UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “IN AMPLISSIMO”

Questa breve lettera Enciclica, venne scritta da S. S. Leone XIII all’Arcivescovo Cardinal Gibbons e a tutti i Vescovi statunitensi nel venticinquesimo anniversario del suo Pontificato con un tono elogiativo e celebrativo dell’azione proficua svolta dai prelati americani in favore della Religione cattolica, azione particolarmente delicata in un contesto inflazionato da sette umane pseudocristiane e da ideologie ateo-massoniche e moderniste che contrastavano l’espandersi della verità evangelica come diffusa dall’unica vera Chiesa fondata da Cristo e capeggiata dal suo Vicario in terra, il Sommo Pontefice romano. « … Dovete quindi, e con voi la schiera cattolica alle spalle, sfruttare strenuamente il tempo favorevole per l’azione che è ora a vostra disposizione, diffondendo il più possibile la luce della verità contro gli errori e le assurde immaginazioni delle sette che stanno sorgendo. » Volesse il cielo che quegli elogi e sollecitazioni a far meglio fosse ancora oggi possibile rivolgere ai prelati statunitensi, in larga parte apostati della fede e colonna portante del modernismo anticattolico promulgato dalla falsa religione del conciliabolo c. d. Vaticano II, inganno satanico destinato a perdere l’anima di fedeli superficiali, ignari e tenuti all’oscuro della vera dottrina cattolica, della retta teologia e del Magistero bimillenario prodotto dai Pontefici romani e dai Concili ecumenici presieduti da un vero Pontefice, come faro di luce proiettato a tutte le genti onde illuminare il loro cammino di salvezza.

IN AMPLISSIMO

ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII

SULLA CHIESA NEGLI STATI UNITI

A James Cardinal Gibbons e agli Arcivescovi, e i Vescovi degli Stati Uniti.

Certamente abbiamo motivo di rallegrarci, e il mondo cattolico, in virtù della sua venerazione per la Sede Apostolica, ha motivo di rallegrarsi per il fatto straordinario che siamo da annoverare come il terzo della lunga serie di Romani Pontefici ai quali è stato felicemente concesso di entrare nel venticinquesimo anno del Sommo Sacerdozio. Ma in questa cerchia di congratulazioni, mentre le voci di tutti ci sono gradite, quella dei Vescovi e dei fedeli degli Stati Uniti del Nord America ci rallegra in modo particolare, sia per le condizioni che danno al vostro Paese un posto di rilievo rispetto a molti altri, sia per l’amore speciale che nutriamo per voi.

2. Nella vostra lettera congiunta a noi, amato Figlio e Venerabili Fratelli, vi siete compiaciuti di menzionare in dettaglio ciò che, spinti dall’amore per voi, abbiamo fatto per le vostre chiese nel corso del nostro Pontificato. D’altra parte, siamo lieti di ricordare i molti modi diversi in cui avete servito alla Nostra consolazione durante questo periodo. Se abbiamo trovato piacere nello stato di cose che prevaleva tra voi quando siamo entrati per la prima volta nella carica del Supremo Apostolato, ora che abbiamo superato i ventiquattro anni nella stessa carica, siamo costretti a confessare che il nostro primo piacere non è mai diminuito, ma, al contrario, è aumentato di giorno in giorno a causa dell’aumento della cattolicità tra voi. La causa di questo aumento, sebbene sia innanzitutto da attribuire alla provvidenza di Dio, deve anche essere attribuita alla vostra energia e attività. Nella vostra prudente politica, avete promosso ogni tipo di organizzazione cattolica con tale saggezza da provvedere a tutte le necessità e a tutti gli imprevisti, in armonia con il notevole carattere del popolo del vostro Paese.

3. Il vostro principale elogio è quello di aver promosso e di continuare a promuovere con cura l’unione delle vostre Chiese con questo capo delle Chiese e con il Vicario di Cristo in terra. Qui, come giustamente confessate, si trova l’apice ed il centro del governo, dell’insegnamento e del sacerdozio; la fonte di quell’unità che Cristo ha destinato alla sua Chiesa e che è una delle note più evidenti che la distinguono da tutte le sette umane. Come non abbiamo mai mancato di esercitare con vantaggio questo salutarissimo ufficio di insegnamento e di governo in ogni nazione, così non abbiamo mai permesso che voi o il vostro popolo ne soffriste la mancanza. Abbiamo infatti sfruttato volentieri ogni occasione per testimoniare la costanza della nostra sollecitudine per voi e per gli interessi della Religione tra voi. E la nostra esperienza quotidiana ci obbliga a confessare che abbiamo trovato il vostro popolo, grazie alla vostra influenza, dotato di perfetta docilità ed alacrità d’animo. Pertanto, mentre i cambiamenti e le tendenze di quasi tutte le Nazioni che sono state cattoliche per molti secoli sono motivo di dolore, lo stato delle vostre chiese, nella loro fiorente giovinezza, rallegra il Nostro cuore e lo riempie di gioia. È vero che la legge del Paese non vi concede alcun favore particolare, ma d’altra parte i vostri legislatori hanno certamente il diritto di essere lodati per il fatto che non fanno nulla per limitarvi nella vostra giusta libertà.

4. Non ignoriamo, Venerabili Fratelli, tutto ciò che è stato fatto da ognuno di voi per la creazione e il successo di scuole e accademie per la corretta educazione dei giovani. Con il vostro zelo in questo senso avete chiaramente agito in conformità alle esortazioni della Sede Apostolica e alle prescrizioni del Concilio di Baltimora. Il vostro magnifico lavoro a favore dei seminari ecclesiastici è stato sicuramente calcolato per aumentare le prospettive di bene del Clero e per accrescerne la dignità. E non è tutto. Avete saggiamente preso misure per illuminare i dissidenti e per attirarli alla verità, nominando membri del clero dotti e degni di nota che vadano di distretto in distretto per parlare loro in pubblico, in stile familiare, nelle chiese ed in altri edifici, e per risolvere le difficoltà che possono essere avanzate. Un piano eccellente che, come sappiamo, ha già dato abbondanti frutti. La vostra carità non è stata indifferente alla triste sorte dei negri e degli indiani: avete inviato loro insegnanti, li avete aiutati generosamente e state provvedendo con grande zelo alla loro salvezza eterna. Siamo lieti di aggiungere uno stimolo, se necessario, per consentirvi di continuare questi impegni con la piena fiducia che il vostro lavoro sia degno di lode.

5. Infine, per non omettere l’espressione della Nostra gratitudine, vorremmo che sapeste quale soddisfazione ci avete procurato con la liberalità con cui il vostro popolo si sforza di contribuire con le sue offerte ad alleviare la penuria della Santa Sede. Molte e grandi sono le necessità alle quali il Vicario di Cristo, in quanto supremo Pastore e Padre della Chiesa, è tenuto a provvedere per scongiurare il male e promuovere la fede. Per questo la vostra generosità diventa un esercizio e una testimonianza della vostra fede.

6. Per tutti questi motivi desideriamo dichiararvi ancora e ancora il nostro affetto per voi. La benedizione apostolica, che impartiamo con grande amore nel Signore su tutti voi e sulle greggi affidate a ciascuno di voi, sia presa come segno di questo affetto e come auspicio di doni divini.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 15 aprile 1902, nel venticinquesimo anno del Nostro Pontificato.

LEO XIII

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “PATERNÆ”

Anche in Brasile la Chiesa attraversava momenti di grandi difficoltà sociali, economiche, dottrinali. Ecco perché il Sommo Pontefice dava imbeccate ai Vescovi perché ponessero alla base della loro opera pastorale, una formazione dottrinale e spirituale quanto più perfetta possibile al novello clero in formazione, distaccandolo dal mondo laico e dal suo modo di pensare ed agire non sempre consono alle attività di un vero e degno rappresentante di Cristo. Utilissime raccomandazioni che non sempre sono state seguite per preparare buoni Sacerdoti, non solo in Brasile, ma in tutti i Paesi un tempo cattolici, che proprio per questo, non sono più cattolici, ma immorali e corrotti da costumi pagani di fede masso-modernista antievangelica postconciliare, oggi tronfiamente autoproclamati apolidi globalisti. Tuttavia, non temiamo, Dio sembra dormire, ma ad tratto si sveglierà e come un forte stordito dal vino sbaragliera’ le forse del male adunate per abbattere il Cristianesimo e la sua vera unica Chiesa.

Leone XIII
Paternæ providæque

Lettera Enciclica

La formazione del clero nei seminari del Brasile

18 settembre 1899

Ci rallegriamo vivamente, venerabili fratelli, che sia stato conseguito, soprattutto per il vostro zelo, un non piccolo frutto della Nostra paterna e provvida sollecitudine verso la vostra gente. Aderendo infatti alla Nostra lettera che abbiamo scritto il 2 luglio 1894, con il vostro zelo e la vostra fatica, avete fatto in modo che la pietà venisse risvegliata nel popolo, e l’antica disciplina rivivesse negli uomini rivestiti dell’Ordine sacro. E conosciamo bene quanto lavoro avete compiuto per difendere l’incolumità e i diritti dei membri delle Congregazioni religiose, che sono sopravvissuti dalle antiche famiglie di questa regione, e per riportarli all’antico splendore della loro istituzione. A questi si sono associati in modo validissimo altri fratelli dall’Europa: non hanno ritardato il loro nobile impeto né la lunghezza del viaggio, né l’inclemenza del cielo, né i dissimili costumi. Si aggiungono le numerose Congregazioni istituite più di recente, fatte venire dal vostro concorde zelo, sia per istituire o guidare le case per adolescenti, sia per procedere alle sacre missioni, sia per compiere altre cose nel servizio sacerdotale, per le quali questo clero impari di numero non avrebbe potuto essere sufficiente. Non ultima causa di conforto infine, la offrono i Seminari, che presso di voi sono aumentati di numero o sono stati restituiti alla condizione migliore. – Questi fausti inizi, e i progressi fin qui registrati, fanno crescere la speranza che in poco tempo potrà verificarsi che le sacre gerarchie accresciute da Noi, assicurino a propria volta incrementi di giorno in giorno maggiori. Questo sembrano bene augurarlo sia la vostra provata operosità e riconosciuta diligenza, venerabili fratelli, sia anche il popolo brasiliano, per indole e consuetudine inclinato alla pietà. – Ci sono tuttavia alcune cose talmente necessarie per il progredire della realtà cattolica, che non è sufficiente essersi occupati di loro una volta sola; vogliono essere più spesso ricordate e raccomandate, A queste appartiene in modo particolare la cura che deve essere riservata ai seminari, con la situazione dei quali si collega al massimo grado il successo della Chiesa. Nella disciplina che vi si deve instaurare, preme soprattutto, cosa che alcuni presuli hanno già felicemente eseguito, che gli alunni che hanno la speranza di consegnarsi a Dio mediante gli Ordini sacri, risiedano in dimore separate, ciascuna con distinte regole e leggi, e queste loro case ricevano il nome di seminari; le altre, quelle per educare gli adolescenti ai servizi civili, siano denominate convitti e collegi. Dalla quotidiana esperienza infatti, risulta che i seminari misti sono meno adeguati al proposito e alla cautela della Chiesa; e che quella coabitazione con i laici è la causa per cui il più delle volte i chierici si allontanino dal santo proposito. È conveniente che questi, fin dai primi anni, si abituino al giogo del Signore, si dedichino quanto più possibile alla pietà, siano al servizio delle sacre funzioni, si conformino all’esempio della Vita Sacerdotale. Debbono essere quindi tenuti per tempo lontani dai pericoli, separati dalle cose profane, educati secondo le utilissime leggi proposte da san Carlo Borromeo, come vediamo che si fa nei principali seminari d’Europa. – La medesima ragione di evitare i pericoli, invita a provvedere per gli alunni un soggiorno in campagna durante le vacanze, e a non lasciare che ciascuno ritorni ad arbitrio presso la propria famiglia. Molti esempi di perversità attendono infatti gli incauti, soprattutto in quelle case coloniche, dove le famiglie degli operai vivono ammassate; proprio per questo succede che, cedendo alle giovanili cupidigie, o siano distolti da quanto hanno iniziato, o in quanto futuri Sacerdoti siano di scandalo per il popolo. Raccomandiamo qui vivamente questa cosa, che è già stata sperimentata felicemente da alcuni Vescovi, e ne siamo promotori presso di voi, venerabili fratelli, affinché, una volta resa comune questa legge, possiate in seguito meglio provvedere alla custodia del clero adolescente. – E non è meno auspicabile, cosa che già altra volta abbiamo dichiarato, che con impegno e in modo prudente, si presti grande attenzione allo scrivere e divulgare i giornali cattolici. Difficilmente infatti, questo è il nostro tempo, il popolo attinge le opinioni e modella i propri costumi, da altro luogo che da queste quotidiane letture. Dispiace che talvolta siano lasciate in disuso da parte dei buoni queste armi che, usate dalle mani degli empi con scaltrissimo allettamento, preparano una fine miseranda alla fede e ai costumi. Bisogna quindi affilare lo stilo e incitare alla scrittura, affinché la vanità lasci il posto alla verità e le menti ricolme di pregiudizi obbediscano a poco a poco alla voce della ragione e della giustizia. – Confina con questa utilità quell’altra che consegue dall’accesso dei Cattolici alle cose dello stato e dalla loro assunzione nell’assemblea legislativa. Infatti, si può essere utili ad ogni ottima causa con la voce non meno che con lo scritto, con l’influenza e con l’autorità non meno che con la scrittura. Non sembra poi inopportuno che talvolta possano essere accolti in queste assemblee uomini dell’Ordine sacro; che anzi, anche con questi aiuti, quali sentinelle della Religione, si possono ottimamente salvaguardare i diritti della Chiesa. Bisogna però guardarsi moltissimo dal fatto che in tutto questo non ci sia un tale accanimento, da sembrare di essere spinti più da una miserevole ambizione o da un cieco zelo partigiano, che dallo zelo del bene cattolico. Cosa c’è infatti di più indegno che il lottare fra Ministri sacri, al punto che dalla cura delle cose dello stato, questi introducano nella società la realtà più dannosa, la sedizione e la discordia? Che cosa invero, se scivolando nei progetti dei peggiori, ci si oppone continuamente all’autorità costituita? Tutte queste cose sono di straordinaria offesa per il popolo, e suscitano una straordinaria invidia nel Clero. Il diritto di voto deve essere usato con moderazione; si deve evitare ogni sospetto di ambizione; le funzioni statali debbono essere assunte con prudenza; non ci si deve mai allontanare dall’obbedienza alla suprema Autorità. – Ci è sembrato di nuovo opportuno, venerabili fratelli, esortare a quelle azioni, con le quali in modo adeguato si possa provvedere presso di voi al bene della realtà cristiana. E voglia il cielo che le forze non siano impari alla vostra egregia volontà, e che non sia di impedimento alla messa in pratica degli ottimi progetti la scarsità di denaro. E infatti, come per l’innanzi, non sono più garantite dal pubblico erario le spese per voi, o per le collegiate dei canonici, o per i seminari, o per le parrocchie, o per la costruzione delle chiese. Resta quasi una sola cosa, alla quale ci si possa appoggiare, la volontà popolare di compiere elargizioni. In questo almeno, fornisce una eccellente speranza la consuetudine del popolo brasiliano, per la nobiltà del suo spirito, dispostissima alle elargizioni, soprattutto nelle cose che riguardano il rendere un buon servizio alla Chiesa. E Noi abbiamo illustrato nella Nostra lettera sopra ricordata questo loro merito, quando abbiamo detto, riguardo alla dote da costituire per le nuove Diocesi che sono del tutto prive di beni, che Noi non avevamo nulla da anticipare; che Noi avevamo sufficiente fiducia nella pietà e nella religiosità del popolo brasiliano, e che questo non avrebbe negato l’aiuto ai suoi Vescovi. E volentieri vorremmo presentare come esempio la prodiga liberalità, con la quale i figli dell’America settentrionale gareggiano nell’andare incontro ai loro Vescovi, in numero molto più grande, e ai collegi cattolici, alle scuole, e agli altri pii istituti, se la vostra nazione non abbondasse di bellissimi esempi del proprio paese. Non bisogna poi dimenticare quante ragguardevoli chiese ebbero cura di costruire i vostri antenati, a quanti monasteri fornirono una dote, quante grandiose memorie di cristiana pietà e beneficenza lasciarono a voi. – Ci sono poi a disposizione parecchi modi per soccorrere alle necessità della Chiesa. Fra questi, riteniamo che sia molto utile costituire in ogni Diocesi una cassa comune, nella quale i fedeli conferiscano una offerta annuale, che deve essere raccolta da uomini e donne prescelti fra le persone più illustri, agli ordini e sotto la guida dei parroci. Conviene poi che le prime opere di costoro siano nell’elargizione; cosa che eseguiranno ottimamente se, da redditi sicuri, dei quali, spesso ricchissimi, essi stessi usufruiscono, cederanno qualcosa, e oltre agli incerti proventi si impongano di dispensare una qualche quantità di denaro, a guisa di tributo, Di non minore aiuto possono essere ai Vescovi che sono in difficoltà per mancanza di mezzi, quei monasteri e quelle pie confraternite provviste di beni maggiori. Ma si sarà provveduto al pubblico bene in modo ancora più felice, se quella somma non esigua di denaro che si suole utilizzare per gli spettacoli profani da parte di alcune delle suddette confraternite, verrà destinata alla cassa diocesana. Se alcuni, infine, ricchi di beni di fortuna più di altri, vogliono seguire il lodevole costume degli antichi, e disporre per testamento il compimento di un atto di beneficenza a favore delle pie confraternite o di altre associazioni, li esortiamo con forza, affinché si ricordino di lasciare una qualche somma di denaro ai Vescovi, con la quale questi, così confortati, possano salvaguardare sia le cose della Chiesa che la propria dignità. – Abbiamo portato avanti la vostra causa, venerabili fratelli, Noi stessi, che l’ingiuria dei tempi ha costretto a richiedere con grande insistenza l’obolo di Pietro. Del resto, per prima cosa vi conforti il pensiero della fiducia che deve essere riposta in Dio, “poiché egli ha cura di noi” (1 Pt V, 7); e ricordatevi delle parole dell’apostolo: “Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia” (2 Cor IX,10), Il Clero e il popolo, per reggere i quali lo Spirito Santo ha posto voi come Vescovi, abbiano davanti agli occhi quella primitiva generosità del credenti, di quella moltitudine “che aveva un cuor solo e un’anima sola” (At IV, 32); i quali erano solleciti della santa società della Chiesa molto più che della propria prosperità, e vendendo “portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli” (At IV, 34-35), Ricordino le parole di Paolo, con le quali alla fine ci rivolgiamo loro: “Vi preghiamo poi, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano fra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con ogni rispetto e carità a motivo del loro lavoro” (1 Ts V,12-13). – Frattanto a voi, venerabili fratelli, al clero e al vostro popolo, impartiamo con grande amore nel Signore la benedizione apostolica, auspice dei doni celesti e testimone della nostra benevolenza.

Roma, presso San Pietro, 18 settembre 1899, anno XXII del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “DEPUIS LE JOUR”

Depuis le jour è un’Enciclica scritta in francese ed indirizzata ai Vescovi di Francia, ma rivolta in pratica a tutti i Vescovi e Sacerdoti cattolici di ogni tempo e di ogni luogo, e che serve oggi a noi per capire cosa significhi essere un Sacerdote cattolico vero per distinguerlo dalle sue contraffazioni moderniste attuali. In particolare acquistano un peso straordinario le seguenti parole: « In presenza degli sforzi concordi dell’incredulità e dell’eresia per consumare la rovina della fede cattolica, sarebbe un vero delitto per il clero rimanersene esitante e inerte. In mezzo a un così vasto dilagare di errori, di un tal conflitto di opinioni, egli non può venir meno alla propria missione che è di difendere il dogma attaccato, la morale travisata e la giustizia così spesso misconosciuta. Ad esso spetta di opporsi come un baluardo all’errore invadente e alla mal dissimulata eresia; ad esso sorvegliare i movimenti dei fautori dell’empietà che insidiano la fede e l’onore di questa cattolica contrada, ad esso smascherare le loro frodi e additare le loro insidie; ad esso premunire i semplici, rafforzare i timidi, aprire gli occhi ai ciechi. » Se questi insegnamenti fossero stati recepiti ed applicati dai Sacerdoti, Vescovi e prelati tutti, essi non sarebbero caduti nel tranello del falso Concilio c. d. Vaticano II, e nelle trappole di tutti gli abomini dottrinali postconciliari ancora oggi in costante “evoluzione”. Se si fossero preparati in modo coscienzioso e zelante, come il loro ruolo richiedeva, avrebbero preso le distanze dalle eresie pur grossolane professate dagli antipapi che si sono susseguiti dal 1958 in poi sino ad oggi. Invece per rispetto umano, per mantenere cariche e prebende, e per somma ignoranza teologica dogmatica e morale, si sono adattati alla falsa fede, diciamolo chiaramente: sono caduti nella totale apostasia. Questo ha permesso al Signore per setacciare e separare la crusca dal fior di farina, … purtroppo molta crusca e pochissima farina. Godiamoci questa bella Enciclica, ricca di dottrina, sapienza umana, morale, dottrinale e disciplinare di S. S. LEONE XIII.

