UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: DIUTURNI TEMPORIS DI S. S. LEONE XIII

« … il Rosario costituisce la più eccellente forma di preghiera, e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna … »Ancora una volta il Santo Padre Leone XIII, oramai al termine della sua lunga vita, raccomanda questa pratica devota, quasi un testamento, presago della sua vicina dipartita dal tempo, per approdare al porto della Eternità beata, ove spera di giungere con l’aiuto decisivo della Vergine, Madre di Dio « … fermamente speriamo di poter chiudere la Nostra vita terrena nell’amore di questa tenerissima Madre: amore che ci siamo sempre studiati, con tutte le Nostre forze, di coltivare e di estendere sempre più » … parole di una tenerezza commovente sì, ma forti e chiare, proprie di un uomo, e che uomo!, … che in mezzo ai turbinosi flutti e ai marosi dell’epoca ha saputo guidare la Barca di Pietro verso il golfo sicuro della Fede salvifica Cattolica, conservandone e ribadendone il Deposito divinamente affidatogli. E forse tra i tanti, il merito maggiore di questo Sommo Pontefice, come si evince dalle sue numerose lettere Encicliche mariane, è proprio quello di avere indicato ai Cristiani fedeli, come agli increduli saccenti, l’unico mezzo sicuro per approdare alla eterna felicità: il Santo Rosario!  « … Noi, mossi dal desiderio di porre nella così accresciuta devozione verso la Vergine, come in una rocca inespugnabile, la salvezza dell’umanità, non abbiamo mai cessato di promuovere tra i fedeli la pia pratica del Rosario Mariano … ». “Rocca inespugnabile” per la salvezza dell’umanità, mezzo sicuro per schiacciare la testa dell’infame serpente infernale, oggi in piena azione dappertutto,  il Rosario si rivela anche ancor più come la residua speranza per un mondo che ha toccato tutti gli abissi della amoralità, della blasfemia, dell’odio verso Dio ed il suo Cristo, un’umanità che si avvia inevitabilmente alla resa dei conti con il suo Creatore e Redentore, che in tutti i modi ancora osa sfidare. Facciamo allora nostre queste espressioni contenute nella lettera, come estremo richiamo d’amore di un Santo Padre che ad ogni costo vuole recuperare un’infinità di anime destinate all’eterna perdizione, per non rendere oltretutto inutile ed infruttuoso il Sacrificio sulla Croce del Messia Redentore, e vano il Sangue Preziosissimo sparso nella Passione. Il mezzo è certo, cerchiamo di farne un buon uso, costante e perseverante fino ai nostri ultimi giorni, onde sperare, come il Papa, di addormentarci anche noi sereni nelle braccia della più tenera delle Madri, la “tenerissima” Mamma di Gesù Cristo, nostro Dio e nostro Salvatore.

S. S. Leone XIII
Diuturni temporis

Lettera Enciclica

Il rosario mariano
5 settembre 1898

Quando riflettiamo sul lungo spazio di tempo che, per volontà di Dio, abbiamo trascorso nel Sommo Pontificato, non possiamo non riconoscere di avere sperimentato nel modo più tangibile la singolare assistenza della Provvidenza divina. Noi invero pensiamo che ciò debba principalmente attribuirsi alle preghiere unanimi, e per questo efficacissime, che ora tutta la Chiesa senza posa eleva a Dio per Noi, come una volta per Pietro. Perciò prima di tutto ringraziamo dal più profondo del cuore il Signore, dispensatore di tutti i beni. E finché avremo vita, il Nostro animo conserverà un fedele ricordo di ogni singolo beneficio da Lui ricevuto. Ma subito dopo, il Nostro pensiero soavemente si volge alla materna protezione dell’augusta Regina del cielo; e questo pio ricordo vivrà indelebile nel Nostro cuore, per muoverci a magnificare i benefici di Maria e a nutrire verso di Lei la più sentita gratitudine. Da Lei infatti, come da un canale ricolmo, discende l’onda delle grazie celesti: “Nelle sue mani si trovano i tesori delle divine misericordie”: È volontà di Dio che Ella sia il principio di tutti i beni”. E Noi  già da tempo, “. A questo scopo, già il 1° settembre 1883, pubblicammo una lettera enciclica, e, come tutti ben sapete, abbiamo in séguito promulgato su questo argomento varie altre decisioni. E poiché i disegni della divina Misericordia ci concedono di vedere, anche quest’anno, l’avvicinarsi del mese di ottobre, già ripetutamente da Noi dedicato e consacrato alla celeste Regina del Rosario, non vogliamo mancare di rinnovarvi la Nostra esortazione. Affinché pertanto siano in breve compendiati tutti gli sforzi, da Noi finora fatti, per l’incremento di questa singolare forma di preghiera, intendiamo coronare la Nostra opera con un ultimo documento, che vuoi dimostrare, con evidenza ancora maggiore, il Nostro zelo e la Nostra premura per questa lodevolissima manifestazione di pietà mariana, e spronare, insieme, l’ardore dei fedeli a conservare piamente nella sua integrità la bella pratica del Santo Rosario. – Spinti pertanto dal costante desiderio di manifestare al popolo Cristiano la potenza e la grandezza del Rosario Mariano, Noi abbiamo ricordato innanzi tutto l’origine, piuttosto celeste che umana, di questa preghiera. E a questo scopo abbiamo messo in evidenza che questa meravigliosa Corona è un intreccio di Salutazioni Angeliche, intercalate dall’Orazione del Signore, unite dalla meditazione. Così composto, il Rosario costituisce la più eccellente forma di preghiera, e il mezzo più efficace per conseguire la vita eterna. Poiché, oltre alla eccellenza delle sue preghiere, esso ci offre una salda difesa della nostra fede e un sublime modello di virtù nei misteri proposti alla nostra contemplazione. Noi abbiamo inoltre dimostrato che il Rosario è una pratica facile e adatta all’indole del popolo, al quale presenta altresì, nel ricordo della Famiglia di Nazaret, l’ideale più perfetto della vita domestica. Per tali motivi i fedeli ne hanno sempre sperimentato la salutare potenza. – Dopo aver inculcato, specialmente con queste ragioni e coi Nostri ripetuti appelli, la pratica del santo rosario, Noi, seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, ci siamo inoltre dati premura di accrescere l’importanza e la solennità del suo culto. Dei Nostri predecessori, Sisto V di felice memoria approvò l’antica consuetudine di recitare il rosario; Gregorio XII istituì la festa del Rosario; Clemente VIII la introdusse nel Martirologio; Clemente XI la estese a tutta la chiesa; e Benedetto XIII la inserì poi nel Breviario Romano. Così Noi, a perenne testimonianza del Nostro apprezzamento per questa forma di pietà, oltre aver decretato che detta festa e il suo ufficio siano celebrati in tutta la Chiesa, con rito doppio di seconda classe, abbiamo voluto anche che l’intero mese di ottobre sia consacrato a questa devozione. Infine abbiamo prescritto che nelle Litanie lauretane si aggiunga l’invocazione: “Regina del Santissimo Rosario”, come augurio di vittoria nella presente lotta. – Dopo ciò, non restava che far conoscere ai fedeli l’immenso valore e i grandissimi vantaggi annessi al Rosario Mariano, per i numerosi privilegi e diritti di cui è stato arricchito, e soprattutto per il tesoro di indulgenze di cui gode. E certo non è difficile capire quanto questi vantaggi debbano stare a cuore a coloro che pensano seriamente alla loro eterna salvezza. Qui infatti si tratta di ottenere, totalmente o parzialmente, la remissione della pena temporale, da scontare in questa o nell’altra vita, anche dopo che è stata cancellata la colpa. Tesoro questo, senza dubbio, preziosissimo, perché costituito dai meriti di Cristo, ai quali si sono aggiunti quelli della Madre di Dio e dei santi. A tale tesoro il nostro predecessore Clemente VI a ragione riferiva quelle parole della Sapienza: “Inesauribile tesoro è essa per gli uomini: quei che ne fanno uso si procacciano presso Dio amicizia” (Sap VII,14). Già i Papi, in forza del loro supremo potere ricevuto da Dio, hanno largamente aperto le sorgenti di tali grazie agli iscritti alle confraternite del Santo Rosario, e a coloro che recitano il rosario con devozione. – Anche Noi, pertanto, persuasi che queste grazie e queste indulgenze, come altrettante fulgide gemme ben disposte, aumentano lo splendore della corona di Maria, abbiamo deciso, dopo matura riflessione, di promulgare una “Costituzione” sui diritti, privilegi, indulgenze, riservati alle Confraternite del rosario. Sia considerata questa “Costituzione” una pubblica testimonianza del Nostro amore verso l’augusta Madre di Dio, e, nello stesso tempo, uno stimolo e un premio alla pietà dei fedeli, affinché nell’ora estrema della loro vita possano essere confortati dal suo aiuto, e soavemente addormentarsi sul suo seno.

È questa la grazia che domandiamo a Dio, per l’intercessione della Regina del Santissimo Rosario. E intanto, come pegno e auspicio dei celesti favori, impartiamo con grande affetto a voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al popolo affidato alla cura di ciascuno di voi l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso S. Pietro, 5 settembre 1898, anno XXI del Nostro pontificato

ET IPSA CONTERET

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: FIDENTEM PIUMQUE ANIMUM DI S. S. LEONE XIII

Ancora una volta il Santo Padre Leone XIII, propone il Santo Rosario, come argomento di una sua lettera enciclica. Quella che può sembrare una “fissa”, in realtà, oggi soprattutto, si rivela come l’unico potentissimo rimedio dei nostri mali attuali, sociali, economici, materiali e soprattutto spirituali. Naturalmente parliamo del Santo Rosario pregato  nella Chiesa Cattolica, dai “veri” Cattolici uniti al Papa, S. S. Gregorio XVIII, successore del suo omonimo Gregorio XVII. Anche gli scismatici liberi-sedevacantisti, i tesisti anti-teologici del mezzo-Papa, i fallibilisti masso-gallicani, i settari della chiesa gnostico-satanica dell’uomo del Vaticano II, pregano con il Rosario, ma oltre che grazie materiali, che il Signore concede pure agli atei, ai miscredenti, ai massoni delle conventicole, ai maomettani e finanche al suo popolo deicida, il Signore non può concedere. Ci riferiamo alle grazie spirituali, quelle che riguardano la salvezza eterna, la perseveranza finale, la conservazione della fede Cattolica, la buona morte del penitente, il premio finale della corona immarcescibile in Paradiso … quelle si ottengono solo come “cittadini della Città di Dio”, la Chiesa Cattolica, ai quali soli la Vergine fa da Madre, avvocata e “acquedotto” di grazie, secondo la felice espressione di San Bernardo. Oggi tutti si affannano a trovare rimedi per ovviare ai mille gravissimi problemi della nostra era, rimedi che tutti, irrimediabilmente, si dimostrano inefficaci o addirittura peggiorativi. Leone XIII, per esperienza personale e come Vicario di Cristo, nonché Capo visibile della Chiesa, l’unica fondata dal Figlio di Maria Immacolata, ci ricorda invece che l’unico valido ed infallibile rimedio di tutti i mali dell’umanità, mali causati dall’azione del nemico infernale, comunque camuffato ed oggi in versione gay-clargy-man, è l’azione presso Dio della Vergine, sollecitata dalla preghiera a Lei più gradita: il Santo Rosario. Ed allora, dopo la lettura della lettera, approfittiamo pure noi di questa “arma potente” per sconfiggere i mali personali e della società in cui viviamo, senza dimenticare la speciale intenzione per la Gerarchia Cattolica ed il Santo Padre, Gregorio XVIII.

FIDENTEM PIUMQUE ANIMUM

LETTERA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ


LEONE PP. XIII

Ai Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi ed altri Ordinari locali che hanno pace e comunione con la sede Apostolica.

Il Papa Leone XIII.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Abbiamo avuto spesso occasione, durante il Nostro sommo Pontificato, di dare pubbliche prove di quella fiducia e di quella pietà verso la santissima Vergine, che abbiamo nutrito fino dai più teneri anni, e che poi Ci siamo studiati di alimentare ed accrescere in tutta la Nostra vita. Infatti, essendoCi trovati in tempi infausti per la cristianità e pericolosi per la stessa società civile, abbiamo facilmente compreso quanto fosse utile raccomandare col massimo calore quel baluardo di salvezza e di pace che Dio, nella sua grande misericordia, volle dare all’umanità nella persona della sua augusta Madre, e che rese poi insigne nei fasti della Chiesa per una serie non interrotta di favorevoli avvenimenti. Molti popoli cattolici hanno corrisposto alle Nostre esortazioni e ai Nostri voti con sollecitudine, specialmente ravvivando la devozione verso il Rosario, con un’abbondante messe di splendidi frutti. Tuttavia Noi non possiamo desistere dall’esaltare la Madre di Dio, che è veramente “degnissima di ogni lode”, e dal raccomandare un tenero amore verso di lei, che è anche Madre degli uomini, e che è “piena di misericordia e piena di grazia”. Anzi, quanto più il Nostro animo, affaticato dalle sollecitudini apostoliche, sente avvicinarsi l’ora della partenza, tanto più fiduciosamente volge il suo sguardo a Colei che è come l’aurora benedetta, dalla quale sorse il giorno di una felicità e di una gioia senza tramonto. Ci rallegra, Venerabili Fratelli, il ricordo delle Lettere periodicamente scritte per raccomandare il Rosario, tanto gradito a Colei che si vuole onorare, e tanto utile a coloro che lo recitano bene; ma non è meno caro al Nostro cuore avere ancora la possibilità di riaffermare insistentemente il Nostro proposito, anche perché, ciò facendo, abbiamo un’ottima occasione per esortare paternamente le menti ed i cuori ad un sempre maggiore attaccamento alla religione, e per rinvigorire in essi la speranza delle ricompense immortali.  – Alla forma di preghiere della quale parliamo, fu posto l’appropriato nome di Rosario, quasi per esprimere nello stesso tempo il profumo delle rose e la grazia delle corone. Tale nome, mentre è indicatissimo a significare una devozione per onorare Colei che, giustamente, è salutata “Mistica Rosa” del Paradiso, e, cinta di una corona di stelle, è venerata come Regina dell’universo, sembra anche simboleggiare l’augurio delle gioie e delle ghirlande celesti offerte da Maria ai suoi devoti.  – E l’affermazione appare ancora più evidente, se si considera la natura del Rosario mariano. Nulla, infatti, ci è più raccomandato dai precetti e da gli esempi di Cristo Signore e degli Apostoli, quanto l’obbligo di invocare Dio e di supplicare il suo aiuto. I Padri poi e i Dottori della Chiesa insegnano che questo dovere è di tale importanza che invano confiderebbero di conseguire l’eterna salvezza coloro che lo trascurassero. Ma, sebbene chi prega, per la virtù stessa dell’orazione e per la promessa di Cristo, abbia la possibilità di impetrare le grazie divine, tuttavia, come tutti sanno, la preghiera trae la sua maggiore efficacia principalmente da due condizioni: dall’assidua perseveranza, e dall’unione di molti nella stessa orazione. La prima condizione viene messa chiaramente in evidenza dalle amorevoli insistenze di Cristo: “Chiedete, cercate, bussate” (Mt 7,7), a somiglianza di un ottimo padre, il quale vuole sì accogliere i desideri dei suoi figli, ma gode pure sentirsi da essi a lungo pregato, anzi quasi tormentato dalle loro suppliche, per legare sempre più strettamente a sé i loro cuori. Circa l’altra condizione, lo stesso Signore, in varie circostanze, ha proclamato: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio la concederà” perché “dove due o tre persone sono riunite nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,19-20). Da tale insegnamento trasse ispirazione quella vigorosa sentenza di Tertulliano: “Ci raccogliamo insieme in adunanza ed in società, quasi per prendere d’assalto Iddio con le nostre preghiere; è questa una forma di violenza, ma da Dio molto gradita”[1]. È inoltre degno di menzione ciò che scrive l’Aquinate: “È impossibile che non siano esaudite le preghiere di molti insieme, quando esse formano quasi una sola orazione”[2].  – Ambedue queste condizioni si trovano perfettamente congiunte nel Rosario.  – In esso infatti — per tacere di altre riflessioni — col nostro ripetere le stesse preghiere ci sforziamo di implorare dal Padre celeste il suo regno di grazia e di gloria; e supplichiamo insistentemente la Vergine Madre affinché conceda il suo aiuto a noi peccatori durante tutta la nostra vita e nella nostra ora estrema, che è la porta dell’eternità. La stessa forma del Rosario, poi, si presta ottimamente per la preghiera in comune; tanto che, a ragione, esso fu chiamato anche “Salterio mariano”. Si mantenga pertanto religiosamente o si richiami in onore l’usanza che tanto fiorì presso i nostri antenati, quando le famiglie cristiane, nelle città e nelle campagne, consideravano come un sacro dovere il raccogliersi la sera, dopo le fatiche della giornata, davanti ad un’immagine della Vergine, per recitare il Rosario con alterna lode. Ed ella si compiaceva tanto di questo fedele e concorde omaggio che, come una madre tra la corona dei suoi figli, assisteva quei suoi devoti, ed elargiva loro il dono della pace domestica, come presagio di quella del Cielo.  – Fu appunto riflettendo sull’efficacia di questa preghiera in comune che, fra le molte altre Nostre disposizioni sul Rosario, abbiamo esplicitamente dichiarato “che era Nostro vivo desiderio che esso fosse recitato ogni giorno nelle cattedrali delle singole Diocesi, e tutti i giorni festivi nelle Chiese parrocchiali”[3]. Si osservi dunque con costanza e diligenza tale Nostra disposizione, e con soddisfazione constatiamo che detta pratica si diffonde e si congiunge ad altre pubbliche manifestazioni di pietà, come, per esempio, ai pellegrinaggi ai santuari più insigni: consuetudine che si afferma sempre più e che è da raccomandare. – Inoltre, codesta unione di preghiere e di lodi mariane presenta anche altri aspetti, che danno tanta gioia e utilità alle anime. Noi stessi — Ci piace qui ravvivarne il ricordo — abbiamo avuto modo di farne l’esperienza in alcune particolari circostanze del Nostro Pontificato, quando eravamo nella Basilica Vaticana, circondati da una folla immensa di fedeli di ogni categoria, i quali, uniti a Noi nelle intenzioni, nella voce e nella fiducia, attraverso i misteri del Rosario e le orazioni supplicavano con zelo la potentissima Ausiliatrice del popolo cristiano.  – E chi mai vorrà ritenere eccessiva e biasimare la grande fiducia risposta nell’aiuto e nella protezione della Vergine? Certamente sono tutti d’accordo nell’ammettere che il nome e la funzione di perfetto Mediatore non convengono che a Cristo, perché egli solo, Dio e uomo insieme, riconciliò il genere umano col sommo Padre: “Uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù che diede se stesso in riscatto per tutti” (1Tm 2,5.6). Ma se “nulla vieta”, come insegna l’Angelico, “che qualche altro si chiami, sotto certi aspetti, mediatore tra Dio e gli uomini, in quanto dispositivamente e ministerialmente coopera all’unione dell’uomo con Dio”[4], come sono gli angeli, i santi, i profeti e i sacerdoti del vecchio e del nuovo testamento, senz’alcun dubbio tale titolo di gloria conviene, in misura ancora maggiore, alla Vergine eccelsa. Nessuno infatti può immaginare un’altra creatura che abbia compiuto o sia per compiere un’opera simile alla sua nella riconciliazione degli uomini con Dio. Infatti, fu lei che per gli uomini, volti all’eterna rovina, generò il Salvatore, quando all’annuncio del mistero di pace, portato dall’Angelo sulla terra, diede il suo ammirabile assenso, “in nome di tutto il genere umano”[5]. Ella è Colei “da cui nacque Gesù”, sua vera Madre, e perciò degna e grandissima “Mediatrice presso il Mediatore”.  – Siccome questi misteri sono proposti con ordine nel Rosario alla meditazione e alla contemplazione dei fedeli, ne segue che in questa preghiera risplendono i meriti di Maria nell’opera della nostra riconciliazione e della nostra salvezza. Nessuno può sottrarsi ad una soave commozione ogni volta in cui rivolge la mente a lei, sia quando visita la casa di Elisabetta per dispensarvi i divini carismi, sia quando presenta il Figlio suo pargoletto ai pastori, ai re, a Simeone. E che deve dirsi quando si consideri che il Sangue di Cristo, sparso per noi, e le membra sulle quali egli mostra al Padre le ferite ricevute, “come pegno della nostra libertà”, non sono altro che carne e sangue della Vergine? In realtà: “La carne di Gesù è carne di Maria; e, sebbene magnificata dalla gloria della risurrezione, tuttavia la natura di questa carne rimase e rimane quella stessa che fu presa a Maria”[6].  – Ma, come abbiamo altra volta ricordato, il Rosario produce un altro notevole frutto, adeguato alle necessità dei nostri tempi. Questo: che, in un’epoca in cui la virtù della fede in Dio è esposta ogni giorno a tanti pericoli ed assalti, il Cristiano trova nel Rosario mezzi abbondanti per alimentarla e raffozarla.

Le sacre Scritture chiamano Cristo “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12,2). “Autore”, perché egli stesso ha insegnato agli uomini un grande numero di verità in cui credere, specialmente quelle che riguardano lui, nel quale “abita tutta la pienezza della Divinità” (Col 2,9); e per di più, con la grazia e quasi con l’unzione dello Spirito Santo, concede generosamente il dono della fede. “Perfezionatore”, perché nel Cielo, dove convertirà l’abito della fede nella chiarezza della gloria, egli renderà evidenti quelle cose che gli uomini, nella loro vita mortale, hanno percepito come attraverso un velo. Ora tutti sanno che, nella pratica del Rosario, Cristo ha quel posto di preminenza che gli compete. Noi, meditando la sua vita, contempliamo quella privata nei misteri gaudiosi, quella pubblica in mezzo a gravissimi disagi e dolori che lo portano alla morte, e, infine, quella gloriosa che dalla sua trionfale risurrezione arriva fino all’eternità di lui, che siede alla destra del Padre. E siccome è necessario che la fede, per essere degna e perfetta, si manifesti esteriormente, “poiché con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10), nel Rosario troviamo anche un eccellente mezzo per professare la nostra fede. Infatti, con le preghiere vocali di cui esso s’intesse, possiamo esprimere la nostra fede in Dio, Padre nostro provvidentissimo, nella vita futura, nella remissione dei peccati, nei misteri dell’augusta Trinità, del Verbo incarnato, della divina maternità ed in altre verità. Orbene, nessuno ignora quanto grandi siano il valore ed il merito della fede: seme sceltissimo che oggi fa sbocciare i fiori di tutte quelle virtù che ci rendono graditi a Dio, e che un giorno produrrà frutti che dureranno in eterno: “Il conoscere te è perfetta giustizia, e il sapere la tua giustizia e la tua potenza è radice d’immortalità” (Sap XV,3).  – Qui sembra opportuno un richiamo ai doveri di quelle virtù, che la fede giustamente impone. Tra queste è la virtù della penitenza, di cui è una manifestazione l’“astinenza”, doverosa e salutare per più di un motivo. Se la Chiesa mostra, su questo punto, sempre maggiore mitezza verso i suoi figli, è però loro dovere compensare con altre opere meritorie la sua materna indulgenza. Ora, anche a tale scopo, Ci piace, in primo luogo, inculcare la pratica del Rosario che può produrre buoni frutti di penitenza, specialmente con la meditazione delle sofferenze di Cristo e della Madre sua.  – A coloro, dunque, che si sforzano di raggiungere il loro bene supremo, per un mirabile disegno della Provvidenza viene offerto l’aiuto del Rosario: aiuto più facile e più pratico di qualsiasi altro. Infatti basta una conoscenza, anche modesta, della Religione, per imparare a recitare con frutto il Rosario; inoltre, esso richiede così poco tempo che non può davvero recare pregiudizio ad altri affari. Ciò è confermato da opportuni e luminosi esempi della storia sacra, dove si legge che vi furono, in ogni tempo, molte persone che, sebbene ricoprissero uffici molto gravosi, o fossero assorbite da faticose occupazioni, tuttavia non tralasciarono, neppure per un giorno, questa pia consuetudine. – Ciò si spiega con quell’intimo sentimento di pietà che trasporta le anime verso questa sacra corona, sino ad amarla teneramente e a considerarla come inseparabile compagna e sicuro sostegno. Stringendola nella suprema agonia, esse ne traggono un dolce auspicio per il raggiungimento dell’“immarcescibile corona di gloria”. A tale auspicio giovano grandemente i benefìci della “sacra indulgenza”, purché di essi si abbia la dovuta stima: di tali benefìci il Rosario fu in larga misura dotato dai Nostri Predecessori e arricchito da Noi stessi. Non vi è dubbio che queste indulgenze, quasi dispensate dalle mani della Vergine misericordiosa, giovano molto ai moribondi e ai defunti, in quanto affrettano loro le gioie della sospirata pace e della luce eterna.  – Ecco, Venerabili Fratelli, i motivi che Ci spingono a non desistere dal lodare e dal raccomandare ai cattolici una forma così eccellente di pietà, tanto utile per arrivare al porto della salvezza. Ma a ciò siamo mossi anche da un’altra ragione di straordinaria importanza, sulla quale abbiamo già più volte manifestato il Nostro pensiero con Lettere ed Allocuzioni.  – SentendoCi, cioè, ogni giorno più fortemente stimolati e spinti ad operare dall’ardente desiderio — acceso in Noi dal Cuore santissimo di Cristo Gesù — di favorire la riconciliazione dei dissidenti, comprendiamo che questa mirabile unità non può essere meglio preparata e realizzata che in virtù della preghiera. Abbiamo presente l’esempio di Cristo, il quale supplicò lungamente il Padre, perché i seguaci della sua dottrina fossero “una cosa sola” nella fede e nella carità. Della validità della preghiera alla santissima Madre sua, finalizzata a questo scopo, esiste un’ampia documentazione nella storia apostolica. In essa, nella quale viene ricordata la prima riunione dei Discepoli, in supplichevole attesa della promessa effusione dello Spirito Santo, si fa speciale menzione di Maria, in preghiera con essi: “Tutti questi perseveravano concordi nell’orazione con Maria, Madre di Gesù”. Come, dunque, la Chiesa nascente giustamente si unì nella preghiera a lei — fautrice e nobile custode dell’unità —, è quanto mai opportuno che altrettanto si faccia ai nostri giorni in tutto il mondo cattolico, specialmente durante il mese di ottobre, che Noi, già da lungo tempo, abbiamo voluto dedicato e consacrato alla divina Madre, con la recita solenne del Rosario, per implorarne l’aiuto nelle presenti angustie della Chiesa. Si accenda dunque, dappertutto, l’ardore per questa preghiera, con lo scopo precipuo di ottenere la santa unità. Nulla potrà essere più soave e più gradito a Maria. Unita intimamente a Cristo, ella soprattutto desidera e vuole che coloro che hanno ricevuto il dono dello stesso battesimo, da lui istituito, siano anche uniti da una stessa fede e da una perfetta carità con Cristo, e tra loro medesimi. – Che i misteri augusti di questa fede, mediante il Rosario, penetrino così profondamente nelle anime che noi possiamo “imitare ciò che essi contengono, ed ottenere ciò che promettono!”.  – Frattanto, in auspicio dei divini favori, e a testimonianza del Nostro affetto, accordiamo di gran cuore a ciascuno di voi, al vostro clero ed al vostro popolo, la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 20 settembre 1896, anno decimonono del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

(1) Apologet. c. XXXIX.

(2) In Evang. Matth. c. XVIII.

(3) Litt. apost. Salutaris ille, datae die XXIV decembr. an. MDCCCLXXXIII.

(4) III, q. XXVI, aa. 1, 2.

(5) S. Th. III, q. XXX, a. 1.

(6) S. Aug., De assumpt. B.M.V., c. V, inter opp.

… et IPSA conteret caput tuum!!!

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI SCISMATICI ED ERETICI DI TORNO: QUARTUS SUPRA DI S. S. PIO IX

“…Voi vedete che si adempie anche presso di Voi quello che avevano predetto i santi Apostoli di Dio, cioè che sarebbero sorti negli ultimi tempi dei dileggiatori per ingannarvi: gente che cammina secondo le proprie concupiscenze. Sforzatevi dunque di non passare da Colui che vi ha chiamato alla grazia di Cristo, ad un altro vangelo. In realtà non ce n’è un altro; soltanto, ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. E veramente vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo coloro che si sforzano di rimuovere il fondamento che lo stesso Cristo Dio ha posto alla sua Chiesa; negano o vanificano la cura universale di pascere le pecore e gli agnelli che nel Vangelo fu affidata a Pietro. … È questa la parte finale dell’Enciclica che proponiamo oggi, lettera importantissima e densa di contenuti, anche se prende l’avvio da fatti concernenti la Chiesa Armena, nella quale si era creato più di un evento scismatico, causato da elezione di prelati  a sedi patriarcali e vescovili, senza che vi fosse stato il concorso e l’approvazione del Santo Padre, cioè della Santa Sede. Qui viene spontaneo ricollegarsi ai noti eventi determinate da indebite proclamazioni di pseudo-vescovi avvenute senza il consenso, anzi con l’esplicita condanna di quello che essi stessi ritenevano il vero Papa regnante. Notissima è la posizione ambigua del “figlioccio spirituale” del cavaliere kadosh (tale padrino, tale figlioccio …): Marcel Lefebvre, il quale, non solo era stato invalidamente consacrato sacerdote e poi (falso)vescovo da un non-prete e non-vescovo, il cardinale A, Lienart, noto massone di alto grado ben prima della sua falsa consacrazione a presbitero (era già cavaliere rosacroce 18° livello della Massoneria di rito scozzese, rito in cui nel corso di un’agape si immola un agnello coronato di spine – figura evidentemente del Cristo crocifisso – e con gli arti perforati da chiodi, arti e testa poi tagliati e bruciati nel fuoco ed offerti a satana), e poi a Vescovo (era nel frattempo giunto al grado 30° cavaliere kadosh della stessa sinagoga satanica, grado in cui si compie un giuramento di vendetta contro Dio ed adesione alla volontà di lucifero, quindi non aveva alcuna volontà di operare per la Chiesa Cattolica, tutt’altro …), ma osò ordinare a sua volta (pseudo)-sacerdoti e finanche (falsi) vescovi, senza l’approvazione, il mandato, la giurisdizione necessaria concessa sì, dall’antipapa all’epoca usurpante, ma che lo stesso riteneva, solo a parole e per ingannare i disgraziati che lo seguivano, essere il vero Pontefice regnante, sapendo invece bene chi fosse il falso (patriarca degli illuminati di Baviera) ed il vero Papa, essendo amico intimo sia di Lienart che di Tisserant che da massoni di “alto bordo” avevano partecipato al conclave del 1958 e del 1963, e conoscevano il nome ed il volto del Santo Padre Gregorio XVII, da loro occultato ed esiliato. Solo questo basterebbe a far capire l’inganno feroce operato da “coloro che odiano Dio, il suo Cristo, i Cristiani e tutti gli uomini”, nel comporre la tenaglia spirituale che ha schiacciato  e stritolato i poveri fedeli ignari, ma colpevolmente ignoranti, che nella ganascia  del lato “sinistro” comprendeva i modernisti ecumenisti della chiesa dell’uomo aperta al mondo (… cioè ai lupi), mentre in quella del lato “destro”, reclatava man mano coloro che resistendo alle innovazioni palesemente eretiche ed a-cattoliche, pensavano di trovare un porto sicuro in un tradizionalismo di facciata, gestito da finti prelati, mai ordinati validamente nè lecitamente, espressione di un inganno spirituale ancor più sottile e devastante: il “tradizionalismo delle fraternità (paramassoniche … ad essere buonisti) pseudo-sacerdotali”, infiorescenze dalle quali sono sbocciati poi virgulti come gli eretici tesisti, i pittoreschi sedevacantisti, i Fineysti, e tanti personaggi improbabili di finti prelati, di virtuali monasteri, di  “cani sciolti”, etc. Seguendo le direttive del Santo Padre, conoscendole ed osservandole strettamente, tutto questo abominio che oggi vige in tutto l’orbe ex-cristiano, si sarebbe evitato, senza che si debba in fine aspettare l’intervento del Capo supremo della Chiesa che con “… il soffio della sua bocca brucerà l’anticristo e tutti i suoi sostenitori”. Ma passiamo alla lettura dell’Enciclica, traendone motivi di meditazione ed applicazione pratica.

Pio IX

Quartus supra

1. È già trascorso il ventiquattresimo anno da quando, ricorrendo i sacri giorni in cui il nuovo astro sorse in Oriente per illuminare le genti, inviammo una Nostra lettera Apostolica agli Orientali per confermare nella fede i cattolici e per richiamare all’unico ovile di Cristo coloro che miseramente si trovano fuori della Chiesa Cattolica. Ci sorrideva la lieta speranza che, con l’aiuto di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo, la purezza della fede cristiana si sarebbe diffusa sempre più largamente e sarebbe rifiorito in Oriente l’impegno per la disciplina ecclesiastica, alla ricomposizione ed al ristabilimento della quale a norma dei sacri canoni avevamo promesso di non fare mancare la Nostra autorità. Dio sa quanta sollecitudine abbiamo sempre avuto da quel tempo verso gli Orientali e con quanto affetto e carità li abbiamo seguiti: quello che in verità abbiamo compiuto a questo fine tutti lo sanno, e Dio volesse che tutti lo comprendessero. In realtà, per l’imperscrutabile disegno di Dio avvenne che per nulla gli avvenimenti rispondessero all’aspettativa e alle Nostre sollecitudini; e non solo non dobbiamo rallegrarci, ma invece gemere e dolerci per una nuova calamità che affligge alcune Chiese degli Orientali.

2. Quello che l’Autore e perfezionatore della nostra fede, Gesù Cristo, già aveva predetto (Mt 24,5), cioè che molti sarebbero venuti in suo nome ad affermare “Io sono il Cristo“, seducendo molti, voi al presente siete costretti a patirlo e a sperimentarlo. Infatti il comune nemico del genere umano, eccitando da tre anni un nuovo scisma fra gli Armeni nella città di Costantinopoli, impiega ogni sforzo per sovvertire la fede, travisare la verità, spezzare l’unità utilizzando la sapienza mondana, argomenti ereticali, le sottigliezze dell’astuzia e della frode, e perfino la violenza. San Cipriano, deplorando tale simulazione e tale dolo e nello stesso tempo denunciandoli, diceva : “Rapisce gli uomini dalla stessa Chiesa e mentre sembra loro di essersi avvicinati alla luce e di essere sfuggiti alla notte del mondo, infonde in loro, ignari, nuove tenebre, in modo che non stando con il vangelo, con la sua legge e la sua osservanza, si chiamano cristiani, credono di possedere la luce e invece camminano nelle tenebre, sotto le blandizie e l’inganno dell’avversario, il quale, secondo l’espressione dell’Apostolo, si trasfigura in angelo di luce (2 Cor XI, 14), e veste i suoi collaboratori come ministri di giustizia, confondendo la notte con il giorno, la perdizione con la salvezza, la disperazione sotto la maschera della speranza, la perfidia camuffata come fede, l’anticristo sotto il nome di Cristo: così, mentre mentiscono presentando con sottigliezze cose verosimili, tradiscono la verità“.

3. Sebbene l’inizio di questo nuovo scisma fosse avvolto, come si suole, in molte ambiguità, Noi tuttavia presentando la sua malvagità e i suoi pericoli, subito, secondo il Nostro dovere, Ci siamo opposti con Lettere Apostoliche: una del 24 febbraio 1870, che comincia con le parole Non sine gravissimo, l’altra del 20 maggio dello stesso anno che inizia Quo impensiore. In verità la cosa andò così avanti che gli autori e i seguaci dello stesso scisma, disprezzando le esortazioni, i moniti e le censure di questa Sede Apostolica, non esitarono ad eleggersi uno pseudo Patriarca. Noi dichiarammo con la Nostra lettera Ubi prima dell’11 marzo 1871 che quella elezione era del tutto invalida e scismatica, e che l’eletto e i suoi elettori erano incorsi nelle censure canoniche. In seguito, usurpate violentemente le Chiese dei cattolici, costretto ad uscire dai confini dell’Impero Ottomano il legittimo Patriarca (il Venerabile Fratello Antonio Pietro IX), dopo aver occupato militarmente la stessa sede patriarcale della Cilicia che si trova in Libano, dopo essersi impadroniti anche della prefettura civile, premettero sulla popolazione della cattolica Armenia, sforzandosi di staccarla completamente dalla comunione e dalla obbedienza alla Sede Apostolica. E perché questo avvenga, molto si dà da fare fra i sacerdoti Neoscismatici quel Giovanni Kupelian che già in precedenza eccitava le popolazioni per favorire lo scisma nella città di Diyarbekir, o Amida, e che il Venerabile Fratello Nicola, Arcivescovo di Marcianopoli, Delegato Apostolico in Mesopotamia e in altre regioni, con la Nostra autorità, pubblicamente e nominativamente aveva scomunicato e dichiarato separato dalla Chiesa Cattolica. Egli, infatti, dopo avere ricevuto la sacrilega consacrazione episcopale dallo pseudo Patriarca, ed essersi impadronito del potere, ebbe la presunzione e si sforzò di sottomettere al proprio potere i cattolici di rito armeno, sia con la persuasione, sia con minacce fatte pubblicamente. Se questo avvenisse, i cattolici ritornerebbero completamente a quella miserrima condizione che 42 anni prima avevano subito, allorché erano stati soggetti al potere del vecchio rito scismatico.

