UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO (… COL GREMBIULINO): S.S. LEONE XII – “QUO GRAVIORA”

Ancora una volta il Pontefice regnante, S.S. Leone XII, è costretto a scomunicare gli aderenti alle sette malefiche e maledette, che, sotto il pretesto delle riforme politiche o della filantropia umanitaria, hanno come obiettivo principale la lotta alla Chiesa Cattolica, in particolare nella figura del Santo Padre, il Vicario di Gesù Cristo, Colui che ha sconfitto e distrutto il regno che lucifero, loro padre di adozione [col nome di baphomet, signore dell’universo] aveva stabilito sulla terra a perdizione del genere umano. Il Sommo Pontefice rinnova le scomuniche e riporta addirittura i testi integrali dei precedenti documenti Apostolici dei Papi antecedenti. Tremende sono le espressioni che utilizza il successore di S. Pietro nel confermare le condanne dei suoi predecessori « … Noi sotto le stesse pene comminate nelle lettere dei Nostri Predecessori che abbiamo riportato in questa Nostra Costituzione, e che espressamente confermiamo, in perpetuo proibiamo tutte le società occulte (qualunque sia il loro nome), tanto quelle ora esistenti, quanto quelle che forse si costituiranno in seguito e che si propongono le azioni sopra ricordate contro la Chiesa e le supreme potestà civili … » – « …. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalle società stesse, dalle loro riunioni, conferenze, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra descritti senza alcuna dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. (….) Soprattutto poi condanniamo risolutamente e dichiariamo assolutamente vano l’empio e scellerato giuramento che vincola gli adepti di quelle sette a non rivelare mai ad alcuno tutto ciò che riguarda le sette medesime e a punire con la morte tutti i compagni che si fanno delatori presso i superiori, sia Ecclesiastici, sia Laici… ». Leggendo queste poche righe, praticamente oggi, per tale motivo, è scomunicato pressoché tutto l’orbe terracqueo, dal mondo politico, finanziario, giornalistico, a quello artistico, scientifico, letterario e … dulcis in fundo: finto-ecclesiastico … modernista e pseudo tradizionalista ben saldato alle matrici ideologiche e dottrinali satanico-massoniche. E poi, dove trovano il Papa “vero” o un suo vero delegato che rimetta la scomunica “latae sententiae” comminata loro ipso facto? Meglio leggere attentamente il documento e pregare – il pusillus grex – per questi scellerati, non tanto per quello che di ignobile e vergognoso compiono in occulto nel nostro mondo, ma per quello a cui sono destinati nella vita eterna, e per la figuraccia mortale che faranno al giudizio universale, quando i loro inganni, le loro prevaricazioni, le usurpazioni, le trappole spirituali e materiali, gli attentati, i misfatti, le violenze di ogni tipo, gli innumerevoli omicidi, saranno svelati agli occhi di tutti, dei tanti che credevano in questi uomini ritenendoli “eroi della patria”, benefattori dell’umanità, modelli sociali, culturali e addirittura spirituali … Signore perdona loro, perché non sanno quello che fanno … offriamoci ostie di espiazione per le offese continue a Dio, al suo Cristo, alla sua Chiesa, ai suoi Santi, alla sua dottrina.

Bolla

Quo graviora

Leone XII

Roma, 13 marzo 1825

1. Quanto più gravi sono le sciagure che sovrastano il gregge di Cristo Dio e Salvatore nostro, tanta maggiore sollecitudine devono usare, per rimuoverle, i Romani Pontefici, ai quali sono stati affidati il potere e l’impegno di pascere e di governare quel gregge in nome del Beato Pietro, principe degli Apostoli. Compete infatti ad essi, come a coloro che sono posti nel più alto osservatorio della Chiesa, lo scorgere più da lontano le insidie che i nemici del nome cristiano ordiscono per distruggere la Chiesa di Cristo, senza che mai possano conseguire tale scopo; ad essi compete non solo indicare e rivelare le stesse insidie ai fedeli, perché se ne guardino, ma anche, con la propria autorità, stornarle e rimuoverle. I Romani Pontefici Nostri Predecessori compresero quale gravoso incarico fosse loro affidato; perciò si imposero di vigilare sempre come buoni pastori. Con le esortazioni, gl’insegnamenti, i decreti e dedicando la stessa vita al loro gregge, ebbero cura di proibire e di distruggere totalmente le sette che minacciavano l’estrema rovina della Chiesa. Né la memoria di questo impegno pontificio può essere desunta soltanto dagli antichi annali ecclesiastici: lo si evince chiaramente dalle azioni compiute dai Romani Pontefici dell’età nostra e dei nostri Padri per opporsi alle sette clandestine di uomini nemici di Cristo. Infatti, non appena Clemente XII, Nostro Predecessore, si avvide che di giorno in giorno si rafforzava e acquistava nuova consistenza la setta dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons (o chiamata anche in altro modo), che per molti validi motivi egli aveva considerata non solo sospetta ma altresì implacabile nemica della Chiesa Cattolica, la condannò con una limpida Costituzione che comincia con le parole In eminenti, pubblicata il 28 aprile 1738, il cui testo è il seguente:

2. “Clemente Vescovo, servo dei servi di Dio. A tutti i fedeli, salute e Apostolica Benedizione.

Posti per volere della clemenza Divina, benché indegni, nell’eminente Sede dell’Apostolato, onde adempiere al debito della Pastorale provvidenza affidato a Noi, con assidua diligenza e con premura, per quanto Ci è concesso dal Cielo, abbiamo rivolto il pensiero a quelle cose per mezzo delle quali – chiuso l’adito agli errori ed ai vizi – si conservi principalmente l’integrità della Religione Ortodossa, e in questi tempi difficilissimi vengano allontanati da tutto il mondo Cattolico i pericoli dei disordini. – Già per la stessa pubblica fama Ci è noto che si estendono in ogni direzione, e di giorno in giorno si avvalorano, alcune società, unioni, riunioni, adunanze, conventicole o aggregazioni comunemente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con altre denominazioni chiamate a seconda della varietà delle lingue, nelle quali con stretta e segreta alleanza, secondo loro Leggi e Statuti, si uniscono tra di loro uomini di qualunque religione e setta, contenti di una certa affettata apparenza di naturale onestà. Tali Società, con stretto giuramento preso sulle Sacre Scritture, e con esagerazione di gravi pene, sono obbligate a mantenere un inviolabile silenzio intorno alle cose che esse compiono segretamente. Ma essendo natura del delitto il manifestarsi da se stesso e generare il rumore che lo denuncia, ne deriva che le predette società o conventicole hanno prodotto nelle menti dei fedeli tale sospetto, secondo il quale per gli uomini onesti e prudenti l’iscriversi a quelle aggregazioni è lo stesso che macchiarsi dell’infamia di malvagità e di perversione: se non operassero iniquamente, non odierebbero tanto decisamente la luce. Tale fama è cresciuta in modo così considerevole, che dette Società sono già state proscritte dai Principi secolari in molti Paesi come nemiche dei Regni, e sono state provvidamente eliminate. Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole a vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, e ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette società, unioni, riunioni, adunanze, aggregazioni o conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o des Francs Maçons o altrimenti denominate; di ospitarle e nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, od in qualunque modo a giovare e a favorire le medesime. Anzi, ognuno debba assolutamente astenersi dalle dette società, unioni, riunioni, adunanze, aggregazioni o conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione: scomunica dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore. – Vogliamo inoltre e comandiamo che tanto i Vescovi, i Prelati Superiori e gli altri Ordinari dei luoghi, quanto gl’Inquisitori dell’eretica malvagità deputati in qualsiasi luogo, procedano e facciano inquisizione contro i trasgressori di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, e che reprimano e puniscano i medesimi con le stesse pene con le quali colpiscono i sospetti di eresia. Pertanto concediamo e attribuiamo libera facoltà ad essi, e a ciascuno di essi, di procedere e di inquisire contro i suddetti trasgressori, e di imprigionarli e punirli con le debite pene, invocando anche, se sarà necessario, l’aiuto del braccio secolare. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra dichiarazione, condanna, comandamento, proibizione ed interdizione. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, il 28 aprile, nell’anno ottavo del Nostro Pontificato”.

3. Questi provvedimenti, tuttavia, non apparvero sufficienti a Benedetto XIV, altro Nostro Predecessore di veneranda memoria. Nei discorsi di molti era diffusa la convinzione che la pena della scomunica irrogata nella lettera del defunto Clemente XII fosse inoperante perché Benedetto non aveva confermato quella lettera. In verità, era assurdo affermare che le leggi dei Pontefici precedenti diventano obsolete qualora non siano espressamente approvate dai Successori; inoltre era evidente che da Benedetto, più di una volta, era stata ratificata la Costituzione di Clemente. Tuttavia Benedetto decise di sottrarre anche questo cavillo dalle mani dei settari, pubblicando il 18 marzo 1751 una nuova Costituzione che comincia con la parola Providas. In essa riportò, parola per parola, la Costituzione di Clemente e la confermò, come suol dirsi, in forma specifica, che è considerata la forma più ampia e più efficace fra tutte. Questo è il testo della Costituzione di Benedetto:

4. “Il Vescovo Benedetto, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria.

Giudichiamo doveroso, con un nuovo intervento della Nostra autorità, sostenere e confermare – in quanto lo richiedono giusti e gravi motivi – le provvide leggi e le sanzioni dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: non soltanto quelle leggi e quelle sanzioni il cui vigore o per il processo del tempo o per la noncuranza degli uomini temiamo si possa rallentare od estinguere, ma anche quelle che recentemente hanno ottenuto forza e piena validità. – Di fatto Clemente XII, Nostro Predecessore di felice memoria, con propria Lettera apostolica del 28 aprile dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, anno ottavo del suo Pontificato – Lettera diretta a tutti i fedeli e che comincia In eminenti – condannò per sempre e proibì alcune società, unioni, riunioni, adunanze, conventicole o aggregazioni volgarmente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o diversamente denominate, già allora largamente diffuse in certi Paesi e che ora sempre più aumentano. Egli vietò a tutti e ai singoli Cristiani (sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno potesse essere assolto da altri, se non in punto di morte, all’infuori del Romano Pontefice pro tempore) di tentare o ardire di entrare in siffatte Società, propagarle o prestare loro favore o ricetto, occultarle, iscriversi ad esse, aggregarsi o intervenirvi, ed altro, come nella stessa Lettera più largamente e più ampiamente è contenuto. Eccone il testo.

[Il testo della Costituzione In eminenti di Clemente XII è pubblicata integralmente nelle pagine precedenti di questa stessa Bolla].

Ma poiché, per quanto Ci è stato riferito, alcuni non hanno avuto difficoltà di affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore; ed essendo stato suggerito a Noi, da parte di alcune persone pie e timorate di Dio, che sarebbe assai utile eliminare tutti i sotterfugi dei calunniatori e dichiarare l’uniformità dell’animo Nostro con l’intenzione e la volontà dello stesso Predecessore, aggiungendo alla sua Costituzione il nuovo voto della Nostra conferma; Noi certamente, fino ad ora, quando abbiamo benignamente concesso l’assoluzione dalla incorsa scomunica, sovente prima e principalmente nel passato anno del Giubileo, a molti fedeli veramente pentiti e dolenti di avere trasgredito le leggi della stessa Costituzione e che assicuravano di cuore di allontanarsi completamente da simili società e conventicole, e che per l’avvenire non vi sarebbero mai tornati; o quando accordammo ai Penitenzieri da Noi delegati la facoltà di impartire l’assoluzione a Nostro nome e con la Nostra autorità a coloro che ricorressero ai Penitenzieri stessi; e quando con sollecita vigilanza non tralasciammo di provvedere a che dai competenti Giudici e Tribunali si procedesse in proporzione del delitto compiuto contro i violatori della Costituzione stessa, il che fu effettivamente più volte eseguito: abbiamo certamente fornito argomenti non solo probabili ma del tutto evidenti ed indubitabili, attraverso i quali si sarebbero dovute comprendere le disposizioni dell’animo Nostro e la ferma e deliberata volontà consenzienti con la censura imposta dal predetto Clemente Predecessore. Se un’opinione contraria si divulgasse intorno a Noi, Noi potremmo sicuramente disprezzarla e rimettere la Nostra causa al giusto giudizio di Dio Onnipotente, pronunciando quelle parole che un tempo si recitavano nel corso delle sacre funzioni: “Concedi, o Signore, te ne preghiamo, che Noi non curiamo le calunnie degli animi perversi, ma conculcata la perversità medesima supplichiamo che Tu non permetta che siamo afflitti dalle ingiuste maldicenze o avviluppati dalle astute adulazioni, ma che amiamo piuttosto ciò che Tu comandi”. Così riporta un antico Messale attribuito a San Gelasio, Nostro Predecessore, e che dal Venerabile Servo di Dio il Cardinale Giuseppe Maria Tommasi fu inserito nella Messa che s’intitola Contro i maldicenti. – Tuttavia, affinché non si potesse dire che Noi avevamo imprudentemente omesso qualche cosa, al fine di eliminare agevolmente i pretesti alle menzognere calunnie e chiudere loro la bocca; udito prima il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, abbiamo decretato di confermare la stessa Costituzione del Nostro Predecessore, parola per parola, come sopra riportato in forma specifica, la quale è considerata come la più ampia ed efficace di tutte: la confermiamo, convalidiamo, rinnoviamo e vogliamo e decretiamo che abbia perpetua forza ed efficacia per Nostra sicura scienza, nella pienezza della Nostra Apostolica autorità, secondo il tenore della medesima Costituzione, in tutto e per tutto, come se fosse stata promulgata con Nostro motu proprio e con la Nostra autorità, e fosse stata pubblicata per la prima volta da Noi. – Per la verità, fra i gravissimi motivi delle predette proibizioni e condanna esposti nella sopra riportata Costituzione ve n’è uno, in forza del quale in tali società e conventicole possano unirsi vicendevolmente uomini di qualsiasi religione e setta; è chiaro quale danno si possa recare alla purezza della Religione Cattolica. Il secondo motivo è la stretta e impenetrabile promessa di segreto, in forza del quale si nasconde ciò che si fa in queste adunanze, cui meritamente si può applicare quella sentenza che Cecilio Natale, presso Minucio Felice, addusse in una causa ben diversa: “Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete”. Il terzo motivo è il giuramento con il quale gli iscritti s’impegnano ad osservare inviolabilmente detto segreto, quasi che sia lecito a qualcuno, interrogato da legittimo potere, con la scusa di qualche promessa o giuramento di sottrarsi all’obbligo di confessare tutto ciò che si ricerca, per conoscere se in tali conventicole si faccia qualche cosa contraria alla stabilità e alle leggi della Religione e della Repubblica. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche, tenuto conto, appunto, che ai sensi del Diritto Civile si vietano tutti i Collegi e le adunanze formati senza la pubblica autorità, come si legge nelle Pandette , e nella celebre lettera di C. Plinio Cecilio, il quale riferisce che fu proibito per suo Editto, giusta il comandamento dell’Imperatore, che si tenessero le Eterie, cioè che potessero esistere e riunirsi Società e adunanze senza l’autorizzazione del Principe. Il quinto motivo è che in molti Paesi le citate società e aggregazioni sono già state proscritte e bandite con leggi dei Principi secolari. Infine, l’ultimo motivo è che presso gli uomini prudenti ed onesti si biasimavano le predette società e aggregazioni: a loro giudizio chiunque si iscriveva ad esse incorreva nella taccia di pravità e perversione.

Infine lo stesso Predecessore nella sopra riportata Costituzione esorta i Vescovi, i Superiori Prelati e gli altri Ordinari dei luoghi a non trascurare d’invocare l’aiuto del braccio secolare qualora occorra per l’esecuzione di tale disposizione.

Tutte queste cose, anche singolarmente, non solo si approvano e si confermano da Noi, ma anche si raccomandano e si ingiungono ai Superiori Ecclesiastici; ma Noi stessi, per debito della Apostolica sollecitudine, con la presente Nostra Lettera invochiamo e con vivo affetto ricerchiamo il soccorso e l’aiuto dei Principi Cattolici e dei secolari Poteri – essendo gli stessi Principi Supremi e i titolari del potere eletti da Dio quali difensori della fede e protettori della Chiesa – affinché sia loro cura adoperarsi nel modo più efficace perché alle Apostoliche Costituzioni si prestino il dovuto ossequio e la più assoluta obbedienza. Ciò riportarono alla loro memoria i Padri del Concilio Tridentino, Sess. 25, cap. 20, e molto prima l’aveva egregiamente dichiarato l’Imperatore Carlo Magno nel Tit. I. cap. 2, dei suoi Capitolati nei quali, dopo aver comandato a tutti i suoi sudditi l’osservanza delle Sanzioni Ecclesiastiche, aggiunse queste parole: “In nessun modo possiamo conoscere come possano essere fedeli a noi coloro che si mostrano infedeli a Dio e disubbidienti ai suoi sacerdoti”. Conseguentemente impose a tutti i Presidenti e ai Ministri delle sue province che obbligassero tutti e i singoli a prestare la dovuta obbedienza alle leggi della Chiesa. Inoltre comminò gravissime pene contro coloro che trascurassero di fare ciò, aggiungendo fra l’altro: “Coloro poi che in queste cose (il che non avvenga) saranno trovati negligenti e trasgressori, sappiano che non conserveranno gli onori nel nostro Impero, ancorché siano nostri figlioli; né avranno posto nel Palazzo; né con noi né coi nostri fedeli avranno società o comunanza, ma piuttosto pagheranno la pena nelle angustie e nelle ristrettezze”.

Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale.

A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questo testo della Nostra conferma, innovazione, approvazione, comandamento, invocazione, richiesta, decreto e volontà. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 18 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato”.

5. Oh, se i potenti di allora avessero preso in considerazione questi decreti, come lo richiedeva la salvezza della Chiesa e dello Stato! Oh, se si fossero persuasi di dover vedere nei Romani Pontefici Successori del Beato Pietro non solo i pastori e i maestri della Chiesa universale, ma anche i valenti difensori della loro dignità e gli attenti indicatori degli imminenti pericoli! Oh, se si fossero serviti del loro potere per sradicare le sette i cui pestiferi disegni erano stati rivelati ad essi dalla Sede Apostolica! Già da quel tempo avrebbero posto termine alla vicenda. Ma siccome, sia per l’inganno dei settari che occultavano astutamente le loro tresche, sia per inconsulti suggerimenti di taluni, avevano divisato di trascurare questa questione, o almeno di trattarla con noncuranza, da quelle antiche sette massoniche, sempre attive, molte altre sono germinate, assai peggiori e più audaci di quelle. Sembrò che quelle sette fossero tutte comprese in quella dei Carbonari, che era considerata in Italia e in alcuni altri Paesi la più importante fra tutte e che, variamente ramificata con nomi appena diversi, si diede a combattere aspramente la Religione Cattolica e qualunque suprema, legittima e civile potestà. Per liberare da questa sciagura l’Italia, gli altri Paesi e anzi lo stesso Stato Pontificio (in cui, soppresso per qualche tempo il governo Pontificio, quella setta si era introdotta insieme con gl’invasori stranieri) Pio VII di felice memoria, a cui Noi siamo succeduti, con una Costituzione che comincia con le parole Ecclesiam a Jesu Christopubblicata il 13 settembre 1821 condannò con gravissime pene la setta dei Carbonari, comunque fosse denominata a seconda della diversità dei luoghi, degli uomini e degli idiomi. Abbiamo pensato di includere in questa Nostra lettera anche il testo di essa, che recita come segue.

6. Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria. – La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: “Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà” (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col II, 8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui a essere complici della loro congiura e della loro iniquità. – Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce, e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete.

A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci. – Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè: il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società. – Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi. – Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli prescriva che i Cristiani “siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.” (1Pt II,13); sebbene l’Apostolo Paolo ordini che “ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate”, tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni (Rm III,14).

Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione “In eminenti”, e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione “Providas”, condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari. – E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segretaria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste. – Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’autorità apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo.

Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare, diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. – Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati. – Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli. – Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico Notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata. – Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato”.

7. Poco tempo dopo la promulgazione di questa Costituzione di Pio VII, Noi, senza alcun Nostro merito, fummo elevati alla suprema cattedra di San Pietro, e subito rivolgemmo tutta la Nostra attività a scoprire quale fosse lo stato delle sette clandestine, quale il loro numero, quale la potenza. A seguito di tale inchiesta, agevolmente abbiamo compreso che la loro baldanza era cresciuta soprattutto per l’aumentato numero di nuove sette. Fra esse in primo luogo occorre fare menzione di quella che si chiama Universitaria perché ha sede e domicilio in parecchie Università degli Studi in cui i giovani, da alcuni maestri (intesi non già ad insegnare ma a pervertire), vengono iniziati ai misteri della setta, che correttamente devono essere definiti misteri d’iniquità; pertanto i giovani vengono educati ad ogni scelleratezza.

8. Da ciò hanno tratto origine le fiamme della ribellione accese da tempo in Europa dalle sette clandestine; nonostante le più segnalate vittorie riportate dai potentissimi Principi d’Europa, che speravano di reprimerle, tuttavia i nefasti tentativi delle sette non hanno ancora avuto termine. Infatti negli stessi paesi nei quali i passati tumulti sembrano cessati, qual è il timore di nuovi disordini e sedizioni che quelle sette macchinano incessantemente? Quale lo spavento per gli empi pugnali che di nascosto immergono nei corpi di coloro che hanno destinato alla morte? Quante severe misure non di rado sono stati costretti ad adottare, loro malgrado, coloro che comandano per difendere la pubblica tranquillità?

9. Da qui hanno origine le atroci calamità che affliggono quasi ovunque la Chiesa e che non possiamo ricordare senza dolore, anzi: senza angoscia. Si contestano senza pudore i suoi santissimi dogmi e insegnamenti; si umilia la sua dignità. Quella pace e quella felicità di cui, per suo proprio diritto, essa dovrebbe godere, non sono soltanto turbate, ma del tutto sconvolte.

10. E non è da credere che sia una abbietta calunnia l’attribuire a queste sette tutti questi mali e gli altri che Noi abbiamo tralasciato. I libri che non si sono peritati di scrivere sulla Religione e lo Stato coloro che sono iscritti a queste sette, disprezzano il potere, bestemmiano la regalità, vanno dicendo che Cristo è scandalo e stoltezza; anzi, non di rado insegnano che Dio non esiste e che l’anima dell’uomo muore col corpo. I Codici e gli Statuti in cui rivelano i loro propositi e le loro regole, dimostrano chiaramente che da essi provengono tutti i mali che abbiamo ricordato e che mirano a far cadere i Principati legittimi e a distruggere dalle fondamenta la Chiesa. Questa affermazione deve essere considerata come certa e meditata: le sette, sebbene diverse nel nome, sono però congiunte tra loro dallo scellerato legame dei più turpi propositi.

11. Stando così le cose, Noi crediamo essere Nostro dovere condannare nuovamente queste sette clandestine in modo che nessuna di esse possa vantarsi di non essere compresa nella Nostra sentenza apostolica, e con questo pretesto possa indurre in errore uomini incauti o sprovveduti. Pertanto, per consiglio dei Venerabili Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa e anche motu proprio, con sicura dottrina e con matura deliberazione Nostra, Noi sotto le stesse pene comminate nelle lettere dei Nostri Predecessori che abbiamo riportato in questa Nostra Costituzione, e che espressamente confermiamo, in perpetuo proibiamo tutte le società occulte (qualunque sia il loro nome), tanto quelle ora esistenti, quanto quelle che forse si costituiranno in seguito e che si propongono le azioni sopra ricordate contro la Chiesa e le supreme potestà civili.

12. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente, e in virtù della santa obbedienza, che nessuno sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo osi o pretenda di fondare, diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere le predette società comunque si chiamino, come pure di iscriversi o aggregarsi ad esse o di intervenire a qualunque grado di esse o di offrire la facoltà e l’opportunità di convocarle in qualche luogo o di elargire loro qualcosa, o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per sé o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in siffatte congreghe o in qualunque grado di esse, o di giovare loro o favorirle comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalle società stesse, dalle loro riunioni, conferenze, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra descritti senza alcuna dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte.

13. Inoltre a tutti prescriviamo, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi o ad altri competenti tutti coloro che notoriamente hanno dato il loro nome a queste società o si sono macchiati di qualcuno dei delitti ricordati più sopra.

14. Soprattutto poi condanniamo risolutamente e dichiariamo assolutamente vano l’empio e scellerato giuramento che vincola gli adepti di quelle sette a non rivelare mai ad alcuno tutto ciò che riguarda le sette medesime e a punire con la morte tutti i compagni che si fanno delatori presso i superiori, sia Ecclesiastici, sia Laici. E che dunque? Poiché il giuramento va pronunciato al servizio della giustizia, non è forse delittuoso considerarlo come un legame con il quale ci si obbliga a un iniquo omicidio e a disprezzare l’autorità di coloro che, in quanto governano la Chiesa o la legittima società civile, hanno il diritto di conoscere tutto ciò da cui dipende la sicurezza di quelle istituzioni? Non è forse somma iniquità e turpitudine il chiamare Iddio stesso a testimone e mallevadore di delitti? Giustamente i Padri del terzo Concilio Lateranense affermano:”Non si possono definire giuramenti ma piuttosto spergiuri quelli che sono diretti contro il bene della Chiesa e gl’insegnamenti dei Santi Padri“. Ed è intollerabile l’impudenza, o la follia, di chi tra questi uomini, non nel proprio cuore soltanto ma anche pubblicamente e in pubblici scritti, afferma che “Dio non esiste“, e tuttavia osa pretendere un giuramento da coloro che sono accolti nelle sette.

15. Tali sono le Nostre disposizioni rivolte a reprimere e condannare tutte queste furiose e scellerate sette. Pertanto ora, Venerabili Fratelli Patriarchi Cattolici, Primati, Arcivescovi e Vescovi, non solo chiediamo ma piuttosto sollecitiamo il vostro impegno. Abbiate cura di voi e di tutto il gregge in cui lo Spirito Santo vi pose come Vescovi per governare la Chiesa di Dio. I lupi rapaci vi assaliranno se non avrete cura del gregge. Ma non vogliate temere, e non considerate la vostra vita più preziosa di voi stessi. – Considerate per certo che da voi in gran parte dipende la perseveranza degli uomini a voi affidati nella Religione e nelle buone azioni. Infatti, pur vivendo in giorni “che sono infausti” e in un tempo in cui molti “non difendono la sana dottrina“, perdura tuttavia il rispetto di molti fedeli verso i loro Pastori che a buon diritto sono considerati ministri di Cristo e dispensatori dei suoi misteri. Fate dunque uso, a vantaggio delle vostre pecore, di quella autorità che per immortale grazia di Dio conservate nell’animo loro. Fate loro conoscere le frodi dei settari e con quanta attenzione debbano evitare di frequentarli. Grazie all’autorità e al magistero vostro, abbiano orrore della malvagia dottrina di coloro che deridono i santissimi misteri della Nostra Religione e i purissimi insegnamenti di Cristo, e contestano ogni legittimo potere. E parlerò con voi ripetendo le parole usate dal Nostro Predecessore Clemente XIII nell’Enciclica [A quo die] del 14 settembre 1758, diretta a tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi della Chiesa Cattolica: “Vi prego: con lo Spirito del Signore siamo pieni di forza, di giustizia e di coraggio. Non lasciamo, a somiglianza di cani muti incapaci di latrare, che i Nostri greggi diventino una preda e le Nostre pecore il pasto d’ogni bestia selvatica; niente Ci trattenga dall’esporci ad ogni genere di combattimento per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Pensiamo attentamente a Colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori. Se ci arrestiamo davanti all’audacia dei malvagi, sono già crollate la forza morale dell’Episcopato e la divina e sublime potestà di governare la Chiesa; e non possiamo più continuare a considerarci, anzi non possiamo neanche più essere Cristiani, se temiamo le minacce e le insidie degli uomini perversi“.

16. Ancora con insistenza invochiamo il vostro aiuto, carissimi in Cristo Figli Nostri Cattolici Principi che apprezziamo con tanto singolare e paterno amore. Perciò vi richiamiamo alla memoriale parole che Leone il Grande (di cui siamo successori nella dignità e, sebbene indegni, eredi del nome) rivolse per iscritto a Leone Imperatore: “Devi senza esitazione comprendere che il potere regale ti è stato affidato non solo per governare il mondo ma soprattutto per proteggere la Chiesa in modo che, reprimendo gli atti di empia audacia, tu possa difendere le sane istituzioni e restituire la pace a quelle sconvolte“. Quanto al presente, la situazione è tale che per difendere non solo la Religione Cattolica ma altresì l’incolumità vostra e dei popoli soggetti alla vostra autorità, dovete reprimere quelle sette. Infatti la causa della Religione, soprattutto in quest’epoca, è talmente congiunta alla salvezza della società, che in nessun modo può essere separata l’una dall’altra. Infatti coloro che aderiscono a quelle sette sono non meno nemici della Religione che del vostro potere. Aggrediscono l’una e l’altro, meditano di abbattere l’una e l’altro. E certo non consentirebbero, potendo, che la Religione o il potere regale sopravvivessero.

17. Tanta è la scaltrezza di questi uomini astuti che quando danno la rassicurante impressione di essere intenti ad ampliare il vostro potere, proprio allora mirano a sovvertirlo. Infatti essi impartiscono molti insegnamenti per convincere che il potere Nostro e dei Vescovi deve essere ridotto e indebolito, e che ad essi devono essere trasferiti molti diritti, sia tra quelli che sono propri di questa Cattedra Apostolica e Chiesa principale, sia tra quelli che appartengono ai Vescovi che sono stati chiamati a far parte della Nostra sollecitudine. Quei settari insegnano tali dottrine non solo per l’odio truce di cui ardono contro la Religione, ma anche perché hanno la speranza che le genti soggette al vostro magistero, se per caso si avvedono che sono violati i confini posti alle cose sacre da Cristo e dalla Chiesa da Lui fondata, facilmente si inducano, con questo esempio, a sovvertire e distruggere anche la forma del regime politico.

18. Anche a voi tutti, o figli diletti che professate la Religione Cattolica, Ci rivolgiamo con la Nostra esortativa preghiera. Evitate con curagli uomini che chiamano luce le tenebre e le tenebre luce. Infatti, quale vera utilità potrebbe a voi derivare dal consorzio con uomini che ritengono di non tenere in alcun conto Iddio né tutte le più alte potestà? Essi, tramando in segrete adunanze, tentano di fare la guerra, e sebbene in pubblico e dovunque proclamino di essere amantissimi del bene pubblico, della Chiesa e della società, tuttavia in ogni loro impresa hanno dimostrato di voler sconvolgere e sovvertire ogni cosa. Essi sono simili a quegli uomini ai quali San Giovanni (2 Gv 10) comanda di non offrire ospitalità né di rivolgere il saluto; a quegli uomini che i Nostri antenati non esitarono a chiamare primogeniti del diavolo. Guardatevi dunque dalle loro lusinghe e dai discorsi di miele con cui cercheranno di convincervi a dare il vostro nome a quelle sette di cui essi stessi fanno parte. Abbiate per certo che nessuno può aggregarsi a quelle sette, senza essere colpevole di gravissima ignominia; allontanate dalle vostre orecchie i discorsi di coloro i quali, pur di ottenere il vostro assenso ad iscrivervi ai gradi inferiori delle loro sette, affermano risolutamente che in quei gradi nulla si sostiene che sia contrario alla Religione; anzi, che nulla vi si comanda o si compie che non sia santo, che non sia onesto, che non sia puro. Inoltre quel nefando giuramento che è già stato ricordato e che deve essere prestato anche per essere ammessi ai gradi inferiori, basta di per sé solo a farvi comprendere che è un delitto anche iscriversi a quei gradi meno impegnativi e partecipare ad essi. Inoltre, sebbene ad essi non siano affidate, di solito, le imprese più torbide e scellerate, in quanto non sono ancora saliti ai gradi superiori, appare però evidente che la forza e l’ardire di queste perniciose società crescono con il consenso e il numero di coloro che vi si sono aggregati. Pertanto anche coloro che non hanno oltrepassato i gradi inferiori, devono essere considerati complici di quei delitti. E anche su di essi ricade quella sentenza dell’Apostolo: “Coloro che commettono tali delitti sono degni di morte, e non solo coloro che li commettono ma anche coloro che approvano chi li compie” (Rm I, 28-29).

19. Infine, con amore profondo chiamiamo a Noi coloro che, dopo aver ricevuto la luce e aver assaporato il dono celeste ed essere fatti partecipi dello Spirito Santo, sono poi miseramente caduti e seguono quelle sette sia che si trovino nei gradi inferiori di esse, sia nei superiori. Infatti, facendo le veci di Colui che dichiarò di non essere venuto per chiamare i giusti ma i peccatori (e si paragonò al pastore che, lasciato il resto del gregge, cerca ansiosamente la pecora che ha smarrito) li esortiamo e li scongiuriamo di ritornare a Cristo. Sebbene si siano macchiati del più grave delitto, non devono tuttavia disperare della clemenza e della misericordia di Dio e di Gesù Cristo Suo Figlio. Ritrovino dunque se stessi, alfine, e di nuovo si rifugino in Gesù Cristo che ha patito anche per loro e che non solo non disprezzerà il loro ravvedimento ma anzi, come un padre amoroso che già da tempo aspetta i figli prodighi, li accoglierà con sommo gaudio. Invero Noi, per incoraggiarli quanto più possiamo e per aprire ad essi una più agevole via alla penitenza, sospendiamo per lo spazio di un intero anno (dopo la pubblicazione di questa lettera apostolica nella regione in cui dimorano) sia l’obbligo di denunciare i loro compagni di setta, sia la riserva delle censure nelle quali sono incorsi dando il loro nome alle sette; e dichiariamo che essi, anche senza aver denunciato i complici, possono essere assolti da quelle censure ad opera di qualunque confessore, purché sia nel numero di coloro che sono approvati dagli Ordinari del luogo ove dimorano. Decidiamo inoltre di usare la stessa condiscendenza verso coloro che per caso si trovano nell’Urbe. Se poi qualcuno di essi a cui è rivolto il Nostro discorso sarà così ostinato (e non lo permetta Iddio, Padre delle misericordie!) da lasciar passare quello spazio di tempo che abbiamo fissato senza abbandonare le sette per ravvedersi davvero, trascorso quel tempo, tosto avrà effetto contro di lui l’obbligo di denunciare i complici e la riserva delle censure, né potrà ottenere l’assoluzione se non da Noi o dai Nostri Successori o da coloro che avranno ottenuto dalla Sede Apostolica la facoltà di assolvere dalle censure stesse.

20. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti di pugno da qualche pubblico Notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella fede stessa che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata.

