S. GIOVANNI EUDES CONFESSORE

S. GIOVANNI EUDES CONFESSORE

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19 AGOSTO.

[da: I Santi per ogni giorno dell’anno; Pia Soc. S.Paolo ed. Alba – Roma, 1933]

Giovanni nacque il 14 novembre 1601 da pia e modesta famiglia nel paesello di Ri in Francia. Fin da giovanetto diede prova di grande virtù e di sentita pietà, dimostrando una particolar devozione alla SS. Eucaristia ed a Maria Vergine. Alunno dei Padri della Compagnia di Gesù nel Collegio di Caen, percorse con grandi lodi gli studi di lettere e di filosofia, mantenendosi sempre puro come un angelo. Sentendosi chiamato alla vita sacerdotale, lasciò il mondo, e si ritirò nell’oratorio del Padre di Berulle. – Consacrato Sacerdote a Parigi, incominciò subito a esercitare con grandissimo zelo il suo apostolato di predicazione con un’unzione tale, che il celebre Padre Olier di S. Sulpizio lo chiamò: « la rarità del suo secolo ». – Datosi bentosto alle missioni, percorse la Normandia, una parte della Bretagna, la Borgogna, la Piccardia, la Sciampagna, la Brie, riportando ovunque grandissimo frutto. – Dopo vent’anni dacché era nell’Oratorio, ispirato dal Signore, fondò, assieme a cinque suoi compagni, la «Congregazione dei Sacerdoti di Gesù e di Maria » per la formazione dei Chierici. Scopo della sua Congregazione, è la direzione dei Seminari, le missioni del popolo e gli esercizi al Clero. Diede ancora vita ad altre sante istituzioni, che gli procurarono tanti meriti per il cielo, tra le quali vi sono: l’Ordine di Nostra Signora della Carità, l’Istituto del Buon Pastore d’Angers, e la Società del Cuore ammirabile della Madre di Dio. – Fu studio particolare di Giovanni il promuovere il culto liturgico e la devozione ai cuori sacratissimi di Gesù e di Maria, celebrandone per il primo le feste ogni anno, e lasciando alla sua Congregazione di celebrarle con grande solennità. Per questo ebbe dal Pontefice Leone XIII il bel titolo di autore del culto liturgico dei Cuori SS. di Gesù e di Maria.

cuore di Mariacuore di gesù

– Acceso di amore ardentissimo verso questi due cuori amabili, ne scrisse l’ufficio liturgico, istituì in loro onore confraternite, e compose ammirabili libri di pietà. Grande devoto del Papa, e suo strenuo difensore, fece argine e resistette forte alla eresia dei giansenisti che in quei tempi devastava sì orribilmente la Chiesa di Dio. – Non guardò né odii, né persecuzioni, né calunnie, ma, qual fedele seguace di Gesù, pregò e perdonò ai suoi nemici. -Non contento di fare del bene colla predicazione, volle pure estenderlo colla penna, intingendola in quei due Cuori, dei quali era tanto devoto. Lasciò parecchi scritti, pregiati per pietà e dottrina. – All’età di 80 anni, affranto dalle fatiche e dagli anni nel desiderio ardentissimo di unirsi a Dio, ripetendo di continuo i nomi soavissimi di Gesù e di Maria, tante volte invocati in vita, spirò santamente il 19 Agosto 1680. – Pio X, esaminatene le eroiche virtù, lo dichiarò beato, e Pio XI, lo ascrisse al catalogo dei Santi nell’anno 1925. – La sua statua fu collocata nella basilica di S. Pietro, assieme a quelle dei Santi fondatori di Ordini religiosi.

PRATICA. — Imitiamo S. Giovanni Eudes nella sua ardente carità verso Dio e verso la Santa Madonna. Ci sia sempre cara la devozione al S. Cuore di Gesù.

PREGHIERA. — O Signore, che a promuovere il culto al tuo Cuore Sacratissimo e a quello immacolato della tua Madre, ti sei degnato di eleggere il beato Giovanni, concedici, che seguendo i suoi esempi e colla sua protezione, giungiamo anche noi al tuo dolcissimo amplesso nel cielo. Così sia.

bandiera ca.fr. 1950

LA FESTA DEL NONNO: S. GIOACHINO

LA FESTA DEL NONNO: S. GIOACHINO, padre della Beata S.S. Vergine MARIA

S. Giachino

GIOACHINO CONFESSORE: 16 AGOSTO.

Gioachino, rampollo della stirpe di Davide, quando venne eletto re Erode era fuggito assieme ai suoi parenti perché Erode pauroso che essi aspirassero al trono (ne avevano infatti i legittimi diritti), li perseguitava atrocemente. – Gioachino dunque si era recato dalla Giudea nella Galilea, dove viveva fra i monti in una piccola città poco distante dal monte Tabor. -Il suo nome però era dovunque conosciuto ed amato, ed in quel tempo, in cui stavano per compiersi le profezie della venuta del Signore, Gioachino, essendo della famiglia di Davide, attirava più che tutti gli sguardi del popolo. Avendo, quale figlio unico, ereditate tutte le sostanze paterne, possedeva copiose ricchezze, che egli spendeva a pro dei poveri della sua tribù. Giunto all’età virile, si congiunse in matrimonio con Anna, vergine nobilissima della stirpe dei Re, discendendo da Davide per la linea di Salomone ed a lui affine in parentela. – A quella età gravissimi erano i mali che affliggevano il popolo, giacché questi dimentico di Dio e delle sue divine promesse, solo attendeva alle cure temporali e ognor più cadeva nel vizio. Fra tanta prevaricazione, la pietà dei due sposi diffondeva una luce d’incanto. Gioachino ed Anna, riuniti in un medesimo spirito, vedendo le miserie che affliggevano il popolo, avevano esclamato: « Sia partecipe tutto il popolo delle nostre ricchezze, onde venga alleviata tanta miseria ». Nè solo Nazaret risentiva i benefici effetti di tanta liberalità, ma anche tutti i paesi circonvicini. – La pace più profonda regnava in quella casa, profumata dalla preghiera intensa e fervorosa dei santi sposi. Le gioie e le pene erano comuni, i difetti sopportati pazientemente, e le debolezze tollerate senza sforzo e senza indugio. – Ma il dolore accompagna sempre e ovunque l’uomo in questa vita, e Gioachino ed Anna non andarono esenti da questo triste compagno, che fece risaltare sempre più la loro grande virtù: essi non avevano figli e ormai, essendo già vecchi, dovevano rinunziare alla speranza di averne. Questo dolore li affliggeva di continuo, tanto più che essi essendo della tribù di Giuda, sapevano che doveva nascere il Messia dalla loro stirpe. – Ma le prove hanno sempre fine ed anche per Gioachino dovevano in ultimo cessare. Ricorreva la festa dei Tabernacoli che gli ebrei celebravano con grande solennità verso il 15 settembre, recandosi tutti al tempio di Gerusalemme per fare le loro offerte. – Anche Gioachino si recò a compiere questo dovere di culto verso i l Signore. Un sacerdote lo riconosce e con cipiglio maligno gli grida: Non ti è lecito offrire doni al Signore, perché non hai avuto figliuoli in Israele! La tua sterilità è in penitenza dei tuoi gravi peccati! Buon Dio, che prova! Ma Gioachino, sostenuto dalla fede, esce dal tempio, torna a casa sua, si ritira su un monte a pregare e scongiurare il Signore di concedergli dei figli mentre Anna pur essa in preda al dolore supplicava con gemiti e sospiri il Cielo ad esaudire le loro preghiere. A tanta fede non poteva il Signore restare sordo; infatti un angelo apparso a Gioachino, l’assicurò che avrebbe avuta una figliuola, a cui avrebbe imposto il nome di Maria: da Lei doveva nascere il Redentore. Tornato a casa seppe che anche Anna aveva avuta la stessa rivelazione e tutti e due con grande affetto ringraziarono il Signore. – Quando poi la S. Bambina giunse all’età di tre anni, fu portata al Tempio e Gioachino ricco di meriti e di virtù volò al Cielo a godere l’eterno premio della sua fede.

PRATICA. — Ad imitazione di S. Gioachino, poniamo ogni nostra fiducia nel Signore, ed impariamo da lui lo spirito di fede e di mortificazione.

PREGHIERA. — Dio che tra tutti i tuoi santi scegliesti il beato Gioachino per padre della Madre del Figlio tuo, concedici che mentre ne celebriamo la festa, ne risentiamo ancora continuamente il patrocinio. Così sia.

 

Che S. Giachino illumini e sostenga in particolare i NONNI cattolici “veri”, oggi chiamati ad un compito particolarmente gravoso nell’indirizzare i nipoti, in questi tempi di apostasia e somma immoralità, sulla retta via della eterna salvezza. Che Dio li aiuti, per intercessione di S. Gioachino.

A S. FILOMENA VERGINE E MARTIRE

11 Agosto: S. FILOMENA VERGINE E MARTIRE

s. Filomena

Morta nel secolo III. Scoperta nelle Catacombe di S. Priscilla, a Roma,venne traslata, il 25 Magg. 1802 a Mugnano presso Napoli [oggi in prov. di Avellino] – Santa Filomena è una Santa Vergine e Martire, molto onorata dalla Chiesa Cattolica, in particolare dal momento in cui le sue ossa vennero traslate da Roma a Mugnano del Cardinale per gli eventi miracolosi verificatisi per sua intercessione. Il culto della Santa è stata volutamente occultato e cancellato da tutti i calendari della setta del “novus ordo” perché, ovviamente, una giovane martire, una fanciulla che sconfigge il “farfariello” ed immola la sua vita per Gesù-Cristo, disprezzando le vane seduzioni del mondo, è invisa allo spirito del male ed ai suoi immondi lecchini, e dà fastidio a tutti i servi del “nemico” infiltrati nella Chiesa Cattolica, vindici dell’eroica resistenza della martire, e di tanta rovinosa sconfitta di satana! Riportiamo una novena con l’inno dell’epoca Cattolica, utili per invocare l’intercessione della Santa in tutte le situazioni di pericolo materiale e spirituale. Chi vuole, ne può verificare l’efficacia e la potenza!

I. O gloriosa S. Filomena, che foste messa a gran cimento di tentazioni, quando colle lusinghe, colle promesse e colle minacce si fecero tutti gli sforzi per indurvi ad abbandonare la Religione di Gesù Cristo, ma con invitta fermezza sapeste mantenervi costante contro ogni seduzione, ed opponendo da vergine prudente alle lusinghe la temperanza, alle promesse la giustizia, alle minacce la fortezza, tutte deludeste le podestà delle tenebre, ottenete a noi tutti la grazia a piangere quelle colpe che pur troppo abbiamo più volte commesse col cedere alle tentazioni, e la forza di resistere d’ora in avanti a tutte le seduzioni del mondo, della carne e del Demonio. Gloria.

II. O gloriosa S. Filomena, che per rendere una testimonianza solenne alla fede di Gesù Cristo, quantunque foste tenera per gli anni, debole per il sesso, delicata nella persona, pure con eroica fortezza tolleraste di essere sepolta nell’orror delle carceri, e straziata con ogni più barbara maniera da carnefici disumani, ottenete a noi tutti la grazia che si accenda il cuor nostro di un santo amore celeste, cosicché, se non possiamo imitarvi nel vostro glorioso martino, sappiamo almeno soffrire con inalterabile pazienza le afflizioni e i disastri che pur troppo s’incontrano nel corso di questa misera vita. Gloria.

III. O gloriosa S. Filomena, che per mantenervi fedele al vostro sposo Gesù, non ricusaste di sottomettervi a quell’estremo supplizio con cui fu coronato il penoso vostro martirio, volaste quindi a cielo a ricevere il premio d’aver menato i vostri giorni nell’innocenza, e di avere spiegato una sì genera costanza ne’ più duri cimenti, sino a volere piuttosto perdere la vostra vita che il vostro Dio, ottenete a noi tutti la grazia di combattere coraggiosamente ancor noi per Gesù Cristo, contrariando sempre ogni rea tendenza, e compiendo sempre con esattezza tutti i doveri del nostro stato, affinché con una vita tutta santa, santa pure ci meritiamo la morte. Gloria.

IV. O gloriosa S. Filomena, che coll’inaspettato ritrovamento del vostro corpo, rimasto già per quindici secoli nascosto e sconosciuto nelle catacombe di Roma, cogli strepitosi miracoli per mezzo vostro operati, siete eletta dal cielo a mantener sempre viva fra noi la fede, in ogni maniera combattuta dai più crudeli nemici, ottenete a noi tutti la grazia di non porgere mai orecchio all’empietà dei miscredenti, e di serbarci devoti all’unica vera Chiesa di Gesù Cristo, fuor della quale non vi è salute, affinché in quella fede che voi confessaste col sangue viviamo sempre costanti e costanti moriamo. Gloria.

V. O gloriosa S. Filomena, che, oltre i prodigiosissimi avvenimenti, coi quali fu decorata la traslazione delle vostre ossa preziose, siete anche stata fatta dalla divina Provvidenza dispensatrice di favori innumerabili, per risvegliare così la cristiana speranza delle genti, e ispirar la più viva fiducia nella protezione dei Santi, ottenete a noi tutti la grazia di interamente spogliarci d’ogni affetto alle cose del mondo, e riposare sempre tranquilli nelle immancabili promesse di chi solo può farci felici colla sua grazia nel tempo, e colla sua gloria nell’eternità. Gloria.

VI. O gloriosa S. Filomena, che foste tanto onorata, e lo siete pur tuttavia dai buoni popoli di Mugnano, i quali coi più vivi trasporti di religioso affetto ricevettero le vostre sacre reliquie, e le custodiscono qual prezioso tesoro, e che a ricompensa di lor divozione li ricolmaste di mille benefici, ottenete a noi tutti la grazia di conservare con ogni cura il prezioso tesoro dell’amicizia con Dio, se per nostra buona sorte la possediamo, e di ricuperarla sollecitamente se l’abbiamo perduta, onde poi liberati una volta dalla colpa, non torniamo mai più a commetterla, la odiamo come si odia un nemico capitale, e così ci facciamo sempre più degni dei celesti favori. Gloria.

VII. O gloriosa S. Filomena, che, per aver con invitta costanza esposto a tormenti crudelissimi il vostro purissimo corpo per amore del vostro sposo Gesù, meritaste che venisse da Lui esaltato ad onore solenne, e che fossero segnalate coi più stupendi prodigi le reliquie sì del vostro corpo come del vostro sangue, talché si reputa fortunato chi giunge a possederne una minima porzione, ottenete a noi tutti la grazia di non darci mai in braccio ai piaceri del mondo, e la forza di odiar santamente questa carne che ci circonda e ne trascina ad ogni disordine, cosicché tutta la nostra premura sia di salvar l’anima, che è la parte migliore di noi, che deve vivere immortale.Gloria.

VIII. O gloriosa S. Filomena, che sapeste calpestare le speranze e i beni che vi offriva la terra, e che non solo di questi beni, ma anche della stessa vita nel primo fiore degli anni faceste volentieri un generoso sacrificio a Dio, il Quale, ricompensando poi con tenerezza il vostro amore per Lui, volle porre per dir così, nelle vostre mani un tesoro di grazie da spargersi sopra la terra, ottenete a noi tutti la grazia di non anteporre mai più d’ora innanzi i fallaci beni mondo ai veri ed eterni del cielo, di persuaderci una volta esser Dio solo il vero e sommo bene che può saziare le nostre brame, e farci per sempre felici. Gloria.

IX. O gloriosa S. Filomena, che per aver rinunziato generosamente alla vana gloria del mondo e per aver scelto le persecuzioni, il dolore, il vituperio, l’infamia, piuttosto che mancare alla fedeltà da voi giurata al divino sposo, siete ora da Lui così largamente remunerata da farvi prostrare davanti tutti i popoli della terra, i quali da ogni parte vi erigono altari, invocano il vostro nome, e continuamente gareggiano nell’onorarvi, ottenete a noi tutti la grazia di rinunziare totalmente alla superbia, per far acquisto della santa umiltà, che è il fondamento di ogni virtù e la vera via della gloria, cosicché, d’ora in avanti, nulla fidando in noi medesimi, cerchiamo in Dio ogni nostro decoro, in Dio riponiamo ogni nostra fiducia, e vili riputandoci e da nulla, ci rendiamo degni di tutte quelle grazie che per mezzo vostro Gli domandiamo. [… si chieda la grazia]. Gloria.

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INNO A S. FILOMENA

A noi volgiti pietosa,

o di Cristo intatta Sposa,

Verginella ognor straniera

alla colpa più leggiera.

Tu che i dogmi predicando,

Desti a tutti i vizi il bando,

disprezzasti ognor da forte

i terrori della morte!

Dalla reggia dei divini

Fa’ che scenda a noi meschini

viva e pura quella luce

che del vero il giorno adduce.

Quel coraggio ond’agli strali

E ai flagelli più mortali

presentasti il petto e il dorso.

Nell’April del vital corso.

Quel vigor che spunta i teli

De’ nemici più crudeli,

Quel vigor che fa gli eroi,

Filomena, impetra a noi.

Del virgineo tuo pudore

Per te splenda il nostro core,

E giuriam perpetua guerra

Ai piaceri della terra.

Sia per te che in ogni loco

Si diffonda il divin foco,

Quell’ardor che sgombra i cuori,

Dalla scoria degli errori,

Dello stuolo a te devoto,

Filomena, adempi il voto,

E lo tragga dopo morte

De’ beati all’alma Corte.

GIACULATORIA.

Filomena, che decoro,

sei del sesso e della Fede,

volgi un guardo a chi ti chiede

il possente tuo favor.

Sia per te che della terra

Calpestiam le gemme e l’oro,

E al divino tuo tesoro

Si consacri il nostro core.

[da: Manuale di Filotea, del sac. G. Riva, Milano 1888 -imprim.-]

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festa mugnano

   La soppressione della festa, decretata dagli eretici modernisti novatori, per unanime decisione dei fedeli di Mugnano e di tutti i devoti sparsi nel mondo cattolico, non è stata mai messa in atto, ed ancora oggi, nel ridente paese campano, si festeggia con devozione e gratitudine a Dio questa santa Martire umile e portentosa. … e schiatti il “farfariello”!

 

I 14 SANTI SOCCORRITORI

8 AGOSTO: I QUATTORDICI SANTI SOCCORRITORI

     I Santi Soccorritori o Ausiliatori sono un gruppo di quattordici Santi la cui devozione cumulativa si sviluppò a partire dal XIII secolo. A questi Santi era affidato un po’ “il campionario” delle paure e dei maggiori problemi di salute di quei secoli e ad essi papa Niccolò V dedicò uno specifica ricorrenza: il giorno 8 agosto, giorno in cui erano anche concesse specifiche indulgenze.   Questi i nomi e gli attributi dei Santi Ausiliatori:

I quattordici santi soccorritori o ausiliatori sono dei santi alla cui intercessione i cristiani ricorrevano generalmente per problemi di salute, sin dal Medioevo.