4. Noi non abbiamo lasciato nulla di intentato affinché, secondo la prassi dei Nostri Predecessori – dei quali gli illustri Vescovi e Padri delle Chiese Orientali in simili circostanze di tempo e di eventi implorarono sempre l’autorità, il patrocinio e l’aiuto – potessimo allontanare da voi tanti mali. Alla fine abbiamo mandato costà un Nostro legato straordinario e – per non apparire di avere tralasciato qualche cosa – Ci siamo rivolti recentemente allo stesso eccelso Imperatore Ottomano con una particolare Nostra lettera, pregandolo che, attraverso la giustizia, venissero risarciti i danni inferti ai cattolici Armeni, e venisse restituito al suo gregge l’esule Pastore. Ma affinché non venisse data risposta alle Nostre suppliche si opposero con le loro arti astute taluni che, mentre si dichiarano cattolici, in realtà sono nemici della croce di Cristo.

5. Evidentemente la cosa è giunta a tal punto da temere considerevolmente che gli autori e i seguaci del nuovo scisma avanzino verso il peggio e possano condurre sulla via della perdizione, seducendoli per mezzo di ciò che è stato loro preposto, i più deboli nella fede o gli incauti, sia fra gli Armeni, sia fra i cattolici di altri riti. Pertanto siamo costretti dal Nostro stesso carisma di ministero a rivolgerci ancora a Voi e, dissipando le tenebre e la molta caligine con la quale sappiamo venire manipolata la verità, ammonirvi tutti affinché si confermino coloro che sono saldi, siano sostenuti i vacillanti e con l’aiuto di Dio siano richiamati sulla buona strada anche quelli che miseramente si sono allontanati dalla verità e dall’unità cattolica, se vorranno ascoltare ciò che con tanta insistenza chiediamo a Dio.

6. La frode più usata per ottenere il nuovo scisma è il nome di cattolico, che gli autori e i loro seguaci assumono ed usurpano malgrado siano stati ripresi dalla Nostra autorità e condannati con Nostra sentenza. Fu sempre cosa importante per eretici e scismatici dichiararsi cattolici e dirlo pubblicamente, gloriandosene, per indurre in errore popoli e Principi. E questo lo attestò tra gli altri il Presbitero San Girolamo : “Sono soliti gli eretici dire al loro Re o al loro Faraone: siamo figli di quei sapienti che fin dall’inizio ci tramandarono la dottrina degli Apostoli; siamo figli di quegli antichi re che si chiamano i re dei Filosofi e abbiamo unito la scienza delle Scritture con la sapienza del mondo“.

7. Per dimostrarsi cattolici, i Neoscismatici si richiamano a quella che essi definiscono dichiarazione di fede da loro pubblicata il 6 febbraio 1870: vanno predicando che essa non dissente per nulla dalla fede cattolica. Ma in verità a nessuno è mai stato lecito proclamarsi cattolico dopo avere a proprio arbitrio proclamate le formule della fede nelle quali si è reticenti su quegli articoli che non si vogliono professare. Essi invece dovrebbero sottoscrivere tutte quelle verità che vengono proposte dalla Chiesa, come attesta la storia ecclesiastica di tutti i tempi.

8. Che fosse subdola e capziosa la formula di fede da essi pubblicata è confermato anche dal fatto che avevano respinto la dichiarazione o professione di fede proposta ritualmente dalla Nostra autorità, e che il Venerabile Fratello Antonio Giuseppe, Arcivescovo di Tiane, Delegato Apostolico a Costantinopoli, aveva ordinato loro di sottoscrivere con lettera monitoria, ad essi inviata il 29 settembre dello stesso anno. È alieno sia dal divino ordinamento della Chiesa, sia dalla sua perpetua e costante tradizione, che qualcuno possa affermare la propria fede e asserire di essere veramente cattolico, se non partecipa di questa Sede Apostolica. A questa Sede Apostolica , per il suo particolarissimo primato, tutta la Chiesa, ossia i fedeli, ovunque si trovino, devono aderire, e chiunque abbandona la Cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa, soltanto falsamente può affermare di appartenere alla Chiesa. Pertanto è già scismatico e peccatore colui che colloca un’altra cattedra in contrapposizione all’unica Cattedra del Beato Pietro, dalla quale promanano, verso tutti, i diritti di una veneranda comunione.

9. Certamente, tutto questo non era sconosciuto ai preclarissimi Vescovi delle Chiese Orientali. Infatti, nel Concilio di Costantinopoli celebrato nell’anno 536, Menna, Vescovo di quella città apertamente dichiarava ai Padri, che approvavano: “Noi, come la vostra carità già conosce, seguiamo la Sede Apostolica e le obbediamo; riconosciamo in comunione con essa i suoi membri che l’approvano, mentre condanniamo coloro che essa condanna“. Ancora più apertamente ed espressamente San Massimo , Abate di Crisopoli e confessore della fede, parlando di Pirro Monotelita dichiarava: “Se non vuole essere eretico e non vuole sentirselo dire, non si metta dalla parte di questo o di quello: ciò è inutile e irragionevole perché se c’è uno che si scandalizza di lui, tutti sono scandalizzati, e se uno è appagato, tutti senza dubbio sono appagati. Quindi si affretti ad accordarsi su tutto con la Sede Romana. Una volta accordatosi con essa, tutti insieme e ovunque lo riterranno pio e ortodosso. Infatti parla inutilmente chi crede che una persona siffatta debba essere persuasa e sottratta al castigo da me; egli non dà garanzie e implora il beatissimo Papa della santissima Chiesa dei Romani, cioè la Sede Apostolica, la quale dallo stesso Verbo di Dio incarnato, ma anche da tutti i santi Sinodi, secondo i sacri canoni ricevette e detiene il governo, l’autorità e il potere di legare e di sciogliere in tutto e su tutto, quanto si riferisce alle sante Chiese di Dio che esistono su tutta la terra“. Perciò Giovanni, Vescovo di Costantinopoli, dichiarava ciò che poi avvenne nell’ottavo Concilio Ecumenico, cioè “che i separati dalla comunione della Chiesa Cattolica, cioè coloro che non sono in accordo con la Sede Apostolica, non dovevano essere nominati nella celebrazione dei Sacri Misteri” ; con ciò si significava palesemente che essi non venivano riconosciuti come veri cattolici. – Tutto questo è di tale importanza che chiunque sia stato indicato come scismatico dal Pontefice Romano, finché non ammetta espressamente e rispetti la sua potestà, debba cessare di usurpare in qualsiasi modo il nome di cattolico.

10. Tutto questo non può minimamente giovare ai Neoscismatici che, seguendo le vestigia degli eretici più recenti, giunsero al punto di protestare che era ingiusta e quindi di nessun conto e valore quella sentenza di scisma e di scomunica comminata contro di essi in Nostro nome dal Venerabile Fratello l’Arcivescovo di Tiane, Delegato Apostolico nella città di Costantinopoli; dissero che non potevano accettarla per evitare che i fedeli, rimasti privi del loro ministero, passassero agli eretici. Queste ragioni sono del tutto nuove e sconosciute agli antichi Padri della Chiesa, e inaudite. Infatti, “tutta la Chiesa diffusa per il mondo – in quanto legata alle decisioni di qualsiasi Pontefice – sa che la Sede del Beato Apostolo Pietro ha il diritto di sciogliere, così come ha il diritto di giudicare su qualsiasi chiesa, mentre a nessuno è lecito intervenire su una sua decisione” . Per questo avendo gli eretici giansenisti osato insegnare simili affermazioni , cioè che non si deve tenere conto di una scomunica inflitta da un legittimo Prelato con il pretesto che è ingiusta, certi di adempiere, nonostante quella il proprio dovere – come dicevano –, il Nostro Predecessore Clemente XI di felice memoria, nella Costituzione Unigenitus pubblicata contro gli errori di Quesnel, proscrisse e condannò tali proposizioni, per niente diverse da alcuni articoli di Giovanni Wicleff, già condannati in precedenza dal Concilio di Costanza e da Martino V. Infatti, sebbene possa avvenire che per l’umana incapacità qualcuno possa essere colpito ingiustamente di censure dal proprio Prelato, è tuttavia necessario – come ha ammonito il Nostro Predecessore San Gregorio Magno – “che colui che è sotto la guida del proprio Pastore abbia il salutare timore di essere sempre vincolato, anche se ingiustamente colpito, e non riprenda temerariamente il giudizio del proprio Superiore, affinché la colpa che non esisteva non diventi arroganza a causa dello scottante richiamo“. Se poi ci si deve preoccupare di uno condannato ingiustamente dal suo Pastore, che cosa non dovremo dire, però, di coloro che, ribelli al loro Pastore e a questa Sede Apostolica, lacerarono e fanno a pezzi con il nuovo scisma l’inconsutile veste di Cristo, cioè la Chiesa?

11. La carità, che specialmente i sacerdoti devono avere verso i fedeli, deve provenire “da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sicura“, come ammonisce l’Apostolo (1Tm 1,5) che, richiamando le qualità per le quali dobbiamo mostrarci come ministri di Dio, aggiungeva: “in carità sincera, nella parola della verità” (2Cor 6,6). Anzi, lo stesso Cristo, il Dio che è amore (1Gv 4,8), dichiarò apertamente di considerare come un pagano o un pubblicano chi non avrà ascoltato la Chiesa (Mt 18,17). D’altronde il Nostro Predecessore San Gelasio così rispondeva ad Eufemio, Vescovo di Costantinopoli, che proponeva tesi analoghe: “Il gregge deve seguire il Pastore, quando lo richiama a pascoli salutari, e non il Pastore il gregge, quando questo va errando fuori strada“. Infatti “il popolo deve essere istruito non seguito: e noi, se quelli non sono informati, dobbiamo istruirli su ciò che è lecito o non lecito, e non dare loro il nostro consenso” .

12. Ma, affermano i Neoscismatici, non si è trattato di dogmi, ma di disciplina a questa infatti si riferisce la Nostra Costituzione Reversurus pubblicata il 12 luglio 1867 ; quindi a coloro che la contestano non possono non essere negati il nome e le prerogative di cattolici: e Noi non dubitiamo che a voi non sfuggirà quanto sia futile e vano questo sotterfugio. Infatti, tutti coloro che ostinatamente resistono ai legittimi Prelati della Chiesa, specialmente al sommo Pastore di tutti, e si rifiutano di eseguire i loro ordini, non riconoscendo la loro dignità, dalla Chiesa Cattolica sono sempre stati ritenuti scismatici. Per quanto hanno fatto i sostenitori della fazione Armena di Costantinopoli, nessuno potrà ritenerli immuni dal reato di scisma, anche se non sono stati condannati come tali dall’autorità apostolica. La Chiesa, come hanno insegnato di Padri è un popolo riunito con un sacerdote; è un gregge che aderisce al suo Pastore: perciò il Vescovo è nella Chiesa, e la Chiesa nel Vescovo, e chi non è con il Vescovo, non è nella Chiesa. Del resto, come ammoniva il Nostro Predecessore Pio VI nella lettera Apostolica con cui condannò in Francia la costituzione civile del Clero, spesso la disciplina aderisce talmente al dogma e influisce a tal punto sulla conservazione della sua purezza che i sacri Concilii in moltissimi casi non hanno dubitato di separare con anatemi dalla comunione della Chiesa i violatori della disciplina.

13. Questi Neoscismatici sono andati veramente oltre dal momento che vanno dicendo che “nessuno scisma è per se stesso un’eresia, tale da essere visto rettamente come allontanamento dalla Chiesa” . Infatti non si sono fatti scrupolo di accusare la Sede Apostolica come se, oltrepassando i limiti della Nostra potestà, avessimo avuto la presunzione di porre mano alla falce in campo altrui, pubblicando alcune norme di disciplina da osservarsi nel patriarcato Armeno; come se le Chiese degli Orientali dovessero osservare con Noi la sola comunione e unità di fede, e non fossero sottomesse alla potestà apostolica del Beato Pietro in tutte le materie che riguardano la disciplina. Inoltre, siffatta dottrina non solo è eretica dopo che sono state deliberate dal Concilio Ecumenico Vaticano la definizione e la proclamazione del potere e della natura del primato pontificio, ma anche perché come tale l’ha sempre ritenuta e condannata la Chiesa Cattolica. Fin d’allora i Vescovi del Concilio Ecumenico di Calcedonia professarono chiaramente nei loro Atti la suprema autorità della Sede Apostolica, e richiedevano umilmente dal Nostro Predecessore San Leone la conferma e la validità dei loro decreti, anche di quelli che riguardavano la disciplina.

14. E in realtà il successore del Beato Pietro, per il fatto stesso che per successione tiene il posto di Pietro, vede assegnato a sé per diritto divino tutto il gregge di Cristo, avendo ricevuto assieme all’Episcopato il potere del governo universale, mentre agli altri Vescovi viene assegnata una particolare porzione del gregge, non per diritto divino, ma per diritto ecclesiastico, non per bocca di Cristo, ma per l’ordinamento gerarchico onde poter esercitare in esso una ordinaria potestà di governo. Se la suprema autorità dell’assegnazione venisse tolta a San Pietro e ai suoi successori, prima di tutto vacillerebbero le stesse fondamenta delle principali Chiese e le loro prerogative. “Se Cristo volle che ci fosse qualcosa in comune fra Pietro e gli altri pastori, non concesse mai alcunché se non per mezzo di lui“. “Infatti fu lui che onorò la sede di Alessandria, inviandovi [Marco] l’Evangelista, suo discepolo; fu lui che affermò la sede di Antiochia, dove rimase per sette anni prima di partire per Roma“. E per tutto ciò che fu decretato nel Concilio di Calcedonia a proposito della sede di Costantinopoli, fu assolutamente necessaria l’approvazione della Sede Apostolica. Lo dichiararono apertamente lo stesso Anatolio, Vescovo di Costantinopoli , e anche l’Imperatore Marciano .

[Gli Atti di Pio IX omettono il paragrafo 15 che, secondo la successione aritmetica, dovrebbe trovarsi a questo punto della presente Enciclica].

16. Senza dubbio, dunque, i Neoscismatici, anche se a parole proclamano di essere cattolici – a meno che non si receda del tutto dalla costante e ininterrotta tradizione della Chiesa, confermata largamente dalla testimonianza dei Padri – non potranno mai persuadersi di esserlo realmente. E se non fosse abbastanza nota e provata la sottigliezza astuta delle falsità ereticali, non si potrebbe comprendere come il Governo Ottomano li possa ancora considerare cattolici, pur sapendo che essi sono già separati dalla Chiesa Cattolica per Nostro giudizio e con la Nostra autorità. E come la religione cattolica gode di sicurezza e libertà nell’Impero Ottomano, come è stato garantito dai decreti dell’eccelso Imperatore, così è necessario che le siano accordati tutti quei riconoscimenti che spettano all’essenza della religione stessa, quale il primato di giurisdizione del Romano Pontefice, e che sia lasciato al suo giudizio di universale e supremo Capo e Pastore lo stabilire chi siano i cattolici e chi no; il che è accettato dovunque e da tutte le genti, presso qualsiasi umana e privata società.

17. Questi Neoscismatici asseriscono di non opporsi per nulla alle istituzioni della Chiesa, ma soltanto che essi combattono per difendere i diritti delle loro Chiese e della loro nazione, anzi del loro stesso Sovrano, che fantasiosamente dichiarano essere stati da Noi violati. E su questo punto non esitano a rigettare su di Noi e sulla Sede Apostolica ogni causa dell’odierno turbamento, come già accadde da parte degli Scismatici Acaciani contro San Gelasio, Nostro Predecessore, e prima ancora da parte degli Ariani che calunniavano il Papa Liberio, pure Nostro Predecessore, presso l’Imperatore Costantino, perché egli si rifiutava di condannare Sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria, e di mettersi in comunione con quegli eretici . E di questo ognuno può dolersi, ma non meravigliarsi! Così infatti scriveva in proposito il santissimo Pontefice Gelasio all’Imperatore Anastasio: “Spesso questa categoria di malati ha la pretesa di accusare i medici che li vogliono riportare alla salute con giuste prescrizioni, piuttosto che consentire di abbandonare e riprovare i propri nocivi appetiti“. – Pertanto, essendo queste le principali argomentazioni con le quali i Neoscismatici si attirano il favore e si procurano il patrocinio dei potenti, anche se al servizio di una così pessima causa, è necessario da parte Nostra agire più energicamente della semplice ripulsa di codeste calunnie, affinché i fedeli non vengano indotti in errore.

18. Non vogliamo certamente ricordare qui a quale situazione erano giunte le condizioni delle Chiese Cattoliche che si erano formate in tutto l’Oriente dopo che era prevalso lo scisma e per castigo di Dio fu spezzata l’unità della sua Chiesa e fu abbattuto l’impero dei Greci. Neppure osiamo ricordare quanto faticassero i Nostri Predecessori, appena fu loro permesso, per riportare le pecore disperse all’unico e vero gregge di Cristo Signore. E sebbene i frutti nel loro complesso non abbian corrisposto alla fatica compiuta, tuttavia, per misericordia di Dio, numerose Chiese di diversi riti sono ritornate alla verità e all’unità cattolica; e la Sede Apostolica accogliendole fra le braccia come bambini appena nati, provvide sollecitamente a riconfermarle nella vera fede cattolica e a conservarle immuni da ogni macchia ereticale.

19. Pertanto, quando fu riferito che in Oriente venivano sparsi falsi dogmi di qualche setta già condannata dalla Sede Apostolica, specialmente quelli che tendevano a deprimere il primato Pontificio di giurisdizione, allora il Papa Pio VII, di felice memoria, molto turbato dalla gravità del pericolo, subito stabilì che si doveva provvedere affinché per sterili tortuosità e ambiguità di discussioni non venisse meno negli animi dei fedeli cristiani l’autentico significato delle parole trasmesso dagli antichi. Per questa ragione ordinò di inviare ai Patriarchi e ai Vescovi Orientali l’antica formula del Nostro Predecessore Sant’Ormisda, e contemporaneamente ordinò che i singoli Vescovi, su tutto il territorio della loro giurisdizione, come pure il clero, sia secolare, sia regolare in cura d’anime, sottoscrivessero la professione di fede prescritta da Urbano VIII per gli Orientali qualora non vi avessero provveduto prima, e che la stessa professione di fede fosse sottoscritta da coloro che venivano iniziati agli ordini ecclesiastici, oppure che venivano promossi a qualunque sacro ministero.

20. Inoltre, non molto tempo dopo, cioè nell’anno 1806, presso il monastero di Carcafe, nella diocesi di Beirut, fu convocato un Sinodo denominato Antiocheno, il quale sosteneva molte affermazioni che erano state tratte tacitamente e con l’inganno dal già condannato Sinodo di Pistoia, e inoltre alcune proposizioni dello stesso Sinodo di Pistoia condannate dalla Santa Sede Romana in parte ad litteram e altre come insinuate ambiguamente, e ancora altre, in odore di Baianismo e Giansenismo, contrarie al potere ecclesiastico, che turbavano l’ordinamento della Chiesa, e contrarie alla sana e consolidata dottrina della Chiesa. Tale Sinodo di Carcafe, pubblicato in caratteri arabici nell’anno 1810 senza avere consultato la Sede Apostolica, e contestato con molte critiche dai Vescovi, fu infine disapprovato e condannato con una particolare lettera apostolica dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di felice memoria, che ordinò ai Vescovi di attingere la norma di governo e della sana dottrina dagli antichi Sinodi approvati dalla Sede Apostolica. E fossero cessati gli errori dei quali brulicava quel Sinodo già condannato! Tali malvagie dottrine non cessarono di serpeggiare di nascosto per l’Oriente, aspettando l’occasione di manifestarsi apertamente: e quello che prima fu tentato inutilmente per circa 20 anni, i Neoscismatici Armeni ora hanno osato attuare.

21. Veramente, essendo la disciplina il legame della fede, incombeva alla Sede Apostolica l’obbligo d’intervenire per restaurarla. A questo suo gravissimo dovere non venne mai meno, sebbene per le avverse circostanze di tempi e di luoghi poté provvedere soltanto per le necessità contingenti, attendendo frattanto tempi migliori che, con l’aiuto di Dio, talvolta giunsero. Infatti sotto la pressione dei Nostri Predecessori Leone XII e Pio VIII, e con l’aiuto dei sommi Principi di Austria e di Francia, l’eccelso Imperatore Ottomano, venuto a conoscenza della diversa condizione esistente fra cattolici e scismatici, sottrasse i primi dalla civile potestà di questi ultimi e decretò che i cattolici, a guisa di regione – come si suol dire – avessero un loro Capo o Prefetto civile. Fu permesso prima di tutto che i Vescovi di rito Armeno che godevano di potestà ordinaria, potessero risiedere tranquillamente a Costantinopoli; fu permesso erigere Chiese cattoliche dello stesso rito armeno e professare ed esercitare pubblicamente il culto cattolico. Pertanto il Nostro Predecessore Pio VIII di felice memoria eresse a Costantinopoli la Sede primaziale e arcivescovile degli Armeni , particolarmente sollecito che in essa rifiorisse in modo consono e opportuno la disciplina cattolica.

22. Dopo alcuni anni, appena parve possibile, furono erette da Noi delle Sedi episcopali soggette alla Sede primaziale di Costantinopoli, e allora fu stabilito il metodo da osservare nella elezione dei Vescovi. Poi, affinché la potestà civile cosiddetta del Prefetto non interferisse nelle cose sacre – il che è sempre stato contrario alle leggi della Chiesa Cattolica – fu provveduto dall’autorità dello stesso Imperatore Ottomano con un diploma imperiale del 7 aprile 1857 indirizzato al Venerabile Fratello Antonio Hassun, che allora era Primate della stessa sede. Allorché poi, su richiesta degli stessi Armeni, abbiamo riunito, con la lettera apostolica Reversurus, la Chiesa primaziale di Costantinopoli (abrogando questo titolo) alla Sede patriarcale della Cilicia, abbiamo ritenuto opportuno, anzi necessario, che alcuni dei più importanti capitoli sulla disciplina venissero sanciti con l’autorità della stessa Costituzione. E con la lettera apostolica che inizia con la parola Commissum, pubblicata il 12 luglio 1867, abbiamo demandato al Sinodo patriarcale, che abbiamo comandato si celebrasse al più presto, il compito di operare con cura e sollecitudine affinché in tutto il Patriarcato Armeno venisse istituito un accurato ordinamento di disciplina.

23. Per la verità il “nemico” ha ripreso a seminare zizzania a più non posso nella Chiesa Armena di Costantinopoli, essendo stata sollevata da parte di alcuni la questione sulla prefettura civile della comunità Armena, che ritenevano fosse stata eliminata di nascosto dal nuovo Patriarca. Un grave scompiglio fece seguito a questa controversia, e lo stesso Patriarca fu accusato di avere tradito i diritti nazionali per il fatto che aveva accettato la predetta Nostra Costituzione, come si addice ad un Vescovo cattolico; e così appunto contro questa Costituzione cospirarono tutti i progetti, le macchinazioni e le maldicenze dei dissidenti.

24. In questa questione furono incriminati, prima di tutto, i decreti sulla elezione dei sacri Pastori e sull’amministrazione dei beni ecclesiastici; e fu asserito che questi decreti erano contrari ai diritti della loro nazione, anzi, calunniosamente, anche a quelli dello stesso Sovrano. Le cose che Noi abbiamo definito su questi due capitoli, sebbene dovrebbero essere arcinote, tuttavia è bene siano ripetute: infatti è sempre avvenuto ed avviene che molti parlano (Ef 4,17-18) nella frivolezza della loro mente a causa dell’ignoranza che è in loro; altri poi (Pr 23,7) simili a maghi e indovini, apprezzano ciò che non conoscono.

25.  Abbiamo stabilito che il Patriarca debba essere eletto dal Sinodo dei Vescovi, escludendo dalla sua elezione i laici e anche tutti i chierici che non sono insigniti del carattere episcopale; abbiamo comandato anche che l’eletto entri nell’esercizio della sua potestà – come si dice, venga intronizzato – soltanto dopo avere ricevuto la lettera della sua conferma dalla Sede Apostolica. In verità, abbiamo stabilito che i Vescovi vengano eletti come segue: tutti i Vescovi della provincia, riuniti in Sinodo, propongono tre idonei ecclesiastici alla Sede Apostolica. Se risultasse impossibile che tutti i Vescovi potessero accedere al Sinodo, la proposta venga fatta da almeno tre Vescovi diocesani riuniti in Sinodo con il Patriarca, con l’obbligo di comunicare per iscritto agli altri Vescovi la terna proposta. Dopo ciò, il Pontefice Romano sceglierà uno dei tre proposti con il compito di presiedere alla Chiesa vacante. Abbiamo anche notificato che non dubitavamo che i Vescovi Ci avrebbero proposto uomini veramente degni e idonei, per non essere costretti Noi o i Nostri Successori, per dovere del Nostro Apostolico ministero, a scegliere una persona non proposta da mettere a capo della Chiesa resasi vacante.

26. Queste disposizioni, in verità, se vengono considerate con animo alieno dagli interessi di parte, vengono travate conformi a quello che è sancito dai Canoni della fede cattolica. Per quanto riguarda l’esclusione dei laici dalla elezione dei sacri Presuli, si deve accuratamente distinguere il diritto di eleggere i Vescovi (affinché non venga portato avanti alcunché contrario alla fede cattolica) dalla facoltà di portare testimonianza riguardo alla vita e ai costumi dei candidati. La prima affermazione si potrebbe riferire alle false opinioni di Lutero e di Calvino che asserivano essere di diritto divino che i Vescovi siano eletti dal popolo. Tutti sanno che questa falsa dottrina è sempre stata condannata dalla Chiesa Cattolica e lo è tuttora; il popolo non ha mai avuto il potere di eleggere i Vescovi o altri sacri ministri, né per diritto divino, né per diritto ecclesiastico.

27. Per la testimonianza del popolo su quello che riguarda la vita e i costumi di coloro che devono essere promossi all’episcopato, “dopo che per la violenza degli Ariani, favoriti dall’Imperatore Costantino, furono cacciati dalle loro sedi i Presuli cattolici e nelle loro sedi furono immessi i seguaci di quelli, come deplora Sant’Atanasio il complesso delle circostanze rese necessaria la presenza del popolo nelle elezioni dei Vescovi per poter difendere nella sua sede quel Vescovo che era stato eletto davanti al suo popolo“. Pertanto codesto costume per un po’ di tempo fu conservato nella Chiesa: però, sorgendo continue discordie, tumulti e altri abusi, fu necessario escludere il popolo dalle elezioni e tralasciare la sua testimonianza e il suo desiderio circa la persona da eleggere. Come infatti avverte San Girolamo : “spesso il giudizio del popolo e del volgo è in errore, e nell’approvare i sacerdoti ciascuno favorisce i propri costumi, in modo che egli ricerca un presbitero che, più che buono, sia simile a lui“.

28. Ciò nonostante, Noi, nello stabilire il metodo della elezione, abbiamo lasciato libera facoltà al Sinodo dei Vescovi di indagare in tutte le più ampie maniere, e come essi volevano, sulle doti dei candidati, chiedendo anche – se lo stimavano opportuno – la testimonianza del popolo. In verità, gli Atti inviati a questa Santa Sede attestano che, anche dopo l’emanazione della Nostra Costituzione, ci fu un’indagine da parte dei Presuli Armeni, quando si trattò di eleggere, tre anni or sono, il Vescovo per le regioni di Sebaste e Tokat. Però questo non lo abbiamo ritenuto opportuno, e neppure ora lo riteniamo conveniente per quanto riguarda l’elezione del Patriarca, sia per l’eminenza della sua dignità, sia perché è preposto a tutti i Vescovi della sua regione, sia perché dagli Atti trasmessi a questa Sede Apostolica risulta che le elezioni dei Patriarchi di qualsiasi rito orientale è stata compiuta dai soli Vescovi, se non quando particolari e straordinarie circostanze richiesero di agire altrimenti, come quando i Cattolici, per difendersi dalla potestà e dalla violenza degli scismatici, ai quali erano soggetti, avendo ricercato un altro Patriarca che proprio per questo si era ritirato dagli scismatici, lo confermarono a testimonianza di una conversione vera e sincera alla fede cattolica, come avvenne anche nella elezione di Abramo Pietro I.

29. Abbiamo rivendicato a questa Sede Apostolica il diritto e il potere di eleggere il Vescovo fra una terna che Ci viene proposta, o anche prescindendo da essa; abbiamo proibito che sia intronizzato il Patriarca eletto, se prima non è stato confermato dal Romano Pontefice: questo è ciò che alcuni sopportano malvolentieri e contestano. Essi Ci pongono davanti le consuetudini e i canoni delle loro Chiese, come se Noi avessimo voluto recedere dalla custodia dei sacri canoni. A queste affermazioni si potrebbe rispondere con quanto scrisse San Gelasio, Nostro Predecessore , che dovette subire una simile calunnia dagli scismatici Acaciani: “Ci oppongono dei canoni, mentre non sanno quello che dicono; si scagliano contro gli stessi canoni, quando si rifiutano di obbedire alla prima Sede, che li richiama a cose rette e sane“. Sono infatti gli stessi Canoni che riconoscono in ogni maniera la divina autorità del Beato Pietro su tutta la Chiesa, e che asseriscono – come è stato detto nel Concilio di Efeso – che Egli fino ad ora e sempre vive nei suoi Successori ed esercita il diritto di giudicare. Giustamente pertanto Stefano, Vescovo di Larissa, poté rispondere risolutamente a coloro che ritenevano che per l’intervento del Romano Pontefice si diminuissero i privilegi delle Chiese della regale città di Costantinopoli: “L’autorità della Sede Apostolica, che da Dio e Salvatore nostro è stata data al capo degli Apostoli, sovrasta a tutti i privilegi delle Sante Chiese: nella sua confessione tutte le Chiese del mondo trovano la pace” .

30. Certamente, se recuperate la storia delle vostre regioni, vi vengono incontro esempi di Pontefici Romani che usarono di questo potere, allorché lo stimarono necessario per la salvezza delle Chiese Orientali. Infatti il Pontefice Romano Agapito con la sua autorità depose Antimo dalla sua Sede di Costantinopoli, e a lui sostituì Menna senza ricorrere ad alcun Sinodo. E Martino I, Nostro Predecessore, affidò il suo potere vicariale per le Regioni Orientali a Giovanni Vescovo di Filadelfia, e “per quella Apostolica Autorità – come disse – che ci è stata data dal Signore attraverso il Santissimo Pietro, Principe degli Apostoli“, comandò al predetto Vescovo di costituire Vescovi, Presbiteri e Diaconi in tutte quelle città che sottostanno alle Sedi sia Gerosolimitana che Antiochena. E se si vuole ricorrere ai tempi più recenti, voi sapete che Mardense, Vescovo degli Armeni, fu eletto e consacrato per disposizione di questa Sede Apostolica, e, infine, che i Nostri Predecessori concedettero ai Patriarchi la cura pastorale della Cilicia, attribuendo ad essi l’amministrazione delle regioni della Mesopotamia, sempre a beneplacito della Santa Sede. Tutto questo è in piena conformità col potere della suprema Sede Romana, che fu sempre riconosciuta, riverita e professata dalla Chiesa degli Armeni, eccettuati i luttuosi tempi dello scisma. Non stupisce che presso i vostri concittadini ancora separati dalla fede cattolica, resti sempre viva l’antica tradizione che quel gran Vescovo e martire (di cui la vostra gente si gloria, meritatamente lo considera l’Illuminatore e San Giovanni Crisostomo lo definì “il sole nascente nelle regioni orientali, il cui splendore giunge con i suoi raggi fino alle Popolazioni della Grecia“), abbia ricevuto la sua potestà dalla Sede Apostolica per raggiungere la quale non esitò ad affrontare – da nulla atterrito – un lungo e difficile viaggio.

31. Quelle vicende – e Dio ne è testimone – sono state a lungo meditate da Noi, tenendo presenti i vecchi e i più recenti avvenimenti. Esse Ci hanno indotto ad adottare questa disposizione, non per suggerimento di qualcuno, ma motu proprio e con sicura conoscenza. Infatti, chiunque comprende facilmente che dalla buona scelta dei Vescovi dipende l’eterna felicità del popolo cristiano e talvolta anche quella temporale. Per questa ragione, in certe particolari circostanze di tempi e di luoghi, si dovette provvedere che ogni potere per la scelta dei sacri Vescovi venisse riservato alla Sede Apostolica. Tuttavia Ci sembrò giusto moderare l’esercizio di tale potere, in modo che rimanesse al Sinodo dei Vescovi la potestà di eleggere il Patriarca, e fosse in loro potere di proporre a Noi, per ogni sede vacante, una terna di nomi di uomini idonei, come fu poi sancito nella succitata Costituzione.

32. Anche in questa vicenda, per stimolare i pigri e per accrescere lo zelo di coloro che già camminano bene, dichiarammo che speravamo sarebbero stati proposti uomini veramente adatti a quell’ufficio, per non essere costretti a porre a capo di una sede vacante un altro non proposto; che si procedesse con cautela era stato stabilito nell’Istruzione da Noi emanata nell’anno 1853. Abbiamo saputo che da queste pur mitissime parole alcuni presero occasione di sospettare che la proposta sinodale dei Vescovi sarebbe stata in futuro illusoria e di nessuna importanza per Noi. Altri, andando oltre, hanno immaginato che in queste parole fosse nascosto il proposito di affidare a Vescovi Latini la cura spirituale degli Armeni. Anche se queste critiche non meriterebbero alcuna risposta poiché le fanno coloro che si smarrirono dietro i loro pensieri e presero timore dove non c’è di che temere, tuttavia abbiamo ritenuto che non si dovesse tacere sul Nostro diritto di fare qualche elezione anche fuori della terna proposta, affinché in futuro nessuno possa costringere la Sede Apostolica ad agire secondo il suo vantaggio. È ben vero che anche col Nostro silenzio il diritto e il dovere della Cattedra del Beatissimo Pietro sarebbero rimasti integri, poiché i diritti e i privilegi che le sono stati conferiti dallo stesso Cristo Dio possono essere sì contestati, ma non possono essere aboliti; e non è in potere di alcun uomo rinunciare ad un diritto divino, quando talvolta, per volontà di Dio, fosse costretto ad esercitarlo.

33. Certamente, nonostante queste leggi siano state rese note agli Armeni da oltre diciannove anni e più volte si siano eletti Vescovi, non è mai capitato fino ad ora che Noi abbiamo usato questo potere, neppure nei tempi più recenti quando, dopo avere emanato la Costituzione Reversurus, avevamo ricevuto la proposta di una terna di nomi, dalla quale non abbiamo potuto scegliere un Vescovo. Allora Noi abbiamo ordinato che da parte del Sinodo dei Vescovi si rinnovasse la terna secondo le leggi già prescritte, per non essere costretti ad eleggere un altro non proposto. Ma questo fu impedito da un nuovo scisma che lacerò la Chiesa degli Armeni. Confidiamo pertanto che nel futuro non vengano tempi così calamitosi per le Chiese Cattoliche Armene, da costringere i Romani Pontefici a collocare al governo di codeste Chiese uomini non proposti dal Sinodo dei Vescovi.

34. Non c’è molto da aggiungere sulla vietata intronizzazione dei Patriarchi prima della conferma di questa Santa Sede. Gli antichi documenti attestano che mai fu ritenuta definitiva e valida l’elezione dei Patriarchi senza l’assenso e la conferma del Romano Pontefice. Anzi è risaputo che fu sempre chiesta questa conferma dagli eletti alle sedi Patriarcali, anche contro l’assenso degli stessi Imperatori. E pur tralasciando altri nomi in questa cosa arcinota, ricorderemo che il Vescovo di Costantinopoli, Anatolio, uomo non certamente molto benevolo verso la Santa Sede, e lo stesso Fozio, principale autore dello scisma greco, chiesero con insistenza che le loro elezioni venissero confermate dall’assenso del Romano Pontefice, utilizzando anche la mediazione degli Imperatori Teodosio, Michele e Basilio. I Padri del Concilio di Calcedonia vollero che restasse nella sua sede il Vescovo di Antiochia, Massimo, nonostante avessero dichiarato invalidi tutti gli Atti del brigantesco Sinodo Efesino nel quale egli era stato sostituito a Domno, per il fatto che “il santo e beatissimo Papa, che aveva confermato l’episcopato del santo e venerabile Massimo, come Vescovo di Antiochia, con questo dimostrava chiaramente e giustamente di approvare i suoi meriti“.

