con la quale li esortiamo caldamente e li scongiuriamo con insistenza ad affrettarsi a ritornare nell’unico ovile di Cristo; desideriamo infatti dal più profondo del cuore la loro salvezza in Cristo Gesù, e temiamo di doverne rendere conto un giorno a Lui, Nostro Giudice, se, per quanto Ci è possibile, non avremo loro additato e preparato la via per raggiungere l’eterna salvezza. In ogni Nostra preghiera e supplica, con rendimento di grazie, giorno e notte non tralasciamo mai di chiedere per loro, con umile insistenza, all’eterno Pastore delle anime l’abbondanza dei beni e delle grazie celesti. E poiché, se pure immeritevolmente, adempiamo sulla terra all’ufficio di Suo vicario, con tutto il cuore attendiamo a braccia aperte il ritorno dei figli erranti alla Chiesa Cattolica, per accoglierli con infinita amorevolezza nella casa del Padre celeste e per poterli arricchire con i Suoi tesori inesauribili. Proprio da questo desideratissimo ritorno alla verità e alla comunione con la Chiesa Cattolica dipende non solo la salvezza di ciascuno di loro, ma soprattutto anche quella di tutta la società cristiana: il mondo intero infatti non può godere della vera pace se non si fa un solo ovile e un solo pastore.

Datum Romæ, apud S. Petrum, die XIII Septembris anno 1868, Pontificatus Nostri anno vigesimotertio.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S. S. Pio XII – MYSTICI CORPORIS (5)

Siamo giunti al termine di questa stupenda catechesi di S. S. Pio XII, contenuta nella Mystici corporis, a sigillo dell’insegnamento del Magistero pontificio infallibile ed irreformabile, giusto prima che nella Chiesa di Cristo si verificasse l’introduzione dei ladri e dei briganti a perdizione eterna delle anime. È vero che tutto era già profetizzato da millenni circa l’apostasia degli occupanti apparenti (… o meglio usurpanti) di cattedre ed uffici ecclesiastici vari, e delle abominevoli inversioni dottrinali dei modernisti novatori – basta rileggere i Vangeli, le Lettere di s. Paolo, S. Pietro (… Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri che introdurranno eresie perniciose, rinnegando il Signore che li ha riscattati e attirandosi una pronta rovina. Molti seguiranno le loro dissolutezze e per colpa loro la via della verità sarà coperta di impropèri. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma la loro condanna è già da tempo all’opera e la loro rovina è in agguato .. 2 S. Pietro, cap. II) e san Giovanni, l’Apocalisse dell’Apostolo che Gesù amava, nonché alcuni profeti del vecchio testamento (Daniele, Zaccaria etc.) – ma starci dentro, magari in modo inconsapevole, da ciechi o ipovedenti non conoscitori o indifferenti alla dottrina, ai luoghi teologici cattolici di sempre, ed aprire gli occhi guidati da documenti infallibili, perché garantiti dal Vicario di Cristo, scritti a disposizione di chiunque abbia un minimo di interesse nel salvare la propria anima, fa un certo effetto sempre pensando al rischio che si corre nell’eterna salvezza. Ecco che a noi derelitti Cattolici, oggi perseguitati non con gli aculei, le grate roventi, le belve nei circhi, le mannaie, i roghi o le spade, ma ancor peggio con le eresie sottili e gli scismi, i falsi e sacrileghi sacramenti di lupi rapaci dal ghigno cortese che ci spingono “misericordiosi” con sorrisi bonari all’eterno supplizio, non resta altra difesa che la preghiera e l’approfondimento minuzioso della dottrina Cattolica, vera fonte di vita anche per riconoscere, oggi più che mai, il “fur et latro”, il ladro e brigante che ci inganna e ci porge sacramenti e riti sacrileghi a nostra perdizione. Allora inforchiamo gli occhiali, se necessario, e non perdiamo una sola parola di questo documento preziosissimo per la nostra eterna salvezza.   

(5)

ESORTAZIONE PER AMARE LA CHIESA

Ora che, Venerabili Fratelli, nell’accurata spiegazione di questo mistero che riassume l’arcana unione di tutti noi con Cristo, nella nostra qualità di Maestro della Chiesa universale, abbiamo irradiate le menti con la luce della verità, riteniamo conforme al Nostro pastorale ufficio aggiungere anche uno sprone agli animi, affinché un tale Corpo mistico venga amato con quell’ardore di carità che non si limita ai pensieri e alle parole, ma che prorompe in attività di opere. Poiché, se i seguaci dell’antica legge poterono così cantare della loro Città terrestre: “Se mi dovessi dimenticare di te, o Gerusalemme, cada in oblio la mia destra; resti attaccata al palato la mia lingua se non mi ricordo di te, se non colloco Gerusalemme al disopra di ogni mia gioia” (Psal. CXXXVI, 5-6), con quanta maggior gloria e più ampio gaudio, abbiamo noi il dovere di esultare appunto per questo che siamo cittadini di una Città costruita sul monte santo con vive e scelte pietre e della quale è “pietra angolare Gesù Cristo” (Eph. II, 20; I Petr. II, 4-5). Giacché niente si può immaginare di più glorioso, niente di più nobile, niente senza dubbio di più onorifico, che appartenere alla santa, cattolica, apostolica e romana Chiesa, per la quale diventiamo membra di un unico e così venerando Corpo, siamo guidati da un unico e così eccelso Capo, siamo ripieni di un unico e divino Spirito, siam nutriti in questo terrestre esilio da una sola dottrina e da uno stesso Pane angelico, finché ci ritroveremo a godere di un’unica sempiterna beatitudine nei cieli.

Sia un amore solido

Ma, per non essere ingannati dall’angelo delle tenebre che suol trasfigurarsi in angelo di luce (cfr. II Cor. XI, 14), sia norma suprema del nostro amore l’amare la Sposa di Cristo quale Cristo stesso la volle, conquistandola con il sangue. Quindi non solo ci devono stare sommamente a cuore i Sacramenti con i quali la Madre nostra Chiesa amorosamente ci nutre; non solo devono esserci carissime le grandi feste che celebra a nostra consolazione e gioia, e i sacri cantici e i riti liturgici, con i quali innalza le nostre menti alle cose celesti; ma dobbiamo anche avere in gran conto quelli che si chiamano sacramentali, come pure tutte le pratiche di pietà con le quali la Chiesa stessa mira a pervadere soavemente dello Spirito di Cristo gli animi dei fedeli, per loro consolazione. Né soltanto è nostro dovere il ricambiare come conviene a figli la materna pietà della Chiesa verso di noi, ma dobbiamo anche professarle riverenza per l’autorità conferitale da Cristo, in modo tale da sottometterle pienamente il nostro giudizio, in ossequio a Cristo stesso (cfr. II Cor. X, 5). Onde siamo tenuti ad obbedire alle sue leggi e ai suoi precetti in fatto di costumi, anche se talvolta ciò riesca abbastanza duro alla nostra natura, decaduta qual è dallo stato dell’innocenza originale. Così pure dobbiamo reprimere con volontarie penitenze la nostra carne ribelle, ci viene anzi inculcato di saper talvolta rinunziare a cose piacevoli, anche se non siano nocive. Né dobbiamo limitarci ad amare questo Corpo mistico perché insigne per la divinità del suo Capo e per le sue doti celesti, ma dobbiamo amarlo con amore operoso anche quale si manifesta in questa nostra carne mortale, composta talvolta di membra che hanno tutte le debolezze dell’umana natura, anche se esse siano meno degne del posto che occupano in quel venerando Corpo.

Col quale vediamo Cristo nella Chiesa

Ad ottenere poi che un tal pienissimo amore regni negli animi nostri e di giorno in giorno aumenti, è necessario assuefarsi a riconoscere nella Chiesa lo stesso Cristo. È infatti Cristo che nella sua Chiesa vive, che per mezzo di lei insegna, governa, comunica la santità; è Cristo che in molteplici forme si manifesta nelle varie membra della Sua società. Se tutti i Cristiani si daranno con impegno a vivere di un così vigoroso spirito di Fede, allora non solo essi tributeranno il debito ossequio d’onore alle più eccelse membra di questo mistico Corpo e specialmente a quelle che per mandato del divin Capo un giorno dovranno render conto delle anime nostre (cfr. Hebr. XIII, 17); ma avranno a cuore anche quelle membra verso le quali il Salvator nostro dimostrò un amore di preferenza: i deboli, i feriti e i malati bisognosi o di medicina materiale o di medicina soprannaturale, i fanciulli la cui innocenza si trova oggi esposta a tanti pericoli e la cui tenera anima è plasmabile come cera, i poveri infine, nei quali, mentre li soccorriamo, dobbiamo ravvisare la persona stessa di Gesù Cristo. – Ben a ragione l’Apostolo ci avverte: “Le membra del corpo che paiono più deboli sono molto più necessarie, e quelle che stimiamo di minor pregio, noi le circondiamo di onore maggiore” (I Cor. XII, 22-23). Tale gravissima sentenza Noi, consapevoli della altissima responsabilità che Ci vincola, riteniamo doveroso ripetere al giorno d’oggi, mentre con profonda afflizione vediamo che ai deformi di corpo, ai deficienti ed agli affetti di malattie ereditarie vien talora tolta la vita, come se costituissero un molesto peso per la società. Peggio ancora, tale espediente da certuni si esalta come una trovata dell’umano progresso, quanto mai giovevole al comune benessere. Ma chi mai, se abbia senno, non vede che ciò ripugna non soltanto alla legge naturale e divina (cfr. Decr. S. Offic., 2 Dec. 1940: A. A. S. 1940, p. 553), impressa nell’animo di ciascuno, ma è violenta offesa contro i nobili sensi di umanità? Il sangue di tali sventurati, al nostro Redentore tanto più cari quanto più degni di commiserazione, “grida a Dio dalla terra” (cfr. Gen. IV, 10).

Imitiamo l’amore di Cristo verso la Chiesa

Affinché poi quella sincera carità, per la quale nella Chiesa e nelle sue membra dobbiamo riguardare il nostro Salvatore, non vada a poco a poco illanguidendosi, è di somma opportunità che teniamo di mira lo stesso Gesù come insuperabile modello di amore verso la Chiesa.

a) Con larghezza di amore

Anzitutto, cerchiamo d’imitare l’estensione di tale amore. Unica è la Sposa di Cristo, e questa è la Chiesa: eppure l’amore dello Sposo divino ha tale ampiezza che, senza escludere alcuno, nella sua Sposa abbraccia tutto il genere umano. La causa infatti per cui il Salvator nostro sparse il Suo sangue, fu appunto per riconciliare con Dio nella Croce tutti gli uomini, per quanto diversi di nazione e di stirpe, e farli congiungere in un unico Capo. Il vero amore della Chiesa esige quindi non solo che siamo vicendevolmente solleciti l’uno dell’altro (cfr. Rom. XII, 5; I Cor. XII, 25), come membri dello stesso Corpo, che godono della gloria degli altri membri e soffrono dell’altrui dolore (cfr. I Cor. XII, 26), ma che altresì negli altri uomini, sebbene non ancora a noi congiunti nel Corpo della Chiesa, riconosciamo fratelli di Cristo secondo la carne, chiamati insieme con noi alla medesima eterna salvezza.

Purtroppo, specialmente oggigiorno, non mancano coloro che nella loro superbia esaltano l’avversione, l’odio, il livore come qualcosa che elevi e nobiliti la dignità e il valore umano. Noi però, mentre vediamo con dolore i funesti frutti di tale dottrina, seguiamo il nostro pacifico Re, che ci insegnò ad amare non solo quelli che non sono della nostra nazione e della nostra stirpe (cfr. Luc. X 33-37), ma persino i nemici (cfr. Luc. VI, 27-35; Matth. V, 44-48). Noi, con l’animo penetrato del soavissimo sentimento dell’Apostolo delle genti, con lui esaltiamo quale e quanta sia la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo (cfr. Eph. III, 18); quell’amore, cioè, che nessuna diversità d’origine e di costumi può fiaccare, che neppure l’immensa distesa dell’oceano può attenuare; e che finalmente neppure le guerre, siano esse intraprese per causa giusta o ingiusta, potranno mai distruggere.  – In quest’ora così grave, Venerabili Fratelli, mentre tanti corpi sono dolorosamente straziati e tante anime oppresse di tristezza, è necessario richiamar tutti a questi sensi di suprema carità, affinché nello sforzo collettivo di tutti i buoni si sovvenga a così immani necessità spirituali e materiali, in una meravigliosa gara d’amore e di commiserazione: il Nostro pensiero va particolarmente agli appartenenti a qualsiasi di quelle organizzazioni che esplicano opere di soccorso. Per tal modo, la generosità piena di zelo del Corpo mistico di Gesù Cristo e la sua inesausta fecondità diffonderanno i loro splendori in tutto il mondo.

b) Con assidua operosità

Dato poi che all’ampiezza della carità onde Cristo amò la sua Chiesa corrisponde la Sua amorosa costanza di opere, di questa stessa carità noi tutti, con assidua e zelante volontà, dobbiamo amare il Corpo mistico di Cristo. Ed invero non è possibile trovare nella la vita del nostro Redentore un’ora sola in cui non abbia lavorato fino a spossarsi di fatica, benché fosse Figlio di Dio, per fondare la sua Chiesa o per renderla stabile: dalla Sua Incarnazione, allocche gettò la prima base della Chiesa, fino al termine del Suo corso mortale, con gli esempi della più fulgida santità, con la predicazione, con la conversazione, col radunar le turbe, con l’insegnare. È Nostro desiderio adunque che tutti, quanti riconoscono la Chiesa per madre, ponderino con diligenza che non solo ai sacri Ministri od a coloro soltanto che tran fatto oblazione di sé a Dio nella vita religiosa, ma anche agli altri membri del mistico Corpo di Cristo, per ciascuno in ragione della propria possibilità, incombe il dovere di affaticarsi con ogni impegno e diligenza alla costruzione ed all’incremento del medesimo Corpo. In modo speciale desideriamo che a ciò pongano mente (come del resto già lodevolmente fanno) coloro che, arruolati nelle schiere dell’Azione Cattolica, cooperano all’apostolato dei Vescovi e dei Sacerdoti nella loro attività apostolica; come pure coloro che, riuniti in pii sodalizi, collaborano allo stesso fine. Non c’è chi non veda come la solerte attività di tutti costoro sia di somma importanza e di massima gravità nelle attuali circostanze. – Né possiamo astenerci dal dire una parola ai padri e alle madri di famiglia, cui il Redentore nostro affidò le membra più delicate del suo mistico Corpo. Li scongiuriamo quindi ardentemente che, per amore di Cristo e della Chiesa, provvedano con tutta sollecitudine alla prole data loro in consegna, affinché si guardi da ogni sorta di insidie con le quali oggi viene con tanta facilità adescata.

c) Senza tralasciare le preghiere

In particolar modo il Redentore nostro manifestò il suo ardentissimo amore per la Chiesa con le supplici preghiere innalzate per essa al suo celeste Padre. Giacché (per citar solo qualche esempio) è noto a tutti, Venerabili Fratelli, come Egli mentr’era per salire sul patibolo della Croce, elevò accesissime preghiere per Pietro (cfr. Luc. XXII, 32), per gli altri Apostoli (cfr. Jo. XVII, 9-19), e finalmente per tutti coloro che, alla predicazione della divina parola, avrebbero creduto in Lui (cfr. Jo. XVII, 20-23).

Per i membri della Chiesa

Ad esempio di Cristo, anche noi dobbiamo chiedere ogni giorno che il Signore voglia inviare operai alla sua messe (cfr. Matth. IX, 38; Luc.X,2); ogni giorno la comune preghiera deve salire al cielo per raccomandare tutte le membra del mistico Corpo di Gesù Cristo. In primo luogo i sacri Presuli, alla cui particolare sollecitudine è affidata la propria Diocesi; poi i Sacerdoti e infine i Religiosi e le Religiose che, seguendo la chiamata di Dio, sia in patria che in paesi infedeli difendono, accrescono, promuovono il Regno del Redentore divino. Nessuno dei membri di questo venerando Corpo dev’essere dimenticato nella comune preghiera; ma specialmente si abbiano presenti quelli che o sono oppressi dalle sofferenze o dalle angosce di questa terra o, compiuto il corso mortale, vengono purificati nelle fiamme espiatrici. E neppure debbono essere trascurati coloro che si stanno istruendo nella dottrina cristiana, affinché si possano al più presto mondare nel lavacro delle acque battesimali. – Bramiamo altresì fortemente che le comuni preghiere abbraccino nella stessa ardente carità sia coloro che non ancora illuminati dalla verità evangelica, non sono al sicuro nell’ovile della Chiesa, sia coloro che, a causa di una miserevole scissione dell’unità della Fede, si sono separati da Noi che, pur immeritevoli, rappresentiamo in terra la persona di Gesù Cristo. Per questo ripetiamo l’orazione divina del nostro Salvatore al Padre Celeste: “Che tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me ed io in te, così anch’essi siano in noi una cosa sola; affinché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Jo. XVII, 21).

Per coloro che ancora non sono membri

Anche questi che non appartengono al visibile organismo della Chiesa, come voi ben sapete, Venerabili Fratelli, fin dal principio del Nostro Pontificato, li affidammo alla celeste tutela ed alla celeste direzione, protestando solennemente che dietro l’esempio del buon Pastore, nulla Ci stava più a cuore che essi abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza (cfr. Lett. Enc. “Summi Pontificatus“). E quella solenne Nostra affermazione, dopo aver implorate le preghiere di tutta la Chiesa, intendiamo ripetere in questa Lettera Enciclica, con la quale abbiamo celebrato le lodi “del grande e glorioso Corpo di Cristo” (Iren. Adv. Hær., IV, 33, 7; Migne, P. G., VII, 1076): con animo straripante di amore, invitiamo tutti e singoli ad assecondare spontaneamente gli interni impulsi della divina grazia e a far di tutto per sottrarsi al loro stato in cui non possono sentirsi sicuri della propria salvezza (Pio IX “Jam nos omnes“, 13 Sett. 1868: Act. Conc. Vat. C. L., VII, 10), perché, sebbene da un certo inconsapevole desiderio e anelito siano ordinati al mistico Corpo del Redentore, tuttavia sono privi di quei tanti doni ed aiuti celesti che solo nella Chiesa Cattolica è dato di godere. Rientrino perciò nella cattolica unità e tutti uniti a Noi nell’unica compagine del Corpo di Gesù Cristo, vengano con Noi all’unico Capo nella società di un gloriosissimo amore (cfr. Gelas. I, Epist. XIV: Migne, P. L., LIX, 89). Senza mai interrompere di pregare lo Spirito dell’amore e della verità, Noi li aspettiamo con le braccia aperte, non come estranei, ma quali figli che entrino nella loro stessa casa paterna.  – Però, mentre desideriamo che una tale preghiera salga ininterrotta a Dio da parte di tutto il Corpo mistico affinché tutti gli sviati entrino al più presto nell’unico ovile di Gesù Cristo, dichiariamo che è assolutamente necessario che ciò sia fatto di libera e spontanea volontà, non potendo credere se non chi lo vuole (cfr. August., In Jo. Ev. tract., XXVI, 2: Migne, P. L., XXX, 1607). Se alcuni, non credenti, vengono di fatto spinti ad entrare nell’edificio della Chiesa, ad appressarsi all’altare, a ricevere i Sacramenti, costoro, senza alcun dubbio, non diventano veri cristiani, (cfr. August., ibidem), poiché la Fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio (Hebr. XI, 6), deve esser libero “ossequio dell’intelletto e della volontà” (Conc. Vat., De Fide cath., cap. 3). Se dunque dovesse talvolta accadere che, in contrasto con la costante dottrina di questa Sede Apostolica (cfr. Leo XIII: “Immortale Dei“), taluno venga spinto suo malgrado ad abbracciare la Fede cattolica, Noi non possiamo esimerCi, per coscienza del Nostro dovere, dall’esprimere la Nostra riprovazione. E poiché gli uomini godono di libera volontà e possono anche, sotto l’impulso di perturbazioni d’animo e di perverse passioni, abusare della propria libertà, è perciò necessario che vengano attratti con efficacia alla verità dal Padre dei lumi per opera dello Spirito del Suo diletto Figlio. – Che ancora molti, purtroppo, errano lontani dalla cattolica verità e non piegano l’animo all’afflato della grazia divina, ciò avviene perché né essi (cfr. August., ibidem), né i fedeli cristiani innalzano a Dio più ferventi preghiere a tal fine. Noi quindi vivamente e insistentemente esortiamo tutti coloro che sentono amore per la Chiesa, affinché, seguendo l’esempio del divin Redentore, non cessino mai di elevare tali suppliche.

Per i Governanti

E del pari, soprattutto nel momento attuale, Ci sembra non solo opportuno ma necessario che vengano innalzate ardenti suppliche per i re, per i principi e per tutti coloro che, attendendo al governo dei popoli, possono con la loro tutela esterna recar aiuto alla Chiesa, affinché, riordinata rettamente la società, “la pace, opera di giustizia” (Is. XXXII, 17), al soffio della divina carità arrida al genere umano tormentato dai terrificanti flutti di questa tempesta, e la Santa Madre Chiesa possa condurre vita quieta e tranquilla nella pietà e nella castità (cfr. I Tim. II, 2). Dobbiamo chiedere con insistenza a Dio che tutti coloro che sono al governo dei popoli amino la sapienza (cfr. Sap. VI, 23) in modo che questa gravissima sentenza dello Spirito Santo non ricada mai su di essi: “L’Altissimo esaminerà le vostre opere e scruterà i pensieri; perché, ministri del suo regno, non avete governato rettamente, né avete osservato la legge di giustizia, né secondo il volere di Dio aver te camminato. Terribile e veloce piomberà su voi, ché rigorosissimo giudizio sarà fatto di quei che stanno in alto. Al misero invero si usa misericordia, ma i potenti saranno potentemente puniti! Non indietreggerà dinanzi a persona il Signore di tutti, né avrà soggezione della grandezza di nessuno; ché il grande e il piccolo Egli ha creato, ed ha cura ugualmente di tutti. Ma ai potenti sovrasta più rigoroso giudizio; a voi pertanto o re, son rivolte le mie parole perché impariate la sapienza e non cadiate” (Ibidem, VI, 4-10).

d) Compiendo ciò che manca nella passione di Cristo

Inoltre, non solo faticando senza posa e pregando ininterrottamente Cristo Signore palesò il Suo amore verso la Sua Sposa incontaminata, ma anche per mezzo dei dolori e delle angosce sopportate volentieri e con amore per essa: “Avendo egli amato i suoi… li amò sino alla fine” (Jo. XIII, 1). Anzi non acquistò la Chiesa che per mezzo del proprio sangue (cfr. Act. XX, 28).

Adunque, su queste orme cruente del nostro Re, come esige la nostra salvezza da mettere al sicuro, intraprendiamo volonterosi il nostro cammino: “Poiché se siamo stati innestati alla somiglianza della Sua morte, lo saremo ancile a quella della Resurrezione” (Rom. VI, 5), e “se siamo insieme morti, con lui anche vivremo” (II Tim. II, 11). Ciò è richiesto anche dalla vera ed operosa carità sia verso la Chiesa, sia verso quelle anime che la medesima Chiesa genera allo stesso Cristo. Sebbene infatti il Salvator nostro con le sue durissime pene e la sua acerba morte abbia meritato alla sua Chiesa un tesoro addirittura infinito di grazie, per disposizione però della provvidenza di Dio esse solo partitamente ci vengono distribuite, e la loro minore o maggior dovizia non poco dipende anche dalle nostre buone opere, dalle quali una tale pioggia di celesti doni volontariamente largita da Dio, viene attirata sulle anime umane. Tale pioggia di grazie celesti sarà certamente sovrabbondante, se non solo faremo uso di fervorose preghiere a Dio, specialmente col prendere parte anche ogni giorno, se si può e con pietà, al Sacrificio eucaristico; se non solo faremo del nostro meglio per alleggerire la sofferenza di tanti bisognosi con servizi di cristiana carità, ma se ameremo i beni imperituri a preferenza di quelli caduchi di questa vita; se con volontarie mortificazioni terremo a freno questo corpo mortale, negandogli ciò che è illecito e imponendogli invece ciò che gli è sgradito e arduo; e se finalmente accetteremo con sottomissione come dalla mano di Dio le fatiche e i travagli della presente vita. In tal modo, secondo l’Apostolo “diamo compimento nella nostra carne, a quello che rimane dei patimenti di Cristo, a pro del Corpo di Lui che è la Chiesa” (cfr. Col. I, 24). – Mentre così scriviamo Ci si svolge, purtroppo, dinanzi allo sguardo una moltitudine sterminata di miseri, che con dolore compiangiamo: infermi, poveri, mutilati, vedove e orfani, e moltissimi che per le proprie sventure o per quelle dei loro cari giacciono talvolta in un vero languore mortale. Tutti coloro dunque che per qualsiasi motivo giacciono nella tristezza e nell’angoscia con cuore paterno vivamente esortiamo affinché, pieni di fiducia, levino gli occhi al cielo, offrano le loro pene a quel Dio che un giorno renderà loro una copiosa mercede. Ed abbian tutti presente che il loro dolore non è vano, ma è oltremodo fecondo di bene per essi e per la Chiesa, se mirando a tal fine sapranno sopportarlo con pazienza. A meglio conseguire tal proposito, giova moltissimo la quotidiana e devota oblazione di se stesso a Dio, quale usano fare i membri di quella associazione che prende il nome dell’Apostolato della preghiera: associazione che in questa occasione, come a Dio gratissima, Ci sta a cuore di raccomandare nel modo più vivo. – Se ci fu mai un tempo in cui, per conseguire la salvezza delle anime, dobbiamo unire i nostri dolori agli strazi del divin Redentore, oggi specialmente, Venerabili Fratelli, tale è il dovere di tutti, mentre una guerra immane avvolge nelle sue fiamme quasi tutto l’orbe terrestre, generando tante morti, tante miserie, tante sventure. E particolarmente oggi è doveroso per tutti l’astenersi dai vizi, dagli allettamenti del mondo, dagli sregolati piaceri del senso, come pure da quelle cose terrene, futili e vane che non hanno alcuna relazione né con la cristiana formazione dell’animo, né con il conseguimento del cielo. Dobbiamo, piuttosto, ribadire nelle nostre menti la gravissima sentenza del Nostro Predecessore Leone Magno, il quale afferma che noi, col Battesimo, siam fatti carne del Crocifisso (cfr. Serm. LXIII, 6; LXVI, 3; Migne, P. L., LIV, 357 et 366) e quella bellissima preghiera di S. Ambrogio: “Portami, o Cristo, sulla Croce, che è salvezza agli erranti, nella quale soltanto è riposo agli affaticati, nella quale soltanto avranno la vita coloro che muoiono” (In Psal. 118, XXII, 30: Migne, P. L., XV, 15, 1). – Prima di por fine a questo scritto, non possiamo trattenerCi dal tornare ad insistere nell’esortare vivamente tutti ad amare la santa Madre Chiesa con un amore zelante e operoso. Per la sua incolumità, per il suo più fecondo ed ubertoso incremento, dobbiamo ogni giorno offrire all’eterno Padre le nostre preghiere, le fatiche, le angosce nostre, se davvero ci sta a cuore la salvezza della universale famiglia umana, redenta col suo sangue divino. E mentre nubi minacciose offuscano il cielo, e pericoli e minacce incombono in questo consorzio umano e sulla stessa Chiesa, affidiamo le nostre persone e tutto ciò che ci appartiene al Padre delle misericordie, supplicandolo: “Volgi, ti preghiamo, o Signore, uno sguardo su questa Tua famiglia, per la quale il Signore nostro Gesù Cristo non esitò a consegnarsi ai suoi carnefici ed a subire il tormento della Croce” (Off. Major. Hebd.).

EPILOGO

LA BEATA VERGINE MARIA

Compia, Venerabili Fratelli, questi Nostri paterni voti, che sono certamente anche i vostri, e ottenga a tutti noi un verace amore per la Chiesa, la Vergine Madre di Dio, la cui anima santissima fu ripiena del divino Spirito di Gesù Cristo più che tutte le altre anime insieme: Ella che, “in rappresentanza di tutta l’umana natura”, diede il consenso affinché avesse luogo “una specie di sposalizio spirituale tra il Figlio di Dio e l’umana natura” (S. Thom., III, q. 80, a. 1). Fu Lei che con parto ammirabile dette alla luce il fonte di ogni vita celeste, Cristo Signore, fin dal suo seno verginale ornato della dignità di Capo della Chiesa; fu Lei che poté porgerlo, appena nato, come Profeta, Re e Sacerdote a coloro fra i giudei e fra i gentili che per primi accorsero ad adorarlo. Inoltre il suo Unigenito, accondiscendendo alla sua materna preghiera, in Cana di Galilea, operò quel mirabile prodigio per il quale i suoi discepoli credettero in Lui (Jo. II, 11). Ella fu che, immune da ogni macchia, sia personale sia ereditata, e sempre strettissimamente unita col Figlio suo, Lo offerse all’eterno Padre sul Golgota, facendo olocausto di ogni diritto materno e del suo materno amore, come novella Eva, per tutti i figli di Adamo contaminati dalla sua miseranda prevaricazione. Per tal modo, Colei che quanto al corpo era la madre del nostro Capo, poté divenire, quanto allo spirito, madre di tutte le sue membra, con nuovo titolo di dolore e di gloria. Ella fu che, con le sue efficacissime preghiere, impetrò che lo Spirito del divin Redentore, già dato sulla Croce, venisse infuso nel giorno di Pentecoste con doni prodigiosi alla Chiesa, da poco nata. Ella finalmente, sopportando con animo forte e fiducioso i suoi immensi dolori, più che tutti i fedeli cristiani, da vera Regina dei martiri, “compì ciò che manca dei patimenti di Cristo… a pro del Corpo di lui, che è la Chiesa” (Col. I, 24). Ella, per il mistico Corpo di Cristo nato dal Cuore squarciato del nostro Salvatore (cfr. Off. SS. mi Cordis in hymno ad Vesp.), ebbe quella stessa materna sollecitudine e premurosa carità con la quale nella culla ristorò e nutrì del suo latte il Bambino Gesù.

