UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “QUÆ IN PATRIARCHATU” (2)

Continua la dura reprimenda del Santo Padre nei confronti del Patriarca ribelle …« Come avresti potuto ignorare – proprio tu che ricordi anche troppo spesso di essere stato disciplinatamente educato nella fede cattolica – che nessuno può essere legittimamente creato Vescovo contro il parere della Sede Apostolica? Che non è investito di nessun potere colui che la stessa Sede Apostolica ha dichiarato privo di qualunque giurisdizione? … » Questa ovvia sentenza è quella che viene disattesa allegramente da pseudo finti-vescovi delle sette scismatiche attuali facenti capo ai non-preti lefebvriani, agli ex-lefebvriani tesisti, e a tutti i pittoreschi sedevacantisti che ingannano, eludendo tutte le disposizioni canoniche della Chiesa Cattolica, senza Giurisdizione o missione alcuna, gli scellerati loro adepti che li seguono nei loro sacrileghi atti sacramentali o nel sacrificio della messa, rito invalido ed illecito, foriero di disgrazie spirituali senza numero che si paleseranno nell’altra vita, ove per loro ci sarà pianto e stridor di denti se si ostineranno fino alla fine. Quanti inganni ha escogitato il drago maledetto per trascinare con sé negli inferi illusi pseudo-cattolici che credono di partecipare a riti salvifici solo perché conservano una forma esteriore tradizionale, senza chiedersi se coloro che li officiano siano veri o falsi chierici e prelati regolarmente consacrati … ciechi e sordi guidati da ciechi e sordi, da ladri e da briganti, da lupi con apparenza di agnelli e da sciacalli avidi e crudeli. Piccolo sarà il gregge che il Signore troverà al suo ritorno, gregge che seguirà fino alla morte le disposizioni ed i canoni ecclesiastici fino al più infimo dettaglio, dimostrando una fede indomita e senza compromessi, così come il loro divin Maestro ci ha insegnato.

“Cercando, per quanto è 9possibile alla Nostra debolezza, di imitare la carità di Colui che agisce con pazienza, non volendo condannare a morte alcuno ma portare tutti sulla strada della penitenza, Ci asteniamo dall’attuare nei tuoi confronti le censure che ti sei attirato, finché non ti sia consegnata questa Nostra lettera, che consideriamo ultima, perentoria ammonizione. Noi confidiamo in Dio, Padre delle misericordie, affinché tu voglia ritornare in te, riconoscendo la malvagità dei tuoi atti, la futilità delle motivazioni con le quali hai voluto giustificarli, ed inoltre il gravissimo debito del quale sei tenuto a dar sollecita soddisfazione alla Chiesa di Dio; speriamo che tu non tardi a detestare e ad odiare tutto ciò che hai iniquamente compiuto.

“Conviene dimenticare tutto quello che hai fatto dopo la tua partenza da Roma, prima a Costantinopoli e poi nel tuo Patriarcato, fino alla dichiarazione della tua adesione e sottomissione ai decreti del Concilio Vaticano, resa il 29 luglio 1872. Infatti tu sai bene quel che hai portato a termine erroneamente in quell’arco di tempo e con quale Apostolica sollecitudine Noi siamo venuti in soccorso delle tue necessità spirituali. Noi speravamo che non Ci avresti procurato in futuro una causa di dolore ancora più grave. Dopo questo periodo, tu inviasti alla citata Nostra Congregazione una lettera datata 12 maggio 1873, nella quale chiedevi ti fosse concessa la facoltà di consacrare Vescovi in Malabaria. Poiché Noi non potevamo consentire a tale richiesta, per le ragioni che già molte volte ti avevamo illustrate, non molto dopo tu non hai esitato a superare i confini prestabiliti, avendo ricevuto e disatteso sia la Nostra lettera Apostolica che comincia “Cum ecclesiastica“, nella quale avevamo fissato le regole da seguire nella scelta dei Vescovi, sia le altre lettere con le quali più e più volte ti ordinavamo di non osare alcunché in Malabaria. Ma tu non hai avuto riguardo di dotare del carattere episcopale due sacerdoti e di affidare loro arbitrariamente le Diocesi, e di destinare a Malabar, contro le Nostre disposizioni, il Vescovo Elia Mello, che osa definirsi metropolita di quella regione.

“Non piangeremo mai abbastanza i mali che fecero immediatamente seguito a questi tuoi ardimenti, i danni che essi arrecarono alla stessa Chiesa cattolica sia in Malabaria sia in Mesopotamia, ed il grande disdoro che comportarono per la tua dignità e per la tua fede. Infatti la disciplina ecclesiastica è stata turbata dall’operato del predetto Vescovo Elia, che hai mandato a Malabar violando il Nostro comando, e al quale hai ordinato di restare colà nonostante fosse stato colpito da solenne scomunica da Noi disposta; agli ordini sacri sono stati promossi giovani inidonei e persino indegni; chiese cattoliche sono state strappate con l’inganno e talora con la violenza; con ingiurie e con calunnie sono stati aggrediti non soltanto i missionari Apostolici ma persino lo stesso Venerabile Fratello Leonardo, Arcivescovo di Nicomedia, che in quella regione esercita la Nostra potestà vicaria; ed un luttuoso scisma è stato introdotto ed alimentato. Da qui le discordie e le contese sviluppatesi fra i fedeli Malabarici, gli uni fermamente stretti al loro legittimo Presule, gli altri legati all’intruso Elia, il quale non cessò mai di mettere in campo qualunque subdola ed iniqua manovra per ingannare gli incauti e i semplici. Codesto figlio della perdizione s’azzardò non soltanto ad affermare pubblicamente che la Nostra lettera Apostolica Speculatores, inviata ai Malabarici il 1° agosto dell’anno scorso, era falsa; ma arrivò al punto d’inventarsi di sana pianta un Breve apostolico, al quale mise la data del 20 agosto 1872, e di promulgarlo pubblicamente e solennemente come Nostra lettera. In tale testo, codesto falsario di lettere Apostoliche dice calunniosamente che nel Concilio Ecumenico Vaticano si era trattato del tuo preteso diritto in Malabaria, e che esso era stato riconosciuto dai Padri ed approvato da Noi; non ha avuto paura di chiamare a suffragio di questa sua menzogna tanti testimoni quanti furono i Padri che presero parte al Concilio Ecumenico Vaticano. Così, tramite voi, con inganni di tal fatta vengono diffusi negli animi errore e confusione, e la verità viene corrotta in malizia; oscillano i fedeli, trascinati in diverse direzioni, ed alcuni di loro si trovano ad aderire all’usurpatore scismatico, ritenendo al contrario di essere in consonanza con la Cattedra Apostolica del Beatissimo Pietro.

“Se in verità analizziamo quanto è accaduto in Mesopotamia, riscontriamo con gran dolore che alle Diocesi sono preposti Vescovi che non hanno alcuna comunione con questa Cattedra del Beatissimo Pietro, da te scelti in maniera temeraria ed illegale, contro le disposizioni apostoliche, consacrati in modo sacrilego ed iniquamente insediati. Come avresti potuto ignorare – proprio tu che ricordi anche troppo spesso di essere stato disciplinatamente educato nella fede cattolica – che nessuno può essere legittimamente creato Vescovo contro il parere della Sede Apostolica? Che non è investito di nessun potere colui che la stessa Sede Apostolica ha dichiarato privo di qualunque giurisdizione? E forse ti sembrano poca cosa il sovvertimento dell’ordine ecclesiastico suscitato dalla tua opera, il turbamento dei fedeli, le lotte, lo spirito di emulazione, ed il gravissimo scandalo che è stato recato ai fedeli, e tuttora perdura, per la tua disobbedienza alle disposizioni Apostoliche? A causa di essa esultano gli infedeli e gli eretici; oscillano confusi coloro che sono deboli nella fede; si dolgono e piangono coloro che l’hanno più salda, e non vedono per quale ragione debbano restare sottomessi ad un Patriarca che spregia l’obbedienza dovuta al Pontefice Romano.

“Che tu stesso abbia capito queste cose e le tema è dimostrato con chiarezza dalle lettere con le quali hai voluto sollevare i Venerabili Fratelli Vescovi del tuo Patriarcato contro le Nostre stesse disposizioni e costituzioni, per trarli dalla tua parte. Questo confermano le dicerie calunniose sparse fra la gente contro i missionari apostolici e contro lo stesso Nostro Delegato, il Venerabile Fratello Ludovico, Arcivescovo di Damietta; lo conferma l’impegno che, come abbiamo saputo, tu hai profuso affinché i fedeli, ed il clero in particolare, non avessero rapporti con i Nostri missionari, né potessero far ricorso alle loro parole, al loro parere o al loro ministero, instillando anzi la paura che coloro che avessero avuto frequentazioni avrebbero ricevuto censure da te. Lo conferma infine l’inimicizia contro costoro suscitata nel potere civile, che si dice tu abbia invocato come presidio contro disposizioni e censure della Sede Apostolica, che senti di aver ampiamente meritate. A coronamento di tutto ciò, si aggiunse l’altra nefasta consacrazione dei Vescovi, uno dei quali tu destinasti alla diocesi di Zaku e l’altro a quella delle Indie; maggior scandalo per i fedeli derivò dal fatto che la cerimonia fu compiuta con il massimo apparato e la massima solennità, in spregio a questa Sede Apostolica.

“Questo, Venerabile Fratello, è ciò che è accaduto ed accade in Malabaria ed in Mesopotamia per tua iniziativa, per tacer del resto; di ciò siamo costretti dal Nostro ufficio a chiedere ragione a te, che ben più gravemente renderai conto all’eterno Principe dei pastori. Che tu non abbia avuto ripensamenti, e che anzi tu disprezzi tutto ciò, è espresso temerariamente dalla ricordata tua lettera alla Nostra Congregazione di Propaganda Fide, con la quale ti sforzi di dimostrare la tua innocenza, confermando la tua fiducia nel primato pontificio ma adducendo argomenti a sostegno dei tuoi pretesi diritti sulla scelta dei Vescovi e sulle regioni Malabariche.

“Invano, infatti, tu proclami nella tua lettera di riconoscere e di onorare il primato del Pontefice Romano, se poi non ti adegui in ogni comportamento a quanto sancì il Concilio Ecumenico Fiorentino e che il Concilio Ecumenico Vaticano ha esplicitato con maggior chiarezza e confermato. Non è certo atteggiamento cattolico ammettere un primato di giurisdizione costituito per diritto divino, per poi opporgli quelli che tu chiami diritti patriarcali, istituiti per disposizione ecclesiastica, dai quali il Pontefice Romano non potrebbe derogare per ragioni di causa, di tempo e di luogo; per un Vescovo cattolico è indegno riservarsi qualunque diritto o privilegio mediante il quale intenda sottrarsi al potere ed alla disposizione piena e legittima del Beato Pietro e dei suoi successori.

“In verità Noi abbiamo sempre ritenuto che la fede cattolica fosse in te pienamente integra, e che tu non avessi mai voluto dissentire dalla dottrina e dallo spirito di tutta la Chiesa. Perciò, quando – nella lettera della tua adesione ai decreti del Concilio Vaticano, che stilasti il 29 luglio 1872 – dichiarasti che volevi ti fossero riservati e conservati tutti i diritti ed i privilegi patriarcali, come tu li chiamavi, non potemmo ritenere che tu avessi voluto fissare un limite ovvero porre una condizione alla professione cattolica da te resa: né l’una né l’altra infatti avrebbero potuto conciliarsi con la verità e con l’unità cattolica. Poiché lo spirito del tuo discorso appariva troppo duro e ambiguo, Noi ritenemmo che fosse doverosamente da respingere, rispetto a quella dottrina integra che tu dichiaravi di voler proclamare; avrai potuto rendertene conto dalla lettera che, in occasione della tua citata adesione, ti inviammo il giorno 16 novembre 1872; in quel caso accogliesti la Nostra dichiarazione in essa espressa, e da ciò che Ci rispondesti per iscritto risultò che tu ti uniformavi ad essa integralmente e tranquillamente.

“Dopo questo, tuttavia, non ti trattenesti dal diffondere la tua rivendicazione tra i tuoi Vescovi, per sostenere i tuoi pretesi diritti. Se avessi mandato loro anche una copia della Nostra lettera citata, certamente essi avrebbero capito che Noi non avevamo approvato la tua riserva, e dalla stessa Nostra lettera avrebbero desunto l’autentica dottrina cattolica, da Noi riferita, in materia di privilegi dei Patriarchi; e avrebbero notato con ammirazione la Nostra benignità nei tuoi confronti; benignità che nella stessa lettera esprimemmo con motivazioni assolutamente eccezionali e con la massima dolcezza di linguaggio, proprio quando tu avevi bisogno dell’indulgenza e dell’assoluzione della Sede Apostolica, per tutto ciò che iniquamente avevi compiuto perturbando la Chiesa Orientale.

“Non possiamo inoltre nascondere che ha costituito grande tristezza per Noi e grave scandalo per i fedeli il fatto che – per giustificare la tua disubbidienza alla Nostra Costituzione Apostolica Cum ecclesiastica – tu abbia tentato di contrastarne il valore e l’efficacia asserendo che non era stata da te ricevuta; questo in verità avrebbe potuto accadere senza scapito per la fede, dato che la Costituzione in oggetto è da annoverarsi non fra quelle dogmatiche ma fra quelle meramente disciplinari. Ma in che modo mai può essere accettato, una volta ammesso il fondamento divino della Chiesa, che la forza e l’efficacia delle Costituzioni Apostoliche dipendano dall’accoglimento dei Vescovi o di chiunque altro? Non pensavi certo questo, tu, Venerabile Fratello, quando – chiedendo la conferma della tua elezione – nella tua lettera promettevi che saresti stato obbediente e soggetto a Noi per tutto il tempo futuro della tua vita e dimostravi questa soggezione con il tuo comportamento. Questo certo non pensarono i Patriarchi cattolici della Caldea che ti hanno preceduto. Questo infine non pensò certo il famoso Simone Sulaka, che ti vantavi di aver avuto come predecessore. Egli infatti professò con tanto vigore il primato della giurisdizione del Romano Pontefice da promettere che “egli avrebbe sempre ottemperato, come figlio dell’obbedienza, agli ordini, alle disposizioni, ai divieti e ai comandi del nuovo Papa Giulio III, dei suoi successori assurti canonicamente al ruolo di Pontefici Romani, e della Sede Apostolica“. Riteniamo che questa professione di fede sia conservata nei tuoi archivi, dato che fu inserita integralmente nella lettera Apostolica che lo stesso Giulio, Nostro Predecessore, inviò a Sulaka il 20 febbraio 1553 per confermargli l’elezione a Patriarca.

“Che dire poi del pretesto che accampi: il timore dei mali che dici potrebbero derivare a te ed ai tuoi dal potere civile, nel caso tu obbedissi alla Nostra citata Costituzione, portando l’esempio dei mali che toccarono al Venerabile Fratello Patriarca Armeno ed alle Chiese cattoliche dello stesso Rito? Ecco dove approdano anche i più solidi Presuli della Chiesa quando cominciano ad allontanarsi da questa Sede del Beatissimo Pietro Principe degli Apostoli dalla cui solidità trae linfa vitale ogni forza dei sacerdoti! I Santi Apostoli di Dio insegnarono che si deve obbedire ai Principi terreni e si devono pagar loro i tributi: nella Chiesa cattolica, che ha sempre rispettato e rispetta questa dottrina, è sempre stata disapprovata e condannata la ribellione contro i poteri legittimi. Non sarà però lecito venire meno al rispetto ed all’obbedienza che si debbono alle leggi divine ed ecclesiastiche, se per caso il potere civile abbia qualcosa contro di loro. Infatti Colui che disse di dare a Cesare quel ch’è di Cesare, ordinò anche di dare a Dio quel ch’è di Dio; e quando si trattò di difendere le disposizioni di Cristo nostro Signore, gli Apostoli si esposero intrepidamente davanti al potere civile: è necessario obbedire più a Dio che agli uomini. Se non è vano riportare alla mente e riflettere sui tanti esempi di santissimi uomini e di antichi martiri, che hanno subìto torture terribili dai poteri di questo mondo per non venir meno al rispetto della legge divina od ecclesiastica, guarda anche quel che accade alle Chiese Cattoliche, sia quelle orientali – soprattutto l’Armena – sia quelle occidentali, in particolare quella Tedesca e quella Elvetica. Colà i Vescovi, il clero ed anche i più eminenti fra i laici, pur conservando il pieno rispetto e la dovuto sudditanza ai legittimi poteri, non hanno paura delle loro minacce quando si deve rendere a Dio ciò che è di Dio; né, per paura di punizioni, tradiscono la verità o il loro dovere, o si allontanano dalla Sede Apostolica. Anzi, sopportano con animo sereno la sottrazione dei beni, il carcere, l’esilio, sapendo di avere assicurato la massima grazia e la mercede in cielo.

“Per difendere poi i tuoi pretesi diritti sulla Malabaria, tu sostieni che i fedeli di quella regione ti debbono essere sottoposti perché mantengono il rito caldeo e perché un tempo erano soggetti ai Patriarchi caldei. Non abbiamo intenzione di introdurci in dispute storiche, nelle quali ciascuno la pensa diversamente. Anche se le cose stessero come tu sostieni, non per questo raggiungeresti il tuo obiettivo. Anche se un Vescovo, di qualunque dignità ed ordine, ha ricevuto un tempo la giurisdizione su una regione, non per questo la regione dovrà essere soggetta in perpetuo al Vescovo di quella sede e non c’è alcun motivo per cui, con una decisione legittima e per legittima causa, non possa esser trasferita alla giurisdizione di un altro Vescovo. Molti esempi tratti dagli Annali della Chiesa e dagli Atti dei vecchi Concilii confermano questa tesi. Per la verità, i Nestoriani ed altri Patriarchi scismatici si sono arrogati abitualmente la giurisdizione ecumenica ed universale su tutti i fedeli del loro rito, in qualunque terra abitino; infranti i vincoli che li congiungevano a questa Sede Apostolica, essi non riconoscono alcun superiore. Ciò non è mai stato concesso ai Presuli cattolici, né autorizzato dai canoni legittimi, ne dalle Costituzioni pontificie.

“Inoltre hai sostenuto che la giurisdizione sul territorio di Malabar ti era stata promessa, affermando che a ciò si era formalmente obbligato nei tuoi confronti il Venerabile Fratello Zaccaria, Vescovo di Maronea, recentemente sottratto ai vivi. Egli, che pure Ci ha riferito molte cose di quelle che ha fatto costà, non ha mai scritto nulla alla Nostra Congregazione su una promessa di questo tipo; né Noi gli demmo mai alcuna facoltà di formularla. Comunque non apparirebbe valida alcuna ragione che avesse potuto indurlo a fare una tale promessa. Infatti non possiamo accettare che l’abbia fatta per ottenere la tua adesione alle Costituzioni del Concilio Vaticano, perché l’autorità del Concilio non aveva bisogno della tua adesione ed un simile modo di agire si sarebbe tradotto in onta non solo per la tua coscienza e la tua dignità, ma anche per la sua.

“Per dimostrare le concessioni della Sede Apostolica, tu presentasti una lettera, inviata il 28 aprile 1553 dal Nostro predecessore Giulio III di felice memoria, con la quale venivano concessi il sacro pallio ed alcune facoltà speciali al ricordato Sulaka, Patriarca del rito caldeo. Tu hai ordinato che nelle chiese venisse diffusa la traduzione araba – neppure molto fedele – di quella lettera, per contrapporre alle Nostre disposizioni e alle Nostre Costituzioni i decreti e le lettere dei Nostri Predecessori. I quali, tu dici, avrebbero confermato la giurisdizione dei Patriarchi caldei sulle regioni dell’India ed inoltre avrebbero concesso loro l’arbitrio di scegliere i Vescovi. Giulio III, come tu stesso sai, nella ricordata lettera concesse al Patriarca Sulaka la facoltà di confermare con la sua autorità patriarcale l’elezione di Vescovi ed Arcivescovi suoi sudditi, una volta che essa fosse avvenuta correttamente, secondo il rito e la prassi della Chiesa Romana, e di impartire ai Vescovi ed agli Arcivescovi così eletti, dopo che le loro elezioni fossero state ratificate, il potere della consacrazione, secondo il rito e la prassi predetti, dopo aver ricevuto da essi, nel nome del Pontefice Romano e della predetta Chiesa Romana, il solito giuramento della dovuta fedeltà. Perciò devi capire, come appare chiaro a chiunque legga quella lettera, che egli non vi ha sancito o fissato nulla che riguardi i luoghi in cui debba essere esteso il diritto patriarcale di Sulaka: l’impiego della potestà concessa era anzi espressamente vietato per quei luoghi nei quali i Presuli vengono designati dal Pontefice Romano. Perciò quella lettera non ti aiuta assolutamente ad estendere la tua giurisdizione oltre i confini nei quali è racchiusa attualmente; alle tue aspirazioni sulla Malabaria, dove i Presuli sono istituiti dal Pontefice Romano, contraddicono apertamente quei Cristiani che proprio per questo motivo, rigettata nel Sinodo Diamperitano del 1599 l’eresia Nestoriana, si sono aggregati alla Chiesa Cattolica. In quel Sinodo essi giurarono e promisero formalmente che non avrebbero mai riconosciuto alcun Vescovo, Arcivescovo, Prelato, Pastore o Governatore, se non quello che fosse direttamente nominato dalla Santa Sede Apostolica tramite il Papa Pontefice Romano. Ciò fu sancito e ribadito dall’autorità dei Nostri Predecessori Clemente VIII e Paolo V, ed è stato osservato fino ad oggi.

“In questa lettera monitoria, Venerabile Fratello, riconoscerai il segno della Nostra singolare longanimità e carità nei tuoi confronti; con essa Ci siamo impegnati con sollecitudine a mostrarti la debolezza dei sofismi nei quali ti sei invischiato ed a recuperarti a saggi consigli, nella speranza che, con l’aiuto della grazia di Dio, ascoltando una buona volta la Nostra voce, tu ti ravveda e ritragga dal pericolo di un imminente scisma te e le chiese di rito caldeo a te affidate. Perciò, con la Nostra autorità Apostolica, nel rispetto della santa obbedienza e sotto la minaccia del giudizio divino, ti ordiniamo esplicitamente, Venerabile Fratello, di richiamare al più presto dalla Malabaria il Vescovo Elia Mello e quanti altri vi siano, sacerdoti, monaci ed anche Vescovi del tuo rito; e di lasciare che quella regione, nella quale abbiamo già dichiarato e ripetiamo che non hai nessuna giurisdizione, sia governata dal suo legittimo Presule in pace e cattolica armonia.

“Ordiniamo inoltre che tu richiami dalle Diocesi alle quali li avevi arbitrariamente, sacrilegamente e inefficacemente preposti, i sacerdoti Elia e Matteo e gli altri che, contro la Nostra Costituzione, avevi recentemente elevato alla dignità episcopale. Quanto alle Diocesi del tuo Patriarcato che mancano di un legittimo pastore, affidane il governo e l’amministrazione ad altri sacerdoti del tuo rito che ne siano degni ed idonei, fintanto che alle stesse Diocesi non siano assegnati Vescovi legittimi, correttamente nominati. Se trascurerai di adempiere questa Nostra disposizione, Noi stessi Ci occuperemo di quelle Diocesi, come C’impone doverosamente il ruolo del Nostro Apostolato.

“Inoltre ti ammoniamo di evitare assolutamente l’abuso di punizioni ecclesiastiche, che abbiamo saputo esser state da te comminate e utilizzate spesso con arbitrio e senza giusta causa. Se infatti tu le irrogherai per ragioni non giuste ed adeguatamente gravi, non potremo esimerci dall’assolvere, con la Nostra autorità (come già altre volte Ci hai costretto a fare) quei fedeli che, colpiti da pene ingiuste, fanno ricorso a Noi. Vogliamo in definitiva che tu ti attenga assolutamente a tutto ciò che la Nostra Congregazione ti ha scritto nella lettera del 27 agosto dell’anno scorso.

“Confidiamo che tu eseguirai con scrupolo tutto ciò che ti abbiamo ordinato nel Signore; a questo scopo invochiamo per te la pienezza delle grazie divine. Se – ma speriamo di no! – trascurerai di obbedire a questa Nostra perentoria ammonizione e persisterai nella caparbietà, sappi che Noi seguiremo le orme dei Nostri Predecessori, che non tralasciarono, quando si rese necessario, di colpire con pene e censure ecclesiastiche gli antichi Patriarchi, nonostante in qualche caso fossero protetti dal patrocinio dei potenti; e li castigarono non soltanto con la pena della scomunica, ma anche della deposizione. Se sarà necessario, seppure con grande dolore Noi attueremo nei tuoi confronti questa stessa procedura, per non essere rimproverati dall’eterno Principe dei Pastori di aver tradito il Nostro ministero e di aver trascurato la fede e la salvezza di tante anime, trascinate ad un gravissimo punto nodale.

“Noi ti preghiamo, Venerabile Fratello, e ti scongiuriamo nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo, affinché tu riconsideri seriamente di fronte a Dio la tua malvagia condotta, il grado della tua dignità, la tua età ed il gravissimo pericolo per la tua eterna salvezza; implorata con umili preghiere la luce divina, prendi dunque quelle decisioni che dimostrino nei fatti il tuo ossequio verso la Sede Apostolica, tante volte asserito a parole; quelle decisioni che allontanino da te la rovina nella quale, finché presti orecchio agli iniqui consiglieri, deploriamo che trascinerai te stesso ed il popolo che ti è stato affidato dalla Nostra autorità.

“Affinché la misericordia divina si sparga benignamente, a te Venerabile Fratello, insieme con i Vescovi, il clero, i monaci ed i fedeli che rimangono in comunione ed obbedienza con la Sede Apostolica, impartiamo con affetto la Benedizione Apostolica nel Signore.

“Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 settembre 1875, anno trentesimo del Nostro Pontificato”.

19. La risposta a questa Nostra lettera tardò a lungo. Dapprima accettammo che il ritardo fosse dovuto ad una malattia, ma dopo che egli si era ripreso niente più poteva scusarlo. Nel frattempo i suoi comportamenti, che seguivamo con la massima attenzione, Ci fornivano una risposta più eloquente di una lettera. Infatti non furono richiamati dalla regione Malabarica coloro che vi erano stati inviati, e nemmeno dalle Diocesi i sacerdoti sconsideratamente investiti della dignità episcopale. Per di più, l’intruso nella diocesi di Amida ebbe l’ardire di promuovere agli ordini alcuni monaci, che poco dopo il Patriarca in persona non si peritò di avviare al sacerdozio. I sacerdoti che non volevano accettare questo malvagio comportamento furono vessati con minacce e punizioni; in alcuni casi furono fatti passare come perturbatori del popolo e ribelli al Patriarca; in altri puniti con l’aiuto del potere civile. Né possiamo fingere di ignorare la risposta che il Patriarca diede il 7 febbraio di quest’anno alla lettera inviatagli da alcuni Mauxiliesi. In essa dichiarava con estrema franchezza che non aveva mai rinunciato – né mai lo avrebbe fatto – ai suoi pretesi diritti; che questo era dimostrato dai suoi comportamenti, chiari, diceva, come il sole; che egli poteva valersi del ministero patriarcale, così come se n’erano valsi i suoi predecessori Patriarchi cattolici, mantenendosi come loro congiunto in fede e disciplina con il Sommo Pontefice; al qual proposito ordinava loro di non avere nessun dubbio e nessun sospetto. Questa esplicita dichiarazione fu resa ancor più inequivoca dalla lettera che gli stessi Mauxiliesi inviarono al Patriarca il 20 dello stesso mese di febbraio. Costoro, infatti, mentre lo ringraziavano e promettevano di trarre forza e coraggio dalla sua dichiarazione, affermavano di essere, allora ed in futuro, concordi fino alla morte con il Patriarca nel rifiutare la Costituzione Apostolica, nel proteggere i suoi diritti e nel proseguire l’invio di Vescovi in Malabaria.

20. Mentre tutto ciò poco alla volta veniva a galla, i fedeli si meravigliavano che quest’uomo, completamente immemore della propria dignità e così cambiato rispetto a colui che in altri tempi aveva dimostrato la propria fede e la propria obbedienza alla Sede Apostolica, avesse potuto procedere impunemente fino a quel punto; tanto che i Caldei, invasori della Malabaria, da ciò traevano argomento per difendere lo scisma che avevano introdotto colà e per negare impudentemente l’autenticità o la fondatezza della Lettera Apostolica con la quale avevamo comandato d’intervenire contro il Vescovo Mello e contro i suoi seguaci; si seppe che altri erano giunti ad un tal limite d’impudenza da negare che il Patriarca potesse essere da Noi scomunicato.

21. Si era dunque arrivati al punto in cui per Noi non sarebbe più stato lecito evitare di comminare le pene canoniche al Patriarca, che, più volte ammonito, aveva rifiutato di obbedire agli ordini e non si tratteneva dal rendere nota la sua disobbedienza con le azioni e con gli scritti. Frattanto, con data 19 marzo di questo anno, Ci giunse la sua risposta, così a lungo aspettata; da essa ricavammo la certezza, non senza grande dolore del Nostro animo, che la sua ostinazione era più che abbondantemente confermata. Che cosa infatti di più sciocco o di più ingiurioso avrebbe potuto escogitare che mettere in dubbio, come il Patriarca fa all’inizio della sua risposta, l’autenticità della Nostra lettera che gli era stata mandata secondo la prassi per il tramite del Nostro Delegato in Mesopotamia? Tutta la sua risposta consiste nel garantire più e più volte, con gran giro di parole e con adulazione, la propria fede cattolica e la propria obbedienza nei Nostri confronti. A quel punto egli cerca di tutelare e rivendicare i suoi interessi, sia in riferimento all’elezione dei Vescovi, sia per quanto riguarda la Malabaria, ripetendo una volta di più quei concetti che già tante volte Ci aveva scritto a questo proposito; fingendo tuttavia di non conoscere assolutamente le risposte che, per soddisfare compiutamente la giustizia, gli avevamo fatte avere nella Nostra lettera monitoria. Ripetendo sempre le stesse frasi, aggiunge anche molte lamentele contro i Missionari Apostolici, ai quali attribuisce – in modo tanto calunnioso quanto impudente – la causa dello scompiglio dei Caldei. Egli non si perita inoltre di scongiurarci affinché manifestiamo la Nostra approvazione al fatto che egli invii successivamente in Malabaria dei Vescovi di rito caldeo. Alla fine annuncia di avere in animo di convocare dopo l’inverno alcuni suoi Vescovi per renderli partecipi delle Nostre disposizioni, e decidere unanimemente con loro che cosa sia opportuno fare; ciò egli Ci farà sapere al più presto.

22. Voi vedete, Venerabili Fratelli e diletti Figli, quale risposta Noi possiamo dare a quest’ultima sua lettera, tenuto anche contro di quel che abbiamo detto nelle Nostre missive precedenti. La divina Sapienza (Sir 32,6) infatti ammonisce a non spendere parole dove esse non possono essere udite. Lo stesso Patriarca ricorda di aver dovuto molto subire per aver difeso e propagato la fede cattolica; per questo abbiamo usato con lui la massima pazienza. Ma va ricordato anche che colui che abbia osservato tutta la legge, ma si sia reso colpevole di una cosa, sarà considerato colpevole di tutto (Gc 2,10); e non chi avrà cominciato, ma chi sarà arrivato fino in fondo sarà salvato. Che cosa possiamo dire di quel che ha messo insieme contro i Missionari? Noi abbiamo accertato che essi si sono valsi dei loro diritti religiosamente; se risulta che essi abbiano compiuto qualcosa di malvagio, ne venga riferito a Noi, con un’esposizione diligente ed accurata di tutto lo svolgimento della vicenda; né certamente verremo meno all’obbligo di rendere giustizia a ciascuno. Non siamo disposti a prestare orecchio tollerante a vaghe accuse, soprattutto sapendo che i Missionari hanno affrontato le calunnie e l’invidia dei malevoli e per di più furono talora perseguitati con gravissime offese, non solo con la connivenza e la condiscendenza del Patriarca, ma persino per sua iniziativa.

23. Stando così le cose, è evidente che il Venerabile Fratello Patriarca Giuseppe, per quanto più volte ammonito, non soddisfece né volle soddisfare Noi e la Sede Apostolica. A che cosa serve, infatti, proclamare il dogma cattolico del primato del Beato Pietro e dei suoi successori, ed aver diffuso tante dichiarazioni di fede cattolica e di obbedienza verso la Sede Apostolica, quando le azioni in sé smentiscono apertamente le parole? Forse che non diventa persino meno scusabile la caparbietà, quanto più si riconosce il doveroso impegno dell’obbedienza? Forse che l’autorità della Sede Apostolica non si estende oltre ciò che è stato da Noi disposto, o basta avere comunione di fede con essa, senza obbligo d’obbedienza, perché si possa considerare salva la fede cattolica? Fino ad ora nei confronti del Patriarca Noi abbiamo agito con la massima mitezza e nei suoi confronti abbiamo usato una pazienza così grande, quale da Noi non si sarebbe dovuto aspettare. È tuttavia giusto che anche la pazienza e la longanimità abbiano una loro misura: per evitare, come spiega il Nostro Predecessore San Gregorio Magno , che la forza della punizione sia addolcita oltre misura da un eccessivo languore. Lo stesso Cristo Signore ci ha insegnato che colui che sarà stato ammonito inutilmente più e più volte e non avrà dato ascolto nemmeno alla Chiesa, dev’essere considerato come un pagano e un pubblicano. Perciò i Pontefici Romani, per l’autorità ricevuta da Dio sopra tutti, di qualunque ordine e dignità, per conservare l’integrità dell’unità e della Fede Cattolica, e per annullare l’arroganza dei ribelli, spesso hanno dovuto far ricorso alla scomunica degli stessi Patriarchi, deponendoli anche, quando si è reso necessario, come risulta più volte negli annali delle Chiese Orientali, e come voi non potete assolutamente ignorare.

24. È perciò necessario che Noi, sia pur mal volentieri e rattristati, teniamo lo stesso comportamento col predetto venerabile Fratello Giuseppe, affinché egli non si burli ulteriormente di questa Sede Apostolica e del popolo cristiano con le lusinghe delle parole; affinché non si trinceri dietro la comunione con Noi mentre invece è contro di Noi e trasgredisce le disposizioni dei Padri. Perciò abbiamo ritenuto di dover spedire questa lettera enciclica a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti e a ciascuno dei fedeli del vostro rito, affinché conosciate la realtà autentica delle cose e tutto ciò che fino ad ora il vostro Patriarca ha compiuto e sta compiendo e che è – come abbiamo detto sopra – contrario alle decisioni ed alle Costituzioni Nostre e di questa Sede Apostolica; e sappiate che tutto ciò viene da Noi rigettato e condannato. Perciò Voi non dovete – e nemmeno potete – obbedirgli in quei casi in cui sia accaduto o accada che egli disponga contro gli ordini Nostri e della Sede Apostolica. State attenti a non essere ingannati dalle false narrazioni e dalle dicerie calunniose che vengono messe in giro per invidia, specialmente su questioni rituali o – come dicono – nazionali. Si tratta infatti, Venerabili Fratelli e diletti Figli, dell’obbedienza che si deve prestare o negare alla Sede Apostolica; si tratta di riconoscerne la suprema potestà, anche nelle vostre Chiese, quanto meno per ciò che riguarda la fede, la verità e la disciplina; chi l’avrà negata è un eretico. Chi invece l’avrà riconosciuta, ma orgogliosamente rifiuti di obbedirle, è degno dell’anatema. Se qualcuno, ritenendo di giudicare diversamente lo stato delle cose, si allontanerà dalla retta via, si affretti a pentirsi. In verità, se tutti coloro che debbono averla useranno nei confronti del loro Patriarca sincera carità, essi tenteranno di riportarlo alla buona messe con ammonizioni, esortazioni, frequenti preghiere elevate a Dio, secondo ciò che il Signore avrà concesso a ciascuno. – Perché tutto ciò accada aspetteremo fino a quaranta giorni, pregando anche personalmente Dio fra i gemiti, affinché il cuore di colui non s’indurisca, ma oda alla fine la Nostra voce e ritorni a saggi consigli e con questa decisione procuri a sé ed alla sua gente la vera utilità ed il vero bene. Una volta trascorsi quaranta giorni dacché questa lettera sarà giunta nelle sue mani, se egli persevererà – Dio non voglia! – nella sua ribellione e nella sua disobbedienza, e non darà seguito nei fatti a tutto ciò che Noi gli abbiamo ordinato, saremo costretti a rendere operativa nei suoi confronti, senza ulteriore dilazione, la sentenza in forza della quale egli sarà completamente allontanato dalla comunione con Noi, cioè dalla comunione con la Chiesa cattolica, e, legato dal vincolo della scomunica maggiore, per ciò stesso sarà privato di ogni e qualunque giurisdizione spirituale nei confronti dei fedeli del suo Patriarcato.

25. Non potremmo impiegare verso di lui pazienza e commiserazione tanto grandi senza preoccuparci contemporaneamente con efficacia della salvezza delle anime, individuando fin d’ora che cosa sia necessario per garantire la loro incolumità e per strapparle dai gravissimi pericoli nei quali sono state trascinate, ed ogni giorno vengono spinte vieppiù, per la disobbedienza del Patriarca. Come possiamo infatti tollerare che i fedeli delle Diocesi di Iezira, Amida, Zaku siano stati affidati fino ad ora all’arbitrio di pseudopastori, dei quali è sacrilega la consacrazione, illegittima la missione, nulla la giurisdizione? Che tutti costoro tentino di raggirare i più ingenui, ingannare gl’incauti, spaventare i più dedoli ed allontanare tutti dal centro della comunione cattolica, anche se a parole ripetono espressamente il contrario? E mentre si gloriano di essere baluardo della potestà patriarcale e velame della propria malvagità, facciano di tutto per irretire le coscienze? Forse che non dovremmo privarli completamente di questo presidio e strappare dalla loro tirannia i fedeli delle Diocesi che furono loro affidate?

Perciò, su suggerimento dei Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa preposti agli affari del rito orientale con la Nostra autorità Apostolica sospendiamo il Venerabile Fratello Giuseppe Audu, Patriarca Babilonese dei Caldei, da ogni e qualsivoglia giurisdizione sulle ricordate Diocesi di Iezira, Amida e Zaku e su tutte le altre del suo rito che attualmente sono prive di un Pastore legittimo o che lo diverranno in futuro. Riserviamo a Noi ed a questa Sede Apostolica il loro governo e la loro amministrazione, fintanto che non siano assegnati loro regolarmente Vescovi legittimi.

26. Vogliamo e disponiamo che i Vescovi intrusi Matteo, Ciriaco ed Elia, che una consacrazione temeraria e sacrilega ha insignito del carattere episcopale, e che non hanno alcuna giurisdizione, si allontanino immediatamente dalle predette Diocesi e adempiano tutto ciò che abbiamo loro ordinato nella lettera della ricordata Nostra Congregazione. Se non avranno attuato tutto ciò nell’arco, come sopra, di quaranta giorni, e soprattutto se non si saranno allontanati dalle citate Diocesi e non ne avranno rimessa completamente e concretamente l’amministrazione malvagiamente usurpata, procederemo anche contro di loro con la sentenza di maggiore scomunica.

27. Quanto al Vescovo Tommaso Rokos, che nella seconda sacrilega consacrazione ha affiancato il Patriarca Giuseppe, svolgendo il ruolo dei Vescovi consacranti, per quanto reiteratamente ammonito, egli si presenta ancora ribelle; perciò puniremo anche lui con analoga pena di scomunica se entro il termine di quaranta giorni, da calcolare come sopra, non avrà riprovato per iscritto il suo delitto e tutto ciò che il Patriarca ha illegittimamente commesso contro le Nostre Costituzioni e disposizioni.

28. Noi stessi Ci occuperemo del governo delle Diocesi che mancano di un legittimo Pastore, affidandone l’amministrazione ad idonei Sacerdoti del medesimo rito Caldeo, con le opportune e necessarie facoltà per dirigerle, indipendentemente non solo dagli pseudovescovi intrusi, che non hanno né possono avere alcuna autorità, ma anche dallo stesso Patriarca, al quale, con questa Nostra lettera, viene sottratta qualunque giurisdizione su quelle diocesi.

29. In verità, poiché non ignoriamo che il Patriarca si era accanito con censure e pene ecclesiastiche contro quei sacerdoti, chierici e fors’anche altri fedeli, che avevano rifiutato di concordare con i suoi malvagi disegni, facciamo presente che Noi avevamo già concesso una speciale facoltà al Venerabile Fratello Ludovico, Arcivescovo di Damietta, Nostro Delegato in Mesopotamia, per esaminare la forza e la fondatezza di queste censure e pene che, in quanto comminate dal legittimo Pastore, nessuno può rigettare; e di sollevarne coloro che avrà giudicato essere stati ingiustamente condannati nel Signore. Noi confermiamo questo potere speciale e straordinario al medesimo Delegato Apostolico, finché lo stesso Patriarca non avrà dato piena e totale soddisfazione a Noi ed a questa Sede Apostolica, o la stessa facoltà non gli sia revocata in altro modo.

30. Mentre adempiamo, con queste scelte necessarie, il gravissimo incarico del Nostro Apostolato, non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che Voi ottempererete al vostro dovere, sia verso i fedeli a Voi affidati, sia verso la Sede Apostolica, con diligenza tanto maggiore quanto più difficili sono le circostanze che Ci tormentano. Vi rattristerete probabilmente e sopporterete amaramente che il vostro Patriarca sia stato pesantemente punito e che ancor più pesantemente lo sarà in futuro. Ci rattristiamo anche Noi, che lo abbiamo sempre amato e che, per quanto riluttante e disobbediente, non lo abbiamo mai privato della Nostra carità, e vi chiamiamo a testimoni di quanta carità, pazienza e longanimità abbiamo usato con lui. Al punto però in cui il Patriarca rifiuta pervicacemente di obbedire alle Nostre disposizioni ed ai Nostri comandi, ed offre agli altri un esempio di disobbedienza, non Ci è più lecito continuare ad essere pazienti e trattenerci ancora dal comminargli le pene meritate. Infatti temiamo e tremiamo di fronte alla condanna che il sacerdote Heli meritò di ricevere per aver castigato negligentemente i suoi figli, mentre sarebbe stato necessario espellerli dalla porta del tempio dato che perseveravano nella nequizia, dopo esser stati ammoniti una prima e una seconda volta . Da ciò discese che gli stessi figli furono uccisi in un sol giorno, trentamila popolani vennero ammazzati, l’arca del testamento fu catturata e lo stesso sacerdote, cadendo all’indietro, morì miseramente con la testa spaccata. Intanto Voi agite presso il vostro Patriarca con la stessa Nostra carità, dandovi da fare affinché il periodo che gli abbiamo concesso per pentirsi non abbia a trascorrere invano e senza esito. Stategli vicino, affinché non sporchi con questa macchia la sua età avanzata e la sua elevatissima dignità, cosicché colui che un tempo si adoperò per la tutela e la crescita della Fede cattolica, colui che un tempo fu obbediente e devoto a Noi ed a questa Sede Apostolica, non debba essere riprovato dalla stessa Sede Apostolica e privato a buon diritto di quel potere che da Lei aveva ricevuto.

Conviene che teniate tutto questo come vostro modello, Sacerdoti, Monaci e quanti siete chiamati al servizio di Dio; che educhiate il vostro popolo alla rettitudine contemporaneamente con le parole e con l’esempio, affinché non accada che, ingannato con malvagie dottrine e falsi discorsi, esso sia allontanato, inconsapevole o controvoglia, dalla solidissima pietra sulla quale Cristo Dio ha edificato la Sua Chiesa.

31. Infine esortiamo Voi, genti tutte del Rito Caldeo, ad invocare con fervide preghiere presso Dio e l’eterno Principe dei Pastori Cristo Gesù, con l’intercessione della Beatissima Maria, Madre di Dio, la luce e la potenza della grazia per il vostro Patriarca e per gli altri che hanno miseramente sbagliato; ed in auspicio del sostegno celeste, ed in pegno del Nostro affetto impartiamo amorevolmente la Benedizione Apostolica a Voi, Venerabili Fratelli e Diletti Figli, che rimanete in comunione ed obbedienza con la Sede Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il primo settembre 1876, anno trentunesimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “QUÆ IN PATRIARCHATU” (1)

S. S. Pio IX, scrisse questa lunga lettera Enciclica per portare ordine nella questione malabarica minata da un comportamento poco rispettoso nei confronti della disciplina e dei canoni imposti dalla Chiesa Cattolica per mezzo della Sede Apostolica. La questione è riassunta qui in modo dettagliato con tanto di lettere del Sommo Pontefice e delle risposte del Patriarca ribelle. Al di là della vicenda specifica, l’interesse di questa lettera si spiega per il fatto che il Pontefice rivendichi il suo ruolo decisionale, quale Vicario di Cristo e capo in terra della Chiesa su ogni questione liturgica, dottrinale, teologica, gerarchica, disciplinare. Il grande Pio IX con fermezza e carità paterna richiama il dissidente, ribadendo la distinzione dei ruoli e la superiorità gerarchica in una società voluta dal suo Fondatore, rigidamente rispettosa dei ruoli e senza ammettere prevaricazioni di sorta. Questo è il ruolo del Vicario di Cristo, paterno ma deciso nei suoi richiami, preoccupato delle anime affidate ai suoi Vescovi e Patriarchi, della loro eterna salvezza a gloria di Dio. Quanto diverso è il comportamento degli antipapi “democratici” apparentemente, ma in realtà dispotici e tirannici nel loro servizio attivo in favore del “nemico infiltrato e travestito da angelo di luce” per la perdizione e dannazione delle anime che da essi si fanno stoltamente guidare.”


Pio IX
Quæ in Patriarchatu

1. Non crediamo che Voi ignoriate le cose che sono avvenute nel Patriarcato di rito Caldaico da diversi anni a questa parte, e che ancora avvengono, tuttavia è conveniente ricordarle, affinché sappiate come sono andate realmente le cose, quanto è stato fatto da Noi e che cosa rimane ancora da fare per allontanare i danni che minacciano la vostra fede cattolica e l’unità. Abbiamo ragione di temere che non si sia agito sinceramente con voi e che la verità sia stata oscurata con capziose ambiguità di parole, e i fatti siano stati esposti calunniosamente o distorti in senso malvagio. Seguendo pertanto l’esempio dei Nostri Predecessori, che in simili congiunture non tralasciarono di rendere edotti i Vescovi, il Clero e il popolo sulla vera situazione, vogliamo fare anche Noi la stessa cosa, affinché non appaia che siamo carenti per nessuna ragione al dovere del Nostro Apostolato.

2. È stata tanto grande la rovina recata alle vostre regioni dall’eresia di Nestorio, che ha devastato codesta vigna del Signore, una volta così fiorente, come se un cinghiale, animale particolarmente selvatico, fosse uscito dalla selva e l’avesse distrutta. Infatti, si affievolì poco a poco la scrupolosa osservanza dei Canoni; scomparve la solenne autorità dei Pontefici; prese piede l’ambizione di uomini che, privi del timor di Dio, aspiravano alle cariche ecclesiastiche; s’introdusse l’obbrobrio della successione ereditaria dei Patriarchi; e la dottrina cattolica si trovò infettata, oltre che degli antichi errori quasi obsoleti, anche di nuovi, al punto che sembrava dovesse considerarsi cancellato lo stesso nome Cristiano. I Romani Pontefici non cessarono mai di curare attentamente tutti questi mali, finché fu loro permesso di inviare in Oriente uomini Apostolici, per opera dei quali non pochi Presuli Nestoriani, dopo avere abiurata l’eresia, sono ritornati alla fede cattolica e all’unità. Con quanta attenzione e con quanta carità siano stati accolti, sia quelli che inviarono lettere ai Nostri Predecessori, sia quelli che, dopo aver superato le molestie e le fatiche di un lungo pellegrinaggio, giunsero a questa santa Città, appare manifesto tanto dagli Atti della Sede Apostolica, quanto dalle lettere della stessa che riteniamo esistano ancora nei vostri archivi.

3. Giunse finalmente l’auspicato giorno luminoso nel quale, tolte di mezzo tante difficoltà e specialmente rimosso l’impedimento della successione ereditaria dei Patriarchi, era lecito sperare che, ristabilito e ricomposto l’ordine della disciplina ecclesiastica, che è custodia e baluardo della fede, potesse rinascere e rifiorire la Chiesa di rito Caldaico. Noi speravamo che questo potesse avvenire per opera del Venerabile Fratello Giuseppe Audu, che allora era Vescovo di Amida. Animati quindi da tale speranza, lo abbiamo nominato Vicario Apostolico del Patriarcato Caldaico, allorché questo si rese vacante per la rinuncia di Isaia Giacomo, resa nelle Nostre mani. In seguito Ci siamo molto rallegrati quando abbiamo saputo che la medesima persona era stata richiesta e poi eletta alla dignità patriarcale con i voti dei Vescovi. Successivamente abbiamo confermato con tanta soddisfazione questa elezione, o istanza, nel Concistoro dell’11 settembre 1848, e con la Nostra autorità Apostolica abbiamo nominato il predetto quale Patriarca di Babilonia dei Caldei, difendendolo strenuamente quando fu assalito da tanti obiettori. La speranza che avevamo precedentemente concepito, fu confermata non soltanto dalla fedeltà e dall’obbedienza che egli promise con solenne giuramento a Noi e ai Nostri Successori, come è costume e dovere di tutti i Patriarchi cattolici, ma anche con lettere ossequiose con le quali espose i suoi egregi sentimenti di una devota volontà e di un animo sottomesso a Noi e a questa Santa Sede.

