UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “QUANTA CURA”

“QUANTA CURA”

ENCICLICA

DI PIO IX PONTEFICE MASSIMO

DATA ADDÌ VIII DICEMBRE MDCCCLXIV
del suo pontificato l’anno XIX

Leggendo la “Quanta Cura”, e di seguito il “Syllabo” degli errori, che pubblicheremo, a Dio piacendo, la prossima domenica, si ha un effetto strano, è come guardare in uno specchio d’acqua, un placido laghetto, nel quale si riflette un paesaggio alpino. Si vedono le nuvole che attraversano il cielo, le cime alte dei monti, gli alberi e la rigogliosa natura con tante specie vegetali, ma … tutto al contrario, tutto capovolto, ciò che è in alto, lo si vede in basso, ciò che è più alto, lo si vede ancor più in profondità. È la sovversione totale della dottrina modernista, ribaltata in toto rispetto alla Dottrina Cattolica. È come ascoltare un disco che gira al contrario, i suoni e le parole capovolte, la prima nota diventa l’ultima, l’ultima sillaba diventa la prima … una contro-sinfonia, una partitura tonale che diventa un dodecafonismo delirante … l’inversione totale!  Nella setta vaticana attuale tutto è capovolto: si proclama tutto ciò che si legge nell’Enciclica e nel Syllabo degli errori, salvo la premessa: si condanna! Qui invece si proclama, si promulga! La setta modernista vaticana ha così confezionato e ci propina fin dalle sue sorgenti, scaturite dal conciliabolo di fine secolo XX, il c.d. Vaticano II [si, … quello scomunicato latæ sententiæ già mezzo millennio prima dalla bolla “Exsecrabilis” di Papa Piccolomini], un contro-syllabo, come giustamente diceva uno degli antipapi attuali, un “illuminato” teologo [illuminato dal fuoco sinistro di lucifero evidentemente”]. Tutto è simile, ma invertito, come nel bel paesaggio alpino riflesso nelle acque del placido lago! E a parlarne in giro, .. solo un bimbo ormai ha il coraggio di dire: “… ma il re è nudo”, … però nessuno lo vuole dire per non vedersi additato come retrogrado, fondamentalista, antiprogressista, antiquato avversario della modernità! È come la Chiesa ribaltata, invertita, … come molti dei suoi falsi funzionari, ma la Chiesa non può essere invertita, ribaltata, ma “eclissata” sì, e se quella che appare non è la Chiesa, “ipso facto” è la sinagoga di satana! Così come, se la salvezza è sulle vette dei monti, sulle nubi, nel cielo, l’inversione è la perdizione nelle acque del lago, lo strapiombo nello stagno della dannazione, … lo comprende bene anche il bimbo di cui sopra. Solo i sapienti e gli “illuminati” teologi non lo comprendono, a meno che … non siano essi pure parte di un piano che mira a sovvertire tutta l’umanità chiamata al banchetto celeste, sprofondandola così non nel fresco lago alpino, ma nello stagno, … di fuoco, la dove sarà pianto e stridore di denti. È così lampante: sovvertire la divina dottrina, ribaltare i dogmi della fede Cattolica di sempre, impugnare la verità conosciuta, quella della Tradizione apostolica, resa nota dalle Sacre Scritture, applicata mediante il Magistero infallibile di Pietro e dei suoi successori ininterrotti fino alla fine dei tempi, sovvertire la Divina Rivelazione, rompere l’unità temporo-spaziale della “Chiesa di Cristo”, cos’è se non l’opera del “nemico” di Dio e degli uomini, del “signore dell’universo”, insediatosi al posto di Dio Uno e Trino, come  “abominio della desolazione” sui sacri altari a farsi adorare, il falsario ed omicida baphomet-lucifero servito dai suoi adepti, che oggi vediamo pure tra i vestiti di porpora, con talare nera, rossa, e finanche di bianco imbiancati … come i sepolcri di evangelica memoria?!? Le cose saranno ancor più chiare nel leggere il “Syllabo” di quelli che nella Chiesa Cattolica di sempre sono considerati errori dottrinali, eresie manifeste, mentre oggi sono la “costituzione modernista”, in auge presso gli apostati della setta vaticana usurpante. – In questa lettera Papa Mastai colpisce diversi bersagli … le false e perverse opinioni, tra cui la peggiore: “il naturalismo” di stampo gnostico-massonico, madre di tutte le eresie; e poi l’indifferenza religiosa, per cui anche le  religioni false e le sette scismatiche pseudo-cristiane portano alla salvezza, odierno cavallo di battaglia della setta massonico-modernista del Vaticano; l’idea totalmente falsa del “sociale governo” [quello che oggi governa tutte le nazioni un tempo cristiane], la libertà di coscienza e di culto, “idolo” di tutti i mezzi di informazione attuali, compresi i falsi sedicenti cristiani], …”libertà della perdizione” la chiama il Santo Padre, con la conseguente corruzione dei giovani, la profanazione del giorno del Signore, [oggi non se ne parla neanche più, tanto è radicata la barbara abitudine nei bruti, anche nei bruti in talare variopinta che anticipano le loro false e sacrileghe funzioni alla sera prima per poter permettere l’affluenza ai teatri, agli spettacoli indecenti, e ai centri commerciali … servi sciocchi di un padrone che li schiaccerà, appena logori o minimamente dissidenti, come luridi vermi!]; il clero [quello “vero” cattolico], privato di diritti civili, la disconoscenza dei diritti di Dio e della Regalità di Cristo nella società civile, l’usurpazione dei diritti e delle possessioni della Chiesa, il dominio delle sette e delle conventicole, mattoni della “sinagoga di satana”, etc. L’Enciclica si completa poi con il “Syllabo” degli errori, con i principali 80 errori dell’epoca segnalati da Sua Santità, di cui discuteremo ancora, così come vedremo in futuro altri “Syllabi”, ad es. di S. Pio X e di Pio XII. Ma non precorriamo i tempi, godiamoci ora questa lettera, “pietra miliare” del Magistero infallibile di tutti i tempi, certi di navigare in un’arca sicura, come quella di Noè, in mezzo al diluvio modernista che copre già i monti e sta raggiungendo le nubi oramai … “Quanta cura ac pastorali vigilantia Romani Pontifices …”

A tutti i venerabili fratelli
patriarhi, primati, arcivescovi e vescovi
che hanno la grazia e la comunione
della Sede Apostolica

PIO PAPA IX.

VENERABILI FRATELLI,
salute ed apostolica benedizione.

Con quanta cura e pastorale vigilanza i Romani Pontefici Predecessori Nostri, eseguendo l’ufficio loro commesso dal medesimo Cristo Signore nella persona del Beatissimo Pietro Principe degli Apostoli e il carico di pascere gli agnelli e le pecore, non mai abbiano tralasciato di nutrire diligentemente l’universale gregge del Signore con le parole della fede, e di imbeverlo della salutare dottrina, e di rimuoverlo dai pascoli attossicati, a tutti ed a Voi in ispecialità, o Venerabili Fratelli, è chiaro e manifesto. Ed in vero i predetti Nostri predecessori, dell’augusta Religione cattolica, della verità e della giustizia difensori e vindici, della salute delle anime sommamente solleciti, niente mai ebbero più a cuore quanto con le loro sapientissime Lettere e Costituzioni scoprire e condannare tutte le eresie e gli errori, i quali contrariando la divina nostra fede, la dottrina della Cattolica Chiesa, la onestà dei costumi e la eterna salute degli uomini, spesso eccitarono gravi tempeste, e funestarono in miserabile modo la cristiana e la civile repubblica. Per lo che i suddetti Predecessori Nostri con apostolica fortezza continuamente resistettero alle nefande macchinazioni di uomini iniqui, che schizzando come i flutti di procelloso mare la spuma delle loro fallacie, e promettendo libertà mentre che sono schiavi della corruzione, con le loro opinioni ingannevoli e con i loro scritti perniciosissimi, si sono sforzati di sconquassare le fondamenta della Cattolica Religione e della civile società, di levare di mezzo ogni virtù e giustizia, di depravare gli animi e le menti di tutti, di sviare dalla retta disciplina dei costumi gl’incauti, e massimamente la imperita gioventù, e di guastarla miseramente, di arreticarla nei lacci degli errori e per ultimo di strapparla dal seno della Chiesa Cattolica. – Intanto, siccome a Voi, Venerabili Fratelli, è ben noto, subito che per un arcano consiglio della divina Provvidenza, non certo per verun Nostro merito, fummo innalzati a questa Cattedra di Pietro, vedendo Noi con estremo dolore del Nostro animo la orribile procella sollevata da tante prave opinioni, e i gravissimi e non mai abbastanza lacrimabili danni che da tanti errori ridondano nel popolo cristiano, per ufficio dell’apostolico Nostro Ministero, seguendo le vestigia illustri dei Nostri Predecessori, alzammo la voce Nostra, e con parecchie Lettere Encicliche divulgate per la stampa e con le Allocuzioni tenute nel Concistoro e con altre apostoliche Lettere condannammo i principali errori della tristissima età nostra, e stimolammo la esimia vostra episcopale vigilanza, ed ammonimmo con ogni nostro potere ed esortammo tutti i figliuoli della Cattolica Chiesa a Noi carissimi, che avessero in sommo abominio la infezione di una peste così crudele, e la fuggissero. Specialmente poi con la Nostra prima Lettera enciclica dei 9 novembre dell’anno 1846 a Voi scritta, e con le due Allocuzioni, delle quali l’una fu tenuta da Noi nel Concistoro del dì 9 dicembre l’anno 1854, e l’altra in quello del dì 9 giugno l’anno 1862, condannammo le mostruose enormità dell’opinioni che segnatamente in questa nostra età dominano, con grandissimo danno delle anime e con detrimento della stessa civile società, le quali non pure avversano soprammodo la Chiesa cattolica e la salutare sua dottrina e i venerandi suoi diritti, ma altresì la sempiterna natural legge da Dio scolpita nei cuori di tutti e la retta ragione, e dalle quali presso che tutti gli altri errori traggono origine. – Ma quantunque non abbiamo lasciato di proscrivere spesso e di riprovare i più capitali errori di questa fatta, nulla di meno la causa della cattolica Chiesa, e la salute delle anime a Noi divinamente commessa, e il bene della stessa umana società riecheggiano al tutto che di nuovo eccitiamo la vostra pastorale sollecitudine a sconfiggere altre prave opinioni, che dai predetti errori scaturiscono come da fonte. Le quali false e perverse opinioni tanto più sono a detestarsi, quanto che mirano in ispecial guisa a fare che sia impedita e rimossa quella salutare forza che la Cattolica Chiesa, per istituzione e mandato del suo divino Autore, deve liberamente esercitare fino alla consumazione dei tempi, non meno verso i singoli uomini, che verso le nazioni, i popoli e i supremi lor Principi; e che sia tolta di mezzo quella mutua società e concordia di consigli tra il Sacerdozio e l’Impero, che sempre riuscì fausta e salutare alle cose tanto sacre come civili. Imperocché molto bene sapete, Venerabili Fratelli, che in questo tempo non pochi si trovano, i quali, applicando al civile consorzio l’empio ed assurdo principio del naturalismo, secondochè lo chiamano, osano insegnare «l’ottima ragione della pubblica società e il civile progresso richiedere che la società umana si costituisca e si governi senza aver nessun riguardo alla Religione, come se ella non esistesse, o almeno senza fare alcun divario tra la vera e le false religioni». E contro la dottrina delle sacre Lettere, della Chiesa e dei santi Padri, non dubitano di asserire «ottima essere la condizione della società, nella quale non si riconosce nell’Impero il debito di reprimere con pene stabilite i violatori della Cattolica Religione, se non in quanto lo domanda la pubblica pace.» Con la quale idea di sociale Governo, assolutamente falsa, non temono di caldeggiare l’opinione sommamente ruinosa per la Cattolica Chiesa e per la salute delle anime, dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio, cioè «la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo, che si ha da proclamare e stabilire per legge in ogni ben costituita società, ed i cittadini avere diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità o ecclesiastica o civile, in virtù della quale possano palesemente e pubblicamente manifestare e dichiarare i loro concetti quali che si sieno, ossia con la voce, ossia coi tipi, ossia in altra maniera.» E mentre ciò temerariamente affermano, non pensano e non considerano che essi predicano la libertà della perdizione, e che «se alla umana persuasione sempre sia libero il disputare, non mai potranno mancar quelli che ardiscono resistere alla verità, e confidare nella loquacità dell’umana sapienza, mentre quanto la cristiana fede e sapienza debba evitare questa nocevolissima vanità, lo conosce dalla stessa istituzione del Signor Nostro Gesù Cristo.» – E poiché dove dalla civile società sia stata rimossa la Religione, e ripudiata la dottrina e l’autorità della divina Rivelazione, anche lo stesso germano concetto della giustizia e dell’umano diritto si copre di tenebre e si perde, ed in luogo della giustizia vera e del diritto legittimo si sostituisce la forza materiale, quindi si fa chiaro il perché alcuni, spregiando affatto e nulla valutando i principii certissimi della sana ragione, ardiscano proclamare «la volontà del popolo, manifestata per l’opinione, pubblica come essi dicono, o per altra guisa, costituire una sovrana legge, sciolta da qualunque divino ed umano diritto, e nell’ordine politico i fatti consumati, per ciò stesso che sono consumati, avere vigor di diritto.» Ma e chi non vede e non sente pienamente, che una società d’uomini sciolta dai vincoli della religione e della vera giustizia, niun altro proposito può certamente avere, fuorché lo scopo di acquistare e di accumulare ricchezze, e niun’altra legge nelle sue operazioni seguire, fuorché una indomita cupidigia di servire alle proprie voluttà e comodità? Per questo codesti uomini, con odio veramente acerbo, perseguitano le Religiose Famiglie, comeché benemerite al sommo della cosa cristiana, civile e letteraria, e vanno dicendo che elleno non hanno alcuna ragione di esistere, e con ciò fanno plauso ai trovati degli eretici. Perocchè, come sapientissimamente insegnava Pio VI, nostro Predecessore di venerata memoria, «l’abolizione dei regolari lede lo stato di pubblica professione dei consigli evangelici, lede una maniera di vita commendata nella Chiesa siccome consentanea all’apostolica dottrina, lede gli stessi insigni fondatori che veneriamo sopra gli altari, i quali, non ispirati che da Dio, stabilirono queste società». Ed affermano altresì empiamente doversi togliere ai cittadini ed alla Chiesa la facoltà «di potere pubblicamente erogare limosine per motivo di cristiana carità», e doversi abolire la legge «che per ragione del culto divino proibisce le opere servili in certi determinati giorni», pretessendo con somma fallacia che quella facoltà e legge contrastano coi principii dell’ottima economia pubblica. Né contenti di allontanare la Religione dalla pubblica società, vogliono rimuoverla eziandio dalle private famiglie. Imperoché, insegnando e professando il funestissimo errore del Comunismo e Socialismo, dicono che «la società domestica o la famiglia riceve dal solo diritto civile ogni ragione di sua esistenza; e che però dalla sola legge civile procedono e dipendono tutti i diritti dei parenti sui figli, massimamente quello di procurare la loro istituzione ed educazione». Colle quali empie opinioni e macchinazioni cotesti fallacissimi uomini intendono principalmente di eliminare dalla istituzione ed educazione la dottrina salutifera e la forza della Cattolica Chiesa, acciocché i teneri e flessibili animi dei giovani vengano miseramente infetti e depravati da ogni fatta di errori perniciosi e di vizii. Conciossiachè tutti quelli, i quali si sono sforzati di perturbare le cose sacre e le civili, e sovvertire il retto ordine della società e cancellare tutti i diritti divini ed umani, rivolsero sempre i loro disegni, studii e conati ad ingannare specialmente e corrompere l’improvvida gioventù, come sopra accennammo, e nella corruttela della medesima riposero ogni loro speranza. Per la qual cosa non cessano mai con modi d’ogni guisa nefandi di vessare l’uno e l’altro Clero, da cui, come splendidamente viene attestato dai certissimi monumenti della storia, tanti gran vantaggi derivarono nella cristiana, civile e letteraria repubblica; e spargono che «esso Clero, come nemico del vero e utile progresso della scienza e della civiltà, deve esser rimosso da ogni ingerenza ed esercizio nella istituzione ed educazione dei giovani.» – Altri poi, rinnovando le prave e tante volte condannate invenzioni dei novatori, ardiscono con insigne impudenza di sottomettere all’arbitrio dell’autorità civile la suprema autorità della Chiesa e di questa Sede apostolica, a lei comunicata da Cristo Signore; e negare ad essa Chiesa e ad essa Sede tutti i diritti che ella ha intorno alle cose che appartengono all’ordine esteriore. Perciocchè costoro non si vergognano di affermare che «le leggi della Chiesa non obbligano in coscienza, se non quando vengono promulgate dalla potestà civile; che gli atti e decreti dei Romani Pontefici, spettanti alla Religione e alla Chiesa, hanno bisogno della sanzione e dell’approvazione, o almeno dell’assenso del potere civile; che le Costituzioni apostoliche, colle quali son condannate le clandestine associazioni, sia che in esse si esiga, sia che non si esiga il giuramento di mantenere il segreto, e con le quali son fulminati di anatema i loro seguaci e fautori, non hanno vigore in quelle contrade dove siffatte associazioni si tollerano dal civile governo; che la scomunica inflitta dal Concilio di Trento e dai Romani Pontefici a coloro i quali invadono ed usurpano i diritti e le possessioni della Chiesa, si appoggia alla confusione dell’ordine spirituale col civile e politico, per promuovere il solo bene mondano; che la Chiesa non deve niente decretare, che possa astringere le coscienze dei fedeli, in ordine all’uso delle cose temporali; che alla Chiesa non compete [p. 12]il diritto di raffrenare con pene temporali i violatori delle sue leggi; che sia conforme alla sacra teologia ed ai principii del diritto pubblico ascrivere e vendicare al governo civile la proprietà dei beni che si posseggono dalle Chiese, dalle Famiglie Religiose e dagli altri luoghi pii». Né arrossiscono di apertamente e pubblicamente professare il pronunciato ed il principio degli eretici, da cui nascono tante perverse sentenze ed errori, che cioè «la potestà ecclesiastica non sia per diritto divino distinta ed indipendente dallo potestà civile, e che questa distinzione ed indipendenza non possa mantenersi senza essere invasi ed usurpati dalla Chiesa i diritti essenziali di essa civil potestà». Né possiamo passare sotto silenzio l’audacia di quelli, i quali, intolleranti della sana dottrina, contendono che si possa, senza peccato e iattura della professione cattolica, negare l’assenso e l’obbedienza a quei decreti e giudizii della Sede apostolica, l’obbietto dei quali si dichiara che riguarda il bene generale della Chiesa e i suoi diritti e la sua disciplina; purché essi non tocchino i dommi della fede e dei costumi». Il che quanto grandemente si opponga al domma cattolico della piena potestà del Romano Pontefice, divinamente conferitagli dallo stesso Cristo Signore, in ordine a pascere e reggere e governare la Chiesa universale, non è chi apertamente e chiaramente non veda ed intenda. Noi dunque, in tanta perversità di depravate opinioni, ben ricordevoli del Nostro apostolico ufficio e massimamente solleciti della santissima nostra religione, della sana dottrina e della salute delle anime, a noi commesse da Dio, e del bene della stessa umana società, stimammo dover nuovamente elevare la Nostra apostolica voce. Pertanto, tutte e singole le prave opinioni e dottrine, nominatamente espresse in queste Lettere, colla Nostra [p. 13]autorità apostolica riproviamo, proscriviamo e condanniamo; e vogliamo e comandiamo che esse siano da tutti i figliuoli della cattolica Chiesa tenute per riprovate, proscritte e condannate. – Ma, oltre di queste, Voi ottimamente sapete, o Venerabili Fratelli, che nel presente tempo altre ancora di ogni genere empie dottrine vengono disseminate dagli odiatori di ogni verità e dottrina in pestiferi libri, libelli e giornali, sparsi per tutto il mondo, coi quali essi illudono i popoli e maliziosamente mentiscono. Né ignorate come anche in questa nostra età si trovino di quelli che, mossi ed incitati dallo spirito di Satana, pervennero a tanta empietà da non paventar di negare con scellerata procacia lo stesso Dominatore e Signor nostro Gesù Cristo ed impugnare la sua divinità. E qui non possiamo astenerci dal commendare con massime e meritate lodi Voi, o Venerabili Fratelli, i quali in nessun modo tralasciaste di elevare con tutto zelo la vostra voce episcopale contro tanta nequizia. – Pertanto, con queste Nostre Lettere ritorniamo a volgere con tutto amore il nostro discorso a Voi, che, chiamati a parte della nostra sollecitudine, ci siete di sommo conforto, allegrezza e consolazione, in mezzo alle massime Nostre angosce, per l’egregia religione e pietà onde siete segnalati, e per quel meraviglioso amore, fedeltà ed osservanza, onde, stretti a Noi ed a quest’apostolica Sede con cuori concordissimi, vi sforzate di adempiere strenuamente e diligentemente al vostro gravissimo ministero episcopale. Ed in verità dall’esimio vostro zelo pastorale Ci aspettiamo che, assumendo la spada dello spirito che è la parola di Dio, e confortati nella grazia del Signor Nostro Gesù Cristo, vogliate con rinforzate cure ogni giorno più provvedere che i fedeli commessi alla vostra sollecitudine «si astengano dalle erbe nocive che Gesù Cristo non coltiva perché non sono piantagione del Padre». Né mancate d’inculcar sempre agli stessi fedeli che ogni vera felicità ridonda negli uomini dall’augusta nostra Religione e dalla sua dottrina e pratica, e beato essere quel popolo il cui Signore è il suo Dio. Insegnate «che sul fondamento della fede cattolica sussistono i regni, e nulla è sì mortifero, sì vicino al precipizio, sì esposto a tutti i pericoli, come il credere che questo solo ci possa bastare, di avere cioè ricevuto, quando nascemmo, il libero arbitrio, e non domandare più altro al Signore; questo è dimenticare il nostro fattore, ed abiurare, per mostrarci liberi, la sua potenza». Né lasciate parimente d’insegnare «che la reale podestà non fu data solamente pel reggimento del mondo, bensì massimamente per il presidio della Chiesa; e nulla vi è che ai Principi e ai Re possa recare maggior profitto e gloria, quanto, siccome un altro sapientissimo e fortissimo Nostro Predecessore S. Felice inculcava a Zenone imperatore, il lasciare che la Chiesa Cattolica… si serva delle sue leggi, e il non permettere che alcuno si opponga alla sua libertà… Giacché è certo che sarà loro utile che, quando si tratta della causa di Dio, si studino, secondo la legge sua, non di anteporre ma di sottoporre la regia volontà ai sacerdoti di Cristo». – Ma se fu sempre necessario, o Venerabili Fratelli, ora specialmente, in mezzo di sì grandi calamità della Chiesa e della società civile, in tanta cospirazione di avversarii contro il Cattolicismo e questa Sede Apostolica, e fra sì gran cumulo di errori, è assolutamente indispensabile che ricorriamo con fiducia al Trono della grazia per ottenere misericordia e trovar grazia con aiuto opportuno. Perciò giudicammo di eccitare la devozione di tutti i fedeli, affinché insieme con Noi e con Voi, con ferventissime ed umilissime preci preghino e supplichino senza intermissione il clementissimo Padre dei lumi e delle misericordie; e nella pienezza della fede sempre ricorrano al Signor Nostro Gesù Cristo, che ci redense a Dio nel Sangue suo; e il suo dolcissimo Cuore, vittima della sua ardentissima carità verso di Noi, caldamente e continuamente implorino perché coi vincoli del suo amore tutto tiri a se stesso, e tutti gli uomini infiammati del suo santissimo amore camminino rettamente secondo il Cuor suo, in tutto piacendo a Dio, e fruttificando in ogni buona opera. Ed essendo, senza dubbio, più grate a Dio le preghiere degli uomini, se questi a lui ricorrano coll’animo mondo da ogni macchia, perciò credemmo di aprire con apostolica liberalità i celesti tesori della Chiesa commessi alla dispensazione Nostra, perché gli stessi fedeli più caldamente accesi alla vera pietà e lavati dalle macchie dei peccati nel Sacramento della Penitenza, con più fiducia volgano a Dio le loro preghiere e conseguano la sua grazia e misericordia. – Dunque con queste Lettere, coll’autorità Nostra apostolica, a tutti e singoli i fedeli del mondo cattolico di ambo i sessi concediamo l’Indulgenza plenaria in forma di Giubileo per lo spazio solamente di un mese, fino a tutto il futuro anno 1865, e non più oltre, da stabilirsi da Voi, Venerabili Fratelli, e dagli altri legittimi Ordinarii, nello stesso modo e forma in cui al principio del Sommo Nostro Pontificato lo concedemmo colle apostoliche Nostre Lettere in forma di Breve del giorno 20 di novembre dell’anno 1846, e mandate a tutto il vostro Ordine episcopale, le quali cominciano Arcano divinæ Providentiæ consilio, e con tutte le stesse facoltà, che colle dette Lettere da Noi furono concesse. Vogliamo però che si osservino tutte quelle cose che sono prescritte nelle dette Lettere, e quelle si eccettuino che dichiarammo essere eccettuate. E ciò concediamo, non ostanti le cose contrarie qualunque siano, ancorché degne di speciale ed individua menzione e derogazione. E perchè sia tolto ogni dubbio e difficoltà, abbiamo disposto che vi si mandi copia delle stesse Lettere. – «Preghiamo, Venerabili Fratelli, dall’intimo del cuore e con tutta l’anima, la misericordia di Dio, perché Egli stesso disse: La mia misericordia non disperderò da loro. Domandiamo e riceveremo; e se vi sarà dimora e tardanza nel ricevere, poiché gravemente peccammo, battiamo, perché a chi batte verrà aperto, purché alla porta si batta con le preghiere, coi gemiti e con le lacrime nostre, colle quali bisogna insistere e durare; e se sia unanime la nostra orazione… ciascuno preghi Dio non per sé solamente, ma per tutti i fratelli, siccome il Signore ci insegnò a pregare». E perché il Signore più facilmente si pieghi alle Nostre e Vostre preghiere e di tutti i fedeli, con ogni fiducia adoperiamo presso di Lui come interceditrice l’Immacolata e Santissima Vergine Maria, Madre di Dio, la quale uccise tutte le eresie nell’universo mondo, e Madre amantissima di tutti noi «è tutta soave… e piena di misericordia… a tutti si offre esorabile, a tutti clementissima; e con un certo ampissimo affetto ha compassione delle necessità di tutti», e come Regina stante alla destra dell’Unigenito Figliuolo suo il Signor Nostro Gesù Cristo in manto d’oro, e circonvestita di varietà, nulla è che da Lui non possa impetrare. Domandiamo ancora l’aiuto del Beatissimo Pietro Principe degli Apostoli e del suo Coapostolo Paolo e di tutti i Santi che fatti già amici di Dio pervennero al celeste regno, e coronati posseggono la palma, e sicuri della loro immortalità sono solleciti della nostra salute. [p. 17]. – Infine, pregando con tutto l’animo da Dio sopra di Voi l’abbondanza di tutti i doni celesti, come pegno della singolare Nostra benevolenza verso di Voi, con ogni amore impartiamo l’apostolica Benedizione, che viene dall’intimo del Nostro cuore, a Voi stessi, Venerabili Fratelli, ed a tutti i Chierici e Laici Fedeli commessi alle vostre cure.

Dato da Roma, presso S. Pietro, il giorno 8 di dicembre dell’anno MDCCCLXIV, decimo dopo la dommatica Definizione dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria Madre di Dio.

Del Pontificato Nostro l’anno decimonono.

PIO PAPA NONO.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO … e pure il falso tradizionalista: CUM SUMMI APOSTOLATUS.

Clemente XIV
Cum summi apostolatus

In questa Enciclica, scritta all’inizio del suo Pontificato, Clemente XIV, Papa Ganganelli, ricorda a se stesso ed ai Vescovi tutti, i doveri dei Pastori della Chiesa di Cristo, richiamandoli in particolare ad essere imitatori del divino Maestro nella loro opera apostolica con ogni zelo, soprattutto per contrastare le perniciose dottrine che andavano diffondendosi fin da allora e che oggi trionfano nelle sette moderniste di apostasia introdotte indecorosamente nei sacri palazzi dal “novus ordo”, spalleggiate dalle altrettanto sette eretiche e scismatiche pseudo-tradizionaliste. Lo scritto è semplice ed efficace nei richiami pieni di amore paterno verso i ministri del culto ma di altrettanto vigore nell’esortazione alla cura delle anime loro affidate con ogni dottrina e senso di responsabilità. Il culmine il Pontefice lo raggiunge quando afferma, con l’autorità del Vicario di Cristo: … Quando i popoli sapranno che il pastore, dimentico di ogni personale vantaggio, serve agl’interessi degli altri, soccorre i bisognosi, istruisce gl’ignoranti, rincuora tutti con l’impegno, il consiglio e la pietà, e preferisce alla sua propria vita la salute della comunità, allora, dolcemente attirati dal suo amore, dal suo zelo e dalla sua assiduità ascolteranno volentieri la voce del pastore che insegna, esorta e ammonisce, anche se richiama …. “Dai frutti li giudicherete”, dice la massima evangelica, è un “dovere” oltre che un diritto, giudicare nell’ambito delle cose spirituali; mentre in generale non è mai opportuno giudicare i fratelli, qui il divin Maestro è categorico: “Aprite gli occhi, giudicate dai frutti la qualità dell’albero …” e qui Clemente XIV ci offre un criterio per la valutazione dei frutti dei Pastori della Chiesa. Quando noi vediamo intorno a noi, in “presunti” prelati soprusi, immoralità, cupidigia, superbia e via dicendo, siamo certi che questi non sono i Pastori che continuano l’opera degli Apostoli né tanto meno “vicari” che custodiscono il Deposito della fede ed operano per il bene delle anime affinché possano raggiungere l’eterna felicità … sono usurpatori di cariche, servi del “nemico”. Sappiamo dunque rettamente valutare e giudicare i frutti di certe iniziative e di certi atteggiamenti .. ce lo impone il Figlio di Dio, il Signore Nostro Gesù Cristo, per facilitarci l’ascesa al suo Regno ed evitare gli inciampi che infallibilmente ci sprofonderanno la dov’è pianto e stridore di denti.


Cum summi apostolatus

Lettera Enciclica

Roma, 12 dicembre 1769

Ai Vescovi, Arcivescovi, Patriarchi e Primati.

Il Papa Clemente XIV

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

1.– Allorché Noi riflettiamo sul carico del supremo Apostolato che Ci è stato imposto, e ne consideriamo la gravità ed il peso immenso, non Ci possiamo trattenere, Venerabili Fratelli, dal risentire un’emozione profonda in vista di una missione così sublime e della Nostra personale debolezza. Ci sembra di essere venuti in pieno mare e di essere stati ritirati dalla sicurezza di una vita pacifica, come da un porto sicuro, nel vederci chiamati così d’un tratto a dirigere la nave di Pietro, sbattuta dalle onde e pressoché sommersa dalla tempesta. – Ma questa è opera del Signore, ed è ammirabile ai Nostri occhi. I giudizi imperscrutabili di Dio e non le volontà umane Ci hanno incaricati delle più gravi funzioni dell’Apostolato quando Noi eravamo ben lontani dal pensarvi. Questa persuasione Ci dà piena fiducia che Colui che Ci ha chiamati alle gravose cure del supremo ministero dissiperà i Nostri timori, aiuterà la Nostra debolezza e Ci soccorrerà nella tempesta. Pietro, che deve essere il Nostro modello, fu rassicurato dal Signore che gli rimproverò la sua poca fede quando egli credeva di restare sommerso nel mare. – Colui che nella persona del Principe degli Apostoli Ci ha affidato la cura della Chiesa Universale e le chiavi del Regno dei cieli, Colui che Ci ha comandato di pascere le sue pecore e di confermare i nostri fratelli, vuole sicuramente che il Nostro spirito non concepisca nessun timore di non ottenere i suoi soccorsi. Egli volle che Noi fossimo mossi più dalla speranza della sua grazia che dall’apprensione della Nostra debolezza. – Noi ci sottoponiamo dunque alla volontà di Colui che è Nostra forza e Nostro sostegno, e confidiamo nella sua fedeltà e nella sua potenza: Egli compirà l’opera che ha cominciato in Noi. Dal Nostro nulla, la grandezza della sua forza e della sua bontà riceverà uno splendore più grande. Se Egli ha pensato, in questi tempi, di servirsi del Nostro ministero e di utilizzare Noi, che siamo un servo inutile, per operare qualche cosa per il bene della sua Chiesa, ciascuno riconoscerà che Egli solo ne è l’autore, e che a Lui solo debbono unicamente essere resi l’onore e la gloria. Noi ci prepariamo dunque senz’altri indugi a sostenere questo gran carico, disposti a porvi tanto maggior zelo in quanto siamo appoggiati sopra un forte sostegno, convinti che l’alta importanza delle funzioni alle quali siamo stati chiamati esige cure e prudenza tali che non possono mai essere troppo grandi. – Allorché continuamente preoccupati della vastità della Nostra amministrazione, gettiamo uno sguardo dall’alto della Sede Apostolica sopra tutto l’universo cristiano, vediamo voi, Venerabili Fratelli, innalzati a posti eminenti e illustri e la vostra vista Ci riempie di gioia. Riconosciamo in voi con la maggiore soddisfazione i Nostri collaboratori, i guardiani del gregge del Signore, gli operai della vigna evangelica. A voi dunque, che dividete le Nostre cure, desideriamo innanzi tutto rivolgere la parola all’inizio del Nostro Apostolato. Nel vostro petto vogliamo diffondere i sentimenti più intimi dell’anima Nostra; e se in nome del Signore vi indirizziamo alcune esortazioni, attribuitele alla diffidenza che abbiamo di Noi stessi e pensate pure che esse procedono dalla fiducia che Ci ispirano la vostra virtù e il vostro amore filiale verso di Noi.

2. In primo luogo, Venerabili Fratelli, Noi vi domandiamo e vi scongiuriamo di non stancarvi mai di pregare Dio che sostenga la Nostra debolezza col suo divino soccorso. Ricambiate così l’amore che abbiamo per voi. Unite alle Nostre preghiere il conforto delle vostre, affinché sostenendoci scambievolmente possiamo essere più costanti e vigili. Dimostreremo per mezzo dell’unione dei cuori quell’unità per la quale noi tutti formiamo un unico corpo, poiché tutta la Chiesa non è che un solo edificio, di cui il Principe degli Apostoli ha posto le fondamenta in questa Sede. Molte pietre unite concorrono a questa costruzione; ma tutte sono appoggiate e sostenute da una sola. Il corpo della Chiesa è uno; Gesù Cristo è il suo capo, ed è in Lui che noi tutti formiamo una sola cosa. Egli ha voluto che Noi, Vicario della sua potenza, fossimo elevati al di sopra degli altri, e che Voi, uniti a Noi come al capo visibile della Chiesa, foste le parti principali del suo corpo. – Che cosa può dunque accadere all’uno che non tocchi anche gli altri, e che non colpisca ciascuno di essi? Nello stesso modo, per conseguenza, non vi può essere nulla che reclami la vostra vigilanza e che non sia nel medesimo tempo materia delle Nostre cure e non debba esserci riferita. Nello stesso modo, ancora, Voi dovete pensare che tutto ciò che Ci concerne e tutto ciò che richiede la Nostra attenzione e il Nostro concorso deve interessare in sommo grado Voi medesimi. Noi dobbiamo dunque tutti, tenendo le nostre volontà strettamente unite, essere animati da questo solo e medesimo spirito che, procedendo da Gesù Cristo, nostro Capo mistico, si spande in tutti i suoi membri per dispensare loro la vita. Noi dobbiamo fare tutti i nostri sforzi ed applicare principalmente le nostre cure affinché il corpo della Chiesa rimanga senza lesione e senza ferita, e si sviluppi e si fortifichi, lucente di tutte le virtù cristiane, senza rughe e senza macchie. – Quest’opera diverrà possibile con l’aiuto di Dio, se ciascuno di voi si sentirà infiammato di grande zelo per il gregge che gli è stato affidato, e cercherà di allontanare dal suo popolo il contagio del male e le insinuazioni dell’errore, fortificandolo con tutti i soccorsi della santità e della dottrina.