La stessa santissima Genitrice di tutte le membra di Cristo (cfr. Pio X: Ad diem illum), al cui Cuore Immacolato abbiamo con fiducia consacrato tutti gli uomini e che ora in cielo, regnando insieme col suo Figlio, risplende nella gloria del corpo e dell’anima, si adoperi con insistenza ad ottenere da Lui che, dall’eccelso Capo, scendano senza interruzione su tutte le membra del mistico Corpo rivoli di abbondantissime grazie. Ella stessa, col suo sempre presente patrocinio, come per il passato, così oggi, protegga la Chiesa, e ad essa e a tutta la umana famiglia impetri finalmente da Dio un’era di maggiore tranquillità. – Noi, fidenti in questa superna speranza, auspice delle celesti grazie e quale attestato della Nostra particolare benevolenza, a voi tutti e singoli, Venerabili Fratelli, ed al gregge a ciascuno di voi affidato, impartiamo con effusione di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato in Roma, presso San Pietro, il giorno 29 del mese di Giugno, nella festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, nell’anno 1943, V del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – MYSTICI CORPORIS (4)

Questa parte della sublime enciclica, gemma magisteriale di S. S. Pio XII, scorre sapientemente tra elementi di solida dottrina e la confutazione di errori sottili, ma proprio per questo, ancora più perniciosi. Ci conviene quindi leggere, rileggere e meditare attingendo da questa fonte di acqua cristallina alla quale abbeverarci per accendere il desiderio della salute spirituale, della eterna felicità e dell’appartenenza al regno dei Cieli.

PIO PP. XII

LETTERA ENCICLICA

MYSTICI CORPORIS CHRISTI (4)

PARTE SECONDA

L’UNIONE DEI FEDELI CON CRISTO

Ci piace ora, Venerabili Fratelli, trattare in modo particolarissimo dell’unione nostra con Cristo nel Corpo della Chiesa. Questo argomento (come giustamente osserva Agostino: cfr. August. Contra Faust. 21, 8; Migne, P. L., XLII, 392) è cosa grande, arcana e divina, e perciò spesso avviene che da alcuni sia compreso e spiegato male. Anzitutto è chiaro che quest’unione è strettissima. Infatti, nella Sacra Scrittura, vien raffigurata nel vincolo d’un casto matrimonio e paragonata ora all’unità vitale dei tralci con la vite, ora alla stretta compagine del nostro corpo (cfr. Eph. V, 22-23; Jo. XV, 1-5; Eph. IV, 16). Si presenta inoltre nei libri ispirati talmente intima, che antichissimi documenti costantemente tramandati dai Padri e fondati sul detto dell’Apostolo “Egli (Cristo) è il Capo della Chiesa” (Col. I, 18) insegnano che il divin Redentore costituisce con il Suo Corpo sociale una sola Persona mistica, ossia come dice Agostino: tutto Cristo (cfr. Enarr. in Ps., XVII, 51 et XC, 11, 1: Migne, P. L., XXXVI, 154 e XXXVII, 1159). Anzi lo stesso Salvatore nostro nella sua preghiera sacerdotale non dubitò di paragonare tale unione con quella mirabile unità per la quale il Figlio è nel Padre e il Padre è nel Figlio (Jo. XVII, 21-23).

Vincoli giuridici e sociali

Questa nostra compagine in Cristo e con Cristo nasce anzitutto dal fatto che la società cristiana, per volontà del suo Fondatore, è un Corpo sociale perfetto, per cui in essa l’unione deve consistere nel concorso di tutte le membra allo stesso fine. Quanto infatti è più nobile il fine cui questa cooperazione tende, quanto più divina è la fonte dalla quale essa procede, tanto più sublime diventa senza dubbio l’unità. Orbene, il fine è altissimo: continuare cibò la santificazione delle membra dello stesso Corpo, per la gloria di Dio e dell’Agnello che è stato ucciso per noi (Apoc. V, 12-1 3). La fonte è divinissimo: il beneplacito dell’eterno Padre, l’amabile volontà del nostro Salvatore, e specialmente l’interna ispirazione ed impulso dello Spirito Santo negli animi nostri. Se infatti senza lo Spirito Santo non si può produrre neppure un minimo atto che conduca alla salvezza, come possono innumerevoli moltitudini d’ogni popolo e di ogni stirpe aspirare con lo stesso intento alla gloria di Dio uno e trino, se non per le virtù di Colui che procede dal Padre e dal Figlio in un solo eterno amore? – Poiché, come abbiamo detto, questo Corpo sociale di Cristo deve essere visibile per volontà del suo Fondatore, quella cospirazione di tutte le membra deve anch’essa manifestarsi esternamente, sia per mezzo della professione d’una fede, sia per la comunione dei medesimi Sacramenti, sia per la partecipazione dello stesso sacrificio, sia per un’operosa osservanza delle stesse leggi. È poi assolutamente necessario che sia manifestato agli occhi di tutti il Capo supremo, cioè il Vicario di Cristo, dal quale venga efficacemente diretta la cooperazione dei membri al conseguimento del fine proposto. Come, infatti, il divin Redentore inviò il Paraclito Spirito di verità che per suo mandato (cfr. Jo. XIV, 16 e 26) governasse invisibilmente la Chiesa, così ordinò a Pietro e ai suoi Successori che, rappresentando in terra la Sua Persona visibile, governassero la società cristiana.

Virtù teologiche

Ai vincoli giuridici, tali in se stessi da trascendere quelli di qualsiasi altra società umana anche suprema, è necessario aggiungere un’altra ragione di unità proveniente da quelle tre virtù con le quali noi ci uniamo a Dio nel modo più stretto, cioè: la fede, la speranza e la carità cristiane. – Certo, come osserva l’Apostolo, “uno solo è il Signore, una sola la fede” (Eph. IV, 5), quella fede cioè con la quale aderiamo a Dio e a Colui ch’Egli mandò, Gesù Cristo (cfr. Jo. XVII, 8). Quanto intimamente restiamo congiunti a Dio con questa fede, lo insegnano le parole del discepolo prediletto: “Chiunque confesserà che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio” (I Jo. IV, 15). Né siamo meno congiunti tra di noi e col nostro Capo divino, mediante questa fede cristiana. Infatti, tutti i credenti, “avendo il medesimo spirito di fede” (II Cor. IV, 13), siamo illuminati dalla medesima luce di Cristo, siamo nutriti al medesimo convito di Cristo, siamo governati dalla medesima autorità e magistero di Cristo. Ché se fiorisce in tutti il medesimo spirito di fede, tutti anche “viviamo (la stessa vita) nella fede del Figlio che ci amò e diede Se stesso per noi” (cfr. Gal. II, 20). E Cristo nostro Capo, che per la viva fede abbiamo ricevuto in noi ed abita nei nostri cuori (cfr. Eph. III, 17), come è Autore della nostra fede, così ne sarà il perfezionatore (cfr. Hebr. XII, 2). . – Come per mezzo della fede qui in terra aderiamo a Dio, fonte di verità, così per mezzo della speranza cristiana lo desideriamo quale fonte di beatitudine, “attendendo quella beata speranza che è l’apparizione gloriosa del grande Iddio” (Tit. II, 13). Per quel comune desiderio poi del Regno celeste, per cui non vogliamo avere qui sulla terra una dimora permanente ma cerchiamo quella futura (cfr. Hebr. XIII, 14) e aneliamo alla gloria superna, l’Apostolo delle Genti non dubitò di asserire: “Un colpo solo, un solo spirito, come siete stati chiamati in un’unica speranza” (Eph. IV, 4); anzi Cristo risiede in noi come la speranza della gloria (cfr. Col. I, 27). – Ma se i vincoli della fede e della speranza, con i quali siamo congiunti al nostro divin Redentore nel suo Corpo mistico, sono di grandissima importanza, di non minore gravità ed efficienza sono i vincoli della carità. Infatti, se anche in natura è cosa eccellentissima l’amore, dal quale nasce la vera amicizia, che cosa deve dirsi di quell’amore soprannaturale che viene infuso nei nostri cuori dallo stesso Dio? “Dio è carità: e chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui” (I Jo. IV, 16). La quale carità, quasi per legge istituita da Dio, fa sì che Egli, riamandoci, discenda in noi che Lo amiamo, conforme alle parole divine: “Se uno mi ama…. anche il Padre mio l’amerà e verremo a lui e faremo sosta presso di lui” (Jo. XIV, 23). La carità dunque, più strettamente di qualsiasi altra virtù ci congiunge con Cristo, dal cui celeste ardore infiammati, tanti figli della Chiesa tran gioito nel poter essere oltraggiati per Lui e nell’affrontare sino all’estremo anelito i più ardui sacrifici, anche l’effusione del sangue. Perciò il nostro divin Salvatore ci esorta ardentemente con le seguenti parole: “Perseverate nel mio amore”. E poiché la carità è una cosa inutile e del tutto vuota, se non è attuata e manifestata dalle buone opere, soggiunge: “Se osserverete i miei comandamenti, persevererete nel mio amore, come io stesso ho osservato i comandamenti del Padre e rimango nel suo amore” (Jo. XV, 9-10).

Amore verso il prossimo

È necessario però che all’amore verso Dio e verso Cristo corrisponda l’amore verso il prossimo. Come possiamo infatti asserire di amare il divin Redentore, se odiamo coloro ch’Egli redense col suo Sangue prezioso per farli membra del suo Corpo mistico? Perciò così ci ammonisce l’Apostolo prediletto: “Se uno dirà: io amo Dio e odierà il suo fratello, è mentitore. Infatti, chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede? E questo comandamento abbiamo da Dio: che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello” (I Jo. IV, 20-21). Anzi, bisogna anche affermare che noi saremo sempre più uniti con Dio e con Cristo, a misura che saremo membri uno dell’altro (Rom. XII, 5) e vicendevolmente premurosi (I Cor. XII, 25); come d’altra parte, quanto più saremo stretti a Dio e al nostro Capo divino con un ardente amore, tanto maggiormente noi saremo compatti ed uniti mediante la carità.

Cristo ci ama con una conoscenza infinita
e una carità eterna

Il Figlio Unigenito di Dio, già prima dell’inizio del mondo, con la sua eterna infinita conoscenza e con un amore perpetuo, ci ha stretti a sé. E perché potesse manifestare tale amore in modo ammirabile e del tutto visibile, congiunse a sé la nostra natura nell’unione ipostatica donde avviene che “in Cristo la nostra carne ami noi”, come, con candida semplicità, osserva Massimo di Torino (Serm. XXIX; Migne, P. L., LVII, 594). – In verità, questa amantissima conoscenza, con la quale il divin Redentore ci ha seguiti sin dal primo istante della sua Incarnazione, supera ogni capacità della mente umana, giacché, per quella visione beatifica di cui godeva sin dal momento in cui fu ricevuto nel seno della Madre divina, Egli ha costantemente e perfettamente presenti tutte le membra del Corpo mistico e le abbraccia col Suo salvifico amore. O ammirabile degnazione della divina pietà verso di noi; o inestimabile ordine dell’immensa carità! Nel presepio, sulla Croce, nella gloria eterna del Padre, Cristo ha presenti e congiunti a Sé tutti i membri della Chiesa in modo molto più chiaro e più amorevole di quello con cui una madre guarda il suo figlio e se lo stringe al seno, e con cui un uomo conosce ed ama se stesso.

La Chiesa «pienezza» di Cristo

Da quanto detto fin qui si vede chiaramente, Venerabili Fratelli, perché l’Apostolo Paolo tanto frequentemente scriva che Cristo è con noi, e noi in Cristo. Il che egli dimostra ancora con una ragione alquanto sottile. Cioè: Cristo, come sufficientemente abbiamo detto sopra, è in noi per il Suo Spirito che ci comunica e per mezzo del quale Egli talmente agisce in noi, da doversi dire che qualsiasi cosa divina si operi nello Spirito Santo in noi, viene operata anche da Cristo (cfr. S. Thom. Comm. in Ep. ad Eph., cap. II, lect. 5).”Se uno non ha lo Spirito di Cristo (dice l’Apostolo), non è dei suoi: se invece Cristo è in voi…, lo spirito vive per effetto della giustificazione” (Rom. VIII, 9-10). – Per la medesima comunicazione dello Spirito di Cristo, avviene poi che la Chiesa sia quasi la pienezza ed il complemento del Redentore, perché tutti i doni, le virtù e i carismi che si trovano eminentemente, abbondantemente ed efficacemente nel Capo, derivano in tutti i membri della Chiesa e in essi si perfezionano di giorno in giorno a seconda del posto di ciascuno nel Corpo mistico di Gesù Cristo: quindi Cristo in certo modo e sotto ogni riguardo Si completa nella Chiesa (cfr. S. Thom., Comm. in Ep. ad Eph., cap. I, lect. 8) Con le quali parole tocchiamo la stessa ragione per cui, secondo il parere già accennato di Agostino, il Capo mistico, che è Cristo, e la Chiesa, la quale rappresenta in terra la sua persona come un altro Cristo, costituiscono un unico nuovo uomo, per il quale, nel perpetuare l’opera salutare della Croce, si congiungono il cielo e la terra: ragione per cui possiamo dire come in sintesi: Cristo, Capo e Corpo, tutto Cristo.

L’inabitazione dello Spirito Santo

Certo, non ignoriamo che nel comprendere e nello spiegare questa dottrina riguardante la nostra unione con il divin Redentore e, in modo particolare, l’inabitazione dello Spirito Santo nelle anime, vi sono velami che l’avvolgono come caligine, a causa della debolezza della nostra mente. Ma sappiamo anche che dalla retta ed assidua indagine di questa materia, dal conflitto delle varie opinioni, dal concorso delle diverse teorie, purché in tale indagine siamo diretti dall’amore della verità e dal debito ossequio verso la Chiesa, scaturiscono e balzano fuori preziosi lumi, per mezzo dei quali si fa un vero profitto negli studi sacri di questo genere. Non biasimiamo quindi coloro che intraprendono diverse vie e metodi per trattare ed illustrare con ogni sforzo l’altissimo mistero di questa nostra unione con Cristo. Però tutti abbiano questo per certo ed indiscusso, se non vogliono allontanarsi dalla genuina dottrina e dal retto insegnamento della Chiesa: respingere cioè, in questa mistica unione, ogni modo con il quale i fedeli, per qualsiasi ragione, sorpassino talmente l’ordine delle creature ed invadano erroneamente il campo divino, che anche un solo attributo di Dio eterno possa predicarsi di loro come proprio. Inoltre fermamente e con ogni certezza ritengano che in queste cose tutto è comune alla Santissima Trinità, in quanto tutto riguarda Dio quale suprema causa efficiente. – Devono anche aver presente che in questo argomento si tratta di un mistero occulto, il quale, in questo terrestre esilio, non può mai essere intravveduto libero da ogni velame, né può mai essere espresso da lingua umana. Si dice che le Persone divine inabitano, in quanto che, presenti in modo imperscrutabile negli esseri dotati di intelletto, questi si pongono con esse in relazione mediante la conoscenza e l’amore in un modo del tutto intimo e singolare che trascende ogni natura creata. Per tentare di comprendere alquanto questo modo, bisogna aver presente il metodo tanto raccomandato dal Concilio Vaticano nelle cose di tal genere, per cui si paragonano gli stessi misteri tra di loro e col loro fine supremo, sforzandosi di attingere quel tanto di luce che faccia almeno intravvedere gli arcani divini. Quindi opportunamente il sapientissimo Nostro Predecessore Leone XIII di felice memoria, parlando di questa nostra unione con Cristo e del divin Paraclito inabitante in noi, volge gli occhi a quella beata visione con la quale un giorno questa mistica unione otterrà il suo compimento nel cielo; e dice: “Questa mirabile unione, detta con nome suo proprio inabitazione, si differenzia da quella con cui Iddio abbraccia e fa beati i celesti, soltanto per la nostra condizione (di viatori sulla terra)”. In quella celeste visione, sarà concesso agli occhi della mente umana rinvigoriti da luce soprannaturale di contemplare in maniera del tutto ineffabile il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, di assistere per tutta l’eternità al procedere delle divine Persone l’Una dall’Altra, beandosi di un gaudio molto simile a quello con cui è beata la santissima e indivisa Trinità.- Quanto finora abbiamo esposto di questa intima unione del Corpo mistico di Gesù Cristo col suo Capo, ci parrebbe imperfetto, se qui non aggiungessimo almeno poche parole intorno alla santissima Eucaristia, con la quale una siffatta unione in questa vita mortale raggiunge il grado più alto.

L’Eucarestia segno di unità

Gesù Cristo volle che questa mirabile unione, mai abbastanza lodata, per la quale veniamo congiunti tra di noi e col divino nostro Capo, si manifestasse ai credenti in modo speciale per mezzo del Sacrificio eucaristico. In esso infatti i ministri dei Sacramenti non solo rappresentano il Salvatore nostro, ma anche tutto il Corpo mistico e i singoli fedeli; in esso i fedeli, uniti al sacerdote nei voti e nelle preghiere comuni, per le mani dello stesso sacerdote offrono all’eterno Padre, quale ostia gratissima di lode e di propiziazione per i bisogni di tutta la Chiesa, l’Agnello immacolato, dalla voce del solo sacerdote reso presente sull’altare. – E come il divin Redentore, morendo in Croce, offrì all’eterno Padre Se stesso quale Capo di tutto il genere umano, così “in quest’oblazione pura” (Mal. I, 11), non offre quale Capo della Chiesa soltanto Se stesso, ma in Se stesso offre anche le sue mistiche membra, poiché Egli nel Suo Cuore amantissimo tutte le racchiude, anche se deboli ed inferme. – Il Sacramento dell’Eucaristia, vivida e mirabile immagine dell’unità della Chiesa in quanto il pane da consacrarsi deriva da molti grani che formano una cosa unica (cfr. Didaché, IX, 4), ci dà lo stesso Autore della grazia santificante, affinché da Lui attingiamo quello Spirito di carità con cui viviamo non già la nostra vita ma la vita di Cristo, e in tutti i membri del Suo Corpo sociale amiamo lo stesso Redentore. – Se dunque, nelle tristissime circostanze in cui ora versiamo, vi sono moltissimi i quali aderiscono talmente a Gesù Cristo nascosto sotto i veli eucaristici da non poter essere separati dalla sua carità né dalla tribolazione né dall’angoscia né dalla fame né dalla nudità né dal pericolo né dalla persecuzione né dalla spada (cfr. Rom. VIII, 35), allora senza dubbio la sacra Comunione, non senza consiglio del provvidentissimo Iddio ritornata in questi ultimi tempi d’uso frequente anche per i fanciulli, potrà diventare fonte di quella fortezza che non raramente suscita e fomenta anche eroi cristiani.

PARTE TERZA

ESORTAZIONE PASTORALE

ERRORI DELLA VISTA ASCETICA

Venerabili Fratelli, se i Cristiani comprenderanno piamente e rettamente queste cose e diligentemente le riterranno, più facilmente potranno guardarsi anche da quegli errori che, con grande pericolo della fede cattolica e turbamento degli animi, scaturiscono dall’investigazione, da alcuni arbitrariamente intrapresa, di questa difficile materia.

Falso «misticismo»

Infatti non mancano coloro i quali non considerano abbastanza metaforicamente e senza distinguere (com’è assolutamente necessario) i significati particolari e propri di corpo fisico, di corpo morale, di Corpo mistico, e quindi danno di questa unione una spiegazione pervertita. Costoro fanno unire e fondersi in una stessa persona fisica il divin Redentore e le membra della Chiesa: e mentre attribuiscono agli uomini cose divine, fanno Gesù Cristo soggetto ad errori e a debolezze umane. Dalla falsità di questa dottrina ripugnano la fede cattolica e i precetti dei Santi Padri, rifuggono la mente e la dottrina dell’Apostolo delle Genti, il quale, sebbene congiunga tra loro con mirabile fusione Cristo e il Corpo mistico, tuttavia oppone l’uno all’altro come lo Sposo alla Sposa (cfr. Eph. V, 22-23).

Falso «quietismo»

Non meno lontano dalla verità è il pericoloso errore di coloro che dall’arcana unione di noi tutti con Cristo si studiano di dedurre un certo insano quietismo, con il quale tutta la vita spirituale dei Cristiani e il loro progresso nella virtù vengono attribuiti unicamente all’azione del divino Spirito, escludendo cioè e tralasciando da parte la nostra debita cooperazione. Nessuno certamente può negare che il Santo Spirito di Gesù Cristo sia l’unica fonte donde promana nella Chiesa e nelle sue membra ogni forza superna. Infatti, come: dice il Salmista, “il Signore largisce grazia e gloria” (Psal. LXXXIII, 12). Ma che gli uomini perseverino costantemente nelle opere di santità, che progrediscano alacremente nella grazia e nella virtù, che infine non soltanto tendano strenuamente alla vetta della perfezione cristiana, ma spingano secondo le proprie forze anche gli altri a conseguire la medesima perfezione, tutto questo, lo Spirito celeste non vuoi compierlo se gli stessi uomini non cooperano ogni giorno con diligenza operosa. “Infatti — come osserva Ambrogio — i benefici divini non vengono trasmessi a chi dorme, ma a chi veglia” (Expos. Evang. sec. Luc., IV, 49; Migne, P. L., XV, 1626). Poiché, se nel nostro corpo mortale le membra si corroborano e si sviluppano con ininterrotto esercizio, molto più ciò accade nel Corpo sociale di Gesù Cristo, nel quale le singole membra godono di una propria libertà, coscienza, azione. Perciò chi disse: “Vivo, non più io, ma vive in me Gesù” (Gal. II, 20), quello stesso non dubitò di asserire: “La grazia di Lui, cioè di Dio, verso di me non fu cosa vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non già io, ma la grazia di Dio con me” (I Cor. XV, 10). Quindi è chiarissimo che in queste fallaci dottrine, il mistero di cui trattiamo non sarebbe diretto allo spirituale profitto dei fedeli, ma si volgerebbe miseramente alla loro rovina.

Errori circa la confessione sacramentale e l’orazione

Da tali false asserzioni proviene anche che alcuni asseriscano non doversi molto inculcare la frequente confessione dei peccati veniali, poiché meglio si adatta quella confessione generale che ogni giorno la Sposa di Cristo con i suoi figli a sé congiunti nel Signore fa per mezzo dei sacerdoti sul punto di ascendere all’altare di Dio. È vero che in molte lodevoli maniere, come voi o Venerabili Fratelli, ben conoscete, possono espiarsi questi peccati, ma per un più spedito progresso nel quotidiano cammino della virtù, raccomandiamo sommamente quel pio uso, introdotto dalla Chiesa per ispirazione dello Spirito Santo, della confessione frequente, con cui si aumenta la retta conoscenza di se stesso, cresce la cristiana umiltà, si sradica la perversità dei costumi, si resiste alla negligenza e al torpore spirituale, si purifica la coscienza, si rinvigorisce la volontà, si procura la salutare direzione delle coscienze e si aumenta la grazia in forza dello stesso Sacramento. Quelli dunque che fra il giovane clero attenuano o estinguono la stima della confessione frequente, sappiano che intraprendono cosa aliena dallo Spirito di Cristo e funestissima al Corpo mistico del nostro Salvatore. – Vi sono inoltre alcuni i quali o negano alle nostre preghiere ogni vera efficacia d’impetrazione, ovvero si sforzano d’insinuare nelle menti che le suppliche rivolte a Dio in privato bisogna ritenerle di poco valore, mentre piuttosto quelle pubbliche usate nel nome della Chiesa realmente valgono come quelle che partono dal Corpo mistico di Gesù Cristo. Ciò è affatto erroneo: poiché il divin Redentore non ha a Sé strettissimamente congiunta soltanto la Sua Chiesa, quale amatissima Sposa, ma in essa, anche gli animi dei singoli fedeli, con i quali desidera ardentemente trattenersi in intimi colloqui, specialmente dopo che si sono accostati alla mensa eucaristica. E benché la preghiera collettiva, come procedente dalla Madre Chiesa, superi tutte le altre per la dignità della Sposa di Cristo, pure tutte le preghiere, dette anche in forma privatissima, non sono prive di dignità né di virtù e conferiscono moltissimo anche all’utilità di tutto il Corpo mistico, in quanto che tutto ciò che si compie di bene e di retto dai singoli membri ridonda anche in profitto di tutti, grazie alla Comunione dei Santi. Né ai singoli uomini, appunto perché membra di questo Corpo, si vieta di chiedere per se stessi grazie speciali anche per quanto riguarda la vita presente, serbando tuttavia la conformità alla volontà di Dio: essi infatti rimangono persone libere e soggette ai propri individuali bisogni (cfr. S. Thom. II-II, q. 83, a. 5 et 6). Quanto poi debbano tutti grandemente stimare la mediazione delle cose celesti, è comprovato non soltanto dai documenti della Chiesa ma anche dall’uso e dall’esempio di tutti i Santi. – Certuni infine dicono che le nostre preghiere non devono essere dirette alla stessa Persona di Gesù Cristo, ma piuttosto a Dio o all’eterno Padre per mezzo di Cristo, poiché il nostro Salvatore, in quanto Capo del suo Corpo mistico, dov’essere considerato semplicemente “mediatore di Dio e degli uomini” (I Tim. II, 5). Ma ciò non solo si oppone alla mente della Chiesa e alla consuetudine dei Cristiani, ma offende anche la verità. Cristo infatti, per parlare con esatto linguaggio, è Capo di tutta la Chiesa (cfr. S. Thom. De Veritate, q. 29, a. 4, c.) secondo l’una e l’altra natura insieme, la divina e l’umana, e del resto Egli stesso asserì solennemente: “Se mi domanderete qualche cosa in mio nome, Io lo farò” (Jo. XIV, 14). E sebbene le preghiere sian rivolte all’eterno Padre per mezzo del suo Unigenito di preferenza nel Sacrificio eucaristico, nel quale Cristo, essendo Egli stesso Sacerdote ed Ostia, compie in modo speciale l’ufficio di conciliatore, tuttavia non poche volte e persino nello stesso santo Sacrificio, si usano preghiere rivolte allo stesso divin Redentore, giacché tutti i Cristiani devono conoscere e comprendere chiaramente che l’uomo Gesù Cristo è lo stesso Figlio di Dio e il medesimo Dio. Anzi, mentre la Chiesa militante adora e prega l’Agnello incontaminato e la sacra Ostia, sembra che in certo modo risponda alla voce della Chiesa trionfante che canta in eterno: “A colui che siede sul trono e all’Agnello, la benedizione e l’onore e la gloria e il potere per i secoli dei secoli” (Apoc. V, 13).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – MYSTICI CORPORIS (3)

(3)

« … mentre infatti nel corpo naturale il principio della unità congiunge le parti in modo che le singole manchino completamente della propria sussistenza, invece nel Corpo mistico la forza di mutua congiunzione, sebbene intima, unisce le membra tra loro in modo che le singole godano del tutto di una propria personalità … »: è una delle sentenze del Santo Padre Pio XII nell’illustrare mirabilmente il concetto del “Corpo mistico di Cristo” che è la Chiesa, Una, Santa, Cattolica, Apostolica. In questa parte della lettera occorre porre somma attenzione ad ogni parola che, se ben compresa e ritenuta, è fonte di vita e di salvezza eterna. Notevoli sono pure i riferimenti scritturali, in particolare alle lettere dell’Apostolo delle genti, nonché la citazione di capisaldi del Magistero Pontificio, lettere encicliche di Leone XIII e Pio XI. Immergiamoci senza indugio in questa fonte di benessere spirituale e salvifico e, con la luce dello Spirito Santo, traiamone il massimo beneficio in questi tempi di confusione dottrinale, eresie grossolane e moderniste fughe scismatiche pseudotradizionaliste, più o meno dichiarate, palesi, o comunque di fatto.

Cristo è il «Sostentatore» del Corpo

Venerabili Fratelli, quelle cose che abbiamo sopra esposte, spiegando brevemente il modo con cui Gesù Cristo vuole che l’abbondanza dei Suoi doni dalla propria divina pienezza affluisca nella Chiesa affinché essa quanto più è possibile sia a Lui somigliante Ci introducono a spiegare la terza ragione per cui il Corpo sociale della Chiesa si fregia del nome di Cristo: ragione che consiste nel fatto che il nostro Salvatore sostenta Egli stesso divinamente la società da lui fondata. – Come osserva acutamente e sottilmente il Bellarmino (cfr. De Rom. Pont., I, 9; De Concil., II, 19), questo appellativo del Corpo di Cristo non deve spiegarsi semplicemente col fatto che Cristo debba dirsi Capo del Suo Corpo mistico, ma anche col fatto che Egli talmente sostenta la Chiesa e talmente vive in certo modo nella Chiesa, che essa sussiste quasi come una seconda Persona di Cristo. Anche il Dottore delle Genti lo afferma, quando, scrivendo ai Corinti, senz’altra aggiunta, denota la Chiesa col nome di “Cristo” (cfr. I Cor. XII, 12), imitando in ciò lo stesso Maestro il quale a lui che perseguitava la Chiesa aveva gridato dall’alto: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. (cfr. Act. IX, 4; XXII, 7; XXVI, 14). Anzi, se crediamo al Nisseno, spesso la Chiesa vien chiamata dall’Apostolo semplicemente “Cristo” (cfr. Greg. Nyss. De vita Moysis; Migne P. G., XLIV, 385); né vi è ignoto, Venerabili Fratelli, quel detto di Agostino: “Cristo predica Cristo” (cfr. Serm., CCCLIV, 1; Migne, P. L., XXXIX, 1563).

a) Per la sua nobilissima missione giuridica

Tuttavia tale nobilissima denominazione non deve essere presa come se appartenesse all’intera Chiesa quell’ineffabile vincolo con cui il Figlio di Dio assunse un’individua umana natura; ma consiste in ciò che il nostro Salvatore comunica talmente con la sua Chiesa i beni Suoi propri, che questa, secondo tutto il suo modo di vivere, quello visibile e quello invisibile, presenta una perfettissima immagine di Cristo. Poiché, per quella missione giuridica con la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come Egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Jo. XVII, 18; XX, 21), è proprio Lui che battezza, insegna, governa, assolve, lega, offre, sacrifica, per mezzo della Chiesa.

b) Per lo Spirito di Cristo

Con quell’alta donazione poi, del tutto interna e sublime che abbiamo sopra accennata nel descrivere il modo d’influire del Capo nelle Sue membra, Gesù Cristo fa vivere la Chiesa della sua propria superna vita, permeando con la Sua divina virtù tutto il Corpo di lei, e alimentando e sostentando le singole membra, secondo il posto che occupano nel Corpo, come la vite nutre e fa fruttificare i tralci che le sono uniti (Leone XIII, Lett. Enc. “Sapientiæ Christianæ“; “Satis cognitum“). – Che se poi consideriamo attentamente questo divino principio di vita e di virtù dato da Cristo, in quanto costituisce la stessa fonte di ogni dono e grazia creata, capiremo facilmente che esso non è altro se non lo Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio e che vien chiamato in modo proprio “Spirito di Cristo”, ossia “Spirito del Figlio” (Rom. VIII, 9; II Cor. III, 17; Gal. VI, 6). Per opera di questo Spirito di grazia e di verità, il Figlio di Dio dispose la propria anima nel seno incontaminato della Vergine; questo Spirito pone le Sue delizie nell’abitare nell’anima del Redentore come nel suo tempio preferito; questo Spirito ci fu meritato da Cristo sulla Croce, spargendo il proprio sangue; questo, Egli donò alla Chiesa per rimettere i peccati, alitandolo sopra gli Apostoli (cfr. Jo. XX, 22); e mentre soltanto Cristo ricevette questo Spirito senza misura (cfr. Jo. III, 34), alle membra del Corpo mistico vien distribuito dalla pienezza dello stesso Cristo secondo la misura del dono di Cristo (cfr. Eph. I, 8; IV, 7). Dopo che Cristo fu glorificato sulla Croce, il Suo Spirito vien comunicato alla Chiesa con copiosissima effusione, affinché le sue singole membra di giorno in giorno siano sempre più simili al Redentore. È lo Spirito di Cristo che ci ha resi figli adottivi di Dio (cfr. Rom. VIII, 14-17; Gai. IV, 6-7), sicché un giorno “noi tutti, mirando a faccia svelata la gloria del Signore quasi in uno specchio, siam trasformati di gloria in gloria nella stessa Sua immagine” (cfr. II Cor. III, 18).

c) Perché è l’anima del Corpo mistico

A questo Spirito di Cristo, come a principio invisibile, bisogna anche attribuire l’unione di tutte le parti del Corpo tra loro e con l’eccelso lor Capo, risiedendo esso tutto nel Capo, tutto nel Corpo, tutto nelle singole membra: a queste Egli è presente con la Sua assistenza in maniere diverse, secondo i loro diversi uffici e il loro maggiore o minor grado di perfezione spirituale. Egli, col suo celeste soffio di vita, è il principio d’ogni azione vitale ed efficacemente salutare nelle diverse parti del mistico Corpo. Egli, sebbene sia personalmente presente in tutte le mistiche membra e in esse divinamente agisca, tuttavia nelle parti inferiori opera per ministero delle membra superiori. Infine, mentre spirando la Sua grazia produce sempre nuovi incrementi, pure non vuole abitare con la grazia santificante in quelle membra che siano completamente separate dal Corpo. E questa presenza di attività dello Spirito di Gesù Cristo fu con vigorosa sintesi espressa dal Nostro Predecessore Leone XIII d’immortale memoria, nella Lettera Enciclica “Divinum illud”, dicendo: “Basti affermare che, essendo Cristo il Capo della Chiesa, lo Spirito Santo è l’anima di essa”. – Se poi quella forza e virtù vitale con cui tutta la comunità dei Cristiani vien sostentata dal suo Fondatore, la consideriamo non in se stessa, ma negli effetti creati che da lei promanano, essa consiste nei doni celesti che, quale causa efficiente della luce soprannaturale e della santità, il nostro Redentore insieme col Suo Spirito dà alla Chiesa, e produce insieme allo stesso Spirito. Perciò la Chiesa non diversamente che tutte le sante sue membra, può far sua questa grande sentenza dell’Apostolo: “Vivo non più io, ma vive in me Cristo” (Gal. II, 20).

