Un’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “ANNUM SACRUM”

Nella domenica infra l’ottava della Festa del Sacro Cuore di Gesù, ci è sembrato opportuno rileggere la lettera enciclica di S. S. Leone XIII “Annum sacrum” con la preghiera di Consacrazione dell’umanità al Sacro Cuore di Gesù, una preghiera da inserire nel nostro bagaglio di devozioni abituali.

Leone XIII

“Annum sacrum”

Lettera Enciclica

La consacrazione dell’umanità al sacro Cuore di Gesù

25 maggio 1899

Con nostra lettera apostolica abbiamo recentemente promulgato, come ben sapete, l’anno santo, che, secondo la tradizione, dovrà essere tra poco celebrato in quest’alma città di Roma. Oggi, nella speranza e nell’intenzione di rendere più santa questa grande solennità religiosa, proponiamo e raccomandiamo un altro atto veramente solenne. E abbiamo tutte le ragioni, se esso sarà compiuto da tutti con sincerità di cuore e con unanime e spontanea volontà, di attenderci frutti straordinari e duraturi a vantaggio della religione cristiana e di tutto il genere umano. – Più volte, sull’esempio dei nostri predecessori Innocenzo XII, Benedetto XIII, Clemente XIII, Pio VI, Pio VII, Pio IX, ci siamo adoperati di promuovere e di mettere in sempre più viva luce quella eccellentissima forma di religiosa pietà, che è il culto del sacratissimo Cuore di Gesù. Tale era lo scopo principale del nostro decreto del 28 giugno 1889, col quale abbiamo innalzato a rito di prima classe la festa del Sacro Cuore. Ora però pensiamo a una forma di ancor più splendido omaggio, che sia come il culmine e il coronamento di tutti gli onori, che sono stati tributati finora a questo Cuore sacratissimo e abbiamo fiducia che sia di sommo gradimento al nostro redentore Gesù Cristo. La cosa, in verità, non è nuova. Venticinque anni fa infatti, all’approssimarsi del II centenario diretto a commemorare la missione che la beata Margherita Maria Alacoque aveva ricevuto dall’alto, di propagare il culto del divin Cuore, da ogni parte, non solo da privati, ma anche da vescovi, pervennero numerose lettere a Pio IX, con le quali si chiedeva che si degnasse di consacrare il genere umano all’augustissimo Cuore di Gesù. Si preferì, in quelle circostanze, rimandare la cosa per una decisione più matura; nel frattempo si dava facoltà alle città, che lo desideravano, di consacrarsi con la formula prescritta. Sopraggiunti ora nuovi motivi, giudichiamo maturo il tempo di realizzare quel progetto. – Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede Cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla Chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l’umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo. Infatti Colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con Lui la stessa natura, “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e quindi il pieno potere su tutte le cose. Questa è la ragione perché il Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: “Sono stato costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra” (Sal II,6-8). Con queste parole egli dichiara di aver ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la chiesa, raffigurata in Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è chiaramente espresso in quelle parole: “Tu sei mio Figlio”. Per il fatto stesso di essere il figlio del re di tutte le cose, è anche erede del suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole: “Ti darò in possesso le genti”. Simili a queste sono le parole dell’apostolo Paolo: “L’ha costituito erede di tutte le cose” (Eb 1,2). – Si deve tener presente soprattutto ciò che Gesù Cristo, non attraverso i suoi apostoli e profeti, ma con le stesse sue parole ha affermato del suo potere. Al governatore romano che gli chiedeva: “Dunque tu sei re”, egli, senza esitazione, rispose: “Tu lo dici; io sono re” (Gv XVIII,37). La vastità poi del suo potere e l’ampiezza senza limiti del suo regno sono chiaramente confermate dalle parole rivolte agli apostoli: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt XXVIII,18). Se a Cristo è stato concesso ogni potere, ne segue necessariamente che il suo dominio deve essere sovrano, assoluto, non soggetto ad alcuno, tanto che non ne può esistere un altro ne uguale ne simile. E siccome questo potere gli è stato dato e in cielo e in terra, devono stare a lui soggetti il cielo e la terra. Di fatto egli esercitò questo suo proprio e individuale diritto quando ordinò agli apostoli di predicare la sua dottrina, di radunare, per mezzo del battesimo, tutti gli uomini nell’unico corpo della chiesa, e di imporre delle leggi, alle quali nessuno può sottrarsi senza mettere in pericolo la propria salvezza eterna. – E non è tutto. Cristo non ha il potere di comandare soltanto per diritto di nascita, essendo il Figlio unigenito di Dio, ma anche per diritto acquisito. Egli infatti ci ha liberato “dal potere delle tenebre” (Col 1,13) e “ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1Tm II,6). E perciò per lui non soltanto i Cattolici e quanti hanno ricevuto il Battesimo, ma anche tutti e singoli gli uomini sono diventati “un popolo che egli si è conquistato” (1Pt II,9). A questo proposito sant’Agostino osserva giustamente: “Volete sapere che cosa ha comprato? Fate attenzione a ciò che ha dato e capirete che cosa ha comprato. Il sangue di Cristo: ecco il prezzo. Che cosa può valere tanto? Che cosa se non il mondo intero? Per tutto ha dato tutto”. – San Tommaso, trattando della questione, indica perché e come gli infedeli sono soggetti al potere e alla giurisdizione di Gesù Cristo. Posto infatti il quesito se il suo potere di giudice si estenda o no a tutti gli uomini, risponde che, siccome “il potere di giudice è una conseguenza del potere regale”, si deve concludere che “quanto alla potestà, tutto è soggetto a Gesù Cristo. anche se non tutto gli è soggetto quanto all’esercizio del suo potere”. Questa potestà e questo dominio sugli uomini lo esercita per mezzo della verità, della giustizia, ma soprattutto per mezzo della carità. – Tuttavia Gesù, per sua bontà, a questo suo duplice titolo di potere e di dominio, permette che noi aggiungiamo, da parte nostra, il titolo di una volontaria consacrazione. Gesù Cristo, come Dio e Redentore, è senza dubbio in pieno e perfetto possesso di tutto ciò che esiste, mentre noi siamo tanto poveri e indigenti da non aver nulla da potergli offrire come cosa veramente nostra. Tuttavia, nella sua infinita bontà e amore, non solo non ricusa che gli offriamo e consacriamo ciò che è suo, come se fosse bene nostro, ma anzi lo desidera e lo domanda: “Figlio, dammi il tuo cuore” (Pro XXIII,26). Possiamo dunque con la nostra buona volontà e le buone disposizioni dell’animo fare a lui un dono gradito. Consacrandoci infatti a lui, non solo riconosciamo e accettiamo apertamente e con gioia il suo dominio, ma coi fatti affermiamo che, se quel che offriamo fosse veramente nostro, glielo offriremmo lo stesso di tutto cuore. In più lo preghiamo che non gli dispiaccia di ricevere da noi ciò che, in realtà, è pienamente suo. Così va inteso l’atto di cui parliamo e questa è la portata delle nostre parole. – Poiché il sacro Cuore è il simbolo e l’immagine trasparente dell’infinita carità di Gesù Cristo, che ci sprona a rendergli amore per amore, è quanto mai conveniente consacrarsi al suo augustissimo Cuore, che non significa altro che donarsi e unirsi a Gesù Cristo. Ogni atto di onore, di omaggio e di pietà infatti tributati al divin Cuore, in realtà è rivolto allo stesso Cristo. – Sollecitiamo pertanto ed esortiamo tutti coloro che conoscono e amano il divin Cuore a compiere spontaneamente questo atto di consacrazione. Inoltre desideriamo vivamente che esso si compia da tutti nel medesimo giorno, affinché i sentimenti di tante migliaia di cuori, che fanno la stessa offerta, salgano tutti, nello stesso tempo, al trono di Dio. – Ma come potremo dimenticare quella stragrande moltitudine di persone, per le quali non è ancora brillata la luce della verità cristiana? Noi teniamo il posto di Colui che è venuto a salvare ciò che era perduto e diede il suo sangue per la salvezza di tutti gli uomini. Ecco perché la nostra sollecitudine è continuamente rivolta a coloro che giacciono ancora nell’ombra di morte e mandiamo dovunque missionari di Cristo per istruirli e condurli alla vera vita. Ora, commossi per la loro sorte, li raccomandiamo vivamente al sacratissimo Cuore di Gesù e, per quanto sta in noi, a Lui li consacriamo. – In tal modo questa consacrazione che esortiamo a compiere, potrà giovare a tutti. Con questo atto, infatti, coloro che già conoscono e amano Gesù Cristo, sperimenteranno facilmente un aumento di fede e di amore. Coloro che, pur conoscendo Cristo trascurano l’osservanza della sua legge e dei suoi precetti, avranno modo di attingere da quel divin Cuore la fiamma dell’amore. Per coloro infine che sono più degli altri infelici, perché avvolti ancora nelle tenebre del paganesimo, chiederemo tutti insieme l’aiuto del cielo, affinché Gesù Cristo, che li tiene già soggetti “quanto al potere”, li possa anche avere sottomessi “quanto all’esercizio di tale potere”. E preghiamo anche che ciò si compia non solo nel mondo futuro, “quando Egli eseguirà pienamente su tutti la sua volontà, salvando gli uni e castigando gli altri”, ma anche in questa vita terrena con il dono della fede e della santificazione, in modo che, con la pratica di queste virtù, possano onorare debitamente Dio e tendere così alla felicità del cielo. – Tale consacrazione ci fa anche sperare per i popoli un’era migliore; può infatti stabilire o rinsaldare quei vincoli, che, per legge di natura, uniscono le nazioni a Dio. – In questi ultimi tempi si è fatto di tutto per innalzare un muro di divisione tra la Chiesa e la società civile. Nelle costituzioni e nel governo degli stati, non si tiene in alcun conto l’autorità del diritto sacro e divino, nell’intento di escludere ogni influsso della Religione nella convivenza civile. In tal modo si intende strappare la fede in Cristo e, se fosse possibile, bandire lo stesso Dio dalla terra. Con tanta orgogliosa tracotanza di animi, c’è forse da meravigliarsi che gran parte dell’umanità sia stata travolta da tale disordine e sia in preda a tanto grave turbamento da non lasciare vivere più nessuno senza timori e pericoli? Non c’è dubbio che, con il disprezzo della Religione, vengono scalzate le più solide basi dell’incolumità pubblica. Giusto e meritato castigo di Dio ai ribelli che, abbandonati alle loro passioni e schiavi delle loro stesse cupidigie, finiscono vittime del loro stesso libertinaggio. – Di qui scaturisce quella colluvie di mali, che da tempo ci minacciano e ci spingono con forza a ricercare l’aiuto in colui che solo ha la forza di allontanarli. E chi potrà essere questi se non Gesù Cristo, l’unigenito Figlio di Dio? “Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At IV,12). A lui si deve ricorrere, che è “la via, la verità e la vita” (Gv XIV,6). Si è andati fuori strada? bisogna ritornare sulla giusta via. Le tenebre hanno oscurato le menti? è necessario dissiparle con lo splendore della verità. La morte ha trionfato? bisogna attaccarsi alla vita. – Solo così potremo sanare tante ferite. Solo allora il diritto potrà riacquistare l’autentica autorità; solo così tornerà a risplendere la pace, cadranno le spade e sfuggiranno di mano le armi. Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a lui si sottometteranno; e ogni lingua proclamerà “che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil II,11). – Quando la Chiesa nascente si trovava oppressa dal giogo dei Cesari, a un giovane imperatore apparve in cielo una Croce auspice e nello stesso tempo autrice della splendida vittoria che immediatamente seguì. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro divinissimo e augurale segno: il Cuore sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce e splendente, tra le fiamme, di vivissima luce. In Lui sono da collocare tutte le nostre speranze; da lui dobbiamo implorare e attendere la salvezza. – Infine non vogliamo passare sotto silenzio un motivo, questa volta personale, ma giusto e importante, che ci ha spinto a questa consacrazione: l’averci Dio, autore di tutti i beni, scampato non molto tempo addietro da pericolosa infermità. Questo sommo onore al Cuore sacratissimo di Gesù, da Noi promosso, vogliamo che rimanga memoria e pubblico segno di gratitudine di tanto beneficio. – Ordiniamo perciò che, nei giorni 9, 10 e 11 del prossimo mese di giugno, nella chiesa principale di ogni città o paese, alla recita delle altre preghiere si aggiungano ogni giorno anche litanie del sacro Cuore da Noi approvate. Nell’ultimo giorno poi si reciti, venerabili fratelli, la formula di consacrazione, che vi mandiamo con la presente lettera. – Come pegno di favori divini e testimonianza della nostra benevolenza, a voi, al clero e al popolo affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore, nel Signore, l’apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 25 maggio 1899, anno XXII del nostro pontificato

Formula di consacrazione da recitarsi al sacratissimo Cuore di Gesù

 “Iesu dolcissime, Redemptor humani generis, respice nos ad altare tuum humillime provolutos. Tui sumus, tui esse volumus; quo autem Tibi coniuncti firmius esse possimus, en hodie Sacratissimo Cordi tuo se quisque nostrum sponte dedicat. – Te quidem multi novere numquam. Te, spretis mundatis tuis, multi repudiarunt. Miserere utrorumque, benignissime Iesu: atque ad sanctum Cor tuum rape universos. Rex esto, Domine, nec fidelium tantum qui nullo tempore discessere a Te, sed etiam prodigo rum filiorum qui Te reliquerunt fac has, ut domum paternam cito repetant, ne miseria et fame pereant. Rex esto eorum, quos aut opinionum error deceptos habet, aut discordia separatos, eosque ad portum veritatis atque ad unitatem fidei revoca, ut brevi fiat unum ovile et unus pastor. Rex esto denique eorum omnium, qui in vetere gentium superstitione versantur, eosque e tenebris vindicare ne renuas in Dei lumen et regnum. Largire, Domine, Ecclesiæ tuæ securam cum incolumitate libertatem; largire cunctis gentibus tranquillitatem ordinis: perfice, ut ab utroque terræ vertice una resonet vox: Sit laus divino Cordi, per quod nobis parta solus: ipsi gloria et honor in sæcula. Amen”.  

 [“O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. – Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono. – O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. – O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. – Siate il Re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. – Siate il Re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio. – Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine: fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia].

 

CANONIZZAZIONE (4)

V. ELENCO DELLE C. PREPARATE DALLA S. CONGREGAZIONE

DEI RITI, DA CLEMENTE VIII ( 1594) FINO A Pio XII

(seguono in ultimo le c. già fissate definitivamente per l’Anno Santo 1950 fino a tutto giugno 1949. Da notare che alle volte le bolle di c. non sono state pubblicate contemporaneamente all’atto della c. solenne; l’elenco dà unicamente le date delle c. solenni).

Clemente VIII, il 14 apr. 1594, s. Giacinto Odrovaz (15 ag. 1257); il 29 apr. 1600, s. Raimondo di Penafort (6 genn. 1275).

Paolo V, il 29 maggio 1608, s. Francesca dei Ponziani (9 marzo 1440); il I° nov. 1610, s. Carlo Borromeo (3 nov. 1584).

Gregorio XV celebrò, il 12 marzo 1622, per la prima volta nella storia, la c. di un gruppo di cinque santi s. Teresa di Gesù (15 ott. 1582), s. Filippo Neri (26 maggio 1595), s. Ignazio di Loyola (31 luglio 1556), s. Francesco Saverio (2 dic. 1552), s. Isidoro agricoltore (maggio 1130).

Urbano VIII, il 25 maggio 1625, s. Elisabetta regina del Portogallo (4 luglio 1336); il 24 apr. 1629, s. Andrea Corsini (6 genn. 1373).

Dopo l’interruzione di quasi trent’anni: Alessandro VII; il l ° nov. 1658, s. Tommaso da Villanova (8 sett. 1555); il 19 apr. 1665, s. Francesco di Sales (28 dic. 1622).

Clemente IX, il 28 apr. 1669, s. Pietro d’Alcàntara (18 ott. 1562) e s. Maria Maddalena de’ Pazzi (25 luglio 1607).

Clemente X, seconda c. cumulativa d i cinque santi, il 12 apr. 1671 : s. Rosa da Lima (24 ag. 1617), s. Luigi Bertràn (9 ott. 1581), s. Gaetano da Thiene (7 ag. 1547), s. Francesco Borgia (30 sett. 1572), s. Filippo Benizi (22 ag. 1585).

Alessandro VIII, altra c. di cinque santi il 16 ott. 1690: s. Lorenzo Giustiniani (8 genn. 1455), s. Giovanni da S. Facondo (11 giugno 1479), s. Pasquale Baylon (17 maggio 1592), s. Giovanni di Dio (8 marzo 1550), s. Giovanni da Capistrano (23 ott. 1456).

Clemente XI, il 22 maggio 1712, s. Pio V (l° maggio 1572), s. Andrea Avellino (10 nov. 1608), s. Felice da Cantalice (18 maggio 1587), s. Caterina Vigri da Bologna (9 marzo 1463).

Benedetto XIII, il 10 dic. 1726, s. Turibio Alfonso di Mogrovejo (23 marzo 1606), s. Giacomo della Marca (28 nov. 1476), s. Agnese Segni da Montepulciano (20 apr. 1317); il 27 dic. 1726, s. Pellegrino Laziosi (1° maggio 1345), s. Giovanni della Croce (de Yepes; 14 dic. 1591), s. Francesco Solano (14 luglio 1610); il 31 dic. 1726, s. Luigi Gonzaga (21 giugno 1591) e s. Stanislao Kostka (15 ag. 1568); il 16 maggio 1728, s. Margherita da Cortona (22 febbr. 1297); il 19 marzo 1729, s. Giovanni (Nepomuceno) Welflin da Pomuk (16 maggio 1393) .

Clemente XII, il 16 giugno 1736, s. Vincenzo de’ Paoli ( Depaul; 27 sett. 1660), s. Giovanni Francesco Regis (31 dic. 1640), s. Caterina Fieschi-Adorno, da Genova (15 sett. 1510), s. Giuliana Falconieri (19 giugno 1340).

Benedetto XIV, terza c. quintupla, il 29 giugno 1746: s. Fedele da Sigmaringa (Marco Roy; 24 apr. 1622). s. Camillo de Lellis (14 luglio 1614), s. Pietro Regalado (13 maggio 1456), s. Giuseppe da Leonessa (4 febbr. 1612), s. Caterina de’ Ricci (2 febbr. 1590).

Clemente XIII fece la prima c. di sei santi insieme il 16 luglio 1767: s. Giovanni Vacenga da Kanty (24/25 dic. 1473), S. Giuseppe da Copertino (18/19 sett. 1663), s. Giuseppe Calasanzio (25 ag. 1648), s. Girolamo Emiliani (8 febbr. 1537), s. Serafino da Montegranaro (12 ott. 1604) s. Giovanna Francesca Frémiot di Chantal (13 dic. 1641). Segue una parentesi di 40 anni.

Pio VII fa un’altra c. d i 3 santi, il 24 maggio 1807: s. Francesco Caracciolo (4 giugno 1608), s. Benedetto da S. Filadelfo, il « Moro » (4 apr. 1589), s. Angela Merici (27 genn. 1540), s. Coletta Boilet (6 marzo 1447), s. Giacinta Marescotti (30 genn. 1640). Segue altra parentesi di 35 anni. Gregorio XVI, il 26 maggio 1839, procede ad altra c. quintuplice: s. Alfonso M. de’ Liguori (1 ag. 1787). s. Francesco di Gerolamo (11 maggio 1716), s. Giovanni Giuseppe della Croce ( Carlo Gaetano; 5 marzo 1734), s. Pacifico da S. Severino (24 sett. 1721), s. Veronica Orsola Giuliani (9 luglio 1727).

Pio IX, l’8 giugno 1862: 26 martiri giapponesi (6 francescani, 3 gesuiti, 17 laici: 5 febbr. 1597) e s. Michele de Santi (10 apr. 1725); il 29 giugno 1867, c. solenne per il centenario della morte di s. Pietro: s. Giosafat Kuncewif (12 nov. 1623) e s. Pietro da Arbué; (17 sett. 1485), martiri; i 19 martiri di Gorkum (11 francescani, un domenicano, tre premonstratensi, un canonico di s. Agostino, quattro sacerdoti secolari, un laico: 9 luglio 1572), s. Paolo della Croce (Paolo Francesco Danei; 18 ott. 1775), s. Leonardo da Porto Maurizio 26 nov. 1751), s. Maria Francesca delle Cinque Piaghe (Anna Maria Gallo; 6 ott. 1791), s. Germana Cousin (1601 senz’altra indicazione; la festa fu fissata al 15 giugno). –

Leone XIII, l’8 dic. 1881, s. Giovanni Battista de Rossi (23 maggio 1764), s. Lorenzo da Brindisi (Cesare de Rossi; 22 luglio 1619), s. Benedetto Giuseppe Labre (16 apr. 1783), s. Chiara da Montefalco (18 ag. 1308); il 15 genn. 1888, i Sette fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria, s. Pietro Claver (8 sett. 1654), s. Giovanni Berchmans (13 ag. 1621), s. Alfonso Rodriguez (31 ott. 1617); il 27 maggio 1897, s. Antonio M . Zaccaria (5 luglio 1539), s. Pietro Fourier (9 die. 1640); i l 24 maggio 1900, s. Giovanni Battista de la Salle (7 apr. 1719), s. Rita da Cascia (22 maggio 1457).

Pio X, l’11 dic. 1904, s. Alessandro Sauli (11 ott. 1592), s. Gerardo Maiella (15 ott. 1755); il 20 maggio 1909, s. Giuseppe Oriol (22 marzo 1702), s. Clemente M. Hofbauer (15 marzo 1820).

Benedetto XV, il 13 maggio 1920, s. Gabriele dell’Addolorata (Francesco Possenti; 27 febbr. 1862) e s. Margherita Maria Alacoque (17 ott. 1690), il 16 seguente s. Giovanna d’Arco (30 maggio 1431).

Pio XI celebrò 15 c. Nell’anno santo 1925: il 17 maggio 1925, s. Teresa del Bambino Gesù (Ter. Martin; 21 dic. 1897); il 21, s. Pietro Canisio ( Kanis, Kanijs; 21 dic. 1597); il 24, s. Maria Maddalena Postel (16 luglio 1846), s. Maddalena Sofia Barat (24 maggio 1865); il 31, s. Giovanni Eudes (19 ag. 1680), s. Giovanni Batt. M. Vianney (4 ag. 1859). Il 22 giugno 1930, s. Lucia Filippini (25 marzo 1732), s. Caterina Thomas (5 apr. 1374); il 29, gli otto martiri gesuiti « canadesi », s. Giovanni di Brébeuf e compagni (1642-49), s. Roberto Bellarmino (17 sett. 1621), s. Teofilo da Corte (19 maggio 1740). Durante l’Anno Santo della Redenzione 1933-34 vi furono sei c. Il 4 giugno 1933, s. Andrea Uberto Fournet (13 maggio 1834); 1′ 8 dic., s. Maria Bernarda Soubirous (16 apr. 1879); il 14 genn. 1934, s. Giovanna Antida Thouret (24 ag. 1826); il 4 marzo, s. Maria Michela del S.mo Sacramento (Desmaisières; 24 ag. 1865); l’11, s. Luisa de Marillac, vedova Le Gras (15 marzo 1660); il 19, s. Giuseppe Benedetto Cottolengo (30 apr. 1842), s. Pompilio M. Pirrotti (15 luglio 1766), s. Teresa Margherita del S. Cuore di Gesù (Anna M. Redi; 7 marzo 1770); il l° apr. 1934, s. Giovanni Bosco (31 genn. 1888); il 20 maggio, s. Corrado da Parzham ( Giov. Ev. Birndorfer; 21 apr. 1894). Il 19 maggio 1935, s. Giovanni Fisher (22 giugno 1535) e s. Tommaso More (6 luglio 1335); il 17 apr. 1938, s. Andrea Bobòla (16 maggio 1657), s. Giovanni Leonardi (9 ott. 1609), s. Salvatore da Orta (18 marzo 1567).

Pio XII, il 3 maggio 1940, s. Gemma Galgani (11 apr. 1903), s. Maria di s. Eufrasia Pelletier (24 apr. 1868) il 7 luglio 1946, s. Francesca Sav. Cabrini (22 dic. 1917): il 15 maggio 1947, s. Nicola di Flue (21 marzo 1487); il 22 giugno, s. Giovanni de Britto (4 febbr. 1693), s. Bernardino Realino (2 luglio 1616), s. Giuseppe Cafasso (23 giugno 1860); il 6 luglio, s. Michele Garicoìts (14 maggio 1863) e s. Elisabetta Bichier des Ages (26 ag. 1838); il 20 luglio, s. Luigi Maria Grignion di Montfort (28 apr. 1716); il 27 luglio, s. Caterina Labouré (31 dic. 1876); il 15 maggio 1949, s. Giovanna di Lestonnac (2 febbr. 1640); il 12 giugno, s. Maria Giuseppa Rossello (7 dic. 1880) ; il 22 maggio 1950, s. Bartolomea Capitanio (26 luglio 1833) e s. Vincenza Gerosa (28 giugno 1847); il 28 maggio 1950, s. Giovanna di Valois (4 febbr. 1505). [12 giugno 54 Domenico Savio, Gaspare del Bufalo, Pietro Chanel, Giuseppe Pignatelli, Maria Crocifissa Do Rosa, Pio X. – ndr. -]

LA C. EQUIPOLLENTE. – Il termine giuridico c. equipollente è una creazione, come pare, di Prospero Lambertini (Benedetto XIV) e precisamente introdotta nella sua nota opera circa la beatificazione e la c. Nella beatificazione si soleva, al suo tempo, distinguere una beatificazione formale, in tutta regola secondo la procedura canonica, e una beatificazione equipollente. Tale distinzione nacque ai tempi di Urbano VIII; in forza dei suoi decreti, quando preesisteva sotto determinate condizioni giuridiche un culto liturgico, era possibile ottenerne dalla S. Sede la ricognizione, equivalente, negli effetti pratici, ad una beatificazione formale: indi la denominazione beatificazione «equipollente ». Ora, il Lambertini, raccogliendo l’immenso materiale per la sua opera, riscontrò un certo parallelismo alle beatificazioni formale ed equipollente anche nel campo della c. Egli dovette registrare dei casi ove l’effetto finale era identico a quello raggiunto in forza di una c. formale, senza che vi fossero mai stati né la procedura canonica, né l’atto stesso di “una c. formale. Tutti questi casi il Lambertini li raccolse sotto la denominazione « c. equipollente ». Ne parlò lungamente nel 1. I, cap. 41 e intravvide una duplice specie di c. equipollente: 1) Molti santi infatti, come i martiri dell’antichità, i SS. Padri e dottori antichi, molti santi medioevali godono in tutta la Chiesa di culto universale, e su loro non fu mai fatto un processo, mai emanata una sentenza; tutto fu l’effetto di uno sviluppo storico; secondo il Lambertini, abbiamo qui una c. equipollente ed egli non omette, per scrupolo giuridico, di notare che certamente non manca, in questi casi, il consenso dei Sommi Pontefici, almeno tacito. Ci sono poi altri santi, martiri, confessori, vergini, che in tutta la Chiesa vengono comunemente considerati santi, ma la loro festa viene celebrata soltanto in determinate regioni, come, ad es., Genoveffa, Sigismondo, Rocco e innumerevoli altri. Anche qui esiste il consenso della Chiesa, mentre la festa effettiva rimane circoscritta. Anche qui manca la procedura canonica e la formale c., ma l’effetto è uguale; basta ricordare che anche per i santi formalmente canonizzati, oltre l’atto della c., ci vuole un secondo atto, con cui il Papa impone anche la festa alla Chiesa universale. Dunque siamo sempre nell’ambito della c. equipollente.

2) Il Lambertini costituisce però un secondo gruppo di santi, per i quali constata l’atto pontificio dell’imposizione della festa a tutta la Chiesa, senza però alcuna procedura precedente canonica né un atto di c. formale. Sono i santi inseriti per atto pontifìcio nel calendario universale. Siccome poi un calendario della Chiesa universale, in senso stretto, esiste soltanto dai tempi di S. Pio V (v. CALENDARIO DELLA CHIESA UNIVERSALE), la c. equipollente in quest’ultimo senso si riscontra in tutti i casi, in cui un Papa inserisce la festa di un santo, non mai canonizzato formalmente, nel detto calendario. Il Lambertini, fra l’altro, adduce come esempi i ss. Romualdo, Norberto, Brunone, Pietro Nolasco, Raimondo Nonnato, Giovanni de Matha e Felice di Valois, Stefano d’Ungheria, Venceslao, Gregorio VII ecc. Dopo i tempi di Benedetto XIV la lista di tali casi si potrebbe di molto allungare (ss. Pietro Damiani, Beda il Venerabile, Cirillo di Gerusalemme e Cirillo di Alessandria, s. Scolastica, Ireneo, Bonifacio apostolo della Germania, Agostino apostolo dell’Inghilterra ecc.). – Infatti i liturgisti e i canonisti hanno accettato questo modo di vedere del Lambertini, e fino ai nostri tempi passarono come esempi della c. equipollente soprattutto i casi dell’inserzione di santi non formalmente canonizzati nel calendario della Chiesa universale. Senonché lo stesso Lambertini, nella stessa opera, 1. IV, parte 2 a, cap. 6, si diffonde largamente circa la concessione di Messa ed Ufficio in onore di santi non canonizzati; qui presenta come esempi, fra altri, anche Norberto, Brunone, Pietro Nolasco, Giovanni di Matha e Felice di Valois, Stefano d’Ungheria, tutti già presentati come esempi della c. equipollente; ora qui non parla più di c. equipollente, ma di cosa completamente differente. I casi citati dunque sono o non sono c. equipollenti? Almeno la cosa non appare troppo chiara, e l’autore ha alquanto complicato le cose. – Ma i tempi recentissimi ci portarono finalmente due atti pontifici, dichiarati espressamente come c. equipollenti, cioè le c. equipollenti di s. Alberto Magno, sotto Pio XI (16 dic. 1931: AAS, 24 [1932], pp. 1-17) e di s. Margherita d’Ungheria sotto Pio XII (19 nov. 1943: AAS, 36 [1943], pp. 33-40) . In entrambi i casi precedette uno studio storico-critico della sezione storica della S. Congregazione dei Riti e le susseguenti discussioni dei consultori storici e soprattutto della Congregazione ordinaria. Mancò quindi la procedura normale; non furono chiesti miracoli; ma il Sommo Pontefice procedette, di sua piena autorità, alla proclamazione dei due personaggi come santi, e da venerarsi come tali in tutta la Chiesa. Per s. Alberto Magno la festa fu imposta contemporaneamente a tutta la Chiesa, dato anche che egli era stato dichiarato, nello stesso atto pontificio, Dottore della Chiesa universale; la festa invece di s. Margherita non fu imposta a tutta la Chiesa. In entrambi gli atti pontifici è chiaramente detto che l’atto stesso vuol essere una vera e piena c. equipollente. – Da questo momento si delinea, per la c. equipollente, una duplice accezione: nel senso del Lambertini, cioè come estensione o imposizione della festa di un santo non formalmente canonizzato, e che oggi dev’essere chiamata c. equipollente in senso improprio o largo; e nel senso dei due atti pontifici ora citati, cioè la vera e propria c. equipollente nel senso stretto. – Quando furono elaborati gli schemi per il CIC, era stato preparato anche uno schema per la c. equipollente, ma poi fu ritirato per lasciare ai Sommi Pontefici la piena libertà di procedere in questo campo. Quindi una definizione giuridica precisa o una norma per la procedura “ad casum” non esiste. Certo è però che un personaggio da proporsi al Papa per una c. equipollente dovrà presentare alcuni elementi inderogabili, come, ad es., l’autenticità della persona stessa, la prova storica delle virtù o la certezza del martirio, l’esistenza di veri miracoli operati dalla persona dopo la sua morte, l’esistenza di un vero e proprio culto liturgico antico, la sua origine, la sua continuazione, e un certo rilievo della persona stessa, elementi storicamente provati nei due casi finora esistenti della c. equipollente vera e propria.

