UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XI – “RERUM OMNIUM PERTUBATIONEM”

La lettera Enciclica che segue, è un breve panegirico di un grande santo dell’epoca moderna, S. Francesco di Sales, un santo che, lottando strenuamente contro gli eretici calvinisti, avrebbe gettato le basi per una riscossa religiosa di una Francia uscita dalle rovine materiali e morali e ferita mortalmente dalla rivoluzione massonica anticattolica del 1789. La sua profonda e viva spiritualità sarebbe poi maturata in una scuola spirituale con il de Berulle, l’Olier, l’Oratorio francese del 700, che annoverera’ Santi del calibro di S. Giovanni M. Vianney, S. Giovanni Eudes, S. Luigi Grignion de Montfort, S. Giovanni Bosco e tanti teologi, moralisti e mistici “partoriti” dal seminario parigino di S. Sulpizio. Il santo Padre Ratti, Pio XI, ne tesse qui le giuste lodi, additandolo a modello di vita spirituale per i sacerdoti ed i fedeli. In particolare sottolinea il dovere che il Santo Vescovo proponeva ai suoi seguaci nella fede e a tutti i Cattolici, di tendere alla perfezione della vita cristiana ed alla Santità, a tutti accessibile, che essa procura. Il Santo Padre vuol così lasciare intendere che lo studio e la pratica della teologia ascetica e mistica, come esposta da S. Francesco di Sales nelle sue opere più conosciute e giustamente da tutti lodate, si impone come mezzo di santità per tutti – ognuno nel suo stato di vita – e di salvezza eterna. Tendere alla perfezione cristiana è santità a tutti possibile, anzi indispensabile per ottenere l’eterna salvezza, e chi non aspira ad essa non ama né la propria anima, né Dio né il proprio simile, ed in eterno perirà. Qui non c’è spazio per il libertinaggio modernista ed il paganesimo imposto dalle logge massoniche attraverso la falsa chiesa del “novus ordo” e i satelliti finto-tradizionalisti, sempre più svelata e che mostra la sua vera identità di sinagoga di satana, infiltrata com’è da apostati, truffaldini prelati di ogni risma, usurpanti indegnamente cattedre e cariche ecclesiali e che sbandierano ipocritamente la misericordia per tutti i peccatori incalliti, senza pentimento e senza proposito di emendarsi e convertirsi, in realtà idea gnostica di “scintilla divina” che ritorna nell’Ensof, nel nulla universale (o se preferite “cabalistico”) dal quale proviene, senza che sia implicata la redenzione,  la vita illibata e non peccaminosa, ed escludendo per questo inferno o paradiso, la pena eterna per gli empi o la beatitudine senza fine per i buoni Cristiani. La gnosi soppianta la Dottrina cristiana, ecco il senso della misericordia satanica del “Novus Ordo”, contrapposta all’idea di vita nella santità, quindi vissuta in vista della salvezza, raggiungibile solo nella Chiesa Cattolica, quella “vera”, fondata e sostenuta da Gesù Cristo e contro la quale le immondezze del Novus Ordo e della kazaro-massoneria mondiale … non prævalebunt. Solo di passaggio segnaliamo la tremenda stoccata, che non ha bisogno di commento, per i “cani sciolti” sedevacantisti ed per i disobbedienti fallibilisti della loggia di Sion-Ecône, “ … che nella Chiesa di Cristo non si può neppure pensare un’autorità data senza legittimo mandato”. Infine l’idea a noi particolarmente cara e che abbiamo adottato per le nostre pubblicazioni: « … ma vorremmo che da queste solenni ricorrenze precipuo vantaggio ritraessero tutti quei Cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina. Ad essi è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. … Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità … », per cui San Francesco di Sales viene proclamato Dottore della Chiesa e Patrono degli scrittori cattolici; e noi altri, modestissimi difensori della dottrina e della Chiesa di Cristo, a lui guardiamo ed a lui ci ispiriamo, come modello di “martello degli eretici” e di perfezione cristiana e santità.

LETTERA ENCICLICA
RERUM OMNIUM PERTURBATIONEM
DI SUA SANTITA’
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA


SU SAN FRANCESCO DI SALES



Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Esaminando nella Nostra recente Enciclica lo scompiglio in cui si dibatte oggi il mondo, al fine di adottare l’opportuno rimedio a tanto male, ne scorgemmo la radice nell’anima stessa degli uomini, e ne vedemmo l’unica speranza di guarigione nel ricorso all’opera del divino Medico nostro Gesù Cristo per mezzo della santa Chiesa. Si tratta infatti d’imporre un freno alla smoderatezza delle cupidigie, prima origine delle guerre e delle contese, dissolvitrice non meno dei vincoli sociali che delle relazioni internazionali; di stornare dai beni transitori di quaggiù le mire degli individui per rivolgerle ai beni imperituri troppo trascurati dalla maggior parte degli uomini. Che se ognuno si proporrà di attenersi fedelmente al proprio dovere, subito si verificherà il miglioramento della società. E a questo tende appunto la Chiesa col suo Magistero e ministero: cioè ad istruire gli uomini con la predicazione delle verità divinamente rivelate e a santificarli con la copiosa infusione della grazia divina; argomentandosi in tal guisa di richiamare alla primitiva prosperità questa stessa società civile da lei un giorno plasmata secondo lo spirito cristiano, ogni qual volta la vede allontanarsi dal retto cammino. – E ad una tale opera di comune santificazione la Chiesa attende con la maggiore efficacia, quando, per benigno dono del Signore, può proporre all’imitazione dei fedeli or questo or quello dei suoi figli più cari, che riuscirono insigni nell’esercizio di tutte le virtù. E ciò fa secondo l’indole tutta sua propria, costituita com’è da Cristo suo Fondatore, santa in se stessa e sorgente di santità; mentre quanti si affidano alla guida del suo magistero debbono per volere di Dio tendere vigorosamente alla santità della vita. «Questa è la volontà di Dio», dice San Paolo, « la vostra santificazione» (1); e quale debba essere questa santificazione dichiarò lo stesso Signore: « Siate dunque perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste» (2). Né si creda già che l’invito sia rivolto solo ad alcune poche anime privilegiate, e che gli altri possano rimanersene contenti di un grado inferiore di virtù. Al contrario, come appare dal tenore delle parole, la legge è universale e non ammette eccezione; d’altra parte, quella moltitudine di anime di ogni condizione ed età, le quali come attesta la storia, toccarono l’apice della perfezione cristiana, sortirono le medesime debolezze della nostra natura e dovettero superare i medesimi pericoli. Tant’è vero, come dice ottimamente Sant’Agostino, che « Dio non comanda l’impossibile; ma quando comanda, avverte di fare ciò che si può e di domandare ciò che non si può » (3). – Orbene, Venerabili Fratelli, la solenne commemorazione, celebratasi l’anno passato, del terzo centenario dalla canonizzazione dei cinque grandi santi Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri, Teresa di Gesù ed Isidoro Agricoltore, giovò non poco a rinfervorare nei fedeli l’amore alla vita cristiana. Ed ora, ecco ricorrere con felice augurio il terzo centenario della nascita al cielo di un altro grande Santo, il quale rifulse non solo per l’eccellenza delle virtù da lui stesso esercitate, ma anche per la perizia nel guidare le anime nella scuola della santità. Intendiamo parlare di San Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra e Dottore della Chiesa; il quale, come già quei luminari di perfezione e sapienza cristiana poc’anzi ricordati, parve inviato da Dio, per opporsi all’eresia della Riforma, origine di quell’apostasia della società dalla Chiesa i cui dolorosi e funesti effetti ogni animo onesto oggi deplora. Oltre a ciò, sembra che il Sales sia stato donato da Dio alla Chiesa per un intento particolare: per smentire cioè il pregiudizio, fin d’allora già in molti radicato e oggi non ancora estirpato, che la vera santità, quale viene proposta dalla Chiesa, o non si possa conseguire, o almeno sia così difficile raggiungerla da sorpassare la maggioranza dei fedeli ed essere riservata unicamente ad alcuni pochi magnanimi; che per di più sia impastoiata di tante noie e fastidi da non potersi affatto adattare a chi vive fuori del chiostro.  – Pertanto il venerato Nostro antecessore Benedetto XV, parlando di quei cinque Santi ed accennando alla prossima commemorazione della morte beata di San Francesco di Sales, manifestò il desiderio di parlarne di proposito in un’Enciclica al mondo intero. E Noi ben volentieri adempiamo a questo desiderio come ad una cara eredità ricevuta dal Nostro antecessore; spinti inoltre dalla speranza che i frutti delle feste poc’anzi celebrate vengano compiuti e coronati dai frutti di questa nuova commemorazione. – Chi studia attentamente la vita del Sales, troverà che, fin dai primi anni, egli fu modello da una santità non austera e cupa, ma amabile e accessibile a tutti, potendosi con tutta verità dire di lui: « La sua conversazione non ha nulla di amarezza, né il convivere con lui dà tedio, ma letizia e gioia» (4). Adorno di ogni virtù, brillava tuttavia per una dolcezza di animo così propria da poterla rettamente dire la sua virtù caratteristica; dolcezza però ben diversa da quell’amabilità artefatta che consiste tutta nella ricercatezza dei modi e nello sfoggio di un’affabilità cerimoniosa, e affatto aliena sia dall’apatìa, che di nulla si commuove, sia dalla timidità che non ardisce, anche quando bisogna, indignarsi. Tale virtù, germogliata nel cuore del Sales come frutto soavissimo della carità, nutrita in lui dallo spirito di compassione e di accondiscendenza, ne temprava con la sua dolcezza la gravità dell’aspetto e ne illeggiadriva la voce ed il gesto in modo da conciliargli presso tutti la più affettuosa riverenza. – Sono note la sua facilità nell’ammettere e l’amabilità nel ricevere ognuno, ma particolarmente i peccatori e gli apostati che gli affluivano in casa per riconciliarsi con Dio ed emendare la vita; le sue predilezioni per i poveri carcerati, che cercava di consolare con mille iniziative caritatevoli nelle frequenti sue visite; la grande indulgenza con la quale soleva trattare con i propri domestici, tollerandone con eroica loganimità le lentezze e le sbadataggini. La qual dolcezza d’animo non gli venne mai meno per variare o di persone o di tempi o di circostanze, ora prospere ora avverse; né mai gli eretici stessi, per quanto lo molestassero, ebbero a sperimentarlo meno affabile o meno accessibile. Quando, sacerdote da un anno appena, senza badare alle opposizioni del padre, si offerse spontaneamente per procurare la riconciliazione del Chiablese con la Chiesa e ben volentieri venne esaudito dal Granier, Vescovo di Ginevra, grande fu certo lo zelo che dimostrò, niuna fatica ricusando, niun pericolo fuggendo, nemmeno di morte; ma ad ottenere la conversione di tante migliaia di persone, meglio della sua grande dottrina e della sua vigorosa eloquenza, gli valse l’inalterata sua dolcezza nel compimento degli svariati uffici del sacro ministero. Solito ripetere quella sentenza memorabile, che « gli Apostoli non combattono se non con i patimenti, non trionfano se non con la morte», è difficile dire con qual vigore e costanza promuovesse la causa di Gesù Cristo nel Chiablese. Fu visto allora correre per valli profonde e arrampicarsi per gole scoscese allo scopo di portare a quei popoli il lume della fede ed il conforto della speranza cristiana; sfuggito, correr loro dietro chiamandoli a gran voce; respinto brutalmente, non darsi per vinto; minacciato, ritentare l’impresa; cacciato spesso dagli alberghi, passare le notti tra le nevi e a cielo scoperto; celebrare anche quando nessuno volesse intervenire; continuare la predica, anche quando gli uditori l’uno dopo l’altro se ne andavano quasi tutti, senza perdere mai nulla della sua serenità d’animo, dell’amabile sua carità verso gli ingrati; e con ciò finalmente espugnare la resistenza degli avversari più ostinati. – Errerebbe però chi si desse a credere che nel Sales fosse questo piuttosto privilegio di una natura prevenuta dalla grazia di Dio « con le benedizioni della dolcezza » come si legge di altre anime fortunate. Che anzi, Francesco, per la stessa sua complessione, fu di carattere vivo e pronto all’ira. Ma, propostosi come modello da imitare quel Gesù che aveva detto: « Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore»(5), mediante la vigilanza continua e la violenza fatta a se stesso, seppe reprimere e frenare i moti dell’animo in modo tale da riuscire un vivo ritratto del Dio della pace e della dolcezza. E ciò viene confermato dalla testimonianza dei medici, i quali, come si legge, nel trattarne la salma per imbalsamarla, ne ritrovarono il fiele come impietrito e ridotto in minutissimi calcoli; dal quale portento giudicarono quanto violenti sforzi gli fosse dovuto costare il trattenere per cinquant’anni la sua naturale iracondia. Tanta dolcezza fu dunque nel Sales frutto di una grande forza d’animo, nutrita continuamente dal vigore della fede e dal fuoco della divina carità; sicché a lui si può applicare il motto della Sacra Scrittura: «Dal forte è uscita la dolcezza»(6).

Non è dunque a stupire se la dolcezza pastorale onde andava ornato e della quale, al dire del Crisostomo, « nulla è più violento » (7), godesse, nell’attirare i cuori, di quell’efficacia che Gesù Cristo promise ai mansueti: «Beati i mansueti perché essi possederanno la terra»(8). D’altra parte, quale fosse anche la fortezza d’animo in questo esemplare di mansuetudine, apparve chiaramente allorché gli toccò opporsi ai potenti per tutelare gli interessi della gloria di Dio, della dignità della Chiesa e della salute delle anime. Così quando dovette difendere l’immunità della giurisdizione ecclesiastica contro il Senato di Chambéry. Avendo ricevuto da esso una lettera con cui lo si minacciava di togliergli una parte delle rendite, non solo egli rispose conforme alla propria dignità all’inviato, ma non desistette dal chiedere riparazione all’ingiuria fattagli se non quando ebbe dal Senato piena soddisfazione. Con uguale fermezza d’animo sostenne lo sdegno del sovrano, presso il quale era stato accusato coi fratelli a torto; né meno vigorosamente resistette alle ingerenze degli ottimati quando si trattava di conferire benefizi ecclesiastici; parimenti, riuscito inutile ogni altro mezzo, condannò i contumaci che avevano ricusato di pagare le decime al Capitolo di Ginevra. – E così fu solito riprovare con evangelica libertà i vizi pubblici e smascherare l’ipocrisia, simulatrice di virtù e di pietà; e, benché rispettoso, quanto altri mai, verso i sovrani, giammai si piegò a lusingarne le passioni o ad accondiscendere alle loro smodate pretese. – Ed ora, Venerabili Fratelli, passiamo a dare uno sguardo al modo con il quale il Sales, per se stesso modello amabile di santità, mostrò agli altri, nei suoi scritti, la via sicura ed agevole alla perfezione cristiana, anche in questo imitatore di Gesù Cristo, il quale « cominciò ad operare e ad insegnare» (9). – Molte sono le opere che egli pubblicò con questo medesimo intento; ma tra esse vanno segnalati i due suoi libri più conosciuti: la Filoteae il Trattato dell’amor di Dio. Nel primo, il Sales, dopo aver messo in chiaro quanto la durezza, che atterrisce e scoraggia nell’esercizio delle virtù, sia aliena dalla pietà genuina, benché egli non privi questa della severità conveniente alla morigeratezza cristiana, si mette di proposito a dimostrare come la santità sia perfettamente conciliabile con ogni sorta di ufficio e di condizione della vita civile, e come in mezzo al mondo ciascuno possa comportarsi in modo confacente alla salvezza dell’anima, purché si mantenga immune dallo spirito mondano. – Pertanto da lui apprendiamo a fare quello che tutti comunemente fanno — eccettuata beninteso, la colpa — ma insieme a farlo — il che non tutti fanno — santamente e con l’intenzione appunto di piacere a Dio. Inoltre egli c’insegna ad osservare le convenienze, da lui chiamate leggiadro ornamento delle virtù; non a distruggere la natura, ma a vincerla, e a poco a poco levarci con agevole sforzo al cielo, a guisa delle colombe, se non ci è dato il volo dell’aquila; cioè a conseguire la santità della vita per la via comune, quando non siamo chiamati ad una perfezione straordinaria. – Sempre con stile dignitoso e scorrevole, ma altresì vario per ingegnosa acutezza di pensiero e grazia di dettato, onde più accetti e di più piacevole lettura riescono i suoi insegnamenti, dopo avere esposto come dobbiamo tenerci lontani dalla colpa, combattere le cattive inclinazioni e scansare le cose inutili e le nocive, passa a spiegare quali siano gli esercizi che nutrono lo spirito e quale il modo di tenere unita l’anima con Dio. Dopo di che indica la scelta di una particolare virtù da coltivare di proposito e costantemente, sino ad averla acquisita.  – Indi tratta delle singole virtù, della decenza, dei discorsi onesti e degli scorretti, dei divertimenti leciti e dei pericolosi, della fedeltà a Dio, dei doveri dei coniugati, delle vedove e delle vergini. Infine ci ammaestra a conoscere non meno che a vincere i pericoli, le tentazioni e le attrattive dei piaceri; e come ogni anno si abbia a rinnovare e a riaccendere il fervore dello spirito con i santi propositi. – Dio volesse che questo libro, il più perfetto nel suo genere, a giudizio dei suoi contemporanei, come fu una volta nelle mani di tutti, così ora fosse da tutti letto; allora sì che la pietà cristiana rifiorirebbe dappertutto e la Chiesa di Dio si rallegrerebbe nel vedere farsi comune tra i suoi figli la santità. – Di maggiore rilievo ed importanza è il Trattato dell’amor di Dio, nel quale il santo Dottore tratta quasi la storia dell’amore di Dio, esponendone le origini e i progressi, nonché le ragioni per cui comincia a raffreddarsi ed a languire, ed insegnando poi il modo di esercitare e progredire in esso. E quando se ne presenta l’occasione, egli spiega con chiarezza le questioni più difficili, quali intorno alla grazia efficace, alla predestinazione, alla vocazione alla fede; e non aridamente, ma, conforme al suo ingegno fecondo e pronto, adornando la trattazione con tanta piacevolezza ed insieme soavità di unzione, e illustrandola con tanta varietà di similitudini, di esempi e di citazioni, tolte per lo più dalla Sacra Scrittura, da sembrare che quanto egli scrive fiorisca, non meno che dalla sua mente, dal suo cuore e dalle sue più intime fibre. – I medesimi princìpi della vita spirituale, contenuti in questi due volumi, egli li volse a profitto delle anime e nella quotidiana cura e direzione spirituale e nelle sue mirabili Lettere. Gli stessi princìpi egli applicò nel governo delle Religiose della Visitazione, l’istituto da lui fondato che conserva ancora fedelmente il suo spirito. Infatti tutto, per così dire, spira moderazione e soavità in questa religiosa famiglia, la quale è destinata ad accogliere le vergini, le vedove e le donne deboli o inferme, o innanzi nell’età, nelle quali le forze del corpo non sono pari al fervore dello spirito. E così non è ivi costume di lunghe vigilie o salmodie, non asprezza di penitenze e di mortificazioni, ma soltanto la osservanza di regole tanto miti ed agevoli, che tutte le religiose, anche quelle di poca salute, possono facilmente osservarle. – Senonché tali agevolazioni e soavità di osservanza devono essere animate da tanto fuoco di amor di Dio, che le religiose, le quali si gloriano di essere figlie del Sales, vanno segnalate nella perfetta abnegazione di sé e nella più umile obbedienza, mettendo ogni studio non per apparenti ma per solide virtù, ed a morire a se stesse per vivere in Dio. – E in ciò chi non riconosce quella singolare unione di forza e di soavità, quale si ammira nel Santo Fondatore? – Pur tacendo di molti scritti del Sales, dai quali pure « la sua celeste dottrina, quasi fiume d’acqua viva, irrigando il campo della Chiesa… corse utilmente a salute del popolo di Dio » (10), non possiamo non citare il libro delle Controversie, nel quale, senza dubbio, si contiene « una piena dimostrazione della fede cattolica » (11). È noto, Venerabili Fratelli, in quali circostanze Francesco intraprese la missione nel Chiablese. Quando, come narra la storia, il Duca di Savoia concluse una tregua con i Bernesi e i Ginevrini sul finire dell’anno 1593, parve proprio che nulla avrebbe giovato a riconciliare con la Chiesa i popoli del Chiablese come lo spedire colà zelanti e dotti predicatori, perché con la persuasione li attirassero a poco a poco alla fede. E poiché colui che per primo si era recato in quella contrada aveva disertato il campo, o perché disperasse dell’emendazione degli eretici o perché li temesse, il Sales che, come si disse, si era offerto missionario al Vescovo di Ginevra, nel settembre del 1594 si mise in cammino, e a piedi, senza viveri e senza provvisioni, con la sola compagnia di suo cugino, dopo ripetuti digiuni e preghiere a Dio, da cui soltanto si riprometteva il felice esito dell’impresa, fece il suo ingresso nella terra degli eretici. Ma poiché questi schivavano le sue prediche, deliberò di confutare i loro errori con fogli volanti, da lui scritti fra una predica e l’altra, e disseminati in tante copie, che, passando di mano in mano, finissero con l’insinuarsi anche tra gli eretici. Questo lavoro di fogli volanti andò diminuendo e cessò del tutto quando gli abitanti cominciarono a frequentare in gran numero le prediche; i fogli che erano stati scritti di mano del santo Dottore, e che dopo la sua morte erano andati dispersi, vennero molto tempo dopo raccolti in volume ed offerti al nostro Predecessore Alessandro VII, il quale ebbe la sorte di ascrivere il Sales, fatti i debiti processi, prima fra i beati, poi tra i santi. Ora in queste Controversie, benché il santo Dottore si serva, con ogni larghezza del corredo polemico, diciamo così, dei secoli precedenti, tuttavia nel disputare ha un modo tutto suo proprio; e prima d’ogni altra cosa stabilisce che nella Chiesa di Cristo non si può neppure pensare un’autorità data senza legittimo mandato, del quale mancano totalmente i ministri del culto eretici; quindi, mostrati i loro errori intorno alla natura della Chiesa, definisce le note proprie della vera Chiesa e fa vedere che esse si riscontrano nella Chiesa Cattolica, ma non nella « riformata ». Poi spiega accuratamente le Regole della fede, e dimostra che esse sono violate dagli eretici, mentre presso di noi esse sono rigorosamente osservate; aggiunge infine speciali trattati, dei quali però ci rimangono solo le questioni sui Sacramenti e sul Purgatorio. E sono veramente ammirabili il copioso apparato di dottrina e gli argomenti sapientemente schierati come in falange, con cui egli investe gli avversari e svela le loro menzogne e le loro falsità, servendosi anche, assai garbatamente, di una coperta ironia. – Che se talvolta le sue parole sembrano alquanto forti, da esse però spira sempre, come gli stessi avversari ammettevano, quel soffio di carità, che era la virtù regolatrice di ogni sua disputa; giacché anche quando ai figli erranti rinfaccia la loro defezione dalla fede cattolica, si vede chiaramente come egli non ha altra mira che di aprirsi la strada per scongiurare più caldamente di ritornare alla stessa fede. E anche nel libro delle Controversie è facile riscontrare la stessa espansione dell’animo e quel medesimo spirito, del quale abbondano le opere che egli compose per aumentare la pietà. Lo stile poi è così elegante, così garbato, così efficace, che gli stessi ministri dell’eresia solevano mettere in guardia i loro seguaci perché non si lasciassero allettare e vincere dalle lusinghe del Vescovo di Ginevra. – Pertanto, Venerabili Fratelli, dopo questo saggio che abbiamo dato delle imprese e degli scritti di Francesco di Sales, non ci rimane che esortarvi a celebrare salutarmente la centenaria memoria di lui nelle vostre diocesi. Infatti, non vorremmo che tale solenne ricorrenza si riducesse ad una sterile commemorazione di cose passate o si restringesse a pochi giorni, ma desideriamo che nel corso di quest’anno sino al 28 dicembre, giorno in cui egli dalla terra volò al cielo, con la maggior cura possibile cerchiate di fare istruire i fedeli intorno alle virtù e agli insegnamenti del santo Dottore. – Sarà dunque, innanzi tutto, vostra cura di far conoscere al clero e al popolo a voi affidato, le cose che Noi vi abbiamo esposte e di spiegarle loro con ogni diligenza.  – Poiché il Nostro più vivo desiderio è che voi richiamiate i fedeli al dovere di praticare la santità propria dello stato di ciascuno, essendo purtroppo grande il numero di coloro che o non pensano mai all’eternità o trascurano del tutto quanto riguarda la salute dell’anima loro. Vi sono, infatti, taluni che, tutti immersi negli affari, d’altro non si curano che di accumular danaro, mentre lo spirito resta miseramente vuoto; altri, invece, tutti dediti a soddisfare le proprie passioni, cadono così in basso, da rendersi incapaci di gustare quanto trascende i sensi; altri, infine, si danno alla vita politica, ma così presi dal governo della cosa pubblica, dimenticano se stessi. Pertanto, Venerabili Fratelli, sull’esempio del Sales, adoperatevi a far bene intendere ai fedeli che la santità della vita non è un privilegio di pochi, a esclusione degli altri, ma che ad essa tutti sono chiamati, e che a tutti ne incombe l’obbligo; che l’acquisto delle virtù poi, sebbene non sia senza fatica — la quale trova, nondimeno, anche un meritato compenso nella consolazione dell’anima e nei conforti d’ogni genere che l’accompagnano — pure è reso a tutti possibile con l’aiuto della grazia divina, a nessuno negata. E in una maniera tutta speciale proponete all’imitazione dei fedeli la mansuetudine di Francesco; giacché questa virtù, che così bene ricorda ed esprime la benignità di Gesù Cristo, e ha tanta forza da legare gli animi, non condurrà facilmente, ove si diffonda fra gli uomini, a comporre tutte le differenze, pubbliche e private? – E non è forse da ripromettersi, dalla pratica di questa virtù, che a ragione può dirsi l’esterno ornamento della divina carità, perfetta pace e concordia nella famiglia e nella società stessa? E al cosiddetto apostolato, sia dei sacerdoti, come dei laici, non sarà forse aggiunta una forza potente per il miglioramento della società ove sia condotto con cristiana dolcezza? Vedete, dunque, quanto importi che il popolo cristiano volga la mente agli esempi santissimi di Francesco, se ne edifichi, e prenda gli insegnamenti di lui come regola di vita. A tal fine, appena può immaginarsi di quanto giovamento debbano riuscire i libri e gli opuscoli già ricordati, se saranno il più largamente possibile diffusi fra il popolo; giacché tali scritti, facili come sono ad intendersi e di gradita lettura, ecciteranno negli animi dei fedeli l’amore alla vera e solida pietà, amore che i sacerdoti riusciranno a coltivare con ottimo esito, ove essi sappiano convertire in succo e sangue la dottrina del Sales ed imitarne il soavissimo eloquio. Al qual proposito, Venerabili Fratelli, si narra che il nostro precedessore Clemente VIII già allora avesse preannunciato quanto mirabile giovamento avrebbero recato al popolo cristiano le parole e gli scritti di Francesco. Avendo, infatti, il Pontefice, circondato da Cardinali e altri dottissimi personaggi, esaminata la perizia nelle scienze sacre del Sales, eletto alla dignità episcopale, ne fu preso da tanta ammirazione, che, abbracciandolo con grande affetto, gli rivolse queste parole: «Va, o figlio, e bevi dell’acqua della tua cisterna e della sovrabbondanza del tuo pozzo; al di fuori si spandano le tue sorgenti e distribuisci per le piazze le tue acque » (12). E in verità, tale era la maniera tenuta da Francesco nei suoi sermoni, che tutta la sua predicazione era « nella dimostrazione dello spirito interiore e della virtù », come quella che, derivata dalla Sacra Scrittura e dai Padri, non solamente si alimentava del solido nutrimento d’una sana dottrina teologica, ma dalla dolcezza della carità era resa anche più gradita e soave. Così non è da meravigliarsi se, per opera sua, sia tornato alla Chiesa un numero così grande di eretici, e se, dietro il suo magistero e la sua guida, tanti fedeli, in questi ultimi tre secoli, siano pervenuti ad un alto grado di perfezione. – Ma vorremmo che da queste solenni ricorrenze precipuo vantaggio ritraessero tutti quei Cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina. Ad essi è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l’offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l’ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità. E poiché non consta che il Sales sia stato dato a Patrono dei ricordati scrittori cattolici con pubblico e solenne documento di questa Apostolica Sede, Noi, cogliendo questa fausta occasione, di certa scienza e con matura deliberazione, con la Nostra apostolica autorità diamo o confermiamo, e dichiariamo, mediante questa Lettera Enciclica, San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e Dottore della Chiesa, celeste Patrono di essi tutti, nonostante qualsiasi cosa in contrario. – Ora, Venerabili Fratelli, affinché queste solennità centenarie riescano più splendide e più fruttuose, conviene che ai vostri fedeli non manchi nessuna specie di pii impulsi perché onorino con la debita venerazione questo gran luminare della Chiesa, e con la sua intercessione, purificate le anime dai resti della colpa e corroborate alla mensa divina, s’indirizzino con forza e dolcezza insieme ad acquistare in breve tempo la santità. Procurate, quindi, che nelle vostre città vescovili e in ogni parrocchia delle vostre diocesi, nel corso di quest’anno fino al 28 dicembre, si celebri un triduo o una novena di sacre funzioni, con predicazione della divina parola, giacché importa soprattutto che il popolo sia bene istruito di tutte quelle verità che, con la guida del Sales, lo sollevino a più alta vita dello spirito. E sarà del pari vostro impegno far commemorare, negli altri nodi che vi sembreranno più opportuni, le imprese del Santo Vescovo. – Intanto, per aprire a bene delle anime il tesoro delle sante indulgenze a Noi affidato da Dio, concediamo, a quanti interverranno piamente alle funzioni suddette, l’indulgenza di sette anni e sette quarantene ogni giorno, e nel giorno ultimo o in qualsiasi altro che a ciascuno piacerà scegliere, l’indulgenza plenaria da lucrarsi alle solite condizioni. Ma, non volendo che restino senza qualche particolare dimostrazione del Nostro affetto né il monastero della Visitazione di Annecy, dove il Sales riposa — innanzi alle cui spoglie Noi avemmo già occasione di celebrare con immenso gaudio spirituale — né quello di Treviso dove si conserva il suo cuore, né le altre case delle religiose della Visitazione, concediamo che durante le funzioni mensili che esse celebreranno quest’anno in rendimento di grazie, e di più, ma parimenti per quest’anno solo, il giorno 28 del mese di dicembre, tutti coloro che visiteranno al modo solito le loro chiese, e, premessa la santa confessione e la comunione eucaristica, pregheranno secondo l’intenzione Nostra, guadagnino del pari l’indulgenza plenaria. – E voi, Venerabili Fratelli, esortate vivamente i fedeli che avete in cura, affinché preghino per Noi il santo Dottore: piaccia a Dio, poiché ha voluto che Noi prendessimo a reggere la sua Chiesa in tempi così difficili, che, con l’auspicio del Sales, il quale ebbe per la Sede Apostolica un amore ed una riverenza insigne, e difese anche mirabilmente i suoi diritti e la sua autorità nelle Controversie, felicemente avvenga che, quanti sono lontani dalla legge e dalla carità di Cristo, tutti tornando ai pascoli di vita eterna, Ci sia dato di abbracciarli nella comunione e nel bacio di pace. Intanto vi giunga, come pegno dei doni celesti e della Nostra paterna benevolenza, l’Apostolica Benedizione, che a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il clero e popolo vostro con ogni affetto impartiamo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 26 gennaio 1923, anno primo del Nostro Pontificato.