21. Perciò a nessuno sia lecito violare o contestare con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, conferma, innovazione, mandato, proibizione, invocazione, ricerca, decreto e volontà. Se qualcuno osasse compiere un simile attentato, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Beati Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 13 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1825, nell’anno secondo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (…COL GREMBIULINO) DI TORNO: SS. PIO VII – “ECCLESIAM A JESU”

La collezione di scomuniche per le società di stampo massonico, si arricchisce di una nuova Bolla, l’Ecclesiam a Jesu, di S.S. Pio VII che, informato dai settari fuoriusciti dalle riunioni tenebrose delle conventicole, cercava di porre argine all’espansione di facinorosi il cui scopo era sostanzialmente quello di sovvertire l’ordine sociale costituito, ma ancor più minare e demolire, se possibile, la santa Chiesa Cattolica, fondata da Gesù-Cristo, ed eliminare [si fueri potest] il suo Capo visibile, il Santo Padre, il Vicario di Cristo: colpire il Pastore per disperdere le pecore  …«Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli …». L’origine di tali movimenti settari, mascherati da organizzazioni politiche o addirittura filantropiche, risiedeva e tuttora risiede – come sempre – nelle radici gnostico-giudaiche così come opportunamente ricorda il Pontefice in questo documento, paragonando … questi scellerati, ai Priscillanisti, che seguivano appunto la dottrina gnostico-cabalista già pochi secoli dopo la costituzione della Chiesa, con l’intento sempre dichiarato, seppur nel segreto, di distruggere ed eliminare tutta l’opera – spirituale e materiale – del Cristo Gesù. Questa melma nel tempo si è rovesciata nel mondo e nella Chiesa, infiltrandosi per mezzo di ultra-scellerati marrani, finti chierici, frequentanti regolarmente gli alti gradi delle sette massoniche, e in ogni angolo della Cristianità, fino al totale controllo degli uffici e dei templi sacri. Ci si dirà che tutto questo fosse già profetizzato nelle sacre Scritture e dai Padri e teologi accreditati dalla Santa Chiesa, [tra gli altri, nel secolo scorso furono il De Segur, il Billot, il Cardinal Manning a tracciare un cammino che avrebbe seguito la Chiesa passando dal Getsemani, alla passione, morte e sepolcro, come il suo divin Fondatore, e questo come punizione per i popoli Cristiani irriverenti e praticanti un Cristianesimo farisaico, sacrilego di facciata]. Noi del pusillux grex, pur frastornati dall’empietà di personaggi dalla “faccia di bronzo” che si spacciano per Pastori cattolici “buonisti” ed accomodanti – aperti cioè a tutti i vizi [… in particolare al vizio impuro] ed ai capricci peccaminosi del mondo attuale da essi stessi paganizzato – ed occupano le sedi Apostoliche indebitamente usurpate, coadiuvati da sedicenti chierici pseudotradizionalisti senza giurisdizione e senza missione canonica – cioè i lupi sedevacantisti ed i fallibilisti gallicani, le iene rapaci che si introducono nel gregge – restiamo inamovibili nell’attesa degli eventi dei suddetti profeti e fedeli interpreti della Tradizione, i quali così come hanno previsto la rimozione del Katechon, l’abominio della desolazione nel tempio santo, la venuta dell’anticristo, l’eliminazione del Sacrificio perpetuo e la persecuzione violenta – fisica e spirituale – dei Cristiani, hanno pure profetizzato l’arrivo inatteso della Giustizia divina che farà scempio di satana e dei suoi adepti massoni con il “soffio della bocca” dello stesso Cristo, che darà nuovo spledore, nuova luce e beltà alla sua Sposa immacolata, al suo Corpo mistico: la Santa Chiesa Cattolica. Poveri illusi grembiulinati, siete destinati a perire miseramente, come Antioco, corroso dai vermi e da piaghe purulenti, già in questa vita, ed a subire i tormenti del vostro baphomet ingannatore che vi vuole suoi schiavi eterni nel fuoco della Geenna, ove … sarà pianto e stridor di denti. Pentitevi, fate penitenza, finché siete in tempo, tornate al vostro Creatore e Redentore … noi altri, non disperiamo, pregheremo anche per voi….  e ricordate:

ET IPSA CONTERET CAPUT VESTRUM!

BOLLA
ECCLESIAM A JESU
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO VII

Il Vescovo Pio, servo dei servi di Dio. A perpetua memoria.

1. La Chiesa fondata da Gesù Cristo Salvatore Nostro sopra solida pietra (e contro di essa Cristo promise che non sarebbero mai prevalse le porte dell’inferno) è stata assalita così spesso e da tanti temibili nemici, che se non si frapponesse quella promessa divina che non può venir meno, vi sarebbe da temere che essa potesse soccombere, circuita dalla forza o dai vizi o dall’astuzia. Invero, ciò che accadde in altri tempi si ripete anche e soprattutto in questa nostra luttuosa età che sembra quell’ultimo tempo preannunciato in passato dall’Apostolo: «Verranno gli ingannatori che, secondo i loro desideri, cammineranno nella via dell’empietà» (Gd 18). Infatti nessuno ignora quanti scellerati, in questi tempi difficilissimi, si siano coalizzati contro il Signore e contro Cristo Figlio Suo; costoro si adoperano soprattutto (sebbene con vani sforzi) a travolgere e a sovvertire la stessa Chiesa, ingannando i fedeli (Col II, 8) con una vana e fallace filosofia e sottraendoli alla dottrina della Chiesa. Per raggiungere più facilmente questo scopo, molti di costoro organizzarono occulti convegni e sette clandestine con cui speravano in futuro di trascinare più facilmente numerosi individui ad essere complici della loro congiura e della loro iniquità. 

2. Già da tempo questa Santa Sede, scoperte tali sette, lanciò l’allarme contro di esse con alta e libera voce e rivelò le loro trame contro la Religione e contro la stessa società civile. Già da tempo sollecitò la vigilanza di tutti perché si guardassero in modo che queste sette non osassero attuare i loro scellerati propositi. È tuttavia motivo di rammarico che all’impegno di questa Sede Apostolica non abbia corrisposto l’esito cui essa mirava e che quegli uomini scellerati non abbiano desistito dalla congiura intrapresa, per cui ne sono derivati infine quei mali che Noi stessi avevamo previsto. Anzi, quegli uomini, la cui iattanza sempre si accresce, hanno perfino osato creare nuove società segrete. 

3. A questo punto occorre ricordare una società nata di recente e diffusa in lungo e in largo per l’Italia e in altre regioni: per quanto sia divisa in numerose sette e per quanto assuma talvolta denominazioni diverse e distinte tra loro, in ragione della loro varietà, tuttavia essa è una sola di fatto nella comunanza delle dottrine e dei delitti e nel patto che fu stabilito; essa viene chiamata solitamente dei Carbonari. Costoro simulano un singolare rispetto e un certo straordinario zelo verso la Religione Cattolica e verso la Persona e l’insegnamento di Gesù Cristo Nostro Salvatore, che talvolta osano sacrilegamente chiamare Rettore e grande Maestro della loro società. Ma questi discorsi, che sembrano ammorbiditi con l’olio, non sono altro che dardi scoccati con più sicurezza da uomini astuti, per ferire i meno cauti; quegli uomini si presentano in vesti di agnello ma nell’intimo sono lupi rapaci. 

4. Anche se mancassero altri argomenti, i seguenti persuadono a sufficienza che non si deve prestare alcun credito alle loro parole, cioè: il severissimo giuramento con cui, imitando in gran parte gli antichi Priscillanisti, promettono di non rivelare mai e in nessun caso, a coloro che non sono iscritti alla società, cosa alcuna che riguardi la stessa società, né di comunicare a coloro che si trovano nei gradi inferiori cosa alcuna che riguardi i gradi superiori; inoltre, le segrete e illegali riunioni che essi convocano seguendo l’usanza di molti eretici e la cooptazione di uomini d’ogni religione e di ogni setta nella loro società. 

5. Non occorrono dunque congetture e argomenti per giudicare le loro affermazioni, come più sopra si è detto. I libri da loro pubblicati (nei quali si descrive il metodo che si suole seguire nelle riunioni dei gradi superiori), i loro catechismi, gli statuti e gli altri gravissimi, autentici documenti rivolti a ispirare fiducia, e le testimonianze di coloro che, avendo abbandonato la società cui prima appartenevano, ne rivelarono ai legittimi giudici gli errori e le frodi, dimostrano apertamente che i Carbonari mirano soprattutto a dare piena licenza a chiunque di inventare col proprio ingegno e con le proprie opinioni una religione da professare, introducendo quindi verso la Religione quella indifferenza di cui a malapena si può immaginare qualcosa di più pernicioso. Nel profanare e nel contaminare la passione di Gesù Cristo con certe loro nefande cerimonie; nel disprezzare i Sacramenti della Chiesa (ai quali sembrano sostituirne altri nuovi da loro inventati con suprema empietà) e gli stessi Misteri della Religione Cattolica; nel sovvertire questa Sede Apostolica (nella quale risiede da sempre il primato della Cattedra Apostolica) (Sant’Agostino, Ep. 43) sono animati da un odio particolare e meditano propositi funesti e perniciosi. 

6. Non meno scellerate (come risulta dagli stessi documenti) sono le norme di comportamento che la società dei Carbonari insegna, sebbene impudentemente si vanti di esigere dai suoi seguaci che coltivino e pratichino la carità e ogni altra virtù, e che si astengano scrupolosamente da ogni vizio. Pertanto essa favorisce senza alcun pudore le voluttà più sfrenate; insegna che è lecito uccidere coloro che non rispettarono il giuramento di mantenere il segreto, cui si è fatto cenno più sopra; e sebbene Pietro principe degli Apostoli (1Pt 2,13) prescriva che i Cristiani «siano soggetti, in nome di Dio, ad ogni umana creatura o al Re come preminente o ai Capi come da Lui mandati, ecc.», sebbene l’Apostolo Paolo (Rm III,14) ordini che «ogni anima sia soggetta alle potestà più elevate», tuttavia quella società insegna che non costituisce reato fomentare ribellioni e spogliare del loro potere i Re e gli altri Capi, che per somma ingiuria osa indifferentemente chiamare tiranni. 

7. Questi ed altri sono i dogmi e i precetti di questa società, da cui ebbero origine quei delitti recentemente commessi dai Carbonari, che tanto lutto hanno recato a oneste e pie persone. Noi, dunque, che siamo stati designati come veggenti di quella casa d’Israele che è la Santa Chiesa e che per il Nostro ufficio pastorale dobbiamo evitare che il gregge del Signore a Noi divinamente affidato patisca alcun danno, pensiamo che in una contingenza così grave non possiamo esimerci dall’impedire i delittuosi tentativi di questi uomini. Siamo mossi anche dall’esempio di Clemente XII e di Benedetto XIV di felice memoria, Nostri Predecessori: il primo, il 28 aprile 1738, con la Costituzione «In eminenti», e il secondo, il 18 maggio 1751, con la Costituzione «Providas», condannarono e proibirono le società dei Liberi Muratori, ossia dei Francs Maçons, o chiamate con qualunque altro nome, secondo la varietà delle regioni e degli idiomi; si deve ritenere che di tali società sia forse una propaggine, o certo un’imitazione, questa società dei Carbonari. – E sebbene con due editti promulgati dalla Nostra Segreteria di Stato abbiamo già severamente proscritta questa società, seguendo tuttavia i ricordati Nostri Predecessori pensiamo di decretare, in modo anche più solenne, gravi pene contro questa società, soprattutto perché i Carbonari pretendono, erroneamente, di non essere compresi nelle due Costituzioni di Clemente XII e di Benedetto XIV né di essere soggetti alle sentenze e alle sanzioni in esse previste. 

8. Consultata dunque una scelta Congregazione di Venerabili Fratelli Nostri Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro consiglio ed anche per motu proprio, per certa dottrina e per meditata Nostra deliberazione, nella pienezza dell’Autorità Apostolica abbiamo stabilito e decretato di condannare e di proibire la predetta società dei Carbonari, o con qualunque altro nome chiamata, le sue riunioni, assemblee, conferenze, aggregazioni, conventicole, così come con il presente Nostro atto la condanniamo e proibiamo. 

9. Pertanto a tutti e a ciascuno dei fedeli di Cristo di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità e preminenza, sia laici sia chierici, tanto secolari che regolari, degni anche di specifica, individuale ed esplicita menzione, ordiniamo rigorosamente e in virtù della santa obbedienza che nessuno, sotto qualsivoglia pretesto o ricercato motivo, osi o pretenda di fondare , diffondere o favorire, e nella sua casa o dimora o altrove accogliere e nascondere la predetta società dei Carbonari, o altrimenti detta, come pure di iscriversi od aggregarsi ad essa o di intervenire a qualunque grado di essa o di offrire la facoltà e l’opportunità che essa si convochi in qualche luogo o di elargire qualcosa ad essa o in altro modo prestare consiglio, aiuto o favore palese od occulto, diretto o indiretto, per essa stessa o per altri; e ancora di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi, ad aggregarsi o a intervenire in tale società o in qualunque grado di essa o di giovarle o favorirla comunque. I fedeli debbono assolutamente astenersi dalla società stessa, dalle sue adunanze, riunioni, aggregazioni o conventicole sotto pena di scomunica in cui incorrono sull’istante tutti i contravventori sopra indicati, senza alcun’altra dichiarazione; dalla scomunica nessuno potrà venire assolto se non da Noi o dal Romano Pontefice pro tempore, salvo che si trovi in punto di morte. 

10. Inoltre prescriviamo a tutti, sotto la stessa pena di scomunica, riservata a Noi e ai Romani Pontefici Nostri Successori, l’obbligo di denunciare ai Vescovi, o ad altri competenti, tutti coloro che sappiano aver aderito a questa società o che si sono macchiati di alcuno dei delitti più sopra ricordati. 

11. Infine, per allontanare con più efficacia ogni pericolo di errore, condanniamo e proscriviamo tutti i cosiddetti catechismi e libri dei Carbonari, ove costoro descrivono ciò che si è soliti fare nelle loro riunioni; così pure i loro statuti, i codici e tutti i libri scritti in loro difesa, sia stampati, sia manoscritti. A tutti i fedeli, sotto la stessa pena di scomunica maggiore parimenti riservata, proibiamo i libri suddetti, o la lettura o la conservazione di alcuno di essi; e ordiniamo che quei libri siano consegnati senza eccezione agli Ordinari del luogo o ad altri cui spetti il diritto di riceverli. 

12. Vogliamo inoltre che ai transunti, anche stampati, della presente Nostra lettera, sottoscritti per mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica, si presti quella stessa fede che si concederebbe alla lettera originale se fosse presentata o mostrata. 

13. Perciò a nessuno sia lecito strappare o contraddire con temeraria arroganza questo testo della Nostra dichiarazione, condanna, ordine, proibizione e interdetto. Se qualcuno osasse tentare ciò, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei beati suoi Apostoli Pietro e Paolo. 

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1821, il giorno 13 settembre, nell’anno ventiduesimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO E… PURE GLI SCOMUNICATI: SS. BENEDETTO XIV- “PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM”

Questo documento apostolico di S. S. Benedetto XIV, è una conferma ed una ulteriore presa di posizione decisa contro le sette infernali della c. d. Massoneria, della precedente Bolla di S.S. Clemente XII. Nessuna novità rispetto al passato, anzi ulteriore ferma condanna per il nemico dichiarato, e oramai disvelato, della Chiesa Cattolica. Nuova scomunica, nuova condanna alla dannazione eterna per gli aderenti a qualsiasi titolo, giusto l’espressione dell’Apostolo delle genti: « … quae autem conventio Christi ad Belial? aut quæ pars fideli cum infideli? » [… quale accordo tra Cristo e belial, quale parte tra fedeli ed infedeli?]. Stiano attenti tutti, in particolare i cani muti, i mercenari in talare, i lupi con la mitra [… ed il mitra spirituale dell’eresia e della falsa dottrina che ha posto l’abominio della desolazione sugli altari, giusto le parole di S Girolamo – Omelia comm. al capo XXIV di S. Matteo – che ci illumina: « L’abbominazione della desolazione » si può intendere anche ogni dottrina perversa – come il modernismo postconciliare, che è la somma di tutte le eresie! ndr. – : così, se noi vedremo l’errore drizzarsi nel luogo santo, cioè nella Chiesa, e spacciarsi per Dio, dobbiamo fuggire dalla Giudea sui monti, ossia, abbandonare « la Lettera che uccide » 2Cor. III, 6 e la perversità dei Giudei … – cioè la setta del Novus Ordo, più chiaro di così!! – ndr.- ], gli scrittori ed i giornalisti complici divulgatori, i politici ispirati ai principi massonici, e simili: per tutti è già acceso il fuoco eterno riservato ai riprovati ed a coloro che hanno operato contro Cristo, la sua Chiesa, ed il suo Vicario: il Signore non farà sconti a nessuno e si pagherà fino … all’ultimo spicciolo, come il divin Redentore assicura con ammonizione evangelica. Anche se si siede fraudolentemente sulla cattedra di Pietro, pur in compagnia eccellente degli Illuminati e del suo Patriarca, uguale, anzi ancor peggiore, sarà la sorte. Guai, guai a chi semina scandali ed adesca anime create per rendere gloria a Dio. Guai a questi ladri della gloria di Dio, per essi non ci saranno né avvocati, né giudici corrotti, nè compagni di loggia, nè “superiori sconosciuti” a difenderli, solo la giustizia divina incomberà inesorabile e senza misericordia per gli impenitenti finali. Ravvedetevi, maledetti, fatte un atto di contrizione sincero, rinunciate a satana e tornate al vostro vero Padre celeste! « … Providas Romanorum Pontificum  prædecessorum Nostrorum leges atque sanctiones, non solum eas … »

Benedetto XIV (1751)

PROVIDAS ROMANORUM PONTIFICUM

Benedictus Episcopus, Servus servorum Dei ad perpetuam rei memoriam

I. Giudichiamo doveroso, con un nuovo intervento della Nostra autorità, rinsaldare e confermare – in quanto lo richiedono giusti e gravi motivi – le provvide leggi e le sanzioni dei Romani Pontefici Nostri Predecessori: non soltanto quelle leggi e quelle sanzioni il cui vigore o per il processo del tempo o per la noncuranza degli uomini temiamo si possano rallentare od estinguere, ma anche quelle che recentemente hanno ottenuto forza e pieno vigore. Di fatto Clemente XII, Nostro Predecessore di felice memoria, con la sua Lettera apostolica del 28 aprile dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1738, anno ottavo del suo Pontificato – Lettera diretta a tutti i fedeli e che comincia In eminenti – condannò per sempre e proibì alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni volgarmente chiamate dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o diversamente denominate, già allora largamente diffuse in certi Paesi e che ora sempre più aumentano. Egli vietò a tutti e ai singoli Cristiani (sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno potesse essere assolto da altri, se non in punto di morte, all’infuori del Romano Pontefice pro tempore) di tentare o ardire di entrare in siffatte Società, propagarle o prestare loro favore o ricetto, occultarle, iscriversi ad esse, aggregarsi o intervenirvi, ed altro, come nella stessa Lettera più largamente e più ampiamente è contenuto.

II. Ma poiché, per quanto Ci è stato riferito, alcuni non hanno avuto difficoltà di affermare e diffondere pubblicamente che la detta pena di scomunica imposta dal Nostro Predecessore non è più operante perché la relativa Costituzione non è poi stata da Noi confermata, quasi che sia necessaria, perché le Apostoliche Costituzioni mantengano validità, la conferma esplicita del successore;

III. ed essendo stato suggerito a Noi, da parte di alcune persone pie e timorate di Dio, che sarebbe assai utile eliminare tutti i sotterfugi dei calunniatori e dichiarare l’uniformità dell’animo Nostro con l’intenzione e la volontà dello stesso Predecessore, aggiungendo alla sua Costituzione il nuovo voto della Nostra conferma;

IV. Noi certamente, fino ad ora, quando abbiamo benignamente concesso l’assoluzione dalla incorsa scomunica, sovente prima e principalmente nel passato anno del Giubileo, a molti fedeli veramente pentiti e dolenti di avere trasgredito le leggi della stessa Costituzione e che assicuravano di cuore di allontanarsi completamente da simili Società e Conventicole, e che per l’avvenire non vi sarebbero mai tornati; o quando accordammo ai Penitenzieri da Noi delegati la facoltà di impartire l’assoluzione a Nostro nome e con la Nostra autorità a coloro che ricorressero ai Penitenzieri stessi; e quando con sollecita vigilanza non tralasciammo di provvedere a che dai competenti Giudici e Tribunali si procedesse in proporzione del delitto compiuto contro i violatori della Costituzione stessa, il che fu effettivamente più volte eseguito; abbiamo certamente fornito argomenti non solo probabili ma del tutto evidenti ed indubitabili, attraverso i quali si sarebbero dovute comprendere le disposizioni dell’animo Nostro e la ferma e deliberata volontà consenzienti con la censura imposta dal predetto Clemente Predecessore. Se un’opinione contraria si divulgasse intorno a Noi, Noi potremmo sicuramente disprezzarla e rimettere la Nostra causa al giusto giudizio di Dio Onnipotente, pronunciando quelle parole che un tempo si recitavano nel corso delle sacre funzioni: “Concedi o Signore, te ne preghiamo, che Noi non curiamo le calunnie degli animi perversi, ma conculcata la perversità medesima supplichiamo che Tu non permetta che siamo afflitti dalle ingiuste maldicenze o avviluppati dalle astute adulazioni, ma che amiamo piuttosto ciò che Tu comandi”. Così riporta un antico Messale attribuito a San Gelasio, Nostro Predecessore, e che dal Venerabile Servo di Dio il Cardinale Giuseppe Maria Tommasi fu inserito nella Messa che s’intitola Contro i maldicenti.

V. Tuttavia, affinché non si potesse dire che Noi avevamo imprudentemente omesso qualche cosa, al fine di eliminare agevolmente i pretesti alle menzognere calunnie e chiudere loro la bocca; udito prima il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, abbiamo decretato di confermare la stessa Costituzione del Nostro Predecessore, parola per parola, come sopra riportato in forma specifica, la quale sia considerata come la più ampia ed efficace di tutte: la confermiamo, convalidiamo, rinnoviamo e vogliamo e decretiamo che abbia perpetua forza ed efficacia per Nostra sicura scienza, nella pienezza della Nostra Apostolica autorità, secondo il tenore della medesima Costituzione, in tutto e per tutto, come se fosse stata promulgata con Nostro motu proprio e con la Nostra autorità, e fosse stata pubblicata per la prima volta da Noi.

VI. Per la verità, fra i gravissimi motivi delle predette proibizioni e condanna esposti nella sopra riportata Costituzione ve n’è uno, in forza del quale in tali Società e Conventicole possano unirsi vicendevolmente uomini di qualsiasi religione e setta; è chiaro quale danno si possa recare alla purezza della Religione Cattolica. Il secondo motivo è la stretta e impenetrabile promessa di segreto, in forza del quale si nasconde ciò che si fa in queste adunanze, cui meritamente si può applicare quella sentenza che Cecilio Natale, presso Minucio Felice, addusse in una causa ben diversa: « Le cose oneste amano sempre la pubblica luce; le scelleratezze sono segrete ». Il terzo motivo è il giuramento con il quale s’impegnano ad osservare inviolabilmente detto segreto, quasi che sia lecito a qualcuno, interrogato da legittimo potere, con la scusa di qualche promessa o giuramento di sottrarsi all’obbligo di confessare tutto ciò che si ricerca, per conoscere se in tali Conventicole si faccia qualche cosa contraria alla stabilità e alle leggi della Religione e della Repubblica. Il quarto motivo è che queste Società si oppongono alle Sanzioni Civili non meno che alle Canoniche, tenuto conto, appunto, che ai sensi del Diritto Civile si vietano tutti i Collegi e le adunanze formati senza la pubblica autorità, come si legge nelle Pandette (libro 47, tit. 22, De Collegiis et corporibus illicitis), e nella celebre lettera (n. 97 del libro 10) di C. Plinio Cecilio, il quale, riferisce che fu proibito per suo Editto, giusta il comandamento dell’Imperatore, che si tenessero le Eterie, cioè che potessero esistere e riunirsi Società e adunanze senza l’autorizzazione del Principe. Il quinto motivo è che in molti Paesi le citate Società e Aggregazioni sono già state proscritte e bandite con leggi dei Principi Secolari. Infine, l’ultimo motivo è che presso gli uomini prudenti ed onesti si biasimavano le predette Società e Aggregazioni: a loro giudizio chiunque si iscriveva ad esse incorreva nella taccia di pravità e perversione.

VII. Infine lo stesso Predecessore nella sopra riportata Costituzione esorta i Vescovi, i Superiori Prelati e gli altri Ordinari dei luoghi a non trascurare d’invocare l’aiuto del braccio secolare qualora occorra per l’esecuzione di tale disposizione.

VIII. Tutte queste cose, anche singolarmente, non solo si approvano e si confermano da Noi, ma anche si raccomandano e si ingiungono ai Superiori Ecclesiastici; ma Noi stessi, per debito della Apostolica sollecitudine, con la presente Nostra Lettera invochiamo e con vivo affetto ricerchiamo il soccorso e l’aiuto dei Principi Cattolici e dei secolari Poteri –essendo gli stessi Principi Supremi e Podestà eletti da Dio quali difensori della fede e protettori della Chiesa –affinché sia loro cura adoperarsi nel modo più efficace perché alle Apostoliche Costituzioni si abbiano il dovuto ossequio e la più assoluta obbedienza. Ciò riportarono alla loro memoria i Padri del Concilio Tridentino (sess. 25, cap. 20), e molto prima l’aveva egregiamente dichiarato l’Imperatore Carlo Magno nei suoi Capitolati (tit. I, cap. 2), nei quali, dopo aver comandato a tutti e i suoi sudditi l’osservanza delle Sanzioni Ecclesiastiche, aggiunse queste parole: “In nessun modo possiamo conoscere come possano essere fedeli a noi coloro che si mostrano infedeli a Dio e disubbidienti ai suoi sacerdoti”. Conseguentemente impose a tutti i Presidenti e ai Ministri delle sue province che obbligassero tutti e i singoli a prestare la dovuta obbedienza alle leggi della Chiesa. Inoltre comminò gravissime pene contro coloro che trascurassero di fare ciò, aggiungendo fra l’altro: “Coloro poi che in queste cose (il che non avvenga) saranno trovati negligenti e trasgressori, sappiano che non conserveranno gli onori nel nostro Impero, ancorché siano nostri figlioli; né avranno posto nel Palazzo, né con noi né coi nostri fedeli avranno società o comunanza, ma piuttosto pagheranno la pena nelle angustie e nelle ristrettezze”.

IX. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite del sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale.

X. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra conferma, innovazione, approvazione, comandamento, invocazione, richiesta, decreto e volontà. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato in Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 18 marzo dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato.

[Bullarium t. 3, pp. 373-377]

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO … E PURE GLI SCOMUNICATI: SS. CLEMENTE XII – “IN EMINENTI”

Il nemico della Chiesa e dell’umanità, braccio operante di satana e dei suoi adepti, la setta massonica, viene già individuata dal Santo Padre Clemente XII fin dal 1738, cioè una ventina di anni dopo la sua costituzione ufficiale, anche se era ben presente con denominazioni ed aggregazioni varie da alcuni secoli, … pensiamo ai Rosa Croce, alle pseudo-accademie e lincei nazionali, ai mitrei ove si praticava il culto di Mitra e del dio sole [uno dei capisaldi esoterici tuttora attuali delle conventicole massoniche, noto come “eliocentrismo”, rivestito con falso sapere astronomico da una maschera razional-scientifica che ancora oggi si serve di foto taroccate e di filmati cinematografici di enti pseudospaziali che foraggiano abbondantemente falsi scienziati e fasulli esperti giornalisti, per dimostrare la realtà assurda della terra-palla che si opponga – ridicolizzandola – alla verità biblica mostrata nelle Sacre Scritture], agli occultismi alchemici [dei Newton, Keplero, Bacone, Galileo etc.], ai cabalismi gnostici e a tante altre deliranti diavolerie suggerite dai demoni di turno ad uomini corrotti e orgogliosi del loro nulla; gli effetti di questa satanica aggregazione, già si facevano sentire nella società dell’epoca tanto da generare sospetti, poi divenuti certezze, che indussero il Sommo Pontefice ad una condanna netta, senza appello per chiunque aderisse, in qualsiasi veste, a queste associazioni che accoppiavano ai ridicoli loro pseudo-culti [ornati da grembiulini, medagliette, cappelli frigi con pendagli e nastrini vari…], la corruzione della società e l’odio accanito contro la santa Chiesa Cattolica e contro il Cristo ed il suo Vicario. Si tratta della prima ferma condanna di questo movimento infernale che doveva diffondersi a macchia d’olio nel mondo intero realizzando le profezie sul “mistero dell’iniquità” del quale San Paolo parlava già ai fedeli di Tessalonica. Nessuna simulazione, nessuno sconto per i seguaci del baphomet-lucifero, i sedicenti “figli della vedova”, come amano definirsi, secondo una ridicola favola massonica, i seguaci di satana e nemici di Cristo: « … decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. ». Abbiamo sottolineato le parole “in perpetuo” onde chiarire a tutti gli attuali aderenti alle conventicole, purtroppo attualmente infiltranti, anzi dominanti i sacri palazzi e la falsa “chiesa dell’uomo”, di montiniana istituzione, di cui hanno le redini in mano saldamente [… non della Chiesa Cattolica, come alcuni eretici e scismatici presumono, poiché la vera Chiesa Cattolica, il Corpo mistico di Cristo, Sposa immacolata senza macchia e senza ruga del divin Coniuge, Maestra e luce del mondo, non è e non sarà mai macchiata dalle infamie della setta del “novus ordo” che si spaccia per Chiesa Cattolica … la Chiesa Cattolica, secondo il permesso di Dio e a nostra prova, è “eclissata”, nelle catacombe e nei sotterranei, è vero ed evidente, ma c’è, pur perseguitata e scacciata da ogni dove, ed è quella di sempre, nei riti e nella dottrina, pronta a risorgere, più viva e splendente che mai, quando tutti gli empi la dichiareranno oramai morta e sepolta], che la loro sentenza è già pronunziata ed è definitiva, ed il fuoco preparato dal loro “padre”, li aspetta superalimentato sette volte: « … sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore » (tradotto in altri termini, significa: scomunica latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Santa Sede). E questo vale anche per i discendenti del “cavaliere kadosh” di Lille, che ha generato e partorito una marea di disgraziati, tra falsi prelati e ingannati fedeli, tutti sotto questa scomunica ed a quella degli altri successivi confermanti documenti apostolici. – Dopo aver letto la Bolla, al “pusillus grex” dei Cattolici non resta che pregare per tali sventurati ed offrirsi ostia sacrificale per la salvezza di questi poveracci che, senza una grazia speciale, sono oramai destinati all’eterna dannazione.

BOLLA DOGMATICA

“IN EMINENTI”

DEL SOMMO PONTEFICE CLEMENTE XII

“Sulla Condanna della Massoneria”

CLEMENTE PP. XII

Servo dei servi di Dio

A tutti i fedeli, salute ed Apostolica Benedizione!

Posti per volere della Clemenza Divina, benché indegni, nell’eminente Sede dell’Apostolato, onde adempiere al debito della Pastorale provvidenza affidato a Noi, con assidua diligenza e con premura, per quanto Ci è concesso dal Cielo, abbiamo rivolto il pensiero a quelle cose per mezzo delle quali – chiuso l’adito agli errori ed ai vizi – si conservi principalmente l’integrità della Religione Ortodossa, e in questi tempi difficilissimi vengano allontanati da tutto il mondo Cattolico i pericoli dei disordini. Già per la stessa pubblica fama Ci è noto che si estendono in ogni direzione, e di giorno in giorno si avvalorano, alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni comunemente chiamate dei Liberi muratori o des Francs Maçons, o con altre denominazioni chiamate a seconda della varietà delle lingue, nelle quali con stretta e segreta alleanza, secondo loro Leggi e Statuti, si uniscono tra di loro uomini di qualunque religione e setta, contenti di una certa affettata apparenza di naturale onestà. Tali Società, con stretto giuramento preso sulle Sacre Scritture, e con esagerazione di gravi pene, sono obbligate a mantenere un inviolabile silenzio intorno alle cose che esse compiono segretamente. Ma essendo natura del delitto manifestarsi da se stesso e generare il rumore che lo denuncia, ne deriva che le predette Società o Conventicole hanno prodotto tale sospetto nelle menti dei fedeli, secondo il quale per gli uomini onesti e prudenti l’iscriversi a quelle aggregazioni è lo stesso che macchiarsi dell’infamia di malvagità e di perversione: se non operassero iniquamente, non odierebbero tanto decisamente la luce. Tale fama è cresciuta in modo così considerevole, che dette Società sono già state proscritte dai Prìncipi secolari in molti Paesi come nemiche dei Regni, e sono state provvidamente eliminate. Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole di vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, a ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o Francs Maçons o altrimenti denominate; di ospitarle o nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore. Vogliamo inoltre e comandiamo che tanto i Vescovi, i Prelati Superiori e gli altri Ordinari dei luoghi, quanto gl’Inquisitori dell’eretica malvagità deputati in qualsiasi luogo, procedano e facciano inquisizione contro i trasgressori di qualunque stato, grado, condizione, ordine dignità o preminenza, e che reprimano e puniscano i medesimi con le stesse pene con le quali colpiscono i sospetti di eresia. Pertanto concediamo e attribuiamo libera facoltà ad essi, e a ciascuno di essi, di procedere e di inquisire contro i suddetti trasgressori, e di imprigionarli e punirli con le debite pene, invocando anche, se sarà necessario, l’aiuto del braccio secolare. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite di sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra dichiarazione, condanna, comandamento, proibizione ed interdizione. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 aprile 1738, anno nono del Nostro Pontificato.

Clemente P.P. XII

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE USURPANTI ED APOSTATI DI TORNO: S. S. GREGORIO XVI – “SUMMO JUGITER STUDIO”

Questo breve Apostolico di S. S. Gregorio XVI, prendeva in esame le irregolarità che venivano realizzate da uomini e donne di diversa religione, Cattolica e a-cattolica, complici chierici compiacenti che non osservavano le disposizioni apostoliche in materia. Il Santo Padre loda il comportamento dei prelati e dei principi bavaresi che si sono dimostrati fedeli osservanti delle disposizioni canoniche in merito. Il Santo Padre ribadisce i pericoli del rilassamento della fede o addirittura di apostasia per i coniugi cattolici, e di corruzione della prole sviata dagli eretici e non adeguatamente istruita nella Religione Cattolica, l’unica che assicuri la salvezza. … « Se le circostanze lo richiederanno, sarà anche utile ricordare loro il notissimo precetto della legge naturale e divina, che ci comanda non solo di evitare il peccato, ma anche i rischi che trascinano assai vicino al peccato, e anche quell’altro precetto della stessa legge con cui si ordina ai genitori di educare i figli nella dottrina e di correggerli nel Signore (Ef VI, 4), e quindi di ammaestrarli nel vero culto di Dio, di cui è depositaria la sola Religione Cattolica ». Altro problema era quello degli eretici empi che già avevano contratto precedente matrimonio poi sciolto con divorzio …« Pertanto, un simile matrimonio misto risulterebbe in questi casi non solo illecito, ma anche nullo e affetto da adulterio, a meno che le precedenti nozze, che la parte eretica afferma essere state sciolte dal divorzio, non risultassero sicuramente nulle, per qualche impedimento dirimente, canonicamente definito … » Quanta materia di meditazione per gli attuali giovani Cattolici, che non hanno più precise indicazioni sui matrimoni, anche perché attualmente questo problema non si presenta che raramente, poiché tutti sono a-cattolici, tra i novus ordisti della setta dominante vaticana, i gallicani fallibilisti, tralci foraggiati dalla “linfa”della vite d’inganno del Novus ordo, e tra gli scismatici sedevacantisti delle varie sette. Si tratta quindi, nella gran parte dei casi, di matrimoni tra eretici, a-cattolici, scismatici, atei ed increduli e non rientrano quindi nelle disposizioni canoniche della Chiesa Cattolica. Ma a costoro pure il “breve” è di grandissimo avvertimento, quando leggiamo ad esempio … «Non lasciatevi trarre in inganno, fratelli: se qualcuno segue chi attua uno scisma, non potrà ottenere l’eredità del Regno di Dio» – « … Chiunque si sarà separato da questa Chiesa Cattolica, pur ritenendo di vivere in modo irreprensibile, per questa sola colpa di essere separato dalla comunione con Cristo non avrà la vita, ma lo sdegno di Dio incombe su di lui», « … la santa Chiesa universale proclama che Dio non può essere debitamente adorato se non all’interno di essa. Pertanto chi se ne trova fuori non potrà assolutamente salvarsi » – « …Una sola, in verità, è l’universale Chiesa dei fedeli; fuori di essa nessuno può in alcun modo salvarsi». Qui veramente ce n’è per tutti, che meditino bene coloro che pensano di essere moderni o (peggio) modernisti e se ne vantano, perché non appartenere alla vera Chiesa Cattolica, significa certificare la propria eterna riprovazione e la condanna al fuoco dell’inferno.

