UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: JUCUNDA SEMPER

Ancora una volta, come abbiamo avuto modo di notare nelle lettere Encicliche già esaminate di Leone XIII, il Santo Padre, compone un inno di lode alla Vergine Santissima, Madre di Dio e Madre nostra, ed al Santo Rosario, preghiera che per eccellenza ci consente di accedere agli aiuti divini, alle grazie che come un acquedotto, secondo la felice espressione di San Bernardo, giungono fino a noi, indegni, onde sovvenirci nei bisogni personali, ed ancor più nelle vicende infauste dei popoli oppressi e vilipesi da ogni genere di mali, materiali e soprattutto spirituali. L’Enciclica scorre come un soave nettare, come balsamo odoroso dell’anima, come motivo di gioia e di speranza in tempi in cui le oscure potenze infernali lavorano più che mai non solo nell’ombra, bensì alla luce del sole per confondere ogni principio di fede e di salvezza. Le parole del Sommo Pontefice ci spingono alla fiducia certa dell’aiuto della Vergine Madre di Dio, e cita al proposito le parole di San Bernardino da Siena: “Ogni grazia, che si dispensa su questa terra, passa per tre ordini successivi. Da Dio viene comunicata a Cristo, da Cristo alla Vergine e dalla Vergine a noi”. Cosa più della grazia di Dio ci serve in questi tempi di buio spirituale totale? Tempi in cui la Chiesa è “eclissata” e sostituita da un esercito di lupi famelici, in abito carnevalesco, già marchiati a fuoco, servi del demonio, sacerdoti di Baal, che dispensano veleno con sacrileghi ed invalidi sacramenti in riti blasfemi ed abominevoli, offerti al signore dell’universo, il lucifero-baphomet, e che inducono le anime al peccato convincendoli di una ribaltata dottrina di Cristo e della vera Chiesa, dottrina appunto di satana, che punta dritto all’inferno eterno. Ma consoliamoci meditando la lettera con intrepida e indiscussa fiducia nelle parole del Salvatore … portæ inferi non prævalebunt, porte che non prevarrano mai, appunto perché con la recita del Santo Rosario, Maria  … Ipsa conteret caput tuum!

“Jucunda semper expectatione erectaque spe octobrem mensem conspicimus redeuntem …”

Leone XIII
“Iucunda semper”

Lettera Enciclica

Il Rosario Mariano
8 settembre 1894

Noi guardiamo sempre con gioiosa attesa e con rinnovata fiducia al ritorno del mese di ottobre; perché, da quando cominciammo ad esortare i fedeli a consacrare questo mese alla beatissima Vergine, esso ha portato da per tutto ad una potente fioritura del Rosario fra i Cattolici. Quale sia stato il motivo delle Nostre esortazioni l’abbiamo esposto più di una volta. Poiché i tempi, forieri di sciagure per la Chiesa e per la società, esigevano l’aiuto potente di Dio, Noi ritenemmo di doverlo implorare appunto mediante l’intercessione della sua Madre e soprattutto con quella formula di preghiera, di cui il popolo cristiano ebbe sempre a sperimentare la salutare efficacia. La provò infatti fin dalle origini del Rosario mariano, sia nella difesa della Santa Fede contro i nefasti attacchi degli eretici, sia nel rimettere in onore quelle virtù, che erano state soffocate dalla corruzione del mondo. La provò con una serie ininterrotta di benefici, privati e pubblici, il cui ricordo fu dovunque immortalato anche con insigni istituzioni e monumenti. E anche ai nostri tempi, travagliati da molteplici crisi, siamo lieti di riconoscere che proprio dal Rosario sono provenuti frutti salutari. Tuttavia, guardando intorno, venerabili fratelli, voi stessi vedete che ancora permangono, e in parte aggravati, i motivi per invitare anche quest’anno i vostri fedeli a ravvivare il fervore delle loro suppliche verso la Regina del cielo. – Inoltre quanto più fissiamo il pensiero sull’intima natura del Rosario, tanto più chiaramente ci si manifesta la sua eccellenza ed umiltà. E perciò cresce in Noi il desiderio e la speranza che la Nostra raccomandazione sia così efficace da dare il più largo sviluppo a questa santissima preghiera, diffondendo sempre più la sua conoscenza e la sua pratica. A tale scopo non richiameremo qui gli argomenti che, sotto vari aspetti, abbiamo esposto su questo stesso soggetto negli anni precedenti; ma ci piace piuttosto considerare ed esporre come, nei divini disegni della Provvidenza, il Rosario risvegli, nell’animo di chi prega, soave fiducia di essere esaudito, e muova la materna pietà della Vergine benedetta a rispondere a tale fiducia con la tenerezza dei suoi soccorsi. – Il nostro supplichevole ricorso al patrocinio di Maria si fonda sul suo ufficio di mediatrice della divina grazia; ufficio che Ella – graditissima a Dio per la sua dignità e per i suoi meriti, e di gran lunga superiore per potenza a tutti i santi – continuamente esercita per noi presso il trono dell’Altissimo, ora, questo suo ufficio forse da nessun altro genere di preghiera è così vivamente espresso come nel Rosario, dove la parte avuta dalla Vergine nella redenzione degli uomini è così messa in evidenza, che sembra svolgersi ora davanti al nostro sguardo; e ciò porta un singolare profitto alla pietà, sia nella successiva contemplazione dei Sacri Misteri, sia nella recita ripetuta delle preghiere. – Ci si presentano dapprima i Misteri Gaudiosi. Il Figlio eterno di Dio si abbassa fino agli uomini, fattosi uomo Egli stesso. Ma con l’assenso di Maria, “che lo concepisce di Spirito Santo”. Quindi Giovanni, per una grazia speciale, “viene santificato” nel seno materno ed è arricchito di eletti doni “per preparare le vie del Signore”. Ma ciò avviene in seguito al saluto di Maria che, per divina ispirazione, si reca a far visita alla sua parente. Viene finalmente alla luce il Cristo, “l’atteso delle genti”, e viene alla luce dal seno della Vergine. I pastori e i magi, primizie della fede, si dirigono con ansia frettolosa alla sua culla e “trovano il Bambino con Maria sua Madre”. Egli poi vuole essere portato in persona al tempio per offrirsi pubblicamente in olocausto a Dio Padre. Ma è per opera della Madre che qui “è presentato al Signore”. È sempre Lei che, nel misterioso smarrimento del Figlio, lo ricerca con ansiosa sollecitudine e lo ritrova con gioia immensa. – Nello stesso senso parlano i Misteri Dolorosi. È vero che Maria non è presente nell’orto del Gethsemani dove Gesù trema ed è triste fino alla morte, e nel pretorio, dov’è flagellato, coronato di spine, condannato a morte. Ma già da tempo Ella aveva conosciuto e veduto chiaramente tutte queste cose. Quando infatti si offrì a Dio come sua ancella, per divenire poi sua madre, e quando nel tempio si consacrò interamente a Lui, insieme al Figlio, già fin da allora, in virtù di questi due fatti, Ella divenne partecipe della dolorosa espiazione del Cristo, a vantaggio del genere umano. Non vi è quindi alcun dubbio che anche per tale ragione, durante le crudeli angosce e torture del Figlio, Ella provò in cuor suo i più acuti dolori. Del resto, proprio alla sua presenza e sotto i suoi occhi doveva compiersi quel divin sacrificio, per il quale con il proprio latte ella aveva generosamente allevata la vittima. Ciò si contempla nell’ultimo e più commovente di questi misteri. “Stava presso la Croce di Gesù Maria sua Madre”, la quale, mossa da un immenso amore per noi, per averci suoi figli, offrì Ella stessa il suo Figlio alla giustizia divina, e con lui morì in cuor suo, trafitta dalla spada del dolore. – Infine, nei Misteri Gloriosi, che seguono quelli Dolorosi, è più copiosamente confermato questo stesso misericordioso ufficio della Vergine eccelsa. Con tacita gioia gusta la gloria del Figlio trionfante sulla morte; lo segue poi con materno affetto nel suo ritorno alla Sede Celeste. Ma quantunque degna del cielo, è trattenuta sulla terra, come suprema Consolatrice e Maestra della Chiesa nascente; “Ella penetrò oltre ogni credere, nei profondi arcani della Sapienza Divina”. E poiché l’opera santa della redenzione degli uomini non si poteva dire compiuta prima della discesa dello Spirito Santo, promesso da Cristo, ecco che la vediamo là in quel cenacolo pieno di ricordi, a pregarlo insieme con gli Apostoli e a vantaggio degli Apostoli con gemiti inenarrabili; ad affrettare alla Chiesa la Sapienza dello Spirito consolatore, supremo dono di Cristo, tesoro che non le verrà mai meno. Ma in misura ancor più piena e perenne ella potrà perorare la nostra causa, quando sarà passata a vita immortale. E così da questa valle del pianto la vediamo assunta alla Città Santa di Gerusalemme, tra le feste dei cori angelici; la veneriamo elevata sopra la gloria di tutti i santi, incoronata di stelle dal suo divin Figlio, assisa presso di Lui, Regina e Signora dell’universo. – In tutti questi misteri, venerabili fratelli, se così bene si manifesta “il disegno di Dio, disegno di sapienza, e disegno di misericordia”, non meno chiaramente risplendono nello stesso tempo i grandissimi benefici della Vergine Madre verso di noi: benefici che non possono non riempirci di gioia, perché ci infondono la ferma speranza di ottenere, per la mediazione di Maria, la clemenza e la misericordia di Dio. – A questo stesso fine, in perfetta armonia con i misteri, tende la preghiera vocale. Precede, com’è giusto, l’orazione domenicale rivolta al Padre celeste, Poi, dopo aver invocato lo stesso Padre con la più nobile delle preghiere, la nostra voce supplichevole dal trono della sua maestà si volge a Maria; in ossequio alla ricordata legge della sua mediazione e della sua intercessione, espressa da San Bernardino da Siena con le seguenti parole: “Ogni grazia, che si dispensa su questa terra, passa per tre ordini successivi. Da Dio viene comunicata a Cristo, da Cristo alla Vergine e dalla Vergine a noi”. E noi nella recita del Rosario passiamo per tutti e tre i gradini di questa scala, in diversa relazione tra loro; ma più a lungo e, in certo qual modo, più volentieri noi ci tratteniamo sull’ultimo, ripetendo per dieci volte il Saluto Angelico, quasi per innalzarci con maggior confidenza agli altri gradini, cioè per mezzo di Cristo, a Dio Padre. Se torniamo a ripetere tante volte lo stesso saluto a Maria, è perché la nostra preghiera, debole e difettosa, venga rafforzata dalla necessaria fiducia, fiducia che sorge in noi pensando che Maria, più che pregare per noi, prega in nostro nome. Di certo le nostre voci saranno più gradite ed efficaci al cospetto di Dio se saranno appoggiate dalle preghiere della Vergine; alla quale egli stesso rivolge l’amorevole invito: “Risuoni la tua voce al mio orecchio, perché soave è la tua voce” (Ct II,14). – Per questa stessa ragione nel Rosario torniamo tante volte a celebrare i suoi gloriosi titoli di mediatrice. In Maria noi salutiamo Colei che “incontrò favore presso Dio”; Colei che fu da Lui in modo singolarissimo “colmata di grazia”, perché tale sovrabbondanza si riversasse su tutti gli uomini; Colei a cui il Signore è unito col vincolo più stretto che possa esistere; Colei che, “Benedetta fra le donne”, “sola tolse di mezzo la maledizione e portò la benedizione”, ossia il frutto benedetto del suo seno, nel quale “tutte le genti sono benedette”; Colei, infine, che invochiamo “Madre di Dio”. Ebbene, in virtù di una dignità così sublime, che cosa non potrà ella chiedere con sicurezza “per noi peccatori”; e che cosa, d’altra parte, non potremo sperare noi, in tutta la vita e nelle estreme nostre agonie – Chi avrà recitato con ogni diligenza queste preghiere e meditato con fede questi Misteri, non potrà non ammirare i divini disegni che hanno unito la Vergine Santissima alla salvezza degli uomini; e, con commossa fiducia, bramerà rifugiarsi sotto la sua protezione e nel suo seno, ripetendo la supplica di san Bernardo: “Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è mai udito al mondo che uno che sia ricorso alla tua protezione, che abbia implorato il tuo aiuto, che abbia invocato la tua intercessione, sia stato da te abbandonato”. – Ma la virtù che il Rosario ha di ispirare la fiducia in chi prega, la possiede anche nel muovere a pietà verso di noi il cuore della Vergine. Quanto deve essere soave per Lei il vederci e l’ascoltarci, mentre intrecciamo in corona domande per noi giustissime e lodi per Lei bellissime! Così pregando, noi desideriamo e rendiamo a Dio la gloria che gli è dovuta; cerchiamo unicamente l’adempimento dei suoi cenni e della sua volontà; esaltiamo la sua bontà e munificenza chiamandolo Padre e chiedendogli, benché indegni, i doni più preziosi. Di tutto questo, Maria gioisce immensamente e, per la nostra pietà, di cuore “magnifica il Signore”. Perché, quando ci rivolgiamo a Dio con il “Padre nostro”, noi lo supplichiamo con una preghiera degna di Lui. – Ma alle cose che in essa domandiamo, già di per sé così rette e ordinate e così conformi alla fede, alla speranza, alla carità cristiana, s’aggiunge un pregio che non può non essere sommamente apprezzato dalla Vergine santissima. Questo: che alla nostra voce si unisce quella del suo Figlio Gesù, il quale dopo averci insegnato, parola per parola, questa formula di preghiera, autorevolmente ce la impone: “Voi, dunque, pregherete così” (Mt VI, 9). Stiamo certi, quindi, che, se noi saremo fedeli a questo comando con la recita del Rosario, Maria, da parte sua, non mancherà di esercitare con maggior benevolenza il suo ufficio di premurosa carità; e accogliendo con volto benigno questi mistici serti di preghiere ci ricompenserà con abbondanza di grazie. – Un’altra validissima ragione poi per contare con maggior sicurezza sulla generosa bontà di Maria, sta nella natura stessa del Rosario, così adatto a farci ben pregare. L’uomo, per la sua fragilità, è spesso, durante la preghiera, portato a distrarsi dal pensiero di Dio e a venir meno al suo lodevole proposito. Orbene, chi considera attentamente questo fenomeno, vedrà subito quanto efficace sia il Rosario, non solo per far applicare la mente e per scuotere la pigrizia dell’anima, ma anche per eccitare un salutare pentimento delle colpe, e, finalmente, per innalzare lo spirito alle cose celesti. E ciò perché, com’è ben noto, il Rosario è composto di due parti, distinte fra loro, ma inseparabili: la meditazione dei misteri e la preghiera vocale. Di conseguenza, questo genere di preghiera richiede da parte del fedele una particolare attenzione che non solo gli fa elevare, in qualche modo, la mente a Dio, ma lo porta anche a riflettere così seriamente sulle cose proposte alla sua considerazione e alla sua contemplazione che è indotto anche a trarne stimolo ad una vita migliore e alimento ad ogni forma di pietà. Infatti nulla vi è di più grande o di più meraviglioso di queste cose, che sono come il compendio della fede cristiana; che, con la loro luce e intima forza, sono state fonte di verità, di giustizia e di pace; che hanno segnato per il mondo un nuovo ordine di cose, ricco di frutti meravigliosi. – Si badi inoltre al modo con cui questi profondissimi Misteri sono presentati a chi reciti il Rosario: un modo cioè che ben si adatta alle menti anche dei semplici e dei meno istruiti. Il Rosario non ha di mira di farci scrutare i dogmi della fede e della dottrina cristiana, ma principalmente di porre quasi davanti al nostro sguardo e di richiamare alla nostra memoria dei fatti. Poiché i fatti che sono presentati quasi nelle stesse circostanze di luogo, di tempo e di persona, nelle quali avvennero, impressionano maggiormente l’animo e lo commuovono salutarmente. E poiché queste cose sono generalmente inculcate e scolpite negli animi fin dalla fanciullezza, ne consegue che, appena enunciato un Mistero, chiunque ha effettivamente amore alla preghiera, lo percorre senza nessuno sforzo di immaginazione, ma con moto spontaneo della mente e del cuore e, per l’aiuto di Maria, ne attinge in abbondanza una rugiada di grazie celesti. – Ma vi è un’altra ragione che rende le nostre corone più gradite e più meritorie al cospetto della Vergine. Quando con devoto ricordo ripetiamo il triplice ordine dei Misteri, noi veniamo a dimostrarle più chiaramente la nostra affettuosa riconoscenza; perché con ciò noi professiamo che mai ci saziamo di ricordare i benefici elargiti dalla sua inesauribile carità, per la nostra salvezza. Ora noi possiamo avere appena una vaga idea della gioia, sempre nuova, che il ricordo di questi grandiosi fatti, ripetuti con frequenza e con amore al suo cospetto, può infondere nel suo animo benedetto, muovendolo a sentimenti di sollecitudine e di generosità materna, Inoltre questi stessi ricordi fanno sì che le nostre preghiere diventino più ardenti ed efficaci: perché ogni Mistero che passa davanti al nostro pensiero ci fornisce un nuovo stimolo a pregare, quanto mai valido presso la Vergine. Sì, a te noi ricorriamo, santa Madre di Dio; e tu non disprezzare questi miseri figli di Eva! Te noi supplichiamo, o mediatrice potente e benigna della nostra salvezza, te noi scongiuriamo con tutta l’anima; per le soavi gioie ricevute dal Figlio Gesù; per la partecipazione ai suoi indicibili dolori, per lo splendore della sua gloria che in te si riflette. Orsù, ascoltaci, benché indegni, ed esaudiscici! – L’eccellenza del rosario mariano, messa in luce anche dalle due considerazioni, che or ora vi abbiamo esposto, vi dirà ancor più chiaramente, venerabili fratelli, perché non ci stanchiamo di inculcarlo e promuoverlo con ogni cura. Come abbiamo osservato da principio, la nostra epoca ha sempre più bisogno degli aiuti celesti; specialmente per le molte tribolazioni che soffre la Chiesa, avversata nel suo diritto e nella sua libertà; e poi per i molti pericoli che minacciano le basi stesse della prosperità e della pace dei popoli cristiani. Ebbene, ancora una volta dichiariamo solennemente che nel Rosario noi riponiamo le più grandi speranze di ottenere questi aiuti. Voglia Dio – è questo un Nostro ardente desiderio – che questa pratica di pietà riprenda dappertutto il suo antico posto di onore ! Nelle città e nei villaggi, nella famiglie e nelle officine, presso i nobili e i popolani il Rosario sia amato e venerato come il più nobile distintivo della professione cristiana e come il più valido aiuto a propiziarci la divina clemenza. – E poiché l’insensata perversità degli empi a tutto ormai ricorre – con l’inganno e con l’audacia – per provocare la collera divina e attirare sulla patria il peso di un giusto castigo, è necessario che la pia pratica del Rosario sia seguita con sempre maggiore impegno. Oltre a ciò tutti i buoni soffrono con Noi, perché nel seno stesso dei popoli Cattolici vi sono troppi che non contenti di godere delle offese comunque arrecate alla Religione, essi stessi, forti di un’incredibile licenza di propaganda, mostrano di non mirare ad altro che ad esporre al disprezzo e allo scherno della gente le cose più sante della Religione e la sperimentata sua fiducia nell’intercessione della Vergine. In questi ultimi mesi poi non si è risparmiata neppure l’augustissima persona di Gesù Cristo Salvatore. Non si è avuta vergogna di impadronirsene per le attrattive del palcoscenico, ormai troppo spesso contaminato di nefandezze, e di rappresentarvela spogliata della maestà della sua natura divina; senza la quale necessariamente crolla il fondamento stesso della Redenzione del genere umano. E si colmò l’onta quando si volle riabilitare dall’infamia dei secoli l’uomo reo della delittuosa perfidia che la storia ha bollato come la più abominevole e la più mostruosa: il traditore di Cristo. – Dinanzi a tali eccessi, commessi o in via di esserlo per le città d’Italia, si è levato un generale grido d’indignazione e un’energica protesta per la violazione dei sacrosanti diritti della Religione, in quella nazione che giustamente considera suo precipuo vanto l’essere Cattolica. Davanti a tali eccessi, com’era naturale, è insorta la vigilante premura dei Vescovi che hanno presentato giustissime recriminazioni a coloro che hanno l’inalienabile dovere di tutelare l’onore della Patria Religione; e non solo hanno avvisato i loro greggi della gravità del pericolo, ma li hanno esortati anche a speciali atti di riparazione dell’empia offesa lanciata contro l’amorosissimo Autore della nostra salvezza, Noi abbiamo immensamente apprezzato le molteplici e notevoli dimostrazioni di zelo, date dai buoni in queste circostanze, e ne abbiamo tratto un vivo conforto all’animo Nostro, profondamente ferito. Ma dato che abbiamo occasione di parlare, non possiamo soffocare la voce del Nostro altissimo ministero. E perciò parliamo, per aggiungere la Nostra più energica protesta a quelle già levate dai vescovi e dai fedeli, Ma mentre lamentiamo e detestiamo quel sacrilego misfatto, con lo stesso ardore del Nostro animo apostolico, rivolgiamo una calda esortazione a tutti i Cristiani, ma particolarmente agli Italiani, perché custodiscano intatta, difendano strenuamente e continuino ad alimentare con opere oneste e pie quella Fede avita che costituisce la loro più preziosa eredità. È questa una ragione di più, per cui Noi vivamente desideriamo che durante il mese di ottobre i singoli fedeli e le confraternite facciano a gara nell’onorare la grande Madre di Dio, la potente Ausiliatrice del Popolo Cristiano, la gloriosissima Regina del ciclo. Per parte Nostra, di gran cuore confermiamo i favori delle sante indulgenze, precedentemente concessi a questo proposito. – E Dio, venerabili fratelli, che “nella sua misericordiosa bontà ci dette una Mediatrice così potente”, “e volle che tutto ci venisse per le mani di Maria”, per la sua intercessione e il suo favore, accolga propizio i voti e appaghi le speranze di tutti. Come auspicio poi di questi beni, aggiungiamo di tutto cuore per voi, per il vostro clero e il vostro popolo l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso S. Pietro, l’8 settembre 1894, diciassettesimo del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: LÆTITIÆ SANCTÆ DI S. S. LEONE XIII

Letitiæ sanctæ è l’ennesima Enciclica che Leone XIII dedica al Santo Rosario, ritenuto rimedio efficace non solo per i mali spirituali, ma pure per quelli materiali e sociali. Di questi mali sociali, il Pontefice traccia una profilo rapido facendone una breve analisi, riportando quelli che, secondo Lui, sono i tre fattori perniciosi principali alla base di ogni malessere sociale del tempo, che sono in fondo rimasti tali, anzi ancor più virulenti oggi, e che sono: 1° – l’avversione alla vita umile e laboriosa; 2° – l’orrore della sofferenza; 3° – la dimenticanza dei beni futuri, oggetto delle nostre speranze. Mai si è vista un’analisi così precisa, succinta e veritiera dei mali che devastano l’umanità. Queste brevi parole possono prendere il posto di interi trattati, di codici civili, di enciclopedie dei popoli, tanto sono efficaci nella descrizione, seppur concisa, ma chiarissima, della situazione analizzata. Ma, con ancor maggiore chiarezza e meraviglia, a questi tre mali pestilenziali, il Sommo Pontefice, oppone il singolo opportuno rimedio, riportandoli tutti alle tre serie di Misteri del Santo Rosario, strumento « …  meravigliosamente efficace nel curare i mali dei nostri tempi, e nell’arginare i gravissimi mali della società ». È una goduria dell’anima e della mente la lettura di queste brevi pagine che giustificano a pieno titolo la definizione di “Luce  e Maestra dei popoli” che viene giustamente data alla Chiesa Cattolica, all’unica vera Chiesa di Cristo, nella persona del suo Vicario. Ogni altra parola rovinerebbe l’incanto e la gioia della lettura, per cui senz’altro passiamo alla meditazione di questo breve ma veramente straordinario documento magisteriale:

Leone XIII

Lætitiæ sanctæ

Lettera Enciclica

La pia pratica del Rosario
8 settembre 1893

La santa letizia, arrecataci dal felice compimento del cinquantesimo anniversario della Nostra consacrazione episcopale, si è intensamente accresciuta per il fatto che della Nostra gioia abbiamo avuto partecipi i cattolici di tutto il mondo, stretti come figli intorno al Padre, in una splendida manifestazione di fedeltà e d’amore. In ciò, con rinnovata gratitudine, riconosciamo ed esaltiamo un disegno della divina provvidenza sommamente benevolo verso di Noi e, nello stesso tempo, assai proficuo alla sua Chiesa, Ma il Nostro animo si sente spinto a salutare e lodare anche l’augusta Madre di Dio, che di questo beneficio è stata potente mediatrice presso Dio. La sua singolare bontà, che nel lungo e mutevole periodo della Nostra vita abbiamo sperimentata in vari modi efficace, risplende ogni giorno più manifesta innanzi ai nostri occhi, e, ferendoci soavissimamente il cuore, lo rinsalda con fiducia soprannaturale. – Ci sembra di udire la voce stessa della Regina del cielo, ora benevolmente incoraggiarCi, in mezzo alle terribili traversie della chiesa; ora aiutarCi, con larghezza di ispirazioni, nelle decisioni da prendere per il bene comune; ora anche ammonirci a stimolare il popolo cristiano alla pietà e al culto della virtù. Già molte volte, in passato, ci siamo fatto un gradito dovere di rispondere a questi desideri della Vergine. Ora fra le utilità, che con la sua benedizione abbiamo raccolto dalle Nostre esortazioni, è giusto ricordare lo straordinario sviluppo della devozione del suo santo “rosario”: sia per l’incremento e la costituzione di confraternite sotto questo titolo; sia per la divulgazione di scritti dotti e opportuni; sia anche per l’ispirazione data a veri capolavori artistici. – Ed oggi, quasi accogliendo la stessa voce dell’amorosissima Madre, con cui ci ripete: “Grida, non stancarti mai”, ci piace riparlarvi, venerabili fratelli, del Rosario Mariano, ora che si avvicina il mese d’ottobre: mese che volemmo consacrato a questa cara devozione, e che arricchimmo coi tesori delle sante indulgenze. La Nostra parola, tuttavia, non avrà lo scopo immediato di tributare nuove lodi a una preghiera, già di per se stessa tanto eccellente, ne’ di stimolare i fedeli a praticarla con sempre maggiore fervore; parleremo piuttosto di alcuni preziosissimi vantaggi, che da essa possono derivare, quanto mai rispondenti alle condizioni e alle necessità degli uomini e dei tempi presenti. Perché Noi siamo assolutamente convinti che, se la pratica del rosario sarà rettamente seguita, in modo da poter spiegare tutta l’efficacia che le è insita, apporterà non soltanto ai singoli individui, ma anche a tutta la società, la più grande utilità. – Tutti sanno quanto Noi, per il dovere del supremo Nostro apostolato, ci siamo adoperati per contribuire al bene della società, e quanto siamo ancor disposti a farlo, con l’aiuto di Dio. Abbiamo spesso ammonito i governanti a non fare e a non applicare leggi che non siano conformi alla mente divina, norma di somma giustizia. E, d’altra parte, abbiamo più di una volta esortato quei cittadini che, o per intelligenza, o per meriti, o per nobiltà del sangue, o per averi, sono in posizione di privilegio rispetto agli altri, a difendere e a promuovere, in unione di intenti e di forze, gli interessi supremi e fondamentali della società. – Ma nello stato presente della società civile, sono troppe le cause che indeboliscono i legami dell’ordine pubblico e sviano i popoli dalla doverosa onestà dei costumi. Tuttavia i mali che più pericolosamente minano il bene comune ci sembrano principalmente i tre seguenti: “l’avversione alla vita umile e laboriosa; l’orrore della sofferenza; la dimenticanza dei beni futuri, oggetto delle nostre speranze”. – Noi lamentiamo – e con Noi lo devono riconoscere e deplorare anche coloro che non ammettono altra regola che il lume della ragione, né altra misura all’infuori dell’utilità – Noi lamentiamo che una piaga veramente profonda abbia colpito il corpo sociale da quando si è cominciato a trascurare quei doveri e quelle virtù, che formano l’ornamento della vita semplice e comune. Da ciò, infatti, consegue che, nei rapporti domestici, i figli, insofferenti di ogni educazione, che non sia quella della mollezza e della voluttà, arrogantemente rifiutano l’obbedienza, che la natura stessa loro impone. Per questo motivo gli operai si allontanano dal proprio mestiere, rifuggono dalla fatica, e, scontenti della propria sorte, levano lo sguardo a mete troppo alte, e aspirano a un’avventata ripartizione dei beni. Nello stesso tempo ne consegue l’affannarsi di molti che, dopo aver abbandonato il paese nativo, cercano il frastuono e le numerose lusinghe della città. Per questo motivo ancora, è venuto a mancare il necessario equilibrio tra le classi sociali; tutto è fluttuante; gli animi sono agitati da rivalità e da gelosie; la giustizia è apertamente violata; e coloro che sono stati delusi nelle loro speranze, cercano di turbare la pubblica tranquillità con sedizioni, con disordini e con la resistenza ai difensori dell’ordine pubblico. – Ebbene contro questi mali Noi pensiamo che si debba cercare rimedio nel rosario di Maria, composto da una ben ordinata serie di preghiere e dalla pia contemplazione di misteri relativi a Cristo redentore e alla sua Madre. Si spieghino in una forma esatta e popolare i misteri gaudiosi, presentandoli agli occhi dei fedeli come altrettanti quadri e vive raffigurazioni delle virtù. E così ognuno vedrà quale facile e ricca miniera essi offrano di insegnamenti, atti a trascinare, con meravigliosa soavità, gli animi all’onestà della vita. – Ecco davanti al nostro sguardo la Casa di Nazareth, dove ogni santità, quella umana e quella divina, ha posto la sua dimora. Quale esempio di vita comune! Quale modello perfetto di società! Ivi è semplicità e candore di costumi; perpetua armonia di animi; nessun disordine; rispetto scambievole; e infine l’amore: ma non quello falso e bugiardo, bensì quell’amore integrale, che si alimenta nella pratica dei propri doveri, e tale da attirare l’ammirazione di tutti. Là non manca la premura di procurarsi quanto è necessario alla vita; ma col “sudore della fronte” e come conviene a coloro che contentandosi di poco, si studiano piuttosto di diminuire la loro povertà, che di moltiplicare i loro averi. E soprattutto questo, ivi regna la più grande serenità di animo e letizia di spirito: due cose che accompagnano sempre la coscienza del dovere compiuto. – Orbene questi esempi di modestia e di umiltà, di tolleranza della fatica, di bontà verso il prossimo e di fedele osservanza dei piccoli doveri della vita quotidiana, e, in una parola, gli esempi di tutte queste virtù, non appena entrano nei cuori e vi si imprimono profondamente, a poco a poco vi producono certamente la desiderata trasformazione dei pensieri e dei costumi. Allora i doveri del proprio stato non saranno più ne’ trascurati ne’ ritenuti fastidiosi, ma saranno, anzi, graditi e piacevoli; e la coscienza del dovere, pervasa da un senso di letizia, sarà sempre più decisa nell’operare il bene. Di conseguenza i costumi diventeranno più miti sotto ogni aspetto; la convivenza familiare trascorrerà nell’amore e nella letizia; le relazioni con gli altri saranno intonate a maggior rispetto e carità. – E se queste trasformazioni dagli individui si estenderanno alle famiglie, alle città, ai popoli e alle loro istituzioni, è facile vedere quali immensi vantaggi ne deriveranno all’intera società. – Il secondo funestissimo male, che Noi non deploreremo mai abbastanza, perché sempre più diffusamente e rovinosamente avvelena le anime, è la tendenza a sfuggire il dolore e allontanare con ogni mezzo tutte le avversità. La maggior parte degli uomini infatti non considera più, come dovrebbe, la serena libertà di spirito come un premio per chi esercita la virtù e sopporta vittoriosamente pericoli e travagli; ma insegue una chimerica perfezione della società, in cui, rimosso ogni sacrificio, si trovino tutte le comodità terrene. Ora questo acuto e sfrenato desiderio di una vita comoda fatalmente indebolisce gli animi, che quand’anche non crollino del tutto, pur tuttavia ne restano talmente snervati che prima vergognosamente cedono di fronte ai mali della vita, e poi miseramente soccombono. – Ebbene, anche contro questo male è ben giustificato attendersi un rimedio dal rosario di Maria, il quale, per la forza dell’esempio, può grandemente contribuire a fortificare gli animi. E ciò si otterrà, se gli uomini fin dalla loro prima infanzia, e poi costantemente in tutta la loro vita, s’applicheranno nel raccoglimento alla meditazione dei misteri dolorosi. Attraverso questi misteri, vediamo che Gesù, “duce e perfezionatore della fede”, prese a fare e ad insegnare, affinché vedessimo in Lui stesso l’esempio pratico degli insegnamenti, che egli avrebbe dato alla nostra umanità, circa la tolleranza del dolore e dei travagli; e l’esempio di Gesù giunse a tal punto che Egli stesso volontariamente e di gran cuore abbracciò tutto ciò che vi è di più duro a sopportarsi. Lo vediamo infatti oppresso dalla tristezza, fino a sudare sangue da tutte le sue membra. Lo vediamo legato come un ladro, giudicato da uomini iniqui, e fatto bersaglio ad oltraggi e calunnie. Lo vediamo flagellato, coronato di spine, crocifisso, considerato indegno di continuare a vivere e meritevole di morire fra i clamori di tutto un popolo.
Consideriamo l’afflizione della sua santissima Madre, la cui “anima” non fu solo sfiorata, ma addirittura “trapassata dalla spada del dolore”; cosicché meritò di essere chiamata, e realmente divenne la Madre dei dolori. – Chiunque non si contenterà di guardare, ma mediterà spesso esempi di così eccelsa virtù, oh come si sentirà spinto a imitarli! Per lui, sia pure “maledetta la terra, e faccia germogliare spine e triboli”; sia pure lo spirito oppresso dalle sofferenze, o il corpo dalle malattie, non vi sarà mai alcun male, causato dalla perfidia degli uomini, o dal furore dei demoni, non vi sarà mai calamità, pubblica o privata, che egli non riesca a superare con pazienza. È proprio vero quindi il detto: “È da Cristiano fare e sopportare cose ardue”; perché chiunque non voglia essere indegno di quel nome, non può fare a meno di imitare Cristo che soffre. E si badi che per rassegnazione non intendiamo la vana ostentazione di un animo indurito al dolore, come l’ebbero alcuni filosofi antichi; ma quella rassegnazione, che si fonda sull’esempio di colui che “in luogo della gioia, che gli si parava innanzi, sostenne il supplizio della croce disprezzandone l’ignominia” (Eb XII, 2); quella rassegnazione che, dopo aver chiesto a Lui il necessario aiuto della grazia, non rifiuta in nessun modo di affrontare le avversità; anzi se ne rallegra e considera un guadagno qualunque sofferenza, per quanto acerba essa sia. La Chiesa Cattolica ha sempre avuto, e ha tuttora, insigni campioni di tale dottrina: uomini e donne, in gran numero, in ogni parte del mondo, di ogni condizione. Costoro, seguendo le orme di Cristo, sopportano, in nome della fede e della virtù, contumelie e amarezze di ogni genere, e hanno come loro programma, più coi fatti che con le parole, l’esortazione di san Tommaso: “Andiamo anche noi, e moriamo con lui” (Gv XI, l6). Oh piaccia al cielo che esempi di così ammirevole fortezza si moltiplichino sempre di più, affinché ne sgorghi sicurezza per la società e virtù e gloria per la chiesa! – Il terzo male, a cui bisogna trovare un rimedio è particolarmente proprio degli uomini dei nostri giorni, Infatti gli uomini dei tempi passati, anche quando ricercavano con eccessiva passione le cose terrene, pur tuttavia non disprezzavano del tutto quelle celesti; anzi i più sapienti tra gli stessi pagani insegnarono che questa nostra vita è un luogo di ospizio e una stazione di passaggio, piuttosto che una dimora fissa e definitiva. Molti invece dei moderni, sebbene educati nella fede cristiana, inseguono talmente i beni transitori di questa terra che, non solo dimenticano una patria migliore nell’eternità beata, ma, per eccesso di vergogna, giungono a cancellarla completamente dalla loro memoria, contro l’ammonimento di s. Paolo: “Non abbiamo qui una città permanente, ma cerchiamo quella avvenire” (Eb. XIII,14). Chi voglia esaminare le cause di questa aberrazione noterà subito che la prima di esse è la convinzione di molti che il pensiero delle cose eterne spenga l’amore della patria terrena e impedisca la prosperità dello stato. Calunnia odiosa e insensata. E difatti i beni, che speriamo, non sono di tale natura da assorbire i pensieri dell’uomo fino al punto di distrarlo interamente dalla cura degli interessi terreni. Lo stesso Cristo, pur raccomandandoci di cercare prima di tutto il regno di Dio, ci insinua con ciò che non dobbiamo trascurare tutto il resto. E infatti, se l’uso dei beni terreni e degli onesti godimenti, che ne derivano, serve di stimolo e di ricompensa alla virtù; se lo splendore e il benessere della città terrena – che poi ridondano a vanto dell’umana società – sono considerati come un’immagine dello splendore e della magnificenza della città eterna: non sono ne indegni di uomini ragionevoli, ne’ contrari ai disegni di Dio, Perché Dio è nello stesso tempo autore della natura e della grazia; e perciò non può aver disposto che l’una ostacoli l’altra e siano tra di loro in lotta; ma al contrario che amichevolmente unite, ci guidino, per una più facile via, a quella eterna felicità, alla quale, sebbene mortali, siamo destinati. – Ma gli uomini dediti al piacere ed egoisti, che immergono e avviliscono talmente i loro pensieri nelle cose caduche da non saper assurgere più in alto, costoro, piuttosto che cercare i beni eterni attraverso i beni sensibili, di cui godono, perdono completamente di vista l’eternità; cadendo così in una condizione veramente abietta, In verità Dio non potrebbe infliggere all’uomo una punizione più terribile che abbandonandolo per tutta la vita alle lusinghe dei vizi, senza mai uno sguardo al cielo. – A questo pericolo non sarà esposto colui che, recitando il Santo Rosario, mediterà con attenzione e con frequenza le verità contenute nei “misteri gloriosi”. Da quei misteri, infatti, brilla alla mente dei cristiani una luce così viva che ci fa scoprire quei beni, che il nostro occhio umano non potrebbe mai percepire, ma che Dio – noi lo crediamo con fede incrollabile – ha preparato “a quelli che l’amano”. Da essi impariamo inoltre che la morte non è uno sfacelo che tutto sperde e distrugge, ma un semplice passaggio e un cambiamento di vita. Impariamo che la via del cielo è aperta a tutti: e quando osserviamo Cristo che ritorna in Cielo, ricordiamo la sua bella promessa: “Vado a prepararvi il posto”. Impariamo che vi sarà un tempo in cui “Dio asciugherà ogni lacrima dei nostri occhi; in cui non vi saranno più ne’ lutti, ne’ pianto, ne’ dolore, ma saremo sempre col Signore, simili a Dio, perché lo vedremo come Egli è, attingendo al torrente delle sue delizie, concittadini dei santi”, nella felice unione della gran Madre e Regina. – Un’anima che si nutra di queste verità, dovrà necessariamente infiammarsene e ripetere la frase di un grande Santo: “Oh come mi sembra sordida la terra, quando guardo il Cielo!”; dovrà necessariamente rallegrarsi al pensiero che ” un istante di una nostra lieve sofferenza produce in noi una misura eterna di gloria”, E veramente qui soltanto sta il segreto di armonizzare il tempo con l’eternità, la città terrena con quella celeste e di formare dei caratteri forti e generosi. E se questi poi diverranno molto numerosi, ne sarà, senza dubbio, consolidata la dignità e la grandezza dello stato; e fiorirà tutto ciò che è vero, che è buono, che è bello; fiorirà in armonia con quella norma, che è il sommo principio e la fonte inesauribile di ogni verità, di ogni bontà e di ogni bellezza. – Ora chi non vede la verità di ciò che abbiamo osservato fin da principio; di quali preziosi beni, cioè, sia fecondo il Santo Rosario? Quanto esso sia meravigliosamente efficace nel curare i mali dei nostri tempi, e nell’arginare i gravissimi mali della società? – Ma, come ognuno facilmente comprende, di tale efficacia saranno più direttamente e più largamente partecipi gli ascritti alle sacre Confraternite del Rosario, perché ad essa acquistano un particolare titolo, sia per la loro fraterna unione, sia per la loro speciale devozione verso la Vergine santissima. Tali sodalizi autorevolmente approvati dai Romani Pontefici e da essi arricchiti di privilegi e di tesori d’indulgenze, hanno una loro propria forma di ordinamento e di disciplina, Tengono riunioni in giorni determinati, e sono forniti dei mezzi più adatti per fiorire nella pietà e per rendere utili servizi anche alla società civile. Essi sono come schiere militanti che, guidate e sorrette dalla celeste Regina, combatterono le battaglie di Cristo, in virtù dei suoi santi misteri. E in ogni occasione, ma specialmente a Lepanto, si è potuto vedere come la Vergine gradisca le preghiere, le feste e le processioni di questi suoi devoti. – È dunque ben giusto che, non soltanto i figli del patriarca san Domenico – obbligati certo più degli altri a motivo della loro vocazione -, ma anche tutti coloro che hanno cura d’anime – specialmente nelle chiese dove queste Confraternite sono canonicamente erette – si adoperino con tutto il loro zelo a moltiplicarle, svilupparle e assisterle. Desideriamo anzi ardentemente che si dedichino a questo lavoro anche coloro che intraprendono missioni, sia per portare la dottrina di Cristo agli infedeli, sia per rafforzarla nei fedeli. – Noi non dubitiamo che, per le esortazioni di tutti costoro, molti Cristiani saranno pronti non solo ad iscriversi a queste Confraternite, ma anche a sforzarsi, con ogni mezzo, di raggiungere i già indicati vantaggi spirituali, che formano come la ragione di essere e, per così dire, la sostanza del Santo Rosario. L’esempio poi degli iscritti alle Confraternite trascinerà anche gli altri fedeli ad una maggior stima e devozione verso il rosario; i quali cosi’ stimolati porranno ogni loro impegno – come Noi vivissimamente desideriamo – a ricavare anch’essi, nella più larga misura, salutari vantaggi da questa pratica. – Eccovi la speranza che ci sorride. È essa che in mezzo a tante pubbliche calamità ci guida e profondamente ci consola. Si degni Maria, Madre di Dio e degli uomini, ispiratrice e maestra del santo rosario, di avverare pienamente questa speranza, accogliendo le comuni preghiere, Noi abbiamo fiducia, venerabili fratelli, che, per lo zelo di ciascuno di voi, i vostri insegnamenti e i Nostri voti produrranno ogni specie di bene e contribuiranno, in particolare, alla prosperità delle famiglie, e alla pace dei popoli. – Intanto, come pegno dei favori celesti e testimonianza della Nostra benevolenza, impartiamo di cuore nel Signore, a ciascuno di voi, al vostro clero e al vostro popolo l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, l’8 settembre 1893, anno decimosesto del Nostro pontificato.

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: LUX VERITATIS DI S. S. PIO XI

11 Ottobre: nel giorno in cui la Chiesa Cattolica festeggia la Maternità della Beata Vergine Maria, riportiamo il testo della lettera enciclica “Lux Veritatis” di S. S. Pio XI, scritta in occasione del XV centenario del Concilio di Efeso, nel corso del quale vennero definiti dei dogmi di fede basilari della dottrina cattolica ed indispensabili per la salvezza eterna. Tra di essi, fu solennemente enunciato il dogma della Maternità di Maria con il titolo di THEOTOKOS, Madre di Dio, che l’infame Nestorio aveva osato negare. La lettura e la meditazione di questa lettera, ricca di dati storici e di verità di fede, sarà di sommo profitto per chi vuole abbeverarsi alle fonti della dottrina Cattolica per aspirare alla vita eterna. In questo giorno di grande Festa per la Chiesa e per i Cattolici che hanno in sommo grado il culto di Maria, Vergine e Madre di Dio, incidiamo nei nostri cuori le parole del Sommo Pontefice riportate in:

LUX VERITATIS

LETTERA ENCICLICA

DEL SOMMO PONTEFICE

PIO XI


AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
NEL XV CENTENARIO
DEL CONCILIO DI EFESO CHE PROCLAMÒ
LA MATERNITÀ DIVINA DI MARIA

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

La storia, luce di verità e testimonio dei tempi, se rettamente consultata e diligentemente esaminata, insegna che la promessa fatta da Gesù Cristo: « Io sono con voi … fino alla consumazione dei secoli » , non è mai venuta meno alla sua Chiesa e non verrà quindi mai a mancare in avvenire. Anzi quanto più furiosi sono i flutti dai quali è sbattuta la nave di Pietro, tanto più pronto e vigoroso essa sperimenta l’aiuto della grazia divina. E ciò in modo singolarissimo avvenne nei primi tempi della Chiesa, non solo quando il nome cristiano era ritenuto delitto esecrabile da punirsi con la morte, ma anche quando la vera fede di Cristo, sconvolta dalla perfidia degli eretici che imperversavano soprattutto in Oriente, fu messa in gravissima prova. Infatti, come i persecutori dei cristiani, l’uno dopo l’altro, miseramente scomparvero, e lo stesso Impero romano cadde in rovina, così tutti gli eretici, quasi tralci inariditi perché recisi dalla vite divina, più non poterono succhiare la linfa vitale né fruttificare. – La Chiesa di Dio invece, fra tante procelle e vicissitudini di cose caduche, unicamente confidando in Dio, proseguì in ogni tempo il suo cammino con passo fermo e sicuro, né mai cessò di difendere vigorosamente l’integrità del sacro deposito della verità evangelica affidatole dal divino Fondatore. – Questi pensieri si riaffacciano alla Nostra mente, Venerabili Fratelli, nell’accingerCi a parlarvi in questa Lettera di quel veramente faustissimo avvenimento che fu il Concilio celebrato ad Efeso quindici secoli fa, nel quale, come fu smascherata l’astuta protervia degli erranti, così rifulse la inconcussa fede della Chiesa, sorretta dall’aiuto divino. – Sappiamo che per Nostro consiglio furono costituiti due Comitati di uomini insigni, incaricati di promuovere nel modo più solenne commemorazioni di questo centenario, non solo qui in Roma, capitale dell’orbe cattolico, ma in ogni parte del mondo. Né ignoriamo che le persone alle quali affidammo tale incarico speciale si adoperarono alacremente di promuovere la salutare iniziativa, senza risparmio di fatiche o di sollecitudini. Di questa alacrità dunque — assecondata, si può dire, dappertutto dal volenteroso e veramente mirabile consenso dei Vescovi e dei migliori fra i laici — non possiamo che grandemente congratularCi, perché confidiamo che ne abbiano a derivare, anche per l’avvenire, grandi vantaggi per la causa cattolica. – Ma considerando Noi attentamente questo avvenimento storico e i fatti e le circostanze ad esso connessi, stimiamo conveniente all’ufficio apostolico affidatoCi da Dio, rivolgerCi personalmente a voi con un’Enciclica in quest’ultimo scorcio del centenario e nella ricorrenza del tempo sacro in cui la B. V. Maria per noi « diede alla luce il Salvatore », e intrattenerCi con voi intorno a questo argomento che certo è della massima importanza. Nel fare ciò nutriamo ferma speranza che non solo le Nostre parole torneranno gradite ed utili a voi e ai vostri fedeli, ma, se esse verranno attentamente meditate con animo desideroso di verità da quanti Nostri fratelli e figli dilettissimi sono separati dalla Sede Apostolica, confidiamo che essi, convinti dalla storia maestra della vita, non potranno non provare almeno la nostalgia dell’unico ovile sotto l’unico Pastore, e del ritorno a quella vera fede, che gelosamente si conserva sempre sicura e inviolata nella Chiesa Romana. Infatti, nel metodo seguito dai Padri e in tutto lo svolgimento del Concilio di Efeso nell’opporsi all’eresia di Nestorio, tre dogmi della fede cattolica specialmente brillarono agli occhi del mondo nella piena loro luce, e di essi Noi tratteremo in modo speciale. Essi sono:

– che in Gesù Cristo unica è la Persona, e questa divina;

– che tutti devono riconoscere e venerare la B. V. Maria come vera Madre di Dio; e infine,

– che nel Romano Pontefice risiede, per divina istituzione, l’autorità suprema, somma e indipendente, su tutti e singoli i Cristiani, nelle questioni concernenti la fede e la morale.