4. Ma non molto dopo scrisse una e più volte alla Nostra Congregazione di Propaganda Fide che gli erano state recapitate lettere dei Malabarici, per opera ed iniziativa di un Vescovo eretico dei Siro-Giacobiti che dimorava colà, nelle quali gli stessi Malabarici, raccogliendo molte proteste e accuse contro i Missionari Latini e i Vescovi che li curavano spiritualmente in Nostro nome, chiedevano che fosse loro concesso dal Patriarca un Vescovo del loro rito. Sebbene fosse certo che lo stesso Patriarca non poteva avere nessuna giurisdizione sui Malabarici, tuttavia era giusto esaminare diligentemente le loro doglianze per poter provvedere alle loro necessità spirituali con tanta maggiore efficacia e celerità, quanta maggior sollecitudine la Sede Apostolica deve avere verso coloro che essa stessa regge e governa tramite i suoi Vicari. Per tali ragioni fu disposta un’accurata indagine per accertare la verità, al fine di poter giudicare che cosa si doveva fare e stabilire per il loro vantaggio spirituale. Mentre ritardava una risposta definitiva, si venne a sapere quello che poi fu provato da una lettera autografa inviata in data 21 dicembre 1856 a un sacerdote Malabrico di nome Emmanuele: le richieste venivano eccitate dallo stesso Patriarca dei Malabarici; veniva favorita la speranza e insegnato il modo con i quali si potevano soddisfare i desiderata, stancando la Santa Sede con lamentele contro i Missionari e con frequenti e ripetute istanze. Frattanto Noi, desiderando comporre la questione con miti provvedimenti, abbiamo dato mandato al Nostro Pro-Delegato in Mesopotamia di far recedere il Patriarca dal suo intento. Questi fu anche invitato a non interessarsi più della regione Malabarica.

5. Egli però non diede ascolto agli ordini, e pretendendo che la regione dei Malabarici a buon diritto fosse di sua competenza, scelse fra i suoi familiari Tommaso Rokos e, ordinatolo Vescovo, lo mandò a Malabar, nonostante si opponesse e lo proibisse, anche sotto la minaccia di censure, il Nostro Venerabile Fratello Enrico Amanton, Vescovo – finché visse – di Arcadiopoli e Nostro Delegato in Mesopotamia. Il Rokos, giunto colà, asserendo falsamente di essere stato inviato dallo stesso Patriarca su Nostro comando, usurpò la giurisdizione ecclesiastica, promosse agli Ordini sacri molti individui, anche se poco degni, e non ebbe scrupolo di sovvertire in su e in giù la Chiesa Malabarica. Mossi da questi misfatti e stimolati dalle proteste dei Sacerdoti malabarici, abbiamo dato ordine al Venerabile Fratello Bernardino, Arcivescovo di Farsalo, che presiedeva allora come Vicario, su Nostro mandato, a quella Chiesa, che invitasse secondo i Canoni quel Vescovo Tommaso ad andarsene e, se renitente, lo scomunicasse pubblicamente; il che avvenne. Noi frattanto richiamammo a Roma il Patriarca, lo rimproverammo apertamente per la grave mancanza, e gli comandammo di revocare immediatamente quel Vescovo Rokos, che egli aveva temerariamente introdotto in Malabar. Al Patriarca, che ubbidì, concedemmo il richiesto perdono e l’assoluzione dalle censure.

6. Allora ordinammo che tutta la materia e ciò che era accaduto venissero esaminati dai Venerabili Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa della Congregazione di Propaganda Fide per gli affari di Rito Orientale. Nella riunione svoltasi il 6 marzo 1865, furono esaminate accuratamente e sollecitamente tutte queste vicende, e a suffragio unanime, con la Nostra approvazione, fu stabilito che non si doveva estendere la giurisdizione del Patriarca di Babilonia dei Caldei alla regione di Malabar. Inoltre furono approvate molte altre decisioni, sia per procurare la sicurezza ai Malabarici, sia per sedare il turbamento degli animi che si era creato fra i Caldei in conseguenza di quanto il Patriarca aveva sconsideratamente compiuto. Il Patriarca accettò, seppure a malincuore, questi provvedimenti, o almeno parve li accettasse: e questa opinione fu confermata dalle sue successive azioni. Anche se in seguito dovemmo dolerci di alcuni provvedimenti da lui adottati poco rettamente, tuttavia egli si dimostrò accondiscendente verso di Noi come si conveniva, e riconoscendo, come di dovere, la Nostra autorità, diede un preclaro esempio di obbedienza, sia pubblicando – come avevamo comandato – il Nostro decreto con il quale si abrogavano le censure da lui temerariamente comminate, sia negando la consacrazione episcopale a un Malabarico che gli era stata richiesta da alcuni che macchinavano innovazioni in quella regione.

7. In tale situazione stabilimmo pure che s’instaurasse nella Chiesa Caldea l’auspicata disciplina ecclesiastica, poco osservata, trascurata e, per la malizia dei tempi, quasi dimenticata, fatti salvi pero i suoi riti, che anticamente erano stati istituiti dai Santi Padri e che furono sempre riconosciuti e approvati da questa Sede Apostolica. Questo Nostro proposito fu notificato al Patriarca dalla Nostra Congregazione di Propaganda Fide, per Nostro mandato, il 3 settembre 1868, e contemporaneamente fu inviato a lui un esemplare della Nostra Costituzione, pubblicata il 12 luglio 1867, nella quale erano stati sanciti alcuni capitoli di disciplina ecclesiastica, specialmente relativi all’elezione dei Vescovi, da osservarsi nel Patriarcato Armeno. Non appena ricevette tale materiale, per mezzo del Vescovo Elia Mello che allora era presente a Roma, con proprie lettere inviate alla predetta Congregazione volle assicurarci che egli non dissentiva per nulla dalla Nostra volontà riguardo alle regole sulla elezione dei Vescovi, professando di accoglierle con ogni devozione ed obbedienza. Anzi, sperava che dal previsto ordinamento sulle elezioni dei Vescovi sarebbero derivati vantaggi, ed egli si sarebbe sempre comportato come appariva conveniente ed opportuno a Noi; il che fu per Noi motivo di gioia e letizia. Frattanto, essendo rimaste orbate dei loro Pastori le Chiese di Diyarbekir e di Mardin di rito Caldaico, Ci propose i nomi di alcuni sacerdoti, affinché mettessimo a capo di queste Diocesi coloro che secondo la Nostra autorità avessimo giudicato in Domino più degni e più idonei: il che fu fatto con Nostra Lettera Apostolica in data 22 marzo 1869. Fummo talmente commossi da tali segni di devozione ed obbedienza, che avendo egli umilmente esposto che preferiva che colui che avevamo destinato alla Chiesa di Amida venisse assegnato come Vescovo alla Chiesa di Mardin, e viceversa, Noi abbiamo deciso di acconsentire in pieno a tale richiesta.

8. Dopo questi avvenimenti, abbiamo ritenuto che non si dovesse differire oltre il ripristino della disciplina nel Patriarcato di rito Caldaico, nel quale si doveva assolutamente iniziare dalla retta elezione dei Vescovi. Infatti, se non si scelgono per tale oneroso compito, spaventoso per le stesse spalle angeliche, uomini ragguardevolissimi, che agiscano secondo il cuore e la volontà di Dio, si producono gravissimi danni e calamità quasi irrimediabili per la Chiesa: lo attesta la storia di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e lo conferma l’esperienza. A questo scopo fu pubblicata da Noi il 31 agosto 1869 la Costituzione Apostolica Cum ecclesiastica disciplina nella quale, riguardo alla elezione dei Vescovi, veniva stabilito di osservare all’incirca quello che lo stesso Patriarca – come abbiamo detto sopra – aveva già fatto volentieri per le Diocesi di Diyarbekir e di Mardin: cioè, quando si rendesse vacante una Sede episcopale, venissero a Noi proposti dal Sinodo dei Vescovi tre uomini ragguardevoli, onde giudicassimo chi era il più degno e il più idoneo e lo collocassimo alla guida della Diocesi vacante. Veniva inoltre decretato che sarebbe stato illegale e invalido tutto ciò che si fosse tentato di fare contro queste disposizioni.

9. Frattanto era stato indetto il Concilio Ecumenico Vaticano, al quale furono convocati i Vescovi di ogni Nazione e Rito. Intervenne fra gli altri anche lo stesso Venerabile Fratello Patriarca dei Caldei con quasi tutti i Vescovi del suo Rito; ma avvertimmo con dolore che egli era molto mutato da quello che prima Ci aveva dato tanti segni di riverenza e di obbedienza. Infatti si rifiutò di consacrare come Vescovi delle predette Chiese di Diyarbekir e di Mardin i sacerdoti Pietro Attar e Gabriele Farso, che avevamo eletto fra quelli da lui proposti, assegnando a ciascuno la Chiesa da lui preferita. Allorché stava per partire da Roma, abbiamo ordinato che gli venisse richiesta una dichiarazione di totale adesione e di accettazione della Costituzione De Ecclesia Christi approvata nella quarta Sessione del Concilio Ecumenico Vaticano, alla quale egli non era stato presente. Noi stessi lo esortammo e scongiurammo a compiere questo dovere, prospettandogli l’esempio di altri Vescovi che, non essendo intervenuti alla quarta Sessione, non esitarono ad aderire a quella dichiarazione. Egli da principio cominciò a frapporre indugi e a tergiversare, poi asserì pervicacemente che lo avrebbe fatto più utilmente dopo che fosse tornato alla sua sede, promettendo contemporaneamente che non avrebbe tralasciato nulla per darci soddisfazione. Questo fatto Ci procurò grande dolore e ansietà, che poi crebbero quando, recatosi a Costantinopoli, subornato dalle blandizie e dalle menzogne degli Armeni Neoscismatici e incitato dal loro esempio, egli non esitò a celebrare occasionalmente con loro in divinis; mentre professava con un atto solenne la sua fedeltà alle leggi civili del Sultano, insinuava che le Nostre Costituzioni Apostoliche erano contrarie ad esse. In quella circostanza accadde anche che egli trascurò di presentare i debiti doveri di urbanità al Nostro Legato straordinario che in quel tempo dimorava a Costantinopoli. Non diede alcuna risposta alla lettera inviata dalla Nostra Sacra Congregazione nella quale erano espresse le opportune ammonizioni. Inoltre, ritornato in Mesopotamia, si unì ai promotori di novità e fece sconsideratamente certe affermazioni che, come fu riferito, non potevano accordarsi in alcun modo col ministero di un Vescovo cattolico, anzi neppure con la stessa fede ortodossa.

10. Udendo con gran dolore tutte queste cose, Ci assillava l’animo il precetto del Signore, dato al Beato Pietro, di confermare i fratelli, e insieme il dovere di provvedere alla salvezza della anime e di difendere il gregge del Signore. Era secondo Noi gravissima la condizione alla quale era stato ridotto il Nostro Venerabile Fratello Timoteo, Arcivescovo dei Caldei di Diyarbekir, per l’inimicizia e le male arti di alcuni che si dicevano sostenuti dal patrocinio del Patriarca. Anzi l’Arcivescovo, sentendo che gli era ostile l’animo del Patriarca, ci aveva inviato più volte lagnanze e dolenti preghiere perché gli concedessimo di cessare dal ministero episcopale. Pertanto incaricammo il Venerabile Fratello Zaccaria, Vescovo a vita di Maronea, di partire alla volta di Mauxilio per incontrare il Patriarca e per comunicargli la rinuncia all’episcopato del predetto Venerabile Fratello Timoteo: rinuncia da Noi riconosciuta. Lo stesso Patriarca, con la Nostra autorità, investisse quale Vicario Apostolico della Diocesi di Diyarbekir la persona che preferiva. Infine, il Vescovo Zaccaria inducesse il Patriarca a sottoscrivere la necessaria dichiarazione di adesione e sottomissione ai decreti della quarta Sessione del Concilio Vaticano: adesione che per lui era assolutamente necessaria, non soltanto perché contro di essi blateravano i Neoscismatici Armeni (e lo stesso comportamento che il Patriarca aveva tenuto dopo il suo ritorno era di grande meraviglia per i fedeli), ma soprattutto perché si preoccupasse dell’eterna propria salvezza, rimovendo lo scandalo o almeno prevenendo quel che stava nascendo dal suo silenzio.

11. Finalmente il predetto Patriarca accolse questi ammonimenti, e consegnò la sua adesione per iscritto. Aggiunse tuttavia che egli voleva che fossero conservati e riservati tutti i diritti e i privilegi del Patriarcato. Sebbene potessimo sospettare che in tal modo egli agiva verso di Noi poco sinceramente, tuttavia, considerando la sua antica fedeltà – che ricordava nella stessa dichiarazione – e la forte pressione che su di lui esercitavano i malvagi; avendo davanti agli occhi l’esempio di Colui del quale è scritto che non rompe la canna sconquassata e non spegne il lucignolo fumigante (Is 42,3; Mt 12,20), abbiamo preferito vedere in quella dichiarazione più un desiderio del Patriarca che una iniqua condizione o limitazione nella professione della fede. Cosi abbiamo deciso di accettare quell’atto di adesione pur dichiarando manifestamente con quale sentimento intendevamo accoglierlo: cioè nel rispetto della dottrina cattolica, sia sul Primato Pontificio, sia sui diritti dei Patriarchi. Per questo gli inviammo la seguente Lettera Apostolica il giorno 16 novembre 1872.

[Gli Atti di Pio IX omettono il paragrafo 12 che, secondo la successione aritmetica, dovrebbe trovarsi a questo punto della presente Enciclica].

Al Venerabile Fratello Giuseppe, Patriarca Babilonese dei Caldei.

Il Papa Pio IX. Venerabile Fratello, salute e Apostolica Benedizione.

13. “Dobbiamo ringraziare l’Autore di ogni bene, che si è degnato di concedere generosamente ciò che avevamo ininterrottamente richiesto con assidue preghiere, come Ci ha dimostrato dalla tua lettera del 29 luglio di quest’anno, e Ci rallegriamo per il sentimento della tua devozione. Infatti hai dichiarato apertamente che aderisci ai Decreti e alle Costituzioni del Sacro Concilio Vaticano e soprattutto alla definizione dogmatica dell’infallibile magistero del Romano Pontefice in materia di fede e di costumi, che fu promulgata nella quarta sessione dello stesso Concilio. Con grandissimo piacere abbiamo ricevuto proprio da Te, devoto a questa Sede Apostolica fin dall’infanzia, l’attestazione che ti sei sempre attenuto fermamente a tutto ciò che la Chiesa Romana insegna e dispone, e che quindi già prima credevi in cuor tuo, per senso di giustizia, a ciò che ora apertamente professi per la tua salvezza.

“Né in verità avrebbe potuto essere diversamente, dato che nelle sacre Epistole e negli scritti dei santi Padri, nelle espressioni dei Concili ecumenici e nei sacri Canoni non c’è nulla di più evidente di quel che il Concilio Ecumenico Vaticano ha decretato e sancito a proposito della suprema potestà del Pontefice Romano, ribadendo ed esprimendo con ulteriore chiarezza – così come esigevano gli errori più recenti – la definizione scaturita sul medesimo argomento nel Sinodo Ecumenico Fiorentino, cioè che la Chiesa Romana, per volontà di Dio, possiede la supremazia su tutte le altre realtà di diritto ordinario e che questa potestà di giurisdizione del Pontefice Romano, che è propriamente episcopale, non ha intermediari; che nei confronti di tale giurisdizione tutti i sacerdoti ed i fedeli, di qualunque rito e grado, sia considerati come singoli sia tutti insieme, sono tenuti al dovere della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza, non soltanto in materia di fede e di comportamenti, ma anche in quei settori che attengono alla disciplina ed all’organizzazione della Chiesa diffusa in tutto il mondo; cosicché – salvaguardata l’unità sia di comunione, sia di professione della propria fede con il Pontefice Romano – la Chiesa di Cristo sia un solo gregge sotto un solo sommo pastore: questa dunque è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi conservando intatte la fede e l’aspirazione alla salvezza. Noi non abbiamo mai dubitato che tu abbia voluto professare pienamente e rettamente tutte e singole queste verità, aderendo alle costituzioni del Concilio Vaticano.

“Tu ricavi da ciò, Venerabile Fratello, quanto Cristo Signore volle personalmente stabilire a proposito del regime gerarchico e dell’ordinamento della Chiesa. La diversità e la gerarchia di potere dei Vescovi (che per diritto divino hanno uguale dignità) sono state introdotte dal diritto ecclesiastico “per evitare che tutti rivendicassero tutto per sé: ma fossero ciascuno in una diversa provincia, detenendo fra i confratelli il primo giudizio; ed inoltre, coloro che vengono assegnati alle città principali avessero una funzione maggiore, affinché tramite loro l’impegno della Chiesa universale si ricompatti nell’unica sede di Pietro, e niente assolutamente s’allontani dal suo vertice . Da questo, infatti, come se fosse una testa, il Signore volle che si diffondessero in tutto il corpo i suoi doni” : ed in realtà da Lui e dai suoi successori le sedi principali hanno ricevuto tutto ciò che correttamente loro spetta in onore e potere. Poiché il Beato Pietro che vive nella propria Sede e la presiede , offre la verità della fede a coloro che la cercano, e la Sua dignità non vien meno nei Suoi successori, vedi, Venerabile Fratello, che è dovere e diritto di costoro individuare dalle premesse ciò che nel nome del Signore avrà costituito, a seconda dei tempi e dei luoghi, bene a vantaggio per la Chiesa ed autentica salvezza per le anime: il che è la suprema legge.

“Quando questi fondamenti della fede cattolica vengono trascurati, si apre un’ampia strada agli scismi e persino alle eresie, come testimonia la storia di tutti i tempi e come mostra anche quella attuale, visto che alcuni non rispettano né la moderazione della giustizia né la sacralità della fede. Hai conosciuto, Venerabile Fratello, il luttuoso scisma che recentissimamente alcuni Armeni hanno provocato a Costantinopoli: costoro, anche se ritengono di potersi chiamare cattolici, per ingannare gl’incauti e gl’impreparati, tuttavia si sono tragicamente allontanati dalla verità e dall’unità cattolica e sono condannati dal Nostro giudizio e dalla Nostra autorità. Costoro, per altro, tutto smuovono, tutto osano, come è comportamento consolidato degli eretici, per trarre a sé discepoli e conquistare credito di qualsiasi provenienza per la loro sciaguratissima causa; in questo modo hanno tramato anche contro i fedeli di rito caldeo e tuttora non smettono di tramare. Noi non dubitiamo che ai fedeli che ti sono stati affidati per mantenerli nella verità e nell’unità cattolica, come esigono la tua dignità e il tuo incarico, Tu, Venerabile Fratello, spiegherai apertamente che il nuovo scisma Armeno è stato da Noi già sconfessato; e che Tu insegnerai loro che non è lecita alcuna commistione con gli stessi Neoscismatici, men che meno nelle pratiche religiose. Che costoro infatti siano completamente esclusi e cacciati dalla Chiesa Cattolica lo testimonia più che a sufficienza la stessa lettera emanata dal Romano Pontefice, cioè dalla prima ed Apostolica Sede.

“In quest’occasione inoltre non possiamo tacere, Venerabile Fratello, quel che accade nella chiesa di Diyarbekir, facente parte del tuo patriarcato; Tu non ignori che da molti anni essa è appesantita e divisa da tensioni e lotte intestine; ed inoltre quante ne abbia dovute sopportare colui che di recente ne è stato il capo, il Vescovo Pietro Di-Natale. Alla sua morte, quando su tua proposta vi nominammo Vescovo il Venerabile Fratello Pietro Timoteo Attar, apprendemmo con gran dispiacere che le predette tensioni non si erano risolte; anzi, sotto la spinta dello spirito Neoscismatico, si era arrivati a tal punto che, come già rimproverava l’Apostolo ai Corinzi, uno diceva di essere di Paolo e l’altro di Cefa; e lo stesso Venerabile Fratello Timoteo più e più volte Ci supplicò che gli concedessimo di lasciare l’incarico che gli avevamo affidato e che lo aveva trascinato in tanta tempesta. Scismi e scandali di tal fatta devono essere assolutamente tolti di mezzo. Perciò ti esortiamo e scongiuriamo nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, Venerabile Fratello, affinché ti impegni prioritariamente e con la massima efficacia nel comporre ed azzerare codesti dissidii. Vogliamo che tu sia certo che per ottenere questo risultato non ti verranno mai meno il Nostro consiglio, il Nostro aiuto e la Nostra autorità. – “È vecchio e nello stesso tempo ben noto il metodo degli eretici di isolare prima e poi scindere in fazioni quei cattolici che mirano ad opprimere con gli inganni, la paura, la violenza; poi incalzare Re e Principi con calunnie e lamentele, per procurarsi in tal modo il loro patrocinio e suscitare odio ed indignazione contro i cattolici. Essi agiscono con il massimo impegno per allontanare dall’unità e dalla comunione con la Sede Apostolica coloro che tentano di trarre dalla loro parte, per farseli poi complici di malvagità e perdizione. Per questo motivo, quando i fedeli siano turbati dall’eresia e dallo scisma, è da sempre consuetudine per i cattolici, e soprattutto per i Vescovi, implorare – come diceva il grande Basilio di Cesarea – la mano risanatrice del Pontefice Romano ed invocarne l’autorità; affinché, nella fermezza del Beato Pietro, Principe degli Apostoli, si consolidino le fondamenta della Chiesa Orientale. “Impegnati dunque, Venerabile Fratello; segui i precetti e gli esempi dei predecessori, che hanno pronunciato parole di vita; analizzando l’obiettivo del loro discorso, imitane la fede. Cristo è lo stesso ieri, oggi e nei secoli futuri; nessuno potrà sradicare ciò che Egli pose come fondamento della Chiesa, così come nessuno che voglia rimanere nel gregge del Signore potrà mai allontanarsi da Colui che Egli prepose come Pastore di tutti.

“Questo devi insegnare, e proclamare in Cristo Gesù; a questo attieniti e nessuno si approprierà della tua corona. Siamo invecchiati entrambi, Venerabile Fratello, ed è imminente la conclusione del nostro attendamento terreno; perciò diamoci da fare al massimo per compiere al meglio il nostro ministero; Tu nei confronti del popolo che, per Nostro tramite, Dio ti ha dato da governare; Noi nei confronti della Chiesa tutta che, con imperscrutabile scelta, Dio stesso ha affidato alla Nostra debolezza, perché la nutrissimo e la governassimo. E se ci capita di dover soffrire un po’ per questa causa, rallegriamoci ed esultiamo di essere ritenuti degni di sopportare qualche offesa nel nome del Signore e di guadagnare una mercede più copiosa in cielo. Noi preghiamo di ciò il Signore, Venerabile Fratello, per Te che abbiamo sempre trattato e trattiamo con sincero affetto, e per Noi; volendo aggiungere a ciò un nuovo pegno, a conferma della Nostra benevolenza, e desiderando andare incontro alle tue necessità spirituali, date le perturbazioni attuali della Chiesa Orientale, ad esse soccorriamo per quanto è necessario con il Nostro potere Apostolico e con la Nostra indulgenza, per mezzo di questa lettera.

“Mentre scrivevamo queste cose, abbiamo ricevuto da Te un’ulteriore lettera datata 16 settembre di quest’anno, e contemporaneamente un chirografo del Venerabile Fratello Simeone, Arcivescovo di Senhanen, firmato il primo dello stesso mese, per attestare la sua adesione alle Costituzioni del Sacro Concilio Vaticano; il che già aveva fatto il Venerabile Fratello Tommaso, Arcivescovo di Bassora, il 29 luglio di quest’anno. Di ciò ringraziamo i Venerabili Fratelli e Te, poiché tutti i Presuli del tuo patriarcato sono unanimi e insieme procedono nella casa del Signore; non soltanto nel chiuso del cuore coltivano questo consenso degli animi, ma lo dichiarano pubblicamente e solennemente; nulla più di questo è opportuno per impedire od estinguere gli scismi e per conservare la pace tra i fedeli.

“Il Dio stesso della pace Ti sorregga in ogni buon impegno e Ti doni la pace sempiterna; nel Suo nome e con la Sua autorità Noi impartiamo di cuore la Benedizione Apostolica a Te e a tutti i Vescovi, sacerdoti, monaci ed al fedele popolo del Patriarcato Babilonese che si mantengono in comunione ed obbedienza con la Sede Apostolica.

“Dato a Roma, presso San Pietro, il 14 novembre 1872, anno ventisettesimo del Nostro Pontificato”.

14. Nella risposta che diede a questa Nostra lettera, il Patriarca dichiarava con molte parole obbedienza e devozione nei Nostri confronti e verso questa Cattedra Apostolica di San Pietro e prometteva che si sarebbe pienamente impegnato affinché i fedeli del suo Patriarcato restassero immuni dagli errori del nuovo scisma Armeno, ed anzi lo detestassero dal più profondo del cuore. Di conseguenza Ci saremmo rallegrati che tutto fosse finito bene, se non Ci avesse offerto motivo di preoccupazione la reiterata richiesta dell’autorizzazione a mandare Vescovi del suo rito in Malabaria; per ottenerla, da un lato asseriva che non si era provveduto sufficientemente alle necessità di quella gente; dall’altro si sforzava di mettere avanti l’ansietà della sua coscienza, se non si fosse intervenuti sollecitamente. Dopo che l’argomento fu esaminato attentamente dalla citata Nostra Congregazione incaricata dei rapporti con i Riti Orientali, ricevuta la relazione Noi disponemmo che si rispondesse al Patriarca che Noi non potevamo essere d’accordo con le sue tesi a proposito della Malabaria. Infatti Ci risultava chiaro che esse non si sarebbero tradotte minimamente in beneficio per le anime; che da parte Nostra si era provveduto a sufficienza alla salvezza spirituale dei Malabarici; perciò si calmasse e deponesse ogni ansietà a questo proposito. Molti altri concetti vennero aggiunti in quella stessa risposta, per fortificare il suo animo, che sapevamo tentato dai suggerimenti dei malvagi, perseguitato dalle ingiurie, atterrito dalle minacce.

15. Ma poco dopo apparve chiaro quanto gli sforzi dei malvagi riescano a trascinare con sé un uomo, anche probo, quando il tempo li aiuti; in effetti, non avrebbero potuto desiderare nulla di più favorevole ai loro spregiudicati disegni. A quell’epoca infatti un nuovo scisma si era sviluppato fra gli Armeni, già era divampato e già tentava di trarre dalla propria parte ed ai propri perfidi progetti, anche controvoglia, le Chiese degli altri Riti Orientali, con lo scopo di perseguitare e depredare i cattolici. Così il 24 maggio 1874, nella solennità della Pentecoste, il Venerabile Fratello Patriarca Giuseppe osò offendere lo Spirito Santo. In quello stesso giorno infatti ebbe l’impudenza di elevare in modo sacrilego alla dignità episcopale due sacerdoti del suo rito, uno di nome Elia, l’altro Matteo; gli fecero da assistenti Elia Mello, Vescovo di Akra dei Caldei, ed Eliseo, Abate generale dei monaci di Sant’Ormisda. I due consacrati furono posti uno a capo della chiesa di Iezira, l’altro di quella di Amida, arbitrariamente e senza alcun fondamento. Lo impediva infatti la predetta Nostra Costituzione edita nel 1869. A quel punto, in spregio alle altre lettere ed ai decreti della Sede Apostolica, destinò Elia Mello come Vescovo in Malabaria; a trattenere questi dall’intraprendere il viaggio non valsero né il Nostro divieto, né la condanna della sospensione, annunciata da parte Nostra, nella quale sarebbe incorso ipso facto se avesse osato porsi in viaggio; tutto ciò gli era stato opportunamente comunicato.

16. Spinti dalla gravità e dalla frequenza di queste azioni scellerate, ordinammo che lo stesso Patriarca venisse pesantemente ammonito tramite il Nostro diletto figlio Alessandro Franchi, Cardinale di Santa Romana Chiesa al titolo di Santa Maria in Trastevere e Prefetto della ricordata Nostra Congregazione di Propaganda Fide per gli affari dei Riti Orientali. Questi inviò al Patriarca una lettera datata 27 agosto dello stesso anno, per richiamare alla sua memoria le disposizioni ed i divieti della Sede Apostolica. Le motivazioni con le quali egli s’era ingegnato di contestare tali provvedimenti erano da considerarsi confutate; disapprovato l’invio del citato Vescovo Mello in Malabaria; riprovata l’illegittima consacrazione dei due Vescovi (l’elezione di costoro era dichiarata nulla e priva assolutamente di qualunque effetto); agli stessi veniva interdetto l’esercizio di qualunque attività d’ordine episcopale. Al Patriarca veniva ordinato espressamente di richiamare personalmente il Vescovo Mello dalla Malabaria e gli altri dalle Diocesi nelle quali erano stati da lui introdotti, e di rendere conto dei suoi atti; se non l’avesse fatto entro un lasso di tempo stabilito, il Sommo Pontefice, per quanto a malincuore, avrebbe dovuto applicare nei suoi confronti le pene canoniche. Allo stesso modo furono ammoniti, per Nostra disposizione, i due sacerdoti Matteo ed Elia; fu resa loro nota la nullità della loro elezione, vietato l’esercizio dei pontificali, ordinato l’allontanamento dalle Diocesi che avevano occupato, minacciati di pene ecclesiastiche se non avessero obbedito. A questo punto dovevano essere ammoniti coloro che erano stati partecipi della consacrazione sacrilega. Dio tolse di mezzo l’abate Eliseo: questi infatti morì non molto tempo dopo, senza aver dato alcun segno di pentimento. Il Vescovo Mello, non appena arrivato in Malabaria, fu solennemente scomunicato dal Venerabile Fratello Leonardo, Arcivescovo di Nicomedia, Vicario Apostolico di Verapolis, in forza dell’autorità che gli avevamo conferito con la lettera inviatagli il 1° agosto 1874, che comincia Speculatores: una volta insediatosi, Mello fu ammonito canonicamente di andarsene, ma rifiutò di obbedire.

17. La risposta del Patriarca , fattasi aspettare a lungo, Ci dimostrò a sufficienza che egli non voleva attenersi alle Nostre disposizioni; tutto in essa tendeva ad asseverare l’integrità della sua fede e a garantire la sua devozione e sottomissione verso la Cattedra Apostolica del Beato Pietro, ma intanto egli proteggeva i suoi pretesi diritti patriarcali; e premeva perché gli permettessimo di goderli liberamente, revocando ciò che la Sede Apostolica aveva decretato per il Malabar e l’elezione dei Vescovi. Alla fine, ricordando la canizie della propria età e le fatiche sopportate, Ci incitava ad aver pietà di lui e della sua gente. Nel frattempo però non modificava la posizione né i comportamenti temerari, ché anzi non esitò a consacrare Vescovi arbitrariamente e sacrilegamente altri due sacerdoti del suo Rito, Ciriaco e Filippo Giacomo (destinando uno dei due alla diocesi di Zaku, l’altro all’India), con l’assistenza e la cooperazione all’empia consacrazione del Vescovo Tommaso Rokos e di Matteo, precedentemente consacrato in modo sacrilego dallo stesso Patriarca. A questo punto Noi Ci rattristammo terribilmente, considerando come si era ridotto miseramente, spinto dai suggerimenti dei malvagi, lo stesso Venerabile Fratello Patriarca Giuseppe, che un tempo si era mostrato sostenitore strenuo della fede cattolica e dell’unità. Riflettendo inoltre che la misericordia non deve essere remissiva, ma giusta; che se una colpa viene cancellata sconsideratamente, colui che è colpevole potrebbe esser trascinato più pesantemente nel reato; che non sarebbe misericordia ma segno di torpore e debolezza essere indulgenti in qualcosa che soddisfacesse alla voglia di uno o più, ma che poi risultasse dannosa e mortale per la salvezza di molti, ritenemmo che al Patriarca dovesse essere mandata un’altra lettera, nella quale – volendo mantenere contemporaneamente misericordia e discernimento – abbiamo ricostruito per sommi capi tutto ciò che da lui era stato e veniva erroneamente compiuto; abbiamo voluto rendergli evidente l’inconsistenza delle motivazioni con le quali egli tentava di giustificarsi, e di nuovo ammonirlo affinché obbedisse, almeno stavolta, alle disposizioni Apostoliche, com’era suo dovere; se non l’avesse fatto alla svelta, denunciavamo che Noi non Ci potevamo astenere dal seguire le orme dei Nostri Predecessori, che in caso di necessità non trascurarono di colpire anche i vecchi Patriarchi con la scomunica e persino con la deposizione. Con questo orientamento, il 15 settembre 1875 gli mandammo la seguente lettera monitoria.

Al Venerabile Fratello Giuseppe, Patriarca Babilonese dei Caldei.

Il Papa Pio IX. Venerabile Fratello, salute e Apostolica Benedizione.

18. “La risposta che tu hai fornito il 20 febbraio di quest’anno alla lettera monitoria che su Nostro comando e con la Nostra autorità ti è stata inviata dalla Nostra Congregazione di Propaganda Fide per gli affari di Rito Orientale Ci ha riempito di dolore e tristezza. Da essa infatti abbiamo capito fino a che punto il tuo cuore sia lontano da Noi, anche se Ci onori a parole, poiché dichiari che non puoi eseguire ciò che per lettera ti è stato trasmesso in Nostro nome e per Nostro volere. Se rifiuterai di obbedire alle predette ammonizioni e confermerai questa tua disubbidienza con ulteriori azioni sacrileghe, questo solo Ci rimarrebbe da fare: seguendo le regole ecclesiastiche e le norme istituite dai Santi Padri, colpirti, come è giusto, con le censure canoniche. Riflettendo però che in altri tempi tu hai professato (e anche per lettera continui a professare) la fede cattolica e il dovuto ossequio verso questa Sede Apostolica e che un tempo hai comprovato ciò con i fatti, abbiamo preferito ritenere che tu sia stato ingannato dagli astutissimi cavilli dei neo-eretici, mediante i quali si tenta di conciliare la riverenza con la disubbidienza che ti ha fatto venir meno, in effetti, ai tuoi convincimenti cattolici.

(1. Continua)

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE (3)

Dom PAUL NAU Monaco di Solesmes

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE

Saggio sull’autorità del loro insegnamento

Les Editions du Cèdre 13, Rue Mazarine PARIS

III.

Chi ascolta voi, ascolta me…

Si deve dire che le Encicliche siano infallibili? Questa, come abbiamo visto, è la domanda che ancora divide i teologi e alla quale ci siamo posti il compito di dare una risposta. Il Concilio Vaticano, nel definire l’infallibilità papale, può aver contribuito a semplificare i termini del problema, ma non ha, ahimè, indirizzato le menti verso la sua soluzione definitiva. – I Cattolici hanno avuto la loro attenzione concentrata, per così dire, sull’affermazione solenne di questo privilegio unico. Li induceva in una tentazione di dividere gli Atti della Santa Sede in due classi: le definizioni, che erano riconosciute come infallibili, e gli altri documenti che erano invece esclusi dal beneficio dell’infallibilità. In quale di queste due categorie vanno collocate le Encicliche?  Tutto il problema della loro autorità è stato troppo spesso ridotto a questa formula apparentemente molto chiara, ma che in realtà porta a un vicolo cieco. Limitare il tentativo di un’identificazione tra le Encicliche e le definizioni, era certamente una soluzione allettante per la sua stessa semplicità e per l’autorità che assicurava alle lettere papali; ma questo non era tuttavia senza pericolo. Se i teologi non potessero riconoscerne la validità, quale titolo proporrebbero per stabilire l’ineguagliabile autorità che i Pontefici rivendicano per le loro Encicliche? Senza dubbio alcuni autori, seguendo il card. Billot e l’arcivescovo Perriot, si sforzerebbero di estendere la portata della definizione vaticana, al di là dei giudizi dogmatici, ad altri atti pontifici, tra i quali comprenderebbero le Encicliche (BILLOT, Tractat. de Ecclesia Christi, Romæ 1921, Tom. I, p. 632. – PERRIOT, L’Ami du Clergé, 1903, pp. 196 e 200). La maggior parte dei teologi, tuttavia, non credevano che il testo conciliare fosse suscettibile di un’interpretazione così ampia. Di conseguenza, essi furono indotti a negare alle Encicliche il privilegio dell’infallibilità, e a contentarsi di rivendicare per esse, con un’autorità dello stesso ordine di quella dei decreti delle Congregazioni, il diritto all’obbedienza totale da parte dei Cattolici (Per esempio, L. CHOUPIN, S. J. Valore delle decisioni dottrinali e disciplinari della Santa-Sede. Parigi, 1929, p. 50 e seguenti e gli autori citati ibid.) Questa posizione salvaguardava il principio della piena sovranità pontificia; tuttavia, se ne vede l’insufficienza: anche con tale autorità, le Encicliche, senza essere infallibili, potevano conservare il carattere di regola di fede e di autentica fonte di dottrina, universalmente riconosciuto nelle lettere dei primi Papi, e ancora affermato per le loro Encicliche dai Pontefici contemporanei? (Per esempio Pio IX, Quanta Cura: “Noi vogliamo e ordiniamo che tutti i figli della Chiesa Cattolica ritengano come reprobi, proscritte e condannate, ognuna delle opinioni e dottrine malvagie descritte nelle lettere precedenti. Lettere apostoliche di Pio IX, Gregorio XVI, Pio VII (Bonne Presse), p. 13. – LEONE XIII, Immortale Dei: « Se i Cattolici ci ascoltano come dovrebbero, saprebbero esattamente cosa devono pensare e fare. In teoria, prima di tutto, in opinando quidem è necessario attenersi con incrollabile aderenza a tutto ciò che i Romani Pontefici hanno insegnato e insegneranno, e ogni volta che le circostanze lo richiedano, farne pubblica professione ». B. P., vol. II, p. 54. Pio XI a sua volta, Mortalium animos, dà le Encicliche come « una regola di pensiero e di azione per i Cattolici, unde catholici accipiant quid sibi sentiendum agendumque ». B. P. IV, 87). La risposta dei teologi moderni, lasciando aperto il problema essenziale, è stata solo una infelice ritirata, le cui conseguenze non si sono fatte attendere. – Né infallibile né irreformabile, l’Enciclica non potrebbe essere oggetto di revisione da parte dal Papa stesso? Le menti preoccupate porrebbero la domanda, e andrebbero anche oltre: un’Enciclica ostacolerebbe lo sviluppo di una tesi audace, metterebbe in questa revisione possibile, attesa, tutta la loro speranza o anticiperebbero addirittura questo intervento dichiarando l’Enciclica “superata” e collocandola, con tutto il rispetto dovuto al suo rango, nell’archivio delle “questioni chiuse senza conseguenze“. « Mio giovane amico – disse una persona grave ad un sacerdote che si riferiva a una Lettera di Pio X – quando avrai un po’ di esperienza, vedrai… un’Enciclica, dopo venti anni… » (Queste righe erano già state pubblicate quando Pio XII, nella sua Allocuzione del 18 settembre 1951 ai Padri di Famiglia francesi, affermava: « Gli stessi principi che nella sua Enciclica Divini illius Magistri, il nostro predecessore Pio XI ha così saggiamente evidenziato, riguardo all’educazione sessuale e alle questioni connesse, sono – triste segno dei tempi! – congedati con un gesto della mano o un sorriso: Pio XI, si dice, l’ha scritto venti anni fa, per il suo tempo. Da allora, abbiamo fatto molta strada. » – Doc. Cath. t. 48, col. 1285, 1286). – Dal punto di vista dei nostri autori, come possiamo rispondere? Poiché, infatti, se solo le definizioni sono infallibili e se le Encicliche non sono definizioni, come si può concedere loro il privilegio dell’infallibilità? E se non sono infallibili, ma al contrario suscettibili di errore, come si può proibire che un giorno, forse molto presto, siano messe in discussione? Con una tale problematica così sommaria, siamo alla stretta finale. Ma non è proprio questo il problema che richiederebbe una revisione? Quanti esempi ci sono in teologia di problemi apparentemente irrisolvibili, semplicemente perché partono da domande mal poste! – Invece di aggiungere un altro fardello ad un dossier già pesante, vorremmo provare a rivisitare il punto di partenza stesso del dibattito, con l’aiuto dei risultati della nostra inchiesta e della luce recentemente gettata dall’Enciclica Humani Generis. Alla domanda così posta: le Encicliche sono definizioni infallibili? … ci permetteremo di sostituirne altre due: Le Encicliche possono contenere definizioni? – Le Encicliche, anche se non contengono giudizi dogmatici, possono ancora partecipare al privilegio dell’infallibilità nel loro insegnamento ordinario? – Al problema, così precisato, sarà forse più facile dare infine una risposta.