BREVE
DEL SOMMO PONTEFICE
GREGORIO XVI

SUMMO IUGITER STUDIO

Il Papa Gregorio XVI. 
Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

La Sede Apostolica ha sempre vigilato con somma diligenza perché le disposizioni della Chiesa, che vietano con severità le nozze dei Cattolici con gli eretici, fossero scrupolosamente osservate. Quantunque, per evitare più gravi scandali, si sia rivelato necessario, in qualche luogo, tollerare a volte illeciti matrimoni di tal fatta, tuttavia i Romani Pontefici non tralasciarono mai di procurare, con ogni mezzo possibile, che pure allora, e in quegli stessi luoghi, il popolo cristiano fosse reso edotto di quanto disdoro e di quanto pericolo spirituale fossero foriere simili nozze, e di quale delitto, quindi, si rendessero colpevoli l’uomo e la donna che, al riguardo, avessero osato infrangere le prescrizioni canoniche. – Se talvolta gli stessi Romani Pontefici allentarono le maglie di questo santissimo, inviolabile divieto in casi particolari, lo fecero per gravi motivi e assai a malincuore. Erano però soliti aggiungere alla loro dispensa una precisa clausola sulle doverose precauzioni da premettere al matrimonio, nel senso che non solo il coniuge Cattolico non potesse essere fuorviato da quello eretico, e anzi a questi risultasse chiaro il proposito di distoglierlo con tutte le forze dall’errore, ma anche che la prole di entrambi i sessi fosse sicuramente educata nella santità della Religione cattolica. – Noi dunque che, seppure indegnamente, per disposizione di Dio occupiamo l’eccelsa cattedra di Pietro, tenendo fisso lo sguardo sulle direttive opportunamente emanate dai Nostri Predecessori, non abbiamo potuto, Venerabili Fratelli, non rattristarci fortemente per le molteplici e sicure notizie portate dalle vostre Diocesi (e pure da diverse altre località), secondo le quali abbiamo appreso che molti membri del popolo affidato alle vostre cure si industriano di favorire con ogni mezzo un’indiscriminata libertà di nozze miste. Per riuscire meglio nel loro intento, vanno disseminando teorie contrarie alla verità cattolica: infatti osano affermare, come Ci è stato riferito, che i Cattolici possono, liberamente e lecitamente, contrarre matrimonio con seguaci di altra religione, non solo senza aver ottenuto la dispensa della Chiesa (che deve essere richiesta a questa Sede Apostolica seguendo le direttive previste nei casi specifici), ma pure senza premettere le doverose precauzioni sopra menzionate e, soprattutto, quella che riguarda l’educazione cattolica di tutta la prole.

Le cose sono giunte a tal punto da pretendere che simili matrimoni misti debbano essere approvati anche quando la parte eretica abbia tuttora vivente il precedente coniuge dal quale si è separata con il divorzio. Per raggiungere lo scopo, mettono in atto gravi minacce di pene, per indurre i pastori di anime a dar corso alle pubblicazioni delle nozze miste in Chiesa davanti al popolo cattolico e ad assistere in seguito alla loro celebrazione, o almeno a concedere le cosiddette lettere dimissorie, di rinvio ad altra Chiesa. – Vi sono infine alcuni fra loro che si sforzano di persuadere se stessi e gli altri che l’uomo può salvarsi non solo nella Religione cattolica, ma anche chi muore nell’eresia professata può raggiungere la vita eterna. – Esistono tuttavia motivi, Venerabili Fratelli, che sollevano il Nostro cuore dall’afflizione, quali: la fermezza della maggior parte del popolo Bavarese nel conservare integra la Fede cattolica e nel mantenere un convinto ossequio verso l’autorità ecclesiastica; la decisa volontà di quasi tutto il clero di farsi carico, a norma dei sacri Canoni, degli impegni propri del ministero; ma soprattutto quella rimarchevole solerzia di compiere il vostro impegno pastorale dalla quale, Venerabili Fratelli, siete animati – come Ci è noto –, anche se a proposito dei matrimoni misti o in qualche punto di tale materia non si riscontra da parte vostra un parere univoco; tutti, però, avete concordemente deciso, di prestar fede a questa Sede Apostolica e, sotto la sua guida, di custodire i greggi a voi affidati e di non paventare gli eventuali pericoli da affrontare per la salvezza delle pecore. – Eccoci dunque a voi, Venerabili Fratelli, con questa lettera a confermare, in forza del Nostro ufficio apostolico, le vostre Fraternità, perché possiate annunciare, relativamente al caso in questione, con ancora maggiore ardore, i principi immodificabili della Fede e salvaguardare le canoniche disposizioni; inoltre, in presenza del Nostro preciso parere, possa prendere vita, tra voi e con questa Santa Sede, un più completo accordo. – Ma prima non possiamo esimerci dal comunicarvi la Nostra riposta speranza che il Nostro carissimo figlio in Cristo Ludovico, illustre re di Baviera, comprendendo dalla voce Nostra e di voi tutti unanimi le Nostre vere intenzioni nelle attuali circostanze, per l’avito amore verso la Religione Cattolica, che costò il versamento di sangue, voglia soccorrerci con la sua potente protezione, perché siano allontanati quei mali che, per la natura stessa della situazione, minacciano la causa cattolica. – Ne conseguirà che la Nostra santissima Religione potrà essere pienamente protetta in tutto il regno di Baviera, e i Vescovi cattolici, come tutti i sacri Ministri, godranno di piena libertà nell’esercizio dei loro incarichi, come è stato pure sancito nel Concordato stipulato con questa Sede Apostolica nel 1817. Arrivando ora al nocciolo della questione, prendiamo il via, come è giusto, da ciò che riguarda la Fede, senza la quale è impossibile piacere a Dio. Molti, come abbiamo sopra ricordato, si industriano di metterla in pericolo, allargando gli spazi alla libertà di contrarre matrimoni misti. – Voi non ignorate, Venerabili Fratelli, con quanta viva e indefettibile diligenza i Nostri antenati abbiano cercato di inculcare proprio ciò che questi osano negare: quell’articolo di Fede che tratta della necessità della Fede cattolica e dell’unità per conseguire la salvezza. Si riferiscono a questo principio quelle parole dell’insigne discepolo degli Apostoli, Sant’Ignazio martire, nella lettera agli abitanti di Filadelfia: «Non lasciatevi trarre in inganno, fratelli: se qualcuno segue chi attua uno scisma, non potrà ottenere l’eredità del Regno di Dio». Anche Sant’Agostino e gli altri Vescovi dell’Africa, riuniti nel Concilio di Cirta (Costantina) nel 412, davano al riguardo ampie spiegazioni: «Chiunque si sarà separato da questa Chiesa cattolica, pur ritenendo di vivere in modo irreprensibile, per questa sola colpa di essere separato dalla comunione con Cristo non avrà la vita, ma lo sdegno di Dio incombe su di lui». – Pur tralasciando altri passi, in numero pressoché infinito, degli antichi Padri, tesseremo le lodi di quell’insigne Nostro Predecessore, San Gregorio Magno, che afferma a chiare lettere come proprio quella fosse la dottrina della Chiesa Cattolica. Dice infatti: «La santa Chiesa universale proclama che Dio non può essere debitamente adorato se non all’interno di essa. Pertanto chi se ne trova fuori non potrà assolutamente salvarsi». – Si trovano inoltre solenni documenti della Chiesa, con cui si annuncia lo stesso dogma. Nel decreto della Fede, promulgato dal Nostro Predecessore Innocenzo III, con l’assenso del Concilio Ecumenico Lateranense IV, si leggono queste parole: «Una sola, in verità, è l’universale Chiesa dei fedeli; fuori di essa nessuno può in alcun modo salvarsi». – Lo stesso dogma infine si riscontra espressamente nelle professioni di Fede proposte dalla Sede Apostolica, sia in quella in uso in tutte le Chiese latine, sia nelle rimanenti due: quella usata dai Greci e l’altra da tutti i rimanenti cattolici orientali. – Non abbiamo scelto, fra i tanti, i menzionati documenti con l’intento, Venerabili Fratelli, di istruirvi, come se ignoraste questo punto della Fede. Lontano da Noi una simile congettura assurda e oltraggiosa nei riguardi delle vostre Fraternità. Ma Ci pervade una così grande preoccupazione per un dogma tanto importante e, per di più, così sicuro, impugnato da alcuni temerari, che non possiamo trattenere la penna dal rivendicare una tale verità con molte argomentazioni. – Orsù dunque, Venerabili Fratelli, impugnate la spada dello spirito, cioè la parola di Dio, e sforzatevi con tutte le risorse dell’animo di estirpare questo errore che viene sviluppandosi. Operate pertanto, e parimenti agiscano, sotto la vostra guida, i vostri collaboratori che hanno cura delle anime, in modo che il fedele popolo di Baviera sia spinto a custodire la Fede e la Comunione Cattolica con sempre maggiore zelo, come unica via di salvezza, sottraendosi così anche ad ogni pericolo di abbandonarla. – Se la necessità di conservare la comunione cattolica sarà stata impressa e profondamente radicata in tutti gli animi dei fedeli bavaresi, difficilmente poi cadranno nel vuoto i moniti e le esortazioni con cui cercherete di distoglierli dal contrarre matrimoni con gli eretici. – Nel caso tuttavia si affacci un grave motivo, tale da dover prendere in considerazione un matrimonio misto, vigilate attentamente che non si proceda alla celebrazione se non dopo avere ottenuto la dispensa della Chiesa e con le condizioni, come abbiamo sopra ricordato, che essa è solita prescrivere. – È dunque vostro compito che i fedeli desiderosi di contrarre matrimoni misti (come pure i loro genitori e chi esercita la funzione di tutore) siano informati con chiarezza sulle disposizioni canoniche al riguardo, e siano severamente ammoniti a non violarle, con danno delle loro anime. – Se le circostanze lo richiederanno, sarà anche utile ricordare loro il notissimo precetto della legge naturale e divina, che ci comanda non solo di evitare il peccato, ma anche i rischi che trascinano assai vicino al peccato, e anche quell’altro precetto della stessa legge con cui si ordina ai genitori di educare i figli nella dottrina e di correggerli nel Signore (Ef VI, 4), e quindi di ammaestrarli nel vero culto di Dio, di cui è depositaria la sola Religione Cattolica. – Esortate quindi codesti fedeli a considerare attentamente quale offesa commettano contro l’eccelso Iddio, e quanto malvagiamente opereranno verso se stessi e verso i futuri figli se, nel contrarre in modo sconsiderato un matrimonio misto, esporranno se stessi e i figli al pericolo della perversione. Per rendere ancora più evidente la gravità del pericolo, ricorderete loro quelle salutari espressioni degli Apostoli, quegli avvertimenti dei Padri e delle disposizioni canoniche, che vertono tutti sull’obbligo di evitare i dannosi rapporti familiari con gli eretici. – Ma se per caso accadrà, Dio non voglia, che tali moniti ed esortazioni cadano nel vuoto e un Cattolico, o una Cattolica, non intenda recedere dal perverso proposito di contrarre nozze miste, senza aver richiesto o, per meglio dire, ottenuto la dispensa della Chiesa, senza la garanzia delle debite precauzioni o di qualcuna di esse, sarà preciso obbligo del sacro pastore non solo di evitare di legittimare il matrimonio con la sua presenza, ma anche di premettere le pubblicazioni e di concedere le lettere di rinvio ad altra Chiesa. È vostro dovere Venerabili Fratelli, rammentare ai parroci e pretendere a buon diritto da loro che si astengano dal compiere simili azioni. Di sicuro, se chi è incaricato della cura delle anime si comportasse diversamente, specie in Baviera nelle attuali circostanze, potrebbe far credere, con il suo comportamento, di approvare in qualche modo quelle nozze illecite e, con il suo agire, incoraggerebbe una permissività pericolosa per la salvezza delle anime e per la causa della Fede. – Dopo tutte queste considerazioni, vale la pena di aggiungere qualcosa sui casi di matrimonio, di gran lunga più inammissibili, fra cattolici ed eretici, in cui la parte acattolica abbia ancora vivente il primo coniuge, da cui sia stata separata con il divorzio. Voi conoscete bene, Venerabili Fratelli, quanto sia stabile, per diritto divino, il vincolo matrimoniale, da non poter essere sciolto da alcuna autorità umana. Pertanto, un simile matrimonio misto risulterebbe in questi casi non solo illecito, ma anche nullo e affetto da adulterio, a meno che le precedenti nozze, che la parte eretica afferma essere state sciolte dal divorzio, non risultassero sicuramente nulle, per qualche impedimento dirimente, canonicamente definito. In questo specifico caso, sicuramente, non solo dovrebbe essere osservato quanto sopra è stato precisato, ma ci si dovrebbe anche guardare dal permettere questo nuovo matrimonio, se non dopo che la causa del primo connubio, antecedentemente contratto dalla parte eretica, sia stata esaminata con un processo ecclesiastico, istruito a norma di diritto canonico, e il matrimonio sia stato dichiarato nullo. – Sono queste, Venerabili Fratelli, le cose che abbiamo ritenuto opportuno comunicarvi in ordine al caso in questione. Nel frattempo non cessiamo di implorare con fervide preghiere Dio Ottimo Massimo perché rivesta voi e tutto l’inclito clero della Baviera di celesti virtù, vi protegga con la sua destra e vi difenda con il suo santo braccio, insieme con codesto popolo fedele. – Pegno poi del grandissimo affetto con cui seguiamo nel Signore le Fraternità vostre, sia la Benedizione Apostolica che vi impartiamo di tutto cuore e che ricorderete di estendere anche al clero e ai fedeli delle vostre Diocesi.

Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 27 maggio 1832, anno secondo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. CLEMENTE XIII – “A QUO DIE”

Con questa lettera enciclica, ci immergiamo in un mondo cattolico oggi completamente sconosciuto, o dimenticato più o mano volutamente dai più. Il Santo Padre dell’epoca S. S. Clemente XIII, indirizzava delle salutari raccomandazioni, ammonimenti e direttive ai Vescovi della Chiesa Cattolica, ai quali è affidata la custodia del gregge del Signore. Ma già all’epoca egli deprecava quanto è accaduto in seguito a prelati e gerarchi cattolici « … Non lasciamo, a somiglianza di “cani muti incapaci di latrare” (Is LVI,10), che “i nostri Greggi diventino una preda e le nostre pecore il pasto d’ogni bestia selvatica” (Ez XXXIV,8) »; ed ancora « … Dobbiamo essere convinti che nessuno fa tanto male alla Chiesa quanto i Chierici viziosi, che trasmettono i loro vizi al popolo e lo corrompono al punto che il loro esempio si rivela più dannoso del peccato stesso. » Questa se vogliamo è stata la chiave di volta del successo dei modernisti e dei marrani infiltrati fino all’implosione del satanico c. d. Vaticano II, pseudo-concilio della contro-Chiesa, pastrocchio massonico ordito ai danni di una infinità di anime che sono andate perse ed ancor oggi vanno dannate credendosi magari anche degne di premio perché frequentano sacrileghe e false funzioni inneggianti al lucifero-baphomet “signore dell’universo”, templi maledetti con insegne esoterico-massoniche, gestiti da marrani, apostati traditori allegri del Cristo, o nemici di Dio e dell’uomo travestiti con maschere variopinte, tonache e talari sacrileghe che ricoprono corpi avidi di piaceri, prebende ed onori. Qui, altro che cani muti di Isaia, che lasciano divorare il gregge dai lupi scappando: qui si tratta di veri sciacalli, lupi famelici con aspetto di agnelli, di aquile voraci che predano, a nome del loro padre – il diavolo – anime ignare, anche se colpevolmente ignoranti. La figura del Vescovo, tratteggiata magistralmente dal Sommo Pontefice, è oggi veramente un reperto da museo, un ricordo ben racchiuso in libri polverosi o in cronache di un tempo che fu. Noi chiediamo a questi sventurati adepti di satana, che hanno preso possesso dei sacri palazzi e dei  templi santi:ma non sentono l’odore dello zolfo intorno a loro, la marea montante del fuoco dell’inferno che li inghiottirà senza un loro repentino pentimento ed una improbabile inversione di rotta … bene li ha descritti San Paolo ai fedeli dell’epoca, anticipando la loro condotta attuale: « Questi tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere. … quorum finis erit secundum opera ipsorum. » (2 Cor. XI, 13-15). … Stolti, chi vi ha convinto di impunità?


Clemente XIII
“A quo die”

1. Dal giorno in cui, al di là di ogni Nostra previsione, è accaduto quell’incredibile fatto che la Nostra umiltà fosse elevata per intervento divino alla Sacra Sede del Beato Pietro, vertice di tutte le Chiese, entrati nella profonda convinzione e nella costante preoccupazione che Ci fosse stato imposto un peso superiore alle nostre forze, ci saremmo abbandonati alla tristezza e alle lacrime, se non ci avesse distolto da un eccessivo abbattimento il fatto che qualcosa di simile è accaduto al Santissimo Profeta e solerte Condottiero del popolo di Israele. – Infatti, gridando verso il Signore, Mosè disse: “Perché hai trattato così male il tuo servo? E perché gli hai messo addosso il carico di tutto questo popolo? Non posso da solo portare il peso di tutto questo popolo: è un peso troppo grave per me” (Nm XI,11.14). Perché non si perdesse d’animo e potesse portare bene il peso che aveva accettato, Dio gli comandò di convocare settanta uomini, scelti tra gli anziani, nei quali infuse lo spirito di Mosè, affinché fossero maestri del popolo e condividessero con lui il peso, e Mosè non lo dovesse portare da solo. In questo momento, Venerabili Fratelli, l’unica consolazione Ci proviene dal fatto che Dio già da tempo vi ha scelti dalla moltitudine dei Fedeli per affidarvi la cura delle anime: vi ha assegnati a Noi come nostro aiuto, e vi ha riempito del suo stesso spirito, quando siete stati iniziati ai Misteri Episcopali, al punto che, confidando prima di tutto nell’aiuto di Dio e nella sua forza, e poi nel singolare zelo di cui ardete nell’adempimento del vostro ministero, e contando sulla vostra sapienza, riteniamo che la nostra tristezza e preoccupazione possano in gran parte essere superate. Vi abbiamo dunque scritto questa lettera sia “per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io” (Rm 1,12), sia per “ridestare con ammonimenti la vostra sana intelligenza” (2Pt 3,1), ma soprattutto per esortarvi a compiere fedelmente il ministero, sollecitando voi, che già sappiamo essere zelanti, pronti alla battaglia e vigilanti contro il terribile nemico del genere umano, ad opporvi ad esso con maggiore prontezza e coraggio e, “saliti sulle brecce“, ergervi “come baluardo in difesa degli Israeliti” (Ez XIII,5).

2. In questa guerra scatenata su tanti fronti e tanto pericolosa, la speranza della vittoria sarà tanto più grande e sicura quanto più “conserveremo l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef IV,3). – Perciò, Venerabili Fratelli, con tutte le forze la vostra Carità si adoperi perché dall’animo dei Fedeli vengano sradicati perfino i germi di una qualsiasi lotta interna. È vostro pressante compito fare sì che tutti “cerchino la pace” (1Pt 3,11), tutti “si diano alle opere della pace” (Rm XIV,19). Lo stesso Signore Gesù, poco prima di consegnarsi alla Passione, “Vi lascio la pace – disse agli Apostoli – vi do la mia pace” (Gv 14,27). E non solo agli Apostoli, ma anche a noi lasciò in eredità la pace: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,20-21). – Vi prego, Venerabili Fratelli: cerchiamo di conservare sempre con costanza questa eredità così grande e così magnifica, affidata a noi da Cristo Signore, per estinguere i dissensi nell’animo dei fedeli. Il pegno di questa eredità, afferma l’apostolo, è lo Spirito Santo. – Pertanto quando noi ci poniamo al cospetto di Dio e gli chiediamo che mandi dal cielo lo Spirito Santo a santificare il sacrificio della Chiesa, è chiaro che noi questo in realtà chiediamo: che per mezzo della sua grazia spirituale sia conservata integra nella chiesa l’unità della carità. Questo però tutti dobbiamo avere presente: alla domanda del Signore chi dicesse la gente chi era il Figlio dell’uomo, e chi essi, credessero che fosse, mentre alcuni riferirono un’opinione, altri un’altra, il Beato Pietro, interpretando il pensiero di tutti, per una rivelazione proveniente non dalla carne né dal sangue, ma dal Padre, dichiarò che egli era il Figlio del Dio vivo (Mt XVI,14ss).

3. Da questo risultò chiaro che anche allora c’era questa differenza tra i figli della luce e i figli del secolo: questi avevano opinioni diverse e quindi erano divisi tra di loro; quelli invece, iniziati al Mistero dell’unità, per bocca del loro Capo e quindi per bocca di uno solo, professarono l’unica fede comune a tutti. Impegnate quindi tutte le vostre forze, Venerabili Fratelli, per consolidare la pace tra i fedeli. Disordini, “contese, invidie, animosità, dissensi” (2Cor XII,20) scompaiono del tutto, affinché coloro che si fregiano del nome Cattolico “siano in perfetta unione di pensiero e di intenti“, “tutti unanimi nel parlare” (1Cor 1,10), “abbiano gli stessi sentimenti” (2Cor XIII,11) e comprendano bene e si fissino nell’animo che coloro che vogliono essere membra di Cristo non possono essere in accordo con il capo se poi sono in discordia con le membra, e che il Padre non può riconoscere come suoi figli quei Fratelli che non sono uniti mediante la carità ai loro fratelli.

4. Perché nessuno potesse deviare da quella via da cui dipende la salvezza del genere umano, l’apostolo ci indica le note caratteristiche e i tratti più salienti della carità. “La carità è paziente, – afferma – è benigna la carità. Non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira“(1Cor 13,4-5).Dal che si deve dedurre che dove manca la carità, là massimamente prende piede quella malignità che dalla nostra stessa origine è entrata nel mondo. Di lì si infiammano in fondo al cuore, come fiaccole, l’arroganza, l’atteggiamento orgoglioso, l’alterigia, l’avarizia, l’intolleranza, l’ambizione, l’invidia, la vanagloria e tutti gli altri vizi dell’animo che nascono dalla “corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza” (1Pt 1,4).

5. Siano esclusi quindi dal governo episcopale l’orgoglio dell’animo e gli atteggiamenti altezzosi. Noi che diciamo di dimorare in Cristo, dobbiamo comportarci come Lui si è comportato (1GvII,6); e dal Signore Gesù, non da altri, dobbiamo ricavare l’esempio da imitare. Essendo sorta una discussione tra i suoi discepoli chi di loro fosse il più grande, egli dichiarò: “I Re delle nazioni le governano (…). Per voi però non sia così; ma chi è il più grande fra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve (…): Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc XXII, 25-27). Pertanto, essendoci stato proibito da Cristo Gesù di dominare, dobbiamo ritenere nostro dovere non il dominio ma il servizio della Chiesa e a questo indirizzare tutti i nostri pensieri, fatiche e decisioni, affinché possiamo conservare integre e salve le pecore affidate dal Signore alla nostra cura, e appaia chiaro che di null’altro siamo tanto preoccupati quanto della loro incolumità.

6. Perciò mi rivolgo a voi con le parole del Principe degli Apostoli: “Esorto gli Anziani, quale Anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe, della gloria (…): pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza – come il mercenario che vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge (Gv 10,12) – ma volentieri, secondo Dio – come il Pastore che dà la propria vita per le pecore (Gv X,11) – e non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1Pt V,1-3). Non c’è veleno più terribile e dannoso della voglia di dominare; se un Vescovo se ne lascia prendere, è inevitabile che la Chiesa a lui affidata, se non muore, certamente decada in modo disastroso. Il Vescovo pertanto non ambisca tanto essere a capo quanto essere di esempio; e, fattosi modello del gregge, tenga alta come fiaccola l’innocenza della vita, l’integrità dei costumi, la pietà, la religiosità; e il popolo, fissando in esse lo sguardo, con gioia e con prontezza cammini nella via del Signore, nella certezza di avere non un padrone, ma una guida.

7. È anche prerogativa caratteristica della carità essere invasi da una particolare letizia, o meglio essere trasportati dalla gioia quando qualcuno nella Chiesa di Dio si distingue per pietà e dottrina, e, sommamente desideroso della salvezza delle anime, adempie i doveri del ministero sacerdotale con assiduità, con impegno, con diligenza. Abbastanza spesso ci accorgiamo che una persona di questo taglio va soggetta alla invidia degli altri (Qo 4,4); ma chi ha senno comprende che non lo si deve lasciare rovinare o distruggere dalle calunnie degli invidiosi. Quando Eldad e Medad “si misero a profetizzare nell’accampamento, a Giosuè figlio di Nun che suggeriva di impedirli, Mosè rispose che era suo desiderio che tutto il popolo fosse profeta: “Sei tu geloso per me? – disse – Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il mio spirito!” (Nm XI,27-29). La carità non permette che il Vescovo si irriti o si lasci prendere dall’ira: se uno viene sedotto da cattive passioni, non lo tratta come un nemico, ma lo corregge come un fratello (2Ts III,13) e con parole benevole, con opportune esortazioni e ammonizioni lo richiama dalla strada sbagliata e lo rimette sulla strada buona. Se poi accade che debba ricorrere ad una punizione più forte delle parole, si guarda dal proferire anche una sola espressione aspra e, pur dimostrando severità, evita qualsiasi offesa.

8. Ma non si può non parlare del desiderio della vanagloria, che qualcuno giustamente potrebbe chiamare la rovina dei Vescovi. Effettivamente non c’è forse niente di più contrario alla carità: se quella terribile peste si attacca ad un Vescovo e lo contagia, nei suoi riguardi si insinua l’adulazione e assale la parte più nobile di lui, cioè l’anima; lo conquista con velenose piaggerie; e gonfiando a dismisura quella eccessiva e malvagia stima di se stesso, dalla quale ognuno di noi così spesso è tratto in errore, riduce quel misero al punto che non cerca più la gloria di Dio, ma la propria gloria; quella gloria che lo stesso Cristo dichiarò di non cercare (Gv 8,50). L’adulazione poi è seguita dalla maldicenza e dalla falsità, come da perniciosissimi satelliti e servi; e siccome vengono allontanate le persone oneste e valide, si arriva al punto che al seguito del Vescovo non rimane più nulla di sano, nulla di integro. Per questo il sapientissimo Salomone ammonisce: “Meglio essere rimproverato dal sapiente che ingannato dall’adulazione degli stolti” (Qo VII,5). E ancora: “Tieni lungi da te la bocca perversa e allontana da te le labbra fallaci” (Pr 4,24). E quel detto che il Vescovo sempre deve avere presente: “Se un principe dà ascolto alle menzogne, tutti i suoi ministri sono malvagi” (Pr XXIX,12).

Perciò “non cerchiamo la vanagloria” (Gal V, 26); per coloro che la cercano “la perdizione sia la loro fine, intenti come sono alle cose della terra” (Fil III,19). Quanto a Noi, guardiamo in alto, teniamo fisso lo sguardo sulla dimora dell’eterna gloria, e convinciamoci che non dalla bocca degli uomini deriva la vera, stabile e autentica gloria. Tutti abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio (Rm III,23), tutti dobbiamo, morti al peccato (1Pt II,24), cercare non la nostra gloria, ma che “il Padre sia glorificato nel Figlio” (Gv XIV,16), per essere “ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per mezzo di Gesù Cristo, a gloria di Dio“;a Lui solo gloria, maestà e potenza (Gd 23).

9. Tra i frutti della giustizia anzitutto bisogna mettere la carità verso i poveri: parlo della giustizia “che deriva dalla fede in Cristo” (Fil 3,9). Ma “se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi!”, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova la nostra fede?” (Gc II,15-16). Così l’Apostolo Giacomo interpella tutti i Cristiani. La carità di ogni fedele, specialmente di colui che ha maggiori ricchezze, deve venire in aiuto ai poveri; essi però quasi per un loro particolare diritto esigono generosità da parte di noi che abbiamo i beni della Chiesa, cioè i voti dei fedeli, le offerte per i peccati e il patrimonio dei poveri, non come beni personali, ma come beni a noi affidati; e non è giusto appropriarcene per usi personali al punto che non resti nulla per loro: “È nostro quello che spendete“, potrebbero gridarci. Infatti di dove deriva così grande ricchezza e abbondanza, di cui la maggior parte di noi gode, se non dai doni della Chiesa? Dai beni della sposa quindi si deve prelevare solo quello di cui abbiamo bisogno per avere “di che mangiare e di che coprirci, e contentiamoci di questo” (1Tm VI, 8), ritenendo “un grande guadagno la pietà congiunta però a moderazione” (1Tm VI, 6). Guadagno certamente apprezzabile è quando abbiamo in abbondanza di che custodire, nutrire, ornare la Sposa; ma guadagno più vantaggioso di tutti è quando, mediante le elemosine, otteniamo da Dio la grazia, che illumina la nostra mente cieca e che ci solleva e ci sostiene nei momenti in cui siamo prostrati e abbattuti per la nostra naturale miseria. Infatti se apriamo il nostro cuore all’affamato e consoliamo l’anima afflitta, “la nostra luce brillerà fra le tenebre e la nostra tenebra sarà come il meriggio e il Signore riempirà le nostre anime del suo splendore” (Is LVIII, 10-11/Volgata).

10. Certamente l’elemosina ha una grande forza per ottenere da Dio luce all’intelligenza e grazia di devozione, senza la quale l’ufficio pastorale perde sicuramente la sua efficacia; ma nulla è più efficace della preghiera e del Santo Sacrificio della Messa. L’Apostolo ci prescrive di “pregare senza interruzione e rendere grazie in ogni cosa” (1Ts V,17-18), perché è volontà di Dio che non estinguiamo lo spirito di fede e di carità, spirito che sostiene la nostra debolezza e “intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm VIII,26). Pertanto se qualche Vescovo ha bisogno di sapienza, “la domandi a Dio“che gliela darà; “la domandi però con fede, senza esitare” (Gc 1,5-6). È desiderabile che egli, per quanto possibile, nutra nel suo cuore una fede grande come quella di Mosè, il quale stette incrollabile “come se vedesse il Dio invisibile” (Eb XI,27). Alla fede deve andare unita l’umiltà: “Io sono povero e infelice: – gridava Davide – vieni in mio aiuto, o Dio” (Sal LXIX,6). Il valore della preghiera perseverante e continua è messo in luce dalle parole di Gesù Cristo nostro Signore, che ci insegnò: “Bisogna pregare sempre senza stancarsi“(Lc 18,1). È in questa attitudine di perseveranza e di pazienza che dobbiamo attendere Dio: “Se indugia, attendiamolo; apparirà e non si smentirà, perché certo verrà e non tarderà” (Ab III,3/Volgata). Noi non dobbiamo però guarire soltanto le nostre infermità, ma essere convinti che anche i mali degli altri ci riguardano, come se fossero nostri; di conseguenza la nostra preghiera deve essere rivolta al Signore con maggiore ardore e maggiore perseveranza. Con la preghiera noi ci facciamo interpreti in qualche modo dei fedeli della Chiesa, presentando al cospetto di Dio la fede, la speranza e la carità di tutti, e dobbiamo ottenere per tutti quello di cui tutti, e ciascuno in particolare, hanno bisogno. L’augustissimo Sacrificio Eucaristico ci aprirà la strada alla preghiera e ci otterrà tutto quello che chiediamo. Perciò, anche se siamo assorbiti dalle molteplici occupazioni del nostro ministero, non mancheremo di offrire molto spesso a Dio il Corpo e il Sangue Sacratissimi di Gesù Cristo; e convinciamoci che nessun altro impegno per noi è più importante di quello di immolare a Dio Padre l’ostia di propiziazione per i nostri peccati e per i peccati del popolo.

11. Poiché siamo in qualche modo mediatori fra Dio e gli uomini, come portiamo a Dio i voti degli uomini, così è nostro compito portare al popolo la volontà di Dio. E “questa è la volontà di Dio: la nostra santificazione” (1Ts IV, 3). Tocca a noi pertanto, Venerabili Fratelli, “aprire le porte della predicazione per annunciare il mistero di Cristo” (Col IV, 3), al fine di manifestarlo in modo autentico. Questo soprattutto dobbiamo insegnare al popolo: che Cristo offrì alla giustizia divina la sua carne; una carne simile alla nostra, eccetto il peccato; una carne non solo santa, ma anche santificante e tuttavia capace di soffrire e soggetta alla morte; una carne che in qualche modo rappresentasse tutti noi; e con la sua carne offrì anche noi (1Pt III,18); la sua carne e noi nello stesso tempo espose alle sofferenze che meritavano le nostre colpe. Dobbiamo insegnare che quella carne fu condannata ai dolori della morte; che ha subito la maledizione pronunciata contro i trasgressori della legge; che morì fra acerbissimi dolori; che è stata resa soddisfazione alla legge; che tutto ciò che sa di peccato è stato cancellato dalla morte e dalla sepoltura di Gesù Cristo; che il Signore Gesù è risorto dalla tomba con quella stessa carne, ma spogliata dell’involucro della mortalità e rivestita degli onori della immortalità; e che pertanto i peccatori per essere giustificati devono morire con Cristo, che per loro e a loro nome è morto; che con Cristo debbono entrare nel sepolcro, per deporvi la carne macchiata dalla colpa; che il vecchio uomo deve essere consegnato e abbandonato all’ira di Dio e alla maledizione della morte, affinché in noi possa rivivere l’uomo nuovo, divenuto nuova creatura e nuovo impasto, e tendere con Cristo all’immortalità e alla gloria eterna. Perciò i Cristiani debbono avere il loro pensiero rivolto a quella vita, la vita eterna, non alla presente così breve; e debbono sradicare dall’animo i piaceri e il desiderio della ricchezza che porta ai piaceri; e soprattutto debbono liberarsi della superbia, da cui derivano tutti i malvagi istinti; ricordandosi che “il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1Gv II,17).

12. Quanto importante sia poi insegnare queste verità e tutta l’altra dottrina circa i misteri di Dio, voi stessi, Venerabili Fratelli, nella vostra sapienza, facilmente lo intuirete. Soprattutto si deve attentamente considerare quante disposizioni si richiedono da coloro che sceglierete per il ministero Sacerdotale e per istruire il popolo nella dottrina Cristiana, quale innocenza di vita, quale integrità di costumi, quale castità, giustizia, pietà, religiosità: quanto sia importante che, se qualcosa di cattivo, qualcosa di vizioso, qualcosa di malvagio per cattiva abitudine si è introdotto nei costumi, i Parroci lo tolgano con delicatezza e con prudenza; che aiutino e istruiscano qualunque fedele con salutari ammonimenti e consigli; che alle anime fedeli diano le ali, mediante le quali da terra si elevino alla contemplazione delle realtà divine; e una volta strappate al mondo, donarle a Dio e cercare di riprodurre in loro l’immagine di Dio. Al contrario non si deve tollerare che i Parroci richiedano dai fedeli loro affidati un tenore di vita che essi non sono in grado di realizzare nella propria; e che rimproverino negli altri il loro modo di vivere, rifiutandosi poi di essere a loro volta corretti. A puri e santi costumi si deve aggiungere una dottrina bene assimilata, degna di un ecclesiastico. Abbiano una buona conoscenza della Scrittura: “Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2Tm III,16). Attingano, come a sorgente, al sacro libro di ambedue i Testamenti, alle tradizioni della Chiesa, agli scritti dei Santi Padri, dai quali scaturisce una dottrina pura e solida circa la fede e i costumi; consultino assiduamente e imparino il Catechismo Romano, somma di tutta la Dottrina Cattolica, da cui dedurre le prediche da tenere al popolo.

13. Riterrete dunque fedele ministro a cui affidare una porzione del gregge del Signore non colui che può vantare studi privati o una qualche raccomandazione, ma colui che è ottimo sotto ogni punto di vista; particolarmente colui la cui virtù e discrezione tenderebbero a rifiutare il ministero. Come regola generale, “non abbiate fretta di imporre le mani ad alcuno” (1Tm V,22), cosa che, a Nostro parere, inevitabilmente avviene quando le persone non vengono esaminate e provate che una o due volte; mentre il candidato dovrebbe essere accuratamente e attentamente interrogato e severamente giudicato, perché non accada che, “fatti complici dei peccati altrui” (1Tm V,22), meritiamo da Dio il castigo della nostra inconsulta temerità. Non vi infastidite, Venerabili Fratelli, se un po’ più a lungo ci soffermiamo su un argomento che richiede grande precauzione. Quali sono i sacerdoti, di solito tale generalmente è anche il popolo. In essi, soprattutto se sono Parroci, come in uno specchio, tutti fissano lo sguardo. Dobbiamo essere convinti che nessuno fa tanto male alla Chiesa quanto i Chierici viziosi, che trasmettono i loro vizi al popolo e lo corrompono al punto che il loro esempio si rivela più dannoso del peccato stesso.