PIO XI

1 I Thess., IV, 3.

2 Matth., V, 48.

3 S. Aug., 1. De natura et gratia, c. 43, n. 50.

4 Sap., VIII, 16.

5 Matth., XI, 29.

6 Iudic., XIV, 14.

7 Hom. 58 in Gen.

8 Matth., V, 4.

9 Act., I, 1.

10 Litt. Ap. Pii IX d. 16 Nov. 1877.

11 Ibidem.

12 Proverb., V, 15, 16.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – ORIENTALIS ECCLESIÆ

La lettera Enciclica che oggi leggiamo, costituisce l’occasione, nel commemorare l’opera di S. Cirillo di Alessandria, per richiamare i Cristiani d’Oriente all’unità dell’unica vera Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica Romana, guidata dal “vero” Sommo Pontefice successore di S. Pietro. Dopo aver ricordato gli avvenimenti storici del Concilio di Calcedonia che condannò inesorabilmente l’empia eresia nestoriana, proprio per merito principale di S. Cirillo, il Santo Padre invoca l’unita dei Cristiani, e l’unità che egli auspica è naturalmente l’unica possibile, cioè il triplice legame che unisce tutti i seguaci del Divin Maestro  « … nell’unica Fede Cattolica, nell’unica Carità verso Dio e verso tutti, e infine nell’unica Obbedienza e soggezione alla legittima Gerarchia costituita dal divin Redentore medesimo ». Poche ma ben ponderate espressioni che ancora una volta sottolineano come l’adesione alla Verità unica, si possa compiere mediante una unica possibilità. Affermare la Verità cattolica, con tutti i suoi dogmi senza eccezioni, senza mediazioni o aggiustamenti o dissimulazioni, è l’unica via all’ecumenismo, via che non tradisca il Divin Redentore che, nel fondare la sua unica Chiesa, ha sparso il suo sangue sulla Croce. Qualunque altra ventilata ipotesi è tradimento vergognoso alla Passione del Redentore, è apostasia mortale ed inescusabile dalla Chiesa scaturita dal fianco trafitto del Figlio di Dio … e il Magistero in numerose occasioni ha ribadito, infallibilmente e irrevocabilmente, che fuori dalla Chiesa Cattolica, come Arca unica di salvezza, non c’è salvezza dell’anima ma dannazione eterna. Nella situazione attuale, eresie e scisma (… quante false chiese, pseudo monasteri ed istituti virtuali e fasulli nel mondo!) sono così numerosi e diffusi che praticamente la vera Fede Cattolica è pressoché sconosciuta o praticata senza alcuna cognizione di causa e senza rispetto per le regole canoniche, ed in realtà coloro che si professano Cattolici, con coscienza quantomeno dubbia, oltre ai gruppi sedevacantisti, fallibilisti, protestanti di Oriente e d’Occidente, aderiscono alla setta che il Santo Padre Leone XIII descrisse perfettamente nella sua preghiera a san Michele « … hostes faverrimi Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, repleverunt amaritudinis, inebriarunt absinthio et …

ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et empietatis suæ … »

sì, la setta del “Novus ordo”! In questo frangente anche il gran San Cirillo di Alessandria, poco potrebbe fare, per cui il fedele “pusillus grex” possiede solo la preghiera da rivolgere con fiducia alla SS. Trinità …

Veni Domine Jesu! Ne moreris

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

ORIENTALIS ECCLESIAEÆ

S. CIRILLO DI ALESSANDRIA 
NEL XV CENTENARIO DELLA MORTE

Sempre con somme lodi la chiesa esaltò s. Cirillo patriarca di Alessandria quale autentica gloria della chiesa orientale e preclarissimo vindice della vergine Madre di Dio. Queste lodi Ci piace ora in succinto riandare scrivendo di lui, mentre si compie il XV secolo da quando felicemente egli mutò con la patria celeste questo terreno esilio. Fino dai suoi tempi infatti il Nostro predecessore s. Celestino I lo chiama «buon difensore della fede cattolica», «sacerdote degno della massima approvazione», e «uomo apostolico». Il Concilio ecumenico Calcedonese poi non solo invoca in aiuto la sua dottrina per ravvisare e ribattere i nuovi errori, ma non esita a paragonarla altresì con la sapienza di san Leone Magno, il quale a sua volta elogia gli scritti di un così grande dottore e ne raccomanda la lettura, precisamente perché appieno combaciano con la fede dei santi padri. Né minore venerazione il quinto concilio ecumenico radunato a Costantinopoli tributò all’autorità di s. Cirillo; e più tardi, a distanza cioè di parecchi anni, quando si dibatteva la controversia delle due volontà in Cristo, di nuovo la dottrina di lui sia nel primo concilio Lateranense, sia nel sesto concilio ecumenico, fu meritatamente e vittoriosamente rivendicata dagli errori dei monoteliti, dei quali a torto alcuni l’accusavano d’essere infetta. E invero, a testimonianza dell’altro santissimo predecessore Nostro Agatone, egli «fu difensore di verità» e risultò «costantissimo predicatore di fede ortodossa». – Riteniamo pertanto cosa molto opportuna, scrivendone brevemente, di porre la vita integerrima, la fede, la virtù sua sotto gli occhi di tutti, e prima che ad ogni altro sotto gli occhi di coloro i quali, per appartenere alla chiesa orientale, ben a ragione si gloriano di questo luminare di cristiana sapienza e di questo atleta di apostolica fortezza. Ebbe onorati natali, e promosso nell’anno 412, come si ha per tradizione, alla sede di Alessandria, dapprima combatté contro i novaziani e gli altri detrattori e corruttori della genuina fede, tanto con la parola, quanto con gli scritti e la pubblicazione di appositi decreti, mostrandosi d’una vigilanza e d’un coraggio a tutta prova. Poi, al serpeggiare dell’empia eresia di Nestorio per le varie regioni dell’oriente, da quel sollecito pastore che era, subito scoprì i novelli errori che imperversavano, usò ogni mezzo per allontanarli dal gregge a lui affidato, e durante quel periodo di tempo, ma specialmente nello svolgersi del concilio di Efeso, si dimostrò invitto assertore e sapientissimo dottore della divina maternità di Maria vergine, dell’unità d’ipostasi in Cristo e del primato del romano pontefice. Avendo però l’immediato Nostro predecessore di fel. mem. Pio XI nell’enciclica Lux veritatis,  magistralmente descritta e illustrata la parte precipua che ebbe s. Cirillo nelle vicende di questa gravissima vertenza, allorché nel 1931 ricorse il XV centenario di quel concilio, reputiamo superfluo il ritornarvi sopra punto per punto. – Non si tenne pago Cirillo di combattere strenuamente contro le dilaganti eresie, di tutelare con alacre diligenza l’interezza della dottrina cattolica e di farla risaltare nella meridiana sua luce, ma quanto più poté si adoperò per richiamare sul retto sentiero della verità i fratelli erranti. I vescovi infatti della regione antiochena non avevano fino allora riconosciuta l’autorità del concilio di Efeso. Ebbene, Cirillo col suo zelo fece sì che dopo lunghi tentennamenti arrivassero finalmente a piena concordia. E dopo che con l’aiuto di Dio poté raggiungere e conciliare siffatta felicissima pace, e difenderla con diligente cura contro quanti la oscuravano e la turbavano, ormai maturo per la ricompensa e la gloria eterna, nell’anno 444, tra le lacrime di tutti i buoni, se ne volò al cielo. – I fedeli di rito orientale non solo lo collocano nel numero dei «padri ecumenici», ma nelle loro preci liturgiche l’onorano dei più ampi elogi. Così per esempio i greci, nei «Menèi» da celebrarsi il giorno 9 di giugno, cantano di lui: «Illustrato la mente dalle fiamme dello Spirito Santo, quasi sole che dardeggi i suoi raggi, esprimesti gli oracoli tuoi; lanciasti i tuoi dogmi su tutte le parti del mondo fedele, illuminando ogni condizione di persone, o beatissimo, o divino; e mettesti in fuga le tenebre delle eresie, con la potenza e le forze di Colui, che nato dalla Vergine sfolgorò i suoi splendori». Certamente hanno ben ragione i figli della chiesa orientale di rallegrarsi di questo santissimo Padre, come d’insigne loro gloria domestica. Perché su di esso risplendono in modo particolare quelle tre doti dell’animo che parimente tanto illustrarono gli altri padri dell’oriente: cioè una esimia santità di vita, in cui nominatamente brilla una calda devozione verso l’eccelsa Madre di Dio; una dottrina veramente ammirevole, per la quale la Sacra Congregazione dei Riti con decreto del 28 luglio 1882 lo dichiarò dottore della Chiesa Universale; e una premurosa e indefessa sollecitudine, in virtù della quale infranse con invitto coraggio gli assalti degli eretici, asserì la fede cattolica, la difese, e instancabilmente, fin dove poté, la propagò. – Mentre tuttavia di gran cuore Ci congratuliamo che tutti i popoli cristiani dell’oriente onorino con intensa venerazione s. Cirillo, non meno Ci addolora che non tutti convengano in quella desideratissima unità, la quale egli così ardentemente amò e promosse. Tanto più anzi Ci duole che ciò accada a questi nostri tempi in cui si rende necessario che tutti i Cristiani, a gara unendo intenzioni ed energie, si stringano nell’unica Chiesa di Gesù Cristo, affinché quasi uniti in una sola falange, compatta, concorde, stabile, resistano contro gli sforzi dell’empietà ogni giorno più minacciosi. – Per conseguire tale effetto, è assolutamente necessario che tutti, seguendo le orme di S. Cirillo, raggiungano quella concordia di animi, che dev’essere munita di quel triplice legame con cui Cristo Gesù, fondatore della Chiesa, volle che essa fosse stretta e tenuta insieme, quasi in superno infrangibile vincolo, da Lui stabilito; vale a dire nell’unica Fede Cattolica, nell’unica Carità verso Dio e verso tutti, e infine nell’unica Obbedienza e soggezione alla legittima Gerarchia costituita dal divin Redentore medesimo. Questi tre vincoli, come ben sapete, venerabili fratelli, sono tanto necessari, che se l’uno o l’altro di essi viene a mancare, non si può più neppure comprendere nella Chiesa di Cristo vera unità e concordia.

I

Allo scopo di conseguire volenterosamente e di conservare con vigoria questa sincera concordia, desideriamo che, come fu già per i tempestosi suoi tempi, così anche per i giorni nostri il santo patriarca di Alessandria sia a tutti maestro e modello preclarissimo. Volendo incominciare dall’unità della fede cristiana, nessuno ignora l’inconcussa alacrità sua nel sostenerla con somma energia. «Noi – così egli dichiara – che abbiamo per amica la verità e i dogmi della verità, non seguiremo affatto gli eretici, ma calcando le vestigia della fede lasciataci dai santi padri, custodiremo contro tutti gli errori il deposito della divina rivelazione». Pur di combattere sino alla morte questa buona battaglia, era pronto a sopportare qualsiasi più acerba calamità. «Il mio più ardente desiderio – egli scrive – è di patire e morire per la fede di Cristo». «Nessuna ingiuria pertanto, nessuna contumelia, nessun insulto mi muove… sol che la fede ne esca sana e salva». – E anelando con forte e nobile cuore alla palma del martirio, vergò queste magnanime parole: «Ho deciso per la fede di Cristo di andare incontro a qualsiasi travaglio, di sopportare altresì qualsiasi tormento, anche quelli che fra i supplizi sono giudicati i più gravi, finché non abbia alla fine sostenuta la morte che gioiosamente accetterò per questa causa».(15) «Perché, se avessimo paura di predicare per la gloria di Dio la verità, per non incorrere in qualche molestia, con qual faccia, di grazia, potremmo presso il popolo esaltare le lotte e i trionfi dei santi martiri?». – E poiché nei cenobi dell’Egitto si agitavano a più riprese acerrime dispute sulla nuova eresia nestoriana, egli, da vigilantissimo Pastore, avverte i monaci delle pericolose fallacie di tale dottrina, non per aggiungere esca a contrastanti competizioni di parole, «ma perché se mai alcuni, – così loro scrive – v’investissero, possiate non solo scansare voi stessi quei perniciosi errori, ma opponendo alla loro frivolezza la verità, possiate altresì indurre gli altri, da buoni fratelli e con opportune ragioni, a conservare costantemente, qual preziosa perla, la Fede, già un tempo trasmessa alle chiese per mezzo dei santi Apostoli». Come facilmente riscontreranno tutti coloro, i quali abbiano studiate le lettere ch’egli ebbe a inviare riguardo alla controversia degli antiocheni, mette luminosamente in rilievo che questa fede cristiana, la quale devesi da noi salvare e difendere a tutti i costi, è dottrina trasmessaci per il tramite della sacra Scrittura e dei santi Padri, e al tempo stesso ci viene chiaramente e legittimamente proposta dal vivo e infallibile Magistero della Chiesa. I Vescovi della provincia di Antiochia per il ristabilimento e la conservazione della pace pensavano che fosse sufficiente l’affermarsi soltanto sulla professione nicena. Invece s. Cirillo, pur fermamente aderendo al Simbolo di Nicea, richiese ancora dai suoi confratelli nell’episcopato, per il rafforzamento dell’unità, la riprovazione e la condanna dell’eresia nestoriana. Sapeva infatti benissimo che non basta accettare con docilità gli antichi documenti del Magistero ecclesiastico, ma che occorre in più abbracciare con fedele sottomissione di cuore tutte quelle definizioni che dalla Chiesa in forza della sua suprema Autorità di tempo in tempo ci siano proposte a credere. Anzi, non è lecito, neppure sotto il pretesto di rendere più agevole la concordia, dissimulare neanche un dogma solo; giacché, come ammonisce il Patriarca alessandrino: «Desiderare la pace è certamente il più grande e il primo dei beni, ma però non si deve per siffatto motivo permettere che ne vada di mezzo la virtù della pietà in Cristo». Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d’accordo, ma bensì l’altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata. – Per questa strenua fortezza nel conservare e proteggere l’unità della fede, s. Cirillo Alessandrino sia a tutti d’esempio. Appena scoprì l’errore di Nestorio, per mezzo di lettere e di altri scritti lo confutò, ricorse al Romano Pontefice, e nel Concilio di Efeso, come suo rappresentante, con ammirevole apparato di dottrina e intrepido cuore represse e condannò l’eresia che si era insinuata, in modo che tutti i padri conciliari, letta nell’adunanza la lettera di Cirillo che suol chiamarsi dogmatica, con solenne deliberazione la dichiararono pienamente consona alla rettitudine della fede. Oltre a ciò, per questa sua apostolica fortezza, fu iniquamente cacciato dall’ufficio episcopale, e sostenne con invitta serenità le ingiurie dei confratelli, il biasimo di un illegittimo conciliabolo, prigionie e angosce non poche. Né questo bastandogli, non esitò, per il coscienzioso adempimento del proprio santissimo ufficio, di opporsi apertamente, non solo ai Vescovi che si erano allontanati dalla retta via della verità e della concordia, ma alla stessa augusta persona dell’imperatore. E inoltre, come tutti sanno, ad alimento e sostegno della fede cristiana, compose quasi innumerabili libri, dai quali splendidamente si riverberano la sua luce di sapienza, l’imperterrita sua costanza e la solerzia della sua pastorale sollecitudine.

II

Alla fede è necessario che si unisca in bell’intreccio la Carità. Per essa veniamo tutti congiunti gli uni agli altri e con Cristo. Essa, ispirata e mossa dallo Spirito Santo, stringe tra loro con infrangibile vincolo le membra del Corpo mistico del Redentore. Pertanto questa carità non deve rifiutare di aprire le braccia in fraterno amplesso anche agli erranti che hanno sbagliato la retta strada: cosa della quale è dato scorgere insigne esempio nel modo di procedere, tenuto da s. Cirillo. Egli infatti, per quanto avesse con tutta la forza combattuta l’eresia di Nestorio, tuttavia, animato com’era di accesa carità, afferma di non permettere a nessuno di professarsi più amante di Nestorio, di lui stesso. – Né ciò è senza un perché. I traviati e, gli erranti sono da ritenersi come fratelli malati, e debbono essere trattati con dolcezza e delicata premura. Sul qual proposito giova rievocare questi prudentissimi consigli del santo patriarca di Alessandria. «La cosa – egli avverte – ha bisogno di grande moderazione». – «Perché la durezza del disputare spinge spesso non pochi a imprudenza, ed è meglio con dolcezza sopportare le altrui resistenze, piuttosto che a punta di diritto creare loro molestia. Come, qualora si sia ammalata qualche parte del loro corpo, bisogna esaminarla con la mano, alla stessa maniera è necessario soccorrere l’anima caduta inferma, servendosi della debita prudenza a guisa di medicina. Così, essi pure giungeranno passo per passo a un regolare comportamento di spirito». – Altrove poi soggiunge: «Abbiamo imitato l’arte dei bravi medici: non subito col fuoco e col ferro spietatamente curano i morbi e le piaghe appena apparse sui corpi umani; ma spalmata dapprima la piaga con leggero fomento, rimettono l’ustione e il taglio al momento opportuno». – Era insomma, riguardo agli erranti, animato da compassionevole benignità, tanto da dichiarare esplicitamente «di essere desiderosissimo di pace, e insieme totalmente alieno da rissosi litigi; tale in una parola da accogliere in cuore questa duplice brama: amare tutti ed essere a sua volta da tutti riamato». – Questa incline disposizione alla concordia rifulge nel santo dottore principalmente quando, dopo la mitigazione dell’anteriore severità, attese con volenterosa diligenza a indurre alla pace i Vescovi della provincia antiochena. Parlando del loro legato, scrive tra le altre cose: «Forse sospettava di dover andare incontro a lotte non piccole per convincerci della necessità di congiungere le chiese in una pace concorde, per eliminare il dileggio degli eterodossi e reprimere la coalizione della diabolica protervia. Ma ebbe a trovarci talmente disposti a tale parere, da non doverne affatto risentire travaglio alcuno. Ricordiamo benissimo il detto del nostro Salvatore: “Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace”. Siccome nondimeno alla stipulazione di questa pace erano d’ostacolo i dodici capitoli, da san Cirillo composti nel sinodo di Alessandria – i quali capitoli, perché parlavano di «unione fisica» in Cristo, venivano respinti dagli antiocheni come eterodossi – il benignissimo Patriarca, pur non riprovando né sconfessando questi scritti, perché in realtà proponevano la dottrina ortodossa, tuttavia in parecchie lettere spiegò meglio la sua intenzione, in modo da rimuovere qualsiasi anche minima parvenza d’errore, e da appianare più facilmente la via alla concordia. Ciò pertanto egli rese noto ai Vescovi, «non già come a oppositori, ma come a fratelli». Giacché a suo giudizio, «per la pace delle chiese e affinché queste a causa delle opinioni dissenzienti non restino separate le une dalle altre, sono tutt’altro che inutili le accondiscendenze». E così felicemente avvenne che la carità di s. Cirillo raccogliesse in abbondanza i desideratissimi frutti della pace. E quando finalmente ne poté scorgere i primi albori e pregustò la gioia del fraterno abbraccio ai Vescovi della provincia d’Antiochia risolutisi a condannare l’eresia nestoriana, nella ridondanza della celeste soddisfazione, esclamò: «”Si allietino i cieli ed esulti la terra!” È distrutta la parete interna di separazione; ciò che arrecava mestizia si è quietato; ogni occasione di dissidio è tolta di mezzo, dal momento che Cristo, Salvatore di noi tutti, ha concesso alle sue chiese la pace». – Purtroppo, come in quel lontanissimo tempo, così anche al presente, venerabili fratelli, per promuovere quell’auspicabile conciliazione dei figli dissidenti nell’unica Chiesa di Cristo, conciliazione alla quale tutti i buoni anelano, senza dubbio una sincera ed efficace benevolenza d’animo apporterà, col favore della divina grazia, il più valido contributo. Questo benevolo affetto infatti riscalda la mutua conoscenza. Per promuoverla e completarla i Nostri predecessori con svariati mezzi vi si adoperarono, nominatamente con la fondazione in quest’alma città del Pontificio Istituto di alti studi orientali. Così pure bisogna tenere nel debito conto tutto ciò che costituisce per gli orientali quasi un geloso patrimonio lasciato dai loro maggiori, e insieme ciò che si riferisce alla sacra liturgia e agli ordini gerarchici, nonché agli altri capisaldi della vita cristiana, a patto ben inteso, che tutto concordi pienamente con la genuina fede religiosa e con le rette norme dei costumi. È necessario infatti che tutti e singoli i popoli di rito orientale in tutto quello che dipende dalla storia, dal genio e dall’indole di ciascuno in particolare, abbiano una legittima libertà che pur tuttavia non contrasti con la vera e integra dottrina di Gesù Cristo. E questo lo sappiano e vi riflettano a fondo, sia coloro che sono nati nel grembo della Chiesa Cattolica, sia gli altri che con le ali del desiderio veleggiano alla sua volta. Anzi si persuadano tutti e tengano per certo che non saranno mai costretti a mutare i loro legittimi riti e le loro antiche istituzioni con le istituzioni e i riti latini. Gli uni e gli altri debbono essere tenuti in uguale stima e uguale lustro, perché incoronano di regale varietà la Chiesa madre comune. Né solo questo; ma siffatta diversità di riti e di istituzioni, mentre conserva intatto e inviolabile ciò che per ciascuna confessione è antico e prezioso, non si oppone affatto alla vera e sostanziale unità. Più che mai ai nostri giorni, dopoché la discordia e le competizioni della guerra quasi dappertutto hanno alienato gli uni dagli altri gli animi umani, occorre che tutti, mossi dalla cristiana carità, siano sempre più spinti a ripristinare con ogni mezzo l’unione in Cristo e per Cristo.