VII. C. E CHIESA. – La c. costituisce, nella vita della Chiesa Cattolica, un elemento essenziale, in quanto che attesta la santità della Chiesa stessa attraverso la storia, proprietà o nota distintiva della vera Chiesa di Cristo, confessata nel simbolo niceno-costantinopolitano. Questa santità dev’essere esternamente controllabile, e Chiesa deve poter mostrare al mondo la santità delle sue membra in modo tangibile. Non si tratta qui soltanto della santità comune alla quale sono chiamati tutti i cristiani, ma soprattutto della santità esimia, alla quale possono arrivare ed arrivano di fatto molti cristiani. La nota della santità esimia non mancò mai alla Chiesa cattolica, ma trattandosi di un elemento esterno, la Chiesa deve avere il modo e la facoltà di dichiarare, in forma dottrinale, che questa o quella persona è veramente santa, vale a dire, che esprime, nella sua vita, l’ideale evangelico, previssuto e chiesto da Cristo. Questa dichiarazione ufficiale è appunto la c. – Per la vita della Chiesa quindi è necessario che non le manchi mai la nota della santità, ma non è necessario per la Chiesa che venga canonizzato questa o quella persona. Del numero dei santi che vissero e vivranno nella Chiesa, solo pochi sono e saranno quelli che, per disposizione positiva della Provvidenza, arriveranno al riconoscimento esplicito della santità nella c. Questa è anche la ragione per cui la Chiesa, come tale, non prende l’iniziativa per introdurre una causa, ma lascia ciò alla Provvidenza, la quale si serve ai suoi scopi dei mezzi e delle vie ordinarie. – Talvolta però la storia di una causa rivela molto chiaramente disposizioni particolari di Dio; vedi, ad es., la rapidità straordinaria con cui si svolse la causa del frate cappuccino Corrado da Parzham (la causa più rapidamente condotta a termine nei tempi recenti: introduzione 1914, c. 1934). – L’oggetto immediato e diretto della definizione papale, nella c., è solo il fatto che l’anima della persona santa gode certamente la gloria celeste; ciò però non è un fatto, incluso direttamente nel tesoro della rivelazione soprannaturale, chiusa dopo la morte dell’ultimo apostolo; quindi il Papa non lo può definire come oggetto di fede divina, ma solo come oggetto di fede ecclesiastica. – Il Concilio Vaticano, nella sua esposizione dell’infallibilità del Papa, non nomina espressamente la c. dei santi come oggetto dell’infallibilità pontificia. È però dottrina comune dei teologi che il Papa nella c. è veramente infallibile, trattandosi di un atto importantissimo attinente alla vita morale della Chiesa universale, in quanto che il santo non viene soltanto proposto alla venerazione perché gode la gloria celeste, ma anche perché modello delle virtù e della santità reale della Chiesa. – Ora, sarebbe intollerabile se il Papa in una tale dichiarazione che implica tutta la Chiesa, non fosse infallibile. Questa dottrina risulta da non poche bolle di c., anche del medioevo, dalle deduzioni dei canonisti, sin dal medioevo, e dei teologi sin da s. Tommaso d’Aquino. Benedetto XIV insegna che è certamente eretico e temerario insegnare il contrario.

 [Nota: Come abbiamo potuto vedere, la Canonizzazione è una faccenda estremamente seria e complessa, che nel tempo ha assunto, data l’importanza capitale della questione, caratteri rigorosissimi. Ogni elemento viene setacciato con cura e valutato attentamente da commissioni che si succedono per gradi, inserito in un mosaico perfettissimo in cui ogni tessèra deve trovare la sua giusta collocazione. Questo fa ben comprendere come il Santo Padre abbia una grande responsabilità spirituale nel proporre alla Chiesa Universale un culto ed un esempio di virtù eroiche da additare ai fedeli. Pertanto, come più volte è stato riportato, massimamente dal Santo Padre Benedetto XIV [P. Lambertini], una autorità assoluta in materia. … “sarebbe intollerabile se il Papa in una tale dichiarazione che implica tutta la Chiesa, non fosse infallibile … ed è certamente eretico e temerario insegnare il contrario!” Se ci imbattiamo invece in canonizzazioni strane, di soggetti notoriamente empi, eretici, anticristiani, tendenti al protestantesimo, all’indifferentismo religioso ed all’ecumenismo multietnico, garantiti da miracoli ridicoli, da raffreddori guariti in estate o simili, questo non vuol dire che il Papa sia fallibile in materia di canonizzazione e la Chiesa la tana di aspidi velenose: significa semplicemente che chi ha sottoscritto la santità di un soggetto notoriamente “dannato”, almeno secondo il giudizio dei sacri canoni, del Magistero e dei catechismi della Santa Madre Chiesa, semplicemente non è un Papa, bensì un impostore fasullo. Praticamente l’ultima canonizzazione fu quella del 27 aprile 1958 di S. Teresa di Gesù Jornet y Ibars1843-1897- alla quale sono succedute invalidamente, [perché gestite da antipapi marrani modernisti apostati e scismatici della falsa chiesa dell’uomo, da Roncalli fino ad oggi, che non hanno alcuna autorità … o forse ce l’hanno nelle logge degli Illuminati ?!?] una caterva di pseudo-beati e pseudo-santi che sono da considerare come “mai canonizzati”; tra essi chiaramente ci saranno anche delle sante persone degne di attenzione e di venerazione, ma canonicamente non sono assolutamente da considerarsi tali, né possono costituire oggetto di venerazione o di culto da parte dei Cattolici. È probabile che quando la Chiesa Cattolica sarà emersa dall’eclissi attuale, alcuni di essi saranno validamente canonizzati da un “vero” Papa liberamente e validamente eletto, ma al momento il loro culto è sacrilego e blasfemo, perché non conforme alle leggi della Chiesa Cattolica (anzi “imposto” fuori dalla “vera” Chiesa Cattolica) e soprattutto perché avallato da servi della sinagoga di satana: falsi religiosi, falsi cardinali e veri antipapi].

 

CANONIZZAZIONE (3)

 [LA C. PAPALE O UNIVERSALE]

b) Periodo secondo : fino a Sisto V. Gregorio X ordina l’inquisitio per il processo di s. Margherita d’Ungheria (18 genn. 1270) a tre prelati ungheresi. Nel 1271 il processo era chiuso, ma a Roma giudicato insufficiente (il processo è andato perduto); pertanto Innocenzo V commise a due italiani esperti della Curia di istituire un secondo processo (1276) con gli « interrogatoria » mandati da Roma. Il processo è conservato, ma non ebbe poi seguito. Soltanto recentemente (1943) Margherita è stata canonizzata equipollentemente da Pio XII (v. appresso c. equipollente). – Onorio IV poco prima della sua morte (3 apr. 1287) nel convento di S. Sabina a Roma, ricevuta la notizia della morte di Ambrogio Sansedoni, domenicano senese (20 marzo 1287), circondato da fama di santità e di miracoli straordinari, ordinò subito a quattro domenicani di recarsi a Siena per iniziare le dovute indagini. I commissari, sopravvenuta la morte del Papa, continuarono, pur senza forma di processo, a riunire il materiale in proposito. Ma tutto si fermò lì. Quando poi nel 1442-1443 Eugenio IV fu sollecitato di procedere alla c., promise di farlo a Roma. Intanto, il 16 apr. 1443, concesse alla provincia romana dei Domenicani di solennizzare la festa di Ambrogio « velut si sanctus esset canonizatus »: ma una c. formale non ebbe mai luogo. – Bonifacio VIII, nel luglio 1297, a Orvieto, canonizzò s. Luigi IX, re di Francia (25 ag. 1270). Questa c. ha un certo sapore politico, perché fatta dal Papa in seguito alla sua rappacificazione con Filippo IV, re di Francia. – Clemente V, il 5 maggio 1313, canonizzò, in Avignone, s. Pietro de Murrone, Celestino V papa (19 maggio 1296). – Giovanni XXII, il 7 apr. 1317, canonizzò s. Ludovico vescovo di Tolosa (19 ag. 1297); il 17 apr. 1320, s. Tommaso Canteloup, vescovo di Herford (3 ott. 1282); c., il 18 luglio 1323, s. Tommaso d’Aquino (7 marzo 1274), sempre in Avignone. – Clemente VI, ancora in Avignone, i l 26 giugno 1347, canonizzò s. Ivo Hélory (19 maggio 1303) e, il 19 sett. 1351, s. Roberto de Furlande, abate di Chaise-Dieu (17 apr. 1067). – Urbano V, il 15 apr. 1369, canonizzò, in Avignone, s. Elzeario de Sabran, conte di Ariano (27 sett. 1323). La bolla di c. fu pubblicata da Gregorio XI il 15 genn. 1371. Era l’ultima c. fuori Roma. – Sotto Gregorio XI è degno di nota il caso di Carlo di Blois, conte di Bretagna, caduto nella battaglia di Auray il 29 sett. 1364. Il processo di c. fu costruito regolarmente ad Angers nel 1374 e spedito ad Avignone. Il Papa, secondo la relazione dell’ambasciatore veneziano, già in procinto di partire per Roma, decise di far la solenne c. a Marsiglia il giorno precedente la sua partenza che realmente avvenne il 2 ott. 1376: ma nessuna fonte ci attesta l’avvenuta c. La c. di s. Caterina, figlia di s. Brigida, posta da diversi autori al 1378, sotto Urbano VI, manca di ogni fondamento storico; la sua festa, permessa da Sisto IV, fu fissata da Leone X, il 21 marzo 1512, al 25 giugno, « donec ad eius canonizationem deveniatur ». Alla stessa epoca era viva in Francia la fama del taumaturgo Pietro, conte di Lussemburgo (2 ag. 1387). L’antipapa Clemente VII (Roberto di Ginevra), che l’aveva creato cardinale vescovo di Metz, commise a tre cardinali una prima indagine e, nel Concistoro del 16 giugno 1389, Pietro d’Ailly, a nome di Carlo VI, ne perorò la causa. Nominata nuovamente una commissione di cardinali, nel 1390 fu costruito il processo in base a non meno di 280 articoli, ma, dati i tempi turbinosi, tutto si fermò lì. Nel 1433 Eugenio IV riprese la causa, e il Concilio di Basilea nel 1435 istituì una nuova commissione, ma ancora una volta senza esito. Finalmente papa Clemente VII, il 7 apr. 1527, dopo iterate istanze, emanò una bolla in cui permise che il predetto Pietro e Luigi Aleman potessero esser venerati come « .. donec… ad canonizationem deventum fuerit ». Ma la c. non fu mai fatta. – Bonifacio IX, il 7 ott. 1391, canonizzò s. Brigida (23 luglio 1373), nella cappella del palazzo Vaticano, e il giorno seguente, domenica, ne celebrò la Messa solenne. – Martino V canonizzò, il 26 marzo 1425, s. Sebaldo eremita (19 ag., sec. VII o VIII). Egli ordinò anche l’inquisizione per Edvige, regina di Polonia (17 luglio 1399); nel 1426 Alberto Jastrzembiec, arcivescovo di Gnesna, nella sua qualità di visitatore apostolico del regno di Polonia, istituì di nuovo una sottocommissione per raccogliere testimonianze sulla regina; nel 1450 il cancelliere regio Giovanni Dlugos notò rassegnato che non c’era più speranza per la causa. – Eugenio IV celebrò, il 1 febbr. 1447, la c. di s. Nicola da Tolentino (10 sett. 1306), e, poiché il novello Santo apparteneva all’Ordine degli Eremiti agostiniani, terminata la funzione in s. Pietro, il Papa si recò in grandiosa processione alla chiesa di s. Agostino per celebrarvi la Messa. – Niccolò V, il 24 maggio 1450, canonizzò s. Bernardino dagli Albizeschi, da Siena (20 maggio 1444). – Callisto III, il 1 genn. del 1456, canonizzò s. Osmundo, vescovo di Salisbury (4 dic. 1099); il 29 giugno 1456 s. Vincenzo Ferreri (5 apr. 1419). La pubblicazione della bolla avvenne, sotto Pio II, il 1 ott. 1458. Il 15 ott. 1457 canonizzò s. Alberto da Trapani, carmelitano (7 ag. i307); la pubblicazione della bolla fu fatta da Sisto IV, il 31 maggio 1476. Pio II, il 29 giugno 1461, canonizzò s. Caterina Benincasa, da Siena (29 apr. 1380). – Paolo II nel 1466 ordinò il processo per s. Emma di Gurk (29 luglio 1045). In una lettera all’imperatore Federico III (1467) affermò che intendeva procedere alla c., ma solo nel 1938 si ebbe l’approvazione del culto col titolo di « santa ». Paolo II intervenne anche nella causa di s. Andrea Corsini (6 genn. 1373), caso quanto mai interessante per la storia della c. Andrea fu subito venerato a Firenze, e a lui si attribuì, nella guerra di Firenze contro Milano del 1440, la salvezza della città. Nell’anniversario della liberazione si espose solennemente il corpo. Il Papa visitò il suo sepolcro e acconsentì senz’altro a tutte le manifestazioni di venerazione ormai regolari. Paolo II finalmente, ad istanza di Firenze, formò la commissione di tre cardinali, allora necessaria per iniziare il processo di c. La causa fu ripresa sotto Clemente VIII e Paolo V, ma soltanto sotto Urbano VIII, nel 1629, si poté procedere alla formale c. Si vedrà come Urbano VIII stroncò una volta per sempre certe affermazioni di culto che certo apparivano non del tutto scevre di inconvenienti. – Sisto IV. E da notare il caso particolare dei protomartiri francescani del Marocco, Bernardo, Pietro, Ottone, Accursio e Adiuto (16 genn. 1220). Il Papa aveva concesso « vivæ vocis oraculo » di celebrarne la festa nelle chiese dell’Ordine francescano; ma levatesi varie opposizioni, il Papa emanò un breve i l7 ag. 1481, nel quale dichiarò espressamente che i frati Minori « ubicumque et solemniter ac publice » potevano celebrare questa festa. Questa concessione rientra quindi perfettamente nelle concessioni papali di un culto limitato, ma con tutte le prerogative di un culto di santi canonizzati: una c. « minore », se si vuole, ma sempre una c. Il 14 maggio 1482 canonizzò s. Bonaventura (14 luglio 1274). – Innocenzo VIII canonizzò solennemente, i l6 genn. 1485, s. Leopoldo III, duca d’Austria, della famiglia dei Babenberg (15 nov. 1136). – A Giulio II (1508) si ascrive un caso simile a quello di Sisto IV, per i martiri camaldolesi Benedetto, Giovanni, Matteo, Isacco e Cristiano (10 nov. 1003, presso Poznan). Però la notizia è una invenzione del sec. XVII. Il 15 dic. 1512 egli approvò il culto da secoli prestato a Notgero di S. Gallo, detto il Balbo, (6 apr. 912) per il monasterò di S. Gallo e per la diocesi di Costanza, con la clausola però « quod… propterea canonizatus aut alias approbatus non censeatur », dunque esclude positivamente l’effetto di una c. formale, a differenza di simili concessioni precedenti già ricordate. La c. formale già talmente radicata come atto supremo del Papa, che bisognava prevenire possibili malintesi derivanti da concessioni di grado minore. – Leone X, il 1 maggio 1519, canonizzò s. Francesco di Paola (2 apr. 1507) e, nel 1521, s. Casimiro, figlio di Casimiro IV il Grande, re di Polonia (4 marzo 1484). – Adriano VI, il 31 maggio 1523, canonizzò, primo caso di questo genere, in un’unica c. due santi insieme: s. Antonino, arcivescovo di Firenze (2 maggio 1459) e s. Bennone, vescovo di Meissen (16 giugno 1105 o 1107); la bolla però fu promulgata da Clemente VII il 26 nov. 1523. – Paolo III nel 1537 commise al nunzio di Sicilia di istituire il processo di c. di Guglielmo Cuffitella, eremita a Scicli (4 apr. 1411). Esaminatolo, il 26 febbr. 1538, il Papa permise per il momento il culto già esistente, ma con la clausola : « quod dictus Guglielmus, propter præmissa, canonizatus non censeatur»; la c. formale, non venne mai. Questi e simili casi sono i primi indizi di quella che in seguito doveva essere la beatificazione. – Sisto V canonizzò, il 2 luglio 1588, s. Diego da Alcalà (13 nov. 1463) ed è l’ultima c. secondo lo stile antico. La Congregazione dei Riti, istituita appena da qualche mese, non poté infatti intervenirvi in alcun modo. Durante il secondo periodo delle c. papali, si constata subito una decisa e completa affermazione di tali c. come unica forma legittima per la costituzione di un culto universale. Ma tuttavia, anche se nelle bolle pontificie generalmente la festa del nuovo santo viene prescritta in termini categorici, in realtà poche di quelle feste sono entrate nell’uso venerale della Chiesa; i culti rimasero circoscritti, de facto, a territori più o meno limitati. Qualche volta invece anche nelle stesse bolle papali tale limitazione viene espressamente stabilita, senza per questo derogare alla qualità di « santi » dei relativi canonizzati. Qualche volta però l’intervento papale è avvenuto, con espressa esclusione dell’effetto completo della c.; sono i primi indizi della futura beatificazione formale distinta dalla c. – La procedura e il rito della c. in questo periodo ci è noto in primo luogo attraverso alcune precise descrizioni. G. Gaetani Stefaneschi, nipote di Bonifacio VIII, cardinale nel 1295, m. nel 1341, lasciò una relazione sulla c. di s. Celestino V e di s. Tommaso Canteloup, in prosa; una seconda su s. Celestino, in versi, e una terza su s. Luigi di Tolosa, inserita nell’Ordo Romanus XIV (capp. 111 e 115). – Nella procedura canonica appare una novità che però in seguito non fu mantenuta, cioè tutta una serie di concistori per lo studio del processo, e la scelta di 7 o 8 prelati della Curia incaricati di esporre, il giorno della c., il contenuto del processo in forma di predica al popolo. Interessante la notizia che il Papa, nell’ultimo concistoro, nominava due cardinali, generalmente religiosi, con incarico di preparare i testi liturgici, uno le lezioni, l’altro le antifone, i responsori e l’Oremus. Appare poi un personaggio nuovo: il procuratore della causa della c., ordinariamente l’ambasciatore di uno Stato cattolico. Questi dovrà domandare al Papa a volersi degnare di ascoltare i prelati che peroreranno la causa del canonizzando; seguono le prediche dei 7 o 8 prelati al popolo; il Papa, dopo il canto del Confiteor, dà l’assoluzione e pubblica l’indulgenza. In un secondo tempo poi, in chiesa, il Papa stesso tiene il sermone e chiede che si preghi. Intonato il Veni Creator, si continua, dopo il canto, a pregare in silenzio; poi il Papa pronunzia la formula della c., canta il Te Deum, con l’Oremus del nuovo santo. Segue il Confiteor, con l’indulgenza di 7 anni e 7 quarantene, e la Messa solenne. – Ca. cento anni dopo lo Stefaneschi, il patriarca di Grado, Pietro Amely (Petrus Amelii; m. nel 1403), nel 1395 stese una relazione sulla c. di s. Brigida, inserita nell’Ordo Romanus XV (cap. 153). Da questa relazione si conoscono altre novità introdotte: dopo la proclamazione della c., i procuratori chiedono al Papa di rogare il pubblico istrumento dell’atto. Mentre si canta il Te Deum, vengono distribuite torce di peso diverso, secondo il grado della persona cui sono destinate, e si fa una grandiosa processione verso il palazzo Vaticano. Nella cappella si chiude la funzione con l’Oremus e l’indulgenza. Finalmente, durante la Messa, un’altra novità, la quale costituisce ancora oggi per il pubblico una delle più curiose attrattive della c. Dopo il Vangelo i tre cardinali commissari della causa escono dalla sacrestia di S. Pietro con le oblazioni: il primo porta due grandi torce dorate, il secondo due pani, coperti con panni recanti gli stemmi dei tre cardinali e di s. Brigida, il terzo due barilotti dorati, pieni di vino e con gli stessi stemmi. Seguono cinque procuratori e l’avvocato della causa, e ciascuno offre un canestrello verde con due colombe bianche e due tortore. Nel caso di s. Brigida, il Papa, per riguardo alla Santa tanto venerata, concesse l’indulgenza in forma di giubileo, cioè un’indulgenza plenaria. Importante la notizia dell’Amely che la causa ebbe tre cardinali commissari; da altre fonti successive sappiamo che essi furono scelti dai tre ordini: dei vescovi, preti e diaconi. I cardinali commissari, alla loro volta, avevano nominato sottocommissari (vescovi, abati o altri dignitari) con le facoltà necessarie per la costruzione del processo apostolico. Durante il sec. xv, l’esame dei processi di c., la rubricazione ecc., passò agli uditori di Rota, nominati sin dai tempi di Innocenzo III, per lo studio e la trattazione di certe cause. Dopo Bonifacio VIII gli uditori che formano già un collegio ben determinato, furono incaricati di esaminare i processi di c. Nella c. di s. Bonaventura appare per la prima volta la notizia del canto delle litanie dei santi. Per la c. di s. Francesco di Paola il noto cerimoniere pontificio Paris de Grassis rivide tutto il cerimoniale, nelle forme ormai tradizionali, rimasto in uso, nelle grandi linee, fino ad oggi.

