UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO X – “EDITÆ SÆPE DEI”

La lettera enciclica che poniamo all’attenzione dei fedeli Cattolici, è una breve apologia dell’opera di S. Carlo Borromeo, del quale vengono ricordati meriti e virtù in un tempo di grandi calamità per la Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica Romana. Tra gli altri meriti, si ricorda il suo impegno nel Concilio tridentino, i cui canoni applicò rigorosamente nella propria diocesi, esempio per tutti gli altri Pastori del gregge di Cristo. il Santo Padre ne approfitta per comparare la situazione dell’epoca della cosiddetta Riforma protestante, arginata in parte appunto dalla reazione del Borromeo e dal caldeggiato Concilio tridentino, con quella dell’inizio del novecento, epoca in cui saliva la marea montante del Modernismo, vera peste spirituale che seminava veleno e ribellione, ed al quale il Santo Padre Pio X oppose con indomito vigore, una resistenza eroica, che solo per un breve periodo ottenne i suoi effetti, ma che poi sappiamo essere esploso fragorosamente con l’ultramodernismo conciliare e postconciliare degli usurpanti della quinta colonna nella Chiesa, infiltrati come apostati del “Novus Ordo” Vaticano, i cui frutti marci sono tragicamente davanti ai nostri occhi e che hanno prodotto una società mondiale totalmente scristianizzata ed asservita al dictat mondialista-ecumenico dei kazari servi e battistrada dell’Anticristo. Un San Carlo Borromeo, probabilmente oggi non sarebbe più in grado di ribaltare la situazione di “antichiesa” insediata nei palazzi un tempo sacri di Roma e del mondo intero, nulla potrebbe contro i poteri dell’inferno che la massoneria e la sinagoga di satana vaticana – poteri oramai tra essi fusi – esercitano incontrastati. La profezia di San Paolo diceva infatti già ai Tessalonicesi, che sarà il soffio delle labbra dello stesso Cristo a disperdere e schiacciare l’anticristo ed i suoi adepti, ed eliminare l’abominio della desolazione (il baphomet-lucifero, il “signore dell’universo”) che ha preso il posto di Dio sugli altari delle chiese un tempo cristiane. Dio stesso avoca a sé, nella Persona di Cristo, il Figlio di Dio-Uomo, il compito di distruggere l’anticristo e l’antichiesa non delegando nessun altro a compiere questo atto che farà risplendere definitivamente su tutto il pianeta, la luce della Verità che solo appartiene alla sua vera Chiesa: la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana, governata dal suo Vicario in terra: il Santo Padre, il “vero” Papa! Nel dare lode, onore e gloria a Colui che solo merita, leggiamo con attenzione la “Editæ sæpe Dei”, traendone gravi spunti di meditazione e di speranza per una “… Restaurazione di tutte le cose in Cristo!” secondo gli auspici di S. Pio X.

San Pio X
Editæ sæpe Dei

Lettera Enciclica

Celebra la memoria e l’opera apostolica e dottrinale di San Carlo Borromeo.

Ciò che la parola divina ricorda più volte nelle Sacre Scritture, come il giusto vivràin memoria eterna di lodi e che egli parla anche defunto (Psal. CXI, 7; Prov. X, 7; Hebr. XI, 4),si avvera sopra tutto per la voce e l’opera continua della Chiesa. Questa, infatti, quale Madre e aurice di santità, ringiovanita sempre più feconda dal soffio “dello Spirito Santo, che inabita in noi“(Rom. VIII, 11), come è sola a generare, nutrire ed allevare nel suo seno la nobilissima figliolanza dei giusti, così è la più sollecita, quasi per istinto di amore materno, a conservarne la memoria e a ravvivarne l’amore. Da tale ricordanza Ella riceve quasi un divino conforto, e ritrae lo sguardo dalle miserie di questo pellegrinaggio mortale, mentre già vede nei Santi “la sua gioia e la sua corona“,riconosce in essi la immagine sublime del suo Sposo Celeste, e inculca ai suoi figli con nuova testimonianza il detto antico: “Per quanti amano Dio, per quelli che secondo il proposito divino sono stati chiamati santi, le cose tutte si rivolgono in bene“(Rom. VIII, 28). Né le loro opere gloriose riescono solo di confortoalla memoria, ma di luce all’imitazione e di forte incitamento alla virtù per quella eco unanime dei santi che risponde alla voce di Paolo: “Siate miei imitatori, come io sono di Cristo” (I Cor. IV, 16). – Per queste ragioni, Venerabili Fratelli, mentre Noi, appena assunto il Sommo Pontificato, significavamo il proposito di adoperarCi costantemente perché “le cose tutte fossero restaurate in Cristo“, con la prima Nostra Lettera Enciclica (Lett. Enc. “E supremi“,del 4 ottobre 1903), Ci studiammo vivamente di fare che tutti rivolgessero con Noi i loro sguardi a Gesù, “Apostolo e Pontefice della nostra confessione, autore e consumatore della fede“(Hebr. III, 1; XII, 2-3). Ma poiché la Nostra debolezza è tanta e facilmente restiamo sbigottiti dalla grandezza di tanto esemplare, per benefizio della Provvidenza divina un altro modello Noi avemmo da proporre, che pur essendo prossimo a Cristo, quanto a natura umana è possibile, è meglio confacevole alla debolezza Nostra, cioè la Beatissima Vergine, Augusta Madre di Dio (Lett. Enc. “Ad diem illum“, del 21 febbraio 1904). Infine, cogliendo varie occasioni di ravvivare la memoria dei santi, proponemmo alla comune ammirazione questi servi e dispensatori fedeli nella casa di Dio, e secondo il grado proprio di ciascuno, amici e domestici di Lui, come quelli che “per la fede vinsero i regni) operarono la giustizia, ottennero le promesse” (Hebr. XI, 13), affinché dai loro esempi spronati “non siamo più bambini vacillanti e trasportati da ogni vento di dottrina per raggiri degli uomini, per astuzia usata a circonvenire nell’errore; ma seguitando la verità nella carità, andiamo crescendo per ogni parte in Lui, che è il capo, Cristo” (Eph. IV, 11 segg.). – Questo consiglio altissimo della Provvidenza divina mostrammo attuato in tre personaggi massimamente che quali grandi pastori e dottori fiorirono in età ben diverse ma quasi del pari calamitose per la Chiesa: Gregorio Magno, Giovanni Grisostomo e Anselmo di Aosta, dei quali occorsero in questi ultimi anni solenni feste centenarie. Così più specialmente nelle due Lettere Encicliche date il 12 marzo 1904 e il 21 aprile del 1909, spiegammo quei punti di dottrina e precetti di vita cristiana, quali ci parvero opportuni ai nostri giorni, che si raccolgono dagli esempi e dagli insegnamenti dei santi. – E poiché Noi siamo persuasi che gli esempi illustri dei soldati di Cristo valgono assai meglio a scuotere gli animi e a trascinarli che non le parole o le altre trattazioni (Encicl. “E Supremi“), profittiamo ora volentieri di un’altra felice opportunità che Ci si porge, per commendare gli altissimi documenti di un altro santo Pastore, suscitato da Dio in tempi più vicini quasi in mezzo alle medesime tempeste, Cardinale della Santa Romana Chiesa e Arcivescovo di Milano, da Paolo V di santa memoria ascritto nel novero dei santi, Carlo Borromeo. E non meno a proposito; poiché – per usare le parole dello stesso Nostro Antecessore – “Il Signore che fa meraviglie grandi Egli solo, ha operato con noi cose magnifiche in questi ultimi tempi, e con opera mirabile della sua dispensazione ha eretto sopra la rocca dell’Apostolica pietra un grande luminare, eleggendo dal seno della sacrosanta Romana Chiesa, Carlo sacerdote fedele, servo buono, modello del gregge e modello dei pastori. Egli infatti, con molteplice fulgore di opere sante illustrando la Chiesa tutta, brilla innanzi ai sacerdoti ed al popolo, quale un Abele per l’innocenza, un Enoch per la purezza, un Giacobbe per la sofferenza delle fatiche, un Mosè per la mansuetudine, un Elia per lo zelo ardente. Egli in sé mostra da imitare, fra l’abbondanza delle delizie, l’austerità di Girolamo, nei gradi più alti l’umiltà di Martino, la sollecitudine pastorale di Gregorio, la libertà di Ambrogio, la carità di Paolino, e finalmente ci dà a vedere con gli occhi nostri, a toccare con le nostre mani, un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive nello spirito calpestando le cose terrene, cercando continuamente le Celesti, né solo per officio sostituito in luogo di Angelo, ma emulo in terra nei pensieri e nelle opere della vita degli Angeli“(Bolla “Unigenitus“, novembre del 1610). – Così il Nostro Antecessore, trascorsi i cinque lustri dalla morte di Carlo. E ora, trascorsi tre secoli dalla glorificazione a lui decretata “meritamente é pieno il Nostro labbro di gaudio e la Nostra lingua di esultanza nell’insigne giorno della Nostra solennità, quando col decretare i sacri onori a Carlo prete Cardinale della Santa Romana Chiesa, alla quale Noi per disposizione del Signore presiediamo, fu aggiunta una corona ricca di ogni pietra preziosa all’unica Sua sposa“. Così Noi abbiamo comune col Nostro Antecessore la confidenza, che dalla contemplazione della gloria, ma più ancora dagli insegnamenti e dagli esempi del Santo, si possa veder umiliata la protervia degli empi e confusi tutti quelli che “si gloriano dei simulacri degli errori“(dalla Bolla “Unigenitus“). Quindi la rinnovata glorificazione di Carlo modello del gregge e dei pastori nei tempi moderni, propugnatore e consigliere indefesso della verace riforma cattolica contro quei novatori recenti, il cui intento non era la reintegrazione, ma piuttosto la deformazione e distruzione della fede e dei costumi, riuscirà dopo tre secoli per tutti i Cattolici di singolare conforto ed istruzione, come di nobile incitamento a tutti per cooperare strenuamente all’opera che tanto Ci sta a cuore della restaurazione di tutte le cose in Cristo. – Certamente è a voi ben noto, Venerabili Fratelli, come la Chiesa, quantunque tribolata continuamente, non è mai lasciata da Dio priva di ogni consolazione. Poiché Cristo “l’amò e dette se stesso per lei, alfine di santificarla e farsela comparire innanzi gloriosa, senza macchia, né ruga, né altra cosa tale, ma perché sia santa e immacolata” (Eph. V, 25 e segg.). Anzi, quando più sbrigliata la licenza dei costumi, più feroce l’impeto della persecuzione, più astute le insidie dell’errore sembrano minacciare a lei rovina estrema, fino a strapparle dal seno non pochi dei suoi figliuoli, per travolgerli nel vortice dell’empietà e dei vizi, allora la Chiesa sperimenta più efficace la protezione divina. Perocché Iddio fa che l’errore stesso, vogliano o no i malvagi, serva al trionfo della verità, di cui la Chiesa è vigile custode; la corruzione serva all’incremento della santità, di cui essa è attrice e maestra; la persecuzione ad una più mirabile “liberazione dai nostri nemici“. Così avviene che quando la Chiesa appare agli occhi profani sbattuta da più fiera tempesta e quasi sommersa, allora n’esca più bella, più vigorosa, più pura, rifulgendo nello splendore delle maggiori virtù. – In questo modo la somma benignità di Dio viene confermando con nuovi argomenti, che la Chiesa è opera divina; sia perché nella prova più dolorosa, quella degli errori e delle colpe che s’infiltrano nelle stesse sue membra, le fasuperare il cimento; sia perché le mostra attuato il detto di Cristo: “Le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei“(Matth. XVI, 18); sia perché comprova di fatto la promessa: “Ecco io sarò con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli“(Matth. XXVIII, 20);sia infine perché testimonia di quella misteriosa virtù per cui un altro Paraclito, promessole da Cristo nel suo sollecito ritorno al Cielo, continuamente in Lei effonde i suoi doni e la difende e la consola in ogni tribolazione: “spirito che rimane con lei in eterno; spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede, né lo conosce, perché Egli dimorerà fra voi e sarà con voi“(Ioan. XIV, 16 e segg., 29, 59; XVI, 7 e segg.). Da questa fonte sgorga la vita e il nerbo della vita; e da questa pure il distinguersi da ogni altra società, come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano, per le note manifeste, ond’è segnalata e costituita “quasi un vessillo sollevato fra le nazioni” (Sess. III, Const. Dei Filius, cap. 3). – E infatti, solo per un miracolo della potenza divina può succedere che tra l’inondare della corruzione e la frequente deficienza delle membra la Chiesa, in quanto è il Corpo mistico di Cristo, si mantenga indefettibile nella santità della dottrina, delle leggi, del suo fine; dalle cause stesse tragga del pari fruttuosi effetti; dalla fede e dalla giustizia di molti suoi figliuoli raccolga frutti copiosissimi di salute. Né meno chiaro apparisce il sigillo della sua vita divina in ciò che fra tanta e cosi turpe colluvie di perverse opinioni, fra così grande numero di ribelli, fra il tanto multiforme variare degli errori, essa persevera immutabile e costante, quale colonna e sostegno della verità, nella professione di una stessa dottrina, nella comunione degli stessi Sacramenti, nella sua divina costituzione, nel governo, nella morale. E ciò tanto più è mirabile, perché ella non solamente resiste al male, ma vince il male col bene, e mai resta dal benedire e agli amici e ai nemici, mentre tutta si affatica ed anela a operare la rinnovazione cristiana della società non meno che dei singoli individui. Poiché questa è la sua missione propria nel mondo, e di questa gli stessi suoi nemici sentono i benefizi. – Un tale mirabile influsso della Provvidenza divina nell’opera restauratrice promossa dalla Chiesa appare splendidamente in quel secolo che vide sorgere a conforto dei buoni San Carlo Borromeo. Allora, spadroneggiando le passioni, travisata quasi del tutto e oscurata la cognizione della verità, eravi lotta continua con gli errori, e l’umana società, precipitando al peggio, sembrava correre all’abisso. Fra questi mali insorgevano uomini orgogliosi e ribelli, “nemici della Croce di Cristo…“, uomini di “sentimenti terreni, il Dio dei quali é il ventre ” (Phil. III, 18, 19). Costoro, applicandosi non a correggere i costumi, ma a negare i dogmi, moltiplicavano i disordini, allargavano a sé ed agli altri il freno della licenza, o certo sprezzando la guida autorevole della Chiesa, a seconda delle passioni dei prìncipi o dei popoli più corrotti, con una quasi tirannide ne rovesciavano la dottrina, la costituzione, la disciplina. Indi, imitando quegli iniqui, a cui è rivolta la minaccia: “Guai a voi che chiamate male il bene e bene il male!” (Is. V, 20), quel tumulto di ribellione, quella perversione di fede e di costumi chiamarono riforma e se stessi riformatori. Ma, in verità, essi furono corrompitori, sicché, snervando con dissensioni e guerre le forze dell’Europa, prepararono le ribellioni e l’apostasia dei tempi moderni, nei quali si rinnovarono insieme in un impeto solo quei tre generi di lotta, prima disgiunti, da cui la Chiesa era sempre uscita vincitrice: le lotte cruente della prima età, indi la peste domestica delle eresie; infine sotto il nome di libertà evangelica, quella corruzione di vizi e perversione della disciplina, a cui forse non era giunta l’età medioevale. – A questa turba di seduttori Iddio oppose veraci riformatori e uomini santi, sia per arrestare quella corrente impetuosa ed estinguere quel bollore, sia per riparare ai danni già recati. Quindi l’opera loro assidua e molteplice nella riforma della disciplina fu di tanto maggiore conforto alla Chiesa quanto più grave era la tribolazione che l’angustiava e comprovò il detto: “Fedele è Iddio, che… darà con la tentazione il vantaggio” (I Cor. X, 13). In sì fatte circostanze veniva ad accrescere consolazione alla Chiesa, per disposizione provvidenziale, l’operosità e la santità singolare di Carlo Borromeo. – Senonché il ministero di lui, cosi disponendo Iddio, ebbe una forza ed efficacia tutta propria, né solo per fiaccare l’audacia dei faziosi, ma per ammaestrare ed infervorare i figliuoli della Chiesa. Di quelli, infatti, egli reprimeva i folli ardimenti e confutava le futili accuse, con l’eloquenza più potente, con l’esempio della sua vita e della sua operosità; di questi rialzava le speranze e ravvivava l’ardore. E fu certo cosa mirabile come egli accolse in sé riunite fino dalla sua giovinezza tutte quelle doti di un verace riformatore, che in altri vediamo disperse e distinte: virtù, senno, dottrina, autorità, potenza, alacrità; e tutte le fece servire unitamente alla difesa commessagli della Verità Cattolica contro le invadenti eresie, com’era pur la missione propria della Chiesa, risvegliando la fede sopita in molti e quasi estinta, corroborandola con provvide leggi ed istituzioni, rialzando la caduta disciplina e riconducendo strenuamente i costumi del clero e del popolo ad un tenore di vita cristiana. Così mentre adempie le parti tutte del riformatore, non meno adempie per tempo a tutti gli uffici del “servo buono e fedele“, e più tardi quelle del sacerdote grande, che “piacque a Dio nei giorni suoi e fu trovato giusto, degno perciò di prendersi ad esempio da tutte le classi di persone, sia del clero o dei laici, siano ricchi o poveri; come quegli la cui eccellenza va compendiata in quella lode propria del Vescovo e del prelato, per la quale ubbidendo ai detti dell’Apostolo Pietro, egli si era “fatto di cuore modello del gregge“(I Petr. V, 3). Né di minore ammirazione è il fatto che Carlo, non ancora compiuti i suoi 23 anni di età 1, benché sollevato a sommi onori, e messo a parte di negozi grandi e difficilissimi della Chiesa, veniva ogni di meglio avanzandosi nell’esercizio più perfetto della virtù, mediante quella contemplazione delle cose divine, che nel sacro ritiro già l’aveva rinnovato, e risplendeva “spettacolo al mondo, agli angeli ed agli uomini“. – Allora veramente, per usare le parole del già ricordato Nostro Antecessore Paolo V, cominciò il Signore a mostrare in Carlo le “sue meraviglie: sapienza, giustizia, zelo ardentissimo in promuovere la gloria di Dio e del nome cattolico, e cura sopra tutto per quella opera di restaurazione della fede e della Chiesa universale che si agitava nell’augusto Consesso Tridentino. Della celebrazione di questo Concilio gli dà merito lo stesso Pontefice e la posterità tutta, in quanto egli, prima di esserne l’esecutore più fedele, ne fu il più efficace sostenitore. Né certo, senza molte sue veglie, stenti e fatiche, ebbe quell’opera il suo ultimo compimento. – Eppure queste cose tutte non erano altro che una preparazione e un tirocinio di vita, nel quale educavasi il cuore con la pietà, la mente con lo studio, il corpo con la fatica, serbandosi quel modesto e umile giovane quale argilla nelle mani di Dio e del suo Vicario in terra. E una tale vita di preparazione appunto era quella che disprezzavano allora i fautori di novità, per la stoltezza medesima onde la disprezzano i moderni, non avvertendo che le opere meravigliose di Dio si maturano nell’ombra e nel silenzio dell’anima dedita all’ubbidienza ed alla preghiera, e che in questa preparazione sta come il germe del futuro progresso, come nella seminagione la speranza della raccolta. – La santità, nondimeno, e l’operosità di Carlo, che si preparava allora con si splendidi auspici, si svolse poi e diede frutti prodigiosi, come accennammo sopra, quando egli “da buon operaio, lasciata la splendidezza e la maestà di Roma, si ritirò nel campo che aveva preso a coltivare (Milano), e adempiendovi ogni giorno meglio le sue parti, ricondusse quel campo, per la tristizia dei tempi già bruttamente guasto da sterpi e inselvatichito, a tale splendore che fece della Chiesa di Milano un chiarissimo esemplare di ecclesiastica disciplina” (Bolla “Unigenitus“). – Tanti e così preclari effetti egli ottenne conformando la sua opera di riforma alle norme proposte poco avanti dal Concilio Tridentino. – La Chiesa, infatti, bene intendendo quanto “i sentimenti e i pensieri dell’animo umano sono proclivi al male“(Gen. VIII, 21),mai non cessa di combattere contro i vizi e gli errori, perché “sia distrutto il corpo del peccato e più non serviamo al peccato” (Rom. VI, 6). E in questa lotta, come Ella è maestra a se stessa e guidata dalla grazia che “è diffusa nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo“,cosìprende norma al pensare e all’opera dal Dottore delle genti, che dice: “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente“(Eph. IV, 23). “E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma riformatevi nel ritrovamento della mente vostra, per accertare quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta“(Rom. XII, 2).Né il figliuolo della Chiesa e riformatore sincero mai si persuade di avere toccata la meta, ma ad essa protesta solo di tendere insieme con l’Apostolo: “Dimenticando quel che sta dietro e stendendomi verso ciò che mi sta davanti, mi avanzo verso il segno, verso il premio della vocazione superna di Dio in Cristo Gesù“(Phil. III, 13, 14). – Quindi avviene che noi uniti con Cristo nella Chiesa “cresciamo per ogni cosa in Lui che è il Capo, Cristo dal quale il corpo tutto prende l’accrescimento proprio per la perfezione di se stesso nella carità (Eb. IV, 15, 16), e la Chiesa madre viene sempre più ad avverare quel mistero della volontà, “di restaurare nella ordinata pienezza dei tempi tutte le cose in Cristo“(Eph. I, 9, 10). – A queste cose non pensavano i riformatori, a cui si oppose Carlo Borromeo, presumendo riformare a loro capriccio la fede e la disciplina; né meglio le intendono i moderni, contro cui abbiamo noi da combattere, o Venerabili Fratelli. Anche costoro sovvertono dottrina, leggi, istituzioni della Chiesa, avendo sempre sulle labbra il grido di cultura e di civiltà, non perché stia loro troppo a cuore questo punto, ma perché con questi nomi grandiosi possono più agevolmente celare la malvagità dei loro intendimenti. – E quali in realtà sieno le loro mire, quali le loro trame, quale la via che intendono battere, nessuno di voi lo ignora, e i loro disegni furono già da Noi denunziati e condannati. Si propongono essi un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa, apostasia tanto peggiore dì quell’antica che mise in pericolo il secolo di Carlo, quanto più astutamente serpeggia occulta nelle vene stesse della Chiesa, quanto più sottilmente trae da principi erronei le conseguenze estreme. – Di ambedue, tuttavia, una stessa è l’origine: “l’uomo nemico“, cioè, che sempre desto a perdizione degli uomini “soprasseminò la zizzania in mezzo al grano” (Matth. XIII, 25):del pari soppiatte e tenebrose le vie; simile il processo e l’esito finale. Perocché, a quel modo che nel passato la prima apostasia voltandosi dove la fortuna secondava, veniva aizzando l’una e l’altra, o la classe dei potenti o dei popolani, per travolgere poi l’una e l’altra nella perdizione cosi questa moderna apostasia esaspera l’odio vicendevole dei poveri e dei ricchi, acciocché scontento ognuno della sua sorte tragga sempre più misera la vita e paghi il fio imposto a quelli che tutti fissi nelle cose terrene e caduche, non cercano il “regno di Dio e la sua giustizia. Anzi il presente conflitto è fatto anche più grave da ciò che, dove i turbolenti novatori dei tempi andati ritenevano per lo più qualche resto del tesoro della dottrina rivelata, i moderni sembra che non vogliano darsi pace finché non lo abbiano veduto interamente disperso. Ora, così rovesciando il fondamento della Religione, si scioglie necessariamente anche il vincolo della società civile. Spettacolo triste, al presente, minaccioso per l’avvenire; non perché vi sia da temere per l’incolumità della Chiesa, di cui non permettono dubbio le promesse divine, ma per i pericoli che sovrastano alle famiglie ed alle nazioni, massimamente a quelle che o fomentano con più studio o tollerano con più indifferenza questo pestifero soffio di empietà. – Fra una sì empia e stolida guerra, mossa talora e propagata con l’aiuto di quei medesimi che più dovrebbero appoggiarci e sostenere la nostra causa; fra un trasformarsi così molteplice degli errori e un blandire di vizi così vario, che dagli uni e dagli altri anche molti dei nostri si lasciano lusingare, sedotti dall’apparenza di novità e di dottrina, o dalla illusione che la Chiesa possa amichevolmente accordarsi con le massime del secolo, voi bene intendete, Venerabili Fratelli, che noi tutti dobbiamo opporre vigorosa resistenza e ribattere l’assalto dei nemici con quelle armi stesse, di cui un tempo usò il Borromeo. – E anzitutto, perché attentano alla rocca stessa che è la fede, o con l’aperta negazione, o con l’ipocrita impugnazione, o col travisarne le dottrine, ricorderemo quello che San Carlo spesso inculcava: “La prima e più grande cura dei Pastori deve essere intorno alle cose che riguardano il conservare integra e inviolata la Fede Cattolica, quella fede che la Santa Romana Chiesa professa e insegna, e senza la quale é impossibile piacere a Dio“(Conc. Prov. I, sub initium). E di nuovo: “In questa parte nessuna diligenza può essere così grande, quanto senza dubbio è richiesta dal bisogno“(Conc. Prov. V, pars I). Quindi è necessario di opporsi con la sana dottrina al “fermento dell’eretica pravità“che non represso corrompe tutta la massa, opporsi cioè alle perverse opinioni che s’infiltrano sotto mentite sembianze e che raccolte insieme sono professate dal modernismo; ricordando con San Carlo, “quanto sommo debba essere lo studio e diligentissima sopra ogni altra cura del Vescovo nel combattere il delitto dell’eresia“(Ibid.). – Né occorre, per verità, ricordare le altre parole del Santo che allega le sanzioni, le leggi, le pene poste dai Romani Pontefici contro quei prelati che fossero negligenti o rimessi nel purgare dall’eretica pravità la loro diocesi. Ma bene convenevole sarà riandare con attenta meditazione ciò che egli ne conclude: “Perciò deve il vescovo anzitutto persistere in questa sollecitudine perenne e vigilanza continua, acciocché non solo il morbo pestilentissimo dell’eresia non s’infiltri mai nel gregge a lui commesso, ma ne vada lontanissimo qualsiasi sospetto. E se poi, il che tolga Cristo Signore per la sua pietosa misericordia, s’infiltrasse, allora sopra tutto si adoperi con ogni sforzo perché sia ricacciato prestissimamente, e quelli che di tale pestilenza sono infetti o sospetti siano trattati a norma dei canoni e delle sanzioni pontificie” (Ibid.). – Ma né la liberazione, né la preservazione dalla peste degli errori è possibile, se non con una retta istruzione del clero e del popolo: poiché “la fede, dall’udito, e l’udito poi per la parola di Cristo“(Rom. X, 17).E la necessità d’inculcare la verità a tutti s’impone tanto maggiormente ai nostri giorni, mentre per tutte le vene dello Stato, e anche donde meno si crederebbe, vediamo infiltrarsi il veleno, a segno tale che per tutti valgono oggimai le ragioni addotte da San Carlo con queste parole: “Quei che confinano con gli eretici ove non fossero stabili e fermi nei fondamenti della fede, darebbero moltissimo a temere che non si lasciassero troppo facilmente tirare da essi in qualche inganno di empietà e di guasta dottrina“(Conc. Prov. V, pars I). Ora infatti per la facilità dei viaggi, sono cresciute le comunicazioni, come delle altre cose tutte, così anche degli errori, e per la sfrenata libertà delle passioni, viviamo in mezzo ad una società pervertita, ove “non é verità… e non esiste cognizione di Dio ” (Os. IV, 1); in una terra che è desolata… perché niuno vi è che pensi di cuore” (Ier. XX, 11).Perciò Noi, volendo usare le parole di San Carlo, “abbiamo adoperato finora molta diligenza perché tutti e singoli i fedeli di Cristo fossero bene istruiti nei rudimenti della fede cristiana“(Conc. Prov. V, pars I);e ne abbiamo anche scritto speciale Lettera Enciclica, come di argomento della più vitale importanza (Enc. “Acerbo nimis“, del 25 aprile 1905). Ma, sebbene non vogliamo ripetere ciò che ardendo di zelo insaziabile deplorava il Borromeo, cioè: “di aver ottenuto finora troppo poco in cosa di tonta rilevanza“, pure come lui, “indotti dalla grandezza del negozio e del pericolo“, vorremmo anche maggiormente infiammare lo zelo di tutti; perché prendendo Carlo a modello, concorrano, ciascuno secondo il grado e le forze, a quest’opera di restaurazione cristiana. Ricordino i padri di famiglia e i padroni con quale fervore ad essi inculcava il santo Vescovo costantemente, che ai figliuoli, ai domestici, ai servi, non solo dessero facoltà ma imponessero l’obbligo d’imparare la dottrina cristiana. I chierici si ricordino l’aiuto che in questo insegnamento debbono prestare al parroco, e questi procuri che siffatte scuole si moltiplichino secondo il numero e la necessità dei fedeli, e siano commendevoli per la probità dei maestri ai quali siano dati per aiutatori uomini o donne di provata onestà, a quel modo che prescrive lo stesso santo Arcivescovo di Milano (Conc. Prov. V, pars I). – Di tale cristiana istituzione appare evidentemente cresciuta la necessità sia da tutto l’andamento dei tempi e dei costumi moderni, sia specialmente da quelle pubbliche scuole, prive di ogni religione, dove si tiene quasi per sollazzo il deridere tutte le cose più sante, e del pari sono aperte alla bestemmia e le labbra dei maestri e le orecchie dei discepoli. Parliamo di quella scuola che si chiama per somma ingiuria neutra o laica, ma non è altro che tirannide prepotente di una setta tenebrosa. Un siffatto nuovo giogo di ipocrita libertà voi già denunciaste ad alta voce e intrepidamente, o Venerabili Fratelli, massime in quei paesi dove più sfrontatamente furono calpestati i diritti della Religione e della famiglia, anzi soffocata la voce stessa della natura che vuole rispettati la fede e il candore dell’adolescenza. A rimediare, per quanto era in Noi, a un sì gran male, recato da quelli stessi che, mentre pretendono dagli altri obbedienza, la negano al Padrone supremo di tutte le cose, abbiamo raccomandato che si istituissero per le città opportune scuole religiose. E sebbene quest’opera, mercé i vostri sforzi, abbia fatto finora assai buoni progressi, tuttavia è sommamente da desiderare che sempre più largamente si propaghi, cioè che siffatte scuole si aprano dappertutto numerose e fioriscano di maestri commendevoli per merito di dottrina e per integrità di vita. – Con tale insegnamento utilissimo dei primi elementi va strettamente congiunto l’ufficio dell’oratore sacro, nel quale a più forte ragione si ricercano le doti ricordate. Quindi le diligenze e i consigli di Carlo nei Sinodi provinciali e nei diocesani miravano con una cura specialissima a formare predicatori tali che si potessero adoperare santamente e con frutto nel “ministero della parola“. Ora la cosa stessa, e forse più fortemente, sembra richiesta a Noi dai tempi che corrono, mentre la fede vacilla in tanti cuori, né mancano di quelli che, per vaghezza di gloria vana, assecondano la moda, “adulterando la parola di Dio“, sottraendo alle anime il cibo della vita. – Con somma vigilanza, pertanto, Noi dobbiamo guardare, Venerabili Fratelli, che il vostro gregge da uomini vani e frivoli non sia pasciuto di vento, ma sia nutrito del cibo vitale da “ministri della parola, ai quali si applicano quelle sentenze: “Noi facciamo le veci di ambasciatori a nome di Cristo, quasi esortando Iddio per mezzo di noi: riconciliatevi. con Dio“(II Cor. V, 20); “da ministri e da legati che non camminano nell’astuzia, né corrompono la parola di Dio, ma si rendono commendevoli presso ogni coscienza degli uomini innanzi a Dio per la manifestazione della verità“(II Cor. IV, 2); “operai che non possono essere confusi e con rettitudine maneggiano la parola della verità“(II Tim. II, 15).E non meno utili cisaranno quelle norme santissime e sommamente fruttuose che il Vescovo di Milano soleva raccomandare ai fedeli, e sono compendiate da quelle parole di San Paolo: “Avendo ricevuto da noi la parola della predicazione di Dio, voi l’accoglieste non come parola umana, (ma qual è veramente) parola di Dio, la quale opera in voi che avete creduto“(I Thess. II, 13). – Cosi la “parola di Dio, viva, efficace, più penetrativa di ogni spada“(Hebr. VI, 12) opererà non solo a conservazione e a difesa della fede, ma ad efficace impulso delle buone opere: giacché “la fede senza le opere è morta“(Iac. II, 26);”e non saranno giustificati innanzi a Dio quelli che ascoltano la legge, ma quei che la legge mettono in esecuzione“(Rom. II, 13). – Ed è questo un altro punto in cui si vede quanto immenso è il divario della vera dalla falsa riforma. Poiché quelli che propugnano la falsa, imitando la costanza degli stolti, sogliono ricorrere agli estremi, o esaltando la fede per modo da escludere la necessità delle buone opere, o collocando nella sola natura tutta la eccellenza della virtù senza gli aiuti della fede e della grazia divina. Onde segue che gli atti provenienti dalla sola onestà naturale, non sono altro che simulacri di virtù né durevoli in sé, né sufficienti alla salute. L’opera adunque di siffatti informatori non è valevole a restaurare la disciplina, ma esiziale alla fede ed ai costumi. – Al contrario, quelli che, ad esempio di San Carlo, sinceramente e senza raggiri cercano la vera e salutare riforma, evitano gli estremi, né mai trascorrono oltre quei limiti fuori dei quali non può sussistere riforma alcuna. Poiché, uniti essi fermissimamente alla Chiesa e al loro Capo Cristo, non solo di qui attingono forza di vita interiore, ma anche ricevono norma di azione esteriore, per accingersi con sicurezza all’opera sanatrice della umana società. Ora di questa divina missione, trasmessa perpetuamente in quelli che debbono fare da legati di Cristo, è proprio “l’insegnare a tutte le genti“,né solamente le cose da credere, ma quelle da operare, cioè come pronunziò Cristo stesso, “osservare tutte quelle cose che io vi ho comandato“(Matth. XXVIII, 18-20). Egli infatti è “vita, verità e vita” (Ioan. XIV, 6),ed è venuto perché gli uomini “abbiano la vita e l’abbiano con esuberanza” (Ioan. X, 10). Ma poiché l’adempiere quei doveri tutti con la sola guida della natura è molto al di sopra di ciò che possano per sé conseguire le forze dell’uomo, perciò la Chiesa ha, insieme col suo Magistero, congiunto il potere di governare la società cristiana e di santificarla, mentre per mezzo di quelli che nel loro proprio grado ed officio le sono ministri e cooperatori, viene comunicando gli opportuni e necessari mezzi della salute. – Il che bene intendendo i veraci riformatori, non soffocano essi i germogli per porre in salvo la radice, cioè dire non disgiungono la fede dalla santità della vita, ma l’una e l’altra alimentano e riscaldano al soffio della carità, la quale è “vincolo della perfezione” (I Coloss. III, 14). Cosi pure, ubbidendo all’Apostolo, essi “custodiscono il deposito” (I Tim. VI, 20), non già per impedirne la manifestazione e sottrarne la luce alle genti, ma per diramare anzi con più larga vena le acque saluberrime di verità e di vita che sgorgano da quella sorgente. E in ciò congiungono la teoria alla pratica, di quella valendosi a prevenire ogni “circonvenzione dell’errore“, di questa ad applicare i precetti alla morale ed all’azione della vita. Perciò anche procurano i mezzi tutti, od opportuni o necessari al fine, sia per la estirpazione del peccato sia per “la perfezione dei santi, per l’opera del ministero, l’edificazione del corpo di Cristo” (Eph. IV, 12). E a questo mirano appunto gli statuti, i canoni, le leggi dei Padri e dei Concili; a questo i mezzi tutti d’insegnamento, di governo, di santificazione, di beneficenza d’ogni fatta; a questo insomma la disciplina e l’operosità intera della Chiesa. A tali maestri della fede e della virtù tiene rivolto l’occhio e l’animo il vero figlio della Chiesa, mentre si propone la riforma di sé e degli altri. E a tali maestri pure si appoggia il Borromeo nella sua riforma della disciplina ecclesiastica, e spesso li ricorda, come quando scrive: “Noi, seguendo l’antica consuetudine ed autorità dei Santi Padri e dei sacri Concili, principalmente del Sinodo ecumenico di Trento, abbiamo stabilito intorno a questi punti stessi nei nostri precedenti Concili provinciali molte disposizioni“. Similmente, nel prendere provvedimenti di repressione dei pubblici scandali, egli si professa guidato “e dal diritto e dalle sacrosante sanzioni dei sacri canoni, e del Concilio Tridentino soprattutto“. (Conc. Prov. V, pars I). – Né contento di ciò, per meglio assicurarsi di non avere mai a dipartirsi dalla regola suddetta, così di solito conchiude gli statuti dei suoi Sinodi provinciali: “Tutte e singole quelle cose che da noi in questo Sinodo provinciale furono decretate e fatte, sottomettiamo sempre, perché sieno emendate e corrette, all’autorità ed al giudizio della Santa Romana Chiesa, di tutte le Chiese madre e maestra” (Conc. Prov. VI, sub finem).E questo suo proposito egli mostrò sempre più fervido, quanto più si avanzava a gran passo nella perfezione della vita attiva; né solo finché occupava la cattedra di Pietro il pontefice suo zio, ma anche sotto i costui successori, Pio V e Gregorio XIII, dei quali, com’egli potentemente suffragò la elezione, così nelle maggiori imprese fu valido aiuto, corrispondendo interamente alla loro aspettazione. – Ma soprattutto li secondò nell’attuare i mezzi pratici per il fine propostosi, cioè per la vera riforma della sacra disciplina. Nel che, di nuovo, si mostrò egli più che mai lontano dai riformatori falsi che mascherano di zelo la loro disubbidienza ostinata. Quindi, cominciando il “giudizio della Casa di Dio“(I Petr. IV, 17), si applicò anzitutto a riformare con leggi costanti la disciplina del clero; e a questo fine eresse seminari per gli alunni del sacerdozio, fondò congregazioni di sacerdoti, che ebbero nome di oblati, chiamò famiglie religiose e antiche e recenti, radunò Concili e con ogni sorta di provvedimenti assicurò e crebbe l’opera incominciata. Indi, senza ritardo, pose mano egualmente vigorosa a riformare i costumi del popolo, ritenendo per detto a sé quello che già fu detto al profeta: “Ecco, io ti ho stabilito oggi… perché tu sradichi e distrugga, perché disperda e dissipi, edifichi e pianti” (Ier. I, 10).Perciò da buon pastore, visitando personalmente le chiese della provincia, non senza gran fatica, a somiglianza del divino Maestro, “passò beneficando e sanando“le ferite del gregge; si affaticò con ogni sforzo a sopprimere e sradicare gli abusi che da per tutto s’incontravano, provenienti sia dall’ignoranza, sia dalla trascuranza delle leggi; alla perversione delle idee ed alla corruzione dei costumi straripante oppose, quasi argine, scuole e collegi, ch’egli apri per l’educazione dei fanciulli e dei giovanetti, congregazioni mariane, che egli accrebbe dopo averle conosciute al loro primo fiorire qui in Roma, ospizi, che egli schiuse alla gioventù orfana, ricoveri, che aperse alle pericolanti, alle vedove, ai mendichi o impotenti per malattia o per vecchiaia, uomini e donne; la tutela ch’egli prese dei poveri contro la prepotenza dei padroni, contro le usure, contro la tratta dei fanciulli, e simili altre istituzioni in gran numero. Ma tutto ciò egli operò aborrendo totalmente dal metodo di coloro che, nel rinnovare a loro senno la cristiana società, mettono tutto sossopra e in agitazione, con vanissimo strepito, dimentichi della parola divina: “nella commozione non è il Signore” (I Reg. XIX, 11). – È questo appunto un nuovo distintivo dei veri riformatori dai falsi, come più volte voi avete conosciuto a prova, Venerabili Fratelli. I riformatori falsi cercano “i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo“(Philip. II, 21), e dando orecchio all’invito insidioso già fatto al divino Maestro: “Va’ e mostrati al mondo“(Ioan. VII, 4), ripetono anch’essi le parole ambiziose: “Facciamoci anche noi un nome. Per la quale temerità, come pur troppo deploriamo anche ai nostri giorni, “caddero dei sacerdoti in guerra, nell’atto che pretendevano fare cose grandi, e uscivano alla mischia senza prudenza” (I Machab. V, 57-67). – Al contrario il riformatore sincero “non cerca la sua gloria, ma la gloria di Colui che lo ha mandato“(Ioan. VII, 18),e come Cristo, suo esemplare, “non contenderà, né griderà, né alcuno udirà la sua voce per le piazze; non sarà torbido né irrequieto (Is. XLII, 2 segg.; Matth. XII, 19), ma sarà “dolce e umile di cuore” (Matth. XI, 29). Quindi egli piacerà al Signore e riporterà frutti copiosissimi di salute. – Per un altro distintivo ancora si differenziano l’uno dall’altro: mentre quegli, appoggiato solo alle forze umane, “confida nell’uomo e pone la sua fortezza nella carne” (Ier. XVII, 5), questi invece mette in Dio tutta la sua speranza; da Lui e dai mezzi soprannaturali aspetta ogni forza e virtù, esclamando con l’Apostolo: “Ogni cosa io posso in Colui che mi conforta” (Phil. IV, 13). – Questi mezzi, che Cristo comunicò in larga copia, il fedele cerca nella Chiesa stessa a comune salvezza, e primi fra essi la preghiera, il sacrificio, i Sacramenti, i quali divengono quasi “fonte di acqua che sale alla vita eterna” (Ioan. IV, 14).Ma di tutti questi mezzi mal sofferenti coloro che per vie traverse e dimentichi di Dio si affannano intorno all’opera della riforma, mai non cessano di intorbidare quelle fonti purissime, se non del tutto disseccarle, per tenerne lontano il gregge di Cristo. Nel che certo fanno anche peggio i loro moderni seguaci, che sotto una certa maschera di più alta religiosità, hanno in niun conto quei mezzi di salute e li mettono in discredito, particolarmente i due Sacramenti, coi quali o si perdonano i peccati alle anime pentite, o si fortificano le anime col cibo Celeste. Ogni fedele pertanto procurerà con sommo studio che benefizi di così gran pregio siano tenuti nel massimo onore, né soffrirà che l’affetto degli uomini illanguidisca verso queste due opere della carità divina. – Cosi appunto si adoperò il Borromeo, del quale fra le altre cose leggiamo scritto: “Quanto maggiore e più copioso é il frutto dei Sacramenti di quello che se ne possa spiegare facilmente il valore, con tanta più diligenza e intima pietà dell’anima ed esterno culto e venerazione si devono trattare e ricevere” (Conc. Prov. I, pars II). Del pari degnissime di essere ricordate sono le raccomandazioni onde egli esorta i Parroci e altri sacri predicatori di richiamare alla pratica antica la frequenza della santa Comunione, il che pure Noi abbiamo fatto col Decreto che incominciava: “Tridentina Synodus“. “I Parroci e i Predicatori, dice il santo Vescovo, esortino quanto più spesso il popolo alla pratica salutarissima di ricevere frequentemente la sacra Eucaristia, appoggiandosi alle istituzioni ed agli esempi della Chiesa nascente, alle raccomandazioni dei Padri più autorevoli, alla dottrina del catechismo romano, in questo stesso punto più distesamente spiegata, e alla sentenza infine del Concilio Tridentino il quale vorrebbe che in ogni Messa i fedeli si comunicassero non solo con ricevere l’Eucaristia spiritualmente, ma anche sacramentalmente” (Conc. Prov. III, pars I). Con quale intenzione poi, con quale affetto si debba frequentare questo sacro convito, lo insegna con queste parole: “Il popolo non solo deve essere spronato alla pratica di ricevere frequentemente il Santissimo Sacramento, ma pure ammonito quanto sia pericoloso ed esiziale l’accostarsi indegnamente alla sacra mensa di quel cibo divino” (Conc. Prov IV, pars II). E una simile diligenza sembra richiesta massimamente ai tempi nostri di fede vacillante e di carità illanguidita, acciocché dalla cresciuta frequenza non venga sminuita la riverenza debita a tanto mistero, ma piuttosto se ne tragga motivo a far che “l’uomo provi se stesso e così mangi di quel pane e beva del calice“(I Cor. XI, 28). – Da queste fonti sgorgherà una ricca vena di grazie e da essa trarranno vigore ed alimento anche i mezzi naturali ed umani. Né l’azione del Cristiano disprezzerà punto le cose utili e di conforto alla vita, venendo anch’esse dal medesimo Iddio, Autore della grazia e della natura; ma eviterà con gran diligenza che in cercare e godere le cose esterne e i beni del corpo, si riponga il fine e quasi la felicità di tutta la vita. Chi vuole pertanto usare di questi mezzi con rettitudine e temperanza, li ordinerà alla salute delle anime, ubbidendo al detto di Cristo: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta” (Luc. XII, 31; Matth. VI, 33). – Un siffatto uso di mezzi ordinato e sapiente tanto è lungi che mai venga ad opporsi al bene di ordine inferiore, cioè proprio della società civile, che anzi ne promuove in gran maniera gli interessi; né già con vana iattanza di parole, com’è il costume dei faziosi riformatori, ma coi fatti e col sommo sforzo, fino al sacrificio delle sostanze, delle forze e della vita. Di tali fortezze ci dànno esempio soprattutto molti Vescovi, i quali, in tempi tristi per la Chiesa, emulando lo zelo dì Carlo, avverano le parole del divino Maestro: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle” (Ioan. X, 11). Essi non da bramosia di gloria, non da spirito di parte, non da stimolo di alcun privato interesse sono tratti a sacrificarsi per la salvezza comune, ma da quella carità “che mai non vien meno“. Da questa fiamma, che sfugge agli occhi profani, acceso il Borromeo, dopo essersi esposto a pericolo di vita nel servire gli appestati, non contento di aver sovvenuto ai mali presenti, così mostravasi ancora sollecito dei futuri: “È affatto conforme ad ogni ragione che, in quel modo onde un ottimo padre, il quale ama di amore unico i suoi figliuoli, provvede ad essi sia per il presente come per il futuro, preparando le cose necessarie per la vita, così noi, mossi dal debito dell’amore paterno, provvediamo ai fedeli della nostra provincia con ogni precauzione e prepariamo per l’avvenire quegli aiuti che nel tempo della peste abbiamo conosciuto per esperienza essere salutari“(Conc. Prov. V, pars II). – I medesimi disegni e propositi di affettuosa provvidenza, Venerabili Fratelli, trovano una pratica occupazione in quell’azione cattolica che spesse volte abbiamo raccomandato. E a parte di questo apostolato nobilissimo, il quale abbraccia tutte le opere di misericordia da premiarsi col regno eterno (Matth. XXV, 34 e segg.), sono chiamati gli uomini scelti del laicato. Ma essi, accogliendo in sé questo peso, devono essere pronti e addestrati a sacrificare interamente se stessi e tutte le cose loro per la buona causa, a sostenere l’invidia, la contraddizione e anche l’avversione di molti che ricambiano d’ingratitudine i benefizi, a faticare ognuno come “buon soldato dì Cristo” (II Tim. II, 3), a correre “per la via della pazienza al certame propostoci, riguardando all’autore e consumatore della fede Gesù” (Hebr. XII, 1, 2). Lotta certamente ben dura, ma efficacissima al benessere stesso della società civile, anche quando ne sia ritardata la piena vittoria. – Anche per questo ultimo punto ora menzionato, si possono ammirare esempi splendidi di San Carlo, e da essi prendere, ciascuno secondo la propria condizione, di che imitare e confortarsi. Benché, infatti, e la virtù singolare e l’operosità meravigliosa e la profusa carità lo facessero tanto ragguardevole, neppure egli tuttavia andò esente da questa legge: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, patiranno persecuzioni” (II Tim. III, 12). Quindi perciò stesso ch’egli seguiva un tenore di vita più austero, che sosteneva sempre la rettitudine e l’onestà, che sorgeva vindice incorrotto delle leggi e della giustizia, si guadagnò l’avversione di uomini potenti; si trovò esposto a raggiri di diplomatici; venne talora in diffidenza ai nobili, al clero ed al popolo, e infine si trasse addosso l’odio mortale dei malvagi, e ne fu cercato a morte 2. Ma a tutto egli resistette con animo invitto, sebbene d’indole mite e soave. – Né solo non cedette mai a cosa che fosse esiziale alla fede ed ai costumi, ma neppure a pretensioni contrarie alla disciplina e gravose al popolo fedele, ancorché attribuite ad un monarca potentissimo e nel resto cattolico. Memore delle parole di Cristo: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che é di Dio” (Matth. XXII, 21),come pure della voce degli Apostoli: “Meglio é obbedire a Dio che agli uomini“(Act. V, 29), egli si rese benemerito al sommo, non della causa della Religione solamente, ma della civile società, la quale, pagando il fio della sua stolta prudenza e sommersa quasi dalla tempesta delle sedizioni da sé eccitate, correva a morte certissima. – La medesima gloria e gratitudine sarà dovuta ai Cattolici del nostro tempo e ai valorosi condottieri, i Vescovi, mentre né gli uni né gli altri verranno mai a mancare in parte alcuna ai doveri che sono propri dei cittadini, sia che trattisi di serbare fedeltà e rispetto ai “dominanti anche discoli” quando comandino cose giuste, sia di ripugnare ai loro comandi quando siano iniqui, tenendo lontana del pari e la pervicace ribellione di quelli che corrono alle sedizioni ed ai tumulti, e la servile abiezione di quelli che accolgono quasi leggi sacrosante gli statuti manifestamente empi di uomini perversi, i quali col mentito nome di libertà sconvolgono ogni cosa e impongono la tirannide più dura. Ciò avviene al cospetto del mondo e alla piena luce della moderna civiltà, in qualche nazione specialmente, ove il “potere delle tenebre” sembra che abbia messa la sua sede principale. Sotto quella prepotente tirannide vanno calpestati miseramente i diritti tutti dei figliuoli della Chiesa, spento affatto nei governanti ogni senso di generosità, di gentilezza e di fede, onde per tanto tempo splenderono i loro padri, insigni del titolo di Cristiani. Tanto è evidente che, entrato l’odio di Dio e della Chiesa, si torna addietro in ogni cosa, e si corre a precipizio verso la barbarie dell’antica libertà, o piuttosto giogo crudelissimo, da cui la sola famiglia di Cristo e l’educazione da lei introdotta ci ha sottratti. Ovvero, come esprimeva la cosa stessa il Borromeo, tanto è “cosa certa e riconosciuta, che da nessuna altra colpa è Dio più gravemente offeso, da nessuna provocato a maggiore sdegno quanto dal vizio delle eresie, e che a sua volta nulla può tanto a rovina delle province e dei regni, quanto può quell’orrida peste” (Conc. Prov. V, pars I). Senonché molto più funesta si deve stimare l’odierna congiura di strappare le nazioni cristiane dal seno della Chiesa, come dicemmo. I nemici infatti, sebbene discordissimi di pensieri e di volontà, ciò che è contrassegno certo dell’errore, in una cosa solo si accordano, nell’oppugnazione ostinata della verità e della giustizia; e poiché dell’una e dell’altra custode e vindice è la Chiesa, contro la Chiesa sola, strette le loro file, muovono all’assalto. E benché vadano dicendo di essere imparziali o di promuovere la causa della pace, altro in verità non fanno, con dolci parole ma non dissimulati propositi, se non tendere insidie, per aggiungere il danno allo scherno, il tradimento alla violenza. Con un nuovo metodo di lotta è ora dunque assalito il nome cristiano; e una guerra si muove di gran lunga più pericolosa che non le battaglie prima combattute, dalle quali raccolse tanta gloria il Borromeo. – Di qui noi tutti prendendo esempio ed istruzione, ci animeremo a combattere da forti per i più grandi interessi, da cui dipende la salvezza degl’individui e della società, per la fede e la Religione, per l’inviolabilità del pubblico diritto; combatteremo sforzati certo da un’amara necessità, ma confortati insieme da una soave speranza che la onnipotenza di Dio affretterà la vittoria a chi combatte in così gloriosa battaglia. A tale speranza aggiunge vigore l’efficacia potente, perpetuata fino ai giorni nostri, dell’opera di San Carlo, sia per fiaccare l’orgoglio delle menti, sia per assodare l’animo nel proposito santo di restaurare ogni cosa in Cristo. – Ed ora, Venerabili Fratelli, noi possiamo conchiudere con le parole stesse, onde il Nostro Antecessore, Paolo V, più volte menzionato, conchiudeva le lettere che decretavano a Carlo i supremi onori: “È giusto per tanto, che noi rendiamo gloria e onore e benedizione a Colui che vive nei secoli dei secoli, il quale benedisse il nostro conservo in ogni benedizione spirituale, perché fosse santo e immacolato innanzi a Lui. E avendocelo dato il Signore come una stella fulgente in questa notte di peccato, di tribolazioni nostre, ricorriamo alla divina clemenza, con la bocca e coll’opera supplicando, acciocché Carlo alla Chiesa che egli amò tanto ardentemente, giovi altresì coi meriti e coll’esempio, assista col patrocinio e nel tempo dello sdegno si faccia riconciliazione per Cristo nostro Signore” (Bolla “Unigenitus“).