III

L’effetto peraltro della fede e della carità si rivelerebbe addirittura manchevole e inefficace allo scopo di rassodare l’unità nel Signore nostro Gesù Cristo, se non si appoggiasse a quella inconcussa pietra sopra la quale è stata da Dio fondata la Chiesa: vale a dire nella suprema Autorità di Pietro e dei suoi successori. La regola di condotta tenuta in questa gravissima controversia dal Patriarca alessandrino luminosamente lo prova. Tanto nella sconfitta dell’eresia nestoriana quanto nell’accordo coi Vescovi della provincia antiochena, egli si attenne alla più stretta e costante unione con questa Apostolica Sede. Quando infatti il vigilante presule si accorse che gli errori di Nestorio, con rischio della retta fede di giorno in giorno più pericolosi, s’insinuavano e progredivano per ogni parte, si rivolse al predecessore Nostro s. Celestino I, con una lettera, nella quale tra l’altro si legge: «Poiché Dio, in siffatte questioni, esige da noi vigilanza, e una vetusta consuetudine delle chiese ci persuade a comunicare simili questioni con la santità tua, ti scrivo, indottovi dalla stringente necessità». Alle quali parole risponde il Romano Pontefice che intende abbracciarlo «come se fosse presente nella sua lettera … molto più che gli sembra di riscontrare in lui i suoi identici sentimenti nel Signore». Perciò il Sommo Pontefice a questo così ortodosso dottore delegò l’autorità dell’Apostolica Sede, in forza della quale Autorità doveva curare l’esecuzione dei decreti già emessi nel sinodo romano contro Nestorio. A tutti poi è noto, venerabili fratelli, che il santo patriarca d’Alessandria nella celebrazione del concilio di Efeso tenne legalmente le veci del Romano Pontefice, il quale inoltre vi inviò i suoi propri legati, e loro raccomandò soprattutto che avvalorassero l’opera e l’autorità di s. Cirillo. Egli pertanto in nome del Vescovo di Roma presiede a quel sacro Concilio e primo fra tutti ne firmò gli atti. Tanto palesemente splendeva agli occhi d’ognuno la concordia fra la Sede Apostolica e la sede alessandrina, che nella seconda sessione del Concilio, quando pubblicamente fu letta la lettera di s. Celestino, i padri uscirono nelle seguenti acclamazioni: «Giusto giudizio questo. Al novello Paolo Celestino, al novello Paolo Cirillo, a Celestino custode della fede, a Celestino concorde col Concilio, a Celestino l’intero Concilio rende grazie. Uno Celestino, uno Cirillo, una la fede dell’orbe terracqueo». Nessuna meraviglia quindi se poco dopo lo stesso Cirillo poté scrivere: «Alla rettitudine della sua fede rese testimonianza sia la chiesa di Roma, sia il santo Concilio, adunato, per così dire, dall’universalità dell’orbe che si stende sotto il cielo». – Oltre a ciò, questa medesima unione costantissima di s. Cirillo con la Sede Apostolica risulta evidente, se poniamo mente al suo modo di procedere nelle trattative per l’inizio e il rafforzamento della pace coi Vescovi della provincia antiochena. Il Nostro predecessore s. Celestino sebbene approvasse e confermasse tutto quello che il presule alessandrino aveva fatto nel concilio di Efeso, giudicò nondimeno di doverne eccettuare la sentenza di scomunica, che il presidente del Concilio insieme con gli altri Padri aveva pronunziata contro gli antiocheni. «Riguardo a quelli – così il Romano Pontefice – che sembrano consentire nella stessa empietà di Nestorio… per quanto si legga contro di essi la sentenza vostra, purtuttavia noi pure stabiliamo quel che ci sembra opportuno. In siffatte cause molte circostanze bisogna considerare, ché la Sede Apostolica sempre suole tenere presenti…. Se dà speranza di correzione, vogliamo che la vostra fraternità s’intenda per lettera con l’Antiocheno… Giova aspettarsi dalla divina misericordia che tutti tornino sulla via del vero». E s. Cirillo, obbedendo a questa norma, suggeritagli dalla Sede Romana, cominciò a trattare coi Vescovi della provincia antiochena del ristabilimento della pace e del modo di venire a un accordo. Frattanto s. Celestino passò piamente da questa vita. Allora avvenne che del suo successore Sisto III alcuni prendessero a riferire non essergli piaciuto che Nestorio fosse stato deposto. A queste voci il patriarca d’Alessandria tagliò corto con la seguente dichiarazione: «Ha scritto (Sisto) in piena armonia col santo Concilio, ha confermato tutte le sue decisioni e sta dalla parte nostra». – Da tutto quello che abbiamo qui riportato risulta a evidenza che s. Cirillo appieno consentì con questa Apostolica Sede, e risulta del pari che i Nostri antecessori ritennero per propri gli atti di lui e li onorarono di meritate lodi. Prova ne sia che s. Celestino, non contento di avergli attestato innumerevoli volte la fiducia e la gratitudine sua, gli scriveva tra l’altro così: «Ci congratuliamo della vigilanza che nella santità tua è tanta, da sorpassare ormai gli esempi dei tuoi predecessori, i quali essi pure difesero sempre strenuamente i dogmi dell’ortodossia… Hai scoperto tutte le fallacie della più scaltra predicazione… Ridonda a non piccolo trionfo della nostra fede non solo l’esserti affermato con tanta fortezza sui nostri capisaldi, ma l’avere controbattuto gli avversari così come hai fatto con l’appoggio della sacra Scrittura». Allorché poi s. Sisto III, successore di Celestino nel supremo Pontificato, ebbe ricevuto dal patriarca d’Alessandria l’annunzio della pace e dell’unità raggiunta, gli espresse la sua letizia nei termini seguenti: «Ecco che mentre stavamo in ansia, perché vogliamo che nessuno perisca, la santità tua con la sua lettera ci significa redintegrato il Corpo della Chiesa. Ritornate le sue compagini nelle proprie membra, nessuno più vediamo andare errando al di fuori, perché un’unica fede attesta che tutti stanno al loro posto di dentro. … Al beato Apostolo Pietro ha fatto capo la fratellanza universale: ecco qui un ascoltatorio che si confà agli ascoltatori, che conviene alle cose da ascoltare. … A noi sono tornati i fratelli, a noi, dico, che perseguendo per comune desiderio il morbo, abbiamo curato la guarigione delle anime. … Esulta, fratello carissimo, e quale vincitore rallegrati perché i fratelli si sono a noi ricongiunti. La Chiesa ha accolto finalmente coloro che ricercava. Poiché se nessuno vogliamo che perisca dei piccoli, quanto più dobbiamo godere della guarigione dei reggitori». Dalle quali parole dell’antecessore consolato, il presule Alessandrino, vindice invitto della fede ortodossa e artefice premurosissimo della cristiana concordia, riposò nella pace di Cristo. – Noi pertanto, venerabili fratelli, nel celebrare la memoria quindici volte centenaria di questo avvenimento, niente desideriamo e auguriamo più vivamente, se non che quanti si fregiano del nome cristiano, col patrocinio e l’esempio di s. Cirillo promuovano ogni giorno più il ritorno dei fratelli orientali dissidenti, a Noi e all’unica Chiesa di Gesù Cristo. Unica sia per tutti l’intemeratezza della Fede, unica la Carità che tutti insieme ci saldi nel mistico Corpo di Gesù Cristo, unica infine e premurosamente attiva la fedeltà alla Sede del beato Pietro. A quest’opera degna e meritevolissima non solo impieghino tutte le loro forze coloro che vivono in Oriente, i quali con la mutua stima, col benevolo tratto, con l’esempio dei costumi integerrimi, più facilmente potranno attrarre all’unità della Chiesa i fratelli separati, e più degli altri i sacri ministri; ma tutti altresì i fedeli, implorando da Dio con le preghiere l’unità del regno del divin Redentore in ogni parte del mondo, e l’unità dell’universale ovile. A tutti costoro raccomandiamo anzitutto quel validissimo concorso e aiuto, che in qualsiasi iniziativa da intraprendere a salute delle anime, deve essere primo di tempo e precipuo d’efficacia: la preghiera, vogliamo dire, rivolta a Dio con cuore umile e fiducioso. Desideriamo poi che s’interponga il potentissimo patrocinio della Vergine Genitrice di Dio, affinché per la mediazione di questa benignissima e amantissima Madre di tutti, il divino Spirito illumini con la sua superna luce l’animo degli orientali, sì che tutti siamo una cosa sola nell’unica Chiesa, da Gesù Cristo fondata, e dallo stesso Spirito paraclito nutrita con incessante pioggia di grazie e sospinta verso la santità. A quelli poi che vivono nei seminari o in altri collegi, in modo speciale intendiamo raccomandare la «Giornata pro Oriente». In quel giorno s’innalzino più ardenti preghiere al divino Pastore della Chiesa universale, e con crescente premura si stimolino i giovani al desiderio di vedere raggiunta questa santissima unità. Tutti infine coloro che, o insigniti degli ordini sacri, o ascritti all’Azione cattolica e alle altre associazioni, aiutano l’opera gerarchica del Clero sia con la preghiera, sia con gli scritti, sia con la parola, promuovano quanto meglio possono la desideratissima unione degli orientali tutti quanti col Pastore comune. – Faccia Iddio che questo Nostro paterno invito sia ascoltato con buone disposizioni anche da quei Vescovi dissidenti e dai loro greggi, i quali, per quanto separati da Noi, encomiano e venerano tuttavia come domestica loro gloria il Patriarca d’Alessandria. Sia per essi questo preclarissimo dottore maestro ed esempio a restaurare di nuovo la concordia con quel triplice vincolo, che egli, come cosa assolutamente necessaria, raccomandò tanto, e col quale il divino Fondatore della chiesa volle che i suoi figli si sentissero avvinti. Si ricordino inoltre che Noi oggi, per disposizione della divina Provvidenza, occupiamo quell’Apostolica Sede, alla quale il presule alessandrino, spintovi dalla responsabilità del proprio ufficio, si rivolse, sia per difendere contro gli errori di Nestorio con armi sicure la Fede ortodossa, sia altresì perché l’ottenuto pacifico consenso dei confratelli prima dissidenti fosse poi ratificato quasi da sigillo divino. Sappiano anche che Noi siamo mossi dalla stessa carità dei Nostri predecessori e che a questo soprattutto con preghiere assidue tendiamo che, cioè, tolti felicemente di mezzo gli ostacoli inveterati, spunti alfine il sospirato giorno in cui l’intero gregge si trovi raccolto nell’unico ovile sotto la concorde e volenterosa dipendenza da Gesù Cristo nostro Signore e dal suo vicario in terra. – In particolare maniera poi Ci rivolgiamo a quei figli dissidenti tra gli orientali che, mentre venerano moltissimo s. Cirillo, tuttavia non ammettono l’autorità del Concilio Calcedonese, perché in esso fu solennemente definita la duplice natura nella Persona di Gesù Cristo. Riflettano costoro che il Patriarca d’Alessandria non si oppone con la sua sentenza alle deliberazioni, le quali di poi al sorgere di nuovi errori furono dallo stesso concilio di Calcedonia stabilite. Infatti apertamente egli scrive: «Non tutto quello che gli eretici dicono, si deve subito scartare e ripudiare: molte cose professano di quelle che noi pure ammettiamo… Ciò vale anche riguardo a Nestorio; sebbene egli affermi le due nature a significare la differenza dell’umanità e della divinità nel Verbo: e invero altra è la natura del Verbo, altra quella dell’uomo: tuttavia non professa l’unione con noi». – Similmente giova sperare che anche gli odierni seguaci di Nestorio se, senza lasciarsi prendere la mano da pregiudicate opinioni, sottopongono ad attento esame gli scritti di s. Cirillo, siano per vedersi aperta la strada alla verità, e per sentirsi richiamare con l’aiuto della grazia divina al grembo della chiesa cattolica. – Niente altro ormai Ci resta, venerabili fratelli, se non implorare con le supplici Nostre preghiere, durante questo XV centenario di s. Cirillo, sulla Chiesa tutta, ma specialmente su quelli che in Oriente si gloriano del nome Cristiano, il propizio patrocinio di questo santo Dottore, domandando soprattutto che nei fratelli e nei figli dissidenti felicemente si compia ciò che egli un giorno congratulandosi scrisse: «Ecco che le membra avulse del coro della chiesa di nuovo si sono tra loro riunite, e nulla ormai più rimane che per discordia divida i ministri dell’evangelo di Cristo». – Sostenuti da questa soavissima speranza, sia voi tutti e singolarmente, venerabili fratelli, sia al gregge a ciascuno di voi affidato, in auspicio dei celesti favori, e in attestato della paterna Nostra benevolenza, impartiamo con ogni affetto nel Signore l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, il 9 aprile, domenica di risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, dell’anno 1944, VI del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO VII – “DIU SATIS”

Dopo le burrascose vicende che caratterizzarono il Pontificato di S. S. Pio VI,  il suo successore, Papa Pio VII Chiaramonti, appena eletto, fa il punto della drammatica situazione in cui versa la Santa Sede, attaccata con terribili colpi portati dai facinorosi massoni delle rivoluzioni, in particolare contro la figura del Vicario di Cristo, garante del deposito della fede cristiana, principio di unità e santità della Chiesa di Cristo, e Pastore universale al quale è stata affidata la cura ed il pascolo delle anime redente da Gesù Cristo in vista della loro salvezza. Il Santo Padre, dopo una breve rievocazione del comportamento eroico del suo predecessore, Papa Braschi, si abbandona alla volontà ed alla Provvidenza divina, come anche la storia dimostrerà dalle vicende che lo vedranno lungamente perseguitato, cacciato dalla Sede romana, prigioniero ed infine provvidenzialmente restaurato nella sua Sede Apostolica. Ricordando Papa Martino I, altro Pontefice Romano martire, cacciato ed impedito nelle sue funzioni, egli accomuna queste vicende a quelle del suo predecessore, ma in realtà sono parole profetiche anche per se stesso, ché dovrà seguire un analogo doloroso cammino di persecuzioni. Questo dimostra come già all’epoca le forze del demonio erano scatenate contro la Chiesa di Cristo, ed in particolare contro il suo Capo visibile, il successore del Principe degli Apostoli. Oggi la persecuzione del Vicario di Cristo è ancor più crudele di quella dei Papi Martino, Pio VI e VII, perché il Vicario attuale è prigioniero ed impedito materialmente, tradito da tutti i prelati, più o meno finti, oltretutto oltraggiato dalle eresie ultra-moderniste della setta del novus ordo, dei sedevacantisti finti tradizionalisti, e dei fallibilisti disobbedienti eredi invalidi del cavaliere kadosh di Lille. Ma la stessa lettera si chiude con parole di speranza per tutti noi, noi sferzati dalle persecuzione delle eresie pestilenziali dei modernisti adoratori del signore dell’universo, degli scismatici di numerose sette, oltre che dalle eresie ben note degli empi protestanti delle migliaia di sette sparse per ogni dove a servizio di satana: « … Soprattutto è nostro dovere “mantener saldamente e difendere tale unità”, come ammonisce Cipriano (Dell’unità della Chiesa); guardando e ammirando questa, continua a pregare Gesù Cristo, “… il mondo abbia fede che sei Tu che mi hai mandato”. Perciò, fiduciosi nell’aiuto di Cristo che Ci assiste e non si allontana mai dal Nostro fianco e Ci dà forza con queste parole: “Non sia turbato il vostro cuore e non tema; come credete in Dio, così credete anche in me“, dedichiamoci, riunendo il nostro zelo e la nostra alacrità, alla comune salute …». Sono queste parole forti che devono spingere il “pusillus grex” a non temere, a non atterrirsi davanti alle ciclopiche difficoltà materiali e spirituali, a resistere nella certezza della vittoria finale di Nostro Signore che spegnerà con il soffio della sua bocca, ogni incendio suscitato dall’anticristo e dai suoi accoliti … et portæ inferi non prævalebunt … et IPSA conteret caput tuum…

Pio VII
Diu satis

Ci sembra di aver taciuto abbastanza a lungo con voi: ora sono trascorsi già due mesi di inquietudini e di fatiche, da quando Dio impose alla Nostra debolezza questo peso così grande, mettendoCi a capo di tutta la sua Chiesa; e Noi dobbiamo, non tanto per la consuetudine invalsa fin dai più antichi tempi, quanto per l’amore che vi portiamo (amore che, incominciato già da molto per i frequenti rapporti di collegio, sentiamo ora straordinariamente accresciuto e completo) parlarvi almeno per lettera; e nulla può esserCi più soave e gradito. A far questo Ci stimola con forte spinta la natura di quello che è il Nostro particolare dovere, natura così bene espressa dalle parole: “Conforta i tuoi fratelli”. E infatti, in questi tristi tempi di scompiglio, Satana, più che mai, “ci cerca tutti per vagliarci come grano”. Tuttavia, chi è tanto stolto e tanto avverso a Noi da non capire e vedere che Cristo Signore, anche in simili circostanze difficili e ostili, fece ciò che si può constatare, poiché aveva promesso di “pregare per Pietro, affinché non venisse meno la fede in lui”? I posteri certo saranno meravigliati per la sapienza, la grandezza d’animo e la costanza di Pio VI, al quale Noi siamo subentrati nel potere; così gli fossimo succeduti anche in quella virtù, che non poté essere distrutta né fiaccata dall’impeto di nessuna avversità né dall’accumularsi delle sciagure. Possiamo dire che egli rinnovò la forte e fedele difesa della verità e la fermezza nel sopportare affanni e stenti di quel Martino dal quale un giorno provenne così grande lode alla Nostra Sede; infatti, ferocemente cacciato dalla sua città a dalla sua Sede, spogliato di ogni autorità, onore e bene di fortuna, spinto a emigrare altrove appena gli sembrava di aver trovato un posto tranquillo; condotto in terre così lontane, sebbene fosse vecchio e ammalato da non poter fare il viaggio a piedi, sentiva per soprappiù le minacce di un esilio più crudele, e non avrebbe avuto di che nutrire sé e il suo esiguo seguito se qualche anima generosa non lo avesse soccorso; nonostante che ogni giorno la sua solitudine e la sua debolezza fossero messe a dura prova, tuttavia non venne mai meno a sé stesso, non si lasciò ingannare da nessuna frode, né turbare da alcun timore, né lusingare da speranze, né fiaccare da disagi e pericoli; e i suoi nemici non poterono cavargli fuori né una lettera né una parola che non provasse a tutti che Pietro “era vissuto fino a questo tempo nei suoi successori e rendeva giustizia, il che è non dubbio per nessuno ed è più che noto fin dalla prima età” come disse un autore assai quotato nel Concilio di Efeso. Si deve considerare di molta importanza e ricordare con animo grato il fatto che a Pio VI fu da Dio donata la morte (bisogna infatti dire così piuttosto che parlare di vita tolta) in un tempo nel quale più nulla ormai impediva che si eleggesse il suo successore secondo il rito.

Ricordatevi, Venerabili Fratelli, come eravamo preoccupati e trepidanti quando i Cardinali della Santa Romana Chiesa, cacciati anch’essi dalle loro sedi, in gran numero imprigionati, in parte uccisi, moltissimi costretti a attraversare il mare con un tempo orribile, spogliati dei loro beni, poveri, i più separati fra loro da grandi distanze, senza il permesso (poiché le strade erano occupate dal nemico) né di corrispondere fra loro per lettera, né di andare dove volevano e dovevano, davano a pensare che in nessun modo avrebbero potuto riunirsi per rimediare alla vedovanza della Chiesa secondo gli antichi costumi e usanze, se per caso Pio VI, che di giorno in giorno, a quel che sentivamo dire, era in pericolo di vita, avesse dovuto soccombere. Chi allora, in così sciagurate e quasi disperate circostanze, avrebbe osato sperare, in base solo a possibilità umane spirituali e materiali, ciò che doveva avvenire per singolare benevolenza divina, che cioè Pio VI non avrebbe lasciato questa vita prima che, stabiliti i comizi pontifici da tenersi dopo di lui, calmata quasi tutta l’Italia, riordinato tutto il Veneto, moltissimi Cardinali potessero trovarsi presenti a votare a favore e protezione del carissimo Nostro figlio in Cristo Francesco, nominato Apostolico Re d’Ungheria, illustre Re di Boemia e Imperatore dei Romani? – Riconoscano da ciò gli uomini che invano si tenterebbe di rovesciare la “Casa di Dio”, che è la Chiesa costruita su Pietro; il quale è Pietra di fatto e non solo di nome; e che contro questa Casa di Dio “le porte dell’Inferno non potranno prevalere, perché ha le fondamenta sulla pietra”. Tutti coloro che furono nemici della Religione cristiana, combatterono anche una nefanda guerra contro la Cattedra di Pietro, e finché questa resisteva, quella non poteva vacillare né indebolirsi: “e per l’ordinazione e la successione dei suoi Pontefici”, proclama a tutti Sant’Ireneo “venne fino a noi quella che è la proclamazione della verità e la più chiara dimostrazione che unica e identica è la Fede vivificatrice, che nella Chiesa fu conservata dai tempi degli Apostoli fino a ora, e tramandata in spirito di verità”. – Certamente per questa strada sono passati anche coloro che nella Nostra epoca cercarono di sostituire non so quale pestifera infezione di falsa filosofia a quella filosofia (come chiamano benissimo la dottrina cristiana soprattutto i Padri greci) che il Figlio di Dio con la sua eterna sapienza portò giù dal Cielo e impartì agli uomini. E benissimo contro di loro si scaglia con queste parole Paolo: “Sta scritto: accuserò la sapienza dei sapienti e disapproverò la prudenza dei prudenti; dove un sapiente, dove uno scriba, dove un ricercatore in questo secolo? Non fece Dio stolta la sapienza di questo mondo?”. Tanto più volentieri ricordiamo queste parole, Venerabili Fratelli, in quanto ristorano straordinariamente lo spirito e lo elevano e lo infiammano a non evitare nessuna fatica e nessuna lotta per la Chiesa di Cristo, che Egli consegnò e raccomandò a Noi (a Noi che non solo non osavamo desiderare questo, ma neppure Ci pensavamo, e anzi eravamo alquanto intimoriti), perché la governassimo proteggendola, la onorassimo e la ingrandissimo. Ed Egli sicuramente “farà sì che Noi siamo adeguati ministri del Nuovo Testamento, cosicché l’elevazione deriverà dalla virtù di Dio e non da Noi”. Per la qual cosa “cerco ora di commuovervi sinceramente” o Venerabili Fratelli (ciascuno dei quali sarà certamente inquieto e premuroso per conto suo), affinché siate d’accordo con Noi e portiate all’opera la vostra zelante e diligente collaborazione. – Abbiate sempre presente nell’anima quel che Gesù Cristo implorò da suo Padre: “Padre santo, conservali nel tuo nome, affinché siano una sola cosa, come noi… non solo per loro (cioè per gli Apostoli), ma anche per coloro che attraverso le loro parole crederanno in me, io prego che tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, in me e io in te; che essi tutti siano una cosa sola in Noi”.

Soprattutto è nostro dovere “mantener saldamente e difendere tale unità”, come ammonisce Cipriano (Dell’unità della Chiesa); guardando e ammirando questa, continua a pregare Gesù Cristo, “il mondo abbia fede che sei Tu che mi hai mandato”.

Perciò, fiduciosi nell’aiuto di Cristo che Ci assiste e non si allontana mai dal Nostro fianco e Ci dà forza con queste parole: “Non sia turbato il vostro cuore e non tema; come credete in Dio, così credete anche in me”, dedichiamoci, riunendo il nostro zelo e la nostra alacrità, alla comune salute. – Città, castelli, campagne, distretti, province, regni, nazioni, già da tanti anni saccheggiati, torturati, immiseriti, rovinati, bramano un rimedio che li ristori: e questo non dobbiamo sperare di trovarlo altro che nella dottrina di Cristo. E possiamo ora con maggiore fiducia incitare quelli che ne sono ancora lontani, con le parole di Agostino: “Diano un esercito di soldati quali la dottrina di Cristo comandò che fossero, diano provinciali, mariti, mogli, genitori e figli, padroni e servi, re e giudici, infine contribuenti del fisco ed esattori come la dottrina di Cristo prescrive che siano”, e non potendo ottenere ciò “non esitino a proclamare che questa sarebbe la più sicura salvezza dello Stato, se si obbedisse”. – È dunque Nostro dovere, Venerabili Fratelli, soccorrere gli uomini e le popolazioni in angustie e scacciare dalle teste di tutti i mali che incalzano e minacciano e il pensiero dei quali Ci fa piangere; infatti “Gesù Cristo diede pastori e dottori per il compimento degli atti sacri, per il ministero e l’edificazione del corpo di Cristo: fino a che tutti siano giunti all’unità della Fede e della conoscenza del Figlio di Dio”. – E se qualcosa per caso distogliesse o impedisse alcuno di Noi dal diligente compimento di tale opera, di quale vergognoso delitto si renderebbe egli colpevole! Pertanto, o Venerabili Fratelli, vi preghiamo prima di tutto e scongiuriamo ed esortiamo e ammoniamo e inoltre vi ordiniamo di non trascurare nessun atto di vigilanza, di diligenza, di fatica per “custodire il deposito” della dottrina di Cristo; poiché sapete bene quali cospirazioni e da chi siano state fatte per perderlo. – E non annoverate nel Clero nessuno; non affidate a nessuno “l’amministrazione dei misteri di Dio”; non tollerate che nessuno riceva le confessioni o parli al pubblico dei fedeli; non date a nessuno alcuna funzione o incarico prima di avere attentamente esaminato, indagato e accuratamente provato se la sua anima sia conforme a Dio. Poiché “così non avessimo imparato per esperienza che grande quantità di pseudo-apostoli si sono diffusi in quest’epoca, pseudo-apostoli che sono subdoli lavoratori i quali si fanno passare per Apostoli di Cristo”, dai quali, se non facciamo attenzione, certamente “saranno corrotti i fedeli, come Eva fu sedotta dal serpente con l’astuzia, e decadranno dalla semplicità cristiana”. E bisogna che voi “badiate bensì a tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo vi pose come Vescovi”; ma soprattutto i fanciulli e gli adolescenti reclamano la vigile, zelante, attiva opera del vostro paterno amore e della vostra benevolenza: i fanciulli e gli adolescenti che Gesù Cristo così caldamente raccomandò a Noi, sia con l’esempio che con le parole; e coloro che tentano di rovesciare le istituzioni pubbliche e private e di mettere sottosopra tutti i diritti umani e divini, hanno fatto ogni sforzo per avvelenare e corrompere le loro tenere anime, sperando così di compiere i loro premeditati misfatti. E infatti non ignoriamo che essi sono simili a cera molle e possono essere facilmente maneggiati, piegati da tutte le parti e plasmati: e una volta assunta una forma, crescendo induriscono in questa e la mantengono molto tenacemente, respingendone ogni altra; donde quel proverbio che va per le bocche di tutti: “Chi segue una data via nell’adolescenza, anche invecchiando non se ne allontanerà”. Non fate in modo, dunque, Venerabili Fratelli, “che coloro che si occupano di cose mondane siano più saggi di coloro che seguono nella loro vita giustizia e verità”. Considerate attentamente a quali uomini siano affidati i fanciulli e gli adolescenti nei seminari e nei collegi, in quali discipline siano istruiti, quali maestri siano scelti nei licei, che lezioni si tengano; sorvegliate assiduamente, indagate, esplorate ogni cosa; scacciate e tenete lontani “i lupi rapaci che non risparmiano” il gregge degl’innocenti agnelli; e se per caso si sono introdotti in qualche luogo spingeteli fuori e sterminateli immantinente, “secondo il potere che Dio vi diede per l’edificazione”. – La salute stessa della Chiesa, dello Stato, dei Principi e di tutti i mortali, salute che dobbiamo considerare molto più cara e più importante della nostra vita, esige che questo potere sia tutto da Noi esplicato nel distruggere quel mortale flagello dei libri. – Questo argomento trattò largamente e a fondo con voi il Nostro Predecessore Clemente XIII di felice memoria in una sua Lettera direttavi il 25 Novembre 1766. E non parliamo soltanto di strappare dalle mani degli uomini, di distruggere completamente bruciandoli quei libri nei quali si dà contro la dottrina di Cristo apertamente; ma anche e soprattutto bisogna impedire che arrivino alle menti e agli occhi di tutti quei libri che operano più nascostamente e più insidiosamente. Per riconoscerli “non c’è bisogno”, dice Cipriano (Dell’unità della Chiesa),di un lungo trattato e di argomentazioni; in breve, vi è una facile prova di verità: Dio dice a Pietro: Pascola le mie pecore”. Dunque le pecore di Cristo debbono ritenere salutare per loro quel pascolo nel quale le ha poste la voce autorevole di Pietro, a esso debbono dedicarsi e con esso nutrirsi: e stimare assolutamente peccaminose ed esiziali le cose dalle quali tale voce li richiami e li distolga; e non debbono lasciarsi attrarre da alcuna apparenza né travolgere da alcuna seduzione. Coloro che non si mostrano così obbedienti, non si possono certo annoverare fra le pecorelle di Cristo. Su questo punto, Venerabili Fratelli, non possiamo chiudere gli occhi, né tacere, né essere troppo indulgenti: se infatti non è frenata e repressa così grande libertà di pensiero e di parola, di leggere e di scrivere, sembrerà che per tanto tempo siamo stati sollevati dal male che da così lungo tempo ci affligge, per il senno e le forze dei più sapienti e potenti re e duci; ma che, scomparsa ed estinta la loro stirpe (inorridiamo nel dirlo, pure bisogna dirlo) quello dilagherà di più e acquisterà forza abbracciando tutta la terra, né per l’avvenire basteranno a distruggerlo o ad allontanarlo legioni di soldati, guardie, sentinelle, munizioni di città e fortificazioni di imperi. Ognuno di noi, Venerabili Fratelli, si sente commosso ed esaltato dal fatto che Dio ci assegnò il Profeta Ezechiele: “O figlio dell’uomo, io ti ho posto come vedetta nella casa di Israele: tu udrai dalla mia bocca la mia parola e l’annuncerai loro. Se quando io dico all’empio: morrai di morte, tu non glielo annuncerai… l’empio morrà nella sua malvagità: e io esigerò da te il suo sangue”. Queste parole, lo confessiamo, Ci vanno stimolando giorno e notte, e non Ci permetteranno mai di essere incerti o esitanti nell’adempimento del Nostro dovere; e vi promettiamo e garantiamo che non solo saremo il vostro collaboratore e fautore, ma anche il primo e il capo. – E inoltre vi è, Venerabili Fratelli, un altro “deposito da custodire” e da difendere con animo più che mai saldo e costante, quello cioè delle più sante leggi della Chiesa, sulle quali essa stabilì quella sua disciplina in cui sta il potere, per le quali fioriscono la pietà e la virtù, e per le quali la Sposa di Cristo “è forte come un esercito schierato in campo”; e la maggior parte delle quali sono gettate come fondamenta a sostenere il peso della Fede, per servirCi delle parole di San Zosimo.