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Papa Niccolò V

Ecco l’elenco:

ACAZIO – protegge nella malattia e nell’agonia, emicrania.

BARBARA – fulmini, febbre, propizia una morte serena, evitando una morte improvvisa..

BIAGIO – Protegge dal mal di gola.

CRISTOFORO – Protegge dalla peste, dagli uragani e dagli incidenti di viaggio.

CIRIACO – Protegge dalla tentazione, oppressione e possessione del diavolo.

DIONIGI – Protegge dal mal di testa e dalla sifilide.

EGIDIO – Invocato contro la sterilità, panico, paure notturne, l’epilessia, la pazzia e le eruzioni cutanee.

ERASMO – Dolori addominali ed intestinali, aiutava le partorienti.

GIORGIO – Invocato contro la peste e la lebbra, malattie della pelle.

EUSTACHIO – Contro il fuoco, e per essere preservato dal fuoco eterno.

CATERINA d’Alessandria – Invocata per le malattie della lingua e linguaggio.

MARGHERITA di Antiochia – Protegge le partorienti.

PANTALEONE – Invocato nelle malattie di consunzione dell’uomo e dell’animale.

VITO – Invocato contro le malattie psichiche, letargia, corea, epilessia, idrofobia.

chiesa 

Basilika Vierzehnheiligen [Basilica dei 14 Santi Soccorritori]

 è una chiesa di stile tardo-barocco all’esterno e rococò all’interno, sita su una collina nel comune bavarese di Bad Staffelstein 

Il 17 settembre 1445 Gesù Bambino apparve una prima volta al pastorello Hermann Leicht di Langheim, figlio del locatario del podere di Frankental; l’apparizione si ripeté con la comparsa del Bambino circondato da candele accese e il 29 luglio 1446, nello stesso luogo, questa volta comparvero attorno al Bambino Gesù altri quattordici bimbi. Alla richiesta del pastorello che chiedeva chi fossero, essi risposero di essere i quattordici salvatori e chiesero che fosse loro dedicata sul luogo una cappella. Essi apparvero anche ad una giovane gravemente ammalata, portata appositamente colà, e che miracolosamente guarì. L’abate del vicino monastero cistercense di Langheim cedette alle insistenze popolari e fece erigere per le esigenze immediate degli imminenti pellegrinaggi una cappella in onore dei Quattordici Santi Salvatori.

SANT’ACAZIO ( o ACACIO) di Armenia

acazio

     Sant’Agazio, centurione e martire, che nel rito latino è commemorato l’8 maggio, morì intorno al 304. Era un centurione cappadoce dell’esercito romano di stanza in Tracia, fu accusato dal tribuno Firmo e dal Proconsole Bibiano di essere cristiano e, dopo aspre torture e tormenti, fu decapitato a Bisanzio sotto Diocleziano e Massimiano. L’imperatore Costantino il Grande costruì una Chiesa-Santuario in suo onore alla Karìa di Costantinopoli, dove divenne anche Patrono. Da almeno tredici secoli (iconoclastìa e introduzione del rito bizantino nella Diocesi di Squillace a seguito della soggezione della stessa al Patriarcato di Costantinopoli) è Patrono della Città e della Diocesi di Squillace (ora dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace). Il corpo del Santo Martire è custodito e venerato in una monumentale Cappella della Cattedrale di Squillace, mentre un braccio venne portato dal Vescovo di Squillace, Marcello Sirleto, nel 1584 a Guardavalle, suo paese natale, dove è stato anche eletto come Patrono.Sue Reliquie risultano anche a Cuenca ed Avila in Spagna, provenienti da Squillace. E’ venerato tra i Santi Ausiliatori in diverse parti dell’Europa centro-settentrionale. A Squillace si celebrano tuttora due Feste solennissime: una il 16 gennaio, detta della Traslazione o delle Ossa, che rievoca l’arrivo miracoloso al lido di Squillace delle Sante Reliquie, e l’altra il 7 maggio, giorno del Martirio del Santo a Bisanzio tramandato dai Menologi bizantini e mantenuto ininterrottamente a Squillace. In questo giorno, preceduto e seguito da un’antichissima Fiera, conviene nella Cattedrale di Squillace tutto il Clero della Diocesi che presta l’Obbedienza al Vescovo Diocesano e partecipa ai riti e alla processione solenne.

SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA,

(VERGINE E MARTIRE) – (Protettrice delle gestanti e delle Puerpere)

katharina

     Abbiamo poche notizie certe di Santa Caterina d’Alessandria, ma sappiamo che fu condannata all’amputazione dei seni, proprio come Sant’Agata.      Caterina visse ad Alessandria d’Egitto nel IV secolo, dove professò con coraggio la sua fede cristiana. Figlia del re di Cipro, secondo la leggenda, Caterina si fece conoscere per la sua profonda cultura e per le sue abilità oratorie,che i più dotti filosofi dell’epoca conoscevano molto bene. Caterina rifiutò con fermezza ogni offerta di favolosa ricchezza fatta dall’Imperatore Massimino Daia con l’intento di corteggiarla. Al rifiuto della fanciulla, l’Imperatore la fece rinchiudere in carcere e la condannò al supplizio della ruota. Ma avvenne un prodigio: i soldati che dovevano eseguire la tortura caddero tramortiti e tutti gridarono al miracolo. Allora l’imperatore ordinò l’amputazione dei seni e la decapitazione. Mentre Caterina si avvicinava al patibolo invocando il Signore, dal suo collo sgorgò latte anziché sangue. La leggenda narra che il suo corpo fu poi trasportato dagli angeli sul Monte Sinai, dove si trova il Monastero a lei dedicato.

SANT’EGIDIO ABATE

Egidio

     Nacque ad Atene, ma ben presto si trasferì in Provenza,dove visse come eremita nutrendosi, secondo una leggenda che si riallaccia alle saghe greche di caccia del latte di una cerva. Egidio fondò un monastero di cui egli fu primo abate: il Monastero di Saint-Gilles (l’equivalente francese di Egidio è Gilles), situato sulla via che conduceva a Santiago di Compostela e pertanto, sempre frequentato da molti pellegrini. Sant’Egidio è uno dei Quattordici santi soccorritori ai quali i cristiani ricorrevano per ogni sorta di difficoltà. La Legenda Aurea narra dei numerosi miracoli e delle guarigioni compiute dal Santo: guarigioni di diverse malattie e di morsi di serpente. Sant’Egidio è santo patrono degli epilettici, dei lebbrosi, degli appestati, dei disabili, delle donne che allattano e delle donne sterili e in realtà fu sempre considerato patrono di tantissime categorie di persone. In arte Sant’Egidio viene raffigurato come abate benedettino o come eremita,spesso con la cerva ai suoi piedi. Sant’Egidio morì presumibilmente nell’anno 720. – E’ patrono della Stiria e della Carinzia, in Austria e delle città di Graz, Norimberga, Tolosa ed Edimburgo.

 

SANTA MARGHERITA DI ANTIOCHIA

margareta

Margherita (Marina nella “passio” greca attribuita ad un certo Timoteo che è la fonte principale per la biografia) nasce nel 275 ad Antiochia di Pisidia, all’epoca una delle città più fiorenti dell’Asia Minore, (oggi vicino le rovine della città è situata la borgata turca di Yalovaè del distretto di Iconio); Paolo e Barnaba in uno dei loro viaggi vi si fermarono per predicare Gesù Messia e Figlio di Dio ottenendo molte conversioni. Il padre Edesimo o Edesio era sacerdote pagano, per questo ruolo la famiglia di Margherita spiccava per agiatezza e nella vita sociale e religiosa della città. Nessuna notizia si ha della madre. Margherita presumibilmente rimane orfana di madre dai primi giorni di vita, tanto che il padre la affida ad una balia che abita nella campagna vicina. La balia segretamente cristiana, educa Margherita a questa fede e quando ritenne che fosse matura la presentò per ricevere il battesimo. Tutto ciò avvenne, ovviamente, ad insaputa del padre. Siamo durante il periodo delle persecuzioni scatenate da Massimiano e Diocleziano, Margherita crescendo apprendeva la storia di eroismi dei fratelli di fede, irrobustiva il suo spirito ispirandosi al Vangelo, si sentiva decisa ad emulare il coraggio dimostrato dai cristiani davanti alla crudeltà delle persecuzioni e nelle sue preghiere chiedeva di essere degna di testimoniare la sua fedeltà a Cristo. – Il padre ignaro di tutto ciò decide di riprendere la figlia ormai quindicenne presso la sua casa di Antiochia. Margherita fu subito a disagio sia per il distacco dalla nutrice, che per lo stile di vita che teneva presso la casa paterna colma di agi. Una sera chiese al padre cosa rappresentassero quelle statuette e le lampade che erano in casa, il padre spiegò che quelli erano gli idoli che adorava ed invitò Margherita a bruciare incenso per loro. Ella ascoltava quasi indifferente quello che il padre le diceva, il padre credette che Margherita mancava di una educazione religiosa adeguata al proprio rango sociale, la affidò così ad un maestro di sua conoscenza che dirigeva una scuola dove si insegnava un po’ di tutto. Margherita non gradiva gli insegnamenti pagani e dopo poco tempo rivelò al padre di essere cristiana. Per tale motivo, il padre non esitò a mandarla via di casa, quindi Margherita ritornò dalla sua balia che l’accolse come reduce vittorioso di un’aspra battaglia. In campagna Margherita si rese utile pascolando il gregge e per le altre necessità che si presentavano; essa dedicava molto tempo alla preghiera, in particolare pregava per il padre e per i fratelli nella fede che venivano sempre più spesso perseguitati. Un giorno mentre conduceva le pecore al pascolo, Margherita, venne notata da Oliario, nuovo governatore della provincia; appena la vide rimase colpito dalla sua bellezza e ordinò che gli fosse condotta dinnanzi. Dopo un lungo colloquio il governatore non riuscì nell’intento di convincere Margherita a diventare sua sposa, essa si dichiarò subito cristiana e fu irremovibile nel professare la sua fede. Il governatore, dopo un lungo interrogatorio, alle risposte di Margherita, controbatte con la flagellazione e l’incarcerazione. Secondo la tradizione, in carcere a Margherita appare il demonio sotto forma di un terribile drago, che la inghiotte, ma lei armata da una croce che teneva tra le mani, squarcia il ventre del mostro sconfiggendolo. Da questo fantastico episodio, nacque nella devozione popolare quella virtù riconosciuta a Margherita, di ottenere, per la sua intercessione, un parto facile alle donne che la invocano prima dell’inizio delle doglie. Dopo un breve periodo di carcere, Margherita è sottoposta ad un nuovo martellante interrogatorio davanti a tutta la cittadinanza, anche in quest’occasione, essa non esita a proclamare a tutti la sua fede e l’aver dedicato a Cristo la sua verginità. Ancora una volta viene invitata ad adorare ed offrire incenso agli dei pagani, ma lei si rifiuta e menziona il brano del vangelo di Matteo dicendo “quando sarete dinnanzi a magistrati e ai presidi, non vi preoccupate come o che cosa dovete rispondere, perché lo Spirito del Padre vostro, che sta nei cieli, parlerà per voi”. Mentre tutti osservavano quanto stava succedendo, una forte scossa di terremoto fece sussultare la terra e apparve una colomba con una corona che andò a deporre sul capo di Margherita. Questo fatto prodigioso, le affermazioni di Margherita, il suo rifiuto delle pratiche pagane e le molte conversioni che avvennero, mandarono su tutte le furie il governatore che emise la sentenza di condanna per Margherita: “Venga decapitata fuori della città”.      Margherita fu decapitata il 20 luglio 290 all’età di quindici anni. Il corpo venne raccolto e portato in luogo sicuro dai fedeli dove fu fatto oggetto di grande venerazione. Secondo la tradizione un pellegrino di nome Agostino da Pavia, nel secolo decimo, riuscì a trafugare, dopo varie peripezie, il corpo di S. Margherita e trasportarlo in Italia, a Roma per proseguire verso Pavia. Durante il viaggio, si fermò a Montefiascone, dove fu accolto dai benedettini del monastero di Santo Pietro ai quali raccontò le vicende del suo viaggio. Dopo qualche giorno il pellegrino si ammalò e morì, raccomandando ai monaci di conservare e venerare la preziosa reliquia. Da qui cominciò a diffondersi il culto di S. Margherita per tutta l’Italia ed in altri paesi dell’Europa, molte città si pregiarono erigere chiese in suo onore.

SAN PANTALEONE DI NICOMEDIA

pantaleon

     Pantaleone nacque in Bitinia a Nicomedia,l’odierna Izmit a circa 60 chilometri da Istanbul, nella seconda metà del III secolo. Fu educato dalla madre Eubula,una donna cristiana,ma dopo la prematura morte di lei venne affidato a Eufrosino,medico personale dell’imperatore Massimiano e potè cosi’ intraprendere gli studi di medicina, ottenendo la stima e l’ammirazione di tutti. Ma poi Pantaleone conobbe il monaco Ermolao e iniziò ad intrattenersi con lui su temi riguardanti l’etica cristiana e la morale. Egli convinse Pantaleone a seguire l’esempio di Cristo e diventare medico non soltanto del corpo, ma anche dell’anima. Iniziò cosi’ a curare gli ammalati nel nome di Cristo, pregando e esercitando la professione gratuitamente. Ciò suscitò, purtroppo, l’invidia di alcuni colleghi che lo denunciarono all’imperatore. – Si narra di veri miracoli compiuti da Pantaleone, come quando un bambino, morto per un morso di serpente, risuscitò oppure quando un cieco, grazie al suo intervento, riacquistò la vista. I miracoli portarono moltissime persone a convertirsi e suscitarono l’ira dell’imperatore,il quale accusò il medico di praticare la magia e lo condannò ad una morte atroce. Vennero effettuati molti tentativi di esecuzione della sentenza,ma Pantaleone ne usci’ sempre miracolosamente indenne:le fiamme del rogo si spensero;il piombo fuso si raffreddò;le belve gli fecero le feste…   Infine gli fu tagliata la testa,si presume nell’anno 305. San Pantaleone è patrono dei medici. Così come i Santi Cosma e Damiano è chiamato “anargiro”. Appartiene al gruppo dei quattordici soccorritori ai quali i cristiani ricorrevano in ogni sorta di difficoltà. Il santo ha sempre goduto di una particolare devozione in Italia,ma anche in Austria e in Germania. Alcune reliquie(parti del braccio) sono conservate a Venezia, nel tesoro della Basilica di San Marco. A Venezia vi è una chiesa a lui dedicata, la Chiesa di San Pantaleone (San Pantalon in dialetto veneziano),dove si può ammirare il famoso dipinto “San Pantaleone risana un fanciullo” del Veronese e altri due dipinti che raffigurano il santo: “San Pantaleone che risana un paralitico davanti all’imperatore Massimiano” e la “Decapitazione di San Pantaleone” di Jacopo Palma il Giovane. A Ravello, vicino ad Amalfi,è conservata una fiala di sangue del santo e ogni anno il 27 di luglio si assiste alla miracolosa liquefazione. In Germania San Pantaleone è patrono della città di Colonia.

SANT’ERASMO DI FORMIA

erasmus

     Sant’Erasmo,il cui nome è stato spesso alterato in Elmo o Telmo,è uno dei quattordici santi soccorritori ed è invocato nei casi di dolori addominali, coliche, problemi ginecologici e sappiamo che aiutava anche le partorienti. Stando ad alcune leggende,Erasmo sarebbe divenuto vescovo di Antiochia,in Siria,ai tempi di Diocleziano. Fu però costretto a fuggire e a rifugiarsi in Libano dove,sempre secondo la leggenda,sarebbe stato nutrito dai corvi. Ma una volta tornato ad Antiochia venne sottoposto ad atroci supplizi e gli furono estratti e attorcigliati gli intestini. Per questa ragione Sant’Erasmo divenne in seguito l’intercessore per ottenere la guarigione da tutte le malattie addominali.      Fu l’arcangelo Michele a salvarlo quando lo condusse in Campania,nella regione in cui il Santo avrebbe poi annunciato il Vangelo alle popolazioni. Mori’ a Formia nel 303 e le sue reliquie vennero poi traslate a Gaeta,divenuta nel frattempo sede episcopale. Le tracce del suo culto risalgono addirittura al VI secolo e la sua venerazione da Gaeta,città della quale divenne patrono,si diffuse in tutta Europa. In arte abbiamo molte raffigurazioni di Sant’Erasmo:in Finlandia,nella Chiesa di Taivassalo si può vedere un antico affresco;in Austria,a St.Florian in Uttendorf (Oberosterreich)si trova un’interessante statua lignea del Santo,opera attribuita a Martin Zurn. Anche in Danimarca,nel Duomo di Roskilde,presso Copenhagen, si trova un dipinto raffigurante Sant’Erasmo,che risale al XVI secolo. In Italia,nel Duomo di Gaeta è conservato un candelabro per il cero pasquale della fine del XIII secolo,che presenta un ciclo di 24 episodi,tutte scene del martirio. Nel mosaico della Cappella Palatina di Palermo,Sant’Erasmo è raffigurato invece come Vescovo. Ma,sicuramente più conosciuto è il bellissimo quadro di Nicolas Poussin del 1650,conservato nella Pinacoteca Vaticana.

SAN BIAGIO DI SEBASTE

biagio

       Originario dell’Armenia (Sebaste),Biagio visse tra la fine del terzo e l’inizio del quarto secolo. Le notizie a noi pervenute sono alquanto incerte, ma sappiamo che si dedicò allo studio della medicina e della professione medica,da lui esercitata con grande spirito di dedizione. Nella città di Sebaste Biagio fu determinato nell’alleviare il dolore fisico dei suoi numerosi pazienti, ma anche la sofferenza morale,grazie al suo senso di umanità e alla fede che lo ispirava. San Biagio è noto per un miracolo molto particolare: egli riuscì a salvare un fanciullo quasi soffocato da una lisca di pesce. Per questo motivo viene invocato come protettore di tutte le malattie della gola. Nel giorno della festività di San Biagio (3 febbraio) i sacerdoti officiano un rito singolare,in cui due candele benedette vengono poste in posizione incrociata dinanzi alla gola dei fedeli Biagio divenne anche vescovo,ma fu vittima delle terribili persecuzioni dell’imperatore Licinio,all’inizio del IV secolo. Venne atroce-mente torturato e morì martire,probabilmente nell’anno 316. In arte, le icone di Novgorod raffiguranti il Santo sono testimonianza del culto,presente anche in Oriente sin dal VI secolo. Nella città di Dubrovnik – l’antica Ragusa- di cui San Biagio è patrono,possiamo ammirare tre stupendi reliquiari antropomorfi, uno dei quali a forma di gamba, in filigrana d’argento, risalente al XVII secolo. Un altro bellissimo reliquiario barocco è conservato nel Monastero di Mattsee, vicino a Salisburgo, in Austria. Sempre nell’area tedesca,altre reliquie si trovano in Germania, a Mainz,Lubecca e Treviri.