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C’è da meravigliarsi se i teologi non hanno ritenuto possibile identificare Encicliche e definizioni? Per capire la loro esitazione, basta confrontare questi due tipi di documenti. La Definizione, come il Giudizio Dogmatico, è un atto preciso del Sommo Pontefice, con il quale egli afferma, impegnando irrevocabilmente la sua suprema Autorità, che una verità è vincolante per i Cristiani (« Requiritur intentio manifesta definiendi doctrinam dando definitivam sententiam et doctrinam illam proponendo tenendam ab Ecclesia universali. » Collectio lacensis, t. VII Acta et décréta SS. Concilîi Vaticani – Relazione di Mons. GASSER – Col. 414, 2° – Citiamo d’ora in poi, Coll. Lac.).  Se nelle Costituzioni che, il più delle volte, le promulgano, esse sono precedute o seguite da lunghe considerazioni, le definizioni stesse sono solitamente contenute in poche righe e hanno tutta la precisione di un testo giuridico.  (Per esempio, la definizione dell’Assunzione della Madonna: « Perciò, dopo aver rivolto incessanti e supplichevoli preghiere a Dio e aver invocato le luci dello Spirito di Verità, per la Gloria di Dio Onnipotente che ha profuso la sua particolare benevolenza sulla Vergine Maria,  per l’onore di suo Figlio, il Re immortale dei secoli e il vincitore della morte e del peccato, per aumentare la gloria della Sua augusta Madre e per la gioia e l’esultanza di tutta la Chiesa, per l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei beati Apostoli Pietro e Paolo e per la Nostra, Noi proclamiamo, dichiariamo e definiamo che è un dogma divinamente rivelato che Maria, l’Immacolata Madre di Dio, sempre Vergine, alla fine della sua vita terrena, è stata innalzata in anima e corpo alla gloria celeste. » Questo è il testo della definizione stessa, che occupa appena un terzo di una colonna della Documentation Catholique, t. XLVII, col. 1486; la Costituzione stessa è inserita in tredici colonne intere). – L’Enciclica, come abbiamo già visto, ha tutte le caratteristiche di una lettera, in cui il Sommo Pontefice affronta i problemi dottrinali nei toni più vari, assumendo talvolta la forma di un’esortazione, talvolta di un rimprovero, spesso di un’ampia esposizione teologica, eccezionalmente quella  di un giudizio. – Le Encicliche non sono dunque delle definizioni; ma possono almeno contenerle? Messa in questi termini, sembra che il problema non possa che avere oggi una risposta affermativa. Le esitazioni che erano sorte in passato avevano il loro punto di partenza nel carattere imperativo delle definizioni, che erano vere leggi per la fede dei fedeli, e che era normale cercare in testi legislativi come quelli delle Costituzioni Apostoliche o “Decreta”, circondati da tutte le garanzie di forma, e oggetto di autentica promulgazione. (Cfr. Analecta juris pontificii, 1878, “La promulgation des lois“, col. 333-336. Molto recentemente nello stesso senso, R. NAZ., Dict. De Droit Canon., « Encyclical »: « Il Papa non sceglie la via dell’Enciclica per dare definizioni dogmatiche »). Questo argomento aveva già perso molto della sua forza dopo l’istituzione da parte di Pio X di un nuovo modo di promulgazione per i documenti romani, la loro iscrizione nella rivista ufficiale della Santa Sede, gli Acta Apostolicæ Sedis (Costituzione Promulgandi del 29 settembre 1908). Sappiamo che le Encicliche sono in primo piano negli Acta Apostolicæ Sedis, così come le Costituzioni e i Decreti. Non è più possibile arguire che per il fatto di non essere promulgate, si possa rifiutare il riconoscimento delle definizioni. Questo pretesto è mai stato valido? Senza dubbio, la Costituzione o il Decreto è lo strumento normale di una decisione vincolante, ma è lo strumento necessario, almeno quando si tratta di una sentenza del Papa stesso? Il relatore della Commissione della Fede al Concilio Vaticano già sottolineava che nessuna autorità al mondo, nemmeno quella di un Concilio ecumenico, potrebbe imporre al supremo Legislatore della Chiesa il metodo che debba usare per far conoscere le sue definizioni (cf. Col. Lac, col. 401-d, dove il relatore mostra che è impossibile per l’assemblea conciliare imporre la forma delle sue definizioni al Papa, senza cadere nell’errore che sostiene la superiorità del Concilio sul Papa. – La definizione dell’Assunzione è senza dubbio inscritta in una Costituzione dogmatica, ma era già pienamente valida prima della promulgazione di quest’ultima, dal momento in cui fu pronunciata oralmente dal Papa). « Di fatto e di diritto – scrive P. Pègues – non esiste una formula determinata che sia prescritta e necessaria. » (PÈGUES, O. P. L’Autoritè des Encycliques pontificales d’après S. Thomas, Revue Thomiste, 1904, p. 529. Vedi nello stesso senso il testo di GRÉGOIRE XVI citato qui sotto). Chi prova troppo non prova niente. Se l’argomento fosse stato impeccabile, avrebbe escluso dalle Encicliche, insieme alle definizioni, ogni decisione strettamente normativa. Ora, anche i teologi che rifiutano di riconoscere in esse delle definizioni hanno ammesso il carattere obbligatorio delle sentenze pontificie contenute nelle Encicliche. (Cfr. L. CHOUPIN, loc. cit.), e Pio XII nella Humani Generis, diede loro una conferma eclatante su questo punto (« Quodsi Summi Pontifices, in actibus suis de re hactenus controversa, data opera sententiam ferunt, omnibus patet, rem illam, secundum mentem ac voluntatem eorumdem Pontificum, quæstionem liberæ inter theologos disceptationis jam haberi non posse »). – Non c’è dubbio, quindi, che le Encicliche contengano giudizi dogmatici che devono essere imposti all’assenso dei fedeli. Affinché queste frasi siano riconosciute come vere definizioni, è solo necessario che soddisfino le condizioni specificate dal Concilio: « l’oggetto della definizione deve essere una questione di fede o di morale, il Sovrano Pontefice deve esercitare il suo ruolo di Dottore e Pastore universale, infine, l’atto stesso deve essere una sentenza senza appello » (« definimus; Romanum Pontificem, cum ex cathedra loquitur, id est, cum omnium Christianorum Pastoris et Doctoris munere fungens pro suprema sua Apostolica auctoritate doctrinam de fide vel moribus ab universa Ecclesia tenendam définit, per assistentiam divinam, ipsi in beato Petro promissam ea infallibilitate pollere, qua divinus Redemptor Ecctesiam suam in definenda doctrina de fide vel moribus instructam esse voluit; ideoqne eiusmodi Romani Pontificis definitiones ex sese, non autem ex consensu Ecclesiæ irreformabile esse. » Sess. 4, cap. 4, D B. 1839). « lnfallibilitas Romani Pontificis restricta est ratione subjecti, quando Papa loquitur tanquam doctor universalis et judex snpremns in cathedra Petri, id est, in centro, constitutus; restricta est ratione objecti, quando agitar de rebus fidei et morum; et ratione actus, quando définit quid sit credendum vel reiiciendum ab omnibus Christifidelibus » Relazione di Mons. GASSCH ai Padri del Concilio Vaticano sulle proposte di correzione del Vaticano, sulle correzioni proposte al Cap. IV delle Cost. de Ecclesia. Coll. lac, t. VII, col. 401 a.). – Fede e morale, il dominio delle definizioni, è anche, come abbiamo visto, quello delle encicliche (« ad catholicam fidem custodiendam, morumque disciplinam aut servandam aut restaurandam », Benedicti XIV Bullarium, p. IV). – Forse sarà utile ricordarlo per evitare malintesi molto frequenti, che la materia dottrinale e morale in cui si esercita il supremo Magistero non si limita alle verità formalmente rivelate, ma comporta inoltre, con tutte le prescrizioni della legge naturale (che appartiene anch’essa alla morale), ogni verità in stretta connessione della fede, che si rivela necessaria alla conservazione fedele del deposito rivelato. (Questa estensione del magistero, affermata da Pio IX nella sua lettera Tuas libenter del 21 dicembre 1863, è stata nuovamente affermata dal Concilio Vaticano alla fine della Costituzione Dei Filius: « Quoniam vero satis non est hæreticam pravitatem devitare nisi ii quoque errores diligenter fugiantur qui ad illam plus minusve accedunt, omnes officii monemus, servanai etiam constitutiones et decreta quibus pravæ hujusmodi opiniones quae isthic diserte non enumerantur ab hac sancta sede proscriptæ et prohibitæ sunt. » Const, de Fide Cath, post canones, DB. n° 1820. – Non c’è dubbio che le Encicliche siano inserite tra le Costituzioni, documenti maggiori della Santa Sede, e i semplici Decreti. – Cfr. J. C. FENTON, The doctrinal Authority of Papal Encyclicals, in The American Ecclesiastical Review, agosto 1949, p. 145. Fu per riservare questa estensione dell’oggetto del Magistero che furono scelti i termini della definizione dell’infallibilità del Papa nella Cost. Pastor æternus. Cfr. relazione GASSER, Col. lac. col. 415 e 575. Troppo spesso dimenticata, questa dottrina dovette essere oggetto di frequenti richiami, ad esempio, Decreto Lamentabili, prop. 5 – Pio XI, Casti connubii, Atti di Pio XI, B.P., VI, 307′, – Quadragesimo anno ibid. VII, 111, e molto recentemente Humani Generis di PIO XII, che riproduce il testo della Constit. Dei Filius, succitata). – La seconda condizione richiesta per una definizione non può mancare nemmeno nelle Encicliche, dove il Papa si esprime come Dottore universale, sia quando si rivolge solo ai Vescovi, per raggiungere tutto il gregge attraverso di loro, sia quando gli stessi fedeli siano inclusi tra i destinatari. Non mancano esempi in cui i Papi hanno esplicitamente rivendicato questo titolo nelle loro Encicliche (Pro Christi in terris vicarii ac supremi Pastoris et Magistri munere. Nostrum esse duximus Apostolicam attollere vocem…”. Casti connubi, B. P. VI, 245. Vedi altri esempi sopra). – Solo la terza condizione deve essere esaminata da vicino. È necessario, chiede il Concilio, che il Papa definisca, cioè intenda pronunciarsi con un giudizio inappellabile (Cfr. relazione di Mons. GASSER: « Vox définit significat, quod Papa suam sententiam… directe et terminative proférât, ita ut jam unusquisque fidelium certus esse possit de mente Sedis apostolices, de mente Romani Pontificis; ita quidem, ut certo sciat a Romano Pontifice hanc vel illam doctrinam haberi hæreticam, hæresi proximam, certam vel erroneam, etc…». Col. lac, col. 474-d, e 475-a.). – Questa intenzione, per creare un obbligo rigoroso per la fede, deve apparire chiaramente e non deve essere presupposta, soprattutto in una Lettera come l’Enciclica che, per sua natura, non è espressiva di questa intenzione. – Ascoltiamo Gregorio XVI nella sua opera « Il Trionfo della Santa Sede »: « Poiché l’uso costante della Chiesa e dei Pontefici consacra certe formule per indicare inequivocabilmente a tutta la cristianità il giudizio supremo e definitivo… ne consegue che se il Papa trascura queste formule e non esprime chiaramente che, nonostante questa omissione, intende e vuole definirsi giudice supremo della fede, si deve credere che non abbia reso il suo giudizio in questa veste (Il Trionfo della Santa Sede, Venezia, 1838, cap. XXIV, p. 558. – Tradotto da Analecta Juris Pontif. loc. cit., col. 344-345. Cfr. la relazione di Mons. GASSER: « verum hanc proprietatem ipsam et notant definitionis propri dictæ aliquatenus saltem etiam débet exprimere, cum doctrinam ab universali Ecclesia tenendam définit », coll. lac, col. 414-c. – Vedi anche HOUPIN, op. cit. p. 26: « È quando il Papa definisce, cioè quando decide definitivamente e con l’intenzione formale di chiudere tutte le discussioni o di impedirle, è allora e solo allora che è infallibile e che la sua decisione è vincolante per tutti, come articolo di fede »). Tuttavia, il significato del termine “solenne“, che è generalmente usato per designare le sentenze definitive, non deve essere frainteso. (Ha lo stesso significato nel termine “professione solenne”.) Il Papa – osserva giustamente il signor Chavasse – non è infallibile solo quando parla in circostanze solenni, come per esempio nella definizione del dogma dell’Immacolata Concezione, ma può esserlo in circostanze meno solenni; non è infatti secondo l’apparato esterno degli interventi che si deve giudicare della loro infallibilità (A. CHAVASSE. La Véritable conception de l’infaillibilité papale, in Eglise et Unité, Lille, 1948, p. 81). – Basta – affermava già il padre Pègues – che nel modo di esprimersi, qualunque sia la formula che vorrà usare, il Papa designi chiaramente la sua intenzione di risolvere definitivamente il dibattito, di fissare irrevocabilmente un punto di dottrina (L’autorité doctrinale des Encycliques Pontificales d’après S. Thomas, “Revue Thomiste”, 1904, p. 529). – Inoltre, nel suo eccellente articolo nel Dictionnaire de Théologie Catholique, M. Mangenot ha potuto scrivere: Il Papa potrebbe, se volesse, inserire delle definizioni nelle Encicliche (D. T. C. art. Encicliche cfr. PÈGUES, loc. cit. p. 531: “La definizione solenne può… essere comunicata al mondo cattolico per mezzo di un’enciclica“). Ma perché il condizionale, quando ci sono esempi già noti di definizioni in semplici Encicliche? Per citare solo una delle lettere papali di un tempo, la condanna di Pelagio da parte di Innocenzo I è ben considerata come una sentenza ex cathedra; tuttavia la leggiamo in una lettera ai Vescovi d’Africa, sorella maggiore delle nostre Encicliche (Epis. 29. In requirendis del 27.1.417: “Innocentius Aurelio et omnibus sanctis episcopis (seguono i nomi di 69 Vescovi), et ceteris qui in Carthaginensi concilio adfuerunt, dilectissimis fratribus in omino satutem“. P. L. 20-582). – Le cadette, non potrebbero contenerne, quando Benedetto XIV, e dopo di lui Pio VII, le presentano come i le fedeli continuatrici dei loro predecessori? (Benedetto XIV, « Veterem prædecessorum nostrorum… consuetudinem revocandam duximus . » Bullarium, p. IV. – PIE VII, « Dobbiamo infine obbedire, non tanto a un’usanza che risale ai tempi più remoti… quanto a una… » Diu satis. BP, p. 249. – La condanna di Lamennais,in Singulari nos, di GREGORIO XVI, sembra avere le caratteristiche di una definizione ex cathedra. La questione è stata discussa per Quanta Cura di PIO IX; è da notare però che il carattere di definizione per le condanne che portava era riconosciuto implicitamente; è da notare, tuttavia, che il carattere di definizione per le condanne che conteneva era implicitamente riconosciuto da coloro che, per negarlo al Sillabo, si sforzavano di mostrare che i due documenti non erano collegati. – Alcuni teologi hanno visto nella Pascendi di Pio X una definizione. Forse si potrebbe citare anche Casti connubii, dove le parole usate per introdurre l’affermazione della dottrina cristiana del matrimonio sono eccezionalmente solenni. « Pro Christi in terris Vicarii ac Supremi Pastoris et Magistri munere, Nostrum esse duximus Apostolicam attollere vocem… Ecclesia Catholica in signum legationes suæ divinæ, altam per os Nostrum extollit vocem atque denuo promulgat… » B.P. VI. 245 e 276). – Quando, in un’Enciclica, il Papa impone una dottrina, indicando chiaramente la sua intenzione di pronunciare una sentenza definitiva, non c’è più alcun dubbio che in gioco ci sia l’infallibilità. Ci troviamo in presenza dell’autentica Regola di Fede. Anche se questa intenzione di definire è assente dalla sentenza pontificia, né i teologi né i fedeli possono sottrarsi al dovere dell’obbedienza e chi rifiutasse l’assenso interiore non potrebbe evitare la nota di temerità (« È chiaro che un tale atteggiamento sarebbe avventato e contrario all’obbedienza e alla prudenza. » C. VAN GESTEL, O.P. Introduzione all’insegnamento sociale della Chiesa, trans. Bourgy, p. 31. – Cfr. CHOUPÎN, op. cit. p. 50 – ss. PIO XI, Casti connubii. B.P. VI, 308).  – Avendo Roma pronunciato, ogni controversia è d’ora in poi proibita. Ascoltiamo i Vescovi di questa chiesa che amava definirsi “gallicana” e che non può essere sospettata di sopravvalutare l’autorità dei documenti papali. Senza dubbio, nelle rimostranze indirizzate al Re dall’Assemblea del Clero nel 1755, non è ancora un’Enciclica che è in questione. (Ma la Costituzione Unigénitas, che i parlamenti rifiutarono di ricevere, proibì che fosse riconosciuta come “Regola di Fede“). Pertanto, accettando come terreno di discussione la posizione degli oppositori che, per sottrarsi all’autorità dottrinale di un atto della Santa Sede, cercavano già di contestarlo, la posizione della Chiesa veniva messa in discussione per una questione di forma, i prelati diedero ai loro argomenti una portata sufficientemente ampia da poter essere applicata a quei giudizi pontifici che non erano definizioni in senso proprio. « Non ci si rende conto – fanno notare a Luigi XV – che si attacca di petto la saggezza e l’autorità della Chiesa… che si contraddice M. Bossuet che dichiara che le condanne generali erano utilmente praticate nella Chiesa, per dare come un primo colpo agli errori incipienti, e spesso anche l’ultimo, secondo l’esigenza dei casi e il grado di ostinazione che si trova negli spiriti (Second écrit ou Mémoire de M. l’Eveque de Meaux, pour répondre à plusieurs Lettres de M. l’Archevêque de Cambrât Nouvelle édition des Œuvres de M. Bossuet, in-4°, tom. 6, p. 304), che si disconoscono infine i diversi usi che la Chiesa può fare della sua autorità in materia di dottrina. A volte Essa elabora dei Simboli che definiscono verità rivelate, a volte emette giudizi che condannano e riprovano: Essa può mettere in entrambi i casi lo stesso grado di precisione, dichiarare ciò che è eretico, come insegnare ciò che appartiene alla Fede; ma può anche, secondo la prudenza e la necessità dei suoi figli, limitarsi a una censura più generale, condannare i Libri, senza estrarre da essi alcuna proposizione condannabile, proscrivere delle proposizioni senza qualificarle nel dettaglio; Essa può allora giudicare che sia sufficiente che i suoi figli sappiano ciò che non devono credere, come si esprime S. Agostino. Chi può negare che questa conoscenza non sia benefica per i fedeli? E chi può sostenere che abbiano il diritto di chiedere alla Chiesa che faccia loro apprendere di più? Quanti esempi si potrebbero citare di leggi che non spiegano le ragioni particolari dei divieti che si pronunciano? E se si risponde che in questi esempi l’obbedienza consista nell’astenersi esteriormente dalle azioni proibite, si sta dicendo il vero, per quanto riguarda le leggi che un’autorità puramente umana ha portato; ma i giudizi, dettati dallo Spirito di verità catturano la mente arrestando la mano; e quando la Chiesa comanda ai suoi figli di considerare delle proposizioni dottrinali come tanti veleni nocivi alla loro Fede, una sottomissione interiore può solo garantirli dal pericolo di cui li si avverte (Raccolta dei Processi Verbali delle Assemblee Generali del Clero di Francia, Parigi 1778, t. VIII, 1″ parte. Pièces justificatives: “Remontrances au Roi concernant les refus des Sacrements“, col. 168.). Senza dubbio lo scrittore delle Rimostranze insisterà un po’ troppo, in seguito, sull’autorità supplementare che l’accettazione dei Vescovi aggiungerebbe, secondo lui, alle sentenze pontificie; non di meno il carattere decisivo di quelle è affermato con un’eloquenza degna di colui che è stato appena chiamato “Monsieur Bossuet”, e una chiarezza che due secoli dopo, l’Enciclica Humani generis lo ripeterà solo, ma questa volta in una formula altrimenti concisa. – Se i Papi si pronunciano espressamente nelle loro Encicliche un giudizio su una questione fino ad allora controversa, tutti capiscono che tale questione, nel pensiero e nella volontà dei Pontefici, non è più da considerare come una questione libera tra i teologi (B.P. p. 10. Esempi di ciò si trovano negli anni successivi alla ripresa delle Encicliche da parte di Benedetto XIV. Vix pervertit ai Vescovi d’Italia, 1-11-1745. Ex omnibus ai Vescovi di Francia, 16-10- 1756. Anche la lettera di Leone XIII sulle ordinazioni anglicane risolve categoricamente il dibattito. Abbiamo su questa intenzione del Papa l’espressa affermazione dello stesso Leone XIII nella sua lettera del 5-11-96 al card. Richard (Acta Sanctæ Sedis, vol. XXXIX, p. 664). Un testo del Card. RICHARD interpreta la Lettera Apostolica Testem Benevolentiæ nello stesso senso, testimonianza che J. C. FENTON (art. citato, p. 215) autorizza a vedere in questo documento pontificio come una definizione ex cathedra).

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L’eventuale presenza di definizioni nelle Encicliche, se già ci invita ad una lettura attenta, porta però solo una soluzione molto parziale al problema dell’autorità delle Lettere Pontificie, dove le Sentenze solenni appaiono solo come un’eccezione. L’insegnamento enciclicale appartiene normalmente al Magistero ordinario (“Magisterio ordinario hæc docentur…Humani Generis), che può essere esercitato attraverso decisioni dottrinali sulle quali il Papa non intende impegnarsi irrevocabilmente, e che più comunemente assume la forma di un semplice richiamo (plerumque affirmaHumani Generis), o una dichiarazione ampia e dettagliata della dottrina già ricevuta nella Chiesa. È dunque in relazione a questo insegnamento ordinario che si porrà la questione, se vogliamo soprattutto definire la portata dottrinale delle Encicliche, il problema della loro infallibilità. – Abbiamo già esposto questo problema in questo modo: al di là delle definizioni che possano contenere, si può ancora parlare di infallibilità per l’insegnamento dato dalle Lettere Pontificie? La domanda, bisogna ammetterlo, sembra aver colto di sorpresa i teologi contemporanei, che hanno dato, un po’ frettolosamente sembra, le risposte più contraddittorie. Mentre i più astuti erano cautamente riservati (per esempio H. T. HURSTON, Enciclopedia Cattolica, art. Enciclica, che traduciamo: « È generalmente riconosciuto che il solo fatto che il Papa dia a un suo insegnamento la forma di un’Enciclica non la costituisce necessariamente come una locutio ex cathedra e non la investe di autorità infallibile. Il grado di coinvolgimento del Magistero della Santa Sede deve essere giudicato secondo le circostanze e il modo di espressione usato in ogni caso »), qualcun altro ha pensato di poter autorizzare una soluzione chiaramente affermativa da parte del Concilio Vaticano (es. DUBLAMCH, D. T. C. l’Infallibilità del Papa, col. 1705: « Poiché, secondo il decreto del Concilio Vaticano, il Papa possiede l’infallibilità data da Gesù alla sua Chiesa, e che per la Chiesa questa infallibilità può estendersi agli atti del Magistero Ordinario… si deve affermare che il Papa, insegnando da solo, in virtù del suo Magistero Ordinario, è infallibile nella stessa misura e alle stesse condizioni. » – MANOENOT, D. T. C. Enciclica: “Il privilegio dell’infallibilità si trova in quegli atti del Magistero Ordinario”), cosa che altri respinsero senza ulteriori qualificazioni: « Non bisogna dimenticare – scrisse uno di questi ultimi – che accanto al Magistero straordinario del Sommo Pontefice che si esercita con definizioni infallibili, c’è posto per un Magistero Ordinario che non gode di infallibilità (J. VILLAIN, S. J. t L’étude des Encycliques, in Les Etudes du prêtre d’aujourd’hui” Parigi, 1945, p. 187. – Vedi anche CHAVASSE, loc. cit, p. 80: “Le condizioni poste dal Concilio per l’infallibilità papale sono formalmente restrittive: il Papa è personalmente infallibile solo quando parla ex cathedra“). – Queste divergenze, tuttavia, possono essere spiegate. Erano inevitabili quando la gente insisteva nel chiedere al Concilio Vaticano una soluzione che non aveva intenzione di dare. Senza dubbio la Costituzione Pastor æternus aveva definito l’infallibilità personale del Papa, ma affermava il privilegio solo per le sentenze solenni. Taceva sul Magistero Ordinario. Questo, è vero, era stato espressamente riconosciuto come Regola dalla Costituzione Dei Filius, ma era stata aggiunta una parola: “Magistero Ordinario e Universale“, con l’intenzione, come sappiamo, di lasciare aperta la questione dell’infallibilità personale del Sommo Pontefice.  ( « Ratio enim quare optamus ut haec vox universali apponatur voci magisterio, textus nostri, hæc est ut scilicet ne quis putet nos loqai hoc loco de Magisterio infallibili S. Sedis apostolicæ… Nullatenus ea fuit intentio Deputationis, hanc quæstionem de infallibilitate summi Pontifias, sive directe, sive indirecte tangere…» Relazione del vescovo MARTIN, Col. lac. col. 176). – Se era impossibile, senza chiedere ai testi del Concilio, leggere in essi una risposta affermativa, non era più legittimo basare su di essi una negazione. La Costituzione Dei Filius, introducendo nel suo testo la parola universale, aveva rifiutato di risolvere la questione dell’infallibilità personale del Sommo Pontefice, ma non intendeva escluderlo. La definizione di questa stessa infallibilità nella Costituzione Pastor aeternus era espressamente limitata alle sentenze solenni, ma non era “formalmente restrittiva” (È senza dubbio per distrazione che questa confusione si è insinuata nell’altrimenti eccellente articolo di M. CHAVASSE, citato sopra). Il testo del Concilio stesso non è restrittivo. Se le spiegazioni date dal relatore sembrano escludere dall’infallibilità qualsiasi atto che non sia una definizione, esse non contemplano il caso di una serie di atti, o di un insieme come quello costituito dal Magistero Ordinario), e di conseguenza lasciano aperto il problema dell’infallibilità del Papa nel suo Magistero Ordinario. Se questa sfumatura non è stata sempre compresa, è comunque importante; in ogni caso, essa vieta ai teologi di chiedere ai soli testi conciliari di ridurre le loro divergenze. – Più istruttiva, senza dubbio, sarebbe stata una riflessione sui principi richiamati dal Concilio, e sulle discussioni che hanno preceduto il voto sui testi finali. L’enfasi era stata posta sulla necessaria unità della Regola di Fede (Sant’Agostino aveva già fatto affidamento su questo nella sua polemica contro i Donatisti, come su una dottrina indiscussa: “In cathedra unitatis posuit Deus doctrinam veritatis“. Ep. 105 ad donatistas, 16, P.L. 83, col. 408.), nonché sull’impossibilità che contenga errori. È perché realizza di fatto questa unità che la proposta della stessa dottrina dal Magistero Universale della Chiesa può e deve, in nome e sotto la garanzia della prima Verità, impegnare la nostra fede. È perché crea questa unità di diritto, pronunciandosi sul contenuto della Regola di Fede con un atto senza appello, che la sentenza solenne è necessariamente infallibile. Questo, almeno, era l’argomento addotto a favore della definizione dell’infallibilità personale dal relatore della Commissione Fede (Coll. Lac, col. 390-391 e 399-d.), argomento che Leone XIII, citando San Tommaso, avrebbe un giorno ripreso (Leone XIII, Sapientiae Christianæ, B.P. II, 278, in cui cita San Tommaso: – 2a 2æ, q. I, art. 10 – Cfr. Contra Gentiles, 1. IV, с. 76, e BELLARMINO, De Romano Pontifice, 1. IV, с. 1 e 2). Ma questo pronunciamento definitivo è l’unico modo in cui il Papa può effettivamente realizzare l’unità dell’insegnamento ecclesiale intorno a lui? Un maestro – veramente degno di questo grande nome – non ha altro mezzo per stabilire tra sé e i suoi discepoli una intera coesione che formulare delle tesi precise che sarà necessario professare sotto pena di essere immediatamente bollato come dissidente? È molto più spesso e non meno efficacemente che otterrà questo stesso risultato, con il solo esposto quotidiano della sua dottrina, le spiegazioni date sulla sua coerenza interna, sulle sue implicazioni nelle altre discipline o nella condotta quotidiana della vita. In una parola, è il suo insegnamento ordinario che, oltre al ricorso eccezionale a dichiarazioni eclatanti, formerà intorno ad esso la stretta unità di una scuola. Questo insegnamento quotidiano, questo ritorno continuo, tal è proprio quello del Magistero Ordinario che il Sovrano Pontefice, come Pio XII, ricordava solo poco tempo fa (Allocuzione ai giovani sposi La gradita vostra Presenza, 21 gennaio 1942, Discorsi e Radiomessaggi di S. S. Pio XII, Milano, 1942, p. 355), esercitare nei suoi discorsi, nelle sue lettere e nei suoi messaggi, ma soprattutto nelle sue Encicliche. Abbiamo passato molto tempo a dimostrare che “fare l’unità” è la ragion d’essere di queste Lettere, segni di comunione, legami di fede e di carità, che si estendono fino ai più lontani confini del mondo cattolico, portando l’insegnamento del Pastore universale a tutti i fedeli e a serrare intorno alla Sede Apostolica la stretta unione di tutti i pastori. Abbiamo visto i Sommi Pontefici proporre espressamente come obiettivo delle loro Encicliche questa unità da raggiungere (Benedetto XIV ai Vescovi, Via pervenit, « Quando parlate al popolo… nulla ci sia di contrario ai sentimenti che abbiamo trasmesso. » Vedi qui sopra dove si possono trovare altre testimonianze. Possiamo citare ancora Leone XIII, agli operai francesi, il 19-9-91, a proposito della Rerum Novarum: « Senza consumare altro tempo prezioso in sterili discussioni, realizziamo in pratica ciò che, in principio, non può più essere oggetto di controversia »), per qualificare anche come “modernismo pratico” la sola negligenza nel far passare nella condotta di vita l’insegnamento enciclicale (Pio XI, Ubi Arcano, cfr. nota sotto). Pio XII è quindi ben in linea con i suoi predecessori quando esige da tutti l’adesione al contenuto di queste Lettere che ci vengono indirizzate nel nome stesso di Dio (“Né si pensi che ciò che viene proposto nelle Encicliche non richieda di per sé un assenso…  a ciò che viene insegnato dal Magistero Ordinario, si applicano anche le parole “Chi ascolta voi, ascolta me“. Humani Generis, B. P., p. 10). I Papi di oggi, come quelli del quarto secolo, hanno sempre un solo scopo nello scrivere le loro Encicliche: « far regnare in tutto il mondo la stessa professione di una medesima fede « (« Ut… per totum mundum una sit fides et una eademque confestio » S. Leone M., ep. 33, P. L. 54, col. 799.3). Non è, tuttavia, generalmente un’affermazione isolata in un’Enciclica, ma piuttosto un insieme che da solo sarà capace di raggiungere necessariamente questa unità. Con il Magistero Ordinario, infatti, non ci troviamo più, come nel caso della definizione, in presenza di un giudizio formulato solennemente, ma di un insegnamento nel senso comune del termine. – Dom Guéranger invitò una volta il Vescovo Dupanloup a non confondere questi due atti (Dom Guéranger, De la Monarchie pontificale, Parigi, 1870, p. 269). È importante distinguere la loro natura, nello stesso tempo  il modo in cui ciascuno di essi opera l’unità intorno a sé. Il giudizio si esprime interamente in un’affermazione categorica, in un atto preciso, in cui il giudice della fede impegna la sua autorità (e se si tratta di una definizione, al grado supremo e senza appello), per imporre una dottrina ai Cattolici o per escluderla. Stabilisce dei confini, di solito suppone una controversia o un’esitazioei (« Se i Papi nei loro atti emettono espressamente una sentenza su una questione che era finora controversa … » – scrive Pio XII in Humani Generis, B.P., p. 10). La missione dell’insegnamento non è quella di decidere, ma di far conoscere; non  mette fine a una divergenza, ma salva dall’ignoranza o dall’oblio. È all’interno di una dottrina già ricevuta che viene ad assicurare una continuità e una trasmissione fedele, a volte una valorizzazione più completa (« Il più delle volte ciò che viene esposto nelle Encicliche appartiene già d’altra parte alla dottrina cattolica », ibidem). – Di solito implica una molteplicità di espressioni e una continuità di esercizio, integra un intero insieme. Così non è creando per tutta la Chiesa un obbligo giuridico su un punto di dottrina che l’insegnamento delle Encicliche raggiunge la comunione di tutti nello stesso pensiero, è esponendo questo pensiero, non solo ai fedeli, ma ai pastori, che l’insegnamento delle Encicliche diventa una realtà non solo per i fedeli, ma per gli stessi pastori per orientare la propria predicazione; è insistendo su di esso, facendo notare le deviazioni che sopravvengono, ritornandovi in caso di negligenza o di oblio, riducendo con questo stesso ritorno le esitazioni che, qua o là, potrebbero aver cominciato ad apparire. In ogni caso, senza dubbio, un appello al Sommo Pontefice stesso rimane teoricamente possibile, e può sorgere una divergenza momentanea. A parte il caso del giudizio solenne, una singola affermazione non è necessariamente, da sola, rappresentativa di tutta la Chiesa, di per sé rappresentativa di una dottrina, l’intero insegnamento pontificio non vi è impegnato interamente. Ma se si tratta di un soggetto direttamente affrontato in una lettera Enciclica, se questa si inserisce in un insieme o in una continuità, se è oggetto di un richiamo e di un’insistenza, come spesso accade con le grandi Lettere dottrinali, non ci possono essere dubbi sul contenuto autentico dell’insegnamento pontificio. Di conseguenza, rifiutare di aderirvi, cessare di aderirvi per una stretta comunione di pensiero, è necessariamente rompere l’unione della dottrina, è introdurre la dualità nella fede. Come si può allora ammettere per questo insegnamento, almeno nel gruppo che abbiamo appena definito, la possibilità di deviare dalla verità e di sbagliare sulla regola della fede? Se questa ipotesi impossibile fosse assunta, o l’errore non fosse notato, o i Vescovi trascurassero almeno di segnalarlo, tutta la Chiesa sarebbe presto sviata dallo stesso Centro di Unità; (« Tota igitur Ecclesia errare posset, sequens determinationem Papæ, si Papa in tali definitione posset errare. » Coll. Lac. col. 391; L’argomento si applica anche all’insegnamento ordinario. Il semplice fatto di non parlare contro un errore portato dalla lettera pontificia al proprio gregge non dovrebbe essere interpretato dai Vescovi come un’approvazione? “Error cui non resistitur approbatur” citato da Cano in un testo del De Locis 1. S, c* 4, su cui THOMÀSSIN osserva – Diss. in Concil., p. 716-: “Ubi vides et Pontificum et conciliorum provincialium decretis, ex silentio Ecclesiæ universalis, œcumenicæ synodo, parem accedit auctoritatem.”); altrimenti, per rimanere fedeli alla verità, per mantenere i loro greggi in essa, i pastori avrebbero dovuto rompere questa unità, allontanarsi nel loro insegnamento da quello di Roma. Saremmo agli antipodi della tradizione che lega irrevocabilmente la sicurezza della dottrina con la comunione realizzata intorno al Romano Pontefice (per esempio S. Cipriano: “Deus unus et Christus unus, et una Ecclesia et cathedra una super Petram Domini voce fundata… Quisqui ” alibi collegerit spargit.» Ep. plebi universæ. P. L. IV, col. 336 – su S. Girolamo: « Cathedram Pétri et fidem apostolico ore laudatam censui consulendam. Super hanc petram ædificatam Ecclesiam scio. Quicumque extra hanc domum agnum comederit, profanus est ». Episodio. 15 ad Damasum. P. L. XXII, col. 355. Vedi altre testimonianze qui sotto). – Nell’uno o nell’altro caso, ci darebbe una smentita alle promesse divine: Pietro non sarebbe più la roccia da cui la Chiesa trae la sua unità, oppure avrebbe cessato di essere il fondamento sicuro della sua fede. – La conclusione, quindi, è che il privilegio dell’inerranza deve essere riconosciuto per un insegnamento da cui la fede universale dipende così strettamente e circa il quale Dio stesso, la prima Verità, si è fatto garante. Senza dubbio, in tutto il rigore dei termini, la parola infallibilità deve essere pronunciata solo in relazione all’insieme a cui abbiamo appena accennato (« La garanzia infallibile dell’assistenza divina non è limitata ai soli atti del Magistero solenne, ma si estende anche al Magistero Ordinario, senza tuttavia coprirne ed assicurarne ugualmente ogni atto. Essa garantisce assolutamente l’insegnamento della Chiesa universale unita al Papa; ma il Papa, che può esercitare questo Magistero da solo, può anche beneficiare da solo di questa infallibilità. P. LÀBOURDETTE, O. P. Les Enseignements de l’Encyclique Humani Generis, in “Revue Thomiste”, 1950, p. 38.); tuttavia, ognuno degli atti che lo compongono deve anche beneficiare dell’assistenza divina in quanto contribuisce a rappresentare l’insegnamento pontificio, ad assicurare per la sua parte l’unità dottrinale nella Chiesa. Questo mostra il titolo eccezionale che avrà l’Enciclica, « l’atto più alto del Magistero supremo dopo la definizione ex cathedra » (L. CHOUPIN, S. J., Le Motu proprio “Præstantia” di S. S. Pio X, in “Etudes religieuses“, 1908, t. CXIV, p. 123. Cfr. MANGENOT, D. T. C. art. “Encicliche“: « Se non sono giudizi solenni, poiché non hanno né la forma né le condizioni esterne di tali giudizi, sono almeno atti del Magistero Ordinario del Sovrano Pontefice e si avvicinano a giudizi solenni quando trattano materie che potrebbero essere oggetto di definizioni »), atti di cui abbiamo ricordato le immense ripercussioni, non solo sulla fede dei fedeli, ma sull’insegnamento stesso dei pastori. Se un semplice esposto dottrinale, non può mai pretendere l’infallibilità di una definizione se non alla maniera di un asintoto (Nessun atto del Magistero Ordinario, senza cessare di essere tale, può rivendicare da solo la prerogativa connessa all’esercizio del giudizio supremo. Un atto isolato è infallibile solo se il giudice supremo vi impegna la sua autorità al punto da vietarsi di ritornarvi – revocabile, infatti, non potrebbe esserlo senza riconoscere che è passibile di errore – ma un tale atto, senza appello, è proprio quello che costituisce il giudizio solenne e come tale si oppone al Magistero Ordinario. « Neque etiam dicendus est Pontifex infallibilis simpliciter ex auctoritate papatus, sed ut subest divinæ assistentiæ dirigenti in hoc certe et indubie. Nam auctoritate papatus Pontifex est semper supremus judex in rebus fidei et morum et omnium christianorum pater et doctor; sed assistentia divina ipsi promissa qua fit, ut errare non possit, solummodo tunc gaudet, quum munere supremi iudicis in controversiis fidei et universatis Ecclesiæ doctoris reipsa et actu fungitur. – Coll. Lac, col. 399-b.), qui almeno si deve parlare di questa equivalenza pratica (Ecco come il semplice fatto di essere affermato direttamente in un’Enciclica, può rendere certa una dottrina finora considerata probabile tra i teologi. « Nunc… omnino certa habenda ex verbis Summi Pontificis » PII XII, dice l’arcivescovo OTTAVIANI, in relazione a una tesi finora contestata sull’origine della giurisdizione episcopale – Institutiones Juris publici ecclesiastici, Romæ, 1947, I, 413). Le esitazioni dei teologi sull’infallibilità delle lettere papali avrebbero dovuto rendercene conto: ci troviamo in presenza di un limite, ogni affermazione (si tratta, ovviamente, di affermazioni che non sono giudizi dogmatici in senso stretto) presa separatamente, si avvicina solo all’estremo dell’infallibilità, che, invece, è rigorosamente implicita nel caso di convergenza sulla stessa dottrina di una serie di documenti, la cui continuità esclude da sola ogni possibilità di dubbio sul contenuto autentico dell’insegnamento romano. – Questa impareggiabile autorità delle Encicliche non sorprende se si fa attenzione a collocarle nel loro vero posto, nel Magistero Universale, o, nelle parole di Sant’Ireneo, in: « Quella predicazione ricevuta dagli Apostoli » che la Chiesa «…custodisce con cura come se avesse una sola anima e un solo cuore… che predica, insegna e trasmette, come se avesse una sola bocca » (Adv. Hær. I. X, 2. P. G. VII, col. 551). Queste, sono almeno atti del Magistero Ordinario del Sommo Pontefice, e si avvicinano a giudizi solenni quando trattano questioni che potrebbero essere oggetto di definizioni. È solo qui che si rivela « la funzione privilegiata di questo principio di unità che integra », nelle parole di Leone XIII, « la costituzione e l’equilibrio stesso della Chiesa » (Satis Cognitum, B.P., V. 39). « L’autore divino della Chiesa – continua il grande Papa – avendo deciso di darle unità di fede, di governo, di comunione, scelse Pietro e i suoi successori per stabilire in loro il principio e come il centro di questa unità di fede » – … Ecco perché San Cipriano ha potuto dire: «C’è una via facile per arrivare alla fede, e la verità è contenuta in una parola. Il Signore disse a Pietro: Io ti dico che tu sei Pietro… ».È su uno solo che Egli costruisce la Chiesa; e anche se dopo la Resurrezione conferisce a tutti lo stesso potere… tuttavia, per mettere in piena luce l’unità, in uno solo stabilisce con la sua autorità, l’origine e il punto di partenza di quella stessa unità (Ibid., p. 47). Nell’immenso concerto dell’insegnamento universale, la voce di Pietro non è solo una tra le altre, ma è quella che dà il tono, che custodisce e sostiene l’insieme. Sia che lo gridi ad alta voce con un giudizio solenne, sia che lo mantenga più discretamente attraverso la vigilanza e il continuo richiamo delle sue Encicliche, è sempre essa la voce che regola l’unità, e solo sono assicurate circa la loro giustezza le voci che rimangono in armonia con essa. Non è questa, inoltre, l’intima convinzione di tutti i fedeli? « Credo nella Chiesa cattolica », professano nel loro Credo. Ma dalle labbra di chi raccolgono le parole della Chiesa? Quelle di alcuni educatori, quelle dei loro catechisti, del loro parroco. Come sarebbero assicurati di incontrarvi il pensiero autentico di Dio che parla attraverso la sua Chiesa, se non fosse sufficiente per loro sapere che questi sacerdoti sono in unione con il loro Vescovo, che rimane lui stesso rimane unito al centro dell’unità, alla sede del Romano Pontefice? Essendo il Centro e la Causa dell’unità infallibile, come potrebbe essere soggetto all’errore? Stupirsi di non vedere questa dottrina esplicitamente insegnata dal Concilio Vaticano e usarla come pretesto per scartarla, sarebbe dimenticare lo scopo dei decreti e delle definizioni. – Uno dei più illustri teologi che contribuirono alla preparazione degli schemi spiegò « che sarebbe stato un errore cercare in essi l’espressione di ogni verità ammessa », essendo il loro scopo primario quello di opporsi all’errore (Coll. Lac, col. 1612). Senza dubbio le discussioni stesse contribuirono a portare in primo piano le dottrine che erano state contestate dagli oppositori. Per essere state, da questi illustri giocolieri, respinte nell’ombra, quelle stesse che furono l’oggetto di simili dibattiti, non hanno perso nulla della loro tranquilla certezza. Quello che abbiamo appena ricordato, collegandolo come una conclusione teologica dei dogmi vaticani, non sarebbe anche uno di queste? Possiamo basarci sulle testimonianze di Bossuet e Fénelon, anch’esse basate sulla tradizione antica. È il Vescovo di Meaux che parla di « questa Cattedra romana così celebrata dai Padri, che l’hanno esaltata come la continuazione, la primizia della Cattedra apostolica, la fonte dell’unità, e nel posto di Pietro il grado eminente della cattedra sacerdotale; la Chiesa madre, che tiene in mano la guida di tutte le altre chiese; il Capo dell’episcopato, da cui procede il raggio del governo; la Cattedra principale, l’unica Cattedra in cui solo tutti mantengono l’unità. In queste parole si sente San Ottatto, Sant’Agostino, San Cipriano, San Prospero, Sant’Avito, San Teodoreto, il Concilio di Calcedonia ed altri; l’Africa, i Galli, la Grecia, l’Asia, l’Oriente e l’Occidente uniti insieme »(BOSSUET. Sermone sull’unità della Chiesa, parte 1. Oeuvres wtoires, ed. URB. et LEV, Paris, 1923, t. VI, p. 116). Ascoltiamo Fenelon che si riferisce egli stesso alla professione di fede imposta da Papa Ormisda ai Vescovi orientali: « Dio non voglia che qualcuno prenda un atto così solenne, con il quale i Vescovi scismatici tornarono all’unità, come un complimento vago e lusinghiero, che non significhi nulla di preciso e serio. Si tratta qui della promessa del Figlio di Dio fatta a San Pietro, che è verificata di secolo in secolo dagli eventi. Hæc quæ dicta sunt probantur effectibus. Cosa sono questi eventi? Che la Religione Cattolica è inviolabilmente conservata pura nella Sede Apostolica. È che questa Chiesa, come sentiremo presto dire da M. Bossuet, Vescovo di Meaux, è ancora vergine, e che Pietro parlerà sempre dal suo pulpito, e che la fede romana è sempre la fede della Chiesa. È che non c’è differenza tra coloro che sono privati della comunione della Chiesa Cattolica, e quelli che non sono uniti in tutto nel sentimento con questa Sede. Così chi contraddice la fede romana, che è il centro della tradizione comune, contraddice quella di tutta la Chiesa. Al contrario, chi rimane unito alla dottrina di questa Chiesa sempre vergine non rischia nulla per la sua fede » (FÉNELON. Deuxième Mandement sur la Constitution Unigenitus – Œuvres complètes, Paris, 1851. t. V, p. 175). Non si può negare questa prerogativa, inoltre, senza mettersi in opposizione con la più antica e venerabile tradizione.   – La “Seconda Lettera sulla Costituzione Unigenitus” ricordava, contemporaneamente alla testimonianza di Ormisda, il famoso passo in cui Sant’Ireneo propone due modi altrettanto sicuri di riconoscere l’autenticità e l’apostolicità di una dottrina: l’insegnamento costante di tutte le chiese, o quello del solo « Presidente della Fede ». Ed ecco la ragione di tale sicurezza: Perché è con questa Chiesa, a causa della sua eminente principalitas (La parola corrisponde sia a “primato” che a “principato”), che ogni chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, devono concordare; ed è in essa, più che altrove, che le tradizioni che vengono dagli Apostoli sono state conservate (Adv. Hær., III, 3, 2, P. G. VII, col. 849. Per la giustificazione della traduzione adottata, vedi Christine MOHRMANN, Vigiliæ Christianæ, gennaio 1949, p. 57 – e H. HOLSTEIN S. J., loc. cit, che conclude: « La pietra di paragone dell’Ortodossia sarà dunque la conformità con ciò che la Chiesa di Roma conserva ed insegna: è necessario che, dappertutto, tutte le Chiese si trovino in accordo con quella Chiesa che gode della principalitas privilegiata delle Chiese apostoliche, con quella comunità di Cristiani di tutto il mondo, nella quale la tradizione apostolica è stata conservata intatta e viva fin dall’inizio.»). – È come un “principio di unità” che San Cipriano rappresenta a sua volta la Chiesa di Roma, in un passaggio in cui sarebbe perfettamente arbitrario limitare la sua portata alle sentenze solenni. Parlando degli eretici, che si erano sforzati, per meglio diffondere le loro dottrine, di farsi coprire dall’autorità del Papa: Essi osano – egli grida – fare vela verso la Cattedra di Pietro e la Chiesa principale, fonte dell’unità del corpo episcopale. Hanno dimenticato chi sono questi romani, la cui fede è stata lodata dalla bocca dell’Apostolo stesso, e nei quali “l’errore non può trovare accesso”? (Epist. 59 ad Cornelium, n° 14 P. L. III, col. 818. Vedi sopra, altri testi nello stesso senso). È davvero utile moltiplicare le testimonianze, quando la dottrina che afferma la possibilità di incontrare l’errore nella Chiesa di Roma è stata oggetto di una solenne riprovazione? Questa è infatti una delle proposizioni di Pietro di Osma, che fu colpito da Sisto IV con varie censure, arrivando fino alla nota di eresia: « Ecclesia Urbis Romæ errare potest ». (Prop. 7, condannata dalla bolla Licet ea, del 9 agosto 1478. DENZ. BAN. Enchiridion, n° 730.). Non ci si sorprenderà quindi di vedere l’importanza attribuita, tra i luoghi teologici, all’insegnamento ordinario della Santa Sede e specialmente alle Lettere papali. Quando i teologi, quando i Concili, o i Papi stessi, come ha fatto recentemente Pio XII nel suo Magnificentissimus Deus, cercano nel passato “testimonianze, indici, vestigia, testimonia, indici, vestigia“, che permettono loro di riconoscere una dottrina come autenticamente contenuta nel deposito della fede, la ritengono certa, anche se gli strumenti sono pochi, purché tra questi possano annoverare l’insegnamento costante del Sovrano Pontefice, la fede autentica della Chiesa Romana (« Mirum videri non débet quod existimet Canus res fidei non numero episcoporum, sed pondere et auctoritate Romani Pontificis definiri. .. atque ubi discordes sunt inter se Episcopi ei parti semper adhærendum pro qua stat Romanus Pontifex. » TOUBNELY, De Ecclesia, p. 223 – ed. di Venezia, 1731). Le stesse Encicliche non ne danno forse una prova definitiva? I loro lettori, anche se un po’ distratti, avranno certo notato la formula solenne con cui i Papi testimoniano la loro costante preoccupazione di collegare la propria dottrina a quella dei « loro predecessori di immortale memoria ». Se a volte lo esplicitano, se lo rivendicano contro una falsa interpretazione, si preoccupano soprattutto, nella prospettiva stessa di san Ireneo, di mostrare come prova e a garanzia della sua autenticità, la continuità rigorosa dell’insegnamento pontificale (A parte i testi che si trovano in tutte le Encicliche, è da notare l’abitudine di segnare gli anniversari delle Encicliche stesse, Quadragesimo anno, Ærant Ecclesiæ, etc. La realtà è ben lontana dal perpetuo « bilanciamento » dal « pendolo oscillante », dalla « successione di cadute accettate », che è stata data come caratteristica dell’insegnamento enciclicale. Questa immagine, troppo spesso usata, non prova nulla, se non che chi la usa non ha letto le Encicliche, almeno non in modo da fare attenzione a non farsi ingannare da una semplice evoluzione semantica. Senza dubbio Pio VI condanna il governo popolare (Allocuzione concistoriale del 17-6-93), mentre Pio XII (Messaggio di Natale 1944) specifica solo le condizioni di una sana democrazia, ma per escludere il governo delle “masse“, termine che copre esattamente il termine “popolo” usato da Pio VI. Al contrario, Pio XII amplia il significato di democrazia per permetterle, in termini espliciti, di includere la monarchia, che Pio VI opponeva al governo del popolo. Altre parole, stessa dottrina). – Assistito dallo Spirito Santo nel cui Nome si rivolge a noi in ciascuna di queste Lettere, l’insegnamento ordinario delle Encicliche, come ci appare attraverso la loro continuità, non può essere soggetto a revisione. Anche una definizione solenne non potrebbe contraddirla, perché, divinamente assistita, e non potrebbe mai pronunciarsi contro una dottrina infallibilmente preservata dall’errore (Collect. Lac, col. 404. – Cfr. anche la lettera di Mons. DESCHAMPS a Mons. Ketteler sulla distinzione tra il fatto e l’atto di accordo delle Chiese, prima della definizione: « Certamente il Papa non può definire – come dice Sant’Agostino – se non ciò che è nel deposito della rivelazione, nella Sacra Scrittura e nella tradizione “quam Apostolica Sedes et Romana cum ceteris tenet perseveranter Ecclesia“. Questo è il fatto che il Papa nota prima di definire come ha sempre fatto… e come l’assistenza divina promessagli garantisce che farà sempre. » R.S.P.T. 1935, p. 298). Qualunque sia il modo in cui la parola divina ci raggiunga, essa esige sempre lo stesso atteggiamento da parte nostra. Potremmo noi senza pericolo – scrive Dom Guéranger in una delle pagine più belle del suo Anno Liturgico – imporre limiti alla nostra docilità agli insegnamenti che ci vengono nello stesso tempo dallo Spirito e dalla Sposa che sappiamo essere uniti in modo indissolubile (Apoc. XXII, 17)? Sia che quindi, la Chiesa ci intimi ciò che dobbiamo credere mostrandoci la sua pratica, o con la semplice enunciazione dei suoi sentimenti, o se dichiari solennemente la definizione attesa, dobbiamo guardare ed ascoltare con sottomissione di cuore; infatti, la pratica della Chiesa è tenuta nella verità dallo Spirito che la vivifica; rinunciare ai propri sentimenti in qualsiasi momenti, è l’aspirazione continua di questo Spirito che vive in essa; e per quanto riguarda le sentenze che Essa pronuncia, non è Essa sola che le pronuncia, ma lo Spirito che le pronuncia in Essa ed attraverso di Essa. Quando è il suo Capo visibile che dichiara la dottrina, sappiamo che Gesù si degnò di pregare affinché la fede di Pietro non venisse meno, cosa che ottenne dal Padre suo e per la quale ha affidato allo Spirito il compito di mantenere Pietro in possesso di un dono così prezioso per noi » (L’Anno Liturgico, Parigi 1950: “Il Giovedì della Pentecoste“, t. III, p. 609).

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE (2)

Dom PAUL NAU

Monaco di Solesmes

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE

Saggio sull’autorità de loro insegnamento

Les Editions du Cèdre 13, Rue Mazarine PARIS

II.