Nulla può essere più vantaggioso e glorioso per i capi di città e per i re che “lasciare”, come l’altro valorosissimo e sapientissimo Predecessore Nostro San Felice prescriveva all’Imperatore Zenone, “lasciare… che la Chiesa Cattolica si serva delle sue leggi, e non permettere che alcuno si opponga alla sua libertà… Infatti è certamente salutare per i loro interessi che, trattandosi di cose divine, secondo la sua legge, cerchino di subordinare la loro regia volontà ai sacerdoti di Cristo, non di anteporla”. – Per quel che riguarda “il deposito” dei beni della Chiesa, “le quali ricchezze sono i voti, il sacro denaro, la sostanza delle cose sante, le cose di Dio”, come spiegano esplicitamente i Padri, i Concili e le Sacre Scritture, che cosa mai, Venerabili Fratelli, potremmo prescrivervi ora che la Chiesa è miserabilmente spoglia e priva di essi? Una cosa sola: di adoperarvi e di sforzarvi affinché tutti comprendano e si imprimano nell’anima ciò che un tempo il Concilio di Aquisgrana rinserrò in questa breve e chiara e meditata sentenza conclusiva: “Chiunque abbia portato via o abbia macchinato di portar via le cose che altri fedeli abbiano recate, prendendole fra i loro beni, per onorare Dio e ornare la sua Chiesa e per uso dei ministri di questa, allo scopo di risanare le loro anime: certamente ha trasformate in pericolo per l’anima sua le cose che gli altri hanno date”. – Abbiamo tutte le ragioni di affermare quanto segue col Nostro Precursore Sant’Agostino: “Non certamente da ostinata ricerca di vantaggi secolari, ma dalla considerazione del giudizio divino siamo spinti a ridomandare quelle cose che abbiamo l’ordine di amministrare con fedeltà e prudenza”. È chiaro che i re cristiani non lasciano vane le Nostre preghiere, esortazioni, ammonimenti o atti d’autorità, e così pure i capi di Stato, che affermano giustamente di essere stati chiamati da Isaia “balii” della Chiesa, e tali si vantano di essere; e la loro pia devozione, la loro giustizia e sapienza e fede, Ci danno tanta speranza e destano in Noi una così fiduciosa aspettativa, che riteniamo cosa sicura che essi faranno in modo che siano restituite immediatamente “a Dio le cose di Dio”, e che non correranno il rischio di sentir risonare alle loro orecchie queste parole di lamento di Dio: “Avete preso il mio argento e il mio oro, e le cose mie più belle e desiderabili”. – E non saranno diversi dai grandi Costantino e Carlo, dei quali andò famosa la generosità e l’equità verso la Chiesa: uno dei due confessò “di aver conosciuto molti regni e di aver visto i loro re cadere per aver spogliata la Chiesa”; per la qual cosa dichiara e imprime nell’anima ai suoi figli e a coloro che in seguito reggeranno lo Stato: “Per quanto è in nostro potere, in nome di Dio e di tutti i benefici dei Santi, proibiamo e impediamo che essi facciano tali cose, e che diano il loro consenso a coloro che le vogliono fare, ed esigiamo che siano con tutte le loro forze collaboratori e difensori della Chiesa e del culto divino”. E non bisogna nascondervi, o Venerabili Fratelli, alla fine di questa lettera “che grande è la mia tristezza e non ha tregua il dolore del mio cuore”, per i figli Nostri, che sono i popoli di Francia e tutti gli altri presso i quali non è ancora raffreddata la stessa furente pazzia. Che cosa potremmo desiderare di più che dare la vita per loro, se la loro salvezza potesse essere pagata con la Nostra morte? Non neghiamo, anzi teniamo sempre presente, che a diminuire e a sollevare il Nostro acerbo dolore molto valgono l’invitta forza d’animo e la costanza che moltissimi di voi hanno dimostrata, che ogni giorno abbiamo in mente e che uomini di ogni genere, età, classe sociale hanno seguito con meraviglioso impeto: uomini che hanno preferito patire ogni specie d’ingiurie, di pericoli, di supplizi, persino incontrare la morte, e hanno stimato tutto ciò più nobile per loro, che lasciarsi imbrattare da illeciti e delittuosi sacramenti, vincolarsi al delitto e disobbedire ai decreti e ai precetti della Sede Apostolica. A memoria Nostra, sono rinnovate tanto la virtù che la crudeltà dei primi tempi. E non vi è nessun popolo, in nessuna parte, che non sia compreso nel Nostro pensiero e nel Nostro paterno vigile amore; nessuno per il quale non Ci rattristiamo e non Ci affliggiamo crudelmente a causa del suo dissidio da Noi e dalla verità, e al quale non verremmo con esultanza in aiuto.

Unitevi a Noi nelle Nostre preghiere, affinché dopo tante e lunghe agitazioni “la Chiesa abbia pace, affinché sia edificata nel timor di Dio e nella consolazione dello Spirito Santo, e nulla ormai impedisca che di tutte le nazioni si faccia un solo ovile ed un solo pastore”.

Frattanto, a voi che siete così ben disposti e pronti e al Gregge che governate, con tutta l’anima impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Venezia, dal Monastero di San Giorgio Maggiore, il 15 Maggio 1800, anno I del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “INCREDIBILI AFFLICTAMUR”

Ancora una volta si ode l’eco delle parole che Dio imponeva al suo Profeta: …  « Clama, ne cesses, quasi tuba exalta vocem tuam, et annuntia populo meo scelera eorum, et domui Jacob peccata eorum» In questa breve ma drammatica lettera Enciclica, il Santo Padre denunzia le violenze perpetrate nei confronti della Chiesa di Cristo da un governo di stampo massonico che dominava allora la Nuova Granata, l’attuale Columbia [.. che sta ancora pagando con i cartelli della droga e con la violenza civile], usurpando, violando, massacrando corpi e soprattutto anime, violando i più elementari diritti di inermi cittadini e religiosi zelanti: è la persecuzione che da sempre accompagna i seguaci di Cristo. Oggi la persecuzione è ancor più subdola, perché cerca, trasfigurata da “angelo di luce”, di uccidere soprattutto l’anima, il vero obiettivo del demonio. I governi mondiali e mondialisti, solo tutti dello stesso stampo oramai, le persecuzioni materiali avvengono nei Paesi ancora non totalmente sottomessi al dictat dei “figli della vedova”, persecuzioni che non avvengono apparentemente nei Paesi in cui la setta del “novus ordo” [… è lo stesso che dire i figli del baphomet-signore dell’universo] ha il pieno controllo della situazione politico-spirituale. Ma è proprio là infatti che si annida il nemico di Cristo e del suo Vicario, come fu ben profetizzato dal terrorizzato Santo Padre Leone XIII, voce dello Spirito Santo, nella sua tremenda visione che diede luogo alla composizione della preghiera a San Michele che Papa Pecci indulgenziò con 500 giorni … anche questo è Magistero ordinario ed universale e Profezia divinamente ispirata: « … ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ » … più chiaro di così! E allora, pusillus grex, non mollare: la lotta è sempre più dura, occorre serrare le fila, condurre la buona battaglia fino alla fine anche se occorresse il martirio – grazia che garantisce l’eterna salvezza – nella certezza della corona finale … CLAMA, NE CESSES!

Pio IX
Incredibili afflictamur

Siamo afflitti da incredibile dolore e gemiamo insieme a voi, Venerabili Fratelli, considerando in quale maniera crudele ed empia il Governo della Repubblica di Nuova Grenada assale, sconvolge e dilacera la Chiesa. – Neppure possiamo esprimere con le parole i molteplici sacrileghi ardimenti con i quali lo stesso Governo, recando gravissime offese a Noi ed a questa Sede Apostolica, tenta di conculcare e distruggere le nostra santissima Religione, i suoi diritti consacrati, la dottrina, il culto e i suoi sacri ministri. – Soprattutto da due anni, infatti, tale Governo ha emanato leggi esecrabili e decreti che ostacolano la Chiesa Cattolica, la sua dottrina, la sua autorità e i suoi diritti. Per effetto di queste leggi e di questi decreti iniqui, ai sacerdoti è, tra l’altro, proibito di esercitare il ministero ecclesiastico senza l’autorizzazione del potere civile, e tutti i beni della Chiesa sono stati sequestrati e venduti; per questo motivo sono rimaste prive delle loro rendite le parrocchie, le famiglie religiose di entrambi i sessi, il clero, gli ospedali, le case di rifugio, le pie confraternite, i benefici e persino le cappellanie sotto diritto di patronato. – Inoltre, per queste stesse leggi e per questi decreti ingiustissimi è totalmente contrastato il legittimo diritto della Chiesa di acquistare e possedere; è sancita la libertà per ciascun culto non Cattolico; sono state tolte di mezzo tutte le comunità religiose, maschili e femminili, stabilitesi nel territorio di Nuova Grenada e ne è stata completamente vietata l’esistenza; vietata anche la divulgazione di tutte le Lettere e di qualunque Rescritto proveniente da questa Sede Apostolica, con la pena dell’esilio per gli ecclesiastici che rifiutassero di attenersi alle disposizioni, e di multe e carcere per i laici. – Per di più, con queste detestabili leggi e questi decreti è stabilito che sia comminata la pena dell’esilio a tutti i religiosi, secolari o regolari, che abbiano tentato di sottrarsi alla legge che prevede la spoliazione dei beni ecclesiastici; che gli ecclesiastici non possano assolutamente adempiere al loro ministero se non dopo aver giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica di Nuova Grenada ed a tutte le sue leggi (così contrarie alla Chiesa) già promulgate e che verranno pubblicate in futuro, contemporaneamente viene inflitta la pena dell’esilio a tutti coloro che si rifiutino di prestare un giuramento tanto empio ed illecito. Queste norme e molte altre, assolutamente ingiuste ed inique – che ripugna enumerare nel dettaglio – sono state fissate dal Governo della Repubblica di Nuova Grenada contro la Chiesa, in spregio di tutte le leggi divine ed umane. – Tuttavia, poiché voi, Venerabili Fratelli, per il vostro egregio spirito religioso e per la vostra virtù non avete mai smesso di opporvi costantemente, con le parole e con gli scritti, alle prevaricazioni ed ai decreti del Governo, così empi e sacrileghi, e di propugnare impavidi la causa ed il diritto della Chiesa, il furore del Governo non ha smesso di infierire contro di voi; contro tutti gli ecclesiastici a voi sottomessi, memori del loro impegno e della loro vocazione; contro tutto ciò che è della Chiesa. – Quasi tutti voi siete stati perseguitati miserevolmente, schiacciati dalle forze armate, allontanati violentemente dal vostro gregge, buttati in prigione, cacciati in esilio, relegati in regioni dal clima pernicioso; i sacerdoti e i membri delle famiglie religiose che si sono meritoriamente opposti alle criminali disposizioni del Governo sono stati mandati in carcere, oppure hanno trovato la morte nell’esilio, o sono obbligati a vivere alla macchia. – Quando tutte le vergini consacrate a Dio furono cacciate violentemente dai loro monasteri e ridotte alla miseria più totale dal Governo, esse furono accolte nelle case di alcuni pii fedeli, profondamente commossi dalla loro tristissima condizione. Ma il Governo, che non può tollerare ciò, minaccia di cacciarle anche dalle case di questi fedeli e di disperderle. – I templi santi ed i cenobii sono stati denudati, spogliati, profanati, adibiti a stazioni militari; le loro sacre suppellettili ed i loro ornamenti saccheggiati; il culto divino abolito; il popolo cristiano, privato dei suoi pastori legittimi e lasciato miseramente senza il soccorso della nostra Religione divina, corre gran rischio – con massima preoccupazione Nostra e vostra – per quanto riguarda la salvezza eterna. – Quale persona, animata da spirito cattolico od umano, non si addolorerebbe profondamente vedendo la Chiesa Cattolica, la sua dottrina, l’autorità, i suoi rappresentanti consacrati, combattuti con tanta violenza e crudeltà persecutoria dal Governo di Nuova Grenada, che reca ingiurie tanto grandi anche alla suprema autorità Nostra e di questa Sede Apostolica? – Ciò che soprattutto va deplorato, Venerabili Fratelli, è che possano esistere alcuni ecclesiastici che non hanno esitato ad obbedire alle disposizioni ed alle inique leggi del Governo, ad appoggiarle ed a prestare l’illecito giuramento di obbedienza sopra citato, con grandissimo dolore vostro e Nostro, meraviglia e lutto di tutte le persone per bene. – In tanto disastro per la Chiesa Cattolica e in tanto pericolo per le anime, doverosamente memori dei Nostri compiti apostolici e soprattutto solleciti del bene di tutte le Chiese, considerando come detta a Noi la frase del Profeta “Grida, non smettere, esalta la tua voce come una tromba e annuncia al mio popolo i loro delitti e alla casa di Giacobbe i loro peccati ” (Is LVIII, 1), con questa Lettera eleviamo la Nostra voce apostolica lamentando senza sosta e rinfacciando tutti i gravissimi danni e le offese che il Governo di Nuova Grenada ha inflitto alla Chiesa, alle persone e alle cose consacrate, e a questa Santa Sede. – Tutti questi attentati ed anche quelli commessi contro la Chiesa in altre materie del diritto ecclesiastico, sia dal Governo di Nuova Grenada, sia anche dai suoi sottoposti e dai suoi magistrati, attentati portati a termine in qualunque maniera, Noi li stigmatizziamo e condanniamo. Abroghiamo con la Nostra stessa autorità le leggi, i decreti e le norme che ne sono derivati e li dichiariamo di nessun effetto e di nessuna forza, né per il passato né per l’avvenire. – In nome di Dio supplichiamo gli autori di questi misfatti affinché aprano infine gli occhi davanti alle gravissime ferite inferte alla Chiesa; affinché si ricordino e prendano in serio esame le censure e le pene che le Costituzioni Apostoliche e i decreti dei Concilii generali infliggono a coloro che invadono il diritto della Chiesa e che perciò stesso incorrono in esse; affinché abbiano pietà delle loro anime, tenendo presente “che severissimo sarà il giudizio per coloro che sono al comando” (Sap V, 6). – Con il massimo impegno ammoniamo ed esortiamo quegli ecclesiastici che, appoggiando il Governo, sono venuti miseramente meno ai loro doveri: ricordandosi della santa vocazione, si affrettino a ritornare sulla via della giustizia e della verità, e seguano l’esempio di quegli ecclesiastici che, per un’infelice caduta, prestarono il prescritto giuramento d’obbedienza al Governo e tuttavia in seguito si sono gloriati di ritrattare e condannare tale giuramento, con grande soddisfazione Nostra e dei loro Vescovi. – Intanto, le più grandi e le più meritate lodi esprimiamo a voi, Venerabili Fratelli, che – impegnandovi come valorosi soldati di Gesù Cristo e combattendo con singolare costanza – non avete mai smesso di far sì che tramite vostro si potesse difendere, con la parola o con gli scritti, la causa della Chiesa, la sua dottrina, i codici, la libertà; che si potesse curare la salvezza del vostro gregge, rafforzandolo contro l’empia distruttività dei nemici e i pericoli che aggrediscono la Religione. Tutto ciò avete fatto sopportando con forza vescovile anche le offese più gravi, anche gli attacchi più aspri. – Perciò non possiamo dubitare che con altrettanto impegno, quanto ce n’è in voi, continuerete a propugnare la causa della nostra divina Religione e a preoccuparvi della salute dei fedeli, così come avete fatto tanto lodevolmente fino ad ora. – Lodi dovute esprimiamo anche al fedele clero della Repubblica di Nuova Grenada che, geloso della propria vocazione e stretto a questa Cattedra di Pietro ed ai suoi Vescovi, gravemente perseguitato per la Chiesa, la verità e la giustizia, ha sopportato e sopporta con pazienza pesantissimi oltraggi di ogni genere. – Non possiamo non lodare e non ammirare tante vergini consacrate a Dio che, pur espulse violentemente dai loro monasteri e ridotte in triste miseria, tuttavia si sono mantenute tanto strettamente legate allo Sposo celeste; sopportano con cristiana virtù la terribile condizione nella quale si trovano; non cessano di effondere notte e giorno i loro cuori davanti a Dio, pregandolo in umiltà e zelo per la salvezza di tutti, compresi i loro stessi persecutori. – Insieme lodiamo anche il popolo cattolico di Nuova Grenada, che in larghissima maggioranza continua a dimostrare l’antico amore, la fede, la riverenza e l’obbedienza nei confronti della Chiesa Cattolica, di Noi, della Sede Apostolica e dei suoi maestri. – Non cesseremo nemmeno, Venerabili Fratelli, di rivolgerci con fiducia al trono della grazia; di pregare umilmente e scongiurare con le più ferventi orazioni il Dio delle misericordie e Padre di ogni consolazione, affinché sorga e giudichi la sua causa; tolga dalle calamità la sua Santa Chiesa, vessata qui come in quasi tutte le parti del mondo; la consoli con il suo opportuno aiuto, e generosamente le elargisca la pace e la serenità, tanto desiderate in così numerose e gravi avversità. Che Egli abbia pietà di tutti secondo la sua grande misericordia, e con l’onnipotente sua virtù faccia si che tutti i popoli, le genti, le nazioni adorino Lui, il Suo Figlio Unigenito Signore Nostro Gesù Cristo, insieme con lo Spirito Santo; li temano, li riconoscano e li amino con tutto il cuore, l’anima, la mente, ed osservando religiosamente i mandati e i precetti divini camminino come figli della luce sulla strada del bene, della giustizia e della verità. Infine, in vista di ogni dono celeste e come indubitabile pegno della Nostra benevolenza speciale nei vostri confronti, impartiamo con affetto l’Apostolica Benedizione, sgorgata dal profondo del cuore, a voi, Venerabili Fratelli, e al gregge affidato alla vostra custodia.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 17 settembre 1863, anno diciottesimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “QUI NUPER”

In questa brevissima lettera, il Santo Padre, sottolinea ancora una volta la necessità per la Chiesa di Cristo, di possedere un principato civile « … dichiariamo essere necessario a questa Santa Sede il principato civile, perché senza alcun impedimento possa esercitare, nell’interesse della Religione, la sua sacra potestà (principato civile che i perversissimi nemici della Chiesa di Cristo si sforzano di strapparle), » . Sappiamo ora come è andata a finire la questione per la Sede Apostolica, ma solo in parte sappiamo cosa è successo alla Nazione italiana (guerre coloniali, guerre mondiali, dittatura feroce, milioni di giovani ragazzi immolati al moloch della guerra, milioni di civili falcidiati dagli oppressori nazisti e dai “liberatori” anglo-americani, distruzioni e miserie senza numero …) e possiamo solo immaginare cosa l’aspetti ancora nel tempo prossimo venturo, visto che il Signore è lento nel manifestare la sua ira ma colpisce inesorabilmente quando tutto sembra procedere nel migliore dei modi. Ma le ingiurie per il Santo Padre, il Vicario di Cristo, vero unico e definitivo bersaglio dei servi del demonio [ … satanisti massoni, satanisti modernisti, satanisti pseudo-religiosi della quinta colonna del “novus ordo”, satanisti sedevacantisti e gallicani fallibilisti, kazaro kabalisti …], non sono finite con la usurpazione dei territori strappati alla Chiesa, ma sono proseguite fino alla cacciata del Papa dal suo trono ereditato da Pietro, il Principe degli Apostoli, occupato da un fantoccio manipolato dai poteri demoniaci attraverso i “masculorum concubitores” già annunziati da San Paolo ai suoi fedeli di Corinto: « … nam ejusmodi pseudoapostoli sunt operarii subdoli, transfigurantes se in apostolos Christi. Et non mirum: ipse enim satanas transfigurat se in angelum lucis. Non est ergo magnum, si ministri ejus transfigurentur velut ministri justitiæ: quorum finis erit secundum opera ipsorum ». (II Cor. 11, 13-15). Ma chi persevererà fino alla fine, si salverà, chi non persevererà … ahimè! … là sarà pianto e stridor di denti, secundum opera ipsorum!

Pio IX
Qui nuper

Quel moto di sedizione testé scoppiato in Italia contro i legittimi Principi, anche nei paesi confinanti con i Domini Pontifici, invase pure, come una fiamma d’incendio, alcune delle Nostre Province; le quali, mosse da quel funesto esempio e spinte da eccitamenti esterni, si sottrassero alla Nostra paterna autorità, cercando anzi, con lo sforzo di pochi, di sottoporsi a quel Governo italiano che in questi ultimi anni fu avverso alla Chiesa, ai legittimi suoi diritti ed ai sacri Ministri. Ora, mentre Noi riproviamo e lamentiamo questi atti di ribellione con i quali una sola parte del popolo, in quelle province così ingiustamente disturbate, risponde alle Nostre paterne cure e sollecitudini, e mentre apertamente dichiariamo essere necessario a questa Santa Sede il principato civile, perché senza alcun impedimento possa esercitare, nell’interesse della Religione, la sua sacra potestà (principato civile che i perversissimi nemici della Chiesa di Cristo si sforzano di strapparle), a Voi, Venerabili Fratelli, in così gran turbine di avvenimenti indirizziamo la presente lettera per dare qualche sollievo al Nostro dolore. – In questa occasione vi esortiamo anche affinché, secondo la provata vostra pietà e l’esimia vostra sollecitudine per la Sede Apostolica e la sua libertà, procuriate di compiere quello che leggiamo avere già prescritto Mosè ad Aronne, supremo Pontefice degli Ebrei: “Prendi il turibolo e spargi l’incenso sul fuoco prelevato dall’altare, e incamminati rapidamente verso il popolo per pregare per esso; infatti l’ira del Signore si è già messa in cammino e la ferita incrudelisce grandemente” (Nm 16,6-7). Del pari vi esortiamo a pregare, come già fecero quei santi fratelli Mosè ed Aronne i quali “con il volto chino dissero: O Dio, più forte di tutti i viventi, a causa dei peccati di alcuni la tua ira si sfogherà contro tutti?” (Nm 16,22). A questo fine, Venerabili Fratelli, vi scriviamo la presente lettera, dalla quale riceviamo non lieve consolazione, giacché confidiamo che Voi risponderete abbondantemente ai Nostri desideri ed alle Nostre cure. – Del resto, Noi dichiariamo apertamente che, vestiti della virtù che discende dall’alto e che Dio, supplicato dalle preghiere dei fedeli, concederà alla Nostra pochezza, soffriremo qualunque pericolo e qualunque dolore piuttosto che abbandonare in qualche parte il Nostro dovere apostolico e permettere qualsiasi cosa contraria alla santità del giuramento con cui Ci siamo legati quando, per volontà di Dio, salimmo, benché immeritevoli, a questa suprema Sede del Principe degli Apostoli, rocca e baluardo della Fede Cattolica. – Augurandovi, Venerabili Fratelli, ogni allegrezza e felicità nel compiere il vostro dovere pastorale, con ogni affetto impartiamo a Voi ed al Vostro Gregge l’Apostolica Benedizione, auspice della celeste beatitudine.

Dato in Roma, presso San Pietro, il 18 giugno 1859, anno decimoquarto del Nostro Pontificato.

SACRAMENTUM ORDINIS DI S. S. PIO XII

SACRAMENTUM ORDINIS

PIUS EPISCOPUS
SERVUS SERVORUM DEI
AD PERPETUAM REI MEMORIAM

CONSTITUTIO APOSTOLICA

DE SACRIS ORDINIBUS DIACONATUS, PRESBYTERATUS ET EPISCOPATUS

1. Sacramentum Ordinis a Christo Domino institutum, quo traditur spiritualis potestas et confertur gratia ad rite obeunda munia ecclesiastica, unum esse idemque pro universa Ecclesia catholica fides profitetur; nam sicut Dominus Noster Iesus Christus Ecclesiae non dedit nisi unum idemque sub Principe Apostolorum regimen, unam eandemque fidem, unum idemque sacrificium, ita non dedit nisi unum eundemque thesaurum signorum efficacium gratiæ, id est Sacramentorum. Neque his a Christo Domino institutis Sacramentis Ecclesia sæculorum cursu alia Sacramenta substituit vel substituere potuit, cum, ut Concilium Tridentinum docet, (Conc. Trid., Sess. VII, can. 1, De Sacram. in genere) septem Novae Legis Sacramenta sint omnia a Iesu Christo Domino Nostro instituta et Ecclesiae nulla competat potestas in substantiam Sacramentorum », id est in ea quae, testibus divinæ revelationis fontibus, ipse Christus Dominus in signo sacramentali servanda statuit.

2. Quod autem ad Sacramentum Ordinis de quo agimus spectat, factum est ut, non obstante eius unitate et identitate, quam nemo unquam e catholicis in dubium revocare potuit, tamen, aetatis progressu, pro temporum et locorum diversitate, illi conficiendo ritus varii adiicerentur; quod profecto ratio fuit cur theologi inquirere coeperint, quinam ex illis in ipsius Sacramenti Ordinis collatione pertineant ad essentiam, quinam non pertineant : itemque causam praebuit dubiis et anxietatebus in casibus particularibus, ac propterea iterum iterumque ab Apostolica Sede humiliter expostulatur fuit, ut tandem quid in Sacrorum Ordinum collatione ad validitatem requiratur, suprema Ecclesiae auctoritate decerneretur.

3. Constat autem inter omnes Sacramenta Novae Legis, utpote signa sensibilia atque gratiae invisibilis efficientia, debere gratiam et significare quam efficiunt et efficere quam significant. Iamvero effectus, qui Sacra Diaconatus, Presbyteratus et Episcopatus Ordinatione produci ideoque significari debent, potestas scilicet et gratia, in omnibus Ecclesiae universalis diversorum temporum et regionum ritibus sufficienter significati inveniuntur manuum impositione et verbis eam determinantibus. Insuper nemo est qui ignoret Ecclesiam Romanam semper validas habuisse Ordinationes graeco ritu collatas absque instrumentorum traditione, ita ut in ipso Concilio Florentino, in quo Græcorum cum Ecclesia Romana unio peracta est, minime Graecis impositum sit, ut ritum Ordinationis mutarent vel illi instrumentorum traditionem insererent : immo voluit Ecclesia ut in ipsa Urbe Graeci secundum proprium ritum ordinarentur. Quibus colligitur, etiam secundum mentem ipsius Concilii Florentini, traditionem instrumentorum non ex ipsius Domini Nostri Iesu Christi voluntate ad substantiam et ad validitatem huius Sacramenti requiri. Quod si ex Ecclesiae voluntate et praescripto eadem aliquando fuerit necessaria ad valorem quoque, omnes norunt Ecclesiam quod statuit etiam mutare et abrogare valere.

4. Quae cum ita sint, divino lumine invocato, suprema Nostra Apostolica Auctoritate et certa scientia declaramus et, quatenus opus sit, decernimus et disponimus : Sacrorum Ordinum Diaconatus, Presbyteratus et Episcopatus materiam eamque unam esse manuum impositionem; formam vero itemque unam esse verba applicationem huius materiae determinantia, quibus univoce significantur effectus sacramentales, — scilicet potestas Ordinis et gratia Spiritus Sancti, — quaeque ab Ecclesia qua talia accipiuntur et usurpantur. Hinc consequitur ut declaremus, sicut revera ad omnem controversiam auferendam et ad conscientiarum anxietatibus viam praecludendam, Apostolica Nostra Auctoritate declaramus, et, si unquam aliter legitime dispositum fuerit, statuimus instrumentorum traditionem saltem in posterum non esse necessariam ad Sacrorum Diaconatus, Presbyteratus et Episcopatus Ordinum validitatem.

PIUS PP. XII


*A.A.S., vol. XL (1948), n. 1-2, pp. 5-7

Acta Apostolicæ Sedis, vol. XL, n°s 1-2 (28, 1.-27. 2. 48). pp. 5-7

1. La Fede cattolica professa che il Sacramento dell’Ordine istituito da Cristo, per mezzo del quale è conferito il potere e la grazia spirituale di svolgere le funzioni propriamente ecclesiastiche, è uno e lo stesso per la Chiesa universale; poiché, come Nostro Signore Gesù Cristo ha dato alla Chiesa, un solo e medesimo governo sotto il Principe degli Apostoli, una sola e stessa fede, un solo stesso Sacrificio, così anche Lui le diede solo uno e medesimo tesoro di efficacia con i segni di grazia, cioè i Sacramenti. Oltre questi Sacramenti istituiti da Cristo Nostro Signore, la Chiesa nel corso dei secoli non ha mai costituito altri Sacramenti, né avrebbe potuto farlo, poiché, come insegna il Concilio di Trento (Conc. Tr., Sess. VII, can. De Sacram, in genere), i sette Sacramenti della nuova legge furono tutti istituiti da Gesù Cristo nostro Signore, e la Chiesa non ha potere sulla “sostanza dei Sacramenti”, cioè su quelle cose che, come è provato dalle fonti della rivelazione divina, Cristo, il Signore stesso ha stabilito fossero mantenuto come segni sacramentali.

2. Ma, in ciò che concerne il Sacramento dell’ordine, di cui qui si tratta, malgrado la sua unità  e la sua identità, che nessun cattolico ha mai potuto mettere in dubbio, è accaduto nel corso degli anni, secondo la diversità dei tempi e dei luoghi, che si sono aggiunti diversi riti alla sua amministrazione. È questo che spiega certamente che a partire da un certo momento i teologi abbiano cominciato a ricercare tra questi riti dell’ordinazione appartengano all’essenza del Sacramento e quali non vi appartengano affatto. Questo stato di cose ha ancora occasionato, in casi particolari, dei dubbi e delle inquietudini; così, a più riprese si è domandato alla Santa Sede che l’Autorità suprema della Chiesa, voglia be pronunciarsi su ciò che, nei confronti degli Ordini sacri, sia richiesto per la validità,

3. Si riconosce unanimemente che i Sacramenti della nuova Legge, segni sensibili e producenti la grazia invisibile, debbano significare la grazia che producono e produrre la grazia che significano. Ora, gli effetti che le ordinazioni diaconale, sacerdotale ed episcopale debbano produrre e pertanto significare, cioè il potere e la grazia, si trovano in tutti i riti in uso nella Chiesa Universale, nelle diverse epoche e nei differenti paesi, sufficientemente indicati con l’imposizione delle mani e le parole che la determinano. Inoltre, nessuno ignora che la Chiesa Romana ha sempre ritenuto valide le ordinazioni fatte nel rito greco senza la tradizione degli strumenti. Così il Concilio di Firenze, ove è stata conclusa l’unione dei Greci con la Chiesa Romana, non ha loro imposto di cambiare il rito di Ordinazione né inserirvi la tradizione degli strumenti. Ben più, la Chiesa ha voluto che anche a Roma i Greci fossero ordinati secondo il loro rito proprio. Da questo ne risulta che anche nel pensiero del Concilio di Firenze, la tradizione degli strumenti non sia richiesta al pari della volontà del Signore Nostro Gesù-Cristo per la sostanza e per la validità di questo Sacramento. Se nel tempo essa è stata necessaria, anche per la validità, al pari della volontà e del precetto della Chiesa, si sa che ciò che Essa ha stabilito, la Chiesa può anche cambiare ed abrogare.

