19 MARZO: FESTA DI SAN GIUSEPPE (2021)

FESTA DI S. GIUSEPPE

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi. VI ediz.– Soc. Ed. Vita e Pensiero; Milano, 1956]

GRANDEZZA E BONTÀ DI SAN GIUSEPPE

Il piccolo figliuolo di Giacobbe, una mattina svegliandosi, diceva ai suoi fratelli e a suo padre: « Io ho sognato una bellissima cosa. Mi trovavo sospeso non so per quale virtù, in mezzo all’azzurro del cielo: ed ecco il sole, la luna e undici stelle fermarsi in giro a me; e adorarmi ». Dopo averlo ascoltato, tutti sgranarono gli occhi e non compresero il significato: quel bambino sarebbe un giorno diventato il Viceré d’Egitto, e suo padre e sua madre e i suoi undici fratelli si sarebbero prostrati a’ suoi piedi implorando un po’ di pane e di misericordia. Il fanciullo sognatore narrò ancora un’altra visione: « Si era nel campo in una giornata ardente di mietitura. Io mieteva ed anche voi mietevate: quand’ecco il mio covone levarsi da solo e starsene ritto mentre i vostri, curvi attorno ad esso, l’adoravano ». I fratelli, tra invidiosi e irosi, scoppiarono a ridere. « Forse che tu sarai il nostro Re? Forse che noi saremo i sudditi della tua minuscola potestà? ». Essi non sapevano come l’avvenire avrebbe dato ragione a quei sogni. Noi invece lo sappiamo dalla storia sacra. Ma noi sappiamo anche come Giuseppe figlio di Giacobbe non è che un’immagine profetica di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, lo sposo della vergine Maria. È per lui che in modo più grande e più vero si realizzarono i sogni dell’antico Giuseppe. Vidi quasi solem et lunam et stellas undecim adorare me. Il sole di giustizia e di verità che illumina ogni uomo che viene al mondo è Gesù Cristo. La luna di grazia e di candore è Maria che nella Scrittura è detta splendida più che la luna.

Ebbene, nella quieta dimora di Nazareth, Gesù e Maria si curvavano ubbidienti al cenno di Giuseppe, capo della santa famiglia, e lo veneravano affettuosamente.

Vidi consurgere manipulum meum et stare; vestrosque manipulos circumstantes adorare. La Chiesa è simile ad un’ampia campagna pronta per la mietitura: S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, vi sta ritto in mezzo a custodirla e a benedirla; mentre intorno a lui accorrono i fedeli da ogni parte. Oh come è grande, come è buono San Giuseppe! Della sua grandezza e della sua bontà dobbiamo parlare quest’oggi, ch’è la sua festa.

GRANDEZZA DI GIUSEPPE

Un retore famoso tesseva un giorno nell’aeropago l’elogio di Filippo il Macedone. Decantate le nobili origini del suo eroe, le ricchezze, la potenza, il coraggio, le vittorie, tacque un istante come se non avesse più nulla d’aggiungere. Ma poi subitamente gridò: « Tutto questo è nulla. Egli fu il padre d’Alessandro, il conquistatore del mondo; ecco la sua gloria immensa». Anch’io, se vi facessi passare ad una ad una le virtù di S. Giuseppe, potrei infine concludere: « Tutto questo è nulla, la sua gloria eterna è di essere stato il padre custode di Gesù, Salvatore del mondo, e d’essere stato il casto sposo della vergine Maria, madre di Dio. Per ciò egli è al disopra dei santi. Questi sono i suoi titoli di nobiltà: consideriamoli singolarmente.

a) Sposo di Maria. — Benché Giuseppe e Maria rimanessero per tutta la vita vergini, vivendo insieme come vivrebbero gli Angeli, tuttavia contrassero un legittimo matrimonio; e così S. Giuseppe fu suo sposo vero. Ora, la sposa — come dice anche S. Paolo — è soggetta allo sposo: Maria quindi fu soggetta a S. Giuseppe. Pensate, quanto onore! Sposo di Maria significa essere sposo della creatura più grande che vi fu mai in cielo e in terra, della creatura che fu Madre di Dio. – Sposo di Maria significa essere sposo della Regina degli Angeli, degli Arcangeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei martiri; della Regina senza macchia; della Regina di pace.

b) Padre di Gesù. — Giuseppe non fu, è vero, il padre naturale di Gesù, perché il Figlio di Dio si fece uomo incarnandosi nel seno purissimo di Maria vergine per opera dello Spirito Santo. Eppure nel Vangelo più volte è chiamato col nome di padre. Dopo d’aver descritto il mistero della presentazione al tempio, dopo d’aver ricordato le profezie di Simeone, l’Evangelista aggiunge: « Erano suo padre e sua madre meravigliati » (Lc, II, 33). E la Madonna stessa nella gioia di ritrovare il Bambino tra i dottori ricorda S. Giuseppe col nome di padre: « Tuo padre ed io, piangendo, t’abbiamo molto cercato ».

Perché, se non cooperò alla sua generazione, S. Giuseppe fu chiamato Padre di Gesù? Per due motivi : perché fu sposo di Maria, e perché di padre ebbe tutta l’autorità e la responsabilità. – Il primo motivo è spiegato da S. Francesco di Sales. « Supponete che una colomba, volando dal suo becco lasci cadere un dattero in un giardino. Il frutto caduto dall’alto s’interra, e sotto l’azione dell’acqua e del sole germoglia, cresce, e diventa una bella palma. Questa palma di chi sarà? Evidentemente del padrone del giardino, come ogni altra cosa è sua che in esso vi nasca. Ora: quella colomba raffigura lo Spirito Santo che lasciò cadere i l dattero divino, — il Figlio di Dio, — nel giardino conchiuso dove ogni virtù è fiorita, — il seno di Maria. — E Gesù nacque da Maria; ma appartenendo essa di pieno diritto al castissimo suo sposo, anche Gesù, — palma celeste, — almeno in qualche modo appartiene a Giuseppe ». – Il secondo motivo è spiegato da S. Giovanni Damasceno: « Non è appena la fecondità nel generare che ad alcuno dà il diritto di chiamarsi padre, ma anche l’autorità nel governare, e la responsabilità della vita ». E fu S. Giuseppe che lo sottrasse ad ogni pericolo, che lo allevò in casa sua, che lo fece crescere. Fu S. Giuseppe che insegnò un mestiere al Figlio di Dio, che comandò a lui come a un garzone. E chissà come tutto tremava in cuore, e come gli si inumidivano gli occhi, quando Gesù gli diceva: « Padre! ».

c) Più grande dei Santi. — Se Iddio destina una persona a qualche sublime ufficio, lo riveste di tutte le virtù necessarie per bene adempirlo. Così avendo eletto Maria ad essere sua Madre, la riempì di grazia sopra ogni creatura. Allo stesso modo, in proporzione, avendo eletto S. Giuseppe alla dignità di suo padre putativo e di sposo della Vergine, lo colmò di grazie immense, come nessun altro santo. – Il Vangelo chiama Giuseppe « uomo giusto ». E S. Girolamo spiega che quella parola « giusto » significa che egli possedeva tutte le virtù. Mentre gli altri santi si segnalarono particolarmente chi nell’una chi nell’altra virtù, egli fu perfetto egualmente in tutte le virtù. Per questo il 31 dicembre 1926, nella Basilica di S. Pietro, Pio XI cantando solennemente le litanie dei Santi, immediatamente dopo l’invocazione alla Madonna soggiunse quella a S. Giuseppe : — Sante Joseph intercede prò nobis.

2. BONTÀ DI GIUSEPPE

Re Assuero, una notte che non poteva prendere sonno, si fece leggere gli annali del suo regno. Il lettore nella quietudine notturna rievocava le gesta del re insonne: le battaglie sanguinose, le vittorie sonanti di grida, i movimenti più trepidi di gioia, e quelli spasimanti di pericolo, ed arrivò ad una congiura. Una congiura ordita da due ufficiali nella stessa reggia: fatalmente il re sarebbe caduto sotto le lame dei cospiratori, se la sagacia vigilante del primo ministro non fosse giunta a svelare la trama iniqua a tempo opportuno. «Fermati!» esclamò Assuero balzando sul letto d’oro… «Chi dunque mi ha salvato? ». « Il primo ministro, sire ». « E quale ricompensa si ebbe? ». « Finora nessuna ». – Allora ordinò che al levar del sole il primo ministro fosse rivestito con abiti regali, e cavalcasse il suo cavallo più bello e girasse per le strade di tutta la città, mentre un araldo gridasse davanti a lui: — Così è onorato colui che il re vuol esaltare. — Questi ordini furono eseguiti: e chiunque aveva bisogno di grazia si rivolgeva al primo ministro, sicuro d’essere esaudito dal re. – Ma anche S. Giuseppe, o Cristiani, ha salvato la vita del Re del Cielo, — di Gesù Bambino, — quando la congiura d’Erode ha cercato di soffocarlo nel sangue. E pensate voi che verso il suo salvatore il Re del Cielo sia meno generoso di Re Assuero? Come potrà Iddio negare una grazia quando colui che gliela chiede è San Giuseppe? Si capisce allora come S. Teresa poteva dire: « Non si è mai sentito che alcuno abbia ricorso alla bontà di S. Giuseppe e non sia stato esaudito. Se non mi credete, per amor di Dio vi supplico a farne la prova, e mi crederete ». Gesù predicando alle turbe insegnava: « Chi avrà dato anche solo un bicchier d’acqua chiara all’ultimo povero di questo mondo in nome mio, avrà gran mercede ». Quale mercede non avrà dunque in Paradiso S. Giuseppe che, non appena un bicchier d’acqua all’ultimo poverello, ma per trent’anni ha nutrito e protetto in casa sua il Figlio di Dio? Rallegriamoci: presso il trono dell’Altissimo abbiamo un protettore onnipotente e buono, che può e desidera soccorrerci in tutti i travagli della vita. La vita è un peso, ha detto S. Paolo, e noi lo esperimentiamo ogni giorno: peso per i dolori, peso per i lavori, peso per la morte.

a) Ricorriamo a S. Giuseppe nel dolore. — Tutta la vita non la passò forse in patimento? Ricordate la notte di Natale: nell’albore del verno bussò invano di porta in porta, e fu costretto a porre nella greppia delle bestie i l Figlio di Dio. Ricordate la sua fuga, lontano dai parenti, dal paese, dalla bottega, da’ suoi affari. Ricordate i tre giorni di affannosa ricerca, quando lo smarrì in Gerusalemme. Oh! insegni anche a noi a far la volontà di Dio quando siamo tribolati; ci dia la pazienza di vivere in questa valle di lacrime; ci conforti.

b) Ricorriamo a S. Giuseppe nel lavoro. — Ci sono alcune volte in cui gliaffari vanno male, ed il guadagno manca; in cui ci sembra d’andare in rovina, noie la nostra famiglia. Alziamo lo sguardo a lui: queste angustie egli le ha provateChi sa quante volte nella bottega nazarena si sarà sentito accasciato sotto la fatica,e quante volte anch’egli avrà visto i suoi modesti affari prendere una cattiva piega,e forse avrà pianto nel timore di far duramente soffrire la Vergine e il Figlio, dicui aveva la custodia e la responsabilità. Questo santo che prima di noi ha provatoquello che soffriamo noi, non ci negherà nulla.Ma avanti d’esigere che ci ascolti, bisogna sforzarci sull’orma delle sue virtù.Siamo onesti nel lavoro come onesto era lui?

c) Ricorriamo a S. Giuseppe per una buona morte. — Morir bene è la cosa più importante di questo mondo. Eppure non è cosa facile: i progressi della civiltà, automobili, treni, velivoli, navi, hanno segnato un crescendo di morti improvvise; la corruzione dei costumi ha segnato un crescendo di morti impenitenti. Occorre il protettore per una morte buona: è S. Giuseppe.

Ed invero nessuno ha fatto una morte buona come la sua. Quando Gesù non ebbe più bisogno di chi lo nutrisse e lo allevasse, egli si sentì male ed entrò in agonia. Da una parte aveva la Madonna che piangeva e pregava; dall’altra aveva Gesù che gli sosteneva la testa languida e gli sussurrava: « Grazie di tutto quello che mi hai fatto; ora muori in pace. Muori nel mio bacio, e discendi al Limbo ove annunzierai che l’ora della redenzione è ormai giunta. Pochi anni, e passerò di là a prenderti per sollevarti nel Paradiso che dischiuderò con le mie mani che saranno trafitte ». S. Giuseppe non risponde che non ha più la forza: solo accenna a sorridere e muore.

CONCLUSIONE

« Oh che anch’io possa morire così! » sospira ognuno di noi, pensando a quelle beata fine. Questa sarebbe la grazia più bella e più grande che S. Giuseppe ci possa fare. Ma la morte del Giusto, o Cristiani, l’otterrà soltanto chi nella vita l’avrà imitato ed invocato.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (5)

VITA
dell’Angelico Dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (5)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA – FRANCESCO FERRARI, 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

31. — La Somma Teologica.

Scongiurato il pericolo, Tommaso restò nella sua cella di Santa Sabina ringraziando il Signore per la quiete che gli aveva conservato; e si sentì obbligato ancor più ad un assiduo lavoro per il bene della Chiesa. Pose allora mano a quell’opera grandiosa, a cui doveva per sempre legare il suo nome: La Somma Teologica. Il lavoro durò circa nove anni, alternato alla composizione di altre varie opere più o meno estese, come i mirabili Commenti sopra Aristotile e molti trattati più o meno lunghi, raccolti sotto il titolo di Quodlibeti, Questioni disputate ed Opuscoli, scritti la maggior parte per rispondere a quesiti che da varie parti gli venivano mossi. – Nel ripensare a così poderoso lavoro e al breve tempo che vi impiegò, non ci fa meraviglia se leggiamo di lui, e troviamo confermato nei Processi, che dettasse talvolta a tre e quattro scrittori ad un tempo, di diverse materie. Ma nulla è impossibile a Dio, che volle in Tommaso stampare una vasta orma del suo infinito potere. – L’idea di San Tommaso nel metter mano alla Somma Teologica non poteva esser più modesta. Volle unire, ei ci dice, come in compendio, nella forma di brevi articoli, quanto da diversi era stato scritto intorno alle dottrine cristiane, e quanto egli stesso aveva scritto più ampiamente in altri luoghi; fare quasi una compilazione a vantaggio degli incipienti e con un metodo ad essi proporzionato; perché molti, dalle troppe questioni che si facevano e dalla mancanza di ordine, restavano confusi ed impediti. Ne sorse invece un capolavoro immenso, il primo e il più complesso insieme di Teologia cattolica, che fosse fino allora comparso, e tale da togliere a chiunque la speranza di superarlo. Pel numero delle questioni risolute da lui in ogni loro parte intorno a Dio e alle opere sue, può chiamarsi una portentosa enciclopedia, mentre per l’ordine meraviglioso e per l’esatta rispondenza delle parti abbiamo il diritto di dirla una sintesi perfetta, a cui nulla manca, né la necessaria chiarezza, né la scrupolosa precisione, né la vigorosa brevità, né la sicurezza assoluta della dottrina. – La Somma Teologica è divisa in tre grandi parti, di cui la seconda, per la vastità della materia, è suddivisa in due. Da Dio uno e trino tutte le creature procedono; gli Angeli e l’uomo sono le più perfette. Degli Angeli quei che peccarono sono in eterno lontani da Dio; l’uomo peccò, ma trovò presso Dio misericordia e grazia per Gesù Cristo, che è lo stesso Dio fatto carne. Chi sta unito a Cristo e si giova dei mezzi da lui stabiliti, salirà al possesso eterno di Dio; chi non vive di Cristo resterà in eterno lontano da Dio. Tale è il concetto semplice e meraviglioso di tutto il lavoro, che in 512 questioni, divise in 2652 articoli, nulla tralascia di quanto spetta alle materie teologiche e morali necessarie a conoscersi dagli studiosi. Le grandi intelligenze, di cui Iddio aveva fatto dono al mondo fino allora, non avevan saputo crear nulla di simile, né alcuno poi, in questa materia, ha potuto o saputo far meglio che tener dietro a lui. – Nessun libro ha avuto dalla Chiesa tante lodi come la Somma, e basti in luogo di tutte il fatto, che nel Concilio di Trento essa venne posta dai Padri in mezzo all’aula insieme alla Sacra Scrittura e ai decreti dei Pontefici, come la guida dottrinale più solida che potessero trovare. Il lavoro fu cominciato nel 1265, quando San Tommaso ebbe evitato il pericolo dell’elezione ad Arcivescovo di Napoli. Lo continuò, salvo alcune interruzioni, fino al 6 dicembre del 1273, e, come vedremo, lo lasciò interrotto. Venne completato dal suo fedele compagno, Fra Reginaldo da Piperno, con un Supplemento, tratto in gran parte dai Commentari del Santo Dottore sui Libri delle sentenze di Pietro Lombardo.

32. — Al Capitolo di Bologna.

Per il Capitolo Generale del 1267 era stato scelto dai Padri il Convento di Bologna. Fu appresa con somma gioia in quella città la notizia, che vi si sarebbe recato, in tale occasione, il celebrato Dottore; e la celebre Università soprattutto si tenne sommamente onorata di riceverlo e di udirlo. – Raccontano gli storici che la venuta di Tommaso in Bologna pose in tutti quei Professori e studenti come un nuovo ardore per lo studio della verità. Le lezioni che vi tenne per varie settimane restarono memorabili; e si sa che Tommaso condiscese volentieri a rispondere a molti quesiti che gli vennero fatti; così si ebbero nuovi e importanti opuscoli che poi furono raccolti. Ma un vero motivo di gioia ebbe Tommaso da quel viaggio, per essersi potuto trovare ad una cerimonia che fu oltremodo cara al suo cuore di figlio di San Domenico. Il 6 di agosto del 1221 il Santo Patriarca, in Bologna, spirava serenamente, tra il pianto dei suoi figli, che, per eseguire la sua volontà, lo avevano sepolto in umile luogo. Ma il 24 maggio del 1233 il suo successore, il Beato Giordano di Sassonia, aveva fatto aprire la tomba ed aveva trovato il cadavere incorrotto ed esalante gratissimo odore; ed aveva ordinato che venisse collocato in una tomba di pietra all’ingresso del coro. Il 3 luglio del seguente anno Gregorio IX proclamò solennemente la santità del grande Fondatore dei Predicatori; e si pensò allora ad una tomba più decorosa. Si dové alle premure del Beato Giovanni da Vercelli, quando fu eletto Provinciale di Lombardia, l’iniziativa del nuovo lavoro; ed eletto, come vedemmo, nel capitolo di Parigi, Generale dell’Ordine, fece decretare dal Capitolo seguente di Montpellier la costruzione di un solenne monumento, come veniva chiamato. Fu posto mano all’opera ; e sapendo che nel 1267 il lavoro sarebbe stato pronto, ottenne dai Padri adunati l’anno innanzi a Treviri che il Capitolo del 67 si tenesse in Bologna. E veramente solenne fu il lavoro che nella primavera della nostra scultura uscì dalle mani dei maestri di Pisa, e specialmente del bravo e dolce Fra Guglielmo, che lavorò per intiero, o almeno in gran parte, le ammirabili storie dello stupendo sarcofago. Aveva preso l’abito di converso nel convento pisano di Santa Caterina, ed aveva soli 26 anni quando si recò a Bologna con Niccola suo maestro, che dai Domenicani aveva avuto la commissione dell’opera; e ben volentieri il Maestro concesse al bravo artista di lavorare attorno alla tomba del Padre diletto. In due anni la bellissima arca fu scolpita, e così la nuova traslazione del corpo del Santo Padre poté essere onorata dalla presenza di tutti i Padri capitolari. Con essi e con quelli accorsi da varie parti, i religiosi raggiunsero il numero di cinquecento. – In questa bella schiera troviamo dei santi, come lo stesso Beato Giovanni da Vercelli, il Beato Giacomo da Varazze, poi Arcivescovo di Genova e il Beato Bartolomeo da Braganza, già Vescovo di Vicenza. Ma era dolce il vedere nella bella schiera spiccare la figura di San Tommaso, il più grande tra i figli di tanto Padre. – Alla festa celebrata nel giorno 5 giugno, solennità di Pentecoste, prese parte il Potestà di Bologna con tutto il suo seguito; e Clemente IV inviò speciali indulgenze. In tale circostanza San Tommaso mostrò il suo cuore di figlio, scrivendo in lode del Santo Patriarca un sermone, ove lo rassomiglia al sole, ministro di generazione delle cose, che le vivifica e nutre, le aumenta e perfeziona, le purifica e le rinnova. – Dopo il Capitolo di Bologna, se ne tornò a Roma sollecitamente, ove continuò nella quiete a lavorare attorno alla Somma.

33. — Al Re di Cipro.

Tra gli scritti che gli storici assegnano al tempo della dimora dell’Angelico Dottore in Bologna è degno di esser ricordato l’opuscolo del Governo dei Principi. Come già alla Duchessa del Brattante aveva il Santo Dottore indirizzato un opuscolo sapientissimo su varie questioni, specialmente sul modo di governare i Giudei, così ad istruzione del giovane Ugo II, Re di Cipro, della nobile dinastia dei Lusignani, cominciò a scrivere in Bologna quel celebre trattato, ove parla delle origini del potere, dei diritti e doveri dei governanti, e dell’esercizio della sovranità. Ma essendo morto, prima della fine di quell’anno 1267, il giovane Re, quel libro rimase incompleto e fu poi terminato dal suo discepolo Fra Tolomeo da Lucca, credesi sopra appunti lasciati dal Maestro. – Nei diciannove capitoli dovuti interamente al Santo Dottore si hanno mirabili documenti della sua alta sapienza. Dalla sorgente stessa del vero essa traeva le sue origini, e ben poteva estendersi anche alla pratica delle cose umane ed alla stessa politica, che non è arte astuta per reggersi sopra un trono od in un seggio qualunque, ma scienza diretta a ben governare gli uomini: e nessuno avrebbe allora pensato che per far godere ai popoli la prosperità materiale fosse espediente il privarli di quei beni dello spirito che la religione soltanto può dare. – Fu certo mirabile cosa il vedere un religioso mendicante che, senza uscire nemmeno di un passo dalla sua condizione, diveniva precettore dei re, e dall’umile sua cella dava lezioni ai potenti della terra. La superiorità morale di quest’uomo si sente dalla stessa nobiltà dello stile. Egli vuole presentare al re cosa che sia degna della reale maestà, e ad un tempo conveniente alla sua professione ed ai suoi doveri. E per farlo, egli chiede l’aiuto a Colui per cui regnano i re e i legislatori determinano le cose secondo giustizia. Parla anzitutto del regio potere in generale, e lo richiama al primitivo concetto dell’ufficio del pastore e del padre, così nobilitato dal Santo Vangelo. Esso gli vien suggerito dalla natura stessa dell’uomo e della società e dallo scopo finale dell’uno e dell’altra: Il pastore cerca il bene del suo gregge e non il comodo proprio, il padre vive pei figli e li provvede del necessario alla vita, regge la famiglia coll’autorità a lui data da Dio; tutti e due amano e vogliono essere amati, obbediti, seguiti. È regime perverso quello di chi cerca il vantaggio proprio e non il bene comune; e se un tal regime risiede in un solo, è tirannia. Esalta il Santo Dottore la superiorità del regime monarchico quando è giusto; perché meglio imita il governo di Dio nell’universo, ed ha ottimi esempi nell’unità dell’anima nell’uomo e del capo nel corpo; ma l’unità del capo, egli dice, vuole il concorso di tutte le membra all’azione, come l’unità dell’anima richiede l’esercizio conveniente delle varie facoltà spirituali e corporali. Così è bella la similitudine della nave, ove sian pure molti uomini nelle varie parti, ed artisti a restaurarla se guasta, ma a governarla non deve starvi che un capo. In quest’armonia tra il diritto di chi comanda e i doveri di chi ubbidisce, il dovere di ben governare e il diritto nei popoli d’esser ben governati, si ha il gaudio della pace, il fiore della giustizia, l’affluenza dei beni, la stabilità del governo. « Quando il regime è giusto, egli dice è bene che esso stia nelle mani di un solo; perché  così sarà più forte ». Ma se in chi regge le sorti della città e dello stato manchino le doti e virtù necessarie, né possa ottenersi che le acquisti, allora al cattivo governo di quest’uno sarebbe da preferirsi il governo di più; male minore che ne impedisce uno maggiore; la tirannia è pessima cosa, perché direttamente opposta al virtuoso governo di un solo, che ha chiamato ottimo. Per evitar tanto male, lo stesso monarca dev’esser richiamato a considerare lo stretto dovere che ha di rendersi degno di tenere uno scettro. Né la corona d’oro che gli cinge la fronte egli deve credere che talvolta non sia irta di spine. Per il bene altrui e per osservare debitamente la giustizia non è raro che tocchi al monarca tollerar pene e sacrifici; non è privo di angustie il pastore che vuol governare e difendere il suo gregge, né il padre che dà alla famiglia il frutto dei suoi sudori. A lui darà la religione virtù e fortezza per sacrificarsi quando occorra, pel bene del suo popolo. Ed un altro premio avrà dall’amore dei sudditi; preziosa ricompensa di chi ben governa, invano cercata dal tiranno che non trova chi lo ami, se non per proprio interesse, e finché questo dura. Ma d’altra parte anche ai sudditi conviene rendere men grave il peso a chi governa colla docilità e ubbidienza, ed anche col tollerarne le imperfezioni né sempre esigere l’ottimo, che nelle cose umane non si trova. Così a chi regge è tolto ogni motivo di incrudelire e piegarsi a tirannia. Se questo non si fa, sul popolo stesso ricade il danno, perché sono non di rado un castigo di sudditi indocili gli inetti o cattivi governanti. – Ed è mirabile il vedere con che acume il Santo Dottore tratta di ciò che spetta alle sollecitudini che ha da prendersi tanto il re quanto chi lo aiuta nell’esercizio del suo potere; l’udirlo trattare della necessità di promuovere il benessere dello stato col far prosperare soprattutto l’agricoltura e cercare lo sviluppo dei commerci. In questo punto è notevole come egli preferisca, in vantaggio comune, la ricerca della ricchezza che l’uomo trova nel suolo, e chiama più degna la nazione che ha l’abbondanza delle cose dal territorio proprio ». Non vieta al monarca di cercar ricchezze, onore e fama, e soprattutto la stabilità del suo potere, quando tutto sia rivolto al comune vantaggio che rimane sempre il fine d’ogni onesto regime; così la sua ricchezza e la sua gloria è come un patrimonio di tutti. Fu un vero danno che quest’opera rimanesse incompleta; sebbene in ciò che ci resta siano poste sapientemente le basi a dimostrare il vantaggio che alla società civile possono apportare i principii della morale cristiana.

34. — Ultimo viaggio a Parigi, e ritorno in Italia.

La dimora in Italia del Santo Dottore dové interrompersi un’altra volta per la sua andata a Parigi, ai primi del 1269 pel Capitolo Generale. Fu pregato a voler riprendere nello studio generale di San Giacomo il suo uffizio di Reggente, ed acconsentì. Il Capitolo fu tenuto, come per il solito, nella Pentecoste; e lo presiedé il Padre Giovanni da Vercelli. Sebbene la presenza di San Tommaso in quel Consesso abbia portato senza dubbio qualche vantaggio, e si ricordi in particolare un suo giudizio dottrinale intorno al segreto, pure è da pensarsi che qualche altra grave ragione inducesse. Tommaso a sostener la fatica di questo viaggio. Il Beato Giovanni era entrato in relazione con Clemente IV; e perfettamente si era inteso con lui intorno al gran bisogno della Cristianità in questo momento. Il comune desiderio era la sospirata unione della Chiesa Greca colla Latina, ed insieme il buon esito di una nuova Crociata contro gli infedeli; e il Papa sperava molto dall’Ordine di San Domenico, così diffuso anche in Oriente, e dalla scienza dei suoi Dottori, che avrebbe domato l’orgoglio dei Greci, ostacolo principale alla desiderata unione, che all’opera della Crociata avrebbe recato vantaggi immensi. Con una lettera del 9 giugno del 1267 si era rivolto al Maestro Generale, facendo assegnamento sull’aiuto di tanti bravi difensori della Chiesa, chiamati a riparare la grave rottura che lo scisma aveva fatto nella veste inconsutile di Gesù Cristo; e domandava intanto tre Religiosi per inviarli come suoi Legati all’Imperatore Michele Paleologo. – Non meno intense erano le premure del Santo Re Luigi IX, che non poteva consolarsi d’aver dovuto lasciare nelle mani degli infedeli il Santo Sepolcro di Cristo, e voleva bandire un’altra volta la guerra santa, nonostante i recenti disastri delle armi cristiane. Ottenuto il consenso da Clemente IV, si era anch’egli rivoltò ai Frati Predicatori per aver bravi missionari che bandissero ovunque la nuova crociata. Si sa infatti che per tutto quell’anno 1268 molti religiosi dell’Ordine furon destinati a tale ufficio. – Ma il 29 novembre dello stesso anno Clemente IV, dopo appena tre anni e dieci mesi di pontificato, moriva in Viterbo; e per deplorevoli circostanze l’elezione del successore ebbe un ritardo di due anni e nove mesi, con danno non leggiero per la Chiesa. Nondimeno i predicatori della Crociata continuarono nella loro missione, e il Capitolo di Parigi cercò di giovare alla grande opera, ordinando che si annunziasse la prossima partenza del Re e si raccogliessero offerte e pii legati dai fedeli. Intanto arrivavano orribili notizie dall’Oriente. Antiochia era caduta, Fra Cristiano, già Frate Predicatore, Patriarca di quella sede, era stato assassinato con quattro religiosi, nella sua Cattedrale, dai militi di Saladino; centomila Cristiani erano stati massacrati, molte suore oltraggiate e passate a fil di spada. Questi fatti aumentarono lo zelo del re, che cercò di affrettare la partenza col suo esercito. Ma prima di prendere in San Dionigi la croce e il bordone da pellegrino, ebbe varii colloqui col suo dolce amico San Tommaso. Era l’ultima volta che queste due grandi anime si incontravano su questa terra. Tommaso non doveva più toccare il suolo di Francia; ed il buon re, che il 1° luglio del 1270 partì da Aigues-Mortes, dopo lo sbarco a Cartagine, sotto i dardi di un sole cocente, il 25 agosto, colto dalla peste che distrusse gran parte dell’esercito crociato, spirò fra le braccia dei Frati Predicatori che nel viaggio gli erano stati amorosi compagni. Il suo corpo, recato da una nave a Trapani, traversò poi tutta l’Italia, portato come in trionfo fra le popolazioni commosse. Non mancaron certo le lacrime del suo grande amico San Tommaso d’Aquino. In Parigi Tommaso era da tutti ricercato. Può dirsi che dalla sua cattedra egli dirigesse il pensiero cristiano del suo tempo. Ciò che egli diceva era la dottrina cattolica che lo diceva; e tutti convenivano in questo pensiero. Tacevano le dispute ai piedi della sua cattedra, ogni dubbio svaniva; e la verità si manifestava in tutta la sua limpidezza. Né cessò in questo frattempo di scrivere o dettare; e i suoi sapienti consigli erano ricercati da tutti. Ma la volontà dei superiori lo richiamava a Roma; ed egli se ne tornò con molto rammarico di ognuno, non senza esprimere la sua viva gratitudine e la sincera affezione che conservava verso una città così piena per lui di grate memorie. Non i trionfi della sua dottrina gli tornarono a mente, ma i ricordi dei bravi maestri, dei colleghi e condiscepoli, di tanti alunni, insieme coi quali era salito alle altezze della divinità, di tanti confratelli, che lo avevano amato, e di cui egli aveva ricambiato con tenerezza la devota affezione. Ripassò da Bologna, ove la sua pietà era attratta dal sepolcro ove egli stesso aveva visto porre con tanto onore le ossa del suo caro e venerato Patriarca, di cui era così viva tra quei religiosi e in tutto il popolo la memoria. E forse in quest’occasione accadde il fatto che dobbiamo narrare, ricordato dai biografi, che fé conoscere quanto in lui fosse radicata la virtù dell’obbedienza. Un frate converso, che doveva uscire per la città a far provvisioni, chiese al Padre Priore la consueta benedizione ed il compagno. Il Priore, senz’altro pensare, gli disse che prendesse per socio il primo frate che gli capitava. Sceso il converso, s’imbattè in Fra Tommaso, che non conosceva, e gli riferì le parole del Priore. Tommaso accettò senz’altro; e fu visto tener dietro a stento per le vie di Bologna al frettoloso converso, sebbene stanco, e impedito da certo dolore ad una gamba. Ma per la città alcune persone riconobbero nel religioso zoppicante il celebrato Maestro, ed avvisarono il laico. Figurarsi la meraviglia, le scuse, le proteste del povero frate! Ma Tommaso non fece altro che sorridere; e disse con tutta calma: Son piuttosto io che merito rimprovero; voi avete fatto l’obbedienza, ed io invece non son riuscito a farla come avrei desiderato! Dopo aver pregato e pianto sulla tomba del santo Patriarca, rivalicò l’Appennino e se ne tornò a Roma.

35. — San Tommaso a Napoli.

Sebbene ancora il Santo Dottore fosse nella sua piena maturità ed avesse appena toccato il quarantacinquesimo anno, egli prevedeva la sua rapida scomparsa. La sua vita si faceva sempre più calma, i rapimenti erano più frequenti, una dolcezza inesprimibile, quasi come in dolce parola d’addio, si vedeva in tutti i suoi atti; e i suoi discorsi mostravano come egli si andasse sempre più staccando dalla terra ed anelasse al cielo. Varie città, intanto se lo contendevano a gara. La sua fama era volata tanto alta, che il solo averlo con sé sarebbe parso onore sì grande, da essere ambito più che qualunque altra gloria. Parigi, che ne aveva educato l’ingegno e dove egli aveva rivelato la sua grandezza, lo richiedeva nella sua Università; Bologna, dove egli aveva trovato tanta corrispondenza di stima e di affetto, gli offriva la più generosa ospitalità; Roma, la metropoli del mondo cattolico, lo avrebbe visto volentieri restare a fianco del Pontefice; e Napoli, che, d’altra parte, poteva dirlo suo e dove aveva ricevuto l’abito dell’Ordine, si lagnava che ancora non aveva potuto averlo; e tutte queste città moltiplicarono le loro istanze al Generale dell’Ordine. Il Capitolo Generale, che si tenne nel 1272 a Firenze, ebbe da quasi tutte le Università d’Europa domanda di averlo, almeno per qualche tempo; e sembra quasi che ovunque si prevedesse la sua scomparsa, e tutti desiderassero di udir quella voce prima che tacesse per sempre. La vittoria toccò a Napoli. I Superiori dell’Ordine, consentendo il Pontefice, accolsero le istanze del Re Carlo d’Angiò e Tommaso, dopo aver venerato per l’ultima volta le tombe dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, e salutati i suoi confratelli di Santa Sabina, se ne parti per Napoli col suo indivisibile compagno, Fra Reginaldo. Vi giunse alla fine dell’estate del 1272. – La gioia della città fu indescrivibile; fu portato come in trionfo fino alla porta del suo convento; altissimi prelati e personaggi dei più nobili gradi si confondevano colla folla almeno per  vederlo o udirlo quando predicava nella Chiesa o dava lezioni dalla cattedra, ma nemmeno l’alito della vanagloria giunse a toccarlo per sì festose accoglienze: all’altezza dell’ingegno che sempre più in lui si rivelava, rispondeva d’altra parte l’umiltà del suo animo riconoscente a Dio di tanta luce che gli aveva infuso, senza attribuir nulla, proprio nulla, a se stesso. A lui era grato starsene ritirato nella sua cella a pregare o a dettare i suoi preziosi volumi. Era giunto allora alla terza parte della Summa Teologica., a quel trattato dell’Incarnazione, che è il più gran monumento che la ragione umana abbia innalzato in omaggio al Verbo di Dio fatto carne. E sia che pregasse, sia che dettasse, egli era sempre come rapito e fisso nella contemplazione del vero: ed altissimi personaggi che in quei momenti si recavano a visitarlo, ne restavano ammirati e non osavano disturbarlo. Non dissimile era la sua predicazione che mai tralasciò. Rimase memoria della quaresima da lui predicata, certo nel 1273, tutta sull’Ave Maria. E così nello scrivere delle cose più alte, come dell’unione ineffabile del Verbo colla natura umana, dei misteri di Gesù Cristo, della sua vita e della sua passione, del divino influsso della sua virtù riparatrice per mezzo dei Sacramenti, delle grandezze della Vergine Madre, se egli, seguendo rigorosamente il suo metodo, e sempre più addentrandosi nei divini segreti, sembrava rattenere gli slanci del cuore, nel pregare davanti agli altari, nel celebrare il divin sacrificio, nel dir le lodi di Dio e della Vergine Madre, raggiungeva un tal grado di fervore, che sembrava non bastare il suo cuore all’influsso che a lui veniva dalla fonte increata della verità e della vita. Durante uno di questi slanci accadde il fatto raccontato da tutti gli storici sulla fede giurata del piissimo religioso Fra Domenico da Caserta, che ebbe la sorte di esserne testimone. Egli lo vide nella cappella di San Niccolò, ov’era solito pregare, sollevato di due cubiti da terra, davanti a un devoto Crocifisso. A un tratto dalle labbra del Divin Redentore uscirono queste parole: Tommaso, tu hai scritto bene di me. Qual premio dunque tu vuoi? E Tommaso: Nient’altro che voi, o Signore! Le sue preghiere da quel momento si fecero ancor più fervide e più abbondanti le lacrime. Nella Compieta secondo il rito domenicano, suol cantarsi per due settimane di quaresima, un responsorio commovente, interrotto da un versetto del Salmo 70°, che dice: Non mi rigettate, o Signore, nel tempo della mia vecchiezza, non mi abbandonate quando le mie forze verranno meno. Il versetto suol cantarsi da un sol religioso a turno; e quando toccò a Tommaso, tutto il suo volto si coprì di pianto. – Tra gli altri rapimenti fu notato quello della domenica di Passione, durante la Santa Messa. Mentre teneva in mano il corpo di Nostro Signore, prima di comunicarsi, ebbe un’estasi assai lunga, che fu avvertita dagli astanti, tra cui erano alcuni ministri del Re, i quali non si stancarono, ma s’infervorarono nella pietà ed attesero fino al termine. Non tralasciò, in questo tempo, le lezioni che tenne sia nella celebre Università ov’era stato discepolo, per le quali gli era stato assegnato da Re Carlo lo stipendio d’un’oncia d’oro al mese, sia nel convento in una vasta aula, ove tuttora si conserva la sua cattedra; e il concorso era immenso. Tra i discepoli che ebbe a Napoli è da ricordarsi Fra Guglielmo di Tocco, che doveva poi scriverne la vita, e lavorare per la sua canonizzazione; e Fra Bartolomeo, detto più comunemente Tolomeo da Lucca, altro suo biografo, che ascoltò talvolta le sue confessioni e che fu poi elevato al vescovado di Torcello. – A dimostrare la sua attività anche in questo tempo e le sue cure indefesse per il profitto dei giovani negli studi sta il fatto di un viaggio, avvenuto certamente tra l’estate e l’autunno di quell’anno 1273, a Viterbo, Perugia, Firenze e fino a Pisa, ove, per incarico del Capitolo tenuto l’anno precedente, stabilì nel celebre convento di Santa Caterina, ove si conserva ancora la sua cattedra, uno studio generale di Teologia. Altri piccoli viaggi egli fece a Salerno; e restò memoria di quello fatto al Castello di San Severino nel Salernitano, ove dimoravano le sue sorelle, Teodora sposata a Ruggero Conte di Marsico, e Maria signora di Marano. E qui avvenne che stando ad orare nella cappella, entrò in un’estasi lunghissima, che fece stare le sorelle in pensiero. Lo stesso Fra Reginaldo che lo aveva accompagnato si meravigliò perché mai l’aveva visto restare immobile e fuori di sé per tanto tempo. Come si fu riavuto, il compagno gli chiese con molta premura che cosa avesse veduto o udito in quel tempo; e Tommaso gli rispose colle parole di San Paolo: Ho visto e udito tali meraviglie, che all’uomo non è possibile raccontarle. Tutto quello che ho scritto non è che paglia, al confronto di quello che Iddio mi ha rivelato. E poi soggiunse: A te, o Reginaldo, manifesto il segreto del cuor mio: il mio insegnamento e la mia vita presto avranno fine. – Da quel giorno, che era il 6 di dicembre del 1273, il Santo Dottore cessò di scrivere. La Somma Teologica rimase interrotta alla fine del trattato della Penitenza, e la parte con cui essa è condotta a termine, chiamata il Supplemento, fu poi tratta, come sopra dicemmo, da altre opere del Santo Dottore da Fra Reginaldo, che gli succedé nella Cattedra di Teologia a Napoli.