3. Se è mai stato necessario che coloro che sono preposti alla guardia della vigna del Signore siano animati da questi desideri per la salute delle anime, è soprattutto in questi tempi assolutamente indispensabile che essi ne siano convinti e infervorati. Quando mai, infatti, si videro diffondersi ogni giorno, da tutte le parti, opinioni tanto perniciose, tendenti ad affievolire ed a distruggere la Religione? Quando mai si videro gli uomini, sedotti dal fascino della novità e trasportati da una specie di avidità verso una scienza straniera, lasciarsi più follemente attirare verso di essa e cercarla con tanto eccesso? Così Noi siamo ripieni di dolore alla vista di questa pestilenziale malattia delle anime, la quale si allarga e si propaga sventuratamente sempre più di giorno in giorno. – Più il male è grande, Venerabili Fratelli, più Voi dovete attivamente operare ed impiegare tutti i mezzi della vostra vigilanza e della vostra autorità per respingere questa temeraria follia che trabocca ancora nelle cose divine e nelle più sante. Ora, Voi raggiungerete questo risultato, credetelo, non con l’aiuto corruttibile e vano della sapienza umana, ma unicamente con la semplicità della dottrina e con la parola di Dio, più penetrante di una spada a due tagli; allorché in tutte le vostre parole mostrerete e predicherete Gesù Cristo crocifisso, vi sarà facile reprimere l’audacia dei vostri nemici e respingerne i dardi. – Egli ha fabbricato la sua Chiesa come una città santa e l’ha fortificata con le sue leggi e i suoi precetti. Le ha affidato la fede come un deposito che essa deve conservare religiosamente e con purezza. Egli ha voluto che essa fosse il bastione inespugnabile della sua dottrina e della sua verità, e che le porte dell’inferno non prevalessero mai contro di lei. Messi a capo del governo e della custodia di questa santa città, difendiamo dunque gelosamente, Venerabili Fratelli, il prezioso retaggio della fede del nostro fondatore, Signore e Maestro, che i nostri Padri ci hanno affidato in tutta la sua integrità perché lo trasmettiamo puro ed integro ai nostri posteri. – Se indirizziamo i Nostri atti e i Nostri sforzi secondo questa regola che ci tracciano le sante Scritture, e se Noi seguiamo le orme infallibili dei Nostri Predecessori, possiamo essere sicuri di essere muniti di tutti i soccorsi necessari per evitare ciò che potrebbe indebolire e ferire la fede del Popolo cristiano e infrangere o dissolvere in qualche parte l’unità della Chiesa. – Soltanto dalle fonti della divina sapienza, sia da quella scritta, sia da quella della tradizione, Noi vogliamo attingere quanto occorre alla fede e al Nostro operare.

4. Questa doppia e ricca fonte di ogni verità e di ogni virtù contiene pienamente ciò che ha rapporto al culto religioso, alla purità dei costumi ed alle condizioni di una santa vita. Da essa Noi abbiamo appreso i doveri della pietà, dell’onestà, della giustizia e dell’umanità; è per essa che noi comprendiamo ciò che dobbiamo a Dio, alla Chiesa, alla patria, ai nostri concittadini e agli altri uomini. – È per tal mezzo che noi riconosciamo che nulla ha più potentemente contribuito a determinare i diritti delle città e della società quanto queste leggi della vera religione. Ecco perché giammai nessuno ha dichiarato guerra alle divine prescrizioni di Cristo, senza turbare, in pari tempo, la tranquillità dei popoli, diminuire l’obbedienza dovuta ai Sovrani e spargere ovunque incertezze. Infatti vi è una grande connessione tra i diritti della potenza divina e quelli della potenza umana; coloro che sanno che il potere dei re è sanzionato dall’autorità della legge cristiana obbediscono loro con prontezza, rispettano la loro potenza e onorano la loro dignità.

5. Tenuto conto che questa parte delle divine prescrizioni è strettamente collegata alla tranquillità dei popoli non meno che alla salute delle anime, Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, a porre tutta la Vostra cura nell’ispirare ai popoli – dopo tutto quello dovuto a Dio ed alle sante costituzioni della Chiesa – il legittimo rispetto e l’obbedienza che devono ai re. Questi infatti sono stati posti da Dio in un posto eminente per difendere l’ordine pubblico e contenere i sudditi nei limiti dei loro diritti. Essi sono i ministri di Dio a fin di bene, ed è per questo che portano la spada, vendicatori severi contro chi opera il male. Essi, inoltre, sono i figli amatissimi e i difensori della Chiesa, che debbono amare come loro madre, difendendone la causa e i diritti. – Abbiate dunque cura di far comprendere questo divino precetto a coloro che Voi dovete istruire nella legge di Cristo. Che essi apprendano sin dalla loro infanzia che il rispetto dovuto ai re deve essere fedelmente mantenuto; che essi debbono ubbidire all’autorità e sottomettersi alla legge non solo per timore, ma anche per senso del dovere. Ispirando nei cuori dei popoli non soltanto l’obbedienza ai loro re, ma anche il rispetto e l’amore verso di loro, Voi opererete a favore di due cose che non possono essere disgiunte: la pace dei cittadini ed il bene della Chiesa. – Voi svolgerete ancora più compiutamente la vostra missione se alle preghiere quotidiane per i popoli aggiungerete preghiere particolari per i re, affinché siano sani, dirigano i loro sudditi nell’equità, nella giustizia e nella pace; affinché riconoscano che Dio comanda al di sopra dei loro troni, e piamente e santamente difendano e propaghino la sua causa. Operando in siffatto modo, Voi soddisferete non soltanto alle Vostre funzioni episcopali, ma anche a vantaggio di tutti. Che cosa, infatti, c’è di più giusto e di più conveniente che da parte di coloro che sono preposti alla custodia delle cose sante, nella loro qualità d’interpreti e di ministri, siano offerti a Dio i voti di tutti, pregandolo di sostenere chi tutela la tranquillità di tutti i cittadini?

6. Noi crediamo sia superfluo descrivere qui le altre funzioni del ministero pastorale. A che giova, infatti, enumerare in dettaglio e raccomandarvi cose di cui sappiamo che Voi avete una conoscenza profonda, e nella pratica delle quali siete fortificati per l’uso di ogni giorno e per una certa inclinazione del vostro cuore conforme alle vostre funzioni? – Tuttavia non possiamo tralasciare di ripetervi e di porre davanti ai vostri occhi un consiglio che li riassume tutti: ed è che nell’esercizio della virtù prendiate a modello Gesù Cristo, nostro Capo, Principe dei pastori, e riproduciate in Voi medesimi l’immagine della sua santità, della sua carità e della sua umiltà. – Poiché se Egli, che era lo splendore della gloria del Padre e la figura della sua sostanza, ha consentito a prendere le debolezze della nostra carne, e dallo stato di servitù farci passare, con le sue umiliazioni e col suo amore, a quello di figli adottivi di Dio; se Egli ha voluto che noi fossimo suoi coeredi, potremo noi scegliere un oggetto più nobile e più glorioso nelle nostre meditazioni e nelle nostre fatiche di quello di renderci atti, Noi che siamo gli strumenti pei quali questa unione di uomini a Cristo si mantiene e si opera, ad illuminare col Nostro esempio la via per la quale essi camminano seguendo la bontà, la clemenza e la mansuetudine di questo divino modello? E per qual altra ragione avrebbe Egli salito le altezze della montagna, Egli che evangelizza Sionne? Voi non potete ardere dal desiderio di raggiungere questa somiglianza senza trasmettere ai cuori di tutto il vostro popolo la fiamma che brucia in voi. Certamente sono meravigliose la forza e la potenza del pastore che scuote le anime del suo gregge. Quando i popoli sapranno che tutti i pensieri del loro Pastore, tutte le sue azioni sono regolate sul modello della vera virtù, quando lo vedranno evitare tutto ciò che potrebbe sapere di durezza, di alterigia, di superbia e non occuparsi che dei doveri che ispirano la carità, la dolcezza, l’umiltà; allora si sentiranno vivamente animati ad emularlo per conseguire le stesse lodi. – Quando i popoli sapranno che il pastore, dimentico di ogni personale vantaggio, serve agl’interessi degli altri, soccorre i bisognosi, istruisce gl’ignoranti, rincuora tutti con l’impegno, il consiglio e la pietà, e preferisce alla sua propria vita la salute della comunità, allora, dolcemente attirati dal suo amore, dal suo zelo e dalla sua assiduità ascolteranno volentieri la voce del pastore che insegna, esorta e ammonisce, anche se richiama. – Ma come potrà insegnare ad altri l’amore di Dio e la benevolenza verso i suoi fratelli colui che, schiavo tra i lacci e la cupidigia dei suoi interessi privati, preferisce le cose della terra a quelle del cielo? Come mai quegli che aspira alle gioie ed agli onori del mondo potrebbe condurre gli altri al disprezzo delle cose umane? Come potrebbe dare lezioni d’umiltà e di dolcezza colui che si leva nel fasto dell’orgoglio? Voi dunque, che avete ricevuto la missione d’insegnare ai popoli la morale di Gesù Cristo, ricordatevi che dovete soprattutto mettervi ad imitare la sua santità, la sua innocenza, la sua dolcezza. Sappiate che la vostra potenza non apparirà giammai più brillante che quando porterete le insegne dell’umiltà e dell’amore, più ancora di quelle della vostra dignità. – Ricordatevi che è proprio del vostro incarico, e che non appartiene che a Voi di dirigere in questo modo il popolo che vi è stato affidato; è nel compimento di questo dovere che Voi dovete cercare ogni vantaggio ed ogni lode; trascurandolo, non troverete che malore ed ignominia. Non abbiate ambizione per altra ricchezza che per la salute delle anime riscattate col sangue di Gesù Cristo, e non cercate alcuna gloria vera e solida se non propagando il culto divino ed accrescendo la bellezza della casa del Signore, estirpando i vizi, ed applicando tutte le Vostre cure a praticare la virtù con una fedeltà perseverante. Ecco ciò che Voi dovete assiduamente pensare e fare; ecco quello che deve essere l’oggetto della Vostra ambizione e dei Vostri desideri.

7. E non pensate che, nella molteplicità di questo lungo e laborioso esercizio, vi manchi il tempo per esercitarvi alla virtù. Tale è la condizione della Vostra carica, tale è la ragione della vita episcopale, ch’esse non debbano mai veder giungere il riposo né la fine delle loro fatiche. Non possono venire circoscritte da alcun limite le azioni di coloro la cui immensa carità dev’essere senza limiti; ma l’attesa della ricompensa infinita ed immortale che Vi è destinata addolcirà ed allevierà facilmente tutte le Vostre pene. Qual cosa, infatti, può sembrare pesante e dura a colui il quale pensa a quella beata ricompensa che il Signore riserva, e che la ragione delle funzioni pastorali reclama per quelli che avranno conservato e moltiplicato il loro gregge? – Ma oltre questa magnifica speranza d’immortalità, Voi proverete ancora una grande gioia pur nel peso delle fatiche della vita pastorale, quando, venendovi Dio in aiuto, vedrete il Vostro popolo unito nei legami di una mutua carità, fiorente nella pietà e nella giustizia, e quando contemplerete tutti gli altri frutti ammirabili che le Vostre fatiche e le Vostre veglie avranno prodotto nella Chiesa. – Piaccia a Dio che Noi possiamo, durante il tempo del Nostro Apostolato, e per il concorso unanime di tutte le Nostre volontà e di tutte le Nostre cure, veder ritornare quella meravigliosa felicità religiosa che fu dell’antica età. – Piaccia a Dio che Noi possiamo, Venerabili Fratelli, rallegrarcene insieme, e goderne in Gesù Cristo nostro Signore! Che questo medesimo Gesù Cristo ci sostenga sempre con la sua grazia e accenda i nostri cuori dell’amore di tutto ciò che gli può piacere!

8. Nello stesso tempo in cui scriviamo questa Lettera a Voi, Venerabili Fratelli, con altra Lettera concediamo a tutti i Cristiani il Giubileo per implorare – secondo la tradizione, all’inizio del Nostro Pontificato – l’aiuto divino per il salutare governo della Santa Chiesa Cattolica. – Chiediamo pertanto a Voi, e Vi supplichiamo, di incitare i popoli affidati alle Vostre cure ad innalzare devote preghiere con fede, pietà e umiltà. Infiammateli con le Vostre esortazioni, con i Vostri consigli e con l’esempio affinché curino sia la propria salvezza, sia i motivi di pubblico vantaggio della Cristianità.

In pegno del Nostro amore, impartiamo a Voi, Venerabili Fratelli, e ai fedeli delle Vostre Chiese, la più affettuosa Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 12 dicembre 1769, nell’anno primo del Nostro Pontificato.

 

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “IAMPRIDEM CONSIDERANDO”

In questa lettera dell’ottobre del 1879, il S. P. Leone XIII, ribadisce molti concetti già espressi nella sua predente enciclica, l’immortale Æterni Patris, a proposito degli studi filosofici, dalla cui qualità dipende lo sviluppo del pensiero umano e la conduzione della società intera. Il riferimento dottrinale è naturalmente rivolto all’opera del più grande ed eccelso filosofo e teologo di ogni tempo, fondamento pure della sana e retta teologia Cattolica, che è San Tommaso d’Aquino, il Dottore Angelico. Il concetto chiave enunciato, in sostanza è questo: “Tutti sono d’accordo nel ritenere che l’umana ragione, se si allontana dalla divina autorità della fede, è necessariamente travolta nei flutti del dubbio ed esposta ad imminenti pericoli di errore, e che facilmente uscirà da questi pericoli se gli uomini troveranno rifugio nella filosofia cattolica”. È pertanto assolutamente indispensabile, in tutte le opere di scienza e cultura, attenersi ai fondamenti dell’unica “Verità”, non intercambiabile, immutabile, non soggetta a mode o a passeggeri entusiasmi dottrinali privi di sicurezza fondata e condivisa, o peggio ancora, ad infiltrazioni contrarie al retto ragionare ammantate da verbosità o farfugliamenti astratti e fantasiosi. In particolare sappiamo che da sempre le “Verità” portata dalla predicazione evangelica dal “Verbo incarnato”, è stata sempre insidiata dal pensiero e dall’opera di scaltri figuri che, modificando il significato dei termini e dei concetti, hanno alterato e contraffatto la sana e genuina filosofia scaturita da ragionamenti umani, chiari, lucidi, univoci, coerenti, aderenti alla verità. È la gnosi, questo cancro maligno, devastante e mortifero, che da sempre ha insidiato e, oggi più che mai, insidia tutto il pensiero e l’opera dell’uomo, servendosi di abili e superbi ingannatori che persuadono tanti incauti a seguire sentieri di falsità in ogni campo dell’umana espressione. Il glorioso Pontefice cercava di metterci in guardia contro i “lupi” e gli “sciacalli” del pensiero che negli ultimi secoli si sono moltiplicati a dismisura con ideologie delirati ed irrazionali, coalizzate tutte a contrapporsi all’unica “Verità”. Ricorrere al tomismo dell’Angelo della Scuola, era ed è l’unico mezzo valido per sfuggire ai lacci ed agli inganni degli gnostici “anticristo” che cercano con strategie varie in apparenza, ma sempre uguali nella sostanza, di condurre le menti all’errore con il pretesto di salvaguardare razionalità e pensiero “evoluto”. Il Santo Padre forse già presagiva, ed i segni erano già evidenti all’epoca, che le stoltezze gnostiche si sarebbero infiltrate e diffuse anche nella Chiesa Cattolica, l’unico baluardo e il bersaglio di sempre dell’invasione gnostico-satanica. Oggi tutti sappiamo come sia andata a finire e come il modernismo teologico e filosofico abbia sommerso fin nelle viscere e nei più reconditi recessi della mente di tanti uomini di cultura e soprattutto dei chierici, prima i veri, poi gli attuali “fasulli” prelati di ogni ordine e grado, dall’apice [finto e canonicamente invalido] al curato di campagna. La filosofia scolastica, la cui cima è rappresentata appunto dall’Aquinate, è oggi totalmente soppiantata dalla nuovelle théologie, da questa “bomba di profondità” che ha generato uno sconquasso senza precedenti prima nei “fondali” dello spirito dei fedeli e dei prelati un tempo cattolici, ed è poi esplosa con il falso Concilio, anzi il “conciliabolo” c. d. Vaticano II, dove si è manifestata compiutamente la setta modernista dei marrani della quinta colonna, la stessa che oggi, ingigantita senza misura, apparentemente predica bene, cioè non nega la “dismessa” del pensiero di San Tommaso, anzi la sua totale avversione, ma poi “razzola” male, anzi malissimo, applicando nei fatti teologici, liturgici, pastorali, esclusivamente la nouvelle théologie di stretta marca gnostico-massonica, oramai sconfinata in una chiara ed evidente apostasia dalla fede cristiana che non ha uguali in tutta la storia bimillenaria della Chiesa Cattolica, … basti pensare all’ecumenismo, all’indifferentismo religioso, al libero pensiero rigorosamente ateo, alla pastorale della famiglia divorziante ed allargata, all’omosessualità ed al libero amore sganciato dalle procreazione ed alle altre mille porcate indecorose che giorno dopo giorno la setta ci propina, spacciandosi per Chiesa cattolica che “si rinnova” [quindi non è più Chiesa Cattolica UNA nello spazio e nel tempo, … l’ultimo peto maleodorante e venefico del baphomet-lucifero. Basterebbe solo questo ad allertare le povere pecore ipovedenti e gli agnelli narcotizzati, che vanno al pascolo di tali “lupi” feroci assetati del sangue dei loro fratelli, per sprofondare poi tutti insieme a godere in eterno i “favori” bollenti della vera guida del modernismo e della setta vaticana del “novus ordo”: l’anticristo, il baphomet-lucifero, il serpente primordiale, il nemico di Dio e dell’uomo … e là ci sarà pianto e stridore di denti!  … Iampridem considerando experiendoque inteleximus,  …

 

Leone XIII
Iampridem considerando

Lettera

Già da gran tempo, per riflessione ed esperienza, abbiamo compreso che nulla vale a prontamente e felicemente estinguere, con il divino aiuto, l’atrocissima guerra ora mossa contro la Chiesa e la stessa umana società quanto il reintegrare ovunque, mercé le discipline filosofiche, i retti principi del comprendere e dell’operare. Perciò conviene sommamente far rifiorire in ogni parte del mondo la sana e genuina filosofia. A questo scopo abbiamo mandato recentemente a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico una Lettera enciclica nella quale con molti argomenti abbiamo dimostrato non doversi cercare tale vantaggiosa soluzione se non nella filosofia cristiana prodotta ed accresciuta dagli antichi Padri della Chiesa: quella filosofia che non solo si accorda quanto mai con la fede cattolica, ma le porge anche opportuno ed idoneo aiuto di difesa e di luce. Abbiamo ricordato che tale filosofia, seme fecondo di grandi frutti nel volgere dei secoli, venne ricevuta quasi in retaggio da San Tommaso d’Aquino, sommo maestro degli Scolastici, e che nel darle ordine, nell’illustrarla ed accrescerla, l’acume e la virtù di quel sublime Intelletto rifulsero in tal modo che l’Angelico Dottore sembra abbia raggiunto il massimo della gloria per il suo nome. Con le più fervide parole delle quali eravamo capaci abbiamo poi esortato i Vescovi ad unire le loro forze alle Nostre affinché si adoperassero a rialzare quell’antica filosofia, ormai scossa e pressoché caduta, e a ridonarla alle scuole cattoliche ed a ricollocarla nell’onorato seggio che un giorno occupava. – Non Ci procurò poca consolazione apprendere che quella Nostra Lettera, con l’aiuto di Dio, incontrò dappertutto il deferente ossequio e il singolare consenso degli animi. Del che Ci porgono chiara testimonianza molte lettere di Vescovi a Noi pervenute, specialmente dall’Italia, dalla Francia, dalla Spagna e dall’Irlanda; esse Ci recano le espressioni di egregi sentimenti sia di persone singole, sia di gruppi della stessa provincia o della stessa nazione. Né è mancato il suffragio dei dotti, in quanto insigni Accademie di uomini eruditi si compiacquero dichiararci per iscritto intendimenti del tutto eguali a quelli dei sacri Pastori. – In tali lettere, poi, Ci torna oltremodo gradito l’ossequio prestato alla Nostra autorità e a questa Sede Apostolica; graditi Ci tornano i propositi e i giudizi espressi dagli scrittori. Una sola, infatti, è la voce di tutti; una sola è l’opinione: si nota e si indica con sicurezza in quella Nostra Lettera il luogo nel quale è riposta la radice dei mali presenti e donde debba derivare il rimedio. Tutti sono d’accordo nel ritenere che l’umana ragione, se si allontana dalla divina autorità della fede, è necessariamente travolta nei flutti del dubbio ed esposta ad imminenti pericoli di errore, e che facilmente uscirà da questi pericoli se gli uomini troveranno rifugio nella filosofia cattolica. – Pertanto, Venerabile Fratello, è nei Nostri più caldi desideri che la dottrina di San Tommaso, conforme in modo assoluto alla fede, riviva quanto prima in tutte le Scuole cattoliche, e specialmente torni a fiorire in questa Città, capitale del Cattolicesimo, la quale – appunto perché è sede del Pontefice Massimo – deve eccellere sulle altre per le migliori discipline. A questo si aggiunga che a Roma, centro dell’unità cattolica, convengono solitamente in gran numero da ogni paese i giovani per attingere meglio e più abbondantemente che altrove la vera ed incorrotta sapienza presso l’augusta cattedra del Beato Pietro. Conseguentemente, se da qui sgorgherà larga e copiosa la vena di quella cristiana filosofia di cui abbiamo detto, essa non resterà circoscritta nei confini di una sola città, ma simile a fiume in piena giungerà a tutti i popoli. – Quindi procurammo dapprima che nel Seminario Romano, nel Liceo Gregoriano, nell’Urbaniano e in altri Collegi soggetti tuttora alla Nostra autorità le discipline filosofiche, informate al concetto e ai principi del Dottore Angelico, vengano insegnate e coltivate con chiarezza, ampiamente e in profondità. E soprattutto vogliamo che la vigile cura e gli sforzi dei maestri si prefiggano quale scopo principalissimo di impartire gradevolmente e vantaggiosamente per i discepoli, spiegandole ed ampliandole, quelle ricchezze di dottrina che essi stessi avranno già raccolte con diligenza dai volumi di San Tommaso. – Ma oltre a ciò, affinché questi studi vigoreggino e fioriscano sempre più, si deve provvedere a che gli amanti della filosofia Scolastica si adoperino di continuo per farla apprezzare: soprattutto si organizzino in società e tengano di frequente adunanze nelle quali ciascuno rechi e volga a comune utilità il frutto dei propri studi. – Questi giudizi e questi Nostri concetti abbiamo voluto comunicare a Te, Venerabile Fratello Nostro che presiedi la Sacra Congregazione degli studi, confortati da sicura speranza che in un affare di tanto rilievo non Ci verranno meno la Tua operosità e la Tua prudenza. Tu non ignori certamente che le adunanze dei dotti, cioè le Accademie, furono come nobilissime palestre, nelle quali personaggi insigni per acuto ingegno e per dottrina non solo si esercitavano utilmente scrivendo e disputando delle cose della massima importanza, ma anche insegnavano ai giovani con grande vantaggio delle scienze. Da quest’ottima usanza ed istituzione di congiungere le forze e di radunare le intelligenze più vive presero origine quegli illustri Collegi di Dottori, alcuni dei quali si dedicavano collegialmente a diverse discipline, ed altri a singole scienze. – Sono ancora vive la fama e la gloria di quei Collegi i quali, col favore accordato dai Romani Pontefici per diverse ragioni, fiorirono ovunque nella nostra Italia: a Bologna, a Padova, a Salerno e altrove. Poiché tali adunanze di uomini raccoltisi volontariamente per la cultura e il lustro delle discipline umane giunsero a tanta lode e riuscirono di tanta utilità, e poiché sopravvive ancora larga parte di quella lode e di quella utilità, Noi intendiamo valerci dello stesso presidio per recare pienamente ad effetto il Nostro disegno. –

Conseguentemente decidiamo di istituire in Roma un’Accademia la quale, insignita del nome e del patronato di San Tommaso d’Aquino, indirizzi gli studi e le attività a spiegare e ad illustrare le opere di lui; ne esponga i principi e li metta a confronto con quelli degli altri filosofi, antichi o recenti; dimostri la forza e le ragioni delle sue teorie; s’impegni a propagarne la salutare dottrina e si adoperi a confutare gli errori serpeggianti e ad illustrare i nuovi ritrovati. Pertanto a Te, Venerabile Fratello Nostro, del quale conosciamo i pregi dottrinari, il pronto ingegno, lo studio e la sollecitudine per tutto ciò che appartiene alle umane discipline, affidiamo il compito di eseguire il Nostro proposito. Per ora rifletti attentamente la cosa, e non appena avrai escogitato la soluzione che corrisponda ai Nostri concetti, la sottoporrai per iscritto alla Nostra valutazione, affinché possiamo approvarla e corroborarla della Nostra autorità. – Infine, perché più ampiamente si conosca e si diffonda la sapienza del Dottore Angelico, stabiliamo che nuovamente si pubblichino tutte le sue opere, secondo l’esempio lasciatoci dal Nostro Predecessore San Pio V, illustre per gloria d’imprese e per santità di vita, al quale toccò in sorte di vedere così felicemente compiuti i suoi voti, che gli esemplari di Tommaso editi per suo ordine siano ancora assai stimati presso i dotti e vengano ricercati con somma cura. Sennonché, quanto più rara diventa quell’edizione, tanto più si è cominciato a sentire il desiderio di una nuova che, per nobiltà ed eccellenza possa essere confrontata con la Piana. D’altronde, le altre edizioni, sia le antiche, sia le più recenti, o perché non offrono tutti gli scritti di San Tommaso, o perché non contengono i commenti dei migliori interpreti ed esegeti, o infine perché mostrano minore accuratezza formale, non sembra che abbiano raggiunto la perfezione. – Si nutre una certa speranza che a tale bisogno verrà provveduto con la nuova edizione, la quale comprenderà assolutamente tutti gli scritti del Santo Dottore, stampati con i migliori caratteri possibili ed emendati accuratamente. Ci si avvantaggerà anche del sussidio di codici manoscritti che in questa nostra età sono venuti alla luce e in uso. – Oltre a ciò, avremo cura che congiuntamente si pubblichino i lavori dei suoi più illustri interpreti, come Tommaso de Vio Cardinale Gaetano e il Ferrarese: lavori dai quali, come per rivi copiosi, scorre limpida la dottrina di un così grande uomo. Per la verità, sono presenti all’animo Nostro non solo la grandezza ma anche le difficoltà dell’impresa; nondimeno esse non giungono al punto di distoglierci dal mettere mano all’opera quanto prima e con grande alacrità. Infatti, in cosa di tanto rilievo, la quale riguarda in sommo modo il comune bene della Chiesa, nutriamo fiducia che Ci conforteranno il divino aiuto, il concorde impegno dei Vescovi e la prudenza e l’operosità tua, già sperimentate e da lungo tempo conosciute. – Intanto, come pegno della Nostra speciale dilezione, dall’intimo affetto del cuore impartiamo a Te, Venerabile Fratello Nostro, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 ottobre 1879, anno secondo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI APOSTATI E SCISMATICI DI TORNO: AD APOSTOLORUM PRINCIPIS [S.S. Pio XII]

A pochi mesi dalla morte di Papa Pacelli, Pio XII, l’ultimo Pontefice canonicamente eletto a potersi esprimere liberamente da vero successore di S. Pietro e Vicario di Cristo, prima dell’usurpazione massonica del 26 ottobre dell’anno 1958, il Santo Padre scriveva ai fedeli della Cina questa provvidenziale lettera Enciclica che rappresenta la pietra tombale di tutti i falsi vescovi mai-consacrati, o consacrati illegittimamente, e quindi sacrilegamente, come è ben specificato nella stessa enciclica. Sappiamo infatti che tutto il movimento pseudo-tradizionalista odierno è fondato sulle sabbie mobili delle consacrazioni false [come quelle di Lefebvre], o illegittime e sacrileghe [come quelle di Thuc e Lienart], semplicemente perché, oltre alle altre numerose anomalie condannate da anatemi vari, non sono mai state autorizzate dalla Sede Apostolica, come da elementare norma canonica. Tutto il castello di sabbia degli eretici e scismatici sedevacantisti, o dei sedeplenisti fallibilisti e disobbedienti “fai da te”, frana miseramente, investito da questa placida onda marina che lo riduce infallibilmente ad un cumulo di fandonie teologiche. La situazione dei lefebvriani [apriamo una piccola doverosa parentesi] e dei loro sostenitori a vario titolo [tra i quali spiccano alcuni sapientoni sedicenti “canonisti”, ai quali piace giocare al “piccolo teologo deficiente”, dandosi aria da gran “saputi” e tirandosi dietro un nugolo di ammiratori fanatici ed irragionevoli]  è addirittura comica, diremmo fantozziana. Essi infatti sanno molto bene che il loro “santino” … o santone, Marcel è stato non-ordinato prete da un massone 30° cavaliere kadosh, un pluriscomunicato da bolle ed encicliche varie – almeno una decina -,  ma per ingannare i predetti fanatici, spostano l’obiettivo sulla sua invalida consacrazione vescovile. Sono talmente insensati da dire tra l’altro  che anche se, ammesso e non concesso [ma è evidente!], che Lienart fosse un massone scomunicato che non poteva trasmettere Sacramenti nè tantomeno Ordini lecitamente, c’erano però altri due vescovi co-concelebranti, di cui uno era sicuramente Vescovo [mentre l’altro sappiamo già che discendeva dalla stessa linea di Lienart]. Ora noi chiediamo a questi soloni: ma la Chiesa ha deciso che fosse necessaria la presenza di tre Vescovi ad una consacrazione vescovile, solo per un criterio probabilistico … su tre ce ne sarà uno sicuramente valido, cioè secondo una probabilità matematica! … o non abbia imposto in quel momento la partecipazione “attiva” di tre veri Vescovi per motivi dottrinali e teologici? Il Codice Canonico [C.J.C. 1917] recita ai cann. 953 e 954: “La consacrazione episcopale è riservata al Santo Pontefice e un Vescovo non può farla senza mandato apostolico. Il consacrante sarà assistito da altri due Vescovi eccetto dispensa”. Da questo si evince la mala fede totale di squallidi personaggi autoreferenziali e pieni di inganno! Ma sorvolando su questa “imbecillità teologica”, teniamo a sottolineare che il signor Lefebvre non solo non è mai stato vescovo, ma non è mai stato prete, per cui non aveva le credenziali per poter essere consacrato Vescovo validamente, anche se al posto dei probabili “compagni di loggia” ci fossero stati veri Vescovi canonicamente validi! [Lienart era cavaliere kadosh fin dal 1924, la non-ordinazione di Lefebvre avvenne il 21-9-1929]. Tutti gli altri “figliocci” del Marcel sono ovviamente preti da carnevale  e squallidi vescovi, anche se molti di loro si sono riciclati imboscandosi in parrocchiette, istituti e chiesiuole varie, o fantastici monasteri disneyani, tutti rigorosamente senza missione canonica, ed infischiandosi allegramente della giurisdizione e del mandato Apostolico, quindi felicemente scomunicati e pronti per “l’arrosto eterno”. Chiusa la doverosa parentesi, passiamo a leggere con grande attenzione l’enciclica …  “non si provvede ai bisogni spirituali dei fedeli con la violazione delle leggi della Chiesa” … questo vale soprattutto per coloro che si appellano ad un fantasioso “stato di necessità” da loro dichiarato tale ma senza averne alcuna autorità; attenzione pure a questa espressione profetica della “Chiesa eclissata” e della Gerarchia in esilio: “Ed è veramente doloroso che, mentre zelanti pastori soffrono tante tribolazioni, si prenda proprio occasione dai loro dolori per insediare ai loro posti dei pastori falsi, per sovvertire l’organizzazione gerarchica della Chiesa, per ribellarsi all’autorità del Romano Pontefice”… pensiamo al Santo Padre GREGORIO XVIII ed alla Gerarchia Cattolica sparsa sui cinque continenti come ai tempi delle catacombe romane! Ma come allora, le catacombe attuali testimonieranno della fede eroica dei pochi Cristiani [pusillus grex], fedeli al messaggio evangelico ed alle leggi ecclesiastiche, sparuti agnelli al seguito dell’unico “vero” Pastore, il Vicario di Cristo in terra … et non prævalebunt!

LETTERA ENCICLICA

AD APOSTOLORUM PRINCIPIS

ESORTAZIONI E NORME
PER LA CHIESA CATTOLICA IN CINA (1)

Quando, presso il venerato e glorioso sepolcro del principe degli apostoli, sotto le volte maestose della Basilica Vaticana, il Nostro immediato predecessore di s.m., il sommo pontefice Pio XI, or sono trentadue anni, conferiva la pienezza del sacerdozio «alle primizie e ai germogli novelli dell’episcopato cinese»,(2) così effondeva i sentimenti di intima gioia di cui in quel solenne momento era pervaso il suo cuore: «Siete venuti, venerabili fratelli, a vedere Pietro; che anzi da lui avete ricevuto il pastorale, del quale farete uso per intraprendere viaggi apostolici e radunare le pecorelle. E Pietro con amore ha abbracciato voi, che fornite non piccola speranza di portare ai vostri concittadini la verità evangelica».(3) – L’eco di queste parole ritorna alla mente e al cuore Nostri, venerabili fratelli e diletti figli, in quest’ora di afflizione per la chiesa nella vostra patria. Non fu certo riposta invano, allora, la speranza del grande pontefice, se una schiera di nuovi pastori e di araldi dell’evangelo, se un rigoglioso fiorire di sempre nuove opere di apostolato – pur in mezzo a molteplici difficoltà – tennero dietro a quel primo manipolo di vescovi che Pietro, vivente nel suo successore, aveva inviato a reggere quelle elette porzioni del gregge di Cristo. E Noi, quando avemmo più tardi la gioia di erigere la sacra gerarchia nella Cina, facemmo Nostra e aumentammo quella speranza e vedemmo dischiudersi ancor più larghe prospettive per il dilatarsi del regno divino di Gesù Cristo.

La persecuzione – Due precedente lettere

Ma pochi anni dopo, purtroppo, oscuri nembi si addensarono nel cielo, e per queste comunità cristiane, alcune delle quali già di antica evangelizzazione, ebbero inizio giorni funesti e dolorosi. Vedemmo i missionari, tra i quali era un gran numero di zelanti arcivescovi e vescovi, e lo stesso Nostro rappresentante, costretti ad abbandonare il suolo della Cina; e il carcere o privazioni o sofferenze d’ogni genere riservate a vescovi, a sacerdoti, a religiosi e a religiose e a molti fedeli. – Allora fummo costretti a levare la voce accorata per esprimere il Nostro dolore per l’ingiusta persecuzione, e, con la lettera enciclica Cupimus imprimis(4) del 18 gennaio 1952, avemmo cura di ricordare, per amore della verità e nella consapevolezza del Nostro dovere, che la chiesa cattolica non può considerarsi estranea, e tanto meno ostile, ad alcun popolo della terra; che essa, nella sua materna sollecitudine, abbraccia in un solo amplesso tutti i popoli; e non cerca potere o influenza terreni, ma, con tutte le sue forze, dirige gli animi di tutti al conseguimento del cielo. Soggiungevamo che i missionari non curano gli interessi di un particolare paese, ma, venendo da ogni parte del mondo e uniti come sono da un unico divino amore, hanno di mira solo la diffusione del regno di Dio; la loro opera, quindi, lungi dall’essere superflua o nociva, è benefica e necessaria per aiutare lo zelante clero cinese nell’apostolato cristiano.

Nella successiva enciclica Ad Sinarum gentem (5) del 7 ottobre 1954, di fronte a nuove accuse rivolte contro gli stessi cattolici cinesi, proclamavamo che il cristiano non è, né può essere, secondo a nessuno nel vero amore e nella vera fedeltà alla sua patria terrena. E poiché si era diffusa nel vostro paese l’ingannevole dottrina detta delle «tre autonomie», Noi in virtù del Nostro universale magistero, ammonimmo che essa, sia nel significato teorico, sia nelle applicazioni pratiche, che i suoi fautori sostenevano, era inaccettabile per i cattolici, in quanto mirava alla separazione dall’unità della chiesa.

Testimonianze di fedeltà

Ed ora dobbiamo rilevare che presso di voi, in questi ultimi anni, le condizioni della chiesa sono venute peggiorando. È vero e questo Ci è motivo di grande conforto nella presente tristezza che di fronte al prolungarsi della persecuzione non sono venuti meno in voi l’intrepida fermezza nella fede e l’ardente amore verso Gesù Cristo e la sua chiesa; fermezza e amore che avete dimostrato in numerosissime maniere, di cui – anche se solo una piccola parte è nota al mondo – riceverete un giorno il premio eterno da Dio.

L’«Associazione patriottica»

Ma nello stesso tempo è Nostro dovere denunciare apertamente – e lo facciamo con profonda pena – il nuovo e più insidioso tentativo di sviluppare e di portare alle estreme conseguenze il funesto errore che Noi così chiaramente avevamo riprovato. Infatti, con un piano che si rivela accuratamente disposto, è stata fondata presso di voi una «associazione patriottica», alla quale i cattolici con pressioni di ogni genere sono costretti ad aderire. Questa – come è stato detto più volte – avrebbe lo scopo di unire il clero e i fedeli nel nome dell’amore della patria e della religione per propagare lo spirito patriottico, difendere la pace tra i popoli e al tempo stesso cooperare alla «costruzione del socialismo» già stabilito nel paese, nonché aiutare le autorità civili ad applicare la cosiddetta politica di libertà religiosa. Ma è ormai anche troppo chiaro che, sotto queste espressioni di pace e di patriottismo che potrebbero trarre in inganno gli ingenui, il movimento che si dice patriottico propugna tesi e promuove iniziative che mirano a ben precisi scopi perniciosi.