14. Anche se fossero eccellenti coloro che abbiamo scelto per il sacro ministero, non per questo dobbiamo ritenere di avere adempiuto il dovere di evangelizzare; in questo modo noi daremmo l’impressione di avere ceduto ad altre mani le reti che il Signore ha affidato a noi perché fossimo “pescatori di uomini” (Mt IV,19). Principale dovere dei Vescovi è annunciare la Parola di Dio. “Guai a me se non predicassi il Vangelo, – gridava l’Apostolo – è un dovere per me” (1Cor IX,16); e dichiarava di avere ricevuto l’incarico da Cristo Signore non tanto di battezzare – ministero certamente santo – ma principalmente di evangelizzare (1Cor 1,17). A giudizio degli stessi Apostoli, il ministero della Parola occupa il primo posto; e quei santissimi uomini giudicarono che “non era giusto trascurarlo” (At VI,2); e per questo stabilirono di affidare ai Diaconi le altre opere che riguardavano il servizio della carità al prossimo (At VI,4). – E il beatissimo Paolo scrive a Timoteo; “Dedicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento” (1Tm IV,13). Se un Vescovo si ritiene non idoneo alla predicazione e dichiara che questo ministero non entra nelle sue capacità, non lasci mancare però il suo servizio nelle altre attività che in qualche modo riguardano la Parola di Dio. Pertanto, se ai Chierici ha ordinato di insegnare i primi elementi della Dottrina Cristiana ai fanciulli, non lasci mancare in questo settore la sua opera. Si affianchi ai parroci nell’insegnare al popolo, affinché il suo dovere di annunciare la Parola almeno in parte sia salvaguardato: cosa che sarà di grandissima utilità, perché stimolerà tutti a compiere ciascuno il proprio dovere. – Perciò non gli sia gravoso amministrare qualche volta i Sacramenti ai fedeli insieme ai Confratelli sacerdoti; andare ogni tanto in Coro a cantare i Salmi con i Canonici; presiedere personalmente gli incontri che ha messo in programma: in forza di questa presenza i sacri Ministri riceveranno una non piccola parte del suo spirito, come i settanta uomini dello spirito di Mosè. A questo si aggiunga il fatto che il popolo, che osserva questi comportamenti, si farà un’altissima opinione della santità del culto divino; e coloro che ne sono indegni, scoraggiati da questo sublime spettacolo, si guarderanno bene dall’aspirare al sacro Ministero.

15. Ma poiché il Vescovo non può governare la Chiesa e aver cura del suo gregge se è assente, bisogna che nessuno di voi si allontani dalla propria Chiesa per un certo tempo. Questo, che è richiesto dalla legge naturale, è stato sancito anche dai sacri canoni e specialmente dai Decreti Tridentini. E tutti i paesi della Diocesi debbono essere visitati affinché, se in qualcuno di essi la forza delle leggi ha incominciato a indebolirsi, voi li salviate dalla negligenza dei ministri o dalla disobbedienza dei sudditi. Se poi qualche volta ci sarà un motivo piuttosto grave e inderogabile per cui vi dovete allontanare dalla Chiesa e rimanere assenti per un certo periodo di tempo, in nome di Dio vi prego: fate in modo che la Chiesa non debba desiderare troppo a lungo il proprio Pastore; pensate che la vostra assenza rappresenta sempre per lei un pericolo.

16. Inoltre alle parole si aggiunga sempre l’esempio: “Offriamo noi stessi come esempio in tutto di buona condotta” (Tt II,7), perché “il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro” (Tt II,8). Le opere non siano mute, perché non illuminate dalla parola: e le parole non debbono vergognarsi, perché non confermate dai fatti; teniamo ben fisso nell’animo che il perfetto Principe della Chiesa deve possedere come sua dote particolare le più grandi virtù, perché la sua vita sia resa splendente dalla parola, e la dottrina dalla vita. La casa di ognuno di noi sia cattedra di pudore e di moderazione, modello di Disciplina Ecclesiastica; in essa regnino sempre dignità e concordia: ciò conseguiremo se non ci lasceremo condizionare dalla volontà e dal favore di alcuno, se in nulla cederemo alla debolezza dell’animo e alla mollezza, se a nessuno concederemo privilegi, perché questo molto spesso genera confusione nel governo della Chiesa, e può portare anche ad offese gravi, e procurare al Vescovo invidia e disprezzo.

17. Quanto a noi, i nostri occhi “hanno anticipato le veglie” (Sal LXXVI,5) per arrivare a costituire nelle diverse Città Vescovi che all’Episcopato portino una dottrina sana, una vita irreprensibile, un animo pronto a tutto per Cristo; Vescovi che abbiano una concezione esatta del ministero loro conferito: un ministero in cui colui che è a capo non si esalti per la grandezza della dignità ma si abbassi con la forza dell’umiltà. E nel cercare e chiedere informazioni circa le persone che vogliamo preporre ad un così grande ministero, ci serviremo della vostra testimonianza e autorità, confidando nel senso religioso e nella fedeltà della vostra testimonianza, intimamente certi che voi non terrete conto né della carne né del sangue, ma solo di colui che vi ha chiamato “a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo” (Ef IV,12).

18. Ancora un ammonimento, Venerabili Fratelli, circa la forza e il coraggio, di cui c’è estremamente bisogno contro tutto ciò che attenta all’ortodossia della fede, ferisce la pietà, rovina l’integrità dei costumi. Vi prego: “Siamo pieni di forza con lo Spirito del Signore, di giustizia e di coraggio” (Mi III,8). Non lasciamo, a somiglianza di “cani muti incapaci di latrare” (Is LVI,10), che “i nostri Greggi diventino una preda e le nostre pecore il pasto d’ogni bestia selvatica” (Ez XXXIV,8); niente ci trattenga dall’esporci ad ogni genere di combattimento per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Pensiamo attentamente “a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori” (Eb XII,3). Se ci arrestiamo davanti all’audacia dei malvagi, sono già crollate la forza morale dell’Episcopato e la divina e sublime potestà di governare la Chiesa; e non possiamo più continuare a considerarci, anzi non possiamo neanche più essere Cristiani, se temiamo le minacce e le insidie degli uomini perversi. Riponendo fiducia “non in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti” (2Cor 1,9), elevati e come protesi verso il cielo, disprezzando le realtà caduche della terra, invochiamo il Signore: “Mio solo rifugio nel giorno della sventura” (Ger XVII,17), e non ci lasciamo abbattere né nello spirito né nel corpo: “Siamo infatti collaboratori di Dio” (1Cor III, 9), e il Signore è con noi “sino alla fine del mondo” (Mt XXVIII,20). Nessuno scandalo, nessuna persecuzione scuota la nostra fermezza, per non dimostrarci ingrati a Dio che ci ha eletti e il cui aiuto è sicuro quanto le sue promesse.

19. Infine, poiché nel giudizio eterno dovremo rendere conto prima di tutti e davanti a tutti quelli che portano il nome di Cristo, vi preghiamo, Venerabili Fratelli, e vi supplichiamo: qualora sorgano scandali o dissensi che non siete in grado di dominare, rivolgetevi a questa Sede del Beatissimo Principe degli Apostoli, Capo e vertice dell’Episcopato, da cui lo stesso Episcopato e ogni potere legato a questo nome è derivato. Di qui, come dalla sua sorgente nativa, tutte le acque scaturiscono e, limpide perché derivate da un capo puro, scorrono nelle diverse regioni di tutto il mondo; di qui tutte le Chiese attingano quello che si deve prescrivere in questi casi e come purificare coloro che un’acqua degna solo di corpi mondi vorrebbe evitare, perché immersi in un fango da cui è difficile liberarsi. Confidando prima di tutto nella potenza di Dio, poi nella protezione del Beato Pietro, Noi vi verremo incontro con il consiglio, con l’aiuto, con l’autorità. Siamo pronti per voi a “prodigarci volentieri, anzi a consumarci” (1Cor XII,15), per difendere l’incolumità della Chiesa e quella dei Fratelli. Del resto anche sotto il peso dell’incarico che ci è stato imposto “abbiamo avuto fiducia in Dio” (2Ts II,2): da Lui è venuto il peso, da Lui verrà anche l’aiuto; Egli che ci ha conferito la dignità ci darà anche la forza, perché la debolezza non soccomba sotto la grandezza della grazia. Frattanto invocate nella preghiera la misericordia e la clemenza del nostro Dio, affinché nei nostri giorni ci salvi da quelli che ci combattono; irrobustisca la vostra fede; moltiplichi la devozione; faccia fiorire la pace; e poiché ha voluto affidare a me, suo piccolo servo, il governo della Chiesa, si degni di rendermi capace di così grande missione e pronto alla vostra difesa; e per questo allunghi i tempi del nostro servizio, affinché giovi alla crescita spirituale ciò che avrà concesso all’età. La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo sia con voi; vi benediciamo e vi salutiamo con il bacio santo; e a tutti i Confratelli sacerdoti e a tutti gli altri Fedeli delle vostre Chiese con tanto amore impartiamo la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 14 settembre 1758, nell’anno primo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: SS. PIO XII- “ECCLESIÆ FASTOS”

… certo non mancano anche oggi coloro che la respingono (la Chiesa Cattolica), che tentano di inquinarla con fallaci errori o che – calpestando la libertà che compete alla Chiesa e ai cittadini – si sforzano con menzogne, persecuzioni e vessazioni di sradicarla dagli animi e di distruggerla …. Questa è una delle amare considerazioni che il Pontefice inserisce nel testo di questa bellissima lettera Enciclica dedicata a S. Bonifazio, Vescovo e martire della Chiesa Cattolica. In essa infatti viene brevemente delineata la figura dello straordinario Santo, evangelizzatore di barbari popoli nordici, da lui ricondotti nell’alveo della Chiesa di Cristo ed alla comunione di Fede con la Sede Apostolica Romana, la Cattedra di Pietro, Vicario del Redentore e Signore Nostro Gesù-Cristo. L’apologia del Santo Vescovo è lo spunto per richiamare l’attenzione dei credenti e dei dissidenti sulla necessità assoluta, per la salvezza dell’anima, di aderire alla Sede Apostolica del Principe degli Apostoli, come si può tra l’altro osservare da questo passaggio: « … Coloro che ricusano questa pietra e si sforzano di costruire fuori di essa non fanno che gettare sulla mobile rena i fondamenti di un edificio barcollante; e i loro sforzi, le loro opere e imprese, come tutte le cose umane, non possono essere solide, né valide, né stabili; ma, come insegna la storia antica e recente, per le opinioni di menti discordi e le varie vicende degli eventi, quasi per necessità con l’andar del tempo si mutano e si trasformano … ». Questa è infatti una delle verità più necessarie di cui tener conto nel costruire la propria vita spirituale: l’adesione al Romano Pontefice ed al suo Magistero perenne, irriformabile ed infallibile, “condicio sine qua non” per accedere alla eterna felicità. Questo è e sarà il motivo della eterna perdizione per tutti coloro che disconosceranno la pietra sulla quale il divin Redentore ha fondato il suo edificio spirituale, scala che permette l’ingresso nella vita della eterna beatitudine. Chi se ne allontana, come oggi praticamente tutti i fedeli del “novus ordo”, che aderiscono nientemeno che a … due antipapi (orrore e raccapriccio solo a leggerlo !!), i fedeli (… o meglio infedeli) delle sette scismatiche dei fallibilisti orientali ed occidentali e dei balordi sedevacantisti ( … che aderiscono a se stessi, autonominandosi papi di fatto, cani sciolti che si garantiscono da sé la loro personale falsa religione ed i sacrileghi sacramenti), praticamente sta percorrendo “allegramente” la via della perdizione che conduce negli inferi. La dottrina cattolica è chiarissima, comprensibile a tutti, almeno a coloro che non vogliono dormire ad occhi chiusi, e questa lettera né è un’ulteriore testimonianza, come da sempre è stato chiaro che: … chi non è soggetto al Romano Pontefice è fuori dalla Chiesa Cattolica, (bolla “Unam sanctam”, di un altro Bonifacio: Bonifacio VIII) e quindi da ogni forma di salvezza possibile. Godiamoci quindi questo bellissimo panegirico del Sommo Pontefice E. Pacelli sulla figura di San Bonifacio e traiamone spunto per le nostre considerazioni in merito all’eterna salvezza.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

ECCLESIÆ FASTOS (1)

XII CENTENARIO DELLA MORTE 
DI S. BONIFACIO

È sommamente conveniente e opportuno non soltanto rivolgere la mente ai fasti della chiesa, ma anche commemorarli con pubblici festeggiamenti, poiché di qui facilmente si vede come nessun secolo mai nella società fondata da Gesù Cristo fu sterile di santità; e inoltre, quando si propongono appositamente all’attenzione di ognuno chiari esempi di virtù che dagli stessi fasti rifulgono, l’animo s’infiamma e vivamente si accende a imitarli secondo le proprie forze. Ci ha rallegrato pertanto la notizia a Noi riferita che, soprattutto in quelle nazioni che per motivi speciali si sentono grate verso san Bonifacio, chiaro decoro e gloria dell’ordine benedettino, si intende commemorare quest’anno con grande giubilo e con pubbliche preghiere il dodicesimo centenario di quell’avvenimento per cui egli, subìto il martirio, volò alla patria celeste. Ma se le vostre nazioni hanno motivo di venerare quest’uomo santissimo e le sue preclare gesta in questa fausta ricorrenza, molto più ne ha motivo questa sede apostolica, che lo vide tre volte, dopo lungo e aspro cammino, entrare in Roma in pio pellegrinaggio, inginocchiarsi davanti al sepolcro del principe degli apostoli per venerarlo e chiedere ai Nostri predecessori con animo di figlio devotissimo il mandato per potere, come fortemente desiderava, portare a genti lontane e barbare il Nome del divino Redentore e i princìpi della cultura e della civiltà cristiana. Nato di stirpe anglosassone, fin dai primi anni sentì forte l’invito dall’alto che lo spingeva ad abbandonare l’avito patrimonio e i piaceri del mondo e a chiudersi nel sicuro recinto del chiostro per poter più facilmente attendere alla contemplazione e conformarsi interamente ai precetti evangelici. Ivi fece grandi progressi non solo nello studio delle umane lettere e delle scienze sacre, ma ancora nella cristiana virtù, tanto da venir in seguito eletto a capo del suo cenobio. Tuttavia, dotato com’era di animo fatto per maggiori e più grandi cose, già da tempo aveva in animo di portarsi in terra straniera e tra genti barbare per rischiararle con la luce dell’evangelo e informarle ai cristiani comandamenti. Nulla lo tratteneva, nulla lo impediva: non il distacco dalla patria carissima, non i lunghi e difficili viaggi e neppure i pericoli d’ogni genere che potevano venirgli da parte di popolazioni sconosciute. Nel suo animo apostolico c’era qualcosa di così appassionato, di così veemente, di così forte da non poter in alcun modo essere trattenuto da considerazioni e da vincoli umani.

I

È senza dubbio cosa ammirevole che la Gran Bretagna, la quale, circa cent’anni prima, dal Nostro predecessore d’immortale memoria Gregorio Magno – che vi aveva inviato un validissimo stuolo di figli di san Benedetto guidati da sant’Agostino – era stata richiamata alla religione cristiana dopo tante vicende; è, diciamo, cosa ammirevole che a quel tempo mostrasse già una fede così solida e fiorisse già di così accesa carità da inviare spontaneamente alle altre genti, come fiume in piena che irrighi le terre circostanti e le fecondi, non pochi uomini eccellenti di cui era fornita, i quali le guadagnassero a Gesù Cristo e le unissero con saldi legami al suo vicario in terra; ciò avvenne quasi come prova di gratitudine per i benefici da essa ricevuti della religione cattolica, della civiltà, della gentilezza cristiana. – Fra costoro primeggiava senza dubbio, per zelo missionario e per fortezza d’animo congiunta a dolcezza di costumi, Winfrido, che fu poi chiamato Bonifacio dal romano pontefice san Gregorio II. Egli con uno stuolo di compagni, piccolo per numero ma grande per virtù, si accinse all’impresa di evangelizzazione a cui già da tempo pensava; perciò salpò dai lidi di Bretagna e sbarcò sulla spiaggia della Frisia. Ma siccome colui che dominava tirannicamente in quella regione era aspro nemico della religione cristiana, gli sforzi di san Bonifacio e dei suoi compagni furono vani. Dopo inutili fatiche e vani tentativi, con i suoi compagni fu costretto a tornare in patria.  – Ma l’animo suo non si scoraggiò, e dopo non lungo intervallo volle venire a Roma, presentarsi alla sede apostolica e chiedere umilmente allo stesso vicario di Gesù Cristo il sacro mandato, per potere con esso più facilmente, con l’aiuto della divina grazia, raggiungere la difficile meta che era al colmo del suo desiderio. E così dopo che «ebbe messo piede felicemente sul soglio del beato Pietro apostolo» (2) ed ebbe venerato con somma pietà il sepolcro del principe degli apostoli, supplicò di essere ammesso alla presenza del predecessore Nostro di s. m. Gregorio II. – Il Pontefice lo accolse volentieri ed egli gli «narrò per esteso tutte le circostanze del suo viaggio e della sua venuta e gli confidò ansiosamente l’angoscioso desiderio e le lunghe fatiche. Subito il santo papa con ilare volto e sguardo gioioso lo fissò», (3) gli fece animo, lo incitò a intraprendere con fiducia questa lodevole opera e a tale fine lo munì di lettere apostoliche e di apostolica autorità. – Il mandato ricevuto dal vicario di Gesù Cristo sembrò conciliargli la grazia e gli aiuti divini; da essi confortato, senza lasciarsi impressionare da difficoltà di uomini e di cose, poté con migliori auspici e più abbondanti frutti incominciare e continuare l’impresa da tanto tempo desiderata. L’apostolico agricoltore percorse varie regioni della Germania e della Frisia: dove non vi era nessuna traccia della Religione cristiana, ma costumi barbari, selvaggi e feroci; ivi sparse con larga mano il seme dell’Evangelo e lo fecondò con le sue assidue fatiche e con il suo sudore; dove invece le comunità cristiane giacevano abbandonate e misere nell’inerzia, perché prive del legittimo pastore, o perché venivano allontanate dalla fede genuina e dai retti costumi da ministri del culto corrotti e ignoranti, ivi egli fu riformatore prudente e inflessibile della vita privata e pubblica, solerte operaio, instancabile e zelantissimo propulsore e restauratore di ogni virtù. – I felici risultati di Bonifacio furono riferiti al medesimo Nostro predecessore, che lo chiamò al soglio apostolico e a lui, benché restìo per umiltà, «dichiarò che voleva imporgli la dignità episcopale, perché così potesse con maggiore fermezza correggere e riportare sulla via della verità gli erranti, si sentisse sostenuto dalla maggiore autorità della dignità apostolica e fosse tanto più accetto a tutti nell’ufficio della predicazione quanto più appariva che per questo motivo era stato ordinato dall’apostolico presule». (4)  – In tal modo consacrato « Vescovo regionale » dallo stesso Pontefice Massimo, ritorna alle immense regioni a lui affidate, dove con la nuova dignità e autorità riprende le fatiche apostoliche con più vivo impegno. – Come fu assai caro a questo Pontefice per lo splendore della sua virtù e per il vivissimo zelo di dilatare il regno di Cristo, parimenti lo fu ai suoi successori; e cioè a san Gregorio III, che per i suoi meriti lo nominò Arcivescovo e lo onorò del sacro pallio, dandogli la facoltà di costituire legittimamente e riformare la gerarchia ecclesiastica in quelle regioni e di consacrare nuovi vescovi « per illuminare la gente germanica »; (5) a san Zaccaria, che con affettuosissima lettera confermò il suo ufficio e ne tessé ampia lode; (6) e infine a Stefano III, al quale appena eletto egli, ormai vicino al termine di questa vita mortale, scrisse una lettera piena di devoto ossequio. (7)  – Bonifacio, avvalendosi dell’autorità e della benevolenza di questi papi, per tutto il tempo del suo ufficio, con zelo sempre più ardente percorse le immense regioni ancora sommerse nelle tenebre dell’errore, le rischiarò con la luce della verità evangelica e fece sorgere per esse con la sua opera instancabile una nuova èra di cristiana civiltà. La Frisia, l’Alsazia, l’Austrasia, la Turingia, la Franconia, l’Assia, la Baviera lo ebbero instancabile seminatore della parola divina e padre di quella nuova vita che nasce da Gesù Cristo e si alimenta della sua grazia. Desiderava vivamente giungere fino a quella «antica Sassonia» (8) da cui riteneva provenissero i suoi avi; ma non poté condurre a lieto fine questi suoi propositi. – Per poter intraprendere, continuare e condurre a termine quest’opera immensa, supplicò e chiamò a sé nuovi compagni di fatica e anche compagne (cioè monache, fra le quali primeggia per perfezione di vita evangelica Lioba) dai cenobi benedettini della sua patria, allora fiorenti per dottrina, fede e carità; essi lo raggiunsero ben volentieri e gli prestarono preziosissimo aiuto. E non mancarono coloro che, nelle stesse terre da lui percorse, dopo che ebbero ricevuto il lume dell’evangelo, abbracciarono con così viva ed energica volontà la nuova religione e vi aderirono così intensamente, da impegnarsi a propagarla secondo le loro forze fra tutti quelli che potevano. Poiché dunque, come dicemmo, munito dell’autorità dei romani pontefici « san Bonifacio incominciò dappertutto, quale nuovo archimandrita, a seminare divine piantagioni e ad estirpare quelle diaboliche, a edificare cenobi e chiese, a preporre a quelle chiese pastori prudenti », (9) a poco a poco le condizioni di quei paesi mutarono. Si potevano vedere moltitudini di uomini e di donne accorrere numerosi a sentir predicare quest’uomo apostolico; ascoltandolo restare commossi; abbandonare le vecchie superstizioni; infiammarsi d’amore verso il divin Redentore; conformare alla sua attraente dottrina i propri costumi aspri e corrotti; lavarsi nelle acque purificatrici del battesimo e cominciare una vita interamente nuova. Si costruirono cenobi di monaci e di monache, che divennero sede non solo di culto divino, ma anche di civiltà, di lettere, di scienze e di arti. Ivi, dopo aver diradate o interamente tagliate e abbattute selve impervie inesplorate e tenebrose, furono coltivati nuovi campi a comune vantaggio; si cominciarono a costruire qua e là nuove dimore umane, che nel corso dei secoli sarebbero poi divenute popolose città. – Il fiero popolo germanico, il quale, gelosissimo della sua libertà, a nessuno mai aveva voluto piegarsi e, senza neppur lasciarsi atterrire dalle potentissime armi dei romani, non si era mai stabilmente sottomesso al loro dominio, dopo essere stato evangelizzato da questi inermi messaggeri di Cristo, finalmente obbedendo ad essi, piega la fronte; viene imbevuto delle bellezze della verità della nuova dottrina, ne è intimamente scosso e attratto; e infine si avvera il felice evento: e cioè spontaneamente si sottomette al soavissimo giogo di Gesù Cristo. – Per opera di san Bonifacio si aprì senza dubbio per il popolo germanico una nuova èra: nuova non solo per quanto riguarda la religione cristiana, ma anche per una vita civile e insieme più umana. A buon diritto perciò questo popolo lo considera e lo onora come suo padre, e gli deve perenne gratitudine; inoltre deve conformarsi completamente al suo fulgido esempio di ogni virtù. «Non solo Dio onnipotente si può chiamare Padre spirituale, ma anche tutti coloro che ci hanno condotti con la dottrina e con l’esempio alla conoscenza della verità, che ci hanno incitati alla fedeltà verso la Religione. … Proprio per questo motivo, il santo Vescovo Bonifacio può dirsi padre di tutti gli abitanti della Germania, perché per primo li ha generati a Cristo con la parola della sua santa predicazione, li ha confermati con l’esempio, e infine ha dato per essi la vita, carità questa di cui non può darsi maggiore». (10)  – Fra i vari cenobi, che egli eresse in quelle regioni in numero non esiguo, viene senza dubbio in primo luogo quello di Fulda, apparso ai popoli come un faro che indica con la sua luce il cammino alle navi fra le onde del mare. In esso fu fondata come una nuova Città di Dio, nella quale innumerevoli monaci, succedendosi gli uni agli altri, si formavano con diligenza nelle discipline profane e sacre; nella preghiera e nella contemplazione si preparavano a combattere le future pacifiche battaglie; indi come sciami di api, dopo aver attinto dai libri sacri e profani il dolce miele della sapienza, partivano per le varie regioni a diffonderlo e a farne generosamente partecipi gli altri. Nessun ramo di scienza e di arte fu trascurato. Gli antichi codici furono accuratamente ricercati, fedelmente trascritti, artisticamente miniati e diligentemente commentati; perciò a buon diritto si può affermare che le scienze sacre e profane, che oggi fanno tanto onore al popolo germanico, vi trovarono la culla a cui esso guarda con venerazione. – Inoltre da queste dimore partirono innumerevoli monaci benedettini, i quali con la croce e con l’aratro, cioè con la preghiera e con il lavoro, portarono alle terre ancora avvolte nelle tenebre la luce del Cristianesimo e della civiltà; per la loro lunga e instancabile opera selve immense, già popolate di bestie feroci e quasi inaccessibili all’uomo, divennero campi coltivati e fecondi. E quelle tribù, prima divise tra loro a causa di rozzi e feroci costumi, divennero col tempo una sola nazione ammansita dalla mitezza e dal vigore dell’Evangelo e luminosa per le virtù cristiane e civili. – Ma soprattutto il monastero di Fulda fu domicilio della preghiera e della contemplazione divina. Ivi i monaci, prima di intraprendere la difficile impresa di evangelizzare i popoli, nella preghiera, nella penitenza, nel lavoro si sforzavano di conformarsi all’ideale di santità. Lo stesso Bonifacio, appena poteva riposarsi per un certo tempo dalle fatiche apostoliche o appartarsi un poco, volentieri vi si rifugiava per temprare e rafforzare il suo animo nella contemplazione delle cose celesti e nella continua preghiera. « C’è una località selvaggia – così scriveva al Nostro predecessore di s. m. Zaccaria – nella solitudine di un estesissimo eremo, nel centro dei popoli ai quali predichiamo, in cui abbiamo costruito un monastero e abbiamo costituito monaci che vivono sotto la regola del santo padre Benedetto: uomini di austera penitenza, che si astengono dalla carne e dal vino, senza birra e senza servi, contenti del lavoro delle proprie mani. … In questo luogo, con il consenso della Santità vostra, mi sono proposto, riposando un po’ per pochi giorni, di recuperare le forze del mio corpo indebolito per la vecchiaia e di esservi poi sepolto dopo morto. Vi sono quattro popolazioni a cui abbiamo predicato con la grazia di Dio la verità di Cristo, che abitano nei dintorni di questo luogo; ad esse, con il vostro assenso, finché vivo e sono in me, posso essere utile. Desidero, con le vostre preghiere e con la grazia di Dio, perseverare nell’unione con la romana chiesa e al vostro servizio fra i popoli germanici ai quali fui mandato, e obbedire al vostro comando». (11) – Soprattutto nel silenzio di questo cenobio egli attinse da Dio la forza per partire animosamente a iniziare nuove battaglie e condurre dovunque poté tante popolazioni germaniche all’ovile di Gesù Cristo o ricondurle e riconfermarle nella fede, o anche, non di rado, a stimolarle a raggiungere la perfezione evangelica della vita. – Ma se Bonifacio fu in modo del tutto speciale apostolo della Germania, lo zelo che lo infiammava per la dilatazione del regno di Dio non si limitava ai confini di questa nazione. Anche la chiesa in Gallia, che fin dall’età apostolica aveva abbracciato generosamente la fede cattolica e l’aveva consacrata con il sangue di un numero sterminato di martiri, e che anche dopo la fondazione dell’impero dei Franchi aveva scritto nei fasti del Cristianesimo pagine degne di somma lode, in quell’epoca aveva bisogno di una riforma dei costumi, della restaurazione e rinnovamento della vita cristiana. Non poche erano le diocesi prive del loro Vescovo o affidate a un pastore non degno; in alcuni luoghi svariate superstizioni, eresie, scismi turbavano molti animi; già da lungo tempo per grave negligenza non si celebravano i Concili ecclesiastici, molto necessari per tutelare l’integrità della Religione, restituire la disciplina del clero, riformare i pubblici e privati costumi; i sacerdoti spesso erano ìmpari all’alta dignità del loro ufficio; e non di rado il popolo giaceva in una grande ignoranza della Religione cristiana e perciò schiavo della corruzione. Erano pervenute all’orecchio di san Bonifacio notizie di questa triste situazione; appena egli si accorse della crisi in cui si dibatteva l’illustre chiesa dei franchi, mise mano a sanare radicalmente questa situazione con assiduo zelo. – Tuttavia anche in queste gravi difficoltà capì di aver bisogno dell’autorità della sede apostolica; (12) munito della quale, come legato del romano Pontefice;(13) per lo spazio di circa cinque anni lavorò con infaticabile impegno e somma prudenza a richiamare la chiesa dei franchi al primitivo splendore. «… Allora con l’aiuto di Dio e per suggerimento dell’arcivescovo san Bonifacio fu rinsaldata l’eredità della religione cristiana, furono tra i franchi rivedute le disposizioni sinodali dei padri ortodossi e tutto fu emendato e rinnovato con l’autorità dei canoni». (14) Infatti quattro Concili furono celebrati a questo scopo per stimolo e interessamento di san Bonifacio; (15) e il quarto di essi fu per tutto l’impero franco; venne restaurata la Gerarchia ecclesiastica; furono scelti e destinati alle proprie sedi Vescovi degni di questo nome e di questo ufficio; la disciplina del clero fu con ogni impegno restaurata e riformata; garantita l’autorità dei sacri canoni; emendati con diligente cura i costumi del popolo cristiano; proibite le superstizioni; (16) riprovate e condannate le eresie; (17) felicemente composti gli scismi. Con grande gioia di san Bonifacio e di tutti i buoni si vide allora la chiesa dei franchi splendere di nuova luce e pienamente rifiorire; i vizi furono sradicati o almeno diminuiti; restituito l’onore alle virtù cristiane; la necessaria comunione con il romano pontefice rafforzata con vincoli più stretti e più saldi. I padri del Concilio generale di tutto l’impero franco inviarono gli atti, che avevano solennemente sancito, a Roma al Sommo Pontefice, quale luminoso documento della propria Fede Cattolica e di quella dei loro fedeli, documento che essi deponevano davanti al sepolcro del Principe degli Apostoli a testimonianza della propria venerazione, pietà e unità. (18) – Condotta a termine, con l’aiuto di Dio, anche questa grave impresa, san Bonifacio non si concesse il meritato riposo. Per quanto oppresso dal peso di tante sollecitudini e pur sentendosi ormai giunto alla vecchiaia e con la salute scossa per tante fatiche incontrate, si preparò tuttavia appassionatamente a una nuova e non meno ardua impresa. Rivolse di nuovo lo sguardo e il pensiero alla Frisia: a quella Frisia che era stata la prima meta dei suoi viaggi apostolici e dove anche in seguito aveva tanto lavorato. Questa regione, specialmente nella sua parte settentrionale, giaceva ancora avvolta nelle tenebre degli errori pagani; con animo giovanile si diresse dunque verso di essa per generare nuovi figli a Gesù Cristo e portare ad altri popoli la civiltà cristiana. Era infiammato dal desiderio « di ricevere la mercede al termine della sua vita anche dove aveva svolto inizialmente l’opera della predicazione, accantonando titoli per il suo premio eterno». (19) Sentendosi ormai vicino al termine della vita, con queste parole scriveva presago al suo discepolo carissimo, il Vescovo Lullo, dimostrando contemporaneamente di non volere star ad aspettare la morte in ozio: « Io desidero condurre a termine il proposito di questo viaggio; non posso in alcun modo rinunziare al desiderio di partire. È vicino il giorno della mia fine e si approssima il tempo della mia morte; deposta la salma mortale, salirò all’eterno premio. Ma tu, figlio carissimo, richiama senza posa il popolo dal ginepraio dell’errore, compi l’edificazione della già iniziata basilica di Fulda e ivi deporrai il mio corpo invecchiato per lunghi anni di vita». (20)  – Licenziatosi non senza lacrime dai suoi con un piccolo stuolo di compagni, «percorse l’intera Frisia, e, aboliti i riti pagani e stroncati i costumi depravati dei gentili, predicava dappertutto indefessamente la parola di Dio; dopo avere spezzato gli idoli dei templi pagani, costruì con grande cura delle chiese. Battezzò parecchie migliaia di uomini, donne, fanciulli».(21) Giunto nella parte settentrionale della Frisia, mentre stava per conferire il Sacramento della Cresima a una moltitudine di neofiti già battezzati con l’acqua lustrale, irruppe all’improvviso contro di essi una furibonda schiera di pagani, che agitando spaventosamente le aste e le spade minacciava di uccidere. Allora il santo Vescovo, fattosi avanti con fronte serena, « vietò ai suoi di combattere dicendo: “Cessate, figliuoli, dai combattimenti, abbandonate la guerra, poiché la testimonianza della Scrittura ci ammonisce di non rendere male per male, ma bene per male. Ecco il giorno da tempo desiderato, ecco che il tempo della nostra fine è venuto; coraggio nel Signore… Siate forti, non lasciatevi atterrire da coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima immortale; godete nel Signore e fissate l’àncora della vostra speranza in Dio, che vi darà subito la mercede del premio eterno e la sede dell’aula celeste con i cittadini del cielo, gli Angeli”». (22) Incitati da queste parole alla palma del martirio, volgendo tutti in preghiera la mente e gli occhi al cielo, dove speravano di ricevere tra breve il premio eterno, subirono l’impeto dei nemici, i quali insanguinarono quei corpi « con una felice strage di santi ». (23) Accadde che Bonifacio, al momento del suo martirio, « mentre stava per esser colpito dalla spada pose sul suo capo l’Evangeliario per ricevere il colpo del carnefice sotto di esso e avere in morte il presidio di quel santo libro, di cui in vita aveva amato la lettura». (24) – Con questa morte gloriosa, che gli apriva sicura la via all’eterna beatitudine, san Bonifacio terminò il corso della sua vita, che fu tutta spesa alla gloria di Dio e per la salvezza sua e degli altri. Le sue sacre spoglie, dopo varie vicende, « furono portate al luogo che egli vivente aveva designato », (25) cioè al monastero di Fulda, ove i discepoli al canto dei Salmi e con molte lacrime gli diedero degna sepoltura. A questo sepolcro guardarono con venerazione turbe sterminate di popoli e tuttora vi guardano, poiché ivi sembra quasi che san Bonifacio ancor vivo parli a tutti coloro, i cui avi generò a Gesù Cristo e condusse a una vita e civiltà cristiana; parla, diciamo, con l’ardore della sua carità e della sua pietà, con l’invitta fortezza del suo animo, con l’integrità della sua fede, con lo zelo indefesso fino al termine della vita, con il suo apostolato e con la sua morte decorata della palma del martirio. – Appena da questa vita mortale egli volò al cielo, tutti incominciarono a esaltare la sua santità e a venerarlo in privato e pubblicamente. Tanto presto si propagò la fama della sua santità, che in Gran Bretagna, poco dopo il martirio di san Bonifacio, Cutberto, Arcivescovo di Canterbury, scrivendo di lui, dava la seguente testimonianza: « Con piacere consideriamo e veneriamo quest’uomo, esaltandolo tra gli egregi grandi Dottori della fede ortodossa. Perciò nel nostro sinodo generale, introducendo il giorno natalizio di lui e dello stuolo di coloro che con lui subirono il martirio, abbiamo decretato di celebrarne solennemente ogni anno la festa». (26) Lo stesso fecero fin dall’antichità con uguale ardore la Germania, la Francia e altre nazioni. (27)