I

Per procedere dunque con ordine nella trattazione, facciamo Nostra quella sentenziosa esortazione dell’Apostolo delle genti agli Efesini: « Riuniamoci finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità » . Le quali esortazioni dell’Apostolo, come furono seguite con sì mirabile unione d’animo dai Padri del Concilio di Efeso, così vorremmo che tutti, senza distinzione, facendo tacere ogni pregiudizio, le ritenessero come a sé rivolte e le mettessero felicemente in pratica. – Come è universalmente risaputo, autore di tutta la controversia fu Nestorio; non però nel senso che la nuova dottrina sia sbocciata tutta dal suo ingegno e dal suo studio, avendola egli certamente derivata da Teodoro, vescovo di Mopsuestia; ma egli, svolgendola poscia con maggiore ampiezza, e rimessala a nuovo con una certa apparenza di originalità, si diede a predicarla e a divulgarla con ogni mezzo con grande apparato di parole e di sentenze, dotato com’era di facondia singolare. Nato a Germanicia, città della Siria, si recò da giovane ad Antiochia per istruirsi nelle scienze sacre e profane. In questa città, allora celeberrima, professò dapprima la vita monastica; ma poi, volubile com’era, abbandonato questo genere di vita e ordinato sacerdote, si dedicò totalmente alla predicazione, cercandovi, più che la gloria di Dio, il plauso umano. La fama della sua eloquenza destò tanto favore nel pubblico e talmente si diffuse che, chiamato a Costantinopoli, allora priva del suo Pastore, fu elevato alla dignità episcopale, fra la più grande aspettazione comune. In questa così illustre sede, anziché astenersi dalle massime perverse della sua dottrina, continuò anzi a insegnarle e a divulgarle con maggiore autorità e baldanza. – Per bene intendere la questione, giova qui accennare brevemente ai principali capi dell’eresia nestoriana. Quell’uomo arrogante, giudicando che due ipostasi perfette, vale a dire la umana di Gesù e la divina del Verbo, si fossero riunite in una comune persona, o « prosopo » (com’egli si esprimeva), negò quell’ammirabile unione sostanziale delle due nature, che chiamiamo ipostatica; pertanto insegnò che l’Unigenito Verbo di Dio non s’era fatto uomo, ma si trovava presente nell’umana carne per la sua inabitazione, per il suo beneplacito e per la virtù della sua operazione. Di qui, non doversi Gesù chiamare Dio, ma « Theophoros » ossia Deifero; in modo non molto dissimile da quello per cui i profeti e gli altri santi possono chiamarsi Deiferi, cioè per la grazia divina loro concessa. – Da queste perverse massime di Nestorio seguiva doversi riconoscere in Cristo due persone, l’una divina e l’altra umana; e così ne scendeva necessariamente che la B. V. Maria non era veramente Madre di Dio, ossia « Theotócos », ma piuttosto Madre di Cristo uomo, ossia « Christotócos », o al più Accoglitrice di Dio, ossia « Theodócos » . – Questi empi dogmi, predicati non più nell’oscurità del segreto da un uomo privato, ma apertamente in pubblico dallo stesso Vescovo di Costantinopoli, produssero negli animi, massime nella Chiesa orientale, una gravissima perturbazione. E fra gli oppositori dell’eresia nestoriana, che non mancarono nemmeno nella capitale dell’Impero di Oriente, tiene certamente il primo posto quell’uomo santo e vindice della cattolica integrità che fu Cirillo, Patriarca di Alessandria. Questi, non appena conosciuta l’empia dottrina del Vescovo di Costantinopoli, zelantissimo com’era non soltanto dei figli suoi, ma altresì dei fratelli erranti, difese validamente presso i suoi la fede ortodossa, e si adoperò con animo fraterno di ricondurre Nestorio alla norma della verità, indirizzandogli una lettera. – Riuscito vano questo caritatevole tentativo a motivo della pervicace ostinazione di Nestorio, Cirillo, non meno buon conoscitore che fortissimo assertore dell’autorità della Chiesa Romana, non volle spingere più oltre la discussione né sentenziare di sua autorità in una causa tanto grave, senza prima domandare e udire il giudizio della Sede Apostolica. Scrisse perciò « al Beatissimo e a Dio dilettissimo Padre Celestino », una lettera piena di deferenza, dicendogli fra l’altro: « L’antica consuetudine delle Chiese ci induce a comunicare alla Tua Santità simili cause … » . « Né vogliamo abbandonare pubblicamente la comunione di lui (Nestorio), prima di farne cenno alla Tua pietà. Degnati pertanto di significarci la Tua sentenza, onde chiaramente ci possa constare se convenga che noi comunichiamo con uno che favorisce e predica una siffatta erronea dottrina. Quindi l’integrità della Tua mente e il Tuo parere su questo argomento deve venire esposto chiaramente per iscritto ai vescovi piissimi e a Dio devotissimi della Macedonia e ai Pastori di tutto l’Oriente » . – Nestorio stesso non ignorava la suprema autorità del Vescovo di Roma su tutta la Chiesa; e di fatto ripetutamente scrisse a Celestino, sforzandosi di provare la sua dottrina e di guadagnarsi e accattivarsi l’animo del santo Pontefice. Ma indarno; perché gli stessi scritti incomposti dell’eresiarca contenevano errori non lievi; e il Capo della Sede Apostolica non appena li scorse, mettendo subito mano al rimedio perché la peste dell’eresia non divenisse, temporeggiando, più pericolosa, li esaminò giuridicamente in un Sinodo, e solennemente li riprovò e ordinò che parimenti da tutti fossero riprovati. – E qui desideriamo, Venerabili Fratelli, che riflettiate attentamente quanto, in questa causa, il modo di procedere del Romano Pontefice differisca da quello seguito dal Vescovo di Alessandria. Questi infatti, pur occupando una sede stimata la prima della Chiesa Orientale, non volle, come abbiamo detto, dirimere da sé una gravissima controversia concernente la fede cattolica, prima di aver ben conosciuto il pensiero della Sede Apostolica. Celestino invece, riunito a Roma un Sinodo, esaminata ponderatamente la causa, in forza della suprema e assoluta sua autorità su tutto il gregge del Signore, pronunziò solennemente questa decisione sul Vescovo di Costantinopoli e sulla dottrina di lui: « Sappi dunque chiaramente », così scrisse a Nestorio, « che questa è la nostra sentenza: se di Cristo, Dio nostro, non predichi ciò che affermano la Chiesa Romana e Alessandrina e tutta la Chiesa Cattolica, come anche ottimamente sostenne la sacrosanta Chiesa di Costantinopoli fino a te, e se entro dieci giorni da computarsi da quello in cui avrai avuto notizia di questa intimazione, non ripudierai, con una confessione chiara e per iscritto, quella perfida novità che tenta di separare ciò che la Sacra Scrittura unisce, sei cacciato dalla comunione di tutta la Chiesa Cattolica. Il testo del nostro giudizio su di te abbiamo inviato, per mezzo del ricordato figlio mio il diacono Possidonio, con tutti i documenti, al santo mio consacerdote Vescovo della predetta città di Alessandria, che di tutto questo affare con maggior pienezza C’informò, perché, in nostra vece, faccia in modo che questa nostra decisione venga conosciuta da te e da tutti i fratelli; perché tutti debbono sapere quanto si fa, quando si tratta della causa di tutti » . – L’esecuzione di questa sentenza fu poi demandata dal Romano Pontefice al Patriarca di Alessandria con queste gravi parole: « Pertanto, forte dell’autorità della nostra Sede, tenendo le nostre veci, eseguirai, con forte vigore questa sentenza: o entro dieci giorni, da computarsi dal giorno di questa intimazione, egli condannerà con una professione scritta le sue perverse dottrine e confermerà di ritenere intorno alla natività di Cristo, Dio nostro, la fede professata dalla Chiesa Romana, da quella della tua santità e dall’universale sentimento; oppure, se ciò non farà, subito la tua santità, provvedendo a quella Chiesa, sappia ch’egli dev’essere in tutti i modi rimosso dal nostro corpo » . – Alcuni scrittori antichi e moderni, quasi per eludere la chiara autorità dei documenti riferiti, vollero su tutta questa controversia proferire giudizio, spesso con un’orgogliosa iattanza. Anche ammesso, così vanno sconsideratamente dicendo, che il Pontefice Romano abbia pronunciato una sentenza perentoria ed assoluta, provocata dal Vescovo di Alessandria emulo di Nestorio, e quindi da lui ben volentieri fatta sua, resta però il fatto che il Concilio, riunitosi più tardi ad Efeso, tornò a giudicare da capo tutta la causa, già giudicata e assolutamente condannata dalla Sede Apostolica, e con la suprema sua autorità stabili ciò che da tutti doveva ritenersi in tale questione. Quindi credono di poter concludere che il Concilio Ecumenico gode di diritti assai maggiori e più forti che non l’autorità del Vescovo di Roma. – Ma chi con lealtà di storico e con animo spoglio di pregiudizi riguardi diligentemente ai fatti e ai documenti scritti, non può non riconoscere che tale obiezione posa sul falso ed è solo una simulazione di verità. Anzitutto conviene avvertire che quando l’imperatore Teodosio, anche in nome del suo collega Valentiniano, indisse il Concilio Ecumenico, la sentenza di Celestino non era ancora giunta a Costantinopoli, e quindi non vi era per nulla conosciuta. In secondo luogo avendo Celestino appreso della convocazione del Concilio di Efeso da parte degli Imperatori, non si mostrò affatto contrario; anzi scrisse a Teodosio  e al Vescovo di Alessandria lodando il provvedimento e annunziando la scelta del Patriarca Cirillo, dei Vescovi Arcadio e Proietto e del prete Filippo, quali suoi legati, perché presiedessero al Concilio. Nel fare ciò il Romano Pontefice non rilasciò tuttavia all’arbitrio del Concilio la causa come non ancora giudicata, ma fermo restando, come si espresse, « quanto da Noi già si è stabilito » , affidò l’esecuzione della sentenza da lui pronunciata ai Padri del Concilio, in modo che essi, se fosse stato possibile, dopo essersi insieme consultati e aver pregato Iddio, si adoperassero per ricondurre all’unità della fede il Vescovo di Costantinopoli. Infatti, avendo Cirillo domandato al Pontefice come regolarsi in quell’affare, se cioè « il Sacro Sinodo dovesse riceverlo (Nestorio) nel caso che condannasse quanto aveva predicato; oppure valesse la sentenza già da tempo pronunziata, per essere ormai spirato il tempo dell’indugio », Celestino gli rispose: « Sia questo l’ufficio della tua santità insieme col venerando Concilio dei fratelli, di reprimere cioè gli strepiti sorti nella Chiesa, e di far sapere che, con l’aiuto divino, il negozio si è concluso con la desiderata correzione. Né diciamo già di non essere presenti al Concilio, non potendo non essere presenti a coloro con i quali, ovunque essi si trovino, Noi siamo congiunti per l’unità della fede … Costì Noi ci troviamo, perché pensiamo a ciò che costì si tratta per il bene di tutti; trattiamo presenti in ispirito ciò che non possiamo trattare presenti di corpo. Penso alla pace cattolica, penso alla salute di chi perisce, purché questi voglia confessare la sua malattia. E ciò diciamo perché non sembri che veniamo meno a chi forse vuole correggersi … Provi egli che Noi non abbiamo i piedi veloci ad effondere il sangue, conoscendo che anche per lui è offerto il rimedio ». – Queste parole di Celestino ne dimostrano l’animo paterno e attestano chiaramente ch’egli non bramava di meglio se non che rifulgesse alle menti accecate il lume della fede, e che la Chiesa fosse rallegrata dal ritorno degli erranti; tuttavia le prescrizioni da lui fatte ai legati in partenza per Efeso, sono certamente tali da manifestare la cura sollecita con cui il Pontefice ordinò che fossero mantenuti intatti i divini diritti della Sede Romana. Si legge infatti, tra l’altro: « Comandiamo che si debba custodire l’autorità della Sede Apostolica; poiché così parlano le istruzioni che vi sono state date, che cioè dobbiate esser presenti al Concilio e che se si venga alla discussione, voi dobbiate giudicare delle loro opinioni, non già entrare nella lotta » . Né diversamente si comportarono i legati, col pieno consenso dei Padri del Concilio. Infatti, ubbidendo con fermezza e fedeltà ai predetti ordini del Pontefice, giunti ad Efeso, quando già era finita la prima tornata, chiesero che fossero loro consegnati tutti i decreti della precedente riunione, perché potessero venire ratificati in nome della Sede Apostolica: «Domandiamo che vogliate esporci quanto fu trattato in questo santo Sinodo prima del nostro arrivo, affinché, secondo la mente del beato nostro Papa e di questo santo Concilio, anche noi lo confermiamo …» . – E il prete Filippo pronunciò dinanzi a tutto il Concilio quella famosa sentenza sul primato della Chiesa Romana, che viene riferita nella Costituzione dogmatica « Pastor Æternus » del Concilio Vaticano. Essa dice: «Nessuno dubita, anzi tutti i secoli conoscono, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno dal Signor Nostro Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, e che a lui fu data la potestà di sciogliere e legare i peccati; ed egli fino a questo tempo e sempre vive nei suoi successori ed esercita il giudizio » . – Che più? Forse che i Padri del Concilio Ecumenico si opposero a questo procedere di Celestino e dei suoi legati? Assolutamente no. Anzi rimangono documenti scritti che ne manifestano chiarissimamente la riverenza e l’ossequio. Quando infatti i legati pontifici, nella seconda tornata del Concilio, leggendo la lettera di Celestino, dissero fra l’altro: «Abbiamo inviato, nella nostra sollecitudine, i santi fratelli e consacerdoti, Arcadio e Proietto, Vescovi, e il nostro prete Filippo, uomini specchiatissimi e concordi con Noi, perché intervengano alle vostre discussioni ed eseguano ciò che già da noi è stato stabilito; e ad essi non dubitiamo che la vostra santità debba dare l’assenso …», i Padri, lungi dal ricusare questa sentenza come di giudice supremo, l’applaudirono anzi unanimemente e salutarono il Romano Pontefice con queste onorifiche acclamazioni: «Questo è il giusto giudizio! A Celestino, nuovo Paolo, a Cirillo nuovo Paolo, a Celestino custode della fede, a Celestino concorde col Sinodo, a Celestino tutto il Concilio rende grazie: un solo Celestino, un solo Cirillo, una sola la fede del Sinodo, una sola la fede del mondo ». – Come poi si venne alla condanna e alla riprovazione di Nestorio, i medesimi Padri del Concilio non credettero di poter liberamente giudicare da capo la causa, ma apertamente professarono di essere stati prevenuti e « costretti » dal responso del Romano Pontefice: « Conoscendo … che egli (Nestorio) sente e predica empiamente, costretti dai canoni e dalla lettera del Santissimo Padre nostro e consacerdote Celestino, Vescovo della Chiesa Romana, versando lacrime, veniamo necessariamente a questa lugubre sentenza contro di lui. Pertanto Gesù Cristo, nostro Signore, assalito dalle blasfeme voci di lui, per mezzo di questo santo Sinodo ha definito il medesimo Nestorio privato della dignità episcopale e separato da ogni consorzio e riunione sacerdotale ». – Questa fu altresì la professione fatta da Fermo, Vescovo di Cesarea, nella seconda sessione del Concilio, con le seguenti chiare parole: « L’Apostolica e Santa Sede del santissimo Vescovo Celestino, con la lettera indirizzata ai religiosissimi Vescovi, prescrisse anche in precedenza la sentenza e la regola intorno a questo caso; conformemente ad esse … giacché Nestorio, da noi citato, non è comparso, mandammo ad effetto quella condanna, proferendo contro di lui il giudizio canonico ed apostolico ». – Orbene, i documenti finora da noi ricordati provano in modo così ovvio e significativo la fede già allora comunemente in vigore in tutta la Chiesa intorno all’autorità indipendente ed infallibile del Romano Pontefice su tutto il gregge di Cristo, che Ci richiamano alla mente quella nitida e splendida espressione di Agostino sul giudizio pochi anni prima pronunziato dal papa Zosimo contro i Pelagiani nella sua Epistola Tractoria: « In queste parole la fede della Sede Apostolica è tanto antica e fondata, tanto certa e chiara è la fede cattolica, che non è lecito a un cristiano dubitare di essa » . m- È così avesse potuto intervenire al Concilio di Efeso il santo Vescovo di Ippona! come vi avrebbe illustrato i dogmi della verità cattolica con quell’ammirabile sua acutezza d’ingegno, vedendo il pericolo delle discussioni, e come li avrebbe difesi con la sua forza d’animo! Ma quando i legati degli Imperatori giunsero ad Ippona per consegnargli la lettera di invito, non poterono far altro che piangere estinto quel chiarissimo luminare della sapienza cristiana e la sua sede devastata dai Vandali. – Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, che alcuni di coloro che, specialmente ai nostri giorni, si dedicano alle ricerche storiche, si affannano non solo ad assolvere Nestorio di ogni taccia di eresia, ma ad accusare il santo Vescovo di Alessandria Cirillo quasi che questi, mosso da iniqua rivalità, calunniasse Nestorio e si adoperasse con tutte le sue forze a provocarne la condanna per dottrine non mai da lui insegnate. E i medesimi difensori del Vescovo di Costantinopoli non si peritano di lanciare la medesima gravissima accusa al beato Nostro antecessore Celestino, della cui imperizia Cirillo avrebbe abusato, e allo stesso sacrosanto Concilio di Efeso. – Ma contro un siffatto attentato, non meno vano che temerario, proclama unanime la sua riprovazione la Chiesa tutta, la quale in ogni tempo riconobbe come meritamente pronunziata la condanna di Nestorio, ritenne ortodossa la dottrina di Cirillo, annoverò sempre e venerò il Concilio Efesino tra i Concili Ecumenici celebrati sotto la guida dello Spirito Santo. – Ed infatti, pur tralasciando molte altre eloquentissime testimonianze, valga quella di moltissimi seguaci dello stesso Nestorio. Essi videro svolgersi gli eventi sotto i propri occhi, né erano legati a Cirillo da vincolo alcuno; eppure, benché spinti alla parte contraria dall’amicizia con Nestorio, dalla grande attrattiva dei suoi scritti e dall’acceso ardore delle dispute, nondimeno, dopo il Sinodo Efesino, come colpiti dalla luce della verità, a poco a poco abbandonarono l’eretico Vescovo di Costantinopoli, che appunto secondo la legge ecclesiastica era da evitare. Ed alcuni di essi certamente sopravvivevano ancora, allorché il Nostro predecessore di f. m. Leone Magno, così scriveva al Vescovo di Marsala Pascasino, suo legato al Concilio di Calcedonia: «Tu ben sai che tutta la Chiesa Costantinopolitana, con tutti i suoi monasteri e molti Vescovi, prestò il suo consenso e sottoscrisse alla condanna di Nestorio e di Eutiche, e dei loro errori » . – Nella lettera dogmatica, poi, all’imperatore Leone, egli accusa apertissimamente Nestorio come eretico e maestro di eresia, senza che alcuno gli contraddica. Egli scrive: « Si condanni dunque Nestorio, che opinò la Beata Vergine Maria essere madre soltanto dell’uomo e non di Dio, stimando altra essere la persona umana ed altra la divina, e non ritenendo un solo Cristo nel Verbo di Dio e nella carne, ma separando e proclamando altro essere il figlio di Dio, altro il figlio dell’uomo » . Né alcuno può ignorare che questo stesso fu solennemente sancito dal Concilio di Calcedonia, il quale riprovò nuovamente Nestorio e lodò la dottrina di Cirillo. Così pure il santissimo Nostro predecessore Gregorio Magno, non appena fu innalzato alla cattedra del beato Pietro, dopo avere ricordato — nella sua Lettera sinodica alle Chiese orientali — i quattro Concili Ecumenici, cioè il Niceno, il Costantinopolitano, l’Efesino e il Calcedonese, si esprime intorno ad essi con questa, nobilissima ed importantissima sentenza: «… Su di essi si innalza, come su pietra quadrata, l’edificio della santa fede; su di essi poggia ogni vita ed azione; chi non si appoggia ad essi, anche se sembri essere pietra, giace tuttavia fuori dell’edificio » . – Tutti dunque ritengano come certo e manifesto che veramente Nestorio propalò errori ereticali, che il Patriarca Alessandrino fu invitto difensore della fede cattolica, e che il Pontefice Celestino, col Concilio di Efeso, difese l’avita dottrina e la suprema autorità della Sede Apostolica.

II

Ma è tempo ormai, Venerabili Fratelli, che passiamo a considerare più profondamente quei punti di dottrina, i quali, mediante la condanna stessa di  Nestorio, furono apertamente professati e autorevolmente sanciti dal Concilio Ecumenico di Efeso. Orbene, oltre la condanna dell’eresia Pelagiana e dei suoi fautori, tra i quali senza dubbio era Nestorio, l’argomento principale che vi fu trattato, e che fu solennemente e unanimemente confermato da quei Padri, riguardava la sentenza del tutto empia e contraria alle Sacre Scritture, propugnata da questo eresiarca; ond’è che fu proclamato come assolutamente certo ciò che egli negava, e cioè in Cristo essere una sola persona, la Persona divina. Nestorio infatti, come dicemmo, ostinatamente sosteneva che il Divin Verbo si unisce all’umana natura in Cristo, non già sostanzialmente e ipostaticamente, bensì mediante un vincolo meramente accidentale e morale; e i Padri di Efeso, condannando appunto il Vescovo di Costantinopoli, proclamarono apertamente la vera dottrina dell’Incarnazione, che deve essere da tutti fermamente ritenuta. Ed invero Cirillo, nelle sue epistole e nei suoi capitoli, già in precedenza indirizzati a Nestorio e poi inseriti negli Atti di quel Concilio, accordandosi mirabilmente con la Chiesa di Roma, con chiare e ripetute parole ne difende la dottrina: « Pertanto in nessun modo è lecito scindere l’unico Signor nostro Gesù Cristo in due figli … La Scrittura infatti non dice che il Verbo ha associato a sé la persona umana, ma che si è fatto carne. Il dire che il Verbo si è fatto carne, significa che Egli, come noi, si è unito con la carne e col sangue; Egli dunque fece suo il nostro corpo e nacque uomo dalla donna, senza nondimeno abbandonare la divinità e la filiazione dal Padre: restò quindi, nella stessa assunzione della carne, quello che era » . – Infatti, come sappiamo dalle Sacre Scritture e dalla tradizione divina, il Verbo di Dio Padre non si congiunse con un uomo, già in sé sussistente, ma uno stesso e medesimo Cristo è il Verbo di Dio esistente ab æterno nel seno del Padre e l’uomo fatto nel tempo. Poiché la mirabile unione della divinità e dell’umanità in Cristo Gesù, Redentore del genere umano, la quale a ragione vien detta ipostatica, è appunto quella che è inconfutabilmente espressa nelle Sacre Lettere, allorché lo stesso unico Cristo, non solo è appellato Dio ed uomo, ma viene anche descritto in atto di operare e come Dio e come uomo, ed infine, di morire in quanto uomo e di risorgere glorioso dalla morte in quanto Dio. In altri termini, quello stesso che è concepito per virtù dello Spirito Santo nel seno della Vergine, nasce, giace nel presepe, si dice figlio dell’uomo, soffre, e muore confitto in croce, è quello stesso appunto che dall’Eterno Padre, in modo miracoloso e solenne è proclamato « mio Figlio diletto », dà con potere divino il perdono dei peccati, restituisce per virtù propria la sanità agli infermi e richiama i morti alla vita. Ora tutto ciò, mentre dimostra ad evidenza essere in Cristo due nature, dalle quali procedono operazioni umane e divine, non meno evidentemente attesta uno essere Cristo, Dio e Uomo nello stesso tempo, per quella unità della persona divina, per la quale è detto « Theànthropos ». – Inoltre, non vi è chi non veda come questa dottrina, costantemente insegnata dalla Chiesa, sia comprovata e confermata dal dogma della Redenzione umana. Infatti, come avrebbe potuto Cristo essere chiamato « primogenito fra molti fratelli » , essere ferito a causa della nostra iniquità, redimerci dalla schiavitù del peccato, se non fosse stato dotato di natura umana, come noi? E parimenti come avrebbe Egli potuto del tutto placare la giustizia del Padre celeste, offesa dal genere umano, se non fosse stato insignito, per la sua persona divina, di una dignità immensa e infinita? – Né è lecito negare questo punto della verità cattolica per la ragione che, se si dicesse che il Redentore nostro è privo della persona umana, per ciò stesso potrebbe sembrare che alla sua natura umana mancasse qualche perfezione, e quindi diventerebbe, come uomo, inferiore a noi. Poiché, come sottilmente e sagacemente osserva l’Aquinate, « la personalità in tanto appartiene alla dignità e alla perfezione di qualche cosa, in quanto appartiene alla dignità e alla perfezione di quella cosa l’esistere per se stessa, il che si intende col nome di persona. Però è più degno, per qualcuno, esistere in un altro di sé più elevato, che esistere per sé; quindi la natura umana è in maggiore dignità in Cristo, che non lo sia in noi, perché in noi, esistendo quasi per sé, ha la propria personalità; in Cristo, invece, esiste nella Persona del Verbo. Così pure l’essere completivo della specie appartiene alla dignità della forma; tuttavia la parte sensitiva è più nobile nell’uomo per la congiunzione ad una più nobile forma completiva, che non lo sia nel bruto animale, nel quale essa stessa è forma completiva ». – Inoltre è bene qui notare che, come Ario, quell’astutissimo sovvertitore dell’unità cattolica, impugnò la natura divina del Verbo, e la sua consostanzialità con l’Eterno Padre, così Nestorio, procedendo per una via del tutta diversa, rigettando cioè l’unione ipostatica del Redentore, negò a Cristo, sebbene non al Verbo, la piena ed integra divinità. Infatti, se in Cristo la natura divina fosse stata unita con quella umana solamente con vincolo morale (come egli stoltamente vaneggiava) — ciò che, come abbiamo detto, hanno in certo qual modo conseguito anche i profeti e gli altri eroi della santità cristiana, per la propria intima unione con Dio — il Salvatore del genere umano poco o nulla differirebbe da coloro che Egli ha redenti con la sua grazia e col suo sangue. Rinnegata dunque la dottrina dell’unione ipostatica, sulla quale si fondano ed hanno solidità i dogmi dell’Incarnazione e della redenzione umana, cade e rovina ogni fondamento della Religione Cattolica. – Però non Ci meravigliamo se, alla prima minaccia del pericolo dell’eresia Nestoriana, tutto l’orbe cattolico ha tremato; non Ci meravigliamo se il Concilio Efesino vivamente si è opposto al Vescovo di Costantinopoli che combatteva con tanta temerità ed astuzia la fede avita, ed eseguendo la sentenza del Romano Pontefice lo ha colpito col tremendo anatema. – Noi pertanto, facendo eco, in armonia di animo, a tutte le età dell’era cristiana, veneriamo il Redentore del genere umano non come « Elia… o uno dei profeti » nei quali abita la divinità per mezzo della grazia, ma ad una voce col Principe degli Apostoli, che ha conosciuto tale mistero per rivelazione divina, confessiamo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » . – Posta al sicuro questa verità dogmatica, se ne può facilmente dedurre che l’universale famiglia degli uomini e delle cose create è stata elevata dal mistero dell’Incarnazione a tale dignità, da non potersene certamente immaginare una maggiore, certo più sublime di quella alla quale fu innalzata con l’opera della creazione. Poiché in tal maniera nella discendenza di Adamo vi è uno, cioè Cristo, il quale perviene proprio alla sempiterna e infinita divinità, e con la stessa è congiunto in modo arcano e strettissimo; Cristo, diciamo, fratello nostro, dotato della natura umana, ma anche Dio con noi, ossia Emmanuele, che con la sua grazia e i suoi meriti, riconduce tutti noi al divino Autore, e ci richiama a quella beatitudine, dalla quale eravamo miseramente decaduti a causa del peccato originale. Nutriamo dunque per lui sensi di gratitudine, seguiamo i suoi precetti, imitiamone gli esempi. Così saremo consorti della divinità di colui « che si è degnato farsi partecipe della nostra umanità » . – Se però, come abbiamo detto, in ogni tempo, nel corso dei secoli la vera Chiesa di Gesù Cristo ha con somma diligenza difeso pura e incorrotta tale dottrina dell’unità di persona e della divinità del suo Fondatore, non così, purtroppo, avviene presso coloro che miseramente vagano fuori dell’unico ovile di Cristo. Infatti, ogni volta che qualcuno con pertinacia si sottrae al magistero infallibile della Chiesa, abbiamo da lamentare in lui anche una graduale perdita della sicura e vera dottrina intorno a Gesù Cristo. In realtà, se alle tante e così diverse sette religiose, a quelle in modo speciale sorte dal secolo XVI e XVII in poi, le quali si gloriano ancora del nome cristiano e al principio della loro separazione confessavano fermamente Cristo Dio e uomo, domandassimo che cosa ora ne pensano, ne avremmo risposte del tutto dissimili e fra loro contraddittorie; perché, sebbene pochi di essi abbiano conservato una fede piena e retta riguardo alla persona del nostro Redentore, quanto agli altri però, se in qualche maniera affermano qualcosa di simile, questo sembra piuttosto un residuo di quel prezioso aroma di antica fede, di cui ormai hanno perduto la sostanza. – Infatti essi presentano Gesù come un uomo dotato di divini carismi, congiunto in un certo modo misterioso, più degli altri, con la divinità, e a Dio vicinissimo; ma sono molto lontani dalla intera e genuina professione della fede cattolica. Altri infine, non riconoscendo nulla di divino in Cristo, lo dichiarano semplice uomo, adorno sì di esimie doti di corpo e di animo, ma soggetto anche ad errori e alla fragilità umana. Da ciò appare manifesto che tutti costoro, allo stesso modo di Nestorio, vogliono con ardire temerario « separare Cristo » e pertanto, secondo la testimonianza dell’Apostolo Giovanni, « non sono da Dio ». – Noi dunque, dal supremo fastigio di questa Sede Apostolica, esortiamo con cuore paterno tutti coloro che si gloriano di essere seguaci di Cristo, e che in Lui ripongono la speranza e la salute sia dei singoli sia dell’umano consorzio, ad aderire ogni giorno più fermamente e strettamente alla Chiesa Romana, nella quale si crede Cristo con fede unica, integra e perfetta, lo si onora con sincero culto di adorazione, lo si ama con perenne e vivida fiamma di carità. Si ricordino costoro, in modo speciale coloro che governano il gregge da Noi separato, che quella fede dai loro antenati solennemente professata in Efeso, è conservata immutata, e viene strenuamente difesa, come nell’età passata così al presente, da questa suprema Cattedra di verità; si ricordino che una tale purezza e unità di fede è fondata ed ha fermezza nella sola pietra posta da Cristo, e parimenti che solo per mezzo della suprema autorità del Beato Pietro e dei suoi Successori si può conservare incorrotta. – E quantunque di questa unità della Religione Cattolica abbiamo trattato più diffusamente pochi anni addietro nell’Enciclica Mortalium animos, gioverà tuttavia richiamarla qui brevemente in memoria, poiché l’unione ipostatica di Cristo, confermata in modo solenne nel Concilio Efesino, propone e rappresenta il tipo di quella unità di cui il nostro Redentore volle ornato il suo corpo mistico, cioè la Chiesa, « un solo corpo » , « ben compaginato e connesso » . E veramente, se la personale unità di Cristo è l’arcano esemplare al quale Egli stesso volle conformare l’unica compagine della società cristiana, ogni uomo di senno comprende che questa non può affatto sorgere da una certa vana unione di molti discordanti fra loro, ma unicamente da una gerarchia, da un unico e sommo magistero, da un’unica regola del credere, da un’unica fede dei Cristiani. – Questa unità della Chiesa, che consiste nella comunione con la Sede Apostolica, fu nel Concilio di Efeso splendidamente affermata da Filippo, legato del Vescovo Romano, il quale, parlando ai Padri Conciliari che ad una voce plaudivano alla lettera inviata da Celestino, proferì queste memorande parole: « Rendiamo grazie al santo e venerabile Sinodo, perché letta a voi la lettera del santo e beato Papa nostro, voi, membra sante, vi siete congiunti al capo santo con le vostre sante voci e con le vostre sante acclamazioni. Infatti la vostra beatitudine non ignora che il beato Apostolo Pietro è capo di tutta la fede ed anche degli Apostoli ». – Più che in passato, ora maggiormente, Venerabili Fratelli, è necessario che tutti i buoni siano stretti in Gesù Cristo e nella sua mistica sposa, la Chiesa, da un’unica, medesima e sincera professione di fede, poiché dappertutto tanti uomini cercano di scuotere il soave giogo di Cristo, respingono la luce della sua dottrina, calpestano le fonti della grazia, e infine ripudiano la divina autorità di Colui, che è diventato, secondo il detto evangelico, « il segno di contraddizione » . – Siccome da tale lacrimevole defezione da Cristo provengono innumerevoli mali che vanno ogni giorno crescendo, tutti cerchino l’opportuno rimedio da Lui, che « è stato dato agli uomini sulla terra e nel quale solamente possiamo avere salvezza ». – Così soltanto con l’aiuto del Sacro Cuore di Gesù, potranno spuntare tempi più felici per gli animi dei mortali, tanto per i singoli uomini, quanto per la società domestica e per la stessa società civile, al presente così profondamente sconvolta.

III

Dal punto della dottrina cattolica fin qui toccato, necessariamente deriva quel dogma della divina maternità, che predichiamo, della B. Vergine Maria: «non già come ammonisce Cirillo, che la natura del Verbo o la sua divinità abbia tratto il principio della sua origine dalla Vergine Santissima, ma nel senso che da Lei trasse quel sacro corpo informato dall’anima razionale, dal quale il Verbo di Dio, unito secondo la ipostasi, si dice sia nato secondo la carne » . Invero se il figlio della B. Vergine Maria è Dio, per certo Colei che lo generò deve chiamarsi con ogni diritto Madre di Dio; se una è la Persona di Gesù Cristo, e questa divina, senza alcun dubbio Maria deve da tutti essere chiamata non solamente Genitrice di Cristo uomo, ma Deipara, « Theotòcos ». Colei dunque che da Elisabetta sua cugina è salutata «Madre del mio Signore », della quale Ignazio Martire dice che ha partorito Iddio, e dalla quale Tertulliano dichiara che è nato Iddio, quella stessa noi veneriamo come alma Genitrice di Dio, cui l’eterno Iddio conferì la pienezza della grazia e che elevò a tanta dignità. – Nessuno poi potrebbe rigettare questa verità, tramandataci fin dall’inizio della Chiesa, per il fatto che la B. Vergine abbia fornito sì il corpo a Gesù Cristo, senza però generare il Verbo del Padre celeste; infatti, come a ragione e chiaramente già fin dal suo tempo risponde Cirillo, a quel modo che tutte le altre donne nel cui seno si genera il nostro terreno composto ma non l’anima, si dicono e sono veramente madri, così Ella ha similmente conseguito la divina maternità dalla sola persona del Figlio suo. – Giustamente quindi il Concilio Efesino ancora una volta riprovò solennemente l’empia sentenza di Nestorio, che il Romano Pontefice, mosso dallo Spirito divino, aveva condannato un anno prima. – E il popolo di Efeso era compreso da tanta devozione e ardeva di tanto amore per la Vergine Madre di Dio, che appena apprese la sentenza pronunziata dai Padri del Concilio, li acclamò con lieta effusione di animo e, provvedutosi di fiaccole accese, a folla compatta li accompagnò fino alla loro dimora. E certo, la stessa gran Madre di Dio, sorridendo soavemente dal cielo ad un così meraviglioso spettacolo, ricambiò con cuore materno e col suo benignissimo aiuto i suoi figli di Efeso e tutti i fedeli del mondo cattolico, perturbati dalle insidie dell’eresia nestoriana. – Da questo dogma della divina maternità, come dal getto d’un’arcana sorgente, proviene a Maria una grazia singolare: la sua dignità, che è la più grande dopo Dio. Anzi, come scrive egregiamente l’Aquinate: « La Beata Vergine, per il fatto che è Madre di Dio, ha una dignità in certo qual modo infinita, per l’infinito bene che è Dio » . Il che più diffusamente espone Cornelio a Lapide con queste parole: « La Beata Vergine è Madre di Dio; Ella dunque è di gran lunga più eccelsa di tutti gli Angeli, anche dei Serafini e dei Cherubini. È Madre di Dio; Ella perciò è la più pura e la più santa, così che dopo Dio non si può immaginare una purezza maggiore. È Madre di Dio; perciò qualsiasi privilegio concesso a qualunque Santo, nell’ordine della grazia santificante, Ella lo ha al di sopra di tutti » . – E allora perché i Novatori e non pochi acattolici riprovano così acerbamente la nostra devozione alla Vergine Madre di Dio, quasi riducessimo quel culto che solo a Dio è dovuto? Ignorano forse costoro, o non attentamente riflettono come nulla possa riuscire più accetto a Gesù Cristo, che certamente arde di un amore grande per la Madre sua, quanto il venerarla noi secondo il merito, premurosamente riamarla e studiarci, con l’imitazione dei suoi esempi santissimi, di guadagnarcene il valido patrocinio? – Non vogliamo però passare sotto silenzio un fatto che Ci riesce di non lieve conforto, come cioè ai nostri tempi, anche alcuni tra i Novatori siano tratti a conoscere meglio la dignità della Vergine Madre di Dio, e mossi a venerarla ed onorarla con amore. E questo certamente, quando nasca da una profonda sincerità della loro coscienza e non già da un larvato artificio di conciliarsi gli animi dei cattolici, come sappiamo che avviene in qualche luogo, Ci fa del tutto sperare che, con l’aiuto della preghiera, la cooperazione di tutti e con l’intercessione della B. Vergine che ama di amore materno i figli erranti, questi siano finalmente un giorno ricondotti in seno all’unico gregge di Gesù Cristo e, per conseguenza, a Noi che, sebbene indegnamente, ne sosteniamo in terra le veci e l’autorità. – Ma nella missione della maternità di Maria, ancora un’altra cosa, Venerabili Fratelli, crediamo doveroso ricordare: una cosa che torna certamente più dolce e più soave. Avendo Ella dato alla luce il Redentore del genere umano, divenne in certo modo madre benignissima, anche di noi tutti, che Cristo Signore volle avere per fratelli. Scrive il Nostro Predecessore Leone XIII di f.m.: «Tale ce la diede Iddio: nell’atto stesso in cui la elesse a Madre del suo Unigenito, le ispirò sentimenti del tutto materni, che nient’altro effondessero se non misericordia ed amore; tale da parte sua ce l’additò Gesù Cristo, quando volle spontaneamente sottomettersi a Maria e prestarle obbedienza come un figlio alla madre; tale Egli dalla croce la dichiarò allorché, nel discepolo Giovanni, le affidò la custodia e il patrocinio su tutto il genere umano; tale infine si dimostrò Ella stessa, quando, raccolta con animo grande quella eredità d’un immenso travaglio lasciatale dal Figlio moribondo, si diede subito a compiere ogni ufficio di madre ». – Per questo avviene che a Lei veniamo attratti come da un impulso irresistibile, e a Lei confidiamo con filiale abbandono ogni cosa nostra — le gioie cioè, se siamo lieti; le pene se siamo addolorati; le speranze se finalmente ci sforziamo di risollevarci a cose migliori —; per questo avviene che se alla Chiesa si preparano giorni più difficili, se la fede viene scossa perché la carità si è raffreddata, se volgono in peggio i privati e pubblici costumi, se qualche sciagura minaccia la famiglia cattolica e il civile consorzio, a Lei ci rifugiamo con suppliche, per chiedere con insistenza l’aiuto celeste; per questo, infine, quando nel supremo pericolo della morte, non troviamo più da nessuna parte speranza ed aiuto, a Lei innalziamo gli occhi lacrimosi e le mani tremanti, chiedendo fervidamente, per mezzo di Lei al Figlio suo, il perdono e l’eterna felicità nei cieli. – A Lei, dunque, ricorrano tutti con più acceso amore nelle presenti necessità dalle quali siamo travagliati; a Lei domandino con suppliche pressanti « di impetrare che le fuorviate generazioni tornino all’osservanza delle leggi, nelle quali è riposto il fondamento d’ogni pubblico benessere, e donde promanano i benefìci della pace e della vera prosperità. A Lei chiedano molto intensamente ciò che tutti i buoni devono avere in cima ai loro pensieri: che la Madre Chiesa ottenga il tranquillo godimento della sua libertà, la quale non indirizza ad altro che alla tutela dei supremi interessi dell’uomo, e dalla quale, come gli individui, così la società, anziché danno, trasse in ogni tempo i più grandi e inestimabili benefìci ». – Ma sopra ogni altra cosa, un particolare e certamente importantissimo beneficio desideriamo che da tutti venga implorato, mediante la intercessione della celeste Regina. Ella cioè, che è tanto amata e tanto devotamente onorata dagli Orientali dissidenti, non permetta che questi miseramente fuorviino e che sempre più si allontanino dall’unità della Chiesa e quindi dal Figlio suo, del quale Noi facciamo le veci sulla terra. Tornino a quel Padre comune, la cui sentenza accolsero tutti i Padri del Concilio Efesino e salutarono con plauso unanime quale « custode della Fede »; facciano ritorno a Noi, che per tutti loro portiamo un cuore assolutamente paterno, e volentieri facciamo Nostre quelle tenerissime parole con le quali Cirillo si sforzò di esortare Nestorio, affinché « si conservasse la pace delle Chiese e rimanesse indissolubile tra i sacerdoti di Dio il vincolo della concordia e dell’amore ». – Voglia il Cielo che spunti quanto prima quel lietissimo giorno in cui la Vergine Madre di Dio, fatta ritrarre in mosaico dal Nostro antecessore Sisto III nella Basilica Liberiana (opera che Noi stessi abbiamo voluto restituire al primitivo splendore), possa vedere il ritorno dei figli da Noi separati, per venerarla insieme con Noi, con un solo animo e una fede sola. Cosa che certamente Ci riuscirà oltre ogni dire gioconda. – Riteniamo inoltre di buon augurio l’essere toccato a Noi di celebrare questo quindicesimo centenario; a Noi, vogliamo dire, che abbiamo difeso la dignità e la santità del casto connubio contro i cavillosi assalti d’ogni genere; a Noi che abbiamo solennemente rivendicato alla Chiesa i sacrosanti diritti dell’educazione della gioventù, affermando ed esponendo con quali metodi dovesse impartirsi, a quali princìpi conformarsi. – Infatti questi due Nostri insegnamenti trovano sia nelle mansioni della divina maternità, sia nella famiglia di Nazaret un esimio modello da proporsi all’imitazione di tutti. Effettivamente, per servirci delle parole del Nostro Predecessore Leone XIII di f. m., « i padri di famiglia hanno in Giuseppe una guida eccellentissima di paterna e vigile provvidenza; nella Santissima Vergine Madre di Dio, le madri hanno un insigne modello di amore, di verecondia, di spontanea sottomissione e di fedeltà perfetta; in Gesù poi, che era a quelli sottomesso, i figli trovano un modello di ubbidienza tale da essere ammirato, venerato ed imitato ». – Ma è particolarmente giovevole soprattutto che quelle madri dei tempi moderni, le quali, infastidite della prole e del vincolo coniugale, hanno avvilito e violato i doveri che si erano imposti, sollevino lo sguardo a Maria, e seriamente considerino a quanto grande dignità il compito di madre sia stato da Lei innalzato. Così si può allora sperare che, con la grazia della celeste Regina, siano indotte ad arrossire dell’ignominia inflitta al grande sacramento del matrimonio, e che siano salutarmente animate a conseguire con ogni sforzo i pregi ammirabili delle virtù di Lei. – E qualora tutto ciò avvenga secondo i Nostri desideri, se cioè la società domestica — principio fondamentale di tutto l’umano consorzio — verrà ricondotta a così degnissima norma di probità, senza dubbio potremo affrontare e porre finalmente un riparo a quello spaventoso cumulo di mali da cui siamo travagliati. In tal modo avverrà « che la pace di Dio, la quale supera ogni intendimento, custodirà i cuori e le intelligenze di tutti », e che l’auspicatissimo regno di Cristo venga dovunque e felicemente ristabilito, mediante la mutua unione delle forze e delle volontà. Né vogliamo por fine a questa nostra Enciclica senza manifestarvi, Venerabili Fratelli, una cosa che certamente riuscirà a tutti gradita. Desideriamo cioè che non manchi un ricordo liturgico di questa secolare commemorazione: un ricordo che giovi a rinfervorare nel Clero e nel popolo la più grande devozione verso la Madre di Dio. Perciò abbiamo ordinato alla Sacra Congregazione dei Riti che vengano pubblicati l’Ufficio e la Messa della Divina Maternità, da celebrarsi in tutta la Chiesa universale. – Intanto a ciascuno di voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro, come auspicio dei celesti favori e quale pegno del Nostro cuore paterno, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 dicembre, nella festa della Natività di N. S. Gesù Cristo, dell’anno 1931, decimo del Nostro Pontificato.