Lettere di unità

È alla natura stessa delle Encicliche che vorremmo ora chiedere la soluzione dell’apparente antinomia tra i due caratteri che abbiamo appena scoperto in questi atti pontifici: le Encicliche sono lettere, sono lettere circolari indirizzate dal Papa ai Vescovi.  Sono lettere. Senza dubbio questa parola può designare documenti che appartengono solo lontanamente al genere epistolare, di cui conservano solo l’indicazione del destinatario e quella dell’Autorità di provenienza. Le Bolle di canonizzazione dei santi sono Lettere, Litterae decretales, quelle che specificano i limiti di una diocesi o conferiscono poteri a un Vescovo sono anch’esse Litteræ Apostolicæ; è questo stesso nome che portano i Brevi delle indulgenze o di altri privilegi (Sotto il loro protocollo epistolare si nascondono veri e propri atti amministrativi o sentenze dogmatiche: beatificazione di un servo di Dio, delimitazione di un distretto territoriale, condanna di un errore, conferimento di un beneficio o privilegio. In tutto questo, come nelle nostre attuali lettere di credito o di scambio, non c’è nulla di una vera corrispondenza, di uno scambio di opinioni o di pensieri personali).  Le Encicliche, invece, sono lettere in un senso molto più stretto (CICERONE specifica così l’oggetto della lettera e ci sono, come sapete, più tipi di lettere; ma tra tutte la più autentica … è quella a cui si deve l’invenzione stessa delle lettere, quella che è nata dal desiderio di informare gli assenti, quando era di interesse per loro o per noi che fossero istruiti in qualcosa”. (Lettera CLXXIII, A Curion (Fam. II, 4 ), trans. Constans. Ed. “Les Belles Lettres”, t. III, p. 170-172). Non senza dubbio in questo stile abbandonato della corrispondenza privata (Rileggiamo, se vogliamo cogliere la sfumatura, la corrispondenza così piena di verve e finezze indirizzata da Benedetto XIV al Card. del Tonchino DE HEECKEREN, Correspondance de Benoît XIV, Paris, Pion 1912, 2 vol.- Siamo lontani dalle Encicliche dello stesso Papa.). Non è più uno scambio amministrativo ma personale, una conversazione scritta, sia che assuma il tono dell’insegnamento e si rivolga alla mente, sia quello dell’esortazione per condurre all’azione. Siamo in una corrispondenza ufficiale, senza dubbio, ma sempre in una corrispondenza.  Le Encicliche sono lettere; come stupirsi che non abbiano il rigore di espressione e la precisione dei termini propri dei testi legislativi o delle decisioni giudiziarie? Ma allo stesso tempo, queste lettere possono rivendicare un’autorità sovrana: come circolari del Papa ai Vescovi, emanano dal Pastore dei pastori. « Circulari » è infatti la traduzione latina della parola greca – εν κυκλος – « in cerchio ». Le Encicliche sono circolari indirizzate all’Episcopato.  La loro formula di indirizzo è nota: “Ai nostri venerabili fratelli, i Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi e altri Ordinari, in grazia e comunione con la Sede Apostolica, Pio XII, Papa… (Litteræ encyclicæ, Venerabitibus Pratribus, Patriarchis, Primatibus, Archiepiscopis, Episcopis aliisque locorum Ordinariis pacem et communionem cum Apostolica Sede habentibus. Pio Papa XII. Venerabiles Fratres Salutem et Apostolicam benedictionem. Summi Pontificatus; 20 ottobre 1939. BP. I, 198). A volte, oltre al corpo episcopale, sono indicati come destinatari il clero o anche i fedeli dell’universo. Questa estensione, tuttavia, rimane accidentale e non impedisce che le Encicliche siano soprattutto Lettere del Papa ai Vescovi. Una sola eccezione si può notare nei tempi moderni, che non fa che sottolineare ulteriormente il principio generale: quella dell’enciclica In Præclara, indirizzata da Benedetto XV, “ai professori e agli studenti di Lettere e Area del mondo cattolico”, in occasione del sesto centenario della morte di Dante (Dilectis Filiis Doctoribus et Alumnis Litterarum Artique optimarum Orbis Catholici In Præclara, 30 aprile 1921).  È ai Vescovi che il Papa si rivolge nelle Encicliche, e parla loro come loro capo. Questo carattere appare già nella prima Enciclica dei tempi moderni, Ubi Primum, scritta da Benedetto XIV, all’inizio del suo pontificato (3 dicembre 1740. Epistola Encyclica et Commonitoria ad omnes Episcopos. S. D. N. Benedicti Papæ XIV Bullarium, Venezia 1778, p. 2). Il Papa si appella esplicitamente al suo ufficio di Pastore dei Pastori: « Ai nostri Venerabili Fratelli, Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi, Benedetto XIV, Papa,  Venerabili fratelli, saluti e benedizione apostolica. Non appena piacque a Dio, ricco di misericordia, di elevare la nostra umile persona al seggio supremo di Pietro e di affidarci il potere vicario di Nostro Signore Gesù Cristo di governare tutta la sua Chiesa… Ci è sembrato di sentire questa voce divina risuonare nelle nostre orecchie: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore”. Con queste parole, il Pontefice di Roma, successore dello stesso Pietro, ha ricevuto dal Signore l’incarico di governare non solo gli agnelli del suo gregge, cioè i popoli di tutto il mondo, ma anche le pecore che sono i Vescovi, perché, come madri dei loro agnellini, generano i popoli in Cristo Gesù e li fanno rinascere. Accogliete dunque, Fratelli, in questa Lettera che vi indirizziamo, le parole del vostro Pastore; a voi che siete chiamati a partecipare all’ufficio che abbiamo ricevuto da Dio in pienezza, questi ammonimenti ed esortazioni faranno capire qual è la preoccupazione che ci spinge a non tralasciare nulla dei doveri del nostro ufficio e qual è la misura della nostra paterna carità nei vostri confronti (La lettera si conclude con un paterno invito rivolto ai Vescovi: “Con piena fiducia, venite a Noi che vi amiamo come Fratelli e aiutanti, come nostra corona nelle viscere di Gesù Cristo. Venite alla vostra Madre, che è anche la Madre, capo e padrona di tutte le chiese, la Santa Chiesa Romana, in cui la religione è nata, dove la fede poggia come su una roccia, dove l’unità del sacerdozio ha la sua fonte, dove la verità è insegnata senza corruzione. Non abbiamo desiderio più ardente, né più gradito, che unire i nostri sforzi ai vostri per procurare la gloria di Dio, la salvaguardia e la protezione della fede cattolica, e per ottenere la salvezza delle anime, per la quale siamo pronti a dare con gioia, se fosse necessario, il nostro sangue e la nostra vita. Ubi Primum. Bullarium, 1. c.). » Questa stessa enfasi si troverà in tutte le Encicliche inaugurali. All’inizio di ogni Pontificato, la prima preoccupazione di colui che è stato appena elevato alla sede di Pietro è di rafforzare i legami che lo uniscono al corpo episcopale di cui è a capo, di assicurare tra lui e i Vescovi l’unità di programma nel governo della Chiesa, l’unità di dottrina contro gli errori del giorno. E per raggiungere questo scopo, ricorre all’organo di un’Enciclica. Non possiamo passare in rassegna tutti i Pontificati, ma alcuni esempi saranno sufficienti. – Dopo la Rivoluzione Francese, fu da Venezia, dove si era svolto il Conclave, che Pio VII riprese il contatto con i Vescovi che erano stati isolati dalla Santa Sede per troppo tempo. Fu la consapevolezza del dovere affidatogli di “confermare i suoi fratelli” che lo invitò anche a prendere la sua penna: « Sono già passati due mesi… da quando Dio ha imposto alla nostra infermità il pesante fardello di guidare la sua Chiesa. Alla fine, dobbiamo obbedire, non tanto a un’usanza dei tempi più antichi, quanto a un nero affetto per voi. Formata molto tempo fa nelle relazioni di confraternita, la sentiamo oggi meravigliosamente accresciuta e giunta al suo culmine; perciò, niente è più dolce per Noi e più piacevole che conversare con voi almeno in queste Lettere. La natura del dovere particolare e principale del nostro ufficio, registrato ed espresso nelle parole: “Conferma i tuoi fratelli”, è ciò che ci impegna anche potentemente e ci determina a farlo. Perché in questi tempi – così sfortunati e così travagliati – Satana non meno che in passato “ha cercato di setacciarci tutti come il grano” (Dia Satis, 15 maggio 1800. BP. 240.). »  – È quasi negli stessi termini che Gregorio XVI si scusa per non aver potuto indirizzare prima la lettera ai Vescovi, « sollecitato più dal suo affetto per loro e dal dovere del suo ufficio, che da un’antica usanza ». Se la tempesta sorta all’inizio del suo Pontificato ha ritardato l’espressione del suo pensiero, non ha fatto altro che mettere in maggiore evidenza il pericolo di errori minacciosi, e l’Enciclica insiste più particolarmente sulla necessità dell’unione nella difesa della fede: « … Agiamo in unità di spirito per la nostra causa comune o, per meglio dire, per quella di Dio; e di fronte ai nemici comuni uniamo la nostra vigilanza, … uniamo i nostri sforzi. Agamus idcirco in unitate spiritus communem nostram seu vertus Dei causant et contra communes hostes, pro totius populi salute, una omnium sit vigilantia, una contentio. » Lo scopo dei vostri sforzi e l’oggetto della vostra continua vigilanza deve quindi essere quello di custodire il deposito della fede in mezzo a questa vasta cospirazione di uomini empi che vediamo, con il più grande dolore, formata per dissiparlo e perderlo. Si ricordi che il giudizio sulla sana dottrina di cui il popolo deve essere nutrito, e il governo e l’amministrazione di tutta la Chiesa, appartengono al Romano Pontefice…  Quanto ai Vescovi in particolare, il loro dovere è di rimanere inviolabilmente attaccati alla Cattedra di Pietro, di custodire il santo deposito con scrupolosa fedeltà, e di pascere il gregge di Dio che è loro sottoposto… » (Mirari Vos, 15 agosto 1832. BP. 205). Quest’ultima citazione ci aiuterà a capire il ruolo proprio delle Encicliche dottrinali. – Partendo da un’esortazione a conservare il deposito, Gregorio XVI mostra qui la procedura: l’unione dei vescovi intorno al Papa. Questo è infatti il principio stesso della costituzione della Chiesa, come ci ricorderà Pio IX (Per esempio Amantissimus Humani Generis dell’8 aprile 1862, Acta Pii IX, v. III, p. 425. Ut autem haec fidei, doctrinaeque unitas semper in sua servaretur Ecclesia, Petrum ex omnibus selegit unum, quem… inexpugnable Ecclesiæ suæ fundamentum et caput constitua, ut… pasceret oves et agnos confirmaret Fratres… ), e specialmente Leone XIII. Quest’ultimo Papa dedicò un’intera Enciclica a spiegare “il piano e lo scopo di Dio nella costruzione della società cristiana” (Satis Cognitum, 29 giugno 1896. BP. 5, 47.). – Questo è il piano. L’Autore divino della Chiesa, avendo decretato di darle l’unità di fede, di governo e di comunione, scelse Pietro e i suoi successori per stabilire in loro il principio e il centro dell’unità. Ecco perché San Cipriano scrive: « Il Signore si rivolge a Pietro: “Io ti dico che tu sei Pietro… Su uno solo costruisce la Chiesa… E sebbene dopo la sua risurrezione Egli dia uguale potere a tutti e dica loro: “Come il Padre mio mi ha mandato…”, tuttavia, per dare piena visibilità all’unità, Egli stabilisce in uno solo, con la sua autorità, l’origine e il punto di partenza di questa stessa unità. Nessuno, quindi, può avere una parte nell’autorità se non è unito a Pietro (Ibid.). È a Pietro, il fondamento della Chiesa, che è stata promessa l’indefettibilità. Da allora in poi, il modo per non fallire sarà quello di rimanere uniti a Pietro, di allineare il proprio insegnamento al suo. – Ma come rimanere uniti a Pietro, come conformare il proprio insegnamento a quello di Pietro? È qui che entra in gioco il ruolo delle Encicliche dottrinali. Senza dubbio in certe circostanze si può stabilire un contatto diretto tra il Papa e i Vescovi. Questo è il caso delle visite ad limina e soprattutto dei Concili Ecumenici. A volte, in caso di errore manifesto, il Papa interviene con una sentenza formale di condanna.  Ma è in ogni momento che il nemico si aggira, quærens quem devoret, che l’errore minaccia, che diventa insidioso, che, tra i pastori come tra il gregge, può sorgere l’esitazione. È allora che una lettera Enciclica indicherà ai Vescovi i punti più particolarmente minacciati, per rafforzare le loro certezze e per portare loro luci sicure per rettificare i fuorviati o per rassicurare i timidi. I capi delle diocesi dovranno solo fare propri questi insegnamenti di Roma (non sono solo portavoce del Papa, ma Pastori essi stessi, anche se subordinati), trasmetterli, spiegarli ai loro fedeli e portarli alla portata dei più umili. – La prima Enciclica di Benedetto XIV non aveva a che fare con questioni dottrinali. Sei anni dopo, nell’Italia settentrionale, sorse una discussione sulla legittimità di certi contratti. Questo era precisamente il caso dei prestiti ad interesse, la cui errata interpretazione sarebbe stata alla base degli abusi del capitalismo moderno. Il Papa ha indirizzato un’Enciclica ai Vescovi della regione dove era sorto il dibattito. Benedetto XIV non qualifica direttamente l’opinione errata, non la censura. Ma dopo aver preso il consiglio dei Cardinali e dei teologi competenti, indica ai Vescovi il principio delle decisioni che essi stessi dovranno prendere, e detta loro ciò che d’ora in poi, e senza ammettere ulteriori discussioni, dovrà servire come base del loro insegnamento: In questo modo sarete istruiti in tutto questo, Venerabili Fratelli, e quando terrete i sinodi, parlerete al popolo e lo istruirete nella dottrina cristiana, nulla di contrario ai sentimenti che abbiamo riferito sarà mai avanzato. Vi esortiamo di nuovo a usare tutta la vostra cura affinché, nelle vostre diocesi, nessuno abbia l’audacia di insegnare il contrario, né oralmente né per iscritto (Vix Pervenit, del 1° novembre 1745, trans. TIBERGHIEN, Tourcoing, 1914). – È allo stesso modo per assicurare tra i membri del corpo episcopale, del collegio docente della Chiesa, l’unità della dottrina, che saranno scritte tutte le grandi Encicliche, da Gregorio XVI a Pio XII. Abbiamo avuto modo di citare Mirari vos, e dovremmo almeno menzionare Quanta cura e tutta la serie di lettere in cui Leone XIII ricorda ai Vescovi, i principi su cui deve essere costruita la società umana e quelli che devono guidarla nelle sue relazioni con la Città di Dio. – Non fu un pensiero diverso, come abbiamo visto, quello che portò Pio X a scrivere la Pascendi, per delineare ai Vescovi le regole da seguire per arginare la marea montante del modernismo e contrastarla con la sana dottrina. Questo sembra essere ancora lo scopo di Pio XII nel trittico delle sue tre grandi Encicliche. “Nel suo messaggio inaugurale, espone i presupposti di un ordine per la ricostruzione individuale, sociale e politica dei popoli. Con Mystici Corporis, fa luce sulla vita interna della Chiesa nei suoi fondamenti dogmatici. Mediator, infine, mira alla vita intima ed esterna della Chiesa nel suo culto, mettendo in evidenza gli errori teorici e pratici che stanno proliferando negli ultimi anni (Mons. Fiorenzo ROMITA, Bollettino Ceciliano, Maggio-Giugno 1948). Conserveremo alcuni passaggi di Pio XI, più espliciti sul ruolo delle Encicliche come collegamento tra l’insegnamento del Sommo Pontefice e quello dei Vescovi.  All’inizio del suo Pontificato, il desiderio di questo Papa sarebbe stato quello di raccogliere intorno a sé il collegio dei Vescovi riprendendo le sessioni interrotte del Concilio Vaticano. In mancanza di questo contatto personale, l’Enciclica porterà il suo incoraggiamento e il suo pensiero a tutti. Ci avete dato una testimonianza impressionante del vostro zelo quando… in occasione del Congresso Eucaristico di Roma, siete venuti quasi tutti nella Città Eterna da tutte le parti del mondo.  Questa assemblea di pastori… Ci ha suggerito l’idea di convocare a tempo debito… una simile assemblea solenne per applicare i rimedi più appropriati dopo un tale sconvolgimento della società umana… Tuttavia, non osiamo risolverci a procedere senza indugio alla ripresa del Concilio Ecumenico aperto dal santissimo Papa Pio IX… che ha portato a termine solo una parte, anche se molto importante, del suo programma. In queste circostanze… la coscienza del nostro ufficio apostolico e dei nostri doveri paterni verso tutti, Ci ispira e Ci fa una specie di obbligo di aggiungere come nuove fiamme al fuoco che vi divora, nella certezza che le nostre esortazioni vi porteranno a dedicare una cura ancora più attenta alla parte di gregge che il Maestro ha affidato a ciascuno di voi… (Ubi Arcano, 23 dicembre 1922. BP. I, 165-166. ). Più tardi, quando fu istituita la festa di Cristo Re, un’altra Enciclica, Quas Primas, avrebbe portato ai Vescovi il tema del loro insegnamento pastorale: « Spetterà poi a voi rendere accessibile all’intelligenza e al sentimento del popolo tutto ciò che Noi diciamo sul culto di Cristo Re, per far sì che la celebrazione annuale di questa solennità porti frutti in molti modi, fin dall’inizio e in futuro. Vestrum erit quidquid… dicturi su mus, ad popularem intelligentiam et sensum accommodare. » (Quas Primas, 11 dicembre 1925. BP. S, 67. ). Qui vediamo in azione il processo stesso di custodire l’unità della fede nella Chiesa, come stabilito da Gregorio XVI, Pio IX e Leone XIII. Emanata dal Sovrano Pontefice, centro stesso dell’unità, l’Enciclica, rivolta ai Vescovi di tutto il mondo, spiegata e insegnata ai fedeli, sarà la sicura garanzia della comunità della dottrina e della fede. Pio XI tornerà più esplicitamente su questo punto nella Mortalium Animos, in relazione alle deviazioni dell’ecumenismo: « La coscienza del nostro Ufficio Apostolico ci proibisce di permettere che errori perniciosi conducano fuori strada il gregge del Signore. Perciò, Venerabili Fratelli, ci appelliamo al vostro zelo per impedire un tale male. Perché siamo convinti che con i vostri scritti e le vostre parole, ognuno sarà in grado di far comprendere facilmente ai suoi fedeli i principi e le ragioni che stiamo per esporre; e i Cattolici ne trarranno una regola di pensiero e di condotta per l’opera di riunire, in qualsiasi modo, in un solo corpo, tutti coloro che rivendicano il nome cristiano. Confidimus enim, per verba et scripta cujusque passe facilius et ad populum per-tingere et a populo intëlligi quæ mox principia rationes proposituri sumus, unde catholici accipiant quid sibi sentiendum agendumque » (Mortalium Animos, 6 gennaio 1928. BP. 4, 67. Vedi nello stesso senso Leone XIII, Cum Multa dell’8 dicembre 1882: « Spetterà a voi, cari Figli e Venerabili Fratelli, essere gli interpreti del nostro pensiero al popolo, e fare in modo, per quanto vi sarà possibile, che tutti conformino la loro condotta ai nostri consigli. BP. 7, 55. Vedi anche ard. SALIÈGE, 26 febbraio 1943: « È dovere del Vescovo far sentire la parola del Papa; provo gioia francese e orgoglio cristiano nel farvela sentire » citato in: Menus propos du Card. Saliège, I. Le Chrétien, ed. l’Equipe, Toulouse, p. 8). Se le Encicliche sono dunque il mezzo di unità tra il Papa e i Vescovi, i loro caratteri, che prima ci sembravano opposti, sono al contrario perfettamente armonizzati. Come stupirsi che non abbiano l’asciuttezza di un testo legislativo o giudiziario? Che ricordino la dottrina o denuncino l’errore, rimangono sempre lettere. Ma le lettere del Dottore supremo agli altri Dottori, per dare coesione all’insegnamento di tutti, procedono dalla più alta Autorità dottrinale sulla terra, sono al principio stesso del Magistero universale della Chiesa e dell’unità della fede, e la loro autorità e importanza non potrebbero quindi mai essere esagerate.

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Le Encicliche sono gli organi di coesione dottrinale tra i membri del corpo episcopale e il loro Capo, la garanzia dell’unità con l’insegnamento pontificio e quindi della fedeltà al deposito affidato da Cristo. Forse le nostre conclusioni si riveleranno affrettate. Non avremmo preso troppo alla lettera formule che sono indubbiamente molto solenni, ma che, a causa del loro carattere un po’ ieratico, siamo abituati a sorvolare rapidamente senza insistere troppo sul loro significato? Non potremmo trovare, a parte le Encicliche stesse e le loro formule stereotipate, il pensiero dei Sommi Pontefici chiaramente esposto? Nessuno di loro ha mai pensato di spiegarci, in un testo positivo, la natura e lo scopo delle Encicliche? Forse Benedetto XIV aveva previsto questo desiderio. In ogni caso, ha risposto in anticipo. Appena qualche anno dopo l’invio di Ubi Primum, il Papa pubblicò il suo Bollario o raccolta dei suoi atti pontifici, tra i quali fece inserire le sue Encicliche. L’ha preceduta con una prefazione dedicatoria, indirizzata “ai dottori e agli studenti di diritto dell’Università di Bologna“, che può essere giustamente considerata l’atto di nascita delle Encicliche moderne (Benedictus Papa XIV, Doctoribus et Scholaribus universis Bononiæ commorantibus et Juri canonico et civili studentibus. Bullarium. p. III.). È sorprendente non vedere questo documento citato più spesso, anche se è essenziale per lo studio delle Encicliche. Per comodità dei nostri lettori, riproduciamo qui i passaggi essenziali: Neque illud a Nobis prætereundum est, Romanis Pontificibus morem perpetuo fuisse, ut Episcopos universos, vel alicujus tantum Provinciæ ad Catholicam Fidem custodiendam, morumque disciplinam aut servandam, aut restaurandam Literis Encyclicis excitarent. Qua in re postremis hisce temporibus, usi sunt opera Congregationum… Divinæ targitatis beneficto ad summum Pontificatum evecti, Literas Encyclicas ad universos Episcopos, vel alicujus Provinciæ et nonullas etiam privatim ad aliquos episcopos dedimus, prout temporum ratio postulabat, quæ huic primo Volumini adjunguntur. Nel suo autem conscribendis Epistolis, veterem Prædecessorum nostrorum (si postrema tempora excipiantur) consuetudinem revocandam duximus, qua tpsi per se Literas Episcopis dabant, rati majorem vim id habiturum, cum amjyliorem Pontificiæ benevolentiæ significationem ipsius Pontificis Epistolæ testari videantur Episcopis, quibuscum Me Fraternitatis vinculo conjungitur quam quæ ab aliis, auctoritate licet Summi Pontificis, conscribuntur. p. IV). Il Papa doveva avvertire i lettori: era infatti la prima volta che documenti diversi da Costituzioni o Bolle, e da importanti Brevi, venivano inseriti in una raccolta di questo tipo (2 S) Il Papa fa qui appello ai suoi ricordi personali: Has Literas Præsules, qui erant a Secretis earum Congregationum, plerumque exorabant… Id nos diligentissime exequuti sumus, cum adhuc in minoribus munus a Secretis Congregationis Concilii per decern et amplius annos vbivimus. Typis emittimus hoc primum Volumen, quod nostras Constitutiones, videlicet Bullas, et aliqua Brevia, Literas Encyclicas, et alia hujusmodi complectitur. Ibidem, p. III. 2). Questa innovazione, inoltre, non è stata l’unica, né la principale, sulla quale il Sovrano Pontefice ha dovuto spiegarsi. Le Encicliche erano senza dubbio tradizionali nella Chiesa, e Benedetto XIV, nel riprendere il loro uso, si riferisce espressamente a questa antica usanza. Ma sotto i Pontificati precedenti, i Papi avevano cessato di usare loro stessi questo modo di insegnare e ne avevano abbandonato l’uso alle congregazioni romane (Non è stato quindi inutile, nell’inserire le Encicliche nel Bollario, ricordare la vera natura di queste Lettere, e far conoscere in ogni caso il motivo della loro ricomparsa tra gli altri testi pontifici. Questa ragione, secondo Benedetto XIV, è la stessa che in passato aveva portato i Papi a scrivere personalmente ai Vescovi: dare maggior peso alle Encicliche. Le lettere del Papa stesso non saranno forse un segno più certo di benevolenza verso i Vescovi, suoi fratelli nell’episcopato, che se fossero emesse da altri firmatari, anche su mandato del Sommo Pontefice? (lbid., p. IV, testo citato sopra). – Ma perché questo segno di benevolenza, se non per rendere più stretti i legami dei Vescovi, non solo con l’amministrazione pontificia, ma con lo stesso Capo del Collegio Apostolico, per stringere e rafforzare attorno al Pastore supremo la coesione del corpo dei pastori della Chiesa? Inoltre – e il grande canonista Benedetto XIV non aveva paura di scendere a questi umili dettagli – le Encicliche, atti personali del Sovrano, non dovranno essere rivestite di quelle formalità di cancelleria, garanzie di autenticità, che erano le pergamene speciali, le scritte complicate, i sigilli tradizionali delle Bolle e dei Brevi (Le Bolle scritte su pergamena ruvida, spessa, in una scrittura gotica molto ornata, e difficile da leggere, era sigillata con una palla di metallo (piombo o oro). Erano datate in Calende e Idi, e l’anno veniva contato non dal primo gennaio, ma dall’anniversario dell’Incarnazione, il 25 marzo. I Brevi, su membrane più sottili e in lettere latine, erano sigillati, su cera rossa, con il famoso anello del pescatore). Come garanzia contro i falsari, basterà che queste lettere siano stampate a Roma sotto gli occhi del Papa, sulla generosa e comoda carta dei torchi vaticani, e che la loro raccolta sia depositata negli archivi, in due copie firmate dallo stesso Sovrano Pontefice (Quia fortasse non deest aliquis, aut etiam non defuit, qui acceptis nostris Literis, Romæ licet impressisi nostroque Nomine inscriptis, dubius tamen incertusque haereat, utrum Ños ipsarum Auctores essemns; (quasi vero temeritas hominum eo devenire possit, ut aliquis, Nobis vitam agentibus, Literas Encyclicas nostro Nomine falso inscríbese, casque Romanis Typis commettere audeat) ad omnem dubitationem tollendam reponi jussimus duo codicis hujus exemplaria, quæ manu nostra subscripsimus, nostroque Signo obfirmavimus, unum in Archivio Castri S. Angeli, alterum in Archivio secreto Vaticano, ut hæc monumenta certa, ac perpetua faciamus, nec ulto unquam tempore Literis Encyclicis, aut alìis in hunc codicem relatis, sfides imminuatur. (Prefazione al Bullarium, p. IV.). Possiamo vedere quanto preziosi possano essere questi documenti nel rafforzare la coesione del corpo episcopale intorno al suo capo. Come atti personali del Papa, le Encicliche non possono non essere ricevute con attenzione dai Vescovi, mentre, come semplici lettere stampate, alleggerite di ogni inutile formalità, possono essere rapidamente inviate a tutte le estremità della cristianità per sbarrare la strada agli errori che rinascono continuamente. Non sosteniamo, tuttavia, che questa mancanza di solennità nella loro forma minimizzi la loro importanza: come abbiamo appena visto, questa semplicità è solo una conseguenza del loro carattere di atti personali del Sovrano Pontefice. E questi atti autentici del “Pastore dei Pastori”, indirizzati a coloro che partecipano al potere di governare e insegnare la Chiesa, hanno come oggetto proprio le questioni essenziali di questo ufficio: la vostra fede e la disciplina dei costumi. Tale era infatti, secondo Benedetto XIV, il loro contenuto nell’uso antico: Neque illud a Nobis prætereundum est Romanis Pontificibus morem perpetua fuisse, ut episcopos universos vel alicujus tantum provinciae ad catholicam fidem custodiendam, morumque disciplinam aut servandam aut restaurandam, Litteris encyclicis excitarent (Bullarium, p. IV, 1). – Questo antico uso è proprio quello che il Sovrano Pontefice vuole reintrodurre. Non possiamo quindi pesare troppo questi termini: fede e morale. Questo è precisamente l’oggetto della missione affidata dal Signore a Pietro e agli Apostoli e ai loro successori, il terreno sul quale l’assistenza divina è promessa loro nella misura in cui rimangono uniti al centro dell’unità, a Pietro, il fondamento incrollabile della Chiesa. – È necessario insistere di più sull’importanza capitale di questi documenti, grazie ai quali, dal suo stesso centro, si rafforza l’unità, si assicura la comunità di dottrina e di governo. Essi permettono ai pastori dispersi di avere un solo insegnamento e una sola azione in comune con il Pastore Supremo. Non è sorprendente, quindi, che Benedetto XIV abbia ordinato che le Encicliche fossero inserite nel Bollario e, alla fine della Lettera ai Dottori di Bologna, che questa raccolta fosse inclusa nel corpo stesso della Legge, nella raccolta “autentica” dei documenti emessi dalla Chiesa. La prefazione al Bollario di Bologna, tuttavia, è un ottimo esempio di questo. – La prefazione al Bollario di Benedetto XIV corrobora così pienamente la conclusione a cui la stessa lettura delle Encicliche ci aveva portato: queste Lettere, indirizzate dal Papa come Supremo Pastore ai Vescovi, suoi co-pastori, sono il vincolo della loro unità di dottrina e di governo, e come tali, stanno al principio dell’unità di fede e di disciplina nella Chiesa.

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La Lettera ai Dottori di Bologna non solo delinea i tratti essenziali di queste Encicliche, che vengono incluse per la prima volta nel Bollario, ma le presenta anche come eredi di una tradizione antica quanto la Chiesa: Veterem Prædecessorum nostrorum… consuetudinem revocandam duximus. È a questa tradizione, dunque, che dobbiamo fare riferimento se vogliamo portare alla luce la vera natura di questi documenti. In un recente articolo sull’Unione dei Vescovi e il Vescovo di Roma nei primi due secoli della Chiesa (La Vie spirituelle, supplemento, 15 maggio 1950, pp. 181-205), M. Jean Colson ha richiamato l’attenzione sul ruolo svolto nei primi secoli dalle lettere episcopali nel mantenere l’unità nella fede. Dopo aver ricordato alcuni degli scambi epistolari di cui si è conservata traccia, M. Colson conclude: « Tale è questa unione fraterna dei Vescovi che crea e mantiene l’unità della Chiesa attraverso una corrispondenza incessante, controllando la conformità delle opinioni di ogni Vescovo con tutto l’episcopato. Tutti i Vescovi, stabiliti fino ai confini della terra, mantengono così una comunicazione reciproca nello Spirito di Gesù Cristo (s. IGNAT. D’ANT. Eph., III, 2). E così è anche, come scrive Sant’Ireneo, che questa predicazione che la Chiesa ha ricevuto… sebbene sia sparsa in tutto il mondo, la custodisce con cura come se avesse una sola anima e un solo cuore, e con perfetta armonia la predica, la insegna e la trasmette, come se avesse una sola bocca. E se le lingue sulla superficie del mondo sono diverse, la forza della Tradizione è una e identica… (Adv. Hær, I, X, 2. PG. 7, 551). – Questa unità della Tradizione, fondamento dell’unità della Chiesa, è realizzata dall’episcopato. Il Vescovo nella sua comunità non è che un portavoce di quel grande corpo episcopale in cui si incarna lo Spirito di Gesù Cristo. È quindi importante che egli sia una voce fedele secondo l’insegnamento comune e tradizionale di cui è custode, in solidarietà con i suoi colleghi. Da qui la preoccupazione di ogni Vescovo, la necessità di sentirsi in comunione di pensiero con gli altri Vescovi, di controllare le sue idee e la sua condotta secondo il consiglio e la pratica dei suoi fratelli nell’episcopato (Vie spir., 1. e , p. 185). – È proprio questo stesso ruolo di collegamento tra Vescovi che, in un’opera dotta (De Litterìs Éncyclicis Dissertatio Francisci Dominici Bencini, abbatis sancti Pontii, ad Magnum Victorium Amedeum, Sardiniæ Regem. Augustæ Taurinorum MDCCXXVIII), un contemporaneo di Benedetto XIV, François Dominique Bencini, abate di Saint Pons, si mostrava essere quello delle Encicliche. « È di essi – scrive nella sua prefazione – che i prelati della Chiesa si sono serviti per conservare la purezza dei dogmi e l’unità dei cuori. Questa, se non mi sbaglio, è la ragione per cui le prime chiese apostoliche e quelle che fondarono furono in grado di mantenere il deposito della Santa Dottrina immacolato e libero da ogni macchia, interpolazione o frode. Questa è la pietra di paragone che ci permette ancora, come ai nostri padri, di verificare la tradizione autentica di ogni dogma e che garantisce l’antichità, l’universalità e l’unità della fede contro le novità profane di tutti i tempi, e questo senza difficoltà, ma con piena sicurezza » (Prœmium operis, II). In tutta la sua opera, gli piace sottolineare questo obiettivo essenziale delle Encicliche: « mantenere pura e integra l’unità della fede e dei costumi … (Fidei et morum integritatem puritatemque, (Prooemium IV) et animarum concordiam, fidei unitatem et consonam constantemque dogmatum confessionem » (§ 20, III).  – Queste espressioni, almeno per quanto riguarda l’idea che esprimono, ricordano troppo da vicino la prefazione del Bollario perché il confronto non sia necessario. Sembra difficile, inoltre, che Benedetto XIV non conoscesse questa Dissertazione. Come poteva lo storico dei costumi della Chiesa, il Cardinale Lambertini, e l’autore del De institutionibus Ecclesiæ, la cui prima preoccupazione dopo la sua elevazione alla sede papale fu di far continuare dai fratelli Ballerini la pubblicazione delle Lettere dei Papi, iniziata da Dom Coustant. (Epistolæ romanorum pontificum… a S. Clemente I usque ad Innocentinm III …studio et labore Domni Pétri Coustant, presbyteri et monachi Ördinis S. Benedicti e Congregatione S. Mauri. Tomus 1, ab anno Christi 67 ad annum 440. Parisiis, MDCCXXL – La pubblicazione è stata prematuramente interrotta dalla morte dell’autore. Solo il primo volume è stato pubblicato).  Come, finalmente, questo avido collezionista di libri nuovi (Cf. DE HEEG. Corrispondenza di Benedetto XIV, vol. I, p. 320, lettera del 26 aprile 1747), poteva egli ignorare un’opera pubblicata a Torino su un argomento che gli stava tanto a cuore, solo quattro anni prima della sua elevazione alla sede di Bologna?  In ogni caso, i dettagli forniti da Bencini, non solo sul ruolo delle Encicliche, ma sul modo stesso della loro efficacia, gettano una luce singolare sulle linee concise del Bollario.  Per l’abate di Saint-Pons, come per Benedetto XIV, le Encicliche sono effettivamente lettere circolari. Il loro nome deriva dal fatto che i loro destinatari sono ovunque, e Bencini cita Esichio che definisce il termine: “quod ubique circumit, ubique permeat“. Erano ancora chiamate “cattoliche” da καθολος universus, nella misura in cui erano rivolte all’universalità del mondo cristiano; così le Epistole cattoliche potrebbero essere considerate le prime Encicliche.  – Tuttavia, si era soliti riservare l’espressione “lettera Enciclica” a quelle indirizzate a tutti i Vescovi, o almeno a un grande gruppo di essi, da altri Vescovi e soprattutto dal Sommo Pontefice o dai patriarchi orientali (Quelle inviati annualmente ai loro suffraganei dai Patriarchi di Alessandria sono rimaste famose. Non solo tenevano i Vescovi d’Egitto in stretta comunione, ma erano indirizzate a Costantinopoli, dove venivano lette nella festa di Pasqua, mentre allo stesso tempo la lettera del patriarca di Costantinopoli veniva letta ad Alessandria. (PREDESTINATUS, Hær. I,, 89, PL. 53, 619). Sant’Epifanio parla anche di 70 Encicliche indirizzate da Sant’Alessandro ai vescovi della Palestina riguardo ad Ario. (EPIPH. Hær, LXIX, 4. P. G. 42-210.). Queste circolari, affidate a messaggeri scelti con cura (A volte Vescovi, per lo più diaconi. Cfr. BENCINI, § IX, De Dominicis cursoribus), dovevano essere pubblicamente ricevute, se non sempre sottoscritte dai loro destinatari… come segno di comunione con le chiese da cui emanavano queste lettere (Ursazio e Valente tentarono invano di fare pressione sui Vescovi per ottenere questa firma, per la loro stessa lettera: aut subscribite, aut ab ecclesia recedite. Episodio. S. Athanasii ad Solitarios. PG. 25, 733). Così, firmare un’Enciclica scritta da un eretico significava rendersi partecipe dei suoi errori, mentre rifiutare di aderire a una lettera di Roma o di ricevere la sua approvazione significava tagliarsi fuori dalla comunione cattolica (Esigenda di Papa Liberius nei confronti degli ariani che, in caso di rifiuto, dovevano essere esclusi dalla Chiesa). Possiamo vedere quale arma facile fossero le Encicliche, sempre a portata di mano, per chiudere ogni via di fuga agli errori e denunciarli a tutta la cattolicità. Per condannare uno scisma, non c’era bisogno di convocare un Concilio di Vescovi; soprattutto in tempi di persecuzione, quando tali riunioni risultavano impossibili, le Encicliche costituivano una sorta di Concilio permanente (Aug. Ad Bonif. I, 4. PL. 44, 638: …ut vero congregatione Synodi opus erat ut aperta pernicies damnaretur; quasi nulla hæresis aliquando sine Synodi congregatione damnata sit. Cfr. BENCINI, Dissertatio, proœmium, XIII: Erat nimirum, instar synodorum ipsa præsulum constabilita inter se… (B. elenca qui le varie forme di Encicliche) communicatio dogmatum fidei imitas et recta Divinarum Traditionum intelligentia).  Infatti, una volta sottoscritte dai Patriarchi e dai loro suffraganei, e soprattutto con l’approvazione romana, se non emanavano dal Sommo Pontefice, le Encicliche diventavano in un certo senso un atto del Magistero universale della Chiesa, in ogni caso, un segno indiscutibile della fede unica e cattolica e di conseguenza dell’autenticità del dogma (Così l’Enciclica sottoscritta da Papa Vigilio e dai Patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme con la quale si condanna l’origenismo. LIBERATUS, Brev. c. 23. Acta Conc. Oec. Berlino, II, 5, p. 140. Vedi anche Cassiano, De Inc. I, c. Ult. PL. 50, 29: Sufficere ergo sotus nunc ad confutandum hæresim consensus omnium; quia indubitata veritatis manifestatio est auctoritas nniversorum; – e BENCINI, Dissertatio. § 4, ÎX: Encyclicas. communi episcoporum in suis cathedris sedentium consensu firmatas, representare Magisterium Ecclesiæ, earumque osares nota hæresis esse puniendos).Con il loro stesso rifiuto di aderire, i dissidenti si classificano tra gli eretici o scismatici.  Non dobbiamo quindi sorprenderci di sentire Sant’Alessandro di Alessandria parlare delle Encicliche come del “rimedio per eccellenza”, remedia præcipuo (Lettera I contro Arius, PG. 18, 570. 5), contro l’errore, San Gregorio di Nazianzo vedendo in essi i “segni di comunione”, communionis indices (S. GREG. DE NAZ. Epist. I ad Cledonium, PG. 37, 177), grazie al quale i Vescovi fedeli si distinguono dagli apollinaristi, e Sant’Avit assegna loro come obiettivo proprio quello che li farà riprendere da Benedetto XIV: stringere i legami di carità tra i Vescovi (Cfr. Epist. 27, 5 5 , 8 0 , 8 7 . P. L. 59, col. 243 e seguenti).  Segni di accordo tra le Chiese, le Encicliche erano considerate come testimonianze sicure della tradizione universale solo se avevano ricevuto almeno un’approvazione da Roma: Se infatti – citiamo ancora M. Côlson, che riassume Sant’Ireneo – i Vescovi di tutto il mondo sono i custodi dell’unica e identica Tradizione, la predicano, la informano, la trasmettono, con una sola anima, un solo cuore, una sola bocca, il Vescovo di Roma appare come il “sacramento” o segno efficace dell’unità della Chiesa universale, o nelle parole di Sant’Ireneo, la manifestazione più piena dell’unità e dell’identità della fede vivificante conservata nella Chiesa dagli Apostoli fino ai giorni nostri e tramandata con verità. Egli non è il custode della Tradizione. Ogni Vescovo nella sua chiesa custodisce questa Tradizione. Infatti, la Tradizione degli Apostoli è manifesta in tutto il mondo; chiunque voglia trovare la verità deve solo cercare in qualsiasi chiesa dove si possono enumerare i Vescovi istituiti dagli Apostoli e dai loro successori fino a noi. Il Vescovo in ogni chiesa è per i fedeli il sacramento dell’unità cattolica, è la bocca della Chiesa, predica, insegna, trasmette la Tradizione, la stessa cosa, in una lingua diversa. Qui e là egli incarna la Chiesa universale. Ma lo incarna solo nella misura in cui è nell’unità della cattolicità. E il ruolo del Vescovo di Roma è proprio quello di essere il sacramento di questa unità cattolica, perché è con la sua Chiesa e per l’autorità della sua origine, che ogni chiesa, cioè tutti i fedeli di ogni luogo, deve concordare, ed è in lei che, attraverso questi fedeli” (Ad. Hær. III, 2, PG. 7, 849. Il significato delle ultime parole, t ab his qui sunt undique, è molto contestato. Vedi JACQUIN, Année Thèologique, 1948, p. 95 e seguenti; e Revue des Sciences religieuses, gennaio 1950, p. 72; Christine MOHRMANN, Vigiliæ christianæ, gennaio 1949, p. 57 e seguenti), è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli (Art. citato, p. 203-294). Non ci stupiremo, quindi, di vedere i Papi affermare la necessità di questa approvazione da parte loro delle lettere episcopali. San Innocenzo si rivolge in questi termini ai Padri del Sinodo africano che avevano chiesto la conferma del decreto che volevano comunicare alle altre province:  I Padri, nei tempi passati, sotto un’ispirazione non solo umana, ma divina, decisero che qualsiasi cosa fosse fatta nelle province lontane non avrebbe avuto un valore definitivo finché non fosse stata sottoposta alla Santa Sede e avesse ricevuto dalla sua autorità tutta la sua forza (Epist. 29, 1. PL. 20, 582).  È dunque di questa sanzione del capo della cattolicità che i difensori della fede amano avvalersi nelle loro controversie con gli eretici. Il diacono Rustico, per esempio, nel basarsi sulle Encicliche di San Cirillo contro Nestorio, non manca di sottolineare che esse “sono state approvate da Roma: Epistolæ Cyrilli ad Nestorium quas et sanctissimus Cœlestinus Papa Magnæ Romæ ut proprias suscepit; e inoltre: Istas epistolas, id est suas, et orientalium de pace, transmissas, Cyrillus, Romanae ecclesiae Sedi, a sanctissimo Xisto confirman sategit (Disp. adv. Acephalos, P. L. 67, 1173 e 1176). Gli eretici, a loro volta, cercano di mettere questa autorità dalla loro parte e di sorprendere la vigilanza del Sommo Pontefice: “Se otterremo l’approvazione di Liberio“, dicono Ursatio e Valente, “non tarderemo a trionfare” (S. ATHANASUS, Ad. Solitarios, PG. 25, 733).  – L’imperatore stesso non si tirava indietro nell’offrire doni per ottenere l’adesione di Roma. Ma conosciamo la fiera risposta di Liberio: “Anche se rimango solo, la causa della fede non sarà diminuita, etiamsi solus sim, fidei tamen causa non ideo minuitur” (THEODORETO, Hist. Ecc, I, 2, c. 16. PG. 82, 1035). – Se l’approvazione romana era sufficiente a dare tanta forza alle lettere dei Vescovi provinciali o dei sinodi, quale accoglienza deve essere stata per un’Enciclica scritta dal Papa stesso. Era veramente considerato il segno per eccellenza dell’unità e della comunione di tutto il mondo cattolico “Velut prœlucens fax aderat et verae communionis tessera habebatur” (BENCINI, Dissertatio, § 6, XII).  Questo segno di unità non è mai mancato nella Chiesa. Abbiamo già visto Pio VII, nella sua Enciclica inaugurale, rivendicare una “usanza che risale ai tempi più remoti”. Ora è un’espressione quasi simile quella usata da Giovanni Diacono nella vita di San Gregorio Magno, dove riferisce che egli “secondo l’antica usanza dei suoi predecessori, secundum priscum decessornm morem, inviò la sua Enciclica di presa di possesso ai patriarchi di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme” (Gregorii Magni Vita, II, 8. PL. 75, 88.). Il Papa ricordava i doveri dei pastori, esponeva la professione di fede e denunciava gli eretici (Epis. 25. PL. 77, 468. Cfr. Enciclica inaugurale di San Gelasio, ep. II, PL. 59, 19). – Purtroppo, molte di queste Encicliche dei primi secoli sono andate perdute. Tuttavia, ci vorrebbero pagine intere solo per riassumere il ruolo svolto nella storia della Chiesa da quelle di cui abbiamo conservato le tracce. Qui possiamo solo ricordare rapidamente alcuni fatti e raccogliere alcune testimonianze.  Fu una lettera di San Vittore ai Vescovi d’Oriente che unificò la Chiesa e fissò la festa della Pasqua. Conosciamo le reazioni provocate dalle sanzioni con cui il Pontefice ha minacciato i recalcitranti. L’autorità del suo messaggio, tuttavia, non fu messa in discussione e fu riconosciuta da Vescovi come quello di Efeso, che potevano comunque rivendicare le più venerabili tradizioni apostoliche (Eusebio, H. E. V., 23, 24, PG. 20, 490-507. Un rapido riassunto si trova in COLSON, art. cit, p. 198-201).  Nel caso di quest’ultimo, saranno le Encicliche di San Cornelio ai sinodi africani a condannare gli errori di Novatiano e il suo atteggiamento nei confronti dei lapsi. La corrispondenza di San Cipriano dovrebbe essere riletta, perché è piena di indicazioni su questo argomento. Possiamo accontentarci di conservare una parola della sua lettera ad Antonianum, di cui trasmise gli scritti al Papa, affinché quest’ultimo potesse essere sicuro che Antonianum “comunico con lui, cioè con la Chiesa cattolica; ut… jam sciret te secum, id est cum catholica ecclesia communicare” (Ep. ad Antonianum, I. PL. 3, 768).  L’identificazione della comunione romana con l’appartenenza a tutta la Chiesa cattolica è rivelata anche dalla richiesta dei Vescovi riuniti in sinodo a Tiana, verso i loro fratelli orientali: aderire alle lettere di Liberio e dei Vescovi italiani, comunicare con loro e dare prova scritta della loro unione (Sozomene, Hist. Eccl., VI, 12 PG. 67, 1322-1323). Questa esigenza fu peraltro formulata dallo stesso Liberio nella sua Enciclica: “i recalcitranti daranno per scontato di essere, in compagnia di Ario, dei suoi discepoli e di altri serpenti, sabelliani, patripassiani ed eretici di ogni genere, rimossi ed esclusi dalla comunione della Chiesa che non ammette figli adulteri” (Ep. XV. PL. 8 , 1381. Diamo l’indirizzo e il saluto di questa lettera, dove troviamo, come nei suoi contemporanei, formule quasi simili a quelle delle nostre encicliche moderne. Urbis Romæ episcopus, ad universos Orientis orthodoxos episcopos. Dilectis Fratribus et comministris, …(seguendo i nomi di 64 vescovi) et omnibus Orientis orthodoxis episcopis, Liberius episcopus Italiæ, et Occidentis episcopi, in Domino sempiternam salutem). Di fronte al pelagianesimo, i Papi Innocenzo e Zosimo a loro volta alzarono la voce in Encicliche che i Padri furono d’accordo nel riconoscere come risolutive della controversia senza appello. « Perché esigere di nuovo un esame già istituito dalla Sede Apostolica? – scrive S. Agostino all’eretico Giuliano – Non si tratta più di far esaminare l’eresia dai Vescovi, ma di farla sopprimere dai poteri cristiani » (Ad.. Julianum, I, 2. c. 103, PL. 45, 1183). « Con la risposta del Papa la causa è chiusa… e grazie alle lettere di Innocenzo ogni esitazione su questo punto è rimossa » (Ad Bonif, 1, 2. c. 3. PL. 4 4 , 574).  Capræolus di Cartagine non parla diversamente dell’enciclica di San Zosimo, conosciuta sotto il nome di Tractatoria (Così chiamata da Marius Mercator, probabilmente perché scritta dopo una discussione (tractatus) in un sinodo, o indirizzata ad uno synod. Cfr. DU CANGE; BENCINI, Dissertatio, § 1, VI), a cui si aggiungevano le adesioni episcopali: « A che serve appellarsi al Concilio per cercare di difendere errori già riprovati dalla Sede Apostolica e dalla sentenza unanime dei Vescovi… Mettere in dubbio la dottrina già giudicata è entrare in dubbio contro la fede sempre professata finora » (Lettera al Sinodo di Efeso, PL. 63, 845-847). San Prospero unisce le Encicliche dei due Papi in un omaggio comune: Una volta Innocenzo con la sua spada apostolica decapitò l’errore… e papa Zosimo, di santa memoria, ratificando i Concili d’Africa, mise nelle mani dei Vescovi, per abbattere gli empi, la stessa spada di Pietro: ad impiorum detruncationem, gladio Pétri dexteras omnium armavit antistitum (Adv. Collat, c. 21. PL. 51, 271).  È necessario sottolineare questo testo che mette in evidenza il ruolo esatto della lettera pontificia indirizzata all’episcopato: dargli le armi sostenendolo sull’autorità della Pietra indefettibile. Troviamo lo stesso pensiero, ma presentato sotto l’altra faccia, quella dell’unanimità dei Vescovi intorno a Pietro, in queste parole di Papa San Celestino, alludendo a sua volta alle firme episcopali apposte alla Tractatoria: « La fede cattolica fu finalmente in pace quando Oriente e Occidente avevano colpito gli errori di Pelagio con i colpi di una sola frase: telis unitæ sententiæ » (Epist. XIII ad Nest. PL. 50, 469).  Queste righe sono state scritte nel 430. Dieci anni dopo, San Leone salì alla sede papale, le cui lettere eclisseranno quelle di tutti i suoi predecessori nella loro brillantezza. Sono spesso citati dai Papi (Per esempio, Leone XII, che nella sua enciclica inaugurale Ubi Primum, del 5 maggio 1824, si riferisce a San Leone e lo cita per sottolineare il ruolo del Papa nel mantenere l’unità: Si quis malorum omnium, quæ huc usque deploravimus, et aliorum. .., veram originem inquirere velit, intelliget profecto… semper eam fuisse et esse pertinacem contemptum auctoritatis Ecclesiæ, ejus nempe Ecclesiæ quæ docente S. Leone Magno (sermo 2 de nat. P.), ex ordinatissima caritate in Pétri Sede Petrum suscipit, In Petro ergo omnium fortitudo munitur, et divinæ gratiæ ita ordinatur auxilium, ut firmitas quæ per Chris tu m Petro tribultur, per Petrum apostolis conferatur. – Bullarii Rom. Cont., t. VIII, p. 53-57.), e colui tra loro che, per la tredicesima volta, renderà illustre il nome di Leone sulla Sede di Pietro, vi farà affidamento in quasi tutte le sue Encicliche, come per meglio sottolineare, attraverso quindici secoli, la continuità ininterrotta della stessa tradizione. Non è nostro compito qui seguirli nella storia, ma solo raccogliere alcune testimonianze dell’ineguagliabile autorità che è sempre stata riconosciuta loro. Conosciamo l’accoglienza riservata al Tomo di Leone dai Padri del Concilio di Calcedonia: “Quelli che hanno turbato il sinodo di Efeso poco tempo fa… aderiscano alla lettera di Leone, altrimenti siano condannati e considerati scomunicati” (Sed ant consentiant epistolis Leonis Papae, aut damnationem suscipiant et sciant quia excommunicati sunt. MANSI, vol. VII, 55 B). E la stessa sentenza di scomunica è pronunciata contro Dioscoro per la sola ragione che, al “brigantaggio” di Efeso, si era opposto alla lettura dell’Enciclica pontificia (Concilio di Calcedonia, atto III. HARDUIN, t. 2, p. 379).  Non è solo il Tomo a Flaviano, ma tutte le lettere di San Leone che i Papi hanno imposto come regola di fede, allo stesso modo dei decreti dei Concili. Così tra le condizioni di pace proposte all’imperatore dai legati di Ormisda, è stipulata “l’accettazione del santo Concilio di Calcedonia e le lettere del santo Papa Leone” (Corpus S.E.L. 35, 519. Questo e la maggior parte dei testi citati di seguito si trovano in: Textus et Documenta. 9, S. Leonis Magni Tomus, Romæ, 1932), e la formula di fede imposta cinque anni dopo al Patriarca di Costantinopoli recita: « Noi riceviamo e approviamo tutte le lettere del Beato Papa Leone che trattano della religione cristiana » (Corpus, 35, 521). – Ancora Papa Agapito richiederà alle autorità religiose e politiche di Costantinopoli di firmare una formula simile: probantes per omnia atque amplectentes epistulas beatæ memoriæ Leonis omnes, quas de fide conscripsit (Corpus, 35, 339.). – San Gelasio arriverà al punto di colpire con l’anatema chiunque rifiuti la Lettera di Leone a Flaviano o che osi discuterne anche solo una parte (Decretum Gelasii de Libris recipendis, Texte und U, 38, 4, 1912, p. 37), un anatema che San Gregorio non teme di rinnovare assimilando il rifiuto del Tomo a quello dei quattro concili (S. GREC. MAGN. p. VI, 2. Mon. Germano. Hist. Epis 1.1. p. 382). – Si vede che i Papi del XIX e XX secolo, invocando l’autorità apostolica per le loro lettere, non hanno innovato. Fin dall’inizio, le Encicliche furono considerate come una regola di fede; allontanarsi dalla loro dottrina significava separarsi dalla Chiesa. Forse anche questa autorità rigorosa indiscutibilmente riconosciuta alle lettere dei Papi di un tempo potrebbe fornire un pretesto per un’obiezione: questi venerabili documenti sono i primogeniti delle moderne Encicliche? Non è un grave errore equiparare le une alle altre? Senza dubbio le lettere di San Leone trattano gli articoli del simbolo in modo più diretto di quelle di Leone XIII, dove le conseguenze dei dogmi nella vita sociale sono più studiate. Tuttavia, come Benedetto XIV ha visto chiaramente, hanno tutti lo stesso oggetto: la fede e la morale. Sono anche ispirate dallo stesso pensiero: quello di rafforzare i legami di carità fraterna tra il Papa e i vescovi. Non abbiamo dimenticato i termini in cui Benedetto XIV e Pio VII hanno espresso i loro sentimenti. Non sono un’eco lontana di quelle in cui San Leone, ricevendo le risposte dei suoi fratelli nell’episcopato, lasciava traboccare la sua gioia: “Questa gioia è il frutto dell’amore fraterno del corpo episcopale, che ci permette di gustare in questo scambio epistolare tutto segnato dalla grazia, come la presenza di coloro le cui lettere leggiamo con cuore grato” (Omnium quidem litteras sacerdotum gratum nos relegere animo, fraterni collega charitas faeit, cum per spiritualem gratiam tamquam præsentes amplectimur, quibus sermone epistolis mutuo eommeantibus sociamur. Ep. VI ad Anastasium, I. PL. 54. 617). – Linee come queste non sono testi legislativi o giuridici? Non ricordano piuttosto quella semplicità di corrispondenza fraterna in cui abbiamo già riconosciuto una delle caratteristiche delle Encicliche moderne, e che crea un ultimo tratto di somiglianza tra le Lettere dei primi Papi e le loro controparti più giovani? Questo carattere di ampia e tranquilla esposizione, San Leone stesso lo rivendica per le sue Encicliche: Non è una nuova dottrina che il volume porta, ma un semplice richiamo a « ciò che la Chiesa cattolica crede e insegna universalmente sul mistero dell’incarnazione del Signore » (Epist. 29, PL. 54, 783.). « Le nostre lettere insegneranno alla vostra carità ciò che riteniamo divinamente rivelato e ciò che predichiamo senza cambiare nulla » (Epist. 34. PL. 54, 802, Ep. 33. PL. 54, 799.). E il loro scopo dichiarato è ancora lo stesso che noi, con Benedetto XIV, abbiamo riconosciuto nelle Encicliche: assicurare in tutta la Chiesa l’unità della fede: “ut abolito hoc, qui natus videbatur errore, in laudem et gloriam Dei per totum mundum una sit fides et una eademque confessio. Non dobbiamo quindi stupirci di vedere storici come Harnack e Mons. Batiffol attribuire questo stesso carattere alle lettere di San Leone. Batiffol scrive: « Non dobbiamo cercare nella lettera a Flaviano l’abbondante dottrina di Cirillo o di Teodoreto, ancor meno la scolastica di Leone di Bysanzio. Nessuna definizione della natura o della persona. Leone prende le sue prove dal simbolo battesimale, dalla Scrittura, vuole prove di fatto, concrete, elementari. Non anticipa le obiezioni. Pretende solo di dire ciò che ha imparato. Non si può dire che la sua lettera segni un progresso teologico e dogmatico in relazione all’unione ipostatica. È la cristologia media che il Papa impone come disciplina acquisita ai polemisti orientali e senza entrare nei problemi da loro sollevati (Dic. Thèol. Cat. IX, 1926). Nihil novi, niente di nuovo, disse Harnack a sua volta (Lehrbuch der Dogmengeschichte, II, 42), è portato dalla lettera di Leone. Le Encicliche dei primi secoli, come quelle dei nostri giorni, non sono infatti destinate a modificare il dogma: semplici dichiarazioni della fede romana, la loro ambizione è solo quella di unire in uno stesso insegnamento, intorno a quello di Pietro, i Vescovi di tutto il mondo, e di assicurare così la loro dottrina contro ogni possibilità di errore. Ritroviamo così, alla fine del nostro studio, queste due caratteristiche che una rapida lettura ci aveva fatto riconoscere nelle Encicliche dei tempi moderni e che ci sembravano opposte tra loro. Ma alla luce di un’indagine più precisa sulla natura di queste Lettere e sul loro ruolo proprio, questa antinomia si è risolta per rivelare, al contrario, una mirabile armonia. – Le Encicliche, lettere dei Papi ai loro fratelli nell’episcopato, non sono né decreti né leggi. Sono l’esposizione autentica della dottrina insegnata da Roma, sono situati all’articolazione stessa del Magistero pontificio e di quello della Chiesa universale, sono situati nel punto preciso in cui Pietro, fedele al suo dovere di confermare i suoi fratelli, propone loro il suo insegnamento come pietra incrollabile, fondamento e causa dell’assoluta indefettibilità della Chiesa. Qui siamo d’accordo con la conclusione di M. Colson: « Il Vescovo di Roma è il legame della fraternità episcopale che realizza l’unità di fede e di amore della Chiesa. Egli presiede, lui e la sua chiesa – perché è un tutt’uno del Vescovo con la sua Chiesa – nella carità universale, ed è da questo ruolo che derivano tutti i suoi privilegi, specialmente quello dell’infallibilità che, solo, permette alla successione episcopale di Roma di svolgere il suo ruolo e di essere, nelle parole di Sant’Ireneo, la manifestazione più piena dell’unità e dell’identità della fede vivificante che è stata conservata nella Chiesa fin dagli apostoli e trasmessa con verità » (COLSON, loc. cit. p. 205. 1).  La parola infallibilità è stata appena pronunciata. Le Encicliche avrebbero un titolo per rivendicarne il beneficio? Questa è proprio la domanda che era posta all’inizio del nostro studio. Questo studio può averci fornito alcuni degli elementi necessari per abbozzare una risposta. Sarebbe ora avventato tentare una conclusione?