35. Se poi si tratta dei Patriarchi delle altre Chiese che, rigettato lo scisma, in questi tempi recenti sono tornati all’unità cattolica, non troverete nessuno di loro che non abbia chiesto la conferma della sua elezione al Romano Pontefice: e tutti furono confermati con lettere particolari, con le quali erano posti a capo delle loro Chiese. Accadde anche che i Patriarchi eletti usarono del loro potere anche prima della conferma del Sommo Pontefice, ma ciò avvenne per tolleranza della Sede Apostolica, data la lontananza delle loro regioni e in considerazione dei pericoli che si potevano incontrare nei viaggi, nonché, molto spesso, per la prepotenza che minacciava guai da parte degli scismatici dello stesso rito. Ciò fu concesso anche in Occidente a coloro che erano molto distanti, e sempre per le necessità e l’utilità delle loro Chiese. Ma è giusto osservare che ora queste cause sono cessate, e sono state eliminate le difficoltà dei viaggi, dopo che i Cattolici furono sottratti, per concessione del Sovrano Ottomano, alla potestà degli scismatici. Tutti possono convincersi che così si provvede con maggiore sicurezza alla conservazione della fede cattolica, che non può essere arbitrariamente turbata per il fatto che salga su una sede patriarcale uno indegno di quell’ufficio, prima che abbia ricevuto la conferma Apostolica. Certamente si può impedire che sorgano occasioni di perturbazioni, qualora il Patriarca eletto, respinto dalla Santa Sede Apostolica, si ritiri dal suo posto.

36. Senza dubbio, se si considerano le cose attentamente, apparirà che tutte le disposizioni sancite dalla Nostra Costituzione tendono alla conservazione e all’incremento della fede cattolica, nonché alla vera libertà della Chiesa e a rivendicare l’autorità dei Vescovi, i cui diritti e privilegi, nella fermezza della Sede Apostolica, si rafforzano, si consolidano e trovano sicurezza. I Romani Pontefici, su richiesta dei Vescovi di qualsiasi dignità, nazione o rito, hanno sempre strenuamente difeso tali diritti contro eretici e ambiziosi.

37. Sui diritti nazionali – come si suol dire – non è necessario rispondere con molte parole. Se si tratta soltanto dei diritti civili, questi sono in potere del supremo Principe, al quale spetta giudicare legalmente di essi e decretare, come stima più opportuno e necessario per il bene dei sudditi. Se poi si tratta di diritti ecclesiastici, sia chiaro, e nessuno può ignorare, che i Cattolici mai hanno riconosciuto diritti nazionali o di popoli sulla Chiesa, la sua gerarchia e i suoi ordinamenti. Se poi da tutto il mondo confluiscono genti e nazioni nella Chiesa, tutti Dio li ha riuniti nell’unità del Suo Nome, sotto colui che Egli stesso ha messo a capo di tutti, cioè sotto il Sommo Pastore San Pietro, Principe degli Apostoli, affinché – come ammoniva l’Apostolo – “non ci sia più Pagano e Giudeo, Barbaro e Scita, schiavo e libero, ma Cristo sia tutto e in tutti (Col 3,11): quel Cristo dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso mediante la collaborazione di ogni componente secondo l’energia propria di ciascun membro, riceve forza per crescere ed edificare se stesso nella carità” (Ef 4,16). Il Signore non ha mai concesso alcun diritto sulla Chiesa ad alcun popolo o nazione, ma ordinò agli Apostoli di istruire tutte le genti (Mt 28,19), imponendo loro il dovere di credere; per cui il Beatissimo Pietro (At 15,7), agli Apostoli e agli Anziani convenuti insieme, dichiarò apertamente che Dio aveva fatto una scelta: cioè che i pagani ascoltassero per bocca sua la parola del Vangelo e venissero alla fede.

38. Ma dicono anche che da Noi sarebbero stati violati i diritti del Sovrano imperante. È una volgare calunnia, ormai logorata per il lungo uso fattone dagli eretici; questa calunnia, escogitata per la prima volta dagli Ebrei contro Cristo, in seguito fu usata dai pagani contro gli Imperatori romani e fino ad oggi l’hanno usata molto spesso gli eretici nei confronti dei Principi, anche cattolici, e volesse il Cielo che non venisse più usata. In proposito, San Girolamo scrisse : “Gli eretici adulano la dignità regale e sono soliti imputare la propria superbia ai re, e ciò che essi stessi fanno, lo fanno apparire come fatto dal re; accusano le persone sante e i banditori della fede presso il re, e ordinano ai profeti di non predicare in Israele, per non fare qualcosa contro la volontà del re, perché Bethel, cioè la casa di Dio e la falsa chiesa, siano la santificazione del re e la casa del suo regno“. Sarebbe più opportuno coprire col disprezzo e col silenzio queste impudenti calunnie, tanto esse sono lontane dalla dottrina cattolica, dai Nostri costumi, dalle Nostre istituzioni. Ma è giusto e doveroso che i semplici e gli indotti non ne ricevano danno, formandosi una sinistra opinione di Noi e della Sede Apostolica, per le dicerie dei maligni “i quali scagliandosi contro gli altri, cercano di favorire i propri vizi” .

39. La dottrina della Chiesa Cattolica insegnata dallo stesso Cristo Dio e trasmessa dai Santi Apostoli afferma che si deve dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio; pertanto anche i Nostri Predecessori non omisero mai, quando fu necessario, di imporre la dovuta fedeltà ed obbedienza ai Principi. Da questo deriva che è proprio del Sovrano l’amministrazione degli affari civili, mentre le realtà ecclesiastiche appartengono unicamente ai sacerdoti. A queste realtà sono da attribuire tutti quei mezzi che sono necessari – come dicono – per costituire e decretare la disciplina esteriore della Chiesa. E come fu già definito dal Nostro Predecessore Pio VI di felice memoria , sarebbe ereticale asserire che l’uso di questo potere ricevuto da Dio sarebbe un abuso d’autorità della Chiesa. La Sede Apostolica si è sempre adoperata molto perché si conservasse integra la distinzione dei due poteri, e i santissimi Presuli apertamente condannarono l’intrusione del potere secolare nel governo della Chiesa; il che fu chiamato da Sant’Atanasio “spettacolo nuovo e inventato dalla eresia ariana” . Fra questi Presuli è sufficiente nominare Basilio di Cesarea, Gregorio il Teologo, Giovanni Crisostomo e Giovanni Damasceno. Quest’ultimo affermava apertamente: “Nessuno pensi che la Chiesa possa essere amministrata con gli editti dell’Imperatore; essa è retta dalle regole dei Padri, siano esse scritte o no“. Per questo i Padri del Concilio di Calcedonia nella causa intentata da Fozio, Vescovo di Tiro, apertamente dichiararono con l’assenso dei legati dell’Imperatore: “Contro la regola non vale nessuna pratica contingente (cioè un decreto imperiale); si osservino i Canoni dei Padri“. E poiché i predetti legati chiedevano con insistenza “se il sacro Concilio intendesse giudicare così tutti i decreti imperiali, che risultano pregiudizievoli per i Canoni, tutti i Vescovi risposero: Tutti i decreti contingenti dovranno cessare: ci si attenga ai Canoni, e questo sia fatto anche da voi“.

40. Sono due i punti nei quali si afferma che i diritti imperiali furono da Noi violati e cioè: primo, perché abbiamo stabilito il modo di eleggere e insediare i Vescovi, e l’altro perché abbiamo vietato ai Patriarchi di alienare i beni ecclesiastici senza aver prima consultato la Sede Apostolica.

41. Ma che cosa può essere più pertinente all’ordinamento ecclesiastico della elezione dei Vescovi? In nessun luogo della Sacra Scrittura abbiamo mai trovato che essa sia stata lasciata all’arbitrio dei re o del popolo. Sia i Padri della Chiesa, sia i Concilii Ecumenici, sia le Costituzioni Apostoliche sempre riconobbero e sancirono che tale elezione appartiene al potere ecclesiastico. Se dunque nel costituire un Pastore della Chiesa, la Sede Apostolica definisce le modalità da osservare nel fare la scelta, con quale ragione si potrà dire che sono stati violati i diritti imperiali, quando la Chiesa stessa esercita non i diritti di altri, ma quelli del suo proprio potere? È infatti esimia e venerabile l’autorità esercitata dal Vescovo sul popolo che gli è stato affidato; il potere civile non ha pertanto nulla da temere poiché nel Vescovo troverà non un nemico, ma un assertore dei diritti del Principe. Per contro, se si verificasse un’umana leggerezza, la stessa Sede Apostolica non trascurerebbe minimamente di riprendere quel Vescovo che mancasse della dovuta fedeltà e del dovuto sostegno al Principe legittimo. E neppure è da temere che giunga alla dignità episcopale chi avesse l’animo avverso al legittimo Principe, poiché si è soliti investigare adeguatamente secondo le leggi della Chiesa su coloro che possono essere promossi, affinché siano dotati di quelle virtù che l’Apostolo richiede in essi. Non risplenderebbe certamente di queste virtù chi fosse noto per non osservare il precetto del Beato Pietro, il Principe degli Apostoli (1Pt 2,13): “Siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano; sia ai governanti come suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: cioè che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti; comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio“.

42. Se poi il supremo Sovrano Ottomano di Costantinopoli e i suoi successori ritennero utile affidare ai Vescovi e ad altri ecclesiastici anche l’amministrazione e un compito civile, non per questo può essere diminuito il pieno e completo potere della Chiesa a seguito della loro elezione. Sarebbe assolutamente sconveniente che i valori celesti venissero posposti a quelli terreni, e i valori spirituali dovessero servire quelli civili. D’altronde resterebbe sempre integro il diritto del Sovrano di attribuire ad altri il grado e il potere civile, qualora lo giudicasse opportuno, restando sempre pieno e libero per i Vescovi cattolici l’esercizio del potere ecclesiastico. E, come è noto, ciò è avvenuto con un particolare decreto del Sovrano Ottomano nell’anno 1857.

43. Tutte queste Nostre disposizioni, a Nostro nome e per Nostro mandato, furono trasmesse alla sublime Porta Ottomana dal Venerabile Nostro Fratello l’Arcivescovo di Tessalonica allorché era Nostro legato straordinario a Costantinopoli. Si dovrebbe quindi cessare di ridestare queste calunniose ed obsolete dicerie, a meno che gli invidiosi avversari non vogliano essere reputati più amanti della faziosità che della verità.

44. Noi siamo rimasti molto meravigliati, allorché Ci è stato riferito che siamo stati contestati per la rinnovata e da Noi confermata legge circa l’alienazione dei beni ecclesiastici, come se volessimo non tanto invadere i diritti imperiali, quanto rivendicare per Noi gli stessi beni delle Chiese Armene. I beni ecclesiastici appartengono alle rispettive Chiese, come i beni dei cittadini appartengono ai cittadini, e sono di loro proprietà: ciò è sancito non solo dai canoni, ma dettato – come ognuno sa – dalla stessa legge naturale. Per la verità, l’amministrazione di questi beni fu affidata all’arbitrio e alla coscienza dei Vescovi fin dai primi secoli della Chiesa; i decreti dei Concilii che seguirono non tralasciarono di regolare la materia, emanando delle leggi per definire con quali criteri e con quali finalità doveva essere condotta la loro amministrazione e permessa la loro alienazione. In proposito, l’antico potere dei Vescovi fu limitato, e concesso secondo la prudente decisione dei Sinodi o dei Presuli Maggiori. Ma siccome non pareva che si provvedesse abbastanza alla sicurezza dei beni ecclesiastici, sia per la rara celebrazione dei Sinodi, sia per altre cause, dovette intervenire l’autorità della Sede Apostolica, con la quale si provvide che non venissero alienati i beni delle Chiese, senza consultare il Pontefice Romano.

45. Per la salvaguardia delle Chiese, fu ritenuta cosa tanto importante e necessaria stabilire, già da molto tempo, che gli eletti alle Chiese cattedrali, metropolitane o anche patriarcali dovessero obbligarsi, con religioso giuramento, all’osservanza di questa legge. Anche gli Atti che sono nei Nostri archivi apostolici attestano che questo giuramento fu prestato anche dai Patriarchi di rito Orientale, relativamente ai beni della loro mensa, fin da quando le loro Chiese sono ritornate alla verità e unità cattolica: e non c’è stato nessuno che non abbia promesso con giuramento di osservare la legge predetta. Lo stesso procedimento fu seguito e si segue ogni giorno da parte dei Vescovi di rito Latino di tutte le nazioni, regni o repubbliche, senza che mai le autorità civili abbiano protestato per la violazione di qualche loro diritto. E giustamente. Infatti, con queste leggi il Pontefice Romano non pretende nulla; nulla si arroga: l’essenziale è che sì definisca con appropriate decisioni cosa sia necessario fare nei singoli casi da parte del Vescovo, o quali poteri si concedano al Vescovo, sempre tenendo conto dell’interesse delle singole Chiese: con l’intento non dissimile da quello di un padre di famiglia che tratta con i figli su ciò che si deve compiere. Quanto al fatto che ai Patriarchi soggetti a Roma è vietato alienare i beni della loro mensa senza aver consultato la Sede Apostolica, ciò abbiamo ritenuto dovesse essere inserito nella Nostra Costituzione relativa agli altri beni ecclesiastici, non senza gravissimi motivi, dei quali ben sappiamo che dovremo rendere doveroso conto a Dio: nessuno che voglia giudicare con retta coscienza può sospettare altrimenti. Ogni saggia persona comprenderà che con la citata Nostra Costituzione fu provveduto alla salvaguardia e alla conservazione dei beni ecclesiastici in modo più sicuro ed efficace, senza che sia stato recato alcun pregiudizio ai diritti di chicchessia.

46. Noi quindi confessiamo francamente di non comprendere in che modo con questi Nostri decreti siano stati lesi – come dicono – i diritti del Sovrano, tanto siamo lontani dall’averlo voluto o dal pensare che ciò potesse avvenire. Se non si può affermare che è contrario al diritto quel potere con il quale i Patriarchi e i Vescovi dell’Impero Ottomano operano nell’amministrazione dei beni ecclesiastici, non si può affermare che sia contrario al diritto quel potere che la Sede Apostolica esercita doverosamente e legalmente quando stabilisce le modalità con le quali i Vescovi debbono operare, in modo che siano di utilità e non di danno. È evidente che con questo documento Noi abbiamo provveduto alla salvaguardia dei beni ecclesiastici; in futuro ciò sarà di grandissima utilità alle Chiese cattoliche dell’Oriente; e quando si saranno quietate le contestazioni, tutti lo riconosceranno; i posteri poi, se si osserveranno religiosamente queste leggi, lo sperimenteranno. Poiché l’Imperatore Ottomano ha stabilito con i suoi decreti la libertà di quelle Chiese e ha comunicato a Noi che avrebbe gestito con molta umanità il loro patrocinio, Noi non dubitiamo che, considerata la cosa come veramente è, e rigettate le pretestuose calunni degli avversari, ci si dovrà rallegrare più che dolere di questi provvedimenti, che risulteranno evidentemente di grande utilità per esse.

47. Non è meno calunnioso il commento escogitato più recentemente da taluni e subito accettato avidamente dai dissidenti Orientali, secondo il quale il Romano Pontefice, per il fatto che è il Vicario di Cristo, deve essere considerato come un’autorità esterna che si inserisce nel governo interno dei regni e delle nazioni: pertanto – affermano – questo si deve assolutamente proibire, affinché al Sovrano restino intatti tutti i suoi diritti e si chiuda ogni via a che altri Principi non siano indotti ad osare simili iniziative.

48. È facile comprendere quanto siano false queste contestazioni e quanto siano aberranti dalla retta ragione e dal divino ordinamento della Chiesa Cattolica. È falso, prima di tutto, che i Romani Pontefici siano usciti dai limiti del loro potere o che si siano intromessi nella civile amministrazione degli Stati usurpando i diritti dei Principi. Se con questa calunnia si biasimano i Pontefici Romani perché vogliono deliberare sulle elezioni dei Vescovi e dei sacri ministri della Chiesa, o su legittimi motivi e su altre faccende che sono di pertinenza della disciplina ecclesiastica, e che chiamano esteriore, si devono allora ammettere due ipotesi: o si ignora, o si vuole respingere il divino e immutabile ordinamento della Chiesa Cattolica. Questa rimase e rimarrà sempre stabile; né si può esigere che sia soggetta a qualsiasi patto o mutamento, specialmente in quelle regioni dove la libertà e la tranquillità della Religione cattolica sono assicurate persino dai decreti imperiali del Sovrano. Essendo poi un dogma della fede cattolica che la Chiesa è una e che il suo capo supremo è il Romano Pontefice (il quale è padre e maestro universale di tutti i cristiani), il Pontefice non potrà mai essere dichiarato estraneo a nessuna Chiesa particolare e ai Cristiani, a meno che qualcuno voglia affermare che il capo è estraneo alle membra del corpo, il padre è estraneo ai figli, il maestro ai discepoli, il pastore al suo gregge.

49. Coloro che persistono nel chiamare la Sede Apostolica autorità estranea, con questa espressione lacerano l’unità della Chiesa o danno occasione di lacerarla, per il fatto che negano al successore del Beato Pietro il titolo e i diritti di Pastore universale, defezionando dalla dovuta fede cattolica, se si considerano suoi figli, o combattendo la sua dovuta libertà, se ne sono fuori. Cristo Signore apertamente insegnò (Gv 10, 5) che le pecore conoscono e ascoltano la voce del Pastore e lo seguono; ma fuggono “da un estraneo, perché non conoscono la voce degli estranei“. Se dunque il Sommo Pontefice è dichiarato estraneo a qualche Chiesa particolare, sarà quella Chiesa estranea alla Sede Apostolica, cioè alla Chiesa Cattolica che è una sola, fondata su Pietro dalla parola stessa del Signore. Coloro che la vogliono separare da quel fondamento non rispettano più la Chiesa divina e cattolica, ma tentano di crearne una umana, la quale – come affermano – legata soltanto dai vincoli umani della nazionalità, non sarebbe più cementata dal glutine dei sacerdoti che aderiscono con fermezza alla Cattedra del Beato Pietro, non resterebbe salda con essa e non sarebbe connessa e congiunta nell’unità della Chiesa cattolica.

50. Abbiamo deciso, Venerabili Fratelli e diletti Figli, di scrivervi tutte queste cose nel presente frangente: a Voi, che avete ricevuto la Nostra identica fede nella giustizia di Dio e del Salvatore nostro Gesù Cristo, onde risvegliare la vostra mente sincera in questa vicenda. Voi vedete che si adempie anche presso di Voi quello che avevano predetto i santi Apostoli di Dio, cioè che sarebbero sorti negli ultimi tempi dei dileggiatori per ingannarvi: gente che cammina secondo le proprie concupiscenze. Sforzatevi dunque di non passare da Colui che vi ha chiamato alla grazia di Cristo, ad un altro vangelo. In realtà non ce n’è un altro; soltanto, ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. E veramente vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo coloro che si sforzano di rimuovere il fondamento che lo stesso Cristo Dio ha posto alla sua Chiesa; negano o vanificano la cura universale di pascere le pecore e gli agnelli che nel Vangelo fu affidata a Pietro. “Il Signore permette e sopporta che queste cose avvengano, rispettando il libero arbitrio di ciascuno, affinché, mentre la prova della verità valuta i vostri cuori e le vostre menti, rifulga di chiara luce la fede integra di coloro che sono stati messi alla prova“. È necessario che, secondo il precetto dell’Apostolo, Voi evitiate costoro che avanzano ogni giorno verso il peggio, e che non accogliate in vostra compagnia nessuno di loro, con nessun ripensamento, come fino ad ora avete fatto saggiamente e con costanza, onde conservare intemerata la fede nei vostri cuori.

51. “Ma nessuno cerchi di ingannarvi, come è avvenuto per opera degli antichi scismatici per il fatto che dichiarino che non esiste dissenso sulla fede, ma sui costumi, o che la Sede Apostolica non si occupa tanto della causa della comunione nella fede cattolica, quanto si duole perché sospetta di essere stata disprezzata da loro. Coloro che sono irretiti nell’errore non cessano di spargere queste e simili dicerie per ingannare le persone semplici“. È invece evidente, sia dalle loro dichiarazioni, sia dai loro scritti divulgati fra il popolo, che viene impugnato apertamente quel primato di giurisdizione assegnato da Cristo Signore a questa Sede Apostolica nella persona del Beato Pietro, allorché viene impedito questo suo diritto sulle Chiese di rito Orientale: la Nostra succitata Costituzione non poté essere la causa, ma soltanto l’occasione e il pretesto per spargere questi errori fra menti turbolente o impreparate. “La Sede Apostolica non si duole tanto dell’offesa , quanto si preoccupa di salvaguardare la fede e la sincera comunione, così che anche oggi, se tutti coloro che sembrò prorompessero nel disprezzo di lei ritornassero veramente pentiti nell’animo all’integrità della fede e della comunione cattolica, essa li accoglierebbe con tutto l’affetto del cuore e con totale amore, secondo il costume delle regole paterne“. Chiediamo che il misericordiosissimo Dio si degni di perdonare, e Noi, che nell’umiltà del Nostro cuore da tempo chiediamo ciò premurosamente, desideriamo e vogliamo che anche Voi facciate lo stesso.

52. Per il resto, Venerabili Fratelli e diletti Figli, confortatevi nel Signore e nella potenza della sua Grazia; indossate l’armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno cattivo, imbracciando in ogni occasione lo scudo della fede; e non sacrificate la vostra anima che è più preziosa di Voi stessi. Ricordatevi dei vostri Maggiori, che non temettero di soffrire l’esilio, il carcere e la morte stessa, per conservare a sé e a Voi il dono della vera fede cattolica. Essi ben sapevano che non si devono temere quelli che uccidono il corpo, ma colui che può perdere l’anima e il corpo nella Geenna. Affidate a Dio ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di Voi, e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma dalla tentazione vi farà ricavare vantaggio, affinché possiate resistere. In Lui esulterete, anche se ora dovrete affliggervi in vari tentativi, affinché la prova della vostra fede, molto più preziosa dell’oro che si prova col fuoco, ritorni a lode, gloria e onore nella rivelazione di Gesù Cristo. Infine vi scongiuriamo, nel nome del medesimo Dio e Salvatore nostro, che siate tutti concordi nel dire e nel fare, e siate perfetti in ogni cosa, nella medesima dottrina, impegnati a conservare l’unità della fede nel vincolo della pace. E la pace di Dio, che supera ogni Nostro sentimento, custodisca i vostri cuori e le vostre intelligenze in Cristo Gesù, nostro Signore, nel cui nome e per la cui autorità impartiamo con grande affetto a Voi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, che perseverate nella comunione e nella obbedienza a questa Santa Sede, l’Apostolica Benedizione.

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: “INSCRUTABILI DEI CONSILIO” DI S. S. LEONE XIII

Questa è la prima Enciclica di S. S. Leone XIII, in un periodo particolarmente funesto per la Chiesa Cattolica, per il Papato, per tutta la nazione italiana, e per l’Europa in generale. Il Santo Padre però espone già i temi che gli saranno poi cari nel suo lungo ed intenso Papato: la dignità e il primato del Sommo Pontefice Romano, garanzia di ordine morale e sociale; la lotta alle conventicole delle tenebre, in primo luogo le sette massoniche che operavano con instancabile furore contro la società tutta e la Chiesa in particolare, per poterla annientare (si fueri potest!!), onde sostituirla con un potere civile autoritario mondialista al servizio delle potenze infernali (cosa oggi visibilmente realizzata); la restaurazione di una società cristiana che operi con equità e giustizia, senza odio, lotte o rivoluzioni violente; il recupero dei valori spirituali e di culto che per secoli hanno permesso il vero progresso civile dei popoli un tempo cristiani; la battaglia cruciale contro la rovina dell’istituto matrimoniale, i cui esiti sono oggi constatabili nelle funeste conseguenze personali, familiari e sociali, come il Papa aveva pronosticato con esattezza profetica già all’epoca: “ … l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio”. Oggi veramente siamo già dentro a questo precipizio, la Chiesa apparentemente distrutta e sostituita da un mostro orribile con la maschera bonaria di lupi feroci pronti a divorare l’anima di massonizzati gaudenti che credono di essere pure Cristiani mentre osannano al “signore dell’universo”, il lucifero-baphomet al quale si offre il rito della blasfema e satanica messa montini-bugniniana. Che squallore, quanto marcio fecale spacciato e confuso con l’oro! … Corruzione mascherata da santità, talari, mitra e camici che coprono grembiulini, zanne affilate, lingue biforcute e corna sporgenti. La non osservanza delle disposizioni e dei paterni ed accorati consigli dei Papi, ha portato a questo squallore sociale e spirituale odierno, al potere del demonio, ad una economia gestita da usurai ingordi, ad una Chiesa eclissata e sotterranea sì, ma ancor viva ed in attesa dell’intervento del Cristo, che “ … con il soffio della sua bocca brucerà l’anticristo” … ed i suoi adepti che occupano i sacri palazzi di un tempo, attuale covo di vipere, cobra e pitoni velenosi e mortiferi, e poi, … Ipsa conteret …

Leone XIII
Inscrutabili Dei consilio

Lettera Enciclica

Non appena, per arcano consiglio di Dio, fummo, sebbene immeritevoli, innalzati al vertice dell’Apostolica dignità, sentimmo vivissimo il desiderio e quasi il bisogno di rivolgerci a Voi non solo per esprimervi i sensi dell’intimo Nostro affetto, ma anche per soddisfare all’ufficio divinamente affidatoci di rafforzare Voi, che siete chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, a sostenere insieme con Noi l’odierna lotta per la Chiesa di Dio e per la salute delle anime. – Infatti fino dai primordi del Nostro Pontificato si presenta al Nostro sguardo il triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano: questo così universale sovvertimento dei principi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale; la pervicacia degl’ingegni intollerante di ogni legittima autorità; il perenne stimolo alle discordie, da cui le contese intestine e le guerre crudeli e sanguinose; il disprezzo delle leggi che proteggono costumi e giustizia; l’insaziabile cupidigia dei beni caduchi e la noncuranza degli eterni, spinta fino al pazzo furore che induce così spesso tanti infelici a darsi la morte; la improvvida amministrazione, lo sperpero, la malversazione delle pubbliche sostanze, come pure l’impudenza di coloro che con perfido inganno vogliono essere creduti difensori della patria, della libertà e di ogni diritto; infine quella letale peste che serpeggia per le più riposte fibre della società umana, la rende inquieta, e minaccia di travolgerla in una spaventosa catastrofe. – La causa principale di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa ed augustissima autorità della Chiesa, che in nome di Dio presiede al genere umano, ed è garante e sostegno di ogni legittimo potere. I nemici dell’ordine pubblico avendo conosciuto ciò, non ravvisarono mezzo più acconcio per scalzare le fondamenta della società che quello di aggredire costantemente la Chiesa di Dio, e con ingiuriose calunnie presentarla impopolare, e odiosa, quasi si opponesse alla vera civiltà; indebolirne ogni giorno con nuove ferite l’autorità e la forza, per abbattere il supremo potere del Romano Pontefice, custode e vindice sulla terra degli eterni ed immutabili principi di moralità e di giustizia. Di qua ebbero origine le leggi contro la divina costituzione della Chiesa Cattolica, che con immenso dolore vediamo pubblicate in molti Stati; di qua il disprezzo dell’autorità episcopale, e gli ostacoli all’esercizio del ministero ecclesiastico; la dispersione delle famiglie religiose, la confisca dei beni destinati al sostentamento dei ministri della Chiesa e dei poveri; la sottrazione dei pubblici istituti di carità e beneficenza dalla salutare direzione della Chiesa; la sfrenata libertà del pubblico insegnamento e della stampa, mentre in tutti i modi si calpesta e si opprime il diritto della Chiesa all’istruzione e all’educazione della gioventù. – Né ad altro mira l’usurpazione del civile Principato, che la divina Provvidenza ha concesso da tanti secoli al Romano Pontefice perché potesse esercitare liberamente e senza impaccio la potestà conferitagli da Cristo per l’eterna salute dei popoli. – Abbiamo voluto, Venerabili Fratelli, ricordarvi questo cumulo funesto di mali, non già per aumentare in Voi la tristezza che questa lacrimevole condizione di cose v’infonde nell’animo, ma perché Vi sia appieno palese a quale gravissima condizione siano condotte le cose che debbono essere l’oggetto del nostro ministero e del nostro zelo, e con quanto impegno sia necessario adoperarci per difendere e tutelare come possiamo la Chiesa di Cristo e la dignità di questa Sede Apostolica, assalita specialmente in questi tempi calamitosi con indegne calunnie. – È chiaro, Venerabili Fratelli, che la vera civiltà manca di solide basi, se non è fondata sugli eterni principi di verità e sulle immutabili norme della rettitudine e della giustizia, e se una sincera carità non lega fra loro gli animi di tutti e ne regola soavemente gli scambievoli uffici. Ora, chi oserà negare essere la Chiesa quella che, diffuso fra le nazioni il Vangelo, portò la luce della verità in mezzo a popoli barbari e superstiziosi, e li mosse alla conoscenza del divino Creatore e alla considerazione di se stessi; che abolendo la schiavitù richiamò l’uomo alla nobiltà primitiva di sua natura; che spiegato in ogni angolo della terra il vessillo della redenzione, introdotte o protette le scienze e le arti, fondati e presi in sua tutela gl’istituti di carità destinati al sollievo di qualunque miseria, ingentilì il genere umano nella società e nella famiglia, lo sollevò dallo squallore, e con ogni diligenza lo foggiò conforme alla dignità e ai destini della sua natura? Se un confronto si facesse fra l’età presente, decisamente nemica della Religione e della Chiesa di Cristo, e quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre, si scorgerebbe con evidenza che l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio, e che al contrario quei tempi tanto più fiorirono per ottime istituzioni, per vita tranquilla, ricchezze e ogni bene, quanto più i popoli si mostrarono ossequienti al governo e alle leggi della Chiesa. Pertanto se i moltissimi beni, che testé ricordammo come derivati dal ministero e dal benefico influsso della Chiesa, sono opere e splendore di vera civiltà, tanto è lungi dalla Chiesa il volerla schivare od osteggiare, ché anzi a buon diritto se ne vanta nutrice, maestra e madre. – Anzi, una civiltà che si trovasse in contrasto con le sante dottrine e le leggi della Chiesa, della civiltà non avrebbe che l’apparenza e il nome. Ne sono manifesta prova quei popoli cui non rifulse la luce del Vangelo, presso i quali poté talvolta ammirarsi una esteriore lustra di civiltà, ma giammai i veraci ed inestimabili suoi beni. – No, non è perfezionamento civile lo sfacciato disprezzo d’ogni legittimo potere; non è libertà quella che attraverso modi disonesti e deplorevoli si fa strada con la sfrenata diffusione degli errori, con lo sfogo di ogni rea cupidigia, con l’impunità dei delitti e delle scelleratezze, con l’oppressione dei migliori cittadini. Essendo tali cose false, inique ed assurde, non possono certamente condurre l’umana famiglia a perfetto stato e a prospera fortuna, perché “il peccato immiserisce i popoli” (Pr. XIV, 34): ne consegue che, avendoli corrotti nella mente e nel cuore, con il loro peso li trascinano a rovina, sconvolgono ogni ordine ben costituito, e così, presto o tardi, conducono a gravissimo rischio la condizione e la tranquillità della pubblica cosa. – Qualora poi si volga lo sguardo alle opere del Pontificato Romano, qual cosa può esservi di più iniquo che il negare quanto bene i Pontefici Romani abbiano meritato di tutta la società civile? Certamente i Nostri Predecessori, al fine di procacciare il bene dei popoli, non esitarono ad intraprendere lotte di ogni genere, sostenere gravi fatiche, affrontare spinose difficoltà; e con gli occhi fissi al cielo, non curvarono mai la fronte alle minacce degli empi, né vollero con degeneri consensi tradire per lusinghe e promesse la loro missione. Fu questa Sede Apostolica che raccolse e cementò gli avanzi della vecchia società cadente; fu essa la benigna fiaccola che fece risplendere la civiltà dei tempi cristiani; fu essa, l’ancora di salvezza tra le fierissime tempeste che sbatterono l’umanità; il sacro vincolo di concordia che strinse fra loro nazioni lontane e diverse per costumi; fu infine il centro comune di religione e di fede, di azione e di pace. Che più? È vanto dei Pontefici Massimi l’essersi costantemente opposti quale muro e baluardo, perché la società umana non ricadesse nella superstizione e nell’antica barbarie. – Oh, se questa così salutare autorità non fosse stata mai disprezzata e ripudiata! Sicuramente il Principato civile non avrebbe perduto quel carattere solenne e sacro che la Religione gli aveva impresso, e che all’uomo sembra la sola condizione degna e nobile perché ubbidisca; né sarebbero scoppiate tante sedizioni e tante guerre a riempire di calamità e di stragi la terra; né regni, una volta floridissimi, sarebbero precipitati dal sommo della grandezza al fondo, sotto il peso di tante sciagure. Ne abbiamo l’esempio anche nei popoli di Oriente: rotti i soavi legami che li stringevano a questa Sede, perdettero lo splendore dell’antica grandezza, il prestigio delle scienze e delle arti, e la dignità dell’impero. – Benefìci tanto insigni, che derivarono dalla Sede Apostolica ad ogni parte della terra, come attestano illustri monumenti di ogni età, furono specialmente sentiti da questa regione Italiana, la quale essendo più vicina ad essa per condizione di luogo, ne colse più ubertosi frutti. Sì, l’Italia in gran parte va debitrice ai Romani Pontefici della sua vera gloria e grandezza, per le quali si levò al disopra delle altre nazioni. La loro autorità e la loro sollecitudine paterna più volte la protessero dagli assalti nemici, e le porsero sollievo ed aiuto perché la fede cattolica si mantenesse sempre incorrotta nel cuore degli Italiani. – Per tacere dei meriti degli altri Nostri Predecessori, citiamo particolarmente i tempi di San Leone Magno, di Alessandro III, di Innocenzo III, di San Pio V, di Leone X e di altri Pontefici, nei quali per opera o protezione di quei sommi, l’Italia scampò alla suprema rovina minacciatale dai barbari, salvò incorrotta l’antica sua fede, e tra le tenebre e lo squallore di un’epoca decadente nutrì e conservò vivo il fuoco delle scienze e lo splendore delle arti. Lo attesta questa Nostra alma Città, sede dei Pontefici, la quale trasse da essi tale singolarissimo vantaggio da divenire non solo rocca inespugnabile della fede, ma anche asilo delle belle arti, domicilio di sapienza, meraviglia e modello di tutto il mondo. Ricordato lo splendore di queste cose, affidato ad imperituri monumenti, si comprende facilmente che solo per astio e per indegna calunnia, al fine d’ingannare le moltitudini, si poté a voce e per iscritto insinuare che la Sede Apostolica sia un ostacolo alla civiltà dei popoli e alla felicità dell’Italia. – Quindi se le speranze dell’Italia e del mondo sono tutte riposte nella benefica influenza della Sede Apostolica, a comune vantaggio e nella unione intima di tutti i fedeli con il Romano Pontefice, ragione vuole che Noi Ci adoperiamo con la cura più solerte a conservare intatta la dignità della Cattedra Romana, e a rafforzare sempre più l’unione delle membra col Capo, dei figli col Padre. – Pertanto a tutelare innanzi tutto, nel miglior modo che Ci è dato, i diritti e la libertà della Santa Sede, non cesseremo mai di esigere che la Nostra autorità sia rispettata, che il Nostro ministero e la Nostra potestà siano pienamente liberi e indipendenti, e Ci sia restituita la posizione nella quale la Sapienza divina da gran tempo aveva collocato i Pontefici Romani. – Non è per vano desiderio di signoria o di dominio che Ci muoviamo, Venerabili Fratelli, per questa restituzione; Noi la reclamiamo perché lo esigono i Nostri doveri e i solenni giuramenti da Noi prestati; e perché non solo il Principato è necessario alla tutela e alla conservazione della piena libertà del potere spirituale, ma anche perché risulta evidente che quando si tratta del Dominio temporale della Sede Apostolica, si tratta altresì del bene e della salvezza di tutta l’umana famiglia. Quindi Noi, per ragione dell’ufficio che Ci impegna a difendere i diritti di Santa Chiesa, non possiamo affatto dispensarci dal rinnovare e confermare con questa Nostra lettera tutte le dichiarazioni e le proteste che il Nostro Predecessore Pio IX di santa memoria fece ripetutamente, sia contro l’occupazione del Principato civile, sia contro la violazione dei diritti della Chiesa Romana. Contemporaneamente Ci rivolgiamo ai Principi e ai supremi Reggitori dei popoli scongiurandoli, nel nome augusto dell’Altissimo Iddio, a non voler rifiutare in momenti così perigliosi il sostegno che loro offre la Chiesa; e ad unirsi concordi e volonterosi intorno a questa fonte di autorità e di salute, e a stringere vieppiù con essa intimi rapporti di rispetto e di amore. Faccia Iddio che essi, convinti di queste verità, e riflettendo che la dottrina di Cristo, come diceva Agostino, “se viene seguita, è sommamente salutare alla Repubblica”, e che nella incolumità e nell’ossequio alla Chiesa sono riposte anche la pubblica pace e la prosperità, rivolgano tutte le loro cure e i loro pensieri a migliorare le sorti della Chiesa e del visibile suo Capo, preparando in tal modo ai loro popoli, avviati per il sentiero della giustizia e della pace, una felice era di prosperità e di gloria. – Affinché poi ogni giorno più si faccia salda l’unione del gregge cattolico col Supremo Pastore, ora Ci rivolgiamo, con affetto tutto speciale, a Voi, Venerabili Fratelli, impegnando il Vostro zelo sacerdotale e la Vostra pastorale sollecitudine, affinché destiate nei fedeli a Voi affidati il santo fuoco di Religione che li muova a stringersi più fortemente a questa Cattedra di verità e di giustizia, a riceverne con sincera docilità di mente e di cuore tutte le dottrine, e a rigettare interamente le opinioni, anche le più diffuse, che conoscono essere contrarie agl’insegnamenti della Chiesa. A questo proposito i Romani Pontefici Nostri Predecessori, e da ultimo Pio IX di santa memoria specialmente nel Concilio Vaticano, avendo dinanzi agli occhi le parole di Paolo: “Badate che qualcuno non vi seduca per mezzo di filosofia inutile ed ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo i principi del mondo, e non secondo Cristo” (Col II, 8), non omisero di condannare, quando fu necessario, gli errori correnti, e di colpirli con l’Apostolica censura. E Noi, sulle orme dei Nostri Predecessori, da questa Apostolica Cattedra di verità confermiamo e rinnoviamo tutte queste condanne; e nel tempo stesso insistentemente preghiamo il Padre dei lumi che tutti i fedeli, con un solo animo e con una sola mente, pensino e parlino come Noi. Spetta però a Voi, Venerabili Fratelli, di adoperarvi a tutt’uomo affinché il seme delle celesti dottrine sia con larga mano sparso nel campo del Signore, e fino dai teneri anni s’infondano nell’animo dei fedeli gl’insegnamenti della fede cattolica, vi gettino profonde radici, e siano preservati dal contagio dell’errore. Quanto più i nemici della religione si affannano ad insegnare agli ignoranti, e specialmente alla gioventù, dottrine che offuscano la mente e guastano il cuore, tanto maggiore deve essere l’impegno, perché non solo il metodo d’insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perché lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica, vuoi nelle lettere, vuoi nelle scienze, ma in modo particolare nella filosofia, dalla quale dipende in gran parte il buon andamento delle altre scienze, e che non deve mirare ad abbattere la divina rivelazione, ma anzi a spianarle la via, a difenderla da chi la combatte, come ci hanno insegnato con l’esempio e con gli scritti il grande Agostino, l’Angelico Dottore, e gli altri maestri di sapienza cristiana. – Ma la buona educazione della gioventù, perché valga a tutelarne la fede, la Religione ed i costumi, deve incominciare fin dagli anni più teneri nella stessa famiglia, la quale ai giorni nostri è miseramente sconvolta e non può essere restituita alla sua dignità se non si assoggetta alle leggi con cui fu istituita nella Chiesa dal suo divino Autore. Il quale, avendo elevato alla dignità di Sacramento il matrimonio, simbolo della unione sua con la Chiesa, non solo santificò il nuziale contratto, ma apprestò altresì ai genitori e ai figli efficacissimi aiuti per conseguire più facilmente, nell’adempimento dei vicendevoli uffici, la felicità temporale e quella eterna. Ma poiché leggi inique, disconosciuto il carattere religioso del Sacramento, lo ridussero alla condizione di un contratto puramente civile, ne derivò che, avvilita la nobiltà del cristiano connubio, i coniugi vivano invece in un legale concubinato, che non curino la fedeltà scambievolmente giurata, che i figli ricusino ai genitori l’obbedienza e il rispetto, s’indeboliscano gli affetti domestici e – quel che è di pessimo esempio e assai dannoso per il pubblico costume – che spessissimo ad un pazzo amore tengano dietro lamentevoli e funeste separazioni. Disordini tanto deplorevoli e gravi debbono, Venerabili Fratelli, eccitare il Vostro zelo ad ammonire con premurosa insistenza i fedeli affidati alle Vostre cure, affinché prestino docile orecchio agl’insegnamenti che toccano la santità del matrimonio cristiano, obbediscano alle leggi con cui la Chiesa regola i doveri dei coniugi e della loro prole. – Si otterrà con ciò anche un altro effetto desideratissimo, cioè il miglioramento e la riforma degli individui, poiché come da un tronco viziato derivano rami peggiori e frutti malaugurati, così la corruzione che contamina le famiglie giunge ad ammorbare e ad infettare anche i singoli cittadini. Al contrario, in una famiglia ordinata a vita cristiana, le singole membra pian piano si avvezzeranno ad amare la religione e la pietà, ad aborrire le false e perniciose dottrine, a seguire la virtù, a rispettare i superiori e a frenare quel sentimento di egoismo che tanto degrada e snerva la natura umana. A tal fine molto gioverà regolare e incoraggiare le pie associazioni, che principalmente ai giorni nostri, con grandissimo vantaggio degl’interessi cattolici, sono state fondate. – Grandi e superiori alle forze dell’uomo, Venerabili Fratelli, sono queste cose, oggetto delle Nostre speranze e dei Nostri voti: ma avendo Iddio fatte sanabili le nazioni della terra, e avendo istituito la Chiesa per la salvezza delle genti, promettendole la propria assistenza fino alla consumazione dei secoli, abbiamo ferma speranza che, grazie alle Vostre fatiche, l’umanità, ammaestrata da tanti mali e da tante sciagure, finalmente verrà a chiedere salute e felicità alla Chiesa, e all’infallibile magistero della Cattedra Apostolica. – Intanto, Venerabili Fratelli, non possiamo porre termine allo scrivere senza manifestare la gioia che proviamo per la mirabile unione e concordia che legano gli animi Vostri fra loro e con questa Sede Apostolica. Riteniamo che esse non solo siano il più forte baluardo contro gli assalti dei nemici, ma anche fausto e lietissimo augurio di migliore avvenire per la Chiesa. Mentre tutto questo è d’indicibile conforto alla Nostra debolezza, Ci dà pure coraggio a sostenere virilmente, nell’arduo ufficio che abbiamo assunto, ogni lotta a vantaggio della Chiesa. – Dai motivi di speranza e di gaudio che Vi abbiamo manifestati, non possiamo separare le dimostrazioni di amore e di riverenza che in questo inizio del Nostro Pontificato Voi, Venerabili Fratelli, e insieme con Voi diedero alla Nostra umile persona moltissimi sacerdoti e laici, i quali con lettere, con offerte, con pellegrinaggi e con altre pie attestazioni Ci fecero palese che l’affetto e la devozione portati al Nostro degnissimo Predecessore durano nei loro cuori egualmente saldi, stabili ed interi per la persona di un Successore tanto disuguale. Per questi splendidissimi attestati di cattolica pietà, umilmente diamo lode al Signore per la sua benigna clemenza; e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i diletti Figli da cui li ricevemmo, professiamo dall’intimo del cuore e pubblicamente i sensi della Nostra vivissima gratitudine, pienamente fiduciosi che in questa angustia di cose e difficoltà di tempi non Ci verranno mai meno la devozione e l’affetto Vostro e di tutti i fedeli. Né dubitiamo che questi splendidi esempi di filiale pietà e di cristiana virtù varranno moltissimo per muovere il cuore del clementissimo Dio a riguardare propizio il suo gregge e a dare alla Chiesa pace e vittoria. E poiché speriamo che Ci siano più presto e più facilmente concesse questa pace e questa vittoria se i fedeli esprimeranno costantemente i loro voti e le loro preghiere per ottenerle, Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, ad impegnarli e ad infervorarli a tal fine, invocando quale mediatrice presso Dio l’Immacolata Regina dei Cieli, e per intercessori San Giuseppe, Patrono celeste della Chiesa, i Santi Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, al potente patrocinio dei quali raccomandiamo supplichevoli l’umile Nostra persona, tutta la gerarchia della Chiesa e tutto il gregge del Signore. – Del resto vivamente desideriamo che questi giorni, nei quali solennemente ricordiamo la risurrezione di Gesù Cristo, siano per Voi, Venerabili Fratelli, e per tutta la famiglia cattolica, felici, salutari e pieni di santa allegrezza; e preghiamo il benignissimo Dio che col sangue dell’Agnello immacolato, con cui fu cancellato il chirografo della nostra condanna, siano lavate le colpe contratte, e sia benignamente mitigato il giudizio a cui per quelle sottostiamo. “La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo, la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito Santo siano con tutti Voi”, Venerabili Fratelli, ai quali tutti e singoli, come pure ai diletti Figli, clero e popolo delle Vostre Chiese, in pegno di speciale benevolenza e quale augurio del celeste aiuto impartiamo con tutto l’affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nel giorno solenne di Pasqua, il 21 aprile 1878, anno primo del Nostro Pontificato.