Si aggiunga a questi voti e ponga il colmo alla comune speranza l’auspicio della Benedizione Apostolica, che a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo di ciascuno di voi, con vivo affetto impartiamo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 26 maggio 1910, VII del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. S. PIO X – “ACERBO NIMIS”

« Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine … » Ecco il grido accorato che il Pontefice Santo, Papa Pio X, emetteva alla fine della sua sapientissima lettera Enciclica Acerbo nimis, documento disatteso, per infingardia o per calcolata malizia, da molti di coloro ai quali esso era diretto. Oggi purtroppo ne constatiamo le tragiche e funeste conseguenze, perché è proprio sull’ignoranza, più o meno colpevole, del popolo cristiano, che la sinagoga di satana – il novus ordo – si è infiltrata nella Chiesa Cattolica devastandola con perniciose e false dottrine che dagli ignoranti, veri e finti prelati o pigri fedeli, non sono state combattute né eliminate col pretesto di una supposta obbedienza, non alla Legge divina, ma alle imposture diaboliche inoculate con le aberranti dottrine del conciliabolo c. d. Vaticano II. Non solo quindi si è disattesa la volontà del santo Pontefice, ma si sono agevolmente introdotte false dottrine e aberranti culti pseudo-liturgici (… la messa del baphomet-lucifero signore dell’universo …) senza che la maggior parte dei Cristiani “di faccia” abbia compreso né reagito di conseguenza, mettendo la propria anima in attesa di una dannazione sicura e meritata. La lettera Enciclica parla da sola nella sua veemente esposizione dei mali congiunti all’ignoranza religiosa, un tempo forse incolpevole, ma oggi assolutamente colpevole e condannata alla eterna riprovazione. Guai ai veri o finti pastori, ed ai loro fiancheggiatori laici, che hanno alterato, manipolato, falsamente presentato ed interpretato la dottrina cristiana, per aver derubato a Dio la gloria a Lui solo dovuta, dell’essere conosciuto, adorato e servito da tutti i Cristiani e da eventuali pagani o acattolici, tenuti lontani dal vero culto divino. È questo l’affronto più grave che si potesse e si possa fare al Creatore dell’universo e delle anime che dovevano dare gloria al Padre celeste sull’esempio del Figlio unigenito, … per Lui, con Lui ed in Lui … “Io non dividerò la mia gloria con nessuno” – dice tramite Isaia – il Dio delle schiere. Ed allora impavido pusillus grex, rimasuglio dei veri fedeli ed adoratori in spirito di Dio, studiamoci bene il Catechismo Cattolico (… quello vero naturalmente, quello del sacrosanto Concilio di Trento, o dello stresso S. Pio X, magari approfondendolo con opere di più ampio spessore – per chi ne abbia il tempo e la possibilità – di autori Cattolici comprovati ed autorizzati da imprimatur veraci e legittimi), mettiamolo in pratica nella nostra vita ordinaria e, fondando sulla grazia divina, annunziamolo possibilmente nelle varie realtà in cui si opera, ed i benefici saranno immensi, per i singoli e per l’intera società umana, di modo che non si possa più dire, come all’inizio della sottostante Enciclica « … la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine … ».

san Pio X
Acerbo nimis

Lettera Enciclica

I.

L’ignoranza della Religione causa precipua dell’odierno rilassamento.

In troppo ingrati e difficili tempi le disposizioni arcane della Provvidenza divina hanno sollevato la Nostra pochezza all’officio di Pastore supremo dell’universal gregge di Gesù Cristo. L’uomo inimico già da lunga stagione si aggira intorno a questo gregge, e lo va così insidiando con sottilissima astuzia, che or più che mai sembra verificato ciò che l’Apostolo prediceva ai maggiorenti della Chiesa di Efeso: “Io so che entreranno fra voi lupi rapaci che non perdoneranno all’ovile” (Act. XX, 29). — Del quale religioso decadimento, coloro che nutrono tuttora zelo della gloria di Dio, vanno indagando le ragioni e le cause; e mentre altri altre ne assegnano, conforme all’opinar di ciascuno, diverse son le vie che seguono per tutelare e ristabilire il regno di Dio sulla terra. A Noi, Venerabili fratelli, checché sia di altre cagioni, sembra di preferenza dover convenire con coloro che la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine. Il che risponde pienamente a quello che Dio stesso affermò pel profeta Osea: “… E non è scienza di Dio sulla terra. La maledizione, la menzogna, e l’omicidio, e il furto, e l’adulterio dilagarono, e il sangue toccò il sangue. Perciò piangerà la terra e verrà meno chiunque abita in essa” (Os. IV, 1 ss.).

II.

L’ignoranza della religione quanto comune ai nostri tempi.

E che infatti fra i Cristiani dei nostri giorni siano moltissimi quelli i quali vivono in una estrema ignoranza delle cose necessarie a sapersi per la eterna salute, è lamento oggimai comune, e purtroppo! lamento giustissimo. E quando diciamo fra i Cristiani, non intendiamo solamente della plebe o di persone di ceto inferiore, scusabili talvolta, perché, soggetti al comando d’inumani padroni, appena è che abbian agio di pensare a sé ed ai propri vantaggi: ma altresì e soprattutto di coloro, che pur non mancando d’ingegno e di coltura, mentre delle profane cose sono conoscentissimi, vivono spensierati e come a caso in ordine alla Religione. Può dirsi appena di quali profonde tenebre questi tali sien circondati; e ciò che più accuora, tranquillamente vi si mantengono! Niun pensiero quasi sorge loro di Dio Autore e moderatore dell’universo e di quanto insegna la Fede cristiana. E conseguentemente, sono cose affatto ignote per essi e l’Incarnazione del Verbo di Dio, e l’opera di Redenzione dell’uman genere da lui compiuta; e la Grazia che è pur il mezzo precipuo pel conseguimento dei beni eterni, e il santo Sacrificio e i Sacramenti, pei quali la detta grazia si acquista e conserva. Nulla poi apprezzano la malizia e turpitudine del peccato, e quindi non hanno affatto pensiero di evitarlo o di liberarsene; e così si giunge al giorno supremo, talché il ministro di Dio, acciò non manchi una qualche speranza di salute, è costretto ad usare dei momenti estremi, che dovrebbero tutti impiegarsi nel fomentare la carità verso Dio, nel dare una sommaria istruzione delle cose indispensabili a salute; se pure, ciò che sovente interviene, l’infermo non sia talmente schiavo di colpevole ignoranza, da credere superflua l’opera del sacerdote, e senza riconciliarsi con Dio, affronti tranquillo il viaggio tremendo dell’eternità. Onde è che il Nostro predecessore Benedetto XIV giustamente scrisse: “Questo asseveriamo, che la maggior parte di coloro, che san dannati agli eterni supplizi, incontrano quella perpetua sventura per ignoranza dei misteri della fede, che necessariamente si debbono sapere e credere per essere ascritti fra gli eletti” (Instit. XXVI, 18).

III.

Dall’ignoranza della religione è da ripetersi l’odierna corruttela dei costumi.

Ciò posto, Venerabili Fratelli, qual meraviglia che si veda oggi nel mondo, e non già diciamo fra i barbari, ma in mezzo alle nazioni cristiane, e cresca ogni giorno più la corruttela dei costumi e la depravazione delle abitudini? Intimava l’Apostolo scrivendo agli Efesini: “La fornicazione poi ed ogni immondezza, o l’avarizia, neppur si nomini fra voi, come si addice ai santi: o la turpitudine, o lo stoltiloquio” (Ephes. V, 3 s.).  – Ma egli a fondamento di questa santità e del pudore, che infrena le passioni, poneva la sapienza soprannaturale: “Guardate dunque, o fratelli, come dobbiate camminar cautamente non quasi stolti, ma come sapienti. Perciò non vogliate essere spensierati, ma intendete bene quale sia la volontà di Dio” (Ibid. 15 ss.).  E ciò con ragione. Infatti la volontà umana conserva appena alcun che di quell’amore dell’onesto e del retto, che Dio Creatore le infuse e che quasi la trascinava al bene non apparente ma verace. Depravata per la corruzione della colpa primiera, e pressoché dimentica di Dio, suo Autore, gli affetti suoi rivolge quasi tutti all’amore della vanità e alla ricerca del mendacio. – Fa quindi mestieri a questa volontà fuorviata ed accecata dalle perverse passioni, assegnare una guida, che la scorga perché torni sui male abbandonati sentieri della giustizia. E la guida, non liberamente scelta, ma destinata dalla natura è l’intelletto appunto. Il quale, pertanto, se manchi di vera luce, cioè della cognizione delle cose divine, sarà come un cieco che presti il braccio ad altro cieco, e cadranno entrambi nella fossa. Il santo Davide, lodando Iddio della luce di verità da Lui riverberata sulle nostre menti, diceva: (Signatum est super nos lumen vultus tui, Domine: dedisti lætitiam in corde meo. (Signore, il lume del volto tuo è segnato sopra di noi – Ps. IV, 7). E la conseguenza di questa luce indicò qual fosse, aggiungendo: “Hai infuso allegrezza nel mio cuore“;quell’allegrezza cioè che dilatandoci il cuore, fa che corra la via dei divini comandamenti.

IV.

La conoscenza delle cose religiose non è soltanto lume all’intelletto, ma guida e stimolo della volontà.

E che sia difatto così, apparisce manifesto a chi per poco rifletta. Imperocché la dottrina di Gesù Cristo ci disvela Iddio e le infinite perfezioni di Lui con assai maggior chiarezza che non lo manifesti il lume naturale dell’umano intelletto. Ma poi? quella stessa dottrina ci impone di onorare Dio con la fede, che è ossequio della mente; colla speranzache è ossequio della volontà; colla caritàche è ossequio del cuore; e per tal guisa lega tutto l’uomo e lo soggetta al suo supremo Fattore e Moderatore. Parimente la dottrina di Cristo è la sola che ci manifesti la vera ed altissima dignità dell’uomo, additandocelo come figlio del Padre celeste che è nei cieli, fatto ad immagine di Lui e destinato a vivere con Lui eternamente beato. Ma da questa stessa dignità e dalla cognizione della medesima Cristo deduce l’obbligo per gli uomini di amor vicendevole come fratelli ch’ei sono, prescrive loro di vivere quaggiù come si avviene a figliuoli della luce “… non in bagordi ed ubbriachezze, non in mollezze ed impudicizie, non in risse ed invidie(Rom. XIII, 13);li obbliga inoltre a riporre in Dio ogni sollecitudine giacché Egli ha cura di noi; comanda di stendere la mano soccorritrice al povero, di far bene a quei che ci fan male, di anteporre i vantaggi eterni dell’anima ai beni fugaci del tempo. E per non discendere in tutto al particolare, non è la dottrina di Gesù Cristo che all’uomo, il quale vive di orgoglio, ispira ed impone l’umiltà, origine di gloria verace? “Chiunque si umilierà… questi è il più grande nel regno dei cieli” (Matth., XVIII, 4). Dalla stessa dottrina apprendiamo la prudenza dello spirito, per cui fuggiamo la prudenza della carne: la giustizia, per cui rendiamo il suo diritto ad ognuno; la fortezza che ci fa pronti a patir tutto, e colla quale, con animo generoso, patiamo di fatto ogni cosa per Iddio e per l’eterna felicità; e finalmente la temperanza, con cui giungiamo ad amare financo la povertà, ci gloriamo anzi della croce, non curando il disprezzo. Sta insomma che la scienza del Cristianesimo non è solo fonte di luce all’intelletto per la consecuzione del vero, ma fonte eziandio di calore alla volontà, con cui ci solleviamo a Dio e con lui ci uniamo per la pratica delle virtù. – Con ciò siamo ben lungi dal dire che, anche colla scienza della Religione, non possa unirsi volontà perversa e sregolatezza di costume. Piacesse a Dio che nol provassero anche troppo i fatti! Sosteniamo però che non potrà mai esser retta la volontà né buono il costume, qualora l’intelletto sia schiavo di crassa ignoranza. Chi ad occhi aperti procede, può certamente uscire dal retto sentiero: ma chi è colto da cecità, è sicuro di andare incontro al pericolo. – Aggiungasi di più che la perversità del costume, ove non sia del tutto estinto il lume della fede, lascia sempre a sperare un ravvedimento; laddove, se alla corruzione del costume si congiunge per effetto dell’ignoranza, la mancanza della fede, il male appena ammette rimedio, ed è aperta la via all’eterna rovina.

V.

A chi spetti l’obbligo dell’insegnamento religioso.

Tanti adunque e sì gravi essendo i danni provenienti dalla ignoranza delle cose di religione; e tanta, da altra parte, essendo la necessità e l’utilità dell’istruzione religiosa, giacché non potrà mai adempiere i doveri del Cristiano chi non li conosca; resta a cercare, a chi poi si spetti di eliminare dagli animi siffatta ignoranza, e chi abbia il dovere di comunicare alle anime una scienza così necessaria. — E qui, Venerabili Fratelli, non vi ha punto luogo a dubitazioni; giacché questo gravissimo dovere incombe a quanti sono Pastori di anime. Ad essi, per comandamento di Cristo, è imposto di conoscere e di pascere le pecorelle affidate; ora il pascere importa in primo luogo l’insegnare: “Io vi darò“,così Dio prometteva per Geremia, “pastori secondo il cuor mio, e vi pasceranno colla scienza e colla dottrina” (Ier. III, 15). Per la qual cosa l’Apostolo San Paolo diceva: “Non mi ha Cristo mandato per battezzare, ma per evangelizzare“(I Cor. I, 17); volendo cioè indicare, che il primo officio di quanti, in qualche misura, sono posti a reggere la Chiesa, è di istruire nella sacra dottrina i fedeli.

VI.

Encomio delle insegnamento del catechismo.

Della quale istruzione ci sembra non necessario dir qui le lodi, e mostrare di quanto merito sia al cospetto di Dio. – Certo l’elemosina, con cui solleviamo le angustie dei poverelli, è dal Signore altamente encomiata. Ma chi vorrà negare che encomio di gran lunga maggiore si debba allo zelo ed alla fatica, onde si procacciano, non già passeggeri vantaggi ai corpi, ma, coll’insegnare ed ammonire, eterni beni alle anime? Nulla per verità è più desiderato e caro a Gesù Cristo salvatore delle anime; il quale, per bocca di Isaia, volle di sé affermare: “Io sono stato mandato per evangelizzare i poveri“(Luc. IV, 18).

VII.

Ogni sacerdote ha il dovere di ammaestrare i fedeli.

Ma, pel presente scopo, meglio è soffermarci ad un punto, e su di esso insistere, non esservi cioè per chiunque sia sacerdote né dovere più grave, né più stretto obbligo di questo. E per fermo chi è il quale nieghi nel sacerdote alla santità della vita debba andare congiunta la scienza? “Le labbra del sacerdote custodiranno la scienza” (Malach. II, 7). – E la Chiesa infatti severissimamente la richiede in coloro, che devono essere assunti al ministero sacerdotale. E perché mai? perché da loro aspetta il popolo cristiano di conoscere la Legge divina, e sono essi perciò mandati da Dio: “E ricercheranno la legge dalla bocca di lui, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti” (Ibid.). Per la qual cosa il Vescovo, nella sacra ordinazione, parlando agli ordinandi, dice loro: “Sia la vostra dottrina spirituale medicina al popolo di Dio: sieno provvidi cooperatori dell’ordine nostro; affinché meditando giorno e notte nella sua legge, credano quello che avranno letto, ed insegnino ciò che avranno creduto(Pontif. Rom.).

VIII.

Obbligo specialissimo e quasi particolare che ne hanno i parrochi.

Che se ciò vale di qualsiasi Sacerdote, che dovrà poi pensarsi di coloro, che insigniti del titolo e dell’autorità di parrochi, in forza del loro grado e quasi per contratto, hanno officio di reggitori delle anime? Essi, in certa misura, sono da annoverarsi fra i pastori e dottori che Cristo assegnò, affinché i fedeli non sieno a guisa di pargoli fluttuanti e non sieno, per nequizia degli uomini, aggirati da ogni vento di dottrina; “ma operando la verità nella carità, crescano per ogni cosa in colui, che è il capo, Cristo” (Ephes. IV, 14, 15). Per la qual cosa il sacrosanto Concilio di Trento (Sess. V, cap. 2 de ref.; Sess. XXII, cap. 8; Sess. XXIV, cap. 4 et 7 de ref.), trattando dei pastori delle anime, pone per loro primo e massimo dovere l’istruzione dei fedeli. Quindi ordina ai medesimi che almeno nelle domeniche e nelle feste più solenni parlino al popolo delle verità religiose, e quotidianamente, o almeno tre volte per settimana, facciano altrettanto nei sacri tempi dell’Avvento e della Quaresima. Non basta: aggiunge inoltre essere tenuti i parrochi, almeno nelle domeniche e nei giorni festivi, ad istruire, o per sé, o per mezzo di altri, nei principi della fede e nell’obbedienza a Dio ed ai genitori i fanciulli (Ibid. cap. 7). E quando poi debbono amministrarsi i Sacramenti, prescrive che si spieghi, secondo l’intelligenza di quelli che stanno per riceverli, ed in lingua volgare, la virtù dei medesimi.

IX.

La spiegazione del Vangelo ed il catechismo sono due obblighi distinti del parroco.

Le quali prescrizioni del sacrosanto Concilio il Nostro predecessore Benedetto XIV, nella sua Costituzione Etsi minime, riassume e meglio determinò colle seguenti parole: “Due specialmente sono gli obblighi che dal Sinodo Tridentino furono imposti a chi ha cura delle anime: l’uno che nei giorni festivi parlino al popolo delle cose divine; l’ altro che istruiscano nei rudimenti della legge di Dio e della fede i fanciulli ed i rozzi“.E giustamente quel sapientissimo Pontefice distingue questo doppio dovere, del sermone cioè, che volgarmente chiamano spiegazione del Vangelo, e del catechismo. Imperocché forse non mancano di coloro, che a diminuir fatica, si persuadano che la spiegazione del Vangelo possa tener luogo dell’istruzione catechistica. Il qual giudizio ognun vede quanto sia errato. Imperocché il discorso, che si fa sul Vangelo, si rivolge a coloro che si suppongono istruiti nei rudimenti della fede. È il pane, per dir così, che si spezza a chi è già adulto. E’ istruzione catechistica invece è quel latte, cui l’Apostolo S. Pietro voleva che desiderassero con semplicità i fedeli quasi fanciulli testé generati. – Questo infatti e non altro è il compito del catechista, tôrre a trattare una verità o di fede o di morale cristiana e spiegarla in ogni sua parte; e poiché il fine dell’insegnare è sempre la riforma della vita, è d’uopo ch’ei faccia un confronto fra quello che da noi esige il Signore, e quello che difatto si opera; quindi per mezzo di esempî opportuni, tratti sapientemente dalle Sante Scritture o dalla Storia ecclesiastica o dagli atti dei Santi, persuadere e quasi mostrare a dito come debbansi conformare i costumi; e conchiudere in fine con esortazione efficace, affinché gli uditori si muovano a detestazione e fuga del vizio e all’esercizio della virtù.

X.

Nobiltà dell’officio di catechista.

Sappiamo che l’officio di catechista da molti non è ben visto, perché comunemente non è stimato gran fatto ed è poco acconcio ad accattarsi plauso. Ma questo, a Nostro avviso, è un giudizio nato da leggerezza e non da verità. Noi senza dubbio ammettiamo che siano degni di lode quei sacri oratori, che si dedicano con sincero zelo della gloria di Dio sia alla difesa ed al mantenimento della fede, sia all’encomio degli eroi del Cristianesimo. Ma la fatica di costoro ne suppone un’altra, quella cioè dei catechisti; la quale ove manchi, mancano i fondamenti, e faticano indarno coloro che edificano la casa. Troppo spesso i fioriti sermoni che riscuotono il plauso degli affollati uditori, riescono semplicemente ad accarezzar gli orecchi; non commuovono affatto gli animi. Per lo contrario l’istruzione catechistica benché piana e semplice, è quella parola, di cui Dio stesso dice in Isaia: “Come scende la pioggia e la neve dal cielo, e là più non torna, ma innebria la terra, e la penetra, e la fa germinare, e dà semenza al seminatore, e pane al famelico, così sarà la mia parola che uscirà dalla mia bocca: non tornerà a me vuota, ma opererà quanto io volli, e sarà prosperata nelle cose per le quali io l’ho mandata” (Is. LV, 10, 11). — Similmente pensiamo doversi dire di tutti quei Sacerdoti, i quali ad illustrare le verità religiose, compongono libri di gran fatica; degni perciò di essere assai commendati. Ma quanti sono poi coloro che leggono siffatti volumi e ne traggono frutto rispondente ai sudori ed alla brama di chi li scrisse? Laddove l’insegnamento del catechismo, se si faccia a dovere, non è mai che non rechi vantaggio a chi ascolti.

XI.

Si deplora di nuovo la universale ignoranza delle cose religiose.

Giacché, giova ripeterlo per eccitare lo zelo dei ministri del santuario, troppi sono adesso coloro, ed ogni dì ne cresce il numero, i quali ignorano affatto le verità religiose o di Dio e della Fede cristiana hanno soltanto quella scienza la quale permette loro di vivere a mo’ d’idolatri in mezzo alla luce stessa del Cristianesimo. Quanti sono, né già soli giovanetti, ma adulti ancora e vecchi cadenti, i quali ignorano affatto i principali misteri della fede; i quali udito il nome di Cristo rispondano: “Chi éperché debba credere in Lui?“(Ioan. IX, 36). In conseguenza di ciò non si recano punto a coscienza eccitare e nutrire odî contro del prossimo, fare ingiustissimi contratti, darsi a disoneste speculazioni, imposessarsi dell’altrui con ingenti usure, e simili malvagità. Di più, ignorano come la legge di Cristo, non solo proscrive le turpi azioni ma condanni altresì il pensarle avvertentemente e desiderarle; e rattenuti forse da un motivo qualsiasi dall’abbandonarsi ai sensuali diletti, si pascono, senza scrupolo di sorta, di pessime cogitazioni; moltiplicando i peccati più che i capelli del capo. Né di questo genere, torniamo anche a dirlo, si trovano solamente fra i poveri figli del popolo o nelle campagne, ma altresì e forse in numero maggiore fra le persone di ceti più elevati e pur fra coloro cui gonfia la scienza, e che poggiati su d’una vana erudizione, credono di poter prendere in ridicolo la religione e “bestemmiano quello che ignorano” (Iud. 10).

XII.

La fede infusa nel Battesimo ha bisogno di coltura.

Or se è vano aspettare raccolta da una terra, in cui non sia stata deposta la semenza, in qual modo potranno sperarsi più costumate generazioni, se non siano istruite per tempo nella dottrina di Gesù Cristo? Dal che segue, che, languendo ai dì nostri ed essendo in molti quasi svanita la fede, convien conchiudere adempiersi assai superficialmente, se non anche del tutto trascurarsi, il dovere dell’insegnamento del catechismo. — Né vale, per iscusarsi, il dire che la fede è un dono gratuito comunicato a ciascuno nel santo Battesimo. Sì, tutti i battezzati in Cristo hanno infuso l’abito della fede: ma questo germe divinissimo, non “si sviluppa né mette ampî rami“(Marc. IV, 32) abbandonato a se stesso e quasi per virtù nativa. Anche l’uomo, nascendo, porta in sé la facoltà d’intendere; pure ha bisogno della parola della madre, che quasi la risvegli e la faccia, come dicesi, uscire in atto. Non altrimenti il Cristiano, rinascendo per l’acqua e lo Spirito Santo, porta in sé la fede; ma gli è mestieri della parola della Chiesa che la fecondi, la sviluppi e la faccia fruttificare. Perciò scriveva l’Apostolo: “La Fede è dall’udito, l’udito poi per la parola di Dio: (Rom. X, 17) e per mostrare la necessità dell’insegnamento, aggiunge: “Come udiranno, se non vi sia chi predichi?” (Ibid. 14).

XIII.

Si determina e si impone quel che ogni parroco deve fare per l’ammaestramento dei fedeli nelle cose religiose.

Che se dalle cose premesse apparisce manifesta la somma importanza dell’insegnamento religioso; somma altresì deve essere la Nostra sollecitudine perché l’insegnamento del Catechismo, che Benedetto XIV disse: “la più utile istituzione per la gloria di Dio e la salute delle anime” (Constit. Etsi minime, 13), si mantenga sempre in vigore, e dove per caso si trascuri, torni a fiorire. — Volendo pertanto, o Venerabili Fratelli, adempiere questo gravissimo dovere impostoci dal supremo apostolato, ed introdurre da per tutto uniformità in questa rilevantissima materia, con la Nostra suprema autorità stabiliamo e strettamente ordiniamo che in tutte le diocesi si osservi ed adempia a quanto segue:

I. Tutti i parrochi, ed in generale tutti coloro che hanno cura d’anime, in tutte le domeniche e feste dell’anno, senza eccezione alcuna, col testo del Catechismo ammaestrino, per lo spazio di un’ora, i fanciulli e le fanciulle in ciò che ognuno deve credere ed operare per salvarsi.

II. I medesimi, in determinati tempi dell’anno, con una istruzione continuata di più giorni, preparino i fanciulli e le fanciulle a ricevere i Sacramenti della Penitenza e della Confermazione.

III. Similmente e con cura speciale, in tutti i giorni feriali della Quaresima e, se fosse necessario, in altri giorni dopo le feste Pasquali, preparino, con opportune istruzioni e riflessioni, i giovanetti e le giovanette a fare santamente la prima Comunione.

IV. In tutte e singole le parrocchie si eriga canonicamente la Congregazione della Dottrina Cristiana. Con la quale i parrochi, specialmente nei luoghi ove sia scarsezza di Sacerdoti, avranno per l’insegnamento del Catechismo validi coadiutori nelle pie persone secolari, che contribuiranno a questa opera salutare e santa si per zelo della gloria di Dio e sì per lucrare le moltissime indulgenze concesse dai Sommi Pontifici.

V. Nelle città maggiori, specialmente in quelle ove sono Università, Licei, Ginnasi, si istituiscano Scuole di Religione, destinate ad istruire nelle verità della fede e nella pratica della vita cristiana la gioventù che frequenta le pubbliche scuole, dalle quali è bandito ogni insegnamento religioso.

VI. Considerando poi, che, segnatamente in questi tempi, anche gli adulti non meno dei fanciulli hanno bisogno della istruzione religiosa; tutti i Parrochi ed ogni altro avente cura di anime, oltre la consueta omilia sul Vangelo, che deve esser fatta nella messa parrocchiale in tutti i giorni festivi, spiegheranno il catechismo ai fedeli in modo facile e acconcio alla intelligenza degli uditori, in quell’ora che ciascun stimerà più opportuna per la frequenza del popolo, fuori però del tempo in cui si ammaestrano i fanciulli. Nel che dovranno fare uso del Catechismo Tridentino; e procederanno con tale ordine, che, nello spazio di un quadriennio o quinquennio, trattino tutta la materia del Simbolo, dei Sacramenti, del Decalogo, dell’orazione domenicale e dei Precetti della Chiesa.

XIV.

Tocca ai Vescovi invigilare accuratamente l’esecuzione delle cose prescritte.

Questo, Venerabili Fratelli, Noi prescriviamo e comandiamo con Apostolica Autorità. Tocca ora a voi, ordinarne l’esecuzione pronta ed intera nelle vostre diocesi; e con la forza della vostra potestà vigilare ed impedire che tali Nostre prescrizioni sieno dimenticate o, ciò che equivale, eseguite superficialmente. Il che perché si eviti, fa d’uopo che Voi non cessiate di raccomandare e pretendere che i parrochi non facciano senza apparecchio queste loro istruzioni, ma vi premettano diligente preparazione; non parlino parole di umana sapienza, ma “con semplicità di cuore e nella sincerità di Dio” (II, Cor. I, 12), imitando l’esempio di Gesù Cristo il quale, benché rivelasse “misteri nascosti fin dalla costituzione del mondo” (Matt. XIII, 35), parlava nondimeno “alle turbe sempre con parabole, né senza parabole discorreva alle medesime“(Ibid. 34). E lo stesso fecero altresì gli Apostoli ammaestrati dal Signore; dei quali disse il Pontefice S. Gregorio Magno: “Ebbero somma cura di predicare ai popoli ignoranti cose piane ed intelligibili, non sublimi ed ardue” (Moral., I. XVII, cap. 26). – E perciò che spetta alla Religione, la più parte degli uomini, ai dì nostri, sono da considerarsi ignoranti.

XV.

L’insegnamento del catechismo richiede grande preparazione.

Non vorremmo però che da questo studio di semplicità da taluno si inferisse che questo genere di predicazione non richiede fatica e meditazione, che anzi ne esige maggiore che qualunque altro genere. Più agevole assai è trovare un predicatore capace di tenere un eloquente e pomposo discorso, anzi che un catechista che faccia una istruzione lodevole sotto ogni riguardo. Qualunque pertanto sia la facilità che altri abbia da natura di concepire e di parlare, si rammenti bene che non potrà mai fare un fruttuoso catechismo ai fanciulli ed al popolo senza prepararvisi con molta riflessione. S’ingannano coloro che, facendo a fidanza con la rozzezza ed ignoranza del popolo, credono di poter procedere in questo fatto con trascuratezza. Per contrario, quanto più l’uditorio è grossolano, cresce l’obbligo di studio maggiore e di maggior diligenza, per mettere alla portata di ognuno verità sublimissime e sì remote dalla intelligenza del volgo, che pur fa d’uopo che tutti, non meno dotti che ignoranti, conoscano per conseguir l’eterna salute.

XVI.

Esortazione ai Vescovi.

Orsù pertanto, Venerabili Fratelli, Ci sia lecito, sul termine di questa Nostra Lettera, rivolgere a Voi le parole che disse Mosè: “Se alcuno appartiene al Signore si unisca a me” (Exod. XXXII, 26).Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine. Forse molte cose utili e certamente lodevoli avete voi istituite nelle vostre diocesi a vantaggio del gregge affidatovi: a preferenza di tutte però vogliate, con quanto impegno, con quanto zelo, con quanta assiduità vi è possibile, procurare ed ottenere che la scienza della cristiana dottrina penetri ed intimamente pervada gli animi di tutti. “Ciascuno“,sono parole dell’Apostolo S. Pietro, “come ha ricevuto la grazia, l’amministri a vantaggio altrui, come buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio” (I, Petr. IV, 10). – Ed intercedente la Vergine Beatissima Immacolata, fecondi la vostra diligenza e le vostre industrie, l’apostolica benedizione, che, pegno del Nostro affetto ed auspice dei divini favori, impartiamo dall’intimo del cuore a Voi ed al clero e al popolo a ciascuno di voi affidato.