Leone XIII
Depuis le jour

Lettera Enciclica

La formazione del clero in Francia

8 settembre 1899

Fin dal giorno in cui siamo stati elevati alla Cattedra pontificia, la Francia è stata l’oggetto costante della Nostra sollecitudine e del Nostro particolarissimo affetto. Nel corso dei secoli, infatti, mosso dagli insondabili disegni della sua misericordia sul mondo, proprio in essa Dio ha scelto di preferenza gli apostoli destinati a predicare la vera fede fino ai confini della terra, e a portare la luce dell’Evangelo alle nazioni ancora immerse nelle tenebre del paganesimo. Egli l’ha predestinata ad essere il difensore della sua chiesa e lo strumento delle sue grandi opere: “Le imprese di Dio per mezzo dei Franchi”. A una così alta missione, corrispondono evidentemente numerosi e gravi doveri. Desiderosi, come i Nostri predecessori, di vedere la Francia portare fedelmente a compimento il glorioso mandato di cui ha ricevuto l’incarico, le abbiamo già più volte rivolto, durante il Nostro lungo pontificato, i Nostri consigli, il Nostro incoraggiamento, le Nostre esortazioni. Lo abbiamo fatto in modo del tutto speciale nella Nostra lettera enciclica dell’8 febbraio 1984, Nobilissima Gallorum gens, e nella Nostra lettera del 16 febbraio 1892, pubblicata in lingua francese e che comincia con queste parole: Au milieu des sollicitudes. Le Nostre parole non sono rimaste infruttuose, e Noi sappiamo da parte vostra, venerabili fratelli, che una gran parte del popolo francese mantiene sempre in onore la fede dei suoi avi e adempie con fedeltà i doveri che essa impone. Non possiamo d’altra parte ignorare che i nemici di questa fede non sono rimasti inattivi, e che sono giunti ad allontanare da ogni principio religioso un gran numero di famiglie che, per questo motivo, vivono ora in una deplorevole ignoranza della verità rivelata, e in una completa indifferenza per tutto ciò che riguarda i loro interessi spirituali e la salvezza delle loro anime. – Se dunque, e a buon diritto, Ci congratuliamo con la Francia per il suo essere un focolare di apostolato per le nazioni infedeli, dobbiamo anche incoraggiare gli sforzi di quelli fra i suoi figli che, arruolati nel sacerdozio di Gesù Cristo, lavorano all’evangelizzazione dei loro compatrioti, e alla loro difesa contro l’irrompere del naturalismo e dell’incredulità, con le loro funeste e inevitabili conseguenze. Chiamati dalla volontà di Dio ad essere i salvatori del mondo, i sacerdoti devono sempre, e prima di tutto, ricordarsi di essere, in virtù dell’istituzione stessa di Gesù Cristo, il “sale della terra” (Mt V,13), per cui s. Paolo, scrivendo al suo discepolo Timoteo, conclude a ragione “che devono essere esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza” (1Tm IV, 12). – Che tale sia il clero di Francia, preso nel suo insieme, è per Noi sempre, venerabili fratelli, una grande consolazione il venirlo a sapere, sia mediante le relazioni quadriennali che Ci inviate sullo stato delle vostre diocesi, in conformità con la costituzione di Sisto V; sia mediante le comunicazioni verbali che riceviamo da voi, quando abbiamo la gioia di intrattenerci con voi e di ricevere le vostre confidenze. Sì, la dignità della vita, l’ardore della fede, lo spirito di dedizione e di sacrificio, lo slancio e la generosità dello zelo, la carità inesauribile verso il prossimo, la vigoria in tutte le nobili e feconde imprese che hanno come scopo la gloria di Dio, la salvezza delle anime, il bene della patria: queste sono le tradizionali e preziose qualità del clero francese, alle quali Noi siamo ben felici di poter rendere qui una pubblica e paterna testimonianza. Tuttavia, proprio a motivo del tenero e profondo affetto che gli portiamo; e insieme per adempiere al dovere del Nostro ministero apostolico, e per rispondere al Nostro vivo desiderio di vederlo rimanere sempre all’altezza della sua grande missione, abbiamo deciso, venerabili fratelli, di trattare nella presente lettera alcuni punti che le attuali circostanze raccomandano con la massima urgenza alla coscienziosa attenzione dei primi pastori della chiesa di Francia, e dei sacerdoti che lavorano sotto la loro autorità. – In primo luogo è assolutamente evidente che quanto più un ufficio è elevato, complesso, difficile, tanto più lunga e accurata deve essere la preparazione di coloro che sono chiamati ad adempierlo. Esiste forse una dignità sulla terra più alta di quella del Sacerdozio, e un ministero che impone una responsabilità più pesante di quello che ha per oggetto la santificazione di tutti gli atti liberi dell’uomo? Non è forse del governo delle anime che i Padri con ragione hanno detto che è “l’arte delle arti”, cioè il più importante e il più delicato di tutti i lavori ai quali un uomo possa applicarsi per l’utilità dei suoi simili “ars artium regimen animarum” Nulla dunque dovrà essere trascurato per preparare ad adempiere degnamente e con frutto siffatta missione coloro che sono chiamati da una vocazione divina. – Prima di tutto è necessario discernere, fra i fanciulli, coloro in cui l’Altissimo ha deposto il germe di una tale vocazione. Sappiamo che, in un certo numero di diocesi di Francia, grazie alle vostre sapienti raccomandazioni, i Sacerdoti delle parrocchie, soprattutto nelle campagne, si applicano, con uno zelo e una abnegazione degni di ogni lode da parte Nostra, a dare inizio essi stessi agli studi elementari dei fanciulli nei quali abbiano riscontrato serie disposizioni alla pietà e attitudini al lavoro intellettuale. Le scuole presbiterali sono così come il primo gradino di questa scala ascendente che, prima per mezzo dei seminari minori, poi per mezzo dei seminari maggiori, farà salire fino al sacerdozio i giovani ai quali il Salvatore ha ripetuto la chiamata rivolta a Pietro e Andrea, a Giovanni e Giacomo: “Lasciate le vostre reti; seguitemi; vi farò pescatori di uomini” (Mt IV, 19). – Per quel che riguarda i seminari minori, questa validissima istituzione è stata spesso paragonata a quei vivai dove sono riposte le piante che esigono cure speciali e assidue, per mezzo delle quali soltanto esse possono portare frutti e compensare delle loro fatiche quelli che si dedicano alla loro coltivazione. Noi rinnoviamo a questo riguardo la raccomandazione che, nella sua enciclica dell’8 dicembre 1849, il nostro predecessore Pio IX rivolgeva ai Vescovi. Questa si riferiva a una delle più importanti decisioni dei padri del Concilio di Trento. La chiesa di Francia può davvero farsene gloria, per averne fatto tesoro in questo secolo presente, poiché non vi è nessuna delle 94 diocesi di cui si compone che non sia dotata di uno o più seminari minori. – Noi sappiamo, venerabili fratelli, con quali sollecitudini circondate queste istituzioni così giustamente care al vostro zelo pastorale, e Noi ci rallegriamo con voi. I sacerdoti che, sotto la vostra alta direzione, lavorano alla formazione della gioventù chiamata ad arruolarsi successivamente nei ranghi della milizia sacerdotale, non potranno mai meditare a sufficienza davanti a Dio l’eccezionale importanza della missione che voi loro affidate. Non si tratta affatto per loro, come per la generalità dei maestri, di insegnare semplicemente ai fanciulli gli elementi delle lettere e delle scienze umane. Questa è solo la parte minore del loro compito. Bisogna che la loro attenzione, il loro zelo, la loro dedizione siano incessantemente vigili e attive, per studiare continuamente, da una parte, sotto lo sguardo e alla luce di Dio, le anime dei fanciulli e gli indizi significativi della loro vocazione al servizio dell’altare; dall’altra, per aiutare l’inesperienza e la debolezza dei loro giovani discepoli, a proteggere la grazia così preziosa della chiamata divina contro tutte le influenze funeste, sia esteriori che interiori. Debbono dunque adempiere un ministero umile, laborioso, delicato che esige una costante abnegazione. Per sostenere il loro coraggio nel compimento dei loro doveri, avranno cura di ritemprarlo alle fonti più pure dello spirito di fede. Non perderanno mai di vista che non debbono preparare per delle funzioni terrene, legittime e onorevoli che siano, i fanciulli di cui formano l’intelligenza, il cuore e il carattere. La Chiesa li affida a loro perché diventino capaci un giorno di essere Sacerdoti, cioè missionari dell’Evangelo, continuatori dell’opera di Gesù Cristo, distributori della sua grazia e dei suoi sacramenti. Questa considerazione tutta sovrannaturale si compenetri continuamente alla loro duplice azione di professori e di educatori, e sia come quel lievito che deve essere impastato con il miglior frumento, secondo la parabola evangelica, per trasformarsi in un pane fragrante e sostanzioso (Mt XIII, 33). – Se la preoccupazione costante di una prima e indispensabile formazione allo spirito e alle virtù sacerdotali deve ispirare i maestri dei vostri seminari minori nelle loro relazioni con gli allievi, è ancora a questa medesima idea principale e direttrice che dovranno riferirsi il piano di studi, e tutta l’economia della disciplina. Non ignoriamo, venerabili fratelli, che, in una certa misura, siete costretti a tenere conto dei programmi dello stato e delle condizione poste da quest’ultimo per il conseguimento dei gradi universitari, poiché, in un certo numero di casi, questi gradi sono necessari per i Sacerdoti utilizzati sia nella direzione dei liberi collegi, posti sotto la tutela dei Vescovi o delle Congregazioni religiose, sia per l’insegnamento superiore nelle facoltà cattoliche che voi avete così lodevolmente fondato. D’altra parte, è di supremo interesse, per conservare l’influenza del clero sulla società, che questo conti nelle sue fila un numero molto elevato di Sacerdoti che non siano inferiori in nulla per la scienza, di cui i gradi sono la constatazione ufficiale, ai maestri che lo stato forma per i suoi licei e per le sue università. – Tuttavia, e dopo aver dato a questa esigenza dei programmi la parte richiesta dalle circostanze, bisogna che gli studi di coloro che aspirano al sacerdozio restino fedeli ai metodi tradizionali dei secoli passati. Sono questi che hanno formato gli uomini eminenti di cui la chiesa di Francia va orgogliosa a così giusto titolo, i Pétau, i Thomassin, i Mabillon e tanti altri, senza parlare del vostro Bossuet, chiamato l’aquila di Meaux, perché, sia per l’elevatezza dei pensieri, sia per la nobiltà del linguaggio, il suo genio aleggia nelle più sublimi regioni della scienza e dell’eloquenza cristiana. Ora, è lo studio delle belle lettere che ha potentemente aiutato questi uomini a diventare così validi e utili operai al servizio della Chiesa, e li ha resi capaci di comporre delle opere veramente degne di passare ai posteri e che contribuiscono ancora ai nostri giorni alla difesa e alla diffusione della verità rivelata. Sono proprio le belle lettere infatti, quando sono insegnate da abili maestri cristiani, quelle che sviluppano rapidamente nell’anima dei giovani tutti i germi della vita intellettuale e morale, e insieme contribuiscono a dare al giudizio rettitudine e ampiezza, e al linguaggio eleganza e distinzione. – Questa considerazione acquista una speciale importanza quando si tratta della letteratura greca e latina, depositaria dei capolavori di scienza sacra che la Chiesa conta a buon diritto fra i suoi tesori più preziosi. Mezzo secolo fa, in quel troppo breve periodo di vera libertà, durante il quale i Vescovi di Francia potevano riunirsi e concertare le misure che ritenevano le più idonee a favorire i progressi della Religione e, nello stesso tempo, le più favorevoli per la pace pubblica, parecchi dei vostri concili provinciali, venerabili fratelli, raccomandarono nel modo più esplicito lo studio e l’esercizio della lingua e della letteratura latine. I vostri colleghi di quel tempo deploravano già il fatto che, nel vostro paese, la conoscenza del latino tendesse a diminuire. – Se, dopo parecchi anni, i metodi pedagogici in vigore negli istituti statali riducono progressivamente lo studio della lingua latina, e sopprimono le esercitazioni di prosa e di poesia che i nostri predecessori ritenevano a buon diritto che dovessero avere un posto rilevante nelle classi dei collegi, i seminari minori si guarderanno bene da queste innovazioni ispirate da preoccupazioni utilitaristiche, e che si volgono a danno della solida formazione dello spirito. A questi antichi metodi, tante volte giustificati a motivo dei loro risultati, Noi applicheremo volentieri il motto di s. Paolo al suo discepolo Timoteo, e con l’Apostolo noi vi diremo, venerabili fratelli, “Custoditene il deposito” (ITm VI, 20), con cura gelosa. Se un giorno, Dio non voglia, dovessero completamente sparire dalle altre scuole pubbliche, i vostri seminari minori e i liberi collegi li custodiscano con una intelligente e patriottica premura. Imiterete così i sacerdoti di Gerusalemme che, volendo sottrarre ai barbari invasori il fuoco sacro del tempio, lo nascosero, in modo tale da poterlo ritrovare e così restituirgli tutto il suo splendore, quando i giorni cattivi fossero passati (2Mac I,19-22). – Una volta in possesso della lingua latina, che è come la chiave della scienza sacra, e con le facoltà dello spirito sufficientemente sviluppate mediante lo studio delle belle lettere, i giovani che si votano al sacerdozio passano dal seminario minore a quello maggiore. Qui si prepareranno, mediante la pietà e l’esercizio delle virtù clericali, al ricevimento degli Ordini sacri, nel tempo stesso in cui si dedicheranno allo studio della filosofia e della teologia. Lo abbiamo detto nella Nostra enciclica Æterni Patris, di cui raccomandiamo nuovamente l’attenta lettura ai vostri seminaristi e ai loro maestri, e lo diciamo basandoci sull’autorità di s. Paolo: è per le vane sottigliezze della cattiva filosofia, “per philosophiam et inanem fallaciam” (Col II, 8), che lo spirito dei fedeli si lascia il più delle volte ingannare e che la purezza della fede si corrompe fra gli uomini. Noi aggiungevamo, e gli eventi che si sono compiuti negli ultimi vent’anni hanno ben tristemente confermato le riflessioni e i timori che allora esprimevamo: “Se si considerano le condizioni critiche del tempo in cui viviamo, se si abbraccia col pensiero lo stato degli affari sia pubblici che privati, si scoprirà agevolmente che la cagione dei mali che ci opprimono, come di quelli che ci minacciano, consiste nel fatto che erronee opinioni circa tutte le cose divine e umane, si sono, dalle scuole dei filosofi, infiltrate poco a poco in tutte le classi della società, e sono giunte a farsi accettare da un gran numero di intelligenze”. – Noi riproviamo nuovamente queste dottrine che della vera filosofia hanno soltanto il nome, e che, frantumando la base stessa del sapere umano, conducono logicamente allo scetticismo universale e alla irreligione. È per Noi fonte di grande dolore il venire a sapere che, da alcuni anni, alcuni Cattolici hanno creduto di potersi mettere al seguito di una filosofia che sotto lo specioso pretesto di liberare la ragione umana da ogni idea preconcetta e da ogni illusione, le nega il diritto di affermare qualsiasi cosa al di là delle sue proprie operazioni, sacrificando così ad un soggettivismo radicale tutte le certezze che la metafisica tradizionale, consacrata dall’autorità degli spiriti più vigorosi, dava come necessario e incrollabili fondamenta alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, della spiritualità e immortalità dell’anima, e della realtà oggettiva del mondo esterno. È profondamente deplorevole che questo scetticismo dottrinale, di importazione straniera e di origine protestante, abbia potuto essere accolto con tanto favore in un paese giustamente celebre per il suo amore per la chiarezza delle idee e per quella del linguaggio. Noi sappiamo, venerabili fratelli, fino a che punto voi condividiate a questo proposito le Nostre giuste preoccupazioni, e contiamo sul fatto che raddoppierete la sollecitudine e la vigilanza per allontanare dall’insegnamento dei vostri seminari questa fallace e pericolosa filosofia, mettendo più che mai in onore i metodi che raccomandiamo nella Nostra Enciclica sopra citata del 4 agosto 1879. – Meno che mai in questo nostro tempo, gli allievi dei vostri seminari minori e maggiori potrebbero restare estranei allo studio delle scienze fisiche e naturali. Bisogna dunque che vi si applichino, ma con misura e in saggia proporzione. Non è dunque affatto necessario che, nei corsi di scienze, collegati allo studio della filosofia, i professori si sentano obbligati ad esporre dettagliatamente le infinite applicazioni delle scienze fisiche e naturali ai diversi settori dell’industria umana. È sufficiente che i loro allievi ne conoscano con esattezza i principi fondamentali e le principali conseguenze, per essere in grado di rispondere alle obiezioni che gli increduli traggono da queste scienze contro gli insegnamenti della rivelazione. – È importante soprattutto che, per almeno due anni, gli alunni dei seminari maggiori studino con il massimo impegno la filosofia razionale, che, come diceva un dotto benedettino, D. Mabillon, onore del suo ordine e della Francia, sarà loro di grande utilità non soltanto per insegnare loro il retto modo di ragionare e di formulare i retti giudizi, ma per renderli anche capaci di difendere la fede ortodossa contro gli argomenti capziosi e spesso sofistici degli avversari. – Vengono poi le scienze sacre propriamente dette, cioè la teologia dogmatica e la teologia morale, la sacra Scrittura, la storia della Chiesa e il Diritto canonico. Sono queste le scienze proprie del Sacerdote. Egli ne riceve una prima iniziazione durante il suo soggiorno nel seminario maggiore; ma dovrà proseguirne lo studio per tutto il resto della vita. La teologia è la scienza delle cose della fede. Essa si alimenta, come dice il papa Sisto V, a quelle sorgenti sempre zampillanti che sono le sacre Scritture, le decisioni dei Papi, i decreti dei Concili. Chiamata positiva e speculativa, o scolastica, a seconda del metodo che si usa nello studiarla, la teologia non si limita a proporre le verità da credere: ne scruta l’interiore profondità, ne mostra i rapporti con la ragione umana, e con l’aiuto delle risorse che le fornisce la vera filosofia, le spiega, le sviluppa e le adatta perfettamente a tutte le necessità della difesa e della propagazione della fede. A somiglianza di Bezaleel, al quale il Signore aveva donato uno spirito di sapienza, di intelligenza e di scienza, affidandogli il compito di costruire il suo tempio, il teologo taglia le pietre preziose dei dogmi divini, le adatta con arte, e con l’accorgimento con cui le dispone ne fa risaltare lo splendore, l’incanto e la bellezza. – Lo stesso Sisto V considera a buon diritto questa teologia (ed egli parla proprio della teologia scolastica) come un dono del cielo e richiede che sia mantenuta nelle scuole e coltivata con grande passione, essendo quanto vi è di più fruttuoso per la Chiesa. – C’è bisogno a questo punto di ricordare che il libro per eccellenza in cui gli allievi potranno studiare con il più grande profitto la teologia scolastica, è la Somma teologica di s. Tommaso d’Aquino? Vogliamo dunque che i professori si facciano premura di spiegarne a tutti i loro allievi il metodo e i principali articoli relativi alla fede cattolica. – Raccomandiamo ugualmente che tutti i seminaristi abbiano in mano e rileggano spesso il libro d’oro, conosciuto con il nome di Catechismo del Santo Concilio di Trento o Catechismo Romano, dedicato a tutti i Sacerdoti incaricati della cura pastorale (Catechismus ad parochos). Ragguardevole per la ricchezza e l’esattezza della dottrina e insieme per l’eleganza dello stile, questo Catechismo è un prezioso riassunto di tutta la teologia dogmatica e morale. Chiunque lo possieda a fondo, avrà sempre a sua disposizione le risorse sul cui fondamento un Sacerdote potrà predicare con frutto, assolvere degnamente all’importante ministero della confessione e della direzione spirituale delle anime, ed essere in grado di confutare vittoriosamente le obiezioni degli increduli. – Per quanto riguarda lo studio delle sacre Scritture. Noi richiamiamo di nuovo la vostra attenzione, venerabili fratelli, sugli insegnamenti che abbiamo dato nella Nostra Enciclica Providentissimus Deus della quale desideriamo che i professori diano conoscenza ai loro discepoli, aggiungendovi le necessarie spiegazioni. Essi li metteranno in guardia soprattutto contro le pericolose tendenze che cercano di introdursi nell’interpretazione della Bibbia, le quali, se dovessero prevalere, non tarderebbero molto a distruggerne l’ispirazione e il carattere soprannaturale. Sotto lo specioso pretesto di sottrarre agli avversari della parola rivelata l’uso di argomenti che potrebbero sembrare inconfutabili contro l’autenticità e la veracità dei libri santi, alcuni scrittori cattolici hanno creduto che fosse di grande utilità l’adottare anche loro queste argomentazioni. In virtù di questa strana e pericolosa tattica, hanno così lavorato con le proprie mani ad aprire delle brecce nelle mura della città che avevano invece la missione di difendere. Nella Nostra Enciclica sopra citata, come anche in un altro documento, Noi abbiamo fatto giustizia di queste dannose temerarietà. Pur incoraggiando i nostri esegeti a tenersi al corrente dei progressi della critica, Noi abbiamo saldamente mantenuto i princìpi sanciti in questa materia dall’autorevole Tradizione dei Padri e dei Concili, e rinnovati ai nostri giorni dal Concilio Vaticano. – La storia della Chiesa è come uno specchio nel quale risplende la vita della Chiesa attraverso i secoli. Molto più ancora della storia civile e profana, essa dimostra la sovrana libertà di Dio e la sua azione provvidenziale nel susseguirsi degli eventi. – Quelli che la studiano non debbono mai perdere di vista che essa racchiude un insieme di fatti dogmatici, che si impongono alla fede e che non è permesso a nessuno di mettere in discussione. Questa idea direttrice e soprannaturale che presiede ai destini della Chiesa è nello stesso tempo la fiaccola la cui luce illumina la storia. Tuttavia, e poiché la Chiesa, che continua fra gli uomini la vita del Verbo incarnato, si compone di un elemento divino e di un elemento umano, quest’ultimo dev’essere esposto dai maestri e studiato dagli allievi con grande onestà. Come è detto nel libro di Giobbe, “Dio non ha bisogno delle nostre menzogne”. Lo storico della Chiesa sarà tanto più efficace nel far emergere la sua origine divina, superiore ad ogni concetto di ordine puramente terreno e naturale, quanto più sarà stato leale nel non dissimulare nessuna delle prove che gli errori dei suoi figli, e talvolta anche dei suoi ministri, hanno fatto subire nel corso dei secoli a questa sposa del Cristo. Studiata in questo modo, la storia della Chiesa, da sé sola, costituisce una magnifica e convincente dimostrazione della verità e della divinità del Cristianesimo. – Infine, per completare il ciclo degli studi con i quali i candidati al Sacerdozio debbono prepararsi al loro futuro ministero, bisogna menzionare il Diritto canonico, o scienza delle leggi e della giurisprudenza della Chiesa. Questa scienza si collega con dei legami molto stretti e logici a quella della teologia, di cui mostra le applicazioni pratiche a tutto ciò che riguarda il governo della chiesa, l’amministrazione delle cose sante, i diritti e i doveri dei ministri, l’uso dei beni temporali, di cui essa ha bisogno per l’adempimento della sua missione. “Senza la conoscenza del diritto canonico (dicevano molto bene i Padri di uno dei vostri concili provinciali) la teologia è imperfetta, incompleta, simile a un uomo che fosse privo di un braccio. Proprio l’ignoranza del Diritto canonico ha favorito la nascita e la diffusione di numerosi errori sui diritti dei Romani Pontefici, su quelli dei Vescovi, e sulla potestà che la Chiesa tiene dalla propria costituzione, di cui proporziona l’esercizio alle circostanze”. – Riassumeremo tutto ciò che abbiamo appena detto sui vostri seminari minori e maggiori con queste parole di s. Paolo, che Noi raccomandiamo alla frequente meditazione dei maestri e degli alunni dei vostri atenei ecclesiastici: “O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza, professando la quale taluni hanno deviato dalla fede”. – Ora poi vogliamo rivolgere a voi la parola, figli carissimi, a voi che, ordinati Sacerdoti, siete diventati cooperatori dei vostri Vescovi. Noi conosciamo, e il mondo intero le conosce come Noi, le qualità che vi distinguono. Non vi è un’opera buona, di cui voi non siate gli ispiratori o gli apostoli. Docili ai consigli che Noi abbiamo dato nella Nostra Enciclica Rerum novarum, voi andate al popolo, agli operai, ai poveri. Voi cercate in tutti i modi di venir loro in aiuto, di moralizzarli, e di rendere la loro sorte meno dura. A tale scopo voi promuovete delle riunioni e dei congressi; fondate dei patronati, dei circoli, delle casse rurali, degli uffici di assistenza e di collocamento per i lavoratori. Vi date da fare per introdurre delle riforme nell’ordine economico e sociale, e per un così difficile lavoro non esitate a fare notevoli sacrifici di tempo e di denaro. Sempre per questo voi scrivete libri e articoli nei giornali e nelle riviste periodiche. Tutte queste cose, di per sé, sono lodevolissime e voi date prove inequivocabili di buona volontà, di intelligenza e di generosa dedizione ai bisogni più urgenti della società contemporanea e delle anime. – Tuttavia, fratelli carissimi, Noi crediamo di dovere richiamare paternamente la vostra attenzione su quei principi fondamentali ai quali non mancherete di conformarvi, se volete che la vostra azione sia realmente fruttuosa e feconda. – Ricordatevi prima di tutto che, per essere utile al bene e degno di essere lodato, lo zelo deve essere “accompagnato dalla discrezione, dalla rettitudine e dalla purezza”. Così si esprime il grave e dotto Tommaso da Kempis.Prima di lui, S. Bernardo, la gloria del vostro paese nel dodicesimo secolo, questo apostolo infaticabile di ogni causa grande che toccasse l’onore di Dio, i diritti della Chiesa e il bene delle anime, non aveva timore di dire che “separato dalla scienza e dallo spirito di discernimento o di discrezione, lo zelo è insopportabile: … che quanto più lo zelo è ardente, tanto più è necessario che sia accompagnato da questa discrezione che mette l’ordine nell’esercizio della carità e senza la quale la stessa virtù può diventare un difetto e un principio di disordine”. – Ma la discrezione nelle opere e nella scelta dei mezzi per farle riuscire è tanto più necessaria ai giorni nostri, che sono ancora più torbidi e irti di più numerose difficoltà. Tale atto, tale misura, tale pratica di zelo potranno anche essere per se stessi eccellenti, ma, viste le circostanze, produrranno soltanto degli effetti incresciosi. I Sacerdoti potranno evitare questo inconveniente e questa sciagura se, prima di agire e nell’azione, avranno cura di conformarsi all’ordine stabilito e alle regole della disciplina. Ora, la disciplina ecclesiastica esige l’unione fra i diversi membri della gerarchia, il rispetto e l’obbedienza degli inferiori verso i superiori. Noi lo abbiamo detto poco tempo fa nella Nostra lettera all’Arcivescovo di Tours: “L’edificio della Chiesa, di cui Dio stesso è l’architetto, riposa su di un fondamento visibilissimo, prima di tutto sull’autorità di Pietro e dei suoi successori, ma anche sugli Apostoli, e i successori degli Apostoli, che sono i Vescovi; al punto che. ascoltare o disprezzare la loro voce, equivale ad ascoltare o a disprezzare Gesù Cristo stesso”. – Ascoltate dunque le parole rivolte dal grande martire di Antiochia, s. Ignazio, al clero della Chiesa primitiva: “Tutti obbediscano al Vescovo, come Gesù Cristo ha obbedito al Padre….Senza il Vescovo non fate nulla di ciò che riguarda il servizio della Chiesa, e come nostro Signore non ha fatto nulla senza il Padre, voi, Sacerdoti, non fate nulla senza il vostro Vescovo. Tutti i membri del presbiterio siano a lui uniti, come sono unite all’arpa le sue corde”.Se, al contrario, voi, come preti, operate al di fuori di questa sottomissione e di questa unione ai vostri Vescovi, Noi vi ripeteremo ciò che diceva il Nostro predecessore Gregorio XVI, cioè che “per quanto è in voi, voi distruggete da cima a fondo l’ordine stabilito con così grande provvidenza da Dio, autore della Chiesa”. – Ricordate anche, figli Nostri cari, che la Chiesa è paragonata a ragione ad un esercito schierato in battaglia, “sicut castrorum acies ordinata” (Ct VI, 3), perché essa ha il compito di combattere i nemici visibili e invisibili di Dio e delle anime. Ecco perché s. Paolo raccomandava a Timoteo di comportarsi come un buon soldato di Cristo Gesù” (2Tm II, 3). Ora, ciò che costituisce la forza di un esercito e contribuisce maggiormente alla vittoria, è la disciplina, è l’obbedienza esatta e rigorosa di tutti a coloro che hanno il compito di comandare. – Proprio qui lo zelo intempestivo e senza discrezione può facilmente diventare la causa di grandi disastri. Ricordatevi uno dei fatti più memorabili della storia sacra. Non mancavano certamente né di coraggio, né di buona volontà, né di dedizione alla causa santa della religione quei sacerdoti che si erano raccolti attorno a Giuda Maccabeo per combattere con lui i nemici del vero Dio profanatori del tempio, gli oppressori della loro nazione. Tuttavia, avendo voluto sottrarsi alle regole della disciplina, si impegnarono temerariamente in un combattimento nel quale furono vinti. Lo Spirito Santo ci dice di loro “che essi non erano della stirpe di quei valorosi, per le cui mani era stata compiuta la salvezza di Israele”. Perché? Perché essi avevano voluto obbedire soltanto alla loro ispirazione e si erano lanciati avanti senza attendere gli ordini dei loro capi. “In die illa ceciderunt sacerdotes in bello, dum volunt fortiter tacere, dum sine consilio exeunt in prælium. Ipsi autem non erant de semine virorum illorum, per quos salus facta est in Israel” (1Mac 5,67.62). – A questo riguardo, i nostri nemici possono servirci di esempio. Essi sanno molto bene che l’unione fa la forza, “vis unita fortior“; non mancano così di unirsi strettamente quando si tratta di combattere la santa Chiesa di Cristo. – Se dunque, cari figli Nostri, e questo è certamente il caso vostro, voi desiderate che, nella terribile lotta ingaggiata contro la Chiesa dalle sette anticristiane e dalla città del demonio, la vittoria resti a Dio e alla sua Chiesa, è assolutamente necessario che voi combattiate tutti insieme nel massimo ordine e con rigorosa disciplina sotto il comando dei vostri capi gerarchici. Non vogliate ascoltare quegli uomini nefasti che, pur dicendosi Cristiani e Cattolici, seminano la zizzania nel campo del Signore e gettano la divisione nella sua Chiesa attaccando, e spesso anche calunniando, i Vescovi, “posti dallo Spirito Santo a pascere la Chiesa di Dio” (At XX, 28). Non dovete leggere i loro opuscoli, né i loro giornali. Un buon Sacerdote non deve autorizzare in alcun modo né le loro idee, né la licenza del loro linguaggio. Potrà forse mai dimenticare che, il giorno della sua ordinazione, ha promesso solennemente al suo Vescovo, di fronte al sacro altare, “obedientiam et reverentiam“? Innanzitutto però, cari figli Nostri, ricordatevi che la condizione indispensabile del vero zelo sacerdotale e il pegno migliore del successo nelle opere alle quali l’obbedienza gerarchica vi consacra, è la purezza e la santità della vita. “Gesù ha cominciato con il fare, prima di insegnare” (At I,1). Come lui, il Sacerdote deve con la predicazione dell’esempio preludere alla predicazione della parola. “Vedendoli, infatti, sollevati in una sfera più alta, al di sopra degli affanni del secolo (dicono i Padri del Concilio di Trento), gli altri guardano a loro come ad uno specchio e da essi traggono l’esempio da imitare. È assolutamente necessario, perciò, che i chierici, chiamati ad avere Dio in eredità, regolino la loro vita e tutti i loro costumi in modo tale che negli abiti, nel modo di comportarsi, di camminare, di parlare e in tutte le altre azioni, mostrino soltanto un atteggiamento serio, equilibrato e pieno di religiosità. Fuggano anche le mancanze leggere, che in essi sembrerebbero grandissime, perché le loro azioni possano ispirare a tutti un senso di venerazione”. – A queste raccomandazioni del santo Concilio che Noi vorremmo, cari figli Nostri, incidere nei vostri cuori, verrebbero sicuramente meno i Sacerdoti che adottassero nella loro predicazione un linguaggio poco in armonia con la dignità del loro Sacerdozio e con la santità della parola di Dio; che assistessero ad assemblee popolari in cui la loro presenza servisse solo ad eccitare le passioni degli empi e dei nemici della Chiesa, e li esponesse alle ingiurie più grossolane, senza vantaggio per nessuno, e con grande stupore, se non anche scandalo, dei pii fedeli; che assumessero le abitudini, i modi di essere e di agire, e lo spirito dei secolari. Certamente il sale deve essere mescolato alla massa che deve preservare dalla corruzione, nel tempo stesso in cui difende se stesso da questa, sotto pena di perdere ogni sapore e di non essere più buono ad altro che ad essere gettato fuori e calpestato (cf. Mt V,13). – Allo stesso modo il Sacerdote, sale della terra, nel suo contatto obbligato con la società che lo circonda, deve conservare la modestia, la serietà, la santità nel suo contegno, nei suoi atti, nelle sue parole, e non lasciarsi invadere mai dalla leggerezza, dalla dissipazione, dalla vanità delle genti del mondo. Bisogna, al contrario, che in mezzo agli uomini egli conservi la sua anima così unita a Dio, che non vi perda nulla dello spirito del suo stato e non sia costretto a fare davanti a Dio e alla sua coscienza questa triste e umiliante confessione: “tutte le volte che sono stato fra i laici, ne sono ritornato meno Sacerdote”. – Non potrebbe essere proprio per avere messo da parte, con uno zelo presuntuoso, queste regole tradizionali della discrezione, della modestia, della prudenza sacerdotale, che alcuni Sacerdoti considerano sorpassati, incompatibili con i bisogni del ministero nel tempo presente, i princìpi di disciplina e di condotta che essi hanno ricevuto dai loro maestri del seminario maggiore? Li si vede andare, come per istinto, incontro alle innovazioni più pericolose di linguaggio, di comportamento, di relazioni. Parecchi, ahimè, impegnati temerariamente su sdrucciolevoli pendii dove da se stessi non avevano la forza di mantenersi saldi, disprezzando gli avvertimenti caritatevoli dei loro superiori o dei loro confratelli più anziani e più ricchi di esperienza, sono giunti a delle apostasie che hanno rallegrato gli avversari della Chiesa e fatto versare amarissime lacrime ai loro Vescovi, ai loro fratelli nel Sacerdozio e ai pii fedeli. Sant’Agostino ce lo dice: “Più si procede con forza e rapidità, quando si è al di fuori del retto cammino, più ci si smarrisce”.Ci sono sicuramente delle novità vantaggiose, capaci di fare avanzare il regno di Dio nelle anime e nella società. Ma, ci dice il santo Vangelo (Mt XIII, 52), è al “Padre di famiglia” e non ai figli, o ai servitori, che spetta esaminarle e, se lo giudica opportuno, dare loro il diritto di cittadinanza, accanto agli usi antichi e venerabili che compongono l’altra parte del suo tesoro. – Quando non molto tempo fa Noi abbiamo adempiuto al dovere apostolico di mettere in guardia i Cattolici dell’America del Nord contro certe novità che tendevano, fra le altre cose, a sostituire ai princìpi di perfezione consacrati dall’insegnamento dei dottori e dalla pratica dei santi, delle massime o delle regole di vita morale più o meno impregnate di quel naturalismo che, ai nostri giorni, tende a penetrare dappertutto, Noi abbiamo altamente proclamato che, lungi dal ripudiare e rigettare in blocco i progressi compiuti nei tempi presenti, Noi vogliamo accogliere assai volentieri tutto ciò che può aumentare il patrimonio della scienza o generalizzare maggiormente le condizioni della prosperità pubblica. Ma Noi avemmo cura di aggiungere che questi progressi non avrebbero potuto servire efficacemente la causa del bene, se si fosse messa da parte la saggia autorità della Chiesa. – Terminando questa lettera, ci è gradito applicare al clero di Francia quanto abbiamo scritto un tempo ai Sacerdoti della Nostra diocesi di Perugia. Riproduciamo qui una parte della Nostra lettera pastorale che rivolgemmo loro il 19 luglio 1886. “Noi chiediamo agli ecclesiastici della Nostra diocesi di riflettere seriamente sui loro sublimi doveri, sulle condizioni difficili che attraversiamo, e di fare in modo che la loro condotta sia in armonia con i loro doveri, e sempre conforme alle regole di uno zelo illuminato e prudente. Così, coloro stessi che sono nostri nemici cercheranno invano dei motivi di rimprovero e di biasimo: “qui ex adverso est, vereatur, nihil habens malum dicere de nobis“. – Quantunque di giorno in giorno si moltiplichino le difficoltà e i pericoli, il pio e fervente Sacerdote non deve per questo scoraggiarsi; non deve abbandonare i suoi doveri, né arrestarsi nell’adempimento della missione spirituale che ha ricevuto per il bene, per la salvezza dell’umanità e per il sostegno di quell’augusta Religione di cui è l’araldo e il ministro. Perché è soprattutto nelle difficoltà, nelle prove, che la sua virtù si afferma e si fortifica: nelle più grandi sventure, in mezzo alle trasformazioni politiche e agli sconvolgimenti sociali la sua azione benefica e civilizzatrice si manifesta con maggiore splendore. – Per discendere alla pratica, noi troviamo un insegnamento perfettamente adatto alle circostanze nelle quattro massime che il grande apostolo s. Paolo dava al suo discepolo Tito. Offri in ogni cosa il buon esempio nelle tue opere, nella tua dottrina, nella integrità della tua vita, nella gravità della tua condotta, non adoperando se non parole sante e irreprensibili.Noi vorremmo che ogni membro del nostro clero meditasse queste massime e vi conformasse la sua condotta. “In omnibus tè ipsum præbe exemplum bonorum operum“. Offrite in ogni cosa l’esempio delle opere buone, cioè di una vita esemplare e attiva, animata da un vero spirito di carità, e guidata dalle norme della prudenza evangelica, di una vita di sacrificio e di lavoro, consacrata a far del bene al prossimo, non già per vedute terrene e per una transitoria ricompensa, ma per uno scopo soprannaturale. Date l’esempio di quel linguaggio, semplice a un tempo e nobile ed elevato, di quella parola sana e irreprensibile che confonde ogni umana opposizione, mitiga l’antico odio che ci ha giurato il mondo e ci concilia il rispetto e la stima degli stessi nemici della Religione. – Chiunque si è votato al servizio del santuario è stato obbligato in ogni tempo a mostrarsi come un vivente modello, un esemplare perfetto di tutte le virtù; ma questo obbligo è molto più grande quando, in seguito agli sconvolgimenti sociali, si cammina su di un terreno difficile e incerto, dove ad ogni passo possono trovarsi imboscate e pretesti di attacco…