 

PIUS PP. XI

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “SUPERIORE ANNO” DI S. S. LEONE XIII

Il Santo Rosario della Vergine Maria costituisce ancora una volta il tema di questa Enciclica del 1884, scritta un anno dopo la “Supremi Apostolatus Officio”, sua “gemella”, se ci è permesso usare questo termine, altro documento di esortazione nella pratica del Rosario da recitarsi in particolare nel mese di ottobre. Questo tema è una costante in diverse lettere ed esortazioni di S. S. Leone XIII, che reputa questa devozione e forma di preghiera mariana, l’arma essenziale nella lotta contro il “nemico infernale” che utilizza tutti gli stratagemmi possibili ed umanamente inimmaginabili, per attaccare la Santa Chiesa Cattolica ed i suoi fedeli. Ma per quanto potenti possano essere le armi in mano al “nemico” di Dio, che gestisce alla meglio i suoi adepti, comunisti, satanisti, mondialisti, liberisti, massoni di obbedienza varia, illuminati, palladiani, usurai kazari talmudisti e cabalisti, pseudo scienziati atei, astrologi-occultisti eliocentristi dediti al culto di Mitra, teologi e chierici modernisti e sedevacantisti, marrani, etc., etc., l’arma più efficace, per prova provata, è la piccola “fionda” della Fanciulla di Nazaret, che ha già abbattuto con semplici sassolini, numerosi Golia del passato, e altri e più agguerriti si appresta ad abbattere … il mio Cuore Immacolato trionferà (messaggio di Fatima). Il Sommo e Santo Pontefice si è sempre sforzato, nel corso del suo burrascoso Pontificato, di indicare a tutti i Cristiani questo mezzo sicuro di vittoria sul serpente primordiale, esortandoli assiduamente alla pratica speciale nel mese di ottobre, ed annettendovi, onde impreziosirlo ancor più spiritualmente, numerose ed ampie indulgenze. Oggi, naturalmente, tali appelli ed esortazioni, sono ancora più necessari ed impellenti, visto che il “nemico” sembra padrone assoluto di tutto il campo di battaglia, compresi i sacri edifici un tempo cattolici, essendosi infiltrato in tutte le istituzioni ed attività umane, in particolare nella Chiesa di Cristo che, eclissata ed esiliata in anfratti e catacombe di fortuna, è stata in apparenza sostituita da una nuova conventicola del baphomet, con l’intronizzazione addirittura del loro padrone: satana, avvenuta il 29 giugno del 1963 con doppia messa nera dal prossimo “dan. gay Gianbatty”, (dan. sta per dannato, come San. sta per Santo). Non ci resta dunque che seguire gli accorati consigli del Santo Padre, restare sereni e tranquilli con la corona tra le dita, aspettando il momento di raccogliere la testa di Oloferne, di Golia, del patriarca e dell’imperatore universale della blasfema trinità luciferina. Il Signore lo ha promesso solennemente … “non prævalebunt”, la Vergine lo ha ribadito a Fatima, e Leone XIII ce lo ricorda opportunamente in questa enciclica, “… ut cognóscant quia non est álius qui pugnet pro nobis, nisi tu, Deus noster” [Affinché conoscano che non c’è altri che combatta per noi se non tu, o Dio nostro] … et IPSA conteret caput tuum …

Superiore anno

S. Leone XIII

Lettera Enciclica

Lo scorso anno, come tutti sapete, con una Nostra lettera Enciclica abbiamo decretato che in ogni parte del mondo cattolico, per ottenere il soccorso celeste a favore della Chiesa messa a così dure prove, si onorasse la possente Madre di Dio secondo il santissimo rito del Rosario durante tutto il mese di ottobre. Ciò facendo, abbiamo seguito una Nostra ispirazione e l’esempio dei Nostri Predecessori che nei tempi più difficili della Chiesa, con uno zelo di pietà sempre crescente, ebbero la consuetudine di cercare un rifugio presso l’Augusta Vergine e implorare il suo aiuto con fervide preghiere. – La Nostra volontà è stata dovunque assecondata con un tal fervore ed una tale concordia degli animi che ne è risultata una prova luminosa dell’ardore per la religione e per la pietà che esiste nel popolo cristiano, e della speranza che tutti ripongono nella protezione celeste della Vergine Maria. Questo fervore di pietà e di fede dichiarata ha recato un sollievo ed una grande consolazione al Nostro cuore, oppresso da tante gravi preoccupazioni e da tanti mali, e Ci ha dato la forza per sopportare, se così vorrà Iddio, mali anche peggiori. Infatti, mentre lo spirito di preghiera si spande sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme, Noi siamo portati a sperare che certamente un giorno Iddio Ci esaudirà: sentendo pietà per le vicissitudini della sua Chiesa, Egli ascolterà infine le preghiere di coloro che Lo implorano per mezzo di Colei, che ha voluto fosse la dispensatrice delle grazie celesti. – Per la qual cosa, dinanzi alla permanenza delle cause che Ci hanno portato a stimolare la pietà pubblica nell’anno passato, Noi, come abbiamo detto, abbiamo ritenuto Nostro dovere, Venerabili Fratelli, di esortare anche nel corrente anno i popoli cristiani a perseverare in questo modo di preghiere e in queste formule dette del Rosario di Maria, e a meritare così l’efficace protezione della possente Madre di Dio. Poiché i nemici del nome cristiano mettono così grande ostinazione nei loro disegni, i difensori non debbono avere una volontà meno costante, quando specialmente il soccorso celeste e i benefici che Dio ci reca sono spesso il frutto della nostra perseveranza. – È opportuno rievocare qui l’esempio di quella grande Giuditta, immagine della Vergine benefattrice, che represse l’impazienza stolta dei Giudei che volevano stabilire a loro giudizio il giorno in cui Dio doveva soccorrere la città oppressa. Giova ancora ricordare l’esempio degli Apostoli, che hanno aspettato il dono immenso dello Spirito Santo a loro promesso, perseverando unanimemente nella preghiera con Maria, Madre di Gesù. – Anche ora, veramente, si tratta di un’impresa ardua e di grande importanza, quella di umiliare la potenza dell’antico astuto nemico, tracotante nella sua forza, e di restituire la libertà alla Chiesa ed al suo Capo; di conservare e di proteggere i baluardi sui quali riposano la sicurezza e la salvezza della società umana. Pertanto conviene vigilare perché, in questi giorni di lutto per la Chiesa, il santo costume del Rosario di Maria sia osservato con zelo e pietà, tanto più che queste preghiere, essendo composte in modo da rievocare nel loro ordine tutti i misteri della nostra salute, sono essenzialmente appropriate a suscitare lo spirito di pietà. – Per ciò che riguarda l’Italia è oggi soprattutto necessario implorare con la preghiera del Rosario l’aiuto della potentissima Vergine, poiché una calamità impensata non solo incombe, ma è già presente tra noi. Si tratta della peste asiatica che, passando i limiti che la natura, seguendo la volontà di Dio, pareva assegnarle, ha invaso i porti più frequentati della Francia e di là le regioni limitrofe dell’Italia. Dobbiamo dunque cercare un rifugio presso Maria, presso Colei che la Chiesa chiama, a giusto titolo e a buon diritto, la salutare, l’ausiliatrice, la protettrice, affinché, propizia alle preghiere che Le sono gradite, Ella si degni di apportarci il soccorso implorato di cacciare lontano da noi l’impuro flagello. – Pertanto all’avvicinarsi del mese di ottobre, mese in cui si compiono nel mondo cattolico le solennità consacrate a Maria Vergine del Rosario, Noi abbiamo deciso di rinnovare, anche quest’anno, tutte le prescrizioni stabilite per lo scorso anno. Decretiamo quindi e ordiniamo che dal primo giorno di ottobre al secondo giorno di novembre in tutte le Chiese parrocchiali, in tutti gli Oratori pubblici dedicati alla Madre di Dio, o anche in altri a scelta dell’Ordinario, si recitino quotidianamente le cinque decine del Rosario aggiungendovi le Litanie: se il Rosario si recita la mattina, si celebri contemporaneamente la Santa Messa; se nelle ore pomeridiane, si esponga all’adorazione il Santissimo Sacramento e in seguito i presenti siano purificati secondo il rito. Noi desideriamo inoltre che le Confraternite del Santissimo Rosario, dovunque, dove le leggi civili lo permettono, facciano una solenne processione per le vie ad incremento della pubblica pietà. – Per aprire alla pietà cristiana i tesori celesti della Chiesa, rinnoviamo tutte le Indulgenze concesse nel passato anno. A tutti coloro che nei giorni prescritti avranno assistito alla recita pubblica del Rosario e che avranno pregato secondo la Nostra intenzione, e pure a coloro che, impediti da una causa legittima, avranno fatto questo in privato, concediamo per ciascuna volta una Indulgenza presso Dio di sette anni e di sette quarantene. A coloro poi che nel tempo predetto avranno compiuto questi esercizi almeno dieci volte, sia pubblicamente nelle Chiese, sia per giusti motivi nell’interno delle loro case, e che si saranno confessati e comunicati, concediamo dal tesoro della Chiesa la grazia plenaria dei loro peccati. Concediamo pure questa grazia plenaria dei peccati e la remissione delle pene a tutti coloro che, sia nel giorno stesso della Beata Vergine del Rosario, sia in un giorno qualunque dell’ottava seguente, parteciperanno con l’anima purificata al divino banchetto, e avranno supplicato Dio e la Sua Madre Santissima secondo la Nostra intenzione in un edificio sacro al Signore. – Volendo infine provvedere a coloro che vivono in campagna e che, specialmente nel mese di ottobre, sono impegnati nel lavoro dei campi, concediamo che tutto ciò che abbiamo qui sopra decretato, come pure le sacre Indulgenze da guadagnarsi nel mese di ottobre, possa essere differito ai mesi successivi di novembre e di dicembre, secondo la decisione prudente degli Ordinari. – Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che i Nostri sforzi saranno coronati da frutti ricchi ed abbondanti, soprattutto se ciò che Noi abbiamo piantato e che la Vostra sollecitudine avrà irrigato, riceverà dal cielo l’abbondanza della grazia di Dio per il suo sviluppo. – Teniamo per certo che il popolo cristiano si mostrerà obbediente alla Nostra parola ed alla Nostra autorità Apostolica con quella fede e quel fervore di pietà di cui diede splendida testimonianza lo scorso anno. – Voglia la Patrona celeste, invocata con la preghiera del Rosario, assisterci propizia, e far sì che, rimosso ogni contrasto di opinioni, e restaurato il cristianesimo in tutte le parti del mondo, Noi otteniamo da Dio la tranquillità desiderata per la Chiesa. – Come pegno di questo beneficio a Voi, al Vostro Clero e ai popoli affidati alle Vostre cure, impartiamo con amore la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 30 agosto 1884, anno settimo del Nostro Pontificato.

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: VI È BEN NOTO

Approssimandosi il mese di ottobre, che la Chiesa dedica al santo Rosario, leggiamo oggi una breve ma importante Enciclica del Santo Padre Leone XIII, scritta stavolta in italiano, che costituisce un “proclama di guerra spirituale”, contro i mali del mondo e della Chiesa in particolare, sostenuti da empie ideologie e personaggi di malefica natura, asserviti al “signore dell’universo” attraverso le sue conventicole e logge di ogni risma. Il “proclama bellico” è tutto incentrato sull’arma più micidiale che il Cristiano possieda onde sconfiggere e schiacciare il capo del serpente maledetto che alimenta il suo odio implacabile per Dio, il suo Cristo, la santa Chiesa Cattolica, il popolo cristiano ed ogni singolo Cristiano. Questa arma, in tante occasioni già provata per la sua efficacia potentissima, è il Santo Rosario. Questo rimedio già all’epoca, mediante le incessanti esortazioni del Sommo Pontefice, e l’opera di chierici e laici fedeli, riuscì, almeno in gran parte, a tamponare i mali che si prospettavano e si verificarono effettivamente, mettendo in salvo almeno il Vicario di Cristo, il potere spirituale della sua Santa Chiesa, e parte del popolo italiano, sebbene funestato da guerre e catastrofi varie. Ma questa Lettera Enciclica è bene farla nostra oggi, nei nostri giorni, funestati ed impregnati di libertinismo sfrenato, irreligiosità pagana e sprezzante, apostasia di pressoché tutto il popolo, guidato da falsi chierici e corrotti governanti. Dove poterci appigliare, a chi rivolgerci per essere strappati al marasma infernale, a questa immane catastrofe, materiale e soprattutto spirituale, che ci sta coinvolgendo tutti, in particolare le giovani generazioni? Ancora una volta, come scriveva San Bernardo, dobbiamo guardare la Stella Maris ed invocare: Maria! Nelle sue mani c’è la nostra vittoria, nella corona del Santo Rosario c’è la fionda che potrà abbattere il Golia massonico, la potenza atomica, le insidie dei demoni. Seguiamo le indicazioni di Leone XIII, non ci abbattiamo, non demordiamo, ricordiamoci di Giosué, di Gedeone, di Giuda Maccabeo, ed ancor più dei guerrieri di Lepanto, di Vienna, di Belgrado che abbatterono la straripante barbarie musulmana confidando unicamente in Maria e nel Santo Rosario.

Alziamo gli occhi, e invochiamo: Maria!

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VI È BEN NOTO

EPISTOLA ENCICLICA

Ai Vescovi d’Italia.

DI S.S. LEONE XIII

Il Papa Leone XIII. Venerabili Fratelli.

Vi è ben noto quanta fiducia, in mezzo alle presenti calamità, abbiano Noi riposta nella gloriosa Vergine del Rosario per la salvezza e prosperità del popolo cristiano, per la pace e la tranquillità della Chiesa. Memori, per una parte, che nelle grandi distrette pastori e fedeli furono sempre usi di rivolgersi fiduciosi alla gran Madre di Dio, aiuto potentissimo dei Cristiani, nelle cui mani sono poste tutte le grazie; persuasi, per l’altra, che la devozione alla Vergine sotto il titolo del Rosario torna sommamente opportuna ai bisogni specialissimi dei tempi nostri, abbiamo voluto che questa devozione si ravvivasse dovunque, e sempre più largamente si stabilisse in mezzo ai fedeli di tutto il mondo. Già più volte, nell’inculcare la pia pratica del mese di ottobre ad onore della Vergine, ne abbiamo indicato i motivi, le speranze, il modo: e tutta quanta la Chiesa, in qualsiasi parte della terra, docile alla Nostra voce, ha sempre risposto con manifestazioni di singolare pietà al Nostro invito: ed anche ora di nuovo si apparecchia a pagare a Maria Santissima, per un intero mese, il tributo quotidiano della devozione a Lei tanto gradita. In questa santa e nobile gara non è rimasta addietro l’Italia, dove la pietà verso la Vergine è così profondamente radicata e così universalmente sentita; né dubitiamo, che anche in quest’anno l’Italia sia per dare bella prova del suo amore verso la gran Madre di Dio, e per apprestare a Noi nuovi motivi di consolazione e di conforto. Non possiamo tuttavia dispensarci dal rivolgere a Voi, Venerabili Fratelli, una parola di speciale esortazione, affinché con nuovo e singolare impegno in tutte le Diocesi italiane sia santificato il mese dedicato a Maria Santissima del Rosario.

È facile comprendere le particolari ragioni che a ciò Ci muovono. Fin da quando Iddio Ci ebbe chiamati a reggere sulla terra la sua Chiesa, Noi Ci studiammo di porre in opera tutti quei mezzi che sono in Nostro potere, e che credemmo più acconci alla santificazione delle anime e alla dilatazione del regno di Gesù Cristo. Non abbiamo escluso dalle Nostre quotidiane sollecitudini nessuna nazione né alcun popolo, ben sapendo che per tutti il Redentore ha profuso sulla croce il suo sangue prezioso, e a tutti ha aperto il regno della grazia e della gloria. Nessuno però può farsi meraviglia, se con singolare predilezione riguardiamo il popolo italiano: ché anche il divino Maestro, Gesù Cristo, fra tutte le parti del mondo prescelse l’Italia a Sede del suo Vicario in terra, e nei consigli della sua provvidenza dispose che Roma addivenisse la Capitale del mondo Cattolico. Per tal maniera il popolo italiano è chiamato a vivere in maggior prossimità col gran Padre della famiglia cristiana, e a dividerne più specialmente le gioie e i dolori. E purtroppo nella nostra Italia non mancano al presente gravissime ragioni di amarezza all’animo Nostro. La fede e la morale cristiana, preziosissimo retaggio tramandatoci dai nostri antenati, e che pur fece in ogni tempo la gloria della Patria nostra e de’ grandi italiani, sono o insidiosamente e quasi di nascosto, o palesemente e con ributtante cinismo assaliti da una mano di uomini, i quali si studiano di strappare agli altri la fede e la morale che essi hanno perduto. È facile intravedere in tutto questo, più che ogni altra cosa, l’opera delle sette, e di coloro che sono strumenti più o meno docili in mano di esse. Qui in Roma poi dove il Vicario di Cristo ha la sua Sede, si concentrano a preferenza gli sforzi di costoro e si manifestano in tutta la pertinace ferocia i loro satanici intendimenti.

Non abbiamo bisogno di dirvi, Venerabili Fratelli, di quale e quanta amarezza sia ripieno l’animo Nostro nel vedere esposte a così gravi pericoli le anime di tanti Nostri carissimi figli. E cresce questa Nostra amarezza nel veder Noi stessi posti nell’impossibilità di opporci a questi grandi mali con quella salutare efficacia che vorremmo, e che pure avremmo il diritto di avere: imperocché sono note a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il mondo le condizioni di vita alle quali siamo ridotti. Per questi motivi Noi sentiamo maggiore il bisogno d’invocare l’aiuto di Dio e la protezione della gran Vergine Madre. I buoni italiani preghino fervorosamente pe’ loro fratelli traviati, e preghino pel Padre comune di tutti, il Romano Pontefice, acciocché Iddio nella sua infinita misericordia accetti ed esaudisca i comuni voti de’ figli e del Padre. Ed anche per questa parte le Nostre più vive e più ferme speranze sono collocate nella gloriosissima Regina del Rosario: la quale fin da quando cominciò ad invocarsi con questo titolo, si mostrò prontamente soccorrevole ai bisogni della Chiesa e del popolo cristiano. Già altre volte ricordammo queste glorie e gli strepitosi trionfi riportati contro gli Albigesi e contro altri potenti nemici; glorie e trionfi che ridondano sempre non solamente a profitto della Chiesa perseguitata ed afflitta, ma a prosperità temporale altresì dei popoli e delle nazioni. Perché non potrebbero rinnovarsi nei bisogni presenti le stesse meraviglie di potenza e di bontà da parte della gran Vergine, a pro della Chiesa e del suo Capo e di tutto il mondo cristiano, sol che i fedeli sapessero rinnovare da parte loro gli splendidi esempi di pietà dati in simili congiunture dai loro maggiori? È perciò che Noi, a renderci vie più propizia questa potentissima Regina, intendiamo di onorarla sempre più sotto l’invocazione del Rosario e di accrescerne il culto. E così, a cominciare dall’anno che corre, abbiamo stabilito d’innalzare a rito doppio di seconda classe per tutta la Chiesa la solennità del Rosario. Ed allo stesso fine ardentemente bramiamo che il popolo cattolico italiano con particolare slancio di devozione sempre, ma singolarmente nel mese prossimo di Ottobre, si volga a questa gran Vergine, e faccia dolce violenza al suo cuore di Madre, pregandola per l’esaltazione della Chiesa e della Sede Apostolica, per la libertà del Vicario di Gesù Cristo in terra, per la pubblica pace e prosperità. E poiché l’effetto delle preghiere sarà tanto più grande e sicuro, quanto saranno migliori le disposizioni di chi prega, caldamente vi esortiamo, Venerabili Fratelli, che con tutte le industrie del vostro zelo vi adoperiate a ridestare nei popoli a voi commessi una fede vigorosa, viva ed operativa, e a richiamarli colla penitenza alla grazia e al fedele adempimento di tutti i doveri cristiani. Tra i quali, per le condizioni dei tempi, conviene considerare come principalissimo la franca e sincera professione della fede e della morale di Cristo, per la quale si vinca ogni rispetto umano e si mettano innanzi ad ogni altra cosa gl’interessi della religione e l’eterna salvezza delle anime. Poiché non conviene dissimulare che, quantunque per divina misericordia il sentimento religioso sia ancora vivo e largamente diffuso nel popolo italiano, pure anche in mezzo di esso, per malefico influsso degli uomini e dei tempi, ha cominciato a serpeggiare l’indifferentismo religioso; per cui va diminuendo quella pratica riverenza e quell’amor filiale verso la Chiesa, che furono gloria e nobile vanto dei maggiori. Sia per opera vostra, Venerabili Fratelli, che si risvegli potente nei vostri popoli il sentimento cristiano, l’interesse per la causa Cattolica, la fiducia nella protezione della Vergine, lo spirito di preghiera. Non è a dubitare che l’invitta Regina da tanti figli e con sì felici disposizioni invocata, non risponda benignamente alle loro voci, consoli la Nostra afflizione e coroni i Nostri sforzi a pro della Chiesa e dell’Italia, riconducendo per l’una e per l’altra giorni migliori.

Con questi sentimenti impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al clero, e al popolo commesso alle cure di ciascun di voi, l’Apostolica benedizione, pegno delle grazie e dei favori più eletti del cielo.

Dal Vaticano, 20 settembre 1887.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: INSCRUTABILI DEI CONSILIO

Molte delle cose profetizzate in questa prima enciclica di Papa Leone XIII, si sono perfettamente realizzate, e qualche altra è in via di realizzazione. Questa lettera sembra in gran parte una cronaca della situazione odierna in campo sociale, politico, morale e soprattutto religioso. Tutti i timori che il santo Padre esternava, si sono tutti concretizzati in una società profondamente corrotta, amorale, senza il minimo timor di Dio, affogata nella ricerca di piaceri e soddisfazioni materiali e sensuali, ma nello stesso tempo schiava nelle catene del “signore dell’universo, che la sta stritolando con crisi economiche, familiari, nazionali, mondiali, in una spirale vorticosa di morti e “spaventosa catastrofe” … secondo le parole del Santo Padre. Ma ciò che più di tutto è drammatico, cosa che nemmeno Leone XIII avrebbe mai immaginato, a parte la celebre visione profetica degli spiriti maligni piombati sulla Cattedra di San Pietro ad occuparne la Santa Sede, è il disfacimento spirituale che non solo ha invaso tutti gli ambiti societari, ma ha coinvolto soprattutto gli uomini che dovevano proteggere il gregge di Cristo loro affidato, i prelati-lupi modernisti della quinta colonna infiltrata nella Chiesa, i marrani gnostici e cabalisti aderenti a vario titolo alle conventicole del baphomet, e complici dell’azione dell’anticristo. È inutile ricordare il colpo di mano del 26 ottobre del 1958, l’insediamento di finti, perfidi, ipocriti, diabolici Pontefici-Patriarchi dei sedicenti illuminati, il conciliabolo anticattolico cosiddetto Vaticano II, la lunga serie di “burattini” insediati in cattedre curiali e in gay-village seminari in tutto il mondo, i sacramenti resi invalidi e sacrileghi per uccidere per sempre infinite anime, i teologi blasfemi della nouvelle thèologie, la stampa “stampella” gestita dai kazari-massoni, gli scienziati “vacui” e bugiardi della distruzione materiale dell’uomo, il piano criminale di sterilizzazione dell’umanità,  e via dicendo … Il piccolo gregge cattolico, nel pregare il Signore per costoro che … non sanno ciò che fanno, li invita a riflettere: “ma quanto pensate di vivere ancora?, non sentite già il gelo della pietra tombale sotto la quale a breve giacerete? E quando vi troverete davanti a Colui che state combattendo, bestemmiando, al quale avete distrutto [apparentemente] la Chiesa, al Giudice che tutto vede e tutto sa, cosa pensate di aver raggiunto, cosa direte … le promesse di lucifero e del satanasso non si sono mai realizzate, vuote menzogne, … raccoglierete fuoco e morte eterna, e per cosa? Cosa ha prodotto  il “non serviam” di Eva ed Adamo ingannati dal serpente? Il “vos eritis sicut dei” si trasformerà in “vos eritis sicut mancipia, enim semper” … schiavi per sempre, incatenati dal serpente maledetto. A cosa varrà l’aver combattuto Dio, il suo Cristo e la sua Chiesa? Quale premio raccoglierete, quale corona? … Non sapete che il Signore si riderà di voi, perché vede arrivare il vostro giorno e si vendicherà, per retto giudizio, per tutta l’eternità? Rinsavite, ancora siete in tempo prima che si scateni l’ira di un Dio rinnegato, vilipeso, calpestato … pensate che durerà per sempre? … pazzi illusi!

S. S. Leone XIII
Inscrutabili Dei consilio

Lettera Enciclica

Non appena, per arcano consiglio di Dio, fummo, sebbene immeritevoli, innalzati al vertice dell’Apostolica dignità, sentimmo vivissimo il desiderio e quasi il bisogno di rivolgerci a Voi non solo per esprimervi i sensi dell’intimo Nostro affetto, ma anche per soddisfare all’ufficio divinamente affidatoci di rafforzare Voi, che siete chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, a sostenere insieme con Noi l’odierna lotta per la Chiesa di Dio e per la salute delle anime. – Infatti fino dai primordi del Nostro Pontificato si presenta al Nostro sguardo il triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano: questo così universale sovvertimento dei principi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale; la pervicacia degl’ingegni intollerante di ogni legittima autorità; il perenne stimolo alle discordie, da cui le contese intestine e le guerre crudeli e sanguinose; il disprezzo delle leggi che proteggono costumi e giustizia; l’insaziabile cupidigia dei beni caduchi e la noncuranza degli eterni, spinta fino al pazzo furore che induce così spesso tanti infelici a darsi la morte; la improvvida amministrazione, lo sperpero, la malversazione delle pubbliche sostanze, come pure l’impudenza di coloro che con perfido inganno vogliono essere creduti difensori della patria, della libertà e di ogni diritto; infine quella letale peste che serpeggia per le più riposte fibre della società umana, la rende inquieta, e minaccia di travolgerla in una spaventosa catastrofe. – La causa principale di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa ed augustissima autorità della Chiesa, che in nome di Dio presiede al genere umano, ed è garante e sostegno di ogni legittimo potere. I nemici dell’ordine pubblico avendo conosciuto ciò, non ravvisarono mezzo più acconcio per scalzare le fondamenta della società che quello di aggredire costantemente la Chiesa di Dio, e con ingiuriose calunnie presentarla impopolare, e odiosa, quasi si opponesse alla vera civiltà; indebolirne ogni giorno con nuove ferite l’autorità e la forza, per abbattere il supremo potere del Romano Pontefice, custode e vindice sulla terra degli eterni ed immutabili principi di moralità e di giustizia. Di qua ebbero origine le leggi contro la divina costituzione della Chiesa Cattolica, che con immenso dolore vediamo pubblicate in molti Stati; di qua il disprezzo dell’autorità episcopale, e gli ostacoli all’esercizio del ministero ecclesiastico; la dispersione delle famiglie religiose, la confisca dei beni destinati al sostentamento dei ministri della Chiesa e dei poveri; la sottrazione dei pubblici istituti di carità e beneficenza dalla salutare direzione della Chiesa; la sfrenata libertà del pubblico insegnamento e della stampa, mentre in tutti i modi si calpesta e si opprime il diritto della Chiesa all’istruzione e all’educazione della gioventù. – Né ad altro mira l’usurpazione del civile Principato, che la divina Provvidenza ha concesso da tanti secoli al Romano Pontefice perché potesse esercitare liberamente e senza impaccio la potestà conferitagli da Cristo per l’eterna salute dei popoli. – Abbiamo voluto, Venerabili Fratelli, ricordarvi questo cumulo funesto di mali, non già per aumentare in Voi la tristezza che questa lacrimevole condizione di cose V’infonde nell’animo, ma perché Vi sia appieno palese a quale gravissima condizione siano condotte le cose che debbono essere l’oggetto del nostro ministero e del nostro zelo, e con quanto impegno sia necessario adoperarci per difendere e tutelare come possiamo la Chiesa di Cristo e la dignità di questa Sede Apostolica, assalita specialmente in questi tempi calamitosi con indegne calunnie. – È chiaro, Venerabili Fratelli, che la vera civiltà manca di solide basi, se non è fondata sugli eterni principi di verità e sulle immutabili norme della rettitudine e della giustizia, e se una sincera carità non lega fra loro gli animi di tutti e ne regola soavemente gli scambievoli uffici. Ora, chi oserà negare essere la Chiesa quella che, diffuso fra le nazioni il Vangelo, portò la luce della verità in mezzo a popoli barbari e superstiziosi, e li mosse alla conoscenza del divino Creatore e alla considerazione di se stessi; che abolendo la schiavitù richiamò l’uomo alla nobiltà primitiva di sua natura; che spiegato in ogni angolo della terra il vessillo della redenzione, introdotte o protette le scienze e le arti, fondati e presi in sua tutela gl’istituti di carità destinati al sollievo di qualunque miseria, ingentilì il genere umano nella società e nella famiglia, lo sollevò dallo squallore, e con ogni diligenza lo foggiò conforme alla dignità e ai destini della sua natura? Se un confronto si facesse fra l’età presente, decisamente nemica della religione e della Chiesa di Cristo, e quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre, si scorgerebbe con evidenza che l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio, e che al contrario quei tempi tanto più fiorirono per ottime istituzioni, per vita tranquilla, ricchezze e ogni bene, quanto più i popoli si mostrarono ossequienti al governo e alle leggi della Chiesa. Pertanto se i moltissimi beni, che testé ricordammo come derivati dal ministero e dal benefico influsso della Chiesa, sono opere e splendore di vera civiltà, tanto è lungi dalla Chiesa il volerla schivare od osteggiare, ché anzi a buon diritto se ne vanta nutrice, maestra e madre. – Anzi, una civiltà che si trovasse in contrasto con le sante dottrine e le leggi della Chiesa, della civiltà non avrebbe che l’apparenza e il nome. Ne sono manifesta prova quei popoli cui non rifulse la luce del Vangelo, presso i quali poté talvolta ammirarsi una esteriore lustra di civiltà, ma giammai i veraci ed inestimabili suoi beni. – No, non è perfezionamento civile lo sfacciato disprezzo d’ogni legittimo potere; non è libertà quella che attraverso modi disonesti e deplorevoli si fa strada con la sfrenata diffusione degli errori, con lo sfogo di ogni rea cupidigia, con l’impunità dei delitti e delle scelleratezze, con l’oppressione dei migliori cittadini. Essendo tali cose false, inique ed assurde, non possono certamente condurre l’umana famiglia a perfetto stato e a prospera fortuna, perché “il peccato immiserisce i popoli” (Pr XIV,34): ne consegue che, avendoli corrotti nella mente e nel cuore, con il loro peso li trascinano a rovina, sconvolgono ogni ordine ben costituito, e così, presto o tardi, conducono a gravissimo rischio la condizione e la tranquillità della pubblica cosa. – Qualora poi si volga lo sguardo alle opere del Pontificato Romano, qual cosa può esservi di più iniquo che il negare quanto bene i Pontefici Romani abbiano meritato di tutta la società civile? Certamente i Nostri Predecessori, al fine di procacciare il bene dei popoli, non esitarono ad intraprendere lotte di ogni genere, sostenere gravi fatiche, affrontare spinose difficoltà; e con gli occhi fissi al cielo, non curvarono mai la fronte alle minacce degli empi, né vollero con degeneri consensi tradire per lusinghe e promesse la loro missione. Fu questa Sede Apostolica che raccolse e cementò gli avanzi della vecchia società cadente; fu essa la benigna fiaccola che fece risplendere la civiltà dei tempi cristiani; fu essa, l’ancora di salvezza tra le fierissime tempeste che sbatterono l’umanità; il sacro vincolo di concordia che strinse fra loro nazioni lontane e diverse per costumi; fu infine il centro comune di religione e di fede, di azione e di pace. Che più? È vanto dei Pontefici Massimi l’essersi costantemente opposti quale muro e baluardo, perché la società umana non ricadesse nella superstizione e nell’antica barbarie. – Oh, se questa così salutare autorità non fosse stata mai disprezzata e ripudiata! Sicuramente il Principato civile non avrebbe perduto quel carattere solenne e sacro che la Religione gli aveva impresso, e che all’uomo sembra la sola condizione degna e nobile perché ubbidisca; né sarebbero scoppiate tante sedizioni e tante guerre a riempire di calamità e di stragi la terra; né regni, una volta floridissimi, sarebbero precipitati dal sommo della grandezza al fondo, sotto il peso di tante sciagure. Ne abbiamo l’esempio anche nei popoli di Oriente: rotti i soavi legami che li stringevano a questa Sede, perdettero lo splendore dell’antica grandezza, il prestigio delle scienze e delle arti, e la dignità dell’impero. – Benefìci tanto insigni, che derivarono dalla Sede Apostolica ad ogni parte della terra, come attestano illustri monumenti di ogni età, furono specialmente sentiti da questa regione Italiana, la quale essendo più vicina ad essa per condizione di luogo, ne colse più ubertosi frutti. Sì, l’Italia in gran parte va debitrice ai Romani Pontefici della sua vera gloria e grandezza, per le quali si levò al disopra delle altre nazioni. La loro autorità e la loro sollecitudine paterna più volte la protessero dagli assalti nemici, e le porsero sollievo ed aiuto perché la fede cattolica si mantenesse sempre incorrotta nel cuore degli Italiani. – Per tacere dei meriti degli altri Nostri Predecessori, citiamo particolarmente i tempi di San Leone Magno, di Alessandro III, di Innocenzo III, di San Pio V, di Leone X e di altri Pontefici, nei quali per opera o protezione di quei sommi, l’Italia scampò alla suprema rovina minacciatale dai barbari, salvò incorrotta l’antica sua fede, e tra le tenebre e lo squallore di un’epoca decadente nutrì e conservò vivo il fuoco delle scienze e lo splendore delle arti. Lo attesta questa Nostra alma Città, sede dei Pontefici, la quale trasse da essi tale singolarissimo vantaggio da divenire non solo rocca inespugnabile della fede, ma anche asilo delle belle arti, domicilio di sapienza, meraviglia e modello di tutto il mondo. Ricordato lo splendore di queste cose, affidato ad imperituri monumenti, si comprende facilmente che solo per astio e per indegna calunnia, al fine d’ingannare le moltitudini, si poté a voce e per iscritto insinuare che la Sede Apostolica sia un ostacolo alla civiltà dei popoli e alla felicità dell’Italia. – Quindi se le speranze dell’Italia e del mondo sono tutte riposte nella benefica influenza della Sede Apostolica, a comune vantaggio e nella unione intima di tutti i fedeli con il Romano Pontefice, ragione vuole che Noi Ci adoperiamo con la cura più solerte a conservare intatta la dignità della Cattedra Romana, e a rafforzare sempre più l’unione delle membra col Capo, dei figli col Padre. – Pertanto a tutelare innanzi tutto, nel miglior modo che Ci è dato, i diritti e la libertà della Santa Sede, non cesseremo mai di esigere che la Nostra autorità sia rispettata, che il Nostro ministero e la Nostra potestà siano pienamente liberi e indipendenti, e Ci sia restituita la posizione nella quale la Sapienza divina da gran tempo aveva collocato i Pontefici Romani. – Non è per vano desiderio di signoria o di dominio che Ci muoviamo, Venerabili Fratelli, per questa restituzione; Noi la reclamiamo perché lo esigono i Nostri doveri e i solenni giuramenti da Noi prestati; e perché non solo il Principato è necessario alla tutela e alla conservazione della piena libertà del potere spirituale, ma anche perché risulta evidente che quando si tratta del Dominio temporale della Sede Apostolica, si tratta altresì del bene e della salvezza di tutta l’umana famiglia. Quindi Noi, per ragione dell’ufficio che Ci impegna a difendere i diritti di Santa Chiesa, non possiamo affatto dispensarci dal rinnovare e confermare con questa Nostra lettera tutte le dichiarazioni e le proteste che il Nostro Predecessore Pio IX di santa memoria fece ripetutamente, sia contro l’occupazione del Principato civile, sia contro la violazione dei diritti della Chiesa Romana. Contemporaneamente Ci rivolgiamo ai Principi e ai supremi Reggitori dei popoli scongiurandoli, nel nome augusto dell’Altissimo Iddio, a non voler rifiutare in momenti così perigliosi il sostegno che loro offre la Chiesa; e ad unirsi concordi e volonterosi intorno a questa fonte di autorità e di salute, e a stringere vieppiù con essa intimi rapporti di rispetto e di amore. Faccia Iddio che essi, convinti di queste verità, e riflettendo che la dottrina di Cristo, come diceva Agostino, “se viene seguita, è sommamente salutare alla Repubblica” , e che nella incolumità e nell’ossequio alla Chiesa sono riposte anche la pubblica pace e la prosperità, rivolgano tutte le loro cure e i loro pensieri a migliorare le sorti della Chiesa e del visibile suo Capo, preparando in tal modo ai loro popoli, avviati per il sentiero della giustizia e della pace, una felice era di prosperità e di gloria. – Affinché poi ogni giorno più si faccia salda l’unione del gregge cattolico col Supremo Pastore, ora Ci rivolgiamo, con affetto tutto speciale, a Voi, Venerabili Fratelli, impegnando il Vostro zelo sacerdotale e la Vostra pastorale sollecitudine, affinché destiate nei fedeli a Voi affidati il santo fuoco di Religione che li muova a stringersi più fortemente a questa Cattedra di verità e di giustizia, a riceverne con sincera docilità di mente e di cuore tutte le dottrine, e a rigettare interamente le opinioni, anche le più diffuse, che conoscono essere contrarie agl’insegnamenti della Chiesa. A questo proposito i Romani Pontefici Nostri Predecessori, e da ultimo Pio IX di santa memoria specialmente nel Concilio Vaticano, avendo dinanzi agli occhi le parole di Paolo: “Badate che qualcuno non vi seduca per mezzo di filosofia inutile ed ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo i principi del mondo, e non secondo Cristo” (Col 2,8), non omisero di condannare, quando fu necessario, gli errori correnti, e di colpirli con l’Apostolica censura. E Noi, sulle orme dei Nostri Predecessori, da questa Apostolica Cattedra di verità confermiamo e rinnoviamo tutte queste condanne; e nel tempo stesso insistentemente preghiamo il Padre dei lumi che tutti i fedeli, con un solo animo e con una sola mente, pensino e parlino come Noi. Spetta però a Voi, Venerabili Fratelli, di adoperarvi a tutt’uomo affinché il seme delle celesti dottrine sia con larga mano sparso nel campo del Signore, e fino dai teneri anni s’infondano nell’animo dei fedeli gl’insegnamenti della fede cattolica, vi gettino profonde radici, e siano preservati dal contagio dell’errore. Quanto più i nemici della religione si affannano ad insegnare agli ignoranti, e specialmente alla gioventù, dottrine che offuscano la mente e guastano il cuore, tanto maggiore deve essere l’impegno, perché non solo il metodo d’insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perché lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica, vuoi nelle lettere, vuoi nelle scienze, ma in modo particolare nella filosofia, dalla quale dipende in gran parte il buon andamento delle altre scienze, e che non deve mirare ad abbattere la divina rivelazione, ma anzi a spianarle la via, a difenderla da chi la combatte, come ci hanno insegnato con l’esempio e con gli scritti il grande Agostino, l’Angelico Dottore, e gli altri maestri di sapienza cristiana. – Ma la buona educazione della gioventù, perché valga a tutelarne la fede, la religione ed i costumi, deve incominciare fin dagli anni più teneri nella stessa famiglia, la quale ai giorni nostri è miseramente sconvolta e non può essere restituita alla sua dignità se non si assoggetta alle leggi con cui fu istituita nella Chiesa dal suo divino Autore. Il quale, avendo elevato alla dignità di Sacramento il matrimonio, simbolo della unione sua con la Chiesa, non solo santificò il nuziale contratto, ma apprestò altresì ai genitori e ai figli efficacissimi aiuti per conseguire più facilmente, nell’adempimento dei vicendevoli uffici, la felicità temporale e quella eterna. Ma poiché leggi inique, disconosciuto il carattere religioso del Sacramento, lo ridussero alla condizione di un contratto puramente civile, ne derivò che, avvilita la nobiltà del cristiano connubio, i coniugi vivano invece in un legale concubinato, che non curino la fedeltà scambievolmente giurata, che i figli ricusino ai genitori l’obbedienza e il rispetto, s’indeboliscano gli affetti domestici e – quel che è di pessimo esempio e assai dannoso per il pubblico costume – che spessissimo ad un pazzo amore tengano dietro lamentevoli e funeste separazioni. Disordini tanto deplorevoli e gravi debbono, Venerabili Fratelli, eccitare il Vostro zelo ad ammonire con premurosa insistenza i fedeli affidati alle Vostre cure, affinché prestino docile orecchio agl’insegnamenti che toccano la santità del matrimonio cristiano, obbediscano alle leggi con cui la Chiesa regola i doveri dei coniugi e della loro prole. – Si otterrà con ciò anche un altro effetto desideratissimo, cioè il miglioramento e la riforma degli individui, poiché come da un tronco viziato derivano rami peggiori e frutti malaugurati, così la corruzione che contamina le famiglie giunge ad ammorbare e ad infettare anche i singoli cittadini. Al contrario, in una famiglia ordinata a vita cristiana, le singole membra pian piano si avvezzeranno ad amare la religione e la pietà, ad aborrire le false e perniciose dottrine, a seguire la virtù, a rispettare i superiori e a frenare quel sentimento di egoismo che tanto degrada e snerva la natura umana. A tal fine molto gioverà regolare e incoraggiare le pie associazioni, che principalmente ai giorni nostri, con grandissimo vantaggio degl’interessi cattolici, sono state fondate. – Grandi e superiori alle forze dell’uomo, Venerabili Fratelli, sono queste cose, oggetto delle Nostre speranze e dei Nostri voti: ma avendo Iddio fatte sanabili le nazioni della terra, e avendo istituito la Chiesa per la salvezza delle genti, promettendole la propria assistenza fino alla consumazione dei secoli, abbiamo ferma speranza che, grazie alle Vostre fatiche, l’umanità, ammaestrata da tanti mali e da tante sciagure, finalmente verrà a chiedere salute e felicità alla Chiesa, e all’infallibile magistero della Cattedra Apostolica. – Intanto, Venerabili Fratelli, non possiamo porre termine allo scrivere senza manifestare la gioia che proviamo per la mirabile unione e concordia che legano gli animi Vostri fra loro e con questa Sede Apostolica. Riteniamo che esse non solo siano il più forte baluardo contro gli assalti dei nemici, ma anche fausto e lietissimo augurio di migliore avvenire per la Chiesa. Mentre tutto questo è d’indicibile conforto alla Nostra debolezza, Ci dà pure coraggio a sostenere virilmente, nell’arduo ufficio che abbiamo assunto, ogni lotta a vantaggio della Chiesa. – Dai motivi di speranza e di gaudio che Vi abbiamo manifestati, non possiamo separare le dimostrazioni di amore e di riverenza che in questo inizio del Nostro Pontificato Voi, Venerabili Fratelli, e insieme con Voi diedero alla Nostra umile persona moltissimi sacerdoti e laici, i quali con lettere, con offerte, con pellegrinaggi e con altre pie attestazioni Ci fecero palese che l’affetto e la devozione portati al Nostro degnissimo Predecessore durano nei loro cuori egualmente saldi, stabili ed interi per la persona di un Successore tanto disuguale. Per questi splendidissimi attestati di cattolica pietà, umilmente diamo lode al Signore per la sua benigna clemenza; e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i diletti Figli da cui li ricevemmo, professiamo dall’intimo del cuore e pubblicamente i sensi della Nostra vivissima gratitudine, pienamente fiduciosi che in questa angustia di cose e difficoltà di tempi non Ci verranno mai meno la devozione e l’affetto Vostro e di tutti i fedeli. Né dubitiamo che questi splendidi esempi di filiale pietà e di cristiana virtù varranno moltissimo per muovere il cuore del clementissimo Dio a riguardare propizio il suo gregge e a dare alla Chiesa pace e vittoria. E poiché speriamo che Ci siano più presto e più facilmente concesse questa pace e questa vittoria se i fedeli esprimeranno costantemente i loro voti e le loro preghiere per ottenerle, Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, ad impegnarli e ad infervorarli a tal fine, invocando quale mediatrice presso Dio l’Immacolata Regina dei Cieli, e per intercessori San Giuseppe, Patrono celeste della Chiesa, i Santi Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, al potente patrocinio dei quali raccomandiamo supplichevoli l’umile Nostra persona, tutta la gerarchia della Chiesa e tutto il gregge del Signore. – Del resto vivamente desideriamo che questi giorni, nei quali solennemente ricordiamo la risurrezione di Gesù Cristo, siano per Voi, Venerabili Fratelli, e per tutta la famiglia cattolica, felici, salutari e pieni di santa allegrezza; e preghiamo il benignissimo Dio che col sangue dell’Agnello immacolato, con cui fu cancellato il chirografo della nostra condanna, siano lavate le colpe contratte, e sia benignamente mitigato il giudizio a cui per quelle sottostiamo. “La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo, la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito Santo siano con tutti Voi”, Venerabili Fratelli, ai quali tutti e singoli, come pure ai diletti Figli, clero e popolo delle Vostre Chiese, in pegno di speciale benevolenza e quale augurio del celeste aiuto impartiamo con tutto l’affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nel giorno solenne di Pasqua, il 21 aprile 1878, anno primo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: DIVINO AFFLANTE SPIRITU di S. S. PIO XII

In occasione dei 50 anni dalla pubblicazione dell’Enciclica “Providentissimus Deus” di Leone XIII, il Santo Padre Pio XII, torna sull’argomento “Sacra Scrittura”, ribadendo in sostanza quanto già contenuto nella lettera del suo Illustre predecessore, con degli aggiornamenti rispetto all’incentivo dello studio delle lingue orientali antiche, per meglio comprendere i testi originali, ed all’insegnamento da parte di persone ben istruite. Ma in realtà tutta la questione rimane inalterata rispetto alla IV Sessione del Concilio di Trento, ove la Vulgata viene considerata la vera ed unica Bibbia, così cristallizzata, divinamente ispirata fin nella traduzione di San Girolamo. D’altra parte, come poteva la Chiesa, alla quale Gesù aveva assicurato l’infallibilità in materia di fede e morale, utilizzare nel suo insegnamento divino, una Scrittura errata o manipolata, o umanamente alterata? Gli studi biblici, servono quindi a meglio convincere i “nemici della Chiesa” [… che per partito preso non si convinceranno mai!] sulla veridicità assoluta della Sacra Scrittura, anche quando gli scritti sembrano contrari a quanto la scienza umana (…questa sì fallibile e manipolata per loschi fini) afferma, definisce, per poi ricredersi con ulteriori “scoperte” continuamente “aggiornate” [perché false e quindi, da coprire con ulteriori falsità]. Non è quindi la Sacra Scrittura che deve adeguarsi a “scoperte” o teorie mai dimostrate con fatti riproducibili e razionalmente certi, o se preferite alla “fantascienza” di pretesi cabalisti o gnostici dediti ad esempio all’astrologia, all’alchimia, alle teurgie varie [esempio lampante i vari aderenti alle Accademie o “conventicole esoteriche” del Rinascimento, gli adoratori delle divinità solare o planetarie come Copernico, Galilei, Newton, Keplero, Cartesio e idioti affini vari, fino ai moderni corrotti e pervertiti “premi Nobel”], bensì la vera Scienza che in umiltà, impara dalle Scritture Sacre e cerca di comprendere i fenomeni, le leggi da esse desunte, per il bene e l’utilità generale. Oltre che ben studiare le Scritture, occorre parallelamente approfondire anche le armi dei “nemici di Dio, del suo Cristo e di tutti gli uomini”, cioè le dottrine gnostiche [cabalistiche, massoniche …] e le applicazioni fantascientifiche oggi più che mai in voga, … e qui pensiamo al mai dimostrato ed assurdo, sotto ogni profilo, eliocentrismo, alla “superbufala del millennio” [altro che fake news!!] della “palla che gira” e dei miliardi di “palle giranti”, semoventi e “sparate” a velocità supersoniche da una fantastica fumettistica esplosione cosmica … cose inventate di sana pianta e mai documentate se non con dimostrazioni cinematografiche, riprese effettuate in studi televisivi superaccessoriati, foto taroccate e quant’altro la moderna tecnologia mette a disposizione dell’inganno. E allora svegliamoci, l’unica verità è quella che Gesù Cristo e la sua unica vera Chiesa, cioè la Santa Chiesa Cattolica Romana, ci hanno da sempre, e continuano tuttora, a rivelarci, insegnarci, indicarci con il suo vero ed ultimo scopo, che è quello della salvezza eterna dell’anima.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

DIVINO AFFLANTE SPIRITU

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI
VESCOVI ED ALTRI ORDINARI AVENTI PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA, COME PURE A TUTTO IL CLERO E AI FEDELI DELL’ORBE CATTOLICO: SUL MODO PIÙ OPPORTUNO
DI PROMUOVERE GLI STUDI BIBLICI

VENERABILI FRATELLI, DILETTI FIGLI
SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE

INTRODUZIONE

Occasione dell’Enciclica «Providentissimus Deus»
Modo di celebrare il cinquantenario

Ispirati dal divino Spirito, i Sacri Autori scrissero quei Libri dei quali Dio, nel suo paterno amore verso l’uman genere, si è degnato far dono “per ammaestrare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto e reso adatto a qualsiasi opera buona” (II Tim. III, 16 s.). Non fa quindi meraviglia se la Santa Chiesa, che questo tesoro dal Cielo donatole tiene qual fonte preziosissima e norma divina del dogma e della morale, come lo ricevette illibato dalle mani degli Apostoli, così con ogni cura lo conservò, lo difese da qualsiasi errata e storta interpretazione e con premura lo adoperò allo scopo di arrecare alle anime l’eterna salute. Di ciò fanno eloquente testimonianza quasi innumerevoli documenti d’ogni secolo. Ma nei tempi più recenti, venendo minacciata da speciali assalti la divina origine dei Sacri Libri e la retta loro interpretazione, con ancor maggiore impegno e diligenza la Chiesa ne prese la difesa e la protezione. Perciò il sacro Concilio di Trento con solenne decreto stabilì doversi riconoscere “per sacri e canonici i Libri interi con tutte le loro parti, quali si usò leggerli nella Chiesa cattolica e stanno nell’antica edizione latina volgata” (Sessione IV, decr. I; Ench. Bibl. n. 45). Nell’età nostra il Concilio Vaticano, a riprovazione delle false dottrine intorno all’ispirazione, dichiarò che la ragione del doversi quei medesimi Libri tener dalla Chiesa per sacri e canonici “non è che, dopo essere stati composti per sola industria umana, la Chiesa li abbia poi con la sua autorità approvati, ne soltanto il fatto che contengono la rivelazione senza alcun errore, ma bensì che, scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali alla stessa Chiesa furono affidati” (Sessione III, Cap. 2; Ench. Bibl. n. 62). Tuttavia anche dopo, in contrasto con questa solenne definizione della dottrina cattolica, la quale ai Libri “interi con tutte le loro parti” rivendica tale autorità divina, che va esente da qualunque errore, alcuni autori cattolici non si peritarono di restringere la verità della Sacra Scrittura alle sole cose riguardanti la fede e i costumi, e di considerare le rimanenti, sia di scienze naturali sia di storia, come “dette alla sfuggita” e senza alcuna connessione, secondo loro, con le verità di Fede. Perciò il Nostro Predecessore di immortale memoria Leone XIII, con l’Enciclica “Providentissimus Deus” del 18 novembre 1893, come inflisse a quegli errori la ben meritata condanna, così lo studio dei Libri Divini regolò con prescrizioni e norme sapientissime. – Di quella Enciclica, che va tenuta come la Magna Charta degli studi biblici, è ben giusto che si celebri il compiersi del cinquantesimo anno dalla sua pubblicazione. Quindi è che Noi per quella cura della quale, sin da quando salimmo al Sommo Pontificato, circondammo gli studi sacri (Sermo ad alumnos Seminariorum… in Urbe 24 giugno 1939; A. A. S. XXXI, 1939, p. 245-251), abbiamo stimato opportunissimo Nostro còmpito, da una parte confermare e inculcare quanto già quel Nostro Predecessore ha con tanta saggezza stabilito ed i Successori di Lui hanno contribuito a rassodare e perfezionare, dall’altra insegnare quanto sembrano al presente richiedere i tempi, per maggiormente spronare tutti i figli della Chiesa, che a tali studi si dedicano, in così necessaria e lodevole impresa.