et IPSA conteret …

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: LONGINQUA OCEANI DI S. S. LEONE XIII.

La lettera enciclica “Loginqua oceani”, venne indirizzata da S. S. Leone XIII ai Vescovi degli Stati confederati d’America, sia per incoraggiare l’azione evalgelica e moralizzatrice della novella Gerarchia americana, sia per ribadire alcuni principi inderogabili della Dottrina Cattolica, principi che già all’epoca venivano in qualche modo disattesi o recepiti con malumori o deviazioni comodamente adattate alle circostanze falsamente “moderne”. Ad esempio si sottolinea con vigore che “… si deve combattere l’errore di chi ne deduce di dover prendere dall’America un modello dell’ottimo stato della Chiesa; ovvero essere lecito e giusto, generalmente parlando, che la Chiesa e lo Stato vadano disgiunti e separati secondo l’uso americano… ”; pertanto la separazione tra Stato e Chiesa, secondo il modello imposto dalle logge massoniche in America e poi in Europa, veniva giustamente additato come evento foriero di instabilità sociali, lotte ed ingiustizie palesi tra le diverse classi di cittadini, nella moralità pubblica e collettiva degli abitanti, cardine di convivenza serena e del progresso materiale e spirituale. Altro tema che stava particolarmente a cuore al Sonno Pontefice, era … il “dogma cristiano dell’unità e indissolubilità del matrimonio”, riletto alla luce delle disastrose conseguenze individuali, familiari e sociali che comporta la sua inosservanza”… per causa dei divorzi si rendono mutabili le nozze; si diminuisce la mutua benevolenza; si danno pericolosi eccitamenti alla infedeltà; si reca pregiudizio al benessere e all’educazione dei figli; si offre occasione allo scioglimento delle comunità domestiche; si diffondono i semi delle discordie tra le famiglie; si diminuisce e si abbassa la dignità delle donne, le quali, dopo aver servito alla libidine degli uomini, corrono il rischio di rimanere abbandonate”. Tanti sono ancora gli spunti rilevati e che ancora oggi costituiscono materia di riflessione ed applicazione pratica. Se gli uomini ascoltassero la parola del Santo Padre, che è la parola stessa di Cristo, l’uomo-Dio che ama tutte le creature per le quali è morto sulla croce. Oggi ci lamentiamo dei tanti nemici dell’umanità, dando la colpa di tanti misfatti a questo o a quello, … a filosofi, politici, pensatori, banchieri usurai, gruppi esoterici, organizzazioni atee ed anticlericali, ai servi dell’anticristo indovati nei sacri palazzi dell’urbe e dell’orbe, ma ci piace citare, prima della lettura della lettera, gli ultimi versetti del salmo 80, ove lo Spirito Santo, per bocca del Re-Profeta Davide, ci offre la soluzione di sempre ai nostri problemi attuali, eccola: Si populus meus audisset me, Israel si in viis meis ambulasset, pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, et super tribulantes eos misissem manum meam. Inimici Domini mentiti sunt ei, et erit tempus eorum in sæcula. Et cibavit eos ex adipe frumenti, et de petra melle saturavit eos. [Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari porterei la mia mano. I nemici del Signore gli sarebbero sottomessi e la loro sorte sarebbe segnata per sempre; li nutrirei con fiore di frumento, li sazierei con miele di roccia.] …

LONGINQUA OCEANI

EPISTOLA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ


LEONE PP. XIII

Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi degli Stati Confederati

dell’America Settentrionale.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Valichiamo col cuore e col pensiero le sterminate distanze dell’oceano, e sebbene vi abbiamo scritto altre volte, specialmente quando in virtù della Nostra autorità abbiamo spedito lettere encicliche a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, tuttavia abbiamo deliberato di parlare a voi particolarmente nell’intento di poter giovare, a Dio piacendo, agl’interessi della causa cattolica. E facciamo ciò con amore e cura grandissima perché stimiamo grandemente e amiamo il popolo americano, forte di giovanile vigore, nel quale scorgiamo potenziali progressi non solo di civile ma anche di cristiana grandezza.  – Quando tutta la vostra nazione, poco tempo fa, celebrò con grato ricordo e con grande plauso, come era giusto, il quarto centenario della scoperta dell’America, anche Noi Ci associammo a voi con lo stesso animo e la stessa esultanza nel celebrare la memoria di quel felicissimo avvenimento. Né Ci parve sufficiente in quella circostanza fare voti per la vostra salute e la vostra grandezza restando assenti, ma desiderammo essere in qualche modo presenti alle vostre celebrazioni, e perciò volentieri vi abbiamo mandato un Nostro rappresentante.  – Ciò che abbiamo fatto in quella ricorrenza tanto celebre, non lo abbiamo fatto senza ragione, perché la Chiesa, come una madre, abbracciò e strinse al seno la nazione americana, come vagisse nella culla, appena venuta alla luce. In verità, come altre volte abbiamo dimostrato, Colombo voleva cogliere specialmente dalle sue navigazioni e dalle sue fatiche questo frutto: aprire la via al Cristianesimo attraverso nuove terre e nuovi mari. Mirando costantemente a questo scopo, ovunque egli approdava, il suo primo pensiero era di piantare sulla spiaggia la santissima Croce. Come l’arca di Noè, galleggiando sulle acque del diluvio, portava in sé il germe di Israele e le reliquie del genere umano, nello stesso modo le navi di Colombo, affidandosi all’oceano, trasportarono il principio dei grandi Stati e il seme del Cattolicesimo nelle terre oltremare.  – Quello che poi ne seguì non è qui il caso di ricordare in particolare. Certamente per opera del grande Ligure spuntò la luce del Vangelo per uomini ancora selvaggi che egli aveva scoperto. È abbastanza noto quanti Francescani, Domenicani e Gesuiti nei due secoli successivi hanno abitualmente navigato fino a codeste terre per assistere le colonie emigrate dall’Europa, ma prima di tutto e massimamente per convertire gl’indigeni dalla superstizione al Cristianesimo, consacrando non raramente le loro fatiche con la testimonianza del sangue. I nuovi nomi assegnati a tante vostre città, fiumi, monti e laghi dicono, e chiaramente attestano, che le vostre origini sono impresse nelle orme che lasciò costà la Chiesa Cattolica. E forse non accadde senza un particolare disegno della divina provvidenza quanto qui ricordiamo: cioè fu canonicamente istituita presso di voi la gerarchia ecclesiastica, allorché le colonie americane, con l’aiuto dei cattolici, acquistarono libertà e potere, ed onorarono una repubblica fondata sul diritto: nello stesso periodo nel quale il suffragio popolare chiamò il grande Washington al governo della Repubblica, per autorità apostolica venne anche insediato il primo Vescovo della Chiesa Americana. L’amicizia poi e il tratto familiare notoriamente intercorsi fra l’uno e l’altro stanno ad indicare l’opportunità che codeste comunità confederate siano legate alla Chiesa Cattolica da concordia ed amicizia. E ciò non senza ragione. Infatti lo Stato non può reggersi se non con i buoni costumi, e questo acutamente vide e proclamò quel vostro concittadino che poco fa abbiamo nominato, nel quale era tanta la forza d’ingegno e di prudenza civile.  – Ma è soprattutto la Religione che sostiene nel modo migliore la moralità, perché essa è custode e vindice per sua natura di tutti i princìpi dai quali derivano i doveri, e proponendoci le più valide ragioni ad operare, ci comanda di vivere con virtù, e condanna la colpa.  – Ora che altro è la Chiesa se non una legittima società istituita per volere e comando di Gesù Cristo per tutelare la santità dei costumi e la Religione? Per questo motivo, come spesso dalla sublimità del Pontificato Ci siamo sforzati di persuadere, la Chiesa, anche se per se stessa e per sua natura mira alla salvezza delle anime e al conseguimento della celeste felicità, tuttavia anche nelle cose terrene arreca tanti e tali beni, quali di più e maggiori non si potrebbe, se fosse stata principalmente ed esclusivamente istituita per la conservazione del benessere in questa vita terrena.  – Non c’è nessuno che non possa rendersi conto del progressivo, veloce cammino del vostro Stato verso condizioni migliori; ciò anche nelle cose che riguardano la religione. Infatti, come gli Stati nel giro di un solo secolo sono cresciuti in modo rilevante di agi e di potenza, così vediamo che la Chiesa, da piccolissima e fragile, è divenuta rapidamente grande e fiorente. Ora se da un lato l’aumentata ricchezza e potenza degli Stati vengono meritamente attribuite all’ingegnosità e alla instancabile operosità del popolo americano, dall’altro lato la fiorente condizione del Cattolicesimo va attribuita alla virtù, allo zelo e alla prudenza dei Vescovi e del Clero, e in secondo luogo alla fede e alla munificenza dei Cattolici. E così, grazie al valido concorso di ogni ordine di cittadini, si è potuto fondare un gran numero di pie e benefiche istituzioni: chiese, scuole per l’istruzione e l’educazione dei fanciulli, collegi per gli studi superiori, ricoveri per i poveri, ospedali e conventi. Per quello che riguarda più da vicino la cultura dello spirito, che consiste nell’esercizio delle virtù cristiane, abbiamo avuto notizia di tante iniziative che Ci riempiono di speranza e di gioia. Sappiamo che va gradatamente crescendo di numero tanto il Clero secolare come il regolare; che sono apprezzati i Collegi diretti da pii sodalizi e sono in fiore le scuole parrocchiali, le domenicali per l’insegnamento del catechismo e le estive, le società di mutuo soccorso, quelle di pubblica beneficenza contro la povertà, quelle della temperanza: a tutto questo si aggiungono molte altre prove della pietà popolare.

A questa felice situazione contribuiscono senza dubbio gli ordini e i decreti dei vostri Sinodi, specialmente di quelli che più recentemente l’autorità della Sede Apostolica convocò e approvò. Ma, oltre a ciò, Ci piace riconoscere quanto è vero: l’America vive grazie alla saggezza delle sue leggi e delle consuetudini di uno Stato ben costituito. Infatti presso di voi è concesso alla Chiesa, senza alcun provvedimento contrario dello Stato, senza alcuna pastoia delle leggi, difesa anzi contro ogni violenza dal diritto comune e dalla giustizia dei tribunali, di poter vivere e operare sicura senza ostacoli. Tuttavia, anche se queste cose sono vere, si deve combattere l’errore di chi ne deduce di dover prendere dall’America un modello dell’ottimo stato della Chiesa; ovvero essere lecito e giusto, generalmente parlando, che la Chiesa e lo Stato vadano disgiunti e separati secondo l’uso americano. Poiché infatti se nei vostri paesi la realtà cattolica è incolume, prospera e si dilata, ciò è frutto della fecondità concessa da Dio alla Chiesa, la quale, quando non è avversata, per forza propria cresce e si espande, mentre renderebbe frutti ancora più copiosi se, oltre la libertà, godesse anche il favore delle leggi e la protezione del pubblico potere.  – Noi pertanto, per quanto lo permettevano i tempi, non abbiamo tralasciato di confermare e fondare più saldamente il Cattolicesimo presso di voi. A tale scopo, come ben sapete, avemmo di mira principalmente due cose: la prima, promuovere lo studio delle dottrine; l’altra, rendere più efficiente il ministero della Chiesa. Perciò, sebbene si contassero varie ed insigni Università presso di voi, Ci parve tuttavia che fosse opportuno che ne esistesse un’altra, dipendente dalla Sede Apostolica, da Noi dotata di ogni legittimo diritto, nella quale insegnanti cattolici formassero gli studiosi dapprima nelle dottrine filosofiche e teologiche, poi, come il tempo e le circostanze lo permettessero, anche nelle altre materie e specialmente in quelle che la nostra età inventò o perfezionò. Infatti, ogni insegnamento diventa imperfetto se non vi si aggiunge la cognizione delle più recenti scoperte. Considerata questa viva corsa degli ingegni nell’ardente desiderio di sapere così ampiamente diffuso e tanto onesto e lodevole, è opportuno che i Cattolici siano all’avanguardia e non restino indietro; perciò è necessario che si istruiscano in ogni ramo del sapere e si dedichino con grande impegno nella ricerca della verità e nell’indagine, se possibile, su tutta la natura. Questo fu in ogni tempo il desiderio della Chiesa, la quale tanto si adoperò per dilatare i confini delle scienze, quanto lo consentivano la sua possibilità e i suoi mezzi. Noi pertanto con la lettera spedita a Voi, Venerabili Fratelli, il 7 marzo 1889 fondammo a Washington, città capitale, la grande Università per la gioventù desiderosa di apprendere le scienze superiori dopo che voi stessi avevate indicato in maggioranza tale città come la sede più opportuna per gli studi di alto livello.  – E Noi, parlandone in Concistoro ai Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa (1), dichiarammo che in quella Università si deve ritenere come legge che erudizione e dottrina vadano d’accordo con l’integrità della fede, e che i giovani vengano istruiti non meno nella Religione che nelle scienze più elevate. Ordinammo quindi che al buon andamento degli studi nonché alla buona condotta degli allievi presiedessero i Vescovi delle città confederate, e conferimmo all’Arcivescovo di Baltimora — come si dice — il potere e la carica di Cancelliere. E gli inizi furono, grazie a Dio, abbastanza lieti. Infatti, senza indugi, mentre celebravate solennemente il centenario della introduzione della gerarchia ecclesiastica nella vostra patria, furono felicemente iniziati i sacri insegnamenti alla presenza del Nostro Legato. E da quel giorno, come Ci è noto, continuarono nell’insegnamento della teologia illustri insegnanti che sanno unire la fedeltà e l’ossequio alla Sede Apostolica, alla loro insigne dottrina. E non è molto tempo che abbiamo saputo di un pio e munifico sacerdote che ha costruito di sana pianta una casa per l’insegnamento delle scienze e delle lettere per giovani, sia chierici, sia laici. Dall’esempio di questo uomo confidiamo prendano coraggio altri cittadini per imitarlo, poiché conosciamo l’indole degli Americani — né essi stessi possono ignorarlo — i quali sanno che tutto quello che si spende in queste liberalità viene largamente compensato dal bene comune.  – Tutti sanno altresì quale tesoro di dottrina e quanta ricchezza di civiltà la Chiesa di Roma ha diffuso in ogni tempo in tutta Europa istituendo o approvando tali Università. Oggi, pur tacendo degli altri, basta ricordare l’Università di Lovanio, dalla quale l’intera nazione belga riceve quasi quotidianamente aumento di prosperità e di gloria. Uguale e simile abbondanza di vantaggi facilmente deriverà dall’Università di Washington, se insegnanti ed alunni (il che non dubitiamo) ubbidiranno alle Nostre direttive, e se gli uni e gli altri, messe da parte contese e partiti, acquisteranno stima dal popolo e dal Clero.  – E qui vogliamo raccomandare alla vostra carità, Venerabili Fratelli, e alla beneficenza del popolo il Collegio di Roma destinato alla formazione ecclesiastica dei giovani dell’America settentrionale, fondato dal Nostro Predecessore Papa Pio IX e che Noi, con atto del 25 ottobre 1884, confermammo con legittima costituzione; tanto più che quell’Istituto non aveva deluso la comune aspettativa. Voi stessi siete testimoni che dopo poco tempo ne uscirono molti buoni sacerdoti e non mancarono fra essi coloro che per merito e dottrina giunsero alle più alte dignità. Pertanto riteniamo che voi farete opera egregia continuando a mandare in questo luogo scelti giovani, i quali possano crescere a speranza della Chiesa; le ricchezze intellettuali e le virtù morali che avranno accumulato a Roma, essi manifesteranno in patria e metteranno a servizio del bene comune.  – Ugualmente mossi dall’amore che portiamo ai Cattolici della vostra nazione fin dal principio del Nostro Pontificato, abbiamo pensato al terzo Concilio di Baltimora. Ed essendo poi venuti a Roma gli Arcivescovi da Noi invitati, abbiamo chiesto ad essi il loro comune parere; alla fine, con la Nostra Apostolica autorità e dopo matura considerazione, abbiamo stabilito di ratificare quello che a tutti i convenuti era parso giusto decretare a Baltimora. E se ne vide ben presto il frutto. Infatti l’esperienza confermò e tuttora conferma che quei decreti Baltimoresi sono proficui e molto adatti ai tempi. Fin da ora ne appare l’efficacia per stabilire la disciplina, eccitare diligenza e vigilanza nel Clero, tutelare e diffondere l’educazione cattolica della gioventù. E se Noi riconosciamo in queste cose, Venerabili Fratelli, il vostro zelo; se lodiamo la vostra costanza congiunta con la prudenza, non facciamo altro che rendervi giustizia. Comprendiamo benissimo che tanta abbondanza di frutti non poteva maturare se voi stessi non vi foste studiati di eseguire attivamente e fedelmente, secondo le vostre possibilità, quanto avevate sapientemente stabilito a Baltimora.  – Però, terminato il Concilio di Baltimora, restava da coronare l’opera in modo adatto e conveniente: il che Ci parve di realizzare al meglio con la fondazione di una Legazione americana, che Noi stabilimmo, come ben sapete. Con questo fatto, come altre volte dichiarammo, Ci piacque innanzi tutto attestare che, nella stima e benevolenza Nostra, l’America tiene a buon diritto lo stesso posto delle altre nazioni, particolarmente fra le grandi e potenti. Poi mirammo anche a che si stringessero sempre più i vincoli di affetto e di buone relazioni che voi e tante migliaia di cattolici conservate con la Sede Apostolica. Infatti la popolazione cattolica comprese che il Nostro operato mirava al suo bene, ed era inoltre conforme agli usi e al modo di operare della Sede Apostolica. Per questa ragione, fin dalla più remota antichità i Pontefici Romani, avendo da Dio il sommo potere nell’amministrazione della Chiesa, sono soliti inviare loro rappresentanti all’estero, alle genti e ai popoli cristiani. – E ciò non per diritto acquisito, ma per diritto naturale, in quanto “il Pontefice Romano, a cui Cristo conferì il potere ordinario e immediato su tutte le singole Chiese e su tutti i singoli Pastori e fedeli (2), non potendo personalmente visitare ciascuna regione, né esercitare personalmente l’ufficio pastorale verso il gregge affidatogli, necessita talvolta, per il suo dovere di servizio, inviare suoi legati nelle diverse parti del mondo, come richiede il bisogno; tali legati, facendo le veci del Pontefice, correggano gli errori, appianino le difficoltà e amministrino i mezzi di salvezza alle popolazioni affidate alle loro cure” (3).  – Bando a quell’ingiusto e falso sospetto, se pure c’è, secondo il quale il potere conferito al Legato possa nuocere a quello dei Vescovi. I diritti di “coloro che lo Spirito Santo ha posto come Vescovi a reggere la Chiesa di Dio” sono per Noi sacri più che a nessun altro; vogliamo e dobbiamo volere che rimangano inalterati presso ogni popolo e in ogni parte del mondo, specialmente perché la dignità di ogni Vescovo è di sua natura così legata con quella del Pontefice Romano che colui che difende l’una provvede anche all’altra. “Il mio onore è onore di tutta la Chiesa. Il mio onore è la forza e la fermezza dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato quando a nessuno di essi si nega il debito onore” (S.Gregorius, Epist. ad Eulog. Alex., lib. VIII, ep. 30.). –  Pertanto, per quanto potere abbia il Legato Apostolico, essendo proprio di lui e del suo ufficio rappresentare il Papa che l’ha mandato, eseguirne gli ordini e interpretarne la volontà, è così lontano dal recare detrimento all’ordinaria autorità dei Vescovi, ché anzi le apporterà forza e vigore. La sua autorità avrà certamente molto peso per conservare nel popolo l’obbedienza, nel Clero la disciplina e il dovuto rispetto ai Vescovi, e fra i Vescovi la mutua carità e l’intima unione degli animi. La quale unione, tanto salutare e auspicabile, essendo specialmente riposta nella concordia del sentire e dell’operare, farà sì che ciascuno di voi continui a governare con diligenza le cose della propria diocesi; che nessuno impedisca all’altro di liberamente governare, né indaghi sulle intenzioni e i fatti altrui e che, tolto di mezzo ogni dissidio e rispettandosi a vicenda, tutti concorrano col massimo sforzo a promuovere uniti il decoro della Chiesa americana. Non si può esprimere a parole quanto gioverà non solo alla causa dei cattolici, ma anche alla edificazione degli altri, codesta concordia dei Vescovi, perché proprio allora riconosceranno che soltanto nell’ordine dell’Episcopato cattolico è stata realmente trasmessa l’eredità del divino apostolato.  – Vi è ancora un’altra considerazione da fare. È parere di uomini saggi, come Noi stessi volentieri poc’anzi abbiamo espresso, che l’America sia destinata a un grande avvenire. Perciò Noi vogliamo che anche la Chiesa sia partecipe e cooperatrice della prevista grandezza. Senza dubbio riteniamo che sia doveroso e conveniente che anch’essa progredisca a gran passi con lo Stato, approfittando delle buone occasioni che le circostanze presentano, adoperandosi contemporaneamente a che il suo valore e le sue istituzioni giovino il più possibile allo sviluppo delle Comunità. Essa otterrà tanto più facilmente ambedue i vantaggi quanto più, con l’andar del tempo, sarà stabile ed ordinata. Ora, che altro è mai, o a che altro mira la Legazione di cui parliamo, se non a far sì che sia sempre più salda la posizione della Chiesa e meglio rafforzata la disciplina?  – Stando così le cose, desideriamo vivamente che ogni giorno s’imprima con maggior forza negli animi dei Cattolici che nessuno può provvedere meglio al proprio bene privato, né rendersi più benemerito della pubblica prosperità che assoggettandosi alla Chiesa e prestandole una spontanea e intera obbedienza. In questo essi hanno bisogno soltanto di una esortazione, perché già aderiscono spontaneamente e con lodevole perseveranza alle istituzioni cattoliche. E qui Ci piace ricordare una cosa di grande importanza e decisamente salutare sotto ogni aspetto: una cosa che nella fede e nei costumi è in genere considerata religiosamente presso di voi, come è giusto; intendiamo riferirCi al dogma cristiano dell’unità e indissolubilità del matrimonio; dogma nel quale si trova la massima garanzia di sicurezza non solo per la comunità domestica, ma anche per il civile consorzio. Molti vostri concittadini, anche fra coloro che da noi discordano nelle altre cose, ammirano ed approvano la dottrina e il costume cattolico su questo punto, preoccupati come sono dalla licenza dei divorzi. Essi sono indotti a pensare in questo modo non soltanto da amor di patria, ma anche da rettitudine di giudizio. Infatti non si può immaginare una peste più micidiale per la società, che volere solubile quel vincolo che una legge divina ha voluto perpetuo e indissolubile. – “Per causa dei divorzi si rendono mutabili le nozze; si diminuisce la mutua benevolenza; si danno pericolosi eccitamenti alla infedeltà; si reca pregiudizio al benessere e all’educazione dei figli; si offre occasione allo scioglimento delle comunità domestiche; si diffondono i semi delle discordie tra le famiglie; si diminuisce e si abbassa la dignità delle donne, le quali, dopo aver servito alla libidine degli uomini, corrono il rischio di rimanere abbandonate. E poiché per distruggere le famiglie e abbattere la potenza dei regni niente ha maggior forza che la corruzione dei costumi, è opportuno conoscere che contro la prosperità delle famiglie e delle nazioni sono funestissimi i divorzi. (Enc. Arcanum divinæ) Parlando della società civile, tutti sanno notoriamente che in una repubblica popolare, quale è la vostra, importa assai che i cittadini siano onesti e costumati. In una società libera, se la giustizia non è custodita davanti a tutti e fatta rispettare, se il popolo non è richiamato spesso e con premura all’osservanza dei precetti evangelici, la stessa libertà può risultare pericolosa. Tutti quegli ecclesiastici che si dedicano all’istruzione del popolo trattino chiaramente questo argomento dei doveri del cittadino, affinché tutti comprendano e siano persuasi che in ogni ufficio della vita civile occorre osservare fedeltà, disinteresse, onestà: non si può credere lecito nell’amministrazione pubblica quello che è disonesto nel privato. Intorno a questa materia — come sapete — i Cattolici troveranno molte indicazioni da seguire e mettere in pratica nelle stesse encicliche che sovente, durante il Nostro supremo Pontificato, siamo venuti pubblicando. In tali documenti abbiamo trattato della libertà umana, dei principali doveri dei cristiani, del governo civile e della cristiana costituzione degli Stati, secondo i principi che si ricavano sia dal Vangelo, sia dalla ragione. Pertanto, coloro che vogliono essere buoni cittadini ed esercitare fedelmente i loro doveri, potranno facilmente attingere dalle Nostre lettere le regole dell’onestà. Anche i sacerdoti insistano nel ricordare al popolo gli statuti del terzo Concilio Baltimorese, specialmente quelli che trattano della virtù della temperanza, della educazione cattolica della gioventù, dell’uso frequente dei Sacramenti, dell’obbedienza alle giuste leggi e agli statuti dello Stato.  – Anche nell’aderire a società particolari bisogna essere molto cauti, per non cadere in errore. Intendiamo parlare specificamente degli operai, i quali hanno certamente diritto di stringersi in sodalizi per averne benefìci: lo consente la Chiesa, è un diritto naturale; ma importa assai con quale sorta di persone si associano, affinché, dove cercano aiuto per migliorare le loro condizioni, non trovino invece da mettere a repentaglio interessi d’un ordine molto più alto. Per evitare tale pericolo facciano il fermo proposito di non consentire mai che in nessun momento e in nessuna occasione si abbandoni la giustizia. Se c’è dunque qualche organizzazione che sia diretta da uomini non saldamente ancorati alla giustizia, né amici della Religione, e che obbligano a prestar loro obbedienza, tale sodalizio potrà portare molti danni privati e pubblici, ma nessun vantaggio. Ne deriva come conseguenza che occorre evitare non solo le società apertamente condannate dalla Chiesa, ma anche quelle che, a giudizio delle persone prudenti e specialmente dei Vescovi, sono sospette e pericolose.  – Anzi, per custodire meglio la purezza della fede, i Cattolici devono associarsi preferibilmente con i Cattolici, a meno che la necessità non richieda altrimenti. E quando sono uniti in società, facciano sì che alla loro testa ci siano sacerdoti o laici probi e autorevoli; attenendosi ai loro consigli, curino di prendere ed eseguire pacatamente quei provvedimenti che tornino loro più vantaggiosi, tenendo per norma specialmente le istruzioni che Noi abbiamo date nell’enciclica Rerum novarum. Ma ricordino sempre che è cosa buona e lodevole tutelare i diritti del popolo, a patto però di non trascurare i doveri. Doveri fondamentali sono: non toccare le cose d’altri; lasciare a ciascuno libertà nelle cose sue; non impedire a nessuno di prestare l’opera sua dove e quando gli piace. I disordini violenti e tumultuosi accaduti l’anno scorso nella vostra patria, vi avvertono che anche l’America è minacciata dall’audacia terribilmente disastrosa di nemici. Dunque le stesse circostanze dei tempi spronano i Cattolici ad adoperarsi per la comune tranquillità, ad osservare quindi le leggi, ad astenersi dalla violenza, a non pretendere più di quello che l’equità o la giustizia possano consentire.  – A questo intento possono cooperare assai coloro che si sono dati al lavoro di scrittori, specialmente quelli che operano nei giornali quotidiani. Non ignoriamo che in questa palestra faticano molte persone egregiamente preparate, l’attività delle quali è più degna di lode che bisognosa di stimolo. Ma essendo tra voi così grande il desiderio di leggere e sapere, e questo potendo diventare un’ampia sorgente di beni o di mali, bisogna fare ogni sforzo per accrescere il numero dei buoni e bravi scrittori, che abbiano per guida la fede religiosa e per compagna la probità. E ciò in America appare anche più necessario per la convivenza e la promiscuità fra Cattolici e dissidenti; il che fa sì che i nostri abbisognino di somma cautela e di singolare costanza. È necessario istruirli, ammonirli, confortarli, incitarli a coltivare le virtù e ad osservare fedelmente i doveri verso la Chiesa in mezzo a tanti pericoli. Certamente, curare tali cose ed occuparsi di esse è dovere proprio e fondamentale del Clero: ma le circostanze dei tempi e dei luoghi richiedono che anche i giornalisti vi prendano parte attiva e combattano per la stessa causa con tutte le loro forze. Riflettano però seriamente che la loro opera di scrittori sarà poco utile alla Religione, se non dannosa, se mancherà la concordia degli animi e non saranno tutti rivolti allo stesso scopo. Coloro che vogliono servire utilmente la Chiesa, coloro che si propongono davvero di promuovere con la penna gl’interessi cattolici, debbono combattere uniti, in schiere compatte, poiché se alcuni, con la discordia, disperdono le forze, sembrano operare più dalla parte dei nemici che dei difensori. Nello stesso modo gli scrittori cambiano la loro attività, da virtuosa e salutare, in velenosa e deleteria ogni volta in cui ardiscono sottoporre al proprio sindacato i provvedimenti e le azioni dei Vescovi, e riprenderli e criticarli senza il dovuto rispetto, senza pensare al grave disordine che provocano e ai tanti mali che ne derivano. Si ricordino sempre del loro dovere e pertanto non oltrepassino mai i confini della moderazione. Ai Vescovi, collocati in altissimo grado di autorità, si deve obbedienza e si deve adeguato rispetto alla grandezza e alla santità del loro grado. Codesto rispetto, al quale nessuno può sottrarsi, “deve essere chiaro, evidente ed esemplare, specialmente da parte dei giornalisti cattolici. Infatti i giornali, prodotti appunto per essere largamente diffusi, corrono ogni giorno per le mani di tutti, e non è piccola l’influenza che essi esercitano sulle opinioni e sui costumi delle moltitudini” (4). Noi stessi abbiamo spesso prescritto molte norme sui doveri del bravo scrittore; molte norme sono pure state stabilite di comune accordo dal terzo Concilio Baltimorese e poi rinnovate dagli Arcivescovi che nel 1893 sono convenuti a Chicago. I cattolici si imprimano dunque nel cuore questi documenti Nostri e vostri e si persuadano che a norma di essi deve essere regolata tutta la loro opera di scrittori, se vogliono, come debbono, fare tutto il loro dovere.  – Il Nostro pensiero già si svolge a coloro che nella fede cristiana dissentono da Noi. Chi di essi vorrà negare che una gran parte di loro dissente più per consuetudine ereditaria che per deliberato proposito? Quanta sollecitudine Noi abbiamo della loro salvezza e con quanto ardore desideriamo il loro ritorno in seno alla Chiesa, madre comune di tutti, lo abbiamo ultimamente dichiarato nella Nostra Lettera Apostolica “Præclara”. E non perdiamo la speranza: è presente e ci segue Colui cui obbediscono tutte le cose e che offrì la sua vita “per radunare insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv XI, 52). Certamente non dobbiamo abbandonarli, non dobbiamo lasciarli in balìa di se stessi, ma con dolcezza e carità grandissima attirarli a noi, persuadendoli in tutti i modi affinché si applichino a studiare a fondo tutte le parti della dottrina cattolica e a spogliarsi dei pregiudizi. E se in quest’opera il primo compito è dei Vescovi e del Clero, il secondo è dei laici, che possono sempre aiutare l’opera apostolica del Clero con la probità dei costumi e con l’integrità della vita. Grande infatti è la forza dell’esempio, specialmente su coloro che cercano di cuore la verità e che per una certa naturale virtù sono onesti: molti fra voi sono di tal fatta. Se lo spettacolo delle virtù cristiane tanto poté sui pagani accecati da un’antica superstizione, come ci attestano i documenti scritti, forse nulla varrà a sradicare gli errori in coloro che sono già iniziati nel Cristianesimo?  – Infine non possiamo passare sotto silenzio coloro la cui diuturna infelicità implora e sollecita il soccorso degli uomini apostolici; vogliamo dire gl’Indiani e i Negri che vivono nelle regioni americane e che per la maggior parte non hanno rigettato le tenebre della superstizione. Che grande campo da coltivare! Quanto popolo a cui portare i benefìci della Redenzione di Gesù Cristo!  –  Frattanto, auspice dei celesti doni e come testimonianza della Nostra benevolenza, a voi, Venerabili Fratelli, al Clero e al vostro popolo impartiamo con grande affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio, Epifania del Signore, dell’anno 1895, decimosettimo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

(1) Die XXX Decembr. an. MDCCCLXXXIX.