In doctrina“. In presenza degli sforzi concordi dell’incredulità e dell’eresia per consumare la rovina della fede cattolica, sarebbe un vero delitto per il clero rimanersene esitante e inerte. In mezzo a un così vasto dilagare di errori, di un tal conflitto di opinioni, egli non può venir meno alla propria missione che è di difendere il dogma attaccato, la morale travisata e la giustizia cosi spesso misconosciuta. Ad esso spetta di opporsi come un baluardo all’errore invadente e alla mal dissimulata eresia; ad esso sorvegliare i movimenti dei fautori dell’empietà che insidiano la fede e l’onore di questa cattolica contrada, ad esso smascherare le loro frodi e additare le loro insidie; ad esso premunire i semplici, rafforzare i timidi, aprire gli occhi ai ciechi. Una superficiale erudizione, una scienza volgare non bastano a tutto ciò; ci vogliono degli studi solidi, profondi ed assidui, in una parola, un insieme di conoscenze dottrinali capaci di lottare con la sottigliezza e la singolare astuzia dei moderni nostri contraddittori…

In integritate“. Nulla prova meglio l’importanza di questo consiglio, della triste esperienza di ciò che intorno ci accade. Non vediamo infatti che la vita rilassata di certi ecclesiastici discredita e fa disprezzare il loro ministero e cagiona scandali? Se alcuni uomini, dotati di uno spirito brillante e ragguardevole disertano qualche volta le schiere della santa milizia, e si ribellano alla Chiesa, a questa madre che nell’affettuosa sua tenerezza li aveva preposti al governo e alla salute delle anime, la loro defezione, i loro traviamenti non hanno per lo più altra origine che la loro indisciplinatezza e i loro cattivi costumi…

In gravitate“. Per gravità bisogna intendere quella condotta seria, piena di ponderazione e di tatto, che deve essere propria del ministro fedele e prudente che Dio ha eletto al governo della sua famiglia. Costui infatti, ringraziando Dio di essersi degnato elevarlo a tale onore, deve mostrarsi fedele a tutte le sue obbligazioni, nel tempo stesso che misurato e prudente in ogni suo atto; non deve lasciarsi per nulla dominare da vili passioni, ne trascinare a parole violente ed eccessive; deve compatire con bontà le sciagure e le debolezze altrui, fare a ciascuno tutto il bene che può disinteressatamente, senza ostentazione, mantenendo sempre intatto l’onore del suo carattere e della sua sublime dignità…”. –

Noi torniamo ora a voi, figli Nostri cari del clero francese, e abbiamo la salda fiducia che le Nostre prescrizioni e i Nostri consigli, ispirati unicamente dal Nostro amore paterno, saranno compresi e accolti da voi, secondo il senso e la portata che Noi abbiamo voluto loro dare indirizzandovi questa lettera. – Noi ci aspettiamo molto da voi, perché Dio vi ha riccamente dotati di tutti i doni e di tutte le qualità necessarie per operare cose grandi e sante a vantaggio della Chiesa e della società. Noi vorremmo che neppure uno tra voi si lasciasse macchiare da quelle imperfezioni che diminuiscono lo splendore del carattere sacerdotale e nuocciono alla sua efficacia. – I tempi attuali sono tristi; l’avvenire è ancora più oscuro e minaccioso; sembra annunciare l’avvicinarsi di una spaventosa crisi di sovvertimenti sociali. Bisogna dunque, come Noi lo abbiamo detto in diverse circostanze, che si mettano in onore i salutari princìpi della Religione, come quelli della giustizia, della carità, del rispetto e del dovere. Spetta a noi imprimerli profondamente nelle anime, particolarmente in quelle che sono schiave dell’incredulità o agitate da funeste passioni; spetta a noi di far regnare la grazia e la pace del nostro divino Redentore che è la Luce, la Risurrezione, la Vita, e di riunire in lui tutti gli uomini, malgrado le inevitabili distinzioni sociali che li separano. – Sì, più che mai, i giorni in cui viviamo reclamano il concorso e la dedizione di Sacerdoti esemplari, pieni di fede, di discrezione, di zelo, che, ispirandosi alla dolcezza e all’energia di Gesù Cristo di cui sono i veri ambasciatori, “pro Christo legatione fungimur” (2Cor V, 20), annuncino con una coraggiosa e indefessa costanza le verità eterne, che sono per le anime i semi fecondi delle virtù. – Il loro ministero sarà faticoso; spesso anche penoso, specialmente nei paesi in cui le popolazioni, prese soltanto dagli interessi terreni, vivono nell’oblio di Dio e della santa religione. Ma l’azione illuminata, caritatevole, infaticabile del sacerdote, fortificata dalla grazia divina, opererà, come ha sempre fatto in tutti i tempi, incredibili prodigi di risurrezione. – Noi salutiamo con tutti i nostri voti e con gioia ineffabile questa consolante prospettiva, mentre, con tutto l’affetto del Nostro cuore, concediamo a voi, venerabili fratelli, al clero e a tutti i cattolici di Francia, la benedizione apostolica.

Roma, presso San Pietro, 1’8 settembre dell’anno 1899, ventiduesimo del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “PERMOTI NOS”

Questa breve lettera Enciclica di S.S. Leone XIII, si indirizzava ai Vescovi ed al popolo belga, in preda a violenti contrasti sociali generati dalle nuove idee della peste socialista a sua volta propagandate e spinte dalle sette sociniane, la c. d. massoneria che tentava di rovesciare l’ordine sociale costituito e soprattutto i costumi, la morale e la fede Cattolica. Naturalmente la tattica principale del diavolo (in greco diaballo significa dividere) è la divisione tra gli uomini, segnatamente i Cattolici, onde romperne la compattezza del fronte unito e poter aggredire facilmente le singole fazioni, o gruppi o singoli così isolati. Il Santo Padre dà disposizioni sia ai Vescovi e prelati, invitandoli a riunire un congresso: « … Il clero dovrebbe aprire la strada, poiché è particolarmente caratteristico per loro essere cauti di fronte alle nuove opinioni, calmare e unire gli animi in nome della Religione e ricordare i doveri dei cittadini cristiani. », sia ai laici cittadini Cattolici: « …. A tal fine, tutti gli uomini buoni dovrebbero dirigere le loro menti escludendo gli interessi di fazione. Devono sostenere senza dubbio l’ordine sacro di Dio e della patria, nella loro legittima lotta a favore della verità, della giustizia e della carità cristiane. Perché è da questo ordine che scaturiscono la sicurezza e la felicità pubblica. » Queste ultime parole in particolare, ma anche tutte le altre considerazioni del Pontefice Romano Vicario di Cristo, sono quanto mai utili anche nei nostri tempi molto più agitati dalle pandemie mondialiste dei globalisti sociniani kazari anti Cattolici e distruttori di tutto l’orbe terraqueo.

PERMOTI NOS

ENCICLICA DI PAPA LEO XIII

SULLE CONDIZIONI SOCIALI IN BELGIO

Ai Vescovi del Belgio.

Poiché nutriamo una speciale amicizia per la vostra nazione, ed in risposta alla richiesta di molti suoi cittadini, abbiamo rivolto una particolare attenzione ad una questione seria per i Cattolici belgi. Sapete bene, naturalmente, a cosa ci riferiamo: la questione sociale. Le accese discussioni su questo tema hanno turbato le loro menti a tal punto da richiedere chiaramente la nostra attenzione e il nostro aiuto.

Disaccordo tra i Cattolici belgi

2. La questione è intrinsecamente molto difficile e, nel vostro Paese, è legata a problemi più grandi. Tuttavia, non abbiamo rifiutato di affrontarla, soprattutto considerando che è necessariamente connessa alla Religione ed al dovere del nostro ufficio. Infatti, anche in questo campo di istruzione ci è piaciuto impartire gli insegnamenti della saggezza cristiana in modo adeguato all’epoca ed alle sue modalità. Ed è piacevole ricordare che queste affermazioni abbiano prodotto notevoli benefici sia per gli individui che per gli Stati, e che questi risultati crescano più del previsto con il passare dei giorni. Questi buoni frutti sono stati prodotti anche tra i Cattolici belgi, la cui prontezza nel dare sostegno a questo tipo di istruzioni è stata straordinaria; tuttavia, questi frutti non sono stati così grandi come ci si aspettava, considerando il carattere speciale del Paese e del popolo. L’ostacolo in questo caso è abbastanza noto. Infatti, pur essendo mossi da buone intenzioni, insistono erroneamente nel consultare altri su queste questioni. Di conseguenza, i molti benefici che cercano non si verificano e, inoltre, fiorisce la discordia tra i Cattolici.

Dibattito sulle scuole

3. Troviamo questo disaccordo tra i Cattolici belgi estremamente difficile da sopportare, per quanto sia nuovo e malvisto. Prima di allora, infatti, il loro accordo reciproco aveva sempre prodotto effetti salutari. La loro unità è stata, naturalmente, chiaramente evidente nel dibattito sulle scuole, per citare un evento recente. In quell’occasione, infatti, i Cattolici di ogni classe erano efficacemente uniti; è stato soprattutto per questo che la vicenda si è conclusa positivamente, a vantaggio della dignità della Religione e della sicurezza dei giovani.

Convocare un Congresso

4. E ora le vostre greggi sono sul punto di subire pericolose perdite sia individuali che di gruppo, perché sono disunite e perseguono obiettivi diversi; vedete quanto siano maturi i tempi per porre una mano risanatrice su questi eventi travagliati. Sosteniamo con forza i vostri sforzi per ripristinare e rafforzare la concordia. La grande riverenza di cui godono i vostri fedeli indica che avrete successo. A tal fine, vi suggeriamo di riunirvi per un congresso non appena sarà possibile organizzarlo. Condividendo i vostri punti di vista in quel congresso, sarete in grado di studiare in modo più dettagliato la portata della questione e di considerare i mezzi migliori per risolverla.

5. La questione non può essere considerata da un solo punto di vista. Riguarda sì i beni esterni, ma ha a che fare soprattutto con la Religione e la morale. È anche direttamente connessa con la costituzione civile delle leggi, così che, in ultima analisi, ha un ampio riferimento ai diritti ed ai doveri di tutte le classi. Inoltre, quando applichiamo i principi evangelici di giustizia e carità a questa questione e alla condotta di vita, vengono necessariamente toccati i molteplici interessi dei privati. E a queste considerazioni vanno aggiunte alcune condizioni degli affari e dell’industria, dei lavoratori e dei proprietari, che sono specificamente peculiari del Belgio.

Le nostre proposte

6. Questi difficili problemi, per i quali il vostro giudizio e la vostra attenzione devono essere risolti, sono di grande importanza e non vi lasceremo senza le nostre proposte in questo caso. In questo modo, dopo la conclusione del congresso, sarà meno faticoso e meno pericoloso per voi decidere, ciascuno nella propria diocesi, i rimedi e le azioni di stabilizzazione adatti alle persone e ai distretti. Tuttavia, con l’aiuto di cittadini idonei, dovreste applicare queste misure in modo che possano avere un effetto simile in tutta la nazione. L’azione intrapresa dai Cattolici a partire dagli stessi punti e percorrendo, per quanto possibile, le stesse strade, deve essere considerata ovunque una sola e medesima azione. Di conseguenza, questa azione deve essere onesta, vigorosa e produttiva. Per facilitare ciò, i Cattolici devono urgentemente desiderare e perseguire solo quegli obiettivi che si ritiene portino veramente al bene comune, a preferenza delle proprie opinioni e interessi personali. Questo garantirebbe: 1) che la religione eccella nella sua funzione e diffonda il suo potere, che porta sicurezza anche negli affari civili, domestici ed economici, in modo meraviglioso; 2) che, unendo l’autorità pubblica e la libertà in modo cristiano, il regno rimanga incolume dalla sedizione e protetto dalla tranquillità;

3) che le buone istituzioni dello Stato, specialmente le scuole per i giovani, siano promosse e migliorate; 4) che il commercio e l’artigianato siano migliorati, specialmente con l’aiuto di quelle società, ognuna con il suo scopo particolare, che abbondano nel vostro Paese e che è desiderabile sviluppare ulteriormente con la religione come guida e sostegno. Non è nemmeno una questione di poca importanza fare in modo che i supremi consigli di Dio siano accettati con la modestia che è ovviamente loro dovuta. Poiché Dio ha disposto che nel genere umano esistano classi diverse, ma che tra queste esista anche un’uguaglianza derivante dalla loro amichevole collaborazione, i lavoratori non dovrebbero in alcun modo abbandonare il rispetto e la fiducia nei confronti dei loro datori di lavoro, e questi ultimi dovrebbero trattare i loro lavoratori con giusta gentilezza e prudente attenzione.

7. Questi sono i principali elementi del bene comune, la cui acquisizione deve essere l’obiettivo dei nostri sforzi. Da questo bene deriva un reale sollievo per alleviare le condizioni della vita mortale e da esso derivano anche i meriti per la vita celeste. Se i Cattolici perseverano nell’amare con maggiore zelo l’ordine insegnato da questa saggezza cristiana e nel rafforzarlo con il loro esempio, il risultato sperato si realizzerà più facilmente. Quando ciò accadrà, coloro che si sono allontanati dal sentiero, ingannati da opinioni sbagliate o da false apparenze, riacquisteranno il senno e cercheranno la protezione e la guida della Chiesa. Sicuramente nessun cattolico che ami veramente la sua religione e il suo Paese rifiuterà di accettare le vostre decisioni. Si rendono conto che ogni miglioramento contribuisce alla stabilità e porta a maggiori benefici se viene introdotto gradualmente e con moderazione.

8. Nel frattempo, la situazione attuale è così grave che un rimedio non dovrebbe essere ritardato. Tale rimedio dovrebbe iniziare con il calmare le menti degli uomini. Pertanto, Venerabili Fratelli, rivolgetevi ai Cattolici in Nostro nome e avvertiteli di astenersi completamente da ogni polemica e discussione su questi temi, sia nelle riunioni che nei giornali e in pubblicazioni simili. In particolare, esortateli a non accusarsi a vicenda e a non anticipare il giudizio del governo legittimo. Poi lasciate che tutti, con animo fraterno e unito, si impegnino con voi a dedicare la massima attenzione e il massimo sforzo per raggiungere il loro obiettivo. Il clero dovrebbe aprire la strada, poiché è particolarmente caratteristico per loro essere cauti di fronte alle nuove opinioni, calmare e unire gli animi in nome della Religione e ricordare i doveri dei cittadini cristiani.

Le nostre aspettative nei confronti dei belgi

9. Abbiamo da tempo abbracciato la nobile nazione belga con il Nostro speciale amore e la Nostra cura, e il Belgio a sua volta, animato dalla religione ancestrale, ci ha offerto molte prove di obbedienza e di amorevole devozione. Non c’è quindi da dubitare che i Nostri figli Cattolici riceveranno ed eseguiranno religiosamente queste esortazioni e comandi con una volontà all’altezza del Nostro proposito di emanarli.

10. Perché certamente non permetteranno mai che le loro discordie diminuiscano e distruggano imprudentemente quella considerazione pubblica per la loro Religione che la loro concordia ha a lungo favorito e che molti Paesi invidiano loro.

11. Agiscano piuttosto nel più stretto concerto per opporre tutti i loro piani e le loro forze alla malvagità del socialismo, che molto chiaramente causerà mali e grandi perdite. Infatti, esso si esercita costantemente e in tutti i modi contro la Religione e lo Stato; si sforza ogni giorno di gettare nella confusione le leggi divine e umane e di distruggere le buone opere della provvidenza evangelica. La nostra voce si è levata spesso e con veemenza contro questa grande calamità, come testimoniano a sufficienza i comandi e gli avvertimenti che abbiamo dato nella Lettera Rerum Novarum. A tal fine, tutti gli uomini buoni dovrebbero dirigere le loro menti escludendo gli interessi di fazione. Devono sostenere senza dubbio l’ordine sacro di Dio e della patria, nella loro legittima lotta a favore della verità, della giustizia e della carità cristiane. Perché è da questo ordine che scaturiscono la sicurezza e la felicità pubblica.

12. È giusto che Noi siamo disposti a riporre la Nostra fiducia e la Nostra aspettativa in queste questioni sulla vostra deliberazione e sul vostro ingegno in particolare. Perciò, mentre imploriamo per voi gli ampi aiuti del soccorso divino, impartiamo con grande amore a voi stessi e al clero e al popolo, a ciascuno di voi la benedizione apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 luglio 1895, nel diciottesimo anno del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII – “MAGNI NOBIS”

« … Istituita dunque con questa Nostra lettera l’Università di Washington, prescriviamo che non si proceda a fondare altri istituti di tal genere senza aver consultato la Sede Apostolica …  » Se questa prescrizione di S. S. Leone XIII, fosse stata applicata, o lo venisse ancora ora, non avremmo tanti istituti universitari spacciatori di menzogne e sistemi ingannevoli: in pratica abbiamo una diffusione di false scienze, falsi sistemi filosofici e teologici, conoscenze volutamente errate e devianti, tutte rigorosamente anticristiane … una storia ritoccata ed adattata alle intenzioni di pochi gruppi masso-mondialisti,  una geografia ed un’astronomia che per voler ad ogni costo demolire il racconto biblico, hanno oggi raggiunto l’assurdo ed il ridicolo – teorie copernicane ed eliocentriche dimostrabili solo con disegnini e fotoschop di bassa qualità o mascherate da formule matematiche fantasiose che nessuno comprende, nemmeno i loro inventori; i sistemi filosofici, tutti razionalisti, idealisti e sganciati dalla realtà più evidente, una scienza medica che poggia su dogmi fasulli che, indimostrabili ed irripetibili, cambiano con il declinare delle ore del sole; le scienze economiche e bancarie volte solo a proteggere gli interessi di pochi noti, e a derubare le sostanze di ignari schiavi che lavorano per spettacoli immorali ed un tozzo di pane bianco, di una zolla di zucchero e di cibi chimici e di bassissima qualità che producono devastanti malattie croniche e mortali… senza contare che prendere oggi una laurea, costa pochi denari e qualche buona conoscenza. Ma questo è ciò che succede quando si abbandona il Signore e si seguono strade ignote che l’inferno spiana ed addobba con luccichii da baraccone per condurre tutti nel fuoco eterno.

Leone XIII
Magni nobis

Lettera Enciclica

Ci reca grande gaudio il vostro zelo, con il quale vi dedicate alla salvezza della pietà cattolica e agl’interessi delle vostre diocesi, e soprattutto ad apprestare difese in modo che rientrino nella norma della fede la retta educazione della gioventù, sia clericale, sia laica, e la dottrina di ogni genere di scienze divine e umane. Perciò Ci giunse graditissima la vostra lettera, alla fine dell’anno scorso, con la quale Ci riferite che l’intrapresa costruzione del grande Liceo o della Università degli studi (cui vi impegnate nella città di Washington) procede così felicemente che ormai per merito vostro tutto è già predisposto per insegnare, quest’anno, le dottrine teologiche. Dal Venerabile Fratello Giovanni Keane, Vescovo titolare di Jasus, rettore dello stesso Liceo, da voi inviato presso di Noi, ricevemmo volentieri gli statuti e le leggi della vostra Università che avete sottoposto alla Nostra autorità e al Nostro giudizio. In questa vicenda, giudichiamo assai meritevole di ogni lode la vostra decisione (nel centenario della costituzione nel vostro Stato della Gerarchia ecclesiastica) di erigere un monumento, nella fausta inaugurazione della vostra Università, a perpetua memoria dell’auspicato evento. Pertanto Noi, assunto subito l’impegno di agire secondo i vostri desideri, affidammo le leggi della vostra Università, a Noi recapitate, ai diletti Cardinali di S.R.C. del Sacro Collegio di Propaganda Fide per farle loro conoscere ed esaminare, in modo che Ci riferissero i loro giudizi su di esse. Ora, riferite a Noi le loro opinioni, Noi consentiamo volentieri con le vostre richieste e con questa lettera approviamo, con la Nostra autorità, gli statuti e le leggi della vostra Università e ad essa attribuiamo i diritti specifici di una giusta e legittima Università. Pertanto alla vostra accademia assegniamo il potere di condurre gli alunni, la cui preparazione sia stata confermata mediante prove, ai livelli così detti accademici e inoltre alla laurea di docenza, sia nelle dottrine filosofiche e teologiche, sia in diritto pontificio e in altre discipline in cui si è soliti conferire il grado e la laurea, quando negli anni avvenire saranno istituite le cattedre di tali discipline nella sede dell’Accademia. – Vogliamo poi che tu, diletto Figlio Nostro, e che voi, Venerabili Fratelli, tuteliate con vigile zelo il corretto programma di studi e la disciplina degli alunni nella vostra Università, sia personalmente, sia tramite Presuli scelti tra voi e da voi giudicati idonei a ricoprire tale incarico. E poiché la principale tra le sedi episcopali degli Stati Uniti dell’America del Nord è Baltimora, assegniamo all’Arcivescovo di Baltimora e ai suoi successori l’incarico di esercitare il potere di supremo moderatore o di cancelliere dell’Accademia. Desideriamo inoltre che siano resi noti a questa Sede Apostolica il metodo di studi, ossia i programmi delle discipline che si insegnano nella vostra Università, e in primo luogo i corsi di filosofia e di teologia, in modo che siano confermati e ratificati dalla Nostra approvazione. Desideriamo che gl’insegnamenti della stessa Università, in ogni genere di discipline, siano ordinati in modo che i giovani chierici e i laici abbiano uguale opportunità di soddisfare il nobile desiderio di sapere nel ricco pascolo della scienza. Vogliamo poi che in queste facoltà sia istituita una scuola ove si insegni anche il Diritto pontificio e il Diritto ecclesiastico pubblico, in quanto sappiamo che questa dottrina è di grande importanza, soprattutto in questi tempi. Esortiamo perciò Voi tutti perché provvediate ad associare alla vostra Università (per quanto indicano gli statuti) i vostri seminari, i collegi e gli altri istituti cattolici, salva e impregiudicata tuttavia la libertà di tutti. Affinché poi provengano frutti più copiosi dalle varie discipline del Grande Liceo, è bene che soprattutto presso le scuole di teologia e di filosofia non siano ammessi per ora coloro che compirono quegli studi che sono segnalati nei decreti del terzo Concilio plenario di Baltimora e anche coloro che vogliono impegnarsi o a cominciare o a proseguire i corsi di quell’indirizzo. – Poiché questa grande Università degli studi non solo è volta ad accrescere il decoro della vostra patria, ma promette anche pingui e salutari frutti, sia con la diffusione della sana dottrina, sia con la tutela della pietà cattolica, a buon diritto confidiamo che i fedeli americani, per la loro nobiltà d’animo, per la loro generosità, non si faranno pregare da voi per condurre a termine la splendida opera. Istituita dunque con questa Nostra lettera l’Università di Washington, prescriviamo che non si proceda a fondare altri istituti di tal genere senza aver consultato la Sede Apostolica. Pensiamo che quanto abbiamo dichiarato e stabilito con questa lettera diventi per voi perspicuo argomento di studio e di sollecitudine, affinché la gloria e la prosperità della Religione Cattolica in codesta regione si accrescano ogni giorno. Per il resto supplichiamo vivamente Dio clementissimo, dal quale provengono ogni bene e ogni dono perfetto, affinché conduca le vostre imprese a un esito favorevole e lieto, conforme ai voti delle anime vostre; e perché ciò si avveri felicemente, impartiamo con molto affetto in Dio l’Apostolica Benedizione, come testimonianza di sincero amore, a te, diletto Figlio Nostro, e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il Clero e ai fedeli a Voi affidati, come auspicio di tutti i doni celesti.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S.S. LEONE XIII “QUOD ANNIVERSARIUS”

