IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (5).

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (5)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

V

L’INFALLIBILITÀ PONTIFICIA

Il punto più importante definito dalla Costituzione Pastor Æternus è l’infallibilità del Papa, intorno alla quale si ebbero lunghe e forti discussioni durante il Concilio Vaticano. (Oddone: I Concili ecumenici, pag. 126.) Avversari di questa dottrina sono tutti coloro che negano il primato del Romano Pontefice. Giovanni Gersone e Pietro d’Ailly dell’Università di Parigi, insegnarono, come abbiamo già accennato; che solo la Chiesa o il Concilio ecumenico, rappresentante di essa, sono giudici infallibili nelle questioni di fede. (Il Gersone nell’opera: Quomodo et an liceat in causis fidei a Summo Pontifice appellare. — ll D’arivy nell’opera: Tractatus de Ecclesia.) All’infallibilità pontificia si opposero in modo speciale i Galliani, secondo i quali il giudizio del Papa non è irreformabile, se non vi si aggiunge il consenso della Chiesa.Essi furono seguiti nel sec. XVIII dai Febroniani e dai Giansenisti. Nello stesso Concilio Vaticano esisteva il partito degli antiinfallibilisti; ma per la verità bisogna dire che la maggior parte di essi impugnarono piuttosto la opportunità della definizione. Dopo il Concilio Vaticano continuarono ad opporsi al dogma dell’infallibilità, i così detti Vecchi Cattolici, guidati dal Déllinger. (De Guibert: De Ecclesia, pag. 247).

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Precisiamo innanzi tutto, per evitare equivoci ed ovviare a difficoltà, la natura dell’infallibilità. Infallibilità significa in generale immunità dell’errore o incapacità di errare in un soggetto intelligente. Se questa impossibilità di errare si prende nella sua maggiore ampiezza, e come attributo naturale e radicato nell’essenza stessa dell’essere intelligente, non appartiene che a Dio solo, perchè Egli solo è verità per essenza, nella quale per ragione della sua perfezione infinita, non può cadere ombra di errore. Questa infallibilità di Dio è assoluta, universale e imparticipata. Ma Dio può comunicare anche alle sue creature intelligenti una infallibilità condizionata e limitata ad un determinato ordine di verità: avremo in tal caso l’infallibilità anche nell’uomo, ma participata. (Così possiamo dire che le creature sono infallibili intorno ai primi principi del ragionamento e della legge morale, che non possono essere ignorati né fraintesi dall’uomo. – Cf. FERRÉ, l. c., Vol. III, pag. 196).  È chiaro che l’infallibilità della Chiesa e del Papa è una infallibilità partecipata. – L’infallibilità ecclesiastica è una prerogativa soprannaturale secondo la quale: la Chiesa, per una speciale assistenza divina, viene sempre e necessariamente custodita immune dall’errore nel proporre la dottrina rivelata, in modo che non solo non erra, ma non può errare. L’elemento formale della infallibilità è la immunità dall’errore; l’elemento materiale si trova nelle cose di fede e di costumi, che ci vengono comunicate dalla Rivelazione e che si devono custodire intatte; la causa efficiente è l’assistenza dello Spirito Santo. – L’infallibilità, quindi, come risulta dalla definizione; esclude nonsolo il fatto dell’errore (inerrantia facti) ma anche la possibilità dell’errore (inerrantia iuris). Si tratta non di infallibilità essenziale, che compete a Dio solo, ma di infallibilità participata; si tratta di infallibility soprannaturale, che supera cioè le forze e le esigenze della natura, comunicata da Dio per una speciale causa, e che differisce quindi da quella infallibilità naturale di cui è fornito il nostro intelletto per riguardo ai primi principi speculativi e pratici. Dio potrebbe in molti modi preservare la sua Chiesa dall’errore, ma di fatto sceglie l’assistenza, cioè quegli aiuti della sua divina provvidenza, mediante i quali non si permette che la Chiesa erri nell’esercizio del suo Magistero. Tali aiuti possono riferirsi alle stesse facoltà dell’uomo, la volontà e l’intelletto, che vengono applicate direttamente nella ricerca della verità, o possono trovarsi nelle cose esterne, che distolgano il Papa da una falsa definizione. L’infallibilità non importa per sé sempre un influsso divino positivo; quando le cose procedano bene, lo Spirito Santo può lasciare a se stessa l’attività e l’industria umana. Il dono dell’infallibilità non esclude l’opera e l’indagine propria di colui che definisce, anzi la presuppone, come si deduce chiaramente dalla parola assistenza: si suppongono gli sforzi del Magistero ecclesiastico; ai quali Dio possa assistere e cooperare. Sappiamo che per la prima definizione della Chiesa, gli Apostoli e i Seniori si radunarono in assemblea e molto discussero per trovare la verità e comporre la controversia (Act. XV, 6). La infallibilità differisce dalla rivelazione e dall’ispirazione: la rivelazione è la stessa manifestazione di una qualche verità in quanto tale; l’ispirazione è l’impulso divino a scrivere la verità rivelata; l’infallibilità invece consiste nell’assistenza a trovare la verità rivelata: suppone quindi la rivelazione, ma non è rivelazione. Distinguiamo ancora l’infallibilità attiva e passiva: la infallibilità attiva è propria della Chiesa docente e consiste nell’immunità dall’errore nell’insegnare; la infallibilità passiva compete ai fedeli che sono ammaestrati, e consiste nell’immunità dall’errore nel credere. La prima fa sì che i dottori autentici della Chiesa non possano mai insegnare il falso quando definiscono: la seconda, quasi effetto della prima, non permette che tutta la Chiesa aderisca ad un errore di fede. – Da questa breve analisi del concetto di infallibilità, si comprende quanto stoltamente e ingiustamente. Si confonda da alcuni la infallibilità con l’impeccabilità o con la omniscienza o scienza universale e assoluta.

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L’infallibilità della Chiesa è innanzi tutto un corollario della sua indefettibilità. Se la Chiesa, infatti, potesse universalmente errare nella vera fede, non sarebbe più la vera Chiesa di Gesù Cristo, la quale deve essere apostolica di apostolicità di dottrina; le porte dell’inferno prevarrebbero allora contro di essa. La indefettibilità ecclesiastica importa immutabilità nelle cose sostanziali; ora il dogma e la morale appartengono alle cose sostanziali. In modo più esplicito e diretto la infallibilità della Chiesa si deduce dalle promesse che fa Cristo, di essere con gli Apostoli sino al termine dei secoli, e di mandare loro lo Spirito Santo, affinché con loro rimanga e continui ad ammaestrarli. Cristo inoltre ha imposto a tutti di credere agli Apostoli sotto pena di dannazione eterna: « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato ». (Marc. XVI, 16) Dunque se non si vuol dire che Cristo abbia potuto obbligare gli uomini all’errore, bisogna ammettere il Magistero infallibile della Chiesa. Gli Apostoli nel loro insegnamento esigono un assenso irreformabile e chiamano la Chiesa « colonna e base della verità ». (Columna et firmamentum veritatis – 1 Tim. III, 15). L’infallibilità del Papa è una forma dell’infallibilità della Chiesa, è la stessa infallibilità della Chiesa considerata in un soggetto determinato, che è il Romano Pontefice. « Il Romano Pontefice, dice il Vaticano, quando parla ex cathedra, gode di quella infallibilità di cui il Redentore divino volle essere fornita la sua Chiesa nel definire una dottrina sulla fede e sui costumi, e perciò le definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa ». (« Pastor Æternus », Cap. IV). Si tratta d’infallibilità nell’insegnamento e non nell’azione, molto meno ancora nella condotta personale del Papa. Non è questione di un insegnamento qualunque, ma di un atto dottrinale proprio ad impegnare la Chiesa. L’infallibilità non appartiene dunque ai sentimenti privati dell’uomo, ma alle decisioni ufficiali del capo. Essa non si estende a tutto il dominio del sapere, ma unicamente alle materie di fede e di costumi, le sole sulle quali ha competenza il Magistero ecclesiastico… Come quella della Chiesa, l’infallibilità del Papa deve la sua origine ad un privilegio divino, che consiste in una grazia di assistenza e non di ispirazione. Per conseguenza non esenta il Papa dalle leggi comuni della prudenza umana:essa garantisce soltanto dall’errore il risultato definitivo delle sue deliberazioni. Il suo scopo quindi non è quello di accrescere di nuove verità il tesoro della rivelazione divina; ma di assicurare la perfetta conoscenza e conservazione delle verità rivelate. L’infallibilità è un privilegio individuale in questo senso che appartiene al Papa solo e non potrebbe egli delegarla ad un altro. Tuttavia non è un carisma destinato all’esaltazione della sua persona, ma un mezzo per lui di compiere la sua missione di Pastore supremo: tende così tutta intera al bene comune delle anime cristiane. Quando si parla dell’infallibilità della Chiesa e dell’infallibilità del Papa, non si vogliono già designare due autorità separate e rivali, di cui si possa temere l’opposizione, ma di due organi differenti, l’uno collettivo, l’altro personale, per comunicare ai credenti la verità, di cui Gesù Cristo è la fonte e il custode. La medesima protezione e assistenza divina si estende al Corpo e al Capo. –  Così intesa, l’infallibilità del Papa è una verità che risulta chiaramente dalla Scrittura e dalla Tradizione. L’infallibilità è distinta dal primato, come appare dalla definizione. Ma se si segue lo sviluppo teorico e pratico di questi due dogmi, si constata che essi si affiancano e si implicano vicendevolmente. L’infallibilità è intimamente connessa con il primato: deriva dal primato come una conseguenza da un principio o piuttosto si identifica con il primato come una proprietà necessaria. L’infallibilità è, nel dominio della giurisdizione dottrinale, il coronamento logico del primato: poiché il Papa è il capo supremo della Chiesa, egli è pure il supremo dottore e possiede per questa ragione la infallibilità. Perciò lo studio intorno alla infallibilità pontificia utilizza gli stessi documenti e gli stessi fatti recati per il primato. (Hervé: Théol. Dogm., Vol. I, pag. 443.).

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Un argomento generale a favore della infallibilità pontificia si deduce dalle verità già dimostrate di sopra. AI Pontefice fu data la piena e suprema autorità sulla Chiesa, e d’altra parte la Chiesa è infallibile nell’insegnare. Ora se la potestà magisteriale del Romano Pontefice  fosse fallibile, non potrebbe più dirsi piena e suprema, perché dovrebbe completarsi con quella dei Vescovi e del Concilio: cioè sarebbe più piena la potestà di tutto l’episcopato che quella del Papa solo. Si cadrebbe in uno di questi due assurdi, o la Chiesa dovrebbe rinnegare il suo Capo supremo per rimanere fedele alla verità da lui falsificata, o perdere il possesso della verità per rimanergli fedele. Alla stessa conclusione ci conducono i testi del primato, che abbiamo a suo luogo esaminati. Il Romano Pontefice è fondamento visibile di tutta la Chiesa, principio efficiente della sua unità e della sua fermezza, principio quindi efficace della fede, che è l’elemento essenziale e precipuo dell’edificio della Chiesa. (Matth. XVI, 18) Ma il Papa non potrebbe essere principio e causa della ferma fede della Chiesa, se egli non fosse di per sé fermissimo nella fede, se potesse insegnare a tutta la Chiesa un errore in questioni di fede. Similmente Cristo ha assicurato che gli assalti dell’inferno, tra i quali sono specialmente le eresie, non avranno mai ragione contro la Chiesa: dunque molto meno prevarranno contro la Pietra, sopra la quale si appoggia la Chiesa e la fermezza della fede. Ora prevarrebbero certamente, se il Pontefice nell’adempiere l’ufficio di supremo maestro, non fosse di per sé fermo nella fede. Ancora dallo stesso testo di S. Matteo sappiamo che Dio ha promesso di legare e ratificare in cielo tutto ciò che il Papa lega in terra: ma Dio non può ratificare in cielo ciò che il Papa lega in terra, se egli nell’emanare un decreto dottrinale obbligante tutta la Chiesa, erra nella fede. Più espliciti sono gli altri testi del Vangelo. « Io ho pregato per te, dice Cristo rivolto a Pietro, affinché la tua fede non venga meno… Conferma i tuoi fratelli ». (S. Luc. XXII, 31). Viene così scartato ogni indebolimento, ogni danno nella fede di Pietro: viene formalmente assicurata, nonostante i pericoli, la indefettibilità di Pietro nella fede, cioè l’infallibilità. E questo affinché egli possa consolidare e fortificare i suoi fratelli. Pietro dunque e i suoi successori sino al termine dei secoli, parlando o insegnando come capi della Chiesa, devono confermare nella fede tutti i fedeli considerati isolatamente o collettivamente, facendoli partecipare alla loro propria indefettibilità. Ma affinché la promessa di Gesù non sia vana e che i fedeli non siano trascinati nell’errore, bisogna che questo insegnamento di S. Pietro e dei suoi successori, quando parlano come capi della Chiesa, sia, in virtù della promessa divina, assolutamente e costantemente garantito contro ogni possibilità di defezione nella fede. Sappiamo pure dal Vangelo che Gesù Cristo diede a Pietro e ai suoi successori l’incarico di pascere gli agnelli e le pecorelle, cioè di dirigere e di nutrire con dottrina salutare, tutto ilo gregge di Cristo, Vescovi e fedeli, e d’allontanarli dai pascoli velenosi: ora quest’ufficio importa necessariamente la infallibilità nel senso che abbiamo esposto. (S. G. XXI, 15). Supponiamo infatti che il Papa errasse nel definire la dottrina cristiana: in tal caso o tutta la Chiesa accetterebbe la sua sentenza, e verrebbe allora a mancare la infallibilità e indefettibilità della Chiesa; o la Chiesa protesterebbe contro la decisione del Papa e la correggerebbe, e cesserebbe allora l’ordine gerarchico istituito da Cristo: il gregge pascerebbe il pastore. – La infallibilità del Papa, benché non sia così esplicitamente e categoricamente asserita dai Padri della Chiesa, tuttavia fu realmente riconosciuta e in pratica e in teoria fino dai tempi più antichi, come appare dalle testimonianze degli stessi Padri, dal modo di agire dei Romani Pontefici, dagli atti dei Concili. Si confronti tutto ciò che abbiamo detto parlando del primato del Romano Pontefice nella parte III. La tradizione anzi illumina sempre meglio gli stessi fondamenti evangelici. Nei primi tre secoli la dottrina dell’infallibilità è implicitamente contenuta nell’autorità sovrana, che si riconosce nei giudizi della Chiesa di Roma, nella credenza universale che la integrale dottrina apostolica sia presso i Romani. Per S. Ignazio d’Antiochia i Romani sono quelli che « ammaestrano gli altri »; per S. Ireneo « bisogna far decidere a Roma le questioni che sorgono tra i Cristiani »; secondo S. Cipriano di Cartagine, « a Roma non ha accesso la perfidia e l’errore ». L’infallibilità pontificia risplende maggiormente nelle controversie trinitarie e cristologiche dei secoli IV e V, mediante numerosi interventi dei Papi soprattutto nei Concili e attraverso alle eloquenti affermazioni dei Padri, specialmente di S. Agostino, di S. Ambrogio e di S. Gerolamo, che furono riportate ed esaminate altrove. Nel Medio evo questa autorità suprema dottrinale del Papa continua ad affermarsi e a precisarsi nello sviluppo dottrinale scolastico. S. Bernardo rimanda Abelardo a Roma « dove la fede non può mai provare alcun eclisse »: (Epist. CXC. P. L., Vol. 182, col. 1053). S. Tommaso sentenzia che appartiene al Papa stabilire dei Simboli, perché è « proprio della sua missione decidere in ultimo luogo le questioni della fede ». (Summ. Theol.,, II, II, q.1 a 15. — Cf. Bricout: Pape, p. 246). Gli assalti del Gallicanesimo non oscurano né scuotono questa magnifica tradizione, ma provocano i Cattolici ad uno studio più profondo di essa, che culmina nella definizione dogmatica del Vaticano.

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Il Concilio Vaticano definendo il dogma dell’infallibilità pontificia, ha precisato le condizioni che deve presentare un atto del Papa, per beneficiare di questo privilegio. Secondo un’espressione da lungo tempo in uso nelle scuole, « il Romano Pontefice è infallibile quando parla ex cathedra ». La cattedra è in generale simbolo di autorità soprattutto dottrinale: le formule « parlare ex cathedra », « definire ex cathedra », sono adoperate per designare il pieno esercizio del magistero pontificale. Affinché si abbia una definizione infallibile, si richiede dapprima che il Papa si pronunzi ufficialmente come tale, che eserciti cioè l’ufficio di Pastore e di Dottore pubblico di tutti i Cristiani. Se il Papa parla come persona privata, discorrendo con i suoi familiari, come dottore privato, stampando un libro di materia religiosa; se opera come re temporale; se parla come Vescovo della diocesi di Roma, tenendo un’istruzione pubblica per esempio in una chiesa della città, non deve dirsi infallibile. Anzi non basta un modo qualunque di proporre una dottrina anche quando il Papa esercita l’ufficio di dottore e pastore pubblico, ma si richiede che adoperi la sua autorità pienamente, in tutta la sua forza ed estensione, emanando una sentenza perentoria, irreformabile, che ponga fine ad ogni incertezza e turbamento di animo. – Si richiede che la sua sentenza riguardi tutta la Chiesa, sia imposta cioè a tutti i Cristiani. Non sembra tuttavia necessario che il documento contenente la definizione, sia immediatamente diretto alla Chiesa universale: basta che sia destinato a tutta la Chiesa, benché direttamente sia forse indirizzato al Vescovo di qualche regione, dove è più diffuso l’errore che il Papa vuole condannare. – È necessario che l’intenzione di definire sia mafesta. Si tratta infatti di imporre una legge a tutta la Chiesa; la quale legge, finché rimane dubbia, non può imporre obbligazione. Il Diritto Canonico decreta: « Nessuna cosa si intende dogmaticamente dichiarata o definita, se ciò non appare manifesto ». (Can. 1323). Non è per sé determinata alcuna formola speciale per rendere manifesta la intenzione del Papa: soltanto si richiede che venga fatta conoscere in modo chiaro o esplicitamente o con termini equivalenti. (Van Noort, l. c., pag. 183). – È necessario, infine, che si tratti di un insegnamento intorno alla fede e ai costumi: res fidei et morum. Oggetto primario o diretto del Magistero infallibile del Papa, sono tutte e singole le verità religiose contenute formalmente nelle fonti della rivelazione. (Una verità può essere rivelata formalmente o virtualmente. Si dice rivelata formalmente se è rivelata in se stessa, sia esplicitamente sia implicitamente, cioè nel suo concetto: si dice rivelata virtualmente, quando in se stessa non è rivelata né esplicitamente né implicitamente, ma si può dedurre da una verità formalmente rivelata mediante un raziocinio deduttivo. Sulle verità rivelate virtualmente i Teologi non hanno però tutti la stessa nozione. (Cf. I Problemi della fede). Oggetto secondario e indiretto dell’infallibilità sono tutte quelle verità, che sono talmente connesse con la rivelazione, che, se intorno ad esse non si potesse portare un giudizio assolutamente certo, la stessa rivelazione patirebbe detrimento. Alcune di queste verità sono presupposte alla rivelazione, come i preamboli della fede filosofici e storici; altre derivano come necessaria conseguenza dalle verità rivelate; altre sono necessarie o sommamente convenienti, affinché si possa ottenere il fine della rivelazione. L’infallibilità del Papa quindi si estende a verità filosofiche, alle conclusioni teologiche, ai fatti dogmatici, alla disciplina generale della Chiesa, all’approvazione degli Ordini religiosi e alla Canonizzazione dei Santi. L’ambito dell’infallibilità del Papa è quello stesso della Chiesa. (Per lo sviluppo di questa dottrina rimandiamo il lettore alla nostra opera: « I Problemi della fede ». — Cf. ZAPELENA: De Ecclesia, pag. 314. — VAN Noort, l. c., pag: 90).

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Precisiamo in ultimo il nostro atteggiamento davanti al Magistero del Papa. Dobbiamo aderire con consenso interno, assoluto e irreformabile a tutto ciò che il Papa insegna infallibilmente come rivelato da Dio o come connesso con le verità rivelate. Ogni opposizione a questo riguardo ci separa dalla Chiesa. Non possiamo quindi ammettere dottrine contrarie alle definizioni pontificie. Siamo pure obbligati a sottometterci in coscienza alle decisioni dottrinali dell’autorità ecclesiastica, benché non infallibili. Il magistero della Chiesa non è una pura e semplice esposizione della verità, ma ha inseparabilmente congiunto il potere di comandare ai suoi sudditi l’ubbidienza dell’assenso intellettuale a ciò che viene insegnato. Ogni insegnamento autentico della Chiesa, per l’autorità da cui promana, per la luce che proviene alla Chiesa dall’assistenza dello Spirito Santo, per la ponderatezza dei suoi processi dottrinali, per la prudenza dei suoi giudizi, è così ragionevole e grave, che ogni Cattolico gli deve docile soggezione. Questa soggezione non importa per sé un’adesione irreformabile, ma però domanda, oltre l’esteriore sottomissione, un interno virtuoso assenso. Dovesse questo atteggiamento in qualche caso rarissimo e « per accidens », costare un reale sacrifizio allo scienziato; questo è ben dovuto a beni di ordine immensamente superiore, quali sono l’unità e l’incolumità della fede e la pace della coscienza. Allo scienziato credente è lecito presentare nelle debite forme, alla competente autorità della Chiesa, le ragioni del suo interiore dissidio, attendendo sereno dalla Divina Provvidenza, che veglia sulla Chiesa, l’immancabile trionfo della verità. Sottomissione piena ed umile alla parola del Papa riconosciuta divina, è la grande semplificazione dello spirito cattolico, è la via breve che mena alla soluzione di tutti i grandi problemi che tormentano la nostra ragione. « Dove è il Papa, è la Chiesa; dove è il Papa, non vi è la morte, ma la vita eterna; non vi è l’errore, ma la verità ». (S. Ambrogio).

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (4)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (4)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

IV

NATURA ED EFFICACIA DEL PRIMATO ROMANO

Il Concilio Vaticano, dopo aver trattato dell’istituzione e della perpetuità del primato nel Romano Pontefice, giudicò necessario di proporre per essere creduta e tenuta da tutti i fedeli, la dottrina sulla natura del primato, secondo l’antica e costante fede della Chiesa universale, e di proscrivere e condannare gli errori contrari tanto dannosi al gregge di Cristo ». (Pastor Æternus: Prologo) Il Concilio quindi nel capo II della « Pastor Æternus » definisce che il Papa ha non solo l’ufficio di ispezione e di direzione, ma piena e suprema potestà di giurisdizione sopra tutta la Chiesa; che ha tale potestà di giurisdizione non solo nelle cose di fede e di costumi, ma anche in quelle di disciplina e di regime; che non ha soltanto le parti migliori, ma la pienezza di questa potestà; che questa potestà è ordinaria, episcopale, immediata in tutte e singole le Chiese, in tutti e singoli i pastori e i fedeli. Sviluppiamo alquanto queste importantissime decisioni. – Il Papato ebbe a sostenere grandi lotte, specialmente dopo il Grande Scisma d’Occidente. Abusi nel governo pontificio e ambizioni del potere civile, determinarono una profonda crisi e diedero origine ad errori funesti intorno ai diritti della Chiesa, alle sue prerogative, alla sua stessa costituzione. Accenniamo brevemente ai principali di questi errori, che il Vaticano colpì con la sua definizione. – Una teoria sovversiva della potestà pontificia è il Cesarismo assoluto, di cui fu fautore principale Marsilio da Padova nel suo libro « Defensor Pacis ». La pienezza del potere religioso e civile risiede, come viene esposto in quest’opera, nel popolo, e dal popolo, come da propria fonte, immediatamente promana. Il popolo a sua volta la trasmette all’imperatore, il quale, come depositario della volontà legislatrice del popolo e rappresentante della comunità dei fedeli, è capo della società civile e della Chiesa stessa. La Chiesa quindi non è che un elemento dello Stato: essa ha, come organo di governo il Concilio ecumenico, formato da Vescovi, chierici e laici e presieduto dal Principe. Il Papa è un semplice mandatario del Concilio, dal quale può essere punito e deposto. (Oddone: Il Concilio Vaticano, pag. 46. — Cf. Dict. Téol. Catt. « Primauté », pag. 309). La formulazione quasi ufficiale di queste dottrine si ebbe nel Concilio di Pisa (1409) e in quello di Costanza (1414), specialmente mediante l’opera di Pietro d’Aillly e di Giovanni Gersone, nei quali Concili sidecretò con particolari canoni la supremazia del Concilio ecumenico sopra il Papa. A questi principi s’informò poi il Gallicanismo portando in essi qualche moderazione. Per Gallicanismo i generale s’intende un complesso di dottrine, che mira a limitare l’autorità del Papa, attribuendo alla Chiesa d Francia e alle autorità politiche della nazione francesi un certo numero di diritti e di privilegi designati sotto il nome di libertà gallicane. Esso si presenta quindi sotto l’aspetto ecclesiastico e sotto l’aspetto politico. Il Gallicanismo ecclesiastico o episcopale attribuisce ai Vescovi privilegi e diritti in riguardo alla Sede di Roma e determina l’estensione del potere spirituale e il soggetto di questo potere. Nel sec. XVII-XVIII esso era comunemente insegnato nelle Scuole teologiche di Francia e specialmente alla Sorbona. Il potere spirituale del Papa non si estende in nessun modo sui re e su certi privilegi dei Vescovi francesi; il soggetto del potere spirituale non è il Papa solo, ma la Chiesa universale radunata in Concilio; il Papa dal punto di vista dottrinale non è infallibile se non con il Concilio ecumenico; dal punto di vista disciplinare è vincolato dai canoni della Chiesa intera e dagli usi delle Chiese particolari. – Il Gallicanismo politico o parlamentare o regale mirava a regolare le relazioni tra lo Stato e la Chiesa, e nelle sue pretese andava più oltre che il Gallicanismo ecclesiastico; estendendo i diritti del potere politico in modo da invadere addirittura il dominio spirituale della Chiesa. I re si arrogavano infatti il diritto di convocare i Concili nazionali; restringevano e sorvegliavano l’amministrazione del Papa e dei Vescovi; facevano dipendere dal loro beneplacito l’entrata in Francia dei legati pontifici, il viaggio dei Vescovi francesi a Roma, la pubblicazione delle bolle pontificie e delle ordinanze episcopali; nominavano i Vescovi; appoggiavano i loro diritti con mezzi di rigore, quali il placet, l’appello al Concilio generale, l’appello ab abusu ecc. Si voleva insomma costituire per la Chiesa di Francia come un corpo separato nel Cristianesimo. Luigi XIV fece votare dall’Assemblea del clero gallicano nella Dichiarazione del 1682, le quattro celebri proposizioni: 1° S. Pietro e i suoi successori non hanno ricevuto da Dio se non il potere sulle cose spirituali; sulle cose temporali non hanno alcuna giurisdizione né diretta né indiretta; 2° La pienezza di potere che la Sede Apostolica e i successori di Pietro, Vicari di Gesù Cristo, banno sulle cose spirituali, è limitata dai decreti del Concilio di Costanza, che proclamò la superiorità del Concilio sul Papa; 3° La Sede Apostolica deve rispettare le regole, le usanze e le costituzioni ricevute nel regno e nella Chiesa gallicana; 4° Benché il Papa abbia la parte principale nelle questioni di fede e i suoi decreti riguardino tutte le Chiese e ciascuna Chiesa in particolare, tuttavia il suo giudizio non diviene irreformabile se non dopo il consenso della Chiesa universale. – Simile al Gallicanismo è il Cesarismo mitigato, seguito dai politici della scuola liberale moderna. Essi non negano alla Chiesa il diritto di governare, di insegnare e di amministrare le cose sante in virtù di una missione divina. La Chiesa può fare leggi canoniche, approvare istituzioni religiose, scomunicare e assolvere: lo Stato, avendo un fine temporale, non può ingerirsi positivamente e direttamente nelle cose della Chiesa. Ma affinché la Chiesa non rechi nocumento al fine dello Stato, esso deve avere necessariamente un potere indiretto negativo nelle cose sacre, mediante il quale, benché non possa mutare la sostanza degli atti della giurisdizione spirituale, può in qualche modo irritarli. La fede religiosa, dal momento che cessa di essere cosa intima e individuale per divenire pubblica e comune, cade sotto il dominio della autorità civile. Viene quindi attribuito allo Stato il diritto di supremo dominio sui beni ecclesiastici, il diritto di suprema ispezione in tutta la vita esterna e sociale della Chiesa, il diritto di ricevere i ricorsi dei fedeli contro le autorità ecclesiastiche, il diritto di proibire la pubblicazione degli atti pontifici e vescovili senza il permesso del tribunale civile. Lo Stato non riconosce nel suo territorio alcun’altra autorità che non sia la sua, e per conseguenza non ammette alcuna società che non sia sotto la sua dipendenza.

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E il Concilio Vaticano definì contro ogni forma di Cesarismo, che la potestà del Papa è piena e suprema sopra tutta la Chiesa, veramente episcopale, ordinaria e immediata. La giurisdizione del Papa è per sé piena e suprema; è piena perché egli ha non soltanto le parti principali della potestà, ma tutta la potestà che Cristo comunica alla sua Chiesa; è suprema, perché nessun’altra potestà è maggiore o eguale alla sua. Perciò il Papa può da solo compiere tutto ciò che appartiene al governo della Chiesa senza alcun concorso di Vescovi o consenso della Chiesa; egli non dipende da alcun altro, né la sua potestà è coartata da alcun limite o per riguardo alle persone o per riguardo ai luoghi o per riguardo agli oggetti: si estende assolutamente a tutte le cause, a tutte le particolari Chiese. Il Romano Pontefice infatti, in forza dei suoi uffici di clavigero del regno dei cieli, di Pastore supremo e di confermatore dei suoi fratelli nella fede, ha sopra tutti e singoli i fedeli e i Vescovi, anche presi collegialmente, la potestà di vera e propria giurisdizione estendentesi a tutto ciò che appartiene al fine della Chiesa; e questa potestà è affatto indipendente nel suo esercizio, non abbisogna della cooperazione di alcun altro, da essa anzi deriva e dipende qualunque altra potestà ecclesiastica. S. Leone Magno scrivendo al Vescovo di Tessalonica, da lui elevato alla sede vescovile di quella città, gli diceva: « Come usarono i miei predecessori con i predecessori vostri, io pure, seguendo l’esempio degli antichi, ho delegato alla vostra carità le veci del mio ufficio, affinché penetrato dai sentimenti stessi della vostra mansuetudine, ci veniate in aiuto nella cura, che per divina disposizione ci fu commessa di tutte le Chiese, e in certa guisa rappresentiate la nostra persona nelle province lontane dalla Sede Apostolica… Nel commettere alla carità vostra le nostre veci, vi abbiamo chiamato a parte della nostra sollecitudine, non dei nostri pieni poteri ». (Ferrè: La Costituzione dogmatica : « Pastor aeternus », Volume II, pag. 315). Conseguenza immediata ed evidente della pienezza e supremazia della potestà pontificia, è la sua superiorità sul Concilio ecumenico. Il Papa per disposizione di Cristo è il fondamento della Chiesa, ha la potestà delle chiavi su tutta la Chiesa, ha l’autorità di confermare i suoi fratelli. Ma questa triplice divina prerogativa del Papa sarebbe nulla, se egli non fosse superiore al Concilio. Osserviamo, per meglio precisare, che l’autorità del Concilio unito al Papa in confronto dell’autorità del Papa solo, è bensì maggiore estensivamente, perché anche i Vescovi come veri giudici concorrono insieme con il Papa a formare i decreti dogmatici e disciplinari; ma intensivamente, ossia per intrinseca efficacia, è al tutto uguale, perché il Papa ha in sé la piena potestà di compiere tutti gli atti richiesti dal governo della Chiesa. Se il Papa da solo, fuori del Concilio, pronunzia una definizione dogmatica, oppure emana una legge disciplinare per tutta la Chiesa, tutti i Vescovi e i semplici fedeli sono strettamente obbligati a credere e ubbidire. Se tale definizione venisse pronunziata in un Concilio, l’obbligo non sarebbe per questo più grave, perché quando si tratta di intrinseca obbligazione morale, non si dà né il più né il meno. (Oppone: I Concili ecumenici, pag. 49). – Il Concilio Vaticano affermando la piena e suprema autorità del Papa lasciò intatta la questione dell’origine della giurisdizione dei Vescovi. Si disputa e soprattutto si disputò durante il Concilio di Trento, se la giurisdizione episcopale derivi immediatamente da Dio o immediatamente dal Papa. La potestà di giurisdizione è nei Vescovi propria e ordinaria, e perciò alcuni sostengono che proviene immediatamente da Dio con la consacrazione. Altri teologi molto più numerosi dicono invece che tale potestà proviene immediatamente dal Pontefice e mediatamente da Dio. Qualunque sentenza si scelga, sempre bisogna tenere come vere le due seguenti osservazioni. La prima che i Vescovi non sono meri delegati del Papa, ma che la loro potestà è ordinaria e propria e che il grado episcopale non può essere abolito nella Chiesa, perché istituito da Gesù Cristo stesso. La seconda che la potestà dei Vescovi, anche se venga immediatamente conferita da Dio, dipende sempre dal Papa sia nel suo esercizio, perché il Papa la può limitare, amplificare o togliere del tutto in qualche caso particolare, sia per ragione del soggetto, che viene determinato dal Pontefice, sia per ragione del termine, cioè del popolo che viene affidato alla cura del Vescovo. (Tanquerey: De vera religione, pag. 574, n. 879. — De Guibert: De Ecclesia, pag. 243).