36. — A Fossanova.

La scelta di Tebaldo Visconti a successore di Clemente IV fu un indizio del desiderio vivissimo che in tutto il mondo si aveva di vedere ormai terminata la lacrimevole separazione della Chiesa Greca dalla Latina e riunito tutto il popolo cristiano nella grande opera della liberazione del Santo Sepolcro. Egli era infatti uno dei più fervorosi apostoli che mai si fossero recati tra i Cristiani d’Oriente; e ricevuto in Palestina, ove si trovava, il decreto della sua nomina, si mise in viaggio per l’Italia e andò tosto a trovare in Viterbo i Cardinali per trattare subito con loro dei grandi interessi della Cristianità. Una delle cose a cui prima pensò fu di dare a Gerusalemme un buon pastore; e la scelta del nuovo Patriarca cadde su Fra Tommaso Agni da Lentino, che, come vedemmo, aveva già ricevuto nelle proprie mani la pròfessione del giovane Tommaso d’Aquino, ed era stato poi elevato all’arcivescovato di Cosenza. Nessuna idea ebbe per allora Gregorio IX di preparativi guerreschi, che da sé soli a nulla approdavano; molto invece egli sperò da una comune intesa dell’Episcopato cattolico, che lavorasse alla desiderata unione delle due Chiese; e indisse per il 1274 il Concilio Ecumenico da tenersi a Lione. Gli uomini più grandi di quel tempo, insieme coi Vescovi di tutta la cristianità vi furon chiamati; e tra gli altri, il Beato Alberto Magno, il Beato Pietro da Tarantasia. San. Bonaventura e il nostro Santo Dottore, che fu invitato con lettere particolari e incaricato dal Pontefice di recare con sé il suo celebre trattato Contro gli errori dei Greci. – Così ai primi di febbraio del 1274 Tommaso si congedò dai suoi confratelli di Napoli e si mise in viaggio col fedele Fra Reginaldo, sebbene sofferente e assai indebolito, soffermandosi in vari luoghi, dappertutto accolto con festa e caramente ospitato. Stando per via, Fra Reginaldo gli disse che correva voce che il Papa, nel Concilio, lo avrebbe fatto Cardinale con Fra Bonaventura e che sarebbe stato questo un grande onore pei due Ordini! State certo, rispose il Santo, che io non muterò mai lo stato in cui mi trovo. E quanto al mio Ordine, in nessuno stato gli potrei essere utile quanto in quello in cui resterò. Passò per Aquino, e al luogo della sua nascita diè l’ultimo saluto. Il suo pensiero salì anche all’asilo della sua infanzia: e ai piedi di Montecassino ebbe una lettera premurosa dell’Abate Bernardo, che lo invitava a salir lassù, anche perchè i monaci desideravano una sua spiegazione di un passo oscuro dei Morali di San Gregorio. Ma egli si scusò, dicendo d’essere stanco pel viaggio e pei digiuni dell’Ordine. Alcuni monaci allora discesero, ed egli rispose in iscritto colla consueta chiarezza. Entrato nella diocesi di Terracina, si fermò al castello di Maenza, nella vallata del Sacco, ov’era una sua nipote, la Contessa Francesca d’Aquino maritata ad Annibale da Ceccano, che lo trovò molto deperito e gli fece apprestare le più sollecite cure. Ma il male progrediva, e la Contessa chiamò a curarlo un medico, certo Guido da Piperno. La nipote avrebbe voluto trattenerlo, ma Tommaso non volle mettersi in letto fuori d’una casa religiosa, e si trascinò a stento sopra un muletto, entrò nella vallata dell’Amaseno, traversò Prossedi, passò sotto Sonnino e si fermò stanchissimo alla badia cisterciense di Fossanova, fra Terracina e Piperno. Entrando in quella sacra dimora, fu udito ripetere le parole del salmo CXXXI (14), che presso i Domenicani sono in uso nell’ufficiatura dei morti: Questo è il mio riposo nei secoli dei secoli; qui abiterò, perché me lo sono eletto. Gli furono assegnate due cellette presso quelle dell’Abate; in una stava un camino, nell’altra il letto. Le cure che gli ebbero i monaci durante un mese non si potrebbero descrivere. Tutti si tenevano onorati di poterlo servire; e basti il dire che andando a far legna nella foresta per fargli fuoco, vollero sempre portarle sopra le loro spalle, né mai permisero che gli animali portassero sul dorso cose che servivano per il Santo Dottore. La notizia si sparse per tutto. Corse la Contessa Francesca, che volle ogni giorno saper le nuove della malattia; vennero premurosi da Anagni, da Fondi, da Gaeta, ed anche da Napoli e da Roma, molti Domenicani, e ad essi si unirono vari Monaci e Frati Minori per aver notizie e ricever dal Santo qualche ricordo. Egli si sforzava di rispondere a tutti. A un religioso che gli chiese come avrebbe potuto fare a non perder mai la grazia di Dio, rispose: Cerca di vivere, come se in ogni ora tu dovessi morire. Alla nipote premurosa, che gli mandò a dire se gli occorresse nulla, fece rispondere: Non mi manca nulla; e diqui a poco avrò tutto. – Nemmeno una parola di lamento uscì dal suo labbro, e dal suo volto sempre più traspariva la serenità dell’anima. I monaci ne restarono ammirati; e alcuni di loro gli ricordarono che San Bernardo, prima di morire, aveva spiegato a quelli che lo assistevano il Cantico dei Cantici, e lo pregarono a fare altrettanto. Datemi lo spirito di San Bernardo, egli rispose, e anch’io farò lo stesso. Ma insistendo essi, egli dettò un mirabile commento che ancora rimane. Fu questa per Tommaso d’Aquino la più bella preparazione alla morte.Fra Reginaldo non lo abbandonò un momento; e Tommaso gli mostrò tutto il suo affetto lasciandogli i più cari ricordi e aprendosi con lui in confidenze affettuose. Un giorno gli disse: Di tre cose io devo ringraziare il Signore in modo speciale. La prima è di avermi dato un cuore nobile, che non si è lasciato attrarre dalle cose vili della terra. La seconda è di avermi lasciato nell’umiltà e povertà del mio Ordine. La terza è stata quella d’avermi fatto conoscere lo stato felice del mio fratello Rinaldo. Il suo pensiero correva a Rinaldo! A lui che lo aveva già malmenato e condotto alla carcere, a lui che, accordatosi col fratello, gli aveva preparato una spaventosa caduta, la quale avrebbegli tolto, se Dio non fosse corso in suo aiuto, il suo massimo onore e il nome di Angelico, a lui, che sapeva ora accolto nella gloria dal Dio delle misericordie, che tanti falli perdona per un atto generoso, egli andava ora col pensiero, sicuro di trovarlo presto nel cielo.

37. — La morte. Ritratto del Santo.

Sentendosi vicino alla sua fine, Tommaso chiese a Fra Reginaldo di udire la sua confessione generale; e poi domandò la grazia di restar solo, per disporsi a ricevere il Santo Viatico. Volle che lo togliessero dal suo letticciolo e lo ponessero a giacere in terra, sopra la cenere. Furon raccolte le parole che proferì nel momento in cui l’Abate gli presentò la Santa Eucarestia, e gli chiese di fare la consueta Professione di fede: Io ti ricevo, o Dio, prezzo della redenzione dell’anima mia, viatico del mio pellegrinaggio, per amore del quale ho vegliato e studiato, predicato ed insegnato. E tutto quello che ho scritto, io lo sottopongo alla correzione della Santa Chiesa Romana, nella cui obbedienza ora passo da questa vita. Ricevuta poi l’estrema unzione, placidamente spirò la mattina del 7 marzo del 1274, prima che spuntasse il sole, in età, a quanto sembra, di quarantotto anni. – Egli era grande e diritto di persona, ben formato, di corporatura oltre l’ordinaria, di complessione delicata, faccia tendente al bruno. Ebbe la fronte ampia ed elevata, e sul davanti alquanto calva, acuto lo sguardo, ma pieno d’inesprimibile dolcezza. Nei suoi gesti e in tutto il suo portamento mai si vide nulla di incomposto: taceva e meditava quasi sempre; interrogato rispondeva cortesemente e qualche volta con arguzia, ma sempre con semplicità e candore. Chiunque lo vedesse sentivasi stimolato ad abbracciar la virtù. Mai fu visto adirato, né turbato, nemmeno leggermente. Non amò affatto le grandezze di quaggiù, che lusingano l’ambizione, né le ricchezze, che non ci sanno dare la vera felicità. Una volta un compagno gli mostrò da un’altura la città di Parigi e gli domandò se avesse desiderato di esserne padrone; e rispose: Prenderei più volentieri le Omelie del Crisostomo su San Matteo. Come compendio di quanto fu detto e scritto della sua santità e delle grazie a lui concesse, bastino le due promesse che Iddio gli fece: che non sarebbe stato mai vinto dagli allettamenti della carne, né mai avrebbe sentito gli stimoli della vanagloria; basti la testimonianza di Fra Reginaldo, che tante volte lo aveva confessato, e fino sul letto di morte, di non aver trovato in lui se non la coscienza d’un bambino di cinque anni. – Quale fu nella vita tale è negli scritti. La tranquillità del ragionamento non si altera mai; sembra che egli tema degli slanci del cuore nel trattare dei divini misteri. Tutto è misurato nel suo eloquio: una parola di più lo guasterebbe, una di meno vi lascerebbe un vuoto. Contro gli erranti non ha mai parole di rimprovero, mentre li confonde collo splendore della verità. La frase più severa che sia uscita dalla sua penna fu quella che usò contro David de Dinant, quando chiamò stoltissima la sua dottrina, che confondeva Dio colla materia prima! Fu amantissimo del suo Ordine, e preferì a tutti gli onori del mondo il suo povero cappuccio di frate. Vero predicatore, seppe ben distinguere la cattedra dal pergamo; e parlando al popolo, mentre attingeva dalla sorgente stessa della divina eloquenza la sua dottrina, la esponeva con parole semplici e chiare, che egli paragonava alle monete, di cui tutti devon conoscere il valore. Ma ancor meglio che colla predicazione e l’insegnamento, egli parlò colla sua vita; e bene egli disse di se stesso con Sant’Ilario: Riconosco che il dovere principale che lega a Dio la mia vita, è che ogni mia parola ed ogni mio sentimento parli di Dio. E veramente egli sembrò in mezzo agli uomini la più alta espressione della verità. Ed un sincero amore della verità sarebbe stato anche causa della sua morte immatura ed avrebbe dato ad essa il valore di un martirio, se fosse accertato quanto vari storici affermarono, che essa fosse accelerata da un lento veleno fattogli dare da Carlo d’Angiò. Sospettoso e crudele com’era, quel Re avrebbe saputo di una risposta data dal Santo Dottore a chi gli aveva domandato che cosa egli avrebbe detto delle cose sue al Concilio di Lione, se ne fosse stato richiesto: Certamente io dirò la verità. Ed è la verità che spesso fa paura ai potenti.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (6)

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (4)

VITA
dell’Angelico Dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (4)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti.
Card. Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA FRANCESCO FERRARI 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

23. — Ritorno in Italia.

A Santa Sabina.

Il 25 Maggio del 1261 moriva Alessandro IV in Viterbo, ove si trovava allora il Patriarca di Gerusalemme, già Arcidiacono di Liegi e poi Vescovo di Verdun Giacomo Pantaleone, venuto per chiedere alla corte papale protezione in favore dei poveri Cristiani di Palestina. A lui si rivolse il pensiero dei Cardinali nel Conclave; ed eletto Pontefice, prese il nome di Urbano IV. – Uno dei primi pensieri del novello Papa fu di giovarsi della dottrina di Tommaso d’Aquino, che in breve aveva acquistato sì alta fama tra i dotti e che egli stesso aveva conosciuto in Francia al tempo della celebre lotta contro i religiosi, nella quale il savio Arcidiacono si era schierato tra i loro difensori. Lo volle presso di sé, e gli comandò di venire in Italia, respingendo ogni domanda che faceva con insistenza l’Università di Parigi per ritenere il suo Dottore. Ai primi del 1261, Tommaso dové sospendere le sue lezioni cedendo la sua cattedra a un suo illustre discepolo, Fra Annibale di Molaria, e mettersi in viaggio per l’Italia. Andò per diritta via ad Orvieto, ove si trovava il Pontefice, lietissimo di aver vicino a se l’uomo più dotto del tempo suo, che gli sarebbe stato di potente aiuto per attuare, a benefizio della Chiesa, quelle idee che occupavano tutta la sua mente. – D’altra parte i superiori della Provincia Romana, andarono lieti di riavere questo loro alunno, a cui senza indugio affidarono la cattedra di teologia nel celebre convento di Santa Sabina sull’Aventino. Lassù, ove si era rifugiato giovanetto, fuggito da Napoli e perseguitato dai parenti per aver preferito agli agi della vita del mondo la povertà dell’abito domenicano, tornava ora pieno di gloria, ma cresciuto nel basso sentire di sé dopo diciassette anni; e vi trovava più che altrove la pace, nel silenzio, nei colloqui con Dio e nelle care memorie del suo venerato Patriarca. – Il Convento di Santa Sabina, che già era stato sotto Onorio III palazzo pontificale, presso la Chiesa gloriosa che lo stesso Pontefice aveva dato all’Ordine, era il centro, a quel tempo, della Provincia Romana, a cui Tommaso apparteneva per esser figlio dei Convento di Napoli, estendendosi allora la vasta Provincia domenicana all’Etruria, all’Umbria, al Lazio e a tutta l’Italia inferiore. Così a lui poté affidare il P. Troiano del Regno, allora Provinciale, l’istruzione dei giovani studenti in quel glorioso convento. Questo periodo di dodici anni, durato fino alla morte, e interrotto, come vedremo, dalle sue gite a Londra, a Bologna e a Parigi pei Capitoli Generali, dobbiamo chiamarlo, nella vita del Santo Dottore, il più fecondo, se pensiamo al molteplice e arduo lavoro a cui egli si diede, oltre al soddisfare ai delicati incarichi a lui affidati dal Papa. Le pratiche religiose, a cui fu sempre fedelissimo, le orazioni lunghe e ferventi, da lui alternate alla predicazione quasi continua della parola di Dio ed alla fatica dell’insegnamento, non gli impedirono di meditare e scrivere opere meravigliose, che formano ora l’ammirazione del mondo. Basti ricordare la Somma contro i Gentili, la Catena d’oro e soprattutto la Somma Teologica. Ma questa vita gloriosa doveva tosto abbellirsi di una nuova e splendidissima luce: e a nessun altro che al Dottore Angelico aveva riservato la Provvidenza questa purissima gloria.

24. — Il Dottore e Poeta eucaristico.

A Tommaso d’Aquino che Urbano IV, stando in Orvieto, fece venire a sé, manifestò un suo pensiero. Disse che essendo egli più di venti anni addietro, Arcidiacono di Liegi, aveva conosciuto nel convento di Mont-Carillon una serafica vergine, chiamata Giuliana, che professava la regola di Sant’Agostino, devotissima della Santa Eucaristia. Questa suora, fino dai suoi primi anni, ogni volta che orava, aveva una visione misteriosa: le sembrava vedere una luna piena, ma da un lato un po’ mancante; e chiestone a Dio con fervide preghiere il significato, aveva inteso che la luna significava la Chiesa, e il difetto che si vedeva era la mancanza in lei di una festa speciale del Santissimo Sacramento. Dopo molte esitazioni, ella aveva manifestato la cosa ad un canonico di Liegi, che l’aveva poi riferita a lui Arcidiacono e ad altri Dottori, tra i quali era il Domenicano Fra Ugo di San Caro, allora Provinciale di Francia, che là si trovava per la visita canonica ai conventi del suo Ordine. – Ma non eran mancate le critiche più acerbe contro la novità voluta dalla suora. Però quei sapienti si erano mostrati favorevoli in gran parte, specialmente il Domenicano; sicché il Vescovo, che era Roberto di Torota, aveva pensato nel 1246 di istituire nella sua diocesi la festa desiderata, ma fu prevenuto dalla morte. Quello che egli non aveva potuto fare, lo fece sei anni dopo lo stesso Fra Ugo da San Caro, che eletto Cardinale e Legato della Santa Sede in quelle regioni, istituì in Liegi, e per quanto si estendeva la sua legazione, la nuova festa, fissando per essa il giovedì dopo l’Ottava della Pentecoste. Egli stesso con gran solennità la celebrò in Liegi stessa nella cattedrale di San Martino. Ma le ostilità furon riprese con maggior furore dopo la partenza del Cardinale. La Beata Giuliana fu presa specialmente di mira e cacciata dal suo convento: e il 5 Aprile del 1258 erasene volata al cielo. Ma prima di morire, aveva fatto partecipe una povera reclusa, chiamata Èva, sua amica, ripiena dello spirito di Dio, dei suoi dolori e delle sue speranze. Aggiungeva il Pontefice come a lui, che era tuttora Arcidiacono, e soleva inviarle delle elemosine, aveva potuto la povera Èva far pervenire i suoi lamenti e ne aveva avuto conforto. Ed ora che la Provvidenza avevalo elevato sul più alto trono del mondo, voleva ad ogni modo che i voti di quelle candide anime fossero esauditi. – Egli ben sapeva che collo spirito della Beata Giuliana, la quale aveva ormai deposto il corpo nel suo sepolcro, e con quello della reclusa superstite, che gemeva nella sua povera grotta, tante e tante anime avevan comuni i desideri ed i voti; e tra queste anime era certamente quella del gran Dottore d’Aquino. – Tommaso non esitò un istante ad approvare il pensiero del Pontefice; e vide in tutto quel fatto l’opera di Dio. E pregato da lui di metter subito mano alla composizione del nuovo ufficio liturgico e della messa per la grande solennità, umilmente accettò. Quell’ufficio rimane; ed è un vero capolavoro di poesia e di scienza teologica. Possiamo dire che la mente ed il cuore del Dottore Angelico si rivelano a noi in quelle antifone, in quegli inni e in quei canti, in mirabile modo. E veramente conveniva che un Dottore, a cui la Chiesa avrebbe poi dato il nome di Angelico per la sua purissima vita e la celeste dottrina, ponesse sul labbro di lei le sue parole per celebrar la virtù e grandezza di quel dono, che è chiamato Pane degli Angeli. Come premio pel suo lavoro ebbe Tommaso da Urbano IV un prezioso dono, che fu ad un tempo un graziosissimo simbolo: una colomba d’argento. V’è chi aggiunge che Urbano volesse anche nominarlo cardinale, ma che non riuscisse a vincere le sue più vive resistenze. – La bella festa del Sacramento fu instituita il 2 Agosto del 1264 ed estesa a tutta la Chiesa. Con vari prodigi Iddio stesso aveva manifestato in varie parti che il tempo in cui sarebbesi tra gli uomini maggiormente glorificato il mistero di amore era vicino; specialmente nel celebre miracolo di Bolsena, avvenuto appunto in quei giorni. Un sacerdote alemanno, nel celebrarvi la santa Messa, ebbe fortissimi dubbi sulla presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia. Ma quando fu al momento di dovere spezzar l’Ostia che teneva nelle mani, egli vide uscirne vivo sangue in copia, sì che il corporale ne fu in varie parti macchiato. Lo stesso Urbano IV recò ad Orvieto colle proprie mani quel sacro corporale, che divenne insigne reliquia. Ad esso non solo la mirabile custodia d’argento e di gemme lavorata da Ugolino da Siena, ma la cattedrale stupenda, che sorse in quella città, sarebbe rimasta solenne monumento. Intanto il decreto del 2 Agosto veniva pubblicato per tutte le diocesi, e destava nel popolo cristiano il più vivo entusiasmo. – La sollecitudine per il bene della Chiesa universale non aveva cancellato nella mente del Pontefice sommo il ricordo della povera reclusa di Liegi. A lei egli mandò con una sua lettera una copia tanto del decreto quanto del nuovo ufficio composto da San Tommaso. Meraviglioso esempio in faccia al mondo, che così spesso tra il grande ed il piccolo, tra gli alti intelletti e le menti degli umili innalza muri di divisione!

25. — La Somma contro i Gentili.

Un altro grande pensiero del Pontefice Urbano IV era la conversione di tanti poveri infedeli, a molti dei quali mancava il benefizio di una parola apostolica, che togliesse dalla loro mente i pregiudizi e li guidasse per sicura via alla verità. Egli aveva visto coi propri occhi quante anime si perdevano per questa funesta ignoranza e il poco frutto, o piuttosto il danno che si faceva a tanti popoli d’Oriente andando contro di loro colle armi e con mire ambiziose piuttosto che colla parola di pace e colla buona novella del Vangelo. Nei missionarii che si recavano nelle terre dei Saraceni e dei Giudei e in mezzo ad altre nazioni separate dalla Chiesa, due cose essenzialissime spesso mancavano: la conoscenza delle lingue ed una sufficiente istruzione religiosa per catechizzare quelle genti. E spesso si trattava non di ammaestrare turbe di neofiti nelle verità della fede, ma di piegare intelletti traviati da un falso cristianesimo, e specialmente quelli che si davan per dotti, in cui da secoli si eran fatte strada le più assurde dottrine. – L’Ordine di San Domenico aveva un uomo che viveva di questa idea: un dotto spagnolo, il Padre Raimondo da Pennafort, che la Chiesa avrebbe poi iscritto nel catalogo dei Santi. Egli che aveva fatto per varii anni, prima di entrare nell’Ordine, la vita di missionario, di 46 anni aveva vestito l’abito, e nel 1238 era stato eletto Maestro Generale, succedendo al Beato Giordano di Sassonia. Una forte debolezza a lui sopravvenuta, dopo soli due anni, lo aveva costretto a lasciar quella carica; ma poi, riacquistate le forze, erasi dato ad una vita laboriosissima dedicata soprattutto alla conversione degli infedeli. Presso i Generali dell’Ordine a lui succeduti, e specialmente presso Fra Giovanni Teutonico, aveva fatto premure per la fondazione di varie scuole di arabo e di caldeo in alcuni Conventi dell’Ordine, e sollecitato l’invio di alcuni frati spagnoli a Tunisi e nella Murcia, allo scopo di apprender quelle lingue. Essi avevan portato con sé il testo autentico della Bibbia, con cui si erano studiati di palesar gli errori di cui eran piene le versioni falsate dei dottori arabi. All’opera di evangelizzazione già aveva cercato Fra Raimondo di unire quella della carità più eroica, colla fondazione dell’Ordine della Mercede per la redenzione degli schiavi, che imponeva ai suoi membri di restare in pegno nelle mani degli infedeli per ottener la liberazione dei cristiani fatti prigionieri. – Il Capitolo Generale di Parigi del 1256 si era reso conto di questa necessità, ed aveva encomiato l’opera intrapresa dal generoso Fra Raimondo. Ma non bastò. Egli vide quanto sarebbe stata necessaria per una soda educazione dei missionari, sia di quelli che in Spagna vivevano a contatto cogli Arabi che l’avevano invasa, sia di quelli che per cagione delle crociate si trovavano allora in Oriente, ed erano anche provocati a difficili dispute, un’opera che facesse conoscere le verità divine a cui può giungere l’umana ragione e insieme confutasse tutti gli errori e le superstizioni dei nemici della fede, fossero essi Ebrei, o Maomettani, o semplicemente Pagani; e mettere in mano all’Apostolo di Cristo valide armi per combatterli; e pensò che nessuno avrebbe meglio di Tommaso d’Aquino compiuto un tale lavoro. Al desiderio di Fra Raimondo si aggiunse quello del Pontefice e la volontà del Capo dell’Ordine; e San Tommaso pose mano al poderoso lavoro. – Così si ebbe la celebre Somma contro i Gentili, che egli cominciò a scrivere, a quanto pare, in Parigi e a cui pose termine in Roma nel 1261 dopo l’esaltazione di Urbano IV, e che così bene corrispondeva ai generosi intenti del grande Pontefice. San Raimondo l’ebbe come un dono a lui venuto dal cielo. Le verità naturali a cui l’uomo può giungere colla ragione e per la via delle creature, e quelle che, pur essendo contenute nei limiti della facoltà intellettiva, ci vengono insegnate dalla fede che sovviene alla debolezza nostra, sono da Tommaso illuminate con tal forza di ragionamento, che più oltre non è dato salire ad umano intelletto. E quanto alle verità superiori, che i Cristiani ritengono per fede, a lui basta mostrare che contro di esse nulla può opporre la ragione umana, e che sono invece con essa in mirabile armonia. Tutto ciò che dai sistemi filosofici dei vari tempi, dalla negazione giudaica e dalle false dottrine degli eretici, specialmente dalle sottigliezze degli Arabi e dalla perfidia dei Manichei viene opposto contro di loro, non è che vano sofisma o gratuita negazione. – Con quest’opera meravigliosa, tradotta’ subito in greco, in arabo ed in siriaco, a cui solo fanno riscontro i famosi libri della città di Dio di Sant’Agostino, non solo S. Tommaso giovò allo scopo voluto da S. Raimondo e meritò l’ammirazione del Pontefice, ma fu utile a tutti i tempi, restando essa guida sicura ai forti intelletti per giungere ad una chiara visione della cattolica verità e per conoscere i solidi fondamenti su cui essa è basata.

26. — La Catena d’oro.

Un altro lavoro appartenente a questo periodo, è la Catena d’oro. Fu la posterità che diede questo bel titolo alla preziosissima opera che S. Tommaso compose sui quattro Vangeli per espresso comando, come egli dice, del Vicario di Gesù Cristo, a cui egli dedicò la prima parte, cioè il Vangelo di S. Matteo, e che dopo la morte del Papa, avvenuta solo due anni dopo l’elezione, egli condusse a termine. L’incarico di distendere un commento completo del Santo Vangelo riunendo insieme le molte testimonianze dei Padri Greci e Latini aveva pensato il Pontefice di affidarlo ai due grandi Dottori S. Tommaso e S. Bonaventura, che, dividendosi l’arduo e lungo lavoro, lo avrebbero condotto a termine con maggior sollecitudine. Ma S. Bonaventura, allora Generale del suo Ordine, si scusò; e il lavoro rimase al solo Tommaso. Nella Catena d’oro il testo sacro viene a noi attraverso la mente dei suoi più grandi conoscitori, quali furono i Santi Padri, i Dottori della Chiesa e gli antichi interpreti, di cui vengono riportate, quasi sempre a lettera, le testimonianze, così bene accordate, da farne come un concerto di voci solenni. Ventidue Padri e scrittori Greci e venti Latini, appartenenti a dodici secoli, cioè tutto il fiore dei commenti fino allora conosciuti, noi lo abbiamo in quest’unico libro, che, oltre al procurarci un risparmio immenso di tempo e di studio, ci presenta il testo sacro in una mirabile e divina unità, e ne espone lucidamente tanto il senso letterale quanto lo spirituale o mistico, con quell’autorità che tutta la Chiesa riconosce in tali espositori. Sono essi soli che parlano; S. Tommaso tace; ma la luce di quell’intelletto angelico rifulge in ogni pagina del libro, ed è essa che congiunge gli anelli della preziosa catena. – I biografi videro quasi un miracolo nel fatto che, con tanta penuria di codici quale eravi in quel tempo, potesse S. Tommaso unire insieme tante testimonianze; e dicono che, percorrendo per vari monasteri, facesse suo molto materiale colla sua prodigiosa memoria. Comunque sia, e tenuto conto anche del ricco contributo di cui poté far tesoro, stando specialmente a fianco del Pontefice, il lavoro meritò l’ammirazione di tutti i dotti al tempo suo e le lodi di tutta la posterità. Scrivendo al Cardinale Annibaldo, a cui, dopo la morte di Urbano, dedicò i tre volumi dei Vangeli di S. Marco, di S. Luca e di S. Giovanni, S. Tommaso dice di aver durato in questo lavoro molta fatica e di avervi posto uno studio amoroso. Questo studio è principalmente nella scelta dei testi, dai quali sono tolte via le sottili e inutili questioni e che sono stati messi ingegnosamente a raffronto, prendendone veramente il fiore. In tal modo le più belle pagine di S. Giovanni Crisostomo, di Sant’Agostino, di S. Gregorio, di Sant’Ambrogio, di Tertulliano, di Origene, così calde, così ricche di vera eloquenza, illustrano nel più mirabile modo la parola divina del Vangelo.

27. — Prodigi e celesti favori.

Colla preziosa opera della Catena d’oro sono da ricordarsi altri dotti commenti della Sacra Scrittura, come quelli sui libri di Giobbe e d’Isaia, sui primi cinquanta salmi, sui Vangeli di San Matteo e di San Giovanni e sulle quattordici Epistole di San Paolo; minuta analisi del pensiero del grande Apostolo delle Genti, che riesce una perfetta esposizione di tutta la dottrina cattolica. – Fu concesso da Dio al nostro Santo uno specialissimo lume per entrare nei secreti del testo sacro, che egli sempre interpretò dopo lunghe orazioni, alle quali aggiungeva il digiuno quando si presentavano a lui speciali difficoltà. Lo vedevano spesso in chiesa starsene lunghe ore col capo appoggiato al Tabernacolo, ove si conservava la Santa Eucaristia. E in quei momenti ripeteva le parole di Sant’Agostino: « Possa io ottenere l’aiuto da te, fonte dei lumi; e mentre batto alla tua porta, mi sia rivelato il segreto dei tuoi sermoni. » – Ricordano i processi un fatto attestato dal fedele compagno di Tommaso, Fra Reginaldo. Era andato il Santo al suo notturno riposo; e Fra Reginaldo, che dormiva nella cella accanto, si destò al rumore di alcune voci che si udivano in quella di Tommaso. Poco dopo, il Santo lo chiamò dicendo: Portatemi il lume e la carta, ove abbiamo scritto sopra Isaia. Il frate obbedì, e scrisse quanto il Santo Dottore gli venne dettando. Era la spiegazione di un passo difficilissimo del Profeta. Com’ebbe terminato di scrivere, Fra Reginaldo si gettò in ginocchio presso il letto del Santo, e lo scongiurò a dirgli con chi avesse parlato: « Non mi partirò di qui, »esclamava, finché non me lo avrete detto! Alfine il Santo condiscese, c disse che gli erano apparsi i Santi Apostoli Pietro e Paolo e gli avevano spiegato il difficile passo, Ma insieme gli impose di non far parola della cosa a nessuno prima della sua morte. – Altri prodigi confermarono la santità della sua vita e dei suoi insegnamenti. Uno di essi accadde nella Basilica Vaticana ove predicò una quaresima. Nel Venerdì Santo parlò dei dolori del Redentore con tanta devozione che mosse tutti al pianto. E nella Pasqua vi fu gran concorso; ed egli esortò tutti ad esultare nel Signore e celebrare la sua resurrezione. Nell’uscir dalla Chiesa, una donna che pativa un flusso di sangue, avvicinatasi a lui tutta piena di fede, gli toccò il lembo della cappa e rimase d’un tratto sanata. – Un altro prodigio avvenne nel castello della Molara, nelle colline Tu- sculane, ove San Tommaso fu un giorno invitato dal Cardinale Riccardo di Sant’Angelo. Vi andò col suo amato Fra Reginaldo, che si ammalò gravemente e si mise in letto con altissima febbre; sicché era quasi disperato dai medici. Tommaso aveva una specialissima devozione verso la Vergine e Martire Romana Sant’Agnese, e ne teneva continuamente appesa al collo una piccola reliquia. Se la tolse e l’accostò al petto del povero Fra Reginaldo, che si alzò subito dal letto perfettamente guarito. Tommaso, attribuendo tutto all’intercessione della beata verginella, mostrò desiderio che ogni anno se ne facesse la festa nel convento, ove si trovava, con letizia speciale. Tra gli altri favori celesti che gli furon concessi furono le rivelazioni che egli ebbe intorno ai suoi due fratelli Landolfo e Rinaldo. Di Landolfo, allorché morì, seppe che era andato in purgatorio, e ne sollecitò con ardenti preghiere la liberazione, e che Rinaldo, il quale, come vedremo, per una santa e nobile causa aveva dato la vita, toltagli dai sicari di Federico II, era salito alla gloria celeste. E gli fu mostrato un libro, ove il nome di Rinaldo era scritto a caratteri d’oro ed azzurro. Allo stesso modo fu accertato dell’eterna salute della sua sorella Marotta, Badessa del monastero di Santa Maria di Capua, ov’era vissuta in santità di vita e che alcuni anni innanzi era morta.

28. — I due Rabbini.

Stando a Roma, Tommaso fu di nuovo invitato dal Cardinale Riccardo al detto castello della Molara, perché passasse in sua compagnia la festa del Santo Natale. Vi andò, e trovò che stavano presso il Cardinale due Rabbini, padre e figlio, uomini ricchi e di forte ingegno, molto conosciuti in Roma. Al Santo Dottore disse molto famigliarmente il Cardinale: Fra Tommaso, dite qualcuna delle vostre buone parole a questi Ebrei indurati. E il Santo: Dirò quel che potrò, purché mi vogliano ascoltare. Entrarono in discorso; ed era bello udir questi Ebrei esaltare, in tono di vittoria, la loro religione, come la più antica del genere umano, la custode fedele della divina rivelazione, l’erede delle più sante promesse, e specialmente di quella a loro fatta da Dio, del dominio su tutti i popoli della terra con l’assicurazione di un’eterna durata. Chi avesse udito quei vanti, avrebbe forse crollato il capo e pensato ad opporre altre grandezze da parte della nostra fede; ma Tommaso tutto approvò, e si unì ai suoi interlocutori in quegli elogi. Anzi, continuando, mostrò che quelle grandezze avrebbero potuto conservarsi e avrebbe dovuto compiersi quel grande destino, né mai interrompersi tradizioni così gloriose. E con la profonda cognizione che aveva delle Sacre Scritture, mostrò come tanti simboli sarebbero ora senza alcun significato, tante predizioni non si sarebbero verificate, se non si fosse ammesso quanto i Cristiani ritengono di Gesù Cristo e della sua Chiesa; il solo regno spirituale veduto dai Profeti, che avrebbe esteso i suoi domini fino ai confini della terra. – I due Rabbini rimasero stupiti, ma non si diedero per vinti. Allora la parola del Santo Dottore divenne più accesa; e veramente usciva da un cuore pieno di desiderio della salute di quelle anime, anch’esse redente da Cristo; e parlava di Cristo, solo erede delle promesse di Abramo, di Isacco, di David e di tutti i Patriarchi e Profeti, di Cristo, a cui i dolori e le pene non tolsero nulla della sua divina grandezza, anzi aumentarono la sua virtù riparatrice dei nostri falli, consolatrice dei nostri cuori. E il suo volto manifestava l’interno desiderio, e già da esso traspariva la letizia per la conquista che egli era per fare di queste due anime. – Si separarono quella sera: i Rabbini ridotti al silenzio, erano ancora ostinati. Tommaso non andò al consueto riposo: ma si trattenne per tutta la notte in devota preghiera. Era appunto la notte del Santo Natale: il suo Dio doveva in quei cuori versare la sua luce; Tommaso chiedeva questa grazia al suo Dio, che era disceso nel mondo fra il canto degli Angeli a recar la vera pace. Riferiscon gli storici dal processo, che il Santo Dottore, devoto com’era di quell’ineffabile mistero, era solito ogni anno, nella festa di Natale, aver qualche visione del Santo Bambino e della sua divina Madre ed ottener qualche grazia da lui desiderata; e che quest’anno la grazia che chiese fu la conversione di queste due anime. – I Rabbini passarono la notte nella più viva agitazione. Alzatisi innanzi giorno, si recarono come per istinto nella cappella del castello, e udirono la voce di due che cantavano. Erano Fra Tommaso e Fra Reginaldo, che avevano intuonato il Te Deum, A quella voce erano accorsi i cappellani e familiari del Cardinale, e il Cardinale stesso, sebbene incomodato dalla podagra, si fece portare nella chiesa. Finito il canto, che gli stessi accorsi avevano compiuto, i due Ebrei si prostrarono davanti al Santo colle lacrime agli occhi. Non avevano altre ragioni da opporre, né ebbero altro da domandare se non la grazia del santo Battesimo. – Nel giorno stesso, che era la Solennità del Natale, furono battezzati con gran letizia del Cardinale e gran festa in tutto il palazzo, e vi presero parte molti nobili venuti da Roma, dove presto fu divulgata la cosa con grande ammirazione di tutti.

29. — Al Capitolo di Londra.