c) Periodo terzo. – Evoluzione della procedura e della trattazione delle cause da parte della S. Congregazione dei Riti. Nel generale riordinamento della Curia voluto da Sisto V nel 1588, con il quale furono istituite 15 Congregazioni cardinalizie, la S. Congregazione dei Riti occupa il quinto posto. A questa il Papa affidò, fra l’altro, anche il compito: « diligentem quoque curam adhibeant cardinales circa sanctorum canonizationem ». Con questa semplice frase, venne affidato ufficialmente e stabilmente alla nuova Congregazione tutta la preparazione delle cause dei santi fino alla loro piena maturazione, quando cioè potevano essere presentate al Papa nei soliti concistori, per l’ultimo esame formale. Fino a questo momento lo studio immediato dei processi inviati nell’Urbe era stato affidato agli uditori di Rota; però gli uditori non funzionarono, nelle cause dei santi, come collegio, ma isolatamente. Un organo permanente, che sorvegliasse e accompagnasse ogni causa attraverso le varie fasi fino al termine, mancava. Accadde non di rado che un processo, portato in Curia e deposto nella casa di uno dei tre soliti cardinali commissari, per la morte di uno, andasse smarrito. Anche i processi venivano costruiti con criteri molto disparati. Ora, Sisto V, affidando tutta la materia della c. alla nuova Congregazione dei Riti, gettò le fondamenta per la formazione definitiva di quella procedura che gode giustamente in tutto il mondo la meritata fama. Era troppo evidente che agli inizi la Congregazione avesse bisogno di trovare la giusta strada, di raccogliere esperienze, di formarsi una prassi stabile, di trovare soluzioni, norme, applicazioni generiche in tanta varietà di materia. Questo periodo di orientamento e di stabilizzazione durò dal 1588 fino a tutto il pontificato di Urbano VIII (1623 – 44). Spetta a lui il merito di aver indirizzata la procedura canonica della c. a quella austerità e sicurezza che vige ancora. Nel 1642 egli fece pubblicare in un volumetto di 63 pagine tutti i decreti e i successivi schiarimenti emanati durante il suo lungo governo in materia di c.; porta il titolo: Urbani VIII O. M. Decreta servando in canonizatione et beatificatone sanctorum. Accedunt Instructiones declarationes quas Emi et Rmi S. R. E. Cardinal præsulesque romanæ Curiæ ad id muneris congregate ex eiusdem Summi Pontificis mandato condiderunt. – Si apre con due decreti della S. Inquisizione (13 marzo e 2 ott. 1625), fondamentali in materia di culto. Fino a quel momento erano nati continuamente nuovi culti. I grandi santi della Riforma cattolica, come s. Ignazio, s. Filippo Neri, s. Francesco Saverio, s. Teresa, suscitarono quasi subito una spontanea venerazione popolare che presto si trasformò in vero culto, anzi molto esteso, prima che la Chiesa si fosse pronunziata in merito alla loro santità. Urbano VIII vietò d’un colpo ogni culto ecclesiastico nuovo; anzi, d’allora in poi l’esistenza di un tale culto recente doveva costituire un impedimento alla procedura canonica. Così non pochi culti più o meno recenti furono allora troncati, altri si spensero da sé. Con ciò cessò qualunque spinta indisciplinata e pericolosa verso la c. Per simili ragioni gli stessi decreti vietarono la pubblicazione di libri o scritti sulla vita, sui miracoli, sul martirio, su rivelazioni ecc. di persone, morte in concetto di santità, senza previa approvazione ecclesiastica e senza debite proteste dell’autore di non voler in alcun modo prevenire il giudizio della Chiesa in questa materia. Per la stessa ragione fu vietato anche di porre alle sepolture di tali persone qualsiasi segno di culto religioso. In un supplemento ai sopraddetti decreti, fu permesso solo di accettare e di conservare, ma in luogo appartato e segreto, gli « ex-voto », affinché servissero, eventualmente, come attestato di fama di santità e di miracoli in una futura trattazione della causa. Considerato però il fatto che un culto già esistente poteva avere anche le sue ragioni giuridiche, fu stabilito che culti formati « per communem Ecclesiæ consensum, vel immemorabilis temporis scientia, ac tolerantia Sedis Apostolicæ, vel Ordinami », non venissero pregiudicati. Segue il celebre breve Cælestis Hierusalem cives (5 luglio 1634), nel quale si inculcano le prescrizioni dell’Inquisizione dell’anno 1625, aggiungendo poi ulteriori norme molto incisive per la procedura canonica della c.Anzitutto vengono proibite informazioni private sulla vita, virtù, miracoli o martirio di un servo di Dio, raccolte da qualsiasi autorità, per servire ad una futura c.Invece per prima cosa doveva esserci un processo canonico particolare sull’obbedienza prestata ai decreti urbaniani del non cultu; per culti formati legittimamente, come sopra fu detto, viene introdotto invece come normale lo spazio di 100 anni prima dell’anno 1634. Ogni interpretazione dei decreti urbaniani è riservata alla Santa Sede. Seguono le formule per le varie proteste degli autori, di cui sopra; si stabilisce, in conseguenza ai decreti stessi, una duplice via canonica di c., per viam cultus e per viam non cultus; l’ultima è d’ora in poi la via ordinaria, l’altra la via di eccezione: casus exceptus [a decretis urbanianis], distinzione basilare che vige ancor oggi. Urbano VIII stabilisce poi anche l’ordine progressivo degli atti fondamentali. Tre volte l’anno (genn. maggio, sett.) si terranno Congregazioni « coram Sanctissimo » (l’odierna Congregazione generale), in presenza dei cardinali dei Riti, del protonotario della Congregazione, del sacrista del Papa, del promotore della Fede, del segretario, degli uditori di Rota di turno per le cause in discussione. Quindici giorni prima delle Congregazioni papali si terranno Congregazioni particolari (le odierne Congregazioni preparatorie) nella casa del cardinale più anziano, per preparare la materia per la Congregazione papale; il cardinal proponente dovrà riferire sul merito della causa. La Congregazione papale tratterà la validità dei processi, le virtù e i miracoli. Nel caso che una Congregazione generale non bastasse ad esaurire l’argomento stabilito, si continuerà nelle susseguenti Congregazioni ordinarie e si riferirà al Papa. Le Congregazioni ordinarie invece saranno competenti, nelle cause dei santi, in tutto ciò che si riferisce all’ubbidienza ai decreti urbaniani, all’apertura dei processi, la deputazione, surrogazione ecc. dei giudici e cose simili, a patto che tutto venga riferito al Papa. Viene poi imposto il segreto di ufficio (p. 24) con le varie formule del relativo giuramento. Un altro punto che causò molti ritardi e non fu sempre ben interpretato, fu la prescrizione di Urbano VIII secondo cui (p. 27) non si poteva in alcun modo procedere « ad effectum canonizationis seu beatificationis, aut declarationis martyrii, nisi lapsis 50 annis ab obitu illius »; e anche dopo i 50 anni soltanto con un espresso permesso del Papa. Si permetteva però la costruzione dei processi ordinari, sia di quelli « in genere », come di quelli « in specie, ne pereant testes », anche prima del cinquantennio, ma i detti processi dovevano essere sigillati e conservati chiusi. Misura questa molto severa, ma sapientissima; la fama di santità, nata attorno ad un personaggio morto da poco, doveva subire, per dire così, la prova della sua consistenza reale. Nelle pp. 28-56 viene rapidamente descritta la procedura canonica relativa alle cause: lettere postulatorie da parte di prìncipi e personalità cospicue come base, la « signatura Commissionis » e la formula del relativo decreto; il giudizio sopra l’ubbidienza ai decreti urbaniani circa il non cultu, la concessione delle « litteræ remissioriales » per la formazione del processo ordinario « in genere » e la formula delle remissioriali; dopo un sommario giudizio, fatto « coram Sanctissimo », si concedono nuove lettere remissioriali per il processo ordinario « in specie ». Qualora capitasse di istruirlo nella stessa Roma, dovrà essere a ciò delegato il cardinal vicario, il quale, a sua volta, deputerà un dignitario dimorante in Roma, aiutato dal protonotario della Congregazione dei Riti, uso ancora in vigore. Agli uditori, il Papa raccomanda soprattutto di bene indagare sulla morte del servo di Dio e le sue circostanze, sull’origine della fama di santità, e circa eventuali scritti lasciati da lui, i quali, nel caso, devono essere raccolti ed esaminati per vedere se contengano nulla che possa ostacolare la causa. Da qui nacque la procedura particolare ancora vigente intorno agli scritti dei servi di Dio, altro punto molto importante che richiedeva una sistemazione. Finalmente viene stabilito che, dopo tutti gli esami dei processi, e dopo lo studio di tutta la procedura percorsa da una causa, prima di procedere alla c., si debba tenere una Congregazione particolare davanti al Papa, per deliberare, tutto valutato e considerato, « an sit procedendum ad canonizationem » ; è la Congregazione che oggi si chiama « super tuto ». – Le ultime pagine del libretto urbaniano contengono i testi di lettere circolari ai nunzi, patriarchi, arcivescovi, vescovi, prelati minori ecc. con un formale rinnovato divieto di assumere, nelle cause dei santi, informazioni private, extragiuridiche. Si ordina poi che gli originali dei processi si conservino sigillati nelle relative curie, mentre a Roma si devono inviare copie autenticate, il « transumptum ». Finalmente il Papa dichiara che, quando la S. Sede ha posta la mano ad una causa, essa è sottratta ad ogni ingerenza degli Ordinari qualora non ricevano una particolare autorizzazione da parte della Congregazione. Chiude il libro una serie di minute prescrizioni per gli uditori, il promotore della Fede, gli avvocati, ecc. – Questa raccolta del 1642 costituisce la «magna charta » in materia di c. , perfezionata in seguito in vari punti; nella sostanza però è ancor oggi il fondamento della procedura canonica della c.. – Dopo l’unica c. celebrata da Urbano VIII nel 1625, in seguito alle severe norme da lui emanate, si ebbe una stasi fino a Alessandro VII (1658); bisognava adattare la prassi alle norme e mettere tutta la procedura in nuova e più organica efficienza. A ciò servirono varie ulteriori prescrizioni delle quali presentiamo soltanto le più importanti. Fino a Innocenzo X (successore di Urbano VIII), i processi furono consegnati agli uditori di Rota che li studiarono « in casa »; ma ormai la Congregazione dei Riti prese nelle proprie mani il detto esame, soprattutto attraverso l’ufficio del promotore della Fede e del sottopromotore. Dal tempo di Alessandro VIII la serie delle « Congregationes » si è completata con una « Congregatio ante præparatoria »; le prime annotate nei protocolli della Congregazione dei Riti sono del 1691, sia per le virtù, come per i miracoli. D’ora innanzi si avrà quindi: 1° Congr. antepraep., in presenza dei consultori e dei prelati della Congregazione dei Riti, nella casa del cardinal ponente, allo scopo di procurargli la necessaria conoscenza della causa stessa; 2° la Congr. praepar., in Vaticano (allora anche al Quirinale), in presenza di tutti i cardinali della Congregazione dei Riti, dei consultori e prelati, per l’informazione dei cardinali; e, finalmente, 3° la Congr. generalis, in presenza del Papa, per informarlo sul merito della causa. Queste tre Congregazioni hanno luogo sia per la discussione delle virtù o martirio, come dei miracoli, e tale serie si chiude con un’ultima Congregazione generale, « super tuto », che apre la via o alla beatificazione, o alla c., secondo il grado dell’avanzamento della causa stessa. Con ciò i consultori della Congregazione furono posti sempre più in vista. Essi, insieme al promotore e sottopromotore della Fede, in una gara vicendevole di esami e di discussioni intorno ai punti deboli delle cause, esposti appunto dal promotore, specie di procuratore o pubblico ministero per garantire da parte della « Fede », ossia della Chiesa, l’incolumità del diritto e degli interessi morali e dottrinali, portarono la causa, mediante una continua e progressiva chiarificazione, allo stadio di perfetta maturazione per la definitiva sentenza della c. In seguito alla prassi introdotta da Urbano VIII, ed entro il suo secolo, si creò la piena separazione fra beatificazione e c.. Alessandro VII (2 ott. 1655) prescrisse che nelle lettere remissoriali, rilasciate agli Ordinari, fosse espresso un preciso termine di validità, oltrepassato il quale sarebbe stata necessaria una rinnovazione esplicita del mandato. Innocenzo XI (15 ott. 1675) emanò una serie di nuovi decreti, dopo lunga preparazione (Decreta novissima… servando in causis beatificationis et canonizationis sanctorum) con non pochi perfezionamenti. Va citata, fra l’altro, l’istituzione, nei processi, di « testes ex officio », da scegliersi dai giudici, indipendentemente dai postulatori, per garantire meglio la veracità delle cose. Furono introdotte severe misure per garantire l’assoluta segretezza degli interrogatòri, con chiusura e sigillo dopo ogni seduta, e con rinnovato giuramento in ogni apertura. Notevole l’introduzione di uno spazio di 10 anni fra la consegna di un processo alla Congregazione e la segnatura della Commissione, ulteriore inasprimento del cinquantennio urbaniano. – Seguono particolareggiate norme per le incombenze specifiche del sottopromotore, e prescrizioni circa gli avvocati delle cause. Lo stesso Innocenzo XI, con un decreto del 18 apr. 1682, diede anche una nuova e più chiara fisionomia alla segnatura della Commissione. Ormai l’originaria idea si era completamente trasformata. D’ora in poi la detta segnatura avrà per ragione il passaggio di una causa dalle mani dell’Ordinario alla S. Sede, e ciò in seguito ad un giudizio preliminare circa la fama di santità in generale, circa i miracoli o il fatto del martirio, per stabilire se la causa merita di essere presa in considerazione dalla Sede Apostolica. Pertanto questo atto prese il nuovo termine di Introductio causæ e fu giuridicamente fissato mediante un apposito decreto. Da questa determinazione invalse l’uso di conferire alle persone, di cui la causa era stata introdotta, il titolo onorifico di « venerabilis ». Però nel 1913 (26 ag.) Pio X, per ragioni di maggiore sicurezza, stabilì che tale titolo in futuro sarebbe riservato solo ai servi di Dio di cui era stata dichiarata l’eroicità delle virtù o il martirio: determinazione che entrò poi anche di diritto nel CIC. – Clemente XII (11 maggio 1733) represse vari e non indifferenti abusi e interferenze, determinò la incompatibilità fra gli incarichi di consultori, avvocati, postulatori ecc. ed escluse i consultori religiosi dalla votazione in una causa di un religioso della propria Congregazione. – Benedetto XIV (23 apr. 1741), in seguito soprattutto alla causa di Giovanna Francesca di Chantal, causa che si basò non tanto sopra testi oculari, ma sopra testi di informazione di seconda mano, e sopra documenti storici, stabilì che in tali cause, si esigessero non due, come ormai era di regola, ma tre o anche quattro miracoli, prima di poter procedere alla beatificazione, ordinanza che passò anche nel CIC. In questo stesso spazio di tempo, fra Urbano VIII e Benedetto XIV, si era venuto anche a determinare con maggiore precisione un elemento fondamentale per il giudizio sulla santità di una persona, il concetto cioè della « virtù eroica ». Certamente, anche nel medioevo si richiedeva, come attestano le bolle di c. di quell’epoca e le opere dei canonisti, una « excellentia virtutum », una « multiplex excellentia vitæ ». Ma mancava, per così dire, una specie di misura della santità, conforme alle possibilità umane di misurare cose soprannaturali. Tale misura fu trovata appunto nel concetto dell’eroicità delle virtù che proveniva dall’etica aristotelica; la letteratura ascetico-mistica e teologica l’aveva applicate alle virtù cristiane, il Collegio dei Salmanticensi in supplica a Clemente VIII per la c. di Teresa del Gesù ( 2 febbr. 1602) introdusse la prima volta il concetto dell’eroicità delle virtù nelle cause dei santi. – Anche gli uditori della Rota incominciarono (verso il 1614-16) a seguire questa idea nelle loro relazioni e la riassumono senz’altro, nella forma, rimasta classica: « itaque ad hunc effectum (cioè: per virtutes heroicæ in canonizandis requiruntur ». Urbano VIII nei suoi molteplici decreti non usa questo termine, invece ne parla nelle lettere apostoliche per la concessione, « ad interim », del titolo di beato a Gaetano da Thiene (1629) e a Giovanni di Dio (1630). L’eroicità delle virtù infatti non è altro che uno stato di perfezione o di santità che permette all’uomo che la possiede una certa facilità permanente di porre atti di virtù in grado superiore, e in forme abituale e normale. Ciò presuppone una completa trasformazione dell’interno dell’anima, la restaurazione, per quanto possibile, dell’uomo allo stato d’innocenza, sotto l’influsso dei doni dello Spirito Santo. – Ora, a noi non è dato fare una diretta introspezione nelle anime, ma possiamo dedurne, dagli atti esterni, lo stato interno. Qui sta il fondamento pratico, concreto del giudizio sull’eroicità delle virtù: i testimoni interrogati nei processi forniscono il materiale, cioè il racconto di una quantità di fatti ed episodi della vita del servo di Dio, il confronto dei quali permette una conclusione valida circa il movente interno da cui essi scaturiscono. Per queste ragioni l’idea dell’eroicità delle virtù entrò rapidamente nella trattazione delle cause di c. e tutta l’indagine svolta attraverso le tre ormai rituali adunanze, antepreparatoria, preparatoria e generale, converge ad appurare l’esistenza, nel soggetto, della virtù « in gradu heroico ». Nella stessa seconda meta del sec. XVII, anche la discussione ed elaborazioni teologica di questo concetto raggiunge l’apice: il trattato di Brancati da Lauria De virtute heroica (1668) è rimasto classico; il Lappi (1671) ne dedusse le conseguenze per le cause dei santi, e Benedetto XIV, nella sua opera monumentale sulla c., riunì tutti gli elementi opportuni sull’argomento in modo definitivo. Da questa evoluzione deriva anche il fatto che la conclusione giuridica, dopo la discussione sull’eroicità delle virtù, acquistò rapidamente un valore superiore; essa costituisce, infatti, un vero giudizio formale del Sommo Pontefice sulla realtà delle virtù eroiche nel soggetto, di cui si propone la causa, ed apre la via alla glorificazione suprema, quando viene appoggiata da miracoli, operati da Dio ad intercessione del servo di Dio. – In un primo tempo, dopo la discussione sulle virtù di un servo di Dio, quando il giudizio fosse stato favorevole e quando il Papa avesse dato il suo consenso, la cosa si notava semplicemente fra gli atti della Congregazione dei Riti; ma ben presto la decisione pontificia su questo punto si presentò in tutta la sua importanza fondamentale per una causa: quindi intorno ad essa si sviluppò un certo cerimoniale. – All’epoca di Clemente XI (1700-21) era già di uso che il Papa differisse alquanto la sua decisione, e solo dopo un certo intervallo di preghiera e di riflessione, in una prossima occasione festiva, aprisse la sua « mente » in presenza del segretario e del promotore generale della Fede, a ciò chiamati, e ordinasse la pubblicazione fra gli atti. Benedetto XIV qualche volta ne dettò personalmente il testo « verbum ad verbum ». La tipografia camerale ne curava poi la stampa e il testo veniva affisso alle porte delle chiese di Roma. Dopo il 1760 il testo di questi decreti divenne meno formalistico, e prese un tono più solenne, iniziandosi spesso con una citazione biblica. La lettura di questi decreti fu resa ancor più solenne, in quanto il Papa li fece leggere in pubblico, dopo una cappella papale o una visita pontificia in una delle chiese di Roma. Dal 1870 in poi la lettura si fece generalmente nella sala del Concistoro, in presenza di uno stuolo di invitati e di rappresentanze degli interessati alla causa; in queste occasioni il Papa soleva anche pronunziare un discorso. Celebri quelli di Pio XI. Ma dopo la sua malattia (1938) quest’uso cessò e non fu più ripreso e ora la lettura ha luogo in forma privata, in presenza del cardinal ponente, del segretario, del promotore generale e del postulatore della causa. Da notare che anche i decreti sull’introduzione della causa, sui miracoli e sopra il « Tuto » solevansi (almeno dopo il 1800) leggere con simili solennità. Ma attualmente anche questi decreti vengono pubblicati in forma privata. – Fra i vari decreti più recenti circa le cause di beatificazione e di c. rammentiamo solo quello di Pio X (26 ag. 1913: AAS, 5 [1913], pp. 436- 38) , con il quale restrinse l’uso del titolo venerabile ai servi di Dio, dei quali è stata riconosciuta la eroicità delle virtù o il fatto del martirio; prescrisse, nelle cause recenti, che venissero uditi nei processi anche tutti i testimoni contrari, “poena nullitatis”; e stabilì finalmente sagge norme per garantire meglio, nelle cause antiche, la raccolta e la disanima dei documenti. Finalmente con il motu proprio « Già da qualche tempo », Pio XI, in data 6 febbr. 1930, istituì, nella Congregazione dei Riti, la Sezione storica, organo stabile, incaricato di tutto ciò che concerne la preparazione delle cause antiche, e, comunque, di tutto ciò che ha attinenza alla storia e alla critica storica in rapporto agli affari da trattarsi nella Congregazione (revisione di lezioni storiche, revisione di libri liturgici, e simili). In tutto questo periodo il luogo dì celebrazione delle c. è la basilica Vaticana; tale uso è invalso sin dal ritorno dei papi da Avignone. Bonifacio IX, a causa di una sua indisposizione, celebrò la c. di s. Brigida nella cappella interna del palazzo pontificio vaticano, però il giorno seguente scese alla basilica Vaticana per la Messa solenne. Alessandro VII, quando prescrisse la solenne beatificazione, come atto conclusivo della prima fase verso la c., la volle in S. Pietro: « ut ibi fieret beatificatio, ubi fit canonizatio ». Benedetto XIII, quando consacrò solennemente la basilica del Laterano (1729), per risparmiare le spese, essendo la basilica magnificamente addobbata, vi celebrò la c. di s. Giovanni Nepomuceno e la beatificazione di s. Fedele da Sigmaringa (19 e 24 marzo). Anche Clemente XII, grande mecenate della detta basilica, vi celebrò l’unica c. del suo pontificato (1736) e la beatificazione di s. Giuseppe da Leonessa. – Benedetto XIV (13 dic. 1741) emanò una costituzione, nella quale stabilì che la c. e la beatificazione, qualora il Papa fosse presente a Roma, si celebrassero esclusivamente nella basilica Vaticana. Però le c. degli anni 1881 e 1888, sotto Leone XIII, causa gli avvenimenti politici del 1870 e degli anni seguenti, si celebrarono alla meglio nell’Aula delle benedizioni, sopra l’atrio di S. Pietro; solo nel 1897 si tornò alla basilica. Da notare ancora il caso che in una sola c. venissero canonizzati più santi. Sotto Gregorio XV, avverandosi il primo caso di una quintuplice c., fu deliberato e concluso di serbare l’ordine dell’antichità, cioè la data di morte, preferendo solo s. Ignazio di Loyola, come fondatore, al suo figlio spirituale, s. Francesco Saverio, onde si ebbe l’ordine seguente: Isidoro l’agricoltore, Ignazio, Francesco, Teresa d’Avila e Filippo Neri. Ma sotto Clemente X si chiese un parere al celebre canonista G. B. De Luca, il quale propose l’ordine gerarchico, principio accettato con il decreto del 6 dic. 1670: « servandum esse ordinem hierarchiæ ecclesiasticæ; et si plures sint eodem ordine, praeferatur dies mortis ». Finalmente, sotto Clemente XII (decreto del 17 apr. 1737), fu accordata la precedenza, entro lo stesso ordine gerarchico, ad un fondatore religioso. Tutti però precede un martire, essendo il martirio la testimonianza più eccelsa per il Cristo. – Giovano ora alcune notizie intorno ad alcuni particolari aspetti della celebrazione della c. La processione solenne che precede il Papa, quando discende dalle stanze pontificie in S. Pietro, è in qualche modo assai antica, dovendosi il Papa ricevere solennemente al suo arrivo già nel medioevo. Ma da quando le c. si celebrarono costantemente in S. Pietro, il Papa fu accompagnato da tutta la corte e la famiglia pontificia. Di ciò siamo certi già sin dal sec. XV. La processione per la c. di s. Giacinto si aprì con il cantico dell’Ave Maris Stella, uso rimasto fino ad oggi. L’uso di portare uno stendardo con l’immagine del novello santo, risale alla c. di s. Stanislao, vescovo e martire (1253), ed è attribuito addirittura ad un miracolo; si narra cioè che fosse apparsa improvvisamente, davanti al corteo, l’immagine del santo, il che indusse in seguito all’uso di un enorme stendardo, come si usa ancora. L’esposizione di un altro stendardo pendente dalla facciata di S. Pietro, risale almeno alla costruzione del nuovo S. Pietro. – La triplice postulazione rivolta al Papa per la c. appare nella sua forma piena sin dal 1482 (c. di s. Bonaventura). Il procuratore della causa, alla fine del medioevo e, fino a ca. il sec. XVIII, sempre l’ambasciatore di una potenza cattolica, assistito da un avvocato concistoriale, si rivolgeva al Papa, domandando instanter che volesse canonizzare il servo di Dio in parola. Vi rispondeva il segretario ai prìncipi e si intonavano le litanie dei santi. Gli stessi ripetevano la domanda instantius, rispondeva di nuovo il detto segretario e si intonava il Veni Creator Spiritus; finalmente, dopo la terza domanda instantissime, il Papa proferiva la definizione dopo la quale l’avvocato, per l’ambasciatore, chiedeva che ne venisse steso l’atto. Chiudeva tutto il Te Deum. Questo solenne rito fu mantenuto fino ai nostri giorni, quando, per abbreviare la lunghissima cerimonia, le litanie dei santi furono anticipate all’ingresso della processione, mentre le tre istanze sono state riunite in una sola, seguita dal Veni Creator e dalla definizione. Ancora ai tempi di Clemente XI la formula stessa della c. variava alquanto. Lo stesso Clemente XI, il quale amava molto predicare al popolo, tenne anche l’omelia dopo la c., uso che prima di lui non era sempre osservato, ma che divenne dopo di lui di regola. – Le oblazioni, cerimonia fra le più singolari e caratteristiche della c. , nella forma attuale, rimontano, come fu già detto, almeno a quella di s. Brigida (1391). Benedetto XIII, chiestone un parere dal b. card. Tommasi, soppresse l’uso delle oblazione degli animali; però Benedetto XIV lo restituì senz’altro e rimase in vigore fino ad oggi. Quanto alla sua origine, gli autori che asseriscono che lo stesso cerimoniere pontificio Pietro Amely, di cui ci resta la descrizione, ne fosse stato l’inventore, sono tratti in inganno da una frettolosa lettura; l’Amely dice solo che l’apparecchio fastoso della cappella pontificia per tale celebrazione era di sua invenzione; il rito stesso delle oblazioni, compreso quella degli animali, pare che sia più antico; ma ci mancano notizie. Le oblazioni delle candele, dei pani e del vino sono prese dal rituale della dedicazione delle chiese o della consacrazione dei vescovi. Le più o meno dotte deduzioni di autori antichi e moderni, circa il significato dell’oblazione degli animali sono senza fondamento reale. – Un’ultima parola circa l’addobbo sfarzoso usato nelle c. Già le varie notizie e descrizioni contenute nell’Ordo Rom., XIV e XV, nei diari di Paris de Grassis, nel cerimoniale romano di Marcello, ricordano unanimemente la ricchezza dell’addobbo e dell’illuminazione usata nelle c. Nella nuova basilica Vaticana, con la sua vastità, che si presta così magnificamente alle cerimonie pontificie, il disegno degli addobbi fu affidato ben presto agli artisti più rinomati. Basta consultare le incisioni inserite negli atti stampati delle c., per ammirare la varietà e la grandiosità di tali apparecchi, i quali, talvolta, cambiarono addirittura l’aspetto della basilica. Fra gli artisti più noti di cui si conservano i disegni, rammentiamo il Bernini, il Borromini, Carlo Fontana, il Vanvitelli, il Valadier, il Poletti e il Vespigniani. Da mezzo secolo non si varia più tale disegno. L’introduzione della illuminazione elettrica ha portato a fissare il numero dei lampadari e la loro disposizione (dicesi che ci siano ca. centomila lumi).

[Continua … ]

CANONIZZAZIONE (2)

LA C. PAPALE O UNIVERSALE. – Il trapasso dalla prassi della c. vescovile alla c. papale è quasi impercettibile agli inizi. Questa, in un primo tempo, appare piuttosto casuale, e certamente non era intesa come un atto supremo e valevole per la Chiesa universale. Ma è chiaro che una c. fatta dal Papa aveva una maggiore autorità; e perciò in un secondo tempo le richieste di autorizzazioni papali di culto crebbero sempre più. Ma la procedura è la stessa come nella c. vescovile, e nella maggioranza dei casi il Papa si limita a dare il suo consenso, mentre fuori, sul luogo, si procede in seguito alla solita solenne elevazione ed inaugurazione del culto. I viaggi dei pontefici nei secc. XI e XIII diedero occasione ai Papi di procedere a tali elevazioni in persona. Insensibilmente la c. papale prese maggiore consistenza e valore canonico; si formò una procedura più rigida, e finalmente essa divenne la c. esclusiva e unicamente legittima. – Si può distinguere quindi un triplice periodo nello sviluppo della c. papale: a) fino a quando la decretale Audivimus (1170) di Alessandro III venne inserita nelle Decretali di Gregorio IX (1234); b) fino a Sisto V, che affidò alla S. Congregazione dei Riti il compito di preparare la c. papale; e) il periodo della c. papale secondo la prassi di detta Congregazione.

