Santa Maria Maddalena penitente

Santa Maria Maddalena penitente :

“… tulerunt Dominum meum, et nescio ubi posuerunt Eum”.

maddalena

Maria, soprannominata la Maddalena dal luogo di nascita, era sorella di Marta e Lazzaro. Molto traviò nella sua giovinezza, ma illuminata dalla Divina Grazia, pianse i suoi falli e mutò vita. – Un giorno, udito che Gesù era entrato in casa di Simone il fariseo, prende un vaso d’unguento prezioso, corre dal Salvatore, si getta ai suoi piedi, glieli lava con lacrime, li asciuga coi capelli del capo, li bacia, e li unge di balsamo. «Oh se costui fosse un profeta, dice in cuor suo il Fariseo, certo saprebbe che donna è costei che Lo tocca e com’è peccatrice». – Gesù che gli legge nel cuore, «Simone, ho una cosa a dirti. Un creditore aveva due debitori; uno gli doveva cinquecento denari e l’altro cinquanta. Or non avendo quelli di che pagare condonò il debito a tutti e due: Chi dunque di loro lo amerà di più » « Penso, risponde Simone, colui al quale ha condonato di più ». E Gesù: « Rettamente giudicasti. Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua, tu non mi hai data acqua per i piedi, ma essa non finisce di bagnarli con le sue lacrime ed asciugarli con i capelli del capo ». E volto alla Maddalena le dice: « Donna, molto hai amato e per questo molto ti è perdonato ». Maria si leva assolta, e risorge a vita novella. Con amare lacrime lava le sue colpe, segue il Maestro nelle peregrinazioni attraverso i villaggi della Giudea, e profonde tutte le sue ricchezze pel mantenimento del Collegio Apostolico. – Sul Calvario sfida l’ira dei nemici di Gesù, assiste alla morte del suo Maestro,e non s’allontana se non dopo la sepoltura di Lui. Non vede l’ora che passi il sabato, per correre ad imbalsamare con profumi ed aromi il corpo di Gesù, e fu la prima che ebbe la grazia di vederlo risorto. – Ella, quando i discepoli se ne erano tornati a casa, era rimasta vicino al sepolcro a piangere e mentre pian s’affacciò alla tomba, ci scorse due angeli vestiti di bianco, ed essi le dissero: « Donna, perché piangi? » Rispose loro: « Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo ». E detto questo si voltò indietro e vide Gesù in piedi, senza però conoscere che era Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? chi cerchi? » Ed essa, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmelo dove l’hai messo ed io Lo prenderò. Gesù le disse: « Maria! » Essa rivoltasi, esclamò: « Rabbonì, che vuol dire Maestro ». Le disse Gesù: « Non mi toccare, perché non sono ancora asceso al Padre mio; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: Ascendo al Padre mio, e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ». – Salito Gesù al Cielo, fu perseguitata con Lazzaro e Marta sua sorella. Gettata su sdruscita nave, venne abbandonata in balia delle onde, ma miracolosamente protetta approdò a Marsiglia. Scelse per dimora una squallida spelonca e quivi visse 30 anni in penitenze, preghiere e lacrime, finché il 22 luglio del 66 s’addormentò nel bacio del Signore rimanendo la figura più fulgida della vera penitente.

VIRTÙ. — Il Signore disse alla Maddalena: « Molto ti è perdonato, perché molto hai amato ». Queste parole divine, ispirino pure a noi grande confidenza nella misericordia infinita di Gesù.

PREGHIERA. — Deh! Signore, ci venga in aiuto l’intercessione della beata Maria Maddalena dalle cui preghiere supplicato tu risuscitasti vivo dal sepolcro il fratello Lazzaro morto da quattro giorni. Così sia. 

Maria autem stabat ad monumentum foris, plorans. Dum ergo fleret, inclinavit se, et prospexit in monumentum: et vidit duos angelos in albis sedentes, unum ad caput, et unum ad pedes, ubi positum fuerat corpus Jesu. Dicunt ei illi: Mulier, quid ploras? Dicit eis: Quia tulerunt Dominum meum: et nescio ubi posuerunt eum. [Joan. XX, 11-13]

Anche noi oggi, entrando in una chiesa gestita dagli apostati modernisti, davanti a quello che una volta era il Tabernacolo, divenuto oggi “abominio della desolazione”, rivolgiamo la nostra ardente preghiera agli Angeli, invocandoli, come la Santa: “…tulerunt Dominum meum, et nescio ubi posuerunt Eum”.

Che la Santa penitente ci guidi nel cammino lungo e faticoso per ritrovare il nostro Gesù-Cristo e poterLo onorare ed amare sotto le Specie Eucaristiche in vita, ed un giorno nella gloria del Paradiso.

A Santa Maria Maddalena (22 luglio)

(traslata a Costantinopoli nell’890, a Roma nel 1216).

I. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena che, tocca appena dalla grazia, rinunciaste subitamente a tutti i piaceri del mondo per consacrarvi all’amore di Gesù Cristo, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di corrispondere anche noi fedelmente a tutte le divine ispirazioni. Gloria.

II. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena che, calpestando generosamente tutt’i riguardi del mondo, compariste nell’abito il più dimesso in quelle stesse contrade nelle quali avevate condotto in trionfo il vostro lusso, la vostra vanità, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di superare tutti gli ostacoli che si incontrano nella via della salute, e specialmente gli umani rispetti, con cui tante volte abbiamo traditi i nostri più sacri doveri e i nostri più grandi interessi. Gloria.

III. – O modello de’ penitenti, gloriosa Maddalena, che, piangendo colle lacrime le più amare, colla contrizione la più viva i vostri errori, meritaste di essere da Gesù Cristo medesimo assicurata di un assoluto perdono, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di detestare e piangere incessantemente tutti i nostri falli, onde assicurarcene la remissione al tribunale di Dio. Gloria.

IV. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che, convertita sinceramente a Gesù Cristo, vi faceste un dovere ed una gloria di costantemente accompagnarlo nei viaggi, ascoltarlo nei discorsi, servirlo nei bisogni, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di mettere tutta la nostra consolazione nell’assistere ai divini misteri, ricevere i SS. Sacramenti, ascoltare la divina parola, soccorrere i poveri, che sono le immagini più vive del nostro Signor Gesù Cristo. Gloria.

V. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che non abbandonaste Gesù-Cristo nemmeno allora che, spontanea vittima del furor de’suoi nemici agonizzava sul patibolo della croce, otteneteci, vi preghiamo la grazia di perseverare fedelmente nel divino servizio anche fra le desolazioni, le malattie, le avversità e le persecuzioni con cui piacerà al Signore di provarci. Gloria.

VI. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che in premio della vostra fede e del vostro amore, foste consolata dalla visita di Gesù-Cristo risorto, che vi onorò della sua prima apparizione, otteneteci vi preghiamo, la grazia di menar sempre una vita così illibata e così santa, da meritarci dopo morte la visione beatifica del sommo Bene nella casa della sua gloria. Gloria.

VII. O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che quantunque accertata del perdono delle vostre colpe, pure non lasciaste di piangerle in tutto il tempo di vostra vita con continui digiuni ed incessanti austerità, per cui meritaste d’essere tante volte visitata dagli Angioli, e da loro assistita nell’estremo passaggio, e accompagnata al Paradiso, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di non rallentarci giammai nell’esercizio della penitenza così necessaria alla salute, onde assicurarci la tranquillità dei giusti alla morte, e la beatitudine dei Santi nell’eternità. Gloria.

[da: Manuale di Filotea del sac. G. Riva – Milano 1888]

Il dottore serafico: SAN BONAVENTURA.

14 luglio

Il dottore serafico: SAN BONAVENTURA,

[Dom. Guéranger: L’ANNO LITURGICO, vol. II]

Bon. Ant. Tomm.

Tommaso e Bonaventura.

       La pittura ha illustrato la celebre visione in cui la Vergine presentò al suo Figliolo i suoi due servi Domenico e Francesco i quali dovevano ricondurre a lui l’umanità in preda ad una profonda corruzione. – Ha illustrato pure l’incontro dei due santi che si abbracciano e si promettono scambievolmente di rimanere uniti nell’azione apostolica che inauguravano quasi nello stesso tempo. Anche due dei loro più nobili figli dovevano rassomigliarsi per lo splendore della dottrina e per l’unione che godono nell’ammirazione e nella gratitudine della Santa Chiesa. Tommaso e Bonaventura, la cui opera intellettuale non avrà che uno scopo: condurre gli uomini mediante la scienza e l’amore a quella vita eterna che consiste nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato. Gesù Cristo (Gv. I7. 3). – Entrambi furono lampade ardenti (ibid. 5, 15) che illuminarono il loro secolo e infervorarono le anime. Ma il Signore volle che la Chiesa attingesse particolarmente da san Tommaso la sua luce e da san Bonaventura la sua ardente carità. Abbiamo già festeggiato il Dottore Angelico durante la quaresima; oggi la Chiesa rivolge i nostri cuori verso il Dottore Serafico, perché gli offriamo la nostra lode e la nostra preghiera, e riceviamo l’insegnamento della sua vita.

Lo studioso.