SAN VITO

vitus

     Vito nacque in Sicilia, presumibilmente a Mazara del Vallo e,in quanto cristiano, dovette subire il martirio sotto Diocleziano. Questo è l’unico fatto certo della sua vita, tuttavia la Legenda Aurea ci fornisce alcuni importanti dettagli che ricorrono nell’iconografia. Il giovane cristiano Vito si sarebbe opposto al padre Hylas, rifiutandosi di adorare gli idoli pagani. Per questo motivo si sarebbe rifugiato in Lucania insieme al maestro Modesto e alla nutrice Crescenzia. Ma poi fu catturato e condotto a Roma per essere giudicato da Diocleziano. A Roma Vito compì molti miracoli e guarì anche uno dei figli dell’imperatore. Secondo la Legenda Aurea egli dovette ancora subire molti tormenti per poi finire in una pentola di olio bollente dalla quale fu salvato grazie all’intervento di un angelo. L’angelo, sempre al fianco di Vito, Crescenzia e Modesto, li condusse quindi presso un fiume,dove essi poco dopo resero l’anima a Dio. Le aquile avrebbero custodito i corpi dei martiri fino a quando non furono trovati da una nobildonna e sepolti intorno all’anno 287. San Vito è uno dei quattordici santi soccorritori ed è invocato nei casi di epilessia, isteria, crampi e anche nelle malattie degli occhi e delle orecchie. Il culto di San Vito è molto diffuso in Europa centrale poiché le reliquie del Santo sono custodite a Praga, nel Duomo di San Vito. La sua popolarità lo rese patrono di molte categorie,fra le quali i farmacisti. Nelle raffigurazioni compare quasi sempre l’attributo della pentola,in particolare nelle sculture. Un busto-reliquario sorretto da angeli, risalente al 1495 circa, si trova nel Duomo di Praga e un’interessante tavola,risalente al 1487 e destinata all’altar maggiore della Chiesa di San Vito a Norimberga,è ora conservata presso il Germanisches National museum della stessa città. – San Vito, era molto venerato nel Medioevo, la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace nelle malattie o specifiche necessità.  Il culto per s. Vito è attestato dalla fine del V secolo, ma le notizie sulla sua vita sono poche e scarsamente attendibili. Alcuni antichi testi lo dicono lucano, ma la ‘Passio’ leggendaria del VII secolo, lo dice siciliano; nato secondo la tradizione a Mazara del Vallo in una ricca famiglia, rimasto orfano della madre, fu affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto, che essendo cristiani lo convertirono alla loro fede. Aveva sui sette anni, quando cominciò a fare prodigi e quando nel 303 scoppiò in tutto l’impero romano, la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, Vito era già molto noto nella zona di Mazara. Il padre non riuscendo a farlo abiurare, si crede che fosse ormai un’adolescente, lo denunziò al preside Valeriano, che ordinò di arrestarlo. Il preside Valeriano con minacce e lusinghe, tentò di farlo abiurare, anche con l’aiuto degli accorati appelli del padre, ma senza riuscirci; il ragazzo aveva come sostegno, con il loro esempio di coraggio e fedeltà a Cristo, la nutrice Crescenzia e il maestro Modesto, anche loro arrestati. Visto l’inutilità dell’arresto, il preside lo rimandò a casa, allora il padre tentò di farlo sedurre da alcune donne compiacenti, ma Vito fu incorruttibile e quando Valeriano stava per farlo arrestare di nuovo, un angelo apparve a Modesto, ordinandogli di partire su una barca con il ragazzo e la nutrice. Durante il viaggio per mare, un’aquila portò loro acqua e cibo, finché sbarcarono alla foce del Sele sulle coste del Cilento, inoltrandosi poi in Lucania (antico nome della Basilicata, ripristinato anche dal 1932 al 1945). Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su s. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. Secondo una versione tedesca della leggenda, nel 756 l’abate Fulrad di Saint-Denis, avrebbe fatto trasportare le reliquie di san Vito nel suo monastero di Parigi; poi nell’836 l’abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Korway nel Weser, che divenne un centro importante nel Medioevo, della devozione del giovane martire. Durante la guerra dei Trent’anni (1618-48), le reliquie scomparvero da Korwey e raggiunsero nella stessa epoca Praga in Boemia, dove la cattedrale costruita nel X secolo, era dedicata al santo; a lui è consacrata una splendida cappella. Bisogna dire che delle reliquie di san Vito, è piena l’Europa; circa 150 cittadine, vantano di possedere sue reliquie o frammenti, compreso Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli. Nella città ritenuta suo luogo di nascita, san Vito è festeggiato ogni anno con una solenne e tipica processione, che si svolge fra la terza e la quarta domenica d’agosto. Il “fistinu” in onore del santo patrono, ricorda la traslazione delle suddette reliquie, avvenuta nel 1742 ad opera del vescovo Giuseppe Stella. La processione, indicata come la più mattiniera d’Italia, inizia alle quattro del mattino, con il trasporto della statua d’argento del santo, posta sul Carro trionfale, trainato a braccia dai pescatori, fino alla chiesetta di San Vito a Mare, accompagnato da una suggestiva fiaccolata e da fuochi d’artificio; da questo luogo si crede sia partito con la barca per sfuggire al padre e al preside Valeriano. Una seconda processione è quella celebre storica-ideale a quadri viventi, è una serie di carri, su cui sono rappresentate da fedeli con gli abiti dell’epoca, scene della sua vita e del suo martirio, chiude la processione il già citato carro trionfale. “U fistinu” si conclude nell’ultima domenica d’agosto, con un’ultima processione del carro trionfale diretto al porto-canale e da lì il simulacro di s. Vito, viene issato su uno dei pescherecci e seguito da un centinaio di altri pescherecci e barche, giunge fino all’altezza della Chiesetta di S. Vito al Mare, per ritornare infine al porto. A Roma esiste la chiesa dei santi Vito e Modesto, dove in un affresco oltre il giovanetto, compaiono anche Modesto con il mantello da maestro e Crescenzia in aspetto matronale con il velo. Nell’area germanica s. Vito è rappresentato come un ragazzo sporgente da un grosso paiolo, con il fuoco acceso sotto. Il santuario in cui è venerato nell’allora Lucania, oggi nel Comune di Eboli in Campania, denominato S. Vito al Sele, era detto “Alecterius Locus” cioè “luogo del gallo bianco”; nella vicina città di Capaccio, nella chiesa di S. Pietro, è custodita una reliquia del santo, mentre nella frazione Capaccio Scalo, è sorta un’altra chiesa parrocchiale dedicata anch’essa a S. Vito; la diocesi di questi Comuni in cui il culto di S. Vito è così forte, perché qui morì con i suoi compagni di martirio, si chiama tuttora Vallo della Lucania, pur essendo in provincia di Salerno. Il santo è anche patrono di Recanati e nella sola Italia, ben 11 Comuni portano il suo nome.

SAN CIRIACO di Roma

cyriacus

Sono conosciuti ben 27 santi con il nome Ciriaco, quasi tutti martiri e quasi tutti facenti parte di piccoli gruppi, che subirono il martirio insieme. Anche questo s. Ciriaco martire a Roma, fa parte di un gruppo di sei martiri, che bisogna per forza citare per aiutarci a distinguerlo da altri due Ciriaco, anch’essi martiri a Roma. I suoi compagni sono Largo, Memmia, Crescenziano, Giuliana, Smaragdo, tutti commemorati nello stesso giorno dell’8 agosto. Purtroppo proprio per il ripetersi del nome Ciriaco per vari martiri, si è determinata una certa confusione nell’identificarli; teniamo presente vari fattori, la lontananza del tempo, la mancanza di documenti contemporanei, i reperti archeologici trovati in vari punti e soprattutto le varie ‘Passio’ compilate in tempi successivi e diversi. Si riporta la leggendaria storia di Ciriaco e dei suoi compagni, così come la si ricava dalla ‘Passio Marcelli’; l’imperatore Massimiano (250-310) decide di edificare a Roma le terme in onore del co-imperatore Diocleziano e utilizza per i suoi lavori anche i cristiani già in prigione; questi sono aiutati dal ricco Tresone, tramite Ciriaco, Sisinnio, Smaragdo e Largo, i primi due erano stati ordinati diaconi dal papa Marcello († 309) e incaricati appunto di aiutare ed assistere i cristiani arrestati a seguito della persecuzione in atto, ma il gruppo venne scoperto e condannato con gli altri a lavorare alle terme. Rinfocolata la persecuzione, Sisinnio viene incarcerato e poi martirizzato insieme al vecchio Saturnino il 29 novembre; Ciriaco, Largo e Smaragdo rimasti in carcere, vengono visitati da altri cristiani e operano anche miracoli, come Ciriaco che esorcizza Artemia, figlia di Diocleziano, posseduta dal demonio e poi la battezza. Diocleziano (243-313) riconoscente lascia liberi i tre cristiani e dona loro anche una casa; la leggenda racconta ancora che i tre si recano in Persia, dove operano un analogo prodigio con Giovia, figlia del re Sapore († 272), poi ritornano a Roma, dove nella casa a loro donata istituiscono un fonte battesimale e in cui papa Marcello battezza i loro convertiti. Dopo l’abdicazione di Diocleziano nel 305, l’altro imperatore Massimiano fa arrestare i tre cristiani, insieme a Crescenziano, il quale sottoposto a supplizi, muore per primo il 24 novembre e seppellito nel cimitero di Priscilla. Mentre Ciriaco, Largo e Smaragdo, insieme ad altri cristiani tra i quali Memmia e Giuliana, di cui si conoscono i nomi, vengono condotti sulla via Salaria e lì decapitati il 16 marzo e sepolti sullo stesso posto. L’8 agosto successivo papa Marcello trasferisce i loro corpi al VII miglio della via Ostiense. La loro casa assegnata in un primo tempo al prefetto Carpasio, viene trasformata in un bagno pubblico e in seguito chiusa e abbandonata. Le date non coincidono, ma questo è frutto di quanto detto prima. Nel ‘Liber Pontificalis’ si riporta che papa Onorio (625-638) fece fabbricare una chiesa in onore del solo s. Ciriaco e così pure nelle biografie di papa Leone III e papa Benedetto III viene ricordata questa chiesa; i ruderi di questa antica basilica furono riscoperti nel 1915 sulla via Ostiense. Il culto per s. Ciriaco a Roma durante il Medioevo, ebbe notevole diffusione, come attestano le varie chiese erette in suo onore quasi tutte scomparse; nell’817 ad opera di papa Pasquale I le reliquie del santo furono trasferite dalla chiesa sulla via Ostiense, nella chiesa di Santa Prassede e successivamente nella chiesa di S. Ciriaco di Neuhausen presso Worms, e in questa zona della Sassonia il santo ha avuto un grande culto e tutta una tradizione iconografica

SAN GIORGIO di Lydda

georg

Per avere un’idea del diffusissimo culto che il santo cavaliere e martire Giorgio, godé in tutta la cristianità, si danno alcuni dati. Nella sola Italia vi sono ben 21 Comuni che portano il suo nome; Georgia è il nome di uno Stato americano degli U.S.A. e di una Repubblica caucasica; sei re di Gran Bretagna e Irlanda, due re di Grecia e altri dell’Est europeo, portarono il suo nome. – È patrono dell’Inghilterra, di intere Regioni spagnole, del Portogallo, della Lituania; di città come Genova, Campobasso, Ferrara, Reggio Calabria e di centinaia di altre città e paesi. Forse nessun santo sin dall’antichità ha riscosso tanta venerazione popolare, sia in Occidente che in Oriente; chiese dedicate a s. Giorgio esistevano a Gerusalemme, Gerico, Zorava, Beiruth, Egitto, Etiopia, Georgia da dove si riteneva fosse oriundo; a Magonza e Bamberga vi erano delle basiliche; a Roma vi è la chiesa di S. Giorgio al Velabro che custodisce la reliquia del cranio del martire palestinese; a Napoli vi è la basilica di S. Giorgio Maggiore; a Venezia c’è l’isola di S. Giorgio. Vari Ordini cavallereschi portano il suo nome e i suoi simboli, fra i più conosciuti: l’Ordine di S. Giorgio, detto “della Giarrettiera”; l’Ordine Teutonico, l’Ordine militare di Calatrava d’Aragona; il Sacro Ordine Costantiniano di S. Giorgio, ecc. È considerato il patrono dei cavalieri, degli armaioli, dei soldati, degli scouts, degli schermitori, della Cavalleria, degli arcieri, dei sellai; inoltre è invocato contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa, e particolarmente nei paesi alle pendici del Vesuvio, contro le eruzioni del vulcano. Il suo nome deriva dal greco ‘gheorgós’ cioè ‘agricoltore’ e lo troviamo già nelle ‘Georgiche’ di Virgilio e fu portato nei secoli da persone celebri in tutti i campi, oltre a re e principi, come Washington, Orwell, Sand, Hegel, Gagarin, De Chirico, Morandi, il Giorgione, Danton, Vasari, Byron, Simenon, Bernanos, Bizet, Haendel, ecc. In Italia è diffuso anche il femminile Giorgia, Giorgina; in Francia è Georges; in Inghilterra e Stati Uniti, George; Jörg e Jürgens in Germania; Jorge in Spagna e Portogallo; Gheorghe in Romania; Yorick in Danimarca; Yuri in Russia. La Chiesa Orientale lo chiama il “Megalomartire” (il grande martire). Detto tutto questo, si può capire come il suo culto così diffuso in tutti i secoli, abbia di fatto superato le perplessità sorte in seno alla Chiesa, che in mancanza di notizie certe e comprovate sulla sua vita, nel 1969 lo declassò nella liturgia ad una memoria facoltativa; i fedeli di ogni luogo dove è venerato, hanno continuato comunque a tributargli la loro devozione millenaria. – La sua figura è avvolta nel mistero, da secoli infatti gli studiosi cercano di stabilire chi veramente egli fosse, quando e dove sia vissuto; le poche notizie pervenute sono nella “Passio Georgii” che il ‘Decretum Gelasianum’ del 496, classifica tra le opere apocrife (supposte, non autentiche, contraffatte); inoltre in opere letterarie successive, come “De situ terrae sanctae” di Teodoro Perigeta del 530 ca., il quale attesta che a Lydda (Diospoli) in Palestina, oggi Lod presso Tel Aviv in Israele, vi era una basilica costantiniana, sorta sulla tomba di san Giorgio e compagni, martirizzati verosimilmente nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano (detta basilica era già meta di pellegrini prima delle Crociate, fino a quando il sultano Saladino (1138-1193) la fece abbattere). La notizia viene confermata anche da Antonino da Piacenza (570 ca.) e da Adamnano (670 ca) e da un’epigrafe greca, rinvenuta ad Eraclea di Betania datata al 368, che parla della “casa o chiesa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni”. -I documenti successivi, che sono nuove elaborazioni della ‘passio’ leggendaria sopra citata, offrono notizie sul culto, ma sotto l’aspetto agiografico non fanno altro che complicare maggiormente la leggenda, che solo tardivamente si integra dell’episodio del drago e della fanciulla salvata da s. Giorgio. – La ‘passio’ dal greco, venne tradotta in latino, copto, armeno, etiopico, arabo, ad uso delle liturgie riservate ai santi; da essa apprendiamo come già detto senza certezze, che Giorgio era nato in Cappadocia ed era figlio di Geronzio persiano e Policronia cappadoce, che lo educarono cristianamente; da adulto divenne tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, ma per alcune recensioni si tratta dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore dei romani, il quale con l’editto del 303, prese a perseguitare i cristiani in tutto l’impero. Il tribuno Giorgio di Cappadocia allora distribuì i suoi beni ai poveri e dopo essere stato arrestato per aver strappato l’editto, confessò davanti al tribunale dei persecutori, la sua fede in Cristo; fu invitato ad abiurare e al suo rifiuto, come da prassi in quei tempi, fu sottoposto a spettacolari supplizi e poi buttato in carcere. Qui ha la visione del Signore che gli predice sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione. E qui la fantasia dei suoi agiografi, spazia in episodi strabilianti, difficilmente credibili: vince il mago Atanasio che si converte e martirizzato; viene tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade; risuscita operando la conversione del ‘magister militum’ Anatolio con tutti i suoi soldati che vengono uccisi a fil di spada; entra in un tempio pagano e con un soffio abbatte gli idoli di pietra; converte l’imperatrice Alessandra che viene martirizzata; l’imperatore lo condanna alla decapitazione, ma Giorgio prima ottiene che l’imperatore ed i suoi settantadue dignitari vengono inceneriti; promette protezione a chi onorerà le sue reliquie ed infine si lascia decapitare. Il culto per il martire iniziò quasi subito, come dimostrano i resti archeologici della basilica eretta qualche anno dopo la morte (303?) sulla sua tomba nel luogo del martirio (Lydda); la leggenda del drago comparve molti secoli dopo nel Medioevo, quando il trovatore Wace (1170 ca.) e soprattutto Jacopo da Varagine († 1293) nella sua “Leggenda Aurea”, fissano la sua figura come cavaliere eroico, che tanto influenzerà l’ispirazione figurativa degli artisti successivi e la fantasia popolare. Essa narra che nella città di Silene in Libia, vi era un grande stagno, tale da nascondere un drago, il quale si avvicinava alla città, e uccideva con il fiato quante persone incontrava. I poveri abitanti gli offrivano per placarlo, due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, il quale terrorizzato offrì il suo patrimonio e metà del regno, ma il popolo si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli, dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno. Passò proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessina, promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, Giorgio non si spaventò, salì a cavallo e affrontandolo lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo cadere a terra. Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino, verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo: ”Non abbiate timore, Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: Abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”. Allora il re e la popolazione si convertirono e il prode cavaliere uccise il drago facendolo portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi. La leggenda era sorta al tempo delle Crociate, influenzata da una falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore cristiano Costantino, trovata a Costantinopoli, dove il sovrano schiacciava col piede un drago, simbolo del “nemico del genere umano”. – La fantasia popolare e i miti greci di Perseo che uccide il mostro liberando la bella Andromeda, elevarono l’eroico martire della Cappadocia a simbolo di Cristo, che sconfigge il male (demonio) rappresentato dal drago. I crociati accelerarono questa trasformazione del martire in un santo guerriero, volendo simboleggiare l’uccisione del drago come la sconfitta dell’Islam; e con Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) san Giorgio venne invocato come protettore da tutti i combattenti. – Con i Normanni il culto del santo orientale si radicò in modo straordinario in Inghilterra e qualche secolo dopo nel 1348, re Edoardo III istituì il celebre grido di battaglia “Saint George for England”, istituendo l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio o della Giarrettiera. In tutto il Medioevo la figura di s. Giorgio, il cui nome aveva tutt’altro significato, cioè ‘agricoltore’, divenne oggetto di una letteratura epica che gareggiava con i cicli bretone e carolingio. Nei Paesi slavi assunse la funzione addirittura ‘pagana’ di sconfiggere le tenebre dell’inverno, simboleggiate dal drago e quindi di favorire la crescita della vegetazione in primavera; una delle tante metamorfosi leggendarie di quest’umile martire, che volle testimoniare in piena libertà, la sua fede in Cristo, soffrendo e donando infine la sua giovane vita, come fecero in quei tempi di sofferenza e sangue, tanti altri martiri di ogni età, condizione sociale e in ogni angolo del vasto impero romano. San Giorgio è onorato anche dai musulmani, che gli diedero l’appellativo di ‘profeta’. Enrico Pepe sacerdote, nel suo volume ‘Martiri e Santi del Calendario Romano’, conclude al 23 aprile, giorno della celebrazione liturgica di s. Giorgio, con questa riflessione: “Forse la funzione storica di questi santi avvolti nella leggenda è di ricordare al mondo una sola idea, molto semplice ma fondamentale, il bene a lungo andare vince sempre il male e la persona saggia, nelle scelte fondamentali della vita, non si lascia mai ingannare dalle apparenze”.