II

Da dove, venerabili fratelli, san Bonifacio attinse tanta instancabile energia e quella invitta fortezza d’animo con cui poté affrontare tante difficoltà, sottoporsi a tanti travagli, superare tanti pericoli; con la quale poté combattere fino alla morte per la dilatazione del regno di Gesù Cristo, conquistando la corona del martirio? Senza dubbio dalla grazia di Dio, che egli implorava con umile continua intensa preghiera. Era talmente guidato e infiammato dall’amore di Dio, che altro non desiderava che di congiungersi con lui ogni giorno con vincoli più stretti; nient’altro che stare a colloquio con lui il maggior tempo possibile; nient’altro che propagare la sua gloria anche tra popoli sconosciuti e portare a Lui in atto di venerazione, di ossequio e di amore il più gran numero possibile di uomini. Poteva a buon diritto attribuirsi e ripetere quelle parole di san Paolo: «La carità di Cristo ci spinge» (2 Cor V, 14). E anche quelle altre: «Chi ci separerà dalla carità di Cristo? La tribolazione? L’angustia? La fame? Io sono certo che né la morte, né la vita, né il presente, né il futuro, né fortezza, né altezza, né profondità, né altra creatura ci potrà separare dalla carità di Dio in Gesù Cristo Signore nostro» (Rm VIII, 35.38.39). – Ogni volta che questa divina carità invade gli animi, li informa e li stimola, ben possono gli uomini far propria la sentenza di Paolo: «Tutto io posso in colui che mi dà forza» (Fil. IV, 13); nulla perciò – e lo insegna la storia della Chiesa – nulla può impedire o ostacolare i loro sforzi e le loro fatiche. Allora in modo mirabile felicemente si ripete ciò che avvenne al tempo degli Apostoli: «… per ogni terra si diffuse la loro fama e le loro parole giunsero ai confini del mondo» (Sal. XVIII,5; Rm X,18). Per mezzo di essi l’Evangelo di Gesù Cristo ha nuovi propagatori, i quali animati da questa forza soprannaturale non possono esser trattenuti altro che dalle catene da cui siano stretti, come anche oggi vediamo con grande tristezza; nulla li può fermare se non la morte; tale morte però che, abbellita dalla palma del martirio, sempre commuove grandi moltitudini e fa sorgere – come accadde ai tempi di san Bonifacio – sempre nuovi seguaci del divino Redentore. – Quanta fiducia riponesse quest’uomo nella divina grazia, che impetrava con supplice preghiera affinché le sue imprese potessero dare abbondanti frutti, ben si vede dalle sue lettere, nelle quali si rivolgeva senza posa al romano Pontefice (28) e ai suoi amici insigni per santità, e anche alle monache, le cui comunità aveva fondato o desiderava formare, attraverso il suo saggio consiglio, all’ideale di perfezione evangelica, affinché con le loro preghiere gli volessero ottenere dal cielo conforto e aiuto. Ci piace citare come esempio ciò che scrive « alle venerabili e dilettissime sorelle Leobgita, Tecla e Cyneilda»: «Vi prego, anzi vi comando come a figlie carissime, che supplichiate Dio con le vostre incessanti preghiere, come del resto confidiamo che voi fate, avete fatto e farete senza posa… E sappiate che noi lodiamo il Signore, e sono cresciute le tribolazioni del nostro cuore, affinché il Signore Dio che è rifugio dei poveri e speranza degli umili, ci liberi dalle nostre necessità e dalle tentazioni di questa triste vita, affinché la parola di Dio si espanda e sia fatto conoscere il glorioso Evangelo di Cristo e affinché la grazia di Dio in me non sia vana. E poiché io sono l’ultimo e il peggiore di tutti coloro che la Chiesa Cattolica e Apostolica Romana ha mandato a predicare l’Evangelo, pregate perché io non muoia sterile e proprio senza alcun frutto dell’Evangelo». (29) – Queste parole, come mettono in mostra il suo zelo per diffondere il regno di Gesù Cristo, zelo che egli irrobustiva con la continua orazione sua e degli altri, così pure pongono in rilievo la cristiana umiltà e la totale devozione e unione alla Chiesa Apostolica Romana. Questa intensa devozione ed unione strettissima egli custodì accuratamente e fervidamente per tutta la vita; tanto che si può veramente dire che essa fu lo stabile fondamento del suo lavoro apostolico. – Sebbene abbiamo già sopra accennato ai suoi pii pellegrinaggi al sepolcro del beato Pietro e alla sede del Vicario di Gesù Cristo, vogliamo qui parlarne più estesamente affinché sia ben manifesto il suo impegno di obbedienza e deferenza verso i Nostri predecessori e parimenti sia messo in luce il grande affetto che avevano verso di lui i Romani Pontefici. – La prima volta che venne in quest’alma città, per ricevere da san Gregorio II, Pontefice Massimo, il mandato di predicare la divina parola, il Nostro predecessore, appena lo conobbe, gli diede l’approvazione e lo lodò, scrivendogli poi con animo paterno queste parole: «Il religioso proposito che Ci hai manifestato, pieno di amore per Cristo, e le prove che Ci sono state date dalla tua sincera fede esigono che Noi ti abbiamo come collaboratore nella predicazione della parola divina che per grazia di Dio Ci è affidata… Ci rallegriamo della tua fede e vogliamo aiutarti in quello che Ci hai chiesto; perciò in nome della indivisibile Trinità, per l’inconcussa autorità del beato Pietro, Principe degli Apostoli, del cui Magistero Noi partecipiamo per volontà e ne facciamo le veci in questa sacra Sede, investiamo la tua modesta persona di missione religiosa e ordiniamo che nella parola della grazia di Dio … a tutte le genti avvolte nell’errore dell’infedeltà a cui potrai giungere con l’aiuto di Dio, con la persuasione della verità tu proclami il regno di Dio attraverso il nome di Cristo Signore e Dio nostro ». (30) Consacrato poi Vescovo dallo stesso Nostro predecessore per i suoi grandi meriti, dopo aver giurato obbedienza a lui e ai suoi successori, (31) fece questa solenne dichiarazione: «Io professo integralmente la purità della santa Fede Cattolica e con l’aiuto di Dio voglio restare nell’unità di questa Fede, nella quale senza alcun dubbio sta tutta la salvezza dei Cristiani». (32) – Questi attestati di obbedienza e di riverenza, come a san Gregorio II, li diede apertamente anche ai romani pontefici suoi successori, e ogni qualvolta se ne presentò l’occasione li affermò apertamente. (33) Così, per esempio, scrisse al Nostro predecessore san Zaccaria, appena avuta notizia della sua elevazione al Pontificato: «Non potevamo ricevere notizia per noi più lieta e felice; levando le mani al cielo rendiamo grazie a Dio perché l’altissimo Signore ha concesso alla Vostra mitezza, Padre santo, di presiedere ai sacri canoni e di prendere il timone della Sede Apostolica. Perciò prostrati umilmente in ginocchio ai vostri piedi vi preghiamo caldamente affinché, come fummo servi devoti e sudditi fedeli del vostro predecessore per l’autorità di san Pietro, così meritiamo di essere servi obbedienti alla vostra pietà a norma del diritto canonico. Io non cesso mai d’invitare e di sottoporre all’obbedienza della Sede apostolica coloro che vogliono restare nella Fede Cattolica e nell’unità della Chiesa Romana e tutti coloro che in questa mia missione Dio mi dà come uditori e discepoli». (34) – Negli ultimi anni della sua vita, ormai vecchio e affranto dalle fatiche, così scrive devotamente a Stefano III, appena eletto Sommo Pontefice: «Dall’intimo del mio animo rivolgo calda preghiera alla mite Santità vostra, affinché io meriti di impetrare e ottenere dalla vostra clemenza familiarità e unità con la santa Sede Apostolica e, prestando servizio come pio discepolo alla vostra sede apostolica, possa continuare a essere vostro servo fedele e devoto allo stesso modo con cui ho servito la Sede Apostolica sotto i tre vostri predecessori». (35) Ben a ragione perciò il Nostro predecessore di f. m. Benedetto XV, nel dodicesimo centenario della legazione apostolica iniziata da questo glorioso martire presso i germani, scriveva ai Vescovi di detta nazione: « Mosso da questa salda fede e infiammato da siffatta pietà e carità, Bonifacio mantenne costantemente quella fedeltà e unione con la Sede Apostolica che aveva attinta dapprima in patria nell’esercizio della vita monastica, che poi sul punto d’iniziare il pubblico agone del suo apostolato, a Roma, sulla tomba di san Pietro Principe degli Apostoli, aveva solennemente giurato, e che infine in mezzo alle lotte e ai combattimenti aveva proclamato quale caratteristica del suo apostolato e regola della missione che aveva accettata; non solo, ma anche a tutti coloro che aveva conquistati all’Evangelo non cessò mai di raccomandarla caldamente e di inculcarla con tanta sollecitudine, da lasciarla quasi come suo testamento ». (36) – Questo modo di agire di san Bonifacio, dal quale appare fulgida la sua fedeltà verso i Romani Pontefici, fu sempre fedelmente seguìto, come voi sapete, venerabili fratelli, da tutti coloro che ebbero ben presente essere stato posto dal divin Redentore il Principe degli Apostoli come salda pietra, sulla quale sorge l’intero edificio della Chiesa, che resterà fino alla fine dei secoli; e a lui essere state date le chiavi del Regno dei cieli e il potere di legare e di sciogliere (cf. Mt XVI, 18-19). Coloro che ricusano questa pietra e si sforzano di costruire fuori di essa non fanno che gettare sulla mobile rena i fondamenti di un edificio barcollante; e i loro sforzi, le loro opere e imprese, come tutte le cose umane, non possono essere solide, né valide, né stabili; ma, come insegna la storia antica e recente, per le opinioni di menti discordi e le varie vicende degli eventi, quasi per necessità con l’andar del tempo si mutano e si trasformano. – Perciò stimiamo assai opportuno che in questa celebrazione giubilare si ponga nella sua piena luce, sotto la vostra guida, la strettissima unione di questo insigne martire con l’Apostolica Sede, come pure le sue grandi imprese; ciò infatti, mentre confermerà la fede e la fedeltà di coloro che aderiscono al magistero ineffabile del romano pontefice, così non potrà non scuotere salutarmente per una più profonda riflessione anche coloro che per qualsiasi motivo sono separati dai successori di san Pietro, in modo da incamminarsi a ragion veduta e animosamente, sotto l’impulso della grazia di Dio, per quella via che felicemente li riporti all’unità della chiesa. Questo è il Nostro vivo desiderio; questo domandiamo con supplici preghiere al Datore dei doni celesti, affinché si avveri finalmente l’ardente voto di tutti i buoni, che tutti cioè siano una sola cosa (cf. Gv XVII,11) e tutti convergano all’unità dell’ovìle sotto la guida di un unico Pastore (cf. Gv XXI,15.16.17). – Un altro insegnamento ancora, venerabili fratelli, ci viene dalla vita di san Bonifacio, che abbiamo in breve riassunta. Nel piedistallo della statua eretta nel 1842 nel monastero di Fulda, che rappresenta l’immagine dell’apostolo della Germania, i visitatori leggono questa frase: « La parola del Signore rimane eternamente » (1 Pt 1, 25). Non si poteva porre una scritta più significativa e più vera. Dodici secoli, l’un dopo l’altro, sono trascorsi; diverse trasmigrazioni di popoli si sono avute dall’una all’altra parte; ci sono state tante vicende e si sono susseguite tante orrende guerre; scismi e eresie hanno tentato e tentano di lacerare l’inconsutile veste della Chiesa; prepotenti imperi e dittature di uomini che sembravano non aver paura di nulla all’improvviso sono crollati; varie dottrine filosofiche che si sforzano di toccare la vetta del sapere, nel corso dei tempi si avvicendano, prendendo spesso l’apparenza di una nuova verità. Ma la parola che Bonifacio predicò alle genti di Germania, di Gallia e di Frisia, essendo parola di Colui che rimane in eterno, vigoreggia anche nella nostra età e per tutti coloro che volentieri l’abbracciano essa è via, verità e vita (cf. Gv XIV,6). Certo non mancano anche oggi coloro che la respingono, che tentano di inquinarla con fallaci errori o che – calpestando la libertà che compete alla Chiesa e ai cittadini – si sforzano con menzogne, persecuzioni e vessazioni di sradicarla dagli animi e di distruggerla. Eppure, voi bene lo sapete, venerabili fratelli, questa astuzia non è nuova; fu già conosciuta fin dai primordi dell’èra cristiana; già lo stesso divin Redentore aveva in antecedenza ammonito i suoi Discepoli con queste parole: «Ricordatevi di quanto vi ho detto: non c’è servo maggiore del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi » (Gv 15,20). Tuttavia il nostro Redentore aggiunse a conforto queste parole: «Beati coloro che patiscono persecuzione per la giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10). E ancora: «Beati siete se gli uomini vi malediranno e vi perseguiteranno e diranno di voi ogni male, mentendo, per causa mia; godete ed esultate, poiché la vostra ricompensa è abbondante nei cieli» (Mt V, 11-12). – Nessuna meraviglia, perciò, se anche oggi in alcuni luoghi si odia il nome cristiano, se in molte regioni la chiesa, nell’esplicare la missione divinamente ricevuta, è impedita in diversi modi e con diversi metodi, come pure se non pochi cattolici si lasciano ingannare da false dottrine e si mettono in grave pericolo di perdere l’eterna salute. A tutti noi dia forza e coraggio la promessa del divin Redentore: «Ecco io sono con voi per sempre fino alla consumazione dei secoli» (Mt XXVIII, 20); ci impetri forza dall’alto san Bonifacio, che per portare il regno di Gesù Cristo fra genti ostili non ricusò lunghi travagli, aspri cammini, né infine la morte stessa, alla quale anzi andò incontro con fortezza e con fiducia, versando il suo sangue. – Egli ottenga da Dio con tutto il suo patrocinio tali invitta fortezza d’animo soprattutto per coloro che oggi si trovano in angosciosa situazione per le azioni ostili dei nemici di Dio; e ancora richiami tutti a quella unità della Chiesa che fu sua costante norma di vita e d’azione, il fervido desiderio che lo sostenne per tutto il corso della sua vita nella solerte e diligente fatica. – Questo Noi domandiamo a Dio con supplice preghiera, mentre a voi tutti, venerabili fratelli, e ai singoli greggi affidati alle vostre cure impartiamo di cuore l’apostolica benedizione, che sia auspicio dei doni celesti e pegno della Nostra paterna benevolenza.

Roma, presso San Pietro, il 5 di giugno, nella festività di san Bonifacio vescovo e martire, l’anno 1954, XVI del Nostro pontificato.

PIO XII 


(1) PIUS PP. XII, Epist. enc. Ecclesiae fastos duodecimo exeunte saeculo a piissimo s. Bonifatii episcopi et martyris obitu, [Ad venerabiles Fratres Britanniae, Germaniae, Austriae, Galliae, Belgicae et Hollandiae Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios, pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 5 iunii 1954: AAS 46(1954), pp. 337-356.

I. Appunti biografici su s. Bonifacio, vescovo, apostolo della Germania; Cenobi da lui fondati; Monastero di Fulda; Martire per l’evangelo. – II. Testimone della carità; Zelo per il regno di Cristo; Uomo di preghiera; Attaccamento e fedeltà alla sede apostolica romana; Apostolo della parola di Dio. 

(2) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, Hannoveræ et Lipsiæ 1905, p. 21. 

(3) Ibidem.

(4) Vita S. Bonifatii, auctore Otloho, ed. Levison, lib. I, p. 127.

(5) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Berolini 1916, Epist. 28, p. 49.

(6) Cf. ibidem, Epist. 51, 57, 58, 60, 68, 77, 80, 86, 87, 89.

(7) Ibidem, Epist. 108, pp. 233-234. 

(8) Ibidem, Epist. 73, p. 150.

(9) Vita S. Bonifatii, auctore Otloho, v. Levison, lib. I, p. 157.

(10) Ibidem, p. 158.

(11) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 86, pp. 193-194.

(12) Cf. ibidem, Epist. 41, p.66.

(13) Cf. ibidem, Epist. 61, pp. 125-126. 

(14) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p. 40.

(15) Cf. SIRMOND, Concilia antiqua Galliae, Parisiis 1629, t. I, p. 511.

(16) Cf. S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 28, pp. 49-52.

(17) Cf. ibidem, Epist. 57, pp. 104-105; et Epist. 59, p. 109.

(18) Cf. ibidem, Epist. 78, p. 163.

(19) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p. 46.

(20) Ibidem.

(21) Ibidem, p. 47.

(22) Ibidem pp. 49-50.

(23) Cf. ibidem, p. 50; et Vita S. Bonifatii, auctore Otloho, ed. Levison, lib. II, p. 21.

(24) Vita S. Bonifatii, auctore Radbodo, ed. Levison, p 73.

(25) Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p 54.

(26) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 111, p. 240.

(27) Cf. Epistolae Lupi Servati, ed. Levillain, t. I, Parisiis 1927, Epist. 5, p. 42.

(28) Cf. S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 86, pp. 189-191.

(29) Ibidem, Epist. 67, pp. 139-140.

(30) Ibidem, Epist. 12, pp. 17-18.

(31) Cf. ibidem, pp. 28-29.

(32) Cf. ibidem, p. 29.

(33) Cf. Vita S. Bonifatii, auctore Willibaldo, ed. Levison, p. 25 et pp. 27-28; S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 67, pp.139-140; Epist. 59, pp.110-112; Epist. 86, pp. 191-194; Epist. 108, pp. 233-234.

(34) S. Bonifatii Epistolae, ed. Tangl, Epist. 50, p. 81.

(35) Ibidem, Epist. 108, pp. 233-234.(36) Epist. enc. In hac tanta: AAS 11(119), pp. 216-217; EE 4/442

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. S. PIO X -“JUCUNDA SANE”

Un Pontefice Santo canonizzato che tesse gli elogi di un suo “collega”, un altro Santo Pontefice canonizzato, con il quale condivide il 3 settembre, giorno della sua nascita al cielo e della ordinazione Pontificale del Magno Gregorio, il “Consul Dei”. È una lettera intensa, mozzafiato per il lettore impregnato dello Spirito di Dio. Prendendo spunto dalle vicende storiche dell’epoca gregoriana, epoca funesta per la Chiesa Cattolica, per la città di Roma e la terra italica, per gli imperi d’Occidente e d’Oriente, il Papa Pio X, sottolinea la situazione di pari, se non di peggiore gravità dell’inizio novecento, in cui il modernismo e le sette massoniche tentavano il loro ingresso nella Chiesa Cattolica con detrimento grande delle condizioni spirituali di milioni di anime (invasione solo rimandata, ma pienamente riuscita con il “golpe del 26 ottobre 1958 ed il Conciliabolo c. d. Vaticano II). Il richiamo ai chierici ed ai responsabili di governo a nulla servirono all’epoca ed a nulla servono ancor oggi, momento ancor più funesto per la Chiesa di Cristo che, eclissata, vive la sua Passione e la Crocifissione in attesa di essere dichiarata morta dalla setta ecumenico-massonica della controchiesa vaticana con i satelliti: gli pseudo tradizionalisti della loggia di Ecône e degli abominevoli sedevacantisti cani-sciolti. Nelle epoche citate il Signore suscitò questi grandi santi, San Gregorio Magno e San Pio X per l’appunto: il primo raddrizzò la barca di Pietro naufragante materialmente e spiritualmente, il secondo cercò di arginare la marea montante modernista, coacervo di tutte le eresie, e di restaurare “tutte le cose in Cristo”. Ma oggi ci vuole veramente la mano ed il soffio della bocca di Gesù Cristo Nostro Signore (2 Tess. II) per rimettere in sesto  una …”Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio” … Ma ecco che il Santo Pontefice è pronto a ricordarci … ” che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del Primo degli Apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi, dalla pietra, Pietro? “. Ed ancora oggi è Pietro che dall’impedimento e dalla condizione di catacomba attuale, risorgerà, in virtù dell’azione di Cristo, a riprendere il timone impazzito e fatto roteare a casaccio dalle mani dei servi dell’anticristo, il baphomet signore dell’universo, già posto come abominio della desolazione sugli altari della chiesa-conchiglia, un mollusco di cui restano solo le valve esterne, come nello stemma di un recente antipapa. Invochiamo quindi il Signore per il bene della sua Chiesa e del popolo da Lui riscattato con il Sacrificio sulla croce e, dopo aver letto attentamente questa preziosissima enciclica, rivolgiamoci a Lui con le parole dello Spirito Santo: « … Miserere nostri, Deus omnium, et respice nos, et ostende nobis lucem miserationum tuarum:  et immitte timorem tuum super gentes quæ non exquisierunt te, ut cognoscant quia non est Deus nisi tu, et enarrent magnalia tua. Alleva manum tuam super gentes alienas, ut videant potentiam tuam. Sicut enim in conspectu eorum sanctificatus es in nobis, sic in conspectu nostro magnificaberis in eis:  ut cognoscant te, sicut et nos cognovimus quoniam non est Deus praeter te, Domine. Innova signa, et immuta mirabilia. Glorifica manum et brachium dextrum. Excita furorem, et effunde iram. Tolle adversarium, et afflige inimicum. Festina tempus, et memento finis, ut enarrent mirabilia tua. In ira flammæ devoretur qui salvatur: et qui pessimant plebem tuam inveniant perditionem. Contere caput principum inimicorum, dicentium: Non est alius præter nos. ».  (Sir. XXXVI, 1-12)