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE (3)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – S. S. PIO VI “NOVÆ HÆ LITTERÆ”

Questa lettera Enciclica è un accorata condanna delle ingiurie che Vescovi  e prelati francesi, apostati ed usurpanti, perpetravano ai danni della Chiesa di Cristo, dei canoni ecclesiastici, nonché delle disposizioni della Santa Sede. « … In tutta la terra non s’è mai udito nulla di simile; ora tutta la Chiesa è stata offesa, il Santuario è trattato ignominiosamente e, quel ch’è peggio, la pietà patisce persecuzione dall’empietà… Infatti, se un solo membro soffre, tutte le altre parti si dolgono insieme con lui“, (S. Atanasio) … con quanto maggior diritto Noi, di fronte all’improvvisa occupazione di quasi tutte le Chiese di fiorentissimo Regno, siamo costretti ad esclamare che nulla mai di simile è accaduto alla Chiesa di Dio! – E cosa dobbiamo mai dire oggi, se non che ancora una volta, nulla di simile è mai accaduto nella Chiesa di Cristo, dalla quale è stato cacciato il legittimo Sommo Pontefice in un Conclave manipolato e mistificato, sostituito da burattini cabalisti i cui fili sono mossi da burattinai al servizio del demonio, autore infame di una falsa chiesa, anzi di una vera e propria antichiesa, invasa da finti prelati del c. d. novus ordo e dagli ancor più eretici e scismatici pseudotradizionalisti privi di giurisdizione mai ricevuta da nessuno, ancor meno dal vero Pontefice, anzi in antitesi netta e autori di orribili bestemmie verso il Vicario di Cristo, il Cristo stesso, e quindi verso la Maestà del Dio uno e trino. – Poi il Santo Padre continua ancora citando le parole di un antico Sinodo romano che compendiano bene il suo pensiero e che oggi ancor più sono vere nell’appropriazioni indebite di false giurisdizioni mai conferite (pensiamo alle marionette lefebvriane, ai ridicoli sedevacantisti e ai cani sciolti apolidi e senza regole canoniche, o meglio sciacalli sciolti) … « Se qualcuno avrà invaso scientemente i confini altruisarà giudicato reo di violenza. Perché si corre? Perché ci si affretta a conculcare le regole della Chiesa? Le leggi umane vengono rispettate ed i precetti divini sono disprezzati; si temono la spada presente e la pena temporale, e si trascura la punizione divina, che ha le fiamme eterne della Geenna. Vedrete a cosa avrà portato la presunzione: perciò se qualcuno avrà osato fare Ordinazioni in una Diocesi altrui e vorrà sostenerle, sappia che vacilla dal suo stato proprio colui che avrà invaso la Chiesa non sua. Qui non si tratta di affari civili; queste non sono promozioni mondane“. Attenti quindi, a tutti i ladri e briganti che non entrano dalla porta della Chiesa (cioè la giurisdizione affidata dal Pontefice e la missione canonica di un Vescovo in unione con il vero Papa Gregorio XVIII … il fuoco della geenna aspetta essi ed i loro fedeli scientemente o meno, ingannati da una falsa pietà e da un’iniqua apparenza di santità…

Pio VI

Novæ hæ litteræ

1. Questa nuova lettera che vi indirizziamo vi renderà testimonianza di quanto il Nostro animo da una parte gioisca e dall’altra sia rattristato per il diverso esito delle Nostre ammonizioni, contenute nella lettera emanata il 13 aprile dell’anno scorso; per altro, quali fossero queste ammonizioni, vi è ben noto, così come non l’ignora alcun Vescovo del mondo cattolico. Per quanto concerne la gioia, Voi per primi, diletti Figli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, e Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi, Ce ne date abbondantissimo motivo. Confermati infatti dalle Nostre paterne voci, sempre più avete fatto risplendere la lodevole vostra costanza; alcuni fra voi, tollerando con animo invitto l’esilio fuori dalle vostre chiese e fuori dallo stesso regno; altri schiavizzati nelle stesse chiese dalle ingiurie e dalle persecuzioni degli avversari; altri ancora sopportando persino lo squallore del carcere, come in particolare abbiamo capito dalla tua lettera essere toccato a Te, venerabile fratello Vescovo di Senez, degno perciò del maggiore elogio. Quasi tutti (se si eccettuano quattro infelicissimi pastori) sia presenti, sia assenti, si sono impegnati al massimo per diffondere la Nostra lettera, affinché i fedeli di tutte le Diocesi si attenessero alle nostre ammonizioni.

2. Perciò, Noi, assieme a San Leone, “ringraziamo Dio e speriamo fortemente di esultare in futuro, dacché abbiamo riscontrato che la Fraternità Cattolica è arricchita da un tale spirito di Fede che nessuna tentazione eretica potrà indebolire in alcun modo i vostri cuori… Sebbene dunque grandi spazi fisici Ci dividano, siamo tuttavia uniti con voi nella Fede…, e rendiamo grazie per la concordia della vostra professione: purché la vostra concordia perseveri, con l’aiuto di Dio, secondo le parole dell’Apostolo: “A voi è stato fatto dono della grazia in nome di Cristo, non soltanto perché crediate in Lui, ma anche perché soffriate nel Suo nome” Le vostre pene sono anche le Nostre. “Soffriamo infatti – come dicevano i Padri di Sardica al tempo della persecuzione Ariana – con i nostri fratelli che soffrono, e facciamo nostri i loro patimenti, ed abbiamo mischiato le nostre lacrime con le vostre.

3. Anche voi avete consolato il Nostro animo, diletti figli Canonici e Parroci degni di singolare lode, e voi professori universitari, in particolare della Sorbona, eminenti per sapienza e rigorosi per comportamento in questa delicata vicissitudine della Religione; voi, Rettori dei Seminari, Ecclesiastici di qualunque altro genere, Vergini consacrate ed anche Laici, che – attenendovi alle Nostre esortazioni – vi siete mantenuti costanti nella Fede ed avete fatto fronte ai vostri doveri in modo tale che, sull’esempio dei vostri Pastori, molti di voi hanno affrontato con grande virtù ingiurie, esilio, carcere ed altre vessazioni. Non pochi infatti, tra il clero dello stesso vostro secondo Ordine, deputati all’Assemblea nazionale francese, uomini egregi e famosi per la loro cultura e l’impegno in difesa della buona causa, si sono onorati di far presenti a Noi i sensi della loro costanza, del loro ossequio e della loro osservanza, a mezzo di lettere mandateci sei mesi fa; lo stesso fecero altri Ecclesiastici del secondo Ordine, insieme al venerabile fratello Francesco, Vescovo di Clairmont, con una lettera inviataci il 22 gennaio; altri ancora il 17 febbraio di quest’anno. Perciò in questa sede li ricordiamo e li lodiamo.

4. Maggior consolazione Ci avete arrecato voi, diletti figli del secondo Ordine Ecclesiastico, che – appena uditi il Nostro parere e le Nostre ammonizioni – avete imitato l’illustre esempio di alcuni antichi Vescovi della Gallia. Quelli infatti, dopo aver approvato insieme con i Vescovi orientali l’erronea formula del Concilio di Rimini, rendendosi conto che la loro semplicità era stata ingannata, ritrattarono tutto ciò che per ignoranza avevano approvato, respingendo quei sacerdoti apostati che, per ignoranza o empietà di alcuni, erano stati collocati al posto di fratelli indegnamente mandati in esilio; così anche voi solleciti disdiceste quell’empio giuramento che vi era stato estorto con la paura, con l’ignoranza, con l’inganno, detestando gli errori contenuti nel giuramento, allontanandovi da quegli intrusi e ricongiungendovi infine per vostra volontà ai legittimi pastori dai quali vi eravate allontanati. Le ritrattazioni di tal fatta furono talmente tante che ogni giorno ne recava delle nuove; di conseguenza, coloro che – completamente accecati – preferirono restare nell’errore, sono rimasti gravemente disonorati presso tutti gli Ordini e sono decaduti dalla stima anche di coloro che li avevano spinti sulla strada dell’apostasia, come Ci è stato riferito da molti Vescovi.

5. Perciò non è da stupirsi se il Nostro gaudio sarà, grazie a voi, tanto più grande e comune a tutta la Chiesa; per cui riteniamo che sia da seguire con voi la stessa benevola condotta che San Leone adottò con alcuni Vescovi orientali che avevano avuto parte nella cacciata di San Flaviano dalla sede di Costantinopoli. Così infatti egli scrisse ad Anatolio, Vescovo di Costantinopoli: “Quanto poi a quei fratelli che abbiamo saputo essere desiderosi della comunione con Noi, poiché si pentono di non essere rimasti saldi contro il potere e il terrore e di avere offerto consenso all’altrui scelleratezza; dal momento che la paura li aveva così ottenebrati da farli partecipare con trepido ossequio alla condanna di un Vescovo cattolico innocente ed all’accoglimento di orribili malvagità, vogliamo che costoro si rallegrino della comunione e della pace con Noi ogni volta che condannano in piena consapevolezza le malvage azioni e preferiscono accusarsi piuttosto che difendersi. E la Nostra benignità non può in alcun modo essere condannata, poiché accogliamo penitenti coloro che ci dispiacque veder ingannati“.

6. Ci consola ancora la notizia che l’intruso di Roven abbia lasciato la sede che aveva occupato e che altri intrusi abbiano preso la fuga. Ascoltando dunque queste notizie abbiamo considerato quel che di buono deriva dalla loro abdicazione e dalla loro fuga. Infatti, abdicazioni e fughe di questo tipo danno chiaramente ai Fedeli la misura di come gli intrusi si rendessero conto del disonore intrapreso e da quali stimoli di coscienza fossero animati allorché – sotto maschera dell’episcopato – più di tutti gli altri alimentavano e fomentavano lo scisma. D’altra parte la Nostra gioia in questa circostanza non può essere completa. Non ci sfugge infatti che l’intruso di Roven, proprio nel momento in cui abdica l’incarico, anziché ritrattare il sacramento e detestare l’errore, ha nuovamente esibito la propria pervicacia; ed anche gli altri che hanno preso la fuga hanno dato prove non equivoche della loro pertinacia, cosicché si rende necessario che tanto questi – quanto altri che imitassero il loro esempio – rendano piena soddisfazione alla Chiesa. Diversamente non potranno giovarsi della comunione né con Noi né con la Chiesa, poiché “tale grazia non deve essere né rigidamente negata né sconsideratamente elargita“, come insegna San Leone.

7. Fin qui per quanto riguarda la gioia. Ora parliamo del dolore. Ci addolora infatti profondamente che molti membri del secondo Ordine Ecclesiastico ed una gran parte dei Laici, nonostante le Nostre ammonizioni, si siano tuttavia confermati nell’errore. Ma Ci addolora ancora di più che nello stesso errore abbiano perseverato sia il Vescovo di Autun, principale causa dello scisma, sia l’Arcivescovo di Sens e i Vescovi di Viviers e d’Orléans, i quali, essendo legittimi pastori, non potevano assolutamente ignorare né i doveri né i ruoli del ministero, né la gravità delle offese che recavano a tutto il corpo della Chiesa francese, senza contare che in virtù del loro titolo erano vincolati più strettamente ad ottemperare alle Nostre disposizioni. Inoltre richiamavano su di sé e facevano proprie le colpe dei Popoli loro soggetti. In effetti, perché ai pastori siano attribuiti i peccati degli inferiori, basta soltanto la negligenza, come insegna, San Leone, “dal momento che le colpe degli ordini inferiori a nessuno sono da imputare meglio che ai Rettori trascurati e negligenti, che spesso nutrono la pestilenza che s’è insinuata, rinviando l’adozione della medicina necessaria“. Allo stesso modo, tanto più condannabili saranno quegli infelici Vescovi che, anziché porgere le mani salvifiche ai traviati dall’errore, col loro esempio hanno spinto al male anche i buoni.

8. In verità Ci duole profondissimamente la stessa espansione di questo scisma, per descrivere la quale non potranno mai essere trovate parole sufficientemente gravi. Mentre infatti, al tempo della Nostra prima lettera, non Ci risultavano che otto Vescovi sacrileghi consacrati ed empiamente intrusi in altrettante Chiese, poco dopo Ci giunse la terribile notizia che le mani erano state illecitamente imposte a così tanti che nel breve volgere di giorni quasi tutte le Chiese di codesto Regno erano state occupate da intrusi.

9. Se Sant’Atanasio per l’invasione di una sola Chiesa in Alessandria (quella che Giorgio aveva occupato sulla base dell’editto del Principe contro la disposizione dei Canoni Ecclesiastici) a buon diritto e giustamente proruppe in queste parole: “In tutta la terra non s’è mai udito nulla di simile; ora tutta la Chiesa è stata offesa, il Santuario è trattato ignominiosamente e, quel ch’è peggio, la pietà patisce persecuzione dall’empietà… Infatti, se un solo membro soffre, tutte le altre parti si dolgono insieme con lui“, con quanto maggior diritto Noi, di fronte all’improvvisa occupazione di quasi tutte le Chiese di fiorentissimo Regno, siamo costretti ad esclamare che nulla mai di simile è accaduto alla Chiesa di Dio!

10. Un antichissimo Sinodo romano, che i Vescovi francesi avevano consultato, oltre che su altri punti, anche sul fatto che parecchi Vescovi di altre Diocesi avevano precipitosamente invaso le loro, impartendovi Ordinazioni irregolari e svolgendovi altri atti contro la giurisdizione, rispose loro gravemente: “Se qualcuno avrà invaso scientemente i confini altruisarà giudicato reo di violenza. Perché si corre? Perché ci si affretta a conculcare le regole della Chiesa? Le leggi umane vengono rispettate ed i precetti divini sono disprezzati; si temono la spada presente e la pena temporale, e si trascura la punizione divina, che ha le fiamme eterne della Geenna. Vedrete a cosa avrà portato la presunzione: perciò se qualcuno avrà osato fare Ordinazioni in una Diocesi altrui e vorrà sostenerle, sappia che vacilla dal suo stato proprio colui che avrà invaso la Chiesa non sua. Qui non si tratta di affari civili; queste non sono promozioni mondane“. Se, come dicevamo, il predetto Sinodo condannò in tal modo quei Vescovi che avevano occupato soltanto parti delle Diocesi altrui, quanta maggior riprovazione meriteranno non soltanto tutti gli pseudo-vescovi (che, scelti contro le norme ed ordinati in modo sacrilego, hanno invaso – senza missione canonica – Sedi Episcopali che avevano i loro legittimi Pastori, occupando così per intero le Diocesi) ma anche quattro Pastori legittimi: tre di loro, conformandosi ai decreti dell’Assemblea Nazionale, occuparono una parte delle Diocesi altrui ed abbandonarono una parte delle loro; l’altro poi, consacrando per primo gli intrusi, con l’aiuto di due Vescovi assistenti, ha finito col diventare il “padre” degli pseudo-vescovi, dando motivo a che le altre Sedi fossero invase e, abbandonando la propria, consentendo l’avvento di un intruso.

11. Di sicuro non può accadere “che si compia con esito favorevole ciò che ha avuto un cattivo principio“. Sarebbe lungo e troppo triste riferire qui dello stato della Chiesa francese, sconvolta in ogni sua parte, e dei gravissimi danni che sono stati recati alla Religione dagli intrusi. Basti riflettere sul fatto che un regime profano e sacrilego ha sostituito quello sacro e legittimo. Infatti, costoro che si gloriano d’essere chiamati “Vescovi costituzionali” danno prova di capir bene che non sono “Vescovi cattolici“; perciò rifuggono dai sacri ministeri e ne allontanano anche coloro che, sulla base delle norme Ecclesiastiche, possono essere definiti i soli pastori legittimi, e lo sono. Quando essi si sono introdotti abusivamente nelle Sedi Episcopali, hanno inserito nel governo delle Parrocchie altri loro simili, che la Chiesa avversa e respinge, e che soltanto la Costituzione riconosce ed approva: gente che corrompe i Sacri Ordini e l’amministrazione dei Sacramenti e che, per dirla con poche parole, sottomette al potere temporale la Chiesa e la sua autorità di matrice divina; sostituisce alla verità l’errore; l’empietà alla pietà, secondo la schietta interpretazione della predetta Costituzione.

12. Poiché è sempre stato tipico degli eretici e degli scismatici servirsi della simulazione, così anche questi intrusi non hanno nulla di più tradizionale che indurre le genti in errore mediante l’inganno, mentre coprono quasi tutte le loro azioni con il manto della carità; proteggono e lodano le riforme costituzionali come se fossero su misura per la più antica e la più pura disciplina ecclesiastica; si vantano di esser in sincera comunione con la Chiesa e con questa Sede Apostolica. A questo soltanto mirano le lettere “nunciatorie” che, seguendo l’esempio dei primi intrusi, Ci hanno mandato anche altri in seguito; a questo mirano anche le “esortazioni” alle preghiere da recitare per la Nostra salute e la Nostra conservazione.

13. Ma questo stile di contestazione e di preghiera si riconosce derivato, chiaro come da un archetipo, dalle empie scuole degli scismatici e degli eretici. Infatti, leggiamo che Fozio scrisse al Santo Pontefice Niccolò, Lutero a Leone X, Pietro Paolo Vergerio il giovane a Giulio III; e tutti, mentre fingevano obbedienza e sintonia con la Sede Apostolica, si lamentavano della malvagità con la quale era giudicata la loro dottrina, insultavano contemporaneamente la Santa Sede e disseminavano i loro cattivi errori.

14. Così anche gli odierni Vescovi intrusi hanno di recente pubblicato un’opera nella quale hanno raccolto tutti i pensieri erronei, scismatici ed eretici, spesso contestati e rifiutati, dei quali sono pieni parecchie loro Lettere Pastorali ed alcuni libelli, non senza grave offesa alla storia della Chiesa. A quest’opera hanno premesso l’insidioso titolo “Accord de vrais principes de l’Eglise, de la morale et de la raison, sur la Constitution Civile du Clergé de France par les Evêques des départements membres de l’Assemblée Nationale Constituant. A Paris 1791“, aggiungendo alla fine di quest’opera iniqua, per meglio ingannare il popolo, una falsa lettera, presentata come se fosse stata a Noi spedita. Ma, per istruzione dei buoni e per consolidare la loro perseveranza, non smetteremo di render noto il pestilenziale veleno che emana da ogni parte di quell’opera indegna.

15. Frattanto non possiamo tacere il doppio inganno, uno peggiore dell’altro, che i Vescovi intrusi divulgano imperterriti per distogliere il popolo dall’obbedienza dovuta ai Nostri Ammonimenti Apostolici. Il primo inganno concerne la negata autenticità delle Nostre lettere; non c’è nessun commento più congruo se non che ciò si attaglia perfettamente alla fonte dalla quale proviene. Con quale buona fede, infatti, si può dubitare della verità delle Nostre lettere, che, firmate di Nostro pugno, sono state mandate ai Metropolitani francesi e che, per Nostro ordine, furono edite presso la Stamperia Romana e fatte circolare non soltanto nel Regno di Francia ma in tutte le parti del mondo cattolico, così come accadrà anche per questa Nostra? Come dunque può essere definito apocrifo quel documento che è Nostro, che deriva unicamente da Noi, che è stato divulgato con tanta solennità da non lasciare spazio ad alcun dubbio; che, in definitiva, è tale che con poca fatica chiunque può distinguerlo dagli altri documenti, falsi e corrotti, che i Refrattari fecero circolare fra il popolo a Nostro nome, con somma audacia e manifesta calunnia, per procurare approvazione alla Costituzione Civile del Clero, che Noi avevamo rifiutato sin dall’inizio con sommo orrore?

16. L’altro fraudolento, raggirante inganno degl’Intrusi riguarda la mancanza di una certa forma “civile” nella pubblicazione delle Nostre lettere. Infatti essi certamente non ignorano, e a nessun altro può sfuggire, che allo stato attuale delle cose in Francia una forma di questo tipo non poteva essere adottata; cosicché coloro che utilizzano tale forma null’altro hanno in mente se non facilitare la crescita impunita dello scisma e dell’intrusione. Non sfugge infatti che questa forma “civile” non è necessaria, soprattutto quando si tratta di “causa maggiore“, che compete a Noi e che è stata resa nota attraverso i Vescovi. Proprio questo tutti i Cattolici riconoscono, e Valentiniano Augusto affermò con chiare parole nella “Novella” che segue la lettera di San Leone Magno ai Vescovi della provincia viennese: “Questa stessa sentenza [di San Leone] avrebbe dovuto aver valore in Francia anche senza la sanzione imperiale. Che cosa infatti non dovrebbe essere consentito nelle Chiese all’autorità di un Pontefice tanto grande?“. Lo stesso clero francese lo riconobbe quando si trattò di divulgare le lettere encicliche del Nostro predecessore Pio VI: “Non avete alcun bisogno dell’approvazione regia per divulgare come Regola la risposta della Santa Sede Apostolica su un tema esclusivamente spirituale“.

17. Quel che abbiamo detto fin qui sul lacrimevole stato dello scisma, al quale gli Intrusi si dedicano in modo ammirevole, è percepibile da chiunque lo esamini attentamente; perciò a buon diritto possiamo esclamare con Sant’Atanasio: “Non avete ancora capito che il Cristianesimo viene distrutto e che il Demonio, cerca, con l’inganno e sotto altre fattezze, di sconfiggere la Chiesa?“.

18. In tanto grave perturbazione delle vicende della Chiesa francese ed in altrettanta gravità e notorietà del crimine, Noi avremmo potuto fin da ora procedere contro i contumaci, con la comminata pena della scomunica, dal momento che per oltre undici mesi dal giorno dei Nostri Ammonimenti, da parte loro non giunse alcun segno di pentimento. Nondimeno, poiché abbiamo visto che il Nostro Ammonimento ha avuto esito non inutile presso molti, e avendo ritenuto di dover aspettare un certo tempo perché anche altri si adeguassero; tenendo soprattutto presente la grande bontà di Dio, il quale tollera i peccatori con molta pazienza e non vuole portarli alla perdizione, ma indurli alla penitenza; dopo aver ascoltato il parere di una scelta Congregazione dei venerabili Nostri fratelli, i Cardinali di Santa Romana Chiesa, riunitasi davanti a Noi il 19 gennaio di quest’anno, abbiamo ritenuto di dover agire fin qui con benignità nei confronti dei contumaci, per vedere se ritornino in sé e si rivolgano a Dio. Infatti non ci siamo ancora spogliati della misericordia paterna nei loro confronti ed in un certo senso, “come una madre non può dimenticarsi del suo bambino, per non dover avere pietà del figlio del suo ventre“, così la Santa Romana Chiesa non può dimenticarsi dei suoi figli, per quanto ribelli ed ostinati, e nei loro confronti è mossa più da pietà che da rabbia. Per questo motivo Noi, non senza gran pianto e lamento, temendo la frammentazione delle Nostre viscere, Ci asteniamo per ora dal comminare la sentenza di scomunica, accettando anche di differire più oltre la pena, affinché possa aver luogo il pentimento. Rimane tuttavia confermata la pena di sospensione inflitta con la Nostra lettera del 13 aprile.

19. Perciò abbiamo deciso di presentare questa nuova e perentoria Ammonizione, da valere anche come seconda e come terza, in base alla quale, contando sessanta giorni dalla data di questa Lettera per la seconda, ed altri successivi sessanta per la terza, disponiamo quanto segue:

20. Per primi ammoniamo, come è giusto, sollecitandoli al doveroso pentimento, i sacrileghi consacratori dei Vescovi intrusi e gli assistenti (Carlo Maurizio Vescovo di Autun; Giovanni Battista Vescovo di Babilonia e Giovanni Giuseppe Vescovo di Lidda), i quali in certo modo sono gli autori del funestissimo scisma, poiché con le prime azioni che osarono compiere, cioè le consacrazioni degli pseudo-Vescovi, precedettero tutti gli altri nell’atrocità del crimine.

21. Ammoniamo inoltre tutti gli pseudo-Vescovi intrusi che, senza elezione, ordinazione o missione legittima, hanno invaso le Sedi Episcopali – sia quelle antiche, sia quelle di recente ed illegittima costituzione – la maggior parte delle quali era retta dai legittimi Presuli, mentre quelle che erano vacanti erano rette dai Vicari capitolari, secondo le leggi prescritte dal Concilio di Trento.

22. Ammoniamo anche l’Arcivescovo di Sens, il Vescovo di Orléans, il Vescovo di Viviers e Pier Francesco Martello, coadiutore dell’Arcivescovo di Sens. Di costoro, i primi tre, quantunque abbiano ricevuto correttamente il vescovado, hanno tuttavia osato invadere parti di altre Diocesi e rinunciare a porzioni delle proprie, attenendosi ai decreti dell’Assemblea nazionale; tutti, poi, allo stesso modo dei Vescovi consacratori, degli assistenti e di tutti i Vescovi intrusi, non si sono vergognati di sottomettersi alla Costituzione civile del clero, prestando puramente e semplicemente quel giuramento civico che Noi avevamo definito “fonte ed origine di tutti gli avvelenati errori” nella Nostra lettera del 13 aprile.

23. Ammoniamo i Parroci e coloro che con qualunque nome esercitano in titolo la cura delle anime, i quali, oltre ad imbrattarsi con quel giuramento sacrilego, hanno invaso intere Parrocchie, sia vecchie sia di recente ed illegittima istituzione, oppure ne hanno invaso delle parti, per istituzione ricevuta (per altro senza valore) dai Vescovi intrusi o dall’Arcivescovo di Sens o dai Vescovi d’Orléans e di Viviers (legittimi, in verità, ma legati col giuramento civico) che hanno operato al di fuori dei confini delle rispettive Diocesi, anche se alcuni di loro in precedenza avevano correttamente ricevuta l’investitura delle Parrocchie.

24. Infine ammoniamo anche tutti i Vicari e gli altri Preti, con qualunque nome chiamati, delegati all’esercizio della giurisdizione ed allo svolgimento degl’incarichi ecclesiastici dai Vescovi intrusi, i quali non possono trasferire ad altri un diritto che essi stessi non possiedono.

25. Avendo tutti così ammoniti, se a Noi non risulterà che, nell’arco di tempo precedentemente assegnato, ciascuno abbia fatto, in favore della Chiesa, la penitenza dovuta per i suoi peccati, allora certamente “ci addoloreremo, ci rattristeremo, piangeremo e ci sentiremo le viscere lacerate, come se fossimo spogliati delle nostre stesse membra“; tuttavia non Ci dorremo in modo da non procedere, in una vicenda così grave, secondo la gravità dei delitti, la moltitudine dei delinquenti e la pericolosità del contagio, da non comportarci come richiedono il ministero apostolico e le norme canoniche, scagliando cioè la sentenza di scomunica, notificandola pubblicamente ed indicando costoro come allontanati dalla comunione con la Chiesa, da considerarsi scismatici pervicaci e perciò da evitare.

26. Ancor oggi Noi rivolgiamo quest’ultima ammonizione canonica, piena di sollecitudine paterna e di moderazione, ai Vescovi consacratori, agli Assistenti, ai Vescovi intrusi ed ai loro Vicari, ai Vescovi che han prestato giuramento, ai Parroci parimenti intrusi; ai Vicari ed ai Sacerdoti delegati o approvati dai Vescovi intrusi; dal momento che il loro crimine è di gran lunga più grave e pericoloso, sia per la natura stessa del peccato, sia per la dignità ed autorevolezza della persona che lo compie; fattori, entrambi, che contribuiscono moltissimo a corrompere gli altri, insieme con l’esempio e l’uso della giurisdizione usurpata. Nondimeno vogliamo che si considerino ammoniti anche gli altri: gli autori e i fautori della Costituzione pubblicata, tutti quelli che hanno giurato, specialmente gli Ecclesiastici e soprattutto i Parroci, i Superiori ed i Rettori dei Seminari, i Professori ed i Presidi di Università e Collegi, perché non pensino di schivare a suo tempo analoga pena, se persisteranno ostinati e contumaci nel loro delitto.

27. Mentre diciamo queste cose, mentre Ci affidiamo a queste minacce, chiamiamo Dio a testimone di quanto non vorremmo esser costretti ad usare queste armi spirituali, se potessimo farne a meno. Con animo ben disposto abbiamo sempre dato spazio alla moderazione e alla misericordia, facendo ricorso alla severità malvolentieri e soltanto se costretti dalla necessità. Proprio per questo ancora una volta e con il massimo vigore, nel nome delle viscere di Gesù Cristo, preghiamo coloro che in qualunque modo hanno avuto parte in questo scisma, ed in particolare i sacri Ministri, e li scongiuriamo affinché riflettano su quanto sia indegno, perverso e miserrimo, per i Fedeli, specialmente Ecclesiastici, favorire ed assecondare questo scisma pestilenziale; esso è nato per l’iniquo consiglio dei filosofi innovatori che costituivano la maggior parte dell’Assemblea Nazionale, e si sarebbe quasi estinto sul nascere se i Fedeli e gli Ecclesiastici l’avessero contrastato. Inorridiscano dunque meditando quanto l’attesa d’un terribile giudizio, simile ad un fuoco, consumerà coloro per colpa dei quali lo scisma (che col loro ravvedimento potrebbe cessare) perdura ancora e si espande e cresce nelle fiorentissime regioni francesi.

28. Mancano forse famosi “eccitamenti dei francesi” per ritrattare il giuramento civico? Eppure è noto che molti fra i più illustri intellettuali francesi si dimostrarono docili nel detestare gli errori precedentemente propugnati. Infatti, già all’inizio del V secolo il monaco Leporio pubblicò la ritrattazione dei suoi errori, che fu letta nel quinto Sinodo africano e fu inviata ai Vescovi francesi; il sacerdote Lucidio ne indirizzò un’altra al Sinodo di Arles; non diversamente si comportò Giovanni Gerson, che formulò la sua ritrattazione basandosi sugli insegnamenti dei libri di San Bonaventura. A questi sono seguiti Pietro de Marca e Francesco Fénelon, Arcivescovo di Cambrai, meritevole del più elogiativo ricordo, e molti altri scrittori francesi, al cospetto dei quali chi potrà arrossire e ancora ostinatamente rifiutare di imitarli, loro che seppero trasformare il loro errore in gloria e vanto singolari? Una convinta speranza ci induce a ritenere che la mano di Dio non si arresterà sopra gli intrusi e gli scismatici; che i loro animi traviati saranno richiamati sulla via della salvezza, e, sollecitati dagli esempi di antenati così famosi, con la ritrattazione dell’empio giuramento condanneranno le consacrazioni sacrileghe, rinunceranno agli incarichi sacerdotali precedentemente occupati e riconosceranno i legittimi pastori.

29. Voi intanto, Venerabili Fratelli, che – udito l’ultimo ammonimento di questa Nostra lettera – Ci pare di vedere agitati e tremanti per la salvezza del Vostro gregge e Ci par di udire esclamare con San Paolo “Chi di voi cadrà infermo, senza che questo indebolisca anche me? Chi sarà scandalizzato senza che anch’io mi senta avvampare?“; Voi, dicevamo, mentre renderete pubblica questa Nostra lettera, aggiungete le vostre alla Nostra preoccupazione, levando preghiere più fervide a Dio Ottimo e Massimo, ripetendo le esortazioni ed i vostri consigli, affinché – in tanta crudezza dei tempi ed in tanta confusione degli animi – possiate consolidare la fermezza dei fedeli che sono rimasti tali e recare aiuto alla debolezza di coloro che sono caduti. Ma soprattutto mettete sotto gli occhi di coloro che sono caduti che niente servirà tanto alla loro salvezza eterna, niente alla loro vera gloria, niente alla gioia dell’intera Chiesa, niente sarà così gradito quanto questo sacrificio di obbedienza, al quale li invitiamo, li preghiamo, li scongiuriamo per le viscere del nostro Dio e per l’avvento del Signore Nostro Gesù Cristo. Facendo queste cose, continuerete ad essere quel che già siete, cioè “buoni ministri di Gesù Cristo, cresciuti nelle parole della Fede e della corretta dottrina che avete sempre seguito“.

30. Voi pure, diletti Figli Canonici di rispettabili Capitoli, Parroci, Sacerdoti, altri ministri del clero francese, infine, Fedeli tutti abitanti nel Regno francese, che vi siete distinti dagli altri per la costanza e l’impegno religioso, unite le vostre preghiere alle Nostre ed a quelle dei vostri Pastori, ed implorate nella cenere, nell’orazione, nel digiuno, “Perdona, o Dio, il Tuo popolo“. Poiché Dio è buono e misericordioso, quando vedrà il pianto dei Sacerdoti e dei cittadini, di certo sarà compassionevole ed avrà pietà. Perciò sopportate con pazienza gli infortuni che vi sono capitati e che forse ancora vi accadranno, “fintanto che la destra di Dio onnipotente distruggerà tutte le armi del demonio, al quale perciò si permette di tentare arditamente qualcosa, perché poi sia sconfitto con maggior gloria dei fedeli di Cristo; poiché dove la verità è maestra non vengono mai meno, fratelli carissimi, i conforti divini“.

31. Soprattutto vi raccomandiamo e v’ingiungiamo di mantenervi sempre strettamente a contatto con i vostri Pastori, affinché non comunichiate in alcun modo, e men che meno nelle cose divine, con gli intrusi ed i refrattari, con qualunque nome vengano chiamati; allo stesso modo guardatevi dallo scellerato opuscolo di cui si diceva prima, il capzioso “Accord des vrais principes“, dalle lettere pastorali e “nunciatorie“e da qualunque genere di scritto diffuso od in via di diffusione da parte di coloro che, mentre difendono la Costituzione civile del clero, in realtà danno vigore allo scisma. Allo stesso modo che nelle Nostre precedenti lettere già avevamo contestato e condannato tale Costituzione, così ancora con questa Lettera riproviamo, rigettiamo e condanniamo la predetta opera, le lettere pastorali e “nunciatorie” e tutti gli altri scritti, sulla base del supremo ufficio Apostolico del quale siamo rivestiti.

32. Nell’immensità della Sua benevolenza, Dio voglia dar forza alle Nostre cure pastorali, affinché coloro che fra voi sono rimasti fedeli si rafforzino, e coloro che sono caduti si rialzino. Questo chiediamo a Dio, implorandolo ed inginocchiandoci – per usare le parole dell’apostolo Paolo agli Efesini – davanti al Padre Signore nostro Gesù Cristo “affinché vi conceda di fortificarvi nella virtù secondo le ricchezze della sua gloria, per mezzo del suo spirito che scende nel cuore dell’uomo, e di fare abitare Gesù Cristo nei vostri cuori, radicati e consolidati nella caritàCome pegno di questi doni celesti, diletti Figli, Venerabili Fratelli e diletti Figli, Noi vi impartiamo dal più profondo del cuore, paternamente e con amore, la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 19 marzo 1792, anno diciottesimo del Nostro Pontificato.

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE (1)

Dom PAUL NAU

Monaco di Solesmes

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE

Saggio sull’autorità del loro insegnamento

Les Editions du Cèdre 13, Rue Mazarine

PARIS

NIHIL OBSTAT Solesmis, die 24 Apr. 1952.Fr. Georgius FRENAUD, m. b. Cens. dep.

IMPRIMI POTEST Solesmis, die 25 Apr. 1952. t Fr. Germanus COZIEN, Abbas S. Petri de Solesmis.

IMPRIMATUR. die 24 Aug. 1952. t GEORGIUS Archiep. Episc. Cenomanensis.

L’enciclica Humani generis ha recentemente scoperto che il punto di partenza delle deviazioni dottrinali che essa è venuta a correggere è stata la mancanza di attenzione all’insegnamento enciclicale dei Pontefici. È stato proprio per risvegliare questa attenzione che sono stati scritti i tre articoli qui raccolti. Erano in procinto di essere pubblicati quando è apparsa la Lettera Pontificia, che confermò le loro conclusioni con la sua impareggiabile autorità. L’autore, nel rispondere alle richieste di ristamparle in forma di libretto, non ha avuto altro scopo che quello di aiutare le persone a comprendere meglio e più ampiamente la portata esatta delle encicliche, e quindi di introdurle ad una lettura più attenta di questi grandi documenti dell’insegnamento ordinario del Romano Pontefice.

I.  