Gli scopi dell’«Associazione patriottica»

Sotto il falso pretesto di patriottismo, infatti, l’associazione vuole gradualmente condurre i cattolici a dare l’adesione e l’appoggio ai principi del materialismo ateo, negatore di Dio e di tutti i principi soprannaturali. – Sotto il pretesto di difendere la pace, la stessa organizzazione fa propri e diffonde falsi sospetti e accuse contro molti ecclesiastici, contro venerandi pastori, contro la stessa sede apostolica, attribuendo loro insani propositi di imperialismo, di acquiescenza e complicità nello sfruttamento dei popoli, di preconcetta ostilità verso la nazione cinese. – Mentre da una parte si afferma che è necessaria una assoluta libertà religiosa, e si proclama di voler facilitare le relazioni tra l’autorità ecclesiastica e la civile, di fatto l’associazione pretende che la chiesa, posposti e trascurati i suoi diritti, rimanga del tutto sottoposta alle autorità civili. I membri sono quindi spinti ad accettare e giustificare ingiusti provvedimenti come l’espulsione dei missionari, l’incarceramento dei vescovi, di sacerdoti; di religiosi e religiose, di fedeli; sono parimenti costretti ad acconsentire alle misure prese per impedire pertinacemente la giurisdizione di tanti legittimi pastori; sono indotti a sostenere principi che ripugnano all’unità e all’universalità della chiesa e alla sua costituzione gerarchica, nonché ad ammettere iniziative intese a sovvertire l’obbedienza del clero e dei fedeli ai legittimi ordinari, e a staccare le varie comunità cattoliche dall’unione con la sede apostolica.

Metodi di violenza e di oppressione

Per diffondere e imporre più facilmente i principi di tale «associazione patriottica», si ricorre ai più differenti mezzi di oppressione e di violenza: una propaganda rumorosa e tenace con la stampa; una serie di convegni e di congressi, ai quali si costringono a intervenire – con lusinghe, con minacce e con inganni – anche coloro che non avrebbero intenzione di parteciparvi, mentre quanti coraggiosamente si levano nelle discussioni a difendere la verità sono soverchiati e anzi addirittura tacciati di nemici della patria e del nuovo ordine. Sono inoltre da ricordare quei fallaci «corsi di indottrinamento» a cui sono costretti sacerdoti, religiosi e religiose, alunni di seminari, fedeli di ogni ceto e di ogni età, e che, per mezzo di interminabili lezioni ed estenuanti dibattiti, rinnovantisi talora per settimane e per mesi, esercitano una violenza di ordine psicologico, che mira a strappare una adesione la quale molte volte quasi nulla più ha in sé di umano. Senza dire della tattica intimidatoria, esercitata con ogni mezzo, subdolo o palese, in ogni ambiente privato o pubblico; delle confessioni forzate e dei campi di «rieducazione»; delle umilianti sessioni di «giudizio popolare», dinanzi alle quali si è osato trascinare perfino vescovi venerandi.  Contro tali metodi che violano i più fondamentali diritti della persona umana e conculcano la sacra libertà di ogni figlio di Dio, non possono non levarsi, insieme con la Nostra, le proteste dei fratelli di fede e di tutte le persone oneste del mondo intero per l’offesa arrecata alla stessa coscienza civile.

Il cristiano e l’amore per la patria

Poiché, come dicevamo, è nel nome del patriottismo che tali misfatti si compiono, è Nostro dovere qui ricordare a tutti, ancora una volta, che è proprio la dottrina della chiesa che esorta e spinge i cattolici a nutrire un sincero e profondo amore verso la loro patria terrena, a prestare l’ossequio dovuto, salvo il diritto divino naturale e positivo, alle pubbliche autorità, a dare il loro contributo generoso e fattivo ad ogni intrapresa che conduca ad un vero, pacifico e ordinato progresso, ad un genuino bene della patria comunità. La chiesa mai si è stancata di inculcare ai suoi figli l’aurea norma ricevuta dal suo divin Fondatore: «Date dunque a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio» (Lc 20,25); massima che si fonda sul presupposto che nessun contrasto può esistere tra i postulati della vera religione e i veri interessi della patria. – Ma bisogna subito aggiungere che se il cristiano, per dovere di coscienza, deve rendere alle autorità umane quello che loro spetta, non può l’autorità umana reclamare dai cittadini un ossequio nelle cose in cui esso è dovuto a Dio e non a lei stessa; tanto meno può esigere una loro obbedienza incondizionata quando intende usurpare i sovrani diritti di Dio, ovvero costringe i fedeli ad agire in contrasto con i loro doveri religiosi, o a staccarsi dall’unità della chiesa e dalla sua legittima gerarchia. Allora il cristiano non può che rispondere, serenamente ma fermamente, come già san Pietro e gli apostoli ai primi persecutori della chiesa: «Bisogna obbedire a Dio, più che agli uomini» (At 5,29).

La sede apostolica romana e il popolo cinese

Con enfatica insistenza, i fautori del movimento pseudo­patriottico parlano ognora di pace e proclamano che i cattolici devono militare in favore di essa. Parole, per sé, apparentemente ineccepibili: chi infatti non dovrebbe esser lodato se non colui che prepara il cammino della pace? Ma la pace, voi ben lo sapete, venerabili fratelli e diletti figli, non è fatta di espressioni verbali, non è una formalità esteriore, suggerita magari da tattica occasionale e contraddetta da gesti o iniziative che, anziché ispirarsi a sentimenti pacifici, dispongono gli animi a risentimenti, odi o avversioni. La vera pace deve fondarsi sui principi di giustizia e di carità insegnati da Colui che della pace si fregia come di un titolo regale «Principe della pace» (Is 9,6); la vera pace è quella auspicata dalla chiesa, pace stabile, giusta, equa e ordinata – tra gli individui, tra le famiglie, tra i popoli – che, nel rispetto dei diritti di ciascuno e specialmente di quelli di Dio, congiunga tutti col vincolo di una reciproca e fraterna collaborazione. – E in tale pacifica prospettiva di armoniosa convivenza di tutte le nazioni, la Chiesa desidera che ogni popolo abbia il proprio posto di dignità; la chiesa che, seguendo sempre con simpatia le vicende storiche della vostra patria, non da oggi sinceramente auspicava – con le parole auguste del Nostro predecessore – «che siano pienamente riconosciute le legittime aspirazioni e i diritti di un popolo che è il più numeroso della terra, popolo di antica cultura, che conobbe periodi di grandezza e di splendore, e al quale, ove si mantenga nelle vie della giustizia e dell’onore, un grande avvenire non può mancare».(6)

Arbitrarie limitazioni del magistero pontificio

Al contrario, secondo le notizie trasmesse dalla radio e dalla stampa, non mancherebbero taluni, purtroppo anche tra il clero, che osano insinuare il sospetto e l’accusa di una malevolenza che sarebbe nutrita dalla Santa Sede verso il vostro paese.  – E partendo da questo falso e offensivo presupposto, ardiscono anzitutto limitare di loro arbitrio l’autorità del supremo magistero della chiesa, asserendo che vi sarebbero questioni ­ come quelle sociali e economiche – nelle quali ai cattolici sarebbe lecito di non tener in alcun conto gli insegnamenti dottrinali e le norme impartite da questa sede apostolica. Opinione, è appena il caso di dirlo, assolutamente falsa ed erronea, perché – come avemmo occasione di esporre qualche anno fa a un’eletta accolta di venerabili fratelli nell’episcopato – «la potestà della Chiesa non è affatto circoscritta al dominio delle “cose strettamente religiose”, come si suol dire, ma ad essa appartiene tutto il campo della legge naturale, come pure l’insegnamento, l’interpretazione e l’applicazione di questa, in quanto ne viene considerato il fondamento morale. Infatti, per disposizione divina, l’osservanza della legge naturale si riferisce a quella via, seguendo la quale l’uomo deve tendere al suo fine soprannaturale. In questa via la chiesa è, pertanto, guida e custode degli uomini, per quanto riguarda il fine soprannaturale».(7) È la stessa verità già sapientemente illustrata dal santo Nostro predecessore Pio X, nell’enciclica Singulari quadam del 24 settembre 1912, quando osservava che «tutte le azioni del cristiano sottostanno al giudizio e alla giurisdizione della Chiesa, in quanto sono buone o cattive dal punto di vista morale, cioè in quanto concordano o contrastano col diritto naturale e divino».(8)  – Inoltre, dopo aver proclamato tale arbitraria limitazione, costoro, mentre a parole dichiarano di voler obbedire al romano pontefice nelle verità da credere e – così usano esprimersi ­ nelle norme ecclesiastiche da osservare, giungono poi a tale audacia da ricusare obbedienza a chiari e precisi provvedimenti e disposizioni della Santa Sede, ai quali attribuiscono immaginari secondi fini di ordine politico, quasi tenebrosi complotti rivolti contro il loro paese.

Un grave atto di ribellione

Una prova di tale spirito di ribellione alla chiesa, un fatto gravissimo che è causa di indicibile e profonda amarezza per il Nostro cuore di padre e di Pastore universale delle anime, è quanto dobbiamo menzionare qui appresso. Da qualche tempo, con insistente propaganda, il movimento cosiddetto patriottico va proclamando un preteso diritto dei cattolici di eleggere di propria iniziativa i vescovi, asserendo che tale elezione sarebbe indispensabile per provvedere con la dovuta sollecitudine al bene delle anime, e per affidare il governo delle diocesi a pastori graditi alle autorità civili in quanto non si oppongono agli orientamenti ideologici e politici propri del comunismo. – Anzi, abbiamo appreso che già si è proceduto a non poche di tali abusive elezioni e che, inoltre, contro un esplicito e severo monito diretto agli interessati da questa sede apostolica si è perfino osato di conferire ad alcuni ecclesiastici la consacrazione episcopale.

Dottrina circa l’elezione e consacrazione dei vescovi

Di fronte a così gravi attentati contro la disciplina e l’unità della chiesa, è Nostro preciso dovere di ricordare a tutti che ben altri sono la dottrina e i principi che reggono la costituzione della società divinamente fondata da Gesù Cristo nostro Signore.  – I sacri canoni infatti chiaramente ed esplicitamente sanciscono che spetta unicamente alla Sede Apostolica giudicare circa l’idoneità di un ecclesiastico per la dignità e la missione episcopale(9) e che spetta al romano pontefice nominare liberamente i vescovi.(10) E anche quando, come in certi casi, nella scelta di un candidato all’episcopato, è ammesso il concorso di altre persone o enti, ciò avviene legittimamente solo in virtù di una concessione – espressa e particolare – fatta dalla sede apostolica a persone o a corpi morali ben determinati, con condizioni e in circostanze ben definite. Ciò premesso, ne consegue che vescovi non nominati né confermati dalla Santa Sede, e anzi scelti e consacrati contro le esplicite disposizioni di essa, non possono godere di alcun potere né di magistero né di giurisdizione; perché la giurisdizione viene ai vescovi unicamente attraverso il romano pontefice, come già avemmo occasione di ricordare nella lettera enciclica Mystici corporis: «I Vescovi … in quanto riguarda la loro diocesi, sono veri pastori che guidano e reggono in nome di Cristo il gregge assegnato a ciascuno. Mentre fanno ciò, non sono del tutto indipendenti, perché sono sottoposti alla debita autorità del romano pontefice, pur fruendo dell’ordinaria potestà di giurisdizione che è comunicata loro direttamente dallo stesso Sommo Pontefice».(11) Dottrina che avemmo occasione di richiamare ancora nella lettera Ad Sinarum gentem a voi successivamente diretta: «La potestà di giurisdizione, che al Sommo Pontefice viene conferita direttamente per diritto divino, proviene ai vescovi dal medesimo diritto, ma soltanto mediante il successore di san Pietro, al quale non solamente i semplici fedeli, ma anche tutti i vescovi devono costantemente essere soggetti e legati con l’ossequio dell’obbedienza e con il vincolo dell’unità».(12)  – E gli atti della potestà di ordine, posti da tali ecclesiastici , anche se validi – supposto che sia stata valida la consacrazione loro conferita – sono gravemente illeciti, cioè peccaminosi e sacrileghi. Tornano al proposito quanto mai ammonitrici le parole del divino Maestro: «Chi non entra nell’ovile per la porta, ma vi sale per altra parte, è ladro e brigante» (Gv 10,1); le pecorelle riconoscono la voce del loro vero pastore, e lo seguono docilmente, «ma non vanno dietro a un estraneo, anzi fuggono da lui: perché non conoscono la voce degli estranei» (Gv 10,5). – Sappiamo bene che, purtroppo, per legittimare le loro usurpazioni, i ribelli si richiamano alla prassi seguita in altri secoli; ma tutti vedono che cosa mai diverrebbe la disciplina ecclesiastica se, in una questione o nell’altra, fosse lecito a chiunque di rifarsi a disposizioni che non sono più in vigore, in quanto la suprema autorità ha, da diverso tempo, disposto altrimenti. Anzi, proprio il fatto di appellarsi a una diversa disciplina, lungi dallo scusare l’operato di costoro, è prova della loro intenzione di sottrarsi deliberatamente alla disciplina che vige e che debbono seguire: disciplina che vale non solo per la Cina e per i territori di recente evangelizzazione, ma per tutta la chiesa; disciplina che è stata sancita in virtù di quella universale e suprema potestà di pascere, di reggere e di governare, che fu conferita da nostro Signore ai successori dell’apostolo Pietro. È ben nota, infatti, la solenne definizione del concilio Vaticano: «Fondandoci sulle chiare testimonianze della sacra Scrittura, e in piena armonia con i precisi ed espliciti decreti sia dei Nostri predecessori, i romani pontefici, sia dei concili generali; rinnoviamo la definizione del concilio ecumenico di Firenze, secondo la quale tutti i fedeli debbono credere, che “la santa sede apostolica e il romano pontefice esercitano il primato in tutto il mondo; che il medesimo pontefice è il successore di san Pietro, principe degli apostoli, è il vero vicario di Cristo, il capo di tutta la chiesa, il padre e il dottore dei cristiani; che a lui, nella persona di san Pietro, è stata affidata da nostro Signore Gesù Cristo la piena potestà di pascere, reggere e governare la chiesa universale “. Pertanto insegniamo e dichiariamo che la chiesa romana, per divina disposizione, ha la potestà ordinaria di primato su tutte le altre, e che tale potere di giurisdizione del Romano Pontefice, di carattere veramente episcopale, è immediato; e che i pastori e i fedeli, di qualunque rito e dignità, sia singolarmente presi, sia tutti insieme, sono tenuti al dovere di subordinazione gerarchica e di vera obbedienza verso di essa, non soltanto nelle cose della fede e della morale, ma anche in quelle che si riferiscono alla disciplina e al governo della chiesa, diffusa nel mondo intero; talché, conservata così l’unità della comunione e della fede col romano pontefice, la chiesa di Cristo sia un unico gregge sotto un unico sommo pastore. Questo è l’insegnamento della verità cattolica, dal quale nessuno può scostarsi senza perdere la fede e la salvezza».(13)  – Da quanto vi abbiamo esposto consegue che nessun’altra autorità, che non sia quella del supremo pastore, può revocare l’istituzione canonica data a un vescovo; nessuna persona o assemblea, sia di sacerdoti sia di laici, può arrogarsi il diritto di nominare vescovi; nessuno può conferire legittimamente la consacrazione episcopale se prima non sia certa l’esistenza dell’apposito mandato apostolico.(14) Sicché, per una siffatta consacrazione abusiva, la quale è un gravissimo attentato alla stessa unità della chiesa, è stabilita la scomunica riservata in modo specialissimo alla sede apostolica, in cui automaticamente incorre non solo chi riceve l’arbitraria consacrazione, ma anche chi la conferisce.(15)

Insussistente pretesto

Che dire infine del pretesto addotto dagli esponenti dell’Associazione pseudo-patriottica, quando vorrebbero giustificarsi invocando la necessità di provvedere alla cura delle anime nelle diocesi prive della presenza del loro vescovo? – È evidente, anzitutto, che non si provvede ai bisogni spirituali dei fedeli con la violazione delle leggi della Chiesa. In secondo luogo, non si tratta – come si vorrebbe far credere – di diocesi vacanti, ma spesso di sedi episcopali, i cui legittimi titolari o sono stati espulsi, o languono in prigione, oppure sono impediti, in vari modi, di esercitare liberamente la loro giurisdizione; dove inoltre sono stati ugualmente imprigionati o espulsi o comunque estromessi quegli ecclesiastici che i legittimi pastori – in conformità con le prescrizioni dei diritto canonico e con speciali istruzioni ricevute dalla Santa Sede – avevano designato a sostituirli nel governo diocesano. – Ed è veramente doloroso che, mentre zelanti pastori soffrono tante tribolazioni, si prenda proprio occasione dai loro dolori per insediare ai loro posti dei pastori falsi, per sovvertire l’organizzazione gerarchica della Chiesa, per ribellarsi all’autorità del Romano Pontefice.  – E si arriva a tal punto di arroganza da voler imputare uno stato di cose così lacrimevole e miserando, che è provocato da un preciso disegno dei persecutori della Chiesa, alla stessa Sede Apostolica; mentre tutti sanno che questa, per gli ostacoli frapposti alla libera e sicura comunicazione con le diocesi della Cina, si è trovata e si trova nell’impossibilità di procurarsi – ogni volta che occorra – le appropriate informazioni che sono indispensabili, per il vostro paese come per qualunque altro alla scelta di candidati idonei per la dignità episcopale.

Invito a conservarsi intrepidi nella fede

Venerabili fratelli e diletti figli, vi abbiamo manifestato fin qui le Nostre preoccupazioni per gli errori che si tenta di insinuare in mezzo a voi, e per le divisioni che si creano, affinché. illuminati e sostenuti dall’insegnamento del Padre comune, vi possiate conservare intrepidi e incontaminati nelln fede che tutti ci unisce e ci salva. – Ma ora, con tutta l’effusione dell’affetto, vogliamo dirvi quanto Ci sentiamo vicina a voi. Le vostre sofferenze fisiche e morali, specialmente quelle sopportate dagli eroici testimoni di Cristo – tra cui sono alcuni venerandi fratelli Nostri nell’episcopato – Noi le portiamo nel cuore e, giorno per giorno, le offriamo, con le preghiere e le sofferenze di tutta la chiesa, sull’altare del nostro divin Redentore.  – State saldi e riponete la vostra fiducia in lui: «gettando in lui ogni vostra sollecitudine, poiché egli ha cura di voi!» (1 Pt 5,7). Egli vede i vostri affanni e le vostre pene; egli soprattutto accoglie l’intima sofferenza e le lacrime segrete che tanti di voi – pastori, sacerdoti, persone religiose e semplici fedeli – versano al vedere lo scempio che si vorrebbe fare delle vostre comunità cristiane. Queste lacrime e queste pene, insieme col sangue e le sofferenze dei martiri di ieri e di oggi, saranno il pegno prezioso del fiorire della chiesa nella vostra patria, quando grazie alla potente intercessione della Vergine santa, regina della Cina, giorni più seren torneranno a risplendere sul vostro cielo. – In questa fiducia, con molto affetto nel Signore, a voi e al gregge affidato alle vostre cure, in auspicio di celesti grazie e a testimonianza della Nostra speciale benevolenza, impartiamo la benedizione apostolica.

Roma, presso San Pietro, 29 giugno, nella festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, dell’anno 1958, XX del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

(1) Pius PP. XII, epist. enc. Ad Apostolorum Principis [Esortazioni e norme alla chiesa cattolica in Cina nelle presenti angustie; La persecuzione e due precedenti lettere pontificie; Testimonianze di fedeltà alla chiesa; L’«Associazione patriottica»: suoi scopi; Metodi di violenza e di oppressione; Il cristiano e l’amore di patria; La Santa Sede e il popolo cinese; Arbitrarie limitazioni dei magistero pontifício; Un grave atto di ribellione; Dottrina della chiesa circa l’elezione e la consacrazione dei vescovi; Insussistente pretesto; Invito a conservarsi intrepidi e saldi nella fede.]

(2) AAS 18(1926), p. 432.

(3) Ibidem.

(4) AAS 44(1952), p. 153ss.; EE 6/1977ss.

(5) AAS 47(1955), p. 5ss; EE 6/1098.

(6) Cf. Pius XI, Nuntium ad Delegatum Apostolicum in Sinis, 1 aug. 1928: AAS 20(1928), p. 245.

(7) Sermo ad Patrum Cardinalium Collegium et Episcopatum, 2 nov. 1954: cf. AAS 46(1954): pp. 671-672.

(8) AAS 4(1912), p. 658; EE 4/364.

(9) Can. 331 § 3.

(10) Can. 329 § 2.

(11) Litt. enc. Mystici corporis, 29 iun. 1943: AAS 35(1943), pp. 211-212; EE 6/191.

(12) Epist. enc. Ad Sinarum gentem, 7 oct. 1954: AAS 47(1955), p. 9; EE 6/1106.

(13) Conc. Vat. I, sess.IV, c. 3: Coll. Lac. VII, p. 484; COD 814.

(14) Can. 953.

(15) cf. S.S. Congregatio S. Officii, Decretum, 9 apr. 1951: AAS 43 (1951), 217-218.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: “SINGULARI NOS”

In questa breve ma “micidiale” [per i neo- e post- modernisti] enciclica, il Santo Padre Cappellari, S. S. Gregorio XVI, condanna inappellabilmente un libello di Lamennais [un cosiddetto cattolico-liberale, cioè un masso-marrano finto cattolico] nel quale venivano esaltati tanti errori già denunciati per il passato dalla Santa Madre Chiesa, condanne ribadite con forza dallo stesso Pontefice Gregorio XVI. Gli errori denunciati come “deliramento”, sono in pratica gli stessi “deliramenti” neomodernisti che attualmente la setta vatican-massonica del “novus ordo”, oramai sinagoga di satana infiltrata nei sacri palazzi, propina ai ciechi, colpevolmente ignoranti, (in)fedeli pseudo cattolici, proni nell’accettare senza batter ciglio anche le posizioni in evidente contrasto con la fede apostolica di sempre e con i più ovvi e banali dettami evangelici. I “deliramenti”, come giustamente li definisce il Santo Padre, sono in particolare: “il sottrarsi alla dovuta sottomissione alle autorità, … il dannoso contagio dell’”indifferentismo” da tener lontano dai popoli, … le limitazioni da porre alla libertà di pensiero e di parola che si diffonde, … la completa libertà di coscienza da condannarsi,  …la scelleratissima cospirazione delle società eccitate anche dai cultori di qualunque falsa religione in danno dell’ordine religioso e civile … lo spregevole e sfrenato desiderio di novità, per cui la verità non viene cercata dove si trova con certezza e, trascurate le sante e apostoliche tradizioni, si accettano altre dottrine inutili, futili, incerte e non approvate dalla Chiesa, dalle quali uomini stoltissimi credono a torto che la stessa verità sia sorretta e sostenuta … i … tanti malvagi deliramenti, per cui con maggior fiducia, come diceva San Bernardo, “al posto della luce possa diffondere le tenebre, e al posto del miele, o meglio nel miele, propinare il veleno, inventando per i popoli un nuovo vangelo e ponendo un altro fondamento contro quello che è stato posto“. Ora queste proposizioni definite sempre dal Santo Padre, “ … proposizioni rispettivamente false, calunniose, temerarie, che inducono all’anarchia, contrarie alla parola di Dio, empie, scandalose, erronee, già condannate dalla Chiesa … , sono esattamente quelle oggi propagate dalla setta vaticana, il “novus ordo” di quelli che osannano al “signore dell’universo”, cioè al baphomet-lucifero, appiattita sulle posizioni della massoneria, di cui è divenuta “serva sciocca”, schiava da eliminare con violenza e senza pietà una volta raggiunto l’obiettivo prefissato dalle conventicole, non quelle .. terra terra del G. O., del R. S. A. o simili, ma quelle degli “Illuminati” e degli “sconosciuti superiori”! Il tutto sarebbe confinato nell’ambito del complottismo vero o falso che sia, se non ci fossero di mezzo milioni e milioni di anime che finirebbero, anzi finiscono, senza nemmeno rendersene conto, diritto all’inferno … come tutti gli acattolici, gli infedeli, gli atei, i settari adoratori del baphomet, gli eretici, gli scismatici …  ah .. se solo leggessero un po’ di catechismo di San Pio X, o una pagina di Vangelo (dico UNA!) o di Magistero infallibile! Ma l’orgoglio ha assunto proporzioni tali da aver raggiunto oramai il livello toccato dal primo angelo del Paradiso, il più superbo, poi sprofondato … come ci racconta Isaia nel XIV capitolo del suo libro. Oggi abbiamo un Lamennais in ogni sede diocesana, in ogni abbazia, in ogni parrocchia, in ogni congregazione, e purtroppo di Mauro Cappellari non ce ne sono più; in vero c’è un altro Gregorio, XVIII, che però è in esilio, imbavagliato e costretto all’inoperosità, isolato, nella sofferenza del Getsemani, nel vedere il suo gregge dato in pasto a lupi voraci e gaudenti, guidato dal servo dell’anticristo opportunamente mascherato da agnello-clown – Certamente Gregorio XVI sarebbe oggi considerato un complottista dai soloni del “vatic/massonicamente” corretto … ma a noi questo complottismo piace, è lo stesso di Gesù-Cristo e della Santa Madre Chiesa, Luce dei popoli e Maestra di verità … che Dio la conservi in eterno, splendente e rifulgente di gloria … come d’altra parte il divin Maestro ci ha infallibilmente promesso! Et Ipsa conteret

Gregorio XVI

“Singulari Nos”

Ci avevano particolarmente rallegrato le illustri testimonianze di fede, di obbedienza e di religiosità riferite alla Nostra lettera enciclica del 15 agosto 1832, ovunque ricevuta gioiosamente, con la quale, secondo il dovere del Nostro ufficio, annunciammo a tutto il popolo cattolico la dottrina sana e unica che va seguita in ordine ai punti ivi proposti. Accrebbero questa Nostra gioia le dichiarazioni pubblicate su quell’argomento da alcuni di coloro che avevano approvato quelle idee e quei commenti dei quali Ci lagnavamo, e si erano fatti incautamente fautori e difensori di essi. Sapevamo però che non era ancora eliminato quel male che impudentissimi libelli divulgati fra il popolo e alcune macchinazioni tenebrose chiaramente facevano presagire: si sarebbe ancora eccitato contro l’ordine religioso e civile, perciò disapprovammo gravemente tali manovre con la lettera mandata il mese di ottobre al Venerabile Fratello Vescovo di Rennes. Ma a Noi, ansiosi e solleciti in massimo grado per questa vicenda, tornò graditissimo e consolante che proprio colui dal quale soprattutto Ci veniva dato tale dolore, Ci confermasse esplicitamente – con una dichiarazione inviataci l’11 dicembre dello scorso anno – che egli seguiva “unicamente e assolutamente” la dottrina espressa nella Nostra enciclica, e che non avrebbe scritto né approvato niente di difforme da essa. Immediatamente dilatammo le viscere della carità paterna a quel figlio che, spinto dai Nostri ammonimenti, confidavamo che avrebbe dato per l’avvenire più chiari segni dai quali si vedesse con maggior certezza che obbediva alla Nostra decisione, sia a parole sia con le opere. – Invece, cosa che a stento sembrava credibile, proprio colui che avevamo accolto con l’affetto di tanta benevolenza, immemore della Nostra indulgenza, subito mancò alla sua promessa, e quella buona speranza che avevamo nutrito sul “frutto del Nostro ammonimento” riuscì vana, non appena abbiamo conosciuto un libello scritto in francese, col nome in verità celato ma manifestato da pubblici documenti, edito a stampa poco tempo fa dallo stesso e divulgato dovunque: piccolo invero per dimensioni, ma grande per la perversità, che si intitola Paroles d’un croyant. – Inorridimmo davvero, Venerabili Fratelli, già alla prima scorsa, e commiserando la cecità dell’autore comprendemmo dove mai si spinga la sapienza che non sia secondo Dio, ma secondo gli elementi del mondo. Infatti, contro la promessa fatta solennemente in quella sua dichiarazione, egli, per lo più con capziosissimi giri di parole e di finzioni, cominciò a controbattere e a demolire la dottrina cattolica che nella ricordata Nostra lettera definimmo, con il potere affidato alla Nostra umile persona, sia riguardo alla dovuta sottomissione alle autorità, sia sul dannoso contagio dell’”indifferentismo” da tener lontano dai popoli, sia sulle limitazioni da porre alla libertà di pensiero e di parola che si diffonde, sia infine sulla completa libertà di coscienza da condannarsi, e sulla scelleratissima cospirazione delle società eccitate anche dai cultori di qualunque falsa religione in danno dell’ordine religioso e civile. – Davvero l’animo si ribella nel leggere quelle proposizioni con cui nel medesimo scritto l’autore tenta di infrangere qualunque vincolo di fedeltà e di sottomissione verso i sovrani, avendo appiccato da ogni parte il fuoco della ribellione affinché si scatenino il sovvertimento dell’ordine pubblico, il disprezzo delle magistrature, l’infrazione delle leggi e siano sradicati tutti gli elementi del potere tanto sacro che civile. Poi, con una nuova e iniqua interpretazione, definisce il potere dei sovrani come contrario alla legge divina, e, con calunnia mostruosa, addirittura “frutto del peccato e potere di Satana“. Applica le medesime parole infamanti alla sacra gerarchia e ai sovrani a causa del patto di crimini e di macchinazioni che, secondo il suo vaneggiamento, li vede uniti contro i diritti dei popoli. – E non contento di questo ardire tanto grande, va inoltre predicando una completa libertà di pensiero, di parola e di coscienza; augura ogni successo e felicità ai lottatori che combatteranno per riscattarla dalla tirannide, come dice; chiama palesemente da tutto il mondo con furibondo ardore adunate e conventicole e, spingendo e insistendo in propositi così nefasti, fa in modo che Noi possiamo vedere che anche per quell’articolo i Nostri ammonimenti e le Nostre prescrizioni sono da lui stesso calpestati. – Rincresce enumerare qui tutte le cose che con questo pessimo comportamento di empietà e di audacia vengono accumulate per sconvolgere tutte le realtà divine e umane. Ma soprattutto eccita l’indignazione ed è apertamente intollerabile per la Religione che le prescrizioni divine siano riportate dall’autore per affermare tanti errori e siano spacciate agl’incauti, e che egli le citi dovunque per liberare i popoli dalla legge dell’obbedienza come se fosse mandato e ispirato da Dio, dopo aver premesso il sacratissimo nome dell’augusta Trinità, e che distorca con furberia e audacia le parole delle sacre Scritture (che sono parola di Dio) per inculcare tanti malvagi deliramenti, per cui con maggior fiducia, come diceva San Bernardo, “al posto della luce possa diffondere le tenebre, e al posto del miele, o meglio nel miele, propinare il veleno, inventando per i popoli un nuovo vangelo e ponendo un altro fondamento contro quello che è stato posto“. – In verità, il passar sotto silenzio questo tanto grave danno inferto alla sana dottrina Ci è vietato da Colui che pose Noi sentinelle in Israele perché ammoniamo del loro errore coloro che l’autore e Perfezionatore della Fede, Gesù, affidò alla Nostra cura. – Perciò, ascoltati alcuni dei Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, di Nostra iniziativa, per conoscenza certa e con la pienezza del potere apostolico, riproviamo e condanniamo e vogliamo e decretiamo che sia considerato in perpetuo come riprovato e condannato il libro intitolato Paroles d’un croyant, con il quale – con empio abuso della parola di Dio – si traviano i popoli a dissolvere i vincoli di ogni ordine pubblico, a far crollare l’una e l’altra autorità, ad eccitare, fomentare e sostenere sedizioni, tumulti e ribellioni nei regni: un libro che contiene perciò proposizioni rispettivamente false, calunniose, temerarie, che inducono all’anarchia, contrarie alla parola di Dio, empie, scandalose, erronee, già condannate dalla Chiesa specialmente nei Valdesi, Wicleffiti, Hussiti e in altri eretici di tal genere. – Sarà ora vostro compito, Venerabili Fratelli, assecondare con ogni sforzo queste Nostre disposizioni che la salute e l’incolumità dell’ordine, sia religioso, sia civile richiedono con urgenza, affinché un tale scritto, uscito dalla tana per spargere distruzione, non sia dannoso al punto da condiscendere al gusto di una più pazza novità e da diffondersi più in largo fra i popoli come un cancro. In una questione di tanta importanza, è vostro compito sostenere la sana dottrina, smascherare l’astuzia dei Novatori e vigilare con maggiore attenzione per la custodia del gregge cristiano, affinché fioriscano e aumentino felicemente l’impegno della religione, la pietà delle azioni e la pace pubblica. Questo davvero Ci aspettiamo con fiducia dalla vostra fede o dal vostro totale zelo per il bene comune, perché, con l’aiuto di Colui che è padre della luce, possiamo rallegrarci, e dire con San Cipriano “che l’errore sia stato capito e rintuzzato e perciò distrutto in quanto riconosciuto e scoperto“. – Del resto, dev’essere molto deplorato dove vadano a finire i delirii dell’umana ragione quando qualcuno si applichi alle nuove cose, e contro l’ammonimento dell’Apostolo si sforzi di “sapere più di quello che occorre sapere” e confidando troppo in se stesso creda che la verità sia da ricercarsi fuori della Chiesa cattolica, nella quale invece essa si trova senza la più piccola traccia di errore e che perciò è chiamata ed è “colonna e firmamento della verità“. Voi poi capite bene, Venerabili Fratelli, che Noi qui parliamo anche di quel fallace sistema filosofico diffuso da non molto tempo e del tutto riprovevole, per cui, per spregevole e sfrenato desiderio di novità, la verità non viene cercata dove si trova con certezza e, trascurate le sante e apostoliche tradizioni, si accettano altre dottrine inutili, futili, incerte e non approvate dalla Chiesa, dalle quali uomini stoltissimi credono a torto che la stessa verità sia sorretta e sostenuta. – E mentre scriviamo queste cose per la cura e la sollecitudine a Noi affidate da Dio di riconoscere, stabilire e custodire la sana dottrina, soffriamo per la dolorosissima ferita inferta al Nostro cuore dall’errore del figlio; nel grandissimo dolore dal quale siamo per questo tormentati non c’è nessuna speranza di consolazione a meno che egli ritorni sulle vie della giustizia. Innalziamo perciò insieme gli occhi e le mani a Colui che è “guida della sapienza e correttore dei sapienti“. InvochiamoLo con molte preghiere affinché dia a lui un cuore docile e un animo grande, sì che ascolti la voce del Padre amantissimo e afflittissimo, vengano presto per opera sua lieti eventi per la Chiesa, per il vostro Ordine, per questa Santa Sede e per la Nostra umile persona. Noi di certo considereremo fausto e felice quel giorno in cui potremo stringere al seno paterno questo figlio, tornato in sé, dietro l’esempio del quale speriamo fortemente che si ravvedano gli altri che poterono essere tratti in inganno dalle sue teorie, cosicché ci sia presso tutti una sola unità di dottrine per la sicurezza dell’ordine civile e religioso, un solo genere di pareri, una sola concordia di azioni e di intenti. Chiediamo ed aspettiamo dalla vostra sollecitudine pastorale che imploriate con supplici richieste dal Signore, insieme con Noi, un così grande bene. – Invocando l’aiuto divino in quest’opera, con tutto il cuore impartiamo a voi e ai vostri greggi la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 giugno 1834, anno quarto del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: CARITATE CHRISTI COMPULSI [Pio XI]

La “Critate Christi compulsi”, se ci fosse il Santo Padre liberamente operante, sembra una enciclica scritta quest’oggi. La prima parte è praticamente copiabile da tutti i cosiddetti “complottisti” del nostro tempo [… anche da quelli falsi e prezzolati dal sistema], in quanto ne anticipa le rivelazioni più o meno attendibili, circa gli aspetti economici, finanziari, sociali del nostro mondo-fiction, sul monopolio mondiale dei pochi soggetti che gestiscono la vita dell’intero pianeta [quasi tutti settari e appartenenti alle conventicole della “sinagoga di satana”], con mente lucida e veritiera. Quanto però manca ai nostri Don Chisciotte complottisti, veri o fasulli che siano, è la ricerca di una soluzione valida agli aspetti che adombrano in vista di una ineluttabile drammatica fine dell’umanità. E qui il Santo Padre propone l’unica via di soluzione a tutti i problemi dell’epoca, ed ancor più oggi che sono moltiplicati per mille, con lo spettro ventilato di crisi economiche, guerre planetarie e sciagure nucleari. La soluzione è, come tutte le cose di Dio, semplice ed alla portata di ogni uomo di buona volontà che è chiamato a fare la sua parte senza defilarsi. È la stessa ricetta che la Vergine ha già da tempo presentato ai fedeli, ultimamente a Fatima: 1°- ritorno a Dio e alla sua “vera” unica Chiesa, in particolare con la devozione ai Sacratissimi Cuori di Gesù e della Vergine Maria; 2°- la preghiera, e la penitenza. Ed è proprio su quest’ultima che il Pontefice pone un accento più marcato. Ancora oggi si può accennare con cautela alla preghiera come mezzo di pratica religiosa, ma a parlare di “penitenza”, tutti fanno orecchie da mercante. Ognuno vuol godere, darsi alla bella vita, al benessere, ai piaceri dei sensi … nessuno vuol sentir parlare di “penitenza”! Eppure è proprio questo il messaggio che Gesù ci ha proposto fin dall’inizio della sua missione terrena per giungere alla salvezza eterna ed alla pace dell’anima in questa valle di lacrime della quale siamo ospiti passeggeri.  Non c’è salvezza senza penitenza, non c’è resurrezione senza croce! Bando quindi agli sterili complottismi, ascoltiamo ed obbediamo al Santo Padre Pio XI che, come un gran medico, dopo una buona diagnosi ed una prognosi infausta senza ricorrere alla giusta terapia, ci offre una ricetta sicura e sperimentata da millenni per uscir fuori indenni dalla lebbra del mondo, malattia infinitamente più grave di quella del corpo, perché falcia un numero immenso ed incalcolabile di anime per portarle all’eterna dannazione: “Caritate Christi compulsi, Catholicæ Ecclesiæ filios atque adeo cordatos nomine universos … “

LETTERA ENCICLICA

“CARITATE CHRISTI COMPULSI”
DEL SOMMO PONTEFICE
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
e agli altri Ordinari locali che hanno pace e comunione con la Sede Apostolica
SUL CUORE DI GESÙ

 

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

La carità di Cristo Ci spinse ad invitare, con l’Enciclica Nova impendet del 2 ottobre dell’anno scorso, tutti i figli della Chiesa Cattolica, anzi tutti gli uomini di cuore, a stringersi in una santa crociata di amore e di soccorso, onde alleviare un poco le terribili conseguenze della crisi economica in cui si dibatte il genere umano. E veramente con mirabile e concorde slancio risposero al Nostro appello la generosità e l’operosità di tutti. Ma il disagio è andato crescendo, il numero dei disoccupati in quasi tutte le regioni è salito, e di ciò profittano i partiti sovversivi per la loro propaganda; conseguentemente l’ordine pubblico è sempre più minacciato, e il pericolo del terrore e dell’anarchia incombe sempre più gravemente sulla società. In tale stato di cose la stessa carità di Cristo Ci stimola a rivolgerCi di nuovo a voi, Venerabili Fratelli, ai vostri fedeli, a tutto il mondo per esortare tutti ad unirsi e ad opporsi con tutte le forze ai mali che opprimono l’intera umanità e a quelli ancora peggiori che la minacciano.