san Pio X

Iucunda sane

Lettera Enciclica

Gioconda certo torna la memoria, venerabili fratelli, di quel grande “incomparabile uomo” (Martyrologium Romanum, 3 sept.), il Pontefice Gregorio, primo di questo nome, la cui solennità centenaria, al volgere del secolo XIII dalla sua morte, stiamo per celebrare. Da quel Dio, che “mortifica e vivifica, … che umilia e solleva” (1 Re II, 6. 7), tra le cure quasi innumerabili del ministero Nostro apostolico, tra le tante angosce dell’animo per i molti e gravi doveri che il governo della chiesa universale C’impone, tra le insistenti sollecitudini di soddisfare nel miglior modo possibile voi, venerabili fratelli, chiamati a partecipare del Nostro apostolato, e i fedeli tutti affidati alle Nostre cure, non senza una particolare provvidenza fu disposto, così pensiamo, che il Nostro sguardo negli inizi del Nostro Sommo Pontificato si rivolga subito su questo santissimo e illustre antecessore Nostro, onore della Chiesa e decoro. L’animo infatti si apre a grande fiducia nella sua validissima intercessione presso Dio, e si riconforta nel ricordare sia le massime sublimi che inculcò con l’alto suo Magistero, sia le virtù santamente da lui praticate. E se per la forza delle une e per la fecondità delle altre egli impresse nella Chiesa di Dio un’orma sì vasta, sì profonda, sì duratura, che giustamente i contemporanei e i posteri gli diedero il nome di “Grande”, e oggi ancora dopo tanti secoli si verifica l’elogio della sua iscrizione sepolcrale: “egli vive eterno in ogni luogo per le innumerabili sue buone opere” (Apud IOANNEM DIACONUM, Vita Gregorii, lib. IV, c. 68),non può fare che ai seguaci tutti dei suoi mirabili esempi, col conforto della grazia divina, non sia dato di adempiere i propri doveri per quanto lo consenta l’umana debolezza. – Occorre appena ricordare quel che dai pubblici documenti è già a tutti noto. Sommo era lo scompaginamento dello stato allorché Gregorio ascese al Sommo Pontificato; l’antica civiltà era pressoché tramontata, e dilagava la barbarie in tutti i domini del cadente impero romano. L’Italia poi, abbandonata dagli imperatori di Bisanzio, era divenuta quasi preda dei Longobardi, che, non ancora assestati, scorazzavano per ogni dove, devastando ogni cosa col ferro e col fuoco, recando dappertutto desolazione e morte. Questa stessa città, minacciata all’esterno dai nemici, all’interno provata dai flagelli della pestilenza, delle inondazioni, della fame, venne ridotta a sì miserevole stato, che non si sapeva come più oltre mantenere in vita, non soltanto i cittadini, ma anche le dense moltitudini che vi si rifugiavano. Si vedeva uomini e donne d’ogni condizione, Vescovi e Sacerdoti recanti vasi sacri salvati dalle rapine, monaci e innocenti spose di Cristo, che con la fuga si sottraevano o alle spade nemiche o agli insulti brutali di uomini perduti. Gregorio stesso chiamò la chiesa di Roma: “Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio”.Ma il nocchiero suscitato da Dio aveva mano potente; e posto al timone, non solo tra l’imperversare dei marosi seppe toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future. – Ed è cosa veramente ammirabile quant’egli ottenne nei poco più di tredici anni del suo governo. Fu ristoratore dell’intera vita cristiana, ravvivando la pietà dei fedeli, l’osservanza dei monaci, la disciplina del clero, la cura pastorale dei Vescovi. Quale “padre prudentissimo della famiglia di Cristo”,mantenne e accrebbe i patrimoni della Chiesa e largamente sovvenne, secondo la necessità propria di ciascuno, al popolo immiserito, alla società cristiana, alle singole chiese. “Divenuto” veramente “console di Dio”,spinse la sua azione feconda ben oltre le mura di Roma e tutta in bene della società civile. Si oppose energicamente alle ingiuste pretese degli imperatori bizantini; rintuzzò le audacie e represse le vergognose ingordigie degli esarchi e degli officiali imperiali, ergendosi a pubblico difensore della giustizia sociale. Ammansì la ferocia dei Longobardi, non dubitando di andare egli stesso in persona incontro ad Agilulfo alle porte di Roma, al fine di smuoverlo dall’assedio della città, come già aveva fatto con Attila il papa Leone Magno; né mai in seguito si trattenne dalle preghiere, dalle soavi persuasioni, dagli accorti negoziati, finché non vide quietare quel popolo temuto e ordinarsi a più regolare governo, finché non lo seppe guadagnato alla Fede Cattolica; per opera specialmente della pia regina Teodolinda sua figlia in Cristo. Perciò Gregorio può a buon diritto chiamarsi salvatore e liberatore dell’Italia, della “terra sua”,come egli soavemente la chiama. Per le incessanti sue cure pastorali si vanno spegnendo i resti dell’eresia in Italia e in Africa, si riordinano le cose ecclesiastiche nelle Gallie, si rassodano nella conversione già cominciata i Visigoti delle Spagne, e l’inclita nazione inglese, la quale “posta in un angolo del mondo, mentre finora rimaneva ostinata nel culto dei legni e delle pietre”,accoglie anch’essa la vera fede di Cristo. Il cuore di Gregorio sovrabbonda di gioia alla notizia di sì preziosa conquista, come quello di un padre che riceve tra le braccia il figlio suo dilettissimo e ne riferisce ogni merito a Gesù redentore, “per il cui amore”, come scrive egli stesso, “rintracciamo nella Bretagna sconosciuti fratelli, per la cui grazia troviamo quelli che ignari andavamo cercando” (Registrum Epistularum, XI, 36 (28), Ad Augustinum Anglorum episcopum). – E la nazione inglese fu sì grata al santo Pontefice che lo chiamò sempre: “maestro nostro, dottore nostro, apostolico nostro, Papa nostro, Gregorio nostro”, e considerò se stessa come il sigillo del suo apostolato. Per ultimo la sua azione fu così salutarmente efficace che la memoria delle cose da lui operate s’impresse profondamente negli animi dei posteri, particolarmente durante il Medioevo, che respirava, per così dire, dell’aria da lui infusa, si nutriva della sua parola, conformava la vita e i costumi a seconda dei suoi esempi, introducendosi felicemente nel mondo la civiltà sociale cristiana in opposizione a quella romana dei secoli precedenti per sempre tramontata. – “Questa è mutazione della mano dell’Altissimo”! E ben si può dire che nella mente di Gregorio non altro che la mano di Dio fu operatrice di sì grandi imprese. Di fatto, così scriveva egli al santissimo monaco Agostino a proposito della ricordata conversione degli angli e può applicarsi a tutto il resto nella sua azione apostolica: “Di chi è mai quest’opera, se non di Colui, il quale disse: Il Padre mio opera fino al presente e io pure opero? Per mostrare al mondo che voleva convertirlo, non con la sapienza degli uomini, ma con la sua virtù, elesse a predicatori del mondo uomini illetterati; e questo medesimo fece pur ora, essendosi degnato di operare fra la gente degli angli cose forti, per mezzo di uomini deboli”.Noi riconosciamo senza dubbio quel che la profonda umiltà del santo Pontefice nascondeva al suo sguardo: e la perizia negli affari, e l’ingegno accorto nel condurre a termine, le imprese, e la prudenza mirabile in ogni disposizione, e la vigilanza assidua e la sollecitudine perseverante. Ma è certo insieme, che egli non si fece innanzi con la potenza e con la forza dei grandi della terra, laddove invece nell’altissimo grado della dignità pontificia volle chiamarsi per primo: “Servo dei servi di Dio”; non si aprì la strada soltanto con la scienza profana ovvero con le “persuasive parole dell’umana sapienza” (1 Cor II, 4), non con le accortezze della civile politica, neppure con i sistemi di rinnovamento sociale abilmente studiati e preparati e quindi posti in esecuzione; neppure infine, e ciò è meraviglioso, col proporsi un vasto programma di azione apostolica da attuare gradualmente; mentre al contrario, come è noto, il suo pensiero era pieno dell’idea di una prossima fine del mondo e perciò del pochissimo tempo che rimaneva per le grandi azioni. Debolissimo e gracile di corpo, continuamente afflitto da infermità che più volte lo ridussero in fin di vita, egli possedeva una incredibile energia di spirito, la quale riceveva sempre nuovo alimento dalla fede viva nella parola infallibile di Cristo e nelle sue divine promesse. Inoltre con fiducia illimitata contava sulla forza soprannaturale da Dio data alla Chiesa per bene compiere la sua divina missione nel mondo. – Per questo il proposito costante della sua vita, quale è comprovato da tutte le sue parole e da tutte le sue opere, fu questo: di mantenere in sé e suscitare negli altri questa medesima viva fede e confidenza, operando tutto il bene che tornasse per il momento possibile in attesa del giudizio divino. – Ne seguiva in lui la volontà risoluta di adoperare per la comune salvezza l’esuberante ricchezza dei mezzi soprannaturali datida Dio alla sua chiesa, quali sono la dottrina infallibile delle verità rivelate, la predicazione efficace di tale dottrina in tutto il mondo e i Sacramenti che hanno virtù d’infondere o di accrescere la vita dell’anima, e la grazia della preghiera nel nome di Cristo che assicura la protezione celeste. – Questi ricordi, venerabili fratelli, ci tornano di indicibile conforto. Se dall’alto di queste mura vaticane volgiamo attorno lo sguardo, a somiglianza di Gregorio e forse più ancora di lui dobbiamo temere; tante sono le tempeste addensate da ogni lato, tanti gli eserciti nemici che premono, e tanto insieme è l’abbandono in cui siamo di ogni umano sussidio per ribattere le une e sostenere l’impeto degli altri. Ma se riflettiamo dove poggiano i Nostri piedi, dove questa sede pontificia è collocata, Ci sentiamo del tutto sicuri sulla rocca della santa Chiesa. “Chi infatti ignora”, scriveva s. Gregorio al patriarca Eulogio di Alessandria, “che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del primo degli Apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi, dalla pietra, Pietro?”.La forza soprannaturale della Chiesa nel passare dei secoli non è venuta mai meno, né fallirono le promesse di Cristo; e come già consolavano il cuore di Gregorio, tali si mantengono, anzi per Noi acquistano maggiore forza nella riprova di tanti secoli, nel vario corso di tanti avvenimenti. – Passarono regni e imperi, tramontarono popoli fiorenti per nome e per civiltà, più volte le nazioni come accasciate dal peso degli anni si disfecero in se medesime. Ma la Chiesa, indefettibile nella sua essenza, unita con vincolo indissolubile al suo Sposo celeste, è qui fulgente di eterna giovinezza, forte del medesimo primitivo vigore, quale uscì dal cuore trafitto di Cristo spirato in croce. Uomini potenti del secolo si sollevarono contro di lei. Essi sparirono, ma ella rimase. Sorsero sistemi filosofici innumerevoli, d’ogni forma, d’ogni genere, superbamente vantandosene i maestri, quasi avessero finalmente sbaragliata la dottrina della Chiesa, rifiutati i dogmi della fede, dimostrato l’assurdo dei suoi insegnamenti. Ma quei sistemi l’un dopo l’altro si annoverano nelle storie, dimenticati, falliti; mentre dalla rocca di Pietro rifulge così sfolgorante la luce della verità, come quel giorno che Gesù l’accese al suo apparire nel mondo e le diede l’alimento della sua divina parola: “Passerà il cielo e la terra, ma le mie parole non passeranno” (Mt XXIV, 35). – Noi, nutriti di questa fede, resi solidi su questa pietra, sentendo nel fondo dell’animo tutti i doveri gravissimi che il primato C’impone, ma insieme tutto il vigore che per volontà divina in Noi deriva, attendiamo tranquilli che si sperdano al vento le tante voci che ci gridano intorno che la Chiesa Cattolica ha finito il suo tempo, che le sue dottrine sono per sempre tramontate, che da qui a poco essa si vedrà condannata o ad accettare i pareri della scienza e della civiltà senza Dio o a sparire dall’umano consorzio. Insieme però non possiamo fare a meno di ricordare a tutti, grandi e piccoli, come già fece il papa Gregorio, la necessità assoluta di ricorrere a questa Chiesa per avere la salute eterna, per battere la diritta via della ragione, per nutrirsi della verità, per conseguire la pace e la stessa felicità di questa vita terrena. – Perciò, per usare le parole del santo Pontefice, “volgete i vostri passi a questa pietra inconcussa, sopra la quale il Redentore nostro volle fondata la Chiesa universale, perché il cammino di chi è sincero di cuore non incontri ostacoli e si smarrisca”. Soltanto la carità della Chiesa e l’unione con essa “unisce la divisione, riordina ciò che è confuso, tempera le ineguaglianze, compie le imperfezioni”.Fermamente è da ritenere che nessuno può con rettitudine governare le cose terrene, se non sa trattare le celesti, e che “la pace degli stati dipende dalla pace universale della chiesa”.Nasca quindi l’assoluta necessità di una perfetta armonia tra i due poteri, ecclesiastico e civile, essendo ambedue per volere di Dio chiamati a sostenersi l’un l’altro. Di fatto, “la potestà sugli uomini tutti fu data dal cielo affinché siano aiutati quelli che aspirano al bene, perché la via del cielo si apra più largamente, perché il regno terrestre serva al celeste”. – Da questi princìpi proveniva l’invitta fermezza d’animo di Gregorio, che Noi, con l’aiuto di Dio, Ci studieremo d’imitare, proponendoci di volere ad ogni costo difendere i diritti e le prerogative, onde il Pontificato Romano è custode e vindice innanzi a Dio e innanzi agli uomini. Perciò il medesimo Gregorio scriveva ai patriarchi di Alessandria e di Antiochia: Quando si tratti dei diritti della Chiesa universale, “dobbiamo dimostrare anche con la morte, che per amore di qualche nostro particolare interesse, nulla vogliamo che torni a danno del bene comune”.E all’imperatore Maurizio: “Chi per vana ostentazione di gloria leva la sua cervice contro Dio onnipotente e contro gli statuti dei Padri, non piegherà a sé la mia cervice, neppure col taglio delle spade, come io confido nello stesso Dio onnipotente”. E al diacono Sabiniano: “Sono pronto a morire anziché permettere che ai miei giorni la Chiesa degeneri. E tu ben conosci le mie abitudini, che io sopporto a lungo; ma se io poi mi decido di non sopportare più oltre, vado incontro ai pericoli con animo lieto”. – Tali erano le massime fondamentali che andava annunziando il papa Gregorio, ed era ascoltato. Così nella docilità dei prìncipi e dei popoli alla sua parola il mondo riconquistava la salute vera e si rimetteva nella via della civiltà, tanto più nobile e feconda di beni, quanto meglio era fondata sui dettami inconcussi della ragione e della disciplina morale e traeva ogni forza dalla verità divinamente rivelata e dalle massime dell’evangelo. – Ma allora i popoli, sebbene rozzi, ignoranti, privi ancora di ogni civiltà, erano però avidi di vita. Nessuno poteva loro darla, se non Cristo per mezzo della Chiesa: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv X, 10). Ed ebbero veramente la vita e abbondante, appunto perché dalla Chiesa non potendo venire altra vita se non quella soprannaturale delle anime, questa racchiude in sé e rafforza tutte le altre energie della vita, anche solo di ordine naturale. “Se la radice è santa, santi saranno pure i rami”, diceva Paolo al popolo etnico “e tu pure essendo oleastro sei stato innestato in quelli e sei divenuto partecipe della radice e della fecondità dell’olivo” (Rm XI, 16-17). – Oggi al contrario, sebbene il mondo goda una luce sì piena di civiltà cristiana e sotto questo aspetto non possa neppur lontanamente paragonarsi a quello dei tempi di Gregorio, sembra però stanco di quella vita, che pure è stata ed è ancora fonte precipua e spesso unica di tanti beni, non soltanto passati, ma anche presenti. Né solo, come avvenne in altri tempi al sorgere delle eresie e degli scismi, taglia sé stesso fuori del tronco quasi ramo inutile, ma pone la scure alla radice prima dell’albero che è la Chiesa, e si sforza di inaridirne il succo vitale, perché la rovina di lei sia più sicura ed essa più non rigermini. – In questo errore, che è il massimo del nostro tempo e la fonte da cui derivano tutti gli altri, sta l’origine di tanta perdita dell’eterna salute degli uomini e di tante rovine in fatto di Religione che andiamo lamentando, e delle molte altre che temiamo ancora, se non si pone rimedio al male. Si nega cioè ogni ordine soprannaturale, e perciò l’intervento divino nell’ordine della creazione e nel governo del mondo e la possibilità del miracolo; tolte le quali cose è necessario scuotere i fondamenti della Religione Cristiana. S’impugnano perfino gli argomenti, con i quali si dimostra l’esistenza di Dio, rifiutando con inaudita temerarietà e contro i primi princìpi della ragione la forza invincibile della prova che dagli effetti ascende alla causa, che è Dio, e alla nozione dei suoi attributi infiniti. “Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm I, 20). Resta quindi aperto l’adito ad altri errori gravissimi, ugualmente ripugnanti alla retta ragione e nocivi ai buoni costumi. – Di fatto la gratuita negazione del principio soprannaturale, propria “della scienza di falso nome” (1 Tm 6, 20), diviene il postulato di una critica storica ugualmente falsa. Tutto ciò che si riferisce in qualsiasi modo all’ordine soprannaturale, perché o gli appartiene, o lo costituisce, o lo presuppone, o perché solo in esso trova la sua spiegazione, è cancellato senz’altro esame dalle pagine della storia. Tale è la divinità di Gesù Cristo, la sua incarnazione per opera dello Spirito santo, la sua Risurrezione per virtù propria e in genere tutti i dogmi della nostra fede. Posta così la scienza sopra una falsa via, non c’è più legge critica che la trattenga, ed essa cancella a capriccio dai Libri Santi tutto ciò che non le garba o crede contrario alla tesi prestabilita che vuoi dimostrare. Tolto infatti l’ordine soprannaturale, la storia delle origini della Chiesa deve fabbricarsi su tutt’altro fondamento; e perciò i novatori rimaneggiano a proprio talento i momenti della Storia, traendoli a dire quel che essi vogliono, non quel che intesero gli autori. – Molti restano tanto presi dall’apparato straordinario di erudizione che si ostenta e dalla forza apparentemente convincente delle prove addotte, che o perdono la fede o se ne sentono gravemente scossi. Ci sono pure di quelli che, fermi nella loro fede, accusano la scienza critica come demolitrice, mentr’essa è per sé innocente ed elemento sicuro di ricerca, quando sia rettamente applicata. Né gli uni né gli altri si avvedono del falso presupposto, da cui pigliano le mosse, vogliamo dire la scienza di falso nome, la quale logicamente li spinge a conclusioni ugualmente false. Posto cioè un falso principio filosofico, torna viziata ogni cosa. Perciò la confutazione di questi errori non sarà mai efficace, se non si cambia la posizione; cioè se gli erranti non si traggono dal campo critico, dove si credono trincerati, in quello legittimo della filosofia, abbandonato il quale, attinsero l’errore. – Intanto però è doloroso dover applicare ad uomini, ai quali non mancano l’acutezza della mente e la costanza dell’applicazione, il rimprovero che Paolo faceva a coloro, che dalle cose terrene non ascendono a quelle che sfuggono allo sguardo: “Svanirono nei loro pensamenti e si ottenebrò lo stolto loro cuore: infatti, dicendo di essere saggi, diventarono stolti” (Rm I, 21-22). E davvero non altro che stolto deve dirsi colui che consuma tutte le sue forze intellettuali a fabbricare sulla rena. – Né meno lagrimevoli sono i guasti, che da quella negazione provengono alla vita morale degli individui e della società civile. Tolto il principio che nulla di divino esiste oltre questo mondo visibile, assolutamente non c’è più ritegno alcuno alle sbrigliate passioni, anche più basse e indegne, donde asserviti gli animi si abbandonano a disordini d’ogni specie. “Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi” (Rm I, 24). Voi ben vedete, venerabili fratelli, come veramente trionfi dappertutto la peste dei depravati costumi, e come l’autorità civile, laddove non ricorra agli aiuti dell’anzidetto ordine soprannaturale, non sia affatto capace di frenarla. Anzi l’autorità non sarà capace di sanare gli altri mali, se si dimentica o si nega che ogni potere viene da Dio. Il freno unico d’ogni governo è allora la forza; la quale però, né costantemente si adopera, né sempre può aversi alla mano; perciò il popolo si va logorando come per un occulto malessere, d’ogni cosa è scontento, proclama il diritto di agire a suo arbitrio, attizza le ribellioni, suscita le rivoluzioni degli stati, talvolta turbolentissime, mette sottosopra ogni diritto umano e divino. Tolto di mezzo Dio, ogni rispetto alle leggi civili, ogni riguardo alle istituzioni anche più necessarie viene meno; si disprezza la giustizia, si calpesta la stessa libertà proveniente dal naturale diritto; si giunge perfino a distruggere la compagine stessa della famiglia, che è il fondamento primo e inconcusso della compagine sociale. Ne segue che, ai tempi nostri ostili a Cristo, si rende più difficile l’applicare i rimedi potenti, dal Redentore messi in mano alla chiesa, al fine di mantenere i popoli nel loro dovere. – E nondimeno non c’è salvezza se non in Cristo: “Infatti non sotto il cielo altro nome dato agli uomini grazie al quale possiamo essere salvati” (At IV, 12). A Lui dunque occorre tornare. Ai suoi piedi conviene di nuovo prostrarsi per ascoltare dalla sua bocca divina le parole di vita eterna; poiché Egli solo può additarci la via della rigenerazione, egli solo insegnarci la verità, egli solo restituirci la vita. Egli appunto ha detto: “Io sono la via e la verità e la vita” (Gv XIV, 6). Si è tentato nuovamente di operare quaggiù senza di Lui; si è cominciato a costruire l’edificio, scartando la pietra angolare, come l’Apostolo Pietro rimproverava ai crocifissori di Gesù. Ed ecco di nuovo la mole innalzata si sfascia e ricade sugli edificatori e li stritola. Ma Gesù rimane pur sempre la pietra angolare della società umana, e di nuovo si verifica che fuori di Lui non c’è salvezza: “Questa è la pietra rigettata da voi che fabbricate, la quale è divenuta testata d’angolo, né in alcun altro c’è salvezza” (At IV, 11-12). – Di qui riconoscerete facilmente, venerabili fratelli, l’assoluta necessità che ci stringe tutti di risuscitare con la massima energia dell’animo e con tutti i mezzi di cui possiamo disporre, codesta vita soprannaturale in ogni ordine della società: nel povero operaio che suda da mane a sera per guadagnarsi un tozzodi pane e nei grandi della terra che reggono i destini delle nazioni. È da ricorrere anzitutto alla preghiera privata e pubblica, per implorare le misericordie del Signore e l’aiuto suo potente. “Signore, salvaci; siamo perduti” (Mt VIII, 25), dobbiamo ripetergli come già gli Apostoli sbattuti dalla tempesta. – Ma ciò non basta. Gregorio se la prende col Vescovo, che per amore della stessa solitudine spirituale e della preghiera, non scende in campo a combattere strenuamente per la causa del signore: “Egli porta privo di senso il nome di Vescovo”.E con ogni diritto; infatti conviene illuminare gli intelletti con la predicazione continua della verità, ribattendo efficacemente gli errori coi princìpi della vera e solida filosofia e teologia e coi mezzi tutti che provengono dal genuino progresso dell’investigazione storica. Più ancora è necessario inculcare convenientemente nella mente di tutti le massime morali insegnate da Gesù Cristo; perché ognuno impari a vincere se stesso, a frenare le passioni dell’animo, a fiaccare l’orgoglio, a vivere soggetto all’autorità, ad amare la giustizia, ad esercitare la carità verso tutti, ad attenuare con amore cristiano le dure disuguaglianze sociali, a staccare il cuore dai beni della terra, a vivere contento dello stato in cui la Provvidenza ha posto ciascuno, cercando in esso di migliorare con l’adempimento dei propri doveri, ad anelare alla vita futura nella speranza del premio eterno. Ma soprattutto è necessario che questi princìpi s’insinuino e penetrino fin dentro al cuore, affinché la vera e soda pietà vi metta profonde radici, e ognuno, come uomo e come Cristiano, riconosca, non a parole soltanto, ma coi fatti, i propri doveri e ricorra con fiducia filiale alla Chiesa e ai suoi ministri, per ottenere da loro il perdono delle colpe, ricevere la grazia fortificante dei Sacramenti e riordinare la propria vita secondo le leggi cristiane. – A questi fondamentali doveri del ministero spirituale è necessario congiungere la carità di Cristo, mossi dalla quale non vi sia afflitto che per noi non si consoli, non lacrime che dalle nostre mani non siano asciugate, non bisogno che da noi non sia sollevato. All’esercizio di tale carità consacriamoci totalmente; cedano ad essa tutte le nostre cose, ad essa si pospongano gli interessi nostri personali e le proprie comodità, “facendoci tutto a tutti” (1 Cor IX, 22) per guadagnare tutti al Signore, dando la stessa nostra vita, sull’esempio di Cristo, che ne impone il dovere ai pastori della chiesa: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecore” (Gv X, 11). Questi preziosi ammonimenti abbondano nelle pagine che Gregorio ha lasciato scritte, e sono espressi con forza di gran lunga maggiore nei molteplici esempi della sua vita ammirabile. – Ora siccome tutte queste cose sgorgano necessariamente e dalla natura dei princìpi della rivelazione cristiana e dalle proprietà intrinseche che deve avere il nostro apostolato, voi ben vedete, venerabili fratelli, quanto siano in errore coloro che stimano di rendere servizio alla Chiesa e di fruttificare alla salute delle anime, allorché per una tale prudenza della carne sono larghi di concessioni alla scienza di falso nome, nella funesta illusione di poter così guadagnare più facilmente gli erranti, ma in verità nel continuo pericolo di andar perduti essi stessi. La verità è una sola e non può essere dimezzata; essa perdura eterna e non va soggetta alle vicende dei tempi: “Gesù Cristo ieri e oggi, egli (è) anche nei secoli” (Eb XIII, 8). – E così pure sbagliano gravemente coloro, che nell’occuparsi del pubblico bene, soprattutto sostenendo la causa delle classi inferiori, promuovono sopra ogni cosa il benessere materiale del corpo e della vita, tacendo affatto del loro bene spirituale e dei doveri gravissimi che ingiunge la professione cristiana. Non si vergognano di coprire talvolta quasi con un velo certe massime fondamentali dell’Evangelo, per timore che altrimenti la gente rifugga dall’ascoltarli e seguirli. Non sarà certo alieno dalla prudenza il procedere a poco a poco nella stessa proposizione della verità, quando si ha a che fare con uomini del tutto alieni da noi e del tutto lontani da Dio. “Prima di adoperare il ferro, occorre palpare con mano leggera le ferite”, diceva Gregorio. Ma anche questo espediente si ridurrebbe a prudenza della carne, se si proponesse come norma di azione costante e comune; tanto più che in tal modo sembra non tenersi nel debito conto la grazia divina, che sostiene il ministero sacerdotale e che è data, non solo a quelli che lo esercitano, ma anche ai fedeli tutti di Cristo, perché le nostre parole e la nostra azione facciano breccia nei loro cuori. Gregorio non conobbe affatto questa prudenza, sia nella predicazione dell’Evangelo, sia nelle tante e sì mirabili opere da lui intraprese a sollievo delle miserie altrui. Egli continuò costantemente quel medesimo che avevano fatto gli Apostoli, i quali, allorché si lanciarono la prima volta nel mondo a portarvi il nome di Cristo, ripetevano il detto: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i gentili” (1 Cor I, 23). Se v’era tempo in cui la prudenza umana pareva unico espediente ad ottener qualche cosa in un mondo del tutto impreparato a ricevere dottrine, sì nuove, sì ripugnanti alle umane passioni, sì opposte alla civiltà, allora ancor floridissima, dei greci e dei romani, certo era quello della prima predicazione della fede. Ma gli Apostoli disdegnarono quella prudenza; perché ben conoscevano il precetto di Dio: “Piacque a Dio di salvare i credenti per mezzo della stoltezza della predicazione” (1 Cor I, 21). E come fu sempre, così oggi ancora questa stoltezza per quelli che sono salvati, cioè per noi, è la virtù di Dio” (1 Cor I, 18). Lo scandalo del Crocifisso, come per l’innanzi, così sempre in seguito ci fornirà l’arma più potente di tutte; come altra volta, così di poi, in quel segno otterremo vittoria. – Tuttavia, venerabili fratelli, quest’arma perderà della sua efficacia o sarà del tutto inutile, se si trovasse in mano di uomini, che non siano assuefatti alla vita interiore con Cristo, non educati nella scuola della vera e soda pietà, non appieno infiammati di zelo per la gloria di Dio e per la propagazione del suo regno. Gregorio sentiva siffattamente questa necessità, che adottava la più grande sollecitudine nel creare vescovi e sacerdoti, animati da gran desiderio dell’onore divino e del vero bene delle anime. E tale intento si propose nel libro della Regola pastorale,dove sono raccolte le norme per la salutare formazione del clero e per il governo dei vescovi, molto utili non solo ai tempi suoi ma anche ai nostri. Egli, come annota il suo biografo, “a guisa di Argo luminosissimo girava intorno gli occhi della sua pastorale sollecitudine per tutta l’ampiezza del mondo”, per scoprire e correggere le mancanze e le negligenze del clero. Ché anzi tremava al solo pensiero, che la barbarie o l’immoralità potessero far presa nella vita del clero; e andava profondamente scosso e non si dava più pace, allorché avvertiva qualche infrazione alle leggi disciplinari della Chiesa, e subito ammoniva, correggeva, minacciando pene canoniche ai trasgressori, talvolta applicandole immediatamente egli stesso, tal altra senza dilazione alcuna e senza alcun umano riguardo rimuovendo gli indegni dal loro officio. – Inoltre inculcava molte massime, che in simile forma di frequente leggiamo nei suoi scritti: “Con quale animo prende l’officio di mediatore del popolo presso Dio, chi non è conscio di essere familiare della sua grazia per il merito della vita?”. – “Se nel suo operare vivono le passioni, con quale presunzione s’affretta a medicare il ferito chi porta la piaga in volto?”. Qual frutto si potrà sperare nei fedeli Cristiani, se i messaggeri della verità “combattono coi costumi, quel che predicano con le parole?”.- “Davvero non può togliere i delitti altrui, chi ne va guastato” (Regula pastoralis, I, 11). – Così egli intende e descrive l’immagine del vero sacerdote: “È colui che, morendo a tutte le passioni della carne, già vive spiritualmente; colui che ha posposto le prosperità del mondo; colui che non teme affatto le avversità; colui che brama soltanto le cose interiori; colui che non si lascia prendere dal desiderio delle cose altrui, ma è generoso nel dare del proprio; colui che, tutto viscere di pietà, è incline al perdono, ma nel perdono non devia mai più di quel che convenga dall’apice della rettitudine; colui che non commette mai cose illecite, ma le cose illecite altrui deplora come sue proprie; colui che con ogni affetto del cuore compatisce l’altrui debolezza, e della prosperità del prossimo si allieta, come del suo proprio profitto; colui che in ogni cosa sua così si rende modello agli altri, da non avere onde arrossire, nemmeno circa le azioni passate; colui che si studia di vivere in modo che possa anche irrigare gli aridi cuori del prossimo con le acque della dottrina; colui che per l’uso dell’orazione e per la propria esperienza conosce già di poter ottenere dal Signore quel che domanda” (Regula pastoralis, I, 10). – Quanto dunque, venerabili fratelli, ha da pensare il Vescovo seriamente con se stesso e innanzi a Dio, prima di imporre le mani ai novelli leviti! “Né per grazia di alcuno, né per suppliche che si facciano, ardisca mai di promuovere alcuno ai sacri ordini, se il tenore della vita e delle azioni sue non lo dimostri degno”.Quanto maturamente deve riflettere prima di affidare le opere dell’apostolato ai Sacerdoti novelli! Se non siano debitamente provati sotto vigile custodia di Sacerdoti più prudenti, se non consti nel modo più aperto della loro onestà di vita, del loro affetto per gli esercizi spirituali, della pronta loro volontà di seguire obbedienti le norme tutte di azione, o suggerite dalla consuetudine ecclesiastica, o comprovate dalla diuturna esperienza, o imposte da coloro che “lo Spirito santo pose Vescovi a reggere la Chiesa di Dio” (At XX, 28) eserciteranno il Ministero sacerdotale, non già in salute, ma in rovina del popolo cristiano. Infatti susciteranno discordie, provocheranno più o meno tacite ribellioni, offrendo al mondo il triste spettacolo di una quasi divisione d’animi tra noi, mentre in verità questi fatti deplorabili non sono altro che orgoglio e indisciplinatezza di alcuni pochi. Oh, siano del tutto rimossi da ogni officio gli eccitatori della discordia. Di tali Apostoli la Chiesa non ha bisogno; non sono apostoli di Gesù Cristo crocifisso, ma di se stessi. – Ci par di vedere tuttora presente al Nostro sguardo l’immagine di Gregorio nel Concistoro del Laterano, circondato da gran numero di Vescovi d’ogni parte e da tutto il clero di Roma. Oh come sgorga dal suo labbro feconda l’esortazione sui doveri del clero! Come si consuma di zelo il suo cuore! Le sue parole sono fulmini che schiantano il perverso, sono flagelli che scuotono l’indolente, sono fiamme di amore divino che soavemente investono il più fervente. Leggete, venerabili fratelli, e fate leggere e meditare al vostro clero, specialmente nell’annuale ritiro degli esercizi spirituali, quella stupenda omelia di Gregorio. – Con indicibile amarezza egli esclama tra l’altro: “Ecco, il mondo è pieno di Sacerdoti, ma è assai difficile trovare chi si impegna nella messe di Dio, perché abbiamo sì ricevuto l’ordinazione sacerdotale ma non ne adempiamo gli obblighi”.E invero, quale forza non avrebbe oggi la Chiesa, se in ogni Sacerdote potesse contare l’operaio? Quale larghissimo frutto non produrrebbe nelle anime la vita soprannaturale della Chiesa, se fosse da tutti efficacemente promossa? Gregorio ha saputo strenuamente suscitare ai tempi suoi questo spirito di energica azione, e per la spinta da lui data, ottenne che il medesimo spirito si mantenesse nelle età seguenti. L’intero Medioevo reca l’impronta, per dir così, gregoriana; da quel Pontefice infatti riconosceva pressoché ogni cosa: e le regole del governo ecclesiastico, e quelle molteplici della carità e della beneficenza nelle istituzioni ufficiali, e i princìpi dell’ascetica cristiana più perfetta e della vita monastica, e l’ordinamento della liturgia e l’arte del canto sacro. – I tempi sono di gran lunga cambiati. Ma, come più volte abbiamo ripetuto, nulla è cambiato nella vita della Chiesa. Essa ha ereditato dal suo divin Fondatore la virtù di offrire a tutti i tempi, sebbene diversi fra loro, quanto è richiesto, non solo al bene spirituale delle anime, ciò che è proprio della sua missione, ma anche quanto giova al progresso della vera civiltà, ciò che da quella missione discende come naturale conseguenza. – Non è infatti possibile che le verità dell’ordine soprannaturale, onde la Chiesa è depositaria, non promuovano altresì tutto ciò che è vero, buono e bello nell’ordine naturale, e questo con tanta maggiore efficacia, quanto più tali verità si riferiscono al princìpio supremo di ogni verità, bontà e bellezza, che è Dio. – La scienza umana guadagna di gran lunga dalla rivelazione, sia perché questa apre nuovi orizzonti e fa conoscere speditamente altre verità di semplice ordine naturale, sia perché apre la retta via all’investigazione o la tiene lontana dagli errori di applicazione e di metodo. Così un faro luminoso ai naviganti che solcano l’oceano nelle tenebre della notte addita molte cose che altrimenti non si vedrebbero, e insieme addita gli scogli, contro i quali sbattendo, la nave potrebbe naufragare. – E nelle discipline morali, poiché il divin Redentore ci propone quale modello supremo di perfezione il suo Padre celeste (Mt V, 48),cioè la bontà stessa divina, che non vede quanto impulso ne venga all’osservanza sempre più perfetta della legge naturale iscritta nei cuori, e quindi al sempre maggiore benessere dell’individuo, della famiglia, della società tutta? La ferociadei barbari fu così ridotta a gentili costumi, la donna fu liberata dall’abiezione, fu repressa la schiavitù, restituito l’ordine nella conveniente dipendenza reciproca delle varie classi sociali, riconosciuta la giustizia, proclamata la libertà vera delle anime, assicurata la pace domestica e sociale. – Le arti infine, richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio, dal quale deriva tutta la bellezza della natura, più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea, che d’ogni arte è vita. Il solo principio di adoperarle a servizio del culto, e quindi di offrire al Signore quanto nella ricchezza, nella bontà ed eleganza delle forme si stima più degno di lui, oh come è stato fecondo di bene! Esso ha creato l’arte sacra, che divenne ed è tuttora il fondamento di ogni arte profana. Abbiamo recentemente di ciò trattato in un particolare Nostro motu proprio, parlando del ristabilimento del canto romano secondo l’avita tradizione e della musica sacra. Ma quelle norme medesime si applicano anche, secondo la varia materia, alle arti, così che conviene alla pittura, alla scultura, all’architettura quel che si dice del canto, giacché di tutte queste nobilissime creazioni del genio la Chiesa è stata in ogni tempo ispiratrice e mecenate. L’umanità intera, nutrita di questo sublime ideale, innalza templi grandiosi, e quivi nella casa di Dio, come in casa sua propria, solleva la mente alle cose celesti, in mezzo alle splendide ricchezze di ogni arte bella, tra la maestà delle cerimonie liturgiche, tra le dolcezze del canto. – Tutti questi benefici, ripetiamo, l’azione di papa Gregorio seppe ottenere ai tempi suoi e nei secoli a lui seguenti; e tanto per l’intrinseca efficacia dei princìpi ai quali dobbiamo ricorrere e dei mezzi che abbiamo alla mano, sarà possibile ottenere ancor oggi, mantenendo con ogni studio il buono che per grazia di Dio ancora si conserva “ristorando in Cristo” (Ef I, 10) quanto per disgrazia dalla retta norma fosse deviato. – Ci piace metter fine a questa Nostra lettera con le parole medesime, onde Gregorio concludeva la sua memoranda esortazione nel concistoro del Laterano. “Riflettete con sollecitudine a tutto questo nel vostro intimo, o fratelli, e attuatelo al cospetto del vostro prossimo, rendendovi, così, pronti a presentare a Dio onnipotente i frutti del ministero che vi è stato affidato. A queste mete, di cui si è detto, si arriverà più con la preghiera che con la parola. Preghiamo: O Dio, che hai voluto chiamarci pastori fra il popolo, concedi a noi, ti supplichiamo, dipoter essere ai tuoi occhi come siamo chiamati dalla voce degli Uomini”. – E mentre per l’intercessione del santo pontefice Gregorio confidiamo di ottenere da Dio il benigno esaudimento della nostra preghiera, auspice dei celesti favori e testimone della Nostra benevolenza paterna, a voi tutti, venerabili fratelli, al clero e al popolo vostro, impartiamo con tutto l’affetto del cuore l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, 12 marzo 1904, festa di S. Gregorio I, papa e dottore della Chiesa, nell’anno primo del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO X – “EDITÆ SÆPE DEI”

La lettera enciclica che poniamo all’attenzione dei fedeli Cattolici, è una breve apologia dell’opera di S. Carlo Borromeo, del quale vengono ricordati meriti e virtù in un tempo di grandi calamità per la Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica Romana. Tra gli altri meriti, si ricorda il suo impegno nel Concilio tridentino, i cui canoni applicò rigorosamente nella propria diocesi, esempio per tutti gli altri Pastori del gregge di Cristo. il Santo Padre ne approfitta per comparare la situazione dell’epoca della cosiddetta Riforma protestante, arginata in parte appunto dalla reazione del Borromeo e dal caldeggiato Concilio tridentino, con quella dell’inizio del novecento, epoca in cui saliva la marea montante del Modernismo, vera peste spirituale che seminava veleno e ribellione, ed al quale il Santo Padre Pio X oppose con indomito vigore, una resistenza eroica, che solo per un breve periodo ottenne i suoi effetti, ma che poi sappiamo essere esploso fragorosamente con l’ultramodernismo conciliare e postconciliare degli usurpanti della quinta colonna nella Chiesa, infiltrati come apostati del “Novus Ordo” Vaticano, i cui frutti marci sono tragicamente davanti ai nostri occhi e che hanno prodotto una società mondiale totalmente scristianizzata ed asservita al dictat mondialista-ecumenico dei kazari servi e battistrada dell’Anticristo. Un San Carlo Borromeo, probabilmente oggi non sarebbe più in grado di ribaltare la situazione di “antichiesa” insediata nei palazzi un tempo sacri di Roma e del mondo intero, nulla potrebbe contro i poteri dell’inferno che la massoneria e la sinagoga di satana vaticana – poteri oramai tra essi fusi – esercitano incontrastati. La profezia di San Paolo diceva infatti già ai Tessalonicesi, che sarà il soffio delle labbra dello stesso Cristo a disperdere e schiacciare l’anticristo ed i suoi adepti, ed eliminare l’abominio della desolazione (il baphomet-lucifero, il “signore dell’universo”) che ha preso il posto di Dio sugli altari delle chiese un tempo cristiane. Dio stesso avoca a sé, nella Persona di Cristo, il Figlio di Dio-Uomo, il compito di distruggere l’anticristo e l’antichiesa non delegando nessun altro a compiere questo atto che farà risplendere definitivamente su tutto il pianeta, la luce della Verità che solo appartiene alla sua vera Chiesa: la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana, governata dal suo Vicario in terra: il Santo Padre, il “vero” Papa! Nel dare lode, onore e gloria a Colui che solo merita, leggiamo con attenzione la “Editæ sæpe Dei”, traendone gravi spunti di meditazione e di speranza per una “… Restaurazione di tutte le cose in Cristo!” secondo gli auspici di S. Pio X.

San Pio X
Editæ sæpe Dei

Lettera Enciclica

Celebra la memoria e l’opera apostolica e dottrinale di San Carlo Borromeo.

