UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – NOSTIS ET NOBISCUM

Indubbiamente, questa lettera enciclica merita attenta riflessione ancor oggi in una Nazione oramai allo sbando sociale, culturale, politico, istituzionale, e soprattutto spirituale. I mali denunciati dal Sommo Pontefice dell’epoca, si sono ampliati fino a raggiungere una portata incommensurabile. Tutti gli argomenti, seppure brevemente, ma efficacemente, sono stati toccati e denunciati dal Pontefice, come le perverse ideologie politiche, socialismo e comunismo, le perverse ed ingannevoli macchinazioni della stampa e della empietà protestante nonché delle conventicole (massoniche e kazare), ma somma attenzione è posta al male sovrano che ha poi sconvolto non solo la Nazione italica, fino a farla divenire terra di Sodoma e di Babilonia, ma tutto l’orbe Cattolico: « … Questi superiori ricorderanno incessantemente, e cogli avvertimenti, e colle rimostranze, e coi rimproveri, ai religiosi delle loro case, ch’essi devono seriamente considerare con quali voti si sono a DIO legati, attendere e mantenere le promesse fatte osservare inviolabilmente le regole del loro istituto, e portando nei loro corpi la mortificazione di GESÙ, astenersi da tutto ciò che è incompatibile colla loro vocazione, dedicarsi interamente a quelle opere che alimentano e crescono la carità verso DIO ed il prossimo, e l’amore della perfetta virtù. Oltreciò, i moderatori di questi ordini invigilino attentamente perché l’ingresso in Religione non sia aperto a chicchessia se non dopo maturo e scrupoloso esame della sua vita, de’ suoi costumi e del suo carattere, e perché nessuno possa esser ammesso alla professione religiosa, se non dopo aver date, in un noviziato fatto secondo le regole, prove di vera vocazione … ». Queste raccomandazioni, allora e successivamente, sono state disattese al punto da corrompere totalmente il clero ed i religiosi [tranne rarissime eccezioni], e rendere possibile l’insediamento e l’infiltrazione dei nemici più tenaci della Chiesa, fino ai vertici – come la Vergine a La Salette e a Fatima, e Papa Leone XIII avevano ben profetato, così da rendere possibile l’azione scardinante di personalità come Rampolla, Lienart, Tisserant, Bea, Roncalli, G. B. Montini, Frings, S. Baggio, Casaroli, A. Bugnini, M. Lefevre, C. M. Martini… ed una massa infinita di gay massoni e kazari-marrani di ogni livello e grado, che hanno permesso il trionfo [apparente!] del nemico sulla società tutta e le nazioni un tempo strappate al potere tenebroso del demonio, nemico oggi tronfio nella sinagoga satanica del “novus ordo” del Vatigay e delle conventicole pseudotradizionaliste, stampelle traballanti della falsa chiesa dell’uomo. Non ci resta che approfondire e fare nostre, se pur tardivamente, ma pur sempre valide e degne di ogni considerazione, tutte le indicazioni di sua Santità, il Beato Pio IX, disconoscendo totalmente le s. s. [… sue satanità] attuali, guide infernali e della dannazione eterna: Nostis et nobiscum una conspicitis, Venerabiles Fratres, quanta …

Nostis et nobiscum

PIUS PP. IX.

AGLI ARCIVESCOVI E VESCOVI D’ITALIA

Venerabili Fratelli,

Salute ed Apostolica Benedizione!

Voi sapete e vedete siccome noi, Venerabili Fratelli, per quale perversità hanno prevalso in questi ultimi tempi certi uomini perduti, nemici d’ogni verità, d’ogni giustizia, i quali, sia colla frode e con artifizi d’ogni maniera, sia ancora apertamente e gettando, come mare spumoso, la feccia delle loro nequizie, si sforzano di spandere per ogni dove, tra i popoli fedeli d’Italia, la sfrenata licenza del pensiero, della parola, di ogni atto empio ed audace, per abbattere nell’Italia stessa la Religione Cattolica e, se fosse possibile, schiantarla dalle fondamenta. Tutto il piano del loro diabolico divisamento si è rivelato in diversi luoghi, ma specialmente nella diletta città, sede del supremo Nostro Pontificato, nella quale, dopo averci costretti ad abbandonarla, essi poterono per alcuni mesi dar più libero sfogo a tutti i loro furori. Là, in un orribile e sacrilego tramestamento delle cose divine ed umane, la loro rabbia s’accrebbe a tal punto che, disprezzando l’autorità dell’illustre Clero di Roma e dei Prelati, che per ordine Nostro stavano intrepidi alla sua testa, non li lasciarono neppure continuar in pace l’opera del santo lor ministero, e senza pietà pei poveri malati in preda alle angosce della morte, allontanavano da loro tutti i soccorsi della Religione e li costringevano a rendere l’anima fra gli allettamenti di qualche sfrontata meretrice.  – Ora benché la città di Roma e le altre provincie dello Stato Pontificio siano state, grazie alla misericordia di Dio, restituite mediante le armi delle nazioni cattoliche, al nostro temporale governo; benché le guerre ed i disordini che ne sono la conseguenza, siano egualmente cessate nelle altre contrade d’Italia, cotesti infami nemici di DIO e degli uomini non desistettero però, né desistono dal loro lavoro di distruzione; essi non possono adoperare la forza aperta, e ricorrono perciò ad altri mezzi, quali velati sotto fraudolenti apparenze, quali visibili a tutti. In mezzo a sì grandi difficoltà portando Noi il carico supremo di tutto il gregge del Signore, e penetrati essendo dalla più profonda afflizione alla vista dei pericoli cui vanno specialmente esposte le Chiese d’Italia, riesce però alla nostra infermità, fra tanti dolori, di grande consolazione, o Venerabili Fratelli, lo zelo pastorale, del quale voi, anche nel più forte della burrasca testè passata, deste tante prove, e che si manifesta ogni giorno con sempre più splendide testimonianze. Ciò non pertanto la gravità delle circostanze ci stimola ad eccitare anche più vivamente colle nostre parole ed esortazioni, secondo il dovere del nostro apostolico ufficio, la vostra fraternità, chiamata a parte delle nostre sollecitudini, a combattere e con noi e nell’unità le guerre del Signore, e preparare ed a prendere d’unanime consenso tutte quelle misure, per le quali colla benedizione di Dio, ne venga dato riparare al male già fatto in Italia alla nostra santissima Religione, e siano pervenuti e respinti i pericoli, de’ quali un avvenire prossimo la minaccia.  – Tra le frodi senza numero che i suddetti nemici della Chiesa sogliono adoperare per mettere in uggia agl’Italiani la fede Cattolica, una delle più perfide si è l’affermare che essi fanno impudentemente e spacciare per tutto a piena gola, che la Cattolica Religione è un ostacolo alla gloria, alla grandezza, alla prosperità dell’italica nazione, e che perciò, per restituire all’Italia lo splendore degli antichi tempi, vale a dire dei tempi pagani, gioco forza è toglier di mezzo la Religione Cattolica, ed in sua vece insinuare, propagare e stabilire gl’insegnamenti dei protestanti e le loro conventicole. Non si saprebbe giudicare qual cosa in tali affermazioni sia più detestabile; se la perfidia dell’empietà furibonda, ovvero l’impudenza della sfrontata menzogna. – Il bene spirituale per cui, sottratti noi alla potestà delle tenebre, siam trasportati nella luce di Dio e, giustificati colla grazia, siam fatti eredi del CRISTO nella speranza della vita eterna, questo bene delle anime derivante dalla santità della Religione Cattolica è certamente di tal pregio e valore che, a petto di esso, tutta la gloria e felicità di questo mondo deve essere riguardata come puro nulla: «Quid enim prodest homini si mundum universum lucretur, animæ vero suæ detrimentum patiatur? aut quam dabit homo commutationem pro anima sua? (Matt. XVI, 26). » Ma tanto è lungi che la professione della vera fede abbia cagionato alla gente italica i danni temporali di cui si parla, che anzi alla sola Religione Cattolica essa va debitrice, se nello sfasciarsi del romano impero ella non fu ravvolta nella rovina che toccò ai popoli dell’Assiria, della Caldea, della Media, della Persia, della Macedonia. In fatti, nessun uomo leggermente istruito ignora che non solo la santissima Religione del CRISTO ha liberato l’Italia dalle tenebre di tanti e sì gravi errori che tutta la coprivano, ma di più frammezzo alle rovine dell’antico impero, e le invasioni de’ barbari devastanti tutta Europa l’ha innalzata in gloria e grandezza sopra tutte le nazioni del mondo, per forma che par singolar beneficio di DIO, possedendo l’Italia nel suo seno la sacra Cattedra di Pietro, ottenne per la divina Religione un impero troppo più solido ed esteso, che non l’antica sua terrestre denominazione. Questo peculiarissimo privilegio di possedere la Sede Apostolica, e del metter che fece conseguentemente la Religione Cattolica più forti e profonde radici tra i popoli d’Italia, fu per lei la sorgente di altri insigni ed innumerevoli benefici. Imperocchè la santissima Religione del Cristo, maestra della vera sapienza, protettrice e vindice dell’umanità, madre feconda di tutte virtù, spense nell’animo degl’Italiani quella sete funesta di gloria, che aveva trascinati i loro maggiori a fare perpetuamente la guerra, a tener i popoli stranieri nell’oppressione, a ridurre, secondo il diritto di guerra allor vigente, un’immensa quantità d’uomini alla più dura schiavitù, e nello stesso tempo rischiarando le loro menti cogli splendori della Cattolica Verità, li recò con potente impulso alla pratica della giustizia, della misericordia, alle opere più magnifiche di pietà verso Dio e di beneficenza verso gli uomini. Di che sorsero nelle principali città italiane tante sante basiliche ed altri monumenti delle età cristiane, i quali non furono già l’opera dolorosa di una moltitudine gemente nel servaggio, ma sì veramente il libero frutto di una carità vivificante. Al che voglionsi aggiungere le pie istituzioni d’ogni maniera consacrate sia all’esercizio della vita religiosa, sia all’educazione della gioventù, alle lettere, alle arti, alla savia coltura delle scienze, sia infine al sollievo degl’infermi e degl’indigenti. Tale è dunque quella religione divina, che abbraccia: sotto tanti titoli diversi, la salute, la gloria e la felicità dell’Italia, quella Religione che oggidì si vorrebbe far rinnegare ai Popoli della Penisola. Noi non possiamo trattenere le lagrime, Venerabili Fratelli, nel vedere che si trovano in quest’ora degl’Italiani così perversi, così accecati da miserabili illusioni, che non temono di applaudire alle depravate dottrine degli empii, e cospirare con essi alla rovina della lor patria. Ma voi troppo sapete Venerabili Fratelli, che i principali autori di questa orribile macchinazione hanno per scopo di spingere i popoli, agitati da ogni vento di perverse dottrine, al sovvertimento d’ogni ordine nelle cose umane, e di traboccarli negli orrendi sistemi del nuovo socialismo e del comunismo.  – Ora cotesti uomini ben sanno e il veggono per la lunga esperienza di molti secoli, che essi non possono sperare nessun assenso per parte della Chiesa Cattolica, la quale, custode gelosissima del deposito della Rivelazione, non soffre mai che né un apice sia tolto od aggiunto alle verità proposte dalla Fede. Quindi è che eglino son venuti nel disegno di trarre gl’Italiani alle opinioni ed alle conventicole dei protestanti, nelle quali (ripetono essi continuamente a fin di sedurli) non si deve vedere altro che una forma differente della stessa vera Religione Cristiana, in cui si può piacere a DIO egualmente che nella Chiesa Cattolica. Frattanto essi sanno benissimo che nulla può tornar più utile all’empia lor causa, che il primo principio del protestantismo, il principio della libera interpretazione delle Sacre Scritture, fatto dal privato giudizio di ciascuno. Posto questo, dopo aver abusato delle Sacre Scritture, traendole a cattivo senso per ispandere i loro errori, essi sperano di potere, quasi in nome di Dio, spingere dipoi gli uomini, già gonfi dell’orgogliosa licenza di giudicare delle cose divine, a rivocar in dubbio eziandio i principii comuni del giusto e dell’onesto.  – Piaccia a DIO, Ven. Fratelli, piaccia a DIO che l’Italia, nella quale le altre Nazioni sono avvezze ad attingere le acque pure della sana dottrina, perché la Sede Apostolica è stabilita a Roma, non divenga per esse d’or in poi una pietra d’inciampo e di scandalo! Piaccia a Dio che questa cara porzione della Vigna del Signore non sia lasciata in preda alle fiere! Piaccia a Dio che i popoli italiani, dopo aver bevuta la demenza alla coppa avvelenata di Babilonia, non arrivino mai ad impugnar armi parricide contro la Chiesa lor madre! Quanto a Noi ed a Voi, cui DIO nel suo segreto giudizio ha riserbati a tempi di sì gran pericolo, guardiamoci bene dal temere le astuzie e gli attacchi di cotesti uomini che cospirano contro la Fede d’Italia, quasichè noi dovessimo vincerli colle nostre proprie forze, mentre che il Cristo è il nostro consiglio e la nostra forza; il CRISTO, senza del quale possiamo nulla, ma col quale possiamo tutto. Operate dunque, Venerabili Fratelli, operate, vegliate con attenzione sempre maggiore sul gregge che vi è affidato, e fate tutti i vostri sforzi per difenderlo dalle insidie e dagli attacchi dei lupi rapaci. Comunicatevi vicendevolmente i vostri disegni, continuate, siccome avete già cominciato, a tenere riunioni tra di voi, affinché, dopo avere scoperto per comune investigazione l’origine dei nostri mali, e, secondo la diversità dei luoghi, le sorgenti principali dei pericoli, voi possiate trovarvi, sotto l’autorità e la condotta della S. Sede, i rimedi più pronti, ed applichiate così, d’unanime accordo con Noi, coll’aiuto di DIO e con tutto il vigore dello zelo pastorale, le vostre cure e le vostre fatiche a render vani tutti gli sforzi, tutti gli artifizi, tutte le trame e tutte le macchinazioni dei nemici della Chiesa. – A questo fine bisogna che vi adoperiate continuamente, per timore che il popolo, troppo poco istruito intorno alla dottrina cristiana ed alla legge del Signore, istupidito dalla lunga licenza dei vizi, a mala pena arrivi poi a distinguere gli agguati che gli son tesi, e la tristizia degli errori che gli son proposti. Noi domandiamo con istanza alla vostra pastorale sollecitudine, Ven. Fratelli, di non cessar mai dall’adoperare tutte le vostre cure, acciocchè i fedeli a voi confidati vengano ammaestrati, secondo l’intelligenza di ciascuno, circa i santissimi dogmi e precetti di nostra Religione, e nello stesso tempo siano avvertiti ed eccitati con tutti i mezzi a confermar a questi la loro vita ed i loro costumi. – Infiammate per questo fine lo zelo degli ecclesiastici, specialmente di quelli che hanno cura di anime, affinché, meditando profondamente sul ministero ricevuto dal Signore, e tenendo dinanzi gl’occhi le prescrizioni del Concilio di Trento, si adoperino colla massima attività, secondo che esige la necessità dei tempi, all’istruzione del popolo, e procaccino d’imprimere in tutti i cuori le sacre verità, gli avvisi della salute, facendo loro conoscere con discorsi brevi e semplici i vizii che debbono fuggire per evitare la pena eterna, le virtù che devono praticare per ottenere la gloria celeste.  – Bisogna invigilare specialmente a ciò che i fedeli stessi abbiano profondamente scolpito nell’animo il dogma della nostra santissima Religione sulla necessità della Fede cattolica per ottener la salute. A quest’effetto sarà sommamente vantaggioso che, nelle pubbliche preghiere, i fedeli uniti al Clero rendano di tanto in tanto particolari azioni di grazie a Dio per l’inestimabile beneficio della religione cattolica, della quale van tutti debitori alla sua infinita bontà, e chiedano umilmente al Padre delle misericordie di degnarsi di proteggere e conservar intatta nelle nostre contrade la professione di questa medesima Religione. – Tuttavia voi vi farete uno studio speciale di amministrare a tutti i fedeli, in tempo conveniente, il Sacramento della Confermazione, il quale, per sommo benefizio di Dio, conferisce la forza di una grazia particolare per confessare con costanza la Fede Cattolica anche fra’ più gravi pericoli. Voi non ignorate pure esser molto conducevole allo stesso fine, che i Fedeli, purificati dalle sozzure dei loro peccati, espiati con una sincera detestazione e col Sacramento della Penitenza, ricevano frequentemente e con divozione la Santissima Eucaristia, la quale è il cibo spirituale delle anime, l’antidoto che ci libera dalle colpe quotidiane, e ci preserva dai peccati mortali; il simbolo di quel solo corpo di cui Cristo è il capo, ed al quale Egli volle che noi fossimo raggiunti col legame sì forte della Fede, della Speranza e della Carità, affinché formiamo tutti un sol corpo, e non siano scismi tra noi. Noi non dubitiamo punto che i parrochi i loro vicari e gli altri sacerdoti, i quali in certi giorni, e specialmente nel tempo del digiuno, lavorano nel ministero della predicazione, non siano per farsi premura di prestarvi il loro concorso in tutte queste cose. Ciò non pertanto, bisogna di tempo in tempo confortare le loro sollecitudini coi soccorsi straordinari degli esercizi spirituali e delle sante missioni, le quali, quando sono affidate a uomini capaci, sono, colla benedizione di Dio, utilissime a rinfiammare la pietà dei buoni, eccitare a salutar penitenza i peccatori e gli uomini depravati da inveterate abitudini viziose; far crescere il popolo fedele nella scienza di Dio, condurlo a praticare ogni sorta di bene, e munendolo cogl’abbondanti aiuti della grazia celeste inspirargli un’invincibile orrore per le dottrine perverse dei nemici della Chiesa. Del resto in tutte queste cose le vostre cure e quelle dei sacerdoti vostri cooperatori tenderanno particolarmente a far concepire ai fedeli il più grande orrore per quei delitti che si commettono con grande scandalo del prossimo. Imperocchè voi ben sapete quanto è cresciuto in diversi luoghi il numero di coloro che osano bestemmiare pubblicamente i santi del Cielo e lo stesso Santissimo nome di DIO, o che sono conosciuti come concubinari e talora anche incestuosi, o che ne’ giorni festivi si danno alle opere servili, tenendo aperte le botteghe, o che, anche in presenza di molti, disprezzano i precetti del digiuno e dell’astinenza, o che finalmente non arrossiscono di commettere allo stesso modo altri diversi delitti. Alla voce del vostro zelo il popolo si rappresenti e consideri seriamente l’enorme gravezza di cotesti peccati e le pene severissime onde saranno puniti i loro autori, tanto per la colpa lor propria, che pel pericolo spirituale a cui essi espongono i loro fratelli pel contagio del loro mal esempio. Imperocch? sia scritto: Væ mundo a scandalis…. Væ homini illi per quem scandalum venit (Matt. XVIII, 7). – Tra i diversi generi di lumi con che i più sottili nemici della Chiesa e dell’umana società cercano d’invescar i popoli, uno de’ principali è certamente quello che essi avean già preparato da lunga mano nei colpevoli loro disegni, cioè l’uso depravato dell’arte della stampa. Essi vi si appigliano con tutta l’anima, per forma che non passano un giorno senza moltiplicare e spargere nelle popolazioni libelli empi, giornali, fogli volanti pieni di menzogne, di calunnie, di seduzioni. Non basta; servendosi dei soccorsi delle società bibliche già da lunga pezza condannate dalla S. Sede, essi non vergognano di diffondere gran numero di Sacre Bibbie tradotte, senza che si siano osservate le regole della Chiesa, in lingua volgare, profondamente alterate e tratte a cattivo senso con audacia inaudita, e di raccomandarne la lettura al popolo fedele, sotto un falso pretesto di religione. Voi intendete ottimamente nella vostra saviezza, Venerabili Fratelli, con quanta vigilanza e sollecitudine voi dobbiate affaticarvi acciò che i fedeli rifuggano con orrore da questa avvelenata lettura, e si ricordino che, in quanto alle Divine Scritture segnatamente, nessuno appoggiato alla propria prudenza può arrogarsi il diritto ed avere la presunzione d’interpretarle altramente che non le ha interpretate e le interpreta la Santa Chiesa nostra madre, alla quale sola Cristo Signor nostro ha confidato il deposito della Fede, il giudizio sul vero senso dei libri divini. Sarà cosa utilissima, Venerabili Fratelli, per arrestare l’infezione dei libri cattivi, che libri della stessa mole, scritti da uomini forniti di scienza sana e distinta, e previamente da voi approvati, siano pubblicati per l’edificazione della Fede, e la salutare educazione del popolo. Voi vi adoprerete affinché cotesti libri ed altre di dottrina egualmente pura, scritti da altri uomini secondo l’esigenza dei luoghi e delle persone, siano diffusi tra i fedeli. – Tutti coloro che cooperano con voi alla difesa della Fede avranno specialmente in mira di far penetrare, rassodare e scolpire profondamente nell’animo de’ vostri fedeli la pietà la venerazione ed il rispetto verso questa suprema Sede di Pietro, sentimenti questi, pei quali voi eminentemente vi distinguete, o Venerabili fratelli. Si rammentano i popoli fedeli che qui vive e presiede, nella persona dei suoi successori, Pietro il Principe degli Apostoli, la cui dignità non è separata dalla persona del suo indegno erede. Si sovvengano che GESÙ-CRISTO Signor Nostro ha collocato su questa Cattedra di Pietro l’inespugnabile fondamento della sua Chiesa, e che a Pietro Egli ha date le chiavi del regno de’ cieli, e che perciò Egli ha pregato, affinché la Fede di Pietro non venisse mai meno, e comandato a Pietro di confermare i suoi fratelli in questa Fede, di qualità che il Successore di Pietro, il Romano Pontefice, tenendo il primato in tutto l’universo è il vero Vicario di GESÙ-CRISTO, il Capo di tutta la Chiesa, il Padre ed il Dottore di tutti i Cristiani. – Egli è nel mantenimento di quest’unione comune dei popoli nell’ubbidienza al Pontefice Romano che dimora il mezzo più spedito e più diretto per conservarli nella professione della Cattolica verità. Infatti non è possibile ribellarsi alla Fede Cattolica senza rigettare ad un tempo l’autorità della Chiesa Romana, nella quale risiede il Magistero irreformabile della Fede, fondato dal Divin Redentore, e nella quale, per conseguenza, fu sempre conservata l’Apostolica Tradizione. Quindi nasce che gli antichi eretici ed i protestanti moderni, così divisi nel resto delle loro opinioni, sono tutti unanimi nell’attaccare l’autorità della Sede Apostolica, cui non poterono però mai in nessun tempo e con nessun artificio o macchinazione, indurre e tollerare neppur uno dei loro errori. Quindi è parimenti che gli attuali nemici di DIO e dell’umana famiglia niun mezzo tralasciano per strappare i popoli italiani dalla Nostra ubbidienza e dall’ubbidienza della Santa Sede, persuasi che, ottenuto questo troppo verrà lor fatto di ammorbare l’Italia coll’empietà delle loro dottrine e colla peste dei loro nuovi sistemi. – Quanto a questa dottrina di depravazione ed a cotesti sistemi, tutto il mondo conosce che il loro scopo primario si è di spargere nel popolo, abusando delle parole di libertà e di eguaglianza, i perniciosi trovati del comunismo e del socialismo. È cosa evidente che i capi, vuoi del comunismo, vuoi del socialismo, avvegnacchè adoperino metodi e mezzi differenti, hanno per scopo comune di tenere in continua agitazione ed avvezzare a poco a poco ad atti, anche più criminosi gli operai e gli uomini d’inferior condizione, ingannati dal loro scaltrito linguaggio e sedotti dalle promesse di una vita più felice. Essi contano di servirsi poi del loro braccio per attaccare il potere d’ogni autorità superiore, per invadere, saccheggiare, oltraggiare, dilapidare le proprietà della Chiesa dapprima, e poi di tutti gli altri particolari, per violare finalmente tutti i diritti divini ed umani, disperdere dal mondo il culto di Dio e sovvertire da capo a fondo le civili società. – In così grande pericolo per l’Italia, egli è vostro dovere, Venerabili Fratelli, di spiegare tutte le forze dello zelo pastorale per far intendere al popolo fedele che, se essi si lasciano trascinare a queste opinioni da questi perversi sistemi, ne avranno per solo frutto l’infelicità temporale e l’eterna perdizione.  – I fedeli affidati alle vostre cure siano dunque fatti avvertiti che è essenziale alla natura stessa dell’umana società, che tutti ubbidiscano all’autorità legittimamente in essa costituita, e che nulla può esser cangiato nei precetti del Signore, che in questa materia ne vengono enunciati nelle Sacre Lettere.  – Conciossiacchè è scritto: «Subiecti estote omni humanæ creaturæ propter Deum sive Regi, quasi præcellent, sive ducibus, tamquam ab eo missis ad vindictam malefactorum, laudem vero honorum; quia sic est voluntas Dei, ut benefacientes obmutescere faciatis imprudentium hominum ignorantiam: quasi liberi, et non quasi velamen habentes malitiae libertatem, sed sicut servi Dei [1 Piet. II, 13 ss.] (In nome di DIO siate soggettiad ogni umana creatura, sia al re,come sovrano, sia ai governatori, come da Lui inviato a punire i malfattori e a premiare i buoni; poiché questa è la volontà di DIO: comportandovi virtuosamente fate ammutolire l’ignoranza degli stolti; conpotandovi come uomini libri e non servendovi della libertà come un velo per coprire la malizia, ma come servitori di DIO)»; ed ancora: « Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit: non est enim potestas nisi a Deo: quæ autem sunt, a Deo ordinatæ sunt: itaque, qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit: qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt » ( Ciascuno sia sottomesso ai più alti poteri: non vi è infatti alcun potere se non da DIO; ogni potere esistente è ordinato da DIO. Pertanto chi si oppone al potere, resiste all’ordinamento di DIO. Coloro che resistono, si procurano la condanna) [Rom. XIII, 1 ss.].  – Sappiano essi ancora che, nella condizione delle cose umane, è cosa naturale ed invariabile che, anche tra coloro che non sono costituiti in autorità, gli uni sovrastino agli altri, sia per diverse qualità di spirito o di corpo, sia per ricchezze od altri beni esteriori di questa fatta: e che giammai, sotto nessun pretesto di libertà e di eguaglianza, può esser lecito invadere i beni od i diritti altrui, o violarli in un modo qualsiasi. A questo riguardo, i Comandamenti divini, che sono scritti qua e colà nei libri santi, sono chiarissimi, e ci proibiscono formalmente non pure d’impadronirci del bene altrui, ma eziandio di desiderarlo.  – I poveri, gl’infelici si ricordino soprattutto di quanto essi son debitori alla religione cattolica, la quale guarda viva ed intatta e predica altamente la dottrina di GESÙ-CRISTO, il quale ha dichiarato di riguardare come fatto a sé il bene fatto ai poveri ed ai miserabili [Matt. XVIII, 15]. Egli ha pronunziato a tutti il conto particolare che chiederà, nel giorno del giudizio, intorno alle opere di misericordia, sia per ricompensare colla vita eterna i fedeli che le avranno praticate, sia per castigare colla pena del fuoco eterno quelli che le avranno trasandate [Matt. XXV, 34 ss.]. Da questo avvertimento di CRISTO Nostro Signore, e dagl’avvisi severissimi che Egli ha dati circa l’uso delle ricchezze ed i loro pericoli, [Matt. XIX, 23; Lc. VI, 4; Gc. V, 1] avvisi conservati inviolabilmente nella Chiesa Cattolica, ne è risultato che la condizione dei poveri e dei miserabili è fatta molto più dolce presso le nazioni cattoliche, che presso tutte le altre. Ed i poveri riceverebbero nelle nostre contrade soccorsi troppo più abbondanti, se in mezzo alle recenti commozioni della cosa pubblica numerosi stabilimenti fondati dalla pietà dei nostri antenati, non fossero stati distrutti o derubati. Del rimanente, i nostri poveri non si dimentichino che dietro l’insegnamento di GESÙ-CRISTO medesimo, essi non devono punto accorarsi della lor condizione; poiché, a dir vero, nella povertà la strada della salute è fatta loro più facile, purché tuttavolta essi portino in pazienza l’indigenza loro, e siano poveri non materialmente soltanto, sì ancora di spirito. Perocché è scritto; Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum Cœlorum. [Matt. V, 3]. – Il popolo fedele tutto quanto sappia che gli antichi re delle nazioni pagane ed i capi delle loro repubbliche hanno abusato del loro potere troppo più gravemente e più spesso: e quindi riconosca che è tutto benefizio della nostra santissima religione, se i principi cristiani tementi, alla voce di questa religione, il giudizio severissimo che sarà fatto da coloro che comandano, e l’eterno supplizio destinato ai peccatori, supplizio nel quale i potenti saranno potentemente tormentati (Sap. VI, 6-7), hanno usate, riguardo ai popoli loro soggetti, un modo più clemente e più giusto di governare. – Finalmente i fedeli, confidati alle Nostre cure ed alle Vostre, riconoscano che la vera e perfetta libertà ed uguaglianza degli uomini sono state poste sotto la custodia della legge cristiana, poiché il DIO onnipotente che ha fatto il piccolo ed il grande e che ha cura eguale di tutti (Sap. VI, 8) non esimerà dal giudizio la persona di chicchessia, e non guarderà a nessuna grandezza: egli ha fissato il giorno in cui giudicherà l’universo nella sua giustizia in Gesù Cristo, suo figlio unico, il quale deve venire nella gloria del Padre cogli Angeli suoi, e renderà allora a ciascuno secondo le opere sue (Sap. VI, 8).  – Che se i fedeli, disprezzando gli avvisi paterni dei loro pastori ed i precetti della legge cristiana che abbiamo accennati, si lasciassero aggirare dai promotori delle odierne macchinazioni, e consentissero a cospirare con loro nei perversi sistemi dal socialismo e del comunismo, sappiano essi e considerino seriamente che ciò non fanno che accumularsi presso il Divin Giudice tesori di vendetta nel giorno dell’ira, e che frattanto da questa cospirazione non uscirà alcun vantaggio temporale pel popolo, sì veramente un accrescimento smisurato di miserie e di calamità. Imperocché non è dato agli uomini di poter stabilire nuove società e comunanze opposte alla condizione naturale alle cose umane; epperciò il risultamento di cotali cospirazioni, se si propagassero in Italia, sarebbe questo: Lo stato attuale della cosa pubblica sarebbe scardinato e rovesciato da cima a fondo per le lotte dei cittadini contro i cittadini, per le usurpazioni, per gli omicidi; e poi alcuni pochi arricchiti delle spoglie del gran numero afferrerebbero la somma del potere in mezzo alla comune rovina.  – Per salvar il popolo dagli agguati degli empi, per mantenerlo nelle professione della Religione Cattolica ed infiammarlo alle opere della vera virtù, l’esempio e la vita di coloro che sono consacrati al santo ministero, ha, Voi lo sapete, una grande efficacia. Ma, oh dolore! si son trovati in Italia degli ecclesiastici, in piccol numero è vero, i quali sono passati nelle file dei nemici della Chiesa, e li hanno aiutati non poco ad ingannare i fedeli. Per Voi, Venerabili Fratelli, la caduta di questi è stata un nuovo stimolo che vi ha eccitato a vegliare, con zelo sempre più attivo, al mantenimento della disciplina del Clero. E qui volendo, secondo il Nostro dovere, prendere delle misure preservatrici per l’avvenire, Noi non possiamo trattenerci dal raccomandarvi di bel nuovo un punto, sul quale abbiamo già insistito nella Nostra prima Lettera Enciclica a tutti i Vescovi dell’universo, ed è di non imporre mai leggermente le mani a chicchessia, [1 Tim. V, 22] e di apportare la più attenta sollecitudine nella scelta della milizia ecclesiastica. È necessaria una lunga ricerca, una minuta investigazione a proposito di quelli specialmente che desiderano di entrare negli ordini sacri; fa d’uopo assicurarvi che essi si raccomandano per scienza, per gravità di costumi e zelo del culto divino in siffatta guisa, da darvi certa speranza che, simili a lampade ardenti nella casa del Signore, essi potranno, colla loro condotta e colle loro opere, tornare al vostro gregge di edificazione e di utilità spirituale. – La Chiesa di Dio ritrae dai monasteri, quando questi sono ben regolati, un’immensa utilità ed una grande gloria, ed il Clero regolare fornisce a Voi stessi, nelle vostre fatiche per la salute delle anime, un soccorso prezioso. Egli è perciò che vi sollecitiamo dapprima, Venerabili Fratelli, ad assicurare, da nostra parte, le famiglie religiose di ciascuna delle vostre diocesi, che in mezzo a tanti dolori, Noi abbiamo particolarmente risentiti i mali, che molte di loro ebbero a soffrire in questi ultimi tempi, o che la coraggiosa pazienza, la costanza nell’amore della virtù e della propria Religione, di cui in gran numero di religiosi diedero l’esempio, fu per Noi sorgente di consolazioni tanto più vive, in quanto che alcuni altri furono visti, dimentichi della santità di lor professione, con grande scandalo dei buoni e con infinita amarezza del Nostro cuore e cordoglio dei loro fratelli, prevaricare vergognosamente. In secondo luogo, voi sarete solleciti di esortare, in Nostro nome, i capi di queste Famiglie religiose ed, ove fosse necessario, i superiori, che ne sono i moderatori supremi, a nulla trascurare dei doveri della loro carica, a fine di rendere sempre più rigorosa e fiorente la disciplina regolare dove questa si è conservata, ed a ristabilirla in tutta la sua forza ed integrità dove si fosse illanguidita. Questi superiori ricorderanno incessantemente, e cogli avvertimenti, e colle rimostranze, e coi rimproveri, ai religiosi delle loro case, ch’essi devono seriamente considerare con quali voti si sono a DIO legati, attendere e mantenere le promesse fatte osservare inviolabilmente le regole del loro istituto, e portando nei loro corpi la mortificazione di GESÙ, astenersi da tutto ciò che è incompatibile colla loro vocazione, dedicarsi interamente a quelle opere che alimentano e crescono la carità verso DIO ed il prossimo, e l’amore della perfetta virtù. Oltreciò, i moderatori di questi ordini invigilino attentamente perché l’ingresso in Religione non sia aperto a chicchessia se non dopo maturo e scrupoloso esame della sua vita, de’ suoi costumi e del suo carattere, e perché nessuno possa esser ammesso alla professione religiosa, se non dopo aver date, in un noviziato fatto secondo le regole, prove di vera vocazione, di maniera che si possa a buon diritto presumere che il novizio abbraccia la vita religiosa col solo intendimento di vivere unicamente a Dio, ed attendere, secondo le regole del proprio istituto, alla propria salute ed a quella dei prossimi. Su questo punto Noi vogliamo ed intendiamo che si osservi tutto ciò che è stato stabilito e prescritto, pel bene delle famiglie religiose nei decreti pubblicati il 25 gennaio dell’anno scorso dalla nostra Congregazione sullo stato dei regolari, decreti rivestiti della nostra Apostolica autorità.  – Dopo avervi così parlato del Clero regolare, Noi ci facciamo premura di raccomandare alla Vostra Fraternità l’istruzione e l’educazione dei chierici minori; che la Chiesa non può guari sperare di trovar degni ministri, se non tra coloro che fin dalla loro giovinezza e prima età, sono stati, secondo le regole prescritte, informati a questo sacro Ministero. Continuate dunque, Venerabili Fratelli, ad usare di tutti i vostri mezzi, a fare tutti i vostri sforzi, affinché i giovani, destinati alla sacra milizia, siano ricevuti, per quanto è possibile, nei seminari ecclesiastici fin dalla loro più tenera età, ed affinché, raccolti intorno al Tabernacolo del Signore, essi vigoreggino e crescano, come piantagione novella nell’innocenza della vita, nella Religione, nella modestia, nello spirito ecclesiastico, imparando nello stesso tempo da scelti maestri, la cui dottrina sia al tutto scevra da ogni pericolo, di errore, le lettere, le scienze elementari e le alte scienze, ma soprattutto le lettere e le scienze sacre.  – A quest’effetto, Voi vi rivendicherete la principale autorità, un’autorità pienamente libera sui professori delle sacre discipline e su tutte le cose che spettano alla religione o le si attengono da vicino. Vegliate acciò che in nulla e per nulla, ma specialmente in tutto che tocca alle cose di religione, non si adoperino altro che libri esenti da ogni sospetto di errore. Avvertite quelli che hanno cura di anime, di essere vigilanti cooperatori in tutto ciò che concerne le scuole dei fanciulli e della prima età. Le scuole non siano affidate se non a maestri e maestre di provata onestà, e per insegnare gli elementi della Fede ai ragazzi ed alle ragazze non si usino altri libri, fuorchè quelli approvati dalla Santa Sede. Su questo punto, Noi non possiamo dubitare che i parrochi non siano i primi a dar l’esempio, e che, sollecitati dalle vostre incessanti esortazioni, essi non si applichino ogni giorno più ad istruire i fanciulli intorno agli elementi della Dottrina Cristiana, ricordandosi che questo è uno dei più gravi doveri della carica loro commessa. Voi dovrete parimenti rammentar loro che, nelle loro istruzioni sia ai fanciulli che al popolo, eglino non devono mai perdere di vista il Catechismo Romano, pubblicato conformemente al decreto del Concilio di Trento, per ordine di San Pio V, nostro predecessore, d’immortale memoria, e raccomandato a tutti i pastori di anime da altri Sommi Pontefici, ed in ispecie da Clemente XIII, come un aiuto valevolissimo a respingere le frodi delle perverse opinioni, a propagare e stabilire solidamente la vera e sana dottrina [Enc. 14 giu. 1761. – Voi non vi meraviglierete punto, Ven. Fratelli, se Noi vi parliamo un po’ stesamente su questa materia. La vostra prudenza ha certamente riconosciuto che, in questi tempi pericolosi, Noi dobbiamo, Voi e Noi, fare i più grandi sforzi, lottare con una costanza invincibile, spiegare una vigilanza continua per tutto ciò che s’attiene alle scuole all’istruzione ed all’educazione dei fanciulli e dei giovani dell’uno e dell’altro sesso. Voi sapete che, ai giorni nostri, i nemici della religione e dell’umana società, aggirati da uno spirito veramente diabolico, si sbracciano per pervertire il cuore e l’intelligenza dei giovani fin dalla loro primissima età. Quindi è che s’appigliano ad ogni mezzo, tentano ogni più audace partito per sottrarre interamente all’autorità della Chiesa ed alla vigilanza de’ sacri pastori le scuole ed ogni stabilimento destinato all’educazione della gioventù.  – Noi abbiamo pertanto ferma speranza che i nostri dilettissimi figli in Gesù Cristo, tutti i Principi d’Italia, aiuteranno la Vostra Fraternità col loro potente patrocinio, affinché voi possiate adempiere con maggior frutto i doveri del vostro ufficio che vi abbiam rinfrescati. Non dubitiamo pure in verun modo che essi non abbiano la volontà di proteggere la Chiesa e tutti i suoi diritti, sia spirituali che temporali. Nulla è più conforme alla Religione e pietà che essi hanno ereditata dai loro maggiori, e dalla quale si mostrano animati. Non può sfuggire alla loro sapienza che la causa prima di tutti i mali, onde siam travagliati, non fu altra che il male fatto alla Religione ed alla Chiesa cattolica nei tempi anteriori, ma specialmente all’epoca in cui comparvero i protestanti. Essi veggono, per esempio, che il disprezzo crescente dell’autorità de’ sacri Pontefici, le violazioni, sempre più moltiplicate ed impunite dei Precetti divini ed ecclesiastici, hanno scemato in analoga proporzione il rispetto del popolo verso il potere civile, ed aperto agli attuali nemici della pubblica tranquillità una via più larga alle rivolte ed alle sedizioni. Essi veggono in pari modo, che lo spettacolo sovente rinnovato dei beni temporali della Chiesa invasi, divisi, venduti pubblicamente, avvegnachè a Lei appartenessero in virtù di un legittimo diritto di proprietà, e che l’indebolimento, presso i popoli, del sentimento di rispetto per la proprietà consacrata ad una destinazione religiosa, hanno avuto per effetto di rendere un gran numero d’uomini più accessibili alle audaci asserzioni del novello socialismo e del comunismo, insegnanti che si può, alla stessa guisa, porre la mano sulle altre proprietà, impadronirsene, e spartirle o trasformarle in qualunque altra maniera per uso di tutti. Essi vedono ricadere poco a poco sul potere civile gl’impacci e le pastoie già una volta moltiplicate con tanta perseveranza per impedire i pastori della Chiesa dall’usare liberamente di loro sacra autorità.  – Essi veggono finalmente che, in mezzo alle calamità che ci premono tutt’intorno, è impossibile trovare un rimedio di effetto più pronto, di efficacia maggiore che il far rifiorire e ridonare tutto l’antico splendore alla Religione ed alla Chiesa Cattolica per tutta Italia, a quella Chiesa Cattolica, la quale possiede, non si può dubitarne, i mezzi più acconci a soccorrere le diverse indigenze dell’uomo in tutte le condizioni.  – Ed in verità, per usare qui le parole di sant’Agostino: «La Chiesa Cattolica abbraccia non pure DIO stesso, ma ancora l’amore e la carità verso il prossimo in guisa che ella ha rimedii per tutte le malattie che provano le anime a cagione dei loro peccati. Essa esercita ed ammaestra i suoi figliuoli in modo appropriato alla loro età, i giovani con forza, i vecchi con tranquillità, in una parola, secondochè esige l’età non solamente del corpo, ma eziandio della loro anima. Essa assoggetta la donna al marito, non per appagare il libertinaggio, sì veramente per propagare la specie umana e conservare la dimestica società. Essa fa il marito superiore alla moglie, non già perché egli si faccia giuoco del sesso più debole, ma perché entrambi ubbidiscano alla legge di un sincero amore. Essa assuddita i figli ai loro genitori in una specie di libere servitù, e l’autorità onde investe i parenti è una cotal foggia d’amorevole dominazione. Essa raggiunge i fratelli ai fratelli con un vincolo di religione più forte, più stretto di quello del sangue. Essa stringe e rafferma tutti i legami di parentela e di alleanza per una vicendevole carità, la quale rispetta nodi della natura e quelli formati dalle diverse volontà. Essa insegna ai servitori a star soggetti ai loro padroni, non tanto per la necessità di lor condizione, quanto per l’attrattiva del dovere; essa rende i padroni miti e dolci verso i loro servi col pensiero del comune signore, il sommo Iddio, e far loro preferire le vie della persuasione a quella del costringimento. Essa lega i cittadini ai cittadini, le nazioni alle nazioni, e tutti gli uomini tra di loro, non solamente col vincolo sociale, ma ancora con una specie di fratellanza, frutto della memoria dei nostri primi parenti. Essa addottrina i re ad aver sempre di mira il bene dei loro popoli, ed ammonisce i popoli a sottomettersi ai loro re. Essa fa conoscere a tutti con una sollecitudine instancabile a chi sia dovuto l’onore, a chi l’affezione, a chi il rispetto, a chi il timore, a chi la consolazione, a chi l’avvertimento, a chi l’esortazione, a chi la disciplina, a chi il rimprovero, a chi il supplizio, mostrando come tutte le cose non son dovute a tutti, ma che a tutti è dovuta la carità, a nessuno l’ingiustizia [S. August.: De moribus Cath. Eccl. Lib. 1].  – Egli è dunque Nostro dovere e Vostro, Venerabili Fratelli, di non indietreggiare dinanzi a nessuna fatica, di affrontare tutte le difficoltà, di porre in opera tutta la forza del Nostro zelo pastorale per proteggere, presso i popoli italiani, il culto della Cattolica Religione, non solamente coll’opporci energicamente agli sforzi degl’empi che congiurano a divellere l’Italia stessa dal seno della Chiesa, ma ancora lavorando potentemente per ricondurre nelle vie della salute quei figli degenerati d’Italia, che già ebbero la debolezza di lasciarsi sedurre. – Ma ogni bene eccellente ed ogni dono perfetto viene dall’alto; accostiamoci adunque con fiducia al trono della grazia, Ven. Fratelli, non cessiamo dal supplicare e scongiurare con preghiere pubbliche e particolari il Padre celeste dei lumi e delle misericordie, affinché pei meriti del suo Figliuolo unico GESÙ-CRISTO, rivolgendo il suo sguardo dai nostri peccati, illumini, nella sua clemenza, tutti gli spiriti e tutti i cuori colla virtù della sua grazia, e domando le ribelli volontà, glorifichi la sua Chiesa con nuove vittorie e nuovi trionfi; così che in tutta l’Italia e per tutta la terra, il popolo che lo serve, cresca in numero ed in merito. – Invochiamo altresì la Santissima Madre di Dio, Maria Vergine Immacolata, la quale, col suo onnipossente patrocinio presso Dio, ottenendo tutto ciò che domanda, non può domandar invano. Invochiamo con Lei, Pietro Principe degli Apostoli, Paolo suo fratello nell’apostolato, e tutti i santi del Cielo, affinché il clementissimo IDDIO, placato dalle loro preghiere, volga dai popoli fedeli i flagelli della sua collera, e conceda, nella sua bontà a tutti quelli che portano il nome di cristiani, di potere colla sua grazia e rigettare tutto ciò che è contrario alla santità di questo nome, e praticare tutto ciò che le è conforme. – In fine, Venerabili Fratelli, ricevete in pegno del nostro vivo amore per Voi, l’Apostolica benedizione, che dal fondo del Nostro cuore affettuosamente vi compartiamo, a Voi ed al Clero ed ai Fedeli laici commessi alla vostra vigilanza.