4. Ecco perché, dopo avere invocato la luce divina, in virtù della nostra suprema Autorità apostolica ed in piena conoscenza della cosa, Noi dichiariamo e, per quanto ce ne sia bisogno, Noi decidiamo e dichiariamo ciò che segue: la materia e la sola materia degli Ordini sacri del Diaconato, del Sacerdozio e dell’Episcopato è l’imposizione delle mani; similmente, la sola forma sono le parola che determinano l’applicazione di questa materia, parole che significano in modo univoco gli effetti sacramentali, cioè il potere di ordine e la grazia dello Spirito Santo, parole che la Chiesa accetta ed impiega come tali. Ne consegue che Noi dobbiamo dichiarare, come Noi dichiariamo effettivamente, in virtù della nostra Autorità apostolica, per sopprimere ogni controversia e prevenire le angosce delle coscienze, e decidiamo, anche nel caso in cui nel passato l’autorità competente avesse preso una diversa decisione, che la tradizione degli strumenti, al meno in avvenire, non sia necessaria per la validità degli Ordini sacri del diaconato, del sacerdozio, dell’episcopato.

5. In ciò che concerne la materia e la forma nei confronti di ugnino di questi ordini, Noi decidiamo e decretiamo, in virtù della nostra Autorità apostolica, ciò che segue. Per l’ordinazione al diaconato, la materia è l’imposizione delle mani del Vescovo, la sola prevista nel rito di questa ordinazione. La forma è costituita dalle parole del Prefatio, di cui le seguenti sono essenziali e pertanto richieste per la validità: « Emitte in eum, quaesumus, Domine, Spiritum Sanctum, quo in opus ministerii tut fideliter exsequendi septiformis gratiae tuae munere roboretur

Nell’Ordinazione sacerdotale, la materia è la prima imposizione delle mani del Vescovo, quella che si fa in silenzio, e non la continuazione di questa stessa imposizione che si fa estendendo la mano destra, né l’ultima imposizione accompagnata da queste parole: « Accipe Spiritum Sanctum: quorum remiseris peccata, etc. » La forma è costituita dalle parole del Prefatio, delle quali le seguenti sono essenziali e pertanto necessarie per la validità; « Da, quaesumus, omnipotens Pater, in hunc famulum tuum Presbyterii dignitatem; innova in visceribus eius spiritum sanctitatis, ut acceptum a Te, Deus, secundi meriti munus obtineat censuramque morum exemplo suæ conversationis insinuet ». Infine per l’ordinazione o consacrazione episcopale, la materia è l’imposizione delle mani fatta dal Vescovo consacratore. La forma è costituita dalle parole del Prefatio, delle quali le seguenti sono essenziali. La scrittura e l’antichità greca e latina non menzionano che l’imposizione delle mani e la preghiera. È soltanto verso la fine del Medio Evo e senza un atto ufficiale della Chiesa che la tradizione degli strumenti si è diffusa in Occidente ed è penetrata poco a poco nell’uso romano. È il decreto per gli Armeni, promulgato nel 1439 alla conclusione del Concilio di Firenze, che fissò come materia dei diversi ordini la tradizione degli strumenti. Ma d’altra parte, Roma continuava a considerare come valide le ordinazioni orientali fatte senza la tradizione degli strumenti. Nelle sua  Istruzione « Presbyterii græci » (31/08/1595), Clemente VIII esigeva che un Vescovo di rito greco fosse presente a Roma per conferire agli studenti della sua nazione, l’ordinazione secondo il rito Greco. Nela Bolla « Etsi pastoralis » (26/05)1742) per gli Italo-Greci, Benedetto XIV dichiara: « Episcopi græci in ordinibus conferendis ritum proprium græcum in Euchologio descriptum servent ». A più riprese, i Sovrani Pontefici si sono pronunciati nel medesimo senso. La complessità di questi fatti spiega la diversità delle opinioni, che si sono fatte luce sull’essenza del sacramento dell’Ordine e che è superfluo qui enumerare. Poco a poco l’opinione che, ispirandosi all’antichità cristiana e alla liturgia, non ammette che un solo rito essenziale, l’imposizione delle mani con l’invocazione dello Spirito Santo, aveva finito per allineare la grande maggioranza dei teologi. È evidente che dopo la presente Costituzione Apostolica, questa è l’unica tesi autorizzata. Resta da sapere quale fosse il valore del decreto per gli Armeni, menzionato più in alto. Secondo alcuni, il decreto sarebbe semplicemente una istruzione pratica di ordine disciplinare e pastorale. Secondo il cardinale Van Rossum, la cui opera « De essentia sacramenti Ordinis » (Fribourg-en-Brisgau 1914),è fondamentale in materia, il decreto sarebbe dottrinale, ma non definitivo, ex cathedra, infallibile. Egli ne vede la prova nel fatto che la Chiesa non sia mai intervenuta contro le opinioni diverse. (V. Dict. De Théol. cath., art. « ordine », soprattutto col. 1315 e segg.). « Diffondete su di lui, vi supplichiamo, Signore, lo Spirito Santo; che lo fortifichi con i sette doni delle vostra grazia perché compia con fedeltà il vostro ministero ». – « Date, ve ne supplichiamo, Padre onnipotente, al vostro servo qui presente la dignità del Sacerdozio; rinnovate nel suo cuore lo spirito di santità, affinché egli eserciti questa unzione del secondo ordine [della gerarchia] che Voi gli affidate e che l’esempio della sua vita corregga i costumi ». Per la validità è pertanto richiesta: « Comple in Sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum cœlestis unguenti rore sanctifica ». Tutti questi riti saranno compiuti conformemente alle prescrizioni della Nostra Costituzione apostolica « Episcopalis consecrationis » del 30 novembre 1946.6. Onde prevenire eventuali dubbi, noi ordiniamo, Noi ordiniamo che nei confronti di ogni Ordine, l’imposizione delle mani si faccia toccando fisicamente la testa dell’ordinando, benché sia sufficiente il contatto morale per conferire validamente il Sacramento. Infine, non è affatto permesso interpretare ciò che stiamo dichiarando e decretando sulla materia e la forma, in modo da credersi autorizzato sia a trascurare, sia ad  omettere le altre cerimonie previste nel Pontificale Romano; inoltre Noi ordiniamo che tutte le prescrizioni del Pontificale Romano siano religiosamente mantenute ed osservate. Le disposizione della presente Costituzione, non hanno effetto retroattivo; qualora si presenti un dubbio, lo si sottometterà alla Sede Apostolica. Ecco pertanto ciò che Noi ordiniamo, dichiariamo e decretiamo, nonostante qualsiasi disposizione contraria, anche degna di speciale menzione. Di conseguenza, Noi vogliamo ed ordiniamo che le disposizioni sopramenzionate siano incorporate, in un modo o nell’altro nel Pontificale Romano.

NESSUNO AVRÁ DUNQUE IL DIRITTO DI ALTERARE LA PRESENTE COSTITUZIONE DA NOI DATA NÉ DI OPPORVISI CON TEMERARIO ARDIMENTO


Dato a San Pietro, il 30 novembre, festa di Sant’Andrea Apostolo nell’anno 1947, nono anno del Nostro pontificato.

PIO XII, PAPA.



Questa costituzione apostolica di S. S. Pio XII, è la pietra di inciampo [sarebbe meglio forse dire: pietra tombale! … fate voi …] per quanti, nelle finte chiese di ogni parte del mondo, si dicono ordinati Sacerdoti, o peggio Vescovi. Questo documento infatti, stabilisce in modo infallibile ed immutabile, come ogni altro documento del Magistero Universale, le formule, cioè la “forma sacramentale”, del Sacramento dell’Ordine. (… per il Santo Padre era naturalmente superfluo ricordare che prima di accedere a queste Consacrazioni, bisognava aver ricevuto obbligatoriamente la tonsura ecclesiastica dall’Ordinario della propria Diocesi di appartenenza, nonché gli ordini clericali minori, come indicato tassativamente dal Sacrosanto Concilio di Trento – Sess. XXIII).

Solo chi sia stato ordinato con queste formule – dopo la tonsura e il conferimento degli ordini minori – da un Vero Vescovo, cioè non scomunicato ipso facto (come ad esempio un Cavaliere Kadosh, grado XXX della Massoneria, in cui si è compiuto un giuramento solenne di obbedienza a Lucifero con tanto di brindisi e pugnale di sfida a Dio; né da pseudo-vescovi senza Mandato Papale e senza Giurisdizione), può considerarsi validamente consacrato ed usare della giurisdizione o della missione canonica per le funzioni proprie dei relativi Ordini. Ogni altra formula non ha alcuna validità, né si può pretendere di utilizzare, solo per fare un esempio, formule blasfeme e sacrileghe inventate da antipapi usurpanti, con documenti che possono essere usati al massimo come carta igienica (salvo diverso parere medico!). Le formule dell’antipapa marrano Montini del 18 giugno del 1968, studiate dal massone Bugnini – BUAN 1365/75 su imbeccate del “fratello” benedettino dom Botte e dei 6 (si noti il numero! … chi ha intelletto comprenda!) compagni di merenda di retrologgia, sono utili per formare pseudo-vescovi “perfetti manichei”, quindi come tali appartenenti ad organismi di confessione gnostica, come l’attuale “Novus ordo”, che usurpanti cariche e prebende, pretendono di essere addirittura cattolici, ingannando pseudo ignari fedeli, ed altrettanti pretesi e falsi sacerdoti (che hanno quanto meno una falsa coscienza, secondo i dettami della teologia morale … che essi giustamente non hanno mai studiato …), che spacciano sacramenti ed officiano riti satanici offerti, in buona o in cattiva fede, al signore dell’universo, il baphomet-lucifero adorato nelle logge ad eterna condanna loro e di quanti li seguono. Possiamo solo pregare per essi, perché il Signore apra loro gli occhi, anche se San Paolo impietosamente ci ricorda che … a coloro che non hanno amato la verità, Iddio manderà una « operationem erroris ut credant mendacio » (2 Tess. II, 11). SI SALVI CHI VUOLE!

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – “SACRAMENTUM ORDINIS”

Questa costituzione apostolica di S. S. Pio XII, è la pietra di inciampo [sarebbe meglio forse dire: pietra tombale! … fate voi …] per quanti, nelle finte chiese di ogni parte del mondo, si dicono ordinati Sacerdoti, o peggio Vescovi. Questo documento infatti, stabilisce in modo infallibile ed immutabile, come ogni altro documento del Magistero Universale, le formule, cioè la “forma sacramentale”, del Sacramento dell’Ordine. (… per il Santo Padre era naturalmente superfluo ricordare che prima di accedere a queste Consacrazioni, bisognava aver ricevuto obbligatoriamente la tonsura ecclesiastica dall’Ordinario della propria Diocesi di appartenenza, nonché gli ordini clericali minori, come indicato tassativamente dal Sacrosanto Concilio di Trento – Sess. XXIII).

Solo chi sia stato ordinato con queste formule – dopo la tonsura e il conferimento degli ordini minori – da un Vero Vescovo, cioè non scomunicato ipso facto (come ad esempio un Cavaliere Kadosh, grado XXX della Massoneria, in cui si è compiuto un giuramento solenne di obbedienza a Lucifero con tanto di brindisi e pugnale di sfida a Dio; né da pseudo-vescovi senza Mandato Papale e senza Giurisdizione), può considerarsi validamente consacrato ed usare della giurisdizione o della missione canonica per le funzioni proprie dei relativi Ordini. Ogni altra formula non ha alcuna validità, né si può pretendere di utilizzare, solo per fare un esempio, formule blasfeme e sacrileghe inventate da antipapi usurpanti, con documenti che possono essere usati al massimo come carta igienica (salvo diverso parere medico!). Le formule dell’antipapa marrano Montini del 18 giugno del 1968, studiate dal massone Bugnini – BUAN 1365/75 su imbeccate del “fratello” benedettino dom Botte e dei 6 (si noti il numero! … chi ha intelletto comprenda!) compagni di merenda di retrologgia, sono utili per formare pseudo-vescovi “perfetti manichei”, quindi come tali appartenenti ad organismi di confessione gnostica, come l’attuale “Novus ordo”, che usurpanti cariche e prebende, pretendono di essere addirittura cattolici, ingannando pseudo ignari fedeli, ed altrettanti pretesi e falsi sacerdoti (che hanno quanto meno una falsa coscienza, secondo i dettami della teologia morale … che essi giustamente non hanno mai studiato …), che spacciano sacramenti ed officiano riti satanici offerti, in buona o in cattiva fede, al signore dell’universo, il baphomet-lucifero adorato nelle logge ad eterna condanna loro e di quanti li seguono. Possiamo solo pregare per essi, perché il Signore apra loro gli occhi, anche se San Paolo impietosamente ci ricorda che … a coloro che non hanno amato la verità, Iddio manderà una « operationem erroris ut credant mendacio » (2 Tess. II, 11). SI SALVI CHI VUOLE!

N. B. : Ne diamo il testo originale in latino con la successiva traduzione italiana per gli a-cattolici.

PIUS EPISCOPUS
SERVUS SERVORUM DEI
AD PERPETUAM REI MEMORIAM

CONSTITUTIO APOSTOLICA

SACRAMENTUM ORDINIS

DE SACRIS ORDINIBUS DIACONATUS, PRESBYTERATUS ET EPISCOPATUS

1. Sacramentum Ordinis a Christo Domino institutum, quo traditur spiritualis potestas et confertur gratia ad rite obeunda munia ecclesiastica, unum esse idemque pro universa Ecclesia catholica fides profitetur; nam sicut Dominus Noster Iesus Christus Ecclesiae non dedit nisi unum idemque sub Principe Apostolorum regimen, unam eandemque fidem, unum idemque sacrificium, ita non dedit nisi unum eundemque thesaurum signorum efficacium gratiæ, id est Sacramentorum. Neque his a Christo Domino institutis Sacramentis Ecclesia sæculorum cursu alia Sacramenta substituit vel substituere potuit, cum, ut Concilium Tridentinum docet, (Conc. Trid., Sess. VII, can. 1, De Sacram. in genere) septem Novae Legis Sacramenta sint omnia a Iesu Christo Domino Nostro instituta et Ecclesiae nulla competat potestas in substantiam Sacramentorum », id est in ea quae, testibus divinæ revelationis fontibus, ipse Christus Dominus in signo sacramentali servanda statuit.

2. Quod autem ad Sacramentum Ordinis de quo agimus spectat, factum est ut, non obstante eius unitate et identitate, quam nemo unquam e catholicis in dubium revocare potuit, tamen, aetatis progressu, pro temporum et locorum diversitate, illi conficiendo ritus varii adiicerentur; quod profecto ratio fuit cur theologi inquirere coeperint, quinam ex illis in ipsius Sacramenti Ordinis collatione pertineant ad essentiam, quinam non pertineant : itemque causam praebuit dubiis et anxietatebus in casibus particularibus, ac propterea iterum iterumque ab Apostolica Sede humiliter expostulatur fuit, ut tandem quid in Sacrorum Ordinum collatione ad validitatem requiratur, suprema Ecclesiae auctoritate decerneretur.

3. Constat autem inter omnes Sacramenta Novae Legis, utpote signa sensibilia atque gratiae invisibilis efficientia, debere gratiam et significare quam efficiunt et efficere quam significant. Iamvero effectus, qui Sacra Diaconatus, Presbyteratus et Episcopatus Ordinatione produci ideoque significari debent, potestas scilicet et gratia, in omnibus Ecclesiae universalis diversorum temporum et regionum ritibus sufficienter significati inveniuntur manuum impositione et verbis eam determinantibus. Insuper nemo est qui ignoret Ecclesiam Romanam semper validas habuisse Ordinationes graeco ritu collatas absque instrumentorum traditione, ita ut in ipso Concilio Florentino, in quo Græcorum cum Ecclesia Romana unio peracta est, minime Graecis impositum sit, ut ritum Ordinationis mutarent vel illi instrumentorum traditionem insererent: immo voluit Ecclesia ut in ipsa Urbe Graeci secundum proprium ritum ordinarentur. Quibus colligitur, etiam secundum mentem ipsius Concilii Florentini, traditionem instrumentorum non ex ipsius Domini Nostri Iesu Christi voluntate ad substantiam et ad validitatem huius Sacramenti requiri. Quod si ex Ecclesiae voluntate et praescripto eadem aliquando fuerit necessaria ad valorem quoque, omnes norunt Ecclesiam quod statuit etiam mutare et abrogare valere.

4. Quae cum ita sint, divino lumine invocato, suprema Nostra Apostolica Auctoritate et certa scientia declaramus et, quatenus opus sit, decernimus et disponimus : Sacrorum Ordinum Diaconatus, Presbyteratus et Episcopatus materiam eamque unam esse manuum impositionem; formam vero itemque unam esse verba applicationem huius materiae determinantia, quibus univoce significantur effectus sacramentales, — scilicet potestas Ordinis et gratia Spiritus Sancti, — quaeque ab Ecclesia qua talia accipiuntur et usurpantur. Hinc consequitur ut declaremus, sicut revera ad omnem controversiam auferendam et ad conscientiarum anxietatibus viam praecludendam, Apostolica Nostra Auctoritate declaramus, et, si unquam aliter legitime dispositum fuerit, statuimus instrumentorum traditionem saltem in posterum non esse necessariam ad Sacrorum Diaconatus, Presbyteratus et Episcopatus Ordinum validitatem.

5. De materia autem et forma in uniuscuiusque Ordinis collatione, eadem suprema Nostra Apostolica Auctoritate, quae sequuntur decernimus et constituimus : In Ordinatione Diaconali materia est Episcopi manus impositio quae in ritu istius Ordinationis una occurrit. Forma autem constat verbis « Præfationis » quorum haec sunt essentialia ideoque ad valorem requisita:

« Emitte in eum, quæ sumus, Domine, Spiritum Sanctum, quo in opus ministerii tui fideliter exsequendi septiformis gratiæ tuæ munere roboretur ».

In Ordinatione Presbyterali materia est Episcopi prima manuum impositio quae silentio fit, non autem eiusdem impositionis per manus dexteræ extensionem continuatio, nec ultima cui coniunguntur verba: « Accipe Spiritum Sanctum: quorum remiseris peccata, etc. ». Forma autem constat verbis « Præfationis » quorum hæc sunt essentialia ideoque ad valorem requisita:

« Da, quæsumus, omnipotens Pater, in hunc famulum tuum Presbyterii dignitatem; innova in visceribus eius spiritum sanctitatis, ut acceptum a Te, Deus, secundi meriti munus obtineat censuramqne morum exemplo suae conversationis insinuet ».

Denique in Ordinatione seu Consecratione Episcopali materia est manuum impositio quae ab Episcopo consecratore fit. Forma autem constat verbis « Praefationis », quorum haec sunt essentialia ideoque ad valorem requisita :

« Comple in Sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum coelestis unguenti rore sanctifica».

Omnia autem hæc fiant sicut per Apostolicam Nostram Constitutionem « Episcopalis Consecrationis » diei trigesimi novembris anni MCMXLIV statutum est.

6. Ne vero dubitandi præbeatur occasio, præcipimus ut impositio manuum in quolibet Ordine conferendo caput Ordinandi physice tangendo fiat, quamvis etiam tactus moralis ad Sacramentum valide conficiendum sufficiat. Tandem quae supra de materia et forma declaravimus ac statuimus, nequaquam ita intelligere fas sit ut vel paulum negligere vel prætermittere liceat ceteros « Pontificalis Romani » ritus constitutos; quin immo iubemus ut omnia data præscripta ipsius « Pontificalis Romani » sancte serventur et perficiantur.

Huius Nostrae Constitutionis dispositiones vim retroactivam non habent; quod si dubium aliquod contingat, illud huic Apostolicæ Sedi erit subiiciendum.

Haec edicimus, declaramus et decernimus, quibuslibet non obstantibus, etiam speciali mentione dignis, proindeque volumus et iubemus Tit eadem in « Pontificali Romano » quadam ratione evidentia fiant.

Nulli igitur homini liceat hanc Constitutionem a Nobis latam infringere vel eidem temerario ausu contraire.

Datum Romæ , apud Sanctum Petrum, die trigesimo novembris, in festo S. Andreæ Apostoli, anno millesimo nongentesimo quadragesimo septimo, Pontificatus Nostri nono.

PIUS PP. XII


*A.A.S., vol. XL (1948), n. 1-2, pp. 5-7

Acta Apostolicæ Sedis, vol. XL, n°s 1-2 (28, 1.-27. 2. 48). pp. 5-7

1. La Fede cattolica professa che il Sacramento dell’Ordine istituito da Cristo, per mezzo del quale è conferito il potere e la grazia spirituale di svolgere le funzioni propriamente ecclesiastiche, è uno e lo stesso per la Chiesa universale; poiché, come Nostro Signore Gesù Cristo ha dato alla Chiesa, un solo e medesimo governo sotto il Principe degli Apostoli, una sola e stessa fede, un solo stesso Sacrificio, così anche Lui le diede solo uno e medesimo tesoro di efficacia con i segni di grazia, cioè i Sacramenti. Oltre a questi Sacramenti istituiti da Cristo Nostro Signore, la Chiesa nel corso dei secoli non ha mai costituito altri Sacramenti, né avrebbe potuto farlo, poiché, come insegna il Concilio di Trento (Conc. Tr., Sess. VII, can. De Sacram, in genere), i sette Sacramenti della nuova legge furono tutti istituiti da Gesù Cristo nostro Signore, e la Chiesa non ha potere sulla “sostanza dei Sacramenti”, cioè su quelle cose che, come è provato dalle fonti della rivelazione divina, Cristo, il Signore stesso ha stabilito fossero ritenute come segni sacramentali.

2. Ma, in ciò che concerne il Sacramento dell’Ordine, di cui qui si tratta, malgrado la sua unità  e la sua identità, che nessun Cattolico ha mai potuto mettere in dubbio, è accaduto nel corso degli anni, secondo la diversità dei tempi e dei luoghi, che si siano aggiunti diversi riti alla sua amministrazione. È questo che spiega certamente che a partire da un certo momento i teologi abbiano cominciato a ricercare quali tra questi riti dell’ordinazione appartengano all’essenza del Sacramento e quali non vi appartengano affatto. Questo stato di cose ha ancora occasionato, in casi particolari, dei dubbi e delle inquietudini; così, a più riprese si è domandato alla Santa Sede che l’Autorità suprema della Chiesa, voglia ben pronunciarsi su ciò che, nei confronti degli Ordini sacri, sia richiesto per la validità,

3. Si riconosce unanimemente che i Sacramenti della nuova Legge, segni sensibili e producenti la grazia invisibile, debbano significare la grazia che producono e produrre la grazia che significano. Ora, gli effetti che le ordinazioni diaconale, sacerdotale ed episcopale debbano produrre e pertanto significare, cioè il potere e la grazia, si trovano in tutti i riti in uso nella Chiesa Universale, nelle diverse epoche e nei differenti paesi, sufficientemente indicati con l’imposizione delle mani e le parole che la determinano. Inoltre, nessuno ignora che la Chiesa Romana ha sempre ritenuto valide le ordinazioni fatte nel rito greco senza la tradizione degli strumenti. Così il Concilio di Firenze, ove è stata conclusa l’unione dei Greci con la Chiesa Romana, [la Chiesa] non ha loro imposto di cambiare il rito di Ordinazione né inserirvi la tradizione degli strumenti. Ben più, la Chiesa ha voluto che anche a Roma i Greci fossero ordinati secondo il loro rito proprio. Da questo ne risulta che anche nel pensiero del Concilio di Firenze, la tradizione degli strumenti non sia richiesta al pari della volontà del Signore Nostro Gesù-Cristo per la sostanza e per la validità di questo Sacramento. Se nel tempo essa è stata necessaria, anche per la validità, al pari della volontà e del precetto della Chiesa, si sa che ciò che Essa ha stabilito, la Chiesa può anche cambiare ed abrogare.

4. Ecco perché, dopo avere invocato la luce divina, in virtù della nostra suprema Autorità apostolica ed in piena conoscenza della cosa, Noi dichiariamo e, per quanto ce ne sia bisogno, Noi decidiamo e dichiariamo ciò che segue: la materia e la sola materia degli Ordini sacri del Diaconato, del Sacerdozio e dell’Episcopato è l’imposizione delle mani; similmente, la sola forma sono le parola che determinano l’applicazione di questa materia, parole che significano in modo univoco gli effetti sacramentali, cioè il potere di ordine e la grazia dello Spirito Santo, parole che la Chiesa accetta ed impiega come tali. Ne consegue che Noi dobbiamo dichiarare, come Noi dichiariamo effettivamente, in virtù della nostra Autorità apostolica, per sopprimere ogni controversia e prevenire le angosce delle coscienze, e decidiamo, anche nel caso in cui nel passato l’autorità competente avesse preso una diversa decisione, che la tradizione degli strumenti, almeno in avvenire, non sia necessaria per la validità degli Ordini sacri del Diaconato, del Sacerdozio, dell’Episcopato.

5. In ciò che concerne la materia e la forma nei confronti di ugnuno di questi ordini, Noi decidiamo e decretiamo, in virtù della nostra Autorità apostolica, ciò che segue. Per l’ordinazione al diaconato, la materia è l’imposizione delle mani del Vescovo, la sola prevista nel rito di questa ordinazione. La forma è costituita dalle parole del Prefatio, di cui le seguenti sono essenziali e pertanto richieste per la validità: « Emitte in eum, quæsumus, Domine, Spiritum Sanctum, quo in opus ministerii tut fideliter exsequendi septiformis gratiæ tuæ munere roboretur

Nell’Ordinazione sacerdotale, la materia è la prima imposizione delle mani del Vescovo, quella che si fa in silenzio, e non la continuazione di questa stessa imposizione che si fa estendendo la mano destra, né l’ultima imposizione accompagnata da queste parole: « Accipe Spiritum Sanctum: quorum remiseris peccata, etc. » La forma è costituita dalle parole del Prefatio, delle quali le seguenti sono essenziali e pertanto necessarie per la validità; « Da, quæsumus, omnipotens Pater, in hunc famulum tuum Presbyterii dignitatem; innova in visceribus eius spiritum sanctitatis, ut acceptum a Te, Deus, secundi meriti munus obtineat censuramque morum exemplo suæ conversationis insinuet ». Infine per l’Ordinazione o consacrazione episcopale, la materia è l’imposizione delle mani fatta dal Vescovo consacratore. La forma è costituita dalle parole del Prefatio, delle quali le seguenti sono essenziali. La scrittura e l’antichità greca e latina non menzionano che l’imposizione delle mani e la preghiera. È soltanto verso la fine del Medio Evo e senza un atto ufficiale della Chiesa che la tradizione degli strumenti si è diffusa in Occidente ed è penetrata poco a poco nell’uso romano. È il decreto per gli Armeni, promulgato nel 1439 alla conclusione del Concilio di Firenze, che fissò come materia dei diversi ordini la tradizione degli strumenti. Ma d’altra parte, Roma continuava a considerare come valide le ordinazioni orientali fatte senza la tradizione degli strumenti. Nelle sua  Istruzione « Presbyterii græci » (31/08/1595), Clemente VIII esigeva che un Vescovo di rito greco fosse presente a Roma per conferire agli studenti della sua nazione, l’ordinazione secondo il rito Greco. Nela Bolla « Etsi pastoralis » (26/05)1742) per gli Italo-Greci, Benedetto XIV dichiara: « Episcopi græci in ordinibus conferendis ritum proprium græcum in Euchologio descriptum servent ». A più riprese, i Sovrani Pontefici si sono pronunciati nel medesimo senso. La complessità di questi fatti spiega la diversità delle opinioni che si sono fatte luce sull’essenza del Sacramento dell’Ordine e che è superfluo qui enumerare. Poco a poco l’opinione che, ispirandosi all’antichità cristiana e alla liturgia, non ammette che un solo rito essenziale, l’imposizione delle mani con l’invocazione dello Spirito Santo, aveva finito per allineare la grande maggioranza dei teologi. È evidente che dopo la presente Costituzione Apostolica, questa è l’unica tesi autorizzata. Resta da sapere quale fosse il valore del decreto per gli Armeni, menzionato più in alto. Secondo alcuni, il decreto sarebbe semplicemente una istruzione pratica di ordine disciplinare e pastorale. Secondo il cardinale Van Rossum, la cui opera « De essentia sacramenti Ordinis » (Fribourg-en-Brisgau 1914), è fondamentale in materia, il decreto sarebbe dottrinale, ma non definitivo, ex cathedra, infallibile. Egli ne vede la prova nel fatto che la Chiesa non sia mai intervenuta contro le opinioni diverse. (V. Dict. De Théol. cath., art. « ordine », soprattutto col. 1315 e segg.). « Diffondete su di lui, vi supplichiamo, Signore, lo Spirito Santo; che lo fortifichi con i sette doni delle vostra grazia perché compia con fedeltà il vostro ministero ». – « Date, ve ne supplichiamo, Padre onnipotente, al vostro servo qui presente la dignità del Sacerdozio; rinnovate nel suo cuore lo spirito di santità, affinché egli eserciti questa unzione del secondo ordine che Voi gli affidate e che l’esempio della sua vita corregga i costumi ». Per la validità è pertanto richiesta: « Comple in Sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum cœlestis unguenti rore sanctifica ». Tutti questi riti saranno compiuti conformemente alle prescrizioni della Nostra Costituzione apostolica « Episcopalis consecrationis » del 30 novembre 1946.