Era ancor giovinetto, quando allo scadere dei suoi primi anni di vita religiosa fu mandato alla celebre Università di Parigi per apprendervi la teologia. In mezzo alla moltitudine di studenti spesso chiassosi e leggeri, egli conservò la sua anima così semplice e distaccata, che il suo maestro Alessandro di Hales diceva pieno di ammirazione: « Pare che Adamo non abbia peccato in lui ». Alessandro di Hales sembrava allora, secondo l’espressione del Papa Alessandro IV, « racchiudere in sé la fonte viva del paradiso, da cui scorreva a grandi flutti sulla terra il fiume della scienza della salvezza ».

Il Dottore.

Sotto la sua guida, Bonaventura fa mirabili progressi nella scienza e nella santità. Studia dapprima la Sacra Scrittura, copiando parecchie volte di sua mano i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento; riassume e analizza i Padri della Chiesa e si compenetra tanto di tutte le scienze sacre che, malgrado le regole dell’Università, viene chiamato a 27 anni ad occupare una cattedra. Allo stupore causato dalla sua giovine età seguì presto l’ammirazione. Investito dell’eredità di Alessandro di Hales che era chiamato il « Dottore irreprensibile, il Dottore dei Dottori » Bonaventura poteva dire della divina Sapienza: « È essa che mi ha insegnato tutto; essa mi ha insegnato la giustizia e le virtù, e le sottigliezze del discorso e il nodo dei più forti argomenti» (Sap. VII, 21; IV, 7-8). – Questo è appunto l’oggetto dei Commentari sui quattro Libri delle Sentenze che ci hanno conservato le lezioni tenute da Bonaventura da quella cattedra della Sorbona dove la sua amabile parola, animata da un soffio divino, teneva prigionieri i più nobili intelletti. Il giovane maestro rispondeva già al suo titolo predestinato di Dottore Serafico, vedendo nella scienza solo un mezzo per amare di più, e ripetendo senza posa che la luce che illumina l’intelletto rimane sterile e vana se non penetra fino al cuore, dove unicamente riposa e si diletta la Sapienza (Exp. in Lib. Sap., Vili, 9, 16). Cosicché – ci dice sant’Antonio – qualunque verità appresa da lui si cambiava in affetti, diventando così preghiera e lode divina (Antonin., Chronic, p. III, tit. 24, cap. 8). Il suo scopo – dice un altro storico – era quello di giungere all’incendio dell’amore, di bruciare egli stesso al fuoco divino e di infiammare quindi gli altri; indifferente alle lodi come alla fama, unicamente preoccupato di regolare i suoi costumi e la sua vita, intendeva innanzitutto ardere e non solo risplendere, essere fuoco per accostarsi così maggiormente a Dio, in maggior conformità a colui che è fuoco; tuttavia, come il fuoco non può concepirsi senza luce, così egli fu pure una fiaccola risplendente luce che potè raccogliere, ne fece l’alimento della sua fiamma e della divina carità (H. Sedulius, Histor. seraph.). – Si seppe bene a che cosa attribuire questa unica direttiva dei suoi pensieri allorché, inaugurando il suo insegnamento pubblico, dovette prendere una decisione riguardo al problema che divideva la Scuola circa il fine della teologia: scienza speculativa per gli uni pratica a giudizio degli altri, secondo che gli uni e gli altri erano maggiormente colpiti dal carattere teorico o morale delle nozioni che essa ha per oggetto. Bonaventura, cercando di unire le due tendenze nel principio che era ai suoi occhi la legge universale ed unica, concludeva che « la Teologia è una scienza affettiva, la cui conoscenza procede per contemplazione speculativa, ma tende principalmente a renderci buoni». La Sapienza della dottrina infatti – diceva – deve essere ciò che indica il suo nome (Eccl. 6; I Sent. 9, 3): saporosa all’anima.

Il santo.

Ma, come fece notare più tardi il Papa Sisto V, egli non eccelleva soltanto per la forza del ragionamento, per la facilità dell’insegnamento e per la chiarezza delle definizioni, ma trionfava soprattutto per una virtù del tutto divina nel potere di commuovere le anime. Mentre illuminava le menti, predicava ai cuori e li conquistava all’amore di Dio. I suoi stessi amici ne stupivano, e avendogli un giorno san Tommaso chiesto, in uno slancio di fraterna ammirazione, in quale libro avesse potuto attingere quella scienza sacra, Bonaventura, mostrando il crocifisso, rispose umilmente: « Ecco la sorgente da cui attingo tutto ciò che io so; studio Gesù, e Gesù crocifisso »! – Questo è il segreto della composizione di tutta quella serie di meravigliosi opuscoli in cui, senza un piano prestabilito, semplicemente per appagare il desiderio dei suoi discepoli o per effondere la propria anima, Bonaventura ha trattato insieme dei primi elementi dell’ascesi e degli scritti più sublimi della vita mistica, con una pienezza, una sicurezza, una chiarezza e una divina forza di persuasione che fanno dire al Sommo Pontefice Sisto IV che lo Spirito Santo stesso sembra parlare in lui {Liti. Superna Caelestis). Scritto sulla vetta della Verna e come sotto l’influsso più immediato dei Serafini del cielo, l’Itinerario dell’anima a Dio rapiva a tal punto il cancelliere Gersone da fargli dichiarare «quell’opuscolo, o piuttosto – diceva – quell’opera immensa, superiore alla lode di qualsiasi bocca mortale » (1); egli avrebbe voluto che insieme con il Breviloquium, meraviglioso compendio della scienza sacra, fosse imposto come manuale indispensabile ai teologi {Tract. de examinatione doctrinarum). «Infatti -dice per l’Ordine benedettino l’abate Tritemio – chi considera lo spirito dell’amore divino che si esprime in Bonaventura, riconoscerà facilmente che egli sorpassa tutti i Dottori del suo tempo per la forza persuasiva delle sue opere. Molti espongono la dottrina, molti predicano la devozione, pochi nei loro libri insegnano l’una e l’altra; Bonaventura sorpassa quel grande e quel piccolo numero, poiché in lui la scienza forma alla devozione e la devozione alla scienza. – Se dunque vuoi essere studioso e devoto, vivi come lui » (De scriptor. eccl.). Ma, meglio di chiunque altro, Bonaventura ci rivelerà in quali disposizioni convenga leggerlo per farlo con frutto. All’inizio del suo Incendium amoris, nel quale la triplice via che conduce, mediante la purificazione, l’illuminazione e l’unione, alla vera sapienza, così dice: « Offro questo libro non ai filosofi, non ai sapienti del mondo, non ai grandi teologi occupati da infinite questioni, ma ai semplici, agli ignoranti che si sforzano più di amare Dio che di sapere molto. Non già discutendo, ma agendo s’impara ad amare. Quanto a quegli uomini pieni di questioni, superiori in qualunque scienza, ma inferiori nell’amore di Cristo, penso che non saprebbero comprendere il contenuto di questo libro; a meno che lasciando da parte la vana ostentazione del sapere, non si applichino, in una profonda rinuncia, nella preghiera e nella meditazione, a far nascere in sé la divina scintilla che, riscaldando il loro cuore e dissipando ogni oscurità, li guiderà al di là delle cose del tempo fino al trono della pace. Perciò stesso che sanno di più, infatti, essi sono più atti ad amare o potrebbero esserlo, se disprezzassero veramente se stessi e fossero contenti di essere disprezzati dagli altri » (Incend. amoris, prologus).

Il ministro generale dei frati minori.

Tuttavia san Bonaventura non doveva restare a lungo sulla cattedra della Sorbona. A 35 anni veniva eletto Ministro Generale dei Frati Minori. Costretto ad abbandonare l’insegnamento della Scolastica lasciava il posto ad un giovane amico, fra Tommaso d’Aquino, la cui scienza e santità avrebbero illustrato l’Università di Parigi e l’intera Chiesa. – San Francesco era morto da 31 anni. Egli aveva posto le basi del suo Ordine, la linfa serafica era scaturita dal suo cuore, ma la sua opera richiedeva di essere organizzata: fu il compito di san Bonaventura. Senza uscire dallo spirito di san Francesco, egli si dedicherà a disciplinare tutte le energie e a dare all’Ordine la sua forma definitiva e le sue sapienti e mirabili costituzioni che dovevano formare l’armatura di quell’immenso edificio. Lo vediamo così percorrere tutte le Province del suo Ordine. Va successivamente a Parigi, a Narbona, a Pisa, e dopo i suoi lunghi itinerari, si ritira in un’umile cella, sulla Verna, là dove Francesco ha ricevuto le sacre stimmate. Qui scrive la vita del serafico Padre, onde penetrare tutti i suoi figli del suo spirito.

Cardinale d’Albano.

La profondità della scienza, la santità della vita e la potenza della parola attirano su di lui l’attenzione della Chiesa. A Perugia, quando il Papa Clemente IV vuole nominarlo Arcivescovo di York, cade ai suoi piedi e lo supplica di allontanare da lui tale dignità. Deve tuttavia cedere alle istanze di san Gregorio X e obbedire agli ordini « che Io nominavano cardinale e arcivescovo di Albano e gli imponevano di raggiungere il Papa con tutta umiltà e sottomissione, senza scuse né ritardi». I legati del Papa, incaricati di quell’importante messaggio, trovarono il santo occupato a lavare i piatti. Egli partì per preparare i lavori del Concilio che doveva tenersi a Lione nel 1274, e fu appunto in quella città che, dopo aver moltiplicato i suoi tentativi, i suoi discorsi, le sue fatiche, rese la sua bell’anima a Dio, all’età di 53 anni, quattro mesi dopo la morte di San Tommaso.