(2) Conc. Vat., Sess. IV, c.3.

(3) Cap. un. Extravag. Comm. De Consuet. I.1.

(4) Ep. Cognita Nobis ad Archiepp. et Epp. Provinciarum Taurinen. Mediolanen. Vercellen., XXV Ian. an.MDCCCLXXXII.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I LUPI ERETICI DI TORNO: CARITATIS STUDIUM di S. S. LEONE XIII

Questa lettera enciclica, benché diretta alla Chiesa di Scozia, contiene numerosi spunti dottrinali. Viene ancora e sempre ribadito il primato assoluto di Pietro e della sua Sede, su tutte le chiese dell’orbe, e l’assoluta preminenza dottrinale del Magistero pontificio. E l’insegnamento è ancor più attuale ai nostri giorni, in cui una falsa e blasfema setta ha usurpato la Sede del Sommo Pontefice spacciandosi, angelo di luce mascherato, per Chiesa di Cristo, e tutti si sentono in dovere ed in diritto di esprimere qualsiasi idiozia teologica senza fondamento dottrinale ed “… Infatti, in questo vorticoso cammino delle idee, ci sono parecchi uomini che dalla brama di disquisire su ogni cosa con arroganza e dal disprezzo dell’antichità sono sviati a tal punto da non dubitare di negare ogni fede al sacro volume, o almeno di sminuirla. Di certo gli uomini gonfi per presunzione di scienza e troppo fiduciosi del proprio giudizio, non capiscono come sia pieno di impudente temerità il valutare in modo del tutto umano le opere che sono di Dio; e per questo non ascoltano affatto Agostino che proclama: “Onora la Scrittura di Dio, onora la Parola di Dio anche se è oscura, metti in secondo piano, con la pietà, l’intelligenza”. Ovviamente si precisa che l’unico criterio di giudizio degno di fede, è il Magistero della Chiesa Cattolica, unica bussola certa, sicura e divinamente infallibile per orientarsi nel mare di congerie intellettualoidi psico-distorte in auge presso scriteriati e improbabili “teologi fai da te”, che fanno capo a sette eretiche e scismatiche, come il Novus ordo Vat. II, le (para)massoniche Fraternità pseudo-sacerdotali, le organizzazioni scismatiche di surreali monasteri o chiesetta da operetta (tipo palmariana), o come i sedevacantisti feeneysti, i sedevacantisti apocalittici, i tesisti antiteologici e chi più ne ha più … La dottrina vera distingue il Cattolico dai lupi infiltrati nel gregge, quindi seguiamo il consiglio di salvezza del Sommo Pontefice, e tutto ciò che non è conforme alla dottrina divina della Chiesa Cattolica, sia da rigettare … anathema sit!!

Leone XIII

Caritatis studium

Lettera Enciclica

25 luglio 1898

Il magistero della Chiesa in Scozia.

Lo zelo di carità che Ci rende solleciti per la salvezza dei fratelli dissidenti, non permette in alcun modo che Noi rinunciamo alla possibilità di richiamare all’abbraccio del Pastore buono coloro che un multiforme errore tiene lontani dall’unico ovile di Cristo. Sempre più fortemente ogni giorno ci rattristiamo per la misera sorte di un così grande numero di uomini che sono privi della integrità della fede cristiana. Pertanto, consapevoli della Nostra santissima funzione e come spinti dalla persuasione e dall’impulso interiore del Salvatore che tanto ama gli uomini, e la cui persona, senza alcun Nostro merito, rappresentiamo, persistiamo pieni di speranza nel chiedere con insistenza che vogliano finalmente anche loro rinnovare con noi la comunione dell’unica e medesima Fede. Opera grande, e fra le opere umane di gran lunga la più difficile da ottenersi: e il portarla a compimento appartiene soltanto a colui che può tutto. Dio. Per questo stesso motivo però, non ci perdiamo d’animo, e neppure siamo distolti dal proposito dalla grandezza delle difficoltà, che le forze umane da sole non possono vincere. “Noi infatti predichiamo Cristo crocifisso. … E ciò che è debolezza di Dio, è più forte degli uomini” (1Cor 1, 23-25). In tanto grande sviamento di opinioni, in mali tanto numerosi che incalzano e incombono, ci sforziamo di mostrare quasi con mano dove sia da ricercare la salvezza, esortando e ammonendo tutte le genti, affinchè alzino “gli occhi verso i monti, da dove verrà l’aiuto”. Infatti, ciò che Isaia aveva predetto come futuro, lo ha confermato l’evento: la chiesa di Dio appunto, che per l’origine divina e per il divino splendore così si segnala, da mostrarsi grandemente mirabile agli occhi di coloro che guardano: “Alla fine dei giorni, il monte della casa del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli” (Is II,2).  – In questi Nostri pensieri e progetti, tiene un posto speciale la Scozia, che, gradita lungamente e assai a questa Sede Apostolica, Noi stessi abbiamo cara proprio per uno specifico motivo. Ricordiamo infatti con piacere che vent’anni or sono abbiamo dedicato le primizie del ministero apostolico agli scozzesi: il secondo giorno dall’inizio del Pontificato, ci siamo occupati della restaurazione presso di loro della gerarchia ecclesiastica. Da quel tempo, con l’appoggio vostro, venerabili fratelli, e con quello del vostro clero, sempre ci siamo dedicati molto chiaramente al bene di questa gente, la cui indole li rende senza dubbio molto adatti alla verità da abbracciare. Ora poi, dato che Ci troviamo in quell’età in cui è ormai più vicina l’umana conclusione, Ci è sembrato opportuno rivolgerci a voi, venerabili fratelli, e offrire al vostro popolo un nuovo documento della attenzione apostolica. – Quella terribile turbinosa tempesta che nel secolo sedicesimo ha fatto irruzione nella Chiesa, come moltissimi altri in Europa, così allontanò la maggior parte degli scozzesi dalla Fede Cattolica, che per più di mille anni avevano conservato con gloria. È cosa a Noi gradita richiamare con il pensiero le non piccole benemerenze dei vostri antenati verso la causa cattolica, e ugualmente Ci piace ricordare coloro, certamente non pochi, per la cui virtù e le cui gesta si è reso famoso il nome della Scozia. Forse oggi però i vostri cittadini si rifiutano di ricordare a loro volta che cosa debbono alla chiesa cattolica e alla sede apostolica. Ricordiamo cose a voi note e assolutamente certe. – Nei vostri antichi annali si legge di un certo Niniano, scozzese, che, avendo sentito con più ardore mentre leggeva le sacre Scritture lo slancio del progresso spirituale, ebbe a dire: “Mi alzerò, attraverserò i mari e le terre, cercherò la verità che la mia anima ama. Ma occorrono davvero tanto grandi cose? Non è stato forse detto a Pietro: “Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa”? Dunque nella fede di Pietro non c’è nulla di meno, nulla di oscuro, nulla di imperfetto, nulla di ostile per cui le dottrine depravate e le sentenze perverse, quasi porte dell’inferno, siano in grado di prevalere. E dove è la fede di Pietro, se non nella sede di Pietro? Di certo là, è là che io debbo andare, affinché uscendo dalla mia terra e dalla mia parentela, e dalla casa di mio padre, meriti di vedere nella terra di visione la volontà del Signore e di essere protetto dal suo tempio”. Si affrettò dunque pieno di riverenza verso Roma; e avendo con larghezza appreso presso i sepolcri degli Apostoli dallo stesso fonte e capo della cattolica verità, su ordine e mandato del Sommo Pontefice, ritornato a casa, educò i cittadini con gli esempi della fede romana, fondò la chiesa di Galloway, due secoli prima che il beato Agostino giungesse presso gli inglesi. Questa fede san Colomba, questa stessa gli antichi monaci, con le virtù così preclare dei quali è nobilitata la sede di Iona, questa essi custodirono con il massimo ossequio e insegnarono ad altri con la più grande diligenza. E perché non ricordare la regina Margherita, luce e splendore non soltanto della Scozia, ma del nome Cristiano in genere? Posta al vertice di cose mortali, avendo tuttavia aspirato in tutta la sua vita soltanto a ciò che è immortale e divino, riempì tutta la terra con lo splendore delle sue virtù. Ora poi, se ha raggiunto una santità così eccelsa, l’ha raggiunta per ispirazione e su impulso della Fede Cattolica. Non è poi forse la fermezza della Fede Cattolica che ha reso fortissimi difensori della patria Wallace e Bruce, luminari della vostra gente? Tralasciamo gli altri innumerevoli cittadini grandemente utili alla società, che la chiesa madre non ha mai cessato di formare. Tralasciamo tutti gli altri aiuti che sono stati a voi dati pubblicamente per mezzo di essa. Certamente con la sua provvidenza e autorità sono state aperte le sedi famosissime per gli ottimi studi di St. Andrews, Glasgow, Aberdeen, ed è stato costituito lo stesso sistema di amministrazione dei giudizi civili. Si capisce quindi che c’è un motivo sufficiente per cui il nome di “figlia speciale della Santa Sede” sia stato attribuito alla gente di Scozia.  – Da quel tempo però si è compiuto un grande rivolgimento e si è estinta in moltissime persone la fede degli avi. Dovremo forse pensare che non si potrà mai più rinnovare? Anzi, si manifestano invece alcuni segni inequivocabili che invitano a nutrire buona speranza riguardo agli scozzesi. Vediamo infatti che di giorno in giorno i Cattolici vengono considerati con maggiore gentilezza e benevolenza; che ai dogmi della sapienza cattolica non si mostra più, come un tempo, il disprezzo da parte del popolo, da molti invece simpatia, da non pochi rispetto; che le perverse opinioni che impediscono fortemente il discernimento del vero, a poco a poco vengono meno. E voglia il cielo che fiorisca con più abbondanza la ricerca della verità; e non si deve neppure dubitare che una più alta conoscenza della religione cattolica, ottenuta appunto genuina dalle sue fonti, e non da quelle altrui, cancelli totalmente dalle anime siffatti pregiudizi. – A tutti gli scozzesi si deve poi tributare una non piccola lode: hanno sempre avuto la consuetudine di studiare e riverire le divine Scritture. Permettano dunque che Noi con amore attingiamo qualcosa da questo argomento in ordine alla loro salvezza. È evidente che in questa venerazione delle sacre lettere, di cui abbiamo parlato, è in certo qual modo presente un qualche accordo con la Chiesa Cattolica; perché non potrebbe essere finalmente l’inizio del ristabilimento dell’unità? Non rifiutino di ricordare di aver ricevuto i libri dei due Testamenti dalla Chiesa Cattolica e non da altri: e che si deve alla vigilanza e alle continue attenzioni di questa se le sacre lettere sono uscite integre dalle terribili tempeste dei tempi e delle situazioni. – La storia dimostra che già nell’antichità il III Concilio di Cartagine e il pontefice romano Innocenzo I hanno operato con merito immortale per l’integrità delle Scritture. Più recentemente, sono note le vigilanti fatiche del medesimo genere di Eugenio IV e del Concilio di Trento. E anche Noi stessi, ben consapevoli dei tempi, con una lettera enciclica pubblicata recentemente, abbiamo richiamato con severità i Vescovi del mondo cattolico, e li abbiamo ammoniti diligentemente sul da farsi per salvaguardare l’integrità e la divina autorità delle sacre lettere. – Infatti, in questo vorticoso cammino delle idee, ci sono parecchi uomini che dalla brama di disquisire su ogni cosa con arroganza e dal disprezzo dell’antichità sono sviati a tal punto da non dubitare di negare ogni fede al sacro volume, o almeno di sminuirla. Di certo gli uomini gonfi per presunzione di scienza e troppo fiduciosi del proprio giudizio, non capiscono come sia pieno di impudente temerità il valutare in modo del tutto umano le opere che sono di Dio; e per questo non ascoltano affatto Agostino che proclama: “Onora la Scrittura di Dio, onora la Parola di Dio anche se è oscura, metti in secondo piano, con la pietà, l’intelligenza”. “Coloro che studiano le venerabili lettere debbono essere esortati… a pregare per poter comprendere”. “Non affermino temerariamente come conosciuto ciò che invece non è conosciuto … nulla deve essere affermato con temerarietà, ma ogni cosa deve essere trattata cautamente e con modestia”. – Pur tuttavia, siccome la Chiesa doveva sussistere in perpetuo, essa ha dovuto essere fondata non sulle sole Scritture, ma su di un qualche altro fondamento. Spettò certo al suo divino fondatore fare in modo che il tesoro delle celesti dottrine non venisse mai dissipato nella Chiesa; cosa che sarebbe necessariamente avvenuta, se lo si fosse affidato all’arbitrio dei singoli. È dunque evidente che fin dall’inizio della Chiesa è stato necessario un Magistero vivo e perenne, al quale fosse affidato dall’autorità di Cristo sia l’insegnamento salvifico di tutte le altre verità, sia l’interpretazione sicura delle Scritture; e che questo Magistero, munito e custodito dalla continua assistenza dello stesso Cristo, nel suo insegnamento, non potesse in alcun modo cadere in errore. A questo Dio ha provveduto con grandissima sapienza e larghezza per mezzo del suo unigenito Figlio, Gesù Cristo: e questi ha posto al sicuro l’autentica interpretazione delle Scritture quando ha ordinato ai suoi Apostoli, prima di tutto e principalmente, di non mettere mano alla scrittura, e di non distribuire senza discernimento e senza regola i libri delle Scritture più antiche, ma di insegnare a tutte le genti a viva voce, e di condurle con la parola alla conoscenza e alla professione della celeste dottrina: “Andate in tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). – Il primato poi dell’insegnamento lo ha affidato a uno solo, sul quale doveva poggiarsi, come sul fondamento, la totalità della chiesa docente. Consegnando infatti a Pietro le chiavi del regno dei cieli. Cristo gli affidò, nello stesso tempo, di reggere gli altri che dovevano dedicarsi al “ministero della parola”: Conferma i tuoi fratelli” (Lc XXII,32). Dovendo così i fedeli imparare da questo magistero tutto ciò che riguarda la salvezza, è necessario che essi gli richiedano anche la stessa intelligenza dei libri divini. – Appare poi facilmente come sia incerta e incompleta, e inadeguata allo scopo, la dottrina di coloro che pensano che si possa ricercare il senso delle Scritture unicamente sulla base delle Scritture stesse. Infatti, ammesso questo principio, il criterio supremo della interpretazione è posto infine nel giudizio dei singoli. Allora, cosa di cui ci siamo occupati prima, a seconda della disposizione d’animo, di ingegno, di conoscenze, di costumi con cui ciascuno si sarà accostato alla lettura, così interpreterà il significato della Parola divina sulle medesime cose. Di conseguenza, la differenza di interpretazione genera necessariamente la diversità del sentire e le contese, trasformando così in occasione di male, ciò che era stato dato per il bene dell’unità e della concordia. – La realtà stessa dimostra che Noi parliamo secondo verità. Infatti, tutti coloro che sono privi della fede cattolica e le sette fra loro in disaccordo riguardo alla religione, avanzano tutte la pretesa che le sacre Scritture confermano le loro convinzioni e le loro istituzioni. Tanto più che non vi è nessun dono di Dio così santo di cui l’uomo non possa abusare a sua rovina, quanto le stesse divine Scritture, come con gravi parole il beato Pietro ammonisce: “Gli ignoranti e gli instabili corrompono [le divine scritture]… per loro propria rovina” (2Pt III,16). Per questo motivo Ireneo, molto vicino al tempo degli apostoli e loro interprete fedele, non ha mai cessato di inculcare nelle menti degli uomini che la conoscenza della verità può essere ricevuta soltanto dalla viva dottrina della chiesa: “Dove infatti c’è la Chiesa, lì c’è pure lo Spirito di Dio, e dove c’è lo Spirito di Dio lì c’è la Chiesa e ogni grazia; lo Spirito è la verità …”. “Dove si trovano i carismi del Signore, là bisogna imparare la verità, presso coloro in cui si trova la successione Apostolica della Chiesa”.” Se i Cattolici, anche se non così uniti nell’ambito delle cose civili, sono tenuti tuttavia congiunti e connessi fra di loro nella meravigliosa unità della fede, non c’è il minimo dubbio che lo siano in virtù e ad opera principalmente di questo Magistero. – Molti scozzesi separati da noi nella fede, amano tuttavia il Nome di Cristo con tutto il cuore, e cercano di osservare i suoi insegnamenti e di imitare i suoi santissimi esempi. Ma con quale intelletto e con quale cuore potranno mai conseguire ciò che perseguono, se non permettono di essere ammaestrati loro stessi e gli altri alle cose celesti in quel modo e per quella via che lo stesso Cristo ha costituito? Se non sono in ascolto della parola della Chiesa, al cui insegnamento lo stesso Autore della fede ordinò agli uomini di obbedire come a lui stesso: “Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me”? Se non chiedono gli alimenti della pietà e di tutte le virtù a colui che il Pastore supremo delle anime ha costituito Vicario della sua funzione, affidandogli la cura di tutto il gregge? Nel frattempo è certo che Noi non verremo meno al Nostro compito: prima di tutto quello di chiedere supplici a Dio che voglia concedere alle menti inclinate al bene un più abbondante sostegno della sua grazia. Possa davvero la bontà divina, da Noi supplicata, donare alla madre Chiesa questa desideratissima consolazione: potere riabbracciare molto presto tutti gli scozzesi ricondotti “in spirito e verità” alla fede dei padri. Che cosa non devono essi sperare da questa recuperata concordia con noi? Subito risplenderebbe ovunque la perfetta e assoluta verità con il possesso dei beni supremi che avevano perduto con la secessione. Tra questi beni uno di gran lunga si distingue, e la cui privazione è veramente miserevole: intendiamo il sacrificio santissimo nel quale Gesù Cristo, sacerdote e vittima nello stesso tempo, si offre Lui stesso ogni giorno al Padre, per il ministero dei suoi sacerdoti sulla terra. In virtù di questo sacrificio vengono a noi applicati gli infiniti meriti di Cristo, prodotti appunto dal sangue divino che Lui, posto sulla croce, per la salvezza degli uomini ha effuso una volta per tutte. La fede in queste cose fioriva integra presso gli scozzesi nel tempo in cui san Colomba trascorreva la sua vita mortale: e poi anche più tardi, quando qua e là furono edificati grandiosi templi, che attestano per i posteri lo splendore dell’arte e della pietà dei vostri antenati. – L’essenza stessa e la natura della Religione implicano in realtà la necessità del Sacrificio. In questo infatti risiede la parte essenziale del culto divino, nel riconoscere e riverire Dio come il supremo Dominatore di tutte le cose, sotto il cui potere ci troviamo noi e tutte le nostre cose. Non vi è infatti altra ragione e causa del Sacrificio, che proprio per questo è detto “cosa divina”: eliminati i sacrifici, nessuna religione può sussistere e nemmeno essere pensata. La legge dell’evangelo non è inferiore alla legge antica: è anzi di molto superiore, perché essa ha pienamente portato a compimento ciò che quella aveva iniziato. Molto tempo prima che Cristo nascesse, i sacrifici praticati nell’Antico Testamento prefiguravano infatti il Sacrificio compiuto sulla croce; dopo la sua Ascensione al cielo, quel medesimo sacrificio viene continuato con il sacrificio eucaristico. Errano pertanto grandemente coloro che lo respingono come se fosse una diminuzione della verità e della forza del sacrificio che Cristo ha compiuto inchiodato alla croce: “essendosi offerto una sola volta per espiare i peccati di molti” (Eb IX, 28). – Quella è stata una purificazione degli uomini del tutto perfetta e assoluta: e non è affatto un’altra, ma è la stessa, quella contenuta nel Sacrificio Eucaristico. Poiché infatti era necessario che un rito sacrificale accompagnasse in ogni tempo la Religione, il divino disegno del Redentore fu che il sacrificio consumato una volta per tutte sulla croce, diventasse perpetuo e perenne. La ragione di questa perpetuità è contenuta nella santissima Eucaristia, che non presenta soltanto una vana figura o memoria della cosa, ma la stessa verità, quantunque in un modo diverso: per questo l’efficacia di questo sacrificio, sia per ottenere sia per espiare, deriva totalmente dalla morte di Cristo: “Poiché da dove sorge il sole fin dove tramonta, il mio nome è grande fra le genti; e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un’oblazione pura; perché grande è il mio nome fra le genti” (Mal 1,11). – Quanto al resto, poi, il Nostro discorso si riferisce più propriamente a coloro che professano il nome cattolico: e per questo semplice motivo, perché vogliano con la loro opera essere di un qualche giovamento al Nostro progetto. La carità cristiana comanda di ricercare, secondo le possibilità di ciascuno, la salvezza dei più vicini. A loro domandiamo quindi, prima di tutto, di non desistere dal pregare e supplicare per questo motivo Dio, il quale soltanto può effondere nelle menti la luce efficace e piegare le volontà a suo piacimento. Infine, poiché soprattutto gli esempi hanno il potere di piegare le anime, si dimostrino loro stessi degni della verità di cui per dono divino sono in possesso; e alla consuetudine di una vita bene ordinata, aggiungano il pregio della fede che professano: “La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini, affinchè vedano le vostre opere buone” (Mt 5,16). E conseguano insieme, con l’esercizio delle virtù civili, che di giorno in giorno sempre più sia manifesto che non è possibile presentare, se non per calunnia, la religione cattolica come nemica della nazione: anzi da nessun’altra parte si ritrova un aiuto maggiore per la sua dignità e il pubblico vantaggio. – È poi anche di grande utilità custodire con ogni impegno, anzi rendere ancora più solida, e circondare con ogni difesa, l’educazione cattolica dei giovani. Noi sappiamo bene che ci sono presso di voi delle scuole di carattere pubblico adeguatamente organizzate per la gioventù desiderosa di imparare, nelle quali non si sente certo la mancanza di un ottimo metodo di studio. Ma è necessario sforzarsi e fare sì che le scuole cattoliche non siano in nulla inferiori alle altre; e non si deve neppure fare in modo che i nostri adolescenti siano meno preparati nella cultura letteraria e nella finezza della dottrina, cose che la fede cristiana reclama come stimatissime compagne per la sua difesa e per il suo ornamento. L’amore della Religione e la carità di patria esigono dunque che tutti gli istituti che i Cattolici convenientemente possiedono, sia per l’istruzione elementare sia per l’insegnamento delle discipline superiori, essi cerchino di rafforzarli e di accrescerli secondo le loro possibilità. – È anche giusto che si curi particolarmente l’erudizione e la cultura del clero, che oggi può mantenere con dignità e con utilità il suo posto soltanto se risplenderà di ogni pregio di cultura e di dottrina. A questo proposito proponiamo alla beneficenza dei cattolici di aiutare con il massimo zelo il Collegio Blairsense. Opera utilissima, avviata con grande zelo e generosità da un devotissimo cittadino, non si permetta con una interruzione che venga meno e che vada in rovina, ma con emula generosità si proceda anche in meglio, e si giunga celermente al compimento. Questo infatti ha un grande valore, come è grande il valore del provvedere affinché in Scozia l’ordine sacro possa davvero essere curato scrupolosamente e in modo conforme ai tempi. – Tutte queste cose, venerabili fratelli, che il nostro sentire così benevolo verso gli scozzesi Ci ha fatto dire, sappiate intenderle come particolarmente affidate al vostro zelo e alla vostra carità. Inoltre, della premura di cui a Noi avete ora dato prova in modo eccellente, continuate a dar prova, affinchè siano compiute queste cose che sembrano non poco giovevoli allo scopo prefissato. Certamente si tratta di una causa difficilissima, come spesso abbiamo dichiarato, e ben al di là delle forze umane per essere risolta; ma di gran lunga santissima e del tutto conforme ai disegni della bontà divina. Per questo non tanto Ci impressiona la difficoltà della cosa, quanto ci consola il pensiero che mai mancherà l’aiuto di Dio misericordioso a voi che vi impegnate assiduamente a seguire le Nostre prescrizioni. –  Come garanzia dei doni celesti e testimonianza della Nostra paterna benevolenza, a voi tutti, venerabili fratelli, al clero e al vostro popolo, impartiamo con grande affetto nel Signore la benedizione apostolica.

Roma, presso san Pietro, 25 luglio 1898, anno XXI del Nostro pontificato.

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: AUDITRICEM POPULI di S. S. LEONE XIII

Il Sommo Pontefice Leone XIII, esorta l’orbe cristiano ad unirsi, nel mese di ottobre particolarmente, nella Recita del Santo Rosario, ancora e sempre definito mezzo di salvezza e di unione sotto il manto dell’Augusta Regina del cielo, ed in questa Enciclica: Regina degli Apostoli. Numerose ancora sono le citazioni del Papa, e pressante è l’invito alla riunione dei popoli dissidenti Orientali che tributano da sempre gli onori dovuti alla Madre di Dio. Tali auspici, purtroppo non si sono ancora realizzati, anzi alle divisioni storiche tra Cristiani d’Oriente e d’Occidente, si sono aggiunte defezioni impressionanti, con l’allontanamento dalla dottrina verace cattolica di sette dominanti oggi, come il satanico “novus ordo”, l’anti-chiesa a-cattolica, con annesse “stampelle” pseudo-tradizionaliste come le massoniche fraternità non-sacerdotali, e gli scismatici sedevacantisti. A noi “pusillus grex”, non resta che far nostri gli auspici ed i desideri dei Sommi “veri” Pontefici di sempre, e in questo caso di Papa Leone XIII, di ricorrere cioè al Santo Rosario, bastone e fionda per abbattere il Golia massonico del novus ordo accompagnato nella sua apostasia da pseudotradizionalisti vari. Possa la Santissima Vergine, Madre di Dio, operare quanto prima il restauro della Chiesa Cattolica attualmente eclissata ed in esilio, come già in altri tempi, e riportare ai fasti ed alla gloria fulgida l’unica e vera Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana. Allora, afferriamo il Santo Rosario e preghiamo con fiducia: Santa Maria, Mater Dei, ora pro nobis!