Dato a Roma, presso S. Pietro il giorno 15 aprile 1905, nel secondo anno del Nostro Pontificato.

http://www.exsurgatdeus.org/2018/05/27/unenciclica-al-giorno-toglie-il-modernista-apostata-di-torno-etsi-minime/

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPATI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “AD DIEM ILLUM LÆTISSIMUM”

In questi tempi di errori, eresie, scismi latenti, striscianti od operanti, di rifiuto delle leggi ecclesiastiche, divine ed addirittura delle leggi naturali più elementari, la lettura di questo piccolo trattato di teologia mariana, è un sorso di acqua viva che, come il cervo del salmo XLI, permette al “piccolissimo” resto di fedeli Cattolici (per non dire “microscopico”!), di attenuare la sete ardente di acque spirituali di cui soffre a contatto con gli empi “travestiti” del novus ordo, con le loro stampelle vacillanti dei disobbedienti fallibilisti gallicani eredi ed emuli del cavaliere kadosh di Lille, degli anarchici “ladri e briganti” sedevacantisti e dei tanti “cani sciolti” senza padrone ed autoreferenziati. La Vergine Maria Madre di Dio, ricordata, in questo splendido documento magisteriale, composto in occasione dei 50 anni dalla proclamazione solenne di Pio IX del dogma della Immacolata Concezione, rappresenta la nostra ancora di salvezza per superare questo funesto periodo di eclissi, anzi oramai di “sepolcro” della Chiesa Cattolica, che deve imitare la vita del suo Capo, Gesù Cristo, il Figlio unigenito di Dio e di Maria, incarnato, crocifisso, morto e sepolto per redimere e salvare l’umanità schiava del peccato e del demonio. Ella è, come opportunamente ricorda il Santo Papa Pio X, mediatrice di ogni grazia che Iddio ci concede per i meriti di Cristo, l’acquedotto, secondo l’espressione efficacissima di San Bernardo, il “collo mistico”, secondo l’espressione parimenti celebre di San Bernardino, che collega il Capo divino al Corpo mistico dei fedeli e della Chiesa tutta. Ogni grazia passa per la mediazione di Maria, e questo oggi è particolarmente importante nell’economia della salvezza, salvezza che si può ottenere mediante l’azione della grazia sacramentale e santificante impedita, oggi che i Sacramenti – quelli veri offerti da veri Sacerdoti con missione canonica ricevuta dal proprio legittimo Ordinario con giurisdizione conferita dall’Autorità del Sommo Pontefice “vero”, canonicamente eletto secondo le leggi cattoliche da validi Cardinali – sono di rara possibilità di ricezione. A questa grazia sacramentale, può supplire, in questi tempi di “Chiesa delle catacombe”, la grazia attuale dell’unione mistica col Padre mediante la filiazione al Cristo e l’azione dello Spirito Santo nelle anime sulla via della perfezione ed in stato di grazia. Ora, se tutte le grazie passano per Maria, l’amarla, l’onorarla, e lo sperare in Lei, Madre nostra, con una vita pura ed esente da peccati, è il modo oggi più efficace per ottenere grazie efficaci e santificanti per il merito e la gloria celeste. Ecco che allora questa lettera, oltre a costituire un meraviglioso esempio di teologia mariana, diventa uno strumento che recepito e messo in pratica, può meritarci le grazie di cui abbiamo bisogno per la salvezza (contrizione dei peccati commessi, proposito di evitare ogni peccato mortale e veniale abituale, perseveranza finale, aumento delle virtù teologali, cardinali e morali, santificazione di ogni azione, vita alla presenza di Dio, amore della croce e delle mortificazioni, buona morte, etc.) « … Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno ed è la suprema dispensatrice di grazie … ». Leggiamola quindi con somma attenzione, facciamola nostra e pratichiamone i principi dogmatici, ascetici e mistici, così che il Signore Gesù, per opera dello Spirito Santo, per intercessione della sua e nostra Madre, la Vergine Immacolata, ci ottenga un aumento di grazia necessaria alla salvezza e all’eterna gloria.  

San Pio X

Ad diem illum lætissimum

Lettera Enciclica

Per celebrare il cinquantenario del dogma della Immacolata Concezione 1

Il Corso del tempo ci condurrà tra pochi mesi al giorno d’incomparabile letizia allorché, cinquant’anni or sono, circondato da una magnifica corona di Cardinali e di Vescovi, il Nostro Predecessore Pio IX, Pontefice di santa memoria, dichiarò e proclamò quale rivelazione divina per l’autorità del magistero apostolico, che Maria è stata, fin dal primo istante della Sua concezione, totalmente immune dal peccato originale. Proclamazione che nessuno ignora essere stata accolta da tutti i fedeli dell’universo con tale gioia e entusiasmo quale non si ebbe mai a memoria d’uomo e con manifestazione di fede, sia nei riguardi dell’Augusta Madre di Dio, sia per il Vicario di Gesù Cristo, così grandiosa e così unanime. – Oggi, Venerabili Fratelli, benché alla distanza di mezzo secolo, non possiamo sperare che il rinnovato ricordo della Vergine Immacolata provochi nelle nostre anime come una eco di quelle sante letizie e rinnovelli gli spettacoli magnifici di fede e d’amore verso l’Augusta Madre di Dio, spettacoli che si videro in questo passato già lontano? Ciò che Ce lo farebbe desiderare ardentemente è un sentimento, che Noi abbiamo sempre nutrito nel Nostro cuore, di devozione verso la Beata Vergine ed insieme di gratitudine profonda per i suoi benefizi. – Ciò che d’altra parte Ce ne darebbe la certezza è lo zelo dei cattolici, sempre vigile e sempre pronto e preparato ad ogni testimonianza d’amore da rendersi alla Grande Madre di Dio; e non vogliamo dissimulare che un’altra cosa ravviva grandemente questo Nostro desiderio: è che Ci sembra, se dobbiamo credere a un segreto Nostro istinto, che vi possiamo promettere il prossimo avverarsi di alte speranze nelle quali fu concepita, dal Nostro Predecessore Pio IX e da tutto l’episcopato, la definizione solenne del dogma dell’Immacolata Concezione. Queste speranze invero vi sono pochi che non si dolgano di non averle viste avverarsi e che non invochino le parole di Geremia: “Noi abbiamo atteso la pace e questo bene non è venuto; il tempo della guarigione ed ecco il terrore“. Ma non bisogna tacciare di poca fede gli uomini che trascurano di approfondire o di considerare sotto la loro vera luce le opere di Dio? Chi potrebbe infatti contare, chi valutare i tesori segreti di grazia che durante tutto questo tempo Iddio ha versato nella sua Chiesa per la preghiera della Vergine? E, lasciando a parte ciò, che dire del Concilio Vaticano così ammirabile di opportunità e della definizione dell’infallibilità Pontificia, formulata cosi a buon punto di fronte agli errori che stavano per sorgere? E di questo slancio di pietà che, cosa nuova e inaudita, ha fatto affluire da tanto tempo ai piedi del Vicario di Cristo, per venerarlo al suo cospetto, i fedeli di ogni lingua e di ogni parte? E non è un mirabile effetto della Divina Provvidenza, che i Nostri due Predecessori, Pio IX e Leone XIII, abbiano potuto in tempi così torbidi governare santamente la Chiesa, per un periodo così lungo quale prima non era stato concesso ad altro Pontificato? Al che bisogna aggiungere che non appena Pio IX aveva affermato la fede cattolica nella Concezione senza macchia della Madre di Dio, nella città di Lourdes si iniziavano le meravigliose manifestazioni della Vergine che furono l’origine dei templi elevati in onore dell’Immacolata Madre di Dio, opere di alta magnificenza e d’immenso lavoro, nei quali prodigi quotidiani, dovuti alla Sua intercessione, forniscono splendidi argomenti per combattere l’attuale incredulità umana. Tanti e così insigni benefizi accordati da Dio per le pietose sollecitazioni della Benigna Vergine durante i cinquant’anni che stanno per compiersi, non debbono farci sperare la salute per un tempo più vicino di quanto non abbiamo creduto? Così che, come ce l’insegna una legge della Provvidenza Divina, gli estremi mali non sono mai lontani dalla prossima liberazione: “Il suo tempo è vicino e i suoi giorni non sono lontani. Poiché il Signore prenderà Giacobbe sotto la sua pietà e avrà ancora il suo eletto in Israele“. È dunque completa fiducia che li sostiene di poter dire fra poco: “Il Signore ha infranto le verghe degli empi. La terra è nella pace e nel silenzio, essa si allieta ed esulta“. – Ma se il cinquantesimo anniversario dell’atto Pontificio per il quale fu dichiarata senza macchia la Concezione di Maria, deve provocare nel seno del popolo cristiano ardente entusiasmo, la ragione è soprattutto nella necessità che abbiamo esposta nella Nostra precedente Enciclica. Noi vogliamo dire di “tutto restaurare in Gesù Cristo“. Poiché chi non accetta che non vi è strada più sicura né più facile se non quella di Maria, per la quale gli uomini possono arrivare fino a Cristo e ottenere mediante Gesù Cristo questa perfetta adozione filiale che rende santi e senza macchia allo sguardo di Dio? – Certo, se è stato detto veramente alla Vergine: “O Beata che avete, creduto, perché le cose che Vi sono state dette dal Signore si avvereranno“, e cioè che Ella concepirebbe e darebbe alla luce il Figlio di Dio; se, conseguentemente, Ella ha accolto nel suo seno Colui che per natura è verità, di modo che “generato in un ordine nuovo… invisibile in sé, si rese visibile a noi“;dal momento che il Figlio di Dio è l’Autore e il Consumatore della nostra fede, è necessario che la Madre sia conosciuta come partecipante dei Divini Misteri e in qualche modo la loro custode e che su di Lei, come sul più nobile fondamento, dopo Gesù Cristo, riposi la fede di tutti i secoli. Come potrebbe essere altrimenti? Dio non avrebbe potuto per altra via mandarci il riparatore dell’umanità e il fondatore della fede? Ma dato che è piaciuto all’eterna Provvidenza del Signore che l’Uomo-Dio ci sia stato dato per il tramite di Maria e poiché questa avendolo ricevuto dalla feconda virtù dello Spirito Santo l’ha portato realmente nel suo seno, non ci rimane che ricevere Gesù dalle mani di Maria. Così noi vediamo nelle Sante Scritture, ovunque ci è profetizzata la grazia che deve giungere, dovunque o quasi il Salvatore degli Uomini vi appare insieme alla Sua Santissima Madre. Uscirà l’Agnello dominatore della terra, ma dalla pietra del deserto; il fiore crescerà, ma dalla radice di Jesse 2. Adamo trattiene le lacrime che la maledizione strappava al suo cuore, quando vede Maria nel futuro schiacciare la testa del serpente; Maria è oggetto del pensiero di Noè chiuso nell’arca liberatrice; di Abramo arrestato nel momento di immolare suo figlio; di Giacobbe quando vede la scala dove salgono e scendono gli Angeli; di Mosè in ammirazione davanti al cespuglio che arde senza consumarsi; di Davide cantando e danzando nel ricondurre l’Arca Santa; di Elia vedendo la piccola nube che sale dal mare. E senza aggiungere altro, noi troviamo sempre Maria dopo Cristo nella legge, nella verità delle immagini e delle profezie 3. Che appartenga alla Vergine, a Lei soprattutto, di condurci alla conoscenza di Cristo, non si può dubitare, se si considera fra l’altro che Ella sola al mondo ha avuto con Lui, come si conviene una madre col figlio, una comunità di vita di oltre trent’anni. I mirabili misteri della nascita e dell’infanzia di Cristo, e quelli che si collegano alla Sua assunzione dell’umana natura, principio e fondamento della Nostra Fede, a chi possono essere stati rivelati meglio che alla Madre? “Ella conservava e riviveva nel suo cuore“ciò che aveva visto fare da Lui a Betlemme, ciò che Ella aveva visto a Gerusalemme nel Tempio; non solo ma, iniziata al Suo pensiero e ai Suoi segreti progetti, Ella ha vissuto la vita stessa del Suo Figlio. No, nessuno al mondo quanto Lei ha conosciuto a fondo Gesù; nessuno è miglior maestro e miglior guida per far conoscere Cristo. – Di conseguenza, come abbiamo già accennato, nessuno è più efficace della Vergine per unire gli uomini a Gesù. Se, infatti, secondo la dottrina del Divino Maestro: “La vita eterna consiste nel conoscere Te che sei l’unico, il vero Dio e Colui che hai inviato, Gesù Cristo“, come noi giungiamo attraverso Maria a conoscere Gesù Cristo, cosi pure attraverso Lei ci è più facile ottenere quella vita di cui Egli è il principio e la fonte. – E ora, se consideriamo un momento quante e urgenti ragioni vi siano perché la Madre Santissima sia con noi generosa di quei tesori, quanto aumenteranno le nostre speranze! – Non è Maria la Madre di Dio? Dunque è anche nostra Madre 4. Poiché ciascuno deve avere la ferma convinzione che Gesù, Verbo incarnato, è anche il Salvatore del genere umano. Ora, in quanto Dio Uomo, Egli ha un corpo come gli altri uomini: in quanto Redentore della nostra razza, ha un Corpo spirituale o, come si dice, mistico,il quale non è altro che la società dei Cristiani legati a Lui dalla fede. “Numerosi come siamo, formiamo un solo corpo in Gesù Cristo“. La Vergine non ha concepito il Figlio di Dio soltanto perché ricevendo da Lei natura umana divenisse uomo; ma anche affinché diventasse il Salvatore degli uomini appunto per mezzo di quella natura che aveva ricevuto da Lei. Questa è la spiegazione delle parole degli Angeli ai pastori: “Oggi è nato a voi il Salvatore, Cristo Signore“. – Così, nel casto grembo della Vergine dove ha preso la carne mortale, Gesù ha preso anche il Corpo spirituale, formato da tutti coloro “che erano destinati a credere in Lui“: e si può dire che Maria, portando in seno Gesù, vi portava anche tutti coloro la vita dei quali era contenuta nella vita del Salvatore. – Dunque, tutti noi che uniti a Cristo siamo, come dice l’Apostolo: “le membra del suo corpo formate dalla sua carne e dalle sue ossa“, dobbiamo considerarci usciti dal grembo della Vergine come un corpo attaccato alla sua testa. – Per questo in verità noi siamo chiamati, in un senso spirituale e tutto mistico, i figli di Maria ed Ella, per parte Sua, è madre di noi tutti. “Madre secondo lo spirito, ma non per questo meno madre delle membra di Gesù Cristo che siamo noi“. – Se dunque la Beatissima Vergine è nello stesso tempo madre di Dio e degli uomini, chi può dubitare che Ella non impiegherà tutte le Sue forze presso Suo Figlio, “testa del Corpo della Chiesa“, perché Egli diffonda su di noi che ne siamo le membra i doni della Sua grazia, soprattutto quello di conoscerlo e di “vivere per Lui“? Ma la Vergine non ha soltanto la lode di aver fornito “la materia della Sua carne al Figlio unico di Dio che doveva nascere con membra umane” e di aver così preparato una vittima per la salvezza degli uomini; Ella dovette anche custodirla, quella vittima, nutrirla e presentarla nel giorno stabilito all’altare. Così vi fu tra Maria e Gesù una continua comunione di vita e di sofferenza, di modo che si può applicare tanto all’uno che all’altra la sentenza del profeta: “La mia vita si è consumata nel dolore, i miei anni sono trascorsi nei lamenti“. E quando venne per Gesù l’ultima ora e “Sua Madre stava presso la Croce“, oppressa dal tragico spettacolo e nello stesso tempo felice “perché Suo Figlio si immolava per la salvezza del genere umano e d’altronde Ella partecipava talmente ai Suoi dolori, che Le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile“. – La conseguenza di questa comunione di sentimenti e di sofferenze fra Maria e Gesù è che Maria “divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina“e perciò di dispensare tutti i tesori che Gesù procurò a noi con la Sua morte e il Suo sangue. Certo, solo Gesù Cristo ha il diritto proprio e particolare di dispensare quei tesori che sono il frutto esclusivo della Sua morte, essendo egli per Sua natura il mediatore fra Dio e gli uomini. Tuttavia, per quella comunione di dolori e d’angosce, già menzionata tra la Madre e il Figlio, è stato concesso all’Augusta Vergine di essere “presso il Suo unico Figlio la potentissima mediatrice 5 e conciliatrice del mondo intiero“. La fonte è dunque Gesù Cristo e “noi tutti abbiamo derivato qualcosa dalla Sua pienezza; da Lui tutto il corpo reso compatto in tutte le giunture dalla comunicazione prende gli incrementi propri del corpo ed è edificato nella carità“. Ma Maria, come osserva giustamente San Bernardo, è l’”acquedotto“, o anche quella parte per cui il capo si congiunge col corpo e gli trasmette forza e efficacia; in una parola, il collo. Dice San Bernardino da Siena 6: “Ella è il collo del nostro capo, per mezzo del quale esso comunica al suo corpo mistico tutti i doni spirituali“. È dunque evidente che noi dobbiamo attribuire alla Madre di Dio una virtù produttrice di grazie: quella virtù che è solo di Dio. Tuttavia, poiché Maria supera tutti nella santità e nell’unione con Gesù Cristo ed è stata associata da Gesù Cristo nell’opera di redenzione, Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condignoed è la suprema dispensatrice di grazie. Gesù “siede alla destra della Maestà Divina nell’altezza dei Cieli“; Maria siede Regina alla destra di Suo Figlio, “rifugio cosi sicuro e ausilio cosi fedele in tutti i pericoli, che non si deve temere nulla né disperare sotto la sua guida, i suoi auspici, la sua protezione e la sua benevolenza“. – Dati questi principi, e per tornare al Nostro proposito, chi non riconoscerà che giustamente Noi abbiamo affermato che Maria, assidua compagna di Gesù dalla casa di Nazareth fino al luogo del Calvario, iniziata più di chiunque altro ai segreti del suo cuore, dispensatrice per diritto di Madre dei tesori dei suoi meriti, è per tutte queste cause l’aiuto più sicuro ed efficace per arrivare alla conoscenza e all’amore di Gesù Cristo? Una prova troppo evidente ce ne dànno, ahimè, con la loro condotta, quegli uomini che, sedotti dagli artifici del demonio o ingannati da false dottrine, credono di poter fare a meno del soccorso della Vergine. Disgraziati che trascurano Maria col pretesto di rendere onore a Gesù! Non sanno che non si può “trovare il Figlio se non con sua Madre“. – Stando così le cose, o Venerabili Fratelli, Noi vogliamo che mirino a questo scopo tutte le solennità che si preparano per ogni dove in onore della Santa e Immacolata Concezione di Maria. Nessun omaggio infatti Le è più gradito e più dolce che la nostra conoscenza e il nostro vero amore di Gesù Cristo. Folle di fedeli riempiano dunque le Chiese, si celebrino feste solenni, vi sia gioia nelle città: queste cose sono molto efficaci per ravvivare la fede. Ma se non si aggiungono a queste cose i sentimenti del cuore, non vi sarà che pura forma e semplice apparenza di devozione. A questo spettacolo la Vergine, usando le parole di Gesù Cristo, cosi giustamente ci rimprovererà: “Questa gente mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me“. – Poiché, infine, è efficace il culto della Madre di Dio che viene spontaneo dal cuore, gli atti del corpo non hanno in questo caso né utilità né valore, se sono separati dagli impulsi dell’animo. E questi impulsi debbono essere diretti a quest’unico oggetto: che noi osserviamo pienamente ciò che comanda il Divino Figlio di Maria. Infatti, se il vero amore è soltanto quello che ha la virtù di unire le volontà, necessariamente noi dobbiamo avere la stessa volontà di Maria, cioè di servire Gesù Cristo Nostro Signore. La sapientissima Vergine fa a noi la stessa raccomandazione che fece ai servitori delle nozze di Cana: “Fate tutto ciò che Egli vi dirà“. Ecco la parola di Gesù Cristo: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti“. Ciascuno si persuada dunque che se la devozione che professa verso la Beatissima Vergine non lo trattiene dal peccato o non gli ispira il desiderio di espiare le sue colpe, si tratta di una devozione falsa e menzognera, sprovvista del suo effetto e del suo frutto naturale. – Se qualcuno desidera una conferma a queste cose, può trovarla facilmente nel dogma stesso dell’Immacolata Concezione di Maria. Infatti, per tralasciare la Tradizione cattolica che è fonte di verità anche essa come le Sacre Scritture, come mai questa convinzione della Concezione Immacolata della Vergine è sempre stata casi consona al sentimento cattolico che la si può ritenere come incorporata e innata nell’anima dei fedeli? Citiamo la risposta di Dionisio il Certosino 7: Abbiamo orrore di dire che questa creatura femminile destinata a schiacciare un giorno la testa del serpente, è stata da lui sopraffatta e che, Madre di Dio, è stata figlia del diavolo“. No: l’intelletto del popolo cristiano non avrebbe potuto concepire che la carne di Cristo, pura, innocente e senza macchia, avesse avuto origine nel grembo di Maria da una carne contaminata anche solo per un attimo. E perché tutto questo, se non per il fatto che Dio è infinitamente lontano dal peccato? È questa, senza discussione, l’origine della convinzione comune a tutti i Cristiani: che Gesù Cristo, prima di rivestire la natura umana e di “lavare noi dai nostri peccati nel Suo sangue“, dovette accordare a Maria la grazia e il privilegio speciale di essere preservata e immune, al principio della concezione, da ogni macchia del peccato originale. Se dunque Dio aborrisce tanto il peccato da aver voluto la futura madre di Suo Figlio, libera, non solo di quelle macchie che ci contaminano per nostra volontà, ma per favore speciale e in previsione dei meriti di Gesù Cristo anche di quell’altra il cui triste marchio è trasmesso a tutti noi figli di Adamo per una specie di tragica ereditarietà; chi può dubitare che chiunque vuoi conquistarsi con la devozione il cuore di Maria, non abbia il dovere di emendare le proprie abitudini viziose e depravate e di domare le passioni che lo spingono al male? – Inoltre, chiunque vuole, e tutti devono volerlo, che la sua devozione verso la Vergine sia degna di Lei e perfetta, deve andare più oltre e sforzarsi in tutti i modi di imitare i suoi esempi. Per leggi divine, infatti, ottengono l’eterna beatitudine soltanto coloro che hanno imitate fedelmente la pazienza e la santità di Gesù Cristo: “In fatti coloro che Iddio ha conosciuti nella sua prescienza, li ha predestinati a essere conformi all’immagine di Suo Figlio, perché questi sia il primogenito fra molti fratelli“. Ma tale è la nostra debolezza, che la grandezza di simile esempio facilmente ci scoraggia; perciò Dio ha voluto provvedere proponendocene un altro, tanto vicino a Cristo quanto è permesso all’umana natura e più conforme alla nostra debolezza. Si tratta della Madre di Dio. A questo proposito dice Sant’Ambrogio: “Tale fu Maria che soltanto la sua vita è per tutti un insegnamento“. E conclude giustamente: “Abbiate dunque davanti agli occhi dipinte come in un quadro la verginità e la vita della Beatissima Vergine, che riflette come uno specchio lo splendore della purezza e l’aspetto stesso della virtù“. – Sebbene poi convenga che i figli imitino tutte le virtù di questa SS. Madre, tuttavia Noi desideriamo che i fedeli seguano preferibilmente quelle che sono le principali e come i nervi e le giunture della vita cristiana, cioè la fede, la speranza e la carità verso Dio e verso il prossimo. Tutta la vita di Maria porta la radiosa impronta di queste virtù in tutte le sue fasi; ma esse raggiunsero il più alto grado di splendore nel tempo in cui Ella assistette il Figlio Suo morente. Gesù è crocifisso e gli si rimprovera maledicendolo “di essersi fatto figlio di Dio“. Maria con ferma costanza riconosce e adora in Lui la divinità. Lo seppellisce dopo morto, senza dubitare un attimo della Sua resurrezione. La Sua ardente carità verso Dio la rende partecipe dei tormenti di Gesù Cristo e compagna della Sua passione; e con Lui, quasi dimentica del proprio dolore, implora perdono per i carnefici benché questi gridino ostinatamente: “Che il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli“. – Ma perché non si creda che Noi abbiamo perduto di vista il Nostro argomento, che è il mistero dell’Immacolata Concezione, quali grandi ed efficaci aiuti si trovano in questa per conservare quelle medesime virtù e praticarle come conviene! E in realtà, da quali principî partono i nemici della Religione per seminare tanti errori e così gravi che la fede di tanti comincia a vacillare? Cominciano col negare la caduta primitiva dell’uomo e la sua decadenza. Sostengono che sono favole il peccato originale e i danni che ne sono conseguiti, cioè la corruzione originaria dell’umanità destinata a corrompere a sua volta tutta la razza umana; e quindi che è una favola l’introduzione del male per gli uomini e l’implicita necessità di un Redentore. Posti questi principi, si comprende facilmente che non rimane più posto né per Cristo, né per la Chiesa, né per la Grazia, né per nulla che vada al di là della natura; in una parola, tutto l’edificio della fede è capovolto. Ora, se i popoli credono e professano che la Vergine Maria è stata fin dall’istante della Concezione preservata da ogni contaminazione, allora è necessario che ammettano il peccato originale, la riabilitazione dell’umanità operata da Gesù Cristo, il Vangelo, la Chiesa e infine la stessa legge della sofferenza; e grazie a questo, tutto ciò che nel mondo esiste di razionalismoe di materialismoviene sradicato e distrutto e rimane alla saggezza cristiana la lode di aver conservata e difesa la verità. – Inoltre è una malvagità comune ai nemici della fede soprattutto in questa nostra epoca, asserire e proclamare che bisogna rifiutare ogni rispetto e ogni obbedienza all’autorità della Chiesa e anche a ogni potere umano pensando che sarà più facile in seguito farla finita con la fede. E questa è l’origine dell’anarchia, la dottrina più nociva e più pericolosa che vi sia per ogni ordine di cose, naturale e soprannaturale. Ora, questa peste, fatale nello stesso tempo per la società e per il nome Cristiano, trova la propria rovina nel dogma dell’Immacolata Concezione di Maria; dogma che obbliga a riconoscere alla Chiesa un potere al quale deve piegarsi non solo la volontà, ma anche lo spirito. Poiché è per l’effetto di simile sottomissione che il popolo cristiano innalza alla Vergine questa lode: “Tu sei tutta bella o Maria e in Te non vi è macchia originale“. E con questo è giustificato ancora una volta ciò che la Chiesa afferma di Lei, cioè che: “Ella da sola ha sterminato le eresie in tutto il mondo“. E se la fede, come dice l’Apostolo, non è altro che “sostanza di cose sperate“, tutti saranno d’accordo nel riconoscere che se l’Immacolata Concezione di Maria rafforza la nostra fede, per la stessa ragione ravviva in noi la speranza. Tanto più che se la Vergine è stata resa immune dalla macchia originaria, è perché doveva essere la Madre di Cristo: ora Ella fu Madre di Cristo perché le nostre anime potessero risorgere alla speranza. – E ora, per tralasciare qui la carità verso Dio, chi non troverebbe nella contemplazione della Vergine Immacolata una spinta a osservare religiosamente il precetto di Gesù Cristo, quello che Egli ha dichiarato suo per eccellenza, e cioè che noi ci amiamo gli uni e gli altri, come Egli ci ha amato? – “Un grande segno— con queste parole l’Apostolo San Giovanni descrive una visione divina — un grande segno è apparso nel cielo: una donna vestita di sole coi piedi sulla luna e una corona di dodici stelle attorno al capo“. Tutti sanno che quella donna rappresenta la Vergine Maria che, rimanendo integra, partorì il nostro Capo. L’Apostolo continua: “Avendo il frutto nel suo seno, il parto le strappava alte grida e le causava crudeli dolori“. San Giovanni, dunque, vide la SS. Madre di Dio già in atto di godere l’eterna beatitudine e tuttavia travagliata da un misterioso parto. Quale parto? Il nostro certamente; di noi che, trattenuti ancora in questo esilio, abbiamo bisogno di essere generati al perfetto amore di Dio e all’eterna felicità. Quanto ai dolori del parto, significano l’ardore e l’amore coi quali Maria veglia su di noi dall’alto dei Cieli e lavora con infaticabili preghiere per completare il numero degli eletti. – Desideriamo che tutti i fedeli cerchino di acquistare quella virtù della carità e soprattutto approfittino per questo delle feste straordinarie che stanno per essere celebrate in onore dell’Immacolata Concezione di Maria. Con quale odio, con quale frenesia viene oggi attaccato Gesù Cristo e la religione che Egli ha fondato! E quindi, quale pericolo per molti; pericolo attuale e imminente di lasciarsi trascinare dall’errore e di perdere la fede! Perciò “Colui che pensa di essere in piedi, si guardi dal cadere“. E, nello stesso tempo, tutti rivolgano a Dio con l’intercessione della Vergine umili e insistenti preghiere perché riconduca sul sentiero della verità coloro che hanno avuto la disgrazia di allontanarsene. Sappiamo per esperienza che la preghiera che sgorga dalla carità e che si appoggia sull’intercessione di Maria nonè mai stata vana. Certamente non ci si può aspettare che gli attacchi contro la Chiesa abbiano mai a finire: “Infatti è necessario che vi siano le eresie perché le anime di fede provata siano palesi fra di voi“. Ma la Vergine non smetterà per conto Suo di sostenerci nelle nostre prove, per quanto siano dure, e di continuare la lotta che ha incominciato al momento della Sua Concezione, di modo che ogni giorno noi potremo ripetere: “Oggi è stata spezzata da Lei la testa dell’antico serpente“. – E affinché i tesori delle grazie Celesti, elargiti più abbondantemente del solito, ci aiutino a congiungere l’imitazione della Beatissima Vergine con gli omaggi che Le renderemo più solenni durante tutto quest’anno, e per arrivare cosi più facilmente a restaurare ogni cosa nel nome di Gesù Cristo, seguendo l’esempio dei Nostri Predecessori all’inizio del loro Pontificato, abbiamo deciso di accordare a tutto il mondo una indulgenza straordinaria sotto forma di Giubileo. – Perciò, appoggiandoCi sulla misericordia di Dio Onnipotente e sull’autorità dei Beatissimi Apostoli Pietro e Paolo, in base a quel potere di legare e di sciogliere che Ci è stato dato malgrado la Nostra indegnità: a tutti i fedeli in generale, e a ciascuno in particolare, dì ambo i sessi, che abitano qui a Roma o vi si trovano di passaggio, che avranno visitato tre volte le quattro basiliche patriarcali a cominciare dalla prima domenica di Quaresima 21 febbraio, fino al 2 giugno, compreso il giorno nel quale si celebra la solennità del SS. Sacramento; e che per un certo periodo avranno devotamente pregato per la libertà e l’esaltazione della Chiesa Cattolica e della Sede Apostolica, per l’estirpazione delle eresie e la conversione dei peccatori, per la concordia di tutti i Principi cristiani, per la pace e l’unità di tutto il popolo fedele, e secondo la Nostra intenzione; e che avranno, durante il periodo indicato, eccettuato i giorni non compresi nell’indulto quaresimale, digiunato una volta usando soltanto alimenti magri; che, avendo confessati i loro peccati, abbiano ricevuto il Sacramento dell’Eucaristia e così pure a tutti gli altri, di tutti i paesi fuori di Roma, che nel suddetto periodo o durante tre mesi da designarsi esattamente dall’ordinario, anche non continui se ciò risulti più comodo per i fedeli, ma in ogni caso prima dell’8 dicembre, avranno visitato tre volte la Chiesa cattedrale e in mancanza di questa la Chiesa parrocchiale e ancora in mancanza di questa la principale Chiesa del luogo; e che avranno devotamente compiute le altre opere più sopra indicate; concediamo e accordiamo l’indulgenza plenaria di tutti i loro peccati: permettendo anche che questa indulgenza, che si può ottenere una sola volta, possa essere applicata a guisa di suffragio alle anime che hanno lasciato questa vita nella grazia di Dio. – Permettiamo inoltre che i viaggiatori di terra e di mare, compiendo le opere più sopra indicate appena tornati al loro domicilio, ottengano la stessa indulgenza. – Ai confessori approvati di fatto dai loro ordinari, diamo la facoltà di commutare in altre opere di pietà quelle da Noi prescritte; questo a favore dei regolari di ambo i sessi e di tutte le altre persone, comunque siano, che non possano compiere queste opere; con facoltà anche di dispensare dalla Comunione quei bambini che non siano ancora stati ammessi a riceverla. – Inoltre, a tutti i fedeli in generale e a ciascuno in particolare, laici o ecclesiastici, regolari o secolari, di qualsiasi Ordine o Istituto, compresi quelli che esigerebbero menzioni speciali, Noi accordiamo il permesso di scegliersi a questo effetto un prete qualunque regolare o secolare fra i sacerdoti approvati (e di questa facoltà potranno essere anche le religiose, le novizie e le altre persone abitanti nei monasteri, purché il confessore in questo caso sia approvato per le monache); questo prete, ove le suddette persone si presentino a lui in questo periodo e gli si confessino nell’intento di ottenere l’indulgenza del Giubileo e di compiere le altre opere che esigono per questo, potrà per questa volta soltanto e unicamente nel foro interiore assolverli da ogni scomunica, sospensione e altre sentenze e censure ecclesiastiche, inflitte per qualunque causa dalla legge o dal giudice, anche nei casi particolarmente riservati a chicchessia, anche al Sovrano Pontefice e alla Sede Apostolica, come pure da tutti i peccati o delitti riservati agli ordinari e a Noi stessi e alla Sede Apostolica; non tuttavia senza avere imposta una salutare penitenza a tutte le altre ingiunzioni prescritte e, se si tratta di eresie, non senza l’abiura e la ritrattazione dovuta di diritto degli errori; lo stesso prete potrà inoltre commutare ogni specie di voto, anche pronunciato sotto giuramento e riservato alla Sede Apostolica (eccetto quello di castità, di religione o quelli che implicano un’obbligazione accettata da un terzo); potrà commutare i voti, dunque, in altre opere devote e salutari e se si tratta di penitenti costituiti negli Ordini, anche regolari, potrà dispensarli da ogni irregolarità contraria all’esercizio dell’Ordine o all’avanzamento a qualche Ordine superiore, ma contratta solamente per violazione di censura. Non intendiamo, d’altronde, con questa lettera, dispensare dalle altre irregolarità, qualunque esse siano e in qualunque modo contratte o per delitto o per difetto, sia pubblicamente, sia nascostamente, o per nota infamante o per qualche altra incapacità o inabilità; così pure non vogliamo derogare alla Costituzione promulgata da Benedetto XIV di felice memoria, che comincia con le parole: “Sacramentum poenitentiæ“, né alle dichiarazioni che sono in essa contenute; e finalmente non intendiamo che la presente lettera possa o debba essere di qualche utilità a coloro che Noi stessi e questa Sede Apostolica o qualche prelato o giudice ecclesiastico avrà espressamente scomunicati, sospesi, interdetti o colpiti con altre sentenze o censure, o che saranno stati pubblicamente denunciati a meno che abbiano dato soddisfazione nel periodo suddetto e che si siano accordati se possibile con le parti. – Siamo lieti di aggiungere che permettiamo che durante tutto il tempo del Giubileo ciascuno conservi interamente il privilegio di ottenere tutte le indulgenze anche plenarie, che sono state accordate da Noi o dai Nostri Predecessori. – Finiamo questa lettera, Venerabili Fratelli, esprimendo ancora la grande speranza che abbiamo nel cuore: e cioè che, per mezzo delle grazie straordinarie di questo Giubileo che Noi accordiamo sotto gli auspici dell’Immacolata Vergine, molti che si sono miserabilmente separati da Gesù Cristo, torneranno a Lui e che rifiorirà nel popolo cristiano l’amore delle virtù e l’ardore della pietà. Cinquant’anni fa, quando Pio IX Nostro Predecessore dichiarò che la Immacolata Concezione della Beatissima Madre di Gesù Cristo doveva essere ritenuta fondamentale nella Fede Cattolica si vide, l’abbiamo ricordato, un’incredibile abbondanza di grazie spargersi sulla terra e l’aumentata speranza nella Vergine apportare dappertutto un notevole progresso nell’antica religione dei popoli. Che cosa dunque ci impedisce di aspettarci qualcosa di meglio ancora per l’avvenire? Certamente noi viviamo in un’epoca triste e abbiamo il diritto di lamentarci con le parole del Profeta: “Non c’è più verità, non c’è più misericordia, non c’è più scienza sulla terra. La maledizione e la menzogna e l’omicidio e il furto e l’adulterio, invadono ogni cosa“. Ciononostante, in questo che si può chiamare un diluvio di male, l’occhio contempla, simile a un arcobaleno, la Vergine misericordiosa arbitra di pace tra Dio e gli uomini. “Io porrò un arco nelle nuvole e sarà un segno d’alleanza tra me e la terra“. Si scateni dunque la tempesta e una densa oscurità invada il cielo: nessuno deve tremare; la vista di Maria placherà Iddio ed Egli perdonerà. “L’arcobaleno sarà nelle nuvole e nel vederlo io mi ricorderò del patto eterno. E non ci sarà più diluvio per ingoiare la carne del mondo“. Non c’è dubbio che, se noi ci affidiamo come conviene a Maria, soprattutto nel tempo in cui solennizzeremo con più ardente devozione la sua Immacolata Concezione; non c’è dubbio che noi sentiremo che Ella è sempre quella Vergine potentissima “che col suo virgineo piede ha schiacciato la testa del serpente“. – Come augurio di queste grazie, o Venerabili Fratelli, vi impartiamo nel nome del Signore, con grande affetto, come pure ai vostri popoli, l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso San Pietro, 2 febbraio 1904, anno I dei Nostro Pontificato.

NOTE

1 Il dogma dell’Immacolata Concezione, privilegio in virtù del quale la Vergine fu dal momento stesso della sua concezione esente dalla macchia del peccato originale, fu definito da Pio IX con la bolla Ineffabilis dell’8 dicembre 1854.

2 È il nome che viene dato a Isaia, padre di Davide. Radice di Jesse, vale “stirpe di Davide”.

3 Si allude ai vari passi biblici dai quali i teologi traggono argomento, riconoscendoli quali premonitori della missione divina di Maria.

4 Qui si fa richiamo alla definizione del Concilio di Efeso dell’anno 431, che attribuì a Maria la sublime maternità di Dio. L’unione ipostatica in Gesù Cristo della doppia natura divina ed umana porta a Maria di potere e dover essere chiamata Madre di Dio.

5 A Maria assunta alla gloria del Cielo (come al dogma definito solamente nel 1950) è dovuto il massimo culto che a creatura possa essere dedicato (iperdulia): come alla più sicura mediatrice di grazia presso il Figlio.

6 Nato a Siena nel 1380, morto all’Aquila nel 1444. A lui è dovuta l’opera di apostolato svolta durante la pestilenza che desolò Siena nel 1400. Di famiglia abbiente, abbandonò ogni ricchezza ai poveri e si fece religioso nell’Ordine dei Francescani.

7 Dei numerosi santi e teologi di questo nome è qui ricordato Denys le Chartreux (in italiano Dionisio il Certosino) che si ritrova anche citato con il nome di Denys di Reken dal nome del paese fiammingo dove era nato nel 1394. Teologo di grande fama: si contano a circa duecento le opere da lui composte. Morì nel 1471.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO, E … PURE I LADRI ED I BRIGANTI CHE SI INTRUFOLANO NELLA CHIESA DI CRISTO: S. S. PIO XII – “AD SINARUM GENTEM”

Già in altre occasioni il Santo Padre Pio XII, ha rivolto ai fedeli e religiosi Cattolici cinesi, la propria attenzione per esortarli nelle vicissitudini da essi patite nei confronti di coloro che … odiano Dio, tutti gli uomini, e la Religione divinamente rivelata da Gesù Cristo. Toccanti sono i suoi richiami alla resistenza nella conservazione della fede pura ed illibata di Cristo affidata alla Chiesa Cattolica e tramandata dalla sua Gerarchia. Il richiamo più accorato è rivolto ad evitare pericolosi scismi, sotto falsi pretesti di patriottismo o di autonomia “gestionale” « … parimenti da essa non si può richiedere che, spezzata l’unità di cui il suo divin Fondatore l’ha voluta insignire, e costituite chiese particolari in ciascuna nazione, queste miseramente si separino dalla Sede Apostolica, dove Pietro, Vicario di Gesù Cristo, continua a vivere nei suoi successori sino alla fine dei secoli. Se una qualsiasi comunità cristiana compisse tale cosa, inaridirebbe come un tralcio staccato dalla vite (cf. Gv 15, 6), e non potrebbe portare frutti salutari ». Sono quelle stesse parole che Pio XII rivolgeva ancora al popolo cinese ed ai falsi prelati della abominevole chiesa patriottica contenute nella lettera “Ad Apostolorum Principis” del 29 giugno del 1958 – pochi mesi prima della sua morte – in cui, ampliando il concetto qui esposto, ribadiva il Primato divinamente stabilito nel Romano Pontefice che unico poteva concedere la nomina vescovile con la relativa Giurisdizione canonica. Queste esortazioni, parte del Magistero Apostolico universale ed ordinario, a nulla sono valse nella nomina di falsi Vescovi che, autonomamente si sono arrogati la nomina – naturalmente invalida o quanto meno illecita e sacrilega – della Carica vescovile. Ancora oggi, vediamo come falsi, sacrileghi pseudo-vescovi carnevaleschi attirino disgraziati ed incauti fedeli alla loro sequela, determinandone con il pretesto dello stato di necessità, la fine del “tralcio disseccato” gettato al fuoco eterno. Pensiamo ai pittoreschi pseudo-Monsignori mai nominati dal Santo Padre [neppure dagli antipapi usurpanti] e privi di qualsiasi Giurisdizione e scomunicati ipso-facto latæ sententiæ con scomunica riservata in specialissimo modo alla Sede Apostolica sia per i consacranti che per gli pseudo-consacrati. Pensiamo ai vari finti-tradizionalisti, alle gallicane disobbedienti “illuminate” (para)massoniche, fraternité (… liberté, [dalle regole canoniche], egalité, [nella dannazione]), ai cani sciolti sedicenti sedevacantisti, «…. la Sede Apostolica, dove Pietro, Vicario di Gesù Cristo, continua a vivere nei suoi “VERI” successori sino alla fine dei secoli» [ sedevacantisti… nel senso che non hanno né hanno mai avuto alcuna sede diocesana con giurisdizione territoriale, (… e l’unica “vacanza è quella della loro non-sede o … del loro intelletto) etc. Quanti tralci secchi, quante disobbedienze alle più semplici regole canoniche, quante scomuniche mai rimesse, quanta dannazione eterna!!! Al pusillus grex Cattolico, dopo la lettura attenta e meditata della lettera proposta, auguriamo, con l’aiuto della grazia divina, di poter dire come S. Paolo a Timoteo: bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi! Coraggio, strenui fedeli Cattolici, non facciamoci persuadere dai ladruncoli e dai briganti … Gesù ha vinto il mondo, e … tutto possiamo in Colui che ci dà forza, sotto il manto di Maria e del suo Cuore Immacolato.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

AD SINARUM GENTEM(1)

PATERNE ESORTAZIONI
ALLA CHIESA CATTOLICA IN CINA

Circa tre anni fa inviammo la lettera apostolica Cupimus imprimis (2) al popolo cinese, a Noi tanto caro, e in modo speciale a voi, venerabili fratelli e diletti figli, che professate la Religione Cattolica, non soltanto per esprimervi la Nostra partecipazione alle vostre angosce, ma anche per esortarvi paternamente ad adempiere tutti i doveri della Religione cristiana con quella risoluta fedeltà, che qualche volta esige un’eroica fortezza; e nel momento presente, Noi, unitamente alle vostre preghiere, innalziamo un’altra volta le Nostre a Dio onnipotente e Padre delle misericordie, affinché «come il sole di nuovo brilla dopo le tempeste e le procelle, così dopo tante angustie, sconvolgimenti e sofferenze, tornino finalmente a risplendere sulla vostra chiesa la pace, la tranquillità e la libertà».(3)

In questi ultimi anni, purtroppo, le condizioni della Chiesa Cattolica in mezzo a voi non sono per niente migliorate; anzi sono aumentate le accuse e le calunnie contro questa Apostolica Sede e contro coloro che si mantengono ad essa fedeli; è stato espulso il Nunzio apostolico, che presso di voi rappresentava la Nostra persona; e si sono intensificate le insidie per ingannare le persone meno illuminate.