Fra Umberto de Romanis, il venerando uomo che aveva per nove anni governato l’Ordine domenicano con sapienza e fortezza e ne aveva difesi validamente i diritti, e veduta la crescente prosperità ed anche indovinata la futura grandezza e gli alti destini a cui Iddio lo chiamava, specialmente col concedere ad esso un uomo come il Dottore d’Aquino, aveva passato il sessantesimo anno, ed era risolutamente deciso di rinunziare al suo ufficio nel prossimo Capitolo che doveva tenersi a Londra. Egli pensò che l’arduo peso poteva bene esser sostenuto da più giovani spalle, e che a lui era utile tornare alla condizione di umile suddito ed alla vita di orazione e di ritiro nella pace della sua cella. Varie infermità, del resto, lo avevano visitato di quando in quando, e ne avevano allentato l’attività mirabile. – La città di Londra era stata scelta nel Capitolo tenuto in Bologna nella Pentecoste del 1262; e San Tommaso era stato eletto Definitore della Provincia Romana. Ai Padri capitolari che non potevano opporre ragioni assolute di impossibilità, non era permesso dispensarsi; e Tommaso considerò come un sacro dovere l’intervenirvi, sebbene il lunghissimo viaggio costasse a lui assai tempo e molto disagio. Partì da Roma alla fine dello stesso anno 1262 con alcuni compagni. Ci fu conservata  la cara memoria della sosta che fece nel celebre convento di Sant’Eustorgio in Milano, ove il Beato Giovanni da Vercelli, allora Provinciale, aveva istituito una scuola di logica. Ma la pietà di Tommaso eravi attratta soprattutto dalle memorie del gran martire suo confratello, San Pietro da Verona. – Questo eroe della fede, dieci anni innanzi, era caduto vittima dell’odio dei Manichei nella foresta di Barlassina, tra Como e Milano, e morendo aveva scritto la parola Credo nel terreno col dito intriso nel proprio sangue. Non ancora spirato l’anno da quella morte gloriosa, Innocenzo IV lo aveva ascritto nel catalogo dei Santi ed alla sua tomba erano continui i miracoli e le grazie. – Dinanzi a quelle sacre reliquie si prostrò il Santo Dottore, che volle lasciarvi il prezioso ricordo di otto versi, che furono poi incisi sulla tomba. In essi è esaltato lo spirito apostolico del difensore di Cristo e del popolo fedele, caduto sotto il ferro dei Catari, e vien resa testimonianza dei prodigi che Cristo compiva a gloria di lui ed a vantaggio della fede. – Dinanzi ai Padri Capitolari il Beato Umberto, dopo di avere esattamente reso conto del suo governo, domandò umilmente d’esser prosciolto dall’ufficio. Invano si opposero i Padri, che sapevano essere egli specchio di pietà, amato da tutti e venerato, zelante al sommo del bene dell’Ordine. Ma furon così vive le sue istanze, che essi pensaron meglio di non contristarlo ed appagarono il suo desiderio. Trattavasi però della nomina di un successore, alla quale molti, in verità, non erano preparati. Ed era affare di molta importanza, in quel momento specialmente, la scelta del novello Generale, e cosa assai ardua dare un degno erede al Beato Umberto. Fu molto opportuno il consiglio suggerito dal Santo Dottore d’Aquino. Con altri Capitolari egli pensò doversi dare ai Padri un anno di tempo per tale scelta; e propose frattanto l’elezione di un Vicario. E forse si deve a lui se, per il bene dell’Ordine, accettò quell’incarico il suo caro condiscepolo sopra ricordato, Fra Pietro da Tarantasia, allora Provinciale di Francia, uomo santissimo, che avrebbe saputo in quell’intervallo, con prudenza e forza, calcare le orme del beato Umberto, per poi tornare alla sua cattedra di Parigi e agli altri ministeri che lo tenevano legato. Quel consiglio fu di somma utilità, perché da un lato si provvide assai bene al bisogno del momento; dall’altro poté poi scegliersi un uomo veramente degno di quell’altissima carica. Infatti, spirato l’anno, i voti dei Padri capitolari si raccolsero sul nome del Beato Giovanni da Vercelli, che fu veramente l’uomo della Provvidenza, eletto a conservare la famiglia domenicana nelle sue tradizioni gloriose ed avviarla ai nuovi destini in difficili tempi. – A Fra Pietro da Tarantasia era riservata una più gloriosa carriera, che, come vedemmo, lo condusse al più alto soglio della terra. Terminato il Capitolo di Londra, il Santo Dottore riprese il suo viaggio per l’Italia.

30. — La rinunzia all’Arcivescovato di Napoli.

Tornato in Italia, ebbe Tommaso assai presto il dolore di perdere un amico ed un padre, il Pontefice Urbano IV. A lui succede, col nome di Clemente IV, il Cardinale Vescovo di Sabina, Guido Fulcodi, di Linguadoca, che sembrò avere ereditato da Papa Urbano i sentimenti di stima e di affezione sincera verso il nostro grande Dottore, a cui però, col pensiero di premiarne i meriti, procurò le angustie più vive. – Era rimasto vacante l’Arcivescovato di Napoli; e il novello Pontefice giudicò che a nessuno meglio che a Tommaso d’Aquino poteva affidar quella sede. I Napoletani, giustamente orgogliosi di lui, desideravano unanimi quella nomina; e il Pontefice, in segno di predilezione verso il Santo, aveva pensato di aggiungere alle rendite dell’Arcivescovato quelle del Monastero di San Pietro ad Aram. In questa decisione era compreso anche un nobile intento, secondo il suo parere: quello, cioè, di dare il modo a Tommaso di rialzare la famiglia d’Aquino, assai decaduta per le vicende politiche di quei tempi. Federigo II imperatore, divenuto crudele e ribellatosi alla Chiesa, era stato scomunicato da Gregorio IX nel 1239. Allora molti Signori d’Italia lo abbandonarono, né vollero prender più parte alle sue guerre ingiuste. Furon tra questi i Conti d’Aquino, fratelli di San Tommaso, Landolfo e Rinaldo, che si unirono ai Conti di Sora, fattisi difensori del Papa. Per vendicarsi di loro, Federigo II nel 1250 fece smantellare la città di Aquino e privò la illustre famiglia di tutti i suoi beni. E non bastò; perché Rinaldo fu ucciso a tradimento e Landolfo mandato in esilio. Ma Tommaso, che già sotto Urbano IV, a quanto sembra, aveva saputo sottrarsi all’onore della porpora, poté evitare anche il nuovo pericolo. Tutto ormai era disposto per l’elezione, ed egli ancora nulla sapeva. Ma quando la cosa gli giunse all’orecchio, rimase così colpito, che più non si sarebbe addolorato per una grave sventura che gli fosse ad un tratto piombata addosso. Il motivo d’aiutare i parenti non valse: quanto a loro egli aveva altre idee: se la Provvidenza avesse voluto ricondurli a prospera condizione, non sarebbero a lei mancati i mezzi; ma le rendite della Chiesa, egli pensava, non dovevano servire a questo. Tra il desiderio del Santo di voler restare nell’umiltà del suo abito religioso e il volere del Papa di esaltarlo ad ogni costo, la lotta si continuò alquanto; e Tommaso tutto sperò dalle preghiere che giorno e notte rivolse a Dio in quei momenti. Alfine il Pontefice depose quel pensiero, con grande allegrezza del Santo Dottore. – Quanto alla famiglia d’Aquino Iddio provvide a suo tempo, perché da Carlo d’Angiò, eletto dopo cinque anni re delle Due Sicilie, essa fu restituita nel pieno godimento di tutti i suoi beni. Napoli non ebbe in Tommaso il suo Arcivescovo. Ma se lo avesse avuto, dobbiamo certo pensare che l’attività scientifica di Tommaso, in altri ministeri occupato, si sarebbe troncata, e forse la Chiesa non avrebbe avuto da lui la Somma Teologica.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (3)

VITA
dell’Angelico Dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (3)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA
FRANCESCO FERRARI
1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

18. — La difesa dei religiosi.

Guglielmo di Sant’Amore era uomo irrequieto e fantastico. Sebbene gli fossero mostrati con ogni evidenza i suoi torti, e quasi tutti i Vescovi e lo stesso Re Io avessero riprovato, si ostinò nei suoi errori, e neppure lo mosse una nuova Bolla di Alessandro IV del 18 giugno 1255, in cui venivano a lui ed ai suoi compagni minacciate le pene più severe della Chiesa. Comparve allora un opuscolo anonimo, di cui lo stesso Guglielmo fu poi riconosciuto autore, intitolato: Dei pericoli degli ultimi tempi. L’autore protesta di non essere animato se non dal desiderio del bene, e di dovere, per questo, additare alle anime uno dei più gravi pericoli che minacciava la Chiesa. Ed afferma che la comparsa nel mondo degli Ordini mendicanti non era che la venuta dei falsi profeti predetta da San Paolo, esser sola finzione la loro virtù, pompa vana la scienza, utile a poco il loro apostolato, vana ostentazione la loro povertà, inganno e menzogna le loro penitenze. Se a un tal danno non si fosse posto sollecitamente un rimedio, se non fossero proscritti come infesti alla Chiesa e alla Società questi uomini nuovi, altri gravi pericoli, egli diceva, avrebbe dovuto temere l’intera umanità. Sarebbe stato dovere della Chiesa disperdere per sempre queste istituzioni inutili e dannose, prima tollerate, ma poi approvate per deplorevole errore; perché i loro membri non erano che figli di satana, messi dell’Anticristo. – In verità le accuse di Maestro Guglielmo furono dai più giudicate tosto appassionate e false, specialmente nei punti ov’egli attaccava la natura e lo scopo delle due sante istituzioni, non nominate da lui, ma descritte con esatte particolarità. Ma purtroppo alcune accuse, che avevano una certa apparenza di vero, acquistarono credito, come quella del danno che veniva al clero secolare dall’attività dei frati, ed altre a cui forse avevan dato occasione alcuni membri dei due Ordini, che, nel calore della disputa, non avevano saputo conservare quella serenità e quella calma, di cui Tommaso dava si splendido esempio. Il libro fu inviato dal Re San Luigi a Roma per chiederne la condanna; e là si recaron di nuovo lo stesso Guglielmo di Sant’Amore con altri tre dottori dell’Università; mentre dal loro canto vi accorsero in propria difesa alcuni religiosi Domenicani e Francescani. Frattanto il Pontefice diede il libro in esame a quattro Cardinali, fra i quali era il Domenicano Ugo di San Caro, che manifestò al Beato Umberto Generale dell’Ordine il desiderio che intervenisse nella lotta anche Tommaso d’Aquino, da lui creduto l’uomo più adatto per ribattere accuse così maligne, mentre la sua vita, d’altra parte, ne era la confutazione più aperta. Era l’anno 1256; e Fra Tommaso per la prima volta tornava in Italia. La fama lo aveva precorso; ed Alessandro IV già ne aveva parlato con alte lodi scrivendo il dì 11 marzo di quel medesimo anno al Cancelliere dell’Università di Parigi; e chiamandolo illustre per nobiltà di natali non meno che per onestà di costumi, aveva affermato che nella sua mente aveva accolto, col divino aiuto, un tesoro di scienza nelle lettere sacre, e desiderava perciò che gli venisse conferito il grado di Dottore nella celebre Università, sebbene non avesse l’età prescritta dagli statuti, che esigevano trentacinque anni. Venne Fra Tommaso in Italia col caro Maestro Alberto Magno e il Generale dell’Ordine Beato Umberto; e fu lieto di avere per compagno San Bonaventura, il suo fedele amico, condotto da Fra Giovanni da Parma Generale dei Minori. Si trattava di un pericolo comune; e i campioni dei due Ordini dovevano sostenere insieme la lotta. – Il Pontefice dimorava allora in Anagni. Come là fu giunto, il Beato Umberto radunò nel convento dell’Ordine il Capitolo, e in presenza dei religiosi diede ordine a Tommaso, anche in nome del Vicario stesso di Gesù Cristo, di stendere una confutazione dell’infame libello del Maestro Guglielmo. Tommaso obbedì senz’altro; e dopo aver rivolto a Dio fervorose preghiere, si mise al lavoro, e scrisse quella difesa, che ancora rimane, ove son messi al nudo tutti i sofismi dell’astuto scrittore, che vien confutato vittoriosamente. Allo scritto unì la parola: e in un giorno stabilito tenne dinanzi al Papa un sermone così chiaro e stringente sull’argomento, che il Papa col sacro Collegio applaudì calorosamente. Il libro ad una voce fu giudicato contrario alla fede, dannoso alla pietà cristiana, ingiurioso alla Chiesa e sorgente di scandalo pei fedeli; e i deputati dell’Università doverono umiliarsi a sottoscrivere la propria condanna. Ma Guglielmo di Sant’Amore perseverò nella sua ostinazione, e fu perciò degradato ed escluso dall’Università, mentre gli altri tre dottori doverono ascoltare nella Cattedrale d’Anagni la lettura del decreto, che condannava il libro ad essere arso pubblicamente alla presenza del Papa. – Il trattato di San Tommaso scritto in tale occasione e che ha per titolo: Contro coloro che impugnano lo stato religioso, è uno dei più celebri che ci abbia lasciato il santo Dottore. Alla consueta solidità delle ragioni egli aggiunge in queste pagine quella potenza e calore di stile che nasce dall’intima persuasione della bontà della causa che difende e dal desiderio di mettere in salvo da ogni attacco presente e futuro l’umano diritto ad una vita di ritiro e di studio, d’innocenza e di bontà, consigliata dal Vangelo e congiunta coll’attività apostolica. Opera che molto utilmente può leggersi anche ai dì nostri, mentre da varie parti le accuse contro gli Ordini religiosi si sono rinnovate, sebbene i fatti più luminosi le smentiscano continuamente.

19- — Ritorno in Francia, e tempesta di mare.

Chiesta umilmente la benedizione al Sommo Pontefice, Tommaso, in compagnia del Padre Generale e del Beato Alberto, si rimise in viaggio per la Francia e giunto a Civitavecchia prese la via del mare. Si crede che in questo viaggio accadesse la furiosa tempesta, di cui gli storici conservarono il ricordo. – Era partito il naviglio con vento propizio, e veleggiava per le acque del Tirreno verso i lidi di Provenza, quando il cielo si fé oscuro, il vento impetuoso, la pioggia violentissima, sicché la nave era in serio pericolo. Il capitano sbigottito temeva da un momento all’altro che la nave si rovesciasse od andasse ad urtare in certi scogli che si trovano appunto in quel tratto di mare, ove la burrasca li aveva colti; e tutti i passeggeri si raccomandavano a Dio con altissime grida. In quei terribili momenti Tommaso nulla perdé della sua calma consueta, e restò assorto per tutto quel tempo in devota preghiera. Come Dio volle, i flutti si abbonirono e, cessata la procella, tornò favorevole il vento, che condusse la nave al porto di Marsiglia. La calma tornata nel mare per le preghiere di Tommaso fu come un preludio della pace che man mano si venne a ristabilire negli animi tanto per la volontà risoluta del Pontefice e la santa accortezza del Re San Luigi, quanto per la luce che l’intelletto di San Tommaso aveva apportato nell’ardua questione.

20. — Il Dottorato.

Conferma di questa pace e quasi pegno di riconciliazione dei dottori dell’Università coi religiosi già calunniati ed esclusi, fu la decisione che essa prese di concedere il supremo grado del dottorato ai due santi religiosi Tommaso e Bonaventura. Tommaso aveva oltrepassato di poco il trentesimo anno, ma era ben lieto di avergli accordata l’opportuna dispensa Alessandro IV, che aveva già avuto nella famosa disputa un sì bel saggio della sua dottrina. Così dal grado di Baccelliere, col quale aveva continuato il suo insegnamento esponendo i celebri libri di Pier Lombardo in mirabili lezioni che rimangono tra i suoi scritti, salì a quello del Dottorato. Ma per la sua modestia e profondissima umiltà fu una gran prova per lui il dovere accettare quel grado; e solo per obbedienza consentì ad esser chiamato maestro, mentre nell’insegnare e nel predicare aveva sempre cercato di porre in luce la dottrina e nascondere se stesso; e ai propri occhi egli appariva immeritevole di qualunque onore. Molto diversamente invece la pensavano gli altri. Egli si rivolse a Dio colla preghiera; e rapito in estasi, vide comparire davanti a sé un bel vecchio, a cui egli espose tutte le sue esitazioni. Non temere, gli rispose il vecchio, e tieni come volere di Dio il comando dei tuoi superiori. E intanto gli suggerì il testo da esporre nel cosiddetto Principio, o prolusione, da recitarsi in presenza di tutta l’Università nell’atto di ricevere il Magistero. Era il versetto del salmo centesimo terzo: Tu dai luoghi superiori innaffi i monti: e dei frutti, che sono opera tua, sarà saziata la terra. Quel sermone fu tenuto dal Santo il 23 ottobre 1257, e tutti lo udirono meravigliati. Esso tuttora ci rimane; ed oltre ad essere un documento mirabile della scienza del novello Dottore, è un chiaro saggio della sua umiltà, e un grande presagio, come Giovanni XXII lo giudicò nella celebre Bolla con cui decretava a lui gli onori degli altari. Poiché in Tommaso stesso sì adempì, a benefìcio della Chiesa, quanto dice il Reale Profeta: riceverono la sua celeste sapienza le grandi intelligenze, paragonate ai monti, irrigati da alte sorgenti; mentre la santità di lui, come acqua ristoratrice della terra, che rende atta a produrre frutti copiosi, è di somma edificazione a tutto il popolo di Dio.

21. — San Luigi Re di Francia.

Della elevazione di San Tommaso al grado del dottorato andò lieto soprattutto il santo Re Luigi, che ebbe sempre per lui una specialissima predilezione. Eran due anime grandi, che appena si furon conosciute, si compresero e si amarono, e, possiamo anche dire, lavorarono insieme per il bene della società e della Chiesa. Lietissimo San Luigi d’avere nella sua Università il celebrato Maestro, ebbe occasione più volte di ammirarne la profonda e vasta dottrina. Ben presto si strinse con lui in familiarità cortese, prese a consultarlo intorno a quanto egli intendeva di fare a benefizio della religione e dello stato, e sempre si attenne ai suoi prudenti consigli. E spesso eran cose ardue e del tutto estranee alle occupazioni dei religiosi; ma Tommaso, certo illuminato dallo spirito di Dio, portava nelle questioni come una luce superiore e rispondeva ai dubbi e quesiti del re colla massima sapienza e sicurezza. Sebbene di rado Tommaso si recasse alla corte, qualche volta accettò gl’inviti del Re, e gli occorse anche di restare a pranzo con lui. Ma era cosa mirabile per tutti quei che sedevano a mensa il vederlo assorto in Dio anche in quel tempo, ed affatto estraneo a quello che si faceva o si diceva dai commensali. – Ci conservarono gli storici il ricordo d’un fatto, accaduto appunto quando Tommaso ebbe occasione una volta di sedere a pranzo col Re. Sa ognuno quanto fosse allora occupato il pensiero della Chiesa e dei principi cristiani per le minacce dell’eresia manichea, più volte abbattuta, ma non vinta; e che sotto diversi titoli tentava pullulare di nuovo. San Tommaso che stava allora scrivendo la celebre Somma contro i Gentili, pensava a trovare le ragioni più convincenti per confutare il famoso errore dei due principi del sommo bene e del sommo male, che rinnovava la fatale dottrina del dualismo pagano. In quei pensieri egli s’immerse anche nel momento della mensa; quando a un tratto egli batté un pugno sulla tavola, ed esclamò: È finita pei Manichei! Possiamo figurarci lo stupore dei commensali! Il Priore dei Domenicani, che lo aveva accompagnato, lo avvertì tirandolo per la cappa; ed egli, come riscosso da un sonno, chiese perdono al Re della sua distrazione, dicendo che in quel momento credeva di stare nella sua cella e non alla mensa del Re. Ma questi volle che subito fosse chiamato uno scrittore, il quale subito raccolse, dalla bocca di Tommaso, l’argomento da lui trovato, semplice e luminoso, contro i Manichei. — Se il male, in quanto male, non esiste perché assenza di bene e di entità, il sommo male è somma assenza di entità: è il nulla. E così il preteso dio dei Manichei, che essi chiamano il sommo male, non è che il nulla. – Conservò San Luigi, finché visse, la preziosa amicizia dell’Angelico Dottore, e fu lieto di rivederlo e trattenersi a lungo con lui nel 1270, prima di partire per il suo viaggio, ove trovò, com’è noto, la morte. L’impresa d’Oriente era in cima di tutti i suoi pensieri: e possiam bene immaginare come agli slanci di quel cuore generoso aggiungesse fervore la parola mite, ma calda del nostro Santo, a cui stava così a cuore, come a tutte le anime grandi di quell’età, il trionfo della Chiesa sulla barbarie, annidata presso il sepolcro di Cristo. Da quel momento essi non si rividero più in terra, per ritrovarsi presto nel cielo, ove lo figurò in dolce colloquio, presso il trono della Vergine, il Beato Angelico.

22. — L’ordinamento degli studi domenicani.

L’Ordine di San Domenico ebbe fino dai primordii, e per volontà del suo grande Istitutore, un carattere dottrinale. La sua missione si compendiò nel dare largamente alle anime, per mezzo della parola, il frutto della contemplazione, la verità, meditata ed amata. Ebbero perciò sempre cura i Superiori Domenicani di raccomandare ai religiosi lo studio ; e lo stesso San Domenico diede ai suoi figli un luminoso esempio, quando volle egli stesso, coi primi che gli si unirono, sebbene già ricco di sapere, assistere talora alle lezioni di Maestro Alessandro. Ad essi, tornato una volta da Roma dopo il celebre colloquio col Papa Onorio III, tracciava in due parole la vita che dovevano condurre : Studiare e predicare. I primi conventi furono edificati presso le più celebri università, o altri luoghi di studi ; e questo anche giovò perchè accorressero a domandar l’abito dell’Ordine gli scolari più eletti, desiderosi di darsi tutti al ministero apostolico, ed anche maestri già celebrati nel secolo o insigni luminari del clero. Varie deliberazioni erano state prese intorno agli studi nei Capitoli Generali che si tenevano ogni anno per la festa di Pentecoste ; e specialmente sotto i tre Generali Beato Giordano di Sassonia, San Raimondo da Pennafort e Fra Giovanni Teutonico, erano state fissate alcune norme intorno all’insegnamento nei conventi, tra le quali non fu la meno importante quella dell’erezione di varie cattedre di lingue orientali. La fondazione ordinata nel i348 dei quattro grandi centri di studio che venivano ad aggiungersi a quello più antico di Parigi e ai quali dovevano inviarsi gli studenti migliori da ogni parte d’Europa, ci manifesta la somma premura che l’Ordine si prendeva per la prosperità degli studi, e per l’unità e serietà dell’insegnamento. – Non esisteva però ancora un ordinamento scolastico comune ed uniforme nei conventi domenicani, sia intorno alla durata dei corsi, sia intorno ai doveri particolari dei lettori e degli studenti : e ci piace vedere come a stabilire tutto questo portasse il suo valido contributo San Tommaso d’Aquino. Nel 1259 fu convocato il Capitolo Generale a Valenciennes nell’ Hainaut, che dopo la fondazione dell’Ordine era il trentesimo ottavo ; e vi furono chiamati cinque dottori domenicani, tra i quali, come vedemmo, il Beato Alberto Magno, Fra Pietro da Tarantasia, e San Tommaso. Generale dell’Ordine era tuttora il Beato Umberto de Romanis, scflecito non meno della disciplina religiosa che dello studio, in cui vedeva per l’Ordine la sorgente d’una prosperità vitale. Nello studio (egli diceva) sta tutto il vigore dell’Ordine, come nell’ anima il vigore del corpo. Sotto questo abilissimo capo, le ordinazioni sugli studi domenicani dovevano prendere la loro forma definitiva. Nel celebre Capitolo molte ordinazioni, prese qua- e là nei varii Capitoli provinciali, vennero discusse ed approvate; e si aggiunsero altri nuovi provvedimenti, che, dopo quasi sette secoli, sono ancora in vigore nelle loro parti fondamentali; prova la più evidente della sapienza che li ispirò. Nè poteva esser diversamente, se pensiamo che in quel venerando consenso splendeva la luce dell’intelletto di Tommaso. Mentre ai discepoli viene imposto lo studio come un sacro dovere e la religiosa disciplina, il silenzio soprattutto, vien suggerita come mezzo per conservare il necessario raccoglimento, ai Superiori son date norme precise per la scelta dei lettori abili all’insegnamento e lodevoli per bontà di vita, e si stabilisce che le Provincie che ne fossero mancanti vengano aiutate dalle altre. Così son dati precisi incarichi ai Visitatori, i quali debbano riferire ai Capitoli provinciali i difetti che troveranno nell’applicazione dei varii decreti, e stabilire le pene ai trasgressori. Aiuto più valido ancora avrebbe poi dato Tommaso all’avanzamento degli studi domenicani, quando la sua dottrina, accettata solennemente da tutto l’Ordine e strenuamente difesa, avrebbe procurato ad esso la lode di una meravigliosa unità dottrinale, a sommo vantaggio della Chiesa Cattolica.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (4)

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (2)

VITA dell’angelico dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (2)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA – FRANCESCO FERRARI, 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

8. — Professione religiosa e andata a Colonia.

Pio XI nella sua enciclica Studiorum Ducem così si esprime: « Se la pudicizia di Tommaso, nel pericolo estremo a cui fu esposta, fosse venuta meno, è da ritenersi che la Chiesa non avrebbe avuto il suo Angelico Dottore. A nessuna virtù infatti meglio si collega la sapienza celeste, che alla mondezza del cuore; e Cristo lo insegnò dicendo: Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio. Ben giudicarono i superiori di Napoli che il noviziato di Tommaso, anche lungi dal chiostro, fosse compiuto. E qual maggior prova si richiedeva da lui per ammetterlo alla professione religiosa? Il farlo professare era, d’altra parte, un mezzo per metterlo sempre più al sicuro; ed egli davvero ne aveva il più pieno diritto. Contro i fratelli, essendo stata risaputa la loro infamia, erasi mosso lo sdegno tanto del Pontefice Innocenzo IV, quanto dell’Imperatore Federico; e la contessa Teodora era ormai disarmata, tanto più che le figlie si eran così volte in favore del giovane perseguitato. Nelle mani del ricordato Priore Fra Tommaso Agni da Lentino poté il novizio emettere i suoi voti solenni di povertà, castità ed obbedienza, ed ascriversi definitivamente all’Ordine Domenicano. Questo santo religioso, che fu poi Vescovo di Betlemme e Legato di Terra Santa, e che più volte aveva visitato Tommaso nel carcere col favore delle sorelle di lui, era in quel momento raggiante di gioia. E fu maggiore la sua soddisfazione quando seppe che in Roma il Pontefice aveva presa la cosa su di sé ed erasi mostrato irremovibile dinanzi ai lamenti e alle proteste della famiglia d’Aquino, difendendo ad un tempo e il diritto di Tommaso di seguire la sua vocazione e l’operato dei religiosi che alcuni avevano messo in mala vista agli occhi di lui. Prima, infatti, di pronunziarsi in favore del novizio, il Papa lo aveva voluto a sé e lo aveva interrogato intorno alla sua vocazione. Davanti al Pontefice il giovane religioso aveva, con ammirabile candore, difeso il suo diritto, ma non aveva per nulla accennato alle violenze patite. Solo aveva chiesto umilmente al Vicario di Gesù Cristo libertà di seguire, per la via della croce, il Divino Maestro. E il Papa lo aveva benedetto, vietando ai parenti di perseguitarlo in qualunque modo. Ad evitar però ogni pericolo, il Generale dell’Ordine, che era allora Fra Giovanni di Wildehausen, detto il Teutonico, il quale doveva recarsi a Parigi e quindi in Germania, prese con sé Fra Tommaso e lo condusse a Colonia, tanto più che soltanto in quel celebre studio dell’Ordine sapeva che egli avrebbe trovato il suo più degno maestro, Alberto Magno. Partirono da Roma nel settembre del 1244.

9. — Alberto Magno.

L’uomo che Dio aveva destinato ad essere a Tommaso maestro e padre, Alberto di Colonia, della nobile famiglia dei Conti di Bollstadt, non aveva forse l’uguale nell’Ordine Domenicano per santità di vita e altezza di dottrina. Dal Beato Giordano di Sassonia, succeduto a San Domenico nel governo dell’Ordine, egli aveva di 19 anni ricevuto l’abito nel convento di Parigi; ed oltre ad aver tutti meravigliato per la profondità del suo ingegno, per la prontezza della sua memoria e per il profitto che fece ben presto in tutte le scienze del tempo suo, aveva dato altresì esempio della più ardente pietà, e soprattutto della più viva divozione verso il SS. Sacramento e la Vergine Madre. In Parigi, ove prima insegnò, poi a Strasburgo, a Ratisbona, a Colonia acquistò sì alta fama che gli fu dato il soprannome di Grande. In Roma, ove aveva tenuto in Vaticano l’ufficio di Maestro del Sacro Palazzo e Teologo del Papa, era rimasto celebre il suo nome. Gareggiò colla scienza la sua santità: zelantissimo per la salute delle anime non tralasciò mai la predicazione della divina parola e la alternò sempre coll’insegnamento: ebbe una carità inesauribile verso i poveri; e quando gli fu dato, li soccorse nel modo più largo. Uomo di orazione, ebbe in pratica di recitare ogni giorno finterò salterio. Gli furono commesse le cariche più onorifiche nell’Ordine, e dalla Santa Sede venne eletto Vescovo di Ratisbona e Legato in Polonia. – Nato più che tre lustri prima del suo discepolo Tommaso, gli sopravvisse di altri 16 anni; e fu somma gloria di lui l’aver avuto un tal discepolo, di cui aiutò i progressi nella scienza con indicibile amore, di cui vide con gioia i trionfi e di cui pianse finalmente la morte. E se Tommaso volò agli eterni riposi senza poter giungere al Concilio di Lione, ov’era chiamato, in questo venerando consesso Alberto Magno sembrò parlare in suo luogo e zelare per lui l’onore di Dio e della Chiesa. La storia ci mostra ad evidenza come il Beato Alberto concepisse fin da principio verso il giovane Tommaso un grandissimo affetto e lo tenesse veramente come figlio. Di qui si spiega quanto valore acquistassero per Tommaso i suoi insegnamenti e quanto giovassero alla completa formazione di lui i suoi esempi; e come l’angelico giovane, quasi per via di un amore docile e veramente filiale, entrasse man mano nel segreto dei più alti pensieri del grande Maestro a lui comunicati con affetto di padre.

10 — Il bue muto

Se col santo suo Maestro trattava Tommaso con filiale espansione, ed a lui furon subito note, coll’altezza dell’ingegno, tutte quelle doti di mente e di cuore che nel carattere italiano, e con più evidenza nei meridionali, si uniscono spesso in dolce armonia coll’affabilità e gentilezza dei modi, coi suoi compagni egli fu piuttosto restio, e non mostrò dapprima familiarità nessuna. Assorto com’era nello studio e nel meditare continuo, osservante al sommo del silenzio, abitualmente serio e composto, fu giudicato soltanto da quella superficie, e creduto povero d’ingegno e del tutto inesperto. Si aggiunga una circostanza notata dagli storici, che Tommaso, quasi del tutto astratto dalle cose di quaggiù, non si accorgeva spesso di ciò che avveniva attorno a lui, sicché egli ebbe poi bisogno di una continua guida per le cose materiali, e fu provveduto che un religioso fosse addetto alla cura della sua persona. Questa singolarità dové certo esser notata anche nella sua giovinezza, e poté venire diversamente giudicata. Certo è che i suoi compagni di scuola presero a chiamarlo il bue muto di Sicilia ». Quel soprannome gli venne dato dapprima dai meno riflessivi di quei giovani, ma presto divenne comune, e non mancò chi giudicò scarsità d’ingegno quella taciturnità e alienazione dai sensi; fino al punto che un suo condiscepolo si offrì amorevolmente a fargli da ripetitore, pensando che poco o nulla avesse compreso delle lezioni del maestro. Per più giorni Tommaso ascoltò quelle ripetizioni, mostrando sempre all’improvvisato maestro la più schietta gratitudine pel benevolo ufficio; e se frattanto non si accresceva la sua scienza, faceva invece grandi progressi la sua umiltà; mentre provava un’interna gioia per la poca stima che si aveva di lui. Egli aveva appreso che l’umiltà è la sola via per salire alla grandezza vera; e che nel disprezzo di sé e nello star lietamente in basso sta il fondamento della virtù più sublime.

11. — Il presagio del Beato Alberto

Al Beato Alberto non restò celato il fatto di quel soprannome, e forse rise in cuor suo dell’inganno in cui eran caduti i suoi scolari intorno al giovane napoletano nuovo venuto. Tacque per allora, ed aspettò che si presentasse un’occasione per correggere quell’errore. E questa non tardò, perché avendo egli un giorno spiegato un passo difficilissimo dell’opera « sui nomi divini » da tutti allora attribuita a San Dionigi Areopagita, il condiscepolo di Tommaso, che gli faceva da ripetitore, disse a lui di mettere in carta ciò che per avventura avesse compreso della lezione del maestro. Tommaso lo fece con semplicità mirabile; e accadde che quello scritto capitò nelle mani del Maestro Alberto, che ne restò stupito, per quanto fosse certo del sublime ingegno di Tommaso. Ma perché a tutti fosse nota la cosa ed egli avesse dalla scolaresca il rispetto che si meritava, stabilì pel giorno seguente una disputa, nella quale Tommaso avesse la parte di difensore. Egli dové obbedire; e le sue risposte pronte, sicure, luminose, superarono ogni aspettativa. Gli oppositori, secondo l’uso della scuola, insistevano colle più sottili obiezioni che avrebbero messo in imbroglio i più provetti; ma egli ne vide subito il debole e le sciolse senza difficoltà veruna, sì che il Maestro degli studenti, che guidava la disputa, gli disse: Voi qui non parlate da scolaro ma piuttosto da Maestro! Allora il Beato Alberto credé giunto il momento di rompere il silenzio: e rivolto a tutta la scolaresca esclamò: Voi lo chiamate il bue muto; ma questo bue manderà tali muggiti, che se ne udirà l’eco in tutto il mondo! – Uno storico fedele del Santo aggiunge: La testimonianza di tanto maestro non lo fece per nulla montare in superbia; ed egli continuò nella sua solita ed esemplare semplicità. E interrogato più tardi perché egli avesse sempre taciuto nella scuola di Maestro Alberto, rispose: Perché ancora non avevo imparato a parlare.

12. — All’Università di Parigi.

Da quel momento a Tommaso furono affidati nella scuola i più delicati uffici. Ma il Capitolo Generale dell’Ordine, tenuto appunto in Colonia nel 1245, prese la determinazione di presentare Alberto all’Università di Parigi perché prendesse la laurea del dottorato, da cui nessuno veniva insignito innanzi il trentacinquesimo anno. Ma non si separò per questo il discepolo dal Maestro, perché insieme fu determinato che si recasse in quella metropoli anche Fra Tommaso, per continuarvi il suo corso di teologia. Partirono nell’autunno del medesimo anno; e in Parigi presero dimora nel celebre Convento di San Giacomo, già fondato nel 1217 dal Beato Mannes fratello di San Domenico, quattro anni avanti la morte del Santo Patriarca. Nel corso di quasi trent’anni quel Convento aveva acquistato una celebrità senza pari, specialmente per avere i Generali dell’Ordine risposto con larghezza ai desideri di San Luigi re di Francia, che bramò aver nella sua metropoli i più eletti ingegni dell’Ordine; favore che egli ricambiò coi benefìzi più larghi. Questi religiosi, uniti ai più celebri di altri Ordini, specialmente di quello dei Minori, occuparono nella celebre Università varie cattedre importanti. Per la venuta di Maestro Alberto ebbe l’Università un notevole incremento, e le sue lezioni furono le più frequentate. La sua fama corse per tutto e attirò scolari dai più lontani paesi. – La vita di Tommaso studente di teologia nell’Università di Parigi fu quella del più umile religioso. Dicon gli storici che egli era sempre occupato in gravi pensieri, e sembrava quasi non curare le necessità della vita. Sedeva a mensa e sembrava mangiar senza gusto; sorgeva e non ricordava affatto quel che aveva mangiato. I libri eran la sua passione più viva; e quando poté avere alcuni volumi dei Padri, avidamente li lesse e colla prodigiosa memoria li fece suoi; soprattutto cercò di penetrar nella mente di Sant’Agostino, che sempre considerò come suo speciale Maestro. – La sua preghiera si fece sempre più intensa, né mai era impedita dallo studio, che, del resto, era anch’esso una preghiera. Colla pietà più profonda e coll’esercizio continuato delle religiose virtù si preparò ai sacri Ordini, che via via gli vennero conferiti, per ricever finalmente quello a cui sapeva di doversi preparare col massimo fervore: il Sacerdozio.

13. — Ritorno a Colonia. L’ordinazione sacerdotale.

Era stato tenuto nel 1248 il Capitolo Generale dell’Ordine a Parigi per la festa di Pentecoste; ed erano state scelte dai Padri quattro città per erigervi gli studi generali, oltre quello che già esisteva in San Giacomo di Parigi, ove ogni provincia dell’Ordine doveva inviare tre studenti: Bologna per l’Italia, Colonia per la Germania, Oxford per l’Inghilterra e Montpellier per la Provenza. A diriger quello di Colonia fu nominato il Beato Alberto Magno, che nell’autunno di quell’anno si mise di nuovo in viaggio e condusse seco Fra Tommaso, che sotto la sua guida continuò con sommo profitto il corso dei suoi studi teologici durato, a quanto sembra, fino al 1252. Al sacerdozio fu promosso Tommaso in Colonia nel suo anno venticinquesimo. La celebrazione della Santa Messa fu per lui da quel momento la cosa senza paragone più degna della giornata. Gli storici della sua vita raccontano che, mentre diceva la Messa, egli era tutto rapito in Dio; che il suo volto, come accadeva a San Domenico, era spesso coperto di lacrime, e sembrava bevere a gran sorsi a quella fonte di vita e di grazia, che è la Divina Eucarestia. Giovanni XXII, nel proclamare la sua santità, lo additava ad esempio; perché ogni giorno, prima di salire la cattedra, il Santo Dottore era solito celebrare con somma devozione la Santa Messa e poi udirne un’altra; e se talvolta non poteva celebrare, ascoltavane due. E le più volte amava servire egli stesso ai confratelli che celebravano, parendogli questo un ministero angelico; ma doveva porre una speciale attenzione per rattenere gli slanci del suo spirito e non restare rapito in Dio. È facile comprendere come le giornate di lui passassero nella più intima unione col suo Signore. Lo studio, l’insegnamento e la contemplazione delle cose celesti si alternavano e, possiam dire, si compenetravano; e quando scriveva o dettava, poteva paragonarsi ad una fonte tranquilla che versa in abbondanza acque salutari. Tale specialmente era Tommaso quando predicava. Per la predicazione egli sapeva avere il Santo Patriarca Domenico fondato il suo Ordine, e dall’insegnamento della cattedra non disgiunse mai il ministero della parola. Possiamo figurarci come fossero sante ed amabili le predicazioni di San Tommaso! Dice un suo storico che il popolo udiva con tanta riverenza la sua parola, come se venisse da Dio. Delle prediche da lui tenute sui Vangeli e sulle Epistole di tutte le domeniche dell’anno e per molte feste dei Santi non restano che brevi note, ma esse ci bastano a dimostrare come egli sempre cercasse di rendere amabile la verità, da lui mostrata nei suoi molteplici aspetti; e che la parola di Dio rivelata fosse sempre la sua guida. Nulla vi si trova di sapienza terrena; è la parola evangelica nel suo senso più vero e più pieno; e sotto il rigore del ragionamento, si sente la dolcezza del cuore di un Santo. – Se il popolo accorreva nelle chiese ad udirlo, lo avrebbero ammirato i dotti non meno nella scuola. Il Beato Alberto era in quel momento l’oracolo dei tempi suoi, nessuno dottore aveva levata di sé più alta rinomanza. Ma Tommaso, senza perder nulla dell’umiltà del discepolo, doveva presto superare il maestro per la nuova luce che parve gettare sulle grandi verità filosofiche e teologiche e per l’invidiabile chiarezza dell’esposizione. Per tutti i centri di studio corse la fama di giovane sì raro; e l’Università di Parigi desiderò di riaverlo come Maestro, dopo averlo ammirato come studente. Il Generale dell’Ordine, che era tuttora il Padre Giovanni Teutonico, consentì alla domanda che specialmente ne faceva il celebre Cardinale Domenicano Ugo di San Caro, il quale prevedeva quanto splendore avrebbe apportato a quella celebre scuola il bravo Dottore italiano. E così nell’anno 1252 tornò a Parigi e inaugurò il suo insegnamento col grado di Baccelliere.