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La giurisdizione del Papa è veramente episcopale. Per autorità episcopale s’intende il diritto e il potere di fare quelle cose, che secondo l’istituzione di Gesù Cristo sono necessarie e vantaggiose per la santificazione degli uomini e per la loro salvezza spirituale. L’autorità episcopale consiste, in altre parole, nella potestà immediata e ordinaria di pascere, di reggere e di governare il gregge a sé commesso, e importa quindi il diritto e il dovere di ammaestrare i popoli nella verità della fede, di amministrare i Sacramenti, di regolare le funzioni del culto sacro, di fare leggi, di decidere le controversie e di punire i delinquenti: è insomma la potestas pascendi, regendi ac gubernandi gregem sibi commissum. Al PapaGesù Cristo conferì questa potestà episcopale quandogli affidò l’incarico di pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle:senza di essa il Papa non sarebbe più Pastoreuniversale del gregge di Cristo. Perciò il Papa non hasoltanto il diritto di ispezione e di vigilanza sopra altreChiese, come voleva Pietro Tamburini, (Il Papa avrebbe soltanto il diritto di supplire alla negligenza altrui, di provvedere, con le esortazioni e con gli esempi, all’unità della Chiesa. La potestà del Papa sarebbe simile a quella dell’Arcivescovo nelle diocesi dei suoi suffraganei, nelle quali non ha potestà episcopale) il gran corifeo dei Giansenisti in Italia, ma il diritto di compiere gli uffici del Vescovo in qualunque Chiesa particolare, e può esercitare la sua giurisdizione sopra i diversi fedeli della cristianità non soltanto per mezzo dei Vescovi, ma direttamente per sé o per mezzo dei suoi legati. Il Papa può in tutto il mondo cattolico compiere l’ufficio di Vescovo. Che differenza passa dunque tra la potestà di un semplice Vescovo, avente la propria diocesi determinata, e quella del Papa? La differenza sta in questo che la potestà nel Sommo Pontefice si trova nella sua pienezza, nei Vescovi invece ristretta; nel Sommo Pontefice indipendente nei Vescovi dipendente; nei Vescovi limitata alle loro diocesi, nel Sommo Pontefice senza alcuna limitazione di luogo, estesa sino alle estremità della terra. ( Cf. Ferré, I. c., pag: 329: — Bernardi: Il Papa secondo il Concilio Vaticano, pag. 57). Se la potestà del Papa è veramente episcopale bisogna anche dire che questa potestà è pure ordinaria. La giurisdizione ordinaria, secondo i canonisti, è quella che compete a qualcuno per proprio suo diritto, per ragione della sua dignità e del suo ufficio, conformemente alla legge, ai canoni e alla consuetudine. La giurisdizione delegata invece è quella che non compete per ragione di ufficio, ma viene ricevuta da colui che possiede l’ordinaria, ed esercitata in suo nome. Carattere quindi della giurisdizione ordinaria è che colui che ne è rivestito può delegarla ad un altro, che faccia le sue veci. Evidentemente la giurisdizione del Papa deve essere ordinaria, perché il primato pontificio non può essere effetto di una delegazione, non essendovi alcuno al mondo che possegga tanta autorità e la possa delegare. D’altra parte il Papa agisce sempre in suo nome, per sua propria autorità, e a lui appartiene delegare la giurisdizione spirituale in tutta la Chiesa. Il Papa ricevette questa giurisdizione da Gesù Cristo, che gliela comunicò nell’atto stesso che lo elevava ad essere il capo visibile di tutta la Chiesa, il pastore supremo di tutto il suo mistico ovile. Perciò giustamente viene detto Ordinario degli Ordinari. Questa verità era già stata definita sotto Innocenzo II con il seguente decreto, quasi letteralmente ripetuto dal Vaticano: « La Chiesa di Roma per disposizione del Signore ha sopra tutte le altre, potestà ordinaria, come quella che è madre e maestra di tutti i fedeli di Cristo ». (Si confronti anche S. Bonaventura: In breviloguio, p. 6, cap. 12. — FERRÈ, l. c., pag . 335). Dalla dottrina esposta segue infine che la giurisdizione del Papa è mnediata; il che significa che può essere validamente e lecitamente esercitata in tutte le diocesi senza alcun controllo di intermediari, né dei Vescovi né dei governi. Il Papa può, come il Vescovo nella sua diocesi, esercitare la potestà legislativa, giudiziaria e coercitiva immediatamente sopra tutti i fedeli del mondo cattolico; può amministrare in qualunque diocesi i Sacramenti senza alcuna licenza dell’Ordinario del luogo. Conseguentemente ciascun fedele è tenuto a sottomettersi con piena docilità ai decreti del Papa riguardanti la fede e i costumi, a conformarsi alle regole della disciplina ecclesiastica da lui emanate, e a tutto ciò che egli decide e prescrive in ordine al governo della Chiesa cattolica. La ragione si è che ciascun fedele è immediatamente sottomesso per ordine di Cristo alla suprema giurisdizione del Papa.

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Questa autorità suprema, ordinaria e immediata del Papa sopra tutto il Cristianesimo, non nuoce alla giurisdizione ordinaria e immediata dei Vescovi. « Tanto è lungi, dice il Concilio Vaticano; che questa potestà del Sommo Pontefice sia di detrimento al potere ordinario e immediato di giurisdizione episcopale…. che anzi questo loro potere viene al contrario affermato, corroborato e rivendicato dal Pastore supremo e universale, secondo le parole di S. Gregorio Magno: Il mio onore è l’onore della Chiesa universale; il mio onore è la forza solida dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato se a ciascuno è dato l’onore, che gli compete. » (« Pastor Æternus », cap. III). La verità dell’asserzione del Concilio Vaticano è dimostrata con tutta evidenza dalla storia, la quale ci presenta il fatto costante delle diocesi cattoliche, che si moltiplicarono e prosperarono sotto il primato romano. La potestà pontificia è come il fonte, da cui scaturisce la giurisdizione episcopale: non può quindi essere che le riesca di incaglio e di nocumento. Il Papa in rapporto ai Vescovi ha ragione di capo, di fondamento e di maestro: ora quanto maggiormente il capo è glorioso e onorato, tanto più decoro e nobiltà ricevono le membra; quanto più il fondamento è sicuro e inconcusso, tanto maggiore solidità ne ritraggono tutte le parti dell’edifizio; è infine certamente vanto del discepolo l’eccellenza del maestro. – Durante le discussioni del Concilio Vaticano, coloro che temevano un danno per la giurisdizione episcopale dall’asserita potestà del Papa, obbiettavano l’inconveniente che la medesima Chiesa possa avere due Vescovi, il Papa e il Vescovo locale. Rispondeva Mons. Pie, citando S. Tommaso: « Non si dica che sorge l’inconveniente di due Vescovi della medesima Chiesa. Vi è inconveniente, dice S. Tomaso, se due con pari autorità vengano posti a reggere lo stesso popolo: ma se hanno autorità ineguale non sorge più l’inconveniente. E così si capisce come hanno potestà immediata sopra il medesimo popolo e il Parroco e il Vescovo e il Papa. La ragione si è che quando due cause, anche totali, non sono del medesimo ordine, ma una è subordinata all’altra e sono vicendevolmente connesse, non si escludono mutuamente né generano confusione; come il concorso di Dio non esclude né turba l’azione delle cause seconde. Il Papa dunque, come supremo e universale Pastore e Vescovo della Chiesa, non impedisce punto che l’Ordinario proprio di una Chiesa particolare, si denomini e sia vero Vescovo della medesima; come il titolo ordinario del parroco niente sottrae alla superiore e più universale autorità del Vescovo in tutta la sua diocesi; benché il buon ordine domandi che le rispettive attribuzioni dei singoli non vengano senza motivo e senza discrezione, turbate e interrotte, la qual cosa è ammessa da turbate e interrotte, la qual cosa è ammessa da tutti.» (GRANDERATH: Const. Dogm. Conc. Vatic. explicatæ, pag. 118). – Non nocumento quindi, ma anzi vantaggio arreca ai Vescovi, il primato pontificio. I Vescovi ricevono aiuto grande dalla sottomissione e ubbidienza al Papa. Essi insegnano le più sublimi verità della fede con intimo convincimento, poiché sanno di non errare aderendo al maestro universale della Chiesa; e se qualche dubbio sorge loro nell’animo, hanno aperta la via per dissiparlo ricorrendo con docilità al giudice supremo della fede. Nel regolare le molteplici pratiche di pietà procedono sicuramente, poiché sono certi che quando esse vengano approvate dal Papa, non possono essere infette di superstizione. Se avvengono difficili casi di diritto e di morale, è per i Vescovi di gran sollievo il poter deferire al tribunale del Papa la questione e attenderne la sentenza definitiva. Anche nelle dure lotte contro i nemici della fede, prendono vigore e conforto nel sapersi approvati, aiutati e difesi dal Papa. – Aggiungiamo che il primato del Papa è ordinato alla necessaria unità della Chiesa di Cristo, nella quale deve esserci un solo ovile e un solo Pastore. (Giov. X, 16) Se il Papa non fosse il Vescovo e il Pastore universale con giurisdizione piena, ordinaria e immediata, i Vescovi non avrebbero alcun pastore sopra di sé, e perciò la Chiesa non sarebbe un ovile solo sotto l’autorità di un solo visibile pastore; ma vi sarebbero tanti Pastori quanti Vescovi, i quali non sarebbero governati da alcun Pastore supremo. Conseguentemente contro l’istituzione di Cristo svanirebbe l’unità della fede e della disciplina, vi sarebbero tante membra che non costituirebbero un corpo vivo e unificato. È pertanto chiarissimo che come l’unità delle Chiese particolari procede dall’unità del Vescovo, così dall’unità del Vescovo supremo è universale deriva l’unità della Chiesa universale. (Perrone: De locis theol., p. I, n. 606). Il Papa, dice il De Maistre, è il solo principio possibile, il principio divino d’unità nella Chiesa. Per mezzo di lui soltanto si può realizzare l’indispensabile unità di dottrina e di governo, e quindi la vera cattolicità; per mezzo di lui soltanto si può mantenere indefettibile la apostolicità, con il progresso e la fecondità dell’evangelizzazione. Il Papa soltanto, dominando dal suo principato spirituale, tutte le potenze terrestri, può assicurare alla Chiesa indipendenza e libertà. Del resto i fatti registrati nelle pagine della storia e più eloquenti di tutte le dimostrazioni, ci dicono che le Chiese separate soffrono di divisione e anche di sgretolamento e di anarchia, per mancanza di un’autorità superiore unificatrice. (Il Papa. — Cf. Vladimiro Soloviev:, La Russie et l’Église universelle, p. LXVI. — D’ Herbigny: Teol. de Ecclesia). Possiamo dire che la costituzione della Chiesa cattolica presenta un carattere particolare che non ci permette nessun confronto con le altre costituzioni. La Chiesa non è una federazione, nella quale dinastie più o meno autonome, si raggruppino intorno ad un presidente, come i diversi sovrani della Germania del 1871 si univano attorno all’imperatore. La Chiesa non è neppure uno Stato centralizzato secondo la formula napoleonica, dove opererebbero, nelle diverse parti del territorio nazionale, dei prefetti ad nutum, semplici delegati del potere centrale. Essa ha una costituzione tutta speciale, dove bisogna tener conto delle istituzioni di diritto divino e delle determinazioni, che gli avvenimenti hanno apportato a questo diritto. Al Papa, nel quale si trova la pienezza del potere sulla Chiesa, spetta conciliare il suo diritto e la sua missione con la missione e con il diritto dei Vescovi. Secondo una saggezza e una discrezione, che imitano il governo del Padre celeste, egli prenderà quelle misure che gli sembreranno più opportune per la salvezza delle anime, che è la legge suprema. Primato non significa assorbimento di tutte le giurisdizioni inferiori, soprattutto non significa centralizzazione amministrativa illimitata o dittatura intollerabile. Il Vicario di Cristo stringe o allarga con un senso superiore e divino di giusta comprensione, i legami che uniscono alla prima sede le altre sedi, secondo le opportunità dei tempi e dei luoghi. – Ai canonisti appartiene in modo speciale determinare l’oggetto della giurisdizione pontificia e il modo con cui si esercita. Per la nostra trattazione basta un semplice e breve cenno. Il Sommo Pontefice può emanare leggi per tutta la Chiesa, anche senza il consenso dei Vescovi. Questo potere gli fu dato da Cristo, quando disse a Pietro: Tutto quello che legherai sulla terra sarà legato in cielo. Al Papa fu pure concessa la potestà di « sciogliere », cioè non solo d’interpretare autenticamente, ma anche di mutare, di abrogare o di dispensare dalle sue leggi, da quelle dei suoi predecessori e anche dei Concili ecumenici. Anzi egli può dispensare dalle leggi fatte dai Vescovi o abrogarle, perché i Vescovi sono a lui soggetti e non possono validamente esercitare la loro autorità, se non dipendentemente dall’autorità pontificia. – Il Papa può avocare al suo tribunale le cause ecclesiastiche, riservare a sé le cause maggiori, ricevere gli appelli da qualunque giudizio dei Vescovi e pronunziare sentenze definitive, che non ammettono più alcun appello. La potestà giudiziaria infatti è una conseguenza della potestà legislativa, e colui che ha la potestà di fare leggi per tutta la Chiesa, con ciò stesso può pronunziare sentenze giudiziali per tutti i sudditi cristiani e in ogni affare ecclesiastico. Inoltre, essendo i Vescovi giudici soggetti al Papa, è sempre lecito appellare a lui dalle sentenze dei Vescovi. Non essendovi poi alcun tribunale maggiore di quello del Papa, dalle sue decisioni non è lecito appellare al Concilio ecumenico, come dice espressamente il Vaticano. (Durante il periodo del Giansenismo furono condannati gli Appellanti al futuro Concilio – Già era stato affermato da Pio II, nella Bolla Execrabilis – ndr.). Il Papa in forza del primato ha il diritto di assegnare ai singoli Vescovi il loro gregge particolare, di erigere Diocesi o di sopprimerle, di eleggere i Vescovi o almeno di confermarne l’elezione, di stabilire le norme dell’amministrazione ecclesiastica, di giudicare, trasferire o anche deporre i Vescovi, secondo che lo crederà conveniente per il bene della Chiesa. I Vescovi infatti non possono esercitare la loro potestà se non in dipendenza dal Capo della Chiesa: se qualcuno potesse ritenere ed esercitare una parte dell’autorità ecclesiastica fuori del consenso del Romano Pontefice, si spezzerebbe il vincolo dell’unità. – Appartiene al Romano Pontefice convocare, celebrare e confermare i Concili-ecumenici. (Oppone: I Concili ecumenici, pag. 29). Egli ha pure il potere di delegare ad altri la sua autorità e inviare Legati nei vari Stati, ai Concili ecumenici, per affari di grave importanza, affinché essi facciano le sue veci là dove il Papa non può recarsi, e lo informino dell’andamento delle cose religiose. Quest’uso fu in vigore sino dai primi secoli della Chiesa. Nell’esercizio della sua autorità il Papa è coadiuvato non solo dai Legati, che manda nelle diverse parti, e dai Nunzi, che risiedono presso le diverse nazioni, ma anche dalla Curia Romana, che attualmente comprende diciannove Dicasteri, cioè undici Congregazioni, tre Tribunali e cinque Uffici. (Cf. Codex J. C.). Alla piena e somma potestà del Romano Pontefice, qualunque sia il modo con cui egli la esercita, corrisponde il dovere strettissimo in tutti i figli della Chiesa della più intera e assoluta ubbidienza ai suoi decreti. I documenti della tradizione cattolica ci attestano, che quest’obbligo fu sempre riconosciuto e praticato dai veri fedeli e che dai Sommi Pontefici ne fu sempre rigorosamente richiesto l’adempimento. (FERRE, l. c., Vol. Il, p. 361. — Pio X: Il fermo proposito).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – S. S. GREGORIO XVI: “LE ARMI VALOROSE”


Questa breve lettera loda il comportamento delle truppe austriache intervenute a sedare la rivolta di facinorosi ed accaniti ribelli all’ordine costituito dello Stato Pontificio, ubbidienti alle conventicole di perdizione, nazionali e straniere, che cercavano di destabilizzare quei territori per annetterli ad uno stato italiano che togliesse la libertà all’azione pontificia e alla Chiesa di Cristo. Le conventicole sataniche, allora ed oggi, sono sempre in azione per affossare completamente (ma sappiamo che … non praevalebunt… ) la Chiesa ed il Vicario di Cristo. In quei tempi c’era però qualche Nazione che difendeva i diritti legittimi e divini della Santa Sede; oggi essa è attaccatta da ogni parte, dall’esterno e soprattutto dalla quinta colonna infiltrata al punto da apparire dominante e sul punto di sradicare totalmente la Creatura e Sposa di Cristo (… la Chiesa – vera – sarà eclissata…). Ma Dio, ci dice l’Apocalisse, ha dato le ali alla Donna rivestita di sole, portandola nel deserto per sottrarla al dragone infernale che con il suo vomito di corruzione sta distruggendo l’intera umanità e, travestito da mondialismo finto-democratico e falso.filantropico, coadiuvato spiritualmente dagli apostati falsi profeti vaticani, da pseudotradizionalisti scismatici ed eretici, vuole trascinare con sé quante più anime è possibile nello stagno di fuoco. Certo, l’Apocalisse ce lo dice da millenni, il tutto si compirà onde il Signore possa vagliare il grano dalla pula, la fede vera dall’ipocrisia e dalla comoda falsa pietà, ma alla fine, dopo persecuzioni, falsità ed ingiustizie di ogni tipo, la Chiesa risorgerà splendida e perfetta agli occhi increduli dei suoi nemici, e alla venuta prossima del Signore, le “bestie” demoniache, cioè i poteri mondialisti, le conventicole talmudico-cabaliste, il “falso profeta”, cioè la falsa chiesa dell’uomo con i suoi accoliti modernisti e pseudotradizionalisti, saranno bruciati con il fuoco della bocca di Cristo e scaraventati nello stagno di fuoco eterno, dove li raggiungerà infine anche il dragone maledetto, il baphomet-lucifero, il “corona” signore dell’universo. Così è scritto e così sarà, la parola di Dio si compirà fino all’ultimo trattino, fino all’IPSA CONTERET CAPUT TUUM!

Gregorio XVI
Le armi valorose

Le armi valorose che Noi invocammo dal sempre pio ed augusto monarca austriaco Francesco I per ricondurre fra voi quella tranquillità, quell’ordine e quella calma, che le passate perturbazioni vi avevano involato, si ritirano ora da codeste province nella certezza che i traviati, finalmente disingannati, si riuniscano anch’essi a coloro che formano la maggior parte di codeste popolazioni, e tutti, concordemente calcando le vie che la Religione dei padri loro, i doveri di sudditanza, gli stimoli dell’onore hanno segnato, concorrano tutti indistintamente ed efficacemente a conseguire quelle prosperità che soltanto una sana morale può procurare e che la civile concordia ed un vero amore di pace possono consolidare.

Voi le vedeste queste armi vittoriose, come seppero darvi prove di valore non meno che di esemplare moderazione. Esse entrarono fra di voi come amiche, e tali si sono mostrate costantemente. Esse vennero per sollevare l’oppresso e per contenere gli oppressori, né hanno neppure per un istante smentito la generosa loro missione. Esse hanno pienamente corrisposto sia al bisogno stringente di chi le chiamò a comprimere gl’impeti di una furiosa tempesta, sia agli ordini augusti del loro signore, cui null’altro stava a cuore che ricondurre i figli al loro padre, ridonando la quiete ai domini della madre comune, la Santa Chiesa Romana. Esse insomma si ritirano dai Nostri Stati con la certezza di avervi risparmiato mali gravissimi, e con la fondata lusinga che sappiate ora voi stessi prevenirne il più funesto ritorno.

È a quest’oggetto che non vogliamo in tal momento rimanerci in silenzio, e non aprirvi di nuovo il Nostro cuore. Forti Noi nei sacri diritti di questa Santa Sede, nonché nelle solenni ed a voi non ignote garanzie rinnovateci in questo incontro dalle alte potenze di Europa, dovremmo parlarvi più da Sovrano che da Padre; ma il linguaggio di quello lo riserbiamo alla circostanza in cui infaustamente si tentassero nuovi disordini, e nuovi traviamenti insorgessero a turbare la pubblica o la privata tranquillità: e vogliamo, per ora, che i Nostri figli tornino ad ascoltare le sole voci di Padre. Noi fummo addolorati, e fortemente addolorati dalle tristissime passate vicende, e sa Iddio Ottimo Massimo se, più del dolore che soffrivamo, si straziava il Nostro cuore all’idea di essere un giorno costretti ad adoperare la spada della giustizia. E poiché Egli medesimo, come speriamo, Ci ha aperto la via delle misericordie, con vero giubilo dell’animo Nostro vogliamo annunciarvi Noi stessi che nulla più desideriamo quanto il poterci dimenticare del passato. Sappia ognuno, e Noi lo ripetiamo con effusione di paterna tenerezza, che chi demeritò tra voi la Nostra grazia potrà recuperarla se darà prove non dubbie del proprio ravvedimento. L’amore scambievole, ma vero, ma permanente vi riunisca tutti, e tutti formino una sola famiglia, e faccia l’Onnipotente che altra distinzione non si vegga d’ora innanzi fra voi, che quella risultante dai gradi maggiori nella virtù, nella fedeltà, nella obbedienza. A questo aspiri ciascuno, e di questo si vantino le patrie vostre, che lo contino a gloria, e per risultato ne abbiano la tranquillità vera e durevole innanzi alla Religione e alla società.

Riconfortati Noi in così bella speranza, Ci andremo indefessamente occupando del vostro bene. In mezzo alle afflizioni ed alle angustie che Ci danno tanta amarezza da quando fummo assunti al Pontificato, è stato questo ancora un oggetto delle Nostre sollecitudini, e lo avete veduto in effetto. Esso diverrà a Noi caro principalmente, se non dovremo combattere nuove ed infauste perturbazioni, e con esse quei molti disastri che ne sarebbero l’immancabile conseguenza.

È in questi sentimenti che con fiducia abbiamo dilatato su voi il Nostro cuore, e che imploriamo su tutti voi dal Padre delle consolazioni la pienezza della vera felicità con l’Apostolica Benedizione.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (3)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (3)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

III.

PERPETUITÀ DEL PRIMATO DI PIETRO NEL ROMANO PONTEFICE

Gesù Cristo ha istituito la Chiesa sotto forma monarchica, dando a S. Pietro il primato di guirisdizione. L’abbiamo visto nelle pagine precedenti. Possiamo ora domandarci, se il primato fu stabilito da Gesù Cristo con la condizione che rimanesse perpetuamente nella Chiesa; e se tale fu la volontà di Cristo, possiamo ulteriormente insistere e chiedere chi sia colui che succede a Pietro nella dignità del primato. – Bisogna distinguere negli Apostoli e quindi anche in Pietro, l’ufficio di fondatori o iniziatori dell’opera di Cristo, e l’ufficio di pastori della Chiesa. Come fondatori godevano di certe prerogative straordinarie, di certi privilegi personali non trasmissibili: tutti erano ornati di santità eroica, avevano la scienza divinamente infusa delle cose soprannaturali, godevano dell’infallibilità personale nelle cose di fede e di costumi, della potestà di fare miracoli, della giurisdizione universale sui fedeli, almeno delle Chiese che ciascuno di essi fondava. – Queste prerogative non furono trasmesse ai Vescovi successori degli Apostoli. Come pastori gli Apostoli avevano la podestà di governo, di magistero, e di ordine o di santificazione. Questa triplice potestà appartenente all’essenza della Chiesa, essi trasmisero ai loro successori nel Collegio Apostolico. – Il primato di S. Pietro non era un privilegio suo personale, ma apparteneva all’essenza della Chiesa, e fu trasmesso nei Romani Pontefici. Due verità queste che sono definite nel capo II della Pastor Æternus, cioè il beato Pietro avrà per diritto divino perpetui successori nel primato sopra tutta la Chiesa, e i Romani Pontefici saranno per diritto divino successori del beato Pietro nel medesimo primato: « Se qualcuno dice che non è per istituzione dello stesso Cristo Signor Nostro, ossia di diritto divino, che il beato Pietro ha perpetui successori nel primato su tutta la Chiesa o che il Romano Pontefice non è il successore del beato Pietro nello stesso primato, sia anatema ».

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S. Pietro avrà perpetui successori nel primato. La perpetuità dei diritti primaziali di Pietro s’intende in una sola persona fisica, in modo che la Chiesa sarà sempre monarchica per l’istituzione di Cristo stesso. Quando diciamo che il primato durerà sempre, intendiamo parlare di continuità morale, che non s’interrompe nel tempo in cui si elegge un nuovo successore. Possiamo dire che il primato di Pietro fu in parte personale, perché concesso a lui solo e non al Collegio Apostolico, e in parte personale, in quanto non doveva finire con la morte di Pietro, ma doveva trasmettersi ai successori. La Chiesa di Cristo deve essere perpetua, perché  deve continuare sino alla fine dei tempi la missione di salvare le anime. Sarà dunque anche perpetuo il suo fondamento, la sua base, senza la quale non può esistere, cioè sarà perpetuo il primato di Pietro, che fu appunto istituito per dare unità alla Chiesa, come dice il Concilio Vaticano: « Affinché l’episcopato fosse uno e indiviso, e si conservasse nella unità della fede e della comunione tutta la moltitudine dei credenti per mezzo della coesione dei sacerdoti, pose il beato Pietro a capo degli altri Apostoli, e istituì in lui il principio perpetuo e il fondamento visibile di questa doppia unità, volendo che sopra la sua solidità si costruisse il tempio eterno e che sulla fermezza della sua fede si innalzasse la Chiesa sino all’altezza dei cieli ». (« Pastor Æternus »: Prologo) Questo è l’argomento che arreca anche S. Tomaso; (Contra Gentes, lib. 4, cap. 76) il primato deve durare finché dura la ragione per cui fu istituito, la quale ragione è la fermezza e stabilità dell’edificio ecclesiastico. La perpetuità del primato si deduce anche dai testi evangelici citati di sopra per dimostrare il primato di Pietro. A Pietro fu affidato l’ufficio di confermare i fratelli nella fede e di pascere gli agnelli e le pecorelle: ma i fedeli delle posteriori generazioni cristiane appartengono anch’essi all’ovile di Cristo, e Pietro deve confermare e pascere anche questi, non certo direttamente, ma per mezzo dei suoi successori. Anzi la necessità degli uffici del primato è molto più urgente dopo i tempi apostolici. Oggi, infatti, la Chiesa è molto più diffusa che al principio del Cristianesimo, quando i fedeli erano un corpo solo e un’anima sola; gli Apostoli forniti come erano dell’infallibilità e dell’autorità universale, potevano conservare più facilmente nell’unità le diverse Chiese sparse dappertutto; erano di grande aiuto allora i doni carismatici più frequenti che nei tempi posteriori. Tutto questo rendeva meno frequente nei primi tempi della Chiesa nascente l’esercizio del primato. Sono eloquentissime a questo riguardo le numerose testimonianze dei Padri della Chiesa e degli antichi scrittori cattolici, nelle quali si afferma che Pietro vive, governa, insegna nei suoi successori; che la Chiesa ha ricevuto in Pietro e per mezzo di Pietro le chiavi; Pietro dalla propria sede continua a dare la verità della fede a chi la cerca. Riporto le splendide parole che san Bernardo rivolgeva al Papa Eugenio III:« Tu sei il capo dei Vescovi, l’erede degli Apostoli… Vi sono anche  altri clavigeri del cielo e pastori di greggi: ma tu ereditasti l’uno e l’altro nome tanto più gloriosamente quanto più differentemente degli altri. Hanno anche gli altri singolarmente i loro particolari greggi; a te sono invece affidati tutti, e a te solo. Tu sei l’unico pastore non solo delle pecore, ma anche degli altri pastori. Tu mi chiedi come io provi questa mia asserzione? Dalle parole del Signore. A chi, non dico dei Vescovi, ma anche degli Apostoli, così assolutamente e senza eccezione, furono affidate tutte le pecore? Se mi ami, o Pietro, pasci le mie pecorelle. Quali? I popoli di questa o di quella città, di questa o di quella regione, di questo o di quel regno? Le mie pecore, disse Gesù. Evidentemente non designò alcune soltanto, ma le assegnò tutte. Nulla viene eccettuato e nulla viene distinto ». (De Consider. L. 2, cap. 8, n. 15).  La verità di questa dottrina verrà meglio illustrata dalle testimonianze che arrecheremo per la dimostrazione del secondo punto definito dal Concilio Vaticano.