I testi

Nel 1849, il Dictionnaire de Droit et de Jurisprudence civile et ecclésiastique dell’Encyclopédie Théologique, di Migne, dedica alle Encicliche solo questa infausta nota: « La parola Enciclica è nuova in Francia. Oggi questo nome viene dato alle Lettere Apostoliche che il Papa indirizza a tutti i Vescovi di un paese o a tutti i Vescovi dell’universo. La ricezione ufficiale e la pubblicazione di queste lettere è soggetta alle stesse formalità delle bolle, delle memorie o dei rescritti.  Dopo un secolo, non è solo il termine, ma le encicliche stesse che hanno acquisito il diritto di essere lette dai lettori francesi. Gli oratori e gli editori cattolici non sono i soli a contribuire alla loro pubblicità;  (Anche se ci si limita alla Francia, è impossibile citarli tutti. Conosciamo almeno i testi della Documentation catholique e la raccolta di Encicliche e Documenti Pontifici della “Lionne Presse”, così come le monografie pubblicate da “Spes” e le varie edizioni dell’Action catholique. La Cité Chrétienne, di Henri BRUN, e la sua continuazione L’Ordre et l’Amour il Catechismo di Leone XIII, di Padre CERCEAU, possono sempre essere consultati con profitto. Non è necessario richiamare l’attenzione sull’evidente importanza di questi testi e sull’importanza della fondazione all’Istituto Cattolico di Parigi di una cattedra destinata a far conoscere gli insegnamenti pontifici, compito al quale giornali come La France Catholique aprono ampiamente le loro colonne e che La Pensée Catholique ha inserito nella prima pagina del suo programma.). Esse hanno animato i dibattiti della Camera dei Deputati e persino quelli delle logge massoniche (è in seguito all’emozione suscitata al “Grande Oriente” dalla pubblicazione della Rerum Novarum che fu deciso di ridurre la quota d’iscrizione, fino ad allora molto elevata, esatta dai membri di questa obbedienza e che ne impedivano l’entrata ai meno fortunati); solo recentemente la Revue des deux Mondes ha dedicato loro un articolo (Jean DE SAINT-CHAMANT, Les Encycliques et le marxisme, Revue des deux Mondes du 1e r agosto 1948.) e sull’una o sull’altra delle loro collezioni si possono leggere nomi così indipendenti come quello di Dalloz o così insospettabili di favoritismi religiosi come quello di Rieder (Encycliques et messages sociaux, textes choisis et préface par Henri GUITTON, Dalloz, 1948 ; Les textes pontificaux sur la Démocratie et ta société moderne, les éditions Rieder, 1928.). Ma se le Encicliche sono molto discusse, la loro vera natura è generalmente meno conosciuta, e gli stessi teologi talvolta esitano sull’esatta portata della loro autorità dottrinale. Più di quindici anni prima della data in cui l’Enciclopedia del Migne descriveva questo termine come una “parola nuova, un’Enciclica, Mirari vos, aveva già condannato le dottrine de l’Avenir, e Lamennais, preludendo alla sua rottura definitiva, si rifugiò in distinzioni tendenziose: « Il nostro amico di Coriolis – scrisse a Vitrolles – aveva ragione di dirvi che non ero minimamente scosso nelle mie opinioni, che non ne abbandonavo nessuna e che, al contrario, vi ero più attaccato che mai. La lettera del Papa, che non ha carattere dogmatico, che è… solo un atto di governo, potrebbe benissimo impormi momentaneamente l’inazione ma non una fede… (Lettera del 15 novembre 1832 a Vitrolles, citata da Paul Du DON, Lamennais et le Saint-Siège, Paris, 1911, p. 220.).  – Nel 1864, la pubblicazione dell’enciclica Quanta Cura e il Sillabo ad essa allegato risvegliarono la disputa. La definizione dell’infallibilità papale da parte del Concilio Vaticano avrebbe dovuto, a quanto pare, porvi fine; ha semplicemente chiarito il punto in discussione. Il Concilio aveva affermato che il Romano Pontefice è infallibile quando, parlando ex cathedra, definisce un punto di dottrina. Era questo il caso delle Encicliche? Potrebbero essere considerati come atti pronunciati ex cathedra, come giudizi o definizioni della dottrina rivelata? Non è necessario ripetere qui i dettagli delle discussioni che si tennero sull’Ami du Clergé, sugli Etudes, sulla Revue Thomiste (Ami du Clergé, 1903, p. 801 ss., 1907, p. 91 ss, 1908, p. 193 ss e 530 ss; Revue thomiste, 1904, p. 513 ss.; Etudes religieuses, 5 agosto 1907, 5 gennaio 1908), da parte di teologi come Mons. Perriot, P. Pègues, O. P. e P. Choupin, S. J. Quest’ultimo le ha riassunte in un’opera (Lucien CHOUPIN, S. J., Valore delle decisioni dottrinali e disciplinari della Santa-Sede, terza edizione, Parigi, 1929), che è ormai un’autorità e che permetterà a chi lo desidera di riferirsi facilmente ai punti concreti del dibattito. Ci basterà qui riassumerne le conclusioni. Le due parti si accordarono facilmente per negare alle encicliche il carattere di definizioni ex cathedra. Ma mentre questi documenti perdevano per sé stesse, agli occhi dei padri Choupin e Pègues, il privilegio dell’infallibilità, l’editore dell’Ami du Clergé, basandosi su un testo del cardinale Billot, rifiutò di accettare quest’ultima conclusione e continuò a riconoscerne degli atti infallibili. La controversia da allora sembra aver fatto pochi progressi. L’articolo “Enciclica” nel Dictionnaire de Théologie catholique, firmato da M. Mangenot, coincide, almeno in gran parte (… le Encicliche “non costituiscono definizioni ex cathedra, di autorità infallibile. Il Sommo Pontefice potrebbe però, se volesse, fare definizioni solenni nelle encicliche…), con la tesi di P. Choupin, cui si può paragonare il capitolo molto meno sfumato di P. J. Villain, S.J., in Les études: du prêtre d’aujourd’hui (Lo studio delle encicliche, di R. P. J. VILLAIN S. J., in Les études du prêtre d’aujourd’hui, pubblicato dall’ “Union Apostolique“, con una prefazione del cardinale Suhard, Parigi, 1945. Si può anche leggere nello stesso senso: A. CHAVAS, SB” La vera concezione dell’infallibilità pontificale, in Eglise et Unité, Lille, 1948). D’altra parte, il P. Riquet, S.J., in Tu es Petrus (Il Papa, erede dei poteri di Pietro, di R. P. Michel RIQUET S. J., in Tu es Petrus, encyclopédie populaire sur la Papauté, Paris, 1944, p. 56.) sembra mantenere la posizione precedentemente difesa dall’Amico e che pone le Encicliche tra gli atti della Santa Sede, che, senza essere definizioni, sono tuttavia documenti infallibili. Queste divergenze, appena escono dal dominio della pura speculazione teologica, rischiano purtroppo di degenerare in liti di tendenze. J.-M. Vacant lo sottolineava dal 1895, nei suoi Studi Teologici sulle Costituzioni del Concilio Vaticano. Di fronte ad eretici, razionalisti e infedeli, i difensori della verità si sono… sempre, ma oggi più che mai, lasciati dominare da due preoccupazioni diverse, che li hanno fatti camminare in due direzioni opposte. Alcuni cercano soprattutto di proteggere i fedeli dalle seduzioni dell’errore e di salvaguardare l’integrità della fede; perciò, moltiplicherebbero volentieri i punti che la Chiesa ha condannato. Altri sono profondamente preoccupati dal desiderio di attirare alla dottrina cattolica coloro che la rifiutano; così, per una tendenza contraria, vorrebbero eliminare tutti i punti che i miscredenti trovano difficili da ammettere e ridurre i dogmi ad una sorta di minimo. (Etudes théologiques sur les Constitutions du concile du Vatican, par J. M. A. VACANT, Paris-Lyon 1895, tome II, p. 116, n° 650). Più recentemente H. P. J. Villain, nell’opera già citata, ha indicato a sua volta, come ancora attuali, di cui l’esperienza ha dimostrato non essere chimerica, quello di un rigorismo… che rende talvolta odiosa la dottrina, e quello di un laicismo che permette di vedere nelle encicliche solo documenti di nessun valore pratico, dichiarazioni platoniche, semplici dissertazioni del Sovrano Pontefice che non vi attribuirebbe lui stesso grande importanza (Loc. cit.,p. 191).  Nel corso di una discussione, si fa talvolta riferimento a un testo pontificio e la risposta, senza ulteriore qualificazione, è: “È solo un’Enciclica”. Queste discussioni possono continuare senza una soluzione, con grande danno per l’unità di vedute dei Cattolici, finché rimarranno intaccate da un difetto di metodo. Una dottrina può essere vera, anche sovranamente opportuna, senza che il documento che la richiama sia dotato del carisma dell’infallibilità. Al contrario, una verità, anche se proviene da un documento autenticamente e inequivocabilmente infallibile, è improbabile che trovi un pubblico facile tra coloro la cui mentalità è destinata a riformare. Le stesse controversie teologiche difficilmente avranno successo, se rimangono rinchiuse nel regno del “a priori” o del puro metodo deduttivo. Si potrà discutere a lungo sull’autorità delle encicliche se non ci si prenda la briga di interrogarle personalmente. È al Magistero che dobbiamo chiedere quale grado di credito dobbiamo dare ai suoi atti. Pin effetti la loro autorità divina non è una verità puramente razionale, ma appartiene al regno della rivelazione; è quindi il solo organo vivente della rivelazione che può apportarci luce. – Non è d’altronde la questione di principio che è in gioco qui; l’autorità sovrana del Magistero pontificio è una dottrina riconosciuta da tutti i Cattolici. Si tratta solo di sapere fino a che punto il Sommo Pontefice, scrivendo un’Enciclica, impegna questa autorità. È al Sommo Pontefice e alle stesse encicliche che dobbiamo innanzitutto chiedere la risposta. Pertanto, prima di qualsiasi tentativo di sistematizzazione teologica, sembra necessario esaminare attentamente i testi. Questo è precisamente lo scopo di questo documento. Dopo un rapido inventario delle Encicliche stesse, esamineremo il loro atto di nascita, e poi chiederemo alla storia di ricordarci il ruolo che hanno avuto nel preservare il deposito e l’unità della fede. Una volta completato questo esame, sarà forse possibile precisare meglio il ruolo delle Encicliche nella teologia del Magistero, determinarne il credito esatto necessario, secondo la materia che trattano, riconoscere infine se devono essere viste come semplici indicazioni pastorali rapidamente “superate“, o se al contrario, e in che misura, devono essere accolte come autentici atti del Magistero, esigendo l’adesione del pensiero dei Cattolici o addirittura della loro fede. Prima ancora di discutere il contenuto delle Encicliche, possiamo già farci un’idea dell’importanza attribuita loro dal Sommo Pontefice con un semplice sguardo ai fogli stampati che ce le riportano. Dal 1908, la Santa Sede ha un organo ufficiale, gli Acta Apostolicæ Sedis, in cui sono inseriti i principali atti del Sommo Pontefice e delle Congregazioni Romane. È in questo organo che appaiono le Encicliche. Il posto che vi occupano sarà quindi indicativo della loro importanza in relazione agli altri atti del Papa o della Curia. Le Litteræ Encyclicæ sono inserite per prime, seguite immediatamente dalle Epistolæ Encyclicæ, che sono un po’ meno solenni (Contrariamente alla recente affermazione del Dict. D. Can. art. “Encyclicæ”). Gli atti giuridici o amministrativi, come le Costituzioni Apostoliche che promulgano un giubileo o che regolano la nuova erezione di una diocesi, prendono posto solo dopo, intervallati dalle Encicliche e dalle altre Lettere pontificie. Questa è almeno la regola generale. Essa non fu infranta fino al 1944 e al 1949, quando, nell’indice degli Atti, le encicliche lasciarono il posto alle Decretali o Bolle di canonizzazione di diversi Santi, che ripresero allora il primo posto (Cfr. A. A. S., 15 marzo 1950). Questa semplice disposizione materiale è abbastanza eloquente di per sé, e potrebbe, in assenza di un testo preciso, fornirci già una preziosa indicazione. Ma non mancano le dichiarazioni esplicite dei Pontefici nelle loro encicliche. Dovremo tornare tra poco alla condanna formale delle « Parole di un credente » da parte di Gregorio XVI nell’enciclica Singulari nos. Basterà per il momento indicare il titolo invocato per la pronuncia di questa sentenza. Non è altro che la “pienezza del potere apostolico, deque apostolicæ potestatis plenitudine“; un appello che è ulteriormente sottolineato dal considerando precedente: « Chi ci proibisce di tacere, è Colui stesso che Ci ha posto come sentinella in Israele, affinché denunciamo l’errore a coloro che l’Autore e consumatore della nostra Fede, Gesù, ha affidato alle nostre cure » (Singulari Nos del 25 giugno 1834, Acta Gregorii Papæ XVI, Romæ, 1901, t. I, p. 434.). – Non appena fu elevato alla sede pontificia, Pio IX indirizzò un’enciclica all’episcopato di tutto il mondo. In esso egli indica gli errori e i pericoli che minacciano la Chiesa. Possiamo già notare l’espressione che usa per confermare le precedenti condanne contro le società segrete. È di nuovo “la pienezza del potere apostolico” che viene invocata: quas nos apostolicæ nostræ potestatis plenitudine confirmamus (Qui Pluribus del 9 novembre 1846, in Lettere apostoliche di Pio IX, Gregorio XVI, Pio VII, Parigi, 5, rue Bayard, p. 184). È a questa raccolta che di solito rimanderemo i nostri lettori, indicandola con l’abbreviazione BP., mentre le cifre successive indicano la pagina, e il volume in questione, indicando l’uno il tomo, l’altro la pagina, per i Pontificati successivi). Nel 1864 nell’enciclica Quanta cura, la formula non è meno solenne: « Perciò, in mezzo a questa perversità di opinioni depravate, penetrati dal dovere del nostro ufficio apostolico, apostolici nostri officii probe memores, e pieni di sollecitudine per la nostra santa Religione, per la sana dottrina, per la salvezza delle anime che ci è affidata dall’alto e per il bene stesso della società umana, abbiamo ritenuto nostro dovere alzare ancora una volta la voce (Quanta Cura, 8 dicembre 1864, BP. 13). È una formula simile che Leone XIII usa a sua volta, quando, fin dai primi anni del suo pontificato, ritiene necessario mettere in guardia il mondo cattolico contro il pericolo delle dottrine comuniste e socialiste: « Avendo Dio voluto affidarci il governo della Chiesa Cattolica, custode e interprete della dottrina di Gesù Cristo, Noi riteniamo, Venerabili Fratelli, che sia Nostro dovere in questa veste ricordare pubblicamente gli obblighi che la morale cattolica impone a tutti in questo ordine di doveri. Cum regendæ Ecclesiæ catholicæ, doctrinarum Christi custodi et interpreti, Dei beneficio praepositi simus, auctoritatis Nostræ esse judicamus, V. F., publice commemorare quid a quoquam in hoc genere officii catholica veritas exigat » (Diuturnum, 29 giugno 1881, BP.1.143). Ma non è necessario fermarsi ad ogni lettera di Leone XIII per precisarne i termini. Uno di essi è particolarmente significativo. In occasione del suo giubileo sacerdotale, il Papa, rivolgendosi contemporaneamente ai Vescovi, a tutti i fedeli dell’Universo, lascia per una volta il modo serio e solenne ordinario delle encicliche, per assumere un tono più familiare e paterno. Egli ritiene necessario spiegare questa derogazione, che serve solo a sottolineare più fortemente il carattere d’insieme dell’insegnamento enciclicale. « Dall’alto di questo supremo grado dell’ufficio apostolico in cui la bontà di Dio ci ha posto, Noi abbiamo spesso, secondo il nostro dovere, preso la difesa della verità, e ci siamo particolarmente sforzati di esporre quei punti della dottrina che ci sembrano di più attuale interesse per il bene pubblico… Oggi vogliamo parlare a tutti i Cristiani, come un buon padre parla ai suoi figli, e con un’esortazione familiare, esortare ciascuno di loro a regolare la propria vita in modo santo… » (Exeunti jam Anno, 30 dicembre 1888, BP.2.229.1). I successori del grande Papa hanno interpretato i suoi avvertimenti nel senso di atti vincolanti al Magistero papale. Nella sua enciclica Quadragesimo Anno, che commemora il quarantesimo anniversario della Rerum Novarum, Pio XI mostra Leone XIII, in forza del suo diritto e della missione specialissima che ha ricevuto di vigilare sulla Religione e sugli interessi ad essa connessi, jure suo plane usus tuque probe lenens religionis custodiam dispensationemque earum rerum, quæ cum illa arcto vinculo sociantur, sibi potissimum commissas fuisse… Poi continua: Basandosi unicamente sui principi immutabili della ragione e della rivelazione divina, il Pontefice definisce e proclama con autorità sicura di sé (il latino è più forte e allude chiaramente all’autorità stessa di Cristo: tamquam potestatem habens) i diritti e i doveri… (Quadragesimo Anno, 15 maggio 1931, BP.7.94). Qualche riga più sotto Pio XI descrive l’insegnamento papale come « vox apostolica », e si dà il compito di “vendicare contro le false imputazioni di cui è oggetto“, la dottrina del Papa che si identifica con la dottrina stessa della Chiesa: “visum est eam, id est catholicam de hac re doctrinam et a calumniis vindicare et a falsis interpretationibus tueri (ibid., BP.7.113). Nello stesso senso Divini Redemptoris: “Hæc est Ecctesiæ doctrina“, BP. PIE XI, 15.66). Questa autorità che riconosce chiaramente nelle parole del suo predecessore, Pio XI l’aveva rivendicata anche in un’altra Enciclica commemorativa, Casti connubii, dove l’accumulo di termini non può lasciare dubbi sull’intenzione di impegnare in questo documento tutto il potere del Magistero: « In ragione del Nostro ufficio di Vicario di Cristo in terra, del Nostro supremo pastorato e del Nostro Magistero, abbiamo giudicato che appartiene alla Nostra missione apostolica alzare la voce, per allontanare dai pascoli avvelenati le pecorelle a Noi affidate e, per quanto è in Noi, preservarle da essi. Pro Christi in terris Vicarii ac supremi Pastoris et Magistri munere, Nostrum esse duximus Apostolicam attollere vocem... » (Casti Connubii, 31 dicembre 1930, B.P.6.24.5). E come se queste parole non fossero abbastanza chiare e potessero ancora lasciare spazio a qualche esitazione, egli identifica, come aveva fatto per Leone XIII, la dottrina dell’Enciclica con quella della Chiesa stessa: « La Chiesa Cattolica, investita da Dio stesso della missione di insegnare e difendere l’integrità della morale e l’onestà, la Chiesa cattolica, in piedi in mezzo a queste rovine morali, alza forte la sua voce attraverso la nostra bocca, come segno della sua missione divina, per mantenere la castità del legame nuziale al sicuro da questa profanazione e promulga ancora: Ecclesia catholica.., in signum legationis suæ divinæ, altam per os Nostrum extollit vocem atque denuo promulgat… (Ibidem, 276). Poi il Papa, per ricordare ai sacerdoti il loro dovere di istruire i fedeli, si appella di nuovo « alla suprema autorità e alla cura di tutte le anime: pro suprema Nostra auctoritate et omnium animarum salutis cura » (Ibid.). Il tono, senza dubbio, si alza raramente a questa altezza; tuttavia, tali affermazioni non sono eccezionali. Non è solo nella dottrina pontificia sui doveri coniugali, ma anche in quella che tratta dei problemi sociali, che dobbiamo cercare il pensiero della Chiesa. All’inizio dell’Enciclica Divini Redemptoris sul comunismo ateo, il Papa spiega le sue intenzioni: « il suo primo scopo sarà quello di fare una breve sintesi del comunismo e dei suoi metodi di azione, e poi – aggiunge Pio XI – a questi falsi principi opporremo la luminosa dottrina della Chiesa » (Divini Redemptoris, 19 marzo 1937, BP.15.39. 4), la vera nozione della città umana… come ci viene insegnata dalla ragione e dalla rivelazione attraverso la Chiesa Magistra gentium (Ibidem, 15.54). – Non dobbiamo più stupirci del termine serio scelto dal Pontefice per designare l’enciclica. Paragonandolo ai suoi precedenti avvertimenti, lo chiama “un documento di maggior solennità, majoris gravitatis documentum“:  « Il pericolo sta aggravandosi ogni giorno. Perciò è Nostro dovere alzare ancora la voce in un documento più solenne, secondo l’abitudine della Sede Apostolica, maestra di verità, idque facimus per hoc majoris gravitatis documentum, quemadmodum huic Apostolicæ Sedi veritatis magistræ, moris est » (Divini Redemptoris, 19 marzo 1937, B.P.15.S9.).  È un’espressione quasi simile “pontificalis magisterii documentum” che Pio XII userà per descrivere un’altra lettera del suo predecessore, e forse sottolinea ulteriormente lo stretto legame che il Papa vedeva tra l’insegnamento delle encicliche e il Magistero affidato al Romano Pontefice. È tanto più importante notare che la parola non si applica solo alla Quadragesimo Anno, ma anche espressamente alla Rerum Novarum. « Siamo lieti di sapere che il suddetto documento del Magistero Pontificio (Quadragesimo Anno), come pure la lettera enciclica dello stesso genere, Rerum Novarum, di Papa Leone XIII, siano oggetto di attento esame da parte vostra » (Sertum Lætitiæ, 1 novembre 1939, BP.1.284.). Pio XII era anche consapevole del dovere aper il quale si sforzava di essere fedele, quando scriveva le sue encicliche. Già nella sua lettera inaugurale si era espresso così: « Come Vicario di Colui che, in un’ora decisiva, davanti al rappresentante della massima autorità terrena del tempo, pronunciò la grande parola: Sono nato e venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità, chi è della verità ascolti la mia voce, non c’è nulla di cui ci sentiamo più debitori al nostro ufficio e al nostro tempo, che rendere testimonianza alla verità con fermezza apostolica, Nihil Nos muneri Nostro Nostræque ætati magis debere profitemur quam testimonium perhibere veritati » (Summi Pontificatus, 20 ottobre 1939, BP. 1 .210. 3) ». – Questo è precisamente il compito che le Encicliche permetteranno di affrontare. Nel suo discorso all’udienza del 21 gennaio 1942, il Santo Padre rivendica come primo dovere il “ministero della Parola“, affidato agli Apostoli e ai loro successori dal Signore stesso: « Andate e insegnate a tutte le nazioni quello che Io stesso vi ho insegnato. » Questo ministero, che gli sta tanto a cuore, non rinuncia a compierlo rivolgendosi direttamente e in tutta semplicità ai fedeli, ai nuovi sposi inginocchiati ai suoi piedi, ma non dimentica di ricordare il primo e più importante modo di esercitarlo: « Senza dubbio esercitiamo un tale ministero in primo luogo quando, in occasioni solenni, ci rivolgiamo a tutta la Chiesa, ai Vescovi, ai Nostri Fratelli nell’episcopato… » (Discorso La Gradita Vostra Presenza, udienza del 21 gennaio 1943, vedi Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Milano, 1942, t. III, p. 355. ) » in una parola, nelle Encicliche. Dopo queste ripetute affermazioni che sottolineano l’identità della parola pontificia inscritta nelle Encicliche con l’esercizio del Magistero, quella della dottrina che esse contengono con la dottrina stessa della Chiesa, non ci si può più stupire di vedere i Papi esigere dai fedeli il completo assenso ai loro insegnamenti; ma piuttosto si potrà cogliere da essi una preziosa conferma dell’autorità delle Encicliche, che abbiamo visto così fortemente affermata. Si è fatto riferimento sopra all’atteggiamento di Lamennais nei confronti della condanna di l’Avenir da parte di Mirari vos. Essendo la sottomissione totale, inizialmente promessa, lenta a venire, Gregorio XVI scrisse un Breve all’arcivescovo di Rennes il 5 ottobre 1833. In essa esprime innanzitutto il suo disappunto per non vedere la pubblicazione dell’atto di adesione all’Enciclica con la quale si renderebbe manifesto al mondo cattolico che (Lamennais) mantiene fermamente e seriamente e che professa la sana dottrina che Noi abbiamo esposto nelle Nostre Lettere a tutti i Vescovi della Chiesa, ipsum firme et graviter tenere, ac profiteri sanam Ulani doctrinam, quam nos nostris ad uni-versos Ecclesiæ Antistites Litteris proposuimus (Breve Litteras Accepimus, del 5 ottobre 1838. Ad Gregorii XVI, t. I, p. 311). Le sue prevaricazioni sono una prova che se egli riverisce l’autorità della Santa Sede, non si è ancora sottomesso al suo giudizio e alle dottrine da essa esposte, judicio, hac in re nostro, doctrinisque per nos traduis (ibid.). Per porre fine a questi dubbi il Santo Padre precisa il minimo richiesto a Lamennais: ut sciticet doctrinam nostris encyclicis Litteris traditam… se unice et absolute sequi confirmet, nihilque ab illa alienum se aut scripturum esse aut probaturum; seguire senza riserve ed esclusivamente la dottrina dell’enciclica e non scrivere o approvare nulla di estraneo ad essa (Ibidem). – Un’esigenza simile è espressa nell’Enciclica Immortale Dei di Leone XIII, ma questa volta non è più rivolta a un caso particolare ma si applica all’intero insegnamento pontificale: « Se quindi… i Cattolici ci ascoltano… sapranno esattamente quali sono i doveri di ciascuno sia in teoria che in pratica. In teoria, prima di tutto, è necessario aderire con incrollabile aderenza (judicio stabili) a tutto ciò che i Romani Pontefici hanno insegnato o insegneranno, e, ogni volta che le circostanze lo richiedono, farne pubblica professione » (Immortale Dei, 1 novembre 1885, BP.2.47).  – Poi applica questo principio generale agli errori denunciati nella presente Enciclica: « Soprattutto per quanto riguarda le libertà moderne, come vengono chiamate, ognuno deve attenersi al giudizio della Sede Apostolica e pensare come lui stesso pensa. Et in opinando qiiidem quæcnmqne Pontífices Romani tradiderint vel tradituri sunt, singula necesse est tenere judicio stabili comprehensa, et palam quoties res postulaverit, profiteri. Ac nomi natim de his, quas libértales vocant novissimo tempore qiiæsitas, oporlet Apostolicæ Sedis stare judicio, et quod ipsa senserit idem sentire singulos » (Ibid.). È inutile sottolineare l’importanza del futuro “vel tradituri sunt“, e della “judicio stabili“. Si potrebbero moltiplicare le citazioni dello stesso Papa; basterà raccogliere qualche altro testo. Rivolgendosi agli operai francesi poco dopo la pubblicazione della Rerum Novarum, un documento che definì “un atto del nostro ufficio di Pastore universale di anime“, Leone XIII chiese ai Cattolici « piena adesione e obbedienza agli insegnamenti della Chiesa e del suo Capo » (Udienza del 19 settembre 1891. Cfr. Acta Præcipua Leonis Papæ XIII, Desclée, Paris-Tournai, t. V, p. 3. ). Alcuni anni dopo, scrivendo ai vescovi d’America, indicò le sue precedenti Encicliche come la fonte dove i fedeli potevano trovare « gli insegnamenti che devono seguire e obbedire, quæ sequantur et quibus pareant catholici (Longinqua Oceani, 6 gennaio 1895, BP.4.172) ». Un anno dopo, avendo un giornalista francese osato mettere in discussione le decisioni della lettera pontificia Apostolicæ Curæ, sulle ordinazioni anglicane, il Sommo Pontefice scrisse all’Arcivescovo di Parigi per chiedergli di ricordare ai Cattolici il loro dovere di totale obbedienza alla dottrina pontificia, come definitivamente ferma, stabilita, irrevocabile: catholici omnea nummo dehent obsequio unplecti tamquam perpetua firmom, ratam, irrevocabilem (Lettera Religioni apua Anglos, 5 novembre 1896. Cfr. Acta præcipua…, vol. VI, p. 225). Pio X non parlerà con altro linguaggio. Di fronte alla dottrina esposta da Leone XIII nelle sue Encicliche, il dovere dei Cattolici ai suoi occhi è chiaro: « Noi proclamiamo altamente che il dovere di tutti i Cattolici – un dovere che deve essere adempiuto religiosamente e inviolabilmente in tutte le circostanze della vita sia privata che pubblica – è di custodire fermamente e di professare senza timidezza, tenere firmiter profiterique, i principi della verità cristiana insegnati dal Magistero della Chiesa Cattolica, quelli specialmente che il Nostro predecessore ha formulato così saggiamente nell’Enciclica Rerum Novarum” » (Singulari Quadam, 24 settembre 1912, BP.7.273). – In Ubi Arcano, Pio XI insisterà a sua volta nel definire “modernismo” l’atteggiamento di coloro che rifiutano di ammettere « gli insegnamenti o gli ordini promulgati in tante occasioni dai Pontefici, specialmente da Leone XIII, Pio X e Benedetto XV », o che “agiscono esattamente come se” questi insegnamenti “avessero perso il loro valore primario o addirittura non dovessero più essere presi in considerazione affatto (Ubi Arcano, 28 dicembre 1922, BP.1.172. ) ». – Possiamo stupirci di questa severità quando sentiamo lo stesso Papa dare le sue stesse Encicliche come regola di pensiero e di azione per i Cattolici, « aride catholici accipiant quid sibi sentiendum agendumque » (Mortalium Animos, 6 gennaio 1928, BP.4.67.). – Il carattere normativo delle Encicliche nei confronti del pensiero cristiano è ancora indirettamente evidente dalle condanne formali che questi documenti talvolta portano. Condannare una dottrina è proibirla, e quindi dirigere autorevolmente l’intelligenza. Abbiamo già avuto occasione di alludere alla condanna delle Parole di un credente da parte di Gregorio XVI nell’enciclica Singulari Nos, in cui si appellava alla « pienezza del potere apostolico ». Dobbiamo citare qui l’intero passaggio. Dopo aver esposto i fatti che motivano la condanna, il Papa si esprime così: « Perciò, avendo sentito diversi Nostri venerabili Fratelli, i Cardinali di Santa Romana Chiesa, di nostra iniziativa (Motu proprio), avendo acquisito la certezza dei fatti e usando la pienezza del potere apostolico Noi rimproveriamo, condanniamo, e vogliamo e ordiniamo che il suddetto libro sia ritenuto riproverato e condannato in perpetuo (reprobamus, damnamus ac prò reprobato et damnato in perpetuum haheri valumus atque decernimus), intitolato Parole di un credente, in cui, con un empio abuso della parola di Dio, i popoli si impegnano a rompere tutti i vincoli dell’ordine pubblico, a minare l’autorità, a suscitare sedizioni nel cuore degli imperi, a fomentare movimenti insurrezionali e ribellioni; Questo libro contiene proposizioni, rispettivamente false, calunniose, sconsiderate, favorevoli all’anarchia, contrarie alla parola divina, empie, scandalose, erronee, alle quali la Chiesa ha già mirato nelle sue condanne dei Valdesi, dei seguaci di Wicleff e Huss o di altri eretici dello stesso genere « (Librum) ideo propoitiones respective falas, calumniosas, temerarias, inducentes in anarchiam, contrarias verbo Dei, impias, scandalosas, erroneas, iam ab Ecclesia præsertim Valdensibus Viclefitis, Hussitis aliisque id generis hæreticis damnamus continentem, reprobamus, damnamus ac prò reprobato et damnato in perpétuant baberi volumus atque decernimus » ( Singulari Nos 25 giugno 1834, Acta Gregorii XVI -. 1-434-). Pio IX, a sua volta, nella sua prima Lettera all’Episcopato, ricorda, per confermarle, le precedenti condanne delle Società Bibliche: Il Pontefice di gloriosa memoria al quale succediamo… Gregorio XVI, seguendo in questo l’esempio dei suoi predecessori, ha riprovato queste società con le sue Lettere Apostoliche; anche noi le vogliamo condannate, et nos pariter damnatas esse volumus (Qui Pluribus, 9 novembre 1846, BP.186). (Quanta Cura, 8 dicembre 1864, BP.5). –  Poi, dopo aver descritto gli errori a cui l’Enciclica cerca di porre rimedio, il Papa pronuncia nuovamente il suo solenne ripudio: « Pieni del dovere del Nostro ufficio apostolico e pieni di sollecitudine per la nostra santa religione, per la santa dottrina, per la salvezza delle anime che ci è affidata dall’alto e per il bene stesso della società umana, abbiamo ritenuto nostro dovere alzare di nuovo la voce. Perciò, per la Nostra autorità apostolica, Noi rimproveriamo, Noi proscriviamo, Noi condanniamo, Noi vogliamo e ordiniamo che tutti i figli della Chiesa Cattolica tengano come riproverati, proscritti e condannati ognuna delle cattive opinioni e dottrine descritte nelle lettere precedenti, auctoritate nostra apostólica, reprobamas, proscribimus atque damnamm, easque ab omnibus catholicæ Ecclesiæ fîliis, veluti repróbatas, proscriptas, atque damnatas omnino haberi volumus atque mandanus.»– Ibid 13.). – Se i termini impiegati da Leone XIII, nell’enciclica Inscrutabili, sono meno formali, assumono un valore singolare per la loro connessione con le condanne del Concilio Vaticano che pretendono di confermare: « I Romani Pontefici, i nostri predecessori e in particolare Pio IX, di santa memoria, specialmente nel Concilio Vaticano…, non trascurarono, ogni volta che fu necessario, di rimproverare gli errori che irrompevano e di colpirli con censure apostoliche. Anche noi, seguendo le loro orme, confermiamo e rinnoviamo tutte queste condanne di questa Sede Apostolica della verità, … has condamnationes omnes, Nos, ex hac Apostolica veritatis Sede confirmamus et iteramus » (Inscrutabili, 21 aprile 1878, BP.1.19). – Allo stesso modo, nell’Enciclica Humanum Genus contro la massoneria: « Tutti i decreti emessi dai nostri predecessori… tutte le sentenze pronunciate da loro… Intendiamo ratificarli di nuovo sia in generale che in particolare » (Humanum Genus, 20 aprile 1884, BP.1.269). Le sentenze e i decreti, ai quali qui si fa riferimento, comprendevano oltre alle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, Pio VII e Leone XII, le encicliche di Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX (Ibid. 1.245). – La disapprovazione di Pio X per il principio della separazione tra Chiesa e Stato non è meno chiara: « Che sia necessario separare lo Stato dalla Chiesa è una sentenza assolutamente falsa, e in sommo grado perniciosa, profecto falsissima, maximeque perniciosa sententia est (Vehementer, 11 febbraio 1906, BP.2.126). L’Enciclica sulle associazioni di lavoratori è un altro giudizio definitivo, un divieto formale, che i Vescovi tedeschi hanno ricevuto: Poiché abbiamo sollevato questa causa e, dopo aver consultato i vescovi, spetta a Noi pronunciare la sentenza, ingiungiamo a tutti i buoni uomini di astenersi d’ora in poi da ogni controversia… (Singulari Quadam, 24 ottobre 1912, BP.7.278). – Un altro esempio di condanna formale è fornito dalla prima lettera Enciclica di un Papa il cui brevissimo Pontificato, interamente assorbito dalla sollecitudine della guerra, gli permette raramente di essere citato. Dopo aver ricordato che la Chiesa si aspetta dai suoi difensori qualcosa di diverso dalle vane dispute, ma chiede loro al contrario di lavorare con tutte le loro forze per conservare la fede nella sua integrità e per proteggerla da ogni alito di errore, seguendo principalmente Colui che Gesù Cristo ha costituito custode e interprete della verità, Benedetto XV denuncia coloro che, « preferendo il proprio giudizio all’autorità della Chiesa, sono arrivati nella loro temerarietà a giudicare i misteri divini e tutte le verità rivelate secondo la propria comprensione, non esitando ad adattarle al gusto dei tempi presenti. » Poi aggiunge: «  Così nacquero i mostruosi errori del modernismo, che il Nostro predecessore proclamò giustamente la somma di tutte le eresie e che condannò solennemente. Questa condanna, V. F., la rinnoviamo in tutta la sua estensione. Decessor Noster omnium hæreseon collectum edixit esse et solemniter condemnavit. Eam Nos igitur condemnationem… qnantacumque est, hic iteramus » (Ad Beatissimi, 1 novembre 1914, BP. 1.43,44.). – Per evitare queste condanne, il modernismo cambierà il suo metodo e assumerà una forma più capziosa. Evitando affermazioni di principio, si rifletterà solo nel campo dei fatti, dove non si terrà conto delle condanne dottrinali dei Pontefici. Pio XI lo perseguirà fino a questo punto pericoloso: denunciando coloro che  agendo esattamente come se gli insegnamenti e gli ordini promulgati tante volte dai Pontefici, in particolare da Leone XIII, Pio X e Benedetto XV, avessero perso il loro valore primario o addirittura non dovessero più essere presi in considerazione,  conclude con un giudizio formale: « Questo fatto rivela una sorta di modernismo morale, giuridico e sociale; lo condanniamo formalmente come il modernismo dogmatico. Quod quid quidem una cum modernismo illo dogmático, impense reprobamus » (Ubi Arcano, 28 dicembre 1922, BP. 1.172.). Quando, alla fine dello stesso pontificato, la sollecitudine del Papa si rivolse a un altro errore, il comunismo ateo, l’enciclica che lo denunciava iniziò con il riferimento alle precedenti riprovazioni di questo errore, sia di Pio IX che dello stesso Pio XI: “Ad communistarum errores quod attinet, jam. . decessor noster… eos solemniter reprobavit, reprobationemque suam subinde per Syllabum confirmavit  (Divini Redemptoris, 19 marzo 1937, BP.15,36 )… denuntiavimus, improbauimus… solemniter expostulando conquesti sumus » (Ibid. 37,38). – A questo dossier  già imponente a favore dell’autorità delle Encicliche, si è appena aggiunta una pagina della Humani generis, la cui importanza non si saprebbe mai abbastanza stimare:  « Né si deve pensare che ciò che viene proposto nelle Encicliche non richieda di per sé un assenso, poiché i Papi esercitano in esse il potere supremo del loro magistero. A ciò che viene insegnato dal Magistero ordinario si applica anche il detto: “Chi ascolta voi, ascolta me“; e il più delle volte ciò che viene esposto nelle Encicliche appartiene già d’altra parte alla dottrina cattolica. Se i Papi giudicano espressamente nei loro atti una questione che prima era controversa, tutti capiscono che questa questione nel pensiero e nella volontà dei Pontefici non è più da considerare come una questione libera tra i teologi (Neque putandum est, ea quæ in Encyclicis Litteris proponuntur assensum per se non postulare, cum in iis Pontífices supremam sui Magisterii potestatem non exerceant. Magisterio enim ordinario haec docentur de quo illud etiam valet:Qui vos audit, me audit”, (Luc, X, 16); ac plemmque quae in Encyclicis Litteris proponuntur et inculcantur, jam aliunde ad doctrinam catholicam pertinent. Quod si Summi Pontífices in actis suis de re hactenus controversa data opera sententiam ferunt, omnibus patet rem ìllam, secundum mentem et voluntatem eorumdem Pontificum, quæstionem liberge inter theologos disceptationis jam haberi non posse. (A. A. S. t. XLII, p. 561). Diamo nel testo la traduzione. Bonne Presse, p. 10).  Dovremo esaminare questo testo in dettaglio più avanti; ci basta qui raccogliere due affermazioni che confermano ciò che avevamo già appreso dalla nostra rapida indagine. Quando ascoltiamo l’insegnamento delle Encicliche, espressione del magistero ordinario, sentiamo Cristo stesso: Chi ascolta voi, ascolta me. Quindi, se i Papi esprimono un giudizio dottrinale in essi, la causa deve essere considerata come ascoltata.

* * *

Queste linee molto formali della Humani generis iniziano però con una formula che ci invita a completare la nostra troppo lunga spogliazione dei testi. Se non vogliamo rimanere di parte, è importante che, accanto alle affermazioni a favore dell’autorità delle Encicliche, si abbia cura di sottolineare il carattere proprio di queste lettere, che più di una volta ha confuso i teologi abituati a cercare l’espressione della Regola di fede nei Canoni dei Concili o nelle Definizioni contenute nelle solenni Costituzioni Apostoliche. In un caso, infatti, una formula volutamente concisa, almeno sempre circostanziata, della dottrina. Essa non dibatte, ma è attentamente soppesata per esprimere, con rigorosa precisione, un’affermazione dottrinale il cui rifiuto o accettazione decide tra la comunione della Chiesa o l’anatema solenne; nell’Enciclica, invece, c’è un’esposizione della dottrina a volte prolissa, ma sempre dettagliata. Non si tratta tanto, sembra, di una sfida al credente a scegliere tra accettare o rifiutare un articolo di fede, quanto di un invito all’intelletto a fare proprio il pensiero pontificale, a coglierne la validità e a farsi illuminare dalla sua luce (Se viene redatta una lista di proposizioni condannate, è spesso in un documento di accompagnamento, piuttosto che nell’Enciclica stessa. Così il Sillabo, inviato ai vescovi contemporaneamente alla Quanta Cura).  – Se si tratta di mettere in guardia contro un errore, l’Enciclica cercherà prima di tutto di scoprirne la causa, di mostrare i motivi che hanno animato i suoi autori, di denunciare le sue disastrose conseguenze. Poi arriva la condanna, ma si sforzerà di esporre i suoi motivi in modo ampio, e soprattutto vorrà opporre alle concezioni erronee, la solida sintesi della dottrina cattolica, che il documento pontificio a volte si soffermerà a spiegare in dettaglio, e spesso ne stabilirà la validità con una dimostrazione in regola. – Leone XIII, in Quod apostolici muneris, vuole bloccare la strada al socialismo. La lettera inizia con un’esposizione dell’obiettivo perseguito dai fautori dell’errore, e poi passa a cercare le cause dell’errore, senza temere di ripercorrere i secoli per riuscirci nel modo più completo. La confutazione arriva solo dopo: di fronte al socialismo, che distrugge l’ordine sociale, il Papa dipinge un quadro della dottrina sociale cristiana. Tutta la fine dell’enciclica sarà lo sviluppo di questa opposizione, che sarà perseguita fino alle sue conseguenze finali. Tra queste due concezioni della società, il popolo sarà finalmente invitato a scegliere, ed i Vescovi ad insegnare ampiamente la dottrina sociale della Chiesa. – L’enciclica Arcanum, scritta nel gennaio 1880, meno di due anni dopo quella che abbiamo appena analizzata, è un altro vero trattato, questa volta sul matrimonio cristiano. La stessa ricchezza di dottrina, la stessa abbondanza di prove. Solo l’ordine di presentazione è qui invertito: la dottrina cattolica è la prima ad essere presentata nel suo sviluppo storico e nella sua sintesi. La seconda parte della lettera è dedicata alla critica dell’errore, il cui punto di partenza il Papa prima denuncia, per poi istituire una vigorosa confutazione. Questo sarà ancora l’ordine seguito da Libertas. Inizia esaminando la nozione cristiana di libertà e la necessaria distinzione tra libertà psicologica e morale. Una volta chiarita questa nozione equivoca, il Papa passa alla critica del liberalismo e delle false libertà che ha sostenuto. La lettera si conclude con uno studio dei casi pratici che possono presentarsi per una coscienza cristiana. – Uno degli esempi più caratteristici è senza dubbio quello dell’Enciclica Pascendi, dedicata interamente a combattere le dottrine moderniste. La codificazione degli errori in formule precise era già stata fatta al momento della sua pubblicazione; il decreto Lamentabili, il 4 luglio 1907, aveva appena condannato 65 proposizioni che esprimevano il pensiero di autori modernisti. Due mesi dopo, l’8 settembre, la lettera pontificia fu a sua volta indirizzata ai Vescovi. Questa volta non si trattava più di un breve catalogo, ma di un vero e proprio trattato. L’Enciclica inizia denunciando il pericolo che i nuovi errori fanno correre alla Chiesa, e poi, in pagine che non rifuggono dalle spiegazioni più dettagliate, indica i vari aspetti, spesso complessi, della dottrina incriminata; tenta persino di penetrare la psicologia profonda di coloro che, più o meno consapevolmente, si fanno suoi propagandisti. Sappiamo come Pio X ci sia riuscito; le stesse persone di cui ha rivelato il pensiero con più precisione di quanto fossero state capaci di analizzare loro stesse, lo hanno confessato. Sembra, leggendo questa Lettera con il senno di poi che abbiamo oggi, che il Beato Pontefice abbia voluto, per allontanare il pericolo, riversare sulla Chiesa un immenso fiume di luce. In essa, coloro che si sono smarriti, possono riconoscere i loro errori e ritrovare la strada verso la verità, i Cattolici possono tenersi in guardia, e soprattutto i Vescovi avrebbero potuto agire di concerto per salvaguardare il gregge comune. Le ultime pagine dell’Enciclica indicavano loro con precisione i mezzi da adottare per un’azione efficace.  Senza formulare proposte, senza alcun apparato giuridico, questa lunga e ricca esposizione condannava il modernismo in una prospettiva diversa da quella del decreto, e allo stesso tempo offriva alla Chiesa una fonte incomparabile di dottrina. Osservazioni simili potrebbero essere fatte su quasi tutte le Encicliche. Uno delle più recenti, Mediator Dei, è un esame e un chiarimento estremamente dettagliato di tutto il problema liturgico. Il Papa si rivela un vero Pastore e Dottore universale, mettendo in guardia il suo gregge contro le insidiose apparenze dell’errore, e per ottenere questo, egli stesso distribuisce loro il pane della sana dottrina con magistrale ampiezza. Tuttavia, se le deviazioni vengono denunciate, se la verità viene richiamata con forza, coloro che “si sono allontanati dalla retta via non vengono colpiti da alcun anatema. Il Papa li esorta soltanto a “rettificare il loro modo di parlare e di agire“, affinché l’unità di fede tra tutti i membri della comunità cristiana sia assicurata senza fallo intorno al pensiero pontificio. I Pontefici hanno ripetutamente presentato questo disegno di insegnare in senso proprio, “esponendo la verità e confutando l’errore” come la ragione per scrivere le loro Encicliche. All’inizio della Rerum Novarum, per esempio, Leone XIII specifica lo scopo di questa nuova lettera, simile a quelle che abbiamo appena analizzato: “confutare le opinioni erronee e fallaci“. Quod alias consuevimus, Venerabiles Fratres, datis ad vos litteris de imperio político, de libértate humana, de civitatum constitutione christiana, aliisque non dissimili genere, quæ ad refutandas opinionum fallacias opportuna videbantur, idem nunc faciendum de conditione opificum iisdem de causis duximus (Rerum Novarum, 16 maggio 1891, BP.3.18). ” – Quod Apostolici Muneris, per stessa ammissione del Papa, si proponeva a sua volta “di avvertire pubblicamente i Cattolici dei profondi errori nascosti nelle dottrine del socialismo e dei pericoli che esse ponevano, non solo ai beni esterni, ma anche alla probità dei costumi e alla religione (Graves de Communi, 8 gennaio 1901, BP.6.205)”. Pio XI non interpretò diversamente lo scopo di Leone XIII in Arcanum, vedendolo come “quasi interamente dedicato a provare l’istituzione divina del matrimonio (Casti Connubii, 31 dicembre 1930, BP.6.246. )”. Ritornando sullo stesso argomento, amplia l’affermazione del suo predecessore: “Abbiamo quindi deciso di parlarvi… della natura del matrimonio cristiano, della sua dignità, dei vantaggi e dei benefici che esso apporta alla famiglia e alla stessa società umana, dei gravissimi errori contrari a questa parte della dottrina evangelica, dei vizi che sono contrari alla vita matrimoniale, e dei principali rimedi ai quali è necessario ricorrere” (Ibid., 244). -Abbiamo visto sopra lo stesso Papa, in una delle sue ultime Encicliche, quella diretta contro il comunismo ateo, usare per ricordare le condanne di Pio IX il termine « solemniter reprobavit » e designare i propri avvertimenti con le espressioni: denuntiavimus, improba-vimus, solemniter expostulando conquesti sumus. L’enciclica Divini Redemptoris, che si presenta come il majoris gravitatis documentum, indica chiaramente il suo scopo. In essa, il Sommo Pontefice non si propone di condannare, ma di riassumere tutti gli errori comunisti per opporsi ad essi con la forza della dottrina della Chiesa: «Volumus denuo communistarum inventa… summatim breviterque attingere atque explanare; iisdemque… perspicuam Ecclesiæ doctrinam opponere » (Divini Redemptoris, 19 marzo 1937, BP.15.39-41).  Pio XII dà così il vero carattere dell’insegnamento enciclico quando, nella sua lettera inaugurale, precisa la natura del dovere pontificio di testimoniare la verità: « Questo dovere include necessariamente l’esposto e la confutazione degli errori e delle colpe che è necessario conoscere per poterli curare e guarire. Hoc officium, cui satis Nos apostolica firmitudine opus est, id necessario postulat ut errores hominumque culpas ita exponamus ac refutemus, ut iisdem perspectis ac cognitis fas sit medicinam curationemque præbere » (Summi Pontificatus, 20 ottobre 1939, BP.1.210)”. – A questo insieme di affermazioni, la Humani generis fornisce una preziosa conferma. Non esclude la possibilità di giudizi dottrinali nelle Encicliche. È questo anche espressamente menzionato. Tuttavia, il più delle volte, plerumque, si afferma, il ruolo delle lettere pontificie è quello di un richiamo della dottrina, e abbiamo visto quanto spesso sia magistrale e dettagliato. Normalmente le Encicliche ci portano l’insegnamento nel senso usuale del termine, e sono gli strumenti del « magistero ordinario, magisterio ordinario hæc docentur », di cui appaiono come i documenti maggiori. Torneremo più tardi su questo testo, così pieno di dottrina. – Alla fine di questa prima parte del nostro studio, ci basta ritenere le due caratteristiche che il nostro esame troppo rapido delle Encicliche ci ha permesso di scoprire: prima di tutto quella della grandissima parte di esse, cioè la « pienezza dell’autorità che la Santa Sede impegna. » Più di una volta abbiamo visto i Sommi Pontefici appellarsi con le loro stesse parole alla “pienezza dell’autorità apostolica“, chiamandoli “documenti del Magistero Pontificio“. Abbiamo notato molti passaggi che, o per l’accettazione richiesta ai fedeli o per la fermezza delle condanne, portano alla stessa conclusione.  L’altro carattere scoperto nelle Encicliche sembra a prima vista un po’ opposto al primo: l’assenza in questi documenti, o almeno la scarsità di definizioni precise, censure rigorose e anatemi, così familiari nei Canoni Conciliari o anche nelle Costituzioni dogmatiche. Al contrario, il loro modo di insegnare è quello di un’esposizione ampia e completa della dottrina della Chiesa, così come degli errori che vi si oppongono, esposizione che è spesso accompagnata da tutto un apparato di prove metodiche, pronostici per il futuro, ricerca delle cause, indicazioni pratiche ed esortazioni. Ma c’è una vera opposizione tra questi due aspetti? Forse è stato creduto troppo facilmente e ammesso senza ragioni valide. Questo potrebbe spiegare le divergenze notate sopra tra i teologi sull’autorità delle Encicliche. Alcuni, attenti soprattutto al modo di espressione di questi documenti, avrebbero concluso senza un esame sufficiente che esse erano puramente indicativi. Altri, colpiti al contrario dall’appello che i Papi facevano alla loro autorità sovrana, li avrebbero trattati come definizioni ex cathedra, forse un po’ frettolosamente.  L’esame dei testi, come abbiamo appena visto, ci obbliga, al contrario, a riconoscere entrambe queste caratteristiche delle Encicliche, anche se sembra difficile mostrare il legame tra di esse. La loro coesistenza sembra essere il fatto primario davanti al quale ogni studio coscienzioso dell’autorità dottrinale delle Encicliche deve inchinarsi. È solo dopo averla registrata fedelmente che il teologo può cercare di risolvere l’apparente paradosso che essa pone. Sarebbe sbagliato, inoltre, lasciarsi scoraggiare dalla difficoltà o cercare di evitarla abbandonando l’uno o l’altro aspetto del fatto fondamentale. La soluzione richiederà senza dubbio ulteriore attenzione. Ma questo sarà un nuovo beneficio. Rileggendo ancora una volta queste Lettere Pontificie, interrogando i testi in cui i Pontefici hanno potuto chiarire il loro pensiero sull’intenzione che le ha dettate, forse potremo scoprire, contemporaneamente alla spiegazione del doppio carattere riconosciuto alle Encicliche, nuovi chiarimenti sulla loro natura e sul titolo esatto della loro autorità.

UNA FONTE DOTTRINALE: LE ENCICLICHE (2)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI INFAMI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “EXULTAVIT COR NOSTRUM”

Il Sommo Pontefice Pio IX in questa breve Enciclica si felicita con i Vescovi di tutta la Cristianità, per i buoni risultati spirituali del Giubileo appena trascorso e cerca di prolungarli con un nuovo Giubileo foriero di grazia per i peccatori pentiti e lavati dal lavacro della Confessione e dal sacramento dell’Eucaristia. Ma non dimentica di elencare, almeno parzialmente, i mali che affliggono la Cristianità tutta da parte dei soliti “noti”: i nemici di Dio, della sua Chiesa e della Sede Apostolica, e quindi, di tutta l’umanità, come giustamente li definisce l’Apostolo delle geni « … infatti, nessuno fra Voi, Venerabili Fratelli, ignora con quante subdole arti, con quali mostruosi strumenti di opinione, con quali nefande macchinazioni i nemici di Dio e del genere umano cercano di pervertire le menti di tutti e si sforzano di corrompere i costumi, onde, se fosse loro possibile, distruggere ovunque la Religione e svellere i vincoli della civile società e distruggerla dalle fondamenta…». Vediamo che dopo quasi due secoli, i propositi sono ancora gli stessi, amplificati e centuplicati dall’azione di una élite mondialista cabalista che ha occupato tutte le leve mondiali di comando, finanche  (dal 1958) quelle usurpate alla Santa Chiesa Cattolica Romana ove è stato imposta una serie di ridicole marionette dedite a culti osceni o francamente satanici (si pensi al baphomet-signore dell’universo), che conducono gli sprovveduti, ma colpevolmente ignoranti pseudo-fedeli, come pecore al macello tra eresie indicibili, apostasie “ecumeniche” vergognose e culti scismatici sacrileghi, il tutto con l’ausilio di complici prelati – veri e falsi – infedeli che occupano usurpandole, tutte le sedi diocesane e l’intero cardinalato modernista. La “bestia” e tutti i suoi adepti ha riconquistato, almeno all’apparenza, il primato nel mondo, quel principato che Gesù Cristo aveva strappato al drago maledetto alla sua prima parusia, con la morte in croce e con la sua gloriosa Resurrezione. Ma non perdiamoci d’animo, una persecuzione terribile ci aspetta, Dominus irridebit eos… ma alla fine ci sarà la seconda e definitiva parusia del Signore che brucerà con il soffio della sua bocca le bestie, i suoi adepti ed il dragone infernale nell’anticristo.