14. — Amicizia con San Bonaventura.

Con altri frati Minori era stato inviato all’Università di Parigi, in quel tempo, anche Fra Bonaventura da Bagnorea, elettissimo ingegno ed uomo ammirabile per purità e santità di vita. Nato nel 122, ebbe al battesimo il nome di Giovanni, che fu poi mutato in quello di Bonaventura per questo fatto. In età di quattro anni fu colto da grave malattia, ed era in pericolo di vita. La madre prostrata ai piedi di San Francesco d’Assisi, lo scongiurò a salvarle il figlioletto. Il Santo si mise a pregare, e il bambino guarì. Allora il Santo lo prese nelle mani, e, levati gli occhi al cielo, esclamò: O buona ventura! Con questo nome egli prese poi l’abito del santo poverello. Appena s’incontrarono, questi due grandi italiani, che dovevano essere i più fulgidi luminari del loro secolo nei due grandi Ordini, si conobbero e si amarono teneramente, come già si erano amati i loro due santissimi padri Domenico e Francesco. Come tra di loro gareggiarono nella pietà e nell’amore delle celesti cose, così si emularono nella virtù dell’umiltà; e si narra che spesso si intrattenessero insieme in santi colloqui. In uno di questi, Tommaso trovò il compagno tutto intento a scrivere la vita di San Francesco. Non volle distrarlo da quella santa occupazione, e ritirandosi, disse: Lasciamo che un Santo lavori per un altro Santo. Un’altra volta a Bonaventura che lo interrogava onde avesse tratto tutto il sapere di cui erasi arricchita la sua intelligenza, Tommaso mostrò il Crocifìsso, dicendo esser quello il libro da cui aveva imparato tutto ciò che sapeva. E fu dolce per il nostro Tommaso che mentre egli, come vedremo, dové accettare, per volere dei Superiori, il Dottorato nella celebre Università, venisse ad un tempo conferito il grado stesso al suo grande amico Fra Bonaventura, come fu a lui di conforto il vederselo a fianco nella lotta che dové sostenere per la difesa dei diritti che vennero in quel tempo contrastati ai nuovi Ordini religiosi. Sarebbe venuto un giorno in cui un grande Pontefice, desideroso di unire gli sforzi dell’Europa cristiana per la grande causa religiosa e civile che agitava allora gli animi, avrebbe voluto in Lione al Concilio Generale questi due grandi luminari della Chiesa; ma, alla vigilia del grande avvenimento, la morte doveva separare Tommaso dall’amato compagno, che si sarebbe poi a lui ricongiunto nel cielo.

15 — Il Beato Pietro da Tarantasia e il Beato Ambrogio da Siena.

Tra i compagni di studio e d’insegnamento che ebbe in Parigi San Tommaso, meritano d’esser ricordati due sopra tutti: il Beato Pietro da Tarantasia, poi Papa Innocenzo V e il Beato Ambrogio da Siena. Era il primo un giovane savoiardo nato forse nel medesimo anno del Dottore Angelico in Tarantasia nella Valle d’Aosta ai pie’ dei ghiacciai del Monte Bianco. Per il suo svegliatissimo ingegno fu mandato a Parigi giovanetto di appena nove o dieci anni; e ivi restò subito incantato dei Frati Predicatori che vide a San Giacomo. Chiese l’abito, e tosto gli fu dato, nonostante la tenera età, tanto piacque la ingenuità e candore con cui lo chiese. Vestito con ben altri sessanta giovani dal Beato Giordano, succeduto a San Domenico nel governo dell’Ordine, fece tutti meravibilare per i progressi nella pietà e nello studio. Era uno spettacolo, in quei momenti, veder correre a quel convento il fiore della gioventù là convenuta da tanti paesi ed entrare a gara nella figliolanza di San Domenico! Nel Beato Giordano di Sassonia era come una meravigliosa attrattiva: narrano che, quando passava per le vie, le madri nascondessero i loro figlioli per timore che gli andassero dietro. Durante il suo generalato, che durò quindici anni, vestì oltre mille novizi. Sapeva infondere in essi l’amore di una vita perfetta e lo zelo più acceso per la salute delle anime. La prosperità dell’Ordine diceva poi con compiacenza, dipende da queste giovani piante. Fra Pietro, prima nelle scuole di San Giacomo e poi nell’Università, fu tra i discepoli più diligenti; e quando vi giunse da Colonia San Tommaso, nel 1252, egli attendeva ai suoi studi teologici e con lui udì le lezioni del Beato Alberto Magno. Due anni dopo San Tommaso, nel 1258 egli ottenne la laurea del Magistero. Troveremo poi insieme i due Santi religiosi col loro Maestro nel Capitolo di Valenciennes, ove portarono il contributo del loro sapere nelle decisioni prese intorno agli studi nell’Ordine. – La carriera percorsa dal Beato Pietro fu rapidissima e giunse al culmine più alto. Eletto nel 1262 Provinciale di Francia, diede all’Ordine grande impulso e ne tenne alto il prestigio. Nominato dieci anni dopo Arcivescovo di Lione e Primate delle Gallie, porse braccio validamente a Gregorio X nel preparare il Concilio che doveva tenersi in quella città, e dal medesimo, prima che il Concilio si aprisse, fu nominato Cardinale insieme con San Bonaventura, e i due Cardinali insieme col Beato Alberto Magno furono come l’anima di quell’assemblea. San Tommaso era già volato al cielo! Terminato il Concilio, Gregorio X prese con lui la via di Roma e s’infermò ad Arezzo, dove santamente morì. In Arezzo stessa si tenne il Conclave, e nel primo scrutinio il voto unanime dei Padri cadde sul Beato Pietro, che, eletto Papa, prese il nome di Innocenzo V. Era il primo Papa Domenicano. Fu stimato uno dei più eloquenti uomini del suo secolo: e a tutti fu esempio di virtù e di apostolico zelo. Scrisse anche opere teologiche pregiatissime; e nel breve pontificato, durato soli cinque mesi e due giorni, poté compiere in bene della Chiesa salutari riforme e lavorare a tutto potere per l’opera della riconciliazione tra i principi e i popoli, e specialmente per la sospirata unione della Chiesa Greca colla Latina. – Sebbene tutto nascosto nel più modesto ritiro, lo pareggiò per altezza d’ingegno il Beato Ambrogio, un po’ più di lui avanzato negli anni, che nato in Siena nel 1220 dalla nobilissima famiglia dei Sansedoni, di 17 anni vestì in patria l’abito religioso e fu inviato a Parigi, ove alla scuola di Alberto Magno fu condiscepolo al Beato Pietro e a San Tommaso. Sebbene molti lo giudicassero, per altezza d’ingegno, pari all’Angelico Dottore, non volle mai salire al grado del Magistero, e i Superiori, per non contristarlo, non crederono di fargliene un comando. Divise la sua vita tra le fatiche dell’insegnamento e quelle della predicazione; ed era cosa mirabile l’udirlo parlare, tanta era l’attrattiva della sua semplice e illuminata eloquenza. Non bastavano spesso le chiese a contenere la folla che si accalcava da ogni parte ; e gli convenne spesso parlar nelle piazze. Talvolta fu veduta al suo orecchio una bianca colomba, ed altri prodigi confermarono la santità della sua parola. Fu accettissimo a Clemente IV, che lo volle in Italia e gli affidò in Roma l’ufficio di Maestro del Sacro Palazzo e predicatore apostolico e l’incarico di riordinare nella città i buoni studi che erano assai in decadenza. Passò la sua vita in laboriosi impieghi, nel sedare inimicizie tra i popoli, e specialmente nel rivendicare la libertà delle elezioni papali. Fu Legato pontificio in Germania, pacificatore di regni e di repubbliche; e per comando di Gregorio X predicò con meraviglioso zelo la santa Crociata. Alla sua città scomunicata da Clemente IV per aver dato aiuto a Corradino di Svevia, contro Carlo d’Angiò, della cui crudeltà questi fu vittima a Tagliacozzo, egli ottenne la riconciliazione col Pontefice e la liberazione delle pene a lei minacciate. Si oppose a tutto potere alla sua elezione ad Arcivescovo di Siena, voluta dai suoi concittadini e dal Pontefice, ed amò continuare nella sua vita di apostolo e cogliere in essa quasi la palma del martirio, perché, predicando in Siena, con grande impeto, contro l’usura, gli si ruppe una vena nel petto e poco dopo morì in età di 66 anni, il 20 marzo del 1286. Lasciò pochi scritti, sebbene dottissimo; e si dice che tanto alta stima egli avesse verso il suo grande condiscepolo San Tommaso e sì basso sentire di sé, che si ricusasse di scrivere o dettare, parendogli bastare ad esuberanza quanto avrebbe scritto San Tommaso. – La nobiltà dei natali, l’altezza dell’ingegno, la gentilezza e soavità del carattere unirono il Beato Pietro e il Beato Ambrogio coi più stretti legami all’Angelico San Tommaso; ma ciò che maggiormente li strinse in dolce comunanza di affetto, fu il verginale candore e soprattutto l’umiltà del cuore per cui nessuno osava anteporsi all’altro, mentre a vicenda si stimavano e si amavano. Se la superbia divide gli animi ed è causa di contese e riprova dell’umana miseria, l’umiltà li unisce e li affratella nella giocondità della pace e ne mostra a tutti la vera grandezza.

16. — La lotta contro i religiosi.

Fu assai dolorosa la contesa che sorse nel seno dell’Università di Parigi intorno ai nuovi istituti religiosi, specialmente ai due Ordini mendicanti dei Domenicani e dei Francescani. La lotta, derivata certo dalla gelosia pel rapido prosperare delle due grandi istituzioni che avevan dato alla Chiesa ed al mondo dottori così eminenti, come Alberto Magno, Tommaso e Bonaventura, ebbe un pretesto dall’uccisione avvenuta in una notte del 1252 di uno studente dell’Università di Parigi, che con altri tre era stato villanamente assalito per le vie della città. I tre, dopo essere stati crudelmente maltrattati, furon tenuti prigioni, e ne vennero tratti il giorno seguente per le proteste dell’Università. Gli assalitori appartenevano alla guardia del celebre istituto, ove i più dei dottori secolari chiesero giustizia; e in segno di protesta, sospesero le loro lezioni. I dottori invece che appartenevano agli Ordini religiosi, vollero continuarle; e sorse di qui una fiera contesa fra gli uni e gli altri dottori, sebbene i rei fossero stati debitamente puniti di comune consenso. Intanto i dottori secolari fecero un decreto, ov’era stabilito che in simili casi dovessero sospendersi tutte le lezioni. Ai religiosi un tal decreto non piacque, non vedendo essi nell’interruzione delle lezioni nessun vantaggio in tali casi. Ma i secolari si ostinarono, e giunsero al punto di escludere dall’insegnamento i religiosi. La discordia non rimase soltanto nel seno dell’Università; la città stessa era divisa per le calunnie che si spargevano contro i dottori religiosi. Il Santo Re Luigi IX era allora in Palestina; Bianca di Castiglia, sua madre, che tanto aveva amato e protetto i nuovi Ordini, era morta; e teneva la reggenza Alfonso, Conte di Poitiers, fratello di San Luigi, che non seppe spiegare nel fatto la dovuta energia. E così seguitaron le liti, che furono lunghe ed aspre: e dové intervenirvi lo stesso Pontefice Innocenzo IV, a cui i superiori dei due Ordini avevano appellato. Con una bolla inviata da Assisi il 1° luglio del 1253, egli proibì severamente ogni vessazione che venisse fatta contro i Predicatori e i Minori, che dichiarava del tutto degni della sua particolare protezione. – Ma a turbare più profondamente gli animi apparve al 4 di febbraio del 1254 un vero libello diffamatorio, di cui furono fatti molti esemplari e che fu mandato agli Arcivescovi e Vescovi ed altri prelati. In esso la preponderanza dei religiosi nella celebre Università veniva mostrata come un danno per il cattolico insegnamento, ed erano accusati i Domenicani di aver tirato ai loro voleri lo stesso Conte di Poitiers. Il più celebre tra gli oppositori fu Guglielmo di Sant’Amore, Canonico di Beauvais. Questo famoso dottore ed abile sofista, armato di tutti gli strali della calunnia, fu spedito dalla parte avversa come procuratore alla corte di Roma, dove tanto si adoperò, che Innocenzo IV, da lui male informato, si mostrò dapprima esitante, e poi apertamente contrario ai religiosi, da lui colpiti con una celebre costituzione il 21 novembre di quell’anno. Guglielmo di Sant’Amore aveva lavorato per oltre quattro mesi per ottenere il suo intento, di trarre, cioè, almeno in parte, il Pontefice nelle sue vedute e fargli giudicare non giovevole alla salvezza delle anime e al diritto del clero secolare la troppa prosperità dei due Ordini dei Predicatori e dei Minori. Ma il giorno stesso il Pontefice restava colpito da una paralisi, in seguito alla quale egli moriva il 7 dicembre di quel medesimo anno. Tornava intanto dalla Palestina il Santo Re Luigi IX, che tosto intervenne nella questione, e tentò rimetter la pace, spinto particolarmente dall’amore che portava verso i due Ordini di San Domenico e di San Francesco, fino al punto che fu udito dire, che se avesse potuto dividersi in due, avrebbe dato una parte di sé ai Domenicani, l’altra ai Francescani. Sulla cattedra di San Pietro era intanto salito Alessandro IV, che un giorno solo dopo la sua elezione, il 22 dicembre del 1254, non esitò a dichiarar nulla la costituzione del suo Predecessore, e la fece seguire da una lettera al Generale dell’Ordine, il Beato Umberto de Romanis, ove gli mostrò la sua paterna benevolenza. D’altra parte lo stesso Padre Generale lavorava per l’opera della pacificazione insieme col Generale dei Francescani, Giovanni da Parma; e i loro sforzi riuniti, colla protezione ad un tempo del Pontefice e del Re, davano i loro buoni effetti. Alessandro IV in una celebre bolla del 14 aprile 1255 condannava severamente e revocava tutte le disposizioni dei dottori secolari dell’Università contro i religiosi. Ma ancora la lotta non era terminata.

17. — Il bidello Guillot.

Il nostro Tommaso, che si trovò in mezzo a tutte queste contese, die’ esempio ad ognuno della calma più serena, anche quando vide depresso il suo Ordine e non risparmiate a sé ed ai suoi derisioni e calunnie. Ci conservarono gli storici memoria di un fatto che ci dipinge al vivo il carattere di San Tommaso ed è ad un tempo una bella conferma della sua sapiente condotta in questi momenti travagliosi. Purtroppo la celebrità a cui era rapidamente salito questo italiano non ancora laureato, il concorso di uditori d’ogni parte alle sue lezioni, mentre quelle di altri, che già avevano acquistato grido, restavano deserte, era una delle segrete ragioni di tutta quella guerra. Egli forse non lo pensò, e continuò senz’altro per la sua strada; e quando gli fu vietato di tener pubbliche lezioni nelle aule dell’Università, le seguitò con eguale concorso nel suo convento di San Giacomo. Era la Domenica delle Palme, ed egli predicava nella chiesa appunto di quel convento, quando il devoto silenzio degli uditori fu interrotto ad un tratto dalla voce molesta di un uomo, che si alzò improvvisamente dinanzi al pulpito, ed impose silenzio al predicatore. Egli era un certo Guillot, che nell’Università aveva l’ufficio di bidello degli scolari della Picardia. Tommaso si tacque; e l’importuno interlocutore disse a tutta l’assemblea come egli aveva, d’urgenza, da comunicare a tutti un avvertimento a nome dei professori dell’Università. Ed allora trasse dalla tasca un foglio, e lesse un lungo scritto, ove erano accumulate accuse sopra accuse contro i dottori Domenicani e Francescani, con la relativa difesa dell’operato di Guglielmo di Sant’Amore. Come Dio volle, quella lettura terminò; e Tommaso, che in quel tempo era rimasto impassibile, seguitò senz’altro la sua predica, riprendendola precisamente dal punto in cui era rimasta interrotta. Ciò valse presso tutto l’uditorio a sua magnifica difesa. L’insolente bidello non rimase impunito. Alessandro IV, che riseppe la cosa, ordinò al Vescovo di Parigi di fulminargli la scomunica in presenza dei maestri e degli scolari, di privarlo della sua carica e di domandare al Re che lo cacciasse dalla città.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (3)

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (1)

VITA
dell’angelico dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (1)
dell’ ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA
FRANCESCO FERRARI 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

PREFAZIONE

Questa breve narrazione della vita dell’Angelico Dottore San Tommaso d’Aquino non è scritta per gli eruditi né frutto d’indagini nuove. Non ha ingombro di citazioni; e basterà assicurare i lettori che il racconto è stato condotto dietro la traccia dei primi biografi e dei documenti più autorevoli, che essi potranno trovare enumerati in appendice. Quello che soprattutto preme, è che dai fatti essi deducano, per loro bene, utili insegnamenti e specialmente i giovani apprendano da questo santissimo Duce dei loro studi, che non si sale in alto se non coll’aiuto di due ali: la pietà e la scienza.
Quando diciamo che San Tommaso fu
il più dotto tra i Santi, e il più
santo tra i Dotti, intendiamo affermare che in lui dottrina e santità si eguagliarono} e furon somme ambedue; così poté salire ad un culmine, che ad altri
non fu dato toccare. Felice chi saprà seguirlo per quella via, ponendo, come lui, per fondamento della sua vita, l’umiltà che ci fa grandi, e la purezza del cuore, a cui è concessa la visione di Dio.

I. — Nascita e presagi felici.

La data della nascita di San Tommaso d’Aquino è incerta. Vari riscontri cronologici ci conducono all’anno 1226. Nell’anno stesso, in Assisi, volò al cielo San Francesco, e Dio dava alla terra San Tommaso; come cinque anni innanzi aveva dato San Bonaventura, mentre in Bologna moriva San Domenico. Anche sulla patria si ha qualche incertezza negli storici, però dai più si ritiene che la nascita avvenisse in Roccasecca, nella contea di Aquino, da cui traeva il titolo la nobile famiglia. Tommaso ebbe il nome dell’avo, e nacque da Landolfo Conte d’Aquino e Signore di Loreto e di Belcastro e da Teodora Caracciolo, figlia del Conte di Teate e oriunda dai Principi Normanni. Da Landolfo aveva avuto Teodora altri due figli: Landolfo e Rinaldo, e cinque figlie; ma per Tommaso, che fu l’ultimo, accaddero segni speciali che lo mostrarono vero frutto di benedizione anche prima della nascita. Narrano gli storici di un santo eremita, soprannominato il Buono, che si presentò a Teodora quand’era incinta, e le disse grandi cose del bambino che essa avrebbe dato alla luce: che sarebbe stato un gran luminare nella Chiesa, che avrebbe dato alla famiglia un sommo splendore; e le suggerì di dargli il nome dell’avo, Tommaso, che, secondo l’origine ebraica, significa abisso. Il fanciullino fu tenuto a battesimo dal Conte di Somma, che fece in quell’atto le veci di Papa Onorio III. Si parlò anche di una luce che splendé sul volto del neonato nel momento del battesimo, e si conservò memoria nella famiglia di un graziosissimo fatto, riferito poi nei processi, avvenuto quando il bambino aveva pochi mesi. Era stato condotto dalla madre ad un bagno; ed ivi la balia si accorse che egli aveva in mano un pezzetto di carta e lo stringeva forte. Tentò di averlo, ma il bambino con molte strida si opponeva. Corse la contessa, che gli tolse dalla manina la carta, ove lesse le parole Ave Maria. Ma il bambinello fece tutti gli sforzi per riaver nelle mani la carta; ed appena che l’ebbe, se la pose in bocca e la inghiottì. Così possiam dire che col latte materno Tommaso facesse sua la devozione verso la Vergine Madre.

2. — A Montecassino.

I Conti d’Aquino erano in relazione stretta coi Monaci di Montecassino, grande asilo di pietà e di scienza e vero faro di civiltà, ove i figli di San Benedetto, che ivi sui principii del secolo VI aveva gettato le basi del suo Ordine e di tutto il monachismo d’Occidente, vivevano santamente sotto la guida di Sinibaldo, della stessa famiglia d’Aquino, allora abate del Monastero. Di questa nobile abbazia si erano resi altamente benemeriti gli antenati del giovanetto per averla più volte difesa contro le violenze dei messi di Ruggero, Re delle due Sicilie. Com’era costume dei nobili di quei dintorni, specialmente quando i loro figli promettevano bene di sé, il Conte Landolfo affidò Tommaso, di soli cinque anni, a quei Monaci, perché ne avessero cura. Tommaso visse in Montecassino come nella casa del Signore; lassù apprese a pregare, ed ebbe da quei santi religiosi i primi insegnamenti delle lettere. 1 libri erano la sua passione, quando potevali avere; e tutti i Monaci ammiravano come il bambino agli studi convenienti all’età sapesse alternare le devote preghiere. Gli avevano parlato di Dio, delle sue perfezioni, della sua immensa bontà, di Dio creatore del cielo e della terra; ma egli non era pago. E rivolto al suo maestro, domandavagli con molte istanze: Chi è Dio? Il ripetersi di quella domanda era segno che egli avrebbe voluto sapere qualche cosa di più di quel che il buon maestro gli potesse dire. Questo lo avrebbe appreso più tardi colla preghiera e colla chiarezza che sarebbe venuta nella sua mente dalla luce di Dio; ma in parte soltanto, qui in terra; perché il luogo ove Dio pienamente si svela è solamente il cielo.

3. — Nel castello di Loreto.

I progressi fatti da Tommaso in Montecassino nei primi studi fu così straordinario, che il conte Landolfo pensò d’inviarlo alle scuole di Napoli. Ma per godere qualche mese almeno della sua compagnia, la famiglia lo volle con sé nel castello di Loreto Aprutino, che essa possedeva, e dove soleva passare la stagione autunnale. Partì Tommaso da Montecassino col suo aio, e si recò in Loreto, ove abitavano i suoi genitori con quattro figlie. La quinta era stata sventuratamente uccisa nella sua culla da un fulmine caduto sul patrio castello, mentre era presso il fratellino Tommaso, che rimase illeso. I due fratelli stavano iniziandosi alle armi sotto Federigo II. La gentilezza e bontà del giovinetto, la sua mirabile intelligenza, la sua angelica pietà si rivelarono a tutti; sebbene sotto il velo di una modestia ed umiltà senza pari egli tentasse di nascondere le sue doti di mente e di cuore. Appunto in quel tempo fu afflitto tutto il paese da una grave carestia. Le porte del castello erano assediate dai poveri; e Tommaso era tutto lieto quando gli veniva dato l’incarico di distribuire le elemosine. Si vedeva rapidamente scender la scala che conduceva alla ròcca, e portare a quei miseri il soccorso. E supplicava i genitori perché fossero larghi nel dare, promettendo loro, in compenso, benedizioni e grazie da parte di Dio. Ma la carità di Tommaso non aveva limiti; e spesso egli correva alla dispensa, e colmava di pane il grembo della sua veste. La cosa apparve eccessiva all’amministratore della casa, che volle avvertirne il padre; e questi attese ad ammonire il figliuolo appunto nel momento in cui questi usciva dalla rócca colla solita provvista. Trovatosi in faccia al padre, aprì la sua veste fissando con occhio sereno il volto leggermente adirato di lui. Ma il pane era scomparso; il grembo di Tommaso era pieno di fiori! Stupirono tutti del prodigio; e con Tommaso ne furono lieti in modo speciale i poverelli, che da quel momento ebbero da lui senza limiti i pietosi soccorsi.

4. — Nell’ Università di Napoli.

In Napoli, ove abitò sotto la custodia del suo aio fedele, attese Tommaso agli studi per cinque anni. Nella città bellissima era stata eretta di fresco un’Università, a cui subito era accorsa molta gioventù d’Italia e di fuori, specialmente per godere l’incanto di quel cielo e di quel mare. Fu stabilita nel 1224 da Federigo II imperatore, coll’intenzione di far diminuire d’importanza quella di Bologna, città a lui nemica. Tra gli uomini dotti che vi insegnavano nel tempo in cui la frequentò il giovinetto Tommaso, troviamo ricordato un Pietro Martino, maestro di umanità e retorica, e un Pietro d’Ibernia, professore insigne di filosofia. Questi specialmente furono i maestri di Tommaso nello studio napoletano. Tutti gli storici del Santo parlan di lui non solo come di un ottimo scolaro, ma come di un giglio di purezza conservatosi intatto in mezzo alla corruzione di quella città incantevole e al contatto di una gioventù sfrenata; parlano della sua carità verso i poveri, della sua semplicità e nobiltà di tratto unita ai più innocenti costumi, delle sue molte orazioni, specialmente quando nell’antica chiesa di San Michele a Morfìsa, che il popolo chiamava Sant’Angelo, ebbe conosciuto i Padri Domenicani. Il Santo Patriarca Domenico da appena vent’anni era morto ; e già il suo Ordine era salito in alta fama di santità e dottrina. Napoli nel 1231 aveva accolto i figli di lui, che nella Chiesa di San Michele, già appartenuta ai Benedettini, poi incorporata nel gran tempio di San Domenico Maggiore, attendevano ai sacri ministeri, e nella città e nei dintorni predicavano santamente la divina parola. Tommaso rimase incantato del loro abito, e più della loro modestia e bontà: la stretta povertà in cui vivevano li faceva ai suoi occhi più grandi ancora; perché egli aveva bene appreso che le ricchezze della terra sono tutt’altro che i veri beni per l’uomo; e soprattutto li rendeva a lui amabili la purità angelica di vita in cui vivevano e che aveva loro conciliato la stima universale. L’amore alla scienza divina di cui vedeva così pieni i Frati Predicatori e il desiderio di una vita perfetta tutta impiegata nel servizio di Dio e nella salute delle anime, furono i due grandi motivi che attrassero Tommaso alla vita domenicana. Egli conobbe altresì il pericolo in cui sarebbesi trovata la sua virtù in mezzo al mondo, che già facevagli udire da tante parti le voci lusinghiere della lode all’ingegno sublime, che già tanto lo sollevava sui suoi condiscepoli, e alle doti di cui la natura lo aveva fornito; e cercò un rifugio sicuro. San Domenico dal cielo fissò il suo sguardo sopra un giovinetto sì caro, e gli pose in cuore un vivo desiderio di divenir suo figliuolo. Sappiamo che Tommaso si unì in affettuosa amicizia col Padre Giovanni da San Giuliano, dotto e santo religioso, di cui narrano gli storici che più volte vide il santo giovinetto col volto irradiato di luce celeste, mentre, inginocchiato presso gli altari, intensamente pregava.

5. — Vestizione religiosa e prime lotte.

Verso il mese di Agosto del 1243, nella sua età di diciassette anni, Tommaso, nella Chiesa di San Michele a Morfisa, prostrato in terra, chiedeva la misericordia di Dio e dell’Ordine Domenicano; e rialzatosi, riceveva dalle mani del Padre Tommaso Agni da Lentino l’abito bianco, simbolo di innocenza, tutelato dal mantello nero della penitenza. La notizia della decisione presa dall’illustre figlio del Conte d’Aquino fece accorrere al Convento molte persone meravigliate al vedere un giovinetto così nobile e che tanto faceva sperare del suo ingegno, chiedere, nel più bel fiore della sua età, mentre tutto intorno a lui sorrideva, l’abito di un Ordine mendicante, che voleva anzitutto la penitenza e il nascondimento di sé. Chi lo vide raggiante di gioia tender le braccia all’abito bianco che il Priore gli porgeva, conobbe forse i disegni di Dio su quest’anima eletta, superiori assai alle vedute umane; ma non mancarono quelli che condannarono lui di inconsideratezza per essersi chiuse da se stesso tutte le vie che la fortuna avevagli aperto dinanzi, e i frati d’imprudenza e anche d’avarizia. In quel frattempo l’aio di Tommaso, a cui egli aveva candidamente palesata innanzi la sua decisione, aveva avvertito il Conte d’Aquino, che dimorava allora in Roccasecca. Ma il Conte non seppe forse la cosa che quando Tommaso era stato già accettato nell’Ordine. Sembra che poco dopo egli morisse; e si sa che la Contessa desolata si recò in Napoli per riavere a tutti i costi il figliuolo, anche perché la morte del marito pareva averne accresciuto in lei il diritto. Ella amava il suo Tommaso d’uno specialissimo amore, sapeva di non essere stata mai da lui contristata colla più leggiera disobbedienza; e forte si meravigliava, che, così docile com’era, avesse preso quella decisione senza nemmeno avvertirla! A Tommaso invece era parsa cosa tanto naturale, e tanto necessario da parte sua aveva veduto l’obbedir prontamente alla chiamata di Dio, che non aveva veduto probabile da parte dei pii genitori la minima opposizione. Del resto, di tali fatti non eran rari gli esempi in quella età; e questo giustifica anche i religiosi, che, del resto, vedevano nel giovanetto i più evidenti segni della chiamata di Dio. Purtroppo essi temerono opposizioni fin da principio, e si prepararono a difendere come un sacro diritto la vocazione di Tommaso. Saputo che la Contessa si era messa in viaggio per Napoli, vollero che il novizio evitasse quell’incontro, e lo fecero segretamente fuggire. Due religiosi Io accompagnarono al Convento di Santa Sabina sull’Aventino in Roma, ov’era fresco e vivo il ricordo del santo Fondatore. Forse fu lo stesso Tommaso che li pregò a non esporlo ai pericoli di quel colloquio; e sebbene fosse fermamente deciso, umilmente temé di se stesso. Teodora, dopo aver riempita Napoli dei suoi clamori, volle raggiungerlo a Roma. Al cuore di Tommaso sarebbe stato dolce rimanere in quel caro Convento ove ancora vivevano alcuni padri che erano vissuti col Santo Patriarca e dove trovava tutta la freschezza e semplicità di quei primi anni della vita domenicana. Ma i Superiori che avevano avuto sentore della cosa, lo avevano di nuovo fatto partire, perché prendesse la via della Francia.

6. — Fuga del Santo e suo arresto. La prima conquista.

Il buon novizio con quattro compagni se ne andava lieto, credendosi ormai sicuro, e cercando in paesi lontani la pace desiderata. Ma purtroppo eran pronte per lui altre lotte, e, per volere di Dio, altre vittorie. Bisognerebbe entrare nel segreto di quei tempi di contrasti feroci, in cui, pur di ottenere un intento, da nessun mezzo si recedeva, fosse pure il più indegno. A Tommaso d’Aquino i nobili parenti avrebbero volentieri concesso a suo tempo di vestire un abito ecclesiastico che lo stradasse a prelature o abbazie: la nota celebrità del casato, l’ingegno rarissimo che di giorno in giorno sempre più si rivelava, avrebbero aperto a lui le più splendide vie. Ma appunto queste vie egli aveva voluto chiuder tutte davanti a sé; e questa fu la ragione della lotta ch’ei sopportò da gigante. La madre di Tommaso, i fratelli, le sorelle non ascoltaron per allora che la voce della carne e del sangue. Teodora riuscì a sapere che il suo Tommaso batteva la via che da Roma conduce a Siena, e fece disperato appello ai due figli che militavano in quel momento ai servizi dell’Imperatore Federigo II, il quale aveva posto l’assedio a Viterbo: che in ogni modo cercassero il fratello per la via senese, ed arrestatolo, lo conducessero a lei. Il novizio, che era ormai vicino ai confini della Toscana, si vide presso Acquapendente assalito ad un tratto, circondato dalla soldatesca, e dagli stessi suoi fratelli strapazzato e costretto a separarsi dai suoi compagni, che si salvarono colla fuga, e, coll’abito mezzo lacero messo in groppa ai cavalli e condotto al patrio castello di Monte San Giovanni. – Fu questo il campo della lotta più fiera: qui Tommaso si mostrò veramente grande. Il primo incontro colla madre, armata di tutte le ragioni dell’umana prudenza, avvalorate dal più vivo affetto materno, fu per Tommaso un primo trionfo. Egli l’ascoltò in silenzio e con calma serena. Alle lacrime e preghiere di lei non si commosse, e a quelle voci del senso oppose una sola ragione: la volontà di Dio che lo chiamava e a cui doveva anzitutto obbedire. Di tale chiamata era sicuro, tanto viva gli si era fatta sentire nel cuore. Ma la povera madre non si arrese. Si separò dal figlio col proposito di tentare altre vie. Ordinò che si tenesse sotto custodia, e che soltanto alle due sorelle maggiori fosse permesso di visitarlo. Queste s’impegnarono ad aiutar la madre per ottenere l’intento. – Cominciò allora colle sorelle una seconda lotta, e fu davvero un maggiore trionfo; perché i colloqui colle sorelle, che soprattutto mettevano innanzi i diritti materni, furono da Tommaso volti a tal punto, che le due nobili giovinette sentirono man mano il loro cuore distaccarsi dai pensieri e dagli amori del secolo e fermamente desiderare e volere quello che il santo fratello desiderava e voleva. Anzi una di esse fin d’allora decise di consacrarsi a Dio: l’altra nell’esercizio delle più austere virtù passò poi la sua vita nel secolo. Alla madre, sulle prime, esse nulla rivelarono, per aver modo di recarsi liberamente dal fratello, dalle cui parole s’infervoravano sempre più. E al cuore di lui Iddio concedeva una calma ed una gioia ineffabile che lo avvalorava alle lotte future.

7. — La vittoria più bella.

E venne la lotta più terribile. Non tardò a scoprirsi il cambiamento avvenuto nelle sorelle, che tenevano segretamente informati di tutto i Domenicani. Questi, per mezzo loro, fecero pervenire al novizio un abito dell’Ordine ed alcuni libri di Filosofia e di Sacra Scrittura, nei quali tanto si deliziava, ed erano stati avvisati di stare all’erta nei pressi del castello per qualunque occorrenza. Ci duole il dire dell’infame pensiero che venne in mente ai due scostumati fratelli quando seppero dell’ostinazione di Tommaso. Farlo cadere, questo fu il loro diabolico intento; dalla vita di virtù farlo scivolare ad un tratto nelle vie della carne; questo mal passo sarebbe stato il più decisivo per fargli cambiare strada per sempre. Certamente alla madre essi non fecero trapelar nulla dello scellerato disegno. Una giovane dissoluta si prestò ai loro infami voleri; e mentre Tommaso una sera, a ora già tarda, stavasene solo nella sua carcere presso un focolare acceso, ella aprì cautamente la porta e si offerse a lui con tutte le grazie e le lusinghe della procacità femminile. La forza di Dio diè vigore in quel momento al cuore ed al braccio di Tommaso, che, vista la donna, non esitò un istante, e, con un tizzone acceso, si lanciò contro di lei per colpirla nella faccia. Dicono gli storici che il mite Tommaso fece quest’atto con grandissimo sdegno ». E mentre la donna fuggiva, egli, col tizzone stesso, delineava sul muro una croce e si gettava in ginocchio davanti a lei. – Fu questo il gran trionfo per cui la vita di Tommaso si abbellì di luce divina. A celebrarlo scesero gli Angeli del cielo, che si rallegrarono con lui, fatto ad essi più simile per quella vittoria, e cinsero i suoi fianchi di un cingolo sacro. – Corsero le sorelle e diedero avviso ai Domenicani, che penetrarono nella cinta più stretta del castello. Esse avevano preparato una cesta di vimini e una corda; e Tommaso, per le mani stesse delle due giovani sorelle, fu calato giù dal muro e scese nelle braccia dei frati, che nel buio della notte si diedero con lui alla fuga. Ai fratelli non fu dato nel momento di scoprir la cosa; e mentre essi forse già si allietavano della sua caduta, egli era già in via per il suo convento di Napoli.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (2)


I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULL’ELEMOSINA

[Discorsi di S. G. B. M. VIANNEY CURATO D’ARS – Quarta edizione, Vol. II, Marietti ed. Torino-Roma, 1933]

Sull’elemosina.

Date eleemosynam, et ecce omnia munda sunt vobis.

(Luc. XI, 41).

Possiamo immaginare, Fratelli miei, cosa più consolante per un Cristiano il quale ha avuto la sventura di peccare, che il trovare mezzo così facile di soddisfare la giustizia divina per le colpe commesse? Gesù Cristo, nostro divin Salvatore non brama che la nostra felicità e non ha trascurato alcun mezzo per mostrarcelo. Sì, M. F., con l’elemosina noi possiamo facilmente redimere i nostri peccati e attirare le più abbondanti benedizioni del cielo sui nostri beni e sulle nostre persone; o, per meglio dire, coll’elemosina possiamo evitare le pene eterne. Oh! M. F., quanto è buono Iddio, che si contenta di così poca cosa. – M. F.. se Dio lo avesse voluto, saremmo stati tutti eguali. Invece no: Egli prevedeva che, essendo noi tanto orgogliosi, non ci saremmo sottomessi gli uni agli altri. E appunto per questo che Egli ha messo nel mondo i ricchi e i poveri, perché potessimo, cioè, aiutarci scambievolmente a salvarci. I poveri salveranno sopportando con rassegnazione la loro miseria, e domandando con pazienza soccorso ai ricchi. I ricchi troveranno dal loro mezzo di redimere i loro peccati dimostrando compassione pei poveri, e soccorrendoli quanto potranno. Voi vedete, o F. M., a questo modo tutti possiamo salvarci. – Se è pel povero dovere indispensabile soffrire la povertà con rassegnazione e chiedere con umiltà soccorso ai ricchi, è altresì dovere indispensabile dei ricchi fare l’elemosina ai poveri, che sono loro fratelli; poiché da ciò dipende la loro salvezza. Disgraziatissimo è agli occhi di Dio chi vede soffrire il proprio fratello e, potendolo, non lo soccorre. – Per stimolarvi a fare l’elemosina, per quanto vi sarà possibile, e con retta intenzione piacere a Dio, vi mostrerò:

1° Che l’elemosina è efficace presso Dio per ottenerci tutto ciò che desideriamo;

2° Che l’elemosina libera chi la fa dal timore del giudizio universale;

3° Che siamo ingrati quando trattiamo durezza i poveri, perché, sprezzandoli, disprezziamo Gesù Cristo medesimo.