Ciò che la parola divina ricorda più volte nelle Sacre Scritture, come il giusto vivràin memoria eterna di lodi e che egli parla anche defunto (Psal. CXI, 7; Prov. X, 7; Hebr. XI, 4),si avvera sopra tutto per la voce e l’opera continua della Chiesa. Questa, infatti, quale Madre e aurice di santità, ringiovanita sempre più feconda dal soffio “dello Spirito Santo, che inabita in noi“(Rom. VIII, 11), come è sola a generare, nutrire ed allevare nel suo seno la nobilissima figliolanza dei giusti, così è la più sollecita, quasi per istinto di amore materno, a conservarne la memoria e a ravvivarne l’amore. Da tale ricordanza Ella riceve quasi un divino conforto, e ritrae lo sguardo dalle miserie di questo pellegrinaggio mortale, mentre già vede nei Santi “la sua gioia e la sua corona“,riconosce in essi la immagine sublime del suo Sposo Celeste, e inculca ai suoi figli con nuova testimonianza il detto antico: “Per quanti amano Dio, per quelli che secondo il proposito divino sono stati chiamati santi, le cose tutte si rivolgono in bene“(Rom. VIII, 28). Né le loro opere gloriose riescono solo di confortoalla memoria, ma di luce all’imitazione e di forte incitamento alla virtù per quella eco unanime dei santi che risponde alla voce di Paolo: “Siate miei imitatori, come io sono di Cristo” (I Cor. IV, 16). – Per queste ragioni, Venerabili Fratelli, mentre Noi, appena assunto il Sommo Pontificato, significavamo il proposito di adoperarCi costantemente perché “le cose tutte fossero restaurate in Cristo“, con la prima Nostra Lettera Enciclica (Lett. Enc. “E supremi“,del 4 ottobre 1903), Ci studiammo vivamente di fare che tutti rivolgessero con Noi i loro sguardi a Gesù, “Apostolo e Pontefice della nostra confessione, autore e consumatore della fede“(Hebr. III, 1; XII, 2-3). Ma poiché la Nostra debolezza è tanta e facilmente restiamo sbigottiti dalla grandezza di tanto esemplare, per benefizio della Provvidenza divina un altro modello Noi avemmo da proporre, che pur essendo prossimo a Cristo, quanto a natura umana è possibile, è meglio confacevole alla debolezza Nostra, cioè la Beatissima Vergine, Augusta Madre di Dio (Lett. Enc. “Ad diem illum“, del 21 febbraio 1904). Infine, cogliendo varie occasioni di ravvivare la memoria dei santi, proponemmo alla comune ammirazione questi servi e dispensatori fedeli nella casa di Dio, e secondo il grado proprio di ciascuno, amici e domestici di Lui, come quelli che “per la fede vinsero i regni) operarono la giustizia, ottennero le promesse” (Hebr. XI, 13), affinché dai loro esempi spronati “non siamo più bambini vacillanti e trasportati da ogni vento di dottrina per raggiri degli uomini, per astuzia usata a circonvenire nell’errore; ma seguitando la verità nella carità, andiamo crescendo per ogni parte in Lui, che è il capo, Cristo” (Eph. IV, 11 segg.). – Questo consiglio altissimo della Provvidenza divina mostrammo attuato in tre personaggi massimamente che quali grandi pastori e dottori fiorirono in età ben diverse ma quasi del pari calamitose per la Chiesa: Gregorio Magno, Giovanni Grisostomo e Anselmo di Aosta, dei quali occorsero in questi ultimi anni solenni feste centenarie. Così più specialmente nelle due Lettere Encicliche date il 12 marzo 1904 e il 21 aprile del 1909, spiegammo quei punti di dottrina e precetti di vita cristiana, quali ci parvero opportuni ai nostri giorni, che si raccolgono dagli esempi e dagli insegnamenti dei santi. – E poiché Noi siamo persuasi che gli esempi illustri dei soldati di Cristo valgono assai meglio a scuotere gli animi e a trascinarli che non le parole o le altre trattazioni (Encicl. “E Supremi“), profittiamo ora volentieri di un’altra felice opportunità che Ci si porge, per commendare gli altissimi documenti di un altro santo Pastore, suscitato da Dio in tempi più vicini quasi in mezzo alle medesime tempeste, Cardinale della Santa Romana Chiesa e Arcivescovo di Milano, da Paolo V di santa memoria ascritto nel novero dei santi, Carlo Borromeo. E non meno a proposito; poiché – per usare le parole dello stesso Nostro Antecessore – “Il Signore che fa meraviglie grandi Egli solo, ha operato con noi cose magnifiche in questi ultimi tempi, e con opera mirabile della sua dispensazione ha eretto sopra la rocca dell’Apostolica pietra un grande luminare, eleggendo dal seno della sacrosanta Romana Chiesa, Carlo sacerdote fedele, servo buono, modello del gregge e modello dei pastori. Egli infatti, con molteplice fulgore di opere sante illustrando la Chiesa tutta, brilla innanzi ai sacerdoti ed al popolo, quale un Abele per l’innocenza, un Enoch per la purezza, un Giacobbe per la sofferenza delle fatiche, un Mosè per la mansuetudine, un Elia per lo zelo ardente. Egli in sé mostra da imitare, fra l’abbondanza delle delizie, l’austerità di Girolamo, nei gradi più alti l’umiltà di Martino, la sollecitudine pastorale di Gregorio, la libertà di Ambrogio, la carità di Paolino, e finalmente ci dà a vedere con gli occhi nostri, a toccare con le nostre mani, un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive nello spirito calpestando le cose terrene, cercando continuamente le Celesti, né solo per officio sostituito in luogo di Angelo, ma emulo in terra nei pensieri e nelle opere della vita degli Angeli“(Bolla “Unigenitus“, novembre del 1610). – Così il Nostro Antecessore, trascorsi i cinque lustri dalla morte di Carlo. E ora, trascorsi tre secoli dalla glorificazione a lui decretata “meritamente é pieno il Nostro labbro di gaudio e la Nostra lingua di esultanza nell’insigne giorno della Nostra solennità, quando col decretare i sacri onori a Carlo prete Cardinale della Santa Romana Chiesa, alla quale Noi per disposizione del Signore presiediamo, fu aggiunta una corona ricca di ogni pietra preziosa all’unica Sua sposa“. Così Noi abbiamo comune col Nostro Antecessore la confidenza, che dalla contemplazione della gloria, ma più ancora dagli insegnamenti e dagli esempi del Santo, si possa veder umiliata la protervia degli empi e confusi tutti quelli che “si gloriano dei simulacri degli errori“(dalla Bolla “Unigenitus“). Quindi la rinnovata glorificazione di Carlo modello del gregge e dei pastori nei tempi moderni, propugnatore e consigliere indefesso della verace riforma cattolica contro quei novatori recenti, il cui intento non era la reintegrazione, ma piuttosto la deformazione e distruzione della fede e dei costumi, riuscirà dopo tre secoli per tutti i Cattolici di singolare conforto ed istruzione, come di nobile incitamento a tutti per cooperare strenuamente all’opera che tanto Ci sta a cuore della restaurazione di tutte le cose in Cristo. – Certamente è a voi ben noto, Venerabili Fratelli, come la Chiesa, quantunque tribolata continuamente, non è mai lasciata da Dio priva di ogni consolazione. Poiché Cristo “l’amò e dette se stesso per lei, alfine di santificarla e farsela comparire innanzi gloriosa, senza macchia, né ruga, né altra cosa tale, ma perché sia santa e immacolata” (Eph. V, 25 e segg.). Anzi, quando più sbrigliata la licenza dei costumi, più feroce l’impeto della persecuzione, più astute le insidie dell’errore sembrano minacciare a lei rovina estrema, fino a strapparle dal seno non pochi dei suoi figliuoli, per travolgerli nel vortice dell’empietà e dei vizi, allora la Chiesa sperimenta più efficace la protezione divina. Perocché Iddio fa che l’errore stesso, vogliano o no i malvagi, serva al trionfo della verità, di cui la Chiesa è vigile custode; la corruzione serva all’incremento della santità, di cui essa è attrice e maestra; la persecuzione ad una più mirabile “liberazione dai nostri nemici“. Così avviene che quando la Chiesa appare agli occhi profani sbattuta da più fiera tempesta e quasi sommersa, allora n’esca più bella, più vigorosa, più pura, rifulgendo nello splendore delle maggiori virtù. – In questo modo la somma benignità di Dio viene confermando con nuovi argomenti, che la Chiesa è opera divina; sia perché nella prova più dolorosa, quella degli errori e delle colpe che s’infiltrano nelle stesse sue membra, le fasuperare il cimento; sia perché le mostra attuato il detto di Cristo: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei“(Matth. XVI, 18); sia perché comprova di fatto la promessa: “Ecco io sarò con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli“(Matth. XXVIII, 20);sia infine perché testimonia di quella misteriosa virtù per cui un altro Paraclito, promessole da Cristo nel suo sollecito ritorno al Cielo, continuamente in Lei effonde i suoi doni e la difende e la consola in ogni tribolazione: “spirito che rimane con lei in eterno; spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede, né lo conosce, perché Egli dimorerà fra voi e sarà con voi“(Ioan. XIV, 16 e segg., 29, 59; XVI, 7 e segg.). Da questa fonte sgorga la vita e il nerbo della vita; e da questa pure il distinguersi da ogni altra società, come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano, per le note manifeste, ond’è segnalata e costituita “quasi un vessillo sollevato fra le nazioni” (Sess. III, Const. Dei Filius, cap. 3). – E infatti, solo per un miracolo della potenza divina può succedere che tra l’inondare della corruzione e la frequente deficienza delle membra la Chiesa, in quanto è il Corpo mistico di Cristo, si mantenga indefettibile nella santità della dottrina, delle leggi, del suo fine; dalle cause stesse tragga del pari fruttuosi effetti; dalla fede e dalla giustizia di molti suoi figliuoli raccolga frutti copiosissimi di salute. Né meno chiaro apparisce il sigillo della sua vita divina in ciò che fra tanta e cosi turpe colluvie di perverse opinioni, fra così grande numero di ribelli, fra il tanto multiforme variare degli errori, essa persevera immutabile e costante, quale colonna e sostegno della verità, nella professione di una stessa dottrina, nella comunione degli stessi Sacramenti, nella sua divina costituzione, nel governo, nella morale. E ciò tanto più è mirabile, perché ella non solamente resiste al male, ma vince il male col bene, e mai resta dal benedire e agli amici e ai nemici, mentre tutta si affatica ed anela a operare la rinnovazione cristiana della società non meno che dei singoli individui. Poiché questa è la sua missione propria nel mondo, e di questa gli stessi suoi nemici sentono i benefizi. – Un tale mirabile influsso della Provvidenza divina nell’opera restauratrice promossa dalla Chiesa appare splendidamente in quel secolo che vide sorgere a conforto dei buoni San Carlo Borromeo. Allora, spadroneggiando le passioni, travisata quasi del tutto e oscurata la cognizione della verità, eravi lotta continua con gli errori, e l’umana società, precipitando al peggio, sembrava correre all’abisso. Fra questi mali insorgevano uomini orgogliosi e ribelli, “nemici della Croce di Cristo…“, uomini di “sentimenti terreni, il Dio dei quali é il ventre ” (Phil. III, 18, 19). Costoro, applicandosi non a correggere i costumi, ma a negare i dogmi, moltiplicavano i disordini, allargavano a sé ed agli altri il freno della licenza, o certo sprezzando la guida autorevole della Chiesa, a seconda delle passioni dei prìncipi o dei popoli più corrotti, con una quasi tirannide ne rovesciavano la dottrina, la costituzione, la disciplina. Indi, imitando quegli iniqui, a cui è rivolta la minaccia: “Guai a voi che chiamate male il bene e bene il male!” (Is. V, 20), quel tumulto di ribellione, quella perversione di fede e di costumi chiamarono riforma e se stessi riformatori. Ma, in verità, essi furono corrompitori, sicché, snervando con dissensioni e guerre le forze dell’Europa, prepararono le ribellioni e l’apostasia dei tempi moderni, nei quali si rinnovarono insieme in un impeto solo quei tre generi di lotta, prima disgiunti, da cui la Chiesa era sempre uscita vincitrice: le lotte cruente della prima età, indi la peste domestica delle eresie; infine sotto il nome di libertà evangelica, quella corruzione di vizi e perversione della disciplina, a cui forse non era giunta l’età medioevale. – A questa turba di seduttori Iddio oppose veraci riformatori e uomini santi, sia per arrestare quella corrente impetuosa ed estinguere quel bollore, sia per riparare ai danni già recati. Quindi l’opera loro assidua e molteplice nella riforma della disciplina fu di tanto maggiore conforto alla Chiesa quanto più grave era la tribolazione che l’angustiava e comprovò il detto: “Fedele è Iddio, che… darà con la tentazione il vantaggio” (I Cor. X, 13). In sì fatte circostanze veniva ad accrescere consolazione alla Chiesa, per disposizione provvidenziale, l’operosità e la santità singolare di Carlo Borromeo. – Senonché il ministero di lui, cosi disponendo Iddio, ebbe una forza ed efficacia tutta propria, né solo per fiaccare l’audacia dei faziosi, ma per ammaestrare ed infervorare i figliuoli della Chiesa. Di quelli, infatti, egli reprimeva i folli ardimenti e confutava le futili accuse, con l’eloquenza più potente, con l’esempio della sua vita e della sua operosità; di questi rialzava le speranze e ravvivava l’ardore. E fu certo cosa mirabile come egli accolse in sé riunite fino dalla sua giovinezza tutte quelle doti di un verace riformatore, che in altri vediamo disperse e distinte: virtù, senno, dottrina, autorità, potenza, alacrità; e tutte le fece servire unitamente alla difesa commessagli della Verità Cattolica contro le invadenti eresie, com’era pur la missione propria della Chiesa, risvegliando la fede sopita in molti e quasi estinta, corroborandola con provvide leggi ed istituzioni, rialzando la caduta disciplina e riconducendo strenuamente i costumi del clero e del popolo ad un tenore di vita cristiana. Così mentre adempie le parti tutte del riformatore, non meno adempie per tempo a tutti gli uffici del “servo buono e fedele“, e più tardi quelle del sacerdote grande, che “piacque a Dio nei giorni suoi e fu trovato giusto, degno perciò di prendersi ad esempio da tutte le classi di persone, sia del clero o dei laici, siano ricchi o poveri; come quegli la cui eccellenza va compendiata in quella lode propria del Vescovo e del prelato, per la quale ubbidendo ai detti dell’Apostolo Pietro, egli si era “fatto di cuore modello del gregge“(I Petr. V, 3). Né di minore ammirazione è il fatto che Carlo, non ancora compiuti i suoi 23 anni di età 1, benché sollevato a sommi onori, e messo a parte di negozi grandi e difficilissimi della Chiesa, veniva ogni di meglio avanzandosi nell’esercizio più perfetto della virtù, mediante quella contemplazione delle cose divine, che nel sacro ritiro già l’aveva rinnovato, e risplendeva “spettacolo al mondo, agli angeli ed agli uomini“. – Allora veramente, per usare le parole del già ricordato Nostro Antecessore Paolo V, cominciò il Signore a mostrare in Carlo le “sue meraviglie: sapienza, giustizia, zelo ardentissimo in promuovere la gloria di Dio e del nome cattolico, e cura sopra tutto per quella opera di restaurazione della fede e della Chiesa universale che si agitava nell’augusto Consesso Tridentino. Della celebrazione di questo Concilio gli dà merito lo stesso Pontefice e la posterità tutta, in quanto egli, prima di esserne l’esecutore più fedele, ne fu il più efficace sostenitore. Né certo, senza molte sue veglie, stenti e fatiche, ebbe quell’opera il suo ultimo compimento. – Eppure queste cose tutte non erano altro che una preparazione e un tirocinio di vita, nel quale educavasi il cuore con la pietà, la mente con lo studio, il corpo con la fatica, serbandosi quel modesto e umile giovane quale argilla nelle mani di Dio e del suo Vicario in terra. E una tale vita di preparazione appunto era quella che disprezzavano allora i fautori di novità, per la stoltezza medesima onde la disprezzano i moderni, non avvertendo che le opere meravigliose di Dio si maturano nell’ombra e nel silenzio dell’anima dedita all’ubbidienza ed alla preghiera, e che in questa preparazione sta come il germe del futuro progresso, come nella seminagione la speranza della raccolta. – La santità, nondimeno, e l’operosità di Carlo, che si preparava allora con si splendidi auspici, si svolse poi e diede frutti prodigiosi, come accennammo sopra, quando egli “da buon operaio, lasciata la splendidezza e la maestà di Roma, si ritirò nel campo che aveva preso a coltivare (Milano), e adempiendovi ogni giorno meglio le sue parti, ricondusse quel campo, per la tristizia dei tempi già bruttamente guasto da sterpi e inselvatichito, a tale splendore che fece della Chiesa di Milano un chiarissimo esemplare di ecclesiastica disciplina” (Bolla “Unigenitus“). – Tanti e così preclari effetti egli ottenne conformando la sua opera di riforma alle norme proposte poco avanti dal Concilio Tridentino. – La Chiesa, infatti, bene intendendo quanto “i sentimenti e i pensieri dell’animo umano sono proclivi al male“(Gen. VIII, 21),mai non cessa di combattere contro i vizi e gli errori, perché “sia distrutto il corpo del peccato e più non serviamo al peccato” (Rom. VI, 6). E in questa lotta, come Ella è maestra a se stessa e guidata dalla grazia che “è diffusa nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo“,cosìprende norma al pensare e all’opera dal Dottore delle genti, che dice: “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente“(Eph. IV, 23). “E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma riformatevi nel ritrovamento della mente vostra, per accertare quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta“(Rom. XII, 2).Né il figliuolo della Chiesa e riformatore sincero mai si persuade di avere toccata la meta, ma ad essa protesta solo di tendere insieme con l’Apostolo: “Dimenticando quel che sta dietro e stendendomi verso ciò che mi sta davanti, mi avanzo verso il segno, verso il premio della vocazione superna di Dio in Cristo Gesù“(Phil. III, 13, 14). – Quindi avviene che noi uniti con Cristo nella Chiesa “cresciamo per ogni cosa in Lui che è il Capo, Cristo dal quale il corpo tutto prende l’accrescimento proprio per la perfezione di se stesso nella carità (Eb. IV, 15, 16), e la Chiesa madre viene sempre più ad avverare quel mistero della volontà, “di restaurare nella ordinata pienezza dei tempi tutte le cose in Cristo“(Eph. I, 9, 10). – A queste cose non pensavano i riformatori, a cui si oppose Carlo Borromeo, presumendo riformare a loro capriccio la fede e la disciplina; né meglio le intendono i moderni, contro cui abbiamo noi da combattere, o Venerabili Fratelli. Anche costoro sovvertono dottrina, leggi, istituzioni della Chiesa, avendo sempre sulle labbra il grido di cultura e di civiltà, non perché stia loro troppo a cuore questo punto, ma perché con questi nomi grandiosi possono più agevolmente celare la malvagità dei loro intendimenti. – E quali in realtà sieno le loro mire, quali le loro trame, quale la via che intendono battere, nessuno di voi lo ignora, e i loro disegni furono già da Noi denunziati e condannati. Si propongono essi un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa, apostasia tanto peggiore dì quell’antica che mise in pericolo il secolo di Carlo, quanto più astutamente serpeggia occulta nelle vene stesse della Chiesa, quanto più sottilmente trae da principi erronei le conseguenze estreme. – Di ambedue, tuttavia, una stessa è l’origine: “l’uomo nemico“, cioè, che sempre desto a perdizione degli uomini “soprasseminò la zizzania in mezzo al grano” (Matth. XIII, 25):del pari soppiatte e tenebrose le vie; simile il processo e l’esito finale. Perocché, a quel modo che nel passato la prima apostasia voltandosi dove la fortuna secondava, veniva aizzando l’una e l’altra, o la classe dei potenti o dei popolani, per travolgere poi l’una e l’altra nella perdizione cosi questa moderna apostasia esaspera l’odio vicendevole dei poveri e dei ricchi, acciocché scontento ognuno della sua sorte tragga sempre più misera la vita e paghi il fio imposto a quelli che tutti fissi nelle cose terrene e caduche, non cercano il “regno di Dio e la sua giustizia. Anzi il presente conflitto è fatto anche più grave da ciò che, dove i turbolenti novatori dei tempi andati ritenevano per lo più qualche resto del tesoro della dottrina rivelata, i moderni sembra che non vogliano darsi pace finché non lo abbiano veduto interamente disperso. Ora, così rovesciando il fondamento della Religione, si scioglie necessariamente anche il vincolo della società civile. Spettacolo triste, al presente, minaccioso per l’avvenire; non perché vi sia da temere per l’incolumità della Chiesa, di cui non permettono dubbio le promesse divine, ma per i pericoli che sovrastano alle famiglie ed alle nazioni, massimamente a quelle che o fomentano con più studio o tollerano con più indifferenza questo pestifero soffio di empietà. – Fra una sì empia e stolida guerra, mossa talora e propagata con l’aiuto di quei medesimi che più dovrebbero appoggiarci e sostenere la nostra causa; fra un trasformarsi così molteplice degli errori e un blandire di vizi così vario, che dagli uni e dagli altri anche molti dei nostri si lasciano lusingare, sedotti dall’apparenza di novità e di dottrina, o dalla illusione che la Chiesa possa amichevolmente accordarsi con le massime del secolo, voi bene intendete, Venerabili Fratelli, che noi tutti dobbiamo opporre vigorosa resistenza e ribattere l’assalto dei nemici con quelle armi stesse, di cui un tempo usò il Borromeo. – E anzitutto, perché attentano alla rocca stessa che è la fede, o con l’aperta negazione, o con l’ipocrita impugnazione, o col travisarne le dottrine, ricorderemo quello che San Carlo spesso inculcava: “La prima e più grande cura dei Pastori deve essere intorno alle cose che riguardano il conservare integra e inviolata la Fede Cattolica, quella fede che la Santa Romana Chiesa professa e insegna, e senza la quale é impossibile piacere a Dio“(Conc. Prov. I, sub initium). E di nuovo: “In questa parte nessuna diligenza può essere così grande, quanto senza dubbio è richiesta dal bisogno“(Conc. Prov. V, pars I). Quindi è necessario di opporsi con la sana dottrina al “fermento dell’eretica pravità“che non represso corrompe tutta la massa, opporsi cioè alle perverse opinioni che s’infiltrano sotto mentite sembianze e che raccolte insieme sono professate dal modernismo; ricordando con San Carlo, “quanto sommo debba essere lo studio e diligentissima sopra ogni altra cura del Vescovo nel combattere il delitto dell’eresia“(Ibid.). – Né occorre, per verità, ricordare le altre parole del Santo che allega le sanzioni, le leggi, le pene poste dai Romani Pontefici contro quei prelati che fossero negligenti o rimessi nel purgare dall’eretica pravità la loro diocesi. Ma bene convenevole sarà riandare con attenta meditazione ciò che egli ne conclude: “Perciò deve il vescovo anzitutto persistere in questa sollecitudine perenne e vigilanza continua, acciocché non solo il morbo pestilentissimo dell’eresia non s’infiltri mai nel gregge a lui commesso, ma ne vada lontanissimo qualsiasi sospetto. E se poi, il che tolga Cristo Signore per la sua pietosa misericordia, s’infiltrasse, allora sopra tutto si adoperi con ogni sforzo perché sia ricacciato prestissimamente, e quelli che di tale pestilenza sono infetti o sospetti siano trattati a norma dei canoni e delle sanzioni pontificie” (Ibid.). – Ma né la liberazione, né la preservazione dalla peste degli errori è possibile, se non con una retta istruzione del clero e del popolo: poiché “la fede, dall’udito, e l’udito poi per la parola di Cristo“(Rom. X, 17).E la necessità d’inculcare la verità a tutti s’impone tanto maggiormente ai nostri giorni, mentre per tutte le vene dello Stato, e anche donde meno si crederebbe, vediamo infiltrarsi il veleno, a segno tale che per tutti valgono oggimai le ragioni addotte da San Carlo con queste parole: “Quei che confinano con gli eretici ove non fossero stabili e fermi nei fondamenti della fede, darebbero moltissimo a temere che non si lasciassero troppo facilmente tirare da essi in qualche inganno di empietà e di guasta dottrina“(Conc. Prov. V, pars I). Ora infatti per la facilità dei viaggi, sono cresciute le comunicazioni, come delle altre cose tutte, così anche degli errori, e per la sfrenata libertà delle passioni, viviamo in mezzo ad una società pervertita, ove “non é verità… e non esiste cognizione di Dio ” (Os. IV, 1); in una terra che è desolata… perché niuno vi è che pensi di cuore” (Ier. XX, 11).Perciò Noi, volendo usare le parole di San Carlo, “abbiamo adoperato finora molta diligenza perché tutti e singoli i fedeli di Cristo fossero bene istruiti nei rudimenti della fede cristiana“(Conc. Prov. V, pars I);e ne abbiamo anche scritto speciale Lettera Enciclica, come di argomento della più vitale importanza (Enc. “Acerbo nimis“, del 25 aprile 1905). Ma, sebbene non vogliamo ripetere ciò che ardendo di zelo insaziabile deplorava il Borromeo, cioè: “di aver ottenuto finora troppo poco in cosa di tonta rilevanza“, pure come lui, “indotti dalla grandezza del negozio e del pericolo“, vorremmo anche maggiormente infiammare lo zelo di tutti; perché prendendo Carlo a modello, concorrano, ciascuno secondo il grado e le forze, a quest’opera di restaurazione cristiana. Ricordino i padri di famiglia e i padroni con quale fervore ad essi inculcava il santo Vescovo costantemente, che ai figliuoli, ai domestici, ai servi, non solo dessero facoltà ma imponessero l’obbligo d’imparare la dottrina cristiana. I chierici si ricordino l’aiuto che in questo insegnamento debbono prestare al parroco, e questi procuri che siffatte scuole si moltiplichino secondo il numero e la necessità dei fedeli, e siano commendevoli per la probità dei maestri ai quali siano dati per aiutatori uomini o donne di provata onestà, a quel modo che prescrive lo stesso santo Arcivescovo di Milano (Conc. Prov. V, pars I). – Di tale cristiana istituzione appare evidentemente cresciuta la necessità sia da tutto l’andamento dei tempi e dei costumi moderni, sia specialmente da quelle pubbliche scuole, prive di ogni religione, dove si tiene quasi per sollazzo il deridere tutte le cose più sante, e del pari sono aperte alla bestemmia e le labbra dei maestri e le orecchie dei discepoli. Parliamo di quella scuola che si chiama per somma ingiuria neutra o laica, ma non è altro che tirannide prepotente di una setta tenebrosa. Un siffatto nuovo giogo di ipocrita libertà voi già denunciaste ad alta voce e intrepidamente, o Venerabili Fratelli, massime in quei paesi dove più sfrontatamente furono calpestati i diritti della Religione e della famiglia, anzi soffocata la voce stessa della natura che vuole rispettati la fede e il candore dell’adolescenza. A rimediare, per quanto era in Noi, a un sì gran male, recato da quelli stessi che, mentre pretendono dagli altri obbedienza, la negano al Padrone supremo di tutte le cose, abbiamo raccomandato che si istituissero per le città opportune scuole religiose. E sebbene quest’opera, mercé i vostri sforzi, abbia fatto finora assai buoni progressi, tuttavia è sommamente da desiderare che sempre più largamente si propaghi, cioè che siffatte scuole si aprano dappertutto numerose e fioriscano di maestri commendevoli per merito di dottrina e per integrità di vita. – Con tale insegnamento utilissimo dei primi elementi va strettamente congiunto l’ufficio dell’oratore sacro, nel quale a più forte ragione si ricercano le doti ricordate. Quindi le diligenze e i consigli di Carlo nei Sinodi provinciali e nei diocesani miravano con una cura specialissima a formare predicatori tali che si potessero adoperare santamente e con frutto nel “ministero della parola“. Ora la cosa stessa, e forse più fortemente, sembra richiesta a Noi dai tempi che corrono, mentre la fede vacilla in tanti cuori, né mancano di quelli che, per vaghezza di gloria vana, assecondano la moda, “adulterando la parola di Dio“, sottraendo alle anime il cibo della vita. – Con somma vigilanza, pertanto, Noi dobbiamo guardare, Venerabili Fratelli, che il vostro gregge da uomini vani e frivoli non sia pasciuto di vento, ma sia nutrito del cibo vitale da “ministri della parola, ai quali si applicano quelle sentenze: “Noi facciamo le veci di ambasciatori a nome di Cristo, quasi esortando Iddio per mezzo di noi: riconciliatevi. con Dio“(II Cor. V, 20); “da ministri e da legati che non camminano nell’astuzia, né corrompono la parola di Dio, ma si rendono commendevoli presso ogni coscienza degli uomini innanzi a Dio per la manifestazione della verità“(II Cor. IV, 2); “operai che non possono essere confusi e con rettitudine maneggiano la parola della verità“(II Tim. II, 15).E non meno utili cisaranno quelle norme santissime e sommamente fruttuose che il Vescovo di Milano soleva raccomandare ai fedeli, e sono compendiate da quelle parole di San Paolo: “Avendo ricevuto da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accoglieste non come parola umana, (ma qual è veramente) parola di Dio, la quale opera in voi che avete creduto“(I Thess. II, 13). – Cosi la “parola di Dio, viva, efficace, più penetrativa di ogni spada“(Hebr. VI, 12) opererà non solo a conservazione e a difesa della fede, ma ad efficace impulso delle buone opere: giacché “la fede senza le opere è morta“(Iac. II, 26);”e non saranno giustificati innanzi a Dio quelli che ascoltano la legge, ma quei che la legge mettono in esecuzione“(Rom. II, 13). – Ed è questo un altro punto in cui si vede quanto immenso è il divario della vera dalla falsa riforma. Poiché quelli che propugnano la falsa, imitando la costanza degli stolti, sogliono ricorrere agli estremi, o esaltando la fede per modo da escludere la necessità delle buone opere, o collocando nella sola natura tutta la eccellenza della virtù senza gli aiuti della fede e della grazia divina. Onde segue che gli atti provenienti dalla sola onestà naturale, non sono altro che simulacri di virtù né durevoli in sé, né sufficienti alla salute. L’opera adunque di siffatti informatori non è valevole a restaurare la disciplina, ma esiziale alla fede ed ai costumi. – Al contrario, quelli che, ad esempio di San Carlo, sinceramente e senza raggiri cercano la vera e salutare riforma, evitano gli estremi, né mai trascorrono oltre quei limiti fuori dei quali non può sussistere riforma alcuna. Poiché, uniti essi fermissimamente alla Chiesa e al loro Capo Cristo, non solo di qui attingono forza di vita interiore, ma anche ricevono norma di azione esteriore, per accingersi con sicurezza all’opera sanatrice della umana società. Ora di questa divina missione, trasmessa perpetuamente in quelli che debbono fare da legati di Cristo, è proprio “l’insegnare a tutte le genti“,né solamente le cose da credere, ma quelle da operare, cioè come pronunziò Cristo stesso, “osservare tutte quelle cose che io vi ho comandato“(Matth. XXVIII, 18-20). Egli infatti è “vita, verità e vita” (Ioan. XIV, 6),ed è venuto perché gli uomini “abbiano la vita e l’abbiano con esuberanza” (Ioan. X, 10). Ma poiché l’adempiere quei doveri tutti con la sola guida della natura è molto al di sopra di ciò che possano per sé conseguire le forze dell’uomo, perciò la Chiesa ha, insieme col suo Magistero, congiunto il potere di governare la società cristiana e di santificarla, mentre per mezzo di quelli che nel loro proprio grado ed officio le sono ministri e cooperatori, viene comunicando gli opportuni e necessari mezzi della salute. – Il che bene intendendo i veraci riformatori, non soffocano essi i germogli per porre in salvo la radice, cioè dire non disgiungono la fede dalla santità della vita, ma l’una e l’altra alimentano e riscaldano al soffio della carità, la quale è “vincolo della perfezione” (I Coloss. III, 14). Cosi pure, ubbidendo all’Apostolo, essi “custodiscono il deposito” (I Tim. VI, 20), non già per impedirne la manifestazione e sottrarne la luce alle genti, ma per diramare anzi con più larga vena le acque saluberrime di verità e di vita che sgorgano da quella sorgente. E in ciò congiungono la teoria alla pratica, di quella valendosi a prevenire ogni “circonvenzione dell’errore“, di questa ad applicare i precetti alla morale ed all’azione della vita. Perciò anche procurano i mezzi tutti, od opportuni o necessari al fine, sia per la estirpazione del peccato sia per “la perfezione dei santi, per l’opera del ministero, l’edificazione del corpo di Cristo” (Eph. IV, 12). E a questo mirano appunto gli statuti, i canoni, le leggi dei Padri e dei Concili; a questo i mezzi tutti d’insegnamento, di governo, di santificazione, di beneficenza d’ogni fatta; a questo insomma la disciplina e l’operosità intera della Chiesa. A tali maestri della fede e della virtù tiene rivolto l’occhio e l’animo il vero figlio della Chiesa, mentre si propone la riforma di sé e degli altri. E a tali maestri pure si appoggia il Borromeo nella sua riforma della disciplina ecclesiastica, e spesso li ricorda, come quando scrive: “Noi, seguendo l’antica consuetudine ed autorità dei Santi Padri e dei sacri Concili, principalmente del Sinodo ecumenico di Trento, abbiamo stabilito intorno a questi punti stessi nei nostri precedenti Concili provinciali molte disposizioni“. Similmente, nel prendere provvedimenti di repressione dei pubblici scandali, egli si professa guidato “e dal diritto e dalle sacrosante sanzioni dei sacri canoni, e del Concilio Tridentino soprattutto“. (Conc. Prov. V, pars I). – Né contento di ciò, per meglio assicurarsi di non avere mai a dipartirsi dalla regola suddetta, così di solito conchiude gli statuti dei suoi Sinodi provinciali: “Tutte e singole quelle cose che da noi in questo Sinodo provinciale furono decretate e fatte, sottomettiamo sempre, perché sieno emendate e corrette, all’autorità ed al giudizio della Santa Romana Chiesa, di tutte le Chiese madre e maestra” (Conc. Prov. VI, sub finem).E questo suo proposito egli mostrò sempre più fervido, quanto più si avanzava a gran passo nella perfezione della vita attiva; né solo finché occupava la cattedra di Pietro il pontefice suo zio, ma anche sotto i costui successori, Pio V e Gregorio XIII, dei quali, com’egli potentemente suffragò la elezione, così nelle maggiori imprese fu valido aiuto, corrispondendo interamente alla loro aspettazione. – Ma soprattutto li secondò nell’attuare i mezzi pratici per il fine propostosi, cioè per la vera riforma della sacra disciplina. Nel che, di nuovo, si mostrò egli più che mai lontano dai riformatori falsi che mascherano di zelo la loro disubbidienza ostinata. Quindi, cominciando il “giudizio della Casa di Dio“(I Petr. IV, 17), si applicò anzitutto a riformare con leggi costanti la disciplina del clero; e a questo fine eresse seminari per gli alunni del sacerdozio, fondò congregazioni di sacerdoti, che ebbero nome di oblati, chiamò famiglie religiose e antiche e recenti, radunò Concili e con ogni sorta di provvedimenti assicurò e crebbe l’opera incominciata. Indi, senza ritardo, pose mano egualmente vigorosa a riformare i costumi del popolo, ritenendo per detto a sé quello che già fu detto al profeta: “Ecco, io ti ho stabilito oggi… perché tu sradichi e distrugga, perché disperda e dissipi, edifichi e pianti” (Ier. I, 10).Perciò da buon pastore, visitando personalmente le chiese della provincia, non senza gran fatica, a somiglianza del divino Maestro, “passò beneficando e sanando“le ferite del gregge; si affaticò con ogni sforzo a sopprimere e sradicare gli abusi che da per tutto s’incontravano, provenienti sia dall’ignoranza, sia dalla trascuranza delle leggi; alla perversione delle idee ed alla corruzione dei costumi straripante oppose, quasi argine, scuole e collegi, ch’egli apri per l’educazione dei fanciulli e dei giovanetti, congregazioni mariane, che egli accrebbe dopo averle conosciute al loro primo fiorire qui in Roma, ospizi, che egli schiuse alla gioventù orfana, ricoveri, che aperse alle pericolanti, alle vedove, ai mendichi o impotenti per malattia o per vecchiaia, uomini e donne; la tutela ch’egli prese dei poveri contro la prepotenza dei padroni, contro le usure, contro la tratta dei fanciulli, e simili altre istituzioni in gran numero. Ma tutto ciò egli operò aborrendo totalmente dal metodo di coloro che, nel rinnovare a loro senno la cristiana società, mettono tutto sossopra e in agitazione, con vanissimo strepito, dimentichi della parola divina: “nella commozione non è il Signore” (I Reg. XIX, 11). – È questo appunto un nuovo distintivo dei veri riformatori dai falsi, come più volte voi avete conosciuto a prova, Venerabili Fratelli. I riformatori falsi cercano “i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo“(Philip. II, 21), e dando orecchio all’invito insidioso già fatto al divino Maestro: “Va’ e mostrati al mondo“(Ioan. VII, 4), ripetono anch’essi le parole ambiziose: “Facciamoci anche noi un nome. Per la quale temerità, come pur troppo deploriamo anche ai nostri giorni, “caddero dei sacerdoti in guerra, nell’atto che pretendevano fare cose grandi, e uscivano alla mischia senza prudenza” (I Machab. V, 57-67). – Al contrario il riformatore sincero “non cerca la sua gloria, ma la gloria di Colui che lo ha mandato“(Ioan. VII, 18),e come Cristo, suo esemplare, “non contenderà, né griderà, né alcuno udirà la sua voce per le piazze; non sarà torbido né irrequieto (Is. XLII, 2 segg.; Matth. XII, 19), ma sarà “dolce e umile di cuore” (Matth. XI, 29). Quindi egli piacerà al Signore e riporterà frutti copiosissimi di salute. – Per un altro distintivo ancora si differenziano l’uno dall’altro: mentre quegli, appoggiato solo alle forze umane, “confida nell’uomo e pone la sua fortezza nella carne” (Ier. XVII, 5), questi invece mette in Dio tutta la sua speranza; da Lui e dai mezzi soprannaturali aspetta ogni forza e virtù, esclamando con l’Apostolo: “Ogni cosa io posso in Colui che mi conforta” (Phil. IV, 13). – Questi mezzi, che Cristo comunicò in larga copia, il fedele cerca nella Chiesa stessa a comune salvezza, e primi fra essi la preghiera, il sacrificio, i Sacramenti, i quali divengono quasi “fonte di acqua che sale alla vita eterna” (Ioan. IV, 14).Ma di tutti questi mezzi mal sofferenti coloro che per vie traverse e dimentichi di Dio si affannano intorno all’opera della riforma, mai non cessano di intorbidare quelle fonti purissime, se non del tutto disseccarle, per tenerne lontano il gregge di Cristo. Nel che certo fanno anche peggio i loro moderni seguaci, che sotto una certa maschera di più alta religiosità, hanno in niun conto quei mezzi di salute e li mettono in discredito, particolarmente i due Sacramenti, coi quali o si perdonano i peccati alle anime pentite, o si fortificano le anime col cibo Celeste. Ogni fedele pertanto procurerà con sommo studio che benefizi di così gran pregio siano tenuti nel massimo onore, né soffrirà che l’affetto degli uomini illanguidisca verso queste due opere della carità divina. – Cosi appunto si adoperò il Borromeo, del quale fra le altre cose leggiamo scritto: “Quanto maggiore e più copioso é il frutto dei Sacramenti di quello che se ne possa spiegare facilmente il valore, con tanta più diligenza e intima pietà dell’anima ed esterno culto e venerazione si devono trattare e ricevere” (Conc. Prov. I, pars II). Del pari degnissime di essere ricordate sono le raccomandazioni onde egli esorta i Parroci e altri sacri predicatori di richiamare alla pratica antica la frequenza della santa Comunione, il che pure Noi abbiamo fatto col Decreto che incominciava: “Tridentina Synodus“. “I Parroci e i Predicatori, dice il santo Vescovo, esortino quanto più spesso il popolo alla pratica salutarissima di ricevere frequentemente la sacra Eucaristia, appoggiandosi alle istituzioni ed agli esempi della Chiesa nascente, alle raccomandazioni dei Padri più autorevoli, alla dottrina del catechismo romano, in questo stesso punto più distesamente spiegata, e alla sentenza infine del Concilio Tridentino il quale vorrebbe che in ogni Messa i fedeli si comunicassero non solo con ricevere l’Eucaristia spiritualmente, ma anche sacramentalmente” (Conc. Prov. III, pars I). Con quale intenzione poi, con quale affetto si debba frequentare questo sacro convito, lo insegna con queste parole: “Il popolo non solo deve essere spronato alla pratica di ricevere frequentemente il Santissimo Sacramento, ma pure ammonito quanto sia pericoloso ed esiziale l’accostarsi indegnamente alla sacra mensa di quel cibo divino” (Conc. Prov IV, pars II). E una simile diligenza sembra richiesta massimamente ai tempi nostri di fede vacillante e di carità illanguidita, acciocché dalla cresciuta frequenza non venga sminuita la riverenza debita a tanto mistero, ma piuttosto se ne tragga motivo a far che “l’uomo provi se stesso e così mangi di quel pane e beva del calice“(I Cor. XI, 28). – Da queste fonti sgorgherà una ricca vena di grazie e da essa trarranno vigore ed alimento anche i mezzi naturali ed umani. Né l’azione del Cristiano disprezzerà punto le cose utili e di conforto alla vita, venendo anch’esse dal medesimo Iddio, Autore della grazia e della natura; ma eviterà con gran diligenza che in cercare e godere le cose esterne e i beni del corpo, si riponga il fine e quasi la felicità di tutta la vita. Chi vuole pertanto usare di questi mezzi con rettitudine e temperanza, li ordinerà alla salute delle anime, ubbidendo al detto di Cristo: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta” (Luc. XII, 31; Matth. VI, 33). – Un siffatto uso di mezzi ordinato e sapiente tanto è lungi che mai venga ad opporsi al bene di ordine inferiore, cioè proprio della società civile, che anzi ne promuove in gran maniera gli interessi; né già con vana iattanza di parole, com’è il costume dei faziosi riformatori, ma coi fatti e col sommo sforzo, fino al sacrificio delle sostanze, delle forze e della vita. Di tali fortezze ci dànno esempio soprattutto molti Vescovi, i quali, in tempi tristi per la Chiesa, emulando lo zelo dì Carlo, avverano le parole del divino Maestro: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle” (Ioan. X, 11). Essi non da bramosia di gloria, non da spirito di parte, non da stimolo di alcun privato interesse sono tratti a sacrificarsi per la salvezza comune, ma da quella carità “che mai non vien meno“. Da questa fiamma, che sfugge agli occhi profani, acceso il Borromeo, dopo essersi esposto a pericolo di vita nel servire gli appestati, non contento di aver sovvenuto ai mali presenti, così mostravasi ancora sollecito dei futuri: “È affatto conforme ad ogni ragione che, in quel modo onde un ottimo padre, il quale ama di amore unico i suoi figliuoli, provvede ad essi sia per il presente come per il futuro, preparando le cose necessarie per la vita, così noi, mossi dal debito dell’amore paterno, provvediamo ai fedeli della nostra provincia con ogni precauzione e prepariamo per l’avvenire quegli aiuti che nel tempo della peste abbiamo conosciuto per esperienza essere salutari“(Conc. Prov. V, pars II). – I medesimi disegni e propositi di affettuosa provvidenza, Venerabili Fratelli, trovano una pratica occupazione in quell’azione cattolica che spesse volte abbiamo raccomandato. E a parte di questo apostolato nobilissimo, il quale abbraccia tutte le opere di misericordia da premiarsi col regno eterno (Matth. XXV, 34 e segg.), sono chiamati gli uomini scelti del laicato. Ma essi, accogliendo in sé questo peso, devono essere pronti e addestrati a sacrificare interamente se stessi e tutte le cose loro per la buona causa, a sostenere l’invidia, la contraddizione e anche l’avversione di molti che ricambiano d’ingratitudine i benefizi, a faticare ognuno come “buon soldato dì Cristo” (II Tim. II, 3), a correre “per la via della pazienza al certame propostoci, riguardando all’autore e consumatore della fede Gesù” (Hebr. XII, 1, 2). Lotta certamente ben dura, ma efficacissima al benessere stesso della società civile, anche quando ne sia ritardata la piena vittoria. – Anche per questo ultimo punto ora menzionato, si possono ammirare esempi splendidi di San Carlo, e da essi prendere, ciascuno secondo la propria condizione, di che imitare e confortarsi. Benché, infatti, e la virtù singolare e l’operosità meravigliosa e la profusa carità lo facessero tanto ragguardevole, neppure egli tuttavia andò esente da questa legge: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, patiranno persecuzioni” (II Tim. III, 12). Quindi perciò stesso ch’egli seguiva un tenore di vita più austero, che sosteneva sempre la rettitudine e l’onestà, che sorgeva vindice incorrotto delle leggi e della giustizia, si guadagnò l’avversione di uomini potenti; si trovò esposto a raggiri di diplomatici; venne talora in diffidenza ai nobili, al clero ed al popolo, e infine si trasse addosso l’odio mortale dei malvagi, e ne fu cercato a morte 2. Ma a tutto egli resistette con animo invitto, sebbene d’indole mite e soave. – Né solo non cedette mai a cosa che fosse esiziale alla fede ed ai costumi, ma neppure a pretensioni contrarie alla disciplina e gravose al popolo fedele, ancorché attribuite ad un monarca potentissimo e nel resto cattolico. Memore delle parole di Cristo: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che é di Dio” (Matth. XXII, 21),come pure della voce degli Apostoli: “Meglio é obbedire a Dio che agli uomini“(Act. V, 29), egli si rese benemerito al sommo, non della causa della Religione solamente, ma della civile società, la quale, pagando il fio della sua stolta prudenza e sommersa quasi dalla tempesta delle sedizioni da sé eccitate, correva a morte certissima. – La medesima gloria e gratitudine sarà dovuta ai Cattolici del nostro tempo e ai valorosi condottieri, i Vescovi, mentre né gli uni né gli altri verranno mai a mancare in parte alcuna ai doveri che sono propri dei cittadini, sia che trattisi di serbare fedeltà e rispetto ai “dominanti anche discoli” quando comandino cose giuste, sia di ripugnare ai loro comandi quando siano iniqui, tenendo lontana del pari e la pervicace ribellione di quelli che corrono alle sedizioni ed ai tumulti, e la servile abiezione di quelli che accolgono quasi leggi sacrosante gli statuti manifestamente empi di uomini perversi, i quali col mentito nome di libertà sconvolgono ogni cosa e impongono la tirannide più dura. Ciò avviene al cospetto del mondo e alla piena luce della moderna civiltà, in qualche nazione specialmente, ove il “potere delle tenebre” sembra che abbia messa la sua sede principale. Sotto quella prepotente tirannide vanno calpestati miseramente i diritti tutti dei figliuoli della Chiesa, spento affatto nei governanti ogni senso di generosità, di gentilezza e di fede, onde per tanto tempo splenderono i loro padri, insigni del titolo di Cristiani. Tanto è evidente che, entrato l’odio di Dio e della Chiesa, si torna addietro in ogni cosa, e si corre a precipizio verso la barbarie dell’antica libertà, o piuttosto giogo crudelissimo, da cui la sola famiglia di Cristo e l’educazione da lei introdotta ci ha sottratti. Ovvero, come esprimeva la cosa stessa il Borromeo, tanto è “cosa certa e riconosciuta, che da nessuna altra colpa è Dio più gravemente offeso, da nessuna provocato a maggiore sdegno quanto dal vizio delle eresie, e che a sua volta nulla può tanto a rovina delle province e dei regni, quanto può quell’orrida peste” (Conc. Prov. V, pars I). Senonché molto più funesta si deve stimare l’odierna congiura di strappare le nazioni cristiane dal seno della Chiesa, come dicemmo. I nemici infatti, sebbene discordissimi di pensieri e di volontà, ciò che è contrassegno certo dell’errore, in una cosa solo si accordano, nell’oppugnazione ostinata della verità e della giustizia; e poiché dell’una e dell’altra custode e vindice è la Chiesa, contro la Chiesa sola, strette le loro file, muovono all’assalto. E benché vadano dicendo di essere imparziali o di promuovere la causa della pace, altro in verità non fanno, con dolci parole ma non dissimulati propositi, se non tendere insidie, per aggiungere il danno allo scherno, il tradimento alla violenza. Con un nuovo metodo di lotta è ora dunque assalito il nome cristiano; e una guerra si muove di gran lunga più pericolosa che non le battaglie prima combattute, dalle quali raccolse tanta gloria il Borromeo. – Di qui noi tutti prendendo esempio ed istruzione, ci animeremo a combattere da forti per i più grandi interessi, da cui dipende la salvezza degl’individui e della società, per la fede e la Religione, per l’inviolabilità del pubblico diritto; combatteremo sforzati certo da un’amara necessità, ma confortati insieme da una soave speranza che la onnipotenza di Dio affretterà la vittoria a chi combatte in così gloriosa battaglia. A tale speranza aggiunge vigore l’efficacia potente, perpetuata fino ai giorni nostri, dell’opera di San Carlo, sia per fiaccare l’orgoglio delle menti, sia per assodare l’animo nel proposito santo di restaurare ogni cosa in Cristo. – Ed ora, Venerabili Fratelli, noi possiamo conchiudere con le parole stesse, onde il Nostro Antecessore, Paolo V, più volte menzionato, conchiudeva le lettere che decretavano a Carlo i supremi onori: “È giusto per tanto, che noi rendiamo gloria e onore e benedizione a Colui che vive nei secoli dei secoli, il quale benedisse il nostro conservo in ogni benedizione spirituale, perché fosse santo e immacolato innanzi a Lui. E avendocelo dato il Signore come una stella fulgente in questa notte di peccato, di tribolazioni nostre, ricorriamo alla divina clemenza, con la bocca e coll’opera supplicando, acciocché Carlo alla Chiesa che egli amò tanto ardentemente, giovi altresì coi meriti e coll’esempio, assista col patrocinio e nel tempo dello sdegno si faccia riconciliazione per Cristo nostro Signore” (Bolla “Unigenitus“).