  1. a)Periodo primo: fino al tempo di Gregorio IX. — Da notare che le date fra parentesi che seguono i nomi dei singoli santi sono quelle della loro morte. Il primo Papa, intervenuto in una autorizzazione di culto fuori di Roma, sarebbe stato Innocenzo I (401-17), al quale sarebbero stati trasmessi gli atti del martirio di s. Vigilio di Trento (26 giugno 405), « ut sacris martyrum memorialibus inserantur »; ma l’autenticità degli atti, o almeno di questa notizia è discussa. Certo invece è che la definitiva traslazione del corpo di s. Severino, m. nel 482 nel Norico e trasportato dai suoi discepoli a Monte Feltre, da qui al Castellum Lucullanum [Pizzofalcone] presso Napoli), fu fatta « tunc sancti Gelasii dedis romanæ pontificis auctoritate » Æugippius, Vita Severini [ed. P. Knòll: CSEL, I X ] 65). Più o meno malsicure sono le notizie seguenti: Bonifacio IV (608-15), secondo un falso, avrebbe approvato « sua auctoritate » la vita di s. Mauro abate (15 genn. 584); Leone III, dietro istanza di Carlomagno, in occasione della sua visita a Verdun avrebbe elevato il corpo di s. Suitberto (1 marzo 713). A Papa Zaccaria (741-52) si attribuisce il permesso dell’elevazione dei martiri Chiliano, Colomanno e Totnano (8 giugno 689) a Würzburg; Adriano I (772-95) avrebbe approvato il culto di s. Albano, protomartire della Britannia (sotto Diocleziano), di ciò richiesto dal re Offa. Giovanni VIII (872-82) avrebbe elevato personalmente i corpi dei ss. Agricola, Silvestro, Desiderio, vescovi di Chalon-sur-Saòne del sec. Più sicura è la notizia che il vescovo Ugo di Würzburg procedette, il 14 ott. 983, all’elevazione del corpo di s. Burcardo (2 febbr. 754) « permisso Benedicti papæ » (Benedetto VII [974-83]). Giovanni XV (985-96) finalmente avrebbe autorizzato l’elevazione del corpo di s. Ladoaldo (687 o 688), celebrata a Gand 19 marzo 982 (la cronologia è però errata!). – Tralasciando altre simili notizie, difficili ad accertarsi, si passa alla prima, sicura c. papale di cui esiste ancora il documento pontificio, quella di s. Udalrico vescovo di Augusta (4 luglio 973), eseguita da Giovanni XV il 31 genn. 993, durante il Sinodo celebrato al Laterano. Tra i prelati era presente anche il vescovo di Augusta, il quale chiese ed ottenne di leggere davanti all’assemblea la vita ed i miracoli di Udalrico, e ne ebbe generale applauso. Il Papa, sotto la stessa data, ne stese un atto, esponendo l’accaduto e dichiarando degno di venerazione Udalrico. Il tutto rientra perfettamente nella cornice generale della procedura allora in uso, solo che l’attore fu il Papa. Comunque, si è soliti considerare questo atto come la prima c. papale « formale » nel senso presente della parola. A Gregorio V si attribuisce la c. di s. Adalberto, vescovo di Praga e martire (23 apr. 997), fatta lo stesso anno; certo è che egli eresse e dedicò a lui, che era stato suo amico, una chiesa sull’isola tiberina (poi S. Bartolomeo).– Benedetto VIIl permise, dietro istanza del conte Bonifacio, la costruzione di una chiesa in onore di s. Simeone monaco a Polirone presso Mantova (26 ott. 1016). Il Papa rispose: « Tractate eum ut sanctum ». Questa sarebbe la c. più rapida, avvenuta uno o due mesi dopo la morte del servo di Dio. – Giovanni XIX permise, ca. il 1024, l’elevazione di s. Abelardo, abate di Corbie (2 genn. 826) e due anni dopo quella di s. Bononio, abate di Lucedio (30 ag. 1026). – Benedetto IX concesse, verso il 1032, l’elevazione di s. Romualdo (16 giugno 1027). Molto più importante è l’altro suo intervento che, sotto tutti gli aspetti, costituisce storicamente il vero primo e perfetto atto di c. papale, cioè la c. di s. Simeone, recluso a Treviri (1 giugno 1035). Nella lettera al popolo tedesco il Papa espone, come gli fossero pervenute più volte notizie sulla vita e i miracoli del Santo, e come Poppone, vescovo di Treviri, gli avesse chiesto direttamente « ut quod nobis visum fuisset de celebratione eiusdem sanctissimi viri, salubri definizione nostræ apostolicæ auctoritatis statueremus atque decerneremus ». In una solenne adunanza « fraternitatis romani nostri cleri », in occasione del Natale (1041) il Papa, di comune consenso, decise: « eundem virum Simeonem… ab omnibus populis, tribubus et linguis sanctum procul dubio esse nominandum », stabilendo di celebrare la sua festa annualmente e di inserire il suo nome nel martirologio. È evidente, quanto differisca questo atto dai semplici permessi papali di elevazioni precedenti, soprattutto per l’espressa intenzione di una definizione di portata universale e obbligatoria per tutta la Chiesa. Però i tempi non erano ancora maturi per simili decisioni, e la c. di s. Simeone, in effetti, non superò i limiti delle solite c. vescovili. Notevole pure il caso di s. Wiborada, reclusa a s. Gallo (2 maggio 926). L’abate Hitto ne fece celebrare le solenni vigilie e celebrò la Messa sopra la sua tomba il giorno della deposizione; in seguito, come narra Eccheardo, « in sanctam eam levari iam bis nostris temporibus per duos papas decretatum est, et sub Norberto tandem impletum ». L’abate Norberto infatti, appoggiato dall’imperatore Enrico III, ottenne nel 1047 (5 genn.) da Clemente II, « ut canonizaret et prò sancta haberi præciperet et anniversarium diem ipsius solemnizandum institueret ». Come si vede, due precedenti concessioni papali non ebbero seguito, e solo una terza riuscì; da ciò si deduca il reale valore delle concessioni papali di elevazione. – Importante invece per la storia della c. papale è il pontificato di s. Leone IX, al quale i frequenti viaggi diedero occasione di celebrare personalmente varie elevazioni solenni. All’inizio del 1049, in occasione del consueto Sinodo Lateranense, dopo la lettura della vita, permise more solito l’elevazione di s. Deodato, vescovo di Nevers (19 giugno 679). Nell’estate dello stesso anno, nel Sinodo tenuto a Magonza, permise ugualmente il culto di s. Gervasio, vescovo di Liegi. Il 3 dic. successivo l’arcivescovo Ugone di Besançon, per speciale incarico del Papa, procedette solennemente alla elevazione dei corpi degli abati s. Romarico di Luxeuil (ca. 635) e Amato di Remiremont (ca. 625), nonché di Adelfo, Vescovo di Metz, dedicando ad essi la ricostruita chiesa di Remiremont. Molto interessante il caso di s. Gerardo, vescovo di Toul, predecessore del Papa su questa sede (23 apr. 994). Lo stesso Papa ne prese l’iniziativa; nel Sinodo Lateranense, 2 maggio 1050, presentò il caso all’assemblea, parlò della vita e dei miracoli del Santo, e, col generale applauso, decretò : « ut ex hoc sanctus habeatur… ubique terrarum, sicuti ceteri sancti », annunziando che egli in persona ne farebbe l’elevazione; ciò che fece realmente il 21 ott. dello stesso anno a Toul. Qui ci troviamo di nuovo di fronte ad una c. formale papale nel senso della piena autorità pontificia; infatti il Papa indirizzò una lettera « cunctis Ecclesiæ catholicæ filiis », firmata da tutti i componenti il sinodo romano. Incomincia così a delinearsi una distinzione fra la definizione pontificia e l’atto della elevazione, che fino allora, soprattutto nelle c. vescovili, era stato considerato come l’atto fondamentale. A Toul il Papa fece anche l’elevazione di un vescovo Romano di Toul, di cui però non si trova il nome negli elenchi autentici di questa sede. Durante il suo grande viaggio attraverso la Germania, il Papa, presente l’imperatore Enrico III, celebrò personalmente a Ratisbona (8 ott. 1052) l’elevazione dei vescovi s. Erardo (sec. VIII) e s. Wolfango (31 ott. 994). Benedetto XIV, nella sua nota grande opera sulla c. accolse anche come attendibile la notizia della elevazione, fatta da Leone IX a Padova, nel 1053, dei ss. Bellino, Fidenzio e Massimo, o, come altri vogliono, Giuliano, Massimo, Felicita e tre innocenti; ma la cosa è molto malsicura, come alcune altre notizie di questo genere, spiegabili facilmente dall’attività notevole di s. Leone IX nel campo della c.. Alessandro II, nel 1067 di passaggio per Milano, avrebbe celebrato l’elevazione di s. Arialdo, martire (27 giugno 1066), ma la notizia non è del tutto sicura. Nel 1070 permise l’elevazione di s. Teobaldo, eremita a Salanigo (30 giugno 1066), e diede al vescovo di Burgos la facoltà di procedere alla solenne elevazione dell’abate Ifiigo di Ona (1 giugno 1057). Gregorio VII permise (1073) l’elevazione solenne delle spoglie di s. Pascasio Radberto, abate di Corbie (26 apr. 860) da parte del vescovo Wito; nel 1083, su istanza del re Ladislao, concesse l’elevazione solenne dei ss. Gerardo Sagreda, vescovo di Czanàd, apostolo dei magiari (24 sett. 1046), Stefano, primo re d’Ungheria (15 ag. 1038) e suo figlio Emmerico (2 sett. 1031). – Urbano II permise l’elevazione di s. Godeleva, martire a Chistelles (6 giugno 1070); passando per Milano nel 1095 avrebbe fatto personalmente l’elevazione di s. Erlembaldo martire (10 apr. 1076). Nel Sinodo Romano del 1098 fu letta la vita del pellegrino s. Nicola di Trani (2 giugno 1094) e l’arcivescovo Bisanzio della stessa città chiese l’inserzione del suo nome nel catalogo dei santi: il Papa incaricò lo stesso Bisanzio di procedere a quanto era stato deciso, tornato che fosse a Trani. Il Martirologio romano dà anche s. Attilano, vescovo di Zamora (5 ott. 1009), come canonizzato dallo stesso Urbano II. – Pasquale II nel 1100 canonizzò s. Angilberto, abate di St-Riquier (18 marzo 814), autorizzandone 1’elevazione. Autorizzò pure l’elevazione del corpo di s. Canuto, re di Danimarca (10 luglio 1086), avvenuta il 19 apr. 1101. Il 4 giugno 1109, a Segni, dopo la solita lettura della vita, permise ai vescovi della regione di venerare come santo, Pietro vescovo di Anagni (4 ag. 1105). – Callisto II, eletto a Cluny il 2 febbr. 1119, il giorno dell’Epifania del 1120 procedette all’elevazione di s. Ugone, abate di Cluny (28 apr. 1109), da lui conosciuto. Nello stesso anno incaricò il card, di Palestrina, suo legato al Sinodo di Beauvais, di procedere all’elevazione di s. Arnolfo, vescovo di Soissons (14 ag. 1087). Quanto poi ad una presunta c. di s. Corrado, vescovo di Costanza (26 nov. 976), il Papa l’avrebbe declinata col riferirsi ad un concilio generale. Da notare il caso di s. Gerardo, vescovo di Potenza (30 ott. 1119). Il successore Manfredo, che riferisce il fatto, si recò a Roma con una delegazione del popolo per chiederne la c. Portato il caso in concistoro, Callisto lesse la vita del defunto e viva voce pronunziò la c., senza ulteriore documento; ma per attestarne l’autenticità ordinò ai vescovi presenti Pietro di Acerenza, Guido di Gravina, Leone di Marsico e insieme al card. di Palestrina, Guglielmo di recarsi a Potenza per proclamare l’avvenuta c. e la concessione di una indulgenza di 40 giorni. Tutto ciò dové avvenire tra i primi mesi del 1123 o 1124. La concessione di una indulgenza in occasione delle c. divenne ordinaria solo ca. un secolo dopo. – Innocenzo II, presente al Concilio plenario di Reims, il 29 ott. 1131, dopo la solita lettura della vita e dei miracoli, permise alla Chiesa di Hildesheim la venerazione del proprio vescovo s. Godeardo (4 maggio 1038, il 22 apr. 1134, dopo i preparativi del Concilio di Pistoia, il Papa, premessa la lettura della vita e dei miracoli, autorizzò la venerazione di s. Ugone, abate di Chaise-Dieu, vescovo di Grenoble (1 apr. 1132). Identica procedura al Concilio Lateranense del 1139, 19 apr., per s. Sturmio, abate di Fulda (17 dic. 779). – Eugenio III, in una solenne adunanza del clero in Trastevere, il 4 marzo 1146, procedette alla c. di s. Enrico imperatore (13 luglio 1024). Nella sua lettera di Papa ricorda di aver dato incarico a due cardinali legati in Germania, di prendere informazioni a Bamberga, ove era sepolto nella cattedrale di quel vescovado da lui fondato. – Ad Alessandro III si ascrive comunemente la riserva del diritto esclusivo della c. al solo Sommo Pontefice. La cosa è però ben diversa. Il 6 luglio 1170, Alessandro diresse a Canuto I, re di Svezia, al clero e al popolo svedese la lunga lettera Æterna et incommutabilis (Jaffé-Wattenbach, II, 13546: PL, 200, coll. 1259-61); verso la fine d’essa lettera il Papa viene a parlare di un caso particolare: « denique quiddam audivimus… », cioè di un tale che, ucciso in stato di ubriachezza, era stato venerato da alcuni come santo martire. A questo proposito il Papa insegna che : « etiamsi signa et miracula per eum plutima fierent, non liceret vobis prò sancto absque auctoritate Romanæ Ecclesiæ eum publice venerari ». Si trattava dunque di un caso particolare per il quale il Papa dava una sua direttiva, come i sommi pontefici solevano darne in tanti altri casi. Ma appena un decennio più tardi, certo dopo il 1179, un canonista inglese, solerte raccoglitore di decisioni pontificie, inserì nella sua collezione, detta « Cottoniana prima », anche l’« Audivimus » della lettera Æterna et incommutabilis con qualche accomodamento nel testo. Attraverso alcune altre raccolte di questo tipo, ma sempre di carattere privato, il testo finì, ca. il 1206 nella collezione privata di maestro Alano, inglese, professore di diritto a Bologna. Finalmente s. Raimondo di Peñafort, incaricato da Gregorio IX dell’edizione ufficiale delle Decretali, vi inserì anche l’« Audivimus » di Alessandro III, cosicché quel testo, in forza di tale inserzione (5 sett. 1234), divenne legge universale. L’ultima e definitiva fortuna dell’ « Audivimus » si ebbe nelle interpretazioni successive dei grandi canonisti, soprattutto di Sinibaldo Fieschi (Innocenzo IV) e di Enrico Bartolomei da Susa detto il «Cardinale ostiense », il quale nella sua Summa Aurea (1253) e nei suoi Commentaria (dopo il 1268) interpretò l’« Audivimus » nel senso di legge fondamentale del diritto pontificio della c. Questo punto importantissimo della storia della c. è stato soltanto recentemente messo in giusto rilievo per merito di S. Kuttner, La réserve papale du droit de Canonisation, in Revue historique du droit français et étranger, (nuova serie, 17 [1938], pp. 172-228; estratto, Parigi 1938). – Le c. di Alessandro III non differiscono del resto, affatto dalle precedenti; solo mezzo secolo più tardi le c. papali acquistano uno splendore e una risonanza universale tale che le elaborazioni canonisti che potevano innestare nel testo dell’ « Audivimus », in se stesso molto scarno, l’idea di una legge universale di riserva del diritto della c. al solo Sommo Pontefice. – La prima c. di Alessandro III fu quella di s. Edoardo confessore, re d’Inghilterra (4 genn. 1066), fatta ad Anagni (7 febbr. 1161) dove, in presenza della sua corte, dopo l’esame del « liber miraculorum », viste le lettere del predecessore Innocenzo al riguardo, procedette alla proclamazione richiesta; la lettera fu indirizzata a tutta l’Inghilterra il 7 nov. 1161. – Seguono due c. simili: a Tours il 9 giugno 1163, il Papa commise a Tommaso, arcivescovo di Canterbury, il futuro martire, di procedere, dopo la lettura e la vita e dei miracoli fatta in apposito concilio, alla c. di s. Anselmo di Canterbury (21 apr. 1109). Da Sens, ove risiedeva, nel 1164 il Papa diede analogo mandato per l’elevazione di s. Elena di Skòvde, martire svedese (ca.1160). Per incidenza è da notare nel dic. 1165 la c. di Carlomagno (28 genn. 814) compiuta da Pasquale III, l’antipapa che Federico Barbarossa imperatore aveva contrapposto ad Alessandro III. Pasquale commise a Rinaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia, il noto cancelliere imperiale, di procedere alla solenne elevazione di Carlo. E l’unico caso di una c. compiuta da un antipapa, che non esce dall’ambito delle c. «locali». – Nel 1169, a Benevento (8 nov.) segue la c. di s. Canuto, Knud Lavard, martire danese (7 genn. 1131). Importantissima invece la c. di s. Tommaso Becket arcivescovo di Canterbury (29 dic. 1170). Il fatto del suo martirio produsse un’enorme impressione in tutta l’Europa; il Papa, nel 1173, emanò da Segni due lettere di uguale tenore, di cui una diretta a tutti i prelati della Chiesa. Dice di aver conosciuto personalmente Tommaso, e di voler aspettare la relazione di due suoi cardinali legati, specialmente sui miracoli. Finalmente « in capite ieiunii » (21 febbr. 1173), presenti moltissimi ecclesiastici e laici « præfatum archiepiscopum solemniter canonizavimus ». È la prima che in un documento pontificio appare questo preciso termine. Ugualmente importante è la c. di s. Bernardo di Chiaravalle (20 ag. 1153). Il Papa, dopo iterate istanze dei Cistercensi, nella festa della Cattedra di s. Pietro (18 genn. 1174), ad Anagni, presente un largo stuolo di prelati, fatta leggere la vita di Bernardo decretò : « Beatorum Apostolorum Petri et Pauli meritis confisi, sanctorum cathalogo duximus adscribendum ». E la prima volta che si viene a conoscenza di una formula che si riferisce all’autorità apostolica, adoperata in questo atto. – Lucio II nel 1181, nella solita forma, concesse l’elevazione di s. Brunone, vescovo di Segni (18 luglio 1123). – Clemente III canonizzò, il 21 marzo 1189, s. Stefano di Thiers, eremita, fondatore della Congregazione di Grammont (8 nov. 1124). Molto interessante la c. di Ottone, vescovo di Bamberga, apostolo dei Pomerani (30 luglio 1139). In due lettere apostoliche, del 29 apr. e 1 maggio 1189, dirette a particolari prelati tedeschi, il Papa dichiarava di aver incaricato i due vescovi, di Merseburg e di Eichstadt, due abati e un canonico perché dopo una diligente inquisizione sulla vita e sui miracoli, con autorità apostolica lo dichiarassero canonizzato, « ipsum canonizatum, auctoritate freti apostolica, solemniter et publice nuntietis ». E una autentica c. per delega papale. Simile la c. di s. Malachia O’ Morgair, arcivescovo di Armagh (m. a Chiaravalle il 2 nov. 1148), fatta in base alla vita scritta da s. Bernardo e a molteplici altre informazioni, il 6 maggio 1190. – Celestino III, il 4 marzo 1192, su ripetute istanze del vescovo di Gubbio, dopo molte relazioni in proposito « de communi fratrum Consilio », e « Beatorum Petri et Pauli Apostolorum auctoritate », canonizzò s. Ubaldo, vescovo di Gubbio (14 maggio 1136), comandando di celebrarne la festa « apud vos ». Di simile tenore la lettera apostolica per la c. di s. Bernardo (meglio Bernward), vescovo di Hildesheim (26 ott. 1023), fatta in Roma a s. Pietro l’8 genn. 1192. Identica la c. di s. Giovanni Gualberto (13 luglio 1073) in data 24 ott. 1193. Del 27 apr. 1197 è la c. di s. Geraldo, abate di Sauve-Majeur presso Bordeaux(5 apr. 1105). Allo stesso Celestino si ascrive anche la c. di s. Bernardo degli Uberti, cardinale vescovo di Parma, vallombrosano (4 die. 1133), ma Clemente XI nel 1714 rifiutò di estenderne la festa a tutta la Chiesa perché non si era in grado di provare storicamente l’avvenuta c. formale. Più sicura appare la c. di s. Rodosindo, vescovo, di Dumnium in Galizia (1° marzo 977), fatta probabilmente nel 1196. Innocenzo III, il 12 genn. 1199, canonizzò s. Omobono di Cremona (13 nov. 1197), e nella sua lettera il Papa diede per la prima volta, in un documento ufficiale, un breve sunto della vita del Santo e dei miracoli, attestando ch’esso era stato composto su testimonianze giurate. Il 3 apr. 1200 canonizzò s. Cunegonda, imperatrice, moglie di s. Enrico (3 marzo 1040). Del 1202 è la c. di s. Gilberto, abate di Sempringham (4 febbr. 1189). Molto interessante il caso di s. Guglielmo, eremita di Malavalle, presso Grosseto (10 febbr. 1157). Già Alessandro II aveva ordinato, su istanza del vescovo di Grosseto, che nella sua diocesi fosse celebrata la solenne ufficiatura per detto Santo « ad interim », senza procedere all’atto della c. espressa. Innocenzo (1202, 8 maggio), dopo iterate istanze, rinnova il permesso di continuare a celebrare la festa. Benedetto XIV nega in questo fatto il carattere della c.: nondimeno crediamo che ancora si tratti di una c. locale. Il 14 maggio 1203, a Ferentino, canonizzò s. Vulstano, vescovo di Worcester (19 genn. 1095). Il Papa aveva incaricato una commissione di due vescovi e di due abati di recarsi a Worcester, di indire un digiuno di tre giorni e di procedere poi all’esame dei miracoli. Si tenne conto di una vita scritta cento anni prima in vecchio inglese, autenticata e sigillata. Il tutto fu portato a Roma per l’esame. In base a ciò il Papa celebrò la c. e pubblicò anche l’orazione del nuovo Santo. I l 2 luglio 1204 fu fatta l’elevazione del corpo di s. Procopio, abate di Sàzawa, da parte del card. Guido di S. Maria in Trastevere, in base all’ordine del Papa « ut corpus beati viri solemnizatum canonizetur ». – Onorio III, i l 17 maggio 1218, a S. Pietro in Vaticano, canonizzò s. Guglielmo, arcivescovo di Bourges, poi monaco e abate cistercense (10 genn. 1209). Il 18 febbr. 1220 da Viterbo annunziò a tutto il popolo cristiano la c. di s. Ugone, certosino, vescovo di Lincoln (il 7 nov. 1200), dopo l’ormai solita «commissio inquisitionis» In data 8 genn. 1222 si ebbe la concessione ai monaci cistercensi di Molesme di venerare « tamquam sanctum » il loro abate s. Roberto (14 apr. 1111) . Il 21 genn. 1224 al Laterano procedette alla c. di s. Guglielmo, abate cistercense di Roskilde in Danimarca (6 apr. 1203). Un caso di speciale interesse è la c. di s. Lorenzo O’Toole, arcivescovo di Dublino (14 nov. 1181), celebrata a Rieti l’11 dic. 1225. Al suo sepolcro, a Rouen, si erano verificati molti miracoli: pertanto il Papa ordinò all’arcivescovo di detta città di fare la solita inchiesta insieme con altri ecclesiastici, i quali raccolsero le debite testimonianze. Ma quanto alla vita del Santo, i commissari trasmisero la loro commissione all’arcivescovo di Dublino il quale, trattenuto alla corte inglese, delegò altri suoi dignitari, i quali fecero a Dublino l’inchiesta indicata e, sigillata, la trasmisero a Rouen, da dove tutto il materiale passò a Roma per la verifica e la decisione. In questo fatto si ha il primo caso di quello che oggi si chiama « processo rogatoriale ». E del 18 marzo 1226 nel Concilio Lateranense la c. di s. Guglielmo Fitzherbert, arcivescovo di York (8 giugno 1154)1 dopo le solite istanze ed inquisizioni. Ad Onorio III si attribuisce anche la c. di Ugone, abate cistercense di Bonnevaux (1 apr. 1191) e di Giovanni eremita, priore di S. Maria di Gualdo. Le inquisizioni ormai necessarie furono fatte per il primo il 2 die. 1221 e per il secondo il 3 giugno precedente, ma nessun documento ci resta che attesti l’avvenuta c. Un altro caso simile è quello di Giovanni Cacciafronte, abate benedettino di Vicenza, ucciso il 16 marzo 1183. Onorio indisse la «commissio inquisitionis», si fece anche un processo a Cremona, dove era nato, ma non si andò più avanti. – Gregorio IX. Universale eco suscitò la c. di s. Francesco di Assisi (4 ott. 1226); il Papa la proclamò a Perugia e l’annunziò con due lettere, una al clero, l’altra al popolo universo (16 luglio 1228 e 21 febbr. 1229); la cerimonia relativa fu fatta dal Papa ad Assisi ai primi di luglio 1228. Nella piazza davanti alla chiesa egli tenne il sermone, e, portata in chiesa la salma, al canto del Te Deum, celebrò la Messa del novello Santo. La formula di questa c. ci è conservata, ed è certamente la più antica che si conosca. La festa del Santo fu imposta a tutta la Chiesa e subito universalmente accettata. Sebbene il Papa fosse stato suo amico volle nondimeno che fosse istituito il solito processo di inchiesta sulla vita ed i miracoli (il primo processo di c. completamente conservato e pubblicato) e che tutto procedesse secondo l’uso ormai tradizionale. Lo stesso si deve dire della c. di s. Antonio di Padova (13 giugno 1231) fatta a Spoleto il 1° giugno 1232 e pubblicata con tre lettere nelle quali il Papa accenna alla « commissio inquisitionis ». Il 18 giugno 1232 al Laterano fu canonizzato un santo antico, con culto plurisecolare : s. Virgilio, vescovo di Salisburgo (27 sett. 780), con la concessione di una indulgenza per la festa e l’ottava. Caso interessante questo, perché conferma il valore che era venuto acquistando l’istituto della c. papale. Segue la c. di s. Domenico di Guzman (6 agosto 1221), fatta a Rieti il 3 luglio 1234 con la festa estesa alla Chiesa universale e con l’indulgenza di un anno. – Altra e. di un personaggio, celebre in tutto il mondo cristiano di allora, è quella di s. Elisabetta di Turingia (19 nov. 1231), fatta nella chiesa dei Domenicani a Perugia il 27 maggio 1235. La lettera papale è del 1° giugno successivo, ed anche questa volta la festa fu estesa alla Chiesa universale « districte præcipiendo »,, ma senza effetto reale. Sotto Gregorio IX fu istituito anche il processo per Odone di Novara, abate certosino (14 genn. 1230). Si conosce la « commissio inquisitionis » in data 10 dic. 1240 e il relativo processo; ma tutto si fermò, forse per la morte del Papa. Non si può tacere finalmente, perché anche molto istruttivo, il caso di s. Ildegarda, badessa benedettina (17 sett. 1233). La sua fama in vita era già universalmente nota e, dopo morta, si parlò di un numero grande di miracoli avvenuti per sua intercessione. Gregorio IX nominò la commissione e, il 16 dic. 1233, indisse il processo che fu mandato a Roma sigillato. Trovate insufficienti le deposizioni, si ordinò un nuovo esame di testi, di cui non ci è pervenuta notizia. Innocenzo IV poi, nel 1243, rinnovò la commissione ma senza effetto pratico. Dopo nuove insistenze, Giovanni XXII, nel 1317, diede nuove lettere di commissione, ma la cosa era divenuta sempre più difficile per la mancanza di testimonianze orali e per le esigenze sempre maggiori richieste nei processi. Così la celebre Santa non è stata mai canonizzata formalmente. Un caso simile è quello di s. Brunone, vescovo di Wùrzburg (27 maggio 1045). Gregorio IX emanò per lui la solita commissione, il 1 maggio 1238, ma il processo portato a Roma non fu giudicato soddisfacente. Innocenzo IV pertanto ordinò una nuova inquisizione (Lione, 5 Nov. 1245), ma una c. formale non ebbe mai luogo. Indubbiamente Gregorio IX, esimio canonista, diede alla c. papale un’importanza nuova. – Dopo il brevissimo governo di Celestino IV, seguì sul trono papale la grande figura di Sinibaldo Fieschi, Innocenzo IV (1243-54). Già professore di diritto a Bologna, da Papa scrisse l’Apparatus super V libros decretalium, commentario che ebbe subito larghissima diffusione e fama, sebbene egli dichiarasse espressamente di averlo scritto da uomo privato. Le osservazioni e definizioni del Fieschi circa la c. divennero perciò la base di tutti i canonisti successivi. Egli stabilì definitivamente l’« Audivimus » di Alessandro III come leggere della c. papale, di cui diede anche la prima precisa definizione, divenuta classica fra i canonisti. Essa consiste nel « canonice et regulariter statuere quod aliquis sanctus honoretur pro sancto », cioè con tutte le prerogative di un culto pubblico e universale. In questa universalità appunto riconosce Innocenzo IV la radice della riserva pontificia della c: «Solus Papa potest canonizare sanctos », poiché solo il Papa esercita una giurisdizione universale sopra tutta la Chiesa. Ma per pervenire alla c., occorrono le prove giuridiche « de fide et excellentia vitæ et miraculis ». Egli stesso canonizzò, il 16 dic. 1246 a Lione, il vescovo di Canterbury, s. Edmondo Rich, orginario di Abington (16 nov. 1240), e nella Pasqua del 1247, ancora a Lione, s. Guglielmo Pinchon, vescovo di St-Brieuc (20 luglio di anno incerto tra il 1234 e il 1241). Più grandiosa riuscì la c. di s. Pietro Martire (6 apr. 1252), la cui cerimonia fu celebrata a Perugia nel piazzale davanti la chiesa dei Domenicani nella Pasqua del 1253. Il Papa pubblicò due lettere di tenore generale, una da Perugia il 24 marzo 1253, l’altra da Anagni l’8 ag. 1254. Importante è l’asserto del Papa di avere proceduto alla c. « post inquisitionem sollertem, studiosam examinationem, discussionem solemnem… auctoritate beatorum Petri et Pauli Apostolorum ac nostra ». Seguì ad Assisi, l’8 sett. 1253, la c. di s. Stanislao, vescovo di Cracovia, martire (8 maggio 1079). Tutta la celebrazione solenne si svolse completamente nella grande basilica di S. Francesco. D’ora innanzi la c. si svolgerà interamente come rito liturgico. In seguito poi alla commissione, data da Innocenzo IV, furono costruiti, tra il 1251 e 1254, i processi per Giovanni Buono (23 ott. 1249), eremita, ma, per cause a noi ignote, la c. non si fece mai. – Alessandro IV celebrò un’altra c. celebre, quella di s. Chiara di Assisi, che egli stesso aveva assistita in morte (12 ag. 1253). La solennità si svolse ad Anagni nel secondo anniversario della sua morte, 12 ag. 1255. – Urbano IV canonizzò a Viterbo il 22 genn. 1262 s. Riccardo de Wych, vescovo di Chichester (3 apr. 1253). Come il Papa dice nella lettera sulla causa: l’Inquisitio era stata ordinata da Innocenzo IV e « diligenti examine discussa » prima dal cardinale vescovo di Frascati, Ottone di Chateauroux, e finalmente « per nos et per fratres » vale dire dai cardinali. Si vede come la procedura diventava sempre più severa. –Clemente IV procedette alla c. di s. Edvige, granduchessa della Slesia (15 ott. 1243), fatta a Viterbo il 26 marzo 1267. – Questo periodo si chiude con la grande figura del card. Ostiense, di cui si è già parlato. La sua Summa aurea e soprattutto il suo Commentarium restituiscono il termine di uno sviluppo plurisecolare. Dalla metà del sec. XIII si può datare il secondo periodo della storia della c. dei santi, de facto e de iure ormai riservata alla S. Sede. Con questa riserva però non cessò il sorgere di nuovi culti liturgici locali, senza che arrivassero mai alla c. – Come s’è visto, dai primi, sporadici interventi di alcuni Papi, più casuali che altro, si pervenne insensibilmente ad attribuire alla c. papale un valore più elevato ed esclusivo. Mentre agli inizi si trattò prevalentemente di permessi o di commissioni pontificie per procedere all’elevazione di un santo, questo elemento, fin allora di importanza capitale, passò in seconda linea; incominciò a prevalere la semplice e formale dichiarazione pontificia della c. fatta. Così la procedura, agli inizi assai rudimentale, acquistò una vera consistenza giuridica assumendo i vari elementi della procedura canonica, sviluppatasi per i vari processi curiali. – Agli inizi bastò la lettura di una vita e dei miracoli davanti al Papa e ad un sinodo o qualche altra solenne riunione del clero, per provocare, di comune consenso degli astanti, il permesso papale all’elevazione. Ma nelle rispettive lettere pontificie ben presto si rileva la tendenza di dare più risalto all’atto papale conferendogli un valore universale. L’esame poi dei miracoli, attinente in qualche modo ad una definizione di un intervento divino, portò all’idea trattarsi, nelle c., di « negotium maius Ecclesiae », spettante al Papa e alla sua Curia. La sola lettura di una semplice vita non bastò più; la S. Sede prese l’iniziativa e chiese da parte sua più ampie informazioni. Nel 1146 a proposito di Eugenio III, , per s. Enrico, si sa per la prima volta che il Papa si servì a questo scopo dei suoi legati. Nel 1189 con Clemente III, appare la prima volta il termine « commissio », cioè l’espresso incarico dato dal Papa a determinate persone per l’inquisitio sulla vita e sui miracoli. – Sotto Innocenzo III (per s. Omobono) si viene per la prima volta informati che l’inquisizione si basò sopra testimonianze giurate. Rapidamente si introducono nella procedura preparatoria alla c. tutte le cautele giuridiche allora in uso per gli altri processi, esposti, ad es., magistralmente dal noto Guglielmo Durando, vescovo di Mende, nel suo Speculum iuris, uscito nel 1272 e nel 1287. Anche nel processo per la c. appariscono il giuramento detto «de calumnia», gli «interrogatoria», gli «articuli», preparati d’ufficio alla Curia papale e trasmessi, insieme con la « commissio », ai commissari. Le sigillazioni degli atti dopo ogni seduta rimontano a questa stessa età. Nello stesso modo poi, come gli altri processi, anche quelli per la c. furono affidati ai chierici della Curia, in genere ai cappellani papali, per la revisione e la rubricazione; seguiva un esame preliminare da parte di un cardinale e, finalmente, la proposizione in concistoro. Anche la celebrazione liturgica della c. ebbe in questo periodo la sua evoluzione sostanziale. Agli inizi si trattò di un semplice atto giuridico, di una sentenza del Papa, proferita in sinodo, senza ulteriori celebrazioni liturgiche. Queste, cioè la solenne elevazione con Messa ecc., avvenivano nel luogo ove riposavano le spoglie del santo. Solo nel 1131 con Innocenzo II (c. di s. Godeardo), si viene a sapere che la proclamazione della c. si chiuse con il canto del «Te Deum laudamus». Nel 1192 (con la c. di s. Ubaldo) ci è conservata la prima notizia che Celestino III, in seguito alla c., celebrò anche la Messa in onore del novello Santo. Da alcuni cenni contenuti nelle varie lettere pontificie per le c., si può dedurre che si era sviluppata una certa formula rituale per la proclamazione di un santo; si inserirono i nomi degli Apostoli Pietro e Paolo (primo accenno nel 1174, sotto Alessandro III, per s. Bernardo); nel 1228 (per s. Francesco), si è conservata la formula completa: « Ad laudem et gloriam omnipotentis Dei, Patris et Filii et Spiritus Sancti, et gloriosæ Virginis Mariæ, et beatorum Apostolorum Petri et Pauli, et ad honorem Ecclesiæ Romanæ ». Sotto Onorio III (1218), incominciano le prime concessioni di indulgenze in occasione della c., 40 giorni (per s. Guglielmo di Bourges). Gregorio IX concedette, nel 1228, per s. Antonio, la prima volta un anno di indulgenza. Per s. Elisabetta (1235), l’indulgenza è salita a un anno e 40 giorni. Dal 1228 (s. Francesco) divenne regola che il Papa facesse al popolo un sermone, poi leggesse o facesse leggere i miracoli, e pronunciasse finalmente la formula della c., chiudendo la celebrazione con la Messa. Inoltre si sa che in quell’epoca generalmente fu d’uso già il canto del « Veni S. Spiritus » per implorare l’aiuto divino, affinché « Deus non permittat ipsum (papam) errare in hoc negotio », così l’Ostiense.

[Continua … ]

 

 

 

CANONIZZAZIONE (1)

Cominciamo oggi ad approfondire un tema abbastanza dibattuto e per il quale ci sono molte idee confuse, a partire dalla nozione che nella canonizzazione il Papa non impegni la sua Infallibilità! Si sentono in giro voci assurde, come quella che la Chiesa possa proclamare santo un beota, un empio, un omosessuale, un massone 33°, e proporlo come esempio di santità, modello di virtù eroiche [come ad esempio quella di avere tre amanti contemporaneamente in Vaticano]. Quindi secondo tali eretiche idiozie la Chiesa, Sposa di Cristo, Madre e Maestra infallibile dei popoli, può tranquillamente ingannare e propinare latte velenoso ai suoi figli che Essa ama teneramente. E molti di questi oligofrenici fanta-teologi modernisti (senza offesa per gli oligofrenici) si pretendono addirittura cattolici tradizionalisti! Poveri ignari dannati già in terra! A tal punto ci siamo decisi a pubblicare la voce “Canonizzazione” dall’Enciclopedia Cattolica, l’ultima opera “cattolica” pubblicata in Vaticano prima dell’avvento degli sciacalli masso-ecumenisti, in modo che almeno i “veri” pochi Cattolici (quelli di Papa Gregorio XVIII), possano attingere alla “verità” conosciuta, senza incorrere nel peccato contro lo Spirito Santo. La “voce” non è sempre di agevole lettura, pertanto l’abbiamo divisa in 4 parti, in modo da poterla approfondire con calma e con cognizione di causa.

CANONIZZAZIONE (1)

[Encicl. Cattolica vol III, coll. 569- e segg. ]

La “Canonizzazione” è un atto o sentenza definitiva con la quale il Sommo Pontefice decreta che un servo di Dio, già annoverato tra i beati, venga inserito nel catalogo dei Santi e si veneri nella Chiesa universale con il culto dovuto a tutti i canonizzati.

.I

LA CANONIZZAZIONE NELLA PRASSI DEL DIRITTO CANONICO ODIERNO. 

Dalla definizione si scorge subito la differenza che corre tra la beatificazione (v.) e la c. I n quella il culto è limitato ad una città, diocesi, regione o famiglia religiosa, ed è unicamente permissivo, in questa invece è esteso a tutto l’orbe cattolico, ed è precettivo. Ma la vera differenza sta, come scrive Benedetto XIV, in « quell’ultima e definitiva sentenza della santità » che impone il culto dovuto ai santi nella Chiesa universale: sentenza che il Sommo Pontefice pronuncia per la c., e giammai per la beatificazione. Una delle note caratteristiche della Chiesa infatti è la santità: essa è santa, perché è santo il suo Fondatore, santa la sua dottrina, santa la finalità che persegue, e santa perché ha la virtù di generare in ogni secolo legioni di santi che, con la vita, le virtù, con l’apostolato e con i miracoli compiuti per la loro intercessione, vengono a confermare la santità stessa della Chiesa. Assertore, custode e giudice di questa santità non è che il Vicario di Cristo; ed a lui solo, che presiede a tutta la Chiesa ed ha il diritto di proporre ciò che si deve credere ed operare in cose concernenti la religione, spetta di giudicare chi debba essere ritenuto ed onorato come santo. Ed in questo giudizio il Papa non può errare. Benedetto XIV, incomparabile maestro in materia, insegna che egli riterrebbe « se non eretico, certamente temerario, scandaloso a tutta la Chiesa, ingiurioso verso i santi, sospetto di eresia, assertore di erronea proposizione, chi osasse affermare che il Pontefice in questa o quella c. abbia errato, e che questo o quel santo da lui canonizzato non dovesse onorarsi con culto di dulia », cioè per ragione della sua dignità nell’ordine soprannaturale. – Del resto la sentenza definitiva, con la quale il Papa proclama la santità dei servi di Dio, oltre che trovare la sua prima ed alta ragione nell’assistenza speciale dello Spirito Santo che lo illumina, è appoggiata solidamente a tutto un complesso di investigazioni, di studi, di fatti che dimostrano con quanto discernimento e con quanta prudenza proceda la Chiesa nelle cause di c., le quali vanno annoverate tra le maggiori e le più gravi che siano di sua competenza. Infatti la via normale ed ordinaria è quella di non iniziare una causa di c., se prima non consti che il servo di Dio sia stato già riconosciuto come beato. E se per un istante si richiami quanto fu detto sotto la voce beatificazione, si vedrà quale lunga e severa indagine venga adoperata, prima che un servo di Dio ottenga il titolo e gli onori di beato. Malgrado questo complesso di ricerche e di accertamenti, si richiedono altri due miracoli verificatisi dopo la beatificazione, i quali passano sotto il controllo di più medici e chirurgi nominati d’ufficio, e sono discussi e vagliati prima da una commissione medica e poi da due prelati, consultori e cardinali in tre o più Congregazioni, l’ultima delle quali è presieduta dal Papa. Approvati i miracoli, e promulgato il decreto nel quale è stabilito che si può con sicurezza procedere alla c., s’inizia un’altra serie di atti che si svolgono in tre Concistori; poiché la Santa Sede desidera che, in un affare di tanta gravità, al giudizio consultivo della Sacra Congregazione dei Riti si aggiunga il giudizio parimenti consultivo del Sacro Concistoro. Si comincia con il Concistoro segreto, dove, oltreché i cardinali della Sacra Congregazione dei Riti, convengono tutti i cardinali residenti in Roma, i quali, dopo avere ascoltato la relazione del cardinale Prefetto della stessa Congregazione intorno alla vita e miracoli e agli atti fino a quel momento compiuti, interrogati dal Sommo Pontefice se piaccia ad essi che si proceda alla solenne e, rispondono placet o non placet. In seguito si tiene un Concistoro pubblico, dove uno degli avvocati concistoriali espone in elegante latino la vita e i miracoli del beato, la cui c. viene supplicata. Terminata la orazione dell’Avvocato, il Segretario delle Lettere latine in nome del Papa risponde che Sua Santità esorta tutti, perché con i digiuni e con le preghiere invochino i lumi divini, prima che il sacro Collegio dei cardinali e l’Episcopato abbiano manifestato il loro proposito. Ed a questo scopo è indetto un Concistoro semipubblico, al quale, oltre tutti i cardinali, sono invitati i patriarchi, gli arcivescovi, vescovi e abati nullius residenti in Roma, perché, dopo aver preso cognizione di un compendio della vita del beato unitamente ai relativi atti, scritto per cura del Segretario dei Riti, diano il loro suffragio. Quest’ultimo Concistoro si apre e poi si chiude con una breve allocuzione del Papa che annunzia il giorno, in cui nella basilica di S. Pietro con solenne apparato e cerimonie compirà l’atto della c. Nel giorno fissato il Pontefice pronuncia al cospetto del mondo cattolico la sentenza definitiva, con la quale inscrive il nome del beato nel catalogo dei santi, ed ordina che la sua memoria venga onorata ogni anno dalla Chiesa universale. – Quanto finora esposto, riguarda la c. formale. Ma vi è anche una c. equipollente, riservata a quei servi di Dio che, essendo già in possesso di un culto prima dei decreti di Urbano VIII, vennero beatificati con la beatificazione equipollente in virtù di un decreto pontificio che attestava il fatto del culto immemorabile e la eroicità delle virtù o il martirio. Ma perché dalla beatificazione equipollente si passi alla c. equipollente, sono necessari tre miracoli avvenuti dopo che il servo di Dio è stato beatificato. Vi sono altresì casi oggi rarissimi, nei quali il Papa procede alla c. equipollente senza il sussidio dei miracoli; e ciò avviene qualora si tratti di personaggi insigni, la cui santità di vita o il cui glorioso martirio sono dimostrati dai processi con tanta ampiezza e sicurezza di prove, da escludere qualsiasi dubbio.

BIBL.: F. Contelori, Tractatus et praxis de Canonizatione sanctorum, Lione 1634; Benedetto X I V , De Servorum Dei Beatificatione et de Beatorum Canonizatione, Prato 1839; Codex Postulatorum, Roma 1934; Norme da seguirsi nella compilazione delle Posizioni riguardanti le Cause dei Servi di Dio e Regolamento annesso, ivi 1943 (raccoglie le varie norme emanate dalla S. Congregazione dei Riti negli ultimi tempi). Carlo Salotti

II . LA C. NELLA STORIA.

SOMMARIO: I. Le origini della c., il culto dei martiri. – II. L’inizio del culto dei «non»-martiri. – III. La c. vescovile. – IV . La c. papale o universale. – V. Elenco delle c. preparate dalla S. Congregazione dei Riti, da Clemente VIII (1594) fino a Pio XII. – VI. La c. equipollente. – VII. C. e Chiesa.

  1. LE ORIGINI DELLA C., IL CULTO DEI MARTIRI. La Chiesa antica considerò il martirio come l’espressione massima della fede e della carità, quindi della perfezione cristiana; perciò venerò i martiri come i più vicini amici di Dio e come i più potenti intercessori per noi. Questa venerazione si basa sul fatto pubblico del martirio, ed è legata ad un duplice elemento: locale e temporale. Il culto cioè era vincolato al luogo del martirio o della sepoltura del martire, e alla data del martirio stesso. La memoria di un martire, a differenza della memoria di un defunto qualsiasi, non fu celebrata soltanto dai parenti e congiunti, ma dalla stessa comunità cristiana, e l’anniversario fu indicato nei relativi calendari. Inoltre, mentre nella pietà verso i defunti prevalse l’idea della nostra intercessione presso Dio per la loro salute, la celebrazione del martire era festiva, e si implorava la sua intercessione in favore dei vivi. Il primo esempio storicamente documentato di una festa anniversaria per un martire è quello della Chiesa di Smirne per s. Policarpo, morto nel 156 (Martyrologium Policarpi, 18: ed. R. Knopf – G. Kruger, ausgewàhlte Màrtyrerakten, 2a ed., Tubinga 1929.) – Il fatto del martirio era di dominio pubblico; ne era stata testimonio oculare la stessa comunità cristiana! Non occorreva quindi, ordinariamente parlando, alcun atto specifico di riconoscimento dell’autorità ecclesiastica. Solo in certi casi particolari, quando cioè anche delle sette si vantarono di avere dei martiri, soprattutto in Africa, una certa vigilanza dell’autorità ecclesiastica parve opportuna (v. MARTIRI). – Come s’è detto, le comunità cristiane tennero una specie di elenco dei propri martiri, annotando il nome, la data del martirio e il luogo della sepoltura. Ce lo attesta, ad es., s. Cipriano, ricordando al suo clero: « Dies eorum quibus excedunt, adnotate, ut commemorationem eorum inter memorias martyrum celebrare possimus » (Epistolæ, 12, 2, ed. J.M.J. Hartel : CSEL, III, 303). Da qui l’origine dei martirologi e calendari. Si ha un esempio di tali elenchi nella Depositici martyrum della Chiesa romana, inserita nel Cronografo del 354. Ma i nomi dei martiri passarono anche più direttamente nel culto, vennero cioè inseriti nei dittici locali, letti durante il santo sacrificio. Il continuo contatto fra le varie chiese diede occasione per una prima diffusione del culto di un martire fuori del luogo di origine; i loro nomi incominciarono a migrare in calendari e martirologi di altre chiese, e certi martiri celebri furono accolti anche nei dittici di quelle. – L’epoca aurea del culto dei martiri furono i primi secoli dopo la pace costantiniana: basta accennare alla decorazione splendida dei loro sepolcri, all’erezione di memorie, chiese e basiliche, spesso grandiose, sopra la loro tomba, o in loro onore; ai pellegrinaggi, alle solennità liturgiche delle loro feste, ai panegirici recitati in loro onore. L’uso di origine orientale della traslazione e della divisione delle loro reliquie si diffuse poi anche nell’Occidente e si moltiplicarono i centri dei culti dei martiri. S. Stefano protomartire, dacché furono rinvenute le sue spoglie (415), s. Giovanni Battista, o S. Lorenzo, diacono romano, e molti altri, ebbero un culto che si estese rapidamente a tutta la Chiesa. Papi di origine orientale introdussero molti culti di martiri a Roma; con le migrazioni di intere popolazioni a causa delle invasioni barbariche seguirono talvolta quelle delle reliquie e del culto di un martire (ad es., s. Quirino da Sciscia a Roma, s. Severino dal Norico al napoletano); tutto ciò per uno sviluppo organico e naturale, senza preventivi interventi da parte dei vescovi. Solo di tanto in tanto occorreva moderare alquanto uno zelo troppo ardente e meno cauto del popolo. – In questo periodo non si può certo ancora parlare di c. nel senso canonico moderno. Il culto solenne e liturgico dei martiri era il frutto di una evoluzione spontanea e logica che si fondava da una parte sulla notorietà storica del fatto del martirio che rendeva il defunto direttamente simile a Cristo, e d’altra parte sopra i due elementi fondamentali per l’origine del culto: data e luogo del martirio.