Cristo è il «Salvatore» del Corpo

La nostra esposizione intorno al “Capo mistico” (cfr. Ambros. De Elia et jejun., 10, 36-37 et In Psalm. 118, serm. 20, 2; Migne, P. L., XIV, 710 et XIV, 1483) rimarrebbero certamente monchi, se non accennassimo, almeno brevemente, ad un’altra sentenza dello stesso Apostolo: “Cristo è Capo della Chiesa: Egli il Salvatore del Corpo di lei” (Eph. V, 23). Con queste parole, infatti, viene indicata l’ultima ragione per cui il Corpo della Chiesa è fregiato del nome di Cristo. Cioè Cristo è il divino Salvatore di questo Corpo. Egli infatti a buon diritto vien proclamato dai Samaritani “Salvatore del mondo” (Jo. IV, 42); anzi senza alcun dubbio dev’essere chiamato “Salvatore di tutti”, sebbene con Paolo bisogna aggiungere che lo è “specialmente dei fedeli” (cfr. I Tim. IV, 10), in quanto, a preferenza di tutti gli altri, conquistò col Suo sangue le membra che costituiscono la Chiesa (Act. XX, 28). Avendo già detto abbastanza sulla Chiesa nata dalla Croce, su Cristo datore della luce, causa della santità e sostentatore del Suo Corpo mistico, non è il caso di soffermarCi ancora su questo argomento, ma piuttosto è opportuno meditare queste verità con animo umile e attento, rivolgendo a Dio sentimenti di gratitudine perenne. Pertanto quello che il nostro Salvatore pendente dalla Croce iniziò, non cessa di perpetuarlo nella beatitudine celeste: “Il nostro Capo — dice Agostino — interpella per noi: alcune membra Egli riceve, altre flagella, altre purifica, altre consola; altre ne crea, altre ne chiama, altre ne corregge, altre ne rinnova” (Enarr. in Ps., LXXXV, 5; Migne, P. L., XXXVII, 1085). Noi dobbiamo pertanto cooperare con Cristo in quest’opera salutare, giacché “da Uno e per mezzo di Uno veniamo salvati e salviamo” (Clem. Alex., Strom. VII, 2: Migne, P. G., IX, 413).

LA CHIESA È IL CORPO DI CRISTO «MISTICO»

Ed ora, Venerabili Fratelli, passiamo a un altro punto nella esposizione di questa dottrina, per spiegare cioè perché il Corpo di Cristo (che è la Chiesa) deve chiamarsi mistico. Tale denominazione, in uso presso parecchi antichi scrittori, è comprovata da non pochi documenti dei Sommi Pontefici. Quest’appellativo infatti deve adoperarsi per varie ragioni, poiché per mezzo di esso si può distinguere il Corpo sociale della Chiesa, di cui Cristo è Capo e condottiero, dal corpo fisico dello stesso Cristo, che nato dalla Vergine Madre di Dio, è ora assiso alla destra del Padre in cielo e nascosto in terra sotto i veli eucaristici: e, ciò che maggiormente importa per gli errori moderni, per mezzo di questa determinazione lo si può distinguere da qualunque altro corpo sia fisico sia morale.

Il corpo mistico e il corpo fisico

Mentre infatti nel corpo naturale il principio della unità congiunge le parti in modo che le singole manchino completamente della propria sussistenza, invece nel Corpo mistico la forza di mutua congiunzione, sebbene intima, unisce le membra tra loro in modo che le singole godano del tutto di una propria personalità. Se poi consideriamo il mutuo rapporto del tutto e delle singole membra, esse in ogni corpo fisico vivente sono in ultima istanza destinate soltanto a profitto di tutto il composto; mentre, in una compagine sociale di uomini, nell’ordine della finalità dell’utilità, l’ultimo scopo è il bene di tutti e di ciascun membro, essendo essi persone. Così (per ritornare al nostro argomento), come il Figlio dell’eterno Padre discese dal cielo per la salvezza eterna di noi tutti, così fondò il Corpo della Chiesa e lo arricchì del divino Spirito per procurare ed assicurare la beatitudine delle anime immortali, secondo il detto dell’Apostolo: “Tutte le cose sono vostre; voi siete di Cristo: Cristo poi è di Dio” (I Cor. III, 23; Pio XI, Lettera Enciclica “Divini Redemptoris“). La Chiesa, infatti, è costituita per il bene dei fedeli e per la gloria di Dio e di Gesù Cristo che Egli ci ha mandato.

Il corpo mistico e il corpo puramente morale

Se poi confrontiamo il Corpo mistico con quello morale, allora bisogna notare tra i due una differenza di somma importanza. Nel corpo morale, il principio di unità non è altro che il fine comune e la comune cooperazione ad uno stesso fine, mediante l’autorità sociale; invece nel Corpo mistico, di cui trattiamo, a questa comune tendenza allo stesso fine si aggiunge un altro principio interno, che esiste ed agisce vigorosamente nell’intera compagine e nelle singole sue parti, ed è di tale eccellenza da superare immensamente per se stesso tutti i vincoli di unità che compaginano sia un corpo fisico sia un corpo morale. Ciò, come sopra abbiam detto, non è qualche cosa di ordine naturale, ma soprannaturale, anzi in se stesso infinito ed increato, cioè lo Spirito divino che, come dice l’Angelico, “uno e identico per numero, riempie ed unisce tutta la Chiesa” (De Veritate, q. 29, a. 4. c.). – Il retto significato dunque di questa voce rammenta che la Chiesa, la quale deve ritenersi una società perfetta nel suo genere, non consta soltanto di elementi ed argomenti sociali e giuridici. Essa è certamente molto più eccellente di qualunque altra società umana (Leone XIII, Lettera Enciclica “Sapientiæ Christianæ“) e le supera come la grazia supera la natura e come le cose immortali trascendono tutte le cose caduche (Leone XIII, “Satis cognitum“). Certo le altre società umane, e specialmente la società civile, van tenute in non poco conto; ma nel loro ordinamento non vi sono tutti gli elementi della Chiesa, come nella parte materiale del nostro corpo mortale non vi è tutto l’uomo. Sebbene, infatti, le ragioni giuridiche sulle quali anche la Chiesa è fondata e costruita abbiano origine dalla costituzione divina datale da Cristo e contribuiscano al conseguimento del suo fine soprannaturale, tuttavia ciò che eleva la società cristiana a quel grado che supera assolutamente ogni ordine naturale è lo Spirito del nostro Redentore che, come fonte di tutte le grazie, doni e carismi, pervade intimamente la Chiesa e opera in essa. Come la compagine del nostro corpo mortale, benché sia opera meravigliosa del Creatore, pure dista moltissimo dall’eccelsa dignità dell’animo nostro, così la struttura della società cristiana, benché sia tale da mostrare la sapienza del suo divino Architetto, tuttavia è qualche cosa di ordine del tutto inferiore se si paragona ai doni spirituali di cui essa è dotata e con cui essa vive e con la loro divina sorgente.

La Chiesa giuridica e la chiesa della Carità

Da quanto finora abbiamo spiegato, Venerabili Fratelli, appare il grave errore sia di coloro che s’immaginano arbitrariamente la Chiesa quasi nascosta e del tutto invisibile, sia di coloro che la confondono con altre istituzioni umane fornite di regola disciplinare e riti esterni, ma senza comunicazione di vita soprannaturale. Invece, come Cristo, Capo ed esemplare della Chiesa, “non è tutto il Cristo se in Lui si considera o soltanto la natura umana visibile… O soltanto la natura divina invisibile…, ma è uno con le due nature e nelle due nature, così il Suo Corpo mistico”. Il Verbo di Dio assunse l’umana natura soggetta ai dolori, affinché, fondata la società visibile e consacrata col sangue divino, “l’uomo fosse richiamato alle cose invisibili attraverso un governo visibile” (S. Thom. De Veritate, q. 29, a. 4 ad 3).

Perciò compiangiamo e riproviamo anche il funesto errore di coloro che sognano una Chiesa ideale, una certa società alimentata e formata di carità, alla quale (non senza disprezzo) oppongono l’altra che chiamano giuridica. Ma erroneamente suggeriscono una tale distinzione: non avvertono infatti che il divin Redentore volle che il ceto di uomini da Lui fondato fosse anche una società perfetta nel suo genere, fornita di tutti gli elementi giuridici e sociali per perpetuare in terra l’opera salutare della Redenzione (Conc. Vat. Sess. IV, Const. dogm. de Eccl., prol.); perciò la volle arricchita dallo Spirito Santo di celesti doni e grazie. L’Eterno Padre la volle, è vero, come “regno del Figlio del suo amore” (Col. I, 13); ma un regno vero, nel quale cioè tutti i credenti gli offrissero la completa sottomissione dell’intelletto e della volontà (Conc. Vat., Sess. III, Const. de fide cath., cap. 3), e con animo umile ed obbediente si cono formassero a Lui che per noi “si fece ubbidiente sino alla morte” (Phil. II, 8). Dunque, nessuna vera opposizione o ripugnanza può esistere tra la missione invisibile dello Spirito Santo e l’ufficio giuridico che i Pastori e i Dottori hanno ricevuto da Cristo. Anzi queste due realtà si completano e perfezionano a vicenda (come in noi il corpo e l’anima) e procedono da un solo identico Salvatore, il quale, quando alitò sugli Apostoli, non solo disse “Ricevete lo Spirito Santo” (Jo. XX, 22), ma comandò anche a voce alta: “Come il Padre mandò me, così anche io mando voi” (Jo. XX, 21), e “Chi ascolta voi, ascolta me” (Luc. X, 16).  – Che se nella Chiesa si scorge qualche cosa che denota la debolezza della nostra condizione, ciò non deve attribuirsi alla sua costituzione giuridica, ma piuttosto alla deplorevole tendenza dei suoi singoli membri al male, tendenza che il divin Fondatore permette che esista anche nei membri più ragguardevoli del suo Corpo mistico, affinché venga messa alla prova la virtù sia delle pecorelle sia dei Pastori e in tutti si accumulino i meriti della Fede cristiana. Cristo infatti, come abbiam detto sopra, dal ceto che aveva fondato non volle che fossero esclusi i peccatori: se dunque alcuni membri soffrono malattie spirituali, non c’è motivo di diminuire il nostro amore verso la Chiesa, ma piuttosto di aumentare la nostra pietà verso le sue membra. – Sì, certamente, senza alcuna macchia risplende la pia Madre nei Sacramenti con i quali genera ed alimenta i figli, nella fede che conserva sempre incontaminata, nelle santissime leggi con le quali comanda, nei consigli evangelici con i quali ammonisce, nei celesti doni e carismi con i quali nella sua inesausta fecondità (cfr. Conc. Vat., Sess. III, Const. de fide catholica, cap. 3) genera innumerevoli eserciti di martiri, di vergini e di confessori. Ma non si può ascriverle a difetto se alcune membra languiscono inferme o ferite: in nome loro ogni giorno essa stessa prega Dio dicendo: “Rimetti a noi i nostri debiti” e nella loro cura spirituale si applica senza indugio e con forte e materno animo.  – Quando dunque chiamiamo “mistico” il Corpo di Gesù Cristo, dal significato stesso di questa parola riceviamo i più gravi ammaestramenti, che risuonano in questo detto di San Leone: “Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, divenuto partecipe della natura divina, non voler con un ignobile tenor vita, ritornare all’antica bassezza. Ricordati di quale Capo e di quale Corpo sei membro” (Serm. XXI, 3; Migne, P. L., LIV, 192-193).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – MYSTICI CORPORIS CHRISTI (2)

Continuiamo nella lettura di questa lettera enciclica straordinaria di Papa Pio XII. Di passaggio, segnaliamo il fatto che essa, scritta dall’ultimo Papa dei tempi moderni libero di esprimersi e non impedito, praticamente riassume in modo dettagliato e preciso, tutto il pensiero della Tradizione apostolica, delle sacre Scritture e del Magistero della “vera” Chiesa Cattolica dei millenni precedenti, ed è una pietra tombale, essendo documento infallibile ed irreformabile, per ogni eresia e scisma, per ogni “chiesetta”, monastero virtuale, fraternità e conventicola pseudo-tradizionalista varia, indebitamente eretta senza legittimità apostolica, vere cattedre di pestilenza, ove si proclama, a cominciare dal satanico “novus ordo” dei marrani adoranti il “signore dell’universo”, con sofismi vari fanta-teologici, la perdizione dell’anima ed ogni congerie di blasfemie ed errori. Ma non perdiamoci in ovvie ed inutili considerazioni, leggiamo con somma attenzione.

LA CHIESA È IL CORPO «DI CRISTO»

Fin qui, Venerabili Fratelli, abbiamo visto con particolareggiata trattazione come la Chiesa è talmente costituita da potersi paragonare ad un corpo; rimane ora da esporre chiaramente ed accuratamente per quali motivi essa deve essere dichiarata non un corpo qualsiasi, ma il Corpo di Gesù Cristo. Questo si deduce dall’essere Nostro Signore il Fondatore, il Capo, il Sostentatore e il Conservatore di questo mistico Corpo.

Cristo fu il «Fondatore» di questo Corpo

Cominciando a esporre brevemente in che modo Cristo fondò il suo Corpo sociale, Ci sovviene questa sentenza del Nostro Predecessore Leone XIII di f. m.: “La Chiesa, che già concepita, era nata dallo stesso costato del secondo Adamo dormente in Croce, si presentò per la prima volta agli uomini in maniera luminosa quel giorno solennissimo della Pentecoste” (Enc. “Divinum illud“). Infatti il divin Redentore iniziò la costruzione del mistico tempio della Chiesa, quando predicando espose i suoi precetti; lo ultimò, quando crocefisso, fu glorificato; lo manifestò e promulgò, quando mandò in modo visibile lo Spirito Paraclito sui discepoli.

a) Predicando il Vangelo

Mentre infatti sosteneva l’ufficio di predicatore, eleggeva gli Apostoli e li mandava come Egli stesso era stato mandato dal Padre (Jo. XVII, 18), cioè come dottori, rettori, creatori della santità nel ceto dei credenti, indicava il loro Principe e suo Vicario in terra (cfr. Matth. XVI, 18-19); manifestava loro tutte quelle cose che aveva ascoltato dal Padre (Jo. XV, 15, coll. XVII, 8 et 14); designava anche il Battesimo (cfr. Jo. III, 5), con il quale coloro che avrebbero creduto sarebbero stati inseriti nel Corpo della Chiesa; e finalmente, giunto al termine della vita, istituiva durante l’ultima cena il mirabile sacrificio e mirabile sacramento dell’Eucaristia.

b) Soffrendo sulla croce

Che poi Egli avesse completato la Sua opera sul patibolo della Croce, lo attesta una serie ininterrotta di testimonianze dei Santi Padri, i quali osservano che la Chiesa nacque sulla Croce dal fianco del Salvatore a guisa di una nuova Eva, madre di tutti i viventi (cfr. Gen. III, 20). Dice il grande Ambrogio trattando del costato trafitto di Cristo: ” Ed ora è edificato, ed ora è formato, ed ora… è figurato, ed ora è creato… Ora la casa spirituale si erge in sacerdozio santo” (Ambros. In Luc., 11, 87; Migne, P. L., XV, 1585). Chi religiosamente approfondirà questa veneranda dottrina, senza difficoltà potrà vedere le ragioni sulle quali essa si fonda. – Anzitutto, con la morte del Redentore, successe il Nuovo Testamento alla Vecchia Legge; allora la Legge di Cristo, insieme con i suoi misteri, leggi, istituzioni e sacri riti, fu sancita per tutto il mondo nel sangue di Gesù Cristo. Infatti, mentre il divin Salvatore predicava in un piccolo territorio, non essendo stato inviato se non alle pecorelle della casa d’Israele ch’erano perite (cfr. Matth. XV, 24), avevano contemporaneamente valore la Legge e il Vangelo (cfr. S. Thom., I-II, q. 103, a. 3 ad 2); sul patibolo della Sua morte poi Gesù pose fine alla Legge (cfr. Eph. II, 15) e con i suoi decreti, affisse alla Croce il chirografo del Vecchio Testamento (cfr. Col. II, 14), costituendo nel sangue, sparso per tutto il genere umano, il Nuovo Testamento (cfr. Matth. XXVI, 28; I Cor. XI, 25). ” Allora — dice San Leone Magno, parlando della Croce del Signore — avvenne un passaggio così evidente dalla Legge al Vangelo, dalla Sinagoga alla Chiesa, dalla molteplicità dei sacrifici ad una sola ostia, che, quando il Signore rese lo spirito, quel mistico velo che con la sua interposizione nascondeva i penetrali del tempio e il santo segreto, si scisse con improvvisa violenza da capo a fondo” (Leo M., Serm., LXVIII, 3; Migne, P. L., LIV, 374).  – Nella Croce dunque la Vecchia Legge morì, in modo da dover tra breve esser seppellita e divenir mortifera (cfr. Hier. et August. Epist., CXII, 14 et CXVI, 16; Migne, P. L.,XXII, 924 et 943; S. Thom. I-II, p. 103, a. 3 ad 2; ad. 4 ad 1; Concil. Flor., pro Jacob.: Mansi, XXX.7, 1738), per cedere il posto al Nuovo Testamento, di cui Cristo aveva eletto gli Apostoli come idonei ministri (cfr. II Cor. III, 6): e il nostro Salvatore, pur essendo stato già costituito Capo universale dell’umana famiglia fin dal seno della Vergine, esercita pienissimamente nella sua Chiesa l’ufficio di Capo appunto per la virtù della Croce. “Infatti — secondo la sentenza dell’angelico e comune Dottore — Egli meritò la potestà e il dominio sopra le genti per la vittoria della Croce” (cfr. S. Thom. III, q. 42, a. 1); per la medesima, aumentò immensamente per noi quel tesoro di grazia che ora, regnando nel cielo, elargisce senza alcuna interruzione alle Sue membra mortali; per il Sangue sparso sulla Croce fece sì che, rimosso l’ostacolo dell’ira divina, potessero scorrere dalle fonti del Salvatore per la salvezza degli uomini, e specialmente per i fedeli, tutti i doni celesti, soprattutto quelli spirituali, del Nuovo ed eterno Testamento; sull’albero della Croce finalmente si conquistò la Chiesa, cioè tutte le membra del suo mistico Corpo, poiché non si sarebbero unite a questo mistico Corpo col lavacro del Battesimo, se non per la virtù salutifera della Croce, nella quale già sarebbero appartenute alla pienissima giurisdizione di Cristo. – Che se con la Sua morte il nostro Salvatore, secondo il pieno ed integrale significato della parola, è diventato Capo della Chiesa, non altrimenti la Chiesa, per il Suo Sangue, si è arricchita di quella abbondantissima comunicazione dello Spirito, con la quale, in seguito all’elevazione e glorificazione del Figlio dell’uomo sul Suo patibolo del dolore, viene essa stessa divinamente illustrata. Allora infatti, come avverte Agostino (cfr. De pecc. orig., XXV, 29; Migne, P. L., XLIV, 400), squarciatosi il velo del tempio, avvenne che la rugiada dei carismi del Paraclito (discesa fino allora soltanto sul vello di Gedeone, cioè sul popolo d’Israele), essiccato ed abbandonato il vello, irrigasse tutta la terra, cioè la Chiesa Cattolica, la quale non sarebbe circoscritta da nessun termine di stirpe o di territorio. Come dunque, nel primo momento della incarnazione, il Figlio dell’Eterno Padre ornò con la pienezza dello Spirito Santo la natura umana che s’era sostanzialmente unita affinché fosse un adatto strumento della divinità nell’opera cruenta della Redenzione, così nell’ora della Sua morte preziosa volle la Sua Chiesa arricchita dei più abbondanti doni del Paraclito, affinché, nella distribuzione dei divini frutti della Redenzione, divenisse valido e perenne strumento del Verbo incarnato. Infatti, sia la missione giuridica della Chiesa, sia la potestà d’insegnare, di governare e di amministrare i Sacramenti, in tanto hanno forza e vigore soprannaturale per edificare il Corpo di Cristo, in quanto Gesù Cristo pendente dalla Croce aprì alla Sua Chiesa la fonte di quei doni divini, grazie ai quali essa non avrebbe mai potuto errare nell’insegnare agli uomini la sua dottrina, li avrebbe guidati salutarmente per mezzo di Pastori illuminati da Dio e li avrebbe colmati in abbondanza di grazie celesti. – Se poi consideriamo attentamente tutti questi misteri della Croce, non ci sono più oscure le parole con le quali l’Apostolo insegna agli Efesini che Cristo con il Suo Sangue fuse insieme i giudei e i gentili “annullando… nella Sua carne… la parete intermedia” con la quale i due popoli eran divisi; e che abolì l’Antica Legge “per formare in se stesso di due un solo uomo nuovo”, cioè la Chiesa, ed entrambi li riconciliasse a Dio in un Corpo per mezzo della Croce (cfr. Eph. II,14-16).

c) Promulgando la Chiesa nel giorno della Pentecoste

E quella Chiesa che fondò col suo sangue, la fortificò nel giorno della Pentecoste con una peculiare virtù scesa dall’alto. Era asceso al cielo, dopo aver solennemente costituito nel suo ufficio colui che già aveva designato quale Suo Vicario: e sedendo alla destra del Padre, volle manifestare e promulgare la Sua Sposa, nella discesa visibile dello Spirito Santo, con il rumore di un vento veemente e con lingue di fuoco (cfr. Act. II,1-4). Infatti, come Egli stesso, nell’iniziare la Sua missione apostolica, fu manifestato dal Padre Suo per mezzo dello Spirito Santo che discese e rimase su di Lui in forma di colomba (cfr. Luc. 111, 22; Marc. 1, l0) così ugualmente quando gli Apostoli stanno per iniziare il sacro ministero della predicazione, Cristo Signore mandò dal cielo il Suo Spirito, il quale, toccandoli con lingue di fuoco, indicasse loro come un dito divino, la missione e il compito soprannaturale della Chiesa.

Cristo è il «Capo» del Corpo

In secondo luogo, che il Corpo mistico della Chiesa si fregi del nome di Cristo, lo si rivendica dal fatto che in realtà egli da tutti debba essere per speciali ragioni ritenuto Capo della medesima. “Egli stesso — dice l’Apostolo — è il Capo del Corpo della Chiesa” (Col. I, 18). Egli è il Capo dal quale tutto il Corpo, convenientemente organizzato, cresce ed aumenta nella propria edificazione (cfr. Eph. IV, 16 coll.; Col. II, 19).  – Sapete certamente, Venerabili Fratelli, con quali belli e luminosi pensieri abbiano trattato questo argomento i Maestri della teologia scolastica, e specialmente l’angelico e comune Dottore; vi è senza dubbio noto che gli argomenti da lui apportati corrispondono fedelmente al principi dei Santi, i quali d’altronde non riportavano altro nei loro commenti e dissertazioni, se non il divino linguaggio della Scrittura.

a) Per motivo di eccellenza

Ci piace quindi trattarne brevemente per comune profitto. E dapprima, è evidente che il Figlio di Dio e della Beata Vergine deve chiamarsi Capo della Chiesa per uno specialissimo motivo di preminenza. Chi infatti è posto in luogo più alto di Cristo Dio, il quale, essendo Verbo dell’Eterno Padre, deve ritenersi “primogenito di ogni creatura”? (Col. 1, 15). Chi mai e situato in un vertice più alto di Cristo Dio, il quale, nato da una Vergine senza macchia, è vero e naturale Figlio di Dio e, per la prodigiosa e gloriosa resurrezione, è il “primogenito dei morti” (Col. I, 18; Apoc. I, 5), avendo trionfato della morte? Chi mai infine e stato collocato in sommità più eccelsa di colui che, come “unico mediatore di Dio e degli uomini”, (I Tim. II, 5), congiunge in modo davvero ammirevole la terra col cielo; che, esaltato sulla Croce come su di un soglio di misericordia, attirò a Sé tutte le cose (cfr. Jo. XII, 32); e che, eletto a figlio dell’uomo tra miriadi, e amato da Dio più di tutti gli uomini, di tutti gli angeli, di tutte le cose create? (cfr. Cyr. Alex. Comm. in Joh.: Migne, P. G., LXXIII, 69; S. Thom. I, q 20, a. 4 ad 1).

b) Per motivo di governo

Poiché Cristo occupa un posto tanto sublime, a buon diritto Egli solo regge e governa la Chiesa; e perciò anche per questo motivo deve essere assomigliato al capo. E infatti, come il capo (per servirCi delle parole di Ambrogio) è il “regale baluardo” del corpo (Hexæm., VI, 55; Migne, P. L., XIV, 265), e da esso, perché fornito delle doti migliori, vengono naturalmente dirette tutte le membra, alle quali è sovrapposto appunto affinché abbia cura di loro (cfr. August. De Agon. Christ., XX, 22, Migne P. L., XL, 301); così il divin Redentore tiene il supremo governo del Cristianesimo. E poiché il reggere una società di uomini non vuol dire altro che dirigerli al loro fine con provvidenza, con mezzi adeguati e con retti principi (cfr. S. Thom., I, q. 22, a. 14), è facile discernere come il nostro Salvatore, che si presenta come forma ed esemplare dei buoni Pastori (cfr. Jo. X, 1-13; I Petr. V, 1-5), eserciti in maniera davvero mirabile tutte queste funzioni. – Egli, infatti, mentre dimorava sulla terra, con leggi, consigli, ammonimenti, c’insegnò quella dottrina che mai non tramonterà e che sarà per gli uomini d’ogni tempo spirito e vita (cfr. Jo. VI, 63). Inoltre partecipò agli Apostoli e ai loro successori una triplice potestà: di insegnare, di governare e di condurre gli uomini alla santità, costituendo tale potestà, ben definita da precetti, diritti e doveri, come legge primaria della Chiesa universale.

… arcano e straordinario

Ma il nostro divin Salvatore dirige e governa anche direttamente da Sé la società da Lui fondata. Egli infatti regna nelle menti degli uomini, e al suo volere piega e costringe anche le volontà ribelli. “Il cuore del re è in mano a Dio, ed Egli lo piega a tutto ciò che vuole” (Prov. XXI, 1). E con questo governo interno Egli “pastore e vescovo delle anime nostre” (cfr. I Petr. 11, 25), non soltanto ha cura dei singoli, ma provvede anche alla Chiesa universale, sia quando illumina e corrobora i suoi governanti a sostenere fedelmente e fruttuosamente le mansioni proprie di ciascuno; sia quando (specialmente nelle circostanze più difficili) suscita dal grembo della Madre Chiesa uomini e donne che, spiccando col fulgore della santità, siano di esempio agli altri cristiani e di incremento al suo Corpo mistico. Inoltre, dal cielo Cristo guarda con amore peculiare alla sua Sposa intemerata, che s’affatica in questa terra d’esilio; e quando la vede in pericolo, la salva dai flutti della tempesta o per sé direttamente, o per mezzo dei suoi angeli (cfr. Act. VIII, 26; IX, 1-19; X, 1-7; XII, 3-10), o per opera di Colei che invochiamo Aiuto dei Cristiani ed anche degli altri celesti protettori; e, una volta sedatosi il mare, la colma di quella pace “che supera ogni senso” (Phil. IV, 7).