I

PARTE STORICA

CURE DI LEONE XIII E SUOI SUCCESSORI
PER GLI STUDI BIBLICI

  • I – ATTI DI LEONE XIII

Dottrina sull’inerranza biblica

Prima e somma cura di Leone XIII fu quella di esporre la dottrina della verità dei Sacri Libri e difenderla dagli attacchi avversari. Perciò con gravi parole affermò non esservi errore quando l’agiografo, parlando di cose fisiche, “si attenne a ciò che appare ai sensi”, come scrisse l’Angelico (Cfr. I. q. 70, art. I ad 3), esprimendosi “o con qualche locuzione metaforica o in quella maniera che ai suoi tempi si usava nel comune linguaggio ed ancor oggi si usa di molte cose nel quotidiano conversare anche fra la gente più dotta”. Infatti “non fu intenzione dei sacri autori – o meglio, per usare le parole di Sant’Agostino (De Gen. ad litt. 2, 9, 29; P. L. XXXIX, col. 270 sq.; CSEL. XXVIII, III, 2, p. 46) – dello Spirito di Dio, che per mezzo di essi parlava, di insegnare agli uomini queste cose, e cioè l’intima costituzione degli oggetti visibili, che nulla importano per la salute eterna” (Leone XIII, Acta XIII, p. 355; Ench. Bibl. n. 106). Tale principio “gioverà applicarlo anche alle scienze affini, specialmente alla storia”, confutando cioè “in maniera non molto diversa i sofismi degli avversari” e sostenendo “contro le loro obiezioni la verità storica della Sacra Scrittura” (Cfr. Benedetto XV, Enc. “Spiritus Paraclitus“).

Né può essere tacciato di errore il sacro scrittore, se in qualche luogo “ai copisti, nel trascrivere i codici, è sfuggito qualche sbaglio”, ovvero se “rimane dubbio il senso preciso di qualche frase”. Infine non è assolutamente permesso “restringere l’ispirazione soltanto ad alcune parti della Sacra Scrittura o concedere che lo stesso autore sacro abbia errato”, perché la divina ispirazione “di sua natura non solo esclude ogni errore, ma con quella medesima necessità lo esclude e lo respinge, con la quale è d’uopo che Dio, somma Verità, non possa essere autore d’alcun errore. Tale è l’antica e costante fede della Chiesa” (Leone XIII, Acta XIII, p. 357 sq.; Ench. Bibl. n. 109 sq.). – Questa dunque è la dottrina che il Nostro Predecessore Leone XIII con tanta gravità ha esposta, e che Noi pure con la Nostra autorità proponiamo e inculchiamo perché sia da tutti scrupolosamente mantenuta. Né minor impegno vogliamo che si ponga anche oggi nel seguire i consigli e gli incitamenti che egli, in conformità al suo tempo, con somma saggezza vi aggiunse. Infatti vedendo sorgere nuove e non lievi difficoltà e questioni, sia per i preconcetti del razionalismo dilagante, sia, soprattutto, per gli antichissimi monumenti scavati ed investigati in Oriente, il medesimo Nostro Predecessore, spinto dallo zelo del suo apostolico ufficio, e bramoso che ad una così segnalata fonte della rivelazione cattolica non solo si desse più sicuro e più fruttuoso adito per utilità del gregge del Signore, ma insieme non si recasse alcun nocumento, espresse il suo vivo desiderio “che molti intraprendessero e saldamente sostenessero la difesa delle divine Carte, e che specialmente coloro che dal la grazia divina sono chiamati ai sacri Ordini, con diligenza ogni di più grande si applicassero, come è più che giusto, alla lettura, meditazione e spiegazione di esse” (Cfr. Leone XIII, Acta XIII, p. 328; Ench. Bibl. n. 67 sq.).

Impulso dato agli studi biblici:
Scuola Biblica di Gerusalemme. Commissione Biblica

Con tali intenti lo stesso Pontefice aveva ancor prima lodato e approvato la Scuola Biblica eretta a Gerusalemme presso la Basilica di Santo Stefano per cura del Maestro Generale del Sacro Ordine dei predicatori, perché da essa, come egli medesimo si espresse, “erano venuti agli studi biblici grandi vantaggi, e maggiori ancora se ne aspettavano” (Litt. Apost. “Hierosolymæ in coenobio“, 17 Sett. 1892; Leone XIII, Acta XII, pp. 239241, v. pag. 240); l’ultimo anno di sua vita aggiunse poi un nuovo mezzo, per cui questi studi tanto raccomandati nell’Enciclica “Providentissimus” venissero sempre meglio coltivati e con tutta sicurezza promossi. Infatti con la Lettera Apostolica “Vigilantiæ” (30 ott. 1902) istituiva un Consiglio o Commissione, come suol dirsi, di gravi persone, “le quali avessero per proprio loro còmpito l’adoperarsi con ogni mezzo a far si che le divine Lettere siano dai nostri universalmente maneggiate con quella più squisita cura che richiedono i tempi, e si tengano immuni non solo da qualsivoglia soffio di errore, ma anche da ogni temerità di opinione” (Cfr. Leone XIII, Acta XIII, p. 232 ss.; Ench. Bibl. n. 130-142; v. nn. 130, 132). Questa Commissione Noi pure, dietro l’esempio dei Nostri Predecessori, l’abbiamo con fermata e rafforzata col fatto, valendoCi, come più volte per l’innanzi, della sua opera per richiamare gli espositori dei Sacri Libri a quelle sane leggi di interpretazione cattolica, che i Santi Padri, i Dottori della Chiesa e i Sommi Pontefici stessi hanno tramandate (Lettera della Pontificia Commissione Biblica agli Ecc.mi Arcivescovi d’Italia del 20 Ag. 1941; A. A. S., 1941, vol. XXXIII, pp. 465-472).

2 – ATTI DEI SUCCESSORI DI LEONE XIII

Pio X: Gradi accademici. Programma di studi biblici
Istituto Biblico

Qui non sembra fuori di luogo ricordare con animo grato i principali e più utili contributi dei Nostri Predecessori al medesimo fine: quelli che si potrebbero dire o compimenti o frutti della felice iniziativa di Leone XIII. E anzitutto Pio X, volendo “fornire un mezzo pratico di preparare buon numero di maestri, stimati per solidità e sincerità di dottrina, i quali nelle scuole cattoliche spiegassero i Sacri libri”, istituì “i gradi accademici di Licenziato e di Dottore in Sacra Scrittura, da conferirsi dalla Commissione Biblica” (Lett. Ap. “Scripturæ Sanctæ“, 23 febbr. 1904; Pio X, Acta I, pp. 176-179; Ench. Bibl. nn. 142-150, v. nn., 143-144); poi dettò leggi “sul programma degli studi di Sacra Scrittura nei Seminari” al lo scopo che gli Ecclesiastici “non solo avessero essi una profonda cognizione della Bibbia, del suo valore e dottrina, ma anche sapessero poi rettamente esercitare il ministero della divina parola e di fendere dalle obiezioni i libri scritti sotto l’ispirazione di Dio” (Lett. Apost. “Quoniam in re biblica“, 27 marzo 1906; Pio X Acta III, pp. 72-76; Ench. Bibl. nn. 155-173, v. n. 155); infine “affinché si avesse in Roma un centro di alti studi biblici, il quale, nel modo più efficace che sia possibile, facesse progredire la scienza della Bibbia e delle materie con essa connesse”, fondò, affidandolo all’inclita Compagnia di Gesù, il Pontificio Istituto Biblico, il quale volle fosse “fornito di scuole superiori e di ogni attrezzatura di istruzione biblica”, e ne prescrisse il funzionamento e le regole, dichiarando di eseguire per tal guisa “il salutare e fruttuoso proposito” di Leone XIII (Lett. Ap. “Vinea electa“, 7 maggio 1901); A. A. S., 1909, vol. I, pp. 447-449, Ench. Bibl. nn. 293-306, v. nn. 296 et 294). Pio XI:

Gradi accademici resi obbligatori
Monastero di S. Girolamo per la revisione della Volgata

A tutto questo infine diede il coronamento il Nostro immediato Predecessore Pio XI, di felice memoria, decretando fra l’altro che nessuno fosse nominato “Professore di Sacra Scrittura nei Seminari, se prima, compiuto uno speciale corso di studi biblici, non avesse regolarmente conseguiti i gradi accademici presso la Commissione Biblica e l’Istituto Biblico”; gradi che volle equiparati, per i diritti e gli effetti, ai gradi debitamente conferiti in Sacra Teologia o in Diritto Canonico: stabilendo inoltre che a nessuno sia conferito “un beneficio, a cui vada canonicamente annesso l’obbligo di spiegare la Sacra Scrittura al popolo, se oltre il resto, non abbia ottenuta la licenza o la laurea in Sacra Scrittura”. In pari tempo, dopo aver esortato sia i Generali degli Ordini regolari e delle Congregazioni religiose, sia i Vescovi dell’orbe cattolico a mandare i più idonei fra i loro chierici a frequentare i corsi dell’Istituto Biblico per conseguirvi i gradi accademici, tale esortazione ravvalorò col suo esempio, fondando appunto a quell’effetto, con sua elargizione, annue rendite (Motu proprio “Bibliorum scientiam“, 27 aprile 1924; A.A.S., 1324, vol. XVI, pp. 180-182; Ench. Bibl. nn. 518-525). – Il medesimo Pontefice, poiché l’anno 1907, col favore e l’approvazione di Pio X di f. m. “era stato commesso ai monaci Benedettini l’incarico di fare ricerche e preparativi per una nuova edizione della versione latina della Bibbia, che suol chiamarsi Volgata” (Lettera al Rev.mo D. Aidano Gasquet, 3 dic. 1907; Pio X Acta IV, pp. 177-179; Ench. Bibl. n. 285 sq.), volendo dare più solida base e maggior sicurezza a questa “faticosa ed ardua impresa”, che se richiede lungo tempo e grandi spese, mostra però la sua somma utilità negli eccellenti volumi già dati alla luce, eresse dalle fondamenta il monastero di San Girolamo in Urbe, interamente dedicato a quell’opera, e riccamente lo dotò di biblioteca e d’ogni altro mezzo di indagine (Const. Apost. “Inter præcipuas“, 15 giugno 1933; A. A. S., 1934, vol. XXVI, pp. 85-87).

3 – CURE DEI SOMMI PONTEFICI
PER L’USO E LA DIFFUSIONE DEI LIBRI SACRI

Né si vuole qui passare sotto silenzio quanto i medesimi nostri Predecessori, presentandosene l’occasione, abbiano raccomandato sia lo studio sia la predicazione sia infine la pia lettura e meditazione delle Sacre Scritture. Infatti Pio X diede calorosa approvazione alla Società di San Girolamo, che ha per scopo di indurre i fedeli alla tanto lodevole usanza di leggere e meditare i santi Vangeli, e di rendere per quanto è possibile più facile questa pia pratica. La esortò poi a perseverare con alacrità nell’impresa, affermando “esser cosa fra tutte la più utile e più adatta ai tempi”, contribuendo essa non poco a “sfatare il pregiudizio, che la Chiesa si opponga al la lettura delle Sacre Scritture in lingua volgare o vi metta ostacolo” (Lettera dell’Em.mo Card. Cassetta “Qui piam“, 21 gennaio 1907, Pio X Acta IV, pp. 23-25). Benedetto XV poi al compiersi del quindicesimo secolo dalla morte del Dottor Massimo nell’esposizione delle Sacre Scritture, dopo avere scrupolosamente inculcato sia gli insegnamenti e gli esempi del medesimo Dottore, sia i principi e le norme da Leone XIII e da lui stesso dettate, dopo altre opportunissime raccomandazioni di questo genere che sempre si debbono tener presenti, esortò “tutti i figli della Chiesa, e soprattutto i Chierici, alla venerazione delle Sacre Scritture congiunta con la pia lettura e l’assidua meditazione”; ed avvertì che “in quelle pagine si deve cercare il cibo, che la vita dello spirito fa crescere verso la perfezione”; che “il principale uso della Scrittura consiste nel valersene per esercitare santamente e con frutto il ministero della divina parola”. E poi di nuovo lodò l’operato della Società detta di San Girolamo, che fa la più larga propaganda dei Vangeli e degli Atti degli Apostoli, “sicché ormai non c’è famiglia cristiana, che ne sia priva, e tutti prendono l’abitudine di leggerli e meditarli ogni giorno” (Enciclica “Spiritus Paraclitus“).

4 – FRUTTI DI QUESTA MOLTEPLICE ATTIVITÀ

È dunque giusto e grato riconoscere che non pochi progressi hanno fatto la scienza delle Sacre Scritture e il loro uso fra i cattolici grazie alle disposizioni, ordini, eccitamenti dei Nostri Predecessori, ma anche al concorso di tutti coloro, che, secondando con premuroso ossequio le cure dei Sommi Pontefici, spesero le loro fatiche nel meditare, nell’indagare, nello scrivere, ovvero nell’insegnare, nel predicare, nel tradurre e diffondere i Libri Santi. Infatti dalle scuole superiori di Teologia e di Sacra Scrittura, e principalmente dal Nostro Pontificio Istituto Biblico, uscirono e tuttora escono cultori delle Divine Lettere, che, animati da vivo ardore per esse, questo medesimo ardore accendono negli animi del giovane clero e ad esso comunicano la dottrina da loro appresa. Di essi non pochi, anche con gli scritti, in molte guise hanno fatto e fanno progredire le scienze bibliche, ora col pubblicare i sacri testi secondo le norme della vera critica, e con lo spiegarli, illustrarli, tradurli nelle lingue moderne; ora col proporli alla pia lettura e meditazione dei fedeli, ora infine col mettere a profitto quelle scienze profane, che giovano alla intelligenza della divina Scrittura. Queste ed altre opere, che ogni giorno più si vanno propagando e consolidando, come associazioni, congressi, settimane di studi biblici, biblioteche, sodalizi per la meditazione dei Vangeli, Ci fanno concepire ferma speranza che nell’avvenire la venerazione, l’uso, e la scienza delle Sacre Lettere andranno sempre più progredendo a pro delle anime. Ma ciò non avverrà se non a condizione che tutti con crescente fermezza, alacrità e coraggio si attengano al programma di studi biblici da Leone XIII prescritto, dai Successori di lui più ampiamente e compiutamente dichiarato, da Noi ancora confermato ed accresciuto, programma che è il solo sicuro e dall’esperienza comprovato; né si lascino trattenere dalle difficoltà che, come accade nelle cose umane, anche in questa esimia opera non mancheranno mai.

II

PARTE DOTTRINALE

LO STUDIO DELLA S. SCRITTURA AI NOSTRI TEMPI

Stato attuale degli studi biblici

In questi cinquant’anni nessuno è che non veda come le condizioni dello studio della Bibbia e di quanto può a quello giovare sono grandemente cambiate. Infatti, per tacer d’altro, allorché il Nostro Predecessore emanò l’Enciclica “Providentissimus Deus“, per pochi luoghi di Palestina s’era cominciato ad esplorare con opportuni scavi al detto scopo. Ora invece tali esplorazioni sono cresciute enormemente di numero e si praticano con più severo metodo e con arte affinata dalla stessa esperienza, sicché più copiosi e più certi derivano i risultati. Quanto poi da quelle indagini si tragga lume a meglio e più a fondo comprendere i Sacri Libri, lo sanno gli esperti, lo sanno tutti coloro che si applicano a questo genere di studi. Ad aumentare il valore dei detti scavi ne vennero fuori sovente monumenti scritti, che immensamente giovano a farci conoscere le lingue, le letterature, gli avvenimenti, i costumi e i culti di antichissime popolazioni. Né minore importanza hanno le ricerche e le scoperte, così frequenti ai nostri giorni, dei papiri, che tanta luce apportarono alla conoscenza delle lettere e delle istituzioni pubbliche e private, specialmente al tempo del nostro Divin Salvatore. Inoltre furono trovati e a rigor di critica pubblicati antichi manoscritti dei Sacri Libri; l’esegesi dei Padri della Chiesa venne con più esteso e più maturo esame investigata; il modo di parlare, di narrare, di scrivere proprio degli antichi con innumerevoli esempi fu messo in piena luce. Tutto questo, che non senza provvido consiglio di Dio fu concesso alla nostra età, invita ed in certo modo ammonisce gli interpreti a valersi premurosa mente di tanta luce per scrutare più a fondo le Divine Pagine, il lustrarle con più precisione, esporle con maggiore chiarezza. Certo vediamo, con somma compiacenza dell’animo Nostro, che a questo invito hanno corrisposto i detti interpreti con lodevole zelo; orbene ciò stesso è non ultimo né minimo frutto dell’Enciclica “Providentissimus Deus“, con la quale il Nostro Predecessore, come presago di questa nuova fioritura di studi biblici, chiamò gli esegeti cattolici al lavoro, e con sapiente intuito ne tracciò ad essi la via e il metodo. Pertanto far sì che il lavoro non solo perduri continuamente, ma anche si vada ogni di più perfezionando e si renda più fecondo, è lo scopo di questa Nostra Enciclica, con la quale Ci proponiamo principalmente di mostrare a tutti quel che resta a fare e con quali disposizioni deve oggi l’esegeta cattolico accingersi a sì grave e sublime compito, e d’infondere nuovo coraggio e nuovi stimoli agli operai che strenuamente lavorano nella vigna del Signore.

I – RICORSO AI TESTI ORIGINALI

Studio delle lingue bibliche

All’interprete cattolico che si accinge all’opera di intendere e spiegare le divine Scritture, già i Padri della Chiesa, e in prima linea Sant’Agostino, grandemente raccomandavano lo studio delle lingue antiche e il ricorso ai testi originali (Cfr. per es. S. Hieron., Praef. in IV Evang. ad Damasum, PL. XXIX, col. 526-527; August., De doctr. christ. II, 16; P.L. XXXIV, col. 42-43). Tuttavia tali erano a quei tempi le condizioni degli studi, che non molti, e quei medesimi soltanto in grado imperfetto, possedevano la lingua ebraica. Nel medio evo poi, mentre era in sommo fiore la Teologia Scolastica, anche la conoscenza del greco era da grande tempo scemata in Occidente, sicché anche i più grandi Dottori di quel tempo nello spiegare i Sacri Libri non si potevano basare che sulla versione latina della Volgata. Ai giorni nostri al contrario non soltanto la lingua greca, che col Rinascimento risorse, per così dire, a novella vita, è pressoché familiare a tutti i letterati e studiosi della antichità, ma anche dell’ebraico e di altre lingue orientali è diffusa la conoscenza fra le persone colte. Si ha poi adesso tanta abbondanza di mezzi per imparare quelle lingue, che un interprete della Bibbia, il quale trascurandole si precluda da sé la via di giungere ai testi originali, non può sfuggire alla taccia di leggerezza e di ignavia. Dovere dell’esegeta per fermo è raccogliere con somma cura, e con venerazione quasi afferrare ogni apice anche minimo, che provenga dalla penna dell’agiografo sotto l’azione del Divino Spirito, al fine di penetrarne a fondo ed appieno il pensiero. Perciò seriamente procuri di acquistarsi una perizia ogni dì maggiore nelle lingue bibliche, ed anche nelle altre lingue orientali, e rincalzi la sua interpretazione con tutti quei mezzi, che fornisce la filologia in ogni sua parte. Tutto ciò si studiò già di conseguire San Girolamo con le cognizioni della sua età e ad altrettanto mirarono, con indefessa applicazione e frutto più che ordinario, non pochi dei grandi esegeti dei secoli XVI e XVII, sebbene allora fosse assai minore, che adesso, la scienza delle lingue. Per ugual via dunque occorre spiegare quel testo originale, che, per essere immediato prodotto del sacro autore, ha maggiore autorità e maggiore peso di qualunque traduzione, antica o moderna, per quanto ottima; e ciò per certo si otterrà con più facilità e profitto, se alla conoscenza delle lingue si accoppierà una soda perizia della critica relativa al testo medesimo.

Importanza della critica testuale

Quanta importanza si debba annettere a tale critica, accorta mente lo fa intendere Sant’Agostino, quando fra i precetti da inculcare allo studioso del Sacri Libri mette in primo luogo la cura di procacciarsi un testo corretto. “Ad emendare i codici – così quel chiarissimo Dottore della Chiesa – deve anzitutto attendere la solerzia di coloro, che bramano conoscere le divine Scritture, affinché gli scorretti cedano il posto agli emendati” (De doct. christ. II, 21; PL. XXXIV, col. 46). Oggi poi quest’arte, che suol chiamarsi critica testuale e nelle edizioni degli autori profani s’impiega con grande lode e pari frutto, con pieno diritto si applica ai Sacri Libri appunto per la riverenza dovuta alla parola di Dio. Scopo di essa infatti è restituire con tutta la possibile precisione il sacro testo al suo primitivo tenore, purgandolo dalle deformazioni introdottevi dalle manchevolezze dei copisti e liberandolo dalle glosse e lacune, dalle trasposizioni di parole, dalle ripetizioni e da simili difetti d’ogni genere, che negli scritti tramandati a mano pei molti secoli usano infiltrarsi. È vero che di tal critica alcuni decenni or sono non pochi abusarono a loro talento, non di rado in guisa che si direbbe abbiano voluto introdurre nel sacro testo i loro preconcetti. Ma oggi appena occorre dire che quell’arte ha raggiunta una tale stabilità e sicurezza di forme, che agevolmente se ne può scoprire l’abuso, e con i progressi conseguiti essa è divenuta un insigne strumento atto a propagare la divina parola in una forma più accurata e più pura. Neppure fa bisogno qui ricordare – essendo cosa nota e palese a tutti gli studiosi della Sacra Scrittura – in quanto onore abbia tenuti la Chiesa dai primi secoli all’età nostra, questi lavori di critica. Oggi dunque, poiché quest’arte è giunta a tanta perfezione, è onorifico, benché non sempre facile, ufficio degli scritturisti procurare con ogni mezzo che quanto prima da parte cattolica si preparino edizioni dei Sacri Libri sì nei testi originali, e sì nelle antiche versioni, regolate secondo le dette norme; tali cioè che con una somma riverenza al sacro testo congiungano un’accurata osservanza di tutte le leggi della critica. E tutti sappiamo che questo lungo lavoro di critica non solo e necessario a rettamente comprendere gli scritti divinamente ispirati, ma anche è imperiosamente richiesto da quella pietà che deve renderci sommamente grati a quel provvidentissimo Dio, che questi libri a noi, quasi a propri figli, mandò quali paterne lettere dal trono della sua Maestà.

Valore del decreto Tridentino intorno all’uso della Volgata
Traduzioni in lingue moderne

E nessuno pensi che l’accennato uso dei testi originali condotto a norma di critica venga in alcun modo a derogare a quanto il Concilio di Trento saggiamente prescrisse sulla Volgata latina (Decr. de editione et usu Sacrorum Librorum; Conc. Trid. ed. Soc. Goerres, t. V, p. 91 s.). È un fatto documentato, che i Presidenti del Concilio ebbero l’incarico da essi fedelmente eseguito, di pregare a nome del Concilio stesso il Sommo Pontefice, che facesse correggere, quanto meglio si potesse, anzitutto l’edizione latina della Bibbia, e poi anche il testo greco e l’ebraico, da pubblicare quando che fosse a vantaggio della santa Chiesa di Dio (ibidem t. X, p. 171: cfr. t. V, pp. 29, 59, 65; t. X, pp. 446 ss,). A questo desiderio, se allora per le difficoltà dei tempi e per altri ostacoli non si poté dare piena soddisfazione, al presente però con la collaborazione di dotti cattolici si può dare più ampia e perfetta esecuzione, e confidiamo che così infatti avverrà. Se il Concilio di Trento volle che la Volgata fosse quella versione latina, “di cui tutti dovessero valersi come autentica”, anzitutto ciò riguarda solo, come tutti sanno, la Chiesa latina e l’uso che in essa si ha da fare della Scrittura, e del resto non vi è dubbio che non diminuisce punto l’autorità e il valore dei testi originali. Infatti non era allora questione dei testi originali della Bibbia, ma delle traduzioni latine, che a quel tempo circolavano, e fra queste giustamente il medesimo Concilio stabilì doversi preferire quella che “per il diuturno uso di tanti secoli nella Chiesa stessa aveva ricevuta l’approvazione”.Questa preminente autorità, ovvero, come suol dirsi, autenticità della Volgata fu dal Concilio decretata non già principalmente per motivi di critica, ma piuttosto per l’uso legittimo che se ne fece nelle Chiese lungo il corso di tanti secoli: il quale uso dimostra che essa, nel senso in cui la intese e intende la Chiesa, va affatto immune da errore in tutto ciò che tocca la fede ed i costumi. Da questa immunità, di cui la Chiesa fa testimonianza e dà conferma, proviene che nelle dispute, lezioni e prediche si possa citare la Volgata in tutta sicurezza e senza pericolo di sbagliare. Perciò quell’autenticità va detta non critica, in prima linea, ma piuttosto giuridica. Quindi l’autorità che la Volgata ha in materia di dottrina non impedisce punto anzi ai nostri giorni quasi esige che quella medesima dottrina venga provata e confermata per mezzo dei testi originali, e che inoltre ai medesimi testi si ricorra per dischiudere e dichiarare ogni dì meglio il vero senso delle Divine Scritture. Anzi neppur vieta il decreto del Tridentino che, per uso e profitto dei fedeli e per facilitare l’intelligenza della divina parola, si facciano traduzioni nelle lingue volgari, e precisamente anche dai testi originali, come sappiamo che in molti Paesi lodevolmente si è fatto con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica.

2 – L’INTERPRETAZIONE DEI LIBRI SACRI

Valore del senso letterale e sua ricerca

Fornito così della conoscenza delle lingue antiche e del corredo della critica, l’esegeta cattolico si applichi a quello che fra tutti i suoi compiti è il più alto: trovare ed esporre il genuino pensiero dei Sacri Libri. Nel far questo, gli interpreti abbiano ben presente che loro massima cura deve essere quella di giungere a discernere e precisare quale sia il senso letterale, come suol chiamarsi, delle parole bibliche. Perciò devono con ogni diligenza rintracciare il significato letterale delle parole, giovandosi della cognizione delle lingue, del contesto, del confronto con luoghi simili: cose tutte, donde anche nell’interpretazione degli scritti profani si suole trarre partito per mettere in limpida luce il pensiero dell’autore. I commentatori però della Sacra Scrittura, non perdendo di vista che si tratta della parola da Dio ispirata, della quale da Dio stesso fu affidata alla Chiesa la custodia e l’interpretazione, con non minore diligenza terranno conto delle spiegazioni e dichiarazioni del Magistero ecclesiastico, come pure delle esposizioni dei Santi Padri, ed anche della “analogia della fede”, secondo che Leone XIII nell’Enciclica “Providentissimus Deus” con somma sapienza avvertì (Leone XIII, Acta XIII, pp. 345-346; Ench. Bibl. n, 94-96). Particolare attenzione porranno a non limitarsi come purtroppo avviene in alcuni commentari ad esporre ciò che tocca la storia, l’archeologia, la filologia e simili altre materie; diano pure a luogo opportuno tali notizie in quanto possono contribuire all’esegesi, ma principalmente mettano in vista la dottrina teologica di ciascun libro o testo intorno alla fede ed ai costumi. Per tal guisa la loro esposizione non solo gioverà dai professori di teologia nel proporre i dogmi della fede, ma verrà pure in aiuto dei sacerdoti per la spiegazione della dottrina cristiana al popolo, ed infine tutti i fedeli ne caveranno profitto per condurre una vita santa, degna d’un vero cristiano.

Retto uso del senso spirituale

Una cosiffatta interpretazione, principalmente teologica, come abbiamo detto, sarà mezzo efficace per ridurre al silenzio coloro che, asserendo di non trovare nei commenti biblici nulla che innalzi la mente a Dio, nutra l’anima e fomenti la vita interiore, mettono innanzi, quale unico scampo, un genere d’interpretazione spirituale e, com’essi dicono, mistica. Quanto poco giusta sia questa loro pretesa lo prova l’esperienza di molti, che con la ripetuta considerazione e meditazione della parola di Dio hanno santificate le loro anime e si sono infiammati d’acceso amore verso Dio; ne dànno luminosa mostra la costante pratica della Chiesa e gli insegnamenti dei più grandi Dottori. Certo non va escluso dalla Sacra Scrittura ogni senso spirituale, poiché quello che nel Vecchio Testamento fu detto o fatto, venne da Dio con somma sapienza ordinato e disposto in tal modo, che le cose passate prefigurassero le future da avverarsi nel nuovo Patto di grazia. Perciò l’esegeta come è tenuto a ricercare ed esporre il significato proprio o letterale delle parole inteso ed espresso dal sacro autore, così la stessa cura deve avere nella ricerca del significato spirituale, purché realmente risulti che Dio ve lo ha posto. Solo Dio difatti poté sia conoscere sia rivelare a noi quel significato spirituale. Ora un tal senso ce lo mostra e ce lo insegna il divin Salvatore medesimo nei Santi Vangeli, lo professano nel parlare e nello scrivere gli Apostoli, seguendo l’esempio del Maestro, lo addita la costante tradizione della Chiesa, lo dichiara infine l’antichissimo uso della liturgia, nei casi in cui si può rettamente applicare il noto principio: la legge del pregare è legge del credere. Questo senso spirituale, da Dio inteso e ordinato, lo scoprano dunque e lo espongano gli esegeti cattolici con quella diligenza che richiede la dignità della divina parola; si guardino invece scrupolosamente dal presentare come genuino senso della Sacra Scrittura altri valori figurativi delle cose. Può ben essere utile, specialmente nella predicazione, lumeggiare e raccomandare le cose della fede e della morale cristiana con uso più largo del Sacro Testo in senso figurato, purché si faccia con moderazione e sobrietà; ma non bisogna mai dimenticare che un tal uso delle parole della Sacra Scrittura e ad essa quasi estrinseco ed avventizio, e che soprattutto ai giorni nostri non va senza pericolo, perché i fedeli, segnatamente le persone istruite nelle scienze sia sacre che profane, vogliono sapere ciò che Dio ci ha detto nelle Sacre Lettere, anziché quello che un facondo oratore o scrittore, usando con destrezza le parole della Bibbia, ne sa cavare. “La parola di Dio, viva ed operosa, tagliente più d’ogni spada a due tagli, penetrante sino a divenire anima e spirito, giunture e midollo, scrutatrice dei sentimenti e dei pensieri” (Hebr. IV, 12), non ha bisogno, per commuovere i cuori e scuotere gli animi, di artifizi e di accomodamenti umani; le Sacre Pagine, da Dio ispirate, sono di per sé ricche di nativo significato; dotate d’una forza divina, valgono di per sé; adorne di un superbo splendore, da sé brillano e risplendono, se l’interprete con una spiegazione accurata e fedele ne sa trarre alla luce tutti i tesori di sapienza e di prudenza che vi stanno nascosti.

Eccitamenti allo studio dei Santi Padri
e dei grandi interpreti

Per fare questo, l’esegeta cattolico potrà valersi del solerte studio di quegli scritti, nei quali i Santi Padri, i Dottori della Chiesa e gli illustri interpreti delle età passate hanno commentati i Sacri Libri. Essi, benché fossero meno forniti d’istruzione profana e di scienza delle lingue, che gli scritturisti dei nostri giorni, però per l’ufficio da Dio loro dato nella Chiesa spiccano per un certo soave intuito delle cose celesti e per un meraviglioso acume di mente, con i quali penetrano sin all’intimo le profondità della divina parola e traggono alla luce quanto può giovare ad illustrare la dottrina di Cristo e a promuovere la santità della vita. Fa dispiacere che sì preziosi tesori della cristiana antichità a non pochi scrittori dei nostri tempi siano mal noti e che i cultori della storia dell’esegesi non abbiano ancora tutto fatto per meglio approfondire e giustamente apprezzare un punto di tanta importanza. Piacesse a Dio che molti si dessero a ricercare gli autori e le opere d’interpretazione cattolica delle Scritture e, traendone le ricchezze quasi immense ivi accumulate, efficacemente concorressero a far sì che sempre più manifesto si renda quanto quegli antichi hanno penetrata e dilucidata la divina dottrina dei Libri Sacri, di maniera che gli odierni interpreti ne prendano esempio e ne derivino opportuni argomenti. Così finalmente si attuerà la felice e feconda fusione della dottrina e soave unzione degli antichi con la più vasta erudizione e progredita arte dei moderni, il che di certo produrrà nuovi frutti nel campo, non mai abbastanza coltivato, né mai esausto, delle Divine Lettere.

3  –  SPECIALI COMPITI DEGLI INTERPRETI AI NOSTRI TEMPI

Stato attuale dell’esegesi

Anche dai nostri tempi possiamo aspettarci che si apporti del nuovo per meglio approfondire e con più accuratezza interpretare le Sacre Carte. Infatti non poche cose, specialmente in ciò che riguarda la storia, a malapena o imperfettamente furono spiegate dagli espositori dei secoli scorsi, mancando ad essi quasi tutte le notizie necessarie per maggiori schiarimenti. Quanto ardui e quasi inaccessibili agli stessi Padri siano rimasti alcuni punti, ben lo mostrano, per tacer d’altro, i ripetuti sforzi di molti fra essi per interpretare i primi capi della Genesi, ed anche i ripetuti tentativi di San Girolamo per tradurre i Salmi in guisa che il loro senso letterale, cioè espresso nelle parole stesse del testo, chiaramente trasparisse. In altri libri o testi solamente l’età moderna scoperse difficoltà prima insospettate, poiché una conoscenza ben più profonda dei tempi antichi fece sorgere nuove questioni, per le quali si getta più addentro lo sguardo nel soggetto. A torto perciò alcuni, mal conoscendo lo stato della scienza biblica, vanno dicendo che all’odierno esegeta cattolico nulla resta da aggiungere a quanto ha prodotto l’antichità cristiana; al contrario bisogna dire che il nostro tempo molte cose ha tirato fuori, che nuovo esame richiedono le nuove ricerche e non leggero sprone mettono all’attività dell’odierno scritturista.

Conto da tenere dell’indole dell’agiografo

Ed invero la nostra età, se accumula nuove questioni e difficoltà, però insieme, grazie a Dio, offre all’esegesi anche nuovi mezzi e strumenti. Fra questi va messo in speciale rilievo il fatto che i teologi cattolici, seguitando la dottrina dei Santi Padri e principalmente del Dottore Angelico e Comune, con maggior precisione e finezza che non solesse farsi nei secoli andati, hanno esaminato ed esposto la natura dell’ispirazione biblica ed i suoi effetti. Partendo nelle loro disquisizioni dal principio che l’agiografo nello scrivere il libro sacro è organo, ossia strumento dello Spirito Santo, ma strumento vivo e dotato di ragione, rettamente osservano che egli sotto l’azione divina talmente fa uso delle sue proprie facoltà e potenze, che dal libro per sua opera composto tutti possono facilmente raccogliere “l’indole propria di lui e come le sue personali fattezze e il suo carattere” (Cfr. Benedetto XV, Enc. “Spiritus Paraclitus“). Quindi l’interprete con ogni diligenza non trascurando i nuovi lumi apportati dalle moderne indagini, procuri discernere quale sia stata l’indole del sacro autore, quali le condizioni della sua vita, in qual tempo sia vissuto, quali fonti scritte ed orali abbia adoperate, di quali forme del dire si avvalga. Cosi potrà più esattamente conoscere chi sia stato l’agiografo e che cosa abbia voluto dire nel suo scritto. Nessuno ignora infatti che la suprema norma d’interpretare è ravvisare e stabilire che cosa si proponga di dire lo scrittore, come egregiamente avverte Sant’Atanasio: “Qui – come in ogni altro luogo della Scrittura si ha da fare – deve osservarsi in qual occasione abbia parlato l’Apostolo, chi sia la persona a cui scrive, per quale motivo le scriva; a tutto ciò si deve attenta mente e imparzialmente badare, perché non ci accada, ignorando tali cose o fraintendendo una per L’altra, di andar lontano dal vero pensiero dell’autore” (Contra Arianos, I, 54; PG. XXVI, col. 123).

Importanza del genere letterario, specialmente nella storia.

Quale poi sia il senso letterale di uno scritto, spesso non è così ovvio nelle parole degli antichi Orientali com’è per esempio negli scrittori dei nostri tempi. Ciò che quegli antichi hanno voluto significare con le loro parole non va determinato soltanto con le leggi della grammatica o della filologia, o arguito dal contesto; l’interprete deve quasi tornare con la mente a quei remoti secoli dell’Oriente e con l’appoggio della storia, dell’archeologia, dell’etnologia e di altre scienze, nettamente discernere quali generi letterari abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella remota età. Infatti gli antichi Orientali per esprimere i loro concetti non sempre usarono quelle forme o generi del dire, che usiamo noi oggi; ma piuttosto quelle ch’erano in uso tra le persone dei loro tempi e dei loro paesi. Quali esse siano, l’esegeta non lo può stabilire a priori, ma solo dietro un’accurata ricognizione delle antiche letterature d’Oriente. Su questo punto negli ultimi decenni l’indagine, condotta con maggior cura e diligenza, ha messo in più chiara luce quali fossero in quelle antiche età le forme del dire adoperate sia nelle composizioni poetiche, sia nel dettare le leggi o le norme di vita, sia infine nel raccontare i fatti della storia. L’indagine stessa ha pure luminosamente assodato che il popolo d’Israele fra tutte le antiche nazioni d’Oriente tenne un posto eminente, straordinario, nello scrivere la storia, sia per l’antichità, sia per la fedele narrazione degli avvenimenti, pregi che per verità si possono dedurre dal carisma della divina ispirazione e dal particolare scopo religioso della storia biblica. Tuttavia a nessuno che abbia un giusto concetto dell’ispirazione biblica farà meraviglia che anche negli Scrittori Sacri, come in tutti gli antichi, si trovino certe maniere di esporre e di narrare, certi idiotismi, propri specialmente delle lingue semitiche, certi modi iperbolici od approssimativi, talora anzi paradossali, che servono a meglio stampar nella mente ciò che si vuol dire. Delle maniere di parlare, di cui presso gli antichi, specialmente Orientali, servivasi l’umano linguaggio per esprimere il pensiero della mente, nessuna va esclusa dai Libri Sacri, a condizione però che il genere di parlare adottato non ripugni affatto alla santità di Dio né alla verità delle cose. L’aveva già, col suo solito acume, osservato l’Angelico Dottore con quelle parole: “Nella Scrittura le cose divine ci vengono presentate nella maniera che sogliono usare gli uomini” (Comment. in Ep. ad Hebr. cap. I, lectio 4). In effetto, come il Verbo sostanziale di Dio si è fatto simile agli uomini in tutto, “eccettuato il peccato” (Hebr. IV, 15) così anche le parole di Dio, espresse con lingua umana, si sono fatte somiglianti all’umano linguaggio in tutto, eccettuato l’errore. In questo consiste quella condiscendenza (synkatàbasis) del provvido nostro Dio, che già San Giovanni Crisostomo con somme lodi esaltò e più e più volte asseverò trovarsi nei Sacri Libri (Cfr. Gen. I, 4; Gen. II, 21; Gen. III, 8; Hom. 15 in Joan. I, 18: PG. LIX, col. 97 e segg.). – Quindi l’esegeta cattolico, per rispondere agli odierni bisogni degli studi biblici, nell’esporre la Sacra Scrittura e nel mostrarla immune da ogni errore, com’è suo dovere, faccia pure prudente uso di questo mezzo, di ricercare cioè quanto la forma del dire o il genere letterario adottato dall’agiografo possano condurre alla retta e genuina interpretazione; e si persuada che in questa parte del suo ufficio non può essere trascurato senza recare gran danno all’esegesi cattolica. Infatti per portare solo un esempio quando taluni presumono rinfacciare ai Sacri Autori qualche errore storico o inesattezza nel riferire i fatti, se si guarda ben da vicino, si trova che si tratta semplicemente di quelle native maniere di dire o di raccontare, che gli antichi solevano adoperare nel mutuo scambio delle idee nell’umano consorzio, e che realmente si tenevano lecite nella comune usanza. Quando dunque tali maniere si incontrano nella divina parola, che per gli uomini si esprime con linguaggio umano, giustizia vuole che non si taccino d’errore più che quando occorrono nella quotidiana consuetudine della vita. Con l’accennata conoscenza e l’esatta valutazione dei modi ed usi di parlare e di scrivere presso gli antichi, si potranno sciogliere molte obbiezioni sollevate contro la veridicità e il valore storico delle divine Scritture; e non meno porterà un tale studio ad una più piena e più luminosa comprensione del pensiero del Sacro Autore.

Studio delle antichità bibliche da promuovere

Attendano dunque i nostri scritturisti con la dovuta diligenza a questo punto, e nessuna tralascino di quelle nuove scoperte fatte dall’archeologia o dalla storia o letteratura antica, che sono atte a far meglio conoscere qual fosse la mentalità degli antichi scrittori, e la loro maniera ed arte di ragionare, narrare, scrivere. In questa materia anche i laici cattolici sappiano ch’essi non solo gioveranno alla scienza profana, ma renderanno anche un segnalato servizio alla causa cristiana, se con tutta la convenevole diligenza e applicazione si daranno ad esplorare e indagare le cose dell’antichità, e concorreranno così, secondo le loro forze, alla soluzione di questioni sinora non bene chiarite. Infatti ogni cognizione umana, anche non sacra, ha bensì una sua innata dignità ed eccellenza, essendo essa una partecipazione finita dell’infinita conoscenza di Dio, ma ottiene una nuova e più alta dignità e quasi consacrazione, quando si adopera a far brillare di più chiara luce le cose divine.

4 – COME TRATTARE LE QUESTIONI PIÙ DIFFICILI

Difficoltà felicemente sciolte dai recenti studi

L’anzidetta molteplice esplorazione dell’antichità orientale, la più accurata ricerca del testo originale delle Scritture, la più estesa e più esatta conoscenza delle lingue sia bibliche sia orientali in genere, col divino aiuto ebbero per effetto, che oggi sono già sciolte e liquidate non poche di quelle questioni, che al tempo del Nostro Predecessore Leone XIII da critici alla Chiesa estranei od anche avversi venivano agitate contro l’autenticità, l’antichità, l’integrità e la verità storica dei Sacri Libri. Gli è che gli esegeti cattolici col retto maneggio di quelle medesime armi della scienza, di cui gli avversari non di rado abusavano, presentarono spiegazioni che insieme concordano con la dottrina cattolica e col genuino pensiero tradizionale, e in pari tempo tengono fronte alle difficoltà sia tramandateci senza soluzione dall’antichità, sia di fresco portate dalle nuove scoperte della moderna indagine. Ne è venuto che il credito della Bibbia e del suo valore storico, scosso fino a un certo punto in alcuni da tanti attacchi, ora è pienamente ristabilito presso i cattolici; anzi neppure mancano scritti d’altra fede, che in seguito a ricerche condotte con serietà ed animo spassionato, giunsero infine ad abbandonare le opinioni dei moderni per tornare, almeno in parecchi punti, alle vecchie sentenze. Questo cambiamento si deve in gran parte all’indefesso lavoro col quale i commentatori cattolici della Bibbia, senza lasciarsi intimorire da difficoltà ed ostacoli d’ogni genere, con tutte le forze si studiarono di fare convenevole uso di quanto i dotti odierni nelle loro investigazioni hanno tirato fuori in fatto di archeologia o storia o filologia per la soluzione delle nuove questioni.