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Il Pontefice Romano è per diritto divino successore di Pietro nel primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. I razionalisti e i modernisti attribuiscono il primato romano esercitato e riconosciuto sino dai primi secoli nella Chiesa, a cause puramente naturali, come lo splendore della città di Roma e la sua dignità imperiale, l’ambizione dei Vescovi di Roma, la carità e la sollecitudine della Chiesa romana verso le altre Chiese, la necessità di qualche centro comune; che congiungesse tra loro tutti i fedeli e tutte le Chiese. La verità del primato romano si può dimostrare in generale con un argomento di esclusione. Cristo, come abbiamo detto, ha stabilito che Pietro avesse perpetui successori nel primato di giurisdizione, i quali fossero il fondamento perpetuo della sua Chiesa. In qualche luogo e presso qualcuno deve dunque trovarsi questo primato. Ora tra i diversi ceti cristiani oggi esistenti, la sola Chiesa romana si attribuisce ed esercita il primato sopra tutta la Chiesa, e questo essa fa da molti secoli: lo ammettono coloro stessi che le contestano il diritto di questo primato. Bisogna quindi logicamente conchiudere che il primato o non esiste, o se esiste, si trova soltanto nella Chiesa romana. – Si giunge direttamente alla stessa conclusione mediante una via storica di testimonianze e di fatti, che è un monumento apologetico veramente insigne. Affinché l’argomento storico si presenti in tutta la sua forza probativa è necessario premettere alcune osservazioni. – Nella storia ecclesiastica si narra la venuta di S. Pietro a Roma. Che S. Pietro sia venuto a Roma, che vi abbia esercitato l’ufficio di Vescovo della Chiesa romana, e che sia stato martirizzato nella città di Roma sotto l’imperatore Nerone, è ammesso dalla massima parte di storici imparziali, anche estranei al Cattolicismo. Qualche polemista soltanto si ostina a sostenere il contrario per fini che non hanno nulla di comune con la scienza. L’Harnack e il Duschesne considerano la cosa decisa in favore della tradizione. (HarnacK: La cronologia dell’antica letteratura cristiana sino ad Eusebio. — Duschesne: Storia antica della Chiesa. — Per potere affermare che San Pietro fu Vescovo di Roma, non si richiede che sia sempre rimasto nella città di Roma. (Cf. Van Nort: De Ecclesia Christi, pag. 62). La venuta di Pietro a Roma e la sua morte come Vescovo di Roma, apre per i Vescovi di Roma, la successione legittima nel primato universale. Il primato infatti doveva continuarsi, ed è norma generale che i diritti annessi ad una sede si trasmettano insieme con la sede, se non viene in modo positivo disposto diversamente. Bisogna quindi anche nel presente caso applicare questa norma, eccetto che si dimostri che Cristo o Pietro abbiano provveduto alla successione del primato in altro modo, del che non vi è il minimo indizio in nessun documento storico. (Dio poteva stabilire o immediatamente o per mezzo di Pietro, che dopo Pietro il primato continuasse nella sede romana, anche se Pietro non avesse mai occupata quella sede. Le due questioni quindi che Pietro è venuto a Roma e fu Vescovo di Roma e che ai successori di Pietro nella Sede romana compete il primato, non sono per sé strettamente e necessariamente connesse. (Cf. Tanquerey: De Vera Religione, pag. 444, n, 705). – Osservo in secondo luogo che nessuno può ragionevolmente esigere che subito dopo la morte di S. Pietro, il primato dei suoi successori si manifesti sulle altre comunità religiose, con quella attività e intensità, che verrà man mano accentuandosi nei secoli posteriori. Chi attentamente considera la condizione della Chiesa nascente e le difficoltà dei primi tempi del Cristianesimo, facilmente comprende che i successori di Pietro non hanno esercitato frequentemente e solennemente i loro diritti sulle Chiese lontane da Roma, dove spesso governavano personaggi insigni per santità e dottrina. Avveniva perciò che in dette Chiese non si sperimentasse molto l’influsso del primato di Roma, e che in qualche occasione ci fosse qualche tentativo di resistenza. La dottrina e le istituzioni cristiane sono come un seme che, affidato alla terra, non subito manifesta tutta la sua vitalità, né da tutti è convenientemente apprezzato; ma sotto l’influsso divino e delle circostanze del tempo e del luogo, cresce a poco a poco e giunge così lentamente al suo pieno rigoglio. Questo principio di ben inteso progresso dogmatico, si deve applicare al primato romano. Basta quindi far vedere che i germi del primato del Romano Pontefice già si trovano nelle opere dei Padri antichi, che vanno man mano sviluppandosi, in modo, tuttavia, che le numerose e chiare affermazioni dei secoli posteriori non sono altro che la legittima spiegazione di quello che era già insegnato con tutta verità, benché meno chiaramente, nei primi secoli. (Fontaine: La Teologia del Nuovo Testamento).

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Nella tradizione dei primi tre secoli della Chiesa non vi è nulla che veramente si opponga al primato del Pontefice di Roma; troviamo anzi non poche testimonianze, che gli sono favorevoli e che grandemente ci persuadono della sua esistenza. Verso la fine del primo secolo (93-97), il Pontefice S. Clemente, vescovo di Roma, che aveva conosciuto gli Apostoli Pietro e Paolo e che aveva conversato con essi, manda una lettera alla Chiesa di Corinto. Questa Chiesa, fondata da S. Paolo, era turbata da dissidi e controversie interne: i più giovani si erano ribellati ai prebisteri e li avevano cacciati di sede. La Chiesa di Roma intervenne per far cessare uno scandalo così dannoso, per estinguere « una sedizione empia e abbominevole, accesa da pochi-uomini temerari e audaci », per ristabilire la pace e l’unione. « Veniamo a conoscere, o fratelli, scrive il Pontefice, cose molto cattive e indegne della professione cristiana: la forte e antichissima Chiesa di Corinto suscita, per colpa di pochi, sedizione contro i presbiteri… Voi quindi, che avete gettati i principi della sedizione, siate soggetti nell’ubbidienza ai presbiteri e ricevete in penitenza la correzione… Se alcuni poi non ubbidiranno a quello che Cristo dice per mezzo nostro, sappiano che saranno rei di colpa e correranno pericolo grande…: noi saremo innocenti di questo peccato. Ci porgerete gaudio e letizia, se ubbidendo a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo, sopprimerete il desiderio di uno zelo intempestivo, seguendo la nostra esortazione di pace e di concordia, che vi esponiamo in questa lettera ». – Il Batiffol chiama giustamente questa Lettera « l’epifania del primato romano ». (La Chiesa nascente, pag. 153. — Cf. Freppel: Padri Apostoli: « Le Lettere Clementine »). La Lettera è caritatevole e dolce: ma non manca in essa il tono autoritativo. Senza mire formalmente teologiche, senza alcuna presentazione dei suoi titoli al primato, Clemente ha coscienza della sua posizione e del suo ufficio: non solo esorta, ma veramente comanda ed esige l’ubbidienza, in forza di una potestà divinamente ricevuta. Chi parla in tal modo si sente in possesso di un potere veramente considerevole. Si pensi che Clemente si accinge a comporre la lite tra i Corinti, mentre è ancora in vita S. Giovanni evangelista, il cui intervento nella faccenda sembrava con diritto richiesto e quasi dovuto dalla sua eccelsa dignità apostolica e dalla condizione e maggiore vicinanza delle chiese orientali, a cui egli presiedeva. Le relazioni tra Efeso e Corinto erano evidentemente più naturali di quelle fra Corinto e Roma. Eppure, da Roma viene l’ammonizione e il rimprovero e l’ordine di ristabilire l’unione. La Chiesa romana era stata sollecitata dai Corinti a intervenire o il suo intervento fu spontaneo? Dalla lettera non si può nulla dedurre con certezza. Se i presbiteri cacciati di sede ricorsero a Roma, il loro ricorso è grandemente degno di nota per la supremazia della Sede di Roma. Perché chiedere l’intervento di una Chiesa così lontana? Se tutte le Chiese erano al principio uguali, tornava certamente più comodo ai Cristiani di Corinto rivolgersi ad una delle floridissime comunità di Tessalonica, di Filippi, di Efeso. Questo appello a Roma non trova ragionevole spiegazione, se non nel fatto che Roma era già considerata come centro dell’unità cristiana: si ricorreva ad essa, perché in essa stava il supremo potere, il primato spirituale. (Bariffol: La Chiesa nascente, pag. 168.). Si aggiunga che il Papa S. Clemente mandò a Corinto i suoi legati, affinché fossero come testimoni e intermediari tra lui e i Cristiani di Corinto. La pace fu ristabilita e tornò l’unione tra i fedeli. Dionisio di Corinto, loro Vescovo, verso il 170, ci fa sapere che la Lettera di Clemente, la Prima Clementis, come si suole denominare, era ancora letta e conservata nella loro Chiesa accanto alle Scritture canoniche. (Freppel, l. c., pag. 184). S. Ireneo infine cita questa Lettera come esempio della particolare autorità, che compete alla Chiesa di Roma a preferenza delle altre Chiese.

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Al cominciare del secolo II, Ignazio di Antiochia ci offre un documento importante della supremazia di Roma. Egli scrive ai Romani una Lettera per supplicarli a non opporsi al suo martirio. (Eusebio: Hist. Eccl., 1. IV, cap. XXIII, n. 11). L’indirizzo di questa Lettera è solenne per i magnifici epiteti con cui designa la Chiesa romana: « Ignazio alla Chiesa che ha ottenuto misericordia per la magnanimità del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo Figliuolo unico; alla Chiesa amata e illuminata dalla volontà di Colui che ha voluto tutto ciò che esiste, secondo l’amore di Gesù Cristo, nostro Dio: alla Chiesa, la quale presiede nel luogo della regione dei Romani, degna di Dio, degna di onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di essere esaudita, degna e casta, e prima di tutte nell’amore, in possesso della legge di Cristo, avente il nome del Padre e che io saluto in nome di Gesù Cristo ». – Questa magnificenza di espressioni è un primo indizio che Sant’Ignazio tributa più onore alla Chiesa di Roma che alle altre Chiese a cui scrive. Più sicuro indizio dànno alcune locuzioni, che sono oggetto di accanite discussioni tra i critici. Che cosa significano le frasi « la Chiesa che presiede nella regione dei Romani… che presiede alla carità »? Viene indicata, secondo alcuni celebri scrittori cattolici, la preminenza della Chiesa di Roma sulle altre Chiese. La Chiesa di Roma presiede: questo termine, di cui Ignazio si serve due volte nell’introduzione della Lettera, e che non adopera mai per le altre Chiese, non vuol dire « segnalarsi », ma implica una reale presidenza, un governo e un’autorità sopra altri. La Chiesa di Roma presiede alla carità, alla religione dell’amore: la parola greca « agape », che corrisponde alla parola « carità », significa in questo passo di S. Ignazio, la Chiesa universale. Infatti, questo termine agape più volte negli scritti di Ignazio è sinonimo di Chiesa. Dal momento che una Chiesa locale può essere chiamata « agape », perché questa stessa parola non indicherebbe la Chiesa universale nella Lettera ai Romani? Questo è l’argomento del Funk contro l’Harnack,, il quale sostiene che l’espressione « prima di tutte nell’amore » significa « la più caritatevole, la più generosa, la più soccorritrice di tutte le Chiese. » (Funk: Patres Apost., Vol. I, pag. 252. — Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 177). – Qualcuno crede alquanto sforzata questa interpretazione del Funk, e tutt’al più riconosce all’argomento una semplice probabilità. Comunque sia, nessuno può negare che dal contesto dell’indirizzo della Lettera balzi abbastanza chiaro il pensiero di Ignazio sul primato della Chiesa di Roma. Egli loda la fedeltà dei Romani a tutti i precetti di Gesù Cristo, e perché essi sono ricolmi per sempre della grazia di Dio, e perché  sono « puri da ogni estraneo elemento ». Si congratula con loro di avere « istruito gli altri » e di non avere mai « ingannato nessuno », e soggiunge: « In quanto a me vorrei che i vostri precetti fossero praticamente confermati ». Se i Romani hanno istruito « gli altri », questi « altri» rappresentano altre Chiese all’infuori di quella di Roma, le quali Chiese vengono a domandare a Roma o ricevono da Roma, senza averla chiesta, la lezione dei precetti apostolici, dei quali Roma stessa è un più sicuro deposito. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 178.)

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S. Ireneo, Vescovo di Lione (180) e discepolo di S. Policarpo, è il più esplicito assertore del primato romano verso la fine del II secolo. Per S. Ireneo la Chiesa romana è la « massima e più antica Chiesa, da tutti conosciuta, fondata dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo ». (Haer., II,-2; 3) Nella Chiesa romana, secondo S. Ireneo, si trova la tradizione apostolica, la vera regola di fede: con essa devono concordare le altre Chiese per la sua autorità particolare. Trascriviamo il celebre passo: « Per riguardo alla tradizione degli Apostoli, manifestata in tutto l’universo, è facile ritrovarla nella Chiesa intera, per chiunque cerchi sinceramente la verità. Noi non abbiamo che a trascrivere la lista di quelli, che sono stati istituiti Vescovi e dei loro successori sino a noi… Ma poiché sarebbe troppo lungo in questo libro mostrare questa successione per tutte le Chiese, noi ci accontenteremo di segnalare la tradizione della più grande e della più antica di tutte, di quella che è conosciuta dal mondo intero, che è stata fondata e costituita a Roma dai gloriosi Apostoli Pietro e Paolo. Nel riferire questa tradizione, che essa ha ricevuto dagli Apostoli, questa fede, che ha annunziata agli uomini e trasmessa sino a noi mediante la successione dei suoi Vescovi. noi confondiamo tutti coloro che in qualsiasi modo formano delle assemblee illegittime. Con questa Chiesa è necessario che si accordino tutte le Chiese, cioè tutti i fedeli di qualunque luogo, a cagione della sua particolare autorità (suprema principalità). In questa Chiesa si è sempre conservata la tradizione degli Apostoli da coloro che sono di tutti i paesi ». – La Chiesa di Roma è chiamata da Ireneo massima e principale tra le altre Chiese, non già per maggiore antichità né per ragione dell’apostolicità, ma per motivo della dignità primaziale: Alla Chiesa di Roma devono le altre Chiese conformarsi e sottomettersi: essa è la regola di fede e lo è in forza della sua eminente autorità. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 260.— Dict. Théol. Cath. « Infallibilité », pag. 1656. — Zappelena: De Ecclesia, pag. 140)) Il Duchesne, a proposito di questa testimonianza di Ireneo, dice che « è difficile trovare un’espressione più precisa dell’unità dottrinale nella Chiesa universale, dell’importanza suprema della Chiesa come testimonio, custode e organo della tradizione apostolica, della sua superiore preminenza nell’insieme della cristianità ». ( Eglises séparées, pag. 216). – Tertulliano, cattolico, riconosce il primato di Pietro, fondamento della Chiesa, depositario delle chiavi del regno dei cieli, investito di pieni poteri per legare e per sciogliere. Tra le Chiese apostoliche ai cui insegnamenti bisogna stare attaccati, quella di Roma, secondo Tertulliano, occupa un posto eminente. Divenuto montanista, combatte gli editti del Pontefice di Roma, ma con le sue parole implicitamente viene ad ammettere che per i Cattolici tali decreti sono perentori. (D’Alés: La théologie de Tertullien, pag. 119). – S. Cipriano, Vescovo di Cartagine, chiama la Chiesa romana: chiesa principale, principio e centro di unità: Petri cathedram atque ecclesiam principalem, unde unitas sacerdotalis exorta est; la dice « radicem et matricem » di tutta la Chiesa cattolica; le altre Chiese stanno alla Chiesa di Roma come raggi al sole, come rami all’albero; come ruscelli alla fonte; secondo San Cipriano la comunione con il Vescovo di Roma è la comunione con tutta la Chiesa. (De Unitate Ecclesiæ.). – Queste testimonianze dei primi tre secoli intorno al primato della Chiesa di Roma, pure essendo qualche volta alquanto indeterminate e incerte, si impongono per la loro importanza ad ogni storico imparziale. « Così tutte le Chiese, scrive il Duchesne, sentono in ogni cosa, nella fede, nel disciplina, nel governo, nel rito, nell’opera di carità, l’incessante azione della Chiesa di Roma. Essa è dappertutto conosciuta, come dice Ireneo, dappertutto presente, dappertutto rispettata, dappertutto seguita nella sua direzione. Davanti ad essa nessuna concorrenza, nessuna rivalità: nessun’altra Chiesa osa mettersi a confronto con essa ». (Eglises séparées, pag. 155). Le testimonianze riportate di sopra ricevono una maggiore luce dai fatti. I Romani Pontefici intervengono con autorità nelle discussioni che sorgono nelle altre Chiese, S. Clemente Romano, come abbiamo visto, calma le agitazioni della Chiesa di Corinto; S. Vittore (189-199) risolve la questione del giorno della celebrazione della Pasqua, e scomunica, o almeno minaccia di scomunicare, i riottosi; Zefirino (199-217) scaccia dalla Chiesa i Montanisti di Asia e di Africa, tra cui Tertulliano; Callisto (217-222) promulga un editto perentorio intorno alla disciplina penitenziale, per autorità di Pietro, di cui si stima successore, come dice Tertulliano ; De pudic., 1, 21) S. Stefano (254-257) ordina che non si devono ribattezzare gli eretici e impone ai Vescovi di Africa di abbandonare la sentenza opposta. Durante il secolo secondo illustri personaggi vennero a Roma per visitare il Vescovo di quella città e richiedere il suo consiglio intorno a questioni di fede e di disciplina. – S. Policarpo, Vescovo di Smirne, discepolo di S. Giovanni, si reca a Roma nel 155 per consultare il Papa Aniceto sulla celebrazione della Pasqua. Questa visita ha un significato speciale, perché S. Policarpo è un personaggio apostolico, che occupa in Oriente una sede importante ed è l’oracolo dell’Asia. A Roma, pure sotto Aniceto, va Egesippo, palestinese, con l’intenzione di « verificare la sicura tradizione della predicazione e della successione apostolica », e vi rimane sino al pontificato di Eleuterio. (Batiffol: La Chiesa nascente, p. 215). Come Policarpo e come Egesippo, fa il viaggio a Roma anche Abercio, Vescovo di Jerapoli, « per contemplare la sovrana e per vedere la regina dalle vesti d’oro e dalle calzature d’oro». I martiri di-Lione, al tempo di S. Ireneo, mandano una legazione al Papa Eleuterio, affinché voglia rendere la pace alla Chiesa di Asia turbata dagli errori di Montano. Inoltre, da varie province della cristianità molti Vescovi ricorrono a Roma per rendere ragione della loro fede o per comporre una qualche controversia o per chiedere consiglio o per avere l’approvazione dei Concili particolari. Spesso vi ricorre lo stesso S. Cipriano, che alcuni vogliono rappresentare come ribelle a Roma.

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Tutto questo avviene nei primi tre secoli. A partire dal secolo IV l’affermazione del primato della Cattedra Romana prende un tale sviluppo di chiarezza e di precisione negli scritti e nei fatti, che non crediamo necessario insistervi a lungo. Basteranno alcune principali citazioni, tanto più che gli avversari sono su questo punto d’accordo con noi. S. Ottato di Milevi, confutando i Donatisti, che sostenevano essere la Chiesa formata dai soli giusti e perciò la santità costituire la sua nota principale, dimostra che vi sono altre due note, cioè la cattolicità e l’unità. L’unità la fa derivare dalla « Cattedra di Pietro costituita a Roma », perché Pietro è capo di tutti gli Apostoli; egli insegna che tutte le altre cattedre derivano da quella di Roma e che è necessario, sotto pena di peccato e di scisma, conservare « la comunione con questa cattedra di Pietro », che perseverò sino a noi attraverso la serie dei Pontefici Romani. (De schismate Donatistarum, 1. II, cap. 23,9). Similmente S. Ambrogio di Milano afferma che Pietro è centro della Chiesa, che la Chiesa romana è capo di tutto l’orbe cattolico e che è segno di vera fede essere in comunione con la Chiesa di Roma. « Dove è Pietro, scrive egli, quivi è la Chiesa, e dove è la Chiesa, non vi è morte alcuna, ma vita eterna…. Dalla Chiesa romana, capo del mondo cattolico, provengono tutti i nostri diritti». (In Ps. 40, n. 30. — Epist. XI ad imperatorem, n. 4). Narra, inoltre, come suo fratello Satiro, sbattuto dalla tempesta sopra ignoti lidi, chiamasse a sé il Vescovo e chiedesse se la sua fede fosse d’accordo con i Vescovi cattolici, cioè con la Chiesa romana». (De excessu fratris sui, I, n. 47. — Cf. Tanouerey: De Vera Religione, pag. 465.). – Numerose ed esplicite sono le testimonianze di S. Agostino sul primato romano. Per lui « il principato della cattedra apostolica fu sempre in vigore nella Chiesa romana »; (Epist. 43, n. 7.) afferma che «la successione dei sacerdoti dalla sede dell’Apostolo Pietro sino al presente episcopato » è il motivo che lo tiene nella Chiesa cattolica. (Contra Epist. Manich., c. 4). Altrove riconosce che contro la sua sentenza si può appellare alla Sede Apostolica, anzi dice che i Concili provinciali desumono la loro autorità soprattutto dall’approvazione di Roma: « Intorno a questa causa (dei Pelagiani)

furono già inviati alla Sede Apostolica gli atti di due Concili; di là vennero le risposte; la causa è finita ». (Sermo 132, n. 10. — Batiffol: Le catholicism de S. Augustin). –  Né meno esplicito è S. Girolamo. Egli scrive al Papa Damaso: « Io sono unito in comunione con la tua Beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che sopra questa cattedra è edificata la Chiesa. Chiunque mangerà l’agnello fuori di questa casa, è un profano ». (Epist. 15. — Cf. Hurter: Theol. Dogm., p. 393). Lo stesso S. Girolamo attesta che, essendo segretario del Papa Damaso, doveva rispondere « alle domande che pervenivano a Roma dall’Oriente e dall’Occidente ». Il che significa che ai suoi tempi si ricorreva a Roma da ogni parte. (I Vescovi espulsi dalla loro sede ricorrono a Roma, (Cf, Hurter: Theol. dogm., Vol. I, pag. 397. — Tanquerey: De vera Religione, pag. 467).

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La storia dei Concili ci porge una prova eloquentissima a favore del primato del Pontefice di Roma. Nel Concilio di Efeso (431) S. Cirillo, patriarca di Alessandria, invia per mezzo del diacono Possidonio una lettera al Papa Celestino, nella quale ricordando « la tradizione di sottoporre a Roma le difficoltà serie », espone gli avvenimenti intorno all’eresia di Nestorio, trasmette i documenti relativi e chiede l’intervento papale: « Degnatevi, scrive, dichiarare il vostro sentimento: se bisogna ancora comunicare con Nestorio o denunziargli chiaramente che verrà da tutti abbandonato, se persiste nella dottrina erronea, che predica e favorisce ». (Migne: Dict. de Patrol., p. 1227) Celestino nomina Cirillo suo vicario e manda ad Efeso i suoi legati, dei quali uno, il sacerdote Filippo, tiene ai Padri congregati del Concilio un discorso dove afferma che « è a tutti noto che il primato è passato da Pietro al Pontefice di Roma ». (Mansi: Concil; IV, 1295. — A. Oddonee: Il vero concetto di unità religiosa nella tradizione, pag. 12. — Cf. TAnquerey, l. c., pagina 169. Dict. Théol. Cath.: « Primauté », pag. 282). I Padri accettano questa affermazione e dichiarano scomunicato Nestorio « indotti dai canoni e dalle lettere del Vescovo di Roma ». – Il Pontefice di Roma, Leone I, domina nel Concilio di Calcedonia (451), nel quale sono presenti circa seicento Vescovi, quasi tutti orientali. S. Leone scrive una celebre lettera, nella quale condanna gli errori di Eutiche, e manda legati che presiedano in suo nome al Concilio. Dopo la lettura del documento davanti ai Padri, essi esclamano: « Questa è la fede dei Padri, questa è la fede degli Apostoli. Tutti noi così crediamo: così credono gli ortodossi: anatema a chi non crede. Pietro ha parlato per mezzo di Leone ». (Mansi, I. c. — Oppone: Il vero concetto di unità religiosa nella tradizione, pag. 12). Ai Padri del III Concilio di Costantinopoli la professione di fede contro il Monotelismo, è inviata ancora da Roma, dal Pontefice S. Agatone. I Padri ricevono la professione di fede e rispondono ad Agatone con parole vibranti di devozione, di docilità e di esaltazione della Sede di Roma: « Per tutto ciò che si deve fare, noi ci riferiamo a Voi, Vescovo della prima Sede e capo delle Chiesa universale, a Voi che siete stabilito sulla roccia solida della fede. Noi abbiamo condannato gli eretici conformemente alla sentenza, che Voi avete fatto conoscere per mezzo della vostra sacra lettera ». (Patrol. Lat., Vol. LXXXVIII, col. 1243). La parola d’ordine partita da Roma sarà sempre la norma e la guida di ogni altro Concilio ecumenico. In ogni Concilio si riscontrerà sempre una consegna obbligatoria inviata dal Pontefice di Roma, una consegna eseguita dal corpo episcopale con sacrificio, qualche volta, eroico, di personali vedute. E se qualche Vescovo, sia pure Patriarca, si discosterà dal pensiero di Roma, la Chiesa non dubiterà di reciderlo dal suo albero e di considerarlo come eretico. – Conchiudiamo questa trattazione con un argomento di prescrizione, che compendia in certo modo ciò che abbiamo detto. Storicamente consta, dai documenti riferiti, che i Pontefici di Roma, almeno dal secolo quinto, furono riconosciuti come successori di Pietro dalla Chiesa universale, sia Occidentale che Orientale, e che essi esercitarono per diritto divino legittimamente il primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Ora questa persuasione non poté derivare se non dagli Apostoli. Infatti, se nei tempi apostolici si credeva universalmente che tutti i Vescovi fossero uguali per diritto divino, come vogliono gli avversari del primato romano, è necessario che sia avvenuta una grande mutazione nella fede e nella pratica di tutta la Chiesa. Il che è moralmente impossibile, perché dappertutto e da molti Vescovi sarebbe stata avvertita e sarebbero sorte delle proteste da parte loro, trattandosi di cosa riguardante l’essenza della Chiesa e i privilegi e i diritti degli stessi Vescovi. Di queste proteste non ci sono vestigi, e i pochi fatti sfruttati dagli avversari provano anzi che l’autorità del Pontefice di Roma era riconosciuta da quelli stessi che non ne eseguirono fedelmente i comandi. Perciò la dottrina del primato romano è storicamente certa, dogmaticamente una verità di fede. (Si suole fra i Teologi agitare la questione se il primato sia annesso alla Sede di Roma per diritto divino o per diritto ecclesiastico. Intorno a questo punto non vi è nulla di definito. (Mazzella: De Ecclesia, n. 912). La sentenza più comune tiene che il primato è congiunto con l’Episcopato Romano per diritto divino; diritto divino antecedente, se Cristo stesso designò Roma come la Chiesa a cui il primato doveva congiungersi in perpetuo: diritto divino conseguente se confermò la scelta fatta da Pietro. In ambedue i casi la congiunzione è immutabile. Non è tuttavia degna di nessuna censura l’opinione di alcuni vecchi Teologi che credettero che la congiunzione del primato con la Sede Romana sia soltanto di diritto ecclesiastico, cioè sia stata stabilita dalla sola autorità di Pietro: in tal caso il Papa potrebbe cambiare e disgiungere il primato dalla Sede Romana. – Cf. Hervé: Théol. Dogm., Vol. I, p. 400).

IL PRIMATO SPIRITUALE (4)

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XII – “SUMMI MÆRORES”

L’ennesimo grido di allarme e di richiamo ai reggitori dei popoli onde conformino leggi e costumi alla morale cristiana, viene lanciato in questa breve Enciclica, in cui il Santo Padre cerca di arginare il male diffuso in modo travolgente e minacciante la pace tra i popoli. Il richiamo e le parole accorate del Papa Pacelli sono ancora valide oggi, tempo ben peggiore di quello a cui risale la lettera, epoca in cui si è instaurata una situazione di folle paganesimo spinta dalle conventicole anticattoliche di coloro che odiano Dio, la sua Chiesa e tutti gli uomini, i servi del demonio oggi più che mai attivi ed infiltrati in tutte le cariche sociali, politiche e (pseudo) religiose, anche ai massimi livelli. È tempo di invocare l’aiuto di Dio e della sua giustizia perché si possano risanare le mille e mille ingiustizie che tengono la pace lontano da tutti i popoli, ed i popoli lontano da Dio e dalla sua “vera” Chiesa. Meditiamo alla luce della dottrina cattolica antimodernista questa paterna lettera e cerchiamo di porgerla alla conoscenza, oltre che dei pochi residui fedeli, dei governanti, tutti feroci nemici di Cristo e della Chiesa Cattolica oggi tenuta in esilio, nel sepolcro dal quale però, come il suo Capo divino, uscirà presto vittoriosa e risplendente di nuova e definitiva luce per ascendere al cielo ed unirsi alla Chiesa trionfante in un unico Corpo mistico: la Gerusalemme celeste.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

SUMMI MÆRORIS

NUOVE PREGHIERE PER LA PACE
E LA CONCORDIA DEI POPOLI

Non Ci mancano certamente motivi di sommo dolore e al tempo stesso d’immensa letizia. Da una parte Ci si offre lo spettacolo delle moltitudini che in questo anno giubilare da ogni contrada della terra accorrono a Roma, e quivi rendono un’insigne testimonianza di fede concorde, di fraterna unione, di pietà ardente, in tal numero quale, nel corso dei secoli, questa nobile città, che tanti celeberrimi avvenimenti ha conosciuto finora, non vide mai. E Noi con amorosa sollecitudine accogliamo queste moltitudini senza numero confortandole con paterne esortazioni e proponendo loro nuovi e fulgidi esempi di santità, le richiamiamo, non senza copiosi frutti, sulla via del rinnovamento dei costumi e alla perfezione della vita cristiana.  – D’altra parte, le presenti condizioni sociali dei popoli si presentano tali al Nostro sguardo da suscitare in Noi le più vive preoccupazioni e ansietà. Molti discutono, scrivono e parlano sul modo di arrivare finalmente alla tanto desiderata pace. Se non che i principi che devono costituire la sua solida base da alcuni sono trascurati, o apertamente ripudiati. Infatti, in non pochi paesi non la verità ma la falsità viene presentata sotto una certa veste di ragione; non l’amore, non la carità viene favorita, ma si insinua l’odio e la rivalità piena di livore; non si esalta la concordia dei cittadini, ma si provocano i turbamenti e il disordine. Ma, come i sinceri e benpensanti riconoscono, in questa maniera né si possono giustamente risolvere i problemi che in accese discussioni ancora separano le nazioni, né le classi proletarie possono essere indirizzate, come è necessario, verso un avvenire migliore. L’odio, infatti, non ha mai generato nulla di buono, nulla la menzogna, nulla i disordini. Occorre senza dubbio sollevare il popolo bisognoso a uno stato degno dell’uomo; ma non con la forza, non con le agitazioni, bensì con giuste leggi. Occorre certamente eliminare al più presto tutte le controversie che dividono e separano i popoli, sotto gli auspici della verità e la guida della giustizia. – Mentre il cielo si offusca di oscure nubi, Noi, che abbiamo sommamente a cuore la libertà, la dignità e la prosperità di tutte le nazioni, non possiamo non ritornare ad esortare caldamente tutti i cittadini e i loro governanti alla pace e alla concordia. Rammentino tutti che cosa apporti la guerra, come purtroppo sappiamo per esperienza: rovine, morte e ogni genere di miseria. Col progredire del tempo la tecnica ha introdotto e apprestato tali armi, micidiali e inumane, che possono sterminare non soltanto gli eserciti e le flotte, non soltanto le città, i paesi e i villaggi, non soltanto gli inestimabili tesori della religione, dell’arte e della cultura, ma persino fanciulli innocenti con le loro madri, gli ammalati e i vecchi indifesi. Tutto ciò che di bello, di buono, di santo ha prodotto il genio umano, tutto o quasi può essere annientato. Se pertanto la guerra, soprattutto oggi, si presenta ad ogni osservatore onesto come qualcosa di sommamente terrificante e letale, è da sperare che – mediante lo sforzo di tutti i buoni e in special modo dei reggitori dei popoli – siano allontanate le oscure e minacciose nubi, che sono tuttora causa di trepidazione, e risplenda alla fine tra le genti la vera pace. – Tuttavia, conoscendo che «ogni buon dato e ogni dono perfetto viene dall’alto, scendendo dal Padre dei lumi » (cf. Gc 1,17), riteniamo opportuno, venerabili fratelli, di indire nuovamente pubbliche preghiere e suppliche per impetrare e conseguire la concordia tra i popoli. Sarà cura del vostro zelo pastorale non solo di esortare le anime a voi affidate a elevare a Dio ferventi preghiere, ma altresì di incitarle a pie opere di penitenza e di espiazione, con cui possa essere soddisfatta e placata la maestà del Signore offesa da tanti gravi delitti pubblici e privati. – E mentre, conforme al vostro ufficio, darete notizia ai fedeli di questo Nostro paterno invito, ricordate loro nuovamente da quali principi scaturisca una giusta e durevole pace e per quali vie convenga perseguirla e consolidarla. Essa invero, come ben sapete, si può ottenere soltanto dai principi e dalle norme dettate da Cristo e messe in pratica con sincera pietà. Tali principi e tali norme, infatti, richiamano gli uomini alla verità, alla giustizia e alla carità; pongono un freno alle loro cupidigie; obbligano i sensi a obbedire alla ragione; muovono questa a obbedire a Dio; fanno sì che tutti, anche coloro che governano i popoli, riconoscano la libertà dovuta alla religione, la quale, oltre allo scopo precipuo di condurre le anime alla eterna salvezza, ha anche quello di tutelare e progettare i fondamenti stessi dello stato. Da ciò che abbiamo finora detto è facile dedurre, venerabili fratelli, quanto siano lontani dal procurare una vera e sicura pace coloro che calpestano i sacrosanti diritti della Chiesa Cattolica; proibiscono ai suoi ministri di compiere liberamente il loro ufficio, condannandoli anche al carcere e all’esilio; impediscono o addirittura proscrivono e distruggono le accademie, le scuole e gli istituti di educazione che sono retti secondo le norme cristiane; infine, travolgono con errori, calunnie e ogni genere di turpitudini il popolo, specialmente la tenera gioventù, dalla integrità dei costumi, dalla virtù e dall’innocenza verso gli allettamenti dei vizi e la corruzione. Ed è chiaro ancora quanto vadano lontani dal vero coloro che insidiosamente lanciano contro questa sede apostolica e la chiesa cattolica l’accusa di volere una nuova conflagrazione. In realtà non sono mai mancati, né nei tempi antichi né in quelli a noi più vicini, coloro che hanno tentato di soggiogare i popoli con le armi; però Noi mai abbiamo desistito dal promuovere una vera pace; la chiesa non con le armi, ma con la verità desidera conquistare i popoli ed educarli alla virtù e al retto vivere sociale. Infatti «le armi della nostra milizia non sono carnali, ma potenti in Dio » (2 Cor 10, 4). – Occorre che insegniate tutto ciò con franchezza; poiché allora soltanto quando cioè i comandamenti cristiani saranno posti al sicuro e informeranno la vita privata e pubblica, sarà lecito sperare che, composti gli umani dissidi, le varie classi dei cittadini, i popoli e le genti si uniscano in fraterna concordia. – Le nuove pubbliche preghiere implorino da Dio che questi Nostri ardenti voti siano appagati; in modo che, con l’aiuto della grazia divina, non solo con virtù cristiana siano in tutti rinnovati i costumi, ma anche le relazioni tra i popoli siano al più presto talmente ordinate, da procurare alle singole nazioni, frenata la cieca cupidigia di dominare sugli altri, la debita libertà; debita libertà da concedersi e alla santa religione e a tutti i suoi figli secondo i diritti divini e umani. Con questa fiducia, impartiamo di cuore a voi tutti, venerabili fratelli, al vostro clero e ai fedeli, e a tutti quelli che in modo speciale asseconderanno prontamente queste Nostre esortazioni, la benedizione apostolica, auspicio delle grazie divine e della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, 19 luglio dell’anno 1950, XII del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (2)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (2)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS – S. E. I. MILANO, – 1937

II.

