UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: UNAM SANCTAM

A chi legge questa bolla, senza conoscerne l’anno di promulgazione, sembra che essa sia stata scritta per i giorni nostri, giorni di totale apostasia religiosa sia civile che ecclesiastica [… o meglio finto-ecclesiastca]. Si ribadiscono, con poche parole, dei princîpi essenziali della fede cristiana, diremmo elementari: la Chiesa, come l’arca di Noè, unica possibilità di salvezza nel diluvio di fuoco del giorno del Giudizio, la Chiesa UNA, non certo ecumenica, come si blatera nelle sette eretiche del novus ordo, dei protestanti e degli acattolici orientali, tutti prostrati agli ordini della kazaro-massoneria mondialista; Chiesa “UNA” è la Chiesa di Cristo affidata a Pietro ed ai suoi successori, quelli veri, non certo ai pupazzi-pulcinella, ai marrano-burattini succedutisi dal 1958 in poi; e questo appare fondamentale proprio da questa straordinaria bolla, quando appunto afferma che: “Porro subesse Romano Pontifici omni humanæ creaturæ declaramus, dicimus, definimus et pronuntiamus omnino de necessitate salutis” – “… noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al Pontefice di Roma“. Per salvarsi dunque, non basta praticare uno pseudomisticismo sentimentaloide, un neo-montanismo che si richiami ad un personale “spirito” (???) ispiratore, o un falso devozionismo non accompagnato dalla sottomissione alle leggi della Chiesa, che è Cristo stesso, suo Capo, sua volontà dichiarata, “… non chi dice Signore, Signore, si salverà, etc. …” (Matt. VII), ma bisogna assolutamente essere sottomessi al Sommo Pontefice, quello vero, come ad es. al Pontefice eletto il 26 ottobre del 1958 ed al suo successore, seppur prigioniero o relegato in una catacomba. Aderire o sottomettersi a chiunque altro, anche alle controfigure o a figuranti lupi-mascherati, non salva, tutt’altro, [diceva già ai suoi tempi San Cipriano che: “… chi aderisce ad un falso vescovo di Roma, è fuori dalla Chiesa … cioè fuori dalla salvezza! – … figuriamoci i fallibilisti scismatici, i sedevacantisti autonomi …) e quindi … si naufragherà miseramente, irrimediabilmente ed eternamente, pensando di essere oltretutto in una botte di ferro [che diventerà presto incandescente!]. Inoltre c’è da meditare circa il primato del potere spirituale su quello civile e politico come riportato in bolla da Bonifacio VIII, il Papa odiato dal marrano “fraticello”, l’omo-sex Dante Alighieri, il “divin copione” che riproduceva testi arabi, rivestendoli dell’idioma toscano e tramutandoli in “versi strani” per chi non avesse compreso il loro substrato gnostico ed anticattolico … e questo spiega anche perché parteggiasse per l’imperatore … Tornando alla bolla del Papa tanto vituperato, e ingiustamente, in vita e dopo la sua morte dai servi del “nemico di Dio e di tutti gli uomini”, riteniamo che essa sia oggi, 2018, un documento  più che mai attuale, ultimo richiamo del tipo “ … signori si parte, salite in carrozza, presto … non ne passerà un’altra …”. Affrettiamoci allora a conformarci ad essa e, con la grazia di Dio, potremmo viaggiare con una certa sicurezza verso la meta finale: la eterna felicità promessa a chi … farà la volontà del Padre mio [… e del suo Vicario, … il che è lo stesso!] (Matth. VII).

Unam sanctam

Bolla sul Primato del Papa –

Bonifacio VIII

Unam sanctam Ecclesiam catholicam et ipsam …

Che ci sia una ed una sola Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica noi siamo costretti a credere ed a professare, spingendoci a ciò la nostra fede, e noi questo crediamo fermamente e con semplicità professiamo, ed anche che non ci sia salvezza e remissione dei nostri peccati fuori di lei, come lo sposo proclama nel Cantico: “Unica è la mia colomba, la mia perfetta; unica alla madre sua, senza pari per la sua genitrice” [Cant. VI, 8], che rappresenta un corpo mistico, il cui capo è Cristo, e il capo di Cristo è Dio, e in esso c’è “un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” [Efes. IV, 5]. Al tempo del diluvio invero una sola fu l’arca di Noè, raffigurante l’unica Chiesa; era stata costruita da un sola braccio, aveva un solo timoniere e un solo comandante, ossia Noè, e noi leggiamo che fuori di essa ogni cosa sulla terra era distrutta. Questa Chiesa noi veneriamo, e questa sola, come dice il Signore per mezzo del Profeta: “Libera, o Signore, la mia anima dalla lancia e dal furore del cane, l’unica mia” [Ps. XXI, 21]. Egli pregava per l’anima, cioè per Se stesso (per la testa e il corpo nello stesso tempo) il quale corpo precisamente Egli chiamava la sua sola e unica Chiesa, a causa della unità di promessa di fede, sacramenti e carità della Chiesa, ossia “la veste senza cuciture” [Joan. XIX, 23] del Signore, che non fu tagliata, ma data in sorte. Perciò in questa unica e sola Chiesa ci sono un solo corpo ed una sola testa, non due, come se fosse un mostro, cioè Cristo e Pietro, vicario di Cristo e il successore di Pietro; perché il Signore disse a Pietro: “Pasci il mio gregge” [Joan. XXI, 17]. “Il mio gregge” Egli disse, parlando in generale e non in particolare di questo o quel gregge; così è ben chiaro, che Egli gli affidò tutto il suo gregge. Se perciò i Greci od altri affermano di non essere stati affidati a Pietro e ai suoi successori, essi confessano di conseguenza di non essere del gregge di Cristo, perché il Signore dice in Giovanni che c’è un solo ovile, un solo e unico pastore – unum ovile et unicum esse pastorem [Joan. X, 16].

Noi sappiamo dalle parole del Vangelo che in questa Chiesa e nel suo potere ci sono due spade, una spirituale, cioè, ed una temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: “Ecco qui due spade” (che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare (il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti). E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: “Rimetti la tua spada nel fodero”. Quindi ambedue sono in potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale; una invero deve essere impugnata per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la seconda dal clero, la prima dalla mano di re o cavalieri, ma secondo il comando e la condiscendenza del clero, perché è necessario che una spada dipenda dall’altra e che l’autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. Perché quando l’Apostolo dice: “Non c’è potere che non venga da Dio e quelli (poteri) che sono, sono disposti da Dio”, essi non sarebbero disposti se una spada non fosse sottoposta all’altra, e, come inferiore, non fosse dall’altra ricondotta a nobilissime imprese. Poiché secondo san Dionigi è legge divina che l’inferiore sia ricondotto per l’intermedio al superiore. Dunque le cose non sono ricondotte al loro ordine alla pari immediatamente, secondo la legge dell’universo, ma le infime attraverso le intermedie e le inferiori attraverso le superiori. Ma è necessario che chiaramente affermiamo che il potere spirituale è superiore ad ogni potere terreno in dignità e nobiltà, come le cose spirituali sono superiori a quelle temporali. Il che, invero, noi possiamo chiaramente constatare con i nostri occhi dal versamento delle decime, dalla benedizione e santificazione, dal riconoscimento di tale potere e dall’esercitare il governo sopra le medesime, poiché, e la verità ne è testimonianza, il potere spirituale ha il compito di istituire il potere terreno e, se non si dimostrasse buono, di giudicarlo. Così si avvera la profezia di Geremia riguardo la Chiesa e il potere della Chiesa: “Ecco, oggi Io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni” ecc.

Perciò se il potere terreno erra, sarà giudicato da quello spirituale; se il potere spirituale inferiore sbaglia, sarà giudicato dal superiore; ma se erra il supremo potere spirituale, questo potrà essere giudicato solamente da Dio e non dagli uomini; del che fa testimonianza l’Apostolo: “L’uomo spirituale giudica tutte le cose; ma egli stesso non è giudicato da alcun uomo” [1 Cor. II, 16], perché questa autorità, benché data agli uomini ed esercitata dagli uomini, non è umana, ma senz’altra divina, essendo stata data a Pietro per bocca di Dio e resa inconcussa come roccia per lui ed i suoi successori, in Colui che egli confessò, poiché il Signore disse allo stesso Pietro: “Qualunque cosa tu legherai…” [Mat. XVI, 19]. Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio, si oppone ai comandi di Dio [Rom. XIII, 2], a meno che non pretenda, come i Manichei, che ci siano due princîpi; il che noi affermiamo falso ed eretico, poiché (come dice Mosè non nei princîpi, ma “nel princìpio” Dio creò il cielo e la terra [Gn. I, 1]. Quindi noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente necessario per la salvezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al Pontefice di Roma.

Data in Laterano, nell’ottavo anno del nostro Pontificato, il 18 novembre 1302

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO … E NON SOLO: CANTATE DOMINO

CANTATE DOMINO

Cantate Domino è uno dei documenti più importanti prodotti dalla Chiesa Cattolica a sostegno della retta dottrina e delle cose da tenersi con fede certa dai fedeli cattolici. Il documento venne composto al Concilio di Firenze nel 1442 e approvato dal Santo Padre Eugenio IV. Era questo un momento burrascoso per la Chiesa Cattolica, appena uscita dallo Scisma d’Occidente, ma già coinvolta in subdole manovre di Cardinali, Re ed antipapi, come Felice V. Ma, esulando dai fatti storici ben risaputi, inerenti il Concilio “itinerante”, (da Basilea a Ferrara, di qui a Firenze, per poi concludersi a Roma), la questione dei Greco-Ortodossi ricomposta per breve tempo al Concilio, (finita malamente, a Costantinopoli, con il rigetto dei documenti firmati e la città rasa al suolo dall’invasione islamica), il problema del Conciliarismo (che considerava l’assemblea dei Cardinali prevalere sul parere del Santo Padre, questione risolta più tardi dal “conciliarista” Piccolomini, divenuto Pio II, con la bolla Exsecrabilis), si puntualizzarono dei principi sacrosanti che fin da allora hanno costituito la robusta ossatura della Fede Cattolica “matura”, ripresa anche dai successivi Concili (Trento e Vaticano) e da numerosi documenti magisteriali autentici, in pieno contrasto pratico con l’avvento del “modernismo” esploso con l’irrompere della setta del “novus ordo” nei palazzi vaticani ed in tutto l’orbe un tempo cristiano. Tra le diverse proposizioni vogliamo solo accennare alle seguenti: « … La Chiesa crede fermamente, confessa e annuncia che nessuno di quelli che sono fuori della Chiesa Cattolica, non solo i pagani, ma anche i giudei o gli eretici e gli scismatici, potranno raggiungere la vita eterna, ma andranno nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Mt XXV,41), », affermazione che condanna senza appello né cincischiamenti i deliri dell’ecumenismo massonico trapiantato nella falsa “chiesa dell’uomo”, aperta dai vari “ladri e briganti” Roncalli, Montini, etc. e resa “abominio della desolazione” dagli ebrei Woityla, Ratzinger e il “Ciccio” attuale. Per coloro che credono di andare ad una Messa Cattolica, quando si recano al culto del baphomet-lucifero, potrebbe interessare forse questo passaggio: « … ecco la formula usata nella consacrazione del corpo del Signore: Questo è il mio corpo. In quella del sangue, invece: Questo è il calice del mio sangue, per la nuova e eterna alleanza, mistero della fede, versato per voi e per molti in remissione dei peccati (Mt XXVI, 28; Mc XIV, 18; Lc XXII, 20; 1 Cor XI, 25). » formula ribadita dal Sacrosanto Concilio di Trento, modificata perché non consustanzializzasse un bel “niente” dal “massoncello” Bugnini e compagni di merenda della “retrologgia”, i 6 protestanti diretti dal Patriarca degli Illuminati di Baviera: il giudeo-marrano Montini! Vi è pure qui la professione di Fede Cattolica, con la descrizione dogmatica della Trinità, (a beneficio dei Greci scismatici, ma pure degli attuali apostati novusordisti), oggi desueta e sostituita dal credo deista-massonico del postmodernismo ratzingeriano. Seguono le scomuniche di tutte le eresie fino ad allora conosciute, ( … in particolare la “demenza dei Manichei” la stessa dei novusordisti massonizzati), tutte riprese dal modernismo, definito per l’appunto da SS. Pio X: “sintesi di tutte le eresie”. Pertanto i modernisti e postmodernisti del conciliabolo c. d. “vaticano 2°”, con i fallibilisti, tesisti e sedevacantisti vari (eretici e scismatici a vario titolo), sono tutti già anzitempo scomunicati [… anche] da questa bolla. Pure scomunicati e destinati all’eterna perdizione, coloro che praticano i riti dell’ebraismo mosaico, come ad es. la circoncisione! « … essa, quindi, denuncia come separati dalla fede del Cristo e esclusi dalla vita eterna, salvo che si pentano dei loro errori, tutti quelli che, dopo quel tempo, osservano la circoncisione, il sabato e le altre prescrizioni legali. [altro che “nostra ætate” …]. Ce n’è pure per i “vegani” moderni scizzinosi, “satanisti loro malgrado” … ci sarebbe da scrivere un’enciclopedia intera su questa bolla, ma ci fermiamo qui, anche per non sporcare la limpidezza del documento che costituisce una delle guide più sicure e luminose per camminare nel retto sentiero del Cattolicesimo, unica via di salvezza e speranza di vita eterna.

CANTATE DOMINO quoniam magnifice fecit …

PAPA EUGENIO IV

4 febbraio 1442 

CONCILIO DI FIRENZE (17° ECUMENICO)

26 febbraio 1439 – agosto (?) 1445

SESSIONE XI

[Bolla di unione dei Copti]

Eugenio vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria.

Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose grandiose, ciò sia noto in tutta la terra. Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il santo di Israele (Is XII,5-6). È davvero giusto che la chiesa di Dio canti e esulti nel Signore per questa splendida glorificazione del suo nome, che Dio clementissimo si è degnato di compiere oggi. Dobbiamo, infatti, lodare e benedire con tutto il cuore il Salvatore nostro, che ogni giorno dilata la sua santa Chiesa. – Benché i suoi benefici verso il popolo cristiano siano sempre molti e grandi, tali da mostrarci chiaramente la sua immensa carità verso di noi, tuttavia, se consideriamo più attentamente quali e quanti di tali favori in questi ultimissimi tempi si è degnato operare con divina clemenza, potremo certamente costatare che i doni del suo amore sono stati più numerosi e più grandi in questo nostro tempo che in molte età precedenti. – Ecco, infatti, che in meno di tre anni il signore nostro Gesù Cristo con la sua inesauribile pietà ha realizzato in questo santo sinodo ecumenico, la salvifica unione di tre grandi nazioni a comune e perenne gioia di tutta la Cristianità. Così è accaduto che quasi tutto l’Oriente, che adora il glorioso Nome di Cristo, e non piccola parte del settentrione, dopo lunghi dissidi, siano ormai riuniti nello stesso vincolo di fede e di carità con la santa chiesa romana. Prima infatti si sono uniti alla sede apostolica i Greci e le molte genti e nazioni di lingue diverse soggette alle quattro sedi patriarcali, poi gli Armeni, popolazione formata da molti popoli, e oggi i Giacobiti, grandi popoli d’Egitto. – E poiché niente potrebbe essere più gradito al nostro Salvatore e signore Gesù Cristo della mutua carità tra gli uomini, e niente più glorioso per il suo nome e più utile per la Chiesa dell’unione dei Cristiani, nella purezza della stessa fede, eliminata ogni loro divisione, giustamente noi tutti dobbiamo cantare per la gioia e esultare nel Signore, perché la divina misericordia ci ha fatto degni di vedere ai nostri, giorni una fede cristiana così splendente. – Annunziamo dunque con prontezza queste meraviglie in tutto il mondo cristiano, perché, come noi siamo stati colmati da ineffabile gioia per questa glorificazione di Dio e esaltazione della Chiesa, così anche gli altri partecipino di tanta letizia e tutti, con una sola voce, rendiamo gloria a Dio (Rm XV, 6) e ogni giorno ringraziamo la sua maestà per tanti e così mirabili benefici concessi in questo tempo alla sua santa Chiesa. – Inoltre chi compie con zelo l’opera di Dio non solo attende il compenso e la retribuzione nei cieli, ma anche davanti agli uomini merita gloria e lode in abbondanza. Per questo crediamo di dover meritatamente lodare insieme con tutta la chiesa il nostro venerabile fratello Giovanni, patriarca dei Giacobiti, ansioso di questa santa unione, e indicarlo, con tutta la sua gente, al plauso di tutti i cristiani. Egli infatui sollecitato per mezzo di un nostro inviato [Alberto di Sarteano] e di nostre lettere, perché mandasse a noi e a questo sacro concilio una legazione e si unisse con la sua gente alla Sede romana nella stessa fede, ha destinato a noi e al concilio il diletto figlio Andrea, egiziano, di grande pietà e onestà, abate del monastero di s. Antonio in Egitto, nel quale si dice sia vissuto e morto lo stesso Antonio. Egli, dal patriarca pieno di zelo, ricevette l’ordine e il compito, di accettare con venerazione, a nome del medesimo e dei suoi Giacobiti, la formulazione della fede professata e predicata dalla santa Romana Chiesa e di portarla, poi, allo stesso patriarca e ai Giacobiti, perché potessero conoscerla, approvarla e predicarla nelle loro terre. – Noi, quindi, incaricati dalla parola del Signore di pascere le pecore del Cristo (Gv 21,17), abbiamo fatto esaminare con ogni cura l’abate Andrea da alcuni insigni membri di questo sacro Concilio sugli articoli di fede, i sacramenti della Chiesa e tutto ciò che riguarda la salvezza; alla fine, dopo aver esposta allo stesso abate, nella misura che sembrò necessaria, la fede cattolica della Santa Chiesa Romana, e dopo che è stata da lui umilmente accettata, oggi, in questa solenne sessione, con l’approvazione del sacro Concilio ecumenico fiorentino, gli abbiamo consegnato, nel nome del Signore, la dottrina vera e necessaria, nella seguente formulazione.

– In primo luogo, dunque, la sacrosanta Chiesa Romana, fondata dalla parola del nostro Signore e Salvatore, crede fermamente, professa e predica un solo, vero Dio, Onnipotente, immutabile e eterno, Padre, Figlio e Spirito Santo; uno nell’essenza, trino nelle Persone, Padre non generato, Figlio generato dal Padre, Spirito Santo procedente dal Padre e dal Figlio; crede che il Padre non è il Figlio o lo Spirito Santo, che il Figlio non è il Padre o lo Spirito Santo, che lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio; ma che il Padre è soltanto Padre, il Figlio è soltanto Figlio, lo Spirito Santo è soltanto Spirito Santo. Solo il Padre ha generato il Figlio dalla sua sostanza. Solo il Figlio è stato generato dal solo Padre. Solo lo Spirito Santo procede nello stesso tempo dal Padre e dal Figlio. Queste tre Persone sono un solo Dio, non tre dei, poiché dei tre una sola è la sostanza, una l’essenza, una la natura, una la divinità, una l’immensità, una l’eternità, e tutte le cose sono una cosa sola, dove non si opponga la relazione. Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo; lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio. Nessuno precede l’altro per eternità, o lo sorpassa in grandezza, o lo supera per potenza. E eterno, infatti, e senza principio che il Figlio ha origine dal Padre, e eterno e senza principio che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Tutto quello che il Padre è o ha, non lo ha da un altro, ma da se stesso ed è principio senza principio. Tutto ciò che il Figlio è o ha, lo ha dal Padre; ed è Principio da Principio. Tutto ciò che lo Spirito Santo è o ha, lo ha dal Padre e dal Figlio insieme. Ma il Padre e il Figlio non sono due princìpi dello Spirito Santo, ma un solo Principio, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre princìpi della creazione, ma un solo Principio.

Essa condanna, perciò, riprova e colpisce con anatema tutti quelli che credono cose diverse e contrarie e li dichiara separati dal corpo di Cristo, che è la chiesa. Condanna quindi Sabellio che confonde le Persone e elimina completamente la distinzione reale delle stesse, condanna gli ariani, gli eunomiani, i macedoniani, secondo i quali solo il Padre è vero Dio, collocando il Figlio e lo Spirito Santo nell’ordine delle creature. Condanna anche chiunque altro introduca gradi o diseguaglianza nella Trinità.

Crede fermissimamente, professa e predica, che un solo, vero Dio, Padre, Figlio e Spirito santo, è il Creatore di tutte le cose visibili e invisibili, il quale, quando volle, creò per sua bontà tutte le creature spirituali e corporali, buone, naturalmente, perché hanno origine dal sommo bene, ma mutevoli, perché fatte dal nulla; afferma che non vi è natura cattiva in se stessa, perché ogni natura, in quanto tale, è buona.

La Chiesa confessa un solo, identico Dio come Autore dell’antico e del nuovo Testamento, cioè della legge e dei profeti, nonché del Vangelo, perché i santi dell’uno e dell’altro Testamento hanno parlato sotto l’ispirazione del medesimo Spirito Santo. Di questi accetta e venera i libri compresi sotto i seguenti titoli: I cinque libri di Mosè, cioè: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i libri di Giosuè, dei Giudici, di Rut, i quattro dei Re, i due dei Paralipomeni, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe, i Salmi di David, i Proverbi, l’Ecclesiaste, il Cantico dei Cantici, la Sapienza, l’Ecclesiastico, Isaia, Geremia, Baruc, Ezechiele, Daniele, dei dodici Profeti minori, cioè: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia; i due dei Maccabei, quattro Evangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni; le quattordici lettere di s. Paolo: ai Romani, due ai Corinzi, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, due ai Tessalonicesi, ai Colossesi, due a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei; le due lettere di Pietro, le tre di Giovanni, una di Giacomo; una di Giuda; gli Atti degli Apostoli; e l’Apocalisse di Giovanni.

– La Chiesa condanna con anatema la demenza dei manichei, che ammettevano due princìpi primi, uno delle cose visibili, l’altro di quelle invisibili e dicevano che altro è il Dio del nuovo Testamento, altro quello dell’antico. Essa crede fermamente, professa e predica che una delle Persone della Trinità, vero Dio Figlio di Dio, generato dal Padre, consostanziale e coeterno col Padre, nella pienezza dei tempi stabilita dalla inscrutabile profondità del divino consiglio, ha assunto la vera e integra natura umana dall’utero immacolato della Vergine Maria per la salvezza del genere umano e l’ha congiunta a sé nell’unità della Persona, con tale vincolo di unità che tutto quello che ivi è di Dio non è separato dall’uomo, e quello che ivi è dell’uomo non è diviso dalla divinità; ed è un solo Essere e indiviso, rimanendo l’una e l’altra natura con le sue proprietà, Dio e uomo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, uguale al Padre secondo la divinità, minore del Padre secondo l’umanità, immortale ed eterno per la natura divina, soggetto alla sofferenza e al tempo per la condizione umana che ha assunto. – La Chiesa crede fermamente, professa e predica che il Figlio di Dio nell’umanità che ha assunto è veramente nato dalla Vergine, ha veramente sofferto, è veramente morto ed è stato sepolto, è veramente risorto dai morti, è asceso al cielo, siede alla destra del Padre, e verrà alla fine dei secoli a giudicare i vivi e i morti. – Essa colpisce con l’anatema, maledice e condanna ogni eresia che professi dottrine contrarie. E, in primo luogo, condanna Ebione, Cerinto, Marcione, Paolo di Samosata, Forino e tutti quelli che proferiscono simili bestemmie, i quali, incapaci di comprendere l’unione personale dell’umanità col Verbo, hanno negato che Gesù Cristo, nostro Signore, sia vero Dio, riconoscendo lo stesso come semplice uomo; egli sarebbe detto uomo divino per una maggior partecipazione alla grazia divina ricevuta per merito di una vita più santa. – La Chiesa colpisce con l’anatema anche Manicheo e i suoi seguaci, i quali vaneggiando che il Figlio di Dio non ha assunto un corpo vero, ma solo apparente annullarono del tutto la verità dell’umanità nel Cristo. Inoltre condanna Valentino, il quale afferma che il Figlio di Dio non ha ricevuto nulla dalla Vergine Madre, ma che ha assunto un corpo celeste ed è passato attraverso l’utero della Vergine, proprio come l’acqua scorre attraverso un acquedotto. Anche Ario il quale, asserendo che il corpo assunto dalla Vergine mancava dell’anima, pretese che al suo posto vi fosse la divinità. Così pure condanna Apollinare, il quale, ben comprendendo che negando che l’anima informa il corpo non vi sarebbe più vera umanità nel Cristo, gli attribuì solo l’anima sensitiva, mentre la natura divina del Verbo sostituirebbe l’anima razionale. Essa colpisce con l’anatema anche Teodoro di Mopsuestia e Nestorio, i quali affermano che l’umanità è unita al Figlio di Dio per mezzo della grazia, e perciò in Cristo vi sono due persone, come ammettono esservi due nature; non riuscendo a comprendere che l’unione dell’umanità col Verbo è ipostatica, negarono che essa abbia ricevuto la sussistenza del Verbo. Secondo questa affermazione blasfema, il Verbo non si è fatto carne, ma per mezzo della grazia il Verbo ha abitato nella carne, cioè non il Figlio di Dio si è fatto uomo ma, piuttosto, il Figlio di Dio ha abitato nell’uomo. Colpisce con l’anatema, maledice e condanna l’archimandrita Eutiche. Questi comprese che secondo l’eresia di Nestorio veniva annullata la verità dell’incarnazione e che, quindi, era necessario che l’umanità fosse unita al Verbo di Dio in modo che vi fosse una sola e medesima Persona per la divinità e l’umanità; ma non potendo capire, data la pluralità delle nature, l’unità della Persona, come ammise in Gesù Cristo una sola Persona per la divinità e l’umanità, così affermò esservi una sola natura, volendo che prima dell’unione vi fosse una dualità di nature, trasformata in unità nel momento dell’assunzione, ammettendo con somma empietà che, o l’umanità si era trasformata nella divinità, o la divinità nell’umanità. Colpisce con l’anatema, maledice e condanna Macario di Antiochia e tutti quelli che seguono dottrine simili: Questi nonostante una giusta dottrina delle due nature e dell’unità della Persona, errò enormemente circa le operazioni del Cristo, dicendo che nel Cristo una sola era l’operazione e una sola la volontà di entrambe le nature. La sacrosanta Chiesa Romana condanna tutti questi con le loro eresie, affermando che nel Cristo due sono le volontà e due le operazioni. – Crede fermamente, professa e insegna che mai uno concepito da uomo e da donna è stato liberato dal dominio del demonio, se non per la fede nel mediatore tra Dio e gli uomini Gesù Cristo (1 Tm 2,5) nostro Signore. Questi, concepito, nato e morto senza peccato, ha vinto da solo con la sua morte il nemico del genere umano, cancellando i nostri peccati, ed ha riaperto le porte del Regno celeste, che il primo uomo a causa del suo peccato aveva perso con tutta la sua discendenza, questo di cui tutti i santi sacrifici, i sacramenti e le cerimonie dell’antico testamento prefigurarono il ritorno.

– La Chiesa crede fermamente, professa e insegna che le prescrizioni legali dell’antico Testamento, cioè della legge mosaica, che si dividono in cerimonie, sacrifici sacri e sacramenti, proprio perché istituite per significare qualche cosa di futuro, benché adeguate al culto divino in quell’epoca, dal momento che è venuto il nostro Signore Gesù Cristo, da esse prefigurato, sono cessate e sono cominciati i sacramenti della nuova alleanza. Essa insegna che pecca mortalmente chiunque ripone, anche dopo la passione, la propria speranza in quelle prescrizioni legali e le osserva quasi fossero necessarie alla salvezza, e la fede nel Cristo non potesse salvare senza di esse. La Chiesa non nega tuttavia che nel tempo che intercorre tra la passione del Cristo e, la promulgazione dell’Evangelo, esse potessero osservarsi, anche se non fossero ritenute necessarie alla salvezza. Ma dopo l’annuncio del Vangelo non possono più essere osservate, pena la perdita della salvezza eterna. Essa, quindi, denuncia come separati dalla fede del Cristo e esclusi dalla vita eterna, salvo che si pentano dei loro errori, tutti quelli che, dopo quel tempo, osservano la circoncisione, il sabato e le altre prescrizioni legali. Comanda dunque, senza eccezione, a tutti quelli che si gloriano del nome di Cristiani di non praticare la circoncisione sia prima che dopo il Battesimo perché, anche se uno non vi ripone alcuna speranza, non può in alcun modo essere praticata senza perdere la salvezza eterna.

– Quanto ai bambini, dato il pericolo di morte spesso incombente, poiché non possono essere aiutati se non col Sacramento del Battesimo, che li libera dal dominio del demonio e li rende figli adottivi di Dio, la Chiesa ammonisce che il Battesimo non sia differito per quaranta o ottanta giorni, secondo certe usanze, ma sia amministrato il più presto possibile, avendo cura che, in imminente pericolo di morte, siano battezzati subito senza alcun ritardo, anche da un laico o da una donna, in mancanza del sacerdote, nella forma prevista dalla Chiesa, come è indicato in modo completo nel decreto per gli Armeni.