II L’INIZIO DEL CULTO DEI « NON » MARTIRI

Il periodo delle persecuzioni non era ancora terminato quando un altro gruppo di defunti incominciò ad attirare la speciale venerazione da parte delle comunità cristiane, cioè i « confessori », vale a dire cristiani deferiti all’autorità civile per la loro fede, ma che, per varie circostanze, o non avevano subito il martirio, o vi erano sopravvissuti. Le testimonianze circa la venerazione particolare verso questi confessori (nel senso primitivo della parola) sono molto numerose; e alla sua morte un confessore della fede poteva divenire facilmente l’oggetto di una venerazione simile a quella prestata da un vero martire. Fra gli esempi più noti basta ricordare: Dionigi di Milano (359); Eusebio di Vercelli (370); Atanasio (373); Melezio di Antiochia (381) Giovanni Crisostomo (407). Però si osserva facilmente che alcuni di questi personaggi, si distinsero non solo per quanto soffersero per la fede, ma anche per la strenua difesa di essa sul campo politico e dottrinale e per loro vita ed attività, sicché, appena morti, si creò attorno ad essi subito una fama non dissimile a quella goduta dai martiri. Ci sono poi altri personaggi, i quali, senza essere stati confessori della fede nel senso primitivo, eccelsero talmente per la dottrina, la vita esemplare, l’attività molteplice, politico-ecclesiastica o sociale, che anch’essi, dopo la morte, furono presto circondati da onori analoghi a quelli resi ai martiri; basti nominare Gregorio Taumaturgo (270), Efrem siro (373), Basilio Magno (379), Ambrogio di Milano, Martino di Tours (397), Girolamo (420) e Agostino (430), per tacere di tanti altri.Ma c’è di più. Si era andato sviluppando, nella stessa epoca, e in una scala larghissima, la pratica dell’ascetismo e del monachismo. L’Oriente riecheggiò ben presto della fama degli eremiti e dei cenobiti, e presto anche l’Occidente ne conobbe alcune grandi figure (Atanasio, ad es., il grande esiliato). Antonio abate (356) era conosciuto in tutto il mondo cristiano, attraverso la celebre biografia scritta da s. Atanasio, dove tutti potevano leggere che Antonio era da equipararsi ai martiri antichi, non per effusione di sangue, ma per un martirio non meno autentico e reale, quello cioè dell’ardua e continua conquista della perfezione (Vita, cap. 47: PG 26, 912). Venerazione simile godettero altri grandi asceti e monaci, come, ad es., Ilarione (372); Paolo di Tebe (381); Simeone lo stilita (459). Anche l’anniversario della loro morte venne celebrato liturgicamente, presso le loro tombe sorsero spesso santuari di fama straordinaria, mete di pellegrinaggi rinomati; le loro reliquie furono venerate e ricercate, le chiese in loro onore si moltiplicarono. I primi « non » martiri, che entrarono nel culto liturgico della Chiesa di Roma, sono stati, come pare, Silvestro papa e Martino di Tours. Durante i secc. VI – IX non pochi altri santi « non » martiri furono accolti nei calendari romani, in Roma ebbero i loro oratòri, monasteri e chiese, e passarono di qui oltralpe, e viceversa. Questo movimento di culto fu in gran parte favorito dai Papi di origine non romana, dai molti monaci emigrati in Occidente, o dallo scambio di reliquie, e dalla diffusione delle leggende e delle passioni, ecc.Altro elemento che non si deve sottovalutare e che operò molto in profondità e vastità, è l’opera letteraria dei Padri e degli scrittori ecclesiastici, i quali svilupparono e diffusero sistematicamente la teoria del « martirio incruento », rappresentato appunto dalla vita penitente, ascetica e monastica, o comunque dalla vita di perfezione cristiana. Tale teoria divenne la dottrina comune in tutto il Medioevo e influisce anche oggi. Basteranno alcuni pochi riscontri, rimandando per il resto alla bibliografia notata sotto. Paolino di Nola sollecita per s. Felice, presbitero nolano, la gloria di martire: « Martyrium sine cæde placet , si prompta ferendimensque fidesque Deo caleant; passura voluta sufficit, et summa est meriti testatio voti » (S. Paulini carmina [ed. J . M . J . Hartel : CSEL: XXIX], carm. 14, v. 10-12, p. 46). S. Girolamo non si perita a crivere ad Eustochio: « Mater tua longo martyrio coronata est. Non solum effusio sanguinis in confessione reputatur sed devotæ quoque mentis servitus cotidianum martyrium est » (Epistolæ [ed. I . Hilberg], CSEL: LV, ep. 108, n.31, p. 349). Di Martino di Tours dice Sulpicio Severo: implevit tamen sine cruore martyrium »; nella sua festa si riscontrano ancora la salmodia ed altri elementi Iiturgici propri dei martiri. – [BIBL.: H . Dclehaye, Sanctus, essai sur le eulte des saints dans l’antiquité, Bruxelles 1927, pp. 109-21, 162-89: D. Gougaud, Dévotions et pratiques ascétiques du moyen age, Maredsous 1929, p. 200-19; H. Delehaye, Les origines du eulte des martyrs, 2a ed., Bruxelles 1933, p. 50 sgg. ; M. Vi!ler-K. Rahner, Aszese und Mystik in der Vàterzeit, Friburgo in Br. 1939, pp. 29-59; H. Leclereq, Saint, in DACL, XV (1949), coll. 373-462.]

III. LA c. VESCOVILE. – Fra i secc. VI e X, mentre l’Oriente si distaccava sempre più dall’Occidente, la dissoluzione dell’impero romano e l’immigrazione dei popoli barbarici, con la relativa necessità di convertirli alla fede cattolica, posero la Chiesa di fronte a compiti nuovi e ardui. È l’epoca dei grandi vescovi, dei monaci missionari, dei re convertiti che finiscono persino nel chiostro, delle regine e principesse fondatrici di monasteri e chiese e poi esse stesse badesse o monache, degli eremiti e dei pellegrini; un mondo in fermento e in movimento, con profondi contrasti fra violenza e santità, in mezzo a popoli giovani, di forte immaginativa, entusiasti della nuova fede, ammiratori degli eroi della carità e della illibatezza evangelica. In questo periodo, oltre una rifioritura del culto dei santi martiri, nascono un po’ da per tutto nuovi culti di santi: bastava al popolo spesso la fama di vita penitente, la fondazione di un monastero con le sue benefiche conseguenze, una grande beneficenza verso i poveri, talvolta una morte violenta, anche se non sempre per stretto motivo di fede, e soprattutto la fama di miracoli, per far nascere un nuovo culto: voce popolare di santa vita, e credito di miracoli sono i due punti di partenza per questi culti dell’alto medio evo. Le grandi chiese considerarono ordinariamente i loro fondatori e primi vescovi come altrettanti santi; lo stesso vale per le figure di grandi abati. In tutti i casi se ne raccolgono le memorie, se ne scrivono le leggende, senza troppe preoccupazioni di critica; i calendari e i martirologi di quei secoli si arricchiscono con sempre nuovi nomi, nelle chiese si moltiplicano gli altari e il numero delle feste aumenta rapidamente. Di tanto in tanto occorreva anche reprimere facili abusi. Carlomagno, ad es., dovette prendere delle misure contro i culti abusivi ( MGH , Capitularia, II, 56: « Ut falsa nomina martyrum et incertæ sanctorum memoriæ non venerentur »; il Concilio di Francoforte [794]: « Ut nulli novi sancti colantur aut invocentur nec memoriæ eorum per vias erigantur, sed ii soli in ecclesia venerandi sint, qui ex auctoritate passionum aut vitæ merito electi sunt »; MGH, Capitularia, II, 170; il Concilio di Magonza [813]: «Deinceps corpora sanctorum de loco ad locum nullus præsumat transferre sine Consilio principis vel episcoporum et sanctæ synodis licentìa»; Mansi, XIV, 75). Dalle varie e molteplici notizie su questa materia, risulta che si stava formando in questi secoli una certa prassi più o meno uniforme, attraverso la quale veniva autorizzato un nuovo culto. Il punto di partenza rimane sempre la fama pubblica, la vox populi, che subito dopo la morte del servo di Dio correva alla tomba, ne invocava l’intercessione e ne proclamava l’effetto taumaturgico. Allora era avvisato il vescovo competente; in sua presenza, anzi, spesso in occasione di un sinodo diocesano o provinciale, si leggeva una vita del defunto e soprattutto la storia dei miracoli (primissimo nucleo dei futuri processi) e in seguito all’avvenuta approvazione, si procedeva all’esumazione del corpo per dargli una sepoltura più onorevole: la elevatio. Ma spesso seguiva subito o più tardi un altro passo: la translatio, cioè la nuova deposizione del corpo santo davanti o accanto ad un altare o addirittura sotto o sopra l’altare, il quale prendeva il nome dal santo ivi venerato; anzi, alle volte la stessa chiesa era ampliata o ricostruita e dedicata precisamente al santo elevato o traslato. Dall’elevazione o traslazione in poi veniva celebrata regolarmente la festa liturgica, spesso con grande solennità, non solo nella località dove sorgeva l’altare o la chiesa, ma in tutta la diocesi, la regione, la provincia, o in tutta la famiglia religiosa. – Gli elementi principali dunque di questa procedura che si era andata formando in epoca merovingia e aveva preso una certa consistenza in èra carolingia, sono: pubblica fama di santità e di miracoli (o di martirio), presentazione al vescovo diocesano o al sinodo (diocesano, provinciale) di una vita appositamente composta, con particolare rilievo dei miracoli, attribuiti al « santo », approvazione ossia consenso ufficiale al culto che si apre con l’elevazione o la traslazione. Vale a dire si crea un punto fisso del culto: l’altare proprio del nuovo santo, ovvero la sua chiesa, dove viene celebrata regolarmente la festa liturgica. Il culto può restare limitato o può espandersi più o meno rapidamente e largamente; questo è un elemento secondario, l’essenziale è l’intervento ufficiale dell’autorità ecclesiastica competente, cioè, in quell’età, del vescovo ordinario, in forza della sua autorità propria, resa più evidente, spesso, anche dal concorso dei vescovi vicini, o di un sinodo. Siamo in tal modo dinanzi ad una disciplina ecclesiastica ordinaria e normale, riconosciuta universalmente, quindi legittima e valida a tutti gli effetti: cioè la c. vescovile, o locale, ovvero particolare, come alcuni preferiscono nominarla, unica ed esclusiva dal sec. VI al XII e continuata talvolta fino al sec. XIV. Un esempio molto tardo, per citarne uno, abbiamo ancora nel 1215, nella c. di s. Pietro di Trevi, celebrata prout poterat dal vescovo di Anagni, Pietro, in presenza dei prelati vicini. A s. Pier Damiani (m. nel 1072) questa prassi era ben nota ed egli ne parla come di cosa ordinaria (cf. Opusculum VI, cap. 19: PL 145, 142). – Per concludere: per più di 5 e 6 secoli (secc. VI-XII) la c. vescovile era la c. normale e unica in uso nella Chiesa latina. Accanto ad essa, come si vedrà subito, la c. papale crebbe molto lentamente e ci volle molto tempo e molto lavoro dottrinale e canonistico prima che essa riuscisse a soppiantare la c. medioevale ordinaria, compiuta dai vescovi. Da notare sopra tutto che la c. vescovile dava inizio ad un culto vero e proprio di santo, cioè alla celebrazione della festa liturgica, all’erezione o dedica di altari e di chiese, all’uso del nome nel Battesimo e via dicendo, senz’alcun limite. L’estensione geografica più o meno vasta di questi culti è un elemento secondario e puramente accessorio. Bisogna evitare di applicare a quei tempi i concetti giuridici moderni; del resto, anche la c. papale formale, sebbene obblighi tutta la Chiesa a venerare un santo, non implica per nulla l’imposizione della sua festa a tutta la Chiesa. – [BIBL.: Oltre i libri del p. H . Delehaye, citati sopra, cf. St. Beissel, Die Verehrung der Heiligen und ihrer Reliquien in Deutschland, 2 voll., Friburgo in Br. 1890, 1892; E. Marignon, Etudes sur la civilisation française, II: Le culte des saints sous les Mérovingiens, Parigi 1899.].

[Nota redaz. Il carattere rosso è redazionale. … “se non eretico, certamente temerario, scandaloso a tutta la Chiesa, ingiurioso verso i santi, sospetto di eresia, assertore di erronea proposizione, chi osasse affermare che il Pontefice in questa o quella c. abbia errato, e che questo o quel santo da lui canonizzato non dovesse onorarsi con culto di dulia… Questa asserzione di S. S. Benedetto XIV [P. Lambertini] merita un breve commento. Se noi assistiamo anche oggi a canonizzazioni “strane”, che lasciano dubbi, o meglio, danno certezze quasi matematiche, non è perché il Papa abbia errato, ma semplicemente perché la canonizzazione è finta ed invalida, fatta dai burattini del B’nai B’rith, dagli antipapi insediati dall’anticristo! punto.]

[Continua…]

 

 

UN’ENCICLICA al giorno, toglie l’APOSTATA-SCISMATICO di torno: “SATIS COGNITUM” di S. S. Leone XIII

S. S. LEONE XIII

“Satis cognitum”

Lettera Enciclica

(L’unità della Chiesa)

29 giugno 1896

 [Questa grande, straordinaria Enciclica di S. S. Leone XIII, è in grado da sola, di spazzar via tutti i “fecalomi ecumenici” vomitati da tanti scellerati apostati modernisti, sia “di sinistra” [gli aderenti agli obbrobri del “novus ordo”], che “di destra”, i finti tradizionalisti [gli abominevoli sedevacantisti, i tesisti sede(cerebro)privazionisti del fasullo vescovo francese, i “fratelli” ed i nipotini spirituali del cavaliere kadosh, gli eredi di Feeney l'”idrofilo”, ed altri eretici “cani sciolti”], mediante una catechesi assolutamente puntuale, chiara, con riferimenti amplissimi alla santa Scrittura, alla Tradizione apostolica, agli scritti dei Padri della Chiesa, mostrando una fermezza teologica senza pari, senza tentennamenti o ermeneutiche confuse, assoluta, infallibile ed irreformabile. Un documento Magisteriale di importanza primaria nella storia della Chiesa Cattolica, inconfutabile, a meno che non si voglia apertamente dichiarare di essere non fuori, ma “lontani” mille miglia dalla Chiesa Cattolica. L’argomento di fondo è l’ “UNITA’ della CHIESA, e vengono illustrati concetti dogmatici inerenti all’assetto del “Corpo mistico di Cristo”, al ruolo dei Vescovi, e soprattutto del Vicario di Cristo in terra, il PAPA. Qui non c’è spazio per i “vomiti dell’ECUMENISMO MASSONICO”; è un documento non proprio breve, da rileggere più volte, con calma, magari a tratti e a più riprese, da fissare nella mente per sfuggire alle mille trappole dei blateranti affabulatori modernisti di obbedienza massonica e delle conventicole adoranti lucifero ed i suoi luogotenenti infernali. Vale la pena soffermarvisi e impiegare un po’ di tempo, ne va della salvezza eterna della nostra anima! E poi … si può respirare a pieni polmoni “aria cattolica”, ci disintossicheremo un po’ dai miasmi pestilenziali del massonismo dai quali tutti siamo avvolti! …