San CRISTOFORO di Licia

christophorus

Il testo più antico dei suoi Atti, in edizione latina, risale oltre il sec. VIII. Esso contiene narrazioni intessute di episodi talmente fantastici, da spingere qualche critico a dubitare della reale esistenza di questo martire. Ma in un’iscrizione del 452, scoperta ad Haidar-Pacha in Nicomedia, .si parla di una basilica dedicata a Cristoforo nella Bitinia: ciò non comporta necessariamente che il santo sia originario di questa regione. Il Martirologio Geronimiano al 25 luglio pone la festa di Cristoforo in Licia, nella città di Samon: ma sul problema della localizzazione di questa Samon, i critici non sono pienamente concordi. Un’altra testimonianza è del 536: tra i firmatari del concilio di Costantinopoli ci fu un certo Fotino del monastero di S. Cristoforo non meglio identificato. S. Gregorio Magno, infine, parla di un monastero in onore di questo martire a Taormina in Sicilia. Si tratta, è vero, di testimonianze sommarie, ma per sé sufficienti a dimostrare l’esistenza storica del martire orientale, ucciso, secondo il Geronimiano, nel 250, durante la persecuzione di Decio. – Cristoforo fu uno dei santi più venerati nel Medioevo: chiese e monasteri si costruirono in suo onore sia in Oriente sia in Occidente; particolarmente, in Austria, in Dalmazia e in Spagna il suo culto fu diffusissimo. Nella Spagna, poi, si venerano molte sue reliquie. Cristoforo godeva speciale venerazione presso i pellegrini e proprio per questo sorsero in suo onore istituzioni e congregazioni aventi lo scopo di aiutare i viaggiatori che dovevano superare difficoltà naturali di vario genere. Questo intenso culto determinò il sorgere di una letteratura copiosa e straordinaria, caratterizzata da leggende e narrazioni favolose dove, indipendentemente dall’obbiettività storica, è degna di ammirazione la ricca fantasia dei compilatori. Si nota, tuttavia, come le leggende orientali differiscano, in parte, da quelle occidentali. Secondo i sinassari, Cristoforo era un guerriero appartenente a una rozza tribu di antropofagi; si chiamava Reprobo e nell’aspetto “dalla testa di cane” (come lo definiscono gli Atti) dimostrava vigoria e forza. Il particolare della cinocefalia ha indotto qualche critico moderno a vedere nelle leggende l’influsso di elementi della religione egiziana, presi specialmente dal mito del dio Anubis, o anche di Ermete ed Eracle. Narra ancora la leggenda che, entrato nell’esercito imperiale, Cristoforo si convertì al Cristianesimo e iniziò con successo fra i suoi commilitoni un’intensa propaganda. Denunziato, fu condotto davanti al giudice che lo sottopose a svariati supplizi. Due donne, Niceta e Aquilina, incaricate di corromperlo, furono da lui convertite e trasformate in apostole (nel Martirologio Romano sono menzionate come martiri al 24 luglio). Cristoforo prima fu battuto con verghe, in seguito colpito con frecce, poi gettato nel fuoco e, infine, decapitato. – Jacopo da Varagine (sec. XIII), con la sua Legenda Aurea, fu l’autore che in Occidente rese celebre Cristoforo; Secondo questo testo, egli era un giovane gigante che si era proposto di servire il signore più potente. Per questo fu successivamente al servizio di un re, di un imperatore, poi del demonio, dal quale apprese che Cristo era il più forte di tutti: di qui nacque il desiderio della conversione. Da un pio eremita fu istruito sui precetti della carità: volendo esercitarsi in tale virtù e prepararsi al battesimo, scelse un’abitazione nelle vicinanze di un fiume, con lo scopo di aiutare i viaggiatori a passare da una riva all’altra. Una notte fu svegliato da un grazioso fanciullo che lo pregò di traghettarlo; il santo se lo caricò sulle spalle, ma più s’inoltrava nell’acqua, più il peso del fanciullo aumentava e a stento, aiutandosi col grosso e lungo bastone, riuscì a guadagnare l’altra riva. Qui il bambino si rivelò come Cristo e gli profetizzò il martirio a breve scadenza. Dopo aver ricevuto il battesimo, Cristoforo si recò in Licia a predicare e qui subì il martirio. Come questa leggenda sia sorta è ancora oggi un problema insoluto. Si sono formulate alcune ipotesi: chi ritiene che il nome Cristoforo (= portatore di Cristo) abbia potuto suggerire la leggenda; chi suppone che l’iconografia (Cristoforo con Gesù sulle spalle) sia anteriore alla narrazione di Jacopo da Varagine, per cui la rappresentazione iconografica avrebbe ispirato il motivo leggendario. – La festa di Cristoforo in Occidente è celebrata il 25 luglio, in Oriente il 9 maggio. – Per quanto riguarda il folklore, è da notare come esso non sia diminuito nei tempi recenti, sebbene abbia subito, ovviamente, degli adattamenti. Se nel Medioevo Cristoforo era venerato come protettore dei viandanti e dei pellegrini prima di intraprendere itinerari difficili e pericolosi, oggi il santo è divenuto il protettore degli automobilisti, che lo invocano contro gli incidenti e le disgrazie stradali. Varie altre categorie si affidano alla sua tutela: i portalettere, gli atleti, i facchini, gli scaricatori e, in genere, coloro che esercitano un lavoro pesante ed esposto a vari rischi. La leggenda del bastone fiorito, dopo il trasporto di Gesù, ha contribuito a dichiararlo protettore dei fruttivendoli. Fu anche uno dei quattordici santi ausiliatori, di quei santi, cioè, invocati in occasione di gravi calamità naturali. Questa devozione sorse nel sec. XII e si sviluppò nel sec. XIV. Il patrocinio di Cristoforo era specialmente invocato contro la peste. La leggenda, inoltre, ispirò in Italia e in Francia poemetti e sacre rappresentazioni.

SANTA BARBARA

barbara

Esistono molte redazioni in greco e traduzioni latine della passio di Barbara; si tratta, però, di narrazioni leggendarie, il cui valore storico è molto scarso, anche perché vi si riscontrano non poche divergenze. In alcune passiones, infatti, il suo martirio è posto sotto l’impero di Massimino il Trace (235 – 38) o di Massimiano (286 – 305), in altre, invece, sotto quello di Massimino Daia (308 –13). Né maggiore concordanza esiste sul luogo di origine, poiché si parla di Antiochia, di Nicomedia e, infine, di una località denominata “Heliopolis”, distante 12 miglia da Euchaita, città della Paflagonia. Nelle traduzioni latine, la questione si complica maggiormente, perché per alcune di esse Barbara sarebbe vissuta nella Toscana, e, infatti, nel Martirologio di Adone si legge: “In Tuscia natale sanctae Barbarae virginis et martyris sub Maximiano imperatore”. Ci si trova, quindi, di fronte al caso di una martire il cui culto fino all’antichità fu assai diffuso, tanto in Oriente quanto in Occidente; invece, per quanto riguarda le notizie biografiche, si possiedono scarsissimi elementi: il nome, l’origine orientale, con ogni verisimiglianza l’Egitto, e il martirio. La leggenda, poi, ha arricchito con particolari fantastici, a volte anche irreali, la vita della martire: si tratta di particolari che hanno avuto un influsso sia sul culto come sull’iconografia. Il padre di Barbara, Dioscuro, fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio. Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi si immerse tre volte dicendo: “Battezzasi Barbara nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre, ma Barbara ne volle tre in onore della S.ma Trinità. Il padre, pagano, venuto a conoscenza della professione cristiana della figlia, decise di ucciderla, ma ella, passando miracolosamente fra le pareti della torre, riuscì a fuggire. Nuovamente catturata, il padre la condusse davanti al magistrato, affinché fosse tormentata e uccisa crudelmente. Il prefetto Marciano cercò di convincere Barbara a recedere dal suo proposito; poi, visti inutili i tentativi, ordinò di tormentarla avvolgendole tutto il corpo in panni rozzi e ruvidi, tanto da farla sanguinare in ogni parte. Durante la notte, continua il racconto seguendo uno schema comune alle leggende agiografiche, Barbara ebbe una visione e fu completamente risanata. Il giorno seguente il prefetto la sottomise a nuove e più crudeli torture: sulle sue carni nuovamente dilaniate fece porre piastre di ferro rovente. Una certa Giuliana, presente al supplizio, avendo manifestato sentimenti cristiani, venne associata al martirio: le fiamme, accese ai loro fianchi per tormentarle, si spensero quasi subito. Barbara, portata ignuda per la città, ritornò miracolosamente vestita e sana, nonostante l’ordine di flagellazione. Finalmente, il prefetto la condannò al taglio della testa; fu il padre stesso che eseguì la sentenza. Subito dopo un fuoco discese dal cielo e bruciò completamente il crudele padre, di cui non rimasero nemmeno le ceneri. L’imperatore Giustino, nel sec. VI, avrebbe trasferito le reliquie della martire dall’Egitto a Costantinopoli; qualche secolo più tardi i veneziani le trasferirono nella loro città e di qui furono recate nella chiesa di S. Giovanni Evangelista a Torcello (1009). Il culto della martire fu assai diffuso in Italia, probabilmente importato durante il periodo dell’occupazione bizantina nel sec. VI, e si sviluppò poi durante le Crociate. Se ne trovano tracce in Toscana, in Umbria, nella Sabina. A Roma, poi, secondo la testimonianza di Giovanni Diacono (Vita, IV,89), s. Gregorio Magno, quando ancora era monaco, amava recarsi a pregare nell’oratorio di S. Barbara. Il testo, però, ha valore solo per il IX sec.; comunque, è certo che in questo secolo erano stati costruiti oratori in onore di B., dei quali fa testimonianza il Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne, II, pp. 50, 116) nelle biografie di Stefano IV (816-17) e Leone IV (847-55). Barbara è particolarmente invocata contro la morte improvvisa (allusione a quella del padre, secondo la leggenda); in seguito la sua protezione fu estesa a tutte le persone che erano esposte nel loro lavoro al pericolo di morte istantanea, come gli artificieri, gli artiglieri, i carpentieri, i minatori; oggi è venerata anche come protettrice dei vigili del fuoco. Nelle navi da guerra il deposito delle munizioni è denominato “Santa Barbara”. – La festa di Barbara è celebrata il 4 dicembre.

SAN DIONIGI di Parigi

dionysius

Dionigi è citato in vari importanti documenti tutti datati intorno al V-VI secolo; come la ‘Vita di s. Genoveffa’ ove si dice che la santa verso il 475 costruì a Parigi la chiesa di s. Dionigi; lo storico-poeta Venanzio Fortunato, morto verso il 600, anch’egli annota nei suoi scritti la chiesa di s. Dionigi e un’altra esistente a Bordeaux; s. Gregorio di Tours (m. 594) nella sua ‘Historia Francorum’ racconta di Dionigi e il suo martirio. – Stranamente in questi antichi autori mancano notizie per i compagni di martirio e di apostolato di Dionigi vescovo, cioè Rustico prete ed Eleuterio diacono; i loro nomi compaiono per la prima volta nel secolo VI-VII nel ‘Martirologio Geronimiano’. – La prima ‘passio’ latina si ha nell’VIII secolo e posiziona al I secolo la venuta in Gallia di Dionigi e compagni, ma una seconda e terza ‘passio’ del IX sec. hanno creato un alone di leggenda intorno alla sua figura. Fu identificato con Dionigi l’Areopagita, convertito da s. Paolo e questa versione andò avanti per parecchio tempo, riportata peraltro in tanti documenti e codici; ma poi altri autorevoli testi e studi successivi hanno definitivamente divise le due figure, che si celebrano distintamente il 3 ottobre per l’Areopagita e il 9 ottobre per Dionigi di Parigi. – La versione più accreditata, lo indica come mandato da Roma insieme agli altri due compagni, ad evangelizzare nel III secolo, la Gallia, divenendo primo vescovo di Parigi che allora si chiamava Lutezia, organizzatore della prima comunità cristiana sulla Senna, e martire nel 270. – Resta il mistero del silenzio per tre secoli sulle figure di Eleuterio e Rustico, alcuni studiosi affermano che è usanza nel nominare una chiesa, di dire solo il nome del titolare principale; altri fanno l’ipotesi che Dionigi porta il nome del dio Dionisius che fra gli altri epiteti ha anche Eleutherius cioè Libero e inoltre esso era un dio che simboleggiava la natura, sempre percorrendo campi e foreste, quindi un nume rustico, da qui Rusticus. Con la confusione che ha distinto la storia dei nomi dei santi più antichi, si può supporre che non di compagni si tratti, ma di aggettivi, questo spiegherebbe il silenzio così lungo. Dionigi a causa delle leggende che l’hanno confuso con l’altro Dionigi l’Areopagita, si è portato con sé, tradizioni, culto e raffigurazioni, provenienti da quel periodo. – Così egli è raffigurato in tante chiese con statue, vetrate, bassorilievi, miniature, lezionari, pale d’altare, dipinti, in buona parte da solo, in vesti episcopali, spesso con la testa mozzata fra le mani; dopo l’VIII secolo è raffigurato anche insieme ad Eleuterio e Rustico. – L’iconografia è ricchissima, testimonianza della diffusione del culto a Parigi ed in tutta la Francia e poi nelle Colonie, essa rappresenta con dovizie di particolari, il processo davanti al governatore Sisinnio, il supplizio della graticola con le fiamme, la santa Comunione ricevuta da Gesù Cristo mentre era in carcere, soprattutto il martirio mediante decapitazione o rottura del cranio, avvenuta a Montmartre e con Dionigi che cammina da lì al luogo della sepoltura, con la testa portata da se stesso con le mani. – Il nome Dionigi e la variante francese Denis e Denise, è di ampia diffusione, mentre Dionisio e Dionisia è molto raro.

SANT’EUSTACHIO

eustachius

Il ricco, vittorioso generale Placido, benché pagano, era per sua natura una persona spinta a fare grandi beneficenze, come il centurione Cornelio. La leggenda racconta che un giorno (100-101) andando a caccia, inseguì un cervo di rara bellezza e grandezza e quando questi si fermò sopra una rupe e volgendosi all’inseguitore, aveva tra le corna una croce luminosa e sopra la figura di Cristo che gli dice: “Placido perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere”. – Riavutosi dallo spavento, il generale di Traiano decise di farsi battezzare prendendo il nome di Eustachio o Eustazio e con lui anche la moglie e i due figli con i nomi di Teopista, Teopisto e Agapio. – Ritornato sul monte, riascoltò la misteriosa voce che gli preannunciava che avrebbe dovuto dar prova della sua pazienza. E qui iniziano i guai, la peste gli uccide i servi e le serve e poi i cavalli e il bestiame; i ladri gli rubano tutto. – Decide di emigrare in Egitto, durante il viaggio non potendo pagare il nolo, si vede togliere la moglie dal capitano della nave che se n’era invaghito. Ridisceso a terra prosegue il viaggio a piedi con i figli, che gli vengono rapiti uno da un leone e l’altro da un lupo, ma poi salvati dagli abitanti del luogo; i due ragazzi crescono nello stesso villaggio senza conoscersi. – Rimasto solo, Eustachio si stabilisce in un villaggio vicino chiamato Badisso, guadagnandosi il pane come guardiano, sta lì per 15 anni, finché avendo i barbari violati i confini dell’Impero, Traiano lo manda a cercare per riportarlo a Roma. Di nuovo comandante delle truppe, arruola soldati da ogni luogo; così fra le reclute finiscono anche i suoi due figli, robusti e ben educati, al punto che Eustachio sempre non riconoscendoli, li nomina sottufficiali, tenendoli presso di sé. – Vinta la guerra, le truppe sostano per un breve riposo in un piccolo villaggio, proprio quello in cui vive coltivando un orto, Teopista, che era rimasta sola dopo la morte del capitano della nave e abitando in una povera casupola; i due sottufficiali le chiedono ospitalità, e nel raccontarsi le loro vicissitudini, finiscono per riconoscersi come fratelli, anche Teopista li riconosce ma non lo dice, finché il giorno dopo presentatasi al generale, per essere aiutata a rientrare in patria, riconosce il marito, segue un riconoscimento fra tutti loro e così la famiglia si ricompone. – Intanto morto Traiano, gli era succeduto Adriano (117), il quale accoglie il vincitore dei barbari con feste e trionfi. Però il giorno dopo si doveva partecipare al rito di ringraziamento nel tempio di Apollo ed Eustachio si rifiuta essendo cristiano; l’imperatore per questo lo condanna al circo insieme ai suoi familiari (140); ma il leone per quanto aizzato non li tocca nemmeno e allora vengono introdotti vivi in un bue di bronzo arroventato, morendo subito, ma il calore non brucia loro nemmeno un capello. – I cristiani recuperano i corpi e gli danno sepoltura, in questo luogo dopo la pace di Costantino (325) fu eretto un oratorio, dove venivano celebrati il 1° novembre. – Questa leggenda ebbe una diffusione straordinaria nel Medioevo e ci è pervenuta in molte redazioni e versioni greche, latine, orientali e lingue volgari, quasi tutte le europee, diverse nei particolari ma concordanti nella sostanza. – Il culto per il martire Eustachio e familiari è antichissimo e innumerevoli sono le chiese, citazioni, racconti, documenti, ecc. in cui compare il suo nome, già agli inizi del secolo VIII. La sua festa inizialmente al 1° novembre fu spostata al 2 novembre, quando fu istituita la festa di Tutti i Santi e poi dopo l’inserimento della Commemorazione dei Defunti, fu spostata al 20 settembre, data che compare già negli evangeliari dalla metà del sec. VIII. -È protettore dei cacciatori e guardiacaccia e della città di Matera. Il nome deriva dal greco ‘Eystachios’ e significa “producente molte e buone spighe”. Si invoca per essere protetti dal fuoco, e soprattutto dal “fuoco eterno” dell’inferno.

TRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE

6 AGOSTO

TRASFIGURAZIONE DI NOSTRO SIGNORE

[Dom Guéranger: “L’anno liturgico”, vol. II]

transfiguratione

« O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del tuo Unigenito confermasti con la testimonianza dei patriarchi i misteri della fede, e con la voce uscita dalla nube luminosa proclamasti mirabilmente la perfetta adozione dei figli, concedici, nella tua bontà, di divenire coeredi della gloria e partecipi della medesima » (Colletta del giorno). – Nobile formula, che riassume la preghiera della Chiesa e ci presenta il suo pensiero in questa festa di testimonianza e di speranza.

Senso del mistero.

Ma è bene osservare subito che la memoria della gloriosa Trasfigurazione è già stata fatta due volte nel Calendario liturgico: la seconda Domenica di Quaresima e il Sabato precedente. Che cosa significa ciò, se non che la solennità odierna ha come oggetto, più che il fatto storico già noto, il mistero permanente che vi si ricollega, e più che il favore personale che onorò Simon Pietro e i figli di Zebedeo, il compimento dell’augusto messaggio di cui essi furono allora incaricati per la Chiesa? Non parlate ad alcuno di questa visione, fino a quando il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti (Mt. XVII, 9). La Chiesa, nata dal costato squarciato dell’Uomo-Dio sulla croce, non doveva incontrarsi con Lui faccia a faccia quaggiù; e quando, risuscitato dai morti, avrebbe sigillato la sua alleanza con lei nello Spirito Santo, solo della fede doveva alimentarsi il suo amore. Ma, per la testimonianza che supplisce la visione, nulla doveva mancare alle sue legittime aspirazioni di conoscere.

La scena evangelica.

A motivo di ciò, appunto per lei, in un giorno della sua vita mortale, ponendo tregua alla comune legge di sofferenza e di oscurità che si era imposta per salvare il mondo, Egli lasciò risplendere la gloria che colmava la sua anima beata. Il Re dei Giudei e dei Gentili (Inno dei Vespri) si rivelava sul monte dove il suo pacifico splendore eclissava per sempre i bagliori del Sinai; il Testamento dell’eterna alleanza si manifestava, non più con la promulgazione d’una legge di servitù incisa sulla pietra, ma con la manifestazione del Legislatore stesso, che veniva sotto le sembianze dello Sposo a regnare con la grazia e lo splendore sui cuori (Sal. XLIV, 5). La profezia e la legge, che prepararono le sue vie nei secoli dell’attesa, Elia e Mosè, partiti da punti diversi, si incontravano accanto a lui come fedeli corrieri al punto di arrivo; facendo omaggio della loro missione al comune Signore, scomparivano dinanzi a lui alla voce del Padre che diceva: “Questi è il mio Figlio diletto!” Tre testimoni, autorizzati più di tutti gli altri, assistevano a quella scena solenne: il discepolo della fede, quello dell’amore, e l’altro figlio di Zebedeo che doveva per primo sigillare con il sangue la fede e l’amore apostolico. Conforme all’ordine dato e alla convenienza, essi custodirono gelosamente il segreto, fino al giorno in cui colei che ne era interessata potesse per prima riceverne comunicazione dalle loro bocche predestinate.

Data della festa.

Fu proprio quel giorno eternamente prezioso per la Chiesa? Parecchi lo affermano. Certo, era giusto che il suo ricordo fosse celebrato di preferenza nel mese dell’eterna Sapienza: Splendore della luce increata, specchio immacolato dell’infinita bontà (Verso alleluiatico; cfr. Sap. VII, 26). -Oggi, i sette mesi trascorsi dall’Epifania manifestano pienamente il mistero il cui primo annuncio illuminò di così dolci raggi il Ciclo ai suoi inizi; per la virtù del settenario qui nuovamente rivelata, gli inizi della beata speranza [S. Leone: Il Discorso sull’Epifania] sono cresciuti al pari dell’Uomo-Dio e della Chiesa; e quest’ultima, stabilita nella pace del pieno sviluppo che l’offre allo Sposo (Cant. VIII 10), chiama tutti i suoi figli a crescere come lei mediante la contemplazione del Figlio di Dio fino alla misura dell’età perfetta di Cristo (Ef. IV, 13). Comprendiamo dunque perché vengano riprese in questo giorno, nella sacra Liturgia, formule e cantici della gloriosa Teofania. Sorgi, 0 Gerusalemme; sii illuminata; poiché è venuta la tua luce, e la gloria del Signore s’è levata su di te (I Responsorio di Mattutino; cfr. Is. LX, 1). Sul monte, infatti, insieme con il Signore viene glorificata la sua Sposa, che risplende anch’essa della luce di Dio (Capitolo di nona; cfr. Apoc. XXI, 11).

Le vesti di Gesù.

Mentre infatti « il suo volto risplendeva come il sole – dice di Gesù il Vangelo – le sue vesti divennero bianche come la neve » (Mt. XVII, 2). Ora quelle vesti, d’un tale splendore di neve – osserva san Marco – che nessun tintore potrebbe farne di così bianche sulla terra (Mc. IX, 2), che altro sono se non i giusti, inseparabili dall’Uomo-Dio e suo regale ornamento, se non la tunica inconsutile, che è la Chiesa, e che Maria continua a tessere al suo Figliuolo con la più pura lana e con il più prezioso lino? Sicché, per quanto il Signore, attraversato il torrente della sofferenza, sia personalmente già entrato nella sua gloria, il mistero della Trasfigurazione non sarà completo se non allorché l’ultimo degli eletti, passato anch’egli attraverso la laboriosa preparazione della prova e gustata la morte, avrà raggiunto il Capo nella sua resurrezione. O volto del Salvatore, estasi dei cieli, allora risplenderanno in te tutta la gloria, tutta la bellezza e tutto l’amore. Manifestando Dio nella diretta rassomiglianza del suo Figliuolo per natura, tu estenderai le compiacenze del Padre al riflesso del suo Verbo che costituisce i figli di adozione, e che vagheggia nello Spirito Santo fino alle estremità del manto che riempie il tempio (Is. VI, 1).

Il mistero dell’adozione divina.

Secondo la dottrina di san Tommaso, infatti (III, qu. 45, art.4), l’adozione dei figli di Dio, che consiste in una conformità di immagine con il Figlio di Dio per natura (Rom. 8, 29-30), si opera in duplice modo: innanzitutto per la grazia di questa vita, ed è la conformità imperfetta; quindi per la gloria della patria, ed è la conformità perfetta, secondo le parole di san Giovanni: « Ora noi siamo figli di Dio; ma non si è manifestato ancora quel che saremo. Sappiamo che quando si manifesterà saremo simili a Lui, perché lo vedremo quale Egli è » (I Gv. 3, 2). Le parole eterne: Tu sei il mio Figliuolo, oggi io ti ho generato (Sal. II, 7) hanno due echi nel tempo, nel Giordano e sul Tabor; e Dio, che non si ripete mai (Giobbe 33, 14) non ha in ciò fatto eccezione alla regola di dire una sola volta quello che dice. Poiché, per quanto i termini usati nelle due circostanze siano identici, non tendono però allo stesso fine – dice sempre san Tommaso – ma a mostrare quel modo diverso in cui l’uomo partecipa alla rassomiglianza con la filiazione eterna. Nel battesimo del Signore, in cui fu dichiarato il mistero della prima rigenerazione, come nella sua Trasfigurazione che ci manifesta la seconda, apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce intesa, il Figlio nella sua umanità, lo Spirito Santo prima sotto forma di colomba e quindi nella nube risplendente; poiché se, nel Battesimo, Egli conferisce l’innocenza indicata dalla semplicità della colomba, nella resurrezione concederà agli eletti lo splendore della gloria e il ristoro di ogni male, che sono significati dalla nube luminosa (III, qu. 45, ad 1 et 2).

Insegnamento dei padri.

« Saliamo il monte – esclama sant’Ambrogio; – supplichiamo il Verbo di Dio di mostrarsi a noi nel suo splendore e nella sua magnificenza; che fortifichi se stesso e progredisca felicemente, e regni nelle anime nostre (Sal. XLIV). Alla tua stregua infatti, o mistero profondo, il Verbo diminuisce o cresce in te. Se tu non raggiungi quella vetta più elevata dell’umano pensiero, non ti appare la Sapienza; il Verbo si mostra a te come in un corpo senza splendore e senza gloria » (Comm. su san Luca, 1. VII, 12). – Se la vocazione che si rivela per te in questo giorno é così santa e sublime (VII Responsorio di Mattutino; cfr. Tim. I, 9-10), «adora la chiamata di Dio – riprende a sua volta Andrea da Creta (Discorso sulla Trasfigurazione): – non ignorare te stesso, non disdegnare un dono così sublime, non ti mostrare indegno della grazia, non essere tanto pusillanime nella tua vita da perdere questo celeste tesoro. Lascia la terra alla terra, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti (Mt. VIII, 22); disprezzando tutto ciò che passa, tutto ciò che muore con il secolo e con la carne, segui fino al cielo senza mai separartene Cristo che per te compie il suo cammino in questo mondo. Aiutati con il timore e con il desiderio, per sfuggire alla caduta e conservare l’amore. Donati interamente; sii docile al Verbo nello Spirito Santo, per raggiungere quel fine beato e puro che é la tua deificazione, con il gaudio di indescrivibili beni. Con lo zelo delle virtù, con la contemplazione della verità, con la sapienza, arriva alla Sapienza principio di tutto e in cui sussistono tutte le cose» (Col. I, 16-17).

Storia della festa.

Gli Orientali celebrano questa festa da lunghi secoli. La vediamo fin dagli inizi del secolo IV in Armenia, sotto il nome di « splendore della rosa », “rosae coruscatio”, sostituire una festa floreale in onore di Diana, e figura tra le cinque feste principali della Chiesa armena. I Greci la celebrano nella settima Domenica dopo Pentecoste, benché il loro Martirologio ne faccia menzione il 6 di agosto. In Occidente, viene celebrata soprattutto dal 1457, data in cui il Papa Callisto III promulgò un nuovo Ufficio e la rese obbligatoria in ringraziamento della vittoria riportata l’anno precedente dai Cristiani sui Turchi, sotto le mura di Belgrado. Ma questa festa era già celebrata in parecchie chiese particolari. Pietro il Venerabile, abate di Cluny, ne aveva prescritto la celebrazione in tutte le chiese del suo Ordine quando Cluny ebbe preso possesso, nel secolo XII, del monte Thabor.

La benedizione delle uve.

Vige l’usanza, presso i Greci come presso i Latini, di benedire in questo giorno le uve nuove. Questa benedizione si compie durante il santo Sacrifìcio della Messa, al termine del « Nobis quoque peccatoribus». I Liturgisti, insieme con Sicardo di Cremona, ci hanno spiegato la ragione di tale benedizione in un simile giorno: « Siccome la Trasfigurazione si riferisce allo stato che dev’essere quello dei fedeli dopo la Resurrezione, si consacra il Sangue del Signore con vino nuovo, se è possibile averne, onde significare quanto è detto nel Vangelo: “Non berrò più di questo frutto della vite, fino a quando non ne beva del nuovo insieme con voi nel regno del Padre mio” » (Mt. XXVI, 29). – Terminiamo con la recita dell’Inno di Prudenzio, che la Chiesa canta nei Vespri ed al Mattutino di questo giorno:

INNO

O tu che cerchi Cristo, leva gli occhi in alto; ivi scorgerai il segno della sua eterna gloria. La luce che risplende manifesta Colui che non conosce termine, il Dio sublime, immenso, senza limiti, la cui durata precede quella del cielo e del caos. – Egli è il Re delle genti, il Re del popolo giudaico, e fu promesso al patriarca Abramo e alla sua stirpe per tutti i secoli. – I Profeti sono i suoi testimoni, e sotto la loro garanzia, testimone egli stesso, il Padre ci ordina di ascoltarLo e di credere in Lui. Gesù, sia gloria a Te che Ti riveli agli umili, a Te insieme con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

1 AGOSTO: SAN PIETRO IN VINCOLI

San PIETRO IN VINCOLI – 1 AGOSTO.

catene S. Pietro

L’anno 42 di Cristo, Erode Agrippa, dopo aver fatto decapitare S. Giacomo il Maggiore, dietro l’approvazione del popolo, fece pure imprigionare S. Pietro con intento di darglielo nelle mani la prossima festa di Pasqua. Venuti a conoscenza del fatto, i cristiani di Gerusalemme ne furono assai desolati e radunatisi nella casa di Maria, madre di Giovanni Marco, cominciarono a far fervida orazione al Signore per la di lui liberazione. Era già la notte che precedeva la festa ed essi ancora vi perseveravano in digiuni e preghiere. Nel tempo stesso ecco che un Angelo del Signore appare nella prigione ove stava legato Pietro, lo tocca al lato destro e gli dice: “Presto, levati”: ed all’istante le catene gli cadono dalle mani e dai piedi, cosicché si vede libero. E l’Angelo gli dice ancora: “Cingiti e legati i sandali; indossa il mantello e seguimi”. Pietro stupito a tal prodigio segue il celeste Nunzio in un barlume di luce senza pur sapersi dar ragione dell’avvenuto. I due, passati la porta della prigione, uscirono da quella che metteva in città e trovatisi all’imbocco della prima via la celeste guida disparve. – Pietro allora, svegliatosi come da un sogno, rientrò in se stesso e conobbe qual era il miracolo, onde lodando Dio esclamò: « Or veramente riconosco che il Signore ha mandato il suo Angelo e mi ha liberato dalle mani di Erode e dall’attesa del popolo dei Giudei ». Le quali parole piene di gaudio e di riconoscenza ci dimostrano l’ardente cuore di quel Pietro che uscito dall’atrio di Anna, pianse amaramente il rinnegamento del Maestro. – Quindi continuando la strada giunse in breve alla casa di Maria, ove si pregava incessantemente per la sua liberazione. – Bussò la porta ed al rumore accorse una fanciulla di nome Rode, la quale, avendo udito la voce di Pietro, per la gioia, senza neppure aprire, ritornò ad annunziare agli altri la venuta del loro pastore. Quelli esitarono al lieto annunzio, ma poi essendo andati ad aprire constatarono la felice realtà dei loro desideri e dei loro voti. E Pietro entrato in casa, raccontò quanto il Signore aveva operato per liberarlo, ordinando di annunziarlo anche agli altri fratelli. – Le miracolose catene colle quali fu legato S. Pietro, venute poi in possesso dei cristiani, rimasero per molto tempo a Gerusalemme, in grande venerazione di tutti; ma nel 439 Eudossia moglie di Teodosio, ne mandò una a sua figlia in Roma, che fu donata al Papa. L’altra pure non molto tempo dopo fu unita a questa per divina volontà e si dice che appena furono toccate assieme per miracolo si congiunsero da non mai più separarsi. – Non sono a dirsi i prodigi e le guarigioni che esse operarono ed operano tuttora: i fedeli le venerano come le reliquie dei Santi, e tutti coloro che si recano a Roma non tralasciano certamente di visitarle e pregare innanzi ad esse.

FRUTTO. — La Chiesa quest’oggi ci invita a pregare il Signore, affinché ci liberi dal vincolo dei nostri peccati, ma non dimenticheremo certo di pregare anche per il Sommo Pontefice, il Papa (quello “vero”), domandando a Dio la sua conservazione e la liberazione dai suoi nemici.

PREGHIERA. — O Signore, che hai sciolto dalle catene il beato apostolo Pietro e ne l’hai tratto illeso, ti preghiamo di sciogliere i vincoli dei nostri peccati, e siaci propizio nell’escludere da noi ogni sorta di male. Cosi sia. [da;: “I Santi”; Alba-Roma, 1933]

Catene che liberano.

Facendo un Dio dell’uomo che l’aveva asservita, Roma consacrò il mese di agosto alla memoria di Cesare Augusto. Quando Cristo l’ebbe liberata, essa pose come monumento della libertà riconquistata in capo allo stesso mese la festa delle catene che Pietro Vicario di Cristo aveva portate per infrangere le sue. – O Divina Sapienza, che regni su questo mese, tu non potevi inaugurare in modo più autentico il tuo impero. Forza e dolcezza insieme sono l’attributo delle tue opere (Sap. VIII, 1), e appunto nella debolezza dei tuoi eletti tu vinci i potenti (I Cor. i, 18-31). Tu stessa per darci la vita, avevi accettato la morte; per riscattare la terra a lui affidata, Simone figlio di Giovanni è diventato prigioniero. Dapprima Erode e più tardi Nerone, hanno fatto conoscere quale fosse il prezzo della promessa ch’egli ricevette, un giorno, di legare e di sciogliere sulla terra come in cielo (Mt. 16, 19): doveva in cambio portare l’amore del Pastore supremo fino a lasciarsi al pari di Lui (Gv. XVIII, 12) caricare di catene per il gregge e condurre dove egli non voleva (ibid. XXI, 15-18). Catene gloriose, che non farete mai tremare nemmeno i successori di Pietro, voi sarete di fronte agli Erodi, ai Neroni e ai Cesari di tutti i tempi la garanzia della libertà delle anime. Di quale venerazione dunque vi onora il popolo cristiano!

Le catene degli Apostoli Pietro e Paolo.