6. Onde prevenire eventuali dubbi, Noi ordiniamo che nei confronti di ogni Ordine, l’imposizione delle mani si faccia toccando fisicamente la testa dell’ordinando, benché sia sufficiente il contatto morale per conferire validamente il Sacramento. Infine, non è affatto permesso interpretare ciò che stiamo dichiarando e decretando sulla materia e la forma, in modo da credersi autorizzato, sia a trascurare, sia ad omettere le altre cerimonie previste nel Pontificale Romano; inoltre Noi ordiniamo che tutte le prescrizioni del Pontificale Romano siano religiosamente mantenute ed osservate. Le disposizione della presente Costituzione, non hanno effetto retroattivo; qualora si presenti un dubbio, lo si sottometterà alla Sede Apostolica. Ecco pertanto ciò che Noi ordiniamo, dichiariamo e decretiamo, nonostante qualsiasi disposizione contraria, anche degna di speciale menzione. Di conseguenza, Noi vogliamo ed ordiniamo che le disposizioni sopramenzionate siano incorporate, in un modo o nell’altro nel Pontificale Romano.

NESSUNO AVRÁ DUNQUE IL DIRITTO DI ALTERARE LA PRESENTE COSTITUZIONE DA NOI DATA NÉ DI OPPORVISI CON TEMERARIO ARDIMENTO.

Dato a San Pietro, il 30 novembre, festa di Sant’Andrea Apostolo nell’anno 1947, nono anno del Nostro pontificato.

PIO XII, PAPA.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XII – MEDIATOR DEI (6)

Nell’ultima parte di questa Enciclica che “cristallizza” in eterno ed infallibilmente il culto divino, il Santo Padre impartisce le direttive pastorali affinché Vescovi e Sacerdoti mettano a frutto tutto ciò che è stato raccomandato, tutto ciò che rappresenta il vero culto divino perpetuo ed immodificabile nella VERA Chiesa di Cristo. In particolare raccomanda qui gli esercizi spirituali, in primis ovviamente gli esercizi ignaziani, la pratica del mese di Maggio per onorare la Vergine Santa, gli esercizi di pietà, la frequente Confessione e Comunione e, tra le preghiere autorizzate dalla Chiesa, naturalmente il Rosario mariano. Tutte le opinioni contrarie (… pensiamo ai poveracci modernisti del “novus ordo”) vengono bollate a fuoco … « questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla pietà cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano; è necessario, perciò, reciderli, perché la linfa dell’albero possa nutrire soltanto gradevoli ed ottimi frutti. » Il Sommo Pontefice passa poi a sottolineare l’importanza dell’arte al servizio della fede, della pietà cristiana e della liturgia, evidenziando le brutture pseudo-artistiche che già all’epoca cominciavano a deturpare chiese e luoghi di culto, nonché le composizioni musicali disarmoniche, dissonanti e ripugnanti non solo all’animo, ma pure l’orecchio dei fedeli … « non possiamo fare a meno, però, per Nostro dovere di coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni recentemente introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia ed alla pietà cristiana, e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come «in generale, tutto ciò che non è in armonia con la santità del luogo ». Certo il Santo Padre mai avrebbe immaginato che nella Chiesa di Cristo si sarebbe infiltrata l’arte satanizzata e luciferina, come tutti possiamo vedere “raccapricciati” nei templi massonici, come a Padergnone, o in modo ancor più vistoso e tronfio, nel gran tempio luciferino-massonico di San Giovanni Rotondo, voluto dalle autorità a servizio dell’anticristo per celebrare il loro padrone, mascherato da “baphomet” e già da essi adorato e venerato nelle logge “Ecclesia” della capitale (un tempo) della Cristianità e del mondo intero. Ci diceva un amico perplesso: “Ma è possibile che solo pochi vedano lo scempio della sinagoga dell’anticristo?” Sicuramente anche questa lettera Enciclica riletta non sortirà che minimi effetti sui lettori … il perché ce lo spiegava già San Paolo, con sentenza che atterrisce (… chi ha orecchi per intendere!) nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi « … mittet illis Deus operationem erroris ut credant mendacio, ut judicetur omnes qui non crediderunt veritatem ». Dio manderà loro un’operazione di errore perché credano alla menzogna e siano giudicati coloro che non hanno amato la Verità! Più chiaro di così!?! Quindi nessuna meraviglia che i falsi pretesi pseudo-cristiani accolgano la menzogna e la ritengano verità, perché in essi opera lo spirito di satana che li narcotizza, ne stravolge la mente, e fa loro credere vera la falsa “religione dell’uomo”, proprio come i Farisei credevano indemoniato il Figlio di Dio. Quelli del “pusillus grex” sanno bene che, dopo l’indifferenza religiosa, dopo l’ecumenismo e la confusione dei culti, dopo l’apostasia dalla fede nell’Incarnazione e nella Redenzione, dopo la cacciata del Vicario di Cristo dalla sua Sede, dopo l’abolizione del “Sacrificio perpetuo”, li aspetta una persecuzione che non è stata mai vista sulla faccia della terra … ma il Signore Nostro Gesù-Cristo, ci ha ampiamente avvertito già dai tempi del Profeta Daniele, lo ha fatto poi Egli stesso (S. Marco XIII, S. Matteo XXIV, etc.) e lo ha fatto ribadire a San Paolo e a San Giovanni nelle Epistole e nell’Apocalisse). Quindi nessun timore, per chi persevererà fino alla fine ci sarà il: « guadete ed exsultate … quoniam merces vestra copiosa est in cœlis … »

ENCICLICA

“MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (6)

Direttive pastorali

Per allontanare dalla Chiesa gli errori e le esagerazioni della verità di cui abbiamo sopra parlato, e perché i fedeli possano, guidati dalle norme più sicure, praticare l’apostolato liturgico con frutti abbondanti, riteniamo opportuno, Venerabili Fratelli, aggiungere qualche cosa per dedurre in pratica la dottrina esposta. Trattando della genuina pietà, abbiamo affermato che tra la Liturgia e gli altri atti di religione – purché siano rettamente ordinati e tendano al giusto fine – non ci può essere vero contrasto; ci sono, anzi, alcuni esercizi di pietà che la Chiesa raccomanda grandemente al Clero ed ai Religiosi. Ora, vogliamo che anche il popolo cristiano non sia alieno da questi esercizi. Essi sono, per parlare soltanto dei principali, la meditazione di argomenti spirituali, l’esame di coscienza, i ritiri spirituali, istituiti per riflettere più intensamente sulle verità eterne, la visita al Santissimo Sacramento e le preghiere particolari in onore della Beata Vergine Maria, tra le quali eccelle, come tutti sanno, il Rosario. A queste molteplici forme di pietà non può essere estranea l’ispirazione e l’azione dello Spirito Santo; esse, difatti – sebbene in varia maniera – tendono tutte a convertire e dirigere a Dio le anime nostre, perché le purifichino dai peccati, le spronino al conseguimento della virtù, perché, infine, le stimolino alla vera pietà, abituandole alla meditazione delle verità eterne, e rendendole più adatte alla contemplazione dei misteri della natura umana e divina di Cristo. Ed inoltre, nutrendo intensamente nei fedeli la vita spirituale, li dispongono a partecipare alle sacre funzioni con frutto maggiore, ed evitano il pericolo, che le preghiere liturgiche si riducano a un vano ritualismo. Non vi stancate, dunque, Venerabili Fratelli, nel vostro zelo pastorale, di raccomandare ed incoraggiare questi esercizi di pietà, dai quali scaturiranno senza dubbio al popolo a voi affidato frutti salutari. Soprattutto, non permettete – come alcuni ritengono, o colla scusa di un rinnovamento della Liturgia, o parlando con leggerezza di una efficacia e dignità esclusive dei riti liturgici – che le chiese siano chiuse durante le ore non destinate alle pubbliche funzioni, come già accade in alcune regioni; che si trascurino l’adorazione e la visita del Santissimo Sacramento; che si sconsigli la confessione dei peccati fatta a solo scopo di devozione; che si trascuri, specialmente tra la gioventù, fino al punto di illanguidire, il culto della Vergine Madre di Dio che, come dicono i Santi, è segno di predestinazione. Questi sono frutti avvelenati, sommamente nocivi alla pietà cristiana, che spuntano da rami infetti di un albero sano; è necessario, perciò, reciderli, perché la linfa dell’albero possa nutrire soltanto gradevoli ed ottimi frutti. Poiché, poi, le opinioni da alcuni manifestate a proposito della frequente confessione sono del tutto aliene dallo Spirito di Cristo e della sua Sposa immacolata, e veramente funeste per la vita spirituale, ricordiamo quello che in proposito abbiamo scritto, con dolore, nella Enciclica Mystici Corporis ed insistiamo di nuovo, perché proponiate alla seria meditazione e alla docile attuazione dei vostri greggi, e specialmente dei candidati al Sacerdozio e del giovane clero, quanto ivi abbiamo detto con gravi parole. Adoperatevi poi, in modo particolare, perché moltissimi, non soltanto del clero ma anche del laicato, e specialmente gli appartenenti ai sodalizi religiosi ed alle schiere dell’Azione Cattolica, prendano parte ai ritiri mensili e agli esercizi spirituali compiuti in giorni determinati per incrementare la pietà. Come abbiam detto sopra, questi esercizi spirituali sono utilissimi, anzi anche necessari, per instillare nelle anime la genuina pietà, e per formarli alla santità in modo che possano trarre dalla sacra Liturgia benefici più efficaci ed abbondanti. Quanto poi ai vari modi con i quali si sogliono praticare questi esercizi, sia ben noto e chiaro a tutti che nella Chiesa terrena, come in quella celeste, vi sono «molte dimore»; e che l’ascetica non può essere monopolio di alcuno. Uno è lo Spirito che, però, «spira dove vuole»; e con diversi doni e per diverse vie dirige le anime da Lui illuminate al conseguimento della santità. La loro libertà e l’azione soprannaturale dello Spirito Santo in esse sia cosa sacrosanta, che a nessuno è lecito, a nessun titolo, turbare e conculcare. È noto, tuttavia, che gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio furono pienamente approvati e insistentemente raccomandati dai Nostri Predecessori per la loro mirabile efficacia; e Noi pure per la medesima ragione li abbiamo approvati e raccomandati, come al presente ben volentieri li approviamo e raccomandiamo. È assolutamente necessario, però, che l’ispirazione a seguire e praticare determinati esercizi di pietà venga dal Padre dei lumi, dal quale proviene ogni cosa buona ed ogni dono perfetto; e di ciò sarà indice l’efficacia con la quale gioveranno a che il culto divino sia sempre più amato ed ampiamente promosso, e i fedeli siano sollecitati da un più intenso desiderio alla partecipazione dei Sacramenti e al dovuto onore e ossequio di tutte le cose sacre. Se, invece, essi dovessero riuscire di intralcio o si rivelassero in contrasto con i principi e le norme del culto divino, allora senza dubbio si dovrebbero ritenere non ordinati da retti pensieri, né guidati da zelo illuminato. – Vi sono, inoltre, altri esercizi di pietà, che sebbene non appartengano a rigore di diritto alla sacra Liturgia, rivestono particolare dignità e importanza, in modo da essere considerati come inseriti in qualche maniera nell’ordinamento liturgico, e godono delle ripetute approvazioni e lodi di questa Sede Apostolica e dei Vescovi. Tra esse si devono annoverare le preghiere che si sogliono fare durante il mese di maggio in onore della Vergine Madre di Dio, o durante il mese di giugno in onore del Cuore Sacratissimo di Gesù, i tridui e le novene, la «Via Crucis» ed altri simili. Queste pie pratiche eccitando il popolo cristiano ad una assidua frequenza del Sacramento della Penitenza e ad una devota partecipazione al Sacrificio Eucaristico e alla Mensa Divina, come alla meditazione dei misteri della nostra Redenzione e alla imitazione dei grandi esempi dei Santi, per ciò stesso contribuiscono con frutto salutare alla nostra partecipazione al culto liturgico. Per cui farebbe cosa perniciosa e del tutto erronea chi osasse temerariamente assumersi la riforma di questi esercizi di pietà per costringerli nei soli schemi liturgici. È necessario, tuttavia, che lo spirito della sacra Liturgia e i suoi precetti influiscano beneficamente su di essi, per evitare che vi si introduca alcunché di inetto o di indegno del decoro della casa di Dio, o che sia a detrimento delle sacre funzioni e contrario alla sana pietà. Curate, dunque, Venerabili Fratelli, che questa pura e genuina pietà prosperi sotto i vostri occhi, e fiorisca sempre di più. Non vi stancate soprattutto di inculcare a ognuno che la vita cristiana non consiste nella molteplicità e varietà delle preghiere e degli esercizi di pietà, ma consiste piuttosto in ciò che essi contribuiscano realmente al progresso spirituale dei fedeli e perciò all’incremento della Chiesa tutta. Poiché l’Eterno Padre «ci elesse in Lui [Cristo], prima della fondazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto». Tutte le nostre preghiere, dunque, e tutte le nostre pratiche devote devono mirare a dirigere tutte le nostre risorse spirituali al raggiungimento di questo supremo e nobilissimo fine.

Le arti liturgiche

Vi esortiamo, poi, instantemente, Venerabili Fratelli, affinché rimossi gli errori e le falsità, e proibito tutto ciò che è al di fuori della verità e dell’ordine, promoviate le iniziative che danno al popolo una più profonda conoscenza della sacra Liturgia; in modo che esso possa più adeguatamente e più facilmente partecipare ai riti divini, con disposizione veramente cristiana. È necessario innanzi tutto adoperarsi a che tutti obbediscano con la dovuta riverenza e fede ai decreti pubblicati dal Concilio di Trento, dai Romani Pontefici, dalla Congregazione dei Riti, e a tutte le disposizioni dei libri liturgici in ciò che riguarda l’azione esterna del culto pubblico. In tutte le cose della Liturgia devono splendere soprattutto questi tre ornamenti, dei quali parla il Nostro Predecessore Pio X: la santità, cioè, che aborre da ogni influenza profana; la nobiltà delle immagini e delle forme alla quale serve ogni arte genuina e migliore; l’universalità, infine, la quale – conservando legittimi costumi e le legittime consuetudini regionali – esprime la cattolica unità della Chiesa. Desideriamo e raccomandiamo caldamente ancora una volta il decoro dei sacri edifici e dei sacri altari. Ognuno si senta animato dalla parola divina: «Lo zelo della tua casa mi ha divorato»; e si adoperi secondo le sue forze, perché ogni cosa, sia nei sacri edifici, sia nelle vesti e nella suppellettile liturgica, anche se non brilli per eccessiva ricchezza e splendore, sia, tuttavia, proprio e mondo, essendo tutto consacrato alla Divina Maestà. Che se già più sopra abbiamo riprovato il non retto modo di agire di coloro i quali, con la scusa di ripristinare l’antico, vogliono espellere dai templi le immagini sacre, riteniamo qui esser Nostro dovere riprendere la pietà non bene educata di coloro i quali, nelle chiese e sugli stessi altari propongono alla venerazione, senza giusto motivo, molteplici simulacri ed effigi, coloro quali espongono reliquie non riconosciute dalla legittima autorità, coloro infine, i quali insistono su cose particolari e di poca importanza, mentre trascurano le principali e necessarie, e così rendono ridicola la Religione, e avviliscono la gravità del culto. Richiamiamo anche il decreto «sulle nuove forme di culto e di devozione da non introdurre»; la cui religiosa osservanza raccomandiamo alla vostra vigilanza. – Quanto alla musica, si osservino scrupolosamente le determinate e chiare norme emanate da questa Sede Apostolica. Il canto gregoriano, che la Chiesa Romana considera cosa sua, perché ricevuto da antica tradizione e custodito nel corso dei secoli sotto la sua premurosa tutela, e che essa propone ai fedeli come cosa anche loro propria, e che prescrive in senso assoluto in alcune parti della Liturgia, non soltanto aggiunge decoro e solennità alla celebrazione dei divini Misteri, ma contribuisce massimamente anche ad accrescere la fede e la pietà degli astanti. Al qual proposito i Nostri Predecessori di immortale memoria Pio X e Pio XI stabilirono – e Noi confermiamo volentieri con la Nostra autorità le disposizioni da essi date – che nei Seminati e negli istituti religiosi sia coltivato con studio e diligenza il canto Gregoriano, e che, almeno presso le chiese più importanti, siano restaurate le antiche Scholæ cantorum, come già è stato fatto con felice risultato in non pochi luoghi. Inoltre, «perché i fedeli partecipino più attivamente al culto divino, sia ripristinato il canto Gregoriano anche nell’uso del popolo, per la parte che ad esso popolo spetta. Ed urge veramente che i fedeli assistano alle sacre cerimonie non come spettatori muti ed estranei, ma toccati nel profondo dalla bellezza della Liturgia […] che alternino secondo le norme prescritte la loro voce alle voci del sacerdote e della cantoria; se ciò, grazie a Dio, si verificherà, allora non accadrà più che il popolo risponda appena con un lieve e sommesso mormorio alle preghiere comuni dette in latino e in lingua volgare». La moltitudine che assiste attentamente al Sacrificio dell’altare, nel quale il nostro Salvatore, insieme con i suoi figli redenti dal suo Sangue, canta l’epitalamio della sua immensa carità, certamente non potrà tacere, poiché «cantare è proprio di chi ama», e come già in antico diceva il proverbio: «Chi bene canta, prega due volte». Così che la Chiesa militante, Clero e popolo insieme, unisce la sua voce ai cantici della Chiesa trionfante ed ai cori angelici, e tutti insieme cantano un magnifico ed eterno inno di lode alla Santissima Trinità, come è scritto: «Con i quali Ti preghiamo che vengano ascoltate anche le nostre voci». Non si può, tuttavia, asserire che la musica e il canto moderno debbano essere esclusi del tutto dal culto cattolico. Anzi, se nulla hanno di profano o di sconveniente alla santità del luogo e dell’azione sacra, né derivano da una vana ricerca di effetti straordinari ed insoliti, allora è necessario certamente aprire ad essi le porte delle nostre chiese, potendo ambedue contribuire non poco allo splendore dei sacri riti, alla elevazione delle menti e, insieme, alla vera devozione. – Vi esortiamo anche, Venerabili Fratelli, ad aver cura di promuovere il canto religioso popolare e la sua accurata esecuzione fatta con la conveniente dignità, potendo esso stimolare ed accrescere la fede e la pietà delle folle cristiane. Ascenda al cielo il canto unisono e possente del popolo nostro come il fragore dei flutti del mare, espressione canora e vibrante di un sol cuore e di un’anima sola, come conviene a fratelli e figli di uno stesso Padre. – Quello che abbiamo detto della musica, va detto all’incirca delle altre arti, e specialmente dell’architettura, della scultura e della pittura. Non si devono disprezzare e ripudiare genericamente e per partito preso le forme ed immagini recenti, più adatte ai nuovi materiali con quali esse vengono oggi confezionate: ma evitando con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, e tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti, è assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna, se serve con la dovuta riverenza e il dovuto onore, ai sacri edifici ed ai riti sacri; in modo che anch’essa possa unire la sua voce al mirabile cantico di gloria che geni hanno cantato nei secoli passati alla fede cattolica. Non possiamo fare a meno, però, per Nostro dovere di coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni recentemente introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia ed alla pietà cristiana, e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come «in generale, tutto ciò che non è in armonia con la santità del luogo ». Attenendovi alle norme e ai decreti dei Pontefici, curate diligentemente, Venerabili Fratelli, di illuminare e dirigere la mente e l’anima degli artisti, ai quali sarà affidato oggi il compito di restaurare e ricostruire tante chiese rovinate o distrutte dalla violenza della guerra; possano e vogliano essi ispirandosi alla religione trovare i motivi più degni ed adatti alle esigenze del culto; così, difatti, felicemente accadrà che le arti umane, quasi venute dal cielo, splendano di luce serena, promuovano sommamente l’umana civiltà, e contribuiscano alla gloria di Dio e alla santificazione delle anime. Poiché le arti allora davvero sono conformi alla religione, quando servono « come nobilissime ancelle al culto divino ». La formazione liturgica Ma c’è una cosa ancora più importante, Venerabili Fratelli, che raccomandiamo in modo speciale alla vostra sollecitudine e al vostro zelo apostolico. Tutto ciò che riguarda il culto religioso esterno ha la sua importanza, ma urge soprattutto che i cristiani vivano la vita liturgica, e ne alimentino e incrementino lo spirito soprannaturale. Provvedete dunque alacremente che il giovane clero sia formato alla intelligenza delle sacre cerimonie, alla comprensione della loro maestà e bellezza, e impari diligentemente le rubriche, in armonia con la sua formazione ascetica, teologica, giuridica e pastorale. E ciò non soltanto per ragioni di cultura, non soltanto perché il seminarista possa un giorno compiere i riti della religione con l’ordine, il decoro e la dignità necessari, ma soprattutto perché sia educato in intima unione con Cristo Sacerdote, e diventi un santo ministro di santità. Mirate anche in ogni modo a che, con i mezzi e i sussidi che la vostra prudenza giudicherà più adatti, il clero e il popolo siano una sola mente ed un’anima sola; e così il popolo cristiano partecipi attivamente alla Liturgia, che diventerà davvero l’azione sacra nella quale il sacerdote che attende alla cura delle anime nella parrocchia affidatagli, unito con l’assemblea del popolo, renda al Signore il debito culto. Per ottenere ciò sarà certamente utile che pii giovinetti, bene istruiti, vengano scelti tra ogni classe di fedeli perché, con disinteresse e buona volontà, servano devotamente e assiduamente all’altare: compito che dovrebbe essere tenuto in grande considerazione dai genitori, anche di alta condizione sociale e cultura. Se questi giovinetti saranno istruiti con la necessaria cura e sotto la vigilanza di un Sacerdote perché adempiano questo loro ufficio con costanza e riverenza e nelle ore stabilite, si renderà facile il sorgere fra loro di nuove vocazioni sacerdotali; e il Clero non si lamenterà di non trovare – come, purtroppo, accade talvolta anche in regioni cattolicissime – nessuno che, nella celebrazione dell’augusto Sacrificio, gli risponda e gli serva. – Cercate soprattutto di ottenere, col vostro diligentissimo zelo, che tutti i fedeli assistano al Sacrificio Eucaristico e ne traggano i più abbondanti frutti di salvezza; quindi esortateli assiduamente affinché vi partecipino con devozione, in tutti quei modi legittimi dei quali sopra abbiamo fatto parola. L’augusto Sacrificio dell’altare è l’atto fondamentale del culto divino; è necessario, perciò, che esso sia la fonte e il centro anche della pietà cristiana. Ritenete di non aver mai abbastanza soddisfatto al vostro zelo apostolico se non quando vedete vostri figli accostarsi in gran numero al celeste convito che è «Sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità ». Perché, poi, il popolo cristiano possa conseguire questi doni soprannaturali con sempre maggiore abbondanza, istruitelo con cura, per mezzo di opportune predicazioni, e specialmente con discorsi e cicli di conferenze, con settimane di studio e con altre simili manifestazioni, sui tesori di pietà contenuti nella sacra Liturgia. A questo scopo saranno certamente a vostra disposizione membri dell’azione Cattolica, sempre pronti a collaborare con la Gerarchia per promuovere il Regno di Gesù Cristo. È assolutamente necessario, però, che in tutto ciò vigilate attentamente perché nel campo del Signore non si introduca il nemico per seminarvi la zizzania in mezzo al grano; perché, in altre parole, non si infiltrino nel vostro gregge perniciosi e sottili errori di un falso misticismo e di un nocivo quietismo – errori da Noi come sapete, già condannati – e perché le anime non siano sedotte da un – 1° pericoloso umanesimo, né si introduca – 2° una falsa dottrina che altera la nozione stessa della fede, né, infine, – 3° un eccessivo archeologismo in materia liturgica. Curate con eguale diligenza perché non si diffondano le false opinioni di coloro i quali a torto credono e insegnano che la natura umana di Cristo glorificata abiti realmente e con la sua continua presenza nei giustificati, oppure che una unica e identica grazia congiunga Cristo con le membra del suo Corpo. Non vi lasciate disanimare dalle difficoltà che nascono; mai si scoraggi il vostro zelo pastorale. «Suonate la tromba in Sion, convocate l’assemblea, riunite il popolo, santificate la Chiesa, adunate i vecchi, raccogliete i bambini e i lattanti», e fate con ogni mezzo che si affollino dovunque le chiese e gli altari di Cristiani, i quali, come membra vive unite al loro Capo divino, siano ristorati dalle grazie dei Sacramenti, celebrino l’augusto Sacrificio con Lui e per Lui, e diano all’Eterno Padre le lodi dovute. Conclusione: Tutte queste cose, Venerabili Fratelli, avevamo in animo di scrivervi, e lo facciamo affinché i Nostri e i vostri devoti figli meglio comprendano e maggiormente stimino il preziosissimo tesoro contenuto nella sacra Liturgia: cioè il Sacrificio Eucaristico, che rappresenta e rinnova il Sacrificio della Croce, i Sacramenti, fiumi di grazia e di vita divina, e l’inno di lode che il cielo e la terra elevano ogni giorno a Dio. Ci sia lecito sperare che queste Nostre esortazioni sproneranno i tiepidi e i ricalcitranti non soltanto a uno studio più intenso ed illuminato della Liturgia, ma anche a tradurre nella pratica della vita il suo spirito soprannaturale, come dice l’Apostolo: «non vogliate spegnere lo Spirito ». A quelli che uno zelo eccessivo spinge talvolta a dire e a fare cose che Ci duole di non poter approvare, ripetiamo l’avvertimento di S. Paolo: «Mettete ogni cosa a prova, ritenete ciò che è buono»; e li ammoniamo con animo paterno perché vogliano ricavare il loro modo di pensare e di agire dalla cristiana dottrina, conforme ai precetti della immacolata Sposa di Gesù Cristo, e Madre dei Santi. A tutti, poi, ricordiamo la necessità di una generosa e fedele obbedienza ai Pastori ai quali spetta il diritto ed incombe il dovere di regolare tutta la vita, e innanzi tutto quella spirituale, della Chiesa: «Obbedite ai vostri superiori e siate ad essi sottomessi. Essi, difatti, vegliano sulle anime vostre col pensiero di renderne conto, affinché lo facciano con gioia, e non gemendo ». Il Dio che adoriamo, e che « non è Dio di discordia, ma di pace», conceda benigno a noi tutti di partecipare in questo esilio terreno, con uno solamente e un solo cuore, alla sacra Liturgia, che sia come una preparazione ed un auspicio di quella celeste Liturgia, con la quale, come confidiamo, in compagnia con la eccelsa Madre nostra, canteremo: «A Colui che siede sul trono e all’agnello: benedizione, e onore e gloria e impero nei secoli dei secoli ». – Con questa lietissima speranza, a voi tutti e singoli, Venerabili Fratelli, ai greggi affidati alla vostra vigilanza, come auspicio dei doni celesti, e attestato della Nostra particolare benevolenza, impartiamo con grandissimo affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 20 Novembre 1947, ottavo del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII, MEDIATOR DEI (5)

Questa parte dell’enciclica è dedicata alla lode divina e agli esercizi di pietà e spirituali raccomandati ai fedeli. Tutto è spiegato con somma sapienza e dottrina, e occorre solo leggere e memorizzare. Accorato in particolare è il biasimo del Pontefice per coloro che omettono di ottemperare al sacro precetto del rispetto del giorno del Signore e delle Feste della Chiesa « …come non temeranno la morte spirituale quei Cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla pietà, non alla Religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo? (…) L’animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe ». È questo un motivo per cui ci si possa rendere conto dell’apostasia attuale dalla dottrina cattolica, interamente sovvertita dal modernismo ecclesiastico riflesso su una società resa totalmente pagana ed anticristiana. Questi traditori della verità divina e della parola evangelica di Cristo, che si celano sotto la veste di agnelli, cioè con talari variopinte e abiti religiosi con jeans e t-shirt griffate, hanno il coraggio di comparire ancora in pubblico affettando pietà e religione ammantata di una misericordia ingannatrice e da un’accoglienza economicamente interessata, di popoli resi diseredati e smobilitati dalle proprie case e dalle proprie terre, pensano di poter sfuggire all’ira divina contando sulla improbabile teologia gnostica, per la quale, sentendosi essi esseri divini impunibili e protesi verso il “tutto universale”, l’« ensof cabalistico », possono commettere qualsiasi scempio morale, materiale e spirituale coinvolgendo tutto e tutti. L’enciclica è bene quindi fissarla nella mente, per mantenere l’abito cattolico della minoranza del “pusillis grex”, che seguendo il Vicario di Cristo e praticando la parola divina di Gesù che ha fondato la sua Chiesa sulla pietra di Pietro, il figlio di Barjona, cioè il figlio della Colomba (lo Spirito Santo), non deve demordere affatto, ma ricordare le parole che Gionata, figlio di Saul, diceva al suo scudiero timoroso nell’affrontare il drappello dei Filistei: « non est Domino difficile salvare, vel in multis, vel in paucis » (I Re, XIV, 6). Al Signore non servono i numeri, ma « … interficiet spiritu oris sui »,  li brucerà tutti con il soffio della sua bocca! (II Tess. II, 8). Leggiamo, impariamo, pratichiamo con fede ed amore.