Datum Neapoli in Suburaano Portici, die viii decembris anni MDCCCXLIX Pontificatus Nostri ann. iv.

PIUS PP. IX.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI E APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO VI – CHARITAS QUÆ

“…. nessuno infatti può far parte della Chiesa di Cristo, se non si mantiene unito al suo Capo visibile, e stretto alla Cattedra di Pietro.” Questa è la conclusione perentoria di questa lettera enciclica scritta in occasione dei tragici eventi francesi postrivoluzionari, con l’obiettivo deciso di sanzionare qualsiasi indebita consacrazione vescovile attuata senza l’autorizzazione della Sede Apostolica, senza mandato, priva quindi di qualsiasi forma di giurisdizione, missione canonica, illegittima, scismatica e sacrilega. Questa stessa condizione, anche se in momenti storici ben diversi, si è ripresentata in tempi più recenti nei quali pastori superbi ed indegni, si sono arrogati il potere di consacrare [ … o meglio non-consacrare] fantocci impennacchiati senza mandato Apostolico e adducendo ridicoli stati di necessità, ampiamente condannati da Pontefici di ogni tempo, ultimo S. S. Pio XII. Questi ridicoli pseudo-prelati, che hanno a loro volta creato illegittimi e scismatici finti-preti, passano addirittura per tradizionalisti Cattolici, onde carpire la buona fede di ignari e male informati fanta-fedeli illusi da una messa tridentina aleatoria, sacrilega ed invalida. In particolare sono i “figliocci” e derivati del “cavaliere kadosh” Lienart 30 :. , agente massonico della “ganascia” destra della tenaglia trita-Cristiani ideata dai nemici di Dio, di Cristo e di tutti gli uomini, per distruggere la Chiesa Cattolica … si fieri potest!, in combutta con la ganascia sinistra del satanico “novus ordo” degli antipapi delle logge del sacro (un tempo) colle. Questi pseudo-vescovi in particolare, non hanno sede diocesana, e sono totalmente abusivi e senza alcuna autorità canonica e spirituale, dispensatori di finti e funesti sacramenti oltremodo invalidi, e maledicenti. Oggi poi la situazione è totalmente confusa, essendo i kadoshiano-derivati, scismatici dagli scismatici novusordisti … un tragico pasticcio che, se non fosse così deleterio e mortale per il destino di milioni di anime, sarebbe tutto da ridere e sbeffeggiare. Che dire? … veramente la Chiesa Cattolica è in eclissi totale, anzi oramai nel sepolcro; però ricordiamoci come il suo Fondatore dal sepolcro sia uscito glorioso e vincente sul suo nemico capitale! Questa sarà la sorte della Chiesa di Cristo: quando sembrerà morta e nel sepolcro, ribalterà la pietra tombale dalla quale è stata rinchiusa da apostati e da servi del demonio, e trionfante occuperà nuovamente con onore e splendore gli edifici e gli uffici con violenza usurpati. Su questo non dubitiamo affatto, perché il Signore Nostro Gesù Cristo ce lo ha solennemente promesso, e … il suo Apostolo lo ricordava ai fedeli di Tessalonica. – Leggiamo quindi l’enciclica che condanna i lupi di ogni tempo che, sotto l’aspetto di agnelli, penetrano nell’ovile di Cristo per fare stragi di anime, lupi che al fine subiranno la sorte del loro padre lucifero “… verumtamen ad infernum detraheris in profundum laci” [Isa. XIV, 15].

 Charitas quae, docente Paulo apostolo, patiens et benigna est

S. S. PIO VI

LITT. Apostol. In forma brevis

“CHARITAS QUÆ”

 “SULLA CONDANNA DEL GIURAMENTO CIVILE DEI CHIERICI DOPO LA RIVOLUZIONE FRANCESE, E LA RIPROVAZIONE DI ALCUNE ELEZIONI E CONSACRAZIONE DI PSEUDO-VESCOVI.

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE

PIO PP. VI

SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE.

La carità, che – come insegna l’apostolo Paolo – è paziente e benigna, tollera e sopporta tutto, fintanto che rimane la speranza che per mezzo della mansuetudine ci si possa opporre agli errori che ormai hanno cominciato a farsi strada. Tuttavia, se gli errori crescono di giorno in giorno, a tal punto da far precipitare nello scisma, allora le stesse leggi della carità, strettamente congiunte agl’impegni apostolici, che indegnamente svolgiamo, richiedono ed impongono che sia approntata una medicina paterna, ma pronta ed altrettanto efficace contro la malattia incipiente, dopo aver mostrato a coloro che sbagliano l’orrore della colpa e la gravità delle pene canoniche nelle quali sono incorsi. In tal modo, coloro che si sono allontanati dalla via della verità possono riaversi e, abiurati gli errori, potranno rientrare nella Chiesa che, come madre affettuosa, accoglierà a braccia aperte il loro ritorno; e gli altri fedeli eviteranno opportunamente gl’inganni degli pseudo-pastori, i quali (entrati nell’ovile in tutti i modi, ma non per la porta) non chiedono altro se non di rubare, uccidere, distruggere. Avendo davanti agli occhi questi precetti divini, a malapena abbiamo udito il rumore della guerra alla quale aizzavano contro la Religione Cattolica i filosofi innovatori riuniti nell’Assemblea Nazionale di Francia, della quale costituivano la maggior parte; piangemmo amaramente davanti a Dio e dopo aver partecipato ai Venerabili Nostri Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa l’ansietà del Nostro animo, abbiamo indetto preghiere pubbliche e private. In seguito, con lettera del 9 luglio 1790 al Nostro carissimo figlio in Cristo Ludovico, re cristianissimo, lo abbiamo reiteratamente esortato a non sanzionare la “Costituzione Civile del Clero” che avrebbe portato la Nazione verso l’errore e il Regno verso lo scisma. Non poteva in nessun modo avvenire che un’assemblea politica di persone cambiasse l’universale disciplina della Chiesa, conculcasse le sentenze dei Santi Padri e i decreti dei Concili, sovvertisse l’ordine gerarchico, regolasse a suo capriccio l’elezione dei Vescovi, distruggesse le sedi episcopali e, eliminata la migliore organizzazione, ne introducesse nella Chiesa una peggiore. Affinché le Nostre esortazioni penetrassero più a fondo nell’animo del Re cristianissimo, scrivemmo al-tre due lettere in forma di Breve, il giorno 10 dello stesso mese, ai Venerabili fratelli arcivescovi di Bordeaux e di Vienne, che erano al fianco del re, e paternamente li ammonimmo perché unissero il loro intervento ai Nostri; si doveva scongiurare che, se l’autorità regia avesse accettato la predetta “Costituzione”, il Regno stesso diventasse scismatico, e scismatici i vescovi che fossero creati secondo la forma fissata dai Decreti; nel qual caso Noi saremmo obbligati a bollarli come intrusi, totalmente privi di giurisdizione ecclesiastica. Perché non si potesse minimamente dubitare che le Nostre ansiose sollecitudini fossero motivate soltanto da preoccupazioni religiose e per chiudere la bocca ai nemici di questa Sede Apostolica, decretammo che fosse sospesa in Francia l’esazione delle tasse, dovute ai Nostri uffici dalle precedenti Convenzioni e dalla ininterrotta consuetudine. Il Re cristianissimo si sarebbe certamente astenuto dal confermare la Costituzione, ma l’incalzante, impellente comportamento dell’Assemblea nazionale lo indusse a subire e a sottoscrivere la Costituzione, come dimostrano le lettere che Ci ha inviato il 28 luglio, il 6 settembre ed il 16 dicembre; in esse chiedeva che Noi approvassimo, almeno per precauzione, prima cinque e poi sette articoli, i quali, poco dissimili l’uno dall’altro, costituivano quasi un sunto della nuova Costituzione. Ben presto ci rendemmo conto che nessuno di quegli articoli poteva essere da Noi approvato o tollera-to, in quanto contrario alle regole canoniche. Non volendo tuttavia che da ciò i nemici cogliessero l’occasione di ingannare il popolo, come se Noi fossimo contrari a qualunque forma di conciliazione, e volendo continuare sulla stessa strada di mansuetudine, annunciammo al Re, con lettera del 17 agosto a lui stesso indirizzata, che gli articoli sarebbero stati da Noi attentamente soppesati e che i Cardinali di Santa Romana Chiesa sarebbero stati chiamati a consiglio e, riuniti, avrebbero esattamente ponderato. Essi dunque si riunirono due volte, il 24 settembre ed il 16 dicembre, per esaminare i primi ed i secondi articoli; svolto un diligentissimo esame, ritennero all’unanimità che sugli articoli in questione si dovesse sentire il parere dei Vescovi francesi, perché indicassero essi stessi, se era possibile, qualche fondamento canonico che da lontano non si riusciva ad individuare, come già Noi avevamo scritto in precedenza con altra Nostra lettera al Re cristianissimo. Una non lieve consolazione al dolore che fortemente Ci affliggeva derivò dal fatto che la maggior parte dei Vescovi francesi, spontaneamente spinta dai doveri dell’impegno pastorale e mossa dall’amore per la verità, si mostrava costantemente contraria a questa Costituzione e la combatteva in tutti i modi che sono propri del regime della Chiesa. Questa Nostra consolazione fu ulteriormente aumentata allorché il Nostro diletto figlio il Cardinale Rochefoucauld e i Venerabili Fratelli l’Arcivescovo di Aix ed altri Arcivescovi e Vescovi in numero di trenta, per prevenire tanti e tanto grandi mali, si rivolsero a Noi; con lettera del 10 ottobre mandarono una “Esposizione sopra i principi della Costituzione del Clero”, firmata da ognuno col proprio nome, chiedendo il Nostro consiglio ed il Nostro aiuto; implorarono da Noi, come da un comune Maestro e Genitore, la corretta norma di comportamento, alla quale affidarsi con tranquillità. Ciò che soprattutto accrebbe la Nostra consolazione fu che molti altri Vescovi si unirono ai primi, sottoscrivendo la predetta “Esposizione”, di modo che dei 131 Vescovi di codesto Regno soltanto quattro si mantennero di diverso avviso; ed insieme a questo così grande numero di Vescovi anche la moltitudine dei Capitoli e la maggior parte dei Parroci e dei Pastori di second’ordine conveniva che questa “Esposizione”, fatta propria col consenso degli animi, dovesse far parte della Dottrina di tutta la Chiesa Francese. Noi stessi, senza frapporre indugio, mettemmo mano all’opera e sottoponemmo ad esame tutti gli articoli di detta Costituzione. Ma l’Assemblea Nazionale Francese, nonostante udisse la voce concorde di codesta Chiesa, non pensò minimamente di desistere dalla propria impresa, anzi fu maggiormente irritata dalla coerenza dei Vescovi. Rendendosi perfettamente conto che fra i Metropolitani e fra i Vescovi più anziani non se ne sarebbe trovato nessuno disponibile a legittimare i nuovi Vescovi, eletti nei Distretti municipali col voto dei laici, degli eretici, degli infedeli e degli ebrei, secondo quanto disponevano i nuovi Decreti; consapevole inoltre che questa assurda forma di regime non avrebbe potuto sussistere da nessuna parte, dal momento che senza Vescovi scompare qualunque forma di Chiesa, l’Assemblea pensò di pubblicare altri Decreti ancora più assurdi; cosa che fece il 15 e il 27 novembre e poi ancora il 3, 4 e 26 gennaio 1791. Con questi ulteriori Decreti, ai quali aggiunse forza l’autorità regia, venne stabilito che – qualora il Metropolitano oppure il Vescovo più vecchio si fosse rifiutato di consacrare i nuovi eletti – qualunque Vescovo di un altro Distretto avrebbe potuto farlo. Inoltre, per far sì che con un’unica azione ed in un solo momento venissero tolti di mezzo tutti i Vescovi onesti e tutti i Parroci animati dalla Religione Cattolica, fu disposto anche che tutti i Pastori, sia del primo sia del secondo ordine, giurassero tutti, senza alcuna aggiunta, di osservare la Costituzione: sia quella già promulgata, sia le norme che fossero approvate in seguito. Coloro che si fossero rifiutati di prestare giuramento, sarebbero addirittura stati rimossi dal loro grado e le loro sedi e le loro parrocchie considerate vacanti del pastore. Espulsi dunque, anche con la violenza, i legittimi Pastori e Ministri, sarebbe stato lecito procedere all’elezione di nuovi Vescovi e Parroci nei Distretti municipali; messi in disparte i Metropolitani ed i Vescovi più vecchi, che non si fossero piegati al giuramento, questi eletti avrebbero dovuto presentarsi al Direttorio (cui competerebbe la designazione di qualunque Vescovo) per essere confermati ed istituiti. Decreti di questo tenore, successivamente pubblicati, gravarono il Nostro animo di un dolore smisurato ed aumentarono la Nostra pena, perché Ci toccò occuparci anche di questi temi nella risposta ai Vescovi

che stavamo preparando. I decreti Ci sollecitarono di nuovo ad indire pubbliche preghiere e ad implorare il Padre di ogni misericordia. Essi furono anche la causa per cui i Vescovi francesi, che già con egregie, meditate pubblicazioni si erano opposti alla Costituzione del Clero, diedero alle stampe nuove Lettere Pastorali al popolo, e si diedero da fare con il massimo impegno a contrastare le disposizioni relative alla deposizione dei Vescovi, alle vacanze delle sedi episcopali, alle elezioni e ratifiche dei nuovi Pastori. Da ciò è derivato che – per espresso accordo di tutta la Chiesa francese – i giuramenti civici vennero considerati come spergiuri e sacrileghi, totalmente indegni non solo degli ecclesiastici ma di qualunque persona cattolica; tutti gli atti conseguenti, considerati scismatici, furono tenuti in nessuna considerazione e fatti oggetto delle più gravi censure. A queste lodevolissime dichiarazioni del clero francese corrisposero anche i fatti; quasi tutti i Vescovi, infatti, e la maggior parte dei Parroci si rifiutarono, con invitta coerenza, di prestare il giuramento. Allora i nemici della Religione si resero conto che tutti i loro malvagi disegni sarebbero andati a vuoto se non fossero riusciti a guadagnarsi l’animo di qualche Vescovo, debole o mosso dall’ambizione; qualcuno che prestasse il giuramento di proteggere la Costituzione e muovesse le sacrileghe mani alle Consa-crazioni, affinché niente più mancasse per introdurre lo scisma. Fra quelli abbattuti dall’altrui malizia il primo fu Carlo, Vescovo di Autun, difensore acerrimo della Costituzione; il secondo fu Giovanni Giuseppe, Vescovo di Lidda; il terzo Ludovico, Vescovo d’Orléans; il quarto Carlo, Vescovo di Viviers; il quinto il Cardinale di Loménie ed Arcivescovo di Sens e pochissimi, infelicissimi Pastori di se-cond’ordine. Per quanto attiene al Cardinale di Loménie, con lettera indirizzata a Noi il 25 novembre scorso, tentando di giustificare il giuramento che aveva prestato, affermava che non doveva essere considerato come un “consenso dell’animo” e che comunque egli si trovava profondamente dubbioso se rifiutarsi di imporre le mani agli eletti (come fino a quel momento aveva evitato di fare) oppure no. Poiché il problema più importante era che nessuno dei vescovi consacrasse gli eletti (cosa che avrebbe rafforzato la via dello scisma), Ci parve opportuno sospendere la Nostra risposta ai Vescovi, che era quasi conclusa, e senza indugio riscrivere, il 23 febbraio, al Cardinale, dimostrandogli sia il suo errore di valutazione nel prestare giuramento, sia anche quali pene sono previste dai Canoni; pene alle quali, non senza dolore nell’animo Nostro, avremmo dovuto sottoporlo, privandolo anche della dignità cardinalizia, se non avesse riparato la pubblica offesa con una tempestiva ed adeguata ritrattazione. Per quanto poi atteneva al dubbio se consacrare o no gli pseudo-eletti, gli ordinammo formalmente di non procedere oltre nell’istituire nuovi Vescovi, neppure per stato di necessità, per non aggiungere nuovi interlocutori ostili alla Chiesa. Si tratta infatti di un diritto che spetta unicamente alla Sede Apostolica, sulla base di quanto fissato dalle norme del Concilio di Trento, e che nessuno dei Vescovi o dei Metropoliti può arrogarsi; in caso contrario, Noi siamo obbligati dal nostro dovere apostolico a considerare scismatici tanto coloro che consacrano quanto coloro che sono consacrati, e di nessun valore tutti gli atti che sia gli uni sia gli altri andranno producendo. Esaurite queste incombenze, che C’imponeva la natura del Nostro supremo compito pastorale, fu opportuno per Noi rimettere mano alla risposta, che già era costata grande impegno e lunga fatica, per le molteplici novità che si erano accumulate. Con l’aiuto di Dio la completammo, affinché una volta esaminati tutti gli articoli, chiunque avesse ben chiaro che la nuova Costituzione – sulla base del Nostro giudizio e di quello della Sede apostolica, che i Vescovi francesi Ci avevano richiesto e che i Cattolici francesi desideravano grandemente – nasceva da principi contaminati dall’eresia, e perciò in parecchi decreti era eretica a propria volta e contraria al dogma cattolico; in altri invece sacrilega, scismatica, distruttiva dei diritti del Primato e della Chiesa, contraria sia alla vecchia sia alla nuova disciplina; in definitiva, strutturata e diffusa senz’altro scopo che abolire la Religione Cattolica. Ogni libertà di professarla viene infatti negata, i legittimi Pastori vengono rimossi, i beni occupati; invece, gli uomini di altre sette vengono pacificamente lasciati nella loro libertà e nel possesso dei loro beni. Nonostante avessimo dimostrato con chiarezza tutto ciò, e tuttavia non volendo abbandonare la strada della mansuetudine, dichiarammo che fino a quel momento ci eravamo astenuti dal considerare separati dalla Chiesa Cattolica gli autori della malefica Costituzione civile del clero; ma contemporaneamente dovemmo ripetere che (come la Santa Sede ha sempre usato fare in casi di questo genere) saremmo purtroppo costretti a  dichiarare scismatici tutti coloro che non si allontanassero dagli errori che Noi abbiamo illustrati, sia che si tratti degli autori di questa Costituzione, sia di persone che vi abbiano aderito con giuramento; che siano stati nominati nuovi pastori o che abbiano consacrato gli eletti, o che dagli eletti siano stati consacrati. Tutti costoro infatti, chiunque fossero, sarebbero privi della legittima missione e della comunione con la Chiesa. Poiché – fatti salvi il dogma e la disciplina universale della Chiesa – il Nostro animo è disposto a favorire, fin dove è lecito, l’illustre nazione francese, seguendo il consiglio dei Cardinali convocati per questo motivo e ripetendo ciò che già avevamo scritto personalmente al Re cristianissimo, esortammo i Vescovi, sotto i cui occhi le cose si svolgevano, a prospettarci qualche altro tipo d’intervento – se fosse possibile trovarlo – non in contrasto con il dogma cattolico e con la disciplina universale, da sottoporre al Nostro esame ed alla Nostra decisione. Questi sentimenti del Nostro animo vennero da Noi esposti an-che al Nostro carissimo figlio in Cristo, il Re cristianissimo, al quale mandammo copia della Nostra ri-sposta ai Vescovi; inoltre lo esortammo nel Signore a preparare, con l’aiuto dei Vescovi più saggi, una medicina più adatta al male che era derivato anche dall’autorità regia e lo assicurammo che contro coloro che si fossero mantenuti pervicacemente nell’errore Noi avremmo eseguito (come deriva dall’obbligo pastorale) ciò che, posti nella stessa condizione, anche i Nostri Predecessori disposero. Entrambe le Nostre lettere, quella al Re e quella ai Vescovi, furono spedite il 10 marzo con un corriere speciale, che partì il giorno successivo. Di nuovo, il giorno 15 dello stesso mese, con l’arrivo del corriere ordinario proveniente dalla Francia, da ogni parte Ci venne riferito che il 24 febbraio a Parigi si era raggiunto il culmine dello scisma. In quel giorno infatti il Vescovo d’Autun (già colpevole di spergiuro e reo di defezione per aver abbandonato la Chiesa di propria volontà e davanti ai Laici) con un comportamento ben dissimile da quello del suo Capitolo, meritevole invece d’ogni elogio, si unì ai Vescovi di Babilonia e di Lidda. Il primo di questi, che era stato da Noi insignito del pallio e gratificato anche di sussidi, si dimostrò degno successore di un altro Vescovo di Babilonia, quel Domenico Varlet ben noto per lo scisma della Chiesa di Utrecht; il secondo, già colpevole di spergiuro, era già incorso nell’odio e nella disistima dei buoni allorché s’era mostrato dissidente dalla retta dottrina del Vescovo e del Capi-tolo della Chiesa di Basilea, della quale egli è suffraganeo. In quel giorno, dunque, il Vescovo d’Autun, con l’aiuto di questi due vescovi, senza farne parola all’Ordinario, nella chiesa dei Preti dell’Oratorio osò imporre le sacrileghe mani a Luigi Alessandro Expilly e a Claudio Eustachio Francesco Marolles, senza averne ricevuto alcun mandato dalla Sede apostolica, senza richiedere il giuramento dell’obbedienza dovuta al Pontefice; tralasciando inoltre l’esame e la confessione di fede prescritta dal Pontificale Romano (formalità che devono essere osservate in tutte le chiese del mondo) e trascurando, violando, disprezzando anche tutte le altre norme. Tutto ciò, sebbene non potesse ignorare che il primo dei due era stato eletto illegittimamente Vescovo di Cornovaglia, nonostante le gravi e ripetute contestazioni di quel Capitolo, e che l’altro ancor meno legittimamente era stato nominato Vescovo di Soissons, della diocesi che ha invece come proprio pastore vivo e vegeto il reverendo fratello Enrico Giuseppe Claudio de Bourdeilles. Questi ritenne suo preciso dovere opporsi con veemenza a tanto grande profanazione e difendere con impegno la sua diocesi, come testimonia la sua sollecita lettera al popolo datata 25 febbraio. Contemporaneamente Ci venne riferito che il vescovo di Lidda aveva aggiunto al vecchio anche un nuovo crimine. Il giorno 27 dello stesso mese di febbraio, in compagnia dei nuovi pseudo-Vescovi Expilly e Marolles, nella stessa chiesa aveva osato consacrare in maniera sacrilega il parroco Saurine come Vescovo di Aix, quantunque anche questa Chiesa gioisca lieta dell’ottimo suo Pastore, il reverendo fratello Carlo Augusto Lequien. Forse da ciò è derivato che lo stesso vescovo di Lidda, Giovanni Giuseppe Gobel, pur essendone tuttora vivo l’Arcivescovo, fu nominato capo della chiesa di Parigi, sull’esempio di Ischira, che, a compenso del crimine commesso e dell’ossequio tributato nell’accusare e nel cacciare dalla sua sede Sant’Atanasio, nel Conciliabolo di Tiro fu proclamato Vescovo di quella città. Notizie così dolorose e tristi riempirono il Nostro animo di dolore e tristezza incredibili. Confortati tuttavia dalla speranza in Dio, il giorno 17 di marzo ordinammo che fosse di nuovo convocata la Congregazione dei Cardinali, affinché Ci esprimesse il proprio parere su una situazione di tale gravità, come  già aveva fatto altre volte. Mentre Ci preoccupavamo di dar corso alla delibera assunta con il consiglio dei Cardinali, il giorno 21 dello stesso mese un altro corriere giunto da codesto Regno riferisce che il Vescovo di Lidda, divenuto ancora più perfido, insieme agli pseudo-Vescovi Expilly e Saurine, il giorno 6 dello stesso mese, nella stessa chiesa, con le stesse sacrileghe mani aveva consacrato Vescovo di Beauvais il parroco Massieu, deputato dell’Assemblea francese; un altro deputato, il parroco Lindet, Vescovo di Eureux; il parroco Laurent, anch’egli deputato, Vescovo di Moutiers; il parroco Heraudin Vescovo di Châteauroux. Egli osò far questo nonostante le due prime diocesi abbiano tuttora i loro pastori legittimi e le altre due chiese non siano state ancora erette dall’autorità Apostolica in sedi vescovili. Quale giudizio si debba dare di coloro che accettano di essere eletti e consacrati in Chiese regolarmente rette ed amministrate dai loro Vescovi, lo spiegò egregiamente, molti anni prima di Noi, San Leone. Scrivendo infatti a Giuliano, Vescovo di Coo, contro un certo Teodosio che aveva occupato la sede del Vescovo Giovenale, ancora vivente, al cap. IV sostenne: “Che uomo sia colui che s’introduce nella sede di un Vescovo vivente si desume con chiarezza dallo stesso gesto; né c’è da dubitare che sia un malvagio colui che è amato dai nemici della fede”. Con quanta ragione la Chiesa si sia sempre tenuta lontana da coloro che vengono eletti dalla turba e dalla confusione dei laici (mentre eletti ed elettori si dimostrano affetti da una stessa malattia: quella delle false opinioni) Ce lo dimostrò, anche troppo, una lettera pastorale a Noi indirizzata – giunta per il tramite dello stesso corriere – che lo pseudo-Vescovo Expilly aveva fatto pubblicare il 25 febbraio per ingannare gl’inesperti e senz’altro disegno, certamente, che stracciare l’inconsutile veste di Cristo. Costui, dunque, dopo aver ricordato il giuramento – ovverossia lo spergiuro – al quale s’è vincolato, espone tutti i fondamenti della Costituzione francese, che riporta quasi parola per parola, e – condividendo le posizioni dell’Assemblea – ne consiglia l’approvazione; sostiene che una Costituzione come quella non offende assolutamente il dogma, ma soltanto introduce una forma migliore di disciplina, riportandola alla purezza dei primi secoli, soprattutto in quella parte nella quale, allontanato il clero, le elezioni vengono restituite al popolo e le istituzioni e le consacrazioni ai Metropolitani, grazie ai primi Decreti dell’Assemblea francese, i soli che egli cita. Per ingannare meglio gl’inesperti, egli ricorda una lettera che Ci scrisse il 18 novembre 1790, come se fosse stato in accordo con la Sede Apostolica. In seguito, ri-volgendosi direttamente ai singoli Ordini della Diocesi, li esorta tutti ad accoglierlo come legittimo Pastore e ad accettare spontaneamente la Costituzione. Ah, l’infelice! Tralasciando Noi volutamente quei temi che attengono al governo civile, tuttavia, con quale mai coraggio egli intende difendere, sul piano religioso, una Costituzione che quasi tutti i Vescovi della Chiesa francese e molti altri uomini di Chiesa hanno riprovata e rigettata, considerandola contraria al dogma e difforme dalla disciplina consueta, in particolare per le elezioni e le consacrazioni dei Vescovi? Questa verità, che salta agli occhi, neppure lui avrebbe potuto dissimulare o celare se non avesse passato consapevolmente sotto silenzio i decreti più assurdi che ultimamente erano stati approvati dall’Assemblea francese. Decreti che, oltre le altre iniquità, sono arrivati al punto di attribuire il diritto di nomina e di conferma di ogni Vescovo all’arbitrio e alla volontà del Direttorio. Codesto infelice, che già tanto è avanzato sulla via della perdizione, si legga dunque la Nostra risposta ai Vescovi della Gallia, nella quale abbiamo confutato ed abbattuto in anticipo tutti i mostruosi errori della sua lettera, e capirà quanto chiaramente risplenda nei singoli articoli la verità che egli odia. Sappia intanto di essersi già condannato da solo. Se infatti è vero (come prevede l’antica disciplina sulla base del Canone del Concilio di Nicea, cui egli fa riferimento) che ogni eletto, per ottenere il riconoscimento legittimo del titolo, dev’essere confermato dal suo Metropolita e che il diritto dei Metropoliti deriva dal diritto della Sede Apostolica, come potrà accadere che Expilly si ritenga insediato legittimamente sulla base dei Canoni, dal momento che alla sua consacrazione hanno avuto parte altri Vescovi ma non l’Arcivescovo di Tours, di cui la Chiesa di Kimpercotin è suffraganea? Poiché questi Vescovi appartengono ad altre province, se poterono, con ardire sacrilego, conferirgli l’Ordine, non poterono tuttavia attribuirgli la giurisdizione, della quale essi sono completamente privi, come prevede la disciplina di tutte le epoche. Questa potestà di conferire la giurisdizione, sulla base della nuova disciplina, introdotta già da molti secoli e confermata dai Concilii generali e dagli stessi Concordati, non riguarda assolutamente i Metropoliti e – come se fosse ritornata da dove proveniva – risiede unicamente presso la Sede  Apostolica; perciò oggi “il Pontefice Romano per obbligo del suo ufficio dà a ciascuna Chiesa i suoi Pastori”, per dirla con lo stesso Concilio di Trento (Sessione XXIV, cap. 1 De ref.), e di conseguenza in tutta la Chiesa Cattolica nessuna consacrazione può considerarsi legittima se non conferita dalla Sede Apostolica. Non è assolutamente vero che la lettera che egli Ci ha inviato lo favorisca; anzi! Lo rende maggiormente colpevole e non può sfuggire alla taccia di scismatico. Infatti, pur simulando un’apparenza di comunione con Noi, la lettera non fa parola della conferma che da Noi deve ricevere, e semplicemente Ci riferisce della sua elezione, per quanto illegittima, come dispongono i Decreti francesi. Per questo, Noi, seguendo l’esempio dei Nostri Predecessori, giudicammo di non dovergli rispondere, ma ordinammo che fosse seriamente ammonito a non procedere oltre; speravamo che avrebbe obbedito. Egli era già stato ammonito, di propria iniziativa, dal Vescovo di Rennes, che gli negò l’istituzione e la conferma che egli insistentemente richiedeva. Perciò, anziché accoglierlo come Pastore, il popolo deve respingerlo con orrore come un invasore. Invasore, diciamo, perché rifiutò di professare quella verità che pure doveva conoscere; perché cominciò ad abusare dell’ufficio di Pastore, da lui carpito; perché divenne addirittura talmente arrogante che alla fine della lettera pastorale osò persino dispensare dal vincolo del precetto ecclesiastico quaresimale. Perciò “egli si è fatto imitatore del Diavolo e non è stato coerente nella verità, mal utilizzando l’apparenza di una carica e di un nome usurpati”, come disse di un invasore analogo San Leone Magno scrivendo ad alcuni Vescovi dell’Egitto. Vedendo Noi pertanto che con questa molteplice serie di eccessi lo scisma si diffonde e si moltiplica nel Regno francese, così benemerito della Religione e a Noi così caro; vedendo inoltre che per queste stesse ragioni di giorno in giorno in ogni luogo vengono eletti nuovi Pastori, sia del primo sia del secondo ordine, e che i legittimi Ministri sono rimossi e cacciati ed al loro posto vengono insediati lupi rapaci, non possiamo non esser mossi a pietà da una vicenda così lacrimevole. Per porre il più pronto riparo allo scisma che progredisce; per riportare al loro dovere coloro che hanno sbagliato e per rinsaldare nelle loro convinzioni i buoni; per conservare fiorente la Religione in codesto regno; aderendo Noi ai consigli dei Nostri Venerabili Fratelli i Cardinali di Santa Romana Chiesa ed assecondando i desideri di tutto l’Ordine episcopale della Chiesa francese, seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, con la potestà Apostolica che esercitiamo, con la presente in primo luogo intimiamo: Chiunque – Cardinali di Santa Romana Chiesa, Arcivescovi, Vescovi, Abati, Vicari, Canonici, Parroci, Presbiteri, tutti coloro che partecipano alla milizia ecclesiastica, secolari o regolari – abbia prestato puramente e semplicemente, come prescritto dall’Assemblea nazionale, il “giuramento civico”, fonte avvelenata di tutti gli errori e causa principale di tristezza per la Chiesa cattolica francese, se entro quaranta giorni a contare da oggi non avrà ritrattato tale giuramento sarà sospeso dall’esercizio di qualunque ordine, e sarà colpevole di irregolarità se lo eserciterà. Inoltre dichiariamo specificamente che le elezioni dei predetti Expilly, Marolles, Saurine, Massieu, Lindet, Laurent, Heraudin e Gobel a Vescovi di Kimpercotin, Soissons, Aix, Beauvais, Eureux, Moutiers, Châteauroux e Paris sono state illegittime e sacrileghe e perciò sono state e sono da ritenersi nulle e come tali le annulliamo, cancelliamo ed abroghiamo, insieme con la nuova istituzione dei cosiddetti Vescovadi di Moutiers e Châteauroux e di altri. Dichiariamo e precisiamo inoltre che le consacrazioni fatte da costoro sono state indegne e completamente illegittime, sacrileghe e contrarie alle norme dei Sacri Canoni; pertanto coloro che sono stati eletti così temerariamente e senza alcun diritto sono privi di ogni giurisdizione ecclesiastica e spirituale sul governo delle anime, ed essendo consacrati illecitamente sono sospesi da ogni esercizio dell’ordine epi-scopale. Parimenti dichiariamo sospesi da ogni esercizio dell’ordine episcopale Carlo, Vescovo di Autun, Giovanni Battista, Vescovo di Babilonia, e Giovanni Giuseppe, Vescovo di Lidda, consacratori sacrileghi o assistenti; ugualmente sospesi dall’esercizio dell’ordine sacerdotale e da qualunque altro ordine siano tutti coloro che prestarono aiuto, opera, consenso e consiglio a tali esecrande consacrazioni.