Adiutricem populi
Leone XIII

Lettera Enciclica

5 settembre 1895

È cosa buona celebrare con lodi sempre più grandi ed implorare con sempre più viva confidenza la Vergine Madre di Dio, potente e misericordiosissima Ausiliatrice del popolo cristiano. I motivi di questa confidenza e di queste lodi infatti vengono moltiplicati da quel ricco e svariato tesoro di benefici sempre più abbondanti sparsi in ogni dove da Maria per il comune benessere. – E, in cambio di tale munificenza, i Cattolici non sono certo venuti meno al loro dovere di profonda riconoscenza. Poiché, oggi più che mai, nonostante la presente lotta contro la Religione, possiamo vedere accresciuti e sempre maggiormente infervorati, in ogni classe della società, l’amore e il culto verso la beata Vergine. E il ricostituirsi e il moltiplicarsi delle confraternite sotto il suo patrocinio, la costruzione di sontuosi monumenti dedicati all’augusto suo nome, i pellegrinaggi di folle devotissime ai suoi santuari più venerati, i congressi aventi come scopo una sempre maggiore diffusione della sua gloria e innumerevoli altre manifestazioni di questo genere, eccellenti di per se stesse e di felice augurio per l’avvenire, sono luminosa prova di questo fatto. Ma a Noi piace ricordare qui in modo speciale che fra le molteplici forme di pietà verso Maria, la più stimata e praticata è quella così eccellente del Santo Rosario. Ciò è di grande gioia per Noi, dicevamo; poiché, se abbiamo dedicato notevole parte delle Nostre premure a propagare la devozione del rosario, tocchiamo con mano con quale benevolenza la Regina del cielo, così invocata, abbia corrisposto ai Nostri voti; come speriamo che ella vorrà anche addolcire i dolori e le amarezze, che i prossimi giorni ci preparano. – Ma è soprattutto per la diffusione del Regno di Cristo che Noi attendiamo dalla potenza del Santo Rosario un più efficace soccorso. L’intento che Noi ora con più vivo desiderio ci prefiggiamo, come spesso abbiamo detto, è la riconciliazione dei popoli separati dalla Chiesa; dichiarando nello stesso tempo che il successo dobbiamo ripromettercelo soprattutto dalle ferventi preci rivolte all’onnipotenza divina. Ciò Noi abbiamo anche recentemente affermato in occasione della solennità della Pentecoste, raccomandando di rivolgere, per questa intenzione, speciali preghiere allo Spirito Santo. E sappiamo che al Nostro invito è stato risposto da per tutto con grande premura. Ma, data l’importanza della difficile impresa e la necessità di perseverare in ogni santo ardimento, molto a proposito cade il consiglio dell’apostolo: “Perseverate nella preghiera” (Col IV, 2); tanto più, poi, che i felici inizi dell’opera sono di incitamento a questa perseveranza nella preghiera. Pertanto, venerabili fratelli, voi farete la cosa più utile a questo scopo, e a Noi più gradita, se, durante tutto il prossimo ottobre, voi e i vostri fedeli invocherete con Noi devotissimamente la Vergine Madre, con la recita del Santo Rosario nelle forme prescritte. Potenti motivi ci spingono ad affidare alla sua protezione, con assoluta fiducia, i Nostri progetti e i Nostri voti. – Il mistero dell’immenso amore di Cristo verso di noi ebbe, tra le altre, una sua luminosa manifestazione, quando Egli, vicino a morire, volle affidare al suo discepolo Giovanni, quale madre, la sua stessa Madre, con quel solenne testamento: “Ecco il tuo figlio!”. Ora, nella persona di Giovanni, secondo il pensiero costante della Chiesa, Cristo volle additare il genere umano, e, particolarmente, tutti coloro che avrebbero aderito a Lui con fede. Ed è proprio in questo senso che sant’Anselmo di Cantorbery esclama: “O Vergine, quale privilegio può essere tenuto in maggiore considerazione di quello, per cui tu sei la madre di coloro ai quali Cristo si degna di essere padre e fratello?”. Maria, da parte sua, generosamente accettò e adempì quella singolare e pesante missione, i cui inizi furono consacrati nel cenacolo. Fin d’allora mirabilmente aiutò i primi fedeli con la santità del suo esempio, con l’autorità dei suoi consigli, con la dolcezza dei suoi incoraggiamenti, con l’efficacia delle sue preghiere; divenendo così veramente madre della Chiesa, e maestra e Regina degli apostoli, ai quali comunicò anche quei divini oracoli che “conservava gelosamente nel suo cuore”. – Sarebbe poi impossibile dire quale ampiezza e quale efficacia abbiano acquistato i suoi soccorsi, quando Ella fu assunta presso il suo divin Figlio a quel fastigio di gloria, che conveniva alla sua dignità e allo splendore dei suoi meriti. Di lassù, infatti, secondo i disegni di Dio, Ella prese a vegliare sulla Chiesa, ad assisterei e a proteggerci come una madre; di modo che, dopo essere stata la cooperatrice dell’umana redenzione, divenne anche, per il potere quasi illimitato che le fu conferito, la dispensatrice della grazia che in ogni tempo da questa redenzione scaturisce. Ben a ragione, perciò, le anime cristiane, obbedendo quasi a un naturale istinto, si sentono trascinate verso Maria; per comunicarle con tutta fiducia i loro progetti e le loro opere, le loro angosce e le loro gioie; per raccomandare con filiale abbandono se stesse e le loro cose alla sua bontà e premura. Per questo giustissimo motivo ogni popolo e ogni rito le ha tributato lodi, che sono sempre venute crescendo col consenso dei secoli. Donde i titoli a lei dati di “Signora nostra, nostra Mediatrice”, “Riparatrice del mondo intero”, “Dispensatrice dei doni celesti”. – Ora, poiché fondamento e principio dei doni divini, dai quali l’uomo è innalzato al di sopra dell’ordine della natura verso i beni eterni, è la fede, a buon diritto si celebra la sua mistica influenza, per far acquistare e fruttificare la fede. Maria infatti è colei che generò l’”Autore della fede”, e che, in ragione della sua fede, fu salutata “Beata”: “Nessuno, o Vergine santissima, ha piena conoscenza di Dio, se non per te; nessuno si salva, se non per te, o Madre di Dio; nessuno riceve doni dalla misericordia divina, se non per te”. Né potrà certo sembrare esagerata l’affermazione che fu specialmente per la sua guida e per il suo aiuto che, pur fra enormi ostacoli e avversità, la sapienza e gli ordinamenti evangelici si diffusero tanto rapidamente in tutto il mondo, instaurando da per tutto un nuovo ordine di giustizia e di pace. Considerazione questa che senza dubbio doveva essere presente all’animo di san Cirillo di Alessandria, quando rivolto alla Vergine, le diceva: “Per te gli Apostoli predicarono ai popoli la dottrina della salvezza; per te la santa croce è lodata e adorata nel mondo intero; per tè i demoni sono messi in fuga e l’uomo è richiamato al cielo; per te ogni creatura, stretta dagli errori dell’idolatria, è ricondotta alla conoscenza della verità; per te i fedeli sono pervenuti al Battesimo e in ogni parte del mondo sono state fondate le chiese”. – Inoltre, secondo la lode dello stesso dottore, ella fu validissimo “scettro della vera fede”, per quella continua cura che ebbe di mantenere ferma, intatta e feconda tra i popoli la Fede Cattolica. E di ciò esistono prove numerosissime e assai note, confermate talvolta da prodigiosi avvenimenti. Fu soprattutto nelle epoche e nelle regioni, in cui si ebbe a deplorare la fede illanguidita a motivo dell’indifferenza, o attaccata dal pernicioso contagio degli errori, che il clemente soccorso della Vergine si fece particolarmente sentire. Fu allora che, grazie al suo impulso e al suo appoggio, sorsero degli uomini, eminenti per santità e per zelo apostolico, pronti a respingere gli attacchi dei perversi, a ricondurre le anime alla pratica e al fervore della vita cristiana. Da solo, potente come molti uniti insieme, Domenico di Guzman si consacrò a questo duplice compito, avendo riposto con successo la sua fiducia nel rosario di Maria. – E nessuno potrà mettere in dubbio quale grande parte abbia la Madre di Dio nei servigi resi dai venerabili Padri e Dottori della Chiesa, che tanto egregiamente lavorarono nel difendere e illustrare la dottrina cattolica. È infatti a Lei, sede della Divina Sapienza, che essi attribuiscono con riconoscenza la feconda ispirazione dei loro scritti; è per opera della Vergine santissima, e non per loro merito, come essi attestano, che la malizia degli errori fu debellata. Infine, principi e romani Pontefici, custodi e difensori della fede ebbero la consuetudine di far sempre ricorso al nome della divina Madre: gli uni nella direzione delle loro guerre sacre, gli altri nella promulgazione dei loro solenni decreti; e sempre ne sperimentarono la potenza e la protezione. – Perciò la Chiesa e i Padri rivolgono a Maria queste non meno vere che splendide espressioni: “Ave, o bocca sempre eloquente degli Apostoli; o solido fondamento della fede; o rocca inconcussa della Chiesa”. “Ave: per tè noi siamo stati annoverati tra i cittadini della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica”. “Ave, o divina sorgente da cui i fiumi della eterna sapienza, scorrendo con le purissime e limpidissime acque dell’ortodossia, abbattono la moltitudine degli errori”. “Rallegrati, giacché tu sola sei riuscita a stroncare tutte le eresie nel mondo intero!”. – Questa parte così importante, che ebbe e ha la santissima Vergine nel cammino di espansione, nei combattimenti, nei trionfi della Fede Cattolica, rende più luminoso il piano divino nei suoi riguardi, e deve destare, presso tutti i buoni, una grande speranza per il conseguimento di tutte quelle finalità, che sono oggi nei voti di ognuno. – Bisogna confidare in Maria; bisogna invocare Maria! Oh quanto efficace sarà la sua potenza per la sollecita realizzazione del nuovo e tanto desiderato trionfo della Religione: che, cioè, in mezzo ai popoli cristiani un’unica professione di fede abbia a tenere unite le menti, e un unico vincolo di perfetta carità stringa i cuori! Che cosa non sarà ella disposta a fare perché tutte le genti camminino unite “nella meravigliosa luce di Dio”, quando il suo Unigenito chiese con tanta insistenza al Padre la loro unione, e, per mezzo del Battesimo, le chiamò a partecipare “all’eredità della salvezza” acquistata con immenso prezzo? Potrà Ella mancare di dimostrare la sua amorosa provvidenza sia per alleggerire i lunghi travagli che, a tale scopo, la Chiesa, sposa di Cristo, affronta, sia per realizzare nella famiglia cristiana questo dono dell’unione, che è il frutto più prezioso della sua maternità? – Un segno che l’augurio non è poi tanto lontano dal suo avverarsi sta nell’opinione e nella fiducia, così ardenti nelle anime pie, che Maria sarà il felice legame che, con la sua soave forza, unirà tutti coloro che amano Cristo, ovunque essi siano, formandone un solo popolo di fratelli, pronti ad obbedire, come ad un padre comune, al vicario di Cristo in terra, il romano pontefice. Qui il pensiero spontaneamente si riporta, attraverso i fasti della Chiesa, ai magnifici esempi della primitiva unità, e più volentieri si sofferma al ricordo del grande Concilio di Efeso. Poiché la piena concordia della fede, la partecipazione ai medesimi Sacramenti, che allora univa l’oriente e l’occidente, qui parve realmente affermarsi con una singolare fermezza, e brillare di una nuova gloria, quando i padri del Concilio annunziarono autorevolmente il dogma della divina Maternità di Maria: la notizia di tale avvenimento, promanando da quella religiosissima città tripudiante, riempì il mondo cattolico della medesima incontenibile gioia. – Tutte queste ragioni, che sostengono e aumentano la fiducia di essere esauditi per la potenza e la bontà della Vergine, debbono essere, per i Cattolici, altrettanti incitamenti a pregarla – come Noi vivamente raccomandiamo – con fervoroso impegno. Riflettano i fedeli quanto sia decoroso e utile per loro e insieme quanto accetto e gradito alla Vergine Santissima questo impegno. Infatti, possedendo essi l’unità della fede, manifestano, in tal modo, che giustamente tengono in grandissimo pregio il valore di questo beneficio, e che vogliono custodirlo con ogni scrupolo. Ne possono manifestare in forma migliore il loro amore fraterno verso i separati, che aiutandoli validamente, onde abbiano a ritrovare il più grande di tutti i beni. – Tale affetto fraterno, veramente cristiano, sempre in atto in tutta la storia della Chiesa, trovò sempre la sua principale forza nella Madre di Dio, eccellente fautrice di pace e di unità. San Germano di Costantinopoli così l’invocava: “Ricordati dei cristiani, che sono tuoi servi; deh! raccomanda le preghiere di tutti; conforta le speranze di tutti; rafforza la fede; stringi le chiese nell’unità!”. E ancor oggi i greci le rivolgono questa preghiera: “O Vergine tutta pura, che puoi avvicinarti senza timore al tuo Figlio, pregalo, o tutta santa, perché Egli doni la pace al mondo e ispiri un medesimo sentimento a tutte le chiese; e noi tutti ti acclameremo!”. – E qui si aggiunge agli altri un motivo speciale, per cui è lecito sperare che la Santissima Vergine ascolterà con maggiore benignità le nostre preghiere in favore di popoli dissidenti: ossia, gli insigni meriti che essi – ma specialmente gli orientali – si acquistarono verso di Lei. Perché è ad essi che molto si deve se la sua devozione tanto si diffuse e si accrebbe. Tra di loro sorsero grandi apologisti e difensori della sua dignità; panegiristi, celebri per la foga e la delicatezza della loro eloquenza; “imperatrici, quanto mai accette a Dio”, che imitarono gli esempi della purissima Vergine, e le tributarono omaggi con la loro munificenza; e, da ultimo, chiese e basiliche innalzate, in suo onore, con regale splendore. – A questo punto ci piace aggiungere una considerazione che, mentre non è estranea al soggetto, torna nello stesso tempo a gloria della Santissima Madre di Dio. Questa: tutti sanno che moltissime delle sue auguste immagini, in diverse epoche, furono portate dall’oriente in occidente, e specialmente in Italia e a Roma, accolte con somma pietà e onorate con magnificenza dai nostri avi, e venerate poi dai loro discendenti con non minore trasporto. Orbene Noi amiamo riscontrare in questo fatto una disposizione e un beneficio dell’amorevolissima Madre. Giacché esso sembra voler significare che queste immagini sono presso di noi come palpitanti monumenti di altri tempi, in cui la famiglia cristiana viveva unita, in ogni parte del mondo; e come preziosi pegni di una comune eredità. Per questo nel contemplarle, quasi per ispirazione della stessa Vergine, le anime debbono piamente ricordarsi di coloro che la Chiesa Cattolica richiama con amorosa premura all’antica concordia e alla gioia, che già gustarono nel suo seno. – Così un grande aiuto a vantaggio dell’unità della chiesa ci è da Dio offerto in Maria. E quantunque questo aiuto si possa meritare in più modi, Noi crediamo che il migliore e il più efficace sia quello del Rosario. Già altre volte abbiamo fatto osservare che non ultimo, tra i vantaggi del Santo Rosario, è il fornire al cristiano un mezzo pratico e facile per alimentare la sua fede e preservarla dall’ignoranza e dal pericolo dell’errore; come palesamento ci dimostrano le sue stesse origini. Orbene non è meno chiaro quanto tocchi da vicino Maria questa fede, che si esercita sia con la ripetuta preghiera vocale, sia con la meditazione dei misteri. Poiché, ogni qualvolta ci mettiamo in preghiera dinanzi a Lei e recitiamo con devozione la santa corona secondo il rito prescritto, noi ricordiamo l’opera meravigliosa della nostra redenzione, in modo da contemplare, come se si svolgessero ora, tutti quei fatti che successivamente concorsero a renderla nello stesso tempo Madre di Dio e Madre nostra. – L’eccellenza di questa doppia dignità e il frutto di questo doppio ministero ci si mostrano sotto una vivissima luce, se piamente consideriamo la Vergine Maria al fianco del suo divin Figlio nei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi. Ne consegue che l’anima si sente accesa da vivo sentimento di riconoscenza per Lei; e, sdegnando tutte le cose di quaggiù, si sforza con fermo proposito di rendersi degna di una tal Madre e dei suoi benefici. Ma poiché Maria, la più amorevole di tutte le madri, non può non intenerirsi e muoversi a compassione verso gli uomini, per questo frequente e pio ricordo di tali misteri, il Santo Rosario sarà, come abbiamo detto, la preghiera più opportuna per perorare presso di Lei la causa dei nostri fratelli dissidenti. Ciò rientra in pieno nella missione della sua Maternità spirituale. Infatti coloro che appartengono a Cristo, la Madonna non li ha generati, né poteva generarli, se non nell’unità della fede e dell’amore di Lui. “Cristo è stato fatto a pezzi?” (ICor 1, 13). Perciò, tutti noi dobbiamo vivere insieme la vita del Cristo, onde poter “cogliere frutti a Dio” (Rm VII, 13), in un solo e identico corpo. È dunque necessario che tutti coloro che la malvagità degli eventi ha separato da questa unità, siano di nuovo, per così dire, generati a Cristo da questa medesima Madre, che Dio rese perennemente feconda di santa prole. Ella, da parte sua, null’altro desidera più ardentemente; e, se noi le offriamo corone intessute di questa preghiera a Lei tanto cara. Maria otterrà loro in abbondanza gli aiuti dello “Spirito vivificatore”. Piaccia a Dio che essi non rifiutino di assecondare i desideri di questa loro misericordiosissima Madre; e che, memori della loro eterna salvezza, ascoltino questo amorevole invito: “O figli, che io di nuovo partorisco, fino a tanto che sia formato Cristo in voi” (Gal IV, 19). – Avendo osservato la grande potenza del Santo Rosario in tale campo, alcuni Nostri predecessori cercarono con ogni mezzo di diffonderlo nei paesi orientali. Primo fra tutti, Eugenio IV con la sua costituzione apostolica Ad vesper ascente del 1439; poi Innocenzo XII e Clemente XI, che con la loro autorità concessero a questo scopo larghi privilegi all’Ordine dei Frati Predicatori [Domenicani]. E i frutti non si fecero attendere a lungo, grazie allo zelo e all’attività dei religiosi di quest’ordine; come è provato da innumerevoli e chiari documenti; benché poi ai progressi di tale opera nuocesse non poco la prolungata avversità dei tempi. Ma, ai nostri giorni, in quelle regioni, è tornato a rifiorire in molti cuori il medesimo entusiasmo per la devozione verso il Santo Rosario, che abbiamo lodato al principio di questa lettera. E Noi speriamo che questo fatto, così consono ai Nostri disegni, sia utilissimo alla realizzazione dei Nostri voti. – A questa speranza si aggiunge un fatto consolante, che riguarda sia l’oriente sia l’occidente, e che è pienamente conforme ai Nostri desideri. Vogliamo riferirci al proposito, espresso nel celebre congresso eucaristico di Gerusalemme, di erigere un tempio in onore della Regina del Santissimo Rosario, a Patrasso nell’Acaia, non lungi da quei luoghi nei quali la protezione di Maria fece risplendere le glorie del nome cristiano. – Già molti di voi, esortati dal comitato, sorto con la Nostra approvazione, premurosamente hanno contribuito a questa opera con sottoscrizioni, aggiungendovi anche la promessa di un costante interessamento fino a che la cosa sarà compiuta. E con ciò si è già provveduto quanto basta per iniziare senz’altro i lavori con la grandiosità che conviene a quest’opera; e Noi abbiamo già autorizzato a porre al più presto solennemente la prima pietra di questo edificio. Il tempio sorgerà in nome del popolo cristiano, quale monumento di perenne riconoscenza alla nostra Ausiliatrice e Madre celeste. Là Ella sarà invocata incessantemente in rito latino e greco, affinché, con sempre più benevola assistenza, agli antichi si degni di aggiungere nuovi favori. – E ora, venerabili fratelli, la Nostra esortazione ritorna al punto da cui prese l’avvio. Orsù, che tutti, pastori e greggi, specialmente nel prossimo mese, si mettano, pieni di fiducia, sotto la protezione dell’augusta Vergine. In pubblico e in privato, non cessino, con canti, preghiere e voti, di invocare e supplicare concordemente la Madre di Dio e Madre nostra: “Deh mostrati Madre!”. Che la materna sua clemenza voglia preservare l’intera sua famiglia da ogni pericolo: la conduca ad una vera prosperità, e soprattutto la stabilisca nella santa unità. Guardi Ella con benevolenza i Cattolici di tutte le nazioni, e unitili con i legami della carità, li renda più attivi e più costanti nel sostenere l’onore della religione, da cui promanano, anche per i popoli, i beni più preziosi. Guardi poi con somma benevolenza anche i dissidenti: queste grandi e illustri nazioni, queste anime elette, che sentono la dignità cristiana. Susciti in esse salutari desideri, e poi li alimenti e li conduca a compimento. Tornino a vantaggio dei dissidenti orientali l’ardente devozione, che essi professano, verso la Madonna e i numerosi fatti compiuti dai loro antenati per la sua gloria. A vantaggio poi dei dissidenti occidentali torni il ricordo del salutare patrocinio col quale Ella ebbe cara e ricompensò la straordinaria pietà, che tutte le classi sociali le professarono per molte generazioni. – Per questi dissidenti e per tutti gli altri, ovunque essi si trovino, valga la voce unanime e supplichevole di tutti i popoli cattolici, e valga la Nostra voce che fino all’ultimo anelito invocherà: “Mostrati Madre!” – Frattanto, come auspicio dei doni celesti e in attestato della Nostra benevolenza, Noi impartiamo di tutto cuore a ciascuno di voi, al vostro clero e al vostro popolo, la Nostra apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 5 settembre 1895, nell’anno XVIII del Nostro pontificato

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: JUCUNDA SEMPER

Ancora una volta, come abbiamo avuto modo di notare nelle lettere Encicliche già esaminate di Leone XIII, il Santo Padre, compone un inno di lode alla Vergine Santissima, Madre di Dio e Madre nostra, ed al Santo Rosario, preghiera che per eccellenza ci consente di accedere agli aiuti divini, alle grazie che come un acquedotto, secondo la felice espressione di San Bernardo, giungono fino a noi, indegni, onde sovvenirci nei bisogni personali, ed ancor più nelle vicende infauste dei popoli oppressi e vilipesi da ogni genere di mali, materiali e soprattutto spirituali. L’Enciclica scorre come un soave nettare, come balsamo odoroso dell’anima, come motivo di gioia e di speranza in tempi in cui le oscure potenze infernali lavorano più che mai non solo nell’ombra, bensì alla luce del sole per confondere ogni principio di fede e di salvezza. Le parole del Sommo Pontefice ci spingono alla fiducia certa dell’aiuto della Vergine Madre di Dio, e cita al proposito le parole di San Bernardino da Siena: “Ogni grazia, che si dispensa su questa terra, passa per tre ordini successivi. Da Dio viene comunicata a Cristo, da Cristo alla Vergine e dalla Vergine a noi”. Cosa più della grazia di Dio ci serve in questi tempi di buio spirituale totale? Tempi in cui la Chiesa è “eclissata” e sostituita da un esercito di lupi famelici, in abito carnevalesco, già marchiati a fuoco, servi del demonio, sacerdoti di Baal, che dispensano veleno con sacrileghi ed invalidi sacramenti in riti blasfemi ed abominevoli, offerti al signore dell’universo, il lucifero-baphomet, e che inducono le anime al peccato convincendoli di una ribaltata dottrina di Cristo e della vera Chiesa, dottrina appunto di satana, che punta dritto all’inferno eterno. Ma consoliamoci meditando la lettera con intrepida e indiscussa fiducia nelle parole del Salvatore … portæ inferi non prævalebunt, porte che non prevarrano mai, appunto perché con la recita del Santo Rosario, Maria  … Ipsa conteret caput tuum!

“Jucunda semper expectatione erectaque spe octobrem mensem conspicimus redeuntem …”

Leone XIII
“Iucunda semper”

Lettera Enciclica

Il Rosario Mariano
8 settembre 1894

Noi guardiamo sempre con gioiosa attesa e con rinnovata fiducia al ritorno del mese di ottobre; perché, da quando cominciammo ad esortare i fedeli a consacrare questo mese alla beatissima Vergine, esso ha portato da per tutto ad una potente fioritura del Rosario fra i Cattolici. Quale sia stato il motivo delle Nostre esortazioni l’abbiamo esposto più di una volta. Poiché i tempi, forieri di sciagure per la Chiesa e per la società, esigevano l’aiuto potente di Dio, Noi ritenemmo di doverlo implorare appunto mediante l’intercessione della sua Madre e soprattutto con quella formula di preghiera, di cui il popolo cristiano ebbe sempre a sperimentare la salutare efficacia. La provò infatti fin dalle origini del Rosario mariano, sia nella difesa della Santa Fede contro i nefasti attacchi degli eretici, sia nel rimettere in onore quelle virtù, che erano state soffocate dalla corruzione del mondo. La provò con una serie ininterrotta di benefici, privati e pubblici, il cui ricordo fu dovunque immortalato anche con insigni istituzioni e monumenti. E anche ai nostri tempi, travagliati da molteplici crisi, siamo lieti di riconoscere che proprio dal Rosario sono provenuti frutti salutari. Tuttavia, guardando intorno, venerabili fratelli, voi stessi vedete che ancora permangono, e in parte aggravati, i motivi per invitare anche quest’anno i vostri fedeli a ravvivare il fervore delle loro suppliche verso la Regina del cielo. – Inoltre quanto più fissiamo il pensiero sull’intima natura del Rosario, tanto più chiaramente ci si manifesta la sua eccellenza ed umiltà. E perciò cresce in Noi il desiderio e la speranza che la Nostra raccomandazione sia così efficace da dare il più largo sviluppo a questa santissima preghiera, diffondendo sempre più la sua conoscenza e la sua pratica. A tale scopo non richiameremo qui gli argomenti che, sotto vari aspetti, abbiamo esposto su questo stesso soggetto negli anni precedenti; ma ci piace piuttosto considerare ed esporre come, nei divini disegni della Provvidenza, il Rosario risvegli, nell’animo di chi prega, soave fiducia di essere esaudito, e muova la materna pietà della Vergine benedetta a rispondere a tale fiducia con la tenerezza dei suoi soccorsi. – Il nostro supplichevole ricorso al patrocinio di Maria si fonda sul suo ufficio di mediatrice della divina grazia; ufficio che Ella – graditissima a Dio per la sua dignità e per i suoi meriti, e di gran lunga superiore per potenza a tutti i santi – continuamente esercita per noi presso il trono dell’Altissimo, ora, questo suo ufficio forse da nessun altro genere di preghiera è così vivamente espresso come nel Rosario, dove la parte avuta dalla Vergine nella redenzione degli uomini è così messa in evidenza, che sembra svolgersi ora davanti al nostro sguardo; e ciò porta un singolare profitto alla pietà, sia nella successiva contemplazione dei Sacri Misteri, sia nella recita ripetuta delle preghiere. – Ci si presentano dapprima i Misteri Gaudiosi. Il Figlio eterno di Dio si abbassa fino agli uomini, fattosi uomo Egli stesso. Ma con l’assenso di Maria, “che lo concepisce di Spirito Santo”. Quindi Giovanni, per una grazia speciale, “viene santificato” nel seno materno ed è arricchito di eletti doni “per preparare le vie del Signore”. Ma ciò avviene in seguito al saluto di Maria che, per divina ispirazione, si reca a far visita alla sua parente. Viene finalmente alla luce il Cristo, “l’atteso delle genti”, e viene alla luce dal seno della Vergine. I pastori e i magi, primizie della fede, si dirigono con ansia frettolosa alla sua culla e “trovano il Bambino con Maria sua Madre”. Egli poi vuole essere portato in persona al tempio per offrirsi pubblicamente in olocausto a Dio Padre. Ma è per opera della Madre che qui “è presentato al Signore”. È sempre Lei che, nel misterioso smarrimento del Figlio, lo ricerca con ansiosa sollecitudine e lo ritrova con gioia immensa. – Nello stesso senso parlano i Misteri Dolorosi. È vero che Maria non è presente nell’orto del Gethsemani dove Gesù trema ed è triste fino alla morte, e nel pretorio, dov’è flagellato, coronato di spine, condannato a morte. Ma già da tempo Ella aveva conosciuto e veduto chiaramente tutte queste cose. Quando infatti si offrì a Dio come sua ancella, per divenire poi sua madre, e quando nel tempio si consacrò interamente a Lui, insieme al Figlio, già fin da allora, in virtù di questi due fatti, Ella divenne partecipe della dolorosa espiazione del Cristo, a vantaggio del genere umano. Non vi è quindi alcun dubbio che anche per tale ragione, durante le crudeli angosce e torture del Figlio, Ella provò in cuor suo i più acuti dolori. Del resto, proprio alla sua presenza e sotto i suoi occhi doveva compiersi quel divin sacrificio, per il quale con il proprio latte ella aveva generosamente allevata la vittima. Ciò si contempla nell’ultimo e più commovente di questi misteri. “Stava presso la Croce di Gesù Maria sua Madre”, la quale, mossa da un immenso amore per noi, per averci suoi figli, offrì Ella stessa il suo Figlio alla giustizia divina, e con lui morì in cuor suo, trafitta dalla spada del dolore. – Infine, nei Misteri Gloriosi, che seguono quelli Dolorosi, è più copiosamente confermato questo stesso misericordioso ufficio della Vergine eccelsa. Con tacita gioia gusta la gloria del Figlio trionfante sulla morte; lo segue poi con materno affetto nel suo ritorno alla Sede Celeste. Ma quantunque degna del cielo, è trattenuta sulla terra, come suprema Consolatrice e Maestra della Chiesa nascente; “Ella penetrò oltre ogni credere, nei profondi arcani della Sapienza Divina”. E poiché l’opera santa della redenzione degli uomini non si poteva dire compiuta prima della discesa dello Spirito Santo, promesso da Cristo, ecco che la vediamo là in quel cenacolo pieno di ricordi, a pregarlo insieme con gli Apostoli e a vantaggio degli Apostoli con gemiti inenarrabili; ad affrettare alla Chiesa la Sapienza dello Spirito consolatore, supremo dono di Cristo, tesoro che non le verrà mai meno. Ma in misura ancor più piena e perenne ella potrà perorare la nostra causa, quando sarà passata a vita immortale. E così da questa valle del pianto la vediamo assunta alla Città Santa di Gerusalemme, tra le feste dei cori angelici; la veneriamo elevata sopra la gloria di tutti i santi, incoronata di stelle dal suo divin Figlio, assisa presso di Lui, Regina e Signora dell’universo. – In tutti questi misteri, venerabili fratelli, se così bene si manifesta “il disegno di Dio, disegno di sapienza, e disegno di misericordia”, non meno chiaramente risplendono nello stesso tempo i grandissimi benefici della Vergine Madre verso di noi: benefici che non possono non riempirci di gioia, perché ci infondono la ferma speranza di ottenere, per la mediazione di Maria, la clemenza e la misericordia di Dio. – A questo stesso fine, in perfetta armonia con i misteri, tende la preghiera vocale. Precede, com’è giusto, l’orazione domenicale rivolta al Padre celeste, Poi, dopo aver invocato lo stesso Padre con la più nobile delle preghiere, la nostra voce supplichevole dal trono della sua maestà si volge a Maria; in ossequio alla ricordata legge della sua mediazione e della sua intercessione, espressa da San Bernardino da Siena con le seguenti parole: “Ogni grazia, che si dispensa su questa terra, passa per tre ordini successivi. Da Dio viene comunicata a Cristo, da Cristo alla Vergine e dalla Vergine a noi”. E noi nella recita del Rosario passiamo per tutti e tre i gradini di questa scala, in diversa relazione tra loro; ma più a lungo e, in certo qual modo, più volentieri noi ci tratteniamo sull’ultimo, ripetendo per dieci volte il Saluto Angelico, quasi per innalzarci con maggior confidenza agli altri gradini, cioè per mezzo di Cristo, a Dio Padre. Se torniamo a ripetere tante volte lo stesso saluto a Maria, è perché la nostra preghiera, debole e difettosa, venga rafforzata dalla necessaria fiducia, fiducia che sorge in noi pensando che Maria, più che pregare per noi, prega in nostro nome. Di certo le nostre voci saranno più gradite ed efficaci al cospetto di Dio se saranno appoggiate dalle preghiere della Vergine; alla quale egli stesso rivolge l’amorevole invito: “Risuoni la tua voce al mio orecchio, perché soave è la tua voce” (Ct II,14). – Per questa stessa ragione nel Rosario torniamo tante volte a celebrare i suoi gloriosi titoli di mediatrice. In Maria noi salutiamo Colei che “incontrò favore presso Dio”; Colei che fu da Lui in modo singolarissimo “colmata di grazia”, perché tale sovrabbondanza si riversasse su tutti gli uomini; Colei a cui il Signore è unito col vincolo più stretto che possa esistere; Colei che, “Benedetta fra le donne”, “sola tolse di mezzo la maledizione e portò la benedizione”, ossia il frutto benedetto del suo seno, nel quale “tutte le genti sono benedette”; Colei, infine, che invochiamo “Madre di Dio”. Ebbene, in virtù di una dignità così sublime, che cosa non potrà ella chiedere con sicurezza “per noi peccatori”; e che cosa, d’altra parte, non potremo sperare noi, in tutta la vita e nelle estreme nostre agonie – Chi avrà recitato con ogni diligenza queste preghiere e meditato con fede questi Misteri, non potrà non ammirare i divini disegni che hanno unito la Vergine Santissima alla salvezza degli uomini; e, con commossa fiducia, bramerà rifugiarsi sotto la sua protezione e nel suo seno, ripetendo la supplica di san Bernardo: “Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è mai udito al mondo che uno che sia ricorso alla tua protezione, che abbia implorato il tuo aiuto, che abbia invocato la tua intercessione, sia stato da te abbandonato”. – Ma la virtù che il Rosario ha di ispirare la fiducia in chi prega, la possiede anche nel muovere a pietà verso di noi il cuore della Vergine. Quanto deve essere soave per Lei il vederci e l’ascoltarci, mentre intrecciamo in corona domande per noi giustissime e lodi per Lei bellissime! Così pregando, noi desideriamo e rendiamo a Dio la gloria che gli è dovuta; cerchiamo unicamente l’adempimento dei suoi cenni e della sua volontà; esaltiamo la sua bontà e munificenza chiamandolo Padre e chiedendogli, benché indegni, i doni più preziosi. Di tutto questo, Maria gioisce immensamente e, per la nostra pietà, di cuore “magnifica il Signore”. Perché, quando ci rivolgiamo a Dio con il “Padre nostro”, noi lo supplichiamo con una preghiera degna di Lui. – Ma alle cose che in essa domandiamo, già di per sé così rette e ordinate e così conformi alla fede, alla speranza, alla carità cristiana, s’aggiunge un pregio che non può non essere sommamente apprezzato dalla Vergine santissima. Questo: che alla nostra voce si unisce quella del suo Figlio Gesù, il quale dopo averci insegnato, parola per parola, questa formula di preghiera, autorevolmente ce la impone: “Voi, dunque, pregherete così” (Mt VI, 9). Stiamo certi, quindi, che, se noi saremo fedeli a questo comando con la recita del Rosario, Maria, da parte sua, non mancherà di esercitare con maggior benevolenza il suo ufficio di premurosa carità; e accogliendo con volto benigno questi mistici serti di preghiere ci ricompenserà con abbondanza di grazie. – Un’altra validissima ragione poi per contare con maggior sicurezza sulla generosa bontà di Maria, sta nella natura stessa del Rosario, così adatto a farci ben pregare. L’uomo, per la sua fragilità, è spesso, durante la preghiera, portato a distrarsi dal pensiero di Dio e a venir meno al suo lodevole proposito. Orbene, chi considera attentamente questo fenomeno, vedrà subito quanto efficace sia il Rosario, non solo per far applicare la mente e per scuotere la pigrizia dell’anima, ma anche per eccitare un salutare pentimento delle colpe, e, finalmente, per innalzare lo spirito alle cose celesti. E ciò perché, com’è ben noto, il Rosario è composto di due parti, distinte fra loro, ma inseparabili: la meditazione dei misteri e la preghiera vocale. Di conseguenza, questo genere di preghiera richiede da parte del fedele una particolare attenzione che non solo gli fa elevare, in qualche modo, la mente a Dio, ma lo porta anche a riflettere così seriamente sulle cose proposte alla sua considerazione e alla sua contemplazione che è indotto anche a trarne stimolo ad una vita migliore e alimento ad ogni forma di pietà. Infatti nulla vi è di più grande o di più meraviglioso di queste cose, che sono come il compendio della fede cristiana; che, con la loro luce e intima forza, sono state fonte di verità, di giustizia e di pace; che hanno segnato per il mondo un nuovo ordine di cose, ricco di frutti meravigliosi. – Si badi inoltre al modo con cui questi profondissimi Misteri sono presentati a chi reciti il Rosario: un modo cioè che ben si adatta alle menti anche dei semplici e dei meno istruiti. Il Rosario non ha di mira di farci scrutare i dogmi della fede e della dottrina cristiana, ma principalmente di porre quasi davanti al nostro sguardo e di richiamare alla nostra memoria dei fatti. Poiché i fatti che sono presentati quasi nelle stesse circostanze di luogo, di tempo e di persona, nelle quali avvennero, impressionano maggiormente l’animo e lo commuovono salutarmente. E poiché queste cose sono generalmente inculcate e scolpite negli animi fin dalla fanciullezza, ne consegue che, appena enunciato un Mistero, chiunque ha effettivamente amore alla preghiera, lo percorre senza nessuno sforzo di immaginazione, ma con moto spontaneo della mente e del cuore e, per l’aiuto di Maria, ne attinge in abbondanza una rugiada di grazie celesti. – Ma vi è un’altra ragione che rende le nostre corone più gradite e più meritorie al cospetto della Vergine. Quando con devoto ricordo ripetiamo il triplice ordine dei Misteri, noi veniamo a dimostrarle più chiaramente la nostra affettuosa riconoscenza; perché con ciò noi professiamo che mai ci saziamo di ricordare i benefici elargiti dalla sua inesauribile carità, per la nostra salvezza. Ora noi possiamo avere appena una vaga idea della gioia, sempre nuova, che il ricordo di questi grandiosi fatti, ripetuti con frequenza e con amore al suo cospetto, può infondere nel suo animo benedetto, muovendolo a sentimenti di sollecitudine e di generosità materna, Inoltre questi stessi ricordi fanno sì che le nostre preghiere diventino più ardenti ed efficaci: perché ogni Mistero che passa davanti al nostro pensiero ci fornisce un nuovo stimolo a pregare, quanto mai valido presso la Vergine. Sì, a te noi ricorriamo, santa Madre di Dio; e tu non disprezzare questi miseri figli di Eva! Te noi supplichiamo, o mediatrice potente e benigna della nostra salvezza, te noi scongiuriamo con tutta l’anima; per le soavi gioie ricevute dal Figlio Gesù; per la partecipazione ai suoi indicibili dolori, per lo splendore della sua gloria che in te si riflette. Orsù, ascoltaci, benché indegni, ed esaudiscici! – L’eccellenza del rosario mariano, messa in luce anche dalle due considerazioni, che or ora vi abbiamo esposto, vi dirà ancor più chiaramente, venerabili fratelli, perché non ci stanchiamo di inculcarlo e promuoverlo con ogni cura. Come abbiamo osservato da principio, la nostra epoca ha sempre più bisogno degli aiuti celesti; specialmente per le molte tribolazioni che soffre la Chiesa, avversata nel suo diritto e nella sua libertà; e poi per i molti pericoli che minacciano le basi stesse della prosperità e della pace dei popoli cristiani. Ebbene, ancora una volta dichiariamo solennemente che nel Rosario noi riponiamo le più grandi speranze di ottenere questi aiuti. Voglia Dio – è questo un Nostro ardente desiderio – che questa pratica di pietà riprenda dappertutto il suo antico posto di onore ! Nelle città e nei villaggi, nella famiglie e nelle officine, presso i nobili e i popolani il Rosario sia amato e venerato come il più nobile distintivo della professione cristiana e come il più valido aiuto a propiziarci la divina clemenza. – E poiché l’insensata perversità degli empi a tutto ormai ricorre – con l’inganno e con l’audacia – per provocare la collera divina e attirare sulla patria il peso di un giusto castigo, è necessario che la pia pratica del Rosario sia seguita con sempre maggiore impegno. Oltre a ciò tutti i buoni soffrono con Noi, perché nel seno stesso dei popoli Cattolici vi sono troppi che non contenti di godere delle offese comunque arrecate alla Religione, essi stessi, forti di un’incredibile licenza di propaganda, mostrano di non mirare ad altro che ad esporre al disprezzo e allo scherno della gente le cose più sante della Religione e la sperimentata sua fiducia nell’intercessione della Vergine. In questi ultimi mesi poi non si è risparmiata neppure l’augustissima persona di Gesù Cristo Salvatore. Non si è avuta vergogna di impadronirsene per le attrattive del palcoscenico, ormai troppo spesso contaminato di nefandezze, e di rappresentarvela spogliata della maestà della sua natura divina; senza la quale necessariamente crolla il fondamento stesso della Redenzione del genere umano. E si colmò l’onta quando si volle riabilitare dall’infamia dei secoli l’uomo reo della delittuosa perfidia che la storia ha bollato come la più abominevole e la più mostruosa: il traditore di Cristo. – Dinanzi a tali eccessi, commessi o in via di esserlo per le città d’Italia, si è levato un generale grido d’indignazione e un’energica protesta per la violazione dei sacrosanti diritti della Religione, in quella nazione che giustamente considera suo precipuo vanto l’essere Cattolica. Davanti a tali eccessi, com’era naturale, è insorta la vigilante premura dei Vescovi che hanno presentato giustissime recriminazioni a coloro che hanno l’inalienabile dovere di tutelare l’onore della Patria Religione; e non solo hanno avvisato i loro greggi della gravità del pericolo, ma li hanno esortati anche a speciali atti di riparazione dell’empia offesa lanciata contro l’amorosissimo Autore della nostra salvezza, Noi abbiamo immensamente apprezzato le molteplici e notevoli dimostrazioni di zelo, date dai buoni in queste circostanze, e ne abbiamo tratto un vivo conforto all’animo Nostro, profondamente ferito. Ma dato che abbiamo occasione di parlare, non possiamo soffocare la voce del Nostro altissimo ministero. E perciò parliamo, per aggiungere la Nostra più energica protesta a quelle già levate dai vescovi e dai fedeli, Ma mentre lamentiamo e detestiamo quel sacrilego misfatto, con lo stesso ardore del Nostro animo apostolico, rivolgiamo una calda esortazione a tutti i Cristiani, ma particolarmente agli Italiani, perché custodiscano intatta, difendano strenuamente e continuino ad alimentare con opere oneste e pie quella Fede avita che costituisce la loro più preziosa eredità. È questa una ragione di più, per cui Noi vivamente desideriamo che durante il mese di ottobre i singoli fedeli e le confraternite facciano a gara nell’onorare la grande Madre di Dio, la potente Ausiliatrice del Popolo Cristiano, la gloriosissima Regina del ciclo. Per parte Nostra, di gran cuore confermiamo i favori delle sante indulgenze, precedentemente concessi a questo proposito. – E Dio, venerabili fratelli, che “nella sua misericordiosa bontà ci dette una Mediatrice così potente”, “e volle che tutto ci venisse per le mani di Maria”, per la sua intercessione e il suo favore, accolga propizio i voti e appaghi le speranze di tutti. Come auspicio poi di questi beni, aggiungiamo di tutto cuore per voi, per il vostro clero e il vostro popolo l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso S. Pietro, l’8 settembre 1894, diciassettesimo del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: LÆTITIÆ SANCTÆ DI S. S. LEONE XIII