IL PRIMATO DI S. PIETRO

La Chiesa è una società gerarchica, cioè una società ineguale, il cui potere fu conferito da Cristo non già a tutti i fedeli, ma al Collegio degli Apostoli e ai loro successori. (La società nella quale tutti i soci godono per riguardo all’autorità degli stessi diritti, in modo che nessuno possa esercitare l’autorità se non per delegazione degli altri, si dice uguale o democratica. Se invece il governo della società per uno speciale diritto appartiene ad uno o a più soci; si ha la società ineguale, la quale, se è sacra, si dice società gerarchica. La parola gerarchia etimologicamente considerata significa principato sacro o sacro impero: se si prende in astratto significa la stessa potestà sacra; in concreto denota la persona o il ceto di persone che tengono ed esercitano l’autorità. La società gerarchica può avere la forma aristocratica o monarchica.). Nella Chiesa quindi vi sono i sudditi e vi sono i capi, ma questi capi governano non per delegazione dei sudditi, ma per istituzione divina. Solo ai Dodici e ai loro successori legittimi, Gesù Cristo conferì i poteri, che Egli aveva ricevuti dal Padre, cioè il potere di dirigere, di santificare, d’insegnare. – Sorge ora la questione intorno alla forma di questa gerarchia ecclesiastica, cioè se la Chiesa per volere divino sia una società aristocratica, nella quale l’autorità somma risieda presso il Collegio degli Apostoli uguali tra di loro, oppure sia una società monarchica, in cui Cristo abbia designato un capo al Collegio Apostolico. Il Concilio Vaticano afferma che Gesù Cristo ha istituito la Chiesa in forma monarchica: « Insegniamo e dichiariamo, secondo la testimonianza del Vangelo, che il primato di giurisdizione su tutta la Chiesa di Dio, fu promesso e dato da Cristo Signore immediatamente e direttamente al beato Apostolo Pietro ». (Costituzione « Pastor afernus », cap. I) – Già S. Leone IX aveva rivendicato, contro Michele Cerulario (1053), i privilegi di Pietro. (DENZINGER, n. 351) Giovanni XXII aveva condannato (1327) la concezione oligarchica sostenuta da Marsilio da Padova nel suo Defensor pacis. Più tardi Innocenzo X fece censurare come eretica dal S. Officio (24 gennaio 1647), una proposizione gallicana che tendeva a stabilire un’eguaglianza assoluta tra S. Pietro e S. Paolo. (DENZINGER, n. 1901). Ma era riservato al Vaticano di formulare a questo riguardo una definizione. –

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La parola « primato » indica in generale una qualunque preminenza. Si suole distinguere in modo speciale un triplice primato: il primato di onore, il primato di direzione o di ispezione e il primato di giurisdizione. Il primato di onore non importa alcuna autorità né  alcuna direzione, ma soltanto una mera precellenza di onore fondata in una certa equità. Colui che gode di questo primato viene nominato per il primo nelle assemblee, siede al primo posto e per il primo dice il suo parere, ma non influisce in alcun modo. nel reggere o nel dirigere, se non forse con il suo esempio. Il primato di direzione o di ispezione è privo anch’esso di ogni potestà veramente precettiva, ma non è limitato da confini soltanto onorifici. Benché infatti non diriga gli altri propriamente come sudditi, possiede tuttavia il potere di procurare che ogni cosa proceda convenientemente in un determinato affare. Questo primato compete per esempio nei Parlamenti ai Presidenti delle due Camere, che concedono o tolgono o restringono la facoltà di parola, stabiliscono l’ordine delle cose che devono trattarsi, pongono termine all’assemblea, reggono con la parola e applicando gli statuti, lo svolgersi di ,una seduta parlamentare. – Il primato di giurisdizione include una vera e suprema potestà di giurisdizione, alla quale tutti i soci sono tenuti ad ubbidire. Non è tuttavia contro la ragione di questo primato che vi siano nella stessa società altri membri forniti di vera e propria potestà di comandare, anzi la ragione del primato non richiede che questi altri veri superiori ricevano il loro potere dal capo supremo. La ragione del primato esige soltanto questo che colui che ne è investito, non abbia nella società nessuno superiore e nessuno pari, ma che tutti i soci, sia singolarmente sia collettivamente presi, a lui ubbidiscano come veri sudditi. – Il primato di cui parla il Vaticano non è altro quindi che la potestà di giurisdizione, estensivamente universale ed intensivamente somma, concessa immediatamente da Cristo a Pietro, di reggere e ammaestrare tutta la Chiesa. Più brevemente si potrebbe dire che il primato è la giurisdizione gerarchica monarchica. Si tratta perciò di un primato di governo, di un’autorità reale, esigente da tutti i membri della Chiesa, senza alcuna eccezione, non solamente la deferenza e il rispetto, ma anche la sottomissione propriamente detta, l’ubbidienza esteriore ed interiore. – Questo potere tuttavia, se implica l’unità di comando, non trae seco né la soppressione né l’assorbimento delle giurisdizioni secondarie, e nemmeno la centralizzazione di tutta l’amministrazione ecclesiastica.

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Avversari del primato sono dapprima tutti coloro che sostengono la costituzione democratica della Chiesa. Marsilio da Padova afferma che Pietro non ebbe maggiore autorità degli altri Apostoli né fu in alcun modo loro capo e che Cristo non lasciò nella Chiesa alcun suo vicario. (DENZINGER, n. 496.). I Protestanti collocano ogni autorità sacra nella comunità cristiana, nel popolo: ogni fedele è sacerdote. Gli Anglicani e gli Orientali separati ammettono la forma gerarchica della Chiesa, ma non monarchica: il primato fu concesso da Cristo a tutto il Collegio Apostolico: Pietro ebbe un primato soltanto di onore. I Giansenisti e i Gallicani ammettono il primato di Pietro, ma vogliono che gli sia stato conferito non direttamente e immediatamente dallo stesso Cristo, ma dalla Chiesa, in nome della quale Pietro ricevette la potestà. Secondo i Modernisti infine « Pietro non sospettò nemmeno che a lui fosse affidato da Cristo il primato sopra tutta la Chiesa », (DENZINGER, n. 2055). – Contro questi errori lancia la condanna il Vaticano, dopo avere esposta la dottrina cattolica: « Se qualcuno dice che il beato Pietro Apostolo non fu costituito da Cristo Signore principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, oppure che il medesimo Pietro ha ricevuto direttamente e immediatamente dallo stesso Gesù Cristo Signor nostro solamente un primato d’onore, e non di vera e propria giurisdizione, sia anatema ». (Pastor Æternus; cap. I). Bisogna quindi riconoscere a Pietro un primato effettivo e di diritto divino.

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PRIMATO DI PIETRO NEL VANGELO. — Il Vangelo contiene con indiscutibile chiarezza la dottrina del primato di Pietro. Nel Vangelo Pietro occupa un posto privilegiato, emerge sopra gli altri Apostoli ed è messo in evidenza in tutte le occasioni importanti. Da Gesù egli riceve un nome simbolico: «Tu sei Simone, figlio di Giuda. Ti chiamerai d’ora innanzi Cefa, che vuol dire Pietra ».(S. Giov. I, 42). Pietro appare spesso come interprete degli altri Apostoli e Gesù Cristo e i suoi compagni sembrano accettarlo come tale. Nella Trasfigurazione S. Pietro parla a Gesù ed è come in risposta a lui che la voce si fa udire attraverso alla nube: « Questi è il Figlio mio diletto: ascoltatelo ». (S. Mrco IX, 7). Nel racconto del giovane ricco è San Pietro che dice: « Ecco. che noi abbiamo lasciato tutto, e ti abbiamo seguito ». (S. Marco X, 8) Pietro richiama l’attenzione del Salvatore sul fico sterile e domanda: « Maestro, quante volte devo perdonare il fratello che mi offende? ». (S. Matt. XVIII, 21). Gesù espone, alla domanda di Pietro, la parabola delle cose che contaminano l’uomo; (S. Matt. XV, 5) lo stesso avviene per la parabola del fattore buono e di quello infedele. (S. Luc. XII, 41). Nella Sinagoga di Cafarnao Gesù tiene un discorso e parla in modo profondo e insinuante dell’Incarnazione e dell’Eucaristia, la quale sarà un prolungamento di essa. Alla fine del discorso, allontanandosi molti suoi discepoli da Gesù, egli chiede ai Dodici: « Anche voi ve ne volete andare? ». San Pietro allora, a nome anche degli altri Apostoli, fa una solenne professione di fede intorno a quelle due verità: « Signore, da. chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna. E noi abbiamo creduto e sappiamo che tu sei il Cristo Figliuolo di Dio ». (S. Giov. VI, 68). E a Cesarea di Filippo, quando Gesù domanda ai suoi Apostoli che cosa pensino di lui, Pietro risponde: « Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivente ». (S, Matt. XVI, 15) In tutte queste circostanze Pietro si fa sempre innanzi, ma in modo così naturale e normale, che non trova una ragione sufficiente nel suo carattere impetuoso, ma suppone una disposizione di Gesù e un tacito riconoscimento della sua superiorità da parte degli Apostoli. (Vernon Ionnson: Un solo Dio, una sola fede). – Si aggiunga che Pietro appare frequentemente associato a Gesù nella manifestazione taumaturga della sua potenza, e suo compagno e confidente nelle più solenni occasioni. Pietro infatti presiede alle due pesche miracolose. Nella prima Gesù sale sulla barca di Pietro; a lui ordina di spingersi al largo e di gettare le reti; a lui dice: « Non temere, d’ora innanzi tu sarai pescatore d’uomini ». Nella seconda Pietro dirige la barca, si slancia alla riva, tira fuori della barca la rete piena di pesci (S. Luca, V; S. Giov., XXI, 6). Al comando di Gesù, Pietro cammina sulle acque per andare a Lui e viene sorretto dallo stesso  Salvatore, che stendendogli la mano, gli dice: « Uomo di poca fede, perché hai dubitato? ». (Matt., XIV, 28.) A Cafarnao Gesù opera il miracolo della moneta estratta dal pesce, con la quale paga il tributo a Cesare per sé e per Pietro. (S. Matt., XVII, 24). Tra gli Apostoli privilegiati scelti da Gesù per essere testimoni della risurrezione della figlia di Giario, (S. Marco, V, 37), della sua trasfigurazione, (S. Marco, IX, 1) della sua agonia (S. Marco, XIV, 33; S. Matt., XXVI, 37) e per preparare l’ultima cena, (S. Luca, XXII, 8) figura sempre Pietro e sempre in primo luogo. Dopo la sua risurrezione Gesù ha un pensiero speciale per S. Pietro e tra gli Apostoli gli concede il favore, nonostante la sua negazione, di essere il primo testimonio del grande avvenimento. (S. Luca, XXVI, 12-34; I Cor., XV, 5). Come dalla barca di Pietro Gesù tenne il suo primo discorso alle turbe, così nella casa di lui fece il primo miracolo sugli ammalati, risanando la « suocera di Pietro » dalla febbre, e spesso era ospite in questa casa. Per Pietro Gesù prega in modo speciale e a lui predice il genere di morte. (Ballerini: La Chiesa: Il primato di Pietro). Osserviamo infine che nelle quattro liste del collegio apostolico, che ci hanno tramandato gli Evangelisti, l’accordo non è uniforme per gli altri Apostoli, ma Pietro è sempre nominato il primo. (In qualche caso, in cui questo non si verifica, gli Evangelisti non intendono darci l’elenco, diciamo così, ufficiale dei Dodici, né parlare della loro dignità) Nulla autorizza a pensare che Pietro fosse il più anziano degli Apostoli o che fosse stato chiamato per il primo alla sequela di Gesù, ma questa qualificazione di « primo » non può avere altro senso che quello di una preminenza. Non si può semplicemente vedere in questo un numero di ordine, che sarebbe stato superfluo o avrebbe richiesto di poi un altro numero davanti a ciascun Apostolo. Questi fatti, benché siano indizi da non trascurarsi, non ci dànno tuttavia per sé una prova diretta ed evidente del primato di Pietro. Sono piuttosto qualche cosa di accessorio e preparano in certo qual modo la via all’argomento principale, che si deduce da tre importanti testi evangelici, cioè il « Tu es Petrus », il « Confirma fratres » e il « Pasce oves meas ».Pietro in questi telebri passi è revocato in dubbio da due sistemi interamente opposti. L’uno ammette come autentiche e storiche le parole indirizzate da Gesù a Pietro, ma sostiene che esse non significano affatto che Pietro sia costituito capo della Chiesa di Cristo. L’altro invece concede la forza probativa dei testi per riguardo al primato, ma nega la loro autenticità e storicità. Il punto di vista è comunemente quello degli scismatici e dei protestanti ortodossi; il secondo punto di vista è per lo più quello della critica liberale, cioè dei razionalisti, dei protestanti liberali e dei modernisti. L’esegeta cattolico deve quindi affrontare due quesstioni differenti; i testi sono autentici e storici, non apocrifi; i testi manifestano chiaramente il primato di Pietro. Noi supponiamo provata l’autenticità e storicità dei testi, e ci limitiamo ad una breve spiegazione teologica quale è richiesta da questo lavoro. (Per l’autenticità e storicità dei testi, oltre i lavori scritturali sì confronti il Dict. Théol.: « Primauté » e la rivista Etudes, anno  1909, Vol. 119).

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LA PROMESSA DEI. PRIMATO. — Nei dintorni di Cesarea di Filippo, Gesù interroga i suoi discepoli che cosa si dica in mezzo al popolo del Figlio dell’uomo. Varie sono le congetture dei Giudei. Per gli uni Gesù è Giovanni Battista; per altri è Elia; per altri ancora è Geremia o qualche altro profeta risuscitato. « Ma voi, riprende Gesù, che pensate di me?» — « Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente », risponde immediatamente S. Pietro. Gesù allora ricompensa la fede del suo apostolo con queste parole: « Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non è la carne né il sangue che te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io dico a te, che tu sei Pietro (Pietra), e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte. dell’inferno non prevarranno contro di essa; Ed Io darò a te le chiavi del regno dei cieli, e tutto quello che tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e tutto quello che tu scioglierai sopra la terra, sarà sciolto nei cieli ». (Matt., XVI, 17). Le parole di Cristo vengono indirizzate al solo Pietro e non a tutti gli Apostoli. Ciò appare innanzi tutto dal testo e dal contesto del discorso. Infatti, alla duplice interrogazione di Cristo viene data una duplice risposta, la prima da tutti gli Apostoli, la seconda dal solo Pietro. Ora Cristo rispondendo alle parole di Pietro, si rivolge non a tutti gli Apostoli, ma a Pietro solo e lo chiama con il nome di Pietro, che Egli stesso gli aveva imposto, e vi aggiunge espressamente il nome del padre. Del resto tutto il tenore del discorso designa chiaramente la persona singolare di Pietro. Giustamente osserva il Caietano: « Con quali parole avrebbe dovuto l’Evangelista indicarci che il discorso era rivolto al solo Pietro? I notai non nominano le persone eredi o legatarie con maggiore precisione di quella usata dall’Evangelista per designare la persona di Pietro ». (De Rom. Pontif. institutione, c. 4). Nelle parole di Cristo è contenuta la promessa del primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Questo è evidente per gli stessi razionalisti; anzi l’affermazione perentoria di una vera supremazia gerarchica riconosciuta nel testo a S. Pietro, è il motivo principale e dichiarato che li induce a negarne l’autenticità e la storicità. Pietro è la rocca, il fondamento sopra cui sarà edificata la Chiesa, cioè tutta la comunità visibile dei discepoli di Gesù, e come il fondamento dà unità e coesione, fermezza e stabilità a tutto l’edificio, così Pietro deve essere il principio primo visibile dell’unità e della fermezza della Chiesa. Ma essendo la Chiesa una società, il principio efficiente della sua unità e stabilità non può essere altro che l’autorità piena e suprema. Come nell’edificio materiale ogni cosa si appoggia sopra il fondamento, così nella società ogni cosa dipende dall’autorità. (Zapelena: De Ecclesia, pag. 92). Gesù Cristo promette in secondo luogo di dare a Pietro le chiavi del regno dei cieli. Le chiavi nell’uso biblico e profano significano la potestà suprema nel suo genere: presso i popoli antichi specialmente orientali, dare le chiavi della casa o della città a qualcuno, significava consegnargli il potere sulla stessa casa o città. Il regno dei cieli, di cui si parla qui, è evidentemente la Chiesa militante. Certo a Pietro non si promette l’autorità nel regno della gloria, perché nello stadio finale della Chiesa trionfante, non vi sarà l’esercizio delle chiavi, non dovendosi più nulla aprire o chiudere. Perciò Cristo espressamente soggiunge: « ciò che legherai sulla terra ». Nella Chiesa cristiana quindi, che costituirà quaggiù il regno di Dio sotto il suo aspetto esteriore e sociale, che preparerà il regno di Dio sotto il suo aspetto escatologico e glorioso, l’Apostolo Pietro sarà colui che in nome di Cristo eserciterà la suprema autorità. In nessun altro luogo del Vangelo si legge che Cristo abbia consegnato le chiavi del regno dei cieli agli altri Apostoli. Il senso della metafora delle chiavi viene meglio spiegato dalle parole della terza metafora. Poiché Pietro avrà la suprema giurisdizione nella Chiesa, verrà ratificato in cielo, cioè presso Dio, tutto quello che Pietro legherà o scioglierà sulla terra. Si tratta di vincoli di ordine morale; perciò « legare » significa imporre una obbligazione, « sciogliere » vuol dire togliere l’obbligazione. – Questa potestà sarà universale: « ogni cosa », in ordine, s’intende, all’indole della Chiesa e al fine per il quale fu istituita. Potrà quindi Pietro stabilire tutte quelle cose che sono necessarie o utili al governo di tutta la Chiesa. « Fondamento della Chiesa; chiavi del regno dei cieli; potere di legare e slegare con sentenza efficace »; le tre metafore si completano e si rischiarano a vicenda. Nessun equivoco è possibile: Pietro sarà il capo supremo della Chiesa.

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CONFERMA DEL PRIMATO. — Il primato effettivo promesso a Cesarea viene solennemente confermato da Gesù Cristo, quando affida a Pietro l’incarico di stabilire i suoi fratelli nella fede. « Simone, Simone, ecco che satana ha richiesto che gli siate dati per vagliarvi come il grano. Ma Io ho pregato per te, affinché la fa fede non venga meno, e tu, quando sarai convertito conferma i tuoi fratelli ». (S. Luca, XXII, 31) In questo passo è assicurato a Pietro il privilegio di una fede indefettibile. Preservando Pietro, la cui rovina avrebbe trascinato tutti gli altri, Gesù ha preservati in certo modo tutti. Questo discorso di Gesù presuppone che Pietro fosse il primo degli Apostoli; la sua resistenza o caduta, avrebbe deciso più o meno della resistenza o caduta degli altri. Il testo di S. Luca, se si isolasse, potrebbe riferirsi solamente alla circostanza dello scandalo prossimo degli Apostoli. Ma il suo tenore è assoluto: il che ci autorizza a riallacciarlo alla promessa già fatta a Pietro, roccia incrollabile sulla quale sarà costruita la Chiesa. La nuova dichiarazione di Cristo determina che questa solidità della roccia è quella di una fede, che nulla può scuotere, perché appoggiata sulla preghiera di Cristo. (LAGRANGE: L’Evangile de Jésus Christ, pag. 512)-

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CONFERIMENTO DEFINITIVO DEL PRIMATO. — Il Vangelo di S. Giovanni ci narra il conferimento definitivo del primato a Pietro. Apparendo Gesù un po’ prima dell’Ascensione ai suoi discepoli, chiede a Simone Pietro: « Simone di Giovanni, mi ami più di costoro? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli chiede ancora per la seconda volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? — Sì, o Signore, gli risponde: tu sai che io ti amo. — Gli dice: Pasci i miei agnelli. — Gli domanda per la terza volta: Simone di Giovanni, mi ami tu? Si rattristò Pietro, perché  per la terza volta gli avesse domandato: — Mi ami tu? — e gli rispose: Signore, tu sai tutto ; tu conosci che io ti amo. — E Gesù gli disse: Pasci le mie pecorelle ». (S. Giovanni, XXI, 15). Non v’è alcun dubbio che mediante queste parole venga conferito a Pietro il primato di giurisdizione sopra tutta la Chiesa. Gli agnelli e le pecorelle di Cristo non possono significare altro che la Chiesa universale: il verbo pascere, quando si adopera per esseri razionali, equivale al verbo reggere o dirigere: anche i re sono qualche volta chiamati pastori dei popoli. Se quindi al solo Pietro, in quanto è distinto dagli altri Apostoli, viene imposto l’ufficio di reggere tutta la Chiesa di Cristo, ne segue che egli è investito della vera giurisdizione sopra tutti coloro che appartengono alla Chiesa. Come potrebbe adempiere il suo ufficio senza di essa? Aggiungiamo infine che i testi sopra citati furono intesi in tal senso dalla tradizione costante della Chiesa; il che toglie ogni dubbio, che potesse ancora rimanere, dopo la discussione che ne abbiamo fatto. (De Journel: Enchiridion Patristicum. — Cf. Hervé: Théol. Dogm., pag. 331. — Zapelena: De Ecclesia, pag. 103).

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La storia della Chiesa primitiva ci dimostra Pietro nell’esercizio del primato di cui è investito. Dopo l’Ascensione di Cristo, S. Pietro effettivamente parla e opera come capo e dottore della Chiesa universale. Lo dicono chiaramente gli Affi degli Apostoli. Pietro invita i suoi compagni ad eleggere un altro al posto di Giuda e a completare il collegio apostolico, e presiede all’elezione di Mattia. (Atti Apostolici, I, 15). Il giorno di Pentecoste, presentandosi come capo della comunità evangelica, inaugura la predicazione apostolica ai Giudei. (Atti Apost., II, 14) È bensì circondato dagli altri Apostoli, ma è nominato per il primo, come loro capo. Per il primo esercita il dono dei miracoli nella guarigione dello storpio. (Atti Apost., III, 1). Davanti al Sinedrio Pietro rende testimonianza a Gesù Cristo, in nome degli Apostoli e della Chiesa, dichiara ufficialmente la divinità di Colui che il Sinedrio ha condannato a morte. Questa affermazione fatta dinanzi ad una tale assemblea, è la prima grande manifestazione dell’assoluta indipendenza della Chiesa cristiana dalla religione ufficiale dei Giudei. (Atti Apost., IV, 12). Quando si tratta di punire Anania e Safira, questa missione è riservata a San Pietro, come pure a lui tocca di condannare il primo simoniaco Simon Mago. (Atti Apost., V, 1) Egli per il primo con autorità apre le porte della Chiesa ai Gentili, ammettendo al battesimo il centurione Cornelio e i suoi dipendenti senza farli passare per il Giudaismo. (Atti Apost., XI, 1). Pietro ci appare come capo venerato e amato, quando prigioniero del re Erode Agrippa e poi miracolosamente liberato, è oggetto di pena e di preghiere di tutti i fedeli, e anche causa della loro gioia. (Atti Apost.,, XII). Infine nell’assemblea apostolica di Gerusalemme prende per il primo la parola nella questione delle osservanze legali ed esercita manifestamente un primato che nessuno gli contesta. (Atti Apost., XV, 6) Per chi ammette il valore storico degli Atti degli Apostoli, queste testimonianze sono decisive. S. Paolo nelle sue Lettere fa spesso allusione a San Pietro e alla sua autorità. Nella Lettera ai Galati egli dice: « Mi recai a Gerusalemme per visitare lo stesso Pietro e vi rimasi presso di lui quindici giorni. Ma non vidi nessun altro degli Apostoli, eccetto Giacomo, il fratello del Signore ». (Galat., 1, 18) Lo scopo quindi del viaggio di Paolo è quello di incontrarsi con Pietro e intrattenersi con lui. Questo modo di procedere, presentato ai lettori come la cosa più naturale, senza una sola parola di spiegazione, suppone che i fedeli riconoscessero a Pietro un’autorità a parte. Il conflitto di Antiochia tra Pietro e Paolo, che è stato così spesso sfruttato contro il primato di Pietro, è anzi una bella prova dello stesso primato. Perché l’intervento piuttosto rude di Paolo? Perché appunto Pietro non è un Apostolo come gli altri, e l’esempio venuto da lui, collocato in una speciale autorità, sarebbe stato quanto mai dannoso. La reazione di Paolo si spiega quindi per il prestigio unico di Pietro, per il suo grande ascendente sopra i fedeli. Se Paolo non fa maggiori dichiarazioni sul primato di Pietro, ciò si deve al carattere proprio delle sue Lettere, che erano composte per rispondere a qualche situazione particolare e supponevano una chatechesi già esistente. (Galat., II,11.— Cf. Oppone: Teoria degli Atti umani, pag.180). Il primato di Pietro è per così dire impresso anche sui monumenti dell’arte cristiana. (Cf. Ermoni: Il primato del Vescovo di Roma, pag. 13). Questo breve studio è sufficiente per fondare una adesione ragionevole, anche per un razionalista, al primato di Pietro. Ogni altra spiegazione o ipotesi opposta all’esegesi cattolica, si presenta fragile e priva di sana critica storica. E sarebbe poi irragionevole esigere nell’esercizio del primato di Pietro quell’estensione che oggi troviamo nel Pontefice di Roma. Questo non era necessario né opportuno al tempo degli Apostoli, tutti eletti da Gesù Cristo come colonne della sua Chiesa. Il dogma del primato di Pietro si andò, come gli altri dogmi del Cristianesimo, sviluppando e precisando nei suoi successori.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (1)

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA (1)

P. Andrea Oddone s. j.

IL PRIMATO SPIRITUALE DI ROMA SECONDO LA COSTITUZIONE PASTOR ÆTERNUS

S. E. I. MILANO, – 1937

IMPRIMI POTEST:

P. Josephus Peano, Præp Prov. Faur., Sol. Die VII Aprilis MCMXXXVII

Nihil obstat quominus imprimatur :Sac. Carolus Figini, Cens. Eccles.

IMPRIMATUR – In Curia Arch. Mediol.; die IV Maii MCMXXXVII

+. Pi Castiglioni, Vie. Generalis

INTRODUZIONE

Pio IX apriva solennemente il Concilio Vaticano l’8 Dicembre del 1869, e per le dolorose circostanze della presa di Roma, lo sospendeva il 20 Ottobre con la Bolla Postquam Dei munere. (A.Oppone: Concili-ecumenici e vicende del Concilio Vaticano). Il Concilio promulgò due Costituzioni dogmatiche importantissime, che sono tra i più insigni documenti del Magistero straordinario della Chiesa: la Dei Filius e la Pastor Æternus. Za prima condanna le dottrine razionaliste intorno a Dio, alla creazione, alla rivelazione, alla fede e ai rapporti tra fede e ragione. – « Questa Costituzione, scriveva il Card. Manning, è l’affermazione più larga e più ardita del soprannaturale e spirituale, che si sia mai gettata sino al presente in faccia al mondo ». Fu votata all’unanimità il 24 Aprile del 1870 e approvata solennemente dal Papa. – La seconda determina e dichiara la dottrina rivelata riguardante la podestà pontificia. Fu animosamente discussa con la più ampia libertà, fu oppugnata e tenacemente contrastata sopra alcuni punti, sino all’ultimo, da una minoranza battagliera, e usciva infine vittoriosa il 18 Luglio con. 532 placet, e soli 2 non placet.

Il Concilio Vaticano verrà ricordato e apprezzato sopra tutto per la definizione dell’infallibilità pontificia, con la quale restaurò negli animi il principio di autorità scosso dal razionalismo, senza degenerare in oppressione delle legittime libertà. « L’autorità del Romano Pontefice, diceva Pio IX concludendo quel grande dibattito, non opprime, ma solleva; non rovina, ma edifica, e spesso conferma la dignità, riunisce nell’amore e difende i diritti dei fratelli ».

Presento agli studenti dell’Università Cattolica del S. Cuore una breve analisi della Costituzione Pastor Æternus. Spero in tal modo di colmare qualche lacuna delle mie lezioni e di invogliare, anche mediante riferimenti bibliografici, a studi più profondi intorno a questo argomento, che mira a promuovere sempre più l’attaccamento e la devozione della coscienza cristiana al Romano Pontefice.

P. ANDREA ODDONE S.I.

Professore nell’ Università Cattolica del S. Cuore.

I.

RELAZIONE TRA CRISTO E LA CHIESA

La Costituzione Pastor Æternus consta di un breve prologo e di quattro capitoli. Nel prologo si accenna in generale all’istituzione divina della Chiesa, alla sua natura e al suo scopo. I dottori cattolici, i Padri della Chiesa, i teologi, gli asceti, hanno scrutate le Scritture e la Tradizione per conoscere il posto che Gesù Cristo occupa nel piano divino. Essi hanno sopprattutto studiato S. Paolo, che nelle sue magnifiche Lettere parla così frequentemente e così entusiasticamente di Cristo, e ci dà la più alta idea della pienezza della sua perfezione e della eccellenza della sua missione. « Egli, dice l’Apostolo, è l’immagine di Dio invisibile, generato prima di ogni creatura, poiché in Lui tutte le cose furono create, e quelle che sono nel cielo e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e le cose invisibili, e i Troni e le Dominazioni e i Principati e le Potestà. Tutto è stato creato da Lui e per Lui; ed Egli è prima di tutte le cose, e ogni cosa sussiste in Lui. Egli è il capo del corpo, che è la Chiesa, come è il principio, il primogenito di tra i morti, affinché tenga in ogni cosa il primato. Poiché a Dio piacque di fare abitare in Lui tutta la pienezza, e riconciliare per mezzo suo tutte le cose » (Coloss., cap. 1, 15-20). Queste sublimi parole di S. Paolo delineano magistralmente la trascendenza divina di Gesù Cristo, il suo dominio e il suo influsso sopra tutta la creazione. Tutto si riferisce a lui come a modello, a salvatore, a capo. (Prat.: Teologia di S. Paolo, Vol. 1, pag: 278: « Il primato di Cristo ») Egli è il perno, l’asse di rotazione, il centro di tutta la storia; attorno a Lui si aggira il mondo morale come il mondo fisico si aggira attorno al sole. Egli comprende tutte le epoche, dirige e modera tutti gli avvenimenti, che senza di Lui non si possono pienamente spiegare, perché, secondo il motto di Tertulliano, Gesù Cristo è la soluzione di ogni questione, la chiave di ogni mistero religioso e profano: Omnis quæstionis solutio est Christus. Gesù Cristo è il principio di ogni armonia nell’universo, è la pace tra il cielo e la terra, è il bacio di Dio con la creatura, dice eloquentemente Vito Fornari: a L  ui tutto deve far capo, tutto deve servire a Lui, alla sua gloria. (Vita di Gesù Cristo, Proemio, pag. 27). L’attento e imparziale filosofo della storia scorge facilmente la conferma di questa verità nello svolgersi delle vicende puramente profane, che senza di Gesù Cristo sono per lui come un libro da cui si toglie il principio e il fine. Ma nella storia religiosa e nella storia della Chiesa il fatto è di una evidenza impressionante. Cristo è soprattutto il fondamento incrollabile, l’anima e il compendio di tutto l’edificio religioso. Tutta la teologia s’ impernia in Lui e in Lui si sintetizzano tutti i dogmi. Egli è il fonte unico di ogni grazia, il maestro unico degli uomini, l’unica via di salvezza per il genere umano. Gesù Cristo è come un faro, che attira gli sguardi dell’umanità tutta intera. Domina i secoli che hanno preceduto la sua venuta: l’Antico Testamento è ripieno di Lui, è tutto un’ombra, una figura, una profezia del Messia futuro; Il Nuovo Testamento è la luce vivida del sole atteso, è la realtà, è la storia della vita umana e mortale di Gesù Cristo in mezzo a noi. Dopo la sua morte sul Calvario, Gesù Cristo vive di una vita personale e trionfante in cielo, di una vita mistica, ma reale, nell’Eucaristia, di una vita provvidenziale nella società umana, di una vita soprannaturale nella Chiesa, che è l’opera sua più grande e meravigliosa. (Jesus Christus heri et hodie; ipse et in sæcula. – S. Paolo; Heb., XIII, 8).