– La Chiesa crede fermamente, confessa e annuncia che tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie (1 Tm IV, 4); poiché, secondo l’espressione del Signore non quello che entra nella bocca rende l’uomo impuro (Mt XV, 11) e afferma che quella differenza della legge mosaica tra cibi puri e impuri riguarda le prescrizioni per le cerimonie, superate e annullate con l’annuncio del Vangelo. Anche il comando degli Apostoli di astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue e dagli animali soffocati (Atti XV, 29) era adatta a quel tempo in cui dai giudei e dai gentili, che prima vivevano secondo riti e costumi diversi, sorgeva una sola Chiesa. Conveniva perciò che i giudei e i gentili avessero osservanze in comune e l’occasione di trovarsi d’accordo in un solo culto e in una sola fede in Dio, eliminando la materia di dissenso, in quanto ai giudei per antica tradizione il sangue e gli animali soffocati sembravano cose abominevoli e potevano pensare che i gentili tornassero all’idolatria col mangiare cose immolate. Ma quando la Religione Cristiana si fu così diffusa da non esservi più in essa alcun Giudeo secondo la carne, ma anzi col passaggio alla Chiesa, tutti condividevano gli stessi riti proposti dal Vangelo, persuasi che tutto è puro per i puri (Tt 1, 15), essendo cessata la ragione di quella proibizione, ne cessò anche l’effetto. La Chiesa dichiara, quindi, che nessuno dei cibi in uso tra gli uomini deve essere condannato, e che nessuno, uomo o donna che sia, deve far differenza tra gli animali, in qualunque modo uccisi; tuttavia per la salute del corpo, l’esercizio della virtù, per la disciplina imposta dalla regola e dalle norme ecclesiastiche, molte cose, anche se non vietate, possono o debbono essere tralasciate. Secondo l’Apostolo, infatti, tutto è lecito! Ma non tutto è utile (1 Cor VI, 12; X,  22). – La Chiesa crede fermamente, confessa e annuncia che nessuno di quelli che sono fuori della Chiesa Cattolica, non solo i pagani, ma anche i giudei o gli eretici e gli scismatici, potranno raggiungere la vita eterna, ma andranno nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli (Mt 25,41), se prima della morte non saranno stati ad essa riuniti; crede tanto importante l’unità del corpo della Chiesa che, solo a quelli che in essa perseverano, i Sacramenti della Chiesa procureranno la salvezza, e i digiuni, le altre opere di pietà e gli esercizi della milizia cristiana ottengono il premio eterno: nessuno, per quante elemosine abbia fatto e persino se avesse versato il sangue per il nome di Cristo può essere salvo, se non rimane nel grembo e nell’unità della Chiesa Cattolica. – Essa abbraccia, approva e accetta il santo Concilio di Nicea dei trecentodiciotto padri, riunito ai tempi del beatissimo Silvestro, nostro predecessore, e di Costantino il grande, principe piissimo, nel quale fu condannata l’empia eresia ariana assieme al suo autore, e fu definito che il Figlio è consustanziale e coeterno al Padre. – Abbraccia anche approva e accetta il santo concilio di Costantinopoli, dei centocinquanta padri convocato al tempo del beatissimo Damaso, nostro predecessore, e di Teodosio il vecchio, che colpì con l’anatema l’errore di Macedonio, il quale asseriva che lo Spirito Santo non è Dio, ma una creatura. La Chiesa condanna coloro che i Concili condannano e approva quelli che essi approvano e vuole che tutte le loro definizioni rimangano intatte ed inviolate in ogni parte. – Abbraccia, approva e accetta il santo primo Concilio di Efeso, dei duecento padri, terzo nella serie dei Concili universali, convocato sotto il beatissimo nostro predecessore Celestino e sotto Teodosio il giovane. In esso fu condannata l’eresia dell’empio Nestorio e fu definito che è una sola la Persona del signore nostro Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo e che la beata Maria sempre Vergine deve essere proclamata da tutta la Chiesa non solo Madre del Cristo, ma anche di Dio.

– La Chiesa invece condanna, colpisce con anatema e rifiuta l’empio secondo concilio di Efeso, riunito sotto il beato Leone, nostro predecessore, e il suddetto principe, in cui Dioscoro, patriarca di Alessandria, difensore dell’eresiarca Eutiche e empio persecutore di s. Flaviano, vescovo di Costantinopoli, con astuzia e con minacce, portò quel sinodo esecrando ad approvare l’empietà eutichiana. – Essa abbraccia anche, approva e accetta il santo Concilio di Calcedonia, quarto nella serie dei sinodi universali, dei seicentotrenta padri, celebrato ai tempo del predetto predecessore nostro Leone e dell’imperatore Marciano, nel quale fu condannata l’eresia eutichiana col suo autore Eutiche e con Dioscoro, suo difensore, e fu definito che Gesù Cristo, nostro Signore, è vero Dio e vero uomo e che in una stessa identica Persona la natura divina e la natura umana sono rimaste integre, intatte, incorrotte, inconfuse e indistinte, poiché l’umanità opera quello che è proprio dell’uomo e la divinità, quello che è proprio di Dio. Quelli che esso condanna, la Chiesa li condanna, quelli che approva, li approva anch’essa. – Abbraccia pure, approva e accetta il santo quinto Concilio, il secondo celebrato a Costantinopoli al tempo del beato Virgilio, nostro predecessore, e dell’imperatore Giustiniano, nel quale fu confermata la definizione del Con­cilio di Calcedonia sulle due nature e l’unica Persona del Cristo e furono re­spinti e condannati molti errori di Origene e dei suoi seguaci, specie quelli ri­guardanti la penitenza e la liberazione dei demoni e degli altri dannati. Essa inoltre abbraccia, approva e accetta il santo, terzo Concilio di Costantinopoli, dei centocinquanta padri, sesto nella serie dei concili universali, celebrato al tempo del beato predecessore nostro Agatone e dell’imperatore Costantino IV, nel quale fu condannata l’eresia di Macario antiocheno, e fu definito che in Gesù Cristo, nostro Signore, vi sono due nature perfette ed integre, due operazioni, e anche due volontà, ma una sola e identica Persona, a cui competono le azioni dell’una e dell’altra natura poiché la divinità compie ciò che è proprio di Dio, l’umanità ciò che è proprio dell’uomo. – Abbraccia, approva e accetta anche tutti gli altri Concili universali, legitti­mamente convocati, celebrati e confermati dall’autorità del romano pontefice, e specialmente questo santo Concilio fiorentino, nel quale, tra le altre co­se, è stata realizzata la santissima unione con i Greci e con gli Armeni, e sono state promulgate molte definizioni portatrici di salvezza riguardanti l’una e l’altra unione, riportate estesamente nei decreti promulgati su questi argomenti, che seguono in questa forma: Lætentur cœli … Exultate Deo …

– Ma poiché nel decreto per gli Armeni, riportato sopra, non si parla della formula che la santa Chiesa Romana, confermata dalla dottrina e dall’autorità degli Apostoli Pietro e Paolo, ha sempre usato nella consacrazione del corpo e del sangue del Signore, abbiamo deciso di inserirla qui. Ecco la formula usata nella consacrazione del Corpo del Signore: Questo è il mio corpo. In quella del sangue, invece: Questo è il calice del mio sangue, per la nuova e eterna alleanza, mistero della fede, versato per voi e per molti in remissione dei peccati (Mt XXVI, 28; Mc XIV, 18; Lc XXII, 20; 1 Cor XI, 25). – Quanto al pane di frumento, che serve per il Sacramento, è del tutto indifferente che sia cotto quel giorno o prima; purché infatti, rimanga la sostanza del pane, non vi è alcun dubbio che esso si transustanzi subito nel vero Corpo di Cristo dopo le parole della consacrazione, pronunciate dal sacerdote con l’intenzione di fare ciò.

– Si dice che alcuni non ammettano le quarte nozze ritenendole condannate; ma poiché non si deve considerare peccato ciò che non lo è ricordando che, secondo l’Apostolo, per la morte del marito, la donna è libera e può sposare chi vuole, purché ciò avvenga nel Signore (Rm VII, 3; 1 Cor VII, 39) né fa distinzione tra la morte del primo, del secondo o del terzo marito, dichiariamo che in assenza di impedimenti canonici, si possono lecitamente contrarre non solo seconde e terze nozze, ma anche quarte e oltre. Riteniamo tuttavia più lodevole rimanere nella casata, astenendosi da altre nozze, perché come la castità è da preferirsi alla vedovanza, così una casta vedovanza è da preferirsi alle nozze, per lode e merito.

–  Dopo che furono esposte tutte queste cose, il predetto abate Andrea, a nome del ricordato patriarca e suo proprio e di tutti i Giacobiti, riceve e accetta con ogni devozione e venerazione questo decreto sinodale portatore di salvezza con tutte le sue prescrizioni, dichiarazioni, definizioni, insegnamenti, precetti, decisioni e ogni dottrina enunciata in esso, nonché tutto quello che crede e insegna la Santa Sede Apostolica e la Chiesa Romana. E accoglie con venerazione i dottori e santi padri approvati dalla Chiesa romana; considera invece come riprovate e condannate tutte le persone e dottrine che la stessa Chiesa Romana riprova e condanna, promettendo come vero figlio obbediente, a nome di quelli che rappresenta, di obbedire con fedeltà e costanza alle disposizioni e ai comandi della Sede apostolica.

Firenze, Sess. XI – Bolla di unione ai Copti. 4 febb. 1442

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: ETSI MINIME

La lettera enciclica Etsi Minime, è uno dei tanti documenti della Chiesa Cattolica che sottolineano l’importanza fondamentale della istruzione dottrinale che i religiosi devono impartire al popolo, ai piccoli come agli adulti, al gregge loro affidato. Questo è un compito primario a cui devono assolvere parroci e Vescovi in particolare, ed è un aspetto al quale il Santo Padre Benedetto XIV, teneva in modo particolare, come è giusto che sia, e come era stato già sottolineato varie volte per il passato; basti ricordare il solo San Tommaso per il quale “ … i cattolici sono obbligati ad imparare e conoscere la loro fede, … il peccato contro la fede (spesso causato dall’ignoranza volontaria) è il più grave di tutti i peccati. – Ed oggi, purtroppo, è proprio questa ignoranza che non ci fa conoscere l’essenza del Cattolicesimo e molti aderiscono al modernismo del Novus Ordo, pestilenza immonda, con il proprio catechismo taroccato, senza comprendere veramente quel che fanno, quanti peccati contro la fede commettono, e a quante eresie aderiscono senza ravvedersi né pentirsi, mettendo in tal modo in serio dubbio la salvezza eterna della propria anima destinata così alla perdizione, secondo il desiderio e gli auspici di “coloro che odiano Dio e tutti gli uomini”, i cabalisti servi del baphomet-lucifero, che hanno infiltrato e reso cloache verminose i sacri palazzi e le istituzioni un tempo cattoliche, rendendole schiave di una vergognosa apostasia.

ENCICLICA

ETSI MINIME

DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XIV

Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi.

Il Papa Benedetto XIV.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Seppure non nutriamo alcun dubbio che tutti coloro a cui è stata affidata la cura delle anime e Voi soprattutto, Venerabili Fratelli, elevati all’ufficio dell’Apostolato e costituiti da Dio nella dignità prelatizia, rivolgiate la vostra prima preoccupazione a che il popolo cristiano, nutrito in modo salutare con i rudimenti della Fede al pascolo della celeste dottrina, sia felicemente indirizzato sulla via dei precetti del Signore, dietro voi che portate alta la fiaccola, non possiamo tuttavia esimerci dall’incitarvi, con le esortazioni della Nostra autorità e del Nostro paterno amore, a promuovere con più forte sollecitudine l’opera così sacrosanta e salutare della Dottrina Cristiana, eliminando gli ostacoli che avversano la salute delle anime.

1. Ma poiché ci rivolgiamo a persone che conoscono la legge ed esortiamo gli accorti Vescovi delle Chiese, a cui non fanno difetto né la pietà né le risorse dei Sacri Scritti, riteniamo superfluo ribadire con molteplici argomenti che non è sufficiente, per raggiungere la celeste felicità, credere in modo confuso ed indistinto i Misteri rivelati da Dio e insegnati dalla Chiesa Cattolica. – Questa celeste dottrina trasmessa da Dio, e che viene accolta con l’ascolto, deve essere ricevuta dalla voce di un maestro legittimo e fedele, in modo tale che ne vengano spiegate singolarmente le verità basilari e siano proposte ai fedeli come verità da credere, alcune per necessità di mezzo e altre per necessità di precetto. – Anche se affermiamo che si viene giustificati per mezzo della Fede, essendo questa principio e fondamento della salvezza per poter giungere alfine alla bramata futura Città, è parimenti chiaro che la sola Fede non è sufficiente. Occorre conoscere la strada e mantenersi costantemente su di essa, cioè i precetti di Dio e della Chiesa, le virtù da coltivare e i vizi da evitare con cura.

2. Essendo tutto ciò racchiuso nei primi rudimenti della Fede Cattolica o, come si suol dire, nella Dottrina Cristiana, è compito specifico dei Vescovi che questa venga illustrata in tutte le Diocesi e in ogni luogo in modo chiaro e metodico, né possono, senza tacito biasimo della coscienza, trascurarla; debbono anzi consacrare a questo lavoro, sommamente necessario, tutta la cura e la diligenza. – Non pensiamo che questo incarico sia assegnato al Vescovo in modo a tal punto esclusivo da pretendere la sua continua presenza all’insegnamento della Dottrina Cristiana, per interrogare di persona i bambini e illustrare i Misteri della Fede che professiamo. Sappiamo bene che l’onere del servizio apostolico incide pesantemente sull’impegno della cura pastorale. Abbiamo capito a fondo, quando reggevamo prima la Chiesa di Ancona e poi quella di Bologna, come il Presule, che vuole adempiere compiutamente il proprio lavoro, sia agitato da infinite e difformi preoccupazioni, come flutti. – Assolverà questo incarico il Vescovo che, anche in tempo diverso da quello della Visita Pastorale, sarà qualche volta presente dove viene trasmessa la sana dottrina al cristiano, interrogherà ragazzi e fanciulle sulle cose ascoltate e illustrerà con le sue parole i Misteri della nostra Religione. Un impegno del Pastore che risulterà grandemente utile al gregge a lui affidato, e il suo esempio stimolerà gli altri a coltivare con tutte le forze la vigna del Signore degli eserciti.

3. Questo modo di occuparsi della Chiesa fu definito quasi una legge, non solo dagli antichi ma anche dai più recenti Presuli iscritti nell’albo dei Beati, come Carlo Borromeo, Francesco di Sales, Turibio e Alessandro Sauli. Alcuni di essi (come attestano gli scritti), trovandosi impegnati e ostacolati da compiti più gravi, non potendo assolverlo di persona, destinavano a questo loro grave dovere un Vicario scelto fra i Canonici o tra i Sacerdoti perché, fattosi carico di questo ministero pastorale, educasse gli adolescenti, con le verità basilari della Fede, ai doveri della Religione.

4. Importantissimo dunque e sommamente utile alla crescita spirituale delle anime sarà l’esempio del Vescovo, se, come abbiamo detto sopra, lo assolverà in tutte le parrocchie, in ogni tempo e specialmente mentre percorrerà la Diocesi. Ma come ognuno può immaginare, non possono soccorrerlo forze bastanti. Pertanto, per raggiungere l’intento, è necessario che con la massima diligenza procuri che, in coloro che ha scelto come suoi Vicari in una fatica così lodevole e così meritoria, non venga meno lo zelo e la sollecitudine.

5. Due anzitutto sono gli obblighi che dal Concilio Tridentino sono imposti a chi ha cura delle anime. Il primo comporta che nei giorni festivi tengano il sermone sulle cose divine; il secondo che istruiscano, con i rudimenti della Fede, i bambini e chiunque ignori la Legge Divina. – Se nei giorni stabiliti i parroci svolgeranno la doverosa omelia, che non assordi le orecchie con suasive parole di umana sapienza, ma con parole adatte alla capacità degli ascoltatori infonda lo Spirito nel loro cuore; se annunzieranno un Mistero, specie nel tempo in cui la Chiesa lo ricorda, seminando ciò che è di incitamento alla virtù e di ricusazione dei vizi, soprattutto dei più gravi che con più disdoro infieriscono nel popolo; se in questi stessi giorni nutriranno, come bambini appena nati, i fanciulli con il latte della Dottrina, interrogando or l’uno or l’altro, sciogliendo i dubbi e le incertezze; se infine, con l’Apostolo, si dedicheranno alla lettura, all’esortazione e alla dottrina, perché il credente diventi perfetto e istruito in ogni buona opera, è lecito credere che il risultato risponda alle attese e possa sorgere agevolmente un popolo gradito a Dio e operatore di bene.

6. È pure ampiamente dimostrato dall’esperienza che la fatica del solo parroco non è sufficiente, non potendo uno solo insegnare a tutti, dove il numero la vince sulla disponibilità dell’insegnante. Tuttavia non sarà mai privo degli opportuni rimedi il Vescovo che si dedicherà con tutto il cuore e tutto lo zelo al bene della Chiesa che gli è stata affidata. Potrà infatti fare ricorso a chi si accosta alla Tonsura, a chi si avvia alla dignità del Sacerdozio salendo i gradini degli Ordini Minori e Maggiori, a chi, infine, si dà da fare per trovare il modo di accaparrarsi i benefici ecclesiastici. Il Vescovo ricorderà loro, con autorevoli e dure parole (e alle parole rispondano i fatti), che non acconsentirà mai alla Tonsura, raggiunta la debita età, o al conferimento degli Ordini Minori, ma soprattutto di quelli Maggiori, di chi abbia trascurato di assicurare la propria disponibilità ai parroci per insegnare la Dottrina Cristiana. – Distribuisca dunque tutti questi chierici nelle singole parrocchie della sua Città e della Diocesi, assegnandone pure alcuni a determinate Chiese. Faccia inoltre sapere, garantendone la promessa, che nel conferimento delle parrocchie e degli altri benefici a norma di diritto, avranno peso ed importanza lo zelo e la diligenza impegnati dai chierici in questo lavoro; in questo modo sarà per sé evidente che il compito di insegnare non è stato assegnato al solo responsabile della Diocesi, ma che molti devono esservi disponibili, perché tutti insieme concorrano a dar compimento al suo incarico.

7. A tutto questo è da aggiungere che, con le Sacre Costituzioni Apostoliche, e soprattutto con la settima di Leone X Nostro predecessore di felice memoria, sono state date opportune disposizioni perché, sia i maestri di scuola insegnando ai propri alunni, sia le pie donne alle ragazze (sotto il pressante incalzare del Vescovo), li nutrano e li rafforzino con la sana e pura dottrina, quasi cibo vitale. – È anche assodato come lo stesso Vescovo possa e debba raccomandare con grande fermezza ai sacri oratori perché, durante il sermone, immettano negli orecchi e negli animi dei genitori l’importanza di ammaestrare con le verità della nostra Religione i propri figli; se non saranno all’altezza del compito, sarà necessario che i figli vengano portati in Chiesa dove sono illustrati i Precetti della Legge Divina. In molti luoghi (e dove non esistevi sia introdotta) ha preso pure piede la pia e lodevole consuetudine di dare una mano al parroco, teso a realizzare questo compito, ad opera di laici, sia uomini che donne, che, premurandosi di offrire il loro servizio per l’insegnamento cristiano, ascoltano i fanciulli e le ragazze che recitano a memoria il Padre Nostro, la Salutazione Angelica, il Simbolo degli Apostoli e tutte le altre preghiere. – In altre località sono state costituite Congregazioni con lo scopo di insegnare la Dottrina Cristiana, la cui istituzione è colmata, a buon diritto, di meritate lodi da Pio V di santa memoria nella sua Costituzione che inizia: “Ex debito”, ed esorta a propagarle con ogni premura in tutte le Diocesi. – Tutte queste realtà indirizzate allo stesso scopo, se saranno attentamente valorizzate, daranno a tutti la consapevole certezza che, pur essendo esiguo il numero degli operai dove abbondante è la messe, non mancherà chi spezzerà il pane ai bambini che lo implorano.

8. È anche risaputo che non solo i fanciulli e coloro che si trovano in età più matura giacciono nell’ignoranza delle cose divine, ma anche gli uomini e gli stessi anziani risultano assai ignari della salutare dottrina, perché mai l’appresero, o avendola imparata in tempi lontani la smemoratezza la cancellò gradatamente. Pure a questo male potrà riparare la provvida diligenza dei Vescovi, se i loro cooperatori si imporranno di impiegare con cura i rimedi approntati.

9. Si riporti il discorso a quelli che si trovano nella prima infanzia: molti chiedono di essere ammessi alla Sacra Eucaristia e alla Confermazione. Pochi, per la verità, non ostentano questa decisa volontà, quasi fosse un irresistibile desiderio. Ammonisca dunque il Vescovo i parroci ed ordini loro con vigore che non ammettano al Sacramento dell’Eucaristia e non consegnino la cosiddetta Scheda della Confermazione a chi non conosce i fondamenti della Fede e della Dottrina e il valore e la forza del Sacramento. In questo modo sembra si possa ben provvedere alla prima infanzia.

10. Se invece parliamo degli adolescenti, poiché ciascuno riceve da Dio il proprio dono, è ben noto dall’esperienza che alcuni si avviano sulla strada della vita ecclesiastica, altri su quella della vita secolare. Dei primi già ci siamo occupati quando abbiamo parlato di coloro che desiderano essere ammessi agli Ordini Sacri. Sembra possa essere aggiunta una sola cosa: sarebbe opportuno e di grande utilità che, a quanti si presentano per l’esame, il Presule chiedesse in primo luogo l’essenza racchiusa nella scienza del cristiano. Infatti l’esperienza, maestra di verità, ha reso evidente che alcuni di essi, pur adorni di un elegante e puro linguaggio latino e abbondantemente istruiti nella molteplicità delle scienze e buoni conoscitori di tutto ciò che riguarda gli Ordini, interrogati sulla Dottrina Cristiana, risposero in maniera insoddisfacente e per nulla pertinente.

11. Se poi rivolgiamo la Nostra attenzione a chi passa la vita nel mondo, risulta evidente che la maggior parte di essi si indirizza al matrimonio. Veramente non potranno essere congiunti con il matrimonio se il parroco, com’è suo dovere, avrà scoperto, ponendo precise domande, che l’uomo e la donna ignorano ciò che è necessario alla salvezza. – Difficilmente il Vescovo potrà lasciare spazio a così grande e funesta ignoranza; richiami i pastori di anime al loro compito e, nel caso non vi ottemperassero, punisca la loro negligenza.

12. Tutti gli uomini, di ogni età e condizione sociale, sono soliti nettare le sozzure dell’anima con il Sacramento della Penitenza. Il Vescovo farà dunque in modo che il Sacerdote, che accoglie le Confessioni, tenga come certo e immutabile che non è valida l’assoluzione sacramentale impartita a chi non conosce ciò che è indispensabile per necessità di mezzo e che gli uomini non possono essere riconciliati con Dio con questo Sacramento se prima, scossa la caligine dell’ignoranza, non saranno condotti alla conoscenza della Fede. Sappia anche il Confessore che deve essere rimandata ad altro tempo l’assoluzione di chi, per sua colpa, non conosce ciò che è indispensabile per necessità di precetto. In questo caso il penitente può anche essere assolto, qualora si riconosca colpevole di questa sua non insuperabile ignoranza, ne chieda perdono a Dio e prometta sinceramente al Confessore di darsi da fare per apprendere, con l’aiuto di Dio, anche ciò che è necessario per necessità di precetto.

13. Se dunque i Pastori si proporranno questo metodo di formazione del popolo cristiano, se penseranno che i loro consigli, le fatiche e gli intenti dovranno essere ricondotti al metodo proposto, è lecito sperare che il gregge, con la Fede e con le opere, potrà progredire nel tempo a tal punto da essere trasformato in abitazione di Dio nello Spirito Santo. – Ma poiché si tratta di una cosa di somma importanza e nessun’altra è stata istituita più utile alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime, nessuno deve meravigliarsi se vengono continuamente interposti numerosissimi ostacoli.

14. A volte si trovano dislocate nella campagna piccole ed umili Chiese, alcune vicine, altre assai lontane dalla Parrocchiale, dove, nei giorni festivi, si dirigono i padri di famiglia con i loro figli per ascoltare il Sacerdote mentre celebra i Sacri Misteri. Questo comporta che non siano quasi mai presenti nella loro Parrocchia e non possano ascoltare alcuna parola sui Misteri della Fede, sui Precetti e sui Sacramenti. A questo male deve provvedere il Vescovo con tutto il peso della sua autorità. Per prima cosa, in ordine alle piccole Chiese vicine alla Parrocchiale, con una precisa legge deve impedire che vi sia celebrata Messa prima che il Parroco abbia a sua volta celebrato, abbia tenuto il sermone e abbia provveduto ai rimanenti impegni del suo ufficio. In questo modo la Chiesa parrocchiale sarà frequentata da una moltitudine di fedeli che vi accorrerà. Per quanto riguarda invece le piccole Chiese situate lontano dalla Parrocchiale, risultando assai difficile, per la distanza dei luoghi, che i parrocchiani, scartata la Chiesa più vicina, possano affrontare un lungo ed aspro cammino, specie durante l’inverno quando i fiumi straripano, per raggiungere la Parrocchiale e qui assistere agli Uffici divini, il Vescovo decreti, con l’aggiunta di gravi pene, che i Sacerdoti addetti a quelle Chiese trasmettano al popolo i punti fondamentali della Dottrina Cristiana e illustrino la Legge Divina. Tuttavia il parroco deve essere ammonito perché non si fidi troppo dell’operato altrui, ma si renda conto di persona di come stiano le cose quando si richiederà che ai bambini siano amministrati i Sacramenti dell’Eucaristia e della Confermazione e altri chiederanno il Sacramento del Matrimonio.

15. Anche le città presentano specifici inconvenienti. Accade spesso infatti che in certe Chiese, specialmente di Regolari, vengano celebrate festività con rito solenne e grande concorso di popolo. Per questo, se nella Chiesa parrocchiale si tiene il catechismo al mattino presto o subito dopo il pranzo, nessuno o ben pochi saranno i presenti e accamperanno come scusa l’orario fissato. Se non verranno scelte ore più comode alla popolazione, è confermato dall’esperienza che il popolo accorrerà alla Chiesa dove viene solennizzato il giorno festivo e, attratto dall’apparato liturgico, diserterà la Dottrina Cristiana non senza grave danno dell’anima. Poiché non è possibile fissare al riguardo una norma sicura e generale, vogliamo che questo compito sia lasciato al solerte Antistite della Chiesa, il quale, tenendo conto della natura del luogo, delle circostanze e delle persone, e soppesata la portata dell’insieme dei fatti, trovi il modo di comporre la celebrazione del giorno festivo con la Dottrina Cristiana, perché una non sia di inciampo all’altra. Se i Regolari e gli Ordini esenti si opporranno e, sebbene ammoniti dai Vescovi, si sentiranno autorizzati a compromettere lo svolgimento della Dottrina Cristiana, offriamo agli Ordinari dei luoghi la Nostra autorità che abbraccia gli Esenti, e non mancheranno alla sollecitudine Apostolica altri mezzi per evitare che le Chiese parrocchiali siano defraudate della dovuta considerazione.

16. Potrebbe risultare sommamente vantaggioso per l’educazione del popolo cristiano scegliere dei visitatori, alcuni dei quali girando per la città e altri percorrendo la Diocesi, facciano accurate indagini su ogni cosa per permettere che il Vescovo, informato sui meriti di ciascun Pastore, possa decretare premi o punizioni.

17. Seguendo le orme di Papa Clemente VIII e degli altri nostri predecessori, esortiamo nel Signore e raccomandiamo con forza che, nel trasmettere la Dottrina Cristiana, sia impiegato il libretto scritto dal Cardinal Bellarmino per mandato dello stesso Clemente. Esaminato attentamente nell’apposita Congregazione a ciò deputata ed approvato, dallo stesso Papa Clemente fu ordinato che venisse pubblicato, con il validissimo intento che tutti in seguito si attenessero allo stesso e unico metodo di insegnare e di apprendere la Dottrina Cristiana. – Niente vi è di più auspicabile di questa uniformità, niente di più opportuno e di più utile per impedire che nella molteplice varietà dei catechismi possano furtivamente introdursi degli errori. Se in qualche luogo si rendesse necessario, per specifiche esigenze del posto, di servirsi di un altro opuscolo, occorrerà prestare grande attenzione che non contenga e non vi si insinui niente di discordante dalla Verità cattolica. Occorre anche prestare attenzione che i dogmi della Fede vi siano spiegati in modo semplice e chiaro, con l’aggiunta di parti necessarie eventualmente omesse e l’eliminazione del superfluo. – Un conciso e univoco metodo di insegnamento risulta solitamente di grande utilità per una più semplice interrogazione, quando si esaminano i progressi dei bambini.

18. Questo libretto deve anche contenere gli Atti di Fede, di Speranza e di Carità, sicuramente composti in modo retto e competente. Se ciò non corrispondesse al vero, una volta perfezionati, siano stampati in forma corretta. Questi Atti trovano più conveniente essere divulgati piuttosto con contenute che con abbondanti parole, purché per mezzo loro si riveli tutta la forza e la natura della virtù. – Poiché per chi professa la Religione cristiana sono sommamente necessarie l’abitudine e la pratica di proferire spesso questi Atti, affinché il loro uso non sia contenuto in limiti angusti e non sia ristretto da qualcuno ad un modesto numero per ogni anno, il Vescovo, preoccupato della propria non meno che dell’altrui salvezza, emani provvide disposizioni perché nelle parrocchie della città e della diocesi i rettori di anime, subito dopo la celebrazione della Messa festiva, inginocchiati davanti all’altare, recitino con voce chiara ed intelligibile i ricordati Atti delle virtù, cercando di precedere il popolo che dovrà ripetere le parole da loro pronunziate. In questo modo i fedeli, senza quasi accorgersene, li impareranno a memoria e prenderanno l’abitudine di attendere a questa pia pratica non solo in quelli festivi, ma anche nei giorni rimanenti.

19. Queste salutari indicazioni di ammaestrare il gregge che abbiamo voluto farvi conoscere, Venerabili Fratelli, per mezzo di questa Nostra Lettera Apostolica, possono essere riconosciute da ciascuno di voi come conformi ai Nostri moniti pastorali, già dati alle stampe quando, con paterno amore, circondavamo di cure la Chiesa bolognese, nostra sposa. – Indicazioni desunte peraltro dalle Costituzioni Pontificie, riconosciute valide dalla testimonianza e dall’esempio di rinomati Vescovi. Poiché sappiamo per esperienza che ne deriverà una grandissima utilità, Vi esortiamo e Vi incitiamo con tutto l’ardore possibile e Vi scongiuriamo, per le Viscere di misericordia del Nostro Dio, di attendere con deciso e fermo animo, in forza del compito affidato al vostro Ministero pastorale, all’attuazione di quanto premesso, considerando attentamente che tutta la fatica, l’impegno e l’attenzione profusi a questo scopo, saranno ricompensati da Dio, datore di ogni bene. – Vi impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 7 febbraio 1742, nel secondo anno del nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI ERETICI DI TORNO: REGNANS IN EXCELSIS

La bolla papale di Papa San Pio V, Regnans in Excelsis, depone la pretesa regina Elisabetta I e pone l’Inghilterra sotto interdetto. Pio V dichiara Elisabetta “serva di malvagità” ed eretica, e libera tutti i suoi sudditi dall’obbligo si esserle fedele. L’intramontabile condanna papale [irreformabile ed eterna davanti a Dio senza pubblica abjura] contro il mostruoso usurpante governo elisabettiano [l’attuale “monarchia britannica” è FALSA al 100% ] è pubblicata sia in latino che in italiano.

“L’ estrema corruzione e la malvagità della nazione inglese ha provocato la giusta ira di Dio. Quando la malizia raggiungerà la pienezza della sua misura, Dio, nella sua ira, invierà al popolo inglese (1) gli spiriti malvagi che lo puniranno e affliggeranno con severità (2) separando l’albero verde dal suo tronco originale [Roma] …. ” Profezia del re S. Edoardo d’Inghilterra (XI sec.)