S. S. Pio IX
Exultavit cor nostrum

Esultò il Nostro cuore nel Signore, Venerabili Fratelli, e abbiamo reso le più umili e grandi grazie al clementissimo Padre di tutte le misericordie e al Dio di ogni consolazione perché, fra le assidue e gravissime angustie dalle quali siamo oppressi in questa e così grande malvagità di tempi, abbiamo ricevuto notizie da molte Vostre testimonianze circa i lieti e abbondanti frutti del Sacro Giubileo da Noi concesso: frutti che, con il favore della Grazia divina, ridondarono sui popoli affidati alle Vostre cure. – Ci avete comunicato infatti che in questa occasione le popolazioni fedeli delle vostre Diocesi sono accorse ai sacri templi con somma frequenza e in ispirito di umiltà e con l’animo contrito, per assistere alla predicazione della Parola di Dio e per accedere alla Mensa Divina dopo aver purificato le loro anime dalle sozzure del peccato per mezzo del Sacramento della riconciliazione; contemporaneamente hanno elevato a Dio Ottimo Massimo fervide preghiere secondo le Nostre intenzioni. È dunque avvenuto che non pochi, con l’aiuto della Grazia divina, da una condotta viziosa hanno intrapreso un salutare cammino di vita seguendo i sentieri della verità. Tutte queste notizie Ci procurarono grande consolazione e gioia, poiché grandemente ansiosi e solleciti per la salvezza di tutti gli uomini a Noi affidati da Dio, nulla più ardentemente desideriamo e chiediamo a Dio con tutti i voti e con preghiere di giorno e di notte nell’umiltà del Nostro cuore, che tutti i popoli, le genti e le nazioni, camminando ogni giorno più nelle vie della fede, arrivino a riconoscerlo e Lo amino, e adempiano la Sua santissima legge e perseverino nella via che conduce alla vita. – Sebbene, Venerabili Fratelli, da una parte dobbiamo grandemente allietarci per il fatto che le popolazioni delle Vostre Diocesi abbiano ricevuto grandi benefici spirituali dal sacro Giubileo, d’altra parte non poco dobbiamo dolerci quando vediamo quale aspetto luttuoso e di afflizione presentano la nostra santissima Religione e la civile società in questi miserabilissimi tempi. Infatti, nessuno fra Voi, Venerabili Fratelli, ignora con quante subdole arti, con quali mostruosi strumenti di opinione, con quali nefande macchinazioni i nemici di Dio e del genere umano cercano di pervertire le menti di tutti e si sforzano di corrompere i costumi, onde, se fosse loro possibile, distruggere ovunque la religione e svellere i vincoli della civile società e distruggerla dalle fondamenta. – Di qui dobbiamo deplorare una caligine di errori diffusa nelle menti di molti; una guerra aspra contro tutta la cattolicità e contro questa Sede Apostolica; l’odio terribile contro la virtù e l’onestà; i peggiori vizi considerati onesti con nome menzognero; una sfrenata licenza di tutto opinare, di vivere e di tutto osare; l’insofferente intolleranza di qualsiasi autorità, potere o comando; il disprezzo e il ludibrio per tutte le cose sacre, per le leggi più sante e per le migliori istituzioni; una miseranda corruzione dell’improvvida gioventù; una colluvie pestifera di cattivi libri, di libelli volanti, di giornali e riviste che insegnano a peccare; il mortifero veleno dell’incredulità e dell’indifferentismo; i moti di empie cospirazioni e ogni diritto, sia umano, sia divino, disprezzato e deriso. E non Vi è ignoto, Venerabili Fratelli, quali ansietà, quali dubbi, quali esitazioni e quali timori sollecitino e angustino per conseguenza gli animi di tutti, specialmente dei benpensanti, poiché sono da temere i peggiori mali per il costume pubblico e privato allorché gli uomini, allontanandosi miseramente dalle norme della giustizia, della verità e della religione, e servendo alle malvagie e indomite passioni, tramano nel loro cuore qualsiasi nefandezza. – In così grave frangente ognuno può vedere che tutte le nostre speranze devono essere poste in Dio, nostra salvezza, e che si devono rivolgere a Lui fervide e continue preghiere, affinché, effondendo su tutti i popoli le ricchezze della sua misericordia e illuminando le menti di tutti col lume della sua celeste grazia, si degni ricondurre gli erranti sulla via della giustizia e convertire a Sé le volontà ribelli dei suoi nemici, infondendo in tutti l’amore e il timore del suo Santo Nome, e donando lo spirito di pensare e agire sempre cercando tutto ciò che è buono, tutto ciò che è vero, tutto ciò che è pudico, tutto ciò che è giusto e santo. – E poiché il Signore è soave, mite, misericordioso e generoso verso tutti coloro che Lo invocano, guarda con benevolenza all’orazione degli umili e manifesta la sua onnipotenza specialmente perdonando e usando misericordia, andiamo, o Venerabili Fratelli, con fiducia al trono della Grazia per conseguire misericordia e trovare grazia nell’aiuto opportuno. Infatti, chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e a chi bussa viene aperto (Mt VII, 8). E prima di tutto rendiamo grazie imperiture al Signore delle misericordie e con labbro di esultanza lodiamo il suo Santo Nome, poiché si degna di compiere azioni mirabili di misericordia in molte regioni dell’orbe cattolico. Poi non desistiamo di pregare e supplicare il Signore, incessantemente e umilmente, tutti animati da ferma speranza, da sincera fede e ardente carità, affinché liberi la Sua Chiesa santa da tutte le calamità, e ampliandola l’accresca in tutto il mondo e la esalti ogni giorno più, e purifichi il mondo da tutti gli errori, e conduca tutti gli uomini alla conquista della verità e sulla via della salvezza; allontani i flagelli della sua ira, che abbiamo meritato con i nostri peccati; comandi al vento e al mare e riporti la tranquillità e conceda a tutti la tanto sospirata pace e salvi il suo popolo e benedica la sua eredità e la diriga e la conduca ai beni celesti. – Affinché poi Dio più facilmente pieghi il suo orecchio alle nostre preghiere e ascolti le nostre suppliche, alziamo i nostri occhi e le nostre supplici mani alla santissima e immacolata Madre di Dio, la Vergine Maria, che è anche Madre nostra, della quale non c’è altro più continuo e valido aiuto e patrocinio presso Dio; anzi, come Madre nostra amantissima e nostra massima speranza, è la ragione di ogni nostra fiducia, poiché quello che Ella cerca lo trova, e non può essere delusa. Cerchiamo inoltre l’aiuto sia del Principe degli Apostoli (a cui Cristo stesso ha consegnato le chiavi del Regno dei Cieli e che ha costituito come pietra e fondamento della sua Chiesa, contro la quale mai potranno prevalere le potenze dell’inferno), sia del suo coapostolo Paolo e di tutti i Santi Patroni delle singole città e regioni e di tutti gli altri Santi, affinché il Signore elargisca a tutti copiosamente i doni della sua bontà. – Pertanto, Venerabili Fratelli, mentre Noi ordiniamo che si facciano pubbliche preghiere in questa Nostra alma Città, con questa lettera richiamiamo Voi stessi e le popolazioni a Voi affidate ad unirsi a Noi nelle preghiere e suppliche, e facciamo appello alla egregia Vostra devozione e pietà affinché anche nelle Vostre Diocesi procuriate di indire pubbliche orazioni per implorare la divina clemenza. E affinché i fedeli con più ardente animo si dedichino a queste preghiere che Voi stabilirete, abbiamo decretato di offrire ancora una volta i celesti tesori della Chiesa, sotto forma di Giubileo, come potrete chiaramente comprendere dall’altra Nostra Lettera aggiunta a questa. E così Ci solleviamo a quella speranza, Venerabili Fratelli, che gli Angeli della pace, che hanno in mano le coppe d’oro e il turibolo aureo, offrano al Signore sul Suo Altare le umili nostre preghiere e quelle di tutta la Chiesa e che Egli, accettandole con volto benigno e approvando i Nostri voti, i Vostri e quelli di tutti i fedeli, voglia dissipare tutte le tenebre, disperdere le tempeste di tutti i mali, porgere la Sua destra ausiliatrice alla causa sia della cristianità, sia della società civile, e far sì che in tutti gli uomini ci sia un unico orientamento delle menti, un’unica pietà di azioni, un unico amore per la fede religiosa, per la virtù, per la verità e per la giustizia; un unico intento di pacificazione, un unico vincolo di carità; e così si amplifichi il Regno dell’Unigenito suo Figlio e Signore nostro, Gesù Cristo, in tutto il mondo e sia sempre più solido ed esaltato. – Infine, auspice di tutti i doni celesti e dell’ardentissima carità nei Vostri confronti, ricevete l’Apostolica Benedizione che impartiamo con tutto l’affetto del cuore a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i Chierici e ai Laici affidati alla Vostra vigilanza.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 21 novembre 1851, nell’anno sesto del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI INFAMI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII “MIRÆ CARITATIS”

La Lettera Enciclica Miræ caritatis, di S. S. Leone XIII, è una stupenda catechesi sull’importanza della Eucarestia come elemento centrale del culto cristiano e della intera vita spirituale del Cattolico, elemento di coesione sociale del popolo tutto, foriero quindi di benefici immensi non solo individuali, ma estesi a tutta la società ed all’umanità intera. Ben sapendo questo, i nemici di Dio, della Chiesa e dell’umanità tutta – infiltrati nei sacri palazzi dell’urbe che hanno subdolamente trasformato, con la connivenza di finti ed empi prelati e falsi fedeli, nella sinagoga di satana – hanno fatto in modo da alterare tutto il rito del Sacrificio eucaristico, con forma ed intenzioni blasfeme ed a-cattoliche, con sacrilega temerarietà inserendolo in una pseudo-messa, pantomima dell’offerta del culto al “signore dell’universo”, cioè il lucifero-baphomet delle logge massoniche di alto grado, così da farne una sacrilega “cena eucaristica” condotta dai falsi ed invalidi sacerdoti del “Novus ordo”, o da scismatici ed eretici non-preti tradizionalisti, per cui il Sacrificio eucaristico è stato trasformato in una ridicola e blasfema distribuzione ed accettazione di particole di pane, senza che abbiano subito alcuna transustanziazione apportatrice di grazia, bensì di “disgrazia” infernale. Indubbiamente questa è la peggior punizione o castigo che Dio potesse appioppare a nazioni in larga parte apostate ed ultra-pagane, a popoli dissoluti e privi di rispetto ed amore per Dio, loro Creatore, e di conseguenza per i loro simili che vengono trattati e considerati alla stregua di bestie da sfruttare e salassare. Questa è in effetti la disgrazia più grave che possa capitare ad un popolo indurito di cuore e cieco di intelletto, perciò avviato verso lo stagno di fuoco … mangiando, bevendo, ballando e fornicando come animali selvaggi. Fortunatamente per i pochi Cristiani della Chiesa Cattolica romana, resta la Comunione spirituale che, pur non apportando la medesima qualità di grazia, ci consente di comunicare col Corpo mistico, di assorbire linfa divinizzante – la grazia attuale dei teologi – con la debita disposizione ed il desiderio ardente, unito all’intenzione implicita di ricevere il vero Corpo e Sangue di Cristo sacramentale appena possibile da un vero Sacerdote cattolico in unione con Papa Gregorio, Vicario regnante attuale, materialmente impedito ma spiritualmente operante, se non altro per la sua sofferenza immensa, a pro della conversione dei falsi e sacrileghi Cristiani.

Leone XIII
Miræ caritatis

Lettera Enciclica

La santa eucaristia

28 maggio 1902

È nostro altissimo dovere tenere sempre presenti e diligentemente imitare i luminosi esempi della carità ammirabile di Gesù Cristo per la salvezza degli uomini. Abbiamo cercato fino ad oggi di fare questo, col suo divino aiuto, e Ci studieremo di continuare a farlo, fino alla fine della Nostra vita, Costretti a vivere in tempi assai avversi alla verità e alla giustizia, per quanto dipendeva da Noi, con gli insegnamenti, con le ammonizioni, con gli atti, come ne fa fede anche l’ultima Lettera Apostolica a voi indirizzata, non abbiamo mai tralasciato nulla di quello che poteva servire meglio sia a dissipare il molteplice contagio degli errori, sia a rinvigorire la pratica della vita cristiana. Fra questi atti, ve ne sono due più recenti, fra loro strettamente connessi, la memoria dei quali Ci torna di opportuna consolazione, in mezzo a tante cause di amarezza. L’uno ebbe luogo quando stimammo bene che tutta la famiglia umana si consacrasse al Cuore augustissimo di Cristo redentore; l’altro quando esortammo seriamente tutti coloro che si professano Cristiani ad unirsi a Lui stesso, il quale è in modo divino “via, verità, vita” non soltanto per i singoli individui, ma anche per l’intera società. – Ora poi da questa medesima carità apostolica, che veglia sui bisogni della chiesa, Ci sentiamo mossi e come spinti ad aggiungere a quei due atti già compiuti, qualche altra cosa, come a loro coronamento: a raccomandare cioè, quanto più possiamo, al popolo cristiano la santissima eucaristia, come quel divinissimo dono uscito dal fondo del Cuore del medesimo Redentore, ardentemente bramoso di unirsi con questo mezzo agli uomini, mezzo escogitato specialmente per elargire i salutari frutti della sua redenzione. Anche in questo campo Noi abbiamo già promosse e raccomandate diverse opere. Ricordiamo con gioia specialmente di avere approvato e arricchito di privilegi molti istituti e sodalizi, che sono addetti all’adorazione perpetua della Vittima divina; di aver curato che i congressi eucaristici fossero numerosi e fruttuosi come conviene; di avere ad essi e ad altre opere simili assegnato per protettore celeste san Pasquale Baylon, che si segnalò nella devozione e nel culto verso il mistero eucaristico. – Perciò, venerabili fratelli, di questo stesso mistero – nella difesa e illustrazione del quale si adoperò costantemente sia la solerzia della chiesa, non senza preclare palme di martiri, sia lo zelo di uomini dottissimi ed eloquentissimi, sia anche il magistero delle nobili arti -, Ci piace ora rilevare alcuni aspetti, affinché in modo più vivo risplenda la sua efficacia, specialmente per recare in maniera notevolissima rimedio ai bisogni dei nostri tempi. In verità, poiché Cristo Signore, la vigilia della sua morte, ci lasciò questo attestato d’immensa carità verso gli uomini, e questo presidio massimo “per la vita del mondo” (Gv VI, 52), Noi, cui resta poco da vivere, nulla possiamo desiderare di meglio, di quello che Ci sia dato d’eccitare negli animi di tutti e coltivare il dovuto affetto di gratitudine e di devozione verso quell’ammirabile sacramento nel quale giudichiamo basarsi in modo speciale la speranza e l’efficienza di quella salvezza e di quella pace che è il sospiro di tutti i cuori. – Questo Nostro pensiero, che al mondo, da ogni parte turbato e ridotto in così misera condizione, convenga provvedere principalmente con simili aiuti e rimedi, ad alcuni certamente farà meraviglia, e da altri sarà forse accolto con superbo disprezzo. Ma ciò viene soprattutto dalla superbia, vizio che, quando alligna negli animi, vi snerva necessariamente la fede cristiana, la quale esige un ossequio religiosissimo della mente, e vi addensa più scura la caligine intorno alle cose divine, così che a molti si addice quel detto: “Bestemmiano tutto ciò che non conoscono” (Gd. 10). Noi però, invece di desistere per questo dal Nostro proposito, continuiamo, con più vivo ardore, ad illuminare i ben disposti e ad impetrare da Dio perdono, interponendovi la fraterna implorazione dei giusti, ai bestemmiatori delle cose sante. – Il conoscere con perfetta fede quale sia l’efficacia della santissima Eucaristia, vale quanto conoscere quale sia l’opera che, a beneficio del genere umano, Dio fatto uomo compì con la sua potente misericordia, come e infatti ufficio della fede retta professare e adorare Cristo quale sommo fattore della nostra salute, che, con la sapienza, con le leggi, con le istituzioni, con gli esempi, con l’effusione del sangue, restaurò ogni cosa; così ad essa appartiene professarlo e adorarlo realmente presente nell’eucaristia in modo che, verissimamente egli rimane tra gli uomini sino alla fine del mondo, e da Maestro e Pastore buono e intercessore accettissimo verso il Padre, dà personalmente agli uomini, in continua abbondanza, i benefici della redenzione operata. Fra questi benefici poi provenienti dall’Eucaristia, chi attentamente e religiosamente considera, vedrà primeggiare e risplendere quello che tutti gli altri contiene: dall’Eucaristia cioè proviene agli uomini quella vita che è la vera vita; “II pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv VI, 52). In più maniere, come abbiamo detto altra volta, Cristo è “vita”. Egli diede per motivo della sua venuta fra gli uomini il voler loro portare una sicura abbondanza di vita più che umana: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in sovrabbondanza” (Gv X, 10). E infatti appena sulla terra “apparve la benignità e l’amore del Salvatore Dio nostro” (Tt 3,4), nessuno ignora che subito eruppe una certa forza creatrice di un ordine affatto nuovo di cose, e s’infiltrò in tutte le vene della società domestica e civile. Di là nuovi vincoli tra uomo e uomo; nuovi diritti privati e pubblici; nuovi doveri; nuova direzione alle istituzioni, alle discipline, alle arti; e, ciò che più importa, gli animi e le cure degli uomini furono volti alla verità della religione e alla santità dei costumi, e anzi fu comunicata agli uomini una vita del tutto celeste e divina. A ciò infatti si riferiscono quelle espressioni così frequenti nelle divine Scritture: “legno di vita, verbo di vita, libro di vita, corona di vita“, e soprattutto “pane di vita”. Ma poiché questa medesima vita, di cui parliamo, ha una evidente somiglianza con la vita naturale dell’uomo, come l’una si alimenta e vegeta col cibo, così bisogna che anche l’altra, con cibo suo proprio, si sostenti e si accresca. E qui cade a proposito il rammentare in qual tempo e in qual modo abbia Gesù Cristo mosso e indotto gli animi degli uomini a ricevere convenientemente e degnamente il pane vivo che stava per dare. Perché quando si sparse la fama di quel prodigio che Egli aveva operato sulla spiaggia di Tiberiade, moltiplicando i pani per saziare la moltitudine, subito molti accorsero a Lui, per vedere se per avventura potesse a loro toccare un ugual beneficio. E Gesù, colta l’occasione, come quando, dall’attingere che fece la Samaritana l’acqua del pozzo, prese lo spunto per mettere in lei la sete dell’acqua “che zampillerà in vita eterna” (Gv IV,14), così allora sollevò le menti avide delle moltitudini a bramare anche più avidamente un altro pane “che dura per la vita eterna” (Gv VI, 27). Né già questo pane, insiste ammonendo Gesù, è quella manna celeste che fu apprestata ai padri vostri pellegrinanti per il deserto; e neppure è quello che voi stessi testé avete ricevuto da me con tanta meraviglia; ma io medesimo sono questo pane: “Io sono il pane di vita” (Gv VI, 48). E la stessa cosa va sempre più insinuando a tutti, ora con gli inviti, ora coi precetti: “Chi mangerà di un tal pane, vivrà eternamente; e il pane che io darò è la mia carne per la salute del mondo” (Gv VI, 52). Dimostra poi la gravità del precetto asserendo: “In verità, in verità vi dico: Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo, e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita” (Gv VI,54). – Si corregga perciò quel dannosissimo errore comune, che fa credere che l’uso dell’Eucaristia si debba lasciare a quelle persone che, libere da impegni e di animo gretto, amano dedicarsi alla vita devota. Quella cosa, che fra tutte è la più eccellente e salutare, appartiene a tutti, qualunque sia il loro grado e il loro ufficio; appartiene a tutti quelli cioè che vogliono (e ognuno deve volerlo) alimentare in loro la vita della grazia divina, che conduce al conseguimento della vita beata in Dio. – E Dio volesse che della sempiterna vita rettamente pensassero e si prendessero cura principalmente coloro, i quali, o per ingegno o per industria o per autorità, tanto possono nella direzione delle cose temporali e terrene, Ma invece siamo costretti a vedere e a deplorare che molti fastosamente spacciano d’aver essi dato al mondo vita nuova e felice, perché lo spingono a correre ardentemente all’acquisto di tutte le comodità e di tutte le meraviglie. Ma intanto, ovunque si guardi, si vede la società umana, che, se è lontana da Dio, invece di godere l’agognata tranquillità, soffre e trepida come chi è agitato da smaniosa febbre; mentre cerca ansiosamente la prosperità e confida solo in essa, se la vede sfuggire dinanzi, e corre dietro ad un’ombra che si dilegua. Perché gli uomini e la società, come necessariamente provengono da Dio, così in nessun altro possono vivere, muoversi e fare qualche bene, se non in Dio, per mezzo di Gesù Cristo; dal quale derivò sempre e deriva quanto vi è di buono e di eletto. – Ma la sorgente e il coronamento di tutti questi beni è soprattutto l’augusta Eucaristia, la quale, come nutre e sostenta quella vita, che tanto ci sta a cuore, così accresce immensamente quella dignità umana, che oggi sembra tenersi in gran pregio. Qual cosa infatti, è maggiore o più desiderabile che l’essere reso, per quanto è possibile, partecipe e consorte della divina natura? Or questo ci fa Gesù Cristo specialmente nell’eucaristia, nella quale, prendendo l’uomo già innalzato dalla grazia alle cose divine, più strettamente lo unisce e stringe a sé. La differenza tra il cibo del corpo e quello dell’anima, sta in questo, che il primo in noi si converte, il secondo ci converte in lui; perciò Agostino fa dire a Cristo medesimo: “Non tu muterai me in te, come il cibo della tua carne, ma tu stesso sarai mutato in me“. – Il grande progresso, che gli uomini fanno in ogni virtù soprannaturale, deriva da questo eccellentissimo sacramento, nel quale specialmente appare come gli uomini vengono inseriti nella divina natura. E prima nella fede, in ogni tempo la fede ebbe avversari perché, sebbene con la cognizione di importantissime cose elevi le menti umane, tuttavia sembra deprimere le menti umane, perché nasconde l’intima qualità di quelle cose che mostrò essere di soprannaturale. Una volta si combatteva ora questo ora quell’articolo di fede; nei tempi moderni invece la guerra divampò in campo assai più vasto, e siamo ora al punto che assolutamente nulla si ammette di soprannaturale. Orbene a ristorare negli animi il vigore e il fervore della fede nulla è più atto che il mistero eucaristico, detto per eccellenza il “mistero di fede”; come quello nel quale tutte le cose soprannaturali, con una singolare abbondanza e varietà di miracoli, sono comprese: “Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie il Signore clemente e misericordioso; ha dato un cibo a quelli che lo temono” (Sal CX, 4-5). Perché, se tutto quello che Dio fece di soprannaturale, lo riferì all’incarnazione del Verbo, in virtù del quale si doveva riparare la salute del genere umano, secondo quel detto dell’apostolo: “Ha stabilito… di riunire in Cristo tutte le cose, e quelle che sono nei cieli, e quelle che sono in terra” (Ef 1, 9-10); l’Eucarestia, per testimonianza dei santi padri, deve considerarsi come una continuazione e un ampliamento dell’incarnazione. Per essa infatti, la sostanza del Verbo incarnato si unisce coi singoli uomini, e si rinnova mirabilmente il supremo sacrificio del Golgota, come preannunziò Malachia: “In ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un’oblazione pura” (Mal 1,11). Questo miracolo, massimo nel suo genere, è accompagnato da innumerevoli altri, perché qui tutte le leggi della natura sono sospese; tutta la sostanza del pane e del vino si converte nel corpo e nel sangue di Cristo, le specie del pane e del vino, senza appoggio alcuno, sono sostenute dalla potenza divina; il Corpo di Cristo si trova contemporaneamente in tutti quei luoghi nei quali si compie simultaneamente il sacramento. Affinché poi si faccia più intenso l’ossequio dell’umana ragione verso così grande mistero, vengono, come in aiuto, i prodigi fatti a gloria di esso, in antico, e anche a nostra memoria; dei quali in più luoghi vi sono pubblici e insigni monumenti. In questo sacramento dunque, vediamo alimentarsi la fede, nutrirsi la mente, sfatarsi le fisime dei razionalisti, e illustrarsi grandemente l’ordine soprannaturale. – Allo snervamento della fede nelle cose divine molto contribuisce non solo la superbia, come abbiamo detto, ma anche la depravazione dell’animo. Perciò, se avviene ordinariamente che quanto più uno è morigerato, tanto più è sveglio di mente, e che i piaceri sensuali annebbiano la mente; come riconobbe la stessa prudenza pagana, e la sapienza divina ci aveva già prima ammoniti (cf. Sap I, 4); assai più ciò si verifica nelle cose divine, perché le voluttà corporali oscurano il lume della fede, ed anche, per giusto castigo di Dio, totalmente l’estinguono. Di questi piaceri oggi arde una insaziabile cupidigia, che quasi morbo contagioso infetta tutti fin dalla più tenera età. Ma un eccellente rimedio a questo gravissimo male a nostra disposizione sempre nella divina Eucaristia. Perché, prima di tutto, aumentando la carità, raffrena la libidine, secondo quanto dice Agostino: “II nutrimento di essa (della carità) è lo smorzamento della passione, e la sua perfezione è il freno della passione“. Inoltre, la carne castissima di Gesù reprime l’insolenza della nostra carne, come ammonì Cirillo di Alessandria: “Cristo venendo in noi sopisce la legge che infuria nelle nostre membra”. È anche un singolare e giocondissimo frutto dell’Eucaristia quello che è significato da quel detto profetico: “Qual è il buono di lui (Cristo), qual è il bello di lui, se non il frumento degli eletti e il vino che fa germogliare le vergini?” (Zc IX, 17), cioè il forte e costante proposito della sacra verginità, il quale, anche in mezzo a un mondo che si stempera nella mollezza, di giorno in giorno più largamente nella Chiesa Cattolica fiorisce rigoglioso: e con grande vantaggio e decoro della religione e della stessa convivenza umana, come ognuno può constatare. – Si aggiunge che con questo sacramento mirabilmente si rinforza la speranza dei beni immortali e la fiducia nei divini aiuti, Aumenta infatti sempre più il desiderio della beatitudine, che in tutti gli animi è insito e innato, constatando la fallacia dei beni terrestri, la ingiusta violenza dei malvagi, e tutte le altre molestie dell’anima e del corpo. Ora l’augusto sacramento dell’Eucaristia è causa insieme e pegno della beatitudine e della gloria, e ciò non solo per l’anima, ma anche per il corpo. Perché nel tempo stesso che arricchisce gli animi con l’abbondanza dei beni celesti, li sparge anche di soavissime gioie, che di molto sorpassano ogni umana estimazione e speranza; sostenta nelle cose avverse, fortifica nella lotta della virtù, custodisce per la vita sempiterna, e ad essa conduce quasi apprestando il viatico. Similmente nel corpo caduco e labile ingenera la futura risurrezione, perché il Corpo immortale di Cristo vi inserisce un seme d’immortalità, che un giorno dovrà germogliare. La Chiesa ha sempre insegnato che questi due beni, uno per l’anima e l’altro per il corpo, provengono dall’Eucaristia; lo ha sempre insegnato in ossequio alla parola di Cristo: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna; ed Io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv VI, 55). – Torna qui opportuno e molto importa il considerare che l’Eucaristia, essendo stata da Cristo istituita quasi “memoriale perenne della sua passione”, manifesti al Cristiano la necessità della penitenza salutare. Gesù infatti a quei primi suoi sacerdoti disse: “Fate questo in memoria di me” (Lc XXII, 19), cioè fate questo per commemorare i dolori, le amarezze, le angosce mie, la mia morte di croce. Perciò questo sacramento e insieme sacrificio è per tutti i tempi un’esortazione alla penitenza e ad ogni maggiore mortificazione, e insieme è una grave e severa condanna di quei piaceri, che uomini impudentissimi vanno tanto magnificando: “Tutte le volte che mangerete questo pane e berrete questo calice, annunzierete la morte del Signore, nell’attesa della sua venuta” (1Cor XI, 26). – Oltre a ciò, se si cercano le cause dei mali presenti, si troverà che esse procedono dal fatto che, raffreddandosi la carità verso Dio, anche la carità fra gli uomini venne a languire. Si sono essi dimenticati di essere figli di Dio e fratelli in Gesù Cristo; non curano se non ciascuno le cose proprie; le cose altrui non solo le trascurano, ma spesso le combattono e invadono. Quindi sorgono, fra le diverse classi di cittadini, frequenti turbolenze e contese: arroganza, durezza, frodi nei potenti; miserie, odi, scioperi nei sottomessi. A questi mali si aspetta invano il rimedio dalla provvidenza delle leggi, dal timore delle pene, dai consigli dell’umana prudenza. Bisogna procurare, con ogni sforzo, ciò che più volte Noi stessi abbiamo particolarmente inculcato, che cioè le classi dei cittadini si concilino tra di loro mediante uno scambio di buone opere che, derivate da Dio, siano informate al vero spirito e alla carità di Gesù Cristo. Cristo portò la carità sulla terra, di questa volle infiammata ogni cosa, perché essa sola potrebbe fin d’ora far gustare qualche saggio della beatitudine non solo all’anima, ma anche al corpo. La carità infatti, reprime nell’uomo lo smodato amore di se stesso e frena l’avidità delle ricchezze, che “è la radice di tutti i mali” (1Tm VI, 10). Sebbene poi sia giusto che tra le classi dei cittadini tutte le parti della giustizia siano convenientemente tutelate; pure, con gli aiuti e moderazioni suggeriti dalla carità, sarà dato di ottenere che nell’umana società “si faccia quell’uguaglianza” (2Cor VIII, 14), che raccomandava san Paolo, e che, una volta realizzata, la si conservi. Ecco ciò che intese Cristo nell’istituire questo augusto sacramento: eccitando l’amor di Dio, volle fomentare il mutuo amore fra gli uomini. Perché questo da quello, com’è chiaro, naturalmente deriva e spontaneamente si effonde: né potrà mai mancare in parte alcuna, anzi sarà necessario che cresca e divampi, quando si consideri la carità di Cristo verso gli uomini, in questo sacramento; nel quale, come magnificamente spiegò la sua potenza e sapienza, cosi “effuse le ricchezze del suo amore divino verso gli uomini“. Dopo questo insigne esempio di Cristo, che ci dona tutte le cose sue, quanto dobbiamo noi amarci e soccorrerci a vicenda, ogni giorno sempre più uniti da un legame fraterno! E si noti come anche i segni esteriori di questo sacramento sono opportunissimi incitamenti all’unione. A questo proposito san Cipriano dice: “Infine anche il Sacrificio del Signore dichiara l’universale unione dei Cristiani fra di loro, e, con ferma e inseparabile carità, uniti a Lui. Perché quando il Signore chiama suo corpo il pane, fatto con l’unione di molti grani, significa che il popolo nostro da Lui condotto è un popolo riunito insieme, e quando suo sangue chiama il vino, che è spremuto da grappoli e acini moltissimi e fuso in uno, significa similmente che il nostro gregge è composto di una mista moltitudine raccolta insieme”. Così l’angelico dottore, ripetendo un pensiero di Agostino,dice: “Il Signore nostro ci lasciò rappresentato il corpo e il sangue suo in quelle cose che da più si raccolgono in uno; perché l’una di esse, cioè il pane, è un tutto formato da più grani, l’altra, cioè il vino, è un tutto composto di più acini: perciò Agostino dice altrove; O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità!”. Tutte queste cose si confermano con la sentenza del Concilio Tridentino, che insegna “avere Cristo lasciato alla Chiesa l’Eucaristia come simbolo di quella unità e carità, con la quale volle che i Cristiani fossero congiunti e uniti fra loro, … simbolo di quel corpo uno, di cui Egli è il capo, e al quale volle che noi, come membra, fossimo uniti con strettissimo vincolo di fede, di speranza e di carità”. E questo aveva detto Paolo: “Siccome vi è un unico pane, noi, pur essendo molti, formiamo un sol corpo, comunicandoci col medesimo pane” (1Cor X, 17). Ed è davvero un bellissimo e festosissimo spettacolo di cristiana fratellanza e uguaglianza sociale, l’accorrere che fanno assieme, ai sacri altari, il patrizio e il popolano, il ricco e il povero, il dotto e l’ignorante, partecipando ugualmente al medesimo convito celeste. – Che se giustamente nei fasti della Chiesa nascente si attribuisce a lode sua propria che “la moltitudine dei credenti formava un solo cuore e un’anima sola” (At IV, 32), certamente appare che questo gran bene essi dovevano alla frequenza della Comunione eucaristica, perché leggiamo di loro; “Erano assidui alla istruzione degli Apostoli, nell’unione, nello spezzare il pane” (At II,42), – Inoltre, la grazia della mutua carità fra i viventi, che tanta forza e incremento riceve dal sacramento eucaristico, in virtù specialmente del sacrificio, si partecipa a tutti quelli che sono nella comunione dei Santi. Poiché, come tutti sanno, la Comunione dei santi non è altro che una scambievole partecipazione di aiuto, di espiazione, di preghiere, di benefici, tra i fedeli, o trionfanti nella celeste patria, o penanti nel fuoco del purgatorio. o ancora pellegrinanti in terra, dai quali risulta una sola città, che ha Cristo per capo, e la carità per forma, Sappiamo poi dalla fede che, sebbene l’augusto Sacrificio solo a Dio possa offrirsi, si può pure celebrare in onore dei Santi che regnano in cielo con Dio, “che li ha coronati”, al fine di ottenere il loro patrocinio, e anche, come sappiamo dalla tradizione apostolica, per cancellare le macchie dei fratelli, che già morti nel Signore, non siano ancora interamente purificati. – Dunque quella sincera carità, che a salute e vantaggio di tutti, tutto suole fare e patire, scaturisce e divampa operosa dalla santissima Eucaristia, dov’è lo stesso Cristo vivente, dove allenta il freno al suo amore per noi, e spinto da un impeto di carità divina rinnova perpetuamente il suo Sacrificio. Così facilmente appare donde abbiano avuto origine le ardue fatiche degli uomini apostolici, e donde tanti e sì svariati istituti di beneficenza, insieme con l’origine, traggono le forze, la costanza e i felici successi. – Queste poche cose in materia sì ampia non dubitiamo che torneranno utilissime al gregge cristiano, se per opera vostra, venerabili fratelli, saranno opportunamente esposte e raccomandate. Ma un sacramento così grande ed efficace da ogni punto di vista non si potrà mai da nessuno né lodare, né venerare secondo il merito. Sia che esso si mediti, sia che devotamente si adori, sia ancora che con purezza e santamente si riceva, dev’essere considerato quale centro in cui tutta la vita cristiana si raccoglie: gli altri modi di pietà, quali che siano, tutti a questo conducono e in questo finiscono. E quel benigno invito e quella più benigna promessa di Cristo: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed Io vi ristorerò” (Mt XI,28), si compie specialmente in questo mistero e in esso si avvera ogni giorno. – Infine esso è ancora come l’anima della Chiesa, e ad esso la stessa ampiezza della grazia sacerdotale si dirige per i vari gradi degli ordini. La Chiesa di là attinge ed ha tutta la virtù e gloria sua, tutti gli ornamenti dei divini carismi, infine ogni bene: ed essa perciò pone ogni cura nel preparare e condurre gli animi dei fedeli ad una intima unione con Cristo mediante il sacramento del corpo e sangue suo: e, con l’ornamento di cerimonie santissime, gli accresce la venerazione. La perpetua provvidenza di santa madre Chiesa, in questa parte, emerge chiarissima, principalmente da quella esortazione, che fu fatta nel sacro Concilio di Trento, spirante una certa carità e pietà mirabile, davvero degna di essere qui da Noi tutta intera ripresentata al popolo cristiano: “Con paterno affetto, ammonisce il santo sinodo, esorta, prega e scongiura, per la bontà misericordiosa del nostro Dio, che, tutti e singoli, quelli che appartengono alla professione cristiana, in questo segno d’unità, in questo vincolo di carità, in questo simbolo di concordia finalmente una buona volta si uniscano e si accordino; e memori di tanta maestà e di tanto esimio amore di Gesù Cristo Signore nostro, che diede la diletta anima sua a prezzo della nostra salute, e la sua carne ci porse a mangiare: con tanta costanza e fermezza di fede, con tanta devozione e pietà e culto, di cuore credano e adorino questi sacri misteri del corpo e sangue di Lui, affinché possano frequentemente ricevere questo pane soprasostanziale, ed esso sia veramente la vita dell’anima loro, e la perpetua sanità della mente, e confortati dal suo vigore, possano giungere, dalla via di questo misero pellegrinaggio, alla patria celeste, dove mangeranno senza alcun velo questo medesimo Pane degli angeli, che ora ricevono velatamente”. – La storia poi ci mostra che la vita cristiana allora fiorì più rigogliosa, quando fu più in uso l’accostarsi spesso a questo divin sacramento. Invece è manifesto che quando gli uomini avevano questo pane celeste in noncuranza e come in fastidio, a poco a poco veniva languendo il vigore della professione cristiana. Il quale affinché un giorno non si estinguesse del tutto, opportunamente provvide, nel Concilio Lateranense, Innocenzo III, gravissimamente ordinando che ogni Cristiano dovesse comunicarsi almeno per Pasqua. È chiaro poi che questo precetto fu dato a malincuore, e come rimedio estremo; perché il desiderio della Chiesa fu sempre questo, che ad ogni Messa vi fossero alcuni partecipanti a questa divina mensa. “Bramerebbe il sacrosanto sinodo che, nelle singole messe, i fedeli assistenti si comunicassero non solo spiritualmente ma anche col ricevere sacramentalmente l’Eucaristia, affinché potessero percepire in maggior abbondanza il frutto di questo santissimo sacrificio”. – Certamente una ricca abbondanza di salvezza, non solo per i singoli, ma per gli uomini tutti, ha in sé questo augustissimo mistero, in quanto è sacrificio; perciò dalla Chiesa suole assiduamente offrirsi “per la salute di tutto il mondo”, del quale Sacrificio è conveniente che tutti i buoni si uniscano per diffondere la devozione e il culto, anzi questo è, ai giorni nostri, assolutamente necessario, E perciò vorremmo che le sue molteplici virtù fossero più largamente conosciute e più attentamente valutate. – Sono princìpi chiari, al solo lume naturale, che Dio creatore e conservatore ha un supremo e assoluto dominio sugli uomini, in privato e in pubblico; che quanto siamo e quanto abbiamo di bene, in privato e in pubblico, tutto ci viene dalla divina bontà; e che per conseguenza noi dobbiamo somma riverenza a Dio, come Signore, e massima gratitudine, come munifico benefattore. Ma quanti sono oggi coloro che apprezzano e osservano come e quanto dovrebbero questi doveri? Più di ogni altra, l’età nostra riottosa s’inalbera contro Dio, e fa risuonare di nuovo contro Cristo quella nefanda parola: “Non vogliamo che costui regni su di noi” (Lc XIX,14), e quel nefando proposito: “Facciamolo sparire!” (Ger XI, 19); né altro con maggior forza molti cercano, se non che Dio venga allontanato dalla società civile. E, sebbene non si giunga ovunque a tale eccesso di scellerata demenza, è però cosa lacrimevole vedere quanti vivono affatto dimentichi della divina Maestà e dei suoi benefìci, e specialmente della salvezza portataci da Gesù Cristo. Orbene questa sì grande nequizia, o infingardaggine che dir si voglia, bisogna che sia riparata con un aumento di ardore nella comune pietà del culto del Sacrificio eucaristico, del quale nulla può tornare a Dio più onorevole, nulla più gradito. Poiché la Vittima che si immola è divina, ne consegue che tanto di onore all’augusta Trinità per lei si rende, quanto l’immensa dignità di questa ne esige; offriamo altresì al Padre un dono e per prezzo e per soavità infinito, quale è il suo Unigenito; e così non solo alla sua benignità porgiamo grazie, ma veniamo ad offrirle un vero ricambio. E un altro doppio insigne frutto si può e si deve ricavare da tanto sacrificio. Si stringe il cuore al pensare quanta colluvie di peccati dappertutto dilaga, una volta trascurata, come dicemmo, e disprezzata l’autorità di Dio. Una gran parte del genere umano sembra proprio volere attirarsi sul capo l’ira celeste, sebbene i mali stessi che ci premono, ci mostrano chiaramente che il giusto castigo è già maturato. Bisogna dunque eccitare i fedeli anche a questo; che piamente gareggino nel placare Dio, giusto Giudice, e nell’implorarne gli opportuni aiuti al mondo pieno di calamità. Or queste cose, s’intenda bene, si devono ottenere principalmente per mezzo di questo Sacrificio.
Ché il soddisfare abbondantemente alla giustizia di Dio e l’impetrare largamente i doni della sua clemenza, non può altrimenti farsi dagli uomini se non in virtù della morte sofferta da Gesù Cristo. Ma questa stessa virtù, sia d’espiare sia d’impetrare, volle Cristo che tutta intera restasse nell’Eucaristia, la quale non è una vuota e semplice memoria della sua morte, ma ne è una vera e mirabile, sebbene incruenta e mistica, rinnovazione. Per altro, non poco Ci rallegra, e lo palesiamo volentieri, che in questi ultimi anni si noti nei fedeli un certo risveglio dell’amore e dell’ossequio verso il Sacramento eucaristico; donde prendiamo augurio e speranza di tempi e cose migliori, Molte infatti e varie cose di questo genere, come da principio dicemmo, furono dalla solerte pietà introdotte, specialmente sodalizi, sia per accrescere lo splendore del culto eucaristico, sia per l’adorazione perpetua dell’augustissimo sacramento, sia per la riparazione delle ingiurie e contumelie che gli si fanno. In queste cose però, venerabili fratelli, non dobbiamo fermarci, né Noi, né voi; perché troppe altre ne restano da promuovere o da intraprendere, affinché questo divinissimo dono, presso quei medesimi che adempiono i doveri della religione cristiana, sia posto m quella luce e in quell’onore che merita, e un mistero così grande sia venerato il più degnamente possibile. – Questo perché le Opere già avviate si hanno da condurre sempre più innanzi; le antiche istituzioni, se in qualche luogo andarono in disuso, si devono richiamare in vigore, come sono ad esempio i sodalizi eucaristici, le preghiere delle Quarantore, le solenni processioni, le visite al santissimo sacramento nel tabernacolo, e altre simili pratiche molto salutari; e di più s’ha da intraprendere tutto quello che la prudenza e la pietà potranno suggerire a questo proposito. Ma soprattutto bisogna adoperarsi perché rifiorisca, in ogni parte del mondo cattolico, la frequenza alla mensa eucaristica. Questo ci dicono i sopra allegati esempi della Chiesa nascente; questo i decreti dei Condii, questo l’autorità dei Padri e dei Santi di tutti i secoli: perché come il corpo, così l’anima spesso abbisogna del proprio cibo, or l’alimento più vitale è fornito appunto dal sacramento dell’Eucarestia. Perciò bisogna togliere del tutto certi pregiudizi degli avversari, certi vani timori di molti, certi pretesti per astenersene: si tratta di cosa della quale nessun’altra è più vantaggiosa ai fedeli, sia per redimere il tempo dalle troppe sollecitudini terrene, sia per risvegliare lo spirito cristiano e costantemente mantenerlo, Ad ottenere questo saranno di grande aiuto le esortazioni e gli esempi delle classi più ragguardevoli, e soprattutto la solerzia e l’industria del clero. Poiché i sacerdoti, ai quali Cristo redentore affidò l’ufficio di celebrare e dispensare i misteri del corpo e sangue suo, non possono meglio ripagarlo del sommo onore ricevuto, che col promuovere con ogni diligenza, la sua eucaristica gloria, e con l’invitare e condurre, secondando cosi i desideri del suo sacratissimo Cuore, tutte le anime alle salutari sorgenti di un cosi grande Sacramento e Sacrificio. – In tale modo avverrà, ciò che grandemente bramiamo, che gli eccellenti frutti dell’Eucaristia si percepiscano sempre più abbondanti ogni giorno, mediante il felice aumento della fede, della speranza, della carità e d’ogni cristiana virtù, Ciò tornerà pure a vantaggio dello Stato: sempre più si manifesteranno i disegni della provvidentissima carità del Signore, che un tale mistero stabilì in perpetuo “per la vita del mondo”. – Con questa speranza, venerabili fratelli, a pegno dei doni divini e a testimonianza della Nostra carità, a tutti voi, al vostro clero, e al popolo, impartiamo con grande affetto la benedizione apostolica.

Roma, presso San Pietro, il giorno 28 maggio, vigilia della solennità del Corpo di Cristo, dell’anno 1902, anno XXV del nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI INFAMI USURPANTI ASPOSTATI DI TORNO: SS. PIO IX, “UBI NOS”

Une source doctrinale : les encycliques

Ubi nos, è un’ennesima lettera enciclica con la quale il Santo Padre Pio IX, deplora l’usurpazione dei territori della Chiesa, e denuncia al mondo intero l’ipocrita empietà di un regno affidato ad indegni ed apostati monarchi, e portati innanzi da turpi governanti gestiti dalle conventicole demoniache della massoneria. La fine di quelle indegna empia monarchia è nota a tutti per il vergognoso ed umiliante esilio ad essa imposta, e le vicende incredibilmente infami con le quali ha macchiato il nome di un casato pur celebre e glorioso. Quella nazione avida ed indegna di tanti privilegi divini, che ha depredato sacrilegamente luoghi e territori che l’Altissimo aveva elargito alla sua Chiesa, è pur essa stata sottoposta a castighi sanguinosi e distruttivi della sua dignità, ed ancora tuttora lo è nelle sue più elementari libertà, oppressa da poteri stranieri e dalle solite conventicole della sinagoga dell’infame cornuto, infiltrate finanche nei palazzi sacri dell’urbe e che muovono i fili di ridicole e tragiche marionette, sepolcri imbiancati già immersi nello stagno di fuoco ove sosteranno in eterno con i loro “alleati” della bestia e con il dragone maledetto.     