Perciò disponiamo e strettamente vietiamo al citato Expilly ed agli altri illecitamente eletti ed illecitamente consacrati, sotto la stessa pena della sospensione, di arrogarsi la giurisdizione episcopale o qualunque altra autorità relativa al governo delle anime, dato che non l’ottennero mai; né di dare lettere dimissorie per prendere gli ordini, né di istituire, incaricare o confermare, con qualunque pretesto, pastori, vicari, missionari, servitori, funzionari, ministri o comunque li si voglia chiamare, incaricati della cura delle anime e dell’amministrazione dei sacramenti; né decretare, sia autonomamente sia congiuntamente, attraverso conciliabolo, in materia attinente la giurisdizione ecclesiastica; inoltre dichiariamo e rendiamo noto a tutti che lettere dimissoriali, deputazioni e conferme, sia che siano già state presentate sia che possano esserlo in futuro, insieme a tutti gli altri atti che siano derivati per temerario ardire, saranno considerati illegittimi e di nessuna rilevanza. Allo stesso modo disponiamo e vietiamo, con analoga pena della sospensione, tanto ai consacrati quanto ai consacratori, che osino impartire illecitamente tanto il sacramento della Cresima quanto l’Ordine o comunque esercitare ingiustamente l’Ordine episcopale, dal quale sono stati sospesi. Di conseguenza, coloro che sono stati iniziati agli Ordini ecclesiastici da costoro sappiano di essere soggetti al vincolo della sospensione, e che se eserciteranno gli ordini ricevuti saranno anche colpevoli di irregolarità. Per prevenire mali maggiori, con la stessa autorità e lo stesso tenore disponiamo e rendiamo noto che tutte le altre elezioni alle Chiese, alle Cattedrali ed alle Parrocchie francesi, vacanti o, peggio, occupate; vecchie o, peggio, nuove e di illegittima costituzione, compiute sin qui secondo i criteri della ricordata Costituzione del clero da parte degli elettori dei distretti municipali; quelle che vogliamo si considerino esplicitate, e quante altre seguiranno, devono essere considerate illegali, illegittime, sacrileghe e di nessun valore per il passato, per il presente e per il futuro; e Noi, per il presente, adesso per allora, le annulliamo, cancelliamo e abroghiamo. Dichiarando inoltre che quegli stessi che sono stati eletti senza fondamento giuridico e gli altri che lo saranno in analogo modo, sia nelle Chiese sia nelle Cattedrali, sono privi di ogni giurisdizione ecclesiastica o spirituale relativa al governo delle anime; che i Vescovi sin qui illecitamente consacrati, che parimenti vogliamo si ritengano citati, e gli altri che in seguito lo siano, debbono ritenersi totalmente privi dell’esercizio dell’Ordine episcopale né godranno del Ministero sacerdotale ora o in futuro. Perciò proibiamo strettamente sia a coloro che sono stati eletti Vescovi, sia a coloro che eventualmente lo saranno, di osare ricevere l’Ordine, cioè la consacrazione episcopale, da chiunque, sia egli Metropolita o Vescovo. Quanto agli stessi pseudo-Vescovi ed ai loro sacrileghi consacratori, e a tutti gli altri Arcivescovi e Vescovi, non presumano di consacrare gli illecitamente eletti o quelli che lo dovessero essere in futuro, trincerandosi dietro qualsiasi pretesto o colore. Comandando inoltre agli eletti di questo tipo e agli eventuali futuri Vescovi o Parroci, che non si comportino assolutamente come Arcivescovi, Vescovi, Parroci o Vicari, né s’incoronino del titolo di alcuna Chiesa cattedrale o parrocchiale, né si arroghino alcuna giurisdizione o facoltà relativa al governo delle anime, sotto pena di sospensione e di nullità; pena dalla quale nessuno di quelli fin qui nominati potrà mai essere liberato, se non da Noi personalmente o da coloro che la Sede Apostolica avrà delegato. Con la maggior benignità possibile abbiamo illustrato fin qui le pene canoniche inflitte per emendare i mali fino ad ora compiuti e per evitare che si dilatino ulteriormente in futuro. Noi confidiamo nel Signore che i consacratori e gli invasori delle cattedrali e delle parrocchie, gli autori e tutti i fautori della Costituzione riconoscano il loro errore e, spinti dalla penitenza, ritornino a quell’ovile dal quale furono strappati non senza macchinazione ed insidia. Sollecitandoli con parole paterne, Noi li esortiamo e li scongiuriamo nel Signore affinché si allontanino da siffatto ministero; affinché distolgano il piede dalla via della perdizione nella quale si sono gettati a capofitto; affinché non permettano che uomini imbevuti della filosofia di questo secolo diffondano tra il popolo queste mostruosità dottrinarie, contrarie all’istituzione di Cristo, alla tradizione dei Padri ed alle regole della Chiesa. Se dovesse mai accadere che il Nostro benevolo modo d’agire, le Nostre paterne ammonizioni, Dio non voglia, restassero inascoltati, sappiano costoro che non abbiamo intenzione di liberarli dalle più gravi pene alle quali sono sottoposti dai Canoni. Si persuadano che incorreranno nel Nostro anatema e che li denunceremo a tutta la Chiesa come scomunicati, come scismatici dalla Comunione ecclesiale e da Noi allontanati. Infatti è quanto mai opportuno che “chiunque abbia scelto di giacere nel fango della propria insipienza, sappia che le leggi mantengono la loro forza e che condividerà la sorte di coloro dei quali ha seguito l’errore”, come C’insegna Leone Magno, Nostro predecessore, nella lettera a Giuliano, Vescovo di Coo. A Voi ora Ci rivolgiamo, Venerabili Fratelli, che – salve poche eccezioni – avete correttamente riconosciuto i vostri doveri nei confronti del gregge e senza preoccuparvi dei rispetti umani li avete professati di fronte a tutti; che avete ritenuto che occorressero maggior impegno e maggior fatica proprio dove incombeva più grande il pericolo; a Voi adattiamo l’elogio nel quale il lodato Leone Magno accomunò i Vescovi dell’Egitto cattolico riuniti a Costantinopoli: “Sebbene io soffra assieme con voi, di tutto cuore, per i travagli che avete sopportato per osservare la Fede cattolica, ed io senta tutto ciò che avete subìto da parte degli eretici non diversamente che se fosse stato fatto personalmente a me, tuttavia riconosco che c’è ragione maggiore di gaudio che non di tristezza, dal momento che, con l’aiuto del Signore Gesù Cristo, siete rimasti saldi nella dottrina evangelica ed apostolica. E quando i nemici della Fede cristiana vi cacciarono dalla sede delle chiese, preferiste subire l’offesa dell’esilio piuttosto che essere infettati dal contagio della loro empietà”. Pensando a voi, non possiamo non sentire grande consolazione e non possiamo non esortarvi con forza a perseverare nel comportamento. Richiamiamo alla vostra memoria il nesso di quel matrimonio spirituale con il quale siete legati alle vostre Chiese e che può essere annullato in forma canonica soltanto dalla morte o dalla Nostra autorità apostolica. Ad esse dunque mantenetevi stretti e non abbandonatele mai all’arbitrio dei lupi rapaci, contro le cui insidie, traboccanti di santo ardore, voi avete già levato la voce e non avete tentennato nel compiere i doveri derivanti dalla legittima autorità. Ora parliamo a voi, diletti Figli, Canonici degli spettabili Capitoli, che, come è giusto, siete fedeli ai vo-stri Arcivescovi e Vescovi e – come tante membra collegate con la testa – date vita ad un unico corpo ecclesiastico, che non può essere sciolto o sconvolto dal potere civile. Voi dunque, che così lodevolmente avete seguito i nobili esempi dei vostri Presuli, non allontanatevi mai dalla retta via sulla quale state procedendo, e non permettete che qualcuno, indossate le mentite spoglie di Vescovo o di Vicario, s’impadronisca del governo delle vostre Chiese. Esse infatti, se sono rimaste vedove del loro Pastore, apparterranno soltanto a voi, ad onta di qualunque nuova macchinazione venga compiuta contro di voi. Con la concordia degli animi e delle opinioni, tenete dunque lontano da voi, più che potete, ogni invasione e scisma. Ci rivolgiamo anche a voi, diletti Figli, Parroci e Pastori del second’ordine che, moltissimi per numero e costanti per virtù, avete svolto il vostro dovere, completamente diversi da quei vostri colleghi che – vinti dalla debolezza o catturati dall’ambizione – divennero schiavi dell’errore e che ora, da Noi ammoniti, speriamo ritorneranno sollecitamente al loro dovere. Continuate coraggiosamente nell’opera iniziata e ricordate che il mandato che riceveste dai vostri Vescovi legittimi non può esservi tolto che da loro; ricordate che, per quanto espulsi dal vostro incarico dal potere civile, tuttavia siete sempre Pastori legittimi, obbligati dal vostro dovere a tener lontani, per quanto possibile, i ladri che tentano d’introdursi nella vostra casa con l’unico disegno di perdere le anime affidate alle vostre cure e della cui salvezza sarete chiamati a rendere conto. Parliamo anche a voi, diletti Figli, Sacerdoti ed altri Ministri del clero francese, che – chiamati a partecipare del Signore – dovete attenervi ai vostri legittimi pastori e rimanere costanti nella fede e nella dottrina, nulla avendo di più caro che evitare i sacrileghi invasori, e rigettarli. Infine preghiamo voi tutti nel Signore, diletti Figli attolici del Regno di Francia: ricordandovi della Religione e della fede dei vostri padri, col più grande affetto del cuore vi sollecitiamo a non discostarvene, perché questa è la sola e la vera religione che dona la vita eterna e che sorregge e rende prospere anche le società civili. State ben attenti a non prestare orecchio alle insidiose voci della filosofia di questo seco-lo, che sono foriere di morte. Tenetevi lontani da tutti gli usurpatori, che si facciano chiamare Arcivescovi, Vescovi o Parroci, e non abbiate con loro nulla in comune, men che meno nelle cose divine. Ascoltate assiduamente le voci dei legittimi Pastori, quelli che vivono ancora e quelli che in futuro vi verranno assegnati nelle forme canoniche. In una parola, insomma, tenetevi solidali con Noi; nessuno infatti può far parte della Chiesa di Cristo, se non si mantiene unito al suo Capo visibile, e stretto alla Cattedra di Pietro. Affinché tutti siano spinti a compiere più coraggiosamente i loro doveri, Noi invochiamo per voi dal Padre Celeste lo spirito di saggezza, verità e costanza; in pegno del Nostro amore pater-no dal più profondo del cuore impartiamo a voi, diletti Figli Nostri, Venerabili Fratelli e diletti Figli, l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, sotto l’anello del Pescatore, il 13 aprile 1791, anno diciassettesimo del Nostro Pontificato.

PIO PP. VI

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – AMANTISSIMI REDEMPTORIS

….. [i Sacerdoti] rivolgano con convinzione la mente al culto, alle cose divine e alla salvezza delle anime; mostrando se stessi come ostia viva e santa donata al Signore, e testimoni viventi della Passione di Gesù, offrano a Dio, come si conviene, con mani pure e cuore mondo, la Vittima di espiazione per la propria salvezza e per quella di tutto il mondo … Sono queste le espressioni che si addicono ad un Sacerdote di Cristo che opera nella sua “vera” Chiesa, la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana … ad un Sacerdote che offre a Dio Padre il Sacrificio incruento del Figlio Unigenito, Sacrificio perenne che si perpetuerà fino al giorno del secondo Avvento di Cristo, secondo la profezia di Malachia, per la salvezza dell’umanità redenta sulla Croce, dal Corpo e dal Sangue di GESÙ-CRISTO. Sul nostro pianeta, non c’è un ufficio di questo più importante, ufficio che non è stato accordato né agli Angeli, né ai Serafini, e neppure alla Madre di Dio, la Vergine Maria. – In questa breve Enciclica il Santo Padre ribadisce le norme dei suoi predecessori, circa l’offerta del Sacrificio della Messa per le anime loro affidate, obbligando i Parroci ad applicarla al popolo da essi guidato, non solo nel giorno della Domenica, ma in tutte le feste di precetto pur successivamente soppresse, quindi non più di precetto. L’elogio del Sacerdozio è qui veramente significativo e bello, specie se confrontato con i falsi preti eretici, apostati, della setta modernista del novus ordo o dei falsi tradizionalisti, gli eretici sedevancantisti papi-faidate, o i “fraternitari” partoriti dalle logge massoniche di Sion o dei cavalieri kadosh. Questi falsi preti, li riconosciamo dai frutti: sono falsi perché o mai validamente ordinati secondo le regole, le intenzioni, o le disposizioni liturgiche della Chiesa Cattolica da prelati massoni dediti al culto di lucifero, o dai riti dell’antipapa satanista kazaro-illuminato, nei quali non c’è tonsura, non ci sono ordini minori, ma c’è la non-consacrazione di un non-vescovo a sua volta mai-ordinato con rito cattolico secondo le intenzione e le formule della Chiesa Cattolica. E lo squallore è evidente, la scristianizzazione è palese, l’inganno smascherato … l’abominio della desolazione… dai frutti li riconoscerete: sodomia, pedofilia, avidità, lussuria, impudicizia, libertinaggio, seminari-gay village … Ma “sursum corda”, leggiamoci l’Enciclica … che è meglio!


Pio IX
Amantissimi Redemptoris

Sono state tanto grandi la bontà e la benevolenza dell’amantissimo Redentore Nostro Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, verso gli uomini che, come ben sapete, Venerabili Fratelli, assunta la natura umana, non solo accettò di subire i più aspri tormenti e di soffrire la più crudele delle morti sulla croce per la nostra salvezza, ma volle mantenere eterna la sua presenza fra noi nel Santissimo Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue per esserci, con infinito amore, guida e nutrimento e per garantirci, al suo ritorno in cielo alla destra di Dio Padre, la sua divina presenza e un sicuro sostegno della vita spirituale. – Non contento di averci amato con una tale sublime carità, propria di Dio, profondendo doni su doni, volle spargere ulteriormente le ricchezze del suo amore verso di noi perché comprendessimo appieno che, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Proclamando infatti se stesso eterno Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, istituì nella Chiesa Cattolica un Sacerdozio perpetuo, e quello stesso Sacrificio che Egli stesso offrì una volta per sempre, spargendo sull’altare della croce il suo preziosissimo Sangue per riscattare e redimere l’intero genere umano dal giogo del peccato e dalla schiavitù del demonio, pacificando le cose del cielo e quelle della terra, ordinò si mantenesse operante fino alla fine dei secoli, e ingiunse che ciò avvenisse ogni giorno, diverso solo per il modo dell’offerta, per mezzo del ministero dei Sacerdoti, perché i salutari e sovrabbondanti frutti della sua Passione continuassero a riversarsi sugli uomini. – In questo incruento Sacrificio della Messa, che si compie per mezzo del mirabile ministero dei Sacerdoti, viene dunque offerta quella stessa Vittima che ci ha riconciliati con Dio Padre e che, racchiudendo in sé il potere legittimo di placare, di impetrare e di soddisfare, “ripropone misteriosamente la morte dell’Unigenito che una volta risorto dai morti non muore più, e la morte non avrà più potere su di Lui; Egli vive dunque in se stesso immortale e incorruttibile, ma viene nuovamente immolato per noi in questa misteriosa sacra offerta” . È un Sacrificio così puro che nessuna indegnità e malvagità degli offerenti può in alcun modo sminuire. – Il Signore stesso, per mezzo di Malachia, divinamente ispirato, predisse che questo sacrificio sarebbe stato grande fra le genti e avrebbe dovuto essere offerto puro in ogni parte del mondo, dal sorgere al tramontare del sole (Mal. I,11). È un sacrificio talmente ricolmo di frutti da abbracciare la vita presente e quella futura. – Dio, riconciliato da questo Sacrificio, elargendo la sua grazia e il dono del perdono, cancella anche le colpe più gravi e, pur gravemente offeso dai nostri peccati, trascorre dall’ira alla misericordia e dalla severità della giusta punizione alla clemenza. Tramite questo dono vengono annullati il reato e la soddisfazione delle pene temporali; per mezzo suo può essere portato sollievo alle anime dei morti in Cristo non pienamente purificate, e possono essere conseguiti anche beni temporali purché non in contrasto con quelli spirituali. Sempre per suo tramite vengono debitamente esaltati l’onore e il culto resi ai Santi e, in primo luogo, alla santissima Madre di Dio, la Vergine Maria. – Secondo la tradizione ricevuta dagli Apostoli, offriamo il divino Sacrificio della Messa “per la pace di tutte le Chiese, per la doverosa armonia del mondo; per i regnanti, per i soldati, per gli alleati, per gli ammalati, per gli afflitti, per tutti coloro che versano nell’indigenza, per i defunti ancora trattenuti in purgatorio, sorretti dalla ferma speranza che potrà tornare di grande giovamento la preghiera elevata in loro favore mentre è presente la Vittima santa e tremenda” . – Non esistendo dunque niente di più grande, di più salutare, di più santo, di più divino dell’incruento Sacrificio della Messa, per mezzo del quale, attraverso le mani dei Sacerdoti, viene offerto e immolato a Dio, per la salvezza di tutti, lo stesso Corpo, lo stesso Sangue, lo stesso Dio e Signore Nostro Gesù Cristo, la Santa Madre Chiesa, dotata dell’inesauribile tesoro del suo divino Sposo, mai tralasciò di circondarlo di cura e di attenzioni, perché un così grande Mistero fosse compiuto da Sacerdoti con cuore grandemente puro e mondo, e venisse celebrato con un apparato esteriore di cerimonie e di riti tale da rendere il culto espressione della grandezza e della magnificenza del Mistero, in modo che i fedeli potessero essere stimolati alla contemplazione delle realtà divine racchiuse in un così ammirevole e venerando Sacrificio. – Con pari cura e sollecitudine la stessa pietosissima Madre mai cessò di ammonire, di esortare e di convincere i suoi fedeli figli perché intervenissero il più frequentemente possibile a questo divino Sacrificio, con le dovute predisposizioni di pietà, di amore e di devozione, ricordando loro il preciso dovere di presenziarvi tutte le feste di precetto, con l’animo e lo sguardo devotamente intenti a quel mistero da cui potevano attingere con facilità la divina misericordia e l’abbondanza di tutti i beni. – E poiché ogni Sacerdote, scelto tra gli uomini, è deputato per gli uomini a tutto ciò che riguarda Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati, in forza delle vostre approfondite conoscenze, Venerabili Fratelli, Voi sapete bene che i pastori di anime sono tenuti ad offrire il sacrosanto Sacrificio della Messa per le anime loro affidate. Si tratta di un obbligo che, secondo gli insegnamenti del Concilio Tridentino, nasce dalla stessa legge Divina. Il Concilio fa ricorso a parole assai autorevoli ed eloquenti per affermare “che a tutti coloro a cui è stata affidata cura di anime è fatto obbligo, per divina disposizione, di riconoscere le proprie pecore e di offrire per esse il Sacrificio” . – È pure nota a tutti Voi l’Enciclica di Benedetto XIV, Nostro Predecessore di felice memoria, del 19 agosto 1744 . Parlando diffusamente e in modo approfondito di questo obbligo e procedendo ulteriormente nel precisare e confermare il pensiero dei Padri Tridentini, al fine di eliminare controversie, dubbi e disquisizioni, stabilì in modo chiaro ed inequivocabile che i parroci e tutti coloro che si trovano in cura d’anime debbono offrire il Sacrificio della Messa per il popolo loro affidato, tutte le domeniche e le feste di precetto, anche in quelle che per sua disposizione, in molte Diocesi, erano state tolte dal novero delle feste di precetto per permettere a quelle popolazioni di dedicarsi alle opere servili, fermo restando l’obbligo di ascoltare la Messa. – Il Nostro cuore non è certo pervaso da mediocre soddisfazione, Venerabili Fratelli, mentre leggiamo le relazioni inviate a Noi e a questa Sede Apostolica in adempimento ad un preciso compito del vostro ufficio pastorale, sulla situazione delle vostre Diocesi. Sono notizie che tornano a vostro onore e Ci riempiono di gioia. Veniamo infatti a sapere che tutti coloro che hanno cura d’anime adempiono al loro dovere nei giorni di domenica e negli altri tuttora di precetto, e non tralasciano di celebrare la Messa per il popolo loro affidato. Ma siamo anche a conoscenza che in molti luoghi è invalsa tra i parroci la consuetudine di non assolvere questo impegno in quei giorni di festa che un tempo, sulla scorta della Costituzione di Urbano VIII, Nostro Predecessore di felice memoria, dovevano essere ritenuti di precetto. È accertato che questa Sede Apostolica, accogliendo le motivate richieste di molti sacri Pastori e valutando le motivazioni presentate, non solo diminuì per quei luoghi il numero dei giorni festivi di precetto per permettere a quelle popolazioni di dedicarsi alle opere servili, ma le esentò anche dall’obbligo di ascoltare la Messa. Ma non appena queste benevole concessioni della Santa Sede diventarono di pubblico dominio, subito i parroci di molte località, ritenendo di essere stati sollevati dall’obbligo di applicare la Messa per il popolo, lo lasciarono cadere del tutto. Ne derivò dunque, per i parroci di quelle regioni, la consuetudine di tralasciare in quei giorni l’applicazione del santissimo Sacrificio della Messa per il popolo, e non mancarono coloro che si ersero a difensori di una simile consuetudine. – Noi pertanto, mossi da profonda sollecitudine per il bene spirituale dell’intero gregge del Signore a Noi affidato per volere divino, profondamente addolorati perché per tale omissione i fedeli di quelle regioni vengono defraudati dei maggiori frutti spirituali, abbiamo deciso di intervenire in una questione di sì rilevante importanza, ben sapendo che questa Sede Apostolica ha sempre insegnato che i parroci hanno l’obbligo di celebrare la Messa per il popolo anche nei giorni festivi non più di precetto. – Sebbene dunque i Romani Pontefici Nostri Predecessori, indotti dalle insistenti petizioni dei Sacri Pastori, dalle molteplici e difformi necessità delle comunità dei fedeli e dalle gravi difficoltà legate ai tempi e alle situazioni locali abbiano deciso di ridimensionare il numero dei giorni di festa e, nello stesso tempo, abbiano benignamente concesso ai fedeli di dedicarsi liberamente alle opere servili, senza l’obbligo di ascoltare la Messa, tuttavia gli stessi Nostri Predecessori, nel concedere simili indulti, intendevano mantenere integre le disposizioni che vietavano, nei summenzionati giorni, qualsiasi innovazione nel consueto svolgimento dei divini Uffici e dei riti liturgici: tutto doveva essere compiuto nello stesso modo in cui si era soliti operare quando era ancora in vigore la menzionata Costituzione di Urbano VIII con cui si decidevano i giorni festivi di precetto. – Da tutto questo i parroci potevano facilmente dedurre che in quei giorni non potevano in alcun modo essere sollevati dall’obbligo di applicare la Messa per il popolo, perché è questa la componente essenziale dei riti, soprattutto prestando mente al fatto che i Rescritti Pontifici devono essere accolti e interpretati con assoluta fedeltà al loro significato. – A ciò si aggiunga che questa Santa Sede più volte interpellata per casi specifici inerenti questo dovere dei parroci, mai tralasciò di rispondere per il tramite delle sue Congregazioni, sia del Concilio, sia di Propaganda Fide, sia dei Sacri Riti, sia anche della Sacra Penitenzieria, e di precisare che i parroci erano soggetti all’obbligo di applicare la Messa per i fedeli anche in quei giorni che erano stati depennati da quelli festivi di precetto. – Avendo dunque soppesato con somma attenzione tutte le circostanze, e sentito il parere di molti Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa della Nostra Congregazione incaricata di difendere e di interpretare i Decreti Tridentini, abbiamo deciso, Venerabili Fratelli, di scrivervi questa Lettera Enciclica per stabilire una sicura e definitiva normativa da osservare con scrupolosa diligenza da tutti i parroci. A questo fine, con la presente Lettera dichiariamo, stabiliamo e decretiamo che i parroci e i sacerdoti in cura d’anime debbono celebrare e applicare il sacrosanto Sacrificio della Messa per il popolo loro affidato, non solo in tutte le domeniche e negli altri giorni tuttora annoverati come feste di precetto, ma anche in quelli che per indulto di questa Sede Apostolica sono stati eliminati dal novero delle feste di precetto o trasferiti, allo stesso modo al quale tutti i curatori d’anime erano obbligati quando la menzionata Costituzione di Urbano VIII manteneva piena la sua validità, e le feste di precetto non erano ancora state ridotte e trasferite. – Per quanto concerne le feste trasferite, è ammessa una sola eccezione, quando cioè la solennità e il rispettivo ufficio vengono traslati in giorno di domenica. In questo caso deve essere applicata dai parroci una sola Messa per il popolo, dal momento che si può ritenere che la Messa, parte essenziale dell’Ufficio divino, sia stata trasferita unitamente allo stesso ufficio. – Ora, spinti dal sentimento di paterno amore del Nostro animo, volendo restituire la tranquillità a quei parroci che per l’invalsa consuetudine tralasciarono, nei giorni menzionati, di applicare la Messa per il popolo, concediamo ampia assoluzione, in forza del Nostro Apostolico Potere, per tutte le trascorse omissioni. Non mancando inoltre Sacerdoti in cura d’anime che hanno ottenuto da questa Sede Apostolica uno specifico indulto di riduzione, così viene chiamato, concediamo loro di poterne fruire nei limiti definiti dall’indulto stesso e finché eserciteranno l’ufficio di parroco nelle parrocchie rette e amministrate al presente. – Mentre dunque decretiamo e concediamo, siamo sorretti dalla ferma speranza, Venerabili Fratelli, che i parroci, accesi da ancor maggiori impegno e amore per le anime, sentano l’orgoglio di soddisfare, con somma diligenza e piena devozione, quest’obbligo di applicare la Messa per il popolo, prendendo in seria considerazione la sovrabbondante messe di favori e di doni celesti che, dall’applicazione di questo incruento e divino Sacrificio, si riversa sul popolo cristiano affidato alla loro cura. – Essendo peraltro pienamente consapevoli che potranno presentarsi dei casi specifici in cui, per particolari difficoltà del momento, dovrà essere concesso ai parroci un alleggerimento di quest’obbligo, intendiamo informarvi che per ottenere i relativi indulti occorre rivolgersi esclusivamente alla Nostra Congregazione del Concilio, eccetto i casi riservati alla Nostra Congregazione di Propaganda Fide, avendo delegato ad ambedue le Congregazioni le opportune facoltà. – Non nutriamo alcun dubbio, Venerabili Fratelli, che in forza della vostra ammirevole sollecitudine episcopale e senza interporre alcun indugio, vorrete scrupolosamente rendere noto a tutti e singoli i parroci delle vostre Diocesi quanto in questa Nostra Lettera, con il Nostro supremo potere, confermiamo, nuovamente decretiamo, vogliamo, comandiamo e disponiamo sull’obbligo di applicare il sacrosanto Sacrificio della Messa per il popolo loro affidato. Siamo anche del tutto certi che attiverete in pieno la vostra vigilanza, perché anche chi si trova in cura d’anime adempia diligentemente a questa parte del proprio dovere e si attenga scrupolosamente a quanto abbiamo decretato in questa Nostra Lettera. – È Nostro desiderio che copia di questa Lettera sia conservata in perpetuo nell’Archivio episcopale di tutte le vostre Curie. – Poiché ben sapete, Venerabili Fratelli, che nel sacrosanto Sacrificio della Messa è racchiusa una grande possibilità di insegnamento per il popolo cristiano, non tralasciate mai di rivolgere pressanti esortazioni, in primo luogo ai parroci, a chi si dedica alla predicazione della parola divina e a coloro ai quali è affidato il compito di istruire il popolo cristiano perché, in modo attento e accurato, espongano e illustrino ai fedeli l’importanza, la maestà, la grandezza, il fine e il frutto di un così grande e mirabile Sacrificio, e nello stesso tempo sollecitino e infiammino i fedeli ad assistere ad esso il più frequentemente possibile con la fede, con la devozione è con la pietà degne di questo Sacrificio, al fine di procurarsi la divina misericordia e ogni grazia di cui hanno bisogno. – Non tralasciate di operare con viva sollecitudine perché i Sacerdoti delle vostre Diocesi eccellano per l’integrità dei costumi, per la serietà, per la rettitudine e per la santità, come si addice a chi ha ricevuto il potere di consacrare l’Ostia divina e di compiere un così santo e tremendo Sacrificio. Rivolgetevi inoltre, con pressanti ammonizioni e sollecitazioni, a tutti coloro che muovono i primi passi nel divino Sacerdozio affinché, meditando seriamente sul Ministero che hanno ricevuto nel Signore, possano adempierlo e, sempre memori della dignità e del celeste potere di cui sono investiti, si ammantino dello splendore di tutte le virtù e del pregio della sacra dottrina; rivolgano con convinzione la mente al culto, alle cose divine e alla salvezza delle anime; mostrando se stessi come ostia viva e santa donata al Signore, e testimoni viventi della Passione di Gesù, offrano a Dio, come si conviene, con mani pure e cuore mondo, la Vittima di espiazione per la propria salvezza e per quella di tutto il mondo. – Niente, infine, Ci torna più gradito, Venerabili Fratelli, dell’approfittare di questa occasione per assicurarVi nuovamente e confermarVi tutto l’affetto con cui abbracciamo Voi tutti nel Signore e, nel contempo, Vi incoraggiamo perché possiate tutti affrontate con ancor maggiore ardore il vostro gravissimo compito pastorale senza tentennamenti e cadute di zelo, e provvedere con la più viva passione alla salvezza e alla sicurezza delle amatissime pecore. – Siate certi che Noi siamo pienamente disposti a compiere, con viva gioia, tutto ciò che si rivelerà utile a procurare il maggior bene a Voi e alle vostre Diocesi. Intanto ricevete, auspice di tutti i favori celesti e testimone della Nostra più viva benevolenza, l’Apostolica Benedizione che con il più profondo affetto impartiamo a Voi, Venerabili Fratelli, a tutti i Chierici e ai Fedeli affidati alla cura di ciascuno di Voi.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 3 maggio 1858, anno dodicesimo del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – GREGORIO XVI: CUM PRIMUM-