… in modo visibile e ordinario attraverso il Romano Pontefice

Non bisogna tuttavia credere che il Suo governo venga assolto soltanto in maniera invisibile (cfr. Leone XIII, Lettera Enciclica “Satis cognitum“) e straordinaria; mentre al contrario il divin Redentore governa il suo Corpo mistico anche in modo visibile e ordinario mediante il suo Vicario in terra. Sapete infatti, Venerabili Fratelli, come Cristo Dio, dopo aver governato in persona il “piccolo gregge” (Luc. XII, 32) durante il suo viaggio mortale, dovendo poi lasciare presto il mondo e ritornare al Padre, affidò al Principe degli Apostoli il governo visibile di tutta la società da Lui fondata . Da sapientissimo quale Egli era, non poteva mai lasciare senza un capo visibile il Corpo sociale della Chiesa che aveva fondata. Né ad intaccare una tale verità si può asserire che, per un primato di giurisdizione costituito nella Chiesa, un tale Corpo mistico sia stato provveduto di un duplice capo. Pietro infatti, in forza del primato, non è altro che un Vicario di Cristo: e in tal guisa si ha di questo Corpo un solo capo principale, cioè Cristo, il quale, pur continuando a governare arcanamente la Chiesa direttamente da Sé, visibilmente però, la dirige attraverso colui che rappresenta la Sua Persona, poiché, dopo la Sua gloriosa ascensione in cielo, non la lasciò edificata soltanto in Sé, ma anche in Pietro, quale fondamento visibile. Che Cristo e il Suo Vicario costituiscano un solo Capo, lo spiegò solennemente il Nostro Predecessore Bonifazio VIII d’immortale memoria con la sua Lettera Apostolica “Unam Sanctam” (cfr. Corp. Jur. Can., Extr. comm. I, 8, 1), e la medesima dottrina non cessarono mai di ribadire i suoi Successori. – Si trovano quindi in un pericoloso errore quelli che ritengono di poter aderire a Cristo, Capo della Chiesa, pur non aderendo fedelmente al suo Vicario in terra. Sottratto infatti questo visibile Capo e spezzati i visibili vincoli dell’unità, essi oscurano e deformano talmente il Corpo mistico del Redentore, da non potersi più ne vedere né rinvenire il porto della salute eterna.

… nelle singole Chiese attraverso i Vescovi

Ciò che qui abbiamo detto della Chiesa universale deve asserirsi anche delle comunità particolari dei cristiani, sia orientali, sia latine, le quali costituiscono una sola Chiesa cattolica. Poiché anch’esse sono governate da Gesù Cristo con la voce e l’autorità del Vescovo di ciascuna. Perciò i Vescovi non soltanto devono esser tenuti quali membra più eminenti della Chiesa universale, perché sono uniti al divin Capo di tutto il Corpo con un vincolo veramente singolare (onde con diritto son chiamati “le principali parti delle Membra del Signore” (Greg. Magn., Moral., XIV, 35, 43; Migne P. L., LXXV, 1062), ma anche in quanto riguarda la propria Diocesi, son veri pastori che guidano e reggono in nome di Cristo il gregge assegnato a ciascuno (cfr. Conc. Vat., Const. de Eccl., cap. 3). Ma mentre fanno ciò, non son del tutto indipendenti, perché sono sottoposti alla debita autorità del Romano Pontefice, pur fruendo dell’ordinaria potestà di giurisdizione comunicata loro direttamente dallo stesso Sommo Pontefice. Perciò essi, come successori degli Apostoli per divina istituzione (cfr. Cod. Jur. Can., can. 329,1), devono essere venerati dal popolo; e ai Vescovi, ornati del carisma dello Spirito Santo, più che ai governanti anche più elevati di questo mondo, si addice il detto: “Non toccate i miei unti” (I Paral. XVI, 22; Psal. CIV, 1.5).  – Sicché Ci addolora sommamente, quando Ci viene riferito che non pochi Nostri Fratelli nell’Episcopato, sol perché son veri modelli del gregge e custodiscono (cfr. I Petr. V, 3), con strenua fedeltà il sacro “deposito della fede” (cfr. I Tim. VI, 20) loro affidato, sol perché sostengono con zelo le santissime leggi scolpite da Dio negli animi umani e conforme all’esempio del supremo Pastore difendono dai lupi rapaci il gregge loro affidato, subiscono persecuzioni e vessazioni scagliate non soltanto contro di loro, ma (quel che è per essi più crudele e più grave) anche contro le pecorelle affidate alle loro cure, contro i loro compagni di apostolato e financo contro le vergini consacrate a Dio. Pertanto, reputando diretto contro di Noi stessi un tale affronto, ripetiamo la grande sentenza del Nostro Predecessore Gregorio Magno d’immortale memoria: “Il Nostro onore e l’onore della Chiesa universale; il Nostro onore e il solido vigore dei Nostri Fratelli; e allora Noi ci sentiamo veramente onorati, quando il debito onore non viene negato a ciascuno d’essi” (cfr. Ep. ad Eulog., 30; Migne, P. L., LXXVI, 993).

c) Per motivo di bisogni scambievoli

Né tuttavia bisogna credere che Cristo Capo, essendo posto in luogo così sublime, non voglia l’aiuto del Corpo. Si deve infatti asserire di questo Corpo mistico ciò che Paolo afferma del composto umano: “Il capo non può dire… ai piedi: voi non mi siete necessari” (1 Cor. XII, 21). Appare chiaramente che i cristiani hanno assolutamente bisogno dell’aiuto del divin Redentore, poiché Egli stessero ha detto: “Senza di me non potete far nulla” (Jo. XV, 5), e, secondo la dottrina dell’Apostolo, ogni incremento di questo Corpo mistico per la propria edificazione, dipende dal Capo Cristo (cfr. Eph. IV, 16; Col. II, 19). Tuttavia bisogna anche ritenere, benché a prima vista possa destar meraviglia, che anche Cristo ha bisogno delle Sue membra. Anzitutto perché la Persona di Gesù Cristo è rappresentata dal Sommo Pontefice, il quale per non essere aggravato dal peso dell’ufficio pastorale, deve rendere anche altri in molte cose partecipi della sua sollecitudine, e deve essere ogni giorno alleggerito dall’aiuto di tutta la Chiesa supplicante. Inoltre il nostro Salvatore, governando da Se stesso la Chiesa in modo invisibile, vuol essere aiutato dalle membra del Suo Corpo mistico nell’esecuzione dell’opera della Redenzione. Ciò veramente non accade per Sua indigenza e debolezza, ma piuttosto perché Egli stesso così dispose per maggiore onore dell’intemerata sua Sposa. Mentre infatti moriva sulla Croce, donò alla Sua Chiesa, senza nessuna cooperazione di essa, l’immenso tesoro della Redenzione; quando invece si tratta di distribuire tale tesoro, Egli non solo comunica con la Sua Sposa incontaminata l’opera dell’altrui santificazione, ma vuole che tale santificazione scaturisca in qualche modo anche dall’azione di lei. Mistero certamente tremendo, né mai sufficientemente meditato: che cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni, a questo scopo intraprese dalle membra del mistico Corpo di Gesù Cristo, e dalla cooperazione dei Pastori e dei fedeli, specialmente dei padri e delle madri di famiglia, in collaborazione col divin Salvatore. – Ai motivi esposti, dai quali risulta che Gesù Cristo deve essere chiamato Capo del suo Corpo sociale, bisogna aggiungerne altri tre, i quali si connettono tra loro con intimi vincoli.

d) Per motivo di similitudine

Incominciamo dalla conformità che osserviamo tra il Corpo e il Capo, essendo essi della medesima natura. A questo proposito bisogna avvertire che la nostra natura, benché inferiore all’angelica, tuttavia per bontà di Dio vince la natura degli angeli. “Cristo infatti — come osserva l’Aquinate — è Capo degli angeli. Poiché Cristo è al di sopra degli angeli, anche secondo l’umanità… E anche in quanto uomo illumina gli angeli e influisce in essi. Riguardo poi alla conformità della natura, Cristo non è Capo degli angeli, perché non assunse la natura degli Angeli, ma (secondo l’Apostolo) assunse il seme di Abramo” (Comm. in ep. ad Eph., cap. I, lect. 8; Hebr. II, 16-17). E non solo assunse la nostra natura, ma Cristo si fece anche nostro consanguineo in un corpo fragile e capace di soffrire e morire. Ora se il Verbo “si esinanì prendendo la forma di servo” (Phil. II, 7), ciò fece anche per rendere partecipi della divina natura (cfr. II Petr. I, 4) i suoi fratelli secondo la carne, sia nell’esilio terreno con la grazia santificante, sia nella patria celeste col possesso della beatitudine eterna Perciò l‘Unigenito dell’eterno Padre volle essere figlio dell’uomo affinché noi divenissimo conformi all’immagine del Figliuolo di Dio (cfr. Rom. VIII, 29) e ci rinnovassimo secondo l’immagine di Colui che Ci ha creati (cfr. Col. III, 10). Sicché tutti coloro che si gloriano del nome di Cristiani, non solo considerino il nostro divin Salvatore come il più alto e più perfetto esemplare di tutte le virtù, ma ne riproducano la vita e la dottrina nei propri costumi mediante una diligente fuga dal peccato e un diligentissimo esercizio della virtù, affinché quando apparirà il Signore, divengano simili a Lui nella gloria, vedendolo com’Egli è (cfr. I Jo. III, 2). – Gesù Cristo, come vuole che le singole membra siano simili a Lui, così anche il Corpo della Chiesa. Ciò certamente avviene quando essa, seguendo le vestigia del Suo Fondatore, insegna governa e immola il divin sacrificio. Essa inoltre, quando abbraccia i consigli evangelici, riproduce in sé la povertà, l’ubbidienza, la verginità del Redentore. Essa, per molteplici e varie istituzioni di cui si orna come di gemme, fa vedere in certo modo Cristo che contempla sul monte, che predica ai popoli, che guarisce gli ammalati e i feriti, che richiama sulla buona via i peccatori, che fa del bene a tutti. Nessuna meraviglia dunque se la Chiesa, finché rimane su questa terra, debba subire ad imitazione di Cristo persecuzioni, sofferenze e dolori.

e) Per motivo di pienezza

Inoltre Cristo deve ritenersi Capo della Chiesa, perché, eccellendo nella pienezza e nella perfezione dei doni soprannaturali, il Suo Corpo mistico attinge dalla Sua pienezza. Infatti (osservano molti Padri), come il capo del nostro corpo mortale gode di tutti i sensi, mentre le altre parti del nostro composto usufruiscono soltanto del tatto, così le virtù, i doni, i carismi, che sono nella società cristiana, risplendono tutti in modo perfettissimo nel suo Capo Cristo. “In Lui piacque (al Padre) che abitasse ogni pienezza” (Col. I, 19). Lo adornano quei doni soprannaturali che accompagnano l’unione ipostatica, giacché lo Spirito Santo abita in Lui con tale pienezza di grazia da non potersene concepire maggiore. A lui è stato conferito “ogni potere sopra ogni carne” (cfr. Jo. XVII, 2); copiosissimi sono in Lui “tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col. II, 3). E anche la visione beatifica vige in Lui talmente, che sia per ambito sia per chiarezza supera del tutto la conoscenza beatifica di tutti i Santi del cielo. E infine Egli è talmente ripieno di grazia e di verità, che della sua inesausta pienezza noi tutti riceviamo (cfr. Jo. I, 14-16).

f) Per motivo di influsso

Queste parole poi del discepolo prediletto di Gesù Ci muovono a trattare dell’ultima ragione per cui siamo in modo particolare costretti ad asserire che Gesù Cristo è il Capo del suo Corpo mistico. Come i nervi si diffondono dal capo in tutte le membra del nostro corpo, e danno loro facoltà di sentire e di muoversi, così il nostro Salvatore infonde nella Sua Chiesa la Sua forza e virtù, onde avviene che le cose divine siano dai fedeli più chiaramente conosciute e più avidamente desiderate. Da Lui scaturisce nel Corpo della Chiesa tutta la luce con cui i credenti sono illuminati da Dio, e tutta la grazia con cui divengono santi come è santo Egli stesso.

… illuminando

Cristo illumina tutta la sua Chiesa, come dimostrano quasi innumerevoli luoghi della Sacra Scrittura e dei Santi Padri. “Nessuno ha veduto mai Dio: il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, ce l’ha fatto conoscere” (cfr. Jo. I, 18). Venendo da Dio in qualità di Maestro (cfr. Jo. III, 2) per rendere testimonianza alla verità (cfr. Jo. XVIII, 37), illuminò talmente con la Sua luce la primitiva Chiesa degli Apostoli, che il Principe degli Apostoli esclamò: “Signore, da chi andremo? tal hai parole di vita eterna” (cfr. Jo. VI, 68), dal cielo assistette gli Evangelisti in modo che essi scrissero, come membra di Cristo, quasi sotto la dettatura del Capo (cfr. August. De cons. evang., I, 35, 54; Migne, P. L., XXXIV, 1070). Egli tuttora è l’Autore della nostra Fede in questa terra d’esilio, come ne sarà il consumatore nella patria celeste (cfr. Hebr. XII, 2). Egli infonde nei fedeli il lume della Fede; Egli arricchisce divinamente i Pastori e i Dottori, e specialmente il suo Vicario in terra, dei doni soprannaturali della scienza, dell’intelletto e della sapienza affinché custodiscano fedelmente il tesoro della Fede, lo difendano strenuamente, e pienamente lo spieghino e diligentemente lo ravvivino; Egli infine, sebbene non visto, presiede e guida i Concili della Chiesa (cfr. Cyr. Alex., Ep. 55 de Symb; Migne, P. G., LXXVII, 293).

… donando la santità

Cristo è causa prima ed efficiente della santità, giacché non vi può essere nessun atto salutare se non promani da Lui come da fonte suprema: “Senza di Me, Egli ha detto, voi non potete far nulla” (cfr. Jo. XV, 5). Se, per i peccati commessi, il nostro animo è mosso dal dolore e dalla penitenza, se con timore e speranza filiale ci rivolgiamo a Dio, è sempre la Sua forza che ci spinge. La grazia e la gloria nascono dalla inesausta pienezza. Il nostro Salvatore arricchisce di continuo tutte le membra del Suo Corpo mistico e specialmente le più eminenti, con i doni del consiglio, della fortezza, del timore e della pietà, affinché tutto il Corpo aumenti sempre di più nella santità e nella integrità della vita. E quando dalla Chiesa vengono amministrati con rito esteriore i Sacramenti, è Lui che produce l’effetto interiore (cfr. S. Thom. III, q. 64, a. 3). È Lui che nutrendo i redenti con la propria Carne e con il proprio Sangue, seda i moti concitati e turbolenti dell’animo. È Lui che aumenta la grazia e prepara alle anime e ai corpi il conseguimento della gloria. – Siffatti tesori della divina bontà, li partecipa alle membra del Suo Corpo mistico, non solo perché li impetra dall’eterno Padre quale Vittima eucaristica sulla terra e quale Vittima glorificata nel cielo, col pregare per noi e mostrare le Sue piaghe, ma ancora perché Egli stesso sceglie, determina e distribuisce a ciascuno le grazie “secondo la misura del dono di Cristo” (Eph. VI, 7). Ne segue che dal divin Redentore come da fonte principale “tutto il corpo ben composto e connesso per l’utile concatenazione delle articolazioni efficacemente, nella misura di ciascuna delle sue parti, compie il suo sviluppo per la edificazione di se stesso” (Eph. IV, 16; Col. II, 19).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – MYSTICI CORPORIS CHRISTI (1)

Iniziamo oggi a leggere una delle Lettere Encicliche più importanti della storia della Chiesa, la Mystici Corporis Christi di Pio XII, con la quale viene descritto in modo dottrinalmente perfetto la Costituzione del Corpo Mistico di Cristo, cioè la Chiesa Cattolica, l’unica vera Chiesa che è stata divinamente fondata da Gesù-Cristo; viene trattata compiutamente “… la dottrina del Corpo mistico di Cristo e della unione dei fedeli con il divino Redentore nello stesso Corpo, ricavando al tempo stesso dalla medesima dottrina alcuni ammaestramenti, per cui una più alta investigazione di questo mistero produca frutti sempre più abbondanti di perfezione”. – La lettera, quasi una catechesi ottimamente strutturata è organizzata, secondo una progressione montante, in capitoli e paragrafi che sapientemente si succedono in stretta concatenazione: 1. La chiesa è un «corpo»: unico, indiviso, visibile; composto organicamente e gerarchicamente; dotato di organi vitali, ossia di Sacramenti; formato da membri determinati, non esclusi i peccatori. – 2. La Chiesa è il corpo «di Cristo»; a) Cristo fu il «fondatore» di questo corpo; con la predicazione evangelica, con le sofferenze della croce, con la promulgazione della Chiesa nel giorno di Pentecoste; b) Cristo è il «capo» di questo Corpo; c) Cristo è il «sostentatore» di questo Corpo; d) Cristo è il «conservatore» di questo Corpo. – 3. La Chiesa è il Corpo di Cristo mistico» (corpo mistico e corpo fisico; corpo mistico e corpo solo morale). – 4. La Chiesa giuridica e la Chiesa della carità. – Parte II: L’unione dei fedeli con Cristo: Vincoli giuridici e sociali. – 2. Virtù teologiche. – 3. L’inabitazione dello Spirito Santo. – 4. L’Eucaristia, segno di unità. – Parte III: Esortazione pastorale: 1. Errori della vita ascetica: falso misticismo, falso quietismo, errori circa la Confessione sacramentale e l’orazione. – 2. Esortazione ad amare la Chiesa: d’un Amore forte, vedendo Cristo nella Chiesa, imitando l’amore di Cristo verso la Chiesa. – Epilogo: La Beata Vergine Maria.

Leggiamola e meditiamola con estrema attenzione, dal momento che far parte della “vera” Chiesa Cattolica, seguirne tutti gli insegnamenti pedissequamente, è “condicio sine qua non” per accedere all’eterna salvezza.

PIO PP. XII

LETTERA ENCICLICA

MYSTICI CORPORIS CHRISTI

AI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E ALTRI ORDINARI AVENTI PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA:
DEL CORPO MISTICO DI GESÙ CRISTO
E DELLA NOSTRA UNIONE IN ESSO CON CRISTO

[Parte I]

VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Introduzione.

La dottrina sul Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa (cfr. Col. I, 24), dottrina attinta originariamente al labbro stesso del Redentore e che pone nella vera luce il gran bene (mai abbastanza esaltato) della nostra strettissima unione con sì eccelso Capo, è tale senza dubbio che, per la sua eccellenza e dignità, invita tutti gli uomini che son mossi dal divino Spirito a studiarla e, illuminandone la mente, fortemente li spinge a quelle opere salutari che corrispondono ai suoi precetti. Reputiamo perciò Nostro compito il trattenerCi con voi su questo argomento, svolgendo e dichiarandone quei punti specialmente che riguardano la Chiesa militante. Al che Ci muove non solo l’insigne grandezza di questa dottrina, ma anche lo stato presente dell’umanità. – Intendiamo infatti di parlare delle ricchezze riposte nel seno di quella Chiesa che fu acquistata da Cristo con il proprio sangue (Act. XX, 28) e le cui membra si gloriano di un Capo redimito di spine. Circostanza, questa, che è una prova evidente di come le cose più gloriose ed esimie nascano soltanto dal dolore; dobbiamo quindi godere per la nostra partecipazione alla passione di Cristo, affinché possiamo poi rallegrarci ed esultare quando si manifesterà la sua gloria (cfr. I Petr. IV, 13). Rileviamo sin dall’inizio che, come il Redentore del genere umano ricevette persecuzioni, calunnie c tormenti da quei medesimi la cui salvezza s’era addossata, così la società da lui costituita si assomiglia anche in questo al suo divin Fondatore. Non neghiamo, è vero, che anche in questa nostra età turbolenta non pochi, benché separati dal gregge di Cristo, guardano alla Chiesa come all’unico porto di salvezza (e lo riconosciamo con gratitudine verso Dio); ma sappiamo pure che la Chiesa di Dio è dispregiata e con superba ostilità calunniata da coloro che, abbandonata la luce della cristiana sapienza, ritornano miseramente alle dottrine, ai costumi, alle istituzioni dell’antichità pagana; spesso anzi è ignorata, trascurata e tenuta in fastidio da molti cristiani, o allettati da errori di finta bellezza, o adescati dalle attrattive e depravazioni del mondo. Per dovere quindi di coscienza, o Venerabili Fratelli, e per assecondare il desiderio di molti, porremo sotto gli occhi di tutti ed esalteremo la bellezza, le lodi e la gloria della Madre Chiesa alla quale, dopo Dio, tutto dobbiamo. – C’è da sperare che questi Nostri precetti ed esortazioni, nelle presenti circostanze, produrranno nei fedeli frutti molto abbondanti, poiché sappiamo che tante sventure e dolori del nostro procelloso tempo dai quali sono acerbamente tormentati innumerevoli uomini, se vengono accettati dalle mani di Dio con serena rassegnazione, convertono per un certo impulso naturale gli animi dalle cose terrene e instabili alle celesti ed eterne, suscitando in essi un’arcana sete e un intenso desiderio delle realtà spirituali: stimolati così dal divino Spirito, vengono eccitati e quasi sospinti a cercare con maggiore diligenza il Regno di Dio. Infatti, a misura che gli uomini si distolgono dalle vanità di questo mondo e dall’affetto disordinato delle cose presenti, si rendono più atti a percepire la luce dei misteri soprannaturali. E forse oggi più chiaramente che mai si vede la instabilità e inanità delle cose terrene, mentre i regni e le nazioni vanno in rovina, ingenti beni e ricchezze d’ogni genere vengono sommersi nelle profondità degli oceani, città, villaggi e fertili terre son coperti di rovine e insanguinate di stragi fraterne. Confidiamo inoltre che neppure a coloro che sono fuori del grembo della Chiesa Cattolica saranno ingrate né inutili le verità che stiamo per esporre intorno al Corpo mistico di Cristo. E ciò non solo perché la loro benevolenza verso la Chiesa sembra aumentare di giorno in giorno, ma anche perché essi stessi, mentre osservano le nazioni insorgere contro le nazioni, i regni insorgere contro i regni, e crescere smisuratamente le discordie, le invidie e i motivi di odio, se poi rivolgono gli occhi alla Chiesa e considerano la sua unità d’origine divina (in virtù della quale tutti gli uomini d’ogni stirpe vengono congiunti da fraterno vincolo con Cristo), allora certamente son costretti ad ammirare questa grande famiglia fomentata dall’amore, e con l’ispirazione e il soccorso della Grazia divina vengono attirati a partecipare della stessa unità e carità. Vi è anche una ragione particolare, tanto cara e dolce, per cui questo punto di dottrina si presenta con sommo diletto alla Nostra mente. Durante il passato venticinquesimo anno del Nostro Episcopato, con grandissimo compiacimento osservammo una cosa che fece luminosamente risplendere in tutte le parti della terra l’immagine del Corpo mistico di Gesù Cristo: mentre cioè una micidiale e diuturna guerra aveva miseramente infranto la fraterna comunanza delle genti, dovunque Noi abbiamo dei figli in Cristo, tutti, con una sola volontà ed affetto, hanno elevato il pensiero verso il Padre comune che governa in così avversa tempesta la nave della Chiesa Cattolica, portando nel cuore le sollecitudini e le ansietà di tutti. In questa circostanza notammo non soltanto la mirabile unione della famiglia cristiana, ma anche questo fatto innegabile: che come Noi stringiamo al Nostro cuore paterno i popoli di qualsiasi nazione, così da ogni parte i cattolici, benché appartenenti a popoli fra loro belligeranti, guardano al Vicario di Cristo come all’amantissimo Padre di tutti, il quale, ispirato da assoluta imparzialità e da incorrotto giudizio per ambo le parti ed elevandosi al di sopra delle procelle delle umane passioni, prende con tutte le forze la difesa della verità, della giustizia, della carità. Né Ci ha apportato minore consolazione l’aver appreso ch’è stata raccolta spontaneamente e volonterosamente una somma per innalzare in Roma un sacro tempio dedicato al Nostro santissimo Predecessore e Patrono onomastico, il Papa Eugenio I. Pertanto, come questo tempio, da erigersi per volere ed elargizioni di tutti i fedeli, farà perenne ricordo di questo faustissimo evento, così desideriamo che questa Lettera Enciclica renda testimonianza del Nostro animo grato; poiché in essa si tratta appunto di quelle vive pietre umane, le quali, edificate sulla pietra angolare che è Cristo, vengono a formare quel sacro tempio di gran lunga più eccelso d’ogni altro tempio costruito dalle mani, l’abitazione cioè di Dio nello Spirito (cfr. Eph. II, 21-22; I Petr. II, 5). – La Nostra sollecitudine pastorale poi è il principale motivo che Ci fa trattare con una certa ampiezza di questa eccelsa dottrina. Molti punti sono stati messi in luce su questo argomento, né ignoriamo che parecchi si applicano oggi con grande attività al suo studio, donde viene anche fomentata ed alimentata la pietà cristiana. Il che sembra attribuirsi specialmente al fatto che il rinato studio della sacra liturgia, l’uso invalso di accostarsi con maggior frequenza alla Mensa eucaristica e il culto del Cuore sacratissimo di Gesù, che godiamo di veder più diffuso, hanno indotto gli animi di molti ad una più accurata indagine delle investigabili ricchezze di Cristo che si trovano nella Chiesa. A collocare poi questo argomento nella sua luce, molto influirono gli insegnamenti che in questi ultimi tempi furono pubblicati intorno all’Azione Cattolica, i quali resero più stretti i vincoli dei cristiani tra loro e con la Gerarchia ecclesiastica, particolarmente con il Romano Pontefice. Tuttavia, se a buon diritto possiamo godere di quanto abbiamo accennato, pure non si deve negare che circa questa dottrina non solo si spargono gravi errori da coloro che sono separati dalla vera Chiesa, ma si diffondono anche tra i fedeli teorie inesatte o addirittura false, che deviano le menti dal retto sentiero della verità. – Infatti, da una parte perdura il falso razionalismo il quale ritiene completamente assurdo ciò che trascende le forze dell’ingegno umano, e gli associa un altro errore affine (il cosiddetto naturalismo volgare), il quale non vede né vuol riconoscere altro nella Chiesa di Cristo all’infuori dei vincoli puramente giuridici e sociali; dall’altra parte si va introducendo un falso misticismo il quale falsifica la Sacra Scrittura, sforzandosi di rimuovere gli invariabili confini fra le cose create e il Creatore. – Intanto questi falsi ritrovati, opposti tra loro, conducono a questo effetto: alcuni, atterriti da un certo infondato timore, considerano una così elevata dottrina come cosa pericolosa e perciò indietreggiano davanti ad essa, come dal pomo del Paradiso, bello sì, ma proibito. Niente affatto: i misteri rivelati da Dio non possono essere nocivi agli uomini, ne devono restare infruttuosi come un tesoro nascosto nel campo; ma sono stati rivelati appunto pur il vantaggio spirituale di chi piamente li medita. Infatti, come insegna il Concilio Vaticano, “quando la ragione, illuminata dalla fede, indaga con pia e sobria diligenza, può raggiungere, concedendolo Iddio, sufficiente ed utilissima intelligenza dei misteri: sia per analogia con ciò che conosce naturalmente, sia per il nesso dei misteri stessi tra di loro e con il fine ultimo dell’uomo”; quantunque l’umana ragione, come lo stesso sacro Sinodo ammonisce, “non si rende mai atta a penetrarli con la stessa chiarezza di quelle verità che costituiscono il suo naturale oggetto” (Sessio III, Const. de Fide Catholica, c. 4). – Avendo pertanto maturamente considerato queste cose al cospetto di Dio: affinché la bellezza della Chiesa rifulga di nuova gloria, affinché la conoscenza della singolare e soprannaturale nobiltà dei fedeli congiunti nel Corpo di Cristo col proprio Capo, si diffonda, e inoltre affinché sia precluso l’adito ai molteplici errori su questo argomento, abbiamo creduto Nostro dovere pastorale esporre a tutto il popolo cristiano, con questa Lettera Enciclica, la dottrina del Corpo mistico di Cristo e della unione dei fedeli con il divino Redentore nello stesso Corpo, ricavando al tempo stesso dalla medesima dottrina alcuni ammaestramenti, per cui una più alta investigazione di questo mistero produca frutti sempre più abbondanti di perfezione.

PARTE PRIMA

LA CHIESA È IL CORPO MISTICO DI CRISTO

Considerando l’origine di questa dottrina Ci sovvengono sin dall’inizio le parole dell’Apostolo: “Dove abbondò il peccato, sovrabbonda la grazia” (Rom. V, 20). Risulta infatti che il padre di tutto il genere umano fu costituito da Dio in sì eccelsa condizione da tramandare ai posteri, insieme con la vita terrena, anche quella superna della grazia celeste. Sennonché, dopo la misera caduta di Adamo, tutta la stirpe umana, infetta dalla macchia ereditaria del peccato, perdette la partecipazione alla natura di Dio (cfr. II Petr. 1, 4), e tutti diventammo figli dell’ira divina (Eph. II, 5). Ma il misericordiosissimo Iddio “amò talmente il mondo, da dare il Suo unigenito Figlio” (Jo. III, 16), e il Verbo dell’eterno Padre con identico divino amore si assunse dalla progenie di Adamo l’umana natura, innocente però e senza macchia di colpa, affinché dal nuovo Adamo celeste scorresse la grazia dello Spirito Santo in tutti i figli del progenitore. I quali, dopo essere stati privati della figliolanza adottiva di Dio a causa del primo peccato, diventati per l’incarnazione del Verbo fratelli secondo la carne del Figlio unigenito di Dio, hanno ricevuto anch’essi il potere di essere figli di Dio (cfr. Jo. I, 12). E così Gesù pendente dalla Croce non solo risarcì la violata giustizia dell’eterno Padre, ma meritò per noi suoi consanguinei un’ineffabile abbondanza di grazie. Egli avrebbe potuto elargirla da sé a tutto il genere umano; ma volle farlo per mezzo di una Chiesa visibile, nella quale gli uomini si riunissero allo scopo di cooperare tutti con Lui e per mezzo di essa a comunicare vicendevolmente i divini frutti della Redenzione. Come infatti il Verbo di Dio, per redimere gli uomini con i suoi dolori e tormenti, volle servirsi della nostra natura, quasi allo stesso modo, nel decorso dei secoli, si serve della Sua Chiesa per continuare perennemente l’opera incominciata (cfr. Conc. Vat., Const. de Eccl., prol.). – Pertanto, a definire e descrivere questa verace Chiesa di Cristo (che e la Chiesa Santa, Cattolica, Apostolica Romana) (cfr. ibidem, Const. de Fide cath., cap. l), nulla si trova di più nobile, di più grande, di più divino che quella espressione con la quale essa vien chiamata “il Corpo mistico di Gesù Cristo”; espressione che scaturisce e quasi germoglia da ciò che viene frequentemente esposto nella Sacra Scrittura e nei Santi Padri.