Si aggiunga a questi voti e ponga il colmo alla comune speranza l’auspicio della Benedizione Apostolica, che a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo di ciascuno di voi, con vivo affetto impartiamo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 26 maggio 1910, VII del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. S. PIO X – “ACERBO NIMIS”

« Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine … » Ecco il grido accorato che il Pontefice Santo, Papa Pio X, emetteva alla fine della sua sapientissima lettera Enciclica Acerbo nimis, documento disatteso, per infingardia o per calcolata malizia, da molti di coloro ai quali esso era diretto. Oggi purtroppo ne constatiamo le tragiche e funeste conseguenze, perché è proprio sull’ignoranza, più o meno colpevole, del popolo cristiano, che la sinagoga di satana – il novus ordo – si è infiltrata nella Chiesa Cattolica devastandola con perniciose e false dottrine che dagli ignoranti, veri e finti prelati o pigri fedeli, non sono state combattute né eliminate col pretesto di una supposta obbedienza, non alla Legge divina, ma alle imposture diaboliche inoculate con le aberranti dottrine del conciliabolo c. d. Vaticano II. Non solo quindi si è disattesa la volontà del santo Pontefice, ma si sono agevolmente introdotte false dottrine e aberranti culti pseudo-liturgici (… la messa del baphomet-lucifero signore dell’universo …) senza che la maggior parte dei Cristiani “di faccia” abbia compreso né reagito di conseguenza, mettendo la propria anima in attesa di una dannazione sicura e meritata. La lettera Enciclica parla da sola nella sua veemente esposizione dei mali congiunti all’ignoranza religiosa, un tempo forse incolpevole, ma oggi assolutamente colpevole e condannata alla eterna riprovazione. Guai ai veri o finti pastori, ed ai loro fiancheggiatori laici, che hanno alterato, manipolato, falsamente presentato ed interpretato la dottrina cristiana, per aver derubato a Dio la gloria a Lui solo dovuta, dell’essere conosciuto, adorato e servito da tutti i Cristiani e da eventuali pagani o acattolici, tenuti lontani dal vero culto divino. È questo l’affronto più grave che si potesse e si possa fare al Creatore dell’universo e delle anime che dovevano dare gloria al Padre celeste sull’esempio del Figlio unigenito, … per Lui, con Lui ed in Lui … “Io non dividerò la mia gloria con nessuno” – dice tramite Isaia – il Dio delle schiere. Ed allora impavido pusillus grex, rimasuglio dei veri fedeli ed adoratori in spirito di Dio, studiamoci bene il Catechismo Cattolico (… quello vero naturalmente, quello del sacrosanto Concilio di Trento, o dello stresso S. Pio X, magari approfondendolo con opere di più ampio spessore – per chi ne abbia il tempo e la possibilità – di autori Cattolici comprovati ed autorizzati da imprimatur veraci e legittimi), mettiamolo in pratica nella nostra vita ordinaria e, fondando sulla grazia divina, annunziamolo possibilmente nelle varie realtà in cui si opera, ed i benefici saranno immensi, per i singoli e per l’intera società umana, di modo che non si possa più dire, come all’inizio della sottostante Enciclica « … la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine … ».

san Pio X
Acerbo nimis

Lettera Enciclica

I.

L’ignoranza della Religione causa precipua dell’odierno rilassamento.

In troppo ingrati e difficili tempi le disposizioni arcane della Provvidenza divina hanno sollevato la Nostra pochezza all’officio di Pastore supremo dell’universal gregge di Gesù Cristo. L’uomo inimico già da lunga stagione si aggira intorno a questo gregge, e lo va così insidiando con sottilissima astuzia, che or più che mai sembra verificato ciò che l’Apostolo prediceva ai maggiorenti della Chiesa di Efeso: “Io so che entreranno fra voi lupi rapaci che non perdoneranno all’ovile” (Act. XX, 29). — Del quale religioso decadimento, coloro che nutrono tuttora zelo della gloria di Dio, vanno indagando le ragioni e le cause; e mentre altri altre ne assegnano, conforme all’opinar di ciascuno, diverse son le vie che seguono per tutelare e ristabilire il regno di Dio sulla terra. A Noi, Venerabili fratelli, checché sia di altre cagioni, sembra di preferenza dover convenire con coloro che la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine. Il che risponde pienamente a quello che Dio stesso affermò pel profeta Osea: “… E non è scienza di Dio sulla terra. La maledizione, la menzogna, e l’omicidio, e il furto, e l’adulterio dilagarono, e il sangue toccò il sangue. Perciò piangerà la terra e verrà meno chiunque abita in essa” (Os. IV, 1 ss.).

II.

L’ignoranza della religione quanto comune ai nostri tempi.

E che infatti fra i Cristiani dei nostri giorni siano moltissimi quelli i quali vivono in una estrema ignoranza delle cose necessarie a sapersi per la eterna salute, è lamento oggimai comune, e purtroppo! lamento giustissimo. E quando diciamo fra i Cristiani, non intendiamo solamente della plebe o di persone di ceto inferiore, scusabili talvolta, perché, soggetti al comando d’inumani padroni, appena è che abbian agio di pensare a sé ed ai propri vantaggi: ma altresì e soprattutto di coloro, che pur non mancando d’ingegno e di coltura, mentre delle profane cose sono conoscentissimi, vivono spensierati e come a caso in ordine alla Religione. Può dirsi appena di quali profonde tenebre questi tali sien circondati; e ciò che più accuora, tranquillamente vi si mantengono! Niun pensiero quasi sorge loro di Dio Autore e moderatore dell’universo e di quanto insegna la Fede cristiana. E conseguentemente, sono cose affatto ignote per essi e l’Incarnazione del Verbo di Dio, e l’opera di Redenzione dell’uman genere da lui compiuta; e la Grazia che è pur il mezzo precipuo pel conseguimento dei beni eterni, e il santo Sacrificio e i Sacramenti, pei quali la detta grazia si acquista e conserva. Nulla poi apprezzano la malizia e turpitudine del peccato, e quindi non hanno affatto pensiero di evitarlo o di liberarsene; e così si giunge al giorno supremo, talché il ministro di Dio, acciò non manchi una qualche speranza di salute, è costretto ad usare dei momenti estremi, che dovrebbero tutti impiegarsi nel fomentare la carità verso Dio, nel dare una sommaria istruzione delle cose indispensabili a salute; se pure, ciò che sovente interviene, l’infermo non sia talmente schiavo di colpevole ignoranza, da credere superflua l’opera del sacerdote, e senza riconciliarsi con Dio, affronti tranquillo il viaggio tremendo dell’eternità. Onde è che il Nostro predecessore Benedetto XIV giustamente scrisse: “Questo asseveriamo, che la maggior parte di coloro, che san dannati agli eterni supplizi, incontrano quella perpetua sventura per ignoranza dei misteri della fede, che necessariamente si debbono sapere e credere per essere ascritti fra gli eletti” (Instit. XXVI, 18).

III.

Dall’ignoranza della religione è da ripetersi l’odierna corruttela dei costumi.

Ciò posto, Venerabili Fratelli, qual meraviglia che si veda oggi nel mondo, e non già diciamo fra i barbari, ma in mezzo alle nazioni cristiane, e cresca ogni giorno più la corruttela dei costumi e la depravazione delle abitudini? Intimava l’Apostolo scrivendo agli Efesini: “La fornicazione poi ed ogni immondezza, o l’avarizia, neppur si nomini fra voi, come si addice ai santi: o la turpitudine, o lo stoltiloquio” (Ephes. V, 3 s.).  – Ma egli a fondamento di questa santità e del pudore, che infrena le passioni, poneva la sapienza soprannaturale: “Guardate dunque, o fratelli, come dobbiate camminar cautamente non quasi stolti, ma come sapienti. Perciò non vogliate essere spensierati, ma intendete bene quale sia la volontà di Dio” (Ibid. 15 ss.).  E ciò con ragione. Infatti la volontà umana conserva appena alcun che di quell’amore dell’onesto e del retto, che Dio Creatore le infuse e che quasi la trascinava al bene non apparente ma verace. Depravata per la corruzione della colpa primiera, e pressoché dimentica di Dio, suo Autore, gli affetti suoi rivolge quasi tutti all’amore della vanità e alla ricerca del mendacio. – Fa quindi mestieri a questa volontà fuorviata ed accecata dalle perverse passioni, assegnare una guida, che la scorga perché torni sui male abbandonati sentieri della giustizia. E la guida, non liberamente scelta, ma destinata dalla natura è l’intelletto appunto. Il quale, pertanto, se manchi di vera luce, cioè della cognizione delle cose divine, sarà come un cieco che presti il braccio ad altro cieco, e cadranno entrambi nella fossa. Il santo Davide, lodando Iddio della luce di verità da Lui riverberata sulle nostre menti, diceva: (Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine: dedisti lætitiam in corde meo. (Signore, il lume del volto tuo è segnato sopra di noi – Ps. IV, 7). E la conseguenza di questa luce indicò qual fosse, aggiungendo: “Hai infuso allegrezza nel mio cuore“;quell’allegrezza cioè che dilatandoci il cuore, fa che corra la via dei divini comandamenti.

IV.

La conoscenza delle cose religiose non è soltanto lume all’intelletto, ma guida e stimolo della volontà.

E che sia difatto così, apparisce manifesto a chi per poco rifletta. Imperocché la dottrina di Gesù Cristo ci disvela Iddio e le infinite perfezioni di Lui con assai maggior chiarezza che non lo manifesti il lume naturale dell’umano intelletto. Ma poi? quella stessa dottrina ci impone di onorare Dio con la fede, che è ossequio della mente; colla speranzache è ossequio della volontà; colla caritàche è ossequio del cuore; e per tal guisa lega tutto l’uomo e lo soggetta al suo supremo Fattore e Moderatore. Parimente la dottrina di Cristo è la sola che ci manifesti la vera ed altissima dignità dell’uomo, additandocelo come figlio del Padre celeste che è nei cieli, fatto ad immagine di Lui e destinato a vivere con Lui eternamente beato. Ma da questa stessa dignità e dalla cognizione della medesima Cristo deduce l’obbligo per gli uomini di amor vicendevole come fratelli ch’ei sono, prescrive loro di vivere quaggiù come si avviene a figliuoli della luce “… non in bagordi ed ubbriachezze, non in mollezze ed impudicizie, non in risse ed invidie(Rom. XIII, 13);li obbliga inoltre a riporre in Dio ogni sollecitudine giacché Egli ha cura di noi; comanda di stendere la mano soccorritrice al povero, di far bene a quei che ci fan male, di anteporre i vantaggi eterni dell’anima ai beni fugaci del tempo. E per non discendere in tutto al particolare, non è la dottrina di Gesù Cristo che all’uomo, il quale vive di orgoglio, ispira ed impone l’umiltà, origine di gloria verace? “Chiunque si umilierà… questi è il più grande nel regno dei cieli” (Matth., XVIII, 4). Dalla stessa dottrina apprendiamo la prudenza dello spirito, per cui fuggiamo la prudenza della carne: la giustizia, per cui rendiamo il suo diritto ad ognuno; la fortezza che ci fa pronti a patir tutto, e colla quale, con animo generoso, patiamo di fatto ogni cosa per Iddio e per l’eterna felicità; e finalmente la temperanza, con cui giungiamo ad amare financo la povertà, ci gloriamo anzi della croce, non curando il disprezzo. Sta insomma che la scienza del Cristianesimo non è solo fonte di luce all’intelletto per la consecuzione del vero, ma fonte eziandio di calore alla volontà, con cui ci solleviamo a Dio e con lui ci uniamo per la pratica delle virtù. – Con ciò siamo ben lungi dal dire che, anche colla scienza della Religione, non possa unirsi volontà perversa e sregolatezza di costume. Piacesse a Dio che nol provassero anche troppo i fatti! Sosteniamo però che non potrà mai esser retta la volontà né buono il costume, qualora l’intelletto sia schiavo di crassa ignoranza. Chi ad occhi aperti procede, può certamente uscire dal retto sentiero: ma chi è colto da cecità, è sicuro di andare incontro al pericolo. – Aggiungasi di più che la perversità del costume, ove non sia del tutto estinto il lume della fede, lascia sempre a sperare un ravvedimento; laddove, se alla corruzione del costume si congiunge per effetto dell’ignoranza, la mancanza della fede, il male appena ammette rimedio, ed è aperta la via all’eterna rovina.

V.

A chi spetti l’obbligo dell’insegnamento religioso.

Tanti adunque e sì gravi essendo i danni provenienti dalla ignoranza delle cose di religione; e tanta, da altra parte, essendo la necessità e l’utilità dell’istruzione religiosa, giacché non potrà mai adempiere i doveri del Cristiano chi non li conosca; resta a cercare, a chi poi si spetti di eliminare dagli animi siffatta ignoranza, e chi abbia il dovere di comunicare alle anime una scienza così necessaria. — E qui, Venerabili Fratelli, non vi ha punto luogo a dubitazioni; giacché questo gravissimo dovere incombe a quanti sono Pastori di anime. Ad essi, per comandamento di Cristo, è imposto di conoscere e di pascere le pecorelle affidate; ora il pascere importa in primo luogo l’insegnare: “Io vi darò“,così Dio prometteva per Geremia, “pastori secondo il cuor mio, e vi pasceranno colla scienza e colla dottrina” (Ier. III, 15). Per la qual cosa l’Apostolo San Paolo diceva: “Non mi ha Cristo mandato per battezzare, ma per evangelizzare“(I Cor. I, 17); volendo cioè indicare, che il primo officio di quanti, in qualche misura, sono posti a reggere la Chiesa, è di istruire nella sacra dottrina i fedeli.

VI.

Encomio delle insegnamento del catechismo.

Della quale istruzione ci sembra non necessario dir qui le lodi, e mostrare di quanto merito sia al cospetto di Dio. – Certo l’elemosina, con cui solleviamo le angustie dei poverelli, è dal Signore altamente encomiata. Ma chi vorrà negare che encomio di gran lunga maggiore si debba allo zelo ed alla fatica, onde si procacciano, non già passeggeri vantaggi ai corpi, ma, coll’insegnare ed ammonire, eterni beni alle anime? Nulla per verità è più desiderato e caro a Gesù Cristo salvatore delle anime; il quale, per bocca di Isaia, volle di sé affermare: “Io sono stato mandato per evangelizzare i poveri“(Luc. IV, 18).

VII.

Ogni sacerdote ha il dovere di ammaestrare i fedeli.

Ma, pel presente scopo, meglio è soffermarci ad un punto, e su di esso insistere, non esservi cioè per chiunque sia sacerdote né dovere più grave, né più stretto obbligo di questo. E per fermo chi è il quale nieghi nel sacerdote alla santità della vita debba andare congiunta la scienza? “Le labbra del sacerdote custodiranno la scienza” (Malach. II, 7). – E la Chiesa infatti severissimamente la richiede in coloro, che devono essere assunti al ministero sacerdotale. E perché mai? perché da loro aspetta il popolo cristiano di conoscere la Legge divina, e sono essi perciò mandati da Dio: “E ricercheranno la legge dalla bocca di lui, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti” (Ibid.). Per la qual cosa il Vescovo, nella sacra ordinazione, parlando agli ordinandi, dice loro: “Sia la vostra dottrina spirituale medicina al popolo di Dio: sieno provvidi cooperatori dell’ordine nostro; affinché meditando giorno e notte nella sua legge, credano quello che avranno letto, ed insegnino ciò che avranno creduto(Pontif. Rom.).

VIII.

Obbligo specialissimo e quasi particolare che ne hanno i parrochi.

Che se ciò vale di qualsiasi Sacerdote, che dovrà poi pensarsi di coloro, che insigniti del titolo e dell’autorità di parrochi, in forza del loro grado e quasi per contratto, hanno officio di reggitori delle anime? Essi, in certa misura, sono da annoverarsi fra i pastori e dottori che Cristo assegnò, affinché i fedeli non sieno a guisa di pargoli fluttuanti e non sieno, per nequizia degli uomini, aggirati da ogni vento di dottrina; “ma operando la verità nella carità, crescano per ogni cosa in colui, che è il capo, Cristo” (Ephes. IV, 14, 15). Per la qual cosa il sacrosanto Concilio di Trento (Sess. V, cap. 2 de ref.; Sess. XXII, cap. 8; Sess. XXIV, cap. 4 et 7 de ref.), trattando dei pastori delle anime, pone per loro primo e massimo dovere l’istruzione dei fedeli. Quindi ordina ai medesimi che almeno nelle domeniche e nelle feste più solenni parlino al popolo delle verità religiose, e quotidianamente, o almeno tre volte per settimana, facciano altrettanto nei sacri tempi dell’Avvento e della Quaresima. Non basta: aggiunge inoltre essere tenuti i parrochi, almeno nelle domeniche e nei giorni festivi, ad istruire, o per sé, o per mezzo di altri, nei principi della fede e nell’obbedienza a Dio ed ai genitori i fanciulli (Ibid. cap. 7). E quando poi debbono amministrarsi i Sacramenti, prescrive che si spieghi, secondo l’intelligenza di quelli che stanno per riceverli, ed in lingua volgare, la virtù dei medesimi.

IX.

La spiegazione del Vangelo ed il catechismo sono due obblighi distinti del parroco.

Le quali prescrizioni del sacrosanto Concilio il Nostro predecessore Benedetto XIV, nella sua Costituzione Etsi minime, riassume e meglio determinò colle seguenti parole: “Due specialmente sono gli obblighi che dal Sinodo Tridentino furono imposti a chi ha cura delle anime: l’uno che nei giorni festivi parlino al popolo delle cose divine; l’ altro che istruiscano nei rudimenti della legge di Dio e della fede i fanciulli ed i rozzi“.E giustamente quel sapientissimo Pontefice distingue questo doppio dovere, del sermone cioè, che volgarmente chiamano spiegazione del Vangelo, e del catechismo. Imperocché forse non mancano di coloro, che a diminuir fatica, si persuadano che la spiegazione del Vangelo possa tener luogo dell’istruzione catechistica. Il qual giudizio ognun vede quanto sia errato. Imperocché il discorso, che si fa sul Vangelo, si rivolge a coloro che si suppongono istruiti nei rudimenti della fede. È il pane, per dir così, che si spezza a chi è già adulto. E’ istruzione catechistica invece è quel latte, cui l’Apostolo S. Pietro voleva che desiderassero con semplicità i fedeli quasi fanciulli testé generati. – Questo infatti e non altro è il compito del catechista, tôrre a trattare una verità o di fede o di morale cristiana e spiegarla in ogni sua parte; e poiché il fine dell’insegnare è sempre la riforma della vita, è d’uopo ch’ei faccia un confronto fra quello che da noi esige il Signore, e quello che difatto si opera; quindi per mezzo di esempî opportuni, tratti sapientemente dalle Sante Scritture o dalla Storia ecclesiastica o dagli atti dei Santi, persuadere e quasi mostrare a dito come debbansi conformare i costumi; e conchiudere in fine con esortazione efficace, affinché gli uditori si muovano a detestazione e fuga del vizio e all’esercizio della virtù.

X.

Nobiltà dell’officio di catechista.

Sappiamo che l’officio di catechista da molti non è ben visto, perché comunemente non è stimato gran fatto ed è poco acconcio ad accattarsi plauso. Ma questo, a Nostro avviso, è un giudizio nato da leggerezza e non da verità. Noi senza dubbio ammettiamo che siano degni di lode quei sacri oratori, che si dedicano con sincero zelo della gloria di Dio sia alla difesa ed al mantenimento della fede, sia all’encomio degli eroi del Cristianesimo. Ma la fatica di costoro ne suppone un’altra, quella cioè dei catechisti; la quale ove manchi, mancano i fondamenti, e faticano indarno coloro che edificano la casa. Troppo spesso i fioriti sermoni che riscuotono il plauso degli affollati uditori, riescono semplicemente ad accarezzar gli orecchi; non commuovono affatto gli animi. Per lo contrario l’istruzione catechistica benché piana e semplice, è quella parola, di cui Dio stesso dice in Isaia: “Come scende la pioggia e la neve dal cielo, e là più non torna, ma innebria la terra, e la penetra, e la fa germinare, e dà semenza al seminatore, e pane al famelico, così sarà la mia parola che uscirà dalla mia bocca: non tornerà a me vuota, ma opererà quanto io volli, e sarà prosperata nelle cose per le quali io l’ho mandata” (Is. LV, 10, 11). — Similmente pensiamo doversi dire di tutti quei Sacerdoti, i quali ad illustrare le verità religiose, compongono libri di gran fatica; degni perciò di essere assai commendati. Ma quanti sono poi coloro che leggono siffatti volumi e ne traggono frutto rispondente ai sudori ed alla brama di chi li scrisse? Laddove l’insegnamento del catechismo, se si faccia a dovere, non è mai che non rechi vantaggio a chi ascolti.

XI.

Si deplora di nuovo la universale ignoranza delle cose religiose.

Giacché, giova ripeterlo per eccitare lo zelo dei ministri del santuario, troppi sono adesso coloro, ed ogni dì ne cresce il numero, i quali ignorano affatto le verità religiose o di Dio e della Fede cristiana hanno soltanto quella scienza la quale permette loro di vivere a mo’ d’idolatri in mezzo alla luce stessa del Cristianesimo. Quanti sono, né già soli giovanetti, ma adulti ancora e vecchi cadenti, i quali ignorano affatto i principali misteri della fede; i quali udito il nome di Cristo rispondano: “Chi éperché debba credere in Lui?“(Ioan. IX, 36). In conseguenza di ciò non si recano punto a coscienza eccitare e nutrire odî contro del prossimo, fare ingiustissimi contratti, darsi a disoneste speculazioni, imposessarsi dell’altrui con ingenti usure, e simili malvagità. Di più, ignorano come la legge di Cristo, non solo proscrive le turpi azioni ma condanni altresì il pensarle avvertentemente e desiderarle; e rattenuti forse da un motivo qualsiasi dall’abbandonarsi ai sensuali diletti, si pascono, senza scrupolo di sorta, di pessime cogitazioni; moltiplicando i peccati più che i capelli del capo. Né di questo genere, torniamo anche a dirlo, si trovano solamente fra i poveri figli del popolo o nelle campagne, ma altresì e forse in numero maggiore fra le persone di ceti più elevati e pur fra coloro cui gonfia la scienza, e che poggiati su d’una vana erudizione, credono di poter prendere in ridicolo la religione e “bestemmiano quello che ignorano” (Iud. 10).

XII.

La fede infusa nel Battesimo ha bisogno di coltura.

Or se è vano aspettare raccolta da una terra, in cui non sia stata deposta la semenza, in qual modo potranno sperarsi più costumate generazioni, se non siano istruite per tempo nella dottrina di Gesù Cristo? Dal che segue, che, languendo ai dì nostri ed essendo in molti quasi svanita la fede, convien conchiudere adempiersi assai superficialmente, se non anche del tutto trascurarsi, il dovere dell’insegnamento del catechismo. — Né vale, per iscusarsi, il dire che la fede è un dono gratuito comunicato a ciascuno nel santo Battesimo. Sì, tutti i battezzati in Cristo hanno infuso l’abito della fede: ma questo germe divinissimo, non “si sviluppa né mette ampî rami“(Marc. IV, 32) abbandonato a se stesso e quasi per virtù nativa. Anche l’uomo, nascendo, porta in sé la facoltà d’intendere; pure ha bisogno della parola della madre, che quasi la risvegli e la faccia, come dicesi, uscire in atto. Non altrimenti il Cristiano, rinascendo per l’acqua e lo Spirito Santo, porta in sé la fede; ma gli è mestieri della parola della Chiesa che la fecondi, la sviluppi e la faccia fruttificare. Perciò scriveva l’Apostolo: “La Fede è dall’udito, l’udito poi per la parola di Dio: (Rom. X, 17) e per mostrare la necessità dell’insegnamento, aggiunge: “Come udiranno, se non vi sia chi predichi?” (Ibid. 14).

XIII.

Si determina e si impone quel che ogni parroco deve fare per l’ammaestramento dei fedeli nelle cose religiose.

Che se dalle cose premesse apparisce manifesta la somma importanza dell’insegnamento religioso; somma altresì deve essere la Nostra sollecitudine perché l’insegnamento del Catechismo, che Benedetto XIV disse: “la più utile istituzione per la gloria di Dio e la salute delle anime” (Constit. Etsi minime, 13), si mantenga sempre in vigore, e dove per caso si trascuri, torni a fiorire. — Volendo pertanto, o Venerabili Fratelli, adempiere questo gravissimo dovere impostoci dal supremo apostolato, ed introdurre da per tutto uniformità in questa rilevantissima materia, con la Nostra suprema autorità stabiliamo e strettamente ordiniamo che in tutte le diocesi si osservi ed adempia a quanto segue:

I. Tutti i parrochi, ed in generale tutti coloro che hanno cura d’anime, in tutte le domeniche e feste dell’anno, senza eccezione alcuna, col testo del Catechismo ammaestrino, per lo spazio di un’ora, i fanciulli e le fanciulle in ciò che ognuno deve credere ed operare per salvarsi.

II. I medesimi, in determinati tempi dell’anno, con una istruzione continuata di più giorni, preparino i fanciulli e le fanciulle a ricevere i Sacramenti della Penitenza e della Confermazione.

III. Similmente e con cura speciale, in tutti i giorni feriali della Quaresima e, se fosse necessario, in altri giorni dopo le feste Pasquali, preparino, con opportune istruzioni e riflessioni, i giovanetti e le giovanette a fare santamente la prima Comunione.

IV. In tutte e singole le parrocchie si eriga canonicamente la Congregazione della Dottrina Cristiana. Con la quale i parrochi, specialmente nei luoghi ove sia scarsezza di Sacerdoti, avranno per l’insegnamento del Catechismo validi coadiutori nelle pie persone secolari, che contribuiranno a questa opera salutare e santa si per zelo della gloria di Dio e sì per lucrare le moltissime indulgenze concesse dai Sommi Pontifici.

V. Nelle città maggiori, specialmente in quelle ove sono Università, Licei, Ginnasi, si istituiscano Scuole di Religione, destinate ad istruire nelle verità della fede e nella pratica della vita cristiana la gioventù che frequenta le pubbliche scuole, dalle quali è bandito ogni insegnamento religioso.

VI. Considerando poi, che, segnatamente in questi tempi, anche gli adulti non meno dei fanciulli hanno bisogno della istruzione religiosa; tutti i Parrochi ed ogni altro avente cura di anime, oltre la consueta omilia sul Vangelo, che deve esser fatta nella messa parrocchiale in tutti i giorni festivi, spiegheranno il catechismo ai fedeli in modo facile e acconcio alla intelligenza degli uditori, in quell’ora che ciascun stimerà più opportuna per la frequenza del popolo, fuori però del tempo in cui si ammaestrano i fanciulli. Nel che dovranno fare uso del Catechismo Tridentino; e procederanno con tale ordine, che, nello spazio di un quadriennio o quinquennio, trattino tutta la materia del Simbolo, dei Sacramenti, del Decalogo, dell’orazione domenicale e dei Precetti della Chiesa.

XIV.

Tocca ai Vescovi invigilare accuratamente l’esecuzione delle cose prescritte.

Questo, Venerabili Fratelli, Noi prescriviamo e comandiamo con Apostolica Autorità. Tocca ora a voi, ordinarne l’esecuzione pronta ed intera nelle vostre diocesi; e con la forza della vostra potestà vigilare ed impedire che tali Nostre prescrizioni sieno dimenticate o, ciò che equivale, eseguite superficialmente. Il che perché si eviti, fa d’uopo che Voi non cessiate di raccomandare e pretendere che i parrochi non facciano senza apparecchio queste loro istruzioni, ma vi premettano diligente preparazione; non parlino parole di umana sapienza, ma “con semplicità di cuore e nella sincerità di Dio” (II, Cor. I, 12), imitando l’esempio di Gesù Cristo il quale, benché rivelasse “misteri nascosti fin dalla costituzione del mondo” (Matt. XIII, 35), parlava nondimeno “alle turbe sempre con parabole, né senza parabole discorreva alle medesime“(Ibid. 34). E lo stesso fecero altresì gli Apostoli ammaestrati dal Signore; dei quali disse il Pontefice S. Gregorio Magno: “Ebbero somma cura di predicare ai popoli ignoranti cose piane ed intelligibili, non sublimi ed ardue” (Moral., I. XVII, cap. 26). – E perciò che spetta alla Religione, la più parte degli uomini, ai dì nostri, sono da considerarsi ignoranti.

XV.

L’insegnamento del catechismo richiede grande preparazione.

Non vorremmo però che da questo studio di semplicità da taluno si inferisse che questo genere di predicazione non richiede fatica e meditazione, che anzi ne esige maggiore che qualunque altro genere. Più agevole assai è trovare un predicatore capace di tenere un eloquente e pomposo discorso, anzi che un catechista che faccia una istruzione lodevole sotto ogni riguardo. Qualunque pertanto sia la facilità che altri abbia da natura di concepire e di parlare, si rammenti bene che non potrà mai fare un fruttuoso catechismo ai fanciulli ed al popolo senza prepararvisi con molta riflessione. S’ingannano coloro che, facendo a fidanza con la rozzezza ed ignoranza del popolo, credono di poter procedere in questo fatto con trascuratezza. Per contrario, quanto più l’uditorio è grossolano, cresce l’obbligo di studio maggiore e di maggior diligenza, per mettere alla portata di ognuno verità sublimissime e sì remote dalla intelligenza del volgo, che pur fa d’uopo che tutti, non meno dotti che ignoranti, conoscano per conseguir l’eterna salute.

XVI.

Esortazione ai Vescovi.

Orsù pertanto, Venerabili Fratelli, Ci sia lecito, sul termine di questa Nostra Lettera, rivolgere a Voi le parole che disse Mosè: “Se alcuno appartiene al Signore si unisca a me” (Exod. XXXII, 26).Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine. Forse molte cose utili e certamente lodevoli avete voi istituite nelle vostre diocesi a vantaggio del gregge affidatovi: a preferenza di tutte però vogliate, con quanto impegno, con quanto zelo, con quanta assiduità vi è possibile, procurare ed ottenere che la scienza della cristiana dottrina penetri ed intimamente pervada gli animi di tutti. “Ciascuno“,sono parole dell’Apostolo S. Pietro, “come ha ricevuto la grazia, l’amministri a vantaggio altrui, come buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio” (I, Petr. IV, 10). – Ed intercedente la Vergine Beatissima Immacolata, fecondi la vostra diligenza e le vostre industrie, l’apostolica benedizione, che, pegno del Nostro affetto ed auspice dei divini favori, impartiamo dall’intimo del cuore a Voi ed al clero e al popolo a ciascuno di voi affidato.

Dato a Roma, presso S. Pietro il giorno 15 aprile 1905, nel secondo anno del Nostro Pontificato.

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