(1) È un fatto storico che l’Eresiarca Enrico VIII (come Lutero) usasse la Cabala occulta nella formulazione della sua setta pervertita.

(2) Lo scisma anglicano venne predetto vari secoli prima del suo effettivo verificarsi.

(Immagine del (falso) “Principe” Carlo, che indossa una yarmulka ebraica il 29/04/08)

SDN PII PAPÆ V SENTENTIA DECLARATORIA
CONTRA ELIZABETHAM PRÆTENSAM ANGLIÆ REGEM,
ET EI ADHARENTES HÆRETICOS

Qua etiam dichiarantur absoluti omnis subditi a iuramento fidelitatis,
et quocunque alio debito.

ET DIENCEPS OBEDIENTES
Anathemate illaqueantur.

PIUS EPISCOPUS SERVUS SERVORUM DEI,
AD FUTURAM REI MEMORIAM

Regnans in excelsis, omnis in cœlo et in terra potestas, Unam Sanctam Catholicam et Apostolicam Ecclesiam, extra quam nulla est salus, uni soli in terris, videlicet apostolorum principi Petro, Petrique successori Romano Pontifici, in potestatis plenitudine tradidit gubernandam. Hunc unum super omnes gentes, et omnia regna principem constituit, qui evellat, destruat, dissipet, disperdat, plantet, et aedificet, ut fidelem populum mutuae charitatis nexu constrictum in unitate spiritus contineat, salvumque et incolumem suo exhibeat salvatori. Quo quidem in munere obeundo, nos ad praedictae ecclesiae gubernacula Dei benignitate vocati, nullum laborem intermittimus, omni opera contendentes, ut ipsa unitas, et Catholica religio (quam illius autore ad probandum suorum fidem, et correctionem nostram, tantis procellis conflictari permisit) integra conservetur . – Sed imporum numerus tantum potentia invaluit, ut nullus iam in orbe locus sit relictus, quem illi pessimis doctrinis corrumpere non tentarint; adnitente inter cæteros, flagitiorum serva Elizabetha prætensa Angliæ regina, ad quam veluti ad asilo omnium infestissimi profugium invenerunt. Hæc eadem, regno occupato, supremi ecclesiæ capitis locum in omni Anglia, eiusque præcipuam autoritatem atque iurisdictionem mostri sibi usurpanti, regnum ipsum iamtum ad fidem Catholicam, et bonam frugem reductum, rursus in miserum exitium revocavit. Usu namque verae religionis, quam ab illius desertore Henrico VIII olim eversam, claræ memoriæ Maria regina legittima huius sedis præsidio reparaverat, potenti manu inibito, secutisque et amplexis hæreticorum erroribus, regium consilium ex Anglica nobilitate confectum diremit; illudico oscuro hominibus hæreticis complevit, Catholicæ fidei cultores oppressit, improbos concionatores atque impietatum administros reposuit. Missæ sacrificium, preces, ieiunia, ciborum delectum, cœlibatum, ritualque Catholicos abolevit. – Libros manifest hæresim continentes toto regno proponi, impia mysteria, et instituta e Calvini præscriptum a se suscepta et observata, etiam a subditis servari mandavit. Episcopos ecclesiarum, rectores, et alios sacerdotes Catholicos suis ecclesiis et beneficiis eiicere, ac de illis, et aliis rebus ecclesiasticis in hæreticos disponere, de ecclesiæ causis decerenere ausa. Prælatis, clero, et populo, ne Romanam ecclesiam agnoscerent, neve eius præceptis sanctionibusque canonicis obtemperarent, interdixit; plerosque in nefarias leges suas venire, et romani pontificis auctoritatem atque obedientiam abiurare, seque solum in temporalibus et spiritualibus dominam agnoscere, iureiurando coegit; pœnas et supplicia in eos qui dicto non essent audientes imposuit, easdemque abis, qui in unitate fidei et prædicta obedientia perservarunt, exegit; Catholicos antistes et ecclesiarum rectores in vincula coniecit, ubi multi diuturno languore et tristitia confecti, extremum vitæ diem misere finierunt. – Qua omnia cum apud omnes nationes perspicua et notiora sint, et gravissimo quamplurimorum testimonio ita comprobata, ut nullus omnino locus excusationis, defensionis, aut tergiversationis relinquatur, nos multiplicantibus aliis atque aliis super alias impietatibus et facinoribus, et præterea fidelium persecutione, religionisque afflictione, impulsu et opera dictæ Elizabethæ quotidie magis ingraviscente; quoriam illius animum ita obfirmatum atque induratum intelligimus, ut non modo pias Catholicorum principum de sanitate et conversione preces monitionesque contempserit, sed ne huius quidem sedis ad ipsam hac de causas nuncios in Angliam traiicere permiserit, ad arma iustitiæ contra eam de necessitate conversi, dolorem lenire non possumus, quod adducamur in unam animadvertere, cuius maiores de republica Christiana tantopere meruere. Illius itaque autoritate suffulti, qui nos in hoc supremo iustitiæ throno, licet tanto impegnamente, voluit collocare, de apostolicæ potestatis plenitudine dichiaramus prædictam Elizabetham hæreticam, et hæreticorum fautricem, eque adhærentes in prædictis, anathematis sententiam incurrisse, esseque a Christi Corporis unitate præcisos. – Quin etiam ipsam prætenso regni prædicti iure, necnon omni et quocunque dominio, dignitate, privilegioque privatam; et item proceres, subditos, et populos dicti regni, ac cæteros omnes, qui illi quomodunque iuraverunt, un iuramento huiusmodi, ac omni prorsus dominii, fidelitatis, et obsequii debito, perpetuo absolutos, prout nos illos præsentium auctoritate absolvimus; et privamus eandem Elizabetham prætenso iure regni, omnibus supradictis aliisque. Præcipimusque et interdicimus universis et singulis proceribus, subditis, populis, et aliis prædictis, ne illi eiusve monitis, mandatis et legibus auded obedire. Qui secus egerint, eos simili anathematis sententia innodamus. Quia vero difficile nimis esset, præsentes quocunque illis opus erit perferre, volumus ut earum exempla, notaii publici manu, et prælati ecclesiastici, eiusve curiæ sigillo obsignata, eandem prorsus fidem in iudicio, et extra illud ubique gentium faciant, quam ipsae præsentes facerent, si essent exhibitæ vel ostensæ.

Dato Romæ apud Sanctum Petrum, anno incarnationis dominae millesimo quingentisimo sexagesimo nono, quinto kalendis Martii, pontificatus nostri anno quinto.

SDN. PAPA PIUS V

5 marzo 1570

UNA DICHIARAZIONE DI NOSTRO SIGNORE PAPA PIO QUINTO,  CONTRO ELISABETTA, LA PRETESA REGINA D’INGHILTERRA,  E GLI ERETICI A LEI ADERENTI.

… e di come tutti i suoi sudditi siano dichiarati sciolti dal Giuramento di Fedeltà e da ogni altra cosa a lei dovuta; e coloro che  d’ora in poi obbediscono a lei, sono accomunati  nell’Anatema

PIO VESCOVO, SERVO DEI SERVI DI DIO,

AD FUTURAM REI MEMORIAM

Colui che regna in alto, a cui è dato ogni potere in cielo e in terra, e che affidò il governo della Chiesa, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica, fuori dalla quale non c’è salvezza, ad uno solo sulla terra, cioè a Pietro, Principe degli Apostoli, e al successore di Pietro, il Romano Pontefice, per essere governata in pienezza di potere. Egli solo ha costituito Principe su tutto i popoli e su tutti i regni, per strappare, distruggere, disperdere, consumare, piantare e costruire, per poter tenere il popolo fedele strettamente unito al vincolo della carità, nell’unità dello spirito, e presentarlo immacolato ed incolume al suo Salvatore. – Obbedienti a tale ufficio, Noi, chiamati per bontà di Dio  al governo della predetta Chiesa, non risparmiamo dolori e fatiche, lavorando senza omissioni, onde conservare integra nella medesima unità la Religione Cattolica (il cui Autore, onde provare la fede dei suoi figli e, per nostro emendamento, ha sofferto di essere punito con così grandi afflizioni). Ma il numero degli empi ha ottenuto un tale potere che non c’è più un posto in tutto il mondo che non abbiano provato a corrompere con le loro più malvagie dottrine ; la più perniciosa di tutte ha trovato rifugio, tra gli altri, presso in Elisabetta, la pretesa regina d’Inghilterra, la serva di malvagità. Questa stessa donna, pervenuta al regno usurpando mostruosamente il posto di capo supremo della Chiesa in tutta l’Inghilterra, la sua autorità e la giurisdizione, ha portato indietro il suo reame, già cattolico e che aveva dato buoni frutti, in uno stato di miserabile distruzione . Poiché aveva con mano forte inibito l’esercizio della vera Religione che Maria, la leggendaria legittima Regina, di illustre  memoria, dopo il suo rovesciamento da parte di Enrico VIII, aveva restaurato con l’aiuto di questa Sede, ha seguito ed abbracciato gli errori degli eretici; ha rimosso dal Regio consiglio la Nobiltà inglese, e lo ha riempito di oscuri uomini eretici, ha oppresso i seguaci della Fede Cattolica, ha istituito Predicatori disonesti ed empi ministri, ha abolito il sacrificio della Messa, le preghiere, i digiuni, l’astenersi dalle carni, il celibato, le cerimonie e i riti Cattolici. Ha ordinato che fossero letti in tutto il Reame libri contenenti Eresie manifeste, intrattenendo ed osservando i misteri e le empie istituzioni secondo il Prescritto di Calvino, osservati ugualmente da ella stessa; ha osato gettare vescovi, parroci di chiese e altri sacerdoti cattolici, fuori dalle loro Chiese e dai loro benefici, e conferire questi ed altre cose ecclesiastiche agli eretici; ha vietato ai prelati, al clero e al popolo di riconoscere la Chiesa di Roma o di obbedire ai suoi precetti e alle sue sanzioni canoniche; ha costretto la maggior parte di loro a render conto  alle sue leggi malvagie, ad abiurare l’autorità e l’obbedienza del Papa di Roma, e ad accettarla, sotto giuramento, come la loro unica signoria in questioni temporali e spirituali; ha imposto sanzioni e punizioni a coloro che non erano obbedienti ed ha preteso di esigere la predetta obbedienza da coloro che perseverano nell’unità della fede; ha gettato i prelati e i parroci cattolici in prigione, dove molti, logorati da lunghi languori e sofferenze, hanno miseramente concluso le loro vite. Tutto questo è manifesto e noto tra tutte le nazioni, talmente ben dimostrato dalla grave testimonianza di molti uomini, che non c’è posto per scuse, difese o tergiversazioni, Noi, vedendo le impunità e i crimini moltiplicarsi uno dopo l’altro, che la persecuzione dei fedeli e le afflizioni della religione diventavano quotidiane sempre più gravi sotto la guida e l’attività di detta Elisabetta, e riconoscendo che la sua mente è così ostinata e determinata, che ha non solo disprezzato le pie preghiere e gli ammonimenti con cui i principi cattolici hanno cercato di dissuaderla e convertirla, ma non ha nemmeno permesso che i nunzi inviati a lei in questa materia da questa Sede attraversassero l’Inghilterra, siamo obbligati dalla necessità a prendere contro di lei le armi della giustizia, anche se non possiamo astenerci dal rimpiangere di essere costretti a rivolgerci contro una delle maggiori comunità cristiana i cui antenati hanno così tanto meritato. Quindi, appoggiandoci all’autorità di Colui si è compiaciuto di porci, sebbene indegnamente, su questo supremo seggio di giustizia, facendo uso dalla pienezza del nostro potere apostolico, dichiariamo la predetta Elisabetta, eretica e fautrice di eretici, ed i suoi seguaci nelle questioni suddette, di essere incorsi nella sentenza di anatema, e di essersi posti fuori dall’unità del Corpo di Cristo. – E inoltre (la dichiariamo) essere privata del suo preteso titolo alla corona summenzionata e di ogni signoria, dignità e privilegio di sorta. – E anche (dichiariamo) che i nobili, i sudditi e le persone del suddetto Regno e tutti gli altri che in qualche modo avessero prestato giuramento a lei, siano assolti per sempre da tale giuramento e da qualsiasi dovere di fedeltà e obbedienza, derivante dalla signoria; e noi, per l’autorità dei nostri poteri, li assolviamo e priviamo inoltre la stessa Elisabetta del suo preteso titolo alla corona e di tutte le altre cose dette sopra. Diffidiamo e comandiamo a tutti e singolarmente i nobili, i sudditi, il popolo e tutti gli altri: che non osino obbedire ai suoi ordini, mandati e leggi. Coloro che agiranno in senso contrario, saranno coinvolti nella stessa sentenza di scomunica. – Perché in verità potrebbe essere troppo difficile trasmettere queste diposizioni ovunque fosse necessario, noi faremo in modo che siano riprodotti altri esemplari, per mano di un notaio e sigillate con il sigillo di un prelato della Chiesa o del suo tribunale, che abbiano simile forza ed efficacia, dentro e fuori dai procedimenti giudiziari, in tutti i luoghi tra le nazioni, ove questi stessi fossero esibiti o mostrati.

Dato a Roma, a San Pietro, nell’incarnazione di nostro Signore  millenovecentosessantanove, il quinto delle calende di marzo e anno quinto del nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIONO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: DIVINUM ILLUD MUNUS

Questa enciclica è una vera e propria catechesi illuminante sullo Spirito Santo del Santo Padre Leone XIII, oggi ancor più necessaria che nell’epoca in cui essa fu scritta. Si tratta di un documento, pieno di riferimenti scritturali, che un “vero” Cattolico dovrebbe stampare nella mente e nel cuore, e tutti dovrebbero sempre tenere in mente in particolare almeno le parole di S. S.: “… dobbiamo pregare lo Spirito Santo, del quale abbiamo tutti grandissimo bisogno. Siamo poveri, fiacchi, tribolati, inclinati al male, ricorriamo dunque a Lui, che è fonte inesausta di luce, di fortezza, di consolazione, di grazia”. Questo allora, immaginiamo oggi, in tempi di apostasia generalizzata dei popoli un tempo Cristiani, oggi indefferentisti, per non dire atei o al più “deisti” secondo i dettami delle società a guida massonica, non ultima quel Novus Ordo forgiato dai marrani ecumenisti-cabalisti, dagli antipapi-clown. Ma la risorsa straordinaria che è lo Spirito Santo, può far ribaltare ogni situazione umanamente impossibile, situazione che oggi vede dominante la sinagoga di satana occupare i sacri palazzi e le sacre istituzioni. Ma, fiduciosi ad oltranza nel “Non prævalebunt”, ci immergiamo nel mare salvifico dello Spirito Santo, che sarà in grado di ricreare e rinnovare tutte le cose, ristabilendo la magnificenza e la purezza della Sposa di Cristo, la Chiesa Cattolica, Una, Santa, Apostolica, Romana, sotto la guida del Vicario di Cristo, trionfante sui servi dell’anticristo, i “dei gentium, dœmonia”. – “… basti sapere che se Cristo è il capo della Chiesa, lo Spirito Santo ne è come l’anima: “… Ciò che è l’anima nel nostro corpo, lo Spirito Santo lo è nella Chiesa, corpo di Cristo”.


Leone XIII
Divinum illud munus

Lettera Enciclica

Lo Spirito Santo
9 maggio 1897

La divina missione, che Gesù Cristo ricevette dal Padre per la salvezza del genere umano, e che egli ha perfettamente compiuto, come fu rivolta quasi ad ultimo fine, a dare agli uomini la vita di gloria nella beata eternità, così nel corso del tempo fu intesa a partecipare e coltivare in essi la vita della divina grazia, perché poi fiorisse nella vita celeste. Perciò il Redentore medesimo pieno di benignità non cessa mai di invitare tutti gli uomini di ogni nazione e di ogni lingua al seno dell’unica sua chiesa: “Venite a me tutti; Io sono la vita; Io sono il buon pastore”. Tuttavia secondo i suoi altissimi progetti non volle compiere da sé solo nel mondo questa missione, ma come egli l’aveva ricevuta dal Padre, così lasciò che lo Spirito Santo la conducesse a termine, Ed è sempre dolce ricordare quelle parole, che Cristo poco prima di lasciare la terra disse ai suoi discepoli: “È bene per voi che io vada, perché se non andrò, non verrà sopra di voi il Paraclito; ma se andrò, ve lo manderò” (Gv 16,7). In queste parole egli diede come principale ragione della sua partenza e del suo ritorno al Padre, soprattutto l’utilità per i suoi cari che deriverà dalla venuta dello Spirito Santo, ed essendo egli che lo manda, dimostra in tal modo anche da sé procede come dal Padre e che lo stesso Spirito, come avvocato, come consolatore e come maestro, avrebbe compiuto nel mondo l’opera da sé cominciata. Vale a dire il compimento della redenzione era giustamente riservato alla virtù molteplice e ammirabile di questo Spirito, che nella creazione aveva “ornato i cieli” (Gb XXVI,13) e “riempita la terra” (Sap 1,7),

Orbene, sulle tracce del Salvatore, principe dei pastori e vescovo delle anime nostre, Ci siamo studiati di camminare sempre anche Noi, aiutati dalla divina grazia, continuando la sua missione, affidata dapprima agli apostoli e in particolare a Pietro, “la cui dignità non vien meno neppure in un erede indegno”. Da tal fine mossi in tutti gli atti del Nostro ormai lungo pontificato a due cose abbiamo mirato e miriamo principalmente: alla restaurazione cioè della vita cristiana nella famiglia e nella società, nei prìncipi e nei popoli, perché solo Cristo è la vera vita di tutti, e al ritorno dei dissidenti alla Chiesa Cattolica, perché è questa la volontà di Cristo, che si abbia un solo ovile sotto un solo pastore. Ora pertanto che Ci sentiamo vicini al termine della Nostra vita mortale, Ci piace affidare in particolar modo l’opera Nostra, qualunque sia stata, allo Spirito Santo, che è vita e amore, perché egli la maturi e la fecondi. E per un più felice risultato nel desiderato fine, avvicinandosi la solennità della Pentecoste, vogliamo parlarvi dello Spirito Santo, dell’azione cioè che egli esercita nella Chiesa e nelle anime col dono dei suoi superni carismi. In tal maniera sarà ravvivata e rinvigorita, come Noi ardentemente desideriamo, la tede nel mistero augustissimo della Trinità e m particolare accresciuta e alimentata la pietà verso questo divino Spirito, al quale vanno tanto debitori tutti coloro che seguono la via della verità e della giustizia, mentre, come notò san Basilio, “tutta l’economia ordita dalla divina bontà intorno all’uomo, se fu eseguita dal nostro Salvatore e Dio Gesù Cristo, fu però portata a compimento per grazia dello Spirito Santo”.

E prima di entrare nel tema proposto, Ci piace ed è utile soffermarci un po’ sul mistero della Triade sacrosanta. Questo mistero è chiamato dai sacri dottori “sostanza del nuovo testamento”, cioè il mistero dei misteri, principio e fine di tutti gli altri, per conoscere e contemplare il quale furono creati in cielo gli angeli, in terra gli uomini, mistero adombrato già nell’antico testamento e più tardi più chiaramente insegnato da Dio stesso, venuto a bella posta dagli angeli fra noi: “Nessuno ha mai veduto Dio, l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre l’ha rivelato” (Gv 1,18). Chiunque pertanto si metta a scrivere o parlare di sì grande mistero abbia sempre davanti agli occhi l’ammonimento dell’Angelico; “Quando si parla della Trinità, conviene farlo con prudenza e umiltà insieme, perché, come dice Agostino, in nessun’altra ricerca intellettuale è maggiore o la fatica o il pericolo di sbagliare, o il frutto se si coglie nel vero”. E il pericolo sta in ciò che nella fede e nella pietà non si confondano le divine Persone, e non si moltiplichi l’unica natura mentre “la fede cattolica ci insegna a venerare un solo Dio nella Trinità e la Trinità in un solo Dio” [Simbolo “Quicumque”; Denz 75]. Perciò il Nostro predecessore Innocenzo XII respinse le istanze di coloro, che domandavano una festa propria in onore del Padre, e se vi sono dei giorni consacrati ai vari misteri compiuti dal Verbo incarnato, non c’è però una festa speciale per il Verbo, solo in quanto Persona divina; e la Stessa antichissima solennità di Pentecoste non riguarda lo Spirito Santo, come spirato dal Padre e dal Figlio, ma piuttosto ricorda il suo avvento, o esterna missione.

E tutto ciò fu sapientemente ordinato per non dare occasione a moltiplicare la divina essenza col distinguere le Persone. Anzi la chiesa, per mantenere nei suoi figli la purezza della fede, volle istituita la festa della Trinità, resa poi universale dal pontefice Giovanni XXII; alla santissima Trinità ha lasciato innalzare altari e templi e, dopo una celeste visione, ha anche approvato per la redenzione degli schiavi un ordine religioso ad onore e col titolo della santissima Trinità. S’aggiunga a ciò come il culto tributato ai santi, agli angeli, alla vergine Madre di Dio, a Cristo, ridonda tutto e s’incentra nella Trinità; non v’è preghiera rivolta a una delle tre divine Persone, dove non si faccia menzione anche delle altre; nelle litanie, invocate distintamente le tre Persone, si conclude con un’invocazione comune; i salmi, gli inni hanno tutti la stessa dossologia al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo; le benedizioni, i riti, i sacramenti s’accompagnano e s’amministrano implorando la Trinità. Ma a tutto questo alludeva già l’Apostolo in quella sentenza: “Poiché da Dio, per Dio, in Dio sono tutte le cose, a Dio sia gloria per tutti i secoli” (Rm XI, 36), esprimendo così la trinità delle Persone e l’unità dell’essenza, la quale essendo in tutte la medesima fa sì che si debba a ciascuna, come al solo e medesimo Dio, la stessa gloria eterna. S. Agostino commentando le citate parole scrive: “Non si deve prendere indistintamente ciò che l’Apostolo distingue dicendo: da Dio, per Dio, in Dio; con la prima frase significa il Padre, con l’altra il Figlio, con l’ultima lo Spirito Santo”.

Di qui l’uso nella chiesa di attribuire al Padre le opere della potenza, al Figlio quelle della sapienza, allo Spirito Santo quelle dell’amore. Non già perché non siano comuni alle divine Persone tutte le perfezioni e tutte le opere esterne; infatti “sono indivise le opere della Trinità come ne è indivisa l’essenza”, poiché, come le tre divine Persone “sono inseparabili, così anche operano insieme”,7 ma per una certa relazione e quasi affinità che passa fra le opere esterne e il carattere proprio di ciascuna Persona, più all’una che alle altre si attribuiscono o, come dicono, si appropriano: “Come noi – sono parole dell’Angelico – ci serviamo delle creature quasi di segni e di immagini per manifestare le divine Persone, così facciamo degli attributi divini, e tale manifestazione tolta dai divini attributi si dice appropriazione” (Summa theol. I, q. 39, a. 7). In tal modo il Padre, che è “il principio della Trinità”, (S. Agostino, De Trinitate, I. IV, c. 20; PL 42, 906) è anche causa efficiente di tutte le cose, dell’incarnazione del Verbo, della santificazione delle anime, “da Dio sono tutte le cose”; da lui, a causa del Padre. Il Figlio poi, Verbo e Immagine di Dio, è causa esemplare per cui tutte le cose hanno forma e bellezza, ordine e armonia, egli, come via, verità e vita, ha riconciliato l’uomo con Dio, “per lui sono tutte le cose”; per lui, a causa del Figlio. E lo Spirito Santo è di tutto la causa finale, perché come nel suo fine la volontà e ogni cosa trova quiete, così egli che è la bontà e l’amore del Padre e del Piglio, da impulso forte e soave e quasi l’ultima mano all’altissimo lavoro dell’eterna nostra predestinazione, “in lui sono tutte le cose”; in lui, a causa dello Spirito Santo.

Osservati dunque rigorosamente gli atti di fede e di culto dovuti all’augustissima Trinità, cosa non mai abbastanza inculcata al popolo cristiano, volgiamo il Nostro discorso all’efficacia propria dello Spirito Santo.

E dapprima giova dare uno sguardo a Cristo fondatore della Chiesa e redentore del genere umano, L’incarnazione del Verbo è l’opera più grande che Dio abbia mai compiuto fuori di sé, alla quale concorsero tutti i divini attributi, in modo tale che non è possibile anche solo immaginarne una maggiore, ed è in pari tempo l’opera per noi più salutare. Ora un sì grande prodigio, benché compiuto da tutta la Trinità, tuttavia si ascrive come proprio dello Spirito Santo, onde dice il Vangelo che la concezione di Cristo nel grembo della Vergine fu opera dello Spirito Santo: “Si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”, e “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo” (Mt 1,18.20): e a buon diritto, perché lo Spirito Santo è la carità del Padre e del Figlio, e il “grande mistero della divina bontà” (1Tm 3,16), che è l’incarnazione, fu causato dal suo immenso amore per l’uomo, come accenna san Giovanni: “Dio ci ha amati a tal segno da darci l’unigenito suo Figlio” (Gv 3,16). Si aggiunga che per tal fatto la natura umana fu sollevata alla dignità d’essere unita personalmente al Verbo, non per meriti che avesse, ma per pura grazia, che è dono proprio dello Spirito Santo: “Questa maniera – dice sant’Agostino – con cui Cristo fu concepito per opera dello Spirito Santo ci fa vedere la bontà di Dio, giacché la natura umana senza meriti precedenti nel primissimo istante fu unita alla persona del Verbo così intimamente che il medesimo fosse e figlio di Dio e figlio dell’uomo”. Né solo il concepimento di Cristo, ma anche la santificazione dell’anima sua, o “unzione”, com’è detta nei libri santi (At 10,38), fu compiuta dallo Spirito Santo, come pure ogni sua azione “era come sotto l’influsso dello stesso Spirito” che in particolar maniera cooperò al suo sacrificio: “Cristo per mezzo dello Spirito Santo si offrì vittima innocente a Dio” (Eb 9,14).

Dopo ciò qual meraviglia che tutti i carismi dello Spirito Santo inondassero l’anima di Cristo? In Lui una pienezza di grazia propria di Lui solo, cioè nella massima misura ed efficacia a tutti gli effetti, in lui tutti i tesori della sapienza e della scienza, le grazie date gratuitamente, le virtù, i doni tutti, preannunciati da Isaia (Is IV,1; XI,2-3) e simboleggiati in quella colomba miracolosa, apparsa sul Giordano, quando Cristo col suo battesimo ne consacrava le acque per il nuovo sacramento. E qui ben nota sant’Agostino che “Cristo non ricevette lo Spirito Santo all’età di trent’anni, ma quando fu battezzato, era senza peccato e aveva già lo Spirito Santo; solo nell’atto del battesimo prefigurò il suo corpo mistico, che è la Chiesa, in cui i battezzati ricevono in special modo lo Spirito Santo”. Dunque l’apparizione sensibile dello Spirito Santo su Cristo e la sua azione invisibile nell’anima di Lui figurano la duplice missione dello Spirito Santo, visibile nella Chiesa e invisibile nell’anima dei giusti.

La Chiesa concepita e uscita già dal cuore del secondo Adamo come addormentato sulla croce, apparve al mondo la prima volta in modo solenne il giorno della pentecoste con quell’ammirabile effusione che era stata vaticinata dal profeta Gioele (cf. II,28-29), e in quel dì medesimo si iniziava l’azione del divino Paraclito nel mistico corpo di Cristo, “posandosi sugli Apostoli, quasi nuove corone spirituali, formate con lingue di fuoco, sulle loro teste”. E allora gli Apostoli “discesero dal monte – come scrive il Crisostomo – non già portando a somiglianza di Mosè le tavole di pietra nelle mani, ma lo Spirito Santo nell’anima spargendo tesori e rivi di verità e di carismi”.

Così si avverava l’ultima promessa fatta da Cristo poco prima di salire al cielo, di mandare cioè di lassù lo Spinto Santo, che negli Apostoli avrebbe compiuto e quasi suggellato il deposito della rivelazione: “Io ho ancora molte cose da dirvi, ma adesso non le intendereste; lo Spirito di verità, che vi manderò Io, vi insegnerà tutto” (Gv XVI,12-13). Lo Spirito Santo infatti, che è spirito di verità, in quanto procede dal Padre, eterno Vero, e dal Figlio, che è verità sostanziale, riceve dall’uno e dall’altro insieme con l’essenza tutta la verità, che poi a vantaggio nostro comunica alla chiesa, assistendola perché non erri mai, e fecondando i germi rivelati, finché, secondo l’opportunità dei tempi, giungano a maturazione. E poiché la chiesa, che è mezzo di salvezza, deve durare sino al tramonto dei secoli, è appunto questo divino Spirito che ne alimenta e accresce la vita; “Io pregherò il Padre ed egli vi manderà lo Spirito di verità, che resterà per sempre con voi” (Gv XIV,16-17). Da Lui infatti sono costituiti i Vescovi, che generano non solo i figli, ma anche i padri, cioè i sacerdoti, a guidarla e nutrirla con quel sangue con cui Cristo la acquistò: “Lo Spirito Santo pose i Vescovi al governo della Chiesa di Dio, redenta col sangue di Lui” (At XX, 28); gli uni e gli altri poi, Vescovi e sacerdoti, per singolare dono dello Spirito Santo hanno la potestà di rimettere i peccati, come disse Cristo agli Apostoli: “Ricevete lo Spirito Santo: saranno perdonati i peccati a quelli, ai quali voi li avrete perdonati e ritenuti a quelli, ai quali voi li avrete ritenuti” (Gv XX, 22-23). E poi l’origine divina della Chiesa appare in tutto il suo splendore nella gloria dei carismi, dei quali si circonda; ma questo serto ella riceve dallo Spirito santo. Per ultimo basti sapere che se Cristo è il capo della Chiesa, lo Spirito Santo ne è come l’anima: “Ciò che è l’anima nel nostro corpo, lo Spirito Santo lo è nella Chiesa, corpo di Cristo”.

E stando così le cose, non si può immaginare e attendere un’altra più larga e abbondante “effusione e manifestazione dello Spirito Santo”, giacché ora nella Chiesa se ne ha la massima e durerà sino a quel giorno in cui la stessa Chiesa dallo stadio della milizia verrà assunta al glorioso consorzio nella letizia dei trionfanti.