I

Se riandiamo con la mente alla lunga e dolorosa serie di mali che, triste retaggio del peccato, hanno segnato all’uomo decaduto le tappe del pellegrinaggio terreno, dal diluvio in poi, difficilmente c’incontriamo in un disagio spirituale e materiale così profondo, così universale, come quello che ora attraversiamo: anche i più grandi flagelli, che pure lasciarono tracce indelebili nella vita e nella memoria dei popoli, si abbattevano ora sopra una nazione, ora sopra l’altra. Ora invece l’umanità intera è stretta dalla crisi finanziaria ed economica così tenacemente, che quanto più si agita, tanto più insolubili ne sembrano i lacci; non vi è popolo, non vi è Stato, non società o famiglia che, in un modo o in un altro, direttamente o indirettamente, più o meno, non ne senta il contraccolpo. Quegli stessi, assai pochi di numero, che sembrano avere nelle loro mani, insieme con le ricchezze più ingenti, le sorti del mondo; quegli stessi pochissimi uomini che, con le loro speculazioni, sono stati e sono in gran parte la causa di tanto male, ne sono essi stessi ben sovente le prime e più clamorose vittime, trascinando con sé nell’abisso le fortune di innumerevoli altri; verificandosi in modo terribile e per tutto il mondo quanto lo Spirito Santo aveva già proclamato per i singoli peccatori: « Per quelle cose per le quali uno pecca, per le medesime è tormentato » [1]. – Lacrimevole condizione di cose, Venerabili Fratelli, che fa gemere il Nostro cuore paterno e Ci fa sentire sempre più intimamente il bisogno di imitare, secondo la Nostra pochezza, il sublime sentimento del Cuore SS. di Gesù: « Ho compassione di questa folla » [2]. Ma ancor più lacrimevole è la radice da cui nasce questa condizione di cose: poiché, se è sempre vero quello che afferma lo Spirito Santo per bocca di San Paolo: « Radice di tutti i mali è la cupidigia » [3], molto più ciò è vero nel caso presente.  – E non è forse quella cupidigia dei beni terreni, che il Poeta pagano chiamava già con giusto sdegno « esecranda fame dell’oro »; non è forse quel sordido egoismo, che troppo spesso presiede alle mutue relazioni individuali e sociali; non è insomma la cupidigia, qualunque ne sia la specie e la forma, quella che ha trascinato il mondo all’estremo che tutti vediamo e tutti deploriamo? Dalla cupidigia, infatti, proviene la mutua diffidenza, che inaridisce ogni commercio umano; dalla cupidigia, l’esosa invidia che fa considerare come proprio danno ogni vantaggio altrui; dalla cupidigia, il gretto individualismo che tutto ordina e subordina al proprio vantaggio, senza badare agli altri, anzi conculcando crudelmente ogni diritto altrui. Di qui il disordine e lo squilibrio ingiusto, per cui si vedono le ricchezze delle nazioni accumulate nelle mani di pochissimi privati, che regolano a loro capriccio il mercato mondiale, con danno immenso delle masse, come abbiamo esposto l’anno scorso nella Nostra Lettera Enciclica Quadragesimo anno.

Se questo stesso egoismo (abusando del legittimo amor di patria e spingendo all’esagerazione quel sentimento di giusto nazionalismo, che il retto ordine della carità cristiana non solo non disapprova, ma con proprie regole santifica e vivifica) si insinua nelle relazioni tra popolo e popolo, non vi è eccesso che non sembri giustificato; e quello che tra individui sarebbe da tutti giudicato riprovevole, viene considerato ormai come lecito e degno d’encomio se si compie in nome di tale esagerato nazionalismo. Alla grande legge dell’amore e della fraternità umana, che abbraccia tutte le genti e tutti i popoli in una sola famiglia con un solo Padre che sta nei cieli, subentra l’odio che spinge tutti alla rovina. Nella vita pubblica si calpestano i sacri princìpi che erano la guida di ogni convivenza sociale; vengono manomessi i solidi fondamenti del diritto e della fedeltà su cui dovrebbe basarsi lo Stato; sono violate e chiuse le sorgenti di quelle antiche tradizioni che nella fede in Dio e nella fedeltà alla sua legge vedevano le basi più sicure del vero progresso dei popoli.  – Approfittando di tanto disagio economico e di tanto disordine morale i nemici di ogni ordine sociale, si chiamino essi « comunisti » o con qualunque altro nome — ed è questo il male più tremendo dei nostri tempi — audacemente si adoperano a rompere ogni freno, a spezzare ogni vincolo di legge divina o umana, ad ingaggiare apertamente o in segreto la lotta più accanita contro la religione, contro Dio stesso, svolgendo il diabolico programma di schiantare dal cuore di tutti, perfino dei bambini, ogni sentimento religioso, poiché sanno molto bene che, tolta dal cuore dell’umanità la fede in Dio, essi potranno fare tutto quello che vorranno. E così vediamo oggi quello che mai si vide nella storia, spiegate cioè al vento senza ritegno le sataniche bandiere della guerra contro Dio e contro la religione in mezzo a tutti i popoli e in tutte le parti della terra.  – Non mancarono mai gli empi, non mancarono mai neppure i negatori di Dio; ma erano relativamente pochi, singoli e solitari, e non osavano o non credevano opportuno svelare troppo apertamente il loro empio pensiero, come pare voglia insinuare lo stesso ispirato Cantore dei Salmi, quando esclama: « Disse lo stolto in cuor suo: Dio non c’è » [4]. L’empio, l’ateo, uno fra la moltitudine, nega Dio, suo Creatore, ma ciò nel segreto del suo cuore. Oggi invece l’ateismo ha già pervaso larghe masse di popolo; con le sue organizzazioni si insinua anche nelle scuole popolari, si manifesta nei teatri, e per diffondersi si vale di proprie pellicole cinematografiche, del grammofono, della radio; con tipografie proprie stampa opuscoli in tutte le lingue; promuove speciali esposizioni e pubblici cortei. Ha costituito propri partiti politici, proprie formazioni economiche e militari. Questo ateismo organizzato e militante lavora instancabilmente per mezzo dei suoi agitatori con conferenze e illustrazioni, con tutti i mezzi di propaganda occulta e manifesta in tutte le classi, in tutte le strade, in ogni sala, dando a questa sua nefasta operosità l’appoggio morale delle proprie Università e stringendo gl’incauti tra i vincoli potenti della sua forza organizzatrice. Al vedere tanta operosità posta al servizio di una causa così iniqua, Ci viene davvero spontaneo alla mente e al labbro il mesto lamento di Cristo: « I figli di questo mondo sono nel loro genere più scaltri dei figli della luce » [5].  – I capi e gli autori di tutta questa campagna di ateismo, traendo partito dalla crisi economica attuale, con dialettica infernale cercano di far credere alle masse affamate che Dio e la Religione sono la causa di questa universale miseria. La santa Croce del Signore, simbolo di umiltà e povertà, viene posta insieme con i simboli del moderno imperialismo, come se la Religione fosse alleata con quelle forze tenebrose che producono tanti mali in mezzo agli uomini. Così tentano, e non senza effetto, di congiungere la guerra contro Dio con la lotta per il pane quotidiano, con il desiderio di possedere un terreno proprio, di avere salari convenienti, abitazioni decorose, una condizione di vita insomma che convenga all’uomo. I più legittimi e necessari desideri nonché gl’istinti più brutali, tutto serve al loro programma antireligioso, come se l’ordine divino stesse in contraddizione col bene dell’umanità e non né fosse al contrario l’unica sicura tutela; come se le forze umane con i mezzi della moderna tecnica potessero combattere le forze divine per introdurre un nuovo e migliore ordinamento di cose. Orbene, tanti milioni di uomini, credendo di lottare per l’esistenza, si aggrappano purtroppo a tali teorie con un totale capovolgimento della verità, e schiamazzano contro Dio e la Religione. Né questi assalti sono solamente diretti contro la Religione cattolica, ma contro quanti riconoscono ancora Dio come Creatore del cielo e della terra e come assoluto Signore di tutte le cose.  – E le società segrete, che sono sempre pronte ad appoggiare la lotta contro Dio e contro la Chiesa da qualunque parte venga, non mancano di rinfocolare sempre più questo odio insano che non può dare né la pace, né la felicità ad alcuna classe sociale, ma condurrà certamente tutte le nazioni alla rovina.  – Così questa nuova forma di ateismo, mentre scatena i più violenti istinti dell’uomo, con cinica impudenza proclama che non ci sarà né pace né benessere sulla terra, finché non sia sradicato l’ultimo avanzo di religione e non sia soppresso l’ultimo suo rappresentante. Come se con ciò potesse venir soffocato il mirabile concento, nel quale il creato « canta la gloria di Dio » [6].

II

Sappiamo molto bene, Venerabili Fratelli, che vani sono tutti questi sforzi, e che nell’ora da Lui stabilita « si leverà Iddio e si disperderanno i suoi nemici» [7]; sappiamo che « non prevarranno le porte dell’inferno » [8]; sappiamo che il nostro Divin Redentore, come fu di lui predetto, « con la verga della sua bocca percuoterà la terra e col soffio delle sue labbra darà morte all’empio » [9] e terribile soprattutto sarà per quegli infelici l’ora in cui cadranno « nelle mani del Dio vivo» [10]. E questa fiducia inconcussa nel finale trionfo di Dio e della Chiesa Ci viene, per l’infinita bontà del Signore, ogni giorno confermata dalla vista consolante dello slancio generoso di innumerevoli anime verso Dio in tutte le parti del mondo e in tutte le classi sociali. È davvero un soffio potente dello Spirito Santo quello che ora passa su tutta la terra, attirando specialmente le anime giovanili ai più alti ideali cristiani, elevandole al di sopra di ogni rispetto umano, rendendole pronte ad ogni anche più eroico sacrificio; un soffio divino, che scuote tutte le anime, anche loro malgrado, e fa sentire un interno travaglio, una vera sete di Dio, anche a quelle che non osano confessarlo. Anche il Nostro invito ai laici di partecipare all’apostolato gerarchico nelle file dell’Azione Cattolica è stato dappertutto docilmente e generosamente accolto; va crescendo continuamente nelle città e nelle campagne il numero di coloro che con tutte le forze si adoperano alla propaganda dei princìpi cristiani e alla loro attuazione pratica anche nella vita pubblica, mentre essi stessi si studiano di confermare le loro parole con gli esempi della loro vita intemerata.  – Ma nondimeno davanti a tanta empietà, a tanta rovina di tutte le più sante tradizioni, a tanta strage di anime immortali, a tanta offesa della Divina Maestà, non possiamo, Venerabili Fratelli, non esprimere tutto l’acerbo dolore che ne proviamo; non possiamo non alzare la Nostra voce, e con tutta l’energia dell’animo apostolico prendere le difese dei conculcati diritti di Dio e dei più sacri sentimenti del cuore umano che di Dio ha assoluto bisogno. Tanto più che queste squadre pervase da spirito diabolico non si contentano di schiamazzare, ma uniscono tutte le loro forze per eseguire quanto prima i loro nefasti disegni. Guai all’umanità se Dio, così vilipeso dalle sue creature, lasciasse, nella sua giustizia, libero corso a questa fiumana devastatrice e si servisse di essa come di flagello per castigare il mondo! – È dunque necessario, Venerabili Fratelli, che instancabilmente ci opponiamo « quale muro per la casa d’Israele »[11], unendo anche noi tutte le forze nostre in un’unica e solida schiera compatta contro le malvage falangi, nemiche di Dio non meno che del genere umano. Infatti in questa lotta si discute veramente il problema fondamentale dell’universo e si tratta la più importante decisione proposta alla libertà umana: per Dio o contro Dio. È questa di nuovo la scelta che deve decidere le sorti di tutta l’umanità: nella politica, nella finanza, nella moralità, nelle scienze, nelle arti, nello Stato, nella società civile e domestica, in Oriente e in Occidente, dappertutto si affaccia questo problema come decisivo per le conseguenze che ne derivano. Così gli stessi rappresentanti di una concezione del tutto materialistica del mondo vedono sempre ricomparire davanti a sé la questione dell’esistenza di Dio che credevano già soppressa per sempre, e sono sempre costretti a riprenderne la discussione. Noi quindi scongiuriamo nel Signore, tanto i singoli che le nazioni, a voler deporre, davanti a tali problemi e in tempo di così accanite lotte vitali per l’umanità, quel gretto individualismo e basso egoismo che accecano anche le menti più perspicaci e fanno inaridire anche ogni più nobile iniziativa, per poco che questa esca dai limiti del ristrettissimo cerchio di piccoli e particolari interessi: si uniscano tutti anche con gravi sacrifici per salvare se stessi e l’intera umanità. In tale unione di animi e di forze devono naturalmente essere i primi coloro che si gloriano del nome cristiano, memori della gloriosa tradizione dei tempi apostolici, quando « la moltitudine dei credenti formava un sol cuore e un’anima sola » [12]; ma vi concorrano lealmente e cordialmente anche tutti gli altri che ancora ammettono un Dio e lo adorano, per allontanare dall’umanità il grande pericolo che minaccia tutti. Infatti il credere in Dio è il fondamento incrollabile di ogni ordinamento sociale e di ogni responsabilità sulla terra; perciò tutti coloro che non vogliono l’anarchia e il terrore devono energicamente adoperarsi perché i nemici della religione non raggiungano lo scopo da loro così apertamente proclamato.  – Sappiamo, Venerabili Fratelli, che in questa lotta per la difesa della religione si devono usare anche tutti i legittimi mezzi umani che sono a nostra disposizione. Perciò Noi, seguendo le orme luminose del Nostro Predecessore Leone XIII di s. m., con la Nostra Enciclica Quadragesimo anno abbiamo con tanta energia sostenuto una più equa ripartizione dei beni della terra e abbiamo indicato i mezzi più efficaci che dovrebbero ridonare la salute e la forza all’ammalato corpo sociale e ridare la tranquillità e la pace ai suoi membri doloranti. Infatti l’irresistibile aspirazione a raggiungere una conveniente felicità anche sulla terra è posta nel cuore dell’uomo dal Creatore di tutte le cose, e il Cristianesimo ha sempre riconosciuto e promosso con ogni impegno i giusti sforzi della vera cultura e del sano progresso per il perfezionamento e lo sviluppo dell’umanità. – Ma di fronte a questo odio satanico contro la religione, che ricorda il « mistero d’iniquità » di cui parla San Paolo [13], i soli mezzi umani e le provvidenze degli uomini non bastano; e Noi crederemmo, Venerabili Fratelli, di venir meno al Nostro apostolico ministero se non volessimo additare all’umanità quei meravigliosi misteri di luce, che soli nascondono in sé la forza di soggiogare le scatenate potenze delle tenebre. Quando il Signore, scendendo dagli splendori del Tabor, risanò il giovinetto malmenato dal demonio, che i discepoli non avevano potuto guarire, all’umile domanda di essi: « Per qual motivo non lo abbiamo potuto scacciare noi? », rispose con le memorande parole: «Questo genere non si scaccia se non con l’orazione e il digiuno »[14]. Ci pare, Venerabili Fratelli, che queste divine parole si debbano appunto applicare ai mali dei nostri tempi, che solo « per mezzo della preghiera e della penitenza » possono essere scongiurati.  – Memori dunque della nostra condizione di esseri essenzialmente limitati e assolutamente dipendenti dall’Essere supremo, ricorriamo innanzi tutto alla preghiera. Sappiamo per fede quanta sia la potenza dell’umile, confidente, perseverante preghiera; a nessuna altra pia opera furono mai annesse dall’Onnipotente Signore così ampie, così universali, così solenni promesse come alla preghiera: « Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto, perché chiunque chiede, riceve; chi cerca, trova; e a chi bussa sarà aperto » [15]. In verità, in verità vi dico: quanto domanderete al Padre in nome mio, egli ve lo concederà » [16].  – E quale oggetto più degno della nostra preghiera e più corrispondente alla persona adorabile di Colui che è l’unico «Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù »[17], che l’implorare la conservazione in terra della fede nel solo Dio, vivo e vero? Una tale preghiera porta già in sé una parte del suo esaudimento: infatti, dove un uomo prega, là egli si unisce con Dio, e per così dire mantiene già sulla terra l’idea di Dio. L’uomo che prega, con la sua stessa umile posizione professa davanti al mondo la sua fede nel Creatore e Signore di tutte le cose; unendosi poi con gli altri in preghiera comune, con ciò stesso riconosce che non solamente l’individuo, ma anche l’umana società ha un supremo Signore assoluto sopra di sé.  – Quale spettacolo non è mai per il cielo e per la terra la Chiesa che prega! Da secoli, ininterrottamente, da una mezzanotte all’altra si ripete sulla terra la divina salmodia dei canti ispirati; non c’è ora del giorno che non sia santificata dalla sua liturgia speciale; non c’è alcun periodo grande o piccolo della vita che non abbia un posto nel ringraziamento, nella lode, nella orazione, nella riparazione della preghiera comune del corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Così la preghiera stessa assicura la presenza di Dio tra gli uomini, come lo promise il Divin Redentore: «Dove sono due o tre persone riunite nel mio nome, io sono in mezzo a loro »[18]. – La preghiera toglierà di mezzo, inoltre, la causa stessa delle odierne difficoltà da Noi sopra accennate, cioè l’insaziabile cupidigia dei beni terreni. L’uomo che prega guarda in alto, ai beni cioè del cielo che egli medita e desidera; tutto il suo essere s’immerge nella contemplazione del mirabile ordine posto da Dio, che non conosce la smania dei successi e non si perde in futili gare di sempre maggiore velocità; e così quasi da sé si ristabilirà quell’equilibrio tra il lavoro e il riposo che con grave danno della vita fisica, economica e morale, manca del tutto all’odierna società. Se coloro che, per la sovrabbondante produzione industriale, sono caduti nella disoccupazione e nella povertà, volessero dare il tempo conveniente alla preghiera, il lavoro e la produzione rientrerebbero ben presto entro i limiti ragionevoli, e la lotta che ora divide l’umanità in due grandi campi di combattenti per gl’interessi passeggeri, resterebbe assorbita nella nobile, pacifica, lotta per l’acquisto dei beni celesti ed eterni.  – In tal modo si aprirebbe la via anche alla tanto sospirata pace, come egregiamente accenna San Paolo là dove congiunge appunto il precetto della preghiera con i santi desideri della pace e della salute di tutti gli uomini: « Raccomando dunque prima di tutto che si facciano suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti, per tutti gli uomini; per i re e per tutti coloro che sono al potere, affinché possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla con tutta pietà e dignità. Infatti, questa è una cosa bella e gradita al cospetto del Salvatore Dio nostro, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino ed arrivino alla conoscenza della verità » [19]. Per tutti gli uomini si implori la pace, ma specialmente per coloro che nell’umana società hanno le gravi responsabilità del governo; come potrebbero essi dare la pace ai loro popoli, se non l’hanno in se stessi? Ed è precisamente la preghiera quella che, secondo l’Apostolo, deve apportare il dono della pace: la preghiera che si rivolge al Padre celeste, che è Padre di tutti gli uomini; la preghiera, che è l’espressione comune dei sentimenti di famiglia, di quella grande famiglia che si estende al di là dei confini di qualunque paese e di qualunque continente.  – Uomini che in ogni nazione pregano lo stesso Dio per la pace sulla terra non possono essere insieme i portatori della discordia tra i popoli; uomini che si rivolgono nella preghiera alla Divina Maestà, non possono fomentare quell’imperialismo nazionalistico che di ciascun popolo fa il proprio Dio; uomini che guardano al « Dio della pace e della carità » [20], che a Lui si rivolgono per mezzo di Cristo, che è « nostra pace » [21], non si acquieteranno finché finalmente la pace, che il mondo non può dare, discenda dal Datore di ogni bene sopra « gli uomini di buona volontà » [22]. « Pace a voi » [23] fu il saluto pasquale del Signore ai suoi Apostoli e primi discepoli; e questo benedetto saluto da quei primi tempi sino a noi non è mai venuto meno nella sacra Liturgia della Chiesa, ed oggi più che mai esso deve confortare e risollevare gli esulcerati ed oppressi cuori umani.

III

Ma alla preghiera bisogna aggiungere anche la penitenza: cioè lo spirito di penitenza, e la pratica della penitenza cristiana. Così ci insegna il Divin Maestro, la cui prima predicazione fu appunto la penitenza: «Cominciò Gesù a predicare e a dire: Fate penitenza » [24]. Così ci insegna pure tutta la tradizione cristiana, tutta la storia della Chiesa: nelle grandi calamità, nelle grandi tribolazioni della Cristianità, quando era più urgente la necessità dell’aiuto di Dio, i fedeli, o spontaneamente o più spesso dietro l’esempio e le esortazioni dei sacri Pastori, hanno sempre impugnato tutte e due le validissime armi della vita spirituale: l’orazione e la penitenza. – Per quel sacro istinto da cui quasi inconsapevolmente si lascia guidare il popolo cristiano, quando non è traviato dai seminatori di zizzania, e che non è poi altro se non quel « senso di Cristo » [25] di cui parla l’Apostolo, i fedeli hanno sempre sentito subito in tali casi il bisogno di purificare le loro anime dal peccato con la contrizione del cuore, col sacramento della riconciliazione, e di placare la divina Giustizia anche con esterne opere di penitenza.  – Sappiamo certo e con voi, Venerabili Fratelli, deploriamo che ai nostri giorni l’idea e il nome di espiazione e di penitenza hanno perduto presso molti la virtù di suscitare quegli slanci di cuore e quegli eroismi di sacrificio, che in altri tempi sapevano infondere, presentandosi agli occhi degli uomini di fede come sigillati di un carattere divino ad imitazione di Cristo e dei Santi suoi; né mancano alcuni che vorrebbero mettere da parte le mortificazioni esterne come cose di tempi passati; senza parlare poi del moderno « uomo autonomo » che disprezza la penitenza come espressione di indole servile. Ed è ovvio infatti che quanto più si affievolisce la fede in Dio, tanto più si confonda e svanisca l’idea di un peccato originale e di una primitiva ribellione dell’uomo contro Dio, e quindi ancor più si perda il concetto della necessità della penitenza e dell’espiazione. – Ma noi invece, Venerabili Fratelli, dobbiamo per obbligo dell’ufficio pastorale tenere in alto questi nomi e questi concetti, e conservarli nel loro vero significato, nella loro genuina nobiltà e ancor più nella loro pratica e necessaria applicazione alla vita cristiana.  – A questo Ci spinge la stessa difesa di Dio e della Religione, che stiamo propugnando, poiché la penitenza è di natura sua un riconoscimento e ristabilimento dell’ordine morale nel mondo, che si fonda nella legge eterna, cioè nel Dio vivente. Chi dà soddisfazione a Dio per il peccato, riconosce con ciò stesso la santità dei supremi princìpi della moralità, la loro interna forza di obbligazione, la necessità di una sanzione contro la loro violazione. Ed è certo uno dei più pericolosi errori dell’età nostra l’aver preteso di separare la moralità dalla religione, togliendo così ogni solida base a qualunque legislazione. Questo errore intellettuale poteva forse passare inosservato ed apparire meno pericoloso quando si limitava a pochi, e la fede in Dio era ancora un patrimonio comune dell’umanità e tacitamente si presupponeva anche di quelli che più non ne facevano aperta professione. Ma oggi, quando l’ateismo si diffonde nelle masse popolari, le conseguenze pratiche di quell’errore diventano terribilmente tangibili ed entrano nel mondo delle tristissime realtà. Invece delle leggi morali, che svaniscono insieme con la perdita della fede in Dio, si impone la forza violenta che conculca ogni diritto. L’antica fedeltà e correttezza nell’agire e nel mutuo commercio, tanto decantate perfino dai retori e poeti del paganesimo, ora cedono il posto a speculazioni senza coscienza, tanto nei propri come negli affari altrui. E difatti come può sostenersi un contratto qualsiasi, e quale valore può avere un trattato, se manca ogni garanzia di coscienza? E come si può parlare di garanzia di coscienza, dove è venuta meno ogni fede in Dio, ogni timor di Dio? Tolta questa base, ogni legge morale cade con essa; e non vi è più nessun rimedio che possa impedire la graduale ma inevitabile rovina dei popoli, delle famiglie, dello Stato, della stessa umana civiltà.  – La penitenza dunque è come un’arma salutare posta in mano dei prodi soldati di Cristo, che vogliono combattere per la difesa e il ristabilimento dell’ordine morale dell’universo. È un’arma che giunge proprio alla radice di tutti i mali: alla concupiscenza, cioè, delle materiali ricchezze e dei dissoluti piaceri della vita. Per mezzo di volontari sacrifìci, per mezzo di rinunce pratiche, anche dolorose, per mezzo delle varie opere di penitenza, il cristiano generoso reprime le basse passioni che tendono a trascinarlo alla violazione dell’ordine morale. Ma se lo zelo della divina legge e la carità fraterna sono in lui tanto grandi quanto devono esserlo, allora non solo si dà all’esercizio della penitenza per sé e per i suoi peccati, ma si addossa anche l’espiazione dei peccati altrui, ad imitazione dei Santi che spesso eroicamente si facevano vittime di riparazione per i peccati di intere generazioni; anzi ad imitazione del Redentore divino, che si è fatto « Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo »[26].  – Non c’è forse, Venerabili Fratelli, in questo spirito di penitenza anche un dolce mistero di pace? «Non c’è pace per gli empi » [27], dice lo Spirito Santo, perché vivono in continua lotta ed opposizione con l’ordine stabilito dalla natura e dal suo Creatore. Solamente quando questo ordine verrà ristabilito, quando tutti i popoli fedelmente e spontaneamente lo riconosceranno e lo professeranno, quando le interne condizioni dei popoli e le esterne relazioni con le altre nazioni si fonderanno sopra questa base, allora soltanto sarà possibile una pace stabile sopra la terra. Ma non basteranno a creare quest’atmosfera di pace duratura né i trattati di pace, né i patti più solenni, né i convegni o le conferenze internazionali, né gli sforzi anche più nobili e disinteressati di qualunque uomo di Stato, se prima non siano riconosciuti i sacri diritti della legge naturale e divina. Nessun dirigente della economia pubblica, nessuna forza organizzatrice potrà mai condurre le condizioni sociali a pacifica soluzione, se prima nel campo stesso dell’economia non trionfi la legge morale basata su Dio e sulla coscienza. Questo è il valore fondamentale di ogni valore, tanto nella vita politica quanto in quella economica delle nazioni; questa è la moneta più sicura, tenuta ben salda la quale, anche tutte le altre saranno stabili, essendo garantite dall’immutabile ed eterna legge di Dio. – Ed anche ai singoli uomini la penitenza è apportatrice di vera pace, distaccandoli dai beni terreni e caduchi e sollevandoli ai beni eterni, donando loro anche in mezzo alle privazioni ed alle avversità una pace che il mondo con tutte le sue ricchezze e i suoi piaceri non può dare. Uno dei cantici più sereni e più lieti che mai si siano uditi in questa valle di lacrime non è forse il celebre «Cantico del sole e delle creature » di San Francesco? Ebbene, chi lo compose, chi lo scrisse, chi lo cantò era uno dei più grandi penitenti, il Poverello di Assisi, che non possedeva assolutamente nulla sulla terra e portava nel suo corpo estenuato le dolorose stimmate del suo Signore Crocifisso.  – La preghiera, dunque, e la penitenza sono i due potenti spiriti che in questo tempo ci sono dati da Dio perché riconduciamo a Lui la smarrita umanità che gira qua e là senza guida: sono gli spiriti che devono dissipare e riparare la prima e principale causa di ogni ribellione e di ogni rivoluzione, la ribellione cioè dell’uomo contro Dio. Ma i popoli stessi sono chiamati a decidersi per una scelta definitiva: o essi si affidano a questi benevoli e benèfici spiriti e si convertono, umili e pentiti, al loro Signore e Padre delle misericordie, oppure abbandonano se stessi e il poco che ancora resta di felicità sulla terra in balìa del nemico di Dio, cioè allo spirito di vendetta e di distruzione. – Non Ci resta quindi altro che invitare questo povero mondo che ha sparso tanto sangue, che ha aperto tanti sepolcri, che ha distrutto tante opere, che ha privato di pane e di lavoro tanti uomini, non Ci resta, diciamo, che invitarlo con le tenere parole della sacra Liturgia: « Convèrtiti al Signore Dio tuo! ».

IV

E quale più opportuna occasione possiamo Noi indicarvi, Venerabili Fratelli, per tale unione di preghiere e di riparazioni, se non la prossima festa del Sacro Cuore di Gesù? Lo spirito proprio di tale solennità — come abbiamo quattro anni or sono ampiamente dimostrato nella Nostra Lettera Enciclica Miserentissimus — è appunto spirito di amorosa riparazione, e perciò abbiamo voluto che in tal giorno ogni anno in perpetuo si faccia, in tutte le chiese dell’orbe, pubblico atto di ammenda per le tante offese che feriscono quel Cuore divino.  – Sia dunque quest’anno la festa del Sacro Cuore per tutta la Chiesa una santa gara di riparazione e di impetrazione. Accorrano numerosi i fedeli alla mensa Eucaristica; accorrano ai piedi degli altari ad adorare il Salvatore del mondo sotto i veli del Sacramento, che voi, Venerabili Fratelli, procurerete sia in tal giorno solennemente esposto in tutte le chiese; effondano in quel Cuore Misericordioso, che ha conosciuto tutte le pene del cuore umano, la piena del loro dolore, la fermezza della loro fede, la fiducia della loro speranza, l’ardore della loro carità. Lo preghino, interponendo anche il potente patrocinio di Maria Santissima, Mediatrice di tutte le grazie, per sé e per le loro famiglie, per la loro patria, per la Chiesa; lo preghino per il Vicario di Cristo in terra e per gli altri Pastori, che con  lui dividono il formidabile peso del governo spirituale delle anime; lo preghino per i fratelli credenti, per i fratelli erranti, per gl’increduli, per gl’infedeli; e infine per gli stessi nemici di Dio e della Chiesa, affinché si convertano.  – E questo spirito di preghiera e di riparazione si mantenga poi intensamente vivo ed operoso in tutti i fedeli anche per l’intera Ottava, del qual privilegio liturgico Noi abbiamo voluto fosse insignita questa Festa. Durante tali giorni si facciano, nel modo che ciascuno di voi, Venerabili Fratelli (secondo le circostanze locali) crederà opportuno prescrivere o suggerire, pubbliche preghiere ed altri devoti esercizi di pietà secondo le intenzioni da Noi brevemente sopra accennate: « al fine di ottenere misericordia e trovare grazia per essere aiutati al momento opportuno » [28]. – Sia quella, davvero, per tutto il popolo cristiano un’Ottava di riparazione e di santa mestizia; siano giorni di mortificazione e di preghiera. Si astengano i fedeli dagli spettacoli e dai divertimenti anche leciti; i più agiati sottraggano anche volontariamente, in spirito di cristiana austerità, qualche cosa dalla sia pure moderata misura del consueto modo di vita, largheggiando piuttosto coi poveri il frutto di tale sottrazione, essendo anche l’elemosina un ottimo mezzo per soddisfare alla divina Giustizia e attirare le divine misericordie. I poveri, e tutti coloro che in questo tempo sono sotto la dura prova dello scarso lavoro e dello scarso pane, offrano con eguale spirito di penitenza, con maggiore rassegnazione le privazioni loro imposte dai tempi difficili e dalla condizione sociale che la Divina Provvidenza, con imperscrutabile ma pur sempre amoroso disegno, ha loro assegnato: accettino con animo umile e confidente dalla mano di Dio gli effetti della povertà, resi più duri dalle strettezze in cui si dibatte attualmente l’umanità; si elevino più generosamente fino alla divina sublimità della Croce di Cristo, ripensando che, se il lavoro è tra i maggiori valori della vita, è però stato l’amore di un Dio paziente quello che ha salvato il mondo; si confortino nella certezza che i loro sacrifici e le loro pene, cristianamente sopportati, concorreranno efficacemente ad affrettare l’ora della misericordia e della pace. – Il Cuore divino di Gesù non potrà non commuoversi alle preghiere ed ai sacrifici della sua Chiesa e finirà col dire alla sua Sposa che geme ai suoi piedi sotto il peso di tante pene e di tanti mali: «Grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri »[29]. – Con questa fiducia, avvalorata dal ricordo della Croce, sacro segno e prezioso strumento della nostra santa redenzione, di cui oggi celebriamo la gloriosa Invenzione, a Voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e popolo, a tutto l’orbe cattolico impartiamo con paterno affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nella festa dell’Invenzione della Santa Croce, 3 maggio 1932, undecimo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

 

[1] Sap., XI, 17.

[2] Marc., VIII, 2.

[3] I Tim., VI, 10.

[4] Ps. XIII, 1, et LII, 1.

[5] Luc., XVI, 8.

[6] Ps. XVIII, 2.

[7] Ps. LXVII, 2.

[8] Matth., XVI, 18.

[9] Is., XI, 4.

[10] Hebr., X, 31.

[11] Ezech., XIII, 5.

[12] Act., IV, 32.

[13] II Thess., II, 7.

[14] Matth., XVII, 18-20.

[15] Matth., VII, 7-8.

[16] Ioann., XVI, 23.

[17] I Tim., II, 5.

[18] Matth., XVIII, 20.

[19] I Tim., II, 1-4.

[20] II Cor., XIII, 11.

[21] Ephes., II, 14.

[22] Luc., II, 14.

[23] Ioann., XX, 19, 26.

[24] Matth. IV, 17.

[25] I Cor., II, 16.

[26] Ioann., I, 29.

[27] Is., XLVIII, 22.

[28] Hebr., IV, 16.

[29] Matth., XV, 28.

 

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI APOSTATI, “ERETICI ACEFALI” DI TORNO: “Il Trionfo” di Pio VII

I Papi in esilio


Pio VII
“Il trionfo”

Prima di leggere e gustare la breve enciclica di S. S. Pio VII, riportiamo una nota storica che di questa è l’antefatto. Ecco la vicenda di uno dei tanti Papi della storia della Chiesa ad essere esiliato ed impedito nelle sue funzioni Pontificali. Questo soprattutto a beneficio di tutti gli “acefali”, tesisti, sedevacantisti, finti-sedeplenisti o scismatici “cani sciolti”, che ritengono che un Papa impedito, che essi chiamano stoltamente “occulto”, non abbia “nota di Cattolicità”. C’è veramente da compiangere certi personaggi che si ritengono … udite, udite … canonisti, senza averne oltretutto alcun titolo! Sembrano piuttosto bambini imbecilli ed in mala fede che giocano al “piccolo teologo” eretico-scismatico. Consideriamo piuttosto le pene e le torture, spesso materiali, o quantomeno spirituali, che questi valorosi Nocchieri della “barca di Pietro” hanno dovuto sopportare per condurre in porto il loro divino Mandato e la “barca” loro affidata tra flutti e tempeste di ogni tipo, e lasciamo che gli “acefali” coltivino i loro deliri fanta-teologici. – “Il trionfo” è scritta in italiano dal legittimo Papa, che trionfante torna ad occupare il Soglio che gli compete; da questa enciclica, noi Cattolici “pausillus grex”, possiamo trarre fiducia che una analoga situazione si ripeta presto, quando i fasulli impostori, i clown-marrani, verranno bruciati dal soffio della bocca di Cristo: … et non prævalebunt!  

Il Papa prigioniero di Napoleone.