Però – come già vi abbiamo scritto – « voi opponete la fermezza della vostra volontà alle insidie, anche se presentate con astuzia, con inganno o con false apparenze di verità ».(4) Sappiamo che queste Nostre parole contenute nella precedente lettera apostolica, non hanno potuto arrivare fino a voi; e perciò volentieri ve le ripetiamo per mezzo di questa enciclica; e sappiamo anche, con sommo conforto del Nostro animo, che voi avete perseverato nel vostro fermo e santo proposito, e che nessuno sforzo è riuscito a staccarvi dall’unità della Chiesa; perciò Ci congratuliamo vivamente con voi e ve ne diamo la meritata lode.  – Ma, siccome dobbiamo preoccuparci dell’eterna salute di ciascuno, non possiamo nascondere la tristezza e l’angoscia del Nostro animo nel venire a conoscere che, pur mantenendosi i Cattolici nella grande maggioranza fermi nella fede, tuttavia non sono mancati in mezzo a voi coloro che, ingannati nella loro buona fede, o presi dalla paura, o traviati da nuove e false dottrine, hanno aderito, anche di recente, a pericolosi «movimenti», che sono promossi dai nemici di ogni religione, specialmente di quella divinamente rivelata da Gesù Cristo.  – Perciò la coscienza del Nostro dovere esige che vi rivolgiamo un’altra volta la Nostra parola per mezzo di questa lettera enciclica, con la speranza che essa possa arrivare a vostra conoscenza; sia essa di conforto e d’incoraggiamento per coloro che costanti e forti perseverano nella verità e nella virtù; mentre agli altri porti luce e i Nostri paterni ammonimenti.  – Prima di tutto, poiché oggi pure, come avveniva anticamente, i persecutori dei Cristiani li accusano falsamente di non amare la propria patria e di non essere buoni cittadini, desideriamo ancora una volta proclamare (5) – ciò che del resto non può non essere riconosciuto da chiunque sia guidato dalla retta ragione – che i Cattolici cinesi non sono secondi a nessuno nell’ardente amore e nella viva fedeltà verso la loro nobilissima patria. Il popolo cinese – Ci piace ripetere quanto abbiamo già scritto a sua lode nella citata lettera apostolica – « fin dai tempi più remoti si è distinto tra gli altri popoli dell’Asia per le sue imprese, per la sua letteratura, e per lo splendore della sua civiltà; e, dopo essere stato illuminato dalla luce dell’Evangelo che supera immensamente la sapienza di questo mondo, trasse da quella luce maggiori ricchezze per il suo spirito, cioè le virtù cristiane, che perfezionano e consolidano le stesse virtù civili. (6)  – Inoltre Noi vediamo che voi siete degni di lode anche per questo motivo: cioè perché nelle quotidiane e lunghe prove, in cui vi trovate, voi percorrete proprio la via giusta, quando prestate, come si conviene a Cristiani, rispettoso ossequio alle vostre pubbliche autorità nel campo di loro competenza, e, amanti della vostra patria, siete pronti al compimento di tutti i vostri doveri di cittadini. Ma Ci è anche di grande consolazione sapere che voi, all’occasione, avete apertamente affermato e ancora affermate che in nessun modo vi è lecito allontanarvi dai precetti della Religione Cattolica, e che in nessun modo potete rinnegare il vostro Creatore, per il cui amore molti di voi hanno affrontato tormenti e carcere.  – Come già vi abbiamo scritto nella precedente lettera, questa Sede Apostolica, specialmente in questi ultimi tempi, con la più grande sollecitudine ha avuto cura della retta istruzione e formazione del maggior numero possibile di Sacerdoti e di Vescovi della vostra nobile Nazione. Così il Nostro immediato predecessore Pio XI di f.m, ha consacrato personalmente nella maestosa basilica di San Pietro i primi sei Vescovi, scelti dal vostro popolo; e Noi stessi, avendo grandemente a cuore il progressivo stabilirsi e il continuo quotidiano sviluppo della vostra Chiesa, di buon grado abbiamo costituito la sacra gerarchia ecclesiastica in Cina; e per la prima volta nella storia, abbiamo conferito la dignità della porpora romana a un vostro cittadino. (7)  – Desideriamo poi che venga quanto prima il giorno – a questo fine rivolgiamo a Dio ardentissimi voti e supplichevoli preghiere – in cui, anche presso di voi, Vescovi e Sacerdoti, tutti della vostra Nazione e in numero sufficiente per le necessità, possano governare la Chiesa Cattolica nell’immenso vostro Paese e così non vi sia più bisogno dell’aiuto dei missionari esteri nel campo del vostro apostolato. Ma la verità e il dovere di coscienza esigono che proponiamo alla diligente attenzione di voi tutti quanto segue: primo, questi predicatori dell’Evangelo, che, dopo avere abbandonata la propria diletta patria, presso di voi fecondano il campo del Signore con le loro fatiche e i loro sudori, non sono mossi da motivi terreni, ma non cercano altro che illuminare il vostro popolo con la luce del Cristianesimo, formarlo a costumi cristiani, aiutarlo con la divina carità; in secondo luogo, anche quando l’aumentato numero del clero cinese non avrà più bisogno dell’aiuto dei missionari esteri, la Chiesa Cattolica nella vostra Nazione, come in tutte le altre, non potrà essere retta con «autonomia di governo», come oggi si usa dire. Infatti, anche allora, come ben sapete, sarà del tutto necessario che la vostra comunità cristiana, se vorrà far parte della società che è stata divinamente fondata dal nostro Redentore, sia del tutto sottomessa al Sommo Pontefice, Vicario di Gesù Cristo in terra e con lui strettamente unita, per quanto riguarda la fede religiosa e la morale. Con le quali parole – è bene notarlo – si abbraccia tutta la vita e l’opera della Chiesa: perciò, anche la sua costituzione, il suo governo, la sua disciplina, cose tutte che dipendono senza dubbio dalla volontà di Gesù Cristo, fondatore della Chiesa. In forza di questa divina volontà i fedeli si dividono in due classi: clero e laicato; in forza della medesima volontà è costituita la duplice sacra potestà, cioè di ordine e di giurisdizione. Inoltre – ciò che parimenti è stato divinamente stabilito – alla potestà di Ordine (per cui la gerarchia ecclesiastica è composta di Vescovi, Sacerdoti e ministri) si accede ricevendo il Sacramento dell’Ordine sacro; la potestà di giurisdizione poi, che al Sommo Pontefice viene conferita direttamente per diritto divino, proviene ai Vescovi dal medesimo diritto, ma soltanto mediante il successore di san Pietro, al quale non solamente i semplici fedeli, ma anche tutti i Vescovi devono costantemente essere soggetti e legati con l’ossequio dell’obbedienza e con il vincolo dell’unità.  – E infine, per la stessa divina volontà, il popolo o l’autorità civile non devono invadere il campo dei diritti e della costituzione della gerarchia ecclesiastica. (8) – Tutti, devono inoltre notare – ciò che del resto per voi, venerabili fratelli e diletti figli, è evidente – che Noi desideriamo vivamente che giunga presto il tempo in cui per le necessità della Chiesa cinese possano essere sufficienti i mezzi finanziari che i fedeli cinesi riescono a fornirle; però, come ben sapete, le offerte raccolte per questo presso le altre nazioni, hanno origine da quella carità cristiana per la quale tutti coloro, che sono stati redenti dal sacro Sangue di Gesù Cristo, sono necessariamente uniti l’uno all’altro da un’alleanza fraterna e dall’amore divino sono spinti a propagare dappertutto, secondo le loro forze, il regno del Redentore nostro. E ciò non per fini politici o comunque profani, ma soltanto per mettere in pratica utilmente il precetto della carità, che Gesù Cristo ha dato a noi tutti e per il quale si riconoscono i suoi veri discepoli (cf. Gv XIII, 35). Così hanno fatto volontariamente i Cristiani di tutti i tempi, come già l’Apostolo delle genti attestava dei fedeli della Macedonia e dell’Acaia, i quali spontaneamente inviavano le loro offerte «ai poveri dei santi che sono in Gerusalemme» (Rm XV, 26); e a fare la stessa cosa l’Apostolo esortava i suoi figli in Cristo, che abitavano a Corinto e nella Galazia (cf. 1 Cor XVI, 1-2).  – Infine, alcuni fra di voi vorrebbero che la vostra Chiesa fosse completamente indipendente non soltanto; come abbiamo detto, nel governo e per la parte economica; ma pretendono di rivendicarle un’«autonomia» anche nell’insegnamento della dottrina cristiana e nella sacra predicazione.  – Non neghiamo affatto che il modo di predicare e d’insegnare debba essere diverso secondo i luoghi e perciò debba essere conforme, quando è possibile, alla natura e al carattere particolare del popolo cinese, come pure ai suoi antichi tradizionali costumi; che anzi, se ciò verrà fatto nel debito modo, si potranno certamente raccogliere presso di voi maggiori frutti.  Ma – ciò che è assurdo soltanto a pensarsi – con quale diritto possono gli uomini di proprio arbitrio, differentemente secondo le differenti nazioni, interpretare l’Evangelo di Gesù Cristo? – Ai Vescovi, che sono i successori degli Apostoli, e ai Sacerdoti, che secondo il proprio ufficio sono i cooperatori dei Vescovi, è stato conferito l’incarico di annunziare e insegnare quell’Evangelo che per primi annunziarono e insegnarono Gesù stesso e i suoi Apostoli, e che questa Sede Apostolica e tutti i Vescovi, a essa uniti, hanno conservato e tramandato illibato e inviolato attraverso il corso dei secoli. Non sono dunque i sacri pastori gli inventori e i compositori di questo Evangelo, ma soltanto i custodi autorizzati e i banditori divinamente costituiti. Perciò Noi stessi, e i Vescovi insieme con Noi, possiamo e dobbiamo ripetere le parole di Gesù Cristo: « La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv VII, 16). E a tutti i Vescovi, di ogni tempo, può essere rivolta l’esortazione di san Paolo: «O Timoteo, custodisci il deposito, evitando le profane novità delle espressioni e le contraddizioni della falsa scienza» (1 Tm VI, 20); e così pure quest’altra affermazione del medesimo Apostolo: «Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi» (2 Tm 1, 14). Non siamo dunque maestri di una dottrina scaturita da mente umana, ma secondo il dovere della nostra coscienza, dobbiamo abbracciare e seguire quella che ha insegnato lo stesso Cristo Signore e che Egli, con solenne comando, ha ordinato di insegnare agli Apostoli e ai loro successori (cf. Mt XXVIII, 19-20).

Perciò chi è Vescovo, o Sacerdote della vera Chiesa di Cristo, deve più e più volte meditare ciò che l’Apostolo Paolo diceva della sua predicazione dell’Evangelo: «Vi rendo… noto, o fratelli, che l’Evangelo da me predicato non è secondo l’uomo; poiché io non l’ho né ricevuto né imparato da un uomo, ma per mezzo della rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1, 11-12).  – E inoltre, essendo Noi certissimi che questa dottrina (di cui con l’aiuto dello Spirito Santo dobbiamo difendere l’integrità) è stata divinamente rivelata, ripetiamo queste parole dell’Apostolo delle genti: «Anche se noi, o un Angelo dal cielo, vi insegnasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo insegnato, sia anatema» (Gal 1, 8).  – Potete dunque facilmente vedere, venerabili fratelli e diletti figli, come non possa pretendere di essere ritenuto e onorato del nome di Cattolico colui che professi o insegni diversamente da quanto abbiamo fin qui brevemente esposto, come fanno coloro che hanno aderito a quei pericolosi principi, da cui è informato il movimento delle «tre autonomie» o ad altri principi dello stesso genere. – I promotori di tali movimenti con somma astuzia cercano di ingannare i semplici o i pavidi, o di allontanarli dalla retta via; a tal fine affermano falsamente che sono veri patrioti soltanto coloro che aderiscono alla chiesa da loro ideata, cioè a quella che ha le «tre autonomie». Ma in realtà essi cercano, per venire alla cosa principale, di costituire finalmente presso di voi una chiesa, come dicono, «nazionale»; la quale non potrebbe più essere Cattolica, perché sarebbe la negazione di quella universalità ossia «cattolicità», per cui la società veramente fondata da Gesù Cristo è al di sopra di tutte le nazioni e tutte singole le abbraccia. – Ci piace qui ripetere le parole che sullo stesso argomento vi abbiamo scritte nella ricordata lettera apostolica: la Chiesa Cattolica «non chiama a sé un solo popolo, non una sola nazione, ma ama le genti di qualsiasi stirpe con quell’amore soprannaturale di Cristo che deve tutti unire tra loro come fratelli.  – Perciò nessuno può affermare che essa sia al servizio di una particolare potenza; parimenti da essa non si può richiedere che, spezzata l’unità di cui il suo divin Fondatore l’ha voluta insignire, e costituite chiese particolari in ciascuna nazione, queste miseramente si separino dalla Sede Apostolica, dove Pietro, Vicario di Gesù Cristo, continua a vivere nei suoi successori sino alla fine dei secoli. Se una qualsiasi comunità cristiana compisse tale cosa, inaridirebbe come un tralcio staccato dalla vite (cf. Gv 15, 6), e non potrebbe portare frutti salutari». (9)  – Esortiamo dunque vivamente «nell’amore di Cristo» (Fil 1, 8) quei fedeli, di cui prima Ci siamo lamentati; a ritornare sulla via della resipiscenza e della salvezza. Si ricordino essi che se bisogna dare, quando è necessario, a Cesare quello che è di Cesare, a maggior ragione anche bisogna dare a Dio ciò che è di Dio (cf. Lc 20, 25); e quando gli uomini comandano cose contrarie alla volontà divina, allora è necessario mettere in pratica la massima dell’apostolo Pietro: «È necessario ubbidire a Dio più che agli uomini» (At 5, 29). Si ricordino inoltre che è impossibile servire due padroni, se questi comandano cose tra di loro opposte (cf. Mc 6, 24); e anche che è impossibile alle volte piacere a Gesù Cristo e agli uomini (cf. Gal 1, 10). E se talora avvenga che debba subire gravi danni chi vuole rimanere fedele al divin Redentore sino alla morte, egli tolleri ciò con animo forte e sereno.  – Vogliamo, invece, ripetutamente congratularci con coloro che, sopportando penose difficoltà, si sono distinti nella fedeltà verso Dio e verso la Chiesa Cattolica e, perciò, «sono stati fatti degni di patire contumelie per il nome di Gesù» (At 5, 41); con animo paterno li incoraggiamo a continuare forti e intrepidi nel cammino iniziato, tenendo presenti le parole di Cristo: «… Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; ma piuttosto temete chi può far perdere nella Geenna e anima e corpo. … I capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque. … Chi dunque mi avrà confessato davanti agli uomini, lo confesserò anch’io davanti al Padre che è nei cieli; ma chi mi avrà rinnegato davanti agli uomini, lo rinnegherò anch’io davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mc 10, 28.30-33).

Certamente, venerabili fratelli e diletti figli, non è leggera la lotta che vi è imposta dalla legge divina. Ma Cristo Signore che ha dichiarato beati coloro che patiscono persecuzione per la giustizia, ha loro comandato di godere ed esultare perché abbondante sarà nei cieli la loro ricompensa (cf. Mc V, 10-12). Egli stesso benigno vi assisterà dal cielo col suo potentissimo aiuto, affinché possiate combattere il buon combattimento e conservare la fede (cf. 2 Tm IV, 7); tutti, pure, vi assisterà con la sua efficacissima protezione la madre di Dio, Maria Vergine, che è anche la Madre amantissima di tutti. Essa, regina della Cina, vi difenda e vi aiuti in modo particolare in quest’anno mariano, affinché con costanza siate perseveranti nei vostri propositi; vi assistano dal Cielo i santi Martiri della Cina, i quali sono andati incontro sereni alla morte per il loro vero amore alla patria terrena, e soprattutto per la loro fedeltà al divino Redentore e alla sua Chiesa. – Intanto vi sia auspicio di celesti grazie l’apostolica benedizione che, a testimonianza della Nostra specialissima benevolenza, impartiamo con molto affetto nel Signore tanto a voi, venerabili fratelli e diletti figli, quanto a tutta la carissima nazione cinese.

Roma, presso San Pietro, 7 ottobre, festa del ss.mo Rosario della beata Vergine Maria, nell’anno 1954, XVI del Nostro pontificato.

PIO PP. XII


(1) PIUS PP. XII, Epist. enc. Ad Sinarum gentem qua paterna impertiuntur hortamenta in præsentibus rerum angustiis, [Ad venerabiles Fratres ac dilectos Filios Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios ceterumque clerum ac populum Sinarum, pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 7 octobris 1954: AAS 47(1955), pp. 5-14.

 (2) AAS 44(1952), p. 153ss; EE 6/1977.

(3) Ibidem , p. 157; EE 6/1987.

(4) Ibidem, p. 155; EE 6/1983.

(5) Cf. ibidem, p. 155; EE 6/1982.

(6) Ibidem, p. 153: EE 6/1977.

(7) Cf. ibidem, p. 155; EE 6/1983.

(8) Cf. CONC. TRID., sess. XXIII, De Ordine, cann. 2-7: COD 743-744: CONC. VAT. I, sess. IV: COD 811ss; CIC, cann. 108-109.

(9) AAS 44(1952), p. 155; EE 6/1982.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XI – “STUDIORUM DUCEM”

Questa stupenda lettera enciclica tesse le lodi del Dottore Angelico in occasione dell’avvicinarsi del VI centenario della sua canonizzazione. Tantissime le citazioni dei Sommi Pontefici a suo riguardo a cominciare da quella celeberrima di Govanni XXII: « Egli illuminò la Chiesa di Dio più di qualunque altro Dottore; e ricava maggior profitto chi studia per un anno solo nei libri di lui, che chi segua per tutto il corso della sua vita gl’insegnamenti degli altri », oppure (S. Pio X) «Dopo la morte beata del Santo Dottore, non fu tenuto nella Chiesa alcun Concilio ove egli non sia stato presente con la sua preziosa dottrina ». Praticamente la sua opera teologica abbracciò ogni ambito, come giustamente ricorda il Santo Padre Pio XI, « … Chi voglia conoscere quanto si estenda il precetto dell’amore di Dio, come crescano in noi la carità e i doni dello Spirito Santo ad essa congiunti, come tra di loro differiscano i vari stati della vita, quali lo stato di perfezione, lo stato religioso, l’apostolato, e quale sia la natura di ciascuno, o altri punti di teologia ascetica o mistica, dovrà principalmente consultare l’Angelico Dottore », per cui occorre tenersi ben saldi alla sua dottrina, che poi è quella approvata dalla Chiesa Cattolica di sempre, per considerarsi nella “barca di Pietro” a pieno titolo. Segue l’immancabile accenno ai modernisti [… le varie opinioni e teorie dei Modernisti sono da lui vittoriosamente confutate… – … a qui si rileva perché i Modernisti nessun altro dottore della Chiesa paventino quanto Tommaso d’Aquino], che ovviamente cercavano di ostacolare le dottrine esposte dell’aquinate sostituendole con deliri razionalistici, agnostici, o fantasie pseudo-teologiche come ben enunciato da S. S. San Pio X nella sua graffiante intramontabile “Pascendi”. Attualmente poi, la setta del novus ordo, quella degli apostati usurpanti la Sede Apostolica, adoratori del baphomet-lucifero, cioè quello che essi chiamano “signore dell’universo”, la filosofia e teologia di San Tommaso, sbandierata a parole dagli attuali finti-domenicani, nei fatti è scalzata dallo gnosticismo variamente travestito: il solito panteismo oggi pure in salsa “verde-ecologica”, il deismo cabalistico, il nichilismo del nulla (o del tutto … che è lo stesso) universale, l’emanatismo e l’inneismo che rinnega ed è l’opposizione totale alla Rivelazione divina della tradizione cristiana, con annesso falso ecumenismo di stampo massonico, ed indifferenti smog religioso, etc. L’antidoto a queste e fuorvianti dottrine sataniche, spesso comiche ed esilaranti oggi in voga presso i “non-teologi” formati nelle logge e conventicole varie, è quello indicato da Papa Ratti: « … per evitare poi gli errori che sono la prima origine di tutte le miserie della nostra età, occorre rimanere fedeli, oggi ancor più che in altri tempi, alle dottrine dell’Aquinate. Seguono indicazioni per le celebrazioni con la concessione di indulgenze, e … dulcis in fundo, la preghiera a S. Tommaso con indulgenza relativa. La lettera merita un’attenta riflessione perché possa generare un rigetto salutare e salvifico, delle “ermeneutiche” sataniche oggi in voga e delle lucifero-teologie importate dalle foreste Bavaresi e dalla prateria della Pampa.

PIO XI

LETTERA ENCICLICA

STUDIORUM DUCEM

DEL SOMMO PONTEFICE
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
IN OCCASIONE DEL VI CENTENARIO
DELLA CANONIZZAZIONE
DI SAN TOMMASO D’AQUINO

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Con recente Lettera Apostolica [Officiorum omnium dell’1° agosto 1922] confermammo quanto era già stato stabilito dal Diritto Canonico e ordinammo che Tommaso d’Aquino dovesse essere considerato la principale guida negli studi delle discipline superiori.Ed avvicinandosi ora il giorno, in cui si compie il seicentesimo anno da quando egli fu ascritto nel numero dei Santi, Ci si presenta una bella occasione per inculcare maggiormente la medesima cosa nell’animo dei nostri, e dichiarare loro in che modo potranno profittare alla scuola di tanto Maestro. Poiché la vera scienza e la pietà, che di tutte le virtù è compagna, sono tra di loro mirabilmente congiunte; ed essendo Iddio la stessa verità e bontà, non basterebbe certo, per ottenere la gloria di Dio e la salvezza delle anime — scopo principale e proprio della Chiesa — che i sacri ministri fossero bene istruiti nella cognizione delle cose, se essi non fossero pure abbondantemente forniti di idonee virtù. Ora questa unione della dottrina con la pietà, della erudizione con la virtù, della verità con la carità, fu veramente singolare nel Dottore Angelico, a cui venne attribuito il distintivo del sole, poiché, mentre egli porta alle menti la luce della scienza, accende nelle volontà la fiamma della virtù. – E sembrò che Iddio, fonte d’ogni santità e sapienza, volesse mostrare in Tommaso come queste due cose si aiutino a vicenda, come cioè l’esercizio delle virtù disponga alla contemplazione della verità ed a sua volta l’accurata meditazione della verità renda più pure e perfette le stesse virtù. Perché chi vive integro e puro, e con la virtù tiene a freno le sue passioni, quasi libero da un grande impedimento, potrà elevare alle cose celesti molto più facilmente il suo spirito e meglio fissarsi nei profondi misteri della Divinità, secondo le parole dello stesso Tommaso: «Prima è la vita che la dottrina; perché la vita conduce alla scienza della verità » (1); se l’uomo avrà messo tutto il suo studio nel conoscere le cose che sono sopra la natura, per questo stesso si sentirà non poco eccitato al vivere perfetto; né una tale scienza, la cui bellezza tutto lo rapisca e a sé lo attiri, potrà mai dirsi arida ed inerte, ma attiva in grado supremo. – Sono questi gli ammaestramenti che questa solennità centenaria ci fornisce, Venerabili Fratelli; ma per renderli più manifesti, Noi pensammo di dover trattar brevemente della santità e dottrina di Tommaso d’Aquino e mostrarvi quali vantaggi possa trarre da un tale argomento sia tutto l’ordine sacerdotale, i giovani del clero specialmente, sia tutto intero il popolo cristiano. – Tutte le virtù morali furon possedute da Tommaso in altissimo grado e talmente associate e connesse, che, come vuole egli stesso, si unirono nella carità « la quale dà la forma agli atti di tutte le virtù » (2). Se poi cerchiamo le caratteristiche proprie e particolari di questa santità, ci vien fatto di trovare per prima quella virtù per cui Tommaso sembrò assomigliare alle nature angeliche, la castità, per la quale egli fu degno di esser cinto ai fianchi dagli Angeli di una mistica cintura, avendola egli conservata intatta in un pericolosissimo cimento. A purezza così esimia andò congiunto il distacco dai beni terreni e il disprezzo degli onori; e sappiamo come egli vincesse, con somma costanza, l’ostinazione dei parenti che lo volevano con tutti i mezzi trattenere nella vita agiata del secolo; e come poi, offerti a lui dal Pontefice Sommo i parimenti sacri, lo scongiurasse a non imporgli quel peso, per lui formidabile. Ma il principale distintivo della santità di Tommaso è quello che da Paolo è chiamato « il linguaggio della sapienza » (3), quell’unione cioè della duplice sapienza, acquisita ed infusa, come vengono dette; con le quali nulla meglio si accorda quanto l’umiltà, l’amore della preghiera, la carità verso Dio. – Quanto all’umiltà, che Tommaso mise a fondamento di tutte le altre sue virtù, fu manifesta dall’essersi egli posto nelle azioni della vita quotidiana, sotto l’ubbidienza di un fratello laico; né meno essa si rivela dalla lettura dei suoi scritti, dai quali spira ogni riverenza verso i Padri della Chiesa; e « siccome egli ebbe in somma venerazione gli antichi dottori, così sembrò che di tutti egli ereditasse l’intelligenza » (4). – La stessa cosa viene bene chiarita dall’aver egli impiegato, per il trionfo della verità, tutte le forze del suo divino ingegno, senza cercare per nulla la propria gloria. E così, mentre i filosofi si propongono spesso quale méta la propria fama, egli invece si studiò, nell’insegnare le sue dottrine, d’oscurare se stesso, appunto perché splendesse di per sé la luce della verità divina. Questa umiltà pertanto, congiunta alla purezza del cuore, di cui abbiamo parlato, ed alla grande assiduità nelle sante preghiere, rendeva l’animo di Tommaso docile e tenero tanto a ricevere quanto a seguire gl’impulsi e le illuminazioni dello Spirito Santo, nel che consiste la sostanza della contemplazione. E per impetrarle dall’alto, egli soleva spesso astenersi da ogni cibo, passare le intere notti in continua preghiera, e di quando in quando con l’impeto d’un’ingenua pietà appoggiare il suo capo al tabernacolo dell’augusto Sacramento, e rivolgere di continuo i suoi occhi e il suo spirito addolorato all’immagine di Gesù Crocifisso, che fu il massimo libro da cui apprese tutto quello che seppe, com’egli stesso confessò all’amico suo San Bonaventura; sicché di Tommaso poteva dirsi quello che si era detto del suo santo padre e legislatore Domenico, che non parlava se non di Dio o con Dio. – E siccome egli soleva contemplare tutto in Dio come causa prima ed ultimo fine di tutte le cose, gli fu facile seguire tanto negli insegnamenti della sua « Somma Teologica », quanto nella sua vita, l’una e l’altra sapienza, che egli stesso così definisce: « Per la sapienza acquisita mediante lo studio umano si ha il retto giudizio delle cose divine secondo l’uso perfetto della ragione. Ma ve n’è un’altra che discende dall’alto e che giudica delle cose divine per una certa connaturalità ad esse. E questa è un dono dello Spirito Santo, per cui l’uomo divien perfetto nelle divine cose, e non solo le apprende, ma in se stesso le sente » (5).  – Accompagnata dagli altri doni dello Spirito Santo, questa sapienza derivata da Dio per infusione in Tommaso, fu in un continuo aumento al pari della carità, signora e regina di tutte le virtù. Poiché per lui fu dottrina certissima che l’amore di Dio deve in noi crescere sempre « a norma del primo precetto: ‘Amerai Iddio tuo Signore con tutto il tuo cuore’; perché tutto e perfetto sono la stessa cosa … Fine del precetto è la carità, come c’insegna l’Apostolo (6); ora nel fine non si pone misura alcuna, ma solo nelle cose che servono al fine » (7). E questa è la causa per cui la perfezione della carità cade sotto precetto; perché essa è il fine a cui tutti devono tendere secondo la loro condizione. E siccome « l’effetto proprio della carità è che l’uomo tenda a Dio unendo a lui il suo affetto, perché egli viva non più a sé ma a Dio stesso » (8), noi vediamo come in Tommaso il divino amore, insieme con quella duplice sapienza, aumentò senza posa, fino ad ingenerare in lui il prefetto oblio di se stesso; tale che, essendogli stato detto da Gesù Crocifisso: «Tommaso, hai scritto bene di me », e domandato: «Qual premio tu desideri per l’opera tua? », Egli rispose: «Te solo, o Signore ». Ond’è che, stimolato dalla carità, s’impegnava assiduamente a favore degli altri con lo scrivere ottimi libri, coll’aiutare i fratelli nei loro lavori, e si spogliava delle stesse sue vesti per soccorrere i poveri, ed anche restituiva agli infermi la salute, come avvenne nella Basilica Vaticana, dove egli predicò nella solennità di Pasqua, allorché liberò ad un tratto da un inveterato flusso di sangue una donna che gli aveva toccato il lembo della veste. – E dove mai si trovò più chiaro che nel Dottore Angelico questo « linguaggio di sapienza », mentre a lui non bastò erudire le menti degli uomini, ma con ogni studio cercò di eccitare le volontà loro a riamare un tanto amore, che è la causa di tutte le cose? « L’amore di Dio », egli afferma con frase sublime, « è quello che infonde e crea nelle cose la bontà » (9), né mai si stanca, trattando dei varii misteri ad uno ad uno, di illustrare questa diffusione della divina bontà. «Appartiene » egli dice, « alla natura del sommo bene, che in sommo grado comunichi se stesso; e questo massimamente è fatto da Dio coll’Incarnazione » (10). – E nessun’altra cosa più apertamente dimostra questa potenza non meno del suo ingegno che della sua carità, quanto l’ufficio ch’egli compose dell’augusto Sacramento; e quanto amore egli avesse in tutta la vita verso l’Eucarestia, lo dichiarò nella parola che proferì morendo prima di ricevere il santo Viatico: « Io ti ricevo, prezzo della redenzione dell’anima mia, per amore del quale io studiai, vegliai e lavorai ». – Dopo questo breve cenno intorno alle grandi virtù di Tommaso, sarà più agevole comprendere l’eccellenza della sua dottrina, che nella Chiesa ha un’autorità e un valore ammirabili. I nostri Predecessori la esaltarono sempre con unanimi lodi. – Alessandro IV non dubitò di scrivere a lui vivente: «Al diletto figlio Tommaso d’Aquino, uomo eccellente per nobiltà di natali e onestà di costumi, che per grazia di Dio si acquistò un vero tesoro di coscienza e dottrina». E dopo la sua morte Giovanni XXII sembrò voler canonizzare ad un tempo le sue virtù e la sua dottrina, mentre, parlando ai Cardinali in Concistoro, pronunciò quella memorabile sentenza: « Egli illuminò la Chiesa di Dio più di qualunque altro Dottore; e ricava maggior profitto chi studia per un anno solo nei libri di lui, che chi segua per tutto il corso della sua vita gl’insegnamenti degli altri ». La fama perciò della sua intelligenza e sovrumana scienza fece sì che San Pio V lo scrivesse nel numero dei Dottori e gli confermasse il titolo di Angelico. Del resto, quale fatto più chiaramente dimostra la stima che la Chiesa ha fatto sempre d’un tanto Dottore, quanto l’essere stati esposti sopra l’altare dei Padri Tridentini due soli volumi, la Scrittura e la Somma Teologica, perché potessero ispirarsi ad essi nelle loro deliberazioni? E per non riportare la serie degli innumerevoli documenti della Sede Apostolica su quest’argomento, è sempre vivo in Noi il felice ricordo del rifiorire delle dottrine dell’Aquinate per l’autorità e le premure di Leone XIII; e questo merito di così illustre nostro Predecessore è tale, come dicemmo altre volte, che da solo basterebbe a dargli gloria immortale quand’anche altre cose sapientissime egli non avesse fatto o stabilito. Seguì il suo pensiero Pio X di santa memoria, specialmente nel Motu proprio «Angelici doctoris » ove troviamo questa bella sentenza: «Dopo la morte beata del Santo Dottore, non fu tenuto nella Chiesa alcun Concilio ove egli non sia stato presente con la sua preziosa dottrina ». E più prossimo a Noi, Benedetto XV, Nostro compianto Antecessore, più d’una volta mostrò la stessa compiacenza; e a lui spetta la lode della promulgazione del Codice di Diritto Canonico, ove vengono consacrati « il metodo, la dottrina e i principii » dell’Angelico Dottore (11). E Noi, mentre facciamo eco a questo coro di lodi date a quel sublime ingegno, approviamo che egli non solo sia chiamato Angelico, ma altresì che gli sia dato il nome di Dottore Universale, mentre la Chiesa ha fatto sua la dottrina di lui, come da moltissimi documenti viene attestato. E siccome sarebbe troppo lungo esporre qui tutte le ragioni addotte dai Nostri Predecessori intorno a tale argomento, basterà che Noi dimostriamo che Tommaso scrisse animato dallo spirito soprannaturale onde viveva, e che i suoi scritti, ove sono insegnati i principii e le regole di tutte le scienze sacre, sono da giudicarsi di natura universale. – Trattando egli infatti delle cose divine nei suoi insegnamenti e nei suoi scritti, porse ai teologi un luminosissimo esempio della strettissima relazione che deve correre fra gli studi e i sentimenti dell’animo. E siccome non può dirsi che abbia esatta notizia di un lontano paese chi ne conosca anche la più minuta disposizione, se non vi avrà per alcun tempo vissuto, così nessuno potrà acquistare un’esatta cognizione di Dio con la sola diligente ricerca scientifica, se non sarà anche con Dio in perfetta unione. E a questo appunto tende tutta la teologia di San Tommaso; a condurci a vivere una vita intima con Dio. E come fanciullo a Montecassino non si stancava di domandare: « Chi è Dio? », così i libri da lui composti intorno alla creazione del mondo, intorno all’uomo, alle leggi, alle virtù e ai Sacramenti, tutti quanti trattano di Dio come Autore della nostra eterna salvezza.  Perciò, disputando intorno alle cause che rendono sterili gli studi, come la curiosità, lo smodato desiderio di sapere, l’ottusità dell’ingegno, l’avversione allo sforzo ed alla perseveranza, egli non trova a tali cause altro rimedio che una gran prontezza alla fatica, rinvigorita dall’ardore della pietà, e come derivata dalla vita dello spirito. – Ed essendo i sacri studi diretti da un triplice lume: la retta ragione, la fede infusa e i doni dello Spirito Santo che perfezionano l’intelligenza, nessuno più di Lui ebbe questa luce in abbondanza, perché dopo avere in qualche ardua questione impiegato tutte le forze del suo ingegno, implorava da Dio la spiegazione delle difficoltà con i digiuni e con umilissime preghiere; e Dio soleva ascoltarlo con tanta benignità, che mandò talora gli stessi Prìncipi degli Apostoli ad ammaestrarlo. – Né fa meraviglia se, avvicinandosi alla fine della sua vita, egli raggiunse un così alto grado di contemplazione, che le cose da lui scritte non gli parevano altro che paglia, e diceva di non poter dettare più oltre; così già egli aveva fisso il pensiero nelle verità eterne da non bramare ormai più altro che di vedere Dio. Poiché questo, come Tommaso stesso insegna, è il frutto che deve principalmente cogliersi dagli studi: un grande amore di Dio e un gran desiderio delle cose eterne. – Ma mentre con il suo esempio egli c’insegna come dobbiamo comportarci negli studi di vario genere, così di ogni particolare disciplina ci dà fermi e stabili precetti. E innanzi tutto, chi meglio di lui spiegò la natura e la ragione della filosofia, le sue parti e l’importanza di ciascuna? Ecco con quanta perspicacia egli dimostra la convenienza e l’accordo delle varie membra che formano come il corpo di tale scienza: «Al sapiente » egli dice « spetta l’ordinare. E la ragione è che la sapienza è principalmente perfezione di ragione, della quale è proprio conoscere l’ordine; poiché, sebbene le virtù sensitive conoscano alcune cose in modo assoluto, l’ordine fra l’una e l’altra non lo conosce che l’intelletto e la ragione. Così, secondo i diversi ordini che la ragione considera, sono diverse le scienze. L’ordine che la ragione, considerando, produce nel proprio atto appartiene alla filosofia razionale (ossia alla Logica) che propriamente considera l’ordine delle parti del discorso fra di loro e l’ordine dei principii sia fra loro stessi, sia rispetto alle conclusioni. Alla filosofia naturale (ossia alla Fisica) spetta il considerare l’ordine delle cose che la ragione umana considera, ma non fa: e così nella filosofia stessa naturale noi comprendiamo anche la Metafisica. L’ordine delle azioni volontarie viene considerato dalla filosofia morale, che si divide in tre parti: la prima considera le operazioni dell’individuo in ordine al fine e si chiama Monastica; la seconda considera le operazioni della moltitudine domestica e si chiama Economica; la terza considera le operazioni della moltitudine civile, e si chiama Politica »(12). Tutte queste parti della filosofia sono state trattate diligentemente da Tommaso, ciascuna nel proprio modo, cominciando da quelle che sono più strettamente congiunte alla ragione umana, e gradatamente salendo alle più remote, fino a fermarsi, per ultimo, « al vertice supremo di tutte le cose » (13). – È fermissima dottrina del Nostro quella che riguarda il valore dell’intelligenza umana. « Il nostro intelletto naturalmente conosce l’ente e le cose che appartengono all’ente in quanto tale, e su questa cognizione si fonda la notizia dei primi principii » (14). Dottrina che distrugge fin dalle radici gli errori e le opinioni di quei recenti filosofi che negano all’intelletto la percezione dell’ente, lasciandogli solo quella delle impressioni soggettive; errori da cui segue l’agnosticismo, così vigorosamente riprovato dall’Enciclica Pascendi. – Gli argomenti con cui San Tommaso dimostra l’esistenza di Dio e che Egli solo è lo « stesso Essere sussistente », sono anche oggi, come nel medioevo, le prove più valide, chiara conferma del dogma della Chiesa proclamato nel Concilio Vaticano e interpretato egregiamente da Pio X con queste parole: « Iddio, come principio e fine di tutte le cose, può conoscersi e con certezza dimostrarsi con lume naturale della ragione, per le cose fatte, ossia per le opere visibili della creazione, come dagli effetti si conosce certamente la causa » (15). E la sua metafisica, sebbene tuttora, e non di rado, acerbamente impugnata, ritiene ancora la sua forza e tutto il suo splendore, quasi oro che nessun acido può alterare; e bene aggiunge lo stesso nostro Predecessore: « Allontanarsi dall’Aquinate, specialmente in metafisica, non può essere senza un grande danno » (16). – La più nobile tra le umane discipline è certamente la Filosofia, ma, secondo l’ordine attuale della divina Provvidenza, non possiamo definirla al disopra delle altre perché essa non abbraccia tutto intero l’insieme delle cose. Tanto nell’inizio della « Somma contro i Gentili », quanto in quello della « Somma Teologica », il Santo Dottore descrive un altro ordine di cose superiore alla natura ed eccedente la capacità stessa della ragione, e che mai l’uomo avrebbe conosciuto, se la bontà divina non glielo avesse rivelato. È il campo dove domina la fede, e questa scienza della fede si chiama Teologia, la quale si troverà più perfetta in chi avrà cognizione più profonda dei documenti della fede, e insieme più piena e più alta facoltà di filosofare. Ora non è da dubitare che la Teologia sia stata elevata al più alto grado dall’Aquinate, avendo egli posseduto perfettamente i documenti divini della fede, e disponendo di un ingegno mirabilmente disposto a filosofare.  – Perciò Tommaso, non tanto per la sua dottrina filosofica quanto per gli studi di una tal disciplina, è nelle nostre scuole il principale maestro. Nessuna parte, infatti, vi è nella Teologia in cui egli non abbia felicemente mostrato la straordinaria ricchezza della sua mente. Anzitutto egli stabilì su propri e genuini fondamenti l’Apologetica, definendo bene la distinzione che corre fra le cose della ragione e quelle della fede, tra l’ordine naturale e il soprannaturale. Perciò il sacrosanto Concilio Vaticano, allorché definì che alcune verità religiose si possono conoscere naturalmente, ma che per conoscerle tutte e senza errore bisognò per necessità morale che fossero rivelate, e che per conoscere i misteri fu assolutamente necessaria la divina rivelazione, si servì di argomenti tratti non da altri che da Tommaso, il quale vuole che chiunque si accinga alla difesa della dottrina cristiana tenga fermo questo principio: « Assentire alle verità della fede non è leggerezza, benché esse siano al disopra della ragione » (17). Egli infatti dimostra che, sebbene le cose di fede siano arcane ed oscure, pure le ragioni che inducono l’uomo alla fede sono chiare e manifeste, poiché « egli non crederebbe, se non vedesse che le cose sono da credere ».(18) Ed aggiunge altresì che la fede, lungi dall’essere un impedimento od un giogo servile imposto all’umanità, è invece da stimarsi un massimo beneficio, essendo ella in noi un « preludio della vita eterna » (19). – L’altra parte della Teologia che riguarda l’esposizione dei dogmi è trattata da Tommaso con ricchezza tutta speciale; e nessuno ha penetrato più a fondo o più accuratamente esposto i misteri augustissimi della fede, come quelli che appartengono alla vita intima di Dio, al segreto della predestinazione eterna, al soprannaturale governo del mondo, alla facoltà di conseguire il loro fine concessa alle creature ragionevoli, alla redenzione del genere umano operata da Gesù Cristo e continuata dalla Chiesa e dai Sacramenti: due mezzi che il Dottore Angelico chiama in certo modo « reliquie della Divina Incarnazione ». Egli stabilì inoltre una sicura dottrina teologica morale per l’orientamento di tutti gli atti umani al fine soprannaturale. Da perfetto teologo egli assegna non solo agli individui in particolare, ma anche alla società domestica e civile le norme sicure della vita: in ciò consiste la scienza economica e politica dei costumi. Così nella parte seconda della Somma Teologica sono assai eccellenti le cose che insegna intorno al regime paterno, ossia domestico, al regime legale dello Stato e della Nazione, al diritto naturale e a quello delle genti, alla pace, alla guerra, alla giustizia e al potere, alle leggi e alla loro osservanza, al dovere di provvedere sia alle private necessità, sia alla pubblica prosperità; e tutto questo tanto nell’ordine naturale, quanto nel soprannaturale. Precetti, che, se venissero inviolabilmente ed esattamente osservati in privato ed in pubblico nonché nelle mutue relazioni tra nazioni e nazioni, nient’altro ormai si richiederebbe per ottenere tra gli uomini « la pace di Cristo nel regno di Cristo » a cui tutto il mondo anela. Pertanto è molto desiderabile che sempre più si conoscano le dottrine dell’Aquinate intorno al diritto delle genti ed alle leggi che stabiliscono le relazioni dei popoli fra di loro, contenendo esse i veri fondamenti di quella che si chiama « Società delle Nazioni ». – Non ebbe in lui minor pregio la dottrina ascetica e mistica, perché, ridotta tutta l’economia morale alla ragione di virtù e di doni, stabilisce questa dottrina ed una tale economia secondo le diverse classi degli uomini, tanto di coloro che vogliono vivere secondo le regole comuni, quanto di quelli che aspirano di proposito a conseguire la perfezione cristiana del loro spirito, e ciò in un doppio genere di vita: attiva e contemplativa. Chi voglia conoscere quanto si estenda il precetto dell’amore di Dio, come crescano in noi la carità e i doni dello Spirito Santo ad essa congiunti, come tra di loro differiscano i vari stati della vita, quali lo stato di perfezione, lo stato religioso, l’apostolato, e quale sia la natura di ciascuno, o altri punti di teologia ascetica o mistica, dovrà principalmente consultare l’Angelico Dottore. – In tutte le opere che egli scrisse, ebbe somma cura di mettere a base e fondamento le Sacre Scritture. Tenendo fermo che la Scrittura in tutte e singole le sue parti è parola di Dio, egli ne esige l’interpretazione secondo le norme stesse che diedero i Nostri Predecessori Leone XIII nell’Enciclica « Providentissimus Deus » e Benedetto XV nell’altra Enciclica « Spiritus Paraclitus », e posto per principio che « lo Spirito Santo è autore principale della Sacra Scrittura… mentre l’uomo non ne fu che l’autore strumentale » (20), non permette che alcuno muova dubbi contro l’autorità storica della Bibbia; mentre dal fondamento del significato delle parole, o sia senso letterale, egli ricava le copiose ricchezze del senso spirituale, di cui suole spiegare con la massima precisione il triplice genere: l’allegorico, il tropologico e l’anagogico.  – Infine, il Nostro ebbe il dono e il privilegio singolare di poter tradurre gl’insegnamenti della sua scienza in preghiere ed inni della liturgia, e divenire così il poeta e il massimo lodatore della divina Eucaristia. Poiché la Chiesa Cattolica in ogni parte del mondo e presso tutte le genti, nei riti sacri si serve e si servirà sempre, con ogni zelo, dei cantici di Tommaso, dai quali spira il sommo fervore dell’animo supplichevole, e che contengono ad un tempo l’espressione più esatta della dottrina tradizionale intorno all’augusto Sacramento, che principalmente si chiama «Mistero di fede », ripensando a questo e ricordando l’elogio già citato fatto a Tommaso da Cristo stesso, nessuno si meraviglierà se a lui è stato dato anche il titolo di Dottore Eucaristico. – Da quanto si è detto, Noi ricaviamo queste conseguenze molto opportune per la pratica. Occorre anzitutto che i giovani in particolare prendano a loro modello San Tommaso e cerchino d’imitare e seguire con ogni diligenza le grandi virtù che in lui risaltarono, soprattutto l’umiltà, che è il fondamento della vita spirituale, e la purezza. Da quest’uomo, sommo per impegno e dottrina, imparino sia a frenare ogni moto d’orgoglio del proprio animo, sia ad implorare umilmente sui loro studi l’abbondanza della luce divina. Apprendano altresì da tale maestro a fuggire instancabilmente gli allettamenti del senso, per non dover poi contemplare la sapienza con occhio ottenebrato. Questo infatti egli insegnò nella sua vita con l’esempio, e confermò col suo insegnamento: « Se uno si astiene dai piaceri corporali per attendere più liberamente alla contemplazione della verità, questo appartiene alla rettitudine della ragione » (21). Siamo per questo ammoniti dalla Sacra Scrittura: «Nell’anima malevola non entrerà la sapienza, né abiterà in un corpo venduto al peccato» (22). Perciò, se la pudicizia di Tommaso, nel pericolo estremo a cui fu esposta, fosse venuta meno, è da ritenersi che la Chiesa non avrebbe avuto il suo Angelico Dottore. E vedendo la maggioranza dei giovani, ingannati dagli allettamenti del piacere, gettare tanto presto la loro purezza e darsi ai diletti del senso, Noi, Venerabili Fratelli, con ogni premura vi raccomandiamo di propagare dovunque, e specialmente tra i seminaristi, la società della Milizia Angelica, fondata per la conservazione e la custodia della purità sotto la tutela di Tommaso, e confermiamo tutte le indulgenze pontificie di cui essa fu arricchita da Benedetto XIII e da altri Nostri Predecessori. E perché più facilmente ognuno s’induca a dare il suo nome tale a Milizia, concediamo il permesso, a coloro che ne faranno parte, di portare, invece del cingolo, una sacra medaglia appesa al collo, che porti impressa da un lato l’immagine di San Tommaso cinto dagli Angeli, e dall’altro quella della Vergine, Regina del Santissimo Rosario.  – Essendo poi San Tommaso dichiarato patrono di tutte le scuole cattoliche, come colui che mirabilmente congiunse in se stesso una duplice sapienza, quella cioè che si acquista con la ragione e quella che ci viene infusa da Dio, e nel risolvere le questioni più difficili unì alle preghiere i digiuni, e ritenne l’immagine di Gesù Cristo Crocifisso come suo libro principale, la gioventù consacrata a Dio apprenda da lui come debba esercitarsi nei buoni studi per ritrarne il maggior frutto. I membri delle famiglie religiose abbiano presente come in uno specchio la vita di Tommaso, che ricusò le dignità d’ogni grado, anche altissimo, per poter vivere nell’esercizio d’una perfetta ubbidienza e morire nella santità della sua professione. Tutti i fedeli cristiani abbiano nell’Angelico Dottore un esempio della più tenera devozione verso l’augusta Regina del cielo, della quale egli recitava spesso il saluto angelico e soleva scrivere il dolce nome nelle sue pagine; ed al Dottore Eucaristico domandiamo il fervore verso il divino Sacramento. E questo conviene che chiedano soprattutto i sacerdoti. «Ogni giorno, quando l’infermità non lo impediva, Tommaso celebrava una Messa, e poi ne ascoltava un’altra del suo compagno o di altri, e spesso la serviva », come racconta il diligentissimo autore della sua vita. E chi può esprimere il fervore del suo spirito nel celebrare il santo sacrifizio, e con quanta diligenza si preparasse, e, terminatolo, quali ringraziamenti egli porgesse alla Maestà divina? – Per evitare poi gli errori che sono la prima origine di tutte le miserie della nostra età, occorre rimanere fedeli, oggi ancor più che in altri tempi, alle dottrine dell’Aquinate. Le varie opinioni e teorie dei Modernisti sono da lui vittoriosamente confutate, tanto le filosofiche, difendendo, come vedemmo, il valore e la forza dell’intelligenza umana e provando con fermissimi argomenti l’esistenza di Dio; quanto le dogmatiche, ben distinguendo l’ordine naturale dal soprannaturale e illustrando le ragioni del credere e tutti quanti i dogmi; e mostrando nella teologia che le cose credute per fede non si appoggiano sopra un’opinione, ma sulla verità e sono immutabili; nella scienza biblica dando il vero concetto della divina ispirazione; nella disciplina morale, sociale e giuridica, con lo stabilir bene i principii della giustizia sia legale e sociale, sia commutativa e distributiva, e le relazioni della giustizia stessa con la carità; nell’ascetica col dare insegnamenti sulla perfezione della vita cristiana e contrastando coloro che al suo tempo avversavano gli ordini religiosi. E contro quella emancipazione da Dio che oggi si vanta, egli afferma i diritti della prima Verità e l’autorità che ha sopra di noi Iddio supremo Signore. Da qui si rileva perché i Modernisti nessun altro dottore della Chiesa paventino quanto Tommaso d’Aquino. – Come dunque un giorno fu detto agli Egiziani, nel loro estremo bisogno di vivere, « Andate da Giuseppe » perché avessero da lui in abbondanza il frumento per alimentare il loro corpo, così ora a tutti gli affamati di verità Noi diciamo: « Andate da Tommaso » per aver da lui, che ne ha tanta abbondanza, il pascolo della sana dottrina e il nutrimento delle loro anime per la vita eterna. Che un tal cibo sia pronto e alla portata di tutti fu attestato con la santità del giuramento quando si trattò di ascrivere Tommaso nel catalogo dei Santi: «Alla scuola luminosa ed aperta di questo Dottore fiorirono moltissimi maestri religiosi e secolari per il suo modo succinto, facile, e chiaro … ed anche laici ed uomini di scarsa intelligenza desiderano avere i suoi scritti ». – Ora noi vogliamo che tutte le cose stabilite principalmente da Leone XIII (23) e da Pio X(24), e da Noi stessi comandate nello scorso anno, siano attentamente e inviolabilmente osservate specialmente da coloro che nelle scuole del clero insegnano le materie superiori. Essi tengano presente che soddisferanno bene ai loro doveri e compiranno i Nostri voti se, cominciando ad amare il Dottore d’Aquino e rendendo a sé familiari i suoi scritti, comunicheranno agli alunni della propria disciplina questo ardente amore, facendosi interpreti del suo pensiero, e li renderanno capaci di eccitare negli altri un eguale ardore. – Fra i cultori di San Tommaso, quali devono essere tutti i figli della Chiesa che attendono ai buoni studi, Noi certamente vogliamo che, nei limiti di una giusta libertà, vi sia quella bella emulazione che fa progredire i buoni studi, ma desideriamo che sia il più possibile evitata quell’asprezza di contrasto che non giova alla verità e serve soltanto a rallentare i vincoli della carità. Sia adunque da tutti inviolabilmente osservato ciò che è prescritto nel Codice di Diritto Canonico: «Gli studi della filosofia razionale e della teologia, e l’istruzione degli alunni in tali discipline, siano assolutamente trattati dai professori secondo il metodo, la dottrina e i principii del Dottore Angelico, e questi siano religiosamente mantenuti » (25). Essi si regolino in modo da poterlo con tutta verità chiamare loro maestro. Ma nessuno esiga dagli altri più di quello che da tutti esige la Chiesa, maestra e madre comune; perché nelle cose in cui autori di buona fama sogliono disputare fra loro in senso diverso, essa certo non vieta che ciascuno segua la sentenza che gli sembra migliore. – Pertanto, siccome a tutta la cristianità importa che questo centenario sia degnamente celebrato, quasi che, onorando San Tommaso, si tratti non solo della gloria di lui, ma dell’autorità della Chiesa docente, è Nostro desiderio che una tale ricorrenza, dal giorno 18 luglio dell’anno che volge fino alla fine dell’anno venturo, si celebri in tutto il mondo, dovunque esistano scuole di giovani chierici; non soltanto, cioè, presso i Frati Predicatori « all’Ordine dei quali », come dice Benedetto XV, « ha da darsi lode non meno per averci dato il Dottore Angelico, che per non aver mai abbandonato d’un punto la sua dottrina » (26), ma anche presso le altre famiglie religiose e in tutti i Collegi ecclesiastici, Università e Scuole cattoliche, a cui egli fu dato per celeste Patrono. – E converrà che nel celebrare queste feste solenni la prima sia quest’alma Città, ov’egli fu per un certo tempo Maestro del Sacro Palazzo; e che nel manifestare la loro santa letizia vadano, avanti a tutti gli istituti ove si coltivano gli studi sacri, il Pontificio Collegio Angelico, ove si direbbe che Tommaso abiti come in casa sua propria, e tutti gli altri Atenei Ecclesiastici che si trovano in Roma. E Noi, per accrescere lo splendore e il frutto di questa solennità, col Nostro potere, accordiamo:

I. che in tutte le chiese dell’Ordine dei Predicatori e in qualunque altra chiesa o cappella pubblica o dove il pubblico possa introdursi, specialmente presso i Seminari, i Collegi e le Case di educazione per la gioventù, si celebri un triduo od un ottavario od una novena, in cui possano lucrarsi le stesse indulgenze che si concedono per simili funzioni in onore di Santi o Beati;

II. che nelle chiese dei Frati e delle Suore dell’Ordine Domenicano, soltanto per le celebrazioni centenarie, durante i giorni di tali funzioni, i fedeli, confessati e comunicati possano lucrare l’Indulgenza Plenaria tante volte quante volte avranno pregato dinanzi all’altare di San Tommaso;

III. che nelle predette chiese domenicane i sacerdoti dell’Ordine ed i terziari, durante l’anno centenario, possano ogni mercoledì, o nel primo giorno libero della settimana, celebrare la Messa in onore di San Tommaso, come nella festa, recitando in essa od omettendo il Gloria e il Credo secondo il rito del giorno, e concediamo, tanto a chi celebra la Messa quanto a quelli che l’ascoltano, l’Indulgenza Plenaria alle condizioni consuete. – Si cerchi inoltre di tenere nei sacri Seminari e negli altri Istituti ecclesiastici, durante questo tempo, qualche solenne disputa filosofica o sopra altre gravi discipline, in onore del Dottore Angelico. E perché in seguito la festa di San Tommaso sia celebrata come si conviene a quella del Patrono di tutte le scuole cattoliche, Noi vogliamo che in tale giorno si faccia vacanza dalle lezioni, e che non solo in esso si celebri la Messa solenne, ma che, almeno nei Seminari e nelle Famiglie religiose, sia tenuta una delle dispute di cui abbiamo parlato.  – Infine, perché sotto la guida dell’Angelico Maestro d’Aquino gli studi dei nostri alunni diano sempre maggiori frutti a gloria di Dio e a vantaggio della Chiesa, aggiungiamo a questa Lettera, con la raccomandazione di divulgarla, la formula della preghiera da lui stesso usata. A coloro che devotamente la reciteranno, Noi concediamo per ogni volta, con la Nostra autorità, l’indulgenza di sette anni e sette quarantene.- Auspice infine dei doni celesti e segno della Nostra benevolenza, Noi impartiamo di tutto cuore a voi, Venerabili Fratelli, al clero ed al popolo affidato alle vostre cure, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 29 giugno 1923, festa del Principe degli Apostoli, anno secondo del Nostro Pontificato.

PREGHIERA DI SAN TOMMASO

Creatore ineffabile, che dai tesori della tua sapienza hai tratto le tre gerarchie degli Angeli, le hai collocate con meraviglioso ordine sopra il cielo empireo ed hai disposto con grandissima precisione tutto l’universo; Tu, che sei celebrato come autentica Fonte della Luce e della Sapienza, e supremo Principio di ogni cosa, dégnati di infondere sulle tenebre del mio intelletto il raggio della tua chiarezza, liberandomi dalle due tenebre in cui sono nato: il peccato e l’ignoranza.

Tu, che rendi faconde le lingue degl’infanti, istruisci la mia lingua e infondi nelle mie labbra la grazia della tua benedizione. Dammi l’acutezza dell’intelligenza, la capacità della memoria, il modo e la facilità dell’apprendere, la perspicacia dell’interpretare, il dono copioso del parlare. Disponi Tu l’inizio, dirigi lo svolgimento e portami fino al compimento: Tu che sei vero Dio ed uomo, che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.


1 Comment. in Matth., c.V.

2 II-II, q. XXIII, a. 8; I-II, q. LXV.

3 I Cor., XII, 8.

4 Leo XIII, ex Card. Caietano, litt. Encycl. Aeterni patris, d. IV aug. a. MDCCCLXXIX.

5 II-II, q. XLV, a. 1, ad 2 et a. 2, c.

6 I Tim., I, 5.

7 II-II, q. CLXXXIV, a. 3.

8 II-II, q. XVII, a. 6, ad 3.

9 I, q. XX, a. 2.

10 III, q. I, a. 1.

11 Cf. can. 1366, par. 2.

12 Ethic., lect. 1.

13 Contra Gentes, II, c. 56 et IV, c. 1.

14 Contra Gentes, II, c. 83.

15 Motu proprio Sacrorum Antistitum, diei 1 septembris MDCCCCX.

16 Litt. Encycl. Pascendi, diei VIII septembris MDCCCCVII.

17 Contra Gentes, I, C. 6.

18 II-II, q. I, a. 4.

19 Qq. disp. de Verit., q. XIV, a. 2.

20 Quodlib., VII, a. 14, ad. 5.

21 II-II, q. CLVII, a. 2.

22 Sap., I, 4.

23 Litt. Encycl. Aeterni Patris.

24 Motu proprio Doctoris Angelici, diei XXIX iunii MDCCCCXIV.

25 Can. 1366, par. 2.

26 Acta Apostolicae Sedis, vol. VIII (1916), p. 397.


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UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII, “AUGUSTISSIMÆ VIRGINIS”

Si tratta dell’ennesima enciclica mariana del Santo Padre Leone XIII, il Papa che forse più di tutti i suoi predecessori abbia prodotto documenti che riguardano il culto mariano. Nell’”Augistissimæ Virginis“, il Papa parla ancora e sempre dei vantaggi immensi, sia personali che per la società, del culto mariano e degli onori tributati alla Madre del Dio-Uomo, lodando in questo caso le associazioni che ne coltivano la venerazione. Antidoto alle conventicole delle empie società luciferine, congregate contro il Signore ed il suo Messia (v. Ps. II), cioè alle sette e logge massoniche di ogni risma, comprese quelle della loggia Ecclesia, cioè del c. d. “Novus ordo” (che usurpa vergognosamente e sacrilegamente oggi i sacri palazzi ed i templi della Chiesa Cattolica resa “eclissata”) può essere la costituzione e l’adesione pia e sentita alle Confraternite mariane, in particolare a quelle del Santo Rosario, dando la possibilità di formare un … esercito schierato in battaglia, pronto a respingere le falangi avversarie, con a capo la Vergine Santa, alla Quale è stato affidato fin dal principio il compito di schiacciare la testa del serpente infernale, lucifero e tutti i suoi adepti delle varie empie sette.  “… Noi abbiamo una preghiera pubblica e comune, e quando preghiamo, non preghiamo per un singolo individuo, ma per tutto il popolo, perché quanti siamo formiamo una sola cosa … ” (S. Cipriano); questo è il vero scopo della recita del Rosario recitato in privato, ma ancor meglio in gruppi di ferventi Cristiani che vogliono sconfiggere l’esercito dei reprobi congregati contro Dio e contro tutti gli uomini. E come a Lepanto, come a Belgrado, come a Vienna, come a Superga (duci Eugenio e Vittorio Amedeo di Savoia), la Vergine diede la vittoria alle deboli forze cristiane assemblate sotto il suo vessillo glorioso, così ancora una volta mostrerà la sua potente azione sbaragliante i demoni ed i loro servi, anche (… e soprattutto) quei lupi travestiti con talare nera, rossa, porpora o bianca. … Qui habitat in cælis irridebit eos, et Dominus subsannabit eos.

S. S. Leone XIII

Augustissimæ Virginis

Lettera Enciclica


12 settembre 1897

Chiunque consideri il grado sublime di dignità e di gloria, a cui Dio ha elevato l’augustissima Vergine Maria, facilmente può comprendere quale vantaggio arrechi alla vita pubblica e privata il continuo svilupparsi e il sempre più ardente diffondersi del suo culto. Dio infatti la prescelse fin dall’eternità a divenire Madre del Verbo, che si sarebbe incarnato; e per questo motivo, tra tutte le creature più belle nell’ordine della natura, della grazia e della gloria, egli la contrassegnò con tali privilegi che la chiesa a ragione le applica quelle parole: “lo uscii dalla bocca dell’Altissimo primogenita avanti ad ogni creatura” (Eccli XXIV,5). Quando poi s’iniziò il corso dei secoli, ai progenitori del genere umano, caduti nella colpa, e ai loro discendenti, contaminati dalla medesima macchia, ella fu data come pegno della futura riconciliazione e della salvezza. – Il Figlio di Dio poi, a sua volta, fece oggetto la sua santissima Madre di evidenti dimostrazioni di onore. Infatti, durante la sua vita privata, egli la scelse come sua cooperatrice nei due primi miracoli, da lui operati. Il primo fu un miracolo di grazia, e si ebbe quando, al saluto di Maria, il bambino esultò nel grembo di Elisabetta; il secondo fu un miracolo nell’ordine della natura; e si ebbe quando, alle nozze di Cana, Cristo trasformò l’acqua in vino. Giunto poi al termine della sua vita pubblica, quando stava per stabilire e suggellare col suo sangue divino la nuova alleanza, egli l’affidò all’apostolo prediletto, con quelle soavissime parole: “Ecco tua madre!” (Gv XIX,27). Noi pertanto che, sebbene indegnamente, rappresentiamo sulla terra Gesù Cristo, Figlio di Dio. non cesseremo mai, finché avremo vita, di promuovere la sua gloria. E siccome sentiamo che la Nostra vita, per il peso grande degli anni. non potrà durare ancora a lungo, non possiamo non ripetere a tutti i Nostri figli e a ciascuno di essi in particolare le ultime parole, che Cristo ci lasciò come testamento, mentre pendeva dalla croce: “Ecco tua madre!”. Oh come ci stimeremmo felici, se le Nostre raccomandazioni giungessero a far sì che ogni fedele non avesse sulla terra nulla di più importante o di più caro della devozione alla Madonna, e potesse applicare a se stesso le parole che Giovanni scrisse di sè: “Il discepolo la prese con sé” (Gv XIX,27). – Ora, all’avvicinarsi del mese di ottobre, non vogliamo che, neppure quest’anno, venerabili fratelli, vi manchi una nostra lettera, per raccomandare di nuovo a tutti i cattolici, con l’ardore di cui siamo capaci, di voler guadagnare a se stessi e alla chiesa, tanto travagliata, la protezione della Vergine, con la recita del rosario. Pratica questa che, sul tramonto di questo secolo, si è, per divina disposizione, meravigliosamente affermata, per ridestare l’illanguidita pietà dei fedeli; come chiaramente attestano insigni templi e celebri santuari dedicati alla Madre di Dio, – Dopo aver dedicato a questa divina Madre il mese di maggio col dono dei nostri fiori, consacriamole, con affetto di singolare pietà, anche il mese di ottobre, che è il mese dei frutti. Sembra infatti giusto dedicare questi due mesi dell’anno a colei che disse di sé: “I miei fiori divennero frutti di gloria e di ricchezza” (Eccli XXIV,23). – Lo spirito di associazione, fondato sull’indole stessa della natura umana, non fu forse mai tanto vivo e universale come ora, e nessuno certo lo condannerebbe, se spesso questa nobilissima tendenza naturale non fosse rivolta al male: se cioè gli empi, mossi da uno stesso intento, non si raccogliessero in società di vario genere “contro il Signore e il suo Messia” (Sal II), D’altra parte però si può rilevare, e certo con grandissima gioia, che anche tra i Cattolici cresce l’amore per le pie associazioni: associazioni ben compatte, che diventano come delle famiglie, nelle quali i membri sono talmente legati tra di loro dal vincolo della cristiana carità da parere, anzi da essere, veramente fratelli. E infatti, se si elimina la carità di Cristo, non vi può essere fraternità; questo già energicamente dimostrava Tertulliano, dicendo: “Siamo vostri fratelli, per diritto di natura, che è madre comune; benché voi siate troppo poco uomini, perché siete dei cattivi fratelli. Ma quanto meglio si addice il nome e la dignità di fratelli a coloro che riconoscono per loro padre comune Dio; che si sono imbevuti dello stesso spirito di santità; che, sebbene nati dallo stesso grembo della comune ignoranza, si sono poi nutriti della stessa luce di verità!”. La forma di queste utilissime società, costituite tra i Cattolici, è la più varia; circoli, casse rurali, ricreatori festivi, patronati per la protezione della gioventù, confraternite, e moltissimi altri, istituiti tutti con nobilissimi intenti, Certo tutte queste associazioni hanno nomi, forme e fini propri e immediati moderni, ma sono antichissime nella sostanza; poiché se ne possono scorgere le tracce fin dagli inizi del Cristianesimo, Più tardi poi furono rafforzate con leggi, distinte con proprie divise, arricchite di previlegi, ordinate al culto divino delle chiese, oppure destinate al bene delle anime e al sollievo dei corpi, e designate con nomi diversi, secondo i tempi, E con l’andare del tempo il loro numero aumentò talmente che, soprattutto in Italia, non v’è città, paese o parrocchia che non ne abbia molte o almeno una. – Ora fra queste associazioni Noi non esitiamo di dare un posto eminente alla confraternita, che prende il nome dal Santo Rosario. Se infatti si considera la sua origine, essa e tra le più antiche; poiché è fama che l’alto fondata lo stesso padre san Domenico; se poi se ne considerino i privilegi, essa ne è ricchissima per la munificenza dei Nostri predecessori. – Da ultimo, forma e quasi anima di questa istituzione è il Rosario mariano, della cui efficacia abbiamo già a lungo trattato in altre circostanze. Ma l’efficacia e il valore del Rosario appaiono ancora maggiori, se lo si considera come un dovere imposto alla Confraternita, che da esso prende il nome. In verità, nessuno ignora quanto sia necessaria per tutti la preghiera, non perché si possano con essa modificare i divini decreti, ma perché, come dice s, Gregorio: “Gli uomini con la preghiera meritano di ricevere ciò che Dio onnipotente fino dall’eternità ha deciso di donare loro”. E S. Agostino aggiunge: “Chi sa pregare bene, sa anche vivere bene”.E la preghiera appunto allora raggiunge la sua massima efficacia nell’impetrare l’aiuto del Cielo, quando è innalzata pubblicamente, con perseveranza e concordia da molti fedeli, che formino come un solo coro di oranti. Ciò risulta evidente dagli Atti degli Apostoli, dove si dice che i discepoli di Cristo, nell’attesa dello Spirito Santo promesso, “perseveravano concordi nella preghiera” (At 1,14). – Coloro che pregano in questo modo, certissimamente otterranno sempre il frutto della loro preghiera. E ciò appunto si verifica tra i confratelli del Santo Rosario. Infatti, come la preghiera del divino Ufficio, fatta dai sacerdoti, è una preghiera pubblica e continua, e per questo efficacissima; così, in certo senso, è pubblica, continua e comune la preghiera dei confratelli del Rosario, definito perciò da alcuni Papi “il Breviario della Vergine”. – Siccome poi, come già abbiamo detto, le preghiere pubbliche hanno un’eccellenza e un’efficacia maggiore delle private, perciò la Confraternita del Rosario fu anche chiamata dagli scrittori ecclesiastici “milizia orante arruolata dal padre Domenico, sotto le insegne della divina Madre”, di Colei, cioè, che la sacra Scrittura e i fasti della Chiesa salutano vincitrice del demonio e di tutte le eresie. E ciò perché il Rosario mariano lega tutti coloro che chiedono di associarvisi con un vincolo comune, facendone quasi dei fratelli e dei commilitoni. E così formano una validissima schiera, armata di tutto punto e pronta a respingere gli assalti dei nemici, sia interni che esterni. – Perciò i membri di questa pia associazione possono a ragione applicare a se stessi quelle parole di s. Cipriano: “Noi abbiamo una preghiera pubblica e comune, e quando preghiamo, non preghiamo per un singolo individuo, ma per tutto il popolo, perché quanti siamo formiamo una sola cosa”. – Del resto la storia della Chiesa attesta la forza e l’efficacia di queste preghiere, ricordandoci la sconfitta delle armate turche nella battaglia navale di Lepanto e le splendide vittorie riportate nel secolo scorso sopra i medesimi turchi a Temeswar in Pannonia [Ungheria] e presso l’isola di Corfù. Del primo fatto resta monumento perenne la festa della Madonna delle Vittorie, istituita da Gregorio XIII, e consacrata poi ed estesa alla Chiesa universale da Clemente XI, col nome di festa del Rosario. – Per il fatto poi che questa milizia orante è “arruolata sotto la bandiera della divina Madre” acquista una nuova forza e si illustra di nuova gloria, come soprattutto dimostra, nella recita del Rosario, la frequente ripetizione del saluto angelico, dopo l’orazione del Signore [“Padre nostro”]. Questa pratica, lungi dall’essere incompatibile con la dignità di Dio – come se insinuasse che noi dobbiamo confidare più in Maria che in Dio stesso – ha al contrario una particolarissima efficacia nel commuoverlo e rendercelo propizio. Infatti la Fede Cattolica ci insegna che noi dobbiamo pregare non solo Dio, ma anche i Santi,sebbene in maniera diversa: “Dio, come sorgente di tutti i beni, i Santi come intercessori. “In due modi – dice s. Tommaso – si può rivolgere ad uno una preghiera: con la convinzione che egli lo possa esaudire o con la persuasione che egli possa impetrare ciò che si chiede. Nel primo modo noi preghiamo solamente Dio, perché tutte le nostre preghiere debbono essere rivolte al conseguimento della grazia e della gloria, che Dio solo può donare, come è detto nel salmo LXXXIII,12: “La grazia e la gloria la largisce il Signore”. Nella seconda maniera presentiamo la nostra preghiera ai santi Angeli e agli uomini; non già perché Dio per loro mezzo venga a conoscere le nostre domande, ma perché, per la loro intercessione e per i loro meriti, le nostre preghiere siano esaudite. E perciò in Apocalisse VIII, 4 si dice che salì il fumo degli aromi, per le orazioni dei santi, dalla mano dell’Angelo al cospetto di Dio”.7 Ora chi mai, fra tutti i santi, che abitano le sedi beate, potrà competere con l’augusta Madre di Dio nell’impetrare la grazia? Chi potrà con maggiore chiarezza vedere nel Verbo eterno di Dio le nostre angustie e le nostre necessità? A chi è stato concesso maggiore potere nel commuovere Dio? Chi al pari di Lei ha viscere di materna pietà? È questo precisamente il motivo per cui noi non preghiamo i Santi del cielo nello stesso modo con cui preghiamo Dio; “poiché alla Santa Trinità chiediamo che abbia pietà di noi, mentre a tutti gli altri Santi chiediamo che preghino per noi”.Invece la preghiera che si rivolge a Maria ha qualche cosa di comune col culto che si rende a Dio; tanto che la chiesa la invoca con questa espressione, che si suole indirizzare a Dio: “Abbi pietà dei peccatori”. Pertanto i confratelli del Santo Rosario fanno molto bene a intrecciare tanti saluti e tante preghiere a Maria, come altrettante corone di rose. Infatti, davanti a Dio, Maria è tanto grande e tanto vale che chi vuol grazie e a lei non ricorre, sua desianza vuol volar senz’ale. – Alla Confraternita, di cui stiamo parlando, spetta poi un altro titolo di lode, che non vogliamo passare sotto silenzio. Ogni volta che, nella recita del Rosario mariano, consideriamo i misteri della nostra salvezza, noi in certo qual modo imitiamo ed emuliamo gli uffici una volta affidati alla milizia angelica. Furono essi che nei tempi stabiliti rivelarono questi misteri, nei quali ebbero una grande parte, e intervennero instancabilmente, atteggiando il loro volto ora al gaudio, ora al dolore, ora al tripudio della gloria trionfale. Gabriele è inviato alla Vergine, per annunziarle l’incarnazione del Verbo eterno. Nella grotta di Betlemme gli Angeli accompagnano coi loro canti la gloria del Salvatore, appena venuto alla luce. Un Angelo avverte Giuseppe di fuggire e di recarsi in Egitto col Bambino. Mentre Gesù nell’Orto suda sangue per la tristezza, un Angelo con la sua pietosa parola lo conforta. Quando Gesù, trionfando sulla morte, si leva dal sepolcro, degli Angeli ne danno notizia alle pie donne. Degli Angeli annunziano che Egli è asceso al cielo e preannunziano che di là Egli ritornerà fra schiere angeliche, per unire ad esse le anime degli eletti, e condurle con sé fra i cori celesti, sopra i quali “fu esaltata la santa Madre di Dio”. Perciò in modo speciale agli associati, che praticano la devozione del Rosario, si adattano le parole che s. Paolo rivolgeva ai nuovi discepoli di Cristo: “Vi siete accostati al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e alle miriadi di Angeli” (Eb XII,22). Che cosa vi può essere di più eccellente e di più soave che contemplare Dio e pregarlo insieme con gli Angeli? Come devono nutrire una grande speranza e fiducia di godere un giorno nel cielo la beatissima compagnia degli angeli coloro che sulla terra, in certo qual modo, condivisero il loro ministero! – Per tali motivi, i Papi esaltarono sempre con grandissime lodi questa Confraternita, dedicata a Maria. Tra gli altri, Innocenzo VIII la definisce “devotissima confraternita”; Pio V attribuisce alla sua influenza i seguenti risultati: “I fedeli si trasformano rapidamente in altri uomini; le tenebre dell’eresia si dissipano; e la luce della Fede Cattolica si manifesta”. Sisto V, osservando quanto questa istituzione sia stata feconda di frutti per la Religione, se ne professa devotissimo; molti altri infine la arricchirono di preziose e abbondantissime indulgenze, oppure la posero sotto la loro particolare protezione, iscrivendosi ad essa, e manifestandole in diversi modi la loro benevolenza. – Mossi da questi esempi dei Nostri predecessori, anche Noi, venerabili fratelli, vivamente vi esortiamo e vi scongiuriamo – come già più volte abbiamo fatto – a voler dedicare una cura tutta particolare a questa sacra milizia; in modo che, grazie al vostro zelo, ogni giorno si arruolino dappertutto nuove schiere. Che dall’opera vostra e di quella parte di clero a voi sottoposto, che ha cura d’anime, venga il resto del popolo a conoscere e a valutare nella giusta misura la grande efficacia di questa Confraternita e il suo vantaggio in ordine all’eterna salvezza degli uomini. E tanto più insistiamo in tale raccomandazione in quanto recentemente è rifiorita una bellissima manifestazione di pietà mariana: il Rosario “perpetuo”. Noi abbiamo benedetto volentieri questa iniziativa, e desideriamo vivamente che vi adoperiate con sollecitudine e zelo al suo incremento. Nutriamo infatti viva speranza che non potranno non essere assai valide le lodi e le preghiere che escono, senza sosta, dalla bocca e dal cuore di un’immensa moltitudine, e che, alternandosi, giorno e notte, per le varie regioni del mondo, uniscono l’armonia delle voci con la meditazione delle divine verità. E certamente la continuità di queste lodi e di queste preghiere fu prefigurata dalle parole, con le quali Ozia inneggiava a Giuditta: “Benedetta sei tu, figlia, dal Signore Dio eccelso, sopra tutte le donne della terra … perché egli oggi ha reso si grande il tuo nome che la tua lode non verrà mai meno sulle labbra degli uomini”. E a questo augurio tutto il popolo d’Israele rispondeva ad alta voce: “Così è, così sia” (Gdt XIII, 23ss). – Frattanto, come auspicio dei benefici celesti, a testimonianza della Nostra benevolenza, di gran cuore impartiamo nel Signore l’apostolica benedizione a voi, venerabili fratelli, al clero e a tutto il popolo affidato alla vostra fedele vigilanza.

Roma, presso S. Pietro, 12 settembre 1897, anno XX del Nostro pontificato.

UN’ENCLICA AL GIORNO, TOGLI GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. PIO XII – SEMPITERNUS REX CHRISTUS

« Questa è la fede dei padri, questa è la fede degli Apostoli. Tutti crediamo così, gli ortodossi credono così. Sia scomunicato chi non crede così. Pietro così ha parlato per bocca di Leone ». Questo è il cuore della Enciclica in oggetto, una dotta e magistrale esposizione della teologia cristologica come definita nel corso del Concilio di Calcedonia che il Santo Padre vuole celebrare in occasione del suo XV centenario. Ardente è il desiderio- qui espresso per l’ennesima volta – del Sommo Pontefice, che vi sia un solo gregge ed un sol Pastore nella Chiesa di Cristo, richiamando all’unità in particolare gli scismatici d’Oriente, ai quali la Santa Sede ha concesso già per il passato tanti privilegi. Oltre alle definizioni cristologiche dogmaticamente ineccepibili e storicamente documentate, Pio XII, ribadisce il ruolo centrale e fondamentale nella costruzione ecclesiale, Corpo mistico del Cristo, del Vicario di Cristo, pietra visibile angolare del tempio di Dio, tempio che accoglie coloro che sono destinati alla salvezza eterna, a differenza di coloro che, pur sembrando pietre – ma pietre morte ed inattive come tralci da bruciare – restano fuori dalla costruzione stessa a loro eterna perdizione e dannazione. Pietre morte, sono oggi, oltre ai dissidenti storici, protestanti di miriadi di sette, ortodossi, eretici nestoriani, monofisiti, monoteliti, veterocattolici di Utrecht, eretici feeneysti, pure i modernisti ed ultra modernisti del Novus ordo con i loro fiancheggiatori ipocriti della galassia sedevacantista e dei gallicani fallibilisti disobbedienti, i non-preti-kadosh di Sion-Ecôn. Povero Gesù-Cristo, tradito e sbeffeggiato da nemici (i soliti che odiano Dio e tutti gli uomini) e soprattutto da apparenti amici, dai ladri e dai briganti che non entrano dalle porte ma si arrampicano per camini e tralicci onde penetrare nel gregge a divorare anime. Non resta, al sempre più sparuto pusillus grex, che abbeverarsi alla fonte di acqua cristallina del Magistero infallibile del Vicario di Cristo, in attesa, dopo la persecuzione profetizzata, del soffio della bocca di Cristo che brucerà l’anticristo ed i suoi corifei di ogni risma, in particolare quelli in talare, nera, rossa, porpora o … bianca. Che Dio ci liberi e la Vergine Maria ci scansi!

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

SEMPITERNUS REX CHRISTUS(1)

XV CENTENARIO
DEL CONCILIO ECUMENICO DI CALCEDONIA

L’eterno re Cristo, prima di promettere a Pietro, figlio di Giovanni, il governo della Chiesa, avendo domandato ai discepoli che cosa pensassero di lui gli uomini e gli stessi Apostoli, lodò con singolare encomio quella fede che doveva vincere gli assalti e le tempeste infernali, e che Pietro, illuminato dalla luce del Padre celeste, aveva espresso con queste parole: «Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivente» (Mt XVI, 16). Questa fede, che produce i serti degli Apostoli, le palme dei Martiri, i gigli delle Vergini, e che è virtù di Dio per la salvezza d’ogni credente (cf. Rm I, 16), è stata efficacemente difesa e splendidamente illustrata in modo particolare da tre concili ecumenici, quello di Nicea, quello di Efeso e quello di Calcedonia, di cui ricorre alla fine di quest’anno il XV centenario. È conveniente che questo lietissimo avvenimento sia celebrato così a Roma come in tutto il mondo cattolico con quelle solennità che, con soave commozione dell’animo, ordiniamo, dopo aver reso grazie a Dio, ispiratore d’ogni consiglio salutare. Come infatti Pio XI, Nostro predecessore di f. m., nell’anno 1925 in quest’alma città volle solennemente commemorare sacro Concilio di Nicea, e parimenti nell’anno 1931 rievocò  nell’enciclica Lux veritatis il sacro Concilio di Efeso, così Noi in questa lettera, con uguale apprezzamento e premura, ricordiamo il concilio di Calcedonia; poiché i sinodi di Efeso e di Calcedonia, riguardando l’unione ipostatica del Verbo incarnato, sono tra loro indissolubilmente legati; l’uno e l’altro fin dall’antichità furono tenuti in sommo onore sia presso gli orientali, che ne fanno memoria anche nelle loro liturgie, sia presso gli occidentali, come attesta lo stesso san Gregorio Magno, il quale esaltandoli non meno dei due Concili ecumenici celebrati nel secolo precedente, cioè il Niceno e il Costantinopolitano, scrisse queste memorande parole: «Su questi, come su di una pietra quadrata, si eleva l’edificio della santa Fede, e chi non si appoggia alla loro solidità, qualunque sia la sua vita e la sua azione, anche se può sembrare una pietra, tuttavia giace fuori dell’edificio».(2)  – Ma se si considerano attentamente questo avvenimento e le sue circostanze, due punti chiaramente emergono, che Noi vogliamo, quant’è possibile, mettere in luce: cioè il Primato del Romano Pontefice, che rifulse manifestamente dalla gravissima controversia di fede cristologica, e la grandissima importanza della definizione dogmatica del concilio di Calcedonia. Al Primato del Pontefice Romano rendano senza esitazione il debito omaggio riverente, seguendo l’esempio e le orme dei loro padri, coloro che, per la malvagità dei tempi, specialmente nei paesi orientali, sono separati dal seno e dall’unità della Chiesa; questa dottrina, guardando all’interno del mistero di Cristo con più puro intuito della mente, accolgano finalmente intera quelli che sono irretiti negli errori di Nestorio e di Eutiche; e la stessa dottrina considerino con più profonda aderenza al vero coloro che, animati da esagerato desiderio di novità, osano scardinare in qualche modo i termini legittimi e inviolabili, quando scrutano il mistero con cui siamo stati redenti. Finalmente tutti coloro che portano il nome di Cattolici prendano di qui un forte incitamento a coltivare col pensiero e con la parola la preziosissima perla evangelica, professando e conservando intemerata la Fede, con l’aggiunta però di quel che vale di più: la testimonianza cioè della propria vita, in cui, allontanato con l’aiuto della divina misericordia tutto ciò che sa di dissonante, di indegno e di riprovevole, risplenda la purezza delle virtù; e in tal modo avverrà che essi partecipino alla Divinità di Colui che si è degnato farsi partecipe della nostra umanità.