Ma non meno ammirabile, sebbene più difficile a intendersi, anche perché del tutto invisibile, è l’azione dello Spirito Santo nelle anime. Anche questa effusione è copiosissima, tanto che Cristo medesimo, che ne è il donatore, l’assomigliò a un fiume abbondantissimo, come è registrato in san Giovanni: “Dal seno di colui che crede in me, come dice la Scrittura, sgorgheranno le sorgenti d’acqua viva”; e poi lo stesso evangelista, commentando queste parole, soggiunge: “Ciò disse dello Spirito Santo, che avrebbero ricevuto i credenti in Lui” (Gv VII, 38-39). È verissimo che anche nei giusti vissuti prima di Cristo vi fu lo Spirito Santo con la grazia, come leggiamo dei profeti, di Zaccaria, del Battista, di Simeone e di Anna, giacché non fu nella pentecoste che lo Spirito Santo “incominciò ad abitare nei santi la prima volta, in quel dì accrebbe i suoi doni, mostrandosi più ricco, più effuso”. Erano sì figli di Dio anch’essi, ma rimanevano ancora nella condizione di servi, perché anche il figlio “non differisce dal servo”, finché “è sotto tutela” (Gal IV,1-2); e poi mentre quelli furono giustificati in previsione dei meriti di Cristo, dopo la sua venuta molto più abbondante è stata la diffusione dello Spirito Santo nelle anime, come avviene che la mercé vince in prezzo la caparra e la verità supera immensamente la figura. La qual cosa è espressa da san Giovanni là dove dice: “Non era ancora stato dato lo Spirito Santo, perché Gesù non era stato ancora glorificato” (Gv VII, 39); ma non appena Cristo, “ascendendo al cielo”, ebbe preso possesso del suo regno, conquistato con tanti patimenti, subito ne dischiuse con divina munificenza i tesori, “spargendo sugli uomini i doni” dello Spirito Santo (Ef IV, 8); “non già che prima non fosse stato mandato lo Spirito Santo, ma certo non era stato donato come fu dopo la glorificazione di Cristo”. La natura umana è essenzialmente serva di Dio: “La creatura è serva, noi per natura siamo servi di Dio”; anzi, infetta dall’antico peccato, la nostra natura cadde tanto in basso che noi divenimmo odiosi a Dio: “Eravamo per natura figli d’ira” (Ef II,3), E non vi era forza che bastasse a rialzarci da tanta caduta, a riscattarci dall’eterna rovina. Ma quel Dio, che ci aveva creati, si mosse a pietà, e per mezzo del suo Unigenito sollevava l’uomo ad un grado di nobiltà maggiore di quella donde era precipitato. Non c’è lingua che valga a narrare questo lavoro della grazia divina nelle anime degli uomini; essi perciò nelle sacre Scritture e dai santi dottori sono detti rigenerati, creature novelle, consorti della divina natura, figli di Dio, deificati, e così via.

Ora così ampi benefici dobbiamo riconoscerli propriamente dallo Spirito Santo. Egli è lo “Spirito di adozione di figli, per cui a Dio diciamo: Abbà, Padre”; egli ci fa sentire tutta la dolcezza di tale invocazione, “testimoniando all’anima che noi siamo figli di Dio” (Rm VIII, 15-16). E per spiegare ciò viene opportuna l’osservazione dell’Angelico che vi è una somiglianza tra la duplice opera dello Spirito Santo, poiché è per virtù dello stesso Spirito che “Cristo fu concepito nella santità perché fosse figlio naturale di Dio, e gli uomini sono santificati perché siano figli di Dio adottivi”. E così in maniera più nobile, che non sia nell’ordine naturale, la rigenerazione spirituale è frutto dell’Amore increato.

La quale rigenerazione o rinnovazione, per ciascuno, s’inizia nel battesimo, nel qual sacramento, cacciato dall’anima lo spirito immondo, vi discende per la prima volta lo Spirito Santo, rendendola somigliante a sé, perché “è spirito ciò che nasce dallo Spirito” (Gv III, 7). Con più abbondanza nella cresima ci viene donato lo stesso Spirito, infondendoci costanza e fortezza per vivere da Cristiani, quello Spirito cioè che vinse nei martiri, trionfò nei vergini sulle illecite passioni. E abbiamo detto che lo Spirito Santo dona se stesso, “diffondendo Dio nei nostri cuori la carità per lo Spirito Santo che ci è dato” (Rm V,5); infatti non solo dà a noi doni divini, essendo Egli degli stessi doni l’Autore, ma per giunta Egli stesso è il primo dono, procedendo dal mutuo amore del Padre e del Figlio, “il dono di Dio altissimo”.

E per capire meglio la natura e gli effetti di questo dono, conviene richiamare ciò che insegnano sulla scorta delle divine Scritture i sacri dottori, e cioè che Dio si trova in tutte le cose “per la sua potenza, con la sua presenza e con la sua essenza, in quanto egli tiene tutto a sé soggetto, tutto vede, di tutto è la causa prima”.  Ma nella creatura ragionevole Dio si trova in un’altra maniera; cioè in quanto è conosciuto e amato, giacché è anche secondo natura amare il bene, desiderarlo, cercarlo. Da ultimo Dio per mezzo della sua grazia sta nell’anima del giusto, in un modo più intimo e ineffabile, come in un suo tempio, donde deriva quell’amore vicendevole, per cui l’anima è intimamente a Dio presente, è in lui più che non soglia farsi fra dilettissimi amici e gode di Lui con una piena soavità.

Ora questa unione, che propriamente si chiama “inabitazione”, la quale non nell’essenza, ma solo nel grado differisce da quella che fa i beati in cielo, sebbene si compia per opera di tutta la Trinità, “con la venuta e dimora delle tre Persone nell’anima amante di Dio” (Gv XIV, 23), tuttavia allo Spirito Santo si attribuisce. Giacché anche negli empi il Padre e il Figlio dimostrano la loro potenza e sapienza, ma lo Spirito Santo, il cui carattere personale è la carità, non può dimorare che nel giusto. Si aggiunga che a questo Spirito si dà l’appellativo di Santo, anche perché, essendo il primo ed eterno Amore, ci muove e spinge alla santità, che in fine consiste nell’amore di Dio. Perciò i buoni, che pure dall’Apostolo sono detti templi di Dio, non sono mai chiamati espressamente templi o del Padre, o del Figlio, ma dello Spirito Santo: “Non sapete voi che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo, che abita in voi, avendolo ricevuto da Dio?” (1Cor VI, 19).

Inoltre lo Spirito Santo, abitando nelle anime pie, reca con sé molti altri doni celesti. Infatti “lo Spirito Santo – è dottrina dell’Aquinate – procedendo con Amore, è anche il primo dono; perciò dice Agostino, che per mezzo di questo che è lo Spirito Santo, molti altri doni sono distribuiti alle membra di Cristo”. Sono fra questi doni quelle arcane ispirazioni e inviti che si fanno sentire nella mente e nel cuore per impulso dello Spirito Santo, dai quali dipende l’inizio della buona strada, l’avanzamento in essa, la salvezza eterna. E poiché queste voci e ispirazioni ci arrivano per vie occulte, nelle sacre pagine sono alcune volte assimilate alle vie del vento; e l’angelico maestro le paragona bellamente ai movimenti del cuore la cui virtù è tutta nascosta: “II cuore ha una tal quale influenza occulta, onde al cuore è assomigliato lo Spirito Santo, che in maniera invisibile vivifica la Chiesa”.

Inoltre il giusto che già vive la vita di grazia e opera con l’aiuto delle virtù, come l’anima con le sue potenze, ha bisogno di quei sette doni che si dicono propri dello Spirito Santo. Per mezzo di questi l’uomo si rende più pieghevole e forte insieme a seguire con maggiore facilità e prontezza il divino impulso; sono di tanta efficacia da spingerlo alle più alte cime della santità, sono di tanta eccellenza, da rimanere intatti, benché più perfetti nel modo, anche nel regno celeste. Con questi doni poi lo Spirito Santo ci eccita e ci solleva all’acquisto delle beatitudini evangeliche, che sono quasi fiori sbocciati in primavera, preannuncianti la beatitudine eterna. Infine sono soavissimi quei frutti elencati dall’apostolo (cf. Gal V, 22), che lo Spirito Santo produce e dona ai giusti anche in questa vita mortale, frutti pieni di dolcezza e di gusto, quali s’addicono allo Spirito Santo “che nella Trinità è la soavità del Padre e del Figlio e riempie d’infinita dolcezza tutte le creature”.

E così questo divinissimo Spirito, procedente dal Padre e dal Figlio nell’eterno lume della santità come amore e come dono, dopo essere apparso in figura nell’antica alleanza, effondeva la pienezza dei suoi doni in Cristo e nel suo mistico corpo, la Chiesa, e con la presenza e con la sua grazia richiamava gli uomini dalla via dell’iniquità, tramutandoli da carnali e peccatori in nuove creature spirituali e quasi celesti.

Ed ora, essendo così grandi i benefici ricevuti dall’infinita bontà dello Spirito Santo, dobbiamo per gratitudine rivolgerci a Lui, pieni d’ossequio e di devozione: e ciò si otterrà se gli uomini cercheranno di conoscerlo, amarlo, pregarlo ogni giorno più, al che Noi li esortiamo paternamente.

Forse non mancano ai nostri giorni di quelli, che se fossero interrogati, come una volta certuni dall’apostolo Paolo, se avessero ricevuto lo Spirito Santo, risponderebbero anch’essi: “Noi non sappiamo neppure se lo Spirito Santo esiste” (At XIX, 2); oppure, se l’ignoranza non giunge tant’oltre, certo in una gran parte è scarsa la cognizione che se ne ha; ne hanno sì sempre sulle labbra il nome, ma la loro fede è molto caliginosa. – Perciò si ricordino i predicatori e i parroci che è loro dovere spiegare diligentemente al popolo la dottrina cattolica sullo Spirito Santo, schivando le questioni ardue e sottili ed evitando quella stolta curiosità, che presume d’indagare su tutti i segreti di Dio. Si dilunghino piuttosto a spiegare chiaramente i molti e grandi benefici che ci sono venuti e continuamente ci vengono da questo divin Donatore, dissipando così ogni errore o ignoranza, che tanto sconviene ai “figli della luce”. E ciò Noi inculchiamo non solo perché si tratta di un mistero che direttamente ci ordina alla vita eterna, e perciò dev’essere creduto fermamente ed espressamente, ma anche perché un bene, quanto più intimamente e chiaramente è conosciuto, tanto più fortemente si ama. – Noi dobbiamo amare lo Spirito Santo, ed è questa l’altra cosa che vi raccomandiamo, perché lo Spirito Santo è Dio, e noi dobbiamo “amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze nostre” (Dt VI, 5), E poi Egli è il sostanziale, eterno e primo Amore, e non vi è cosa più amabile dell’amore; tanto più poi dobbiamo amarlo, per gli immensi benefici ricevuti, i quali se sono da una parte testimonianza dell’affetto di chi li fa, sono dall’altra richieste di gratitudine da chi li riceve. E questo amore reca due non piccoli vantaggi. Anzitutto ci spinge ad acquistare una conoscenza sempre più chiara dello Spirito Santo, perché “chi ama – come dice l’Angelico – non è contento di una qualunque notizia dell’amato, ma si sforza di penetrare nelle cose sue più intime, come è scritto dello Spirito Santo che, essendo l’Amore di Dio, scruta le cose divine anche più profonde”. L’altro vantaggio è di aprire sempre più largamente l’abbondanza dei suoi doni, perché come la freddezza chiude la mano del donatore, così al contrario la riconoscenza l’allarga. Perciò soprattutto è necessario che tale amore non consista solo in aride speculazioni e in ossequi esteriori, ma dev’essere operoso, fuggendo il peccato, con cui si fa allo Spirito Santo un torto speciale, Giacché quanto noi siamo e abbiamo, tutto è dono della divina bontà, che viene attribuita soprattutto allo Spirito Santo; orbene il peccatore l’offende mentre è beneficato, abusa per offenderlo dei doni ricevuti, e perché Egli è buono, prende ardire a moltiplicare le colpe. – Di più, essendo lo Spirito Santo Spirito di verità, se qualcuno manca o per debolezza o per ignoranza, troverà forse scusa davanti al tribunale di Dio, ma chi per malizia impugna la verità, fa un affronto gravissimo allo Spirito Santo. E tal peccato è adesso sì frequente, che sembrano giunti quei tempi infelicissimi, descritti da Paolo, nei quali gli uomini per giustissimo giudizio di Dio accecati, avrebbero tenuta la falsità per verità e avrebbero creduto al “principe di questo mondo”, al demonio bugiardo e padre di menzogna, come a maestro di verità: “Insinuerà Dio fra essi lo spirito dell’errore perché credano alla menzogna” (2Ts II,10), e “molti negli ultimi tempi abbandoneranno la fede per credere agli spiriti dell’errore e alle dottrine dei demoni” (1Tm IV,1),

Ma poiché lo Spirito Santo abita in noi, quasi in suo tempio, come sopra abbiamo detto, ripetiamo con l’apostolo: “Non vogliate contristare lo Spirito Santo di Dio, che vi ha consacrati” (Ef IV,30). E per questo non basta fuggire tutto ciò che è immondo, ma di più il cristiano deve risplendere per ogni virtù, soprattutto della purezza e della santità, per non disgustare un Ospite sì grande, giacché la mondezza e la santità si convengono al tempio. Quindi lo stesso apostolo grida; “Non sapete che voi siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi? Se alcuno oserà profanare il tempio di Dio, sarà maledetto da Dio; infatti santo dev’essere il tempio e voi siete questo tempio” (1Cor III,16-17): minaccia tremenda, ma giustissima.

Infine dobbiamo pregare lo Spirito Santo, del quale abbiamo tutti grandissimo bisogno. Siamo poveri, fiacchi, tribolati, inclinati al male, ricorriamo dunque a Lui, che è fonte inesausta di luce, di fortezza, di consolazione, di grazia. E soprattutto dobbiamo chiedergli la remissione dei peccati, che ci è tanto necessaria, giacché “lo Spirito Santo è dono del Padre e del Figlio e i peccati vengono rimessi per mezzo dello Spirito Santo come per dono di Dio”, e la liturgia più chiaramente chiama lo Spirito Santo “remissione di tutti i peccati”.- Sulla maniera poi d’invocarlo, impariamo dalla Chiesa, che supplice si volge allo Spirito Santo e lo chiama coi titoli più cari: “Vieni, padre dei poveri, datore dei doni, luce dei cuori, consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo“: e lo scongiura che lavi, che sani, che irrori le nostre menti e i nostri cuori e conceda a quanti in lui confidano il “virtù e premio“, “morte santa“, “gioia eterna“. Né si può dubitare che tali orazioni non siano ascoltate, mentre ci assicura che “Egli stesso prega per noi con gemiti inenarrabili” (Rm 8,26). Inoltre dobbiamo supplicarlo con fiducia e con costanza perché ogni giorno più ci illumini con la sua luce e ci infiammi della sua carità, disponendoci così per via di fede e di amore all’acquisto del premio eterno, perché egli è “il pegno dell’eredità che ci è preparata” (Ef 1,14).

Ecco, venerabili fratelli, gli ammonimenti e le esortazioni Nostre intorno alla devozione verso lo Spirito Santo, e non dubitiamo affatto che apporteranno al popolo cristiano buoni frutti in considerazione principalmente della vostra sollecitudine e diligenza. Certo non verrà mai meno l’opera Nostra in cosa di sì grave importanza, anzi intendiamo incoraggiare questo slancio di pietà nei modi che giudicheremo più adatti al bisogno. Intanto, avendo Noi, due anni or sono, col breve Provida matris raccomandato ai cattolici per la solennità di pentecoste alcune particolari preghiere per implorare il compimento della cristiana unità, Ci piace sulla stessa cosa adesso aggiungere qualche cosa di più. Decretiamo dunque e comandiamo che in tutto il mondo cattolico quest’anno e sempre in avvenire si premetta alla pentecoste la novena in tutte le chiese parrocchiali e anche in altri templi e oratori, a giudizio degli ordinari. Concediamo l’indulgenza di sette anni e sette quarantene per ogni giorno a quelli che assisteranno alla novena e pregheranno secondo la Nostra intenzione, l’indulgenza plenaria poi o in un giorno della novena, o nella festa di Pentecoste o anche fra l’ottava, purché confessati e comunicati preghino secondo la Nostra intenzione. Vogliamo parimenti che di tali benefìci godano anche quelli che, legittimamente impediti, non possono assistere alle dette pubbliche preghiere, anche in quei luoghi nei quali queste a giudizio dell’ordinario non possano farsi comodamente nel tempio, purché in privato facciano la novena e adempiano alle altre opere e condizioni prescritte. E Ci piace aggiungere dal tesoro della Chiesa che possano lucrare di nuovo l’una e l’altra indulgenza tutti coloro che in pubblico o in privato rinnovano secondo la propria devozione alcune preghiere allo Spirito Santo ogni giorno durante l’ottava di pentecoste sino alla festa della santissima Trinità inclusa, purché soddisfino alle altre condizioni sopra ingiunte. Tutte queste indulgenze sono applicabili anche alle anime sante del purgatorio.

E ora il Nostro pensiero ritorna a ciò che dicemmo in principio per affrettarne dal divino Spirito con incessanti preghiere l’adempimento. Unite, dunque, venerabili fratelli, alle Nostre preghiere anche le vostre, anche quelle di tutti i fedeli, interponendo la mediazione potente e accettissima della beatissima Vergine. Voi ben sapete quali relazioni intime e ineffabili corrano tra lei e lo Spirito Santo, essendone la Sposa Immacolata.
La Vergine con la sua preghiera molto cooperò sia al mistero dell’incarnazione sia all’avvento dello Spirito Santo sopra gli apostoli. Continui ella dunque ad avvalorare col suo patrocinio le Nostre comuni preghiere, affinché si rinnovino in mezzo alle afflitte nazioni i divini prodigi dello Spirito Santo, celebrati già da Davide: “Manderai il tuo Spirito e saranno create e rinnovellerai la faccia della terra” (Sal CIII,30).

Intanto come auspicio dei doni celesti e pegno del Nostro affetto, impartiamo di gran cuore a voi, venerabili fratelli, al clero e al vostro popolo, nel Signore l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, 9 maggio 1897, anno XX del Nostro pontificato.

 

 

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI GNOSTICI DI TORNO: DIVINI ILLIUS MAGISTRI

“DIVINI ILLIUS MAGISTRI”

LETTERA ENCICLICA

DI SUA SANTITÀ

PIO PP. XI

SULLA EDUCAZIONE CRISTIANA

DELLA GIOVENTÙ

Questa Enciclica rappresenta un manifesto basilare del pensiero della Santa Madre Chiesa circa il tema dell’educazione cristiana dei fanciulli e della gioventù. Si tratta di un documento che nell’epoca attuale assume un carattere particolarmente illuminante, in pieno contrasto con le idee pedagogiche moderne e moderniste, di stampo ideologico natural-massonico, frutto marcio del pensiero gnostico anticristiano, che ha assunto oggi una particolare aggressività con l’ateismo panteista e naturalistico, con la luciferina ideologia gender e la precoce educazione sessuale, addirittura anticipata all’età della scuola primaria, il tutto con l’incoraggiamento più o meno manifesto, della setta dominante del satanico “novus ordo” masso-modernista, di quelli cioè  che si pretendono cattolici, ma non lo sono, perchè appartengono alla “sinagoga di satana”. Tutta la materna saggezza della Chiesa si riflette in questo documento che andrebbe “centellinato” ed applicato praticamente nei dettagli per riportare la gioventù, e quindi la società tutta del futuro, nell’alveo di una sana normalità apportatrice di benessere spirituale e di pace sociale, potendosi in tal modo perseguire con successo l’obiettivo principale della vita dell’uomo: la savezza eterna dell’anima e la sue perenne felicità. La lettura è impegnativa ma è raccomandata a tutti gli educatori, ai genitori preoccupati della vita spirituale dei loro figli, ai giovani studenti, quelli seri e motivati nello sviluppo essenziale del loro spirito, oltre che dello scibile umano da acquisire secondo verità e giustizia. DIVINI ILLIUS MAGISTRI vices in terris gerentes …

“Rappresentanti in terra di quel Divino Maestro il quale, pure abbracciando nella immensità del Suo amore gli uomini tutti, anche peccatori e indegni, mostrò tuttavia di prediligere con una tenerezza specialissima i fanciulli e si espresse in quelle parole tanto commoventi: “Lasciate che i pargoli vengano a me” (Marc. X, 14), abbiamo anche Noi in tutte le occasioni cercato di mostrare la predilezione tutta paterna che loro portiamo, particolarmente nelle cure assidue e negli insegnamenti opportuni che toccano l’educazione cristiana della gioventù. – Così, facendoCi eco del Divino Maestro, abbiamo rivolto la parola salutare, ora dell’ammonimento ora dell’esortazione ora della direzione, ai giovani e agli educatori, ai padri e alle madri di famiglia, su vari punti dell’educazione cristiana, con quella sollecitudine che si conviene al Padre comune di tutti i fedeli, e con quella insistenza opportuna ed importuna che spetta all’ufficio pastorale, inculcata dall’Apostolo: “Insisti a tempo opportuno e anche non opportuno; riprendi, esorta, sgrida, con grande pazienza e dottrina” (II Tim. IV, 2): insistenza richiesta dai tempi nostri, nei quali purtroppo si deplora una sì grande mancanza di chiari e sani principi anche circa i problemi più fondamentali. – Ma la stessa accennata condizione generale dei tempi, l’attuale vario agitarsi del problema scolastico e pedagogico nei vari paesi e il conseguente desiderio manifestatoCi con filiale confidenza da molti di voi e dei vostri fedeli, Venerabili Fratelli, e l’affetto Nostro tanto intenso, come dicemmo, verso la gioventù. Ci muovono a tornare più di proposito sull’argomento, se non per trattarlo in tutta la sua quasi inesauribile ampiezza di dottrina e di pratica, almeno per riassumerne i principi supremi, metterne in piena luce le precipue conclusioni e additarne le pratiche applicazioni. – Sia questo il ricordo, che del Nostro giubileo sacerdotale, con intenzione ed affetto tutto particolare, dedichiamo alla cara gioventù. e raccomandiamo a quanti hanno missione e dovere di occuparsi della sua educazione. – In verità, non mai come ai tempi presenti si è ragionato tanto di educazione; onde si moltiplicano i maestri di nuove teorie pedagogiche, si escogitano, si propongono e discutono metodi e mezzi, non solo a facilitare, ma a creare una educazione nuova di infallibile efficacia, la quale valga a formare le nuove generazioni per l’agognata felicità su questa terra. – Gli è che gli uomini, da Dio creati a Sua immagine e somiglianza, ed a Lui, perfezione infinita, destinati, come avvertono più che mai, nell’abbondanza del progresso materiale odierno, l’insufficienza dei beni terrestri per la vera felicità degli individui e dei popoli, così sentono più vivo in sé lo stimolo verso una perfezione più alta, inserito nella loro stessa natura ragionevole dal Creatore, e vogliono conseguirla principalmente con l’educazione. Se non che, molti di essi, quasi insistendo di soverchio nel senso etimologico della parola, pretendono estrarla dalla medesima natura umana ed attuarla con le sole sue forze. In ciò errano facilmente, giacché, invece di dirigere la mira a Dio, primo principio e ultimo fine di tutto l’universo, si ripiegano e giacciono su, se stessi, attaccandosi esclusivamente alle cose terrestri e temporanee; sicché continua ed incessante sarà la loro agitazione fino a quando non rivolgano gli occhi e l’opera all’unica meta della perfezione, Dio, secondo la profonda sentenza di Sant’Agostino: “Ci creasti, o Signore, per Te e inquieto è il cuor nostro fino a quando in Te non si riposi” (Confess. 1, 1). – E’ dunque di suprema importanza non errare nell’educazione, e non errare nella direzione verso il fine ultimo con il quale tutta l’opera dell’educazione è intimamente e necessariamente connessa. Infatti, poiché l’educazione consiste essenzialmente nella formazione dell’uomo, quale egli deve essere e come deve comportarsi in questa vita terrena per conseguire il fine sublime per il quale fu creato, è chiaro che, come non può darsi vera educazione che non sia tutta ordinata al fine ultimo, così, nell’ordine presente della Provvidenza, dopo cioè che Dio ci si è rivelato nel Figlio Suo Unigenito, che solo è “via e verità e vita”, non può darsi adeguata e perfetta educazione all’infuori dell’educazione cristiana. – Onde si manifesta l’importanza suprema dell’educazione cristiana, non soltanto per i singoli individui, ma per le famiglie e per tutta quanta la umana convivenza, giacché la perfezione di questa non può non risultare dalla perfezione degli elementi che la compongono. E similmente, dai principi accennati si fa chiara e manifesta l’eccellenza, si può ben dire insuperabile, dell’opera dell’educazione cristiana, come quella che mira in ultima analisi ad assicurare il Sommo Bene, Dio, alle anime degli educandi, ed il massimo di benessere possibile in questa terra all’umana convivenza. E ciò nel modo più efficace che sia possibile da parte dell’uomo, nel cooperare cioè con Dio al perfezionamento degli individui e della società, in quanto l’educazione imprime agli animi la prima, la più potente e la più duratura direzione nella vita, secondo la notissima sentenza del Savio: “Il giovanetto, secondo la via che ha presa, anche quando sarà invecchiato non se ne scosterà” (Prov. 1 , 6). Diceva perciò con ragione San Giovanni Crisostomo: “Che v’ha di più grande se non governare gli animi, se non formare i costumi dei giovanetti?” (Hom. 60, in c. 18 Matt.). – Ma non vi ha parola che ci riveli la grandezza, la bellezza ed eccellenza soprannaturale dell’opera dell’educazione cristiana, quanto la sublime espressione d’amore con la quale Gesù Signor nostro, identificandosi con i fanciulli, dichiara: “Chi avrà ricevuto uno di questi piccoli in nome mio, riceve me” (Mar. IX, 37). – Per non errare in quest’opera di somma importanza e per condurla nel modo migliore che sia possibile, con l’aiuto della grazia divina, è necessario avere un’idea chiara ed esatta dell’educazione cristiana nelle sue ragioni essenziali, e cioè: a chi spetta la missione di educare, quale è il soggetto dell’educazione, quali le circostanze necessarie dell’ambiente, quali il fine e la norma propria dell’educazione cristiana, secondo l’ordine stabilito da Dio nell’economia della Sua Provvidenza. – L’educazione è opera necessariamente sociale, non solitaria. Ora tre sono le società necessarie, distinte e pur armonicamente congiunte da Dio, in seno alle quali nasce l’uomo; due società di ordine naturale, quali sono la famiglia e la società civile; la terza, la Chiesa, di ordine soprannaturale. Dapprima la famiglia, istituita immediatamente da Dio al fine Suo proprio, che è la procreazione ed educazione della prole, la quale perciò ha priorità di natura, e quindi una priorità di diritti, rispetto alla società civile. Nondimeno la famiglia è società imperfetta, perché non ha in sé tutti i mezzi per il proprio perfezionamento, laddove la società civile è società perfetta, avendo in sé tutti i mezzi necessari al fine; onde, per questo rispetto, cioè in ordine al bene comune, essa ha preminenza sulla famiglia, la quale raggiunge appunto nella società civile la sua conveniente perfezione temporale. – La terza società, nella quale l’uomo nasce, mediante il Battesimo, alla vita divina della Grazia, è la Chiesa, società di ordine soprannaturale e universale, società perfetta, perché ha in sé tutti i mezzi ordinati al suo fine, che è la salvezza eterna degli uomini, e pertanto suprema nel suo ordine. – Per conseguenza l’educazione, la quale riguarda tutto l’uomo individualmente e socialmente, nell’ordine della natura e in quello della grazia, appartiene a tutte e tre queste società necessarie, in misura proporzionata, corrispondente, secondo il presente ordine di provvidenza stabilito da Dio, alla coordinazione dei loro rispettivi fini. – E dapprima, essa appartiene in modo sopraeminente alla Chiesa, per due titoli di Ordine soprannaturale da Dio stesso ad essa esclusivamente conferiti e perciò assolutamente superiori a qualsiasi altro titolo di ordine naturale. – Il primo sta nella espressa missione ed autorità suprema di magistero datale dal suo Divin Fondatore: “Ogni potere è stato dato a me in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo; insegnando loro ad osservare tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mat. XXVIII, 18-20). Al quale Magistero è stata da Cristo conferita l’infallibilità insieme col mandato d’insegnare la Sua dottrina; onde la Chiesa “fu costituita dal divino suo Autore colonna e fondamento della verità, affinché insegni agli uomini la fede divina, ne custodisca integro e inviolato il deposito affidatole, e diriga ed informi gli uomini e le loro consociazioni ed azioni ad onestà di costumi ed integrità di vita, a norma della dottrina rivelata” (Pio IX, Ep. Cum non sine, 14-7-1864). – Il secondo titolo è la Maternità soprannaturale onde la Chiesa, Sposa immacolata di Cristo, genera, nutre ed educa le anime nella vita divina della grazia con i suoi Sacramenti e il suo insegnamento. Perciò a buon diritto afferma Sant’Agostino: “Non avrà Dio per padre, chi avrà rifiutato di avere la Chiesa per madre” (De Symb, ad catech., XIII). – Pertanto, nell’oggetto proprio della sua missione educativa, cioè “nella fede e nella istituzione dei costumi, Dio stesso ha fatto la Chiesa partecipe del divino magistero e, per beneficio divino, immune da errore; ond’è degli uomini maestra suprema e sicurissima, e le è insito l’inviolabile diritto a libertà di magistero” (Enc. Libertas, 20 giugno 1888). Per necessaria conseguenza, la Chiesa è indipendente da qualsiasi potestà terrena, come nell’origine così nell’esercizio della sua missione educativa, non solo rispetto al suo oggetto proprio, ma anche rispetto ai mezzi necessari e convenienti per adempirla. Quindi, rispetto ad ogni altra disciplina ed insegnamento umano, che in sé considerato è patrimonio di tutti, individui e società, la Chiesa ha diritto indipendente di usare e principalmente di giudicare quanto possa esser giovevole o contrario all’educazione cristiana. E ciò, sia perché la Chiesa, come società perfetta, ha diritto indipendente sui mezzi rispondenti al suo fine, sia perché ogni insegnamento, al pari di ogni azione umana, ha necessaria relazione di dipendenza dal fine ultimo dell’uomo,- e però non può sottrarsi alle norme della legge divina, di cui la Chiesa è custode, interprete e maestra infallibile. – Il che, con perspicua sentenza, dichiara Pio X di santa memoria: “Qualunque cosa faccia il cristiano, anche nell’ordine delle cose terrene, non gli è lecito trascurare i beni soprannaturali, ché anzi deve secondo gli insegnamenti della cristiana sapienza dirigere tutte quante le cose al bene supremo come ad ultimo fine; tutte le sue azioni inoltre, in quanto sono buone o cattive in ordine ai costumi, ossia in quanto convengono o meno con il diritto naturale e divino, sottostanno al giudizio e alla giurisdizione della Chiesa” (Enc. Singulari quadam, 24 settembre 1912). – Ed è degno di nota come abbia saputo bene intendere ed esprimere questa dottrina cattolica fondamentale un laico, mirabile scrittore quanto profondo e coscienzioso pensatore: “La Chiesa non dice che la morale appartenga puramente (nel senso d’esclusivamente) a lei, ma che appartiene a lei totalmente. Non ha mai preteso che, fuori del suo grembo, e senza il suo insegnamento, l’uomo non possa conoscere alcuna verità morale, ha anzi riprovata quest’opinione più d’una volta, perché è comparsa in più d’una forma. Dice bensì, come ha detto e dirà sempre, che per l’istituzione che ha avuta da Gesù Cristo, e per lo Spirito Santo mandatole in suo nome dal Padre, essa sola possiede originariamente e inammissibilmente l’intera verità morale (omnem veritatem) nella quale tutte le verità particolari della morale sono comprese, tanto quelle che l’uomo può arrivare a conoscere col semplice mezzo della ragione, quanto quelle che fanno parte della rivelazione, o che si possono dedurre da questa” (A. Manzoni, Osservazioni sulla Morale Cattolica, c. III). – Adunque, di pieno diritto la Chiesa promuove le lettere, le scienze e le arti, in quanto necessarie o giovevoli all’educazione cristiana, oltre che a tutta la sua opera per la salvezza delle anime, anche fondando e mantenendo scuole ed istituzioni proprie in ogni disciplina e in ogni grado di cultura (Codex Iuris Canonici, c. 1375). Né è da stimarsi estranea al suo magistero materno la stessa educazione fisica, come la chiamano, appunto perché anch’essa ha ragione di mezzo che può giovare o nuocere all’educazione cristiana. – E quest’opera della Chiesa in ogni genere di cultura, come è d’immenso giovamento alle famiglie e alle nazioni che senza Cristo si perdono – come giustamente riflette Sant’Ilario: “Cosa v’ha di più pericoloso per il mondo che non accogliere Cristo?” (Commentar. in Matth., cap. 18) – così non reca il minimo inconveniente agli ordinamenti civili, perché la Chiesa, nella sua prudenza materna, non si oppone a che le sue scuole ed istituzioni educative per i laici si uniformino, in ciascuna nazione, alle legittime disposizioni dell’autorità civile, ed è pronta in ogni modo ad – accordarsi con questa, e a provvedere di comune intesa, dove sorgessero difficoltà. – Inoltre, è diritto inalienabile della Chiesa, e insieme suo dovere indispensabile, vigilare tutta l’educazione dei suoi figli, i fedeli, in qualsiasi istituzione pubblica o privata, non soltanto rispetto all’insegnamento religioso ivi impartito, ma per ogni altra disciplina e per ogni ordinamento, in quanto abbiano relazione con la religione e la morale (Codex I. C. cc. 1381-1382). – Né l’esercizio di questo diritto potrà stimarsi ingerenza indebita, ma preziosa provvidenza materna della Chiesa, nel tutelare i suoi figli dai gravi pericoli di ogni veleno dottrinale e morale. Ed anche questa vigilanza della Chiesa, come non può creare nessun vero inconveniente, così non può non recare efficace giovamento all’ordine, al benessere delle famiglie e della società civile, tenendo lontano dalla gioventù quel veleno morale, che in quell’età inesperta e volubile suole avere più facile presa e più rapida estensione nella pratica, giacché senza la retta istituzione religiosa e morale – come sapientemente avverte Leone XIII – “malsana, sarà ogni coltura degli animi; i giovinetti non abituati al rispetto di Dio non potranno sopportare alcuna disciplina di onesto vivere, e usi a non negare mai niente alle loro cupidigie, facilmente saranno indotti a sconvolgere gli Stati” (Ep. Nobilissima Gallorum Gens, 8-2-1884). – Quanto all’estensione della missione educativa della Chiesa, essa si allarga su tutte le genti senza limitazioni, secondo il mandato di Cristo: “Ammaestrate tutte le genti” (Matth. XXVIII, 19); né vi ha potestà terrena che possa legittimamente contrastarla o impedirla. E dapprima si estende su tutti i fedeli, dei quali essa ha sollecita cura come tenerissima Madre. E perciò per essi ha in tutti i secoli creato e promosso una moltitudine ingente di scuole ed istituzioni in ogni ramo di sapere; poiché – come dicemmo in una recente occasione – “fino in quel lontano medioevo, nel quale erano così numerosi (qualcuno ha voluto dire fin troppo numerosi) i monasteri, i conventi, le chiese, le collegiate, ì Capitoli cattedrali e non cattedrali, presso ognuna di queste istituzioni era un focolare scolastico, un focolare di istruzione e di educazione cristiana. Ed a tutto ciò bisogna aggiungere le Università, sparse in ogni paese e sempre per iniziativa e sotto la guardia della Santa Sede e della Chiesa. Quello spettacolo magnifico che ora vediamo meglio, perché è più vicino a noi e in condizioni più grandiose, come portano le condizioni del secolo, fu lo spettacolo di tutti i tempi, e coloro che studiano e confrontano gli avvenimenti restano meravigliati di quello che la Chiesa ha saputo fare in questo ordine di cose, meravigliati del modo col quale la Chiesa ha saputo corrispondere a quella missione che Iddio le affidava, di educare le generazioni umane alla vita cristiana, e raggiungere tanti magnifici frutti e risultati. Ma se desta meraviglia che la Chiesa in ogni tempo abbia saputo raccogliere intorno a sé centinaia e migliaia e milioni di allievi della sua missione educatrice, non minore è quella che vi deve colpire, quando si riflette a quello che ha saputo fare, non solo nel campo della educazione, ma anche in quello della istruzione vera e propria. Poiché, se tanti tesori di cultura, di civiltà, di letteratura si sono potuti conservare, si debbono a quell’atteggiamento per il quale la Chiesa, anche nei più lontani e barbari tempi, ha saputo far brillare tanta luce nel campo delle lettere, della filosofia, dell’arte e particolarmente dell’architettura” (Discorso agli alunni del Collegio di Mondragone, 1929). – E tanto ha saputo fare la Chiesa, perché la sua missione educativa si estende anche ai non fedeli, essendo tutti gli uomini chiamati ad entrare nel Regno di Dio ed a conseguire l’eterna salvezza. Come ai nostri giorni, in cui le sue Missioni spargono a migliaia le scuole in tutte le regioni e paesi non ancora cristiani, dalle due rive del Gange al Fiume Giallo e alle grandi isole ed arcipelaghi dell’Oceano, dal Continente Nero alla Terra del Fuoco e alla gelida Alaska, così in tutti i tempi la Chiesa con i suoi missionari ha educato alla vita cristiana e alla civiltà le diverse genti che ora costituiscono le nazioni cristiane del mondo civile. – Laonde resta con evidenza assodato, come di diritto e ancora di fatto appartenga in modo sopraeminente alla Chiesa la missione educativa, e come ad ogni intelletto scevro da pregiudizi non sia concepibile alcun motivo ragionevole di contrastare o impedire alla Chiesa quella stessa opera, della quale ora il mondo gode i benefici frutti. – Molto più che con tale sopraeminenza della Chiesa, non solo non sono in opposizione, ma sono anzi in perfetta armonia i diritti della famiglia e dello Stato, e anche i diritti dei singoli individui rispetto alla giusta libertà della scienza, dei metodi scientifici e di ogni cultura profana in generale. Giacché, per indicare subito la ragione fondamentale di siffatta armonia, l’ordine soprannaturale, al quale appartengono i diritti della Chiesa, non solo non di strugge né menoma l’ordine naturale, al quale appartengono gli altri diritti menzionati, ma anzi lo eleva e lo perfeziona, ed ambedue gli ordini si prestano mutuo aiuto e quasi complemento rispettivamente proporzionato alla natura e dignità di ciascuno appunto perché entrambi procedono da Dio, il quale non si può contraddire: “Le opere di Dio sono perfette, tutte le sue vie son giustizia” (Deut. 32, 4). – Il che si vedrà più chiaramente, considerando, a parte e più da presso, la missione educativa della famiglia e dello Stato. – In primo luogo, con la missione educativa della Chiesa concorda mirabilmente la missione educativa della famiglia, poiché entrambe procedono da Dio, in modo assai somigliante. Infatti alla famiglia, nell’ordine naturale, Iddio comunica immediatamente la fecondità, principio di vita e quindi principio di educazione alla vita, insieme con l’autorità, principio di ordine.