[C. Castiglioni: Storia dei Papi, 2^ ediz. vol. II; Torino, 1957- imprim.-]

Pio VII e Napoleone, i due uomini più opposti di carattere, di genio, d’indole, di costumi e di sentimenti, l’agnello e il leone, si trovarono di fronte una seconda volta sul territorio francese. La prima volta il pontefice era accorso in Francia a consacrare l’autorità, la seconda vi fu trascinato vittima di quella autorità che egli stesso aveva consacrata. Il 27 maggio 1809 da Vienna, ove era entrato trionfatore per la seconda volta, Bonaparte, per punire il Pontefice, che non aveva voluto chiudere il porto di Civitavecchia alle navi inglesi ed assecondare in tutto e per tutto le voglie imperiali, con un semplice decreto annetteva all’Impero francese lo Stato pontificio; dichiarava Roma città imperiale e libera, assegnata per residenza al Papa come capo della Chiesa, con la dote annua di due milioni e l’immunità dei Palazzi Apostolici. Mascherava poi l’usurpazione con ragioni storiche e religiose abbastanza speciose. Carlo Magno aveva concesso ai vescovi di Roma quei territori in feudo, perciò Roma e il suo Stato non avevano mai cessato di appartenere all’imperatore francese; il successore di Carlo Magno non faceva che richiamare in vigore i suoi diritti, revocando le donazioni feudali di Pipino e di Carlo. D’altra parte l’unione dell’autorità spirituale e temporale nella stessa persona non poteva essere che sorgente di disordini. Protestò energicamente il pontefice contro il generale Miollis, incaricato dell’esecuzione dell’ordine imperiale, e fece affiggere alle porte delle basiliche la bolla di scomunica (10 giugno), stesa dal padre barnabita Francesco Fontana, contro gli spogliatori della Santa Sede. In Roma serpeggiava grave malcontento contro i Francesi, e il Miollis, temendo un’aperta rivolta, interpretando il pensiero del suo imperatore, ordinò al generale Radet di impadronirsi della persona del Pontefice e del suo segretario, il cardinale Pacca. La notte dal 5 al 6 luglio si diede l’assalto al palazzo del Quirinale, dove viveva ritirato il pontefice, dacché la città era stata occupata militarmente dai Francesi, il 2 febbraio 1808. Scalato il muro del giardino e aperto il portone dall’interno, Radet fece irruzione. Di appartamento in appartamento, abbattendo le porte a colpi di scure, penetrò fino alla camera, ove il Pontefice, in fretta e furia alzatosi da letto, attendeva coi suoi familiari. – La Guardia svizzera, composta di quaranta uomini, s’era schierata nell’anticamera: alla intimazione di resa depose le armi, giacché così aveva ordinato il Pontefice per evitare spargimento di sangue. Il Santo Padre stava ritto nel mezzo della stanza coi cardinali Pacca e Despuig, l’uno alla destra, l’altro alla sinistra; i familiari e i prelati facevano ala. Entra il Radet, che si pone a fronte del pontefice, mentre gli ufficiali gli si allineano ai lati. Momenti solenni di silenzio; i due gruppi di persone si guardano immobili, attoniti. Finalmente il generale, pallido in volto, con voce tremante, annunciava gli ordini di cui egli si diceva esecutore irresponsabile. Il Papa, senza scomporsi, dignitoso e fermo, rispose: « Se ella ha creduto di dover eseguire tali ordini dell’imperatore pel giuramento fattogli di fedeltà e d’obbedienza, s’immagini in qual modo dobbiamo sostenere i diritti della Santa Sede, alla quale siamo legati con tanti giuramenti ». « In questo caso — concluse il generale — io ho l’ordine di condurvi fuori di Roma ». Il Papa, senza prendere altra cosa che il breviario, col cardinale Bartolomeo Pacca si avanza verso la porta. In istrada stava pronta una vettura, sulla quale sono fatti montare. Gli sportelli si chiudono a chiave; Radet balza in serpe col postiglione e via verso Porta Salaria, scortati da gendarmi. Albeggiava appena: alle finestre delle case vicine, che si aprivano all’insolito trambusto, s’intimava dai militi la chiusura irnmediata. – Fuori porta erano pronti i cavalli di posta, e si prese l a via di Toscana. – Il Sovrano di Roma e il suo primo ministro intraprendevano il loro viaggio veramente all’apostolica: non portavano seco non peram in via, neque duas tunicas (Matt. X, 10). In tasca tra tutti e due non contavano che 35 baiocchi! Pio VII aveva già superati i 67 anni, ed era molto sofferente in salute: ma lungo la via dolorosa dell’esilio si consolava pensando al Martire del Golgota: «Noi stiamo bene. Nostro Signore ha sofferto più di quello che noi soffriamo ». La triste notizia del rapimento del Pontefice precorreva lo stesso Rad: le popolazioni si commovevano, e il generale accelerava il viaggio oltre il ragionevole. Dopo Poggibonsi la vettura ribaltò spezzando una ruota; il generale veniva balzato in un pantano, il Papa e il Cardinale sballottati entro la cassa chiusa e rovesciata. Il popolo accorso gemeva ed invocava: «Santo Padre! Santo Padre! »  Schiavato lo sportello, ne uscì il Pontefice, sollevato sulle braccia del popolo, che si affannava a baciargli le vesti e a chiederne la benedizione. Dalla Certosa di Firenze si ripartiva tosto alla volta di Francia: il Cardinale però, veniva separato e per altra via inoltrato in Piemonte. A Sarzana si prese i l mare per San Pier d’Arena; indi per Alessandria e Torino al Cenisio, sostando solo quando era necessario per serbare in vita l’augusto prigioniero. Gli strapazzi del viaggio causarono non pochi svenimenti al povero infermo, tanto che se ne risentì presso il colonnello Brissard, che aveva preso il posto di Radet: «Avete voi ordine di condurmi morto o vivo? Se il vostro ordine è di farmi morire, continuiamo il viaggio; se non è tale, voglio fermarmi ».All’Ospizio del Cenisio sosta di due giorni. Il Pacca raggiunse il Santo Padre e si accompagnò di nuovo con lui fino a Grenoble. Quivi nuova e definitiva separazione, poiché il Cardinale fu tradotto prigioniero nella fortezza di Finestrelle, ove rimase con altri personaggi fino al 5 febbraio 1815. Il Santo Padre per Valenza, Avignone, Nizza, raggiungeva Savona, sempre « fra le persecuzioni della terra e le consolazioni del cielo ».Il giorno del rapimento del Pontefice fu quello della vittoria di Wagram, dopo la quale l’imperatore dettava la pace nel castello di Schönbrunn il 14 ottobre (1809), e di essa approfittava per trattare la questione religiosa. In verità Napoleone cominciava a tremare nell’animo suo: l’inerme prigioniero di Savona gli faceva paura più di un esercito in assetto di guerra. L’uomo straordinario, che reggeva l’Impero con lo scettro di ferro, conservava in fondo all’animo un briciolo di fede: l’animo suo era un groviglio di misteri; aveva un doppio carattere: era l’Attila e il Carlo Magno dell’età moderna; il persecutore e il sostegno del popolo di Dio, il cieco strumento della giustizia divina. – Ritornato a Fontainebleau, Napoleone volle che gli si compilasse l’elenco di tutte le scomuniche pronunciate dalla Santa Sede, incominciando dai tempi più remoti, contro i sovrani. L’elenco, per quanto incompleto ne enumerava 85 a partire dal 398, e accortamente ometteva l’ultima del 10 giugno 1809. Napoleone faceva tuttavia dello spirito, e parlando col cardinale Caprara sorrideva della scomunica papale, che non « faceva cader le armi dalle mani dei suoi soldati! ». Era il gesto di sfida di Capanèo contro il Cielo! Ma sulle gelide steppe di Russia, racconta il conte di SÉGUR, che ne fu testimonio, « le armi dei soldati parvero insopportabile peso alle loro braccia assiderate. Nelle loro frequenti cadute sfuggivano ad essi dalle mani, infrangevansi e perdevansi nella neve. Se si rialzavano, se ne trovavano privi, poiché non le gettavano, ma venivano loro strappate dalla fame e dal freddo ». – Il superbo imperatore voleva indurre il Pontefice a porre la sua residenza a Parigi per averlo a sua discrezione, come puntello alla sua tirannia e come strumento del suo dominio. Le lusinghe imperiali a nulla approdavano sull’animo dell’intrepido vegliardo. Per ridurlo ai suoi voleri il persecutore allontanò dal pontefice tutti i prelati a lui non ligi; gli fece sequestrare tutta la corrispondenza e togliere persino penna e calamaio. Il Papa sopportò con eroica fermezza quelle vessazioni. « Io voglio — diceva — deporre le minacce ai piedi del Crocifisso e lasciare a Dio il vendicare la mia causa, perché è tutta sua ». L’imperatore decise quindi di convocare a Parigi un concilio nazionale. Ma i 95 tra vescovi e cardinali intervenuti, non ostante le mene del clero cortigiano, si dichiararono incompetenti a supplire alle bolle pontificie, per cui Bonaparte, montato sulle furie, li disperse il 6 ottobre 1811, dopo tre mesi di vane discussioni. – La stella imperiale precipitava verso l’occaso. L’armata delle 20 nazioni mare: nelle pianure della Russia misteriosa. Perchè l’Inghilterra non tentasse nel frattempo un colpo di mano in favore del Pontefice, Napoleone, partendo con la Grande Armata ordinava il trasferimento del prigioniero a Fontainebleau. Nuova andata al Calvario. – Nel rivalicare il Cenisio il Pontefice patì tanto che giunse agli estremi di vita. I buoni religiosi dell’Ospizio dovettero amministrargli gli ultimi Sacramenti. Ma non era ancora la fine: altre lotte ed altri trionfi l’attendevano. Secondo le disposizioni imperiali, il pontefice a Fontainebleau non poteva essere avvicinato che da prelati francesi devoti al despota, i quali lavoravano per piegare l’animo di Pio VII or con le lusinghe or con le minacce di uno scisma. Scorsi appena, cinque mesi dacché il Santo Padre soggiornava a Fontainebleau, Napoleone tornava inatteso a Parigi dalla disastrosa campagna di Russia. In quelle strettezze estreme la riconciliazione col Pontefice poteva molto conferire alla fortuna dello sconquassato trono imperiale. – La sera del 19 gennaio 1813 Napoleone, con la seconda imperatrice Maria Luigia, recavasi improvvisamente a Fontainebleau. Si presentava al Papa, e con grande effusione l’abbracciò e lo baciò in volto. Pio VII ne fu profondamente commosso, e quella commozione seppe sfruttare Napoleone per indurlo a firmare i preliminari di un nuovo concordato. Per riuscire nell’intento ricorse anche ad intimidazioni ed a villanie; si disse anzi che in un eccesso di collera Napoleone acciuffasse il Papa pei capelli. Pio VII però smentì recisamente quella diceria. Appena ebbe carpita la firma (25 gennaio), l’imperatore s’affrettò a pubblicare il nuovo concordato, prima che i cardinali potessero abboccarsi con l’ingannato Pontefice. E per gettare polvere negli occhi del popolo, mise in libertà 13 cardinali, che trovavansi a domicilio coatto, e permise ai medesimi di visitare il Pontefice. Profonda mestizia prese l’animo della povera vittima, appena si accorse di aver troppo accondisceso: lo presero gli scrupoli e per parecchi giorni si astenne persino dal celebrare la Santa Messa. – L’energia e la prudenza del cardinale Pacca valsero alfine a rimettere la pace in quel cuore angustiato, giacché si poteva ancora rimediare. Anche Pasquale II aveva concesso il diritto d’investitura episcopale all’imperatore Enrico V, che, impadronitosi della sua persona, con tratti di corda l’aveva costretto a sottoscrivere! Ma appena libero Pasquale II, nel Concilio di Laterano, aveva annullato le fatte concessioni (1111). – Altrettanto faceva Pio VII con la celebre lettera del 14 marzo (1813) a Napoleone. E la volle scrivere tutta di proprio pugno per non esporre altra persona alla collera imperiale. In previsione di un simile gesto, il Pontefice era sorvegliato di continuo, e quando usciva di camera per andare a celebrare, si frugava nelle sue carte. Impiegò vari giorni a stendere quel documento, perché non poteva, per l’infermità fisica, scrivere a lungo. Scriveva alla presenza del Pacca e del Consalvi: i quali, accomiatandosi dopo l’udienza quotidiana, trafugavano il foglio che la notte era custodito dal Cardinale Pignatelli, e al mattino veniva di nuovo riportato al Pontefice, perché proseguisse a vergarlo. – I cortigiani sollecitarono l’imperatore a romperla definitivamente col Papato, proclamandosi capo della religione, come aveva già fatto Enrico VIII in Inghilterra; ma l’ardire di Napoleone non giunse a tanto. Inviò egli messi d’ogni sorta al Pontefice, esaurì tutti i ripieghi per fargli mutare proposito: tutto fu vano. Le vicende militari intanto volgevano di male in peggio: il 16 ottobre sui campi di Lipsia, con la battaglia dei popoli, gli oppressi di tutta Europa scuotevano il giogo e lo infrangevano. Percosso dalla giustizia di Dio, il tiranno riconobbe d’aver abusato troppo della sua potenza e che il prigioniero di Fontainebleau attirava sopra di lui i fulmini del cielo. Il 23 gennaio 1814 inaspettatamente arrivava l’ordine di liberazione di Pio VII. – Commenta CHATEAUBRIAND: « La mano che gli aveva messo le catene si vide obbligata a rompere i ceppi che gli aveva posto. La Provvidenza aveva invertite le fortune, e il vento, che soffiava contrario a Napoleone, spingeva gli Alleati a Parigi » (Mem. d’Outretombe, pag. 272). – A Napoleone i suoi satelliti, coi loro tradimenti, strappavano l a corona dal capo: Pio VII la riaveva dal suo carceriere. L e armi e gli eserciti non bastano a Napoleone per assicurarsi l’Impero, e Pio VII lo riacquista con la mansuetudine e la dolcezza; i popoli esasperati maledicono al mostro sanguinario, al gigante Golia abbattuto, e si prostrano ai piedi dell’innocente Davide. – La mattina del 20 aprile (1814) Napoleone, con lo strazio nel cuore, con le lacrime agli occhi, salutava la Guardia Imperiale nel castello di Fontainebleau, baciava l’aquila che aveva volteggiato sinistra e vittoriosa su tutti i campi d’Europa, e si avviava verso l’isola d’Elba, ove era deportato, il 4 maggio, da una nave inglese. – Venti giorni dopo, Pio VII era accolto trionfalmente in Roma, fra le lacrime di giubilo del popolo fedele; e sotto il manto paterno di Pio VII trovavano asilo sicuro la madre di Napoleone e gli altri membri della dispersa famiglia imperiale. – Sul trono di Francia venivano restaurati i Borboni. Il Pontefice da Roma inviava a Parigi il celebre Canova per trattare la restituzione dei cimeli preziosi e delle opere d’arte, che i rivoluzionari avevano requisito negli Stati pontifici. L’impresa non era ancora facile e per agevolarla il Pontefice dovette far dono alla Francia di non pochi capolavori. – Durante l’ultima raffica della bufera napoleonica, i Cento giorni, Pio VII lasciava Roma per portarsi a Genova, ove re Vittorio Emanuele I lo circondò di ogni cura. – Rientrava in Roma definitivamente il 7 giugno 1815, ed inviava il Consalvi al Congresso di Vienna a reclamare dalle Potenze la restituzione dei suoi Stati. L’Austria si riteneva tuttavia la parte del Ferrarese, posta sulla sinistra del Po, col diritto di presidiare Ferrara e Comacchio, onde il Consalvi si rifiutò di sottoscrivere l’Atto finale del Congresso del 9 giugno 1815. Il Pontefice non volle neppure aderire al famoso trattato della Santa Alleanza, varato da Alessandro I di Russia, da Federico Guglielmo III di Prussia e da Francesco I d’Austria, perché, a parte le buone intenzioni dei tre firmatari, era basato su d’un cristianesimo interconfessionale, che la Chiesa Cattolica non poteva accettare. – L a Santa Alleanza fu dagli uni schernita e vilipesa come lo strumento di schiavitù dei popoli; e dagli altri esaltata come la panacea politico-sociale-religiosa per tutti i mali prodotti dalla Rivoluzione francese. Nella realtà e gli uni e gli altri esagerarono nei loro apprezzamenti. – Negli ultimi anni di pontificato Pio VII, sempre con l’assistenza del Consalvi, attese alla restaurazione religiosa e civile dei suoi Stati. Furono ristabilite le Congregazioni religiose, a cominciare dai Gesuiti; furono promulgati nuovi codici, abolita la leva militare obbligatoria, ma furono anche conservate molte delle istituzioni francesi, che apparivano buone e rispondenti ai bisogni dei tempi mutati. Nel programma di restaurazione il Consalvi non si accordava completamente col delegato apostolico Agostino Rivarola, il quale voleva ristabilire gli antichi ordinamenti nella loro integrità. – I movimenti rivoluzionari del 1820 – 21, che ebbero grande sviluppo nella Spagna, nel Napoletano, in Piemonte e nella Lombardia, non scoppiarono affatto nello Stato pontificio, per quanto quivi pure fosse molto attiva la propaganda della Carboneria. Contro di questa associazione segreta e contro tutte le altre sètte religioso-politiche Pio VII pubblicava una bolla di condanna il 21 settembre. – Il Thorwaldsen, sul monumento funerario in S. Pietro, rappresentò Pio VII in mezzo a due figure allegoriche: la fortezza e la moderazione, le virtù che ne caratterizzano il Pontificato.

Pio VII
“Il trionfo”

1. Il trionfo della misericordia Divina è ormai compiuto su di Noi. Strappati con violenza inaudita dalla Nostra Sede pacifica, dal seno dei Nostri amatissimi sudditi, e trascinati dall’una all’altra contrada, siamo stati condannati e forzati a gemere per quasi cinque anni. Noi abbiamo versato nella Nostra prigionia lacrime di dolore innanzitutto per la Chiesa, affidata alla Nostra cura, perché ne conoscevamo i bisogni, senza poterle apprestare un soccorso, poi per i popoli a Noi soggetti, perché il grido delle loro tribolazioni giungeva fino a Noi, senza che fosse in Nostro potere di arrecare loro un conforto. Temperava però l’affanno acerbissimo del Nostro cuore la viva fiducia che, placato finalmente il pietosissimo Iddio giustamente irritato dai Nostri peccati, avrebbe alzato l’onnipotente sua destra per infrangere l’arco nemico, e spezzare le catene che cingevano il Vicario suo sulla terra. La Nostra fiducia non è stata delusa. L’umana alterigia, che stoltamente pretese di uguagliarsi all’Altissimo, è stata umiliata, e la Nostra liberazione, cui anche miravano gli sforzi generosi dell’augusta Alleanza, è giunta per prodigio inaspettato. Debitori a quella mano onnipotente che stringe le sorti dell’uomo, non Ci stancheremo giammai di benedirla e di cantare le sue glorie.

2. Noi non abbiamo trascurato di consacrare le primizie della Nostra libertà al bene della Chiesa, la quale, costando al suo divino Fondatore il prezzo di tutto il Suo Sangue, deve essere l’oggetto primario delle Nostre apostoliche sollecitudini. Avremmo a tal fine desiderato di accelerare il Nostro ritorno alla Capitale, sia come Sede del Romano Pontefice, per ivi occuparci dei molti e gravi interessi della Religione Cattolica, sia come residenza della Nostra sovranità per ivi soddisfare quanto prima all’ardente brama che abbiamo di migliorare il destino dei buoni sudditi Nostri; ma plausibili ragioni Ce lo hanno finora impedito. Ci disponiamo peraltro ad eseguire ciò, ansiosi di stringerli al seno, come un tenero padre stringe con trasporto i suoi figli amorosi dopo un lungo ed amaro pellegrinaggio. Intanto facciamo precedere un Nostro delegato, il quale, in virtù di Nostro speciale chirografo riprenderà per Noi, e rispettivamente per la Santa Sede Apostolica, tanto in Roma quanto nelle province, col mezzo di altri subalterni delegati già prescelti da Noi, l’esercizio della Nostra sovranità temporale legata con vincoli tanto essenziali con la Nostra spirituale indipendente supremazia. Egli procederà di concerto con una Commissione di Stato da Noi nominata alla formazione di un governo interino, e darà tutte quelle disposizioni che potranno condurre, per quanto le circostanze lo permettano, alla felicità dei Nostri fedelissimi sudditi.

3. Se per un risultato delle decisioni militari non possiamo tornare ora all’esercizio della sovranità anche in tutte le altre antichissime terre possedute della Chiesa, non dubitiamo di tornarvi al più presto, affidati non meno alla inviolabilità dei Nostri sacri diritti (ai quali non intendiamo recare con questo atto il minimo pregiudizio) che alla luminosa giustizia degl’invitti Monarchi alleati, da parte dei quali abbiamo anzi ricevuto particolari consolanti assicurazioni.

4. Per debito del Nostro ministero di pace esortiamo tutti i sudditi Nostri a conservare gelosamente la tranquillità, la quale, d’altronde, è anche il voto prezioso del Nostro cuore. Se taluno ardisse turbarla sotto qualunque pretesto sarà irremissibilmente punito con tutto il rigore delle leggi. Noi dichiariamo ai Nostri popoli che, se vi sarà fra loro chi si sia reso colpevole di qualche traviamento, alla sola Nostra sovrana autorità appartiene il compito di esaminare se sussiste il reato, giudicare della qualità del medesimo, e proporzionargli la pena. Siano dunque ubbidienti i figli, come debbono essere: nessuno di loro osi arrogarsi sull’altro la patria potestà, perché sono tutti subordinati alle leggi e al volere del comune genitore. Nella fiducia che i buoni sudditi Nostri saranno per uniformarsi esattamente a queste sovrane paterne intenzioni, diamo loro con tutto l’affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Cesena questo dì 4 maggio 1814, anno quindicesimo del Nostro Pontificato.

 

UN’ENCICLICA al giorno, TOGLIE GLI APOSTATI ED ERETICI DI TORNO: “E SUPREMI APOSTOLATUS”

Scegliamo oggi, 3 settembre, una lettera Enciclica dell’Ultimo Papa canonizzato validamente, San Pio X, Giuseppe Sarto, la prima enciclica del Santo, nella quale già si delineavano perfettamente le caratteristiche del suo Pontificato, per la custodia gelosa del deposito della fede Apostolica nel Magistero Cattolico di sempre. E la sua visione del mondo di allora, oggi ancor più drammatica di quella dell’epoca, è molto  reale, pragmatica, lucida. Il rimedio che propone per risolvere i mali denunciati è il “rinnovare tutte le cose in Cristo”, come già si esprimeva l’Apostolo delle genti nella lettera indirizzata ai fedeli di Efeso. È una ricetta semplicissima che, se messa in pratica, [allora non lo fu … con le conseguenze che ben sappiamo dalla storia] risolverebbe i mali ancor più decuplicati di oggi. Tutti i presunti nemici della Chiesa, della società, dell’uomo, di volta in volta indicati da dotti analisti attenti, letterati, uomini di cultura o di fede, e finanche dai cosiddetti complottisti “lucidi”, di qualunque appartenenza, etnica, politica, settaria, etc. non avrebbero più spazio se si tornasse a Dio, ad onorare il Figlio suo Gesù-Cristo, la sua Santa Chiesa Cattolica. Il male non parte allora dai “castigatori” che il Signore lascia operare apparentemente indisturbati e dilaganti, ma da noi tutti falsi cristiani che abbiamo pensato, e tuttora pensiamo, di poter fare a meno di Dio e dei suoi Strumenti per abbandonarci nelle mani di scienziati, filosofi, tecnocrati, pedagoghi, sociologi, finanzieri, pensatori, politici, neo-teologi del nulla, professori universitari, ciarlatani vari, illudendoci che potevamo risolvere ogni problema da soli! Pazzi illusi, come illusi sono tutti coloro che, pur  analizzando inappuntabilmente e con dotte argomentazioni, i vari mali dell’umanità, non vedono o chiudono poi gli occhi davanti alla loro unica e vera causa, rimossa la quale, sarebbero presto risolti i nostri guai: materiali, sociali e spirituali. Non diceva forse già il Re-Profeta, o per lui Asaf, in uno dei suoi Salmi più eloquenti e profondi: “Exsultate Deo”: “Si populus meus audisset me, Israel si in viis meis ambulasset, pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, et super tribulantes eos misissem manum meam. Inimici Domini mentiti sunt ei, et erit tempus eorum in sæcula. Et cibavit eos ex adipe frumenti, et de petra melle saturavit eos.” [Ps. LXXX] “… se il mio popolo mi ascoltasse, se [i cristiani] camminassero per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari porterei la mia mano. I nemici del Signore gli sarebbero sottomessi e la loro sorte sarebbe segnata per sempre; li nutrirei con fiore di frumento, li sazierei con miele di roccia”. È inutile puntare il dito verso questi o quelli, settari, atei, eretici, finanzieri, banchieri, famiglie di kazari ed altro, … se ascoltassimo il Signore, se praticassimo la sua giustizia, le sue leggi ed i dettami della Santa Madre Chiesa di Cristo, la sorte dei nemici, sarebbe segnata per sempre. In fondo è quanto dice il Santo Pontefice in questa stupenda Enciclica scritta all’inizio del suo santo Pontificato come manifesto programmatico. Leggiamola attentamente e facciamola nostra in tutte le sue parti, cacciando via tutti gli azzeccagarbugli atei, i mondialisti, i marrani del novus ordo e degli scismatici pseudo chierici da strapazzo. Solo il ritorno sincero, contrito e penitente a Dio, potrà salvarci dalla inevitabile rovina che già aleggia tenebrosamente sull’umanità tutta: “E supremi Apostolatus Cathedra, ad quam, consilio Dei inscrutabili, …”

LETTERA ENCICLICA
E SUPREMI

DEL SOMMO PONTEFICE
PIO X
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
SUL PROGRAMMA DI PONTIFICATO
 

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

1. Nel momento in cui vi rivolgiamo la parola per la prima volta dall’alto di questa cattedra apostolica alla quale, per imperscrutabile volontà di Dio, Noi siamo stati elevati, non è il caso di ricordare con quali lacrime e con quali ardenti preghiere Noi abbiamo tentato di allontanare da Noi questo tremendo peso del Pontificato. Infatti, malgrado l’assoluta disparità dei meriti, Ci sembra di poter fare Nostro il lamento di Sant’Anselmo, uomo santissimo, quando, malgrado la sua energica opposizione, fu costretto ad accettare l’onore dell’episcopato. Gli stessi segni d’afflizione che egli manifestò allora, sono anche in Noi, e rivelano con quale animo e con quale volontà Noi abbiamo accolto il gravosissimo mandato di pascere il gregge di Cristo. “Sono qui a testimoniarlo — sono parole sue [1] — le mie lacrime e le voci e i ruggiti del mio cuore afflitto, quali non ricordo di avere mai espresso per nessun dolore prima di quel giorno in cui parve si abbattesse su di me la grave sventura dell’arcivescovado di Canterbury. Coloro che in quel giorno fissarono il loro sguardo sul mio volto non poterono ignorare tale fatto… Più simile a un cadavere che a persona viva, ero pallido di stupore e di costernazione. A questa mia elezione, o piuttosto a questa violenza, mi sono finora opposto, in verità, per quanto ho potuto. Ma ora, volente o nolente, sono costretto ad ammettere ogni momento che la volontà di Dio sempre più resiste ai miei tentativi, sicché in nessun modo posso sottrarmi ad essa. Pertanto, non già vinto dalla violenza degli uomini quanto piuttosto da quella di Dio, contro la quale non esiste riparo, dopo avere pregato quanto ho potuto ed essermi adoperato per allontanare da me, se possibile, questo calice senza che ne bevessi, … posponendo il mio sentimento e la mia volontà, mi sono rimesso interamente alla decisione e alla volontà di Dio”.

2. Certamente non mancavano molte e serie ragioni per sottrarCi all’incarico. Infatti, tenuto conto che per la Nostra fragilità in nessun caso eravamo degni dell’onore del Pontificato, chi non si sarebbe turbato per essere designato a succedere a colui che, avendo governato la Chiesa con grande sapienza per quasi ventisei anni, si segnalò per tanta vivacità d’ingegno, per tanto splendore d’ogni virtù da farsi ammirare anche dagli avversari e da consacrare la memoria del suo nome con nobilissime opere?

3. Inoltre, tralasciando il resto, eravamo terrorizzati dall’attuale, deplorevole condizione del genere umano. Chi può ignorare, infatti, che la società umana è ora afflitta, più ancora che nelle età trascorse, da un gravissimo, intimo morbo che, aggravandosi di giorno in giorno, e corrompendola in ogni fibra, la conduce allo sfacelo? Voi comprendete, Venerabili Fratelli, quale sia tale malattia: l’abbandono e il rifiuto di Dio, ai quali è inesorabilmente associata la rovina, secondo le parole del Profeta: “Ecco, coloro che si allontanano da te periranno” [2]. Pertanto Noi comprendevamo che, nel nome della missione pontificale che si voleva affidarCi, occorreva che contrastassimo tanto male. Ritenevamo infatti come rivolto a Noi il precetto di Dio: “Ecco, oggi ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni, affinché tu sradichi e distrugga e disperda e dissolva ed edifichi e pianti” [3]. Ma, consapevoli della Nostra debolezza, temevamo d’intraprendere un’impresa della quale nulla è più urgente e più difficile.

4. Tuttavia, poiché a Dio piacque innalzare l’umiltà Nostra a questa pienezza di potere, rivolgemmo l’animo a “Colui che ci conforta”, e sorretti dalla virtù divina mentre mettiamo mano all’impresa, dichiariamo che nell’esercizio del Pontificato Noi abbiamo un solo proposito: “Rinnovare tutte le cose in Cristo” [4], affinché sia “Tutto e in tutti Cristo” [5]. Vi saranno certamente taluni che, applicando alle cose divine una misura umana, tenteranno di spiare le Nostre riposte intenzioni e di volgerle a scopi terreni e ad interessi di parte. Per togliere a costoro ogni vana speranza, Noi affermiamo con grande determinazione che Noi altro non vogliamo essere — e con l’aiuto di Dio lo saremo nella società umana — che ministri di Dio, il quale Ci ha investito della sua autorità. Le ragioni di Dio sono le ragioni Nostre; è stabilito che ad esse saranno votate tutte le Nostre forze e la vita stessa. Perciò se qualcuno chiederà quale motto sia l’espressione della Nostra volontà, risponderemo che esso sarà sempre uno solo: “Rinnovare tutte le cose in Cristo”. Nell’intraprendere e perseguire questa magnifica opera, Venerabili Fratelli, infonde in Noi un grande ardore la certezza di avere in voi tutti degli strenui collaboratori nel realizzare tale impresa. Se ne dubitassimo, dovremmo giudicarvi, a torto, come ignari o indifferenti verso questa nefasta guerra che ora e dovunque è dichiarata e condotta contro Dio. Infatti contro il loro Creatore “le nazioni ebbero fremiti di ribellione e i popoli concepirono idee insensate” [6], e quasi unanime è il grido dei nemici di Dio: “Allontànati da noi” [7]. Perciò si è estinta del tutto nei più la riverenza verso l’eterno Dio, e nella condotta della vita, sia pubblica sia privata, non si tiene in alcun conto il principio della Sua suprema volontà; ché anzi con tutte le forze e con ogni artificio si tende a sopprimere completamente addirittura il ricordo e la nozione di Dio.

5. Chi considera ciò, deve pur temere che questa perversione degli animi sia una specie di assaggio e quasi un anticipo dei mali che sono previsti per la fine dei tempi; e che “il figlio della perdizione”, di cui parla l’Apostolo [8], non calchi già queste terre. Con somma audacia, con tanto furore è ovunque aggredita la pietà religiosa, sono contestati i dogmi della fede rivelata, si tenta ostinatamente di sopprimere e cancellare ogni rapporto che intercorre tra l’uomo e Dio! E invero, con un atteggiamento che secondo lo stesso Apostolo è proprio dell’“Anticristo”, l’uomo, con inaudita temerità, prese il posto di Dio, elevandosi “al di sopra di tutto ciò che porta il nome di Dio”; fino al punto che, pur non potendo estinguere completamente in sé la nozione di Dio, rifiuta tuttavia la Sua maestà, e dedica a se stesso, come un tempio, questo mondo visibile e si offre all’adorazione degli altri. “Siede nel tempio di Dio ostentando se stesso come se fosse Dio” [9].

6. Ma nessuno sano di mente può mettere in dubbio l’esito della battaglia condotta dai mortali contro Dio. È concesso infatti all’uomo, che abusa della propria libertà, di violare il diritto e l’autorità del Creatore dell’universo; tuttavia è da Dio che dipende sempre la vittoria: ché anzi è tanto più prossima la sconfitta, quanto più l’uomo, sperando nel trionfo, si ribella con maggiore audacia. Dio stesso ci ammonisce nelle sacre Scritture: “Chiude gli occhi sui peccati degli uomini” [10] come fosse immemore della propria potenza e della propria maestà [11], ma poi, dopo questo apparente ripiegamento, “risvegliandosi come un potente inebriato dal vino, spezzerà le teste dei suoi nemici” [12] affinché tutti sappiano “che Dio è re di tutta la terra” [13] e “perché le genti comprendano che sono soltanto uomini” [14].

7. Tutto ciò, Venerabili Fratelli, fa parte della nostra salda fede e delle nostre attese. Tuttavia tale fiducia non ci dispensa, per quanto dipende da noi, di propiziare il compimento dell’opera di Dio, e ciò non solo insistendo nella preghiera: “Sorgi, o Signore, perché l’uomo non prevalga” [15]. In verità, ciò che più interessa è che nelle opere e nelle parole, in piena luce, sostenendo e rivendicando il supremo dominio di Dio sugli uomini e su tutte le altre creature, siano santamente onorati e rispettati da tutti il Suo diritto e il Suo potere di comandare. E ciò non è soltanto richiesto dal dovere imposto dalla natura, ma anche dal comune interesse del genere umano. Chi mai, infatti, Venerabili Fratelli, non si sentirà turbato dalla trepidazione e dall’angoscia nel vedere che gli uomini — mentre si esaltano giustamente i progressi umani — si combattono atrocemente la maggior parte fra loro, così che quasi vi è guerra di tutti contro tutti? Il desiderio di pace è certamente un sentimento comune a tutti, e non vi è alcuno che non la invochi ardentemente. La pace, tuttavia, una volta che si rinneghi la Divinità è assurdamente invocata: dove è assente Dio, la giustizia è esiliata; e tolta di mezzo la giustizia, invano si nutre la speranza della pace. “La pace è opera della giustizia” [16]. Noi sappiamo infatti che non sono pochi coloro che, sospinti dall’amore di pace e anche di “tranquillità” e di “ordine”, si raggruppano in associazioni e fazioni che definiscono “d’ordine”. Ahi, quali vane speranze e fatiche! Di partiti “dell’ordine”, che possano portare una pace reale nelle perturbazioni, ce n’è uno solo: il partito dei partigiani di Dio. Pertanto è necessario incoraggiarlo e condurre ad esso quante più persone si può, se ci sollecita l’amore per la sicurezza.

8. Invero, Venerabili Fratelli, questo stesso richiamo delle genti alla maestà e alla sovranità di Dio, per quanto ci impegniamo non potrà mai compiersi se non per intercessione di Gesù Cristo. Ci insegna infatti l’Apostolo: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, e che è Cristo Gesù” [17]. È Lui solo “che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo [18]; irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” [19] in quanto Dio vero e vero uomo: senza di Lui nessuno potrebbe conoscere Dio come si deve. Infatti, “nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” [20]. Ne consegue che vi è perfetta concordanza fra il “ristabilire tutte le cose in Cristo” e il ricondurre gli uomini all’obbedienza a Dio. Dobbiamo dunque rivolgere il nostro impegno a questo, al fine di ricondurre il genere umano sotto l’impero di Cristo; raggiunto tale fine, l’uomo ritornerà a Dio medesimo. A un Dio, diciamo, non inerte e indifferente verso gli uomini, come lo ritrassero, delirando, i materialisti; ma un Dio vivo e vero, uno di natura, in tre persone, creatore dell’universo, onnisciente, e infine giustissimo legislatore che punisce i colpevoli e assicura premi alle virtù.

9. Pertanto è ovvio quale sia il cammino che ci porta a Cristo: passa attraverso la Chiesa. Perciò dice giustamente Crisostomo: “La tua speranza è la Chiesa, la tua salvezza è la Chiesa, il tuo rifugio è la Chiesa” [21]. Per questo Cristo l’ha fondata, conquistandola a prezzo del suo sangue; ad essa affidò la sua dottrina e i precetti delle sue leggi, prodigandole ad un tempo i sovrabbondanti doni della divina grazia per 1a santificazione e la salvezza degli uomini. Voi vedete dunque, Venerabili Fratelli, quale missione sia parimenti affidata a Noi e a voi: richiamare la società umana, che ripudia la sapienza di Cristo, alla disciplina della Chiesa; la Chiesa a sua volta la sottoporrà a Cristo, e Cristo a Dio. Se, con l’aiuto di Dio, giungeremo a questa meta, Ci rallegreremo che l’iniquità abbia ceduto alla giustizia, e allora udiremo con gioia “una gran voce che in cielo annuncia: ora sono fatti compiuti la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio, e la potenza del suo Cristo” [22]. Ma perché questo esito corrisponda ai voti, è necessario che con ogni mezzo e con ogni azione estirpiamo del tutto quell’immane e detestabile crimine (tipico di questa età) per cui l’uomo si è sostituito a Dio; perciò dobbiamo ricondurre all’antica dignità le santissime leggi e gl’insegnamenti del Vangelo; dobbiamo proclamare a gran voce le verità tramandate dalla Chiesa, tutti i suoi documenti sulla santità del matrimonio, sulla educazione e l’istruzione dei fanciulli, sul possesso e sull’uso dei beni, sui doveri dei pubblici amministratori; occorre ristabilire infine un certo equilibrio tra le varie classi sociali secondo le leggi e le istituzioni cristiane. In verità, Noi Ci proponiamo, durante il Nostro Pontificato, ubbidendo alla divina volontà, di raggiungere questi obiettivi, e li perseguiremo con ogni energia. Spetta a Voi, Venerabili Fratelli, assecondare i Nostri sforzi con la santità, con la dottrina, con l’azione e soprattutto con l’ossequio alla divina gloria; a nient’altro intesi se non a “formare Cristo in tutti” [23].