LA CHIESA È UN «CORPO»


unico, indiviso, visibile

Che la Chiesa sia un corpo, lo bandiscono spesso i Sacri Testi. “Cristo — dice l’Apostolo — è il Capo del Corpo della Chiesa” (Col. I, 18) orbene, se la Chiesa è un corpo, è necessario che esso sia uno ed indiviso, conforme al detto di Paolo: “Molti siamo un solo corpo in Cristo” (Rom. XII, 5). Né dev’essere soltanto uno e indiviso, ma anche concreto e percepibile, come afferma il Nostro Antecessore Leone XIII di f. m. nella sua Lettera Enciclica “Satis cognitum“: “Per il fatto stesso che è corpo, la Chiesa si discerne con gli occhi” (cfr. A. S. S., XXVIII, pag. 170). Perciò si allontanano dalla verità divina coloro che si immaginano la Chiesa come se non potesse né raggiungersi ne vedersi, quasi che fosse una cosa “pneumatica” (come dicono) per la quale molte comunità di Cristiani, sebbene vicendevolmente separate per fede, tuttavia sarebbero congiunte tra loro da un vincolo invisibile. – Ma il corpo richiede anche moltitudine di membri, i quali siano talmente tra loro connessi da aiutarsi a vicenda. E come nel nostro mortale organismo, quando un membro soffre, gli altri si risentono del suo dolore e vengono in suo aiuto, così nella Chiesa i singoli membri non vivono ciascuno per sé, ma porgono anche aiuto agli altri, offrendosi scambievolmente collaborazione, sia per mutuo conforto sia per un sempre maggiore sviluppo di tutto il Corpo.

composto «organicamente» e «gerarchicamente»

Inoltre, come nella natura delle cose il corpo non è costituito da una qualsiasi congerie di membra, ma deve essere fornito di organi, ossia di membra che non abbiano tutte il medesimo compito, ma siano debitamente coordinate; così la Chiesa, per questo specialmente deve chiamarsi corpo, perché risulta da una retta disposizione e coerente unione di membra fra loro diverse. Né altrimenti l’Apostolo descrive la Chiesa, quando dice: “Come in un sol corpo abbiamo molte membra, e non tutte le membra hanno la stessa azione, così siamo molti un sol corpo in Cristo, e membra gli uni degli altri” (Rom. XII, 4). – Non bisogna però credere che questa organica struttura della Chiesa sia costituita dai soli gradi della Gerarchia e, ad essi limitata, consti unicamente di persone carismatiche (benché Cristiani forniti di doni prodigiosi non mancheranno mai alla Chiesa). Bisogna, sì, ritenere in ogni modo che quanti usufruiscono della Sacra Potestà, sono in un tal Corpo membri primari e principali, poiché per loro mezzo, in virtù del mandato stesso del Redentore i doni di dottore, di re, di sacerdote, diventano perenni. Ma giustamente i Padri della Chiesa, quando lodano i ministeri, i gradi, le professioni, gli stati, gli ordini, gli uffici di questo Corpo, hanno presenti sia coloro che furono iniziati ai sacri Ordini, sia coloro che, abbracciati i consigli evangelici, conducono o una vita operosa tra gli uomini o una vita nascosta nel silenzio o una vita che l’una e l’altra congiunge secondo il proprio istituto; sia coloro che nel secolo si dedicano con volontà fattiva alle opere di misericordia per venire in aiuto alle anime e ai corpi; e infine coloro che son congiunti in casto matrimonio. Anzi, specialmente nelle attuali condizioni, i padri e le madri di famiglia, i padrini e le madrine di Battesimo, e in particolare quei laici che collaborano con la Gerarchia ecclesiastica nel dilatare il regno del divin Redentore, tengono nella società cristiana un posto d’onore, per quanto spesso nascosto, e anch’essi, ispirati ed aiutati da Dio, possono ascendere al vertice della più alta santità, la quale, secondo le promesse di Gesù Cristo, non mancherà mai nella Chiesa.

dotato di mezzi vitali di santificazione
ossia di Sacramenti

Come poi vediamo il corpo umano adorno di mezzi propri con cui provvedere alla vita, alla sanità e all’incremento dei suoi singoli membri, così il Salvatore del genere umano, per sua infinita bontà, provvide in modo mirabile il suo Corpo mistico di Sacramenti, con i quali le membra, quasi attraverso gradi non interrotti di grazie, fossero sostentate dalla culla all’estremo anelito e si sovvenisse con ogni abbondanza alle necessità sociali di tutto il Corpo. Giacché, per il lavacro dell’acqua battesimale, coloro che sono nati a questa vita mortale non solo rinascono dalla morte del peccato e divengono membra della Chiesa, ma sono altresì insigniti di un carattere spirituale, e sono resi capaci di ricevere gli altri Sacramenti. Con il crisma della Confermazione, viene infusa nei credenti una nuova forza, per difendere la Madre Chiesa e custodire quella Fede che da lei ricevettero. Con il Sacramento della Penitenza, si offre una salutare medicina ai membri della Chiesa caduti in peccato, non soltanto per provvedere alla loro salute, ma anche por rimuovere il pericolo di contagio degli altri membri del corpo mistico, ai quali si offrirà anzi un esempio incitante a virtù. Non basta: poiché con la Sacra Eucaristia i fedeli vengono nutriti e corroborati ad uno stesso convito e vengono uniti da un vincolo ineffabile divino fra di loro e col Capo di tutto il Corpo. Infine, agli uomini che si trovano nel languore della morte, la pia Madre Chiesa viene daccanto, e con la sacra Unzione degli infermi, se non sempre, perché così il Signore dispone, ridona al corpo la sanità, offre tuttavia una suprema medicina all’animo ferito, trasmettendo al cielo nuovi cittadini e procurando alla terra nuovi protettori, che per tutti i secoli godranno della divina bontà. – Alle necessità sociali della Chiesa, Cristo provvide in modo particolare con l’istituzione di altri due Sacramenti. Con il Matrimonio infatti, in cui i coniugi sono a vicenda ministri della grazia, si provvede ordinatamente all’accrescimento esterno del consorzio cristiano; e ciò che più importa, alla retta e religiosa educazione della prole, senza la quale un tal Corpo mistico andrebbe incontro a gravissimi pericoli. Con il sacro Ordine poi si consacrano per sempre al servizio di Dio coloro che son destinati a offrire l’Ostia eucaristica, a nutrire il gregge dei fedeli col Pane degli angeli e col pascolo della dottrina, a dirigerli con i precetti e i consigli divini, e a confermarlo nella fede con altri uffici superni. – A questo proposito, si deve aver presente che siccome Dio fin dall’inizio dei tempi formò l’uomo con un corpo fornito dei mezzi necessari a sottomettere le cose create, affinché moltiplicandosi, riempisse la terra, così fin dall’inizio dell’età cristiana provvide la Chiesa dei mezzi opportuni affinché superati innumerevoli pericoli riempisse non solo tutto l’orbe terrestre, ma anche i regni celesti.

formato da membri determinati

In realtà, tra i membri della Chiesa bisogna annoverare esclusivamente quelli che ricevettero il lavacro della rigenerazione, e professando la vera Fede, né da se stessi disgraziatamente si separarono dalla compagine di questo Corpo, né per gravissime colpe commesse ne furono separati dalla legittima autorità. “Poiché — dice l’Apostolo — in un solo spirito tutti noi siamo stati battezzati per essere un solo corpo, o giudei o gentili, o servi, o liberi” (I Cor. XII, 13). Come dunque nel vero ceto dei fedeli si ha un sol Corpo, un solo Spirito, un solo Signore e un solo Battesimo, così non si può avere che una sola Fede (cfr. Eph. IV, 5), sicché chi abbia ricusato di ascoltare la Chiesa, deve, secondo l’ordine di Dio, ritenersi come etnico e pubblicano (cfr. Matth. XVIII, 17). Perciò quelli che son tra loro divisi per ragioni di fede o di governo, non possono vivere nell’unita di tale Corpo e per conseguenza neppure nel suo divino Spirito.

senza esclusione dei peccatori

Neppure deve ritenersi che il Corpo della Chiesa, appunto perché e fregiato del nome di Cristo, anche nel tempo del terreno pellegrinaggio sia composto soltanto di membri che si distinguono nella santità, o di coloro che son predestinati da Dio alla felicità eterna. Infatti si deve attribuire all’infinita misericordia del nostro Salvatore che non neghi ora un posto nel suo mistico Corpo a coloro cui una volta non negò un posto nel convito (cfr. Matth. IX, 11; Marc. 11, 16; Luc. XV, 2). Poiché non ogni delitto commesso, per quanto grave (come lo scisma, l’eresia, l’apostasia) è tale che di sua natura separi l’uomo dal Corpo della Chiesa. Né si estingue ogni vita in coloro che, pur avendo perduto con il peccato la carità e la grazia divina sì da non essere più capaci del premio soprannaturale, conservano tuttavia la Fede e la speranza cristiana, e, illuminati da luce celeste, da interni consigli e impulsi dello Spirito Santo, sono spinti a concepire un salutare timore e vengono eccitati a pregare e a pentirsi dei propri peccati. – Aborriscano quindi tutti il peccato, con il quale vengono macchiate le mistiche membra del Redentore; ma chi dopo aver miseramente mancato, non si rende con la propria ostinatezza indegno della comunione dei fedeli, sia ricevuto con sommo amore, e in lui si ravvisi con carità fattiva un membro infermo di Gesù Cristo. È infatti preferibile, come avverte il Vescovo d’Ippona, “essere risanati nella compagine della Chiesa, anziché esser tagliati dal suo corpo a guisa di membra inguaribili” (August. Epist., CLVII, 3, 22; Migne, P. L., XXIII, 686). “Finché una parte aderisce al corpo, la sua guarigione non è disperata; ciò che invece fu reciso, non può né curarsi né guarirsi” (August. Serm., CXXXVII, 1; Migne, P. L., XXXVIII, 754).

[I – Continua …]

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO:

Questa lettera Enciclica di S. S. il Beato Pio IX, si apre con un magnifico elogio alla Cattedra di S. Pietro, pietra fondante ed unica garanzia della Chiesa di Cristo, delle dottrina, della morale e della liturgia cattolica, cioè unica garanzia di salvezza eterna: « … gli stessi, invero, non hanno mai cessato di insegnare che vi è “un solo Dio, un solo Cristo, una sola Chiesa, una sola Cattedra fondata su Pietro per volontà del Signore, e che su tale pietra, come su solidissimo macigno, è stata costruita, in tutta la sua grandezza, la mole della comunità cristiana. Invero, questa Cattedra di Pietro (sempre così chiamata e definita) è unica e prima per i suoi pregi; splende in tutto il mondo per il suo primato; è radice e matrice da cui deriva l’unità sacerdotale; è madre e maestra (e non solo vertice) di tutte le Chiese; è metropoli di pietà, in cui è integra e perfetta la saldezza della religione cristiana e in cui sempre primeggiò il Principato della Cattedra Apostolica; è fondata su quella pietra che le superbe porte degli inferi non abbattono e per la quale gli Apostoli profusero tanta dottrina e sangue; da essa si diffondono nei confronti di tutti le leggi che presiedono a una venerabile comunione; ad essa occorre prestare totale obbedienza e onore; chi l’abbandona, vanamente confida di appartenere alla Chiesa; fuori di essa, è profano chi si ciba d’agnello. E inoltre Pietro, che nella propria Sede vive e governa, offre ai postulanti la verità della fede; Pietro che vive fino ad oggi e sempre nei suoi Successori e pratica la giustizia, ha detto per bocca di Leone che il Romano Pontefice detiene il primato su tutta la terra, è il Successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, è il vero Vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, Padre e Dottore di tutti i Cristiani ». Tale è appunto la premessa nel trattare l’argomento di questo documento, che è la conferma dei Riti Orientali, e di altri particolari già approvati dal solenne Magistero pontificio, Riti ovviamente nei quali non ci siano errori a proposito della fede o della purezza dei costumi « … invero non contrasta affatto con l’unità della Chiesa Cattolica la molteplice varietà dei sacri e legittimi riti, ché anzi concorre ad accrescere la dignità, la maestà, il decoro e lo splendore della stessa Chiesa. » (…) « era loro precisa volontà di preservare intatti i riti delle Chiese Orientali purché in essi non si insinuasse qualche errore a proposito della Fede Cattolica o della purezza dei costumi ». In tal modo il Santo Padre, lasciava facoltà agli Orientali convertiti al Cattolicesimo di conservare i propri riti senza essere obbligati all’osservanza di quelli in uso presso la Chiesa romana. – L’importanza del documento, per questi nostri tempi di apostasia spudorata e manifesta dalla fede e dai riti Cattolici, è evidente, nel senso che qualsiasi rito, anche orientale, officiato da un Sacerdote validamente consacrato (secondo le formule pre-68 da Vescovi non massoni, e validi pre-68), di stretta osservanza cattolica, in unione con la Cattedra di Pietro, vale a dire “una cum” il Santo Padre impedito in esilio, S. S. Gregorio XVIII, è assolutamente valido, legittimo e lecito sotto ogni riguardo. Non c’è quindi alcun timore alla partecipazione di tali riti, non si incorre in alcuna censura né scomunica in violazione dei Canoni tridentini o dei Canoni del C. J. C. – 1917, come partecipando ai falsi riti rosacrociani del satanico novus ordo (nei quali le scomuniche sono praticamente in numero incalcolabile), o in quelli dei sedevacantisti o delle “fraternità” falsamente ed invalidamente consacrati da non-chierici di estrazione massonica (si pensi ai cavalieri Kadosh e figliocci!!), e nella inosservanza totale di tutti i Canoni della giurisdizione e del mandato Apostolico, … e qui ci sono solo anti-sacramenti del demonio che aprono ampi spazi alla eterna dannazione. Leggiamo quindi la Lettera e adeguiamoci alle conclusioni che possiamo legittimamente trarne.    

S. S. Pio IX
Amantissimus humani

Amantissimo del genere umano, Cristo Redentore e Signore, Figlio Unigenito di Dio, volendo (come Vi è ben noto, Venerabili Fratelli) liberare tutti gli uomini dalla schiavitù del demonio, dal giogo del peccato e richiamarli dalle tenebre alla Sua meravigliosa luce e farli salvi, cancellò il decreto, a noi avverso, affiggendolo alla croce; formò e istituì la Chiesa Cattolica, conquistata con il suo sangue, come la sola dimora del Dio vivo (1Tm III,15), il solo regno dei cieli (Mt XIII; ecc.)o come la sola città posta sopra il monte (Mt V, 14) o come il solo ovile (Gv X,16) e il solo corpo consistente e vivente di un solo spirito, unito e congiunto da una sola fede, speranza e carità e dagli stessi vincoli sacramentali, religiosi, dottrinali (Ef. IV, 4), e dotò poi la Chiesa di reggitori da Lui nominati e scelti e stabilì che essa, così da Lui creata e istituita, perdurasse finché il mondo stesso non crolli e perisca. Decretò inoltre che la Chiesa avrebbe abbracciato tutti i popoli e le nazioni dell’orbe terracqueo, affinché gli uomini di ogni razza accogliessero la sua divina religione e la sua grazia, conservandole fino all’ultimo respiro onde conseguire la salvezza e la gloria eterna. Affinché questa unità di fede e di dottrina fosse sempre conservata nella Sua Chiesa, scelse tra tutti uno solo, Pietro, che designò come Principe degli Apostoli e Suo Vicario in terra, inespugnabile fondamento e capo della Sua Chiesa, così che, sovrastando su tutti sia per il grado di nobiltà, sia per l’ampiezza e il prestigio dell’autorità, del potere e della giurisdizione, pascesse le pecore e gli agnelli, rincuorasse i Fratelli, reggesse e governasse la Chiesa universale. Cristo volle pertanto che questa sua Chiesa rimanesse una e immacolata fino alla consumazione dei secoli, e ordinò di conservare integra una sola fede, una sola dottrina e la struttura di governo; volle inoltre che la pienezza della dignità, della potestà e della giurisdizione, la purezza e la saldezza della fede concesse a Pietro fossero tramandate anche ai Romani Pontefici successori di Pietro che sono elevati a questa Romana Cattedra dello stesso Pietro ed ai quali – che impersonano il Beatissimo Principe degli Apostoli– dallo stesso Cristo sono stati divinamente affidati la suprema cura di tutto il gregge del Signore e il supremo governo della Chiesa Universale. Voi ben sapete, Venerabili Fratelli, in che modo questo dogma della nostra divina religione sia sempre stato dichiarato, difeso e inculcato con unanime e perenne spirito e parola dei Sinodi e dei Padri. Gli stessi, invero, non hanno mai cessato di insegnare che vi è “un solo Dio, un solo Cristo, una sola Chiesa, una sola Cattedra fondata su Pietro per volontà del Signore, e che su tale pietra, come su solidissimo macigno, è stata costruita, in tutta la sua grandezza, la mole della comunità cristiana. Invero, questa Cattedra di Pietro (sempre così chiamata e definita) è unica e prima per i suoi pregi ; splende in tutto il mondo per il suo primato; è radice e matrice da cui deriva l’unità sacerdotale; è madre e maestra (e non solo vertice) di tutte le Chiese; è metropoli di pietà, in cui è integra e perfetta la saldezza della religione cristiana e in cui sempre primeggiò il Principato della Cattedra Apostolica; è fondata su quella pietra che le superbe porte degli inferi non abbattono e per la quale gli Apostoli profusero tanta dottrina e sangue; da essa si diffondono nei confronti di tutti le leggi che presiedono a una venerabile comunione; ad essa occorre prestare totale obbedienza e onore; chi l’abbandona, vanamente confida di appartenere alla Chiesa; fuori di essa, è profano chi si ciba d’agnello . E inoltre Pietro, che nella propria Sede vive e governa, offre ai postulanti la verità della fede ; Pietro che vive fino ad oggi e sempre nei suoi Successori e pratica la giustizia, ha detto per bocca di Leone che il Romano pontefice detiene il primato su tutta la terra, è il Successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, è il vero Vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, Padre e Dottore di tutti i cristiani” . Altri innumerevoli passi, tratti da splendidi testi, in modo esplicito insegnano e rivelano con quanta fede, religione, rispetto e obbedienza devono seguire questa Sede Apostolica e il Romano Pontefice tutti coloro che vogliono appartenere alla vera, unica e santa Chiesa di Cristo per conseguire l’eterna salute. – Invero non contrasta affatto con l’unità della Chiesa Cattolica la molteplice varietà dei sacri e legittimi riti, ché anzi concorre ad accrescere la dignità, la maestà, il decoro e lo splendore della stessa Chiesa. Ma non sfugge ad alcuno di Voi, Venerabili Fratelli, in che modo alcuni uomini cerchino di ingannare e di indurre in errore gli incauti e gli inesperti calunniando questa Santa Sede, come se essa, accogliendo i dissidenti orientali nella fede Cattolica, volesse indurli ad abbandonare il proprio rito e ad abbracciare quello della Chiesa latina. Quanto ciò sia falso e lontano dalla verità, lo mostrano e attestano, con piena evidenza, le tante Costituzioni dei Nostri Predecessori, e le Lettere Apostoliche (attinenti alle questioni degli Orientali) con le quali gli stessi Nostri Predecessori non solo dichiararono concordemente di non aver mai avuto in animo un simile proposito ma anzi riconobbero che era loro precisa volontà di preservare intatti i riti delle Chiese Orientali purché in essi non si insinuasse qualche errore a proposito della fede cattolica o della purezza dei costumi. A queste reiterate e limpide dichiarazioni dei Nostri Predecessori corrispondono sia le antiche che le recenti azioni, in quanto non si può mai affermare che questa Apostolica Sede abbia ordinato alle sacre Gerarchie o agli ecclesiastici o ai popoli orientali ritornati alla unità cattolica, di mutare il loro legittimo rituale. Infatti tutta la cittadinanza di Costantinopoli vide di recente in che modo il Venerabile Fratello Melezio, Arcivescovo di Drama, ritornato nel grembo della Chiesa Cattolica con la Nostra più viva consolazione e con la gioia di tutti i buoni, abbia celebrato la divina funzione col proprio rito, con solenni e festose cerimonie e alla presenza di numerosa folla. Pertanto, Venerabili Fratelli, in virtù della vostra eminente sollecitudine episcopale, non tralasciate di insistere presso il Clero delle vostre Diocesi perché nei modi opportuni si sforzi di smascherare e respingere la calunnia con cui uomini malevoli tentano di indurre in errore gli ingenui e di suscitare odio e sospetto contro questa Sede Apostolica. – D’altra parte Noi, innalzati a questa Cattedra di Pietro e al supremo governo di tutta la Chiesa di Cristo per arcano disegno della Divina Provvidenza, pieni di fiducia e di speranza in Gesù Cristo, aspiriamo ad assolvere le funzioni del Nostro ministero Apostolico come Ci chiedono l’insistenza e la sollecitudine quotidiana di tutte le Chiese. Pertanto, sorretti dal divino aiuto di Colui del quale su questa terra, sebbene senza merito, facciamo opera vicaria; di Colui che disse: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli” e confermò che le porte dell’inferno non avrebbero mai prevalso contro la sua Chiesa, Noi non temiamo affatto tante malvagie e sacrileghe macchinazioni, tanti tentativi e attacchi con cui (in questi tempi così iniqui) i nemici si sforzano di sovvertire radicalmente (se mai fosse possibile) la Religione Cattolica, ma non desistiamo dal provvedere al bene e alla salute spirituale di tutte le genti. Infatti l’amore di Cristo, di cui nulla è per Noi più forte, Ci sospinge ad affrontare lietamente ogni affanno, fatica, decisione affinché i popoli possano convergere in unità di fede e crescere nella conoscenza di Dio e del nostro Signore Gesù Cristo “che è la via, la verità e la vita; via di santa intimità, verità di divina dottrina, e vita di beatitudine sempiterna” . Né invero Voi ignorate, Venerabili Fratelli, con quale singolare amore, con quale assiduo impegno abbiamo dedicato le nostre cure paterne a codesta eletta parte del gregge del Signore affidata alla vostra vigilanza, fin dall’inizio stesso del Nostro supremo Pontificato; dalla recentissima nostra lettera, sigillata con l’anello del Pescatore e pubblicata il 7 gennaio scorso, avete potuto comprendere ancora di più quanto Ci stiano profondamente a cuore il bene, l’interesse e la prosperità di codeste Chiese Orientali. Infatti con quella Lettera abbiamo costituito una Congregazione apposita (nell’ambito della Congregazione di Propaganda Fide), che alla stessa Congregazione di Propaganda Fide (da tante assidue e gravi occupazioni quasi sommersa) sia del maggiore aiuto e possa svolgere l’opera finora prestata dalla stessa Congregazione di Propaganda Fide con molto zelo e con somma lode, in modo che tutte le questioni delle Chiese Orientali siano trattate e risolte con unico criterio. Invero siamo sostenuti dalla speranza che, con l’aiuto di Dio, ogni giorno di più sovrabbondi il bene spirituale in tutti i Paesi Orientali, anche in virtù del Nostro consiglio e del Nostro zelo. Pertanto abbiamo piena fiducia che questa nuova speciale Congregazione recentemente istituita da Noi non lascerà mai nulla di intentato, in conformità dei Nostri desideri: nulla, in ogni caso, di ciò che riguardi la promozione dell’unità cattolica nel trattare le vostre questioni, o che accresca la prosperità delle vostre Chiese, o che tuteli l’integrità dei vostri legittimi riti, e che procuri un maggiore vantaggio spirituale ai fedeli. – Affinché questa Congregazione possa esercitare con ogni cura ed energia il compito che le abbiamo affidato, e contribuire con laborioso impegno alla maggiore prosperità di codeste Chiese, è del tutto necessario che essa abbia piena conoscenza dei bisogni spirituali delle nazioni Orientali, sulle quali è opportuna e provvida una consultazione. E poiché a Voi, Venerabili Fratelli, è ben nota la condizione presente del gregge affidato alla vostra cura, saprete anche, grazie alla vostra saggezza, quanto sia urgente che Voi Ci informiate, con la maggiore diligenza possibile, su tutte le questioni che riguardano le vostre Chiese e il vostro gregge, e che Ci mandiate un’accurata relazione sullo stato delle vostre Diocesi, nella quale si esponga con cura tutto ciò che si riferisce alle Diocesi stesse, in modo che Noi possiamo considerare con tutta diligenza le necessità dei fedeli. Sarà per Noi motivo di somma consolazione se ognuno di Voi, Venerabili Fratelli, Ci riferirà sollecitamente tutte le questioni della propria Diocesi: quanti fedeli dimorino nella stessa Diocesi; quanti siano gli ecclesiastici che affrontando i doveri del proprio ministero assistono gli stessi fedeli; quale il modo di comportarsi di quei fedeli; di quale fede, di quale integrità di costumi, di quale dottrina sia dotato il Clero; quale la formazione dello stesso Clero; in che modo il popolo sia educato alla santissima nostra religione e alla disciplina dei costumi, e in che modo il popolo stesso possa ogni giorno meglio essere conformato e sospinto alla pietà e alla purezza dei costumi. Ardentemente poi desideriamo conoscere quale sia la situazione delle vostre scuole e con quale assiduità la gioventù le frequenti. Sapete bene, Venerabili Fratelli, che tutte le speranze, sia delle cose sacre, sia civili, sono riposte nella retta, salutare e religiosa educazione dei fanciulli, e perciò è del massimo interesse che gli stessi sin dagli anni più teneri frequentino le scuole cattoliche in cui imparando presto la verità e i precetti della divina nostra religione, siano allontanati dal pericolo che le loro tenere menti siano corrotte da perversi principi. E neppure dimenticate di avvertirci se mancate di libri, e contemporaneamente di farci conoscere quali libri soprattutto (secondo il vostro parere) possono essere più adatti alle esigenze culturali del Clero, a promuovere l’educazione del popolo, a confutare le opinioni degli acattolici, e ad assecondare la pietà dei fedeli. Inoltre abbiamo appreso che in alcuni luoghi sono stati adottati libri liturgici e rituali nei quali s’insinuò qualche errore o fu introdotto qualche arbitrario mutamento; perciò sarà vostro dovere comunicarci quali libri sono stati adottati e dirci inoltre se tali libri sono stati in altro tempo approvati da questa Santa Sede, o se a vostro parere contengono errori da correggere, e se abbiate qualche dubbio da dissipare o vi siano abusi da cancellare. Inoltre Vi chiediamo con insistenza di registrare quali progressi abbia compiuto nelle vostre Diocesi la santa unità cattolica, quali impedimenti la ostacolino, in quali modi più opportuni si possano rimuovere siffatti impedimenti, al fine di promuovere e di consolidare sempre più tale unità. – Certamente vi è dato constatare, Venerabili Fratelli, con quanto amore e con quanto zelo seguiamo codeste Chiese Orientali e con quanta passione desideriamo che tra i popoli orientali la nostra santissima fede, la nostra religione, la nostra devozione raggiungano una diffusione sempre più estesa e si consolidino e fioriscano. Siamo certi che Voi con ogni energia (secondo il dovere del vostro ministero episcopale e del vostro impegno pastorale) consacrerete tutte le vostre premure e i vostri pensieri alla protezione e alla propagazione della nostra divina religione e alla salute del vostro gregge. In questi luttuosi tempi, il nemico non cessa di seminare zizzania nella terra del Signore, sia con libri e giornali pestiferi, sia con mostruose ed aberranti opinioni che apertamente avversano la fede e la dottrina cattolica; perciò ben comprendete con quanta sollecitudine, vigilanza e costanza dovrete affaticarvi e stare all’erta per allontanare da questi pascoli avvelenati i fedeli a Voi affidati e per sospingerli verso quelli salutari, al fine di pascerli generosamente con la dottrina della Chiesa Cattolica. Affinché siate in grado di conseguire più facilmente tale scopo, persistete nel sollecitare lo zelo dei curatori di anime, Venerabili Fratelli, in modo che essi, compiendo con scrupolo il loro dovere, continuino a diffondere il Vangelo di Dio tra sapienti e insipienti, soccorrano con ogni opera santa il popolo cristiano loro affidato, con amore e pazienza insegnino soprattutto ai fanciulli e agli ignoranti i fondamenti della fede cattolica e la disciplina nel comportamento, e con insistenza li esortino a una sana dottrina, affinché non siano avviluppati da ogni fatua teoria. Inoltre esortate sempre tutti i Sacerdoti delle vostre Diocesi perché valutino ed esercitino severamente il ministero che ricevettero nel nome del Signore, perché offrano al popolo cristiano esempi d’ogni virtù, insistano nella preghiera, pratichino assiduamente le sacre discipline e con tutte le loro forze intendano assicurare l’eterna salvezza ai fedeli. E per disporre più facilmente di attivi e industriosi operai, capaci di prestare nel tempo il loro aiuto nel coltivare la vigna del Signore, non risparmiate cura alcuna, consiglio alcuno, Venerabili Fratelli, in modo che i chierici adolescenti fin dalla prima età siano plasmati da eletti maestri alla pietà e al vero spirito ecclesiastico, e con molta diligenza siano educati alle lettere e particolarmente alle sacre discipline, assolutamente lontane da ogni pericolo di qualsivoglia errore. Certamente non ignoriamo, Venerabili Fratelli, quali e quante siano le difficoltà cui siete soggetti nell’esercizio del vostro ministero episcopale. Ma vi sia di conforto nel Signore, (riandando con la memoria alla potenza della Sua virtù) di essere ambasciatori di Cristo, che offrì la sua anima per il suo gregge, lasciando a noi un esempio che ci induce a seguire le sue vestigia. – In verità nessuno ignora quanto servizio e decoro recarono in Oriente alla Chiesa Cattolica le Religiose Famiglie di Monaci. Infatti con l’integrità della loro vita, con la severità dei loro costumi e con la fama di una specchiata disciplina religiosa, offrivano esempi di opere virtuose ai fedeli, educavano la gioventù, coltivavano le lettere e gli studi e prestavano la loro utile opera ausiliaria alle sacre Gerarchie. In seguito a tristissime vicende di luogo e di tempo, quelle Sacre Famiglie, così meritevoli al cospetto della società cristiana e civile, vennero meno, in alcuni luoghi, alla disciplina del proprio Ordine o si estinsero del tutto. Invero, alla nostra santissima religione verrebbe un grande giovamento se queste Sacre Famiglie potessero rinascere specialmente là dove scomparvero, e se irradiassero l’antico splendore tra le nazioni orientali; perciò Vi chiediamo di manifestarci la vostra opinione su tale argomento e in che modo potrebbe compiersi la rifondazione di quelle Sacre Famiglie. – Siamo fermamente persuasi che Voi, Venerabili Fratelli, accoglierete con animo fervido e lieto non solo questi Nostri desideri e queste sollecitazioni, ma che vorrete anche esporre tutte le cose che converrebbe fare a maggior vantaggio della nostra santissima religione, del Clero e del popolo fedele in codeste regioni. Non appena avrete appreso, dalla lettera Enciclica del Cardinale Prefetto della Nostra Congregazione del Concilio, quanto Ci sarà gradita la presenza dei Venerabili Fratelli Sacri Prelati nella solenne canonizzazione di numerosi Santi che con l’aiuto di Dio celebreremo nel prossimo giorno della Pentecoste, allora Ci sorreggerà la speranza che in tale occasione (se lo consentiranno le incombenze delle vostre Diocesi) potremo vedervi, affettuosamente abbracciarvi e ascoltare da Voi stessi le relazioni concernenti le vostre Diocesi. Frattanto poi, forti della vostra eccelsa pietà e del vostro zelo episcopale, perseverate, Venerabili Fratelli, nell’adempiere al vostro ministero con la massima alacrità e costanza, nel provvedere con grande impegno alla salute dei vostri fedeli, ad ammonirli e ad esortarli perché persistano sempre più saldi e immobili nella professione della fede cattolica, perché osservino religiosamente i comandamenti di Dio e della Sua Santa Chiesa e perché procedano degnamente, piacendo in tutto a Dio e fruttificando in ogni opera buona. Inoltre, con la consueta vostra benevolenza e con paterno affetto accogliete coloro che ritornano nel grembo della Chiesa Cattolica con immensa gioia dell’animo Nostro; impegnatevi con ogni cura affinché essi, sempre più amorevolmente alimentati dalle parole della fede e rinvigoriti dai carismi della grazia, rimangano saldi nella santa vocazione, incedano con il più sollecito passo sui sentieri del Signore e seguano la via che conduce alla vita. Nell’interesse della insigne vostra Religione, non rinunciate mai a qualsiasi tentativo di riportare a Cristo i miseri erranti con atti di bontà, con la pazienza, con la dottrina, con la mansuetudine, con la dolcezza; di ricondurli al Suo unico ovile, di restituirli alla speranza del premio eterno. Tra le angustie e le difficoltà che non possono mancare al vostro incarico episcopale, soprattutto in questi tempi calamitosi, confidate nella grazia di nostro Signore Gesù Cristo, tenendo presente che chi insegna la giustizia ai molti, rifulgerà come le stelle per tutta l’eternità. – Infine, Venerabili Fratelli, vogliamo che abbiate per certa la somma benevolenza con la quale Vi accompagniamo nel Signore. E frattanto non tralasciamo, in ogni preghiera, in ogni supplica e in ogni atto di grazia, di chiedere con umile insistenza a Dio Ottimo Massimo che effonda sempre propizio sopra di Voi tutti i più fecondi doni della Sua bontà, e che essi possano scendere copiosamente anche sul diletto gregge affidato alla vostra vigilanza. Come auspicio di quei doni e come pegno della Nostra volontà tutta incline verso di Voi, amorevolmente impartiamo a Voi, Venerabili Fratelli, a tutti i sacerdoti e ai laici fedeli affidati alla cura di ciascuno di Voi, l’Apostolica Benedizione dal profondo del cuore.