Vita.

Giovanni Fidanza nacque nel 1221 a Bagnoregio, cittadina situata tra Viterbo e Orvieto. Essendo caduto gravemente malato, la madre lo portò a san Francesco d’Assisi che lo prese fra le braccia, lo benedisse, lo accarezzò, lo guarì e lo restituì alla madre dicendo : « O buona ventura ! » donde il suo nome. A 17 anni, entrò presso i Frati Minori, dove il suo fervore mise in dispetto il demonio che tentò di strangolarlo. Presto, mandato alla Sorbona per studiarvi la teologia, vi ricevette una cattedra all’età di appena 27 anni. A 35 anni divenne Maestro Generale dei Frati Minori e promulgò le Costituzioni nel Capitolo di Narbona tenuto nel 1260. Creato cardinale, ricevette la consacrazione episcopale nel novembre del 1273 e, durante il secondo concilio ecumenico di Lione, si spense in quella città, il 14 luglio 1274. I suoi principali trattati spirituali sono il Breviloquium apparso nel 1256; l’Itinerario dell’anima a Dio che è senza dubbio la più bella fra le opere mistiche del XIII secolo; la Triplice Via; l’Albero di Vita; le Cinque feste del Bambino Gesù ed infine l’Apologia dei Poveri.

Preghiera.

Tu sei entrato nel gaudio del tuo Signore (Mt. 25, 21), o Bonaventura; quali debbono essere ora le tue delizie, poiché, secondo la regola che hai ricordata, « tanto più uno ama Dio quaggiù, tanto più lassù esulta in Lui » (De perfectione vitae, ad Sorores, VIII). Se il grande sant’Anselmo, dal quale attingevi quelle parole, aggiungeva che l’amore si misura dalla conoscenza, tu che fosti uno dei principi della scienza sacra e insieme il Dottore dell’amore, mostraci che realmente ogni luce, nell’ordine della grazia e in quello della natura, non ha altro scopo che di condurre all’amore. – Dottore Serafico, guidaci attraverso quella sublime ascesa di cui ogni riga delle tue opere ci manifesta i segreti, le sofferenze, le bellezze e i pericoli. Nel raggiungimento della divina sapienza, che nessuno percepisce senza estasi anche nei suoi più lontani riflessi, preservaci dall’illusione che ci farebbe ritenere come fine la soddisfazione trovata negli sparsi raggi discesi a noi per ricondurci dai confini del nulla fino ad essa. Infatti, quei raggi che per se stessi procedono dall’eterna bellezza, separati dal centro, distolti dal fine, non potrebbero essere altro che illusione, inganno, occasione di vana scienza o di falsi piaceri. Inoltre, più elevata è la scienza, più si avvicina a Dio in quanto oggetto di teoria speculativa, ma più si deve temere la deviazione; se essa distrae l’uomo nelle sue ascensioni verso la Sapienza posseduta e gustata per se stessa; se lo arresta alle sue sole attrattive, tu non esiti a paragonarla alla città seduttrice che soppianterebbe negli affetti del figlio di un re la nobilissima Sposa che lo attende (Illuminationes Eccl, II). E certo un simile affronto, che provenga dalla serva o dalla dama d’onore, è forse meno sanguinoso per un’augusta regina? Per questo tu dichiari che «pericoloso è il passaggio dalla scienza alla Sapienza, se non vi si pone in mezzo la santità ». Aiutaci a superare il pericoloso passo; fa’ che ogni scienza non sia mai per noi se non un mezzo della santità per giungere a un più alto amore. Questo è appunto sempre il tuo pensiero nella luce di Dio, o Bonaventura. Se ve ne fosse bisogno, ne potremmo avere come prova le tue serafiche predilezioni manifestate più d’una volta ai tempi nostri per i luoghi in cui, a dispetto della febbre che spinge all’azione tutte le forze vive di questo secolo, la divina contemplazione continua ad essere ritenuta come la parte migliore, come il principale scopo e l’unico fine di ogni conoscenza. Degnati di continuare a porgere ai tuoi devoti fedeli una protezione che essi stimano nel suo giusto valore. Difendi come già un tempo nelle loro prerogative e nella loro vita, gli Ordini religiosi, più che mai sulla breccia ai giorni nostri. La famiglia francescana ti sia ancora grata di crescere in santità e in numero; benedici le iniziative prese in seno ad essa, con il plauso del mondo, per illustrare come meritano la tua storia e le tue opere. Per la terza volta e per sempre, se è finalmente possibile, riconduci l’Oriente all’unità e alla vita. Che tutta la Chiesa si riscaldi ai tuoi raggi; che il fuoco divino così validamente alimentato da te bruci nuovamente la terra.

S. IRENEO

S. IRENEO VESCOVO E MARTIRE

[Da: I SANTI PER OGNI GIORNO DELL’ANNO-Alba-Roma, 1933] 

28 GIUGNO.

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Il nome di S. Ireneo si lega colla schiera numerosa di quegli eroi che col glorioso martirio illustrarono la Chiesa di Lione. -Nato Ireneo l’anno 121 nelle vicinanze di Smirne, ebbe per primo precettore l’illustre vescovo di quella città S. Policarpo. Fu da questo insigne maestro che egli succhiò lo spirito apostolico ed apprese quella scienza che lo rese uno dei più belli ornamenti della Chiesa in quei tempi di lotta e di sangue. Ancora giovane, erudito in ogni scienza e dotato di meravigliosa facondia diede un primo assalto alle vituperose dottrine degli Gnostici e Valentiniani che avevano infarcito la dottrina di Cristo colle favole del paganesimo. Ma il desiderio di approfondirsi negli studi, lo spinse a Roma dove, assisi sulle cattedre, insegnavano i più celebri maestri del suo tempo. Di ingegno acuto, sagace memoria, e di profonda speculazione, fu tale il progresso che egli fece in quelle scuole che al fine dei corsi poteva ormai gareggiare con i suoi precettori. – Recatosi Ireneo nelle Gallie fissò la sua dimora a Lione dove sedeva Vescovo S. Potino. Questi conosciuto i talenti e le virtù eminenti del giovane lo promosse agli ordini sacri e al Sacerdozio. – Da quell’istante lo zelo del novello Levita non ebbe più misura. La sua parola trascinava, penetrava i cuori; la sua eloquenza conquideva; cadevano gli idoli e i delubri e la luce della verità irradiava le menti degli idolatri che a schiere chiedevano il S. Battesimo. – All’opera della predicazione quest’insigne dotto della Chiesa accoppiò numerosissimi scritti, fonti inesauribili di dottrina e di sapienza. Scritti che al dire di S. Girolamo, erano una barriera insormontabile dinanzi alla quale venivano ad infrangersi gli sforzi ed i sofismi dei nemici di Cristo della sua mistica sposa, la Chiesa. – Alcuni di essi andarono perduti, ma molti altri si conservano tra i quali i cinque libri contro gli eresiarchi, che sono una delle più belle ed intransigenti difese della Dottrina Cristiana. A questo lavoro di studio egli seppe pure accoppiare una profonda pietà dando i più ammirabili esempi di virtù. – Cinto colla corona del martirio il santo Vescovo Potino, il popolo Lionese unanime elesse alla sede Vescovile S. Ireneo, il quale dovendosi recare a Roma per la consacrazione portò al Papa S. Eleuterio una lettera ridondante del più sacro attaccamento al Vicario di Gesù Cristo, ritornando alla sua sede confortato dalla benedizione del Sommo Pastore. – Conscio della nuova missione che il Signore gli aveva affidato, non si diede più un istante di riposo. Predicò con la parola e con l’esempio, con la potenza dei miracoli, tutto a fine di condurre anime a Colui che tanto amava. – Essendo sorta in quel tempo la questione circa la celebrazione della Pasqua, il Papa Vittore minacciava della scomunica i Vescovi dell’Asia che su questo punto quasi tutti dissentivano dai loro fratelli nell’Episcopato. – S. Ireneo amante della pace vi intervenne colla sua autorità e mise nuovamente la concordia. Dopo queste ed altre numerose fatiche, dopo glorificato il nome di Dio e dilatato il suo regno, sigillò sotto Settimio Severo, col sangue quella fede che aveva predicato e per la quale aveva tanto sofferto. Benedetto XV ne estese la festa a tutta la Chiesa cingendolo coll’aureola del dottorato.

FRUTTO. — Impariamo da S. Ireneo l’attaccamento al Papa  (il “vero” Vicario di CRISTO, da non confondere col vicario dell’anticristo -n.d.r.) e con Lui sappiamo combattere da veri soldati per essere degni di questo nome.

PREGHIERA. — O Dio, che desti al beato Martire e Vescovo Ireneo la grazia di espugnare l’eresia e di consolidare la pace nella Chiesa, deh! concedi al tuo popolo forza e costanza nella S. Religione. Così sia.