Difficoltà non ancora sciolte od insolubili

Non deve però fare meraviglia se non tutte le difficoltà sono state superate e disciolte, ma rimangono ancor oggi gravi questioni, che non poco agitano le menti dei cattolici. Non per questo si ha da perdere coraggio; né va dimenticato che accade negli umani studi come nelle cose naturali, e cioè che le opere crescono lentamente e non se ne cava frutto se non dopo molte fatiche. Appunto così è avvenuto che a tante discussioni, non decise e rimaste sospese dai tempi andati, solo ai nostri giorni col progresso degli studi è stata data una felice conclusione. Non è quindi vano sperare che con una costante applicazione saranno una buona volta pienamente chiarite anche quelle che ora sembrano le più complesse e difficoltose. Se la bramata soluzione tardi assai, e non arrida a noi, ma sia forse riservata ai posteri la felice riuscita, nessuno abbia a ridire, perché deve valere anche per noi quello che i Padri, segnatamente Sant’Agostino (Epist. 149 ad Paulinum, n. 34 (PL. XXXIII, col. 644); De diversis quæstionibus q. 53, n. 2 (ibidem, XL, col. 36); Enarr, in Ps. 146, n. 12 (ibidem, XXXVII, col. 2907), hanno avvertito al loro tempo: che Dio nei Sacri Libri da Lui ispirati ha voluto venissero sparse difficoltà, per ché noi ci sentissimo spronati a leggerli e scrutarli con maggior applicazione e inoltre, sperimentando la nostra limitazione, vi trovassimo un salutare esercizio di doverosa umiltà. Non vi sarebbe pertanto motivo di meravigliarsi se a questa o quell’altra questione non si avesse mai a trovare una risposta appieno soddisfacente, perché si ha da fare più volte con materie oscure e troppo lontane dai nostri tempi e dalla nostra esperienza, e perché anche l’esegesi, come le altre più gravi discipline, può avere i suoi segreti, che rimangono alle nostre menti irraggiungibili e chiusi ad ogni sforzo umano.

Come si devono cercare soluzioni positive

Questo stato di cose non è un motivo perché l’interprete cattolico, animato da forte e attivo amore della sua disciplina e sinceramente attaccato alla Santa Madre Chiesa, si debba mai trattenere dall’affrontare le difficili questioni sino ad oggi non ancora risolte, non solo per ribattere le obbiezioni degli avversari, ma anche per tentare una solida spiegazione che lealmente s’accordi con la dottrina del la Chiesa e in ispecie col tradizionale sentimento della immunità della Scrittura Sacra da ogni errore, e dia insieme la conveniente soddisfazione alle conclusioni ben certe delle scienze profane. Si ricordino poi tutti i figli della Chiesa che sono tenuti a giudicare non solo con giustizia, ma ancora con somma carità gli sforzi e le fatiche di questi valorosi operai della vigna del Signore; inoltre tutti devono guardarsi da quel non molto prudente zelo, per cui tutto ciò che sa di novità si crede per ciò stesso doversi impugnare o sospettare. Tengano presente, soprattutto, che nelle norme e leggi date dalla Chiesa si tratta della dottrina riguardante la fede ed i costumi e che tra le tante cose contenute nei Sacri Libri legali, storici, sapienziali e profetici, poche sono quelle di cui la Chiesa con la sua autorità ha dichiarato il senso, né in maggior numero si contano quelle intorno alle quali si ha l’unanime sentenza dei Padri. Ne restano dunque molte, e di grande importanza, nella cui discussione e spiegazione si può e si deve liberamente esercitare l’ingegno e l’acume degli interpreti cattolici, affinché ognuno per la sua parte rechi il suo contributo a vantaggio di tutti, a un crescente progresso della sacra dottrina, a difesa e onore della Chiesa. È la vera libertà dei figliuoli di Dio, che mantiene fedelmente la dottrina della Chiesa e insieme accoglie con animo grato come dono di Dio e mette a profitto i portati delle scienze profane. Questa libertà, secondata e sorretta dalla buona volontà di tutti, è la condizione e la sorgente di ogni verace frutto e di ogni solido progresso nella scienza cattolica, come egregiamente avverte il Nostro Predecessore di felice memoria, Leone XIII, ove dice: “Se non si mantiene la concordia degli animi e non si pongono al sicuro i principi, non si possono dai vari studi, anche di molti, aspettare grandi progressi in quella disciplina” (Lett. Apost. “Vigilantiæ”; Leone XIII, Acta XXII, p. 237; Ench. Bibl. n. 136).

5 – USO DELLA S. SCRITTURA
NELLA ISTRUZIONE DEI FEDELI

Varie maniere di valersi della S. Scrittura
nel sacro ministero

Considerando le grandi fatiche sostenute dall’esegesi cattolica per quasi duemila anni allo scopo di fare ogni dì più a fondo comprendere e più ardentemente amare la parola di Dio comunicata agli uomini nelle Sacre Lettere, deve sorgere spontanea la convinzione che ai fedeli, e specialmente ai sacerdoti, incombe il grave obbligo di largamente e santamente profittare di quel tesoro accumulato per tanti secoli da sommi ingegni. Infatti i Sacri Libri non furono dati da Dio agli uomini per soddisfare la loro curiosità o per fornire materia di studio e di ricerche, ma, come insegna l’Apostolo, affinché questi divini oracoli ci potessero “istruire a salute per la fede in Gesù Cristo” e perché “perfetto sia l’uomo di Dio, reso adatto ad ogni opera buona” (2 Tim. III, 15-17).I sacerdoti pertanto, che sono tenuti per ufficio a procurare l’eterna salute dei fedeli, dopo aver essi medesimi scandagliato con diligente studio le sacre pagine e dopo averle fatte loro sostanza con la preghiera e la meditazione, dispensino col dovuto zelo nelle prediche, nelle omelie e nelle esortazioni, le celesti ricchezze della divina parola; confermino la dottrina cristiana con sentenza dei Sacri Libri, e la illustrino con acconci esempi tratti dalla storia sacra e specialmente dal Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo; e tutto – questo schivando con attenta cura quei sensi accomodatisi, escogitati da privata fantasia e stiracchiati da molto lontano, sensi che sono un abuso, anziché l’uso della divina parola – lo espongano con tale facondia e chiarezza, che i fedeli non solo si sentano mossi e infervorati a migliorare la propria vita, ma anche concepiscano una somma venerazione per la Sacra Scrittura. La stessa venerazione i sacri Presuli procureranno che cresca e si perfezioni ogni dì più nei fedeli al loro pastorale zelo commessi, incoraggiando tutte quelle imprese d’uomini apostolici, che portano ad eccitare e fomentare la conoscenza e l’amore dei Sacri Libri tra i cattolici. Diano dunque il loro favore e il loro appoggio alle pie società che hanno per fine di propagare tra i fedeli le stampe dei Libri Sacri, specialmente dei Santi Vangeli, e di adoperarsi con sommo impegno perché nelle famiglie cristiane se ne faccia ogni giorno regolarmente la lettura con pietà e devozione. Raccomandino efficacemente a voce e in pratica, dove la liturgia lo consente, la Sacra Scrittura tradotta, con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, nelle lingue moderne; e tengano lezioni o conferenze scritturali o le facciano tenere da altri oratori, ben versati nella materia. I periodici, che con tanta lode e tanto frutto si pubblicano nelle varie parti del mondo per la trattazione scientifica delle questioni bibliche o per adattarne i risultati al sacro ministero e a spirituale vantaggio dei fedeli, trovino in ogni sacro ministro chi con solerte cura li sostiene e li divulga tra i vari ceti e classi del suo gregge. Tutto questo e quanto altro uno zelo apostolico e un sincero amore della divina parola sapranno trovare di acconcio a quel sublime scopo, si persuadano i sacerdoti tutti che sarà per loro un efficace aiuto nella cura delle anime.

Insegnamento biblico nei Seminari

Ma ognuno vede che tutto questo non lo possono compiere a dovere i sacerdoti, se essi medesimi negli anni dei loro studi in Seminario non hanno succhiato un pratico e perenne amore alla Sacra Scrittura. Perciò i Vescovi, per quella paterna cura dei loro Seminari che ad essi incombe, vigilino attentamente perché anche in questo nulla si trascuri che possa giovare al detto scopo. I professori di Sacra Scrittura compiano tutto il corso biblico nei Seminari, di tal maniera che nei giovani destinati al sacerdozio ed al sacro ministero infondano quella conoscenza e quell’amore delle Sacre Lettere, senza cui vano è sperare copiosi frutti d’apostolato. Quindi nell’esegesi facciano risaltare principalmente il contenuto teologico schivando le dispute superflue; e lasciato da parte quanto è piuttosto pascolo di curiosità che fomento di vera dottrina e di soda pietà, espongano con tanta sodezza, dichiarino con tale maestria, inculchino con tal calore il senso letterale e specialmente dogmatico, che nei loro alunni si verifichi in certo modo ciò che accadde ai due discepoli di Gesù diretti ad Emmaus, i quali, udite le parole del Maestro, esclamarono: “Non ci sentivamo noi infiammare il cuore mentre Egli ci spiegava le Scritture?” (Luc. XXIV 32). Così le Divine Carte ai futuri sacerdoti della Chiesa diverranno fonte pura e perenne di vita spirituale per ciascuno personalmente e alimento e sostanza per l’ufficio della predicazione che li attende. Se a tanto saranno riusciti i Professori di questa importantissima materia nei Seminari, con santa esultanza si persuadano di aver fatto moltissimo per la salute delle anime, per il progresso del cattolicismo, per l’onore e la gloria di Dio, e di aver compiuto un’opera intimamente connessa coi doveri dell’apostolato.

Senso della Parola divina in questo tempo di guerra:
consolazione per gli afflitti, per tutti via della giustizia

Questo che siamo venuti dicendo, Venerabili Fratelli e figli diletti, se vale per ogni età, molto più si adatta ai nostri luttuosi tempi, mentre quasi tutti i popoli e le nazioni sono immersi in un mare di calamità, mentre un’orrenda guerra accumula rovine sopra rovine e stragi sopra stragi, mentre con l’eccitarsi d’acerbissimi odi fra i popoli vediamo con sommo dolore spento in non pochi ogni senso non solo di moderazione e carità cristiana, ma anche di umanità. A queste mortali ferite dell’umano consorzio chi altro può portare rimedio se non Colui, al quale il Principe degli Apostoli rivolge quelle parole: “Signore, da chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna” (Joan. 6, 69). A questo misericordiosissimo Redentore nostro dobbiamo dunque con tutte le nostre forze ricondurre tutti gli uomini; Egli è il divino consolatore degli afflitti; Egli che insegna a tutti tanto alle autorità quanto ai sudditi la vera onestà, l’incorrotta giustizia e la generosa carità; Egli infine, ed Egli solo, che può essere stabile fondamento e sostegno di pace e di tranquillità, poiché “altro fondamento non si può gettare fuor di quello che già è stato posto, cioè Cristo Gesù” (1 Cor. 3, 11). Di questo autore della salute, che è Cristo, gli uomini tanto più piena conoscenza avranno, tanto più ardente amore concepiranno; tanto più fedelmente imiteranno gli esempi, quanto più affetto porteranno alla conoscenza e alla meditazione delle Sacre Lettere, principalmente del Nuovo Testamento, poiché, come dice lo Stridonese: “Ignorare la Scrittura è un ignorare Cristo” (S. Girolamo, Comm. in Isaiam, prologo; PL. XXIV, col. 17), e “se c’è cosa che in questa vita sostenga l’uomo saggio e fra le sciagure e gli sconvolgimenti del mondo lo induca a rimanere d’animo sereno, io penso che sia in primo luogo la meditazione e la scienza delle Scritture” (S. Girolamo, Comm. in Ep. ad Ephesios, prologo, PL. XXVI, col. 439). Da esse infatti chiunque è colpito e oppresso dalle avversità e dalle sventure attingerà i veri conforti ed una sovrumana forza a soffrire e sopportare con pazienza; in esse, nei Santi Vangeli, a tutti si presenta Cristo, sommo e perfetto esemplare di giustizia, di carità, di misericordia; in esse a tutto l’uman genere straziato e trepidante, sono dischiuse le fonti di quella divina grazia, posponendo e trascurando la quale, popoli e reggitori di popoli non possono dar principio né consolidamento a nessuna tranquillità di stato e concordia di animi; in esse infine tutti impareranno Cristo “che è capo di ogni principato e potestà” (Col. 2, 10) e “fu da Dio fatto per noi sapienza e giustizia e santificazione e redenzione” (1 Cor. 1, 30).

CONCLUSIONE

Esortazione a quanti coltivano gli studi biblici

Esposte e raccomandate queste cose intorno alla necessità di adattare gli studi di Sacra Scrittura agli odierni bisogni, resta, o Venerabili Fratelli e figli diletti, che agli studiosi di questa materia, che sono devoti figli della Chiesa e prestano fedele osservanza alle sue dottrine e norme, Noi rivolgiamo con paterno affetto non solo congratulazioni, perché sono stati eletti e chiamati a sì sublime ufficio, ma anche incoraggiamenti, perché con ogni diligenza e premura, con energia ogni di rinnovata proseguano a compiere l’opera felicemente incominciata. Sublime ufficio, abbiamo detto, perché qual cosa è più sublime che investigare, dichiarare, esporre ai fedeli e difendere dagli infedeli la stessa parola di Dio, comunicata agli uomini per ispirazione dello Spirito Santo? Di questo spirituale cibo si pasce l’animo dello stesso interprete e se ne nutre “a ricordanza della fede, a consolazione della speranza, ad allenamento della carità” (S. Agostino, Contra Faustum, XIII, 18; PL. XLII, col. 294; CSEL. XXV, p. 400).

“Vivere tra queste cose, queste meditare, non altro conoscere, non altro cercare, non vi pare che sia un’oasi di paradiso già qui in terra”? (S. Girolamo, Ep. 53, 10; PL. XXII, col. 549, CSEL. LIV, p. 463). Si pascano di questo medesimo cibo anche le menti dei fedeli per attingervi la conoscenza e l’amore di Dio, il profitto e la felicità della propria anima. Si diano dunque con tutto il cuore a questa santa occupazione gli espositori della divina parola. “Preghino per intendere” (S. Agostino, De doctr. christ., III, 56; PL. XXXIV, col. 89), s’affatichino per penetrare ogni dì più addentro i segreti delle Sacre Pagine; parlino dalla cattedra e dal pulpito per dischiudere anche agli altri i tesori della parola di Dio. Con quei preclari interpreti che nei passati secoli, arrecando tanto frutto, hanno dichiarato e illustrato la Sacra Scrittura, gareggino, secondo il potere di ognuno, gli odierni, sicché anche al presente come nei tempi trascorsi la Chiesa abbia esimi dottori nell’esporre le Divine Lettere ed i fedeli cristiani per opera loro ricevano della Sacra Scrittura tutta la luce, il conforto, la letizia. In questo còmpito, per certo arduo e grave, essi ancora abbiano “per loro sollievo i Santi Libri” (1 Mach. XII, 9) e siano memori del premio che li attende, poiché “i dotti risplenderanno come lo splendore del firmamento, e coloro che insegnano a molti la giustizia come stelle per l’intiera eternità” (Dan. XII, 3). – Intanto, mentre a tutti i figli della Chiesa, segnatamente ai professori delle bibliche discipline, al giovane clero e a tutti i sacri oratori ardentemente auguriamo che, assiduamente meditando la parola di Dio, gustino quanto buono e soave è lo Spirito del Signore (Sap. XII, 1), auspice dei celesti favori e pegno della Nostra benevolenza, a voi tutti e singoli, Venerabili Fratelli e figli diletti, impartiamo con tutto affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 30 settembre, nella festa di San Girolamo, Dottor Massimo nell’esporre le Sacre Scritture, l’anno 1943, V del Nostro Pontificato.

PIO PP. XII

 

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: SPIRITUS PARACLITUS di S.S. BENEDETTO XV

Spiritus Paraclitus, è una delle lettere Encicliche più belle e significative di tutto il Magistero ecclesiastico. Prendendo spunto dalla esaltazione della straordinaria figura di San Girolamo, della quale si celebrava il XV centenario della morte, il Santo Padre Benedetto XV, traccia un sentiero di vera e nobile spiritualità tutta incentrata sulla Sacra Scrittura. Lunga è invero la lettera, ma si legge come … il cervo assetato in terra arida [terra arida = modernismo eretico, protestantesimo, massonismo, ateismo e paganesimo imperante ed imposto, etc.] che va alla fonte di acqua pura per dissetarsi e rivivere. Numerosi sono gli spunti di riflessione ed i rilievi dottrinali che si susseguono in sequenza strettamente logica, brillante e “vera” sotto tutti punti di vista. Assoluta è la considerazione della Santa Scrittura in ogni sua asserzione ed in ogni ambito anche laddove, da un certo periodo [cioè dal rinascimento del paganesimo] da empi e falsissimi pretesi scienziati e sapienti, si è tentato di trovare elementi che mettessero la Bibbia in “difficoltà” o addirittura capace di errori, falsità, sviste, manipolazioni. Giusto per fare un esempio breve, guardiamo alla storia della teoria eliocentrica, rimasuglio di un culto gnostico-cabalistico ereditato da conventicole “accademiche” e che oggi, nonostante i grandi mezzi economici dispiegati [che troverebbero migliore impiego nel sollevare gli indigenti], viene messa in ridicolo e sbeffeggiata pure da un bambino dalle normali facoltà mentali, capace di fare due semplici operazioni aritmetiche, con una buona vista, armato semplicemente di un banale cannocchiale [ognuno può vedere una terra ed un mare perfettamente piatti, soppiantando la teoria delle “palle che girano” – sembra di rivivere la favola del Re nudo!]. Quindi il Santo Padre, ricordando i decreti tridentini, e la “Providentissimus Deus” di Leone XIII, ci rafferma nella convinzione che unica guida di Verità per l’essere umano è solo la Sacra Scrittura, rettamente interpretata dalla Chiesa Cattolica Romana [e San Girolamo è appunto uno dei Padri Occidentali della Chiesa], e dal Magistero della stessa garantito dall’infallibilità del Sommo Pontefice [quello vero, naturalmente!]. Inutile dilungarsi oltre, è tutto contenuto mirabilmente nella lettera. Leggiamo e fissiamo indelebilmente nella mente: Spiritus Paraclitus cum genus humanum, ut arcanis divinitatis …

S. S. Benedetto XV

“Spiritus Paraclitus”

Lettera Enciclica

Lo Spirito Santo, che diede al genere umano, per iniziarlo ai misteri della divinità, il tesoro delle Lettere Sante, ha con immensa provvidenza fatto sorgere nel corso dei secoli numerosi esegeti, notevoli per santità e per dottrina, i quali, non contenti di non lasciare infecondo questo Celeste tesoro (Conc. Trid., s. V. decr. di riforma, c. I), dovevano far ampiamente gustare attraverso i loro studi e le loro opere, ai fedeli cristiani, “la consolazione delle Scritture“. – E’ universalmente riconosciuto l’eccelso posto tenuto da San Gerolamo, nel quale la Chiesa Cattolica riconosce e venera il più gran Dottore di cui il Cielo le abbia fatto dono per l’interpretazione delle Sacre Scritture. – Invero, poiché fra pochi giorni dobbiamo commemorare il quindicesimo centenario della sua morte, Noi non vogliamo, Venerabili Fratelli, lasciar passare un’occasione così favorevole per intrattenervi a bell’agio sulla gloria che San Gerolamo ha acquistata e sui servizi che egli ha reso con la sua sapienza nelle Sacre Scritture. – La coscienza del Nostro ufficio Apostolico e il desiderio di dare incremento allo studio nobilissimo delle Scritture, Ci incitano da un lato a proporre come esempio da imitarsi questo grande genio, e dall’altro a confermare con la Nostra Apostolica autorità ed a meglio adattare ai tempi che oggi la Chiesa attraversa le preziosissime direttive e le prescrizioni date in questa materia dai Nostri Predecessori di santa memoria: Leone XIII e Pio X. Infatti San Gerolamo, “spirito grandemente impregnato di senso cattolico e molto versato nella conoscenza della legge santa(Sulp. Sev., Dial., 1, 7), maestro dei cristiani” (Cass., De inc. VII, 26), “modello di virtù e luce del mondo intero” (San Prospero, Carmen de ingratis, V, 57), ha esposto meravigliosamente e validamente difeso la dottrina cattolica intorno ai Libri Santi; e a questo proposito Ci fornisce un insieme di insegnamenti di altissimo valore, di cui Noi Ci valiamo per esortare tutti i figli della Chiesa, e specialmente i membri del clero, al rispetto, alla lettura devota e all’assidua meditazione delle Scritture Divine. Come sapete, Venerabili Fratelli, San Gerolamo, nato a Stridone, città “un tempo di confine tra la Dalmazia e la Pannonia”, (De viris ill., 135), allevato fin dalla più tenera infanzia al Cattolicesimo (Ep. LXXX, 11, 2), dopo che col Battesimo ebbe preso qui in Roma stessa l’abito di Cristo (Ep. XV, 1, 1; XVI, 11, 1), fino alla fine della sua lunghissima vita consacrò tutte le sue forze allo studio, alla esplicazione e alla difesa dei Libri Sacri. – Istruitosi in lettere latine e greche, appena uscito dalla scuola dei rètori, ancora adolescente, si sforzava di commentare il profeta Abdia; questo Saggio “della sua prima gioventù” (Abd. praef.) fece crescere a tal punto il suo amore per le Scritture, che, seguendo la parabola del Vangelo, egli decise di dover sacrificare al tesoro che aveva scoperto “tutti i vantaggi di questo mondo” (Matth. XIII, 44). – Perciò, sfidando tutte le difficoltà di una simile decisione, abbandonò la sua casa, i genitori, la sorella, i parenti, rinunziò all’abitudine di una lauta mensa e partì per i luoghi santi dell’Oriente, allo scopo di procurarsi con maggior. abbondanza le ricchezze di Cristo e la conoscenza del Salvatore, con la lettura e lo studio dei Libri Santi (Ep. XXII, XXX, 1). Più volte egli stesso ci descrive come si sia dedicato a questa impresa, senza risparmiare fatica: “Una meravigliosa sete di sapere mi spingeva ad istruirmi e non fui affatto, come alcuni pensano, il maestro di me stesso. Ad Antiochia ascoltai spesso le lezioni di Apollinare di Laodicea (1), che frequentavo; ma benché fossi suo discepolo nelle Sacre Scritture, non ho però mai adottato il suo dogmatismo ostinato in materia di senso” (Ep. LXXXIV, 111, 1). – San Gerolamo dalla Palestina si ritirò nel deserto della Calcide, in Siria; e al fine di penetrare più profondamente il senso della parola divina e per frenare nello stesso tempo, con accanito travaglio, gli ardori della giovinezza, si mise alla scuola di un ebreo convertito, dal quale ebbe anche modo di apprendere la lingua ebraica e quella caldea.

“Quali pene tutto ciò mi sia costato, quali difficoltà abbia dovuto vincere, quali scoraggiamenti soffrire, quante volte abbia abbandonato questo studio, per poi riprenderlo più tardi, stimolato dalla mia passione per la scienza, io solo, che l’ho provato, potrei dirlo, e con me coloro che mi vivevano accanto. E benedico Iddio per i dolci frutti che mi ha arrecati l’amaro seme dello studio delle lingue” (Ep. CXXV, 12). – San Gerolamo, fuggendo le bande di eretici che venivano a turbarlo perfino nella solitudine del deserto, si recò a Costantinopoli. Il Vescovo di questa città era allora San Gregorio il Teologo (2) celebre per la fama e la gloria universali della sua scienza. Gerolamo lo prese per quasi tre anni a guida e a maestro nell’interpretazione delle Sacre Lettere. In quest’epoca egli tradusse in latino le Omelie di Origene sui Profeti e la Cronaca di Eusebio (3) e commentò la visione dei Serafini in Isaia (4). – Ritornato a Roma, per le difficoltà che la Cristianità attraversava, vi fu accolto paternamente dal Papa Damaso (5), che egli assistette nel governo della Chiesa (Ep. CXXIII, IX, al., 10; Ep. CXXVII, VII, 1). Sebbene assorbito in ogni senso dalle preoccupazioni di questa carica, tuttavia mai trascurò sia di dedicarsi ai Libri Santi (Ep. CXXVII, VII, 1 e segg.) e di trascrivere e di esaminare i codici (Ep. XXXVI, 2; Ep. XXXII, 1), sia di risolvere le difficoltà che gli venivano sottoposte e di iniziare i discepoli d’ambo i sessi alla conoscenza delle Scritture (Ep. XLV, 2; CXXVI, 3; CXXVII, 7). – Il Papa gli aveva affidato l’importantissimo compito di rivedere la versione latina del Nuovo Testamento: egli rivelò in quest’impresa una tale penetrazione e una tale finezza di giudizio, che la sua opera è sempre più stimata e ammirata dagli stessi esegeti moderni. Ma tutti i suoi pensieri, tutti i suoi desideri l’attiravano verso i luoghi della Palestina. Fu così che, alla morte di Damaso, Gerolamo si ritirò a Betlemme; ivi, fondato un monastero presso la culla di Gesù, si consacrò tutto a Dio, dedicando tutto il tempo che la preghiera gli lasciava libero allo studio e all’insegnamento delle Scritture. – “Già – così egli ci riferisce – il mio capo s’incanutiva e avevo ormai l’aspetto più di un maestro che di un discepolo; ciò nonostante mi recai ad Alessandria e mi misi alla scuola di Didimo (6). Molto a lui io devo: mi insegnò quello che ignoravo, e ciò che già sapevo mi rivelò sotto diversa forma. Sembrava che non avessi più nulla da imparare, e ora, a Gerusalemme e a Betlemme, a prezzo di quali fatiche e di quali sforzi ho io seguito ancora durante la notte le lezioni di Baranina! Egli temeva gli Ebrei e mi faceva l’effetto di un secondo Niccodemo” (Ep. LXXXIV, 111, 1 e segg.). – Lungi dall’accontentarsi delle lezioni e dell’autorità di quei maestri – e non solo di questi – egli si valse, per raggiungere nuovi progressi, di fonti di documentazione d’ogni genere: dopo di essersi procurato fin dall’inizio i migliori manoscritti e commentari delle Scritture, studiò i libri delle sinagoghe e le opere della biblioteca di Cesarea, fondata da Origene e da Eusebio; il confronto di questi testi con quelli che già possedeva, doveva metterlo in grado di fissare la forma autentica e il vero senso del testo biblico. – Per meglio raggiungere il suo scopo, visitò la Palestina in tutta la sua estensione, fermamente convinto del vantaggio che ne avrebbe tratto, come faceva notare nella sua lettera a Domnione e a Rogaziano: “La Sacra Scrittura sarà molto più penetrabile per colui che ha visto con i suoi occhi la Giudea, che ha ritrovato i resti delle antiche città, ed appreso i nomi rimasti identici o trasformatisi delle varie località. Questo è il pensiero che ci guidava quando ci siamo imposta la fatica di percorrere, insieme ai più grandi eruditi ebrei, la regione il cui nome risuona in tutte le chiese di Cristo” (Ad Domnionem et Rogatianum in I. Paral. Prefaz.). Ecco dunque San Gerolamo nutrire senza posa il suo spirito di questa manna Celeste, commentare le Lettere di San Paolo, correggere, secondo i testi greci, i codici latini dell’Antico Testamento, tradurre di nuovo in latino dall’originale ebraico quasi tutti i Libri Sacri, spiegare ogni giorno le Sacre Scritture ai fedeli insieme riuniti, rispondere alle lettere che da ogni parte gli giungevano per sottoporgli difficoltà esegetiche da risolvere, confutare vigorosamente i detrattori dell’unità e della fede cattolica, e – tanto grande era l’energia che gli infondeva l’amore per le Scritture – non smettere dallo scrivere e dal dettare, finché la morte non ebbe irrigidito la sua mano e spento la sua voce. – Così, non risparmiando né fatiche, né veglie, né spese, mai, fino all’estrema vecchiaia, cessò di meditare giorno e notte, presso il Santo Presepio, sulla legge del Signore, rendendo maggiori servigi al nome cattolico, dal fondo della sua solitudine, con l’esempio della sua vita e con i suoi scritti, di quelli che avrebbe potuto rendere se fosse vissuto a Roma, centro del mondo. – Dopo questo rapido esame della vita e delle opere di San Gerolamo, vediamo ora, Venerabili Fratelli, quale fu il suo insegnamento sulla dignità divina e l’assoluta veracità delle Sacre Scritture. A questo proposito, si analizzino gli scritti del grande Dottore: non v’è pagina in cui non sia reso evidente come egli abbia fermamente e invariabilmente affermato, in armonia con l’intera Chiesa Cattolica, che i Libri Santi sono stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, che autore di essi va ritenuto Dio stesso e che come tali la Chiesa li ha ricevuti (Conc. Vat. I. III, Const. de fide cath. cap. II). I Libri della Santa Scrittura – egli afferma sono stati composti sotto l’ispirazione o la suggestione o anche la diretta dettatura dello Spirito Santo; ed è per di più questo stesso Spirito che li ha composti e divulgati. D’altronde però San Gerolamo non dubita minimamente che ogni autore di questi libri abbia secondo la propria possibilità e il proprio genio, dato libero contributo all’ispirazione divina. Non solo dunque egli afferma senza riserve l’elemento comune a tutti gli scrittori di cose sacre – sarebbe a dire il fatto che la loro penna è guidata dallo Spirito divino, a tal punto che Dio stesso deve essere considerato causa principe e determinante di ogni espressione della Scrittura – ma anche distingue accuratamente e pone in rilievo ciò che in un singolo scrittore vi è particolarmente caratteristico. Sotto diversi punti di vista, secondo cioè l’ordinamento del materiale, secondo l’uso dei vocaboli, la qualità e la forma dello stile, egli dimostra. come ciascuno abbia messo a profitto le proprie facoltà e le proprie capacità personali; giunge in tal modo a fissare e a ben delineare il carattere singolo, le impronte, per così dire, e la fisionomia di ogni autore, soprattutto riguardo ai Profeti e all’Apostolo San Paolo. Per meglio porre in rilievo questa collaborazione di Dio e dell’uomo alla stessa opera, San Gerolamo adduce l’esempio dell’operaio, che si serve, nella costruzione di un oggetto qualsiasi, di uno strumento o di un utensile; infatti tutto quello che gli scrittori sacri dicono “altro non è che la parola stessa di Dio e non la loro parola, e parlando per mezzo della loro bocca, Dio volle servirsi come d’uno strumento (Tract. de Ps., LXXXVIII). – Se noi cerchiamo inoltre di comprendere come bisogna interpretare questa influenza di Dio sullo scrittore di sacri argomenti e l’azione che Egli come causa principale esercitò, noi vedremo che l’opinione di San Gerolamo è in perfetta armonia con la dottrina comune della Chiesa Cattolica: Dio – egli afferma – con un dono della Sua grazia illumina lo spirito dello scrittore, riguardo alla verità che questo deve trasmettere agli uomini “per ordine divino“. Egli suscita in lui la volontà e lo costringe a scrivere; gli conferisce un’assistenza speciale fino al compimento del libro. E’ principalmente su questo punto del concorso divino, che il nostro Santo fonda l’eccellenza e la dignità incomparabili delle Scritture, la cui scienza paragona al “tesoro prezioso (Matth. XIII, 44; Tract. de Ps. LXXII) e alla “splendida perla(Matth. XIII, 45 e segg.) e in cui assicura si trovano “le ricchezze di Cristo” (Quaest. in Gen., Prefaz.) e “l’argento che orna la casa di Dio” (Agg. II, 1 e segg.; cfr. Gal. 11, 10 ecc.). – Proclamava eloquentemente, sia con le parole che con i fatti, l’autorità sovrana della Scrittura. Non appena si sollevava una controversia, egli ricorreva alla Bibbia come alla più autorevole fonte per dedurne testimonianze, argomenti molto saldi e assolutamente inconfutabili al fine di dimostrare apertamente gli errori degli avversari. – Così San Gerolamo rispose, con massima schiettezza e semplicità, a Elvidio (7), che negava la perpetua verginità della Madre di Dio: Se ammettiamo tutto ciò che dice la Scrittura, neghiamo logicamente ciò che essa non dice. Noi crediamo che Dio sia nato da una vergine, appunto perché lo leggiamo nella Scrittura; e neghiamo che Maria non sia rimasta vergine dopo il parto, perché la Scrittura non lo riporta assolutamente (Adv. Helv., 19). Si ripromette, servendosi di queste stesse armi, di difendere con la massima vigoria, contro Gioviniano (8), la dottrina cattolica sullo stato di verginità di Maria, sulla perseveranza, l’astinenza e il merito delle buone opere: “Io farò ogni sforzo per opporre, a ciascuna delle sue asserzioni, i testi delle Scritture: eviterò così che egli vada ovunque lamentandosi che io l’ho vinto più con la mia eloquenza che con la forza della verità” (Adv. Iovin., 1, 4). – Nella difesa delle sue opere contro lo stesso eretico, aggiunge: “Sembrerebbe che l’abbiano supplicato di cedere davanti a me, mentre egli non s’è lasciato prendere che a malincuore, dibattendosi nei lacci della verità (Ep. XLIX, al. XLVIII, 14, 1). – Sull’insieme della Sacra Scrittura, leggiamo ancora nel suo commentario su Geremia, che la morte gli impedì di condurre a termine: “Non bisogna seguire l’errore dei genitori né quello degli antenati, bensì l’autorità delle Scritture e la volontà di Dio maestro” (Ier. IX, 12 e segg.). Ecco come descrive a Fabiola il metodo e l’arte per combattere il nemico: “Una volta che sarai erudito nelle Sacre Scritture, armato delle loro leggi e delle loro testimonianze, che sono i vincoli della verità, tu andrai contro i tuoi nemici, li domerai, li incatenerai e li riporterai prigionieri; e di questi avversari e prigionieri di ieri, tu farai tanti figli di Dio (Ep. LXXVIII, XXX, al. 78, mansio). – Per altro San Gerolamo insegna che l’ispirazione divina dei Libri Santi e la loro sovrana autorità comportano, quale conseguenza necessaria, l’immunità e l’assenza di ogni errore e di ogni inganno: tale principio egli aveva appreso nelle più celebri scuole d’Occidente e d’Oriente, come tramandato dai Padri e accettato dall’opinione comune. – E invero, dopo che egli ebbe intrapreso, per ordine del Papa Damaso, la revisione del Nuovo Testamento, alcuni “spiriti meschini gli rimproverarono amaramente di aver tentato “contro l’autorità degli antichi e l’opinione di tutto il mondo, di fare alcuni ritocchi ai Vangeli”; San Gerolamo si accontentò di rispondere che non era abbastanza semplice di spirito, né così estremamente ingenuo, per pensare che la più piccola parte delle parole del Signore avesse bisogno d’essere corretta, o per ritenere che non fosse divinamente ispirata (Ep. XXVII, 1, 1 e segg.). Nel commento alla prima visione dì Ezechiele intorno ai quattro Evangeli, fa notare: “Non troverà strani tutto quel corpo e quei dorsi disseminati d’occhi, chi si è reso conto come dal più piccolo particolare del Vangelo si sprigiona una luce che illumina col suo raggio il mondo intero: ed anche la cosa che è apparentemente la più trascurabile brilla di tutto il maestoso splendore dello Spirito Santo (Ex. I, 15 e segg.). Ora, questo privilegio, che egli qui rivendica per il Vangelo, lo reclama poi in ognuno dei suoi commentari per tutte le altre “parole del Signore, e ne fa la legge e la base dell’interpretazione cattolica; questo è d’altra parte il criterio di cui San Gerolamo si vale per distinguere il vero profeta dal falso (Mich. II, II e segg.; III, 5 e segg.). Poiché: “la parola del Signore è verità, e per Lui dire significa realizzare” (Mich. IV, 1 e segg.). Pertanto “la Scrittura non può mentire” (Ier. XXXI, 35 e segg.) e non è permesso accusarla di menzogna (Nah. 1, 9) e neppure ammettere nelle sue parole anche un solo errore di nome (Ep. LVII, VII, 4). Del resto, il Santo Dottore aggiunge che egli “non pone sullo stesso piano gli Apostoli e gli altri scrittori, cioè gli autori profani; “quelli dicono sempre la verità, mentre questi, come capita agli uomini, si ingannano su alcuni punti” (Ep. LXXXII, VII, 2); molte affermazioni della Scrittura, che a prima vista possono sembrare incredibili, sono tuttavia vere (Ep. LXXII, II, 2), e in questa “parola dì verità” non è possibile scoprire nessuna contraddizione, nessuna discordanza, nessuna incompatibilità (Ep. XVIII, VII, 4; cfr. Ep. XLVI, VI, 2); per conseguenza “se la Scrittura contenesse due dati che sembrassero escludersi, entrambi” resterebbero “veri, quantunque diversi” (Ep. XXXVI, XI, 2). – Sempre fedele a questo principio, se gli capitava di incontrare nei Libri Sacri apparenti contraddizioni, San Gerolamo concentrava tutte le sue cure e tutti gli sforzi del suo spirito per risolvere la difficoltà; e se giudicava la soluzione ancora poco soddisfacente, riprendeva, non appena si presentasse l’occasione, senza perdere coraggio, l’esame del problema, anche se talora non giungeva a risolverlo completamente. – Mai tuttavia egli incolpò gli scrittori sacri della minima falsità: “Lascio fare ciò agli empi, come Celso, Porfirio, Giuliano(Ep. LVII, IX, 1). In ciò era perfettamente d’accordo con Sant’Agostino: questi – leggiamo in una delle sue lettere allo stesso San Gerolamo – aveva per i Libri Sacri una venerazione così piena di rispetto, da credere molto fermamente che nessun errore fosse sfuggito alla penna di uno solo di tali autori; perciò, se incontrava nelle Lettere Sante un punto che sembrava in contrasto con la verità, lungi dal credere ad una menzogna, ne attribuiva la colpa a un’alterazione del manoscritto, a un errore di traduzione, o a una totale inintelligenza da parte sua. Al che aggiungeva: “Io so, fratello, che tu non pensi diversamente: voglio dire che non m’immagino affatto che tu desideri vedere le tue opere, lette nella stessa disposizione di spirito in cui vengono lette le opere dei Profeti e degli Apostoli; dubitare che esse siano prive di ogni errore, sarebbe un delitto (Sant’Ag. a San Gerol., tra le lettere di San Gerol. CXVI, 3). – Questa dottrina formulata da San Gerolamo conferma dunque splendidamente e nello stesso tempo spiega la dichiarazione del Nostro Predecessore di santa memoria, Leone XIII, in cui era precisata la credenza antica e costante della Chiesa sulla perfetta immunità che mette la Scrittura al riparo d’ogni errore: “E’ tanto assurdo che l’ispirazione divina incorra il pericolo di errare, che non solo il minimo errore ne è essenzialmente escluso, ma anche che questa esclusione e questa impossibilità sono tanto necessarie, quanto è necessario che Dio, sovrana verità, non sia l’autore di alcun errore, anche il più lieve“. – Dopo aver riferito le conclusioni dei Concili di Firenze e di Trento, confermate dal Sinodo in Vaticano, Leone XIII prosegue: “La questione assolutamente non cambia per il fatto che lo Spirito Santo s’è servito di uomini come di strumenti per scrivere, come se qualche errore avesse potuto sfuggire non certo all’autore principale, ma agli scrittori che da Lui erano ispirati. Poiché Egli stesso li ha con la sua azione soprannaturale eccitati e spinti lino a che si ponessero a scrivere; li ha poi assistiti nel corso della loro opera a tal punto che essi pensavano secondo assoluta giustizia, volevano riportare fedelmente e perfettamente esprimevano, con esattezza infallibile, tutto quello che Egli ordinava loro di scrivere, e solo questo riportavano: diversamente non potrebbe essere lo Spirito Santo l’autore di tutta la Sacra Scrittura” (Lett. Encicl. Providentissimus Deus). Queste parole del Nostro Predecessore non lasciavano adito ad alcun dubbio, né ad alcuna esitazione. Ma, ahimè!, Venerabili Fratelli, non mancarono tuttavia, non solo fra gli estranei, ma anche tra i figli della Chiesa Cattolica e – strazio ancor più grande per il Nostro cuore – perfino fra il clero e i maestri delle Scienze sacre, spiriti che con fiducia orgogliosa nel proprio criterio di giudizio, – apertamente rifiutarono o attaccarono subdolamente su questo punto il magistero della Chiesa. Certamente noi approviamo l’intenzione di coloro che, desiderosi per sé e per gli altri di liberare il Testo Sacro dalle sue difficoltà, ricercano, con l’appoggio di tutti i dati della scienza e della critica, nuovi modi e nuovi metodi per risolverle; ma essi falliranno miseramente nella loro impresa, se trascureranno le direttive del Nostro Predecessore e se oltrepasseranno i limiti precisi indicati dai Santi Padri. – Ora l’opinione di alcuni moderni non si preoccupa affatto di queste prescrizioni e di questi limiti: distinguendo nella Sacra Scrittura un duplice elemento, uno principale o religioso, e uno secondario o profano, essi accettano, si, il fatto che l’ispirazione si riveli in tutte le proposizioni ed anche in tutte le parole della Bibbia, ma ne restringono e ne limitano gli effetti, a partire dall’immunità dall’errore e dall’assoluta veracità, limitata al solo elemento principale o religioso. Secondo loro, Dio non si preoccupa e non insegna personalmente nella Scrittura se non ciò che riguarda la religione: il resto ha rapporto con le scienze profane e non ha altra utilità, per la dottrina rivelata, che quella di servire da involucro esteriore alla verità divina. Dio soltanto permette che esso vi sia e l’abbandona alle deboli facoltà dello scrittore. Perciò non vi è nulla di strano se la Bibbia presenta, nelle questioni fisiche, storiche e in altre di simile argomento, passaggi piuttosto frequenti che non è possibile conciliare con gli attuali progressi delle Scienze. – Alcuni sostengono che queste opinioni erronee non sono affatto in contrasto con le prescrizioni del Nostro Predecessore: non ha forse Egli dichiarato che, in materia di fenomeni naturali, l’autore sacro ha parlato secondo le apparenze esteriori, suscettibili quindi d’inganno? Quanto questa affermazione sia temeraria e menzognera, lo provano manifestamente i termini stessi del documento Pontificio. – L’apparenza esteriore delle cose – ha dichiarato molto saggiamente Leone XIII, seguendo Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino – deve essere tenuta in una certa considerazione; ma questo principio non può suscitare il minimo sospetto di errore nella Sacra Scrittura: poiché la sana filosofia asserisce come cosa sicura che i sensi, nella percezione immediata delle cose, oggetto vero di conoscenza, non si ingannano affatto. Inoltre il Nostro Predecessore, dopo aver negato ogni distinzione e ogni possibilità di equivoco tra quello che è l’elemento principale è l’elemento secondario, dimostra chiaramente il gravissimo errore di coloro i quali ritengono che “per giudicare della verità delle proposizioni bisogna senza dubbio ricercare ciò che Dio ha detto, ma più ancora valutare il motivo che lo ha indotto a parlare“. Leone XIII precisa ancora che l’ispirazione divina è presente in tutte le parti della Bibbia, senza selezione né distinzione alcuna, e che è impossibile che anche il minimo errore si sia introdotto nel testo ispirato: “Sarebbe un errore molto grave restringere l’ispirazione divina solo a determinate parti della Sacra Scrittura, o ammettere che l’autore sacro stesso abbia potuto ingannarsi“. – E non sono meno discordi dalla dottrina della Chiesa, confermata dall’autorità di San Gerolamo e degli altri Padri, quelli che ritengono che le parti storiche delle Scritture si appoggiano non sulla verità “assoluta” dei fatti, ma soltanto sulla loro “verità relativa“, come essi la chiamano, e sul modo volgarmente comune di pensare. Per sostenere questa teoria, essi non temono di richiamarsi alle stesse parole del Papa Leone XIII, il quale avrebbe affermato che i principi ammessi in materia di fenomeni naturali possono essere portati in campo storico. Come nell’ordine fisico gli scrittori sacri hanno parlato seguendo le apparenze, cosi – essi pretendono – quando si trattava di riportare avvenimenti non perfettamente noti, li hanno riferiti come apparivano fissati secondo l’opinione comune del popolo o le relazioni inesatte di altri testimoni; inoltre essi non hanno citato le fonti delle loro informazioni, e non hanno garantito personalmente le narrazioni attinte da altri autori. – A che confutare più a lungo una teoria veramente ingiuriosa per il Nostro Predecessore e nello stesso tempo falsa e piena di errore? Quale rapporto, infatti, vi è tra i fenomeni naturali e la storia? Le scienze fisiche si occupano di oggetti che colpiscono i sensi e devono quindi concordare con i fenomeni come essi appaiono; la storia invece, narrazione di fatti, deve – ed è questa la sua legge principale – coincidere con questi fatti, come realmente si sono verificati. Se si accettasse la teoria di costoro, come sarebbe possibile conservare alla narrazione sacra quella verità, immune da ogni falsità, che come il Nostro Predecessore dichiara in tutto il contesto della sua Enciclica, non si deve affatto menomare? – Che anzi, quando egli afferma che v’è interesse a trasportare nella storia e nelle scienze affini i principi che valgono per le scienze fisiche, non intende stabilire una legge generale e assoluta, ma indicare semplicemente un metodo uniforme da seguire, per confutare le obiezioni fallaci degli avversari e difendere contro i loro attacchi la verità storica della Sacra Scrittura. – Se almeno i partigiani di queste teorie si fermassero a ciò! Ma non giungono invece fino al punto d’invocare il Dottore dalmata per difendere la loro opinione? San Gerolamo, a credere in loro, avrebbe dichiarato che bisogna mantenere l’esattezza e l’ordine dei fatti storici nella Bibbia “prendendo per regola non la realtà obiettiva ma l’opinione dei contemporanei“, che, veniva cosi a costituire la vera legge della storia (Ier. XXIII, 15 e segg.; Matth. XIV, 8; Adv. Helv. 4). – Come sono abili a trasformare in loro favore le parole di San Gerolamo! Ma non è possibile avere dubbi sul suo esatto pensiero: egli non afferma che nell’esposizione dei fatti lo scrittore sacro si appropria di una falsa credenza popolare a proposito di dati che ignora, ma dice soltanto che nella designazione delle persone e degli oggetti egli usa il linguaggio corrente. Cosi quando uno scrittore chiama San Giuseppe padre di Gesù, indica chiaramente in tutto il corso della sua narrazione come intenda questo nome di padre. – Secondo San Gerolamo, “la vera legge della storia” richiede che nell’impiego delle denominazioni lo scrittore si attenga, dopo aver eliminato ogni pericolo d’errore, al modo generale d’esprimersi; poiché l’uso è l’arbitro e il regolatore del linguaggio. E che? Forse che il nostro Dottore non pone sullo stesso piano i fatti riportati dalla Bibbia e i dogmi nei quali è necessario credere, se si vuol raggiungere la salvezza eterna? Ecco infatti ciò che leggiamo nel suo commentario sull’Epistola a Filemone: “In quanto a me, ecco ciò che penso: uno crede in Dio Creatore: ciò non gli sarebbe possibile se non credesse alla verità di tutto quello che Scrittura riporta riguardo ai suoi Santi“. E compila una lunghissima serie di citazioni tratte dall’Antico Testamento, concludendo: “Chiunque rifiuti di prestar fede a tutti questi fatti e a tutti gli altri, senza eccezione alcuna, riguardanti i Santi, non potrà credere al Dio dei Santi” (Philem. 4). – San Gerolamo si trova quindi in perfetto accordo con Sant’Agostino, il quale, interprete del sentimento comune di tutta l’antichità, così scriveva: “Noi crediamo tutto ciò che la Sacra Scrittura, posta al supremo culmine dell’autorità dalle testimonianze sicure e venerabili della verità, ci attesta riguardo ad Enoch, ad Elia e a Mosè… Così, se noi crediamo che il Verbo è nato dalla Vergine Maria, non è per il fatto che Egli non avrebbe potuto trovare altro mezzo per assumere una forma realmente incarnata, e per manifestarsi agli uomini (come pretendeva sostenere Fausto), ma perché così è detto in quella Scrittura, alla quale dobbiamo prestar fede, se vogliamo rimanere cristiani e salvarci” (San Aug. Contra Faustum, XXVI, 3 e segg., 6 e segg.). Vi è poi un altro gruppo di denigratori della Sacra Scrittura: intendiamo parlare di coloro che, abusando di certi principi, giusti del resto se si trattengono entro determinati limiti, giungono a distruggere la base della veridicità delle Scritture, e a denigrare la dottrina cattolica trasmessa dai Padri. – Se ancora vivesse, certamente San Gerolamo lancerebbe acuminati strali contro questi imprudenti che, disprezzando il sentimento e il giudizio della Chiesa, ricorrono con troppa facilità a quel sistema da essi definito “delle citazioni implicite” o delle narrazioni che sono storiche soltanto apparentemente; i quali pretendono di scoprire nei Libri Sacri procedimenti letterari inconciliabili con l’assoluta e perfetta veracità della parola divina, e professano sull’origine della Bibbia un’opinione che tende unicamente a scuoterne l’autorità o addirittura ad annullarla. E che pensare di coloro che, nella interpretazione del Vangelo, ne attaccano l’autorità, sia umana che divina, diminuendo quella e distruggendo questa? Delle parole, delle opere di Nostro Signor Gesù Cristo, nulla ci è pervenuto, secondo costoro, nella sua integrità e senza alterazioni, malgrado le testimonianze di coloro che hanno riportato con religiosa cura ciò che avevano visto ed udito; essi non vi vedono – soprattutto per ciò che concerne il IV Vangelo – che una compilazione costituita da un lato dalle aggiunte considerevoli dovute all’immaginazione degli Evangelisti, e dall’altro dal racconto di fedeli di altra epoca; queste correnti perciò, sgorganti da dubbia fonte, hanno oggi cosi ben confuse le acque nello stesso letto, che non è possibile assolutamente avere un criterio sicuro per distinguerle. . – Non è così che Gerolamo, Agostino e gli altri Dottori della Chiesa hanno compreso il valore storico dei Vangeli, nei quali: “Chi ha visto ha reso testimonianza, e la sua testimonianza è vera. Ed egli sa di dire il vero, affinché anche voi lo crediate” (Ioan. XIX, 35); San Gerolamo, dopo aver rimproverato agli eretici, autori di Vangeli apocrifi, di “aver tentato più di ordinare la narrazione che di stabilire la verità(Matth. Prol.) aggiunge al contrario, a proposito dei Libri Canonici: “Nessuno ha il diritto di mettere in dubbio la realtà di quello che è scritto” (Ep. LXXVIII, 1, 1; cfr. Marc. 1, 13-31). Su questo punto è nuovamente d’accordo con Sant’Agostino, il quale in modo eccellente diceva, a proposito del Vangelo: “Queste cose vere sono state scritte con tutta fedeltà e veridicità a suo riguardo, affinché chiunque crede nel suo Vangelo, sia nutrito di verità, e non sia ingannato da menzogne (San Aug., C. Faustum, XXVI, 8). – Vedete quindi, Venerabili Fratelli, con quale ardore dovete consigliare ai figli della Chiesa di fuggire questa folle libertà d’opinione, con la stessa cura che avevano i Padri. Le vostre esortazioni saranno più facilmente ascoltate se convincerete il clero e i fedeli, affidati alla vostra custodia dallo Spirito Santo, che San Gerolamo e gli altri Padri della Chiesa hanno attinto questa dottrina riguardante i Libri Sacri alla scuola stessa del Divin Maestro Gesù Cristo. Infatti, leggiamo noi forse che Nostro Signore abbia avuto una diversa concezione della Scrittura? – Le parole: “E’ scritto“, e “Bisogna che la Scrittura s’avveri” sono sulle Sue labbra un argomento senza eccezioni, tale da escludere ogni possibile controversia. – Ma insistiamo con maggior agio su questa questione. Chi non sa e non ricorda come nei Suoi discorsi al popolo, sia sulla montagna prossima al lago di Genezareth, sia nella sinagoga di Nazareth e nella Sua città di Cafarnao, Gesù Nostro Signore traeva i punti principali e le prove della Sua dottrina dal testo sacro? Non è da esso che Egli attingeva armi invincibili per le discussioni con i Farisei e i Sadducei? Sia che insegni o discuta, Egli riporta affermazioni ed esempi tolti da ogni parte della Scrittura; così, ad esempio, si riferisce indistintamente a Giona, agli abitanti di Ninive, alla regina di Saba e a Salomone, a Elia e ad Eliseo, a Davide, a Noè, a Loth, agli abitanti di Sodoma e alla moglie stessa di Loth (Matth. XII, 3, 39-47; Luc. XVII, 26-29, 32, ecc.). Egli rende una grande testimonianza alla verità dei Santi Padri con la solenne dichiarazione: “Non passerà un solo iota o un solo tratto della legge, finché tutto non sia adempiuto(Matth. V, 18); e ancora: “La Scrittura non può essere annullata” (Ioan. X, 35); perciò: “Colui che avrà violato anche il più lieve di questi comandamenti e insegnato agli uomini a fare altrettanto, sarà il più trascurabile per il regno dei Cieli” (Matth. V, 19). Prima di raggiungere il Padre Suo in Cielo, Egli volle donare questa dottrina agli Apostoli, che ben presto doveva abbandonare sulla terra: “Aprì loro gli spiriti, affinché comprendessero le Scritture, dicendo: così è scritto, e così bisognava che Cristo soffrisse e che risuscitasse da morte il terzo giorno” (Luc. XXIV, 45 e segg.). – La dottrina di San Gerolamo sull’eccellenza e la verità della Scrittura è dunque, per esprimerCi brevemente, la dottrina di Cristo stesso. Perciò Noi esortiamo vivissimamente tutti i figli della Chiesa, e in particolar modo coloro che insegnano la Sacra Scrittura agli studenti ecclesiastici, a seguire senza posa la via tracciata dal Dottore di Stridone; ne risulterà certamente che essi avranno per le Scritture la sua stessa profonda stima, e che il possesso di questo tesoro procurerà loro godimenti sublimi. – Non solo i grandi vantaggi, che già abbiamo ricordato, verranno dal prendere il grande Dottore come guida e maestro, ma molti altri ancora ne scaturiranno e considerevoli: Ci piace, Venerabili Fratelli, ricordarveli sia pur brevemente.