I

Ma, per procedere con ordine, bisogna rifarsi all’origine dei fatti da commemorare. L’autore di tutta la controversia, che si agitò nel concilio di Calcedonia, fu Eutiche, sacerdote e archimandrita di un celebre monastero di Costantinopoli. Datosi a combattere a fondo l’eresia di Nestorio, che affermava due Persone in Cristo, cadde nell’errore opposto. «Molto imprudente e assai ignorante»,(3) con incredibile pertinacia faceva queste asserzioni: bisogna distinguere due momenti: prima dell’Incarnazione le nature di Cristo erano due, cioè l’umana e la divina; ma dopo l’unione non vi fu che una sola natura, avendo il Verbo assorbito l’uomo; da Maria Vergine ha avuto origine il corpo del Signore, che però non è della stessa sostanza e materia nostre, giacché esso è umano, ma non consostanziale a noi né a Colei che ha partorito Cristo secondo la carne;(4) perciò Cristo non è nato né ha patito né è stato crocifisso né è risorto in una vera natura umana. – Ciò dicendo Eutiche non si accorgeva che prima dell’unione, la natura umana di Cristo non esisteva affatto, perché cominciò a esistere dal momento della sua concezione; che dopo l’unione è assurdo pensare che di due nature se ne faccia una sola, perché in nessun modo le due nature vere e reali si possono ridurre ad una, tanto più che la natura divina è infinita e immutabile.  – Chi considera con sano giudizio tali opinioni, vede facilmente che tutto il mistero della divina economia svanisce in ombre vane e impalpabili. – Alle persone assennate l’opinione di Eutiche apparve evidentemente del tutto nuova, assurda, in assoluta contraddizione con gli oracoli dei profeti e i testi del Vangelo, come pure col Simbolo apostolico e col dogma di fede sancito a Nicea: un’opinione attinta alle fonti impure di Valentino e di Apollinare. – In un sinodo particolare, riunito a Costantinopoli e presieduto da san Flaviano vescovo della medesima città, Eutiche, che andava disseminando ostinatamente e largamente i suoi errori per i monasteri, su formale accusa di eresia del Vescovo Eusebio di Dorileo, fu condannato. Ma Eutiche, come se la condanna fosse ingiusta per lui, che reprimeva la rinascente empietà di Nestorio, si appellò al giudizio di alcuni Vescovi di grande autorità. Una siffatta lettera di protesta ricevette lo stesso san Leone Magno, Pontefice della Sede Apostolica, le cui splendide e solide virtù, la vigile sollecitudine per la Religione e per la pace, la strenua difesa della verità e della dignità della Cattedra Romana, l’abilità nel trattare gli affari, pari all’armoniosa eloquenza, riscuotono l’inesauribile ammirazione di tutti i secoli. Nessuno più di lui sembrava capace e idoneo a rintuzzare l’errore di Eutiche, perché nelle sue allocuzioni e nelle sue lettere con magnificenza pari alla pietà, egli soleva esaltare e celebrare il mistero, mai abbastanza predicato, dell’unica Persona e delle due nature in Cristo: «La Chiesa Cattolica vive e prospera di questa Fede, per cui in Gesù Cristo non si crede né l’umanità senza la divinità né la divinità senza l’umanità».(5) – Ma l’archimandrita Eutiche, avendo poca fiducia nel patrocinio del Romano Pontefice, appigliandosi alle astuzie e agli inganni, per mezzo di Crisafio, al quale era legato da stretta amicizia e che era molto accetto all’imperatore Teodosio II, ottenne dallo stesso imperatore che la sua causa fosse riveduta e si riunisse ad Efeso un altro Concilio, cui presiedesse Dioscoro, Vescovo di Alessandria. Questi, intimo amico di Eutiche, ma avverso a Flaviano, Vescovo di Costantinopoli, ingannato da falsa analogia di dogmi, andava dicendo che come Cirillo, suo predecessore, aveva difeso una sola Persona in Cristo, così egli voleva difendere con tutte le forze una sola natura in Cristo dopo l’«unione». San Leone Magno, per motivo di pace, non ricusò di mandarvi i suoi legati, che portassero, insieme con altre due lettere – una al sinodo, l’altra a Flaviano, in cui gli errori eutichiani erano confutati con la chiarezza di una dottrina perfetta e copiosa. – Ma in questo sinodo Efesino, che Leone denominò giustamente latrocinio, arbitri Dioscoro ed Eutiche, tutto fu manipolato con violenza; fu negato ai legati apostolici il primo posto nel consesso; fu proibito di leggere le lettere del Sommo Pontefice, i voti dei Vescovi furono estorti per via d’inganni e di minacce; insieme con altri Flaviano fu accusato di eresia, privato dell’ufficio pastorale e gettato in carcere, dove morì. E la temerità del furibondo Dioscoro arrivò a tal punto che (nefando delitto!) osò lanciare la scomunica alla suprema Autorità Apostolica. Appena Leone venne a sapere per mezzo del diacono Ilaro le malefatte del conciliabolo brigantesco, disapprovò tutto ciò che là si era fatto e decretato, ordinandone un nuovo esame, e ne soffrì acerbo dolore, alimentato dai frequenti appelli al suo giudizio da parte di molti Vescovi deposti. – Degno di menzione è ciò che scrissero in quella circostanza Flaviano e Teodoreto di Ciro al supremo Pastore della Chiesa. Così si esprime Flaviano: «Volgendo, come per un partito preso, tutte le cose iniquamente a mio danno, dopo quell’ingiusta sentenza pronunziata contro di me [da Dioscoro], come a lui piacque, mentre io mi appellavo al trono dell’Apostolica Sede di Pietro, Principe degli Apostoli, e a tutto il beato sinodo soggetto a vostra Santità, subito mi vidi circondato da molti soldati, che non mi permettevano di rifugiarmi presso il santo altare, ma cercavano di tirarmi fuori della chiesa».(6) E questo scrive Teodoreto: «Se Paolo, araldo della verità, si recò dal grande Pietro, molto più noi umili e piccoli ricorriamo alla vostra Apostolica Sede, per ottenere da voi rimedio alle piaghe delle chiese. Perché a voi spetta esercitare il Primato su tutte. … Io aspetto il giudizio della vostra Apostolica Sede. … Anzitutto io prego di essere istruito da voi, se debba rassegnarmi a questa ingiusta deposizione oppure no; attendo la vostra sentenza». (7) – Per cancellare tanta macchia, Leone spinse con insistenti lettere Teodosio e Pulcheria a porre rimedio a così tristi condizioni di cose e perciò a radunare nei confini dell’Italia un nuovo Concilio che riparasse le malefatte di quello Efesino. Un giorno ricevendo nella Basilica Vaticana Valentiniano III, la madre di lui Galla Placidia e la moglie Eudossia, circondato da una fitta corona di Vescovi, con gemiti e pianto li indusse a provvedere immediatamente secondo le loro forze al crescente disagio della Chiesa. Allora scrisse un imperatore all’altro; scrissero le stesse regine. Ma invano: Teodosio, circondato da astuzie e da inganni, non una riparò delle ingiustizie commesse. Ma quando l’imperatore inopinatamente morì, sua sorella Pulcheria assunse il governo e prese come marito, associandolo nell’impero, Marciano, ambedue stimati per pietà e saggezza. Allora Anatolio, che Dioscoro aveva messo arbitrariamente sulla cattedra di Flaviano, sottoscrisse la lettera di Leone a Flaviano intorno all’Incarnazione del Verbo; la salma di Flaviano fu trasportata con grande pompa a Costantinopoli; i Vescovi deposti furono restituiti alle loro sedi; unanime divenne la riprovazione dell’eresia eutichiana, sicché non si vedeva più la necessità di un nuovo Concilio, tanto più che le condizioni dell’impero romano erano malsicure a causa delle invasioni barbariche. – Tuttavia il Concilio si radunò e si celebrò per desiderio dell’imperatore e col consenso del Sommo Pontefice. – Calcedonia era una città della Bitinia, presso il Bosforo di  Tracia, di fronte a Costantinopoli, situata sull’opposta sponda. Quivi nell’ampia basilica suburbana di S. Eufemia vergine e martire, l’8 ottobre, partiti da Nicea, dov’erano già a tale scopo raccolti, si riunirono i Padri, in numero di circa seicento, tutti dei paesi orientali, eccetto due africani profughi dalla patria. – Collocato in mezzo il libro dei Vangeli, davanti ai cancelli del santo altare prendevano posto diciannove rappresentanti dell’imperatore e del senato. Il compito di legati pontifici fu affidato ai piissimi personaggi Pascasino, vescovo di Lilibeo in Sicilia, Lucenzio, vescovo di Ascoli, Bonifacio e Basilio sacerdoti, ai quali si aggiunse Giuliano, vescovo di Cos, per aiutarli con la sua diligente opera. I legati del Romano Pontefice occupavano il primo posto tra i Vescovi; per primi sono nominati, per primi prendono la parola, per primi firmano gli atti e, in forza della loro autorità delegata, confermano o rigettano i voti degli altri, come avvenne apertamente nella condanna di Dioscoro che essi ratificarono con queste parole: «Il santissimo e beatissimo Arcivescovo della grande e antica Roma, Leone, per mezzo di noi e di questo santo sinodo, insieme col beatissimo e degnissimo di lode Pietro Apostolo, che è la pietra e la base della Chiesa Cattolica, e il fondamento della fede ortodossa, ha spogliato lui [Dioscoro] della dignità episcopale come anche lo ha rimosso da ogni ministero sacerdotale».(8) – Del resto, che non solo i legati pontifici abbiano esercitato l’autorità di presiedere, ma che il diritto e l’onore di presiedere sia stato anche riconosciuto loro da tutti i padri del Concilio, senza alcuna opposizione, risulta chiaro dalla lettera sinodica inviata a Leone: «Tu in verità – essi scrivono – presiedevi come il capo alle membra dimostrando benevolenza in coloro che tenevano il tuo posto».(9) – Non vogliamo qui passare in rassegna i singoli atti del Concilio, ma soltanto toccarne brevemente i principali, in quanti sono utili a porre in luce la verità e a giovare alla Religione. Pertanto non possiamo, dal momento che si agita la questione della dignità della Sede Apostolica, passare sotto silenzio il canone 28 di quel Concilio, nel quale si attribuiva il secondo posto di onore dopo la Sede Romana alla Sede Episcopale di Costantinopoli, come città imperiale. Sebbene nulla vi sia stato fatto contro il divino Primato di giurisdizione, che da tutti era riconosciuto, tuttavia quel canone, compilato in assenza e contro la volontà dei legati pontifici, e perciò clandestino e surrettizio, è destituito di ogni valore giuridico e da san Leone fu riprovato e condannato in molte lettere. E del resto a tale sentenza di annullamento aderirono Marciano e Pulcheria, anzi lo stesso Anatolio, il quale, scusando la riprovevole audacia di quell’atto; così scrisse a Leone: «Di quelle cose che nei giorni scorsi sono state decretate nel Concilio universale di Calcedonìa a favore della Sede costantinopolitana, sia certa vostra beatitudine che io non ho alcuna colpa …, ma è il reverendissimo clero della chiesa costantinopolitana, che ha avuto questo desiderio …; essendo state riservate all’autorità di vostra Beatitudine tutta la validità e l’approvazione di tale atto».(10)

II

Ma veniamo ormai al cardine di tutta la questione, e cioè alla solenne definizione della Fede cattolica, con cui fu rigettato e condannato il pernicioso errore di Eutiche. Nella quarta sessione dello stesso sacro Sinodo, fu richiesto dai rappresentanti imperiali che si componesse una nuova formula di Fede; ma il legato pontificio Pascasino, interpretando il voto di tutti, rispose che ciò non era affatto necessario, essendo sufficienti i Simboli di fede e i canoni già in uso nella Chiesa, prima tra essi, nel caso presente, la lettera di Leone a Flaviano: «In terzo luogo poi (cioè dopo i Simboli Niceno e Costantinopolitano e la loro esposizione fatta da san Cirillo nel Concilio Efesino) gli scritti inviati dal beatissimo e apostolico Leone, Papa della Chiesa universale, contro l’eresia di Nestorio e di Eutiche, hanno già indicato quale sia la vera fede. Similmente anche il santo sinodo questa stessa fede tiene e segue».(11)  – Giova qui ricordare che questa importantissima lettera di san Leone a Flaviano intorno all’Incarnazione del Verbo fu letta nella terza sessione del Concilio; e appena tacque la voce del lettore, tutti i presenti gridarono insieme unanimi: «Questa è la fede dei padri, questa è la fede degli Apostoli. Tutti crediamo così, gli ortodossi credono così. Sia scomunicato chi non crede così. Pietro così ha parlato per bocca di Leone».(12) – Dopo questo, in pieno consenso tutti dissero che il documento del Romano Pontefice concordava perfettamente con i Simboli Niceno e Costantinopolitano. Nondimeno nella quinta sessione sinodale, su rinnovata richiesta dei rappresentanti di Marciano e del senato, fu preparata una nuova formula di Fede da un consiglio scelto di Vescovi di varie regioni, che si erano riuniti nell’oratorio della Basilica di Santa Eufemia; essa è composta di un prologo, del Simbolo Niceno e del Simbolo Costantinopolitano, allora promulgato per la prima volta, e della solenne condanna dell’errore eutichiano. Tale formula fu approvata dai Padri del Concilio con unanime consenso. – Crediamo ora di fare cosa degna, venerabili fratelli, se Ci fermiamo un poco a spiegare il documento del Romano Pontefice, che rivendica splendidamente la Fede cattolica. Anzitutto contro Eutiche che andava dicendo: «Confesso che il Signore nostro era di due nature prima dell’unione; dopo l’unione invece confesso una sola natura»,(13) non senza sdegno così il Santissimo Pontefice contrappone la luce della folgorante verità: «Mi meraviglio che una sua formula così assurda e così perversa non sia stata riprovata da alcuna protesta dei giudici…; mentre è egualmente empio asserire nel Figlio unigenito di Dio due nature prima dell’incarnazione come ammettere in Lui una sola natura dopo che il Verbo si è fatto carne».(14) Né con minore energia il Papa colpisce Nestorio, che nell’errore va all’eccesso contrario: «In forza di quest’unità di persona da ammettersi nelle due nature, si legge che il Figlio dell’uomo è disceso dal cielo, quando il Figlio di Dio assume la carne dalla Vergine, dalla quale è nato. E ancora si dice che il Figlio di Dio è stato crocifisso e sepolto, mentre Egli ha sofferto queste cose non nella divinità stessa, per la quale l’Unigenito è coeterno e consostanziale al Padre, ma nella sua debole natura umana. Sicché tutti professiamo anche nel Simbolo che l’unigenito Figlio di Dio è stato crocifisso e sepolto».(15) – Oltre la distinzione delle due nature in Cristo, vien qui rivendicata con molta chiarezza anche la distinzione delle proprietà e delle operazioni dell’una e dell’altra natura: «Salva dunque – egli dice – la proprietà dell’una e dell’altra natura, confluenti nell’unica Persona, è stata assunta l’umiltà dalla maestà, la debolezza dalla forza, la mortalità dall’eternità».(16) E ancora: «L’una e l’altra natura conservano senza minorazione la loro proprietà».(17) – Ma la duplice serie di quelle proprietà e operazioni si attribuisce all’unica Persona del Verbo, perché «Uno … e il medesimo è veramente Figlio di Dio e veramente Figlio dell’uomo».(18) per cui: «Operano dunque l’una e l’altra natura con mutua comunione ciò che loro è proprio, cioè il Verbo opera ciò che è proprio del Verbo e la carne esegue ciò che è proprio della carne».(19) Qui appare la ben nota comunicazione degli idiomi, come si suol dire, che Cirillo giustamente difese contro Nestorio, appoggiandosi al solito principio che le due nature di Cristo sussistono nell’unica Persona del Verbo, del Verbo cioè generato dal Padre prima di tutti i secoli, secondo la divinità, è nato da Maria nel tempo, secondo l’umanità.  – Questa profonda dottrina, attinta dal Vangelo, senza sconfessare ciò che era stato definito nel concilio Efesino, condanna Eutiche, mentre non risparmia Nestorio; e con essa concorda perfettamente la definizione dogmatica del concilio Calcedonese, la quale parimenti afferma con chiarezza ed energia due distinte nature e una Persona in Cristo con queste parole: «Il santo, grande e universale sinodo condanna (quelli) che fantasticano di due nature del Signore prima dell’unione, e ne immaginano una dopo l’unione. Noi dunque, sulle orme dei santi Padri, insegniamo in pieno accordo a confessare un solo e medesimo Figlio e Signore nostro Gesù Cristo; il medesimo perfetto nella divinità e perfetto nell’umanità, Dio vero e uomo vero, fatto di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre secondo la divinità, consostanziale a noi secondo l’umanità, simile a noi in tutto fuorché nel peccato; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, da Maria Vergine genitrice di Dio, secondo l’umanità, negli ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza; un solo e medesimo Cristo, Figlio, Signore, Unigenito da riconoscersi in due nature senza confusione, senza separazione, in nessun modo tolta la differenza delle nature per ragione dell’unione, e anzi salva la proprietà dell’una e dell’altra natura concorrenti in una sola Persona e sussistenza: non in due persone scisso o diviso, ma un solo e medesimo Figlio e Unigenito Dio Verbo, Signore Gesù Cristo».(20) – Se si domanda per qual motivo il linguaggio del Concilio di Calcedonia si distingua per chiarezza ed efficacia nell’impugnare l’errore, crediamo dipenda dal fatto che, messa da parte  ogni ambiguità, si adoperano termini molto appropriati. Difatti, nella definizione calcedonese, alle voci persona e ipostasi (prósôpon e ypóstasis) si attribuisce uguale significato; invece al termine natura (fýsis) si dà un senso diverso, né mai il significato di esso è attribuito ai due primi.  – Pertanto a torto pensavano una volta nestoriani ed eutichiani e oggi vanno dicendo alcuni storici, che il concilio di Calcedonia ha corretto ciò che si era definito nel concilio di Efeso. L’uno completa l’altro; la sintesi poi armonica della dottrina cristologica fondamentale appare definitiva nel secondo e nel terzo concilio di Costantinopoli. – È veramente doloroso che alcuni antichi avversari del Concilio Calcedonese, detti anch’essi monofisiti, abbiano respinto una fede così pura, così sincera e integra, a causa di alcune espressioni di antichi mal comprese. Difatti, sebbene essi fossero avversi ad Eutiche, che parlava assurdamente di mescolanza delle nature di Cristo, pure si attaccarono tenacemente alla nota formula: «Una è la natura del Verbo incarnata», di cui si era servito san Cirillo Alessandrino, come se fosse di sant’Atanasio, ma in senso ortodosso, perché egli intendeva la natura nel significato di persona. I padri di Calcedonia però avevano eliminato ogni equivoco e ogni incertezza da quei termini: giacché essi, equiparando la terminologia trinitaria a quella cristologica, identificarono la natura e l’essenza (ousía) da una parte e la Persona e l’ipostasi dall’altra, distinguendo bene tra loro le due coppie di termini, mentre i suddetti dissidenti identificarono con la Persona la natura, ma non l’essenza. Si deve perciò dire, secondo il linguaggio comune e chiaro, che in Dio c’è una natura e tre persone, ma in Cristo c’è una Persona e due nature. – Per il motivo qui addotto accade che ancora oggi alcuni gruppi di dissidenti sparsi in Egitto, in Etiopia, in Siria, in Armenia e altrove, nel formulare la dottrina dell’Incarnazione del Signore sembrano deviare dal retto sentiero piuttosto con le parole; il che si può arguire dai loro documenti liturgici e teologici. – Del resto già nel secolo XII, un uomo, che presso gli armeni godeva di grande autorità, confessava candidamente il suo  pensiero intorno a questa materia: «Noi diciamo che Cristo è una natura non per via di confusione, alla maniera di Eutiche, né di mutilazione, come voleva Apollinare, ma secondo la mente di Cirillo Alessandrino, il quale nel libro Scholia adversus Nestorium dice: Una è la natura del Verbo incarnato, come hanno insegnato i padri. … E noi pure l’abbiamo appreso dalla tradizione dei santi, non introducendo nell’unione di Cristo confusione o mutazione o alterazione secondo il pensiero degli eterodossi, asserendo una natura, ma nel senso d’ipostasi, che voi stessi ponete in Cristo; il che è giusto e noi lo riconosciamo, ed equivale perfettamente alla nostra formula “Una natura…”. Né ricusiamo di dire “due nature” purché non s’intenda per via di divisione come vuole Nestorio, ma si mantenga chiara l’inconfusione contro Eutiche e Apollinare».(21) – Se il gaudio e la santa letizia toccano l’apice quando si realizza la parola del salmo: «Ecco come è bello e giocondo che i fratelli si trovino insieme uniti» (Sal CXXXII,1); se la gloria di Dio allora specialmente risplende congiunta all’utilità di tutti quando la piena verità e la piena carità legano insieme le pecorelle di Cristo, vedano coloro che con amore e dolore abbiamo qui sopra ricordato, se sia lecito e utile tenersi ancora lontano, specialmente per un iniziale equivoco di parole, dalla chiesa una e santa, fondata sugli zaffiri (cf. Is LIV,11) cioè sui profeti e gli apostoli, sulla stessa pietra angolare somma, Gesù Cristo (cf. Ef. II,20). – È del tutto contraria anche alla definizione di fede del concilio di Calcedonia l’opinione, assai diffusa fuori del Cattolicesimo, poggiata su un passo dell’epistola di Paolo apostolo ai Filippesi (Fil II,7), malamente e arbitrariamente interpretato: la dottrina chiamata kenotica, secondo la quale in Cristo si ammette una limitazione della divinità del Verbo; un’invenzione veramente strana che, degna di riprovazione come l’opposto errore del docetismo, riduce tutto il mistero dell’incarnazione e redenzione a ombre evanescenti. «Nell’integra e perfetta natura di vero uomo così insegna eloquentemente Leone Magno, è nato il vero Dio, intero nelle sue proprietà, intero nelle nostre».(22)

Sebbene nulla vieti di scrutare più a fondo l’umanità di Cristo, anche sotto l’aspetto psicologico, tuttavia nell’arduo campo di tali studi non mancano coloro che abbandonano più del giusto le posizioni antiche per costruirne delle nuove, e si servono a torto dell’autorità e della definizione del concilio Calcedonese per sorreggere le proprie elucubrazioni. – Costoro spingono tanto innanzi lo stato e la condizione della natura umana di Cristo da sembrare che essa sia ritenuta un soggetto autonomo, come se non sussistesse nella Persona dello stesso Verbo. Ma il Concilio Calcedonese, in tutto concorde con quello Efesino, afferma chiaramente che le due nature del nostro Redentore convergono «in una sola persona e sussistenza» e proibisce di ammettere in Cristo due individui, di maniera che accanto al Verbo sia posto un certo «uomo assunto», dotato di piena autonomia. – San Leone, poi, non solo tiene la stessa dottrina, ma indica e dimostra anche la fonte da cui attinge questi puri principi: «Tutto ciò – egli dice – che da noi è stato scritto si prova che è stato preso dalla dottrina apostolica ed evangelica».(23). – Difatti la Chiesa fin dai primi tempi, sia nei documenti scritti, sia nella predicazione, sia nelle preci liturgiche, professa in modo chiaro e preciso che l’unigenito Figlio di Dio, consostanziale al Padre, nostro Signore Gesù Cristo, Verbo incarnato è nato sulla terra, ha patito, è stato confitto in croce e, dopo essere risorto dal sepolcro, è asceso al cielo. Inoltre la sacra Scrittura attribuisce all’unico Cristo, Figlio di Dio, proprietà umane, e al medesimo, Figlio dell’Uomo, proprietà divine. – Difatti l’evangelista Giovanni dichiara: «Il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14); Paolo poi scrive di lui: «Il quale, già sussistente nella natura di Dio … si è umiliato, fatto obbediente fino alla morte» (Fil. II, 6-8); oppure: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il Figlio suo fatto da donna» (Gal IV, 4); e lo stesso divino Redentore afferma in modo perentorio: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv. X, 30); e ancora: «Sono uscito dal Padre e son venuto nel mondo» (Gv. XVI, 28). L’origine celeste del nostro Redentore risplende anche in questo testo del Vangelo: «Son disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv. VI, 38). E  da quest’altro: «Colui che discende, è quello stesso che ascende sopra tutti i cieli» (Ef. IV, 10). Affermazione che san Tommaso d’Aquino così commenta e illustra: «Chi discende è quegli stesso che ascende. Nel che è designata l’unità della Persona del Dio uomo. Discende infatti … il Figlio di Dio assumendo la natura umana, ma ascende il Figlio dell’uomo secondo l’umana natura alla sublimità della vita immortale. E così lo stesso è il Figlio di Dio, che discende, e il Figlio dell’uomo che ascende». (24)  – Questo stesso concetto già l’aveva felicemente espresso il Nostro predecessore Leone Magno con queste parole: «Poiché alla giustificazione degli uomini questo principalmente contribuisce, che l’Unigenito di Dio si è degnato di essere anche il Figlio dell’uomo in maniera che quello stesso che è Dio, homooúsios al Padre, ossia della stessa sostanza del Padre, fosse anche vero uomo e consostanziale alla Madre secondo la carne; noi godiamo dell’uno e dell’altro giacché non ci salviamo che in virtù di ambedue, non dividendo affatto il visibile dall’invisibile, il corporeo dall’incorporeo, il passibile dall’impassibile, il palpabile dall’impalpabile, la forma del servo dalla forma di Dio; perché, sebbene uno sussista fin dall’eternità e l’altro sia cominciato nel tempo, tuttavia, essendo convenuti nell’unione, non possono più avere né separazione né fine». (25) – Solo dunque se con santa e pura fede si crede che in Cristo non c’è altra Persona che quella del Verbo, in cui confluiscono le due nature, l’umana e la divina, del tutto distinte fra di loro, diverse per proprietà e operazioni, appaiono la magnificenza e la pietà della nostra redenzione, mai abbastanza esaltata. – O sublimità della misericordia e della giustizia divina, che portò soccorso ai colpevoli e si procurò dei figli! O cieli curvati in basso affinché, allontanate le brume invernali, apparissero i fiori sulla nostra terra (cf. Ct. II, 11s) e noi diventassimo uomini nuovi, nuova creatura, nuova fattura, gente santa e prole celeste! Il Verbo ha veramente patito nella sua carne, ha sparso il suo sangue sulla croce e all’eterno Padre ha pagato un sovrabbondante prezzo di soddisfazione per le nostre colpe; onde avviene che risplende sicura la speranza di salvezza a coloro che con fede sincera e con carità operosa aderiscono a Cristo e, con l’aiuto della grazia da lui procurata, producono frutti di giustizia.

III

L’evocazione di fasti così gloriosi e così insigni della Chiesa, di natura sua fa sì che Noi con amore più vivo rivolgiamo il pensiero agli orientali. Infatti il sacrosanto Concilio ecumenico di Calcedonia è soprattutto un loro monumento glorioso, che certamente durerà per tutti i secoli: giacché là, sotto la guida della Sede Apostolica, da un’assemblea di circa seicento Vescovi orientali la dottrina dell’unità di Cristo, per cui le due nature, divina e umana, concorrono distintamente e senza confusione in una sola Persona, essendo stata adulterata con empia audacia, fu tempestivamente difesa e mirabilmente dichiarata. Ma purtroppo molti nei paesi orientali si sono miseramente allontanati per una lunga serie di secoli dall’unità del Corpo mistico di Cristo, di cui l’unione ipostatica è fulgido esemplare. Non è forse cosa santa, salutare e conforme alla volontà di Dio che tutti finalmente ritornino all’unico ovile di Cristo?Per quanto spetta a Noi, vogliamo che essi sappiano bene che i nostri pensieri sono di pace e non di afflizione (cf. Ger. XXIX, 11). Peraltro è ben noto che questa disposizione d’animo Noi l’abbiamo dimostrata anche coi fatti e se, per necessità di cose, Ci gloriamo in questo, Ci gloriamo nel Signore, il quale è il datore d’ogni buona volontà. Seguendo dunque le orme dei Nostri predecessori, Ci siamo adoperati assiduamente perché sia facilitato agli orientali il ritorno alla Chiesa Cattolica: abbiamo difeso i loro legittimi riti, promosso gli studi che li riguardano, promulgato per loro provvide leggi, circondato di cura particolare la Congregazione per la Chiesa Orientale istituita nella Curia romana; abbiamo insignito dello splendore della porpora romana il Patriarca degli armeni. – Mentre infieriva la recente guerra con la sequela di miseria, di fame e di malattie, Noi, senza distinzione tra dissidenti e coloro che sogliono chiamarci Padre, Ci siamo adoperati ad alleviare dappertutto il peso delle sciagure: Ci siamo sforzati di aiutare le vedove, i fanciulli, i vecchi, i malati e saremmo stati più felici se avessimo potuto adeguare i mezzi ai desideri. A questa Sede Apostolica dunque, per cui il presiedere è giovare, a quest’incrollabile rupe di verità piantata da Dio, quelli che per calamità di tempi si sono da essa separati – guardando e imitando Flaviano, nuovo Giovanni Crisostomo nel sopportare le prove più dure per la giustizia, i padri calcedonesi, eletti membri del Corpo mistico di Cristo, il forte Marciano, mite e saggio principe, Pulcheria, giglio fulgido di regale e intemerata bellezza – non tardino a rendere il dovuto omaggio: Noi prevediamo quale ricca fonte di beni a comune vantaggio dell’orbe cristiano scaturirà da questo ritorno all’unità della Chiesa. Certo non ignoriamo quale cumulo inveterato di pregiudizi impedisca tenacemente che si realizzi la preghiera innalzata da Cristo all’eterno Padre per i seguaci dell’evangelo, nell’ultima cena: «Che tutti siano una cosa sola» (Gv XVII, 21). Ma conosciamo anche che la forza della preghiera è così grande, se gli oranti, in compatta schiera, ardono di sicura fede in una coscienza pura, che si può spostare perfino una montagna e precipitarla nel mare (cf. Mc XI, 23). Desideriamo dunque ardentemente che tutti coloro cui sta a cuore il caldo richiamo ad abbracciare l’unità cristiana (e nessuno che appartenga a Cristo può far poco conto di una cosa così grave), innalzino preci e suppliche a Dio, Autore e fonte di ordine, unità e bellezza, affinché i voti lodevoli degli uomini migliori si realizzino quanto prima. A spianare certamente il cammino per cui si deve raggiungere tale meta, vale l’indagine senza ira e passione con cui, oggi più che nel passato, sogliono ricostruirsi e vagliarsi i fatti antichi. – Ma c’è un altro motivo che con grande urgenza esige che le schiere denominate cristiane quanto prima si uniscano e combattano sotto un solo vessillo contro i tempestosi assalti del nemico infernale. Chi non ha orrore dell’odio e della ferocia con cui i nemici di Dio, in molti paesi del mondo, minacciano di distruggere o cercano di sradicare tutto ciò che c’è di divino e di cristiano? Contro le associate schiere di costoro, non possono continuare, divisi e dispersi, a perder tempo tutti quelli che, segnati dal carattere battesimale, sono destinati per dovere alla buona battaglia di Cristo. – I ceppi, le sofferenze, i tormenti, i gemiti, il sangue di coloro che, noti o ignoti, moltitudine senza numero, in questi ultimi tempi e ancora oggi, per la costanza della virtù e la professione della fede cristiana hanno sofferto e soffrono, con voce sempre più alta eccitano tutti ad abbracciare questa santa unità della Chiesa. – La speranza del ritorno dei fratelli e dei figli già da lungo tempo separati da questa Sede Apostolica è rafforzata dalla croce inasprita e insanguinata dalle sofferenze di tanti altri fratelli e figli: nessuno impedisca o trascuri l’opera salutare di Dio! Ai benefici e al gaudio di questa unità, con paterna esortazione, invitiamo e richiamiamo anche coloro che seguono gli errori nestoriani e monofisitici. Si persuadano essi che Noi reputiamo come una fulgidissima gemma della corona del Nostro apostolato, se Ci sia dato di poter abbracciare con amore e onore coloro che sono tanto più cari a Noi, quanto più il loro lungo distacco Ce ne ha acuito il desiderio. – Finalmente è Nostro voto che, quando per la vostra sollecita opera, venerabili fratelli, sarà celebrata la commemorazione del sacrosanto concilio Calcedonese, tutti ne traggano impulso ad aderire con solidissima fede a Cristo nostro Redentore e Re. Nessuno, allettato dalle aberrazioni dell’umana filosofia e ingannato dalle tortuosità del linguaggio umano, osi scuotere col dubbio o pervertire con nocive innovazioni il dogma definito a Calcedonia, che cioè in Cristo ci sono due vere e perfette nature, una divina e l’altra umana, congiunte insieme ma non confuse, e sussistenti nell’unica Persona del Verbo. Anzi, uniti strettamente con l’Autore della nostra salvezza, che è «Via di santi costumi, Verità di divina dottrina e Vita di eterna beatitudine», (26) tutti riamino in Lui la propria natura restaurata, onorino la libertà redenta e, rigettata la stoltezza del mondo vecchio, passino con piena letizia alla sapienza dell’infanzia spirituale, che non conosce vecchiezza. – Accolga questi ardentissimi voti Dio uno e trino, la cui natura è bontà e la volontà è potenza, per intercessione della vergine Maria Madre di Dio, dei santi apostoli Pietro e Paolo, di Eufemia vergine calcedonese e martire trionfatrice. E voi, venerabili fratelli, unite per questo le vostre alle Nostre preghiere e fate che quanto vi abbiamo scritto venga a conoscenza di quanti più è possibile. Grati fin d’ora di questo aiuto, a voi e a tutti i sacerdoti e i fedeli affidati alla vostra cura pastorale, impartiamo di gran cuore l’apostolica benedizione, nel cui auspicio possiate sottomettervi più volentieri al giogo leggero e soave di Cristo Re ed essere sempre più simili nell’umiltà a Colui del quale volete partecipare la gloria.

Roma, presso San Pietro, l’8 settembre, festa della natività di Maria vergine, nell’anno 1951, XIII del Nostro pontificato.

PIO PP. XII


(1) PIUS PP. XII, Litt. enc. Sempiternus Rex de œcumenica Chalcedonensi Synodo quindecim abhinc sæculis celebrata, [Ad venerabiles Fratres Patriarchas, Primates, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios, pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 8 septembris 1951: AAS 43 (1951), pp. 625-644.

Celebrazioni del XV centenario del concilio di Calcedonia. Premesse dottrinali e storiche di quel concilio (8 ottobre -1 ° nov. 451). Le prime vicende dell’eresia di Nestorio e di Eutiche. Il «latrocinio» di Efeso. Ricorso di Flaviano e di altri vescovi alla sede apostolica di Roma e intervento di papa Leone. Il concilio: definizione delle due nature nell’unica persona del Verbo e primato della sede apostolica di Roma. «Pietro ha parlato per bocca di Leone». Chiarezza e precisione di termini nella definizione di Calcedonia. Alcune moderne deviazioni. Dottrina evangelica e apostolica. Appello ai fratelli separati perché tornino all’unico gregge; unità contro i nemici di Dio e di Cristo; comunanza di martirio e di sangue.

(2) Registrum Epistularum, I, 25 (al. 24): PL 77, 478; ed. EWALD, I, 36.

(3) S. LEO M., Ep. 28 (Ad Flavianum), 1: PL 54, 755s. 

(4) Cf. FLAVIANUS, Ep. 26 (Ad Leonem M.): PL 54, 745.

(5) S. LEO M., Ep. 28, 5: PL 54, 777.

(6) SCHWARTZ, Acta Conciliorum Oecumenicorum, II, vol. II, pars 1. p 78.

(7) THEODORETUS, Ep. 52 (Ad Leonem M.), 1.5.6: PL 54, 847 et 851; cf. PG 83, 1311s et 1315s.

(8) MANSI, Conciliorum amplissima collectio, VI, 1047 (Act. III); SCHWARTZ, II, vol. I, pars altera, p. 29 [225] (Act. II).

(9) SYNODUS CHALCEDONENSIS, Ep. 98 (Ad Leonem M.), 1: PL 54, 951; MANSI, VI, 147.

(10) ANATOLIUS, Ep. 132 (Ad Leonem M.), 4: PL 54, 1084 MANSI, VI, 278s.

(11) MANSI, VII, 10.

(12) SCHWARTZ, II, vol. I, pars altera, p. 81 [277] (Act; III); MANSI, VI, 971 (Act. II).

(13) S. LEO M., Ep. 28, 6: PL 54, 777. 

(14) Ibid.

(15) S. LEO M., Ep. 28, 5: PL 54, 771; cf. S. AUGUSTINUS, Contra sermonem Arianorum, c. 8: PL 42, 688.

(16) S. LEO M., Ep. 28, 3: PL 54, 763; cf. S. LEO M., Serm. 21, 2: PL 54,192. 

(17) S. LEO M., Ep. 28, 3: PL 54, 765; cf. Serm. 23, 2: PL 54, 201:

(18) S. LEO M., Ep. 28, 4: PL 54, 767.

(19) Ibid.

(20) MANSI, VII, 114 et 115.

(21) Ita NERSES IV ( 1173) in Libello confessionis fidei, ad Manuelem Com nenum imperatorem byzantinum: I. CAPPELLETTI, S. Narsetis Claiensis, Armeno rum Catholici, opera, I, Venetiis 1833, pp. 182-183.

(22) S. LEO M., Ep. 28, 3: PL 54, 763; cf. Serm. 23, 2: PL 54, 201.

(23) S. LEO M., Ep. 152: PL 54, 1123.

(24) S. THOMAS AQ., Comm. in Ep. ad Ephesios, c. IV, lect. III, circa finem. 

(25) S. LEO M., Serm. 30, 6: PL 54, 233s.

(26) S. LEO M., Serm. 72, 1: PL 54, 390.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S.S. PIO XI – “RERUM OMNIUM PERTUBATIONEM”

La lettera Enciclica che segue, è un breve panegirico di un grande santo dell’epoca moderna, S. Francesco di Sales, un santo che, lottando strenuamente contro gli eretici calvinisti, avrebbe gettato le basi per una riscossa religiosa di una Francia uscita dalle rovine materiali e morali e ferita mortalmente dalla rivoluzione massonica anticattolica del 1789. La sua profonda e viva spiritualità sarebbe poi maturata in una scuola spirituale con il de Berulle, l’Olier, l’Oratorio francese del 700, che annoverera’ Santi del calibro di S. Giovanni M. Vianney, S. Giovanni Eudes, S. Luigi Grignion de Montfort, S. Giovanni Bosco e tanti teologi, moralisti e mistici “partoriti” dal seminario parigino di S. Sulpizio. Il santo Padre Ratti, Pio XI, ne tesse qui le giuste lodi, additandolo a modello di vita spirituale per i sacerdoti ed i fedeli. In particolare sottolinea il dovere che il Santo Vescovo proponeva ai suoi seguaci nella fede e a tutti i Cattolici, di tendere alla perfezione della vita cristiana ed alla Santità, a tutti accessibile, che essa procura. Il Santo Padre vuol così lasciare intendere che lo studio e la pratica della teologia ascetica e mistica, come esposta da S. Francesco di Sales nelle sue opere più conosciute e giustamente da tutti lodate, si impone come mezzo di santità per tutti – ognuno nel suo stato di vita – e di salvezza eterna. Tendere alla perfezione cristiana è santità a tutti possibile, anzi indispensabile per ottenere l’eterna salvezza, e chi non aspira ad essa non ama né la propria anima, né Dio né il proprio simile, ed in eterno perirà. Qui non c’è spazio per il libertinaggio modernista ed il paganesimo imposto dalle logge massoniche attraverso la falsa chiesa del “novus ordo” e i satelliti finto-tradizionalisti, sempre più svelata e che mostra la sua vera identità di sinagoga di satana, infiltrata com’è da apostati, truffaldini prelati di ogni risma, usurpanti indegnamente cattedre e cariche ecclesiali e che sbandierano ipocritamente la misericordia per tutti i peccatori incalliti, senza pentimento e senza proposito di emendarsi e convertirsi, in realtà idea gnostica di “scintilla divina” che ritorna nell’Ensof, nel nulla universale (o se preferite “cabalistico”) dal quale proviene, senza che sia implicata la redenzione,  la vita illibata e non peccaminosa, ed escludendo per questo inferno o paradiso, la pena eterna per gli empi o la beatitudine senza fine per i buoni Cristiani. La gnosi soppianta la Dottrina cristiana, ecco il senso della misericordia satanica del “Novus Ordo”, contrapposta all’idea di vita nella santità, quindi vissuta in vista della salvezza, raggiungibile solo nella Chiesa Cattolica, quella “vera”, fondata e sostenuta da Gesù Cristo e contro la quale le immondezze del Novus Ordo e della kazaro-massoneria mondiale … non prævalebunt. Solo di passaggio segnaliamo la tremenda stoccata, che non ha bisogno di commento, per i “cani sciolti” sedevacantisti ed per i disobbedienti fallibilisti della loggia di Sion-Ecône, “ … che nella Chiesa di Cristo non si può neppure pensare un’autorità data senza legittimo mandato”. Infine l’idea a noi particolarmente cara e che abbiamo adottato per le nostre pubblicazioni: « … ma vorremmo che da queste solenni ricorrenze precipuo vantaggio ritraessero tutti quei Cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina. Ad essi è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. … Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità … », per cui San Francesco di Sales viene proclamato Dottore della Chiesa e Patrono degli scrittori cattolici; e noi altri, modestissimi difensori della dottrina e della Chiesa di Cristo, a lui guardiamo ed a lui ci ispiriamo, come modello di “martello degli eretici” e di perfezione cristiana e santità.