Letitiæ sanctæ è l’ennesima Enciclica che Leone XIII dedica al Santo Rosario, ritenuto rimedio efficace non solo per i mali spirituali, ma pure per quelli materiali e sociali. Di questi mali sociali, il Pontefice traccia una profilo rapido facendone una breve analisi, riportando quelli che, secondo Lui, sono i tre fattori perniciosi principali alla base di ogni malessere sociale del tempo, che sono in fondo rimasti tali, anzi ancor più virulenti oggi, e che sono: 1° – l’avversione alla vita umile e laboriosa; 2° – l’orrore della sofferenza; 3° – la dimenticanza dei beni futuri, oggetto delle nostre speranze. Mai si è vista un’analisi così precisa, succinta e veritiera dei mali che devastano l’umanità. Queste brevi parole possono prendere il posto di interi trattati, di codici civili, di enciclopedie dei popoli, tanto sono efficaci nella descrizione, seppur concisa, ma chiarissima, della situazione analizzata. Ma, con ancor maggiore chiarezza e meraviglia, a questi tre mali pestilenziali, il Sommo Pontefice, oppone il singolo opportuno rimedio, riportandoli tutti alle tre serie di Misteri del Santo Rosario, strumento « …  meravigliosamente efficace nel curare i mali dei nostri tempi, e nell’arginare i gravissimi mali della società ». È una goduria dell’anima e della mente la lettura di queste brevi pagine che giustificano a pieno titolo la definizione di “Luce  e Maestra dei popoli” che viene giustamente data alla Chiesa Cattolica, all’unica vera Chiesa di Cristo, nella persona del suo Vicario. Ogni altra parola rovinerebbe l’incanto e la gioia della lettura, per cui senz’altro passiamo alla meditazione di questo breve ma veramente straordinario documento magisteriale:

Leone XIII

Lætitiæ sanctæ

Lettera Enciclica

La pia pratica del Rosario
8 settembre 1893

La santa letizia, arrecataci dal felice compimento del cinquantesimo anniversario della Nostra consacrazione episcopale, si è intensamente accresciuta per il fatto che della Nostra gioia abbiamo avuto partecipi i cattolici di tutto il mondo, stretti come figli intorno al Padre, in una splendida manifestazione di fedeltà e d’amore. In ciò, con rinnovata gratitudine, riconosciamo ed esaltiamo un disegno della divina provvidenza sommamente benevolo verso di Noi e, nello stesso tempo, assai proficuo alla sua Chiesa, Ma il Nostro animo si sente spinto a salutare e lodare anche l’augusta Madre di Dio, che di questo beneficio è stata potente mediatrice presso Dio. La sua singolare bontà, che nel lungo e mutevole periodo della Nostra vita abbiamo sperimentata in vari modi efficace, risplende ogni giorno più manifesta innanzi ai nostri occhi, e, ferendoci soavissimamente il cuore, lo rinsalda con fiducia soprannaturale. – Ci sembra di udire la voce stessa della Regina del cielo, ora benevolmente incoraggiarCi, in mezzo alle terribili traversie della chiesa; ora aiutarCi, con larghezza di ispirazioni, nelle decisioni da prendere per il bene comune; ora anche ammonirci a stimolare il popolo cristiano alla pietà e al culto della virtù. Già molte volte, in passato, ci siamo fatto un gradito dovere di rispondere a questi desideri della Vergine. Ora fra le utilità, che con la sua benedizione abbiamo raccolto dalle Nostre esortazioni, è giusto ricordare lo straordinario sviluppo della devozione del suo santo “rosario”: sia per l’incremento e la costituzione di confraternite sotto questo titolo; sia per la divulgazione di scritti dotti e opportuni; sia anche per l’ispirazione data a veri capolavori artistici. – Ed oggi, quasi accogliendo la stessa voce dell’amorosissima Madre, con cui ci ripete: “Grida, non stancarti mai”, ci piace riparlarvi, venerabili fratelli, del Rosario Mariano, ora che si avvicina il mese d’ottobre: mese che volemmo consacrato a questa cara devozione, e che arricchimmo coi tesori delle sante indulgenze. La Nostra parola, tuttavia, non avrà lo scopo immediato di tributare nuove lodi a una preghiera, già di per se stessa tanto eccellente, ne’ di stimolare i fedeli a praticarla con sempre maggiore fervore; parleremo piuttosto di alcuni preziosissimi vantaggi, che da essa possono derivare, quanto mai rispondenti alle condizioni e alle necessità degli uomini e dei tempi presenti. Perché Noi siamo assolutamente convinti che, se la pratica del rosario sarà rettamente seguita, in modo da poter spiegare tutta l’efficacia che le è insita, apporterà non soltanto ai singoli individui, ma anche a tutta la società, la più grande utilità. – Tutti sanno quanto Noi, per il dovere del supremo Nostro apostolato, ci siamo adoperati per contribuire al bene della società, e quanto siamo ancor disposti a farlo, con l’aiuto di Dio. Abbiamo spesso ammonito i governanti a non fare e a non applicare leggi che non siano conformi alla mente divina, norma di somma giustizia. E, d’altra parte, abbiamo più di una volta esortato quei cittadini che, o per intelligenza, o per meriti, o per nobiltà del sangue, o per averi, sono in posizione di privilegio rispetto agli altri, a difendere e a promuovere, in unione di intenti e di forze, gli interessi supremi e fondamentali della società. – Ma nello stato presente della società civile, sono troppe le cause che indeboliscono i legami dell’ordine pubblico e sviano i popoli dalla doverosa onestà dei costumi. Tuttavia i mali che più pericolosamente minano il bene comune ci sembrano principalmente i tre seguenti: “l’avversione alla vita umile e laboriosa; l’orrore della sofferenza; la dimenticanza dei beni futuri, oggetto delle nostre speranze”. – Noi lamentiamo – e con Noi lo devono riconoscere e deplorare anche coloro che non ammettono altra regola che il lume della ragione, né altra misura all’infuori dell’utilità – Noi lamentiamo che una piaga veramente profonda abbia colpito il corpo sociale da quando si è cominciato a trascurare quei doveri e quelle virtù, che formano l’ornamento della vita semplice e comune. Da ciò, infatti, consegue che, nei rapporti domestici, i figli, insofferenti di ogni educazione, che non sia quella della mollezza e della voluttà, arrogantemente rifiutano l’obbedienza, che la natura stessa loro impone. Per questo motivo gli operai si allontanano dal proprio mestiere, rifuggono dalla fatica, e, scontenti della propria sorte, levano lo sguardo a mete troppo alte, e aspirano a un’avventata ripartizione dei beni. Nello stesso tempo ne consegue l’affannarsi di molti che, dopo aver abbandonato il paese nativo, cercano il frastuono e le numerose lusinghe della città. Per questo motivo ancora, è venuto a mancare il necessario equilibrio tra le classi sociali; tutto è fluttuante; gli animi sono agitati da rivalità e da gelosie; la giustizia è apertamente violata; e coloro che sono stati delusi nelle loro speranze, cercano di turbare la pubblica tranquillità con sedizioni, con disordini e con la resistenza ai difensori dell’ordine pubblico. – Ebbene contro questi mali Noi pensiamo che si debba cercare rimedio nel rosario di Maria, composto da una ben ordinata serie di preghiere e dalla pia contemplazione di misteri relativi a Cristo redentore e alla sua Madre. Si spieghino in una forma esatta e popolare i misteri gaudiosi, presentandoli agli occhi dei fedeli come altrettanti quadri e vive raffigurazioni delle virtù. E così ognuno vedrà quale facile e ricca miniera essi offrano di insegnamenti, atti a trascinare, con meravigliosa soavità, gli animi all’onestà della vita. – Ecco davanti al nostro sguardo la Casa di Nazareth, dove ogni santità, quella umana e quella divina, ha posto la sua dimora. Quale esempio di vita comune! Quale modello perfetto di società! Ivi è semplicità e candore di costumi; perpetua armonia di animi; nessun disordine; rispetto scambievole; e infine l’amore: ma non quello falso e bugiardo, bensì quell’amore integrale, che si alimenta nella pratica dei propri doveri, e tale da attirare l’ammirazione di tutti. Là non manca la premura di procurarsi quanto è necessario alla vita; ma col “sudore della fronte” e come conviene a coloro che contentandosi di poco, si studiano piuttosto di diminuire la loro povertà, che di moltiplicare i loro averi. E soprattutto questo, ivi regna la più grande serenità di animo e letizia di spirito: due cose che accompagnano sempre la coscienza del dovere compiuto. – Orbene questi esempi di modestia e di umiltà, di tolleranza della fatica, di bontà verso il prossimo e di fedele osservanza dei piccoli doveri della vita quotidiana, e, in una parola, gli esempi di tutte queste virtù, non appena entrano nei cuori e vi si imprimono profondamente, a poco a poco vi producono certamente la desiderata trasformazione dei pensieri e dei costumi. Allora i doveri del proprio stato non saranno più ne’ trascurati ne’ ritenuti fastidiosi, ma saranno, anzi, graditi e piacevoli; e la coscienza del dovere, pervasa da un senso di letizia, sarà sempre più decisa nell’operare il bene. Di conseguenza i costumi diventeranno più miti sotto ogni aspetto; la convivenza familiare trascorrerà nell’amore e nella letizia; le relazioni con gli altri saranno intonate a maggior rispetto e carità. – E se queste trasformazioni dagli individui si estenderanno alle famiglie, alle città, ai popoli e alle loro istituzioni, è facile vedere quali immensi vantaggi ne deriveranno all’intera società. – Il secondo funestissimo male, che Noi non deploreremo mai abbastanza, perché sempre più diffusamente e rovinosamente avvelena le anime, è la tendenza a sfuggire il dolore e allontanare con ogni mezzo tutte le avversità. La maggior parte degli uomini infatti non considera più, come dovrebbe, la serena libertà di spirito come un premio per chi esercita la virtù e sopporta vittoriosamente pericoli e travagli; ma insegue una chimerica perfezione della società, in cui, rimosso ogni sacrificio, si trovino tutte le comodità terrene. Ora questo acuto e sfrenato desiderio di una vita comoda fatalmente indebolisce gli animi, che quand’anche non crollino del tutto, pur tuttavia ne restano talmente snervati che prima vergognosamente cedono di fronte ai mali della vita, e poi miseramente soccombono. – Ebbene, anche contro questo male è ben giustificato attendersi un rimedio dal rosario di Maria, il quale, per la forza dell’esempio, può grandemente contribuire a fortificare gli animi. E ciò si otterrà, se gli uomini fin dalla loro prima infanzia, e poi costantemente in tutta la loro vita, s’applicheranno nel raccoglimento alla meditazione dei misteri dolorosi. Attraverso questi misteri, vediamo che Gesù, “duce e perfezionatore della fede”, prese a fare e ad insegnare, affinché vedessimo in Lui stesso l’esempio pratico degli insegnamenti, che egli avrebbe dato alla nostra umanità, circa la tolleranza del dolore e dei travagli; e l’esempio di Gesù giunse a tal punto che Egli stesso volontariamente e di gran cuore abbracciò tutto ciò che vi è di più duro a sopportarsi. Lo vediamo infatti oppresso dalla tristezza, fino a sudare sangue da tutte le sue membra. Lo vediamo legato come un ladro, giudicato da uomini iniqui, e fatto bersaglio ad oltraggi e calunnie. Lo vediamo flagellato, coronato di spine, crocifisso, considerato indegno di continuare a vivere e meritevole di morire fra i clamori di tutto un popolo.
Consideriamo l’afflizione della sua santissima Madre, la cui “anima” non fu solo sfiorata, ma addirittura “trapassata dalla spada del dolore”; cosicché meritò di essere chiamata, e realmente divenne la Madre dei dolori. – Chiunque non si contenterà di guardare, ma mediterà spesso esempi di così eccelsa virtù, oh come si sentirà spinto a imitarli! Per lui, sia pure “maledetta la terra, e faccia germogliare spine e triboli”; sia pure lo spirito oppresso dalle sofferenze, o il corpo dalle malattie, non vi sarà mai alcun male, causato dalla perfidia degli uomini, o dal furore dei demoni, non vi sarà mai calamità, pubblica o privata, che egli non riesca a superare con pazienza. È proprio vero quindi il detto: “È da Cristiano fare e sopportare cose ardue”; perché chiunque non voglia essere indegno di quel nome, non può fare a meno di imitare Cristo che soffre. E si badi che per rassegnazione non intendiamo la vana ostentazione di un animo indurito al dolore, come l’ebbero alcuni filosofi antichi; ma quella rassegnazione, che si fonda sull’esempio di colui che “in luogo della gioia, che gli si parava innanzi, sostenne il supplizio della croce disprezzandone l’ignominia” (Eb XII, 2); quella rassegnazione che, dopo aver chiesto a Lui il necessario aiuto della grazia, non rifiuta in nessun modo di affrontare le avversità; anzi se ne rallegra e considera un guadagno qualunque sofferenza, per quanto acerba essa sia. La Chiesa Cattolica ha sempre avuto, e ha tuttora, insigni campioni di tale dottrina: uomini e donne, in gran numero, in ogni parte del mondo, di ogni condizione. Costoro, seguendo le orme di Cristo, sopportano, in nome della fede e della virtù, contumelie e amarezze di ogni genere, e hanno come loro programma, più coi fatti che con le parole, l’esortazione di san Tommaso: “Andiamo anche noi, e moriamo con lui” (Gv XI, l6). Oh piaccia al cielo che esempi di così ammirevole fortezza si moltiplichino sempre di più, affinché ne sgorghi sicurezza per la società e virtù e gloria per la chiesa! – Il terzo male, a cui bisogna trovare un rimedio è particolarmente proprio degli uomini dei nostri giorni, Infatti gli uomini dei tempi passati, anche quando ricercavano con eccessiva passione le cose terrene, pur tuttavia non disprezzavano del tutto quelle celesti; anzi i più sapienti tra gli stessi pagani insegnarono che questa nostra vita è un luogo di ospizio e una stazione di passaggio, piuttosto che una dimora fissa e definitiva. Molti invece dei moderni, sebbene educati nella fede cristiana, inseguono talmente i beni transitori di questa terra che, non solo dimenticano una patria migliore nell’eternità beata, ma, per eccesso di vergogna, giungono a cancellarla completamente dalla loro memoria, contro l’ammonimento di s. Paolo: “Non abbiamo qui una città permanente, ma cerchiamo quella avvenire” (Eb. XIII,14). Chi voglia esaminare le cause di questa aberrazione noterà subito che la prima di esse è la convinzione di molti che il pensiero delle cose eterne spenga l’amore della patria terrena e impedisca la prosperità dello stato. Calunnia odiosa e insensata. E difatti i beni, che speriamo, non sono di tale natura da assorbire i pensieri dell’uomo fino al punto di distrarlo interamente dalla cura degli interessi terreni. Lo stesso Cristo, pur raccomandandoci di cercare prima di tutto il regno di Dio, ci insinua con ciò che non dobbiamo trascurare tutto il resto. E infatti, se l’uso dei beni terreni e degli onesti godimenti, che ne derivano, serve di stimolo e di ricompensa alla virtù; se lo splendore e il benessere della città terrena – che poi ridondano a vanto dell’umana società – sono considerati come un’immagine dello splendore e della magnificenza della città eterna: non sono ne indegni di uomini ragionevoli, ne’ contrari ai disegni di Dio, Perché Dio è nello stesso tempo autore della natura e della grazia; e perciò non può aver disposto che l’una ostacoli l’altra e siano tra di loro in lotta; ma al contrario che amichevolmente unite, ci guidino, per una più facile via, a quella eterna felicità, alla quale, sebbene mortali, siamo destinati. – Ma gli uomini dediti al piacere ed egoisti, che immergono e avviliscono talmente i loro pensieri nelle cose caduche da non saper assurgere più in alto, costoro, piuttosto che cercare i beni eterni attraverso i beni sensibili, di cui godono, perdono completamente di vista l’eternità; cadendo così in una condizione veramente abietta, In verità Dio non potrebbe infliggere all’uomo una punizione più terribile che abbandonandolo per tutta la vita alle lusinghe dei vizi, senza mai uno sguardo al cielo. – A questo pericolo non sarà esposto colui che, recitando il Santo Rosario, mediterà con attenzione e con frequenza le verità contenute nei “misteri gloriosi”. Da quei misteri, infatti, brilla alla mente dei cristiani una luce così viva che ci fa scoprire quei beni, che il nostro occhio umano non potrebbe mai percepire, ma che Dio – noi lo crediamo con fede incrollabile – ha preparato “a quelli che l’amano”. Da essi impariamo inoltre che la morte non è uno sfacelo che tutto sperde e distrugge, ma un semplice passaggio e un cambiamento di vita. Impariamo che la via del cielo è aperta a tutti: e quando osserviamo Cristo che ritorna in Cielo, ricordiamo la sua bella promessa: “Vado a prepararvi il posto”. Impariamo che vi sarà un tempo in cui “Dio asciugherà ogni lacrima dei nostri occhi; in cui non vi saranno più ne’ lutti, ne’ pianto, ne’ dolore, ma saremo sempre col Signore, simili a Dio, perché lo vedremo come Egli è, attingendo al torrente delle sue delizie, concittadini dei santi”, nella felice unione della gran Madre e Regina. – Un’anima che si nutra di queste verità, dovrà necessariamente infiammarsene e ripetere la frase di un grande Santo: “Oh come mi sembra sordida la terra, quando guardo il Cielo!”; dovrà necessariamente rallegrarsi al pensiero che ” un istante di una nostra lieve sofferenza produce in noi una misura eterna di gloria”, E veramente qui soltanto sta il segreto di armonizzare il tempo con l’eternità, la città terrena con quella celeste e di formare dei caratteri forti e generosi. E se questi poi diverranno molto numerosi, ne sarà, senza dubbio, consolidata la dignità e la grandezza dello stato; e fiorirà tutto ciò che è vero, che è buono, che è bello; fiorirà in armonia con quella norma, che è il sommo principio e la fonte inesauribile di ogni verità, di ogni bontà e di ogni bellezza. – Ora chi non vede la verità di ciò che abbiamo osservato fin da principio; di quali preziosi beni, cioè, sia fecondo il Santo Rosario? Quanto esso sia meravigliosamente efficace nel curare i mali dei nostri tempi, e nell’arginare i gravissimi mali della società? – Ma, come ognuno facilmente comprende, di tale efficacia saranno più direttamente e più largamente partecipi gli ascritti alle sacre Confraternite del Rosario, perché ad essa acquistano un particolare titolo, sia per la loro fraterna unione, sia per la loro speciale devozione verso la Vergine santissima. Tali sodalizi autorevolmente approvati dai Romani Pontefici e da essi arricchiti di privilegi e di tesori d’indulgenze, hanno una loro propria forma di ordinamento e di disciplina, Tengono riunioni in giorni determinati, e sono forniti dei mezzi più adatti per fiorire nella pietà e per rendere utili servizi anche alla società civile. Essi sono come schiere militanti che, guidate e sorrette dalla celeste Regina, combatterono le battaglie di Cristo, in virtù dei suoi santi misteri. E in ogni occasione, ma specialmente a Lepanto, si è potuto vedere come la Vergine gradisca le preghiere, le feste e le processioni di questi suoi devoti. – È dunque ben giusto che, non soltanto i figli del patriarca san Domenico – obbligati certo più degli altri a motivo della loro vocazione -, ma anche tutti coloro che hanno cura d’anime – specialmente nelle chiese dove queste Confraternite sono canonicamente erette – si adoperino con tutto il loro zelo a moltiplicarle, svilupparle e assisterle. Desideriamo anzi ardentemente che si dedichino a questo lavoro anche coloro che intraprendono missioni, sia per portare la dottrina di Cristo agli infedeli, sia per rafforzarla nei fedeli. – Noi non dubitiamo che, per le esortazioni di tutti costoro, molti Cristiani saranno pronti non solo ad iscriversi a queste Confraternite, ma anche a sforzarsi, con ogni mezzo, di raggiungere i già indicati vantaggi spirituali, che formano come la ragione di essere e, per così dire, la sostanza del Santo Rosario. L’esempio poi degli iscritti alle Confraternite trascinerà anche gli altri fedeli ad una maggior stima e devozione verso il rosario; i quali cosi’ stimolati porranno ogni loro impegno – come Noi vivissimamente desideriamo – a ricavare anch’essi, nella più larga misura, salutari vantaggi da questa pratica. – Eccovi la speranza che ci sorride. È essa che in mezzo a tante pubbliche calamità ci guida e profondamente ci consola. Si degni Maria, Madre di Dio e degli uomini, ispiratrice e maestra del santo rosario, di avverare pienamente questa speranza, accogliendo le comuni preghiere, Noi abbiamo fiducia, venerabili fratelli, che, per lo zelo di ciascuno di voi, i vostri insegnamenti e i Nostri voti produrranno ogni specie di bene e contribuiranno, in particolare, alla prosperità delle famiglie, e alla pace dei popoli. – Intanto, come pegno dei favori celesti e testimonianza della Nostra benevolenza, impartiamo di cuore nel Signore, a ciascuno di voi, al vostro clero e al vostro popolo l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, l’8 settembre 1893, anno decimosesto del Nostro pontificato.

 

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: LUX VERITATIS DI S. S. PIO XI

11 Ottobre: nel giorno in cui la Chiesa Cattolica festeggia la Maternità della Beata Vergine Maria, riportiamo il testo della lettera enciclica “Lux Veritatis” di S. S. Pio XI, scritta in occasione del XV centenario del Concilio di Efeso, nel corso del quale vennero definiti dei dogmi di fede basilari della dottrina cattolica ed indispensabili per la salvezza eterna. Tra di essi, fu solennemente enunciato il dogma della Maternità di Maria con il titolo di THEOTOKOS, Madre di Dio, che l’infame Nestorio aveva osato negare. La lettura e la meditazione di questa lettera, ricca di dati storici e di verità di fede, sarà di sommo profitto per chi vuole abbeverarsi alle fonti della dottrina Cattolica per aspirare alla vita eterna. In questo giorno di grande Festa per la Chiesa e per i Cattolici che hanno in sommo grado il culto di Maria, Vergine e Madre di Dio, incidiamo nei nostri cuori le parole del Sommo Pontefice riportate in:

LUX VERITATIS

LETTERA ENCICLICA

DEL SOMMO PONTEFICE

PIO XI


AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
NEL XV CENTENARIO
DEL CONCILIO DI EFESO CHE PROCLAMÒ
LA MATERNITÀ DIVINA DI MARIA

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

La storia, luce di verità e testimonio dei tempi, se rettamente consultata e diligentemente esaminata, insegna che la promessa fatta da Gesù Cristo: « Io sono con voi … fino alla consumazione dei secoli » , non è mai venuta meno alla sua Chiesa e non verrà quindi mai a mancare in avvenire. Anzi quanto più furiosi sono i flutti dai quali è sbattuta la nave di Pietro, tanto più pronto e vigoroso essa sperimenta l’aiuto della grazia divina. E ciò in modo singolarissimo avvenne nei primi tempi della Chiesa, non solo quando il nome cristiano era ritenuto delitto esecrabile da punirsi con la morte, ma anche quando la vera fede di Cristo, sconvolta dalla perfidia degli eretici che imperversavano soprattutto in Oriente, fu messa in gravissima prova. Infatti, come i persecutori dei cristiani, l’uno dopo l’altro, miseramente scomparvero, e lo stesso Impero romano cadde in rovina, così tutti gli eretici, quasi tralci inariditi perché recisi dalla vite divina, più non poterono succhiare la linfa vitale né fruttificare. – La Chiesa di Dio invece, fra tante procelle e vicissitudini di cose caduche, unicamente confidando in Dio, proseguì in ogni tempo il suo cammino con passo fermo e sicuro, né mai cessò di difendere vigorosamente l’integrità del sacro deposito della verità evangelica affidatole dal divino Fondatore. – Questi pensieri si riaffacciano alla Nostra mente, Venerabili Fratelli, nell’accingerCi a parlarvi in questa Lettera di quel veramente faustissimo avvenimento che fu il Concilio celebrato ad Efeso quindici secoli fa, nel quale, come fu smascherata l’astuta protervia degli erranti, così rifulse la inconcussa fede della Chiesa, sorretta dall’aiuto divino. – Sappiamo che per Nostro consiglio furono costituiti due Comitati di uomini insigni, incaricati di promuovere nel modo più solenne commemorazioni di questo centenario, non solo qui in Roma, capitale dell’orbe cattolico, ma in ogni parte del mondo. Né ignoriamo che le persone alle quali affidammo tale incarico speciale si adoperarono alacremente di promuovere la salutare iniziativa, senza risparmio di fatiche o di sollecitudini. Di questa alacrità dunque — assecondata, si può dire, dappertutto dal volenteroso e veramente mirabile consenso dei Vescovi e dei migliori fra i laici — non possiamo che grandemente congratularCi, perché confidiamo che ne abbiano a derivare, anche per l’avvenire, grandi vantaggi per la causa cattolica. – Ma considerando Noi attentamente questo avvenimento storico e i fatti e le circostanze ad esso connessi, stimiamo conveniente all’ufficio apostolico affidatoCi da Dio, rivolgerCi personalmente a voi con un’Enciclica in quest’ultimo scorcio del centenario e nella ricorrenza del tempo sacro in cui la B. V. Maria per noi « diede alla luce il Salvatore », e intrattenerCi con voi intorno a questo argomento che certo è della massima importanza. Nel fare ciò nutriamo ferma speranza che non solo le Nostre parole torneranno gradite ed utili a voi e ai vostri fedeli, ma, se esse verranno attentamente meditate con animo desideroso di verità da quanti Nostri fratelli e figli dilettissimi sono separati dalla Sede Apostolica, confidiamo che essi, convinti dalla storia maestra della vita, non potranno non provare almeno la nostalgia dell’unico ovile sotto l’unico Pastore, e del ritorno a quella vera fede, che gelosamente si conserva sempre sicura e inviolata nella Chiesa Romana. Infatti, nel metodo seguito dai Padri e in tutto lo svolgimento del Concilio di Efeso nell’opporsi all’eresia di Nestorio, tre dogmi della fede cattolica specialmente brillarono agli occhi del mondo nella piena loro luce, e di essi Noi tratteremo in modo speciale. Essi sono:

– che in Gesù Cristo unica è la Persona, e questa divina;

– che tutti devono riconoscere e venerare la B. V. Maria come vera Madre di Dio; e infine,

– che nel Romano Pontefice risiede, per divina istituzione, l’autorità suprema, somma e indipendente, su tutti e singoli i Cristiani, nelle questioni concernenti la fede e la morale.