Innanzi tutto, poiché prima d’ogni altro si presenta al Nostro spirito, rileviamo l’appassionato amore per la Bibbia, testimoniato in San Gerolamo da ogni atto della sua vita e dalle sue parole, tutte infervorate dallo Spirito di Dio, amore che egli ha cercato di destare sempre più nelle anime dei fedeli: “Ama la Sacra Scrittura – sembra voler dire a tutti quando si rivolge alla vergine Demetria – e la saggezza ti amerà; amala teneramente, ed essa ti custodirà; onorala e riceverai le sue carezze. Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini” (Ep. CXXX, 20). La lettura assidua della Scrittura, lo studio profondo e diligente di ogni libro, anzi di ogni proposizione e di ogni parola, gli hanno permesso di familiarizzarsi col Testo Sacro, più di ogni altro scrittore dell’antichità ecclesiastica. – Se la Versione Vulgata, compilata dal Nostro Dottore, lascia, secondo il parere di tutti i critici imparziali, molto dietro di sé le altre versioni antiche, perché si giudica essa renda l’originale con maggior esattezza ed eleganza, ciò è dovuto alla conoscenza che San Gerolamo aveva della Bibbia, conoscenza unita in lui ad uno spirito di fine sensibilità. Questa Versione Vulgata, che il Concilio di Trento ha deciso di considerare autentica e di seguire nell’insegnamento e nella liturgia, “essendo consacrata dal lungo uso che ne ha fatto, la Chiesa per tanti secoli“, è Nostro vivo desiderio vedere corretta e resa alla sua purezza primitiva, secondo l’antico testo dei manoscritti, se Dio nella sua infinita bontà vorrà concederCi vita sufficiente; compito arduo e grandissimo, affidato, con felice decisione, ai Benedettini dal Nostro Predecessore Pio X di santa memoria, che costituisce, Noi ne siamo sicuri, nuove fonti autorevoli per la comprensione delle Scritture. Questo amore di San Gerolamo per la Sacra Scrittura si rileva in modo del tutto particolare nelle sue lettere, si che esse sembrano una trama di citazioni tratte dai Libri Santi; così come San Bernardo trovava insignificante ogni pagina che non racchiudesse il dolcissimo nome di Gesù, San Gerolamo non gustava nessuno scritto che non splendesse della luce delle Sacre Scritture. Con tutta semplicità poteva egli scrivere in una lettera a San Paolino, un tempo brillante senatore e console, e da poco convertito alla fede di Cristo: “Se tu avessi questo terreno d’appoggio (voglio dire la scienza delle Sacre Scritture), le tue opere nulla avrebbero da perdere, ma acquisterebbero anzi una certa finitezza, e non cederebbero a nessun’altra per l’eleganza, per la scienza e per la finezza della forma… Unisci a questa dotta eloquenza il gusto o la comprensione delle Scritture, e presto ti vedrò posto nelle prime file dei nostri scrittori” (Ep. LVIII, IX, 2; XI, 2). – Ma quale via e quale metodo seguire per cercare con lieta speranza di scoprire quel prezioso tesoro che il Padre Celeste ha donato ai suoi figli quale consolazione durante il loro esilio? San Gerolamo stesso ce lo indica col suo esempio. Ci esorta innanzi tutto ad intraprendere lo studio della Scrittura con accurata preparazione e con animo ben disposto. – Osserviamo lo stesso San Gerolamo, dopo che ebbe ricevuto il Battesimo: per superare tutti gli ostacoli esteriori che potevano opporsi al suo santo desiderio, imitando il personaggio del Vangelo che, dopo aver trovato un tesoro, “nella sua gioia, se ne va, vende tutto ciò che possiede ed acquista quel campo” (Matth. XIII, 44), egli dice addio ai piaceri effimeri e frivoli di questo mondo, desidera ardentemente la solitudine ed abbraccia una vita austera con tanto maggior ardore quanto più si è reso conto del pericolo che fino allora aveva corso la sua salvezza in mezzo alle seduzioni del vizio. – Superati questi ostacoli, egli doveva ancora d’altra parte disporre il suo spirito ad acquistare la scienza di Gesù Cristo e a rivestirsi di Colui che è “dolce ed umile di cuore“; aveva in realtà provato quella stessa ripugnanza che Sant’Agostino confessava di aver sofferto quando s’era accinto allo studio delle Sante Lettere. Dopo essersi dedicato durante la sua giovinezza alla lettura di Cicerone e degli altri autori profani, quando vuole rivolgere il suo spirito alla Scrittura Sacra, così si pronunzia: “Mi parve indegna d’essere paragonata alla bellezza della prosa ciceroniana. La mia enfasi aveva orrore della sua semplicità e la mia intelligenza non penetrava nel senso suo più profondo; si riesce a penetrarla sempre meglio, quanto più ci si fa piccini, ma io disdegnavo di farmi piccolo, e la boria m’ingigantiva dinanzi ai miei stessi occhi” (S. Aug. Conf. III, 5; Cfr. VIII, 12). – Non altrimenti San Gerolamo, anche nella sua solitudine, gustava a tal punto la letteratura profana, che la povertà di stile delle Scritture gli impediva ancora di riconoscere in esse Cristo nella Sua umiltà. “Così – egli dice – la mia follia mi portava al punto di digiunare per leggere Cicerone. Dopo aver passato moltissime notti insonni, dopo aver versato molte lagrime. che il ricordo delle colpe passate faceva scaturire dal fondo del mio cuore, prendevo in mano Plauto. E quando, ritornato in me stesso, intraprendevo la lettura dei Profeti, il loro barbaro stile mi inorridiva, e quando i miei occhi ciechi restavano chiusi alla luce, io non accusavo di ciò gli stessi miei occhi, ma il sole” (Ep. XXII, XXX, 2). Ma ben presto amò con tale ardore la follia della Croce, da rimanere la prova vivente di quanto un animo umile e pio contribuisca alla comprensione della Bibbia. – Cosciente, come egli era, che “nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo” (Mich. 1, 10, 15) e che per la lettura e la comprensione dei Libri Santi dobbiamo attenerci “al senso che lo Spirito Santo intendeva avere al momento in cui furono scritti” (Gal. V, 19 e segg.), questo santissimo uomo invocava con le sue suppliche, rafforzate dalle preghiere dei suoi amici, il soccorso di Dio e il lume dello Spirito Santo. Si racconta anche che, iniziando i commentari dei Libri Santi, egli volle raccomandarli alla grazia di Dio e alle preghiere dei confratelli, alle quali attribuì il successo, dopo che l’opera fu compiuta. – Oltre che alla grazia divina, egli si rimette all’autorità della tradizione così pienamente da affermare di aver appreso “tutto quello che non sapeva, non da lui stesso, cioè alla scuola di quel cattivo maestro che è l’orgoglio, ma dagli illustri Dottori della Chiesa” (Ep. CVIII, XXVI, 2). – Confessa infatti “di non essersi mai fidato delle proprie forze per ciò che concerne la Sacra Scrittura” (Ad Domnionem et Rogatìanum in I. Par. Prefaz.), e in una lettera a Teofilo, Vescovo d’Alessandria, egli cosi formula la regola secondo la quale aveva ordinato la sua vita e le sue sante fatiche: “Sappi dunque che nulla ci sta più a cuore che salvaguardare i diritti del Cristianesimo, non cambiar nulla al linguaggio dei Padri e non perdere mai di vista questa Romana fede, di cui l’Apostolo fece l’elogio” (Ep. LXIII, 2). – E alla Chiesa, sovrana padrona nella persona dei Pontefici Romani, Gerolamo si sottomette con tutto il suo spirito di devozione. – Dal deserto di Siria, ove era esposto alle fazioni degli eretici, in questi termini scrive a Papa Damaso, volendo sottoporre alla Santa Sede, perché la risolvesse, la controversia degli Orientali sul mistero della Santissima Trinità: “Ho creduto bene di consultare la Cattedra di San Pietro e la fede glorificata dalla parola dell’Apostolo, per chiedere oggi il nutrimento all’anima mia, laddove un tempo ho ricevuto i paramenti di Cristo. Poiché voglio che Egli sia per me unica guida, mi tengo in stretto legame con la Tua Beatitudine, cioè con la Cattedra di San Pietro. Io so che su questa pietra è edificata la Chiesa… Decidete, ve ne prego; se così stabilite non esiterò ad ammettere tre ipostasi; se voi l’ordinate, io accetterò che una nuova fede sostituisca quella di Nicea e che noi, ortodossi, ci serviamo delle stesse formule che usano gli ariani” (Ep. XV, I, 2, 4). Infine, nell’epistola seguente, egli rinnova questa notevolissima confessione della sua fede: “Nell’attesa, grido a tutti i venti: Io sono con chiunque sia unito alla Cattedra di San Pietro” (Ep. XVI, 11, 2). Sempre fedele, nello studio della Scrittura, a questa regola di fede, egli si valse di questo solo argomento per confutare un’interpretazione falsa del Testo Sacro: “Ma la Chiesa di Dio non ammette affatto questa opinione” (Dan. III, 37), e con queste sole parole rifiuta un libro apocrifo, contro di lui sostenuto dall’eretico Vigilanzio: “Questo libro non l’ho mai letto. Che bisogno dunque abbiamo di ricorrere a ciò che la Chiesa non riconosce?” (Adv. Vigil. 6). Uno zelo così ardente nel salvaguardare l’integrità della fede, lo trascinava in polemiche molto dibattute contro i figli ribelli della Chiesa, che egli considerava come nemici personali: “Mi basterà di rispondere che non ho mai risparmiato gli eretici e che ho impiegato tutto il mio zelo per fare dei nemici della Chiesa i miei personali nemici” (Dial. c. Pelag., Prolog., 2); e in una lettera a Rufino così scrive: Vi è un punto sul quale non potrò essere d’accordo con te: risparmiare gli eretici e non mostrarmi cattolico” (Contra Ruf., III, 43). Tuttavia, rattristato per la loro defezione, li supplicava di ritornare alla loro Madre addolorata, fonte unica di salvezza (Mich. I, 10 e segg.), e in favore di coloro che erano usciti dalla Chiesa e avevano abbandonato la dottrina dello Spirito Santo “per seguire il proprio criterio“, invocava con tutto il cuore la grazia che ritornassero a Dio (Is. l. VI, cap. XVI, 1-5). – Venerabili Fratelli, se fu mai necessario che tutto il clero e tutti i fedeli s’imbevessero dello spirito del grande Dottore, questo è soprattutto nella nostra epoca, quando numerosi spiriti insorgono con orgogliosa testardaggine contro l’autorità sovrana della rivelazione divina e del magistero della Chiesa. Voi sapete infatti che Leone XIII già ci aveva ammonito “quali uomini si accaniscano in questa lotta e a quali artifici o a quali armi essi ricorrano“. Quale categorico dovere si impone dunque a voi, di suscitare per questa sacra causa i difensori più numerosi e più competenti che possibile: essi dovranno combattere non solo coloro che, negando ogni ordine soprannaturale, non riconoscono né la rivelazione né l’ispirazione divina, ma anche dovranno misurarsi con coloro che assetati di novità profane, osano interpretare le Lettere Sacre come un libro puramente umano, e rifiutano le opinioni accolte dalla Chiesa fin dalla più vetusta antichità, o spingono il loro disprezzo verso il Suo magistero fino al punto di disdegnare, di passar sotto silenzio o persino di cambiare secondo il proprio interesse, alterandole sia subdolamente, sia con sfrontatezza, le Costituzioni della Santa Sede e i decreti della Commissione Pontificale per gli studi biblici. Sia possibile almeno a Noi vedere tutti i cattolici seguire l’aurea regola del Santo Dottore, e docili agli ordini della loro Madre, avere la modestia di non oltrepassare i limiti tradizionali fissati dai Padri e approvati dalla Chiesa! – Ma ritorniamo al nostro soggetto. Armati gli spiriti di pietà e d’umiltà, Gerolamo li invita allo studio della Bibbia. E dapprima raccomanda instancabilmente a tutti la lettura quotidiana della parola divina: “Liberiamo il nostro corpo dal peccato e l’anima nostra si aprirà alla saggezza; coltiviamo la nostra intelligenza con la lettura dei Libri Santi, e la nostra anima vi trovi ogni giorno il suo nutrimento” (Tit. III, 9). – Nel suo commento dell’Epistola agli Efesi, scrive: “Noi dobbiamo dunque con tutto l’ardore leggere le Scritture, e meditare giorno e notte la legge del Signore: potremo cosi, come abili cambiavalute, distinguere le monete buone da quelle false” (Eph. IV, 31). Egli non esclude da questo obbligo comune le matrone e le vergini. Alla matrona romana Leta dà, fra gli altri, questi consigli sull’educazione della figlia: “Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura… Che invece dei gioielli e delle sete essa ami i Libri Divini… Ella dovrà dapprima imparare il Salterio, distrarsi con questi canti e attingere una regola di vita dai proverbi di Salomone. L’Ecclesiaste le insegnerà a calpestare, sotto i piedi, i beni di questo mondo; Giobbe le darà un modello di forza e pazienza. Passerà poi ai Vangeli che dovrà avere sempre tra le mani. Dovrà assimilare avidamente gli Atti degli Apostoli e le Epistole. Dopo aver arricchito di questi tesori il mistico scrigno della sua anima, imparerà a memoria i Profeti, l’Eptateuco, i libri dei Re e dei Paralipomeni, per finire senza pericolo col Cantico dei Cantici” (Ep. CVII, IX, 12). – Le stesse direttive San Gerolamo traccia alla vergine Eustochio (9): “Sii molto assidua alla lettura e allo studio, quanto più ti è possibile. Che il sonno ti colga con il libro in mano e che la pagina sacra riceva il tuo capo caduto per la fatica” (Ep. XXII, XVII, 2; cfr. Ibid. XXIX, 2).

Ed aggiungeva ancora: “Rileverò un particolare che sembrerà forse incredibile ai suoi emuli: ella volle imparare l’ebraico, che io stesso in parte studiai fin dalla mia giovinezza al prezzo di molte fatiche e di molti sudori, e che continuo ad approfondire con incessante lavoro per non dimenticarlo; essa arrivò ad avere una tale padronanza di questa lingua, da cantare i salmi in ebraico e da parlarlo senza il minimo accento latino. E questo si ripete ancora oggi nella sua santa figlia Eustochio” (Ep. CVIII, 26). Né tralascia di ricordare Santa Marcella, ugualmente molto versata nella scienza delle Scritture (Ep. CXXVII, 7). – Chi non vede quali vantaggi e quali godimenti riserva agli spiriti ben disposti la pia lettura dei Libri Santi? Chiunque prenda contatto con la Bibbia con sentimenti di pietà, di salda fede, di umiltà, e col desiderio di perfezionarsi, vi troverà e vi potrà gustare il pane sceso dal Cielo e in lui si verificherà la parola di Davide: “Mi hai rivelato i segreti e i misteri della tua saggezza” (Psal. L, 8); su questa tavola della parola divina si trova infatti veramente “la dottrina santa; essa insegna la vera fede, solleva il velo (del Santuario), e conduce con fermezza fino al Sancta Sanctorum” (Imit. Chr. IV, XI, 4). – Per quanto sta in Noi, Venerabili Fratelli, non cesseremo mai, sull’esempio di San Gerolamo, di esortare tutti i Cristiani a leggere quotidianamente e intensamente soprattutto i Santissimi Vangeli di Nostro Signore, ed inoltre gli Atti degli Apostoli e le Epistole, in modo da assimilarli completamente. Pertanto, nell’occasione di questo centenario, si presenta al Nostro pensiero il piacevole ricordo della Società detta di San Gerolamo, ricordo tanto più caro in quanto abbiamo preso parte Noi stessi agli inizi e all’organizzazione definitiva di quest’opera; felici di aver potuto constatare i suoi passati sviluppi, con animo lieto altri ancora Ce ne auguriamo per l’avvenire. – Voi conoscete, Venerabili Fratelli, lo scopo di questa Società: estendere la diffusione dei Quattro Vangeli e degli Atti degli Apostoli, in modo che questi libri trovino finalmente il loro posto in ogni famiglia cristiana e che ognuno prenda l’abitudine di leggerli e meditarli ogni giorno. Noi desideriamo vivamente vedere che quest’opera, che tanto amiamo per averne constatata l’utilità, si propaghi e si sviluppi dovunque, con la fondazione, in ognuna delle vostre diocesi, di Società aventi lo stesso nome e lo stesso scopo, tutte collegate con la casa madre di Roma. – Nello stesso ordine di idee i più preziosi servigi sono resi alla causa cattolica da coloro che in diversi paesi hanno offerto, ed offrono ancora, tutto il loro zelo, per pubblicare, in formato comodo e attraente, e per diffondere tutti i libri del Nuovo Testamento e una scelta dei libri dell’Antico. E’ certo che questo apostolato è stato singolarmente fecondo per la Chiesa di Dio, poiché, grazie a quest’opera, un gran numero di anime si avvicinano ormai a questa tavola della dottrina Celeste, che il Nostro Signore ha preparato all’universo cristiano per mezzo dei suoi Profeti, dei suoi Apostoli e dei suoi Dottori (Imit. Chr. IV, XI, 4). Invero questo dovere di studiare il Testo Sacro, Gerolamo lo inculca a tutti i fedeli, ma lo impone in modo particolare a coloro che “hanno piegato il collo al giogo di Cristo” ed hanno la Celeste vocazione di predicare la parola di Dio. – Ecco l’esortazione che, nella persona del monaco Rustico, Gerolamo volge a tutto il clero: “Fino a che sei nella tua patria, fa’ della tua celletta un paradiso, cogli i diversi frutti delle Scritture, godi delle delizie di questi Libri e della loro intimità… Abbi sempre la Bibbia in mano e sotto gli occhi, impara parola per parola il Salterio, e fa’ in modo che la tua preghiera sia incessante e il tuo cuore costantemente vigile e chiuso ai pensieri vani” (Ep. CXXV, VII, 3; XI, 1). – Al prete Nepoziano (10) dà questo consiglio: “Leggi con molta frequenza le Divine Scritture ed anzi che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare. Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la santa dottrina e confutare coloro che la contraddicono” (Ep. LII, VII, 1). – Dopo aver ricordato a San Paolino (11) i precetti impartiti da San Paolo ai suoi discepoli Timoteo e Tito, riguardanti la scienza delle Scritture, San Gerolamo aggiunge: “La santità senza la scienza non giova che a se stessa; e quanto essa edifica la Chiesa di Cristo per mezzo di una vita virtuosa, tanto le nuoce se non respinge gli attacchi dei suoi nemici. Il profeta Malachia, o piuttosto il Signore stesso per la bocca sua, diceva: “Consulta i sacerdoti sulla legge”. Data da allora il dovere che ha un sacerdote di dare ragguagli sulla legge a coloro che l’interrogano. Leggiamo inoltre nel Deuteronomio: “Domanda a tuo padre, ed egli te lo indicherà, ai tuoi sacerdoti, ed essi te lo diranno”. Daniele, alla fine della sua santissima visione, dice che i giusti brillano come stelle, e gli intelligenti cioè i sapienti – come il firmamento. Vedi tu quale distanza separa la santità senza scienza dalla scienza rivestita di santità? La prima ci rende simili alle stelle, la seconda simili allo stesso Cielo” (Ep. LIII, 3 e segg.). In altra circostanza, in una lettera a Marcella, egli motteggia ironicamente “la virtù senza scienza” di altri chierici: “Questa ignoranza tiene luogo per loro di santità, ed essi si dichiarano discepoli dei pescatori, come se quelli facessero consistere la loro santità nel non saper niente” (Ep. XXVII, 1, 1). Ma questi ignoranti non sono i soli – rilevava San Gerolamo – a commettere l’errore di non conoscere le Scritture; questo è anche il caso di alcuni chierici istruiti; ed egli impiega i termini più severi per raccomandare ai preti la pratica assidua dei Libri Santi. – Venerabili Fratelli, dovete cercare con tutto il vostro zelo di imprimere questi insegnamenti del santissimo esegeta, il più profondamente possibile, nello spirito del vostro clero e dei vostri fedeli; uno dei vostri primi doveri è infatti quello di riportare, con somma diligenza, la loro attenzione su ciò che la missione divina loro affidatagli richiede, se essi non vogliono mostrarsene indegni: “Poiché le labbra del sacerdote saranno i custodi della scienza, e dalla sua bocca si richiederà l’insegnamento, perché egli è l’Angelo del Signore degli eserciti” (Mal. II, 7). Essi sappiano dunque che non devono né trascurare lo studio delle Scritture, né dedicarvisi con uno spirito diverso da quello che Leone XIII ha espressamente imposto nella sua Lettera Enciclica Providentissimus Deus.  – Otterranno sicuramente risultati migliori se frequenteranno l’Istituto Biblico che il Nostro immediato Predecessore, realizzando il desiderio di Leone XIII, ha fondato per il più grande bene della Chiesa, come chiaramente dimostra l’esperienza degli ultimi dieci anni. La maggior parte non ne ha la possibilità: quindi è desiderabile, Venerabili Fratelli, che per vostra iniziativa e sotto i vostri auspici, i membri scelti dell’uno e dell’altro clero di tutto il mondo vengano a Roma, per dedicarsi agli studi biblici nel Nostro Istituto. Gli studenti che risponderanno a questo appello avranno molti motivi per seguire le lezioni di quest’Istituto. Gli uni – e questo è lo scopo principale dell’Istituto – approfondiranno le scienze bibliche “per essere a loro volta in grado di insegnarle, privatamente o in pubblico, con la penna o con la parola, e per sostenerne l’onore sia come professori, nelle scuole cattoliche, sia come scrittori, esponenti della verità cattolica” (Pio X, Lett. Ap. Vinea electa, 7 maggio 1909); gli altri poi, già iniziati al santo mistero, potranno accrescere le cognizioni acquisite durante i loro studi teologici, sulla Santa Scrittura, sulle autorità esegetiche, sulle cronologie e sulle topografie bibliche; questo perfezionamento avrà soprattutto il vantaggio di fare di loro ministri perfetti della parola divina e di prepararli ad ogni forma di bene (II Tim. III, 17). – Venerabili Fratelli, l’esempio e le autorevoli dichiarazioni di San Gerolamo ci hanno indicato le virtù necessarie per leggere e studiare la Bibbia. Ora ascoltiamolo indicarci ove deve tendere la conoscenza delle Lettere Sacre e quale deve esserne lo scopo. – Ciò che bisogna innanzi tutto cercare nella Scrittura è il nutrimento che alimenti la nostra vita spirituale e la faccia procedere sulla via della perfezione: è con questo scopo che San Gerolamo s’abituò a meditare giorno e notte la legge del Signore e a nutrirsi, nelle Sacre Scritture, del pane disceso dal Cielo e della manna Celeste, che raduna in sé tutte le delizie (Tract. de Ps. CXLVII). – In qual modo la nostra anima potrà fare a meno di questo cibo? E come il sacerdote potrà indicare agli altri la via della salvezza, se trascura egli stesso di istruirsi attraverso la meditazione della Scrittura? E con quale diritto confiderà nel suo sacro ministero “d’essere la guida dei ciechi, la luce di coloro che sono nelle tenebre, il dottore degli ignoranti, il maestro dei fanciulli, colui che ha, nella legge, la regola della scienza e della verità” (Rom. II, 19 e segg.), se rifiuterà di scrutare questa scienza della legge e chiuderà la sua anima alla luce che viene dall’alto? Ahimè! Quanti sono i ministri consacrati, che, per aver trascurato la lettura della Bibbia, muoiono essi stessi di fame e lasciano morire un così gran numero di altre anime, secondo quanto sta scritto: “I piccoli domandano pane, e non v’è nessuno che lo doni loro” (Thren. IV, 4). “Tutta la terra è desolata perché non v’è nessuno che mediti in cuor suo” (Ger. XII, 11). – In secondo luogo è necessario ricercare, come il bisogno richiede, nelle Scritture gli argomenti per rischiarare, rafforzare e difendere i dogmi della fede. Questo meravigliosamente ha fatto San Gerolamo combattendo contro gli eretici del suo tempo; quando voleva confonderli, quali armi ben pungenti e solide egli abbia trovato nei testi delle Scritture, lo dimostrano chiaramente tutte le sue opere! Se gli esegeti d’oggi imitassero il suo esempio, ne risulterebbe senza alcun dubbio questo vantaggio: “risultato necessario e infinitamente desiderabile – diceva il Nostro Predecessore nella sua Enciclica Providentissimus Deus – che l’uso della Sacra Scrittura influirà su tutta la scienza teologica e ne sarà, in un certo senso, l’anima“. – Infine la Scrittura servirà in modo speciale a santificare e fecondare il ministero della parola divina. A questo punto Ci è particolarmente grato poter confermare, con la testimonianza del grande Dottore, le direttive che Noi stessi abbiamo tracciato sulla predicazione sacra nella Nostra Lettera Enciclica Humani generis. Invero, se l’illustre commentatore consiglia così vivamente e con tanta frequenza ai sacerdoti l’assidua lettura dei Libri Santi, è soprattutto perché essi adempiano degnamente il loro ministero d’insegnamento e di predicazione. La loro parola, infatti, perderebbe ogni influenza e ogni autorità, come anche ogni efficacia per la formazione delle anime, se non si ispirasse alla Sacra Scrittura e non vi attingesse forza e vigore. “La lettura dei Libri Santi sarà come il condimento alla parola del sacerdote” (Ep. LII, VIII, 1). Infatti “ogni parola della Santa Scrittura è come una tromba che fa risuonare agli orecchi dei credenti la sua grande voce minacciosa” (Amos III, 3 e segg.); e “nulla suscita tanta impressione come un esempio tratto dalla Sacra Scrittura” (Zach. IX, 15 e segg.). – In quanto agli insegnamenti del santo Dottore sulle regole da osservarsi nell’uso della Bibbia, sebbene rivolti principalmente agli esegeti, tuttavia non devono essere persi di vista dai sacerdoti nella predicazione della parola divina. – Dapprima ci insegna che noi dobbiamo, con un esame molto attento delle parole stesse della Scrittura, assicurarci, senza alcuna possibilità di dubbio, di ciò che l’autore sacro ha scritto. Nessuno infatti ignora che San Gerolamo era solito ricorrere, in caso di bisogno, al testo originale, confrontare tra loro le differenti interpretazioni, valutare la portata delle lezioni e, se scopriva un errore, ricercarne la causa, in modo da scartare dal testo ogni incertezza. Allora, insegna il nostro Dottore, “è necessario ricercare il senso e il concetto che si nascondono sotto le parole, poiché per discutere sulla Sacra Scrittura ha maggior importanza il significato che la parola” (Ep. XXIX, 1, 3). – In questa ricerca di penetrare il significato, Noi lo riconosciamo senza alcuna difficoltà, San Gerolamo, seguendo l’esempio dei Dottori latini e di alcuni Dottori greci del periodo anteriore, ha forse concesso alle interpretazioni allegoriche più di quanto fosse esatto concedere. Ma il suo amore per i Libri Santi, il suo sforzo costante per identificarli e comprenderli a fondo, gli permisero di fare ogni giorno un nuovo progresso nel giusto apprezzamento del senso letterale e di formulare su questo punto validi principi. Noi li riassumeremo brevemente, poiché essi costituiscono ancora oggi la via sicura che tutti devono seguire per trarre dai Libri Santi il vero significato. E’ dunque necessario volgere il nostro animo alla ricerca del senso letterale o storico: “Io do sempre ai lettori prudenti il consiglio di non accettare interpretazioni superstiziose, che isolano brani del testo secondo il capriccio della fantasia, ma di ben esaminare ciò che succede, ciò che accompagna e ciò che segue il punto in questione, sì da stabilire un collegamento fra tutti i brani” (Matth. XXV, 13). – Tutti gli altri metodi per interpretare le Scritture – egli aggiunge – si basano sul senso letterale (Cfr. Ez. XXXVIII, 1 e segg.; XLI, 23 e segg.; XLII, 13 e segg.; Marc. I, 13-31; Ep. CXXIX, VI, 1 ecc.), e non v’è ragione di credere, che questo manchi quando s’incontra una espressione figurata, poiché “spesso la storia è intessuta di metafore ed usa uno stile ricco di immagini” (Hab. III, 14 e segg.). Alcuni pretendono sostenere che il nostro Dottore ha dichiarato che non si rileva in certi passi delle Scritture un senso storico; egli stesso ribatte loro: “Senza negare il senso storico, noi adottiamo di preferenza quello spirituale” (Marc. IX, 1-7; cfr. Ez. XL, 24-27). – Stabilito con certezza il senso letterale o storico, San Gerolamo ricerca i sensi meno ovvi e più profondi, per nutrire il proprio spirito d’un alimento più eletto. Egli insegna infatti a proposito dei libri dei Proverbi, e consiglia più volte riguardo ad altri libri della Scrittura, di non fermarsi al puro senso letterale, “ma di penetrare più a fondo per scorgervi il senso divino, così come si cerca l’oro nel seno della terra, il nocciolo sotto la scorza, il frutto che si nasconde sotto il riccio della castagna” (Eccl. XII, 9 e segg). Perciò, egli diceva indicando a San Paolino “la via da seguire nello studio delle Sacre Scritture“, “tutto ciò che leggiamo nei libri divini splende invero nella sua scorza fulgida e brillante, ma è ancor più dolce nel midollo. Chi vuol gustare il frutto, rompa il guscio” (Ep. LVIII, IX, 1). – San Gerolamo fa inoltre osservare la necessità di usare, nella ricerca del senso nascosto, una certa discrezione, “affinché il desiderio della ricchezza del senso spirituale non sembri farci disprezzare la povertà del senso storico” (Eccl. II, 24 e segg.). – Pertanto egli rimprovera a molte interpretazioni mistiche di antichi scrittori di aver completamente trascurato di appoggiarsi al senso letterale: “Non bisogna ridurre tutte le promesse che i libri dei santi profeti hanno cantato, nel loro senso letterale, a non essere altro che forme vuote e termini estrinseci di una semplice figura di retorica; esse devono, al contrario, posare su un terreno ben fermo, che è quello di stabilirle su basi storiche, perché possano poi elevarsi alla cima più eccelsa del significato mistico” (Amos IX, 6). – Osserva saggiamente, a questo proposito, che non dobbiamo allontanarci dal metodo di Cristo e degli Apostoli, i quali, sebbene l’Antico Testamento non sia ai loro occhi che la preparazione e quasi l’ombra del Nuovo Trattato e, per conseguenza, essi interpretino secondo il senso figurato un gran numero di passi, tuttavia non riducono ad immagini tutto il complesso del testo. A sostegno di questa tesi, spesso San Gerolamo riporta l’esempio dell’Apostolo San Paolo, che, per citare un caso, “descrivendo le figure spirituali di Adamo ed Eva, non negava che esse erano state create, ma, improntando l’interpretazione mistica sulla base storica, scriveva: – Per questo l’uomo abbandonerà… ” (Is. VI, 1-7).

I commentatori delle Sacre Scritture e i predicatori della parola di Dio, seguendo l’esempio di Cristo e degli Apostoli e le direttive tracciate da Leone XIII, “non devono trascurare le trasposizioni allegoriche od altre dello stesso genere fatte dagli stessi Padri di alcuni passi, soprattutto se esse si allontanano dal senso letterale e sono sostenute dall’autorità di un Padre di gran nome“; infine, prendendo per base il senso letterale, devono giungere, con misura e discrezione, ad interpretazioni più elevate; essi coglieranno con San Gerolamo la verità profonda del detto dell’Apostolo: “Tutta la Scrittura è ispirata dallo Spirito di Dio ed è utile per insegnare, per persuadere, per correggere, per formare (le menti) alla giustizia” (II Tim. III, 16), e il tesoro inesauribile delle Scritture fornirà loro un grande appoggio di fatti e di idee atti ad orientare, con forza di persuasione, verso la santità la vita e i costumi dei fedeli.

Quanto a ciò che si riferisce all’esposizione e all’espressione, poiché quello che si richiede nei divulgatori dei misteri di Dio è la versione fedele del testo originale, San Gerolamo sostiene principalmente che è necessario attenersi innanzi tutto “all’esatta interpretazione” e che “il dovere del commentatore non è quello di esporre idee personali, bensì quelle dell’autore che viene commentato” (Ep. XLIX, al. 48, 17, 7); d’altra parte, egli aggiunge, “l’oratore sacro è esposto al grave pericolo un giorno o l’altro, per via di un’interpretazione errata, di fare del Vangelo di Cristo il Vangelo dell’uomo” (Gal. I, 11 e segg.). In secondo luogo “nella spiegazione delle Sante Scritture non è da ricercare lo stile ornato e fiorito di retorica, ma il valore scientifico e la semplicità della verità” (Amos, Prefaz. in l. III). – Uniformatosi a questa regola nella compilazione delle sue opere, San Gerolamo dichiara, nei Commentari, che il suo scopo non era quello di “ottenere un plauso” alle sue parole, ma “di far comprendere in esse il vero senso delle parole degli altri” (Gal., Pref. in l. III); l’esposizione della parola divina, egli dice, richiede uno stile che “non sappia di elucubrazioni, ma che riveli l’idea oggettiva, che ne tratti minutamente il significato, che chiarifichi i punti oscuri e che non si impigli in effetti fioriti di linguaggio” (Ep. XXXVI, XIV, 2; cfr. Ep. CXL, 1, 2). – Sarebbe bene riportare a questo punto alcuni passi di San Gerolamo, che chiaramente dimostrano come egli avesse orrore dell’eloquenza propria dei rètori, i quali nell’enfasi della declamazione e nell’eloquio vertiginoso delle parole vuote non hanno di mira che i vani applausi. “Non diventare – consiglia al prete Nepoziano – un declamatore e un inesauribile mulino di parole; ma procura di familiarizzarti col senso nascosto e penetra a fondo i misteri del tuo Dio. Ampliare la forma espressiva e farsi valere per l’agilità dello stile agli occhi del volgo ignorante, è proprio degli stolti” (Ep. LII, VIII, 1). “Tutti gli spiriti dotti al giorno d’oggi non si preoccupano di assimilare il nocciolo delle Scritture, ma di lusingare gli orecchi della folla coi fiori di retorica” (Dial. e Lucif. II). “Non voglio parlare di coloro che, come io stesso un tempo, se giungono a contatto con le Sacre Scritture dopo aver praticato la letteratura profana e ricreato l’orecchio della folla con lo stile fiorito, ritengono che ogni loro parola sia la legge di Dio e non si degnano di vedere quello che hanno inteso dire i Profeti e gli Apostoli, ma adattano al loro punto di vista testimonianze che non vi si riferiscono affatto; come se fosse eloquenza di grande valore, e non invece la peggiore che esista, quella di falsificare i testi e di allontanare abusivamente la Scrittura dal suo tracciato” (Ep. LIII, VII, 2). “Poiché senza l’autorità delle Scritture questi chiacchieroni perderebbero ogni forza persuasiva, e non sembrerebbe più che essi rafforzino coi testi sacri la falsità delle loro dottrine” (Tit. 1, 10 e segg.). Ora questa chiacchiera eloquente e questa eloquente ignoranza “non hanno nulla di incisivo, di vivo, di vitale, ma non sono che un tutto fiacco, sterile ed inconsistente che produce solo umili piante ed erbe ben presto avvizzite e giacenti al suolo“; al contrario, la dottrina del Vangelo, fatta di semplicità, “produce qualcosa di meglio di umili pianticelle” e, come il piccolissimo grano di senape, “si trasforma in albero, sì che gli uccelli del cielo… vengono a posarsi tra i suoi rami” (Matth. XIII, 32). – Perciò San Gerolamo ricercava ovunque questa santa semplicità di linguaggio, che non esclude per altro uno splendore e una bellezza tutt’affatto naturali: “Che gli altri siano pure eloquenti e ricevano il plauso tanto desiderato e declamino con voce enfatica e fiumi di parole; quanto a me, mi accontento di farmi capire e, trattando le Scritture, di imitare la loro stessa semplicità” (Ep. XXXVI, XIV, 2). Pertanto “l’esegesi cattolica, senza rinunciare al pregio di un bello, stile, deve occultarlo ed evitarlo per rivolgersi non a vane scuole di filosofi e a pochi discepoli, ma a tutto il genere umano” (Ep. XLVIII, al. 49, 4, 3). Se i giovani sacerdoti metteranno veramente a profitto questi consigli e queste norme, se i preti più anziani non li perderanno mai di vista, Noi siamo sicuri che il loro santo ministero sarà di gran lunga giovevole alle anime dei fedeli. – Ci rimane, Venerabili Fratelli, da commemorare i dolci frutti” che San Gerolamo ha colto “dall’amaro seme delle Sacre Lettere“, nella speranza che il suo esempio infiammerà lo spirito dei sacerdoti e dei fedeli affidati alle vostre cure, suscitando in loro il desiderio di conoscere e di partecipare anch’essi alla salutare virtù del Testo Sacro. – Ma tutte queste soavi delizie spirituali che pervadono l’animo del pio anacoreta, preferiamo che voi le apprendiate per cosi dire dalla sua stessa bocca, piuttosto che da Noi. Ascoltate dunque in quali termini egli parla di questa scienza sacra a Paolino, suo “confratello, compagno ed amico“: “Io ti chiedo, fratello carissimo: vivere in mezzo a questi misteri, meditarli, null’altro conoscere e null’altro sapere, non ti sembra che tutto ciò sia già il paradiso in terra?” (Ep. LIII, X, 1). “Dimmi un po’, domanda San Gerolamo alla sua allieva Paola, che vi è di più santo di questo mistero? Che cosa di più attraente di questo piacere? Quale alimento, quale miele più dolce di quello di conoscere i disegni di Dio, d’essere ammesso nel suo santuario, di penetrare il pensiero del Creatore e le parole del tuo Signore, che i dotti di questo mondo deridono e che sono piene di sapienza spirituale? Lasciamo che gli altri godano delle loro ricchezze, bevano in una coppa ornata di pietre preziose, indossino sete splendenti, si cibino dei plausi della folla, senza che la varietà dei piaceri riesca ad esaurire i loro tesori: le nostre delizie invece consisteranno nel meditare giorno e notte sulla legge del Signore, nel bussare a una porta in attesa che s’apra, nel ricevere la mistica elemosina del pane della Trinità, nel camminare, guidati dal Signore, sui flutti della vita” (Ep. XXX, 13). Ed ancora a Paola ed a sua figlia Eustochio, San Gerolamo scrive nel suo commentario sull’Epistola agli Efesi: “Se qualcosa vi è, Paola ed Eustochio, che trattiene quaggiù nella saggezza e che in mezzo alle tribolazioni e ai turbini di questo mondo mantiene l’equilibrio dell’anima, io credo che questo sia innanzi tutto la meditazione e la scienza delle Scritture” (Eph. Prol.). Ed è ricorrendo ad esse, che egli, afflitto nell’intimo da profondi dolori e colpito nel corpo dalla malattia, poteva godere ancora della consolazione della pace e della gioia del cuore: questa gioia egli non si limitava a gustarla in una vana oziosità, ma il frutto della carità si trasformava in carità attiva al servizio della Chiesa di Dio, cui il Signore ha affidato la custodia della parola divina. In realtà ogni pagina delle Sante Lettere dei due Testamenti era per lui la glorificazione della Chiesa di Dio. Quasi tutte le donne celebri e virtuose, cui nell’Antico Testamento è tributato onore, non sono forse l’immagine di questa Sposa mistica di Cristo? Il sacerdozio e i sacrifici, i riti e le solennità, quasi tutti i fatti riportati nell’Antico Testamento non ne costituiscono forse l’ombra? E il fatto che si trova divinamente realizzato nella Chiesa un così gran numero di promesse dei Salmi e dei Profeti? Ed egli stesso, infine, non conosceva forse, per l’annuncio che ne avevano fatto Nostro Signore e gli Apostoli, gli insigni privilegi di questa Chiesa? E come è possibile dunque che la scienza delle Scritture non abbia infiammato il cuore di San Gerolamo d’un amore ogni giorno più ardente per la Sposa di Cristo?

Noi già sappiamo, Venerabili Fratelli, quale profondo rispetto, quale amore entusiasta egli nutriva per la Chiesa Romana e per la Cattedra di San Pietro; sappiamo con quale vigore egli combattesse contro i nemici della Chiesa. Così scriveva, esprimendo il suo compiacimento ad Agostino, suo giovane compagno d’armi, che sosteneva le medesime battaglie e si rallegrava d’essersi come lui attirato l’ira degli eretici: “Evviva il tuo valore! Il mondo intero ha gli occhi su di te. I cattolici venerano e riconoscono in te il restauratore della fede dei primi tempi del Cristianesimo e, indice ancor più glorioso, tutti gli eretici ti maledicono e con te mi perseguitano d’uno stesso odio, per potere, dato che il loro gladio non ne ha la forza, ucciderci col desiderio” (Ep. CXLI, 2; cfr. Ep. CXXIV, 1). Questa testimonianza si trova egregiamente confermata nel “Sulpizio Severo” di Postumiano: “Una lotta continua e un duello ininterrotto contro i malvagi hanno concentrato su San Gerolamo l’odio dei perversi. In lui gli eretici odiano colui che non cessa di attaccarli, e i chierici colui che rimprovera la loro vita e le loro colpe. Ma tutti gli uomini virtuosi, senza eccezione alcuna, l’amano e l’ammirano” (Postumianus apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9).