Questa breve enciclica di S. S. Gregorio XVI, venne scritta ai Prelati polacchi in seguito ai disordini all’epoca causati dalla rivoluzione in Polonia. Vengono brevemente ma fermamente (obbedendo alla esortazione del Cristo: il vostro parlare sia: si, si, no, no!) ricordati i principi della dottrina cristiana nei confronti dell’autorità civile, qualunque essa sia, e dei doveri che i Cristiani hanno nei loro confronti. Un invito speciale viene rivolto ai Vescovi locali perché si dispongano a « … vigilare con ogni mezzo, perché uomini sleali e propugnatori di novità non continuino a disseminare nel vostro gregge false teorie ed erronei principi e, accampando il solito pretesto del pubblico bene, non approfittino della credulità dei più ingenui e dei meno accorti, al punto da fare di essi, senza che ne abbiano l’intenzione, dei ciechi esecutori e fautori nel turbare la pace del regno e l’ordine della società. » – satana con i suoi adepti e servitori di ogni risma, soprattutto chierici infiltrati o apostati che siano, utilizza sempre la stessa tattica, che è quella di proporre novità sotto forma di necessità contingenti, sociali, materiali e finanche spirituali, in modo da minare alle fondamenta l’ordine sociale cristianamente costituito e ribaltare gli insegnamenti della Chiesa Cattolica per portare anime al suo regno infernale. È la stessa tattica che negli ultimi tempi, conniventi falsi o apostati chierici, uomini empi, sleali, malvagi e asserviti alle conventicole kazaro-massoniche, stanno portando avanti non in un’unica Nazione, ma in tutto l’orbe cristiano e praticamente su tutto il pianeta, utilizzando un mezzo banalissimo come la carta, quella dell’informazione e quella della finanza mondialista. È incredibile come interi popoli abbiano “abboccato” alle esche luciferine dell’economia, del lusso, del piacere carnale, del libertinismo sfrenato, infilando nella pattumiera tutte le esperienze millenarie che la storia “onesta” ci ricorda, ed i volumi più elementari della dottrina e della morale cristiana, con i risultati che tutti, anche gli ipovedenti, ormai possono agevolmente osservare raccapricciati. Tanti analisti, più o meno qualificati, sedicenti liberi (in realtà, loro malgrado, massonizzati fino alle midolla) o prezzolati dai soliti mandanti, si sforzano di trovare soluzioni, filosofiche, etiche, economiche, sociologiche o politiche, secondo loro più o meno sensate, che alla fine si rivelano sempre inconcludenti e mai risolutive, perché non sfiorano neppure lontanamente, anzi la evitano accuratamente, la questione fondamentale dell’uomo d’oggi: l’occultamento volontario della Legge divina e della sua unica “vera” Chiesa, la Cattolica Romana, ed il trionfo planetario dell’angelo ribelle, il “signore dell’universo” attuale: il baphomet lucifero adorato nelle logge e nelle conventicole varie, nonché nelle chiese un tempo cattoliche, ove si pratica il culto rosacrociano montiniano, del sacrificio rituale offerto appunto al signore dell’universo, lucifero. « … Predicate tutti ciò che è conforme alla retta dottrina; custodite il verbo incorrotto e irreprensibile; comportatevi unanimi in un solo spirito collaborando nella fedeltà al Vangelo … » Ecco finalmente un consiglio serio e verace, foriero di benessere sociale, materiale e spirituale, consiglio rigettato naturalmente dalla falsa chiesa dell’uomo, impegnata oggi nell’incrementare, incentivare e sponsorizzare la nuova tratta degli schiavi del “Novus Ordo” mondialista. – Ma leggiamo con profitto la lettera e cerchiamo di svegliarci, finché siamo in tempo, dal coma indotto dalla narcosi masso-modernista.


Gregorio XVI
Cum primum

Non appena è giunta al Nostro orecchio la notizia delle luttuosissime sventure che nell’anno testé trascorso hanno funestato codesto gloriosissimo Regno, Ci è subito parso evidente che la loro origine non dovesse essere ricercata altrove, ma in alcuni spacciatori di inganno e di falsità, i quali, con il pretesto della religione, ergendosi in questo Nostro miserando tempo contro il legittimo potere dei Principi, avevano riempito di immane lutto la loro patria, ormai sottratta ad ogni legame di debita sottomissione. – Noi, prostrati davanti a Dio Ottimo e Massimo, del quale, anche se indegnamente, teniamo le veci sulla terra, dopo aver effuso copiosissime lacrime, piangendo le crudelissime disgrazie da cui era stata straziata codesta parte del gregge del Signore affidata alla Nostra pur sollecita debolezza; dopo aver cercato con infinito amore, nell’umiltà del Nostro cuore, di piegare con preghiere, sospiri e gemiti il Padre delle misericordie, per poter vedere codeste vostre contrade, sconvolte da così numerose e crudeli discordie, alfine rappacificate e ricondotte alla soggezione del legittimo potere: immediatamente Ci siamo proposti di indirizzarvi, Venerabili Fratelli, una lettera enciclica, per mettervi al corrente che Noi pure siamo gravati dal peso delle vostre calamità e per apportare alla vostra sollecitudine pastorale un po’ di conforto e di forza che serva come incitamento a difendere i principi più giusti da trasfondere con sempre più ardente e rinnovato zelo nei vostri amatissimi clero e popolo. – Poiché Ci è stato riferito che le Nostre lettere, per le avverse circostanze della situazione, non vi erano mai giunte, ora che la situazione, con l’aiuto di Dio, è stata ricondotta ad una serena tranquillità, Noi apriamo nuovamente il cuore a voi, Venerabili Fratelli, per ravvivare sempre più, per quanto Ci è possibile nel Signore, il vostro zelo e la vostra sollecitudine, perché allontaniate dal vostro gregge, con tutta la forza e con tutta la diligenza, la vera causa dei mali passati. In questo compito dovete impegnare una puntigliosa cura e tutta l’accortezza, e vigilare con ogni mezzo, perché uomini sleali e propugnatori di novità non continuino a disseminare nel vostro gregge false teorie ed erronei principi e, accampando il solito pretesto del pubblico bene, non approfittino della credulità dei più ingenui e dei meno accorti, al punto da fare di essi, senza che ne abbiano l’intenzione, dei ciechi esecutori e fautori nel turbare la pace del regno e l’ordine della società. – Occorre dunque fare emergere, con un chiaro discorso, per l’utilità e 1’ammaestramento dei fedeli, la frode di questi falsi maestri. La fallacia dei loro pensieri deve essere ovunque combattuta con le decisive e inoppugnabili massime della Divina Scrittura e con gli inconfutabili documenti della sacra e venerabile tradizione della Chiesa. Da queste ineccepibili fonti (alle quali il clero cattolico deve attingere i principi del suo stile di vita e le parole da trasmettere nei discorsi al popolo) siamo informati a chiare lettere che l’obbedienza, dovuta dagli uomini ai poteri voluti da Dio, è un precetto a cui nessuno può sottrarsi, a meno che non si tratti di disposizioni contrarie alle leggi di Dio e della Chiesa.

Ogni persona (dice l’Apostolo) sia sottomessa alle superiori autorità. Non v’è infatti potere se non da Dio: se esiste, è perché è voluto da Dio. Pertanto chi si oppone ad esso, si erge contro l’ordine stabilito da Dio … Siate dunque sempre sottomessi, non solo per paura delle pene, ma anche per coerenza” (Rm XIII, 1-2). Allo stesso modo San Pietro (1Pt II, 13-14) ammaestra tutti i fedeli ad essere sottomessi ad ogni creatura nel nome di Dio, sia al re, come a colui che primeggia, sia ai comandanti, in quanto inviati da lui: perché (egli dice) questa è la volontà di Dio e, operando rettamente, ridurrete al silenzio 1’ignoranza degli sprovveduti.

È risaputo come gli antichi cristiani, attenendosi con scrupolo a questi precetti anche durante l’infierire delle persecuzioni, si siano resi benemeriti degli stessi Imperatori Romani e della sicurezza dell’Impero. Dice Sant’Agostino: “I soldati Cristiani servirono ad un imperatore miscredente, ma se si trattava dell’interesse di Cristo, non riconoscevano che il Signore che dimorava nei cieli. Distinguevano dunque il Signore eterno da quello temporale, e tuttavia, per il Signore eterno, stavano sottomessi al signore temporale“. Questa dottrina, come ben sapete, Venerabili Fratelli, fu costantemente trasmessa dai Santi Padri; sempre l’ha insegnata e l’insegna la Chiesa Cattolica. Imbevuti di questi principi, i primi Cristiani intrapresero una condotta di vita e di azione tali da preservare le legioni cristiane immuni dai crimini della viltà e del tradimento, anche quando l’esercito pagano ne era rimasto infetto. Al riguardo afferma Tertulliano: “Siamo accusati di attentare alla maestà dell’Imperatore, tuttavia mai i Cristiani poterono essere scoperti Albiniani, Nigriani, o Cassiani. Ma quegli stessi che fino al giorno prima avevano giurato sui Lari degl’Imperatori e per la loro salvezza avevano fatto solenni promesse e offerto sacrifici; quegli stessi che avevano spesso condannato i Cristiani, furono smascherati come nemici. Il Cristiano non è nemico di nessuno, e tanto meno dell’Imperatore: sa infatti che egli è stato costituito dal suo Dio e deve amarlo, rispettarlo, onorarlo e volerlo in salute“. – Mentre vi rendiamo note queste cose, Venerabili Fratelli, vogliamo che vi giungano, non come fossero a voi sconosciute o nutrissimo il timore che non attendete con sufficiente zelo alla difesa e alla propagazione dei principi della retta dottrina sulla obbedienza che i sudditi sono tenuti a fornire al loro sovrano legittimo. Queste Nostre parole intendono palesare apertamente il Nostro animo nei vostri confronti, e quanto forte sia il desiderio che tutti gli ecclesiastici di codesto Regno, per la purezza della dottrina, per l’ornamento della prudenza, per la santità della vita risplendano al punto da risultare irreprensibili agli occhi e all’opinione di tutti. In questo modo ogni cosa, come è negli auspici, risponderà felicemente alle attese. – Il vostro potentissimo sovrano si comporta benevolmente nei vostri confronti e non mancherà, in forza dei Nostri buoni uffici, che non cesseremo di interporre in vostro favore, di accogliere con animo sempre propizio le vostre richieste, per il bene della Religione Cattolica che codesto Regno professa, e alla cui difesa ha promesso di non venire mai meno. I veri saggi vi tributeranno meritate lodi; per contro, gli avversari si vergogneranno per non avere alcunché di male da dire contro di Noi. – Nel contempo, mentre leviamo al cielo le Nostre mani, supplichiamo per voi Dio, perché ogni giorno di più arricchisca e colmi ciascuno di voi con l’abbondanza delle celesti virtù. Tenendovi sempre nel Nostro cuore, vi esortiamo a completare la Nostra gioia coltivando con unità di intenti la stessa carità e nutrendo gli stessi sentimenti. Predicate tutti ciò che è conforme alla retta dottrina; custodite il verbo incorrotto e irreprensibile; comportatevi unanimi in un solo spirito collaborando nella fedeltà al Vangelo. – Infine, pregate Dio incessantemente per Noi che, in pegno di paterno affetto, impartiamo a voi e al gregge affidato alle vostre cure, con infinito amore, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 9 giugno 1832, anno secondo del Nostro Pontificato.

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO-2° Corso di Esercizi Spirituali (6)

IL MAGISTERO IMPEDITO

2° corso di ESERCIZI SPIRITUALI (6)

Nostra conversatio in cœlis est

6. Il metodo

Le considerazioni sulla morte, che abbiamo fatto da un particolare punto di vista, ci portano logicamente in questa meditazione a trattare del metodo. Debbo dire anzitutto il perché. La considerazione della morte, fatta da quel punto di vista, ha rivelato che la vita è incredibilmente preziosa. Ogni attimo di questa esistenza può segnare un punto che rimane eterno; ogni attimo può dare un merito. Il merito, acquistato quando si è in grazia di Dio, ha un valore che rimane nell’eternità. Un attimo di vita, trasformato in merito con la grazia del Signore, significa un aumento per tutta l’eternità della capacità di godere Iddio, di amarlo, di entrare nel mare infinito della sua essenza; significa un grado di più nella pace e nella perfezione, per sempre. Ecco perché la considerazione della morte fatta a quel modo fa apprezzare la vita. E la vita più lunga è meglio è, proprio per questo. Non c’è nulla che nella vita sia inutile. Tutte le strade possono essere perfettamente punteggiate di meriti, tutte le situazioni possono portare al perfetto amore di Dio. Naturalmente talune strade sono più convenienti, talune lo sono meno. Talune si prestano di più al tipo particolare, alla missione particolare, alla vocazione particolare di un uomo o di una donna, altre si prestano meno. Ma a questo mondo non c’è nulla che rispetto al cielo possa essere gettato via, nemmeno quello che per il mondo non va, come il dolore, la disgrazia, la minorazione, la mancanza di luce, la mancanza di libertà, la mancanza di tutto. Per l’eternità tutto questo è un aggeggio magnifico, tutto diventa strumento. Tutto quello che non serve per gli uomini, si può dire che serve per Iddio. Perché quando non sappiamo fare niente, almeno possiamo rinunciare a una cosa dopo l’altra. Quando anche non sapessimo fare niente, ci rimarrebbe da fare questo, e siccome le cose del mondo sono innumerevoli, la rinuncia potrebbe avere una sequenza senza fine. E allora si sente veramente l’afflato di vivere, perché veramente si vive quando nulla si perde. Noi dobbiamo diventare economi del tempo, delle possibilità, della vita e di tutto; dobbiamo diventare tirchi nello spendere noi stessi. Allora si impongono subitodelle istanze. – Prima istanza: ciascuno deve capire e deve avere in mano se stesso perché, se non capisce se stesso, crederà di infilare una manica e invece infilerà un camino. Bisogna avere in mano se stessi, perché non si può credere di fare un impiego economico della propria vita, se non si conosce e non si ha in mano se stessi. – Seconda istanza: deriva dalla suprema esigenza d’impiego perfetto della vita: bisogna trovare la disposizione più economica che esista del nostro tempo e delle nostre doti. – Terza istanza: bisogna spingere al massimo la capacità e la potenzialità dell’intenzione, perché l’intenzione è il primo elemento del valore delle nostre azioni. – Quarta e ultima istanza: bisogna che la vita sia animata dalla brama della perfezione, perché la vita è messa su una gran scalinata: si può scendere e si può salire, in piano non si rimane. Sommate tutte queste istanze, cosa ci dicono? Nella vita ci vuole un metodo, ecco la risposta. Il metodo è semplicemente il principio dell’economia applicato alla vita. Ma prima di parlare del metodo, illustrerò brevemente le istanze che derivano da quella suprema esigenza che abbiamo vista nelle considerazioni sulla morte, quella d’impiegare pienamente la vita. Innanzi tutto bisogna conoscere sé stessi e aversi in mano: aversi in mano intellettualmente e volitivamente. E per conoscere sé stessi bisogna pensare, bisogna esaminarsi, bisogna stare a sentire tutto quello che dicono gli altri di noi; soprattutto, e questo con infinita benevolenza, quando dicono male di noi. Quando dicono bene, vi raccomando di non stare a sentire, perché nella maggior parte dei casi saranno complimenti, in una parte notevole saranno bugie, in una parte non disprezzabile saranno inganni, e in tutto, non in parte, sarà per voi un pericolo di gravi illusioni. Al più, se proprio vi sentite venir meno, a titolo di conforto e d’incoraggiamento, prendetele come una zolletta di zucchero energetico. Ma non più in là. Vi raccomando, vogliate bene a tutti quelli che dicono male di voi e a tutti coloro dei quali venite a sapere che hanno detto male di voi. Come poi questa gente si aggiusterà con il Padre eterno, sono cose che riguardano loro solamente. Perché se sbagliano, se si lasciano guidare dalla malignità, dalla cattiveria, dall’ingiustizia, dall’invidia, non va bene; comunque si aggiusterà tutto, non temete! Noi guardiamo soltanto il lato che c’interessa in tutta la faccenda. – Volete conoscere voi stessi? Confrontatevi coi vari tipi di temperamento, di carattere. Ora non posso farne una trattazione. Ma c’è uno strumento indispensabile per conoscere sé stessi e questo è uno strumento che si chiama esame di coscienza. Deve essere usato potentemente da noi. È il punto di partenza per poter organizzare economicamente la nostra vita. Voi sapete benissimo che l’esame di coscienza non può essere mai completamente lo stesso, se no diventa sclerotico e non rivela più che in parte. L’esame di coscienza, cioè, non può essere solamente sui peccati commessi, sia in pensieri, sia in parole, sia in atti esterni, ma deve essere sulle debolezze provate, anche se non acconsentite, sulle tentazioni subite, sulle impressioni incise, sul pencolare che fa l’anima verso una parte o verso l’altra, sui fenomeni complessi e ingarbugliati, su quelle sensazioni delle quali non si capisce bene quale sia la logica, specialmente nei confronti dei nostri fratelli. L’esame di coscienza deve fare la rilevazione delle distanze, cioè non essere fatto solo di giorno in giorno, ma quando è fatto seriamente, deve essere fatto di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, di Esercizi in Esercizi. Perché vi sono dei fatti, dei carreggiamenti sotterranei i quali non possono essere rilevati ordinariamente da un giorno all’altro, ma si rilevano soltanto facendo misurazioni che richiedono un certo periodo di tempo, talvolta un lungo periodo di tempo, talvolta un intero periodo della vita. L’esame di coscienza razionale va fatto così, perché soltanto così permette a noi di beneficiare della prospettiva necessaria a vedere le cose nell’insieme e da lontano. Solo da una certa distanza si vede l’insieme, e dall’insieme si ricava l’architettura, la legatura, le strutture portanti, quello che è sostanziale e quello che è accessorio. Guardate che noi non conosciamo noi stessi finché di noi non conosciamo gli aspetti carenti, gli aspetti passivi, cioè il modo di reagire di fronte a una quantità di agenti che stanno al di fuori di noi. Quindi la prima istanza che deriva dall’appello d’impiegare bene la vita diventa conoscenza di sé stessi e padronanza di sé stessi. Sul fatto della padronanza, può darsi che debba ritornare; ma unicamente per poter rendere completo l’argomento e presentarvene una sinossi, elencherò alcune cose che serviranno per le vostre personali riflessioni. Avere in mano sé stessi vuol dire avere in mano la propria testa e voler avere in mano la propria volontà. Non è facile avere in mano la propria testa quanto è facile dirlo. È una cosa molto difficile, perché la nostra testa è sbalestrata continuamente dalle passioni, soprattutto dall’orgoglio; è annebbiata poi da qualche altra passione, come la sensualità, l’accidia, l’avarizia. La nostra testa è preoccupata, cioè occupata prima da altri: da questo mondo. Il mondo entra dentro di noi, e se non stiamo bene attenti, troviamo in noi delle reliquie del suo passaggio. Il mondo ci infarcisce dalla mattina alla sera; gli uomini ormai sono talmente diventati accumulatori di queste balordaggini che, ad avvicinarne uno, si prende la scossa elettrica. Se riflettete, noi ci troviamo tanti pallini nella testa: ce li ha messi il mondo. Pallini sulla personalità, sulla indipendenza, sulla libertà, sulla democrazia: sono i pallini di oggi. Queste parole che ho detto per elencare i pallini hanno in sé un significato buono, ma nell’uso comune e normale della gente sono pallini. Pallini di modernità, di indipendenza dalle cose materiali, delle quali non dobbiamo aver bisogno perché siamo spiriti superiori; pallini di cerebralità, di socialità, di scienza, di squisitezza, di originalità; perché oggi si pensa che se non si è originali non si vale un bel niente. Se uno oggi dice quello che ha già detto ieri un altro, è perduto perché non è originale. Pertanto dalla paura che ha di essere perduto, cercherà di dire tutte le stupidaggini possibili e immaginabili, purché siano diverse da quelle di un altro. Pallini!. Se cominciamo a fare una lista dei pallini, ne vien fuori una lunga lista! Stiamo in guardia! Perché a causa di questo infarcimento, assistiamo a dei fenomeni che fanno paura. Difendiamo la nostra testa, perché se non si difende la propria testa, non si difende nemmeno la propria fede. Per difendere la fede bisogna difendere la testa, la propria capacità critica, il proprio retto giudizio, la propria indipendenza dai complessi d’inferiorità imbibiti dagli altri. Questa è dunque un’esigenza imposta dalla visione della morte, che fa apprezzare la vita. Quindi riassumendo: prima esigenza per impiegare economicamente la vita, cioè con il massimo di resa, è quella di avere il dominio di sé stessi, cioè della propria testa e della propria volontà. – Ancora una parola sulla volontà. Per essere i padroni della propria volontà, dopo la grazia di Dio, l’uso dei sacramenti e della preghiera, abbiamo un mezzo solo, serio ed efficace: è il sacrificio, cioè la penitenza, che significa fare il rovescio di quel che piace a noi. Non c’è assolutamente altra strada. O si abbraccia la via della croce o la volontà diventa un’armonica. Non resisterà, servirà per suonare, ma non sarà operativa e conclusiva. È questa la conclusione della prima istanza che discende dalla considerazione della morte come apprezzamento della vita. – La seconda istanza: bisogna fare della vita una disposizione economica, che renda il massimo impiegando il minimo. Bando ai pleonasmi. E in ciò consiste il discorso proprio sul metodo che riprenderò. La terza esigenza: per impiegare bene la vita, sfruttare pienamente la forza dell’intenzione. Fare in modo che l’intenzione sia presente il più possibile e sia pura il più possibile. Presente il più possibile significa che non bisogna agire dormendo, per abitudine, ma restringere quanto è possibile l’influenza della pura abitudine; significa invocare l’intervento della intenzione positiva, attuale, esplicita. E con la luminosità della coscienza, che sempre si scruta e pertanto è in grado di illuminare gli altri, salvaguardare sempre la purezza assoluta di questa intenzione. Finalmente ho detto che l’esigenza dell’impiego economico della vita è la brama della perfezione. Salire sempre: oggi meglio di ieri; domani meglio di oggi. Ma per fare tutto questo, per fare l’armatura in cemento armato che regga tutto questo, anche nelle sue forme apparentemente bizzarre, ci vuole il metodo. – E adesso parliamo brevemente del Metodo. Parlo del metodo con la iniziale maiuscola, non di uno dei metodi qualunque. Libertà di spirito! Tra i metodi, ognuno può scegliere quello che più gli piace, quello che si confà alla propria vocazione, attività ecc. Io vi parlo del metodo come ragione fondamentale di organizzare la propria vita. In che cosa consiste questo metodo? Consiste nell’arte — l’arte che nel senso scolastico e non estetico è un complesso di regole — di disporre razionalmente le cose in ordine al proprio fine. Perché la dottrina del metodo entri costruttivamente nella nostra vita, bisogna parlarne con una certa finitezza. Del metodo si può parlare dal punto di vista materiale e formale. Parliamo prima del metodo dal punto di vista puramente materiale. Il metodo consiste in questo: anzitutto prendere visione e conoscenza delle cose, poi soppesarle, poi distinguerle, poi distribuirle nel tempo, nello spazio, nelle persone e nelle cose. È sempre dalla visione, dalla ponderazione, dall’esame delle cose che è possibile arrivare alla distinzione, divisione, discriminazione e distribuzione delle cose. Distribuzione nel tempo, nello spazio, nella caratura, nell’importanza e perfino nelle persone, nei rapporti sociali, nella vita di relazione. Quando si è giunti alla distribuzione, bisogna fare il collegamento delle cose, perché essa sia razionale, quindi la sintesi. Questo è, a grandi linee, il metodo. E queste parole applicatele alla preghiera, al lavoro, al periodico che stampate, alla missione, alla vostra anima, alla vostra vita interiore, alla vostra vocazione, e capite subito che cosa vogliano dire. Avete capito che cosa vuol dire metodo? Vuol dire tenere l’intelligenza in mano e farla funzionare! Applicate questo principio a tutto e vedrete come cambieranno le cose! Oh! mica detto che la vita debba diventare un osso o un chiodo da succhiare. No, no! Perché posso anche decidere di divertirmi, bene naturalmente! Ma mi diverto sul serio. Posso decidere di darmi all’amena conversazione, senza dir male di nessuno, beninteso, senza scandalizzare nessuno. Ma l’ho deciso io, non è che sia accaduto così, per caso. La vita di molta gente può essere paragonata a quella di un individuo che esce di casa e non sa bene che cosa debba fare. Avrebbe tante cose da sbrigare, sì, ma non ha bene in testa quale, non ha pensato a quale debba sbrigare per prima. Intanto mi metto per strada. Si mette per strada, bighellona un po’ a destra e a sinistra e dimentica ogni cosa; trova uno e si mette a parlare e prende una strada laterale, perché quello prende una strada laterale. Poi si congeda. Bighellona ancora un po’, poi, prima di riprendere nuovamente il filo delle cose, ne trova un altro. E così passa la mattinata. A mezzogiorno: Ma guarda un po’ come sono stanco, sono stato in giro e non ho concluso niente! Ho tanto da fare! Oh che vitaccia! Pare impossibile: la gente che non combina niente è sempre a dire che muore dal lavoro. Ed è poi la gente che non studia, che non si tiene aggiornata, che non approfondisce le questioni, insomma che non combina niente. – Vengo ora alla considerazione che ho chiamato formale, e cioè sostanziale. Bisogna che il metodo abbia i suoi strumenti. Ed è qui dove s’arriva alla parte più delicata del metodo. Alcuni strumenti sono importantissimi, sono massimi, ma sono talmente noti a tutti per cui non occorre che io ne parli. Sono la direzione spirituale, il consiglio, l’uso del sacramento della penitenza, la lettura di libri buoni, l’osservanza degli statuti quando si vive in una vita che è regolata da statuti e da regolamenti. Sono tutti strumenti sostanziali del metodo. Però questi li conoscete. Io voglio parlare di quelli dei quali si parla un po’ meno o, meglio, di quelli ai quali si pone meno attenzione. Bisogna avere delle idee in testa. Ecco, gli strumenti del metodo: sono le idee in testa, cioè talune grandi convinzioni generali della fede che, ora l’una ora l’altra, diventano idee forza e idee vita. Qualcuno potrà trovare più adatta a sé stesso la spiritualità ignaziana, che è tutta impostata essenzialmente sulla obbedienza; un altro potrà avere una maggiore tendenza verso la spiritualità berulliana, perché è rimasto affascinato dal mistero dell’Incarnazione e, con quest’idea sempre in testa, ha il motore che lo manda avanti, un motore che provvede anche all’illuminazione, alla forza, al ricupero nei momenti di tedio, nei momenti di stanchezza, di opacità spirituale, di oscurità, magari di notte oscura. Un altro potrà piuttosto avere la tendenza verso una spiritualità benedettina, domenicana, francescana e via via. Faccia come crede! Ma bisogna avere in mente delle idee forza. E qui, siccome Iddio ci ha lasciati liberi., mentre si accetta tutto quello che è il deposito della fede, a uno potrà venir bene come motore un punto piuttosto di un altro. Purché lo applichi bene naturalmente. – Vedete, esiste un certo tipo, un certo angolo, una certa area in questo mondo, dove si ha molta simpatia per una certa spiritualità tutta quanta volta a considerazioni di cose alte, altissime, tre volte altissime! e poi si dimentica di mettere i piedi per terra. Nell’area alla quale io adesso mi riferisco concretamente, a percorrere tutta la letteratura spirituale, quasi mai si sente parlare di umiltà, quasi mai! Quindi, nello scegliere le cosiddette idee forza, andiamoci adagio. Stiamo attenti a tenere in mano la nostra testa, a non lasciarcela impallinare con cose astruse, cerebrali, fuori della naturalezza, della verità e della realtà. Per avere un metodo, bisogna pensare a crearsi quella serie di principi, di norme, che vengono bene per il proprio temperamento! Qui c’ è molta libertà; però attenti! Faccio un esempio, e questo fa parte del metodo sostanziale. Supponiamo che ci sia una persona che ha la dote incredibile di offendersi sempre. Uno cammina un po’ più svelto, e questa si offende. Perché? Quello ha camminato in fretta per sfuggirmi. Un altro incontra una persona che gli dà il buongiorno, ma non glielo dà col tono, con la modulazione giusta. Ci sta male, ha il mal di fegato tutto il giorno. Accade un po’ come diceva la Perpetua a don Abbondio : « Lei si offende anche se le si fa coraggio ! ». Penso che non vi siano tra voi campioni di tal genere, ma non si sa mai, potrebbe anche darsi che qualcuno abbia tendenza a offendersi di tutto. E allora bisogna che arrivi a capire che non fa bene. Ma poi a questo mondo bisogna arrivare al punto di non offendersi di niente, perché è molto più economico, si vive più a lungo e soprattutto si ama più Iddio, si ha maggiore disponibilità di noi, si evita un sacco di querele e di musi. Suppongo di avere da fare con un tipo del genere e gli ragiono. Lui mi interrompe: Ma la gente è cattiva… il tale ha detto questo e quello: non ho ragione di offendermi? Io gli rispondo: Mettiti in testa un principio, e ne illustro uno per esemplificare, ma possono esservene molti altri. Ecco il principio: gli uomini in media hanno cinque logiche al giorno. C’è chi ne ha due, pochi ne hanno una, e quelli sono tutti di un pezzo, sono diamanti, e diamanti che sul mercato si trovano raramente; c’è chi ne ha tre, quattro, fino a quelli che hanno ventiquattro, venticinque logiche al giorno. Allora, facendo una media e cercando di essere caritatevole verso il prossimo, sono arrivato alla conclusione che la media deve aggirarsi sulle cinque logiche al giorno. Quando mi dicono : « Sa, il tale ha detto la tale cosa », applico il principio: A che ora l’ha detta? Ah, ma l’ha detta prima di mangiare. È la logica di quando si ha fame, che è diversa, molto diversa da quella dopo il pranzo; la logica di quando si ha sonno, e quella è ben diversa di quando si è ben svegli; e così dopo una buona notizia o dopo una cattiva notizia. Sono tutte diverse. E allora non prendertela troppo sul serio. Col principio delle cinque logiche si arriva a capire che alla maggior parte di ciò che dicono gli uomini non è il caso di dare troppo peso. E così, aiutandosi con un po’ di logica, non ci si offende. Poi, con un po’ d’esercizio, non c’è neppur bisogno di questa logica: si tira dritto e tutto è finito. Se c’è qualche cosa da aggiustare, ci penserà il Signore. – Ma concludiamo. Il metodo sostanziale non soltanto esige le idee forza, ma richiede pure che ci si faccia quell’armamentario di idee, di principi, di formule che, considerato il nostro temperamento, i nostri difetti, le nostre carenze, ci permettono di campare alla meno peggio, di mantenere la pace della coscienza, i buoni rapporti con gli altri, senza crearci continuamente, a causa delle nostre debolezze, un sacco di imbrogli e di bastoni fra le ruote e perdere così il nostro tempo e sottrarre qualche cosa alla carità verso Dio e verso il prossimo. – Vita economica! È la considerazione della morte che fa apprezzare la vita, e l’apprezzamento della vita dice che bisogna vivere economicamente. Non si può disperdere niente. I ceri sull’altare è bene che brucino interamente e non colino, perché quel che cola si perde; che si trasformino tutti in fiamma, che la materia serva soltanto ad alimentare la fiamma. Niente di sprecato. È la grande cura che dobbiamo avere della nostra vita. Bisogna avere questo armamentario nella mente. Perché se non c’è, noi non facciamo frutto.