« … Colui che solo ha potere sugli intelletti, sulle volontà e sui cuori degli uomini, e modera e dirige gli avvenimenti del mondo, per la gloria della Religione cristiana. Fatto insigne e memorabile certamente, per il quale gli stessi nemici della Chiesa constatano, anche loro malgrado, coi loro stessi occhi, come essa vigoreggi sempre di vita divina e di virtù infusale dall’alto; perciò sono costretti a riconoscere che le genti empie fremono per stolti tentativi, e meditano invano insani propositi contro il Signore e il suo Cristo. » Questa breve Lettera Enciclica, scritta in occasione dei 50 anni di Sacerdozio del Santo Padre, declama così la natura divina della sacra istituzione della Chiesa Cattolica. Monito forte che oggi dovrebbe impressionare gli sciacalli che con piglio demoniaco governano il mondo ed i suoi destini, secondo i principii delle sette di perdizione, ormai diffusi in ogni ambito, e soprattutto nella “chiesa-carapace vuoto”, o se preferite, nella conchiglia svuotata di ogni contenuto soprannaturale e divino rappresentata dal mastodontico mostro della finta chiesa-loggia post-conciliare, il vero e proprio  “dragone malefico” descritto da San Giovanni nella sua Apocalisse. Che meditino bene, finché avranno tempo, gli illusi adepti della “bestia” e del “pseudoprofeta” le parole che il Pontefice Romano riporta citando il Salmo secondo, perché ricordino la fine che aspetta tutti loro dopo gli apparenti, brevi successi temporali che tanto li entusiasmano e che oggi vediamo concentrati nel mondialismo transumano degli organismi sovranazionali, autentiche superlogge massoniche. La loro fine è stabilita da tempo e non avranno scampo dal momento in cui avranno la testa schiacciata dalle armate dalla Vergine Maria, il cui Cuore dovrà trionfare sulla bestia infernale che trascinerà con sé nello stagno di fuoco ardente gli arruolati di ogni grado del suo poderoso esercito … et IPSA conteret caput tuum …

Leone XIII
Quod anniversarius

Lettera Enciclica

Alla somma benignità di Dio, la cui volontà provvidenziale regge tutta la vita degli uomini, Noi attribuiamo, come è necessario, se il cinquantesimo anniversario del Nostro sacerdozio confortava testé gli ardenti voti della Chiesa. Allo stesso modo, così grande consenso di animi, manifestatosi in tutte le nazioni con omaggi, con profusa liberalità di doni e con pubblici segni di festa, non poteva essere ispirato se non da Colui che solo ha potere sugli intelletti, sulle volontà e sui cuori degli uomini, e modera e dirige gli avvenimenti del mondo, per la gloria della Religione cristiana. Fatto insigne e memorabile certamente, per il quale gli stessi nemici della Chiesa constatano, anche loro malgrado, coi loro stessi occhi, come essa vigoreggi sempre di vita divina e di virtù infusale dall’alto; perciò sono costretti a riconoscere che le genti empie fremono per stolti tentativi, e meditano invano insani propositi contro il Signore e il suo Cristo. – Intanto, affinché di questo divino beneficio si dilatasse non solo la memoria ma anche l’utilità, quanto più largamente è possibile, abbiamo aperto i tesori delle grazie celesti a tutto il gregge a Noi affidato; ed oltre a ciò non abbiamo tralasciato di implorare i doni della divina pietà su coloro medesimi che tuttora vivono fuori dell’unica Arca di salvezza. Noi facemmo ciò col desiderio “che tutte le genti e tutti i popoli, affratellati nella fede col vincolo della carità, si raccolgano quanto prima in un unico ovile sotto un solo pastore”, come con gemiti e preghiere ne abbiamo supplicato il Signor Nostro Gesù Cristo nei sacri e solenni riti della Canonizzazione ora celebrata. Infatti Noi, sollevando gli occhi alla Chiesa trionfante per onorare gli Eroi cristiani – delle prestantissime virtù e dei miracoli dei quali si era già felicemente acquistata una sicura cognizione secondo le norme e le vie del diritto – abbiamo solennemente decretato e tributato ad alcuni di essi i supremi onori dei santi, e ad altri il culto dei beati: affinché quella Gerusalemme che è nei cieli si unisca in comunanza di allegrezza con questa, che va tuttora peregrinando sulla terra, nel Signore. – Ma perché a quest’opera stessa si ponga, col favore di Dio, quasi il coronamento, Noi desideriamo che gli effetti della Nostra Apostolica carità, mercé la pienezza dell’infinito tesoro spirituale, si estendano anche, quanto più largamente si possa, a quei diletti figli della Chiesa, i quali con la morte dei giusti, segnati dalla fede ed innestati nella mistica vite, si dipartirono dalle battaglie di questa vita terrena; in modo tuttavia che siano impediti ad entrare nella vita eterna fino a che non abbiano reso l’indispensabile soddisfazione alla divina vendicatrice giustizia per i debiti contratti. A ciò siamo mossi dai pietosi desideri dei Cattolici, ai quali sappiamo che tornerà graditissima questa Nostra intenzione; nonché dalla lacrimevole atrocità delle pene onde vengono afflitte le anime dei trapassati: ma ancora più Ce ne dà speciale impulso la consuetudine della Chiesa, la quale, persino nel corso delle più liete solennità dell’anno, fa salutare e santa memoria dei defunti, affinché vengano prosciolti dai peccati. – Quindi, essendo certo per la dottrina cattolica che “le anime rinchiuse nel Purgatorio ricevono aiuto dai suffragi dei fedeli, e principalmente dall’accettabile sacrificio dell’Altare”, stimiamo di non potere offrire ad esse un pegno più utile o più desiderato, che il moltiplicare per la loro liberazione, in tutte le contrade, l’oblazione immacolata del sacrosanto Sacrificio del nostro divino Mediatore. – Perciò, con tutte le necessarie dispense e deroghe, vogliamo che l’ultima domenica del mese di settembre prossimo venturo sia giorno di amplissima espiazione nel quale da Noi, e allo stesso modo da tutti i Nostri Fratelli Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati aventi Diocesi, nelle Chiese Patriarcali, Metropolitane e Cattedrali di ciascuno, si celebri una Messa particolare per i trapassati, con la maggiore solennità possibile e con quel rito che nel messale è indicato “per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti”. Approviamo che ciò si compia anche nelle Chiese Parrocchiali e Collegiate, tanto dei secolari quanto dei regolari, e da tutti i Sacerdoti, purché non si tralasci la Messa corrispondente all’Ufficio del giorno, ovunque ne corra l’obbligo. Esortiamo poi calorosamente gli altri fedeli che, premessa la sacramentale Confessione, si accostino devotamente alla Mensa eucaristica a suffragio delle anime purganti. A costoro, con la Nostra autorità Apostolica concediamo indulgenza plenaria a pro dei defunti: ai singoli celebranti, come detto sopra, il privilegio dell’Altare. – In tal modo, senza dubbio, le pie anime, che fra terribili e grandi tormenti stanno espiando i rimanenti peccati, avranno opportunissimo e singolare sollievo dall’Ostia salutare che tutta la Chiesa, congiunta al suo Capo visibile ed infiammata dallo stesso spirito di carità, offrirà a Dio, affinché voglia concedere ad essi il soggiorno del refrigerio, della luce e della pace sempiterna. – Frattanto, come pegno dei doni celesti, con tanto affetto nel Signore, impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il Clero e al popolo affidato alle vostre cure, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno solenne di Pasqua [1 aprile] 1888, anno undecimo del Nostro Pontificato.


UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “LACRIMABILI STATU”

« … Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra … » Questa è la scomunica riservata agli Ordinari del luogo, che S.S. S. Pio X comminava a tutti coloro che infliggevano agli indios dell’America latina, barbare torture, deportazioni, schiavitù e finanche la morte. E questa è la medesima scomunica che ancor oggi pende sul capo di tutti coloro che ancora riservano, in molti Paesi del pianeta, specialmente in quelli che si autodefiniscono “civili”, simili trattamenti a popolazioni deboli, inermi come lo sfruttamento in stato di schiavitù, la prostituzione di donne e bambini, la vendita o l’“affitto” di minori nati o non nati, impiegati per usi finanche “sanitari”, lavori inumani a costo zero, ed una infinita varietà di privazione di libertà ed induzione a soddisfare voglie di empi personaggi, spesso colletti bianchi, o (falsi) prelati in talare. Su questi e sulle loro nazioni, oltre alla scomunica sui singoli, grava pure la maledizione di Dio sui popoli conniventi e complici, maledizione che non tarda a punire con castighi incontenibili, siano essi malattie, fame, eventi cataclismici ed altri eventi metereologici “naturali”. Questa peste che imperversa sempre più nei nostri popoli un tempo cristiani, non viene neanche più arginata dalla santa Madre Chiesa impedita, che un tempo denunziava con veemenza queste turpitudini, anzi i falsi prelati delle sette delle false pseudo-chiese moderniste, collaborano senza ritegno ad alimentare morte, corruzione, lussuria ed impurità innominabili.


san Pio X
Lacrimabili statu

Lettera Enciclica

Appello per sollecitare qualunque genere

di aiuto a favore degli indios dell’America del Sud.

Profondamente commosso per lo stato lagrimevole degli indios dell’America del Sud, il Nostro illustre predecessore Benedetto XIV prese, come vi è noto, seriamente a cuore la loro causa con la lettera Immensa pastorum, in data 22 dicembre 1741; e poiché quasi le cose stesse, deplorate in essa da lui, abbiamo a deplorare tuttora anche Noi in molti luoghi, Ci affrettiamo perciò a richiamare al vostro pensiero la memoria di quella lettera. Ivi infatti, insieme ad altre cose, di questo pure Benedetto si duole, che, cioè, sebbene da lungo tempo la sede apostolica molto si fosse adoperata per sollevare la loro misera sorte, vi fossero tuttavia anche allora “uomini professanti la vera fede, i quali, quasi del tutto dimentichi dei sensi di carità infusi nei nostri cuori dallo Spirito santo, si credono lecito verso i miseri indios, non solamente se privi della luce della fede, ma anche se bagnati del santo lavacro della rigenerazione, o di ridurli in schiavitù o di venderli ad altri come schiavi, o di privarli dei loro beni, e di comportarsi con essi con tale inumanità da distoglierli soprattutto dall’abbracciare la fede di Cristo, e raffermarli sempre più nell’odio contro di essa”. – La peggiore fra siffatte indegnità, cioè la schiavitù propriamente detta, poco appresso, per grazia di Dio misericordioso, venne tolta di mezzo; e ad abolirla pubblicamente in Brasile e in altre regioni molto contribuì la materna insistenza della Chiesa presso gli uomini egregi che governano quegli stati. E di buon grado riconosciamo che se non vi si fossero opposti numerosi ostacoli di luoghi e di circostanze, i loro propositi avrebbero ottenuto risultati molto migliori. Sebbene dunque qualche cosa sia stata già fatta per gli indios, molto di più è tuttavia quello che ancora rimane da fare. E in verità, quando Ci soffermiamo a considerare le sevizie e i delitti che si sogliono ora commettere contro di essi, abbiamo davvero di che inorridire e sentiamo nell’animo una profonda commiserazione per quella razza infelice. Che cosa può esservi, infatti, di più barbaro e più crudele dell’uccidere, spesso per cause lievissime, e non di rado per mera libidine di torturare, degli uomini a colpi di sferza o con ferri roventi, o con improvvisa violenza farne strage, uccidendoli insieme a centinaia e a migliaia; o saccheggiare borghi e villaggi, massacrando gli indigeni, dei quali talune tribù abbiamo appreso essere state in questi pochi anni quasi distrutte? A rendere gli animi tanto feroci certo grandemente influisce la cupidigia del lucro, ma non poco altresì vi contribuisce la natura stessa del clima e la posizione di quelle regioni. Infatti essendo quei luoghi soggetti ad un’atmosfera torrida, che inoculando nelle vene un certo languore, viene quasi ad affievolire la forza degli animi, e, trovandosi essi lontani da ogni pratica della religione, dalla vigilanza dello stato, e quasi dallo stesso consorzio civile, facilmente accade che se taluni, di costumi non pervertiti, si rechino colà, in breve tratto di tempo comincino a depravarsi e man mano, rotti tutti i ritegni del dovere e delle leggi, precipitino in tutti gli eccessi del vizio. Né da costoro si perdona la debolezza del sesso e dell’età, che anzi fa vergogna il riferire le loro scelleratezze e malvagità, nel fare incetta e mercato di donne e fanciulli, talché si direbbero per essi, con tutta verità, sorpassati gli esempi più estremi della turpitudine pagana. – Noi, invero, per qualche tempo, quando Ci venivano riportate siffatte voci, dubitavamo di prestare fede a simili atrocità, tanto Ci sembravano incredibili. Ma dopo che da amplissime testimonianze, cioè dalla maggior parte di voi, venerabili fratelli, dai delegati della sede apostolica, dai missionari e da altre persone del tutto degne di fede, ne siamo stati informati, non Ci è più lecito avere alcun dubbio sulla verità delle cose. – Fissi pertanto, da lungo tempo, nel pensiero di sforzarCi, per quanto è in Nostro potere, di riparare a tanti mali, chiediamo a Dio, con umili e supplichevoli istanze, che voglia benignamente additarci qualche mezzo opportuno a curarli. Ma egli, che è il Creatore e Redentore amorosissimo di tutti gli uomini, avendo ispirato alla Nostra mente di lavorare per la salute degli indios, Ci darà certamente i mezzi per conseguire l’intento. Frattanto però, Ci è di somma consolazione il sapere che coloro i quali reggono quelle repubbliche si sforzano, con ogni mezzo, di cancellare questa macchia e questa ignominia dai loro Stati; della quale sollecitudine loro, in verità, non possiamo mai abbastanza approvarli e lodarli. Quantunque in quelle regioni, lontane come sono dalle sedi dei governi, remote, e per la maggior parte inaccessibili, questi sforzi così umani dei poteri civili sia per la scaltrezza dei malvagi, che varcano in tempo i confini, sia per l’inerzia e perfidia dei funzionari, spesso a nulla giovano, e non di rado cadono nel vuoto. Che se all’opera dello Stato si aggiungesse quella della Chiesa, allora sì che molto più ubertosi sarebbero i frutti desiderati. – A voi, pertanto, venerabili fratelli prima che ad ogni altro, facciamo appello, affinché rivolgiate particolari cure e sollecitudini a questa causa degnissima del vostro pastorale ufficio e ministero. E, lasciando il rimanente alla vostra sollecitudine e al vostro zelo, prima di ogni altra cosa e maggiormente vi esortiamo a promuovere con ogni studio tutte quelle istituzioni che nelle vostre diocesi siano dirette al bene degli indios, e a procurare di istituirne delle altre che sembrino utili allo stesso scopo. Porrete poi ogni diligenza nell’avvertire i vostri fedeli del sacro loro dovere di aiutare le sacre missioni fra gli indigeni, che primi abitarono questo suolo americano. Sappiano dunque che in doppiomodo debbono essi concorrere a questo intento: con la raccolta, cioè, delle offerte e col sussidio delle preghiere, e che questo a loro domanda non soltanto la Religione, ma anche la Patria stessa. Voi, poi, dovunque si attende alla buona educazione dei costumi, negli istituti giovanili e negli educandati delle fanciulle, e soprattutto nei sacri templi, fate sì che non abbia mai a venir meno la raccomandazione e predicazione della carità cristiana, che considera tutti gli uomini come fratelli, senza alcuna diversità di nazione e di colore e che, non tanto a parole quanto coi fatti, vuole essere dimostrata. Parimenti non si deve lasciar passare alcuna occasione che si presenti, per dimostrare quanto disonore spargano sul nome Cristiano queste indegnità, che abbiamo qui denunziato. – Per quanto Ci riguarda, avendo non senza ragione buona speranza dell’assenso e del favore dei pubblici poteri, avremo cura principalmente di estendere, in quelle così vaste regioni, il campo dell’azione apostolica con l’istituire altre stazioni di missionari, nelle quali gli indios trovino un rifugio e un salutare presidio. Infatti, la Chiesa Cattolica non fu mai sterile di uomini apostolici, che, spinti dalla carità di Gesù Cristo, non fossero pronti e disposti a dare la vita stessa per i loro fratelli. E oggi ancora, mentre tanti aborrono dalla fede o ad essa vengono meno, l’ardore di diffondere l’evangelo presso i barbari non solo non affievolisce fra le persone dell’uno e dell’altro clero, e fra le sacre vergini, ma aumenta ancora e si diffonde più largamente per virtù dello Spirito Santo, che, secondo le necessità dei tempi soccorre la sua sposa, la Chiesa. Perciò crediamo di adoperare, in tanto maggior abbondanza, quei presidi che per divina grazia sono in mano nostra, per liberare gli indios dalla schiavitù di satana e da quella di uomini perversi, quanto maggiore è il bisogno che li stringe. D’altra parte, poiché quelle terre furono dai banditori dell’Evangelo bagnate non solo dai loro sudori, ma anche dal loro sangue, nutriamo fiducia che da tante fatiche abbia infine a germogliare una larga messe e ottimi frutti di civiltà cristiana. – Intanto, affinché a quello che voi di vostra spontanea iniziativa o per esortazione Nostra, sarete per fare a vantaggio degli indios si aggiunga la maggiore efficacia possibile, Noi, seguendo l’esempio ricordato dal Nostro predecessore, condanniamo e dichiariamo rei d’immane delitto tutti coloro, com’esso dice, che “osino o presumano di ridurre i predetti indios in schiavitù, di venderli, comprarli, commutarli o donarli, di separarli dalle mogli e dai figli, di spogliarli delle loro cose e dei loro beni, di condurli o trasportarli altrove o in qualunque modo privarli della libertà e tenerli schiavi, nonché di prestare, a coloro che ciò fanno, consiglio, aiuto, favore, sotto qualunque pretesto e nome, o di insegnare e proclamare essere tutto ciò lecito, in qualsiasi altra maniera cooperare a quanto detto sopra”. Vogliamo pertanto riservata agli Ordinari dei luoghi la potestà di assolvere da siffatti delitti i penitenti, nel sacro tribunale della Confessione. – Queste cose abbiamo creduto di scrivervi, venerabili fratelli, nell’interesse degli indios, sia per obbedire agli impulsi dell’animo nostro paterno, sia per seguire le orme di molti fra i nostri predecessori, tra i quali va pure particolarmente ricordato Leone XIII, di felice memoria. Toccherà a voi battervi con tutte le forze, affinché i Nostri voti vengano appieno soddisfatti. – Certamente vi sosterranno in quest’opera coloro che governano queste repubbliche; non mancheranno sicuramente di assistervi con l’opera e col consiglio i Sacerdoti e in prima linea gli addetti alle sacre missioni; vi aiuteranno infine, senza dubbio, tutti i buoni e sia col denaro, coloro che possono, e sia con altre industrie della carità favoriranno un’impresa nella quale sono insieme impegnate le ragioni della Religione e quelle della dignità umana. Ma, ciò che è di capitale importanza, vi assisterà la grazia di Dio onnipotente, in auspicio della quale, e altresì come attestato della Nostra paterna benevolenza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, e ai vostri greggi l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, 7 giugno 1912, anno IX del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO X – “SINGULARI QUADAM”.