I. — Sì, M. F., sotto qualunque aspetto osserviamo l’elemosina, il pregio di essa è sì grande che riesce impossibile di spiegarvene tutto il merito. Solamente il giorno del giudizio ne comprenderemo tutto il valore. E se me ne domandate la ragione, eccovela: possiamo dire che l’elemosina supera tutte le altre buone azioni, perché una persona caritatevole possiede ordinariamente tutte le altre virtù. Leggiamo nella sacra Scrittura che il Signore disse al profeta Isaia: “Va ad annunciare al mio popolo, che i suoi delitti mi hanno talmente irritato, che Io non posso più tollerarlo; lo castigherò sterminandolo per sempre. „ Il profeta si presenta in mezzo al popolo adunato, dicendo: “Ascolta, popolo ingrato e ribelle, ecco ciò che dice il Signore Dio tuo: I vostri delitti mi hanno acceso tal furore contro di voi, che le mie mani sono armate di fulmini per abbattervi e disperdervi per sempre. ,, — “Eccovi dunque, dice loro Isaia, senza scampo, voi potrete ben pregare il Signore, Egli chiuderà le orecchie per non intendervi; e se anche piangerete, digiunerete, vi coprirete di cenere, Egli non volgerà i suoi occhi verso di voi; se vi riguarderà, sarà per distruggervi. Tuttavia, in mezzo a tanti mali, ho un consiglio da offrirvi: esso è efficacissimo per commuovere il cuor del Signore, e voi potrete, in qualche modo, forzarlo ad usarvi misericordia. – “Ecco ciò che dovete fare: date una parte dei vostri beni ai vostri fratelli poveri e pane a chi ha fame, abiti a chi è ignudo, e vedrete subito cambiata la vostra sentenza. ,, Infatti appena ebbero cominciato a fare ciò che il profeta aveva suggerito, il Signore chiamò Isaia e gli disse: “Profeta, riferisci al mio popolo che mi ha vinto, che la carità esercitata verso i fratelli fu più della mia collera. Va a dire ad essi che Io perdono loro e prometto la mia amicizia. – O bella virtù della carità, quanto sei potente per placare la collera divina! Ma, quanto sei poco conosciuta dalla maggior parte dei Cristiani dei nostri giorni. Perché questo, o M. F.? Perché noi siamo troppo attaccati alla terra; non pensiamo che alla terra; pare che viviamo solo per la terra; abbiamo perduto di vista i beni del cielo e non ne abbiamo più stima. Noi vediamo altresì che i Santi hanno amato talmente questa virtù, che credevano impossibile salvarsi, senza averla praticata. Poi vi dirò anzitutto che Gesù Cristo, il quale ha voluto esserci di modello in ogni cosa, ha portato questa virtù all’ultimo grado di perfezione. Se ha lasciato il seno del Padre per venire sulla terra, se è nato povero, se è vissuto nei patimenti ed è morto nel dolore, è la sua carità che l’ha ispirato a questo. Vedendoci tutti perduti, la carità lo ha mosso a fare tutto quello che ha fatto per salvarci da quell’abisso di mali eterni in cui il peccato ci aveva precipitati. Quando viveva quaggiù il suo cuore era così ripieno di carità, che non poteva vedere né malati, né morti, né sofferenti senza dar loro sollievo, risuscitarli e consolarli; per amor loro ha operato miracoli. Un giorno vedendo che quelli che lo seguivano nelle sue predicazioni erano senza nutrimento, con cinque pani e alcuni pesci saziò quattromila uomini, senza contare le donne e i fanciulli; un’altra volta ne saziò cinquemila. Per mostrare loro come sentisse vivamente le loro miserie, si rivolse agli Apostoli e disse con accento di tenerezza: “Ho compassione di questo popolo che mi dà tanti segni di affetto; non so più resistere, farò un miracolo per sostentarlo. Temo che se lo rimando, senza dar ad esso da mangiare, molti sveniranno lungo la via. Fateli sedere, distribuite loro questa piccola provvista di cibo: la mia potenza supplirà alla sua insufficienza „ (Matt., XV, 32-38). E provò nel sollevarli gioia sì grande, che non pensò a se stesso. O virtù della carità, quanto sei bella, quanto sono abbondanti e preziose le grazie che ti sono congiunte! Perciò vediamo che i Santi dell’Antico Testamento sembravano presentire quanto sarebbe stata cara al Figliuolo di Dio questa virtù; parecchi posero in essa ogni loro felicità e passarono la vita praticando questa virtù bella e amabile. – Leggiamo nella sacra Scrittura che Tobia, condotto schiavo nell’Assiria, godeva nell’esercitare questa virtù verso gli infelici. Sera e mattina distribuiva quanto aveva ai poveri, senza riserbare nulla per sé. Ora lo si vedeva accanto agli infermi, esortandoli perché offrissero i loro dolori con rassegnazione alla volontà di Dio, e facendo loro conoscere quale grande ricompensa avrebbero nell’eternità; ora lo si vedeva spogliarsi dei suoi abiti per darli ai poveri. Un giorno gli fu detto, che era morto un povero e che nessuno pensava a dargli sepoltura. Era a tavola; ma tosto si leva, va a prenderlo sulle sue spalle e lo porta al luogo dove doveva essere seppellito. Credendosi vicino a morire, chiamò presso di sè il suo figliuolo, e gli disse: “Figlio credo che il Signore presto mi toglierà da questo mondo. Ho una cosa importante da raccomandarti, prima di morire. Promettimi di osservarla. Fa’ elemosina in tutti i giorni di tua vita, e non divergere mai il tuo sguardo dal povero. Fa elemosina come potrai. Se hai molto, dà molto; se poco, dà poco, ma da’ con buon cuore e con ilarità. Così accumulerai grandi tesori pel giorno del Signore. Non perdere mai di vista che l’elemosina cancella i nostri peccati e ci preserva dal ricadervi. Il Signore ha promesso che un’anima caritatevole non cadrà nelle tenebre dell’inferno, dove non vi è più misericordia. Figlio mio, non disprezzare mai il povero e non frequentare la compagnia di coloro che lo avviliscono; perché  il Signore ti manderebbe in perdizione. – La casa di colui che fa elemosina ha fondamento sulla pietra e non crollerà. Mentre la abitazione di chi negherà l’elemosina rovinerà dalle fondamenta; „ volendo con ciò farci intendere, o F. M., che una famiglia caritatevole non diverrà mai povera; e quelli che sono senza carità pei poveri, periranno coi loro beni. Il profeta Daniele ci dice: “Se vogliamo indurre il Signore a dimenticare i nostri peccati, facciamo elemosina, e subito il Signore li cancellerà dalla sua memoria. „ Il re Nabucodònosor avendo avuto durante la notte un sogno che l’aveva tutto spaventato, fece venire il profeta Daniele pregandolo di volergliene spiegare il significato. Il profeta gli disse: “Re, tu sarai cacciato dalla compagnia degli uomini; ti nutrirai d’erba come le bestie; la pioggia del cielo bagnerà il tuo corpo; e resterai sette anni in questo stato, perché tu riconosca che tutti i regni appartengono a Dio, che li dà a chi gli piace e li toglie quando gli piace. Re, disse il profeta, ecco il consiglio che ti do: Riscatta i tuoi peccati coll’elemosina e le tue iniquità con le buone opere a vantaggio degli infelici.,, Il Signore infatti si lasciò commuovere dalle elemosine e dalle buone opere che il re fece a prò dei poveri; gli restituì il regno, e perdonò le sue colpe. (Il libro di Daniele non dice che Nabucodònosor abbia fatto delle elemosine e delle buone opere, ma solamente che dopo i sette anni di punizione predetti dal profeta il re levò gli occhi al cielo, benedisse l’Altissimo ed esaltò la sua potenza eterna, e che allora gli fece ritornare i sensi e fu rimesso in possesso del regno. – Dan. IV). – Vediamo altresì che al tempo dei primitivi Cristiani, i fedeli sembravano essere contenti di avere dei beni, soltanto per gustar la gioia di offrirli a Gesù Cristo nella persona dei poveri. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che la loro carità era sì grande che non volevano possedere nulla di proprio. Molti vendevano i loro beni per darne il prezzo ai poveri. (Act. II, 44, 45). S. Agostino scrive: “Quando non avevamo la fortuna di conoscere Gesù Cristo, avevamo sempre paura che ci mancasse il pane; dacché abbiamo la ventura di conoscerlo, non amiamo più le ricchezze. Ne conserviamo qualche poco, solo per farne parte ai poveri e viviamo assai più contenti ora che serviamo soltanto Iddio. ,, – Udite Gesù Cristo medesimo che ci dice nell’Evangelo: “Se fate elemosina, io benedirò in modo particolare i vostri beni. Date, Egli ci ripete, e vi sarà dato; se darete abbondantemente sarà dato anche a voi con abbondanza. „ Lo Spirito Santo poi ci dice per bocca del Savio: “Volete diventar ricchi? Fate elemosina, perché il seno dell’indigente è un campo fertilissimo che rende il cento per uno.„ (Prov. XXIX, 13). – S. Giovanni, detto l’elemosiniere per la sua carità verso i poveri, ci dice che più dava e più riceveva. “Un giorno, egli racconta, io trovai un povero ignudo, e gli diedi gli abiti che avevo indosso. Poco dopo una persona mi offrì denaro bastante per comperarne parecchi. „ Lo Spirito Santo ci dice che chi disprezzerà il povero sarà infelice in tutti i giorni di sua vita.,, (Prov. XVII, 5). E il santo re Davide ci dice: “Figliuol mio, non permettere che il tuo fratello muoia di miseria, se hai qualche cosa da dargli; perché il Signore promette una benedizione copiosa a chi soccorre il povero; egli veglierà alla di lui conservazione. „ (Psal. XL, 1) E aggiunge che coloro i quali saranno misericordiosi verso i poveri, il Signore li preserverà da una morte cattiva. Ne abbiamo un bell’esempio nella vedova di Sarepta. Il  Signore mandò il profeta Elia a soccorrerla nella sua povertà, lasciò che tutte le vedove d’Israele soffrissero la fame. Se volete saperne la ragione, eccovela: “Perché, disse il Signore al profeta, ella è stata caritatevole durante tutta la sua vita. „ Il profeta le disse: “La tua carità ti ha meritato una protezione particolare dal Signore: i ricchi col loro denaro periranno di fame, ma tu, caritatevole verso i poveri, sarai soccorsa, perché le tue provviste non verranno meno sino alla fine della fame. ,, (III Reg. XVII).

II. — Ho detto, in secondo luogo, che coloro i quali avranno fatto elemosina non paventeranno il giorno del giudizio universale. È cosa certa che quel momento sarà terribile: il profeta Gioele lo chiama il giorno delle vendette del Signore, giorno senza misericordia, giorno di spavento e di disperazione pel peccatore. .. Ma, ci dice questo profeta, volete che questo giorno sia per voi non un giorno di disperazione, ma di consolazione? Fate elemosina, e sarete contenti .,, (Gioel. II, 2). Un Santo aggiunge: “Se non volete il giudizio, fate elemosina, e sarete ben accolto dal vostro giudice. „ Se la cosa è così, non dovrebbesi dire, o M. F., che dall’elemosina dipende la nostra salvezza? Infatti, Gesù Cristo quando ci parla del giudizio che dovremo subire, ci parla esclusivamente dell’elemosina, dicendo ai buoni: “Ebbi fame e mi avete dato da mangiare; ebbi sete e mi avete dato da bere; ero ignudo e mi avete rivestito; ero prigioniero e siete venuti a visitarmi. Venite, o benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno che vi è stato preparato fin dal principio del mondo. „ All’incontro egli dirà ai peccatori: “Allontanatevi da me, o maledetti; ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi avete dato da bere; ero ignudo e non mi avete rivestito; ero infermo e prigioniero e non siete venuti a visitarmi. „ — “Quando mai, gli diranno i peccatori, vi abbiamo trattato a questo modo? „ — ” Ogni volta che avete trascurato di far questo a vantaggio dei miei più piccoli, che sono i poveri. ,, (Matth. V, 7).   Vedete dunque, F. M., che il giudizio sarà fatto esclusivamente sull’elemosina. Forse questo vi reca meraviglia? Eppure, M. F.. non è cosa difficile a comprendersi. Colui il quale possiede una verace carità, cerca solamente Iddio, e vuole piacere soltanto a Lui: possiede tutte le altre virtù, e in alto grado di perfezione, come vedremo fra breve. – La morte, è vero, spaventa i peccatori, ed anche i più giusti, per il terribile conto che si dovrà rendere a Dio, il quale sarà allora senza misericordia. Questo pensiero faceva tremare S. Ilarione che da 70 anni piangeva i suoi peccati; e S. Arsenio, che aveva lasciato la corte dell’imperatore per andar a passare la vita nel cavo di una roccia e piangervi per tutto il resto de’ suoi giorni. Quando pensava al giudizio faceva tremare il suo povero giaciglio. Il santo re Davide pensando ai suoi peccati esclamava: “Ah! Signore, non ricordate più le mie colpe. „ Ma egli diceva altresì: “Fate elemosina e non temerete quel giorno sì spaventevole pei peccatori. ,, Sentite Gesù Cristo in persona che ci dice “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. ,, (Matt. VII, 7). E altra volta soggiunge: “Come avrete trattato i vostri fratelli, così sarete trattati anche voi; „ (Id. VII, 2), che è quanto dire: Se avrete avuto pietà del vostro fratello, Dio avrà pietà di voi. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che era morta in Joppe una buona vedova. I poveri andarono incontro a S. Pietro pregandolo di risuscitarla; e chi gli mostrava gli abiti che la buona vedova gli aveva fatto, chi altre cose. S. Pietro lasciò che piangessero, poi “Il Signore – disse loro – è tanto buono, e vi concederà quello che gli chiedete. „ S’avvicinò alla morta e le disse: “Levati, le tue elemosine ti meritano una seconda volta la vita. „ (Il Venerabile sembra dire che s. Pietro si trovava già in Joppe. Secondo gli Atti (cap. IX), S. Pietro era in una città vicina a Joppe, a Lidda, in cui due uomini, mandati dai fedeli di Joppe, vennero a pregarlo di recarsi in quest’ultima città e risuscitare la santa vedova chiamata Tabita. S. Pietro effettivamente li seguì, e fu allora che gli mostrarono gli abiti fatti da Tabita e che egli richiamò alla vita questa benefattrice dei poveri.). – Ella si alzò e S. Pietro la riconsegnò a’ suoi poveri. Non saranno solamente i poveri, o F. M., che pregheranno per voi; ma le vostre stesse elemosine saranno dinanzi a Dio come altrettanti protettori, che imploreranno grazia per voi. Leggiamo nel Vangelo che il regno de’ cieli è simile ad un re, che da’ suoi servitori si fece rendere conto di quanto gli dovevano. Gli si presentò uno che era debitore di 10,000 talenti. Non avendo costui con che pagare, il re comandò subito che fosse messo in prigione con tutta la sua famiglia, e che vi rimanesse finché avesse scontato tutto quello che gli doveva. Ma il servitore si gettò ai suoi piedi e gli chiese la grazia di aspettare qualche tempo ancora, che lo avrebbe pagato appena potesse. Il padrone, mosso a pietà gli condonò tutta la somma che gli doveva. Il servo, lasciato il padrone, incontrò un suo compagno che gli doveva cento denari, e tosto l’afferrò per la gola, esclamando: “Rendimi quanto mi devi. „ L’altro lo supplicò di attendere qualche po’ di tempo, che lo avrebbe pagato. Ma egli non s’arrese e lo fece mettere in carcere a scontarvi il debito. Il padrone lo seppe, e irritato per questa condotta, gli disse: “Servo iniquo, non dovevi tu pure aver compassione del tuo fratello, come io l’ebbi di te? „ (Matth. XVIII). Ecco, F. M., in qual maniera Gesù tratterà nel giorno del giudizio coloro che saranno stati buoni e misericordiosi verso i fratelli poveri raffigurati nella persona del debitore che ottiene misericordia. Ma a quelli che saranno stati duri e crudeli coi poveri, accadrà ciò che accadde a quel servo senza cuore; il padrone, ordinò che, legato mani piedi, fosse gettato nelle tenebre esteriori dov’è pianto e stridore di denti. Vedete dunque, o miei cari, che è impossibile che una persona caritatevole vada dannata.

III. — In terzo luogo, P. M., ciò che deve stimolarci a fare con gioia e di buon cuore l’elemosina, è il sapere che la facciamo a Gesù Cristo medesimo. Nella vita di S. Caterina da Siena si legge che una volta, incontrato un povero, gli diede una croce; un’altra volta diede la sua veste ad una povera donna. Qualche giorno dopo le apparve Gesù Cristo e le disse che aveva ricevuto quella croce e quella veste messa da lei tra le mani dei poveri, e che gli erano state così gradite che e gli aspettava il giorno del giudizio per mostrarle a tutto l’universo. S. Giovanni Crisostomo dice: “Figliuol mio, dà al tuo fratello povero un tozzo di pane e riceverai il paradiso; dà qualche poco e riceverai molto; dà i beni perituri e riceverai i beni eterni. Pei doni che fai a Gesù Cristo nella persona dei poveri, avrai una ricompensa eterna. „ S. Ambrogio ci dice che l’elemosina è quasi un secondo battesimo e un sacrificio di propiziazione che placa la collera divina e ci fa trovar grazia dinanzi al Signore. Sì, M. F., questo è verissimo perché, quando diamo, diamo a Dio medesimo. Leggiamo nella vita di S. Giovanni di Dio che avendo un giorno trovato un povero tutto, coperto di piaghe, lo prese e lo portò all’ospedale, che aveva fondato pei poveri. Quando vi fu giunto e gli ebbe lavati i piedi, per metterlo a letto, s’avvide che i piedi erano traforati. Tutto meravigliato, alzando gli occhi, riconobbe Gesù Cristo in persona che s’era nascosto sotto le sembianze di quel povero per eccitare la sua compassione. Gesù gli disse: “Giovanni, io sono contento di vedere come ti prendi cura de’ miei poveri.„ Un’altra volta trovò un fanciullo miserabilissimo, se lo caricò sulle spalle; passando accanto a una fontana, sentendosi stanco e volendo bere, pregò il fanciullo di discendere. Era anche questa volta Gesù Cristo in persona che gli disse: “Giovanni, ciò che fai ai poveri, è come se lo facessi a me. „ I servizi prestati ai poveri e agli infermi, sono così graditi, che molte volte furono visti gli Angeli discendere dal cielo per aiutare con le loro mani S. Giovanni di Dio a servire gli ammalati; dopo di che scomparivano. – Leggiamo nella vita di S. Francesco Saverio che, andando egli a predicare nei paesi infedeli, incontrò sul suo cammino un povero tutto coperto di lebbra, e gli fece l’elemosina. Dopo fatti alcuni passi si pentì di non averlo abbracciato per mostrargli quanta parte egli prendeva alle sue sofferenze. Ma ritornando sui suoi passi per rivederlo, non scorse più alcuno; quel povero era un Angelo apparsogli sotto la sembianza di un lebbroso. Ah!  qual rammarico soffriranno nel giorno del giudizio coloro che avranno disprezzato e schernito i poveri, quando Gesù Cristo farà loro toccare con mano che è a Lui in persona che essi hanno fatto ingiuria. Ma quale gioia altresì, o M. F., godranno coloro i quali riconosceranno che tutto il bene fatto ai poveri lo hanno fatto a Gesù Cristo in persona. “Sì, dirà loro Gesù Cristo; sono Io che avete visitato nella persona di quel povero; a me avete reso servigio; a me avete fatto elemosina alla vostra porta. „ – Ciò è tanto vero, F. M., che si narra nella storia di un gran Papa, S. Gregorio Magno, che egli teneva ogni giorno alla sua tavola dodici poveri in onore dei dodici Apostoli. Un giorno, contatine tredici, chiese a chi ne aveva l’incarico, perché fossero tredici e non dodici, come egli aveva ordinato. “Santo Padre, gli disse l’economo, io ne veggo soltanto dodici. „ Ed egli invece ne vedeva tredici. Chiese a coloro che gli stavano vicini se ne vedevano tredici, o no: risposero che ne vedevano dodici soltanto. Dopo che ebbero mangiato, prese per mano il tredicesimo, che egli aveva distinto perché lo osservava cambiare di tanto in tanto colore; lo condusse nella sua stanza e gli domandò chi fosse. Quegli gli rispose che era un Angelo, nascostosi sotto l’apparenza di un povero; che aveva ricevuto un’elemosina da lui quand’era ancor religioso, e che Dio, a motivo della sua carità, gli aveva dato incarico di custodirlo per tutta la sua vita, e fargli conoscere ciò che gli conveniva fare per ben regolarsi in tutto ciò che avrebbe compiuto pel bene della sua anima e per la salute del prossimo. Ecco, o M. F., come Dio lo ricompensò della sua carità. Non diremo, dunque che la nostra salvezza pare che dipenda dall’elemosina? Sentite ora ciò che accadde a S. Martino mentre passava per una via. Incontrò un povero, estremamente bisognoso, e’ ne fu profondamente commosso che, non avendo nulla con cui soccorrerlo, tagliò metà del suo manto e glielo diede. La notte seguente Gesù Cristo gli apparve ricoperto di metà della veste, e circondato da una schiera di Angeli, ai quali diceva: “Martino, ancora catecumeno, mi ha dato questa metà della sua veste; „ sebbene S. Martino l’avesse data ad un viandante. No, M. F., non vi sono azioni per le quale Dio faccia tanti miracoli, come per le elemosine. Si narra nella storia di un signore agiato che, incontrato un povero, e, osservandone la miseria, ne fu commosso fino alle lacrime. Non stette a pensarvi su tanto, si levò il soprabito e glielo diede. Pochi giorni dopo seppe che quel povero l’aveva venduto e ne provò vivo rincrescimento. Nelle sue orazioni diceva a Gesù Cristo: “Mio Dio, vedo bene che io non meritavo che quel povero portasse il mio soprabito. „ Nostro Signore gli apparve tenendo quella veste tra le mani e gli disse: “Riconosci quest’abito? „ ed egli esclamò “Ah! mio Dio, è quello che io ho dato al povero. „ — “Vedi dunque che non è perduto, e che mi hai fatto piacere dandolo a me nella persona del povero. „ – S. Ambrogio ci dice che mentre egli distribuiva l’elemosina a parecchi poveri, si ritrovò in mezzo ad essi anche un Angelo: ricevette l’elemosina sorridendo e disparve. – Noi possiamo dire di una persona caritatevole, anche se colpevole, che ella ha grande speranza di salvezza. Leggiamo negli Atti degli Apostoli, che Gesù Cristo apparve a S. Pietro e gli disse: ” Va a trovare il centurione Cornelio, perché le sue elemosine sono salite fino a me e gli hanno meritato la salute. „ S. Pietro andò a visitare Cornelio, lo trovò occupato a pregare, e gli disse: “Le tue elemosine Dio le ha così gradite, che Egli mi manda ad annunziarti il regno de’ cieli ed a battezzarti (Act. X). „ Per tal guisa, o F. M., le elemosine di Cornelio furono cagione che egli e tutta la sua famiglia fossero battezzati. Ma ecco un esempio che vi mostrerà quanto potere ha l’elemosina di arrestare il braccio della giustizia divina. Si racconta nella storia della Chiesa che l’imperatore Zenone aveva caro di fare il bene ai poveri; ma era assai sensuale e voluttuoso; tanto che aveva rapito la figlia d’una dama onorata e virtuosa, e ne abusava con grande scandalo di tutti. Quella povera madre, desolata fino alla disperazione andava spesso alla chiesa della Vergine per lamentarsi con Lei dell’oltraggio che si faceva alla sua figliuola. “Vergine Santa, diceva, non siete Voi il rifugio degli infelici, degli afflitti e la protettrice dei deboli? Come dunque permettete questa oppressione ingiusta, questo disonore che si fa alla mia famiglia?„ La Ss. Vergine le apparve e disse: “Sappi, figlia mia, che da gran tempo il mio Figliuolo avrebbe vendicato l’ingiuria che ti vien fatta. Ma questo imperatore ha una mano che lega quella del mio Figliuolo e arresta il corso della sua giustizia. Le elemosine che egli fa in abbondanza impediscono che sia punito. „ – Vedete, F. M., quanto può l’elemosina impedire a Dio di punirci, dopo che noi abbiamo meritato tante volte. S. Giovanni Elemosiniere, patriarca di Alessandria, ci racconta un fatto notevolissimo, avvenuto a lui stesso. Racconta di aver visto un giorno d’inverno, parecchi poveri che stavano riscaldandosi al sole, e contavano fra loro case dove si distribuiva l’elemosina ai poveri e quelle ove la si dava con mal garbo, o non si dava nulla. Fra le altre in discorso vennero a parlare della casa d’un ricco cattivo, che non dava quasi mai l’elemosina, e di lui dissero assai male. Quando uno di essi propose ai compagni che, se volevano scommettere con lui, egli andrebbe a chiedere l’elemosina, certo che otterrebbe qualche cosa. Gli altri risposero che erano disposti a scommettere, ma che egli poteva tenersi sicuro di essere respinto e di tornare a mani vuote; quel ricco, che non aveva mai dato nulla, non avrebbe certamente cominciato a dare ora. Messisi d’accordo fra loro, l’autore della proposta va al palazzo di quel ricco e con grande umiltà gli domanda di dargli qualche cosa nel nome di Gesù Cristo. Quel ricco si adirò talmente, che non avendo a sua portata una pietra da lanciargli contro il capo, visto il domestico che tornava dalla bottega del fornaio col cesto ricolmo di pane, accecato dal furore, ne prese uno e glielo lanciò in faccia. Il povero, per guadagnar la scommessa fatta coi compagni, andò in fretta a raccoglierlo e lo portò ad essi per far vedere che quel ricco gli aveva dato una buona elemosina. Due giorni dopo quel ricco si ammalò, ed essendo vicino a morire, gli parve in sogno di venir condotto al tribunale di Dio per esservi giudicato. Gli parve di vedere qualcuno che portasse innanzi una bilancia su cui pesare il bene e il male. Vide da una parte Iddio, dall’altra il demonio che presentava i peccati da lui commessi durante tutta la sua vita; peccati che erano numerosissimi. Il suo Angelo custode, non aveva per conto suo nulla da mettere, nessuna opera virtuosa che controbilanciasse il male. Iddio gli chiese che cosa egli presentava da mettere per conto suo. E l’Angelo, addolorato di non aver nulla, rispose: “Signore, non ho niente. „ Ma Gesù soggiunse: “E il pane che ha gettato in faccia a quel povero? Mettilo sulla bilancia e vincerà il peso de’ suoi peccati. „ Infatti, avendolo l’Angelo messo sulla bilancia, esso la fece piegare dalla parte buona. Allora l’Angelo fissandolo in volto: “Sciagurato, gli disse, senza questo pane, tu saresti piombato nell’inferno; va a far penitenza; dà ai poveri quanto potrai, diversamente sarai dannato. „ Quel ricco, svegliatosi, andò a trovare S. Giovanni l’Elemosiniere, gli raccontò la visione avuta e la storia della sua vita piangendo amaramente la sua ingratitudine verso Dio, al quale era debitore di tutto ciò che aveva, e la sua durezza verso i poveri, e ripetendo: “Ah! Padre mio, se un pane solo dato con mal garbo ad un povero, mi strappa dalle unghie del demonio, quanto posso rendermi propizio il Signore dando a Lui tutti i miei beni nella persona dei poveri!„ E arrivò a tal punto che quando per via incontrava un povero, se non aveva nulla da dargli, si spogliava dell’abito e lo permutava con quello del povero; scorrendo tutto il resto di sua vita nel piangere i propri peccati e dare ai poveri quanto possedeva. Che ne pensate ora, M. F.? Non è forse vero che voi non vi siete mai fatto un giusto concetto della grandezza dell’elemosina? – Ma quell’uomo si spinse anche più oltre. Sentite: Un giorno incontrò per via un domestico che era stato un tempo al suo servizio, e senza rispetto umano o altro riguardo: “Amico, gli disse, forse non ti ho ricompensato abbastanza delle tue fatiche: fammi un favore, conducimi in città, là mi venderai, per compensarti dell’ingiustizia che posso averti arrecato non pagandoti abbastanza. „ Il domestico lo vendette per trenta denari. Pieno di gioia di vedersi all’ultimo grado di povertà, serviva il suo padrone con incredibile gioia, ciò che fece nascere negli altri servi tale invidia, che lo disprezzavano e spesso lo battevano. Mai egli aprì bocca per lamentarsi. Il padrone accortosi del trattamento che veniva usato allo schiavo che egli amava, li rimproverò fortemente perché osavano trattarlo a quel modo. Poi chiamò a sé il ricco convertito, del quale non conosceva neppure il nome, e gli chiese chi fosse e quale la sua condizione. Il ricco gli narrò quanto gli era accaduto, e il padrone, che era l’imperatore, ne rimase commosso. Fu sì grande la sua meraviglia e la sua commozione, che si diede a piangere dirottamente; si convertì subito e passò il resto di sua vita facendo quante più elemosine poteva. – Ditemi, avete voi compreso bene il pregio dell’elemosina e quanto è meritoria per chi la fa? F. M., dell’elemosina vi ripeterò quello che si dice della divozione alla Ss. Vergine, chi la pratica con animo buono non può andare perduto. Non ci meravigliamo dunque, F. M., se questa virtù è stata comune a tutti i Santi dell’Antico e del Nuovo Testamento. So bene, o F. M., che chi ha il cuor duro, è avaro e insensibile alle miserie del suo prossimo, e troverà mille scuse per non fare elemosina. Mi direte: “Vi sono poveri buoni, e ve ne sono molti altri che non meritano si faccia loro elemosina; gli uni consumano all’osteria ciò che loro si dà, altri al giuoco o in golosità. „ — È verissimo, vi sono ben pochi poveri che facciano buon uso di ciò che ricevono dalla mano dei ricchi, questo dimostra che sono pochi i poveri buoni. Alcuni mormorano nella loro povertà, se non si dà loro tutto quello che vogliono; altri portano invidia ai ricchi, li maledicono augurando che Dio tolga ad essi tutti i loro beni, affinché imparino che cos’è la povertà. Convengo anch’io che questo è male: e sono appunto costoro che meritano il nome di poveri cattivi. Ma in proposito ho una parola da dirvi. Questi poveri che voi biasimate dicendo che sono famosi mangiatori, che non hanno misura, e che, se sono tali, non è forse senza loro colpa, questi poveri, ripeto, vi domandano l’elemosina non a nome proprio, ma in nome di Gesù Cristo. Sieno buoni o cattivi, importa poco, poiché voi date a Gesù Cristo medesimo, come vi ho ripetuto fin qui. È Gesù Cristo che vi ricompenserà. Ma, mi soggiungerete voi: “È una cattiva lingua, un vendicativo, un ingrato. „ — Tutto questo non vi riguarda affatto; avete modo di faro elemosina in nome di Gesù Cristo, col pensiero di piacere a Lui, di redimere i vostri peccati: lasciato da parte tutto il resto, voi avete a che fare con Dio; state tranquillo: le vostre elemosine non saranno senza frutto, anche se affidate alle mani di poveri cattivi che voi disprezzate. D’altra parte, quel povero che vi ha offerto motivo di scandalo, otto giorni fa, e che avete visto ubbriaco o dato allo stravizio, chi vi assicura che oggi non sia convertito e carissimo a Dio? – Volete sapere, perché andate in cerca di pretesti, per esimervi dal fare elemosina? Sentite una parolina, che riconoscerete vera, se non adesso, almeno all’ora di morte: l’avarizia ha messo radice nel vostro cuore, togliete quella pianta maledetta e non vi rincrescerà più di far elemosina, sarete contento anzi, di farla, e diventerà la vostra gioia. — “Ah! dite voi, ma se io non ho niente, nessuno mi dà nulla. „ — Nessuno vi dà nulla? Ma, e da chi viene tutto quello che possedete? Non viene dalla mano di Dio che ve lo ha dato, a preferenza di tanti altri che sono poveri e molto meno peccatori di voi? Pensate dunque a Dio …. Volete dare qualche cosa di più, date: avrete in tal guisa la bella sorte di redimere i vostri peccati facendo al tempo stesso del bene al vostro prossimo. Sapete, M. F., perché non abbiamo nulla da dare ai poveri, e perché non siamo mai contenti di quello che possediamo? Non avete di che fare elemosina, ma avete pur modo di comprar terreni. Avete sempre paura che vi manchi la terra sotto i piedi; ma aspettate di aver qualche metro di terra sul capo e sarete soddisfatto. – Non è vero, o padre di famiglia, che avete nulla da dare in elemosina; ma avete denaro per comprar terreni? Dite piuttosto che, l’andar salvi ovvero dannati non vi importa gran che; vi basta che la vostra cupidigia sia soddisfatta. Amate d’ingrandirvi, perché i ricchi sono onorati e rispettati, mentre i poveri sono disprezzati. Non è vero, o madre, che non avete nulla da dare ai poveri, ma bisogna poi provvedere ornamenti di vanità alle vostre figliuole, comprare fazzoletti di pizzo, fare portare ad esse collane a quattro file, orecchini, catenelle, vezzi? — “Ah! mi direte voi, se le lascio portare questi ornamenti non domando niente a nessuno; sono cose necessarie; non inquietatevi per questo.,, — Buona mamma, ve lo dico solo di passaggio, perché nel giorno del giudizio vi rammentiate che ve l’ho detto: non domandate nulla a nessuno, è vero; ma vi dirò che per questo non siete meno colpevole, anzi siete ugualmente colpevole che se trovaste un povero per via e gli toglieste il poco denaro che ha. — “Ah! Mi direte voi, se spendo quel denaro pei miei figli, so io quanto mi costa. „ — Ed io vi dirò ancora, sebbene non vogliate riconoscerlo: voi siete colpevole agli occhi di Dio, e questo basta per dannarvi. E se mi domandate perché, vi rispondo così: perché i vostri beni non sono che un deposito affidato da Dio alle vostre mani; tolto ciò che è necessario a voi e alla vostra famiglia, il resto è dovuto ai poveri. Quanti hanno denaro e lo tengono chiuso, mentre tanti poveri muoiono di fame! Quanti altri hanno grande abbondanza di abiti, mentre tanti sventurati soffrono il freddo! Ma, forse voi siete a servizio e non avete nulla da dare in elemosina; non possedete che il vostro stipendio? Ah! se lo voleste, potreste anche voi aver mezzo di far elemosina: lo trovate pure il denaro per trarre le fanciulle al mal fare, per andare all’osteria o al ballo. — Ma direte voi, noi siamo poveri, abbiamo appena di che vivere.„ — Ma, cari miei, se il giorno della sagra faceste meno spese, avreste qualche cosa da dare ai poveri. Quante volte siete andati a Villefranche per puro divertimento senza aver nulla da fare; o a Montmerle, o altrove. Fermiamoci qui, la verità è troppo chiara e scottante e l’andare più oltre potrebbe irritarvi. –  Ah! F. M., se i Santi avessero fatto come noi non avrebbero avuto di che fare elemosina; ma perché  sapevano quanto bisogno avevano di farla, risparmiavano quanto potevano a questo scopo e avevano sempre qualche cosa in serbo. – E poi, o F . M., non ogni carità si fa con il denaro. Potete andare a visitare un infermo, a tenergli per qualche ora compagnia, fargli qualche servizio, rifare il suo letto o apparecchiargli i rimedi, consolarlo nelle sue sofferenze, fargli una devota lettura. Tuttavia debbo rendervi questa giusta testimonianza che, generalmente, voi amate di far elemosina ai poveri e li compatite. Ma ciò che mi tocca di osservare si è che pochissimi la fanno in maniera da meritarne la ricompensa; ed eccone il perché: gli uni fanno l’elemosina ai poveri per essere stimati persone dabbene; gli altri per compassione e perché sono mossi dall’altrui miseria; altri poi perché li amano, perché son buoni, perché applaudono alla lor maniera di vivere; altri forse perché ne ricevono o almeno ne sperano qualche servizio. Ebbene, F. M., tutti coloro che nel fare elemosina non hanno che queste mire, non possiedono le condizioni richieste perché l’elemosina sia meritoria. Ve ne sono di quelli che a certi poveri, pei quali nutrono una certa genialità, darebbero quanto posseggono, mentre per gli altri hanno un cuore crudele. – Comportarsi a questo modo, o M. F., è fare quello che fanno i pagani, i quali, malgrado le loro opere buone, non andranno salvi. Ma, penserete tra voi, come deve dunque farsi l’elemosina perché sia meritoria? M. F., eccovelo in due parole; ascoltatemi attentamente: dobbiamo avere in mira in tutto ciò che facciamo di bene a vantaggio del nostro prossimo, di piacere a Dio che ce lo comanda, e di salvare le nostre anime. Ogni volta che la vostra elemosina non è accompagnata da queste pie intenzioni, l’opera buona che fate è perduta pel cielo. Questa è la ragione che ci spiega perché pochissime opere buone ci accompagneranno dinanzi al tribunale di Dio; perché, cioè, le facciamo con spirito puramente umano. Amiamo di essere ringraziati e che si parli di quel che abbiam fatto, che ci si ricambi con qualche servizio, e ne parliamo volentieri anche noi per far vedere che siamo persone caritatevoli. Poi abbiamo delle preferenze; ad alcuni diamo senza misura, ai invece e non vogliamo dar nulla; anzi li disprezziamo. – Badiamo bene, o M. F., quando non vogliamo o non possiamo soccorrere i poveri, badiamo bene di non disprezzarli, perché sprezzeremmo Gesù Cristo medesimo. Quel poco che diamo, diamolo con buon cuore, colla intenzione di piacere a Dio e di redimere i nostri peccati. Chi possiede schietta carità non ha preferenze; dà ai nemici come agli amici, a tutti egualmente, colla stessa ilarità e con la stessa sollecitudine. Se fosse il caso di fare qualche preferenza, si dovrebbe piuttosto fare elemosina a quelli che ci hanno fatto qualche dispiacere. Così faceva S. Francesco di Sales. – Vi sono alcuni che se hanno fatto del bene ad una persona e poi questa ha recato loro malcontento, le rinfacciano subito i servigi che le hanno reso. Sbagliate facendo così e perdete tutto il merito della vostra opera buona. Ma, e non ricordate che quella persona vi aveva chiesto aiuto in nome di Gesù Cristo e che voi glielo avete dato per piacere a Dio e redimere i vostri peccati? Il povero è strumento di cui Dio si serve per farvi quel bene, e null’altro. Anche questa è insidia che il demonio vi tende, e tende a un gran numero d’anime: farci tornare alla mente le nostre opere buone per farci compiacere vanamente in esse, e perdere così tutto il merito. Quando il demonio ce le mette dinanzi alla memoria, bisogna rigettarne subito il ricordo come un cattivo pensiero. Che cosa dobbiamo concludere da tutto questo, o F. M.? Ecco: che l’elemosina ha sì gran pregio agli occhi di Dio ed è così efficace per attirare le misericordie divine, da sembrare quasi che ci dia sicurezza di salute. Bisogna fare elemosina, quanto possiamo, finché viviamo su questa terra; saremo sempre abbastanza ricchi se riusciremo a piacere a Dio e a salvare la nostra anima. Ma bisogna farla con intenzioni interamente pure; cioè tutto per Iddio e niente pel mondo. Saremo pur fortunati se avremo la buona sorte, che, tutte le elemosine da noi fatte quaggiù, ci accompagnino dinanzi al tribunale di Gesù Cristo per aiutarci a guadagnare il paradiso. Questa felicità io vi desidero.