S. S. PIO IX:

Lettera Enciclica

UBI NOS

Quando, per arcano volere divino, fummo ridotti sotto un potere ostile, e vedemmo la triste e amara sorte di questa Nostra Urbe e il civile Principato della Sede Apostolica oppresso dall’invasione armata, proprio allora, con una lettera a Voi inviata il primo novembre dell’anno scorso, dichiarammo a Voi e, per mezzo Vostro, a tutto il mondo cattolico, quale fosse la situazione Nostra e di questa Urbe e a quali eccessi di sfrenata licenza fossimo esposti. Per dovere del Nostro supremo ufficio, al cospetto di Dio e degli uomini, abbiamo dichiarato di voler salvi ed integri i diritti della Sede Apostolica, e abbiamo incitato Voi e tutti i diletti Figli affidati alle vostre cure a placare con fervide preci la divina Maestà. Da quel momento i mali e le sventure che già erano preannunciate a Noi e a questa Urbe da quei primi nefasti tentativi d’usurpazione si rovesciarono sulla dignità e Autorità Apostolica, sulla santità della Religione e dei costumi, e perciò anche sui dilettissimi Nostri sudditi. Anzi, Venerabili Fratelli, aggravandosi ogni giorno la situazione, siamo costretti a dire, con le parole di San Bernardo: “Gli inizi delle sventure sono questi, e ne temiamo di ancor più gravi” . L’iniquità infatti persevera nel seguire la sua strada e sviluppa i suoi piani, né si affanna d’altro che di stendere un velo sulle sue nefaste imprese che non possono restare nascoste, e si sforza di sottrarre le ultime spoglie alla giustizia oppressa, alla onestà e alla religione. Tra queste angustie che colmano i nostri giorni di amarezza, soprattutto quando pensiamo a quali pericoli e a quali insidie sono sottoposti, giorno per giorno, i fedeli e la virtù del nostro popolo, non possiamo onorare o ricordare senza un profondo senso di gratitudine gli eccelsi meriti vostri, Venerabili Fratelli, e dei diletti fedeli avvinti dal vostro amore. Infatti, in ogni plaga della terra i fedeli di Cristo, rispondendo con ammirevole premura alle Nostre esortazioni, hanno seguito Voi come maestri e modelli, e da quel giorno infausto in cui fu espugnata questa Urbe, indissero assidue e ferventi preghiere e sia con pubbliche e ripetute suppliche, sia con sacri pellegrinaggi, sia con ininterrotta affluenza nelle Chiese e con la partecipazione ai Sacramenti, sia con altre opere di ispirazione cristiana, ritennero proprio dovere accostarsi assiduamente al trono della divina clemenza. Né invero queste appassionate invocazioni possono mancare di copiosissimi frutti presso Dio. Anzi, i molti beni già ottenuti da esse ne promettono altri, da Noi attesi con fiducia e speranza. Vediamo infatti la fermezza della fede e l’ardore della carità che si diffondono ogni giorno più ampiamente; scorgiamo negli animi dei fedeli, in favore di questa Sede e del supremo Pastore quella sollecitudine (risvegliata dall’offesa dell’attacco subito) che Dio solo poté ispirare, e avvertiamo tanta solidarietà di menti e di volontà che mai più, e più veracemente che in questi giorni, dai primordi della Chiesa fino a questi tempi, si potrà affermare che il cuore e l’anima di una moltitudine di credenti sono una sola realtà (At IV, 32). Di fronte a una tale prova di virtù, non possiamo tacere che nei Nostri affettuosissimi figli, cittadini di ogni ordine e grado di questa Urbe, venne in piena luce un devoto, rispettoso amore verso di Noi, e insieme la fermezza pari all’impresa, e la grandezza d’animo non solo degna ma emula dei loro antenati. Pertanto, rendiamo grazie e gloria immortale a Dio misericordioso in nome di Voi tutti, Venerabili Fratelli, e dei Nostri diletti figli, fedeli di quel Cristo che tanto ha operato e opera in Voi e nella Sua Chiesa, e ha fatto sì che, mentre sovrabbonda l’iniquità, sovrabbondi anche la grazia della fede, dell’amore e della confessione. “Quale è dunque la Nostra speranza, il Nostro gaudio e la corona di gloria? Non è forse la vostra presenza davanti a Dio? Il figlio sapiente è gloria del Padre. Vi benefichi dunque Dio, e si ricorderà del fedele servizio, della pia compassione, della consolazione e dell’onore che alla Sposa di suo Figlio in tempo avverso e nei giorni del suo dolore avete mostrato e mostrate” . – Frattanto il Governo Subalpino, mentre per un verso si affretta a raccontare al mondo fandonie sull’Urbe, per l’altro, allo scopo di gettar polvere negli occhi dei Cattolici e di sopire le loro ansie, ha studiato e sviluppato alcune inconsistenti immunità e alcuni privilegi volgarmente detti guarentigie, che intende concedere a Noi in sostituzione di quel potere temporale di cui Ci ha spogliato con una lunga serie d’inganni e con armi parricide. Su queste immunità e garanzie, Venerabili Fratelli, abbiamo già espresso il Nostro giudizio, rilevando la loro oltraggiosa doppiezza nella lettera del 2 marzo scorso, inviata al Nostro Venerabile Fratello Costantino Patrizi, Cardinale della Santa Romana Chiesa, decano del Sacro Collegio e Nostro Vicario nell’Urbe: lettera che subito fu pubblicata a stampa. – Ma poiché è tipico del Governo Subalpino coniugare l’ostinata e turpe ipocrisia con l’impudente disprezzo verso la Nostra dignità e autorità Pontificia, nei fatti dimostra di non tenere in alcun conto le Nostre proteste, richieste, censure; perciò, senza dare alcun peso al giudizio da Noi espresso circa le predette garanzie, non desiste dal sollecitare e promuovere il dibattito e l’esame di esse presso i supremi Ordini del Regno, come se si trattasse di cosa seria. In quel dibattito emerse in piena luce sia la verità del Nostro giudizio circa la natura e l’indole di quelle garanzie, sia il vano tentativo dei nemici di occultarne la malizia e la frode. Certo, Venerabili Fratelli, è incredibile che tanti errori, apertamente incompatibili con la fede cattolica e perfino con gli stessi fondamenti del diritto naturale, e tante bestemmie che in quella occasione furono pronunciate, abbiano potuto pronunciarsi in questa Italia che si è sempre gloriata e si gloria del culto della Religione Cattolica e della Sede Apostolica del Romano Pontefice. E in realtà, proteggendo Iddio la Sua Chiesa, del tutto diversi sono i sentimenti che nutre la maggior parte degli Italiani: essi con Noi lamentano e deplorano questa inaudita forma di sacrilegio e Ci hanno dimostrato, con le loro meritevoli prove e con impegni di devozione ogni giorno più evidenti, di essere solidali, in unione di spirito e di sentimenti, con gli altri Fedeli della terra. – Perciò oggi di nuovo Noi Vi rivolgiamo le Nostre parole, Venerabili Fratelli, e sebbene i Fedeli a Voi affidati o con le loro lettere o con severe proteste abbiano chiaramente significato con quanta amarezza subiscano la situazione che Ci affligge, e quanto siano lontani dal farsi ingannare da quei raggiri che si nascondono sotto il nome di garanzie; tuttavia riteniamo sia dovere del Nostro ufficio Apostolico dichiarare solennemente a tutto il mondo, per mezzo Vostro, che non solo le cosiddette garanzie malamente fabbricate dal Governo Subalpino, ma anche titoli, onori, immunità, privilegi e qualunque altra offerta fatta sotto il nome di garanzie o di guarentigie non hanno alcuna validità quando dichiarano sicuro e libero l’uso del potere a Noi affidato da Dio e di voler proteggere la necessaria libertà della Chiesa. – Stando così le cose, come più volte dichiarammo e denunciammo, Noi, per non violare la fede, non possiamo aderire con giuramento ad alcuna conciliazione forzata che in qualche modo annulli o limiti i Nostri diritti, che sono diritti di Dio e della Sede Apostolica; così ora, per dovere del Nostro ufficio, Noi dichiariamo che mai potremo in alcun modo ammettere o accettare quelle garanzie, ossia guarantigie, escogitate dal Governo Subalpino, qualunque sia il loro dispositivo, né altri patti, qualunque sia il loro contenuto e comunque siano stati ratificati, in quanto essi ci furono proposti con il pretesto di rafforzare la Nostra sacra e libera potestà in luogo e in sostituzione del Principato civile di cui la divina Provvidenza volle dotata e rafforzata la Santa Sede Apostolica, come Ci è confermato sia da titoli legittimi e indiscussi, sia dal possesso di undici secoli ed oltre. Infatti, ad ognuno deve risultare chiaro che necessariamente, qualora il Romano Pontefice fosse soggetto al potere di un altro Principe, né fosse dotato di più ampio e supremo potere nell’ordine politico, non potrebbe per ciò che riguarda la sua persona e gli atti del ministero Apostolico, sottrarsi all’arbitrio del Principe dominante, il quale potrebbe anche diventare eretico o persecutore della Chiesa, o trovarsi in guerra o in stato di guerra contro altri Principi. Certamente questa stessa concessione di garanzie di cui parliamo non è forse, di per sé, evidentissima prova che a Noi fu data una divina autorità di promulgare leggi concernenti l’ordine morale e religioso; che a Noi, designati in tutto il mondo come interpreti del diritto naturale e divino, verrebbero imposte delle leggi, e per di più leggi che si riferiscono al governo della Chiesa universale, il cui diritto di conservazione e di esecuzione non sarebbe altro che la volontà prescritta e stabilita dal potere laico? Per ciò che riguarda il rapporto tra Chiesa e Società civile, ben sapete, Venerabili Fratelli, che Noi ricevemmo direttamente da Dio, in persona del Beatissimo Pietro, tutte le prerogative e tutta la legittima autorità necessaria al governo della Chiesa universale, e che anzi quelle prerogative e quei diritti, e quindi anche la stessa libertà della Chiesa, derivano dal sangue di Gesù Cristo e devono essere stimati secondo l’infinito valore del Suo sangue divino. – Pertanto Noi saremmo immeritevoli (e ciò non accada) del divino sangue del Nostro Redentore se questi Nostri diritti, che ora soprattutto si vorrebbero così sviliti e deturpati, dipendessero dai Principi della terra. I Principi Cristiani infatti, sono figli, non padroni della Chiesa. Ad essi propriamente si rivolgeva Anselmo, quel lume di santità e di dottrina, Arcivescovo di Canterbury: “Non dovete credere che la Chiesa di Dio vi sia stata data per servire a un padrone, ma piuttosto per servire come avvocato e difensore; in questo mondo nulla Dio ama di più che la libertà della sua Chiesa” . E aggiungendo altre esortazioni per essi, in altro momento scriveva: “Non dovete pensare mai che diminuisca la dignità della vostra grandezza se amate e difendete la libertà della Chiesa, Sposa di Dio e Madre vostra; non crediate di umiliarvi se la esaltate; non temete di indebolirvi se la rafforzate. Guardatevi attorno, gli esempi sono evidenti. Abbiate presenti i Principi che la combattono e la opprimono: che giovamento ne traggono? A qual esito pervengono? È abbastanza chiaro, non c’è bisogno di dirlo. Sicuramente, coloro che la glorificano, con essa ed in essa saranno glorificati” . – Dunque, Venerabili Fratelli, dopo tutto ciò che vi abbiamo detto, a nessuno per certo può sfuggire che l’offesa recata a questa Santa Sede, in questi tempi crudeli, ricade su tutta la Comunità Cristiana. Ad ogni Cristiano dunque, come diceva San Bernardo, è rivolta l’offesa che colpisce gli Apostoli, appunto i gloriosi Principi della terra; e siccome la Chiesa Romana si dà pensiero di tutte le Chiese, come diceva il predetto Sant’Anselmo, chiunque ad essa sottrae ciò che è suo, deve essere giudicato colpevole di sacrilegio non solo verso di essa ma verso tutte le Chiese. Né certo alcuno può dubitare che la tutela dei diritti di questa Sede Apostolica non sia strettamente congiunta e collegata con le supreme ragioni e i vantaggi della Chiesa universale e con la libertà del vostro ministero Episcopale. – Nel riflettere e considerare tali questioni, come è Nostro dovere, Noi siamo costretti a confermare nuovamente e a dichiarare con insistenza ciò che più di una volta esponemmo a Voi, del tutto consenzienti con Noi, ossia che il potere temporale della Santa Sede è stato concesso al Romano Pontefice per singolare volontà della Divina Provvidenza e che esso è necessario affinché lo stesso Pontefice Romano, mai soggetto a nessun Principe o a un Potere civile, possa esercitare la suprema potestà di pascere e governare in piena libertà tutto il gregge del Signore con l’autorità conferitagli dallo stesso Cristo Signore su tutta la Chiesa e perché possa provvedere al maggior bene della stessa Chiesa ed agli indigenti. Voi certamente comprendete tutto ciò, Venerabili Fratelli, e con Voi i Fedeli a Voi affidati, e giustamente Voi tutti siete in ansia per la causa della religione, della giustizia e della pace che sono i fondamenti di tutti i beni, e date lustro alla Chiesa di Dio con un degno spettacolo di fede, di amore, di costanza, di virtù e, fedelmente intenti alla sua difesa, tramandate un nuovo e ammirevole esempio, degno dei suoi annali e della memoria delle future generazioni. Poiché il Dio della misericordia è autore di questi beni, a Lui sollevando gli occhi, i cuori e la speranza Nostra, Lo supplichiamo con insistenza perché confermi, rafforzi, accresca i sentimenti Vostri e dei Fedeli, la pietà comune, l’amore e lo zelo. Con ogni premura esortiamo Voi e i popoli affidati alla Vostra vigilanza affinché ogni giorno, con tanta più fermezza e rigoglio quanto più minacciosamente si agitano i nemici, invochiate con Noi il Signore perché si degni di maturare i giorni della sua benevolenza. Provveda Iddio perché i Principi della terra che hanno particolare interesse ad evitare che il caso di usurpazione di cui siamo vittime diventi regola a danno di ogni ordine e potere, si uniscano in un perfetto accordo di animi e di volontà e, placate le discordie, sedate le turbolenze delle ribellioni, disperse le esiziali opinioni delle sette, svolgano un’opera comune affinché siano restituiti a questa Santa Sede i suoi diritti, e con essi la piena libertà al Capo visibile della Chiesa e la desiderata pace al consorzio civile. E con altrettanto ardore, Venerabili Fratelli, con le suppliche Vostre e dei Fedeli, chiedete alla divina clemenza che converta alla penitenza i cuori degli empi, rimuovendo la cecità delle menti prima che sopraggiunga il grande e terribile giorno del Signore o, col reprimere i loro infami propositi, dimostri quanto ottusi e stolti sono coloro che tentano di rovesciare la pietra posata da Cristo e di violare i divini privilegi. In queste preghiere si fondino più saldamente le Nostre speranze in Dio. “Davvero pensate che Dio potrebbe distogliere l’orecchio dalla sua carissima Sposa quando invoca aiuto contro coloro che la fanno soffrire? Come non riconoscerebbe un osso delle sue ossa, la carne della sua carne, anzi in certo modo, in verità, lo spirito del suo spirito? È certamente giunta l’ora della malizia, il potere delle tenebre. D’altronde è l’ultima ora, e il potere presto scompare. Cristo, potenza e sapienza di Dio, è con Noi, partecipa con Noi. Abbiate fiducia, Egli vince il mondo“. Frattanto ascoltiamo con animo aperto e con salda fede la voce dell’eterna verità che dice: “Combatti per la giustizia, per la tua anima, e fino alla morte lotta per la giustizia: Dio sconfiggerà per te i tuoi nemici” (Sir IV, 28). – Infine, con tutto il cuore invocando doni fecondi di celesti grazie per Voi, Venerabili Fratelli, per tutti gli Ecclesiastici e per i fedeli Laici affidati alla cura di ciascuno di Voi, come pegno del Nostro grande e intimo affetto verso Voi e i Fedeli, amorosamente impartiamo a Voi e agli stessi diletti Figli l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 maggio 1871, nel venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO XII, “HAURIETIS AQUAS” (1)

Haurietis aquas è une delle più belle ed importanti lettere Encicliche del Magistero pontificio. Una scritto meraviglioso, ben ordinato e ricco di riferimenti dottrinali miscelati sapientemente con una linearità ed una verità che illustra mirabilmente questo culto che la Chiesa ha accolto ha accolto come doveroso omaggio all’amore di Cristo per gli uomini, ed indica a tutti i Cristiani ed all’umanità intera come elemento salvifico decisivo in vista dell’eterna beatitudine.  … « di fronte alla minaccia di gravi sciagure che già da molto tempo sovrasta, è urgente che si ricorra, per scongiurarle, all’aiuto di Colui che soltanto, ha la potenza per allontanarle. E chi altri potrà essere costui, se non Gesù Cristo. l’Unigenito di Dio? Poiché non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini, dal quale possiamo aspettarci d’essere salvati ». « A Lui dunque si deve ricorrere, che  è via, verità e vita ». Queste parole del grande Leone XIII, qui ricordate da S. S. Pio XII, risuonano balsamo dolce per i nostri cuori in un momento storico in cui tutta l’umanità sente di aver bisogno di un’ancora di salvezza per non soccombere sotto l’azione delle forse del male, che S. Giovanni nell’Apocalisse definiva come “bestia”, “falso profeta”, e “dragone”. Quest’ancora è il Cuore di Gesù che, unito a quello Immacolato della Vergine Maria, alla fine trionferà portando tutti i fedeli resistenti alle suggestioni del male ed al marchio della bestia, alla cena delle nozze dell’Agnello. Per poter meglio gustare la profondità teologica della lettera, assaporarne le delizie spirituali e poterla meditare al meglio, ne riportiamo una prima parte, ripromettendoci di completarne poi il testo alla prossima.

HAURIETIS AQUAS

S. S. PIO XII

LETTERA ENCICLICA SULLA DEVOZIONE AL SACRO CUORE DI GESÙ

(I)

Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi e agli altri Ordinari locali che hanno pace e comunione con la Sede Apostolica.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

«Voi attingerete con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore » . Queste parole, con le quali il profeta Isaia simbolicamente preannunziava le molteplici e abbondanti benedizioni di Dio, che l’era messianica avrebbe apportato, spontanee ritornano sulle Nostre labbra, allorché diamo uno sguardo ai cento anni che sono trascorsi da quando il Nostro Predecessore di imm. mem. Pio IX, ben lieto di assecondare i voti del mondo cattolico, si compiaceva di estendere e rendere obbligatoria per la Chiesa intera la Festa del Cuore Sacratissimo di Gesù. – Innumerevoli, infatti, sono le grazie celesti che il culto tributato al Cuore Sacratissimo di Gesù ha trasfuso nelle anime dei fedeli; grazie di purificazione, di sovrumane consolazioni, di incitamento alla conquista di ogni genere di virtù. – Noi pertanto, memori della sapientissima sentenza dell’apostolo S. Giacomo: « Ogni donazione buona e ogni dono perfetto viene dall’alto e scende dal Padre de’ lumi », a buon diritto possiamo scorgere in questo culto, divenuto ormai universale e ogni giorno sempre più fervoroso, il dono che il Verbo Incarnato, nostro Salvatore divino e unico Mediatore di grazia e di verità tra il celeste Padre e il genere umano, ha fatto alla Chiesa, sua mistica Sposa, in questi ultimi secoli della sua travagliata storia. Grazie a questo dono d’inestimabile valore, la Chiesa può agevolmente manifestare l’ardente carità che essa nutre verso il suo Divin Fondatore e corrispondere in più larga misura all’invito che l’evangelista S. Giovanni riferisce come rivolto da Gesù Cristo stesso: « Nell’ultimo gran giorno della festa, Gesù levatosi in piedi, diceva ad alta voce: “ Chi ha sete, venga da me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, dal ventre di Lui sgorgheranno torrenti d’acqua viva ”. Ciò Egli disse dello Spirito che dovevano ricevere i credenti in Lui. Agli uditori di Gesù non fu certamente difficile cogliere in quelle sue parole, che contenevano la promessa di una sorgente di «acqua viva » che sarebbe scaturita dal suo seno, una chiara allusione ai vaticini con i quali i profeti Isaia, Ezechiele e Zaccaria predicevano l’avvento del Regno Messianico, come pure alla tipica pietra che, percossa dalla verga di Mosè, versò acqua in abbondanza. – La carità divina ha in realtà la sua principale sorgente nello Spirito Santo, ch’è Amore personale sia del Padre che del Figlio in seno all’augustissima Trinità. – Ben a ragione quindi l’Apostolo, quasi facendo eco alle parole di Gesù Cristo, attribuisce allo Spirito Santo l’effusione della carità nell’animo dei credenti: « La carità di Dio si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato ». – Questo strettissimo nesso, che secondo le parole della S. Scrittura intercorre tra la carità che deve ardere nei cuori dei Cristiani e lo Spirito Santo, ch’è Amore per essenza, ci manifesta in modo mirabile, Venerabili Fratelli, l’intima natura stessa di quel culto che è da tributarsi al Cuore Sacratissimo di Gesù. Se è vero, infatti, che questo culto, considerato nella sua propria essenza, è un atto eccellentissimo della virtù di religione, cioè un atto di assoluta e incondizionata sottomissione e consacrazione da parte nostra all’amore del Redentore Divino, di cui è indice e simbolo quanto mai espressivo il suo Cuore trafitto; è vero parimente, ed in un senso ancora più profondo, che tale culto è il ricambio dell’amore nostro all’Amore Divino. Poiché soltanto per effetto della carità si ottiene la piena e perfetta sottomissione dello spirito umano al dominio del Supremo Signore, allorché cioè gli affetti del nostro cuore in tal modo aderiscono alla divina volontà da formare con essa quasi una cosa sola, secondo che è scritto: « Chi aderisce al Signore forma un solo spirito con Lui ».

I.

Ma, mentre la Chiesa ha sempre tenuto in alta considerazione il culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, così da favorirne in ogni modo il sorgere e il propagarsi in mezzo al popolo cristiano, non mancando altresì di difenderlo apertamente contro le accuse di Naturalismo e di Sentimentalismo; è da lamentare che non uguale onore e stima, sia nei tempi passati che ai giorni nostri, questo nobilissimo culto gode presso alcuni Cristiani e talvolta anche presso alcuni di coloro, che pur si dicono animati da sincero zelo per gli interessi della Religione Cattolica e per la propria santificazione. « Se tu conoscessi il dono di Dio ». Ecco, Venerabili Fratelli, il paterno monito che Noi, chiamati per divina disposizione ad essere custodi e dispensatori del tesoro di fede e di pietà, che il divin Redentore ha affidato alla sua Chiesa, Ci sentiamo in dovere di rivolgere a tutti quei Nostri figli; i quali, nonostante che il culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, trionfando degli errori e della indifferenza degli uomini, abbia pervaso il Mistico Corpo del Salvatore, nutrono ancora dei pregiudizi a riguardo e giungono persino a ritenerlo meno rispondente, per non dire dannoso, alle necessità spirituali più urgenti della Chiesa e dell’umanità nell’ora presente. Taluni, infatti, confondendo o equiparando l’indole primaria di questo culto con le varie forme di devozione che la Chiesa approva e favorisce, ma non prescrive, lo stimano quasi come alcunché di superfluo, che ciascuno può praticare o no a suo arbitrio; altri, poi, stimano che questo stesso culto sia oneroso e di nessuno o ben modesto vantaggio specialmente per i militanti del Regno di Dio, preoccupati soprattutto di consacrare il meglio delle loro energie spirituali, dei loro mezzi e del loro tempo alla difesa e alla propaganda della verità cattolica, alla diffusione della dottrina sociale cristiana e all’incremento di quelle pratiche e opere di religione, che giudicano molto più necessarie per i tempi nostri; vi sono inoltre alcuni, i quali anziché riconoscere in questo culto un mezzo efficacissimo per l’opera di rinnovamento e di progresso dei costumi cristiani, sia degli individui che delle famiglie, vi vedono una forma di devozione pervasa piuttosto di sentimento che di nobili pensieri ed affetti, e perciò più confacente al femmineo sesso che alle persone colte. – Vi sono anche altri, i quali, ritenendo questo culto come troppo vincolato agli atti di penitenza, di riparazione e di quelle virtù che stimano piuttosto « passive », perché prive di appariscenti frutti esteriori, lo giudicano senz’altro meno idoneo a rinvigorire la spiritualità moderna, cui incombe il dovere dell’azione aperta e indefessa per il trionfo della fede cattolica e la strenua difesa dei costumi cristiani, in mezzo ad una società inquinata di indifferentismo religioso, incurante di ogni norma discriminatrice del vero dal falso nel pensiero e nell’azione, ligia ai princìpi del materialismo ateo e del laicismo. – Come non vedere, Venerabili Fratelli, lo stridente contrasto tra simili opinioni e le pubbliche attestazioni di stima per il culto al S. Cuore di Gesù, professate dai Nostri Predecessori su questa Cattedra di verità? Come giudicare inutile o meno adatta per l’epoca nostra quella forma di pietà, che il Nostro Predecessore di imm. mem. Leone XIII non esitò a definire: « pratica religiosa encomiabilissima »; e nella quale additava il rimedio a quegli stessi mali, individuali e sociali, che anche oggi, e indubbiamente in modo più vasto ed acuto, travagliano l’umanità? « Questa devozione, che a tutti consigliamo, asseriva Egli, sarà a tutti di giovamento ». Ed inoltre, aggiungeva questi ammonimenti ed esortazioni, che ben si addicono anche al culto verso il Cuore sacratissimo di Gesù: « Di fronte alla minaccia di gravi sciagure che già da molto tempo sovrasta, è urgente che si ricorra, per scongiurarle, all’aiuto di Colui che soltanto, ha la potenza per allontanarle. E chi altri potrà essere costui, se non Gesù Cristo. l’Unigenito di Dio? Poiché non c’è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini, dal quale possiamo aspettarci d’essere salvati ». « A Lui dunque si deve ricorrere, che  è via, verità e vita».

Né meno degno di encomio e giovevole per fomentare la pietà cristiana riconosceva essere questo culto il Nostro immediato Predecessore di fel. mem. Pio XI, il quale nell’Enciclica Miserentissimus Redemptor affermava: «Non son forse racchiusi in tale forma di devozione il compendio di tutta la Religione Cattolica e quindi la norma della vita più perfetta, costituendo essa la via più spedita per giungere alla conoscenza profonda di Cristo Signore e il mezzo più efficace per piegare gli animi ad amarLo più intensamente e ad imitarLo più fedelmente? ».

A Noi poi, non certamente meno che ai Nostri Predecessori, questa sublime verità è apparsa evidente e degna di approvazione; ed allorché iniziammo il Nostro Pontificato, nel contemplare il felice e quasi trionfale incremento del Culto al Cuore Sacratissimo di Gesù in mezzo al popolo cristiano, sentimmo il Nostro animo ricolmo di gioia e Ci rallegrammo degli innumerevoli frutti di salvezza che ne erano derivati a tutta la Chiesa; e questi Nostri sentimenti Ci compiacemmo di manifestare già nella prima Nostra Lettera Enciclica. I quali frutti, in questi lunghi anni del Nostro Pontificato — pieni di calamità e di angustie, ma anche ricolmi di ineffabili consolazioni — non sono andati diminuendo né per numero né per qualità né per bellezza, ma piuttosto aumentando. Infatti, varie sono state le opere felicemente iniziate allo scopo di favorire l’incremento sempre maggiore di questo stesso culto: associazioni cioè di cultura, di pietà e di beneficenza; pubblicazioni di carattere storico, ascetico e mistico pertinenti a tale scopo; pie pratiche di riparazione; e soprattutto crediamo degne di menzione le manifestazioni di ardentissima pietà promosse dall’Associazione dell’« Apostolato della Preghiera », al cui zelo si deve principalmente se famiglie, istituti e talvolta anche Nazioni intere si sono consacrate al Cuore Sacratissimo di Gesù; per le quali manifestazioni di culto non di rado, o mediante Lettere, o per mezzo di Discorsi, o anche servendoCi di Radiomessaggi, abbiamo espresso la Nostra paterna compiacenza. – Pertanto, commossi nel veder tanta copia di acque salutari, cioè di effusione celestiale di amore superno, che scaturendo dal Sacro Cuore del nostro Redentore, non senza l’ispirazione e l’azione del Divino Spirito, si è riversata su innumerevoli figli della Chiesa Cattolica, non possiamo astenerCi, Venerabili Fratelli, dal rivolgervi un paterno invito, affinché vi uniate a Noi nello sciogliere un inno di somma lode e di fervidissime azioni di grazie a Dio, largitore di ogni bene, esclamando con l’Apostolo: « A Lui che può far tutto, ben al di là di quel che noi domandiamo, o pensiamo, secondo la virtù che opera in noi, a Lui sia la gloria nella Chiesa, e in Cristo Gesù per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Amen ». Ma, dopo aver reso all’Altissimo le dovute grazie, Noi desideriamo con questa Lettera Enciclica di esortar voi e tutti gli amatissimi figli della Chiesa ad una più attenta considerazione di quei princìpi dottrinali, contenuti nella S. Scrittura, nei Ss. Padri e nei teologi, sui quali, quasi su solidi fondamenti, poggia il culto al Cuore Sacratissimo di Gesù. Siamo infatti pienamente persuasi che soltanto allorché, al lume della divina rivelazione, avremo penetrato più a fondo l’intima ed essenziale natura di questo culto, saremo in grado di convenientemente e perfettamente apprezzarne l’incomparabile eccellenza e l’inesauribile fecondità di ogni sorta di celesti grazie, e per tal modo trarre, dalla pia meditazione e contemplazione dei benefici da esso derivati, motivo a una degna celebrazione del primo centenario dell’estensione della festa obbligatoria del Cuore Sacratissimo di Gesù alla Chiesa universale. – Allo scopo, dunque, di offrire alle menti dei fedeli un pascolo di salutari riflessioni, grazie alle quali essi possano più facilmente comprendere la natura di questo culto e ricavarne più copiosi frutti, Noi ci soffermeremo anzitutto su quelle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, che contengono la rivelazione e descrizione dell’infinita carità di Dio per il genere umano, la cui sublime grandezza mai potremo sufficientemente scrutare; poi accenneremo al commento che ce ne hanno lasciato i Padri e i Dottori della Chiesa; infine, procureremo di porre in evidenza il nesso intimo che intercorre tra la forma di devozione da tributarsi al Cuore del Redentore Divino e il culto che gli uomini sono tenuti a rendere all’amore che Egli e le altre Persone della Santissima Trinità nutrono verso l’intero genere umano. Stimiamo infatti che, una volta contemplati alla luce della S. Scrittura e della Tradizione i fondamenti e gli elementi costitutivi di questo nobilissimo culto, riuscirà più agevole ai Cristiani l’attingere « con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore », apprezzare cioè tutta l’importanza che il culto al Cuore Sacratissimo di Gesù ha assunto nella Liturgia della Chiesa, nella sua vita interna ed esterna, ed anche nelle sue opere; per tal modo, sarà più facile ad essi raccogliere quei frutti spirituali, che segnino un rinnovamento salutare nei loro costumi, conforme ai voti dei Pastori del gregge di Cristo. – Se vogliamo in primo luogo ben comprendere il valore racchiuso in alcuni testi dell’Antico e del Nuovo Testamento in ordine a questo culto, occorre tener ben presente il motivo del culto di latria che la Chiesa tributa al Cuore del Redentore divino. Orbene, come voi ben sapete, Venerabili Fratelli, tale motivo è duplice. L’uno, cioè, che è comune anche alle altre sacrosante membra del corpo di Gesù Cristo, è costituito dal fatto che il suo Cuore, essendo una parte nobilissima dell’umana natura, è unito ipostaticamente alla Persona del Verbo di Dio; pertanto, esso è meritevole dell’unico e identico culto di adorazione con cui la Chiesa onora la Persona dello stesso Figlio di Dio Incarnato. Si tratta di una verità di fede cattolica, essendo stata solennemente definita nei Concili Ecumenici di Efeso e II di Costantinopoli. L’altro motivo, che appartiene in modo speciale al Cuore del Divin Redentore, e che perciò conferisce al medesimo un titolo tutto proprio a ricevere il culto di latria, risulta dal fatto che il suo Cuore, più di ogni altro membro del suo corpo, è l’indice naturale, ovvero il simbolo della sua immensa carità per il genere umano. « È insita nel Sacro Cuore, come osservava il Nostro Predecessore Leone XIII di imm. mem., la qualità di simbolo e di espressiva immagine dell’infinita carità di Gesù Cristo, che ci stimola a ricambiarlo col nostro amore ». – È fuor di dubbio che nei Libri Sacri non si hanno mai sicuri indizi di un culto di speciale venerazione e di amore, tributato al Cuore fisico del Verbo Incarnato, per la sua prerogativa di simbolo della sua accesissima carità. Ma questo fatto, se è doveroso apertamente riconoscerlo, non ci deve recar meraviglia, né in alcun modo indurci a dubitare che la carità, la quale è la ragione principale di questo culto, sia nell’Antico, che nel Nuovo Testamento, è esaltata e inculcata con immagini tali, da commuovere potentemente gli animi. Queste immagini, poiché sono contenute nei Libri Sacri che preannunziavano la venuta del Figlio di Dio, fatto uomo, possono considerarsi come un presagio di quello che doveva essere il più nobile simbolo e indice dell’amore divino, cioè del Cuore sacratissimo e adorabile del Redentore Divino. – Per quanto riguarda lo scopo della presente Lettera non crediamo necessario addurre molte testimonianze dei libri dell’Antico Testamento, nei quali sono contenute le prime verità divinamente rivelate; ma stimiamo sia sufficiente far rilevare che l’Alleanza stipulata tra Dio e il popolo eletto e sancita con vittime pacifiche — le cui leggi fondamentali, scolpite su due tavole, furono promulgate da Mosè e interpretate dai Profeti — fu un patto oltre che fondato sui vincoli di supremo dominio da parte di Dio e di doverosa ubbidienza da parte dell’uomo, consolidato e vivificato, anche dai più nobili motivi dell’amore. Infatti, anche per il popolo d’Israele la ragione suprema della sua obbedienza doveva essere non tanto il timore dei divini castighi, che i tuoni e le folgori sprigionantisi dalla vetta del Sinai incutevano negli animi, quanto piuttosto il doveroso amore verso Dio; « Ascolta, Israele: il Signore Dio nostro è il solo Signore. Amerai il Signore Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze. Queste parole che io oggi ti bandisco, staranno nel tuo cuore ». – Non deve pertanto meravigliare se Mosè e i Profeti, che a buon diritto l’Angelico Dottore chiama i « maggiori » del popolo eletto, ben comprendendo che il fondamento di tutta la Legge era riposto in questo comandamento dell’amore, hanno descritto tutti i rapporti esistenti tra Dio e la sua Nazione ricorrendo a similitudini tratte dal reciproco amore tra padre e figli, o dall’amore dei coniugi, piuttosto che rappresentarli con immagini severe ispirate al supremo dominio di Dio, o alla dovuta e timorosa servitù di noi tutti. – Così, ad esempio, Mosè stesso, nel celeberrimo suo cantico di liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto, volendo significare che essa era avvenuta per l’intervento onnipossente di Dio, ricorre a queste espressioni ed immagini, che riempiono l’animo di commozione: « Com’aquila che addestra al volo i suoi piccoli e vola sovr’essi, stese le sue ali (il Signore), sollevò Israele, e lo portò sulle sue spalle ». – Ma forse nessun altro tra i Profeti, meglio di Osea, manifesta e descrive con accenti veementi l’amore, mai venuto meno, di Dio verso il suo popolo Nel linguaggio infatti di questo eccellentissimo tra i Profeti minori per profondità di concetti e concisione di espressioni, Dio manifesta un tale amore verso il Popolo Eletto, cioè giusto e santamente sollecito, qual è appunto l’amore di un padre misericordioso e amorevole, o di uno sposo adirato per il suo onore offeso. È un amore, che, lungi dal venir meno alla vista di mostruose infedeltà e di ignobili tradimenti, prende sì da essi motivo per infliggere ai colpevoli i meritati castighi — non già per ripudiarli e abbandonarli a se stessi — ma soltanto allo scopo di vedere la sposa resasi estranea e infedele, ed i figli ingrati, pentirsi, purificarsi e tornare a riunirsi con Lui con rinnovati e più solidi vincoli di amore. « Quando era fanciullo Israele, io l’amai e dall’Egitto ho chiamato il figlio mio… Ed io ho fatto da balia ad Efraim; ho portato essi in braccio, ma non compresero la cura ch’io avevo di loro. Li ho attirati a me con attrattive piene d’umanità e con vincoli d’amore… Io sanerò le loro piaghe, li amerò spontaneamente, perché la mia collera si è da loro allontanata. Sarò come rugiada, e Israele fiorirà come giglio e dilaterà radici come il Libano ». – Accenti simili a questi risuonano sulle labbra del profeta Isaia, allorché, impersonando gli opposti sentimenti di Dio stesso e del Popolo Eletto, esce in queste espressioni: « Sion aveva detto: “ Il Signore mi ha abbandonato, il Signore si è scordato di me! ”. Potrà forse una donna dimenticare il suo bambino, da non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? e se pur questa lo potrà dimenticare, io non mi dimenticherò mai di te! ». Né meno commoventi sono le espressioni, con le quali l’Autore del Cantico dei Cantici, servendosi del simbolismo dell’amore coniugale, dipinge con vividi colori i legami di vicendevole amore, che uniscono fra loro Dio e la Nazione da Lui prediletta: «Come un giglio fra gli spini, così l’amica mia tra le fanciulle!… Io sono del mio diletto, e il mio diletto è per me, egli che pascola tra i gigli… Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore, inesorabile come gli Inferi la gelosia: le sue fiaccole sono fiaccole di fuoco e di fiamme ». – Tuttavia questo tenerissimo, indulgente e longanime amore di Dio, che, pur sdegnandosi per le ripetute infedeltà del popolo di Israele, mai giunse a ripudiarlo definitivamente, benché siasi manifestato come veemente e sublime, non fu in sostanza che preludio di quell’ardentissima carità, che il Redentore promesso avrebbe riversato dal suo amantissimo Cuore su tutti, e che sarebbe dovuta divenire il modello del nostro amore e la pietra angolare della Nuova Alleanza. Solo infatti Colui che è l’Unigenito del Padre e il Verbo fatto carne « pieno di grazia e di verità », essendosi avvicinato agli uomini, oppressi da innumerevoli peccati e miserie, poté far scaturire dalla sua umana natura, unita ipostaticamente alla sua Divina Persona, « una sorgente di acqua viva », che irrigasse copiosamente l’arida terra dell’umanità e la trasformasse in giardino fiorente e fruttifero. – È nel profeta Geremia che si ha un lontano presagio di questo stupendo prodigio, che sarebbe stato l’effetto del misericordiosissimo ed eterno amore di Dio: « D’un amore eterno ti ho amato e perciò ti ho tirato a me pieno di compassione… Ecco che verranno giorni, dice il Signore, e io stringerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda una nuova alleanza… Questa sarà l’alleanza che avrò stretta con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Io metterò la mia legge nel loro interno e la scriverò nel loro cuore, e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo…; perché farò grazia alle loro iniquità e del loro peccato non mi ricorderò più ».

II.

Ma soltanto dai Vangeli veniamo a conoscere con perfetta chiarezza che la nuova Alleanza stipulata tra Dio e l’umanità — di cui si erano avuti la prefigurazione simbolica nell’alleanza sancita tra Dio e il popolo d’Israele per mezzo di Mosè e il preannunzio nel vaticinio di Geremia — è quella stessa che è stata attuata mediante l’opera conciliatrice di grazia del Verbo Incarnato. Questa Alleanza è da stimarsi incomparabilmente più nobile e più solida, perché, a differenza della precedente, non è stata sancita nel sangue di capri e di vitelli, ma nel Sangue sacrosanto di Colui, che quegli stessi pacifici ed irrazionali animali avevano prefigurato come « l’Agnello che toglie il peccato del mondo ». – Ebbene, l’Alleanza Messianica, più ancora che l’antica, si manifesta chiaramente come un patto non ispirato da sentimenti di servitù e di timore, ma da quella specie di amicizia, che deve regnare nelle relazioni tra padre e figli, essendo essa alimentata e consolidata da una più munifica elargizione di grazia divina e di verità, conforme alla sentenza dell’Evangelista S. Giovanni: « E della pienezza di Lui tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia. Perché la legge è stata data da Mosè; la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo ». – Introdotti con queste parole del «Discepolo prediletto da Gesù, quegli che durante la cena aveva posato il capo sul petto di Gesù »(28), nel mistero stesso dell’infinita carità del Verbo Incarnato, è cosa degna e giusta, equa e salutare, che noi ci soffermiamo alquanto, Venerabili Fratelli, nella contemplazione di così soave mistero, affinché, illuminati dalla luce che su di esso riflettono le pagine del Vangelo, possiamo anche noi esperimentare il felice adempimento del voto che l’Apostolo formulava scrivendo ai fedeli di Efeso: « Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e fortificati in amore, siate resi capaci di comprendere con tutti i santi quali siano la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità, e intendere quest’amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio ». – Il Mistero della Divina Redenzione, infatti, è propriamente e naturalmente un mistero di amore: un mistero, cioè, di amore giusto da parte di Cristo verso il Padre celeste, cui il sacrificio della Croce, offerto con animo amante ed obbediente, presenta una soddisfazione sovrabbondante ed infinita per le colpe del genere umano: «Cristo, soffrendo per carità ed ubbidienza, offrì a Dio qualche cosa di maggior valore, che non esigesse la compensazione per tutte le offese a Dio fatte dal genere umano ». Inoltre, il Mistero della Redenzione è un mistero di amore misericordioso dell’Augusta Trinità e del Redentore divino verso l’intera umanità, poiché questa, essendo del tutto incapace di offrire a Dio una soddisfazione degna per i propri delitti, Cristo, mediante le inscrutabili ricchezze di meriti, che si acquistò con l’effusione del suo preziosissimo Sangue, poté ristabilire e perfezionare quel patto di amicizia tra Dio e gli uomini, ch’era stato una prima volta violato nel Paradiso terrestre per colpa di Adamo, e poi innumerevoli volte per le infedeltà del Popolo Eletto. – Pertanto il Divin Redentore — nella sua qualità di legittimo e perfetto Mediatore nostro — avendo, sotto lo stimolo di una accesissima carità per noi, conciliato perfettamente i doveri e gli impegni del genere umano con i diritti di Dio, è stato indubbiamente l’autore di quella meravigliosa conciliazione tra la divina giustizia e la divina misericordia, che costituisce appunto l’assoluta trascendenza del mistero della nostra salvezza, così sapientemente espressa dall’Angelico Dottore in queste parole: «Giova osservare che la liberazione dell’uomo, mediante la passione di Cristo, fu conveniente sia alla sua misericordia che alla sua giustizia. Alla giustizia anzitutto, perché con la sua passione Cristo soddisfece per la colpa del genere umano: e quindi per la giustizia di Cristo l’uomo fu liberato. Alla misericordia, poi, poiché, non essendo l’uomo in grado di soddisfare per il peccato inquinante tutta l’umana natura, Dio gli donò un riparatore nella persona del Figlio suo. Ora questo fu da parte di Dio un gesto di più generosa misericordia, che se Egli avesse perdonato i peccati senza esigere alcuna soddisfazione. Perciò sta scritto: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore che ci portava pur essendo noi morti per le nostre colpe, ci richiamò a vita in Cristo” ». – Ma, affinché possiamo veramente, per quanto è consentito a uomini mortali, « comprendere con tutti i santi, quali siano la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità dell’arcana carità del Verbo Incarnato verso il suo celeste Padre e verso gli uomini macchiati di tante colpe; occorre tener ben presente che il suo amore non fu unicamente spirituale, come si addice a Dio, poiché « Iddio è spirito ». Indubbiamente d’indole puramente spirituale fu l’amore nutrito da Dio per i nostri progenitori e per il popolo ebraico; perciò, le espressioni di amore umano, sia coniugale che paterno, che si leggono nei Salmi, negli scritti dei Profeti e nel Cantico dei Cantici, sono indizi e simboli di una dilezione verissima ma del tutto spirituale, con la quale Dio amava il genere umano; al contrario, l’amore che spira dal Vangelo, dalle lettere degli Apostoli e dalle pagine dell’Apocalisse, dov’è descritto altresì l’amore del Cuore di Gesù Cristo, non comprende soltanto la carità divina, ma si estende ai sentimenti dell’affetto umano. Per chiunque fa professione di fede cattolica è questa una verità inconcussa. Il Verbo di Dio, infatti, non ha assunto un corpo illusorio e fittizio, come già nel primo secolo dell’era cristiana osarono affermare alcuni eretici, attirandosi la severa condanna dell’apostolo S. Giovanni: «Poiché sono usciti per il mondo molti seduttori, i quali non confessano che Gesù Cristo sia venuto nella carne. Questo è il seduttore e l’anticristo »; ma Egli ha unito alla sua divina Persona una natura umana individua, integra e perfetta, concepita nel seno purissimo di Maria Vergine per virtù dello Spirito Santo(36). Niente, dunque, mancò alla natura umana assunta dal Verbo di Dio; in verità, Egli la possedette senza alcuna diminuzione, senza alcuna alterazione, tanto nei suoi elementi costitutivi spirituali quanto nei corporali, vale a dire: dotata di intelligenza e di volontà, e delle altre facoltà conoscitive interne ed esterne; dotata parimenti delle potenze affettive sensitive e di tutte le loro corrispondenti passioni. È questo l’insegnamento della Chiesa Cattolica, sanzionato e solennemente confermato dai Romani Pontefici e dai Concili Ecumenici: « Integro nelle sue proprietà, integro nelle nostre »(37); « perfetto nella Divinità ed Egli stesso perfetto nell’umanità »; « tutto Dio (fatto) uomo, e tutto l’uomo (sussistente in) Dio ». Non essendovi allora alcun dubbio che Gesù Cristo abbia posseduto un vero corpo umano, dotato di tutti i sentimenti che gli sono propri, tra i quali ha chiaramente il primato l’amore, è altresì verissimo che Egli fu provvisto di un cuore fisico, in tutto simile al nostro, non essendo possibile che la vita umana, priva di questo eccellentissimo membro del corpo, abbia la sua connaturale attività affettiva. Pertanto il Cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla Persona divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro affetto sensibile; questi sentimenti, però, erano talmente conformi e consonanti con la volontà umana, ricolma di carità divina, e con lo stesso infinito amore, che il Figlio ha comune con il Padre e con lo Spirito Santo, che mai tra questi tre amori s’interpose alcunché di contrario e discorde. – Tuttavia, il fatto che il Verbo di Dio abbia assunto una vera e perfetta natura umana, e si sia plasmato e quasi modellato un cuore di carne, che, non meno del nostro, fosse capace di soffrire e di essere trafitto, questo fatto, diciamo, se non è visto e considerato nella luce, la quale emana non solo dall’unione ipostatica e sostanziale, ma anche dalla verità della umana Redenzione, ch’è, per così dire, il complemento di quella, potrebbe ad alcuni apparire « scandalo » e « stoltezza », come infatti tale sembrò « Cristo Crocifisso » ai Giudei e ai Gentili. Orbene, i Simboli della fede, perfettamente concordi con le Divine Scritture, ci assicurano che il Figlio Unigenito di Dio ha assunto la natura passibile e mortale in vista principalmente del Sacrificio cruento della croce, che Egli desiderava offrire allo scopo di compiere l’opera dell’umana salute. È questo del resto, l’insegnamento espresso dall’Apostolo delle genti: « Poiché sia chi santifica sia i santificati provengono tutti da uno; è per questo che non ha scrupolo di chiamarli fratelli dicendo: « Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli ». E ancora: « Eccomi, io e i figlioli che Dio mi ha dato ». Poiché dunque i figliuoli partecipano del sangue e della carne, anch’egli ugualmente ne ebbe parte… « Ond’è ch’egli doveva in tutto essere fatto simile ai suoi fratelli, per diventare misericordioso e fedele sacerdote nelle cose divine, affinché fossero espiate le colpe del popolo. Perché appunto per essere stato provato lui e avere sofferto, per questo può venire in aiuto a quelli che sono nella prova ». – I Santi Padri, veridici testimoni della divina rivelazione, ben compresero, dietro il chiaro insegnamento dell’Apostolo Paolo, che il mistero dell’amore divino è in pari tempo il fondamento e il culmine sia dell’Incarnazione, sia della Redenzione. Infatti, nei loro scritti sono frequenti e luminosi i passi, nei quali si legge che lo scopo per cui Gesù Cristo assunse una natura umana integra e un corpo caduco e fragile come il nostro, fu appunto quello di provvedere alla nostra salvezza e di manifestare a noi nel modo più evidente il suo amore infinito, compreso quello sensibile. – San Giustino, quasi facendo eco alle parole dell’Apostolo, scrive: « Noi adoriamo ed amiamo il Verbo, nato dall’ingenito e ineffabile Dio; Egli in verità si è fatto uomo per noi, affinché, resosi partecipe delle nostre umane affezioni, recasse ad esse il rimedio ». San Basilio, poi, il primo dei tre Padri Cappadoci, afferma decisamente che gli affetti sensibili di Cristo furono ad un tempo veri e santi: « Benché sia a tutti noto che il Signore ha assunto gli affetti naturali per confermare la realtà dell’Incarnazione, vera e non fantastica; tuttavia Egli respinse da sé gli affetti disordinati, che inquinano la purezza della nostra vita, perché li ritenne indegni della sua incontaminata divinità ». Anche per San Giovanni Crisostomo, il più illustre decoro della Chiesa Antiochena, le emozioni sensibili, cui andò soggetto il Redentore divino, cooperarono mirabilmente a comprovare che Egli aveva assunto una natura umana integra sotto ogni aspetto: « Infatti, se Egli non fosse stato composto della nostra natura, non avrebbe pianto per ben due volte ». – Fra i Padri Latini meritano di essere ricordati coloro, che la Chiesa onora oggi tra i principali suoi Dottori. Così Sant’Ambrogio vede nell’unione ipostatica la sorgente naturale delle affezioni e commozioni sensibili, cui andò soggetto il Verbo di Dio fatto uomo: « Pertanto, poiché Egli assunse l’anima, ne assunse parimente le passioni; in quanto Dio, infatti, com’Egli era, non avrebbe potuto né turbarsi né morire »(46). Anche San Girolamo dall’esistenza in Cristo di quelle affezioni sensibili trae l’argomento più persuasivo per asserire ch’Egli aveva realmente assunto l’umana natura: Il Signor nostro, per manifestare che aveva veramente unito alla sua Persona la natura dell’uomo, soggiacque veramente alla tristezza. – Sant’Agostino poi con particolare insistenza rileva l’intimo nesso che esiste tra le affezioni sensibili del Verbo Incarnato e il fine dell’umana redenzione: « Ora il Signore Gesù assunse questi sentimenti della fragile natura umana, come la carne stessa che fa parte dell’inferma natura dell’uomo, e la morte dell’umana carne, non spinto da bisogno della sua condizione divina, ma stimolato dalla sua libera volontà di usarci misericordia; allo scopo, cioè, di offrire in se stesso il modello da imitare al suo corpo, che è la Chiesa, di cui si degnò di farsi capo, vale a dire, alle sue membra, che sono i suoi santi e i suoi fedeli; in modo che se ad alcuno di loro, sotto l’assalto delle umane tentazioni, accadesse di rattristarsi e soffrire, non per ciò stimasse di essersi sottratto all’influsso della sua grazia; e comprendesse che tali affezioni non sono di per sé peccati, ma solo indizi dell’ umana passibilità. Così il suo Mistico Corpo, simile ad un coro di voci che s’accorda a quella di chi dà l’intonazione, avrebbe imparato dal suo proprio Capo ». – Più concisamente, ma non meno efficacemente dei precedenti, manifestano la dottrina della Chiesa i seguenti testi di San Giovanni Damasceno: «Certamente, tutto Dio ha assunto tutto ciò ch’è in me uomo, e tutto si è unito a tutto, affinché arrecasse la salvezza a tutto l’uomo. Poiché, altrimenti, non avrebbe potuto essere sanato ciò che non fosse stato assunto ». « Cristo dunque, assunse tutti gli elementi componenti l’umana natura, affinché li santificasse tutti ». – È doveroso tuttavia riconoscere che né gli Autori sacri, né i Padri della Chiesa, sia nei testi riferiti che in molti altri simili, pur affermando chiaramente la realtà delle affezioni sensibili, che commovevano l’animo di Gesù Cristo, e pur mettendo in stretto rapporto l’assunzione dell’umana natura con lo scopo della nostra eterna salvezza prefissosi da Cristo, mai pongono in esplicito rilievo il nesso esistente tra quegli stessi affetti e il cuore fisico del Salvatore, così da indicare in esso espressamente il simbolo del suo amore infinito. – Ma, se gli Evangelisti e gli altri scrittori ecclesiastici non ci rivelano direttamente gli effetti vari che nel ritmo pulsante del Cuore del Redentore nostro, non meno vivo e sensibile del nostro, dovettero indubbiamente produrre le passioni del suo animo e il ridondante amore della sua duplice volontà, divina ed umana, essi mettono però in evidenza l’amore e tutti gli altri sentimenti con esso connessi, cioè: il desiderio, la letizia, la tristezza, il timore, l’ira, secondo che si manifestavano attraverso il suo sguardo, le parole, i gesti. E principalmente il Volto adorabile del Salvatore nostro dovette apparire l’indice e quasi lo specchio fedelissimo di quelle affezioni, che, commovendo in vari modi il suo animo, a somiglianza di onde che si ripercuotono sulle opposte rive, raggiungevano il suo Cuore santissimo e ne eccitavano i battiti. In verità, anche a proposito di Cristo vale quanto l’Angelico Dottore, ammaestrato dalla comune esperienza, osserva in materia di psicologia umana e dei fenomeni ad essi connessi: «Il turbamento prodotto dall’ira raggiunge anche le membra esterne; e soprattutto si fa notare in quelle membra, nelle quali più apertamente si riflette l’influsso del cuore, come negli occhi, nel volto e nella lingua ». – A buon diritto, dunque, il Cuore del Verbo Incarnato è considerato come il principale simbolo di quel triplice amore, col quale il Divino Redentore ha amato e continuamente ama l’Eterno Padre e l’umanità. Esso, cioè, è anzitutto il simbolo dell’amore, che Egli ha comune col Padre e con lo Spirito Santo, ma che soltanto in Lui, perché Verbo fatto carne, si manifesta attraverso il fragile e caduco velo del corpo umano, « poiché in Esso abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità ». Inoltre, il Cuore di Cristo è il simbolo di quell’ardentissima carità, che, infusa nella sua anima, costituisce la preziosa dote della sua volontà umana e i cui atti sono illuminati e diretti da una duplice perfettissima scienza, la beata cioè e l’infusa. Finalmente — e ciò in modo ancor più naturale e diretto — il Cuore di Gesù è il simbolo del suo amore sensibile, giacché il corpo del Salvatore divino, plasmato nel seno castissimo della Vergine Maria per influsso prodigioso dello Spirito Santo, supera in perfezione e quindi in capacità percettiva ogni altro organismo umano. – Edotti allora dai Sacri Testi e dai simboli di fede della perfetta consonanza ed armonia regnante nell’anima santissima di Gesù Cristo, e dell’aver Egli diretto al fine della nostra Redenzione tutte le manifestazioni del suo triplice amore, noi possiamo con ogni sicurezza contemplare e venerare nel Cuore del Divin Redentore l’immagine eloquente della sua carità e il documento dell’avvenuta nostra redenzione, come pure quasi la mistica scala per salire all’amplesso di « Dio Salvatore nostro » . Perciò nelle parole, negli atti, negli insegnamenti, nei miracoli e specialmente nelle opere che più luminosamente testimoniano il suo amore per noi — come l’istituzione della divina Eucaristia, la sua dolorosa Passione e Morte, la donazione della sua Santissima Madre, la fondazione della Chiesa, la missione dello Spirito sugli Apostoli e su tutti i credenti — in tutte queste opere, ripetiamo, noi dobbiamo ammirare altrettante testimonianze del suo triplice amore; e meditare i battiti del suo Cuore, con i quali sembrò che Egli misurasse gli attimi di tempo del suo pellegrinaggio terreno, fino al supremo istante, in cui, come ci attestano gli Evangelisti: « Gesù, dopo aver di nuovo gridato con gran voce, disse: È compiuto. E chinato il capo, rese lo spirito ». Fu allora che il battito del suo Cuore si arrestò, e il suo amore sensibile rimase come sospeso fino all’istante della Risurrezione gloriosa. Unitasi quindi nuovamente l’anima del Redentore vittorioso  della morte al suo corpo glorificato, il Cuore suo Sacratissimo riprese il suo battito regolare e da allora non ha mai cessato né cesserà di significare, con ritmo ormai divenuto per sempre calmo e imperturbabile, il triplice amore che vincola il Figlio di Dio al suo celeste Padre e all’intera comunità umana, di cui è, con pieno diritto, il Mistico Capo.

[Continua …]