Gli anelli che avevano stretto il braccio del Dottore delle genti, furono anch’essi raccolti dopo il suo martirio. Da Antiochia, san Giovanni Crisostomo, che desiderava andare a Roma per venerarli, esclamava: « Che vi è di più magnifico di quelle catene? Prigioniero per Cristo è un nome più bello che apostolo, evangelista o dottore. – Essere legati per Cristo è meglio che abitare i cieli: sedere sui dodici troni (Mt. XIX, 28) è un onore meno sublime. Chi ama mi comprende, ma chi mai penetrò queste cose come il santissimo coro degli Apostoli? – Per parte mia, se mi si desse da scegliere fra quei ferri e tutto il cielo, non esiterei; poiché in essi sta la felicità. Io vorrei ora trovarmi nei luoghi dove si dice che sono ancora custodite le catene di quegli uomini meravigliosi. Se mi fosse dato di essere libero dalle cure di questa chiesa, di avere un po’ di salute, non indugerei a intraprendere questo viaggio per vedere solo la catena di Paolo. Se mi si dicesse: Che cosa preferisci essere: l’Angelo che liberò Pietro o Pietro incatenato? io preferirei essere Pietro, a motivo delle sue catene » (Vili Omelia sull’Epistola agli Efesini). – Pur sempre venerata nell’augusta basilica che custodisce la sua tomba, la catena di Paolo non è divenuta tuttavia come quelle di Pietro oggetto d’una festa speciale nella Chiesa. Questa distinzione era dovuta alla preminenza di colui che fu il solo a ricevere le Chiavi del Regno dei cieli e che è il solo a continuare attraverso i suoi successori a legare e a sciogliere sovranamente. La raccolta delle lettere di san Gregorio Magno testimonia come, nel secolo vi fosse universalmente diffuso il culto delle sante catene, alcune particelle delle quali, racchiuse in chiavi d’argento o d’oro, formavano il più ricco dono che i Sommi Pontefici avessero l’usanza di offrire alle chiese illustri e ai principi che essi volevano onorare. Costantinopoli, in un’epoca piuttosto incerta, fu anch’essa dotata di qualche porzione di quei preziosi legami; ne fissò la festa al 16 gennaio, esaltando in quella circostanza nell’Apostolo Pietro il detentore della prima Sede, il fondamento della fede, la base incrollabile dei dogmi (Menei).

La gloriosa prigionia.

« Metti i tuoi piedi nei ceppi della Sapienza, e il tuo collo nelle sue catene – diceva profeticamente lo Spirito durante l’antica alleanza; – non avere in uggia i suoi legami: perché alla fine troverai in lei il riposo, ed essa diventerà il tuo diletto, e i suoi ceppi saranno tua valida protezione e base di virtù, la sua catena una veste di gloria, e i suoi legami la salvezza » (Eccli. VI, 25-32). E la Sapienza incarnata, applicandoti essa stessa l’oracolo, o Principe degli Apostoli, annunciava che in testimonianza del tuo amore sarebbe venuto il giorno in cui avresti realmente conosciuto la costrizione e le catene (Gv. XXI, 18). La prova, o Pietro, fu convincente per quella Sapienza eterna che proporziona le sue esigenze alla misura del proprio amore (Eccli. IV, 17-22). Ma anche tu l’hai trovata fedele: nei giorni della terribile battaglia in cui volle mostrare la sua potenza nella tua debolezza, essa non ti abbandonò nei ceppi (Sap. X, 12-14); appunto sulle sue braccia tu dormivi di un sonno così tranquillo nella prigione di Erode (Atti XII, 6); discesa con te nella ossa di Nerone (Sap. X, 13) ti tenne fedele compagnia fino all’ora in cui, soggiogando all’oppresso gli stessi persecutori, pose nelle tue mani lo scettro e sulla tua fronte la triplice corona.

Preghiera per la liberazione.

Dal trono su cui siedi con l’Uomo-Dio nei cieli (Apoc. III, 21), come l’hai seguito quaggiù nella prova e nell’angoscia (Lc. XXII, 28), sciogli le nostre catene che purtroppo non hanno nulla che le avvicini alla gloria delle tue: spezza i ferri del peccato che ci riportano sempre a Satana, gli attacchi di tutte le passioni che ci impediscono di trovare il nostro sbocco in Dio. Il mondo, più che mai schiavo nell’ingorgo delle sue false libertà che gli fanno dimenticare l’unica vera libertà, ha più bisogno di riscatto che non al tempo dei Cesari pagani: tu che solo puoi esserlo, sii una volta ancora il suo liberatore. Che soprattutto Roma, caduta più in basso perché è stata precipitata da un’altezza maggiore, provi nuovamente la virtù di emancipazione che risiede nelle tue catene; esse sono diventate per i suoi fedeli un segno di unione nelle ultime prove (i); fa’ che si realizzino le parole dette un tempo dai suoi poeti, che « stretta da quelle catene essa sarebbe stata sempre libera ». [Dom Guéranger: “l’anno liturgico”, vol.II]

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In questo giorno e in tutti i successivi mettiamoci, da veri Cattolici, in preghiera costante per ottenere, con digiuni, penitenze ed invocazioni, come già gli Apostoli con S. Pietro, la liberazione del santo Vicario di Cristo in esilio, come profetizzato dalla SS. Vergine Maria a La Salette e a Fatima: “… Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo” – “… la Chiesa sarà eclissata” [La Salette]; “… satana effettivamente riuscirà ad introdursi fino alla sommità della Chiesa” [Fatima]. Al Signore è possibile tutto, anche scalzare, e quanto meno se lo aspetta, il “giullare” della sinagoga satanica dei deicidi, il rappresentante dei M.A.M. (Marrani, Apostati, Modernisti), usurpante il Trono e la Sede Apostolica. La SS. Vergine ha promesso e non mente: “Ed il mio Cuore Immacolato trionferà”!

SANT’ANNA, MADRE DELLA BEATA VERGINE MARIA

26 LUGLIO

SANT’ANNA, MADRE DELLA BEATA VERGINE MARIA

[Dom Guéranger: L’anno liturgico, vol. II]

S. Anna

L’avola di Gesù.

Unendo il sangue dei re a quello dei pontefici, Anna appare ancor più gloriosa della sua ineguagliabile discendenza. La più nobile di tutte le donne che concepirono in virtù del Crescete e moltiplicatevi dei primi giorni (Gen. 1, 28), ad essa si arresta, come giunta al suo vertice, come alla soglia di Dio, la legge di generazione di ogni carne, poiché dal suo frutto deve uscire Dio stesso, figlio unicamente quaggiù della Vergine benedetta, e insieme nipote di Anna e di Gioacchino. – Prima di essere favoriti della più sublime benedizione che unione umana dovesse ricevere, i due santi avoli del Verbo fatto carne conobbero l’angoscia che purifica l’anima. Alcune tradizioni la cui espressione, insieme con particolari di scarsissimo valore, risale alle origini stesse del cristianesimo, ci mostrano gli insigni sposi sottoposti alla prova d’una lunga sterilità, soggetti per quel motivo al disprezzo del loro popolo, Gioacchino respinto dal tempio che va a nascondere la sua tristezza nel deserto, e Anna rimasta sola a piangere la sua vedovanza é la sua umiliazione. Quale squisito sentimento in questo racconto, paragonabile ai più stupendi che ci abbiano conservato i Libri Santi! « Era il giorno d’una grande festa del Signore. Anna, non ostante la sua estrema angoscia, depose le sue vesti di lutto, si ornò il capo e si vestì della sua veste nuziale. E verso la nona ora discese nel giardino per passeggiare; e vedendo un lauro, sedé alla sua ombra ed effuse la sua preghiera al cospetto del Signore Iddio, dicendo: “Dio dei miei padri, benedicimi ed esaudisci le mie suppliche, così come hai benedetto Sarà e le hai dato un figlio!» E levando gli occhi al cielo vide sul lauro un nido di passeri, e gemendo disse: Oh! Quale seno mi ha portata, perché io fossi così la maledizione in Israele?»A chi paragonarmi? Non posso paragonarmi agli uccelli del cielo, poiché gli uccelli sono benedetti da te, o Signore.» A chi paragonarmi? Non posso paragonarmi agli animali della terra, poiché anch’essi sono fecondi al tuo cospetto.» A chi paragonarmi? Non posso paragonarmi alle acque, poiché esse non sono sterili al tuo cospetto, e i fiumi e gli oceani ricolmi di pesci ti lodano quando sono agitati o quando scorrono pacificamente.» A chi paragonarmi? Non posso paragonarmi nemmeno alla terra, poiché anche la terra porta i suoi frutti al tempo stabilito, e ti benedice, o Signore ».

Nascita della Madonna.

« Or ecco sopraggiungere un Angelo del Signore che le disse: Anna, Dio ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai, e il tuo frutto sarà celebrato in ogni terra abitata.» E giunto il tempo, Anna diede alla luce una figlia, e disse: La mia anima è magnificata in quest’ora. E chiamò la figlia Maria; e dandole il seno, intonò questo cantico al Signore:» Canterò la lode del Signore mio Dio, poiché egli mi ha visitata, ha allontanato da me l’obbrobrio, e mi ha dato un frutto di giustizia. Chi annuncerà ai figli di Ruben che Anna è divenuta feconda? Ascoltate, ascoltate, o dodici tribù: ecco che Anna allatta! » (Protovang. Di Giacomo). – La festa di Gioacchino, che la Chiesa ha posta dopo la festa dell’Assunzione della sua beata figlia, ci permetterà di completare presto l’esposizione così dolce di prove e di gaudi che furono anche i suoi. Avvertito dal cielo di lasciare il deserto, aveva incontrato la sposa sotto la porta Dorata che dà accesso al tempio dal lato orientale. – Non lontano, presso la piscina Probatica, dove gli agnelli destinati all’altare lavavano la loro candida lana prima di essere offerti al Signore, si eleva oggi la restaurata basilica di sant’Anna, chiamata in origine Santa Maria della Natività. È qui che, nella serenità del paradiso, germogliò sul tronco di Jesse il benedetto ramoscello salutato dal Profeta (Is. XI, 1) e che doveva portare il divin fiore sbocciato nel seno del Padre da prima dei secoli. Sephoris, patria di Anna, e Nazareth dove visse Maria, disputano, è vero, alla Città santa l’’onore che reclamano qui per Gerusalemme antiche e costanti tradizioni.- Ma i nostri omaggi certo non potrebbero deviare quando si rivolgono in questo giorno alla beata Anna, vera terra incontrastata dei prodigi il cui ricordo rinnova il gaudio del cielo, il furore di satana e il trionfo del mondo.

Anna, Santuario dell’Immacolata.

 Nell’aureola di incomparabile pace che la circonda, salutiamo in essa anche la terra di vittoria che oscura tutti i più famosi campi di battaglia: santuario dell’Immacolata Concezione, qui fu ripresa dalla nostra stirpe umiliata la grande battaglia (Apoc. 12, 7-9) iniziata presso il trono di Dio dalle celesti falangi; qui il drago scacciato dal cielo si vide schiacciare il capo, e Michele superato nella gloria lascia felice alla dolce sovrana che in dal suo destarsi all’esistenza si rivelava tale, il comando degli eserciti del Signore. – Qual labbro umano potrà descrivere l’ammirato stupore degli angelici Principati, allorché la serena compiacenza della Santissima Trinità, passando dagli ardenti Serafini fino alle ultime schiere dei nove cori, fece chinare i loro sguardi di fuoco alla contemplazione della santità sbocciata d’un tratto nel seno di Anna? Il Salmista aveva detto della Città gloriosa le cui fondamenta si celano in colei che prima fu sterile: “Le sue fondamenta sono poste sui monti santi” (Psal. LXXXVI, 1); e le gerarchie celesti che coronano i pendii dei colli eterni scoprono qui altezze ignote che esse mai raggiunsero, vette che si avvicinano tanto alla divinità che questa già si appresta a porvi il suo trono. – Come Mose alla vista del roveto ardente sull’Horeb, esse sono prese da un sacro terrore, riconoscendo al deserto del nostro mondo da nulla il monte di Dio, e comprendono che l’afflizione d’Israele sta per cessare (Es. III, 1-10). Per quanto sotto la nube che ancora la copre, Maria nel seno di Anna è infatti già quel monte benedetto la cui base, il punto di partenza della grazia, sorpassa i fastigi dei monti dove le più sublimi santità create trovano il loro compimento nella gloria e nell’ amore.

Santità di Anna.

Oh, come giustamente dunque Anna, per il suo nome, significa “grazia”, essa che, per nove mesi, fu il luogo delle supreme compiacenze dell’Altissimo, dell’estasi dei purissimi spiriti, e della speranza di ogni carne! Senza dubbio fu Maria, la figlia e non la madre, che col suo profumo attrasse fin d’allora con tanta forza i cieli verso le nostre umili regioni. Ma è proprio del profumo di impregnare di sé innanzitutto il vaso che lo conserva e di lasciarvi anche quando ne è stato estratto, il suo aroma. Non è del resto usanza che anche quel vaso sia preparato con mille cure in precedenza, che venga scelto tanto più puro e di tanta più nobile materia, e sia rivestito di tanti più ricchi ornamenti quanto più squisita e rara è l’essenza che ci si propone di versarvi? Così Maria di Betania racchiudeva il suo prezioso nardo nell’alabastro (Mc. XIV, 3). Non crediamo che lo Spirito Santo, il Quale presiede alla composizione dei profumi del cielo, abbia potuto avere di tutto ciò minor cura degli uomini?

Compito materno di Anna.

Ora il compito della beata Anna fu lungi dal limitarsi, come fa il vaso per il profumo, a contenere passivamente il tesoro del mondo. Dalla sua carne prese un corpo colei in cui Dio a sua volta prese carne; dal suo latte fu nutrita; dalla sua bocca, per quanto fosse inondata direttamente della luce divina, ricevette le prime e pratiche nozioni della vita. Anna ebbe nell’educazione della sua sublime Figlia la parte di ogni madre; non solo ne guidò i primi passi, quando Maria dovette lasciare le sue ginocchia, ma fu veramente la cooperatrice dello Spirito Santo nella formazione di quell’anima e nella preparazione dei suoi ineguagliabili destini.

Patrocinio di Anna.

“Sic fingit tabernaculum Deo”, così essa ha creato un tabernacolo a Dio: era l’iscrizione che recavano, attorno all’immagine di Anna che ammaestrava Maria, i distintivi dell’antica corporazione degli ebanisti e dei falegnami la quale considerando la confezione dei tabernacoli delle nostre chiese dove Dio si degna di abitare come la loro opera più nobile, aveva preso sant’Anna come patrona e modello sublime. Felici tempi in cui quella che si suole chiamare la ingenua semplicità dei nostri padri andava così oltre nella comprensione pratica dei misteri che la stolta infatuazione dei loro figli si gloria di ignorare! – I lavori di fuso, di tessitura, di cucito, di ricamo, le cure dell’amministrazione domestica, decoro della donna forte esaltata nel libro dei Proverbi (Prov. XXXI, 10-31) radunarono naturalmente anche a quei tempi le madri di famiglia, le padrone di casa, le lavoratrici degli abiti sotto la diretta protezione della santa sposa di Gioacchino.- Più d’una volta, quelle che il cielo faceva passare attraverso la prova dolorosa che, sotto il nido di passeri, aveva dettato la commovente preghiera della beata madre di Maria, esperimentarono il suo potere d’intercessione per attirare anche sulle altre donne la benedizione del Signore.

Il culto in Oriente.

L’Oriente precede l’Occidente nel culto pubblico all’avola del Messia. Verso la metà del secolo vi, Costantinopoli le dedicava una chiesa. Il Typicon di san Saba riporta la sua commemorazione liturgica tre volte nell’anno: il 9 settembre, insieme con lo sposo Gioacchino; il 9 dicembre, in cui i Greci, che ritardavano di un giorno rispetto ai Latini la solennità dell’Immacolata Concezione della Vergine, celebrano tale festa con una motivazione che ricorda più direttamente la parte avuta da Anna al mistero; e infine il 25 luglio, che è chiamato Dormizione o morte preziosa di sant’Anna, madre della santissima Madre di Dio: sono le stesse espressioni che doveva adottare in seguito il Martirologio romano.

Il culto in Occidente.

Se Roma, sempre più riservata, autorizzò solo molto più tardi l’introduzione nelle Chiesa latina d’una festa liturgica di sant’Anna, non aveva tuttavia atteso per indirizzare in tal senso e incoraggiare la pietà dei fedeli. Fin dal tempo di san Leone III (795-806) e per espresso ordine dell’illustre Pontefice, veniva rappresentata la storia di Anna e di Gioacchino sui paramenti sacri destinati alle più illustri basiliche della Città eterna. L’ordine dei Carmelitani, così devoto di sant’Anna, contribuì potentemente, con la sua felice trasmigrazione nelle nostre regioni, allo sviluppo crescente d’un culto richiesto d’altronde quasi naturalmente dal progredire della devozione dei popoli alla Madre di Dio. Questa stretta relazione dei due culti è infatti richiamata nei termini della concessione con la quale, il 28 luglio 1378, Urbano VI soddisfaceva i voti dei fedeli dell’Inghilterra e autorizzava per questo regno la festa della beata Anna (Labbe, Les Conciles, XI, p. 11. col. 2050]. – Già nel secolo precedente, la Chiesa di Apt nella Provenza possedeva tale festa: priorità che si spiega con il fatto che essa pretendeva di essere in possesso del corpo di sant’Anna, che le sarebbe stato portato da alcuni Crociati dalla Terra Santa. Fu la Chiesa di Apt a far dono più tardi di quelle reliquie a molte chiese, e particolarmente all’insigne Basilica di san Paolo fuori le Mura. – Ma soltanto il 1 maggio 1584 Gregorio XIII ordinò la celebrazione della festa del 26 luglio nel mondo intero, con il rito doppio. – Leone XIII doveva, nel 1879, elevarla insieme a quella di san Gioacchino alla dignità delle feste di seconda Classe. Ma già in precedenza, nel 1622, Gregorio XV, guarito da una grave malattia per intercessione di sant’Anna, aveva messo la sua festa nel numero di quelle di precetto che impongono l’astensione dalle opere servili.

Auray.

Anna riceveva finalmente quaggiù gli omaggi dovuti al grado che essa occupa in cielo, e non tardava a riconoscere con nuovi benefici la lode più solenne che le veniva dalla terra. Negli anni 1623, 1624 e 1625 nel villaggio di Keranna presso Auray nella Bretagna, apparve a Ivo Nicolazic, e gli fece rinvenire nel campo di Bocenno da lui coltivato l’antica statua la cui scoperta avrebbe, dopo 924 anni di interruzione, ricondotto i popoli al luogo dove già l’avevano onorata gli abitanti dell’antica Armorica. Le grazie senza numero ottenute in quel luogo dovevano infatti risonare molto al di là delle frontiere d’una provincia alla quale una fede degna dei tempi antichi aveva meritato il favore dell’avola del Messia; sant’Anna d’Auray sarebbe stata presto annoverata fra i principali luoghi di pellegrinaggio del mondo cristiano.

Lode all’avola.

Più fortunata della sposa di Elcana, che ti aveva raffigurata con le sue prove e con il suo stesso nome (1 Re 1, 1), o Anna, tu canti ora le magnificenze del Signore (ibid. 2, 1-8). Dov’è la superba sinagoga che tanto ti disprezzava? I discendenti della sterile sono oggi innumerevoli; e noi tutti fratelli di Gesù, figli come lui di Maria che è tua figlia, guidati nel gaudio della nostra Madre ti presentiamo insieme con Lei i nostri voti in questo giorno. Quale festa più commovente in casa che quella della nonna, quando attorno ad essa, come oggi, vengono a radunarsi i suoi nipoti pieni di deferenza e di amore!