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SULLE TENTAZIONI

[DISCORSI DI SAN G. B. M. VIANNEY CURATO D’ARS

Vol. II, ed. Ed. Marietti, Torino-Roma, 1933]

Sulle tentazioni.

Jesus ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a diabolo.

(MATTH. IV, 1).

Che Gesù Cristo, Fratelli miei, abbia scelto il deserto per farvi orazione, non deve recarci meraviglia; la solitudine era la sua delizia! che poi lo Spirito Santo ve lo abbia condotto, questo deve sorprenderci ancor meno; giacché il Figlio di Dio non poteva avere altra guida che lo Spirito Santo. Ma che sia stato tentato dal demonio; che più volte sia stato portato da questo spirito delle tenebre, chi oserebbe crederlo se non fosse Gesù Cristo medesimo che ce lo dice per bocca di S. Matteo? Eppure, o M. F., anziché fare meraviglie, noi dovremmo invece rallegrarci e ringraziare senza fine il nostro buon Salvatore, che volle essere tentato solo per meritarci vittoria nelle nostre tentazioni. Quanto siamo fortunati, o F. M.! Dal giorno in cui il nostro caro Salvatore si è sottoposto alla tentazione, per vincere le nostre, a noi non manca altro che la buona volontà. – Ecco, M. F., i grandi vantaggi che noi ricaviamo dalla tentazione del Figliuol di Dio. Ed ecco l’argomento mio; vorrei dimostrarvi:

1° Che la tentazione ci è assai necessaria per farci conoscere ciò che siamo;

2° Che noi dobbiamo temere molto le tentazioni; perché il demonio è assai furbo e astuto; e perché una sola tentazione può bastare a piombarci nell’inferno, se noi abbiamo la disgrazia di acconsentirvi;

3° Che dobbiamo combattere fortemente sino alla fine; perché solo a questa condizione conquisteremo il cielo.

Se io volessi provarvi, o F. M., che esistono i demoni e che essi ci tentano, bisognerebbe pensare ch’io parlassi a un popolo idolatra o pagano, o almeno a Cristiani avvolti nella più profonda e deplorevole ignoranza; bisognerebbe dire ch’io sono convinto che voi non avete mai studiato il catechismo. Quando fanciulli vi si domandava: Tutti gli angeli sono rimasti fedeli a Dio? Non è vero che voi tosto rispondevate: No; una parte si è ribellata a Dio, è stata cacciata dal paradiso e precipitata nell’inferno? E quando si continuava a chiedervi: Che cosa fanno gli angeli ribelli? Subito, non è vero, che soggiungevate: Essi lavorano a tentare gli uomini, e fanno ogni sforzo per trascinarli al male? Ma io possiedo di questa verità altre prove, e ancor più convincenti. Voi sapete che fu il demonio che tentò i nostri progenitori nel paradiso terrestre, dove riportò la prima vittoria, vittoria che lo rese così ardito e orgoglioso. – Fu il demonio che tentò Caino e lo trascinò a uccidere il fratello Abele. Nell’antico Testamento leggiamo che il Signore disse al demonio: “Donde vieni? „ ed esso rispose: “Ho fatto il giro del mondo; „ (Job. I, 7) prova ben chiara è questa, o M. F., che il demonio gira la terra a fine di tentarci. Leggiamo nel Vangelo che Maddalena avendo confessato a Gesù Cristo i suoi peccati, uscirono da lei sette demoni (Luc. VIII, 2). Vediamo altresì in altro luogo del Vangelo che lo spirito immondo, uscito da un uomo, esclama: “Vi tornerò con altri demoni peggiori di me. „ (Ibid. VI, 26). Ma non è questo, F. M., che vi è più necessario di sapere; di tutto ciò nessuno di voi dubita. Quello che a voi maggiormente gioverà, si è conoscere in qual maniera il demonio possa tentarvi. Per ben persuadervi della necessità di respingere le tentazioni, domandate a tutti i Cristiani dannati, perché mai si trovino nell’inferno, essi che erano creati pel cielo: e ad una voce vi risponderanno che, essendo stati tentati, hanno accondisceso alla tentazione. Domandate pure a tutti i Santi che regnano in cielo, che cosa ha procurato loro tanta felicità, e tutti vi soggiungeranno: Fu perché, essendo tentati, abbiamo, con la grazia di Dio, resistito alla tentazione e disprezzato il tentatore. Ma chiederete, forse: Che cosa è dunque la tentazione? Eccolo, miei cari; ascoltate bene, e vedrete e intenderete. Siete tentati ogni volta che vi sentite portati a fare una cosa che Dio proibisce, o a non compiere ciò che Egli comanda. Dio vuole che facciate bene le vostre preghiere, mattina e sera, in ginocchio, con devozione. Dio vuole che passiate santamente il giorno della Domenica nella preghiera, cioè assistendo a tutte le funzioni (A tutte le funzioni, cioè alla Messa, è un precetto della Chiesa, e alle altre funzioni, il Vespro, la spiegazione della dottrina cristiana, pratiche consigliate e utili assai) e astenendovi da ogni lavoro. Dio vuole che i figli abbiano grande rispetto pel padre e per la madre, e i servi pei loro padroni. Dio vuole che amiate tutti e facciate del bene a tutti, anche ai vostri nemici; che non mangiate carne nei giorni proibiti; che vi diategrande premura di apprendere i vostri doveri; che perdoniate sinceramente a chi vi ha fatto qualche torto. Dio vuole che non pronunciate mai bestemmie, maldicenze, calunnie, parole sconce; che non facciate mai cose brutte. Questo lo capite facilmente. Ebbene. Se non ostante che il demonio vi tenti di fare ciò che Dio proibisce, voi non lo fate, vuol dire che non cedete alla tentazione; se invece lo fate, allora acconsentite e soccombete. – Sapete, o F . M., perché il demonio lavora con tanto furore per trascinarci al male? Perché non potendo offendere Dio egli stesso, vuol farlo offendere dalle altre creature. Ma quanto siamo fortunati noi, o M. F.! Che bella sorte è la nostra di avere per nostro modello un Dio! Se siamo poveri, abbiamo per modello un Dio che nasce in una stalla ed è adagiato in una mangiatoia su di un po’ di paglia. Se siamo disprezzati, abbiamo per modello un Dio che ci precede, coronato di spine, coperto d’un vile manto di porpora e trattato da pazzo. Se soffriamo, abbiamo per modello un Dio tutto coperto di piaghe che muore della morte più dolorosa che mai possa immaginarsi. Se siamo perseguitati, oseremo noi lamentarci, o M. F., noi che abbiamo per modello un Dio che muore pe’ suoi carnefici? E se siamo tentati dal demonio, noi abbiamo per modello il nostro amabile Redentore, che fu tentato dal demonio e due volte trasportato da questo spirito infernale. Sicché, o M. F., in qualunque stato di sofferenze, di pene o di tentazioni ci sia dato trovarci, dovunque e sempre, abbiamo il nostro Dio che ci precede e ci assicura la vittoria ogni volta che lo desideriamo. – Ecco, F . M., ciò che deve grandemente consolare il Cristiano: il pensiero che ogni qualvolta nella tentazione ricorrerà a Dio, sarà certo di non soccombere.

I. — Ho detto che la tentazione era a noi necessaria per farci conoscere che da noi stessi siamo nulla. S. Agostino ci insegna che dobbiamo ringraziare Dio pei peccati da cui ci ha preservati, come per quelli che ebbe la bontà di perdonarci. Abbiamo così spesso la disgrazia di cadere nei lacci del demonio, perché confidiamo troppo nelle nostre risoluzioni e nelle nostre promesse, e non abbastanza in Dio. Ciò che è verissimo. Quando nulla ci affanna e tutto va a seconda dei nostri desideri, noi osiamo credere che nulla sarà capace di farci cadere; dimentichiamo il nostro nulla, la nostra povertà e debolezza; facciamo le più belle proteste d’essere pronti a morire piuttosto che lasciarci vincere. Ne abbiamo un esempio in S. Pietro, che diceva al Signore: “Quand’anche tutti gli altri vi rinnegassero, io non lo farò mai„ (Matt. XXVI, 33). Ahimè! Dio per mostrargli quanto poca cosa è l’uomo, abbandonato a se stesso, non ha adoperato né re né principi, né armi; ma si servì della voce d’una fantesca, che parlando non sembrava interessarsi troppo di lui. Poco prima si diceva pronto a morire per Gesù, ora afferma che non lo conosce, che non sa di chi gli si voglia parlare; e per meglio assicurare che non lo conosce, giura. – Mio Dio, di che cosa siamo capaci abbandonati a noi stessi! Vi sono certuni, i quali, a quanto dicono, sembrano invidiare i Santi, che han fatto grandi penitenze; e sono convinti di potere anch’essi fare altrettanto. Leggendo la vita dei martiri noi ci sentiamo pronti a soffrire ogni cosa per Iddio. Un breve istante di patire è subito passato, diciamo noi; poi viene un’eternità di ricompensa. E che fa il buon Dio, perché ci possiamo conoscere un poco, o meglio, per mostrarci che noi siamo nulla? Eccovelo: permette al demonio di accostarsi un po’ più a noi. E allora osservate quel Cristiano, che poco fa sembrava portare invidia ai solitari che si cibano di radici e d’erbe, e che risolveva di trattare sì duramente il suo corpo; ohimè! un leggero dolor di capo, una puntura di spillo gli cava lamenti, per un nonnulla, si affligge e strilla. Poco fa avrebbe voluto fare tutte le penitenze degli anacoreti, ed ora per una cosa da nulla si dispera. Osservate quest’altro che sembra pronto a dare pel Signore la sua vita; i più duri tormenti non parrebbero capaci di arrestarlo; invece una piccola maldicenza, una calunnia, un trattamento alquanto freddo, un leggero torto ricevuto, un beneficio ricambiato con ingratitudine fanno sorgere tosto nel suo animo sentimenti di odio, di vendetta, d’avversione, a tal segno, spesse volte, che non vuol più fermare il suo sguardo su chi lo ha offeso, o almeno lo guarda con freddezza, con un occhio il quale mostra chiaro ciò che egli porta in cuore. E quante volte svegliandosi di notte questo è il suo primo pensiero, pensiero che non lo lascia dormire. Ah! M. F., come è vero che noi siamo poca cosa e che dobbiamo fare ben poco assegnamento sulle nostre belle risoluzioni! Voi vedete dunque ora quanto sia necessaria la tentazione per persuaderci del nostro nulla, e perché l’orgoglio non finisca di dominarci. Sentite che cosa diceva S. Filippo Neri. Considerando egli quanto siamo deboli e nel pericolo di perderci ad ogni momento, così supplicava il buon Dio piangendo : “Mio Dio, tenetemi la vostra mano sul capo; voi sapete ch’io sono un traditore; voi conoscete quanto sono cattivo; se mi abbandonate un solo istante temo di tradirvi. „ Ma dentro di voi penserete, forse, che le persone più tentate siano gli ubbriaconi, i maldicenti, i viziosi, che si gettano a corpo perduto nelle brutture, gli avari, che rubano in mille modi. No, M. F., non sono costoro i più tentati: questi il demonio li disprezza e non li molesta, per timore che non facciano tutto il male che egli vorrebbe; giacché più essi vivranno e maggior numero di anime i loro cattivi esempi trascineranno all’inferno. Infatti se il demonio avesse stimolato con forti tentazioni quel vecchio vizioso, spingendolo in tal modo ad abbreviarsi la vita di quindici o vent’anni, egli non avrebbe tolto il fiore della verginità a quella giovinetta, immergendola nel fango più vergognoso dell’impudicizia; non avrebbe sedotto quella donna, insegnata la malizia a quel giovinetto, che nel male durerà forse fino alla morte. Se il demonio avesse spinto quel ladro a rubare ad ogni occasione, già da tempo avrebbe finito i suoi giorni sul patibolo e non avrebbe indotto il suo vicino a imitarlo. Se il demonio avesse tentato quell’ubbriacone a bere sempre senza misura, da lungo tempo egli sarebbe morto per le sue crapule; mentre avendo avuto prolungata l’esistenza, ha potuto indurre altri a rassomigliargli. Se il demonio avesse tolta la vita a quel sonatore, a quel promotore di balli, o a quell’oste, in una partita di divertimento o in altra occasione; quanti, senza di costoro, non si sarebbero perduti, e invece si danneranno! S. Agostino ci insegna che il demonio non li molesta troppo costoro, anzi li disprezza. – Ma, direte voi, chi sono i più tentati? Miei cari, ascoltatemi attentamente. I più tentati sono coloro che, con la grazia di Dio, sono pronti a sacrificar tutto per salvare la loro anima; e che rinunciano a tutto ciò che sulla terra è desiderato con tanta avidità. E costoro non sono tentati da un demonio solo, ma da migliaia, che si rovesciano su di essi per farli cadere nei loro lacci. Eccone un bell’esempio. Si racconta nella storia che san Francesco d’Assisi stava con tutti i suoi religiosi in un gran campo, dove aveva costrutte piccole capanne di giunco. Vedendo che i suoi frati facevano penitenze assai straordinarie, san Francesco ordinò loro di raccogliere tutti i cilizi, e se ne fecero parecchi mucchi. V’era un giovane, a cui Dio in quel momento fece la grazia di poter vedere il suo Angelo custode. Da un lato vedeva quei buoni religiosi che non sapevano stancarsi di far penitenza, dall’altro il suo Angelo custode gli fece vedere un’accolta di diciotto mila demoni, che tenevano consiglio per trovar modo di far cadere quei religiosi con la tentazione. Ce ne fu uno che disse: “Voi non capite nulla. Questi frati sono così umili, così distaccati da se medesimi, così uniti a Dio, hanno un superiore il quale li guida sì bene, che è impossibile poterli vincere: aspettiamo che il superiore sia morto; allora cercheremo di farvi entrare giovani senza vocazione, che vi porteranno il rilassamento, e a questa maniera saranno nostri.„ Un po’ più lontano, all’ingresso della città, vide un demonio solo che stava seduto presso la porta per tentare quelli che erano dentro. Quel santo giovane domandò al suo Angelo custode, perché a tentare quei religiosi vi erano tante migliaia di demoni, mentre per un’intera città ve n’era un solo, e per giunta se ne stava seduto? E l’Angelo gli rispose che le persone del mondo non avevano neppur bisogno di tentazione, perché da se stesse si lasciavano andare al male; mentre i religiosi rimanevano fermi nel bene, malgrado tutti gli agguati del demonio e tutta la guerra che poteva contro di essi ingaggiare. – Ed ora, eccovi, F. M., la prima tentazione che il demonio muove a chi si è messo a servire meglio il Signore: il rispetto umano. Per tal guisa questa persona non ha più il coraggio di mostrarsi; si nasconde a quelli coi quali si era prima divertita; se le si dice che ha fatto un gran cambiamento, ne prova vergogna. Il pensiero di ciò che diranno gli altri l’angustia sempre, e la riduce a non aver più la forza di fare il bene dinanzi al mondo. Se il demonio non può vincerla col rispetto umano, fa nascere in lei uno straordinario timore: che le sue confessioni non sono ben fatte, che il confessore non la conosce, che ella potrà ben adoperarsi, ma si dannerà ugualmente, che per lei, il lasciar tutto o continuare la sua via, vale lo stesso, giacché ha troppe occasioni di cadere. Perché mai avviene, o F. M.. che una persona quando non pensa a salvare l’anima propria e vive nel peccato, non è affatto tentata? mentre appena vuol mutar vita, cioè desidera di tornare a Dio, tutto l’inferno le si rovescia addosso? – Sentite ciò che insegna S. Agostino: “Ecco, egli dice, come si comporta il demonio col peccatore; egli agisce alla guisa stessa di un carceriere, il quale tiene parecchi prigionieri chiusi in carcere, ma avendo la chiave in tasca, non si dà cura di loro, persuaso che essi non possono fuggire. Così fa il demonio con un peccatore, che non pensa a uscire dal suo peccato; non si dà briga di tentarlo — sarebbe questo tempo perso, perché quello sventurato non solo non pensa ad abbandonare il peccato, ma rende sempre più pesanti le sue catene. Sarebbe dunque cosa inutile il tentarlo, e lo lascia vivere in pace; se pure è possibile goder pace quando si è in peccato. Gli nasconde, quanto può, il suo stato fino all’ora della morte, e in quel momento lavora a fargli la più spaventosa descrizione della sua vita, per piombarlo nella disperazione. Ma con una persona che ha risolto di cambiar vita e di darsi a Dio, egli usa un contegno ben diverso. „ Finché S. Agostino menò una vita disordinata, egli quasi non conobbe che cosa fosse la tentazione. Si credeva in pace, come racconta egli medesimo; ma dal momento che stabilì di voltare le spalle al demonio dovette lottare con esso con ogni accanimento durante cinque anni, usando contro di lui le lagrime più amare e le penitenze più austere. – Mi dibattevo con esso, egli scrive, oppresso dalle mie catene. Oggi mi credevo vincitore, domani giacevo steso a terra. Questa guerra crudele ed accanita durò cinque anni. Pure Dio mi fece la grazia di superare il nemico. Rammentate altresì le lotte che ebbe a sopportare S. Gerolamo, quando volle consacrarsi a Dio e risolvette di visitare la Terra Santa. Vivendo in Roma egli aveva concepito il desiderio di lavorare alla propria salvezza: perciò, lasciata quella città andò a seppellirsi in un orrido deserto per darsi liberamente a tutto ciò che il suo amore per Iddio poteva suggerirgli. E il demonio, che prevedeva quante conversioni quella risoluzione generosa avrebbe prodotte, sembrò scoppiare di dispetto e non gli risparmiò alcuna tentazione. Io penso che nessun altro santo sia stato tentato più fortemente di lui. Ecco come si esprimeva scrivendo a persona amica: “Mio caro, voglio mettervi a conoscenza delle mie afflizioni e dello stato a cui il demonio vuol ridurmi. Quante volte in questa solitudine, resa insopportabile dall’ardore del sole, quante volte il ricordo dei piaceri di Roma è venuto ad assalirmi; il dolore e l’amarezza, di cui l’anima mia è ricolma, mi fanno versare giorno e notte torrenti di lacrime. Mi nascondo nei luoghi più remoti per lottare contro le tentazioni e piangere i miei peccati. Il mio corpo è tutto sfigurato e coperto di ruvido cilicio. Mio letto è la nuda terra, ed anche nelle malattie radici ed acqua formano il mio nutrimento. E non ostante questi rigori, la mia carne risente ancora le impressioni dei piaceri che disonorano Roma; la mia memoria ritorna ancora fra quelle gioviali compagnie, fra le quali ho tanto offeso Dio. In questo deserto, al quale mi sono volontariamente condannato per evitare l’inferno, fra queste rocce tetre, dove sono unica mia compagnia gli scorpioni e le bestie feroci, malgrado tutto l’orrore che mi circonda e mi spaventa, la fantasia mi riscalda di fuoco impuro il corpo già presso a morire; il demonio osa ancora offrirmi piaceri da godere. Vedendomi così umiliato da tentazioni, il cui solo pensiero mi fa morire di orrore, non sapendo più a quale penitenza assoggettare il mio corpo per tenerlo attaccato a Dio; mi getto a terra, a’ pie del mio Crocifisso, irrigandolo di lacrime; e, quando non posso più piangere, afferro una pietra, mi batto il petto fino a far uscire sangue dalla bocca; e invoco misericordia, fintantoché il Signore abbia pietà di me. Chi potrà comprendere in quale stato infelice io mi trovo, io che desidero ardentemente di piacere a Dio e di non amare che lui solo? Vedendomi continuamente eccitato a offenderlo, quale dolore ne risento! Soccorretemi, amico caro, coll’aiuto delle vostre preghiere; perché io sia più valente a respingere il demonio, che ha giurato di perdermi eternamente.

„ (Epist. 22 ad Eustoch.). – Ecco, F. M., i combattimenti ai quali Dio permette che i grandi Santi siano sottoposti. Ah! miei cari, siamo ben degni di compassione, se non siamo aspramente combattuti dal demonio. Stando alle apparenze dovremmo dire che siamo amici del demonio; egli ci lascia vivere in una falsa pace, ci ha addormentati col pretesto che abbiamo fatto qualche buona preghiera, alcune elemosine e che abbiamo fatto meno male di tanti altri. Infatti se voi chiedete a quell’assiduo frequentatore d’osterie, se il demonio lo tenta; vi risponde semplicemente di no, e che nulla lo inquieta. Domandate a quella giovane vanitosa, quali assalti le muove il demonio; ella ridendo vi risponderà: Nessuno; e vi dirà che ella non sa che cosa voglia dire essere tentata. Ecco, F. M., qual è la tentazione di tutte più terribile: il non essere tentati; ecco la condizione di coloro che il demonio tiene in serbo per l’inferno. E se non credessi di essere troppo audace, potrei anche dirvi che il demonio si guarda bene dal tentarli o dal disturbarli, riguardo alla loro vita passata, per timore che aprano gli occhi sui loro peccati. Ripeto dunque, F. M., che la maggiore sventura per un Cristiano è il non essere tentato, perché c’è motivo di credere che il demonio lo consideri come cosa sua, e aspetti soltanto la morte per trascinarlo nell’inferno. Ed è facile capirlo. Osservate un Cristiano che si dà qualche pensiero della sua salvezza: tutto ciò che lo attornia è per lui stimolo al male; spesso non può nemmeno levar gli occhi senza sentirsi tentato, non ostante le sue preghiere e le sue austerità; invece un vecchio peccatore, che forse da vent’anni s’avvoltola e si trascina nelle lordure, vi affermerà che non è tentato. Tanto peggio, o cari, tanto peggio. Questo deve appunto farvi tremare: il non conoscere le tentazioni; perché il dire che non siete tentati, è come se diceste che il demonio non c’è più, o che ha perduto tutta la sua rabbia contro i Cristiani. “Se voi non avete tentazioni, dice S. Gregorio, questo avviene perché i demoni sono vostri amici, vostra guida e vostri pastori; ora vi lasciano passare in pace la vostra povera vita, alla fine dei vostri giorni vi trascineranno negli abissi. „ S. Agostino ci dice che la più grande tentazione è quella di non avere tentazioni — perché è lo stesso che essere riprovato, abbandonato da Dio e lasciato alla mercè delle proprie passioni.

II. — Ho detto in secondo luogo che la tentazione ci è assolutamente necessaria per mantenerci umili e diffidenti di noi stessi, e per obbligarci a ricorrere a Dio. Leggiamo nella storia che un solitario, essendo estremamente tentato, il Superiore gli disse: “Volete che preghi Iddio perché vi liberi dalle vostre tentazioni? No, padre, rispose il monaco, questo fa sì che io non perda mai la presenza di Dio; giacché io ho sempre bisogno di ricorrere a lui, perché m’aiuti a lottare. „ Frattanto, o F. M., possiamo dire che, quantunque sia umiliante l’essere tentati, pure è segno certo che siamo sulla strada del cielo. Non ci rimane che una cosa da fare: combattere con coraggio, perché la tentazione è tempo di raccolta; ed eccone un bell’esempio. Leggiamo nella storia che una santa era da così gran tempo tormentata dal demonio, che si credeva dannata. Iddio le apparve per consolarla, e le disse che ha maggiormente guadagnato meriti durante quella prova, che non in tutto il resto di sua vita. S. Agostino ci dice che, senza le tentazioni, tutto ciò che facciamo avrebbe scarso merito. Invece di affliggerci quando siamo tentati, dobbiamo ringraziare il Signore, e lottare con coraggio, perché siamo sicuri d’essere sempre vittoriosi. Mai Dio permetterà al demonio di tentarci al disopra delle nostre forze. – Una cosa certa poi, o F. M., è questa: che noi dobbiamo, cioè, aspettare che la tentazione finisca con la nostra morte. Il demonio, che è uno spirito, non si stanca mai; dopo averci tentato, durante cento anni, egli è ancora così forte e così furioso come se ci assalisse la prima volta. Non dobbiamo assolutamente credere di poter vincere il demonio e fuggirlo in modo da non essere più tentati; poiché il grande Origene dice che i demoni sono assai più numerosi degli atomi che volteggiano nell’aria e delle gocce d’acqua che compongono il mare; il che vuol significare che sono sterminati di numero. S. Pietro ci dice: “Vigilate continuamente perché il demonio si aggira attorno a voi, come un leone, cercando alcuno da divorare. „ (I Piet. V, 8) E Gesù Cristo in persona ci dice: “Pregate senza interruzione per non cedere alla tentazione „ (Matt. XXVI, 41), il che vuol dire che il demonio ci aspetta dappertutto. Inoltre dobbiamo attenderci d’essere tentati in qualunque luogo e in qualunque stato ci troviamo. Vedete quel sant’uomo, che era tutto coperto di piaghe e quasi fetente: il demonio non cessò di tentarlo per corso di sette anni: S. Maria Egiziaca fu tentata per diciannove anni; S. Paolo per tutta la sua vita, cioè dal momento in cui si convertì a Dio. S. Agostino per consolarci dice che il demonio è un cane legato alla catena, che abbaia, fa gran rumore, ma non morde se non coloro che gli si accostano troppo. Un santo sacerdote trovò un giovane molto agitato e gli chiese perché s’inquietasse così: “Padre mio, rispose, temo di essere tentato e di soccombere. — Vi sentite tentato? soggiunse il sacerdote; fate un segno di croce, elevate il cuore a Dio ; se il demonio continua, continuate anche voi, e sarete sicuro di non macchiare l’anima vostra. „ Vedete ciò che fece S. Macario, il quale andando in cerca di ciò che gli occorreva per fare stuoie, incontrò per via un demonio con una falce infuocata che gli correva addosso quasi per ucciderlo. S. Macario, senza scomporsi, alzò il cuore a Dio. E il demonio andò in sì gran furore che esclamò: “Ah! Macario quanto mi fai soffrire per non poterti maltrattare. Però quello che tu fai lo faccio anch’io; se tu vegli, io non dormo punto; se tu digiuni, io non mangio mai; una cosa sola tu hai e della quale io manco. Il santo gli domandò che cosa fosse; e il demonio dopo avergli risposto: l’umiltà; sparì.„ Sì, P. M., pel demonio l’umiltà è una virtù formidabile. Perciò vediamo che S. Antonio, quando era tentato, non faceva che umiliarsi profondamente, dicendo al Signore: – Mio Dio, abbiate pietà di questo grande peccatore: e il demonio prendeva la fuga.

III. — Ho detto in terzo luogo che il demonio si scatena contro quelli, che hanno veramente a cuore la loro salvezza, e li perseguita continuamente, accanitamente; sempre nella speranza di vincerli. Eccovene un bell’esempio. Si racconta che un giovane solitario, già da parecchi anni aveva lasciato il mondo per non pensare che a salvare l’anima sua. Il demonio concepì contro di lui per questa risoluzione tale furore che quel giovane credette di essere vicino a precipitare nell’inferno. Cassiano, che riferisce il fatto, racconta che il solitario, essendo tormentato da tentazioni impure, dopo molte lacrime e penitenze, pensò di andare a visitare un vecchio monaco, per averne consolazione; sperando che gli suggerirebbe rimedi per meglio vincere il nemico; e specialmente per raccomandarsi alle sue preghiere. Ma la cosa ebbe ben diverso risultato. Quel vecchio, che aveva passata quasi tutta la sua vita senza lotte, invece di consolare il giovane solitario, mostrò grandissima sorpresa ascoltando il racconto delle sue tentazioni, lo rimproverò aspramente, gli rivolse parole dure, chiamandolo infame, sciagurato, e dicendogli che era indegno del nome di solitario, perché gli accadevano simili cose. Il povero giovane se ne andò così desolato che si credette perduto e dannato; e s’abbandonò alla disperazione. Diceva tra sé: “Giacché sono dannato, non v’è bisogno ch’io resista o combatta; m’abbandonerò a tutto quello che il demonio vorrà; eppure Dio sa che io ho lasciato il mondo unicamente per amare lui e salvare l’anima mia. Perché, o Signore, esclamava egli nella sua disperazione, mi avete dato così poche forze? Sapete eh? Voglio amarvi, che sento tanto dispiacere e rammarico di disgustarvi, perché dunque non mi date la forza, perché lasciate che io debba cadere? Giacché per me tutto è perduto, e non ho più mezzo di salvarmi, tornerò nel mondo. „ – Mentre così disperato era in procinto di abbandonare il suo ritiro, Dio fece conoscere lo stato dell’anima sua ad un santo abate, di nome Apollo, che godeva grande fama di santità. Questi gli andò incontro, e vedendolo così turbato, fattosi vicino a lui, con grande dolcezza gli chiese che cosa avesse e quale fosse la causa del suo turbamento e della tristezza che gli appariva in volto. Ma il povero giovane era così profondamente concentrato ne’ suoi pensieri, che non rispose nulla. Il santo abate che vedeva l’agitazione dell’anima di lui lo sollecitò tanto perché gli confidasse che cosa lo agitava, per qual motivo egli era uscito dalla sua solitudine, e qual fosse lo scopo del suo viaggio, che il giovane vedendo come il suo stato fosse palese a quel santo abate, sebbene egli lo celasse quanto poteva, versando lagrime in grande abbondanza, e mandando singhiozzi i più commoventi, gli rispose: Torno al mondo perché sono dannato: io non ho più speranza di potermi salvare. Sono stato a trovare un vecchio religioso ed egli è rimasto scandalizzato della mia vita. Giacché io sono tanto sventurato da non poter piacere a Dio, ho deciso di abbandonare la mia solitudine per ritornare al mondo, dove mi abbandonerò a tutto ciò che il demonio vorrà. Eppure ho sparso tante lacrime, perché non vorrei offendere Dio. Volevo salvarmi; facevo volentieri penitenza; ma non ho forza abbastanza e non andrò più innanzi. „ Il santo abate ascoltandolo parlare e vedendolo piangere così, gli rispose mescolando a quelle del giovane le sue lacrime: “Amico mio, ma non vedete che ben lungi dall’aver offeso Dio, voi, al contrario, perché siete a lui accetto, siete stato così fortemente tentato? Consolatevi, mio caro, e ripigliate coraggio; il demonio vi crederà vinto, ma invece voi lo vincerete; tornate, almeno fino a domani, nella vostra cella. Non perdete il coraggio: io stesso sono al pari di voi tentato ogni giorno. Non dobbiamo contare sulle nostre forze, ma sulla misericordia di Dio: vi aiuterò a vincere pregando con voi. Amico mio, il Signore è tanto buono che non ci abbandona al furore dei nostri nemici senza darci la forza per vincerli; è Dio, sapete, che mi manda per dirvi di non perdervi di coraggio, che sarete liberato. „ Il povero giovane tutto consolato, tornò alla sua solitudine abbandonandosi fra le braccia della misericordia divina ed esclamando: “Credevo, o Signore, che voi vi foste ritirato per sempre da me. „ – Frattanto Apollo va vicino alla cella del vecchio monaco, che aveva così male accolto il povero giovane, e si prostra colla faccia a terra dicendo: “Signore, mio Dio, voi conoscete le nostre debolezze, liberate, vi prego, quel giovane dalle tentazioni che lo scoraggiano; voi vedete le lacrime che egli ha sparso pel dolore che aveva di avervi offeso! Fate che questa tentazione passi nello spirito di questo vecchio monaco, perché impari ad avere pietà di quelli, che voi permettete che siano tentati. „ Appena finita la preghiera, vide il demonio sotto la forma di un orrido moretto che lanciava una freccia di fuoco impuro contro la cella del vecchio, il quale, appena ne fu tocco, cadde in una agitazione spaventosa e incessante. Si alzò, uscì, rientrò. Dopo aver fatto per lungo tempo così, pensando che non potrebbe mai vincere, imitò l’esempio del giovane solitario e prese la risoluzione di tornare nel mondo. Essendogli impossibile di resistere al demonio, disse addio alla sua cella e partì. Il santo abate che lo teneva d’occhio senza che egli se n’accorgesse, — Iddio gli aveva ratto conoscere che la tentazione del giovane era passata nello spirito del vecchio, — accostatoglisi. gli domandò dove andasse e perché mai, dimenticando la gravità propria dell’età sua, si mostrasse così agitato; certamente egli aveva qualche inquietudine sulla salvezza dell’anima sua. Il vegliardo s’avvide che Dio gli aveva fatto conoscere ciò che passava dentro il suo spirito. “Tornate indietro, gli disse il santo, e non dimenticate che questa tentazione vi ha assalito nella vostra vecchiaia, perché impariate a compatire le debolezze dei vostri fratelli e a consolarli. Voi avevate scoraggiato quel povero giovane, che era venuto a confidarvi le sue pene; invece di consolarlo eravate in procinto di farlo cadere nella disperazione; senza una grazia straordinaria sarebbe stato perduto. Sapete perché il demonio aveva mosso a quel povero giovane una guerra così crudele e accanita? Perché vedeva in lui grandi disposizioni per la virtù, ciò che gli cagionava una profonda gelosia ed invidia, e perché una virtù così costante non poteva essere vinta che da tentazione assai forte e violenta. Imparate ad aver compassione degli altri ed a stender loro la mano per non lasciarli cadere. Se il demonio vi ha lasciato tranquillo, durante tanti anni di solitudine, questo è avvenuto perché egli vedeva in voi poco di buono; invece di tentarvi, vi disprezza.„ Da questo esempio vediamo che invece di scoraggiarci nelle tentazioni, dobbiamo consolarci ed anche rallegrarcene, poiché sono tentati soltanto quelli, i quali colla loro maniera di vivere, il demonio prevede si guadagneranno il cielo. D’altra parte, o M. F., dobbiamo essere ben persuasi, che è impossibile di piacere a Dio e salvare l’anima senza essere tentati. Vedete Gesù Cristo; dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti fu egli pure tentato e trasportato dal demonio due volte; egli che era la santità in persona. Non so, o F . M., se voi capite bene che cosa sia tentazione. La tentazione non è soltanto un cattivo pensiero di impurità, d’odio e di vendetta che bisogna cacciar via; ma sono pure tentazioni tutte le molestie che ci assalgono, come una malattia in cui ci sentiamo portati a lamentarci, una calunnia che ci strazia, un’ingiustizia commessa a nostro danno, la perdita dei beni, del padre, della madre, d’un figliuolo. Se non ci sottomettiamo di buon animo alla volontà di Dio, cediamo alla tentazione, perché il Signore vuole che sopportiamo tutte queste prove per amor suo; e d’altra parte il demonio fa ogni sforzo per farci mormorare contro Dio. Ed ora eccovi quali sono le tentazioni, che bisogna maggiormente temere, e che conducono a rovina un numero di anime più grande di quel che si creda: sono quei piccoli pensieri di amor proprio, di stima di noi stessi; quei piccoli applausi a tutto quel che facciamo, e a ciò che si dice di noi: noi ravvolgiamo tutto questo nella nostra mente, amiamo vedere le persone alle quali abbiamo fatto del bene, amiamo che pensino a noi e abbiano un buon concetto di noi: ci è caro che qualcheduno si raccomandi alle nostre preghiere, e ci diamo premura di sapere se hanno ottenuto quello che abbiamo domandato a Dio per essi. Sì, M. F . , ecco una delle più ardue tentazioni, e su di essa dobbiamo attentamente vegliare, perché il demonio è astuto; e chiedere ogni mattina a Dio la grazia di essere bene attenti ogni volta che il demonio verrà a tentarci. Perché sì spesso facciamo il male, e vi pensiamo solo dopo che l’abbiamo commesso? – Perché al mattino non abbiamo domandato questa grazia o l’abbiamo domandata male. In fine, o M. F., dobbiamo combattere energicamente, e, non come siamo soliti fare, buttando un bel no in faccia al demonio e nello stesso tempo stendendogli la mano. Mentre S. Bernardo, che si trovava in viaggio, stava riposando in una camera, di notte, una donna di vita allegra venne a fargli visita per sollecitarlo a peccato, — subito egli si mise a gridare “ai ladri „ e quella spudorata fu costretta a ritirarsi. Ritornò per ben tre volte, ma fu ignominiosamente cacciata. Vedete S. Martiniano che una donna di mala vita venne a tentare, S. Tommaso d’Aquino, al quale fu mandata in camera una giovane per farlo cadere: per liberarsene i due santi si appigliarono allo stesso espediente; preso un tizzone acceso le rincorsero e le obbligarono subito a fuggire vergognosamente. Lo stesso S. Bernardo sentendosi tentato andò a immergersi fino alla gola in uno stagno gelato. S. Benedetto e S. Francesco d’Assisi, si avvoltolarono fra le spine. S. Macario d’Alessandria andò in un padule, ove era una gran quantità di vespe, le quali gli si misero attorno e ridussero il suo corpo simile a quello di un lebbroso. Tornato al convento, il superiore che lo riconosceva soltanto dalla voce, gli chiese perché mai si fosse ridotto in quello stato. “Perché, egli rispose, il mio corpo voleva rovinare la mia anima, io l’ho ridotto in questa condizione. „ – Che cosa dobbiamo dunque concludere da tutto questo, F. M.? Eccolo: 1° Di non credere che noi saremo, in un modo o nell’altro liberati dalle tentazioni, fino a che vivremo; e per conseguenza dobbiamo risolvere di combattere fino alla morte. 2° Quando siamo tentati ricorriamo subito a Dio per tutto il tempo in cui la tentazione dura; il demonio continua a tentar perché 0spera sempre di poterci guadagnare. 3° Fuggiamo, per quanto è possibile tatto ciò che può indurci in tentazione; e non perdiamo mai di vista che gli angeli cattivi furono tentati una sol volta e che dalla tentazione precipitarono nell’inferno. Bisogna avere una grande umiltà, ed essere ben persuasi che, da soli, ci è impossibile di non soccombere e che, unicamente aiutati dalla grazia di Dio, non cadremo. Fortunato colui, o F . M., che all’ora della sua morte, potrà ripetere come S. Paolo: “Ho combattuto valorosamente, ma, colla grazia di Dio, ho vinto: perciò aspetto la corona di gloria che Dio dà a coloro che gli furono fedeli fino alla morte. „ (II Tim, IV, 18). E questa la felicità…

».

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: LA PAROLA DI DIO

I SERMONI DEL CURATO D’ARS

[Discorsi di S. G. B. M. VIANNEY, curato d’Ars – Vol. I, ed. Ed. Marietti, Torino-Roma, 1933]

La parola di Dio.

Beati qui audiunt verbum Dei, et custodiunt illud.

(Luc. XI, 28).