(6 – Continua ...)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO – Leone XIII: “CONSTANTI HUNGARORUM”

Il Santo Padre, S. S. Leone XIII, nella sua costante vigilanza sulle vicende dei popoli Cattolici e della Chiesa di Cristo, rivolge la sua attenzione al popolo ungherese, popolo benemerito, dalle solide radici cristiane e patria di Santi grandi e valorosi. Le vicende minacciose del secolo già coinvolgevano questo popolo coraggioso e fermo nel difendere i valori cattolici e fedele alla Sede Apostolica pur nelle sue turbinose vicende storiche. Il Sommo Pontefice scorge approssimarsi però pericoli per la fede, la Religione, il Clero, i Regnanti ed il popolo tutto. A tutti rivolge la sua esortazione e gli ammonimenti onde rimettere in sesto una situazione che andava facendosi sempre più problematica. Tra gli ammonimenti, S. S. sottolinea la linea Cattolica per quanto riguarda i matrimoni di mista Religione, unioni piene di pericoli per le fede e per la salvezza eterna, laddove cioè viene mescolata la divina verità con la falsa dottrina a-cattolica o con abominevoli culti non cristiani, con evidenti negativi risvolti in particolare per i fondamenti dottrinali dei giovani, dei figli nati da tale unioni, che hanno indubbiamente un piede trattenuto da una palla di ferro della miscredenza e dall’infedeltà a Cristo Nostro-Signore. – Fondamentale poi, con ogni evidenza, per il Santo Padre, è la proclamazione e le diffusione della vera Dottrina Cristiana, sia direttamente, che attraverso pubblicazioni a stampa, nei riguardi particolari della gioventù scolastica e ancor più dei Seminari diocesani per la formazione di Sacerdoti esemplari per pietà, dottrina e continenza. Poi ci sono naturalmente le direttive impartite ai Vescovi ed al Clero tutto. A giudicare dai fatti storici succedutosi in quella terra di grande fede cattolica, tali moniti non furono ascoltati e sufficientemente messi in pratica; sappiamo infatti, come profeticamente ipotizzato pure in questa lettera, che pochi anni dopo, sarebbe ivi penetrata la peste e la melma social-comunista che avrebbe apportato nocumento alla Chiesa con persecuzioni di ogni genere, con oppressione del popolo tutto invaso infine da orde militari e carri armati dei “fratelli-comunisti” sovietici, sedicenti portatori di libertà e benessere, in realtà forieri di morte dei corpi e soprattutto delle anime. Se al popolo ungherese, avvertito dai Pontefici Romani e sordo ad essi, ha dovuto “pagare” con il sangue anche innocente la disobbedienza, cosa accadrà a noi altri, cittadini di popoli ancor più beneficati spiritualmente e apostati ribelli e pertinaci della Religione Cattolica? La risposta ognuno la può facilmente immaginare, e non ingannino i tempi storici dilazionati che il Signore Iddio impiega per punire, nell’attesa sempre di un pentimento e di un ritorno a Lui. Più tardi arriveranno peggio saranno. Rifugiamoci allora, noi soprattutto del “pusillus grex”, nell’Arca di salvezza che è la “VERA” Chiesa Cattolica, mettiamoci sotto la protezione della nostra Madre, la Vergine Santissima, stringiamoci intorno al Santo Padre con la preghiera e l’offerta dei nostri sacrifici di lode e, nell’attesa di una non più dilazionabile conversione, leggiamo la lettera Enciclica rivolta agli ungheresi dell’epoca e a tutti noi, Cristiani di oggi.      

Leone XIII
Constanti Hungarorum

Lettera Enciclica

La chiesa cattolica nel regno di Ungheria.-

2 settembre 1893

Alla costante pietà e al rispetto degli ungheresi verso questa Sede Apostolica, sempre mutuamente e abbondantemente corrispose la paterna benevolenza dei Romani Pontefici; e Noi stessi non abbiamo mai patito che da voi, dal vostro popolo, mancassero testimonianze di particolare carità e accortezza. – Invero manifestammo il Nostro animo con una certa singolare attenzione di tal fatta sette anni fa allorché l’Ungheria celebrò la memoria di un grandissimo e faustissimo evento. Approfittando infatti di questa occasione, scrivemmo a voi, venerabili fratelli, una lettera e in essa sia richiamammo alla memoria l’avita fede, le virtù e i fatti gloriosi degli ungheresi, sia pure comunicammo a voi suggerimenti circa quanto sembrava riguardare la salute e la prosperità di codesto popolo in questi tempi tanto avversi al Nome Cattolico. In verità il medesimo motivo e la stessa intenzione Ci spingono ora a scrivervi di nuovo.Certo in quel genere di cose che agitarono costì in questo ultimo tempo gli animi di tutti, la natura del Nostro Ufficio Apostolico richiede che esortiamo con più vigore voi e il vostro clero alla costanza degli animi, alla concordia, alla prontezza nell’istruire e ammonire opportunamente i popoli affidati alla vostra cura. – Ma ci sono presso di voi, oltre a ciò, altre cose che Ci procurano nuovo motivo di sollecitudine: intendiamo i pericoli che ogni giorno più gravi minacciano la Religione. – Di fatto queste cose, come rivolgono a sé le Nostre particolari preoccupazioni e pensieri, così sollecitano in massimo grado e con più ardore la vostra opera, venerabili fratelli, e confidiamo grandemente che essa sarà del tutto pari ai Nostri suggerimenti e alla Nostra aspettativa. – Ciò che concerne in generale i doveri dei Cattolici, in vista di così particolarmente aspro e insidioso attacco degli Istituti Cristiani, è ancor più necessario che tutti seriamente e zelantemente esaminino quanto importante sia che in ogni mutamento di tempi e di circostanze resti salva e incolume nello Stato la Religione, e parimenti quanto grandemente interessi che in ciò venga mantenuto perfetto e stabile consenso degli animi. Indubbiamente è in gioco la causa circa il sommo e il massimo di tutti i beni che è la salvezza eterna degli uomini, né di meno [è in gioco la causa] circa la conservazione e la difesa nella società Civile di ciò stesso che è intensamente richiesto sia per la pace sia per la felicità di vero nome. – Così chiaramente sentirono quegli uomini eccelsi e degni dell’oltremodo grata memoria di ogni posterità che mirabilmente risplendettero quale esimio esempio di fortezza d’animo in tutti i popoli in qualsiasi tempo e offrirono se stessi come muro per la casa di Dio; essi per la causa della Religione e della Chiesa prodigarono con decisione non solo le loro cose, ma anche la loro stessa vita. – In ciò la vostra Ungheria ha pure esempi domestici, ed essi, nel lungo decorso dei tempi, [sono] molti e insigni. Anzi, il fatto che ciò stesso [che] dal re Stefano e dal suo apostolo [fu] accolto nella Fede Cattolica sia mantenuto fedelmente e con costanza, in questo veramente, oltre al singolare beneficio di Dio, si deve riconoscere un frutto della fermissima e costante intenzione di codesto popolo; che, cioè, abbia con maturità compreso che essendo in gioco la Religione, è in gioco la causa circa la gloria del [proprio] nome, circa la stessa incolumità della propria stirpe. È sorprendente, poi, quante virtù generose e insigni abbia alimentato l’affetto di tal genere degli animi: in forza di esse gli Ungheresi opposero anche in tempi sommamente difficili all’ingerenza dei pericoli una non dissimile grandezza di fortezza e di costanza. Con il sostegno infatti di quelle virtù respinsero invitti non solo le iterate incursioni dei tartari, ma anche i lunghi e immani assalti dei maomettani: degni, certo, che in questa lotta così pericolosa venissero aiutati con ogni mezzo anche da popoli esteri, da sommi principi, massimamente dai Romani Pontefici; infatti si combatteva non solo per la fede e il dominio degli ungheresi, ma per la stessa Religione Cattolica, per la salvezza dell’Occidente. – In modo simile le bufere dei secoli recenti che produssero tanto gravi rovine presso i popoli vicini, sebbene la stessa Ungheria ne abbia sentito la violenza e abbia avuto perdite non affatto lievi, essa, tuttavia, ne sfuggì illesa, e ne sfuggirà in futuro, se solo rimanga alla Religione l’onore dovuto e tutti riconoscano quali siano i doveri quotidiani di ognuno e li osservino diligentissimamente. – E per venire a quanto riguarda più da vicino la Nostra intenzione, osservammo con dolore d’animo non affatto insignificante, che, oltre quanto nelle leggi d’Ungheria, come abbiamo altra volta deplorato, “è in discrepanza con i diritti della Chiesa e diminuisce la sua facoltà d’agire e mette impedimento alla professione del Nome Cattolico”, anche altro in questi ultimi anni è stato o decretato o operato dalla pubblica autorità non per nulla meno dannoso alla Chiesa stessa e alla realtà cattolica: per il corso, poi, che ora hanno le vostre cose comuni, è fortemente da temere che non risultino molto più gravi danni alla Religione, – Ora, poi, per ciò che concerne espressamente i punti capitali di quanto presso di voi è stato dibattuto con maggiore passione in questo tempo molto vicino, è vostro compito, venerabili fratelli, adoperarvi con zelo e concordia che tutti, sia Sacerdoti sia laici, sappiano prima di tutto che cosa a loro sia lecito e da che cosa debbano mettersi in guardia per non incorrere contro le prescrizioni della legge naturale e divina. E giacché tra di voi numerosi curatori d’anime ordinarono circa ciò stesso il giudizio della Sede Apostolica, richiesto da voi stessi, sarà vostro compito, venerabili fratelli, attendere ad esortare assiduamente i medesimi sacri Ministri che per la Religione non debbono minimamente discostarsi da quanto la Sede Apostolica avrà o stabilito o comandato: ciò che poi non è lecito ai Sacerdoti, è chiaro che non è lecito neppure ai laici. – Del resto, per impedire la forza di numerosi mali, è di grandissima importanza che i curatori d’anime non desistano mai dall’esortare la moltitudine, per quanto può essere fatto, che ci si astenga dal contrarre matrimoni con persone aliene dal nome cattolico. I fedeli comprendano giustamente e abbiano fisso negli animi, che a matrimoni di tal fatta, che la Chiesa sempre ha detestato, si deve essere contrari soprattutto, come Noi stessi in altro scritto esprimemmo, per il motivo “che essi offrono occasione ad associazione e comunicazione proibite delle realtà sacre, creano un pericolo per la Religione del coniuge Cattolico, sono d’impedimento alla buona educazione dei figli e molto spesso inducono gli animi ad assuefarsi ad avere pari considerazione delle Religioni congiunte, sottratta la discrepanza del vero e del falso”. – Ma all’avita Religione degli ungheresi, come avvisammo, sovrastano danni maggiori. Quanti costì sono nemici del Nome Cattolico non dissimulano affatto ciò che vogliono: senz’altro raggiungere con tutte le armi più adatte a nuocere che la Chiesa e la realtà cattolica vengano ogni giorno ridotte in una condizione peggiore. Perciò, venerabili fratelli, vi esortiamo con più veemenza di altre volte mai, che non risparmiate nessuna fatica per allontanare così grande pericolo dal gregge a voi affidato, dalla vostra patria. Innanzitutto prendete a cuore ed effettuate che tutti, confermati dal vostro esempio ed autorità, accolgano forti e coraggiosi la causa della Religione, fermamente la difendano. Certamente non di rado avviene – né infatti taceremo ciò che è – che alcuni tra i Cattolici, nel momento in cui dovrebbero massimamente sforzarsi con virtù e somma costanza di difendere e rivendicare i diritti della Chiesa, guidati da una certa specie di prudenza umana, o si sviano nella parte opposta o si presentano nell’agire troppo timidi e remissivi. E facilmente si vede che un tal modo d’agire apre l’adito a pericoli chiaramente gravissimi, in particolare se sono in gioco coloro che o hanno credito di autorità o che possono molto nell’opinione della moltitudine. Oltre, infatti, a venir tralasciato un compito giusto e dovuto, viene offerta causa per lo più di non lieve offesa e preclusa la strada per ottenerla e per conseguire la concordia, che fa che tutti sentano la medesima cosa, la medesima cosa approvino col loro agire. Di questa cosa, poi, cioè o dell’inoperosità o della discordia dei Cattolici, nulla ai nemici del Nome Cattolico può giungere di più desiderato: queste cose, infatti, il più delle volte finiscono là verso dove tendono a precipitare: lasciare ai nemici stessi il campo libero e aperto per osare le cose peggiori. È proprio necessario che in tutto si abbia compagne la prudenza del consiglio e la temperanza; la chiesa stessa vuole far uso nella difesa della verità di un modo riflettuto di agire: nulla è tuttavia tanto alieno dalle leggi della sicura prudenza quanto permettere che la Religione venga impunemente vessata, che la salvezza del popolo venga messa in pericolo. Avendo poi al fine della conferma della concordia dei Cattolici ed egualmente per incitarli all’attiva solerzia, forza efficace e salutare, come si mostra dall’esperienza, gli annuali convegni dei medesimi, in cui con la guida e l’autorità dei Vescovi vengono raccolti comuni suggerimenti circa la realtà cattolica, l’incremento delle opere pie di ogni genere, per questo motivo desideriamo ardentemente che venga con diligenza realizzato ciò che voi stessi non molto tempo fa sappiamo che avete opportunamente provveduto a proposito. Non dubitiamo, infatti, che convegni del genere, dei quali Noi con forza fummo promotori che si tenessero anche in altri luoghi, gioveranno grandemente alle vostre cause, – Conviene anche che voi attentamente stiate in vedetta circa il fatto che nelle assemblee dei legislatori vengano eletti uomini di provata religiosità e di dimostrata virtù che abbiano un temperamento tenace in quanto si propongono, cioè sempre disposto e vivace nel rivendicare i diritti della Chiesa e della realtà cattolica. – Voi vedete, inoltre, venerabili fratelli, come con l’aiuto sia di giornali sia di libri coloro che discordano dalla Chiesa si adoperino con vigore a spargere in lungo e in largo nel volgo i veleni degli errori e delle opinioni perverse, a corrompere i buoni costumi e ad allontanare la moltitudine dalle opere della vita cristiana. Comprendano, perciò, i vostri uomini che è già tempo di tentare qualcosa di più grande in questo campo e far sì con ogni metodo che agli scritti vengano opposti scritti che siano pari all’ingenza della battaglia e forniscano idonei rimedi ai mali. – In massima misura, poi, venerabili fratelli, vogliamo che le vostre propensioni siano fisse e poste nell’educazione dei fanciulli e degli adolescenti. Non è Nostra intenzione ripetere quanto già esponemmo nella medesima lettera a voi ricordata all’inizio: non possiamo tuttavia fare a meno di accennare brevemente ad alcune cose che sono di maggiore importanza. – Circa le scuole elementari si deve insistere e sollecitare, venerabili fratelli, che i parroci e gli altri curatori d’anime vigilino continuamente con somma applicazione su di esse e pongano l’interesse massimo del loro ufficio nell’insegnare agli alunni la Sacra Dottrina. Tale compito, poi, nobile e grave, non lo cedano alla gestione di altri, ma l’assumano essi stessi e l’abbiano carissimo, essendo certo che dalla sana e pia educazione dell’età puerile dipende per gran parte l’incolumità non solo delle famiglie, ma dello stesso stato. Ne’ crediate che alcuna operosità o solerzia sarà così grande che non ce ne sia da impiegare di più grande al fine che scuole di tal genere abbiano ogni giorno incrementi fruttuosi. Sarà assai opportuno il fatto che in ciascuna diocesi siano istituiti “ispettori” delle scuole, sia un “diocesano” sia dei “decanali”, con i quali ogni anno i Vescovi tengano consiglio circa lo stato e la condizione delle scuole e anche circa le rimanenti cose riguardanti la fede, i costumi e la cura delle anime. Che se sia necessario che o vengano, secondo il bisogno dei luoghi, istituite nuove scuole o ampliate quelle già fondate, non dubitiamo affatto che la liberalità vostra, venerabili fratelli, già messa alla prova da molti soggetti, e parimenti quella dei Cattolici di ogni ordine sia pronta e si mostrerà generosa. – Circa le scuole medie – come si dice – e quelle delle scienze maggiori, si deve con molta assiduità star in guardia che quanto di bene è stato infuso come seme negli animi dei fanciulli, non vada miseramente perduto negli adolescenti. Per quanto, perciò, potete o con le opere o con le parole, tanto adoperatevi, venerabili fratelli, che pericoli di tal fatta o vengano rimossi o vengano ridotti: e innanzitutto la vostra solerzia pastorale ottenga che alle lezioni d’insegnamento della religione vengano delegati uomini probi e dotti e che vengano rimosse quelle cause che troppo spesso impediscono il frutto salutare e copioso delle medesime. – Del resto, sebbene Ci siano ben conosciute e apprezzate le cure rivolte da voi stessi che codeste sedi di ottimi studi, che secondo l’intenzione dei promotori debbono essere in potere della Chiesa e dei Vescovi, rimangano tali quali [furono] dagli stessi istituite, vi esortiamo, tuttavia, ancor più che, tolta ogni opportunità, proseguiate ad adoperarvi in ciò stesso con comune consultazione, come è vostro diritto e dovere. Ciò che infatti è concesso a quanti sono dissenzienti dal Nome Cattolico, ripugna sia all’equità sia alla giustizia negarlo ai Cattolici: pubblicamente poi importa che quanto è stato così piamente e sapientemente istituito dagli antenati, venga impiegato perpetuamente non a detrimento della Chiesa e della Fede Cattolica, ma a difesa e a sostegno dell’una e dell’altra e in tal modo per il bene dello Stato stesso. – Infine la natura del Nostro compito richiede che vi affidiamo con grande vigore quanto in quella medesima lettera vi abbiamo affidato circa i chierici adolescenti, i presbiteri. – Certamente se è vostro compito, venerabili fratelli, di porre l’attenzione e l’opera maggiore nell’educare rettamente ogni gioventù, è necessario che vi diate molto di più da fare per coloro che crescono per la speranza della Chiesa, affinché appunto essi e siano degni dell’onore del Sacerdozio e mostrino una virtù adatta secondo i tempi ad adempierne giustamente i compiti. In questo rivendicando i sacri seminari di diritto la precipua funzione della vostra vigilanza, sforzatevi ogni giorno con più alacre applicazione, che essi fioriscano di ottimi indirizzi e abbondino di tutti quegli aiuti che sono necessari; chiaramente così che mediante l’ammaestramento di scelti superiori, gli alunni delle sacre realtà vengano con maturità e pienezza guadagnati ai costumi, alle virtù proprie del loro ordine e a tutto il decoro della dottrina sia divina sia umana. – Per ciò poi che concerne un operare fruttuoso del vostro Clero, è richiesto in grado massimo da questo tempo che la vostra fermezza di fedeltà al dovere, venerabili fratelli, risplenda singolare sia nella concordia nel dirigerlo, sia nella solerzia e carità nell’esortare e ammonire, sia nel difendere la disciplina ecclesiastica. – D’altra parte quanti appartengono all’ordine del Clero è necessario che rimangano aggrappati ai loro Vescovi con somma fede, accolgano i loro moniti, ne favoriscano i suggerimenti e le iniziative; nell’esercizio, poi, dei compiti sacri, nell’accogliere le fatiche per la salvezza eterna degli uomini si offrano sempre pronti e zelanti con la carità quale guida. – Giacché poi in tutti gli ambiti gli esempi dei Sacerdoti possono molto, essi si adoperino innanzitutto per costantemente mostrare se stessi forma viva di virtù e continenza agli occhi del popolo cristiano. Prudentemente, poi, si guardino dal darsi troppo agli interessi per le realtà civili o politiche; e ricordino spesso il detto dell’apostolo Paolo: “Nessuno, militando per Dio, intralcia se stesso con faccende secolari: per piacere a colui da cui ricevette l’approvazione” (2Tm II, 4), Certo, come ammonisce San Gregorio Magno, è giusto non abbandonare di provvedere per le cose esterne per via della sollecitudine di quelle interne: e specificatamente, trattandosi di difendere la Religione o di favorire il bene comune, non si devono, certo, trascurare quei sostegni e aiuti che il tempo o il luogo apporti.
È’ necessaria, tuttavia, somma prudenza e vigilanza affinché, appunto, gli uomini sacri dell’ordine non ne oltrepassino l’importanza e la giusta misura ed essi sembrino curare meno le cose celesti che le umane. In modo molto appropriato [dice] il medesimo Gregorio Magno: “Le faccende secolari quindi devono talora per solidarietà essere sopportate, giammai però essere ricercate per amore; affinché esse con il loro peso, aggravando la mente dell’amante, non sommergano questa, avendola vinta, dalle cose celesti in quelle terrene”. – Vogliamo anche che coloro che presiedono le curie vengano da voi sollecitati a custodire il “peculio” delle loro chiese religiosamente e lo amministrino con somma diligenza: se poi anche in questo ambito si fossero insediate cose meno rette, voi parimenti mettete in moto l’adatta gestione secondo il compito. – Inoltre riteniamo molto opportuno che dal Clero venga prestata premurosa cura che i sodalizi o le confraternite laiche che sono costì, rifioriscano nel primitivo decoro. Di fatto è in gioco una realtà che riguarda non meno il bene dei medesimi sodalizi che quello pubblico della Religione. Infatti, per omettere le altre cose, tali sodalizi possono, certo, essere di grande aiuto a voi e al vostro clero sia nel guadagnare il popolo alla pietà, alla vita cristiana, sia anche nel confermare quella salutare concordia degli animi e delle volontà che quanto mai vivamente desideriamo. Infine circa tutto quanto riguarda la difesa della Religione e dell’avita fede o l’incremento delle istituzioni di Nome Cattolico o anche la disciplina di ambo il Clero, pensiamo che sarà chiaramente ottimo e saluberrimo, venerabili fratelli, se vi abituerete a consultarvi ripetutamente tra di voi per decretare di comune giudizio quelle cose che riconoscerete o necessario o più opportune. – Confidiamo che tutti i Cattolici d’Ungheria, vista la china così pericolosa delle loro cose, e riconoscendo in tutto ciò che abbiamo detto una testimonianza della Nostra paterna sollecitudine e della Nostra amantissima volontà verso di loro, prenderanno coraggio e forza e con ogni religiosità, come si conviene, obbediranno ai nostri suggerimenti e moniti. A voi poi, venerabili fratelli, e parimenti al Clero e al popolo cattolico, che strenuamente vi affaticate con una sola mente e con un solo animo per la Religione, sarà d’aiuto propizio Dio ed Egli soprattutto donerà felice risolutezza alle vostre iniziative. Né mancherà senz’altro in causa santissima e giustissima l’amore benevolo e generoso del sommo Principe, diciamo dell’apostolico vostro Re, del quale anche dagli inizi del suo principato sono state largamente scorte le benemerenze verso il vostro popolo. – Affinché tutto vada secondo i desideri e in modo prospero, anche voi con Noi, venerabili fratelli, presentate forti preci a Dio: in modo tutto particolare interponete il patrocinio dell’augusta Genitrice di Dio; implorate poi anche la fede di santo Stefano vostro apostolo, affinché dal cielo guardi benigno la sua Ungheria e conservi in essa santamente e inviolatamente i benefici della divina Religione. – Come augurio, poi, dei doni celesti e come testimonianza della Nostra paterna benevolenza impartiamo, venerabili fratelli, a voi, al Clero e a tutto il vostro popolo amantissimamente la Benedizione Apostolica.

Roma, presso San Pietro, 2 settembre 1893, anno XVI del Nostro pontificato.

CLARIFICATIONS ABAUT UNAUTHORIZED AND UNCENSORED RELIGIOUS PUBLICATIONS – CONSIDERAZIONI SULLE PUBBLICAZIONI DI CARATTERE RELIGIOSO NON AUTORIZZATE E CENSITE

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE PUBBLICAZIONI DI CARATTERE RELIGIOSO NON AUTORIZZATE E CENSITE CANONICAMENTE

(per i lettori di lingua inglese)

Pubblichiamo alcuni punti fondamentali della dottrina della Chiesa, ricordati opportunamente da un Sacerdote cattolico “vero” di lingua inglese ai lettori anglofoni. Il nostro blog ha più volte insistito su questi punti, studiando nei dettagli il contenuto della Costituzione Apostolica Officiorum ac munerum, di S. S. Papa Leone XII (v.), ribadito nella notissima enciclica “Pascendi” di S. S. San Pio X, anche questa approfondita in diversi post dello stesso blog. Ci sembra assolutamente necessario riportarne i contenuti in lingua inglese, con la relativa traduzione italiana, per ricordare a noi stessi ed a tutti i Cattolici del “piccolo gregge”, che non è consigliabile in ogni caso leggere articoli, libri, post ed editoriali giornalistici anche su internet, nonché pretese rivelazioni private senza l’autorizzazione dell’Ordinario del luogo, o di un suo Vicario incaricato. Si incorre nelle terribili scomuniche “ipso facto” contenute nella Costituzione Apostolica di Leone XIII [non a caso l’antipapa pederasta Montini, abrogò questa norma che avrebbe colpito lui stesso per primo …], scomuniche Latae sententiae riservate in modo speciale alla Sede Apostolica. Tutti coloro che scrivono, pubblicano o leggono scritti non autorizzati con nihil obstat ed imprimatur, sappiano che sono automaticamente scomunicati e fuori dalla Chiesa Cattolica, quindi fuori dall’Arca di salvezza. Siate quindi molto attenti e scrupolosi in merito: “… ciò che Pietro ha legato in terra, è legato pure in cielo”, e ricordate che nessun Papa o Concilio [… figuriamoci poi un antipapa o un conciliabolo massonico!!] può abrogare le decisioni di un Papa precedente o le disposizioni di un Concilio presieduto validamente da un Sommo Pontefice, come da diritto canonico e divino.

Some quotes:

The books of apostates, heretics, schismatics, and all writers whatsoever, defending heresy or schism, or in any way attacking the foundations of religion, are altogether prohibited.

It is forbidden to publish, read, or keep books in which sorcery, divination, magic, the evocation of spirits, and other superstitions of this kind are taught or commended.

Books or other writings which narrate new apparitions, revelations, visions, prophecies, miracles, or which introduce new devotions, even under the pretext of being private ones, if published without the legitimate permission of ecclesiastical superiors, are prohibited.

It is forbidden to all to give publicity in any way to apocryphal indulgences, and such as have been proscribed or revoked by the Apostolic See. Those which have already been published must be withdrawn from the hands of the faithful.

No books of indulgences, or compendiums, pamphlets, leaflets, etc., containing grants of indulgences, maybe published without permission of competent authority.

No litanies – except the ancient and common litanies contained in the breviaries, missals, pontificals, and rituals, as well as the Litany of Loreto, and the Litany of the Most Holy Name of Jesus already approved by the Holy See – may be published without the examination and approbation of the ordinary.

No one, without license of legitimate authority, may publish books or pamphlets of prayers, devotions, or of religious, moral, ascetic, or mystic doctrine and instruction, or others of like nature, even though apparently conducive to the fostering of piety among Christian people; otherwise they are to be considered as prohibited.

Newspapers and periodicals which designedly attack religion or morality are to be held as prohibited not only by the natural but also by the ecclesiastical law. Ordinaries shall take care, whenever it be necessary, that the faithful shall be warned against the danger and injury of reading of this kind.

Those only shall be allowed to read and keep books prohibited, either by special decrees or by these General Decrees, who shall have obtained the necessary permission, either from the Apostolic See or from its delegates.

Those who have obtained apostolic faculties to read and keep prohibited books may not on this account read and keep any books whatsoever or periodicals condemned by the local ordinaries, unless in the apostolic indult express permission be given to read and keep books by whomsoever prohibited. And those who have obtained permission to read prohibited books must remember that they are bound by grave precept to keep books of this kind in such a manner that they may not fall into the hands of others.

It is expedient, in denouncing bad books, that not only the title of the book be expressed, but also, as far as possible, the reasons be explained why the book is considered worthy of censure. Those to whom the denunciation is made will remember that it is their duty to keep secret the names of the denouncers.

All the faithful are bound to submit to preliminary ecclesiastical censorship at least those books which treat of Holy Scripture, sacred theology, ecclesiastical history, canon law, natural theology, ethics, and other religious or moral subjects of this character; and in general all writings specially concerned with religion and morality.

The censors should be taken from both the secular and religious clergy, and should be men of mature age, of tried learning and prudence, who will take the golden mean in approving or rejecting doctrines.

The censor must give his opinion in writing; if it is favorable the Ordinary may allow the manuscript to be published; the imprimatur of the bishop is preceded by the opinion of the censor over his signature. Only in extraordinary cases and rare circumstances may, according to the bishop’s judgment, the name of the censor be omitted.

The author shall never be informed of the name of the censor who is to revise his book before he has given his judgment. (Canon 1393.)

The permission of the Ordinary by which he grants faculty to publish a manuscript shall be given in writing, and shall be printed either at the beginning or the end of a book, magazine, or on pictures, with his name and the date and place of the concession.

fr. UK.

TITLE XXIII.

Censorship and Prohibition of Books.

1227. The Church has the right to rule that Catholics shall not publish any books unless they have first been subjected to the approval of the Church and to forbid for a good reason the faithful to read certain books, no matter by whom they are published.

The rules of this title concerning books are to be applied also to daily papers, periodicals, and any other publication, unless the contrary is clear from the Canons. (Canon 1384.)

CHAPTER I.

Censorship of Books.

1228. Without previous ecclesiastical approval even laymen are not allowed to publish:

1. the books of Holy Scripture, or annotations and commentaries of the same;

2. books treating of Sacred Scripture, theology, Church history, Canon Law, natural theology, ethics, and other sciences concerning religion and morals. Furthermore, prayer books, pamphlets and books of devotion, of religious teaching, either moral, ascetic, or mystic, and any writing in general in which there is anything that has a special bearing on religion or morality;

3. sacred images reproduced in any manner, either with or without prayers.

The permission to publish books and images spoken of in this Canon may be given either by the proper Ordinary of the author, or by the Ordinary of the place where they are published, or by the Ordinary of the place where they are printed; if, however, any one of the Ordinaries who has a right to give approval refuses it, the author cannot ask it of another unless he informs him of the refusal of the Ordinary first requested.

The religious must, moreover, first obtain permission from their major superior. (Canon 1385.)

1229. The secular clergy are forbidden without the consent of their bishop, the religious without the permission of the major superior and the bishop, to publish any book on secular topics, or to be a contributor to, or editor, of daily papers, periodicals, booklets, etc.

In papers, pamphlets and magazines which, as a rule, attack the Catholic religion or good morals, not even laymen should write anything except for a good and reasonable cause, to be approved by the Ordinary. (Canon 1386.)

1230. Matters pertaining in any manner to the causes of beatification and canonization of the servants of God, may not be published without permission from the Sacred Congregation of Rites. (Canon 1387.)

1231. All books, summaries, booklets and papers, etc., in which the concession of indulgences is mentioned, shall not be published without permission of the Ordinary of the diocese. Special permission of the Holy See is required for printing in any language authentic collections of prayers and good works to which the Holy See has attached indulgences, as also a list of the papal indulgences and summaries of indulgences previously collected, but never approved, and summaries to be now made up from the various concessions. (Canon 1388.)

1232. The collections of decrees of the Roman Congregations cannot be published anew without first obtaining permission from the respective Congregation, and observing the conditions which the prefect of the Congregation may lay down in giving permission. (Canon 1389.)

1233. In the publication of liturgical books, or parts thereof, and in reprints of litanies approved by the Holy See, the Ordinary of the place where the printing is done, or where they are published, must attest that the copy agrees with the original official edition. (Canon 1390.)

1234. Translations of the Holy Scriptures in the vernacular languages may not be published .unless they are either approved by the Holy See, or they are published, under the supervision of the bishop, with annotations chiefly taken from the holy Fathers of the Church and learned Catholic writers. (Canon 1391. )

1235. When a work is approved in its original text, the approval does not extend to translations into other languages nor to other editions; wherefore both the translation and the new edition of a work already approved needs a new approval.

If various chapters that have appeared in approved magazines, or other periodicals, are collected and published in book form, they are not considered a new edition and do therefore not need a new approval. (Canon 1392.)

1236. In every episcopal Curia there should be official censors, who shall examine the works to be published.

The examiners should be free from all human respect in the exercise of their office, and shall have before their eyes only the dogmas of the Church and the universal Catholic teaching contained in the decrees of the General Councils, in the constitutions and orders of the Holy See, and in the consent of approved doctors.

The censors should be taken from both the secular and religious clergy, and should be men of mature age, of tried learning and prudence, who will take the golden mean in approving or rejecting doctrines.

The censor must give his opinion in writing; if it is favorable the Ordinary may allow the manuscript to be published; the imprimatur of the bishop is preceded by the opinion of the censor over his signature. Only in extraordinary cases and rare circumstances may, according to the bishop’s judgment, the name of the censor be omitted.

The author shall never be informed of the name of the censor who is to revise his book before he has given his judgment. (Canon 1393.)

1237. The permission of the Ordinary by which he grants faculty to publish a manuscript shall be given in writing, and shall be printed either at the beginning or the end of a book, magazine, or on pictures, with his name and the date and place of the concession.

If permission for publication is to be denied, the reasons should be given to the author unless there are grave reasons why this should not be done. (Canon 1394.)

CHAPTER II.

Prohibition of Books.

1238. The right and duty to prohibit books for a good reason rests with the Supreme Pontiff for the whole Church, with the particular councils for their territory, with the individual Ordinary for his diocese.

From the prohibition of inferior authorities recourse may be had to the Holy See, not however, in suspensive, which means that the prohibition must be obeyed until Rome has rescinded the orders of the inferior authority.

Also the abbot of an independent monastery, and the supreme superior of a clerical exempt religious body, may with their respective council or Chapter prohibit books to their subjects for good reasons; the same authority possess other major superiors in union with their council in cases where immediate action is necessary, with the duty, however, to refer the matter as soon as possible to the supreme superior. (Canon 1395.)

1239. Books forbidden by the Holy See are to be considered forbidden everywhere, and in any translation into other languages. (Canon 1396.)

1240. It is the duty of all the faithful, and especially of the clergy, of ecclesiastical dignitaries, and of men of extraordinary learning, to refer books which they think pernicious to the Ordinary or to the Holy See. This duty pertains by special title to the legates of the Holy See, to the local Ordinaries, and to rectors of Catholic Universities.

It is expedient in the denunciation of a book to not only indicate the title of the book, but also, as far as possible, the reasons why a book is thought to deserve condemnation.

Those to whom the book is denounced are by sacred duty bound to keep secret the names of those who denounce it.

The local Ordinaries must, either in person or, if necessary, through other capable priests, watch over the books which are published or sold in their territory.

The Ordinaries should refer to the Holy See those books which require a more searching examination, also works which for their effective prohibition demand the weight of the supreme authority. (Canon 1397.)

1241. The prohibition of books has this effect that the forbidden books may not without permission be published, read, retained, sold, nor translated into another language, nor made known to others in any way.