Satis cognitum vobis est, cogitationum et curarum Nostrarum partem

“Vi è ben noto come non piccola parte dei nostri pensieri e delle nostre cure è rivolta ad ottenere con ogni studio il ritorno dei traviati all’ovile del Sommo Pastore delle anime, Gesù Cristo. Tenendo presente questo, credemmo opportuno con salutare consiglio e proposito che gioverebbe non poco disegnare l’immagine e i lineamenti della Chiesa, tra i quali degnissima di speciale considerazione è l’unità, che il divino Autore in perpetuo le impresse come carattere di verità e di forza. La nativa bellezza della Chiesa deve impressionare molto gli animi di chi la contempla: ne è inverosimile che basti la sua contemplazione a togliere di mezzo l’ignoranza e a sanare le false e preconcette opinioni, specialmente di coloro che senza loro colpa sono in errore: che anzi può destarsi negli uomini un amore verso la Chiesa simile alla carità, con la quale Gesù Cristo, redimendola col suo sangue divino, la fece sua sposa: “Cristo ha amato la Chiesa, e per essa ha dato se stesso” (Ef V,25). A quanti faranno ritorno all’amantissima madre, finora non bene conosciuta, o malamente abbandonata, se questo ritorno non costerà loro il sangue, che pure fu il prezzo con il quale Cristo la conquistò, ma qualche fatica o molestia, molto più lieve a sopportarsi, questo almeno sia loro chiaro e palese, che non è un tale peso ad essi imposto dalla volontà dell’uomo, ma da un volere e comando divino; e di conseguenza, mediante la grazia celeste, facilmente conosceranno per esperienza quanto sia vera la sua affermazione: “Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero” (Mt XI,30). Per questo, avendo riposta grandissima speranza nel “Padre dei lumi“, da cui discende “ogni bel dono e ogni regalo perfetto” (Gc 1,17), di tutto cuore lo supplichiamo, affinché Egli, “che solo fa crescere” (1Cor III,6), voglia benignamente concederci la forza di persuadere. – Benché Dio possa per sé operare con la sua virtù quanto operano le nature create, tuttavia Egli volle con benigno consiglio della sua Provvidenza servirsi degli uomini per aiutare gli uomini; e come nell’ordine naturale si serve dell’opera e del contributo dell’uomo per comunicare alle cose la perfezione conveniente così pure si comporta per dare all’uomo la santità e la salute. Ora è chiaro che tra gli uomini non vi può essere comunicazione di sorta se non attraverso le cose esterne e sensibili. Per la qual cosa il Figlio di Dio assunse l’umana natura e “sussistendo nella natura di Dio … spogliò se stesso, prendendo la natura di servo, divenendo simile agli uomini” (Fil II,6-7), e così, dimorando in terra, personalmente insegnò la sua dottrina e i precetti della sua legge. – E poiché conveniva che la sua divina missione fosse perenne, perciò Egli riunì intorno a sé dei discepoli della sua dottrina, e li fece partecipi del suo potere; e avendo su di essi chiamato dal cielo lo Spirito di verità, comandò loro di percorrere tutta la terra, predicando fedelmente quanto Egli aveva insegnato e comandato, affinché tutto il genere umano potesse conseguire la santità in terra e la felicità eterna nel cielo. – Per questa ragione e in virtù di questo principio fu generata la Chiesa, la quale, se si considera l’ultimo fine a cui mira, e le cause prossime della santità, è certamente spirituale; ma se si considerano i membri che la compongono e i mezzi che conducono al conseguimento dei doni spirituali, è esterna e necessariamente visibile. Gli Apostoli ricevettero la missione d’insegnare attraverso segni, che si percepiscono dalla vista e dall’udito, e non altrimenti essi l’eseguirono se non con detti e con fatti, che fanno impressione sui sensi. E così la loro voce, percuotendo esternamente gli orecchi, produsse la fede negli animi: “La fede viene dalla predicazione, e la predicazione si fa per mandato di Cristo” (Rm X,17). E sebbene la stessa fede, o l’assenso alla prima e suprema verità, per sé sia contenuta nella mente, tuttavia occorre che si manifesti con un’esplicita professione: “Col cuore si crede per avere la giustizia, e con la bocca si professa la fede per ottenere la salvezza” (Rm X,10). Così pure non vi è nulla per l’uomo di più interno della grazia celeste, che produce la santità, ma gli ordinari e principali strumenti per la partecipazione della medesima sono esterni: li chiamiamo Sacramenti, che vengono amministrati con certi riti da persone, scelte appositamente a tale scopo. Comandò Gesù Cristo agli Apostoli e ai loro successori in perpetuo che istruissero e dirigessero le genti, e comandò a queste che ne ricevessero la dottrina e fossero sottomesse e obbedienti al loro potere. Ma questi mutui diritti e doveri nel Cristianesimo non avrebbero potuto non solo mantenersi, ma neppure iniziarsi, se non attraverso i sensi, interpreti e indicatori delle cose. – Ed è per questo che spesso le sacre Scritture chiamano la Chiesa ora “corpo”, ora “corpo di Cristo”. “Ora voi siete il corpo di Cristo” (1Cor 12,27). Come corpo essa è visibile, e in quanto è di Cristo, è un corpo vivo, operoso e vitale, poiché Gesù Cristo la custodisce e la sostenta con l’immensa sua virtù, come la vite alimenta e rende fruttiferi i suoi tralci. Come negli animali il principio di vita è interno e del tutto nascosto, e tuttavia si rivela e si manifesta per il moto e l’atteggiamento delle membra, così pure nella Chiesa il principio di vita soprannaturale si manifesta con evidenza per le sue stesse operazioni. – E da ciò deriva che sono in un grande e fatale errore coloro, i quali si foggiano in mente a proprio capriccio una Chiesa quasi latente e per nulla visibile; come anche coloro che l’hanno in conto di umana istituzione con un certo ordinamento di disciplina e di riti esterni, ma senza la perenne comunicazione dei doni della Grazia divina, e senza quelle cose che con aperta e quotidiana manifestazione attestino che la sua vita è derivata da Dio. Ora tanto ripugna che l’una o l’altra cosa sia la Chiesa di Gesù Cristo, quanto che l’uomo sia solo corpo o solo spirito. L’insieme e l’unione di queste due parti è del tutto necessaria alla Chiesa, come alla natura umana l’intima unione dell’anima e del corpo. Non è la Chiesa come un corpo morto, ma è il corpo di Cristo informato di vita soprannaturale. E come Cristo, nostro Capo ed esemplare, non è tutto Lui, se in Lui si considera o la sola natura umana visibile, come fanno i fotiniani e i nestoriani, o solamente la divina natura invisibile, come sogliono fare i monofisiti, ma è uno solo per l’una e l’altra natura visibile e invisibile e nelle quali sussiste; così il suo corpo mistico non è vera Chiesa se non per questo, che le sue parti visibili derivano forza e vita dai doni soprannaturali e dagli altri elementi da cui sgorga la loro ragione di essere e la loro natura propria. E poiché la Chiesa è quello che è per volontà e istituzione divina, ha da rimanere tale in perpetuo; e se tale non rimanesse, non sarebbe certamente fondata in perpetuo, e il fine stesso, a cui essa tende, verrebbe circoscritto da determinati confini di tempo e di luogo: ma l’una e l’altra cosa ripugna alla verità. Questa unione dunque di cose visibili e invisibili, appunto perché naturale e congenita per divino volere nella Chiesa, deve necessariamente perdurare, finché durerà la Chiesa. Perciò il Crisostomo diceva: “Non allontanarti dalla Chiesa, poiché nulla vi è più forte della Chiesa. La tua speranza è la Chiesa, la tua salute è la Chiesa, il tuo rifugio è la Chiesa. Essa è più alta del cielo, più vasta della terra. Non invecchia mai, ma è sempre giovane. Infatti per dimostrare la sua fermezza e stabilità la Scrittura la chiama monte“. E Agostino: “Credono (i gentili) che la religione cristiana deve vivere in questo mondo fino a un certo tempo, e poi, non più. Fino a tanto che nasce e tramonta il sole, essa durerà come il sole, cioè, fino a tanto che durerà il volgere dei secoli, non verrà meno la Chiesa di Dio, o il corpo di Cristo, sulla terra“. La stessa cosa dice altrove: “Vacillerà la Chiesa, se vacillerà il fondamento: ma come mai vacillerà Cristo? … Non vacillando Cristo, neppure essa declinerà in eterno. Dove sono coloro che dicono che è perita nel mondo la Chiesa, mentre essa neppure può inclinarsi?“. – Di questi fondamenti deve servirsi chiunque cerca la verità. La Chiesa fu istituita e formata da Cristo Signore: e perciò quando si cerca quale sia la sua natura, occorre anzitutto conoscere quello che Cristo ha voluto e ha fatto. Secondo questa norma si deve specialmente esaminare l’unità della Chiesa, di cui ci parve bene dare in questa lettera un cenno a comune vantaggio. – Che la vera Chiesa di Gesù Cristo sia una, è cosa a tutti così nota, per le chiare e molteplici testimonianze della sacra Scrittura, che nessun cristiano osa contraddirla. Però nel giudicare e stabilire la natura dell’unità, vari errori sviano molti dal retto sentiero. Non solo l’origine, ma tutta la costituzione della Chiesa appartiene a quel genere di cose che liberamente si effettuano dagli uomini, e quindi tutto l’esame deve basarsi sui fatti, e si deve cercare non in che modo la Chiesa possa essere una sola, ma come una sola l’ha voluta Chi l’ha fondata. – Ora se si osserva ciò che fece, Gesù Cristo non formò la sua Chiesa in modo che abbracciasse più comunità dello stesso genere, ma distinte e non collegate insieme con quei vincoli che formano una sola e individua Chiesa, a quel modo che nel recitare il simbolo della fede noi diciamo “Credo la chiesa una…“. “La Chiesa ebbe in sorte una sola natura, ed essendo una, gli eretici vogliono scinderla in molte. Affermiamo dunque che è unica l’antica e cattolica Chiesa nel suo essere e nella comune credenza, nel suo principio e per la sua eccellenza…“. – Del resto anche l’eminenza della Chiesa, come principio di costruzione, risulta dalla sua unità, superando ogni altra cosa, e nulla avendo di simile a sé o di uguale”. E infatti Gesù Cristo, parlando di questo mistico edificio, non parla che di una Chiesa, che Egli chiama sua: “Edificherò la mia chiesa“. Se ne pensi qualunque altra fuori di questa, non essendo fondata da Gesù Cristo, non può essere la vera chiesa di Cristo. E questo diventa ancor più evidente, se si considera l’intento del divino Autore. Che cosa infatti Egli ebbe di mira, che cosa volle nel fondare la chiesa? Trasmetterle l’ufficio e la missione che Egli ebbe dal Padre, perché la continuasse. Questo Egli aveva stabilito di fare, e questo fece: “Come il Padre ha mandato me, cosi io mando voi” (Gv XX,21). “Come tu hai mandato me nel mondo, così pure li ho mandati nel mondo” (Gv XVII,18). Ora ufficio di Cristo è di salvare ciò che era perito, cioè non alcune genti e città, ma tutto il genere umano senza distinzione di tempi e di luoghi: “Venne il Figlio dell’uomo … affinché il mondo sia salvato per opera di lui” (Gv III,17). “Infatti non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, per il quale noi possiamo essere salvi” (At IV,12). È pertanto dovere della Chiesa diffondere largamente in tutti gli uomini e propagare in tutte le età la salute e insieme tutti i benefici che ne provengono. Per questo è necessario che sia unica, secondo il volere del suo Autore, in tutto il mondo e in tutti i tempi. Perché potesse essere più d’una, converrebbe che si estendesse fuori del mondo, e che s’immaginasse un nuovo e non mai udito genere umano. – Che la Chiesa dovesse essere una, che in ogni tempo dovesse abbracciare quanti sono nel mondo, vide e vaticinò Isaia, quando in una visione del futuro egli la vide sotto l’apparenza di un monte di smisurata altezza, che esprimeva l’immagine, della casa del Signore, cioè della Chiesa. “E avverrà negli ultimi giorni che il monte della casa del Signore si ergerà sulla sommità dei monti” (Is II,2). Ora uno è il monte sovrastante gli altri monti, una la casa del Signore, a cui concorreranno tutte le genti per avere la norma del vivere. “E tutte le genti affluiranno ad esso … e diranno: Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci ammaestrerà intorno alle sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri” (IsII2,2-3). Accennando a questo testo Ottato di Milevi dice: “Sta scritto nel profeta Isaia: Da Sion uscirà la legge, e la parola di Dio da Gerusalemme. Non nel monte Sion dunque Isaia vede la valle, ma nel monte santo, che è la Chiesa, il qual monte per tutto l’orbe romano sotto ogni ciclo innalza il capo. È pertanto la Chiesa quella Sion spirituale, nella quale Cristo è costituito Re dal Padre, che in tutto il mondo esiste, e in cui la Chiesa cattolica è una“. E Agostino dice: “Che vi è di più visibile di un monte? Eppure vi sono monti in qualche parte della terra a noi sconosciuti. … Ma non così quel monte che ha di sé riempita tutta la superficie della terra, e di cui si dice che è fondato sulle vette dei monti“. Inoltre il Figlio di Dio volle che la Chiesa fosse il suo mistico Corpo, a cui Egli come capo si unisce a somiglianza del corpo umano che assunse. E come Egli prese un unico corpo mortale, che offrì ai tormenti e alla morte per pagare il prezzo dell’umano riscatto, così pure Egli ha un solo corpo mistico, nel quale e per il quale rende gli uomini capaci della santità e della salute eterna. “Lui (Cristo) costituì (Dio) capo sopra tutta la Chiesa, che è il corpo di Lui” (Ef 1.22-23). – Membra separate e disperse non possono aderire al capo per formare insieme un corpo. Ora Paolo dice: “Come tutte le membra del corpo, benché molte, formano tuttavia un solo corpo; così anche Cristo” (1Cor XII,12). E perciò dice di questo corpo mistico che è “connesso e collegato”. “Il capo è Cristo, da cui tutto il corpo è ben connesso e solidamente collegato, per tutte le congiunture del rifornimento secondo l’attività proporzionata a ciascun membro” (Ef IV,15-16). Quindi, se qualche membro si divide e vaga disperso dagli altri, non può rimanere congiunto con lo stesso e unico capo. “Uno è Dio, dice san Cipriano, Cristo è uno, una la Chiesa, una la sua fede, uno il suo popolo, congiunto col glutine della concordia in una solida unità di corpo. Non si può scindere l’unità, né sciogliere la compagine di un corpo per sé uno“. – E per meglio rappresentare la Chiesa una, la paragona al corpo animato, le cui membra non possono vivere altrimenti che congiunte col capo, da cui derivano la loro virtù vitale; separate che siano, necessariamente muoiono. “Non si possono (alla Chiesa) lacerare e strappare le viscere, e non può essere fatta a pezzi. Tutto ciò che viene strappato dalla matrice non può avere per sé spirito e vita“. Ora che somiglianza ha mai un corpo morto con uno vivo? E san Paolo dice: “Nessuno odia il suo corpo, ma lo nutre e lo custodisce, come Cristo fa con la Chiesa, perché siamo membri del suo corpo, carne della sua carne, ossa delle sue ossa” (Ef V,29-30). Se dunque si vuol formare un’altra chiesa, un altro corpo, gli si dia un altro capo, un altro Cristo. “Guardate bene, dice sant’Agostino, quello che dovete evitare, guardate quello che dovete osservare, guardate quello che dovete temere. Accade che nel corpo umano, anzi dal corpo umano, si tagli via qualche membro, una mano, un dito, un piede; forse che l’anima segue il membro reciso? Quand’esso era unito al corpo, viveva; tagliato, perde la vita. Non altrimenti l’uomo cristiano è cattolico in quanto vive nel corpo (della Chiesa), tagliatene fuori, diviene eretico; ora lo spirito non segue un membro amputato“. È dunque la Chiesa di Cristo unica e perpetua. Chiunque se ne separa, devia dalla volontà e dal precetto di Cristo nostro Signore, e, abbandonata la via della salute, corre alla rovina. “Chiunque, dice san Cipriano, segregato dalla (vera) Chiesa, si unisce alla adulterina, si allontana dalle promesse (fatte) alla Chiesa, né giungerà al premio di Cristo chi abbandona la Chiesa di Cristo. Chi non mantiene questa unità, non osserva la legge di Dio, non ha la fede del Padre e del Figlio, non raggiunge la vita e la salvezza“. – Ora colui che la fece unica, la fece una, cioè, tale che quanti fossero in essa, si mantenessero associati con strettissimi vincoli insieme in modo da formare un popolo, un regno, un corpo: “Un solo corpo e un solo spirito, come siete stati chiamati ad una sola speranza, grazie alla vostra vocazione” (Ef IV,4). Gesù Cristo confermò e consacrò in modo solenne questa sua volontà poco prima di morire, così pregando il Padre suo: “Io non prego solamente per essi, ma anche per quelli che mediante la loro parola crederanno in me, affinché anch’essi siano una sola cosa in noi … affinché giungano a perfetta unità” (Gv XVII,20-21.23). Che anzi volle che l’unità fosse tra i suoi seguaci così intima e perfetta che in qualche modo imitasse la sua unione col Padre: “Prego … affinché tutti siano una cosa sola, come tu, o Padre, sei in me, e io in te” (Gv XVII,21). Necessario fondamento di tanta e così assoluta concordia tra gli uomini è il consenso e l’unione delle menti, da cui nasce naturalmente l’armonia delle volontà e la somiglianza delle azioni. E perciò volle, nel suo divino consiglio, che ci fosse nella Chiesa l’unità della fede: virtù che tiene il primo luogo tra i vincoli che ci legano a Dio, e da cui riceviamo il nome di fedeli. “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef IV,5), che è quanto dire, che, come uno solo è il Signore, uno il battesimo, così anche una sola deve essere la fede di tutti i Cristiani in tutto il mondo. Pertanto l’apostolo Paolo non solo prega, ma domanda e scongiura che tutti abbiano lo stesso sentimento, e fuggano la discordia delle opinioni: “O fratelli, in nome del Signore nostro Gesù Cristo, io vi scongiuro, che tutti teniate uno stesso linguaggio, e non siano tra voi divisioni, ma siate perfettamente uniti in uno stesso sentimento e in uno stesso pensiero” (1 Cor 1,10). E questi testi non hanno certamente bisogno d’interpretazione, poiché parlano chiaramente. Del resto che una debba essere la fede, quanti si professano Cristiani comunemente ne convengono. Quello piuttosto che è di massimo rilievo, anzi assolutamente necessario e in cui molti s’ingannano, è di conoscere quale sia questa specie e forma di unità. La qual cosa, come abbiamo fatto più innanzi in simile assunto, si deve discutere non già con argomenti di probabilità e con congetture, ma con la certa scienza dei fatti, ossia si deve giudicare e stabilire quale sia quell’unità di fede, che Gesù Cristo ci ha comandato. – La celeste dottrina di Gesù Cristo, benché in gran parte fissata nella sacra Scrittura, non poteva tuttavia, se fosse stata lasciata all’arbitrio dell’uomo, vincolare le menti. Infatti poteva accadere che desse luogo a varie e differenti interpretazioni: e ciò non solo per sé stessa e per i misteri della sua dottrina, ma anche per la varietà delle menti umane e il turbamento delle passioni, aberranti in contrarie parti. Dalla differenza dell’interpretare nascono necessariamente le divergenze nel sentire: e quindi le controversie, i dissidi, le contese, quali ne vide la stessa età prossima all’origine della Chiesa. Degli eretici scrive s. Ireneo: “Essi confessano, è vero, le Scritture, ma ne pervertono il senso“. E s. Agostino: “Non sono nate le eresie e certi dogmi perversi, che irretiscono le anime e le precipitano nel profondo, se non quando le sacre Scritture non furono bene intese“. Per armonizzare dunque le menti allo scopo di produrre e mantenere l’accordo delle sentenze, oltre le sacre Scritture, era sempre necessario un altro “principio”. – Lo esige la divina sapienza: poiché Dio non poteva volere che vi fosse una sola fede, se non avesse provveduto un qualche mezzo adatto per conservare questa unità: ciò che le sacre Scritture, come diremo fra poco, apertamente dichiarano. È certo che l’infinita potenza di Dio non è legata e vincolata ad alcuna cosa, e usa tutte le cose come strumenti docili e obbedienti. Si deve dunque esaminare quale sia questo principio esterno che Cristo ha prescelto per trarre quanti sono in suo potere. Quindi occorre richiamare gli inizi della religione cristiana. – Rammentiamo cose a noi attestate dalle divine Scritture e a tutti note. Gesù Cristo con la sua virtù taumaturgica prova la sua divinità e la sua missione divina; ammaestra con la parola le moltitudini, e comanda a tutti con promessa di premi e minaccia di pene eterne, perché a Lui che insegna prestino fede. “Se io non faccio le opere del Padre mio, non credetemi” (Gv X.37). “Se non avessi operato in loro cose che nessun altro fece, non avrebbero colpa” (Gv XV,24). “Se poi faccio tali cose, e non mi volete credere, credete almeno alle mie opere” (Gv X,38). Tutto ciò che Egli comanda, lo comanda con la stessa autorità, e nell’esigere l’assenso dell’intelletto niente eccettua, niente distingue. Quelli dunque che avevano udito Gesù, se si volevano salvare, erano obbligati a ricevere non solo la sua dottrina in genere, ma ad assentire pienamente a tutte le cose da Lui insegnate: poiché ripugna che anche in una cosa sola non si creda a Dio. – Giunto il tempo di ritornare al cielo, egli manda con quello stesso potere, con cui era stato inviato dal Padre, i suoi apostoli, ordinando loro di spandere e diffondere la sua dottrina: “A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque, e ammaestrate tutte le genti… insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato” (Mt XXVIII,18-20). Saranno salvi quanti obbediranno agli apostoli, e riprovati quanti negheranno loro obbedienza. “Chi crede e si fa battezzare si salverà; chi non crede sarà condannato” (Mc XVI,16). Ora, essendo cosa sommamente conveniente alla provvidenza di Dio di non prescegliere alcuno a un grande ed eccellente ufficio senza dargli ad un tempo quanto gli occorre per ben adempierlo, per questo Gesù Cristo promise che avrebbe mandato ai suoi apostoli lo Spirito di verità, e che quello Spirito sarebbe rimasto in essi perpetuamente. “Se vado, vi manderò (il Confortatore) … quando però verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà per tutta intera la verità” (Gv XVI,7-13). “E io pregherò il Padre, e vi darà un altro Confortatore, affinché rimanga sempre con voi, lo Spirito di verità” (Gv XIV,16-17). “Egli renderà a me testimonianza; e voi pure mi renderete testimonianza” (Gv XV,26-27). Quindi comanda che la dottrina degli apostoli sia ricevuta con religioso ossequio e santamente osservata come la sua propria. “Chi ascolta voi, ascolta me; e chi rigetta voi, rigetta me” (Lc X,16). Per questo gli apostoli sono ambasciatori di Gesù Cristo, come egli lo è del Padre: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20,21). Di conseguenza, come dovevano gli apostoli e i discepoli essere ossequienti ai detti di Gesù Cristo, così lo debbono essere a quelli degli apostoli quanti vengono istruiti da loro per divino mandato. Quindi non è lecito ripudiare uno solo degli ammaestramenti degli apostoli, come non si può rigettare alcuna cosa della dottrina di Cristo. – E veramente la voce degli apostoli, investiti dello Spirito Santo, largamente risuonò dappertutto. Ovunque essi si fermassero, ivi sempre si presentavano come ambasciatori di Cristo: “Per Lui (Gesù Cristo) ricevemmo la grazia e l’apostolato per sottomettere alla fede nel nome di lui tutte le genti” (Rm 1,5). E la loro divina legazione veniva autenticata da Dio con miracoli. “Essi poi se ne andarono a predicare da per tutto, con la cooperazione del Signore che confermava il loro insegnamento con i miracoli, che l’accompagnavano” (Mc XVI,20). E quale insegnamento? Quello senza dubbio che in sé conteneva quanto essi avevano imparato dal Maestro: infatti apertamente davanti a tutti essi protestano che non potevano tacere le cose che avevano vedute o udite. – Ma, come abbiamo detto altrove, questa missione apostolica non era tale che potesse terminare con la persona degli apostoli o venisse meno con l’andar del tempo, essendo essa una missione universale e istituita per la salvezza del genere umano. Agli apostoli infatti Gesù Cristo comandò che predicassero “l’evangelo ad ogni creatura”, che portassero “il suo nome innanzi alle genti e ai re”, e che fossero “suoi testimoni sino all’estremità della terra”. E promise loro per l’adempimento di sì grande missione la sua assistenza, non già per alcuni anni o epoche determinate, ma per tutto il tempo sino “alla fine del mondo”. A questo proposito san Girolamo dice: “Colui che promette di essere coi suoi discepoli sino alla fine del mondo, fa chiaramente intendere che essi sempre vivranno, e che Egli non si allontanerà mai dai credenti“. Le quali cose come mai si sarebbero potute verificare nei soli apostoli, soggetti anch’essi per l’umana condizione alla morte? Era dunque nei disegni della provvidenza divina che il Magistero, istituito da Gesù Cristo, non finisse con la vita degli apostoli, ma fosse perpetuo. Infatti noi lo vediamo propagarsi e passare per tradizione, diremo così, di mano in mano. Gli apostoli perciò consacrarono dei vescovi, e nominatamente designarono coloro che dovevano succedere loro fra non molto nel “ministero della parola”. – Né si tennero paghi di tanto; ma imposero anche ai loro successori che scegliessero persone idonee, le quali, investite della medesima autorità, avessero lo stesso incarico e ufficio d’insegnare. “Tu, o figlio mio, prendi forza nella grazia, che è in Cristo Gesù, e gli insegnamenti da me avuti in presenza di molti testimoni, trasmettili a uomini fidati, capaci di ammaestrare anche gli altri” (2Tm II,1-2). E perciò come Cristo fu mandato da Dio, e gli apostoli da Cristo, così i vescovi e quanti successero agli apostoli, sono mandati dagli apostoli. “Gli apostoli furono costituiti per noi predicatori dell’evangelo dal Signore nostro Gesù Cristo, e Gesù Cristo fu mandato da Dio. Cristo perciò fu mandato da Dio, e gli apostoli da Cristo, e l’una e l’altra cosa con ordine fu compiuta per volontà di Dio… Predicando poi la parola nelle regioni e nelle città, costituirono vescovi e diaconi dei credenti coloro che erano stati le primizie dei convertiti, dopo averne provata la capacità… Costituirono i suddetti e quindi ordinarono, che, alla loro morte, altri uomini capaci prendessero il loro posto nel ministero“. È dunque indispensabile da un lato che sia costante e immutabile l’ufficio d’insegnare quanto Cristo insegnò, e dall’altro che sia pure costante e immutabile il dovere di ricevere e professare tutta la dottrina degli apostoli. Il che splendidamente s. Cipriano illustra con queste parole: “Quando nostro Signore Gesù Cristo nel suo evangelo affermò che erano suoi nemici quelli che non erano con lui, non additò alcuna specie di eresia, ma mostrò come suoi avversari tutti coloro che, non essendo ne raccogliendo con Lui, disperdevano il suo gregge, dicendo: Chi non è con me, è contro di me; chi non raccoglie con me, disperde“. – Ammaestrata da tali precetti, la Chiesa, memore del suo ufficio, con ogni zelo e sforzo non si è mai tanto preoccupata che di tutelare in ogni sua parte l’integrità della fede e di ritenere ribelli e espellere da sé quanti non la pensassero come lei in un articolo qualunque della sua dottrina. Gli ariani, i montanisti, i novaziani, i quartadecumani, gli eutichiani, non avevano certamente abbandonata in tutto la dottrina Cattolica, ma solo in qualche parte: e tuttavia chi ignora che essi sono stati dichiarati eretici ed espulsi dal seno della Chiesa? Allo stesso modo vennero in seguito condannati quanti furono in vari tempi promotori di perverse dottrine. “Niente vi può essere di più pericoloso di questi eretici, i quali, mentre percorrono il tutto (della dottrina) senza errori, con una sola parola, come con una stilla di veleno, infettano la pura e schietta fede della divina e poi apostolica tradizione“. Tale appunto fu sempre il modo di comportarsi della Chiesa, e ciò anche per l’unanime giudizio dei santi padri, i quali ebbero sempre in conto di scomunicati ed eretici tutti coloro, che anche per poco si allontanarono dalla dottrina proposta dal legittimo magistero. Epifanie, Agostino, Teodoreto ci diedero un lungo catalogo delle eresie dei loro tempi. Agostino poi osserva che errori d’ogni specie possono pullulare; e se qualcuno aderisce ad uno solo di essi, per questo si separa dall’unità cattolica: “Chi crede a queste cose (cioè le eresie indicate), per ciò stesso non deve credersi o dirsi di essere Cristiano Cattolico. Vi possono essere e formarsi anche altre eresie, che non sono ricordate in questa nostra opera; se uno aderisse a qualcuna di esse, non sarebbe cristiano cattolico“. – E il beato Paolo nella Lettera agli Efesini insiste sul modo di tutelare l’unità, di cui parliamo, come fu stabilito per divino volere. Egli dapprima ci esorta a conservare con grande cura la concordia degli animi: “Studiatevi di conservare l’unità dello spirito mediante il vincolo della pace” (Ef IV,3ss); e, poiché gli animi non possono essere per la carità in tutto concordi, quando gli intelletti non consentano nella fede, vuole che in tutti vi sia una sola fede: “Un solo Signore, una sola fede“; e così perfettamente una, che rimuova ogni pericolo di errare: “Allora non saremo più fanciulli sbalzati e portati qua e là da ogni vento di dottrina, tra i raggiri degli uomini e la scaltrezza a inoculare l’errore“. E questo, egli dice, si deve osservare non per qualche tempo, ma “finché tutti insieme non giungiamo all’unità della fede … alla misura della piena statura di Cristo“. – Ma di questa unità, dove Gesù Cristo pose il principio per stabilirla e il presidio per conservarla? In questo che “è lui che alcuni costituì apostoli … altri pastori e dottori, per rendere i santi capaci di compiere il loro ministero, affinchè sia edificato il corpo di Cristo” (Ef IV,11-12). Per la qual cosa fin dalla più remota antichità i dottori e padri della Chiesa solevano seguire questa regola e ad una voce difenderla. Così dice Origene: “Ogni volta che (gli eretici) mostrano le scritture canoniche, che ogni cristiano ammette e crede, sembrano dire: Ecco la parola di verità. Ma noi non dobbiamo credere loro, né allontanarci dalla prima tradizione ecclesiastica, né credere diversamente, se non come per successione le chiese di Dio ci hanno tramandato“. E Ireneo afferma: “La vera dottrina è quella degli apostoli … secondo le successioni dei vescovi … trattazione ripiena delle Scritture, custodita con diligenza e senza inganno, che giunse fino a noi“. Tertulliano dice: “E certo che ogni dottrina, che sia conforme a quelle tenute dalle primitive chiese apostoliche, è veritiera e senza dubbio afferma ciò che le chiese ricevettero dagli apostoli, gli apostoli da Cristo e Cristo ricevette da Dio… Abbiamo comunione con le chiese apostoliche; in nessuna di esse vi è una dottrina diversa: questa è la testimonianza verace“. Ilario poi afferma: “(Cristo, insegnando dalla barca) vuole indicare che quelli che sono fuori della Chiesa, non possono capire la parola divina. La barca infatti è la figura della Chiesa; quelli che sono fuori di essa, e quelli che stanno sterili e inutili sulla riva, non possono comprendere la parola di vita posta e predicata in essa“. Rufino loda Gregorio Nazianzeno e Basilio, perché “si dedicavano solamente allo studio dei libri della s. Scrittura, e li interpretavano non seguendo la propria intelligenza, ma secondo l’autorità e gli scritti degli autori precedenti, che a loro volta avevano ricevuto le regole dell’interpretazione dalla successione apostolica“. – Da quanto si è detto appare dunque che Gesù Cristo istituì nella Chiesa “un vivo, autentico e perenne magistero”, che Egli stesso rafforzò col suo potere, lo informò dello Spirito di verità e l’autenticò coi miracoli; e volle e comandò che i precetti della sua dottrina fossero ricevuti come suoi. Quante volte dunque questo magistero dichiara che questo o quel dogma è contenuto nel corpo della dottrina divinamente rivelata, ciascuno lo deve tenere per vero, poiché, se potesse essere falso, ne seguirebbe che Dio stesso sarebbe autore dell’errore dell’uomo, il che ripugna: “O Signore, se vi è errore, siamo stati da te ingannati”. Quindi, rimossa ogni ragione di dubitare, a chi mai sarà lecito ripudiare una sola di queste verità, senza che egli venga per questo stesso a cadere in eresia e senza che, essendo separato dalla chiesa, rigetti in blocco tutta la dottrina cristiana? – Tale è infatti la natura della fede, che nulla tanto le ripugna come ammetterne un dogma e ripudiarne un altro. Infatti la Chiesa professa che la fede è una “virtù soprannaturale, con la quale, ispirati e aiutati dalla grazia di Dio, crediamo che sono vere le cose da Lui rivelate, non già per l’intrinseca verità delle medesime conosciuta con il lume naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante, che non può ingannare né essere ingannato“. Se dunque si conosce che una verità è stata rivelata da Dio, e tuttavia non si crede, ne segue che nulla affatto si crede per fede divina. Infatti quello stesso che l’apostolo Giacomo sentenzia del delitto in materia di costumi, deve affermarsi di un’opinione erronea in materia di fede: “Chiunque avrà mancato in un punto solo, si è reso colpevole di tutti” (Gc II,10). Anzi a più forte ragione deve dirsi di questa che di quello. Infatti meno propriamente si dice violata tutta la legge da colui che la trasgredì in una cosa sola, non potendosi vedere in lui, se non interpretandone la volontà, un disprezzo della maestà di Dio legislatore. Invece colui che, anche in un punto solo, non assente alle verità rivelate, ha perduto del tutto la fede, in quanto ricusa di venerare Dio come somma verità e “proprio motivo di fede”: perciò sant’Agostino dice: “In molte cose concordano con me, in alcune poche con me non concordano; ma per quelle poche cose in cui non convengono con me, a nulla approdano loro le molte in cui con me convengono“. – E con ragione; perché coloro che della dottrina cristiana prendono quello che a loro piace, si basano non sulla fede, ma sul proprio giudizio: e non “rendendo soggetto ogni intelletto all’obbedienza a Cristo” (2Cor X,5) obbediscono più propriamente a loro stessi che a Dio. “Voi – diceva Agostino – che nell’evangelo credete quello che volete, e non credete quello che non volete, credete a voi stessi piuttosto che all’evangelo“. – Per questo i padri del concilio Vaticano nulla hanno decretato di nuovo, ma solo ebbero in vista l’istituzione divina, l’antica e costante dottrina della Chiesa e la stessa natura della fede, quando decretarono: “Per fede divina e cattolica si deve credere tutto ciò che si contiene nella parola di Dio scritta o tramandata, e viene proposto dalla Chiesa o con solenne definizione o con ordinario e universale Magistero come verità da Dio rivelata“. Pertanto essendo chiaro che Dio vuole assolutamente nella sua Chiesa l’unità della fede, e sapendosi quale essa sia e con quale principio deve essere tutelata per divino comando, ci sia permesso d’indirizzare a quanti non persistono nel voler chiudere gli orecchi alla verità, le seguenti parole di Agostino: “Vedendo noi tanta abbondanza di aiuti da parte di Dio, tanto profitto e frutto, dubiteremo di chiuderci nel seno di quella Chiesa, la quale, anche per confessione del genere umano, dalla sede apostolica per la successione dei vescovi, nonostante che intorno a lei latrino vanamente gli eretici, già condannati sia dall’opinione popolare, sia dal grave giudizio dei concili, sia dalla grandezza dei miracoli, è giunta all’apice dell’autorità? Il negarle il primato, è proprio o di una somma empietà, o di una precipitosa arroganza. … E se ogni arte, per quanto vile e facile, perché si possa apprendere, richiede un insegnante o un maestro: che v’è di più superbamente temerario che non voler conoscere i libri contenenti i divini misteri dai loro interpreti, o, non conoscendoli, volerli condannare?“. – È dunque senza dubbio compito della chiesa custodire la dottrina di Cristo e propagarla inalterata e incorrotta. E neppure questo è tutto, anzi nemmeno in ciò si racchiude il fine, per cui la chiesa fu stabilita. Infatti, come Gesù Cristo si è sacrificato per la salvezza del genere umano, e a questo scopo ha diretto quanto ha insegnato e operato, così volle che la chiesa cercasse nella verità della dottrina quanto fosse necessario alla santificazione e alla salute eterna degli uomini. – Ora la sola fede non basta a raggiungere così grande ed eccelsa meta, ma si richiede sia la pietà e la religione, che specialmente consiste nel divin Sacrificio e nella partecipazione dei Sacramenti, sia la santità delle leggi e della disciplina. Tutte queste cose deve contenere in sé la Chiesa, come quella che perpetua l’ufficio del Salvatore. Essa sola dà ai mortali quella Religione perfetta, che Egli volle in lei incarnare, e soltanto essa amministra quelle cose, le quali, secondo l’ordine della Provvidenza, sono gli strumenti della salvezza. – E a quel modo che la celeste dottrina non fu lasciata in balia dell’ingegno e della volontà dell’uomo, ma, insegnata al principio da Cristo, venne poi affidata, come già si disse, al Magistero della Chiesa, così non ai singoli individui del popolo cristiano, ma a persone scelte fu comunicato da Dio il potere di operare e amministrare i divini misteri, insieme al potere di reggere e governare. Infatti non ad altri che agli Apostoli e ai loro legittimi successori si riferiscono quelle parole di Gesù Cristo: “Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo … battezzandoli. … Fate questo in memoria di me. … A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi“. Allo stesso modo solo agli Apostoli e ai loro successori comandò che pascessero il suo gregge, cioè, che governassero tutta la cristianità, e per conseguenza comandò ai semplici fedeli che dovessero essere a loro soggetti e obbedienti. I quali uffici apostolici vengono tutti da san Paolo compendiati in questa sentenza: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1Cor IV,1). – Per questo Gesù Cristo invitò tutti i mortali, presenti e futuri, a seguirlo come Salvatore e Capo, e non solo come singoli individui, ma anche come associati e uniti insieme realmente e di cuore, tanto da formare di una moltitudine un popolo giuridicamente costituito in società, e uno per l’unità di fede, di fine, di mezzi e di gerarchia. Così egli pose nella Chiesa tutti quei naturali principi che danno origine all’umana società, in cui gli individui raggiungono la perfezione propria della loro natura; egli pose infatti nella Chiesa quanto occorre, perché coloro che vogliono essere figli adottivi di Dio, possano conseguire una perfezione conforme alla loro dignità e ottenere la salute. La Chiesa dunque, come accennammo altrove, è guida alle cose celesti, e ad Essa Dio diede l’incarico di provvedere e stabilire quanto concerne la Religione, e di governare con potere proprio e con tutta libertà la società cristiana. Per questo, o non conoscono bene la Chiesa, o la calunniano, coloro che l’accusano di volersi intromettere nelle cose civili o invadere i diritti dello stato. Anzi Dio ha fatto sì che la Chiesa fosse di gran lunga superiore a tutte le altre società; infatti il fine a cui tende è tanto più eccelso di quello a cui mirano le altre società, quanto la grazia supera la natura e i beni immortali superano quelli caduchi. – La Chiesa è una società “divina” nella sua origine; “soprannaturale” nel suo fine e nei mezzi immediatamente a quello ordinati; ed è “umana”, perché si compone di uomini. Infatti la vediamo spesso indicata nella sacra Scrittura con nomi che designano una società perfetta; poiché viene detta “casa di Dio, città posta sul monte”, dove è necessario che si raccolgano tutte le genti, e anche “ovile”, in cui devono riunirsi tutte le pecorelle di Cristo sotto un solo pastore, anzi “regno che Dio fondò”, e che “durerà in eterno”, e infine “corpo” di Cristo, “mistico”, sì, ma però vivo, perfettamente composto e risultante di molti membri, i quali non hanno la stessa operazione e tuttavia si mantengono uniti insieme sotto lo stesso capo, che li regge e governa. Non si può pensare tra gli uomini una vera e perfetta società senza un sommo potere che la regga. Deve dunque Gesù Cristo aver preposto alla Chiesa un sommo Reggitore, a cui tutta la moltitudine dei cristiani sia sottomessa e obbedisca. Per la qual cosa come per l’unità della Chiesa, in quanto è “riunione dei fedeli”, si richiede necessariamente l’unità della fede, così per l’unità della medesima, in quanto è una società divinamente costituita, si esige per diritto divino “l’unità di governo”, la quale produce e in sé racchiude “l’unità della comunione”. “Ora l’unità della Chiesa è riposta in queste due cose: nella mutua unione dei membri della Chiesa, cioè nella comunione e nella corrispondenza di tutti i membri della Chiesa con un solo capo”. – Da questo si può capire che gli uomini si separano dall’unità della Chiesa non meno con lo scisma che con l’eresia. “Tra l’eresia e lo scisma corre, per comune avviso, questa differenza, che l’eresia ha un perverso dogma, lo scisma invece si separa dalla Chiesa per una scissura episcopale“. E in ciò concorda anche il Crisostomo, dicendo: “Io dico e professo che non è minor male lo scindere la Chiesa, che cadere nell’eresia“. Quindi, se non può esser giusta qualsiasi eresia, per la stessa ragione non c’è scisma che si possa giustificare. “Non vi è nulla di più grave del sacrilegio di uno scisma … non vi è mai giusta necessità di rompere l’unità“.