Noi leggiamo nel Vangelo che il Salvatore del mondo istruiva il popolo, diceva loro cose così meravigliose e così stupefacenti, che una donna dal mezzo della folla alzò la voce e gridò: “Beato è il seno che ti ha portato e il latte che ti ha nutrito. „ Ma Gesù Cristo tosto soggiunse: ” Più avventurato è colui che ascolta la parola di Dio e che osserva quello che essa comanda. „ Ciò forse desta la vostra meraviglia, che Gesù Cristo ci dica che colui che ascolta la parola di Dio con un vero desiderio di approfittarne è più accettevole a Dio che colui che lo riceve nella santa comunione; sì, certo noi non abbiamo mai ben compreso quanto la parola di Dio sia un dono prezioso. Ah! se noi l’avessimo ben compreso con quale rispetto, con quale amore dovremmo ascoltarla! M. F., non inganniamoci: necessariamente la parola di Dio produrrà in noi frutti buoni o cattivi; saranno buoni, se vi recheremo delle buone disposizioni, con altre parole, un vero desiderio di approfittarne e di fare tutto quello che essa prescriverà; saranno cattivi, se noi la ascolteremo con indifferenza, con disgusto, forse con disprezzo; o questa parola santa ci illuminerà, ci farà conoscere i nostri doveri, o ci accecherà e produrrà il nostro induramento. Ma per meglio farvelo comprendere, tolgo a dimostrarvi:

1° quanto sono grandi i vantaggi che ci provengono dalla parola di Dio;

2° in qual modo i Cristiani hanno l’abitudine di riceverla;

3° le disposizioni che dobbiamo recare per avere la ventura di approfittarne.

I . — Per farvi comprendere quanto è grande il prezzo della parola di Dio, io vi dirò che tutto lo stabilimento e i progressi della Religione cattolica sono l’opera della parola di Dio associata alla grazia che sempre l’accompagna. Sì, M. F., noi possiamo ancora dire che dopo la morte di Gesù Cristo sul Calvario, e il santo Battesimo, non occorre grazia che noi riceviamo nella nostra santa Religione che le stia alla pari; ciò che è facile a comprendere. Quante persone che sono state assunte in cielo senza aver ricevuto il sacramento della Penitenza! Quante altre senza aver ricevuto quello del Corpo adorabile e del Sangue prezioso di Gesù Cristo! E quante altre che sono in cielo, che non hanno ricevuto quello della Confermazione né quello dell’Estrema Unzione! Ma per l’istruzione che è la parola di Dio, dal momento che abbiamo l’età capace di farci istruire è tanto difficile andare in cielo senza essere istruiti, come senza essere battezzati. – Ah! M. F., noi vedremo sventuratamente al giorno del giudizio che il più gran numero dei Cristiani dannati, lo saranno perché non hanno conosciuto la loro religione. Andate, interrogate tutti i Cristiani riprovati, e domandate loro perché sono nell’inferno. Tutti vi risponderanno che la loro sventura proviene perché non hanno voluto ascoltare la parola di Dio o perché l’hanno disprezzata. — Ma, forse mi direte voi, che cosa opera in noi questa santa parola? — Ecco: essa è somiglievole a quella colonna di fuoco la quale conduceva i Giudei quando erano al deserto, che additava loro la via che dovevano battere, che si fermava quando il popolo doveva fermarsi e proseguiva il suo viaggio, quando si doveva andare innanzi; di guisa che questo popolo non aveva che a restar fedele nel seguirla ed era sicuro di non smarrire la via. (Exod. XIII, 21, 22; XL, 84, 35). Sì, M. F., essa opera la stessa cosa a nostro riguardo: essa è una face che brilla dinanzi a noi, che ci conduce in tutti i nostri pensieri, nei nostri disegni, nelle azioni nostre (lucerna pedibus meis verbum tuum. Ps. CXVIII, 105); è lei che accende la nostra fede, che fortifica la nostra speranza, che fa divampare l’amor nostro per Dio e per il prossimo; è lei che ci fa comprendere la grandezza di Dio, il fine beato per il quale siamo creati, la bontà di Dio, l’amor suo per noi, il prezzo dell’anima nostra, la grandezza e la ricompensa che ci è promessa; sì, è lei che ci dipinge la gravezza del peccato, gli oltraggi che reca a Dio, i mali che ci prepara per l’altra vita; è lei che ci incute spavento alla vista del giudizio che è riservato ai peccatori, colla dipintura spaventevole che ella ce ne fa; sì, M. F., è questa parola che ci muove a credere senza nulla esaminare tutte le verità della nostra santa Religione nella quale tutto è mistero, e ciò risvegliando la nostra fede. Ditemi, non è dopo una istruzione che si sente il cuore commosso e pieno di buone risoluzioni? Ah! colui che disprezza la parola di Dio è ben da compiangere, poiché rigetta e disprezza tutti i mezzi di salute che il buon Dio ci presenta per salvarci. Ditemi, di che cosa si sono serviti i patriarchi e i profeti. Gesù Cristo medesimo e tutti gli Apostoli, come tutti coloro che li hanno secondati, per stabilire ed aumentare la nostra santa Religione, non è della parola di Dio? Vedete Giona, quando il Signore lo mandò a Ninive; che fece egli? Null’altro che annunciarle la parola di Dio, dicendole che fra 40 giorni tutti i suoi abitanti perirebbero. Non è questa parola santa che cangiò i cuori degli uomini di quella grande città, che, di grandi peccatori ne fece grandi penitenti (Gion. III, 4)? Che fece S. Gio. Battista per cominciare a far conoscere il Messia, il Salvatore del mondo? Non lo fece annunciando loro la parola di Dio? Che fece Gesù Cristo medesimo percorrendo le città e le campagne, continuamente circondato dalle turbe di popolo che lo seguivano fino nel deserto? Di qual mezzo si serviva per insegnare la religione che voleva stabilire, se non di questa santa parola? Ditemi, M. F., chi ha mosso tutti quei grandi del mondo ad abbandonare i loro beni, i loro parenti e tutti i loro agi? Non è ascoltando la parola di Dio che hanno aperto gli occhi dell’anima e compreso la poca durata e la caducità delle cose create, che si sono volti a cercare i beni eterni? Un S. Antonio, un S. Francesco, un S. Ignazio… Ditemi chi può muovere i figli ad avere un grande rispetto verso il loro padre e la loro madre, facendoli loro considerare come quelli che occupano il posto di Dio medesimo? Non sono le istruzioni che hanno ricevuto nei catechismi, tenuti dal loro pastore, facendo loro vedere la grandezza della ricompensa che è annessa ad un figlio savio e obbediente? E quali sono i figli che disprezzano i loro genitori? Ah! quanti poveri figli ignoranti, e che dall’ignoranza sono condotti nell’impurità e nel libertinaggio, e che spesse volte finiscono col far morire i loro poveri genitori o di crepacuore o in qualche altro modo più miserando! Chi può muovere un vicino ad avere una grande carità verso il suo vicino, se non una istruzione che avrà ascoltata, nella quale gli sarà stato addimostrato quanto la carità è un’opera aggradevole a Dio? Chi ha mossi tanti peccatori ad uscire dal peccato? Non fu qualche istruzione che hanno udita, nella quale si è loro dipinto lo stato infelice di un peccatore il quale cade nelle mani d’un Dio vendicatore? Se voi ne bramate la prova, ascoltate un istante e ne sarete convinti. È raccontato nella storia che un vecchio ufficiale di cavalleria passava, in uno dei suoi viaggi, per un luogo dove il padre Bridaine dava una missione. Curioso di udire un uomo d’una grande riputazione e che egli non conosceva, egli entra in una chiesa dove il padre Bridaine faceva la descrizione spaventosa dello stato infelice di un’anima nel peccato, l’accecamento nel quale era il peccatore di perseverarvi, il mezzo facile che il peccatore aveva di uscirne con una buona confessione generale. Il militare ne fu siffattamente commosso, i suoi rimorsi di coscienza furono cosi forti, o piuttosto gli diventarono sì insopportabili, che nell’istante medesimo formò il proposito di confessarsi e di fare una confessione di tutta la sua vita. Egli aspetta il missionario al piede della cattedra pregandolo per grazia di fargli fare una confessione di tutta la sua vita. Il padre Bridaine lo ricevette con una grande carità: “Mio Padre, gli disse il militare, io resterò finché voi vorrete; io ho concepito un gran desiderio di salvare l’anima mia. „ Egli fece la sua confessione con tutti i sentimenti di pietà e di dolore che si poteva aspettare da un peccatore che si converte; egli medesimo diceva che ogni volta che accusava un peccato, gli pareva di togliersi un peso enorme dalla propria coscienza. Quando ebbe finito la sua confessione, egli si ritirò dietro il Padre Bridaine, piangendo a calde lagrime. La gente meravigliata di vedere questo militare piangere dirottamente, gli domandavano qual era la causa del suo rammarico e delle sue lagrime: “Ah! amici miei, quanto è dolce il versare lagrime d’amore e di riconoscenza, io, che sono vissuto per sì lungo lasso di tempo nell’odio del mio Dio! „ Ah! quanto l’uomo è cieco di non amare il buon Dio e di vivere da suo nemico, mentre che è cosa così dolce l’amarlo! Questo militare si reca a trovare il Padre Bridaine che era nella sagrestia, e qui, alla presenza di tutti gli altri missionari, volle metterli a parte dei suoi sentimenti: “Signori, disse loro, ascoltatemi, e voi, Padre Bridaine, richiamatevelo alla memoria; io non credo in tutta la mia vita di aver gustato un piacere così puro e così dolce, come quello che io gusto dacché ho la sorte di essere in istato di grazia; no, io non credo che Luigi XV che ho servito per 36 anni, possa essere così felice come io lo sono; no, io non credo che, nonostante tutti i piaceri che lo attorniano e tutto lo splendore che lo circonda egli sia contento come io lo sono in questo momento. Dopoché io ho deposto l’orribile peso dei miei peccati, nel mio dolore e nel disegno di fare penitenza, io non cangerei ora la mia sorte per tutti i piaceri e per tutte le ricchezze del mondo. „ A queste parole egli si getta ai piedi del Padre Bridaine, gli stringe la mano: ” Ah! mio Padre, quali azioni di grazie potrò io rendere al buon Dio per tutta la mia vita, di avermi condotto come per mano in questo paese! Ah! mio Padre, io non pensava di fare quello che voi avete avuto la carità di farmi fare. No, mio Padre, mai potrò dimenticarvi; di grazia, io vi prego di domandare al buon Dio per me che tutta la mia vita non sia più che una vita di lagrime e di penitenza.„ Il Padre Bridaine e tutti gli altri missionari che erano testimoni di questa avventura, proruppero in lagrime, dicendo: “Oh! che il buon Dio ha delle grazie per coloro che hanno un cuore docile alla sua voce! Oh! quante anime si dannano e che, se avessero avuto la sorte di essere istruite, sarebbero salve! „ Il che faceva che il Padre Bridaine domandava al buon Dio, prima dei suoi discorsi, che accendesse siffattamente il suo cuore che le sue parole fossero simili al fuoco divoratore che fa divampare d’amore i cuori dei peccatori più indurati e più ribelli alla grazia. Or qual fu la causa della conversione di questo soldato? Null’altro che la parola di Dio che ascoltò e che trovò il suo cuore docile alla voce della grazia. Ah! quanti Cristiani si convertirebbero se avessero la sorte di recare delle buone disposizioni ad ascoltare la parola di Dio! Quanti buoni pensieri e buoni desideri ella farebbe nascere nel loro cuore, quante buone opere farebbe loro compiere per il cielo! – Prima di procedere innanzi, è necessario che io vi rechi un fatto accaduto al medesimo Padre Bridaine, mentre faceva una missione ad Aix in Provenza; fatto che ha qualche cosa di singolare. Il missionario si metteva a sedere a mensa con un confratello, quando un ufficiale batté fortemente alla porta dove si trovavano i missionari: tutto ansante, domanda con un viso alterato il capo della compagnia. Il Padre Bridaine essendosi accostato: “Padre Bridaine, „ gli dice all’orecchio l’ufficiale con una certa emozione e con un tono severo che dimostrava come la sua anima fosse agitata. Il missionario essendo entrato con lui, l’ufficiale chiude la porta, si leva gli stivali, getta lontano il cappello, e sfodera la sua spada. “Io vi confesso, diceva poscia il Padre Bridaine ai suoi compagni, ciò mi incusse spavento: il suo silenzio, il suo occhio truce, la sua stretta di mano, la sua precipitazione e il suo turbamento, mi fecero giudicare che fosse un uomo al quale avessi strappato l’oggetto della sua passione, e che per vendicarsene venisse sicuramente per togliermi la vita; ma fui ben presto tolto d’inganno vedendo questo militare gettarsi ai miei ginocchi colla faccia rivolta a terra, pronunciando con sicurezza queste parole: “Non è questione di lasciarmi, mio Padre, né di differire più oltre, voi vedete ai vostri piedi il più grande peccatore che la terra abbia potuto portare dal principio del mondo; io sono un mostro. Io vengo di lontano per confessarmi a voi e adesso; senza di che io non so più che cosa divento.„ Il Padre Bridaine gli disse con bontà: “Amico mio, un istante, io tosto ritorno. „ — “Mio Padre, gli risponde il soldato piangendo a calde lagrime, rispondete voi dell’anima mia durante questo indugio? Sappiate, Padre mio, che ho percorso in posta 27 leghe; volge molto tempo che io non vivo e che il cuore mi scoppia; io non posso più resistere; la mia vita e l’inferno sembrano non essere che una medesima cosa; il mio tormento dura da quando vi ho udito predicare in un tal luogo, dove avete così egregiamente dipinto lo stato dell’anima mia, che mi è stato impossibile di non credere che il buon Dio non vi abbia fatto tenere quella istruzione che per me solo; tuttavolta quando entrai in questa chiesa nella quale voi predicavate, non era per curiosità, fu appunto qui che il buon Dio mi aspettava. Quanto sono felice, Padre mio, di potermi liberare da questi rimorsi di coscienza che mi straziano! Prendete il tempo che sarà necessario per ascoltare la mia confessione, io resterò qui quanto bramate; ma è necessario che voi mi solleviate all’istante, perché la mia coscienza è un carnefice che non mi lascia alcun riposo né il giorno né la notte; in una parola, Padre mio, io voglio veramente convertirmi; lo comprendete, Padre mio? Voi non uscirete di qui che non abbiate sollevato il mio cuore. Se voi volete negarmi ciò, io credo che morrò ai vostri piedi di crepacuore. „ – “Ma egli disse ciò, soggiunge il Padre Bridaine, versando copiose lagrime. Io fui così tocco da una scena tanto commovente, che lo abbraccio, lo benedico, mescolo le mie lagrime alle sue; non pensai più di recarmi a mangiare; lo incoraggiai, per quanto mi fu possibile, di tutto sperare nella grazia del buon Dio il quale si era già dimostrato verso di lui in un modo affatto particolare; io restai quattro ore di seguito per ascoltare la sua confessione; sembrava bagnarmi delle sue lagrime, ciò che mi moveva a contenere le mie; io non lo lasciai che per recarmi ad annunciare la parola di Dio. „ – Questo generoso militare rimase alcun tempo presso il Padre Bridaine, per ricevere gli avvisi che gli erano necessari per avere la sorte di perseverare. Prima di congedarsi dal Padre Bridaine, lo pregò di perdonargli lo sgomento che gli aveva cagionato: ” Tuttavolta, mio Padre, gli disse il militare, il vostro era nulla in confronto del mio. Io tremava tutti i giorni che la morte mi togliesse nello stato nel quale mi trovava, parevami che la terra stesse per aprirsi sotto i miei piedi per inghiottirmi vivo nell’inferno. Pensate, Padre mio, che quando si hanno nemici tali che vi assediano e che vi si riflette seriamente, non si può restar tranquillo, quand’anche si avesse un cuore di bronzo. Ora, Padre mio, io vorrei morire, tanta è la gioia che provo d’essere in pace col buon Dio. „ Egli non poteva più lasciare il Padre Bridaine, gli baciò le mani, l’abbracciò. Il Padre Bridaine vedendo un tal miracolo della grazia, non poté dalla sua parte trattenere le sue lagrime: gli ultimi addii facevano versar lagrime a tutti coloro che ne furono testimoni. “Addio, mio Padre, disse il militare al Padre Bridaine, dopo il buon Dio, a voi io sono tenuto del cielo. „ Ritornato nel suo paese non poteva contenersi di parlare quanto il buon Dio fosse stato buono verso di lui; chiuse la sua vita nelle lagrime e nella penitenza e morì da santo sei mesi dopo la sua conversione. – Ora, qual fu la causa della conversione dì questo soldato? Ah! ciò che voi udite tutte le domeniche nelle istruzioni, è ciò che udì quegli dalla bocca del Padre Bridaine, dove certamente presentava lo stato deplorevole d’un peccatore che compare davanti al tribunale di Gesù Cristo colla coscienza carica di peccati. Ah! mio Dio, quante volte il vostro pastore non vi ha fatto questo ritratto desolante? Chi ne è stato più commosso di voi medesimi? E perché dunque ciò non vi ha scossi e convertiti? Forse che la parola di Dio non ha più lo stesso potere? No, M. F., questa non è la vera causa per cui siete restati nel peccato. Forse, perché questa santa parola vi è annunciata da un peccatore, che non vi ha commossi? No, no, non è questa ancora la vera ragione; ma eccola: gli è perché i vostri cuori sono indurati, e volge lungo tempo che voi abusate delle grazie che il buon Dio vi concede colla sua santa parola; è perché il peccato vi ha strappato gli occhi della povera vostra anima, ed ha finito di farvi perdere di vista i beni ed i mali dell’altra vita. O mio Dio! quale sventura per un Cristiano d’essere cacciato dal cielo per tutta l’eternità ed essere insensibile a questa perdita! O mio Dio! Quale frenesia d’essere precipitati nelle fiamme dell’inferno e restare tranquilli in uno stato che fa fremere gli angeli e i santi! O mio Dio! a qual grado di sciagura è condotto colui al quale la parola di Dio … ! Avvegnaché la parola di Dio più non commuove, tutto è perduto, non occorre più alcun altro spediente se non in un grande miracolo, ciò che accade ben rare volte. O mio Dio! essere insensibili a tante sventure, chi potrà mai comprenderlo? Tuttavolta, senza essere più prolissi, ecco lo stato di quasi tutti coloro che mi ascoltano. Voi sapete che il peccato regna nei vostri cuori; voi sapete che fino a che il peccato vi regna, voi non avete nessun’altra cosa da aspettarvi se non tutte queste sventure. O mio Dio! questo solo pensiero non dovrebbe farci morire di spavento? Ah! il buon Dio vedeva anticipatamente quanto sarebbero pochi coloro che approfitterebbero di questa parola di vita, quando ci propone nel Vangelo questa parabola: “Un seminatore esce di gran mattino per seminare il suo grano, e quando lo seminava, una parte cadde sulla via e fu calpestata dai viandanti e mangiata dagli uccelli del cielo; una parte cadde sulle pietre e tosto disseccò; un’altra cadde fra le spine, che la soffocarono; e finalmente un’altra cadde nel buon terreno, e rese il centuplo di frutto. „ Voi vedete che Gesù Cristo dimostra che, di tutte le persone che ascoltano la parola di Dio, solo un quarto ne trae profitto; ancora troppo avventurati se di tutte quattro le persone ne occorresse una che ne approfittasse. Quanto il numero dei buoni Cristiani sarebbe più grande che non è! Gli apostoli, meravigliati di questa parabola, gli dissero: “Spiegateci quello che significa.„ Gesù disse loro colla sua ordinaria bontà: – Il cuore dell’ uomo è somiglievole ad una terra che recherà frutto secondo che sarà bene o mal coltivata; questa semente, disse loro Gesù Cristo, è la parola di Dio: quella che cade lungo la via, sono coloro che ascoltano la parola di Dio, ma che non vogliono cangiar vita, né imporsi i sacrifici che Dio vuole da essi per renderli buoni e aggradevoli a lui. Gli uni sono coloro che non vogliono abbandonare le cattive compagnie o i luoghi nei quali hanno tante volte offeso il buon Dio; sono ancora coloro che sono trattenuti da un falso rispetto umano, il quale li fa abbandonare tutte le buone risoluzioni che avevano formate ascoltando la parola di Dio. Quella che cade nelle spine, sono coloro che ascoltano la parola di Dio con gioia; ma non fa loro praticare alcuna buona opera: essi amano di ascoltarla, ma non di fare quello che comanda. Per quella che cade sulla pietra, sono coloro che hanno un cuore indurato ed ostinato, coloro che la ascoltano per disprezzarla o per abusarne. Finalmente quella che cade nella terra buona, sono coloro che desiderano di ascoltarla, che abbracciano tutti i mezzi che il buon Dio loro inspira per bene approfittarne, ed è in questi cuori che reca copiosi frutti, e questi frutti sono l’allontanamento da una vita mondana e le virtù che un Cristiano deve praticare per piacere a Dio e salvare la propria anima. „ Voi vedete, M. F., giusta la parola di Gesù Cristo, come sia esiguo il numero di coloro che approfittano della parola di Dio, perché di quattro occorre un solo che rende questa semente atta a recar frutto, ciò che è molto facile a dimostrarvi, come vedremo più innanzi. Ma se ora mi domandate quello che vuol dire Gesù Cristo per questo seminatore il quale esce di gran mattino per gettare la sua semente nel suo campo, il seminatore è il buon Dio medesimo, che ha cominciato a procurare il nostro salvamento dal principio del mondo, per questo mandando i profeti suoi prima della venuta del Messia per insegnarci quello che era necessario di fare per essere salvi; non si è accontentato di mandare i suoi servi, è venuto Egli medesimo, ci ha tracciata la via che dobbiamo battere, Egli è venuto ad annunziarci la santa parola.

II. — Ma esaminiamo piuttosto, M. F., quali sono coloro che recano delle buone disposizioni per ascoltare questa parola di vita. Ah! voi avete udito dalle parole stesse di Gesù Cristo che pochissimi recano le disposizioni necessarie per trarne vantaggio. Sapete voi che sia una persona la quale non è nutrita di questa santa parola o che ne abusa? essa è somiglievole ad un ammalato senza medico, ad un viaggiatore smarrito e senza guida, ad un povero senza alcun mezzo di sussistenza; diciamo meglio, che è affatto impossibile di amar Dio e di piacere a lui senza essere nutriti di questa parola divina. Che cos’è che può muoverci ad affezionarci a Lui, se non perché lo conosciamo? E chi può farcelo conoscere con tutte le perfezioni sue, la sua bellezza e il suo amore verso di noi, se non la parola di Dio, che ci insegna tutto quello che ha fatto per noi, e i beni che ci prepara per l’altra vita, se noi non cerchiamo che di piacere a Lui? Chi può muoverci ad abbandonare e piangere i nostri peccati se non la descrizione spaventosa che lo Spirito Santo ci fa nella santa Scrittura? Chi può muoverci a sacrificare tutto quello che abbiamo di più caro al mondo, per avere la sorte di conservare i beni del cielo, se non i quadri stessi che ci mettono sott’occhio i predicatori? Se voi ne dubitate, domandate a S. Agostino ciò che ha cominciato a farlo arrossire fra le sue infamie: non è il quadro spaventoso che fece S. Ambrogio in un sermone nel quale dimostrò tutto l’orrore del vizio d’ impurità, come degradava l’uomo, e come l’oltraggio che recava a Dio era orribile? (Conf. lib. VI, cap. III e IV) – Che cos’è che mosse S. Pelagia, questa famosa cortigiana, l a quale colla sua bellezza e maggiormente coi disordini della propria vita, aveva perduto tante anime, che cos’è che la mosse ad abbracciare la più dura penitenza per tutto il resto della sua vita?… Un giorno che era seguita da una schiera di giovani premurosi di farle la corte, essendosi magnificamente abbigliata, ma di un’aria che non respirava che la mollezza e la voluttà, in questa ostentazione di mondanità, le avvenne di passare dinanzi alla porta di una chiesa, nella quale si trovavano parecchi Vescovi che si intrattenevano degli affari della Chiesa. I santi prelati, mossi a sdegno alla vista di questo spettacolo, volsero altrove lo sguardo; tuttavolta uno di essi, chiamato Nono, guardò fissamente questa commediante e disse gemendo: “Ah! che questa donna che mette tanto studio per piacere agli uomini sarà la nostra condanna, contro di noi che prendiamo sì poca sollecitudine per piacere al buon Dio! „ Il santo prelato avendo preso per mano il suo diacono, lo condusse nella sua cella; quando vi furono arrivati, egli si gettò col volto a terra e disse battendosi il petto e piangendo amaramente: ” O Gesù Cristo, mio maestro, abbiate pietà di me; è d’uopo che nel corso della mia vita io non abbia messo tanto studio ad adornare la mia anima che è tanto preziosa, che tanto vi è costata, quanto questa cortigiana ne ha posto per adornare il suo corpo e per piacere al mondo! „ Il domani, il santo Vescovo essendo salito in pulpito, dipinse in modo così spaventevole i mali che recava questa cortigiana, il numero delle anime che la sua vita perversa trascinava nell’inferno… il suo discorso fu recitato con copiose lagrime. Pelagia era appunto nella chiesa, che ascoltava il sermone che teneva il santo Vescovo; ella ne fu siffattamente commossa, o piuttosto spaventata, che risolse tosto di convertirsi. Ella si reca a trovare il santo prelato senza porre indugio, ella si getta ai piedi del santo Vescovo alla presenza di tutta l’assemblea, gli domanda con grandi istanze e piangendo il Battesimo, che il Vescovo, vedendola così pentita, le amministrò non solo il Battesimo, ma anche la Confermazione e la Comunione. Dopo ciò, Pelagia distribuì i suoi beni ai poveri, concesse la libertà a tutti i suoi schiavi, si coprì d’un cilicio, abbandonò segretamente la città di Antiochia e andò a chiudersi in una grotta sulla montagna degli Ulivi, vicino a Gerusalemme. Il diacono del santo Vescovo desiderava di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme; il suo Vescovo gli disse, prima della sua partenza, di chiedere se là trovavasi una giovane nascosta in una grotta da quattro anni. Infatti, il diacono arrivato a Gerusalemme, domandò se sapevasi di una giovane chiusa da quattro anni in una grotta nei dintorni della città. Il diacono la trovò sopra la montagna in una cella che non aveva altra apertura che una piccola finestra quasi sempre chiusa. La penitenza spaventevole che faceva Pelagia, l’aveva siffattamente cangiata, che il diacono non poté riconoscerla; le disse che veniva a renderle visita dalla parte del Vescovo Nono; ella rispose semplicemente versando lagrime, che il Vescovo Nono era un santo e che ella si raccomandava alle sue preghiere; e tosto chiuse la finestra come fosse indegna di vedere il giorno dopo di aver tanto offeso il buon Dio e perduto tante anime. I solitari gli dissero tutti che ella esercitava sopra il suo corpo tormenti tali che facevano fremere i solitari più austeri. Il diacono, prima di partire, volle ancora avere una volta la sorte di vederla, ma la trovò morta 1(Vita dei Padri del deserto, vol. VI, cap. XVIII). Ora, M. P., chi trasse questa infelice dalle sue infamie per farne una così grande penitente? Una sola istruzione operò in essa quel cangiamento. Ma, di nuovo, donde procede ciò? Perché la parola di Dio trovò il suo cuore ben disposto a ricevere questa semente, perché questa parola cadde in buon terreno. Sapete chi siamo noi? Noi siamo quei grandi del mondo, i quali, nell’abbondanza di tutto ciò che il cuore può desiderare, esauriscono la loro conoscenza nel produrre nuove invenzioni per trovare nuovi gusti nelle vivande che loro si ammanniscono, e nonostante ciò nulla trovano che sia buono. Se una persona che soffre la fame fosse testimonio di ciò, non direbbe piangendo: “Ah! se io avessi quello che essi disprezzano tanto, quanto sarei felice!„ Ah! noi possiamo ripetere la stessa cosa: se dei poveri idolatri e dei pagani avessero la metà o il quarto di questa parola che si distribuisce a noi sì di spesso e che teniamo in così poco conto o disprezziamo, che noi ascoltiamo con noia e con disgusto, ah! quante lagrime spargerebbero, quante penitenze, quante buone opere e quante virtù avrebbero la sorte di praticare! Sì, questa parola santa è perduta per questi peccatori che sono abbandonati in balia della dissipazione, che non hanno alcuna regola di vita, il cui spirito e il cui cuore sono somiglievoli ad una grande strada da tutti battuta, che non sanno neppure che cosa significhi rigettare un cattivo pensiero. Un momento, è un buon pensiero o un buon desiderio che li occupa; un altro momento, è un cattivo pensiero e un cattivo desiderio; ora voi li udite cantare le lodi di Dio nella Chiesa; in un altro momento, voi li udite cantare le canzoni più infami nelle bettole; qui voi li vedete dir bene dei loro vicini, e là li vedete con coloro che straziano la loro riputazione; un giorno essi daranno dei buoni consigli, domani spingeranno altri a vendicarsi. Posto ciò, se essi ascoltano la parola di Dio, è per abitudine e forse con cattivo intendimento, per criticare colui che è tanto caritatevole di annunciarla. Ma essi l’ascoltano come si ascolta una favola o una cosa affatto indifferente. Ah! qual frutto può produrre la parola di Dio in cuori così mal disposti, se non indurarli sempre più? Mio Dio, come la vostra santa parola, la quale non ci è data che per aiutarci a salvarci, precipita delle anime nell’inferno! Io vi ho detto, da principio, che la parola di Dio reca sempre frutto buono o cattivo, secondo le disposizioni nostre. Ecco lo stato di una persona la quale non combatte le sue inclinazioni, la quale non cerca di premunirsi contro le sue passioni che la padroneggiano; a grado che la parola di Dio cade, passa l’orgoglio, la mette sotto dei piedi; passa il desiderio di vendetta, la soffoca; sopravvengono i vani pensieri e i cattivi desideri a gettarla nel fango; dopo di che, il demonio che regna in questo povero cuore, alla prima occasione, cancella il resto dell’impressione che ha potuto produrre in noi la parola di Dio. Ecco, M. F., quello che dice primieramente il Vangelo: io non so se voi l’avete ben compreso, ma per me io tremo quando sento S. Agostino dirci che noi siamo tanto colpevoli di udire la parola, di Dio senza un vero desiderio di approfittarne, come i Giudei quando flagellavano Gesù Cristo. Ah! M. F., noi non abbiamo mai pensato che commettiamo una specie di sacrilegio quando non vogliamo approfittare di questa santa parola. Tuttavia, non sono positivamente le vostre disposizioni, almeno per un gran numero: noi prendiamo ancora delle belle risoluzioni di cambiar vita; quando noi udiamo predicare, noi diciamo in noi medesimi: è necessario assolutamente operare bene. Ecco una buona risoluzione; ma dal momento che il buon Dio ci sottopone a qualche prova, noi dimentichiamo le nostre risoluzioni e continuiamo il nostro sistema di vita. Noi abbiamo risolato di essere meno attaccati ai beni di questo mondo; ma il più piccolo torto che ci si rechi, noi cerchiamo di vendicarci; noi parliamo male delle persone che ci hanno recato qualche ingiuria e conserviamo l’odio; noi soffriamo di mal animo di vedere queste persone, non vogliamo più render loro servizio. Noi pensiamo che ora vogliamo praticare l’umiltà, perché abbiamo udito in una istruzione quanto l’umiltà sia una bella virtù, come ci rende aggradevoli a Dio; ma alla prima occasione che si presenta, che noi siamo disprezzati, noi ci muoviamo a sdegno, parliamo male dei nostri contradditori, e se qualche volta abbiamo loro procurato alcun bene glielo rinfacciamo. Ecco, M. F., quello che noi facciamo. Molte volte noi abbiamo risoluto di operar bene, ma tosto che l’occasione si presenta, non ci poniamo più mente e continuiamo la nostra vita ordinaria. – In tal modo trascorre tutta la nostra povera vita, nelle risoluzioni e nelle cadute continue, di guisa che noi ci ritroviamo sempre gli stessi. Ah! questa semente è dunque perduta per il gran numero dei Cristiani e non può contribuire che alla loro condanna! — Ma forse mi direte voi, che altra volta la parola di Dio era più potente, o coloro che l’annunciavano erano più eloquenti. — No, la parola del buon Dio ha tanto potere ora quanto negli altri tempi, e coloro che la annunciavano erano semplici come ai giorni nostri. Ascoltate S. Pietro nelle sue predicazioni: “Ascoltatemi, loro dice questo santo Apostolo, il Messia che voi avete fatto soffrire, che avete mandato alla morte, è risuscitato per la felicità di tutti coloro che credono che il salvamento procede da lui.„ Appena ebbe detto ciò, che tutti coloro che erano presenti ruppero in pianto, e mandarono alte grida, dicendo: “Ah! grande Apostolo, che faremo noi per ottenere il nostro perdono?„ — “Miei figli, dice loro S. Pietro, se voi bramate che i vostri peccati vi siano perdonati, fate penitenza, confessate i vostri peccati, più non peccate, e il medesimo Gesù Cristo che voi avete appeso alla croce, che è risuscitato, vi perdonerà (Act. III, 19). „ In un solo discorso, tre mila si diedero a Dio e abbandonarono il loro peccato per sempre (ibid. II, 41). In un altro, cinquemila rinunciarono alla loro idolatria per abbracciare una religione la quale non domanda che sacrifici continui (ibid. IV, 4); essi batterono coraggiosamente la via che Gesù Cristo aveva loro tracciata. Di qual segreto si sono valsi gli Apostoli per cangiare la faccia del mondo? — Ecco: “Volete voi, dissero gli Apostoli, piacere a Dio e salvare l’anima vostra, che colui che si abbandona al vizio dell’impurità vi rinunci e conduca una vita pura e aggradevole a Dio; che colui che ha il bene del suo prossimo lo restituisca; che colui che odia il suo prossimo si riconcili con lui.„ Ascoltate S. Tommaso: “Io vi avverto dalla parte di Gesù Cristo medesimo che gli uomini subiranno un giudizio dopo la loro morte, intorno il bene ed il male che avranno fatto, i peccatori passeranno la loro eternità nel fuoco dell’inferno, per patirvi per sempre; ma colui che sarà stato fedele ad osservare la legge del Signore, la sua sorte sarà affatto diversa; all’uscire da questa vita, entrerà in cielo per godervi ogni sorta di delizie e di felicità. „ Ascoltate san Giovanni, il discepolo prediletto: “Miei figli, amatevi tutti come Gesù Cristo vi ha amati, siate caritatevoli gli uni verso gli altri, come Gesù Cristo lo è stato per noi, Lui che ha sofferto e che è morto per la nostra felicità; sopportatevi gli uni cogli altri, perdonatevi le vostre debolezze come Egli perdona a tutti (I Joan. II-IV).„ Ditemi, possiamo trovare qualche cosa che sia più semplice ? Ora, non vi si dicono le medesime verità? Non vi si dice, come S. Pietro, che Gesù Cristo è morto per voi, che è ancora pronto a perdonarvi se volete pentirvi ed abbandonare il peccato? Tuttavolta furono queste parole che fecero versare tante lagrime e convertirono tanti pagani e tanti peccatori! Non vi si dice, come S. Giovanni Battista, che se voi avete il bene del prossimo, è necessario restituirlo (Luc. III, 11-14), senza di che mai entrerete in cielo? Non vi si dice che se vi abbandonate in preda al vizio dell’impurità, è necessario lasciarlo e condurre una vita tutta pura? Non vi si dice che, se voi vivete e restate nel peccato, voi cadrete nell’inferno? E perché dunque queste parole non producono più i medesimi effetti, vo’ dire che questa parola santa non ci converte? Ah! diciamolo gemendo: non è perché abbia minor potere che altra volta, ma perché questa divina semente cade in cuori indurati e impenitenti, e appena vi è caduta il demonio la soffoca. Come questa divina parola non parla che di sacrifici, di mortificazioni, di distacco dal mondo e da se medesimo, e d’altra parte non si vuol fare tutto ciò, si rimane nel peccato, vi si persevera, vi si muore. – Convenite con me quanto sia necessario essere indurato per restare nel peccato, sapendo benissimo che, se dovessimo morire in questo stato, non abbiamo che l’inferno per retaggio! Ci è ripetuto continuamente, e nonostante ciò, noi restiamo peccatori come lo siamo, benché siamo certissimi che la nostra sorte non può essere che quella d’un riprovato. O mio Dio! quale stato infelice è quello di un peccatore che non ha più la fede!

III. — Ma, mi direte voi, che cosa dunque bisogna fare per approfittare della parola di Dio, affinché ci aiuti a convertirci? — Ecco: Voi non avete che da esaminare la condotta di quel popolo che accorreva ad ascoltare Gesù Cristo; egli vi accorreva da lontano, con un vero desiderio di praticare tutto quello che Gesù Cristo loro avrebbe comandato; essi abbandonavano tutte le cose temporali, non pensavano neppure ai bisogni del corpo, ben persuasi che colui che nutriva la loro anima, nutrirebbe il loro corpo; essi erano mille volte più solleciti di cercare i beni del cielo che quelli della terra; essi tutto dimenticavano per non pensare che a praticare quello che loro diceva nostro Signore (Luc. IX, 12). Vedeteli in atto di ascoltare Gesù Cristo o gli Apostoli: i loro occhi e i loro cuori sono tutti rivolti a questo oggetto; le donne non pensano alla loro famiglia; il mercante perde di vista il suo commercio; l’agricoltore dimentica i suoi campi; i giovani mettono sotto dei piedi i loro abbigliamenti; essi ascoltano con avidità le sue parole, e fanno quanto possono per imprimerle profondamente nel loro cuore. Gli uomini più sensuali abborrono i loro piaceri sensuali per non più pensare che a far soffrire il loro corpo, la santa parola di Dio forma tutta la loro occupazione; vi fermano il pensiero, la meditano, amano di parlarne e di udirne parlare. Ora, M. F., vedete se tutte le volte che ascoltate la parola di Dio, voi vi recate le medesime disposizioni. M. F., siete venuti ad ascoltare questa santa parola con sollecitudine, con gioia, con un vero desiderio di approfittarne? Così essendo, avete dimenticato tutti i vostri affari temporali, per non pensare che ai bisogni della vostra anima? Prima di ascoltare questa santa parola, avete domandato al buon Dio, di imprimerla profondamente nei vostri cuori? Avete considerato questo momento come il più avventurato della vostra vita, poiché Gesù Cristo medesimo ci dice che la sua santa parola è preferibile alla santa comunione? Siete stati pronti a praticare quanto ella vi comanda? L’avete ascoltata con attenzione, con rispetto, non come la parola di un uomo, ma come la parola di Dio medesimo? Dopo l’istruzione avete ringraziato il buon Dio della grazia che vi ha concesso di istruirvi Egli medesimo per la bocca dei suoi ministri? Ah! mio Dio, se son pochi quelli che recano queste disposizioni, non saremo meravigliati che questa santa parola produca sì poco frutto. Ah! quanti che sono qui con pena, con noia! che dormono, che sbadigliano! quanti che sfoglieranno un libro, e ciarleranno! E non si veggono altri che spingono più innanzi la loro empietà, i quali, con una specie di disprezzo, escono di chiesa tenendo in nessun conto la santa parola e colui che la annuncia? Quanti altri i quali, anche essendo fuori, dicono che il tempo loro pesa e che più non ritorneranno! E finalmente altri i quali, ritornando alle loro case, invece di occuparsi di ciò che hanno udito e di meditarlo, lo dimenticano affatto e non vi tornano sopra col pensiero che per dire che non è mai finito, o per criticare colui che ha avuto la carità di annunciarla! Chi sono coloro i quali, essendo tornati in famiglia, facciano parte a coloro che non hanno potuto intervenire di ciò che hanno udito? Quali sono i padri e le madri che domandino ai loro figli quello che hanno ritenuto della parola santa che hanno udita, e che spieghino loro quello che non hanno compreso? Ma, ah! si tiene la parola di Dio in sì poco conto, che quasi non si accusano di non averla ascoltata con attenzione. Ah! quanti peccati dei quali la maggior parte dei Cristiani non si accusano mai! Mio Dio! quanti Cristiani dannati! Chi sono coloro che abbiano detto a se medesimi: Quanto questa parola è bella! quanto è vera! ecco tanti anni che io l’ascolto e che mi fa vedere lo stato della mia anima, e, come toccare con mano che, se la morte mi colpisse, io sarei perduto! Tuttavolta io resto sempre nel peccato. O mio Dio, quante grazie disprezzate, quanti mezzi di salvamento dei quali ho abusato sino a quest’ora! ma è cosa decisa, io voglio sinceramente cangiar vita, io voglio domandare al buon Dio la grazia di non mai ascoltare questa santa parola senza esservi ben preparato. No, io non voglio più dire in me medesimo, come ho fatto fino a quest’ora, che ciò è per il tale o per la tale, ma dirò che è per me che la si annuncia; io voglio porre ogni studio per approfittarne per quanto lo potrò. Che conchiudere da tutto ciò? Che la parola divina è uno dei più grandi doni che il buon Dio possa concederci, perché senza l’istruzione, è impossibile di salvarci. Che se noi vediamo tanti empi in questi tristi giorni nei quali viviamo, non è che perché non conoscono la loro Religione, perché ad una persona che la conosca, le è impossibile di non amarla e di non praticare quello che essa prescrive. Quando voi vedete qualche empio che disprezza la Religione, voi potete dire: “Ecco un ignorante che disprezza quello che non conosce, „ perché questa parola divina ha convertito tanti peccatori. – Studiamoci di ascoltare sempre con un piacere tanto più grande in quanto vi è annesso il salvamento dell’anima nostra e che per essa noi scopriremo quanto il nostro destino è felice, quanto la ricompensa che ci promette è grande, perché dura tutta l’eternità. È la felicità che io vi ….