LETTERA ENCICLICA
RERUM OMNIUM PERTURBATIONEM
DI SUA SANTITA’
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA


SU SAN FRANCESCO DI SALES



Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Esaminando nella Nostra recente Enciclica lo scompiglio in cui si dibatte oggi il mondo, al fine di adottare l’opportuno rimedio a tanto male, ne scorgemmo la radice nell’anima stessa degli uomini, e ne vedemmo l’unica speranza di guarigione nel ricorso all’opera del divino Medico nostro Gesù Cristo per mezzo della santa Chiesa. Si tratta infatti d’imporre un freno alla smoderatezza delle cupidigie, prima origine delle guerre e delle contese, dissolvitrice non meno dei vincoli sociali che delle relazioni internazionali; di stornare dai beni transitori di quaggiù le mire degli individui per rivolgerle ai beni imperituri troppo trascurati dalla maggior parte degli uomini. Che se ognuno si proporrà di attenersi fedelmente al proprio dovere, subito si verificherà il miglioramento della società. E a questo tende appunto la Chiesa col suo Magistero e ministero: cioè ad istruire gli uomini con la predicazione delle verità divinamente rivelate e a santificarli con la copiosa infusione della grazia divina; argomentandosi in tal guisa di richiamare alla primitiva prosperità questa stessa società civile da lei un giorno plasmata secondo lo spirito cristiano, ogni qual volta la vede allontanarsi dal retto cammino. – E ad una tale opera di comune santificazione la Chiesa attende con la maggiore efficacia, quando, per benigno dono del Signore, può proporre all’imitazione dei fedeli or questo or quello dei suoi figli più cari, che riuscirono insigni nell’esercizio di tutte le virtù. E ciò fa secondo l’indole tutta sua propria, costituita com’è da Cristo suo Fondatore, santa in se stessa e sorgente di santità; mentre quanti si affidano alla guida del suo magistero debbono per volere di Dio tendere vigorosamente alla santità della vita. «Questa è la volontà di Dio», dice San Paolo, « la vostra santificazione» (1); e quale debba essere questa santificazione dichiarò lo stesso Signore: « Siate dunque perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste» (2). Né si creda già che l’invito sia rivolto solo ad alcune poche anime privilegiate, e che gli altri possano rimanersene contenti di un grado inferiore di virtù. Al contrario, come appare dal tenore delle parole, la legge è universale e non ammette eccezione; d’altra parte, quella moltitudine di anime di ogni condizione ed età, le quali come attesta la storia, toccarono l’apice della perfezione cristiana, sortirono le medesime debolezze della nostra natura e dovettero superare i medesimi pericoli. Tant’è vero, come dice ottimamente Sant’Agostino, che « Dio non comanda l’impossibile; ma quando comanda, avverte di fare ciò che si può e di domandare ciò che non si può » (3). – Orbene, Venerabili Fratelli, la solenne commemorazione, celebratasi l’anno passato, del terzo centenario dalla canonizzazione dei cinque grandi santi Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri, Teresa di Gesù ed Isidoro Agricoltore, giovò non poco a rinfervorare nei fedeli l’amore alla vita cristiana. Ed ora, ecco ricorrere con felice augurio il terzo centenario della nascita al cielo di un altro grande Santo, il quale rifulse non solo per l’eccellenza delle virtù da lui stesso esercitate, ma anche per la perizia nel guidare le anime nella scuola della santità. Intendiamo parlare di San Francesco di Sales, Vescovo di Ginevra e Dottore della Chiesa; il quale, come già quei luminari di perfezione e sapienza cristiana poc’anzi ricordati, parve inviato da Dio, per opporsi all’eresia della Riforma, origine di quell’apostasia della società dalla Chiesa i cui dolorosi e funesti effetti ogni animo onesto oggi deplora. Oltre a ciò, sembra che il Sales sia stato donato da Dio alla Chiesa per un intento particolare: per smentire cioè il pregiudizio, fin d’allora già in molti radicato e oggi non ancora estirpato, che la vera santità, quale viene proposta dalla Chiesa, o non si possa conseguire, o almeno sia così difficile raggiungerla da sorpassare la maggioranza dei fedeli ed essere riservata unicamente ad alcuni pochi magnanimi; che per di più sia impastoiata di tante noie e fastidi da non potersi affatto adattare a chi vive fuori del chiostro.  – Pertanto il venerato Nostro antecessore Benedetto XV, parlando di quei cinque Santi ed accennando alla prossima commemorazione della morte beata di San Francesco di Sales, manifestò il desiderio di parlarne di proposito in un’Enciclica al mondo intero. E Noi ben volentieri adempiamo a questo desiderio come ad una cara eredità ricevuta dal Nostro antecessore; spinti inoltre dalla speranza che i frutti delle feste poc’anzi celebrate vengano compiuti e coronati dai frutti di questa nuova commemorazione. – Chi studia attentamente la vita del Sales, troverà che, fin dai primi anni, egli fu modello da una santità non austera e cupa, ma amabile e accessibile a tutti, potendosi con tutta verità dire di lui: « La sua conversazione non ha nulla di amarezza, né il convivere con lui dà tedio, ma letizia e gioia» (4). Adorno di ogni virtù, brillava tuttavia per una dolcezza di animo così propria da poterla rettamente dire la sua virtù caratteristica; dolcezza però ben diversa da quell’amabilità artefatta che consiste tutta nella ricercatezza dei modi e nello sfoggio di un’affabilità cerimoniosa, e affatto aliena sia dall’apatìa, che di nulla si commuove, sia dalla timidità che non ardisce, anche quando bisogna, indignarsi. Tale virtù, germogliata nel cuore del Sales come frutto soavissimo della carità, nutrita in lui dallo spirito di compassione e di accondiscendenza, ne temprava con la sua dolcezza la gravità dell’aspetto e ne illeggiadriva la voce ed il gesto in modo da conciliargli presso tutti la più affettuosa riverenza. – Sono note la sua facilità nell’ammettere e l’amabilità nel ricevere ognuno, ma particolarmente i peccatori e gli apostati che gli affluivano in casa per riconciliarsi con Dio ed emendare la vita; le sue predilezioni per i poveri carcerati, che cercava di consolare con mille iniziative caritatevoli nelle frequenti sue visite; la grande indulgenza con la quale soleva trattare con i propri domestici, tollerandone con eroica loganimità le lentezze e le sbadataggini. La qual dolcezza d’animo non gli venne mai meno per variare o di persone o di tempi o di circostanze, ora prospere ora avverse; né mai gli eretici stessi, per quanto lo molestassero, ebbero a sperimentarlo meno affabile o meno accessibile. Quando, sacerdote da un anno appena, senza badare alle opposizioni del padre, si offerse spontaneamente per procurare la riconciliazione del Chiablese con la Chiesa e ben volentieri venne esaudito dal Granier, Vescovo di Ginevra, grande fu certo lo zelo che dimostrò, niuna fatica ricusando, niun pericolo fuggendo, nemmeno di morte; ma ad ottenere la conversione di tante migliaia di persone, meglio della sua grande dottrina e della sua vigorosa eloquenza, gli valse l’inalterata sua dolcezza nel compimento degli svariati uffici del sacro ministero. Solito ripetere quella sentenza memorabile, che « gli Apostoli non combattono se non con i patimenti, non trionfano se non con la morte», è difficile dire con qual vigore e costanza promuovesse la causa di Gesù Cristo nel Chiablese. Fu visto allora correre per valli profonde e arrampicarsi per gole scoscese allo scopo di portare a quei popoli il lume della fede ed il conforto della speranza cristiana; sfuggito, correr loro dietro chiamandoli a gran voce; respinto brutalmente, non darsi per vinto; minacciato, ritentare l’impresa; cacciato spesso dagli alberghi, passare le notti tra le nevi e a cielo scoperto; celebrare anche quando nessuno volesse intervenire; continuare la predica, anche quando gli uditori l’uno dopo l’altro se ne andavano quasi tutti, senza perdere mai nulla della sua serenità d’animo, dell’amabile sua carità verso gli ingrati; e con ciò finalmente espugnare la resistenza degli avversari più ostinati. – Errerebbe però chi si desse a credere che nel Sales fosse questo piuttosto privilegio di una natura prevenuta dalla grazia di Dio « con le benedizioni della dolcezza » come si legge di altre anime fortunate. Che anzi, Francesco, per la stessa sua complessione, fu di carattere vivo e pronto all’ira. Ma, propostosi come modello da imitare quel Gesù che aveva detto: « Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore»(5), mediante la vigilanza continua e la violenza fatta a se stesso, seppe reprimere e frenare i moti dell’animo in modo tale da riuscire un vivo ritratto del Dio della pace e della dolcezza. E ciò viene confermato dalla testimonianza dei medici, i quali, come si legge, nel trattarne la salma per imbalsamarla, ne ritrovarono il fiele come impietrito e ridotto in minutissimi calcoli; dal quale portento giudicarono quanto violenti sforzi gli fosse dovuto costare il trattenere per cinquant’anni la sua naturale iracondia. Tanta dolcezza fu dunque nel Sales frutto di una grande forza d’animo, nutrita continuamente dal vigore della fede e dal fuoco della divina carità; sicché a lui si può applicare il motto della Sacra Scrittura: «Dal forte è uscita la dolcezza»(6).

Non è dunque a stupire se la dolcezza pastorale onde andava ornato e della quale, al dire del Crisostomo, « nulla è più violento » (7), godesse, nell’attirare i cuori, di quell’efficacia che Gesù Cristo promise ai mansueti: «Beati i mansueti perché essi possederanno la terra»(8). D’altra parte, quale fosse anche la fortezza d’animo in questo esemplare di mansuetudine, apparve chiaramente allorché gli toccò opporsi ai potenti per tutelare gli interessi della gloria di Dio, della dignità della Chiesa e della salute delle anime. Così quando dovette difendere l’immunità della giurisdizione ecclesiastica contro il Senato di Chambéry. Avendo ricevuto da esso una lettera con cui lo si minacciava di togliergli una parte delle rendite, non solo egli rispose conforme alla propria dignità all’inviato, ma non desistette dal chiedere riparazione all’ingiuria fattagli se non quando ebbe dal Senato piena soddisfazione. Con uguale fermezza d’animo sostenne lo sdegno del sovrano, presso il quale era stato accusato coi fratelli a torto; né meno vigorosamente resistette alle ingerenze degli ottimati quando si trattava di conferire benefizi ecclesiastici; parimenti, riuscito inutile ogni altro mezzo, condannò i contumaci che avevano ricusato di pagare le decime al Capitolo di Ginevra. – E così fu solito riprovare con evangelica libertà i vizi pubblici e smascherare l’ipocrisia, simulatrice di virtù e di pietà; e, benché rispettoso, quanto altri mai, verso i sovrani, giammai si piegò a lusingarne le passioni o ad accondiscendere alle loro smodate pretese. – Ed ora, Venerabili Fratelli, passiamo a dare uno sguardo al modo con il quale il Sales, per se stesso modello amabile di santità, mostrò agli altri, nei suoi scritti, la via sicura ed agevole alla perfezione cristiana, anche in questo imitatore di Gesù Cristo, il quale « cominciò ad operare e ad insegnare» (9). – Molte sono le opere che egli pubblicò con questo medesimo intento; ma tra esse vanno segnalati i due suoi libri più conosciuti: la Filoteae il Trattato dell’amor di Dio. Nel primo, il Sales, dopo aver messo in chiaro quanto la durezza, che atterrisce e scoraggia nell’esercizio delle virtù, sia aliena dalla pietà genuina, benché egli non privi questa della severità conveniente alla morigeratezza cristiana, si mette di proposito a dimostrare come la santità sia perfettamente conciliabile con ogni sorta di ufficio e di condizione della vita civile, e come in mezzo al mondo ciascuno possa comportarsi in modo confacente alla salvezza dell’anima, purché si mantenga immune dallo spirito mondano. – Pertanto da lui apprendiamo a fare quello che tutti comunemente fanno — eccettuata beninteso, la colpa — ma insieme a farlo — il che non tutti fanno — santamente e con l’intenzione appunto di piacere a Dio. Inoltre egli c’insegna ad osservare le convenienze, da lui chiamate leggiadro ornamento delle virtù; non a distruggere la natura, ma a vincerla, e a poco a poco levarci con agevole sforzo al cielo, a guisa delle colombe, se non ci è dato il volo dell’aquila; cioè a conseguire la santità della vita per la via comune, quando non siamo chiamati ad una perfezione straordinaria. – Sempre con stile dignitoso e scorrevole, ma altresì vario per ingegnosa acutezza di pensiero e grazia di dettato, onde più accetti e di più piacevole lettura riescono i suoi insegnamenti, dopo avere esposto come dobbiamo tenerci lontani dalla colpa, combattere le cattive inclinazioni e scansare le cose inutili e le nocive, passa a spiegare quali siano gli esercizi che nutrono lo spirito e quale il modo di tenere unita l’anima con Dio. Dopo di che indica la scelta di una particolare virtù da coltivare di proposito e costantemente, sino ad averla acquisita.  – Indi tratta delle singole virtù, della decenza, dei discorsi onesti e degli scorretti, dei divertimenti leciti e dei pericolosi, della fedeltà a Dio, dei doveri dei coniugati, delle vedove e delle vergini. Infine ci ammaestra a conoscere non meno che a vincere i pericoli, le tentazioni e le attrattive dei piaceri; e come ogni anno si abbia a rinnovare e a riaccendere il fervore dello spirito con i santi propositi. – Dio volesse che questo libro, il più perfetto nel suo genere, a giudizio dei suoi contemporanei, come fu una volta nelle mani di tutti, così ora fosse da tutti letto; allora sì che la pietà cristiana rifiorirebbe dappertutto e la Chiesa di Dio si rallegrerebbe nel vedere farsi comune tra i suoi figli la santità. – Di maggiore rilievo ed importanza è il Trattato dell’amor di Dio, nel quale il santo Dottore tratta quasi la storia dell’amore di Dio, esponendone le origini e i progressi, nonché le ragioni per cui comincia a raffreddarsi ed a languire, ed insegnando poi il modo di esercitare e progredire in esso. E quando se ne presenta l’occasione, egli spiega con chiarezza le questioni più difficili, quali intorno alla grazia efficace, alla predestinazione, alla vocazione alla fede; e non aridamente, ma, conforme al suo ingegno fecondo e pronto, adornando la trattazione con tanta piacevolezza ed insieme soavità di unzione, e illustrandola con tanta varietà di similitudini, di esempi e di citazioni, tolte per lo più dalla Sacra Scrittura, da sembrare che quanto egli scrive fiorisca, non meno che dalla sua mente, dal suo cuore e dalle sue più intime fibre. – I medesimi princìpi della vita spirituale, contenuti in questi due volumi, egli li volse a profitto delle anime e nella quotidiana cura e direzione spirituale e nelle sue mirabili Lettere. Gli stessi princìpi egli applicò nel governo delle Religiose della Visitazione, l’istituto da lui fondato che conserva ancora fedelmente il suo spirito. Infatti tutto, per così dire, spira moderazione e soavità in questa religiosa famiglia, la quale è destinata ad accogliere le vergini, le vedove e le donne deboli o inferme, o innanzi nell’età, nelle quali le forze del corpo non sono pari al fervore dello spirito. E così non è ivi costume di lunghe vigilie o salmodie, non asprezza di penitenze e di mortificazioni, ma soltanto la osservanza di regole tanto miti ed agevoli, che tutte le religiose, anche quelle di poca salute, possono facilmente osservarle. – Senonché tali agevolazioni e soavità di osservanza devono essere animate da tanto fuoco di amor di Dio, che le religiose, le quali si gloriano di essere figlie del Sales, vanno segnalate nella perfetta abnegazione di sé e nella più umile obbedienza, mettendo ogni studio non per apparenti ma per solide virtù, ed a morire a se stesse per vivere in Dio. – E in ciò chi non riconosce quella singolare unione di forza e di soavità, quale si ammira nel Santo Fondatore? – Pur tacendo di molti scritti del Sales, dai quali pure « la sua celeste dottrina, quasi fiume d’acqua viva, irrigando il campo della Chiesa… corse utilmente a salute del popolo di Dio » (10), non possiamo non citare il libro delle Controversie, nel quale, senza dubbio, si contiene « una piena dimostrazione della fede cattolica » (11). È noto, Venerabili Fratelli, in quali circostanze Francesco intraprese la missione nel Chiablese. Quando, come narra la storia, il Duca di Savoia concluse una tregua con i Bernesi e i Ginevrini sul finire dell’anno 1593, parve proprio che nulla avrebbe giovato a riconciliare con la Chiesa i popoli del Chiablese come lo spedire colà zelanti e dotti predicatori, perché con la persuasione li attirassero a poco a poco alla fede. E poiché colui che per primo si era recato in quella contrada aveva disertato il campo, o perché disperasse dell’emendazione degli eretici o perché li temesse, il Sales che, come si disse, si era offerto missionario al Vescovo di Ginevra, nel settembre del 1594 si mise in cammino, e a piedi, senza viveri e senza provvisioni, con la sola compagnia di suo cugino, dopo ripetuti digiuni e preghiere a Dio, da cui soltanto si riprometteva il felice esito dell’impresa, fece il suo ingresso nella terra degli eretici. Ma poiché questi schivavano le sue prediche, deliberò di confutare i loro errori con fogli volanti, da lui scritti fra una predica e l’altra, e disseminati in tante copie, che, passando di mano in mano, finissero con l’insinuarsi anche tra gli eretici. Questo lavoro di fogli volanti andò diminuendo e cessò del tutto quando gli abitanti cominciarono a frequentare in gran numero le prediche; i fogli che erano stati scritti di mano del santo Dottore, e che dopo la sua morte erano andati dispersi, vennero molto tempo dopo raccolti in volume ed offerti al nostro Predecessore Alessandro VII, il quale ebbe la sorte di ascrivere il Sales, fatti i debiti processi, prima fra i beati, poi tra i santi. Ora in queste Controversie, benché il santo Dottore si serva, con ogni larghezza del corredo polemico, diciamo così, dei secoli precedenti, tuttavia nel disputare ha un modo tutto suo proprio; e prima d’ogni altra cosa stabilisce che nella Chiesa di Cristo non si può neppure pensare un’autorità data senza legittimo mandato, del quale mancano totalmente i ministri del culto eretici; quindi, mostrati i loro errori intorno alla natura della Chiesa, definisce le note proprie della vera Chiesa e fa vedere che esse si riscontrano nella Chiesa Cattolica, ma non nella « riformata ». Poi spiega accuratamente le Regole della fede, e dimostra che esse sono violate dagli eretici, mentre presso di noi esse sono rigorosamente osservate; aggiunge infine speciali trattati, dei quali però ci rimangono solo le questioni sui Sacramenti e sul Purgatorio. E sono veramente ammirabili il copioso apparato di dottrina e gli argomenti sapientemente schierati come in falange, con cui egli investe gli avversari e svela le loro menzogne e le loro falsità, servendosi anche, assai garbatamente, di una coperta ironia. – Che se talvolta le sue parole sembrano alquanto forti, da esse però spira sempre, come gli stessi avversari ammettevano, quel soffio di carità, che era la virtù regolatrice di ogni sua disputa; giacché anche quando ai figli erranti rinfaccia la loro defezione dalla fede cattolica, si vede chiaramente come egli non ha altra mira che di aprirsi la strada per scongiurare più caldamente di ritornare alla stessa fede. E anche nel libro delle Controversie è facile riscontrare la stessa espansione dell’animo e quel medesimo spirito, del quale abbondano le opere che egli compose per aumentare la pietà. Lo stile poi è così elegante, così garbato, così efficace, che gli stessi ministri dell’eresia solevano mettere in guardia i loro seguaci perché non si lasciassero allettare e vincere dalle lusinghe del Vescovo di Ginevra. – Pertanto, Venerabili Fratelli, dopo questo saggio che abbiamo dato delle imprese e degli scritti di Francesco di Sales, non ci rimane che esortarvi a celebrare salutarmente la centenaria memoria di lui nelle vostre diocesi. Infatti, non vorremmo che tale solenne ricorrenza si riducesse ad una sterile commemorazione di cose passate o si restringesse a pochi giorni, ma desideriamo che nel corso di quest’anno sino al 28 dicembre, giorno in cui egli dalla terra volò al cielo, con la maggior cura possibile cerchiate di fare istruire i fedeli intorno alle virtù e agli insegnamenti del santo Dottore. – Sarà dunque, innanzi tutto, vostra cura di far conoscere al clero e al popolo a voi affidato, le cose che Noi vi abbiamo esposte e di spiegarle loro con ogni diligenza.  – Poiché il Nostro più vivo desiderio è che voi richiamiate i fedeli al dovere di praticare la santità propria dello stato di ciascuno, essendo purtroppo grande il numero di coloro che o non pensano mai all’eternità o trascurano del tutto quanto riguarda la salute dell’anima loro. Vi sono, infatti, taluni che, tutti immersi negli affari, d’altro non si curano che di accumular danaro, mentre lo spirito resta miseramente vuoto; altri, invece, tutti dediti a soddisfare le proprie passioni, cadono così in basso, da rendersi incapaci di gustare quanto trascende i sensi; altri, infine, si danno alla vita politica, ma così presi dal governo della cosa pubblica, dimenticano se stessi. Pertanto, Venerabili Fratelli, sull’esempio del Sales, adoperatevi a far bene intendere ai fedeli che la santità della vita non è un privilegio di pochi, a esclusione degli altri, ma che ad essa tutti sono chiamati, e che a tutti ne incombe l’obbligo; che l’acquisto delle virtù poi, sebbene non sia senza fatica — la quale trova, nondimeno, anche un meritato compenso nella consolazione dell’anima e nei conforti d’ogni genere che l’accompagnano — pure è reso a tutti possibile con l’aiuto della grazia divina, a nessuno negata. E in una maniera tutta speciale proponete all’imitazione dei fedeli la mansuetudine di Francesco; giacché questa virtù, che così bene ricorda ed esprime la benignità di Gesù Cristo, e ha tanta forza da legare gli animi, non condurrà facilmente, ove si diffonda fra gli uomini, a comporre tutte le differenze, pubbliche e private? – E non è forse da ripromettersi, dalla pratica di questa virtù, che a ragione può dirsi l’esterno ornamento della divina carità, perfetta pace e concordia nella famiglia e nella società stessa? E al cosiddetto apostolato, sia dei sacerdoti, come dei laici, non sarà forse aggiunta una forza potente per il miglioramento della società ove sia condotto con cristiana dolcezza? Vedete, dunque, quanto importi che il popolo cristiano volga la mente agli esempi santissimi di Francesco, se ne edifichi, e prenda gli insegnamenti di lui come regola di vita. A tal fine, appena può immaginarsi di quanto giovamento debbano riuscire i libri e gli opuscoli già ricordati, se saranno il più largamente possibile diffusi fra il popolo; giacché tali scritti, facili come sono ad intendersi e di gradita lettura, ecciteranno negli animi dei fedeli l’amore alla vera e solida pietà, amore che i sacerdoti riusciranno a coltivare con ottimo esito, ove essi sappiano convertire in succo e sangue la dottrina del Sales ed imitarne il soavissimo eloquio. Al qual proposito, Venerabili Fratelli, si narra che il nostro precedessore Clemente VIII già allora avesse preannunciato quanto mirabile giovamento avrebbero recato al popolo cristiano le parole e gli scritti di Francesco. Avendo, infatti, il Pontefice, circondato da Cardinali e altri dottissimi personaggi, esaminata la perizia nelle scienze sacre del Sales, eletto alla dignità episcopale, ne fu preso da tanta ammirazione, che, abbracciandolo con grande affetto, gli rivolse queste parole: «Va, o figlio, e bevi dell’acqua della tua cisterna e della sovrabbondanza del tuo pozzo; al di fuori si spandano le tue sorgenti e distribuisci per le piazze le tue acque » (12). E in verità, tale era la maniera tenuta da Francesco nei suoi sermoni, che tutta la sua predicazione era « nella dimostrazione dello spirito interiore e della virtù », come quella che, derivata dalla Sacra Scrittura e dai Padri, non solamente si alimentava del solido nutrimento d’una sana dottrina teologica, ma dalla dolcezza della carità era resa anche più gradita e soave. Così non è da meravigliarsi se, per opera sua, sia tornato alla Chiesa un numero così grande di eretici, e se, dietro il suo magistero e la sua guida, tanti fedeli, in questi ultimi tre secoli, siano pervenuti ad un alto grado di perfezione. – Ma vorremmo che da queste solenni ricorrenze precipuo vantaggio ritraessero tutti quei Cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina. Ad essi è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l’offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l’ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità. E poiché non consta che il Sales sia stato dato a Patrono dei ricordati scrittori cattolici con pubblico e solenne documento di questa Apostolica Sede, Noi, cogliendo questa fausta occasione, di certa scienza e con matura deliberazione, con la Nostra apostolica autorità diamo o confermiamo, e dichiariamo, mediante questa Lettera Enciclica, San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e Dottore della Chiesa, celeste Patrono di essi tutti, nonostante qualsiasi cosa in contrario. – Ora, Venerabili Fratelli, affinché queste solennità centenarie riescano più splendide e più fruttuose, conviene che ai vostri fedeli non manchi nessuna specie di pii impulsi perché onorino con la debita venerazione questo gran luminare della Chiesa, e con la sua intercessione, purificate le anime dai resti della colpa e corroborate alla mensa divina, s’indirizzino con forza e dolcezza insieme ad acquistare in breve tempo la santità. Procurate, quindi, che nelle vostre città vescovili e in ogni parrocchia delle vostre diocesi, nel corso di quest’anno fino al 28 dicembre, si celebri un triduo o una novena di sacre funzioni, con predicazione della divina parola, giacché importa soprattutto che il popolo sia bene istruito di tutte quelle verità che, con la guida del Sales, lo sollevino a più alta vita dello spirito. E sarà del pari vostro impegno far commemorare, negli altri nodi che vi sembreranno più opportuni, le imprese del Santo Vescovo. – Intanto, per aprire a bene delle anime il tesoro delle sante indulgenze a Noi affidato da Dio, concediamo, a quanti interverranno piamente alle funzioni suddette, l’indulgenza di sette anni e sette quarantene ogni giorno, e nel giorno ultimo o in qualsiasi altro che a ciascuno piacerà scegliere, l’indulgenza plenaria da lucrarsi alle solite condizioni. Ma, non volendo che restino senza qualche particolare dimostrazione del Nostro affetto né il monastero della Visitazione di Annecy, dove il Sales riposa — innanzi alle cui spoglie Noi avemmo già occasione di celebrare con immenso gaudio spirituale — né quello di Treviso dove si conserva il suo cuore, né le altre case delle religiose della Visitazione, concediamo che durante le funzioni mensili che esse celebreranno quest’anno in rendimento di grazie, e di più, ma parimenti per quest’anno solo, il giorno 28 del mese di dicembre, tutti coloro che visiteranno al modo solito le loro chiese, e, premessa la santa confessione e la comunione eucaristica, pregheranno secondo l’intenzione Nostra, guadagnino del pari l’indulgenza plenaria. – E voi, Venerabili Fratelli, esortate vivamente i fedeli che avete in cura, affinché preghino per Noi il santo Dottore: piaccia a Dio, poiché ha voluto che Noi prendessimo a reggere la sua Chiesa in tempi così difficili, che, con l’auspicio del Sales, il quale ebbe per la Sede Apostolica un amore ed una riverenza insigne, e difese anche mirabilmente i suoi diritti e la sua autorità nelle Controversie, felicemente avvenga che, quanti sono lontani dalla legge e dalla carità di Cristo, tutti tornando ai pascoli di vita eterna, Ci sia dato di abbracciarli nella comunione e nel bacio di pace. Intanto vi giunga, come pegno dei doni celesti e della Nostra paterna benevolenza, l’Apostolica Benedizione, che a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il clero e popolo vostro con ogni affetto impartiamo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 26 gennaio 1923, anno primo del Nostro Pontificato.

PIO XI

1 I Thess., IV, 3.

2 Matth., V, 48.

3 S. Aug., 1. De natura et gratia, c. 43, n. 50.

4 Sap., VIII, 16.

5 Matth., XI, 29.

6 Iudic., XIV, 14.

7 Hom. 58 in Gen.

8 Matth., V, 4.

9 Act., I, 1.

10 Litt. Ap. Pii IX d. 16 Nov. 1877.

11 Ibidem.

12 Proverb., V, 15, 16.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – ORIENTALIS ECCLESIÆ

La lettera Enciclica che oggi leggiamo, costituisce l’occasione, nel commemorare l’opera di S. Cirillo di Alessandria, per richiamare i Cristiani d’Oriente all’unità dell’unica vera Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica Romana, guidata dal “vero” Sommo Pontefice successore di S. Pietro. Dopo aver ricordato gli avvenimenti storici del Concilio di Calcedonia che condannò inesorabilmente l’empia eresia nestoriana, proprio per merito principale di S. Cirillo, il Santo Padre invoca l’unita dei Cristiani, e l’unità che egli auspica è naturalmente l’unica possibile, cioè il triplice legame che unisce tutti i seguaci del Divin Maestro  « … nell’unica Fede Cattolica, nell’unica Carità verso Dio e verso tutti, e infine nell’unica Obbedienza e soggezione alla legittima Gerarchia costituita dal divin Redentore medesimo ». Poche ma ben ponderate espressioni che ancora una volta sottolineano come l’adesione alla Verità unica, si possa compiere mediante una unica possibilità. Affermare la Verità cattolica, con tutti i suoi dogmi senza eccezioni, senza mediazioni o aggiustamenti o dissimulazioni, è l’unica via all’ecumenismo, via che non tradisca il Divin Redentore che, nel fondare la sua unica Chiesa, ha sparso il suo sangue sulla Croce. Qualunque altra ventilata ipotesi è tradimento vergognoso alla Passione del Redentore, è apostasia mortale ed inescusabile dalla Chiesa scaturita dal fianco trafitto del Figlio di Dio … e il Magistero in numerose occasioni ha ribadito, infallibilmente e irrevocabilmente, che fuori dalla Chiesa Cattolica, come Arca unica di salvezza, non c’è salvezza dell’anima ma dannazione eterna. Nella situazione attuale, eresie e scisma (… quante false chiese, pseudo monasteri ed istituti virtuali e fasulli nel mondo!) sono così numerosi e diffusi che praticamente la vera Fede Cattolica è pressoché sconosciuta o praticata senza alcuna cognizione di causa e senza rispetto per le regole canoniche, ed in realtà coloro che si professano Cattolici, con coscienza quantomeno dubbia, oltre ai gruppi sedevacantisti, fallibilisti, protestanti di Oriente e d’Occidente, aderiscono alla setta che il Santo Padre Leone XIII descrisse perfettamente nella sua preghiera a san Michele « … hostes faverrimi Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, repleverunt amaritudinis, inebriarunt absinthio et …

ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et empietatis suæ … »

sì, la setta del “Novus ordo”! In questo frangente anche il gran San Cirillo di Alessandria, poco potrebbe fare, per cui il fedele “pusillus grex” possiede solo la preghiera da rivolgere con fiducia alla SS. Trinità …

Veni Domine Jesu! Ne moreris

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

ORIENTALIS ECCLESIAEÆ

S. CIRILLO DI ALESSANDRIA 
NEL XV CENTENARIO DELLA MORTE

Sempre con somme lodi la chiesa esaltò s. Cirillo patriarca di Alessandria quale autentica gloria della chiesa orientale e preclarissimo vindice della vergine Madre di Dio. Queste lodi Ci piace ora in succinto riandare scrivendo di lui, mentre si compie il XV secolo da quando felicemente egli mutò con la patria celeste questo terreno esilio. Fino dai suoi tempi infatti il Nostro predecessore s. Celestino I lo chiama «buon difensore della fede cattolica», «sacerdote degno della massima approvazione», e «uomo apostolico». Il Concilio ecumenico Calcedonese poi non solo invoca in aiuto la sua dottrina per ravvisare e ribattere i nuovi errori, ma non esita a paragonarla altresì con la sapienza di san Leone Magno, il quale a sua volta elogia gli scritti di un così grande dottore e ne raccomanda la lettura, precisamente perché appieno combaciano con la fede dei santi padri. Né minore venerazione il quinto concilio ecumenico radunato a Costantinopoli tributò all’autorità di s. Cirillo; e più tardi, a distanza cioè di parecchi anni, quando si dibatteva la controversia delle due volontà in Cristo, di nuovo la dottrina di lui sia nel primo concilio Lateranense, sia nel sesto concilio ecumenico, fu meritatamente e vittoriosamente rivendicata dagli errori dei monoteliti, dei quali a torto alcuni l’accusavano d’essere infetta. E invero, a testimonianza dell’altro santissimo predecessore Nostro Agatone, egli «fu difensore di verità» e risultò «costantissimo predicatore di fede ortodossa». – Riteniamo pertanto cosa molto opportuna, scrivendone brevemente, di porre la vita integerrima, la fede, la virtù sua sotto gli occhi di tutti, e prima che ad ogni altro sotto gli occhi di coloro i quali, per appartenere alla chiesa orientale, ben a ragione si gloriano di questo luminare di cristiana sapienza e di questo atleta di apostolica fortezza. Ebbe onorati natali, e promosso nell’anno 412, come si ha per tradizione, alla sede di Alessandria, dapprima combatté contro i novaziani e gli altri detrattori e corruttori della genuina fede, tanto con la parola, quanto con gli scritti e la pubblicazione di appositi decreti, mostrandosi d’una vigilanza e d’un coraggio a tutta prova. Poi, al serpeggiare dell’empia eresia di Nestorio per le varie regioni dell’oriente, da quel sollecito pastore che era, subito scoprì i novelli errori che imperversavano, usò ogni mezzo per allontanarli dal gregge a lui affidato, e durante quel periodo di tempo, ma specialmente nello svolgersi del concilio di Efeso, si dimostrò invitto assertore e sapientissimo dottore della divina maternità di Maria vergine, dell’unità d’ipostasi in Cristo e del primato del romano pontefice. Avendo però l’immediato Nostro predecessore di fel. mem. Pio XI nell’enciclica Lux veritatis,  magistralmente descritta e illustrata la parte precipua che ebbe s. Cirillo nelle vicende di questa gravissima vertenza, allorché nel 1931 ricorse il XV centenario di quel concilio, reputiamo superfluo il ritornarvi sopra punto per punto. – Non si tenne pago Cirillo di combattere strenuamente contro le dilaganti eresie, di tutelare con alacre diligenza l’interezza della dottrina cattolica e di farla risaltare nella meridiana sua luce, ma quanto più poté si adoperò per richiamare sul retto sentiero della verità i fratelli erranti. I vescovi infatti della regione antiochena non avevano fino allora riconosciuta l’autorità del concilio di Efeso. Ebbene, Cirillo col suo zelo fece sì che dopo lunghi tentennamenti arrivassero finalmente a piena concordia. E dopo che con l’aiuto di Dio poté raggiungere e conciliare siffatta felicissima pace, e difenderla con diligente cura contro quanti la oscuravano e la turbavano, ormai maturo per la ricompensa e la gloria eterna, nell’anno 444, tra le lacrime di tutti i buoni, se ne volò al cielo. – I fedeli di rito orientale non solo lo collocano nel numero dei «padri ecumenici», ma nelle loro preci liturgiche l’onorano dei più ampi elogi. Così per esempio i greci, nei «Menèi» da celebrarsi il giorno 9 di giugno, cantano di lui: «Illustrato la mente dalle fiamme dello Spirito Santo, quasi sole che dardeggi i suoi raggi, esprimesti gli oracoli tuoi; lanciasti i tuoi dogmi su tutte le parti del mondo fedele, illuminando ogni condizione di persone, o beatissimo, o divino; e mettesti in fuga le tenebre delle eresie, con la potenza e le forze di Colui, che nato dalla Vergine sfolgorò i suoi splendori». Certamente hanno ben ragione i figli della chiesa orientale di rallegrarsi di questo santissimo Padre, come d’insigne loro gloria domestica. Perché su di esso risplendono in modo particolare quelle tre doti dell’animo che parimente tanto illustrarono gli altri padri dell’oriente: cioè una esimia santità di vita, in cui nominatamente brilla una calda devozione verso l’eccelsa Madre di Dio; una dottrina veramente ammirevole, per la quale la Sacra Congregazione dei Riti con decreto del 28 luglio 1882 lo dichiarò dottore della Chiesa Universale; e una premurosa e indefessa sollecitudine, in virtù della quale infranse con invitto coraggio gli assalti degli eretici, asserì la fede cattolica, la difese, e instancabilmente, fin dove poté, la propagò. – Mentre tuttavia di gran cuore Ci congratuliamo che tutti i popoli cristiani dell’oriente onorino con intensa venerazione s. Cirillo, non meno Ci addolora che non tutti convengano in quella desideratissima unità, la quale egli così ardentemente amò e promosse. Tanto più anzi Ci duole che ciò accada a questi nostri tempi in cui si rende necessario che tutti i Cristiani, a gara unendo intenzioni ed energie, si stringano nell’unica Chiesa di Gesù Cristo, affinché quasi uniti in una sola falange, compatta, concorde, stabile, resistano contro gli sforzi dell’empietà ogni giorno più minacciosi. – Per conseguire tale effetto, è assolutamente necessario che tutti, seguendo le orme di S. Cirillo, raggiungano quella concordia di animi, che dev’essere munita di quel triplice legame con cui Cristo Gesù, fondatore della Chiesa, volle che essa fosse stretta e tenuta insieme, quasi in superno infrangibile vincolo, da Lui stabilito; vale a dire nell’unica Fede Cattolica, nell’unica Carità verso Dio e verso tutti, e infine nell’unica Obbedienza e soggezione alla legittima Gerarchia costituita dal divin Redentore medesimo. Questi tre vincoli, come ben sapete, venerabili fratelli, sono tanto necessari, che se l’uno o l’altro di essi viene a mancare, non si può più neppure comprendere nella Chiesa di Cristo vera unità e concordia.

I

Allo scopo di conseguire volenterosamente e di conservare con vigoria questa sincera concordia, desideriamo che, come fu già per i tempestosi suoi tempi, così anche per i giorni nostri il santo patriarca di Alessandria sia a tutti maestro e modello preclarissimo. Volendo incominciare dall’unità della fede cristiana, nessuno ignora l’inconcussa alacrità sua nel sostenerla con somma energia. «Noi – così egli dichiara – che abbiamo per amica la verità e i dogmi della verità, non seguiremo affatto gli eretici, ma calcando le vestigia della fede lasciataci dai santi padri, custodiremo contro tutti gli errori il deposito della divina rivelazione». Pur di combattere sino alla morte questa buona battaglia, era pronto a sopportare qualsiasi più acerba calamità. «Il mio più ardente desiderio – egli scrive – è di patire e morire per la fede di Cristo». «Nessuna ingiuria pertanto, nessuna contumelia, nessun insulto mi muove… sol che la fede ne esca sana e salva». – E anelando con forte e nobile cuore alla palma del martirio, vergò queste magnanime parole: «Ho deciso per la fede di Cristo di andare incontro a qualsiasi travaglio, di sopportare altresì qualsiasi tormento, anche quelli che fra i supplizi sono giudicati i più gravi, finché non abbia alla fine sostenuta la morte che gioiosamente accetterò per questa causa».(15) «Perché, se avessimo paura di predicare per la gloria di Dio la verità, per non incorrere in qualche molestia, con qual faccia, di grazia, potremmo presso il popolo esaltare le lotte e i trionfi dei santi martiri?». – E poiché nei cenobi dell’Egitto si agitavano a più riprese acerrime dispute sulla nuova eresia nestoriana, egli, da vigilantissimo Pastore, avverte i monaci delle pericolose fallacie di tale dottrina, non per aggiungere esca a contrastanti competizioni di parole, «ma perché se mai alcuni, – così loro scrive – v’investissero, possiate non solo scansare voi stessi quei perniciosi errori, ma opponendo alla loro frivolezza la verità, possiate altresì indurre gli altri, da buoni fratelli e con opportune ragioni, a conservare costantemente, qual preziosa perla, la Fede, già un tempo trasmessa alle chiese per mezzo dei santi Apostoli». Come facilmente riscontreranno tutti coloro, i quali abbiano studiate le lettere ch’egli ebbe a inviare riguardo alla controversia degli antiocheni, mette luminosamente in rilievo che questa fede cristiana, la quale devesi da noi salvare e difendere a tutti i costi, è dottrina trasmessaci per il tramite della sacra Scrittura e dei santi Padri, e al tempo stesso ci viene chiaramente e legittimamente proposta dal vivo e infallibile Magistero della Chiesa. I Vescovi della provincia di Antiochia per il ristabilimento e la conservazione della pace pensavano che fosse sufficiente l’affermarsi soltanto sulla professione nicena. Invece s. Cirillo, pur fermamente aderendo al Simbolo di Nicea, richiese ancora dai suoi confratelli nell’episcopato, per il rafforzamento dell’unità, la riprovazione e la condanna dell’eresia nestoriana. Sapeva infatti benissimo che non basta accettare con docilità gli antichi documenti del Magistero ecclesiastico, ma che occorre in più abbracciare con fedele sottomissione di cuore tutte quelle definizioni che dalla Chiesa in forza della sua suprema Autorità di tempo in tempo ci siano proposte a credere. Anzi, non è lecito, neppure sotto il pretesto di rendere più agevole la concordia, dissimulare neanche un dogma solo; giacché, come ammonisce il Patriarca alessandrino: «Desiderare la pace è certamente il più grande e il primo dei beni, ma però non si deve per siffatto motivo permettere che ne vada di mezzo la virtù della pietà in Cristo». Perciò non conduce al desideratissimo ritorno dei figli erranti alla sincera e giusta unità in Cristo, quella teoria, che ponga a fondamento del concorde consenso dei fedeli solo quei capi di dottrina, sui quali o tutte o almeno la maggior parte delle comunità, che si gloriano del nome cristiano, si trovino d’accordo, ma bensì l’altra che, senza eccettuarne né sminuirne alcuna, integralmente accoglie qualsiasi verità da Dio rivelata. – Per questa strenua fortezza nel conservare e proteggere l’unità della fede, s. Cirillo Alessandrino sia a tutti d’esempio. Appena scoprì l’errore di Nestorio, per mezzo di lettere e di altri scritti lo confutò, ricorse al Romano Pontefice, e nel Concilio di Efeso, come suo rappresentante, con ammirevole apparato di dottrina e intrepido cuore represse e condannò l’eresia che si era insinuata, in modo che tutti i padri conciliari, letta nell’adunanza la lettera di Cirillo che suol chiamarsi dogmatica, con solenne deliberazione la dichiararono pienamente consona alla rettitudine della fede. Oltre a ciò, per questa sua apostolica fortezza, fu iniquamente cacciato dall’ufficio episcopale, e sostenne con invitta serenità le ingiurie dei confratelli, il biasimo di un illegittimo conciliabolo, prigionie e angosce non poche. Né questo bastandogli, non esitò, per il coscienzioso adempimento del proprio santissimo ufficio, di opporsi apertamente, non solo ai Vescovi che si erano allontanati dalla retta via della verità e della concordia, ma alla stessa augusta persona dell’imperatore. E inoltre, come tutti sanno, ad alimento e sostegno della fede cristiana, compose quasi innumerabili libri, dai quali splendidamente si riverberano la sua luce di sapienza, l’imperterrita sua costanza e la solerzia della sua pastorale sollecitudine.