Quale sia poi questo potere, a cui debbono tutti i Cristiani obbedire, non si può altrimenti determinare che dopo avere esaminata e conosciuta la volontà di Cristo. Certamente Cristo è Re in eterno, e perpetuamente, benché invisibile, tutela e governa dal cielo il suo regno; ma poiché volle che questo fosse visibile, dovette designare chi, dopo la sua ascensione al cielo, facesse le sue veci in terra. “Chiunque affermasse – dice san Tommaso – che il solo capo e il solo Pastore della chiesa è Cristo, che è l’unico sposo dell’unica Chiesa, non si esprimerebbe con precisione. Infatti è evidente che è Lui che opera i sacramenti della Chiesa, che battezza, che rimette i peccati, che, vero sacerdote, s’immolò sull’altare della Croce, e per la cui virtù ogni giorno si consacra il suo corpo sull’altare; e tuttavia, poiché non sarebbe stato corporalmente e personalmente presente a tutti i fedeli per l’avvenire, elesse dei ministri, per mezzo dei quali potesse dispensare quanto è stato indicato, come già si è detto sopra (cap. 74). Per la stessa ragione, prima di privare la Chiesa della sua corporale presenza, gli fu necessario destinare qualcuno che in suo luogo ne avesse cura. Quindi disse a Pietro prima dell’ascensione: “Pasci le mie pecore“. Gesù Cristo dunque diede alla Chiesa per sommo reggitore Pietro, e nello stesso tempo stabilì che questo principato, istituito in perpetuo per la comune salvezza, si trasmettesse per eredità ai successori, nei quali lo stesso Pietro con perenne autorità sopravvive. E infatti fece quell’insigne promessa a Pietro, e a nessun altro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa(Mt XVI,18)”. –  “A Pietro il Signore ha parlato, a lui solo, perché da uno solo fondasse l’unità“. “(Gesù) chiama Lui e suo padre per nome (beato te, Simone, figlio di Jona), ma poi non sopporta che si chiami ancora Simone, già fin d’ora reclamandolo come suo per i suoi fini, e con significativo paragone volle che si chiamasse Pietro da pietra, perché sopra di lui avrebbe fondato la sua Chiesa“. Dalla citata profezia di Cristo è evidente che per volere e ordinazione di Dio la Chiesa si fonda sul beato Pietro, come l’edificio sul suo fondamento. Ora la natura e la forza del fondamento consiste nel far sì che le diverse parti dell’edificio si mantengano collegate insieme, e che all’opera sia necessario quel vincolo di stabilità e fermezza, senza cui ogni edificio cade in rovina. È dunque proprio di Pietro sorreggere e conservare unita e ferma in indissolubile compagine la Chiesa. Ma chi potrebbe adempiere un compito così grave senza il potere di comandare, proibire e giudicare, che veramente e propriamente si dice “giurisdizione”? Infatti solo in virtù di questo potere si reggono le città e gli stati. Un primato di onore e quella tenue facoltà di consigliare e di ammonire, che si dice “direzione”, non possono giovare molto né all’unità né alla fermezza. Il potere, di cui parliamo, ci viene dichiarato e confermato da quelle parole: “E le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa”. – “A chi si riferisce – domanda Origene – la parola essa? Alla pietra su cui Cristo edifica la Chiesa, o alla stessa Chiesa? Ambigua è la frase: vorrà dire che siano una stessa cosa la pietra e la Chiesa? Questo appunto io credo vero; poiché né contro la pietra, su cui Cristo edifica la Chiesa, né contro di questa prevarranno le porte dell’inferno“. La forza perciò di quella sentenza è questa: qualunque violenza o artificio usino i nemici visibili e invisibili, non sarà mai che la Chiesa soccomba e perisca: “La Chiesa, essendo edificio di Cristo, che sapientemente edificò la sua casa sulla pietra, non può essere preda delle porte dell’inferno, che possono sì prevalere contro ogni uomo che sia fuori della pietra e della Chiesa, ma non contro di essa“. Dunque Dio affidò la sua chiesa a Pietro, affinché egli quale invitto tutore la conservasse perpetuamente incolume. – Quindi lo investì del necessario potere, poiché per tutelare una società qualunque di uomini è indispensabile a chi deve tutelarla il diritto di comandare. Gesù inoltre aggiunse: “E a te io darò le chiavi del regno dei cieli”. Egli continua a parlare della chiesa, che poc’anzi aveva chiamata sua, e che aveva affermato di voler stabilire su Pietro come sopra il fondamento. La Chiesa è raffigurata non solo come un “edificio”, ma anche come un “regno”, e nessuno ignora che le chiavi sono il simbolo del comando; perciò quando Gesù promise a Pietro le “chiavi del regno dei cieli”, gli promise che gli avrebbe dato la Somma Autorità e il supremo potere sulla Chiesa: “II Figlio (del Padre) diede l’incarico (a Pietro) di diffondere per tutto il mondo la conoscenza del Padre e di se stesso, e a un uomo mortale diede ogni potere in cielo, quando gli affidò le chiavi, ed estese la Chiesa per tutto il mondo e la indicò più stabile dei cieli“. – Concordano con queste le altre parole di Cristo: “E ciò che legherai sulla terra, resterà legato nei cieli; e ciò che scioglierai sulla terra, resterà sciolto nei cieli“. Le parole metaforiche di legare e di sciogliere indicano il diritto di far leggi e insieme il potere di giudicare e di punire; e detto potere si afferma così ampio e di tanta forza, che qualunque cosa venga da esso decretata, verrà da Dio confermata. Pertanto è sommo e del tutto libero, come quello che non ha superiore in terra, e che abbraccia tutta la chiesa e le cose tutte che a questa furono affidate. – Cristo Signore mantiene poi la sua promessa dopo la sua risurrezione, quando, avendo per ben tre volte domandato a Pietro se lo amasse, gli dice con tono di chi comanda: “Pasci i miei agnelli… Pasci le mie pecore” (Gv XXI,16-17); Cristo volle così a lui affidate, come a pastore, tutte le pecore che entrerebbero nel suo ovile. “Il Signore non dubita – dice sant’Ambrosio – perché lo interroga non per sapere, ma per insegnare a noi che, ormai sul punto di essere portato in cielo, ce lo lasciava come vicario del suo amore. … E perciò, poiché è solo fra tutti a dare la testimonianza, a tutti viene anteposto … affinché giunto a piena perfezione guidasse anche quanti hanno raggiunto la piena perfezione“. Ufficio e dovere del pastore è quello di guidare il gregge e di procurare il suo benessere con la salubrità dei pascoli, con l’allontanarlo dai pericoli, preservarlo dalle insidie e difenderlo dalla violenza: in breve, col reggerlo e governarlo. Essendo dunque Pietro il pastore preposto a tutto il gregge di Cristo, egli ricevette il potere di governare tutti gli uomini, alla cui salvezza Gesù Cristo aveva provveduto col suo sangue: “Perché – dice il Crisostomo – sparse Egli il suo sangue? Per redimere quelle pecore, che affidò a Pietro e ai suoi successori“. – E poiché è necessario che tutti i cristiani siano tra loro uniti per la comunione di una fede immutabile, perciò Cristo Signore, con la forza della sua preghiera, impetrò a Pietro che nell’esercizio del suo sommo potere non errasse mai nella fede: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede” (Lc XXII,32); e gli comandò che nel bisogno comunicasse ai suoi fratelli luce e forza: “Conferma i tuoi fratelli” (Lc XXII,32). Volle insomma che colui che era destinato a fondamento della Chiesa, fosse anche il baluardo della fede. “Non poteva – dice sant’Ambrogio – rafforzare la fede di colui, al quale di propria autorità dava il regno, e che additò, chiamandolo pietra, quale fondamento della chiesa?“. Gesù volle che certi nomi, significanti grandi cose, che “a lui per propria potestà convengono, fossero rivolti anche a Pietro per partecipazione con se stesso“, affinché dalla comunanza dei titoli apparisse anche quella dei poteri. E cosi colui che è “pietra angolare, su cui l’intero edificio ben connesso va innalzandosi per formare il tempio santo del Signore” (Ef II,21), stabilisce Pietro quale pietra fondamentale della chiesa. “Avendo ascoltato [sei pietra] è stato encomiato. Benché sia pietra, però, non è pietra come Cristo, ma come Pietro. Cristo infatti è essenzialmente la pietra inconcussa; e Pietro lo è per (questa) pietra. Infatti Gesù dona le sue cariche onorifiche, ma non si esaurisce… È sacerdote, e fa i sacerdoti… è pietra, e fa la pietra“. Il Re stesso della Chiesa, che “tiene la chiave di Davide, e quando apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre” (Ap III,7), consegnate a Pietro le “chiavi”, lo dichiara principe della società cristiana. E così pure il sommo pastore, che chiama se stesso buon pastore (Gv X,11), dà a Pietro il governo “dei suoi agnelli e delle sue pecore”: “Pasci gli agnelli, pasci le pecore”. – E il Crisostomo commenta: “Esimio era (Pietro) tra gli apostoli, bocca dei discepoli, capo del loro collegio… E (Gesù) per mostrargli che conveniva credere per l’avvenire a lui, dimenticata la negazione, affida a lui il governo dei fratelli, dicendo: Se mi ami, presiedi ai fratelli“. Finalmente colui che ci conferma “in ogni opera buona e in ogni buona parola” (2Ts II,16), comandò a Pietro che “confermasse i suoi fratelli”. Giustamente Leone Magno diceva: “Di tutto il mondo il solo Pietro viene eletto per essere preposto e alla chiamata di tutte le genti, e a tutti gli apostoli e a tutti i padri della Chiesa: affinché, per quanto siano molti nel popolo di Dio i sacerdoti e molti i pastori, tutti nondimeno siano retti da Pietro, benché Cristo per lui principalmente li governa tutti“. E Gregorio Magno così scriveva all’imperatore Maurizio Augusto: “È evidente a quanti conoscono l’evangelo, che per la parola del Signore è stata affidata la cura di tutta la Chiesa all’apostolo Pietro, primo di tutti gli apostoli… Egli ricevette le chiavi del regno dei cieli, a lui è dato il potere di legare e di sciogliere, a lui ancora la cura e il principato di tutta la Chiesa“. – Ora, essendo questo principato contenuto nella stessa costituzione e ordinamento della chiesa, come parte principale, o piuttosto come principio di unità e fondamento della sua perpetua esistenza, non poteva perire con Pietro, ma doveva trasmettersi dall’uno all’altro ai suoi successori. Perciò san Leone diceva: “Rimane quindi quanto Gesù ha disposto veramente, e il beato Pietro, perseverando nella ricevuta forza della pietra, non lascia il comando della Chiesa“. Per la qual cosa i vescovi, che succedono a Pietro nell’episcopato romano, ottengono “di diritto divino” la suprema autorità su tutta la Chiesa. “Noi definiamo – dicono i padri del Concilio di Firenze – che la santa sede apostolica e il vescovo di Roma hanno su tutto l’orbe il primato, e che lo stesso vescovo di Roma è successore del beato Pietro, primo degli apostoli, vero Vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani, a cui nella persona del beato Pietro fu dato da Cristo pieno potere di pascere, reggere e governare tutta la chiesa, come si afferma negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni“. E il concilio Lateranense IV definisce: “La chiesa romana, per disposizione del Signore, primeggia su tutte le altre per l’ordinaria sua potestà, come quella che è madre e maestra di tutti i cristiani“. – E questi decreti erano stati preceduti dal consenso di tutta l’antichità, la quale venerò sempre i vescovi romani come legittimi successori del beato Pietro. E chi ignora le tante e sì splendide testimonianze dei santi padri a questo proposito? Luminosa è quella di Ireneo, il quale, parlando della Chiesa romana, dice: “A questa Chiesa per una più degna supremazia è necessario che concordi ogni chiesa“. E Cipriano, parlando della medesima, la chiama “radice e madre della chiesa cattolica“, “cattedra di Pietro e chiesa principale da cui è sorta l’unità del sacerdozio“. La chiama “cattedra” di Pietro, perché vi siede il successore di Pietro; “Chiesa principale”, per il primato conferito a Pietro e ai suoi successori; “da cui è sorta l’unità”, perché la causa efficiente dell’unità nel Cristianesimo è la Chiesa romana. E così Girolamo si rivolge a Damaso: “Io parlo col successore del pescatore e discepolo della croce… Alla tua beatitudine, cioè, alla cattedra di Pietro, io per la comunione mi associo. So bene che su quella pietra è edificata la Chiesa“. E riconosceva sempre un Cattolico dalla unione che aveva con la sede romana di Pietro; e diceva: “Se alcuno è unito alla cattedra di Pietro, è dalla mia parte“. Allo stesso modo Agostino attesta che “nella chiesa romana sempre fiorì il principato della Cattedra apostolica“, e nega che sia cattolico chiunque dissenta dalla fede romana: “Non credere di avere la vera fede cattolica, se non insegni la necessità di avere la fede romana“. La stessa cosa afferma Cipriano: “Avere comunione con Cornelio è lo stesso che avere comunione con la Chiesa Cattolica“. Pure Massimo Abate insegna che è segno caratteristico della vera fede e della vera comunione l’obbedienza al vescovo di Roma: “Perciò se non vuoi essere eretico non accontenti questo o quello…. S’affretti ad accontentare la sede romana. Fatto questo, comunemente e ovunque tutti lo riterranno pio e retto. Infatti parla inutilmente e invano chi fa diversamente, e non soddisfa il beatissimo Papa della santissima Chiesa romana, cioè la sede apostolica“. E ne dà la seguente ragione; “Essa ricevette e ha il comando, l’autorità e il potere di legare e di sciogliere dallo stesso Verbo di Dio incarnato, e anche da tutti i concili, secondo i sacri canoni, fra tutte le chiese sante di Dio che si trovano sulla terra. Quando lega o scioglie qualcosa, anche in cielo è ratificato dal Verbo, che comanda ai celesti principati“. – Quello dunque che già esisteva nella fede cristiana, quello che non un popolo solo o una sola età, ma tutte le età, e l’Oriente insieme e l’Occidente abitualmente riconoscevano e osservavano, venne dal presbitero Filippo, rappresentante del Papa, ricordato al Concilio di Efeso, senza che alcuno sorgesse a contraddirlo; “Nessuno può dubitare, anzi è noto a tutti, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette da Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, le chiavi del regno, e gli fu dato il potere di sciogliere e di ritenere i peccati, a lui, che finora e per sempre vive ed esercita il potere nei suoi successori“. Allo stesso argomento si riferisce la sentenza del Concilio di Calcedonia: “Pietro attraverso Leone… ha parlato” a cui fa eco la voce del Concilio Costantinopolitano III: “Il sommo principe degli apostoli era d’accordo con noi; avemmo con noi infatti il suo imitatore e successore nella sede… sembrava carta e inchiostro, e invece Pietro parlava attraverso Agatone“. – Nella formula della professione cattolica proposta da Ormisda sul principio del secolo VI, e sottoscritta dall’imperatore Giustiniano e dai patriarchii Epifanie, Giovanni e Menna viene dichiarato con gravi e forti parole: “Poiché non si può tralasciare l’affermazione di nostro Signore Gesù Cristo: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, … quanto è stato detto è provato dai fatti, poiché nella sede apostolica la religione cattolica è stata sempre conservata senza macchia“. – Non vogliamo citare più a lungo le singole testimonianze; ma ci basterà qui ricordare la formula di fede che professò Michele Paleologo nel Secondo Concilio di Lione: “La santa chiesa romana ha un sommo e pieno primato e principato su tutta la Chiesa cattolica, e (il Paleologo) con tutta verità e umiltà riconosce che essa lo ha ricevuto con piena potestà dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, principe e capo degli apostoli, del quale è successore il vescovo di Roma. E poiché questi sopra tutti è tenuto a difendere la verità della fede, così, se nasceranno questioni intorno alla medesima, egli dovrà con sua sentenza definirle“. – Sebbene sia somma e piena la potestà di Pietro, non si creda tuttavia che essa sia la sola. Infatti colui che pose Pietro a fondamento della Chiesa, “elesse anche dodici… che nominò apostoli” (Lc 6,13). Come è necessario che l’autorità di Pietro si perpetui nel vescovo di Roma, così i vescovi, come successori degli apostoli, ne ereditano l’ordinaria potestà, e quindi l’ordine episcopale necessariamente tocca l’intima costituzione della Chiesa. Benché essi non abbiano una somma, piena e universale autorità, tuttavia non devono ritenersi come dei semplici “vicari” dei vescovi di Roma, poiché hanno una potestà propria, e con verità si dicono presuli “ordinari” dei popoli che reggono. – Però, siccome il successore di Pietro è uno solo, e i successori degli apostoli sono molti, è conveniente che si veda quali siano per divina costituzione le relazioni di questi con quello. – E in primo luogo, è certa ed evidente la necessità dell’unione dei vescovi col successore di Pietro; poiché, sciolto questo vincolo, necessariamente si discioglie e si disperde la stessa moltitudine dei cristiani, in modo da non poter formare in alcun modo un solo corpo e un solo gregge. “La salute della Chiesa dipende dalla dignità del sommo sacerdote, e se non gli si dà un potere speciale e superiore a tutti, vi saranno nella Chiesa tanti scismi, quanti sono i sacerdoti“. Pertanto è bene avvertire che niente fu conferito agli apostoli separatamente da Pietro, ma molte cose a Pietro separatamente dagli apostoli. – Giovanni Crisostomo, nel commentare l’affermazione di Cristo (Gv XXI,15), si domanda: “Perché Cristo, lasciati gli altri, parla di queste cose solamente a Pietro?“; e risponde: “Perché era il primo fra gli apostoli, la bocca dei discepoli, il capo del loro collegio“. Egli infatti era il solo designato da Cristo a fondamento della chiesa; a lui era data la facoltà di “legare” e di “sciogliere”; il solo, al quale era dato di “pascere”; invece, quanto di autorità e di ministero ricevettero gli apostoli, lo ricevettero unitamente a Pietro: “Se la condiscendenza divina volle che alcuna cosa fosse a lui comune con gli altri prìncipi (apostoli), non concedette se non per lui quello che non negò agli altri… Avendo da solo ricevuto molte cose, nulla passò in alcuno senza la sua partecipazione“, Perciò è evidente che i vescovi decadono dal diritto e dalla potestà di governare, quando volutamente si separino da Pietro e dai suoi successori; infatti allora si distaccano per scisma dal fondamento, su cui deve basarsi tutto l’edificio; sono esclusi quindi dallo stesso “edificio”, e per la Stessa causa separati dall’”ovile”, la cui guida è il pastore supremo, e banditi dal “regno”, le cui chiavi furono date per volere divino al solo Pietro. – E in questo Noi riconosciamo ancora il celeste disegno e la mente divina che presiedette alla costituzione della società cristiana; cioè, che il divino Autore, avendo stabilita nella chiesa l’unità della fede, del governo e della comunione, elesse Pietro e i suoi successori, perché fosse attuato in essi il principio e il centro dell’unità. Afferma san Cipriano: “Dice il Signore a Pietro: Io ti dico, che tu sei Pietro… Sopra uno solo edifica la Chiesa. E benché a tutti gli apostoli, dopo la sua risurrezione, dia uguale potestà, e dica: Come il Padre ha mandato me…, tuttavia per manifestare l’unità, dispose autorevolmente che l’origine della stessa unità cominciasse da uno solo“. E Ottato di Milevi dice: “Non puoi negare di sapere che nella città di Roma a Pietro per primo fu conferita la cattedra episcopale, sulla quale sedette il capo di tutti gli apostoli, Pietro; affinché in quella sola cattedra l’unità fosse mantenuta da tutti e così neppure gli altri apostoli difendessero le proprie cattedre contro di quella, tanto da essere scismatico e in peccato, chi ne ponesse un’altra contro l’unica cattedra“. E perciò Cipriano afferma che sia lo scisma sia l’eresia nascono dal fatto che non si presta la dovuta obbedienza alla suprema potestà: “Non da altro infatti sono sorte le eresie e sono nati gli scismi, se non perché non si obbedisce al sacerdote, e non si pensa che nella chiesa vi è un solo sacerdote e un solo giudice vicario di Cristo“. Nessuno dunque che non sia unito a Pietro può partecipare dell’autorità, essendo assurdo pensare che possa comandare nella chiesa chi è fuori di essa. Perciò Ottato di Milevi rimproverava i donatisti, dicendo: “Contro le porte (dell’inferno) leggiamo che ricevette le chiavi di salute Pietro, nostro principe, a cui fu detto da Cristo: A te darò le chiavi del regno dei cieli, e le porte dell’inferno non le vinceranno. Perché dunque pretendete di usurpare le chiavi del regno dei cieli, voi che militate contro la cattedra di Pietro?“. – Ma l’ordine episcopale allora solamente si deve credere unito a Pietro, come Cristo comanda, se a Pietro è sottomesso e gli obbedisce: altrimenti diventerà necessariamente una moltitudine confusa e disordinata. Per ben conservare l’unità della fede e della comunione non basta un primato di onore, né una sopraintendenza nella Chiesa, ma è assolutamente necessaria una vera e somma autorità, a cui tutta la comunità obbedisca. – E a che altro il Figlio di Dio mirò, quando al “solo” Pietro promise le chiavi del regno dei cieli? L’espressione biblica e il consenso unanime dei padri non lasciano punto dubitare che col nome di “chiavi” venga in quel luogo significato il supremo potere. Né in altro modo è lecito interpretare quanto viene attribuito separatamente a Pietro, e agli apostoli uniti a Pietro. Se la facoltà di legare, di sciogliere, di pascere fa sì che ognuno dei vescovi, successori degli apostoli, governi con vera potestà il suo popolo, certamente la stessa facoltà deve produrre il medesimo effetto in colui, al quale fu assegnato da Dio l’ufficio di pascere gli “agnelli” e le “pecore”. “(Cristo) costituì Pietro non solamente pastore, ma Pastore dei pastori; Pietro pasce dunque gli agnelli, e pasce anche le pecore; pasce i figli e pasce anche le madri; regge i sudditi e regge anche i prelati, poiché oltre gli agnelli e le pecore non vi è nulla nella chiesa“. Si spiegano quindi le espressioni usate dagli antichi riguardo al beato Pietro, e che significano tutte apertamente un sommo grado di dignità e di potere. Viene indicato spesso coi titoli di principe dell’adunanza dei discepoli, principe dei santi apostoli, corifeo del loro coro, bocca di tutti gli apostoli, capo di quella famiglia, preposto a tutto il mondo, primo fra gli apostoli, baluardo della Chiesa; i quali titoli sembra che san Bernardo voglia racchiudere in queste parole al papa Eugenio: “Chi sei tu? Il gran sacerdote, il sommo pontefice. Tu sei il primo dei vescovi, tu l’erede degli apostoli…. Tu sei colui, a cui furono consegnate le chiavi, a cui furono affidate le pecore. Vi sono pure altri portieri del cielo e pastori dei greggi; ma tu hai ereditato un nome tanto più glorioso quanto più diversamente da essi hai ereditato l’uno e l’altro nome. Ogni pastore ha il suo gregge particolare a lui assegnato; a tè tutti i greggi vennero affidati, a te solo l’unico, tutto il gregge, non solo delle pecorelle, ma anche dei pastori; tu solo di tutti sei il pastore. Mi domandi in che modo io lo provi? Dalla parola del Signore. Infatti a chi, non dico dei vescovi, ma ancora degli apostoli, furono in un modo così assoluto e indefinito affidate le pecore? Se mi ami, o Pietro, pasci le mie pecore, Quali? Popoli di questa o di quella città, o regione, o regno? Le mie pecore, disse. A chi non è manifesto non avergli egli assegnate alcune, ma tutte? Nulla si eccettua, ove nulla si distingue“. – È cosa contraria alla verità e apertamente ripugna alla costituzione divina il dire che i “singoli” vescovi sono soggetti alla giurisdizione dei Papi, e non già tutto il corpo episcopale; poiché tutta la ragion d’essere del fondamento sta nel dare a tutto l’edificio, piuttosto che a “singole sue parti”, unità e saldezza. Il che nel caso nostro è tanto più vero, in quanto Cristo Signore volle che per la virtù appunto del fondamento le porte dell’inferno non prevalessero contro la Chiesa; e questa promessa divina com’è a tutti manifesto, si deve intendere di tutta la chiesa e non delle singole sue parti, le quali possono essere vinte dal furore dell’inferno, e parecchie infatti lo furono. È inoltre necessario che chi è preposto a tutto il gregge non solo abbia il comando sulle singole pecore, ma anche su di esse riunite insieme. Che l’ovile avrà forse da reggere e da guidare il pastore? Forse i successori degli apostoli, uniti in corpo, saranno il fondamento, su cui il successore di Pietro si appoggi per avere fermezza? Chi possiede le chiavi del regno dei cieli, non ha soltanto potere e autorità sopra le singole regioni, ma su tutte insieme; e come ciascun vescovo nella sua diocesi presiede con vera potestà non solo ai singoli individui, ma a tutta la comunità, così pure i papi, il cui potere abbraccia tutta la cristianità, hanno soggette e obbedienti alla loro autorità tutte le parti di questa, anche insieme raccolte. Cristo Signore, come già si disse ripetutamente, concesse a Pietro e ai suoi successori che fossero suoi vicari, ed esercitassero perpetuamente nella chiesa quel potere che egli aveva esercitato nella sua vita mortale. Si dirà forse che il collegio apostolico sia stato superiore al suo maestro? – La Chiesa non cessò mai in alcun tempo di riconoscere e di attestare questo potere, di cui parliamo, sopra il corpo episcopale, potere sì chiaramente indicato dalla sacra Scrittura. Ecco come parlano in questa materia i concili: “Noi leggiamo che il vescovo di Roma ha giudicato i prelati di tutte le chiese, ma che egli sia stato da alcuno di essi giudicato noi non lo leggiamo“. E se ne dà la seguente ragione: “Non vi è un’autorità superiore alla sede apostolica“. Gelasio, parlando dei decreti dei concili, così scrive: “Come fu nullo tutto ciò che non venne approvato dalla prima sede, così ciò che essa ha creduto di dover sentenziare fu ammesso da tutta la Chiesa“. Infatti fu sempre privilegio dei vescovi di Roma confermare o invalidare le decisioni e i decreti dei concili. Leone Magno annullò gli atti del conciliabolo di Efeso; Damaso rigettò quelli del conciliabolo di Rimini, e Adriano II quelli del conciliabolo di Costantinopoli. Il canone XXVIII del Concilio di Calcedonia, perché privo dell’assenso e della volontà della sede apostolica, rimase, com’è noto, senz’alcun valore. Con ragione dunque Leone X nel Concilio Lateranense V sentenziò: “Solo il vescovo di Roma, temporaneamente in carica, ha il pieno diritto e il potere, come avente l’autorità su tutti i concili, di indire, trasferire, sciogliere i concili; e questo è evidente, non solo per testimonianza della sacra Scrittura, dei detti dei padri e degli altri vescovi di Roma e decreti dei sacri canoni ma anche per l’ammissione degli stessi concili“. E per verità al solo Pietro furono consegnate le chiavi del regno celeste, e a lui, unitamente agli apostoli, fu dato, per testimonianza della sacra Scrittura, il potere di legare e di sciogliere; ma non si legge in alcun luogo che gli apostoli ricevessero questo sommo potere “senza Pietro” e “contro Pietro”. Davvero non così l’hanno ricevuto da Gesù Cristo. – E per questo, col decreto del Concilio Vaticano intorno alla ragione e alla forza del primato del vescovo di Roma, non fu introdotto un nuovo dogma, ma asserita l’antica e costante fede di tutti i secoli (del cristianesimo). Né il sottostare a un doppio potere arreca confusione nel governo. Anzitutto la sapienza di Dio, per disposizione della quale questa forma di governo venne stabilita, ce ne vieta anche il semplice sospetto. E poi si deve osservare che l’ordine e le relazioni vengono turbate solamente, se nel popolo vi sono due magistrati dello stesso grado, e indipendenti l’uno dall’altro. Ma il potere del vescovo di Roma è supremo, universale e indipendente, mentre quello dei vescovi è ristretto entro certi confini e non è del tutto indipendente. “Non è conveniente che due siano costituiti sopra lo stesso gregge con poteri uguali; ma non ripugna che due, dei quali uno è superiore all’altro, siano costituiti sullo stesso popolo; così sullo stesso popolo vi sono immediatamente e il parroco e il vescovo e il Papa“. I Vescovi di Roma, memori del loro ufficio, vogliono meglio degli altri conservare nella Chiesa tutto ciò che fu divinamente istituito; e quindi come tutelano la loro autorità con quella cura e vigilanza che si conviene, così sempre si preoccuparono e si preoccupano perché l’autorità dei vescovi sia mantenuta; anzi reputano fatto a sé tutto l’onore e l’ossequio che si rende ai medesimi. Per questo san Gregorio Magno diceva: “E mio onore l’onore della Chiesa universale. Mio onore è il solido vigore dei miei fratelli. Io sono veramente onorato, allorquando a ognuno di loro non si nega il dovuto onore“. – Con quanto si è detto finora abbiamo fedelmente espressa, secondo la divina costituzione, l’immagine e la forma della chiesa. Abbiamo ragionato a lungo dell’unità, e spiegato in che cosa essa consista e con quale principio il divino Autore abbia voluto conservarla. Non dubitiamo punto che la Nostra voce apostolica sia ascoltata da coloro che per favore e grazia di Dio, essendo nati nel seno della Chiesa Cattolica, vivono in essa: “Le mie pecore ascoltano la mia voce” (Gv X,27); né dubitiamo che essi ne trarranno incitamento a istruirsi più profondamente e ad unirsi con maggiore affetto ai propri pastori e per essi al supremo Pastore, affinché possano con più sicurezza rimanere nell’unico ovile e cogliere maggiore ricchezza di frutti salutari. Senonché, fissando il Nostro sguardo “al promotore e coronatore della fede, a Gesù” (Eb XII, 2), di cui, benché impari a tanta dignità e ufficio, sosteniamo la vicaria potestà, il cuore s’infiamma della sua carità; e a Noi non senza ragione applichiamo quello che Cristo disse di se stesso: “Ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che le raduni e ascolteranno la mia voce” (Gv X,16). Non ricusino dunque di ascoltarci e di assecondare il Nostro paterno amore quanti hanno in abominio l’empietà, sì largamente diffusa, e riconoscono e confessano Gesù Cristo Figlio di Dio e Salvatore del genere umano, e tuttavia vanno errando lontano dalla sua sposa. Quelli che ricevono Cristo, è necessario che lo ricevano tutto intero: “Tutto il Cristo è capo e corpo (insieme); è capo l’unigenito Figlio di Dio; suo corpo è la Chiesa; lo sposo e la sposa, due in una carne. Chiunque intorno allo stesso capo discorda dalla sacra Scrittura, ancorché concordi in tutti quei punti in cui è designata la Chiesa, non è nella Chiesa. E così pure, chiunque ammette tutto ciò che nella Scrittura si dice dello stesso capo, ma non è unito in comunione con la Chiesa, non è nella chiesa“. Con lo stesso affetto l’animo Nostro vola a coloro che il pestilente soffio dell’empietà non ha del tutto corrotto; essi almeno desiderano grandemente questo, che il vero Dio, creatore del cielo e della terra, sia loro Padre. Costoro considerino attentamente e comprendano che non possono essere annoverati tra i figli di Dio, se non riconoscono come loro fratello Gesù Cristo, e insieme come loro madre la chiesa. A tutti dunque amorosamente ci rivolgiamo con le parole dello stesso Agostino: “Amiamo Dio nostro Signore, amiamo la sua Chiesa; quello come padre, questa come madre. Nessuno dica: Sì, vado dagli idoli, consulto gli invasati e gli indovini, e tuttavia non abbandono la Chiesa di Dio: sono cattolico. Tenendo la madre, hai offeso il padre! Un altro dice: Non consulto alcun indovino, non cerco gli invasati, non cerco sacrileghe divinazioni, non vado ad adorare i demoni, non servo agli dei di pietra; però sono dalla parte di Donato. Che ti giova non avere offeso il padre, se questi vendica la madre offesa? Che ti vale confessare il Signore, onorare Dio, predicarlo, riconoscere il suo Figlio e confessare che siede alla destra del Padre, se bestemmi la sua Chiesa?… Se tu avessi un patrono, a cui ogni giorno prestassi ossequio; e tuttavia manifestassi una sola colpa della sua consorte, avresti tu l’ardire di entrare in casa sua? Abbiate dunque, carissimi, abbiate tutti concordemente Dio per padre, e per madre la Chiesa“. – Avendo piena fiducia in Dio misericordioso, che può muovere efficacemente il cuore degli uomini e spingerli come e dove vuole, con tutto l’affetto raccomandiamo alla sua bontà tutti coloro a cui rivolgemmo la Nostra esposizione. E come pegno dei celesti doni e attestato della Nostra benevolenza, a voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo amorevolmente impartiamo nel Signore l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, il giorno 29 giugno dell’anno 1896, decimonono del Nostro pontificato.

 

IMPUGNARE LA VERITA’ CONOSCIUTA

Questo è il più grave peccato della nostra epoca!

Il Signore stesso ci ha fatto sapere che il peccato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in cielo né in terra, e la storia ce ne ha dato e ce ne da continuamente conferma: si pensi alla fine dell’impero di Oriente e di Costantinopoli massacrata e cancellata come entità cristiana dall’invasione dei barbari islamici; alla fine dei popoli dell’est che hanno negato e negano ancora il “filioque” Cattolico, ai maroniti e copti ortodossi [oggi assaliti in Egitto, Siria, Iraq etc. dalla solita barbarie islamica]. Ma certamente il nostro Occidente, una volta cristiano, non sta messo molto meglio, perché in quanto a verità impugnate, non è secondo a nessuno e non ha nulla da imparare da chicchessia dal 1958 in poi, basti pensare ai dogmi sempre creduti che dal conciliabolo roncalli-montiniano sono calpestati allegramente dallo sterco e dal letame modernista, apparentemente diviso tra sedevacantismo e progressismo conciliarista, le due corna ramificate del baphomet lucifero! Quindi anche all’Occidente, se i conti tornano considerando la parola di Cristo-Dio e gli avvenimenti storici passati e recenti, sarà riservata la sorte annunziata nei santi Vangeli. – In allerta ci aveva messo anche, con la sua spirituale statura, un santo profeta dei tempi appena passati: San Luigi Grignion de Montfort, che nella sua “Preghiera infuocata” ci descrive nei dettagli i giorni nostri così: “ … La divina legge è trasgredita, il vostro Vangelo abbandonato, i torrenti di iniquità inondano sulla terra e travolgono perfino i vostri servi. Tutta la terra si trova in uno stato deplorevole, l’empietà regna sovrana; il vostro santuario è profanato e l’abominio è fin nel luogo santo”; che sintesi perfetta, lascia senza parole! – È quanto ci conviene meditare in questi giorni dell’ottava di Pentecoste. Proponiamo a questo proposito la rilettura dell’ultima parte di una meravigliosa lettera Enciclica di S. S. Leone XIII, ove questo concetto viene ribadito dall’autorevolezza del Vicario di Cristo … anche questa oggi contestata come dogma di fede.

Da “Divinum illud munus” Enciclica di Leone XIII del 9 maggio, 1897: “… Noi dobbiamo amare lo Spirito Santo, ed è questa l’altra cosa che vi raccomandiamo, perché lo Spirito Santo è Dio, e noi dobbiamo “amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze nostre” (Dt VI,5), e poi Egli è il sostanziale, eterno e primo Amore, e non vi è cosa più amabile dell’amore; tanto più poi dobbiamo amarLo, per gli immensi benefici ricevuti, i quali se sono da una parte testimonianza dell’affetto di chi li fa, sono dall’altra richieste di gratitudine da chi li riceve. E questo amore reca due non piccoli vantaggi. Anzitutto ci spinge ad acquistare una conoscenza sempre più chiara dello Spirito Santo, perché “chi ama – come dice l’Angelico – non è contento di una qualunque notizia dell’amato, ma si sforza di penetrare nelle cose sue più intime, come è scritto dello Spirito Santo che, essendo l’Amore di Dio, scruta le cose divine anche più profonde”. L’altro vantaggio è di aprire sempre più largamente l’abbondanza dei suoi doni, perché come la freddezza chiude la mano del donatore, così al contrario la riconoscenza l’allarga. Perciò soprattutto è necessario che tale amore non consista solo in aride speculazioni e in ossequi esteriori, ma dev’essere operoso, fuggendo il peccato, con cui si fa allo Spirito Santo un torto speciale, giacché quanto noi siamo e abbiamo, tutto è dono della divina bontà, che viene attribuita soprattutto allo Spirito Santo; orbene il peccatore l’offende mentre è beneficato, abusa per offenderLo dei doni ricevuti, e perché Egli è buono, prende ardire a moltiplicare le colpe. – Di più, essendo lo Spirito Santo Spirito di verità, se qualcuno manca o per debolezza o per ignoranza, troverà forse scusa davanti al tribunale di Dio, ma chi per malizia impugna la verità, fa un affronto gravissimo allo Spirito Santo. E tal peccato è adesso sì frequente, che sembrano giunti quei tempi infelicissimi, descritti da Paolo, nei quali gli uomini per giustissimo giudizio di Dio accecati, avrebbero tenuta la falsità per verità e avrebbero creduto al “principe di questo mondo”, al demonio bugiardo e padre di menzogna, come a maestro di verità: “Insinuerà Dio fra essi lo spirito dell’errore perché credano alla menzogna” (2Ts II,10), e “molti negli ultimi tempi abbandoneranno la fede per credere agli spiriti dell’errore e alle dottrine dei demoni” (1Tm IV,1). [cioè il Sedevacantismo ed il “Novus ordo” –ndr.-] – Ma poiché lo Spirito Santo abita in noi, quasi in suo tempio, come sopra abbiamo detto, ripetiamo con l’Apostolo: “Non vogliate contristare lo Spirito Santo di Dio, che vi ha consacrati” (Ef. IV,30). E per questo non basta fuggire tutto ciò che è immondo, ma di più il cristiano deve risplendere per ogni virtù, soprattutto della purezza e della santità, per non disgustare un Ospite sì grande, giacché la mondezza e la santità si convengono al tempio. Quindi lo stesso Apostolo grida; “Non sapete che voi siete tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi? Se alcuno oserà profanare il tempio di Dio, sarà maledetto da Dio; infatti santo dev’essere il tempio e voi siete questo tempio” (1Cor III, 16-17): minaccia tremenda, ma giustissima. – Infine dobbiamo pregare lo Spirito Santo, del quale abbiamo tutti grandissimo bisogno. Siamo poveri, fiacchi, tribolati, inclinati al male, ricorriamo dunque a Lui, che è fonte inesausta di luce, di fortezza, di consolazione, di grazia. E soprattutto dobbiamo chiederGli la remissione dei peccati, che ci è tanto necessaria, giacché “lo Spirito Santo è dono del Padre e del Figlio e i peccati vengono rimessi per mezzo dello Spirito Santo come per dono di Dio”, e la liturgia più chiaramente chiama lo Spirito Santo “remissione di tutti i peccati”. – Sulla maniera poi d’invocarLo, impariamo dalla Chiesa, che supplice si volge allo Spirito Santo e lo chiama coi titoli più cari: “Vieni, padre dei poveri, datore dei doni, luce dei cuori, consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo“: e lo scongiura che lavi, che sani, che irrori le nostre menti e i nostri cuori e conceda a quanti in Lui confidano il “virtù e premio“, “morte santa“, “gioia eterna“. Né si può dubitare che tali orazioni non siano ascoltate, mentre ci assicura che “Egli stesso prega per noi con gemiti inenarrabili” (Rm VIII, 26). Inoltre dobbiamo supplicarlo con fiducia e con costanza perché ogni giorno più ci illumini con la sua luce e ci infiammi della sua carità, disponendoci così per via di fede e di amore all’acquisto del premio eterno, perché Egli è “il pegno dell’eredità che ci è preparata” (Ef 1,14). – Ecco, venerabili fratelli, gli ammonimenti e le esortazioni Nostre intorno alla devozione verso lo Spirito Santo, e non dubitiamo affatto che apporteranno al popolo cristiano buoni frutti in considerazione principalmente della vostra sollecitudine e diligenza. Certo non verrà mai meno l’opera Nostra in cosa di sì grave importanza, anzi intendiamo incoraggiare questo slancio di pietà nei modi che giudicheremo più adatti al bisogno. Intanto, avendo Noi, due anni or sono, col breve Provida matris raccomandato ai Cattolici per la solennità di pentecoste alcune particolari preghiere per implorare il compimento della cristiana unità, Ci piace sulla stessa cosa adesso aggiungere qualche cosa di più. Decretiamo dunque e comandiamo che in tutto il mondo cattolico quest’anno e sempre in avvenire si premetta alla Pentecoste la novena in tutte le chiese parrocchiali e anche in altri templi e oratori, a giudizio degli ordinari. Concediamo l’indulgenza di sette anni e sette quarantene per ogni giorno a quelli che assisteranno alla novena e pregheranno secondo la Nostra intenzione, l’indulgenza plenaria poi o in un giorno della novena, o nella festa di Pentecoste o anche fra l’ottava, purché confessati e comunicati preghino secondo la Nostra intenzione. Vogliamo parimenti che di tali benefici godano anche quelli che, legittimamente impediti, non possono assistere alle dette pubbliche preghiere, anche in quei luoghi nei quali queste a giudizio dell’ordinario non possano farsi comodamente nel tempio, purché in privato facciano la novena e adempiano alle altre opere e condizioni prescritte. E Ci piace aggiungere dal tesoro della Chiesa che possano lucrare di nuovo l’una e l’altra indulgenza tutti coloro che in pubblico o in privato rinnovano secondo la propria devozione alcune preghiere allo Spirito Santo ogni giorno durante l’ottava di pentecoste sino alla festa della santissima Trinità inclusa, purché soddisfino alle altre condizioni sopra ingiunte. Tutte queste indulgenze sono applicabili anche alle anime sante del purgatorio. – E ora il Nostro pensiero ritorna a ciò che dicemmo in principio per affrettarne dal divino Spirito con incessanti preghiere l’adempimento. Unite, dunque, venerabili fratelli, alle Nostre preghiere anche le vostre, anche quelle di tutti i fedeli, interponendo la mediazione potente e accettissima della beatissima Vergine. Voi ben sapete quali relazioni intime e ineffabili corrano tra Lei e lo Spirito Santo, essendone la Sposa Immacolata. – La Vergine con la sua preghiera molto cooperò sia al mistero dell’Incarnazione sia all’avvento dello Spirito Santo sopra gli Apostoli. Continui Ella dunque ad avvalorare col suo patrocinio le Nostre comuni preghiere, affinché si rinnovino in mezzo alle afflitte nazioni i divini prodigi dello Spirito Santo, celebrati già da Davide: “Manderai il tuo Spirito e saranno create e rinnovellerai la faccia della terra” (Sal CIII,30). –

[i grassetti sono redazionali].

ATTENTI AL LUPO TRAVESTITO!

Necessità del mandato canonico

Oggi sembra tutto normale, nel senso che chiunque prenda l’arbitrio di predicare, (compreso il parlare in pubbliche riunioni o lo scrivere in riviste o sulla rete internet), possa esercitare questo delicato compito impunemente e legittimamente. Abbiamo infatti, soprattutto nell’ambito dei (falsi) sedicenti tradizionalisti, delle “fratellanze” paramassoniche, di auto referenziati ed autroproclamati istituti o chiesette di campagna [senza offesa per la campagna!], senza contare i “cani sciolti” [senza offesa per i cani!], tanti prediconzoli che non hanno mai posseduto missione canonica, né alcun tipo di mandato o nihil obstat da chicchessia, secondo le regole della Chiesa Cattolica, e che presumono pure di essere cattolici, ingannando se stessi e gli sciagurati che li seguono. Questa non è l’idea di un cattolico “paranoico”, ma è quanto la Chiesa ha da sempre condannato, … udite, udite, … con la scomunica fin dai tempi remoti, e codificato nel Concilio Ecumenico Laterano IV nel 1215, Concilio “strategico” per la vita della Chiesa di tutti i tempi, presieduto dal grande Papa Innocenzo III. Sappiano allora questi lupi rapaci travestiti da innocui agnellini, e tutti i poveri derelitti che li seguono, che essi sono scomunicati come eretici e quindi fuori dalla Chiesa Cattolica, unica arca di salvezza fuori dalla quale non c’è che il fuoco eterno.

Vi sono alcuni che … con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore… ” (secondo quello che dice l’Apostolo) (2Tm III,5), e si attribuiscono la facoltà di predicare, mentre lo stesso Apostolo dice:” E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?” (Rm X,15) Perciò tutti quelli cui sia stato proibito di predicare, o che senza essere stati mandati dalla Sede Apostolica o dal Vescovo cattolico del luogo, presumessero di usurpare in pubblico o in privato l’ufficio di predicare, siano scomunicati, e qualora non si ravvedessero al più presto, siano puniti con altra pena proporzionata [Conc. Lat. IV- Innocenzo III, cost. 3, Denzing.434].

Le leggi ecclesiastiche sono chiare per tutti, non hanno bisogno di false e cavillose ermeneutiche, così che tutti possano comprenderle e praticarle. Salvatevi dai lupi rapaci e voraci, dalle cui labbra sorridenti bava il sangue degli agnelli ingannati!

Gaude Maria Virgo: cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo! 