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: SUL SANTO NATALE

[Discorsi di S. G. B. M. VIANNEY, curato d’Ars – Vol. I, ed. Ed. Marietti, Torino-Roma, 1933]

PER IL GIORNO DI NATALE

(Primo discorso)

SUL MISTERO

Annunciare ad un moribondo il quale è estremamente affezionato alla vita, che un medico valente può trarlo dalle porte della morte e restituirgli una sanità perfetta, si potrebbe recargli una più felice novella? Ma infinitamente più lieta è quella che l’angelo reca oggi a tutti gli uomini nella persona dei pastori! Si, miei Fratelli, il demonio col peccato, aveva inferto le ferite più crudeli e più letali alle nostre povere anime. Vi aveva piantato le tre passioni le più funeste, dalle quali derivano tutte le altre, che sono l’orgoglio, l’avarizia, la sensualità. Essendo divenuti gli schiavi di queste vergognose passioni, noi eravamo tutti come altrettanti infermi pei quali non eravi speranza di sorta e non potevamo aspettarci che la morte eterna, se Gesù Cristo nostro vero medico non fòsse venuto in nostro soccorso. Ma no, commosso della nostra sventura, lasciò il seno del Padre suo, discese nel mondo nell’umiliazione, nella povertà e nei patimenti, affin di distruggere l’opera del demonio e applicare dei rimedi efficaci alle crudeli ferite che ci aveva recate questo antico serpente. Sì, egli viene, questo tenero Salvatore, per guarirci da tutti questi mali spirituali, per meritarci la grazia di condurre una vita umile, povera e mortificata; e, per meglio muoverci a far ciò, Egli medesimo ce ne porge l’esempio. È quello che noi vediamo in un modo ammirabile nella sua nascita. Noi vediamo che egli ci prepara 1° colle sue umiliazioni e colla obbedienza sua un rimedio al nostro orgoglio; 2° colla sua estrema povertà, un rimedio al nostro amore per i beni di questo mondo, e 3° col suo stato di patimento e di mortificazione, un rimedio al nostro amore per i piaceri dei sensi. Con questi rimedi ci restituisce la vita spirituale che il peccato di Adamo ci aveva rapita, diciamo ancor meglio, Egli viene ad aprirci la porta del cielo che il peccato ci aveva chiusa. Dopo tutto ciò, io vi lascio pensare quale debba essere la gioia e la riconoscenza d’un Cristiano alla vista di tanti benefizi! Ne occorrono altri per farci amare questo tenero e dolce Gesù, il quale viene per prendere sopra di sé tutti i nostri peccati, e che soddisfa alla giustizia del Padre suo per noi tutti? 0 mio Dio! Un Cristiano può pensare a tutto ciò senza venir meno d’amore e di riconoscenza?

I. — Io dico adunque, che la prima piaga che il peccato ha recato nel nostro cuore è l’orgoglio, questa passione così pericolosa, la quale consiste in un fondo d’amore e di stima di noi medesimi, e fa: 1° che noi non amiamo di dipendere da alcuno, né di obbedire; 2° che noi nulla temiamo tanto quanto di vederci umiliati agli occhi degli uomini; 3° che noi ricerchiamo tutto ciò che può farci emergere nella stima degli uomini. Ora, ecco quello che Gesù Cristo viene a combattere nella sua nascita colla umiltà più profonda.  – Non solamente Egli vuol dipendere dal Padre suo e obbedirgli in tutto, ma vuole ancora obbedire agli uomini e dipendere in qualche modo dalla loro volontà. Infatti, l’imperatore Augusto, per vanità, per capriccio o per interesse, ordina che si faccia il censimento di tutti i suoi sudditi, e che ciascun suddito si rechi a farsi registrare nel luogo nel quale sia nato. Noi vediamo che appena questo ordine è stato pubblicato, la Ss. Vergine e S. Giuseppe si mettono in viaggio, e Gesù Cristo benché nel seno della madre sua, obbedisca prontamente e con conoscenza a questo ordine. Ditemi, possiamo noi trovare un esempio di umiltà più adatto a farci praticare questa virtù con amore e con premura? E che! Un Dio obbedisce alle sue creature e vuole dipendere da esse, e noi, miserabili peccatori, che dovremmo, alla vista delle nostre miserie spirituali, nasconderci nella polvere, potremmo noi cercare mille pretesti per dispensarci dall’obbedire ai comandamenti di Dio e della sua Chiesa, ai nostri superiori, i quali in ciò tengono il luogo di Dio? Quale onta per noi se confrontiamo la nostra condotta con quella di Gesù Cristo! Un’altra lezione di umiltà che Gesù Cristo ci porge, è di aver voluto subire il rifiuto del mondo. Dopo un lungo viaggio, Maria e Giuseppe arrivarono a Betlemme; con quale onore non dovevasi ricevere Colui che si aspettava da quattromila anni! Ma come Egli veniva per guarirci del nostro orgoglio e per insegnarci l’umiltà, permette che tutti lo rifiutino e che nessuno voglia ricettarlo. Ecco dunque il padrone dell’universo, del cielo e della terra, disprezzato dagli uomini per i quali viene a sagrificare la propria vita per salvarli! E necessario adunque che questo tenero Salvatore sia ridotto di prendere a prestito il luogo degli animali. O mio Signore! quale umiltà e quale annientamento per un Dio! Certamente, nulla ci è più sensibile che gli affronti, i disprezzi, ed i rifiuti; che se noi vogliamo considerare quelli che furono fatti provare a Gesù Cristo, per quanto grandi siano i nostri, potremmo noi mai levarne lamento? Quale felicità per noi di avere dinanzi agli occhi un così bel modello che possiamo riprodurre senza timore di ingannarci! Io dico che Gesù Cristo, lontano dal cercare ciò che poteva farlo emergere nella stima degli uomini, all’opposto, vuol nascere nell’oscurità e nell’oblio; Egli vuole che poveri pastori siano istruiti segretamente della sua nascita da un angelo, affinché le prime adorazioni che riceverebbe provenissero dai più umili degli uomini. Lascia nel loro riposo e nella loro abbondanza i grandi ed i fortunati del secolo, per mandare i suoi ambasciatori ai poveri, onde siano consolati nel loro stato vedendo in una mangiatoia, adagiato sopra una manata di paglia, il loro Dio e il loro Salvatore. I ricchi non sono chiamati che alcun tempo dopo per farci comprendere che ordinariamente le ricchezze, gli agi, ci allontanano dal buon Dio. Possiamo noi, dopo un tale esempio, avere dell’ambizione, conservare un cuore gonfio d’orgoglio, ripieno di vanità? Possiamo ancora cercare la stima e le lodi degli uomini, gettando gli occhi sopra questa mangiatoia? Non vi pare di udire questo tenero ed amabile Gesù dire a tutti: “Imparate da me quanto sono dolce ed umile di cuore? „ – Dopo ciò, amiamo di vivere nella dimenticanza e nel disprezzo del mondo; non temiamo tanto, scrive S. Agostino, quanto gli onori e le ricchezze di questo mondo, perché se fosse permesso di amarli, Colui che si è fatto uomo per l’amore di noi, Egli medesimo li avrebbe amati. Se Egli fugge e disprezza tutto ciò, noi dobbiamo fare lo stesso, amare quello che ha amato e disprezzare quello che ha disprezzato; ecco l’insegnamento che Gesù Cristo ne porge venendo al mondo, ed ecco nell’atto stesso il rimedio che Egli applica alla nostra prima piaga, che è l’orgoglio. Ma ne abbiamo una seconda, la quale non è meno pericolosa: è l’avarizia.

II. — Noi diciamo che la seconda piaga che il peccato ha inferto nel cuore dell’uomo, è l’avarizia, con altre parole, un amore smodato delle ricchezze e dei beni di questo mondo. Ah! quanto questa passione mena strage nel mondo! S. Paolo ha ben ragione di dirci che essa è la sorgente di tutti i mali. Infatti, non è da questo malaugurato interesse che provengono le ingiustizie, le invidie, gli odi, gli spergiuri, i processi, le querele, le animosità e le durezze verso i poveri? Dopo ciò possiamo meravigliarci che Gesù Cristo, il quale non viene sopra la terra che per guarire le passioni degli uomini, voglia nascere nella più grande povertà e nella privazione di tutti gli agi anche di quelli che sembrano necessari alla vita degli uomini? Per questo noi vediamo che Egli comincia a scegliere una madre povera, e vuol essere creduto il figlio di un povero operaio, e, come i profeti avevano annunciato che nascerebbe dalla famiglia regale di Davide, così affin di conciliare questa nobile origine col suo grande amore per la povertà, permette che, nel tempo della sua nascita, questa illustre famiglia sia caduta nell’indigenza. Non è tutto. Maria e Giuseppe, benché poveri, avevano una piccola casa a Nazareth; era ancora troppo per Lui; Egli non vuol nascere in un luogo che possa chiamar suo; e per questo obbliga Maria, la sua santa Madre, a intraprendere con Giuseppe il viaggio di Betlemme nel tempo preciso nel quale doveva darlo in luce. Ma almeno in Betlemme, che era la patria del loro avo Davide, non troverà parenti per riceverlo in loro casa? No, dice il Vangelo, nessuno lo vuol ricevere; tutti lo rimandano col pretesto che è povero. Ditemi, dove si recherà questo tenero Salvatore, se nessuno vuol riceverlo per guarentirlo dalle ingiurie del tempo cattivo? Tuttavolta resta ancora uno spediente; entrare in una locanda. Infatti, Maria e Giuseppe si presentano. Ma Gesù, il quale aveva tutto preveduto, permise che il concorso fosse così grande, sicché essi non trovarono luogo. Oh! dove riposerà dunque il nostro amabile Salvatore? S. Giuseppe e la Ss. Vergine cercano da ogni parte; essi scorgono una vecchia casupola nella quale le bestie si ritiravano nel cattivo tempo. O cieli! meravigliate! un Dio in una stalla! Egli poteva scegliere un magnifico palazzo; ma colui che ama cotanto la povertà non lo farà. Una stalla sarà il suo palazzo, una mangiatoia la sua culla, un po’ di paglia comporrà il suo letto, miserabili pannolini saranno tutti i suoi ornamenti, e dei poveri pastori formeranno la sua corte. – Ditemi, poteva Egli insegnarci in modo più efficace, il disprezzo che dovremmo fare dei beni e delle ricchezze di questo mondo, e nell’atto stesso, la stima che dobbiamo avere per la povertà e per i poveri? Venite, miserabili, ci dice S. Bernardo, venite voi tutti che attaccate i vostri cuori ai beni di questo mondo, ascoltate quello che vi diranno in questa stalla, questi pastori e questi pannolini che involgono il vostro Salvatore! Ah! sventura a voi che amate i beni di questo mondo! Ah! quanto è difficile che i ricchi si salvino! — Perché, mi direte voi? — Perché? 1° perché  ordinariamente una persona che è ricca è piena d’orgoglio; è necessario che tutti si curvino dinanzi a lei; che tutte le volontà degli altri siano sottomesse alla sua; 2° perché le affezionano i nostri cuori alla vita presente per la qual cosa, noi vediamo ogni giorno che un ricco teme grandemente la morte; 3° perché le ricchezze rovinano l’amore di Dio, estinguono tutti i sentimenti di compassione verso i poveri, o, per dir meglio, le ricchezze sono uno strumento che mette in movimento tutte le altre passioni. Ah! se noi avessimo gli occhi dell’anima aperti, quanto temeremmo che il nostro cuore si affezionasse alle cose di questo mondo! Ah! se i poveri potessero comprendere quanto il loro stato li avvicina a Dio e loro dischiude il cielo, benedirebbero il buon Dio di averli collocati in uno stato che li avvicina al loro Salvatore! Ma se voi mi domandate, chi sono questi poveri che Gesù Cristo ama tanto? Sono quelli che soffrono la loro povertà in ispirito di penitenza, senza mormorare e senza lagnarsi.  Altrimenti, la loro povertà non servirebbe che a renderli più colpevoli dei ricchi.- Ma i ricchi, mi direte voi, che cosa devono per imitare un Dio così povero e così disprezzato? — Ecco: non affezionare il loro cuore ai beni che posseggono; consacrarli in buone opere per quanto il possono; ringraziare il buon Dio di aver loro concesso un mezzo per cancellare i loro peccati colle loro limosine; di non mai disprezzare coloro che sono poveri; all’opposto rispettarli per la grande rassomiglianza che hanno con Gesù Cristo. È dunque con questa grande povertà che Gesù Cristo ci insegna a combattere l’attaccamento che abbiamo per i beni di questo mondo: è con ciò che Egli ci guarisce della seconda piaga che il peccato ci ha recato. Ma questo tenero Salvatore vuol guarircene un’altra recata dal peccato, che è la sensualità.

III. — Questa passione consiste nell’amore smodato dei piaceri che si gustano coi sensi. Questa funesta passione prende nascimento dall’eccesso del bere e del mangiare, dall’amore eccessivo del riposo, degli agi e delle comodità della vita, dagli spettacoli, dalle assemblee profane, in una parola, da tutti i piaceri che noi possiamo godere coi sensi. Che cosa fa Gesù Cristo per guarirci da questa pericolosa malattia? Egli nasce fra i patimenti, nelle lagrime, nella mortificazione; Egli nasce nel cuor della notte, nella stagione più rigorosa dell’anno. Appena nato, è coricato sopra una brancata di paglia, in una stalla. O mio Dio! quale stato per un Dio! Quando il Padre eterno creò Adamo, lo collocò in un giardino di delizie; quando nasce il Figlio suo, lo colloca sopra una manata di paglia! O mio Dio! quale stato! Colui che abbellisce il cielo e la terra, che forma tutta la felicità degli Angeli e dei santi vuol nascere, vivere e morire nei patimenti. Può Egli dimostrare in un modo più forte il disprezzo che dobbiamo fare del nostro corpo, e come dobbiamo trattarlo duramente, per timore che non perda l’anima nostra? O mio Dio! quale contraddizione! un Dio soffre per noi, un Dio versa lagrime sopra i nostri peccati, e noi non vorremmo soffrir nulla, aver tutti i nostri agi! … – Ma le lagrime e i patimenti di questo divino Bambino ci muovono terribili minacce. “Sventura a voi, ci dice, che passate la vostra vita nel ridere, perché sorgerà un giorno nel quale verserete lagrime che mai avranno termine.„ — “Il regno dei cieli soffre violenza e non è che per coloro che se la fanno continuamente. „ Sì, se noi ci avviciniamo con fiducia alla culla di Gesù Cristo, se noi mescoliamo le nostre lagrime con quelle del nostro tenero Salvatore, nell’ora della morte, noi udremo queste dolci parole: “Beati color che hanno pianto, perché saranno consolati.” Ecco dunque questa terza piaga che Gesù Cristo vuol guarire venendo al mondo, che è la sensualità, vo’ dire quel malaugurato peccato d’impurità. Con quale ardore dobbiamo amare e ricercare tutto ciò che può procurarci o conservare una virtù che ci rende aggradevoli a Dio! Sì, prima della nascita di Gesù Cristo correva troppa distanza tra Dio e noi, perché potessimo osare di pregarlo. Ma, il Figlio di Dio, facendosi uomo, volle avvicinarci grandemente a Lui, e forzarci ad amarlo fino alla tenerezza. In qual modo vedendo un Dio in questo stato di bambino, potremmo negargli di amarlo con tutto il nostro cuore? Egli vuole egli medesimo essere il nostro Mediatore, è Lui che si incarica di domandare ogni cosa al Padre suo per noi; ci chiama fratelli suoi, figli suoi; poteva egli prendere dei nomi che ci inspirino una più grande fiducia? Accostiamoci adunque a lui con una grande confidenza tutte le volte che abbiamo peccato; egli medesimo domanderà il nostro perdono, e ci otterrà la sorte di perseverare. Ma per meritare questa grande e preziosa grazia, è necessario camminare sulle tracce del nostro modello; che a suo esempio noi amiamo la povertà, il disprezzo e la purità; che la nostra vita risponda alla grandezza della nostra qualità di figli e di fratelli di un Dio fatto uomo. No, noi non possiamo considerare la condotta dei Giudei senza essere compresi di meraviglia. Questo popolo lo aspettava da quattro mila anni, aveva fervorosamente pregato pel desiderio che aveva di riceverlo; e quando Egli viene, non trova alcuno per fornirgli un qualche ricovero; gli è necessario, benché sia onnipotente, benché sia Dio, prendere a prestito dagli animali un asilo. Tuttavia, io trovo nella condotta dei Giudei, benché colpevole sia, non un argomento di scusa per questo popolo, ma un motivo di condanna per la maggior parte dei Cristiani. Noi vediamo che i Giudei si erano formati del loro liberatore un’idea che non si accordava collo stato d’umiliazione nel quale apparve; sembravano non potersi persuadere che Egli fosse colui che doveva essere il loro liberatore; poiché S. Paolo ha lasciato scritto che “se i Giudei l’avessero conosciuto per Dio, non lo avrebbero mandato a morte „ (I. Cor. II, 8). Ecco una piccola scusa per i Giudei. Ma per noi quale scusa potremo recare della nostra freddezza e del nostro disprezzo per Gesù Cristo? Si, certamente, noi crediamo che Gesù Cristo è venuto sulla terra, che ha prodotto le prove più convincenti della sua divinità: ecco quello che forma l’oggetto della nostra solennità. Questo medesimo Dio vuol prendere, coll’effusione della sua grazia, una nascita spirituale nei nostri cuori: ecco i motivi della nostra fiducia. Noi ci gloriamo e abbiamo ragione di riconoscere Gesù Cristo per nostro Dio, per nostro Salvatore e per nostro modello: ecco il fondamento della nostra fede. Ma, ditemi, con tutto ciò, quale omaggio gli rendiamo noi? Qual cosa facciamo di più per Lui, come se non crediamo tutto ciò? Ditemi, la nostra condotta risponde alla nostra credenza? Consideriamo più attentamente e noi vedremo che siamo più colpevoli dei Giudei nel loro accecamento e nel loro induramento.

IV. — Dapprima, M. F., non parleremo di coloro i quali, dopo di aver perduto la fede, non la professano più esternamente; ma parliamo di coloro i quali credono tutto ciò che la Chiesa insegna, e che tuttavia nulla fanno di quanto la religione ci comanda. Facciamo alcune riflessioni particolari, opportune per il tempo nel quale viviamo. Noi rimproveriamo i Giudei di aver negato un asilo a Gesù Cristo, benché non lo conoscessero. Ora, abbiamo noi ben posto mente che noi gli rechiamo lo stesso affronto tutte le volte che trascuriamo di riceverlo nei nostri cuori colla santa comunione? Noi riprendiamo i Giudei di averlo appeso alla croce, benché non avesse loro procurato che del bene; ditemi, qual male ci ha recato, o più giustamente, qual bene non ci ha procurato? E noi non gli rechiamo lo stesso oltraggio, tutte le volte che abbiamo l’audacia di abbandonarci in preda del peccato? E i nostri peccati non sono ancora più penosi a questo buon cuore che non quello che i Giudei gli fecero soffrire? Noi non possiamo leggere senza essere compresi d’orrore tutte le persecuzioni che i Giudei gli fecero soffrire, benché credessero di fare una cosa accettevole a Dio. Ma non facciamo noi alla santità del Vangelo una guerra mille volte più crudele colle sregolatezze dei nostri costumi ? Ah! noi non apparteniamo al Cristianesimo che per una fede morta, e non sembra che noi non crediamo in Gesù Cristo che per oltraggiarlo maggiormente e per disonorarlo con una vita cosi miserabile agli occhi di Dio. Posto ciò, giudicate ciò che i Giudei devono pensare di noi, e con essi, tutti i nemici della nostra santa Religione. Quando essi esaminano i costumi della maggior parte dei Cristiani, essi ne trovano una quantità che vivono quasi non fossero mai stati Cristiani: lascio di essere più particolare per non dilungarmi lungamente. Io mi limito a due punti essenziali, che sono il culto esterno della nostra santa Religione, ed i doveri della carità cristiana. No, nulla dovrebbe essere per noi più umiliante e più amaro di quei rimproveri che i nemici della nostra Religione muovono contro di noi; perché tutto ciò tende ad assodare come la nostra condotta è in contraddizione colla nostra credenza. Voi vi gloriate, ci dicono, di possedere in corpo ed in anima la Persona di quel medesimo Gesù Cristo che è vissuto in altro tempo sopra la terra, e che voi adorate come vostro Dio e vostro Salvatore; voi credete che Egli discende sopra i vostri altari, che riposa nei vostri tabernacoli, e voi credete che la sua carne è veramente il vostro nutrimento e il suo sangue la vostra bevanda; ma se la vostra fede è tale, siete voi gli empi, perché  vi recate nelle vostre chiese con minor rispetto, ritenutezza e decenza, che non fareste recandovi nella casa di un uomo onesto per fargli visita. I pagani non avrebbero certamente permesso che si commettessero nei loro templi e in presenza dei loro idoli, mentre si offrivano sacrifizi, le immodestie che voi commettete alla presenza di Gesù Cristo nel momento nel quale voi dite che Egli discende sopra i vostri altari. Se veramente credeste quello che voi dite di credere, voi dovreste essere compresi d’un santo tremore. Ah! questi rimproveri sono pur troppo meritati. Che cosa pensare vedendo il modo col quale la maggior parte dei Cristiani si conducono nelle nostre chiese? Gli uni hanno lo spirito volto ai loro affari temporali, gli altri ai loro piaceri; questi dorme, si gira la testa, si sbadiglia, si squaderna il libro, si guarda se i santi uffici saranno quanto prima terminati. La presenza di Gesù Cristo è un martirio, mentre si passeranno le cinque o le sei ore nei salotti, in una bettola, alla caccia, senza che si trovi questo tempo troppo lungo; e vediamo che in questo tempo che si consacra al mondo ed ai piaceri suoi, non si pensa né a dormire, né a sbadigliare, né ad annoiarsi. È mai possibile che la presenza di Gesù Cristo sia così penosa per Cristiani i quali dovrebbero riporre tutta la loro felicità nel venire a tenere un momento di compagnia ad un cosi buon padre? Ditemi, che cosa deve pensare di noi Gesù Cristo medesimo, il quale non si è reso presente nei nostri tabernacoli che per amore per noi, e che vede che la sua santa presenza, che dovrebbe formare tutta la nostra felicità, ed essere il nostro paradiso in questo mondo, sembra essere un supplizio ed un martirio per noi? Non si ha ragion di credere che codesti Cristiani non saranno mai assunti in cielo, dove sarebbe necessario restare per il volgere di tutta l’eternità alla presenza di questo medesimo Salvatore? Il tempo non sarebbe soverchiamente lungo?… Ah! voi non conoscete la vostra felicità, quando siete così fortunati di venire a presentarvi davanti al Padre vostro che vi ama più che se medesimo, e che vi chiama ai piedi dei suoi altari, come altra volta chiamò i pastori, per ricolmarvi d’ogni sorta di benefizi. Se noi fossimo ben penetrati di ciò, con quale amore, con quale sollecitudine non ci recheremmo qui come i magi, per offrirgli in dono tutto quello che possediamo, vo’ dire, i nostri cuori e le anime nostre? I padri e le madri non verrebbero con maggior diligenza ad offrirgli tutta la loro famiglia, perché la benedicesse e le concedesse le grazie di santificazione? Con qual piacere i ricchi non verrebbero ad offrirgli una parte dei loro beni nella persona dei poveri? Mio Dio, la nostra poca fede ci fa perdere i beni dell’eternità! – Ascoltate ancora i nemici della nostra santa religione: noi nulla diciamo, così essi, dei vostri sacramenti per riguardo ai quali la vostra condotta è tanto lontana dalla vostra credenza, quanto lo è il cielo dalla terra, giusta i principi della vostra fede. Voi diventate per il vostro battesimo come altrettanti Dei, ciò che vi aderge ad un grado di onore che non si può comprendere, perché si suppone che solo Dio vi sia superiore. Ma che devesi pensare di voi, vedendo il maggior numero abbandonarsi a delitti che vi mettono al disotto dei bruti privi di ragione? Voi diventate, per il sacramento della Confermazione, come altrettanti soldati di Gesù Cristo, che si inscrivono sotto lo stendardo della croce, che non devono mai arrossire delle umiliazioni e degli obbrobri del loro Padrone, che, in ogni circostanza, devono rendere testimonianza alla verità del Vangelo. Ma tuttavolta, chi oserebbe dirlo? occorrono nel mezzo di voi non so quanti Cristiani che il rispetto umano impedisce di fare pubblicamente le loro opere di pietà; che forse non oserebbero avere un crocifisso nella loro camera e dell’acqua benedetta a lato del loro letto; che avrebbero vergogna di fare il segno della croce prima e dopo i loro pasti, o che si nascondono per farlo. Vedete quanto siete lontani dal vivere secondo che la vostra Religione vi comanda? Voi ci dite, per riguardo alla confessione e alla comunione, delle cose che sono bellissime e consolantissime: ma in qual modo vi accostate voi a questi sacramenti? In qual modo li ricevete voi? Negli uni, non è che un’abitudine, un uso, un trastullo; negli altri è un supplizio: è necessario trascinarveli. per così dire. Vedete come è necessario che i vostri ministri  vi incalzino e vi sollecitino, perché vi accostiate a questo tribunale della penitenza dove ricevete, voi dite, il perdono dei rostri peccati: a questa mensa dove voi credete di mangiare il pane degli angeli, che il Salvator vostro? Se voi credete quello che dite, non si sarebbe piuttosto obbligati di frenarvi, vedendo come è grande la felicità vostra di ricevere il vostro Dio, che deve formare la consolazione vostra in questo mondo e la gloria vostra nell’altro? Tutto quello che, giusta la fede vostra, si chiama una sorgente di grazia e di santificazione, non è, nel fatto, per la maggior parte di voi, che una occasione di irriverenza, di disprezzo, di profanazione e di sacrilegi. O voi siete degli empi, o la vostra Religione è falsa, perché se voi foste veramente persuasi che la vostra Religione è santa, voi non vi condurreste in questo modo in tutto quello che vi comanda. Voi avete, oltre la domenica, delle feste le quali, voi dite, sono istituite, le une per onorare quello che voi chiamate i misteri della vostra Religione; le altre per celebrare la memoria dei vostri Apostoli, le virtù dei vostri martiri, ai quali è tanto costato il fondare la vostra Religione. Ma diteci, queste feste, queste domeniche, in qual modo le celebrate voi? Non sono segnatamente tutti questi giorni che voi scegliete per darvi in balia di ogni sorta di disordini, di stravizzi e di libertinaggio? Non commettete un male più grave, in questi giorni che voi dite essere così santi, che in tutti gli altri tempi? Le vostre funzioni, che voi ci dite essere una riunione coi santi che sono in cielo, dove voi cominciate a gustare la medesima felicità, vedete il pregio nei quale li tenete: una parte non vi si reca quasi mai; gli altri vi sono come i colpevoli sul banco degli accusati; che cosa potrebbesi pensare dei vostri misteri e dei vostri santi, se si volesse giudicarne dal modo col quale celebrate le loro feste? – Ma non badiamoci più a lungo intorno a questo culto esteriore, il quale, per una singolare bizzarria, e per una inconseguenza piena di irreligione, rivela la vostra fede e nell’atto medesimo la smentisce. Dove si trova nel mezzo di voi quella carità fraterna, la quale, nei principì di vostra credenza, è fondata sopra motivi così sublimi e così divini ? Siamo un po’ più particolari, e noi vedremo se questi rimproveri non sono ben fondati. Quanto la vostra Religione è bella, ci dicono i Giudei ed anche i pagani, se voi faceste quello che essa vi comanda! Non solamente voi siete fratelli, ma, ciò che è più bello, voi non formate tutti insieme che un medesimo corpo con Gesù Cristo, la cui carne e il cui sangue vi servono ogni giorno di nutrimento; voi siete tutti membri gli uni degli altri. Bisogna convenirne, questo articolo della vostra fede è ammirabile, vi è qualche cosa di divino. Se voi operaste secondo la vostra credenza, voi sareste nel caso di attrarre tutte le altre nazioni alla vostra Religione, tanto è bella, consolante, e ineffabili beni vi promette per l’altra vita! Ma quello che fa credere a tutte le nazioni che la vostra Religione non è tale quale voi la dite, è che la condotta vostra è affatto opposta a quello che la vostra Religione vi comanda. Se si interrogassero i vostri pastori, e che loro fosse permesso di svelare quello che vi ha di più segreto, ci mostrerebbero le querele, le inimicizie, la vendetta, le gelosie, le maldicenze, i falsi rapporti, i processi e tanti altri vizi che eccitano l’orrore di tutti i popoli, anche di coloro dei quali voi dite che la Religione è tanto lontana dalla vostra per rapporto alla santità. La corruzione dei costumi che regna in mezzo a voi, trattiene coloro che non sono della vostra Religione di abbracciarla; perché se voi foste ben persuasi che essa è buona e divina, voi vi condurreste in modo tutto diverso. Ah! qual vergogna per noi che i nemici della nostra santa Religione tengano un tal linguaggio! E non hanno ragione di tenerlo? Esaminando noi medesimi la nostra condotta, noi vediamo positivamente che nulla facciamo di quello che essa comanda. All’opposto, noi non sembriamo appartenere ad una Religione così santa che per dimenticarla, e per allontanare coloro che avrebbero desiderio di abbracciarla; una Religione che ci proibisce il peccato che commettiamo con diletto e verso il quale siamo trasportati con un tal furore, che non sembriamo vivere che per moltiplicarlo; una Religione che espone ogni giorno Gesù Cristo ai nostri occhi, come un buon padre che vuole colmarci di benefizi: ora noi fuggiamo la sua santa presenza, o, se qui ci rechiamo, non è che per disprezzarlo e renderci più colpevoli; una Religione che ci offri il perdono dei nostri peccati per il ministero dei suoi sacerdoti: lontani dal approfittare di questi mezzi, o li profaniamo, o li fuggiamo; una Religione che ci lascia intravvedere tanti beni per l’altra vita, e che ci mostra dei mezzi così chiari e così facili per acquistarli: e noi sembriamo non conoscere tutto ciò che per farli segno di disprezzo e di scherno; una Religione la quale ci dipinge in un modo così spaventoso i tormenti dell’altra vita, onde farceli evitare: e noi sembriamo non aver mai commesso abbastanza di male per meritarli! Mio Dio, in quale abisso di accecamento siamo caduti! una Religione che non cessa mai di avvertirci che dobbiamo continuamente adoperarci a correggerci dei difetti, a reprimere le nostre tendenze verso il male: e, lontani dal farlo, sembriamo cercare tutto ciò che può accendere le nostre passioni; una Religione che ci avverte che non dobbiamo operare che per il buon Dio e sempre nella vista di piacergli: e noi non abbiamo in quello che facciamo che viste umane; noi vogliamo sempre che il mondo ne sia testimonio, ci lodi, feliciti. O mio Dio, quale accecamento e quale povertà! E noi potremmo adunare tanti beni per il cielo, se volessimo condurci secondo le regole che ci fornisce la nostra santa Religione. Ma, ascoltate ancora i nemici della nostra santa e divina Religione, come ci opprimono di rimproveri. Voi dite che il vostro Gesù Cristo, che credete essere il Salvator vostro, vi assicura che Egli terrebbe in conto come fatto a se medesimo tutto ciò che voi fareste al fratel vostro; ecco una delle vostre credenze, e certamente ciò è bello, ma se ciò è come voi dite, voi non lo credete che per insultare Gesù Cristo medesimo! Voi non lo credete che per straziarlo e oltraggiarlo, in una parola per maltrattarlo nel modo più crudele nella persona del vostro prossimo! Le più lievi colpe contro la carità devono essere considerate, giusta i principi vostri, come altrettanti oltraggi recati a Gesù Cristo. Ma, dite, Cristiani, qual nome dobbiamo dare a tutte quelle maldicenze, a quelle calunnie, a quelle vendette e a quegli odi con cui vi divorate gli uni gli altri? Voi siete dunque mille volte più colpevoli verso la Persona di Gesù Cristo che non i Giudei medesimi ai quali rimproverate la sua morte! No, M. F, le azioni dei popoli più barbari contro l’umanità, sono nulla in confronto di ciò che noi facciamo ogni giorno contro i princìpi della carità cristiana. Ecco, M. F., una parte dei rimproveri che ci muovono i nemici della nostra santa Religione. – Io non ho la forza di andare innanzi, tanto ciò è triste e disonorevole per la nostra santa Religione, la quale è così bella, così consolante, e capace di renderci felici anche in questo mondo, preparandoci una così grande felicità per la eternità. Voi converrete con me che se questi rimproveri hanno già qualche cosa che umilia un Cristiano, benché non siano mossi che da uomini, io vi lascio pensare quello che essi saranno, quando avremo la sventura di udirli dalla bocca medesima di Gesù Cristo, quando ci presenteremo dinanzi a Lui per rendergli conto delle opere che la nostra fede avrebbe dovuto produrre in noi. Miserabili Cristiani, ci dirà Gesù Cristo, dove sono i frutti di quella fede nella quale siete vissuti e della quale voi recitaste ogni giorno il Simbolo? Voi mi avete preso per Salvator vostro e per vostro modello: ecco le mie lacrime e le mie penitenze; dove sono le vostre? Qual frutto avete voi tratto dal mio sangue adorabile, che ho fatto fluire sopra di voi co’ miei sacramenti? A che vi ha giovato questa croce, dinanzi alla quale tante volte vi siete prostrati? Quale rassomiglianza corre tra me e voi? Qual cosa vi ha di comune tra le vostre penitenze e le mie? tra la vostra vita e la mia? Ah! miserabili, rendetemi conto di tutto il bene che questa fede avrebbe prodotto in voi, se voi aveste avuto la sorte di farla fruttificare! Venite, vili e infedeli, rendetemi conto di questa fede preziosa e inestimabile, la quale poteva e che avrebbe dovuto farvi produrre le ricchezze eterne. Voi l’avete indegnamente associata con una vita tutta carnale e tutta pagana. Vedete, infelici, quale rassomiglianza corre tra voi e me! Ecco il mio Vangelo, ed ecco la vostra fede. Ecco la mia umiltà ed il mio annientamento, ed ecco il vostro orgoglio, la vostra ambizione e la vostra vanità. Ecco la vostra avarizia, e il mio distacco dalle cose di questo mondo. Ecco la vostra durezza verso i poveri e il disprezzo al quale li avete fatti segno; ecco la mia carità e l’amor mio per essi. Ecco tutte le vostre intemperanze, e i miei digiuni e le mie mortificazioni. Ecco tutte le vostre freddezze e tutte le vostre irriverenze nel tempio del Padre mio; ecco tutte le profanazioni vostre, tutti i vostri sacrilegi e tutti gli scandali che avete dati ai miei figli; ecco tutte le anime che avete perdute, e tutti i patimenti e tutti i tormenti che ho sofferto per salvarle! Se voi siete stati la causa per cui i miei nemici hanno bestemmiato il mio santo nome, io saprò ben punirli; ma per voi, io voglio farvi provare tutto ciò che la mia giustizia ha di più rigoroso. Sì, ci dice Gesù Cristo,  (Matth. x, 15) gli abitanti di Sodoma e di Gomorra saranno trattati con minore severità che questo popolo infelice, al quale ho elargito tante grazie, ed al quale i miei lumi, i miei favori e tutti i benefizi miei sono tornati inutili, e che mi ha ricambiato colla più nera ingratitudine. – Sì, i cattivi malediranno eternamente il giorno nel quale hanno ricevuto il santo Battesimo, i pastori che li hanno istruiti, i sacramenti che sono stati loro amministrati. Ah! che dico! quel confessionale, quella sacra mensa, quella cattedra, quell’altare, quella croce, quel Vangelo, o per meglio farvelo comprendere, tutto ciò che è stato l’oggetto della loro fede sarà l’oggetto delle loro imprecazioni, delle loro maledizioni, delle loro bestemmie e della loro disperazione eterna. O mio Dio! quale onta e quale sventura per un Cristiano di non essere stato Cristiano che per dannarsi più facilmente e per meglio far patire un Dio il quale non voleva che la sua felicità eterna, un Dio che non ha risparmiato nulla per questo, che ha abbandonato il seno del Padre suo, che è disceso sopra la terra, ha assunto la nostra umanità, ha trascorso tutta la sua vita nei patimenti e nelle lagrime e che è morto appeso ad una croce per lui! Egli non ha cessato, esso dirà, di incalzarmi con tanti buoni pensieri, con tante buone istruzioni dalla parte dei miei pastori, coi rimorsi della mia coscienza. Dopo il mio peccato, Egli medesimo si è offerto per servirmi di modello; che poteva egli fare di più per procurarmi il cielo? No, nulla di più; se io avessi voluto, tutto ciò mi avrebbe servito per guadagnare il cielo, che mai possederò. Ritorniamo dai nostri traviamenti, e procuriamo di condurci meglio che non abbiamo fatto sino al presente.