Preghiera per la donna.

O Madre, sorridi ai nostri canti, benedici i nostri voti. Oggi e sempre, sii propizia alle suppliche che salgono a te da questo luogo di prova. Esaudisci, nei loro desideri e nelle loro dolorose confidenze, le spose e le madri. Conserva, dove si è ancora in tempo, le tradizioni del focolare cristiano. Ma, purtroppo, quante famiglie in cui il vento di questo secolo è passato riducendo a nulla il lato serio della vita, indebolendo la fede, seminando solo impotenza, stanchezza, frivolezza, se non peggio, al posto dei fecondi e veri gaudi dei nostri padri! Oh, come il Savio, se tornasse fra noi, ripeterebbe ancora: « Chi troverà la donna forte?» (Prov. XXXI, 10). Essa sola infatti, con il suo ascendente, può ancora scongiurare quei mali, ma a patto di non dimenticare dove risiede il suo potere, cioè nelle più umili cure domestiche esercitate da essa stessa, nella dedizione che si dispensa senza rumore, nelle veglie notturne, nella previdenza continua, nel lavoro della lana e del lino, nel menare il fuso: tutte quelle forti cose (ibid. 13-18) che le assicurano fiducia e lode da parte dello sposo, autorità su tutti, abbondanza presso il focolare, benedizione del povero assistito dalle sue mani, stima del forestiero, rispetto dei figli, e per lei stessa, nel timore del Signore, nobiltà e dignità, bellezza e forza insieme, sapienza, dolcezza e letizia, e serenità nell’ultimo giorno (Prov. XXXI, 11-28).

Supplica per tutti.

O Sant’Anna, soccorri la società che muore per mancanza di quelle virtù che furono le tue. Le tue materne premure, le cui effusioni si son fatte più frequenti, hanno accresciuto la fiducia della Chiesa. Degnati di corrispondere alle speranze che essa pone in te. – Che la tua benedetta iniziativa ti faccia conoscere nel mondo a quelli dei nostri fratelli che ancora ti ignorassero. E quanto a noi che già da lungo tempo abbiamo conosciuto la tua potenza, esperimentato la tua bontà, lasciaci sempre cercare in te, o Madre, riposo, sicurezza, forza in qualunque prova. A chi si affida a te nulla può far paura quaggiù; ciò che il tuo braccio porta è ben portato.

 

p.s.: I redattori del blog augurano Buona FESTA a tutte le NONNE! AUGURI, possiate essere come S. Anna, santuario vivente della Madre del VERBO di DIO incarnato.

Santa Maria Maddalena penitente

Santa Maria Maddalena penitente :

“… tulerunt Dominum meum, et nescio ubi posuerunt Eum”.

maddalena

Maria, soprannominata la Maddalena dal luogo di nascita, era sorella di Marta e Lazzaro. Molto traviò nella sua giovinezza, ma illuminata dalla Divina Grazia, pianse i suoi falli e mutò vita. – Un giorno, udito che Gesù era entrato in casa di Simone il fariseo, prende un vaso d’unguento prezioso, corre dal Salvatore, si getta ai suoi piedi, glieli lava con lacrime, li asciuga coi capelli del capo, li bacia, e li unge di balsamo. «Oh se costui fosse un profeta, dice in cuor suo il Fariseo, certo saprebbe che donna è costei che Lo tocca e com’è peccatrice». – Gesù che gli legge nel cuore, «Simone, ho una cosa a dirti. Un creditore aveva due debitori; uno gli doveva cinquecento denari e l’altro cinquanta. Or non avendo quelli di che pagare condonò il debito a tutti e due: Chi dunque di loro lo amerà di più » « Penso, risponde Simone, colui al quale ha condonato di più ». E Gesù: « Rettamente giudicasti. Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua, tu non mi hai data acqua per i piedi, ma essa non finisce di bagnarli con le sue lacrime ed asciugarli con i capelli del capo ». E volto alla Maddalena le dice: « Donna, molto hai amato e per questo molto ti è perdonato ». Maria si leva assolta, e risorge a vita novella. Con amare lacrime lava le sue colpe, segue il Maestro nelle peregrinazioni attraverso i villaggi della Giudea, e profonde tutte le sue ricchezze pel mantenimento del Collegio Apostolico. – Sul Calvario sfida l’ira dei nemici di Gesù, assiste alla morte del suo Maestro,e non s’allontana se non dopo la sepoltura di Lui. Non vede l’ora che passi il sabato, per correre ad imbalsamare con profumi ed aromi il corpo di Gesù, e fu la prima che ebbe la grazia di vederlo risorto. – Ella, quando i discepoli se ne erano tornati a casa, era rimasta vicino al sepolcro a piangere e mentre pian s’affacciò alla tomba, ci scorse due angeli vestiti di bianco, ed essi le dissero: « Donna, perché piangi? » Rispose loro: « Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo ». E detto questo si voltò indietro e vide Gesù in piedi, senza però conoscere che era Gesù. Gesù le disse: «Donna, perché piangi? chi cerchi? » Ed essa, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmelo dove l’hai messo ed io Lo prenderò. Gesù le disse: « Maria! » Essa rivoltasi, esclamò: « Rabbonì, che vuol dire Maestro ». Le disse Gesù: « Non mi toccare, perché non sono ancora asceso al Padre mio; ma va’ dai miei fratelli, e di’ loro: Ascendo al Padre mio, e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ». – Salito Gesù al Cielo, fu perseguitata con Lazzaro e Marta sua sorella. Gettata su sdruscita nave, venne abbandonata in balia delle onde, ma miracolosamente protetta approdò a Marsiglia. Scelse per dimora una squallida spelonca e quivi visse 30 anni in penitenze, preghiere e lacrime, finché il 22 luglio del 66 s’addormentò nel bacio del Signore rimanendo la figura più fulgida della vera penitente.

VIRTÙ. — Il Signore disse alla Maddalena: « Molto ti è perdonato, perché molto hai amato ». Queste parole divine, ispirino pure a noi grande confidenza nella misericordia infinita di Gesù.

PREGHIERA. — Deh! Signore, ci venga in aiuto l’intercessione della beata Maria Maddalena dalle cui preghiere supplicato tu risuscitasti vivo dal sepolcro il fratello Lazzaro morto da quattro giorni. Così sia. 

Maria autem stabat ad monumentum foris, plorans. Dum ergo fleret, inclinavit se, et prospexit in monumentum: et vidit duos angelos in albis sedentes, unum ad caput, et unum ad pedes, ubi positum fuerat corpus Jesu. Dicunt ei illi: Mulier, quid ploras? Dicit eis: Quia tulerunt Dominum meum: et nescio ubi posuerunt eum. [Joan. XX, 11-13]

Anche noi oggi, entrando in una chiesa gestita dagli apostati modernisti, davanti a quello che una volta era il Tabernacolo, divenuto oggi “abominio della desolazione”, rivolgiamo la nostra ardente preghiera agli Angeli, invocandoli, come la Santa: “…tulerunt Dominum meum, et nescio ubi posuerunt Eum”.

Che la Santa penitente ci guidi nel cammino lungo e faticoso per ritrovare il nostro Gesù-Cristo e poterLo onorare ed amare sotto le Specie Eucaristiche in vita, ed un giorno nella gloria del Paradiso.

A Santa Maria Maddalena (22 luglio)

(traslata a Costantinopoli nell’890, a Roma nel 1216).

I. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena che, tocca appena dalla grazia, rinunciaste subitamente a tutti i piaceri del mondo per consacrarvi all’amore di Gesù Cristo, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di corrispondere anche noi fedelmente a tutte le divine ispirazioni. Gloria.

II. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena che, calpestando generosamente tutt’i riguardi del mondo, compariste nell’abito il più dimesso in quelle stesse contrade nelle quali avevate condotto in trionfo il vostro lusso, la vostra vanità, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di superare tutti gli ostacoli che si incontrano nella via della salute, e specialmente gli umani rispetti, con cui tante volte abbiamo traditi i nostri più sacri doveri e i nostri più grandi interessi. Gloria.

III. – O modello de’ penitenti, gloriosa Maddalena, che, piangendo colle lacrime le più amare, colla contrizione la più viva i vostri errori, meritaste di essere da Gesù Cristo medesimo assicurata di un assoluto perdono, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di detestare e piangere incessantemente tutti i nostri falli, onde assicurarcene la remissione al tribunale di Dio. Gloria.

IV. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che, convertita sinceramente a Gesù Cristo, vi faceste un dovere ed una gloria di costantemente accompagnarlo nei viaggi, ascoltarlo nei discorsi, servirlo nei bisogni, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di mettere tutta la nostra consolazione nell’assistere ai divini misteri, ricevere i SS. Sacramenti, ascoltare la divina parola, soccorrere i poveri, che sono le immagini più vive del nostro Signor Gesù Cristo. Gloria.

V. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che non abbandonaste Gesù-Cristo nemmeno allora che, spontanea vittima del furor de’suoi nemici agonizzava sul patibolo della croce, otteneteci, vi preghiamo la grazia di perseverare fedelmente nel divino servizio anche fra le desolazioni, le malattie, le avversità e le persecuzioni con cui piacerà al Signore di provarci. Gloria.

VI. – O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che in premio della vostra fede e del vostro amore, foste consolata dalla visita di Gesù-Cristo risorto, che vi onorò della sua prima apparizione, otteneteci vi preghiamo, la grazia di menar sempre una vita così illibata e così santa, da meritarci dopo morte la visione beatifica del sommo Bene nella casa della sua gloria. Gloria.

VII. O modello dei penitenti, gloriosa Maddalena, che quantunque accertata del perdono delle vostre colpe, pure non lasciaste di piangerle in tutto il tempo di vostra vita con continui digiuni ed incessanti austerità, per cui meritaste d’essere tante volte visitata dagli Angioli, e da loro assistita nell’estremo passaggio, e accompagnata al Paradiso, otteneteci, vi preghiamo, la grazia di non rallentarci giammai nell’esercizio della penitenza così necessaria alla salute, onde assicurarci la tranquillità dei giusti alla morte, e la beatitudine dei Santi nell’eternità. Gloria.

[da: Manuale di Filotea del sac. G. Riva – Milano 1888]

Il dottore serafico: SAN BONAVENTURA.

14 luglio

Il dottore serafico: SAN BONAVENTURA,

[Dom. Guéranger: L’ANNO LITURGICO, vol. II]

Bon. Ant. Tomm.

Tommaso e Bonaventura.

       La pittura ha illustrato la celebre visione in cui la Vergine presentò al suo Figliolo i suoi due servi Domenico e Francesco i quali dovevano ricondurre a lui l’umanità in preda ad una profonda corruzione. – Ha illustrato pure l’incontro dei due santi che si abbracciano e si promettono scambievolmente di rimanere uniti nell’azione apostolica che inauguravano quasi nello stesso tempo. Anche due dei loro più nobili figli dovevano rassomigliarsi per lo splendore della dottrina e per l’unione che godono nell’ammirazione e nella gratitudine della Santa Chiesa. Tommaso e Bonaventura, la cui opera intellettuale non avrà che uno scopo: condurre gli uomini mediante la scienza e l’amore a quella vita eterna che consiste nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato. Gesù Cristo (Gv. I7. 3). – Entrambi furono lampade ardenti (ibid. 5, 15) che illuminarono il loro secolo e infervorarono le anime. Ma il Signore volle che la Chiesa attingesse particolarmente da san Tommaso la sua luce e da san Bonaventura la sua ardente carità. Abbiamo già festeggiato il Dottore Angelico durante la quaresima; oggi la Chiesa rivolge i nostri cuori verso il Dottore Serafico, perché gli offriamo la nostra lode e la nostra preghiera, e riceviamo l’insegnamento della sua vita.

Lo studioso.

Era ancor giovinetto, quando allo scadere dei suoi primi anni di vita religiosa fu mandato alla celebre Università di Parigi per apprendervi la teologia. In mezzo alla moltitudine di studenti spesso chiassosi e leggeri, egli conservò la sua anima così semplice e distaccata, che il suo maestro Alessandro di Hales diceva pieno di ammirazione: « Pare che Adamo non abbia peccato in lui ». Alessandro di Hales sembrava allora, secondo l’espressione del Papa Alessandro IV, « racchiudere in sé la fonte viva del paradiso, da cui scorreva a grandi flutti sulla terra il fiume della scienza della salvezza ».

Il Dottore.

Sotto la sua guida, Bonaventura fa mirabili progressi nella scienza e nella santità. Studia dapprima la Sacra Scrittura, copiando parecchie volte di sua mano i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento; riassume e analizza i Padri della Chiesa e si compenetra tanto di tutte le scienze sacre che, malgrado le regole dell’Università, viene chiamato a 27 anni ad occupare una cattedra. Allo stupore causato dalla sua giovine età seguì presto l’ammirazione. Investito dell’eredità di Alessandro di Hales che era chiamato il « Dottore irreprensibile, il Dottore dei Dottori » Bonaventura poteva dire della divina Sapienza: « È essa che mi ha insegnato tutto; essa mi ha insegnato la giustizia e le virtù, e le sottigliezze del discorso e il nodo dei più forti argomenti» (Sap. VII, 21; IV, 7-8). – Questo è appunto l’oggetto dei Commentari sui quattro Libri delle Sentenze che ci hanno conservato le lezioni tenute da Bonaventura da quella cattedra della Sorbona dove la sua amabile parola, animata da un soffio divino, teneva prigionieri i più nobili intelletti. Il giovane maestro rispondeva già al suo titolo predestinato di Dottore Serafico, vedendo nella scienza solo un mezzo per amare di più, e ripetendo senza posa che la luce che illumina l’intelletto rimane sterile e vana se non penetra fino al cuore, dove unicamente riposa e si diletta la Sapienza (Exp. in Lib. Sap., Vili, 9, 16). Cosicché – ci dice sant’Antonio – qualunque verità appresa da lui si cambiava in affetti, diventando così preghiera e lode divina (Antonin., Chronic, p. III, tit. 24, cap. 8). Il suo scopo – dice un altro storico – era quello di giungere all’incendio dell’amore, di bruciare egli stesso al fuoco divino e di infiammare quindi gli altri; indifferente alle lodi come alla fama, unicamente preoccupato di regolare i suoi costumi e la sua vita, intendeva innanzitutto ardere e non solo risplendere, essere fuoco per accostarsi così maggiormente a Dio, in maggior conformità a colui che è fuoco; tuttavia, come il fuoco non può concepirsi senza luce, così egli fu pure una fiaccola risplendente luce che potè raccogliere, ne fece l’alimento della sua fiamma e della divina carità (H. Sedulius, Histor. seraph.). – Si seppe bene a che cosa attribuire questa unica direttiva dei suoi pensieri allorché, inaugurando il suo insegnamento pubblico, dovette prendere una decisione riguardo al problema che divideva la Scuola circa il fine della teologia: scienza speculativa per gli uni pratica a giudizio degli altri, secondo che gli uni e gli altri erano maggiormente colpiti dal carattere teorico o morale delle nozioni che essa ha per oggetto. Bonaventura, cercando di unire le due tendenze nel principio che era ai suoi occhi la legge universale ed unica, concludeva che « la Teologia è una scienza affettiva, la cui conoscenza procede per contemplazione speculativa, ma tende principalmente a renderci buoni». La Sapienza della dottrina infatti – diceva – deve essere ciò che indica il suo nome (Eccl. 6; I Sent. 9, 3): saporosa all’anima.

Il santo.

Ma, come fece notare più tardi il Papa Sisto V, egli non eccelleva soltanto per la forza del ragionamento, per la facilità dell’insegnamento e per la chiarezza delle definizioni, ma trionfava soprattutto per una virtù del tutto divina nel potere di commuovere le anime. Mentre illuminava le menti, predicava ai cuori e li conquistava all’amore di Dio. I suoi stessi amici ne stupivano, e avendogli un giorno san Tommaso chiesto, in uno slancio di fraterna ammirazione, in quale libro avesse potuto attingere quella scienza sacra, Bonaventura, mostrando il crocifisso, rispose umilmente: « Ecco la sorgente da cui attingo tutto ciò che io so; studio Gesù, e Gesù crocifisso »! – Questo è il segreto della composizione di tutta quella serie di meravigliosi opuscoli in cui, senza un piano prestabilito, semplicemente per appagare il desiderio dei suoi discepoli o per effondere la propria anima, Bonaventura ha trattato insieme dei primi elementi dell’ascesi e degli scritti più sublimi della vita mistica, con una pienezza, una sicurezza, una chiarezza e una divina forza di persuasione che fanno dire al Sommo Pontefice Sisto IV che lo Spirito Santo stesso sembra parlare in lui {Liti. Superna Caelestis). Scritto sulla vetta della Verna e come sotto l’influsso più immediato dei Serafini del cielo, l’Itinerario dell’anima a Dio rapiva a tal punto il cancelliere Gersone da fargli dichiarare «quell’opuscolo, o piuttosto – diceva – quell’opera immensa, superiore alla lode di qualsiasi bocca mortale » (1); egli avrebbe voluto che insieme con il Breviloquium, meraviglioso compendio della scienza sacra, fosse imposto come manuale indispensabile ai teologi {Tract. de examinatione doctrinarum). «Infatti -dice per l’Ordine benedettino l’abate Tritemio – chi considera lo spirito dell’amore divino che si esprime in Bonaventura, riconoscerà facilmente che egli sorpassa tutti i Dottori del suo tempo per la forza persuasiva delle sue opere. Molti espongono la dottrina, molti predicano la devozione, pochi nei loro libri insegnano l’una e l’altra; Bonaventura sorpassa quel grande e quel piccolo numero, poiché in lui la scienza forma alla devozione e la devozione alla scienza. – Se dunque vuoi essere studioso e devoto, vivi come lui » (De scriptor. eccl.). Ma, meglio di chiunque altro, Bonaventura ci rivelerà in quali disposizioni convenga leggerlo per farlo con frutto. All’inizio del suo Incendium amoris, nel quale la triplice via che conduce, mediante la purificazione, l’illuminazione e l’unione, alla vera sapienza, così dice: « Offro questo libro non ai filosofi, non ai sapienti del mondo, non ai grandi teologi occupati da infinite questioni, ma ai semplici, agli ignoranti che si sforzano più di amare Dio che di sapere molto. Non già discutendo, ma agendo s’impara ad amare. Quanto a quegli uomini pieni di questioni, superiori in qualunque scienza, ma inferiori nell’amore di Cristo, penso che non saprebbero comprendere il contenuto di questo libro; a meno che lasciando da parte la vana ostentazione del sapere, non si applichino, in una profonda rinuncia, nella preghiera e nella meditazione, a far nascere in sé la divina scintilla che, riscaldando il loro cuore e dissipando ogni oscurità, li guiderà al di là delle cose del tempo fino al trono della pace. Perciò stesso che sanno di più, infatti, essi sono più atti ad amare o potrebbero esserlo, se disprezzassero veramente se stessi e fossero contenti di essere disprezzati dagli altri » (Incend. amoris, prologus).