« … La questione sociale, e le controversie che ne derivano circa il metodo e la durata del lavoro, la fissazione del salario, e lo sciopero, non sono soltanto di natura economica, e perciò non sono tali da potersi risolvere prescindendo dall’autorità della Chiesa, essendo invece fuori dubbio che (la questione sociale) è principalmente morale e religiosa, e che per ciò va risolta principalmente secondo le leggi morali e religiose … » In questa lettera Enciclica scritta ai Vescovi tedeschi, S. S. Pio X chiarisce con chiarezza i presupposti de debbano animare la questione sociale non in termini esclusivi di condizione socio-economica autoregolata, ma soprattutto in chiave religiosa ispirata alla Chiesa Cattolica ed al suo Magistero, senza cedere ad alcun principio interconfessionale o acattolico, come preteso da alcune parti sociali. Oggi naturalmente questo pensiero viene considerato offensivo della libera espressione personale ed autodeterminante, scaturita da ideologie falsamente libertarie, senza regole e principi sperimentati e validi sotto nessun profilo pratico, tutt’altro. È ciò che stiamo sperimentando sulla nostra pelle da diversi decenni, e che purtroppo sperimenteremo in modo sempre più drammatico, viste le strade impervie battute da ideologie economiche e politiche dichiaratamente anticristiane, anzi meglio sarebbe definirle antiumane e lesive degli interessi più elementari di cittadini e Stati. Rileggiamo allora attentamente la lettera cercando di coglierne gli aspetti che coinvolgono la dottrina della “vera” Chiesa, Maestra infallibile dei popoli che sola può dare stabilità e pace sociale, custodire anche gli interessi materiali in vista di quelli soprannaturali che conducono alla salvezza dell’anima ed alla eterna beatitudine.

san Pio X
Singulari quadam

Lettera Enciclica

24 settembre 1912

Uno speciale affetto e benevolenza verso i Cattolici di Germania, i quali, uniti a questa Sede Apostolica da un grande spirito di fede e di obbedienza, sogliono combattere con generosità e con forza in favore della Chiesa, ci ha spinto, venerabili fratelli, a rivolgere tutto il nostro zelo e la nostra cura all’esame della controversia sulle associazioni operaie, che tra di essi si agita; sulla quale controversia, in questi ultimi anni, già più volte ci avevano dato informazioni, oltre alla maggior parte di voi, anche prudenti e autorevoli persone di entrambe le tendenze. E con tanto zelo ci siamo dedicati a questa cosa, in quanto, nella coscienza dell’Apostolico Ufficio, comprendiamo che è Nostro sacro dovere sforzarci di far sì che questi Nostri carissimi figli conservino la dottrina cattolica nella sua purezza e integrità, e di non permettere in alcun modo che la stessa loro fede sia messa in pericolo. È chiaro infatti che, se non vengono tempestivamente esortati a vigilare, c’è pericolo che essi, a poco a poco e quasi senza accorgersene, si adattino a una specie di Cristianesimo vago e non definito, che si suol chiamare interconfessionale, e che si diffonde sotto la falsa etichetta di comunità cristiana, mentre evidentemente nulla vi è di più contrario alla predicazione di Gesù Cristo. E inoltre, essendo Nostro sommo desiderio di favorire e rafforzare la concordia tra i Cattolici, vogliamo rimuovere qualsiasi causa di dissensi, che, disperdendo le forze dei buoni, non possono giovare se non agli avversari della Religione; ché anzi desideriamo vivamente che i nostri anche con i loro concittadini che non professano la Religione Cattolica coltivino quella pace che è indispensabile al governo dell’umana società e alla prosperità dello stato. – Sebbene poi, come abbiamo detto, ci fosse noto lo stato della questione, abbiamo tuttavia voluto, prima di darne un giudizio, chiedere il parere di ciascuno di voi, venerabili fratelli, e ognuno di voi ha risposto alla Nostra richiesta con quella diligenza e con quella prontezza che la gravità della questione richiedeva. In primo luogo dunque proclamiamo che è dovere di tutti i Cattolici – dovere che va scrupolosamente e completamente adempiuto tanto nella vita privata quanto nella vita sociale e pubblica – di mantenere fermamente e di professare senza timidezza i principi della verità cristiana, insegnati dal Magistero della Chiesa Cattolica, soprattutto quelli che il Nostro predecessore ha formulato con tanta sapienza nell’enciclica Rerum novarum;i quali principi sappiamo essere stati seguiti sopra ogni altro dai Vescovi di Prussia, riuniti a Fulda nel 1900, ed essere stati esposti sommariamente da voi stessi, quando Ci avete risposto che cosa pensate intorno alla presente controversia. E precisamente qualunque cosa un Cristiano faccia, anche se nell’ordine delle cose terrene, non gli è lecito trascurare i beni soprannaturali; anzi deve, conformemente alle regole della dottrina cristiana, tutto dirigere al bene supremo come a fine ultimo. E tutte le sue azioni, in quanto moralmente buone o cattive, cioè conformi o no alla legge naturale e divina, sono soggette al giudizio e alla giurisdizione della Chiesa. – Tutti coloro, singoli o associati, che si gloriano del nome di Cristiani, devono, se non dimenticano il proprio dovere, alimentare non le inimicizie e le rivalità tra le classi sociali, ma la pace e il mutuo amore. – La questione sociale, e le controversie che ne derivano circa il metodo e la durata del lavoro, la fissazione del salario, e lo sciopero, non sono soltanto di natura economica, e perciò non sono tali da potersi risolvere prescindendo dall’autorità della Chiesa, “essendo invece fuori dubbio che (la questione sociale) è principalmente morale e religiosa, e che per ciò va risolta principalmente secondo le leggi morali e religiose”. – Quanto poi alle associazioni operaie, sebbene il loro scopo sia di procurare agli associati dei vantaggi in questa vita, tuttavia meritano la più alta approvazione, e sono da considerare più delle altre adatte ad assicurare una vera e durevole utilità ai soci, quelle che sono state costituite prendendo come principale fondamento la Religione Cattolica, e che seguono apertamente le direttive della Chiesa; e più volte Noi lo abbiamo dichiarato, quando se ne è offerta l’occasione in un paese o in un altro. Da ciò discende che si devono costituire e con ogni mezzo aiutare tali associazioni confessionali cattoliche, non solo nei paesi cattolici, ma anche in tutti gli altri, dovunque si ritenga possibile venire incontro per mezzo di esse ai bisogni dei soci. Se poi si tratta di associazioni che direttamente o indirettamente toccano la religione o la morale, non sarebbe in alcun modo da approvare che nei suddetti paesi si volessero favorire e diffondere le associazioni miste, ossia composte di Cattolici e non cattolici. Infatti se non altro, a causa di tali associazioni, a non piccoli pericoli si espongono, o almeno si possono trovare esposti, sia l’integrità della fede dei nostri fedeli, sia la dovuta obbedienza alle leggi e ai precetti della Chiesa Cattolica; pericoli del resto, che abbiamo visto espressamente messi in rilievo, venerabili fratelli, nella maggior parte delle vostre risposte su questo punto. – Perciò facciamo molto volentieri ogni elogio a tutte le associazioni operaie puramente cattoliche esistenti in Germania, desideriamo che ogni loro iniziativa in favore delle masse operaie abbia successo, e auguriamo ad esse sviluppi sempre più felici. Con questo, tuttavia, non intendiamo negare che sia lecito ai Cattolici lavorare, con cautela, insieme con gli acattolici, per procurare all’operaio una sorte migliore e per una più equa retribuzione e condizione di lavoro, o per qualunque altro fine utile e onesto: ma preferiamo che per tale scopo le associazioni cattoliche e non cattoliche si uniscano per mezzo di quel genere di patto opportunamente escogitato che si chiama Cartello. – A questo proposito, venerabili fratelli, non pochi di voi Ci domandano che Noi vi permettiamo di tollerare i cosiddetti sindacati cristiani, come sono ora costituiti nelle vostre diocesi, dato che essi abbracciano un numero di operai molto maggiore di quello delle associazioni puramente cattoliche e che molti inconvenienti ne verrebbero se tale tolleranza non fosse permessa. In considerazione della speciale situazione del Cattolicesimo in Germania, Noi riteniamo di dover accogliere tale richiesta, e dichiariamo che si può tollerare e permettere che i Cattolici facciano parte anche di quelle associazioni miste, che esistono nelle vostre diocesi, fino a che per nuove circostanze tale tolleranza non cessi di essere opportuna o lecita; purché, tuttavia, si prendano le precauzioni necessarie per evitare i pericoli che, come abbiamo detto, sono inerenti a tal genere di associazioni. – Prima di tutto si deve curare che gli operai cattolici che fanno parte di questi sindacati, siano anche iscritti alle associazioni di operai cattolici denominate Arbeitervereine. Che se per questo essi devono fare qualche sacrificio, soprattutto pecuniario, siamo certi che, nel loro zelo per la conservazione della loro fede non lo faranno malvolentieri. Fortunatamente, infatti, accade che queste associazioni cattoliche, sotto l’impulso del clero, che con la sua guida e vigilanza le dirige, molto contribuiscono a tutelare nei loro membri la purezza della fede e l’integrità dei costumi, e ad alimentare il loro spirito religioso con molteplici esercizi di pietà. Senza dubbio, perciò, i dirigenti di queste associazioni, ben conoscendo i nostri tempi, vorranno insegnare agli operai quei precetti e quelle norme, soprattutto circa i doveri di giustizia e di carità, che ad essi è necessario e utile ben conoscere, per potersi comportare, nei sindacati, in modo retto e conforme ai principi della dottrina cattolica. – Inoltre, perché i sindacati siano tali che i Cattolici vi si possano iscrivere, è necessario che si astengano da qualsiasi manifestazione teorica o pratica, contrastante con la dottrina e i precetti della Chiesa e dell’Autorità Ecclesiastica competente; e parimenti che nulla di men che accettabile sotto questo aspetto vi sia nei loro scritti, discorsi, o attività. Considerino perciò i Vescovi uno dei più sacri doveri osservare diligentemente come si comportino queste associazioni, e vigilare che i Cattolici non soffrano alcun danno dai loro rapporti con esse. E i Cattolici stessi, iscritti ai sindacati, non permettano mai che i sindacati anche come tali, nel curare gl’interessi temporali dei membri, professino o facciano cose che in qualsiasi modo contrastino con i principi insegnati dal supremo Magistero della Chiesa, con quelli specialmente che abbiamo sopra richiamato. A tale scopo, ogni qualvolta si agitino questioni relative a materie che toccano i costumi, e cioè alla giustizia e alla carità, i Vescovi vigileranno con la massima attenzione affinché i fedeli non trascurino la morale cattolica, né da essa menomamente si allontanino. – Siamo d’altronde sicuri, venerabili fratelli, che voi curerete che sia scrupolosamente e completamente osservato quanto nella presente vi abbiamo ordinato e che, data l’importanza della cosa, Ci terrete spesso e accuratamente informati. Poiché però abbiamo avocato a Noi questa cosa, e spetta a Noi, sentito il parere dei Vescovi, darne un giudizio, comandiamo a tutti i buoni Cattolici di astenersi d’ora in poi da qualunque discussione tra di loro su questa materia; e Ci piace sperare che essi, in spirito di fraterna carità e pienamente sottoposti all’autorità Nostra e dei loro pastori, faranno in modo completo e leale quello che comandiamo. Che se sorgesse in essi qualche difficoltà, essi hanno a loro disposizione il modo di risolverla; consultino i loro Vescovi, e questi deferiranno la questione al giudizio di questa Sede Apostolica. Resta ora da dire – si deduce facilmente da quanto abbiamo esposto – che come da una parte a nessuno sarebbe lecito accusare di fede sospetta e combattere a questo titolo coloro che, costanti nella difesa della dottrina e dei diritti della Chiesa, vogliono tuttavia, con retta intenzione, appartenere, e realmente appartengono, ai sindacati misti, dove l’autorità ecclesiastica, secondo le circostanze del luogo, ha ritenuto opportuno di permettere l’esistenza di tali sindacati; così d’altra parte, sarebbe altamente da riprovare che si svolgesse attività ostile contro le associazioni puramente cattoliche – mentre si deve con ogni mezzo aiutare e favorire tal genere di associazioni – e che si volesse seguire e quasi imporre un tipo interconfessionale,anche se sotto il pretesto di ridurre a un modello uniforme tutte le associazioni di Cattolici esistenti in ciascuna diocesi. – Frattanto, mentre facciamo voti perché la Germania cattolica progredisca sia nel campo religioso che in quello politico, imploriamo per questo caro popolo il particolare aiuto di Dio onnipotente e la protezione della vergine Madre di Dio, che è anche la Regina della pace; e, come pegno dei doni divini e testimonianza della Nostra speciale benevolenza, impartiamo di tutto cuore l’apostolica benedizione a voi diletto Nostro figlio e venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo.

Roma, presso San Pietro, il 24 settembre 1912, anno decimo del Nostro pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S, S. SAN PIO X – “PIENI L’ANIMO”

« … Prevenite il male dove fortunatamente ancor non si mostra; estinguetelo con prontezza dov’è sul nascere; e dove per sventura sia già adulto, estirpatelo con mano energica e risoluta. Di ciò gravando la vostra coscienza, vi imploriamo da Dio lo spirito di presenza e fortezza necessaria … » Sono queste le vigorose parole del santo Pontefice Pio X a sigillo della sua lettera Enciclica che  imponeva ai Vescovi di vigilare attentamente sulla scelta dei Sacerdoti e dei predicatori autorizzati. Quanta cristiana saggezza il Santo Padre infonde in questo documento forte, autoritario sì, ma di una forza che tende a tutelare l’operato dei Sacerdoti  secondo lo spirito evangelico fatto proprio dalla Chiesa di Cristo in particolare nei decreti immutabili ed inviolabili del Santo Concilio di Trento. Queste norme impartite nella presente lettera, se seguite completamente, avrebbero garantito un Sacerdozio cattolico idoneo a formare alla fede ed alla morale evangelica l’intera società. Ed è appunto dai seminari che le logge di perdizione degli empi demolitori della struttura ecclesiastica hanno cominciato a scardinare lentamente ma inesorabilmente la purezza d’animo dei giovani Sacerdoti, la cui formazione si sarebbe poi propagata fino alle più alte sfere della Gerarchia fino a creare le condizioni del “colpo di mano” del ’58 con la cacciata del legittimo  canonico Papa, la sua sostituzione usurpante con una serie di fantocci gestiti da logge e conventicole di “Illuminati” fino a far apparire la Chiesa di Cristo una combriccola di sacrileghi ministri senza fede e pronti ad eretiche innovazioni, introdotte con subdola e menzognera azione fino ad impregnare l’anima dell’intera società un tempo animata da salutari principi cristiani. Oggi questo abominio è sotto gli occhi di tutti, di coloro che hanno dormito, ed ancora dormono, il sonno della infingarda abulia, di coloro che usano tonaca e talare, o incarichi e prebende varie per fini personali materiali e di avidità, per non parlare dei vizi malcelati di innominabili e ributtanti pruriti che fanno orrore solo a nominarli. Ecco perché dobbiamo necessariamente pensare e credere che la vera Chiesa di Cristo, sua Sposa immacolata senza macchia e senza rughe, sgorgata dal costato ferito di Gesù morto sulla croce, sia “eclissata” secondo la tipica espressione profetica usata dalla Vergine Madre nelle sue apparizioni a La Salette.

san Pio X
Pieni l’animo +

Lettera Enciclica

Riafferma i concetti dell’Enciclica “Il fermo proposito” e richiama i Vescovi d’Italia alla maggiore cautela e severità nella scelta dei sacerdoti e dei predicatori.