The book which has in any way been forbidden may not again be published except after the demanded corrections have been made and the authority which forbade the book, or his superior, or successor, has given permission. (Canon 1398.)

1242. By the very law are forbidden:

1. editions of the original text, or of ancient Catholic versions, of the Sacred Scriptures, also of the Oriental Church, published by non-Catholics ; likewise any translations in any language made or published by them ;

2. books of any writers defending heresy or schism, or tending in any way to undermine the foundations of religion;

3. books which purposely fight against religion and good morals ;

4. books of any non-Catholic treating professedly of religion unless it is certain that nothing is contained therein against the Catholic faith;

5. books on the holy Scriptures or on religious subjects which have been published without the permission required by Canons 1385, 1, nn. 1, and 1391; books and leaflets which bring an account of new apparitions, revelations, visions, prophecies, miracles, or introduce new devotions even though under the pretext that they are private; if these books, etc., are published against the rules of the Canons;

6. books which attack or ridicule any of the Catholic dogmas, books which defend errors condemned by the Holy See, or which disparage Divine worship, or tend to undermine ecclesiastical discipline, or which purposely insult the ecclesiastical hierarchy, or the clerical and religious states;

7. books which teach or approve of any kind of superstition, fortune-telling, sorcery, magic, communication with spirits and such like affairs ;

8. books which declare duels, suicide, divorce as licit ; books which treat of masonic and other sects of the same kind, and contend that they are not pernicious, but rather useful to the Church and civil society;

9. books which professedly treat of impure and obscene subjects, narrate or teach them;

10. editions of liturgical books approved by the Holy See, but which have been unlawfully changed in some things so that they no longer agree with the editions authorized by the Holy See ;

11. books which publish apocryphal indulgences, or those condemned or recalled by the Holy See ;

12. images of our Lord, of the blessed Virgin, angels, saints, and other servants of God, which are not in accord with the mind and the decrees of the Church. (Canon 1399.)

1243. Books mentioned in n. 1 of the preceding Canon, and books published against the law of Canon 1391, are allowed to those who in any way engage in theological or biblical studies, provided these books are faithful and complete copies of the original, and do not in their introduction, or in their notes, attack Catholic dogmas. (Canon 1400.)

1244. Cardinals and bishops, both residential and titular, are not bound by the ecclesiastical prohibition of books, provided they use the necessary precautions. (Canon 1401.)

1245. Ordinaries can give permission to their subjects for the reading of books forbidden by the general law of the Code, as well as by decree of the Holy See, for individual books and in individual and urgent cases only.

If the Ordinaries have obtained from the Holy See general faculty to allow their subjects the keeping and reading of forbidden books, they should give this permission with discretion. (Canon 1402.)

1246. Persons who have obtained from the Holy See the faculty of reading and keeping forbidden books cannot for that reason read and keep books forbidden by their Ordinaries, unless the Apostolic indult explicitly gives them the faculty to read and keep books forbidden by any authority.

Moreover, they are held by grave precept to guard the forbidden books in order that they may not fall into the hands of others. (Canon 1403.)

1247. Bookdealers shall not sell, loan, or keep books which professedly treat of obscene matters; other forbidden books they should not have for sale unless they have obtained permission from the Holy See, nor should they sell them to any one except they can reasonably judge that the buyer has the right to ask for these books. (Canon 1404.)

1248. By the permission to read forbidden books no one is exempted from the prohibition of the natural law not to read books which are to the reader a proximate occasion of sin.

Local Ordinaries, and others having the care of souls, shall at proper times and occasions warn the faithful of the danger and harm of bad books, especially of those that are forbidden. (Canon 1405.)

THE NEW CANON LAW

A Commentary and Summary of the

New Code of Canon Law

By Rev. STANISLAUS WOYWOD, O.F.M.

With a Preface by Right Rev. Mgr. PHILIP BERNARDINI, J.U.D.

Professor of Canon Law at the Catholic University, Washington

New Edition, Augmented by Recent Decrees and Declarations

NEW YORK JOSEPH F. WAGNER (Inc.)

LONDON: B. HERDER

Nihil Obstat: FR. BENEDICT BOEING, O.F.M., FR. BENEVENUTUS RYAN, O.F.M.

Imprimi Potest: FR. EDWARD BLECKE, O.F.M., Minister Provincialis, JULY 1, 1918

Nihil Obstat: ARTHUR J. SCANLAN, S.T.D., Censor Librotum

Impimatur: + JOHN CARDINAL FARLEY, Archbishop of New York

NEW YORK, JULY 3, 1918

Copyright, 1918, by JOSEPH F. WAGNER, New York

pp. 285-290.

The violation of the Censorship of Books.

399. – III. The violation of these laws is usually a grave sin.

In less important matters there is only a venial sin, more so in case permission alone is required than when the work must also be submitted to ecclesiastical censorship.

The violation of the Prohibition of Books.

403. – IV. The violation of the laws on the prohibition of books is in itself a grave sin; but in matters of lesser moment there is only a venial sin.

Reading forbidden literature is gravely sinful if the amount read would constitute a great danger for many people, even though it be harmless to the one reading. Therefore, according to the contents, one may read a greater or lesser portion of such literature without commiting a grievous sin. If the book is very obscene even half a page may be sufficient to constitute a mortal sin, whereas, if the book is not very dangerous, even the reading of thirty pages may not be gravely sinful. If a book is in itself harmless and is forbidden merely because it relates new revelations, etc., but is published without ecclesiastical permission, a person might commit only a venial sin by reading the entire volume. It is gravely sinful to read habitually forbidden newspapers and magazines, and even to read such literature a single time if one reads a considerable amount thereof (either in contenet or in quantity) directed against faith or morals.

To retain forbidden books is a mortal sin if one keeps them for more than a month. – It is not sinful to keep a book for a short time either because one intends to surrender it to the authorities of because he is awaiting permission to read it. For the penalties confer 433, 440.

423. – Penalties are either latae sententiae (l.s.) or ferrendae sententiae (f.s.), according as they are insurred ipso facto by the commission of an offense, or must be inflicted bt the judge (C. 2217).

A censure l.s. may be said to be imposed by anticipatory sentence; a censure f.s., by condemnatory sentence.

CENSURES LATAE SENTENTIAE (insurred ipso facto)

433. – Those who publish, defend, or who knowlingly read or retain without the requisite permission books of apostates, heretics or schismatics, or books nominally proscribed by Apostolic Letters, provided such books have actually been published (C. 2318).

By “books” in this connection we understand publications of (approximately) 160 pages in octavo. Small pamplets and tracts are indeed forbidden (Cf. 401) but not under excommunication. – The concept of apostasy, etc., implies that one is a Christian; pagans and Jews are, therefore, not included. – A book is not written in defence of error if it merely contains some erroneous statements; more than that is required, namely, there must be an attempt to convince the reader by some manner of proof. It is sufficient, however, if one individual proposition is defended, even though the subject matter of the book is otherwise not of a religious character. – An Apostolic Letter is some writing of the Holy Father himself; thus books forbidden only by some decree of a Congregation are not thereby proscribed under excommunication. – The publisher incurs the penalty only after the book is rendered accessible to the public. – The printer is not excommunicated, neither is the linotypist. – A book is “defnded” by him who praises its contents and undertakes to uphold it, declares it to be opportune or who preserves the book from destruction; but not one who merely praises the style of the author. – He is excommunicated by “reading” who reads a sufficient amount to constitute a mortal sin (Cf. 403). The same obtains for “retaining” a book. A book is said to appear when it becomes accessible to the public. Proof readers are not excommunicated. – Since the reading and retaining must be done “knowlingly”, minors are exempt from the excommunication in case it is not certain whether they are in full possession of their mental faculties (Cf. 425).

Moral Theology
by Rev. Heribert Jone, O.F.M. CAP., J.C.D., by Rev. Urban Adelman, O.F.M. CAP., J.C.D.
The Mercier Press Limited, Cork, Ireland
Nihil Obstat: PIUS KAELIN, O.F.M. CAP, Censor Deputatus
Imprimi Potest: VICTOR GREEN, O.F.V. CAP., Provincial, July 2, 1955
Nihil Obstat: RICHARD GINDER, S.T.I., Censor Librorum
Imprimatur: JOHN FRANCIS DEARDEN, D.D., Bishop of Pittsburg, August 15, 1955
Ecclesiastical Legislation on Books, p. 271, 274, 291, 298
Copyright 1929 and 1951
Printed in the United states of America

THE PROHIBITION AND CENSORSHIP OF BOOKS

Apostolic Constitution Officiorum ac Munerum, January 25, 1897

By Pope Leo XIII

Of all the official duties which We are bound most carefully and most diligently to fulfil in this supreme position of the apostolate, the chief and principal duty is to watch assiduously and earnestly to strive that the integrity of Christian faith and morals may suffer no diminution. And this, more than at any other time, is especially necessary in these days, when men’s minds and characters are so unrestrained that almost every doctrine which Jesus Christ, the Saviour of mankind, has committed to the custody of His Church, for the welfare of the human race, is daily called into question and doubt. In this warfare, many and varied are the stratagems and hurtful devices of the enemy; but most perilous of all is the uncurbed freedom of writing and publishing noxious literature. Nothing can be conceived more pernicious, more apt to defile souls, through its contempt of religion, and its manifold allurements to sin. Wherefore the Church, who is the custodian and vindicator of the integrity of faith and morals, fearful of so great an evil, has from an early date realized that remedies must be applied against this plague; and for this reason she has ever striven, as far as lay in her power, to restrain men from the reading of bad books, as fram a deadly poison. The early days of the Church were witnesses to the earnest zeal of St. Paul in this respect; and every subsequent age has witnessed the vigilance of the Fathers, the commands of the bishops, and the decrees of Councils in a similar direction.

Historical documents bear special witness to the care and diligence with which the Roman Pontiffs have vigilantly endeavored to prevent the unchecked spread of heretical writings detrimental to the pubUc. History is full of examples. Anastasius I solemnly condemned the more dangerous writings of Origen, Innocent I those of Pelagius, Leo the Great all the works of the Manicheans. The decretal letters, opportunely issued by Gelasius, concerning books to be received and rejected, are well known. And so, in the course of centuries, the Holy See condemned the pestilent writings of the Monothelites, of Abelard, Marsilius Patavinus, Wycliff, and Huss.

In the fifteenth century, after the invention of the art of printing, not only were bad publications which had already appeared condemned, but precautions began to be taken against the pubhcation of similar works in the future. These prudent measures were called for by no slight cause, but rather by the need of protecting the public morals and welfare at the time; for too many had rapidly perverted into a mighty engine of destruction an art excellent in itself, productive of immense advantages, and naturally destined for the advancement of Christian culture. Owing to the rapid process of publication, the great evil of bad books had been multiplied and accelerated. Wherefore Our predecessors, Alexander VI. and Leo X., most wisely promulgated certain definite laws, well suited to the character of the times, in order to restrain printers and pubUshers within the limits of their duty.

The tempest soon became more violent, and it was necessary to check the contagion of heresy with still more vigilance and severity. Hence Leo X, and afterwards Clement VII, severely prohibited the reading or retaining of the books of Luther. But as, owing to the unhappy circumstances of that epoch, the foul flood of pernicious books had increased beyond measure and spread in all directions, there appeared to be need of a more complete and efficacious remedy. This remedy Our predecessor, Paul IV, was the first to employ, by opportunely publishing a list of books and other writings against which the faithful should be warned. A little later the Council of Trent took steps to restrain the ever-growing license of writing and reading by a new measure. At its command and desire, certain chosen prelates and theologians not only applied themselves to increasing and perfecting the Index which Paul IV had published, but also drew up certain rules to be observed in the publishing, reading, and use of books; to which rules Pius IV, added the sanction of his apostolic authority.

The interests of the pubhc welfare, which had given rise to the Tridentine Rules, necessitated in the course of time certain alterations. For which reason the Roman Pontiffs, especially Clement VIII, Alexander VII, and Benedict XIV, mindful of the circumstances of the period and the dictates of prudence, issued several decrees calculated to elucidate these rules and to accommodate them to the times.

The above facts clearly prove that the chief care of the Roman Pontiffs has always been to protect civil society from erroneous behefs and corrupt morals, the twin causes of the decline and ruin of States, which commonly owes its origin and its progress to bad books. Their labors were not unfruitful, so long as the divine law regulated the commands and prohibitions of civil government, and the rulers of States acted in unison with, the ecclesiastical authority.

Every one is aware of the subsequent course of events. As circumstances and men’s minds gradually altered, the Church, with her wonted prudence, observing the character of the period, took those steps which appeared most expedient and best calculated to promote the salvation of men. Several prescriptions of the rules of the Index, which appeared to have lost their original opportuneness, she either abolished by decree, or, with equal gentleness and wisdom, permitted them to grow obsolete. In recent times, Pius IX, in a letter to the archbishops and bishops of the States of the Church, considerably mitigated Rule X Moreover, on the eve of the Vatican Council, he instructed the learned men of the preparatory commission to examine and revise all the rules of the Index, and to advise how they should be dealt with. They unanimously decided that the rules required alteration; and several of the Fathers of the Council openly professed their agreement with this opinion and desire. A letter of the French bishops exists urging the necessity of immediate action in “repubhshing the rules and the whole scheme of the Index in an entirely new form, better suited to our times and easier to observe.” A similar opinion was expressed at the same time by the bishops of Germany, who definitely petitioned that “the rules of the Index might be submitted to a fresh revision and a rearrangement.” With these bishops many bishops of Italy and other countries have agreed.

Taking into account the circumstances of our times, the conditions of society, and popular customs, all these requests are certainly justified and in accordance with the maternal affection of Holy Church. In the rapid race of intellect, there is no field of knowledge in which literature has not run riot, hence the daily inundation of most pernicious books. Worst of all, the civil laws not only connive at this serious evil but allow it the widest license. Thus, on the one hand, many minds are in a state of anxiety; whilst, on the other, there is unlimited opportunity for every kind of reading.

Believing that some remedy ought to be applied to these evils, We have thought well to take two steps which will supply a certain and clear rule of action in this matter. First, to diligently revise the Index of books forbidden to be read; and We have ordered this revised edition to be published when complete. Secondly, We have turned Our attention to the rules themselves, and have determined, without altering their nature, to make them somewhat milder, so that it cannot be difficult or irksome for any person of good-will to obey them. In this we have not only followed the example of Our predecessors, but imitated the maternal affection of the Church, who desires nothing more earnestly than to show herself indulgent, and, in the present, as in the past, ever cares for her children in such a manner as gently and lovingly to have regard to their weakness.

Wherefore, after mature deliberation, and having consulted the Cardinals of the Sacred Congregation of the Index, We have decided to issue the following General Decrees appended to this Constitution, and the aforesaid Sacred Congregation shall, in the future, follow these exclusively, and all Catholics throughout the world shall strictly obey them. We will that they alone shall have the force of law, abrogating the rules published by order of the Sacred Council of Trent, and the Observations, Instructions, Decrees, Monita, and all other statutes and commands whatsoever of Our predecessors, with the sole exception of the Constitution Sollicita et provida of Benedict XIV., which We will to retain in the future the full force which it has hitherto had.

GENERAL DECREES CONCERNING THE PROHIBITION
AND CENSORSHIP OF BOOKS.

ARTICLE I.

Of the Prohibition of Books.

CHAPTER I

Of the Prohibited Books of Apostates, Heretics, Schismatics,
and Other Writers.

1. All books condemned before the year 1600 by the Sovereign Pontiffs, or by Ecumenical Councils, and which are not recorded in the new Index, must be considered as condemned in the same manner as formerly, with the exception of such as are permitted by the present General Decrees.

2. The books of apostates, heretics, schismatics, and all writers whatsoever, defending heresy or schism, or in any way attacking the foundations of religion, are altogether prohibited.

3. Moreover, the books of non-Catholics, ex professo treating of religion, are prohibited, unless they clearly contain nothing contrary to Cathohc faith,

4. The books of the above-mentioned writers, not treating ex professo of religion, but only touching incidentally upon the truths of faith, are not to be considered as prohibited by ecclesiastical law, unless proscribed by special decree.

CHAPTER II.

Of Editions of the Original Text of Holy Scripture and of Versions
not in the Vernacular.

5. Editions of the original text and of the ancient Catholic versions of Holy Scripture, as well as those of the Eastern Church, if published by non-Catholics, even though apparently edited in a faithful and complete manner, are allowed only to those engaged in theological and biblical studies, provided also that the dogmas of Catholic faith are not impugned in the prolegomena or annotations.

6. In the same manner, and under the same conditions, other versions of the Holy Bible, whether in Latin or in any other dead language, published by non-Catholics, are permitted.

CHAPTER III.

Of Vernacular Versions of Holy Scripture.

7. As it has been clearly shown by experience that, if the Holy Bible in the vernacular is generally permitted without any distinction, more harm than utility is thereby caused, owing to human temerity: all versions in the vernacular, even by Catholics, are altogether prohibited, unless approved by the Holy See, or published, under the vigilant care of the bishops, with annotations taken from the Fathers of the Church and learned Catholic writers.

8. All versions of the Holy Bible, in any vernacular language, made by non-Catholics are prohibited; and especially those published by the Bible societies, which have been more than once condemned by the Roman Pontiffs, because in them the wise laws of the Church concerning the publication of the sacred books are entirely disregarded.

Nevertheless, these versions are permitted to students of theological or biblical science, under the conditions laid down above (No. 5).

CHAPTER IV.

Of Obscene Books.

9. Books which professedly treat of, narrate, or teach lewd or obscene subjects are entirely prohibited, since care must be taken not only of faith but also of morals, which are easily corrupted by the reading of such books.

10. The books of classical authors, whether ancient or modem, if disfigured with the same stain of indecency, are, on account of the elegance and beauty of their diction, permitted only to those who are justified on account of their duty or the function of teaching; but on no account may they be placed in the hands of, or taught to, boys or youths, unless carefully expurgated.

CHAPTER V.

Of Certain Special Kinds of Books.

11. Those books are condemned which are derogatory to Almighty God, or to the Blessed Virgin Mary, or the Saints, or to the Catholic Church and her worship, or to the sacraments, or to the Holy See. To the same condemnation are subject those works in which the idea of the inspiration of Holy Scripture is perverted, or its extension too narrowly limited. Those books, moreover, are prohibited which professedly revile the ecclesiastical hierarchy, or the clerical or religious state.

12. It is forbidden to publish, read, or keep books in which sorcery, divination, magic, the evocation of spirits, and other superstitions of this kind are taught or commended.

13. Books or other writings which narrate new apparitions, revelations, visions, prophecies, miracles, or which introduce new devotions, even under the pretext of being private ones, if published without the legitimate permission of ecclesiastical superiors, are prohibited.

14. Those books, moreover, are prohibited which defend as lawful, duelling, suicide, or divorce; which treat of Freemasonry, or other societies of the kind, teaching them to be useful, and not injurious to the Church and to Society; and those which defend errors proscribed by the Apostolic See.

CHAPTER VI.

Of Sacred Pictures and Indulgences.

15. Pictures, in any style of printing, of Our Lord Jesus Christ, the Blessed Virgin Mary, the angels and saints, or other servants of God, which are not conformable to the sense and decrees of the Church, are entirely forbidden. New pictures, whether produced with or without prayers annexed, may not be published without permission of ecclesiastical authority.

16. It is forbidden to all to give publicity in any way to apocryphal indulgences, and such as have been proscribed or revoked by the Apostolic See. Those which have already been published must be withdrawn from the hands of the faithful.

17. No books of indulgences, or compendiums, pamphlets, leaflets, etc., containing grants of indulgences, maybe published without permission of competent authority.

CHAPTER VII.

Of Liturgical Books and Prayer Books.

18. In authentic editions of the Missal, Breviary, Ritual, Ceremonial of Bishops, Roman Pontifical, and other liturgical books approved by the holy Apostolic See, no one shall presume to make any change whatsoever; otherwise such new editions are prohibited.

19. No litanies – except the ancient and common litanies contained in the breviaries, missals, pontificals, and rituals, as well as the Litany of Loretto, and the Litany of the Most Holy Name of Jesus already approved by the Holy See – may be published without the examination and approbation of the ordinary.

20. No one, without license of legitimate authority, may publish books or pamphlets of prayers, devotions, or of religious, moral, ascetic, or mystic doctrine and instruction, or others of like nature, even though apparently conducive to the fostering of piety among Christian people; otherwise they are to be considered as prohibited.

CHAPTER VIII.

Of Newspapers and Periodicals.

21. Newspapers and periodicals which designedly attack religion or morality are to be held as prohibited not only by the natural but also by the ecclesiastical law. Ordinaries shall take care, whenever it be necessary, that the faithful shall be warned against the danger and injury of reading of this kind.

22. No Catholics, particularly ecclesiastics, shall publish anything in newspapers or periodicals of this character, unless for some just and reasonable cause.

CHAPTER IX.

Of Permission to Read and Keep Prohibited Books.

23. Those only shall be allowed to read and keep books prohibited, either by special decrees or by these General Decrees, who shall have obtained the necessary permission, either from the Apostolic See or from its delegates.

24. The Roman Pontiffs have placed the power of granting licenses for the reading and keeping of prohibited books in the hands of the Sacred Congregation of the Index. Nevertheless the same power is enjoyed both by the Supreme Congregation of the Holy Office, and by the Sacred Congregation of Propaganda for the regions subject to its administration. For the city of Rome this power belongs also to the Master of the Sacred Apostolic Palace.

25. Bishops and other prelates with quasi-episcopal jurisdiction may grant such license for individual books, and in urgent cases only. But if they have obtained from the Apostolic See a general faculty to grant permission to the faithful to read and keep prohibited books, they must grant this only with discretion and for a just and reasonable cause.

26. Those who have obtained apostolic faculties to read and keep prohibited books may not on this account read and keep any books whatsoever or periodicals condemned by the local ordinaries, unless in the apostolic indult express permission be given to read and keep books by whomsoever prohibited. And those who have obtained permission to read prohibited books must remember that they are bound by grave precept to keep books of this kind in such a manner that they may not fall into the hands of others.

CHAPTER X

Of the Denunciation of Bad Books.

27. Although all Cathohcs, especially the more learned, ought to denounce pernicious books either to the bishops or to the Holy See, this duty belongs more especially to apostolic nuncios and delegates, local ordinaries, and rectors of universities.

28. It is expedient, in denouncing bad books, that not only the title of the book be expressed, but also, as far as possible, the reasons be explained why the book is considered worthy of censure. Those to whom the denunciation is made will remember that it is their duty to keep secret the names of the denouncers.

29. Ordinaries, even as delegates of the Apostolic See, must be careful to prohibit evil books or other writings published or circulated in their dioceses, and to withdraw them from the hands of the faithful. Such works and writings should be referred by them to the judgment of the Apostolic See as appear to require a more careful examination, or concerning which a decision of the supreme authority may seem desirable in order to procure a more salutary effect.

ARTICLE  II.

Of the Censorship op Books.

CHAPTER I.

Of the Prelates entrusted with the Censorship of Books.

30. From what has been laid down above (No. 7), it is sufficiently clear what persons have authority to approve or permit editions and translations of the Holy Bible.

31. No one shall venture to republish books condemned by the Apostolic See. If, for a grave and reasonable cause, any particular exception appears desirable in the respect, this can only be allowed on obtaining beforehand a license from the Sacred Congregation of the Index and observing the conditions prescribed by it.

32. Whatsoever pertains in any way to causes of beatification and canonization of the servants of God may not be published without the approval of the Congregation of Sacred Rites.

33. The same must be said of collections of decrees of the various Roman congregations: such collections may not be published without first obtaining the license of the authorities of each congregation, and observing the conditions by them prescribed.

34. Vicars apostolic and missionaries apostolic shall faithfully observe the decrees of the Sacred Congregation of Propaganda concerning the publication of books.

35. The approbation of books of which the censorship is not reserved by the present decrees either to the Holy See or to the Roman congregations belongs to the ordinary of the place where they are published.

36. Regulars must remember that, in addition to the license of the bishop, they are bound by a decree of the Sacred Council of Trent to obtain leave for publishing any work from their own superior. Both permissions must be printed either at the beginning or at the end of the book.

37. If an author, living in Rome, desires to print a book, not in the city of Rome but elsewhere, no other approbation is required beyond that of the Cardinal Vicar and the Master of the Apostolic Palace.

CHAPTER II.

Of the Duty of Censors in the Preliminary Examination of Books.

38. Bishops whose duty it is to grant permission for the printing of books shall take care to employ in the examination of them men of acknowledged piety and learning, concerning whose faith and honesty they may feel sure that they will show neither favor nor ill-will, but, putting aside all human affections, will look only to the glory of God and the welfare of the people.

39. Censors must understand that, in the matter of various opinions and systems, they are bound to judge with a mind free from all prejudice, according to the precept of Benedict XIV. Therefore they should put away all attachment to their particular country, family, school, or institute, and lay aside all partisan spirit. They must keep before their eyes nothing but the dogmas of Holy Church, and the common Catholic doctrine as contained in the decrees of General Councils, the Constitutions of the Roman Pontiffs, and the unanimous teaching of the Doctors of the Church.

40. If, after this examination, no objection appears to the publication of the book, the ordinary shall grant to the author, in writing and without any fee whatsoever, a license to publish, which shall be printed either at the beginning or at the end of the work.

CHAPTER III.

Of the Books to be Submitted to Censorship.

41. All the faithful are bound to submit to preliminary ecclesiastical censorship at least those books which treat of Holy Scripture, sacred theology, ecclesiastical history, canon law, natural theology, ethics, and other religious or moral subjects of this character; and in general all writings specially concerned with religion and morality.

42. The secular clergy, in order to give an example of respect towards their ordinaries, ought not to publish books, even when treating of merely natural arts and sciences, without their knowledge. They are also prohibited from undertaking the management of newspapers or periodicals without the previous permission of their ordinaries.

CHAPTER IV.

Of Printers and Publishers of Books.

43. No book liable to ecclesiastical censorship may be printed unless it bear at the beginning the name and surname of both the author and the publisher, together with the place and year of printing and publishing. If in any particular case, owing to a just reason, it appears desirable to suppress the name of the author, this may be permitted by the ordinary.

44. Printers and publishers should remember that new editions of an approved work require a new approbation; and that an approbation granted to the original text does not suffice for a translation into another language.

45. Books condemned by the Apostolic See are to be considered as prohibited all over the world, and into whatever language they may be translated.

46. Booksellers, especially Catholics, should neither sell, lend, nor keep books professedly treating of obscene subjects. They should not keep for sale other prohibited books, unless they have obtained leave through the ordinary from the Sacred Congregation of the Index; nor sell such books to any person whom they do not prudently judge to have the right to buy them.

CHAPTER V.

Of Penalties Against Transgressors of the General Decreet.

47. All and every one knowingly reading, without authority of the Holy See, the books of apostates and heretics defending heresy; or books of any author which are by name prohibited by Apostolic Letters; also those keeping, printing, and in any way defending such works; incur ipso facto excommunication reserved in a special manner to the Roman Pontiff.

48. Those who, without the approbation of the ordinary, print, or cause to be printed, books of Holy Scripture, or notes or commentaries on the same, incur ipso facto excommunication, but not reserved.

49. Those who transgress the other prescriptions of these General Decrees shall, according to the gravity of their offence, be seriously warned by the bishop, and, if it seem expedient, may also be punished by canonical penalties.

We decree that these presents and whatsoever they contain shall at no time be questioned or impugned for any fault of subreption, or obreption, or of Our intention, or for any other defect whatsoever; but are and shall be ever valid and efficacious, and to be inviolably observed, both judicially and extra-judicially, by all of whatsoever rank and pre-eminence. And We declare to be invalid and of no avail, whatsoever may be attempted knowingly or unknowingly contrary to these, by any one, under any authority or pretext whatsoever; all to the contrary notwithstanding.

And We will that the same authority be attributed to copies of these Letters, even if printed, provided they be signed by the hand of a notary, and confirmed by the seal of some one in ecclesiastical dignity, as to the indication of Our will by the exhibition of these presents.

No man, therefore, may infringe or temerariously venture to contravene this document of Our constitution, ordination, limitation, derogation, and will. If any one shall so presume, let him know that he will incur the wrath of Almighty God, and of the blessed apostles Peter and Paul.

THE GREAT ENCYCLICAL LETTERS OF POPE LEO XIII.
TRANSLATIONS FROM APPROVED SOURSES.
WITH PREFACE BY Rev. JOHN J. WYNNE, S.J.
New York, Cincinnati, Chicago:
Benziger Brothers, Printed in the United States of America.
Nihil Obstat. REMIGIUS LAFORT, S.T.L., Censor Librorum.
Imprimatur. JNO. M. FARLEY, Archbishop of New York
New York, August 4, 1908.
Copyright, 1903, by Benziger Brothers. Printers to the Holy Apostolic See
pp. 407-421

Alcune citazioni:

I libri di apostati, eretici, scismatici e degli scrittori di qualunque genere, che difendono l’eresia o lo scisma, o che in qualche modo attaccano le fondamenta della Religione, sono del tutto proibiti.

È proibito pubblicare, leggere o conservare libri in cui siano insegnate o raccomandate la stregoneria, la divinazione, la magia, l’evocazione di spiriti e altre superstizioni di questo tipo.

Libri o altri scritti che narrano nuove apparizioni, rivelazioni, visioni, profezie, miracoli o che introducono nuove devozioni, anche con il pretesto di essere privati, se pubblicati senza il permesso legittimo dei superiori ecclesiastici, sono proibiti.

È vietato a tutti dare pubblicità in qualsiasi modo alle indulgenze apocrife, proscritte o revocate dalla Sede Apostolica. Quelle già pubblicate devono essere ritirate dalle mani dei fedeli.

Nessun libro di indulgenze, o compendi, opuscoli, volantini, ecc., contenenti indulgenze, possono essere pubblicate senza il permesso dell’autorità competente.

Nessuna litania – tranne le antiche e comuni litanie contenute nei breviari, messali, pontificali e rituali, come le Litanie di Loreto e le Litanie del Santissimo Nome di Gesù già approvate dalla Santa Sede – possono essere pubblicate senza l’esame e l’approvazione dell’ordinario.

Nessuno, senza licenza di autorità legittima, può pubblicare libri o opuscoli di preghiere, devozioni o di dottrina e istruzione religiosa, di morale, ascetica o mistica, o altri di natura simile, anche se apparentemente favorevoli alla promozione della pietà tra i Cristiani; nel caso contrario devono essere considerati come proibiti.

Giornali e periodici che attaccano intenzionalmente la Religione o la moralità devono essere considerati proibiti non solo dal diritto naturale, ma anche dalla legge ecclesiastica. Gli Ordinari si prenderanno cura, ogni volta che sarà necessario, che i fedeli siano messi in guardia dal pericolo e dal danno della lettura di questo tipo.

Solo sarà consentito leggere e tenere i libri vietati, sia con decreti speciali sia con questi decreti generali, a coloro che avranno ottenuto il permesso necessario, sia dalla Sede Apostolica che dai suoi delegati.Coloro che hanno ottenuto facoltà apostoliche di leggere e tenere libri proibiti non possono leggere e conservare libri di qualsiasi genere o periodici condannati dagli ordinari locali, a meno che nell’indulto apostolico non venga concesso il permesso di leggere e conservare i libri proibiti da chiunque. E coloro che abbiano ottenuto il permesso di leggere libri proibiti devono ricordare che sono tenuti da un grave precetto a conservare libri di questo tipo in modo tale da non cadere nelle mani altrui.

È opportuno, nel denunciare i libri cattivi, che non sia espresso solo il titolo del libro, ma anche, per quanto possibile, spiegate le ragioni per le quali il libro sia considerato degno di censura. Coloro ai quali viene fatta la denuncia ricorderanno che è loro dovere mantenere segreti i nomi dei denunzianti.

Tutti i fedeli sono tenuti a sottoporre alla censura ecclesiastica preliminare almeno quei libri che trattano la Sacra Scrittura, la teologia sacra, la storia ecclesiastica, il diritto canonico, la teologia naturale, l’etica ed altri soggetti religiosi o morali di questo carattere; e in generale tutti gli scritti che riguardano specialmente la religione e la moralità.

I censori dovrebbero essere presi sia dal clero secolare che da quello religioso; essi dovrebbero essere uomini di età matura, di comprovata cultura e prudenza, assumendosi il compito prezioso dell’approvazione o del rigetto delle dottrine.

Il censore deve dare la sua opinione per iscritto; se è favorevole, l’Ordinario può consentire la pubblicazione del manoscritto; l’imprimatur del Vescovo è preceduto dall’opinione del censore sulla sua firma. Solo in casi straordinari e in rare circostanze può, secondo il giudizio del Vescovo, essere omesso il nome del censore.

L’autore non deve mai essere informato del nome del censore che deve rivedere il suo libro prima di dare il suo giudizio. (Can. 1393.)

Il permesso dell’Ordinario con cui si concede la facoltà di pubblicare un manoscritto, deve essere dato per iscritto e deve essere stampato al principio o alla fine di un libro, di una rivista o di immagini, con il suo nome, la data ed il luogo della concessione.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: TESTEM BENEVOLENTIÆ NOSTRÆ

Dopo la “Longinqua oceani”, il Santo Padre Leone XIII riprende il tema del cosiddetto “americanismo”, indirizzando questa nuova lettera al cardinale Gibbons di Baltimora, e tramite lui, a tutti i Vescovi statunitensi. Questa lettera è ai tempi nostri monito validissimo contro le novità e le “diversità dottrinali” [leggi eresie] dei nostri tempi, propagatesi come virus venefico, pestifero e mortale dopo i lavori del c. d. concilio Vaticano II, in realtà, come tutti sanno, un conciliabolo messo su dalla kazaro-massoneria ecclesiastica, per ribaltare la millenaria dottrina della Chiesa ed il Sacro Deposito della Fede, affidato alla sua Chiesa ed al suo Vicario in terra, dallo stesso Gesù-Cristo. Colpisce notare come gli argomenti, ancora oggi sbandierati dai novatori del “Novus ordo”, siano sempre i medesimi, tanto per cominciare l’argomento dello Spirito Santo che “spira dove vuole e su chi vuole”, secondo gli affabulatori modernisti, anche fuori dalla Chiesa di Cristo, l’unica vera, Santa, Cattolica ed Apostolica, e che spirerebbe anche su movimenti [leggi Rinnovamento nello spirito, … di satana evidentemente, o carismatici diversamente abili …] e sette apertamente eretiche, protestanti, blasfeme, sacrileghe. Sentiamo come il Sommo Pontefice stigmatizzi questa “… licenza che assai sovente si confonde con la libertà, la smania di parlare e sparlare d’ogni cosa, la facoltà di pensare ciò che si vuole e di manifestarlo con la stampa, portarono così profonde tenebre nelle menti, che, ora più che per l’innanzi, è utile e necessario un Magistero, per non andare contro la coscienza e contro il dovere-, ( …) Ma chi consideri la cosa più in profondità, tolta di mezzo ogni esterna direzione, non si scorge chiaramente a che debba servire, secondo la sentenza dei novatori, questo più ampio influsso dello Spirito Santo, che essi tanto esaltano”. A che cosa serve dunque la luce dello Spirito Santo se non ci si attiene rigorosamente ad un Magistero illuminante come quello della Chiesa? Allora non si tratta dello Spirito di verità che soffia su un’anima incamminata verso il percorso della Verità, bensì di uno “spiritello” falso e beffardo che in nome di una presunta libertà sganciata dalla verità, piomba nelle tenebre coloro che non hanno lo sguardo fisso sulla luce di Cristo, della verità evangelica eterna e sulla Sapienza del Magistero ecclesiastico, cioè là dove solo ha operato ed opera con assoluta certezza lo Spirito Santo, Spirito di Verità e di Salvezza. Lo Spirito Santo che è Persona trinitaria, non opera fuori dalla Chiesa del vero Dio, la seconda Persona incarnata e Redentrice che ci ha lasciato alla custodia del suo Vicario e dei suoi insegnamenti. Queste cose, ovvie e scontate per il Cattolico, sono oggi avversate dai novatori del “novus ordo”, come allora lo erano dagli americanisti spinti dai soliti kazaro-massoni della palladiana sinagoga di satana. Facciamo dunque nostre le osservazioni del Santo Padre Leone XIII, alla luce delle allucinanti iniziative ultramoderniste di spaventapasseri e ventriloqui in talare, mossi dal puparo luciferino delle logge e del gran kahal.