ENCICLICA

”MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (5)

La divina Lode

L’ideale della vita cristiana consiste in ciò che ognuno si unisca intimamente a Dio. Perciò il culto che la Chiesa rende all’Eterno, e che è imperniato nel Sacrificio Eucaristico e nell’uso dei Sacramenti, è ordinato e disposto in modo che, con l’ufficio divino, si estenda a tutte le ore del giorno alle settimane, a tutto il corso dell’anno, a tutti i tempi e a tutte le condizioni della vita umana. Avendo il Divino Maestro comandato: «È necessario pregare sempre, senza stancarsi», la Chiesa, obbedendo

fedelmente a questo ammonimento, non cessa mai di pregare, e ci esorta con l’Apostolo delle Genti: «Per suo mezzo

[di Gesù]

offriamo sempre a Dio il sacrificio di lode».

Le Ore canoniche

La preghiera pubblica e collettiva, rivolta a Dio da tutti insieme, nell’antichità aveva luogo soltanto in certi giorni e in certe ore. Tuttavia, si pregava non solo nelle pubbliche riunioni, ma anche nelle case private e talvolta coi vicini e gli amici. Ben presto, però, nelle varie parti della cristianità, invalse l’uso di destinare alla preghiera particolari tempi, per esempio l’ultima ora del giorno, quando il sole tramonta e si accende la lucerna; o la prima, quando termina la notte, dopo, cioè, il canto del gallo e al sorger del sole. Altri momenti del giorno sono indicati come più adatti alla preghiera dalla Sacra Scrittura, dal costume tradizionale ebraico e dagli usi quotidiani. Secondo gli Atti degli Apostoli i discepoli di Gesù Cristo si riunivano per pregare all’ora terza, quando «furono tutti riempiti di Spirito Santo»; il Principe degli Apostoli, poi, prima di prender cibo, «salì sul tetto per pregare circa la sesta ora »; Pietro e Giovanni «salivano al Tempio per la preghiera all’ora nona»; e Paolo e Sila « lodavano Dio a mezzanotte ». Queste varie preghiere, specialmente per iniziativa ed opera dei monaci e degli asceti, si perfezionano ogni giorno più, e a poco a poco sono introdotte nell’uso della sacra Liturgia per autorità della Chiesa. L’Ufficio Divino è, dunque, la preghiera del Corpo Mistico di Cristo, rivolta a Dio a nome di tutti i cristiani e a loro beneficio, essendo fatta dai sacerdoti, dagli altri ministri della Chiesa e dai religiosi, a questo dalla Chiesa stessa delegati. Quali debbano essere il carattere e il valore di questa lode divina si ricava dalle parole che la Chiesa suggerisce di dire prima di iniziare le preghiere dell’Ufficio, prescrivendo che siano recitate « degnamente, attentamente e devotamente ». Il Verbo di Dio, assumendo l’umana natura, ha introdotto nell’esilio terreno l’inno che si canta in cielo per tutta l’eternità. Egli unisce a sé tutta la comunità umana e se la associa nel canto di questo inno di lode. Dobbiamo con umiltà riconoscere che noi «non sappiamo quel che dobbiamo convenientemente domandare, ma lo Spirito stesso prega per noi con gemiti inesprimibili». Ed anche Cristo, per mezzo del suo Spirito, prega in noi il Padre. «Dio non potrebbe fare agli uomini un dono più grande … Prega [Gesù] per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro Capo; è pregato da noi come nostro Dio … Riconosciamo dunque e le nostre voci in Lui e la sua voce in noi . . . Lo si prega come Dio, prega come servo: là il Creatore, qui un essere creato in quanto assume la natura da mutare senza mutarsi, facendo di noi un sol uomo con Lui: Capo e Corpo ». Alla eccelsa dignità di questa preghiera della Chiesa deve corrispondere la intenta devozione dell’anima nostra. E poiché la voce dell’orante ripete i carmi scritti per ispirazione dello Spirito Santo, che proclamano ed esaltano la perfettissima grandezza di Dio, è anche necessario che a questa voce si accompagni il movimento interiore del nostro spirito, per fare nostri quei medesimi sentimenti con i quali ci eleviamo al cielo, adoriamo la Santa Trinità e le rendiamole lodi e i ringraziamenti dovuti: «Dobbiamo salmeggiare in modo che la nostra mente concordi con la nostra voce». Non si tratta, dunque di una recitazione soltanto, o di un canto, che, pur perfettissimo secondo le leggi dell’arte musicale e le norme dei sacri riti, arrivi soltanto all’orecchio, ma soprattutto di una elevazione della nostra mente e della nostra anima a Dio, perché ci consacriamo, noi e tutte le nostre azioni, a Lui, uniti con Gesù Cristo. – Da qui dipende certamente in non piccola parte l’efficacia delle preghiere. Le quali, se non sono rivolte allo stesso Verbo fatto Uomo, si concludono con queste parole: «per il Signor Nostro Gesù Cristo»; che, come mediatore tra noi e Dio, mostra al Padre celeste le sue stimmate gloriose, «sempre vivente per intercedere per noi». – I Salmi, come tutti sanno, costituiscono parte principale dell’Ufficio Divino. Essi abbracciano tutto il corso del giorno e gli danno un contatto e un ornamento di santità. Cassiodoro dice bellamente a proposito dei Salmi distribuiti nell’Ufficio Divino del suo tempo: «Essi … col giubilo mattutino ci rendono favorevole il giorno che sta per cominciare, ci santificano la prima ora del giorno, ci consacrano la terza ora, ci allietano la sesta nella frazione del pane, ci segnano, a nona, la fine del digiuno, concludono la fine della giornata, impediscono al nostro spirito di ottenebrarsi all’avvicinarsi della notte». Essi richiamano le verità da Dio rivelate al popolo eletto, talvolta terribili, talvolta soffuse di soavissima dolcezza; ripetono e accendono la speranza nel Liberatore promesso che un tempo veniva animata col canto intorno al focolare domestico e nella stessa maestà del Tempio; pongono in meravigliosa luce la profetizzata gloria di Gesù Cristo e la somma ed eterna sua potenza, la sua venuta e il suo annientamento in questo terreno esilio, la sua regia dignità e sacerdotale potestà, le sue benefiche fatiche e il suo sangue versato per la nostra redenzione. Esprimono egualmente la gioia delle nostre anime, la tristezza, la speranza, il timore, il ricambio d’amore e l’abbandono in Dio, come la mistica ascesa verso i divini tabernacoli. «Il Salmo … è la benedizione del popolo, la lode di Dio, l’elogio del popolo, l’applauso di tutti, il linguaggio generale, la voce della Chiesa, la canora confessione di fede, la piena devozione all’autorità, la gioia della libertà, il grido di giocondità, l’eco della letizia». Nel tempo antico l’assistenza dei fedeli a queste preghiere dell’Ufficio era maggiore; ma gradatamente diminuì, e, come ora abbiam detto, la loro recita attualmente è riservata al Clero ed ai Religiosi. A rigore di diritto, dunque, nulla è prescritto ai laici in questa materia; ma è sommamente da desiderare che essi prendano parte attiva al canto o alla recita della ufficiatura del Vespro, nei giorni festivi, nella propria parrocchia. Raccomandiamo vivamente, Venerabili Fratelli, a voi ed ai vostri fedeli, che non cessi questa pia consuetudine e che si richiami possibilmente in vigore ove fosse scomparsa. Ciò avverrà certamente con frutti salutari se il Vespro sarà cantato non solo degnamente e decorosamente, ma anche in maniera da allettare soavemente in vari modi la pietà dei fedeli. Sia inviolata l’osservanza dei giorni festivi, che devono esser dedicati e consacrati a Dio in modo particolare; e soprattutto della Domenica, che gli Apostoli, istruiti dallo Spirito Santo, sostituirono al sabato. Se fu comandato ai Giudei: «Lavorerete durante sei giorni: nel settimo giorno è Sabato, riposo santo al Signore; chiunque lavorerà in questo giorno, sarà condannato a morte»; come non temeranno la morte spirituale quei Cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla pietà, non alla Religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo?. La Domenica e i giorni festivi devono essere consacrati, dunque, al culto divino con il quale si adora Dio e l’anima si nutre del cibo celeste; e sebbene la Chiesa prescriva soltanto che i fedeli si devono astenere dal lavoro servile e devono assistere al Sacrificio Eucaristico, e non dia nessun precetto per il culto vespertino, però, oltre i precetti, ci sono anche le sue insistenti raccomandazioni e desideri; ciò più ancora è richiesto dal bisogno che tutti hanno di rendersi propizio il Signore per impetrarne i benefici. – L’animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe. Ma è necessario, senza dubbio, che tutti si rechino nei nostri templi, per essere istruiti nella verità della fede cattolica, per cantare le lodi di Dio, per essere arricchiti dal sacerdote con la benedizione Eucaristica e muniti dell’aiuto celeste contro le avversità della vita presente. Procurino tutti di imparare le formule che vengono cantate nei Vespri, e cerchino di penetrarne l’intimo significato; sotto l’influsso di queste preghiere, difatti, sperimenteranno quel che Sant’Agostino affermava di sé: «Quanto piansi tra inni e cantici, vivamente commosso dal soave canto della tua Chiesa. Quelle voci si riversavano nelle mie orecchie, stillavano la verità nel mio cuore, e mi ardevano sentimenti di devozione e le lacrime scorrevano, e mi facevano bene».

I misteri del Signore

Durante tutto il corso dell’anno la celebrazione del Sacrificio Eucaristico e l’Ufficio Divino si svolgono soprattutto intorno alla persona di Gesù Cristo; e si organizzano in modo così consono e congruo, da farvi dominare il nostro Salvatore nei suoi misteri di umiliazione, di redenzione e di trionfo. Rievocando questi misteri di Gesù Cristo, la sacra Liturgia mira a farvi partecipare tutti i credenti in modo che il divin Capo del Corpo Mistico viva nella pienezza della sua santità nelle singole membra. Siano, le anime dei Cristiani, come altari sui quali si ripetano e si ravvivano le varie fasi del Sacrificio che immola il Sommo Sacerdote: i dolori, cioè, e le lacrime che lavano ed espiano i peccati; la preghiera a Dio rivolta che si eleva fino al cielo; la propria immolazione fatta con animo pronto, generoso e sollecito e, infine, l’intima unione con la quale abbandoniamo a Dio noi e le nostre cose e riposiamo in Lui, «essendo il succo della religione imitare colui che adori». – Conformemente a questi modi e motivi con i quali la Liturgia propone alla nostra meditazione in tempi fissi la vita di Gesù Cristo, la Chiesa ci mostra gli esempi che dobbiamo imitare, e i tesori di santità che facciamo nostri, perché è necessario credere con lo spirito a ciò che si canta con la bocca, e tradurre nella pratica dei privati e pubblici costumi ciò che si crede con lo spirito.

Avvento

Infatti, nel tempo dell’Avvento, eccita in noi la coscienza dei peccati miseramente commessi; e ci esorta affinché, frenando i desideri con la volontaria mortificazione del corpo, ci raccogliamo in pia meditazione e siamo spinti dal desiderio di tornare a Dio, che solo può liberarci con la sua grazia dalla macchia dei peccati e dai mali che ne conseguono.

Natale

Con la ricorrenza del Natale del Redentore, sembra quasi ricondurci alla grotta di Betlemme, perché vi impariamo che è assolutamente necessario nascere di nuovo e riformarci radicalmente; il che è possibile soltanto

quando ci uniamo intimamente e vitalmente al Verbo di Dio fatto uomo, e siamo partecipi della sua divina natura, alla quale veniamo elevati.

Epifania

Con la solennità della Epifania, ricordando la vocazione delle Genti alla fede cristiana, vuole che noi ringraziamo ogni giorno il Signore per così grande beneficio, desideriamo con grande fede il Dio vivo, comprendiamo con devozione e in profondità le cose soprannaturali, e prediligiamo il silenzio e la meditazione per potere facilmente capire e conseguire i doni celesti.

Settuagesima

Nei giorni della Settuagesima e della Quaresima, la Chiesa, nostra Madre, moltiplica le sue cure perché ognuno di noi si renda diligentemente conto delle sue miserie, sia attivamente incitato alla emendazione dei costumi, e detesti in modo particolare i peccati cancellandoli con la preghiera e la penitenza; giacché l’assidua preghiera e la penitenza dei peccati commessi ci ottengono l’aiuto divino, senza il quale è inutile e sterile ogni opera nostra.

Passione

Nel sacro tempo, poi, nel quale la Liturgia ci propone gli atroci dolori di Gesù Cristo, la Chiesa ci invita al Calvario, per seguire le orme sanguinose del Divin Redentore, affinché portiamo volentieri la Croce con Lui, abbiamo in noi gli stessi sentimenti di espiazione e di propiziazione, e perché insieme moriamo tutti con Lui.

Pasqua

Con la solennità Pasquale, che commemora il trionfo di Cristo, l’anima nostra è pervasa di intima gioia, e dobbiamo opportunamente pensare che anche noi dobbiamo risorgere insieme con il Redentore da una vita fredda ed inerte, a una vita più santa e fervente, offrendoci tutti e con generosità a Dio, e dimenticandoci di questa misera terra per aspirare soltanto al cielo: «Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, . . . aspirate alle cose di lassù».

Pentecoste

Nel tempo di Pentecoste, finalmente, la Chiesa ci esorta con i suoi precetti e la sua opera, ad offrirci docilmente all’azione dello Spirito Santo, il quale vuole accendere i nostri cuori di divina carità, perché progrediamo ogni giorno nella virtù con impegno maggiore, e così ci santifichiamo, come Cristo Signore e il suo Padre celeste sono santi. – Tutto l’anno liturgico, dunque, può dirsi un magnifico inno di lode che la famiglia cristiana indirizza al Padre celeste per mezzo di Gesù eterno suo mediatore; ma richiede da noi anche uno studio diligente e bene ordinato per conoscere e lodare sempre più il nostro Redentore; uno sforzo intenso ed efficace, un indefesso addestramento per imitare i suoi misteri, per entrare volontariamente nella via dei suoi dolori, e per partecipare finalmente alla sua gloria ed alla sua eterna beatitudine. Da quanto è stato esposto appare chiaramente, Venerabili Fratelli, quanto siano lontani dal vero e genuino concetto della Liturgia quegli scrittori moderni, i quali, ingannati da una pretesa più alta disciplina mistica, osano affermare che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo «pneumatico e glorificato»; e non dubitano di asserire che nella pietà dei fedeli si sarebbe verificato un mutamento, per cui il Cristo è stato quasi detronizzato, con l’occultamento del Cristo glorificato che vive e regna nei secoli dei secoli e siede alla destra del Padre, mentre al suo posto è subentrato il Cristo della vita terrena. Alcuni, perciò, arrivano fino al punto di voler rimuovere dalle chiese le immagini del Divin Redentore che soffre in Croce. Ma queste false opinioni sono del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale. «Credi nel Cristo nato in carne – così Sant’Agostino – e arriverai al Cristo nato da Dio, Dio presso Dio». La sacra Liturgia, poi, ci propone tutto Cristo, nei vari aspetti della sua vita: il Cristo, cioè, che è Verbo dell’Eterno Padre, che nasce dalla Vergine Madre di Dio, che ci insegna la verità, che sana gli infermi, che consola gli afflitti, che soffre, che muore; che, infine, risorge trionfando sulla morte, che, regnando nella gloria del cielo, ci invia lo Spirito Paraclito, che vive sempre nella sua Chiesa: «Gesù Cristo ieri ed oggi: Egli è anche nei secoli». E inoltre non ce lo presenta soltanto come un esempio da imitare, ma anche come un Maestro da ascoltare, un Pastore da seguire, come Mediatore della nostra salvezza, principio della nostra santità, e Mistico Capo di cui siamo membra, viventi della sua stessa vita. E siccome i suoi acerbi dolori costituiscono il mistero principale da cui proviene la nostra salvezza, è secondo le esigenze della Fede cattolica porre ciò nella sua massima luce, poiché esso è come il centro del culto divino, essendone il Sacrificio Eucaristico la quotidiana rappresentazione e rinnovazione, ed essendo tutti i Sacramenti congiunti con strettissimo vincolo alla Croce. Perciò l’anno liturgico, che la pietà della Chiesa alimenta e accompagna, non è una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato, o una semplice e nuda rievocazione di realtà d’altri tempi. Esso è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da Lui iniziato con pietoso consiglio in questa vita mortale, quando passò beneficando allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri, e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti, non nel modo incerto e nebuloso nel quale parlano alcuni recenti scrittori, ma perché, come ci insegna la dottrina cattolica e secondo la sentenza dei Dottori della Chiesa, sono esempi illustri di perfezione cristiana, e fonte di grazia divina per i meriti e l’intercessione del Redentore, e perché perdurano in noi col loro effetto, essendo ognuno di essi, nel modo consentaneo alla propria indole, la causa della nostra salvezza. Si aggiunge che la pia Madre Chiesa, mentre propone alla nostra contemplazione i misteri di Cristo, con le sue preghiere invoca quei doni soprannaturali per i quali i suoi figli si compenetrano dello spirito di questi misteri per virtù di Cristo. Per influsso e virtù di Lui, noi possiamo, con la collaborazione della nostra volontà, assimilare la forza vitale come rami dall’albero, come membra dal capo, e ci possiamo progressivamente e laboriosamente trasformare «secondo la misura dell’età piena di Cristo».

Le feste dei Santi

Nel corso dell’anno liturgico si celebrano non soltanto i misteri di Gesù Cristo, ma anche le feste dei Santi, nelle quali, sebbene si tratti di un ordine inferiore e subordinato, la Chiesa ha sempre la preoccupazione di proporre ai fedeli esempi di santità che li spingano ad adornarsi delle stesse virtù del Divin Redentore. È necessario, difatti, che noi imitiamo le virtù dei Santi, nelle quali brilla in vario modo la virtù stessa di Cristo, come di Lui essi furono imitatori. Poiché in alcuni rifulse lo zelo dell’apostolato; in altri si dimostrò la fortezza dei nostri eroi fino all’effusione del sangue; in altri brillò la costante vigilanza nell’attesa del Redentore; in altri rifulse

il verginale candore dell’anima e la modesta dolcezza della cristiana umiltà; in tutti, poi, arse una fervidissima carità verso Dio e verso il prossimo. La Liturgia pone davanti ai nostri occhi tutti questi leggiadri ornamenti di santità perché ad essi salutarmente guardiamo, e perché «noi che godiamo dei loro meriti siamo accesi dai loro esempi». È necessario, dunque, conservare «l’innocenza nella semplicità, la concordia nella carità, la modestia nell’umiltà, la diligenza nel governo, la vigilanza nell’aiutare chi soffre, la misericordia nel curare i poveri, la costanza nel difendere la verità, la giustizia nella severità della disciplina, perché nulla in noi manchi di ogni virtù che ci è stata proposta ad esempio. Queste sono le tracce che i Santi, nel loro ritorno alla patria, ci lasciarono, perché seguendo il loro cammino, possiamo seguirli nella beatitudine». E perché anche i nostri sensi siano salutarmente impressionati, la Chiesa vuole che nei nostri templi siano esposte le immagini dei Santi, sempre, però, allo stesso fine, che cioè «imitiamo le virtù di coloro dei quali veneriamo le immagini». Ma c’è ancora un altro motivo del culto del popolo cristiano per i Santi: quello di implorare il loro aiuto, e di «esser sostenuti dal patrocinio di coloro delle lodi dei quali ci dilettiamo». Da ciò facilmente si deduce il perché delle numerose formule di preghiere che la Chiesa ci propone per invocare il patrocinio dei Santi. Tra i Santi, poi, ha un culto preminente Maria Vergine, Madre di Dio. La sua vita, per la missione affidatale da Dio, è strettamente inserita nei misteri di Gesù Cristo, e nessuno, di certo, più di lei ha calcato più da vicino e con maggiore efficacia le orme del Verbo Incarnato, nessuno gode di maggiore grazia e potenza presso il Cuore sacratissimo del Figlio di Dio, e, attraverso il Figlio, presso il Padre celeste. Essa è più santa dei Cherubini e dei Serafini, e senza alcun paragone più gloriosa di tutti gli altri Santi, essendo «piena di grazia», Madre di Dio, e avendoci dato col suo felice parto il Redentore. A Lei, che è «Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra» ricorriamo tutti noi «gementi e piangenti in questa valle di lacrime», e affidiamo con fiducia noi e tutte le nostre cose alla sua protezione. Essa è diventata Madre nostra mentre il Divin Redentore compiva il sacrificio di Sé, e perciò, anche a questo titolo, noi siamo figli suoi. Essa ci insegna tutte le virtù; ci dà suo Figlio, e, con Lui, tutti gli aiuti che ci sono necessari, perché Dio «ha voluto che tutto noi avessimo per mezzo di Maria». Per questo cammino liturgico che ogni anno ci è aperto di nuovo, sotto l’azione santificatrice della Chiesa, confortati dagli aiuti e dagli esempi dei Santi, soprattutto della Immacolata Vergine Maria, «accostiamoci con cuore sincero, con pienezza di fede, purgati il cuore da coscienza di colpa e lavati il corpo con acqua pura», al «grande Sacerdote», per vivere e sentire con Lui, e penetrare per suo mezzo «fino al di là del velo» ed ivi onorare il Padre celeste per tutta la eternità. Tale è l’essenza e la ragione d’essere della sacra Liturgia: essa riguarda il Sacrificio, i Sacramenti e la lode di Dio; l’unione delle nostre anime con Cristo e la loro santificazione per mezzo del Divin Redentore, perché sia onorato Cristo, e per Lui ed in Lui la Santissima Trinità: Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santo.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – MEDIATOR DEI (4)

MEDIATOR DEI (4)

Continuano gli insegnamenti del Santo Padre circa il Santissimo Sacrificio della Messa, la partecipazione dei fedeli ad Essa, la Comunione ed il ringraziamento dovuto al termine dell’azione liturgica. Si tratta di indicazioni salutari ed obbliganti che caratterizzano la partecipazione al santo Sacrificio della Messa ed al banchetto eucaristico. Come far capire ai poveri (in)fedeli che partecipano ai falsi, spesso ridicoli ed offensivi della Maestà divina, riti sacrileghi oggi in auge nelle chiese moderniste occupate da usurpanti apostati, che il loro accorrere alla sacrilega partecipazione (fortunatamente sempre più rara per mancanza di falsi prelati e la chiusura di edifici pseudo-adibiti al culto!), nulla ha a che vedere con il Sacrosanto e divino Rito della Messa, ove si perpetua incruentemente il Sacrificio di Cristo sulla croce? Probabilmente pure la lettura di questo immutabile ed infallibile documento del Magistero pontificio non servirà a convincere tanti ciechi volontari ai quali sono stati oscurati i lumi della Fede e della ragione da uomini empi o nel migliore dei casi, colpevolmente ignoranti o, secondo il linguaggio di Isaia, “cani muti” che hanno favorito e favoriscono tuttora ignominiosamente, nonostante tutto, l’azione dei lupi rapaci e dei leoni ruggenti che divorano tantissime pecore dell’ovile di Cristo. Veramente ci sarebbe da avvilirsi mortalmente se non fossimo sostenuti dalla Fede divina in Gesù Cristo che ci ha preannunziato a tempo debito e con largo anticipo la situazione attuale, ci ha prospettato la persecuzione più violenta mai portata verso la sua Chiesa Cattolica Romana, ma nel contempo ha esortato il “pusillus grex” a non cedere, a credere contro ogni evidenza che la sua Chiesa, il suo Sacrificio dell’altare, il suo Vicario in terra, non saranno mai abbattuti, né le porte dell’inferno, oggi strabocchevoli perfino nel tempio santo (… anzi soprattutto là!), potranno mai prevalere sulla Chiesa e sulla sua Pietra fondante, cioè il Sommo Pontefice… e poi, il Signore ha già emesso un verdetto inappellabile alla vigilia della sua Passione: …

Filius quidem hominis vadit, sicut scriptum est de illo : vae autem homini illi, per quem Filius hominis tradetur! bonum erat ei, si natus non fuisset homo ille.

… GUAI ALL’UOMO CHE TRADIRA’ IL FIGLIO DELL’UOMO … MEGLIO PER LUI CHE NON FOSSE MAI NATO! (S. Matteo XXVI, 24), USURPANTI APOSTATI, QUESTE PAROLE SONO PER VOI … PENTITEVI FINCHE’ LO POTETE!!

Leggiamo con attenzione per poterci spiritualmente rinfrancare, ed essere pronti al momento in cui il Signore abbatterà, con il soffio della sua bocca, l’anticristo ed i suoi numerosissimi adepti e corifei. Che la Vergine Maria ci sostenga e schiacci il capo del serpente maledetto e dei suoi infernali sostenitori!

ENCICLICA

“MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (4)

La partecipazione dei fedeli

È necessario dunque, Venerabili Fratelli, che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo Sacerdote, come dice l’Apostolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, offrendo con Lui e per Lui, santificandosi con Lui ». È ben vero che Gesù Cristo è sacerdote, ma non per se stesso, bensì per noi, presentando all’Eterno Padre i voti e i religiosi sensi di tutto il genere umano; Gesù è vittima, ma per noi, sostituendosi all’uomo peccatore; ora il detto dell’Apostolo: « abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» esige da tutti i Cristiani di riprodurre in sé, per quanto è in potere dell’uomo, lo stesso stato d’animo che aveva il Divin Redentore quando faceva il Sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello spirito, cioè, l’adorazione, l’onore, la lode e il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede, inoltre, di riprodurre in se stessi le condizioni della vittima: l’abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore e l’espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte in Croce con Cristo, in modo da poter dire con San Paolo: «sono confitto con Cristo in Croce ». – È necessario, Venerabili Fratelli, spiegare chiaramente al vostro gregge come il fatto che i fedeli prendono parte al Sacrificio Eucaristico non significa tuttavia che essi godano di poteri sacerdotali. Vi sono difatti, ai nostri giorni, alcuni che, avvicinandosi ad errori già condannati, insegnano che nel Nuovo Testamento si conosce soltanto un sacerdozio che spetta a tutti i battezzati, e che il precetto dato da Gesù agli Apostoli nell’ultima cena di fare ciò che Egli aveva fatto, si riferisce direttamente a tutta la Chiesa dei Cristiani, e, soltanto in seguito, è sottentrato il sacerdozio gerarchico. Sostengono, perciò, che solo il popolo gode di una vera potestà sacerdotale, mentre il sacerdote agisce unicamente per ufficio concessogli dalla comunità. Essi ritengono, in conseguenza, che il Sacrificio Eucaristico è una vera e propria « concelebrazione » e che è meglio che i sacerdoti «concelebrino» insieme col popolo presente piuttosto che, nell’assenza di esso, offrano privatamente il Sacrificio. – È inutile spiegare quanto questi capziosi errori siano in contrasto con le verità più sopra dimostrate, quando abbiamo parlato del posto che compete al sacerdote nel Corpo Mistico di Gesù. Ricordiamo solamente che il Sacerdote fa le veci del popolo perché rappresenta la persona di Nostro Signore Gesù Cristo in quanto Egli è Capo di tutte le membra ed offrì se stesso per esse: perciò va all’altare come ministro di Cristo, a Lui inferiore, ma superiore al popolo. Il popolo invece, non rappresentando per nessun motivo la persona del Divin Redentore, né essendo mediatore tra sé e Dio, non può in nessun modo godere di poteri sacerdotali.