Dice l’Angelico Dottore, con la sua consueta nitidezza di pensiero e precisione di stile: “Il padre carnale partecipa in modo particolare alla ragione di principio, la quale in modo universale si trova in Dio… Il padre è principio della generazione, dell’educazione, della disciplina e di tutto ciò che si riferisce al perfezionamento della vita umana” (S. Thom. II-II, Q. CII, a. 1). – La famiglia ha dunque immediatamente dal Creatore la missione e quindi il diritto di educare la prole: diritto inalienabile, perché inseparabilmente congiunto con lo stretto obbligo; diritto anteriore a qualsiasi diritto della società civile e dello Stato, e quindi inviolabile da parte di ogni potestà terrena. – Quanto alla inviolabilità di questo diritto, ne dà ragione l’Angelico: “Il figlio infatti naturalmente è qualche cosa del padre… onde è di diritto naturale che il figlio, avanti l’uso di ragione, sia sotto la cura del padre. Sarebbe pertanto andar contro la giustizia naturale, se il fanciullo avanti l’uso di ragione fosse sottratto alla cura dei genitori, o di lui in qualche modo si disponesse contro la volontà dei genitori” (S. Thom. II-II, Q, X, a. 12). E poiché l’obbligo della cura dei parenti continua sino a quando la prole sia in grado di provvedere a se stessa, perdura anche il medesimo inviolabile diritto educativo dei genitori: “Poiché la natura non intende soltanto la generazione della prole, ma anche il suo svilupparsi e progredire fino al perfetto stato dell’uomo in quanto è -uomo, cioè lo stato di virtù”, dice il medesimo Angelico Dottore (Suppl. S. Thom. 3 p., Q. XLI, a. 1). – Pertanto la sapienza giuridica della Chiesa così si esprime in questo argomento, con precisione e chiarezza comprensiva, nel Codice di Diritto Canonico, al Can. 1113: “I genitori sono gravemente obbligati a curare a tutto potere l’educazione sia religiosa e morale che fisica e civile della prole, e della prole stessa provvedere anche al bene temporale”. – Su questo punto è talmente concorde il senso comune del genere umano, da mettere in aperta contraddizione con esso quanti osassero sostenere che la prole, prima che alla famiglia, appartenga allo Stato, e che lo Stato abbia sulla educazione diritto assoluto. Insussistente è poi la ragione, che costoro adducono, l’uomo nascere cittadino e perciò appartenere primariamente allo Stato, non riflettendo che, prima di essere cittadino, l’uomo deve esistere, e l’esistenza non l’ha dallo Stato, ma dai parenti; come sapientemente dichiara Leone XIII: “I figli sono qualche cosa del padre, e della persona paterna come un’estensione; e se vogliamo parlare con esattezza, non essi per se medesimi, ma attraverso la comunità domestica nella quale sono stati generati entrano a far parte della civile società” (Enc. Rerum Novarum, 15-5-1891). Pertanto: “La patria potestà è di tale natura che non può essere né soppressa né assorbita dallo Stato, perché ha il medesimo comune principio con la vita stessa dell’umanità”, dice nella medesima Enciclica Leone XIII. Dal che però non segue che il diritto educativo dei genitori sia assoluto e dispotico, poiché è inseparabilmente subordinato al fine ultimo e alla legge naturale e divina, come dichiara lo stesso Leone XIII, nell’altra sua memorabile Enciclica “Dei principali doveri dei cittadini cristiani”, dove così espone in compendio la somma dei diritti e doveri dei parenti: “Da natura i genitori hanno il diritto della formazione dei figli, con questo dovere in più, che e l’educazione e l’istruzione del fanciullo s’accordino col fine, in grazia del quale, per beneficio di Dio, hanno avuto la prole… Debbono per tanto i genitori sforzarsi ed energicamente insistere per impedire in questa materia ogni attentato, e in modo assoluto assicurare che a loro rimanga il potere di educare come si deve cristianamente i figli, e massimamente di negarli a quelle scuole nelle quali v’è pericolo che bevano il tristo veleno dell’empietà” (Enc. Sapientiae Christianae, 10-1-1890). – Si ponga poi mente che l’obbligo educativo della famiglia comprende non soltanto l’educazione religiosa e morale, ma altresì la fisica e la civile (Cod. D. C. c. 1113), principalmente in quanto hanno relazione con la religione e la morale. – Tale diritto incontrastabile della famiglia è stato varie volte riconosciuto giuridicamente presso nazioni nelle quali si ha cura di rispettare il diritto naturale negli ordinamenti civili. Così, per citare un esempio tra i più recenti, la Corte Suprema della Repubblica Federale degli Stati Uniti dell’America settentrionale, nella decisione di una importantissima controversia, dichiarò: “Non compete allo Stato nessuna potestà generale di stabilire un tipo uniforme di educazione per la gioventù, costringendola a ricevere l’istruzione soltanto dalle scuole pubbliche “, soggiungendone la ragione di diritto naturale, ” Il fanciullo non è una mera creatura dello Stato: quelli che lo allevano e lo dirigono hanno il diritto, congiunto con l’altro dovere, di educarlo e prepararlo all’adempimento dei suoi doveri” (U. S. Supreme Court Decision in the Oregon School Cases, jeune, 1, 1925). – La storia è testimone come, segnatamente nei tempi moderni, sì sia data e si dia da parte dello Stato violazione dei diritti conferiti dal Creatore alla famiglia, laddove essa dimostra splendidamente come la Chiesa li ha sempre tutelati e difesi; e la miglior prova di fatto sta nella fiducia speciale delle famiglie verso le scuole della Chiesa, come scrivemmo nella recente Nostra lettera al Cardinale Segretario di Stato: “La famiglia si è subito accorta che è così, e dai primi giorni del Cristianesimo fino ai giorni nostri, padri e madri, anche se poco o nulla credenti, mandano e portano i loro figli agli istituti educativi fondati e diretti dalla Chiesa” (Lettera al Cardinale Segretario di Stato, 30-5-1929). – Gli è che l’istinto paterno, che viene da Dio, si orienta con fiducia verso la Chiesa, sicuro di trovarvi la tutela dei diritti della famiglia: insomma quella concordia che Dio ha posto nell’ordine delle cose. La Chiesa infatti, quantunque, conscia com’è della sua divina missione universale e dell’obbligo che tutti gli uomini hanno dì seguire l’unica vera religione, non si stanchi di rivendicare a sé il diritto di ricordare ai genitori il dovere di far battezzare ed educare cristianamente i figli di parenti cattolici, è però tanto gelosa della inviolabilità del diritto naturale educativo della famiglia, che non consente, se non sotto determinate condizioni e cautele, di battezzare i figli degli infedeli, o comunque disporre della loro educazione contro la volontà dei genitori sino a quando i figli si possano determinare da sé abbracciando liberamente la fede (Cod. D. C., e. 750, par. 2; S. Thom. II-II, Q. X, a. 12). – Abbiamo pertanto, come rilevammo nel citato Nostro discorso, due fatti di altissima importanza: “la Chiesa che mette a disposizione delle famiglie il suo ufficio di maestra e di educatrice; le famiglie che corrono a profittarne e danno alla Chiesa a centinaia, a migliaia i loro figli. E questi due fatti richiamano e proclamano una grande verità, importantissima nell’ordine morale e sociale. Essi dicono che la missione dell’educazione spetta innanzi tutto, soprattutto, in primo luogo alla Chiesa e alla Famiglia, spetta a loro per diritto naturale e divino, e perciò in modo inderogabile, ineluttabile, insurrogabile” (Discorso agli alunni del Collegio di Mondragone, 14-5-1929). – Da tale primato della missione educativa della Chiesa e della famiglia siccome grandissimi vantaggi, come abbiamo veduto, provengono a tutta la società, così nessun danno può venire ai veri e propri diritti dello Stato rispetto all’educazione dei cittadini secondo l’ordine da Dio stabilito. – Questi diritti sono partecipati alla società civile dall’Autore stesso della natura, non per titolo di paternità, come alla Chiesa e alla famiglia, ma bensì per l’autorità che ad essa compete per il promovimento del bene comune temporale, che è appunto il fine suo proprio. Per conseguenza l’educazione non può appartenere alla società civile nel medesimo modo in cui appartiene alla Chiesa e alla famiglia, ma in modo diverso, corrispondente al suo fine proprio. – Ora questo fine, il bene comune di ordine temporale, consiste nella pace e sicurezza, onde le famiglie e i singoli cittadini godono nell’esercizio dei loro diritti, e insieme nel maggior benessere spirituale e materiale che sia possibile nella vita presente, mediante l’unione e il coordinamento dell’opera di tutti. Duplice è dunque la funzione dell’autorità civile, che risiede nello Stato: proteggere e promuovere, non già assorbire, la famiglia e l’individuo, o sostituirsi ad essi. – Pertanto, in ordine all’educazione, è diritto, o per dir meglio, dovere dello Stato proteggere nelle sue leggi il diritto anteriore – che abbiamo sopra descritto – della famiglia sull’educazione cristiana della prole; e, per conseguenza, rispettare il diritto soprannaturale della Chiesa su tale educazione cristiana. – Similmente spetta allo Stato proteggere il medesimo diritto della prole, quando venisse a mancare fisicamente o moralmente l’opera dei genitori, per difetto, incapacità o indegnità, giacché il loro diritto educativo, come sopra dichiarammo, non è assoluto o dispotico, ma dipendente dalla legge naturale e divina, e perciò sottoposto all’autorità e giudizio della Chiesa, ed altresì alla vigilanza e tutela giuridica dello Stato in ordine al bene comune; inoltre la famiglia non è una società perfetta che abbia in sé tutti i mezzi necessari al suo perfezionamento. Nel quale caso, eccezionale del resto, lo Stato non si sostituisce già alla famiglia, ma supplisce al difetto e provvede, con mezzi acconci, sempre in conformità con i diritti naturali della prole e i diritti soprannaturali della Chiesa. – In generale poi, è diritto e dovere dello Stato proteggere, secondo le norme della retta ragione e della Fede, l’educazione morale e religiosa della gioventù, rimovendone le cause pubbliche ad essa contrarie. – Principalmente appartiene allo Stato, in ordine al bene comune, promuovere in molti modi la stessa educazione ed istruzione della gioventù. – Dapprima e per sé, favorendo ed aiutando l’iniziativa e l’opera della Chiesa e delle famiglie, la quale quanto sia efficace, vien dimostrato dalla storia e dall’esperienza. Di poi, completando questa opera, dove essa non arriva o non basta, anche per mezzo di scuole ed istituzioni proprie, perché lo Stato più di chiunque altro è provveduto dei mezzi, che sono messi a sua disposizione per la necessità di tutti, ed è giusto che li adoperi a vantaggio di quelli stessi dai quali essi vengono (Discorso agli alunni del Collegio di Mondragone, 14 maggio 1929). – Inoltre lo Stato può esigere e quindi procurare che tutti ì cittadini abbiano la necessaria conoscenza dei loro doveri civili e nazionali, e un certo grado di cultura intellettuale, morale e fisica, che, attese le condizioni dei nostri tempi, sia veramente richiesto dal bene comune. – Tuttavia, è chiaro che in tutti questi modi di promuovere l’educazione e l’istruzione pubblica e privata lo Stato deve rispettare i diritti nativi della Chiesa e della famiglia sull’educazione cristiana, oltre che osservare la giustizia distributiva. Pertanto, è ingiusto ed illecito ogni monopolio educativo o scolastico che costringa fisicamente e moralmente le famiglie a frequentare le scuole dello Stato contro gli obblighi della coscienza cristiana o anche contro le loro legittime preferenze. – Ciò però non toglie che per la retta amministrazione della cosa pubblica e per la difesa interna ed esterna della pace, cose tanto necessarie al bene comune e che richiedono speciali attitudini e speciale preparazione, lo Stato si riservi l’istituzione e la direzione di scuole preparatorie ad alcuni suoi dicasteri e segnatamente alla milizia, purché abbia cura di non ledere i diritti della Chiesa e della famiglia in quello che loro spetta. Non è inutile ripetere qui in particolare questa avvertenza, perché ai tempi nostri (in cui va diffondendosi un nazionalismo quanto esagerato e falso, altrettanto nemico di vera pace e prosperità) si sogliono eccedere i giusti limiti nell’ordinare militarmente l’educazione così detta fisica e dei giovani (e talora anche delle giovinette, contro la natura stessa delle cose umane), spesso ancora invadendo oltre misura, nel giorno del Signore, il tempo che deve restare dedicato ai doveri religiosi, e al santuario della vita familiare. Non vogliamo del resto biasimare quello che vi può essere di buono nello spirito di disciplina e di legittimo ardimento in siffatti metodi, ma soltanto ogni eccesso, quale, per esempio, lo spirito di violenza, che non è da scambiare con lo spirito di fortezza né con il nobile sentimento del valore militare in difesa della patria e dell’ordine pubblico; quale ancora l’esaltazione dell’atletismo, che della vera educazione fisica, anche per l’età classica pagana, segnò la degenerazione e la decadenza. In generale poi, non solo per la gioventù ma per tutte le età e condizioni, appartiene alla società civile, allo Stato, l’educazione che può chiamarsi civica, la quale consiste nell’arte di presentare pubblicamente agli individui associati tali oggetti di cognizione ragionevole, d’immaginazione, di sensazione, che invitino le volontà all’onesto e ve lo inducano per una morale necessità; sia nella parte positiva che presenta tali obietti, sia nella negativa che impedisce i contrari (P. L. Taparelli, Saggio teoretico di Diritto Naturale, n. 922: opera non mai abbastanza lodata e raccomandata allo studio dei giovani universitari; cfr. discorso Nostro del 18-12-1927). La quale educazione civica, talmente ampia e molteplice da comprendere quasi tutta l’opera dello Stato per il bene comune, come deve essere informata alle norme della rettitudine, così non può contraddire alla dottrina della Chiesa, che di queste norme è Maestra divinamente costituita. – Tutto ciò che abbiamo detto finora intorno all’opera dello Stato in ordine all’educazione, riposa sul fondamento saldissimo ed immutabile della dottrina cattolica de Civitatum constitutione christiana, così egregiamente esposta dal Nostro Predecessore Leone XIII, segnatamente nelle Encicliche Immortale Dei e Sapientiæ christianæ, e cioè: “Dio ha diviso fra due potestà il governo del genere umano, l’ecclesiastica cioè e la civile, preposta l’una alle cose divine, l’altra alle umane. Ambedue supreme, ciascuna nel suo ordine; l’una e l’altra hanno confini determinati che la contengono, segnati dalla natura propria e dal fine prossimo di ciascuna; di modo che viene a descriversi come una sfera dentro la quale svolgersi con esclusivo diritto l’azione di ciascuna. Ma poiché all’una ed all’altra potestà sottostanno gli stessi sudditi, potendo accadere che la stessa materia, per quanto sotto aspetti diversi, spetti alla competenza e al giudizio di ciascuna d’esse, deve Dio Provvidentissimo, da cui ambedue promanano, aver segnato con retto ordine a ciascuna le sue. Le potestà che sono, sono da Dio ordinate” (Enc. Immortale Dei). – Ora l’educazione della gioventù è appunto una di tali cose, che appartengono alla Chiesa e allo Stato “benché in modo diverso”, come abbiamo sopra esposto. “Deve dunque – prosegue Leone XIII – fra le due potestà regnare una ordinata armonia, la quale coordinazione non a torto viene paragonata a quella per cui l’anima e il corpo nell’uomo sì associano. Quale e quanta essa sia, non si può altrimenti giudicare se non riflettendo, come dicemmo, alla natura di ciascuna d’esse con riguardo alla eccellenza e nobiltà del fine; essendo all’una prossimamente e propriamente demandato di curare l’utile delle cose mortali, all’altra invece di procurare i beni Celesti e sempiterni. Tutto ciò pertanto che v’ha nelle cose umane di, in qualche modo, sacro, tutto ciò che si riferisce alla salute delle anime e al culto di Dio, sia esso tale per sua natura o tale si consideri in ragione del fine cui tende, tutto ciò sottostà al potere e alle disposizioni della Chiesa; il resto, che rimane nell’ordine civile e politico, è giusto che dipenda dalla civile autorità, avendo Gesù Cristo comandato di dare a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio” (Enc. Immortale Dei). – Chiunque ricusasse di ammettere questi principi e quindi di applicarli alla educazione, verrebbe necessariamente a negare che Cristo ha fondato la sua Chiesa per la salvezza eterna degli uomini, e a sostenere che la società civile e lo Stato non siano soggetti a Dio e alla sua legge naturale e divina. Il che è evidentemente empio, contrario alla sana ragione e segnatamente, in materia di educazione, estremamente pernicioso alla retta formazione della gioventù e sicuramente rovinoso per la stessa società civile e il vero benessere dell’umana convivenza. Ed al contrario dall’applicazione di questi principi non può non provenire massimo giovamento alla retta formazione dei cittadini. Il che è abbondantemente dimostrato dai fatti in tutte le età; onde come Tertulliano per i primi tempi del Cristianesimo, nel suo Apologetico, così Sant’Agostino per i suoi poteva sfidare tutti gli avversari della Chiesa Cattolica – e Noi, ai Nostri tempi, possiamo ripetere con lui: – “Ebbene, coloro che dicono essere la dottrina di Cristo nemica dello Stato, ci diano un esercito tale come la dottrina di Cristo insegna dover essere i soldati; ci diano tali sudditi, tali mariti, tali coniugi, tali genitori, tali figli, tali padroni, tali servi, tali re, tali giudici, infine tali contribuenti ed esattori del fisco quali comanda di essere la dottrina cristiana, ed osino poi dirla nociva allo Stato: o piuttosto non dubitino un istante di proclamarla, ove la si osservi, la grande salvezza dello Stato” (Ep. 138).