S. S. Leone XIII

 Testem benevolentiæ nostræ

Lettera apostolica al Cardinale James Gibbons di Batimora del 22 gennaio 1899

in cui si condanna l’“americanismo

Pegno di Nostra benevolenza inviare a te questa lettera, di quella benevolenza cioè, che, per il lungo corso del Nostro pontificato, mai non tralasciammo di professare a te e ai vescovi tuoi colleghi e a tutto il vostro popolo, prendendone volentieri occasione sia dai felici incrementi della chiesa cattolica in America, sia dalle cose utilmente e saggiamente da voi operate a tutela e accrescimento del cattolicesimo. Anzi più d’una volta Ci avvenne di ammirare e lodare l’indole egregia del vostro popolo, pronta ad ogni nobile impresa e al conseguimento di quanto giova al civile benessere e allo splendore della nazione. Benché poi questa Nostra lettera non abbia come scopo di rinnovare la lode, che già altre volte vi tributammo, ma piuttosto di additare alcuni punti da evitarsi e correggersi, nondimeno, poiché è dettata dalla stessa carità apostolica, con cui sempre vi amammo e più volte vi abbiamo parlato, a buon diritto Ci ripromettiamo che la riterrete quale nuovo argomento del Nostro amore; e tanto più lo speriamo, perché è fatta e destinata a togliere di mezzo talune contese, che, sorte di recente fra voi, turbano gli animi, se non di tutti, certamente però di molti, con danno non piccolo della pace. – Ti è ben noto, diletto figlio Nostro, che il libro intorno alla vita di Isacco-Tommaso Hecker, specialmente per opera di coloro che lo tradussero in altra lingua o lo commentarono, suscitò non poche controversie per talune opinioni espresse intorno al vivere cristiano. – Or Noi, volendo provvedere, per il supremo ufficio dell’apostolato, sia all’integrità della fede sia alla sicurezza dei fedeli, siamo venuti nella determinazione di scrivere a te diffusamente intorno a tutta questa materia. – II fondamento dunque delle nuove opinioni accennate a questo si può ridurre: perché coloro che dissentono possano più facilmente essere condotti alla dottrina cattolica, la Chiesa deve avvicinarsi maggiormente alla civiltà del mondo progredito, e, allentata l’antica severità, deve accondiscendere alle recenti teorie e alle esigenze dei popoli. E molti pensano che ciò debba intendersi, non solo della disciplina del vivere, ma anche delle dottrine che costituiscono il “deposito della fede”. Pretendono perciò che sia opportuno, per accattivarsi gli animi dei dissidenti, che alcuni capitoli di dottrina, per così dire di minore importanza, vengano messi da parte o siano attenuati, così da non mantenere più il medesimo senso che la Chiesa ha tenuto costantemente per fermo. Ora, diletto figlio Nostro, per dimostrare con quale riprovevole intenzione ciò sia stato immaginato, non c’è bisogno di un lungo discorso; basta non dimenticare la natura e l’origine della dottrina, che la Chiesa insegna. Su questo punto così afferma il concilio Vaticano: “La dottrina della fede, che Dio rivelò, non fu, quasi un’invenzione di filosofi, proposta da perfezionare alla umana ragione, ma come un deposito divino fu data alla sposa di Cristo da custodire fedelmente e dichiarare infallibilmente… Quel senso dei sacri dogmi si deve sempre ritenere, che una volta dichiarò la Santa Madre Chiesa, ne mai da tal senso si dovrà recedere sotto colore e nome di più elevata intelligenza” (Cost. Dei Filius c. IV). – Né affatto scevro di colpa deve reputarsi il silenzio, con cui, a ragion veduta, si passano inosservati e quasi si pongono in dimenticanza alcuni princìpi della dottrina cattolica. Di tutte le verità, quante ne abbraccia l’insegnamento cattolico, uno solo e uno stesso è infatti l’autore e il maestro, “l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre” (Gv 1,18). E che tali verità siano adatte a tutte le età e a tutte le genti, chiaramente si deduce dalle parole che lo stesso Cristo disse agli apostoli: “Andate e ammaestrate tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutte le cose che Io vi ho prescritto; e io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli” (Mt 28,19-21). Perciò, il citato concilio Vaticano dice: “Con fede divina e cattolica sono da credersi tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, e che dalla chiesa, sia con solenne giudizio sia con l’ordinario e universale magistero, sono proposte da credersi come rivelate da Dio” (Dei Filius c. III). – Non avvenga pertanto che qualche cosa si detragga dalla dottrina ricevuta da Dio, o per qualunque fine si trascuri; poiché chi così facesse, anziché ricondurre alla Chiesa i dissidenti, cercherà di strappare dalla Chiesa i Cattolici. Ritornino, poiché nulla meglio desideriamo, ritornino pur tutti, quanti vagano lungi dall’ovile di Cristo; ma non per altro sentiero se non per quello che lo stesso Cristo additò. – La disciplina poi del vivere, che si prescrive ai Cattolici, non è certamente tale da escludere qualsiasi mitigazione, secondo la diversità dei tempi e dei luoghi. Ha la Chiesa, comunicatale dal suo Autore, un’indole clemente e misericordiosa; perciò, fin dal suo nascere, adempì di buon grado ciò che l’Apostolo Paolo di sé professava: “Mi sono fatto tutto a tutti, al fine di salvare tutti” (1 Cor IX, 22). – Ed è testimone la storia di tutte le età passate che questa sede apostolica, a cui fu affidato non solo il magistero ma anche il supremo governo di tutta la Chiesa, rimase bensì costante “nello stesso dogma, secondo lo stesso senso e la stessa opinione” (Dei Filius c. IV), e fu sempre solita regolare il modo di vivere così che, salvo il diritto divino, non trascurò mai i costumi e le esigenze di tanta diversità di popoli, che essa abbraccia. – E, se la salvezza delle anime lo richiede, chi dubiterà che anche ora non farà altrettanto? Vero è che il decidere di questo non spetta all’arbitrio di singoli uomini, che per lo più sono tratti in inganno da un’apparenza di rettitudine; ma spetta alla Chiesa giudicarne; e al giudizio della Chiesa è necessario che si conformi chiunque non vuole incorrere nella riprensione di Pio VI Nostro predecessore, che qualificò la proposizione 78 del Sinodo di Pistola come “ingiuriosa alla chiesa e allo Spirito di Dio che la regge, in quanto sottopone ad esame la disciplina stabilita e approvata dalla Chiesa, quasi che la Chiesa possa stabilire una disciplina inutile e più gravosa di quello che comporti la libertà cristiana”. – Ma, diletto figlio Nostro, ciò che nella materia di cui parliamo presenta maggiore pericolo, ed è più avverso alla dottrina e alla Disciplina Cattolica, è il disegno, secondo cui gli amanti di novità pensano che debba introdursi nella Chiesa una tal quale libertà, per la quale, diminuita quasi la forza e la vigilanza dell’autorità, sia lecito ai fedeli abbandonarsi alquanto più al proprio arbitrio e alla propria iniziativa. E ciò affermano richiedersi sull’esempio di quella libertà, che, posta in voga di recente, forma quasi unicamente il diritto e la base della convivenza civile. – Della quale libertà Noi discorremmo assai diffusamente nella lettera che indirizzammo a tutti i vescovi riguardo alla costituzione degli stati, dove dimostrammo ancora qual divario corra fra la Chiesa, che esiste per diritto divino, e le altre società, che debbono la loro esistenza alla libera volontà degli uomini. – Sarà dunque ora più utile confutare una opinione, portata quasi come argomento, per porre in buona vista ai Cattolici l’anzidetta libertà. Si dice infatti non doversi più oggi preoccupare tanto del Magistero Infallibile del Papa, dopo il giudizio solenne che ne diede il concilio Vaticano; posto questo Magistero perciò al sicuro, si può lasciare ad ognuno più largo campo, sia nel pensare, sia nell’operare. Strano modo, a dire il vero, di ragionare: poiché se si vuole essere ragionevoli, e tirare una conclusione dal fatto del magistero infallibile della chiesa, tale conclusione dovrebbe essere quella di proporre di mai allontanarsi dallo stesso magistero, ma di affidarsi interamente ad esso per venire ammaestrati e guidati, e così poter più facilmente serbarsi immuni da qualsivoglia errore privato. Si aggiunga che coloro che così ragionano molto si allontanano dalla sapienza di Dio provvidente; la quale, se volle asserita con più solenne giudizio l’Autorità e il Magistero della Sede Apostolica, lo volle innanzitutto per difendere più efficacemente l’intelligenza dei Cattolici dai pericoli dei tempi presenti. – La licenza che assai sovente si confonde con la libertà, la smania di parlare e sparlare d’ogni cosa, la facoltà di pensare ciò che si vuole e di manifestarlo con la stampa, portarono così profonde tenebre nelle menti, che, ora più che per l’innanzi, è utile e necessario un Magistero, per non andare contro la coscienza e contro il dovere. – Non intendiamo Noi certamente ripudiare tutte le conquiste del genio dei nostri tempi; che anzi quanto di vero con lo studio, o di buono con l’operosità, si ottenne, Noi lo vediamo con piacere aggiungersi e accrescere il patrimonio della scienza e dilatare i confini della pubblica prosperità. Ma tutto questo, perché non venga privato di solida utilità, deve esistere e svilupparsi nel rispetto dell’Autorità e della sapienza della Chiesa. – Dobbiamo ora passare ad esaminare quelle che si possono chiamare come le conseguenze delle opinioni finora esposte. Se in queste, l’intenzione, come Noi crediamo, non è biasimevole, difficilmente invece le cose potranno sfuggire ad ogni sospetto. Innanzitutto, per coloro che vogliono tendere all’acquisto della perfezione cristiana, si rigetta, come superfluo anzi come poco utile, ogni esterno Magistero; lo Spirito Santo, dicono, ora, meglio che nei tempi passati, effonde larghi e copiosi i suoi carismi sulle anime dei fedeli, e con un certo misterioso impulso le ammaestra e le conduce, senza alcun intermediario. È certamente non lieve temerità voler definire la misura, con cui Dio si comunica agli uomini; ciò dipende unicamente dalla volontà di Lui, ed è Egli liberissimo dispensatore dei doni suoi. “Lo Spirito spira dove vuole” (Gv III, 8). “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef IV,7). – E chi poi ripercorrendo la storia degli Apostoli, la fede della Chiesa nascente, le battaglie e i tormenti dei martiri eroici, di quelle antiche età così feconde di uomini santissimi, chi oserà porre a confronto i tempi passati con i presenti e affermare che quelli sono stati meno favoriti dalle effusioni dello Spirito Santo? Ma, pur tacendo di ciò, nessuno dubita che lo Spirito Santo, con azione misteriosa, agisca nelle anime dei giusti e le stimoli con illuminazioni e impulsi; se così non fosse, vano sarebbe ogni aiuto e magistero esterno. “Se taluno afferma di poter corrispondere alla salutare, cioè evangelica predicazione, senza la luce dello Spirito Santo, il quale dà a tutti la soavità nel consentire e nel credere alla verità, costui è ingannato dallo spirito ereticale”. – Ma, lo sappiamo pure per esperienza, questi avvisi e impulsi dello Spirito Santo, il più delle volte, non si sentono senza un certo aiuto e una specie di preparazione del Magistero esterno. A questo riguardo dice s. Agostino; “Lo Spirito Santo coopera al frutto dei buoni alberi, esternamente irrigandoli e coltivandoli per mezzo di qualche intermediario, e internamente dando Lui stesso l’incremento”.
Appartiene ciò infatti a quella legge ordinaria, con la quale Dio provvidentissimo, come decretò di salvare comunemente gli uomini per mezzo degli uomini, così stabilì di non condurre ad un grado più alto di santità coloro, che da Lui vi sono chiamati, se non per mezzo degli uomini, “affinché, come dice il Crisostomo, l’insegnamento di Dio ci giunga mediante gli uomini”. Di ciò abbiamo un esempio illustre negli stessi inizi della Chiesa: quantunque Saulo, “spirante minacce e stragi” (At IX, 1), avesse udita la voce dello stesso Cristo e gli avesse domandato: “Signore, che vuoi che io faccia?”, fu mandato in Damasco ad Anania; “Entra nella città, e quivi ti sarà detto ciò che tu debba fare” (At IX, 6). – Si aggiunga, inoltre, che coloro i quali tendono a cose più perfette, per il fatto stesso che si pongono per una via ai più sconosciuta, sono più soggetti ad errore, e hanno perciò più bisogno degli altri di un maestro e di una guida. E questa regola di operare fu sempre in vigore nella Chiesa; questa dottrina tutti, senza eccezione, professarono quanti lungo il corso dei secoli fiorirono per sapienza e per santità; né alcuno può disconoscerla senza temerità e pericolo. – Ma chi consideri la cosa più in profondità, tolta di mezzo ogni esterna direzione, non si scorge chiaramente a che debba servire, secondo la sentenza dei novatori, questo più ampio influsso dello Spirito Santo, che essi tanto esaltano. In verità, se è necessario l’aiuto dello Spirito Santo, ciò è innanzitutto necessario nell’esercizio delle virtù; ma questi amanti di novità lodano oltre misura le virtù naturali, quasi che queste rispondano meglio ai costumi e alle esigenze dell’età presente, e più giovi il possederle, perché rendono l’uomo più disposto e più alacre all’operare. Veramente è cosa difficile ad intendersi, come uomini cristiani possano anteporre le virtù naturali alle soprannaturali, e attribuire alle prime maggior efficacia e fecondità! Ma, dunque, la natura, aiutata dalla grazia, diverrà più debole, che se fosse lasciata con le sole sue forze? Forse che gli uomini santissimi, che la chiesa onora e venera pubblicamente, si dimostrarono nell’ordine naturale deboli e inetti, per essersi distinti nelle cristiane virtù? Ma chi fra gli uomini (benché talora non manchino insigni atti di virtù naturale da ammirare) possiede veramente “l’abito” delle virtù naturali? Chi infatti, non prova in sé le passioni, e ben veementi? Per superare le quali, costantemente, come pure per osservare tutta intera la legge naturale, abbisogna l’uomo di un aiuto divino. E quegli stessi atti singolari, ai quali ora abbiamo accennato, spesso, se meglio si osservano, hanno piuttosto l’apparenza che non la realtà della virtù, Ma ammettiamo pure che siano atti virtuosi. Se non si vuole “correre invano”, e dimenticare la beatitudine eterna, a cui Dio per sua benignità ci destina, quale utilità presentano le virtù naturali, senza la ricchezza e la forza che ad esse dona la grazia divina? Bene dice s, Agostino: “Sono grandi sforzi, un correre velocissimo, ma fuori di strada”. Infatti, come, con l’aiuto della grazia, la natura umana, che per il peccato originale era caduta nel vizio e nella degradazione, viene risollevata e a nuova nobiltà innalzata e corroborata, così le virtù, che si esercitano non con le sole forze naturali, ma con il sussidio della stessa grazia, diventano feconde per la beatitudine eterna, e nello stesso tempo più forti e più costanti. – Con questa opinione circa le virtù naturali molto concorda l’altra, che classifica tutte le virtù cristiane in due classi, in “passive”, come dicono, e “attive”. E soggiungono, che le prime furono più convenienti nelle età trascorse, e le altre si confanno meglio nell’età presente. Di questa divisione delle virtù è troppo ovvio quale giudizio si debba dare; infatti una virtù veramente passiva non vi è, ne vi può essere. “Virtù, così san Tommaso, dice una certa perfezione di potenza, il fine poi della potenza è l’atto; e l’atto della virtù altro non è che il buon uso del libero arbitrio” (Summa teol. I-II n.1), concorrendovi senza dubbio la grazia divina, se l’atto della virtù è soprannaturale. – Per asserire poi che vi siano virtù cristiane più adatte ad alcuni tempi e altre ad altri, bisogna aver dimenticato le parole dell’apostolo; “Coloro che Dio ha preveduti, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). Maestro ed esemplare di ogni santità è Cristo; su di Lui si devono modellare quanti desiderano entrare in cielo. Ora Cristo non muta col passare dei secoli; ma è “lo stesso ieri, e oggi e nei secoli” (Eb XIII,8), È perciò agli uomini di ogni età che si dirigono quelle parole; “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt XI,29); in ogni tempo Cristo ci si presenta “fatto obbediente fino alla morte” (Fil II, 8); e vale per ogni età l’affermazione dell’apostolo: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze” (Gal V, 24). Piacesse a Dio che queste virtù fossero oggi praticate da molti, come le praticarono i santi uomini dei tempi passati! Quelli, con 1’umiltà, con l’obbedienza, con l’abnegazione di sé furono potenti in opere e in parole, con vantaggio sommo della religione e della società civile! – Da questo per così’ dire disprezzo delle virtù evangeliche, che a torto sono chiamate “passive”, era naturale che penetrasse, a poco a poco, negli animi anche il disprezzo della stessa vita religiosa, E che ciò sia comune nei fautori delle nuove opinioni, lo cogliamo da certe loro affermazioni intorno ai voti che vengono emessi negli Ordini Religiosi. Infatti essi dicono che questi voti si allontanano moltissimo dall’indole dell’età nostra, perché restringono i confini dell’umana libertà; e sono più adatti per gli animi deboli che per i forti; ne molto giovano alla cristiana perfezione e al bene della società umana: anzi ad entrambi si oppongono e sono d’impedimento. Ma quanto di falso vi sia in tali affermazioni, si deduce dalla pratica e dalla dottrina della chiesa, che sempre altamente approvò la vita religiosa. Né senza ragione; poiché coloro che, chiamati da Dio, abbracciano spontaneamente tale vita, perché non sono paghi dei comuni obblighi dei precetti, e perciò si legano ai consigli evangelici, si dimostrano soldati strenui e generosi dell’esercito di Cristo. Ora questo si dirà che sia da animi fiacchi? O inutile? O dannoso alla perfezione della vita? Coloro, che in tal modo si legano con la santità dei voti, sono tanto lungi dal perdere la propria libertà, che anzi ne godono una assai più piena e più nobile, quella cioè “con cui Cristo ci ha liberati” (Gal IV, 31). – Ciò che poi si aggiunge, che la vita religiosa è poco o nulla giovevole alla Chiesa, oltre che essere un’affermazione ingiuriosa agli ordini religiosi, non può essere condivisa da quelli, i quali hanno conoscenza della storia della Chiesa. Le stesse vostre città confederate non ricevettero forse dai membri delle famiglie religiose i princìpi della fede e della civiltà? Ad uno di questi religiosi, con atto lodevole, voi stessi testé decretaste che fosse pubblicamente innalzata una statua. E ora, nei tempi in cui siamo, come alacre e fruttuosa prestano la loro opera al Cattolicesimo i Religiosi, dovunque essi sono! Tanti di loro vanno a portare l’Evangelo in nuove terre e ad estendere i confini della civiltà; e ciò con sommo ardore di volontà e fra grandissimi pericoli! Tra essi, non meno che tra il rimanente Clero, il popolo cristiano ha i banditori della divina parola e i moderatori delle coscienze; la gioventù ha gli educatori, la Chiesa, infine, esempi di ogni santità. Questa lode va tanto ai Religiosi di vita attiva quanto a coloro che, amanti di solitudine, attendono alla preghiera e alla penitenza. Quanto questi altresì abbiano meritato e meritino egregiamente dalla società umana, ben lo sanno coloro che non ignorano quel che valga a placare e a conciliare Dio “la preghiera assidua del giusto” (Gc V, 16), quella specialmente che è congiunta con la mortificazione corporale. – Se vi sono di quelli che preferiscono unirsi in società senza vincolo di voti, lo facciano pure, secondo che loro aggrada; un tale istituto di vita non è nuovo nella Chiesa, né riprovevole. Si guardino però dall’anteporlo agli Ordini Religiosi; che anzi, essendo ora gli uomini più che per il passato proclivi al godimento, assai maggiore stima è dovuta a quelli che “abbandonando tutto, hanno seguito Cristo” (cf. Lc V, 11). – Da ultimo, per non dilungarci troppo, perfino il modo e il metodo, che fino ad ora adoperarono i Cattolici per richiamare i dissidenti, pretendono che debba abbandonarsi e usarne quindi innanzi un altro. Nel che, diletto figlio Nostro, basterà che avvertiamo, che non è saggio disprezzare ciò che l’antichità con lunga esperienza approvò, seguendo pure gli apostolici insegnamenti, Dalle Scritture abbiamo (cf. Eccli XVI, 4), esser dovere di tutti l’adoperarsi per la salute dei prossimi, secondo l’ordine però e il grado che ciascuno ottiene. I fedeli del laicato molto utilmente adempiranno quest’obbligo imposto da Dio con l’integrità dei costumi, con le opere di cristiana carità, con la fervida e costante preghiera al Signore. – Coloro però che appartengono al clero devono adempierlo con la sapiente predicazione dell’evangelo, con la gravita e splendore delle sacre cerimonie, e soprattutto incarnando in sé medesimi gli insegnamenti, che l’Apostolo diede a Tito e a Timoteo, Che se fra le diverse forme di predicazione, sembri talora da preferirsi quella in cui si parli ai dissidenti, non già nei sacri templi, ma in un qualunque privato decente luogo, né a maniera di disputa ma di familiare colloquio, non è da riprendere siffatto metodo; purché però a tale officio di ragionare siano dall’autorità dei Vescovi destinati quei soli, dalla cui scienza e integrità abbiano già per innanzi fatto esperimento. Infatti siamo dell’avviso che moltissimi presso di voi dissentono dai cattolici più per ignoranza che per proposito di volontà; e questi più agevolmente forse si ricondurranno all’unico ovile di Cristo, se si proponga loro la verità con discorso amichevole e familiare. – Da quanto dunque finora abbiamo esposto appare chiaro, diletto Figlio Nostro, che Noi non possiamo approvare le opinioni, il cui complesso alcuni chiamano col nome di “americanismo”. Con tale nome se si vogliono significare le doti speciali d’animo, che, come ogni nazione le proprie, ornano i popoli americani; ovvero lo stato delle vostre città, le leggi e i costumi di cui usate; non v’è ragione perché stimiamo di rigettarlo. Ma se tal nome si debba adoperare, non solo per indicare, ma anche per coonestare le dottrine sopra esposte, qual dubbio v’è che i venerabili Nostri fratelli Vescovi dell’America saranno essi i primi a ripudiarlo e condannarlo come altamente ingiurioso a loro e a tutta la loro nazione? Sarebbe davvero quello sospettare esservi presso voi chi si immagini e voglia una chiesa in America, diversa da quella che abbraccia tutti gli altri Paesi. Una, per unità di dottrina come per unità di regime, è la Chiesa, e questa è Cattolica: il cui centro e fondamento avendo Dio stabilito nella cattedra del beato Pietro, a buon diritto ha il titolo di romana, infatti “dove è Pietro ivi è la Chiesa”. Perciò chiunque voglia essere ritenuto Cattolico, deve con sincerità ripetere le parole di Girolamo al papa Damaso; “Io nessun altro seguendo come capo se non Cristo, mi unisco alla tua beatitudine, cioè alla Cattedra di Pietro; su quella pietra so che è edificata la Chiesa; chi non raccoglie con te, dissipa”. – Queste cose, diletto figlio Nostro, che, con lettera personale, in ragione del nostro ufficio a te scriviamo, comunicheremo altresì a tutti gli altri Vescovi degli Stati Uniti; attestando nuovamente l’affetto con cui abbracciamo tutto il vostro popolo; il quale, come nei tempi andati molte cose operò per la religione, così promette di compierne ancor maggiori per l’avvenire, aiutandolo felicemente Iddio. – A te poi e a tutti i fedeli d’America, auspice delle grazie divine, impartiamo con grande affetto l’apostolica benedizione,

Roma, presso S. Pietro, 22 gennaio 1899, anno XXI del nostro pontificato.

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: MISERENTISSIMUS REDEMPTOR DI S. S. PIO XI

Questa Enciclica è uno dei documenti più importanti mai prodotti dal Magistero pontificio. Ricco di contenuti dottrinali, indica nella devozione al Cuore di Gesù uno dei mezzi più potenti contro l’empietà delle sette e del mondo odierno, coniugando la devozione alla pratica esatta e convinta della riparazione alle offese fatte a Gesù Signore nostro e Re di ogni Nazione e popolo. Chi non vede come il disconoscimento del potere regale del Cristo sia oggi il male peggiore dell’umanità che per questo sta precipitando in un baratro di immondi vizi, di abomini morali e materiali di ogni sorta, di apostasia della cattolica fede,  mascherata vergognosamente da pratiche sacrileghe e blasfeme, sostenute da chierici invalidamente e sacrilegamente consacrati, dagli ultimi fino agli usurpati uffici apicali. Pio XII, ci ricorda quanto il Signore Gesù aveva già richiesto a Santa Margherita Maria, richiesta oggi quanto mai indispensabile da esaudire per ribaltare una situazione umanamente irrecuperabile: la riparazione alle offese che si fanno al Cuore di Gesù, all’ingratitudine che anche spenti e dormienti sedicenti Cristiani dimostrano nell’ignoranza totale della dottrina cattolica e delle pratiche liturgiche e sacramentali, fonti di salvezza eterna, alla scarsissima attenzione per una Chiesa eclissata, e l’indifferenza verso la condizione del vero Vicario di Cristo imprigionato ed esiliato, sostituito sul suo seggio pietrino da uno spaventapasseri ventriloquo che proferisce mielosamente parole e concetti di indubitabile matrice gnostica e massonica, la teologia cabalista dei suoi mentori adoratori del lucifero-baphomet [Simon Mago al posto di Simon Pietro!!]. Tocca allora al “pusillus grex” utilizzare queste armi riparatorie apparentemente “ridicole” contro le atomiche della stampa e della satanica finanza mondialista, con la fiducia che animava il giovane e piccolo Davide, quando si accingeva ad affrontare  con una “ridicola” fionda un guerriero gigantesco ed armato fino ai denti. A noi quindi l’Ora di adorazione, a noi la Comunione del primo venerdì del mese, [… se non possiamo la Sacramentale, almeno la spirituale], a noi consacrarci “Anime-Ostie”, a noi recitare quotidianamente l’Atto di Riparazione posto alla fine del documento qui riportato. E ancora una volta, Davide abbatterà Golia, Costantino affosserà Massenzio, cadranno Nerone e Diocleziano, Lutero e Calvino, Wicleff e Giansenio, Federico II, Enrico VIII e Ottone di Bismark, Lenin, Stalin, e tutti i tiranni servi del demonio e … alla fine Maria “conteret caput”  del serpente maledetto, e la Chiesa di Cristo uscirà dall’eclissi attuae più bella e splendente che mai.

Pio XI
Miserentissimus Redemptor

INTRODUZIONE

Il Redentore divino presente alla sua Chiesa sempre

1. – Il nostro misericordiosissimo Redentore, dopo aver compiuto sul legno della croce la salvezza del genere umano, prima di ascendere da questo mondo al Padre, nell’intento di sollevare gli apostoli e i discepoli dalla loro afflizione, disse: a Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt XXVIII, 30).

Parole assai gradite e fonte di ogni speranza e di ogni sicurezza, che vengon da sé alla Nostra mente, Venerabili Fratelli, quando da questa, per chiamarla così, più alta specola, osserviamo la società umana afflitta da tanti mali e miserie, non che la Chiesa fatta oggetto, senza intermittenza, di attacchi e di insidie. Questa divina promessa, che sollevò gli animi abbattuti degli Apostoli e così rianimati li accese e li infervorò di zelo per andare a spargere su tutta la terra il seme della dottrina evangelica, ha anche sostenuto in seguito la Chiesa, fino a farla prevalere sulle potenze degli inferi. …ma in modo speciale nei tempi più critici

2. – Sempre il Signore Gesù Cristo ha assistito la sua Chiesa, ma più potente è stato il suo aiuto e più efficace la sua protezione quando la Chiesa s’è trovata in pericoli e sciagure più gravi. Fu allora che nella sua divina sapienza, che “si estende da un confine all’altro con forza e governa con bontà eccellente ogni cosa” (Sap VIII,1), offrì i rimedi più adatti alle esigenze dei tempi e delle circostanze. E non “si è accorciata la mano del Signore” (Is LIX, 1) in tempi a noi più vicini, come quando penetrò e largamente si diffuse l’errore che faceva temere che negli animi degli uomini, allontanati dall’amore e dalla familiarità con Dio, venissero a inaridirsi le fonti della vita cristiana.

Argomento dell’Enciclica: la riparazione

3. – C’è nel popolo cristiano chi ignora o non si cura di quel che l’amatissimo Gesù ha lamentato nelle sue apparizioni a Margherita Maria Alacoque e quel che ha indicato di aspettare e volere dagli uomini, in vista del loro stesso vantaggio. Perciò vogliamo, Venerabili Fratelli, trattenerci alquanto con voi a parlare di quella giusta riparazione che abbiamo il dovere di compiere verso il Cuore Sacratissimo di Gesù, affinché ciascuno di voi procuri diligentemente di insegnare ed esortare il proprio gregge a mettere in pratica quel che abbiamo in animo di esporvi.

LA RIVELAZIONE DEL CUORE DI GESÙ PER I NOSTRI TEMPI

Nel S. Cuore rivelate le ricchezze della bontà divina

4. – Fra le testimonianze della benignità infinita del nostro Redentore, emerge in maniera particolare il fatto che mentre nei cristiani s’andava raffreddando l’amore verso Dio, è stata proposta la stessa carità divina ad essere onorata con speciale culto, e sono state chiaramente rivelate le ricchezze di questa bontà divina per mezzo di quella forma di devozione con cui si onora il Cuore Sacratissimo di Gesù, “nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col ii,3).

Il Cuore di Gesù vessillo di pace e di amore

5. – Infatti, come un tempo al genere umano che usciva dall’arca di Noè, Dio volle far risplendere “l’arcobaleno che appare sulle nubi” (Gn II,14, in segno di alleanza e d’amicizia, così negli agitatissimi tempi più recenti, quando serpeggiava l’eresia giansenista -la più insidiosa fra tutte, nemica dell’amore e della pietà verso Dio- che predicava un Dio non da amarsi come padre ma da temersi come giudice implacabile, il benignissimo Gesù mostrò agli uomini il suo Cuore Sacratissimo, quasi vessillo spiegato di pace e di amore preannunziando certa vittoria nella battaglia..

Nel Cuore di Gesù tutte le nostre speranze

6. – Perciò, molto a proposito, il nostro predecessore di f. m., Leone XIII, nella sua Lettera Enciclica “Annum Sacrum” osservando la meravigliosa opportunità del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, non dubitò di affermare: “Quando la Chiesa nascente era oppressa dal giogo dei Cesari, apparve in cielo al giovine imperatore una croce, auspice e in pari tempo autrice della splendida vittoria che seguì immediatamente. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro consolantissimo e divinissimo segno: il Cuore Sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce, rilucente di splendidissimo candore tra le fiamme. In esso sono da collocarsi tutte le speranze, da esso è da implorare ed attendere la salvezza dell’umanità”.

Il Cuore di Gesù compendio della Religione.

7. – Ed è giusto, Venerabili Fratelli. Infatti, in quel felicissimo segno e in quella forma di devozione che ne deriva, non è forse contenuto il compendio dell’intera Religione e quindi la norma d’una vita più perfetta, dal momento che essa costituisce la via più spedita per condurre le menti a conoscere profondamente Cristo Signore e il mezzo più efficace per muovere gli uomini ad amarlo più intensamente e a imitarlo più fedelmente? – Nessuna meraviglia, dunque, che i nostri predecessori abbiano sempre difeso questa ottima forma di culto dalle accuse dei denigratori e l’abbiano esaltata con grandi lodi e propagata con grande impegno, secondo le esigenze dei tempi e delle circostanze.

Provvidenziale l’incremento di questa devozione

8. – Ed è per ispirazione divina che la devozione dei fedeli verso il Cuore Sacratissimo di Gesù è andata crescendo di giorno in giorno, sono sorte pie Associazioni per promuovere il culto al divin Cuore, come pure la pratica, oggi largamente diffusa, di fare la Comunione ogni primo venerdì del mese, secondo il desiderio espresso da Gesù stesso.

LA CONSACRAZIONE AL CUORE Dl GESÙ

Significato della consacrazione

9. – Tra gli atti che sono propri del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, emerge -ed è da rammentarsi- la consacrazione, con la quale offriamo al Cuore divino di Gesù noi e tutte le nostre cose, riferendole all’eterna carità di Dio, da cui le abbiamo ricevute. – E fu lo stesso Salvatore, il quale, mosso dal suo immenso amore per noi più che dal diritto che ne aveva, manifestò alla innocentissima discepola del suo Cuore, Margherita Maria quanto bramasse che tale ossequio di devozione gli venisse tributato dagli uomini. E lei per prima, insieme al suo padre spirituale Claudio de la Colombière, fece questa Consacrazione. Col tempo l’esempio fu seguito da singole persone, da famiglie private e associazioni, e poi anche da autorità civili, città e nazioni.

La consacrazione argine contro l’empietà dilagante.

10. – In passato, e anche nel nostro tempo, per l’azione cospiratrice di uomini empi, s’è giunti a negare la sovranità di Cristo Signore e a dichiarare apertamente guerra alla Chiesa con la promulgazione di leggi e mozioni popolari contrarie al diritto divino e naturale, fino al grido di intere masse: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi” (Lc XIX,14). Ma dalla consacrazione, di cui abbiamo parlato, erompeva e faceva vivo contrasto la voce unanime dei devoti del S. Cuore, intesa a rivendicarne la gloria e affermare i suoi diritti: a Bisogna che Cristo regni” (1 Cor XV,25), “Venga il tuo regno”! Di qui il gioioso avvenimento della consacrazione al Cuore Sacratissimo di Gesù di tutto il genere umano – che per diritto nativo appartiene a Cristo, nel quale si ricapitolano tutte le cose (Cf Ef 1,10) – che all’inizio di questo secolo, tra il plauso di tutto il mondo cristiano, fu compiuta dal nostro predecessore Leone XIII di f.m.