* * *

Gesù Cristo è fondatore immediato della Chiesa, cioè di quella società di Cristiani uniti dalla professione della medesima fede e dalla comunione degli stessi Sacramenti, e governati dal Papa e dai Vescovi. E quando si dice che Cristo fondò immediatamente la Chiesa non si vuole significare che Egli con la sua dottrina e con la sua condotta abbia soltanto suscitato un movimento religioso, che poi per evoluzione naturale provocò la formazione della Chiesa, o che abbia semplicemente dato ad altri la potestà di fondarla, ma che di fatto. Egli stesso determinò la natura della Chiesa, cioè i suoi elementi essenziali e la sua forma specifica. – I Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di S. Paolo e degli altri discepoli, sono i documenti autentici e oggi incontestati; almeno per la vera scienza, dove si legge la storia dell’origine della Chiesa. Da questi documenti risulta chiaramente che la formazione della Chiesa è la prima e, quasi oserei dire, la principale preoccupazione di Gesù Cristo. Nella creazione soprannaturale della Chiesa possiamo distinguere due periodi, l’uno di preparazione, l’altro di organizzazione propriamente detta. Gesù esprime nettamente il pensiero e il proposito di volere fondare una società distinta e separata dalla Sinagoga giudaica. A Simone muta il nome in quello di Pietro, o meglio di Petra, e promette che sopra di lui innalzerà un nuovo edificio: « Tu sei Pietro, e sopra questa Pietra (sopra di te Pietra) edificherò la mia Chiesa ». (Matt. XVI, 18). La promessa fu solennemente fatta da Cristo nella sua qualità di Messia e di Figlio di Dio, ed ebbe una qualche relazione remunerativa per Pietro, che aveva pubblicamente affermato la divinità di Cristo; la promessa fu assoluta, non condizionata. Anche se mancassero altre prove, potremmo dunque legittimamente conchiudere che Cristo deve aver mantenuto la promessa. (Batiffol: La Chiesa nascente, pag. 94-113. — TANQUEREY: De Ecclesia, p. 613, nota). E l’idea sociale della nuova istituzione si ripete sotto altre forme non meno evidenti. Gesù vagheggia un ovile, una casa, una famiglia, una città, un regno. Specialmente l’idea di regno è quella che domina nella predicazione di Gesù. Egli è venuto a stabilire il regno di Dio, il regno dei cieli; attorno al tema di questo regno si aggira il suo insegnamento per un triennio; a questo regno ritorna ancora il suo pensiero negli ultimi colloqui che tiene con i discepoli. E in tutte queste figure e immagini è sempre l’idea sociale che si afferma in modo chiaro, sempre qualche cosa di visibile e di esterno, che deve attuarsi primieramente quaggiù in mezzo agli uomini. (Oddone: La Costituzione sociale della Chiesa, pag. 74). Per innalzare l’edifizio mistico della sua Chiesa, Gesù, come un abile architetto, incomincia a raccogliere i materiali, cioè a scegliere alcuni suoi discepoli, che dovranno essere il fondamento e le colonne dell’edifizio. « E chiamò a sé quelli che egli volle… e ne stabilì dodici che stessero con lui ». (Marco, III, 14. — Cf. Etudes, Anno 1916, Vol. 148-149: Jésus et son oeuvre éducatrice, pag. 51). I dodici non solo dimoravano con Gesù, ma lo accompagnavano dappertutto nelle sue missioni: « E Gesù percorreva le città e i villaggi annunziando la lieta novella del regno di Dio, e lo accompagnavano i Dodici ». (Luca; VIII, 1) Gesù li vuole vicini a sé, specialmente quando compie i suoi miracoli, perché i suoi miracoli insieme con le sue affermazioni, costituiscono la grande prova della divinità della sua missione. Avendoli abitualmente in sua compagnia, Gesù può compiere sopra i Dodici una speciale opera educatrice e impartire ad essi una cultura più intensa. A loro tiene particolari esortazioni, e per loro ha spiegazioni complementari e rivelazioni dei suoi più sublimi misteri. « Parlava alle folle in parabole, dice S. Marco; ma in disparte spiegava poi ogni cosa ai suoi discepoli ».(Marco, IV, 33) Li ammaestra intorno alle più importanti virtù; li adopera in particolari mansioni; promette loro l’ufficio di giudici; li informa separatamente della sua passione e morte e mangia con loro la Pasqua. (FONTAINE: L’Eglise ou le Christianisme vivant, pag. 35). – Al periodo di preparazione tiene dietro il periodo di attuazione. La società è « l’unione stabile di più individui che tendono di comune accordo ad uno stesso fine ». Non ogni moltitudine di uomini quindi costituisce la società, ma solo quella che cospira in modo stabile allo stesso fine. Questa costante cospirazione o tendenza di molti, risulta da alcuni vincoli, che uniscono le volontà e gli sforzi della moltitudine, tra i quali tiene il primo posto l’autorità. Perciò la materia della società è la moltitudine, la forza sono i vincoli e principalmente l’autorità, l’autore è colui che ponendo i vincoli unisce la moltitudine. Ora Gesù Cristo unì e associò i suoi seguaci con un triplice vincolo, cioè con la professione della stessa fede, con i medesimi riti e con lo stesso governo: un vincolo simbolico, un vincolo liturgico, un vincolo gerarchico. A tutti impose la professione della stessa fede: « Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato ». (Marco, XIV, 15) Per tutti stabilì la comunione degli stessi riti, specialmente del Battesimo e dell’Eucaristia: « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo. Nessuno se non nasce per acqua e Spirito, può entrare nel regno dei Cieli. (Marco, XIV, 15) — Il pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo. Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita ». (Giovanni, VI, 52.) Tutti sottopose allo stesso governo, perché ai soli Apostoli, ai quali aveva innanzi promessa la facoltà di legare e di sciogliere, affida la podestà di predicare, di battezzare, di governare e di assolvere. (Matteo, XVIII, 18. — Matt., XXVIII, 19) Inoltre al solo Pietro dà l’incarico di pascere le sue pecorelle. (Giov., XXI, 15). Se creare una società significa raccogliere un gruppo, un corpo di persone, ordinarle tra loro e destinarle ad uno scopo, dar loro una legge e un capo e determinati mezzi di che devono valersi per raggiungere l’intento; allora la Chiesa è evidentemente opera di Cristo. Egli attrasse a sé alcuni pescatori della Galilea, li formò alla sua scuola, trasfuse in essi il suo spirito e diede loro l’incarico di predicare, di presiedere, di dirigere, di condurre le anime al cielo con il soccorso della sua grazia, di continuare insomma la sua missione. Ecco la piccola società di Gesù, la Chiesa, con la sua forma gerarchica nella quale sono bene designate e messe in rilievo le parti dell’autorità. In essa vi sono maestri e vi sono discepoli; vi sono pastori e vi sono pecorelle; vi sono governanti e vi sono governati. Non alla moltitudine, ma a pochi fu detto: Andate, ammaestrate, insegnate le cose che Io ho insegnate a voi, battezzate. Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me. Queste testimonianze del Vangelo già così chiare di per sé, sono avvalorate e confermate dalla interpretazione autentica e non interrotta degli Apostoli e di tutti i secoli cristiani. Gli Atti e le Lettere degli Apostoli ci dicono che si costituì subito, sino dal principio del Cristianesimo, la Chiesa, cioè una moltitudine di chiamati, con un fine determinato, fornita di speciali mezzi, governata da un’autorità istituita da Cristo. I primitivi Cristiani, infatti, attendono alla santificazione delle anime per mezzo dell’esercizio della Religione cristiana. Ai Giudei che domandano a Pietro che cosa devono fare, egli risponde: « Fate penitenza e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; e riceverete il dono dello Spirito Santo ». (Atti, II, 37). Viene descritta nei più interessanti particolari la vita della nuova società. « Erano assidui alle istruzioni degli Apostoli e alla comune frazione del pane e all’orazione… E ogni giorno trattenendosi lungamente tutti d’accordo nel tempio, e spezzando il pane per le case, prendevano cibo con gaudio e semplicità di cuore, lodando Dio ed essendo ben veduti da tutto il popolo. Il Signore poi aggiungeva alla stessa Società ogni giorno gente, che si salvasse ». (Atti, VI, 43.). La società è retta dall’autorità degli Apostoli, che dicono espressamente di avere ricevuto da Dio autorità sui fedeli, di predicare la parola di Dio, per comando di Cristo e si chiamano ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio. ((I Cor., 4) « È Gesù Cristo stesso, dice S. Paolo, che alcuni costituì Apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e dottori… affinché non siamo più fanciulli, sbalzati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la malizia degli uomini e per la loro abilità nello spargere l’errore. » (Efes, IV, 11). Gli Apostoli attribuiscono esplicitamente a Cristo l’istituzione della Chiesa. Essi insegnano che i fedeli formano « una casa spirituale » edificata « sul fondamento degli Apostoli e dei Profeti, con Gesù Cristo stesso come pietra maestra angolare »; (I Pierro, II, 4. — Efes., Il, 20) che Cristo è « capo supremo della Chiesa, la quale è il suo corpo, il complemento di Lui »; (Efes.,.1, 22) che Cristo acquistò la Chiesa « con il suo sangue »; (Atti, XX, 28.) che la Chiesa è la sposa di Cristo, da lui amata, per la quale diede se stesso, « a fine di santificarla e farla comparire davanti a sé  rivestita di splendore ». (Efes., V, 25). Non sono dunque gli avvenimenti politici abilmente sfruttati che abbiano dato origine alla società della Chiesa, così fortemente organizzata sino dai primi giorni della sua esistenza. Essa è già nelle pagine divine del Nuovo Testamento, che rispecchiano esattamente le idee e i voleri di Cristo: essa è opera diretta di Cristo. – Il Concilio Vaticano asserisce solennemente che « il Pastore eterno e il Vescovo delle anime nostre, per rendere perpetua l’opera salutare della sua redenzione, decretò di edificare la Santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si mantenessero uniti con il vincolo di una sola fede e di un solo amore ». Lo stesso Concilio riprende coloro che « pervertono la forma di governo costituita da Cristo nella sua Chiesa ». E precedentemente, nella Costituzione De fide, aveva già detto che « affinché noi possiamo soddisfare al dovere di abbracciare la vera fede e di perseverare in essa costantemente, Dio mediante il suo Figlio Unigenito istituì la Chiesa ». (Anzi nel Concilio Vaticano si era già preparata una definizione a questo riguardo. Il che chiaramente significa quale fosse la mente dei Padri del Concilio.). Nel Decreto Lamentabili viene esplicitamente condannato l’errore del Loisy: « Fu alieno dalla mente di Cristo il costituire la Chiesa come società che dovesse durare sulla terra una lunga serie di anni ». (DENZINGER, n. 2052. — CAVALLERA, THESAURUS., N. 309. — Enciclica « Pascendi ». — DENZINGER, N. 2091) Nel Giuramento antimodernista si professa la stessa verità: « Credo fermamente che la Chiesa fu prossimamente e dirittamente istituita dallo stesso Cristo vero e storico ». L’affermazione quindi che Cristo sia autore immediato della Chiesa è storicamente certa e dogmaticamente di fede. Avvertiamo tuttavia che con questo non intendiamo dire che Cristo abbia formato con le sue mani tutte le ruote dell’organismo, che abbia istituiti tutti gli uffici, che la Chiesa avrebbe disimpegnato nel corso dei secoli per adattarsi ai diversi bisogni della società: ma diciamo che ha incaricato gli Apostoli di continuare la sua missione, di predicare la sua dottrina, di applicare alle anime per mezzo dei Sacramenti l’efficacia della sua Redenzione, e che per tutti i secoli li ha investiti di poteri sufficienti per bastare a tutte le esigenze. La Chiesa deriva da Gesù Cristo come l’albero dalla radice, come il fiume dalla sorgente viva e perenne: la Chiesa è l’espansione dello spirito di Gesù in una forma visibile, di cui Egli stesso in molti e vari modi ha dato lo schema e le linee essenziali. (Dieckmann: De Ecclesia, Vol. II, 223).

***

Gesù Cristo ha con la Chiesa la relazione di autore e fondatore divino; ma ben diversa dalla relazione di un fondatore di una società umana. L’autore di una società puramente umana, scomparendo dalla scena del mondo, abbandona l’opera sua, e viene spezzato il vincolo giuridico con la società da lui fondata. Forse rimane in qualche modo nei suoi seguaci l’indirizzo che egli ha dato; ma alla sua morte cessa ogni relazione di fondazione. Nessuna società meramente umana sfugge a questa sorte; sono perciò scomparse le società politiche antiche, le false sette religiose e le scuole dei sapienti della Grecia. – La Chiesa cattolica per volontà assoluta ed efficace di Cristo deve invece essere universale e perenne. Questa volontà di Cristo importa una seconda relazione di Cristo con la sua Chiesa, cioè una relazione di assistenza e di presidio perenne, affinché la Chiesa in mezzo a gravissimi pericoli e a lotte continue non solo rimanga sino al termine dei secoli, ma adempia con ogni fedeltà i suoi uffici. « Poiché conveniva, dice Leone XIII, che la missione divina di Cristo fosse perenne, Egli si aggregò dei discepoli della sua dottrina e li fece partecipi del suo potere; e avendo sopra di essi chiamato lo Spirito Santo, comandò loro di percorrere tutta la terra, predicando fedelmente quanto Egli aveva insegnato e comandato, nell’intento che tutto il genere umano potesse conseguire la santità in terra e la felicità sempiterna nel cielo. » (Enciclica. « Satis cognitum ».). – La perennità della Chiesa significa che essa rimarrà sino al termine dei secoli; la indefettibilità indica inoltre che non muterà sostanzialmente in sé, che sarà sempre come Cristo l’ha stabilita, che non verrà mai meno alla missione che le fu affidata. Gesù Cristo ha detto ai suoi Apostoli che le porte dell’inferno non prevarranno contro la Chiesa e che Egli sarà con loro fino alla consumazione dei secoli. (Matt., XXVIII, 20.) Sono espressioni che nei Libri Santi rappresentano una protezione sicura e invariabile di Dio. Quindi nessuna violenza, nessuna seduzione, nessun vizio, nessun errore, potrà mai nuocere agli Apostoli e ai loro successori, nell’insegnare in virtù del loro magistero, nell’amministrare i Sacramenti in virtù del loro ministero. Gesù sarà sempre con il potere insegnante, sarà sempre con il potere santificante, e né l’uno e né l’altro potranno mai venir meno o variare, in mezzo ai pericoli, che vengono dalla violenza esteriore, che nascono dall’incomprensione o dal falso zelo dei discepoli, o che sono creati dall’orgoglio e dalle passioni. (Ollivier: L’Eglise: sa raison d’étre, pag. 106). Lo stesso Gesù Cristo promette ai suoi Apostoli l’assistenza dello Spirito Santo: « Io pregherò il Padre e vi darà un altro Avvocato, affinché rimanga per sempre con voi, lo Spirito di verità, che il mondo non può ricevere ». (Giovanni: XIV, 16) Se la Chiesa non fosse indefettibile, non sarebbe vero che lo Spirito Santo le fu dato sino alla fine dei tempi, per stabilirla incrollabilmente nella verità e nella santità. – Sono eloquentissime le testimonianze dei Padri a questo riguardo. « Non allontanarti dalla Chiesa, dice S. Giovanni Crisostomo, perché nulla vi è più forte della Chiesa. La tua speranza è la Chiesa: essa è più alta del cielo, più vasta della terra. Non invecchia mai, ma è sempre giovane ». (Hom. « De capto Entropio », n. 6.). E S. Agostino scrive: « Fino a tanto che durerà il volgere dei secoli, non verrà meno la Chiesa di Dio o il Corpo di Cristo sulla terra…. Verrà meno la Chiesa se verrà meno il fondamento: ma come può mai venir meno Gesù Cristo? Non declinando Cristo neppure la Chiesa declinerà in eterno ». (In Psalm. LXXI, n. 8. — Enarratio in Ps. CIII, Serno II, n. 5).

La Chiesa fu istituita per la salvezza degli uomini, per indicare loro la via del cielo e somministrare loro i mezzi. Se essa non fosse indefettibile, se essa potesse variare cambiando dottrine e istituzioni, non sarebbe più la vera arca di salvezza. I fedeli dei diversi tempi muterebbero l’oggetto della loro fede e più non aderirebbero alla Chiesa fondata da Cristo.

Questo è l’insegnamento del Concilio Vaticano:

« Cristo volle che nella Chiesa vi fossero pastori e dottori sino alla consumazione dei secoli… e istituì un perpetuo principio di unità e di comunione; affinché sopra di esso si costruisse un tempio eterno ». (DENZINGER, D. 1821).

Sino alla fine del mondo rimarrà quindi la Chiesa, rimarranno le sue funzioni e le sue potestà. Non si esauriranno mai i tesori della Chiesa e le sorgenti delle sue grazie; la Chiesa sarà sempre la colonna e il fondamento della verità; non andrà mai soggetta a mutazione la sua forma di governo. (Dieckmann: De Ecclesia. Vol. 225; n. 924.). Per questa ragione la Chiesa è veramente, come dice il Vaticano, « un perpetuo motivo di credibilità e un testimonio irrefragabile della missione divina di Cristo… uno stendardo levato in alto tra le nazioni… un sigillo della sua origine soprannaturale e divina ». Gesù Cristo non solo è autore della Chiesa, non solo la protegge continuamente, ma rimane sempre, anche dopo la sua Ascensione, il suo Capo vivo e vivificante, al quale essa è soggetta. Pietro e i suoi successori, infatti, sono soltanto Vicari di Cristo, non nel senso che non godano di una potestà propria, ma nel senso che qui in terra fanno le veci di Cristo, il vero e proprio Re e Capo della Chiesa, e nel suo Nome e con la sua autorità governano i fedeli cristiani. – Tra Gesù Cristo e la Chiesa esiste non solo una relazione morale e giuridica, ma anche una relazione più intima e più corrispondente. ai disegni divini e all’indole della Chiesa, una relazione cioè di perenne flusso vitale nella Chiesa, considerata come società religiosa santificatrice delle anime. S. Paolo, volendo illustrare questo concetto, ci presenta spesso la Chiesa come « corpo di Cristo ». Nella I Lettera ai Corinti dice: « Voi siete il corpo di Cristo e ciascuno poi individualmente, sue membra…. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?».(Lettera I Cor., cap. XII, 27; cap. VI, 15) Scrivendo agli Efesini dice nuovamente: « Ed egli alcuni costituì apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri dottori e pastori, per rendere atti i santi all’opera di ministero, per l’edificazione del corpo di Cristo ». (Efes., IV, 1 segg. — Cf. .V, 23) E ancora nella Lettera ai Colossesi: « Egli è il capo del corpo che è la Chiesa ». (Coloss., I, 18). Questo modo di considerare la Chiesa come « corpo di Cristo » dopo S. Paolo, divenne comune non solo presso i SS. Padri e i Dottori, ma presso il popolo cristiano e si può dire la definizione cristiana della Chiesa, come osserva il Franzelin. (De Ecclesia, pag. 308). L’Apostolo, parlando della Chiesa come corpo di Cristo, non intende certamente il corpo di Cristo fisico,  formato da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo, offerto per noi nel sacrificio del Calvario, presente anche adesso in terra nell’Eucaristia; né intende un corpo morale, con il qual nome viene designata qualunque società; ma lo considera in un senso speciale, che non si verifica in nessun altro organismo. Gesù Cristo è Capo vivificante della Chiesa suo Corpo. La vita che Egli comunica alla Chiesa è la vita soprannaturale, la vita della grazia e della filiazione divina, (Rom. VI, 1 segg., VIII, 1. — Tit, IV, 5), una vita quaggiù nascosta sotto il velo del mistero, ma che sarà poi manifestata in cielo. (1 Cor., XIII, 10; 27 Cor., IV, 16). Questa vita viene comunicata, secondo la volontà di Cristo, ai singoli uomini, come a membri del Corpo di Cristo, cioè della Chiesa. Da Cristo, Capo e fonte unico, discende quindi questa vita nell’organismo e si diffonde in tutte le parti; dalla pienezza di lui noi tutti riceviamo. Il fine della Chiesa perciò consiste nel rendere gli uomini partecipi dei frutti della Redenzione di Cristo e insieme nel formare con essi un organismo soprannaturale, quasi la famiglia di Dio, (Efes., II, 19; II, 6; III, 6.) anzi un corpo vivo, congiunto con il capo vivo « dal quale tutto il corpo ben fornito e ben compaginato per mezzo di giunture e di legamenti, riceve l’aumento di Dio ». (Coloss., II, 19: — Cf Efes, II, 21; IV; 15) A questo corpo e alla sua vita servono tutti i carismi e i ministeri, che Cristo diede alla sua Chiesa, la quale è la pienezza di Cristo. (1 Cor., XII. — Rom; XII. — Efes., IV, 11). Nel suo Vangelo Gesù Cristo aveva paragonato se stesso alla vite e i suoi discepoli ai tralci inseriti nella vite, dalla quale traggono il succo vitale. (Giov. XV, 1). S. Agostino commentando questo passo del Vangelo di S. Giovanni osserva: « Quando il Signore dice di essere Egli la vite e i discepoli i tralci, lo dice secondo che Egli è capo della Chiesa e noi siamo suoi membri… La vite e i tralci sono della stessa natura. Perciò essendo Dio, la cui natura noi non siamo, si fece uomo, affinché in esso fosse vite, cioè natura umana, della quale anche noi uomini possiamo essere tralci ». (Tract. in Jo., 80,1. — S. Tomaso, seguendo le orme dei Padri, trattò spesso e profondamente di questo tema nelle sue opere, e specialmente nella Somma Theol. (III q. 8) e nella questione De Veritate (q. 29 a. 4). Giustamente quindi la Chiesa è chiamata Corpo mistico di Cristo, cioè non fisico, non soltanto morale, né del tutto maturale, ma soprannaturale, il mistero cioè della Chiesa, della sua vita e della sua unione con Cristo. Questo concetto non solo ci fa meglio comprendere la natura della Chiesa, ma diffonde anche splendidissima luce sulle altre dottrine della nostra fede, specialmente su quelle che concernono i sacramenti. (Dorsch: De Ecclesia, pag: 355.— Cf. Enciclica « Satis cognitum » di Leone XIII).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. BENEDETTO XIV: “APOSTOLICA CONSTITUTIO”


In questa lettera, scritta in preparazione del Giubileo imminente del 1750, si compendia tutta una serie di documenti ecclesiastici, patristici, pastorali di grande interesse culturale e spirituale. Benedetto XIV, dotto e profondo conoscitore della dottrina e della scienza ecclesiastica, offre un quadro della materia decisamente completo sia da un punto di vista teorico, che pratico per prelati e fedeli. Osservare come tali preparativi venivano allestiti con meticolosa attenzione, ci fa capire il grande spirito di fede che animava i Pontefici della Chiesa Cattolica, spirito non fine a se stesso ma con risvolti praticissimi per le anime di religiosi e di fedeli. Facile sarebbe oggi paragonare le feste da baraccone e gli spettacoli blasfemi e sacrileghi che si susseguono – in tutte le non-diocesi dell’orbe modernista – dall’avvento degli antipapi dal 1958 ad oggi, negli pseudo e falsi anni santi improntati a culti anticristiani, di stile massonico, esoterico e pagano appena velati da un cristianesimo di facciata e svuotati da ogni contenuto penitenziale e spiritualizzante … Pachamama docet. I serpenti, le vipere si sono infiltrate in tutti gli ambienti clericali e sociali e stanno avvelenando non solo le anime, create a somiglianza di Dio e riscattate dal sangue prezioso di Cristo, di mortifero e pestilenziale tanfo infernale, ma pure le menti con la corruzione contronatura dei costumi, ed oggi anche il corpo con pseudo presidi terapeutici vettori di peptidi estratti e sequenziati per produrre miasmi ofidici al pari dei cobra o dei bungari cinesi. Ma il serpente, ovunque infiltrato, ha il suo destino già segnato: il calcagno della Vergine Maria ne schiaccerà il capo ed infine sarà sprofondato nello stagno di fuoco con i falsi profeti – i falsi sacerdoti delle sette – e le bestie del mare e della terra – tutte le conventicole massoniche a mondialiste. Ma riviviamo, almeno con la mente, la preparazione ad un vero Anno Santo Cattolico con spirito di penitenza e di ritorno sincero a Dio ed al vero Cristianesimo.

Benedetto XIV
Apostolica constitutio

1. La Nostra Apostolica Costituzione, con la quale abbiamo annunciato ai fedeli di Cristo la solennità dell’Anno Santo, contiene un invito ad un devoto pellegrinaggio, che è un’opera additata da Dio nel Vecchio Testamento, praticata e frequentata nei primi secoli della Chiesa verso i luoghi santi di Gerusalemme, praticata in ogni tempo con molta assiduità anche da Re e Monarchi verso i luoghi santi di questa nostra alma Città, e specialmente verso i Sepolcri dei santi Apostoli Pietro e Paolo: opera infine che, impugnata dagli eretici, è stata con molta ragione ed energia sostenuta e difesa dai nostri Controversisti, e che ben diretta e governata dai Prelati di Santa Chiesa, può servire e serve di edificazione a tutti coloro che, con animo pacato, la considerano nella sua vera realtà, e nei veri limiti nei quali deve essere ristretta.

2. Iddio ordinò che tutti i figli d’Israele tre volte l’anno facessero un devoto pellegrinaggio per visitare il Tabernacolo, ossia il Tempio del Signore: “Tre volte all’anno tutto il tuo popolo di sesso maschile apparirà al cospetto del Signore Dio tuo nel luogo che avrà scelto, nella solennità degli azzimi, nella solennità del Settimo Giorno, nella solennità dei Tabernacoli“, come si legge nel Deuteronomio (Dt XVI,16). Elcana e sua moglie Anna adempirono puntualmente il precetto, come si legge nel libro 1 dei Re (1Sam 1,13). Il nostro amatissimo Redentore con la beata Vergine sua Madre e il suo padre putativo San Giuseppe si recò al Tempio, come leggiamo nel Vangelo di Luca (cf. Lc 2,22). E affinché il Tempio edificato da Salomone fosse frequentato da tutte le genti, lo stesso Salomone non mancò di pregare Dio affinché esaudisse anche le preghiere dei forestieri che non appartenevano al popolo d’Israele e che da pellegrini fossero venuti a visitarlo: “Inoltre il forestiero che non appartiene al tuo popolo d’Israele verrà da terra lontana in tuo nome (infatti il tuo nome insigne sarà udito ovunque, e così pure la tua mano forte e il tuo braccio esteso); allora tu dal cielo, nel firmamento ove tu dimori, esaudirai e farai ogni cosa che da te avrà invocato il forestiero“: così si legge nel libro 3 dei Re (1Re 8,41-43).

3. Celebre è la testimonianza di Eusebio nella Storia Ecclesiastica (lib. 6, cap. 11), in cui riferisce il devoto ingresso di Sant’Alessandro, Vescovo di Cappadocia, in Gerusalemme per vedere e pregare nei luoghi santi: “Avvertito da un divino oracolo, Alessandro partì dalla Cappadocia (dove era stato ordinato Vescovo) e giunse a Gerusalemme, sia per pregare, sia per visitare i luoghi sacri“;e più che celebre in proposito è la testimonianza di San Girolamo: “Ora sarebbe lungo trascorrere anno per anno, dall’Ascensione del Signore fino all’età presente, enumerando i Vescovi, i Martiri, i sapienti nella dottrina Cristiana che vennero a Gerusalemme, convinti di essere meno religiosi, meno sapienti e, come si dice, di non aver raggiunto la pienezza delle virtù se non avessero adorato Cristo in quei luoghi ove il primo Vangelo balenò dal patibolo” (Lettera 44).

4. Non prenderemo qui l’impegno di riferire le frequenti visite dei Re, dei Vescovi e dei Prelati della Chiesa e di tutti i fedeli e i continui pellegrinaggi per visitare le tombe degli Apostoli, essendo già stata esaurita la materia in tutto e per tutto da alcuni celebri eruditi, cioè da Onofrio Panvinio nel suo trattato De præstantia Basilicæ Vaticanæ, che tuttora si conserva manoscritto nell’Archivio del Capitolo della Basilica Vaticana e che Noi più volte abbiamo letto quando in minoribus eravamo Canonico di detta Chiesa e Archivista di detto Archivio; da Giacomo Gretser nel tomo 4 della nuova edizione delle sue Opere (libro 2, De sacris Peregrinationibus, cap. 12 e ss.); dal Coccio, nel Tesoro Cattolico (libro 5, cap. 17); da Stanislao Hosio nel cap. De Caeremoniis quae desumuntur a loco;da Rutilio Benzonio De Anno Sancti Jubilæi (lib. 6, cap. I ss.); dal Dresselio nelle sue Opere stampate in Monaco (tomo 13, § I, cap. 7, p. 126 e ss.); e recentemente dal Trombelli, De cultu Sanctorum (tomo I, part. 2, cap. 46 e ss.). Richiameremo tuttavia la formula di Marculfo Monaco, che visse nel secolo VII, e che dai predetti non è citata; in essa si contiene la commendatizia rivolta al Papa ed ai Vescovi a favore di coloro che si accingevano al pellegrinaggio verso Roma per visitare le tombe dei Santi Apostoli. Tale formula si trova nel lib. 2, cap. 49: “Questo viandante, infiammato di luce divina, non per diporto, come è costume dei più (o come altri leggono) per amore di vagabondaggio, ma in nome del Signore, incurante dell’arduo e faticoso cammino, desiderando di visitare le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo per lucrarne una preghiera, chiese alla mia pochezza di essere raccomandato alla vostra benignità” (Marculfo, lib. 2, cap. 49). San Giovanni Crisostomo nel libro Quod Christus sit Deus delle sue Opere (pubblicate a Parigi nel 1718, tomo I, n. 9, p. 570) così scrive in proposito: “Nella regale città di Roma, prescindendo da tutti gli altri, Imperatori, Consoli, Condottieri di Eserciti accorrono al sepolcro del Pescatore e tessitore di reti. Dell’Imperatore Carlo Magno scrive Eginardo: nello spazio di quarantasette anni egli venne a Roma, tratto dalla devozione: “Carlo Magno in quarantasette anni quattro volte si recò a Roma per sciogliere voti e per pregare. Il Pontefice Nicolò I, che visse nel secolo nono, rende un’ampia testimonianza del concorso dei fedeli venuti a Roma per venerare le ceneri dell’Apostolo Pietro. Nella sua lettera 9 all’Imperatore Michele scrive: “Molte migliaia di uomini provenienti da ogni regione della terra si affidano ogni giorno alla protezione e all’intercessione di San Pietro, Principe degli Apostoli, e si propongono di rimanere presso il suo Sepolcro fino alla fine della propria vita in quanto (oltre al fatto che distingue la Chiesa Cattolica, vaso calato dal cielo in cui sono mostrati allo stesso San Pietro, tutte le creature viventi) anche di per se stessa la città dei Romani, presso la quale si venera continuamente la presenza corporale dello stesso Apostolo, si riconosce quale vaso di tutte le genti viventi (quelle che si intendono spiritualmente creature umane)”.