Oggi avremmo bisogno di tanti S. Ireneo, per confutare tutte le eresie, imbecillità e menzogne propagate dai settari di ogni risma, in primo luogo da coloro che indegnamente occupano i Sacri Palazzi e le Sedi Apostoliche lordandole con gnostico sterco fetido e disprezzando spudoratamente la dottrina del divino Maestro e la Liturgia Sacra della Chiesa. Preghiamo con S. Ireneo affinché il Signore Gesù-Cristo bruci, quanto prima, con il soffio della sua bocca l’anticristo con il suo vicario e i suoi lecchini già pronti per il fuoco eterno, premio a loro riservato per l’apostasia dalla fede in Cristo.

Intanto ci accontentiamo di leggere il passo di uno scritto del Santo Martire, che sembra parlare a noi per confortarci e confermarci nella fede incrollabile in Gesù-CRISTO e nella sua “vera” Chiesa, ed ai “lupi” ed ai “Caino” odierni. La speranza che qualcuno di questi possa rinsavire, con la grazia dello Spirito Santo, non deve mai lasciarci. Preghiamo!

Da: Libro 3 contro le Eresie cap. 18, ovv. 20, n.5-6

Il Signore conosceva quelli che dovevano subire la persecuzione; e sapeva pure chi erano quelli che sarebbero flagellati ed uccisi per Lui. E perciò esortando anche costoro, diceva: “Non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima. Temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo” e anche conservare quelli che gli hanno reso testimonianza. Difatti Egli permetteva di riconoscere davanti al Padre suo, quelli che avessero confessato il suo nome davanti agli uomini; e di rinnegare quelli che Lo avessero rinnegato; e di confondere quelli che avessero arrossito di confessarLo. Ora, stando così le cose, alcuni sono giunti a tanta temerità da disprezzare i Martiri e persino vituperare quelli che sono stati uccisi per aver reso testimonianza al Signore, o che sopportano tutte le prove che il Signore ha predetto, e, conforme alla sua parola, si sforzano di seguire le orme del Signore nella sua passione, divenuti i Martiri di Colui che s’è fatto passibile per noi, e noi li contiamo nel numero dei Martiri. Quando sarà ricercato il loro sangue, quando la gloria sarà stata la conseguenza delle loro sofferenze, allora saranno confusi da Cristo tutti quelli che si saranno rifiutati d’onorare il loro martirio. Lo stesso sarà di quelli che dicono aver Egli sofferto solo apparentemente. Perché se Egli non ha patito realmente, nessuna grazia per Lui, non avendo Egli sostenuto nessuna passione; e quando noi cominceremo a soffrire veramente, Egli ci apparirà un seduttore, esortandoci a farci battere e a porgere l’altra guancia, se veramente non l’ha sofferto Egli per il primo. E allora come avrebbe sedotto loro, facendosi vedere ad essi per quel che non era; così sedurrebbe anche noi, esortandoci a soffrire quello che Egli non ha sofferto. In questo caso saremmo da più del Maestro, mentre soffriamo e tolleriamo ciò che il Maestro né avrebbe sofferto, né tollerato. Ma siccome nostro Signore, il solo vero Maestro, il vero Figlio di Dio, è buono e paziente, Verbo di Dio Padre, Egli si è fatto il Figlio dell’uomo. Egli ha lottato ed ha vinto; Egli era uomo e combatteva per la famiglia dei suoi padri, e riparava con l’obbedienza la loro disubbidienza. Egli ha legato il forte, e ha sciolto i deboli, ed ha donato la salvezza sacrificando la sua vita umana, e distruggendo il peccato. Quelli dunque che dicono che Egli non si è manifestato che in apparenza, che non s’è rivestito di carne, che non si è veramente fatto uomo, essi sono ancora sotto l’antica condanna.

L’eresia gnostica.

[Dom Guéranger, “l’anno liturgico” vol II)

La pietra su cui è basata la Chiesa era fin dai tempi di S. Ireneo incrollabile agli sforzi della falsa scienza. Eppure, non era certo un attacco senza pericoli quello della Gnosi, eresia molteplice, dalle trame ordite, in uno strano accordo, dalle potenze più opposte dell’abisso. Si sarebbe detto che, per mettere a prova il fondamento che aveva posto. Cristo avesse permesso all’inferno di saggiare contro di esso l’assalto simultaneo di tutti gli errori che si dividevano allora il mondo, oppure dovevano più tardi dividersi i secoli. Simon Mago, preso da Satana nelle reti delle scienze occulte, fu scelto come luogotenente del principe delle tenebre in questa impresa. Smascherato a Samaria da Simon Pietro, aveva iniziato contro di lui una lotta accanita che non ebbe termine purtroppo nemmeno alla morte del padre delle eresie, ma continuò più viva ancora nei secoli seguenti. Saturnino, Basilide, Valentino e molti altri escogitarono i sistemi più insidiosi e più stravaganti, lasciando libero sfogo agli istinti che faceva nascere intorno ad essi la corruzione della mente e del cuore. Nei loro sistemi trova connubio la coalizione delle filosofie, delle religioni e delle aspirazioni più contraddittorie della umanità. Non vi erano aberrazioni, dal dualismo persiano, dall’idealismo indù fino alla cabala ebraica e al politeismo greco, che non si dessero la mano nel santuario segreto della gnosi. Già si elaboravano in essa formule che annunziano le future eresie ldi Ario e di Eutiche. Già prendevano movimento e vita, in uno strano romanzo panteistico, le più bizzarre fantasie di certe metafisiche moderne. Dio, abisso che precipita di caduta in caduta fino alla materia, per prendere coscienza di se stesso nell’umanità e tornare mediante l’annientamento al silenzio eterno: era uno dei dogmi della gnosi sul quale si basava una morale talora rigorista fino al punto da spingere al suicidio cosmico, e che talora mescolava una mistica trascendente alle pratiche più immonde, o abbandonava l’uomo alle sue passioni. (Oggi la gnosi, oltre che infarcire di assurdità irrazionali le cosmogonie e le teogonie delle conventicole massoniche di tutte le obbedienze – anche se unica è l’obbedienza al baphomet-lucifero -, impregna la nuovelle théologie creata dalla menti di falsi e sacrileghi religiosi, menti bacate col verme del materialismo, del nichilismo e dell’ateismo anti-sovrannaturale, proprio oggi della setta ecumenista-montiniana attualmente usurpante –n.d.r.-).

Sant’Ireneo fu scelto da Dio per opporre alla gnosi gli argomenti della sua potente logica e ristabilire contro di essa il vero senso delle Scritture; egli eccelse ancor più quando, di fronte alle infinite sette che recavano così apertamente il marchio del padre della discordia e della menzogna, mostrò la Chiesa che custodiva piamente in tutto il mondo la tradizione ricevuta dagli Apostoli. La fede nella SS. Trinità che governa questo mondo opera delle sue mani, nel mistero di giustizia e di misericordia che, mentre abbandonava gli angeli decaduti, si è abbassato fino alla nostra carne in Gesù, ecco il deposito che Pietro e Paolo, che gli Apostoli e i loro discepoli avevano affidato al mondo (Contr. Haer. I, 10, 1). « La Chiesa dunque – costata sant’Ireneo – avendo ricevuto questa fede, la custodisce gelosamente, facendo come una sola casa della terra in cui vive dispersa: essa crede compatta, con una sola anima e con un sol cuore; con una stessa voce predica, insegna e trasmette la dottrina, come se avesse una sola bocca. Poiché, per quanto nel mondo siano diversi gli idiomi, ciò non impedisce che la tradizione resti una nella sua linfa » (ibid. 2).

S. LADISLAO RE D’UNGHERIA

LADISLAO RE D’UNGHERIA

[27 GIUGNO]