Consacrazione riaffermata con la festa di Cristo Re

11. – Queste felici e confortanti iniziative, Noi stessi, come dicemmo nella nostra Enciclica “Quas primas” abbiamo condotto, per grazia di Dio, a pieno compimento, quando aderendo agli insistenti desideri e voti di moltissimi Vescovi e fedeli, al termine dell’anno giubilare, abbiamo istituito la Festa di Cristo Re dell’universo, da celebrarsi solennemente da tutto il mondo cristiano. – Con questo atto non solo mettemmo in luce la suprema autorità che Cristo ha su tutte le cose, nella società sia civile che domestica e sui singoli uomini, ma pregustammo pure la gioia di quell’auspicatissimo giorno in cui il mondo intero, liberamente e coscientemente, si sottometterà al dominio soavissimo di Cristo Re. – Perciò ordinammo pure che in occasione di tale festa, ogni anno si rinnovasse questa consacrazione. nell’intento di raccoglierne più sicuramente e più copiosamente il frutto, e stringere nel Cuore del Re dei re e Sovrano dei dominatori, tutti i popoli, in cristiana carità e comunione di pace.

LA RIPARAZIONE

Alla consacrazione segue la riparazione

12. – A questi ossequi, e in particolare a quello della consacrazione – tanto fruttuosa in sé e che è stata come riconfermata con la solennità di Cristo Re – conviene che se ne aggiunga un altro, del quale, Venerabili Fratelli, vogliamo parlarvi alquanto più diffusamente: del dovere, cioè, della giusta soddisfazione o riparazione al Cuore Sacratissimo di Gesù. – Nella consacrazione s’intende, principalmente, ricambiare l’amore del Creatore con l’amore della creatura; ma quando questo amore increato è stato trascurato per dimenticanza o oltraggiato con l’offesa, segue naturalmente il dovere di risarcire le ingiurie qualunque sia il modo con cui sono state recate. È quel dovere che comunemente chiamiamo “riparazione”. Richiesta dalla giustizia e dall’amore

13. – Sono le medesime ragioni che ci spingono sia alla consacrazione che alla riparazione. Vero è però che al dovere della riparazione e dell’espiazione siamo tenuti per un titolo più forte di giustizia e di amore. Di giustizia, perché dobbiamo espiare l’offesa recata a Dio con le nostre colpe e ristabilire con la penitenza l’ordine violato; di amore al fine di patire insieme con Cristo sofferente e “saturato di obbrobri” e recargli, per quanto può la nostra debolezza, qualche conforto. – Siamo, infatti, peccatori e gravati di molte colpe; dobbiamo perciò rendere onore al nostro Dio non solo con quel culto che è diretto sia ad adorare, con i dovuti ossequi, la sua Maestà infinita, sia a riconoscere, mediante la preghiera, il suo supremo dominio e a lodare, con azioni di grazie, la sua infinita generosità; ma è necessario inoltre che offriamo anche a Dio giusto vindice, soddisfazioni per i nostri “innumerevoli peccati, offese e negligenze”. – Per questo, alla consacrazione per mezzo della quale ci offriamo a Dio e diventiamo a lui sacri – con quella santità e stabilità che è propria della consacrazione, come insegna l’Angelico (2-2, q. 81, a. 8, c.) – si deve aggiungere l’espiazione al fine di estinguere totalmente le colpe, affinché l’infinita santità e giustizia di Dio non abbia a rigettare la nostra proterva indegnità e rifiuti, anzi che gradire, il nostro dono.

Dovere che grava su tutto il genere umano

14. – Questo dovere di espiazione grava su tutto il genere umano, giacché, come insegna la fede cristiana, dopo la funesta caduta di Adamo, l’umanità, macchiata della colpa ereditaria, soggetta alle passioni e in stato di grave depravazione, avrebbe dovuto finire nell’eterna rovina. – Non ammettono questo stato di cose i superbi sapienti del nostro tempo, i quali, seguendo il vecchio errore di Pelagio, rivendicano alla natura umana una bontà congenita, che di suo interno impulso spingerebbe a perfezione sempre maggiore. – Ma queste false invenzioni della superbia umana sono respinte dall’Apostolo che ammonisce che a eravamo per natura meritevoli d’ira” (Ef II,3). E di fatti, fin dagli inizi, gli uomini, hanno riconosciuto in qualche modo il debito che avevano d’una comune espiazione e mossi da naturale istinto si adoperarono a placare Dio anche con pubblici sacrifici.

La riparazione adeguata fu offerta dal Redentore

15. – Nessuna potenza creata però era sufficiente ad espiare le colpe degli uomini, se il Figlio di Dio non avesse assunto la natura umana per redimerla. – È ciò che lo stesso Salvatore degli uomini annunziò per bocca del Salmista: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo” (Eb X,5-7). – E realmente “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; è stato trafitto per i nostri delitti” (Is LIII,4-5). a Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1 Pt 2,24), “annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col II,14), “perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia” (1 Pt II,24).

È richiesta però anche la nostra riparazione

16. – È vero che la copiosa redenzione di Cristo ci ha abbondantemente perdonato tutti i peccati (Cf Col II,13), tuttavia, in forza di quella mirabile disposizione della divina Sapienza per cui si deve completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa (Cf Col 1, 24), noi possiamo, anzi dobbiamo aggiungere le nostre lodi e soddisfazioni alle lodi e soddisfazioni che “Cristo tributò in nome dei peccatori”.

che ha valore per l’unione al sacrificio di Cristo

17. – Si deve però sempre tenere a mente che tutto il valore espiatorio dipende dall’unico Sacrificio cruento di Cristo, che senza intermittenza si rinnova nei nostri altari. Infatti “una sola e identica è la Vittima, il medesimo è l’Offerente che un tempo si offrì sulla croce e che ora si offre mediante il ministero dei Sacerdoti; differente è solo il modo di offrire” (Conc. Trid. Sess. XXII, c. 2). – A questo augustissimo Sacrificio Eucaristico, perciò, si deve unire l’immolazione sia dei ministri che dei fedeli, in modo che anch’essi si dimostrino a ostie viventi, sante e gradite a Dio” (Rm XII, 1). – Anzi S. Cipriano non dubita di affermare che “non si celebra il Sacrificio di Cristo con la conveniente santificazione, se alla passione di Cristo non corrisponde la nostra offerta e il nostro sacrificio” (Ep. 63, n. 381). – Perciò ci ammonisce l’Apostolo che “portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù” (2 Cor IV,10), e sepolti con Cristo e completamente uniti a Lui con una morte simile alla sua (Cf Rm VI,4-5), non solo crocifiggiamo la nostra carne con le sue passioni e i suoi desideri (Cf Gal V,24), fuggendo alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza” (2 Pt 1,4), ma anche che “la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor IV,10) e resi partecipi del suo sacerdozio eterno, offriamo “doni e sacrifici per i peccati” (Eb V,1).

Tutti i cristiani partecipi del sacerdozio di Cristo…

18. – Partecipi di questo misterioso sacerdozio e dell’ufficio di offrire soddisfazioni e sacrifici, non sono soltanto quelle persone delle quali il nostro Pontefice Cristo Gesù si serve come ministri per offrire l’oblazione pura al Nome divino, dall’oriente all’occidente in ogni luogo (Cf Ml 1,11), ma tutti i Cristiani – chiamati a ragione dal Principe degli Apostoli “stirpe eletta, il sacerdozio regale” (1 Pt II,9) – devono offrire per i peccati propri e per quelli di tutto il genere umano (Cf Eb V,2), a un di presso come ogni sacerdote e pontefice “scelto fra gli uomini viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio” (Eb V,1). – E quanto più perfettamente la nostra oblazione e il nostro sacrificio saranno conformi al sacrificio del Signore -cosa che si compie immolando il nostro amor proprio e le nostre passioni e crocifiggendo la carne con quel genere di crocifissione di cui parla l’ Apostolo- tanto più copiosi saranno i frutti di propiziazione e di espiazione che raccoglieremo per noi per gli altri.

…e per l’unione in Cristo si aiutano a vicenda.

19. – C’è, infatti, un mirabile legame dei fedeli con Cristo, simile a quello che vige tra il capo e le membra del corpo. Parimenti, per quella misteriosa comunione dei Santi, che professiamo per fede cattolica, sia gli uomini singoli che i popoli, non solo sono uniti fra loro, ma anche con Colui “che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (Ef IV, 15-16). Che è quel che lo stesso Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù, vicino a morire, domandò al Padre: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv XVII,23).

LA RIPARAZIONE NEL CULTO AL CUORE Dl GESÙ

La riparazione nell’intenzione di Gesù

20. – La consacrazione esprime e rende stabile l’unione con Cristo; l’espiazione inizia questa unione con la purificazione dalle colpe, la perfeziona partecipando alle sofferenze di Cristo e la porta all’ultimo culmine offrendo sacrifici per i fratelli. – Tale appunto fu l’intenzione che il misericordioso Signore Gesù ci volle far conoscere nel mostrare il suo Cuore con le insegne della passione e le fiamme indicanti l’amore, che cioè riconoscendo noi da una parte l’infinita malizia del peccato e dall’altra ammirando l’infinita carità del Redentore, detestassimo più vivamente il peccato e rispondessimo con maggior ardore al suo amore.

Preminenza della riparazione nel culto al S. Cuore

21. – Lo spirito di espiazione e di riparazione ha avuto sempre la prima e principale parte nel culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, e tale spirito è senza dubbio il più conforme all’origine, all’indole, all’efficacia e alle pratiche proprie di questa devozione, come appare dalla storia, dalla prassi, dalla liturgia e dagli atti dei Sommi Pontefici. – Infatti, nel manifestarsi a Margherita Maria, Gesù, mentre proclamava l’immensità del suo amore, al tempo stesso, in atteggiamento di addolorato, si lamentò dei molti e gravi oltraggi che gli venivano recati dagli uomini ingrati, e pronunziò queste parole che dovrebbero rimanere sempre scolpite nelle anime pie e mai dimenticate: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di ogni genere di benefici, e che in cambio del suo amore infinito non solo non ha avuto alcuna gratitudine, ma, al contrario, dimenticanza, indifferenza, oltraggi, e questi recati, a volte, anche da coloro che sono tenuti per dovere, a rispondere con uno speciale amore”.

Atti di riparazione richiesti da Gesù stesso

22. – In riparazione di tali colpe, tra le molte altre cose, raccomandò questi atti, a Lui graditissimi; che cioè i fedeli, con l’intenzione di riparare si accostassero alla S. Comunione – chiamata perciò “Comunione riparatrice” – e compissero atti e preghiere di riparazione per un’ora intera, che per questo viene giustamente chiamata “Ora santa“. – Tali pratiche la Chiesa non solo le ha approvate ma le ha anche arricchite di favori spirituali. –

Come si può consolare il Cuore di Gesù glorioso

23. – Ma, se Cristo regna ora glorioso in cielo, come può venir consolato da questi nostri atti di riparazione? “Dà un’anima amante, e comprenderà ciò che dico”, rispondiamo con le parole di S. Agostino (Sul Vang. di Giovanni, tr XXVI, 4) che qui vengono a proposito. – Infatti, un’anima ardente di amor di Dio, guardando il passato vede e contempla Gesù affaticato per il bene dell’umanità, addolorato e sottoposto alle prove più dure; lo vede “per noi uomini e per la nostra salvezza” oppresso da tristezza, angoscia, quasi annientato dagli obbrobri, “schiacciato per le nostre iniquità” (Is LIII,5) e che con le sue piaghe ci guarisce. Queste cose le anime pie le meditano con maggiore aderenza alla realtà per il fatto che i peccati e i delitti, in qualsiasi tempo siano stati commessi, costituiscono la causa per cui il Figlio di Dio fu dato a morte, e anche al presente cagionerebbero a Cristo la morte accompagnata dai medesimi dolori ed angosce, dal momento che ogni peccato rinnova in qualche modo la passione del Signore: “Per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia” (Eb VI,6). – Pertanto, se a motivo dei nostri peccati che sarebbero stati commessi nel futuro, ma che furono previsti allora, l’anima di Cristo divenne triste fino alla morte, non vi può esser dubbio che abbia provato anche qualche conforto già da allora a motivo della nostra riparazione anch’essa prevista, quando “gli apparve un Angelo dal cielo” (Lc XXII,43) per consolare il suo Cuore oppresso dalla tristezza e dall’angoscia. – Sicché, anche ora, in modo mirabile ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati. Ed è Cristo stesso, come si legge nella Liturgia, che si duole per bocca del Salmista dell’abbandono dei suoi amici: “L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal LXVIII, 21).

Si consola Gesù anche nelle sue membra sofferenti.

24. – A ciò s’aggiunga che la passione espiatrice di Cristo si rinnova e in certo modo continua e si completa nel suo corpo mistico, che è la Chiesa. – Infatti, per servirci ancora delle parole di S. Agostino, “Cristo patì tutto quello che doveva patire; ormai nulla più manca al numero dei patimenti. Dunque i patimenti sono completi, ma nel capo; rimanevano ancora le sofferenze di Cristo da compiersi nel corpo” (In Sal. LXXXVI). – Che è quel che il Signore Gesù stesso ha voluto dichiarare quando, parlando a Saulo “sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli” (At IX, 1), disse: “Io sono Gesù, che tu perseguiti” (At IX,5). – Con ciò significò chiaramente che le persecuzioni mosse alla Chiesa, andavano a colpire e affliggere lo stesso capo della Chiesa. – Giusto, dunque, che Cristo, sofferente ancora adesso nel suo corpo mistico, voglia averci compagni della sua espiazione, cosa che richiede la stessa nostra unione con Lui, perché essendo noi “corpo di Cristo e sue membra” (1 Cor. XII, 27), ciò che soffre il capo bisogna che con lui soffrano anche le membra (Cf 1 Cor XII, 26).

LA RIPARAZIONE RICHIESTA PER I NOSTRI TEMPI

Offensiva attuale contro Dio e la cristianità

25. – Quanto sia urgente, specialmente in questo nostro tempo, l’espiazione o riparazione appare manifesto, come abbiamo detto all’inizio, a chiunque osservi con gli occhi e la mente questo mondo che giace sotto il potere del maligno” (1 Gv V,19). – Da ogni parte giunge a Noi il grido di popoli afflitti, dove capi e governanti sono, nel vero senso, insorti e congiurano insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa (Cf Sal II,2). – Vediamo in quelle regioni calpestato ogni diritto divino e umano. I templi demoliti e distrutti, i religiosi e le sacre vergini cacciati dalle loro case, insultati, tormentati, affamati, imprigionati; strappati dal grembo della madre Chiesa schiere di fanciulli e fanciulle, spinti a negare e a bestemmiare Cristo e a commettere i peggiori crimini di lussuria; il popolo Cristiano gravemente minacciato e oppresso, e in continuo pericolo di apostatare dalla fede o andare incontro a morte anche la più atroce. – Cose tanto tristi, che con tali avvenimenti sembra si preannunzi e si anticipi fin da ora “l’inizio dei dolori”, quali apporterà “l’uomo iniquo che s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto” (2 Ts II,4).

Deficienze tra i Cristiani.

26. – Ma è ancor più doloroso il fatto, Venerabili Fratelli, che tra gli stessi Cristiani, lavati col sangue dell’Agnello immacolato nel Battesimo e arricchiti della sua grazia, ce ne siano tanti, appartenenti ad ogni classe, i quali ignorando in maniera incredibile le verità divine e infetti da false dottrine, vivono una vita viziosa, lontana dalla casa del Padre; una vita che non è illuminata dalla vera fede, non confortata dalla speranza nella futura beatitudine, non sostenuta né ravvivata dall’ardore della carità, sicché sembra davvero che costoro siano nelle tenebre e nell’ombra di morte. – Inoltre, va sempre più crescendo tra i fedeli la noncuranza della disciplina ecclesiastica e delle antiche istituzioni, da cui è sorretta tutta la vita cristiana, regolata la società domestica e difesa la santità del matrimonio. – Trascurata affatto è poi o deformata da troppe delicatezze e lusinghe l’educazione dei fanciulli e perfino tolta alla Chiesa la facoltà di educare cristianamente la gioventù. – Il pudore cristiano purtroppo dimenticato nel modo di vivere e di vestire, specialmente nelle donne. Insaziabile la cupidigia dei beni transitori, gli interessi civili predominanti, sfrenata la ricerca del favore popolare rifiutata la legittima autorità, disprezzata la parola di Dio, per cui la fede stessa vacilla o è messa in grave pericolo. Al complesso di questi mali si aggiunge l’ignavia e l’infingardaggine di coloro che, a somiglianza degli Apostoli addormentati o fuggitivi, mal fermi nella fede, abbandonano Cristo oppresso dai dolori e circondato dai satelliti di Satana. E c’è anche la perfidia di coloro che seguendo l’esempio di Giuda traditore, con sacrilega temerarietà si accostano all’altare o passano al campo nemico. – E così, anche senza volerlo, si presenta alla mente il pensiero che si stiano avvicinando i tempi predetti dal Signore: a Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (Mt XXIV,12).

Ci sono però anche confortanti reazioni

27. – Riflettendo su queste cose i buoni fedeli, infiammati d’amore per Cristo sofferente, non potranno fare a meno di dedicarsi ad espiare con maggiore impegno le proprie colpe e quelle commesse da altri, risarcire l’onore di Cristo e promuovere la salvezza delle anime. – E possiamo davvero descrivere la nostra età adattando in qualche modo il detto dell’Apostolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm V,20). – Infatti, è vero che è cresciuta di molto la perversità degli uomini, ma è anche vero che va meravigliosamente aumentando, per impulso dello Spirito Santo, il numero dei fedeli dell’uno e dell’altro sesso, i quali con animo volenteroso si adoperano a dare soddisfazione al divin Cuore per tante ingiurie che gli si recano e giungono anche ad offrire a Cristo le loro stesse persone come vittime. – Certo che chi riflette con spirito di amore a quanto abbiamo fin qui rammentato e l’imprime, per così dire, nell’intimo del cuore, arriverà non solo ad aborrire il peccato come il sommo dei mali e a fuggirlo, ma anche ad abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio e risarcire l’onore leso della divina Maestà con la preghiera assidua, le volontarie penitenze e col sopportare pazientemente le eventuali calamità, fino a vivere tutta la vita in spirito di riparazione. – E così che sono sorte molte famiglie religiose di uomini e di donne, le quali, con ambito servizio, si propongono di fare in qualche modo, giorno e notte, le veci dell’Angelo che conforta Gesù nell’orto. – Di qui pure le pie associazioni di uomini, approvate dalla Sede Apostolica e arricchite di indulgenze, che si assumono il compito dell’espiazione con opportuni esercizi di pietà e atti di virtù. – Di qui, infine, per non parlare di altre, quelle pratiche religiose e solenni attestazioni d’amore, introdotte allo scopo di riparare l’onore divino violato, usate frequentemente non solo da singoli fedeli ma anche da parrocchie, diocesi e città.

Atto di riparazione da farsi nella festa del S. Cuore

28. – Ebbene, Venerabili Fratelli, come la pratica della Consacrazione, cominciata da umili inizi e poi largamente diffusasi, ha raggiunto lo splendore desiderato con la nostra conferma, così grandemente bramiamo che la pratica di questa espiazione o riparazione, già da tempo santamente introdotta e propagata, abbia con la nostra apostolica autorità il più fermo suggello e diventi più solenne e universale nel mondo cattolico. – Stabiliamo perciò e ordiniamo che tutti gli anni, nella festa del Cuore Sacratissimo di Gesù – che in questa occasione abbiamo disposto che sia elevata al grado di doppio di prima classe con ottava – in tutte le Chiese del mondo si reciti solennemente, con la formula di cui uniamo esemplare in questa Lettera, la preghiera espiatrice o ammenda onorevole, com’è chiamata, per esprimere con essa il pentimento delle nostre colpe e risarcire i diritti violati di Cristo sommo Re e Signore amatissimo.

Frutti che si sperano

29. – Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che da questa pratica santamente rinnovata ed estesa a tutta la Chiesa, molti e segnalati siano i beni che ne verranno non solo alle singole persone, ma anche alla società religiosa, civile e domestica. Lo stesso Redentore nostro, infatti, ha promesso a Margherita Maria che “avrebbe colmato con l’abbondanza delle sue grazie celesti tutti coloro che avessero reso questo onore al suo Cuore”. – I peccatori “volgendo lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv XIX,37) e commossi dai gemiti e dalle lacrime di tutta la Chiesa, pentiti per le ingiurie recate al Sommo Re, “rientreranno in se stessi” (Cf Is XLVI, 8), perché non avvenga che ostinandosi nei loro peccati, quando vedranno “venire sulle nubi del cielo” (Mt XXVI, 64) colui che trafissero, troppo tardi e inutilmente piangano su di Lui (Cf Ap 1,7). I giusti diventeranno più giusti e più santi (Cf Ap XXII,11 ) e si consacreranno con rinnovato fervore al servizio del loro Re che vedono tanto disprezzato e combattuto e oggetto di tante e così gravi ingiurie. Soprattutto s’infiammeranno di zelo per la salvezza delle anime, nel meditare il lamento della vittima divina: “Quale vantaggio dal mio sangue” (Sal XXIX,10), e nel riflettere al gaudio che avrà quel Sacratissimo Cuore “per un peccatore convertito” (Lc XV,7). – Ma quel che principalmente desideriamo e speriamo è che la giustizia divina, la quale per dieci giusti avrebbe usato misericordia e perdonato a Sodoma, molto più voglia perdonare a tutto il genere umano, in vista delle suppliche e delle riparazioni che dappertutto innalza la comunità dei fedeli, insieme con Cristo Mediatore e Capo. –

Sia propizia Maria Riparatrice

30. – Sia propizia a questi nostri voti e a queste nostre disposizioni la benignissima Vergine Madre di Dio, la quale col dare alla luce il nostro Redentore, col nutrirlo e offrirlo come vittima sulla croce, per la mirabile unione con Cristo e per sua grazia del tutto singolare, è divenuta anch’essa Riparatrice e come tale è piamente invocata. – Noi confidiamo nella sua intercessione presso Cristo, il quale pur essendo il solo “Mediatore fra Dio e gli uomini” (1 Tm 2,5) volle associarsi la Madre come avvocata dei peccatori, dispensatrice e mediatrice di grazia.

L’apostolica benedizione

31. – Auspice dei divini favori e in testimonianza della paterna nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, e all’intero gregge affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore l’apostolica benedizione.

Dato a Roma presso S. Pietro, il giorno 8 del mese di maggio dell’anno 1928, settimo del nostro Pontificato.

Pio Papa XI

ATTO DI RIPARAZIONE AL CUORE SACRATISSIMO Dl GESÙ

Prostrati dinanzi al tuo altare, noi intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini il tuo amatissimo Cuore.

Gesù dolcissimo: il tuo amore immenso per gli uomini viene purtroppo, con tanta ingratitudine, ripagato di oblio, di trascuratezza, di disprezzo.

Memori però che pure noi altre volte ci macchiammo di tanta ingratitudine, ne sentiamo vivissimo dolore e imploriamo la tua misericordia.

Desideriamo riparare con volontaria espiazione non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salvezza, ricusano di seguire Te come pastore e guida, ostinandosi nella loro infedeltà, o, calpestando le promesse del Battesimo, hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.

E mentre intendiamo espiare il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare:

l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento;

le insidie tese alle anime innocenti dalla corruzione dei costumi; la profanazione dei giorni festivi; le ingiurie scagliate contro di Te e i tuoi Santi;

gli insulti rivolti al tuo Vicario e l’ordine sacerdotale; le negligenze e gli orribili sacrilegi con i quali è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino

e in fine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il Magistero della Chiesa da Te fondata.

Intanto come riparazione dell’onore divino conculcato, Ti presentiamo quella soddisfazione che Tu stesso offristi un giorno sulla croce al Padre e che ogni giorno si rinnova sugli altari: Te l’offriamo accompagnata con le espiazioni della Vergine Madre, di tutti i Santi e delle anime pie.

Promettiamo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto potremo, con l’aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l’indifferenza verso sì grande amore, con la fermezza della fede, la santità della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica e specialmente della carità. – Inoltre d’impedire, con tutte le forze, le ingiurie contro di Te e attrarre quanti più potremo, a seguire e imitare Te. Accogli, te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della B.V. Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci nella fedele obbedienza a Te e nel tuo servizio fino alla morte, col dono della perseveranza, così che possiamo un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

VII

ACTUS REPARATIONIS ET CONSECRATIONIS

Iesu dulcissime, cuius effusa in homines caritas, tanta oblivione, negligentia, contemptione, ingratissime rependitur, en nos, ante altaria [an: conspectum tuum] tua provoluti, tam nefariam hominum socordiam iniuriasque, quibus undique amantissimum Cor tuum afficitur, peculiari honore resarcire contendimus. Attamen, memores tantæ nos quoque indignitatis non expertes aliquando fuisse, indeque vehementissimo dolore commoti, tuam in primis misericordiam nobis imploramus, paratis, voluntaria expiatione compensare fiagitia non modo quæ ipsi patravimus, sed etiam illorum, qui, longe a salutis via aberrantes, vel te pastorem ducemque sectari detrectant, in sua infìdelitate obstinati, vel, baptismatis promissa conculcantes, suavissimum tuæ legis iugum excusserunt. Quæ deploranda crimina, cum universa expiare contendimus, tum nobis singula resarcienda proponimus: vitae cultusque immodestiam atque turpitudines, tot corruptelæ pedicas innocentium animis instructas, dies festos violatos, exsecranda in te tuosque Sanctos iactata maledicta àtque in tuum Vicarium ordinemque sacerdotalem convicia irrogata, ipsum denique amoris divini Sacramentum vel neglectum vel horrendis sacrilegiis profanatum, publica postremo nationum delicta, quæ Ecclesiæ a te institutæ iuribus magisterioque reluctantur. Quæ utinam crimina sanguine ipsi nostro eluere possemus! Interea ad violatum divinum honorem resarciendum, quam Tu olim Patri in Cruce satisfactionem obtulisti quamque cotidie in altaribus renovare pergis, hanc eamdem nos tibi præstamus, cum Virginis Matris, omnium Sanctorum, piorum quoque fìdelium expiationibus coniunctam, ex animo spondentes, cum præterita nostra aliorumque peccata ac tanti amoris incuriam firma fide, candidis vitæ moribus, perfecta legis evangelicæ, caritatis potissimum, observantia, quantum in nobis erit, gratia tua favente, nos esse compensaturos, tum iniurias tibi inferendas prò viribus prohibituros, et quam plurimos potuerimus ad tui sequelam convocaturos. Excipias, quæsumus, benignissime Iesu, beata Virgine Maria Reparatrice intercedente, voluntarium huius expiationis obsequium nosque in officio tuique servitio fidissimos ad mortem usque velis, magno ilio perseverantiæ munere, continere, ut ad illam tandem patriam perveniamus omnes, ubi Tu cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, additis sacramentali confessione, sacra Communione et alicuius ecclesiæ aut publici oratorii visitatione, si quotidie per integrum mensem reparationis actus devote recitatus fuerit.

Fidelibus vero, qui die festo sacratissimi Cordis Iesu in qualibet ecclesia aut oratorio etiam (prò legitime utentibus) semipublico, adstiterint eidem reparationis actui cum Litaniis sacratissimi Cordis, coram Ssmo Sacramento sollemniter exposito, conceditur:

Indulgentia septem annorum;

Indulgentia plenaria, dummodo peccata sua sacramentali pænitentia expiaverint et eucharisticam Mensam participaverint (S. Pæn. Ap., 1 iun. 1928 et 18 mart. 1932).

[Indulg. 5 anni; Plenaria se recitata per un mese con Confessione, Comunione, Preghiera per le intenzioni del Sommo Pontefice, visita di una chiesa od oratorio pubblico. – Nel giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, confessati e comunicati, recitata con le litanie de Sacratissimo Cuore, davanti al SS. Sacramento solennemente esposto: Indulgenza plenaria].

UNA BOLLA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: HORRENDUM ILLUD SCELUS DI S. PIO V

Questa bolla di S. Pio V, è solo uno dei tanti documenti della Chiesa Cattolica a condanna del “peccato che grida vendetta agli occhi di Dio”, come recita il Catechismo cattolico, o se preferite, del “peccato propter hæc enim venit ira Dei in filios diffidentiæ … per cui l’ira di Dio piomba sopra coloro che gli resistono”, come dice San Paolo nella Epistola agli Efesini (c. V, 6). Chiarezza ed inappellabilità caratterizzano questo breve documento che è come una pietra tombale, inamovibile ed eternamente incastonata nel mosaico del Magistero Pontificio. Non ci sono commenti, né discussioni possibili. Chi dovesse affermare il contrario è semplicemente un a-cattolico, un apostata vizioso, servo consapevole o meno, ma servo, dell’androgino abominevole baphomet. Leggiamo con calma e facciamo nostra questa perla del Magistero e della Dottrina Cristiana. – Lasciamo il testo latino del Bollarium Romanum perché già così il documento è comprensibile ad un lettore di media cultura.

HORRENDUM ILLUD SCELUS

DI S.S. S. PIO V

Contra quoscumque clericos,

iam sæculares quam regulares,

nefandi criminis reos (1).

Pius episcopus servus servorum Dei,

ad perpetuam rei memoriam.

Horrendum illud scelus, quo pollutæ fœdatæque civitates a tremendo Dei iuidicio conflagrarunt, acerbissimum nobis dolorem inurit, graviterque animum nostrum commovet ut ad illud, quantum potest, comprimendum studia nostra conferamus.

1. Sane Lateranensi concilio dignoscitur constitutum ut quicumque clerici illi incontinentia quæ contra naturam est, propter quam ira Dei venit in filios diffidentiæ, deprehensi fuerint laborare, a clero deiiciantur, vel ad agendam in monasteriis pœnitentiam detrudantur.

2. Verum, ne tanti flagitii contagium, impunitatis spe, quæ maxima peccandi illecebra est, fidentius invalescat, clericos huius nefarii criminis reos gravius ulciscendos deliberavimus, ut qui animæ interitum non horrescunt, hos certe deterreat civilium legum vindex gladius sæcularis.

3. Itaque, quod nos iam in ipso pontificatus nostri principio hac de re decrevimus, plenius nunc fortiusque persequi intendentes, omnes et quoscumque presbyteros et alios clericos sæculares et regulares, cuiuscumque gradus et dignitatis, tam dirum nefas exercentes, omni privilegio clericali omnique officio, dignitate et beneficio ecclesiastico, præsentis canonis auctoritate, privamus. Ita quod per iudicem ecclesiasticum degradati, potestati statim sæculari tradantur, qui de eis illud idem capiat supplicium, quod in laicos hoc in exitio devolutos, legitimis reperitur sanctionibus constitutum.

Nulli ergo etc.

Datum Romæ, apud S. Petrum, anno Incarnationis dominicæ MDLXVIII,

 in kalendas septembris,

pontificatus nostri anno III.

Dat. die 30 augusti 1568, pontif. anno III.

– 1 Quell’orribile crimine, a causa del quale città corrotte ed immonde sono state distrutte col fuoco  dalla condanna divina, provoca in noi un acerbissimo dolore e scuote la nostra mente, spingendoci a reprimere un simile crimine con il massimo zelo possibile.

2. Molto opportunamente, il Concilio Lateranense [Conc. Lat. III, Can. 11, 1179 – ribadito nel Conc. Lat. V, 1512-1517 – ndr. – ] emanò questo decreto: “Ogni membro del clero catturato in quel vizio contro natura, dato che l’ira di Dio cade sui figli della perfidia, deve essere rimosso dall’ordine clericale o forzato a fare penitenza in un monastero “; affinché il contagio di una tale grave offesa non possa progredire con maggiore audacia a causa dell’impunità, che è il più grande incitamento al peccato, e in modo da punire più severamente i chierici che sono colpevoli di questo crimine nefando e che non sono spaventati  dalla morte delle loro anime, decidiamo che vengano consegnati alla severità dell’autorità secolare, che applica la legge civile.

3. Pertanto, desiderando perseguire con più rigore di quanto abbiamo esercitato dall’inizio del nostro Pontificato, stabiliamo che qualunque sacerdote o membro del clero, sia secolare che regolare, che commette un crimine così esecrabile, con l’autorità del presente canone sia privato di ogni privilegio clericale, di ogni posto, dignità e beneficio ecclesiastico. E dopo essere stato degradato da un giudice ecclesiastico, sia immediatamente consegnato all’autorità secolare onde essere sottoposto al supplizio, come prescritto dalla legge appropriata che punisce i laici sprofondati in tale abisso.

[La traduzione è redazionale, ma al di là di qualche possibile errore grammaticale, rispetta con tutta l’accuratezza possibile il pensiero del Pontefice. Siamo pronti però ad accettare eventuali autorevoli correzioni ed osservazioni – ndr. – ]

(1) Ad hoc habes aliam huius Pontificis Constitutionem IX, “Cum primum”

 Nella bolla “Cum primum apostolatus officium”, 1 Apr. 1566, ricordata sopra, al punto 11 leggiamo: Si quis crimen nefandum contra naturam, propter quod ira Dei venit in filios diffidentiæ, perpetraverit, curiae sæculari puniendus tradatur; et si clericus fuerit, omnibus ordinibus degradatus, simili pœna subiiciatur.

Concilio Lateranense III, Can. 11:

[Alessandro III, 1179]

11.5 Clerici in sacris ordinibus constituti, qui mùlierculas suas in domibus suis incontinentiæ nota tenuerint, aut obiciant eas et continenter vivant, aut ab officio et beneficio ecclesiastico fiant alièni.

– Quicumque incontinentia illa, quæ contra naturam est, propter quam venit ira Dei in filios diffidentiæ et quinque civitates igne consumpsit, deprehensi fuerint laborare, si clerici fuerint eiciantur a clero vel, ad poenitentiam agendam in monasteriis detrudantur, si laici exeommunicationi subdantur et a cætu fidelium fiant prorsus alieni.

11.5 I chierici che hanno ricevuto gli ordini sacri, i quali tengano in casa delle concubine per la loro incontinenza, se non le scacciano per vivere castamente, siano privati dell’ufficio e dal beneficio ecclesiastico. –

Chiunque fosse trovato colpevole del peccato contro natura, a motivo del quale “… piomba l’ira di Dio sopra coloro che gli resistono, e distrusse col fuoco cinque città”, se è chierico, sia scacciato dal clero e sia rinchiuso in monastero a fare penitenza, se è laico, sia scomunicato e totalmente allontanato dalla comunità dei fedeli.

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Conc. Later. V,  – 1512-17; Sessione IX, bolla di riforma della curia. –

[S. S. Leone X]

 …si quis vero tam laicus, quam clericus, de crimine, propter quod venit ira Dei in filio diffidentiae, convictus fuerit, poenia per sanctos canones aut ius civile respective impositis puniatur.

Se qualcuno, sia laico che chierico, risultasse colpevole del peccato per cui l’ira di Dio piomba sopra coloro che gli resistono [Ephes. V, 6], sia punito con le pene stabilite rispettivamente dai sacri canoni e dal diritto civile.