10. Ora, di quali mezzi dobbiamo far uso in un’impresa così grande, è appena il caso di dirlo, tanto sono ovvi di per sé. Il primo impegno sarà quello di formare Cristo in coloro che sono destinati per vocazione a formare Cristo negli altri. Il pensiero, Venerabili Fratelli, è diretto ai sacerdoti. Infatti, tutti coloro che sono stati iniziati al sacerdozio devono sapere che fra le genti con cui vivono hanno il compito che Paolo testimoniava di aver ricevuto con queste affettuosissime parole: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco finché Cristo non sia formato in voi” [24]. Ma chi potrebbe esercitare tale missione se non coloro che per primi si sono rivestiti di Cristo? Rivestiti in tal modo, essi possono fare proprie le parole dello stesso Apostolo: “Sono vivo, ma non sono io: in me vive veramente Cristo [25]. Per me la vita è Cristo” [26]. Pertanto, sebbene sia rivolta a tutti i fedeli l’esortazione affinché “arriviamo… allo stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” [27], tuttavia ciò riguarda soprattutto colui che esercita il sacerdozio; egli è quindi chiamato un “altro Cristo” non certo per la sola trasmissione del potere, ma anche per l’imitazione delle opere, attraverso le quali mostra in sé la chiara immagine di Cristo.

11. Stando così le cose, Venerabili Fratelli, quale e quanto impegno dovrete porre nel formare il clero alla santità! A questo fine, qualunque cosa accada, è necessario che cedano il passo tutte le occupazioni mondane. Perciò la maggior parte delle vostre cure sia rivolta ad ordinare e a governare come si conviene i sacri seminari, perché fioriscano parimenti nella integrità della dottrina e nella santità dei costumi. Fate del seminario la delizia del vostro cuore, e per il suo giovamento non omettete nulla di ciò che è stato provvidenzialmente stabilito dal Concilio Tridentino. Quando poi verrà il tempo di iniziare i candidati agli ordini sacri, di grazia non si dimentichi ciò che Paolo scrisse a Timoteo: “Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno” [28], riflettendo con somma attenzione che spesso i fedeli saranno come coloro che destinerete al sacerdozio. Perciò non abbiate alcun riguardo verso qualsivoglia interesse privato, ma volgete lo sguardo soltanto a Dio e alla Chiesa e all’eterna felicità delle anime, in modo da evitare, come l’Apostolo ammonisce, di partecipare “ai peccati altrui” [29]. Inoltre, i sacerdoti recentemente ordinati ed usciti dal seminario non abbiano a sentire la mancanza della vostra sollecitudine. Dal profondo dell’animo vi esortiamo ad avvicinarli il più spesso possibile al vostro petto, che deve ardere di fuoco celeste: accendeteli, infiammateli, in modo che si impegnino per l’unico Dio, a vantaggio delle anime. Noi pure, Venerabili Fratelli, Ci adopreremo con tutto il Nostro zelo in modo che i membri del sacro clero non siano catturati dalle insidie di una certa nuova, fallace scienza, che non ha sentore di Cristo e che, con artificiosi ed astuti argomenti, si industria di introdurre gli errori del razionalismo o del semirazionalismo: errori che l’Apostolo invitava già Timoteo ad evitare, scrivendogli: “Custodisci il deposito, evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede” [30]. Tuttavia nulla Ci indurrà a considerare meno degni di lode quei giovani sacerdoti che si dedicano allo studio di utili discipline in tutti i rami del sapere, in modo che poi saranno più idonei a difendere la verità e a respingere le calunnie dei nemici della fede. Nondimeno non possiamo nascondere, ma anzi apertamente dichiariamo, che Noi saremo sempre portati verso coloro che, pur senza trascurare le discipline sacre e umanistiche, si dedicano in particolare al bene delle anime, procurando loro quei doni che sono propri di un sacerdote che s’impegna per la gloria di Dio. Abbiamo “nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua” [31] quando constatiamo che si adatta anche all’età nostra il pianto di Geremia: “I fanciulli hanno chiesto il pane e non v’era chi lo spezzasse per loro” [32]. Infatti non mancano tra il clero coloro che, seguendo le proprie inclinazioni, si dedicano ad attività più apparenti che di concreta utilità: ma forse non sono molti coloro che, sull’esempio di Cristo, fanno proprio il detto del Profeta: “Lo spirito del Signore… mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato ad evangelizzare i poveri, a sanare gli afflitti, ad annunciare la liberazione ai prigionieri e la vista ai ciechi” [33].

12. A chi può sfuggire, Venerabili Fratelli, che quando gli uomini siano guidati dalla ragione e dalla libertà, la formazione religiosa è il mezzo più efficace per ristabilire negli animi l’impero di Dio? Quanti sono coloro che odiano Cristo, che detestano la Chiesa e il Vangelo più per ignoranza che per malvagità d’animo! Di essi si potrebbe dire giustamente: “Bestemmiano tutto ciò che ignorano” [34]. Questo atteggiamento non si riscontra soltanto tra la plebe o tra l’infima moltitudine che può essere tratta facilmente in errore; ma anche nelle classi colte e perfino tra coloro che emergono per non comune erudizione. Ne deriva, in molti, il venir meno della fede. Non si deve ammettere che la fede possa essere spenta dai progressi della scienza, ma piuttosto dalla ignoranza; infatti ove maggiore è l’insipienza, ivi più ampiamente si manifesta il tracollo della fede. Perciò agli Apostoli fu ordinato da Cristo: “Andate e insegnate a tutte le genti” [35].

13. Ora, affinché dal dovere e dall’impegno dell’insegnamento si traggano i frutti sperati e in tutti “si formi Cristo”, si imprima con forza nella memoria, Venerabili Fratelli, la convinzione che nulla è più efficace della carità. Infatti “il Signore non si trova in una emozione” [36]. Invano si spera di attrarre le anime a Dio con uno zelo troppo aspro; ché anzi rinfacciare troppo severamente gli errori, biasimare con troppa foga i vizi, procura spesso più danno che utile. L’Apostolo pertanto rivolgeva a Timoteo questo monito: “Ammonisci, rimprovera, esorta”, ma tuttavia aggiungeva: “con molta pazienza” [37]. Invero, Cristo ci ha offerto esempi di tal genere. Leggiamo infatti che Egli si è così espresso: “Venite, venite a me, voi tutti che siete infermi ed oppressi, ed Io vi ristorerò” [38]. Gli infermi e gli oppressi non erano altri, per Lui, che gli schiavi del peccato e dell’errore. Quanta mansuetudine in quel divino Maestro! Quale soavità, quale compassione verso tutti gli infelici! Con queste parole Isaia descrisse il suo cuore: “Posi il mio spirito sopra di lui; … non alzerà la voce; … non spezzerà la canna già scossa, e non spegnerà il tessuto che fumiga” [39]. La carità, dunque, “paziente” e “benigna” [40] dovrà essere esercitata anche verso coloro che sono a noi ostili o che ci perseguitano. “Siamo maledetti e benediciamo; — così Paolo diceva di se stesso — siamo perseguitati e sopportiamo; siamo calunniati e noi preghiamo” [41]. Forse sembrano peggiori di quello che sono. Infatti, la consuetudine con gli altri, i pregiudizi, i consigli e gli esempi altrui, e infine un malinteso rispetto umano li hanno sospinti nel partito degli empi, ma la loro volontà non è così depravata come essi stessi cercano di far credere. Perché dunque non sperare che la fiamma della carità cristiana possa fugare le tenebre dagli animi e contemporaneamente recare la luce e la pace di Dio? Talora sarà forse tardivo il frutto della nostra missione; ma la carità non si stanca mai di soccorrere, memore che Dio non assegna ricompense per i frutti delle fatiche ma per la volontà con la quale ci si impegna.

14. Tuttavia, Venerabili Fratelli, non intendiamo che — in tutta questa opera tanto ardua di restituzione del genere umano a Cristo — voi e il vostro clero non abbiate collaboratori. Sappiamo che Dio ha raccomandato a ciascuno la cura del suo prossimo [42]. È dunque necessario che non solo coloro che si dedicarono al sacerdozio ma che tutti i fedeli si votino alla causa di Dio e delle anime: non che ciascuno debba adoperarsi arbitrariamente secondo il proprio punto di vista, ma sempre sotto la guida e il comando dei Vescovi. Infatti nella Chiesa a nessuno è concesso presiedere, insegnare e governare se non a voi, che “lo Spirito Santo pose a reggere la Chiesa di Dio” [43]. I Nostri Predecessori già da tempo approvarono e benedissero i cattolici che si uniscono in associazioni con intendimenti diversi, ma sempre per il bene della religione. Anche Noi non abbiamo alcun dubbio nell’ornare con la Nostra lode un proposito così nobile, e desideriamo ardentemente che esso si diffonda largamente nelle città e nelle campagne. Tuttavia vogliamo che tali associazioni in primo luogo e soprattutto mirino a che tutti coloro che vengono accolti in esse vivano costantemente secondo l’etica cristiana. Invero, ben poco interessa discutere sottilmente su molti problemi, e dissertare con eloquenza su leggi e doveri qualora tutto ciò sia separato dalla pratica. I tempi infatti esigono l’azione; ma questa deve essere tutta rivolta a rispettare integralmente e santamente le leggi divine e le prescrizioni della Chiesa, a professare liberamente e apertamente la religione, e infine a compiere opere di carità di ogni genere, senza alcun riguardo per sé o per gl’interessi terreni. I luminosi esempi di tanti soldati di Cristo varranno assai più a scuotere e a trascinare gli animi che non le parole e le ricercate disquisizioni; e facilmente accadrà che, rimosso ogni timore, deposti i pregiudizi e le titubanze, moltissimi saranno ricondotti a Cristo, e quindi recheranno ovunque la conoscenza e l’amore di Lui: questa è la via della fraterna e durevole felicità. Certamente, se nelle città e in ogni villaggio saranno fedelmente seguiti gl’insegnamenti divini, se si onoreranno le cose sacre, se sarà frequente l’uso dei sacramenti, se verranno osservati tutti i princìpi che informano la vita cristiana, allora, Venerabili Fratelli, non vi sarà più alcuna ragione di affaticamento ulteriore perché tutto si risolva in Cristo. E non si creda che tutto questo miri soltanto al conseguimento dei beni celesti: gioverà moltissimo anche al nostro tempo e alla pubblica convivenza. Ottenuti infatti questi risultati, i notabili e i ricchi, con senso di giustizia e di carità, saranno accanto ai più poveri, e questi sopporteranno con tranquillità e pazienza le angustie di una condizione più sfortunata; i cittadini non ubbidiranno alla loro passione ma alle leggi; sarà giusto rispettare ed amare i prìncipi e i governanti, i quali “non hanno potere se non da Dio” [44]. Che dire ancora? Allora, finalmente, tutti saranno persuasi che la Chiesa, quale fu fondata da Cristo, deve godere di piena e integra libertà e non sottostare ad estraneo potere; e Noi, nel rivendicare questa stessa libertà, non solo proteggiamo i sacrosanti diritti della religione, ma provvediamo anche al bene comune e alla sicurezza dei popoli. “La pietà è utile a tutte le cose” [45], e là dove essa è integra e regna “il popolo riposerà nella bellezza della pace” [46].

15. Dio, “che è ricco di misericordia” [47], acceleri benigno questa restaurazione delle umane genti in Cristo Gesù; infatti “questa non è l’opera né di chi vuole, né di chi corre, ma di Dio misericordioso” [48]. In verità, Venerabili Fratelli, Noi “in spirito di umiltà” [49] con quotidiana e insistente preghiera chiediamo questa grazia a Dio per i meriti di Gesù Cristo. Ricorriamo inoltre alla potentissima intercessione della Madre di Dio; e perché sia a Noi propizia, in quanto questa Lettera porta la data del giorno destinato a celebrare il Rosario Mariano, Noi disponiamo e confermiamo quanto il Nostro Predecessore ha ordinato, dedicando il mese di ottobre all’augusta Vergine con la pubblica recita dello stesso Rosario in tutte le chiese. Inoltre esortiamo a considerare come intercessori anche il castissimo Sposo della Madre di Dio, patrono della Chiesa cattolica, e i santi Pietro e Paolo, prìncipi degli Apostoli.

16. Affinché tutto questo avvenga, e tutto abbia un esito conforme ai vostri desideri, invochiamo il copioso soccorso delle grazie divine. Quale testimonianza della dolcissima carità con la quale abbracciamo voi e tutti i fedeli che la provvidenza di Dio volle affidarCi, a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al vostro popolo impartiamo con tanto affetto nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 ottobre 1903, nel primo anno del Nostro Pontificato.

PIUS X

 

 

[1] Eph. 1. III, ep.1

[2] Ps. LXXII, 27.

[3] Jerem. I, 10.

[4] Ephes. I, 10.

[5] Coloss. III, 11.

[6] Ps. II, 1.

[7] Job XXI, 14.

[8] II Thess. II, 3.

[9] II Thess. II, 2.

[10] Sap. XI, 24.

[11] Ps. LXXVII, 65.

[12] Ib. LXVII, 22.

[13] Ps. XLVI, 8.

[14] Ib. IX, 20.

[15] Ib. IX, 19.

[16] Is. XXXII, 17.

[17] I Cor. III, 11.

[18] Job X, 36.

[19] Hebr. I, 3.

[20] Matth. XI, 27.

[21] Hom. “de capto Eutropio”, n. 6.

[22] Apoc. XII, 10.

[23] Gal. IV, 19.

[24] Gal. IV.

[25] Gal. II, 20.

[26] Philipp. I, 21.

[27] Ephes. IV, 3.

[28] I Tim. V, 22.

[29] Ibid.

[30] Ib., VI, 20 et seq.

[31] Rom. IX, 2.

[32] Thren. IV. 4.

[33] Luc. IV, 18-19.

[34] Jud. II, 10.

[35] Matth. XXVIII, 19.

[36] III Reg. XIX, 11.

[37] II Tim. IV, 2.

[38] Matth. XI, 28.

[39] Is. XLII, 1 et seq.

[40] I Cor. XIII, 4.

[41] Ibid., IV, 12.

[42] Eccli. XVII, 12.

[43] Act. XX, 28.

[44] Rom. XIII, 1.

[45] I Tim. IV, 8.

[46] Is. XXXII, 18.

[47] Ephes. II, 4.

[48] Rom. IX, 16.

[49] Dan. III, 39.

 

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: ANNUS QUI HUNC

Questa lettera enciclica mette in rilievo la cura che il Santo Padre voleva fosse posta sia nella decorosa decenza dei luoghi santi, in particolare ove si celebravano i Santi Misteri, sia nella devozione della recita del Santo Ufficio da parte dei chierici. Ma la parte più straordinaria si rileva nella accurata analisi della musica sacra e del canto sacro, analisi compiuta con somma perizia e maestria degna di un colto maestro di cappella. Infatti questo documento resta poi la base di tutti i riferimenti magisteriali successivi inerenti l’argomento della musica sacra, come ad esempio la “Musicæ sacræ” del 1955 di S. S. Pio XII. I modernisti attuali della setta del “novus ordo” dovrebbero impallidire e vergognarsi del neopaganesimo musicale introdotto nei sacri luoghi [sacri … un tempo, in verità], al ritmo di rockettari chiassosi e strampalati, che suonano [si fa per dire, naturalmente …] di strumenti elettrici, percussioni sciamaniche e tribali, dei più sofisticati karaoke ed elucubrazioni vocali degne di messe nere o consimili [ma tanto la messa del baphomet lucifero è proprio tale, e quindi essi giustamente non si meravigliano … anzi vi partecipano sull’onda di danze suadenti e lascive … il trionfo del kitch oltretutto!]. Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sulla satanità del “novus ordo”, lo fugherebbe immediatamente entrando in queste moderne “discoteche-sale da ballo” costruite da avveniristici architetti, approvati con entusiasmo dalle finte autorità religiose, ove al ritmo frenetico di chitarroni elettrici [il più delle volte male accordati da approssimativi Jimmy Hendrix in erba], o di batteristi alla Tony Esposito [mi perdoni il percussionista partenopeo se lo tiro in ballo, ma è giusto per far comprendere meglio l’andazzo del novus ordo!] si accompagnano, nelle sfacciataggine più macabra dei finti chierici, dei riti che di sacro non hanno più nemmeno le candele, adulterate anch’esse, non più di cera d’api ma di sintetica paraffina! – Leggere la lettera di S. S. Benedetto XIV serve a farsi un’idea di cosa era e di cosa dovrà essere nuovamente la musica sacra, sconosciuta alla stragrande maggioranza non solo dei giovani, ma anche di quelli che si avvicinano oramai all’età vetusta, quando la falsa chiesa dell’uomo, parodia della Chiesa Cattolica e tragica anticamera del noachismo talmudico, sarà dal Nostro Signore Gesù Cristo distrutta con il soffio della sua bocca, secondo la profezia di San Paolo ai Cristiani di Tessalonica. Cominciamo allora a ripulire i condotti uditivi dalle orribili immondezze vocali e sonore accumulate nelle pseudo-celebrazioni sacrileghe e blasfeme del novus ordo con la lettura delle parole di Papa Lambertini, augurandoci quanto prima di innalzare a Dio il nostro spirito con canti liturgici gregoriani e con il suono maestoso dell’organo a canne suonato da un maestro vero dell’arte musicale sacra, magari un redivivo C. Frank o un novello Camille Saint Saens, o un emulo di Max Reger! Chissà?! … nel Vangelo il divin Maestro ci ha promesso: chiedete e vi sarà concesso …. E torneremo ai tempi felici del: “Confitemini Domino in cithara; in psalterio decem chordarum psallite illi. Cantate ei canticum novum; bene psallite ei in vociferazione…” [Ps XXXII].

Benedetto XIV

Costituzione Apostolica

Annus qui hunc

vertentem annum insequitur, ut  Fræternitas Tua cognitum …

Terminato l’anno in corso, quello che verrà – come Ella ben sa – sarà l’anno del Giubileo, detto Anno Santo. Essendo – per somma misericordia di Dio – terminata la guerra e fatta la pace fra i Principi belligeranti, si può sperare che sarà grande il concorso dei forestieri e dei pellegrini di tutte le nazioni, anche delle più lontane, a questa nostra Città di Roma. Noi di vero cuore preghiamo e facciamo pregare Iddio, affinché tutti coloro che verranno conseguano il frutto spirituale delle sante Indulgenze, e Noi faremo tutto ciò che è in Nostro potere perché ciò si verifichi. Desideriamo inoltre che tutti coloro che vengono a Roma, ne ripartano non scandalizzati, ma pieni di edificazione per quanto avranno veduto non solo in Roma, ma anche in tutte le Città dello Stato Pontificio attraverso le quali sarà loro convenuto passare, sia nel venire come nel ritornare alle loro patrie. – Per quanto si riferisce a Roma, Noi abbiamo già preso alcune misure, né si tralascerà di prenderne altre. Abbiamo bisogno del Suo zelo e della Sua sperimentata attenzione per ciò che appartiene alla Città e Diocesi da Lei lodevolmente governate. Se Ella Ci darà, come speriamo, l’aiuto necessario, non solo si conseguirà il fine da Noi desiderato, cioè che i forestieri partano edificati e non scandalizzati di Noi, ma ne deriverà un altro buon effetto, cioè che le cose da Noi ordinate e da Lei eseguite, determineranno una buona disciplina non solo nell’Anno Santo, ma per molto tempo avvenire. Si ripeterà ciò che appunto accade nelle Sue Visite Pastorali; l’esperienza dimostra che i visitati, essendo imminente la Visita, fanno alcune cose, correggono alcuni difetti per non essere ripresi da Lei, e per non restare esposti alle dovute pene; il bene fatto in occasione della visita dura anche nel tempo successivo.

1. Ma venendo al particolare, la prima cosa che Le raccomandiamo è che le Chiese si presentino in buono stato, pulite, monde e provviste di sacri arredi; ci vuole poco a capire che se i forestieri vedessero le Chiese delle Città e Diocesi dello Stato Ecclesiastico in cattive condizioni, sporche o sprovviste di sacri arredi, o provviste di arredi laceri e degni d’essere sospesi, ritornerebbero ai loro paesi pieni di orrore e indignati. Teniamo a sottolineare che non parliamo della sontuosità e della magnificenza dei sacri Templi, né della preziosità delle sacre suppellettili, sapendo anche Noi che non si possono avere dappertutto. Abbiamo parlato della decenza e della pulizia che a nessuno è lecito trascurare, essendo la decenza e la pulizia compatibili con la povertà. Tra gli altri mali da cui è afflitta la Chiesa di Dio, anche di questo si doleva il Venerabile Cardinale Bellarmino, quando diceva: “Passo sotto silenzio ciò che si vede in certi luoghi: i vasi sacri ed i paramenti che si adoperano nella celebrazione dei Misteri sono spregevoli e sporchi, e del tutto indegni di essere adoperati nei tremendi Misteri. Può darsi che coloro che adoperano questi oggetti siano poveri; ciò è possibile, ma se non è possibile avere arredi preziosi, si abbia almeno cura che tali arredi siano puliti e decorosi“. Benedetto XIII, di santa memoria e Nostro benefattore, che tanto ha travagliato nel corso della sua vita per la retta disciplina e per la decenza nelle Chiese, era solito portare come esempio le Chiese dei Padri Cappuccini, povere di somma povertà e pulite di grandissima pulizia. Il Dresselio al tomo 17 delle sue opere stampate a Monaco, nel trattato intitolato Gazophylacium Christi (§ 2, cap. 2, p. 153), così scrive: “La prima e più importante cosa che si deve curare nelle Chiese è la pulizia. Non solo vi debbono essere gli arredi necessari al culto, ma bisogna anche che essi, per quanto è possibile, siano estremamente puliti“. Con tutta ragione egli inveisce contro coloro che hanno le loro case ben fornite e lasciano le Chiese e gli Altari nello stato miserabile in cui si vedono: “Vi sono alcuni che hanno case assolutamente infruttuose e adorne di tutto, ma nelle loro Chiese e nelle loro Cappelle tutto è squallido; gli Altari sono disadorni e ricoperti da tovaglie cenciose e luride; in tutto il resto regnano confusione e squallore” (Dresselio, Gazophylacium Christi, § 2, cap. 2). – Il grande dottore della Chiesa San Girolamo, nella sua lettera a Demetriade si mostrò assai indifferente sul fatto che le Chiese fossero povere o ricche: “Che altri edifichino Chiese, ne rivestano le pareti con lastre di marmo, vi elevino delle colonne maestose, indorino i loro capitelli, non sentenzio su tali preziosi ornamenti; che ornino le porte con avorio ed argento e rivestano di pietre preziose gli Altari dorati io non biasimo e non impedisco. Ciascuno abbondi nel proprio sentimento: è meglio fare così che custodire con avarizia le ricchezze accumulate“. Invece dichiarò apertamente di stimare la pulizia delle Chiese quando con somme lodi celebrò Nepoziano che era sempre stato attento a tener pulite le Chiese e gli Altari, come si legge nell’epitaffio dello stesso Nepoziano che il Santo scrisse ad Eliodoro: “Egli si adoperava con grande sollecitudine affinché l’Altare fosse nitido, le pareti non fossero ricoperte di fuliggine, i pavimenti fossero tersi, il portinaio fosse sempre presente all’ingresso; le porte fossero sempre provviste di tende, la sagrestia fosse pulita, i vasi sacri lucenti e in tutte le cerimonie non mancasse nulla. Non trascurava nessun dovere, né piccolo né grande“. Certamente si deve provvedere con grande cura e diligenza che non succeda, con disonore dell’Ordine Ecclesiastico, ciò che il suddetto cardinale Bellarmino racconta essere accaduto a lui: “Io – dice – trovandomi una volta in viaggio fui ospitato presso un nobile Vescovo assai ricco; vidi il suo palazzo risplendente di vasi d’argento e la mensa ricoperta dei cibi più squisiti. Anche tutto il resto era nitido e le tovaglie erano soavemente profumate. Ma il giorno dopo, essendo disceso di buon mattino nella Chiesa attigua al palazzo per celebrare le sacre funzioni, trovai un assoluto contrasto: tutto era spregevole e ripugnante, tanto che dovetti farmi violenza per arrischiarmi a celebrare i divini Misteri in un simile luogo e con simile apparato“.

2. La seconda cosa sulla quale richiamiamo la Sua attenzione riguarda le Ore Canoniche, siano esse cantate o recitate nel Coro secondo la pratica di ciascuna Chiesa, con la dovuta diligenza, da parte di coloro che ad esse sono obbligati. Infatti non c’è niente di più avvilente e pernicioso per la disciplina Ecclesiastica che entrare nelle Chiese e vedere e sentire le Ore Canoniche cantate o recitate nel Coro con strapazzo. Ella ben conosce l’obbligo che hanno i Canonici e gli addetti al servizio delle Chiese Metropolitane, Cattedrali o Collegiate, di cantare ogni giorno le Ore Canoniche nel Coro, e che a quest’obbligo non si soddisfa se non si adempie al tutto con assoluta devozione. – Il Sommo Pontefice Innocenzo III nel Concilio Lateranense (riferito nel capitolo Dolentes, de celebratione Missarum) parla del suddetto obbligo nei seguenti termini: “Noi ordiniamo rigorosamente, in virtù di obbedienza, di celebrare l’Ufficio Divino, tanto di notte quanto di giorno, per quanto sarà possibile, con diligenza e devozione. (La Chiesa, spiegando la parola studiose – con diligenza – soggiunge che essa si riferisce alla esatta e completa pronuncia delle parole; e quanto al termine devote – con devozione – annota che esso si riferisce al fervore dell’animo). – Il Nostro Predecessore Clemente V durante il Concilio Viennese, nella sua Costituzione che si trova tra le Clementine e che comincia con la parola Gravi, sotto il titolo De celebratione Missarum parla con lo stesso linguaggio: “Nelle Chiese Cattedrali, Regolari e Collegiate si tenga la salmodia alle ore stabilite, e con devozione“. – Il Concilio di Trento, trattando degli obblighi dei Canonici Secolari, dice: “Si faccia a tutti obbligo d’intervenire agli Uffici, di persona e non per mezzo di sostituti; di assistere e di servire il Vescovo quando celebra o compie qualche altra funzione pontificale; e infine di lodare il nome di Dio con inni e cantici, con riverenza, chiarezza e devozione, e ciò nel Coro istituito per la salmodia” (Conc. Trid., sess. 24, cap. 12, De reformatione). Dal che deriva che si deve vigilare con molta attenzione affinché il canto non sia precipitoso: o più affrettato del conveniente; le pause siano fatte nei punti indicati; una parte del Coro non incominci il versetto del Salmo se l’altra parte non ha terminato il proprio. Ecco le precise parole del Concilio di Saumur dell’anno 1253: “Nec prius Psalmi una pars Chori versiculum incipiat, quam ex altera praecedentes Psalmi, et versiculi finiantur“. – Infine, il canto deve essere eseguito con voci unisone ed il Coro deve essere diretto da persona esperta nel canto Ecclesiastico (chiamato canto piano o fermo). Questo è quel canto per regolare il quale e disporlo secondo i canoni dell’arte musicale tanto faticò San Gregorio il Grande, Nostro Predecessore, come attesta Giovanni Diacono nella Vita di lui (libro 2, cap. 7). Al che non sarebbe difficile aggiungere molte belle notizie ricavate dalla erudizione Ecclesiastica sull’origine del canto Ecclesiastico, sulla Scuola dei Cantori e sul Primicerio che ad essa presiedeva; ma lasciando da parte ciò che sembra meno utile, ritorniamo al punto da cui Ci siamo un poco allontanati, per proseguire l’argomento iniziato. Questo canto è quello che eccita le anime dei fedeli alla devozione e alla pietà; è pure quello che, se eseguito nelle Chiese di Dio secondo le regole ed il decoro, è ascoltato più volentieri dagli uomini devoti e, a ragione, è preferito al canto detto figurato. I Monaci appresero questo canto dai Preti Secolari come ben riferisce Giacomo Eveillon: “Il virtuosismo di ogni armonia musicale diventa ridicolo alle devote orecchie, se paragonato al canto piano e della semplice salmodia, qualora questa sia bene eseguita. Perciò oggi il popolo fedele diserta le Chiese Collegiate e Parrocchiali e corre volentieri e avidamente alle Chiese dei Monaci, i quali, avendo la pietà come maestra del culto divino, salmodiano santamente con moderazione e – come già disse il Principe dei Salmisti – con sapienza; servono al loro Signore, come a Signore e come a Dio, con somma riverenza. Ciò deve certamente tornare a vergogna delle Chiese più importanti e maggiori, dalle quali i Monaci hanno appreso l’arte e la regola di cantare e di salmodiare” (G. Eveillon, De recta ratione psallendi, cap. 9, art. 9). È per questo che il sacro Concilio di Trento, che non trascurò nulla di quanto poteva contribuire alla riforma del Clero, dove tratta della fondazione dei seminari, fra le altre cose che si devono insegnare ai seminaristi include anche il canto: “Perché siano meglio formati nella disciplina Ecclesiastica, portino sempre la tonsura e l’abito Ecclesiastico appena li abbiano ricevuti; studino le regole della grammatica, del canto, del computo Ecclesiastico e delle altre buone arti” (Conc. Trid., sess. 23, ca. 18, De Reformatione).

3. La terza cosa di cui Noi dobbiamo avvertire Lei, è che il canto musicale, che oggi si è introdotto nelle chiese e che, comunemente, è accompagnato dall’armonia dell’organo e di altri strumenti, sia eseguito in modo tale da non apparire profano, mondano o teatrale. L’uso dell’organo e degli altri strumenti musicali, non è ancora accolto in tutto il mondo cristiano. Infatti (senza parlare dei Ruteni di Rito Greco, che, secondo la testimonianza del Padre Le Brun, in Explication Miss. (tomo 2, p. 215 pubblicato nel 1749), non hanno nelle loro chiese né l’organo, né altri strumenti musicali), la Nostra Cappella Pontificia, come tutti sanno, pur ammettendo il canto musicale, a condizione che sia grave, decente e devoto, non ha mai ammesso però l’organo, come fa notare anche il Padre Mabillon, dicendo: “Nella domenica della Trinità abbiamo assistito alla Cappella Pontificia, come è chiamata, ecc. In queste cerimonie non si fa uso alcuno di organi musicali, ma soltanto la musica vocale, di ritmo grave, è ammessa col canto piano” (Mabillon, Museo Italico, tomo 1, p. 47, § 17). – Il Grancolas riferisce che anche ai nostri giorni vi sono in Francia delle Chiese insigni che non adoperano nelle funzioni sacre né l’organo, né il canto figurato: “Vi sono tuttavia anche oggi insigni Chiese della Gallia che ignorano l’uso degli organi e della musica” (Grancolas, Commentario storico del Breviario Romano, cap. 17). – L’illustre Chiesa di Lione, sempre contraria alle novità, seguendo fino ai nostri giorni l’esempio della Cappella Pontificia, non ha mai voluto introdurre l’uso dell’organo: “Da ciò che si è detto, consta che gli strumenti musicali non furono ammessi né fin dal principio né in tutti i luoghi. Infatti, anche ora, a Roma, nella Cappella del Sommo Pontefice, gli Uffici solenni si celebrano sempre senza strumenti, e la Chiesa di Lione, che ignora le innovazioni, ha sempre rifiutato l’organo, ed al presente ancora non lo ha accolto“. Queste sono parole del Cardinale Bona nel suo trattato De Divina Psalmodia (cap. 17, § 2, n. 5). – Stando così le cose, ciascuno può facilmente immaginare quale opinione si faranno di noi i pellegrini appartenenti a regioni dove non si adoperano gli strumenti musicali, e che, venendo da noi e nelle nostre città, ne udranno nelle chiese il suono, come si fa nei teatri ed in altri luoghi profani. Certamente vi verranno anche degli stranieri appartenenti a regioni ove, nelle chiese, si usano il canto e gli strumenti musicali, come avviene in alcune nostre regioni; ma, se questi uomini sono persone sagge ed animate da vera pietà, certamente si sentiranno delusi di non trovare nel canto e nella musica delle nostre Chiese il rimedio che desideravano applicare per guarire il male che imperversa a casa loro. Infatti, lasciando da parte la disputa che vede gli avversari divisi in due campi (quelli che condannano e detestano nelle Chiese l’uso del canto e degli strumenti musicali, e, dall’altra parte, quelli che lo approvano e lo lodano), non vi è certamente nessuno che non desideri una certa differenziazione tra il canto Ecclesiastico e le teatrali melodie, e che non riconosca che l’uso del canto teatrale e profano non deve tollerarsi nelle Chiese.

4. Abbiamo detto che vi sono alcuni che hanno riprovato ed altri che riprovano l’uso nelle Chiese del canto armonico con strumenti musicali. Il principe di costoro può in qualche modo essere considerato l’Abate Elredo, coetaneo e discepolo di San Bernardo, che nel libro 2 della sua opera intitolata Speculum Charitatis, così scrive: “Da dove provengono, malgrado siano cessati i tipi e le figure, donde vengono nelle Chiese tanti organi, tanti cembali? A che, di grazia, quel soffio terribile che esce dai mantici e che esprime piuttosto il fragore del tuono che non la soavità del canto? A che quella contrazione e spezzettamento della voce? Questi canta con accompagnamento, quell’altro canta da solo, un terzo canta in tono più alto, un quarto infine divide qualche nota media e la tronca” (cap. 23, tomo 23, della Biblioteca dei Padri, a p. 118). – Noi non Ci impegneremo ad affermare che, al tempo di S. Tommaso d’Aquino, non vi fosse in qualche Chiesa l’uso del canto musicale accompagnato dai musicali strumenti. Si può però affermare che tale usanza non esisteva nelle Chiese conosciute dal Santo Dottore; e perciò sembra che egli non fosse favorevole a questo genere di canto. Trattando infatti la questione nella Somma teologica (2, 2, quest. 91, art. 2) “se nelle lodi divine si debba usare il canto“, risponde di sì. Ma alla quarta obiezione, da lui formulata, che la Chiesa non suole usare nelle lodi divine strumenti musicali, come la cetra e l’arpa, per non sembrare voler giudaizzare – in base a quanto si legge nel Salmo: “Confitemini Domino in cythara, in psalterio decem chordarum psallite illi; Celebrate il Signore sulla cetra, a lui salmeggiate con arpa da dieci corde” – egli risponde: “Questi strumenti musicali eccitano il piacere piuttosto che disporre interiormente alla pietà; nell’Antico Testamento sono stati adoperati perché il popolo era più grossolano e carnale, ed occorreva allettarlo per mezzo di questi strumenti, come con promesse terrene“. Aggiunge inoltre che gli strumenti, nell’Antico Testamento, avevano valore di tipi o prefigurazioni di certe realtà: “Anche perché questi strumenti materiali raffiguravano altre cose“. – Del Sommo Pontefice Marcello II, ci è stato tramandato dalla storia che aveva deciso di abolire la musica nelle Chiese, riducendo il canto Ecclesiastico al canto fermo. Questo si può vedere leggendo la Vita di detto Pontefice, scritta da Pietro Polidori, testé defunto, e già Beneficiato della Basilica di San Pietro, e uomo noto fra i letterati. – Ai nostri giorni, abbiamo veduto che il Cardinale Tomasi, uomo di grande virtù, insigne liturgista, non volle il suono musicale, nella sua Chiesa titolare di San Martino ai Monti, il giorno della festa di questo Santo, in onore del quale quella Chiesa è dedicata. Non volle musica né alla Messa né ai Vespri, ma ordinò che nelle funzioni sacre si usasse il canto piano, come si costuma fare dai Religiosi.