E, trattandosi di educazione, cade qui a proposito far notare come abbia bene espressa questa verità cattolica, confermata dai fatti, per i tempi più recenti nel periodo della Rinascenza, uno scrittore ecclesiastico grandemente benemerito della educazione cristiana, il piissimo e dotto Cardinale Silvio Antoniano discepolo dell’ammirabile educatore che fu San Filippo Neri, maestro e segretario delle lettere latine di San Carlo Borromeo, ad istanza e sotto l’ispirazione del quale scrisse l’aureo trattato Dell’educazione cristiana dei figliuoli, dove egli così ragiona: “Quanto maggiormente il governo temporale coordina se medesimo allo spirituale, e più lo favorisce e lo promuove, tanto più concorre alla conservazione della repubblica. Perciocché mentre il rettore ecclesiastico procura di formare un buon cristiano, con l’autorità e i mezzi spirituali, secondo il fine suo procura insieme per conseguenza necessaria di fare un buon cittadino, quale deve essere sotto il governo politico. Il che avviene, perché nella Santa Chiesa Cattolica Romana, città di Dio, una istessa cosa è assolutamente il buon cittadino e l’uomo dabbene. Laonde grave è l’errore di coloro che disgiungono cose tanto congiunte, e che pensano poter avere buoni cittadini con altre regole, e per altre vie da quelle che contribuiscono a formare il buon cristiano. E dica pure, e discorra la prudenza umana quanto le piace, che non è possibile che produca vera pace, né vera tranquillità temporale, tutto quello che ripugna e che si diparte dalla pace e dall’eterna felicità” (Dell’educazione cristiana, lib. I, c. 43). – Come lo Stato così anche la scienza, il metodo scientifico, la ricerca scientifica, non hanno niente da temere dal pieno e perfetto mandato educativo della Chiesa. Gli istituti cattolici, a qualunque grado appartengano dell’insegnamento e della scienza, non hanno bisogno di apologie. Il favore che godono, le lodi che raccolgono, le produzioni scientifiche che promuovono e moltiplicano, e più che tutto i soggetti pienamente e squisitamente preparati che danno alla magistratura, alle professioni, all’insegnamento, alla vita in tutte le sue esplicazioni, depongono più che sufficientemente in loro favore (Lettera al Card. Segretario di Stato, 30-5-1929). – I quali fatti, del resto, non sono che una splendida conferma della dottrina cattolica, definita dal Concilio Vaticano: “La fede e la ragione non solo non possono mai contraddirsi, ma si prestano reciproco aiuto, perché la retta ragione dimostra le basi della fede e della sua luce illuminata, coltiva la scienza delle cose divine, mentre la fede libera e protegge dagli errori la ragione e l’arricchisce di svariate cognizioni. Onde è così lontana la Chiesa dall’opporsi alla coltura delle arti e delle umane discipline, che in molte maniere l’aiuta e la promuove. Poiché né ignora, né disprezza i vantaggi che da esse provengono alla vita dell’umanità; ripete anzi che esse, come vengono da Dio Signore delle scienze così, se rettamente trattate, a Dio, con la sua grazia, conducono. E per nulla essa vieta che coteste discipline, ciascuna nel suo ambito, usino e di principi propri e di proprio metodo; ma, riconosciuta questa giusta libertà, solertemente provvede a che opponendosi per avventura alla dottrina divina, non cadano in errori, ovvero oltrepassando i propri limiti occupino e sconvolgano il campo della fede” (Concilio Vaticano, Sess. 3, cap. 4). – La quale norma della giusta libertà scientifica è insieme norma inviolabile della giusta libertà didattica o libertà di insegnamento rettamente intesa; e deve essere osservata in qualsiasi comunicazione dottrinale ad altri e, con obbligo assai più grave di giustizia, nell’insegnamento alla gioventù, sia perché su di essa ogni maestro, pubblico o privato, non ha diritto educativo assoluto, ma partecipato, sia perché ogni fanciullo o adolescente cristiano ha stretto diritto all’insegnamento conforme alla dottrina della Chiesa, colonna e fondamento della verità, e gli recherebbe grave torto chiunque turbasse la sua fede, abusando della fiducia dei giovani verso i maestri e della loro naturale inesperienza e disordinata inclinazione a una libertà assoluta, illusoria, falsa. – Non si deve mai perdere di vista che il soggetto dell’educazione cristiana è l’uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo in unità di natura in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quale ce lo fanno conoscere la retta ragione e la Rivelazione: pertanto, l’uomo decaduto dallo stato originario, ma redento da Cristo e reintegrato nella condizione soprannaturale di figlio adottivo di Dio, benché non nei privilegi preternaturali della immortalità del corpo e della integrità o equilibrio delle sue inclinazioni. Restano quindi nella natura umana gli effetti del peccato originale, particolarmente l’indebolimento della volontà e le tendenze disordinate. – “La stoltezza è legata al cuore del fanciullo e la verga della disciplina la scoterà di dosso” (Prov. XXII, 15). Sono dunque da correggere le inclinazioni disordinate, da promuovere e ordinare le buone, fin dalla più tenera infanzia, e soprattutto si deve illuminare l’intelletto e fortificare la volontà con le verità soprannaturali, e i mezzi della grazia, senza i quali non si può né dominare le perverse inclinazioni, né raggiungere la debita perfezione educativa della Chiesa, perfettamente e compiutamente dotata da Cristo della dottrina divina e dei Sacramenti, mezzi efficaci della grazia. – Falso è perciò ogni naturalismo pedagogico, che in qualsiasi modo escluda o menomi la formazione soprannaturale cristiana nell’educazione della gioventù; ed è erroneo ogni metodo di educazione che si fondi, in tutto o in parte, sulla negazione o dimenticanza del peccato originale e della Grazia e quindi sulle sole forze dell’umana natura. Tali sono generalmente quei sistemi odierni di vario nome, che si appellano ad una pretesa autonomia e libertà sconfinata del fanciullo e che sminuiscono o anche sopprimono l’autorità e l’opera dell’educatore, attribuendo al fanciullo un primato esclusivo d’iniziativa ed una attività indipendente da qualsiasi legge superiore naturale e divina, nell’opera della sua educazione. – Se con alcuni di quei termini si volesse indicare, pur impropriamente, la necessità della cooperazione attiva, a grado a grado sempre più consapevole dell’alunno alla sua educazione; se si intendesse rimuovere da questa il dispotismo e la violenza (quale non è, del resto, la giusta correzione), si direbbe il vero, ma nulla affatto di nuovo, che non abbia insegnato la Chiesa ed attuato nella pratica l’educazione cristiana tradizionale, a somiglianza del modo tenuto da Dio stesso rispetto alle creature, ch’Egli chiama alla cooperazione attiva, secondo la natura propria di ciascuna, giacché la Sua Sapienza “si estende con potenza da una estremità all’altra, e tutto governa con bontà” (Sap. VIII, 1). – Ma, purtroppo, col significato ovvio dei termini e col fatto stesso, si intende da non pochi sottrarre l’educazione da ogni dipendenza dalla legge divina. Onde ai nostri giorni sì dà il caso, in verità assai strano, di educatori e filosofi che si affannano alla ricerca di un codice morale universale dell’educazione, quasi non esistesse né il Decalogo, né la legge evangelica, e neanche la legge di natura, scolpita da Dio nel cuore dell’uomo, promulgata dalla retta ragione, codificata, con rivelazione positiva, da Dio stesso nel Decalogo. E similmente, da tali novatori si suole denominare, come per disprezzo, “eterònoma”, “passiva”, “superata”, l’educazione cristiana perché si fonda sull’autorità divina e sulla sua santa legge. – Costoro miseramente si illudono nella pretensione di liberare, come essi dicono, il fanciullo, mentre lo rendono piuttosto schiavo del suo cieco orgoglio e delle sue disordinate passioni, poiché queste, per logica conseguenza di quei falsi sistemi, vengono ad essere giustificate quali legittime esigenze della natura sedicente autonoma. – Ma vi ha ancor peggio, nella pretensione falsa, irriverente e pericolosa, oltre che vana, di voler sottoporre a ricerche, esperimenti e giudizi di ordine naturale e profano, i fatti di ordine soprannaturale concernenti l’educazione, come, ad esempio, la vocazione sacerdotale o religiosa ed in generale le arcane operazioni della Grazia, la quale, pur elevando le forze naturali, le eccede nondimeno infinitamente e non può in nessun modo sottostare alle leggi fisiche, poiché “lo Spirito soffia dove vuole” (Giov. III, 8). – Massimamente pericoloso è poi quel naturalismo, che ai nostri tempi invade il campo dell’educazione in argomento delicatissimo come è quello dell’onestà dei costumi. Assai diffuso è l’errore di coloro che, con pericolosa pretensione e con brutta parola, promuovono una così detta educazione sessuale, falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del senso con mezzi puramente naturali, quale una temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente, e peggio ancora, con l’esporli per tempo alle occasioni, per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurirne l’animo contro quei pericoli. – Costoro errano gravemente, non volendo riconoscere la nativa fragilità della natura umana e la legge, di cui parla l’Apostolo, repugnante alla legge della mente (Rom. VII, 23) e misconoscendo anche l’esperienza stessa dei fatti, onde consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto dell’ignoranza intellettuale quanto principalmente dell’inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della Grazia. – In questo delicatissimo argomento, se, considerate tutte le circostanze, qualche istruzione individuale si rende necessaria, a tempo opportuno, da parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato, sono da osservare tutte le cautele notissime all’educazione cristiana tradizionale, sufficientemente descritte dal citato Antoniano, là dove dice: “Tale e tanta è la miseria nostra, e l’inclinazione al peccato, che spesse volte dalle medesime cose che si dicono per rimedio dei peccati si prende occasione ed incitamento allo stesso peccato. Pertanto importa sommamente che il buon padre, mentre ragiona col figliuolo di materia così lubrica, stia bene avvertito, e non discenda ai particolari ed ai vari modi, con i quali quest’idra infernale avvelena tanta parte del mondo, acciò non avvenga che invece di estinguere questo fuoco, lo desti e lo accenda imprudentemente nel petto semplice e tenero del fanciullo. Generalmente parlando, mentre ancora continua la fanciullezza, basterà usare quei rimedi che con l’effetto istesso introducono la virtù e chiudono l’ingresso al vizio” (Silvio Antoniano, Dell’educazione cristiana dei figliuoli, lib. Il, c. 88). – Similmente erroneo e pernicioso per l’educazione cristiana è il così detto metodo della “coeducazione” fondato anch’esso, per molti, sul naturalismo negatore del peccato originale, oltre che, per tutti i sostenitori di questo metodo, su una deplorevole confusione di idee che scambia la legittima convivenza umana con la promiscuità ed eguaglianza livellatrice. Il Creatore ha ordinato e disposto la convivenza perfetta dei due sessi soltanto nell’unità del matrimonio, e a grado a grado distinta nella famiglia e nella società. Inoltre, non vi ha nella natura stessa, che li fa diversi nell’organismo, nelle inclinazioni e nelle attitudini, nessun argomento che vi possa o debba essere promiscuità e molto meno eguaglianza di formazione dei due sessi. Questi, conforme agli ammirevoli disegni del Creatore, sono destinati a completarsi reciprocamente nella famiglia e nella società, appunto per la loro diversità, la quale perciò deve essere mantenuta e favorita nella formazione educativa, con la necessaria distinzione e corrispondente separazione, proporzionata alle varie età e circostanze. I quali principi vanno applicati a tempo e a luogo, secondo le norme della prudenza cristiana, a tutte le scuole, segnatamente nel periodo più delicato e decisivo della formazione, qual è quello dell’adolescenza: e nelle esercitazioni ginnastiche e di diporto, con particolare riguardo alla modestia cristiana della gioventù femminile alla quale gravemente disdice ogni esibizione e pubblicità.

Ricordando le tremende parole del Divino Maestro: “Guai al mondo per causa degli scandali!” (Matth. XVIII, 7), stimoliamo vivamente la vostra sollecitudine e vigilanza, Venerabili Fratelli, su questi perniciosissimi errori, che troppo largamente vanno diffondendosi tra il popolo cristiano con immenso danno della gioventù.

Per ottenere un’educazione perfetta è di somma importanza vigilare a che le condizioni di tutto ciò che circonda l’educando, durante il periodo della sua formazione, cioè quel complesso di tutte le circostanze che suole denominarsi “ambiente”, corrisponda bene al fine inteso. . – Primo ambiente naturale e necessario dell’educazione è la famiglia, a ciò appunto destinata dal Creatore. Onde, di regola, l’educazione più efficace e duratura è quella che si riceve in una bene ordinata e disciplinata famiglia cristiana: tanto più efficace quanto più chiaro e costante vi splende il buon esempio dei genitori, sopra tutti, e degli altri domestici. – Non è Nostra intenzione qui trattare di proposito, anche toccando i soli punti principali, dell’educazione domestica, tanto ampia è la materia, sulla quale, del resto, non mancano speciali trattazioni, antiche e moderne, di autori di sana dottrina cattolica, tra cui appare degno di speciale menzione il già ricordato aureo trattato dell’Antoniano: Dell’educazione cristiana dei figliuoli, che San Carlo Borromeo, faceva leggere pubblicamente ai genitori insieme adunati nelle chiese. – Vogliamo però richiamare in modo speciale la vostra attenzione, Venerabili Fratelli e figli diletti, sul lacrimevole scadimento odierno dell’educazione familiare. Agli uffici e alle professioni della vita temporale e terrena, certo di minore importanza, si premettono lunghi studi ed accurata preparazione, laddove all’ufficio e dovere fondamentale dell’educazione dei figli sono oggi poco o punto preparati molti genitori, troppo immersi nelle cure temporali. Ad indebolire l’influenza dell’ambiente familiare si aggiunge oggi il fatto che, quasi dappertutto, si tende ad allontanare sempre più dalla famiglia la fanciullezza sin dai più teneri anni, sotto vari pretesti, siano economici, attinenti all’industria o al commercio, siano politici; e vi è un paese dove si strappano i fanciulli dal seno della famiglia, per formarli (o, per più veramente dire, per deformarli e depravarli), in associazioni e scuole senza Dio, all’irreligiosità e all’odio, secondo le estreme teorie socialiste, rinnovandosi una vera e più orrenda strage degli innocenti. – Scongiuriamo pertanto, nelle viscere di Gesù Cristo, i Pastori delle anime di adoperare ogni mezzo nelle istruzioni e nei catechismi, con la voce e con gli scritti divulgati largamente, per ammonire i genitori cristiani sui loro gravissimi obblighi, e non tanto teoricamente e genericamente, quanto praticamente, sui loro singoli doveri rispetto all’educazione religiosa, morale e civile dei figli e sui metodi più acconci ad attuarla efficacemente, oltre l’esempio della loro vita. A siffatte istruzioni pratiche non disdegnò di scendere l’Apostolo delle genti nelle sue epistole, particolarmente in quella agli Efesi, dove, tra le altre cose, ammonisce: “Padri, non provocate ad ira i vostri figli” (Eph. VI, 4): il che non è tanto effetto dell’eccessiva severità, quanto principalmente dell’impazienza, dell’ignoranza dei modi più acconci alla fruttuosa correzione e anche della ormai troppo comune rilassatezza della disciplina familiare, onde crescono negli adolescenti passioni indomite. Attendano perciò i genitori, e tutti gli educatori con essi, ad usare rettamente dell’autorità loro data da Dio, di cui sono in vero senso vicari non per il proprio comodo, ma per la retta istruzione dei figli nel santo e filiale “timore di Dio principio della sapienza”, sul quale soltanto si fonda solidamente il rispetto all’autorità, senza di cui non può sussistere né ordine, né tranquillità, né benessere alcuno nella famiglia e nella società. – Alla debolezza delle forze dell’umana natura decaduta, la Divina Bontà ha provveduto con gli abbondanti aiuti della Sua Grazia e dei mezzi molteplici, onde è ricca la Chiesa, la grande famiglia di Cristo, la quale è perciò l’ambiente educativo più strettamente ed armoniosamente congiunto con quello della famiglia cristiana. – Il quale ambiente educativo della Chiesa non comprende soltanto i suoi Sacramenti, mezzi divinamente efficaci della Grazia, e i suoi riti, tutti in modo meraviglioso educativi, né solo il recinto materiale del tempio cristiano, pur esso mirabilmente educativo nel linguaggio della liturgia e dell’arte; ma anche la grande copia e varietà di scuole, associazioni ed ogni genere di istituzioni intese a formare la gioventù alla pietà religiosa insieme con lo studio delle lettere e delle scienze, e con la stessa ricreazione e cultura fisica. Ed in questa inesauribile fecondità di opere educative, com’è mirabile la provvidenza materna della Chiesa, altrettanto mirabile è l’armonia sopra accennata, che essa sa mantenere con la famiglia cristiana, tanto da potersi dire con verità che la Chiesa e la famiglia costituiscono un solo tempio dell’educazione cristiana. – E poiché è necessario che le novelle generazioni vengano istruite nelle arti e discipline onde si avvantaggia e prospera la civile convivenza, ed a questa opera è per sé sola insufficiente la famiglia, così nacque l’istituzione sociale della scuola, dapprima, si ponga ben mente, per iniziativa della famiglia e della Chiesa molto tempo innanzi che per opera dello Stato. Laonde la scuola, considerata anche nelle sue origini storiche, è, di sua natura, istituzione sussidiaria e complementare della famiglia e della Chiesa; e pertanto, per logica necessaria morale, deve non soltanto non contraddire, ma positivamente accordarsi con gli altri due ambienti, nell’unità morale più perfetta che sia possibile, tanto da poter costituire, insieme con la famiglia e la Chiesa, un solo santuario, sacro all’educazione cristiana, sotto pena di fallire al suo scopo e di cambiarsi, invece, in opera di distruzione. – E ciò è stato manifestamente riconosciuto anche da un laico, tanto celebrato per i suoi scritti pedagogici (non del tutto encomiabili perché infetti di liberalismo), il quale sentenziò: “La scuola, se non è tempio, è tana”; e inoltre; “Quando l’educazione letteraria, sociale, domestica, religiosa, non s’accordano insieme, l’uomo è infelice, impotente” (Nicolò Tommaseo, Pensieri sull’educazione, Parte 1, 3, 6). – Da ciò appunto consegue, essere contraria ai principi fondamentali dell’educazione la scuola così detta neutra o laica, dalla quale viene esclusa la religione. Una tale scuola, del resto, non è praticamente possibile, giacché nel fatto essa diviene irreligiosa. Non occorre ripetere quanto su questo argomento hanno dichiarato i Nostri Predecessori, segnatamente Pio IX e Leone XIII, nei tempi dei quali particolarmente il laicismo cominciò ad infierire nella scuola pubblica. Noi rinnoviamo e confermiamo le loro dichiarazioni (Pio IX, Ep. Cum non sine, 14-7-1864; Syllabus, Prop. 48; Leone XIII, allocuzione Summi Pontificatus, 24 agosto 1880, Enc. Nobilissima, 8 febbraio 1884, Ep. Quod multum, 22 agosto 1886, Ep. Officio sanctissimo, 22-12-1887, Ep. Enc. Caritatis, 19 marzo 1894, ecc.; vedi Cod. I. C. cum Fontium Annot. can. 1374) ed insieme le prescrizioni dei Sacri Canoni, onde la frequenza delle scuole acattoliche, o neutrali, o miste, quelle cioè aperte indifferentemente ai cattolici e agli acattolici, senza distinzione, è vietata ai fanciulli cattolici, e può essere solo tollerata, unicamente a giudizio dell’Ordinario, in determinate circostanze di luogo e di tempo e sotto speciali cautele (Cod. I C. c. 1374). E non può neanche ammettersi per i cattolici quella scuola mista (peggio, se unica a tutti obbligatoria), dove, pur provvedendosi loro a parte l’istruzione religiosa, essi ricevono il restante insegnamento da maestri non cattolici in comune con gli alunni acattolici. – Giacché non per il solo fatto che vi si impartisce l’istruzione religiosa (spesso con troppa parsimonia) una scuola diventa conforme ai diritti della Chiesa e della famiglia cristiana e degna di essere frequentata dagli alunni cattolici. A questo effetto è necessario che tutto l’insegnamento e tutto l’ordinamento della scuola: insegnanti, programmi e libri, in ogni disciplina, siano governati dallo spirito cristiano sotto la direzione e vigilanza materna della Chiesa, per modo che la religione sia veramente fondamento e coronamento di tutta l’istruzione, in tutti i gradi, non solo elementare, ma anche media e superiore. “E’ necessario – per adoperare. le parole di Leone XIII – che non soltanto in determinate ore si insegni ai giovani la religione, ma che tutta la restante formazione olezzi di cristiana pietà. Se ciò manca, se questo alito sacro non pervade e non riscalda gli animi dei maestri e dei discepoli, ben poca utilità potrà aversi da qualsiasi dottrina: spesso anzi ne verranno danni non lievi ” (Ep. Militantis Ecclesiae, del 1-8-1897). – Né si dica essere impossibile allo Stato, in una nazione divisa in varie credenze, provvedere alla pubblica istruzione altrimenti che con la scuola neutra o con la scuola mista, dovendo lo Stato più ragionevolmente e, potendo, anche più facilmente provvedere con il lasciar libera e favorire con giusti sussidi l’iniziativa e l’opera della Chiesa e delle famiglie. E che ciò sia attuabile, con soddisfazione delle famiglie e con giovamento dell’istruzione e della pace e tranquillità pubblica, lo dimostra il fatto di nazioni divise in varie confessioni religiose, dove l’ordinamento scolastico corrisponde al diritto educativo delle famiglie, non solo quanto a tutto l’insegnamento – particolarmente con la scuola interamente cattolica e per i cattolici – ma anche quanto alla giustizia distributiva, con l’aiuto finanziario, da parte dello Stato, alle singole scuole volute dalle famiglie. – In altri paesi di religione mista accade altrimenti, con non lieve carico dei cattolici, i quali, auspice e guida l’Episcopato e con l’opera indefessa del Clero secolare e regolare, sostengono a tutta loro spesa la scuola cattolica per i loro figli, quale è richiesta dal loro gravissimo obbligo di coscienza, e con generosità e costanza encomiabile perseverando nel proposito di assicurare interamente, come essi a maniera di tessera proclamano, ” l’educazione cattolica, per tutta la gioventù cattolica, in scuole cattoliche “. Il che se non viene aiutato dal pubblico erario, come per sé richiede la giustizia distributiva, non può essere impedito dalla potestà civile che abbia coscienza dei diritti della famiglia, e delle condizioni indispensabili della legittima libertà. – Dove poi anche questa libertà elementare viene impedita e in vari modi ostacolata, i cattolici non si adopereranno mai abbastanza, anche a prezzo di grandi sacrifizi, nel sostenere e difendere le loro scuole e nel procurare che si sanciscano leggi scolastiche giuste. – Tutto quanto si fa dai fedeli per promuovere e difendere la scuola cattolica per i loro figli è opera genuinamente religiosa, e perciò compito principalissimo dell’Azione Cattolica; onde sono particolarmente care al Nostro cuore paterno e degne di alta lode tutte quelle associazioni speciali che in varie nazioni attendono con tanto zelo ad opera così necessaria.

Col procurare la scuola cattolica per i loro figli – sia proclamato altamente, e sia bene inteso e riconosciuto da tutti – i cattolici di qualsiasi nazione al mondo non fanno opera politica di partito, ma opera religiosa indispensabile alla loro coscienza; e non intendono già di separare i loro figli dal corpo e dallo spirito nazionale, ma anzi di educarveli nel modo più perfetto e meglio ordinato alla prosperità della nazione, poiché il buon cittadino cattolico, appunto in virtù della dottrina cattolica, è perciò stesso il miglior cittadino, amante della sua patria e lealmente sottomesso all’autorità civile e costituita, in qualsiasi legittima forma di governo. – In questa scuola, in armonia con la Chiesa e con la famiglia cristiana, non avverrà che nei vari insegnamenti si contraddica, con evidente danno dell’educazione, a quello che gli alunni apprendono nell’istruzione religiosa; e se sarà necessario far loro conoscere, per scrupolosa coscienza di magistero, le opere erronee da confutare, ciò verrà fatto con tale preparazione e con tale antidoto di sana dottrina, che non nocumento, ma giovamento ne abbia la formazione cristiana della gioventù. – In questa scuola, similmente, lo studio della patria lingua e delle classiche lettere non sarà mai a scapito della santità dei costumi; giacché il maestro cristiano seguirà l’esempio delle api, le quali prendono la parte più pura dei fiori e lasciano il resto, come insegna San Basilio nel suo discorso agli adolescenti sulla lettura dei classici (R G., t. 31-570). Questa necessaria cautela, suggerita anche dal pagano Quintiliano (Inst. Or. 1, 8), non impedisce per nulla che il maestro cristiano accolga e metta a profitto quanto di veramente buono, nelle discipline e nei metodi, portano i tempi nostri, memore di quel che dice l’Apostolo: “Provate tutto, tenete ciò che è buono” (I Thess. V, 21). E perciò, nell’accogliere il nuovo, egli si guarderà dall’abbandonare corrivamente l’antico, comprovato buono ed efficace dall’esperienza di più secoli, segnatamente nello studio della latinità, che vediamo sempre più decadere ai nostri giorni, appunto per l’ingiustificato abbandono dei metodi così fruttuosamente usati dal sano umanesimo, venuto in gran fiore particolarmente nelle scuole della Chiesa. Queste nobili tradizioni richiedono che la gioventù affidata alle scuole cattoliche venga bensì istruita nelle lettere e nelle scienze pienamente secondo le esigenze dei nostri tempi, ma insieme e solidamente e profondamente, in ispecie nella sana filosofia, lungi alla farraginosa superficialità di coloro, che “forse avrebbero trovato il necessario se non avessero cercato il superfluo” (Seneca, Epist. 45). Ogni maestro cristiano deve tener presente quanto dice Leone XIII in compendiosa sentenza: “Con maggiore alacrità bisogna sforzarsi a che non soltanto si applichi un metodo d’insegnamento adatto e solido, ma più ancora a che l’insegnamento stesso e nelle lettere e nelle scienze sia in tutto conforme alla fede cattolica, massime poi nella filosofia, dalla quale in gran parte dipende il retto indirizzo delle altre scienze” (Leone XIII, Enc. Inscrutabili, 21-4-1878). – Le buone scuole sono frutto, non tanto dei buoni ordinamenti, quanto principalmente dei buoni maestri, i quali, egregiamente preparati ed istruiti, ciascuno nella disciplina che deve insegnare, e adorni delle qualità intellettuali e morali richieste dal loro importantissimo ufficio, ardano di amore puro e divino per i giovani loro affidati, appunto perché amano Gesù Cristo e la Sua Chiesa, di cui quelli sono figli prediletti e per ciò stesso hanno sinceramente a cuore il vero bene delle famiglie e della loro patria. E però, Ci riempie l’animo di consolazione e di gratitudine verso la Bontà Divina, il vedere come insieme con i religiosi e le religiose insegnanti, così grande numero di tali buoni maestri e maestre – anche uniti in congregazioni di associazioni speciali per meglio coltivare il loro spirito, le quali perciò sono da lodare e promuovere come nobilissime e potenti ausiliarie dell’Azione Cattolica – lavorano con disinteresse, zelo e costanza in quella che San Gregorio Nazianzeno chiama “arte delle arti e scienza delle scienze” (Oratio II P. G., t. 35, 426) del reggere e formare la gioventù. E nondimeno anche per essi vale il detto del Divino Maestro: “La messe è veramente copiosa, ma gli operai sono pochi” (Matt. IX, 37). Supplichiamo pertanto il Signore della messe che mandi ancora molti di tali operai dell’educazione cristiana, la cui formazione deve essere sommamente a cuore dei Pastori delle anime e dei supremi moderatori degli Ordini religiosi. – E’ altresì necessario dirigere e vigilare l’educazione dell’adolescente, “molle come cera a piegarsi al vizio” (Horat., Ars poet., v. 163) in qualsiasi altro ambiente egli venga a trovarsi, rimovendo le cattive occasioni e procurandogli l’opportunità delle buone nelle ricreazioni e nelle compagnie giacché “i discorsi cattivi corrompono i buoni costumi” (I Cor. V, 33). – Se non che, ai nostri tempi, si fa necessaria più estesa ed accurata vigilanza, quanto più sono accresciute le occasioni di naufragio morale e religioso per la gioventù inesperta, segnatamente nei libri empi o licenziosi, molti dei quali diabolicamente diffusi a vil prezzo, negli spettacoli del cinematografo, ed ora anche nelle audizioni radiofoniche, le quali moltiplicano e facilitano per così dire ogni sorta di letture, come il cinematografo ogni sorta di spettacoli. Questi potentissimi mezzi di divulgazione, che possono riuscire, se ben governati dai sani principi, di grande utilità all’istruzione ed educazione, vengono purtroppo spesso subordinati all’incentivo delle male passioni ed all’avidità del guadagno. Sant’Agostino gemeva della passione ond’erano trascinati anche dei cristiani del suo tempo agli spettacoli del circo, e racconta con vivezza drammatica il pervertimento, per buona ventura temporaneo, del suo alunno e amico Alipio (Conf. VI, 8). Quanti traviamenti giovanili, a causa degli spettacoli odierni, oltre che delle malvagie letture, non debbono ora piangere i genitori e gli educatori! – Sono perciò da lodare e da promuovere tutte quelle opere educative le quali con spirito sinceramente cristiano di zelo per le anime dei giovani, attendono, con appositi libri e pubblicazioni periodiche, a far noti, segnatamente ai genitori ed agli educatori, i pericoli morali e religiosi spesso subdolamente insinuati nei libri e negli spettacoli, e si adoperano a diffondere le buone letture e a promuovere spettacoli veramente educativi, creando anche con grandi sacrifici teatri e cinematografi, nei quali la virtù non solo non abbia nulla da perdere, ma bensì molto da guadagnare. – Da questa necessaria vigilanza non segue tuttavia che la gioventù debba essere segregata dalla società, nella quale pur deve vivere e salvare l’anima; ma oggi più che mai deve essere premunita e fortificata cristianamente contro le seduzioni e gli errori del mondo, il quale, come ammonisce una parola divina, è tutto “concupiscenza degli occhi e superbia della vita” (I Ioan. 11, 16); per maniera che, come diceva Tertulliano dei primi cristiani, siano quali debbono essere i veri cristiani di tutti i tempi “compossessori del mondo, non dell’errore” (De Idolatria, 14). – Con questa sentenza di Tertulliano siamo già venuti a toccare quello che Ci siamo proposti di trattare in ultimo luogo, ma di massima importanza, e cioè la vera sostanza dell’educazione cristiana, quale si raccoglie dal suo fine proprio e nella cui considerazione si fa sempre più chiara, con meridiana luce, la sovraeminente missione educativa della Chiesa. – Fine proprio e immediato dell’educazione cristiana è cooperare con la Grazia divina nel formare il vero e perfetto cristiano: cioè Cristo stesso nei rigenerati col Battesimo, secondo la viva espressione dell’Apostolo: “Figliuolini miei, che io nuovamente porto in seno fino a tanto che sia formato in voi Cristo” (Gal. IV, 19). Il vero cristiano deve vivere la vita soprannaturale in Cristo: “Cristo che è la vita vostra” (Coloss. 111, 4), e manifestarla in tutte le sue operazioni: “affinché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale” (II Cor. IV, 11). – Perciò appunto l’educazione cristiana comprende tutto l’ambito della vita umana, sensibile, spirituale, intellettuale e morale, individuale, domestica e sociale, non per menomarla in alcun modo, ma per elevarla, regolarla e perfezionarla secondo gli esempi e la dottrina di Cristo. – Il vero cristiano, frutto dell’educazione cristiana, è l’uomo soprannaturale, che pensa, giudica ed opera costantemente e coerentemente, secondo la retta ragione illuminata dalla luce soprannaturale degli esempi e della dottrina di Cristo; ovvero, per dirla con il linguaggio ora in uso, il vero e compìto uomo di carattere. Non qualsiasi coerenza e tenacia di condotta, secondo principi soggettivi, costituisce il vero carattere, ma soltanto la costanza nel seguire i principi eterni della giustizia, come riconosce anche il poeta pagano, quando loda, inseparabilmente: “l’uomo giusto e ben fermo nel suo proposito” (Horat., Od. l. III, od. 3, v. l); e, d’altra parte, non può darsi compiuta giustizia, se non nel dare a Dio quel che si deve a Dio, come fa il vero cristiano. – Siffatto scopo e termine dell’educazione cristiana sembra ai profani un’astrazione, o piuttosto sembra inattuabile senza soppressione o menomamento delle facoltà naturali e senza rinunzia alle opere della vita terrena, quindi alieno dal vivere sociale e dalla prosperità temporale, contrario ad ogni progresso nelle lettere, nelle scienze, nelle arti, in ogni altra opera di civiltà. A simile obiezione, mossa dall’ignoranza e dal pregiudizio dei pagani, anche colti, d’un tempo – ripetuta purtroppo con più frequenza ed insistenza nei tempi moderni – aveva risposto Tertulliano: “Non siamo estranei alla vita. Ci ricordiamo bene di dover riconoscenza a Dio Signore Creatore; nessun frutto delle opere Sue noi ripudiamo; soltanto ci moderiamo, per non usarne smodatamente e malamente. E così non senza il foro, non senza il macello, non senza i bagni, le case, le botteghe, le stalle, i mercati vostri e tutti gli altri traffici, noi abitiamo in questo mondo. Noi pure con voi navighiamo e militiamo, coltiviamo i campi e negoziamo, e per ciò scambiamo i lavori e mettiamo a vostra disposizione le opere nostre. Come mai possiamo sembrare inutili ai vostri affari coi quali e dei quali viviamo davvero non vedo” (Apol. 42). – Pertanto il vero cristiano, nonché rinunziare alle opere della vita terrena o menomare le sue facoltà naturali, le svolge anzi e le perfeziona coordinandole alla vita soprannaturale, per modo da nobilitare la vita stessa naturale e da procurarle più efficace giovamento, non solo di ordine spirituale ed eterno, ma anche materiale e temporale. – Ciò è dimostrato da tutta la storia del Cristianesimo e delle sue istituzioni, che si identifica con la storia della vera civiltà e del genuino progresso sino ai nostri giorni; e particolarmente dai Santi, ond’è fecondissima la Chiesa, e soltanto essa, i quali hanno raggiunto, in grado perfettissimo, lo scopo dell’educazione cristiana, ed hanno nobilitato e avvantaggiato l’umana convivenza in ogni genere di beni. Infatti i Santi sono stati, sono e saranno sempre i più grandi benefattori dell’umana società, come anche i modelli più perfetti in ogni classe e professione, in ogni stato e condizione di vita: dal campagnuolo, semplice e rusticano, allo scienziato e letterato, dall’umile artigiano al condottiero di eserciti, dal privato padre di famiglia al monarca reggitore di popoli e nazioni, dalle semplici fanciulle e donne del recinto domestico alle regine e imperatrici. E che dire dell’immensa opera, anche a pro del benessere temporale, dei missionari evangelici, che insieme con la luce della Fede hanno portato e portano ai popoli barbari i beni della civiltà; degli istitutori di molteplici opere di carità e di assistenza sociale e della interminabile schiera di santi educatori e sante educatrici, che hanno perpetuato e moltiplicato la loro opera nelle loro feconde istituzioni di educazione cristiana in aiuto delle famiglie e a beneficio inestimabile delle nazioni? – Questi sono i frutti, benefici in ogni materia, dell’educazione cristiana, appunto per via e virtù soprannaturale in Cristo, che essa svolge e forma nell’uomo; giacché Cristo Signor nostro, Maestro Divino, è altresì fonte e datore di tale vita e virtù, ed insieme modello universale ed accessibile a tutte le condizioni dell’umana progenie, con il Suo esempio, particolarmente alla gioventù, nel periodo della Sua vita nascosta, laboriosa, ubbidiente, adorna di tutte le virtù individuali, domestiche e sociali, dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini. – E però il grande e geniale Sant’Agostino – della cui beata morte siamo per celebrare la quindicesima centenaria ricorrenza – prorompeva, pieno di santo affetto per tal Madre, in questi accenti: “O Chiesa cattolica, verissima Madre dei Cristiani, tu meritamente predichi non soltanto doversi onorare purissimamente e castissimamente Iddio stesso, conseguire il quale è giocondissima vita, ma ancora talmente fai tua la dilezione e la carità del prossimo che presso te si trova potentemente efficace ogni medicina ai molti mali per i quali, a cagione dei peccati, soffrono le anime. Tu puerilmente i fanciulli, con fortezza i giovani, con delicatezza i vecchi, a seconda dei bisogni e del corpo e dello spirito, addestri ed ammaestri. Tu per, direi quasi, libera servitù, i figli sottometti ai genitori, i genitori con dominio di pietà preponi ai figli. Tu con vincolo di religione, più forte e più stretto di quello del sangue, unisci i fratelli ai fratelli… Tu non soltanto con vincolo di società ma anche di una certa fraternità, leghi i cittadini ai cittadini, le genti alle genti, in una parola tutti gli uomini col ricordo dei primi comuni genitori. Insegni ai re a ben attendere ai popoli; ammonisci i popoli di ubbidire ai re. Con solerzia insegni a chi si debba onore, a chi affetto, a chi rispetto, a chi timore, a chi conforto, a chi ammonimento, a chi esortazione, a chi correzione, a chi il rimprovero, a chi il supplizio; mostrando in qual modo e non a tutti tutto si debba, a tutti però la carità, a nessuno l’offesa” (De morìbus Ecclesiæ catholicæ, lib. 1, c. 30, P. L. 32, 1336). – Alziamo, o Venerabili Fratelli, i cuori e le mani supplici al Cielo, “al Pastore e Vescovo delle anime nostre” (I Petr. 11, 25), al Re Divino “che dà legge ai governanti” affinché Egli con la Sua virtù onnipotente faccia sì che questi splendidi frutti dell’educazione cristiana si raccolgano “in tutto il mondo” sempre più a vantaggio degli individui e delle nazioni.