Dato a Roma, presso San Pietro, l’8 aprile 1862, nell’anno decimosesto del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – NOSTIS ET NOBISCUM

Indubbiamente, questa lettera enciclica merita attenta riflessione ancor oggi in una Nazione oramai allo sbando sociale, culturale, politico, istituzionale, e soprattutto spirituale. I mali denunciati dal Sommo Pontefice dell’epoca, si sono ampliati fino a raggiungere una portata incommensurabile. Tutti gli argomenti, seppure brevemente, ma efficacemente, sono stati toccati e denunciati dal Pontefice, come le perverse ideologie politiche, socialismo e comunismo, le perverse ed ingannevoli macchinazioni della stampa e della empietà protestante nonché delle conventicole (massoniche e kazare), ma somma attenzione è posta al male sovrano che ha poi sconvolto non solo la Nazione italica, fino a farla divenire terra di Sodoma e di Babilonia, ma tutto l’orbe Cattolico: « … Questi superiori ricorderanno incessantemente, e cogli avvertimenti, e colle rimostranze, e coi rimproveri, ai religiosi delle loro case, ch’essi devono seriamente considerare con quali voti si sono a DIO legati, attendere e mantenere le promesse fatte osservare inviolabilmente le regole del loro istituto, e portando nei loro corpi la mortificazione di GESÙ, astenersi da tutto ciò che è incompatibile colla loro vocazione, dedicarsi interamente a quelle opere che alimentano e crescono la carità verso DIO ed il prossimo, e l’amore della perfetta virtù. Oltreciò, i moderatori di questi ordini invigilino attentamente perché l’ingresso in Religione non sia aperto a chicchessia se non dopo maturo e scrupoloso esame della sua vita, de’ suoi costumi e del suo carattere, e perché nessuno possa esser ammesso alla professione religiosa, se non dopo aver date, in un noviziato fatto secondo le regole, prove di vera vocazione … ». Queste raccomandazioni, allora e successivamente, sono state disattese al punto da corrompere totalmente il clero ed i religiosi [tranne rarissime eccezioni], e rendere possibile l’insediamento e l’infiltrazione dei nemici più tenaci della Chiesa, fino ai vertici – come la Vergine a La Salette e a Fatima, e Papa Leone XIII avevano ben profetato, così da rendere possibile l’azione scardinante di personalità come Rampolla, Lienart, Tisserant, Bea, Roncalli, G. B. Montini, Frings, S. Baggio, Casaroli, A. Bugnini, M. Lefevre, C. M. Martini… ed una massa infinita di gay massoni e kazari-marrani di ogni livello e grado, che hanno permesso il trionfo [apparente!] del nemico sulla società tutta e le nazioni un tempo strappate al potere tenebroso del demonio, nemico oggi tronfio nella sinagoga satanica del “novus ordo” del Vatigay e delle conventicole pseudotradizionaliste, stampelle traballanti della falsa chiesa dell’uomo. Non ci resta che approfondire e fare nostre, se pur tardivamente, ma pur sempre valide e degne di ogni considerazione, tutte le indicazioni di sua Santità, il Beato Pio IX, disconoscendo totalmente le s. s. [… sue satanità] attuali, guide infernali e della dannazione eterna: Nostis et nobiscum una conspicitis, Venerabiles Fratres, quanta …

Nostis et nobiscum

PIUS PP. IX.

AGLI ARCIVESCOVI E VESCOVI D’ITALIA

Venerabili Fratelli,

Salute ed Apostolica Benedizione!

Voi sapete e vedete siccome noi, Venerabili Fratelli, per quale perversità hanno prevalso in questi ultimi tempi certi uomini perduti, nemici d’ogni verità, d’ogni giustizia, i quali, sia colla frode e con artifizi d’ogni maniera, sia ancora apertamente e gettando, come mare spumoso, la feccia delle loro nequizie, si sforzano di spandere per ogni dove, tra i popoli fedeli d’Italia, la sfrenata licenza del pensiero, della parola, di ogni atto empio ed audace, per abbattere nell’Italia stessa la Religione Cattolica e, se fosse possibile, schiantarla dalle fondamenta. Tutto il piano del loro diabolico divisamento si è rivelato in diversi luoghi, ma specialmente nella diletta città, sede del supremo Nostro Pontificato, nella quale, dopo averci costretti ad abbandonarla, essi poterono per alcuni mesi dar più libero sfogo a tutti i loro furori. Là, in un orribile e sacrilego tramestamento delle cose divine ed umane, la loro rabbia s’accrebbe a tal punto che, disprezzando l’autorità dell’illustre Clero di Roma e dei Prelati, che per ordine Nostro stavano intrepidi alla sua testa, non li lasciarono neppure continuar in pace l’opera del santo lor ministero, e senza pietà pei poveri malati in preda alle angosce della morte, allontanavano da loro tutti i soccorsi della Religione e li costringevano a rendere l’anima fra gli allettamenti di qualche sfrontata meretrice.  – Ora benché la città di Roma e le altre provincie dello Stato Pontificio siano state, grazie alla misericordia di Dio, restituite mediante le armi delle nazioni cattoliche, al nostro temporale governo; benché le guerre ed i disordini che ne sono la conseguenza, siano egualmente cessate nelle altre contrade d’Italia, cotesti infami nemici di DIO e degli uomini non desistettero però, né desistono dal loro lavoro di distruzione; essi non possono adoperare la forza aperta, e ricorrono perciò ad altri mezzi, quali velati sotto fraudolenti apparenze, quali visibili a tutti. In mezzo a sì grandi difficoltà portando Noi il carico supremo di tutto il gregge del Signore, e penetrati essendo dalla più profonda afflizione alla vista dei pericoli cui vanno specialmente esposte le Chiese d’Italia, riesce però alla nostra infermità, fra tanti dolori, di grande consolazione, o Venerabili Fratelli, lo zelo pastorale, del quale voi, anche nel più forte della burrasca testè passata, deste tante prove, e che si manifesta ogni giorno con sempre più splendide testimonianze. Ciò non pertanto la gravità delle circostanze ci stimola ad eccitare anche più vivamente colle nostre parole ed esortazioni, secondo il dovere del nostro apostolico ufficio, la vostra fraternità, chiamata a parte delle nostre sollecitudini, a combattere e con noi e nell’unità le guerre del Signore, e preparare ed a prendere d’unanime consenso tutte quelle misure, per le quali colla benedizione di Dio, ne venga dato riparare al male già fatto in Italia alla nostra santissima Religione, e siano pervenuti e respinti i pericoli, de’ quali un avvenire prossimo la minaccia.  – Tra le frodi senza numero che i suddetti nemici della Chiesa sogliono adoperare per mettere in uggia agl’Italiani la fede Cattolica, una delle più perfide si è l’affermare che essi fanno impudentemente e spacciare per tutto a piena gola, che la Cattolica Religione è un ostacolo alla gloria, alla grandezza, alla prosperità dell’italica nazione, e che perciò, per restituire all’Italia lo splendore degli antichi tempi, vale a dire dei tempi pagani, gioco forza è toglier di mezzo la Religione Cattolica, ed in sua vece insinuare, propagare e stabilire gl’insegnamenti dei protestanti e le loro conventicole. Non si saprebbe giudicare qual cosa in tali affermazioni sia più detestabile; se la perfidia dell’empietà furibonda, ovvero l’impudenza della sfrontata menzogna. – Il bene spirituale per cui, sottratti noi alla potestà delle tenebre, siam trasportati nella luce di Dio e, giustificati colla grazia, siam fatti eredi del CRISTO nella speranza della vita eterna, questo bene delle anime derivante dalla santità della Religione Cattolica è certamente di tal pregio e valore che, a petto di esso, tutta la gloria e felicità di questo mondo deve essere riguardata come puro nulla: «Quid enim prodest homini si mundum universum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur? aut quam dabit homo commutationem pro anima sua? (Matt. XVI, 26). » Ma tanto è lungi che la professione della vera fede abbia cagionato alla gente italica i danni temporali di cui si parla, che anzi alla sola Religione Cattolica essa va debitrice, se nello sfasciarsi del romano impero ella non fu ravvolta nella rovina che toccò ai popoli dell’Assiria, della Caldea, della Media, della Persia, della Macedonia. In fatti, nessun uomo leggermente istruito ignora che non solo la santissima Religione del CRISTO ha liberato l’Italia dalle tenebre di tanti e sì gravi errori che tutta la coprivano, ma di più frammezzo alle rovine dell’antico impero, e le invasioni de’ barbari devastanti tutta Europa l’ha innalzata in gloria e grandezza sopra tutte le nazioni del mondo, per forma che par singolar beneficio di DIO, possedendo l’Italia nel suo seno la sacra Cattedra di Pietro, ottenne per la divina Religione un impero troppo più solido ed esteso, che non l’antica sua terrestre denominazione. Questo peculiarissimo privilegio di possedere la Sede Apostolica, e del metter che fece conseguentemente la Religione Cattolica più forti e profonde radici tra i popoli d’Italia, fu per lei la sorgente di altri insigni ed innumerevoli benefici. Imperocchè la santissima Religione del Cristo, maestra della vera sapienza, protettrice e vindice dell’umanità, madre feconda di tutte virtù, spense nell’animo degl’Italiani quella sete funesta di gloria, che aveva trascinati i loro maggiori a fare perpetuamente la guerra, a tener i popoli stranieri nell’oppressione, a ridurre, secondo il diritto di guerra allor vigente, un’immensa quantità d’uomini alla più dura schiavitù, e nello stesso tempo rischiarando le loro menti cogli splendori della Cattolica Verità, li recò con potente impulso alla pratica della giustizia, della misericordia, alle opere più magnifiche di pietà verso Dio e di beneficenza verso gli uomini. Di che sorsero nelle principali città italiane tante sante basiliche ed altri monumenti delle età cristiane, i quali non furono già l’opera dolorosa di una moltitudine gemente nel servaggio, ma sì veramente il libero frutto di una carità vivificante. Al che voglionsi aggiungere le pie istituzioni d’ogni maniera consacrate sia all’esercizio della vita religiosa, sia all’educazione della gioventù, alle lettere, alle arti, alla savia coltura delle scienze, sia infine al sollievo degl’infermi e degl’indigenti. Tale è dunque quella religione divina, che abbraccia: sotto tanti titoli diversi, la salute, la gloria e la felicità dell’Italia, quella Religione che oggidì si vorrebbe far rinnegare ai Popoli della Penisola. Noi non possiamo trattenere le lagrime, Venerabili Fratelli, nel vedere che si trovano in quest’ora degl’Italiani così perversi, così accecati da miserabili illusioni, che non temono di applaudire alle depravate dottrine degli empii, e cospirare con essi alla rovina della lor patria. Ma voi troppo sapete Venerabili Fratelli, che i principali autori di questa orribile macchinazione hanno per scopo di spingere i popoli, agitati da ogni vento di perverse dottrine, al sovvertimento d’ogni ordine nelle cose umane, e di traboccarli negli orrendi sistemi del nuovo socialismo e del comunismo.  – Ora cotesti uomini ben sanno e il veggono per la lunga esperienza di molti secoli, che essi non possono sperare nessun assenso per parte della Chiesa Cattolica, la quale, custode gelosissima del deposito della Rivelazione, non soffre mai che né un apice sia tolto od aggiunto alle verità proposte dalla Fede. Quindi è che eglino son venuti nel disegno di trarre gl’Italiani alle opinioni ed alle conventicole dei protestanti, nelle quali (ripetono essi continuamente a fin di sedurli) non si deve vedere altro che una forma differente della stessa vera Religione Cristiana, in cui si può piacere a DIO egualmente che nella Chiesa Cattolica. Frattanto essi sanno benissimo che nulla può tornar più utile all’empia lor causa, che il primo principio del protestantismo, il principio della libera interpretazione delle Sacre Scritture, fatto dal privato giudizio di ciascuno. Posto questo, dopo aver abusato delle Sacre Scritture, traendole a cattivo senso per ispandere i loro errori, essi sperano di potere, quasi in nome di Dio, spingere dipoi gli uomini, già gonfi dell’orgogliosa licenza di giudicare delle cose divine, a rivocar in dubbio eziandio i principii comuni del giusto e dell’onesto.  – Piaccia a DIO, Ven. Fratelli, piaccia a DIO che l’Italia, nella quale le altre Nazioni sono avvezze ad attingere le acque pure della sana dottrina, perché la Sede Apostolica è stabilita a Roma, non divenga per esse d’or in poi una pietra d’inciampo e di scandalo! Piaccia a Dio che questa cara porzione della Vigna del Signore non sia lasciata in preda alle fiere! Piaccia a Dio che i popoli italiani, dopo aver bevuta la demenza alla coppa avvelenata di Babilonia, non arrivino mai ad impugnar armi parricide contro la Chiesa lor madre! Quanto a Noi ed a Voi, cui DIO nel suo segreto giudizio ha riserbati a tempi di sì gran pericolo, guardiamoci bene dal temere le astuzie e gli attacchi di cotesti uomini che cospirano contro la Fede d’Italia, quasichè noi dovessimo vincerli colle nostre proprie forze, mentre che il Cristo è il nostro consiglio e la nostra forza; il CRISTO, senza del quale possiamo nulla, ma col quale possiamo tutto. Operate dunque, Venerabili Fratelli, operate, vegliate con attenzione sempre maggiore sul gregge che vi è affidato, e fate tutti i vostri sforzi per difenderlo dalle insidie e dagli attacchi dei lupi rapaci. Comunicatevi vicendevolmente i vostri disegni, continuate, siccome avete già cominciato, a tenere riunioni tra di voi, affinché, dopo avere scoperto per comune investigazione l’origine dei nostri mali, e, secondo la diversità dei luoghi, le sorgenti principali dei pericoli, voi possiate trovarvi, sotto l’autorità e la condotta della S. Sede, i rimedi più pronti, ed applichiate così, d’unanime accordo con Noi, coll’aiuto di DIO e con tutto il vigore dello zelo pastorale, le vostre cure e le vostre fatiche a render vani tutti gli sforzi, tutti gli artifizi, tutte le trame e tutte le macchinazioni dei nemici della Chiesa. – A questo fine bisogna che vi adoperiate continuamente, per timore che il popolo, troppo poco istruito intorno alla dottrina cristiana ed alla legge del Signore, istupidito dalla lunga licenza dei vizi, a mala pena arrivi poi a distinguere gli agguati che gli son tesi, e la tristizia degli errori che gli son proposti. Noi domandiamo con istanza alla vostra pastorale sollecitudine, Ven. Fratelli, di non cessar mai dall’adoperare tutte le vostre cure, acciocchè i fedeli a voi confidati vengano ammaestrati, secondo l’intelligenza di ciascuno, circa i santissimi dogmi e precetti di nostra Religione, e nello stesso tempo siano avvertiti ed eccitati con tutti i mezzi a confermar a questi la loro vita ed i loro costumi. – Infiammate per questo fine lo zelo degli ecclesiastici, specialmente di quelli che hanno cura di anime, affinché, meditando profondamente sul ministero ricevuto dal Signore, e tenendo dinanzi gl’occhi le prescrizioni del Concilio di Trento, si adoperino colla massima attività, secondo che esige la necessità dei tempi, all’istruzione del popolo, e procaccino d’imprimere in tutti i cuori le sacre verità, gli avvisi della salute, facendo loro conoscere con discorsi brevi e semplici i vizii che debbono fuggire per evitare la pena eterna, le virtù che devono praticare per ottenere la gloria celeste.  – Bisogna invigilare specialmente a ciò che i fedeli stessi abbiano profondamente scolpito nell’animo il dogma della nostra santissima Religione sulla necessità della Fede cattolica per ottener la salute. A quest’effetto sarà sommamente vantaggioso che, nelle pubbliche preghiere, i fedeli uniti al Clero rendano di tanto in tanto particolari azioni di grazie a Dio per l’inestimabile beneficio della religione cattolica, della quale van tutti debitori alla sua infinita bontà, e chiedano umilmente al Padre delle misericordie di degnarsi di proteggere e conservar intatta nelle nostre contrade la professione di questa medesima Religione. – Tuttavia voi vi farete uno studio speciale di amministrare a tutti i fedeli, in tempo conveniente, il Sacramento della Confermazione, il quale, per sommo benefizio di Dio, conferisce la forza di una grazia particolare per confessare con costanza la Fede Cattolica anche fra’ più gravi pericoli. Voi non ignorate pure esser molto conducevole allo stesso fine, che i Fedeli, purificati dalle sozzure dei loro peccati, espiati con una sincera detestazione e col Sacramento della Penitenza, ricevano frequentemente e con divozione la Santissima Eucaristia, la quale è il cibo spirituale delle anime, l’antidoto che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati mortali; il simbolo di quel solo corpo di cui Cristo è il capo, ed al quale Egli volle che noi fossimo raggiunti col legame sì forte della Fede, della Speranza e della Carità, affinché formiamo tutti un sol corpo, e non siano scismi tra noi. Noi non dubitiamo punto che i parrochi i loro vicari e gli altri sacerdoti, i quali in certi giorni, e specialmente nel tempo del digiuno, lavorano nel ministero della predicazione, non siano per farsi premura di prestarvi il loro concorso in tutte queste cose. Ciò non pertanto, bisogna di tempo in tempo confortare le loro sollecitudini coi soccorsi straordinari degli esercizi spirituali e delle sante missioni, le quali, quando sono affidate a uomini capaci, sono, colla benedizione di Dio, utilissime a rinfiammare la pietà dei buoni, eccitare a salutar penitenza i peccatori e gli uomini depravati da inveterate abitudini viziose; far crescere il popolo fedele nella scienza di Dio, condurlo a praticare ogni sorta di bene, e munendolo cogl’abbondanti aiuti della grazia celeste inspirargli un’invincibile orrore per le dottrine perverse dei nemici della Chiesa. Del resto in tutte queste cose le vostre cure e quelle dei sacerdoti vostri cooperatori tenderanno particolarmente a far concepire ai fedeli il più grande orrore per quei delitti che si commettono con grande scandalo del prossimo. Imperocchè voi ben sapete quanto è cresciuto in diversi luoghi il numero di coloro che osano bestemmiare pubblicamente i santi del Cielo e lo stesso Santissimo nome di DIO, o che sono conosciuti come concubinari e talora anche incestuosi, o che ne’ giorni festivi si danno alle opere servili, tenendo aperte le botteghe, o che, anche in presenza di molti, disprezzano i precetti del digiuno e dell’astinenza, o che finalmente non arrossiscono di commettere allo stesso modo altri diversi delitti. Alla voce del vostro zelo il popolo si rappresenti e consideri seriamente l’enorme gravezza di cotesti peccati e le pene severissime onde saranno puniti i loro autori, tanto per la colpa lor propria, che pel pericolo spirituale a cui essi espongono i loro fratelli pel contagio del loro mal esempio. Imperocch? sia scritto: Væ mundo a scandalis…. Væ homini illi per quem scandalum venit (Matt. XVIII, 7). – Tra i diversi generi di lumi con che i più sottili nemici della Chiesa e dell’umana società cercano d’invescar i popoli, uno de’ principali è certamente quello che essi avean già preparato da lunga mano nei colpevoli loro disegni, cioè l’uso depravato dell’arte della stampa. Essi vi si appigliano con tutta l’anima, per forma che non passano un giorno senza moltiplicare e spargere nelle popolazioni libelli empi, giornali, fogli volanti pieni di menzogne, di calunnie, di seduzioni. Non basta; servendosi dei soccorsi delle società bibliche già da lunga pezza condannate dalla S. Sede, essi non vergognano di diffondere gran numero di Sacre Bibbie tradotte, senza che si siano osservate le regole della Chiesa, in lingua volgare, profondamente alterate e tratte a cattivo senso con audacia inaudita, e di raccomandarne la lettura al popolo fedele, sotto un falso pretesto di religione. Voi intendete ottimamente nella vostra saviezza, Venerabili Fratelli, con quanta vigilanza e sollecitudine voi dobbiate affaticarvi acciò che i fedeli rifuggano con orrore da questa avvelenata lettura, e si ricordino che, in quanto alle Divine Scritture segnatamente, nessuno appoggiato alla propria prudenza può arrogarsi il diritto ed avere la presunzione d’interpretarle altramente che non le ha interpretate e le interpreta la Santa Chiesa nostra madre, alla quale sola Cristo Signor nostro ha confidato il deposito della Fede, il giudizio sul vero senso dei libri divini. Sarà cosa utilissima, Venerabili Fratelli, per arrestare l’infezione dei libri cattivi, che libri della stessa mole, scritti da uomini forniti di scienza sana e distinta, e previamente da voi approvati, siano pubblicati per l’edificazione della Fede, e la salutare educazione del popolo. Voi vi adoprerete affinché cotesti libri ed altre di dottrina egualmente pura, scritti da altri uomini secondo l’esigenza dei luoghi e delle persone, siano diffusi tra i fedeli. – Tutti coloro che cooperano con voi alla difesa della Fede avranno specialmente in mira di far penetrare, rassodare e scolpire profondamente nell’animo de’ vostri fedeli la pietà la venerazione ed il rispetto verso questa suprema Sede di Pietro, sentimenti questi, pei quali voi eminentemente vi distinguete, o Venerabili fratelli. Si rammentano i popoli fedeli che qui vive e presiede, nella persona dei suoi successori, Pietro il Principe degli Apostoli, la cui dignità non è separata dalla persona del suo indegno erede. Si sovvengano che GESÙ-CRISTO Signor Nostro ha collocato su questa Cattedra di Pietro l’inespugnabile fondamento della sua Chiesa, e che a Pietro Egli ha date le chiavi del regno de’ cieli, e che perciò Egli ha pregato, affinché la Fede di Pietro non venisse mai meno, e comandato a Pietro di confermare i suoi fratelli in questa Fede, di qualità che il Successore di Pietro, il Romano Pontefice, tenendo il primato in tutto l’universo è il vero Vicario di GESÙ-CRISTO, il Capo di tutta la Chiesa, il Padre ed il Dottore di tutti i Cristiani. – Egli è nel mantenimento di quest’unione comune dei popoli nell’ubbidienza al Pontefice Romano che dimora il mezzo più spedito e più diretto per conservarli nella professione della Cattolica verità. Infatti non è possibile ribellarsi alla Fede Cattolica senza rigettare ad un tempo l’autorità della Chiesa Romana, nella quale risiede il Magistero irreformabile della Fede, fondato dal Divin Redentore, e nella quale, per conseguenza, fu sempre conservata l’Apostolica Tradizione. Quindi nasce che gli antichi eretici ed i protestanti moderni, così divisi nel resto delle loro opinioni, sono tutti unanimi nell’attaccare l’autorità della Sede Apostolica, cui non poterono però mai in nessun tempo e con nessun artificio o macchinazione, indurre e tollerare neppur uno dei loro errori. Quindi è parimenti che gli attuali nemici di DIO e dell’umana famiglia niun mezzo tralasciano per strappare i popoli italiani dalla Nostra ubbidienza e dall’ubbidienza della Santa Sede, persuasi che, ottenuto questo troppo verrà lor fatto di ammorbare l’Italia coll’empietà delle loro dottrine e colla peste dei loro nuovi sistemi. – Quanto a questa dottrina di depravazione ed a cotesti sistemi, tutto il mondo conosce che il loro scopo primario si è di spargere nel popolo, abusando delle parole di libertà e di eguaglianza, i perniciosi trovati del comunismo e del socialismo. È cosa evidente che i capi, vuoi del comunismo, vuoi del socialismo, avvegnacchè adoperino metodi e mezzi differenti, hanno per scopo comune di tenere in continua agitazione ed avvezzare a poco a poco ad atti, anche più criminosi gli operai e gli uomini d’inferior condizione, ingannati dal loro scaltrito linguaggio e sedotti dalle promesse di una vita più felice. Essi contano di servirsi poi del loro braccio per attaccare il potere d’ogni autorità superiore, per invadere, saccheggiare, oltraggiare, dilapidare le proprietà della Chiesa dapprima, e poi di tutti gli altri particolari, per violare finalmente tutti i diritti divini ed umani, disperdere dal mondo il culto di Dio e sovvertire da capo a fondo le civili società. – In così grande pericolo per l’Italia, egli è vostro dovere, Venerabili Fratelli, di spiegare tutte le forze dello zelo pastorale per far intendere al popolo fedele che, se essi si lasciano trascinare a queste opinioni da questi perversi sistemi, ne avranno per solo frutto l’infelicità temporale e l’eterna perdizione.  – I fedeli affidati alle vostre cure siano dunque fatti avvertiti che è essenziale alla natura stessa dell’umana società, che tutti ubbidiscano all’autorità legittimamente in essa costituita, e che nulla può esser cangiato nei precetti del Signore, che in questa materia ne vengono enunciati nelle Sacre Lettere.  – Conciossiacchè è scritto: «Subiecti estote omni humanæ creaturæ propter Deum sive Regi, quasi præcellent, sive ducibus, tamquam ab eo missis ad vindictam malefactorum, laudem vero honorum; quia sic est voluntas Dei, ut benefacientes obmutescere faciatis imprudentium hominum ignorantiam: quasi liberi, et non quasi velamen habentes malitiae libertatem, sed sicut servi Dei [1 Piet. II, 13 ss.] (In nome di DIO siate soggettiad ogni umana creatura, sia al re,come sovrano, sia ai governatori, come da Lui inviato a punire i malfattori e a premiare i buoni; poiché questa è la volontà di DIO: comportandovi virtuosamente fate ammutolire l’ignoranza degli stolti; conpotandovi come uomini libri e non servendovi della libertà come un velo per coprire la malizia, ma come servitori di DIO)»; ed ancora: « Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit: non est enim potestas nisi a Deo: quæ autem sunt, a Deo ordinatæ sunt: itaque, qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit: qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt » ( Ciascuno sia sottomesso ai più alti poteri: non vi è infatti alcun potere se non da DIO; ogni potere esistente è ordinato da DIO. Pertanto chi si oppone al potere, resiste all’ordinamento di DIO. Coloro che resistono, si procurano la condanna) [Rom. XIII, 1 ss.].  – Sappiano essi ancora che, nella condizione delle cose umane, è cosa naturale ed invariabile che, anche tra coloro che non sono costituiti in autorità, gli uni sovrastino agli altri, sia per diverse qualità di spirito o di corpo, sia per ricchezze od altri beni esteriori di questa fatta: e che giammai, sotto nessun pretesto di libertà e di eguaglianza, può esser lecito invadere i beni od i diritti altrui, o violarli in un modo qualsiasi. A questo riguardo, i Comandamenti divini, che sono scritti qua e colà nei libri santi, sono chiarissimi, e ci proibiscono formalmente non pure d’impadronirci del bene altrui, ma eziandio di desiderarlo.  – I poveri, gl’infelici si ricordino soprattutto di quanto essi son debitori alla religione cattolica, la quale guarda viva ed intatta e predica altamente la dottrina di GESÙ-CRISTO, il quale ha dichiarato di riguardare come fatto a sé il bene fatto ai poveri ed ai miserabili [Matt. XVIII, 15]. Egli ha pronunziato a tutti il conto particolare che chiederà, nel giorno del giudizio, intorno alle opere di misericordia, sia per ricompensare colla vita eterna i fedeli che le avranno praticate, sia per castigare colla pena del fuoco eterno quelli che le avranno trasandate [Matt. XXV, 34 ss.]. Da questo avvertimento di CRISTO Nostro Signore, e dagl’avvisi severissimi che Egli ha dati circa l’uso delle ricchezze ed i loro pericoli, [Matt. XIX, 23; Lc. VI, 4; Gc. V, 1] avvisi conservati inviolabilmente nella Chiesa Cattolica, ne è risultato che la condizione dei poveri e dei miserabili è fatta molto più dolce presso le nazioni cattoliche, che presso tutte le altre. Ed i poveri riceverebbero nelle nostre contrade soccorsi troppo più abbondanti, se in mezzo alle recenti commozioni della cosa pubblica numerosi stabilimenti fondati dalla pietà dei nostri antenati, non fossero stati distrutti o derubati. Del rimanente, i nostri poveri non si dimentichino che dietro l’insegnamento di GESÙ-CRISTO medesimo, essi non devono punto accorarsi della lor condizione; poiché, a dir vero, nella povertà la strada della salute è fatta loro più facile, purché tuttavolta essi portino in pazienza l’indigenza loro, e siano poveri non materialmente soltanto, sì ancora di spirito. Perocché è scritto; Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum Cœlorum. [Matt. V, 3]. – Il popolo fedele tutto quanto sappia che gli antichi re delle nazioni pagane ed i capi delle loro repubbliche hanno abusato del loro potere troppo più gravemente e più spesso: e quindi riconosca che è tutto benefizio della nostra santissima religione, se i principi cristiani tementi, alla voce di questa religione, il giudizio severissimo che sarà fatto da coloro che comandano, e l’eterno supplizio destinato ai peccatori, supplizio nel quale i potenti saranno potentemente tormentati (Sap. VI, 6-7), hanno usate, riguardo ai popoli loro soggetti, un modo più clemente e più giusto di governare. – Finalmente i fedeli, confidati alle Nostre cure ed alle Vostre, riconoscano che la vera e perfetta libertà ed uguaglianza degli uomini sono state poste sotto la custodia della legge cristiana, poiché il DIO onnipotente che ha fatto il piccolo ed il grande e che ha cura eguale di tutti (Sap. VI, 8) non esimerà dal giudizio la persona di chicchessia, e non guarderà a nessuna grandezza: egli ha fissato il giorno in cui giudicherà l’universo nella sua giustizia in Gesù Cristo, suo figlio unico, il quale deve venire nella gloria del Padre cogli Angeli suoi, e renderà allora a ciascuno secondo le opere sue (Sap. VI, 8).  – Che se i fedeli, disprezzando gli avvisi paterni dei loro pastori ed i precetti della legge cristiana che abbiamo accennati, si lasciassero aggirare dai promotori delle odierne macchinazioni, e consentissero a cospirare con loro nei perversi sistemi dal socialismo e del comunismo, sappiano essi e considerino seriamente che ciò non fanno che accumularsi presso il Divin Giudice tesori di vendetta nel giorno dell’ira, e che frattanto da questa cospirazione non uscirà alcun vantaggio temporale pel popolo, sì veramente un accrescimento smisurato di miserie e di calamità. Imperocché non è dato agli uomini di poter stabilire nuove società e comunanze opposte alla condizione naturale alle cose umane; epperciò il risultamento di cotali cospirazioni, se si propagassero in Italia, sarebbe questo: Lo stato attuale della cosa pubblica sarebbe scardinato e rovesciato da cima a fondo per le lotte dei cittadini contro i cittadini, per le usurpazioni, per gli omicidi; e poi alcuni pochi arricchiti delle spoglie del gran numero afferrerebbero la somma del potere in mezzo alla comune rovina.  – Per salvar il popolo dagli agguati degli empi, per mantenerlo nelle professione della Religione Cattolica ed infiammarlo alle opere della vera virtù, l’esempio e la vita di coloro che sono consacrati al santo ministero, ha, Voi lo sapete, una grande efficacia. Ma, oh dolore! si son trovati in Italia degli ecclesiastici, in piccol numero è vero, i quali sono passati nelle file dei nemici della Chiesa, e li hanno aiutati non poco ad ingannare i fedeli. Per Voi, Venerabili Fratelli, la caduta di questi è stata un nuovo stimolo che vi ha eccitato a vegliare, con zelo sempre più attivo, al mantenimento della disciplina del Clero. E qui volendo, secondo il Nostro dovere, prendere delle misure preservatrici per l’avvenire, Noi non possiamo trattenerci dal raccomandarvi di bel nuovo un punto, sul quale abbiamo già insistito nella Nostra prima Lettera Enciclica a tutti i Vescovi dell’universo, ed è di non imporre mai leggermente le mani a chicchessia, [1 Tim. V, 22] e di apportare la più attenta sollecitudine nella scelta della milizia ecclesiastica. È necessaria una lunga ricerca, una minuta investigazione a proposito di quelli specialmente che desiderano di entrare negli ordini sacri; fa d’uopo assicurarvi che essi si raccomandano per scienza, per gravità di costumi e zelo del culto divino in siffatta guisa, da darvi certa speranza che, simili a lampade ardenti nella casa del Signore, essi potranno, colla loro condotta e colle loro opere, tornare al vostro gregge di edificazione e di utilità spirituale. – La Chiesa di Dio ritrae dai monasteri, quando questi sono ben regolati, un’immensa utilità ed una grande gloria, ed il Clero regolare fornisce a Voi stessi, nelle vostre fatiche per la salute delle anime, un soccorso prezioso. Egli è perciò che vi sollecitiamo dapprima, Venerabili Fratelli, ad assicurare, da nostra parte, le famiglie religiose di ciascuna delle vostre diocesi, che in mezzo a tanti dolori, Noi abbiamo particolarmente risentiti i mali, che molte di loro ebbero a soffrire in questi ultimi tempi, o che la coraggiosa pazienza, la costanza nell’amore della virtù e della propria Religione, di cui in gran numero di religiosi diedero l’esempio, fu per Noi sorgente di consolazioni tanto più vive, in quanto che alcuni altri furono visti, dimentichi della santità di lor professione, con grande scandalo dei buoni e con infinita amarezza del Nostro cuore e cordoglio dei loro fratelli, prevaricare vergognosamente. In secondo luogo, voi sarete solleciti di esortare, in Nostro nome, i capi di queste Famiglie religiose ed, ove fosse necessario, i superiori, che ne sono i moderatori supremi, a nulla trascurare dei doveri della loro carica, a fine di rendere sempre più rigorosa e fiorente la disciplina regolare dove questa si è conservata, ed a ristabilirla in tutta la sua forza ed integrità dove si fosse illanguidita. Questi superiori ricorderanno incessantemente, e cogli avvertimenti, e colle rimostranze, e coi rimproveri, ai religiosi delle loro case, ch’essi devono seriamente considerare con quali voti si sono a DIO legati, attendere e mantenere le promesse fatte osservare inviolabilmente le regole del loro istituto, e portando nei loro corpi la mortificazione di GESÙ, astenersi da tutto ciò che è incompatibile colla loro vocazione, dedicarsi interamente a quelle opere che alimentano e crescono la carità verso DIO ed il prossimo, e l’amore della perfetta virtù. Oltreciò, i moderatori di questi ordini invigilino attentamente perché l’ingresso in Religione non sia aperto a chicchessia se non dopo maturo e scrupoloso esame della sua vita, de’ suoi costumi e del suo carattere, e perché nessuno possa esser ammesso alla professione religiosa, se non dopo aver date, in un noviziato fatto secondo le regole, prove di vera vocazione, di maniera che si possa a buon diritto presumere che il novizio abbraccia la vita religiosa col solo intendimento di vivere unicamente a Dio, ed attendere, secondo le regole del proprio istituto, alla propria salute ed a quella dei prossimi. Su questo punto Noi vogliamo ed intendiamo che si osservi tutto ciò che è stato stabilito e prescritto, pel bene delle famiglie religiose nei decreti pubblicati il 25 gennaio dell’anno scorso dalla nostra Congregazione sullo stato dei regolari, decreti rivestiti della nostra Apostolica autorità.  – Dopo avervi così parlato del Clero regolare, Noi ci facciamo premura di raccomandare alla Vostra Fraternità l’istruzione e l’educazione dei chierici minori; che la Chiesa non può guari sperare di trovar degni ministri, se non tra coloro che fin dalla loro giovinezza e prima età, sono stati, secondo le regole prescritte, informati a questo sacro Ministero. Continuate dunque, Venerabili Fratelli, ad usare di tutti i vostri mezzi, a fare tutti i vostri sforzi, affinché i giovani, destinati alla sacra milizia, siano ricevuti, per quanto è possibile, nei seminari ecclesiastici fin dalla loro più tenera età, ed affinché, raccolti intorno al Tabernacolo del Signore, essi vigoreggino e crescano, come piantagione novella nell’innocenza della vita, nella Religione, nella modestia, nello spirito ecclesiastico, imparando nello stesso tempo da scelti maestri, la cui dottrina sia al tutto scevra da ogni pericolo, di errore, le lettere, le scienze elementari e le alte scienze, ma soprattutto le lettere e le scienze sacre.  – A quest’effetto, Voi vi rivendicherete la principale autorità, un’autorità pienamente libera sui professori delle sacre discipline e su tutte le cose che spettano alla religione o le si attengono da vicino. Vegliate acciò che in nulla e per nulla, ma specialmente in tutto che tocca alle cose di religione, non si adoperino altro che libri esenti da ogni sospetto di errore. Avvertite quelli che hanno cura di anime, di essere vigilanti cooperatori in tutto ciò che concerne le scuole dei fanciulli e della prima età. Le scuole non siano affidate se non a maestri e maestre di provata onestà, e per insegnare gli elementi della Fede ai ragazzi ed alle ragazze non si usino altri libri, fuorchè quelli approvati dalla Santa Sede. Su questo punto, Noi non possiamo dubitare che i parrochi non siano i primi a dar l’esempio, e che, sollecitati dalle vostre incessanti esortazioni, essi non si applichino ogni giorno più ad istruire i fanciulli intorno agli elementi della Dottrina Cristiana, ricordandosi che questo è uno dei più gravi doveri della carica loro commessa. Voi dovrete parimenti rammentar loro che, nelle loro istruzioni sia ai fanciulli che al popolo, eglino non devono mai perdere di vista il Catechismo Romano, pubblicato conformemente al decreto del Concilio di Trento, per ordine di San Pio V, nostro predecessore, d’immortale memoria, e raccomandato a tutti i pastori di anime da altri Sommi Pontefici, ed in ispecie da Clemente XIII, come un aiuto valevolissimo a respingere le frodi delle perverse opinioni, a propagare e stabilire solidamente la vera e sana dottrina [Enc. 14 giu. 1761. – Voi non vi meraviglierete punto, Ven. Fratelli, se Noi vi parliamo un po’ stesamente su questa materia. La vostra prudenza ha certamente riconosciuto che, in questi tempi pericolosi, Noi dobbiamo, Voi e Noi, fare i più grandi sforzi, lottare con una costanza invincibile, spiegare una vigilanza continua per tutto ciò che s’attiene alle scuole all’istruzione ed all’educazione dei fanciulli e dei giovani dell’uno e dell’altro sesso. Voi sapete che, ai giorni nostri, i nemici della religione e dell’umana società, aggirati da uno spirito veramente diabolico, si sbracciano per pervertire il cuore e l’intelligenza dei giovani fin dalla loro primissima età. Quindi è che s’appigliano ad ogni mezzo, tentano ogni più audace partito per sottrarre interamente all’autorità della Chiesa ed alla vigilanza de’ sacri pastori le scuole ed ogni stabilimento destinato all’educazione della gioventù.  – Noi abbiamo pertanto ferma speranza che i nostri dilettissimi figli in Gesù Cristo, tutti i Principi d’Italia, aiuteranno la Vostra Fraternità col loro potente patrocinio, affinché voi possiate adempiere con maggior frutto i doveri del vostro ufficio che vi abbiam rinfrescati. Non dubitiamo pure in verun modo che essi non abbiano la volontà di proteggere la Chiesa e tutti i suoi diritti, sia spirituali che temporali. Nulla è più conforme alla Religione e pietà che essi hanno ereditata dai loro maggiori, e dalla quale si mostrano animati. Non può sfuggire alla loro sapienza che la causa prima di tutti i mali, onde siam travagliati, non fu altra che il male fatto alla Religione ed alla Chiesa cattolica nei tempi anteriori, ma specialmente all’epoca in cui comparvero i protestanti. Essi veggono, per esempio, che il disprezzo crescente dell’autorità de’ sacri Pontefici, le violazioni, sempre più moltiplicate ed impunite dei Precetti divini ed ecclesiastici, hanno scemato in analoga proporzione il rispetto del popolo verso il potere civile, ed aperto agli attuali nemici della pubblica tranquillità una via più larga alle rivolte ed alle sedizioni. Essi veggono in pari modo, che lo spettacolo sovente rinnovato dei beni temporali della Chiesa invasi, divisi, venduti pubblicamente, avvegnachè a Lei appartenessero in virtù di un legittimo diritto di proprietà, e che l’indebolimento, presso i popoli, del sentimento di rispetto per la proprietà consacrata ad una destinazione religiosa, hanno avuto per effetto di rendere un gran numero d’uomini più accessibili alle audaci asserzioni del novello socialismo e del comunismo, insegnanti che si può, alla stessa guisa, porre la mano sulle altre proprietà, impadronirsene, e spartirle o trasformarle in qualunque altra maniera per uso di tutti. Essi vedono ricadere poco a poco sul potere civile gl’impacci e le pastoie già una volta moltiplicate con tanta perseveranza per impedire i pastori della Chiesa dall’usare liberamente di loro sacra autorità.  – Essi veggono finalmente che, in mezzo alle calamità che ci premono tutt’intorno, è impossibile trovare un rimedio di effetto più pronto, di efficacia maggiore che il far rifiorire e ridonare tutto l’antico splendore alla Religione ed alla Chiesa Cattolica per tutta Italia, a quella Chiesa Cattolica, la quale possiede, non si può dubitarne, i mezzi più acconci a soccorrere le diverse indigenze dell’uomo in tutte le condizioni.  – Ed in verità, per usare qui le parole di sant’Agostino: «La Chiesa Cattolica abbraccia non pure DIO stesso, ma ancora l’amore e la carità verso il prossimo in guisa che ella ha rimedii per tutte le malattie che provano le anime a cagione dei loro peccati. Essa esercita ed ammaestra i suoi figliuoli in modo appropriato alla loro età, i giovani con forza, i vecchi con tranquillità, in una parola, secondochè esige l’età non solamente del corpo, ma eziandio della loro anima. Essa assoggetta la donna al marito, non per appagare il libertinaggio, sì veramente per propagare la specie umana e conservare la dimestica società. Essa fa il marito superiore alla moglie, non già perché egli si faccia giuoco del sesso più debole, ma perché entrambi ubbidiscano alla legge di un sincero amore. Essa assuddita i figli ai loro genitori in una specie di libere servitù, e l’autorità onde investe i parenti è una cotal foggia d’amorevole dominazione. Essa raggiunge i fratelli ai fratelli con un vincolo di religione più forte, più stretto di quello del sangue. Essa stringe e rafferma tutti i legami di parentela e di alleanza per una vicendevole carità, la quale rispetta nodi della natura e quelli formati dalle diverse volontà. Essa insegna ai servitori a star soggetti ai loro padroni, non tanto per la necessità di lor condizione, quanto per l’attrattiva del dovere; essa rende i padroni miti e dolci verso i loro servi col pensiero del comune signore, il sommo Iddio, e far loro preferire le vie della persuasione a quella del costringimento. Essa lega i cittadini ai cittadini, le nazioni alle nazioni, e tutti gli uomini tra di loro, non solamente col vincolo sociale, ma ancora con una specie di fratellanza, frutto della memoria dei nostri primi parenti. Essa addottrina i re ad aver sempre di mira il bene dei loro popoli, ed ammonisce i popoli a sottomettersi ai loro re. Essa fa conoscere a tutti con una sollecitudine instancabile a chi sia dovuto l’onore, a chi l’affezione, a chi il rispetto, a chi il timore, a chi la consolazione, a chi l’avvertimento, a chi l’esortazione, a chi la disciplina, a chi il rimprovero, a chi il supplizio, mostrando come tutte le cose non son dovute a tutti, ma che a tutti è dovuta la carità, a nessuno l’ingiustizia [S. August.: De moribus Cath. Eccl. Lib. 1].  – Egli è dunque Nostro dovere e Vostro, Venerabili Fratelli, di non indietreggiare dinanzi a nessuna fatica, di affrontare tutte le difficoltà, di porre in opera tutta la forza del Nostro zelo pastorale per proteggere, presso i popoli italiani, il culto della Cattolica Religione, non solamente coll’opporci energicamente agli sforzi degl’empi che congiurano a divellere l’Italia stessa dal seno della Chiesa, ma ancora lavorando potentemente per ricondurre nelle vie della salute quei figli degenerati d’Italia, che già ebbero la debolezza di lasciarsi sedurre. – Ma ogni bene eccellente ed ogni dono perfetto viene dall’alto; accostiamoci adunque con fiducia al trono della grazia, Ven. Fratelli, non cessiamo dal supplicare e scongiurare con preghiere pubbliche e particolari il Padre celeste dei lumi e delle misericordie, affinché pei meriti del suo Figliuolo unico GESÙ-CRISTO, rivolgendo il suo sguardo dai nostri peccati, illumini, nella sua clemenza, tutti gli spiriti e tutti i cuori colla virtù della sua grazia, e domando le ribelli volontà, glorifichi la sua Chiesa con nuove vittorie e nuovi trionfi; così che in tutta l’Italia e per tutta la terra, il popolo che lo serve, cresca in numero ed in merito. – Invochiamo altresì la Santissima Madre di Dio, Maria Vergine Immacolata, la quale, col suo onnipossente patrocinio presso Dio, ottenendo tutto ciò che domanda, non può domandar invano. Invochiamo con Lei, Pietro Principe degli Apostoli, Paolo suo fratello nell’apostolato, e tutti i santi del Cielo, affinché il clementissimo IDDIO, placato dalle loro preghiere, volga dai popoli fedeli i flagelli della sua collera, e conceda, nella sua bontà a tutti quelli che portano il nome di cristiani, di potere colla sua grazia e rigettare tutto ciò che è contrario alla santità di questo nome, e praticare tutto ciò che le è conforme. – In fine, Venerabili Fratelli, ricevete in pegno del nostro vivo amore per Voi, l’Apostolica benedizione, che dal fondo del Nostro cuore affettuosamente vi compartiamo, a Voi ed al Clero ed ai Fedeli laici commessi alla vostra vigilanza.