ladislao

Ladislao, figlio di Bela, re d’Ungheria, nacque l’anno 1031 ed essendo il trono elettivo non aveva alcun diritto alla successione. Ben presto però le bellissime qualità e la integerrima sua vita gli meritarono l’elezione di re ed un governo secondo il cuore ed il volere di Dio. – Appena ebbe nelle sue mani le redini del governo si diede con meravigliosa alacrità a ripurgare tutta la legislazione, riformare i costumi, rinnovare tribunali, rialzando la pubblica moralità che era calpestata da ogni classe di cittadini. L’intento però che guidava il santo monarca era quello di fare che la religione fosse ritenuta cardine di legislazione, base di tutto il benessere sociale. Per questo lottò, combatté, soffrì, ma alla fine trionfò, rendendo il suo popolo rinnovellato, profondamente cristiano, degno di essere additato a modello di ogni altro. Era casto, pietoso, informato ai precetti evangelici, e perciò detestava l’avarizia, l’ambizione, e stimava perduto quel giorno, nel quale non avesse fatto qualche bene, ed impedito il male. La temperanza e la sobrietà che usava nei cibi e nelle bevande faceva stupire i suoi cortigiani che, meravigliati, si domandavano come mai il loro Padrone, benché gli venissero preparati prelibatissimi pranzi, egli rinunziasse a tutto, cibandosi spesso di legumi e bevendo acqua pura. – Sempre occupato a disimpegnare le cose dello stato; trovava tuttavia le ore per le sue preghiere e per le buone letture; e nella sua grande carità non cessava di dotare chiese, sollevare le miserie della sua nazione, proscrivendo i trasgressori delle leggi, senza eccezione di persone. La giustizia, l’imparzialità, l’intransigenza ed una titanica volontà erano doti che unite all’amore evangelico rendevano Ladislao il re morigerato, affabile e santo. Ma quanto più largheggiava cogli altri, tanto era rigido con se stesso; si negava ogni piacere anche lecito, sottoponendo spesso il suo corpo a penitenza, onde, colla fermezza di un carattere adamantino riuscì in ogni sua impresa; purgò il suo regno dai guasti causati dalle innumerevoli ribellioni e da molte eresie, formando un popolo unito per la fede, sottomesso in tutto alla Sede Romana, popolo che assieme al suo re, rimase d’indelebile memoria ai posteri. Intanto i Turchi orgogliosi dell’acquisto dei luoghi santi minacciavano l’Europa opprimendo crudelmente i fedeli caduti nelle loro mani. Dall’Europa fu lanciato il grido della liberazione dei fratelli, i Principi che pronti risposero all’eco non tardarono ad allestire eserciti a questo nobile fine. Anche il re Ladislao preparò le sue milizie, e già tutto era pronto quando esausto di forze, per le grandi fatiche sostenute per il suo popolo cadde repentinamente ammalato. – Subito gli furono prodigate le cure da parte dei medici, ma egli conscio che la Divina Misericordia ormai paga di tutto il suo bene lo voleva al cielo, ricusò ad ogni cura materiale per cibarsi della Divina Eucaristia, e quel cibo che in sua vita aveva ricevuto tante volte, con sì grande fervore, doveva essere l’ultimo suo conforto. Ricevuto con trasporto di amore il S. Viatico, contento di avere combattuto e sofferto per le causa di Dio coll’anima tranquilla, cogli occhi fissi al cielo placidamente spirava il 30 luglio dell’anno 1096.

FRUTTO. — Diffidiamo sempre di noi stessi, e stacchiamo il cuore dalle cose terrene mirando con desiderio il Paradiso.

PREGHIERA. — O Dio, al cui dominio tutto soggiace, date ai popoli redenti col sangue del vostro Unigenito Figlio, governanti che sappiano glorificare il vostro S. Nome, estendere il vostro regno di pace e far rendere alla Chiesa i suoi diritti e le sue proprietà. Così sia.

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Certo che un tal Santo oggi sarebbe proprio l’ideale conduttore di una nazione ridotta sull’orlo del disastro etico, culturale, economico … e il bello deve ancora arrivare! Evidentemente ci meritiamo la “Mummiarella” e i “Giullarenzi” attuali che giurano sul “vangelo” costituzionale delle conventicole! Usque tandem? Preghiamo il Signore perché ci conceda una guida illuminata (ma non di Baviera!) che, ispirata dallo Spirito Santo, ci riconduca sulla strada retta tracciata da Dio, e tutto nella nostra amata Nazione sia ricapitolato in Cristo-Re!

 

S.S. GREGORIO XVII – Omelia per S. Giovanni, 24-6-1986

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Tra la fine dell’XI e l’inizio del XII sec. si verificano a Genova due eventi di grande rilievo: nasce il Comune e i Genovesi partecipano trionfalmente alla prima Crociata. Genovesi, Baresi e Veneziani da tempo erano alla ricerca delle reliquie di San Nicola a Myra, in Asia minore; al ritorno dalla prima crociata, sotto la guida di Guglielmo Embriaco, i Genovesi sbarcarono in quei luoghi scoprendo di essere stati preceduti dai Baresi. Temendo un raggiro dei monaci scavarono comunque sotto l’Altare Maggiore e rinvennero così le ceneri di San Giovanni Battista; l’arrivo delle Ceneri a Genova su tre vascelli nel 1098 fu un avvenimento memorabile per la città e viene rievocato dalla suggestiva Sfilata del Corteo Storico in occasione della Regata delle Repubbliche Marinare che si svolge ogni anno, a rotazione nelle quattro città. La devozione al Santo cominciò a farsi sempre più fervente e a riflettersi in molti campi: iniziarono a sorgere numerose cappelle pubbliche e private oltre che edicole sacre dedicate al Battista. – Alla fine del Duecento si istituì la Confraternita intitolata a San Giovanni, con il compito di accompagnare le reliquie al Molo in caso di tempesta in mare; nel 1327 la Repubblica proclamò il Santo Patrono di Genova, affiancandolo a San Giorgio e San Lorenzo, decretando una processione da tenersi ogni anno. – Le ceneri di San Giovanni sono conservate nella cattedrale di Genova, luogo dove il Santo Padre in esilio, Giuseppe Siri, S. S. Gregorio XVII, di felice memoria, svolgeva il suo ufficio di Arcivescovo, mentre a Roma il “vicario dell’anticristo” dava inizio e proseguimento all’opera demolitiva della Santa Chiesa Cattolica. Ecco perché in ogni omelia di questo giorno il Santo Padre ricordava l’evento. Così avvenne anche il 24 giugno del 1986, tre anni circa prima della sua morte, avvenuta il 2 maggio del 1989. Riportiamo qui alcuni passaggi di quella omelia [da: omelie per l’anno liturgico]:

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“La divina liturgia nella solennità di S. Giovanni Battista in questa cattedrale freme, perché questa cattedrale custodisce da nove secoli quello che rimane di lui, le sue ceneri. – Ma dobbiamo guardare a lui. Ecco il quadro nel quale egli risalta. La storia dell’umanità intera si divide in due parti: avanti Cristo e dopo Cristo, e questo può essere dimostrato, anche se non è l’oggetto del mio parlare ora. Quest’uomo ha fatto il collegamento tra la prima e la seconda parte. Ha riassunto la prima, portandosi con la dignità e la fortezza di Elia, il più grande profeta dell’Antico Testamento, e ha aperto la seconda parte, facendo il precursore di Cristo. Questo è il quadro nel quale bisogna vedere S. Giovanni Battista. – Ma siccome la sua figura deve insegnare qualche cosa a noi, ecco mi domando: quale è stata la più grande virtù di S. Giovanni Battista? E stata la fedeltà. Quando gli hanno domandato se era lui il Messia, ha detto: “No, io non lo sono. Verrà uno dopo di me del quale io non sono degno neppure di sciogliere il legaccio dei calzari” (Gv. I, 27). Quando gli è stata rivolta in una seconda occasione la stessa domanda, ha risposto: “Io sono soltanto la voce che grida nel deserto” (Gv I, 23), insegnando questo: che un uomo vale quanto la sua missione, che se non la adempie vale nulla! Egli non era altro che la voce, cioè l’annunziatore di Cristo, il resto non lo riguardava. – Per essere fedele a questa missione visse nel deserto, vestì una tunica di peli di cammello, e tutti possono immaginare quanto fosse delizioso il portarla; visse di schiacciate di locuste (forse noi ne avremmo un profondo ribrezzo) e di miele selvatico. Abbiamo notato, quando circa quarant’anni fa, ho fatto esaminare le sacre ceneri nell’istituto di patologia della Università di Genova, che il responso scientifico dato tra l’altro portava questo: il soggetto di queste ceneri deve aver condotto una vita non di lavoro manuale, ma di lavoro spirituale ; non si trovano le tracce di fatica da lavoro. La fedeltà della missione, e cioè il dovere di prepararla degnamente, lo portò nel deserto e vi restò fin quasi a trent’anni. La fedeltà: quando i suoi discepoli gli parlarono di Gesù e, invidiosi, facevano notare che riempiva di miracoli lo spazio e il tempo, egli disse semplicemente: “E necessario che Lui cresca e io diminuisca” (Gv 3, 30). – La fedeltà lo rese rigido nella vita morale e nella asserzione della morale, e quando questo lo pose in opposizione ad Erode, accettò la prigione e accettò la morte. È morto martire per difendere la dignità dell’istituto familiare quale lo voleva Dio e resta ancora oggi “il martire di questa fedeltà alla legge di Dio nell’ordinamento della famiglia”, che parte della legislazione moderna ha sconquassato, con questo sconquassando tutto, perché quelli che vedranno, vedranno anche le conseguenze di questo, di questa sfida a Dio!Quest’uomo fedele si leva tra l’una e l’altra parte di storia del genere umano con questa caratteristica, e con questa caratteristica dice anche la sua voce di condanna, che sappiamo bene cade su coloro che non sono fedeli a Cristo. Così sia.

I fuochi di san Giovanni.

I fuochi di san Giovanni.