II

Alla fede è necessario che si unisca in bell’intreccio la Carità. Per essa veniamo tutti congiunti gli uni agli altri e con Cristo. Essa, ispirata e mossa dallo Spirito Santo, stringe tra loro con infrangibile vincolo le membra del Corpo mistico del Redentore. Pertanto questa carità non deve rifiutare di aprire le braccia in fraterno amplesso anche agli erranti che hanno sbagliato la retta strada: cosa della quale è dato scorgere insigne esempio nel modo di procedere, tenuto da s. Cirillo. Egli infatti, per quanto avesse con tutta la forza combattuta l’eresia di Nestorio, tuttavia, animato com’era di accesa carità, afferma di non permettere a nessuno di professarsi più amante di Nestorio, di lui stesso. – Né ciò è senza un perché. I traviati e, gli erranti sono da ritenersi come fratelli malati, e debbono essere trattati con dolcezza e delicata premura. Sul qual proposito giova rievocare questi prudentissimi consigli del santo patriarca di Alessandria. «La cosa – egli avverte – ha bisogno di grande moderazione». – «Perché la durezza del disputare spinge spesso non pochi a imprudenza, ed è meglio con dolcezza sopportare le altrui resistenze, piuttosto che a punta di diritto creare loro molestia. Come, qualora si sia ammalata qualche parte del loro corpo, bisogna esaminarla con la mano, alla stessa maniera è necessario soccorrere l’anima caduta inferma, servendosi della debita prudenza a guisa di medicina. Così, essi pure giungeranno passo per passo a un regolare comportamento di spirito». – Altrove poi soggiunge: «Abbiamo imitato l’arte dei bravi medici: non subito col fuoco e col ferro spietatamente curano i morbi e le piaghe appena apparse sui corpi umani; ma spalmata dapprima la piaga con leggero fomento, rimettono l’ustione e il taglio al momento opportuno». – Era insomma, riguardo agli erranti, animato da compassionevole benignità, tanto da dichiarare esplicitamente «di essere desiderosissimo di pace, e insieme totalmente alieno da rissosi litigi; tale in una parola da accogliere in cuore questa duplice brama: amare tutti ed essere a sua volta da tutti riamato». – Questa incline disposizione alla concordia rifulge nel santo dottore principalmente quando, dopo la mitigazione dell’anteriore severità, attese con volenterosa diligenza a indurre alla pace i Vescovi della provincia antiochena. Parlando del loro legato, scrive tra le altre cose: «Forse sospettava di dover andare incontro a lotte non piccole per convincerci della necessità di congiungere le chiese in una pace concorde, per eliminare il dileggio degli eterodossi e reprimere la coalizione della diabolica protervia. Ma ebbe a trovarci talmente disposti a tale parere, da non doverne affatto risentire travaglio alcuno. Ricordiamo benissimo il detto del nostro Salvatore: “Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace”. Siccome nondimeno alla stipulazione di questa pace erano d’ostacolo i dodici capitoli, da san Cirillo composti nel sinodo di Alessandria – i quali capitoli, perché parlavano di «unione fisica» in Cristo, venivano respinti dagli antiocheni come eterodossi – il benignissimo Patriarca, pur non riprovando né sconfessando questi scritti, perché in realtà proponevano la dottrina ortodossa, tuttavia in parecchie lettere spiegò meglio la sua intenzione, in modo da rimuovere qualsiasi anche minima parvenza d’errore, e da appianare più facilmente la via alla concordia. Ciò pertanto egli rese noto ai Vescovi, «non già come a oppositori, ma come a fratelli». Giacché a suo giudizio, «per la pace delle chiese e affinché queste a causa delle opinioni dissenzienti non restino separate le une dalle altre, sono tutt’altro che inutili le accondiscendenze». E così felicemente avvenne che la carità di s. Cirillo raccogliesse in abbondanza i desideratissimi frutti della pace. E quando finalmente ne poté scorgere i primi albori e pregustò la gioia del fraterno abbraccio ai Vescovi della provincia d’Antiochia risolutisi a condannare l’eresia nestoriana, nella ridondanza della celeste soddisfazione, esclamò: «”Si allietino i cieli ed esulti la terra!” È distrutta la parete interna di separazione; ciò che arrecava mestizia si è quietato; ogni occasione di dissidio è tolta di mezzo, dal momento che Cristo, Salvatore di noi tutti, ha concesso alle sue chiese la pace». – Purtroppo, come in quel lontanissimo tempo, così anche al presente, venerabili fratelli, per promuovere quell’auspicabile conciliazione dei figli dissidenti nell’unica Chiesa di Cristo, conciliazione alla quale tutti i buoni anelano, senza dubbio una sincera ed efficace benevolenza d’animo apporterà, col favore della divina grazia, il più valido contributo. Questo benevolo affetto infatti riscalda la mutua conoscenza. Per promuoverla e completarla i Nostri predecessori con svariati mezzi vi si adoperarono, nominatamente con la fondazione in quest’alma città del Pontificio Istituto di alti studi orientali. Così pure bisogna tenere nel debito conto tutto ciò che costituisce per gli orientali quasi un geloso patrimonio lasciato dai loro maggiori, e insieme ciò che si riferisce alla sacra liturgia e agli ordini gerarchici, nonché agli altri capisaldi della vita cristiana, a patto ben inteso, che tutto concordi pienamente con la genuina fede religiosa e con le rette norme dei costumi. È necessario infatti che tutti e singoli i popoli di rito orientale in tutto quello che dipende dalla storia, dal genio e dall’indole di ciascuno in particolare, abbiano una legittima libertà che pur tuttavia non contrasti con la vera e integra dottrina di Gesù Cristo. E questo lo sappiano e vi riflettano a fondo, sia coloro che sono nati nel grembo della Chiesa Cattolica, sia gli altri che con le ali del desiderio veleggiano alla sua volta. Anzi si persuadano tutti e tengano per certo che non saranno mai costretti a mutare i loro legittimi riti e le loro antiche istituzioni con le istituzioni e i riti latini. Gli uni e gli altri debbono essere tenuti in uguale stima e uguale lustro, perché incoronano di regale varietà la Chiesa madre comune. Né solo questo; ma siffatta diversità di riti e di istituzioni, mentre conserva intatto e inviolabile ciò che per ciascuna confessione è antico e prezioso, non si oppone affatto alla vera e sostanziale unità. Più che mai ai nostri giorni, dopoché la discordia e le competizioni della guerra quasi dappertutto hanno alienato gli uni dagli altri gli animi umani, occorre che tutti, mossi dalla cristiana carità, siano sempre più spinti a ripristinare con ogni mezzo l’unione in Cristo e per Cristo.

III

L’effetto peraltro della fede e della carità si rivelerebbe addirittura manchevole e inefficace allo scopo di rassodare l’unità nel Signore nostro Gesù Cristo, se non si appoggiasse a quella inconcussa pietra sopra la quale è stata da Dio fondata la Chiesa: vale a dire nella suprema Autorità di Pietro e dei suoi successori. La regola di condotta tenuta in questa gravissima controversia dal Patriarca alessandrino luminosamente lo prova. Tanto nella sconfitta dell’eresia nestoriana quanto nell’accordo coi Vescovi della provincia antiochena, egli si attenne alla più stretta e costante unione con questa Apostolica Sede. Quando infatti il vigilante presule si accorse che gli errori di Nestorio, con rischio della retta fede di giorno in giorno più pericolosi, s’insinuavano e progredivano per ogni parte, si rivolse al predecessore Nostro s. Celestino I, con una lettera, nella quale tra l’altro si legge: «Poiché Dio, in siffatte questioni, esige da noi vigilanza, e una vetusta consuetudine delle chiese ci persuade a comunicare simili questioni con la santità tua, ti scrivo, indottovi dalla stringente necessità». Alle quali parole risponde il Romano Pontefice che intende abbracciarlo «come se fosse presente nella sua lettera … molto più che gli sembra di riscontrare in lui i suoi identici sentimenti nel Signore». Perciò il Sommo Pontefice a questo così ortodosso dottore delegò l’autorità dell’Apostolica Sede, in forza della quale Autorità doveva curare l’esecuzione dei decreti già emessi nel sinodo romano contro Nestorio. A tutti poi è noto, venerabili fratelli, che il santo patriarca d’Alessandria nella celebrazione del concilio di Efeso tenne legalmente le veci del Romano Pontefice, il quale inoltre vi inviò i suoi propri legati, e loro raccomandò soprattutto che avvalorassero l’opera e l’autorità di s. Cirillo. Egli pertanto in nome del Vescovo di Roma presiede a quel sacro Concilio e primo fra tutti ne firmò gli atti. Tanto palesemente splendeva agli occhi d’ognuno la concordia fra la Sede Apostolica e la sede alessandrina, che nella seconda sessione del Concilio, quando pubblicamente fu letta la lettera di s. Celestino, i padri uscirono nelle seguenti acclamazioni: «Giusto giudizio questo. Al novello Paolo Celestino, al novello Paolo Cirillo, a Celestino custode della fede, a Celestino concorde col Concilio, a Celestino l’intero Concilio rende grazie. Uno Celestino, uno Cirillo, una la fede dell’orbe terracqueo». Nessuna meraviglia quindi se poco dopo lo stesso Cirillo poté scrivere: «Alla rettitudine della sua fede rese testimonianza sia la chiesa di Roma, sia il santo Concilio, adunato, per così dire, dall’universalità dell’orbe che si stende sotto il cielo». – Oltre a ciò, questa medesima unione costantissima di s. Cirillo con la Sede Apostolica risulta evidente, se poniamo mente al suo modo di procedere nelle trattative per l’inizio e il rafforzamento della pace coi Vescovi della provincia antiochena. Il Nostro predecessore s. Celestino sebbene approvasse e confermasse tutto quello che il presule alessandrino aveva fatto nel concilio di Efeso, giudicò nondimeno di doverne eccettuare la sentenza di scomunica, che il presidente del Concilio insieme con gli altri Padri aveva pronunziata contro gli antiocheni. «Riguardo a quelli – così il Romano Pontefice – che sembrano consentire nella stessa empietà di Nestorio… per quanto si legga contro di essi la sentenza vostra, purtuttavia noi pure stabiliamo quel che ci sembra opportuno. In siffatte cause molte circostanze bisogna considerare, ché la Sede Apostolica sempre suole tenere presenti…. Se dà speranza di correzione, vogliamo che la vostra fraternità s’intenda per lettera con l’Antiocheno… Giova aspettarsi dalla divina misericordia che tutti tornino sulla via del vero». E s. Cirillo, obbedendo a questa norma, suggeritagli dalla Sede Romana, cominciò a trattare coi Vescovi della provincia antiochena del ristabilimento della pace e del modo di venire a un accordo. Frattanto s. Celestino passò piamente da questa vita. Allora avvenne che del suo successore Sisto III alcuni prendessero a riferire non essergli piaciuto che Nestorio fosse stato deposto. A queste voci il patriarca d’Alessandria tagliò corto con la seguente dichiarazione: «Ha scritto (Sisto) in piena armonia col santo Concilio, ha confermato tutte le sue decisioni e sta dalla parte nostra». – Da tutto quello che abbiamo qui riportato risulta a evidenza che s. Cirillo appieno consentì con questa Apostolica Sede, e risulta del pari che i Nostri antecessori ritennero per propri gli atti di lui e li onorarono di meritate lodi. Prova ne sia che s. Celestino, non contento di avergli attestato innumerevoli volte la fiducia e la gratitudine sua, gli scriveva tra l’altro così: «Ci congratuliamo della vigilanza che nella santità tua è tanta, da sorpassare ormai gli esempi dei tuoi predecessori, i quali essi pure difesero sempre strenuamente i dogmi dell’ortodossia… Hai scoperto tutte le fallacie della più scaltra predicazione… Ridonda a non piccolo trionfo della nostra fede non solo l’esserti affermato con tanta fortezza sui nostri capisaldi, ma l’avere controbattuto gli avversari così come hai fatto con l’appoggio della sacra Scrittura». Allorché poi s. Sisto III, successore di Celestino nel supremo Pontificato, ebbe ricevuto dal patriarca d’Alessandria l’annunzio della pace e dell’unità raggiunta, gli espresse la sua letizia nei termini seguenti: «Ecco che mentre stavamo in ansia, perché vogliamo che nessuno perisca, la santità tua con la sua lettera ci significa redintegrato il Corpo della Chiesa. Ritornate le sue compagini nelle proprie membra, nessuno più vediamo andare errando al di fuori, perché un’unica fede attesta che tutti stanno al loro posto di dentro. … Al beato Apostolo Pietro ha fatto capo la fratellanza universale: ecco qui un ascoltatorio che si confà agli ascoltatori, che conviene alle cose da ascoltare. … A noi sono tornati i fratelli, a noi, dico, che perseguendo per comune desiderio il morbo, abbiamo curato la guarigione delle anime. … Esulta, fratello carissimo, e quale vincitore rallegrati perché i fratelli si sono a noi ricongiunti. La Chiesa ha accolto finalmente coloro che ricercava. Poiché se nessuno vogliamo che perisca dei piccoli, quanto più dobbiamo godere della guarigione dei reggitori». Dalle quali parole dell’antecessore consolato, il presule Alessandrino, vindice invitto della fede ortodossa e artefice premurosissimo della cristiana concordia, riposò nella pace di Cristo. – Noi pertanto, venerabili fratelli, nel celebrare la memoria quindici volte centenaria di questo avvenimento, niente desideriamo e auguriamo più vivamente, se non che quanti si fregiano del nome cristiano, col patrocinio e l’esempio di s. Cirillo promuovano ogni giorno più il ritorno dei fratelli orientali dissidenti, a Noi e all’unica Chiesa di Gesù Cristo. Unica sia per tutti l’intemeratezza della Fede, unica la Carità che tutti insieme ci saldi nel mistico Corpo di Gesù Cristo, unica infine e premurosamente attiva la fedeltà alla Sede del beato Pietro. A quest’opera degna e meritevolissima non solo impieghino tutte le loro forze coloro che vivono in Oriente, i quali con la mutua stima, col benevolo tratto, con l’esempio dei costumi integerrimi, più facilmente potranno attrarre all’unità della Chiesa i fratelli separati, e più degli altri i sacri ministri; ma tutti altresì i fedeli, implorando da Dio con le preghiere l’unità del regno del divin Redentore in ogni parte del mondo, e l’unità dell’universale ovile. A tutti costoro raccomandiamo anzitutto quel validissimo concorso e aiuto, che in qualsiasi iniziativa da intraprendere a salute delle anime, deve essere primo di tempo e precipuo d’efficacia: la preghiera, vogliamo dire, rivolta a Dio con cuore umile e fiducioso. Desideriamo poi che s’interponga il potentissimo patrocinio della Vergine Genitrice di Dio, affinché per la mediazione di questa benignissima e amantissima Madre di tutti, il divino Spirito illumini con la sua superna luce l’animo degli orientali, sì che tutti siamo una cosa sola nell’unica Chiesa, da Gesù Cristo fondata, e dallo stesso Spirito paraclito nutrita con incessante pioggia di grazie e sospinta verso la santità. A quelli poi che vivono nei seminari o in altri collegi, in modo speciale intendiamo raccomandare la «Giornata pro Oriente». In quel giorno s’innalzino più ardenti preghiere al divino Pastore della Chiesa universale, e con crescente premura si stimolino i giovani al desiderio di vedere raggiunta questa santissima unità. Tutti infine coloro che, o insigniti degli ordini sacri, o ascritti all’Azione cattolica e alle altre associazioni, aiutano l’opera gerarchica del Clero sia con la preghiera, sia con gli scritti, sia con la parola, promuovano quanto meglio possono la desideratissima unione degli orientali tutti quanti col Pastore comune. – Faccia Iddio che questo Nostro paterno invito sia ascoltato con buone disposizioni anche da quei Vescovi dissidenti e dai loro greggi, i quali, per quanto separati da Noi, encomiano e venerano tuttavia come domestica loro gloria il Patriarca d’Alessandria. Sia per essi questo preclarissimo dottore maestro ed esempio a restaurare di nuovo la concordia con quel triplice vincolo, che egli, come cosa assolutamente necessaria, raccomandò tanto, e col quale il divino Fondatore della chiesa volle che i suoi figli si sentissero avvinti. Si ricordino inoltre che Noi oggi, per disposizione della divina Provvidenza, occupiamo quell’Apostolica Sede, alla quale il presule alessandrino, spintovi dalla responsabilità del proprio ufficio, si rivolse, sia per difendere contro gli errori di Nestorio con armi sicure la Fede ortodossa, sia altresì perché l’ottenuto pacifico consenso dei confratelli prima dissidenti fosse poi ratificato quasi da sigillo divino. Sappiano anche che Noi siamo mossi dalla stessa carità dei Nostri predecessori e che a questo soprattutto con preghiere assidue tendiamo che, cioè, tolti felicemente di mezzo gli ostacoli inveterati, spunti alfine il sospirato giorno in cui l’intero gregge si trovi raccolto nell’unico ovile sotto la concorde e volenterosa dipendenza da Gesù Cristo nostro Signore e dal suo vicario in terra. – In particolare maniera poi Ci rivolgiamo a quei figli dissidenti tra gli orientali che, mentre venerano moltissimo s. Cirillo, tuttavia non ammettono l’autorità del Concilio Calcedonese, perché in esso fu solennemente definita la duplice natura nella Persona di Gesù Cristo. Riflettano costoro che il Patriarca d’Alessandria non si oppone con la sua sentenza alle deliberazioni, le quali di poi al sorgere di nuovi errori furono dallo stesso concilio di Calcedonia stabilite. Infatti apertamente egli scrive: «Non tutto quello che gli eretici dicono, si deve subito scartare e ripudiare: molte cose professano di quelle che noi pure ammettiamo… Ciò vale anche riguardo a Nestorio; sebbene egli affermi le due nature a significare la differenza dell’umanità e della divinità nel Verbo: e invero altra è la natura del Verbo, altra quella dell’uomo: tuttavia non professa l’unione con noi». – Similmente giova sperare che anche gli odierni seguaci di Nestorio se, senza lasciarsi prendere la mano da pregiudicate opinioni, sottopongono ad attento esame gli scritti di s. Cirillo, siano per vedersi aperta la strada alla verità, e per sentirsi richiamare con l’aiuto della grazia divina al grembo della chiesa cattolica. – Niente altro ormai Ci resta, venerabili fratelli, se non implorare con le supplici Nostre preghiere, durante questo XV centenario di s. Cirillo, sulla Chiesa tutta, ma specialmente su quelli che in Oriente si gloriano del nome Cristiano, il propizio patrocinio di questo santo Dottore, domandando soprattutto che nei fratelli e nei figli dissidenti felicemente si compia ciò che egli un giorno congratulandosi scrisse: «Ecco che le membra avulse del coro della chiesa di nuovo si sono tra loro riunite, e nulla ormai più rimane che per discordia divida i ministri dell’evangelo di Cristo». – Sostenuti da questa soavissima speranza, sia voi tutti e singolarmente, venerabili fratelli, sia al gregge a ciascuno di voi affidato, in auspicio dei celesti favori, e in attestato della paterna Nostra benevolenza, impartiamo con ogni affetto nel Signore l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, il 9 aprile, domenica di risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, dell’anno 1944, VI del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO VII – “DIU SATIS”

Dopo le burrascose vicende che caratterizzarono il Pontificato di S. S. Pio VI,  il suo successore, Papa Pio VII Chiaramonti, appena eletto, fa il punto della drammatica situazione in cui versa la Santa Sede, attaccata con terribili colpi portati dai facinorosi massoni delle rivoluzioni, in particolare contro la figura del Vicario di Cristo, garante del deposito della fede cristiana, principio di unità e santità della Chiesa di Cristo, e Pastore universale al quale è stata affidata la cura ed il pascolo delle anime redente da Gesù Cristo in vista della loro salvezza. Il Santo Padre, dopo una breve rievocazione del comportamento eroico del suo predecessore, Papa Braschi, si abbandona alla volontà ed alla Provvidenza divina, come anche la storia dimostrerà dalle vicende che lo vedranno lungamente perseguitato, cacciato dalla Sede romana, prigioniero ed infine provvidenzialmente restaurato nella sua Sede Apostolica. Ricordando Papa Martino I, altro Pontefice Romano martire, cacciato ed impedito nelle sue funzioni, egli accomuna queste vicende a quelle del suo predecessore, ma in realtà sono parole profetiche anche per se stesso, ché dovrà seguire un analogo doloroso cammino di persecuzioni. Questo dimostra come già all’epoca le forze del demonio erano scatenate contro la Chiesa di Cristo, ed in particolare contro il suo Capo visibile, il successore del Principe degli Apostoli. Oggi la persecuzione del Vicario di Cristo è ancor più crudele di quella dei Papi Martino, Pio VI e VII, perché il Vicario attuale è prigioniero ed impedito materialmente, tradito da tutti i prelati, più o meno finti, oltretutto oltraggiato dalle eresie ultra-moderniste della setta del novus ordo, dei sedevacantisti finti tradizionalisti, e dei fallibilisti disobbedienti eredi invalidi del cavaliere kadosh di Lille. Ma la stessa lettera si chiude con parole di speranza per tutti noi, noi sferzati dalle persecuzione delle eresie pestilenziali dei modernisti adoratori del signore dell’universo, degli scismatici di numerose sette, oltre che dalle eresie ben note degli empi protestanti delle migliaia di sette sparse per ogni dove a servizio di satana: « … Soprattutto è nostro dovere “mantener saldamente e difendere tale unità”, come ammonisce Cipriano (Dell’unità della Chiesa); guardando e ammirando questa, continua a pregare Gesù Cristo, “… il mondo abbia fede che sei Tu che mi hai mandato”. Perciò, fiduciosi nell’aiuto di Cristo che Ci assiste e non si allontana mai dal Nostro fianco e Ci dà forza con queste parole: “Non sia turbato il vostro cuore e non tema; come credete in Dio, così credete anche in me“, dedichiamoci, riunendo il nostro zelo e la nostra alacrità, alla comune salute …». Sono queste parole forti che devono spingere il “pusillus grex” a non temere, a non atterrirsi davanti alle ciclopiche difficoltà materiali e spirituali, a resistere nella certezza della vittoria finale di Nostro Signore che spegnerà con il soffio della sua bocca, ogni incendio suscitato dall’anticristo e dai suoi accoliti … et portæ inferi non prævalebunt … et IPSA conteret caput tuum…

Pio VII
Diu satis

Ci sembra di aver taciuto abbastanza a lungo con voi: ora sono trascorsi già due mesi di inquietudini e di fatiche, da quando Dio impose alla Nostra debolezza questo peso così grande, mettendoCi a capo di tutta la sua Chiesa; e Noi dobbiamo, non tanto per la consuetudine invalsa fin dai più antichi tempi, quanto per l’amore che vi portiamo (amore che, incominciato già da molto per i frequenti rapporti di collegio, sentiamo ora straordinariamente accresciuto e completo) parlarvi almeno per lettera; e nulla può esserCi più soave e gradito. A far questo Ci stimola con forte spinta la natura di quello che è il Nostro particolare dovere, natura così bene espressa dalle parole: “Conforta i tuoi fratelli”. E infatti, in questi tristi tempi di scompiglio, Satana, più che mai, “ci cerca tutti per vagliarci come grano”. Tuttavia, chi è tanto stolto e tanto avverso a Noi da non capire e vedere che Cristo Signore, anche in simili circostanze difficili e ostili, fece ciò che si può constatare, poiché aveva promesso di “pregare per Pietro, affinché non venisse meno la fede in lui”? I posteri certo saranno meravigliati per la sapienza, la grandezza d’animo e la costanza di Pio VI, al quale Noi siamo subentrati nel potere; così gli fossimo succeduti anche in quella virtù, che non poté essere distrutta né fiaccata dall’impeto di nessuna avversità né dall’accumularsi delle sciagure. Possiamo dire che egli rinnovò la forte e fedele difesa della verità e la fermezza nel sopportare affanni e stenti di quel Martino dal quale un giorno provenne così grande lode alla Nostra Sede; infatti, ferocemente cacciato dalla sua città a dalla sua Sede, spogliato di ogni autorità, onore e bene di fortuna, spinto a emigrare altrove appena gli sembrava di aver trovato un posto tranquillo; condotto in terre così lontane, sebbene fosse vecchio e ammalato da non poter fare il viaggio a piedi, sentiva per soprappiù le minacce di un esilio più crudele, e non avrebbe avuto di che nutrire sé e il suo esiguo seguito se qualche anima generosa non lo avesse soccorso; nonostante che ogni giorno la sua solitudine e la sua debolezza fossero messe a dura prova, tuttavia non venne mai meno a sé stesso, non si lasciò ingannare da nessuna frode, né turbare da alcun timore, né lusingare da speranze, né fiaccare da disagi e pericoli; e i suoi nemici non poterono cavargli fuori né una lettera né una parola che non provasse a tutti che Pietro “era vissuto fino a questo tempo nei suoi successori e rendeva giustizia, il che è non dubbio per nessuno ed è più che noto fin dalla prima età” come disse un autore assai quotato nel Concilio di Efeso. Si deve considerare di molta importanza e ricordare con animo grato il fatto che a Pio VI fu da Dio donata la morte (bisogna infatti dire così piuttosto che parlare di vita tolta) in un tempo nel quale più nulla ormai impediva che si eleggesse il suo successore secondo il rito.

Ricordatevi, Venerabili Fratelli, come eravamo preoccupati e trepidanti quando i Cardinali della Santa Romana Chiesa, cacciati anch’essi dalle loro sedi, in gran numero imprigionati, in parte uccisi, moltissimi costretti a attraversare il mare con un tempo orribile, spogliati dei loro beni, poveri, i più separati fra loro da grandi distanze, senza il permesso (poiché le strade erano occupate dal nemico) né di corrispondere fra loro per lettera, né di andare dove volevano e dovevano, davano a pensare che in nessun modo avrebbero potuto riunirsi per rimediare alla vedovanza della Chiesa secondo gli antichi costumi e usanze, se per caso Pio VI, che di giorno in giorno, a quel che sentivamo dire, era in pericolo di vita, avesse dovuto soccombere. Chi allora, in così sciagurate e quasi disperate circostanze, avrebbe osato sperare, in base solo a possibilità umane spirituali e materiali, ciò che doveva avvenire per singolare benevolenza divina, che cioè Pio VI non avrebbe lasciato questa vita prima che, stabiliti i comizi pontifici da tenersi dopo di lui, calmata quasi tutta l’Italia, riordinato tutto il Veneto, moltissimi Cardinali potessero trovarsi presenti a votare a favore e protezione del carissimo Nostro figlio in Cristo Francesco, nominato Apostolico Re d’Ungheria, illustre Re di Boemia e Imperatore dei Romani? – Riconoscano da ciò gli uomini che invano si tenterebbe di rovesciare la “Casa di Dio”, che è la Chiesa costruita su Pietro; il quale è Pietra di fatto e non solo di nome; e che contro questa Casa di Dio “le porte dell’Inferno non potranno prevalere, perché ha le fondamenta sulla pietra”. Tutti coloro che furono nemici della Religione cristiana, combatterono anche una nefanda guerra contro la Cattedra di Pietro, e finché questa resisteva, quella non poteva vacillare né indebolirsi: “e per l’ordinazione e la successione dei suoi Pontefici”, proclama a tutti Sant’Ireneo “venne fino a noi quella che è la proclamazione della verità e la più chiara dimostrazione che unica e identica è la Fede vivificatrice, che nella Chiesa fu conservata dai tempi degli Apostoli fino a ora, e tramandata in spirito di verità”. – Certamente per questa strada sono passati anche coloro che nella Nostra epoca cercarono di sostituire non so quale pestifera infezione di falsa filosofia a quella filosofia (come chiamano benissimo la dottrina cristiana soprattutto i Padri greci) che il Figlio di Dio con la sua eterna sapienza portò giù dal Cielo e impartì agli uomini. E benissimo contro di loro si scaglia con queste parole Paolo: “Sta scritto: accuserò la sapienza dei sapienti e disapproverò la prudenza dei prudenti; dove un sapiente, dove uno scriba, dove un ricercatore in questo secolo? Non fece Dio stolta la sapienza di questo mondo?”. Tanto più volentieri ricordiamo queste parole, Venerabili Fratelli, in quanto ristorano straordinariamente lo spirito e lo elevano e lo infiammano a non evitare nessuna fatica e nessuna lotta per la Chiesa di Cristo, che Egli consegnò e raccomandò a Noi (a Noi che non solo non osavamo desiderare questo, ma neppure Ci pensavamo, e anzi eravamo alquanto intimoriti), perché la governassimo proteggendola, la onorassimo e la ingrandissimo. Ed Egli sicuramente “farà sì che Noi siamo adeguati ministri del Nuovo Testamento, cosicché l’elevazione deriverà dalla virtù di Dio e non da Noi”. Per la qual cosa “cerco ora di commuovervi sinceramente” o Venerabili Fratelli (ciascuno dei quali sarà certamente inquieto e premuroso per conto suo), affinché siate d’accordo con Noi e portiate all’opera la vostra zelante e diligente collaborazione. – Abbiate sempre presente nell’anima quel che Gesù Cristo implorò da suo Padre: “Padre santo, conservali nel tuo nome, affinché siano una sola cosa, come noi… non solo per loro (cioè per gli Apostoli), ma anche per coloro che attraverso le loro parole crederanno in me, io prego che tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, in me e io in te; che essi tutti siano una cosa sola in Noi”.

Soprattutto è nostro dovere “mantener saldamente e difendere tale unità”, come ammonisce Cipriano (Dell’unità della Chiesa); guardando e ammirando questa, continua a pregare Gesù Cristo, “il mondo abbia fede che sei Tu che mi hai mandato”.

Perciò, fiduciosi nell’aiuto di Cristo che Ci assiste e non si allontana mai dal Nostro fianco e Ci dà forza con queste parole: “Non sia turbato il vostro cuore e non tema; come credete in Dio, così credete anche in me”, dedichiamoci, riunendo il nostro zelo e la nostra alacrità, alla comune salute. – Città, castelli, campagne, distretti, province, regni, nazioni, già da tanti anni saccheggiati, torturati, immiseriti, rovinati, bramano un rimedio che li ristori: e questo non dobbiamo sperare di trovarlo altro che nella dottrina di Cristo. E possiamo ora con maggiore fiducia incitare quelli che ne sono ancora lontani, con le parole di Agostino: “Diano un esercito di soldati quali la dottrina di Cristo comandò che fossero, diano provinciali, mariti, mogli, genitori e figli, padroni e servi, re e giudici, infine contribuenti del fisco ed esattori come la dottrina di Cristo prescrive che siano”, e non potendo ottenere ciò “non esitino a proclamare che questa sarebbe la più sicura salvezza dello Stato, se si obbedisse”. – È dunque Nostro dovere, Venerabili Fratelli, soccorrere gli uomini e le popolazioni in angustie e scacciare dalle teste di tutti i mali che incalzano e minacciano e il pensiero dei quali Ci fa piangere; infatti “Gesù Cristo diede pastori e dottori per il compimento degli atti sacri, per il ministero e l’edificazione del corpo di Cristo: fino a che tutti siano giunti all’unità della Fede e della conoscenza del Figlio di Dio”. – E se qualcosa per caso distogliesse o impedisse alcuno di Noi dal diligente compimento di tale opera, di quale vergognoso delitto si renderebbe egli colpevole! Pertanto, o Venerabili Fratelli, vi preghiamo prima di tutto e scongiuriamo ed esortiamo e ammoniamo e inoltre vi ordiniamo di non trascurare nessun atto di vigilanza, di diligenza, di fatica per “custodire il deposito” della dottrina di Cristo; poiché sapete bene quali cospirazioni e da chi siano state fatte per perderlo. – E non annoverate nel Clero nessuno; non affidate a nessuno “l’amministrazione dei misteri di Dio”; non tollerate che nessuno riceva le confessioni o parli al pubblico dei fedeli; non date a nessuno alcuna funzione o incarico prima di avere attentamente esaminato, indagato e accuratamente provato se la sua anima sia conforme a Dio. Poiché “così non avessimo imparato per esperienza che grande quantità di pseudo-apostoli si sono diffusi in quest’epoca, pseudo-apostoli che sono subdoli lavoratori i quali si fanno passare per Apostoli di Cristo”, dai quali, se non facciamo attenzione, certamente “saranno corrotti i fedeli, come Eva fu sedotta dal serpente con l’astuzia, e decadranno dalla semplicità cristiana”. E bisogna che voi “badiate bensì a tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo vi pose come Vescovi”; ma soprattutto i fanciulli e gli adolescenti reclamano la vigile, zelante, attiva opera del vostro paterno amore e della vostra benevolenza: i fanciulli e gli adolescenti che Gesù Cristo così caldamente raccomandò a Noi, sia con l’esempio che con le parole; e coloro che tentano di rovesciare le istituzioni pubbliche e private e di mettere sottosopra tutti i diritti umani e divini, hanno fatto ogni sforzo per avvelenare e corrompere le loro tenere anime, sperando così di compiere i loro premeditati misfatti. E infatti non ignoriamo che essi sono simili a cera molle e possono essere facilmente maneggiati, piegati da tutte le parti e plasmati: e una volta assunta una forma, crescendo induriscono in questa e la mantengono molto tenacemente, respingendone ogni altra; donde quel proverbio che va per le bocche di tutti: “Chi segue una data via nell’adolescenza, anche invecchiando non se ne allontanerà”. Non fate in modo, dunque, Venerabili Fratelli, “che coloro che si occupano di cose mondane siano più saggi di coloro che seguono nella loro vita giustizia e verità”. Considerate attentamente a quali uomini siano affidati i fanciulli e gli adolescenti nei seminari e nei collegi, in quali discipline siano istruiti, quali maestri siano scelti nei licei, che lezioni si tengano; sorvegliate assiduamente, indagate, esplorate ogni cosa; scacciate e tenete lontani “i lupi rapaci che non risparmiano” il gregge degl’innocenti agnelli; e se per caso si sono introdotti in qualche luogo spingeteli fuori e sterminateli immantinente, “secondo il potere che Dio vi diede per l’edificazione”. – La salute stessa della Chiesa, dello Stato, dei Principi e di tutti i mortali, salute che dobbiamo considerare molto più cara e più importante della nostra vita, esige che questo potere sia tutto da Noi esplicato nel distruggere quel mortale flagello dei libri. – Questo argomento trattò largamente e a fondo con voi il Nostro Predecessore Clemente XIII di felice memoria in una sua Lettera direttavi il 25 Novembre 1766. E non parliamo soltanto di strappare dalle mani degli uomini, di distruggere completamente bruciandoli quei libri nei quali si dà contro la dottrina di Cristo apertamente; ma anche e soprattutto bisogna impedire che arrivino alle menti e agli occhi di tutti quei libri che operano più nascostamente e più insidiosamente. Per riconoscerli “non c’è bisogno”, dice Cipriano (Dell’unità della Chiesa),di un lungo trattato e di argomentazioni; in breve, vi è una facile prova di verità: Dio dice a Pietro: Pascola le mie pecore”. Dunque le pecore di Cristo debbono ritenere salutare per loro quel pascolo nel quale le ha poste la voce autorevole di Pietro, a esso debbono dedicarsi e con esso nutrirsi: e stimare assolutamente peccaminose ed esiziali le cose dalle quali tale voce li richiami e li distolga; e non debbono lasciarsi attrarre da alcuna apparenza né travolgere da alcuna seduzione. Coloro che non si mostrano così obbedienti, non si possono certo annoverare fra le pecorelle di Cristo. Su questo punto, Venerabili Fratelli, non possiamo chiudere gli occhi, né tacere, né essere troppo indulgenti: se infatti non è frenata e repressa così grande libertà di pensiero e di parola, di leggere e di scrivere, sembrerà che per tanto tempo siamo stati sollevati dal male che da così lungo tempo ci affligge, per il senno e le forze dei più sapienti e potenti re e duci; ma che, scomparsa ed estinta la loro stirpe (inorridiamo nel dirlo, pure bisogna dirlo) quello dilagherà di più e acquisterà forza abbracciando tutta la terra, né per l’avvenire basteranno a distruggerlo o ad allontanarlo legioni di soldati, guardie, sentinelle, munizioni di città e fortificazioni di imperi. Ognuno di noi, Venerabili Fratelli, si sente commosso ed esaltato dal fatto che Dio ci assegnò il Profeta Ezechiele: “O figlio dell’uomo, io ti ho posto come vedetta nella casa di Israele: tu udrai dalla mia bocca la mia parola e l’annuncerai loro. Se quando io dico all’empio: morrai di morte, tu non glielo annuncerai… l’empio morrà nella sua malvagità: e io esigerò da te il suo sangue”. Queste parole, lo confessiamo, Ci vanno stimolando giorno e notte, e non Ci permetteranno mai di essere incerti o esitanti nell’adempimento del Nostro dovere; e vi promettiamo e garantiamo che non solo saremo il vostro collaboratore e fautore, ma anche il primo e il capo. – E inoltre vi è, Venerabili Fratelli, un altro “deposito da custodire” e da difendere con animo più che mai saldo e costante, quello cioè delle più sante leggi della Chiesa, sulle quali essa stabilì quella sua disciplina in cui sta il potere, per le quali fioriscono la pietà e la virtù, e per le quali la Sposa di Cristo “è forte come un esercito schierato in campo”; e la maggior parte delle quali sono gettate come fondamenta a sostenere il peso della Fede, per servirCi delle parole di San Zosimo.

Nulla può essere più vantaggioso e glorioso per i capi di città e per i re che “lasciare”, come l’altro valorosissimo e sapientissimo Predecessore Nostro San Felice prescriveva all’Imperatore Zenone, “lasciare… che la Chiesa Cattolica si serva delle sue leggi, e non permettere che alcuno si opponga alla sua libertà… Infatti è certamente salutare per i loro interessi che, trattandosi di cose divine, secondo la sua legge, cerchino di subordinare la loro regia volontà ai sacerdoti di Cristo, non di anteporla”. – Per quel che riguarda “il deposito” dei beni della Chiesa, “le quali ricchezze sono i voti, il sacro denaro, la sostanza delle cose sante, le cose di Dio”, come spiegano esplicitamente i Padri, i Concili e le Sacre Scritture, che cosa mai, Venerabili Fratelli, potremmo prescrivervi ora che la Chiesa è miserabilmente spoglia e priva di essi? Una cosa sola: di adoperarvi e di sforzarvi affinché tutti comprendano e si imprimano nell’anima ciò che un tempo il Concilio di Aquisgrana rinserrò in questa breve e chiara e meditata sentenza conclusiva: “Chiunque abbia portato via o abbia macchinato di portar via le cose che altri fedeli abbiano recate, prendendole fra i loro beni, per onorare Dio e ornare la sua Chiesa e per uso dei ministri di questa, allo scopo di risanare le loro anime: certamente ha trasformate in pericolo per l’anima sua le cose che gli altri hanno date”. – Abbiamo tutte le ragioni di affermare quanto segue col Nostro Precursore Sant’Agostino: “Non certamente da ostinata ricerca di vantaggi secolari, ma dalla considerazione del giudizio divino siamo spinti a ridomandare quelle cose che abbiamo l’ordine di amministrare con fedeltà e prudenza”. È chiaro che i re cristiani non lasciano vane le Nostre preghiere, esortazioni, ammonimenti o atti d’autorità, e così pure i capi di Stato, che affermano giustamente di essere stati chiamati da Isaia “balii” della Chiesa, e tali si vantano di essere; e la loro pia devozione, la loro giustizia e sapienza e fede, Ci danno tanta speranza e destano in Noi una così fiduciosa aspettativa, che riteniamo cosa sicura che essi faranno in modo che siano restituite immediatamente “a Dio le cose di Dio”, e che non correranno il rischio di sentir risonare alle loro orecchie queste parole di lamento di Dio: “Avete preso il mio argento e il mio oro, e le cose mie più belle e desiderabili”. – E non saranno diversi dai grandi Costantino e Carlo, dei quali andò famosa la generosità e l’equità verso la Chiesa: uno dei due confessò “di aver conosciuto molti regni e di aver visto i loro re cadere per aver spogliata la Chiesa”; per la qual cosa dichiara e imprime nell’anima ai suoi figli e a coloro che in seguito reggeranno lo Stato: “Per quanto è in nostro potere, in nome di Dio e di tutti i benefici dei Santi, proibiamo e impediamo che essi facciano tali cose, e che diano il loro consenso a coloro che le vogliono fare, ed esigiamo che siano con tutte le loro forze collaboratori e difensori della Chiesa e del culto divino”. E non bisogna nascondervi, o Venerabili Fratelli, alla fine di questa lettera “che grande è la mia tristezza e non ha tregua il dolore del mio cuore”, per i figli Nostri, che sono i popoli di Francia e tutti gli altri presso i quali non è ancora raffreddata la stessa furente pazzia. Che cosa potremmo desiderare di più che dare la vita per loro, se la loro salvezza potesse essere pagata con la Nostra morte? Non neghiamo, anzi teniamo sempre presente, che a diminuire e a sollevare il Nostro acerbo dolore molto valgono l’invitta forza d’animo e la costanza che moltissimi di voi hanno dimostrata, che ogni giorno abbiamo in mente e che uomini di ogni genere, età, classe sociale hanno seguito con meraviglioso impeto: uomini che hanno preferito patire ogni specie d’ingiurie, di pericoli, di supplizi, persino incontrare la morte, e hanno stimato tutto ciò più nobile per loro, che lasciarsi imbrattare da illeciti e delittuosi sacramenti, vincolarsi al delitto e disobbedire ai decreti e ai precetti della Sede Apostolica. A memoria Nostra, sono rinnovate tanto la virtù che la crudeltà dei primi tempi. E non vi è nessun popolo, in nessuna parte, che non sia compreso nel Nostro pensiero e nel Nostro paterno vigile amore; nessuno per il quale non Ci rattristiamo e non Ci affliggiamo crudelmente a causa del suo dissidio da Noi e dalla verità, e al quale non verremmo con esultanza in aiuto.

Unitevi a Noi nelle Nostre preghiere, affinché dopo tante e lunghe agitazioni “la Chiesa abbia pace, affinché sia edificata nel timor di Dio e nella consolazione dello Spirito Santo, e nulla ormai impedisca che di tutte le nazioni si faccia un solo ovile ed un solo pastore”.

Frattanto, a voi che siete così ben disposti e pronti e al Gregge che governate, con tutta l’anima impartiamo l’Apostolica Benedizione.

Venezia, dal Monastero di San Giorgio Maggiore, il 15 Maggio 1800, anno I del Nostro Pontificato.