Datum Neapoli in Suburaano Portici, die viii decembris anni MDCCCXLIX Pontificatus Nostri ann. iv.

PIUS PP. IX.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI E APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO VI – CHARITAS QUÆ

“…. nessuno infatti può far parte della Chiesa di Cristo, se non si mantiene unito al suo Capo visibile, e stretto alla Cattedra di Pietro.” Questa è la conclusione perentoria di questa lettera enciclica scritta in occasione dei tragici eventi francesi postrivoluzionari, con l’obiettivo deciso di sanzionare qualsiasi indebita consacrazione vescovile attuata senza l’autorizzazione della Sede Apostolica, senza mandato, priva quindi di qualsiasi forma di giurisdizione, missione canonica, illegittima, scismatica e sacrilega. Questa stessa condizione, anche se in momenti storici ben diversi, si è ripresentata in tempi più recenti nei quali pastori superbi ed indegni, si sono arrogati il potere di consacrare [ … o meglio non-consacrare] fantocci impennacchiati senza mandato Apostolico e adducendo ridicoli stati di necessità, ampiamente condannati da Pontefici di ogni tempo, ultimo S. S. Pio XII. Questi ridicoli pseudo-prelati, che hanno a loro volta creato illegittimi e scismatici finti-preti, passano addirittura per tradizionalisti Cattolici, onde carpire la buona fede di ignari e male informati fanta-fedeli illusi da una messa tridentina aleatoria, sacrilega ed invalida. In particolare sono i “figliocci” e derivati del “cavaliere kadosh” Lienart 30 :. , agente massonico della “ganascia” destra della tenaglia trita-Cristiani ideata dai nemici di Dio, di Cristo e di tutti gli uomini, per distruggere la Chiesa Cattolica … si fieri potest!, in combutta con la ganascia sinistra del satanico “novus ordo” degli antipapi delle logge del sacro (un tempo) colle. Questi pseudo-vescovi in particolare, non hanno sede diocesana, e sono totalmente abusivi e senza alcuna autorità canonica e spirituale, dispensatori di finti e funesti sacramenti oltremodo invalidi, e maledicenti. Oggi poi la situazione è totalmente confusa, essendo i kadoshiano-derivati, scismatici dagli scismatici novusordisti … un tragico pasticcio che, se non fosse così deleterio e mortale per il destino di milioni di anime, sarebbe tutto da ridere e sbeffeggiare. Che dire? … veramente la Chiesa Cattolica è in eclissi totale, anzi oramai nel sepolcro; però ricordiamoci come il suo Fondatore dal sepolcro sia uscito glorioso e vincente sul suo nemico capitale! Questa sarà la sorte della Chiesa di Cristo: quando sembrerà morta e nel sepolcro, ribalterà la pietra tombale dalla quale è stata rinchiusa da apostati e da servi del demonio, e trionfante occuperà nuovamente con onore e splendore gli edifici e gli uffici con violenza usurpati. Su questo non dubitiamo affatto, perché il Signore Nostro Gesù Cristo ce lo ha solennemente promesso, e … il suo Apostolo lo ricordava ai fedeli di Tessalonica. – Leggiamo quindi l’enciclica che condanna i lupi di ogni tempo che, sotto l’aspetto di agnelli, penetrano nell’ovile di Cristo per fare stragi di anime, lupi che al fine subiranno la sorte del loro padre lucifero “… verumtamen ad infernum detraheris in profundum laci” [Isa. XIV, 15].

 Charitas quae, docente Paulo apostolo, patiens et benigna est

S. S. PIO VI

LITT. Apostol. In forma brevis

“CHARITAS QUÆ”

 “SULLA CONDANNA DEL GIURAMENTO CIVILE DEI CHIERICI DOPO LA RIVOLUZIONE FRANCESE, E LA RIPROVAZIONE DI ALCUNE ELEZIONI E CONSACRAZIONE DI PSEUDO-VESCOVI.

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE

PIO PP. VI

SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE.

La carità, che – come insegna l’apostolo Paolo – è paziente e benigna, tollera e sopporta tutto, fintanto che rimane la speranza che per mezzo della mansuetudine ci si possa opporre agli errori che ormai hanno cominciato a farsi strada. Tuttavia, se gli errori crescono di giorno in giorno, a tal punto da far precipitare nello scisma, allora le stesse leggi della carità, strettamente congiunte agl’impegni apostolici, che indegnamente svolgiamo, richiedono ed impongono che sia approntata una medicina paterna, ma pronta ed altrettanto efficace contro la malattia incipiente, dopo aver mostrato a coloro che sbagliano l’orrore della colpa e la gravità delle pene canoniche nelle quali sono incorsi. In tal modo, coloro che si sono allontanati dalla via della verità possono riaversi e, abiurati gli errori, potranno rientrare nella Chiesa che, come madre affettuosa, accoglierà a braccia aperte il loro ritorno; e gli altri fedeli eviteranno opportunamente gl’inganni degli pseudo-pastori, i quali (entrati nell’ovile in tutti i modi, ma non per la porta) non chiedono altro se non di rubare, uccidere, distruggere. Avendo davanti agli occhi questi precetti divini, a malapena abbiamo udito il rumore della guerra alla quale aizzavano contro la Religione Cattolica i filosofi innovatori riuniti nell’Assemblea Nazionale di Francia, della quale costituivano la maggior parte; piangemmo amaramente davanti a Dio e dopo aver partecipato ai Venerabili Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa l’ansietà del Nostro animo, abbiamo indetto preghiere pubbliche e private. In seguito, con lettera del 9 luglio 1790 al Nostro carissimo figlio in Cristo Ludovico, re cristianissimo, lo abbiamo reiteratamente esortato a non sanzionare la “Costituzione Civile del Clero” che avrebbe portato la Nazione verso l’errore e il Regno verso lo scisma. Non poteva in nessun modo avvenire che un’assemblea politica di persone cambiasse l’universale disciplina della Chiesa, conculcasse le sentenze dei Santi Padri e i decreti dei Concili, sovvertisse l’ordine gerarchico, regolasse a suo capriccio l’elezione dei Vescovi, distruggesse le sedi episcopali e, eliminata la migliore organizzazione, ne introducesse nella Chiesa una peggiore. Affinché le Nostre esortazioni penetrassero più a fondo nell’animo del Re cristianissimo, scrivemmo al-tre due lettere in forma di Breve, il giorno 10 dello stesso mese, ai Venerabili fratelli arcivescovi di Bordeaux e di Vienne, che erano al fianco del re, e paternamente li ammonimmo perché unissero il loro intervento ai Nostri; si doveva scongiurare che, se l’autorità regia avesse accettato la predetta “Costituzione”, il Regno stesso diventasse scismatico, e scismatici i vescovi che fossero creati secondo la forma fissata dai Decreti; nel qual caso Noi saremmo obbligati a bollarli come intrusi, totalmente privi di giurisdizione ecclesiastica. Perché non si potesse minimamente dubitare che le Nostre ansiose sollecitudini fossero motivate soltanto da preoccupazioni religiose e per chiudere la bocca ai nemici di questa Sede Apostolica, decretammo che fosse sospesa in Francia l’esazione delle tasse, dovute ai Nostri uffici dalle precedenti Convenzioni e dalla ininterrotta consuetudine. Il Re cristianissimo si sarebbe certamente astenuto dal confermare la Costituzione, ma l’incalzante, impellente comportamento dell’Assemblea nazionale lo indusse a subire e a sottoscrivere la Costituzione, come dimostrano le lettere che Ci ha inviato il 28 luglio, il 6 settembre ed il 16 dicembre; in esse chiedeva che Noi approvassimo, almeno per precauzione, prima cinque e poi sette articoli, i quali, poco dissimili l’uno dall’altro, costituivano quasi un sunto della nuova Costituzione. Ben presto ci rendemmo conto che nessuno di quegli articoli poteva essere da Noi approvato o tollera-to, in quanto contrario alle regole canoniche. Non volendo tuttavia che da ciò i nemici cogliessero l’occasione di ingannare il popolo, come se Noi fossimo contrari a qualunque forma di conciliazione, e volendo continuare sulla stessa strada di mansuetudine, annunciammo al Re, con lettera del 17 agosto a lui stesso indirizzata, che gli articoli sarebbero stati da Noi attentamente soppesati e che i Cardinali di Santa Romana Chiesa sarebbero stati chiamati a consiglio e, riuniti, avrebbero esattamente ponderato. Essi dunque si riunirono due volte, il 24 settembre ed il 16 dicembre, per esaminare i primi ed i secondi articoli; svolto un diligentissimo esame, ritennero all’unanimità che sugli articoli in questione si dovesse sentire il parere dei Vescovi francesi, perché indicassero essi stessi, se era possibile, qualche fondamento canonico che da lontano non si riusciva ad individuare, come già Noi avevamo scritto in precedenza con altra Nostra lettera al Re cristianissimo. Una non lieve consolazione al dolore che fortemente Ci affliggeva derivò dal fatto che la maggior parte dei Vescovi francesi, spontaneamente spinta dai doveri dell’impegno pastorale e mossa dall’amore per la verità, si mostrava costantemente contraria a questa Costituzione e la combatteva in tutti i modi che sono propri del regime della Chiesa. Questa Nostra consolazione fu ulteriormente aumentata allorché il Nostro diletto figlio il Cardinale Rochefoucauld e i Venerabili Fratelli l’Arcivescovo di Aix ed altri Arcivescovi e Vescovi in numero di trenta, per prevenire tanti e tanto grandi mali, si rivolsero a Noi; con lettera del 10 ottobre mandarono una “Esposizione sopra i principi della Costituzione del Clero”, firmata da ognuno col proprio nome, chiedendo il Nostro consiglio ed il Nostro aiuto; implorarono da Noi, come da un comune Maestro e Genitore, la corretta norma di comportamento, alla quale affidarsi con tranquillità. Ciò che soprattutto accrebbe la Nostra consolazione fu che molti altri Vescovi si unirono ai primi, sottoscrivendo la predetta “Esposizione”, di modo che dei 131 Vescovi di codesto Regno soltanto quattro si mantennero di diverso avviso; ed insieme a questo così grande numero di Vescovi anche la moltitudine dei Capitoli e la maggior parte dei Parroci e dei Pastori di second’ordine conveniva che questa “Esposizione”, fatta propria col consenso degli animi, dovesse far parte della Dottrina di tutta la Chiesa Francese. Noi stessi, senza frapporre indugio, mettemmo mano all’opera e sottoponemmo ad esame tutti gli articoli di detta Costituzione. Ma l’Assemblea Nazionale Francese, nonostante udisse la voce concorde di codesta Chiesa, non pensò minimamente di desistere dalla propria impresa, anzi fu maggiormente irritata dalla coerenza dei Vescovi. Rendendosi perfettamente conto che fra i Metropolitani e fra i Vescovi più anziani non se ne sarebbe trovato nessuno disponibile a legittimare i nuovi Vescovi, eletti nei Distretti municipali col voto dei laici, degli eretici, degli infedeli e degli ebrei, secondo quanto disponevano i nuovi Decreti; consapevole inoltre che questa assurda forma di regime non avrebbe potuto sussistere da nessuna parte, dal momento che senza Vescovi scompare qualunque forma di Chiesa, l’Assemblea pensò di pubblicare altri Decreti ancora più assurdi; cosa che fece il 15 e il 27 novembre e poi ancora il 3, 4 e 26 gennaio 1791. Con questi ulteriori Decreti, ai quali aggiunse forza l’autorità regia, venne stabilito che – qualora il Metropolitano oppure il Vescovo più vecchio si fosse rifiutato di consacrare i nuovi eletti – qualunque Vescovo di un altro Distretto avrebbe potuto farlo. Inoltre, per far sì che con un’unica azione ed in un solo momento venissero tolti di mezzo tutti i Vescovi onesti e tutti i Parroci animati dalla Religione Cattolica, fu disposto anche che tutti i Pastori, sia del primo sia del secondo ordine, giurassero tutti, senza alcuna aggiunta, di osservare la Costituzione: sia quella già promulgata, sia le norme che fossero approvate in seguito. Coloro che si fossero rifiutati di prestare giuramento, sarebbero addirittura stati rimossi dal loro grado e le loro sedi e le loro parrocchie considerate vacanti del pastore. Espulsi dunque, anche con la violenza, i legittimi Pastori e Ministri, sarebbe stato lecito procedere all’elezione di nuovi Vescovi e Parroci nei Distretti municipali; messi in disparte i Metropolitani ed i Vescovi più vecchi, che non si fossero piegati al giuramento, questi eletti avrebbero dovuto presentarsi al Direttorio (cui competerebbe la designazione di qualunque Vescovo) per essere confermati ed istituiti. Decreti di questo tenore, successivamente pubblicati, gravarono il Nostro animo di un dolore smisurato ed aumentarono la Nostra pena, perché Ci toccò occuparci anche di questi temi nella risposta ai Vescovi