[Dom. Guéanger, l’anno liturgico, vol. II]

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Tre Messe celebravano la nascita di Giovanni, come quella di Colui che egli fece conoscere alla Sposa: la prima, di notte, ricordava il suo titolo di precursore; la seconda, allo spuntare del giorno, onorava il suo battesimo; l’ultima, a Terza, esaltava la sua santità (Sacr. Gregor. Amal. pseudo Alcuino, Ord. Rom.). Inoltre, come vi erano una volta due Mattutini nella notte di Natale, Durando di Mende ci riferisce, insieme con Onorio di Autun, che parecchi celebravano nella festa di san Giovanni, un duplice Ufficio {Ration., 7, 14). Il primo cominciava al tramonto; era senza alleluja, per significare il tempo della Legge e dei Profeti che durò fino a Giovanni (Lc. XVI, 16). Il secondo, si iniziava nel cuore della notte e terminava all’aurora; veniva cantato con alleluja, per indicare l’inizio dei tempi della grazia e del regno di Dio (ibid.). – La letizia, che è il carattere specifico di questa festa, dilagava anche fuori dei luoghi santi, e si spandeva finanche sui Musulmani infedeli. Se a Natale il rigore della stagione confinava accanto al focolare domestico le commoventi manifestazioni della pietà privata, lo splendore delle notti della solennità estiva porgeva alla viva fede dei popoli l’occasione di rifarsi. Completava così quello che le sembrava l’insufficienza delle sue dimostrazioni verso il Bambino Dio, con gli onori resi al Precursore nella sua culla. Appena si spegnevano gli ultimi raggi del sole, dal lontano Oriente fino all’estremo Occidente, sull’intera superficie del mondo, immensi falò si levavano dalle montagne, e salivano d’un tratto da tutte le città, in ogni borgata, nei più piccoli villaggi. Erano i fuochi di san Giovanni: testimonianza autentica, e continuamente rinnovata, nella verità delle parole dell’Angelo e della profezia la quale annunciava quella gioia universale che doveva salutare la nascita del figlio di Elisabetta. – Come una lampada ardente e risplendente, secondo l’espressione del Signore, egli era apparso nella notte senza fine. Per un tempo, la sinagoga aveva voluto rallegrarsi ai suoi raggi (Gv. V, 35); ma, poi sconcertata dalla sua fedeltà che le impediva di sacrificarsi per Cristo e per la vera luce (ibid. 1, 20), irritata alla vista dell’Agnello che Giovanni mostrava come la salvezza del mondo e non più soltanto di Israele (ibid. 29), si era rivolta subito nuovamente verso la notte e aveva messo da se stessa ai propri occhi la benda che la faceva rimanere nelle tenebre fino ai nostri giorni. Grata a colui che non aveva voluto né mutilare né ingannare la Sposa, la gentilità lo esaltò tanto più quanto più egli si era umiliato; raccolse gli ideali che avrebbe dovuto custodire la sinagoga ripudiata, e manifestò con tutti i mezzi in suo potere che, senza confondere la luce avuta dal Precursore con lo splendore del Sole di giustizia, ne salutava tuttavia con entusiasmo quella luce che era stata per l’umanità l’aurora dei gaudi nuziali.

Antichità dei fuochi di San Giovanni.

Si potrebbe quasi dire dei fuochi di san Giovanni che risalgono all’origine stessa del cristianesimo. Per lo meno, appaiono fin dai primi tempi della pace, come un frutto dell’iniziativa popolare, non senza stimolare talvolta la sollecitudine dei Padri e dei concili, pronti ad allontanare qualunque idea superstiziosa di manifestazioni che volessero sostituire, del resto così felicemente, le feste pagane dei solstizi. – Ma la necessità di combattere alcuni abusi, possibili oggi come allora non impedì alla Chiesa di incoraggiare un genere di manifestazioni che rispondeva così bene al carattere della festa. [I pagani celebravano da lungo tempo il solstizio d’estate, il 24 giugno, con fuochi di allegria in onore del sole. I cristiani adottarono tale usanza, In onore di colui che, fiaccola ardente fu il Precursore della vera luce (DAC, V, c. 1468)]. – I fuochi di san Giovanni completavano felicemente la solennità liturgica; mostrando unite in uno stesso pensiero la Chiesa e la città terrena. Infatti, l’organizzazione di questi festeggiamenti spettava ai comuni, e i municipi ne sopportavano tutte le spese. Così, il privilegio di accendere i fuochi era riservato di solito alle personalità eminenti nel campo civile. Gli stessi re, prendendo parte alla gioia di tutti, si facevano un onore di dare questo segnale di allegria ai loro popoli; Luigi XIV, nel 1648, mise ancora il fuoco alla pira della piazza di Grève, come avevano fatto i suoi predecessori. D’altronde, come si usa sempre in parecchi luoghi della cattolica Bretagna, il clero, invitato a benedire le cataste di legna, vi gettava poi la prima torcia, mentre la folla, recando altre torce accese, si spargeva nelle campagne intorno alle messi in maturazione, oppure seguiva sulle rive del mare le sinuosità della costa, con grida di gioia a cui rispondevano i fuochi accesi nelle vicine isole.

La « Girandola »

In alcuni luoghi, la girandola, disco infuocato che girava su se stesso e percorreva le strade della città o scendeva dalla cima dei monti, rappresentava il moto del sole che raggiunge il punto più alto della sua corsa per ridiscenderne subito; richiamava così le parole del Precursore riguardo al Messia: Bisogna che egli cresca e che io diminuisca (Gv. III, 30). Il simbolismo era completato dall’usanza che si aveva di bruciare le ossa e gli avanzi di ogni specie, in quel giorno che annunciava la fine della legge antica e l’inizio dei tempi nuovi, secondo il detto della Scrittura: Rigetterete ciò che è vecchio all’arrivo dei nuovi beni (Lev. XXVI, 10). – Beate le popolazioni che conservano ancora qualcosa delle usanze a cui la semplicità dei nostri padri attingeva una letizia più vera e più pura certamente di quelle chieste dai loro successori a certe feste in cui l’anima non prende più parte.

S. MASSIMO VESCOVO E CONFESSORE

MASSIMO VESCOVO E CONFESSORE

[23 GIUGNO – I Santi per ogni giorno dell’anno; Pia Soc. S. Paolo, Roma, 1933]

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A Torino, nell’anno 380 circa nacque il nostro santo da nobile famiglia cristiana. I suoi parenti dopo avergli impartita una educazione seria e santa, pensavano fare di lui un valente magistrato, ed a tal fine lo mandarono a Roma, a perfezionarsi negli studi dell’eloquenza e della filosofia, come usavano i figli dei nobili d’allora. Furono tali i suoi progressi, che salì presto in voce di uno dei primi oratori del suo tempo, e venne tosto laureato in Filosofia. – Però al vedere tante miserie e calamità, che in quei tempi erano spaventose, Massimo decise di consacrarsi totalmente al servizio del Signore. Era allora Pontefice S. Innocenzo I, nativo di Alba in Piemonte, il quale non poté stare indifferente a tanta virtù che si manifestava in Massimo. Perciò quando questi decise di darsi a Dio, lo animò ad essere perseverante negli studi per prepararsi degnamente al sacerdozio. – Ordinato sacerdote, e laureato in Sacra Teologia, si diede con zelo instancabile ad esercitare il sacro ministero, specialmente fra la gente povera di Roma. Tanto ardore fece impressione al santo Pontefice, che, illuminato dallo Spirito Santo, ordinò Massimo Vescovo, e lo mandò a Torino, sua città natia, a reggere quel popolo, e me primo loro pastore. Quantunque i Taurini fossero ancora in gran parte pagani, tuttavia lo zelantissimo apostolato di S. Massimo in pochi anni li vinse, e molti ricevettero il battesimo. – Abilissimo e dotto scrittore ci lasciò copiosissime omelie, ed altre opere. Le continue incursioni barbariche avevano di molto impoverito il popolo della campagna, onde questo ricorreva alla città per potersi sfamare. Il cuore paterno e generoso di Massimo sanguinava al veder tanti suoi figli così ridotti, onde cercava di sollevarne quanti più poteva. Ogni giorno distribuiva il cibo necessario a quanti gli era possibile, e la sua casa era sempre rigurgitante di derelitti e di mendici. – La sua carità giunse a tal segno, da divenirne suo distintivo precipuo; ed ai forestieri che domandavano dove abitasse il vescovo, veniva risposto: “Là, ove troverete tutti i mendici alla porta, ivi è la casa di Massimo”. – Che ancor non fece per il suo gregge? Durante una lunga siccità, egli stesso, vecchio di oltre 60 anni, fece un pellegrinaggio a piedi, da Torino a Roma sulle tombe di S. Pietro e di S. Paolo, dei quali era devotissimo. Infatti per le fervide preghiere del Santo pastore cessò la siccità; la pioggia venne abbondante e benefica, e al suo ritorno Massimo fu accolto trionfalmente dai suoi fedeli. – Figlio tenero di Maria, predicò senza riposo la divina sua Maternità e Verginità e stabili a Torino un culto tale alla Consolata, che Papi e principi vi andavano a pregarLa. La Consolata, detta la Madonna di S. Massimo, diventò la roccaforte della città, ed ancor oggi se ne ammira il quadro originale nella sua sontuosa basilica. Per esso Torino fu chiamata la città di Maria SS. – Inoltre manifestò pure la sua sapienza al concilio di Milano dove confutò sapientissimamente gli errori di Nestorio e di Eutiche, e anatematizzò tremendamente quelli che falsificavano la divina incarnazione del Verbo. – Finalmente dopo tante fatiche, si riposò nel Signore, andando a godere in cielo il premio del suo immenso lavoro.

FRUTTO. — Ad imitazione di S. Massimo consacriamoci al Signore fin dalla nostra giovinezza.