La partecipazione all’oblazione

Tutto ciò consta di fede certa; ma si deve inoltre affermare che anche i fedeli offrono la Vittima divina, sotto un diverso aspetto. Lo dichiararono apertamente già alcuni Nostri Predecessori e Dottori della Chiesa. «Non soltanto – così Innocenzo III di immortale memoria – offrono i sacerdoti, ma anche tutti i fedeli: poiché ciò che in particolare si compie per ministero dei sacerdoti, si compie universalmente per voto dei fedeli». E Ci piace citare almeno uno dei molti testi di San Roberto Bellarmino a questo proposito: «il Sacrificio – egli dice – è offerto principalmente in Persona di Cristo. Perciò l’oblazione che segue alla consacrazione attesta che tutta la Chiesa consente nella oblazione fatta da Cristo e offre insieme con Lui ». – Con non minore chiarezza i riti e le preghiere del Sacrificio Eucaristico significano e dimostrano che l’oblazione della vittima è fatta dai sacerdoti in unione con il popolo. Infatti, non soltanto il sacro ministro, dopo l’offerta del pane e del vino, rivolto al popolo, dice esplicitamente: « Pregate, o fratelli, perché il mio e il vostro sacrificio sia accetto presso Dio Padre Onnipotente », ma le preghiere con le quali viene offerta la vittima divina vengono, per lo più, dette al plurale, e in esse spesso si indica che anche il popolo prende parte come offerente a questo augusto Sacrificio. Si dice, per esempio: « per i quali noi ti offriamo e ti offrono anch’essi […] perciò ti preghiamo, o Signore, di accettare placato questa offerta dei tuoi servi di tutta la tua famiglia. […] Noi tuoi servi, come anche il tuo popolo santo, offriamo alla eccelsa tua Maestà le cose che Tu stesso ci hai donato e date, l’Ostia pura, l’Ostia santa, l’Ostia immacolata ». – Né fa meraviglia che i fedeli siano elevati a una simile dignità. Col lavacro del Battesimo, difatti, i Cristiani diventano, a titolo comune, membra del Mistico Corpo di Cristo sacerdote, e, per mezzo del « carattere » che si imprime nella loro anima, sono deputati al culto divino partecipando, così, convenientemente al loro stato, al sacerdozio di Cristo. – Nella Chiesa cattolica, la ragione umana illuminata dalla fede si è sempre sforzata di avere una maggiore conoscenza possibile delle cose divine; perciò è naturale che anche il popolo cristiano domandi piamente in che senso venga detto nel Canone del Sacrificio Eucaristico che lo offre anch’esso. Per soddisfare a questo pio desiderio, Ci piace trattare qui l’argomento con concisione e chiarezza. – Ci sono, innanzi tutto, ragioni piuttosto remote: spesso, cioè, avviene che i fedeli, assistendo ai sacri riti, uniscono alternativamente le loro preghiere alle preghiere del sacerdote; qualche volta, poi, accade parimenti – in antico ciò si verificava con maggiore frequenza – che offrano al ministro dell’altare il pane e il vino perché divengano corpo e sangue di Cristo; e, infine, perché, con le elemosine, fanno in modo che il sacerdote offra per essi la vittima divina. Ma c’è anche una ragione più profonda perché si possa dire che tutti i Cristiani, e specialmente quelli che assistono all’altare, compiono l’offerta. Per non far nascere errori pericolosi in questo importantissimo argomento, è necessario precisare con esattezza il significato del termine « offerta ». L’immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunziate le parole della consacrazione, Cristo è presente sull’altare nello stato di vittima, è compiuta dal solo sacerdote in quanto rappresenta la persona di Cristo e non in quanto rappresenta la persona dei fedeli. Ponendo però, sull’altare la Vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione a gloria della Santissima Trinità e per il bene di tutte le anime. A quest’oblazione propriamente detta i fedeli partecipano nel modo loro consentito e per un duplice motivo; perché, cioè, essi offrono il Sacrificio non soltanto per le mani del sacerdote, ma, in certo modo, anche insieme con lui, e con questa partecipazione anche l’offerta fatta dal popolo si riferisce al culto liturgico. Che i fedeli offrano il Sacrificio per mezzo del sacerdote è chiaro dal fatto che il ministro dell’altare agisce in persona di Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le membra; per cui a buon diritto si dice che tutta la Chiesa, per mezzo di Cristo, compie l’oblazione della vittima. Quando, poi, si dice che il popolo offre insieme col sacerdote, non si afferma che le membra della Chiesa, non altrimenti che il sacerdote stesso, compiono il rito liturgico visibile – il che appartiene al solo ministro da Dio a ciò deputato – ma che unisce i suoi voti di lode, di impetrazione, di espiazione e il suo ringraziamento alla intenzione del sacerdote, anzi dello stesso Sommo Sacerdote, acciocché vengano presentate a Dio Padre nella stessa oblazione della vittima, anche col rito esterno del sacerdote. È necessario, difatti, che il rito esterno del Sacrificio manifesti per natura sua il culto interno: ora, il Sacrificio della Nuova Legge significa quell’ossequio sapremo col quale lo stesso principale offerente, che è Cristo, e con Lui e per Lui tutte le sue mistiche membra, onorano debitamente Dio. Con grande gioia dell’anima siamo stati informati che questa dottrina, specialmente negli ultimi tempi, per l’intenso studio della disciplina liturgica da parte di molti, è stata posta nella sua luce: ma non possiamo fare a meno di deplorare vivamente le esagerazioni e i travisamenti della verità che non concordano con i genuini precetti della Chiesa. Alcuni, difatti, riprovano del tutto le Messe che si celebrano in privato e senza l’assistenza del popolo, quasi che deviino dalla forma primitiva del Sacrificio; né manca chi afferma che i sacerdoti non possono offrire la Vittima divina nello stesso tempo su parecchi altari, perché in questo modo dissociano la comunità e ne mettono in pericolo l’unità: così non mancano di quelli che arrivano fino al punto di credere necessaria la conferma e la ratifica del Sacrificio da parte del popolo perché possa avere la sua forza ed efficacia. Erroneamente in questo caso si fa appello alla indole sociale del Sacrificio Eucaristico. Ogni volta, difatti, che il sacerdote ripete ciò che fece il Divin Redentore nell’ultima cena, il sacrificio è realmente consumato, ed esso ha sempre e dovunque, necessariamente e per la sua intrinseca natura, una funzione pubblica e sociale, in quanto l’offerente agisce a nome di Cristo e dei Cristiani, dei quali il Divin Redentore è Capo, e l’offre a Dio per la Santa Chiesa Cattolica e per i vivi e i defunti. E ciò si verifica certamente sia che vi assistano i fedeli – che Noi desideriamo e raccomandiamo che siano presenti numerosissimi e ferventissimi – sia che non vi assistano, non essendo in nessun modo richiesto che il popolo ratifichi ciò che fa il sacro ministro. – Sebbene, dunque, da quel che è stato detto risulti chiaramente che il santo Sacrificio della Messa è offerto validamente a nome di Cristo e della Chiesa, né è privo dei suoi frutti sociali, anche se è celebrato senza l’assistenza di alcun inserviente, tuttavia, per la dignità di questo mistero, vogliamo e insistiamo – come sempre volle la Madre Chiesa – che nessun Sacerdote si accosti all’altare se non c’è chi gli serva e gli risponda, come prescrive il can. 813.

La partecipazione dell’immolazione

Perché poi l’oblazione, con la quale in questo Sacrificio i fedeli offrono la vittima divina al Padre Celeste, abbia il suo pieno effetto, ci vuole ancora un’altra cosa; è necessario, cioè, che essi immolino se stessi come vittima. Questa immolazione non si limita al sacrificio liturgico soltanto. Vuole, difatti, il Principe degli Apostoli che per il fatto stesso che siamo edificati come pietre vive su Cristo, possiamo come « sacerdozio santo, offrire vittime spirituali gradite a Dio per Gesù Cristo »; e Paolo Apostolo, poi, senza nessuna distinzione di tempo, esorta i Cristiani con le seguenti parole: « Io vi scongiuro, adunque, o fratelli […] che offriate i vostri corpi come vittima viva, santa, a Dio gradita, come razionale vostro culto ». Ma quando soprattutto i fedeli partecipano all’azione liturgica con tanta pietà ed attenzione da potersi veramente dire di essi: « dei quali ti è conosciuta la fede e nota la devozione », non possono fare a meno che la fede di ognuno di essi operi più alacremente per mezzo della carità, si rinvigorisca e fiammeggi la pietà, e si consacrino tutti quanti alla ricerca della gloria divina, desiderando con ardore di divenire intimamente simili a Gesù Cristo che patì acerbi dolori, offrendosi col Sommo Sacerdote e per mezzo di Lui come ostia spirituale. Ciò insegnano anche le esortazioni che il Vescovo rivolge a nome della Chiesa ai sacri ministri nel giorno della loro Consacrazione: «Rendetevi conto di quello che fate, imitate ciò che trattate, in quanto, celebrando il mistero della morte del Signore, procuriate sotto ogni rispetto di mortificare le vostre membra dai vizi e dalle concupiscenze ». E quasi allo stesso modo nei Libri liturgici vengono esortati i Cristiani che si accostano all’altare, perché partecipino ai sacri misteri: «Sia su […] questo altare il culto dell’innocenza, vi si immoli la superbia, si annienti l’ira, si ferisca la lussuria ed ogni libidine, si offra, invece delle tortore, il sacrificio della castità, e invece dei piccioni il sacrificio dell’innocenza ». Assistendo dunque all’altare, dobbiamo trasformare la nostra anima in modo che si estingua radicalmente ogni peccato che è in essa, sia, con ogni diligenza, ristorato e rafforzato tutto ciò che per Cristo dà la vita soprannaturale: e così diventiamo, insieme con l’Ostia immacolata, una vittima a Dio Padre gradita. – La Chiesa si sforza, con i precetti della sacra Liturgia, di portare ad effetto nella maniera più adatta questo santissimo proposito. A questo mirano non soltanto le letture, le omelie e le altre esortazioni dei ministri sacri e tutto il ciclo dei misteri che ci vengono ricordati durante l’anno, ma anche le vesti, i riti sacri e il loro esteriore apparato, che hanno il compito di «far pensare alla maestà di tanto Sacrificio, eccitare le menti dei fedeli, per mezzo dei segni visibili di pietà e di religione, alla contemplazione delle altissime cose nascoste in questo Sacrificio». – Tutti gli elementi della Liturgia mirano dunque a riprodurre nell’anima nostra l’immagine del Divin Redentore attraverso il mistero della Croce, secondo il detto dell’Apostolo delle Genti: «Sono confitto con Cristo in Croce, e vivo non già più io, ma è Cristo che vive in me». Per la qual cosa diventiamo ostia insieme con Cristo per la maggior gloria del Padre. In questo dunque devono volgere ed elevare la loro anima i fedeli che offrono la vittima divina nel Sacrificio Eucaristico. Se, difatti, come scrive S. Agostino, sulla mensa del Signore è posto il nostro mistero, cioè lo stesso Cristo Signore, in quanto è Capo e simbolo di quella unione in virtù della quale noi siamo il corpo di Cristo e membra del suo Corpo; se San Roberto Bellarmino insegna, secondo il pensiero del Dottore di Ippona, che nel Sacrificio dell’altare è significato il generale sacrificio col quale tutto il Corpo Mistico di Cristo, cioè tutta la città redenta, viene offerta a Dio per mezzo di Cristo Gran Sacerdote, nulla si può trovare di più retto e di più giusto, che immolarci noi tutti, col nostro Capo che ha sofferto per noi, all’Eterno Padre. Nel Sacramento dell’altare, secondo lo stesso Agostino, si dimostra alla Chiesa che nel sacrificio che offre è offerta anch’essa. Considerino, dunque, i fedeli a quale dignità li innalza il sacro lavacro del Battesimo; né si contentino di partecipare al Sacrificio Eucaristico con l’intenzione generale che conviene alle membra di Cristo e ai figli della Chiesa, ma liberamente e intimamente uniti al Sommo Sacerdote e al suo ministro in terra secondo lo spirito della sacra Liturgia, si uniscano a lui in modo particolare al momento della consacrazione dell’Ostia divina, e la offrano insieme con lui quando vengono pronunziate quelle solenni parole: «Per Lui, con Lui, in Lui, è a te, Dio Padre Onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli »; alle quali parole il popolo risponde: «Amen». Né si dimentichino i Cristiani di offrire col divin Capo Crocifisso se stessi e le loro preoccupazioni, dolori, angustie, miserie e necessità.

Mezzi per promuovere questa partecipazione

Sono, dunque, degni di lode coloro i quali, allo scopo di rendere più agevole e fruttuosa al popolo cristiano la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, si sforzano di porre opportunamente tra le mani del popolo il «Messale Romano », di modo che i fedeli, uniti insieme col sacerdote, preghino con lui con le sue stesse parole e con gli stessi sentimenti della Chiesa; e quelli che mirano a fare della Liturgia, anche esternamente, una azione sacra, alla quale comunichino di fatto tutti gli astanti. Ciò può avvenire in vari modi: quando, cioè, tutto il popolo, secondo le norme rituali, o risponde disciplinatamente alle parole del sacerdote, o esegue canti corrispondenti alle varie parti del Sacrificio, o fa l’una e l’altra cosa: o infine, quando, nella Messa solenne, risponde alternativamente alle preghiere dei ministri di Gesù Cristo e insieme si associa al canto liturgico. Tuttavia, queste maniere di partecipare al Sacrificio sono da lodare e da consigliare quando obbediscono scrupolosamente ai precetti della Chiesa e alle norme dei sacri riti. Esse sono ordinate soprattutto ad alimentare e fomentare la pietà dei Cristiani e la loro intima unione con Cristo e col suo ministro visibile, ed a stimolare quei sentimenti e quelle disposizioni interiori con le quali è necessario che la nostra anima si configuri al Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento. Nondimeno, sebbene esse dimostrino in modo esteriore che il Sacrificio, per natura sua, in quanto è compiuto dal Mediatore di Dio e degli uomini, è da ritenersi opera di tutto il Corpo Mistico di Cristo; non sono però necessarie per costituirne il carattere pubblico e comune. Inoltre, la Messa «dialogata» non può sostituirsi alla Messa solenne, la quale, anche se è celebrata alla presenza dei soli ministri, gode di una particolare dignità per la maestà dei riti e l’apparato delle cerimonie; benché il suo splendore e la sua solennità si accresca massimamente se, come la Chiesa desidera, vi assiste un popolo numeroso e devoto. Si deve osservare ancora che sono fuori della verità e del cammino della retta ragione coloro i quali, tratti da false opinioni, attribuiscono a tutte queste circostanze tale valore da non dubitare di asserire che, omettendole, l’azione sacra non può raggiungere lo scopo prefissosi. Non pochi fedeli, difatti, sono incapaci di usare il «Messale Romano» anche se è scritto in lingua volgare; né tutti sono idonei a comprendere rettamente, come conviene, i riti e le cerimonie liturgiche. L’ingegno, il carattere e l’indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime non sono uguali in tutti, né restano sempre gli stessi nei singoli. Chi, dunque, potrà dire, spinto da un tale preconcetto, che tanti Cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce più facile; come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura. – Per la qual cosa vi esortiamo, Venerabili Fratelli, perché, nella vostra Diocesi o giurisdizione ecclesiastica, regoliate e ordiniate la maniera più adatta con la quale il popolo possa partecipare all’azione liturgica secondo le norme stabilite dal «Messale Romano» e secondo i precetti della Sacra Congregazione dei Riti e del Codice di Diritto Canonico; così che tutto si compia col necessario ordine e decoro, né sia consentito ad alcuno, sia pur Sacerdote, di usare i sacri edifici per arbitrari esperimenti. A tale proposito desideriamo anche che nelle singole Diocesi, come già esiste una Commissione per l’arte e la musica sacra, così si costituisca una Commissione per promuovere l’apostolato liturgico, perché, sotto la vostra vigilante cura, tutto si compia diligentemente secondo le prescrizioni della Sede Apostolica. Nelle comunità religiose, poi, si osservi accuratamente tutto ciò che le proprie Costituzioni hanno stabilito in questa materia, e non si introducano novità che non siano state prima approvate dai Superiori. In realtà, per quanto varie possano essere le forme e le circostanze esteriori della partecipazione del popolo al Sacrificio Eucaristico e alle altre azioni liturgiche, si deve sempre mirare con ogni cura a che le anime degli astanti si uniscano al Divino Redentore con i vincoli più stretti possibili, e a che la loro vita si arricchisca di una santità sempre maggiore e cresca ogni giorno più la gloria del Padre celeste.

La Comunione

L’augusto Sacrificio dell’altare si conclude con la Comunione del divino convito. Ma, come tutti sanno, per avere l’integrità dello stesso Sacrificio, si richiede soltanto che il Sacerdote si nutra del cibo celeste, non che anche il popolo – cosa, del resto, sommamente desiderabile – acceda alla santa Comunione. Ci piace, a questo proposito, ripetere le considerazioni del Nostro Predecessore Benedetto XIV sulle definizioni del Concilio di Trento: «In primo luogo […] dobbiamo dire che a nessun fedele può venire in mente che le Messe private, nelle quali il solo sacerdote prende l’Eucaristia, perdano perciò il valore del vero, perfetto ed integro Sacrificio istituito da Cristo Signore e siano, quindi, da considerarsi illecite. Né i fedeli ignorano – almeno possono facilmente essere istruiti – che il Sacrosanto Concilio di Trento, fondandosi sulla dottrina custodita nella ininterrotta Tradizione della Chiesa, condannò la nuova e falsa dottrina di Lutero ad essa contraria». «Chi dice che le Messe nelle quali il solo sacerdote comunica sacramentalmente sono illecite e perciò da abrogarsi, sia anatema ». – Si allontanano dunque dal cammino della verità coloro i quali si rifiutano di celebrare se il popolo cristiano non si accosta alla mensa divina; e ancora di più si allontanano quelli che, per sostenere l’assoluta necessità che i fedeli si nutrano del convito Eucaristico insieme col Sacerdote, asseriscono, capziosamente, che non si tratta soltanto di un Sacrificio, ma di un Sacrificio e di un convito di fraterna comunanza, e fanno della santa Comunione compiuta in comune quasi il culmine di tutta la celebrazione. Si deve, difatti, ancora una volta notare che il Sacrificio Eucaristico consiste essenzialmente nella immolazione incruenta della Vittima divina, immolazione che è misticamente manifestata dalla separazione delle sacre specie e dalla loro oblazione fatta all’Eterno Padre. La santa Comunione appartiene alla integrità del sacrificio, e alla partecipazione ad esso per mezzo della comunione dell’Augusto Sacramento; e mentre è assolutamente necessaria al ministro sacrificatore, ai fedeli è soltanto da raccomandarsi vivamente. Come, però, la Chiesa, in quanto Maestra di verità, si sforza con ogni cura di tutelare l’integrità della fede cattolica, così, in quanto Madre sollecita dei suoi figli, vivamente li esorta a partecipare con premura e frequenza a questo massimo beneficio della nostra religione. Desidera innanzi tutto che Cristiani – specialmente quando non possono facilmente ricevere di fatto il cibo Eucaristico – lo ricevano almeno col desiderio; in modo che con viva fede, con animo riverentemente umile e confidente nella volontà del Redentore Divino, con l’amore più ardente, si uniscano a Lui. Ma ciò non le basta. Poiché, difatti, come abbiamo sopra detto, noi possiamo partecipare al Sacrificio anche con la Comunione sacramentale per mezzo del convito del Pane degli Angeli, la Madre Chiesa, perché più efficacemente « possiamo sentire in noi di continuo il frutto della Redenzione », ripete a tutti i suoi figli l’invito di Cristo Signore: « Prendete e mangiate […] Fate questo in mia memoria ». Al qual proposito, il Concilio di Trento, facendo eco al desiderio di Gesù Cristo e della sua Sposa immacolata, esorta ardentemente «perché in tutte le Messe i fedeli presenti partecipino non soltanto spiritualmente, ma anche ricevendo sacramentalmente l’Eucaristia, perché venga ad essi più abbondante il frutto di questo Sacrificio». Anzi il nostro immortale Predecessore Benedetto XIV, perché sia meglio e più chiaramente manifesta la partecipazione dei fedeli allo stesso Sacrificio divino per mezzo della Comunione Eucaristica, loda la devozione di coloro i quali non solo desiderano nutrirsi del cibo celeste durante l’assistenza al Sacrificio, ma amano meglio cibarsi delle ostie consacrate nel medesimo Sacrificio, sebbene, come egli dichiara, si partecipi veramente e realmente al Sacrificio anche se si tratta di pane Eucaristico prima regolarmente consacrato. Così, difatti, scrive: « E benché partecipino allo stesso Sacrificio, oltre quelli ai quali il Sacerdote celebrante dà parte della Vittima da lui offerta nella stessa Messa, anche quelli ai quali il Sacerdote dà l’Eucaristia che si suol conservare; non per questo la Chiesa ha proibito in passato o adesso proibisce che il Sacerdote soddisfi alla devozione e alla giusta richiesta di coloro che assistono alla Messa e chiedono di partecipare allo stesso Sacrificio che anch’essi offrono nella maniera loro confacente: anzi approva e desidera che ciò sia fatto, e rimprovererebbe quei Sacerdoti per la cui colpa o negligenza fosse negata ai fedeli quella partecipazione». Voglia, poi, Dio, che tutti, spontaneamente e liberamente, corrispondano a questi solleciti inviti della Chiesa; voglia Dio che fedeli, anche ogni giorno se lo possono, partecipino non soltanto spiritualmente al Sacrificio Divino, ma anche con la Comunione dell’Augusto Sacramento, ricevendo il Corpo di Gesù Cristo, offerto per tutti all’Eterno Padre. Stimolate, Venerabili Fratelli, nelle anime affidate alle vostre cure, l’appassionata e insaziabile fame di Gesù Cristo; il vostro insegnamento affolli gli altari di fanciulli e di giovani che offrano al Redentore Divino la loro innocenza e il loro entusiasmo; vi si accostino spesso i coniugi perché, nutriti alla sacra mensa e grazie ad essa, possano educare la prole loro affidata al senso e alla carità di Gesù Cristo; siano invitati gli operai, perché possano ricevere il cibo efficace e indefettibile che ristora le loro forze e prepara alle loro fatiche la mercede eterna nel cielo; radunate, infine, gli uomini di tutte le classi e «costringete a entrare»; perché questo è il pane della vita del quale hanno tutti bisogno. La Chiesa di Gesù Cristo ha a disposizione solo questo pane per saziare le aspirazioni e i desideri delle anime nostre, per unirle intimamente a Gesù Cristo, perché, infine, per esso diventino «un solo corpo» e si affratellino quanti siedono alla stessa mensa per prendere il farmaco della immortalità con la frazione di un unico pane. È assai opportuno, poi – il che, del resto, è stabilito dalla Liturgia – che il popolo acceda alla santa Comunione dopo che il Sacerdote ha preso dall’altare il cibo divino; e, come abbiamo scritto sopra, sono da lodarsi coloro i quali, assistendo alla Messa, ricevono le ostie consacrate nel medesimo Sacrificio, in modo che si verifichi « che tutti quelli che, partecipando a questo altare, abbiamo ricevuto il sacrosanto Corpo e Sangue del Figlio tuo, siamo colmati d’ogni grazia e benedizione celeste ». Tuttavia, non mancano talvolta le cause, né sono rare, per cui venga distribuito il pane Eucaristico o prima o dopo lo stesso Sacrificio, e anche che si comunichi – sebbene si distribuisca la Comunione subito dopo quella del Sacerdote – con ostie consacrate in un tempo antecedente. Anche in questi casi come, del resto, abbiamo ammonito prima il popolo partecipa regolarmente al Sacrificio Eucaristico e può spesso con maggiore facilità accostarsi alla mensa di vita eterna. Che se la Chiesa, con materna accondiscendenza, si sforza di venire incontro ai bisogni spirituali dei suoi figli, questi nondimeno, da parte loro, non devono facilmente sdegnare tutto ciò che la sacra Liturgia consiglia, e, sempre che non vi sia un motivo plausibile in contrario, devono fare tutto ciò che più chiaramente manifesta all’altare la vivente unità del Corpo.

Il ringraziamento

L’azione sacra, che è regolata da particolari norme liturgiche, dopo che è stata compiuta, non dispensa dal ringraziamento colui che ha gustato il nutrimento celeste; è cosa, anzi, molto conveniente che egli, dopo aver ricevuto il cibo Eucaristico e dopo la fine dei riti pubblici, si raccolga, e, intimamente unito al Divino Maestro, si trattenga con Lui, per quanto gliene diano opportunità le circostanze, in dolcissimo e salutare colloquio. Si allontanano, quindi, dal retto sentiero della verità coloro i quali, fermandosi alle parole più che al pensiero, affermano e insegnano che, finita la Messa, non si deve prolungare il ringraziamento, non soltanto perché il Sacrificio dell’altare è per natura sua un’azione di grazie, ma anche perché ciò appartiene alla pietà privata, personale, e non al bene della comunità. Ma, al contrario, la natura stessa del Sacramento richiede che il cristiano che lo riceve ne ricavi abbondanti frutti di santità. Certo, la pubblica adunanza della comunità è sciolta, ma è necessario che i singoli, uniti con Cristo, non interrompano nella loro anima il canto di lode « ringraziando sempre di tutto, nel nome del Signor Nostro Gesù Cristo, il Dio e il Padre ». A ciò ci esorta anche la stessa sacra Liturgia del Sacrificio Eucaristico, quando ci comanda di pregare con queste parole: «Concedici, ti preghiamo, di renderti continue grazie … e non cessiamo mai di lodarti ». Per cui, se si deve sempre ringraziare Dio e non si deve mai cessare dal lodarlo, chi oserebbe riprendere e disapprovare la Chiesa che consiglia ai suoi Sacerdoti e ai fedeli di trattenersi almeno per un po’ di tempo, dopo la Comunione, in colloquio col Divin Redentore, e che ha inserito nei libri liturgici opportune preghiere, arricchite di indulgenze, con le quali i sacri ministri si possono convenientemente preparare prima di celebrare e di comunicarsi, e, compiuta la santa Messa, manifestare a Dio il loro ringraziamento? La sacra Liturgia, lungi dal soffocare gli intimi sentimenti dei singoli Cristiani, li agevola e li stimola, perché essi siano assimilati a Gesù Cristo e per mezzo di Lui indirizzati al Padre; quindi essa stessa esige che chi si è accostato alla mensa Eucaristica ringrazi debitamente Dio. Al Divin Redentore piace ascoltare le nostre preghiere, parlare a cuore aperto con noi, e offrirci rifugio nel suo Cuore fiammeggiante. Anzi, questi atti, propri dei singoli, sono assolutamente necessari per godere più abbondantemente di tutti i soprannaturali tesori di cui è ricca la Eucaristia e per trasmetterli agli altri secondo le nostre possibilità affinché Cristo Signore consegua in tutte le anime la pienezza della sua virtù. Perché, dunque, Venerabili Fratelli, non loderemmo coloro i quali, ricevuto il cibo Eucaristico, anche dopo che è stata sciolta ufficialmente l’assemblea cristiana, si indugiano in intima familiarità col Divin Redentore, non solo per trattenersi dolcemente con Lui, ma anche per ringraziarlo e lodarlo, e specialmente per domandargli aiuto, affinché tolgano dalla loro anima tutto ciò che può diminuire l’efficacia del Sacramento, e facciano da parte loro tutto ciò che può favorire la presentissima azione di Gesù? Li esortiamo, anzi, a farlo in modo particolare, sia traducendo in pratica i propositi concepiti ed esercitando le cristiane virtù, sia adattando ai propri bisogni quanto hanno ricevuto con regale liberalità. Veramente parlava secondo precetti e lo spirito della Liturgia l’autore dell’aureo libretto della Imitazione di Cristo, quando consigliava a chi si era comunicato: « Raccogliti in segreto e goditi il tuo Dio, perché possiedi Colui che il mondo intero non potrà toglierti ». Noi tutti, dunque, così intimamente stretti a Cristo, cerchiamo quasi di immergerci nella sua santissima anima, e ci uniamo con Lui per partecipare agli atti di adorazione con i quali Egli offre alla Trinità Augusta l’omaggio più grato ed accetto; agli atti di lode e di ringraziamento che Egli offre all’Eterno Padre, e a cui fa eco concorde il cantico del cielo e della terra, come è detto: « Benedite il Signore, tutte le opere sue »: agli atti, infine, partecipando ai quali imploriamo l’aiuto celeste nel momento più opportuno per chiedere ed ottenere soccorso in nome di Cristo: ma soprattutto ci offriamo e immoliamo vittime, con le parole: «Fa che noi ti siamo eterna offerta». Il Divin Redentore ripete incessantemente il suo premuroso invito: «Restate in me». Per mezzo del Sacramento della Eucaristia, Cristo dimora in noie noi dimoriamo in Cristo; e come Cristo, rimanendo in noi, vive ed opera, così è necessario che noi, rimanendo in Cristo, per Lui viviamo e operiamo.