che stavamo preparando. I decreti Ci sollecitarono di nuovo ad indire pubbliche preghiere e ad implorare il Padre di ogni misericordia. Essi furono anche la causa per cui i Vescovi francesi, che già con egregie, meditate pubblicazioni si erano opposti alla Costituzione del Clero, diedero alle stampe nuove Lettere Pastorali al popolo, e si diedero da fare con il massimo impegno a contrastare le disposizioni relative alla deposizione dei Vescovi, alle vacanze delle sedi episcopali, alle elezioni e ratifiche dei nuovi Pastori. Da ciò è derivato che – per espresso accordo di tutta la Chiesa francese – i giuramenti civici vennero considerati come spergiuri e sacrileghi, totalmente indegni non solo degli ecclesiastici ma di qualunque persona cattolica; tutti gli atti conseguenti, considerati scismatici, furono tenuti in nessuna considerazione e fatti oggetto delle più gravi censure. A queste lodevolissime dichiarazioni del clero francese corrisposero anche i fatti; quasi tutti i Vescovi, infatti, e la maggior parte dei Parroci si rifiutarono, con invitta coerenza, di prestare il giuramento. Allora i nemici della Religione si resero conto che tutti i loro malvagi disegni sarebbero andati a vuoto se non fossero riusciti a guadagnarsi l’animo di qualche Vescovo, debole o mosso dall’ambizione; qualcuno che prestasse il giuramento di proteggere la Costituzione e muovesse le sacrileghe mani alle Consa-crazioni, affinché niente più mancasse per introdurre lo scisma. Fra quelli abbattuti dall’altrui malizia il primo fu Carlo, Vescovo di Autun, difensore acerrimo della Costituzione; il secondo fu Giovanni Giuseppe, Vescovo di Lidda; il terzo Ludovico, Vescovo d’Orléans; il quarto Carlo, Vescovo di Viviers; il quinto il Cardinale di Loménie ed Arcivescovo di Sens e pochissimi, infelicissimi Pastori di se-cond’ordine. Per quanto attiene al Cardinale di Loménie, con lettera indirizzata a Noi il 25 novembre scorso, tentando di giustificare il giuramento che aveva prestato, affermava che non doveva essere considerato come un “consenso dell’animo” e che comunque egli si trovava profondamente dubbioso se rifiutarsi di imporre le mani agli eletti (come fino a quel momento aveva evitato di fare) oppure no. Poiché il problema più importante era che nessuno dei vescovi consacrasse gli eletti (cosa che avrebbe rafforzato la via dello scisma), Ci parve opportuno sospendere la Nostra risposta ai Vescovi, che era quasi conclusa, e senza indugio riscrivere, il 23 febbraio, al Cardinale, dimostrandogli sia il suo errore di valutazione nel prestare giuramento, sia anche quali pene sono previste dai Canoni; pene alle quali, non senza dolore nell’animo Nostro, avremmo dovuto sottoporlo, privandolo anche della dignità cardinalizia, se non avesse riparato la pubblica offesa con una tempestiva ed adeguata ritrattazione. Per quanto poi atteneva al dubbio se consacrare o no gli pseudo-eletti, gli ordinammo formalmente di non procedere oltre nell’istituire nuovi Vescovi, neppure per stato di necessità, per non aggiungere nuovi interlocutori ostili alla Chiesa. Si tratta infatti di un diritto che spetta unicamente alla Sede Apostolica, sulla base di quanto fissato dalle norme del Concilio di Trento, e che nessuno dei Vescovi o dei Metropoliti può arrogarsi; in caso contrario, Noi siamo obbligati dal nostro dovere apostolico a considerare scismatici tanto coloro che consacrano quanto coloro che sono consacrati, e di nessun valore tutti gli atti che sia gli uni sia gli altri andranno producendo. Esaurite queste incombenze, che C’imponeva la natura del Nostro supremo compito pastorale, fu opportuno per Noi rimettere mano alla risposta, che già era costata grande impegno e lunga fatica, per le molteplici novità che si erano accumulate. Con l’aiuto di Dio la completammo, affinché una volta esaminati tutti gli articoli, chiunque avesse ben chiaro che la nuova Costituzione – sulla base del Nostro giudizio e di quello della Sede apostolica, che i Vescovi francesi Ci avevano richiesto e che i Cattolici francesi desideravano grandemente – nasceva da principi contaminati dall’eresia, e perciò in parecchi decreti era eretica a propria volta e contraria al dogma cattolico; in altri invece sacrilega, scismatica, distruttiva dei diritti del Primato e della Chiesa, contraria sia alla vecchia sia alla nuova disciplina; in definitiva, strutturata e diffusa senz’altro scopo che abolire la Religione Cattolica. Ogni libertà di professarla viene infatti negata, i legittimi Pastori vengono rimossi, i beni occupati; invece, gli uomini di altre sette vengono pacificamente lasciati nella loro libertà e nel possesso dei loro beni. Nonostante avessimo dimostrato con chiarezza tutto ciò, e tuttavia non volendo abbandonare la strada della mansuetudine, dichiarammo che fino a quel momento ci eravamo astenuti dal considerare separati dalla Chiesa Cattolica gli autori della malefica Costituzione civile del clero; ma contemporaneamente dovemmo ripetere che (come la Santa Sede ha sempre usato fare in casi di questo genere) saremmo purtroppo costretti a  dichiarare scismatici tutti coloro che non si allontanassero dagli errori che Noi abbiamo illustrati, sia che si tratti degli autori di questa Costituzione, sia di persone che vi abbiano aderito con giuramento; che siano stati nominati nuovi pastori o che abbiano consacrato gli eletti, o che dagli eletti siano stati consacrati. Tutti costoro infatti, chiunque fossero, sarebbero privi della legittima missione e della comunione con la Chiesa. Poiché – fatti salvi il dogma e la disciplina universale della Chiesa – il Nostro animo è disposto a favorire, fin dove è lecito, l’illustre nazione francese, seguendo il consiglio dei Cardinali convocati per questo motivo e ripetendo ciò che già avevamo scritto personalmente al Re cristianissimo, esortammo i Vescovi, sotto i cui occhi le cose si svolgevano, a prospettarci qualche altro tipo d’intervento – se fosse possibile trovarlo – non in contrasto con il dogma cattolico e con la disciplina universale, da sottoporre al Nostro esame ed alla Nostra decisione. Questi sentimenti del Nostro animo vennero da Noi esposti an-che al Nostro carissimo figlio in Cristo, il Re cristianissimo, al quale mandammo copia della Nostra ri-sposta ai Vescovi; inoltre lo esortammo nel Signore a preparare, con l’aiuto dei Vescovi più saggi, una medicina più adatta al male che era derivato anche dall’autorità regia e lo assicurammo che contro coloro che si fossero mantenuti pervicacemente nell’errore Noi avremmo eseguito (come deriva dall’obbligo pastorale) ciò che, posti nella stessa condizione, anche i Nostri Predecessori disposero. Entrambe le Nostre lettere, quella al Re e quella ai Vescovi, furono spedite il 10 marzo con un corriere speciale, che partì il giorno successivo. Di nuovo, il giorno 15 dello stesso mese, con l’arrivo del corriere ordinario proveniente dalla Francia, da ogni parte Ci venne riferito che il 24 febbraio a Parigi si era raggiunto il culmine dello scisma. In quel giorno infatti il Vescovo d’Autun (già colpevole di spergiuro e reo di defezione per aver abbandonato la Chiesa di propria volontà e davanti ai Laici) con un comportamento ben dissimile da quello del suo Capitolo, meritevole invece d’ogni elogio, si unì ai Vescovi di Babilonia e di Lidda. Il primo di questi, che era stato da Noi insignito del pallio e gratificato anche di sussidi, si dimostrò degno successore di un altro Vescovo di Babilonia, quel Domenico Varlet ben noto per lo scisma della Chiesa di Utrecht; il secondo, già colpevole di spergiuro, era già incorso nell’odio e nella disistima dei buoni allorché s’era mostrato dissidente dalla retta dottrina del Vescovo e del Capi-tolo della Chiesa di Basilea, della quale egli è suffraganeo. In quel giorno, dunque, il Vescovo d’Autun, con l’aiuto di questi due vescovi, senza farne parola all’Ordinario, nella chiesa dei Preti dell’Oratorio osò imporre le sacrileghe mani a Luigi Alessandro Expilly e a Claudio Eustachio Francesco Marolles, senza averne ricevuto alcun mandato dalla Sede apostolica, senza richiedere il giuramento dell’obbedienza dovuta al Pontefice; tralasciando inoltre l’esame e la confessione di fede prescritta dal Pontificale Romano (formalità che devono essere osservate in tutte le chiese del mondo) e trascurando, violando, disprezzando anche tutte le altre norme. Tutto ciò, sebbene non potesse ignorare che il primo dei due era stato eletto illegittimamente Vescovo di Cornovaglia, nonostante le gravi e ripetute contestazioni di quel Capitolo, e che l’altro ancor meno legittimamente era stato nominato Vescovo di Soissons, della diocesi che ha invece come proprio pastore vivo e vegeto il reverendo fratello Enrico Giuseppe Claudio de Bourdeilles. Questi ritenne suo preciso dovere opporsi con veemenza a tanto grande profanazione e difendere con impegno la sua diocesi, come testimonia la sua sollecita lettera al popolo datata 25 febbraio. Contemporaneamente Ci venne riferito che il vescovo di Lidda aveva aggiunto al vecchio anche un nuovo crimine. Il giorno 27 dello stesso mese di febbraio, in compagnia dei nuovi pseudo-Vescovi Expilly e Marolles, nella stessa chiesa aveva osato consacrare in maniera sacrilega il parroco Saurine come Vescovo di Aix, quantunque anche questa Chiesa gioisca lieta dell’ottimo suo Pastore, il reverendo fratello Carlo Augusto Lequien. Forse da ciò è derivato che lo stesso vescovo di Lidda, Giovanni Giuseppe Gobel, pur essendone tuttora vivo l’Arcivescovo, fu nominato capo della chiesa di Parigi, sull’esempio di Ischira, che, a compenso del crimine commesso e dell’ossequio tributato nell’accusare e nel cacciare dalla sua sede Sant’Atanasio, nel Conciliabolo di Tiro fu proclamato Vescovo di quella città. Notizie così dolorose e tristi riempirono il Nostro animo di dolore e tristezza incredibili. Confortati tuttavia dalla speranza in Dio, il giorno 17 di marzo ordinammo che fosse di nuovo convocata la Congregazione dei Cardinali, affinché Ci esprimesse il proprio parere su una situazione di tale gravità, come  già aveva fatto altre volte. Mentre Ci preoccupavamo di dar corso alla delibera assunta con il consiglio dei Cardinali, il giorno 21 dello stesso mese un altro corriere giunto da codesto Regno riferisce che il Vescovo di Lidda, divenuto ancora più perfido, insieme agli pseudo-Vescovi Expilly e Saurine, il giorno 6 dello stesso mese, nella stessa chiesa, con le stesse sacrileghe mani aveva consacrato Vescovo di Beauvais il parroco Massieu, deputato dell’Assemblea francese; un altro deputato, il parroco Lindet, Vescovo di Eureux; il parroco Laurent, anch’egli deputato, Vescovo di Moutiers; il parroco Heraudin Vescovo di Châteauroux. Egli osò far questo nonostante le due prime diocesi abbiano tuttora i loro pastori legittimi e le altre due chiese non siano state ancora erette dall’autorità Apostolica in sedi vescovili. Quale giudizio si debba dare di coloro che accettano di essere eletti e consacrati in Chiese regolarmente rette ed amministrate dai loro Vescovi, lo spiegò egregiamente, molti anni prima di Noi, San Leone. Scrivendo infatti a Giuliano, Vescovo di Coo, contro un certo Teodosio che aveva occupato la sede del Vescovo Giovenale, ancora vivente, al cap. IV sostenne: “Che uomo sia colui che s’introduce nella sede di un Vescovo vivente si desume con chiarezza dallo stesso gesto; né c’è da dubitare che sia un malvagio colui che è amato dai nemici della fede”. Con quanta ragione la Chiesa si sia sempre tenuta lontana da coloro che vengono eletti dalla turba e dalla confusione dei laici (mentre eletti ed elettori si dimostrano affetti da una stessa malattia: quella delle false opinioni) Ce lo dimostrò, anche troppo, una lettera pastorale a Noi indirizzata – giunta per il tramite dello stesso corriere – che lo pseudo-Vescovo Expilly aveva fatto pubblicare il 25 febbraio per ingannare gl’inesperti e senz’altro disegno, certamente, che stracciare l’inconsutile veste di Cristo. Costui, dunque, dopo aver ricordato il giuramento – ovverossia lo spergiuro – al quale s’è vincolato, espone tutti i fondamenti della Costituzione francese, che riporta quasi parola per parola, e – condividendo le posizioni dell’Assemblea – ne consiglia l’approvazione; sostiene che una Costituzione come quella non offende assolutamente il dogma, ma soltanto introduce una forma migliore di disciplina, riportandola alla purezza dei primi secoli, soprattutto in quella parte nella quale, allontanato il clero, le elezioni vengono restituite al popolo e le istituzioni e le consacrazioni ai Metropolitani, grazie ai primi Decreti dell’Assemblea francese, i soli che egli cita. Per ingannare meglio gl’inesperti, egli ricorda una lettera che Ci scrisse il 18 novembre 1790, come se fosse stato in accordo con la Sede Apostolica. In seguito, ri-volgendosi direttamente ai singoli Ordini della Diocesi, li esorta tutti ad accoglierlo come legittimo Pastore e ad accettare spontaneamente la Costituzione. Ah, l’infelice! Tralasciando Noi volutamente quei temi che attengono al governo civile, tuttavia, con quale mai coraggio egli intende difendere, sul piano religioso, una Costituzione che quasi tutti i Vescovi della Chiesa francese e molti altri uomini di Chiesa hanno riprovata e rigettata, considerandola contraria al dogma e difforme dalla disciplina consueta, in particolare per le elezioni e le consacrazioni dei Vescovi? Questa verità, che salta agli occhi, neppure lui avrebbe potuto dissimulare o celare se non avesse passato consapevolmente sotto silenzio i decreti più assurdi che ultimamente erano stati approvati dall’Assemblea francese. Decreti che, oltre le altre iniquità, sono arrivati al punto di attribuire il diritto di nomina e di conferma di ogni Vescovo all’arbitrio e alla volontà del Direttorio. Codesto infelice, che già tanto è avanzato sulla via della perdizione, si legga dunque la Nostra risposta ai Vescovi della Gallia, nella quale abbiamo confutato ed abbattuto in anticipo tutti i mostruosi errori della sua lettera, e capirà quanto chiaramente risplenda nei singoli articoli la verità che egli odia. Sappia intanto di essersi già condannato da solo. Se infatti è vero (come prevede l’antica disciplina sulla base del Canone del Concilio di Nicea, cui egli fa riferimento) che ogni eletto, per ottenere il riconoscimento legittimo del titolo, dev’essere confermato dal suo Metropolita e che il diritto dei Metropoliti deriva dal diritto della Sede Apostolica, come potrà accadere che Expilly si ritenga insediato legittimamente sulla base dei Canoni, dal momento che alla sua consacrazione hanno avuto parte altri Vescovi ma non l’Arcivescovo di Tours, di cui la Chiesa di Kimpercotin è suffraganea? Poiché questi Vescovi appartengono ad altre province, se poterono, con ardire sacrilego, conferirgli l’Ordine, non poterono tuttavia attribuirgli la giurisdizione, della quale essi sono completamente privi, come prevede la disciplina di tutte le epoche. Questa potestà di conferire la giurisdizione, sulla base della nuova disciplina, introdotta già da molti secoli e confermata dai Concilii generali e dagli stessi Concordati, non riguarda assolutamente i Metropoliti e – come se fosse ritornata da dove proveniva – risiede unicamente presso la Sede  Apostolica; perciò oggi “il Pontefice Romano per obbligo del suo ufficio dà a ciascuna Chiesa i suoi Pastori”, per dirla con lo stesso Concilio di Trento (Sessione XXIV, cap. 1 De ref.), e di conseguenza in tutta la Chiesa Cattolica nessuna consacrazione può considerarsi legittima se non conferita dalla Sede Apostolica. Non è assolutamente vero che la lettera che egli Ci ha inviato lo favorisca; anzi! Lo rende maggiormente colpevole e non può sfuggire alla taccia di scismatico. Infatti, pur simulando un’apparenza di comunione con Noi, la lettera non fa parola della conferma che da Noi deve ricevere, e semplicemente Ci riferisce della sua elezione, per quanto illegittima, come dispongono i Decreti francesi. Per questo, Noi, seguendo l’esempio dei Nostri Predecessori, giudicammo di non dovergli rispondere, ma ordinammo che fosse seriamente ammonito a non procedere oltre; speravamo che avrebbe obbedito. Egli era già stato ammonito, di propria iniziativa, dal Vescovo di Rennes, che gli negò l’istituzione e la conferma che egli insistentemente richiedeva. Perciò, anziché accoglierlo come Pastore, il popolo deve respingerlo con orrore come un invasore. Invasore, diciamo, perché rifiutò di professare quella verità che pure doveva conoscere; perché cominciò ad abusare dell’ufficio di Pastore, da lui carpito; perché divenne addirittura talmente arrogante che alla fine della lettera pastorale osò persino dispensare dal vincolo del precetto ecclesiastico quaresimale. Perciò “egli si è fatto imitatore del Diavolo e non è stato coerente nella verità, mal utilizzando l’apparenza di una carica e di un nome usurpati”, come disse di un invasore analogo San Leone Magno scrivendo ad alcuni Vescovi dell’Egitto. Vedendo Noi pertanto che con questa molteplice serie di eccessi lo scisma si diffonde e si moltiplica nel Regno francese, così benemerito della Religione e a Noi così caro; vedendo inoltre che per queste stesse ragioni di giorno in giorno in ogni luogo vengono eletti nuovi Pastori, sia del primo sia del secondo ordine, e che i legittimi Ministri sono rimossi e cacciati ed al loro posto vengono insediati lupi rapaci, non possiamo non esser mossi a pietà da una vicenda così lacrimevole. Per porre il più pronto riparo allo scisma che progredisce; per riportare al loro dovere coloro che hanno sbagliato e per rinsaldare nelle loro convinzioni i buoni; per conservare fiorente la Religione in codesto regno; aderendo Noi ai consigli dei Nostri Venerabili Fratelli i Cardinali di Santa Romana Chiesa ed assecondando i desideri di tutto l’Ordine episcopale della Chiesa francese, seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, con la potestà Apostolica che esercitiamo, con la presente in primo luogo intimiamo: Chiunque – Cardinali di Santa Romana Chiesa, Arcivescovi, Vescovi, Abati, Vicari, Canonici, Parroci, Presbiteri, tutti coloro che partecipano alla milizia ecclesiastica, secolari o regolari – abbia prestato puramente e semplicemente, come prescritto dall’Assemblea nazionale, il “giuramento civico”, fonte avvelenata di tutti gli errori e causa principale di tristezza per la Chiesa cattolica francese, se entro quaranta giorni a contare da oggi non avrà ritrattato tale giuramento sarà sospeso dall’esercizio di qualunque ordine, e sarà colpevole di irregolarità se lo eserciterà. Inoltre dichiariamo specificamente che le elezioni dei predetti Expilly, Marolles, Saurine, Massieu, Lindet, Laurent, Heraudin e Gobel a Vescovi di Kimpercotin, Soissons, Aix, Beauvais, Eureux, Moutiers, Châteauroux e Paris sono state illegittime e sacrileghe e perciò sono state e sono da ritenersi nulle e come tali le annulliamo, cancelliamo ed abroghiamo, insieme con la nuova istituzione dei cosiddetti Vescovadi di Moutiers e Châteauroux e di altri. Dichiariamo e precisiamo inoltre che le consacrazioni fatte da costoro sono state indegne e completamente illegittime, sacrileghe e contrarie alle norme dei Sacri Canoni; pertanto coloro che sono stati eletti così temerariamente e senza alcun diritto sono privi di ogni giurisdizione ecclesiastica e spirituale sul governo delle anime, ed essendo consacrati illecitamente sono sospesi da ogni esercizio dell’ordine epi-scopale. Parimenti dichiariamo sospesi da ogni esercizio dell’ordine episcopale Carlo, Vescovo di Autun, Giovanni Battista, Vescovo di Babilonia, e Giovanni Giuseppe, Vescovo di Lidda, consacratori sacrileghi o assistenti; ugualmente sospesi dall’esercizio dell’ordine sacerdotale e da qualunque altro ordine siano tutti coloro che prestarono aiuto, opera, consenso e consiglio a tali esecrande consacrazioni.

Perciò disponiamo e strettamente vietiamo al citato Expilly ed agli altri illecitamente eletti ed illecitamente consacrati, sotto la stessa pena della sospensione, di arrogarsi la giurisdizione episcopale o qualunque altra autorità relativa al governo delle anime, dato che non l’ottennero mai; né di dare lettere dimissorie per prendere gli ordini, né di istituire, incaricare o confermare, con qualunque pretesto, pastori, vicari, missionari, servitori, funzionari, ministri o comunque li si voglia chiamare, incaricati della cura delle anime e dell’amministrazione dei sacramenti; né decretare, sia autonomamente sia congiuntamente, attraverso conciliabolo, in materia attinente la giurisdizione ecclesiastica; inoltre dichiariamo e rendiamo noto a tutti che lettere dimissoriali, deputazioni e conferme, sia che siano già state presentate sia che possano esserlo in futuro, insieme a tutti gli altri atti che siano derivati per temerario ardire, saranno considerati illegittimi e di nessuna rilevanza. Allo stesso modo disponiamo e vietiamo, con analoga pena della sospensione, tanto ai consacrati quanto ai consacratori, che osino impartire illecitamente tanto il sacramento della Cresima quanto l’Ordine o comunque esercitare ingiustamente l’Ordine episcopale, dal quale sono stati sospesi. Di conseguenza, coloro che sono stati iniziati agli Ordini ecclesiastici da costoro sappiano di essere soggetti al vincolo della sospensione, e che se eserciteranno gli ordini ricevuti saranno anche colpevoli di irregolarità. Per prevenire mali maggiori, con la stessa autorità e lo stesso tenore disponiamo e rendiamo noto che tutte le altre elezioni alle Chiese, alle Cattedrali ed alle Parrocchie francesi, vacanti o, peggio, occupate; vecchie o, peggio, nuove e di illegittima costituzione, compiute sin qui secondo i criteri della ricordata Costituzione del clero da parte degli elettori dei distretti municipali; quelle che vogliamo si considerino esplicitate, e quante altre seguiranno, devono essere considerate illegali, illegittime, sacrileghe e di nessun valore per il passato, per il presente e per il futuro; e Noi, per il presente, adesso per allora, le annulliamo, cancelliamo e abroghiamo. Dichiarando inoltre che quegli stessi che sono stati eletti senza fondamento giuridico e gli altri che lo saranno in analogo modo, sia nelle Chiese sia nelle Cattedrali, sono privi di ogni giurisdizione ecclesiastica o spirituale relativa al governo delle anime; che i Vescovi sin qui illecitamente consacrati, che parimenti vogliamo si ritengano citati, e gli altri che in seguito lo siano, debbono ritenersi totalmente privi dell’esercizio dell’Ordine episcopale né godranno del Ministero sacerdotale ora o in futuro. Perciò proibiamo strettamente sia a coloro che sono stati eletti Vescovi, sia a coloro che eventualmente lo saranno, di osare ricevere l’Ordine, cioè la consacrazione episcopale, da chiunque, sia egli Metropolita o Vescovo. Quanto agli stessi pseudo-Vescovi ed ai loro sacrileghi consacratori, e a tutti gli altri Arcivescovi e Vescovi, non presumano di consacrare gli illecitamente eletti o quelli che lo dovessero essere in futuro, trincerandosi dietro qualsiasi pretesto o colore. Comandando inoltre agli eletti di questo tipo e agli eventuali futuri Vescovi o Parroci, che non si comportino assolutamente come Arcivescovi, Vescovi, Parroci o Vicari, né s’incoronino del titolo di alcuna Chiesa cattedrale o parrocchiale, né si arroghino alcuna giurisdizione o facoltà relativa al governo delle anime, sotto pena di sospensione e di nullità; pena dalla quale nessuno di quelli fin qui nominati potrà mai essere liberato, se non da Noi personalmente o da coloro che la Sede Apostolica avrà delegato. Con la maggior benignità possibile abbiamo illustrato fin qui le pene canoniche inflitte per emendare i mali fino ad ora compiuti e per evitare che si dilatino ulteriormente in futuro. Noi confidiamo nel Signore che i consacratori e gli invasori delle cattedrali e delle parrocchie, gli autori e tutti i fautori della Costituzione riconoscano il loro errore e, spinti dalla penitenza, ritornino a quell’ovile dal quale furono strappati non senza macchinazione ed insidia. Sollecitandoli con parole paterne, Noi li esortiamo e li scongiuriamo nel Signore affinché si allontanino da siffatto ministero; affinché distolgano il piede dalla via della perdizione nella quale si sono gettati a capofitto; affinché non permettano che uomini imbevuti della filosofia di questo secolo diffondano tra il popolo queste mostruosità dottrinarie, contrarie all’istituzione di Cristo, alla tradizione dei Padri ed alle regole della Chiesa. Se dovesse mai accadere che il Nostro benevolo modo d’agire, le Nostre paterne ammonizioni, Dio non voglia, restassero inascoltati, sappiano costoro che non abbiamo intenzione di liberarli dalle più gravi pene alle quali sono sottoposti dai Canoni. Si persuadano che incorreranno nel Nostro anatema e che li denunceremo a tutta la Chiesa come scomunicati, come scismatici dalla Comunione ecclesiale e da Noi allontanati. Infatti è quanto mai opportuno che “chiunque abbia scelto di giacere nel fango della propria insipienza, sappia che le leggi mantengono la loro forza e che condividerà la sorte di coloro dei quali ha seguito l’errore”, come C’insegna Leone Magno, Nostro predecessore, nella lettera a Giuliano, Vescovo di Coo. A Voi ora Ci rivolgiamo, Venerabili Fratelli, che – salve poche eccezioni – avete correttamente riconosciuto i vostri doveri nei confronti del gregge e senza preoccuparvi dei rispetti umani li avete professati di fronte a tutti; che avete ritenuto che occorressero maggior impegno e maggior fatica proprio dove incombeva più grande il pericolo; a Voi adattiamo l’elogio nel quale il lodato Leone Magno accomunò i Vescovi dell’Egitto cattolico riuniti a Costantinopoli: “Sebbene io soffra assieme con voi, di tutto cuore, per i travagli che avete sopportato per osservare la Fede cattolica, ed io senta tutto ciò che avete subìto da parte degli eretici non diversamente che se fosse stato fatto personalmente a me, tuttavia riconosco che c’è ragione maggiore di gaudio che non di tristezza, dal momento che, con l’aiuto del Signore Gesù Cristo, siete rimasti saldi nella dottrina evangelica ed apostolica. E quando i nemici della Fede cristiana vi cacciarono dalla sede delle chiese, preferiste subire l’offesa dell’esilio piuttosto che essere infettati dal contagio della loro empietà”. Pensando a voi, non possiamo non sentire grande consolazione e non possiamo non esortarvi con forza a perseverare nel comportamento. Richiamiamo alla vostra memoria il nesso di quel matrimonio spirituale con il quale siete legati alle vostre Chiese e che può essere annullato in forma canonica soltanto dalla morte o dalla Nostra autorità apostolica. Ad esse dunque mantenetevi stretti e non abbandonatele mai all’arbitrio dei lupi rapaci, contro le cui insidie, traboccanti di santo ardore, voi avete già levato la voce e non avete tentennato nel compiere i doveri derivanti dalla legittima autorità. Ora parliamo a voi, diletti Figli, Canonici degli spettabili Capitoli, che, come è giusto, siete fedeli ai vo-stri Arcivescovi e Vescovi e – come tante membra collegate con la testa – date vita ad un unico corpo ecclesiastico, che non può essere sciolto o sconvolto dal potere civile. Voi dunque, che così lodevolmente avete seguito i nobili esempi dei vostri Presuli, non allontanatevi mai dalla retta via sulla quale state procedendo, e non permettete che qualcuno, indossate le mentite spoglie di Vescovo o di Vicario, s’impadronisca del governo delle vostre Chiese. Esse infatti, se sono rimaste vedove del loro Pastore, apparterranno soltanto a voi, ad onta di qualunque nuova macchinazione venga compiuta contro di voi. Con la concordia degli animi e delle opinioni, tenete dunque lontano da voi, più che potete, ogni invasione e scisma. Ci rivolgiamo anche a voi, diletti Figli, Parroci e Pastori del second’ordine che, moltissimi per numero e costanti per virtù, avete svolto il vostro dovere, completamente diversi da quei vostri colleghi che – vinti dalla debolezza o catturati dall’ambizione – divennero schiavi dell’errore e che ora, da Noi ammoniti, speriamo ritorneranno sollecitamente al loro dovere. Continuate coraggiosamente nell’opera iniziata e ricordate che il mandato che riceveste dai vostri Vescovi legittimi non può esservi tolto che da loro; ricordate che, per quanto espulsi dal vostro incarico dal potere civile, tuttavia siete sempre Pastori legittimi, obbligati dal vostro dovere a tener lontani, per quanto possibile, i ladri che tentano d’introdursi nella vostra casa con l’unico disegno di perdere le anime affidate alle vostre cure e della cui salvezza sarete chiamati a rendere conto. Parliamo anche a voi, diletti Figli, Sacerdoti ed altri Ministri del clero francese, che – chiamati a partecipare del Signore – dovete attenervi ai vostri legittimi pastori e rimanere costanti nella fede e nella dottrina, nulla avendo di più caro che evitare i sacrileghi invasori, e rigettarli. Infine preghiamo voi tutti nel Signore, diletti Figli attolici del Regno di Francia: ricordandovi della Religione e della fede dei vostri padri, col più grande affetto del cuore vi sollecitiamo a non discostarvene, perché questa è la sola e la vera religione che dona la vita eterna e che sorregge e rende prospere anche le società civili. State ben attenti a non prestare orecchio alle insidiose voci della filosofia di questo seco-lo, che sono foriere di morte. Tenetevi lontani da tutti gli usurpatori, che si facciano chiamare Arcivescovi, Vescovi o Parroci, e non abbiate con loro nulla in comune, men che meno nelle cose divine. Ascoltate assiduamente le voci dei legittimi Pastori, quelli che vivono ancora e quelli che in futuro vi verranno assegnati nelle forme canoniche. In una parola, insomma, tenetevi solidali con Noi; nessuno infatti può far parte della Chiesa di Cristo, se non si mantiene unito al suo Capo visibile, e stretto alla Cattedra di Pietro. Affinché tutti siano spinti a compiere più coraggiosamente i loro doveri, Noi invochiamo per voi dal Padre Celeste lo spirito di saggezza, verità e costanza; in pegno del Nostro amore pater-no dal più profondo del cuore impartiamo a voi, diletti Figli Nostri, Venerabili Fratelli e diletti Figli, l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 13 aprile 1791, anno diciassettesimo del Nostro Pontificato.

PIO PP. VI