5. Per ciò che riguarda o i nostri Controversisti, che contro gli Eretici hanno ben sostenuto la difesa delle devote peregrinazioni ai luoghi santi, o le regole dei Prelati della Chiesa per ben governarle e liberarle da tutti gl’inconvenienti, Noi, che non intendiamo fare un trattato o una dissertazione, ci rimettiamo a quanto scrisse Giona, Vescovo di Orléans, autore del nono secolo, contro Claudio di Torino che, nemico delle sacre immagini, era per conseguenza anche nemico dei più devoti pellegrinaggi. Ci rimettiamo alla celebre Orazione di Egidio Carlerio, decano della Chiesa di Cambrai, fatta in Basilea contro gli errori di Nicolò Taborita, stampata nel tomo 8 degli Atti dei Concili i dell’Arduino, p. 1796 e seguenti, ove con profonda dottrina scioglie gli equivoci opposti dal suo contraddittore contro i devoti pellegrinaggi; ed a quanto si legge nel Concilio Cabilonense tenuto l’anno 813, cap. 45, e più diffusamente nel Concilio Bituricense tenuto l’anno 1584, tomo 10 della citata Collezione dell’Arduino, p. 1466 e seguenti, ove sono registrati alcuni Canoni precisi per eliminare gl’inconvenienti dai sacri e devoti pellegrinaggi; oltre ciò che a tal proposito si ritrova esattamente raccolto da Lorenzo Bochelli nei Decreti della Chiesa Gallicana (lib. 4, tit. 14, De peregrinationibus).

6. Né a Noi sono ignoti i due opuscoli di San Gregorio Nisseno, uno intitolato De iis qui adeunt Hierosolymam, e l’altro indirizzato ad Eustasia, Ambrosia e Basilissa, che sono nel tomo 3 delle Opere del Santo Dottore (Parigi 1638, p. 651), sul fondamento dei quali si appoggiano coloro che non sono della nostra comunione per screditare ed impugnare i devoti pellegrinaggi. Tanto meno Ci è ignota la grave controversia esistente fra gli eruditi sulla attribuzione di dette opere a San Gregorio: controversia nella quale il Lippomano, il Baronio, Natale Alessandro, il Tillemont, il Ceillier sono del parere che dette opere siano del Santo Dottore; di ciò però dubita il Cardinale Bellarmino. Con molta autorità ed impegno il Grester sostiene che esse sono apocrife, come può leggersi nelle profonde ed erudite note da lui pubblicate sulle stesse opere ed inserite nel citato tomo 3 delle Opere di San Gregorio Nisseno (p. 71 e ss.). Ma Ci sembra di potere con tutta ragione far presente che, quand’anche le Opere siano del Santo; quand’anche in esse, com’è vero, molto si esageri circa gl’inconvenienti che si verificavano nei pellegrinaggi a Gerusalemme; quand’anche, com’è vero, s’impugni gagliardamente la massima spacciata falsamente da alcuni, secondo la quale le accennate peregrinazioni fossero necessarie per l’eterna salute, la quale non si poteva ottenere senza di esse, ciò non contraddice affatto al nostro assunto in cui sosteniamo non la necessità, ma l’utilità delle opere predette. Non ci facciamo difensori degl’inconvenienti, ma, come si vedrà in seguito, ne andiamo additando e procurando i rimedi. Non è poi necessario che si accolgano con assoluto rigore le gagliarde espressioni del Santo Dottore contro i pellegrinaggi a Gerusalemme, sia perché si vede manifestamente che traggono origine dai frequenti scandali che andavano verificandosi, sia perché il parere di un singolo, benché santo e celebratissimo Dottore, deve in ogni caso cedere al sentimento della Chiesa ed al comune parere contrario degli altri, che fra le opere cristiane pie e devote annoverano i sacri pellegrinaggi quando siano fatti nelle dovute forme.

7. Questo Nostro invito comprende i Vescovi, Nostri Venerabili Fratelli, purché la loro salute fisica lo permetta e purché la cura delle anime loro affidate non riceva danno dalla loro assenza. Si ricordino che la maggior parte dei loro Predecessori, almeno di quelli che non erano tanto lontani da Roma, venivano ogni anno alla Città Santa per celebrare unitamente con il Papa la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, come si legge nelle lettere 13 e 16 di San Paolino. L’invito comprende anche i Sacerdoti e gli altri del Clero, purché vengano, com’è doveroso, con le autorizzazioni dei loro Vescovi: legge che non è inventata da Noi, ma assai antica, come si evince dal Canone 41 e dal Canone 42 del Concilio Laodiceno, tenuto l’anno 372, come si legge nel tomo I della Collezione dell’Arduino (pp. 789 e 790). Il Nostro invito comprende i Regolari, purché abbiano le opportune licenze dei loro Superiori, che esortiamo ad usare ogni avvedutezza nel concederle. Comprende i Laici, purché intraprendano il viaggio dopo aver consultato o il Parroco o il Confessore, che nel dare il suo consiglio dovrà tener presente la comune massima degli autori spiegata da Teofilo Raynaudo, nel trattato intitolato Heteroclita spiritualia: “Il pellegrinaggio – così il Raynaudo – è opera di supererogazione, e riguarda il culto volontario, che non ha attinenza con l’esercizio di virtù, quando sia da praticare per obbligo. Così il marito, che è costretto per vincolo di matrimonio ad essere unito alla moglie, farà peccato se, contro l’opposizione della moglie, affronterà un lungo pellegrinaggio lasciandola a casa. Pertanto, quand’anche la moglie consentisse, tuttavia il lungo pellegrinaggio potrebbe ridurre la colpevolezza del marito se, per quella assenza, in uno dei coniugi fosse presente il verosimile pericolo di perdere la virtù. In base a questo principio, giustamente apparirebbe anomalo il pellegrinaggio del padre di famiglia il quale, essendo necessario in casa per il sostegno della famiglia dovendo lavorare e risparmiare per i suoi, volesse tuttavia allontanarsi da casa e visitare ora l’uno, ora l’altro sacro monumento. Altrettanto dicasi di colui che, oberato dai debiti e non avendo altro modo di pagarli se non rimanendo e lavorando in qualche luogo, scegliesse tuttavia di vistare i luoghi santi” (T. Raynaudo, Opere, tomo 15, n. 13, p. 217). È nota a tutti l’Indulgenza plenaria concessa da Urbano II nel Concilio di Chiaromonte a chi, assumendo la Croce, assumeva la milizia per recuperare la Terra Santa: “A chiunque, per sola devozione e non per procacciarsi onore o danaro, sarà andato a Gerusalemme per liberare la Chiesa di Dio, quel cammino sia riconosciuto quale severa penitenzaCosì si legge nel detto Concilio tenuto l’anno 1095, nel tomo 10 dei Concili i del Labbè. San Tommaso propone la questione “Se l’uomo possa portare la Croce qualora sia sospettato di intemperanza” e, proseguendo con i principi sopra enunciati, così conclude: “All’uomo compete di necessità portare la Croce della moglie, poiché l’uomo predomina sulla moglie. Ma quando riceva la Croce per passare il mare, soggiace alla propria volontà. Perciò, se la moglie, per qualche impedimento, non può seguirlo e lo si sospetti d’incontinenza, non gli si deve chiedere di prendere la Croce e di abbandonare la moglie: diverso è il caso se la moglie volontariamente s’impegna alla continenza, o voglia e possa seguire il suo sposo” (Quodlibet, 4, art. II). – I devoti pellegrinaggi di Sant’Elena ai luoghi santi, riferiti da Sant’Ambrogio; di Eudosia, moglie di Teodosio juniore a Gerusalemme, descritti da Socrate; di Paola, nobile romana, in Terra Santa, riferiti da San Girolamo; di Santa Brigida a Compostella e a Roma per visitare i sepolcri degli Apostoli Pietro e Paolo; tanti altri lodevoli esempi di donne di rango elevato ed anche poverette e miserabili, veduti da Noi nel corso della lunga dimora che abbiamo compiuta in Roma durante il servizio da Noi prestato alla Sede Apostolica, Ci inducono a non escludere dal nostro invito le donne non costrette alla clausura. All’invito uniamo però l’avvertimento, che crediamo molto necessario, cioè che da tutti coloro cui spetta vegliare sul buon costume non si tralasci alcun provvedimento per opporsi agli inconvenienti che possono derivare dall’età delle pellegrine, dalla compagnia nel loro viaggio, dalla mescolanza con persone d’altro sesso e, particolarmente quando esse, essendo maritate, non hanno la compagnia dei loro mariti e, in difetto dei mariti, la custodia dei fratelli o di altri loro congiunti in grado tale di parentela che escluda ogni sospetto e porti seco ogni dovuta custodia.

8. È nostro obbligo esporre il motivo e la ragione ultima del nostro invito, ma ciò non possiamo fare in modo adeguato se non premettiamo alcune notizie dedotte dai Padri ed altre dalla Storia Ecclesiastica. San Giovanni Crisostomo nell’Omelia 32 sopra l’Epistola ai Romani (tomo 9 della citata edizione, p. 757), dichiarò di voler bene a Roma e di poterla lodare per la grandezza, antichità, bellezza, partecipazione del popolo, ricchezze e vittorie ottenute in guerra: “Per questi motivi – dice il Santo Dottore – prediligo Roma anche se posso lodarla vivendo altrove: per la grandezza, l’antichità, la frequenza del popolo, la potenza, la ricchezza, le audaci imprese guerrescheEgli aggiunse che amava e stimava Roma e che sommamente desiderava venirvi per poter venerare i sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: “Ma a parte tutti questi pregi, considero beata tale Città perché Paolo in vita sua scrisse ai Romani e li amò assai, e di persona rivolse loro la propria parola e in Roma concluse la sua vita: perciò la cittadinanza ne ha tratto fama maggiore che da ogni altro pregio; e a similitudine di un corpo grande e robusto, l’Urbe ha due occhi splendenti, ossia i corpi di quei Santi. Non splende altrettanto il cielo quando il sole emette i suoi raggi, come l’Urbe dei Romani che possiede quei due splendori che mandano luce in tutto il mondo“. Il Santo Dottore proseguì ed espresse l’acceso desiderio di prestare i dovuti atti di venerazione ai sepolcri dei due Santi Apostoli: “Chi ora mi concederà di abbracciare il corpo di Paolo, di stringermi al suo sepolcro, di vedere la polvere del suo Corpo (che mancava a Cristo), che portava le stigmate e diffondeva ovunque la predicazione?“. E poco dopo: “Vorrei vedere il sepolcro dove giacciono le armi della giustizia, le armi della luce, le membra ora viventi, che erano morte quando egli viveva e nelle quali viveva Cristo; le membra di Cristo che erano crocifisse dal mondo e che vestivano Cristo, tempio dello Spirito, edificio santo, che erano avvinte allo Spirito, che erano penetrate dal timore di Dio, che avevano le stigmate di Cristo. Questo Corpo quasi cinge di mura quella Città ed è più protettivo di ogni torre e di innumerevoli baluardi; e inoltre onorò anche il Corpo di Pietro, quando era ancora in vita: sali – disse – a vedere Pietro“.

9. Seguendo le orme di San Giovanni Crisostomo diremo che questa Nostra Città di Roma è degna di essere veduta per la grandezza delle fabbriche, per la sontuosità degli edifici: ma non devono essere queste cose o cose simili l’oggetto del nostro invito. Diremo che essa deve principalmente essere lodata e ammirata in quanto è la Sede della Religione Cattolica e centro dell’unità; in essa si vedono i vivi contrassegni della estinta idolatria, che ivi aveva a lungo trionfato. – Agli eruditi è noto l’assunto di Pietro Angelo Bargeo nella sua celebre lettera De privatorum publicorumque aedificiorum Urbis Romæ eversoribus, nella quale pretende di dimostrare che le sontuose fabbriche dei Teatri, delle Terme, dei Templi, delle innumerevoli statue degl’Idoli non erano state rovinate dai Barbari, dai Goti, dai Vandali e da gente simile, ma dai Romani Pontefici e specialmente da San Gregorio Magno e dai pii fedeli impegnati ad eliminare ogni incentivo all’idolatria ed ogni memoria di essa. Ma indipendentemente da quanto scrisse il citato Bargeo, non è mancato ai giorni nostri chi con molta fatica ha composto un trattato sui reperti pagani e profani trasportati ad uso ed ornamento delle Chiese. In esso ha dettagliatamente enumerato le Chiese che ancor oggi si vedono in Roma costruite sulle rovine dei templi pagani. Diremo infine che il Nostro invito è indirizzato ad un pellegrinaggio religioso, alla devota visita dei Sepolcri dei Santi Apostoli Pietro e Paolo: visita che San Giovanni Crisostomo, come sopra detto, sospirava di compiere ma mai ebbe il modo di fare.

10. Qui però non terminano i motivi del nostro invito. È noto a ciascuno ciò che accadde nel 1300, allorché nacque all’improvviso una pubblica voce, sparsa non solo in Roma ma in molte parti del mondo, che ogni cento anni vi sarebbe stata una plenaria ed ampia Indulgenza a chi visitava i Sepolcri degli Apostoli, e che appunto in quell’anno 1300 cadeva il centesimo. Il Pontefice Bonifacio VIII, dopo aver esperito diligenti ricerche, pubblicò la celeberrima Costituzione che comincia antiquorum habet fida relatio, in cui concesse la plenaria Indulgenza a chi pentito e confessato visitasse, se fosse forestiero, quindici volte (ed essendo Romano trenta volte) le Basiliche dei Santi Pietro e Paolo e stabilì che si perpetuasse ogni cento anni la stessa plenaria Indulgenza nel modo sopraindicato. – Tutta la vicenda è fedelmente riferita da Giacomo Gaetano, Diacono Cardinale di San Giorgio in Velabro, nipote dello stesso Bonifacio VIII, pubblicata nel tomo 25 della Bibliotheca Maxima Patrum (edita a Lione, alle pp. 937 e ss.). – È pure noto che il termine di cento anni fu ridotto a cinquanta da Clemente VI, a trentatré da Urbano VI e a venticinque da Paolo II, e che il predetto Clemente VI aggiunse alla visita delle due Basiliche di San Pietro e di San Paolo quella alla Lateranense; Urbano VI, alle predette tre aggiunse la visita alla quarta Basilica: quella di Santa Maria Maggiore. Noi, nella Nostra Costituzione, ci siamo conformati alla disciplina che abbiamo veduta già introdotta, sia per quanto si riferisce alle Chiese da visitare, sia quanto al numero delle visite e alle opere da compiersi per conseguire il santo tesoro dell’Indulgenza plenaria. Non vi abbiamo aggiunto altro che l’obbligo di dover ricevere la Sacra Eucaristia. Questo è il vero oggetto del Nostro invito: il pellegrinaggio e le visite delle Chiese ed ogni altra opera suggerita, fatta a dovere, sono non solo convenienti, ma necessari. – Ciò premesso, usiamo le stesse parole con le quali Agostino Valerio, vigilantissimo Vescovo della Chiesa di Verona e poi degno Cardinale della Santa Romana Chiesa, si rivolse nella Lettera Pastorale indirizzata nel 1574 a tutti i fedeli della sua Città e Diocesi in vista del Giubileo dell’Anno Santo che nell’anno successivo fu celebrato da Gregorio XIII: “Fratelli, vi chiama lo Spirito Santo a Roma per il prossimo anno del Giubileo. V’invita il tesoro che vi è proposto. Io vi esorto tutti a non mancare ed a vestirvi della stola dell’allegrezza, perpetua compagna della buona coscienza, affinché, ritornati da questo santo viaggio, santificati in quest’Anno Santo, possiate servire il Signore Iddio meglio di quanto abbiate fatto finora“.

11. Compiacetevi anche che facciamo uso delle Lettere Pastorali del Santo Carlo Borromeo, illustrissimo Arcivescovo di Milano, pubblicate in lingua italiana, per comodo del suo popolo, una il 10 settembre 1574, l’anno prima del Giubileo celebrato da Gregorio XIII: “Dilettissimi figli, non è dunque da perdere l’occasione di tanto spirituale guadagno. Non vogliate, vi preghiamo, per timore e rispetto di un poco di fatica corporale, privarvi di tanto bene. Considerate la diligenza e la sollecitudine vostra negli acquisti e nei guadagni terreni, per i quali vi esponete a lunghi e pericolosi viaggi, né temete disagi ed incomodi, né vi spaventate della fatica che si presenta. Sforzatevi di fare per l’anima vostra quel che fate per il corpo, poiché per ricevere la remissione di un debito di cose temporali, molti di voi non temerebbero d’intraprendere un viaggio maggiore di questo, il quale vi serve per ricevere la remissione di tanti debiti spirituali. Dovete, figli amatissimi, per questa causa, la quale importa tanto all’anima vostra, muovervi con gran desiderio, e pietà veramente Cristiana, a fare questo santo pellegrinaggio, al quale vi accenderà anche sommamente l’esempio dell’antica devozione che in passato mostrarono i fedeli, Popoli e Principi“. – L’altra Lettera Pastorale fu pubblicata nel 1576, cioè l’anno dopo quello del Giubileo celebrato in Roma, allorché, secondo il solito, il Sommo Pontefice trasmise a Milano l’Indulgenza per coloro che non erano venuti a Roma l’anno precedente. Ecco le parole del Santo: “Sapete quanto abbiamo desiderato, l’anno passato, che non ci fosse nessuno di voi il quale, per qualsivoglia occupazione e impedimento, si scusasse di compiere quel santo viaggio di Roma, ma che tutti poteste andare ad arricchirvi spiritualmente e che faceste questo speciale riconoscimento verso la Santa Romana Chiesa, comune Madre nostra, andando di persona a ricevere di presenza queste sante benedizioni Apostoliche ed a visitare i Sacri Corpi dei gloriosi Apostoli San Pietro e San Paolo ed altre Sante Reliquie; a visitare quelle antiche e devote Chiese, quella Terra Santa, tutta cosparsa e consacrata col sangue d’innumerevoli Martiri, dove, per questo e per molti altri misteri e devotissime memorie, e per i favori speciali che Iddio fa a quel luogo dove ha collocato per sempre la Cattedra di San Pietro, l’infallibilità della Fede Cattolica, il magistero dei costumi cristiani, pare che la terra stessa, i muri sacri, gli Altari, le Chiese, i Cimiteri dei Martiri ed ogni cosa spiri devozione particolare, la quale tocca quasi sensibilmente chi visita quei santi luoghi con la necessaria disposizione. Pertanto vi abbiamo a ciò molte volte esortato con parole, eccitato con lettere ed infine invitato anche con l’esempio del viaggio nostro, riconoscendo nostro obbligo di andare avanti a voi e di esservi guida anche in questa occasione.

12. Qui pensavamo che potesse terminare questa nostra Lettera Enciclica, ma riconosciamo d’esserci ingannati. I Padri del Concilio Cabilonense secondo, tenuto l’anno 813 (Collezione d’Arduino, tomo 4, p 1039, can. 45), rappresentano alcuni inconvenienti che si erano verificati nei loro tempi e che purtroppo ancora oggi si potrebbero ripetere. “Coloro che col pretesto di pregare si recano incautamente in pellegrinaggio a Roma o a Tours o in qualche altro luogo – reca il Canone – commettono un grave errore. Vi sono Presbiteri, Diaconi e altri appartenenti al Clero che vivono disordinatamente e pensano in tal modo di emendarsi dai loro peccati e di adempiere al loro ministero se raggiungono i luoghi predetti. Vi sono nondimeno dei laici i quali credono di poter impunemente peccare o aver peccato in quanto frequentano questi luoghi. Sono talmente stolti da ritenere di purgarsi dei propri peccati con la sola visita ai luoghi santi. – Di altri disordini verificatisi nei secoli successivi parla l’Abate Alberto Stadense nella sua Cronaca: “A fatica vidi alcuni (o piuttosto mai) che tornassero migliori o da terre d’oltremare o dalle tombe dei Santi“.I Padri Cabilonensi non omettono d’indicare il rimedio. Ecco le loro parole: “Coloro che confessarono i loro peccati ai Sacerdoti delle loro Parrocchie e da questi ricevettero il consiglio di fare penitenza, se insistendo nelle preghiere, elargendo elemosine, migliorando la vita, regolando i costumi, desiderano visitare le tombe degli Apostoli o di Altri Santi, si deve mettere alla prova in tutti i modi la loro devozione“. L’Abate Stadense non nasconde i rimedi: “Ritengo che ciò dipenda dal fatto che i pellegrini non vanno né ritornano con la dovuta devozione; dovrebbero infatti partire con lo stesso pensiero come se stessero per emigrare da questa vita“. Noi mancheremmo al Nostro Apostolico ministero se, edotti di tale esempio, non operassimo per togliere di mezzo ogni male e per stabilire tutte quelle cose che sono necessarie per conseguire il frutto dell’Indulgenza.

13. Com’è noto ad ognuno, fra la pubblicazione della Bolla dell’Anno Santo che si fa in Roma ed il principio del Sacro Giubileo corre lo spazio di alcuni mesi, non aprendosi la Porta Santa, giusta l’antico stile, che nella vigilia del Natale dell’anno che precede l’Anno Santo. Non intendiamo perdere il suddetto tempo intermedio. Di esso Ci avvaliamo per far fare in varie parti della Città di Roma le Missioni, dell’utilità delle quali abbiamo abbastanza ragionato nei nostri Editti Pastorali dati alle stampe quando eravamo residenti nella nostra Chiesa Arcivescovile di Bologna, e che poi sono stati anche tradotti e pubblicati in lingua latina. Esortiamo i Missionari a spiegare al popolo in forma di Catechismo le verità cattoliche sulle sacre Indulgenze e sul Giubileo Universale, senza entrare in dispute particolari o di teologia polemica o di teologia morale. Al popolo fedele dovrà bastare di conoscere bene come avvalersi del Sacramento della Penitenza e come essere liberato della colpa e della pena eterna; ma non sempre, anzi rare volte, la pena temporale da soddisfare in questa vita o nell’altra del Purgatorio viene rimessa, come si vede nel sacro Concilio di Trento (can. 30 cap. 14, sess. 6) e nel can. 30 della stessa Sessione sotto il titolo De justificatione, secondo il quale si trova nella Chiesa un inesausto tesoro composto della sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi. La loro disponibilità è stata affidata da Gesù Cristo al suo Vicario in terra, che è il Romano Pontefice, il quale può farne più ristretta o più larga applicazione, concorrendovi giuste e legittime cause, a favore dei vivi attraverso l’assoluzione o a favore dei morti attraverso il suffragio, purché i primi abbiano conseguito con la penitenza la rimozione del peccato e della pena eterna, ed i secondi siano passati da questa all’altra vita in grazia del Signore. Detta applicazione, quella che chiamiamo Indulgenza, conseguita nelle dovute forme libera dalla pena temporale a misura della concessione e dell’applicazione che si fa da chi ha l’autorità di concedere, di dispensare e di applicare. Ciò si legge nelle Costituzioni dei Sommi Pontefici e nella famosa Decretale del nostro Predecessore Leone X al Cardinale Tommaso de Vio, detto Gaetano, quand’era Legato Apostolico in Germania: cioè essere molto utile al popolo Cristiano l’uso delle Indulgenze, e pertanto sono da colpire con anatema tutti coloro che osano dire che esse sono inutili o che la Chiesa non ha il potere di concederle, come si legge nel Sacro Concilio di Trento (sess. 25 nel Decreto De Indulgentiis):essere infine l’Indulgenza dell’Anno Santo Indulgenza Plenaria, e si distingue dalle altre Plenarie Indulgenze, anche date per modo di Giubileo, per la maggiore ampiezza che si dà ai Confessori di assolvere dai peccati e di sciogliere con la benignità delle dispense alcuni legami nei quali talvolta le coscienze si trovano irretite.

14. Tralasciando le altre Apostoliche Costituzioni dei Sommi Pontefici, ovvie per tutti, Noi citeremo quella promulgata da Leone X: “Con la presente Lettera ritenemmo di doverti dire che la Chiesa Romana (che le altre Chiese sono tenute a seguire come una Madre) raccomanda che il Romano Pontefice, detentore delle chiavi e successore di Pietro, Vicario in terra di Gesù Cristo, col potere delle chiavi che hanno facoltà di aprire il Regno dei Cieli, togliendo nei fedeli di Cristo ogni impedimento, cioè la colpa e la pena dovuta per i peccati attuali: la colpa mediante il Sacramento della Penitenza, la pena temporale per i peccati attuali (dovuta secondo la giustizia Divina) mediante l’Indulgenza Ecclesiastica possa per motivi ragionevoli concedere l’Indulgenza agli stessi Cristiani (che per vincolo di carità sono membra di Cristo), sia che essi si trovino in questa vita, sia in Purgatorio, per la sovrabbondanza dei meriti di Cristo e dei Santi, tanto a beneficio dei vivi, quanto a pro dei defunti. Con Apostolica autorità, concedendo l’Indulgenza, può dispensare il tesoro dei meriti di Gesù Cristo e dei Santi; può applicare l’Indulgenza in forma di assoluzione o trasferirla ai defunti in forma di suffragio; perciò tutti i vivi e i defunti che avranno veramente conseguito tutte le Indulgenze in tal modo, saranno liberati da tanta pena temporale (dovuta per i loro peccati attuali, secondo la giustizia Divina) quanta equivale alla concessa e acquisita Indulgenza. Pertanto, con autorità Apostolica, decidemmo che tutti debbano così regolarsi e predicare.

15. Ciò può bastare per il popolo, per quel tanto che deve sapere in materia di Indulgenze. Ma affinché si prepari a conseguirne il frutto, è necessario che i Missionari vadano oltre. Animati di zelo Apostolico, inveiscano contro le corruttele del secolo purtroppo pubbliche e notorie, memori delle parole d’Isaia: “Grida, non smettere; esalta la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo le sue scelleratezze e alla stirpe di Giacobbe i suoi peccati” (Is 58,1). Predichino la necessità della Penitenza, la perdita irreparabile dell’anima se non fanno penitenza dei loro peccati, tenendo presenti le parole di Gesù Cristo in San Luca: “Se non farete penitenza, perirete tutti insieme” (Lc 13,5). Entrino mallevadori della Divina misericordia a favore di coloro che abbandoneranno le antiche costumanze di vita, e si faranno un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Abbiano davanti agli occhi le parole del Signore in Ezechiele: “Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità e sarete senza peccato in morte. Ripudiate le prevaricazioni nelle quali siete incorsi e rinnovatevi nel cuore e nello spirito, perché – dice il Signore Iddio – non voglio la morte del morente; ritornate e vivete” (Ez 18,30-32); e: “Io vivo – dice il Signore Iddio – non voglio la morte dell’empio, ma che l’empio abbandoni la sua strada, e viva” (Ez 33,11).

16. Dalla virtù della Penitenza i Missionari passino al Sacramento, e coni più fervidi inviti non cessino d’indurre chi li ascolta a prepararsi all’Anno Santo con una fruttuosa Confessione. S’insegni a farla bene; si faccia vedere la necessità di confessare le passate malefatte; si adopri ogni diligenza per indurre anche chi non pensa d’avere necessità di confessare le antiche colpe, a farne una generale. “Non sia lecito confessare una seconda volta gli stessi peccati per necessità, tuttavia consideriamo salutare che sia ripetuta la Confessione degli stessi peccati per vergogna, che è gran parte della Penitenza“: sono parole del nostro Predecessore Benedetto XI nella sua Decretale Inter cunctas, de privilegiis, riferite fra le Stravaganti comuni. – Il grande San Carlo Borromeo nei Moniti ai Confessori, che il Nostro Predecessore fece ristampare in Roma per regola e norma dei Confessori, così scrisse: “I Confessori, a seconda del carattere di ciascuna persona e in tempo e luogo opportuno, esortino i penitenti ad una Confessione generale, in modo che attraverso di essa tutta la vita trascorsa si presenti davanti ai loro occhi e con maggiore alacrità ritornino al Signore e si emendino di tutti gli errori in cui potessero essere incorsi in precedenti Confessioni“.

17. Dell’utilità delle predette Confessioni generali parla pure San Francesco di Sales in molti passi delle sue Opere; assai conforme alla sua dolcezza è quello che si legge nella lettera, scritta ad una dama vedova,: “Mi scrive vostro Padre; poiché mi chiede di scrivervi qualche cosa per la salute della sua anima, io lo faccio con molta facilità, forse eccessiva. Il mio consiglio si riduce a due punti: uno, che faccia una Penitenza generale. Questa è una cosa senza la quale nessun uomo d’onore deve morire. L’altro, che a poco a poco si vada distaccando dalle passioni del mondo” (tomo I, ed. parigina del 1669, p. 914, n. 6). – Nella Vita di San Vincenzo de’ Paoli, fondatore della Congregazione della Missione, scritta in italiano, si discorre a lungo del frutto che dalle Confessioni generali si ricava nelle Missioni. Perciò nelle Regole di detto Istituto, approvate dalla Santa Sede, fra gli altri Ministeri si annovera quello delle Confessioni: “Convincere e accogliere le Confessioni generali di tutta la vita trascorsa“. Il Pontefice Urbano VIII, nella sua Bolla Salvatoris nostri con la quale approvò l’Istituto di detta Congregazione, a proposito delle Confessioni generali così aggiunge: “Dal pieno successo di esse appare evidente che questo pio Istituto è graditissimo a Dio, utilissimo agli uomini e assolutamente necessario; in forza di esso, infatti, sebbene da non molto tempo, il raro uso delle Confessioni Sacramentali, anche generali, e della Santissima Eucaristia si è fatto frequente, per grazia di Dio“. – A proposito della preparazione all’Anno Santo, il Nostro Predecessore Innocenzo XII, nella Istruzione che pubblicò dopo l’indizione, riflettendo sui difetti che possono essere occorsi ai penitenti nelle precedenti Confessioni, esortò con le seguenti parole chi pensava di venire a Roma per conseguire l’Indulgenza: “Prima della partenza faccia una valida Confessione generale; si esorti a praticarla in questa occasione per supplire ai difetti che forse può aver commessi nelle precedenti Confessioni“. È convinzione comune dei direttori delle coscienze che la Confessione generale sia molto utile, perché rappresenta l’uomo a se stesso, affinché si umilii; produce un maggior orrore del peccato; procura nuove forze per superare le tentazioni; porta una soavissima pace e tranquillità di coscienza; supplisce a quanto talvolta mancò nelle passate Confessioni.

18. Non ignoriamo che, dovendosi fare semplici ed ordinarie Confessioni, o dovendosi ripetere quelle fatte male, o dovendosi fare Confessioni generali, se le Confessioni non sono ricevute ed intese da Confessori che siano uomini virtuosi, esperti e preparati nelle vere massime della Chiesa, non se ne ricaverà quel frutto che sommamente si desidera. Per tutto il tempo in cui siamo stati alla testa della Chiesa arcivescovile di Bologna, non abbiamo concesso a nessuno la facoltà di confessare se non dopo averlo esaminato Noi stessi, o fatto esaminare da altri alla Nostra presenza, per aver cognizione della sua perizia e dei suoi costumi; né abbiamo mai concesso licenza illimitata di confessare, ma limitata a tempo breve, affinché gli esaminati ed approvati una volta dovessero di nuovo tornare sotto il nostro esame, o da farsi di nuovo alla nostra presenza; il che, quanto era scomodo ai Confessori altrettanto era utile alla buona salute delle anime. Ora che siamo oppressi dal grave peso della Chiesa universale, siamo obbligati ad affidare l’esame dei Confessori di questa Nostra Città di Roma ad altri, che confidiamo non manchino al loro dovere e alla necessaria diligenza. Soltanto una volta all’anno, quando è vicina la Quaresima, non tralasciamo di esprimere i Nostri sentimenti ai Predicatori ed ai Parroci convocati al Nostro cospetto su tutto ciò che crediamo opportuno e necessario per la salute delle anime. Ora poi, che è imminente l’Anno Santo, chiamiamo davanti a Noi tutti i Confessori: ad essi, con tutto lo spirito e con tutta l’energia che abbiamo, inculchiamo le massime seguenti.