PREGHIERA. — O Signore, che ad istruire i popoli, hai decorato il Beato Alassimo, tuo Confessore e Vescovo, concedi che, seguiti i suoi esempi, possiamo anche noi giungere in Paradiso. Così sia.

 

Due Papi, un destino comune: l’esilio!

Papa SILVERIO e Papa Gregorio XVII

SILVERIO PAPA E MARTIRE 20 GIUGNO.

[da: I Santi, per ogni giorno dell’anno. Soc. S. Paolo, Roma 1933]

San Silverio Papa

 Quando l’aprile 536, moriva Papa S. Agapito, succedeva in Roma l’anarchia e già si prevedeva, a sola vista umana, difficile l’elezione d’un successore. Ma l’elezione del Papa è opera dello Spirito Santo ed ecco, all’annuncio del novello Papa, nella persona di Silverio, rifarsi la bonaccia. – Nella politica intanto avvenivano rovesci per l’Italia meridionale: Belisario, generale degli eserciti di Giustiniano, occupava la Sicilia e l’anno dopo il napoletano; poscia si spinse su, su, fino all’occupazione di Roma. Teodora, moglie di Giustiniano Imperatore, seguace dell’eresia di Eutiche, approfittò dell’occupazione di Roma per cercare di ottenere dal Papa che fosse ristabilito Antimo, della sua setta, nella sede episcopale di Costantinopoli. – Belisario, cui fu affidata l’impresa, si presentò al Papa ed espose la sua domanda. Questi però si oppose energicamente: — “Non possumus!” – Non possiamo affidare le pecorelle redente dal sangue, di Cristo, ad un eretico. Ne potrà andar la vita: non importa. Sta scritto nei Vangeli che il buon pastore dà la sua vita per le pecorelle, e noi la daremo se sarà necessario: il Signore è il nostro aiuto ed il nostro sostegno! Dopo altre inutili preghiere, minacele e promesse, Belisario se ne ritornò alla Regina. – Per segreta intesa dei due iniqui, si sparsero calunnie d’ogni sorta contro il santo Pontefice e non mancarono i falsi testimoni. – Condotto dinanzi alla regina lo spogliarono degli abiti pontificali e lo vestirono da semplice monaco; poscia su d’una nave lo relegarono a Pàtara nell’Asia Minore. – AI popolo poi, nel quale già si sentivano i sintomi d’una sollevazione per il malcontento suscitato da questo fatto, si fece credere ch’egli spontaneamente aveva chieste comunicazione col popolo, non poteva palesare la verità. – A Patara, dove sbarcò, fu accolto con grande stima dal vescovo e n’ebbe da questi promessa d’un ricorso a Giustiniano, il quale godeva stima di cristiano e dal quale perciò si sperava giustizia. – Dapprima egli si mostrò dispiacente del fatto e mostrò volontà di adoprarsi onde il Papa fosse rimesso nella sua sede. Giunse anche persino ad ordinare che fosse ricondotto a Roma ma poi, lasciatosi influenzare dalla moglie e dagli eutichiani, accondiscese vilmente che fosse relegato nell’isola di Ponza del gruppo delle Pontine. – In relegazione il santo Pontefice ebbe a soffrire grandi dolori, sete, fame, umiliazioni; ma sempre stette forte nei suoi doveri di cristiano e di Pontefice. – Egli coronò dell’aureola dei martiri la sua vita che, quanto fu poco attiva per la lunga prigionia, altrettanto fu proficua. Perché è sempre vero, e più tangibilmente vero a questi tempi, l’aforisma di Tertulliano: “Sanguis Martyrum semen Christianorum”: il sangue dei Martiri è semenza di cristiani. – Morì abbandonato da tutti il 20 giugno del 538.

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Quante affinità con Gregorio XVII, Cardinal Siri, indicato già come suo successore da Pio XII ed eletto Papa all’unanimità nel conclave del 1958 e subito destituito dai “poteri forti” che manovravano i marrani della “quinta colonna” infiltrati nel conclave e nella Chiesa, con minacce di ogni genere, non escluso l’impiego di armi atomiche. Il Santo Padre fu esiliato così nella sua Genova, costretto a fingere una carica arcivescovile, senza poter esercitare il suo “vero” mandato Apostolico atteso ed accettato, al quale lo aveva designato lo Spirito Santo, dovendo subire ed assistere alle imposizioni sacrileghe degli usurpanti occupanti il soglio di Pietro, come da profezie mariane, che mandavano al massacro [si fueri potest] la Chiesa di Cristo, minandola dal suo interno e propagando perniciose eresie, sempre protetti dai “poteri forti”, braccio operativo di satana. Sofferenza dell’anima vissuta per ben 31 anni, quella di Gregorio XVII, che amava la Chiesa di Cristo al di sopra di ogni altro bene, donando tutto se stesso, in uno stato di sorveglianza continua e totale isolamento pratico, offerto come sofferenza al Gesù del Getsemani, prima di essere stroncato dalle “goccine” di digitale e probabilmente da aqua tofana: martirio nel quale aveva profuso sangue spirituale accomunandosi a Gesù nella Passione dell’orto degli ulivi, passione durata oltre trent’anni in un lento stillicidio offerto per la salvezza della Chiesa e dei suoi veri fedeli. Ma il Signore scrive dritto sulle righe contorte, a dimostrazione della sua potenza che si irride dei vani disegni dell’uomo, anche di quelli che possono utilizzare le armi atomiche ed i mezzi di comunicazione di massa, pensando così di essere arbitri delle sorti del mondo … “irridebit eos Dominus”, ed ha utilizzato questo mezzo per perpetuare la successione Apostolica nella sua Chiesa, fedele all’impegno evangelico di essere alla guida della sua Chiesa fino all’ultimo giorno del mondo, con una serie ininterrotta di suoi Vicari. Che Papa S. Silverio, uno dei Papi esiliati della storia, esaudisca le nostre preghiere ed interceda affinché la Santa Chiesa Cattolica possa essere liberata finalmente dai lacci degli empi e mostri orgogliosa e visibile a tutti, dai sotterranei in cui è costretto, il Sommo Pontefice “vero”, il Santo Padre, il Vicario di Cristo. Amen!

SAN VITO: un Santo ausiliatore – preghiera.

SAN VITO: Un Santo ausiliatore.

[P. Guéranger, “l’anno liturgico” vol. I -1956]

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Oggi, accompagnato da Modesto e Crescenzia, san Vito viene a farci comprendere il valore del battesimo, e la fedeltà dovuta al Padre che è nei cieli. Grande è la sua gloria in cielo e in terra; i demoni, che tremavano davanti a lui, continuano a temerlo; il suo nome rimane impresso nella memoria del popolo cristiano come quello di uno fra i più potenti ausiliari, al seguito di sant’Erasmo. San Vito possiede il potere di liberare coloro che ricorrono a lui quando sono colpiti dal male crudele che porta il suo nome. Egli neutralizza i morsi dei cani arrabbiati e quelli dei serpenti, e si mostra pietoso verso gli stessi animali. Lo si prega ancora contro la letargia, o il sonno troppo prolungato; il gallo che lo accompagna in varie raffigurazioni ricorda tale uso, come pure quello di invocare il nostro santo per ottenere di essere destati ad una data ora. La sua protezione si estende infine ai danzatori e ai commedianti. – Il culto di san Vito risale alla più remota antichità, ma gli Atti della sua vita hanno subito tali interpolazioni che è molto difficile sceverare il vero dalla leggenda. Essi riferiscono che, ancora bambino, avrebbe sofferto per la fede, in compagnia di Modesto, suo precettore, e di Crescenzia, sua nutrice. A Roma, fu dedicata a san Vito una Chiesa dal papa Gelasio e a Parigi il monastero di San Dionigi si faceva vanto nell’VIII secolo di possedere alcune delle sue reliquie. Queste ultime furono cedute al monastero di Corvey, nella Sassonia, e da allora il culto di san Vito divenne molto popolare in Germania.

Preghiera per la guarigione.

“Illustre martire, che hai preferito il Padre del cielo a quello della terra, chi può mai descrivere la tenerezza di cui ti circonda Colui che tu hai con tanto coraggio riconosciuto davanti agli uomini? Egli vuole che fin da quaggiù risplendano nei tuoi riguardi i segni della sua munificienza; poiché ti affida una larga parte nell’esercizio della sua potenza misericordiosa. In cambio della santa libertà che regnò nella tua anima e sottomise in una completa obbedienza il tuo corpo a quest’anima, tu possiedi sulla natura decaduta un meraviglioso potere; gli infelici le cui membra disordinatamente agitate da una crudele malattia non conoscono più la guida di una volontà sovrana, gli uomini stessi che un sonno troppo prolungato non lascia più liberi delle proprie azioni, ritrovano ai tuoi piedi la perfetta armonia del corpo e dell’anima, poiché la docilità del primo permette alla seconda di attendere ai doveri che le incombono verso Dio e verso la società. Illustre Santo, sii sempre più prodigo nell’esercizio del tuo prezioso dono, per il bene dell’umanità sofferente e per la maggior gloria di Dio che ti ha incoronato. Noi te lo chiediamo per tutti insieme alla Chiesa, e per tuo mezzo chiediamo a Dio « di allontanare da noi ogni sentimento di orgoglio, di farci professare l’umiltà che piace a Dio, affinché, disprezzando ciò che è male, pratichiamo amorosamente e liberamente tutto ciò che è bene » (Colletta della Messa).