5. Abbiamo detto che vi sono alcuni che approvano l’impiego del canto musicale ed il suono degli strumenti negli Uffici Divini. Infatti nello stesso secolo in cui visse il lodato Abate Elredo, fu celebre anche Giovanni Sariberiense, Vescovo di Chartres, il quale nel suo Policratius (libro 1, cap. 6) fa l’elogio della musica strumentale, e del canto vocale accompagnato da strumenti: “Per elevare i costumi e trascinare gli animi verso il culto del Signore, in una sana giocondità, i Santi Padri stimarono bene doversi ricorrere non soltanto al concento di uomini, ma anche all’armonia degli strumenti: purché ciò si facesse in modo che servisse ad unire di più al Signore e ad accrescere il rispetto per la Chiesa. Sant’Antonino nella sua Somma non rigetta l’impiego del canto figurato nei Divini Uffici: “Il canto fermo, nei Divini Uffici, è stato stabilito dai Santi Dottori, da Gregorio il Grande, da Ambrogio, e da altri. Chi abbia introdotto il canto a più voci negli Uffici Ecclesiastici, io lo ignoro. Questo canto sembra piuttosto fatto per solleticare le orecchie che per alimentare la devozione, ancorché una mente devota possa ricavare frutto anche ascoltando questo canto” (parte 3, tit. 8, cap. 4, par. 12). Ed un poco più avanti, ammette nei Divini Uffici non solamente l’organo, ma anche altri strumenti musicali: “Il suono degli organi e degli altri strumenti cominciò ad essere usato con frutto, nella lode di Dio, dal Profeta Davide“. – Il Pontefice Marcello II aveva certamente deciso di bandire dalle Chiese il canto in musica e gli strumenti musicali, ma Giovanni Pier Luigi da Palestrina, Maestro di Cappella della Basilica Vaticana, compose un canto musicale, da usarsi nelle sante Messe solenni, con un’arte così eccellente da muovere gli uomini alla devozione ed al raccoglimento. Il Sommo Pontefice udì questo canto ad una Messa, alla quale presenziava, e mutò parere, recedendo da quanto aveva già divisato di fare. Ne fanno fede antichi documenti citati da Andrea Adami nella Prefazione storica delle Osservazioni sulla Cappella Pontificia (p. 11). – Nel Concilio di Trento si era stabilito di eliminare la musica dalle Chiese, ma l’imperatore Ferdinando avendo, per mezzo dei suoi legati, annunziato che il canto musicale, o figurato, serviva di incitamento alla devozione per i fedeli e favoriva la pietà, si mitigò il Decreto già preparato; ed ora questo decreto si trova nella sessione 22, al titolo: De observandis et evitandis in celebratione Missae. Con esso sono state escluse dai sacri Templi solo quelle musiche in cui, “sia nel suono sia nel canto, si mescola alcunché di lascivo o di impuro“. – Il fatto è riferito da Grancolas nel suo lodato Commentario (p. 56), e dal Cardinale Pallavicino nella Storia del Concilio (libro 22, cap. 5, n. 14). – Certamente Scrittori Ecclesiastici di gran nome seguono di buon grado la stessa sentenza. Il venerabile Cardinale Bellarmino nel tomo 4 delle sue Controversie, al libro 1 De bonis operibus in particulari, 17, in fine, insegna che deve essere mantenuto nelle Chiese l’uso degli organi, ma che non devono essere facilmente ammessi altri strumenti musicali: “Da ciò ne viene che, come l’organo si deve conservare nelle Chiese per riguardo ai deboli, così non devono essere introdotti alla leggera altri strumenti“. – Anche il Cardinale Gaetano è di questo parere, e nella sua Somma, alla voce organum, così scrive: “L’uso dell’organo, sebbene per la Chiesa costituisca una novità – perciò la Chiesa Romana fino ad ora non ne fa uso alla presenza del Pontefice –, è però lecito avuto riguardo ai fedeli ancora carnali ed imperfetti“. – Il venerabile Cardinale Baronio, all’anno 60 di Cristo [dei suoi Annali], così scrive: ” In verità nessuno potrà con ragione disapprovare che dopo molti secoli si sia introdotto l’uso nella Chiesa degli organi, strumenti formati da canne di diversa grandezza assieme unite“.- Cardinale Bona, nel De Divina Psalmodia, cap. 17, trattando degli organi suonati nelle Chiese, dice: “Non bisogna condannare un uso moderato di essi, ecc. Il suono dell’organo reca letizia agli animi tristi degli uomini, e richiama alla giocondità della celeste Città, scuote i pigri, ricrea i diligenti, provoca i giusti all’amore, richiama i peccatori a penitenza“. – Il Suarez (tomo 2 De Religione, al libro 4 De Horis Canonicis, cap. 8, n. 5) fa rilevare che la parola organo non indica soltanto quel particolare strumento musicale che oggi si suole ordinariamente chiamare organo – il che prima di lui fu avvertito da Sant’Isidoro nel libro 2 Originum, cap. 20: “La parola organo indica in generale tutti gli strumenti musicali” –; dicendo che l’organo può essere usato nelle Chiese, s’intende che possono essere usati altri strumenti musicali. – Silvio (tomo 3 delle sue Opere sulla 2, 2 di San Tommaso, quest. 91, art. 2) non rigetta dalle Chiese il canto armonico o figurato: “Perciò deve essere grandemente curato il canto Ecclesiastico, sia quello detto piano, o gregoriano, che è propriamente canto Ecclesiastico, sia quello introdotto dopo nella Chiesa, e che si chiama canto figurato o armonico. E poco più avanti dice ancora: “Tuttavia, essendosi, dopo molti secoli, accolto l’uso di accompagnare gli Uffici Ecclesiastici con strumenti musicali, ciò non deve essere disapprovato“. – Il Bellotte, nel libro De Ritibus Ecclesiae Laudunensis (p. 209, n. 8), dopo aver a lungo e minuziosamente parlato degli strumenti musicali, che si suonano alle volte nei Divini Offici; e, dopo aver dimostrato che anticamente questi strumenti non si usavano nelle Chiese, ritiene che la cagione di tale antica usanza e diversa consuetudine, debba riporsi nella necessità che spingeva allora i Cristiani a stare lontani, il più possibile, dai riti profani dei pagani, i quali, nei teatri, nei festini, nei sacrifizi, usavano strumenti musicali. – “Perciò, dice il Bellotte, non si deve vedere una sconvenienza negli strumenti musicali stessi, se la Chiesa ha fatto uso di cantori in musica e di musicali strumenti soltanto negli ultimi secoli. Il motivo sta solo nel fatto che i pagani usavano simili strumenti musicali per scopi turpi e immorali, appunto nei teatri, nei conviti e nei sacrifizi“. – Il Persico, nel suo trattato De Divino et Ecclesiastico Officio (al dubbio 5, n. 7) così scrive del canto figurato nelle Chiese: “In secondo luogo dico: ancorché nel canto organico, o figurato, possano introdursi molti abusi – come suole d’altronde avvenire in tutte le altre cerimonie Ecclesiastiche – , esso tuttavia è di per sé lecito, e per nessun motivo vietato, quando viene eseguito in maniera regolata, devota e decente. – Al dubbio 6, numero 3, sostiene che “l’uso ormai universale di suonare l’organo e altri strumenti musicali, durante i Divini Uffici, è un uso lodevole, e molto utile per elevare alla contemplazione di Dio gli animi delle persone imperfette“. – L’uso del canto armonico, o figurato, e degli strumenti musicali, sia nelle Messe, come nei Vespri e in altre funzioni di Chiesa, è ora talmente esteso, da essere giunto anche nel Paraguay. – Essendo quei novelli fedeli americani dotati di straordinaria propensione ed abilità al canto musicale ed al suono dei musicali strumenti, tanto da imparare con tutta facilità ciò che riguarda l’arte musicale, i Missionari si servono di questa tendenza per avvicinarli alla Fede Cristiana, mediante pie e devote canzoni. Così che, al presente, non vi è più quasi nessun divario, sia nel canto come nel suono, tra le Messe ed i Vespri di casa nostra con quelle delle suddette regioni. Ciò riferisce l’Abate Muratori, riportando relazioni degne di fede, nella sua opera: Descrizione delle Missioni del Paraguay (cap. 12).

6. Abbiamo pure detto che non c’è alcuno che non condanni il canto teatrale nelle Chiese, e che non desideri una differenziazione tra il canto sacro della Chiesa e il canto profano delle scene. Celebre è il testo di S. Girolamo, riferito nel Canone Cantantes: “Cantando e salmeggiando nei vostri cuori al Signore. Ascoltino questo gli adolescenti; lo ascoltino coloro che hanno nella Chiesa il dovere di salmeggiare. Non basta cantare ad onore di Dio con il suono della voce, ma bensì è necessario unirvi il cuore. Né alla moda degli attori teatrali occorre spalmare la gola e le labbra di soave unguento affinché nella Chiesa si sentano melodie e canti teatrali” (distinzione 92). – L’autorità di S. Girolamo fu abusivamente invocata da coloro che, con troppa audacia, volevano rimuovere dalle Chiese ogni sorta di canto. Ma S. Tommaso, nel luogo già citato, così risponde, alla seconda obiezione ricavata dal detto testo di S. Girolamo: “Riguardo alla seconda obiezione, occorre notare che S. Girolamo non condanna il canto, ma riprende coloro che nelle Chiese cantano come canterebbero in un teatro. – San Nicezio, nel libro De Psalmodiae bono (cap. 3, nel tomo 1 dello Spicilegio), così descrive il canto che deve adoperarsi nelle Chiese: “Si usi un suono ed un canto di salmodia che siano conformi alla santità della Religione, e non piuttosto espressioni del canto tragico; che vi faccia apparire veri cristiani, e non piuttosto riecheggi suoni teatrali; che vi induca alla compunzione dei peccati“. – I Padri del Concilio di Toledo (riuniti nell’anno 1566, nell’azione 3, al cap. 11 del tomo 10 della Collezione dei Concilii dell’Arduino), dopo aver molto parlato della qualità del canto da usarsi nelle Chiese, così concludono: “ Bisogna assolutamente evitare che il suono musicale porti nel canto delle divine lodi qualche cosa di teatrale; o che evochi profani amori, e gesta guerresche, come suole fare la musica classica.– Non mancano numerosi e dotti scrittori, che severamente condannano la paziente tolleranza, nelle Chiese, del suono e del canto teatrali, e domandano che simile abuso venga tolto dalle Chiese. – Si consultino il Casadio (De veteribus sacris Christianorum ritibus, cap. 34) e l’Abate Lodovico Antonio Muratori (Antiqua Romana Liturgia tomo I; dissertazione De rebus liturgicis, cap. 22, in fine). – E per terminare il Nostro dire su questo argomento, ossia dell’abuso dei teatrali concerti nelle Chiese (che è cosa per sé evidente e che non richiede parole per dimostrarla), basterà accennare che tutti quelli che Noi abbiamo sopra citati, come favorevoli al canto figurato ed all’uso degli strumenti musicali nelle Chiese, chiaramente dicono ed attestano di aver sempre nei loro scritti inteso e voluto escludere quel canto e quel suono propri i dei palcoscenici e dei teatri. Canto e suono che essi, come gli altri, condannano e deprecano. Quando si professavano favorevoli al canto ed al suono, sempre intesero un canto ed un suono adatto alle Chiese, e che eccita il popolo a devozione. Questa loro intenzione ognuno può conoscere leggendo i loro scritti.

7. Stabilito che, essendo già introdotta la consuetudine del canto armonico o figurato e degli strumenti musicali negli Uffici Ecclesiastici, se ne condanna soltanto l’abuso; il Bingamo (Delle Origini Ecclesiastiche, tomo 6, libro 14, par. 16), benché sia autore eterodosso, concorda; ne consegue che bisogna diligentemente studiare quale sia il retto uso e quale l’abuso. – Riconosciamo che per fare Noi bene quanto Ci siamo proposto, avremmo bisogno della perizia musicale di cui erano adorni alcuni dei Nostri santi e illustri Predecessori, quali Gregorio il Grande, Leone II, Leone IX e Vittore III. Noi però non abbiamo avuto né il tempo e né l’occasione di imparare la musica. Tuttavia Ci accontenteremo di dire alcune cose ricavate dalle Costituzioni dei Nostri Predecessori, e dagli scritti di uomini virtuosi e dotti. – Per procedere però con ordine, parleremo prima di tutto ciò che si deve cantare nelle Chiese. Poi parleremo del modo e del metodo che si deve tenere nel canto. Infine parleremo degli strumenti musicali adatti alle Chiese, e che devono essere suonati nei sacri Templi.

8. Guglielmo Durando, che visse sotto il Pontificato di Nicolò III, nel suo trattato De modo Generalis Concili i celebrandi (cap. 19), apertamente riprova l’uso, allora frequente, di quelle cantilene dette mottetti: “Sembra assai opportuno togliere dalla Chiesa quel canto non devoto e disordinato dei mottetti e di altre cose simili. In seguito il Pontefice Giovanni XXII, Nostro Predecessore, promulgò la sua Decretale, che comincia con le parole Docta Sanctorum e che si trova tra le Extravaganti comuni, al titolo De vita et honestate Clericorum. In questa sua Decretale, il Papa si mostra contrario al canto dei mottetti in lingua volgare: “Talora v’inseriscono mottetti in lingua volgare. – I Teologi hanno fatto oggetto d’indagine siffatto genere di cantilene o mottetti che solitamente si cantano nelle Chiese. Uno di essi, il Paludano (Sentenze, libro IV, dist. 15, q. 5, art. 2), ritenne il canto dei mottetti una specie di canto teatrale, e riprende coloro che ne fanno uso: “coloro, cioè, che nelle solennità cantano i mottetti, poiché il canto (nelle Chiese) non deve essere simile a quello delle tragedie. – Il Suarez (De Religione, tomo 2, libro 4; De Horis Canonicis, cap. 13, n. 16) sembra favorevole al canto dei mottetti, ancorché essi siano stati scritti in lingua volgare, purché siano seri e devoti. A provare quanto asserisce adduce il costume e l’uso di alcune Chiese governate da sapienti prelati, che non condannano queste cantilene o modulati carmi. Aggiunge inoltre che, nei primi tempi della Chiesa, ogni fedele cantava nel tempio quei pii e devoti inni che egli stesso aveva composti; e che tale antica consuetudine serve, in certo modo, ad approvare l’uso dei mottetti. – Prevedendo l’obiezione che gli si può muovere, che da simili canti modulati, chiamati mottetti, rimane interrotta la salmodia ecclesiastica, ad essa così risponde: “Questa interruzione, o pausa, che per questo fatto viene a stabilirsi tra le parti di un’Ora (canonica), non è da condannarsi. Questa parte dell’ufficiatura rimane moralmente non interrotta, a causa della devozione che questo canto stesso si propone di eccitare. Così questo canto può essere considerato come una preparazione all’ufficiatura che segue, e come una solenne e degna conclusione dell’ufficiatura precedente, e come un ornamento di tutta l’Ora. – Il Sommo Pontefice Alessandro VII, nell’anno 1657, emanò una Costituzione, che comincia con le parole Piae sollicitudinis, e che è la trentaseiesima tra le Costituzioni di questo Pontefice. In tale documento il Papa comanda di non cantare, nel tempo dei Divini Uffici, e nel tempo in cui nelle Chiese è esposto il Sacramento dell’Eucaristia alla pubblica venerazione dei fedeli, nessun canto che non sia formato da parole desunte dal Breviario o dal Messale Romano. Questi canti possono essere desunti dall’ufficiatura propria o comune della solennità di ciascun giorno, o della festa del Santo; questi brani possono pure essere tolti dalla Sacra Scrittura o dalle opere dei Santi Padri, ma prima devono essere sottoposti alla revisione ed all’approvazione della Sacra Congregazione dei Riti. – Da questa Costituzione pontificia appare, senza alcun dubbio, che il canto dei mottetti, composti seguendo le norme prescritte dallo stesso Alessandro VII, Nostro Predecessore, e riveduti ed approvati dalla Sacra Congregazione dei Riti, fu dichiarato legittimo. Questa Costituzione di Alessandro VII fu confermata dal Venerabile Servo di Dio Innocenzo XI, in un suo Decreto del 3 dicembre 1678. – Essendo però sorto qualche dubbio sul significato e sulla interpretazione della Costituzione di Alessandro e del Decreto di Innocenzo XI, il Nostro Predecessore di felice memoria Innocenzo XII, emise, in data 20 agosto 1692, un nuovo Decreto, che è il settantaseiesimo del suo Bollario. Questo decreto, dissipando la confusione causata dalle diversità di interpretazioni, e illuminando tutta la questione, proibì in genere il canto di ogni cantilena o mottetto. Nelle sante Messe solenni permise soltanto, oltre al canto del Gloria e del Simbolo, di poter cantare l’Introito, il Graduale e l’Offertorio. Nei Vespri non ammise nessun cambiamento, neppure minimo, nelle Antifone che si dicono all’inizio e alla fine di ogni Salmo. – Inoltre volle e comandò che i cantori musici seguissero in tutto le regole del Coro e che con esso si conformassero perfettamente. E siccome nel Coro non è permesso aggiungere qualche cosa all’Ufficio o alla Messa, così proibì pure questo ai musici, e soltanto permise di prendere dall’Ufficio e dalla Messa della solennità del Santissimo Sacramento del Corpo del Signore – ossia dagli inni di San Tommaso o dalle antifone, o da altri brani passati nel Breviario dal Messale Romano – qualche strofa o mottetto, senza cambiarne le parole, e di poterli cantare, al fine di eccitare la devozione nei fedeli, durante l’elevazione della sacra Ostia, o quando è esposta alla venerazione ed all’adorazione del pubblico.

9. Dopo avere con una legge regolato l’uso delle canzoncine, o delle strofe cantate o mottetti, bisogna ammettere che si era già fatto molto per rimuovere dalle Chiese i canti teatrali, ma occorre pure confessare che ciò non era sufficiente per raggiungere lo scopo desiderato. – Era ancora possibile, e troppo ancora ciò si fa con Nostro dispiacere, cantare tutte le parti che è lecito e che si sogliono cantare nelle Messe e nei Vespri, come è stato su riferito (ossia il Gloria, il Simbolo, l’Introito, il Graduale, l’Offertorio e tutto il resto), ma cantarle alla maniera teatrale e con strepito da palcoscenico. – Il grande vescovo Guglielmo Lindano, nella sua Panoplia Evangelica, al libro 4, cap. 78, non è contrario al canto musicale nelle Chiese, ma disapprova le molte ripetizioni, e le confusioni delle voci, e propone che nelle Chiese si adoperi una musica adatta alle cose che si cantano: “So bene, dice egli, che alcuni giudicano più conveniente conservare la musica, con strumenti e musici. Darei volentieri il mio consenso a costoro, qualora avvenisse, nello stesso tempo, la sostituzione del metodo, attualmente in vigore ovunque nelle Chiese, con un metodo più serio, più aderente alle cose, e, se non più vicino alla pronunzia che alla melodia, almeno sia più adattato alle cose che si cantano e più in armonia con esse“. – Il Dresselio, nella sua opera Rhetorica caelestis (libro I, cap. 5), scrive opportunamente in proposito: “Qui, o musicisti, sia detto con vostra pace, prevale ora nelle Chiese un genere di cantare che è nuovo, ma eccentrico, spezzettato, ballabile, e certamente poco religioso; più adatto al teatro ed al ballo che non al Tempio. Si cerca l’artifizio e si perde il primiero desiderio di pregare e di cantare. Abbiamo cura di destare la curiosità, ma in realtà trascuriamo la pietà. Che è infatti questo nuovo e danzante modo di cantare se non una commedia, in cui i cantori si mutano in attori? Essi si esibiscono: ora uno da solo, ora in due, ora tutti assieme, e dialogano tra di loro col canto; poi nuovamente uno domina solo, e poco dopo gli altri lo seguono. – Uno scrittore moderno, Benedetto Girolamo Feijo o, Maestro Generale dell’Ordine di San Benedetto in Spagna, nel Theatrum criticum universale, discorso 14, basandosi sulla perizia e sulla conoscenza delle note musicali, indica il metodo da seguirsi per ottenere composizioni musicali per le Chiese, del tutto diverse dai concerti musicali dei teatri. – Ma Noi qui Ci contenteremo di ricordare – tenendo presenti le prescrizioni dei Sacri Concili e le sentenze di Scrittori autorevoli – che il canto musicale dei teatri viene fatto in modo (come Ci fu riferito) che il pubblico presente, ascoltando i canti musicali ne riporti diletto, e goda degli artifizi della musica, si esalti per la melodia, per la musica in se stessa; provi piacere per la soavità delle varie voci, senza percepire, il più delle volte, l’esatto significato delle parole. Non cosi invece deve essere nel canto Ecclesiastico; anzi in questo si deve avere di mira l’opposto. – Nel canto Ecclesiastico si deve badare innanzi tutto ad ottenere una audizione perfetta e facile delle parole. Nelle Chiese, infatti, la musica è accolta per elevare le menti degli uomini a Dio, come insegna Sant’Isidoro nel libro I del De Ecclesiasticis Officiis, al cap. 5: “Si usa dalla Chiesa salmeggiare e cantare soavi melodie per indurre più facilmente gli animi alla compunzione“; ciò non può ottenersi se non s’intendono le parole. – Il Concilio di Cambrai (tenuto nel 1565, al titolo 6, cap. 4, tomo 10, p. 582 della Collezione di Arduino) così prescrive: “Del resto ciò che si deve cantare in coro è destinato ad istruire; lo si canti perciò in modo da essere capito dalla mente. – Nel Concilio di Colonia (riunito nel 1536, al cap. 12 del De officiis privatis) si legge quanto segue: “In alcune Chiese si giunse a commettere l’abuso di omettere o di abbreviare, per favorire l’armonia del canto e del suono, quello che era più importante. E la parte più importante è costituita appunto dalla recita delle parole dei Profeti, degli Apostoli, od Epistola, del Simbolo della fede, del Prefazio o azione di ringraziamento e dell’Orazione del Signore. Per la loro importanza, questi testi devono essere, come tutti gli altri, cantati in modo chiarissimo e intelligibile. – Nel primo Concilio di Milano (tenuto nell’anno 1565, nella parte 2, n. 51 della Collezione di Arduino, p. 687) si legge: “Negli Uffici Divini, e in generale nelle Chiese, non si devono cantare o suonare cose profane; le cose sacre poi devono essere cantate senza languide flessioni di voce, senza suoni più gutturali che labiali; mai si deve usare un tono di canto passionale. Il canto ed il suono siano seri, devoti, chiari, adatti alla casa di Dio e confacenti con le divine lodi; fatti in modo che coloro che ascoltano capiscano le parole e siano mossi a devozione“. – Sulla materia qui trattata esistono parole assai gravi dei Padri convenuti nell’anno 1566 al Concilio di Toledo (Azione 3, cap. 2, p. 1164 della Collezione di Arduino): “Siccome tutto ciò che si canta nelle Chiese per lodare Dio, deve essere cantato in modo da favorire, per quanto è possibile, l’istruzione dei fedeli, e deve essere un mezzo per regolare la pietà e la devozione e per spronare le menti degli uditori fedeli a prestare a Dio il culto, e a desiderare le cose celesti; stiano in guardia i Vescovi, che mentre ammettono nel coro musicale la pratica di variazioni melodiche in cui le voci si mescolano secondo ordini diversi, le parole dei salmi e delle altre parti che sogliono cantarsi, non rimangano incomprese e soffocate da uno strepito disordinato. I Vescovi coltivino invece una musica così detta organica, che permetta di capire le parole di quelle parti che si cantano, e gli animi degli uditori siano portati a lodare Dio più dalla pronunzia delle parole che da curiosi gorgheggi. – Ciò giustifica i lamenti espressi dal Vescovo Lindano nel testo citato (Panoplia Evangelica): “Ai nostri giorni, il canto dei musici è piuttosto fatto per distogliere, sviare, allontanare gli animi degli uditori, che non per eccitarli a pietà e a desideri celesti. Ricordo infatti di aver partecipato qualche volta alle divine lodi, di aver prestato grande attenzione mentre si cantava per riuscire a capire le parole, ma non riuscì ad intenderne neppure una sola. Tutto era un groviglio di sillabe ripetute, di voci confuse; il senso rimaneva sommerso da ciò che, più che canto, era un clamore assordante, un boato scomposto. – Ciò dimostra quanto saggio fosse il desiderio, e quanto prudente sia l’esortazione con la quale Dresselio, pure nell’opera citata (Rethorica caelestis) esorta i musici alla devozione: “Fate rivivere, ve ne supplico, qualche cosa almeno del primiero fervore religioso nella musica sacra. Se voi avete a cuore, se desiderate l’onore divino, adoperatevi per questo, faticate per questo scopo: affinché cioè le parole che si cantano siano pure comprese. Che mi giova sentire nel Tempio varietà di suoni, profusione di voci, se a tutto ciò manca un’anima, se non riesco a comprendere il significato e le parole, che il canto dovrebbe invece instillarmi?” – Ciò finalmente giustifica la risposta data dal Cardinale Domenico Capranica al Sommo Pontefice Nicolò V, dopo aver assistito ad una sacra funzione ed alla Divina Ufficiatura, eseguite in canto musicale, in modo però che non si poterono udire le parole. Il Pontefice chiese al Cardinale che cosa ne pensasse di simile musica; la risposta che il Cardinale diede si può leggere presso Poggio, nella Vita di questo Cardinale edita dal Baluzio, nella Miscellanea (libro 3, § 18, p. 289). – Il grande Padre Agostino racconta di se stesso che sentendo cantare soavemente gli inni nella Chiesa, piangeva dirottamente: “Quanto piansi tra gl’inni ed i cantici tuoi, vivamente commosso alle voci della tua Chiesa soavemente echeggiante! Quelle voci si riversavano nei miei orecchi, stillava la verità tua nel mio cuore, e da essa mi veniva fervore. Di qui provenivano sentimenti di devozione, e scorrevano lacrime, e mi facevano del bene!” (Confessioni, libro 9, cap. 6). Ma poi essendogli venuto lo scrupolo del gran diletto che provava sentendo cantare gli inni nelle Chiese, quasi fosse un’offesa a Dio, e portandolo la severità a disapprovare il detto canto, ritornò però al primo pensiero di approvarlo, perché il suo animo si commuoveva, non per l’armonia solamente, ma per le parole che l’armonia accompagnava, come apertamente egli dichiarò (Confessioni, libro 10, cap. 33). – Piangeva perciò Agostino di devota tenerezza, sentendo cantare nelle Chiese le sacre lodi, e ben intendendo le parole accompagnate dal canto. Piangerebbe forse ancora oggi, se sentisse qualcheduna delle musiche delle Chiese, ma non piangerebbe per devozione, ma per dolore di sentire bensì il canto, ma di non intenderne le parole.

10. Fin qui abbiamo parlato del canto musicale; ora dobbiamo parlare del suono dell’organo musicale, e degli altri strumenti, il cui uso, come abbiamo detto sopra, è ammesso in alcune Chiese. È pure necessario trattare del suono, perché se il canto non deve essere teatrale, altrettanto deve dirsi del suono. Gli Ebrei non avevano bisogno di questa indagine, ossia di stabilire differenze fra il canto nel Tempio e il canto profano nei teatri. Infatti dalle Sacre Scritture si desume che il canto ed il suono degli strumenti musicali erano in uso nel Tempio, ma non nei teatri, come fa notare ottimamente il Calmet nella sua dissertazione sopra la musica degli Ebrei. – Noi abbiamo bisogno di fissare dei limiti tra il canto ed il suono di Chiesa, e quelli dei teatri. Noi dobbiamo definire la diversità tra i due, perché oggi il canto figurato, o armonico, con il suono degli strumenti, si adopera tanto nei teatri come nelle Chiese. – Avendo già a lungo parlato del canto, rimane ora da parlare anche del suono. E per discorrere con ordine, tratteremo prima degli strumenti musicali, che possono essere tollerati nelle Chiese; in secondo luogo parleremo del suono di quegli strumenti che si suole accompagnare al canto; in terzo luogo parleremo del suono separato dal canto, ossia della sinfonia strumentale.

11. Quanto agli strumenti, che possono tollerarsi nelle Chiese, il sopra citato Benedetto Girolamo Feijo o, nel citato discorso (Theatrum criticum universale, discorso 14, par. 11, n. 43) ammette gli organi e altri strumenti, ma vorrebbe escludere le lire tetracorde (violini), perché l’archetto fa emettere alle corde suoni armoniosi, ma troppo acuti, che eccitano in noi piuttosto ilarità puerile, che non composta venerazione per i sacri misteri, e raccoglimento. – Il Bauldry (Manuale nelle sacre cerimonie, § I, cap. 8, n. 14) non vorrebbe nelle Chiese, con l’organo pneumatico, che le trombe o gli strumenti a fiato o pneumatici: “Non si suonino, con l’organo, altri strumenti musicali all’infuori delle trombe, flauti o cornette. Al contrario, i Padri del Primo Concilio Provinciale di Milano, tenuto sotto San Carlo Borromeo, nel titolo De Musica et Cantoribus, bandiscono dalle Chiese gli strumenti a fiato: “Nella Chiesa vi sia solo l’organo; si escludano i flauti, le cornette e ogni altro strumento musicale. – Noi non abbiamo omesso di richiedere il consiglio di uomini prudenti e di insigni Maestri di musica. In conformità del loro parere, Ella, venerabile Fratello procurerà che nelle sue Chiese, se in esse vi è l’uso di suonare gli strumenti musicali, con l’organo, siano ammessi soltanto quegli strumenti che hanno il compito di rafforzare e sostenere la voce dei cantori, come sono la cetra, il tetracordo maggiore e minore, il fagotto, la viola, il violino. Escluderà invece i timpani, i corni da caccia, le trombe, gli oboe, i flauti, i flautini, le arpe, i mandolini e simili strumenti, che rendono la musica teatrale.

12. Sul modo poi di usare quegli strumenti che si possono ammettere nella musica sacra, ammoniamo soltanto che essi vengano usati esclusivamente per sostenere il canto delle parole, affinché vieppiù il senso di esse si imprima nella mente degli uditori, e gli animi dei fedeli vengano eccitati alla contemplazione delle cose spirituali, e siano spronati ad amare di più Dio e le cose divine. Il Valenza, parlando dell’utilità della musica e degli strumenti musicali, giustamente dice: “Servono a ravvivare il proprio e l’altrui fervore, specialmente dei rozzi, che spesso sono deboli, e devono essere portati al gusto delle realtà spirituali, non solo a mezzo del canto vocale, ma anche con il suono dell’organo, e di musicali strumenti” (nel tomo 3 sulla 2, 2 di San Tommaso, disp. 6, quest. 9). – Se però gli strumenti suonano in continuazione, e solo qualche volta si chetano, come si usa oggi, per lasciare tempo agli uditori di sentire le armoniche modulazioni, le vibranti puntate delle voci, volgarmente chiamati i trilli; se, per il rimanente, non fanno altro che opprimere e seppellire le voci del coro, e il senso delle parole, allora l’uso degli strumenti non raggiunge lo scopo voluto, diventa inutile, anzi rimane proibito ed interdetto. – Il Pontefice Giovanni XXII, nella citata sua Extravagante Docta Sanctorum, fra gli abusi della musica mette il seguente, che esprime con queste parole: “Spezzettare la melodia con rantoli” ossia con singulti, come spiega Carlo Dufresne nel suo Glossario: questo nome indica quelle concise modulazioni, volgarmente dette trilli. – Il grande Vescovo Lindano, nel luogo citato, inveisce contro l’abuso di coprire, con il suono degli strumenti, le parole dei cantori: “Il clamore delle trombe, lo stridore dei corni, e altro vario fracasso, nulla viene omesso di ciò che può rendere incomprese le parole che si cantano, oscurarle, seppellirne il significato. – Il pio e dotto Cardinale Bona, nel più volte lodato trattato De Divina Psalmodia (cap. 17, § 2, n. 5), così scrive in proposito: “Prima di terminare, darò un avvertimento ai cantori di Chiesa: non facciano servire ad una illecita passione ciò che i Santi Padri hanno ordinato ad aiutare la devozione. Il suono deve essere eseguito in modo grave e moderato, da non assorbire tutte le facoltà dell’anima, ma da lasciare la maggior parte dell’attenzione per comprendere il significato di quello che si canta, e per i sentimenti di pietà“.

13. Infine, per ciò che riguarda le sinfonie, dove il loro uso è già introdotto, potranno tollerarsi, purché siano serie, e non rechino, a causa della loro lunghezza, noia o grave incomodo a quelli che sono nel Coro, o che funzionano all’Altare, nei Vespri e nelle Messe. Di queste sinfonie parla il Suarez: “Da ciò si comprende che, di per sé, non è da condannarsi l’uso di intercalare agli Uffici Divini il suono dell’organo senza canto, adoperando solo con soavità la musica degli strumenti, come succede qualche volta durante la Messa solenne, o nelle Ore Canoniche, tra i Salmi. In questi casi tale suono non è parte dell’Ufficio, e ridonda a solennità ed a venerazione dell’Ufficio stesso ed a elevazione degli spiriti dei fedeli, affinché più facilmente si muovano a devozione o vi si dispongano. Ancorché però nessun canto vocale si associ a questo suono, occorre che detto suono sia grave e adatto a eccitare la devozione” (Suarez, De Religione, libro 4, cap. 13, n. 7). – Non si deve però qui tacere essere cosa assai sconveniente e da non più tollerarsi, che in alcuni giorni dell’anno si tengano sinfonie sontuose e rumorose, si tengano canti musicali nei Templi, del tutto sconvenienti ai Sacri Misteri che la Chiesa in quel dato tempo propone alla venerazione dei fedeli. – Lo zelo di cui era animato, spinse il più volte nominato Maestro Generale dell’Ordine di San Benedetto in Spagna a protestare nel citato discorso (Theatrum criticum universale, discorso 14, § 9) contro le arie ed i recitativi, ohimè!, troppo usati nel cantare le Lamentazioni del Profeta Geremia, la cui recita è dalla Chiesa prescritta nei giorni della Settimana Santa, e nelle quali ora si piange la distruzione della Città di Gerusalemme ad opera dei Caldei, ora la desolazione del mondo ad opera dei peccati, ora l’afflizione della Chiesa militante nelle persecuzioni, ora le angustie del nostro Redentore nei suoi dolori. – Mentre sedeva sulla Cattedra Apostolica il Nostro santo Predecessore Pio V, la Chiesa di Lucca era governata da Alessandro, Vescovo zelantissimo della disciplina Ecclesiastica. Egli aveva osservato che, durante la Settimana Santa, si facevano nelle Chiese dei concerti solennissimi con numerosi cantori e suono di strumenti svariati. Ciò non era per nulla intonato al clima di mestizia delle sacre funzioni che si celebrano in quei giorni. Ad udire tali concerti accorreva una numerosissima avida folla di uomini e di donne, e succedevano peccati e scandali gravi. Il Vescovo con un suo editto proibì questi concerti nella Settimana Santa e nei tre giorni seguenti la Pasqua. Siccome alcuni, esenti dalla giurisdizione episcopale, pretendevano di non essere tenuti ad obbedire al Vescovo, costui deferì la questione al Sommo Pontefice Pio V, il quale rispose con un Breve, in data 4 aprile 1571. – Il Papa deplora la cecità delle menti umane e degli uomini carnali, che non solo nei giorni sacri, ma specialmente in quelli stabiliti dalla Chiesa in modo speciale per venerare la memoria della passione di Cristo Signore, messa da parte la pietà, e la sincera purità della mente, si lascino trasportare dai piaceri del mondo, e si abbandonino in balìa e si lascino dominare dalle passioni. “Questo – dice poi – deve essere sempre evitato, in ogni periodo sacro, ma deve essere evitato in modo tutto speciale in quel periodo di tempo fissato dalla Chiesa per commemorare la passione del Signore. In tale tempo invece massimamente conviene che tutti i Cristiani rivolgano la loro mente alla contemplazione di così grande ed eccelso beneficio fatto a noi dal Nostro Redentore, e che si tengano liberi ed immuni da ogni impurità di cuore e di sensi. – Riferisce poi l’abuso introdotto nella Chiesa di Lucca di fare scelta nella Settimana Santa di bravi musici, e di radunare ogni sorta di strumenti per tenere solenni concerti musicali. Dice al Vescovo: “Recentemente, con grande Nostro dispiacere, abbiamo saputo che in codesta Città, ove eserciti l’ufficio di Vescovo, vi è un abuso assai detestabile, di tenere cioè concerti nelle Chiese, durante la Settimana Santa, con la riunione di scelti cantori e di ogni genere di strumenti. A questi concerti, più che non ai Divini Uffici, accorre una folla di giovani di ambo i sessi, attrattavi da una vera passione, e l’esperienza ha dimostrato che si commettono gravi peccati e che avvengono dei non meno gravi scandali“. – Infine loda l’ordine del Vescovo, e, basandosi sui decreti del sacrosanto Concilio di Trento, dichiara che questo ordine si estende ed obbliga anche le Chiese che si dicono esenti dall’autorità dell’Ordinario, per privilegio apostolico o per qualsiasi altra ragione. – Nel Concilio Romano (tenutosi da poco tempo a Roma, nell’anno 1726, al titolo 15, n. 6) si leggono vari decreti sopra l’uso del canto musicale e degli strumenti, durante l’Avvento, nelle Domeniche di Quaresima, e durante le esequie dei defunti. Ci basti avervi accennato. –

14. Ci ricordiamo aver letto che l’Imperatore Carlo Magno, essendosi proposto di ridurre a regole di arte il canto Ecclesiastico, che nelle Chiese della Gallia era allora eseguito in maniera disordinata e rozza, chiedesse al Pontefice Adriano I l’invio da Roma di persone istruite nella musica di chiesa. Questi inviati facilmente introdussero nel Regno delle Gallie il Canto Romano, come ognuno può venire a sapere leggendo la notizia presso Paolo Diacono (Vita di San Gregorio, libro 2, cap. 9); presso Rodolfo de Tongres (De Canonum observantia, prop. 12); presso Sant’Antonino (Summa Historica, parte 2, tit. 12, cap. 3). Il Monaco d’Angoulême (Vita di Carlo Magno, cap. 8), racconta inoltre che i cantori giunti da Roma insegnarono nelle Gallie anche l’arte di suonare l’organo musicale, che era stato introdotto nel regno delle Gallie sotto il re Pipino. – Essendo costume e regola generale che la città di Roma debba precedere, con l’esempio e l’insegnamento, tutte le altre Città, in ciò che concerne i Riti Sacri e le altre cose Ecclesiastiche: anche la storia lo conferma, così come lo conferma quanto Noi ora abbiamo narrato di Carlo Magno, che volendo introdurre il canto Ecclesiastico nel suo Regno, lo fece venire da Roma come dalla sua propria sede. – Questo fatto Ci spinge pressantemente e Ci stimola a fare sparire del tutto e tutti gli abusi che si fossero introdotti nel canto Ecclesiastico, e che Noi sopra abbiamo condannati; a farli sparire da ogni Chiesa, se fosse possibile, ma in modo speciale dalle Chiese della Città di Roma. – E come Noi non lasciamo di dare gli ordini necessari ed opportuni al Nostro Cardinale Vicario in Roma, cosi lei, Venerabile Fratello, non lasci di pubblicare, se è necessario, editti e leggi, che siano in armonia con questa Nostra Lettera circolare, e che regolino il canto Ecclesiastico in base alle disposizioni prescritte e stabilite nella presente Nostra Lettera, affinché si dia finalmente inizio alla riforma della musica ecclesiastica. – Questa riforma fu già ardentemente desiderata e sospirata da moltissimi, tanto che, già cento anni fa Giovanni Battista Doni, patrizio fiorentino, scriveva in un suo trattato, De Praestantia Musicae veteris (libro I, p. 49): “Le cose stanno ora a questo punto, che non si trova nessuno che stabilisca una legge severa che proibisca questo canto quasi effeminato e molle, che si è introdotto ovunque; nessuno che veda la necessità di imporre una disciplina a queste melodie affettate, prolisse e spesso aride; nessuno infine che non sia convinto che i giorni di festa solenni, e gli edifici sacri perderebbero celebrità e non sarebbero più frequentati se non rimbombassero per canti molli e spesso poco decorosi, e per la gran confusione di voci e di suoni in gara tra di loro“.