19. La prima: che verranno meno al loro dovere, anzi incorreranno in un grave peccato di omissione, coloro che mettendosi a sedere nel Tribunale della Penitenza, senza alcun commento e finita l’esposizione dei peccati, pronunciano l’assoluzione: ciò è troppo contrario alla condotta di un medico esperto, a cui il Confessore viene assomigliato, che deve infondere sulle ferite vino ed olio; deve investigare le circostanze del peccato e del peccatore per potergli dare un opportuno consiglio, in base al quale riceva e consegua la salute dell’anima. “Il Sacerdote sia poi discreto e cauto, così che simile a perito Medico asperga olio e vino sulle ferite altrui, indagando attentamente sulle condizioni del peccatore e del peccato, in modo che saggiamente comprenda quale consiglio dare e quale rimedio debba adottare, facendo diversi tentativi di risanare il malato“: sono parole d’Innocenzo III, Nostro gran Predecessore, nel Concilio generale Lateranense, cap. Omnis utriusque sexus, de paenitentiis et remissionibus.

Il Rituale Romano, confermato con Apostolica Costituzione dall’altro Nostro Predecessore Paolo V sotto il titolo De Sacramento Pænitentiæ, concorda con le parole: “Se il penitente non avrà dichiarato il numero, la specie e le circostanze dei peccati, sia accortamente interrogato dal SacerdoteSe il Confessore sa che dal penitente si commettono alcuni peccati dei quali questi non si accusa, o perché volontariamente inganna se stesso e si lusinga che ciò facendo non commette peccato, il Confessore che ha l’obbligo di preservare l’integrità della Confessione deve con buona maniera richiamare alla sua memoria ciò che tralascia, correggerlo, ammonirlo, inducendolo ad una vera Penitenza. Così si esprime San Bernardino da Siena (tomo 2, ser. 27, art. 2, cap. 3, p. 167) quando propone la questione “Se il Confessore sia tenuto diligentemente a perseguire ed esaminare la coscienza del peccatoreEgli risponde di sì, e dice che ciò si deve fare non soltanto in quelle cose che il penitente tace “o per negligenza o per vergogna“, ma anche in quelle che tace per ignoranza: “Nel caso in cui i peccatori ignorino le cose che appartengono a Dio: perciò se il Confessore avrà udito qualche voce sul penitente o ne verrà a sapere per qualche fondata congettura, dovrà richiamare ciò alla memoria del penitente, dato che si può temere che il penitente ignori per crassa ignoranza che secondo Guglielmo non è una scusante; oppure perché non capisce che quella azione è peccato; infatti, secondo Isidoro, l’ignorante pecca ogni giorno, e non lo sa.

20. La materia è ovvia anche per i Teologi, come si può vedere nei libri di coloro che certamente non possono essere annoverati nel numero dei troppo rigidi. Infatti, non trattandosi ora di qualche jus positivo, da cui sia derivato un disordine noto al Confessore e sconosciuto al penitente, tanto che se fosse notificato a questi ne potrebbe conseguire qualche grave inconveniente; ma trattandosi ora di ignoranza vincibile, di azioni che ognuno dovrebbe sapere essere peccaminose; di cose che se trascurate dal Confessore danno motivo al penitente di continuare nel suo iniquo costume, ed agli altri o di scandalizzarsi o di considerare tali cose come indifferenti (dato che esse sono praticate con molta disinvoltura da coloro che frequentano i Sacramenti della Chiesa), i Teologi sono concordi nell’affermare che il Confessore è obbligato ad interrogare e ad ammonire il penitente, incurante del dispiacere che, ammonendolo, gli darà, e sperando che se forse in quel momento l’ammonizione non sarà del tutto giovevole, lo sarà in futuro con l’aiuto di Dio. – Fra gli autori Domenicani, o seguaci della dottrina di San Tommaso, si può consultare il Soto In quartum Sententiarum (dist. 18, qu. 2, tit. 4); il Silvio In tertiam partem D. Thomae (tomo 4, qu. 9, art. 2, quaest. 7.) Tra i Francescani, seguaci della dottrina di Scoto: il Cardinale de Laurea In quartum librum Sententiarum (tomo 2, De Sacramento Paenitentiae, disp. 21, art. 3, n. 64 e ss.). Fra i Padri della Compagnia di Gesù: il Suarez (in 3, art., D. Thomae,disp. 32, sect. 3 e 4, tomo 4), Teofilo Raynaudo (tomo 16, Heteroclit, Spiritual.,punt. 9, n. 4), Gabriele Antonio (Tractatus de Pænitentia,art. 3, quæst 3). Il Cardinale de Lugo (De Sacramento Pænitentiæ, disp. 22, sess. 2), inveisce con molto zelo contro i Confessori dei Vescovi e dei Principi, che non parlano dei loro pubblici errori, tuttavia i Confessori tacciono, non ammoniscono e danno loro l’assoluzione: “Preciso inoltre che cosa si debba dire dell’obbligo che hanno i Confessori di Prelati, Principi, Governatori e simili, quando vedono o sanno che questi non pagano realmente il loro debito attinente al cumulo dei benefici, all’elezione dei Ministri, al governo dei Sudditi, alle elemosine da farsi con il superfluo delle rendite ecclesiastiche, e ad altre simili questioni. In proposito occorre notare che raramente vengono raggiunti, perché la relativa ignoranza non reca scandalo nei Sudditi, i quali facilmente ritengono lecite le azioni che vedono fare da Prelati e Principi e che non generano con certezza danno comune. Pertanto il Confessore è regolarmente tenuto ad ammonire il Penitente, chiunque egli sia, circa il suo obbligo; né adempie al proprio dovere assolvendo dai peccati che il Penitente dichiara, ma piuttosto assume sulle proprie spalle i peccati e gli errori che il Penitente dissimula: quando un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nell’eterna fossa. Conseguentemente se il Confessore avrà timore della faccia del potente, non assuma l’incarico di Pastore, ma modestamente se ne sottragga come persona poco adatta a portare quel pesoQuesto saggio insegnamento del Cardinale de Lugo non deve essere ristretto ai soli Confessori dei Vescovi, dei Prelati, dei Principi, ma con eguale ragione deve estendersi a tutti coloro che ascoltano i Penitenti, la vita pubblica dei quali non è disgiunta da qualche prossima occasione di peccato, se non proprio negli atti esterni, almeno rispetto ai pravi desideri e ai capricciosi piaceri che improntano la loro vitae dei quali non si accusano.

21. La seconda cosa è che accade spesso che il Confessore, nel suo ministero di confessare, ascolti dal Penitente qualcosa che necessiti di approfondimento; non tiri ad indovinare, ma prima di rispondere prenda tempo e consiglio. Sarebbe desiderabile che ogni Confessore risplendesse di quella dottrina che chiamano eminente, tuttavia è assolutamente necessario che almeno abbia una dottrina competente e sufficiente. Forse non si può sperare di più, dato che la Teologia Morale comprende tante e tali questioni che dipendono dalla conoscenza dei Canoni e delle Costituzioni Apostoliche: è moralmente impossibile che un uomo abbia presente tutto e possa, come suol dirsi, rispondere, seduta stante, a tutto, senza aver bisogno di ricorrere ai libri, come fa chi possiede una dottrina solo sufficiente. – Ciò avverte il Nostro Predecessore Innocenzo IV In commentariis (cap. Cum in cunctis, n. 2, tit. “De electione et electi potestate”)quando scrive: “Consideriamo eccelso quel sapere che sa discutere e definire sottili questioni e trova immediate risposte; è di mediocre intelligenza colui che in qualche modo sa esaminare le questioni, sebbene non sappia poi rispondere a tutte, e colui che sa cercare nei libri quelle verità che è tenuto a conoscere ma che non ha immediatamente chiare. – Perciò il Confessore è costretto nelle questioni dubbie o in quelle delle quali non ha notizia a ricorrere ai libri. Ma non diremo cosa nuova se diremo che nel gran numero degli Scrittori ci sono alcuni che pensano e scrivono in un modo che è del tutto estraneo alla semplicità Evangelica e della dottrina dei Padri. “Molte opinioni tendono ad allentare la disciplina Cristiana e a recar danno alle anime, in parte recuperando antiche dottrine, in parte prospettandone di nuove, in modo da accrescere ogni giorno di più quella estrema licenza di menti dissolute, per cui nelle questioni che riguardano la coscienza ha fatto irruzione un modo di pensare del tutto alieno dalla semplicità Evangelica e dalla dottrina dei Santi Padri. Se in pratica i fedeli seguissero quella licenza come giusta regola, ne deriverebbe una vasta degradazione della vita Cristiana“: sono parole del Nostro Predecessore Alessandro VII, nel suo Decreto del 7 settembre 1665. – Ma senza entrare in alcun dettaglio e nelle inestricabili questioni che si potrebbero sollevare sul credito da attribuire agli autori e alle loro dottrine, ci accontenteremo di dire che il buon Confessore nelle materie dubbie non deve fidarsi della sua privata opinione, ma prima di rispondere non si accontenti di vedere un solo libro, ma ne veda molti: fra questi veda i più rispettabili e poi adotti quella decisione che vedrà più avallata dalla ragione e dall’autorità. Così ci spiegammo nella Nostra Enciclica sopra le usure (che è la n. 143 nel tomo I del Nostro Bollario, par. 8): “Non si richiamino troppo alle loro private opinioni, ma prima di dare una risposta esaminino molti Scrittori fra i più lodati, e quindi ne traggano quei brani che ritengono siano avvalorati vuoi dalla ragione, vuoi dall’autoritàCosì ora ripetiamo, dato che la massima non deve essere ristretta alla sola materia delle usure, ma deve estendersi ad ogni altra cosa che appartenga al foro Sacramentale ed alle regole della coscienza.

22. La terza tiene sempre presente la massima del venerabile Cardinale Bellarmino, secondo la quale “non vi sarebbe tanta inclinazione al peccato se non ci fosse tanta facilità di assolverlo“, nonché le proposizioni condannate dai Nostri Predecessori e particolarmente dal Pontefice Innocenzo XI il 2 marzo 1679, e fra queste la n. 60 e le tre successive relative alla decisione di concedere, negare o differire l’assoluzione. “Veda attentamente il Sacerdote quando e a chi sia da concedere, da negare o da differire l’assoluzione, per non assolvere coloro che di tale beneficio sono immeritevoli, come sono coloro che non danno alcun segno di contrizione, che non vogliono deporre odi e inimicizie, o restituire, potendo, le cose altrui, o sottrarsi ad una prossima occasione di peccato e trasformare in meglio la loro vita; per non assolvere coloro che diedero pubblico scandalo, se non faranno pubblica ammenda e rimuoveranno lo scandalo“: non sono parole dei rigoristi, ma del Rituale Romano. Con l’avvertenza, inoltre, che, negando, o differendo o concedendo l’assoluzione, i Confessori non trascurino di far conoscere ai Penitenti, con ogni maggior garbo e carità, le ragioni del loro operare, indirizzato unicamente alla salute delle loro Anime, invitandoli a ritornare ed a compiere, prima di ritornare, quanto debbono al fine di potere ottenere poi l’assoluzione che è stata loro negata o differita. Concedendo poi l’assoluzione, particolarmente a persone che raramente si confessano o che vengono al Tribunale della Penitenza cariche di peccati, i Confessori non tralascino d’ammonirle e di far conoscere loro lo stato miserevole nel quale si erano ridotte per i loro peccati, la turpitudine dei medesimi, eccitando i Penitenti ad un vero dolore e ad un vero proposito di astenersi in futuro dai peccati. Le serie e sagge ammonizioni del Confessore nel Tribunale della Penitenza sappiano essere più opportune e benefiche di quelle che – quanto all’effetto – sono le prediche degli zelanti sacri Oratori, in quanto chi le ascolta per lo più riferisce le loro forti invettive agli altri e non a sé; il che certamente non può accadere per le serie ammonizioni dei Confessori, che parlano a tu per tu col Penitente e dopo che questi ha confessato le proprie colpe. Qualora si dicesse che ciò è impraticabile per la gran folla dei Penitenti, si risponde con le celebri parole di San Francesco Saverio, riferite dal Padre Tursellino nel libroRiteneva che ai Penitenti si dovesse non già un frettoloso, ma un diligente servizio, consigliando loro di preferire poche Confessioni fatte nel modo dovuto piuttosto che molte compiute sconsideratamente e in modo affrettato” (Vita, cap. 17, n. 6).

23. La quarta riguarda l’ultima parte del Sacramento della Penitenza, la Soddisfazione, quantunque la Santa Madre Chiesa, compatendo l’umana fiacchezza, abbia ammorbidito l’antico rigore e sia receduta dall’uso degli antichi Canoni Penitenziali, come leggiamo nei Canones Fraternitatis, dis. 34: “Questa epoca di decadenza, nella quale deperirono non solo le qualità morali, ma anche i corpi, non consente che persista una rigorosa censura su tuttoDa ciò però non deriva che nell’imporre la Soddisfazione i Confessori possano comportarsi a capriccio, essendo obbligati anche in questa materia a regolarsi con giustizia, prudenza ed equità. “Nell’assegnare la Penitenza i Sacerdoti non devono decidere nulla a proprio arbitrio, ma dovranno orientare ogni cosa secondo giustizia, prudenza e pietà“, come si legge nel Catechismo Romano ai Parroci, redatto per ordine del Concilio di Trento e pubblicato dal Nostro Predecessore San Pio V sotto il titolo De Paenitentia. Tale salutare prescrizione si legge nel cap. 8, sess. 14: “I Sacerdoti del Signore, secondo quanto avranno suggerito l’ispirazione e la prudenza, devono imporre salutari e adeguate penitenze, conformi alla qualità delle colpe e alla capacità dei Penitenti, in modo che se per caso sono conniventi con gli stessi peccati e potrebbero agire con troppa indulgenza verso i Penitenti, non diventino partecipi degli altrui peccati imponendo una lieve penitenza per colpe gravissime. Facciano dunque attenzione a che la penitenza imposta non sia soltanto presidi o per una nuova vita e farmaco d’infermità, ma anche una mortificazione e una vendetta contro i trascorsi peccati. Infatti le chiavi dei Sacerdoti sono state concesse non soltanto per assolvere, ma anche per legare: questo credono e insegnano gli antichi PadriPer indurre i Penitenti ad accettare volentieri la sanzione che i Confessori impongono loro in proporzione delle colpe commesse, può contribuire la conoscenza che gli stessi Confessori hanno degli antichi Canoni Penitenziali, non già per irrogare oggi ai Peccatori quelle Soddisfazioni che in passato erano state stabilite, ma per far comprendere loro la gravità del peccato, in modo che accettino di buon grado la pena imposta, ancorché l’avessero ritenuta onerosa. Potranno così paragonarla con quella che per gli stessi peccati sarebbe stata inflitta loro se fossero stati vivi e si fossero confessati nel tempo in cui erano in vigore i Canoni Penitenziali, e non avessero avuto la sorte di vivere nei tempi presenti, nei quali la Chiesa ha benevolmente concesso di abbandonare l’antico rigore Canonico.

Così pensano tanti pii e dotti Autori, da Noi raccolti nel Nostro Tractatus de Synodo (lib. 7, cap. 62), che qui non riteniamo necessario ripetere. Aggiungeremo soltanto che i Penitenti di oggi non sono simili alla celebre Imperatrice Agnese che, venuta a visitare i sepolcri dei Santi Apostoli, fece la propria Confessione generale al Beato Cardinale Pietro Damiano, senza che il probo e dottissimo Confessore fosse in grado, dopo averla sentita, d’imporle alcuna penitenza.

24. Il fatto è riferito dallo stesso Beato Pietro Damiano: “Ma affinché coloro che convengono ai Sepolcri degli Apostoli imitino proficuamente l’esempio della tua santa devozione, mi facesti sedere davanti al Sacro Altare, per arcano suggerimento del Beato Pietro, e con lamentevoli gemiti e amari sospiri cominciasti fin dalla tenera età, a cinque anni, appena svezzata; e come se colà il Beato Apostolo sedesse in carne ed ossa, tutto ciò che di sottile e di minuto poté far correre un brivido nelle viscere della tua umanità, tutto ciò che di vano passa nei pensieri, tutto ciò che inoltre poté insinuarsi in un discorso superfluo, è stato esposto in fedeli relazioni; perciò mi parve di non dovere aggiungere nessun altro onere di penitenza a chi si confessa, se non per ripetergli l’elogio del divino lascito: fa’ come fai, opera come operi; non porrò sopra di voi altro peso purché conserviate quello che avete (Ap 2). Infatti, Dio mi è testimone, non ho fissato alcun giorno di digiuno o di qualsivoglia afflizione, ma ho ordinato che tu perseverassi soltanto nelle sante opere intraprese” (San Pier Damiani, Opere, opusc. 56, tomo 3, cap. 5, ed. Parigi, p. 432).

25. Al contrario, oggidì si trovano qua e là dei Peccatori (fra i quali ci troviamo Noi stessi e forse altri del tempo del Beato Pietro Damiano) che non solo nelle Confessioni generali, ma anche in quelle correnti e spesso ripetute nel corso dell’anno, si ritrovano rei di peccati gravi; accostandosi al Tribunale della Penitenza, meritano che s’impongano loro sanzioni del peso e dell’importanza sopra indicati dai Canoni del Concilio di Trento, tanto più che poco o nulla di bene – vivendo come si vive – si va facendo, se talvolta oppressi dalle disgrazie i Peccatori non le sopportano con la dovuta pazienza. In tal modo restano senza il frutto delle preghiere della Chiesa, che per bocca del Sacerdote nella stessa Confessione domanda al grande Iddio: “Qualunque cosa buona tu avrai fatto o qualunque cosa cattiva avrai sopportato con pazienza, sia per te motivo di remissione dei peccati, di aumento della grazia e premio di vita eterna“.

26. Ed eccotie sposto, Venerabile Fratello, quanto andiamo facendo e andiamo disponendo affinché gli abitanti di questa Nostra Città si preparino a godere i frutti spirituali dell’Anno Santo. Invitiamo pure te a fare lo stesso nella tua Città e nella tua Diocesi, affinché coloro che intraprenderanno nel prossimo anno il sacro Pellegrinaggio alla volta di questa Città conseguano in abbondanza i beni celesti. Ciò è conforme a quanto fu stabilito dal Concilio Bituricense l’anno 1584 (nel can. 2, tomo 10, p. 1466 e ss.) della Collezione dell’Arduino: “Siano premuniti con una doverosa Confessione dei peccati e con il Sacramento dell’Eucaristia coloro che si recano in Pellegrinaggio nei luoghi sacri, prima che si mettano in cammino“. Su ciò concorda il Nostro Predecessore Innocenzo XII nella Indizione del Giubileo dell’anno 1700, quando suggerisce innanzi tutto una salutare espiazione dei peccati e così si esprime: “Santificatevi, Figli carissimi, e offrite il vostro cuore al Signore. Purificatevi, siate mondi, sottraete agli occhi di Dio il male dei vostri pensieri, e rinnovati nello spirito della vostra mente insistete nelle orazioni, praticate i digiuni, elargite elemosine“. E affinché qualcuno non avesse a credere che le sue parole si rivolgessero soltanto a coloro che erano in Roma, aggiunse provvidamente le seguenti, che senza dubbio si rivolgono anche a coloro che non sono ancora partiti dai loro paesi, ma pensano di farlo e di venire a Roma per l’Anno Santo: “Educati al decoro della vita Cristiana e protetti dal baluardo delle virtù, con pia sollecitudine d’animo accostatevi fiduciosamente a questa santa terrena Città di Dio, come ad un Trono di grazia, affinché possiate ottenere misericordia“.

27. Venendo Tu a Roma, quando lo permetta il Tuo impegno Pastorale, confidiamo per certo che sia per il viaggio, sia per la dimora nella Città prenderai a norma la condotta che tenne durante il viaggio, e a Roma, San Carlo Borromeo in occasione dell’Anno Santo 1575. Il tutto è descritto dal Vescovo di Novara nel lib. 3 della vita e delle opere di San Carlo. Se i Tuoi Diocesani partiranno dalla tua patria, come Noi desideriamo che partano e come poc’anzi abbiamo suggerito, fondatamente speriamo che non avranno molto da preoccuparsi i Governatori dei luoghi per i quali passeranno, affinché non si verifichino quei malie quei disordini che in altri tempi sono stati cagione delle requisitorie contro i sacri Pellegrinaggi. Una volta che siano giunti a Roma, cureremo in ogni modo affinché conducano una vita onesta e morigerata, adempiano in modo esemplare le opere prescritte, visitino le Basiliche e compiano i vari atti della Cristiana penitenza. – Chiamiamo Dio a testimonio della ardentissima volontà che abbiamo di fare in modo che tutti ritornino alle loro case edificati della santa esperienza Romana, saldi nella Fede, fervidi nella virtù e confermati nella devozione alla Sede Apostolica. Ciò sommamente desiderò il Nostro Predecessore e concittadino Gregorio XIII nella celebrazione dell’Anno Santo, come si legge nei suoi Annali (lib. 3, cap. 24). Con tali norme, che raccomandiamo con l’aiuto di Dio, al quale affidiamo tutta la vicenda con umilissime preghiere, abbiamo fiducia che ritornati in patria non saranno sottoposti alla taccia che diede San Girolamo a coloro che venivano dal Pellegrinaggio di Gerusalemme nella sua epistola 58 Ad Paulinum (Opere, stampate a Verona, tomo I, p. 318): “È da lodarsi non l’essere stato a Gerusalemme, ma l’aver vissuto degnamente a Gerusalemme“.

28. Durante l’intiero anno del Giubileo saranno disponibili in Roma i Penitenzieri e i Confessori, come sopra abbiamo detto, muniti delle necessarie facoltà per ascoltare le Confessioni, per dare le dovute Assoluzioni e Dispense, tanto a coloro che abitano in questa Città, quanto agli altri che verranno da fuori per conseguire le ricchezze spirituali dell’Anno Santo. Nello stesso tempo non mancheranno i Predicatori della Parola Divina. Noi stessi parleremo, ed altri da Noi designati parleranno per lo stesso fine; tuttavia le controversie teologiche che riguardano esclusivamente la disputa delle scuole verranno escluse. Quando Noi parleremo, o parleranno altri per Nostro incarico, non tralasceremo di far capire l’importanza della clausola che è nella Nostra Bolla “Ai fedeli Penitenti, e a quanti confessati e nutriti della Santa Comunione“. Faremo altresì conoscere con i fatti quanto sia infondata l’asserzione di chi, vivendo fuori della Comunione Cattolica, va affermando che l’Indulgenza sfianca e vanifica la Penitenza. E per non mostrarci eccessivamente fautori di chi afferma che i nostri ragionamenti e quelli che si faranno d’ordine Nostro sono troppo rigoristi, pensiamo di uniformarci a quanto scrisse all’inizio del Giubileo il celebre Padre Bourdaloue della Compagnia di Gesù (Sermoni, tomo 2, p. 517 e ss., seconda ed. di Parigi del 1709). – Quando eravamo a Bologna ed andavamo pubblicando di tratto in tratto le Nostre Istruzioni (che poi sono state raccolte in più volumi e recentemente sono state tradotte dall’italiano in latino in un solo volume in folio), nell’Istruzione 12 (tomo 3 dell’edizione italiana, che è la 53 nell’edizione latina), senza voler entrare nelle dispute teologiche, in occasione di una Indulgenza plenaria pubblicata dal Nostro Predecessore Clemente XII, invitammo ed esortammo i Nostri Diocesani ad aggiungere altre opere buone ed a compiere altri degni frutti di penitenza. Ad essi proponemmo il celebre insegnamento del Venerabile Cardinale Bellarmino, dal suo trattato De Indulgentiis (lib. I, cap. 12, § Ad tertium, tomo 2 delle Controversie)I virtuosi Cristiani ricevono le Indulgenze Pontificie in modo che ad un tempo cerchino di cogliere i degni frutti della Penitenza e di risarcire Dio dei loro peccati“. – Ad essi segnalai altresì quanto scrisse il Cardinale Pallavicino nella sua Storia del Concilio Tridentino (lib. 24, cap. 12, n. 6), cioè non essere vero che per le Indulgenze i Cristiani si rendono neghittosi nel soddisfare a Dio per le colpe commesse, in quanto, rimanendo sempre incerti se l’Indulgenza sia stata effettivamente acquisita, resta in molti lo stimolo di assicurarsela con nuovo costante impegno di opere salutari e penitenziali. D’altra parte le disposizioni per conseguire le Indulgenze con l’esercizio di opere buone accrescono la devozione e inducono a compierne altre, come dimostra l’esperienza quotidiana. – Bonifacio VIII prescrisse la devota visita delle Chiese ai Forestieri per 15 volte, ed ai Romani per 30 volte, come opera necessaria per conseguire la piena Indulgenza dell’Anno Santo, ma non omise d’inserire nella sua straordinaria antiquorum de pænitentiis et remissionibus, fra le benemerenze particolari: “Ciascuno tuttavia meriterà di più e conseguirà più efficacemente l’Indulgenza se visiterà le stesse Basiliche più volte e con la massima devozione“. Ciò senza dubbio porta un invito ed un’esortazione simili alle Nostre: oltre le opere prescritte, i Cristiani si sforzino di aggiungere altre opere meritorie, in conformità con lo spirito della Chiesa. Lo stesso viene pure indicato dall’antica formula di cui si sono serviti i Nostri Predecessori e di cui Noi ci serviamo ogniqualvolta si dà la solenne Benedizione al popolo, dopo la quale si concede l’Indulgenza plenaria; si prega Dio affinché conceda non solo “perseveranza nelle buone opere ma un cuore sempre penitente“:come a dire, un cuore sempre preparato ad aggiungere nuovi atti di penitenza per i peccati già commessi, ancorché possa lecitamente credere di esserne stato assolto nel Sacramento della Penitenza, quanto alla colpa ed alla pena eterna, e di esserne stato liberato quanto alla pena temporale per l’efficacia dell’Indulgenza plenaria.

29. Nelle Vite dei Nostri Predecessori Zaccaria e Pasquale, come si legge nella traduzione di Anastasio, si apprende che vicino al Vaticano erano stati eretti alcuni edifici, nei quali si accoglievano e si soccorrevano i pellegrini che venivano a visitare i Sepolcri degli Apostoli. Tali edifici sono stati rovinati e atterrati dalle disgrazie e dall’ingiuria degli uomini, ma la pietà dei Romani non ha tralasciato di aprirne molti altri in vari luoghi della Città, nei quali in ogni tempo, ma particolarmente nell’Anno Santo, si ricevono i poveri pellegrini che vengono a visitare i Sepolcri degli Apostoli per conseguire le sante Indulgenze. In tali locali essi sono trattati bene ed anche indirizzati alle opere buone da pii Sacerdoti.

Ecco quanto dovevamo comunicarti. Con pienezza di cuore impartiamo a Te e al gregge affidato alla Tua cura l’Apostolica Benedizione.

Da Castel Gandolfo, il 26 giugno 1749, anno nono del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII “QUAM ÆRUMNOSA”

Questa breve Enciclica considera i problemi ai quali andavano incontro gli emigranti italiani in America sul finire dell’ottocento, non solo di ordine pratico ed economico, ma soprattutto di natura spirituale potendo la loro anima soccombere alla mancanza di cibo spirituale, cioè della retta dottrina cattolica, e della grazia sacramentale per mancanza di operatori spirituali nel c. d. Nuovo mondo.. Il Santo Padre dava disposizioni e chiedeva consiglio ai Vescovi onde organizzare un soccorso valido per alleviare i bisogni spirituali e, per quanto possibile, anche materiali di tanti poveri italiani costretti ad emigrare in condizioni estremamente disagiate. Oggi purtroppo un problema ancora maggiore si presenta nei nostri territori, non solo italiani, ma in tutti quelli un tempo cattolici, venendo a mancare sia la dottrina cristiana, sia la grazia sacramentale, entrambe gestite da un falso clero (tranne qualche anziano e decrepito sacerdote validamente ordinato prima del 1968, spesso infettato o almeno sospetto, dal sottile veleno di un modernismo eretico e pagano. È vero che tutto questo era già stato previsto dai Profeti dell’Antico Testamento, a cominciare da Daniele, e poi dallo stesso divin Maestro citando appunto Daniele nel Vangelo di s. Matteo, e poi a seguire da San Paolo, San Pietro, ed in modo ancor più dettagliato da S. Giovanni nell’ultimo libro posto a chiusura della rivelazione divina (l’Apocalisse), ma certo fa un certo effetto vedere come davanti ai nostri occhi, manchi il vero pane di vita ai figli malati di inedia sacramentale della Chiesa, e la luce della dottrina apostolica a tanti “emigranti dal Cristianesimo” e smarriti in una landa di paganesimo teorico e pratico diffusa in tutto il pianeta creato da Dio per dargli gloria e meritare una eterna salvezza. Ma forti nella fede, aspettiamo tempi ancor più duri, sapendo che la Chiesa di Cristo non sarà mai demolita dalle porte degli inferi, come oggi sembra, ma rivivrà sempre più immacolata e rinnovata negli umani splendori nell’attesa di potersi ricongiungere nella gloria eterna alla Gerusalemme celeste per godere dell’unico vero Bene, la visione diretta dell’Amore divino scaturito dalla Trinità Santissima.