Pieni l’animo di salutare timore per la ragione severissima, Che dovremo rendere un giorno al Principe dei pastori Gesù Cristo a riguardo del gregge da Lui affidatoCi, passiamo i dì Nostri in una Continua sollecitudine, a preservare, quanto è possibile, i fedeli dai mali perniciosissimi, onde è afflitta di presente l’umana società. Teniamo perciò come detta a Noi la parola del profeta “Parla senza mai stancarti, fa’ che la tua voce sia forte come una tromba“(Is. LVIII, 1);e non manchiamo, ora di viva voce ed ora per lettere, di avvertire, di pregare, di riprendere, eccitando sopra tutto lo zelo dei Nostri fratelli nell’episcopato, onde spieghi Ciascuno la più sollecita vigilanza sulla porzione dell’ovile, a cui lo Spirito Santo lo ebbe preposto. – Il motivo, che Ci spinge a levare di nuovo la voce, è del più grave momento, Trattasi di richiamare tutta l’attenzione del vostro spirito e tutta l’energia del Nostro pastorale ministero contro un disordine, di cui già si provano i funesti effetti: e, se con mano forte non si svelle dalle più ime radici, Conseguenze ancor più fatali si proveranno con l’andar degli anni. – Abbiamo infatti sott’occhile lettere di non pochi fra voi, o Venerabili Fratelli, lettere piene di tristezze e di lacrime, le quali deplorano lo spirito d’insubordinazione e d’indipendenza, che si manifesta qua e là in mezzo al clero. – Purtroppo, un’atmosfera di veleno corrompe largamente gli animi ai nostri giorni; gli effetti mortiferi sono quelli che già descrisse l’apostolo San Giuda 1: “Macchiano perfino la carne, disprezzano ogni dominio e bestemmiano la maestà” (Iud. 8); oltre cioè alla più degradante corruzione dei costumi, il disprezzo aperto di ogni autorità e di coloro che la esercitano. Ma che tale spirito penetri comecchessia fino nel santuario e infetti coloro, ai quali più propriamente convenir dovrebbe la parola dell’Ecclesiastico: “Loro nazione è l’obbedienza e il diletto (III, 1);è cosa questa che Ci ricolma l’animo d’immenso dolore. – Ed è soprattutto fra i giovani sacerdoti che si funesto spirito va menando guasto, spargendosi in mezzo ad essi nuove e riprovevoli teorie intorno alla natura stessa dell’obbedienza. E, ciò ch’è più grave, quasi ad acquistar per tempo nuove reclute al nascente stuolo dei ribelli, di tali massime si va facendo propaganda più o meno occulta tra i giovani, che nei recinti dei seminari si preparano al sacerdozio. – Pertanto, o Venerabili Fratelli, sentiamo il dovere di fare appello alla vostra coscienza, perché, deposta ogni esitazione, con animo vigoroso e con pari costanza diate opera a distruggere questo mal seme, fecondo di esizialissime conseguenze. Rammentate ognora che lo Spirito Santo vi ha posti a reggere. Rammentate il precetto di San Paolo a Tito: “Rimprovera con tutta autorità. Nessuno ti disprezzerà” (II, 15). Esigete severamente dai sacerdoti e dai chierici quella obbedienza che, se per tutti i fedeli è assolutamente obbligatoria, pei sacerdoti costituisce parte precipua del loro sacro dovere. – A prevenire però di lunga mano il moltiplicarsi di questi animi riottosi, gioverà moltissimo, Venerabili Fratelli, l’aver sempre presente l’alto ammonimento dell’Apostolo a Timoteo: “Non imporre ad alcuno troppo facilmente le mani” (I Tim. V22). È la facilità infatti nell’ammettere alle sacre Ordinazioni, quella che apre naturalmente la via ad un moltiplicarsi di gente nel santuario, che poi non accresce letizia. – Sappiamo esservi città e diocesi, ove, lungi dal potersi lamentare scarsità nel clero, il numero dei sacerdoti è di gran lunga superiore alla necessità dei fedeli. Deh! qual motivo, o Venerabili Fratelli, di rendere così frequente la imposizione delle mani? Se la scarsità del clero non può essere ragione bastevole a precipitare in negozio di tanta gravità, là dove il clero sovrabbonda al bisogno nulla è che scusi dalle più sottili cautele e da somma severità nella scelta di coloro, che debbono assumersi all’onore sacerdotale. Né l’insistenza degli aspiranti può menomare la colpa di siffatta facilità. Il sacerdozio, istituito da Gesù Cristo per la salvezza eterna delle anime, non è per fermo un mestiere od un uffizio umano qualsiasi, al quale ognun che lo voglia e per qualunque ragione abbia diritto di liberamente dedicarsi. Promuovano adunque i Vescovi, non secondo le brame o le pretese di chi aspira, ma come prescrive il Tridentino, secondo la necessità delle diocesi; e nel promuovere in tal guisa, potranno scegliere solamente coloro che sono veramente idonei, rimandando quelli che mostrassero inclinazioni contrarie alla vocazione sacerdotale, precipua tra esse la indisciplinatezza e ciò che la genera, l’orgoglio della mente. – Perché poi non manchino i giovani che porgano in sé attitudine per essere assunti al sacro ministero, torniamo, Venerabili Fratelli, ad insistere con più premura su ciò che già più volte raccomandammo, sull’obbligo cioè che vi corre, gravissimo dinanzi a Dio, di vigilare e promuovere con ogni sollecitudine il retto andamento dei vostri seminari. Tali avrete i sacerdoti, quali voi li avete educati. – Gravissima è su ciò la lettera che vi diresse, in data 8 dicembre 1902, il Nostro sapientissimo Predecessore, quasi testamento del suo diuturno Pontificato. Nulla Noi vogliamo aggiungervi di nuovo: richiamiamo solo alla vostra memoria le prescrizioni in essa contenute; e raccomandiamo vivamente che al più presto sieno messi in esecuzione i Nostri ordini, emanati per organo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, sulla concentrazione dei seminari specialmente per gli studi della filosofia e della teologia, a fine di ottenere così il grande vantaggio derivante dalla separazione dei seminari piccoli dai seminari maggiori, e l’altro non meno rilevante della necessaria istruzione del clero. – I seminari siano gelosamente mantenuti nello spirito proprio, e rimangano esclusivamente destinati a preparare i giovani, non a civili carriere, ma all’alta missione di ministri di Cristo. – Gli studi di filosofia, di teologia e delle scienze affini, specialmente della Sacra Scrittura, si compiano, tenendosi alle Pontificie prescrizioni, e allo studio di San Tommaso, tante volte raccomandato dal venerato Nostro Predecessore e da Noi nelle Lettere Apostoliche del 23 gennaio 1904. I Vescovi poi esercitino la più scrupolosa vigilanza sui maestri e sulle loro dottrine, richiamando al dovere coloro, che corressero dietro a certe novità pericolose, ed allontanino senza riguardo dall’insegnamento quanti non approfittassero delle ricevute ammonizioni. Il frequentare le pubbliche università non sia permesso ai giovani chierici se non per molto gravi ragioni e con le maggiori cautele per parte dei Vescovi. – Sia onninamente impedito che dagli alunni dei seminari si prenda parte comecchessia ad agitazioni esterne; e perciò interdiciamo loro la lettura di giornali e di periodici, salvo per questi ultimi, e per eccezione, qualcuno di sodi principi, stimato dal Vescovo opportuno allo studio degli alunni. – Si mantenga con sempre maggior vigore e vigilanza l’ordinamento disciplinare. – Non manchi da ultimo in verun seminario il direttore spirituale, uomo di prudenza non ordinaria ed esperto nelle vie della perfezione cristiana, il quale, con cure indefesse, coltivi i giovani in quella soda pietà, che è il primo fondamento della vita sacerdotale. Queste forme, o Venerabili Fratelli, ove siano da voi coscienziosamente e costantemente seguite, vi porgono sicuro affidamento di vedervi crescere intorno un clero, il quale sia vostro gaudio e corona vostra. – Se non che il disordine d’insubordinazione e d’indipendenza, finora da Noi lamentato, in taluni del giovane clero va assai più oltre, con danni di gran lunga maggiori. Imperocché non mancano coloro, i quali sono talmente invasi da sì reprobo spirito, che, abusando del sacro ministero della predicazione, se ne fanno apertamente, con rovina e scandalo dei fedeli, propugnatori ed apostoli. – Fin dal 31 luglio 1894, il Nostro Antecessore, per mezzo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, richiamò l’attenzione degli Ordinari su questa grave materia. Le disposizioni e le norme date in quel Pontificio documento Noi le manteniamo e rinnoviamo, onerando su di esse la coscienza dei Vescovi, perché non abbiano ad avverarsi mai in veruno di loro le parole di Nahum profeta: “I tuoi pastori hanno dormito” (III, 18). – Nessuno può avere la facoltà di predicare, “se prima non sia stato provato nella vita e nei costumi” (Conc. Trid., Sess. V, cap. 2, De Reform.). I sacerdoti in altre diocesi non debbono ammettersi a predicare senza le lettere testimoniali del proprio Vescovo. – La materia della predicazione sia quella indicata dal divin Redentore, là dove disse: “Predicate il vangelo” (Marc. XVI15), “insegnando loro di conservare tutte le cose che vi ho affidate” (Matth. XXVIII20). Ossia, come commenta il Concilio di Trento, “annunciando loro i difetti che devono abbandonare e le virtù che devono seguire per poter sfuggire alla pena eterna e conquistare la gloria Celeste” (Loc. cit.). – Quindi si bandiscano del tutto dal pulpito gli argomenti più acconci alla palestra giornalistica ed alle aule accademiche che al luogo santo; si antepongano le prediche morali a conferenze, il men che possa dirsi infruttifere; si parli “non con le parole persuasive della sapienza umana, ma mostrando lo spirito e la virtù” (I Cor. II4). Perciò la fonte precipua della predicazione devono essere le Sacre Scritture, intese, non già secondo i privati giudizi di menti il più delle volte offuscate dalle passioni, ma secondo la tradizione della Chiesa, le interpretazioni dei Santi Padri e dei Concili. – Conformemente a queste norme, Venerabili Fratelli, egli è d’uopo che voi giudichiate coloro, ai quali vien da voi commesso il ministero della divina parola. E qualora troviate che talun di essi, più cupido degli interessi propri che di quelli di Gesù Cristo, più sollecito di plauso mondano che del bene delle anime, se ne allontani; e voi ammonitelo, correggetelo; se ciò non basti, rimovetelo inesorabilmente da un ufficio di cui si manifesta affatto indegno. – La quale vigilanza e severità tanto più dovete adoperare, perché il ministero della predicazione è tutto proprio di voi ed è parte precipua dell’ufficio episcopale; e chiunque oltre di voi lo esercita, lo esercita in nome vostro ed in vostro luogo; ond’è che resta sempre a voi di rispondere innanzi a Dio del modo col quale viene dispensato ai fedeli il pane della parola divina. – Noi, per declinare da parte Nostra ogni responsabilità, intimiamo ed ingiungiamo a tutti gli Ordinari di rifiutare e di sospendere, dopo le caritatevoli ammonizioni, anche durante la predicazione, qualsivoglia predicatore, sia del clero secolare sia del regolare, il quale non ottemperi pienamente alle ingiunzioni della precitata istruzione emanata dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Meglio è che i fedeli si contentino della semplice omelia e della spiegazione del catechismo fatta dai loro parroci, anziché dover assistere a predicazioni che producono più male che bene. – Un altro Campo, dove tra il giovane Clero si va trovando pur troppo ansia ed eccitamento a professare e propugnare la esenzione da ogni giogo di legittima autorità, è quello della cosi detta azione popolare cristiana. Non già, o Venerabili Fratelli, perché questa azione sia in sé riprovevole o porti di sua natura al disprezzo dell’autorità; ma perché non pochi, fraintendendone la natura, si sono volontariamente allontanati dalle norme che a rettamente promuoverla furono prescritte dal Predecessore Nostro d’immortale memoria. – Parliamo, ben l’intendete, della istruzione che circa l’azione popolare cristiana emanò, per ordine di Leone XIII, la Sacra Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, il 7 gennaio 1902, e che fu trasmessa a ciascun di voi, perché nella rispettiva diocesi ne curasse l’esecuzione. – Questa istituzione altresì Noi manteniamo, e colla pienezza di Nostra podestà ne rinnoviamo tutte e singole le prescrizioni, come pure confermiamo e rinnoviamo tutte le altre da Noi stessi all’uopo emanate nel Motu proprio del 18 dicembre 1903 “De populari actione christiana moderanda“,e nella lettera circolare del diletto figlio Nostro il Cardinale segretario di Stato, in data 28 luglio 1904. – In ordine alla fondazione e direzione di fogli e periodici, il clero deve fedelmente osservare quanto è prescritto nell’art. 42 della Costituzione Apost. “Officiorum (25 gennaio 1897): “Agli uomini del clero… è vietato, salvo il permesso degli Ordinari, assumere l’incarico di dirigere giornali o fogli periodiciParimente, senza il previo assenso dell’Ordinario, niuno del clero può pubblicare scritto di sorta sia di argomento religioso o morale, sia di carattere meramente tecnico. Nelle fondazioni di circoli e società gli statuti e regolamenti debbono previamente esaminarsi ed approvarsi dall’Ordinario. – Le conferenze sull’azione popolare cristiana o intorno a qualunque altro argomento, da nessun sacerdote o chierico potranno essere tenute senza il permesso dell’Ordinario del luogo. – Ogni linguaggio, che possa ispirare nel popolo avversione alle classi superiori, è e deve ritenersi affatto contrario al vero spirito di carità cristiana. – Il similmente da riprovare nelle pubblicazioni cattoliche ogni parlare, che ispirandosi a novità malsana, derida la pietà dei fedeli ed accenni a nuovi orientamenti della Chiesa, nuove aspirazioni dell’anima moderna, nuova vocazione sociale del clero, nuova civiltà cristiana, e simili. I sacerdoti, specialmente i giovani, benché sia lodevole che vadano al popolo, debbono nondimeno procedere in ciò col dovuto ossequio all’autorità e ai comandi dei superiori ecclesiastici. E pure occupandosi, con la detta subordinazione, dell’azione popolare cristiana, deve essere loro nobile còmpito “di togliere i figli del popolo alla ignoranza delle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; riaffermare gli adulti nello fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscono veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnar sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, ne’ quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civil convivenza.. Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo egli posto a capo dei fratelli animarum causa (San Greg. M., Regul. Past. Pars. II, c. VII); qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe essere che altamente riprovata“(Ep. Encicl., 8 dicembre 1902). – Del resto, Venerabili Fratelli, a porre un argine efficace a questo fuorviare di idee ed a questo dilatarsi di spirito di indipendenza, colla Nostra autorità proibiamo d’oggi innanzi assolutamente a tutti i chierici e sacerdoti di dare il nome a qualsiasi società che non dipenda dai Vescovi. In modo più speciale, nominatamente, proibiamo ai medesimi, sotto pena pei chierici di inabilità agli Ordini sacri e pei sacerdoti di sospensione ipso facto a divinis, di iscriversi alla Lega democratica nazionale,il cui programma fu dato da Roma-Torrette il 20 ottobre 1905, e lo Statuto, pur senza nome dell’autore, fu nell’anno stesso stampato a Bologna presso la Commissione provvisoria. – Sono queste le prescrizioni, che avuto riguardo alle condizioni presenti del clero d’Italia, ed in materia di tanta importanza, esigeva da Noi la sollecitudine dell’Apostolico ufficio. – Ora altro non ci resta, che aggiungere nuovi stimoli al vostro zelo, Venerabili Fratelli, affinché tali disposizioni e prescrizioni Nostre abbiano pronta e piena esecuzione nelle vostre diocesi. Prevenite il male dove fortunatamente ancor non si mostra; estinguetelo con prontezza dov’è sul nascere; e dove per sventura sia già adulto, estirpatelo con mano energica e risoluta. Di ciò gravando la vostra coscienza, vi imploriamo da Dio lo spirito di presenza e fortezza necessaria. E a tal fine vi impartiamo dall’intimo del cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 luglio 1906, anno III del Nostro Pontificato.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. LEONE XIII – “GRAVIS DE COMMUNI RE”

« … Spacciano infatti alcuni e fanno credere a molti che la così detta questione sociale sia soltanto economica, laddove sta con ogni certezza che essa è principalmente morale e religiosa, e che perciò bisogna scioglierla a tenore delle leggi morali e religiose. Raddoppiate pure la mercede all’operaio, diminuitegli le ore di lavoro, abbassategli il prezzo dei generi; ma se voi lo lasciate, come troppo accade, imbeversi di certe dottrine, e specchiarsi in certi esempi che lo attirino a spogliarsi del rispetto di Dio e corrompere i costumi, fatiche e sostanze gli andranno in rovina … »; tale è uno dei passaggi più importanti di questa Enciclica “sociale” di S. S. Leone XIII  tesa ad illustrare ed a chiarire il vero significato del termine “democrazia cristiana” – espressione così male interpretata ed attuata nella nostra Nazione ingannata da uomini avidi ed interessati solo al potere ed alle laute prebende che ne derivavano e che tutto erano fuorché Cristiani – e che ancor più oggi serve a monito ed insegnamento agli uomini, siano essi semplici cittadini, magnati dell’economia, dirigenti politici, governanti di Nazioni e popoli. Tutto andrà in rovina senza il timore di Dio e l’osservanza della vera pratica religiosa, anteponendovi interessi materiali e ricerca del mero benessere economico, come tristemente osserviamo nel mondo contemporaneo che, imbrattato da roboanti ed infruttuose teorie economiche e socio-politiche, vive in una miseria crescente, non solo spirituale e morale, ancorché di beni essenziali alla vita. Senza Dio e la pratica di una sincera e devota “vera” Religione, effettivamente l’uomo nulla può raggiungere in ogni ordine di cose, piombando in un profondo abisso ove la penuria morale e spirituale genera inevitale penuria materiale.