Il ministro generale dei frati minori.

Tuttavia san Bonaventura non doveva restare a lungo sulla cattedra della Sorbona. A 35 anni veniva eletto Ministro Generale dei Frati Minori. Costretto ad abbandonare l’insegnamento della Scolastica lasciava il posto ad un giovane amico, fra Tommaso d’Aquino, la cui scienza e santità avrebbero illustrato l’Università di Parigi e l’intera Chiesa. – San Francesco era morto da 31 anni. Egli aveva posto le basi del suo Ordine, la linfa serafica era scaturita dal suo cuore, ma la sua opera richiedeva di essere organizzata: fu il compito di san Bonaventura. Senza uscire dallo spirito di san Francesco, egli si dedicherà a disciplinare tutte le energie e a dare all’Ordine la sua forma definitiva e le sue sapienti e mirabili costituzioni che dovevano formare l’armatura di quell’immenso edificio. Lo vediamo così percorrere tutte le Province del suo Ordine. Va successivamente a Parigi, a Narbona, a Pisa, e dopo i suoi lunghi itinerari, si ritira in un’umile cella, sulla Verna, là dove Francesco ha ricevuto le sacre stimmate. Qui scrive la vita del serafico Padre, onde penetrare tutti i suoi figli del suo spirito.

Cardinale d’Albano.

La profondità della scienza, la santità della vita e la potenza della parola attirano su di lui l’attenzione della Chiesa. A Perugia, quando il Papa Clemente IV vuole nominarlo Arcivescovo di York, cade ai suoi piedi e lo supplica di allontanare da lui tale dignità. Deve tuttavia cedere alle istanze di san Gregorio X e obbedire agli ordini « che Io nominavano cardinale e arcivescovo di Albano e gli imponevano di raggiungere il Papa con tutta umiltà e sottomissione, senza scuse né ritardi». I legati del Papa, incaricati di quell’importante messaggio, trovarono il santo occupato a lavare i piatti. Egli partì per preparare i lavori del Concilio che doveva tenersi a Lione nel 1274, e fu appunto in quella città che, dopo aver moltiplicato i suoi tentativi, i suoi discorsi, le sue fatiche, rese la sua bell’anima a Dio, all’età di 53 anni, quattro mesi dopo la morte di San Tommaso.

Vita.

Giovanni Fidanza nacque nel 1221 a Bagnoregio, cittadina situata tra Viterbo e Orvieto. Essendo caduto gravemente malato, la madre lo portò a san Francesco d’Assisi che lo prese fra le braccia, lo benedisse, lo accarezzò, lo guarì e lo restituì alla madre dicendo : « O buona ventura ! » donde il suo nome. A 17 anni, entrò presso i Frati Minori, dove il suo fervore mise in dispetto il demonio che tentò di strangolarlo. Presto, mandato alla Sorbona per studiarvi la teologia, vi ricevette una cattedra all’età di appena 27 anni. A 35 anni divenne Maestro Generale dei Frati Minori e promulgò le Costituzioni nel Capitolo di Narbona tenuto nel 1260. Creato cardinale, ricevette la consacrazione episcopale nel novembre del 1273 e, durante il secondo concilio ecumenico di Lione, si spense in quella città, il 14 luglio 1274. I suoi principali trattati spirituali sono il Breviloquium apparso nel 1256; l’Itinerario dell’anima a Dio che è senza dubbio la più bella fra le opere mistiche del XIII secolo; la Triplice Via; l’Albero di Vita; le Cinque feste del Bambino Gesù ed infine l’Apologia dei Poveri.

Preghiera.

Tu sei entrato nel gaudio del tuo Signore (Mt. 25, 21), o Bonaventura; quali debbono essere ora le tue delizie, poiché, secondo la regola che hai ricordata, « tanto più uno ama Dio quaggiù, tanto più lassù esulta in Lui » (De perfectione vitae, ad Sorores, VIII). Se il grande sant’Anselmo, dal quale attingevi quelle parole, aggiungeva che l’amore si misura dalla conoscenza, tu che fosti uno dei principi della scienza sacra e insieme il Dottore dell’amore, mostraci che realmente ogni luce, nell’ordine della grazia e in quello della natura, non ha altro scopo che di condurre all’amore. – Dottore Serafico, guidaci attraverso quella sublime ascesa di cui ogni riga delle tue opere ci manifesta i segreti, le sofferenze, le bellezze e i pericoli. Nel raggiungimento della divina sapienza, che nessuno percepisce senza estasi anche nei suoi più lontani riflessi, preservaci dall’illusione che ci farebbe ritenere come fine la soddisfazione trovata negli sparsi raggi discesi a noi per ricondurci dai confini del nulla fino ad essa. Infatti, quei raggi che per se stessi procedono dall’eterna bellezza, separati dal centro, distolti dal fine, non potrebbero essere altro che illusione, inganno, occasione di vana scienza o di falsi piaceri. Inoltre, più elevata è la scienza, più si avvicina a Dio in quanto oggetto di teoria speculativa, ma più si deve temere la deviazione; se essa distrae l’uomo nelle sue ascensioni verso la Sapienza posseduta e gustata per se stessa; se lo arresta alle sue sole attrattive, tu non esiti a paragonarla alla città seduttrice che soppianterebbe negli affetti del figlio di un re la nobilissima Sposa che lo attende (Illuminationes Eccl, II). E certo un simile affronto, che provenga dalla serva o dalla dama d’onore, è forse meno sanguinoso per un’augusta regina? Per questo tu dichiari che «pericoloso è il passaggio dalla scienza alla Sapienza, se non vi si pone in mezzo la santità ». Aiutaci a superare il pericoloso passo; fa’ che ogni scienza non sia mai per noi se non un mezzo della santità per giungere a un più alto amore. Questo è appunto sempre il tuo pensiero nella luce di Dio, o Bonaventura. Se ve ne fosse bisogno, ne potremmo avere come prova le tue serafiche predilezioni manifestate più d’una volta ai tempi nostri per i luoghi in cui, a dispetto della febbre che spinge all’azione tutte le forze vive di questo secolo, la divina contemplazione continua ad essere ritenuta come la parte migliore, come il principale scopo e l’unico fine di ogni conoscenza. Degnati di continuare a porgere ai tuoi devoti fedeli una protezione che essi stimano nel suo giusto valore. Difendi come già un tempo nelle loro prerogative e nella loro vita, gli Ordini religiosi, più che mai sulla breccia ai giorni nostri. La famiglia francescana ti sia ancora grata di crescere in santità e in numero; benedici le iniziative prese in seno ad essa, con il plauso del mondo, per illustrare come meritano la tua storia e le tue opere. Per la terza volta e per sempre, se è finalmente possibile, riconduci l’Oriente all’unità e alla vita. Che tutta la Chiesa si riscaldi ai tuoi raggi; che il fuoco divino così validamente alimentato da te bruci nuovamente la terra.

S. IRENEO

S. IRENEO VESCOVO E MARTIRE

[Da: I SANTI PER OGNI GIORNO DELL’ANNO-Alba-Roma, 1933] 

28 GIUGNO.

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Il nome di S. Ireneo si lega colla schiera numerosa di quegli eroi che col glorioso martirio illustrarono la Chiesa di Lione. -Nato Ireneo l’anno 121 nelle vicinanze di Smirne, ebbe per primo precettore l’illustre vescovo di quella città S. Policarpo. Fu da questo insigne maestro che egli succhiò lo spirito apostolico ed apprese quella scienza che lo rese uno dei più belli ornamenti della Chiesa in quei tempi di lotta e di sangue. Ancora giovane, erudito in ogni scienza e dotato di meravigliosa facondia diede un primo assalto alle vituperose dottrine degli Gnostici e Valentiniani che avevano infarcito la dottrina di Cristo colle favole del paganesimo. Ma il desiderio di approfondirsi negli studi, lo spinse a Roma dove, assisi sulle cattedre, insegnavano i più celebri maestri del suo tempo. Di ingegno acuto, sagace memoria, e di profonda speculazione, fu tale il progresso che egli fece in quelle scuole che al fine dei corsi poteva ormai gareggiare con i suoi precettori. – Recatosi Ireneo nelle Gallie fissò la sua dimora a Lione dove sedeva Vescovo S. Potino. Questi conosciuto i talenti e le virtù eminenti del giovane lo promosse agli ordini sacri e al Sacerdozio. – Da quell’istante lo zelo del novello Levita non ebbe più misura. La sua parola trascinava, penetrava i cuori; la sua eloquenza conquideva; cadevano gli idoli e i delubri e la luce della verità irradiava le menti degli idolatri che a schiere chiedevano il S. Battesimo. – All’opera della predicazione quest’insigne dotto della Chiesa accoppiò numerosissimi scritti, fonti inesauribili di dottrina e di sapienza. Scritti che al dire di S. Girolamo, erano una barriera insormontabile dinanzi alla quale venivano ad infrangersi gli sforzi ed i sofismi dei nemici di Cristo della sua mistica sposa, la Chiesa. – Alcuni di essi andarono perduti, ma molti altri si conservano tra i quali i cinque libri contro gli eresiarchi, che sono una delle più belle ed intransigenti difese della Dottrina Cristiana. A questo lavoro di studio egli seppe pure accoppiare una profonda pietà dando i più ammirabili esempi di virtù. – Cinto colla corona del martirio il santo Vescovo Potino, il popolo Lionese unanime elesse alla sede Vescovile S. Ireneo, il quale dovendosi recare a Roma per la consacrazione portò al Papa S. Eleuterio una lettera ridondante del più sacro attaccamento al Vicario di Gesù Cristo, ritornando alla sua sede confortato dalla benedizione del Sommo Pastore. – Conscio della nuova missione che il Signore gli aveva affidato, non si diede più un istante di riposo. Predicò con la parola e con l’esempio, con la potenza dei miracoli, tutto a fine di condurre anime a Colui che tanto amava. – Essendo sorta in quel tempo la questione circa la celebrazione della Pasqua, il Papa Vittore minacciava della scomunica i Vescovi dell’Asia che su questo punto quasi tutti dissentivano dai loro fratelli nell’Episcopato. – S. Ireneo amante della pace vi intervenne colla sua autorità e mise nuovamente la concordia. Dopo queste ed altre numerose fatiche, dopo glorificato il nome di Dio e dilatato il suo regno, sigillò sotto Settimio Severo, col sangue quella fede che aveva predicato e per la quale aveva tanto sofferto. Benedetto XV ne estese la festa a tutta la Chiesa cingendolo coll’aureola del dottorato.

FRUTTO. — Impariamo da S. Ireneo l’attaccamento al Papa  (il “vero” Vicario di CRISTO, da non confondere col vicario dell’anticristo -n.d.r.) e con Lui sappiamo combattere da veri soldati per essere degni di questo nome.

PREGHIERA. — O Dio, che desti al beato Martire e Vescovo Ireneo la grazia di espugnare l’eresia e di consolidare la pace nella Chiesa, deh! concedi al tuo popolo forza e costanza nella S. Religione. Così sia.

Oggi avremmo bisogno di tanti S. Ireneo, per confutare tutte le eresie, imbecillità e menzogne propagate dai settari di ogni risma, in primo luogo da coloro che indegnamente occupano i Sacri Palazzi e le Sedi Apostoliche lordandole con gnostico sterco fetido e disprezzando spudoratamente la dottrina del divino Maestro e la Liturgia Sacra della Chiesa. Preghiamo con S. Ireneo affinché il Signore Gesù-Cristo bruci, quanto prima, con il soffio della sua bocca l’anticristo con il suo vicario e i suoi lecchini già pronti per il fuoco eterno, premio a loro riservato per l’apostasia dalla fede in Cristo.

Intanto ci accontentiamo di leggere il passo di uno scritto del Santo Martire, che sembra parlare a noi per confortarci e confermarci nella fede incrollabile in Gesù-CRISTO e nella sua “vera” Chiesa, ed ai “lupi” ed ai “Caino” odierni. La speranza che qualcuno di questi possa rinsavire, con la grazia dello Spirito Santo, non deve mai lasciarci. Preghiamo!

Da: Libro 3 contro le Eresie cap. 18, ovv. 20, n.5-6

Il Signore conosceva quelli che dovevano subire la persecuzione; e sapeva pure chi erano quelli che sarebbero flagellati ed uccisi per Lui. E perciò esortando anche costoro, diceva: “Non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima. Temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo” e anche conservare quelli che gli hanno reso testimonianza. Difatti Egli permetteva di riconoscere davanti al Padre suo, quelli che avessero confessato il suo nome davanti agli uomini; e di rinnegare quelli che Lo avessero rinnegato; e di confondere quelli che avessero arrossito di confessarLo. Ora, stando così le cose, alcuni sono giunti a tanta temerità da disprezzare i Martiri e persino vituperare quelli che sono stati uccisi per aver reso testimonianza al Signore, o che sopportano tutte le prove che il Signore ha predetto, e, conforme alla sua parola, si sforzano di seguire le orme del Signore nella sua passione, divenuti i Martiri di Colui che s’è fatto passibile per noi, e noi li contiamo nel numero dei Martiri. Quando sarà ricercato il loro sangue, quando la gloria sarà stata la conseguenza delle loro sofferenze, allora saranno confusi da Cristo tutti quelli che si saranno rifiutati d’onorare il loro martirio. Lo stesso sarà di quelli che dicono aver Egli sofferto solo apparentemente. Perché se Egli non ha patito realmente, nessuna grazia per Lui, non avendo Egli sostenuto nessuna passione; e quando noi cominceremo a soffrire veramente, Egli ci apparirà un seduttore, esortandoci a farci battere e a porgere l’altra guancia, se veramente non l’ha sofferto Egli per il primo. E allora come avrebbe sedotto loro, facendosi vedere ad essi per quel che non era; così sedurrebbe anche noi, esortandoci a soffrire quello che Egli non ha sofferto. In questo caso saremmo da più del Maestro, mentre soffriamo e tolleriamo ciò che il Maestro né avrebbe sofferto, né tollerato. Ma siccome nostro Signore, il solo vero Maestro, il vero Figlio di Dio, è buono e paziente, Verbo di Dio Padre, Egli si è fatto il Figlio dell’uomo. Egli ha lottato ed ha vinto; Egli era uomo e combatteva per la famiglia dei suoi padri, e riparava con l’obbedienza la loro disubbidienza. Egli ha legato il forte, e ha sciolto i deboli, ed ha donato la salvezza sacrificando la sua vita umana, e distruggendo il peccato. Quelli dunque che dicono che Egli non si è manifestato che in apparenza, che non s’è rivestito di carne, che non si è veramente fatto uomo, essi sono ancora sotto l’antica condanna.

L’eresia gnostica.

[Dom Guéranger, “l’anno liturgico” vol II)

La pietra su cui è basata la Chiesa era fin dai tempi di S. Ireneo incrollabile agli sforzi della falsa scienza. Eppure, non era certo un attacco senza pericoli quello della Gnosi, eresia molteplice, dalle trame ordite, in uno strano accordo, dalle potenze più opposte dell’abisso. Si sarebbe detto che, per mettere a prova il fondamento che aveva posto. Cristo avesse permesso all’inferno di saggiare contro di esso l’assalto simultaneo di tutti gli errori che si dividevano allora il mondo, oppure dovevano più tardi dividersi i secoli. Simon Mago, preso da Satana nelle reti delle scienze occulte, fu scelto come luogotenente del principe delle tenebre in questa impresa. Smascherato a Samaria da Simon Pietro, aveva iniziato contro di lui una lotta accanita che non ebbe termine purtroppo nemmeno alla morte del padre delle eresie, ma continuò più viva ancora nei secoli seguenti. Saturnino, Basilide, Valentino e molti altri escogitarono i sistemi più insidiosi e più stravaganti, lasciando libero sfogo agli istinti che faceva nascere intorno ad essi la corruzione della mente e del cuore. Nei loro sistemi trova connubio la coalizione delle filosofie, delle religioni e delle aspirazioni più contraddittorie della umanità. Non vi erano aberrazioni, dal dualismo persiano, dall’idealismo indù fino alla cabala ebraica e al politeismo greco, che non si dessero la mano nel santuario segreto della gnosi. Già si elaboravano in essa formule che annunziano le future eresie ldi Ario e di Eutiche. Già prendevano movimento e vita, in uno strano romanzo panteistico, le più bizzarre fantasie di certe metafisiche moderne. Dio, abisso che precipita di caduta in caduta fino alla materia, per prendere coscienza di se stesso nell’umanità e tornare mediante l’annientamento al silenzio eterno: era uno dei dogmi della gnosi sul quale si basava una morale talora rigorista fino al punto da spingere al suicidio cosmico, e che talora mescolava una mistica trascendente alle pratiche più immonde, o abbandonava l’uomo alle sue passioni. (Oggi la gnosi, oltre che infarcire di assurdità irrazionali le cosmogonie e le teogonie delle conventicole massoniche di tutte le obbedienze – anche se unica è l’obbedienza al baphomet-lucifero -, impregna la nuovelle théologie creata dalla menti di falsi e sacrileghi religiosi, menti bacate col verme del materialismo, del nichilismo e dell’ateismo anti-sovrannaturale, proprio oggi della setta ecumenista-montiniana attualmente usurpante –n.d.r.-).

Sant’Ireneo fu scelto da Dio per opporre alla gnosi gli argomenti della sua potente logica e ristabilire contro di essa il vero senso delle Scritture; egli eccelse ancor più quando, di fronte alle infinite sette che recavano così apertamente il marchio del padre della discordia e della menzogna, mostrò la Chiesa che custodiva piamente in tutto il mondo la tradizione ricevuta dagli Apostoli. La fede nella SS. Trinità che governa questo mondo opera delle sue mani, nel mistero di giustizia e di misericordia che, mentre abbandonava gli angeli decaduti, si è abbassato fino alla nostra carne in Gesù, ecco il deposito che Pietro e Paolo, che gli Apostoli e i loro discepoli avevano affidato al mondo (Contr. Haer. I, 10, 1). « La Chiesa dunque – costata sant’Ireneo – avendo ricevuto questa fede, la custodisce gelosamente, facendo come una sola casa della terra in cui vive dispersa: essa crede compatta, con una sola anima e con un sol cuore; con una stessa voce predica, insegna e trasmette la dottrina, come se avesse una sola bocca. Poiché, per quanto nel mondo siano diversi gli idiomi, ciò non impedisce che la tradizione resti una nella sua linfa » (ibid. 2).