Quest’odio degli eretici e dei malvagi fece soffrire a Gerolamo molte asperrime pene, soprattutto quando i Pelagiani irruppero sul monastero di Betlemme e lo saccheggiarono; ma egli sopportò di buon animo tutte le offese e tutti gli oltraggi e mai perdette il coraggio, come colui che non esita a morire in difesa della fede cristiana: “La mia gioia, egli scrive ad Apronio, è quella d’apprendere che i miei figli combattono per Cristo e che Colui, nel quale crediamo, rafforza in noi lo zelo ed il coraggio, affinché possiamo essere pronti a versare il nostro sangue per la Sua fede… Le persecuzioni degli eretici hanno rovinato da cima a fondo il nostro monastero quanto alle sue ricchezze materiali, ma la bontà di Cristo lo ha colmato di ricchezze spirituali. E’ meglio non avere pane da mangiare, che perdere la fede” (Ep. CXXXIX). E se non ha mai permesso all’errore di diffondersi impunemente, non ha impiegato minor zelo ad erigersi in termini energici contro i corrotti costumi, volendo, per quanto le sue forze glielo permettevano, “presentare” a Cristo “una Chiesa gloriosa, senza macchie né rughe, né nulla di simile, ma santa e immacolata” (Eph. V, 27). M- Quale vigore nei rimproveri che San Gerolamo rivolge a coloro che profanano con una vita colpevole la dignità sacerdotale! Con quale eloquenza egli investe i costumi pagani che pervadono in gran parte la città stessa di Roma! Per arginare a qualunque costo questa invasione di tutti i vizi e di tutte le colpe, egli vi oppone l’eccellenza e la bontà delle virtù cristiane, giustamente convinto che nulla vale di più contro il male dell’amore delle cose purissime; egli richiede insistentemente per la gioventù un’educazione informata a senso religioso e ad onestà, esorta con severi consigli gli sposi a condurre una vita pura e santa, suscita nelle anime più delicate il culto della verginità, non trova abbastanza elogi per la severa ma dolce austerità della vita dello spirito, richiama, con tutte le sue forze, il primo precetto della religione cristiana – il comandamento della carità unita al lavoro – la cui osservanza doveva sottrarre la società umana ai turbamenti e restituirle la tranquillità dell’ordine. – Ricordiamo questa bella frase, ch’egli rivolgeva a San Paolino a proposito della carità: “Il vero tempio di Cristo è l’anima del fedele: ornalo, questo santuario, abbelliscilo, deponi in esso le tue offerte e ricevi Cristo. A che scopo rivestire le pareti di pietre preziose, se Cristo muore di fame nella persona di un povero?” (Ep. LVIII, VII, 1). Quanto al dovere del lavoro, egli lo ricorda a tutti con un tale ardore, nei suoi scritti e più ancora negli esempi di tutta la sua vita, che Postumiano, dopo un soggiorno di sei mesi a Betlemme insieme a San Gerolamo, gli ha reso questa testimonianza nel “Sulpizio Severo”: “Lo si trova senza posa tutto occupato nella lettura, tutto immerso nei libri: né il giorno né la notte riposa, ma sempre legge o scrive” (Postum. apud Sulp. Sev., Dial. 1, 9). – Del resto, il suo ardente amore per la Chiesa si rileva dai suoi Commentari, dove egli non tralascia nessuna occasione per celebrare la Sposa di Cristo. Citiamo, per esempio, questo passo del Commentario del profeta Aggeo: “Accorse il fior fiore di tutte le nazioni e la gloria ha riempito la casa del Signore, cioè la Chiesa di Dio vivente, colonna e fondamento della verità… Questi metalli preziosi donano più splendore alla Chiesa del Salvatore di quanto non ne donassero un tempo alla Sinagoga; di queste vive pietre è costruita la casa di Cristo ed essa si corona d’una pace eterna” (Agg. II, 1 e segg.). E in un altro passo, commentando Michea, dice: “Venite, saliamo alla casa del Signore: è necessario salire se si vuol giungere fino a Cristo e alla casa del Dio di Giacobbe, la Chiesa, casa di Dio, colonna e fondamento della verità” (Mich. IV, 1 e segg.).

Nella prefazione al Commentario di San Matteo, leggiamo: “La Chiesa è stata costruita su una pietra da una parola del Signore; è questa che il Re ha fatto introdurre nella sua camera ed è a lei che attraverso l’apertura segreta ha teso la mano” (Matth., Prol.).

Come risulta da questi ultimi passi che abbiamo citato, cosi più volte il nostro Dottore esalta l’unione intima del Signore con la Chiesa. Poiché non è possibile separare la testa dal suo corpo mistico, l’amore per la Chiesa porta necessariamente con sé l’amore per Cristo, che deve essere considerato il frutto principale e dolcissimo della scienza delle Scritture. Gerolamo, infatti, era a tal punto convinto che questa conoscenza del Testo Sacro è la via esatta che conduce alla conoscenza e all’amore di Nostro Signore, che non esitava ad affermare: “Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo stesso” (Is. Prol.; cfr. Tract. de Ps. LXXVII). Con lo stesso intendimento scrive a Santa Paola: “Come si potrebbe vivere senza la scienza delle Scritture, attraverso le quali sì impara a conoscere Cristo stesso, che è la vita dei credenti?” (Ep. XXX, 7). E’ verso Cristo infatti che convergono, come al loro punto centrale, tutte le pagine dei due Testamenti; e nel commento al passo dell’Apocalisse, dove è la questione del fiume e dell’albero della vita, San Gerolamo in particolare scrive: “Non vi è che un fiume che sgorga dal trono di Dio, ed è la grazia dello Spirito Santo, e questa grazia dello Spirito Santo è racchiusa nelle Sante Scritture, cioè in questo fiume delle Scritture. Il quale fiume tuttavia scorre tra due rive, che sono l’Antico e il Nuovo Testamento, e su ogni lato sorge un albero, che è Cristo stesso” (Tract. de Ps. I). – Nulla di strano dunque se Gerolamo nelle sue pie meditazioni era solito riferire a Cristo tutto quello che leggeva nei Libri Santi: “Quando io leggo il Vangelo e mi trovo di fronte a testimonianze sulla legge e sui profeti, io non penso che a Cristo: se ho studiato Mosè, se ho studiato i profeti, è stato solo per comprendere quello che essi dicevano di Cristo. Quando un giorno io sarò giunto dinanzi allo splendore di Cristo, quando la sua fulgida luce come quella del sole abbagliante splenderà ai miei occhi, io non potrò più vedere il lume d’una lampada. Se accenderai una lampada in pieno giorno, farà essa luce? Quando splende il sole, la luce di questa lampada svanisce: così, alla presenza di Cristo, la legge e i profeti scompaiono. Nulla io voglio togliere alla gloria della legge e dei profeti: al contrario, li lodo quali annunciatori di Cristo. Se mi accingo alla lettura della legge e dei profeti, il mio scopo non è quello di fermarmi ad essi, ma di giungere, attraverso essi, fino a Cristo” (Marc. IX, 1, 7). – Così noi lo vediamo elevarsi meravigliosamente, per mezzo dei Commentari alle Scritture, all’amore e alla conoscenza di Gesù Nostro Signore, e trovarvi la perla preziosa di cui parla il Vangelo: “Non vi è fra tutte che una sola pietra preziosa, ed è la conoscenza del Salvatore, il mistero della Sua passione e l’arcano segreto della Sua risurrezione” (Matth. XIII, 45 e segg.). – L’amore ardente per Cristo lo portava, povero ed umile insieme a Lui, a liberarsi completamente da ogni legame di preoccupazione terrestre, a non cercare che Cristo, a penetrare nel Suo spirito; a vivere con Lui nella più stretta unione, a foggiare la propria vita secondo l’immagine di Cristo sofferente, a non avere desideri più intensi che soffrire con Cristo e per Cristo. Perciò, al momento di imbarcarsi, allorché, essendo morto Damaso, perfidi nemici con le loro vessazioni lo fecero allontanare da Roma, così scriveva: “Alcuni possono considerarmi un criminale, cacciato sotto il peso di tutte le sue colpe, ma questo non è ancora nulla in confronto ai miei peccati; tu puoi tuttavia credere nel tuo intimo a una virtù dei peccatori… Io rendo grazie a Dio di meritare l’odio del mondo. Quale parte di sofferenze ho patito, io, il soldato della croce? La calunnia mi ha coperto del marchio d’un delitto: ma io so che con la cattiva come con la buona fama si arriva al regno dei Cieli” (Ep. XLV, 1,6). – Così esortava la pietosa vergine Eustochio a sopportare coraggiosamente per amore di Cristo le pene della vita presente: “Grande è la sofferenza, ma grande è la ricompensa ad imitare i martiri, gli apostoli, ad imitare Cristo. Tutte queste pene che vengo enumerando sembrerebbero intollerabili a chi non ama Cristo; ma, al contrario, chi considera tutta la pompa della vita terrena come un fango immondo, per cui tutto è vano sotto la luce del sole, chi non vuole arricchirsi che di Cristo, chi si unisce alla morte e alla resurrezione del suo Signore e chi uccide la propria carne con tutti i suoi vizi e tutte le sue brame, costui potrà liberamente gridare: Chi mi potrà separare dalla carità di Cristo?” (Ep. XXII, 38 e segg.).

Gerolamo dunque abbondantissimi frutti traeva dalla lettura dei Libri Santi: di qui egli attingeva quella luce interiore, che lo faceva sempre più avanzare nella conoscenza e nell’amore di Cristo; di qui quello spirito di preghiera, di cui così bene ha detto nei suoi scritti; qui infine acquistò quella mirabile intima comunione con Cristo, che con le sue dolcezze lo incitò a tendere senza tregua, attraverso l’aspro sentiero della croce, alla conquista della palma di vittoria. – Cosi lo slancio del suo cuore lo portava continuamente verso la Santissima Eucaristia: “Poiché nessuno è più ricco di colui che porta il corpo del Signore in un cestello di vimini e il Suo Sangue in un’ampolla” (Ep. CXXV, XX, 4); uguale venerazione nutriva San Gerolamo per la Santa Vergine di cui difende con ogni forza la perpetua verginità; e la Madre di Dio, ideale di tutte le virtù, era il modello che egli proponeva agli sposi di Cristo, perché la imitassero. – Nessuno si stupirà dunque se i luoghi della Palestina che avevano santificato il nostro Redentore e la sua Santissima Madre hanno esercitato un fascino e un’attrattiva cosi grandi su San Gerolamo. Quali fossero i suoi sentimenti su questo punto, si potrà facilmente indovinare da ciò che Paola ed Eustochio, sue discepole, scrivevano da Betlemme a Marcella: “Con quali parole noi possiamo darti un’idea della grotta in cui nacque il Divin Salvatore? Della culla che udì i suoi vagiti infantili? E’ più degno il silenzio che le nostre povere parole… Non verrà dunque il giorno in cui ci sarà dato di entrare nella grotta del Salvatore, di piangere sulla tomba del Divino Maestro accanto a una sorella, ad una madre? Di baciare il legno della Croce e sul Monte degli Ulivi di seguire in ispirito, ardenti di desiderio, Cristo nella Sua Ascensione?” (Ep. XLVI, XI, 13). – Gerolamo conduceva, lontano da Roma, una vita di mortificazione per il suo corpo, ma il richiamo dei sacri ricordi infondeva alla sua anima una tale dolcezza, da scrivere: “Ah! se Roma possedesse quello che possiede Betlemme, che è tuttavia più umile della città romana!” (Ep. LIV, XIII, 6). – Il voto del Santissimo esegeta s’è realizzato in modo diverso da quello da lui inteso, e Noi, Noi e tutti i cittadini di Roma, abbiamo motivo di rallegrarcene. Infatti i resti del grande Dottore, deposti in quella grotta che per tanto tempo aveva abitata, per cui la celebre città di Davide si gloriava un tempo di conservarli, Roma oggi ha la fortuna di custodirli nella basilica di Santa Maria Maggiore, ove riposano accanto alla Culla stessa del Salvatore. – S’è spenta la voce, la cui eco dal deserto percorreva un tempo il mondo intero; ma attraverso i suoi scritti, “che splendono su tutto l’universo come fiamme divine” (Cassian. De incarn. 7, 26), San Gerolamo parla ancora. Egli proclama l’eccellenza, l’integrità e la veracità storica delle Scritture, e i dolci frutti che la loro lettura e la loro meditazione offrono. Proclama per tutti i figli della Chiesa la necessità di ritornare a una vita degna del nome cristiano e di guardarsi dal contagio dei costumi pagani, che nella nostra epoca sembrano essersi pressoché ristabiliti. Proclama che la Cattedra di Pietro, mercè soprattutto la pietà filiale e lo zelo degli Italiani, cui il Cielo ha dato il privilegio di possederla entro i confini della loro patria, deve godere dell’onore e della libertà assolutamente indispensabili per la dignità e l’esercizio stesso della carica Apostolica. – Proclama, per le nazioni cristiane che hanno avuto la sventura di staccarsi dalla Chiesa, il dovere di ritornare alla loro Madre, ove riposa tutta la speranza della salute eterna. Voglia Dio che questo appello sia inteso soprattutto dalle Chiese Orientali, che ormai da troppo tempo sono ostili alla Cattedra di Pietro. Quando viveva in quelle regioni ed aveva per maestri Gregorio Nazianzeno e Didimo d’Alessandria, Gerolamo sintetizzava in questa formula divenuta classica la dottrina dei popoli orientali a quell’epoca: “Chiunque non si rifugia nell’arca di Noè, sarà travolto dai flutti del diluvio” (Ep. XV, 11, 1). Se Dio non arresta oggi questo flagello, non minaccia esso di distruggere tutte le istituzioni umane? Che più rimane, se viene soppresso Dio, autore e conservatore di tutte le cose? Che cosa può continuare ad esistere, una volta staccata da Cristo, fonte di vita? Ma colui che un tempo, all’appello dei suoi discepoli, calmò il mare in tempesta, può ancora rendere alla società umana travolta il preziosissimo beneficio della pace. – Possa San Gerolamo attirare questa grazia sulla Chiesa di Dio, che egli ha con tanto ardore amato e con tanto coraggio difeso contro ogni assalto dei nemici; possa il suo patrocinio ottenere per noi che tutte le discordie siano sedate secondo il desiderio di Gesù Cristo, e “che vi sia un solo gregge sotto un solo pastore“.

Comunicate senza indugio, Venerabili Fratelli, al vostro clero e ai vostri fedeli, le istruzioni che vi abbiamo dato in occasione del quindicesimo centenario della morte del grande Dottore. Noi vorremmo che tutti, secondo l’esempio e sotto il patrocinio di San Gerolamo, non soltanto rimanessero fedeli alla dottrina cattolica sotto l’ispirazione divina delle Sacre Scritture e ne prendessero la difesa, ma che osservassero anche con scrupolosa cura le prescrizioni dell’enciclica Providentissimus Deus e della presente Lettera. In attesa, formuliamo l’augurio che tutti i figli della Chiesa si lascino penetrare e fortificare dalla dolcezza delle Sante Lettere, per arrivare a una conoscenza perfetta di Gesù Cristo. – Come pegno di tale voto, e in testimonianza della Nostra paterna benevolenza, Noi impartiamo, nella somma grazia del Signore, a voi, a tutto il clero e a tutti i fedeli che vi sono affidati, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 settembre 1920, anno VII del Nostro Pontificato.

BENEDETTO PP. XV.

NOTE

(1) Due personaggi diversissimi portano questo nome: sono padre e figlio, vissuti nel IV secolo dopo Cristo e quindi contemporanei di – San Gerolamo. Il primo, detto Apollinare il vecchio, è ricordato per la sua bizzarra resistenza alla legislazione di Giuliano l’Apostata. Quando questo imperatore vietò che i maestri cristiani si valessero dei testi classici nel loro insegnamento, Apollinare si dedicò a tradurre in latino e in greco, in prosa e in versi, i libri sacri per servirsene poi di testo per l’insegnamento delle due lingue. Di queste traduzioni non resta traccia, essendo andate del tutto disperse. Il figlio, detto Apollinare il giovane, al quale si riferisce senza dubbio il ricordo di San Gerolamo, fu personaggio eminente e discusso del Cristianesimo greco. Anche delle sue opere poco o nulla è rimasto e il suo ricordo è strettamente legato agli accenni che di lui si trovano negli scritti di San Gerolamo. Nel combattere aspramente in molti scritti l’arianesimo, cadde nell’errore opposto di negare totalmente la natura umana di Cristo, riconoscendogli esclusivamente la natura divina. Ben quattro Concili lo condannarono, cosicché egli finì la sua vita fuori dal seno della Chiesa. Per molti anni, fino a tutta la prima metà del secolo, le teorie di Apollinare di Laodicea ebbero seguaci che vennero appunto chiamati “Apollinaristi”.

(2) San Gregorio il teologo – o di Nazianzo – vissuto fra il 330 e il 390. Patriarca di Costantinopoli, vi presiedette il Concilio ecumenico del 380. Lasciò il patriarcato l’anno successivo per ritirarsi in Cappadocia. Scrittore efficacissimo, combatté lo scisma ariano in quarantacinque discorsi: celeberrimo quello in morte di San Basilio. Lasciò altri scritti, in prosa e in poesia.

(3) L’Eusebio citato è quello di Cesarea, vissuto fra il 265 e il 339 o 340, vescovo di quella città. Scrittore di grande erudizione, lasciò molte opere di storia e di teologia. La Cronaca citata nell’enciclica è nota anche con il titolo di Storia ecclesiastica, che fu appunto tradotta da San Gerolamo, dal testo greco, in lingua latina.

(4) Lo scritto di San Gerolamo noto con il titolo Tractatus de Seraphin commenta il capo VI, paragrafi 2 e seguenti del libro di Isaia. Fu scoperto da Padre Ancelli a Montecassino e illustra una delle pagine più misteriose della Bibbia.

(5) Eletto dopo la morte del Pontefice Liberio e dell’antipapa Felice II, Damaso occupò la Cattedra romana in uno dei più agitati periodi della storia della Chiesa, funestato da gravi lotte politico-religiose e da molteplici eresie. San Gerolamo rientrò a Roma per il Concilio da lui indetto nel 382.

(6) Altro contemporaneo di San Gerolamo, che egli riconosce fra i suoi maestri. Cieco dall’infanzia, acquistò tuttavia una così vasta cultura da poter dirigere la scuola di Alessandria durante mezzo secolo, dal 340 al 395. Avversario tenace dell’arianesimo, non ripudiò le teorie di Origene e fu pertanto condannato. Di lui sono rimaste due opere sullo Spirito Santo e sulla Trinità.

(7) Laico romano: oltre a negare la verginità perpetua di Maria, avversò tenacemente il monachismo e impugnò l’eccellenza della verginità sul matrimonio. San Gerolamo scrisse contro le sue teorie nel 386.

(8) Gioviniano, monaco milanese vissuto alla fine del secolo IV. Lasciato il monastero, predicò una sua interpretazione eretica delle Sacre Scritture, per cui la salvezza sarebbe frutto della sola fede in Cristo. Contestò la verginità di Maria. Raccolse seguaci in una setta (giovinianisti) che dopo la condanna del suo fondatore scomparve in pochi decenni.

(9) Nell’elogio funebre che San Gerolamo inviò a Eustochio riguardante la madre sua Paola, lodava anche questa santissima donna per avere insieme alla figlia coltivato a tal punto lo studio delle Scritture, da conoscerle a fondo e ricordarle a memoria. Nel suo soggiorno romano dal 382 al 385, Gerolamo infervorò alla pratica della vita ascetica un nucleo di donne romane che si riunivano nel palazzo di Marcella sull’Aventino per dedicarsi alla lettura della Bibbia, al canto dei Salmi e alla preghiera. Di questo gruppo di devote nobildonne facevano appunto parte Eustochio e sua madre, Paola.

(10) Amico di San Gerolamo, che gli dedicò due delle sue epistole, una sui doveri dei sacerdoti cristiani e un’altra per tesserne l’elogio funebre. Da giovane Nepoziano fu militare; abbracciò poi lo stato ecclesiastico di. venendo prete, coadiutore dello zio Eliodoro, vescovo di Altino. Morì verso la fine del secolo V.

(11) San Paolino di Nola (Meropio Ponzio Paolino: 353-431), uscito da una delle più nobili famiglie romane, Insignito di alte cariche civili e fornito di immense ricchezze, abbandonò tutti i suoi beni per ritrarsi a vita monastica. Nel 409 fu eletto vescovo di Nola. Autore di carmi e panegirici, occupa un posto non trascurabile nella storia della letteratura latina cristiana.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: PROVIDENTISSIMUS DEUS di S.S. LEONE XIII

Nel percorso che ci siamo proposti nell’esaminare i documenti magisteriali riguardanti la Sacra Scrittura, leggiamo una lettera enciclica fondamentale, riferimento costante e cardine roccioso di successivi documenti e di riferimenti dottrinali di certezza assoluta. Data la lunghezza del documento, preferiamo introdurci subito alla lettura dello stesso, ove dettagliati sono gli argomenti a sostegno della ispirazione divina delle Scritture, della sua inerranza, della necessità di studi accurati delle lingue semitiche, della scelta degli insegnanti nei seminari, e i riferimenti agli errori più comuni degli avversari di Dio e della Chiesa, i protestanti e i razionalisti. Oggi poi è un’epoca in cui ogni “cretino”, ignorante e borioso, solo perchè ha spulciato qualche frammento o condivide i giudizi strampalati di censori preconcetti, derivati per lo più dalla feccia massonica e kazara [… sì, anche quella pseudo-ecclesiastica dei finti-consacrati], si sente in diritto di sindacare ed obiettare in pratica a tutta la Scrittura, senza sapere cosa dice e con argomentazioni spesso ridicole ed insulse. È pertanto indispensabile che i Cattolici si attengano rigidamente alle indicazioni dei Concili e dei Pontefici, per trovare un’ancora sicura e una certezza irremovibile nei confronti, oltre che dei noti nemici già citati, anche dei modernisti apostati della falsa chiesa dell’uomo, ecumenista, relativista e gnostica, dove per confondere al meglio lo sbigottito fedele [in pratica un infedele di fatto!], si dice tutto ed il contrario di tutto rivestendolo con la maschera di una falsa e satanica ermeneutica. Allora coraggio, occorre resistere per conservare la fede e giungere indenni alla fine della corsa, per conquistare il premio promesso dal Cristo. In ogni dubbio, si consulti il Sacro Magistero della Chiesa e la dottrina sicura da esso scaturente, senza timore di errare, e resistendo in faccia agli asini raglianti, ai cani muti, ai porci grassi, voluttuosi e libidinosi che affettano sapienza falsa e contradditoria.


Leone XIII
Providentissimus Deus

Lettera Enciclica

Il Dio provvidentissimo che, nell’ammirabile disegno del suo amore, innalzò sin dal principio il genere umano a essere partecipe della divina natura e che poi, tràttolo dalla colpa e dalla rovina comune, ristabilì nella primitiva dignità, gli conferì per questo un singolare aiuto, per manifestargli in modo soprannaturale i misteri della sua divinità, della sua sapienza e della sua misericordia. Sebbene infatti nella divina rivelazione siano comprese anche cose non inaccessibili all’umana ragione, e tuttavia rivelate agli uomini “perché si potessero da tutti conoscere con più prontezza, con ferma certezza e senza mescolanza di errori, non per questo però si può affermare che la rivelazione sia assolutamente necessaria, ma perché Dio, nella sua infinita bontà, ordinò l’uomo ad un fine soprannaturale“. Questa “rivelazione soprannaturale, secondo la fede universale della Chiesa“, è contenuta sia “nelle tradizioni non scritte“, sia anche “nei libri scritti” che vengono chiamati sacri e canonici, perché, “essendo stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati affidati alla chiesa“. Questo certamente, riguardo ai libri dell’uno e dell’altro Testamento sempre ha ritenuto e apertamente professato la Chiesa: ben noti sono gli importantissimi documenti antichi, nei quali si afferma che Dio, il quale parlò prima per mezzo dei profeti, poi Egli stesso e quindi per bocca degli Apostoli, è anche autore delle Scritture che sono chiamate canoniche, e che sono oracoli e locuzioni divine, una lettera inviata dal Padre celeste trasmessa per mezzo degli autori sacri al genere umano, peregrinante lontano dalla patria. Essendo quindi così grande l’eccellenza e la dignità delle Scritture da rivendicare quale autore lo stesso Dio, e contenendo i suoi altissimi misteri, disegni e opere sue, ne consegue che anche quella parte della sacra teologia, che riguarda la difesa e l’interpretazione dei Libri divini, è di un’eccellenza e utilità grandissima.

Parte 1

UTILITA’ MULTIFORME DELLA S. SCRITTURA E STIMA CHE SEMPRE NE EBBE LA CHIESA

Noi quindi, come curammo, non senza frutto. con l’aiuto di Dio, di far progredire, con frequenti lettere ed esortazioni, alcuni altri generi di discipline che sembravano poter molto giovare all’incremento della gloria divina e alla salvezza del genere umano, così già da lungo tempo pensavamo di spronare e raccomandare questo studio altissimo delle sacre Lettere e dirigerlo anche più conformemente alle necessità dei tempi presenti. Ci sentiamo mossi e spinti dalla sollecitudine del nostro ufficio apostolico non solo a desiderare che in modo sempre più sicuro e abbondante si renda manifesta, per l’utilità dei gregge del Signore, questa fonte della rivelazione cattolica, ma ci sentiamo anche spinti a non tollerare che venga violata in alcuna parte da coloro che con empia audacia inveiscono apertamente contro la sacra Scrittura, o tramano a suo danno ingannevoli o imprudenti innovazioni. – La Scrittura è divinamente ispirata.

Non ignoriamo, venerabili fratelli, come fra i cattolici non pochi siano gli uomini d’ingegno e di dottrina che si adoperano alacremente sia per la difesa dei Libri divini, sia per contribuire ad una più ampia cognizione e intelligenza dì essi. Mentre elogiamo grandemente la loro opera e i loro frutti, non possiamo fare a meno, tuttavia, di esortare vivamente a meritare l’elogio di così santo scopo anche tutti coloro la cui solerzia, dottrina e pietà ottimamente promettono in questo campo. Vivamente desideriamo e bramiamo che molti rettamente intraprendano e costantemente si occupino della difesa delle divine Lettere e che quelli, soprattutto, che la divina grazia chiamò al sacri ordini, si applichino ogni giorno con diligenza e solerzia sempre maggiori nel leggerle, meditarle e spiegarle, come è loro preciso dovere. – La ragione per cui tanto sembra da raccomandarsi questo studio, a parte la sua eccellenza e l’ossequio dovuto alla parola divina, sta nella molteplicità dei vantaggi che sappiamo dovranno derivarne, secondo l’infallibile promessa dello Spirito Santo: “Ogni Scrittura divinamente ispirata è utile a insegnare. a redarguire, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto e pronto ad ogni opera buona” (2Tm III, 16-17). Che le Scritture siano state date certamente da Dio agli uomini a tal fine, lo dimostrano gli esempi del Cristo Signore e degli apostoli. Gesù, infatti, che “con i miracoli si conciliò l’autorità e con l’autorità si acquistò la fede e con la fede attrasse la moltitudine“, soleva, nell’ufficio dei suo divino mandato, appellarsi alle sacre Scritture. Infatti quando gli si offre l’occasione, prova con le sacre Scritture di essere stato mandato da Dio, e si proclama Dio; da esse prende gli argomenti per ammaestrare ì suoi discepoli e per confermare la sua dottrina; da esse rivendica testimonianze contro le calunnie dei suoi denigratori e le oppone, per redarguirli, ai sadducei e ai farisei, e le ritorce anzi contro lo stesso satana che impudentemente osa tentarlo. Di esse si servi anche alla fine della sua vita, e, risuscitato, le spiegò ai discepoli, sino a che ascese alla gloria del Padre. – Ammaestrati dalla sua parola e dal suoi precetti, gli Apostoli, sebbene Gesù concedesse che “segni e prodigi si operassero per mano loro” (At XIV,3), grande efficacia traevano tuttavia dai Libri divini, per diffondere largamente tra le genti la sapienza cristiana, per infrangere la pertinacia dei giudei e per soffocare le eresie nascenti. Ciò appare apertamente dai loro stessi discorsi, primo fra tutti quello del beato Pietro, che composero quasi interamente con detti dell’Antico Testamento, come fermissima prova della nuova legge. E ciò è pure dimostrato dai vangeli di Matteo e Giovanni, e dalle lettere cosiddette cattoliche; molto chiaramente, poi, appare dalla testimonianza di colui che “si gloria di aver appreso la legge di Mosè e profeti ai piedi di Gamaliele, da poter poi, come armato di armi spirituali, fiduciosamente affermare: Le armi della nostra milizia non sono carnali, ma ogni nostra potenza ci viene da Dio“.

La Scrittura e la predicazione

Per mezzo dunque degli esempi del Cristo Signore e degli apostoli, comprendiamo tutti, e specialmente i novizi della sacra milizia, quanto siano da tenersi in conto le Lettere divine, e con quale diligenza e con quale pietà debbano accedere allo studio di esse come ad un arsenale. Per coloro, infatti, che abbiano da trattare la dottrina della verità cattolica, sia presso i dotti come gli indotti, nessun altro luogo, più delle Scritture, offre numerose e più ampie testimonianze su Dio, sommo e perfettissimo bene, e sulle sue opere, che manifestano la gloria e l’amore di lui. Riguardo poi al Salvatore del genere umano, nulla vi è di più eloquente e più evidente delle testimonianze contenute in tutto il contesto della Bibbia, onde Girolamo giustamente poteva affermare che “l’ignoranza delle Scritture è ignoranza del Cristo“. Dalla Scrittura, infatti, balza viva e palpitante l’immagine di lui, dal quale sì diffonde. in un modo del tutto meraviglioso, la liberazione dal male, l’incitamento alle virtù, l’invito all’amore divino. Per ciò che riguarda la chiesa, e cioè la sua istituzione, la sua natura, le sue funzioni, i suoi carismi, tanto spesso se ne fa menzione nelle Scritture, e tanto numerosi si trovano in essa gli argomenti fermi ed evidenti a suo favore, da far esclamare giustamente san Girolamo: “Colui che è corroborato da testimonianze delle sacre Scritture, questi è certamente un potente baluardo per la chiesa“. Che se poi si cercassero norme di disciplina di vita e di costumi, abbondanti e ottimi sussidi troveranno in essa gli uomini apostolici: prescrizioni piene di santità, esortazioni condite di soavità e di forza, insigni esempi per ogni genere di virtù. A tutto ciò si aggiunge un’autorevolissima promessa e una minaccia, fatte nel nome e con le Parole dello stesso Dio, di premi o di pene per l’eternità. – E questa virtù propria e singolare delle Scritture, che viene dalla divina ispirazione dello Spirito Santo, è quella che conferisce autorità all’oratore sacro, offre l’apostolica libertà di parole, dona vigorosa e vittoriosa eloquenza. Chi, infatti, nel predicare comunica lo spirito e la forza del Verbo divino, “non predica soltanto a parole, ma anche nella virtù e nello Spirito Santo e in molta pienezza” (1Ts 1,5). Si può dunque affermare che agiscono senza ordine e improvvidamente coloro che tengono prediche sulla religione ed enunciano precetti divini servendosi quasi esclusivamente di parole di scienza e di prudenza umana, appoggiandosi più su argomenti propri che non su quelli divini. Di conseguenza tali prediche, per quanto appoggiate sullo splendore dello stile, riescono fiacche e fredde, perché mancanti del fuoco della parola di Dio (Ger XXIII,29): ben lontane quindi da quella forza di cui essa è ricca: “La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace e più affilata di qualunque spada a doppio taglio e penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito” (Eb IV,12). Quantunque anche i più saggi debbano ammettere che si trova nelle sacre Scritture una mirabile, varia e copiosa eloquenza degna di cose grandi – cosa che sant’Agostino vide chiaramente e dimostrò eloquentemente -, tuttavia ciò è confermato anche dall’esperienza stessa dei più eccellenti oratori sacri, i quali, grati a Dio, ebbero ad affermare di dover la loro fama soprattutto all’assiduo uso e pia meditazione della Bibbia. – I santi padri, avendo sperimentato molto bene tali cose, sia speculativamente che praticamente, mai cessarono dal lodare e le divine Lettere e i loro frutti. Le chiamano, in vari loro scritti, tesoro ricchissimo delle celesti dottrine, fonti perenni di salvezza, o le presentano quali campi fertili e ameni orti, nei quali il gregge del Signore viene mirabilmente ristorato e ricreato. Viene qui opportuno ricordare le raccomandazioni di san Girolamo al chierico Nepoziano: “Leggi spesso le divine Scritture, mai, anzi, la lettura sacra venga deposta dalle tue mani; apprendi ciò che insegni… ; il parlare del prete sia condito dalla lettura delle Scritture“. E qui viene opportuna la sentenza di san Gregorio Magno, il quale descrisse più sapientemente di ogni altro i compiti dei pastori della chiesa: “E necessario“, egli dice, “che coloro che hanno l’ufficio della predicazione non tralascino mai lo studio della sacra lettura“.  – Ci piace ancora ricordare sant’Agostino che ammonisce: “E‘ vuoto quel predicatore che non sia intimo discepolo della parola di Dio“, e lo stesso Gregorio che mette in guardia gli oratori sacri “affinché nelle sacre predicazioni, prima di predicare agli altri, pensino a se stessi, perché non succeda che badando agli altri si dimentichino di sé“. Tale norma però, sull’esempio e sull’insegnamento del Cristo, che “Incominciò prima a fare e poi a insegnare” (At 1,1). già era stata ampiamente inculcata dall’apostolo, che rivolse non a Timoteo soltanto, ma a tutto l’ordine dei chierici questo precetto: “Attendi a te e all’insegnamento e persevera in queste cose, perché così facendo tu salvi te stesso e quelli che ti ascoltano” (1Tm IV,16). Nelle sacre Lettere sono veramente offerti aiuti preziosi per la salvezza e perfezione propria e altrui, illustrati più abbondantemente nel Salmi; tuttavia, per coloro che prestano alla parola divina non soltanto una mente docile e attenta, ma anche una volontà abitualmente integra e pia. Non si deve infatti stimare il valore di tali libri alla stregua degli altri: poiché essi, essendo ispirati dallo Spirito Santo, e contenendo cose importantissime, e in molti punti recondite e assai difficili, per comprenderle e spiegarle sempre “abbiamo bisogno dell’intervento” dello stesso Spirito e cioè del suo lume e della sua grazia. Tali mezzi, come con frequente insistenza ammonisce l’autorità del divino Salmista, dobbiamo implorare con umile preghiera e custodire in noi con la santità della vita. – Da tutte queste cose appare quindi egregiamente la provvidenza della chiesa, la quale, “affinché non giacesse trascurato il tesoro dei sacri Libri, che lo Spirito Santo con somma liberalità donò agli uomini“, in ogni tempo vi provvide con ottime istituzioni e leggi. Essa infatti stabilì non solo che tutti i suoi ministri avessero l’obbligo di leggerne e meditarne pia mente gran parte nell’ufficio quotidiano, ma anche che venisse spiegata e commentata, per mezzo di uomini idonei, nelle chiese cattedrali, nei monasteri, nei vari conventi degli altri regolari, nei quali possano convenientemente fiorire gli studi; e ordinò che almeno nel giorni di domenica e nelle feste solenni i fedeli venissero nutriti, in modo a loro conveniente, con le salutari parole dell’evangelo. E così si deve pure alla saggezza e sollecitudine della chiesa il culto della sacra Scrittura, vivo in ogni tempo e fecondo di grandi vantaggi.

Le antiche scuole di sacra Scrittura

Giova qui far notare, anche per confermare sempre più le nostre testimonianze e le nostre esortazioni, come sin dagli inizi della religione cristiana, tutti coloro che eccelsero per santità di vita e di opere e per scienza delle cose divine furono sempre assidui nella lettura delle sacre Lettere. Vediamo gli immediati discepoli degli apostoli, tra i quali Clemente Romano, Ignazio d’Antiochia, Policarpo; gli apologisti e nominatamente Giustino ed Ireneo, che nelle loro epistole e libri, sia che difendano sia che celebrino i dogmi cattolici, attingono specialmente dalla sacra Scrittura tutta la loro sicurezza, la forza e ogni grazia. Sorte poi le scuole catechetiche e teologiche in molte sedi episcopali, tra cui celebri l’Alessandrina e l’Antiochena, non si aveva in esse quasi altra istituzione di studi se non quelle che riguardavano la lettura, l’esposizione, la difesa della parola divina scritta. Da tali scuole vennero poi fuori molti Padri e scrittori, dei cui laboriosi studi ed egregi libri abbondarono a tal punto i tre secoli segnati, da essere a buon diritto chiamati l’età aurea dell’esegesi biblica.

Orientali e Occidentali

Tra gli Orientali tiene il primo posto Origene, mirabile per la prontezza d’ingegno e per la costanza nella fatica: dai suoi numerosi scritti e dall’immensa opera degli Esapla attinsero quasi tutti i posteri. Sono pure da annoverare coloro che ampliarono i confini di tale disciplina: tra i più eccellenti della scuola alessandrina abbiamo Clemente e Cirillo; dalla Palestina Eusebio e l’altro Cirillo; dalla Cappadocia Basilio Magno e l’uno e l’altro Gregorio, il Nazianzeno e il Nisseno; da Antiochia il famoso Giovanni Crisostomo, in cui gareggiavano grande perizia di dottrina e somma eloquenza. Non meno illustri sono gli Occidentali. Tra i molti che grandemente si segnalarono, nomi celebri sono quelli di Tertulliano e Cipriano, di Ilario e Ambrogio, di Leone Magno e Gregorio Magno; celeberrimi quelli di Agostino e Girolamo, dei quali l’uno fu sommamente acuto nel penetrare il senso della parola divina ed espertissimo nel farla servire alla verità cattolica, l’altro fu onorato dal singolare riconoscimento della chiesa col titolo di dottore massimo per la scienza dei Libri sacri e per le grandi fatiche sostenute per la conoscenza di essi. – Da questo tempo fino al secolo XI, tale genere di studi, benché non fiorisse con pari ardore e non desse i frutti di prima, tuttavia fu in auge per opera soprattutto di uomini ecclesiastici. Essi curarono infatti o di scegliere quegli insegnamenti più utili, come gli antichi li lasciarono, e, una volta convenientemente ordinati, di divulgarli con l’aggiunta di propri commenti, come fu fatto in primo luogo da Isidoro di Siviglia, da Beda, da Alcuino; o di illustrare i sacri codici con glosse, come fece Valafrido Strabone e Anselmo di Laon; o infine di salvaguardarne con rinnovata sollecitudine l’integrità, come fecero Pier Damiani e Lanfranco. – Nel secolo XII poi molti si occuparono lodevolmente dell’esposizione allegorica della Scrittura: in questo genere eccelle tra gli altri san Bernardo, i cui sermoni ridondano quasi esclusivamente delle divine Lettere.

Periodo scolastico

Ma nuovi e consolanti incrementi vennero ad aggiungersi col metodo degli Scolastici. Questi, sebbene abbiano cercato di investigare la lezione genuina della versione latina, come lo attestano chiaramente i loro Correttori biblici, tuttavia indirizzarono maggiormente i loro studi e le loro cure all’interpretazione e spiegazione delle Scritture. Furono distinti infatti, con un’arte e con una chiarezza, come non mai per l’innanzi, i vari sensi delle sacre parole, e soppesata di ognuno l’importanza nella scienza teologica; furono definite le parti dei libri, gli argomenti delle parti; furono investigati i fini degli scrittori, spiegati il nesso e i rapporti tra le varie proposizioni: considerate tali cose, è chiaro che nessuno potrebbe negare che molta luce si è fatta in tal modo sui passi oscuri. E quanto abbondante e scelta fosse la loro dottrina sulle Scritture, ce lo manifestano pure ampiamente sia i libri di teologia, sia i commenti alle medesime Scritture; e anche sotto questo riguardo ebbe tra essi il primo posto san Tommaso d’Aquino.

Le università degli studi

Dopo che Clemente V, nostro predecessore, ebbe dotato l’ateneo dell’Urbe e le più celebri università degli studi di cattedre di lettere orientali, i nostri studiosi incominciarono a lavorare molto più accuratamente sui codici originali della Bibbia e sull’esemplare latino. Con il ritorno, in seguito, tra noi dell’erudizione greca e molto più con la felice invenzione della nuova arte della stampa, grandemente si accrebbe il culto della sacra Scrittura. E’ cosa mirabile, infatti, come in sì breve tempo si siano tanto moltiplicati con la stampa i sacri testi, specialmente la Volgata, da riempire quasi l’orbe cattolico, così che, proprio nel tempo in cui i nemici della chiesa la calunniano, i divini volumi sono però onorati ed amati. – E neppure si deve passare sotto silenzio quali vantaggi nella scienza biblica abbia apportato il grande numero degli uomini dotti, appartenenti specialmente a famiglie religiose, dal concilio di Vienne al Tridentino. Essi, infatti, servendosi dei nuovi mezzi, e portando essi stessi il contributo della loro molteplice erudizione e del loro ingegno, non solo accrebbero il patrimonio accumulato dagli antichi, ma prepararono quasi la via alla preminenza del secolo seguente. che scaturì dallo stesso concilio Tridentino, allorché sembrò quasi ritornare la grande età dei Padri. Nessuno infatti ignora, e ci è gradito ricordarlo, come i nostri predecessori, da Pio IV a Clemente VIII, fossero i promotori di quelle insigni edizioni delle antiche versioni, della Volgata e dell’Alessandrina, che poi, pubblicate per ordine e con l’autorità di Sisto V e dello stesso Clemente, si trovano ancor oggi nell’uso comune. E’ noto come nello stesso tempo siano state edite con la massima diligenza sia le altre antiche versioni della Bibbia, sia la poliglotta di Anversa e quella di Parigi, adattissime per un’accurata investigazione del senso; né vi era alcun libro dell’uno e dell’altro Testamento che non vantasse ben più di un valente interprete, o qualche grave questione, attorno cui non si fossero affaticati assai proficuamente molti uomini d’ingegno, tra i quali, non pochi. soprattutto tra i più esperti studiosi dei santi Padri, acquistarono un nome illustre. Né a partire da questo tempo lasciò a desiderare la solerzia dei nostri, poiché valenti uomini, di quando in quando, ben meritarono in tali studi, difendendo le sacre Lettere contro le avverse dottrine del razionalismo, tratte dalla filologia e da altre discipline affini, con simile genere di argomenti. – Tutte queste cose provano, a chi ben le considera, come la chiesa non sia mai venuta meno al suo compito di tramandare in modo salutare le fonti della divina Scrittura ai propri figli, e come abbia conservato perennemente la sua posizione di presidio nella quale venne divinamente posta per la tutela e il decoro delle stesse e come l’abbia consolidata provvedendola di ogni genere di studi, di modo che non ebbe mai bisogno e non abbisogna di incitamenti di estranei nell’adempimento del suo compito.

Parte II

ORDINAMENTO ATTUALE DEGLI STUDI BIBLICI

Avversari ed errori

Ormai l’argomento che ci siamo proposti di trattare richiede che Noi, venerabili fratelli, vi comunichiamo tutte quelle norme che sembrano più opportune per rettamente ordinare tali studi. Ma tornerà certamente utile conoscere qui, fin dall’inizio, quale genere di avversari si accaniscano in questa lotta e in quali artifici o armi confidino. – E manifesto come la lotta dovette prima essere sostenuta con coloro che, basandosi sul proprio giudizio privato e ripudiando le tradizioni divine e il magistero della Chiesa, asserivano essere la Scrittura l’unica fonte della rivelazione e il supremo arbitro della fede. Ora la lotta è con i razionalisti, i quali, quasi figli ed eredi dei primi, basandosi parimenti sul proprio giudizio, ripudiano nel modo più assoluto persino questi stessi elementi della fede cristiana ricevuti dal padri. Essi infatti negano del tutto sia la divina rivelazione, come l’ispirazione e la sacra Scrittura, e vanno dicendo che altro non sono se non artifici e invenzioni degli uomini, che non contengono vere narrazioni di cose realmente accadute, ma inutili favole o storie menzognere; così non abbiamo in esse vaticini od oracoli, ma soltanto predizioni fatte dopo gli eventi o presagi di intuito naturale; non presentano veri e propri miracoli e manifestazioni della potenza divina, ma si tratta o di fatti meravigliosi, mai però superiori alle forze della natura, o di magie e miti. I vangeli poi e gli scritti apostolici sono certamente, dicono. da attribuirsi ad altri autori. – Siffatti gravi errori, con i quali credono di distruggere la sacrosanta verità dei Libri divini, li presentano come sentenze decisive di una certa nuova scienza libera, sentenze che riescono però così incerte a loro stessi, tanto da dover mutare e sostituire ben spesso le loro opinioni su identiche questioni. Non mancano tra questi taluni che, pur essendo e parlando tanto empiamente di Dio, del Cristo, dell’Evangelo, e del resto della sacra Scrittura, vorrebbero tuttavia passare per teologi, cristiani ed evangelici, cercando così di coprire sotto un nome specioso la temerarietà di un insolente ingegno. A costoro si aggiungono non pochi studiosi di altre discipline, che condividono le idee dei primi e li aiutano, e che la stessa intolleranza per le verità rivelate induce similmente ad avversare i Libri sacri. Non potremo mai deplorare abbastanza come questa lotta vada ogni giorno più estendendosi e facendosi sempre più accanita. Viene mossa a danno di uomini valenti ed eruditi, sebbene non trovino questi grande difficoltà a difendersene; ma soprattutto i nemici si volgono accanitamente, con ogni studio e mezzo, verso il popolo indotto. Spargono il loro veleno esiziale con libri, opuscoli e quotidiani; lo insinuano nelle adunanze, nei discorsi: hanno ormai pervaso ogni campo, e tengono nelle loro mani molte scuole di giovani, sottratte alla tutela della chiesa, in cui si corrompono miseramente le ancor credule e docili menti e si spingono al disprezzo delle Scritture, anche ricorrendo al ludibrio e agli scherzi osceni. – Questi sono i fatti, venerabili fratelli. che debbono scuotere, infiammare il nostro zelo pastorale. così che a questa che è “falsamente chiamata scienza” (1Tm VI,20) nuova, si opponga l’antica e la vera, quella che la chiesa ricevette da Cristo per mezzo degli apostoli, e sorgano in questa immane lotta idonei difensori della sacra Scrittura.