Auspice di queste grazie Celesti, con paterno affetto, a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e al vostro popolo impartiamo l’Apostolica Benedizione.”

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 31 dicembre 1929, anno VIII del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: AD BEATISSIMI APOSTOLORUM PRINCIPIS

In questa lettera enciclica di Benedetto XV del 1914, viene delineato il programma del Pontificato del Papa appena eletto; forti erano al momento i timori per le tensioni fra gli stati europei pronti alla guerra. Ricercate le cause religiose e morali, oltre che sociali ed economiche, da cui il conflitto è scatenato, il Papa riassume i principi costitutivi predicati dalla Chiesa, per l’ordine e la pace nella vita delle classi sociali e delle nazioni. – Ai nostri giorni, la situazione sociale è di gran lunga più grave, mentre gravissimo è il precipitare della vita spirituale soffocata, nei paesi un tempo Cristiani, dalla dispnea mortale di un modernismo ultra-liberale satanico, dall’ecumenismo indifferentista, parto distocico delle conventicole massoniche, ovunque infiltrate, anche là dove un tempo c’erano i palazzi sacri, e fin’anche nelle antiche Sedi Apostoliche, tutte al servizio del potere occulto della finanza kazara, longa manus di lucifero, l’angelo decaduto, sprofondato negli inferi, che pretende oggi di essere adorato nientemeno che come “architetto del mondo” e come “signore dell’universo”. I princîpi della lettera,   sono oggi ovviamente ancor più necessari affinché, nel conformarci ad essi, tutti: governanti, prelati, veri (una manciata) o falsi (una baraonda di viziosi corrotti … et abominabiles facti sunt in studiis suis; non est qui faciat bonum, non est usque ad unumPs. XIII) che siano, “duci” della finanza, uomini comuni, possiamo evitare un disastro ben più grave di quello paventato dal Santo Padre nell’Enciclica e che coinvolgerà tutti. Ormai molti hanno compreso di essere ad un bivio cruciale nella vita del nostro mondo, e la fede in Gesù-Cristo, con il Magistero della Chiesa Cattolica, è l’unico mezzo per comprendere quale strada intraprendere per salvare non solo la nostra anima, ma pure tutto il creato visibile … “Ad Beatissimi Apostolorum Principis cathedram arcano Dei providentis consilio, …”

Benedetto XV
Ad Beatissimi Apostolorum Principis”

– Lettera Enciclica –

Venerabili fratelli

Salute e apostolica benedizione.

Non appena per gli inscrutabili consigli della Provvidenza divina, senza alcun Nostro merito, fummo chiamati ad assiderCi sulla Cattedra del Beatissimo Principe degli Apostoli, Noi, ascoltando come diretta alla Nostra Persona quell’istessa voce che il Nostro Signor Gesù Cristo rivolgeva a Pietro: “Pascola i miei agnelli, pascola le mie pecore” (Joan. XXI, 15-17), immediatamente rivolgemmo uno sguardo di inesprimibile affetto al gregge che veniva affidato alla Nostra cura: gregge veramente immenso, perché abbraccia, quali per un aspetto, quali per un altro, tutti gli uomini. Tutti, infatti, quanti essi sono, furono liberati dalla servitù del peccato da Gesù Cristo, che per loro offrì il prezzo del Suo Sangue; né v’ha alcuno che sia escluso dai vantaggi di questa redenzione. Onde può ben dire il Divino Pastore che, mentre una parte dell’uman genere la tiene di già avventuratamente accolta nell’ovile della Chiesa, l’altra Egli ve la sospingerà dolcemente: “Ho anche altre pecore che non sono di questo ovile; ed occorre che io le porti qui ed ascolteranno la mia voce” (Joan. X, 16). – Lo confessiamo, Venerabili Fratelli: il primo sentimento che abbiamo provato nell’animo, e che vi fu acceso di sicuro dalla divina bontà, è stato un incredibile palpito di affetto e di desiderio per la salvezza di tutti gli uomini; e nell’assumere il Pontificato Noi concepimmo quel medesimo voto che Gesù Cristo espresse già presso a morire sulla Croce: “O padre santo, conservali nel tuo nome, che Tu hai dato a me” (Joan. XVII, 11). Quindi è che allorquando da questa altezza dell’apostolica dignità potemmo contemplare con un solo sguardo il corso degli umani avvenimenti, e Ci vedemmo dinanzi la miseranda condizione della civile società, Noi ne provammo davvero un acuto dolore. E come sarebbe potuto accadere, che divenuti Noi Padre di tutti gli uomini, non Ci sentissimo straziare il cuore allo spettacolo che presenta l’Europa e con essa tutto il mondo, spettacolo il più tetro forse ed il più luttuoso nella storia dei tempi? Sembrano davvero giunti quei giorni, dei quali Gesù Cristo predisse: “Udirete le battaglie e le opinioni delle battaglie […] Nascerà infatti gente da gente e regno da regno” (Matth. XXIV, 6,7). Il tremendo fantasma della guerra domina dappertutto, e non v’è quasi altro pensiero che occupi ora le menti. Nazioni grandi e fiorentissime sono là sui campi di battaglia. Qual meraviglia per ciò, se ben fornite, come uomo, di quegli orribili mezzi che il progresso dell’arte militare ha inventati, si azzuffano in gigantesche carneficine? Nessun limite alle rovine, nessuno alle stragi: ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti. E chi direbbe che tali genti, l’una contro l’altra armate, discendano da uno stesso progenitore, che sian tutte dell’istessa natura, e parti tutte d’una medesima società umana? Chi li ravviserebbe fratelli, figli di un unico Padre, che è nei Cieli? E intanto, mentre da una parte e dall’altra si combatte con eserciti sterminati, le nazioni, le famiglie, gli individui gemono nei dolori e nelle miserie, tristi seguaci della guerra: si moltiplica a dismisura, di giorno in giorno, la schiera delle vedove e degli orfani: languiscono, per le interrotte comunicazioni, i commerci, i campi sono abbandonati, sospese le arti, i ricchi nelle angustie, i poveri nello squallore, tutti nel lutto. – Commossi da mali così gravi Noi, fin dalla soglia del Sommo Pontificato, ritenemmo Nostro dovere di raccogliere le ultime parole uscite dal labbro del Nostro Predecessore, Pontefice di illustre e così santa memoria, e di dar principio al Nostro Apostolico Ministero col tornare a pronunziarle: e così caldamente scongiurammo e Principi e Governanti affinché, considerando quante mai lagrime e quanto sangue sono stati già versati, s’affrettassero a ridare ai loro popoli i vitali benefizi della pace. Deh! Ci conceda Iddio misericordioso che, come all’apparire del Redentore divino sulla terra, così all’iniziarsi del Nostro ufficio di Vicario di Lui, risuoni l’angelica voce annunziatrice di pace: “Pace in terra agli uomini di buona volontà” (Luc. II, 14). E l’ascoltino, li preghiamo, l’ascoltino questa voce coloro che hanno nelle loro mani i destini dei popoli. Altre vie certamente vi sono, vi sono altre maniere, onde i lesi diritti possano avere ragione: a queste, deposte intanto le armi, essi ricorrano, sinceramente animati da retta coscienza e da animi volonterosi. È la carità verso di loro e verso tutte le nazioni che così Ci fa parlare, non già il Nostro interesse. Non permettano dunque che cada nel vuoto la Nostra voce di padre e di amico.  – Ma non è soltanto l’attuale sanguinosa guerra che funesti le nazioni e a Noi amareggi e travagli lo spirito. Vi è un’altra furibonda guerra, che rode le viscere dell’odierna società: guerra che spaventa ogni persona di buon senso, perché mentre ha accumulato ed accumulerà anche per l’avvenire tante rovine sulle nazioni, deve anche ritenersi essa medesima la vera origine della presente luttuosissima lotta. Invero, da quando si è lasciato di osservare nell’ordinamento statale le norme e le pratiche della cristiana saggezza, le quali garantivano esse sole la stabilità e la quiete delle istituzioni, gli Stati hanno cominciato necessariamente a vacillare nelle loro basi, e ne è seguito nelle idee e nei costumi tale un cambiamento che, se Iddio presto non provvede, sembra già imminente lo sfacelo dell’umano consorzio. I disordini che scorgiamo, sono questi: la mancanza di mutuo amore fra gli uomini, il disprezzo dell’autorità, l’ingiustizia dei rapporti fra le varie classi sociali, il bene materiale fatto unico obbiettivo dell’attività dell’uomo, come se non vi fossero altri beni, e molto migliori, da raggiungere. Son questi a Nostro parere i quattro fattori della lotta, che mette così gravemente a soqquadro il mondo. Bisogna dunque diligentemente adoperarsi a torre di mezzo tali disordini, richiamando in vigore i principi del Cristianesimo, se si ha veramente intenzione di sedare ogni conflitto e di mettere in assetto la società.  – Gesù Cristo disceso dal Cielo appunto per questo fine di ripristinare fra gli uomini il regno della pace, rovesciato dall’odio d Satana, non altro fondamento volle porvi che quello dell’amore fraterno. Quindi quelle Sue parole tanto spesso ripetute: “Io vi dò un nuovo incarico: di amarvi a vicenda (Joan. XIII, 34); questo è il mio precetto, che vi amiate a vicenda (Joan. XV, 12); questo vi ordino, di amarvi a vicenda” (Joan. XV, 17); quasi che tutta la Sua missione ed il Suo compito si restringessero a far sì che gli uomini si amassero scambievolmente. E quale forza di argomenti non adoperò per condurci a questo amore? Guardate in alto, ci disse: “Uno solo è infatti il Padre vostro, che è nei Cieli” (Matth. XXIII, 9). A tutti, senza che per Lui possa per nulla contare la diversità di nazioni, la differenza di lingue, la contrarietà di interessi, a tutti pone sul labbro la stessa preghiera: “Padre nostro, che sei nei Cieli” (Matth. VI, 9); ci assicura anzi che questo Padre Celeste, nell’effondere i suoi benefizi, non fa distinzione neppure di meriti: “Egli fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Matth. V, 45). Dichiara inoltre che noi siamo tutti fratelli: “Voi tutti poi siete fratelli” (Matth. XXIII, 8); e fratelli a Lui stesso: “Perché, tra i molti fratelli, Egli sia il primogenito” (Rom. VIII, 29). Poi, cosa che vale assaissimo a stimolarci all’amore fraterno anche verso di quelli che la nativa nostra superbia disprezza, giunse sino ad identificarsi col più meschino degli uomini, nel quale vuole si ravvisi la dignità della sua stessa persona: “Quanto avete fatto ad uno solo di questi miei umilissimi fratelli, lo avete fatto a me” (Matth. XXV, 40). Che più? Sul punto di lasciare la vita, pregò intensamente il Padre, affinché tutti coloro che avessero creduto in Lui, fossero per il vincolo della carità una cosa sola fra loro: “Come tu Padre sei in me, io sono in te” (Joan. XVII, 21). E finalmente, confitto sulla Croce, tutto il Suo Sangue riversò su di noi, onde plasmati quasi e formati in un corpo solo, ci amassimo scambievolmente con la forza di quel medesimo amore che l’un membro porta all’altro in uno stesso corpo. – Ma, purtroppo, oggigiorno diversamente si comportano gli uomini. Mai forse più di oggi si parlò di umana fratellanza: si pretende anzi, dimenticando le parole del Vangelo e l’opera di Cristo e della sua Chiesa, che questo zelo di fraternità sia uno dei parti più preziosi della moderna civiltà. La verità però è questa, che mai tanto si disconobbe l’umana fratellanza quanto ai giorni che corrono. Gli odi di razza sono portati al parossismo; più che da confini, i popoli sono divisi da rancori: in seno ad una stessa nazione e fra le mura d’una città medesima ardono di mutuo livore le classi dei cittadini; e fra gli individui tutto si regola con l’egoismo, fatto legge suprema.  – Vedete, Venerabili Fratelli, quanto sia necessario fare ogni sforzo perché la carità di Cristo torni a dominare fra gli uomini. Questo sarà sempre il Nostro obbiettivo e questa l’impresa speciale del Nostro Pontificato. Questo sia pure, ve ne esortiamo, il vostro studio. Non ci stanchiamo di inculcare negli animi di attuare il detto dell’Apostolo San Giovanni: “Perché noi ci amiamo l’un l’altro” (Joan. III, 23). Sono belle, per fermo, sono commendevoli le pie istituzioni, di cui abbondano i nostri tempi; ma allora solo tradurranno un reale vantaggio, quando contribuiranno in qualche modo a fomentare nei cuori l’amore di Dio e del prossimo; diversamente non hanno valore, perché “chi non ama rimane nella morte” (Ibid. 14).  – Abbiamo detto che un’altra cagione dello scompiglio sociale consiste in questo, che generalmente non è più rispettata l’autorità di chi comanda. Imperocché dal giorno che ogni potere umano si volle emancipato da Dio, Creatore e Padrone dell’universo, e lo si volle originato dalla libera volontà degli uomini, i vincoli intercedenti fra superiori e sudditi si andarono rallentando talmente da sembrare ormai che siano quasi spariti. Uno sfrenato spirito di indipendenza unito ad orgoglio si è a mano a mano infiltrato per ogni dove, non risparmiando neppure la famiglia ove il potere chiarissimamente germina dalla natura; ed anzi, ciò che è più deplorevole, non sempre si è arrestato alle soglie del Santuario. Di qui il disprezzo delle leggi; di qui l’insubordinazione delle masse; di qui la petulante critica di quanto l’autorità disponga; di qui i mille modi escogitati a fin di rendere inefficace la forza del potere; di qui gli spaventevoli delitti di coloro che, facendo professione di anarchia, non si peritano di attentare così agli averi come alla vita altrui.  – Di fronte a questa mostruosità del pensare e dell’agire, deleteria di ogni esistenza sociale, Noi costituiti da Dio custodi della verità, non possiamo non alzare la voce; e ricordiamo ai popoli quella dottrina che nessun placito umano può mutare: “Non vi è potere se non da Dio: e le cose che sono, sono ordinate da Dio” (Rom. XIII, 1). Ogni potere adunque che si esercita sulla terra, sia esso di sovrano, sia di autorità subalterne, ha Dio per origine. Dal che San Paolo deduce il dovere di ottemperare, non già in qualsivoglia maniera, ma per coscienza, ai comandi di chi è investito del potere, salvo il caso in cui si oppongano alle leggi divine:”Laonde siate costretti della necessità, non solo per ira, ma anche per coscienza” (Ibid. 5). E conformemente a questi precetti di San Paolo, insegna pure lo stesso Principe degli Apostoli: “Siate soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio: sia al re perché capo, sia ai comandanti come quelli che sono da lui inviati” (I Petr. II, 13-14). Dalla qual premessa il medesimo Apostolo delle genti inferisce che chi si ribella alle legittime potestà umane, si ribella a Dio ed incorre nell’eterna dannazione: “Perciò chi resiste al potere, resiste all’ordine di Dio. E quelli che resistono, vanno in dannazione” (Rom. XIII, 2).  – Rammentino questo i Principi e i Reggitori dei popoli, e vedano se sa sapiente e salutevole consiglio, per i pubblici poteri e per gli Stati, il far divorzio dalla Religione santa di Cristo, che è sostegno così potente delle autorità. Riflettano bene se sia misura di saggia politica il voler sbandita dal pubblico insegnamento la dottrina del Vangelo e della Chiesa. Una funesta esperienza dimostra che ivi l’autorità umana è disprezzata, donde esula la religione. Succede infatti alle società, quello stesso che accadde al nostro primo padre, dopo aver mancato. Come in lui appena la volontà si fu ribellata a Dio, le passioni si sfrenarono e disconobbero l’impero della volontà; cosi, allorquando chi regge i popoli disprezza l’autorità divina, i popoli a loro volta scherniscono l’autorità umana. Rimane certo il solito espediente di ricorrere alla violenza per soffocare le ribellioni: ma a che pro? La violenza opprime i corpi, non trionfa della volontà.  – Tolto dunque o indebolito il doppio elemento di coesione di ogni corpo sociale, l’unione cioè dei membri fra loro per la carità vicendevole e l’unione dei membri stessi col capo per la soggezione all’autorità, qual meraviglia, o Venerabili Fratelli, che la società odierna ci si presenti divisa come in due grandi armate che fra loro lottano ferocemente e senza posa? Di fronte a coloro ai quali o concesse fortune o l’attività propria apportò una qualche abbondanza di beni, stanno i proletari e i lavoratori, accesi d’odio e d’invidia, perché mentre partecipano agli stessi costitutivi essenziali, pur non si trovano nella medesima condizione di quelli. Naturalmente, infatuati come sono dagli inganni dei sobillatori, ai cui cenni si mostrano d’ordinario docilissimi, chi potrebbe loro persuadere come dall’essere gli uomini uguali per natura, non segua che tutti debbano occupare lo stesso grado nel consorzio sociale, ma che ognuno ha quella posizione che con le sue doti, non contrariate dalle circostanze, si sia procacciata? Per il che, quando i poveri lottano coi facoltosi, quasi che questi si siano impadroniti d’una porzione di beni altrui, non soltanto offendono la giustizia e la carità, ma anche la ragione, specialmente perché anch’essi, se volessero, potrebbero collo sforzo di onorato lavoro riuscire a migliorare la propria condizione.  – A quali conseguenze, non meno disastrose per gli individui che per la società, meni quest’odio di classe, è superfluo il dirlo. Tutti vediamo e lamentiamo la frequenza degli scioperi per i quali di subito si produce l’arresto della vita cittadina e nazionale nelle operazioni più necessarie: parimenti le minacciose sommosse e i tumulti, in cui spesso avviene che si dà mano alle armi e si fa scorrere il sangue.  – Non vogliamo stare qui a ripetere le ragioni che provano a evidenza l’assurdità del socialismo e di altri simili errori. Leone XIII, Nostro Predecessore, ne trattò con grande maestria in memorabili Encicliche: e voi, o Venerabili Fratelli, cercate, col vostro abituale interessamento, che quegli autorevoli insegnamenti non cadano mai in dimenticanza, e che anzi nelle associazioni cattoliche, nei congressi, nei discorsi sacri, nella stampa cattolica si insista sempre nell’illustrarli saggiamente e nell’inculcarli secondo i bisogni. Ma in particolar modo – non dubitiamo di ripeterlo – con tutti gli argomenti che ci dà il Vangelo e che ci porgono la stessa umana natura e gl’interessi sì pubblici che privati, studiamoci di esortare tutti gli uomini ad amarsi tra loro fraternamente in virtù del divino precetto sulla carità. L’amore fraterno non varrà certo a togliere di mezzo la diversità delle condizioni e perciò delle classi. Questo non è possibile, come non è possibile che in un corpo organico tutte le membra abbiano una stessa funzione ed una stessa dignità. Farà non di meno che i più alti si inchinino verso i più umili e li trattino non solo secondo giustizia, come è d’uopo, ma con benevolenza, con affabilità, con tolleranza: i più umili poi riguardino i più elevati con compiacimento del loro bene e con fiducia nel loro appoggio: a quella maniera appunto che in una stessa famiglia i fratelli più piccoli confidano nell’aiuto e nella difesa dei più grandi. – Se non che, Venerabili Fratelli, quei mali che finora siamo venuti lamentando, hanno ora radice più profonda, a sterpar la quale, se non concorrono gli sforzi di tutti gli onesti, è vano sperare di conseguire l’oggetto dei nostri voti, vale a dire la tranquillità stabile e durevole negli umani rapporti. Quale sia questa radice l’insegna l’Apostolo: “Radice.. di tutti i mali è la cupidigia” (I Tim. VI, 10). E infatti, se ben si consideri, da questa radice si originano tutti i mali onde al presente è inferma la società. Quando invero con le scuole perverse, ove si plasma il cuore della tenera età malleabile come cera, colla stampa cattiva, che informa le menti delle masse inesperte, e cogli altri mezzi con cui si dirige l’opinione pubblica, quando, diciamo, si è fatto penetrare negli animi l’esiziale errore che l’uomo non deve sperare in uno stato di felicità eterna; che quaggiù; proprio quaggiù, può essere felice col godimento delle ricchezze, degli onori, dei piaceri di questa vita, non v’è da meravigliarsi che tali esseri umani, naturalmente fatti per la felicità, colla stessa violenza onde sono trascinati all’acquisto di detti beni, respingano da sé qualunque ostacolo che ne li trattenga od impedisca. Giacché poi questi beni non sono divisi ugualmente fra tutti, ed e dovere dell’autorità sociale d’impedire che la libertà individuale trasmodi e s’impadronisca dell’altrui, di qui nasce l’odio contro i pubblici poteri, di qui l’invidia dei diseredati dalla fortuna contro quelli che ne sono favoriti, di qui infine la lotta fra le varie classi cittadine, gli uni per conseguire ad ogni costo e strappare il bene di cui mancano, gli altri per conservare ed accrescere quello che possiedono.  – Fu in previsione di questo stato di cose che Gesù Cristo Signor Nostro col sublime Sermone della Montagna spiegò a bello studio quali fossero le vere beatitudini dell’uomo sulla terra, e pose, per così dire, i fondamenti della cristiana filosofia. Quelle massime anche agli avversari della fede apparvero come tesoro incomparabile di sapienza e come la più perfetta teoria della morale religiosa; e certo tutti convengono nel riconoscere che prima di Cristo, verità assoluta, nulla di pari gravità ed autorità e di tanto alto sentimento fu mai da alcuno inculcato.  – Or tutto il segreto di questa filosofia sta in ciò che i così detti beni della vita mortale sono semplici parvenze di bene, e che perciò non è col loro godimento che si possa formare la felicità dell’uomo. Sulla fede dell’autorità divina, tanto è lungi che le ricchezze, la gloria, il piacere ci arrechino la felicità che, anzi, se vogliamo davvero essere felici, dobbiamo piuttosto, per amore di Dio, rinunziarvi: “Beati i poveri….Beati voi, che ora piangete… Beati quando gli uomini vi odieranno e vi separeranno e scacceranno il vostro nome come un male” (Luc. VI, 20-22). Vale a dire, attraverso i dolori, le sventure, le miserie di questa vita, se com’è dover nostro, le sopportiamo pazientemente, ci apriamo da noi stessi l’adito al possesso di quei veri ed imperituri beni “che Dio ha preparato a quelli che lo amano” (I Cor. II, 9). Ma un così importante insegnamento della fede da molti purtroppo è negletto, e da non pochi è dimenticato del tutto. Tocca a voi, Venerabili Fratelli, di farlo rivivere negli uomini: senza cui l’uomo, e l’umana società, non avranno mai pace. Diciamo dunque a quanti sono afflitti o sventurati, di non fermare l’occhio alla terra, che è luogo di esilio, ma di levarlo al Cielo, al quale siamo diretti: perché “non abbiamo qui una città stabile, ma ne cerchiamo una futura.” (Hebr. XIII, 13). Ed in mezzo alle avversità colle quali Iddio mette alla prova la loro perseveranza nel servirlo, riflettano sovente quale premio è loro riservato, se da tale cimento usciranno vittoriosi: “Poiché quella che oggi è per noi una momentanea e leggiera tribolazione, forma in noi il peso oltremodo sublime ed eterno della gloria” (II Cor. IV, 17). Da ultimo l’adoprarsi con ogni potere e con ogni attività per farli fiorire fra gli uomini la fede nella verità soprannaturale, e contemporaneamente la stima, il desiderio, la speranza dei beni eterni, sia la prima delle vostre missioni, o Venerabili Fratelli, e il principale intento del clero ed anche di tutti quei Nostri figli che, stretti in vari sodalizi, zelano la gloria di Dio e il bene vero della società. Perocché a misura che crescerà negli uomini il sentimento di questa fede, andrà scemando la smania febbrile onde si ricercano i vani beni della terra, e gradatamente andranno sedandosi i moti e le contese sociali.  – E ora se lasciando da parte la società civile, rivolgiamo il pensiero alla considerazione di ciò che è proprio della Chiesa, vi è, senza dubbio, ragione perché l’animo Nostro, trafitto da tanta calamità dei tempi, almeno in parte si allieti. Infatti oltre agli argomenti, che si offrono da sé luminosissimi, di quella divina virtù ed indefettibilità di cui gode la Chiesa, non piccola consolazione Ci offrono quei preclari frutti che del suo operoso Pontificato Ci lasciò il Nostro Predecessore, Pio X, dopo aver illustrato l’Apostolica Sede con gli esempi di una vita tutta santa. Vediamo, infatti, per l’opera sua, acceso universalmente negli Ecclesiastici lo spirito religioso; ravvivata la pietà del popolo cristiano; promosse nelle società cattoliche l’azione e la disciplina; dove costituita la sacra gerarchia, dove ampliata; provveduto per l’educazione del giovane clero, conforme alla severità dei canoni, e, nella misura del necessario, a seconda della natura dei tempi; rimosso dall’insegnamento delle scienze sacre ogni pericolo di temerarie innovazioni; l’arte musicale ricondotta a servire degnamente la maestà delle sacre funzioni ed accresciuto il decoro del culto; il cristianesimo largamente propagato con nuove missioni di banditori del Vangelo.  – Sono questi, in verità, grandi meriti del Nostro Antecessore verso la Chiesa, meriti dei quali conserveranno i posteri grata memoria. Tuttavia, poiché il campo del padre di famiglia è sempre esposto, così permettendo Iddio, alle male arti del nemico, non avverrà mai che non debbasi esso lavorare perché il fiorire della zizzania non danneggi la buona messe. Pertanto, ritenendo come detto anche a Noi ciò che Dio disse al profeta: “Ecco, e io ti ho posto oggi sulle genti e sui regni, perché tu tolga e distrugga… perché edifichi e pianti” (Jer. I, 10), per quanto starà in Noi avremo sempre la massima cura di rimuovere il male e promuovere il bene, fintantoché non piacerà al Pastore dei Pastori di domandarCi conto dell’esercizio del Nostro mandato.  – Or dunque, o Venerabili Fratelli, mentre vi rivolgiamo questa prima Lettera Enciclica, ravvisiamo opportuno accennare alcuni dei punti principali a cui abbiamo in animo di dedicare le Nostre speciali cure; così studiandovi voi di secondare col vostro zelo l’opera Nostra, anche più sollecitamente si otterranno i desiderati frutti.  – E innanzi tutto poiché in ogni umana società, qualunque sia stato il motivo della sua formazione, primo coefficiente di ogni operosità collettiva è l’unione e la concordia degli animi, Noi dovremo rivolgere un’attenzione specialissima a sopire i dissensi e le discordie tra i cattolici, quali esse si siano, e ad impedire che ne organo altre in avvenire, talché tra i cattolici, uno sia il pensare e uno l’operare. Ben comprendono i nemici di Dio e della Chiesa che qualsiasi dissidio dei nostri nella propria difesa, segna per essi una vittoria; laonde usano assai di frequente questo sistema che, allorquando più vedono compatti i cattolici, proprio allora, astutamente gettando tra di loro i semi della discordia, maggiormente si sforzano di romperne la compattezza. Piacesse al Cielo che tale sistema non così spesso avesse avuto l’esito desiderato, condanno tanto grave per la religione! Quindi, qualora la legittima autorità imparta qualche comando, a nessuno sia lecito di trasgredirlo, per la ragione che non gli piace; ma ciascuno sottometta la propria opinione all’autorità di colui al quale è soggetto, ed a lui obbedisca per debito di coscienza. Parimenti nessun privato, o col pubblicare libri o giornali, ovvero con tenere Pubblici discorsi, si comporti nella Chiesa da maestro. Sanno tutti a chi sia stato affidato da Dio il magistero della Chiesa; a Lui dunque si lasci libero il campo, affinché parli quando e come crederà opportuno. È dovere degli altri prestare a Lui, quando parla, ossequio devoto, ed ubbidire alla Sua parola.  – Riguardo poi a quelle cose delle quali – non avendo la Santa Sede pronunziato il proprio giudizio – si possa, salva la Fede e la disciplina, discutere pro e contro, è certamente lecito ad ognuno di dire la propria opinione e di sostenerla. Ma in simili discussioni rifuggasi da ogni eccesso di parole, potendone derivare gravi offese alla carità; ognuno liberamente difenda la sua opinione, ma lo faccia con garbo, né creda di poter accusare altri di sospetta fede o di mancata disciplina per la semplice ragione che la pensa diversamente da lui. Vogliamo pure che i nostri si guardino da quegli appellativi, di cui si è cominciato a fare uso recentemente per distinguere cattolici da cattolici; e procurino di evitarli non solo come profane novità di parole, che non corrispondono né alla verità, né alla giustizia, ma anche perché né è ammissibile il più, né il meno: “Questa è la fede cattolica, alla quale chi non crede fedelmente e fermamente non potrà essere salvo” (Symb. Athanas.); o si professa intero, o punto non si professa. Non vi ha dunque necessità di aggiungere epiteti alla professione del cattolicismo; basti a ciascuno di dire così: “Cristiano il mio nome, e cattolico il mio cognome“; soltanto, si studi di essere veramente tale, quale si denomina.  – Del resto, dai nostri che si sono dedicati al comune vantaggio della causa cattolica, ben altro richiede oggidì la Chiesa che il persistere troppo a lungo in questioni da cui non si trae nessun utile: richiede invece che si sforzino a tutto potere di conservare integra la Fede ed incolume da ogni alito d’errore, seguendo specialmente le orme di colui che Cristo costituì custode ed interprete della verità. Vi sono oggi pure, e non sono scarsi, coloro i quali, come dice l’Apostolo: “Stimolati nell’orecchio, e non. sostenuti da una sana dottrina, ammucchiano le parole dei maestri secondo i propri desideri e dalle verità si sviano e si lasciano convertire dalle parole” (II Tim. IV, 3, 4). Infatti tronfi ed imbaldanziti per il grande concetto che hanno dell’umano pensiero, il quale in verità ha raggiunto, la Dio mercé, incredibili progressi nello studio della natura, alcuni, confidando nel proprio giudizio in ispregio dell’autorità della Chiesa, giunsero a tal punto di temerità che non esitarono a voler misurare con la loro intelligenza perfino le profondità dei divini misteri e tutte le verità rivelate, e a volerle adattare al gusto dei nostri tempi. Sorsero di conseguenza i mostruosi errori del Modernismo, che il Nostro Predecessore giustamente dichiarò “sintesi di tutte le eresie” condannandolo solennemente. Tale condanna, o Venerabili Fratelli, noi qui rinnoviamo in tutta la sua estensione; e poiché un così pestifero contagio non e stato ancora del tutto sradicato, ma, sebbene latente, serpeggia tuttora qua e là, Noi esortiamo che guardisi ognuno con cura dal pericolo di contagio; che ben potrebbe ripetersi di tale peste ciò che di altra cosa disse Giobbe: “È fuoco che divora. fino alla perdizione e che sradica tutti i germi” (Job. XXXI, 12). Né soltanto desideriamo che i cattolici rifuggano dagli errori dei Modernisti, ma anche dalle tendenze dei medesimi, e dal cosiddetto spirito modernistico; dal quale chi rimane infetto, subito respinge con nausea tutto ciò che sappia di antico, e si fa avido e cercatore di novità in ogni singola cosa, nel modo di parlare delle cose divine, nella celebrazione del sacro culto, nelle istituzioni cattoliche e perfino nell’esercizio privato della pietà. Vogliamo dunque che rimanga intatta la nota antica legge: “Nulla si rinnova, se non ciò che è stato, tramandato“; la quale legge, mentre da una parte deve inviolabilmente osservarsi nelle cose di Fede, deve dall’altra servire di norma anche in tutto ciò che va soggetto a mutamento; benché anche in questo valga generalmente la regola: “Non nova, sed noviter“. – Ma poiché, o Venerabili Fratelli, ad una aperta professione di fede cattolica e ad una vita ad essa consentanea sogliono gli uomini essere stimolati, più che da altro, dalle fraterne esortazioni e dal mutuo buon esempio, perciò Noi Ci compiacciamo vivamente che sorgano di continuo nuove associazioni cattoliche. E non solo desideriamo che queste fioriscano, ma vogliamo che il loro incremento si giovi della Nostra protezione e del Nostro favore; e tale incremento non sarà per mancare, purché obbediscano costantemente e fedelmente a quelle prescrizioni che furono o saranno date dalla Sede Apostolica.  – Tutti coloro pertanto che, iscritti in tali associazioni, tendono le loro forze per Iddio e per la Chiesa, non dimentichino mai il detto della divina Sapienza: “L’uomo obbediente parlerà di vittoria” (Prov. XXI, 28); perché se non obbediranno a Dio con ossequio verso il Capo della Chiesa, essi invano attenderanno l’aiuto del Cielo e invano altresì lavoreranno.  – Ma affinché tutte queste cose siano mandate a effetto con quell’esito che Ci ripromettiamo, voi ben sapete, o Venerabili Fratelli, esser necessaria l’opera prudente ed assidua di coloro che Cristo Signore ha mandato “operai della sua messe“, cioè del Clero. Perciò comprendete che la vostra cura principale deve essere di applicarvi a santificare sempre più, come esige il sacro stato, il Clero che già avete, ed a formare degnamente per l’ufficio così venerabile, con la più disciplinata educazione, gli alunni del Santuario. E benché la vostra diligenza non abbia bisogno di stimolo, pure Noi vi esortiamo e vi scongiuriamo a voler adempiere questo dovere colla massima solerzia. – Si tratta di cosa che per il bene della Chiesa ha importanza capitale; ma avendone i Nostri Predecessori di s. m. Leone XIII e Pio X trattato in proposito, non è il caso di aggiungere altri consigli. Solamente bramiamo che quei documenti di così saggi Pontefici, e più specialmente la “Exhortatio ad Clerum” della s. m. di Pio X, mercè le vostre insistenti premure giammai cadano in oblio, ma siamo sempre scrupolosamente osservati. Di una cosa peraltro non vogliamo tacere, ed è il ricordare ai sacerdoti di tutto il mondo, Nostri figli carissimi, l’assoluta necessità tanto per il vantaggio loro personale, quanto per l’efficacia del loro ministero, di stare strettamente uniti e pienamente ai propri Vescovi. Purtroppo dallo spirito di insubordinazione e d’indipendenza che ora regna nel mondo, non tutti, come con dolore accennammo più sopra, sono scevri i ministri del Santuario: né sono rari i Sacri Pastori che trovano angustie e contraddizioni proprio là, donde dovrebbero aspettarsi conforto ed aiuto. Orbene, se alcuno tanto miseramente vien meno ai dovere, rifletta e mediti bene che divina è L’autorità dei Vescovi, cui lo Spirito Santo ha destinati a reggere la Chiesa di Dio (Act. XX, 28). Rifletta inoltre che se, come abbiamo visto, resiste a Dio chi resiste a qualsiasi legittima potestà, è assai più irriverente la condotta di coloro che ricusano di ubbidire ai Vescovi, cui Dio ha consacrati con carattere speciale per esercitare il suo divino potere. “Poiché l’amore – così scriveva il santo martire Ignazio – non permette di tacere di voi, perciò ho pensato ammonirvi di essere unanimi nella sentenza di Dio. Infatti Gesù Cristo, inseparabile dalla nostra vita, lo è per sentenza del Padre, come pure i Vescovi, stabiliti nelle plaghe del mondo, lo sono per sentenza del Padre. Onde a voi occorre convenire nella sentenza del Vescovo” (In Epist. ad Ephes., III). E la parola di quel martire insigne è stata, a traverso ogni età, la parola di tutti i Padri e Dottori della Chiesa. – Si aggiunga che già troppo grave, anche per le difficoltà dei tempi, e il peso che portano i Vescovi, e che più grave è ancora l’ansietà in che vivono per la responsabilità di custodire il gregge loro affidato: “Essi infatti vigilano come dovessero render conto delle vostre anime” (Hebr. XIII, 17). Non si deve dunque chiamare crudele chi, con la propria insubordinazione, ne accresce l’onere e l’amarezza? “Perché questo non vi giova” (Ibid. 17), direbbe a costoro l’Apostolo, e ciò perché: “La Chiesa è la plebe adunata intorno al sacerdote e il gregge raccolto intorno al pastore” (S.Cypr. Flor. et Pupp., ep. 66, al. 69); donde segue, che non è con la Chiesa chi non è col Vescovo. – Ed ora, Venerabili Fratelli, al termine di questa lettera, il Nostro cuore torna colà, donde volemmo prendere le mosse.  – È la parola di pace che Ci torna sul labbro, per il che, con voti fervidi ed insistenti invochiamo di nuovo, per il bene tanto della società che della Chiesa, la fine dell’attuale disastrosissima guerra. Per il bene della società affinché, ottenuta che sia la pace, progredisca veramente in ogni ramo del progresso; per il bene della Chiesa di Gesù Cristo, affinché, non rattenuta da ulteriori impedimenti, continui fin nelle più remote contrade della terra ad apportare agli uomini conforto e salute. Purtroppo da lungo tempo la Chiesa non gode di quella libertà di cui avrebbe bisogno; e cioè da quando il Suo Capo, il Sommo Pontefice, incominciò a mancare di quel presidio che, per disposizione della divina Provvidenza, aveva ottenuto nel volgere dei secoli per tutela della Sua libertà. La mancanza di tale presidio è venuta a cagionare, cosa d’altronde inevitabile, un non lieve turbamento in mezzo ai cattolici: coloro difatti che si professano figli del Romano Pontefice, tutti, così i vicini come i lontani, hanno diritto d’essere assicurati che il loro Padre comune sia veramente libero da ogni umano potere, e libero assolutamente risulti.  – Al voto pertanto d’una pronta pace fra le Nazioni Noi congiungiamo anche il desiderio della cessazione dello stato anormale, in cui si trova il Capo della Chiesa, e che nuoce grandemente, per molti rispetti, alla stessa tranquillità del popolo. Contro un tale stato Noi rinnoviamo le proteste che i Nostri Predecessori, indottivi non già da umani interessi, ma dalla santità del dovere, emisero più di una volta; e le rinnoviamo per le stesse cause, per tutelare cioè i diritti e la dignità della Sede Apostolica.  – Rimane, o Venerabili Fratelli, che, siccome il cuore dei Principi e di tutti coloro ai quali spetta mettere fine alle atrocità e ai danni che abbiamo ricordati, sta nelle mani di Dio, a Dio supplici leviamo la voce, e, a nome dell’intera umanità, gridiamo: “Dacci la pace, Signore, nei nostri giorni“. E chi disse di sé: “Io, Signore… faccio la pace” (Is. XLV, 6-7), Egli, placato dalle nostre preghiere, voglia quanto prima sedare i flutti tempestosi, dai quali sono agitate la Società civile e la Società religiosa. Ci assista propizia la Beatissima Vergine, Ella che ha generato lo stesso Principe della Pace; e l’umile Nostra Persona, il Nostro Pontificale Ministero, la Chiesa, e con essa le anime di tutti gli uomini, redente tutte dal Sangue divino del Suo Figlio, accolga sotto la Sua materna protezione.  – Auspice dei Celesti doni e pegno della Nostra benevolenza, impartiamo di gran cuore, o Venerabili Fratelli, l’Apostolica Benedizione a voi, al vostro clero ed al vostro popolo.