25 maggio: SAN GREGORIO VII, PAPA E CONFESSORE

“Diléxi iustítiam et odívi iniquitátem, proptérea morior in exsílio”.

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Papa Gregorio VII, di nome Ildebrando, nacque a Siena in Toscana. Grande innanzitutto per dottrina, santità e ogni virtù, diede gloria mirabile a tutta la Chiesa di Dio. Adolescente, rivestì l’abito religioso nel monastero di Cluny e servì Dio con tanto ardore di pietà da essere eletto priore dai padri di quel monastero. Nominato poi abate del monastero di san Paolo fuori le mura, a Roma, e più tardi ancora cardinale di santa romana Chiesa, portò a compimento importantissimi incarichi e legazioni sotto i sommi pontefici Leone IX, Vittore II, Stefano IX, Nicolò II e Alessandro II. Alla morte di papa Alessandro, fu eletto, con unanime consenso, Sommo Pontefice. Emerse come combattente e strenuo difensore delle libertà ecclesiastiche. Per questo soffrì molto e fu costretto ad allontanarsi da Roma. Mentre stava per morire, le sue ultime parole furono : « Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità perciò muoio in esilio ». Salì al cielo nel 1085, e il suo corpo fu sepolto con grandi onoranze nella cattedrale di Salerno.

In un momento particolarmente critico per la Santa Chiesa, il monaco Ildebrando, divenuto Papa con il nome di Gregorio VII, si trovò ad affrontare le gravi minacce che il potere temporale portava alla libertà della Chiesa. Celebre è la sua resistenza, da uomo forte qual’era, alle pretese di Enrico IV con relative scomuniche, antipapa, scisma ed episodi da narrazione epica. Le sofferenze derivategli da queste vicende turbinose vengono descritte da lui stesso in una lettera indirizzata a sant’Ugo di Cluny. « Tali sono, egli dice, le angosce alle quali siamo in preda, che quegli stessi che vivono con noi, non soltanto non possono più sopportarle, ma non ne sostengono neppure più la vista. Il santo re Davide diceva al Signore: “All’affollarsi de’ miei interni affanni, le tue consolazioni mi deliziano l’anima” (Sal. XCIII, 19); ma per noi, molto spesso, la vita è una noia e la morte un voto ardente. Se accade che Gesù, il dolce consolatore, vero Dio e vero uomo, si degni tendermi la mano, la sua bontà rende la gioia al mio cuore afflitto; ma per poco che Egli si ritiri, la mia perturbazione giunge all’eccesso. In quel che dipende da me, muoio continuamente; in ciò che viene da Lui, a momenti io vivo. Se le mie forze cedono del tutto, io grido dicendogli con voce gemente: “Se imponesti un fardello così pesante a Mosè ed a Pietro, mi pare che ne sarebbero sopraffatti”. Cosa può succedere di me, che sono niente, in confronto a loro? Tu, dunque, Signore, non devi fare che una cosa: governare Tu stesso con il tuo Pietro il Pontificato che mi è imposto; altrimenti mi vedrai soccombere; ed il pontificato sarà ricoperto di confusione nella mia persona».

È Roberto il Guiscardo che con i Normanni giunge a Roma a cacciare lo scomunicato Enrico IV ed il falso papa da questi illegittimamente insediato, mettendo a sacco la città eterna. Gregorio trova temporaneo rifugio nell’abazia di Cassino, ove tra l’altro si verifica un significativo episodio: durante la Messa, una colomba bianca si posa sulla sua spalla e gli parla all’orecchio: non è difficile, da questo esplicito simbolo, riconoscere l’azione dello Spirito Santo che dirigeva e governava i pensieri e gli atti del santo Pontefice. Nei primi mesi del 1085 si reca allora a Salerno ove presiede alla dedicazione della Chiesa nella quale ancora oggi riposa il corpo di San Matteo. Muore così in esilio, lontano dalla Cattedra di cui era legittimo occupante, compiendo un martirio non cruento, ma non meno doloroso ed umiliante, perdonando, come Gesù Cristo sulla croce, coloro che lo avevano offeso, tranne i figli della perdizione (Enrico IV e l’usurpante Guiberto), ed affidando l’intrepida contessa Matilde di Canossa al coraggioso vescovo Anselmo di Lucca.

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In omaggio a Gregorio VII, il cardinale Siri, eletto una prima volta Papa nel conclave del 1958, scelse il nome di Gregorio XVII, e di lui ironicamente seguì la sorte. Anch’egli infatti morì dopo lungo esilio a Genova, costretto da “coloro che hanno per padre il diavolo”, e dai loro adepti, i “marrani della quinta colonna nella Chiesa”, a lasciare la cattedra di Pietro in balia degli usurpanti che avrebbero dovuto portare, secondo i piani, allo sfascio totale la Chiesa cattolica, ma … “Qui habitat in caelis irridebit eos, et Dominus subsannabit eos”. [Se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore].

    Ancora molti cattolici oggi non hanno familiarità, o hanno grandi difficoltà, solo a pensare come anche qualche altro Papa sia stato costretto all’esilio. Così è opportuno citare i precedenti storici (esempi concreti) dei Papi legittimi e validamente ordinati che furono costretti all’esilio da Roma a causa dei nemici della fede, prima del ventesimo secolo.

Il seguente è un elenco parziale dei Papi che sono stati costretti all’esilio da Roma prima del ventesimo secolo. La maggior parte di essi morì o fu martirizzata mentre era ancora in esilio:

  • S.Clemente I: esiliato e martirizzato
  • S.Ponziano: Esiliato e martirizzato
  • S. Cornelio: Esiliato e martirizzato.
  • Liberio: Esiliato durante l’eresia ariana.
  • San Lucio.
  • S. Stefano I: Morì in esilio.
  • S. Marcello I: Morì e fu martirizzato.
  • S. Eusebio: Morì in esilio.
  • San Silverio: Esiliato e martirizzato
  • S. Martino I esiliato e martirizzato.
  • San Leone IX
  • Innocenzo II: Esiliato per 8 anni ma riconquistò il seggio di Pietro a Roma dopo l’abdicazione dell’antipapa Vittorio IV.
  • S. Gregorio VII: morì in esilio a Salerno.
  • Pio VI: Morì a Valencia!
  • Pio VII: Esiliato e imprigionato da Napoleone per 15 anni!
  • Pio IX: Esiliato a Gaeta per 9 mesi, è stato successivamente un prigioniero in Vaticano!

La successiva, invece, è una lista parziale degli antipapi che hanno usurpato l’ufficio di Papa a Roma, sia durante la sua assenza, sia anche simultaneamente alla presenza di un vero Papa, prima del ventesimo secolo:

  • Ippolito: 217-235 D.C.
  • Novaziano: 251 D.C.
  • Felice II: Novembre 355-365 D.C.
  • Cristoforo: Settembre 903 – gennaio 904 D.C.
  • Bonifacio VII: Giugno e luglio, 974 e agosto 984 – luglio 985 D.C.
  • Benedetto IX: Fu dapprima eletto come vero papa nel 1032 A.D.; successivamente dimessosi, tornò come antipapa dal novembre 1047 al luglio 1048 D.C.
  • Benedetto X: dall’aprile 1058 al gennaio del 1059 D.C.
  • Silvestro IV: Novembre 1105 -1111 D.C.
  • Celestino II: 1124 D.C.
  • Anacleto II: da Febbraio 1030 a gennaio 1038 D.C.
  • Vittore IV: 1038 da marzo a maggio 1038 D.C.
  • * Giovanni XXIII: dal maggio 1410 a maggio 1415 A.D. (Cardinale Baldassarre Cosa) che è rimasto a Roma dal 1411 al 1413 durante lo scisma che si protrasse dal 1378 al 1418 D.C.

*Nota: Angelo Roncalli dopo aver usurpato l’ufficio papale di Papa Gregorio XVII [“Siri”] nel 1958 D.C., prese il nome di Giovanni XXIII, lo stesso nome dell’anti-papa Baldassarre Cosa, che usurpò l’ufficio pontifico durante l’esilio del vero Papa, ed una volta effettuata la sua usurpazione, anche nella stessa Roma. La politica nella Chiesa Romana è sempre stata quella di non prendere il nome di un anti-papa. Molti hanno già compreso che questo è stato un segnale criptico dell’anti-Papa Roncalli (che ha convocato l’apostata Pseudo-Concilio Vaticano II e fatto cardinale il principale agente marrano, capo degli Illuminati di Baviera, G.B. Montini) ai suoi compagni “fratelli” in tutto il mondo per segnalare a coloro che “dovevano capire”, che era iniziata la “rivoluzione finale”, gli stessi ai quali poi Montini segnalava gongolante che, grazie a lui, “il fumo di satana, era penetrato nella Chiesa” – [intelligenti pauca!]

mad. Salette

“Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo… La Chiesa sarà in eclissi..”, queste parole si sono compiutamente realizzate ai nostri tempi, fino all’ultima sillaba.

[Nostra Signora di La Salette a Melanie Calvat nel 1846 A.D., in un’apparizione riconosciuta  ed approvata pienamente dalla Chiesa]