Scelta dei docenti

Sia dunque questa la prima cura, che nei seminari o accademie si impartisca l’insegnamento delle divine Lettere così come lo richiedono e l’importanza della materia stessa e la necessità dei tempi. A questo fine, nessun’altra cosa deve stare più a cuore della prudente scelta dei docenti: a questo ufficio, infatti, non si tratta di assumere qualcuno tra i molti, ma uomini tali, che un grande amore e una diuturna consuetudine con la Bibbia e un’adeguata dottrina raccomandino, all’altezza cioè di tale ufficio. Né meno tempestivamente bisogna considerare chi debba in seguito loro succedere. Gioverà perciò, ove lo si possa, che, tra gli alunni di ottime speranze, ve ne siano alcuni i quali, espletato lodevolmente il corso di teologia, si consacrino totalmente al Libri divini, e venga loro data la possibilità di dedicarsi per un certo tempo ad uno studio più profondo di essi. E così una volta scelti e formati, in qualità di dottori assumano con sicurezza l’ufficio loro affidato; e affinché in esso si trovino ottimamente e ne traggano convenienti frutti, vogliamo impartir loro più ampi ammaestramenti. – Curino pertanto di preparare le menti dei discepoli, fin dal principio degli studi, in modo da formare e coltivare in essi con grande diligenza una mentalità atta, in pari tempo, e a difendere i Libri divini e a cogliere il senso di essi. A questo mira il cosiddetto trattato di introduzione biblica, nel quale il discepolo trova un opportuno sussidio per dimostrare l’integrità e l’autorità della Bibbia, per investigare e trovarne il senso genuino, per impossessarsi delle obiezioni cavillose e stroncarle alla radice. Di quanta importanza sia l’aver fin dall’inizio trattato di queste cose ordinatamente e appositamente, col sussidio e l’aiuto della teologia, è appena necessario dirlo, dal momento che tutta la restante trattazione della Scrittura si appoggia di continuo su questi fondamenti e viene illuminata da questi principi chiarificatori. – L’opera quindi del precettore deve volgersi con molto zelo alla parte più fruttuosa di questa scienza e cioè a quella dell’interpretazione, affinché i discepoli siano ammaestrati nel modo di volgere le ricchezze della parola divina al progresso della religione e della pietà. Comprendiamo certamente l’impossibilità di esporre tutta la Scrittura nelle scuole, sia per la vastità della materia che per mancanza di tempo. Tuttavia, poiché è necessario seguire una via sicura per ottenere una fruttuosa interpretazione, sappia il saggio maestro evitare l’uno e l’altro inconveniente: sia quello di coloro che appena possono gustare di passaggio qualcosa dei singoli libri, sia quello di coloro che si fermano oltre il conveniente su una determinata parte di un libro solo. Se infatti in molte scuole non si potrà ottenere ciò che si ottiene nelle accademie maggiori, e cioè che venga esposto l’uno o l’altro libro con una certa continuità e abbondanza, bisogna però curare in ogni modo che le parti dei libri scelte per l’interpretazione abbiano una trattazione convenientemente completa, di modo che i discepoli incitati e ben ammaestrati da questo saggio, studino poi da se stessi le altre parti e vi provino gusto in ogni momento della loro vita. Il docente, inoltre, attenendosi alla costante tradizione del passato, adotterà come esemplare la versione Volgata, che il concilio Tridentino decretò doversi ritenere “autentica sia nelle pubbliche lezioni, come nelle dispute, predicazioni ed esposizioni“, e che anche la costante consuetudine della chiesa raccomanda. Dovrà tuttavia tenere anche nel debito conto le altre versioni, che la cristianità antica elogiò e di cui si servì, e specialmente i codici primitivi. Quantunque, infatti, per ciò che riguarda l’essenziale, le parole della Volgata rendano bene il senso dell’ebraico e del greco, tuttavia se un qualche punto riuscisse un po’ oscuro o fosse stato tradotto meno accuratamente, gioverà, come avverte sant’Agostino, “l’esame accurato della lingua originale“. E’ evidente, del resto, quanta perizia e accuratezza occorra in questo, essendo infatti “compito del commentatore non esporre idee personali, ma quelle dell’autore che sta interpretando“.  – Dopo aver soppesato, ove sia necessario, con ogni industria la lezione, si passerà ad esaminare e a esporre i sensi. Primo consiglio è che si osservino le prescrizioni comunemente approvate per l’interpretazione e con cura tanto più sollecita quanto più gli avversari si mostrano tenaci nel tener desta la contesa. E perciò allo studio per soppesare quale sia il valore delle parole in se stesse, cosa significhi la concatenazione delle varie realtà, la somiglianza dei luoghi e le altre considerazioni simili, si aggiunga ancora la delucidazione di elementi esterni risultante da una conveniente erudizione. Si badi però a non dedicare a siffatte questioni più tempo e fatica, che non per conoscere più a fondo i Libri divini, e non avvenga che le molte e affastellate cognizioni siano alle menti dei giovani più di ostacolo anziché di aiuto.

Scrittura e teologia

Da questo punto, sicuro sarà il passaggio all’uso della divina Scrittura in teologia. Occorre a questo proposito tenere presente che, oltre alle altre cause di difficoltà che per lo più s’incontrano nell’interpretazione di qualsiasi libro antico, qui se ne aggiungono alcune proprie dei Libri sacri. Trattandosi infatti di libri il cui autore è lo Spirito Santo, molte cose vi sono in essi che superano di gran lunga la forza e l’acume della ragione umana, i divini misteri cioè, e molte altre cose contenute insieme con questi, e per di più talvolta con un senso ben più ampio e recondito di quanto non sembri esprimere la parola o indicare le leggi dell’ermeneutica, e certamente lo stesso senso letterale richiama poi altri sensi, sia per illustrare i dogmi, sia per raccomandare precetti di vita pratica. Non bisogna perciò negare che i sacri Libri non siano avvolti da una certa religiosa oscurità, per cui nessuno può accedere ad essi senza una qualche guida: avendo così provvidamente disposto Dio, secondo l’opinione comune dei santi padri, affinché gli uomini si sentissero spronati a studiarli con maggior desiderio e diligenza e perché si imprimessero poi più profondamente nelle loro menti e nei loro animi quelle verità tanto laboriosamente acquistate, e perché comprendessero soprattutto che Dio affidò le Scritture alla chiesa, della quale debbono servirsi come di sicurissima guida e maestra nel leggere e trattare le sue parole. Infatti già s. Ireneo insegnava che si deve apprendere la verità là, ove sono posti i carismi del Signore, e che senza alcun pericolo vengono esposte le Scritture da coloro presso cui si trova la successione apostolica. Il concilio Vaticano abbracciò certamente la dottrina di questo e degli altri Padri quando, rinnovando il decreto tridentino riguardo l’interpretazione della parola divina scritta, “dichiarò essere tale il suo giudizio che nelle cose riguardanti la fede e i costumi appartenenti all’edificazione della dottrina cristiana, sia da ritenersi quale autentico senso della sacra Scrittura quello che tenne e tiene la santa Madre Chiesa, cui spetta giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sante Scritture; e che perciò non è permesso ad alcuno interpretare la stessa sacra Scrittura contro questo senso o anche contro l’unanime consenso dei Padri“.

Investigazione e interpretazione biblica

Con questa legge piena di sapienza la chiesa non intende in alcun modo ritardare o proibire l’investigazione della scienza biblica, anzi la preserva immune da errore e contribuisce grandemente al suo vero progresso. Un grande campo si apre infatti ad ogni maestro privato, in cui con passo sicuro potrà con la sua arte di interprete cimentarsi egregiamente e con utilità per la chiesa. Nei passi della divina Scrittura, ove si desidera ancora una interpretazione certa e definitiva, può in tal modo avvenire che, per un soave disegno del provvidente Dio, data la piena preparazione nel diligente studio, maturi il giudizio della chiesa. Nei passi poi già definiti il maestro privato può egualmente dare un contributo esponendoli più dettagliatamente al popolo fedele e più altamente ai dotti, o confutando brillantemente gli avversari. Per la qual cosa, sia principale e sacrosanto dovere dell’interprete cattolico. trattandosi di passi scritturali il cui senso è autenticamente dichiarato o per mezzo dei sacri autori, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, come in molti luoghi del Nuovo Testamento, o per mezzo della Chiesa, assistita dal medesimo Spirito Santo, “sia con solenne giudizio, o per il magistero ordinario e universale“, di interpretarli allo stesso modo e di cercare di convincere, mediante gli aiuti della propria dottrina, che secondo le leggi di una sana ermeneutica si può rettamente approvare soltanto quella interpretazione. Negli altri casi si deve seguire l’analogia della fede e attenersi, come a norma suprema, alla dottrina cattolica, quale la si riceve dall’autorità della chiesa. Essendo infatti lo stesso Dio autore dei sacri Libri come della dottrina, la cui depositaria è la chiesa, non è certamente possibile che provenga da legittima interpretazione il senso di un qualche passo scritturale che sia in qualche modo discordante dalla chiesa. Ne segue che è da rigettarsi come inetta e falsa quella interpretazione che faccia apparire gli autori ispirati in qualche modo in opposizione tra loro, o sia contraria alla dottrina della Chiesa.

Scrittura e santi Padri

Bisogna quindi che il maestro di questa scienza eccella pure in questo aspetto e cioè che possegga egregiamente la teologia e sia versato nei commentari dei santi padri, dei dottori e degli interpreti insigni. Questo inculca del resto san Girolamo e pure vivamente sant’Agostino che, giustamente rammaricandosi, diceva: “Se qualsiasi disciplina, per quanto da poco e facile, richiede, per essere compresa, un dottore o un maestro, che vi è di più temerario e di orgoglioso quanto il ricusare l’aiuto degli interpreti nello studio dei libri dei divini misteri!“. Questo ritennero e confermarono con l’esempio gli altri padri i quali “ricercavano l’intelligenza delle sacre Scritture non basandosi sulla propria presunzione, ma sugli scritti e sull’autorità di quei grandi, dei quali constasse che avevano ricevuto e accettato le norme di interpretazione indicate dalla successione apostolica“.  – Somma è invero l’autorità dei santi padri, per mezzo dei quali “la Chiesa, dopo gli Apostoli, ebbe incremento, come da piantatori, irrigatori, edificatori, pastori ed educatori“, ogni volta che all’umanità interpretano con uguale senso una qualche testimonianza biblica, riguardante la dottrina della fede o dei costumi. Dal loro unanime consenso, infatti, appare chiaramente che così sia stato tramandato dagli Apostoli secondo la fede cattolica. Il pensiero dei padri è pure da tenersi in gran conto quando essi esercitino il loro ufficio di dottore quasi in forma privata, poiché non è solo la scienza delle cose rivelate e la cognizione di molte notizie utili alla conoscenza dei libri apostolici che li rende fidati, ma certamente Dio stesso aiutò con più valido soccorso della sua luce questi uomini insigni per santità di vita e per la diligente ricerca della verità. Sappia quindi l’interprete che è suo dovere il seguire riverentemente i loro passi e l’usufruire delle loro fatiche con intelligente scelta. – Non pensi però che gli venga per questo preclusa la via per cui, intervenendo una giusta causa, egli potrà anche procedere oltre nella ricerca e nel l’interpretazione, purché si mantenga religiosamente ossequioso al precetto sapientemente dato da sant’Agostino, e cioè di non allontanarsi per nulla dal senso letterale e ovvio, se non vi sia una qualche ragione che non permetta di tenerlo, o una necessità che imponga di lasciarlo: prescrizione questa a cui fa d’uopo attenersi con tanta più fermezza quanto maggiore, in così grande smania di novità e libertà di opinioni, sovrasta il pericolo di sviarsi. Si guardi parimenti lo studioso dal trascurare quei passi che furono volti dagli stessi Padri a un senso allegorico o simile, soprattutto quando partono dal senso letterale e sono sostenuti dall’autorità di molti. Tale modo di interpretare, infatti, la chiesa lo ricevette dagli apostoli, e lo approvò essa stessa, come appare dalla liturgia, col proprio esempio; non che i padri si studiassero per mezzo di esso di dimostrare per sé ì dogmi dì fede, ma perché conoscevano per esperienza quanto valesse ad alimentare la virtù e la pietà. – Minore è certamente l’autorità degli altri interpreti cattolici; tuttavia, poiché gli studi biblici hanno sempre goduto nella Chiesa di un continuo progresso, è doveroso rendere il debito onore parimenti ai loro commenti, dai quali assai opportunamente si possono prendere molti argomenti per confutare sentenze contrarie e per risolvere punti difficili. Ma è davvero cosa troppo sconveniente che taluni, quasi ignorando o disprezzando opere lasciateci in buon numero dai nostri, preferiscano libri eterodossi e vadano a cercare da essi, con presente pericolo per la sana dottrina e non di rado con detrimento della fede, spiegazioni di passi nel quali i cattolici, già da tempo, vi spesero con buoni frutti ingegno e fatiche. Sebbene, infatti, l’interprete cattolico possa talvolta giovarsi degli studi degli eterodossi, usandoli, con la debita prudenza, ricordi, tuttavia, che anche secondo numerosi documenti degli antichi non si può affatto trovare, fuori della chiesa, il senso incorrotto delle sacre Lettere, e che neppure può essere tramandato da coloro che, privi come sono della vera fede, non possono della Scrittura raggiungere il midollo, ma soltanto è dato loro di roderne la corteccia.

La Scrittura anima della teologia

E’ poi grandemente desiderabile e necessario che l’uso della divina Scrittura domini in tutta la scienza teologica e ne sia quasi l’anima. Questo affermarono in ogni età i padri e i più insigni teologi e questo procurarono di fare. Essi infatti cercarono di stabilire e assodare le verità che sono oggetto di fede, come pure le altre che ne derivano, soprattutto per mezzo delle divine Lettere, e per mezzo di esse, come parimenti per mezzo della divina tradizione, cercarono di confutare i commenti innovatori degli eretici, di investigare la ragione, l’essenza, la correlazione dei dogmi cattolici. Nessuno dovrebbe meravigliarsi di ciò, se si pensa che, tra le fonti della rivelazione, è così insigne il luogo dovuto ai Libri divini che, senza uno studio e un uso assiduo di essi, non si può trattare di teologia in modo retto e secondo la sua dignità. Sebbene sia cosa giusta che nelle accademie e nelle scuole i giovani vengano esercitati specialmente nell’acquisto della conoscenza e scienza dei dogmi così che, posta l’argomentazione degli articoli di fede, si arrivi da questi alla conclusione di altri, seguendo le norme di una provata e solida filosofia, tuttavia un grave e dotto teologo non dovrà mai trascurare la stessa dimostrazione dei dogmi dedotta dall’autorità della Bibbia: “Infatti (la teologia) non riceve i suoi principi da altre scienze, ma immediatamente da Dio per mezzo della rivelazione. E perciò non riceve dalle altre scienze come fossero superiori, ma si serve di esse come inferiori e ancelle“. Questo modo di insegnare la dottrina sacra ha quale maestro e auspice il principe dei teologi, l’Aquinate, il quale, partendo da questa chiara comprensione dell’indole della teologia cristiana, insegnò in che modo il teologo possa difendere i suoi stessi principi, caso mai qualcuno li impugnasse: “Per mezzo dell’argomentazione rigorosa se l’avversario ammette qualcosa di ciò che si ha per divina rivelazione; come quando per mezzo dei testi autorevoli della sacra Scrittura disputiamo contro gli eretici, e per mezzo di un articolo ammesso disputiamo contro coloro che ne negano un altro. Se poi l’avversario non crede ad alcuna delle cose divinamente rivelate, non rimane la possibilità di provare gli articoli di fede per mezzo di argomentazioni, ma solo si possono in tal caso sciogliere le obiezioni, se l’avversario ne adduce, contro la fede“. – Bisogna dunque provvedere affinché i giovani intraprendano gli studi biblici convenientemente preparati e agguerriti, perché non venga frustrata la giusta speranza che riponiamo in essi e perché, ciò che sarebbe maggior male, presi dagli inganni dei razionalisti e dall’apparenza di erudizione, non corrano incautamente il pericolo di sviarsi. Saranno ottimamente preparati, se avranno religiosamente coltivato e profondamente compreso la disciplina della filosofia e della teologia, secondo la guida dello stesso san Tommaso, seguendo quella via che additammo e prescrivemmo. Così cammineranno rettamente, sia nella scienza biblica come in quella parte di teologia cosiddetta positiva, e faranno in ambedue felicissimi progressi.

Parte III

DIFESA DELLA S. SCRITTURA CONTRO GLI ERRORI MODERNI

Integrità dei libri sacri

E’ certamente già gran cosa che la dottrina cattolica sia stata provata, esposta, illustrata con la legittima e solerte interpretazione dei Libri sacri; rimane tuttavia un’altra parte da farsi e di ben grande importanza, come pure di grande lavoro e cioè che si sostenga il più validamente possibile l’integra autorità degli stessi Libri sacri. Intento che in nessun altro modo potrà universalmente e pienamente conseguirsi se non per mezzo del vivo e legittimo magistero della Chiesa, la quale, “per se stessa e cioè per la sua ammirabile propagazione, per l’esimia sua santità e inesauribile fecondità in ogni opera buona, per la sua cattolica unità e invitta stabilità è un grande e perpetuo motivo di credibilità e testimonio irrefragabile del suo divino mandato“. Poiché il divino e infallibile magistero della chiesa poggia anche sull’autorità della sacra Scrittura, bisogna perciò in primo luogo sostenere e rivendicare a questa una fede almeno umana: e da questi libri, come da testimoni veraci a tutta prova dell’antichità, si mettano in evidenza e al sicuro la divinità e la missione del Cristo Signore, l’istituzione della chiesa gerarchica, il primato conferito a Pietro e ai suoi successori. Gioverà assai a questo scopo se vi saranno molti ben preparati tra gli insigniti del sacro ordine, i quali anche in questo campo combattono per la fede e respingono gli assalti ostili, rivestiti soprattutto dell'”armatura di Dio” (Ef 6,13 ss.), come ci avverte l’apostolo, e quindi non impreparati alle nuove armi e battaglie dei nemici. Ecco come egregiamente esprime ciò il Crisostomo parlando dei doveri sacerdotali: “Occorre molto studio, affinché “il verbo del Cristo abiti abbondantemente in noi” (cf. Col III,16): non dobbiamo infatti essere preparati ad un solo genere di lotta, essendo molteplice la battaglia e vari i nemici, i quali per di più non si servono tutti delle stesse armi, né usano un’unica tattica per scendere in lotta contro di noi. Per questo è necessario che colui che dovrà combattere con ogni sorta di nemici abbia profonda conoscenza di tutti gli strumenti e arti degli avversari, da essere così nello stesso tempo e arciere e fromboliere, tribuno e condottiero, duce e soldato, fante e cavaliere, perito di guerre navali e di città assediate: se infatti egli non conoscerà tutte le arti del combattere, ben saprà il diavolo, qualora anche una sola parte venisse lasciata indifesa, far penetrare per quella i suoi predoni e dilaniare il gregge“. Abbiamo sopra accennato agli inganni, alle arti di cui i nemici si servono per combattere in questo campo: ora vi indicheremo quali siano i mezzi di cui dovrete valervi per la difesa.

Lo studio delle lingue orientali

Il primo mezzo è lo studio delle antiche lingue orientali e della cosiddetta arte critica. Essendo oggi tenuta in grande conto e onore la conoscenza di entrambe le discipline, ne consegue che il clero che ne sia fornito. con una scienza più o meno profonda secondo i luoghi e gli uomini con cui abbia a che fare, meglio potrà sostenere il suo prestigio e il suo ufficio, dovendo egli “farsi tutto a tutti” (1Cor IX, 22), sempre pronto a “dar soddisfazione a chiunque domandi ragione della speranza che è in lui” (1Pt III,15). E’ dunque necessario per i docenti di sacra Scrittura e conviene ai teologi la conoscenza profonda delle lingue nelle quali i libri canonici furono originariamente composti dagli agiografi. Sarà pure ottima cosa se i discepoli della Chiesa coltiveranno tali lingue, specialmente coloro che aspirano ai gradi accademici in teologia. Occorre anche curare che nelle accademie, cosa che lodevolmente si fa già in molte di esse, si impartiscano lezioni anche di altre lingue antiche, specialmente semitiche, e di quelle materie che con esse hanno relazione, soprattutto per coloro che vengono designati per l’insegnamento delle sacre Lettere. – Questi poi, per lo stesso motivo, dovranno essere più dotti e più esercitati nella vera scienza dell’arte critica. Ingiustamente infatti, e con danno della religione, si introdusse l’artificio coonestato dal nome di alta critica, secondo la quale, in base a sole ragioni interne, come essi dicono, dovrebbero scaturire l’origine, l’integrità, l’autorità di ogni libro. E’ chiaro, invece, che nelle questioni storiche, come sono l’origine e la conservazione dei libri, valgono sopra tutte le testimonianze storiche, e che queste soprattutto debbono essere raccolte e investigate con la maggior diligenza possibile; mentre le ragioni interne, il più delle volte, non sono poi di così grande importanza da poter essere chiamate in causa, se non per una certa conferma delle altre. Agendo diversamente ne conseguiranno di certo grandi inconvenienti. I nemici della religione, infatti, prenderanno sempre più ardire nell’assalire e combattere l’autenticità dei Libri sacri: quello stesso genere di critica più sublime ch’essi praticano, si ridurrà infine a tal punto da lasciare che ognuno segua, nell’interpretazione, la propria propensione, la propria opinione pregiudicata. Di qui ne viene che non si otterrà né il lume richiesto per l’intelligenza delle sacre Scritture, né alcun vantaggio per la dottrina, ma al contrario apparirà quel sicuro contrassegno di errore, che è la varietà e la dissomiglianza dei modi di pensare, come già ne fanno fede gli stessi principali assertori di questa nuova scienza. Di qui pure ne verrà che, essendo i più impregnati di una vana filosofia e delle dottrine del razionalismo, non esiteranno a rimuovere dai sacri Libri profezie, miracoli, e tutto ciò che supera l’ordine naturale.

Scrittura e scienze naturali

Bisogna combattere in secondo luogo coloro che, abusando della propria scienza di fisici, indagano in ogni modo i Libri sacri, per rimproverare agli autori la loro imperizia in tali cose, e trovano da ridire sugli stessi scritti. Queste accuse, riguardando le cose oggetto dei sensi, diventano perciò stesso più pericolose, diffuse tra il popolo, e soprattutto tra i giovani studenti, i quali, una volta perso il rispetto riguardo a qualche punto della divina rivelazione, perderanno facilmente ogni fede in ogni punto di essa. E’ ben manifesto quanto le scienze naturali siano atte a far comprendere la gloria dell’Artefice impressa nelle cose create, purché vengano rettamente proposte, come pure quale grande potere abbiano nello svellere gli elementi di una sana filosofa e nella corruzione dei costumi, se perversamente infuse nei giovani animi. La cognizione perciò delle cose naturali sarà un valido sussidio per il dottore di sacra Scrittura, per scoprire più facilmente e confutare anche siffatti cavilli addotti contro i Libri divini. – Nessuna vera contraddizione potrà interporsi tra il teologo e lo studioso delle scienze naturali, finché l’uno e l’altro si manterranno nel propri confini, guardandosi bene, secondo il monito di sant’Agostino di “non asserire nulla temerariamente, né di presentare una cosa certa come incerta“. Se poi vi fosse qualche dissenso, lo stesso santo dà sommariamente le regole del come debba comportarsi in tali casi il teologo: “Tutto ciò che i fisici, riguardo alla natura delle cose, potranno dimostrare con documenti certi, è nostro compito provare non essere nemmeno contrario alle nostre Lettere; ciò che poi presentassero nei loro scritti di contrario alle nostre Lettere e cioè contrario alla fede cattolica, o dimostriamo con qualche argomento essere falso ciò che asseriscono o crediamolo falso senza alcuna esitazione“. Per comprendere quanto sia giusta questa regola, notiamo in primo luogo che gli scrittori sacri, o più giustamente “lo Spirito di Dio che parlava per mezzo di essi, non intendeva ammaestrare gli uomini su queste cose (cioè sull’intima costituzione degli oggetti visibili), che non hanno importanza alcuna per la salvezza eterna“, per cui essi più che attendere direttamente all’investigazione della natura, descrivevano e rappresentavano talvolta le cose con una qualche locuzione metaforica, o come lo comportava il modo comune di parlare di quei tempi ed ancora oggi si usa, riguardo a molte cose, nella vita quotidiana, anche tra uomini molto colti. Dato che nel comune linguaggio viene espresso in primo luogo e propriamente ciò che cade sotto i sensi, così anche lo scrittore sacro (e come ci avverte anche il dottore angelico) “si attenne a ciò che appare ai sensi“, ossia a ciò che Dio stesso, parlando agli uomini, espresse in modo umano per farsi comprendere da essi. – Dicendo che la difesa della sacra Scrittura deve essere condotta strenuamente, non ne segue che si debbano ugualmente sostenere tutte le sentenze che i singoli padri e successivamente gli interpreti affermano nello spiegarla, in quanto essi, date le opinioni del tempo, nell’interpretare i passi in cui si tratta di cose fisiche non sempre forse giudicarono secondo la verità oggettiva, di modo che alcune interpretazioni allora proposte, ora sono meno accettabili. Occorre perciò distinguere diligentemente quali siano di fatto le interpretazioni che essi tramandarono come spettanti alle cose di fede o strettamente connesse con essa; quali poi siano state tramandate con unanime consenso, poiché infatti “nelle cose che non sono di necessità di fede fu lecito ai santi, come anche a noi, pensare in modo diverso“, secondo la sentenza di san Tommaso. Il quale in altro luogo molto prudentemente avverte: “Mi sembra cosa più sicura riguardo alle opinioni comunemente ammesse dai filosofi e che non ripugnano alla nostra fede, non asserirle come dogma di fede, anche se introdotte talvolta sotto il nome dei filosofi, ma neppure negarle come contrarie alla fede, per dar occasione ai sapienti di questo mondo di disprezzare la dottrina della fede“. Quantunque sia certamente compito dell’interprete dimostrare che le cose proposte come certe per mezzo di argomenti certi dagli studiosi di scienze naturali non contraddicono affatto le Scritture, se rettamente spiegate, non deve tuttavia sfuggire all’interprete questo fatto e cioè che talora avvenne che alcune cose date come certe furono poi poste in dubbio e quindi ripudiate. Che, se poi gli scrittori di scienze naturali, oltrepassati i confini della propria disciplina, invadessero con errate opinioni il campo della filosofia, l’interprete teologo domandi ai filosofi di confutarle.

Scrittura e inerranza

Queste stesse cose gioverà applicarle anche alle altre scienze affini, specialmente alla storia. E’ da deplorarsi, infatti, come vi siano molti che investigano e portano a conoscenza, anche con grandi fatiche, monumenti dell’antichità, costumi e istituzioni di gente antica e altre testimonianze del genere. ma il più delle volte con l’intento di scoprire errori nel Libri sacri, per riuscire ad infirmarne e a scuoterne l’autorità. E ciò taluni fanno con animo accanitamente ostile e con giudizio non abbastanza equo, poiché, trattandosi di libri profani e di antichi monumenti, tale è la fiducia che vi prestano, da escludersi persino ogni sospetto di errore. mentre negano una almeno pari fiducia alle sacre Scritture, anche per una sola parvenza di errore, neppure debitamente provata. E certamente possibile che nella trascrizione dei codici qualcosa abbia potuto essere riportata meno rettamente, il che è da giudicarsi con ponderatezza e non da ammettersi tanto facilmente, se non in quei passi ove ciò sia stato debitamente dimostrato. E’ anche possibile che rimanga ancora incerto il senso preciso di qualche passo, e per delucidarlo saranno di grande aiuto le migliori regole dell’interpretazione. Ma non è assolutamente permesso o restringere l’ispirazione soltanto ad alcune parti della sacra Scrittura, o ammettere che lo stesso autore sacro abbia errato. Infatti non è ammissibile il metodo di coloro che risolvono queste difficoltà non esitando a concedere che l’ispirazione divina si estenda alle cose riguardanti la fede e i costumi, e nulla più, stimando erratamente che, trattandosi del vero senso dei passi scritturali, non tanto sia da ricercarsi quali cose abbia detto Dio, quanto piuttosto il soppesare il motivo per cui le abbia dette. Infatti tutti i libri e nella loro integrità, che la chiesa riceve come sacri e canonici, con tutte le loro parti, furono scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, ed è perciò tanto impossibile che la divina ispirazione possa contenere alcun errore, che essa, per sua natura, non solo esclude anche il minimo errore, ma lo esclude e rigetta così necessariamente, come necessariamente Dio, somma verità, non può essere nel modo più assoluto autore di alcun errore. – Tale è l’antica e costante fede della Chiesa, definita anche con solenne sentenza dai concili Fiorentino e Tridentino, e confermata infine e dichiarata più espressamente nel concilio Vaticano che in modo assoluto così decretò: “Bisogna ritenere come sacri e canonici i libri interi dell’Antico e del Nuovo Testamento con tutte le loro parti, come vengono recensiti dal decreto dello stesso concilio [Tridentino] e quali si hanno nell’antica edizione volgata latina. E la Chiesa li ritiene come sacri e canonici, non per il motivo che, composti dal solo ingegno umano, siano poi stati approvati dalla sua autorità, e neppure per il semplice fatto che contengono la rivelazione senza errore, ma perché, essendo stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore“. Perciò non ha qui valore il dire che lo Spirito Santo abbia preso degli uomini come strumenti per scrivere, come se qualche errore sia potuto sfuggire non certamente all’Autore principale, ma agli scrittori ispirati. Infatti Egli stesso così li stimolò e li mosse a scrivere con la sua virtù soprannaturale, così li assisté mentre scrivevano, di modo che tutte quelle cose e quelle sole che Egli voleva, le concepissero rettamente con la mente, e avessero la volontà di scrivere fedelmente e le esprimessero in maniera atta con infallibile verità: diversamente non sarebbe egli stesso l’autore di tutta la sacra Scrittura. Questo sempre ritennero i santi padri: “Dunque – dice sant’Agostino -, dal momento che essi scrissero ciò che Egli mostrava e diceva, in nessun modo può dirsi che non sia stato lui a scrivere, quando le sue membra operano ciò che conobbero sotto la parola del capo“. E san Gregorio Magno dice: “E’ davvero vano il voler cercare chi abbia scritto tali cose, quando fedelmente si creda che autore del libro è lo Spirito Santo. Scrisse dunque tali cose chi le dettò perché si scrivessero; scrisse colui che anche nell’opera di quello, fu l’ispiratore“. Ne viene di conseguenza che coloro che ammettessero che nei luoghi autentici dei sacri Libri possa trovarsi alcun errore, costoro certamente o pervertono la nozione cattolica della divina ispirazione o fanno Dio stesso autore dell’errore. Tutti i padri e dottori erano talmente persuasi che le divine Lettere, quali furono composte dagli agiografi, sono assolutamente immuni da ogni errore, che non pochi di quei passi che sembrano presentare qualcosa di contrario e di dissimile (e cioè quasi i medesimi che ora vengono proposti come obiezioni sotto il nome della nuova scienza) cercarono non meno sottilmente che religiosamente di comporli e conciliarli tra loro, professando all’umanità che quei libri, sia interi sia nelle loro singole parti, erano in pari grado divinamente ispirati e che Dio stesso, che parlò per mezzo dei sacri autori, non poté affatto ispirare alcunché di alieno dalla verità. Valga per tutti ciò che lo stesso Agostino scriveva a Girolamo: “Io, infatti, confesso alla tua benevolenza che soltanto al libri delle Scritture, che già vengono chiamati canonici, ho imparato a prestare una tale venerazione e onore, da credere fermissimamente che nessuno dei loro autori abbia commesso errore alcuno nello scrivere. Qualora poi, mi imbattessi in essi in qualche cosa che sembrasse contrario alla verità, non avrò il minimo dubbio che ciò dipenda o dal codice difettoso, o dal traduttore che non ha interpretato rettamente ciò che fu scritto, o che la mia mente non è arrivata a capire“.

CONCLUSIONE

Impegno nel leggere e diffondere la Scrittura

E invero lottare pienamente e perfettamente, con ogni mezzo offerto dalle più serie discipline, per la santità della Bibbia, è cosa ben più grande i quanto non sia lecito aspettarsi dalla sola diligenza degli interpreti e dei teologi. Per questo è da desiderarsi che si uniscano e lavorino a questo fine anche quelli, tra gli studiosi cattolici, che si siano acquistata una certa autorità e fama nelle varie scienze profane. Se mai, per il passato, mancò alla chiesa il sostegno di questi ingegni, neppure ora, per grazia di Dio, è venuto a mancare, e voglia il cielo che aumenti sempre più a sussidio della fede. Nulla, infatti, stimiamo più necessario di questo e cioè che la verità acquisti più validi propugnatori, fidi quanto non lo siano gli avversari. Né vi è alcun mezzo che maggiormente possa indurre il popolo all’ossequio della verità, quanto il vederla liberamente professata da coloro che godono di autorità in qualche stimata disciplina. Che, anzi, sarà facile in questo caso che desistano dal loro odio anche gli stessi detrattori, o almeno non osino più asserire così impudentemente che la fede è contraria alla scienza, allorché vedranno illustri scienziati rendere sommo onore e riverenza alla fede. – Dal momento dunque che così grande vantaggio possono recare alla religione coloro cui benignamente Dio elargì, con la grazia della professione cattolica, anche il dono di un felice ingegno, si scelga perciò ciascuno, in questo effervescente movimento di studi che toccano in qualche modo le Scritture, un genere di disciplina più adatto per sé, nel quale, una volta divenuto esperto, possa, non senza gloria, respingere le accuse lanciate in nome della falsa scienza contro le sacre Scritture.

Elogio ad alcuni Cattolici

Qui ci torna grato elogiare, secondo il merito, l’operato di alcuni Cattolici, i quali, per poter somministrare ai dotti ciò che è loro necessario per trattare a fondo e far progredire con abbondanza di ogni mezzo siffatti studi, dopo aver fondato delle associazioni, elargiscono abbondanti offerte in denaro. Ottimo certamente e molto opportuno per i nostri tempi tale uso dei mezzi pecuniari. Quanto meno hanno i Cattolici da sperare nei loro studi dall’aiuto pubblico, tanto più è conveniente che si offra loro una più pronta e abbondante liberalità dei privati, di modo che coloro ai quali Dio elargì ricchezze vogliano convertirle in mezzi di difesa del tesoro della stessa dottrina rivelata.

Norme da seguire

Affinché poi tali pratiche giovino davvero alla scienza biblica, occorre che i dotti stiano ben ancorati a quelle norme da noi sopra stabilite come principi, e che fedelmente ritengano che Dio, creatore e rettore di tutte le cose, è lo stesso autore delle Scritture, e che perciò nulla può ricavarsi dalla natura delle cose, nulla dai documenti della storia che realmente sia in contraddizione con le Scritture. Che, se qualche cosa sembrasse inaccettabile, bisogna diligentemente chiarirla, sia servendosi del sapiente giudizio dei teologi e degli interpreti sul significato più preciso o verosimile del passo della Scrittura in discussione, sia vagliando con più diligenza la forza degli argomenti addotti contro tale passo. Né bisogna desistere dalla ricerca fino a che rimanga ancora una qualche apparenza di opposizione. Infatti, non potendo in alcun modo la verità contraddire la verità, siamo certi che ciò avviene perché si è incorsi in errore o nell’interpretazione delle sacre parole o in qualche parte della disputa. Se nessuna delle due cose appare ancor chiaramente, bisognerà frattanto tener sospeso il giudizio. Molte cose infatti di ogni ramo delle scienze che per lungo tempo furono oggetto di grande opposizione contro la Scrittura, ora sono cadute come vuote; parimenti non poche cose di certi passi scritturali, non riguardanti precisamente la fede e i costumi, furono un tempo proposte nell’interpretazione, di cui poi più rettamente poté giudicare una più acuta investigazione. Il tempo infatti cancella sì i commenti delle varie opinioni, ma “la verità rimane e conserva il suo valore in eterno” (3Esd 4,38). E perciò, come non vi è alcuno che possa vantare di conoscere nel preciso senso tutte le Scritture, nelle quali lo stesso sant’Agostino confessava essere più le cose che non conosceva di quelle che conosceva, così se qualcuno si imbatterà in qualche passo troppo difficile per essere chiaramente spiegato, prenda come norma quella circospetta moderazione dello stesso dottore: “E’ meglio lasciarsi avvicinare da incognite ma salutari parole che, volendo inutilmente interpretarle, liberare la testa dal giogo di servitù per incatenarla tra i lacci dell’errore“. – Tutti coloro quindi che si dedicheranno a tali studi sussidiari. se seguiranno rettamente e rispettosamente i nostri consigli e ordini, e nello scrivere e nell’insegnare indirizzeranno il profitto dei loro studi a redarguire i nemici della verità e ad impedire i danni della fede nella gioventù, allora finalmente potranno rallegrarsi di rendere servizio con degne opere alle sacre Lettere e di apportare alla causa cattolica quell’aiuto che la chiesa, con diritto, si ripromette dalla pietà e dalla dottrina dei suoi figli.

Ultimo motivo e benedizione

Queste sono le direttive, venerabili fratelli, che abbiamo stimato, sotto l’ispirazione di Dio, doversi, secondo l’opportunità, consigliare e comandare riguardo allo studio delle sacre Scritture. Sia ormai vostra sollecitudine il curare che tali direttive vengano custodite e osservate, come si conviene, con grande diligenza, così che più chiara risalti la riconoscenza dovuta a Dio, per aver comunicato al genere umano le parole della sua sapienza, e perché ne provengano i tanto desiderati vantaggi, specialmente per la formazione della gioventù ecclesiastica oggetto della nostra assillante cura e speranza della chiesa. Adoperatevi quindi alacremente con la vostra autorità ed esortazione, affinché nei seminari e nelle accademie che si trovano sotto la vostra giurisdizione tali studi siano tenuti nel dovuto onore e rinvigoriscano. Integramente e felicemente rinvigoriscano sotto la guida della chiesa, secondo le salutari norme dei documenti e degli esempi dei santi padri e la lodata consuetudine degli antichi, e ricevano tali impulsi, col passar del tempo, che davvero siano di presidio e gloria della verità cattolica, divinamente sorta per la perenne salvezza dei popoli. – Esortiamo infine con paterna carità tutti i discepoli e i ministri della Chiesa ad accedere alle sacre Scritture sempre con sommo affetto, fatto di rispetto e di devozione, poiché l’intelligenza salutare delle stesse non potrà mai essere elargita com’è necessario, se non sarà rimossa l’arroganza della scienza terrena, e se non si dedicheranno santamente allo studio fervente di quella sapienza che è al di sopra della terrena (cf. Gc III,15-17). Una volta che la mente si sia introdotta in tale studio e venga quindi illuminata e fortificata, avrà poi la mirabile capacità di discernere quali siano gli inganni della scienza umana ed evitarli, di raccogliere i veri frutti della scienza e riferirli ai beni eterni, e quindi con animo sempre più ardente, tenderà con maggiore e più gagliardo spirito alla virtù e al divino amore: “Beati coloro che scrutano le sue testimonianze, lo cercano con tutto il cuore” (Sal. CXVIII, 2). – Fondati sulla speranza dell’aiuto divino e confidando nella vostra pastorale sollecitudine, auspice dei celesti favori e testimone della Nostra singolare benevolenza, a voi tutti e a tutto il clero e al popolo affidato a ciascuno, con effusione di cuore impartiamo l’apostolica benedizione nel Signore.

Roma, presso S. Pietro, 18 novembre 1893, anno XVI del Nostro pontificato.

LEONE PP. XIII

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO … E NON SOLO: “SACROSANTA ŒCUMENICA”

La Sacra Scrittura – il Santo Vangelo e la Sacra Bibbia – è stata da sempre l’oggetto, da parte dei nemici della Chiesa Cattolica, cioè di coloro che odiano Dio e tutti gli uomini, di manipolazione, riduzioni, sforbiciate, riduzioni arbitrarie, aggiunte non autorizzate, false interpretazioni e pretese nuove “illuminazioni” o “chiarimenti” da parte di strampalati e folkloristici pseudostudiosi, il cui vero intento è quello di mettere in confusione il fedele e portarlo alle porte degli inferi, per introdurlo poi ivi con tutta facilità. È successo tantissime volte: fin dall’inizio della vita della Chiesa, c’è stato sempre qualche giudaizzante interprete di una Bibbia monca e adattata già alla sinagoga gnostico-cabalistica, Bibbia già anatemizzata dagli stessi giudei, all’atto della compilazione della Bibbia dei Settanta, tradotta in greco perché l’ebraico biblico era oramai sconosciuto ai Giudei della diaspora. Poi sono apparsi di tanto in tanto neo-esegeti, ritrovatori di frammenti ammuffiti nelle grotte ove venivano gettate le copie errate degli scribi, e fatte passare come frammenti autentici [esempio classico sono i frammenti attribuiti alla setta degli Esseni, già di per sé eretici eredi della gnosi babilonese ed adoratori del dio-sole in agapi di “eletti” ben occultati. Sorvolando sui pittoreschi personaggi che di volta in volta si sono proposti [ed ancora ce ne sono tantissimi in giro!], come portatori della parola biblica, giungiamo alle aberrazioni dei protestanti, sempre più lontane dalla verità nella loro manipolazione, traduzione, interpretazione fino all’assurdo ed irreale “libero esame” che ancora oggi continua  a generare sette eretiche ed assolutamente improbabili, che mescolano elementi cristiani, gnostici, cabalistici e soprattutto fantasiosi, evidentemente prodotti dai fumi dell’alcool e delle droghe che infarciscono predicatori fanatici ed irresponsabili. Predicatori allucinati ed autoreferenziati sono oggi diffusi in ogni setta e derivati, e brulicano, oltre ai pretesi ignoranti (per vero o per inganno) professori delle conventicole massoniche, anche tra i settari del “novus ordo” e degli pseudo-tradizionalisti scismatici. Ma non è il caso di perdere tempo con ciarlatani ed imbonitori, oggi più che mai virulenti ed in salsa informatica. Noi Cattolici abbiamo una guida sicura, unico criterio di discernimento tra verità e cialtroneria: il Magistero della Chiesa Cattolica. Oggi iniziamo con il ricordare la sessione IV del Sacrosanto Concilio di Trento, per continuare poi con le principali Encicliche Pontificali riguardanti l’argomento: SACRE SCRITTURE.

CONCILIO DI TRENTO

“Sacrosanta Œcumenica”

SESSIONE IV (8 aprile 1546)

-S.S. Paolo III-

Primo decreto: Si ricevono i libri sacri e le tradizioni apostoliche.

Il sacrosanto, ecumenico e generale Concilio Tridentino, legittimamente riunito nello Spirito Santo, sotto la presidenza dei medesimi tre legati della Sede Apostolica, ha sempre presente che, tolti di mezzo gli errori, si conservi nella Chiesa la stessa purezza del Vangelo, quel Vangelo che, promesso un tempo attraverso i profeti nelle scritture sante, il signore nostro Gesú Cristo, figlio di Dio, prima promulgò con la sua bocca, poi comandò che venisse predicato ad ogni creatura per mezzo dei suoi apostoli, quale fonte di ogni verità salvifica e della disciplina dei costumi. – E poiché il Sinodo sa che questa verità e disciplina è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte – che raccolte dagli Apostoli dalla bocca dello stesso Cristo e dagli stessi apostoli, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, tramandate quasi di mano in mano, sono giunte fino a noi, – seguendo l’esempio dei padri ortodossi, con uguale pietà e pari riverenza accoglie e venera tutti i libri, sia dell’antico che del nuovo Testamento, – Dio, infatti, è autore dell’uno e dell’altro ed anche le tradizioni stesse, che riguardano la fede e i costumi, poiché le ritiene dettate dallo stesso Cristo oralmente o dallo Spirito Santo, e conservate con successione continua nella Chiesa Cattolica. – E perché nessuno possa dubitare quali siano i libri accettati dallo stesso Sinodo come sacri, esso ha creduto opportuno aggiungere a questo decreto l’elenco.

Dell’Antico Testamento: i cinque di Mosè, e cioè: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; Giosuè, Giudici, Ruth; i quattro dei Re; i due dei Paralipomeni; il primo e il secondo di Esdra (che è detto di Neemia); Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe; i Salmi di David; i Proverbi, l’Ecclesiaste, il Cantico dei cantici, la Sapienza, l’Ecclesiastico, Isaia, Geremia con Baruch, Ezechiele, Daniele; i dodici Profeti minori, cioè: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia; i due dei Maccabei, primo e secondo. Del Nuovo Testamento: i quattro Evangeli: secondo Matteo, Marco, Luca, Giovanni; gli Atti degli Apostoli, scritti dall’evangelista Luca; le quattordici Lettere dell’Apostolo Paolo: ai Romani, due ai Corinti, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, due ai Tessalonicesi, due a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei; due dell’apostolo Pietro, tre dell’apostolo Giovanni, una dell’apostolo Giacomo, una dell’apostolo Giuda, e l’Apocalisse dell’apostolo Giovanni.

Se qualcuno, poi, non accetterà come sacri e canonici questi libri, interi con tutte le loro parti, come si è soliti leggerli nella Chiesa Cattolica e come si trovano nell’edizione antica della Volgata latina e disprezzerà consapevolmente le predette tradizioni, sia anatema.

Sappiano quindi tutti, con quali argomenti lo stesso Sinodo, posto il fondamento della confessione della fede, procederà, e soprattutto di quali testimonianze e difese si servirà nel confermare gli insegnamenti e nel riformare i costumi nella Chiesa.

Secondo decreto: Si accetta l’edizione volgata della Bibbia e si prescrive il modo ai interpretare la sacra Scrittura ecc.

Lo stesso sacrosanto Sinodo, considerando, inoltre, che la Chiesa di Dio potrebbe ricavare non piccola utilità, se si sapesse quale, fra tutte le edizioni latine dei libri sacri, che sono in uso, debba essere ritenuta autentica, stabilisce e dichiara che questa stessa antica edizione Volgata, approvata nella Chiesa dall’uso di tanti secoli, si debba ritenere come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute, nella predicazione e che nessuno osi o presuma respingerla con qualsiasi pretesto. – Inoltre, per reprimere gli ingegni troppo saccenti, dichiara che nessuno, basandosi sulla propria saggezza, negli argomenti di fede e di costumi, che riguardano la dottrina cristiana, piegando la Sacra Scrittura secondo i propri modi di vedere, osi interpretarla contro il senso che ha (sempre) ritenuto e ritiene la santa madre Chiesa, alla quale spetta di giudicare del vero senso e dell’interpretazione delle sacre scritture o anche contro l’unanime consenso dei padri, anche se queste interpretazioni non dovessero esser mai pubblicate. Chi contravvenisse sia denunciato dagli ordinari e punito secondo il diritto.

Ma, volendo anche com’è giusto, imporre un limite in questo campo agli editori, i quali, ormai, senza alcun criterio – credendo che sia loro lecito tutto quello che loro piace – stampano, senza il permesso dei superiori ecclesiastici, i libri della Sacra Scrittura con note e commenti di chiunque indifferentemente, spesso tacendo il nome dell’editore, spesso nascondendolo con uno pseudonimo, e – cosa ancor piú grave, – senza il nome dell’autore, e pongono in vendita altrove, temerariamente, questi libri stampati, il Concilio prescrive e stabilisce che, d’ora in poi la Sacra Scrittura – specialmente questa antica volgata edizione, sia stampata nel modo piú corretto, e che nessuno possa stampare o far stampare libri di soggetto sacro senza il nome dell’autore né venderli in futuro o anche tenerli presso di sé, se prima non sono stati esaminati ed approvati dall’ordinario, sotto minaccia di scomunica e della multa stabilita dal canone dell’ultimo Concilio Lateranense.

Se si trattasse di religiosi, oltre a questo esame e a questa approvazione, siano obbligati ad ottenere anche la licenza dei loro superiori, dopo che questi avranno esaminato i libri secondo le prescrizioni delle loro regole.

Chi comunica o diffonde per iscritto tali libri, senza che siano stati prima esaminati ed approvati, sia sottoposto alle stesse pene riservate agli stampatori. Quelli che li posseggono o li leggono, se non diranno il nome dell’autore, siano considerati come autori. L’approvazione di questi libri venga data per iscritto, e quindi sia posta sul frontespizio del libro, sia esso scritto a mano o stampato. L’approvazione e l’esame siano gratuiti, cosí che le cose da approvarsi siano approvate e siano riprovate quelle da riprovarsi.

Volendo infine reprimere il temerario uso, per cui parole e espressioni della Sacra Scrittura vengono adattate e contorte a significare cose profane, volgari, favolose, vane, adulazioni, detrazioni, superstizioni, incantesimi empi e diabolici, divinazioni, sortilegi, libelli diffamatori, il Concilio comanda ed ordina per togliere di mezzo questo irriverente disprezzo, ed anche perché in avvenire nessuno osi servirsi, in qualsiasi modo, delle parole della Sacra Scrittura per indicare simili cose, che tutti i corruttori e violatori della Parola di Dio, siano puniti dai vescovi secondo il diritto o la discrezione dei Vescovi stessi.