Dato in Roma, presso San Pietro, il 1° Novembre 1914, nella festa di Ognissanti, del Nostro Pontificato anno I.

Nella festa di SAN PIO V

Nella festa di San PIO V

Bolla “Quo primum tempore” 19 luglio 1570 [che accompagnava il Messale Romano di S Pio V, nel quale veniva “pietrificato” il Rito Romano della Santa Messa]: “… Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio Onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo. [Ricordiamo solo per inciso che il tutto venne ribadito con pari autorità dai Sommi Pontefici: Clemente VIII e Urbano VIII _ ndr.] .

I modernisti, cioè i falsi prelati della setta del Novus Ordo, quelli che “si dicono cattolici ma non lo sono”, osano affermare che un Papa possa modificare “allegramente”, anche in senso rosa+croce [offrendo cioè un Sacrificio incruento al signore dell’universo, cioè al baphomret-lucifero!], quello che un Papa precedente ha definito in modo irreformabile e perenne, come appunto è la bolla “Quo Primum” citata. Vogliamo ricordare a questi falsi prelati, mai ordinati validamente, seppure in carnevalesche talari nera, rossa, bianca, o clergyman, etc., a questi mercenari lupi ingannatori, che fingono di obliare il Sacro Magistero della Chiesa Cattolica per giustificare le “porcate sataniche” della loro setta, che per sbugiardarli basta semplicemente il cap. III della Costituzione Apostolica “Pastor Æternus” definita nel Concilio Vaticano presieduto da S. S. Pio IX: “ … è evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcunosottoposto ad esame da parte di chicchessia”. Questo passaggio non ha bisogno, con tutta evidenza, di alcun commento o “ermeneutica”. Quindi colui che si permette di modificare, ribaltare, riscrivere sentenze pregresse, specie con annesso e connesso anatema o maledizione di Dio Onnipotente e degli Apostoli SS. Pietro e Paolo, dimostra semplicemente di essere un impostore, al massimo un antipapa servo di lucifero, un patriarca universale kazaro della sinagoga di satana, non essendo possibile che un Papa “vero”, un successore di S. Pietro, il Vicario di Cristo, possa contraddire anche per un attimo, un successore di Pietro, il Vicario di Cristo. Chi ammettesse questo, sarebbe non solo un blasfemo eretico manifesto, ma anche uno psicopatico demente ed allucinato da immediato T.S.O. … ma si capisce che questo non potrà mai succedere, sarebbe solo una ipotesi fantasmagorica, indegna anche di fumetti disneyani.

[grassetto e colore sono redazionali]

UN’ENCLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: SODALITIUM PIANUM

Il Sodalitium Pianum fu istituito dal Santo Papa Pio V al tempo della controriforma, per stanare i “marrani” finti cattolici in odore di protestantesimo, e ripreso con grande impegno da Mons. Umberto Benigni per contrastare i nuovi “marrani” modernisti. In altra occasione parleremo di questo organismo. Oggi ci accontentiamo di proporre il “Manifesto” programmatico del Sodalitium Pianum come concepito dalla Santa Sede dell’epoca (c’era il Santo Papa Pio X), e da Mons. Benigni. Questo “manifesto” è valido oggi forse ancor più di allora, ed i “veri” Cattolici dovrebbero aver cura di osservarlo integralmente per considerarsi tali. Anche qui si indica, come condizione imprescindibile, la sottomissione piena ed umile ai Vescovi, alla Tradizione apostolica, al Magistero ecclesiastico ed al Santo Padre, il Vicario di Cristo. Leggiamo, meditiamo,  facciamo nostro questo manifesto, facciamone un quadretto da guardare spesso … in obbedienza ed umiltà. È indicata la via che porta diritta al cielo … è in salita, angusta ma sforziamoci di provare, in ballo c’è la promessa di un grande premio: la vita e la felicità eterna, ed … un inferno da evitare.

PROGRAMMA DEL
SODALITIUM PIANUM

[approvato ed incoraggiato dalla Santa Sede]
(Rescritti Autografi di S. S. Pio X, del 5
luglio 1911 e dell’8 luglio 1912; Lettera della S. Congr. Concistoriale, del 25 febbr. 1913).

1. — Noi siamo Cattolici-Romani integrali. Come l’indica questa parola, il Cattolico-Romano integrale accetta integralmente la dottrina, la disciplina, le direzioni della Santa Sede e tutte le loro legittime conseguenze per l’individuo e per la società. Egli è «papalino», «clericale», antimodernista, antiliberale, antisettario. Egli è dunque integralmente contro-rivoluzionario, perché è avversario non solamente della Rivoluzione giacobina e del Radicalismo
settario, ma ugualmente del liberalismo religioso e sociale.
Resta assolutamente inteso che dicendo «Cattolico Romano integrale», non s’intende affatto modificare in qualsiasi modo l’autentico e glorioso titolo
di Cattolico-Romano. La parola «integrale» significa soltanto «integralmente Cattolico-Romano», cioè pienamente e semplicemente Cattolico-Romano senza le aggiunte o restrizioni corrispondenti (anche al di fuori dell’intenzione di chi ne usa) tanto alle espressioni di «cattolico liberale», «cattolico sociale», e qualunque altra, quanto al fatto di chi tende a restringere in teoria od in pratica l’applicazione dei diritti della Chiesa e dei doveri del cattolico nella vita religiosa e sociale.

2. — Noi lottiamo per il principio e per il fatto dell’Autorità, della Tradizione, dell’Ordine religioso e sociale nel senso cattolico della parola e nelle sue deduzioni logiche.

3. — Noi consideriamo come piaghe nel corpo umano della Chiesa lo spirito e il fatto del liberalismo e del democratismo cosiddetti cattolici, come del Modernismo intellettuale e pratico, radicale o moderato, con le loro conseguenze.

4. – Nel caso pratico della disciplina cattolica, noi veneriamo e seguiamo i Vescovi, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio, sotto la direzione ed il controllo del Vicario di Cristo, col quale noi vogliamo sempre essere, prima di tutto e malgrado tutto.

5. —La natura della Chiesa cattolica c’insegna, e la sua storia ci conferma, che la Santa Sede è il centro vitale del cattolicismo: per ciò stesso, da un certo punto di vista e specialmente in alcune circostanze, il contegno momentaneo della Santa Sede è altresì la risultante della situazione religiosa e sociale. Così noi comprendiamo pienamente come Roma possa talvolta tacere ed attendere, in vista della situazione stessa, quale nel momento si presenta. In tali casi noi ci guarderemo bene dal prenderne pretesto per restare inattivi davanti ai danni ed ai pericoli della situazione.
Dacché abbiamo compresa e sicuramente controllata, in ogni caso, la realtà delle cose, noi agiamo nel miglior modo possibile contro quei danni e pericoli, sempre e dovunque secondo la volontà e il desiderio del Papa.

6. — Nella nostra osservazione ed azione noi ci mettiamo soprattutto dal punto di vista «cattolico», cioè universale, — sia nel tempo, attraverso i differenti momenti storici – sia nello spazio, attraverso tutti i paesi.
Noi sappiamo che nelle contingenze momentanee e locali, c’è sempre, almeno nel fondo, la lotta secolare e cosmopolita fra le due grandi forze organiche: da un lato, l’unica Chiesa di Dio, Cattolica-Romana, dall’altro i suoi nemici interni ed esterni. Gli esterni (le sètte giudeo-massoniche ed i loro alleati diretti) sono nelle mani del Potere centrale della Sètta; gl’interni (modernisti, demoliberali, ecc.) gli servono d’istrumento cosciente o incosciente per l’infiltrazione e la decomposizione tra i cattolici.

7. —Noi combattiamo la Sètta interna ed esterna, sempre e dovunque, sotto tutte le forme e con tutti i mezzi onesti ed opportuni.
Nelle persone dei settari interni ed esterni e dei loro complici noi combattiamo soltanto la realizzazione concreta della Sètta, della sua vita, della sua azione, dei suoi piani. Questo, intendiamo farlo senza alcun rancore verso i nostri fratelli traviati, come altresì senza alcuna debolezza e senza alcun equivoco,come un buon soldato tratta sul campo di battaglia quanti militano sotto lo stendardo nemico, i loro ausiliari ed i loro complici.

8. — Noi siamo pienamente: contro ogni tentativo di diminuire, di rendere secondarie, di dissimulare sistematicamente le rivendicazioni papali per la Questione Romana, di ostacolare l’influenza sociale del Papato, di far dominare il laicismo; per la rivendicazione instancabile della Questione Romana secondo i diritti e le direzioni della Santa Sede, e per uno sforzo continuo al fine di ricondurre, il più possibile, la vita sociale sotto l’influenza legittima e benefica del Papato ed, in genere, della Chiesa cattolica;

9. contro l’interconfessionalismo, il neutralismo e il minimismo religioso nell’organizzazione ed azione sociale, nell’insegnamento, come in ogni attività dell’individuo e della collettività, la quale dipende dalla vera morale, dunque dalla vera religione, dunque dalla Chiesa; per la confessionalità in tutti i casi previsti dal comma precedente; e se, in casi eccezionali e transitori, la Santa Sede tollera delle unioni interconfessionali, per l’applicazione coscienziosa e controllata di tale tolleranza eccezionale e per la sua durata ed estensione le più possibilmente ristrette, secondo le intenzioni della Santa Sede.

10. contro il sindacalismo apertamente o implicitamente «areligioso», neutro, amorale, che fatalmente conduce alla lotta anticristiana delle classi, secondo la legge brutale del più forte;
contro il democratismo anche quando si chiama cristiano, ma sempre più o
meno avvelenato da idee e fatti demagogici; contro il liberalismo, anche quando si chiama economico-sociale, che spinge col suo individualismo alla disgregazione sociale; per l’armonia cristiana delle classi fra loro, come fra l’individuo, la classe e la società intera;  per l’organizzazione corporativa della società cristiana secondo i principi e le tradizioni di giustizia e di carità sociale, insegnati e vissuti dalla Chiesa e dal mondo cattolico per molti secoli, e che perciò  sono perfettamente adattabili ad ogni epoca e società veramente civili;

11.contro il nazionalismo pagano che fa riscontro al sindacalismo areligioso (quello considerando le nazioni, come questo le classi, quali collettività di cui ciascuna può e deve fare amoralmente i propri interessi al di fuori e contro quelli degli altri, secondo la legge brutale di cui abbiamo parlato); e, nello stesso tempo,  contro l’antimilitarismo ed il pacifismo utopista, sfruttati dalle Sètte allo scopo d’indebolire e addormentare la società sotto l’incubo giudeo-massonico; per il patriottismo sano e morale, patriottismo cristiano  di cui la storia della Chiesa Cattolica ci ha dato sempre splendidi esempi.

12.contro il femminismo che esagera e snatura i diritti e i doveri della donna, mettendoli fuori della legge cristiana; contro  la coeducazione dei sessi; contro l’iniziazione sessuale della fanciullezza; per il miglioramento delle condizioni materiali e morali della donna, della gioventù, della famiglia secondo la dottrina e la tradizione cattolica.

13. contro la dottrina ed il fatto profondamente anticristiani della separazione fra la Chiesa e lo Stato, come fra la religione e la civiltà, la scienza, la letteratura, l’arte;
per l’unione leale e cordiale tanto della civiltà, della scienza, della letteratura, dell’arte quanto dello Stato, con la religione e perciò con la Chiesa.

14. contro l’insegnamento filosofico, dogmatico e biblico «modernizzato», il quale, anche quando non è prettamente modernista, si rende per lo meno uguale ad un insegnamento archeologico od anatomico, come se non si trattasse di una dottrina immortale e vivificatrice, che tutto il clero, senza eccezione, deve imparare soprattutto per il suo ministero sacerdotale; per  l’insegnamento ecclesiastico ispirato e guidato dalla gloriosa tradizione della Scolastica e dei Santi Dottori della Chiesa e dei migliori teologi del tempo della Contro—riforma, con tutti i seri sussidii del metodo e della documentazione scientifica.

15. — contro il falso misticismo a tendenze individualistiche ed illuministe;
per la vita spirituale, intensa e profonda, secondo l’insegnamento dottrinale e pratico dei Santi e degli autori mistici lodati dalla Chiesa.

16.— in genere, contro lo sfruttamento del clero e dell’azione cattolica da parte di qualsiasi partito politico o sociale, ed, in ispecie;
contro l’esagerazione «sociale» che si vuole inoculare al clero ed all’azione cattolica sotto pretesto di «uscire dalla sagrestia» per non rientrarvi che troppo raramente, o di nascosto, od almeno con lo spirito assorbito dal resto; per il mantenimento dell’azione ecclesiastica e rispettivamente della azione cattolica nel suo insieme sul terreno apertamente religioso, avanti tutto, e senza esagerazioni «sociali» o simili per il resto.

17. contro la mania o la debolezza di tanti cattolici, di voler apparire «coscienti ed evoluti, veramente del loro tempo», e bonarii di fronte al nemico brutale od ipocrita, ma sempre implacabile, pronti ad ostentare il loro tollerantismo, e ad arrossire, se non a dir male, degli atti di giusto rigore compiuti dalla Chiesa o per essa; pronti ad un ottimismo sistematico verso gli inganni degli avversari, e riservando le loro diffidenze e durezze per i Cattolici-Romani integrali; per un contegno giusto e conveniente, ma sempre franco, energico ed instancabile di fronte al nemico, alle sue violenze e alle sue astuzie.

18.contro tutto quanto è opposto alla dottrina, alla tradizione, alla disciplina, al sentimento del cattolicesimo integralmente romano;
per tutto quanto gli è conforme.

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Il Sodalitium Planum di mons Benigni, incoraggiato da Papa Pio X, è da applicarsi oggi interamente dai veri Cattolici -pusillus grex- con un aggiornamento, o meglio una puntualizzazione che riguarda la necessità ineludibile dell’attacamento speciale alla Santa Sede, al Santo Padre, alla Gerarchia “eclissata” sì, ma VIVA, e in AZIONE costante, con il sostegno continuo, in primo luogo mediante la preghiera. E poichè Nostro Signore Gesù Cristo ci ha comandato di pregare soprattutto per i nemici, invitiamo i Cattolici veri “una cum” Gregorio XVIII a pregare per gli apostati del Novus ordo, per gli eretici e gli scismatici sedevacantisti e delle Fraternià paramassoniche procedenti dai cavalieri kadosh, per gli iscritti alle conventicole di tutto il mondo, in particolare per i 33° e gli Illuminati e, con particolare intensità, per i cabalisti-talmudisti e coloro che, al servizio di lucifero, odiano Dio, il suo Cristo e tutti gli uomini …

… et IPSA conteret caput eorum!

NESSUNO PUO’ SALVARSI AL DI FUORI DELLA CHIESA ROMANA

Pio IX: Nessuno si può salvare al di fuori della Chiesa romana 

Fonte: “IL DOGMA CATTOLICO”

Di Michael Müller, C.SS.R
New York, Cincinnati e Chicago:
FRATELLI BENZIGER

Stampatori per la Santa Sede Apostolica
Permissu Superiorum, 1888 d. C.

In un’allocazione tenuta da Pio IX. il 9 dicembre 1854, Sua Santità dice: “Non è senza dolore che abbiamo saputo di un altro, non meno pernicioso errore, che è stato diffuso in diverse parti dei paesi cattolici, ed è stato fatto proprio da molti cattolici, che sono dell’opinione che coloro che non sono membri della vera Chiesa di Cristo possano essere salvati. Quindi discutono spesso la questione riguardante il futuro destino e la condizione di coloro che muoiono senza aver professato la fede cattolica, e danno le ragioni più futili a sostegno della loro cattiva opinione …

È davvero di fede che nessuno può essere salvato al di fuori della Chiesa Apostolica Romana, che è l’unica arca della salvezza, e che colui che non è entrato in essa, perirà nel diluvio”.

Nella sua Lettera Enciclica, Quanto conficiamur, datata 10 agosto 1863, Papa Pio IX dice: “Devo menzionare e condannare di nuovo quel più pernicioso errore in cui vivono alcuni cattolici, che sono dell’opinione che quelle persone che vivono nell’errore e non hanno la vera fede, e siano separate dall’unità cattolica, possano ottenere la vita eterna. Ora questa opinione è molto contraria alla fede cattolica, come è evidente dalle semplici parole di Cristo: “.. Se non ascolterà la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano”. Matt. XIII, 17; colui che non crede, sarà condannato. “Marco, XVI, 16: “Colui che ti disprezza, disprezza me; e colui che mi disprezza, ha disprezzato Colui che mi ha mandato “. Luca, X, 16:” Colui che non crede, è già giudicato”. Giovanni, III. 18; “È di fede che, poiché c’è un solo Dio, così anche c’è una sola fede e un solo Battesimo. Andare al di là di questo nelle nostre dichiarazioni significa essere empi. ” (Allocuzione, 9 dicembre 1854.)

Il 18 giugno 1871, papa Pio IX, rispondendo a una delegazione francese guidata dal vescovo di Nevers, disse: “Figli miei, le mie parole devono esprimervi ciò che ho nel cuore. Ciò che affligge il vostro paese e gli impedisce di meritare le benedizioni di Dio, è la mescolanza di principi di cui ora parlerò e che non mi da pace. Ciò che temo non è la Comune di Parigi, quegli uomini miserabili, quei veri demoni dell’inferno che vagano sulla faccia della terra – no, non la Comune di Parigi temo; quello che temo è il cattolicesimo liberale…. L’ho detto più di quaranta volte, e ve lo ripeto ora, per l’amore che vi porto. La vera piaga della Francia è il cattolicesimo liberale, che si sforza di unire due principi, che si ripugnano l’un l’altro come il fuoco e l’acqua. Figli miei, vi scongiuro di astenervi da quelle dottrine che vi stanno distruggendo … se questo errore non viene fermato, porterà alla rovina della religione e della Francia”. In un breve, datato 9 luglio 1871, a Mons. De Segur, il Santo Padre dice: ” Non sono solo le sette infedeli che stanno cospirando contro la Chiesa e la Società che la Santa Sede ha spesso rimproverato, ma anche quegli uomini che, pensando di agire in buona fede e con rette intenzioni, sbagliano nel carezzare le dottrine liberali“. Il 28 luglio 1873, Sua Santità si espresse ancora così: “I membri della Società Cattolica di Quimper non corrono certo il rischio di essere allontanati dalla loro obbedienza alla Sede Apostolica dagli scritti e dagli sforzi dei nemici dichiarati della Chiesa, ma possono scivolare giù per il pendio di quelle cosiddette opinioni liberali che sono state adottate da molti cattolici, per altro onesti e devoti, che, per l’influenza del loro carattere religioso, possono facilmente esercitare un potente ascendente sugli uomini, e portarli ad Opinioni molto perniciose. Dì, dunque, ai membri della Società Cattolica, che nelle numerose occasioni in cui abbiamo censurato coloro che hanno opinioni liberali, non intendevamo quelli che odiano la Chiesa, che sarebbe stato cosa inutile da riprovare, ma piuttosto quelli che abbiamo appena descritto: quegli uomini preservano e alimentano il veleno nascosto dei principi liberali, che hanno succhiato come latte della loro educazione, facendo finta che quei principi non siano infetti dalla malizia, e non possano interferire con la religione; così instillano questo veleno nella mente degli uomini e propagano i germi di quelle perturbazioni con le quali il mondo è stato a lungo oppresso “.

(Una vero est fidelium universalis Ecclesia, extra quam nullus omnino salvatur)

Una, è la Chiesa universale dei fedeli, fuori dalla quale nessuno assolutamente si salva …”

– (Quarto Concilio Lateranense,  1215, Costit. I: De fide Catholica) –