LEONE XIII

Graves de communi re

Lettera Enciclica

Le gravi dispute sopra l’economia sociale che da qualche tempo perturbano e non in una sola Nazione la concordia degli animi, crescono ogni giorno e s’accalorano tanto da impensierire giustamente e preoccupare anche gli uomini più prudenti. Furono i falsi principii filosofici e morali, purtroppo largamente diffusi, che originarono siffatte contese. Indi le invenzioni moderne dell’industria, la rapidità delle comunicazioni e una infinità di macchine volte a diminuire l’opera manuale e crescere il lucro inasprirono la questione. Da ultimo per le mire colpevoli di uomini turbolenti, rincruditosi il conflitto tra i ricchi e i proletari, le cose furono condotte a tal punto che gli Stati, già da spessi sconvolgimenti commossi, minacciano di essere travolti in grandi sciagure. Noi fin dagli esordi del Nostro Pontificato avvertimmo la gravità del pericolo che indi sovrastava alla società, e credemmo proprio del Nostro ufficio ammonir solennemente i Cattolici dei gravi errori contenuti nelle teorie del socialismo, e delle conseguenti rovine; rovine quanto mai funeste non meno alla prosperità della vita, che alla probità dei costumi ed alla Religione. A ciò mirava l’Enciclica “Quod Apostolici muneris“, del 28 Dicembre 1878. – Sennonché, vedendo che i medesimi pericoli s’aggravavano sempre più con danno maggiore tanto pubblico che privato, Noi provvedemmo di nuovo, tornando con ogni impegno sull’argomento. E con l’Enciclica “Rerum Novarum” del 15 Maggio 1891 trattammo ampiamente dei diritti e doveri su cui era spediente che convenissero in reciproco accordo le due classi sociali dei capitalisti e dei lavoratori, e mostrammo ad un tempo i rimedi derivanti dalle dottrine evangeliche, che Ci sembrarono soprattutto efficaci a tutelare la causa della giustizia e della Religione e a togliere ogni contesa tra i vari ordini di cittadini. – Né fallì, coll’aiuto di Dio, la Nostra fiducia. Perché anche i dissidenti dai Cattolici, toccati dalla verità dei fatti, non esitarono a dichiarare che alla Chiesa ben s’addice il vanto di accorrere provvida alla salute di tutte le classi sociali e principalmente dei diseredati dalla fortuna. I Cattolici poi colsero dai Nostri ammonimenti frutti abbastanza copiosi. In effetti ne trassero incoraggiamento e lena ad ottime imprese, e ne derivarono ancora la luce desiderata per continuare con più sicurezza e più felicemente tal maniera di studi. Ond’è che le lor dissensioni in parte cessarono, in parte si mostrarono più calme. Quanto ai fatti, si riuscì con costanza di propositi a introdurre ed estendere utili istituzioni, quali il segretariato del popolo, le casse rurali, le società di mutuo soccorso e di previdenza, le operaie, ed altrettali società ed opere, con che provvedere agl’interessi dei proletari particolarmente in quei luoghi ove erano più negletti. – Così dunque, sotto gli auspici della Chiesa s’iniziò fra i Cattolici una comunanza d’azione e sollecitudine d’istituzioni in aiuto alla plebe, che tanto spesso lotta non meno con le insidie e i pericoli che con la povertà e le sventure. Questa specie di previdenza popolare non si usò da prima contraddistinguerla con denominazioni particolari; perché quelle di socialismo cristiano, e di socialisti cristiani introdotte da alcuni, caddero meritamente in disuso. Dipoi parve bene a parecchi di dirla azione popolare cristiana; in qualche luogo quelli che metton mano a siffatte opere si chiamano sociali cristiani; altrove si prendono il titolo di democrazia cristiana, dicendo democratici cristiani quelli che se ne occupano; per contrapporla alla democrazia sociale, propugnata dai socialisti. – Di queste due ultime denominazioni, se non la prima di sociali cristiani, certo l’altra, di democrazia cristiana, suona male a molti tra i buoni, perché vi veggon sotto un che di ambiguo e pericoloso. Ne temono per più di una ragione: cioè perché credono che così si possa coprire un fine politico per portar al potere il popolo, promovendo questa forma di governo in luogo di altre; che per tal modo, mirando al bene della plebe, e mettendo in disparte gl’interessi delle altre classi, sembri rimpicciolirsi l’azione della Religione cristiana; e che finalmente sotto la speciosità del nome si voglia in certo modo nascondere il proposito di sottrarsi alle legittime autorità nell’ordine civile ed ecclesiastico. Ora considerando che qua e là si eccede in tali dispute fino all’acrimonia, sentiamo il dovere di imporre un limite alla presente controversia, e di regolare il pensiero dei Cattolici sopra un tale argomento: intendiamo inoltre dettare alcune norme che rendano la loro azione più larga e assai più salutare alla società. – Non può sorgere alcun dubbio intorno agl’intenti della democrazia sociale e intorno a quelli a cui convien che miri la democrazia cristiana. Infatti la prima, sia pur che non tutti trascorrano ai medesimi eccessi, da molti è portata a tanta malvagità da non tenere in alcun conto l’ordine soprannaturale, cercando esclusivamente i beni corporali e terreni, e collocando tutta la felicità umana in tale acquisto e in tale godimento. Vuol quindi che il governo venga in mano della plebe, affinché livellando quant’è possibile le classi, le torni facile il passo all’eguaglianza economica; tende perciò a sopprimere ogni diritto di proprietà, e a mettere tutto in comune, il patrimonio dei privati e perfino gli strumenti per guadagnarsi la vita. Al contrario la democrazia cristiana, per ciò stesso che si dice cristiana, ha necessariamente per sua base i principi della Fede; e provvede al vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre in ordine ai beni eterni per cui son fatti. Per essa adunque nulla deve essere più inviolabile della giustizia; il diritto di acquisto e di possesso deve volerlo integro, e tutelare le diverse classi, membra necessarie di una società ben costituita; esige in una parola che l’umano consorzio ritragga quella forma e quel temperamento che le diede il suo autore Iddio. Resta dunque non esservi tra la democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro tal differenza quale è tra la setta del socialismo e la professione del Cristianesimo. – Non sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché, sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione cristiana a favore del popolo. I precetti della natura e del Vangelo, in quanto trascendono di proprio diritto i fatti umani, è necessario che non dipendano da alcuna forma di governo civile, ma possano convenire con tutti, sempre inteso che non ripugnino all’onestà e alla giustizia. Essi pertanto sono e restano fuori dei partiti e della mutabilità degli eventi, di guisa che, in qualunque modo la società si regga, i cittadini possano e debbano tenersi agli stessi precetti, secondo i quali ci è ingiunto di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come noi stessi. Questa è la disciplina costante della Chiesa; così gli Stati, indipendentemente dal governo lor proprio. Ciò posto, l’intendimento e l’azione dei Cattolici che mirano a promuovere il bene dei proletari non deve punto proporsi di preferire e preparar con ciò una forma di governo invece d’un’altra. – In somigliante modo bisogna rimuovere dal concetto della democrazia cristiana l’altro inconveniente, cioè che, mentre essa mette ogni impegno nel cercare il vantaggio delle classi più basse, non sembri trascurare le superiori, che pure non valgono meno alla conservazione e al perfezionamento della società. Al che provvede quella legge di carità cristiana, di cui abbiam ora ragionato, e che comanda di abbracciare indistintamente tutti gli uomini in quanto sono parte di una sola e medesima famiglia e figli di un solo benignissimo Padre, e redenti dallo stesso Salvatore e chiamati alla medesima eredità eterna. Appunto come ne ammaestra e ammonisce l’Apostolo: “Un solo corpo e un solo spirito, come siete ancora stati chiamati ad una sola speranza della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e per tutte le cose e in tutti noi“. (Eph. IV, 4-6). Quindi per l’unione naturale della plebe con le altre classi, resa anche più stretta dallo spirito di fratellanza cristiana, tutto ciò che di bene si fa per sollevare la plebe, ridonda anche a vantaggio di quelle; tanto più che per raggiungere l’intento è conveniente e necessario il loro concorso, come diremo appresso. – Guardisi parimenti ognuno dal ricoprire sotto la denominazione di democrazia cristiana il proposito d’insubordinazione o di opposizione alle legittime autorità. Già la legge, tanto naturale che cristiana, ingiunge il rispetto ai diversi poteri civili e l’obbedienza ai loro giusti comandi. Il che conviene fare sinceramente e per sentimento di dovere, cioè per coscienza, come ben s’addice ad uomo e Cristiano; come insegna lo stesso Apostolo là dove dice: “Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori” (Rom. XIII 1-5). Si comporta poi tutt’altro che cristianamente chi ricusa di sottostare a coloro che sono rivestiti di autorità nella Chiesa; e da prima ai Vescovi, che salva l’universale autorità del Pontefice Romano, “lo Spirito Santo pose a pascere la Chiesa di Dio, acquistata da lui col proprio sangue” (Act. XX, 28). Chi pensa ed opera diversamente mostra di aver dimenticato quel solenne precetto dello stesso Apostolo: “Siate obbedienti ai vostri prelati, e siate ad essi soggetti. Imperocché vegliano essi, come dovendo render conto delle anime vostre” (Hebr. XIII, 17). Parole queste che tutti i fedeli devono profondamente imprimere nel cuore e cercar di mettere in pratica nella loro condotta; più che mai i sacerdoti, considerandole con ogni diligenza, non cessino di inculcarle agli altri, non solo con la predicazione, ma più ancora con l’esempio. – Ora, dopo aver richiamato questi punti di dottrina che altre volte all’uopo abbiamo più dichiaratamente e di proposito trattato Ci ripromettiamo che cessi qualsiasi discordia sul nome di democrazia cristiana e ogni sospetto di pericolo sul suo significato. E ce lo ripromettiamo a buon diritto. Perché, prescindendo da quelle opinioni, sulla natura e sugli effetti della democrazia cristiana, che non mancano di qualche esagerazione o errore, nessuno certo troverà di riprovar un’azione che mira, come vuole la natura e la divina legge, a quest’unico fine di ricondurre a condizioni men dure quelli che campano del lavoro manuale, sì che riescano gradatamente a provvedere alle necessità della vita. Possano quindi in famiglia e in pubblico liberamente soddisfare ai doveri morali e religiosi; sentano di non esser bestie ma uomini, non pagani ma Cristiani; quindi e più facilmente e con più ardore si volgano a ciò che solo è necessario, vale a dire al sommo bene per cui siamo nati. Tale vuoi essere il programma, tale lo scopo di coloro che desiderano con animo veramente cristiano arrecare un opportuno sollievo alla plebe e salvarla dalla peste del socialismo. – E a bello studio Noi abbiam qui toccato dei doveri morali e religiosi. Spacciano infatti alcuni e fanno credere a molti che la così detta questione sociale sia soltanto economica, laddove sta con ogni certezza che essa è principalmente morale e religiosa, e che perciò bisogna scioglierla a tenore delle leggi morali e religiose. Raddoppiate pure la mercede all’operaio, diminuitegli le ore di lavoro, abbassategli il prezzo dei generi; ma se voi lo lasciate, come troppo accade, imbeversi di certe dottrine, e specchiarsi in certi esempi che lo attirino a spogliarsi del rispetto di Dio e corrompere i costumi, fatiche e sostanze gli andranno in rovina. Una quotidiana esperienza c’insegna che gran parte degli operai, sebbene lavorino meno e ricevano più larga mercede, se tengono una condotta depravata e priva di Religione, vivono d’ordinario in una deplorevole miseria. Togliete dagli animi quei sentimenti che sono il frutto di una educazione cristiana; togliete la previdenza, la moderazione, la parsimonia, la pazienza e somiglianti virtù morali che la stessa ragione ci detta, e vedrete che ogni maggiore sforzo per ottenere gli agi del vivere cadrà in nulla. E quest’è veramente la causa onde Noi non abbiamo mai esortato i Cattolici a fondar società ed altrettali istituzioni per un miglior avvenire della plebe, senza raccomandare ad un tempo di fondarle sotto gli auspici della Religione e avvalorarle del suo costante aiuto. – Tanto più poi Ci sembra degna di lode la benefica azione dei Cattolici verso i proletari, perché essa si svolge nel medesimo campo in cui la carità, accomodandosi alle esigenze dei tempi, lavorò, mai sempre attiva e con buon esito sotto l’amorosa ispirazione della Chiesa. La qual legge di scambievole carità ch’è quasi un perfezionamento di quella di giustizia, non solo impone di dare a ciascuno il suo, e di non attraversare i diritti di alcuno, ma anche di favorirsi l’un l’altro, “non in parole e colla lingua, ma coll’opera e con verità” (Joan. XIII, 18); memori della sentenza che Cristo rivolge amorosamente ai suoi. “Un nuovo comandamento do a voi, che vi amiate l’un l’altro, come io vi ho amati. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore l’uno per l’altro” (Joan. XIII, 34-35). E tale studio di reciproco aiuto, benché importi soprattutto una sollecitudine del bene non caduco delle anime, non deve poi dimenticare i bisogni e i conforti della vita. Al qual proposito è da ricordarsi che allorquando i discepoli del Battista domandarono a Cristo: “Sei tu quegli che sei per venire, ovvero si ha da aspettare un altro?” (Matth. XI, 3), Egli per dimostrare il motivo della missione affidatagli tra gli uomini, trasse argomento dalla carità, richiamandoli al vaticinio d’Isaia: “I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, si annunzia ai poveri il Vangelo” (Matth. XI, 5). E ragionando del giudizio finale e della distribuzione dei premi e delle pene, dichiarò che avrà uno speciale riguardo a quella carità con che gli uomini si saranno reciprocamente trattati. Né può non destar meraviglia com’Egli abbia trapassato qui in silenzio le opere di carità spirituali, rammentando soltanto quelle della beneficenza corporale: “Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi ricettaste; ignudo e mi rivestiste; ammalato e mi visitaste; carcerato e veniste da me” (Matth. XXV, 35-36). – Cristo a questi ammaestramenti di duplice carità spirituale e corporale aggiunse i propri esempi, e ognuno sa quanto sieno luminosi. E torna grato il rammentar qui quel grido uscito dal suo cuore paterno: “Misereor super turbam” (Mi fa compassione questo popolo. — Marc. VIII, 2); e il pronto divisamento di soccorrere anche con un miracolo. Onde di tanta sua misericordia rimane l’encomio: “Fornì sua carriera facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo” (Act. X, 38). Gli Apostoli con religiosa diligenza seguirono fin da principio questa sua scuola di carità; e quelli che abbracciarono in appresso la Fede trovarono istituzioni di varie maniere per sollevare le miserie del prossimo. Istituzioni che, continuamente aumentando, sono effettivamente un ornamento illustre e proprio del Cristianesimo e della civiltà che ne deriva; cosicché gli uomini retti non si saziano dall’ammirarli, specialmente perché si è tanto inclinati a cercar il proprio comodo e a non curare l’altrui. – Né vuolsi escludere da questi modi di beneficenza l’offerta del danaro in elemosina; onde Cristo disse: “Fate elemosina di quel che vi avanza” (Luc. XI, 41). I socialisti la riprovano e vorrebbero sopprimerla, come ingiuriosa all’ingenita nobiltà dell’uomo. Ma, se si fa secondo le norme del Vangelo (Matth. VI, 2-4) e l’uso cristiano, no certo che non ingenera burbanza in chi la dà, né vergogna in chi la riceve. È poi tanto lungi dal vero che sia indecorosa all’uomo, che anzi serve a stringere i vincoli della società umana, fomentando una scambievole amorevolezza. – Perché nessuno è tanto ricco che non abbisogni di alcuno, e nessuno è tanto povero che non possa in alcuna cosa giovare altrui: sta in natura che gli uomini con confidenza e con benevolenza reciprocamente si domandino e portino aiuto. Per tal modo infatti la giustizia e la carità, con l’equità e mitezza di Cristo, abbracciano di concerto e meravigliosamente l’organismo dell’umana società, e ne guidano provvidenzialmente i membri al conseguimento del bene individuale e comune. – Vuolsi parimenti ascrivere a lode di siffatta carità, se non pensa solo ai soccorsi del momento, ma anche ad istituzioni permanenti; così i bisognosi ne avranno un vantaggio più stabile e sicuro. Ed è anche più commendevole il voler informare ad uno spirito di parsimonia e previdenza gli artieri e gli operai, in modo che possano coll’andar degli anni provvedere almeno in parte ai propri bisogni. Cosa che da un lato alleggerisce i doveri dei ricchi verso i proletari, e dall’altro mette in un certo decoro i proletari stessi; perché mentre li stimola a prepararsi un avvenire men disagiato, li allontana dai pericoli, li contiene dalle intemperanze delle passioni e li avvia ad una buona condotta morale. Ricavandosene adunque una utilità di sì gran rilievo e sì adatta ai tempi, conviene davvero che la carità dei buoni vi cooperi con ogni sforzo destra ed accorta. – Resti fermo adunque che questa azione dei cattolici a favore e sollievo della plebe consuona appieno con lo spirito della Chiesa e ne rispecchia ottimamente i perpetui esempi. Poco poi importa che questo complesso di opere passi sotto il nome di azione cristiana popolare o assuma quello di democrazia cristiana, purché si osservino col dovuto ossequio e nella loro integrità gli ammonimenti da Noi dati. Invece importa molto che in cosa di sì grave momento si conservi tra i Cattolici unità d’intenti e concordia di volontà e d’azione. E non importa meno che questa stessa azione, moltiplicando aiuti d’uomini e di cose, ingrossi e si dilati. Bisognerà principalmente procurar la benevola cooperazione di coloro che per nascita, per censo, per ingegno e per educazione godono di maggiore autorità tra i cittadini. Se manchi questa cooperazione, troppo poco si potrà intraprendere di ciò che conduce al conseguimento dei desiderati vantaggi del popolo. Certo la via sarà tanto più sicura e breve, quanto più sarà molteplice e intensa la cooperazione dei cittadini più ragguardevoli. E vorremmo che essi considerassero che non si trovano liberi di curare o meno la sorte degl’infimi, ma che vi sono veramente obbligati. Perché il cittadino non vive soltanto a sé, ma anche alla comunità; cosicché quel contributo che alcuni non possono portare al ben comune, lo portino altri con maggiore larghezza. Della gravità in siffatto dovere ne avverte la stessa superiorità dei beni ricevuti, alla quale seguirà senza dubbio un conto più rigoroso da rendersi a quel Dio che li largì; ne avverte la colluvie dei mali, che potrebbe diventare più tardi rovinosa a tutte le classi, se a tempo non vi si porti rimedio; di guisa che chi non si dà pensiero di sostenere la causa dei miseri agisce da imprevidente tanto per sé che per la comunità. – Né è da temere invero che, se quest’azione sociale e di spirito largamente attecchisce e schiettamente prospera, abbiano a inaridirsi altre istituzioni che ci provengono dalla pietà e dalla previdenza degli avi e durano da molto tempo e sono in fiore, oppure che scompaiano assorbite dalle istituzioni nuove. Che anzi le altre, per essere mosse da uno stesso spirito di Religione e di carità e non per essere punto di lor natura ripugnanti, possono di leggieri accordarsi e combinare sì bene da poter ancor meglio ovviare, gareggiando nelle benemerenze, alle necessità della plebe e ai pericoli che diventano ogni giorno più gravi. – La triste realtà grida, e grida alto, che fa d’uopo di coraggio e di unione, perché già ci sta di fronte un cumulo troppo ampio di sventure, e incombono paurose minacce di sconvolgimenti esiziali, massime per l’ingrossare dei socialisti. Copertamente s’insinuano nel cuore degli Stati; tra le tenebre di occulte congreghe ed in pubblico, colle conferenze e con gli scritti, aizzano le moltitudini alle sommosse; rigettando ogni freno di Religione, tacciono dei doveri e non esaltano se non i diritti, ed infiammano così turbe sempre più grosse di bisognosi, che per la loro miseria più facilmente cedono all’inganno e son trascinate all’errore. — Si tratta qui dei sommi interessi della società e della Religione; tutti i buoni devono come cosa sacra, tutelare l’onore dell’una e dell’altra. – Affinché poi l’accordo degli animi abbia la desiderata stabilità è necessario ancora astenersi da tutte quelle questioni che urtano e dividono. Si schivino quindi, in articoli di giornali e nelle conferenze popolari, certe controversie molto sottili e di quasi nessuna utilità, le quali difficilmente approdano ad una soluzione, mentre poi richiedono per bene intenderle conveniente capacità e non volgare coltura. Già è proprio della umana debolezza il rimanere nel dubbio di molte cose e il discordare in molte opinioni; ma quelli che cercano il vero con retto cuore conviene che nella incertezza della disputa serbino equanimità, modestia e scambievoli riguardi, affinché, se discordano le opinioni, non si facciano discordi anche le volontà. Qualunque poi sia l’opinione che alcuno porta in una questione ancor dubbia, abbia sempre l’animo disposto a piegarsi con religioso ossequio alle decisioni della Sede Apostolica. – E questa azione dei Cattolici eserciterà certo un più largo influsso se tutte le società, pur serbando la propria autonomia, muovansi sotto l’impulso di un’unica direzione. E in Italia questa direzione vogliamo che spetti all’Opera dei Congressi e Comitati cattolici, che più volte si meritò le Nostre lodi; alla quale il Nostro Predecessore e Noi medesimi affidammo l’incarico di dirigere il movimento cattolico sempre sotto gli auspici e la guida dei Vescovi. Altrettanto si faccia presso le altre nazioni, che abbiano qualche simile società principale, a cui legittimamente siasi affidato un tale incarico. – Di per sé poi si fa manifesto quanto i sacri ministri debbano adoperarsi in tutto questo movimento di cose che legano direttamente insieme gl’interessi della Chiesa e del popolo cristiano, e quanto valgano allo scopo i molteplici mezzi della loro dottrina, prudenza e carità. Noi stessi, e non una volta, parlando ad Ecclesiastici, abbiamo creduto bene di affermare essere opportuno ai nostri giorni di andare al popolo e farsela salutarmente con esso. Più spesso poi con Lettere, anche da non molto tempo dirette a Vescovi e ad altre persone ecclesiastiche (Al Generale dell’Ordine dei Frati Minori, il 26 Novembre 1898) lodammo cotesta amorosa sollecitudine per il popolo, chiamandola tutta propria dell’uno e dell’altro clero. Però tutti nel compiere tali opere si diportino con grande cautela e prudenza, ponendo mente all’esempio dei Santi. Il poverello ed umile Francesco, il padre degl’infelici Vincenzo de’ Paoli, ed altri molti in tutte le età della Chiesa, seppero così regolare le assidue lor cure verso il popolo, che senza uno stemperato affaccendarsi e senza dimenticare se stessi, attesero con pari ardore alla perfezione dello spirito. E qui Ci piace di mettervi innanzi alquanto più esplicitamente un modo d’azione in cui non solo gli Ecclesiastici, ma tutti gli amici della causa del popolo, possono diventarne senza grande difficoltà assai benemeriti. E consiste nell’inculcare con fraterna amorevolezza nell’animo del popolo questi ammonimenti. Cioè che si guardino affatto dalle rivolte e dai rivoltosi; che rispettino inviolabilmente i diritti altrui; che prestino volenterosi e col dovuto ossequio l’opera loro ai padroni; che non sentano disgusto della vita domestica, pur feconda di tanti beni; che pratichino anzitutto la Religione, e ne traggano il più valido conforto nelle difficoltà della vita. E ad ottener meglio l’intento servirà certo l’additare il singolar modello della Santa Famiglia Nazarena e commendarne la protezione, il proporre l’esempio di coloro che dalla stessa lor misera sorte seppero trar buon partito per sollevarsi alla cima delle virtù, e da ultimo l’alimentare la speranza del premio riservatoci in una vita migliore. – Chiudiamo ora insistendo di nuovo sopra un avvertimento già dato. Tanto gli individui quanto le società, nell’attuare qualsivoglia deliberazione al presente scopo, si rammentino che devono una piena obbedienza all’autorità dei Vescovi. Non si lascino ingannare da un certo zelo di carità irrompente, il quale se tenta di menomare il dovere dell’obbedienza, non è sincero, né fecondo di solida utilità, né grato a Dio. Iddio si compiace di coloro che, sacrificando le proprie opinioni, ascoltano i prelati della Chiesa, come Lui medesimo, e propizio assiste alle loro imprese ancorché ardue e benignamente le conduce al desiderato compimento. A ciò corrispondano esempi di virtù specialmente di quelle, onde il Cristiano si addimostra nemico dell’ignavia e dei piaceri, benevolo dispensatore del soverchio a vantaggio altrui, costantemente invitto ai colpi di sventura. Perché questi esempi hanno gran forza ad eccitare salutarmente gli animi del popolo, forza che è tanto maggiore quanto sono più ragguardevoli i cittadini in cui si ammirano. – Ecco, o Venerabili Fratelli, quanto vi esortiamo ad eseguire secondo l’opportunità dei luoghi e delle persone con tutta la diligenza e la sollecitudine che vi è propria; su di che vogliamo ancora che nelle consuete vostre adunanze conferiate insieme. E la vostra vigilanza e la vostra autorità si faccia sentire regolando, frenando, resistendo; specie affinché sotto pretesto di bene non si rilassi il vigore della disciplina ecclesiastica, e non si turbi l’ordine onde Cristo informò la sua Chiesa. — Nell’opera adunque retta, concorde e progressiva di tutti i cattolici appaia più splendidamente che la tranquillità dell’ordine e la vera prosperità dei popoli fioriscono principalmente sotto la direzione e col favore della Chiesa, a cui s’appartiene il santissimo ufficio di ammonire secondo i precetti cristiani ognuno del suo dovere, di avvicinare in fraterna carità i ricchi e i poveri, di rialzare e rinvigorire gli animi nelle avverse vicende. – L’esortazione, sì piena di carità apostolica, che San Paolo rivolgeva ai Romani, ravvalori gli ammonimenti e i desideri Nostri: “Io vi scongiuro… Riformate voi stessi col rinnovamento della vostra mente… Chi fa altrui parte del suo, lo faccia con semplicità; chi presiede, sia sollecito; chi fa opere di misericordia, lo faccia con ilarità. Dilezione non finta: aborrimento del male, affezione al bene: amandovi scambievolmente con fraterna carità: prevenendovi gli uni gli altri nel rendervi onore. Per sollecitudine non tardi: lieti per la speranza: pazienti nella tribolazione: assidui nell’orazione: entrando a parte dei bisogni dei santi: praticando ospitalità. Rallegrarsi con chi si rallegra, piangere con chi piange: avendo gli stessi sentimenti l’uno per l’altro: non rendendo male per male: avendo cura di ben fare, non solo agli occhi di Dio ma anche a quelli di tutti gli uomini” (XII, 1-17). – Auspice di tali beni discenda sopra di voi, o Venerabili Fratelli, sopra il clero e il popolo a voi affidati, l’Apostolica Benedizione che con effusione d’animo v’impartiamo nel Signore.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 gennaio 1901, anno XXIII del Nostro Pontificato.