I

Per procedere dunque con ordine nella trattazione, facciamo Nostra quella sentenziosa esortazione dell’Apostolo delle genti agli Efesini: « Riuniamoci finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità » . Le quali esortazioni dell’Apostolo, come furono seguite con sì mirabile unione d’animo dai Padri del Concilio di Efeso, così vorremmo che tutti, senza distinzione, facendo tacere ogni pregiudizio, le ritenessero come a sé rivolte e le mettessero felicemente in pratica. – Come è universalmente risaputo, autore di tutta la controversia fu Nestorio; non però nel senso che la nuova dottrina sia sbocciata tutta dal suo ingegno e dal suo studio, avendola egli certamente derivata da Teodoro, vescovo di Mopsuestia; ma egli, svolgendola poscia con maggiore ampiezza, e rimessala a nuovo con una certa apparenza di originalità, si diede a predicarla e a divulgarla con ogni mezzo con grande apparato di parole e di sentenze, dotato com’era di facondia singolare. Nato a Germanicia, città della Siria, si recò da giovane ad Antiochia per istruirsi nelle scienze sacre e profane. In questa città, allora celeberrima, professò dapprima la vita monastica; ma poi, volubile com’era, abbandonato questo genere di vita e ordinato sacerdote, si dedicò totalmente alla predicazione, cercandovi, più che la gloria di Dio, il plauso umano. La fama della sua eloquenza destò tanto favore nel pubblico e talmente si diffuse che, chiamato a Costantinopoli, allora priva del suo Pastore, fu elevato alla dignità episcopale, fra la più grande aspettazione comune. In questa così illustre sede, anziché astenersi dalle massime perverse della sua dottrina, continuò anzi a insegnarle e a divulgarle con maggiore autorità e baldanza. – Per bene intendere la questione, giova qui accennare brevemente ai principali capi dell’eresia nestoriana. Quell’uomo arrogante, giudicando che due ipostasi perfette, vale a dire la umana di Gesù e la divina del Verbo, si fossero riunite in una comune persona, o « prosopo » (com’egli si esprimeva), negò quell’ammirabile unione sostanziale delle due nature, che chiamiamo ipostatica; pertanto insegnò che l’Unigenito Verbo di Dio non s’era fatto uomo, ma si trovava presente nell’umana carne per la sua inabitazione, per il suo beneplacito e per la virtù della sua operazione. Di qui, non doversi Gesù chiamare Dio, ma « Theophoros » ossia Deifero; in modo non molto dissimile da quello per cui i profeti e gli altri santi possono chiamarsi Deiferi, cioè per la grazia divina loro concessa. – Da queste perverse massime di Nestorio seguiva doversi riconoscere in Cristo due persone, l’una divina e l’altra umana; e così ne scendeva necessariamente che la B. V. Maria non era veramente Madre di Dio, ossia « Theotócos », ma piuttosto Madre di Cristo uomo, ossia « Christotócos », o al più Accoglitrice di Dio, ossia « Theodócos » . – Questi empi dogmi, predicati non più nell’oscurità del segreto da un uomo privato, ma apertamente in pubblico dallo stesso Vescovo di Costantinopoli, produssero negli animi, massime nella Chiesa orientale, una gravissima perturbazione. E fra gli oppositori dell’eresia nestoriana, che non mancarono nemmeno nella capitale dell’Impero di Oriente, tiene certamente il primo posto quell’uomo santo e vindice della cattolica integrità che fu Cirillo, Patriarca di Alessandria. Questi, non appena conosciuta l’empia dottrina del Vescovo di Costantinopoli, zelantissimo com’era non soltanto dei figli suoi, ma altresì dei fratelli erranti, difese validamente presso i suoi la fede ortodossa, e si adoperò con animo fraterno di ricondurre Nestorio alla norma della verità, indirizzandogli una lettera. – Riuscito vano questo caritatevole tentativo a motivo della pervicace ostinazione di Nestorio, Cirillo, non meno buon conoscitore che fortissimo assertore dell’autorità della Chiesa Romana, non volle spingere più oltre la discussione né sentenziare di sua autorità in una causa tanto grave, senza prima domandare e udire il giudizio della Sede Apostolica. Scrisse perciò « al Beatissimo e a Dio dilettissimo Padre Celestino », una lettera piena di deferenza, dicendogli fra l’altro: « L’antica consuetudine delle Chiese ci induce a comunicare alla Tua Santità simili cause … » . « Né vogliamo abbandonare pubblicamente la comunione di lui (Nestorio), prima di farne cenno alla Tua pietà. Degnati pertanto di significarci la Tua sentenza, onde chiaramente ci possa constare se convenga che noi comunichiamo con uno che favorisce e predica una siffatta erronea dottrina. Quindi l’integrità della Tua mente e il Tuo parere su questo argomento deve venire esposto chiaramente per iscritto ai vescovi piissimi e a Dio devotissimi della Macedonia e ai Pastori di tutto l’Oriente » . – Nestorio stesso non ignorava la suprema autorità del Vescovo di Roma su tutta la Chiesa; e di fatto ripetutamente scrisse a Celestino, sforzandosi di provare la sua dottrina e di guadagnarsi e accattivarsi l’animo del santo Pontefice. Ma indarno; perché gli stessi scritti incomposti dell’eresiarca contenevano errori non lievi; e il Capo della Sede Apostolica non appena li scorse, mettendo subito mano al rimedio perché la peste dell’eresia non divenisse, temporeggiando, più pericolosa, li esaminò giuridicamente in un Sinodo, e solennemente li riprovò e ordinò che parimenti da tutti fossero riprovati. – E qui desideriamo, Venerabili Fratelli, che riflettiate attentamente quanto, in questa causa, il modo di procedere del Romano Pontefice differisca da quello seguito dal Vescovo di Alessandria. Questi infatti, pur occupando una sede stimata la prima della Chiesa Orientale, non volle, come abbiamo detto, dirimere da sé una gravissima controversia concernente la fede cattolica, prima di aver ben conosciuto il pensiero della Sede Apostolica. Celestino invece, riunito a Roma un Sinodo, esaminata ponderatamente la causa, in forza della suprema e assoluta sua autorità su tutto il gregge del Signore, pronunziò solennemente questa decisione sul Vescovo di Costantinopoli e sulla dottrina di lui: « Sappi dunque chiaramente », così scrisse a Nestorio, « che questa è la nostra sentenza: se di Cristo, Dio nostro, non predichi ciò che affermano la Chiesa Romana e Alessandrina e tutta la Chiesa Cattolica, come anche ottimamente sostenne la sacrosanta Chiesa di Costantinopoli fino a te, e se entro dieci giorni da computarsi da quello in cui avrai avuto notizia di questa intimazione, non ripudierai, con una confessione chiara e per iscritto, quella perfida novità che tenta di separare ciò che la Sacra Scrittura unisce, sei cacciato dalla comunione di tutta la Chiesa Cattolica. Il testo del nostro giudizio su di te abbiamo inviato, per mezzo del ricordato figlio mio il diacono Possidonio, con tutti i documenti, al santo mio consacerdote Vescovo della predetta città di Alessandria, che di tutto questo affare con maggior pienezza C’informò, perché, in nostra vece, faccia in modo che questa nostra decisione venga conosciuta da te e da tutti i fratelli; perché tutti debbono sapere quanto si fa, quando si tratta della causa di tutti » . – L’esecuzione di questa sentenza fu poi demandata dal Romano Pontefice al Patriarca di Alessandria con queste gravi parole: « Pertanto, forte dell’autorità della nostra Sede, tenendo le nostre veci, eseguirai, con forte vigore questa sentenza: o entro dieci giorni, da computarsi dal giorno di questa intimazione, egli condannerà con una professione scritta le sue perverse dottrine e confermerà di ritenere intorno alla natività di Cristo, Dio nostro, la fede professata dalla Chiesa Romana, da quella della tua santità e dall’universale sentimento; oppure, se ciò non farà, subito la tua santità, provvedendo a quella Chiesa, sappia ch’egli dev’essere in tutti i modi rimosso dal nostro corpo » . – Alcuni scrittori antichi e moderni, quasi per eludere la chiara autorità dei documenti riferiti, vollero su tutta questa controversia proferire giudizio, spesso con un’orgogliosa iattanza. Anche ammesso, così vanno sconsideratamente dicendo, che il Pontefice Romano abbia pronunciato una sentenza perentoria ed assoluta, provocata dal Vescovo di Alessandria emulo di Nestorio, e quindi da lui ben volentieri fatta sua, resta però il fatto che il Concilio, riunitosi più tardi ad Efeso, tornò a giudicare da capo tutta la causa, già giudicata e assolutamente condannata dalla Sede Apostolica, e con la suprema sua autorità stabili ciò che da tutti doveva ritenersi in tale questione. Quindi credono di poter concludere che il Concilio Ecumenico gode di diritti assai maggiori e più forti che non l’autorità del Vescovo di Roma. – Ma chi con lealtà di storico e con animo spoglio di pregiudizi riguardi diligentemente ai fatti e ai documenti scritti, non può non riconoscere che tale obiezione posa sul falso ed è solo una simulazione di verità. Anzitutto conviene avvertire che quando l’imperatore Teodosio, anche in nome del suo collega Valentiniano, indisse il Concilio Ecumenico, la sentenza di Celestino non era ancora giunta a Costantinopoli, e quindi non vi era per nulla conosciuta. In secondo luogo avendo Celestino appreso della convocazione del Concilio di Efeso da parte degli Imperatori, non si mostrò affatto contrario; anzi scrisse a Teodosio  e al Vescovo di Alessandria lodando il provvedimento e annunziando la scelta del Patriarca Cirillo, dei Vescovi Arcadio e Proietto e del prete Filippo, quali suoi legati, perché presiedessero al Concilio. Nel fare ciò il Romano Pontefice non rilasciò tuttavia all’arbitrio del Concilio la causa come non ancora giudicata, ma fermo restando, come si espresse, « quanto da Noi già si è stabilito » , affidò l’esecuzione della sentenza da lui pronunciata ai Padri del Concilio, in modo che essi, se fosse stato possibile, dopo essersi insieme consultati e aver pregato Iddio, si adoperassero per ricondurre all’unità della fede il Vescovo di Costantinopoli. Infatti, avendo Cirillo domandato al Pontefice come regolarsi in quell’affare, se cioè « il Sacro Sinodo dovesse riceverlo (Nestorio) nel caso che condannasse quanto aveva predicato; oppure valesse la sentenza già da tempo pronunziata, per essere ormai spirato il tempo dell’indugio », Celestino gli rispose: « Sia questo l’ufficio della tua santità insieme col venerando Concilio dei fratelli, di reprimere cioè gli strepiti sorti nella Chiesa, e di far sapere che, con l’aiuto divino, il negozio si è concluso con la desiderata correzione. Né diciamo già di non essere presenti al Concilio, non potendo non essere presenti a coloro con i quali, ovunque essi si trovino, Noi siamo congiunti per l’unità della fede … Costì Noi ci troviamo, perché pensiamo a ciò che costì si tratta per il bene di tutti; trattiamo presenti in ispirito ciò che non possiamo trattare presenti di corpo. Penso alla pace cattolica, penso alla salute di chi perisce, purché questi voglia confessare la sua malattia. E ciò diciamo perché non sembri che veniamo meno a chi forse vuole correggersi … Provi egli che Noi non abbiamo i piedi veloci ad effondere il sangue, conoscendo che anche per lui è offerto il rimedio ». – Queste parole di Celestino ne dimostrano l’animo paterno e attestano chiaramente ch’egli non bramava di meglio se non che rifulgesse alle menti accecate il lume della fede, e che la Chiesa fosse rallegrata dal ritorno degli erranti; tuttavia le prescrizioni da lui fatte ai legati in partenza per Efeso, sono certamente tali da manifestare la cura sollecita con cui il Pontefice ordinò che fossero mantenuti intatti i divini diritti della Sede Romana. Si legge infatti, tra l’altro: « Comandiamo che si debba custodire l’autorità della Sede Apostolica; poiché così parlano le istruzioni che vi sono state date, che cioè dobbiate esser presenti al Concilio e che se si venga alla discussione, voi dobbiate giudicare delle loro opinioni, non già entrare nella lotta » . Né diversamente si comportarono i legati, col pieno consenso dei Padri del Concilio. Infatti, ubbidendo con fermezza e fedeltà ai predetti ordini del Pontefice, giunti ad Efeso, quando già era finita la prima tornata, chiesero che fossero loro consegnati tutti i decreti della precedente riunione, perché potessero venire ratificati in nome della Sede Apostolica: «Domandiamo che vogliate esporci quanto fu trattato in questo santo Sinodo prima del nostro arrivo, affinché, secondo la mente del beato nostro Papa e di questo santo Concilio, anche noi lo confermiamo …» . – E il prete Filippo pronunciò dinanzi a tutto il Concilio quella famosa sentenza sul primato della Chiesa Romana, che viene riferita nella Costituzione dogmatica « Pastor Æternus » del Concilio Vaticano. Essa dice: «Nessuno dubita, anzi tutti i secoli conoscono, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno dal Signor Nostro Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, e che a lui fu data la potestà di sciogliere e legare i peccati; ed egli fino a questo tempo e sempre vive nei suoi successori ed esercita il giudizio » . – Che più? Forse che i Padri del Concilio Ecumenico si opposero a questo procedere di Celestino e dei suoi legati? Assolutamente no. Anzi rimangono documenti scritti che ne manifestano chiarissimamente la riverenza e l’ossequio. Quando infatti i legati pontifici, nella seconda tornata del Concilio, leggendo la lettera di Celestino, dissero fra l’altro: «Abbiamo inviato, nella nostra sollecitudine, i santi fratelli e consacerdoti, Arcadio e Proietto, Vescovi, e il nostro prete Filippo, uomini specchiatissimi e concordi con Noi, perché intervengano alle vostre discussioni ed eseguano ciò che già da noi è stato stabilito; e ad essi non dubitiamo che la vostra santità debba dare l’assenso …», i Padri, lungi dal ricusare questa sentenza come di giudice supremo, l’applaudirono anzi unanimemente e salutarono il Romano Pontefice con queste onorifiche acclamazioni: «Questo è il giusto giudizio! A Celestino, nuovo Paolo, a Cirillo nuovo Paolo, a Celestino custode della fede, a Celestino concorde col Sinodo, a Celestino tutto il Concilio rende grazie: un solo Celestino, un solo Cirillo, una sola la fede del Sinodo, una sola la fede del mondo ». – Come poi si venne alla condanna e alla riprovazione di Nestorio, i medesimi Padri del Concilio non credettero di poter liberamente giudicare da capo la causa, ma apertamente professarono di essere stati prevenuti e « costretti » dal responso del Romano Pontefice: « Conoscendo … che egli (Nestorio) sente e predica empiamente, costretti dai canoni e dalla lettera del Santissimo Padre nostro e consacerdote Celestino, Vescovo della Chiesa Romana, versando lacrime, veniamo necessariamente a questa lugubre sentenza contro di lui. Pertanto Gesù Cristo, nostro Signore, assalito dalle blasfeme voci di lui, per mezzo di questo santo Sinodo ha definito il medesimo Nestorio privato della dignità episcopale e separato da ogni consorzio e riunione sacerdotale ». – Questa fu altresì la professione fatta da Fermo, Vescovo di Cesarea, nella seconda sessione del Concilio, con le seguenti chiare parole: « L’Apostolica e Santa Sede del santissimo Vescovo Celestino, con la lettera indirizzata ai religiosissimi Vescovi, prescrisse anche in precedenza la sentenza e la regola intorno a questo caso; conformemente ad esse … giacché Nestorio, da noi citato, non è comparso, mandammo ad effetto quella condanna, proferendo contro di lui il giudizio canonico ed apostolico ». – Orbene, i documenti finora da noi ricordati provano in modo così ovvio e significativo la fede già allora comunemente in vigore in tutta la Chiesa intorno all’autorità indipendente ed infallibile del Romano Pontefice su tutto il gregge di Cristo, che Ci richiamano alla mente quella nitida e splendida espressione di Agostino sul giudizio pochi anni prima pronunziato dal papa Zosimo contro i Pelagiani nella sua Epistola Tractoria: « In queste parole la fede della Sede Apostolica è tanto antica e fondata, tanto certa e chiara è la fede cattolica, che non è lecito a un cristiano dubitare di essa » . m- È così avesse potuto intervenire al Concilio di Efeso il santo Vescovo di Ippona! come vi avrebbe illustrato i dogmi della verità cattolica con quell’ammirabile sua acutezza d’ingegno, vedendo il pericolo delle discussioni, e come li avrebbe difesi con la sua forza d’animo! Ma quando i legati degli Imperatori giunsero ad Ippona per consegnargli la lettera di invito, non poterono far altro che piangere estinto quel chiarissimo luminare della sapienza cristiana e la sua sede devastata dai Vandali. – Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, che alcuni di coloro che, specialmente ai nostri giorni, si dedicano alle ricerche storiche, si affannano non solo ad assolvere Nestorio di ogni taccia di eresia, ma ad accusare il santo Vescovo di Alessandria Cirillo quasi che questi, mosso da iniqua rivalità, calunniasse Nestorio e si adoperasse con tutte le sue forze a provocarne la condanna per dottrine non mai da lui insegnate. E i medesimi difensori del Vescovo di Costantinopoli non si peritano di lanciare la medesima gravissima accusa al beato Nostro antecessore Celestino, della cui imperizia Cirillo avrebbe abusato, e allo stesso sacrosanto Concilio di Efeso. – Ma contro un siffatto attentato, non meno vano che temerario, proclama unanime la sua riprovazione la Chiesa tutta, la quale in ogni tempo riconobbe come meritamente pronunziata la condanna di Nestorio, ritenne ortodossa la dottrina di Cirillo, annoverò sempre e venerò il Concilio Efesino tra i Concili Ecumenici celebrati sotto la guida dello Spirito Santo. – Ed infatti, pur tralasciando molte altre eloquentissime testimonianze, valga quella di moltissimi seguaci dello stesso Nestorio. Essi videro svolgersi gli eventi sotto i propri occhi, né erano legati a Cirillo da vincolo alcuno; eppure, benché spinti alla parte contraria dall’amicizia con Nestorio, dalla grande attrattiva dei suoi scritti e dall’acceso ardore delle dispute, nondimeno, dopo il Sinodo Efesino, come colpiti dalla luce della verità, a poco a poco abbandonarono l’eretico Vescovo di Costantinopoli, che appunto secondo la legge ecclesiastica era da evitare. Ed alcuni di essi certamente sopravvivevano ancora, allorché il Nostro predecessore di f. m. Leone Magno, così scriveva al Vescovo di Marsala Pascasino, suo legato al Concilio di Calcedonia: «Tu ben sai che tutta la Chiesa Costantinopolitana, con tutti i suoi monasteri e molti Vescovi, prestò il suo consenso e sottoscrisse alla condanna di Nestorio e di Eutiche, e dei loro errori » . – Nella lettera dogmatica, poi, all’imperatore Leone, egli accusa apertissimamente Nestorio come eretico e maestro di eresia, senza che alcuno gli contraddica. Egli scrive: « Si condanni dunque Nestorio, che opinò la Beata Vergine Maria essere madre soltanto dell’uomo e non di Dio, stimando altra essere la persona umana ed altra la divina, e non ritenendo un solo Cristo nel Verbo di Dio e nella carne, ma separando e proclamando altro essere il figlio di Dio, altro il figlio dell’uomo » . Né alcuno può ignorare che questo stesso fu solennemente sancito dal Concilio di Calcedonia, il quale riprovò nuovamente Nestorio e lodò la dottrina di Cirillo. Così pure il santissimo Nostro predecessore Gregorio Magno, non appena fu innalzato alla cattedra del beato Pietro, dopo avere ricordato — nella sua Lettera sinodica alle Chiese orientali — i quattro Concili Ecumenici, cioè il Niceno, il Costantinopolitano, l’Efesino e il Calcedonese, si esprime intorno ad essi con questa, nobilissima ed importantissima sentenza: «… Su di essi si innalza, come su pietra quadrata, l’edificio della santa fede; su di essi poggia ogni vita ed azione; chi non si appoggia ad essi, anche se sembri essere pietra, giace tuttavia fuori dell’edificio » . – Tutti dunque ritengano come certo e manifesto che veramente Nestorio propalò errori ereticali, che il Patriarca Alessandrino fu invitto difensore della fede cattolica, e che il Pontefice Celestino, col Concilio di Efeso, difese l’avita dottrina e la suprema autorità della Sede Apostolica.

II

Ma è tempo ormai, Venerabili Fratelli, che passiamo a considerare più profondamente quei punti di dottrina, i quali, mediante la condanna stessa di  Nestorio, furono apertamente professati e autorevolmente sanciti dal Concilio Ecumenico di Efeso. Orbene, oltre la condanna dell’eresia Pelagiana e dei suoi fautori, tra i quali senza dubbio era Nestorio, l’argomento principale che vi fu trattato, e che fu solennemente e unanimemente confermato da quei Padri, riguardava la sentenza del tutto empia e contraria alle Sacre Scritture, propugnata da questo eresiarca; ond’è che fu proclamato come assolutamente certo ciò che egli negava, e cioè in Cristo essere una sola persona, la Persona divina. Nestorio infatti, come dicemmo, ostinatamente sosteneva che il Divin Verbo si unisce all’umana natura in Cristo, non già sostanzialmente e ipostaticamente, bensì mediante un vincolo meramente accidentale e morale; e i Padri di Efeso, condannando appunto il Vescovo di Costantinopoli, proclamarono apertamente la vera dottrina dell’Incarnazione, che deve essere da tutti fermamente ritenuta. Ed invero Cirillo, nelle sue epistole e nei suoi capitoli, già in precedenza indirizzati a Nestorio e poi inseriti negli Atti di quel Concilio, accordandosi mirabilmente con la Chiesa di Roma, con chiare e ripetute parole ne difende la dottrina: « Pertanto in nessun modo è lecito scindere l’unico Signor nostro Gesù Cristo in due figli … La Scrittura infatti non dice che il Verbo ha associato a sé la persona umana, ma che si è fatto carne. Il dire che il Verbo si è fatto carne, significa che Egli, come noi, si è unito con la carne e col sangue; Egli dunque fece suo il nostro corpo e nacque uomo dalla donna, senza nondimeno abbandonare la divinità e la filiazione dal Padre: restò quindi, nella stessa assunzione della carne, quello che era » . – Infatti, come sappiamo dalle Sacre Scritture e dalla tradizione divina, il Verbo di Dio Padre non si congiunse con un uomo, già in sé sussistente, ma uno stesso e medesimo Cristo è il Verbo di Dio esistente ab æterno nel seno del Padre e l’uomo fatto nel tempo. Poiché la mirabile unione della divinità e dell’umanità in Cristo Gesù, Redentore del genere umano, la quale a ragione vien detta ipostatica, è appunto quella che è inconfutabilmente espressa nelle Sacre Lettere, allorché lo stesso unico Cristo, non solo è appellato Dio ed uomo, ma viene anche descritto in atto di operare e come Dio e come uomo, ed infine, di morire in quanto uomo e di risorgere glorioso dalla morte in quanto Dio. In altri termini, quello stesso che è concepito per virtù dello Spirito Santo nel seno della Vergine, nasce, giace nel presepe, si dice figlio dell’uomo, soffre, e muore confitto in croce, è quello stesso appunto che dall’Eterno Padre, in modo miracoloso e solenne è proclamato « mio Figlio diletto », dà con potere divino il perdono dei peccati, restituisce per virtù propria la sanità agli infermi e richiama i morti alla vita. Ora tutto ciò, mentre dimostra ad evidenza essere in Cristo due nature, dalle quali procedono operazioni umane e divine, non meno evidentemente attesta uno essere Cristo, Dio e Uomo nello stesso tempo, per quella unità della persona divina, per la quale è detto « Theànthropos ». – Inoltre, non vi è chi non veda come questa dottrina, costantemente insegnata dalla Chiesa, sia comprovata e confermata dal dogma della Redenzione umana. Infatti, come avrebbe potuto Cristo essere chiamato « primogenito fra molti fratelli » , essere ferito a causa della nostra iniquità, redimerci dalla schiavitù del peccato, se non fosse stato dotato di natura umana, come noi? E parimenti come avrebbe Egli potuto del tutto placare la giustizia del Padre celeste, offesa dal genere umano, se non fosse stato insignito, per la sua persona divina, di una dignità immensa e infinita? – Né è lecito negare questo punto della verità cattolica per la ragione che, se si dicesse che il Redentore nostro è privo della persona umana, per ciò stesso potrebbe sembrare che alla sua natura umana mancasse qualche perfezione, e quindi diventerebbe, come uomo, inferiore a noi. Poiché, come sottilmente e sagacemente osserva l’Aquinate, « la personalità in tanto appartiene alla dignità e alla perfezione di qualche cosa, in quanto appartiene alla dignità e alla perfezione di quella cosa l’esistere per se stessa, il che si intende col nome di persona. Però è più degno, per qualcuno, esistere in un altro di sé più elevato, che esistere per sé; quindi la natura umana è in maggiore dignità in Cristo, che non lo sia in noi, perché in noi, esistendo quasi per sé, ha la propria personalità; in Cristo, invece, esiste nella Persona del Verbo. Così pure l’essere completivo della specie appartiene alla dignità della forma; tuttavia la parte sensitiva è più nobile nell’uomo per la congiunzione ad una più nobile forma completiva, che non lo sia nel bruto animale, nel quale essa stessa è forma completiva ». – Inoltre è bene qui notare che, come Ario, quell’astutissimo sovvertitore dell’unità cattolica, impugnò la natura divina del Verbo, e la sua consostanzialità con l’Eterno Padre, così Nestorio, procedendo per una via del tutta diversa, rigettando cioè l’unione ipostatica del Redentore, negò a Cristo, sebbene non al Verbo, la piena ed integra divinità. Infatti, se in Cristo la natura divina fosse stata unita con quella umana solamente con vincolo morale (come egli stoltamente vaneggiava) — ciò che, come abbiamo detto, hanno in certo qual modo conseguito anche i profeti e gli altri eroi della santità cristiana, per la propria intima unione con Dio — il Salvatore del genere umano poco o nulla differirebbe da coloro che Egli ha redenti con la sua grazia e col suo sangue. Rinnegata dunque la dottrina dell’unione ipostatica, sulla quale si fondano ed hanno solidità i dogmi dell’Incarnazione e della redenzione umana, cade e rovina ogni fondamento della Religione Cattolica. – Però non Ci meravigliamo se, alla prima minaccia del pericolo dell’eresia Nestoriana, tutto l’orbe cattolico ha tremato; non Ci meravigliamo se il Concilio Efesino vivamente si è opposto al Vescovo di Costantinopoli che combatteva con tanta temerità ed astuzia la fede avita, ed eseguendo la sentenza del Romano Pontefice lo ha colpito col tremendo anatema. – Noi pertanto, facendo eco, in armonia di animo, a tutte le età dell’era cristiana, veneriamo il Redentore del genere umano non come « Elia… o uno dei profeti » nei quali abita la divinità per mezzo della grazia, ma ad una voce col Principe degli Apostoli, che ha conosciuto tale mistero per rivelazione divina, confessiamo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » . – Posta al sicuro questa verità dogmatica, se ne può facilmente dedurre che l’universale famiglia degli uomini e delle cose create è stata elevata dal mistero dell’Incarnazione a tale dignità, da non potersene certamente immaginare una maggiore, certo più sublime di quella alla quale fu innalzata con l’opera della creazione. Poiché in tal maniera nella discendenza di Adamo vi è uno, cioè Cristo, il quale perviene proprio alla sempiterna e infinita divinità, e con la stessa è congiunto in modo arcano e strettissimo; Cristo, diciamo, fratello nostro, dotato della natura umana, ma anche Dio con noi, ossia Emmanuele, che con la sua grazia e i suoi meriti, riconduce tutti noi al divino Autore, e ci richiama a quella beatitudine, dalla quale eravamo miseramente decaduti a causa del peccato originale. Nutriamo dunque per lui sensi di gratitudine, seguiamo i suoi precetti, imitiamone gli esempi. Così saremo consorti della divinità di colui « che si è degnato farsi partecipe della nostra umanità » . – Se però, come abbiamo detto, in ogni tempo, nel corso dei secoli la vera Chiesa di Gesù Cristo ha con somma diligenza difeso pura e incorrotta tale dottrina dell’unità di persona e della divinità del suo Fondatore, non così, purtroppo, avviene presso coloro che miseramente vagano fuori dell’unico ovile di Cristo. Infatti, ogni volta che qualcuno con pertinacia si sottrae al magistero infallibile della Chiesa, abbiamo da lamentare in lui anche una graduale perdita della sicura e vera dottrina intorno a Gesù Cristo. In realtà, se alle tante e così diverse sette religiose, a quelle in modo speciale sorte dal secolo XVI e XVII in poi, le quali si gloriano ancora del nome cristiano e al principio della loro separazione confessavano fermamente Cristo Dio e uomo, domandassimo che cosa ora ne pensano, ne avremmo risposte del tutto dissimili e fra loro contraddittorie; perché, sebbene pochi di essi abbiano conservato una fede piena e retta riguardo alla persona del nostro Redentore, quanto agli altri però, se in qualche maniera affermano qualcosa di simile, questo sembra piuttosto un residuo di quel prezioso aroma di antica fede, di cui ormai hanno perduto la sostanza. – Infatti essi presentano Gesù come un uomo dotato di divini carismi, congiunto in un certo modo misterioso, più degli altri, con la divinità, e a Dio vicinissimo; ma sono molto lontani dalla intera e genuina professione della fede cattolica. Altri infine, non riconoscendo nulla di divino in Cristo, lo dichiarano semplice uomo, adorno sì di esimie doti di corpo e di animo, ma soggetto anche ad errori e alla fragilità umana. Da ciò appare manifesto che tutti costoro, allo stesso modo di Nestorio, vogliono con ardire temerario « separare Cristo » e pertanto, secondo la testimonianza dell’Apostolo Giovanni, « non sono da Dio ». – Noi dunque, dal supremo fastigio di questa Sede Apostolica, esortiamo con cuore paterno tutti coloro che si gloriano di essere seguaci di Cristo, e che in Lui ripongono la speranza e la salute sia dei singoli sia dell’umano consorzio, ad aderire ogni giorno più fermamente e strettamente alla Chiesa Romana, nella quale si crede Cristo con fede unica, integra e perfetta, lo si onora con sincero culto di adorazione, lo si ama con perenne e vivida fiamma di carità. Si ricordino costoro, in modo speciale coloro che governano il gregge da Noi separato, che quella fede dai loro antenati solennemente professata in Efeso, è conservata immutata, e viene strenuamente difesa, come nell’età passata così al presente, da questa suprema Cattedra di verità; si ricordino che una tale purezza e unità di fede è fondata ed ha fermezza nella sola pietra posta da Cristo, e parimenti che solo per mezzo della suprema autorità del Beato Pietro e dei suoi Successori si può conservare incorrotta. – E quantunque di questa unità della Religione Cattolica abbiamo trattato più diffusamente pochi anni addietro nell’Enciclica Mortalium animos, gioverà tuttavia richiamarla qui brevemente in memoria, poiché l’unione ipostatica di Cristo, confermata in modo solenne nel Concilio Efesino, propone e rappresenta il tipo di quella unità di cui il nostro Redentore volle ornato il suo corpo mistico, cioè la Chiesa, « un solo corpo » , « ben compaginato e connesso » . E veramente, se la personale unità di Cristo è l’arcano esemplare al quale Egli stesso volle conformare l’unica compagine della società cristiana, ogni uomo di senno comprende che questa non può affatto sorgere da una certa vana unione di molti discordanti fra loro, ma unicamente da una gerarchia, da un unico e sommo magistero, da un’unica regola del credere, da un’unica fede dei Cristiani. – Questa unità della Chiesa, che consiste nella comunione con la Sede Apostolica, fu nel Concilio di Efeso splendidamente affermata da Filippo, legato del Vescovo Romano, il quale, parlando ai Padri Conciliari che ad una voce plaudivano alla lettera inviata da Celestino, proferì queste memorande parole: « Rendiamo grazie al santo e venerabile Sinodo, perché letta a voi la lettera del santo e beato Papa nostro, voi, membra sante, vi siete congiunti al capo santo con le vostre sante voci e con le vostre sante acclamazioni. Infatti la vostra beatitudine non ignora che il beato Apostolo Pietro è capo di tutta la fede ed anche degli Apostoli ». – Più che in passato, ora maggiormente, Venerabili Fratelli, è necessario che tutti i buoni siano stretti in Gesù Cristo e nella sua mistica sposa, la Chiesa, da un’unica, medesima e sincera professione di fede, poiché dappertutto tanti uomini cercano di scuotere il soave giogo di Cristo, respingono la luce della sua dottrina, calpestano le fonti della grazia, e infine ripudiano la divina autorità di Colui, che è diventato, secondo il detto evangelico, « il segno di contraddizione » . – Siccome da tale lacrimevole defezione da Cristo provengono innumerevoli mali che vanno ogni giorno crescendo, tutti cerchino l’opportuno rimedio da Lui, che « è stato dato agli uomini sulla terra e nel quale solamente possiamo avere salvezza ». – Così soltanto con l’aiuto del Sacro Cuore di Gesù, potranno spuntare tempi più felici per gli animi dei mortali, tanto per i singoli uomini, quanto per la società domestica e per la stessa società civile, al presente così profondamente sconvolta.

III

Dal punto della dottrina cattolica fin qui toccato, necessariamente deriva quel dogma della divina maternità, che predichiamo, della B. Vergine Maria: «non già come ammonisce Cirillo, che la natura del Verbo o la sua divinità abbia tratto il principio della sua origine dalla Vergine Santissima, ma nel senso che da Lei trasse quel sacro corpo informato dall’anima razionale, dal quale il Verbo di Dio, unito secondo la ipostasi, si dice sia nato secondo la carne » . Invero se il figlio della B. Vergine Maria è Dio, per certo Colei che lo generò deve chiamarsi con ogni diritto Madre di Dio; se una è la Persona di Gesù Cristo, e questa divina, senza alcun dubbio Maria deve da tutti essere chiamata non solamente Genitrice di Cristo uomo, ma Deipara, « Theotòcos ». Colei dunque che da Elisabetta sua cugina è salutata «Madre del mio Signore », della quale Ignazio Martire dice che ha partorito Iddio, e dalla quale Tertulliano dichiara che è nato Iddio, quella stessa noi veneriamo come alma Genitrice di Dio, cui l’eterno Iddio conferì la pienezza della grazia e che elevò a tanta dignità. – Nessuno poi potrebbe rigettare questa verità, tramandataci fin dall’inizio della Chiesa, per il fatto che la B. Vergine abbia fornito sì il corpo a Gesù Cristo, senza però generare il Verbo del Padre celeste; infatti, come a ragione e chiaramente già fin dal suo tempo risponde Cirillo, a quel modo che tutte le altre donne nel cui seno si genera il nostro terreno composto ma non l’anima, si dicono e sono veramente madri, così Ella ha similmente conseguito la divina maternità dalla sola persona del Figlio suo. – Giustamente quindi il Concilio Efesino ancora una volta riprovò solennemente l’empia sentenza di Nestorio, che il Romano Pontefice, mosso dallo Spirito divino, aveva condannato un anno prima. – E il popolo di Efeso era compreso da tanta devozione e ardeva di tanto amore per la Vergine Madre di Dio, che appena apprese la sentenza pronunziata dai Padri del Concilio, li acclamò con lieta effusione di animo e, provvedutosi di fiaccole accese, a folla compatta li accompagnò fino alla loro dimora. E certo, la stessa gran Madre di Dio, sorridendo soavemente dal cielo ad un così meraviglioso spettacolo, ricambiò con cuore materno e col suo benignissimo aiuto i suoi figli di Efeso e tutti i fedeli del mondo cattolico, perturbati dalle insidie dell’eresia nestoriana. – Da questo dogma della divina maternità, come dal getto d’un’arcana sorgente, proviene a Maria una grazia singolare: la sua dignità, che è la più grande dopo Dio. Anzi, come scrive egregiamente l’Aquinate: « La Beata Vergine, per il fatto che è Madre di Dio, ha una dignità in certo qual modo infinita, per l’infinito bene che è Dio » . Il che più diffusamente espone Cornelio a Lapide con queste parole: « La Beata Vergine è Madre di Dio; Ella dunque è di gran lunga più eccelsa di tutti gli Angeli, anche dei Serafini e dei Cherubini. È Madre di Dio; Ella perciò è la più pura e la più santa, così che dopo Dio non si può immaginare una purezza maggiore. È Madre di Dio; perciò qualsiasi privilegio concesso a qualunque Santo, nell’ordine della grazia santificante, Ella lo ha al di sopra di tutti » . – E allora perché i Novatori e non pochi acattolici riprovano così acerbamente la nostra devozione alla Vergine Madre di Dio, quasi riducessimo quel culto che solo a Dio è dovuto? Ignorano forse costoro, o non attentamente riflettono come nulla possa riuscire più accetto a Gesù Cristo, che certamente arde di un amore grande per la Madre sua, quanto il venerarla noi secondo il merito, premurosamente riamarla e studiarci, con l’imitazione dei suoi esempi santissimi, di guadagnarcene il valido patrocinio? – Non vogliamo però passare sotto silenzio un fatto che Ci riesce di non lieve conforto, come cioè ai nostri tempi, anche alcuni tra i Novatori siano tratti a conoscere meglio la dignità della Vergine Madre di Dio, e mossi a venerarla ed onorarla con amore. E questo certamente, quando nasca da una profonda sincerità della loro coscienza e non già da un larvato artificio di conciliarsi gli animi dei cattolici, come sappiamo che avviene in qualche luogo, Ci fa del tutto sperare che, con l’aiuto della preghiera, la cooperazione di tutti e con l’intercessione della B. Vergine che ama di amore materno i figli erranti, questi siano finalmente un giorno ricondotti in seno all’unico gregge di Gesù Cristo e, per conseguenza, a Noi che, sebbene indegnamente, ne sosteniamo in terra le veci e l’autorità. – Ma nella missione della maternità di Maria, ancora un’altra cosa, Venerabili Fratelli, crediamo doveroso ricordare: una cosa che torna certamente più dolce e più soave. Avendo Ella dato alla luce il Redentore del genere umano, divenne in certo modo madre benignissima, anche di noi tutti, che Cristo Signore volle avere per fratelli. Scrive il Nostro Predecessore Leone XIII di f.m.: «Tale ce la diede Iddio: nell’atto stesso in cui la elesse a Madre del suo Unigenito, le ispirò sentimenti del tutto materni, che nient’altro effondessero se non misericordia ed amore; tale da parte sua ce l’additò Gesù Cristo, quando volle spontaneamente sottomettersi a Maria e prestarle obbedienza come un figlio alla madre; tale Egli dalla croce la dichiarò allorché, nel discepolo Giovanni, le affidò la custodia e il patrocinio su tutto il genere umano; tale infine si dimostrò Ella stessa, quando, raccolta con animo grande quella eredità d’un immenso travaglio lasciatale dal Figlio moribondo, si diede subito a compiere ogni ufficio di madre ». – Per questo avviene che a Lei veniamo attratti come da un impulso irresistibile, e a Lei confidiamo con filiale abbandono ogni cosa nostra — le gioie cioè, se siamo lieti; le pene se siamo addolorati; le speranze se finalmente ci sforziamo di risollevarci a cose migliori —; per questo avviene che se alla Chiesa si preparano giorni più difficili, se la fede viene scossa perché la carità si è raffreddata, se volgono in peggio i privati e pubblici costumi, se qualche sciagura minaccia la famiglia cattolica e il civile consorzio, a Lei ci rifugiamo con suppliche, per chiedere con insistenza l’aiuto celeste; per questo, infine, quando nel supremo pericolo della morte, non troviamo più da nessuna parte speranza ed aiuto, a Lei innalziamo gli occhi lacrimosi e le mani tremanti, chiedendo fervidamente, per mezzo di Lei al Figlio suo, il perdono e l’eterna felicità nei cieli. – A Lei, dunque, ricorrano tutti con più acceso amore nelle presenti necessità dalle quali siamo travagliati; a Lei domandino con suppliche pressanti « di impetrare che le fuorviate generazioni tornino all’osservanza delle leggi, nelle quali è riposto il fondamento d’ogni pubblico benessere, e donde promanano i benefìci della pace e della vera prosperità. A Lei chiedano molto intensamente ciò che tutti i buoni devono avere in cima ai loro pensieri: che la Madre Chiesa ottenga il tranquillo godimento della sua libertà, la quale non indirizza ad altro che alla tutela dei supremi interessi dell’uomo, e dalla quale, come gli individui, così la società, anziché danno, trasse in ogni tempo i più grandi e inestimabili benefìci ». – Ma sopra ogni altra cosa, un particolare e certamente importantissimo beneficio desideriamo che da tutti venga implorato, mediante la intercessione della celeste Regina. Ella cioè, che è tanto amata e tanto devotamente onorata dagli Orientali dissidenti, non permetta che questi miseramente fuorviino e che sempre più si allontanino dall’unità della Chiesa e quindi dal Figlio suo, del quale Noi facciamo le veci sulla terra. Tornino a quel Padre comune, la cui sentenza accolsero tutti i Padri del Concilio Efesino e salutarono con plauso unanime quale « custode della Fede »; facciano ritorno a Noi, che per tutti loro portiamo un cuore assolutamente paterno, e volentieri facciamo Nostre quelle tenerissime parole con le quali Cirillo si sforzò di esortare Nestorio, affinché « si conservasse la pace delle Chiese e rimanesse indissolubile tra i sacerdoti di Dio il vincolo della concordia e dell’amore ». – Voglia il Cielo che spunti quanto prima quel lietissimo giorno in cui la Vergine Madre di Dio, fatta ritrarre in mosaico dal Nostro antecessore Sisto III nella Basilica Liberiana (opera che Noi stessi abbiamo voluto restituire al primitivo splendore), possa vedere il ritorno dei figli da Noi separati, per venerarla insieme con Noi, con un solo animo e una fede sola. Cosa che certamente Ci riuscirà oltre ogni dire gioconda. – Riteniamo inoltre di buon augurio l’essere toccato a Noi di celebrare questo quindicesimo centenario; a Noi, vogliamo dire, che abbiamo difeso la dignità e la santità del casto connubio contro i cavillosi assalti d’ogni genere; a Noi che abbiamo solennemente rivendicato alla Chiesa i sacrosanti diritti dell’educazione della gioventù, affermando ed esponendo con quali metodi dovesse impartirsi, a quali princìpi conformarsi. – Infatti questi due Nostri insegnamenti trovano sia nelle mansioni della divina maternità, sia nella famiglia di Nazaret un esimio modello da proporsi all’imitazione di tutti. Effettivamente, per servirci delle parole del Nostro Predecessore Leone XIII di f. m., « i padri di famiglia hanno in Giuseppe una guida eccellentissima di paterna e vigile provvidenza; nella Santissima Vergine Madre di Dio, le madri hanno un insigne modello di amore, di verecondia, di spontanea sottomissione e di fedeltà perfetta; in Gesù poi, che era a quelli sottomesso, i figli trovano un modello di ubbidienza tale da essere ammirato, venerato ed imitato ». – Ma è particolarmente giovevole soprattutto che quelle madri dei tempi moderni, le quali, infastidite della prole e del vincolo coniugale, hanno avvilito e violato i doveri che si erano imposti, sollevino lo sguardo a Maria, e seriamente considerino a quanto grande dignità il compito di madre sia stato da Lei innalzato. Così si può allora sperare che, con la grazia della celeste Regina, siano indotte ad arrossire dell’ignominia inflitta al grande sacramento del matrimonio, e che siano salutarmente animate a conseguire con ogni sforzo i pregi ammirabili delle virtù di Lei. – E qualora tutto ciò avvenga secondo i Nostri desideri, se cioè la società domestica — principio fondamentale di tutto l’umano consorzio — verrà ricondotta a così degnissima norma di probità, senza dubbio potremo affrontare e porre finalmente un riparo a quello spaventoso cumulo di mali da cui siamo travagliati. In tal modo avverrà « che la pace di Dio, la quale supera ogni intendimento, custodirà i cuori e le intelligenze di tutti », e che l’auspicatissimo regno di Cristo venga dovunque e felicemente ristabilito, mediante la mutua unione delle forze e delle volontà. Né vogliamo por fine a questa nostra Enciclica senza manifestarvi, Venerabili Fratelli, una cosa che certamente riuscirà a tutti gradita. Desideriamo cioè che non manchi un ricordo liturgico di questa secolare commemorazione: un ricordo che giovi a rinfervorare nel Clero e nel popolo la più grande devozione verso la Madre di Dio. Perciò abbiamo ordinato alla Sacra Congregazione dei Riti che vengano pubblicati l’Ufficio e la Messa della Divina Maternità, da celebrarsi in tutta la Chiesa universale. – Intanto a ciascuno di voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro, come auspicio dei celesti favori e quale pegno del Nostro cuore paterno, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 dicembre, nella festa della Natività di N. S. Gesù Cristo, dell’anno 1931, decimo del Nostro Pontificato.

 

PIUS PP. XI