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Leone XIII
Quam ærumnosa

Lettera Enciclica

Quanto infelice e sventurata sia la condizione di coloro che ogni anno emigrano in massa dall’Italia verso le regioni dell’America per cercare mezzi di sussistenza, è così noto a voi che non è il caso di insistervi da parte Nostra. Anzi, voi vedete da vicino i mali da cui essi sono oppressi e che sono stati da molti di voi ricordati con dolore in frequenti lettere a Noi inviate. È deplorevole che tanti miseri cittadini italiani, costretti dalla povertà a mutar patria, incorrano spesso in angustie più gravi di quelle cui vollero sfuggire. E spesso alle fatiche di vario genere in cui si logora la vita del corpo, si aggiunge la rovina delle anime, assai più funesta. La stessa prima traversata degli emigranti è piena di pericoli e di sofferenze; molti infatti s’imbattono in uomini avidi, di cui diventano quasi schiavi e, stivati come mandrie nelle navi, e trattati in modo disumano, sono lentamente spinti alla degradazione della loro stessa natura. Quando poi approdano nei porti previsti, ignari della lingua e dell’ambiente, vengono addetti al lavoro quotidiano e si trovano esposti alle insidie degli speculatori e dei potenti a cui si erano sottomessi. Coloro poi che con il proprio spirito d’iniziativa riuscirono a procacciarsi quanto basta al proprio sostentamento, vivendo tuttavia tra chi non pensa ad altro che al bisogno e al vantaggio proprio, abbandonano a poco a poco i nobili sensi dell’umana natura e imparano a condurre la stessa vita di chi ha orientato tutte le speranze e tutti i progetti verso la terra. Da qui derivano spesso gli stimoli della cupidigia e gl’inganni delle sette, che costì di soppiatto assalgono la religiosità indifesa e trascinano molti sulla via che conduce alla perdizione. Tra questi mali, certo il più luttuoso consiste nel fatto che, in mezzo ad una così grande moltitudine di uomini, in tanta vastità di territori, e in difficili condizioni ambientali, non è facile che gli emigranti si trovino vicina come sarebbe giusto, la salutare assistenza dei ministri di Dio, i quali, conoscendo la lingua italiana, possano trasmettere loro la parola di vita, somministrare i sacramenti, recare quegli opportuni soccorsi dai quali la loro anima sia elevata alla speranza dei beni celesti e la loro vita spirituale sia sostenuta e fortificata. Perciò in tanti luoghi sono molto rari coloro che, in punto di morte, siano assistiti da un sacerdote; non sono rari i neonati a cui manca il sacerdote che infonda il lavacro rigeneratore; sono molti che contraggono matrimonio senza tenere in alcun conto le leggi della Chiesa, per cui la prole cresce simile al padre e così presso siffatti gruppi sociali i costumi cristiani sono cancellati nell’oblio e si sviluppano pessimi comportamenti. Riflettendo su tutto ciò e deplorando la misera sorte di tanti uomini, che come gregge privo di pastore vediamo errare per luoghi scoscesi e ostili, e insieme ricordando la carità e i dettami dell’eterno Pastore, ritenemmo Nostro dovere recare ad essi tutto l’aiuto possibile, offrire loro pascoli salutari e provvedere al loro bene e alla loro salvezza con tutti i mezzi che la ragione suggerisce. Tanto più volentieri abbiamo affrontato questa impresa, in quanto siamo sospinti dall’amore verso persone che hanno in comune con Noi la terra natale e Ci arride la speranza che non Ci verrà mai a mancare l’impegno vostro e la vostra cooperazione. Perciò avemmo cura che nella sacra Congregazione di Propaganda Fide si studiasse questo argomento. Ad essa demmo l’incarico di cercare e valutare i rimedi con cui sia possibile allontanare o almeno alleviare tanti mali e disagi, e di proporre a Noi il modo di realizzare compiutamente un tale proposito, mirando al duplice risultato di giovare alla salute delle anime e di lenire, per quanto possibile, i disagi degli emigranti. Poiché la causa principale dei mali crescenti sta nel fatto che a quegli infelici manca l’assistenza sacerdotale che amministra e accresce la grazia celeste, decidemmo di inviare costì dall’Italia numerosi sacerdoti, i quali possano confortare i loro conterranei con la lingua conosciuta, insegnare la dottrina della fede e i precetti di vita cristiana ignorati o dimenticati, esercitare presso di loro il salutare ministero dei sacramenti, educare i figli a crescere nella religione e in sentimenti di umanità, giovare infine a tutti, di qualunque grado, con la parola e con l’azione, assistere tutti secondo i doveri della missione sacerdotale. E affinché ciò possa compiersi più facilmente, con Nostra lettera sotto l’anello del Pescatore del 15 novembre dello scorso anno istituimmo l’Apostolico Collegio dei Sacerdoti presso la sede vescovile di Piacenza, sotto la direzione del venerabile Fratello Giovanni Battista vescovo di Piacenza, ove possano convenire dall’Italia gli ecclesiastici che animati dall’amore di Cristo, vogliano coltivare quegli studi, esercitare quelle funzioni e quella disciplina per cui possano con ardore e con successo andare in missione nel nome di Cristo, presso i lontani cittadini italiani, e diventare efficaci dispensatori dei misteri divini. Tra i discepoli di quel Collegio che abbiamo voluto fosse come un seminario di ministri di Dio per la salute degli Italiani che vivono in America, abbiamo voluto che fossero accolti ed educati anche i giovani provenienti dai vostri Paesi, nati da genitori italiani, purché, come chiamati dal Signore, desiderino essere iniziati agli ordini sacri, in modo che poi, fortificati dal sacerdozio e ritornati costà, sotto la vostra autorità pastorale possano svolgere quelle funzioni del ministero apostolico di cui vi sia necessità. Non dubitiamo affatto che al loro ritorno essi saranno da voi ricevuti con paterna carità e che otterranno le opportune facoltà di esercitare il sacro ministero presso i loro concittadini dopo aver avvertito il parroco; infatti essi verranno a voi come truppe ausiliarie affinché, sotto l’autorità di ciascuno di voi, nella cui diocesi si troveranno, si dedichino alla sacra milizia. Certamente nell’esordio della loro attività, questi aiuti non potranno essere copiosi quanto la situazione e il tempo richiedono, né l’opera di coloro che verranno inviati potrà essere all’altezza del numero e delle necessità dei fedeli, così che in ogni e più remoto luogo vi siano sacerdoti che abbiano cura delle anime. Perciò consideriamo un’ottima iniziativa se nelle diocesi che contano un maggior numero di immigrati dall’Italia, si costituiranno convitti di sacerdoti che, uscendo di là percorrano le regioni circostanti e le coltivino con sacre spedizioni. Toccherà poi alla saggezza vostra distinguere in che modo e in quali luoghi si possano più opportunamente fissare quei domicili. Ci siamo preoccupati di significare a voi, con questa lettera, tutto ciò che abbiamo ritenuto doveroso per la Nostra Provvidenza Apostolica. Se poi qualcuno di voi, o per sentimento e giudizio personale, o per opinioni maturate con i Fratelli, riterrà che da Noi si possa fare dell’altro a vantaggio e conforto di coloro per i quali abbiamo scritto questa lettera, sappia che Ci farà cosa gradita se sull’argomento riferirà in modo dettagliato alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide. Da questa iniziativa che abbiamo intrapreso per la cura e la salvaguardia di innumerevoli anime prive di ogni conforto della religione cattolica, Ci ripromettiamo copiosi frutti, soprattutto se, come confidiamo, si aggiungeranno a sostenere e a proteggere tale impresa le cure e le sovvenzioni di quei fedeli alla pietà dei quali corrispondono le ricchezze.,Per il resto, dopo aver pregato Dio misericordioso – che vuole tutti gli uomini salvi e in condizione di conoscere la verità – affinché sia propizio a questa impresa e le assicuri un prospero svolgimento, come testimonianza dell’intimo amore per voi, Venerabili Fratelli, per tutto il Clero e per i fedeli di cui siete guida, con grande affetto nel Signore impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 dicembre 1888, nell’anno undecimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XI “VIGILANTI CURA”

Si tratta di una lettera Enciclica della massima importanza, perché affronta un argomento che diventava allora, ed oggi ancor più, rovente e destabilizzante per la salute dell’anima degli esseri umani, in particolare per i Cristiani: la salvaguardia della moralità degli spettacoli cinematografici. Tali spettacoli, come ognuno sa, hanno raggiunto oggi un grado di amoralità elevatissimo con rappresentazione di atti dichiaratamente osceni e vergognosi, ben al di sotto dei più orripilanti istinti animaleschi, rappresentando sessualità esplicita di ogni tipo, etero ed omo sessuale, scene pedopornografiche di inaudita violenza, vere porcherie che farebbero rivoltare maiali e topi, mandrilli ed animali sottoposti ai più turpi istinti bestiali. Il tutto è catalogato poi come espressione “artistica” e coronato da premi prestigiosi che hanno oramai assunto risvolti vomitevoli proposti ad un pubblico di ogni età ed estrazione sociale, a cominciare dai cartoni animati pieni di messaggi occulti ed esplicite devianti scenografie. Tutto questo senza alcuna protesta da parte di genitori, associazioni varie, anzi con il beneplacito più o meno palese non solo delle combriccole di perdizione pseudo filantropiche, ma di strutture sedicenti religiose per lo più appartenenti all’area protestante-modernista. Che orrore! Si respira l’orrore di vomitevoli violenze ed oscenità in tutte le sale cinematografiche del mondo ove si entra pure con biglietti sempre più costosi così da rappresentare un simbolo elitario e progressista. L’elenco di spettacoli teatrali, musicali, cinematografici, con evidenti oscenità obbrobriose, scandalose, sarebbe troppo lungo e servirebbe solo a mostrare il terreno guadagnato nella odierna società dal “nemico dell’uomo” e dal paganesimo trionfante. Passiamo quindi alla lettura di questo documento che come una fragile diga di un fiume impetuoso, non è riuscito a frenare la rivolta dell’inferno contro il Cristianesimo vacillante degli ultimi secoli.

LETTERA ENCICLICA DI PAPA PIO XI 
SUL CINEMA

VIGILANTI CURA

Contesto storico

Vigilanza continua della Santa Sede

Nel seguire con occhio vigile, come richiede il nostro pastorale ufficio, l’opera benefica dei nostri confratelli nell’episcopato e di tutto il popolo fedele, ci è stato sommamente gradito l’intendere i frutti che ha già raccolti e i progressi che va tuttora facendo quella provvida impresa da oltre un biennio iniziata, quasi una santa crociata, contro gli abusi degli spettacoli cinematografici, affidata in modo particolare alla “Legione della decenza”. Questo ottimo esperimento ci porge ora la desiderata opportunità di manifestare, con maggiore ampiezza, il nostro pensiero sopra un argomento che riguarda da vicino la vita morale e religiosa di tutto il popolo cristiano. Anzitutto esprimiamo la nostra riconoscenza alla gerarchia degli Stati Uniti e ai fedeli suoi cooperatori per le importanti opere già compiute dalla “Legione della decenza” sotto la sua direzione e guida. Ed è la riconoscenza nostra tanto più viva, quanto più profonda era l’angoscia che sentivamo al riscontrare ogni giorno i tristi progressi – magni passus extra viam – dell’arte e dell’industria cinematografica nella rappresentazione del peccato e del vizio. Ogni qualvolta si è presentata l’occasione noi abbiamo ritenuto dovere del nostro altissimo ufficio di richiamare su ciò la sollecita attenzione non soltanto dell’episcopato e del clero, ma di tutte le persone rette e sollecite del pubblico bene. – Già nell’enciclica Divini illius Magistri, abbiamo lamentato che “questi potentissimi mezzi di divulgazione (come il cinema), che possono riuscire, se ben governati da sani principi, di grande utilità all’istruzione ed educazione, vengono purtroppo spesso subordinati all’incentivo delle male passioni ed all’avidità del guadagno”. E nell’agosto 1934, rivolgendoci ad una rappresentanza della Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica, dopo avere rilevato la grandissima importanza che questo genere di spettacoli ha raggiunto ai nostri giorni e la influenza larghissima che esercita sia nel promuovere il bene, sia nell’insinuare il male, ricordavamo, infine, che bisogna pur applicare al cinema, perché non attenti continuamente alla morale cristiana, o semplicemente umana, secondo la legge naturale, “la concezione che deve reggere e regolare il grande dono dell’arte. Ora, l’arte ha quale compito suo essenziale, e come la sua stessa ragione d’essere, quella di essere perfettiva dell’entità morale che è l’uomo, e perciò deve essere essa stessa morale”. E concludevamo, fra la manifesta approvazione di quelle elette persone – ancora ci è caro ricordarlo – col raccomandare la necessità di rendere il cinema “morale, moralizzatore, educatore”. Ed anche recentemente, nell’aprile cioè del corrente anno, ricevendo in gradita udienza un gruppo di delegati del Congresso Internazionale della Stampa Cinematografica, tenutosi in Roma, prospettavamo di nuovo la gravità del problema: caldamente esortavamo tutte le persone di buona volontà a nome della religione non solo, ma anche a nome del vero benessere morale e civile dei popoli, perché si adoperassero con ogni mezzo che fosse in loro potere, quale appunto la stampa, affinché il cinema possa diventare davvero un coefficiente prezioso di istruzione e di educazione, e non già di distruzione e di rovina per le anime. – Sennonché, l’argomento è di tanta gravità per se stesso, e per le condizioni presenti della società, che crediamo necessario ritornarvi sopra; né solo con raccomandazioni particolari come nelle occasioni precedenti, ma con riguardo universale, al bisogno cioè non delle sole vostre diocesi, Venerabili Fratelli, ma di tutto l’orbe cattolico. È necessario, infatti, e urgente il provvedere che, anche in questa parte, i progressi dell’arte, della scienza e della stessa perfezione tecnica e industria umana, come sono veri doni di Dio, così alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime siano ordinati, e servano praticamente all’estensione del regno di Dio in terra, affinché tutti, come ci fa pregare la santa Chiesa, profittiamo di essi in modo da non perdere i beni eterni: Sic transeamus per bona temporalia ut non amittamus aeterna (orazione della terza domenica dopo Pentecoste).

L’esperienza americana

Ora è certo, e da tutti riscontrato agevolmente, che i progressi dell’arte e industria cinematografica, quanto più meravigliosi erano divenuti, tanto più perniciosi ed esiziali si mostravano alla moralità ed alla religione; anzi alla onestà stessa della convivenza civile. Ciò riconobbero gli stessi dirigenti dell’industria negli Stati Uniti, quando confessarono la responsabilità loro propria, di fronte al pubblico, anzi alla società intera; mentre nel marzo 1930, con un libero atto, posto di comune accordo, solennemente sancito dalle loro firme e promulgato per la pubblica stampa, presero insieme un impegno solenne di tutelare nell’avvenire la moralità dei frequentatori del cinema. In questo codice si dava la promessa che non verrebbe mai più prodotto nessun film atto ad abbassare il livello morale degli spettatori, o tale da porre in discredito la legge naturale e umana, o da ingenerare simpatia per la violazione di essa. Sennonché, nonostante una sì saggia determinazione spontaneamente presa, i responsabili si mostrarono incapaci di attuarla, e i produttori apparvero non disposti a sottostare ai principi che si erano obbligati ad osservare. Essendosi, perciò, l’impegno suddetto dimostrato scarsamente efficace e continuandosi nel cinema l’esibizione del vizio e del delitto, sembrava ormai quasi preclusa la via dell’onesto svago mediante i film. In questa crisi, voi, o Venerabili Fratelli, foste fra i primi a studiare come si potevano tutelare le anime di coloro che erano affidati alle vostre cure, e deste inizio alla “Legione della decenza”, come a una crociata per la pubblica moralità, intesa a ravvivare gli ideali dell’onestà naturale e cristiana. Lungi da voi ogni pensiero di danneggiare l’industria cinematografica: anzi indirettamente la premuniste dalle rovine, alle quali sono esposte le forme ricreative che vanno degenerando in corruzione dell’arte. – Le vostre direttive suscitarono la pronta e devota adesione dei vostri fedeli: e milioni di Cattolici americani sottoscrissero l’impegno della “Legione della decenza”, obbligandosi a non assistere a nessun film che riuscisse di offesa alla morale cattolica e alla corretta norma di vita. Così possiamo dire con gioia che pochi problemi degli ultimi tempi hanno unito tanto strettamente Vescovi e popolo, quanto siffatta collaborazione a questa santa crociata. Né solamente Cattolici, ma ragguardevoli protestanti, israeliti ed altri molti, accettarono la vostra iniziativa e si unirono ai vostri sforzi per ridare sagge norme, artistiche e morali, al cinema. Ci è di sommo conforto il rilevare il notevole successo della crociata, perché il cinema, sotto la vostra vigilanza e la pressione esercitata dall’opinione pubblica, ha presentato un miglioramento dal lato morale. Delitti e vizi vennero riprodotti meno di frequente; il peccato non venne più così apertamente approvato ed acclamato; non si presentarono più in maniera così proterva false norme di vita all’animo tanto infiammabile della gioventù. Sebbene in alcuni circoli si fosse predetto che i pregi artistici del cinema sarebbero stati gravemente danneggiati dalle insistenze della “Legione della decenza”, pare tuttavia che avvenga proprio il contrario. Infatti, esse hanno dato non piccolo impulso agli sforzi per avviare sempre più il cinema a nobiltà di intendimenti artistici, indirizzando alla riproduzione di opere classiche e a spettacoli originali di non comune pregio. E neppure gli investimenti finanziari dell’industria cinematografica risentirono danno, come era stato gratuitamente predetto; giacché molti, che erano rimasti lontani dal cinema per le offese alla morale, ritornarono a frequentarlo, quando poterono vedere proiettate vicende oneste, non offensive dei retti costumi né pericolose per la virtù cristiana. Quando s’iniziò la vostra crociata, fu detto che gli sforzi di essa sarebbero stati poco durevoli, e gli effetti del tutto transitori, perché, diminuita a poco a poco la vigilanza dei Vescovi e dei fedeli, i produttori sarebbero stati nuovamente liberi di ritornare ai metodi di prima. È facile capire perché alcuni di costoro desiderino poter ritornare ai soggetti equivoci, che eccitano le basse passioni e che voi avete proscritto. Mentre la produzione di film realmente artistici, di vicende umane virtuose, richiede sforzo intellettuale, fatica, abilità e, talvolta, un più notevole dispendio, al contrario riesce spesso relativamente facile provocare il concorso al cinema di certe persone e categorie sociali con film che accendano le passioni e sveglino gli istinti inferiori latenti nei cuori umani. Invece, una incessante e universale vigilanza deve persuadere i produttori che non si è dato inizio alla “Legione della decenza” come ad una crociata effimera, la quale possa venire presto trascurata e dimenticata, ma perché i Vescovi degli Stati Uniti intendono tutelare ad ogni costo la moralità della ricreazione del popolo, in ogni tempo e sotto qualunque forma avvenga. La ricreazione, infatti, nelle sue molteplici forme, è divenuta ormai una necessità per la gente che si affatica nelle occupazioni della vita; ma essa dev’essere degna dell’uomo ragionevole, e perciò sana e morale; deve sollevarsi al grado di un fattore positivo di bene e suscitatore di nobili sentimenti. Un popolo che nei suoi momenti di riposo si dedica a divertimenti che offendono il retto senso del decoro, dell’onore, della morale, a ricreazioni che riescono occasione di peccato, specialmente per i giovani, si trova in grave pericolo di perdere la sua grandezza e la stessa potenza nazionale.

Parte dottrinale

L’importanza e il potere del cinema

È indiscutibile che fra i divertimenti moderni il cinema ha preso negli ultimi anni un posto d’importanza universale. Né occorre far notare come siano milioni le persone che assistono giornalmente agli spettacoli cinematografici; come in sempre maggior numero si vadano aprendo le sale per tali spettacoli presso tutti i popoli sviluppati e in via di sviluppo, come infine il cinema sia diventato la più popolare forma di divertimento, che si offra, per i momenti di svago, non solamente ai ricchi, ma a tutte le classi della società. D’altra parte non si dà oggi mezzo più potente del cinema ad esercitare influsso sulle moltitudini, sia per la natura stessa delle immagini proiettate sullo schermo, sia per la popolarità dello spettacolo cinematografico, infine per le circostanze che l’accompagnano. La potenza del cinema sta in ciò, che esso parla mediante immagini. Esse, con grande godimento e senza fatica, sono mostrate ai sensi anche di animi rozzi e primitivi, che non avrebbero la capacità o almeno la volontà di compiere lo sforzo dell’astrazione e della deduzione, che accompagna il ragionamento. Anche il leggere, o l’ascoltare, richiedono uno sforzo, che nella visione cinematografica è sostituito dal piacere continuato del succedersi delle immagini concrete e, per così dire, viventi. Nel cinema parlato si rafforza questa potenza, perché la comprensione dei fatti diviene ancora più facile e il fascino della musica si collega con lo spettacolo. – Purtroppo, i balli e i varietà, che talvolta s’introducono negli intermezzi, accrescono l’eccitamento delle passioni. Che se il cinema è veramente lezione di cose, che ammaestra in bene o in male, più efficacemente, per la maggiore parte degli uomini, dell’astratto ragionamento, occorre che essa sia elevata ai fini di una coscienza cristiana, e liberata degli effetti depravanti e demoralizzanti. Tutti sanno quanto danno producono i film cattivi nelle anime. Essi divengono occasioni di peccato; inducono i giovani nelle vie del male, perché sono la glorificazione delle passioni; espongono sotto una falsa luce la vita; offuscano gli ideali; distruggono il puro amore, il rispetto per il matrimonio, l’affetto per la famiglia. Possono altresì creare facilmente pregiudizi fra gli individui e dissidi fra le nazioni, fra le classi sociali, fra le intere razze. D’altro canto, i buoni film possono invece esercitare un’influenza profondamente moralizzatrice sugli spettatori. Oltre a ricreare, possono suscitare nobili ideali di vita, diffondere preziose nozioni, fornire maggiori conoscenze della storia e delle bellezze del proprio e dell’altrui paese, presentare la verità e la virtù sotto una forma attraente, creare, o per lo meno favorire, una comprensione fra le nazioni, le classi sociali e le stirpi, promuovere la causa della giustizia, ridestare il richiamo della virtù e contribuire quale aiuto positivo al miglioramento morale e sociale del mondo.

La popolarità e l’impatto del cinema

Queste considerazioni acquistano tanto maggiore gravità da ciò, che il cinema parla non a singoli, ma alle moltitudini, ed in circostanze di tempo, di luogo, di ambiente quanto mai propizie a suscitare non comune entusiasmo per il bene, come per il male, e a condurre a quella esaltazione collettiva, che può assumere – come l’esperienza purtroppo insegna – forme addirittura morbose. Le immagini cinematografiche sono, infatti, mostrate a gente che sta seduta in una sala oscura, ed ha le facoltà fisiche e spirituali per lo più rilassate. Non c’è bisogno di recarsi a cercare lontano queste sale; esse sono attigue alle case, alle chiese e alle scuole del popolo, sicché il cinema viene ad avere un influsso della massima importanza nella vita quotidiana. Inoltre, le vicende raffigurate nel cinema sono svolte da uomini e donne particolarmente scelti e per le loro doti naturali e per l’uso di espedienti tali, che possono anche divenire strumento di seduzione, soprattutto per la gioventù. Il cinema vuole per di più, a suo servizio, il lusso delle scenografie, la piacevolezza della musica, il realismo inverecondo, ed ogni forma di capriccio nello stravagante. E per ciò stesso il suo fascino si esercita con particolare attrattiva sui giovani, sugli adolescenti e sulla stessa infanzia. Così, proprio nell’età in cui si sta formando il senso morale e si vanno svolgendo le nozioni ed i sentimenti di giustizia e di rettitudine, dei doveri e degli obblighi, degli ideali della vita, il cinema, con la sua diretta propaganda, prende una posizione schiettamente preponderante. E, purtroppo, oggi, molto frequentemente la prende in male. Sicché al pensare a tanta strage di anime di giovani e di fanciulli, a tante innocenze che si perdono proprio nelle sale cinematografiche, viene alla mente la terribile condanna di nostro Signore contro i corruttori dei piccoli: Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare (Mt XVIII,6).

La necessità della vigilanza

E, dunque, una delle necessità supreme del nostro tempo vigilare e lavorare perché il cinema non sia più scuola di corruzione, ma si trasformi anzi in prezioso strumento di educazione ed elevazione dell’umanità. E qui ricordiamo con compiacenza che qualche governo, impensierito dell’influenza del cinema nel campo morale ed educativo, ha creato, mediante persone probe ed oneste, e specialmente padri e madri di famiglia, apposite commissioni di censura, come pure ha costituito organismi di indirizzo della produzione cinematografica, cercando di ispirarla a opere nazionali di grandi poeti e scrittori. Pertanto, se era sommamente giusto e conveniente che voi, Venerabili Fratelli, esercitaste una speciale vigilanza sopra l’industria cinematografica del vostro paese, che è particolarmente progredita ed ha non poca influenza nelle altre parti del mondo, è peraltro dovere dei vescovi di tutto l’orbe cattolico di unirsi, per vigilare su questa universale e potente forma di divertimento e insieme d’insegnamento, per far valere come motivo di proibizione l’offesa al sentimento morale e religioso e tutto ciò che è contrario allo spirito cristiano ed ai suoi principi morali, non stancandosi di combattere quanto contribuisce ad attenuare nel popolo il senso della virtù e dell’onore. Tale obbligo spetta non solo ai vescovi, ma altresì ai fedeli ed a tutti gli uomini onesti, amanti del decoro e della santità della famiglia, della nazione, e in generale della società umana.

Conseguenze pratiche

Gli standard della produzione

Vediamo ora in che cosa deve consistere questa vigilanza. L’aspetto morale del problema della produzione dei film sarebbe risolto alla radice, se ci fosse modo di avere una produzione cinematografica informata pienamente ai principi della morale cristiana. Non sarà mai troppo ampia la nostra lode a tutti quelli che si sono dedicati, o si dedicheranno, al nobilissimo intento di elevare il cinema ai fini dell’educazione, e alle esigenze della coscienza cristiana, adoperandosi a questo scopo con competenza di tecnici, e non di dilettanti, per evitare ogni perdita di forze e di denaro. Ma poiché sappiamo quanto sia difficile organizzare tale industria, specialmente per ragioni di ordine finanziario, e siccome d’altra parte occorre influire su tutta la produzione perché essa non compia opera dannosa ai fini religiosi, morali e sociali, è necessario che i pastori di anime vigilino sui film prodotti ed offerti universalmente al popolo cristiano. Circa l’industria stessa dei film, Noi esortiamo i Vescovi di tutti i paesi, ma in modo speciale voi, Venerabili Fratelli, a far appello a quei Cattolici che hanno una partecipazione a questa industria. Pensino essi seriamente ai loro doveri ed alle responsabilità che hanno, come figli della Chiesa, di usare della loro ingerenza ed autorità perché i film, che essi producono, o aiutano a produrre, siano conformi ai principi di sana moralità. Il numero dei Cattolici che sono esecutori, direttori, autori o attori nei film non è piccolo, e purtroppo la loro ingerenza nella produzione di essi non è stata sempre in accordo con la loro fede e con i loro ideali. Voi, o Venerabili Fratelli, farete bene ad impegnarli perché mettano la loro professione in accordo con la loro coscienza di uomini rispettabili e di seguaci di Gesù Cristo. Anche per questo, come per ogni altro campo di apostolato, i pastori di anime troveranno certamente degli ottimi cooperatori in coloro che militano nelle file dell’Azione Cattolica; ai quali non possiamo mancare di rivolgere in questa lettera Un caldo appello, perché vi prestino tutto il loro contributo e la loro operosità senza stancarsi o venir mai meno.

Gli obblighi morali

Di tempo in tempo, i vescovi faranno bene a ricordare all’industria cinematografica che essi, tra le cure del loro pastorale ministero, devono adoperarsi ad ogni forma di onesta e sana ricreazione, perché sono tenuti a rispondere dinanzi a Dio della moralità del loro popolo, anche quando si diverte. Il loro sacro ministero li obbliga a dire chiaro e aperto che un divertimento malsano e impuro distrugge le fibre morali di una nazione. Ricordino, altresì, all’industria cinematografica che quanto essi chiedono non riguarda solo i Cattolici, ma tutto il pubblico del cinema. – In particolare voi, Venerabili Fratelli degli Stati Uniti, giustamente potete insistere su ciò che dicemmo, avere l’industria cinematografica del vostro paese riconosciuta la propria responsabilità di fronte alla società. Procurino, poi, i Vescovi di tutto il mondo di lumeggiare agli industriali del cinema che una forza così potente e universale può essere utilmente indirizzata ad un altissimo scopo di miglioramento individuale e sociale. Perché, infatti, si deve far solo questione di evitare il male? I film non devono riuscire un semplice divertimento, né occupare soltanto ore frivole e oziose, ma possono e devono con la loro magnifica forza illuminare e positivamente indirizzare al bene.

Proposte concrete

La promessa

Ed ora, attesa la gravità della materia, riteniamo opportuno scendere ancora a qualche indicazione pratica. Anzitutto, come già abbiamo accennato, tutti i pastori di anime procureranno di ottenere dai loro fedeli che facciano ogni anno, come i loro confratelli americani, la promessa di astenersi da film che offendano la verità e la morale cristiana. Questo impegno o questa promessa può farsi specialmente nelle Chiese o nelle scuole, e con la premurosa cooperazione dei padri e delle madri di famiglia, cui in ciò incombe la responsabilità. I Vescovi potranno altresì valersi a questo scopo della stampa cattolica, la quale illustrerà la bellezza e l’efficacia della promessa di cui si tratta.

La classificazione dei film

L’adempimento di questa promessa esige che il popolo conosca chiaramente quali film sono leciti per tutti e quali leciti con riserve, quali sono dannosi o positivamente cattivi. Il che richiede che, il più spesso possibile, vengano redatti e stampati appositi elenchi dei film classificati, in modo da portarli a notizia di tutti. Sarebbe in sé desiderabile che si potesse stabilire una lista unica per tutto il mondo, perché per tutti vige una stessa legge morale. Sennonché, trattandosi di spettacoli che toccano tutte le classi della società, grandi e piccoli, dotti e ignoranti, è chiaro che il giudizio su di essi non può essere dappertutto lo stesso. Infatti, le circostanze, gli usi e le forme variano nei vari paesi: perciò non sembra cosa pratica stabilire una sola lista per tutto il mondo. Tuttavia, se in ogni nazione si pubblicherà un proprio elenco dei film distinti per classi, come sopra abbiamo detto, in tal caso vi si segua una conveniente norma comune.

Gli uffici nazionali

Perciò è del tutto necessario che in ogni Paese i Vescovi istituiscano un ufficio permanente nazionale di revisione, con lo scopo di promuovere i film buoni, classificare tutti gli altri e farne giungere i giudizi ai sacerdoti ed ai fedeli. Esso molto opportunamente potrà venire affidato agli organismi centrali dell’Azione Cattolica, la quale, appunto, dipende dai Vescovi. In ogni caso, però, è necessario sia bene stabilito che l’opera di classificazione, per riuscire efficace ed organica, deve essere nazionale e curata da un unico centro responsabile. Qualora, poi, gravissime ragioni locali lo richiedessero veramente, i Vescovi nella propria diocesi, per mezzo delle loro commissioni diocesane di revisione, potranno, sulla stessa lista nazionale – che deve applicare norme adattabili a tutta la nazione – far uso di criteri più severi, come può richiederli l’indole della regione, censurando anche dei film che fossero ammessi nella lista nazionale. Il menzionato ufficio curerà inoltre l’organizzazione dei cinema esistenti presso le parrocchie o in sedi di associazioni cattoliche, in modo da assicurare a queste sale dei film opportunamente riveduti. Mediante l’organizzazione poi di tali sale, che per l’industria rappresentano spesso dei buoni clienti, si potrà esigere che la stessa industria produca film corrispondenti pienamente ai nostri principi, i quali saranno poi facilmente proiettati non soltanto nelle sale cattoliche ma anche nelle altre. Comprendiamo che l’impianto di un tale ufficio esigerà non piccoli sacrifici e rilevanti spese per i cattolici. Tuttavia, la grande importanza del cinema e la necessità di tutelare la moralità del popolo cristiano, ed anche la moralità dell’intera nazione, rende questo sacrificio più che giustificato. L’efficacia, infatti, delle nostre scuole, delle nostre associazioni cattoliche ed anche delle nostre Chiese viene menomata e messa in pericolo dalla piaga dei film cattivi e perniciosi. L’ufficio deve essere costituito da membri che tanto siano competenti in ciò che riguarda il cinema quanto radicati nei principi della moralità e della dottrina cristiana; essi dovranno, inoltre, avere la guida e l’assistenza diretta di un sacerdote scelto dai Vescovi.

La cooperazione internazionale

Opportune intese o scambi di indicazioni e di informazioni fra gli uffici dei vari Paesi potranno rendere più efficace ed armonica l’opera di revisione dei film, pur tenendo conto delle condizioni e circostanze diverse. Così, infatti, si potrà, mediante il concorso di tutti gli scrittori cattolici, raggiungere una mirabile unità di idee, di giudizi e di azione. Questi uffici approfitteranno opportunamente non solo delle esperienze fatte negli Stati Uniti, ma anche del lavoro nel campo cinematografico compiuto dai Cattolici di altri paesi. Qualora, poi, i membri di questo ufficio – con tutte le migliori intenzioni e disposizioni – dessero in qualche difetto, come avviene in tutte le cose umane, sarà cura dei Vescovi, nella loro prudenza pastorale, e ripararlo nel modo più efficace, e tutelare quanto è possibile l’autorità e la stima dell’ufficio stesso, rafforzandolo con qualche membro più autorevole o sostituendo quelli che si fossero dimostrati meno atti a sì delicata mansione. Se tutti i Vescovi accetteranno la loro parte nell’esercitare tale onerosa vigilanza sul cinema – del che noi non dubitiamo, giacché conosciamo bene il loro zelo pastorale – certo compiranno una grande opera per la tutela della moralità del loro popolo nelle ore di svago e di ricreazione. Essi meriteranno l’approvazione e la cooperazione di tutti, cattolici e non cattolici, contribuendo così ad assicurare l’avviamento di questa grande potenza internazionale, che è il cinema, all’alto intento di promuovere i più nobili ideali e le più rette norme di vita. Ad avvalorare pertanto questi voti ed auguri, che ci sgorgano dal cuore paterno, noi imploriamo l’ausilio della grazia divina; in auspicio della quale impartiamo, con effusione di animo, a voi, Venerabili Fratelli, ed al clero e popolo a voi affidato, l’Apostolica Benedizione.

Roma, S. Pietro, 29 giugno, in occasione della Festa dei SS. Pietro e Paolo, 1936, XV anno del nostro Pontificato.

PIUS PP. XI