 

UN’ENCICLA AL GIORNO TOGLIE L’APOSTATA SCISMATICO DI TORNO: “QUAM GRAVE”

Benedetto XIV

“Quam grave”

Riteniamo superfluo dimostrare con molte parole quanto grave ed orrendo delitto commette chiunque, non investito dell’Ordine sacerdotale, presume di celebrare il sacrificio della Messa, dal momento che a tutti sono evidenti le motivazioni per le quali un simile sacrilego crimine giustamente si ritiene che sia da detestare e da punire con una rigorosa applicazione di sanzioni. Sarà sufficiente qui richiamare le Costituzioni Apostoliche dei nostri Predecessori, che stabiliscono pene severissime contro i colpevoli del delitto sopraddetto; quelle cioè che furono emanate dai Romani Pontefici di felice memoria, Paolo IV, Sisto V, Clemente VIII e Urbano VIII; in base alle quali si stabilisce che chiunque è stato scoperto a celebrare la Messa senza avere il carattere sacerdotale debba essere consegnato al Foro secolare per una giusta punizione. – 2. Tutte queste Costituzioni Noi stessi le abbiamo richiamate e confermate nella nostra Costituzione che abbiamo pubblicato fino dall’anno 1744 dell’Incarnazione del Signore, IV del nostro Pontificato, in dato 20 aprile, che inizia con le parole: “Sacerdote in eterno” e che è stata stampata nel Nostro Bollario, Tom I, n. 97; dove inoltre vengono abolite molte eccezioni e scappatoie che la Difesa era solita citare per sottrarre i colpevoli alla pena che loro spettava, di essere consegnati al braccio secolare, ogni volta che con prove inoppugnabili si dimostrasse che i soggetti in questione, senza avere mai ricevuto l’ordinazione Sacerdotale, avevano celebratola Messa. – 3. Benché la Chiesa abbia stabilito che coloro che celebrano senza essere stati ammessi, per esigenza di giustizia debbano essere consegnati al Foro secolare, tuttavia, essendo Madre pietosa e, come tutti sanno, piena di bontà e di misericordia, non ha mai tralasciato e nemmeno ora tralascia di dare prova della sua clemenza, sia nel determinare la forma della degradazione verbale, che di solito precede la degradazione reale, sia nel mettere in atto la degradazione reale, e anche con il ricorso a richiami e interventi per distogliere anche i più depravati dal sacrilego tentativo di intromettersi nella celebrazione dei Sacri Misteri senza l’ordine e il carattere Sacerdotale; chiudendo loro in qualche modo la strada che li avrebbe portati alla pena suddetta, quella di essere consegnati al braccio secolare. – 4. Nel Pontificale Romano si trova la formula della degradazione verbale mediante la quale si proferisce la sentenza che comporta la degradazione reale, non solo nei riguardi di coloro che sono insigniti dei Sacri Ordini, escluso il Presbiterato, ma anche contro tutti gli altri che hanno ricevuto solo la Tonsura Clericale o gli Ordini Minori. – Fra le due c’è solo questa differenza: nei riguardi dei Chierici che hanno ricevuto gli Ordini Minori o solo la Tonsura, la degradazione verbale e parimenti quella reale sono stabilite dal solo Vescovo, senza l’intervento di altre persone; nei riguardi degli altri, insigniti degli Ordini Maggiori precedenti il Sacerdozio, il Vescovo non può procedere alla degradazione verbale se non con l’assistenza e il suffragio di alcune altre persone, la cui presenza e il cui parere sono richiesti dalle Leggi Canoniche. – 5. Nota è la Decretale del nostro Predecessore, il Papa Bonifacio VIII, nella quale si legge: “Circa questo argomento, ecco la nostra risposta: la degradazione verbale o deposizione dagli Ordini o dai Gradi Ecclesiastici deve essere fatta dal proprio Vescovo con l’assistenza di un certo numero di Vescovi stabilito dai Canoni, se si tratta di Chierici costituiti nei sacri Ordini; se invece si tratta della degradazione di coloro che hanno ricevuto solo Ordini Minori, è sufficiente il parere del proprio Vescovo, senza la presenza di altri Vescovi” (cap. Degradazione delle Pene, al sesto). .2. Note pure sono le sanzioni dei Canoni, indicate dalla Glossa Canonica (nel cit. cap. Degradazione, sezione canonica delle pene, al sesto), che definiscono il numero dei Vescovi la cui assistenza è richiesta quando si deve pronunciare la degradazione verbale nei confronti di un Chierico costituito negli Ordini Maggiori. – 7. E non si può ignorare ciò che è stato stabilito dal Concilio di Trento (sess. XIII, cap. 4, Della Riforma): constatato che non sarebbe stato facile reperire il numero di Vescovi richiesto dai Canoni ogni volta che si deve procedere alla degradazione, il Vescovo può procedere anche senza di essi, servendosi tuttavia, in tale situazione, di altrettanti Abati residenti nella Città o nella Diocesi e decorati, per indulto della Sede Apostolica, di Mitra e Pastorale, o, se questi non ci sono, di altre persone insigni per Dignità Ecclesiastica, di età matura, e profondi conoscitori delle leggi sacre. – 8. Poiché secondo l’antica disciplinale degradazioni verbali venivano fatte nei Sinodi Provinciali e in essi i singoli Vescovi esprimevano il proprio voto, tenuto presente che attualmente i Vescovi, o gli altri Ecclesiastici di cui abbiamo detto sopra, tengono il posto dei Padri che partecipavano ai Concili i Provinciali, se ne deduce chiaramente che ad essi è trasferito il diritto di voto nelle degradazioni verbali a cui sono invitati come Assessori; come abbiamo chiaramente dimostrato nel nostro Trattato “Del Sinodo Diocesano” (lib. 9, cap. 6, n. 4), recentemente pubblicato. – 9. Alla degradazione verbale segue la degradazione reale; nel Pontificale Romano sono indicate chiaramente le norme con cui metterla in atto. E anche in questo la Chiesa non tralascia di dare prove evidenti della sua bontà e della sua comprensione. Infatti, prima che il degradato venga consegnato al Ministro del Foro secolare, si chiede insistentemente per lui che non gli venga inflitta né la pena di morte né la mutilazione di membra: “Signor Giudice – sono parole del Pontificale sopraccitato –, con tutto l’affetto possibile Vi supplichiamo, per amore di Dio, in vista della pietà e della misericordia, e anche di queste preghiere che Vi rivolgiamo, di non esporre questo miserabile al pericolo di morte e di mutilazione“. E molto prima della compilazione del Pontificale Romano, la stessa cosa si legge espressamente nel cap. “Sappiamo“, dell’opera “Sul significato delle Parole”, dove è detto: “Per lui tuttavia – si parla del degradato che deve essere consegnato al Foro secolare – la Chiesa deve efficacemente intercedere – presso il Giudice laico – perché, esclusa la pena di morte, la sentenza nei suoi confronti sia benigna“. Si può vedere anche Alteserra al cit. cap. “Sappiamo” dell’opera “Sul significato delle parole“, in cui raccoglie molte testimonianze dei Padri perfettamente in linea con quanto stabilito nella sopraindicata Decretale. – 10. Per confermare il nostro asserto circa la grandissima premura che la Chiesa usa anche verso quelli che non la meriterebbero e cerca di fermarli perché non incorrano nella pena di morte in conseguenza di qualche loro delitto, affermiamo che, con una previdenza che risale ai tempi antichi, è stato stabilito: chi dalla propria si trasferisce in altra diocesi, se in questa non è ben conosciuto, rechi con sé una lettera del suo Ordinario con la quale dimostrare che egli è sacerdote e, per quello che si sa, non è soggetto ad alcun impedimento canonico che gli vieti la celebrazione dei Sacri Misteri. Questo era già stato decretato anche dal Santo Sinodo di Calcedonia; nel quale, là dove si legge che non è lecito ad un Chierico e Lettore trasferirsi dalla sua in altra Diocesi senza aver prima ottenuto dal proprio Vescovo la lettera ricordata sopra, che chiameremo di Congedo, Giacomo Cuiazio e, dopo di lui, altri attenti Scrittori, hanno notato che la parola “Lettore” non combina con il contesto e pertanto si deve leggere “non conosciuto“; cosa che noi stessi abbiamo fatto notare nella nostra Istruzione 34 (edizione latina, par. 1). Che se poi si vogliono ricercare anche i più antichi princìpi di questa disciplina, si possono consultare i Canoni detti Apostolici, presso il Cotelerio nella edizione dei Padri Apostolici (tomo I, lib. 8); tra i quali c’è il Canone XIII che stabilisce: “Se un Chierico, o un laico, sospeso dalla comunione, o anche in comunione, si reca in altra Città ed è accolto senza la lettera commendatizia, sia coloro che l’hanno accolto, sia colui che è stato accolto, siano scomunicati; e allo scomunicato si faccia giungere la stessa correzione che si farebbe a chi ha mentito e ha ingannato la Chiesa di Dio“. Concorda con questo il Canone XXIV, come risulta da queste parole in esso contenute: “Nessun Vescovo in viaggio, o Presbitero, o Diacono, sia accolto senza le lettere commendatizie; e quando presentano le lettere, se ne esamini attentamente il contenuto; e siano accolti, se risultano di provata pietà; altrimenti non si dia loro neanche il necessario e in nessun modo siano ammessi nella comunione: da un comportamento surrettizio possono derivare molte cose“. – 11. Anche se vi è discussione fra gli studiosi circa il vero Autore dei Canoni Apostolici, la loro autorità comunque è grande, essendo stati raccolti almeno nel secolo terzo della Chiesa dai vari Concili celebrati prima del Sinodo di Nicea; cosa sulla quale ora sembrano d’accordo i ricercatori di antiche memorie sacre. – 12. A queste santissime leggi sono conformi le sanzioni del Concilio di Trento, come sono conformi le Encicliche inviate con frequenza dalle Congregazioni romane ai Vescovi delle varie Chiese. E si deve tenere per certo anche questo: benché il Vescovo non debba preoccuparsi dei Religiosi che intendono celebrare Messa nelle proprie chiese, dato che la responsabilità è demandata ai loro Superiori Regolari, tuttavia se un Sacerdote secolare vuole celebrare Messa in una Chiesa di Religiosi, anche in questo caso è tenuto a presentare la lettera di congedo ottenuta dal proprio Ordinario al Vescovo della Diocesi in cui vuole compiere il Sacro rito; come si può vedere anche nella nostra Istruzione 34 (edizione latina, par. 1). – 13. Questa antica e giustissima sanzione, della cui esecuzione molti particolari ci hanno tramandato i nostri Scrittori esperti di diritto pratico (tra i quali è degno di particolare menzione il diligentissimo, Monacellio (Formule Legali, Parte I, Tit. 4, Formula 8, p. 81 e Formula 6, p. 79; così pure Tit. 6, Formula 18, p. 160), l’ha resa ancora più efficace, con previdenti norme di prudenza, quel grande riformatore della disciplina ecclesiastica che è San Carlo Borromeo; esortiamo a leggere e studiare attentamente i Decreti da lui emanati in questa materia, presenti in molti documenti: nel primo Concilio provinciale di Milano, tenuto nel 1565, parte 2; poi nel Concilio provinciale secondo del 1569, Decr. 1, e nel Concilio provinciale terzo del 1573; poi nella Istruzione ai Sacerdoti circa la celebrazione della Messa; e infine nel Concilio provinciale quarto tenuto nel 1576. In questi passi troviamo prescritto che il Parroco nella cui Parrocchia un Sacerdote straniero pone il suo domicilio, se questo avviene nel Forese, entro otto giorni al massimo deve segnalare il suo arrivo al Vicario Foraneo, che a sua volta informerà il Vescovo; se invece avviene in Città, il Parroco stesso informi direttamente il Vescovo che si farà consegnare dal Sacerdote in questione la lettera di congedo e la esaminerà e ne valuterà attentamente il tenore. Se infatti l’Ordinario al Sacerdote a lui soggetto ha dato il permesso di assentarsi per un periodo di tempo ben definito, si prescrive che la facoltà di celebrare Messa gli sia concessa solo per quel tempo. E si prescrive anche di prendere nota del giorno in cui fu consegnata la lettera di congedo: dal giorno in cui viene presentata per essere letta ed esaminata non debbono essere passati rispettivamente più di due o di quattro o di sei mesi; di due, se è stata scritta in Provincia; di quattro, se è stata scritta fuori Provincia, ma in Italia; di sei, se risulta datata fuori d’Italia. – 14. Da tutte queste norme generali e particolari si deduce chiaramente quanto la Chiesa sia riluttante nell’applicare quella pena che i Sacri Canoni hanno stabilito contro coloro che celebrano senza essere stati promossi al sacerdozio; essa eleva in qualche modo degli argini affinché nessuno cada in tale delitto che darebbe luogo alla pena determinata dalle Sacre Leggi. – 15. A dimostrazione di questo tuttavia è ancora più importante ciò che stiamo per dire. Uno si presenta al Giudice Ecclesiastico e si accusa di aver celebrato il sacrificio della Messa o anche di avere ascoltato la Confessione Sacramentale dei fedeli pur non avendo ricevuto l’Ordine Sacerdotale. Presentandosi spontaneamente usufruisce di un privilegio in forza del quale gli si assegnano salutari penitenze e poi viene dimesso, purché non sia, come si dice, “in ipso suo Constituto diminutus” o abbia precedenti penali; in questi casi infatti deve essere trattenuto e custodito in carcere. Ma se il medesimo soggetto in seguito alla domanda del Giudice se conosca il motivo per cui è stato associato al carcere, subito, senza attendere ulteriori domande o interrogatori, confessa il tutto apertamente, benché non ci sia dubbio sul fatto che è incorso nelle sanzioni penali previste dalle Costituzioni Apostoliche e che quindi, come reo di delitto capitale, meriti di essere consegnato liberamente al Foro secolare, tuttavia gli si può concedere il beneficio della diminuzione della pena, commutando la pena di morte nella condanna alle triremi in perpetuo; come attesta il Cardinale Albizio di fel. mem., espertissimo in questa materia: “Se colui che è citato in giudizio e convocato, alla domanda generica se sappia per quale motivo è stato chiamato o se conosca la causa della sua carcerazione o come mai si trovi lì, confessa tutta la verità, viene trattato come se fosse spontaneamente reo confesso e con lui si procede con mitezza, specialmente dopo la condanna, e cioè la pena più grave viene commutata in una pena più mite ecc. E così fu deciso nella Sacra Congregazione il 12 maggio 1604” (trattato Dell’Incostanza nella Fede, part. I, cap. 14, n. 70). – 16. Altro fatto degno di nota: benché il Pontificale Romano prescriva tassativamente la degradazione, anche per chi ha ricevuto solo la prima Tonsura clericale – quantunque poi si discuta se questa debba o no essere posta fra gli Ordini, e si discuta se il Giudice Ecclesiastico possa, come abbiamo notato, procedere da solo alla degradazione nel caso di Ordini Minori, cosa che invece non può fare senza l’intervento di altre persone quando si tratta di Ordini Maggiori –, tuttavia attualmente accade che Sacerdoti e altri Chierici, sia di Ordini Maggiori che Minori, vengano liberamente condannati alle triremi o anche al carcere in perpetuo, senza che sia stata fatta prima la Degradazione verbale e tanto meno quella reale; come a tutti è noto, e come anche è stato fatto notare dal Sacerdote Catalani nel Commentario al Pontificale Romano (Tit. 16, § 4, n. 6, tomo III). – 17. Nelle prigioni dei Tribunali Ecclesiastici anche ora è possibile trovare alcuni detenuti, incarcerati per il fatto che, privi dell’Ordine Sacerdotale, hanno celebrato la Messa, hanno ricevutola Confessione Sacramentale dei fedeli, e inoltre ai fedeli che chiedevano la Comunione Eucaristica hanno distribuito loro particole non consacrate, in quanto consacrate da loro. Fra questi ve ne erano due che alla domanda se conoscessero la causa della loro detenzione hanno ingenuamente confessato tutto; di qui è nata la questione se fosse il caso di concedere loro la diminuzione della pena, cioè invece di consegnarli al Foro Secolare, come meritevoli di sentenza capitale, condannarli alle triremi o al carcere perpetuo. – 18. Da parte di coloro che emisero la sentenza o come consulenti o come giudici non ci fu alcun dissenso sul fatto che ambedue i rei erano incorsi nella pena che li faceva consegnare al Foro secolare e perciò alla pena capitale. Alcuni però fecero osservare che, in vista della loro pronta confessione, nella quale ognuno dei due aveva ammesso pienamente il proprio delitto senza attendere ulteriori domande da parte del Giudice, ambedue avevano meritato di essere considerati rei confessi e perciò era il caso di condannarli alle triremi o al carcere perpetuo. Ma altri in numero maggiore espressero parere contrario, cioè che erano incorsi nella pena capitale e quindi dovevano essere consegnati al braccio secolare. – 19. Il persistere della nostra malattia ci ha impedito di partecipare, come in simili casi ci siamo proposti di fare sempre, alle Congregazioni in cui sono stati discussi questi casi; ma poiché dopo non abbiamo tralasciato di leggere ed esaminare tutta la documentazione, abbiamo giudicato più conforme alla clemenza e mansuetudine propria del Pontefice aderire alla sentenza più mite; tanto più che anche il Cardinale Albizio, versatissimo in questa materia, ha lasciato scritto che è consuetudine concedere come premio questa diminuzione di pena a coloro che alla prima interrogazione del Giudice avessero confessato integralmente e apertamente il proprio delitto; e vi sono parecchi esempi di cause che in questo modo in simili circostanze sono state commutate. Pertanto è nostra volontà che i rei soprannominati godano della diminuzione della pena meritata, cioè che siano condannati in perpetuo alle triremi, cosicché non ne possano mai essere liberati né ottenere una commutazione di questa pena, a meno che non venga disposta dal Romano Pontefice allora in carica e che sia al corrente dei loro delitti con tutte le circostanze che li hanno accompagnati; resta però la facoltà ai Giudici di sostituire quella pena con l’ergastolo o il carcere perpetuo qualora risulti che la condanna alle triremi in perpetuo non conviene in alcun modo a siffatti rei, sempre che non manchino le altre condizioni necessarie allo scopo. Inoltre stabiliamo e decretiamo che quando dovrà essere formalmente intimata ai rei suddetti la condanna alle triremi o alla reclusione perpetua, come si è detto sopra, questa intimazione venga fatta dal Giudice, alla presenza di coloro che sono incaricati di gestire le Sagristie delle Chiese e che perciò dovranno essere convocati a questo scopo dallo stesso Giudice, sotto pena di sanzioni da infliggersi loro a suo arbitrio; e in quella occasione venga loro fatta una grave ammonizione sulla rigorosa osservanza ed esecuzione di tutte le prescrizioni in materia: cioè che non permettano mai a sacerdoti non conosciuti di celebrare la Messa se non dopo che la lettera di congedo, che hanno portata dalla propria diocesi e presentata, sia stata esaminata e valutata da colui che ha questo incarico. Ricordiamo che altre volte questo si è verificato in questa medesima Città, sotto il nostro Predecessore di felice memoria il Papa Clemente XI, quando si dovette consegnare al Foro secolare un reo condannato alla pena capitale, perché aveva celebrato la Messa senza essere insignito dell’Ordine Sacerdotale. – 20. Decretiamo quindi che dai Giudici competenti e dati Tribunali si proceda secondo le norme fin qui descritte contro coloro dei quali risulta fino ad oggi che hanno celebrato la Messa o hanno ricevuto la Confessione Sacramentale senza essere stati ammessi al Sacro Ordine del Presbiterato. Ma poiché siamo convinti che questo delitto, gravissimo in sé e ogni giorno più frequente, con ogni mezzo deve essere impedito e, per quanto possibile, eliminato ed estirpato dalle Nazioni Cristiane, decretiamo che la nuova legge in materia determinata mediante una Costituzione Apostolica (di cui la Tua Fraternità riceverà un esemplare annesso a questa Lettera) in futuro, passati cioè tre mesi dalla data della medesima Costituzione, sia rigorosamente osservata e messa in atto. – Frattanto a te, Venerabile Fratello, con molto affetto impartiamo la Benedizione Apostolica.

Datum Romæ, apud S. Mariam Maiorem, die 2 Augusti 1757, Pontificatus Nostri Anno XVII.

#    #    #

Se le norme citate in questa Lettera enciclica del Santo Padre Benedetto XIV, venissero applicate oggi, praticamente non ci sarebbe più posto nelle carceri italiane, d’oltralpe, ed anche d’oltre oceano. Qui di persone che pseudo-celebrano messe e somministrano sacramenti (per fortuna falsi) ce n’è una quantità incalcolabile. Infatti: 1) da un lato ci sono i finti sacerdoti e vescovi del novus ordo: sacerdoti che non hanno mai ricevuto la tonsura ecclesiastica, non hanno mai ricevuto gli ordini minori né maggiori, secondo le norme del Concilio di Trento che sono infallibili ed irreformabili in eterno; in più sono stati “ordinati” (si fa per dire!) dai falsi vescovi sacrileghi, gli eletti manichei consacrati (anche qui … si fa per dire!) dalla formula mostruosa del “mago-trasformista” Bugnini ed autorizzata dal marrano omosex. il 18 giugno 1968! I pochissimi sacerdoti canuti ancora viventi, ordinati da vescovi anziani negli anni 50 0 60, oramai si contano sulle dita di pochissime mani, e sono tutti “ipso facto” scomunicati latæ sententiæ dalla bolla “Exsecrabilis” di Papa Piccolomini, e dalle altre numerose bolle [Paolo IV, Pio V, Sisto V Clemente VIII, Pio VI, Pio IX, Leone XIII, Pio X etc. etc.,] e costituzioni conciliari, e infarciti dalle relative censure. 2) Dall’altra parte abbiamo gli eredi di Lienart, massone 30° Cavaliere kadosh, “nokem Adonay” ben prima di farsi coinvolgere in riti di consacrazione mai validi per difetto, assenza di intenzione, o meglio per “proposito di contro-intenzione! Questa non consacrazione è stata poi trasferita al suo “compariello” Lefevbre, che a sua volta non ha potuto [poverino!] mai passare a nessuno quel che egli stesso non aveva mai posseduto. Da questa “vite” selvatica sono pure spuntati molti germogli fradici e secchi [i cosiddetti sedevacantisti ed i sedeprivazionisti, Papi di se stessi [una cum nemine], che hanno dato vita a cappellucce, chiesette autogestite ed autoreferenziate, oltre a vari cani sciolti, lupi rapaci, che non hanno nessuna missione canonica, alcuna giurisdizione ed ancor meno alcuna “lettera di congedo” da chicchessia. Qui ci vorrebbe una flotta di triremi per “sistemare” quelli che in tempi passati sarebbero stati dei galeotti, triremi che potrebbero essere utilizzate per trasportare clandestini … o pardon! … migranti in giro per il mondo! Le norme per questo tipo di sciacallaggio spirituale, erano veramente terribili ed affidate al braccio secolare, che con grande rigore, non ne risparmiava alcuno. Perciò il Santo Padre credette opportuno intervenire per mitigarne le pene e scongiurarne la morte prevista dal codice penale. Oggi questo pericolo per la numerosa “banda” dei falsari, non esiste più purtroppo, per la società che è eramai scristianizzata e massonizzata, ma un vero Cattolico deve continuare ad usare per la preghiera, la formula del Pontificale Romano, riportata nell’Enciclica,  rivolgendosi non più al giudice del tribunale umano, bensì al Sommo Giudice del Tribunale celeste: “Domine Iudex, rogamos Vos cum omni affectu, quo possimus, ut amore Dei, pietatis et misericordiæ intuitu, et nostrorum interventu precaminum, miserrimo huic nullum mortis, vel mutilationis periculum inferatis” [Signor Giudice, con tutto l’affetto possibile Vi supplichiamo, per amore di Dio, in vista della pietà e della misericordia, e anche di queste preghiere che Vi rivolgiamo, di non esporre questo miserabile al pericolo di morte e di mutilazione … “spirituale”!]

 

S. PIETRO, PAPA OCCULTO?

S. PIETRO, PAPA OCCULTO?

… Come i primi 40 Papi … secondo i sedevacantisti,  ed i teologi “faidate”!

Dal momento che la presenza del Papa legittimo, Gregorio XVIII, canonizzato validamente dai “veri” cardinali di Gregorio XVII [per i pagani e massonizzati: il Cardinal Siri], costituisce una situazione che di colpo cancella la falsa chiesa del novus ordo, le deliranti e sconce elucubrazioni sacrileghe di eretici sedevacantisti, sedeprivazionisti, fallibilisti e cani sciolti vari in libera uscita, si è cominciata ad insinuare l’idea balzana che il Papa “occulto” non abbia nulla di lontanamente cattolico. Questo è assolutamente vero, e a ben vedere è un’etichetta che ben si addice ed è applicabile esattamente ai papaclown dell’attuale Vaticano, ove il Papa c’è [… secondo loro!] ma non si vede, o meglio: si vede, ma non c’è! Effettivamente trattasi di “papa” occulto, una definizione che solo a sentirla fa accapponare la pelle. Ma non è finita qui, perché a sostegno di questa idea strampalata, si fa riferimento addirittura al divin Maestro Gesù-Cristo che avrebbe proclamato S. Pietro Capo della Chiesa pubblicamente! Questa è un’asserzione evidentemente vera per la Chiesa, ma falsa per coloro che non appartengono ad essa, come i modernisti conciliari e i sedevacantisti di ogni tipologia. Evidentemente i nostri “teologi fai da te”, essendosi svenati a consultare tutte le opinioni teologiche, si sono dimenticati di aprire il Vangelo, in particolare quello di S. Matteo, di S. Giovanni, e gli Atti degli Apostoli, mostrando pure una ignoranza colossale della storia della Chiesa. Ed allora diamo una bella rinfrescata alla mente annebbiata di questi intellettualoidi che giocano al “piccolo teologo”. “Dixit Ei: Pasce oves meas” [s. Jon. XXI, 17]; in S. Matteo al cap. XVI abbiamo con più particolari: “[13] Venit autem Jesus in partes Cæsareæ Philippi: et interrogabat discipulos suos….(…) [18] Et ego dico tibi, quia tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam, et portæ inferi non prævalebunt adversus eam.  Et tibi dabo claves regni cælorum. Et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in cælis: et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in cælis. Tunc præcepit discipulis suis ut nemini dicerent quia ipse esset Jesus Christus. [XVI; 13, 18-20]. Questa sarebbe la proclamazione ufficiale del primo Pontificato fatta personalmente dal Capo della Chiesa Gesù-Cristo. La domanda che si pone ora è questa: “Ma sembra questa essere una proclamazione pubblica?” Le risposte possibili sono: 1) “Si, certamente – direbbe un Apostolo presente al fatto – essa fu conosciuta da noi tutti Apostoli, compreso la “canaglia” di Kariot, presenti sulla via di Cesarea e sulle rive del mare di Tiberiade [dove la canaglia non c’era più], all’apparizione di Gesù risorto, notizia che abbiamo poi man mano, quando ne abbiamo avuto la possibilità, estesa a tutti i credenti, ai Cristiani, che hanno saputo in un secondo momento che il Vicario di Cristo fosse s. Pietro, pur non avendolo mai potuto vedere direttamente”. – 2) No, essa non è mai stata pubblica – direbbe il fariseo ed il sadduceo, lo scriba, il pagano romano o greco – noi non l’abbiamo mai veduta, … la proclamazione andava fatta pubblicamente e solennemente, magari nel tempio o nel sinedrio a Gerusalemme, o nel senato a Roma. Quindi s. Pietro bar-Iona, sarebbe stato un pontefice “occulto” perché non visibile e non proclamato ufficialmente in un luogo pubblico frequentato da pagani, ebrei, atei, agnostici e gnostici, cabalisti, filosofi greci, e [aggiungerei …] oggi, dai sedevacantisti! Sembrerebbe avviarsi così l’ennesima diatriba, ma l’inghippo si supera con estrema facilità, come si può ben vedere già dalla stessa narrazione evangelica. La proclamazione del Pontefice è un affare che riguarda e compete alla Chiesa Cattolica, e va fatta con tutti i crismi e i canoni comandati dalla Chiesa stessa, stabiliti cioè da un Santo Padre [si guardi ad es. la XIX tesi della XIV questione del Cardinal Billot in De Ecclesia Christi], sia per i tempi di pace, che per i tempi di persecuzione; pertanto una volta eletto il Cardinale designato, la proclamazione avviene davanti agli stessi cardinali elettori ed alla parte [il piccolo gregge] della Chiesa presente, e non c’è scritto da nessuna parte che ci debba essere una rete televisiva che diffonda, tra una pubblicità e l’altra di pannolini e profilattici, la notizia a pagani, atei, massoni, eretici, protestanti o sedevacantisti, liberi pensatori che interpretano malamente scritture e magistero “pro domo sua”, a servizi segreti o ad indifferenti curiosi. La proclamazione va fatta davanti agli “Apostoli” designanti, e se i tempi lo permettono, davanti al mondo “fuori dalla Chiesa”. A quel punto l’elezione è valida a tutti gli effetti e nessuno potrà obiettare alcunché, anche se l’esercizio del Mandato pontificale non potrà essere costatato immediatamente da tutti, perché impedito. Tra i fedeli la notizia viene diffusa poi, come già accennato, con prudenza dagli stessi “Apostoli” designanti o dal clero e dai laici di comprovata fedeltà! Il Papa “occulto” è quindi argomento ozioso per atei, eretici, massoni, fallibilisti e tesisti, sedevacantisti apocalittici o monasteriali, e dementi vari fuori ospizio, in buona o cattiva fede; il Cattolico della Chiesa di Cristo sa di essere perseguitato e sa pure che il Santo Padre ancor più è perseguitato ed impedito nel suo Ufficio Apostolico, “Carica” che è legittima e reale, spiritualmente efficace e garante di tutta la Gerarchia in esilio e di tutti i veri Sacramenti, della Santa Messa “una cum” [Gregorio, nel nostro caso], l’unica Messa su tutto il pianeta terra attualmente valida ed operante come Sacrificio di Cristo offerto al Padre, unico culto a Lui gradito, come è sempre stato nella storia della Chiesa. I poverini, i “sede-occultisti” si dicono … in difficoltà … nella situazione attuale della Chiesa. Falso! Essi sanno ben guazzare in questo fango da loro alimentato e voluto per confondere tanti fedeli onde perderne l’anima per sempre, ed in questo si mostrano servi di satana, venduti per un piatto di putride lenticchie, quattro banconote o per insana vanità! – Ma torniamo alla storia della Chiesa, volutamente obliata: qui di Papa “occulto” [secondo il loro modo di dire modernista], oltre a S. Pietro ce n’è a iosa, ricordiamo per brevità San Clemente I, finito -pensate- in Crimea, S. Evaristo, S. Cornelio, etc, tutti proclamati in catacombe senza che ci fosse nemmeno un cronista dell’epoca a riportare la notizia a tribuni, sinagoghe, circhi massimi o minimi, al senato o al sinedrio, o nelle terme dei patrizi! Tutti questi Papi, martiri e santi confessori, non avrebbero nemmeno una … parvenza di “cattolicità”! Al momento non erano conosciuti da nessuno fuori dalla Chiesa, e la maggioranza dei Cristiani hanno saputo finanche dopo secoli, chi era stato il loro Papa, o il Papa dei loro genitori o nonni! A questo punto non sappiamo se ridere scompisciati, o piangere afflitti per questi fratelli marci nell’anima, ma pure nella mente. Preghiamo per essi perché siano ricondotti nella Chiesa Cattolica, l’unica Arca di salvezza, nella quale si ostinano con ogni sofisma e cavillo a non volere entrare. Chiediamo a tutti gli iscritti all’Arciconfraternita del Cuore Immacolato di Maria di pregare per la loro conversione … a noi no, ma alla Vergine Immacolata tutto è possibile ottenere da Dio, anche la conversione degli eretici e degli stolti! Ad ogni buon conto per i Cattolici [il piccolo resto], riportiamo per completezza le disposizioni che Papa Gregorio XVII in vista delle elezioni papali in tempi di persecuzione, ha scritto in un documento ben noto e ben “conservato” dalla Gerarchia da lui legittimamente creata.

Papa Gregorio XVIII ha ricevuto il potere secondo le norme determinate da Papa Gregorio XVII: Proclamazione del Papa davanti alla Chiesa e, quando possibile, davanti al mondo profano e pagano!

I. In tempi di pace:

1) Conclave – a) Elezione e b) Ricezione della Giurisdizione da parte del Cardinale eletto che diventa immediatamente Papa in presenza di una piccola parte della Chiesa;

2) fumata bianca. – Annuncio “Habemus Papam”,

3) Il Papa appare prima davanti a tutta la Chiesa, poi davanti al mondo sulla “balconata” di piazza S. Pietro. 

I. In tempi di persecuzioni:

1) Conclave – a) Elezione e b) Ricezione della Giurisdizione da parte del Cardinale eletto che diventa immediatamente Papa in presenza di una piccola parte della Chiesa, 2) Il Papa appare davanti agli elettori, quindi passo dopo passo davanti alla Chiesa intera. Nessuna fumata bianca dalla Cappella Sistina, né l’apparizione sulla “balconata” di piazza San Pietro in tempi di persecuzioni, perché la Chiesa è eclissata.

La differenza che oggi esiste tra il N.O. e la Chiesa Cattolica è che il N.O. è in “tempi pacifici”, mentre la Chiesa Cattolica è in tempi di persecuzioni.

Papa Gregorio XVIII agisce “in eclissi” e non può apparire davanti al mondo intero e perfino davanti a tutta la Chiesa. Così è sempre stato in tempi di persecuzioni. Tanti Papi perseguitati e in esilio sono stati conosciuti dopo secoli … ma per gli eretici, erano Papi “occulti”, in cui non c’era neppure l’ombra della Cattolicità! – Che Dio ci scansi!