15. Abbiamo detto “se ve ne sia bisogno“, sapendo Noi molto bene che, nello Stato Ecclesiastico, vi sono alcune Città nelle quali vi è bisogno di riformare la musica delle Chiese; e vi sono invece altre Città che non hanno questo bisogno. – Temiamo però, e ne siamo vivamente preoccupati, che in alcune Città, le Chiese e i sacri Altari abbiano bisogno di una necessaria pulizia e del necessario addobbo. In molte Chiese cattedrali e collegiate il canto corale avrà bisogno di essere riformato, e bene, secondo le regole che Noi abbiamo più sopra date. -Se nella Sua Diocesi è necessario, bisogna che Ella metta tutta la diligenza e sollecitudine possibili, per correggere tali abusi. – Volesse il Cielo che in tutte le Diocesi del Nostro Stato i Sacerdoti celebrassero il sacrosanto Sacrifizio della Messa con quel devoto estrinseco decoro, che è dovuto! Che ogni Sacerdote si presentasse in pubblico vestito con l’abito da prete; e, nel decente vestito del corpo, anche con quei modi di fare, con quella modestia e con tutto quel decoro proprio di un Ecclesiastico! – Su questo argomento Noi non aggiungeremo qui altro, avendone già trattato diffusamente nella Nostra Notificazione XIV (§ 4 e 6, libro 2 edizione italiana, che è la XXXIV nella edizione latina), e nella Notificazione IV (tomo 4, edizione italiana, che è la LXXI nella edizione latina): ad esse rimandiamo quanti sono solleciti della disciplina Ecclesiastica. – Terminiamo spronando il Suo zelo sacerdotale ricordandole che non vi è cosa che si manifesti di più agli uomini se le Chiese sono mal guidate e mal governate dai Vescovi, quanto il vedere i Sacerdoti celebrare le sacre funzioni facendo male od omettendo le cerimonie Ecclesiastiche, portando vestiti indecenti, o non adatti assolutamente alla sacerdotale dignità, eseguendo ogni cosa con precipitazione e negligenza. – Queste cose cadono sotto gli sguardi di tutti, si offrono al giudizio sia degli abitanti del luogo come a quello dei forestieri. Scandalizzano specialmente coloro che provengono da regioni dove i Sacerdoti portano abiti convenienti, e celebrano la Messa con la dovuta devozione. – Il pio e dotto Cardinale Bellarmino, non senza lacrime si lamentava: “È pure causa di grande pianto che i sacrosanti Misteri siano trattati in modo così indecoroso, per l’incuria e l’empietà di alcuni Sacerdoti. Costoro che così fanno dimostrano di non credere che la Maestà del Signore è presente. Così alcuni celebrano Messa senza spirito, senza affetto, senza timore e tremore, con una precipitazione incredibile! Agiscono come se non credessero alla presenza di Cristo Signore, e come se non credessero che Cristo Signore li vede. – Dopo alcune altre considerazioni, il Cardinale Bellarmino prosegue: “So che vi sono, nella Chiesa di Dio, molti ottimi e religiosissimi Sacerdoti, che celebrano i Divini Misteri con cuore puro, e con paramenti pulitissimi. Per questo tutti devono render grazie a Dio. Ma anche ve ne sono che muovono al pianto, e non sono pochi, il cui esteriore sordido manifesta le turpitudini e l’impurità della loro anima“. – Noi intanto L’abbracciamo, o Venerabile Fratello, nella carità di Cristo, ed impartiamo, di gran cuore, a Lei ed al Gregge alle Sue cure affidato, la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 19 febbraio 1749, anno nono del Nostro Pontificato.

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: DOCTOR MELLIFLUUS

Questa stupenda lettera Enciclica di S. S. Pio XII è interamente dedicata alla figura di uno dei più grandi Cattolici di ogni tempo: San Bernardo di Chiaravalle. Strenuo difensore della Santa Chiesa Cattolica e del ruolo essenziale del Santo Padre, ha portato immenso lustro alla teologia speculativa e pratica ed alla dottrina mariana. Certo è stato un gigante, specie se paragonato ai “nani” ed ai “buffoni” attuali che operano nel baraccone del modernismo postconciliare foriero di una totale apostasia, che dal confronto esce “nudo”, coperto dal lurido e consunto abito del nemico-ingannatore, con tanto di corna, zoccoli e coda caprina. Chiediamo tra lacrime ed invocazioni a Dio Trino: Padre, Figlio e Spirito Santo, di suscitare tanti nuovi San Bernardo, amanti della Chiesa, del Papa, e della Vergine Maria, per distruggere ed annientare la sinagoga infernale che occupa usurpandola la Santa Sede ed i palazzi sacri, perché possano questi tornare quanto prima sotto il dominio di Cristo, del suo Vicario, e dei credenti rimasti fedeli e senza deviazione alcuna alla dottrina del Salvatore ed alla sua “vera” Chiesa, unica arca di salvezza che conduce alla vita eterna.

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

DOCTOR MELLIFLUUS

NEL VIII CENTENARIO DELLA MORTE
DI SAN BERNARDO

Il dottore mellifluo «ultimo dei padri, ma non certo inferiore ai primi», si segnalò per tali doti di mente e di animo, cui Dio aggiunse abbondanza di doni celesti, da apparire dominatore sovrano nelle molteplici e troppo spesso turbolente vicende della sua epoca, per santità, saggezza e somma prudenza, consiglio nell’agire. Perciò grandi lodi gli vengono tributate non solo dai sommi pontefici e dagli scrittori della chiesa cattolica, ma non di rado persino dagli eretici. Il Nostro predecessore di f.m. Alessandro III, nell’atto di iscriverlo tra l’universale giubilo nell’albo dei santi, così scrisse con riverenza di lui: «Abbiamo rievocato alla nostra memoria la santa e venerabile vita di questo spirito eletto: come egli, sostenuto da una non comune prerogativa di grazia, non solo risplendesse per la sua vita pia e santa, ma anche irradiasse dappertutto nella chiesa di Dio la luce della sua fede e della sua dottrina. Quali frutti egli abbia recato nella casa di Dio con la sua parola e il suo esempio non c’è nessuno, si può dire, in tutta l’estensione della cristianità che lo ignori, avendo egli diffuso le istituzioni della nostra santa religione fino nelle terre straniere e barbare … e avendo revocato alla retta pratica della vita religiosa … una moltitudine infinita di peccatori». «Egli fu infatti – scrive C. Baronio – uomo davvero apostolico, anzi vero apostolo inviato da Dio, potente per l’opera e per la parola, che ha reso illustre in ogni dove e fra tutti il suo apostolato con i prodigi che lo accompagnavano, sì da doversi dire che nulla ebbe in meno dei grandi apostoli … ornamento e sostegno a un tempo di tutta la chiesa cattolica».  – A queste testimonianze di somma lode, cui altre senza numero si potrebbero aggiungere, si rivolge il Nostro pensiero, mentre si compiono otto secoli dal giorno in cui il restauratore e propagatore del sacro ordine cistercense piamente passò da questa vita mortale, che egli aveva illustrata con tanto lume di dottrina e fulgore di santità, alla suprema vita. Ci è cosa assai grata meditare e scrivere sui suoi grandi meriti in modo che, non solo i suoi seguaci, ma altresì tutti coloro che pongono il loro diletto in ciò che è vero, bello, santo, ne traggano incitamento a seguire i suoi preclari esempi di virtù. – La sua dottrina fu attinta quasi interamente dalle pagine della sacra Scrittura e dei santi Padri, che giorno e notte aveva tra mano e meditava a fondo; non già dalle sottili dispute dei dialettici e filosofi, che più di una volta mostra di stimar meno. Si noti però che egli non rigetta l’umana filosofia che sia genuina filosofia, che conduca cioè a Dio, alla vita onesta e alla cristiana sapienza; ma quella che con vuota verbosità e col fallace prestigio dei cavilli presume con temeraria audacia di assurgere alle cose divine e penetrare interamente i misteri divini, sì da violare – come spesso accadeva anche allora – l’integrità della fede e miseramente sdrucciolare nell’eresia. – «Vedi … – egli scrive – come [san Paolo apostolo [cf. 1Cor 8,2]] fa dipendere il frutto e l’utilità della scienza dal modo di sapere? Ma che vuol dire modo di sapere, se non che tu sappia con quale ordine, con quale animo, a qual fine, che cosa si debba sapere? Con quale ordine: anzitutto, ciò che è più opportuno per la salvezza; con quale animo: più appassionatamente ciò che più accende l’amore; a qual fine: non per vana gloria o per curiosità o per qualcosa di simile, ma solo per tua edificazione o del prossimo. Vi sono infatti alcuni che amano di sapere solo per sapere; ed è turpe curiosità. Altri che desiderano di conoscere perché essi stessi siano conosciuti; ed è turpe vanità. Ci sono alcuni che desiderano di sapere per vendere la loro scienza, ad esempio, per denaro, per gli onori; ed è turpe mercimonio. Ma ci sono anche di quelli che vogliono sapere per edificare; ed è carità. Ci sono poi coloro che desiderano sapere per esser edificati; ed è prudenza». – Qual sia la dottrina, o meglio la sapienza che egli segue ed intensamente ama, felicemente esprime con queste parole: «C’è lo spirito di sapienza e d’intelletto, il quale come un’ape che reca cera e miele, ben ha donde accendere il lume della scienza e infondere il sapore della grazia. Non speri dunque di ricevere il bacio, né colui che afferra la verità ma non ama, né colui che ama, ma non comprende». – «Che cosa produrrebbe la scienza senza l’amore? Gonfierebbe. Che cosa l’amore senza la scienza? Errerebbe». – «Risplendere soltanto è vano; ardere soltanto è poco; ardere e risplendere è perfetto». – Da dove abbia origine la vera e genuina dottrina e come debba essere congiunta con la carità, egli spiega con queste parole: «Dio è sapienza, e vuol essere amato non solo dolcemente, ma anche sapientemente. … Altrimenti assai facilmente lo spirito dell’errore si farà giuoco del tuo zelo, se trascurerai la scienza; e l’astuto nemico non ha strumento più efficace per strappar dal cuore l’amore, che se riesce a far sì che si cammini in esso incautamente e non sotto la guida della ragione». – Da queste parole appare ben chiaro che Bernardo con lo studio e la contemplazione ha unicamente inteso di dirigere, stimolato dall’amore più che dalla sottigliezza delle opinioni umane, verso il Sommo Vero i raggi di verità da qualsiasi parte raccolti; da lui impetrando la luce alle menti, la fiamma della carità agli animi, le rette norme per la condotta morale. È questa la vera sapienza, che supera ogni umana realtà e tutto riconduce alla propria fonte, cioè a Dio, per convertire a lui gli uomini. Il dottore mellifluo, dunque, non si fonda sull’acutezza del suo ingegno per procedere con piede di piombo fra gli incerti e malsicuri anfratti del ragionamento, non si fonda sugli artificiosi e ingegnosi sillogismi, di cui tanto abusavano sovente al suo tempo i dialettici; ma come aquila, con lo sguardo fisso al sole, con rapidissimo volo mira al vertice della verità. Infatti, quella carità che lo stimolava non conosce impedimenti e mette ali, per così dire, all’intelligenza. A lui, insomma, la dottrina non è ultima meta, ma è piuttosto via che conduce a Dio; non è cosa fredda, in cui vanamente indugi l’animo, come gingillandosi affascinato da fulgori evanescenti, ma dall’amore è mosso, stimolato, governato. Perciò Bernardo, sostenuto da tale sapienza, meditando, contemplando e amando si eleva alle supreme vette della scienza mistica e si congiunge con Dio stesso, quasi fruendo già in questa vita mortale della beatitudine infinita. – Il suo stile poi, vivace, fiorito, abbondante e sentenzioso, è così dolce e soave da attirare l’animo del lettore, dilettarlo, elevarlo alle cose di lassù; da eccitare, alimentare, dirigere la pietà; da indurre infine l’animo a perseguire quei beni che non sono caduchi e passeggeri, ma veri, certi, eterni. Perciò i suoi scritti furono sempre in grande onore; da essi la chiesa stessa ha tratte non poche pagine celestiali e calde di pietà per la sacra liturgia. – Sembrano quasi vivificate dal soffio dello Spirito Santo e vivide di tal luce, che mai può estinguersi nel corso dei secoli, perché nasce dall’animo di colui che scrive, assetato di verità e carità, e desideroso di nutrirne gli altri conformandoli a propria immagine. – Ci piace, venerabili fratelli, riferire circa questa mistica dottrina dai suoi libri, a comune utilità, alcune bellissime sentenze: «Abbiamo insegnato che ogni anima, benché piena di peccati, irretita nei vizi, schiava delle passioni, prigioniera dell’esilio, incarcerata nel corpo, benché, dico, a tal punto condannata e priva di speranza; abbiamo insegnato che essa tuttavia può scorgere in sé tanto, da poter non solo dilatare l’animo alla speranza del perdono, della misericordia, ma perfino da osar aspirare alle nozze del Verbo, da non temere di stringere patto d’alleanza con Dio, da non dubitare di stringere soave giogo d’amore con il Re degli angeli: Che cosa non può osare con sicurezza presso Colui di cui essa scorge in sé la nobile immagine, conosce la splendida somiglianza?». – «Tale conformità marita l’anima col Verbo, poiché così essa si rende simile per mezzo della volontà a Colui cui è simile per natura e Lo ama come ne è amata. Se dunque ama perfettamente; ha contratto le nozze. Che cosa vi è di più giocondo di tale conformità? Qual cosa più desiderabile di quella carità da cui proviene che tu, o anima, non contenta degli insegnamenti degli uomini, da te stessa con fiducia ti avvicini al Verbo, sia sempre unita al Verbo, interroghi familiarmente il Verbo e lo consulti su ogni cosa, fatta tanto capace di comprendere, quanto sei audace nel desiderio? È questo veramente un contratto di connubio spirituale e santo. Ho detto poco, contratto: è un amplesso. Amplesso, in verità, in cui volere e non volere le stesse cose fa di due uno spirito solo. E non c’è da temere che la disparità delle persone renda in qualche modo imperfetto l’accordo delle volontà, perché l’amore non sente soggezione reverenziale. Infatti amore viene da amare, non da riverire. … L’amore abbonda nel proprio senso, l’amore quando giunge assimila e sottomette tutte le altre affezioni. Perciò chi ama, ama ed altro non sa». – Dopo aver notato che Dio vuole dagli uomini esser amato, ancor più che temuto e onorato, aggiunge queste acute e sottili osservazioni: «Esso (l’amore) basta da sé, piace in sé e per sé. Esso è merito, è premio a se stesso. L’amore non ricerca motivo, non frutto fuori di sé. Il suo frutto è l’uso di sé. Amo perché amo; amo per amore. Grande cosa è l’amore, purché ricorra al suo principio, ritorni alla sua origine, rifluisca alla sua fonte, sempre vi attinga di che perennemente scorrere. È solo l’amore, fra tutti i moti, sentimenti e affetti dell’animo, quello in cui la creatura può, anche se non a parità, corrispondere al suo Autore, ovvero restituire vicendevolmente in cosa simile». – Poiché egli stesso ha sovente sperimentato nella contemplazione e nella preghiera questo divino amore che ci permette di congiungerci strettamente con Dio, dal suo animo prorompono queste parole infocate: «O felice (anima), resa degna di esser prevenuta con la benedizione di tanta dolcezza! Felice, poiché le è stato dato di sperimentare un abbraccio così beatificante! Ciò non è altro che amore santo e casto, soave e dolce; amore tanto sereno, quanto sincero; amore scambievole, intimo e forte, che congiunge due non in una sola carne, ma in un solo spirito, fa sì che due non sian più due, ma uno solo, come dice Paolo (cf.1 Cor 6,17): “Chi aderisce a Dio, è un solo spirito con Lui”». – Questa sublime dottrina mistica del Dottore di Chiaravalle, che supera e può saziare ogni umano desiderio, sembra al giorno d’oggi talora negletta, o messa da parte, o dimenticata da molti; costoro, presi dalle sollecitudini e dalle faccende quotidiane, non cercano e desiderano altro se non ciò che è utile e redditizio per questa vita mortale; e quasi mai elevano l’occhio e la mente al cielo; quasi mai aspirano alle cose di lassù, ai beni non perituri. – Eppure, anche se non tutti possono attingere le vette di tale contemplazione divina, di cui Bernardo discorre con sublimi pensieri e parole, anche se non tutti possono congiungersi così intimamente con Dio, da sentirsi uniti col Sommo Bene con i vincoli come di un arcano celeste connubio; tutti possono e debbono però elevare di tanto in tanto l’animo da queste cose terrene alle celesti e amare con attiva volontà il Supremo Datore di ogni bene. – Pertanto, mentre oggi in molti animi l’amore verso Dio o insensibilmente si raffredda, o anche non raramente si spegne del tutto, stimiamo che siano da meditarsi attentamente questi scritti del dottore mellifluo; dalla loro dottrina, che del resto scaturisce dal Vangelo, tanto nella vita privata di ciascuno, quanto nell’umano civile consorzio può diffondersi una nuova soprannaturale energia che regga il pubblico costume, lo renda conforme ai precetti della morale cristiana e possa in tal modo offrire gli opportuni rimedi ai tanti e così gravi mali che turbano e travagliano la società. Quando infatti gli uomini non amano come si deve il loro Creatore, donde viene tutto ciò che essi hanno, allora non si amano neppure tra loro; anzi – come troppo spesso accade – nell’odio e nella contesa si separano vicendevolmente con asprezza si avversano. Dio è padre amorosissimo di noi tutti; noi siamo fratelli in Cristo, che egli ha redento versando il suo sacro sangue. Ogni qualvolta, dunque, non riamiamo quel Dio che ci ama e non riconosciamo con riverenza la sua divina paternità, anche i vincoli dell’amore fraterno sono disgraziatamente lacerati; e sventuratamente spuntano fuori – come purtroppo talora si vede – le discordie, le contese, le inimicizie; e queste possono arrivare a tal punto da sconvolgere e scalzare i fondamenti stessi dell’umana convivenza. – È dunque necessario restituire a tutti gli animi questa divina carità che infiammò così ardentemente il Dottore di Chiaravalle, se vogliamo che i costumi cristiani rifioriscano dappertutto, che la religione cattolica possa efficacemente compiere la sua missione e che, sedati i dissidi e restaurato l’ordine nella giustizia e nell’equità, al genere umano affaticato e travagliato rifulga serena la pace. – Di questa carità, per mezzo della quale dobbiamo sempre e con gran fervore essere uniti con Dio, siano infiammati in primo luogo coloro che hanno abbracciato l’ordine del dottore mellifluo, e parimenti tutti i sacerdoti ai quali spetta particolarmente l’obbligo di esortare ed eccitare gli altri a riaccendere il divino amore. Di questo divino amore – come abbiamo detto – se altre volte nel passato, in questi nostri tempi hanno immenso bisogno i cittadini, la domestica convivenza, l’umanità intera. Se esso arde e porta gli animi a Dio, fine ultimo dei mortali, si corroborano le altre virtù; se invece si affievolisce o si estingue, anche la tranquillità, la pace, la gioia e tutti gli altri veri beni a poco a poco si affievoliscono o si estinguono del tutto, come quelli che vengono da colui che «è carità» (1Gv 4,8). – Di questa divina carità nessuno forse ha parlato così bene, con tanta profondità, con tanta forza come Bernardo. «Il motivo per amare Dio, è Dio stesso; la misura, amarlo senza misura». – «Dove c’è amore, non c’è fatica, ma gusto». –  Egli stesso confessa di averlo sperimentato, quando scrive: «O amore santo e casto! O dolce e soave affetto, tanto più soave e dolce, perché è tutto divino il sentimento che se ne prova. Sperimentarlo è divinizzarsi». –  E altrove: «È cosa buona per me, o Signore, piuttosto stringermi a te nella tribolazione, averti con me nella fornace, che essere senza di te fosse pure in cielo». – Quando poi è giunto a quella somma e perfetta carità che lo unisce in intimo connubio con Dio stesso, gode di tanta gioia, di tanta pace, da non potervene essere di più grande: «O luogo della vera quiete, in cui non si vede Dio come turbato da ira o occupato in sollecitudini, ma si sperimenta in lui la sua volontà buona, benevola e perfetta! Questa visione non spaventa, ma accarezza; non eccita inquieta curiosità, ma mette in calma; non stanca i sensi, ma dà pace. Ivi veramente si riposa. Dio tranquillo dà tranquillità in tutto; vederlo pacifico è stare in pace». – Questa perfetta quiete non è già morte dell’animo, ma vera vita: «Tale sopore vitale e vigilante illumina piuttosto il senso interiore e, scacciata la morte, dona la vita eterna. È veramente un sonno, che per altro non assopisce, ma è evasione. È anche morte – non temo di dirlo – poiché l’apostolo elogiando alcuni ancor vivi nella carne, dice così (Col 3,3]: “Siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”». – Questa perfetta quiete dell’animo, di cui godiamo nel riamare Dio che ci ama, e fa sì che a lui volgiamo e dirigiamo noi e ogni nostra cosa, non ci porta alla pigrizia, non all’ignavia, non all’inerzia, ma ad un’alacre, solerte, operosa diligenza, con la quale cerchiamo di procurare, con l’aiuto di Dio, la nostra salvezza e anche quella degli altri. Infatti, tale sublime meditazione e contemplazione, incitata e stimolata dall’amore divino, «governa gli affetti, dirige le azioni, corregge gli eccessi, regola i costumi, adorna la vita e vi fa regnare l’ordine, dona infine la scienza delle cose divine e umane. È essa che distingue ciò che è confuso, unisce ciò che è diviso, raccoglie ciò che è disperso, investiga ciò che è nascosto, ricerca il vero, pondera ciò che è verosimile, scopre la finzione e l’artificio. Essa preordina ciò che è da farsi, riflette su ciò che è stato fatto, di modo che nulla rimanga nell’animo di poco corretto o bisognoso di correzione. Nella prosperità essa presente l’avversità, nelle avversità quasi non le sente; l’una è fortezza, l’altra prudenza». – E infatti, benché aneli a restar immerso in sì alta meditazione e soave contemplazione, alimentata dal divino spirito, tuttavia il dottore mellifluo non rimane chiuso tra le pareti della sua cella, che pur «custodita è dolce», ma dovunque sia in questione la causa di Dio e della chiesa, è subito presente col consiglio, con la parola, con l’azione. Asseriva infatti che non «deve ognuno vivere per sé, ma per tutti». –  Di se stesso, poi, e dei suoi così scriveva: «In tal modo anche ai nostri fratelli tra cui viviamo, siamo debitori, per diritto di fraternità e umano consorzio, di consiglio e di aiuto». – Quando con dolore vedeva minacciata o perseguitata la nostra santa Religione, non risparmiava fatiche, non viaggi, non premure per difenderla strenuamente e porgerle aiuto secondo le sue possibilità. «Nulla mi è estraneo – diceva – di ciò che si riveli interesse di Dio». –  E al re Ludovico di Francia scrive queste coraggiose parole: «Noi figli della Chiesa, non possiamo in alcun modo dissimulare le ingiurie recate alla nostra Madre, il disprezzo verso di lei, i suoi diritti conculcati… Per certo staremo saldi e combatteremo fino alla morte, se sarà necessario, per la nostra madre, con le armi che ci si addicono; non con gli scudi e le spade, ma con le preghiere e le lacrime al cospetto di Dio». A Pietro, abate di Cluny: «Mi glorio nelle mie tribolazioni, se sono stato ritenuto degno di soffrirne alcuna per la Chiesa. Questa è la mia gloria che esalta il mio capo, il trionfo della Chiesa. Se infatti siamo stati compagni nella fatica, lo saremo anche nella consolazione. È stato doveroso collaborare con la nostra Madre, unirci alla sua passione …». – Quando poi il corpo mistico di Gesù Cristo fu conturbato da scisma così grave che anche i buoni rimanevano dubbiosi tra le due parti, egli si consacrò interamente per comporre i dissidi e per la felice riconciliazione e unione degli animi. Poiché i prìncipi, per ambizione di dominio terreno, erano separati da spaventose discordie, dalle quali potevano derivare gravi danni per i popoli, egli si fece artefice di pace e riconciliatore per una mutua concordia. Infine, poiché i luoghi santi della Palestina consacrati al divino Redentore col proprio sangue erano in gravissima condizione ed esposti all’ostile pressione di eserciti stranieri, per mandato del Sommo Pontefice incoraggiò con alte parole e più alta carità i prìncipi e i popoli cristiani ad una nuova crociata; se questa non sortì felice esito, non fu certo per sua colpa. – Trovandosi poi soprattutto esposta a gravissimi pericoli l’integrità, trasmessa dagli avi quale sacra eredità, della fede cattolica e dei costumi, per opera soprattutto di Abelardo, di Arnaldo da Brescia e di Gilberto della Porretta, egli, sia con la pubblicazione di scritti colmi di dottrina, sia con faticosi viaggi, tentò, sorretto dalla divina grazia, tutto ciò che gli fu possibile, per debellare e far condannare gli errori, e perché gli erranti, per quanto era in suo potere, ritornassero sulla retta via e a miglior consiglio. – Egli, consapevole che in questa cosa non importava tanto la sapienza dei dottori, quanto l’autorità soprattutto del romano pontefice, si diede cura d’interporre tale autorità, da lui riconosciuta, nel dirimere tali questioni, come suprema e del tutto infallibile. Pertanto al Nostro predecessore di f.m. Eugenio III, già suo discepolo, scrive queste parole, che rivelano il suo amore e la profonda riverenza verso di lui, unita con quella libertà d’animo che si addice ai santi: «L’amore non conosce il padrone, conosce il figlio anche sotto la tiara. … Ti ammonirò dunque non come maestro, ma come madre; certamente come uno che ti vuol bene». Lo interpella in seguito con queste ardenti parole: «Chi sei? Il gran sacerdote, il Sommo Pontefice. Tu sei il principe dei vescovi, l’erede degli apostoli … Pietro per potestà, per unzione Cristo. Sei colui al quale sono state consegnate le chiavi, affidate le pecorelle. Vi sono anche altri portinai del Cielo e pastori di greggi; ma tu sei tanto più glorioso, quanto più grande è la differenza con cui hai ereditato al disopra degli altri entrambi questi nomi. Quelli hanno assegnati i loro greggi, a ciascuno il proprio: a te sono stati affidati tutti, a te solo nell’unità. E non soltanto tu sei pastore dei greggi, ma unico pastore di tutti i pastori». E ancora: «Deve uscir al di fuori di questo mondo chi volesse ricercare ciò che non appartiene alla tua cura». – Riconosce poi apertamente e pienamente l’infallibilità del magistero del romano pontefice, per quanto riguarda la fede e i costumi. Infatti, quando combatte gli errori di Abelardo, il quale «allorché parla della Trinità, risente di Ario; quando della grazia, sa di Pelagio; quando della persona di Cristo, sa di Nestorio»; «egli che pone dei gradi nella Trinità, delle modalità nella maestà, successione numerica nell’eternità»; e in lui «l’umana ragione usurpa tutto per sé e nulla lascia alla fede»; egli non discute le sottili, contorte e ingannevoli fallacie e cavilli, li dissolve e li confuta, ma scrive altresì al Nostro predecessore d’immortale memoria Innocenzo II per simile motivo queste gravi parole: «Occorre riferire alla vostra autorità apostolica ogni pericolo… quelli soprattutto che riguardano la fede. Penso esser giusto che ivi soprattutto si riparino i danni della fede, dove la fede non può venir meno. E questa è la prerogativa di tale sede… È tempo, Padre amatissimo, che voi riconosciate la vostra potestà… In questo fate veramente le veci di Pietro, del quale occupate la sede, se con i vostri moniti confermate gli animi incerti nella fede, se con la vostra autorità sterminate i corruttori della fede». – Ma da dove questo umile monaco, quasi senza alcun mezzo umano, abbia potuto attingere la forza per vincere anche le più ardue difficoltà, per risolvere intricatissimi problemi e dirimere le questioni più imbarazzanti, solamente si può capire se si pensa all’esimia santità di vita che lo adornava, congiunta con un grande amore della verità. Era infiammato soprattutto, come abbiamo detto, della più accesa carità verso Dio e verso il prossimo, che è, come ben sapete, venerabili fratelli, il principale precetto e quasi il compendio di tutto il Vangelo; di modo che non solo era sempre misticamente unito col Padre celeste, ma ancora niente più desiderava che guadagnare gli uomini a Cristo, sostenere i sacrosanti diritti della Chiesa e difendere con invitto coraggio l’integrità della Fede Cattolica. -In mezzo ai tanti favori e alla stima di cui godeva presso i Sommi Pontefici, presso i prìncipi e presso i popoli, non si insuperbiva, non andava in cerca della mutevole e vana gloria umana, ma risplendeva in lui sempre quella cristiana umiltà che «raccoglie le altre virtù … dopo averle raccolte le custodisce … e conservandole le perfeziona»; sicché «non sembrano nemmeno virtù … senza di quella». – Perciò non agitarono la sua anima gli onori che gli furono offerti, e il suo piede non fu mosso per dirigersi verso la gloria; e non lo attirava «più la tiara o il sacro anello, che il rastrello e il sarchio». – Mentre poi si sobbarcava a tali e tante fatiche per la gloria di Dio e l’incremento del nome cristiano, si professava «inutile servo dei servi di Dio», «vile vermiciattolo», «albero sterile», «peccatore, cenere …». – Alimentava quest’umiltà cristiana e le altre virtù con l’assidua contemplazione delle realtà celesti; le alimentava con le infiammate preci rivolte a Dio, con le quali attirava la grazia celeste su di sé e sulle opere da lui intraprese. – In modo specialissimo era preso da così ardente amore per Gesù Cristo, divino redentore, che sotto la sua mozione e il suo stimolo scriveva pagine bellissime e nobilissime, che ancor oggi destano l’ammirazione universale e infiammano la pietà del lettore. «Quale altra cosa arricchisce l’anima che vi medita sopra … irrobustisce le virtù, fa fiorire i buoni e onesti costumi, suscita casti affetti? È arido ogni cibo dell’anima, se non vi si infonde questo olio; è insipido, se non è condito con questo sale. Se scrivi qualcosa, non lo gusto se non vi leggo Gesù. Se fai una disputa o un ragionamento, non mi piace se non vi risuona Gesù. Gesù è miele nella bocca, dolce concerto all’orecchio, giubilo al cuore. Ma è anche medicina. C’è tra voi qualcuno triste? Gesù scenda nel cuore, salga poi al labbro; ed ecco, alla luce di questo nome ogni nube si dissolve, torna il sereno. Qualcuno ha commesso una colpa? corre disperato al laccio di morte? Ma se invocherà questo nome di vita, non sentirà subito speranza di vita?… C’è qualcuno che, angustiato e trepido tra i pericoli, invocando questo nome di forza non senta subito la fiducia e fugato il timore?… Nulla meglio infrange l’impeto dell’ira, reprime il tumore della superbia, sana la ferita dell’invidia…». – A questo infiammato amore per Gesù Cristo si univa una tenerissima e soave devozione verso la sua eccelsa Madre, che egli, come propria amorosissima Madre, ricambiava di amore nutrendo per lei un culto profondo. Aveva tanta fiducia nel suo potente patrocinio, da usare queste espressioni: «Dio ha voluto che noi nulla ottenessimo, che non passi per le mani di Maria». Così pure: «Tale è la volontà di Colui, che ha voluto che noi avessimo tutto per mezzo di Maria». – A questo punto ci è grato, venerabili fratelli, proporre a tutti da meditare quella pagina che è forse la più bella per le lodi della santa vergine Madre di Dio, la più ardente, la più atta a suscitare in noi l’amore verso di lei, la più utile per infiammare la pietà e a imitare i suoi esempi di virtù: «… È detta Stella del mare e la denominazione ben si addice alla Vergine Madre. Ella con la massima convenienza è paragonata ad una stella; perché come la stella sprigiona il suo raggio senza corrompersi, così la Vergine partorisce il Figlio senza lesione della propria integrità. Il raggio non menoma alla stella la sua chiarità, né il Figlio alla Vergine la sua integrità. Ella è dunque quella nobile stella nata da Giacobbe, il cui raggio illumina tutto il mondo, il cui splendore rifulge in cielo e penetra gli inferi… Ella è, dico, la preclara ed esimia stella, che è necessariamente al di sopra di questo grande e spazioso mare, fulgente di meriti, chiara dei suoi esempi. O tu, chiunque sia, che ti avvedi di essere in balìa dei flutti di questo mondo, tra le procelle e le tempeste, invece di camminare sulla terra, non distogliere gli occhi dal fulgore di questa stella, se non vuoi essere travolto dalle tempeste. Se insorgono i venti delle tentazioni, se incappi negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria. Se sei sballottato dalle onde della superbia, della detrazione, dell’invidia: guarda la stella, invoca Maria. Se l’ira, o l’avarizia, o l’allettamento della carne scuotono la navicella dell’anima: guarda a Maria. Se tu, conturbato per l’enormità del peccato, pieno di confusione per la laidezza della coscienza, intimorito per il tenore del giudizio, incominci ad essere inghiottito dall’abisso della tristezza, dalla voragine della disperazione: pensa a Maria. Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta…». – Ci sembra che meglio Noi non potremmo terminare questa lettera enciclica, che invitandovi tutti con le parole del dottore mellifluo ad accrescere ogni giorno più la devozione verso l’alta Madre di Dio, e parimenti a imitare col più grande impegno le sue eccelse virtù, ciascuno secondo le peculiari condizioni della propria vita. Se nel secolo XII gravi pericoli minacciavano la chiesa e l’umanità, altri non meno gravi, senza dubbio, minacciano la nostra età. La fede cattolica, che dà all’uomo le più grandi consolazioni, non di rado è indebolita negli animi, e perfino in alcuni paesi e nazioni è aspramente combattuta in pubblico. E quando la religione cristiana è negletta e combattuta dai suoi nemici, si vede purtroppo che i costumi privati e pubblici tralignano dalla retta via e anche talora attraverso i meandri dell’errore si scende infelicemente nel fondo dei vizi. – Al posto della carità, che è vincolo di perfezione, di concordia e di pace, si fanno strada gli odi, le contese, le discordie. Un che d’inquieto, d’angustioso e di trepido penetra nell’animo umano: c’è proprio da temere che, se la luce del Vangelo a poco a poco diminuisce e languisce in molti, o – peggio ancora – se viene respinta del tutto, verranno a crollare i fondamenti stessi della civiltà e della vita domestica; e in tal modo verranno tempi anche peggiori e più infelici. – Come, dunque, il dottore di Chiaravalle chiese l’aiuto della vergine Madre di Dio Maria e lo ebbe per l’età sua turbolenta, così noi tutti, con la medesima costante pietà e preghiera dobbiamo ottenere dalla divina madre nostra che a questi gravi mali, sovrastanti o temuti, essa impetri da Dio gli opportuni rimedi; e benigna e potente conceda che, con l’aiuto divino, arrida finalmente una sincera, solida e fruttuosa pace alla chiesa, ai popoli, alle nazioni. – Siano questi i pingui e salutari frutti, mercè la protezione di Bernardo, delle celebrazioni centenarie della sua pia morte; tutti si uniscano a Noi in queste preci e suppliche, e ad un tempo, osservando e meditando gli esempi del dottore mellifluo, si sforzino di seguire volenterosamente e con zelo le sue sante tracce. – Di questi salutari frutti sia propiziatrice l’apostolica benedizione che a voi, venerabili fratelli, ai vostri greggi e particolarmente a coloro che appartengono all’istituto di san Bernardo, impartiamo con effusione di cuore.

Roma, presso San Pietro, nella festa di pentecoste, il 24 maggio 1953, anno XV del Nostro pontificato.