I SERMONI DEL CURATO D’ARS; “IL CIELO”

[Discorsi di San G. B. M. VIANNEY, Curato d’Ars, vol. II, IV ed. TORINO – ROMA; Marietti ediz. 1933]

Il Cielo.

(laudate et exultate, quoniam merces vestra copiosa est in cælis).

(MATTH. V, 12).

Queste furono, F. M., le consolanti parole che Gesù Cristo rivolse ai suoi Apostoli per confortarli, ed animarli a soffrire coraggiosamente le croci e le persecuzioni future. ” Sì, figli miei, diceva loro questo tenero Padre, diverrete oggetto dell’ira e del disprezzo dei cattivi, sarete vittime del loro furore, gli uomini vi odieranno. vi condurranno davanti ai principi della terra per essere giudicati e condannati ai supplizi più spaventosi, alla morte più crudele ed ignominiosa: ma, lungi dallo scoraggiarvi, rallegratevi, poiché una gran ricompensa vi è preparata in cielo. „ O cielo bello! chi non ti amerà, poiché tanti beni tu racchiudi? Non è infatti il pensiero di questa ricompensa che rendeva gli Apostoli infaticabili nel loro lavoro apostolico, invincibili contro le persecuzioni che soffrirono dai loro nemici? Non è il pensiero di questo bel cielo che faceva comparire i martiri davanti ai giudici, con un coraggio che meravigliava i tiranni? Non è la vista del cielo che spegneva l’ardore delle fiamme destinate a divorarli, e spuntava le spade che li dovevano colpire? Oh! come erano felici di sacrificare i beni, la vita per il loro Dio, nella speranza di passare ad una vita migliore che non finirebbe mai! O fortunati abitanti della città celeste, quante lagrime avete versate e quanti patimenti sofferto per acquistare il possesso del vostro Dio! Oh! ci gridano essi dall’alto di quel trono di gloria, sul quale si trovano; oh! come Dio ci ricompensa di quel po’ di bene che abbiamo fatto! Sì, noi lo vediamo, questo tenero Padre: sì, lo benediciamo questo amabile Salvatore: sì, lo ringraziamo questo caritatevole Redentore, per anni senza fine. O felice eternità! esclamano essi; quante dolcezze e gioie non ci farai tu provare! Cielo bello, quando ti vedremo noi? O momento fortunato, quando verrai per noi? Senza dubbio, F. M., desideriamo tutti e sospiriamo beni sì grandi: ma per farveli desiderare con maggior ardore, vi mostrerò, per quanto mi sarà possibile:

1° la felicità della quale sono inebriati i santi in cielo;

2° la strada da seguire per andarvi.

È certo che noi siamo fatti per essere felici: ognuno dal più povero fino al più ricco, cerca qualche cosa che l’accontenti e compia i suoi desideri. (Nota del Beato).

I. — Se’ dovessi, F. M., farvi il triste e doloroso quadro delle pene che soffrono i reprobi nell’inferno, comincerei a provarvi la certezza di queste pene: poi spiegherei innanzi ai vostri occhi con spavento, o, a meglio dire, con una specie di disperazione, la grandezza e la intensità dei mali che soffrono, e che soffriranno eternamente. A questo racconto lagrimevole, vi sentireste presi d’orrore; e per farvelo ancor meglio comprendere, vi mostrerei le ragioni per cui quelle anime sono divorate dalla disperazione senza tregua. Vi direi che sono quattro: la privazione della vista di Dio, il dolore che soffrono, la certezza che non finirà mai, ed i mezzi che ebbero, coi quali potevano così facilmente schivarla. Infatti, se un dannato, per mille eternità, quando ve ne potessero essere mille, domandasse con le grida più strazianti e commoventi la felicità di veder Dio per un minuto solo, è certo che giammai gli verrebbe accordata. In secondo luogo, vi dico che ad ogni istante egli soffre da solo più che non abbian mai sofferto tutti i martiri insieme, o, per dir meglio, soffre in ogni minuto dell’eternità tutti i patimenti che deve sentire durante l’eternità. La terza causa dei loro supplizi è che, malgrado il rigore delle loro pene, sono sicuri che non finiranno mai. Ma ciò che metterà il colmo ai loro tormenti, alla loro disperazione, sarà il ricordo di tanti mezzi così efficaci non solo per evitare quegli orrori, ma anche per essere felici per tutta l’eternità: ricorderanno che avevano a lor portata tutte le grazie che offrì loro Iddio per salvarsi: e queste saranno altrettanti carnefici che li tortureranno. Dal fondo di quelle fiamme vedranno i beati seduti su troni di gloria, accesi d’amore sì ardente e tenero da immergerli in una ebbrezza continua: mentre il pensiero delle grazie a loro concesse da Dio, il ricordo del disprezzo fattone farà ad essi emettere urla di rabbia e di disperazione così spaventose che l’intero universo, se Dio permettesse fossero intese, ne morrebbe e cadrebbe nel nulla. E bestemmie orribili lanceranno gli uni contro gli altri. Un figlio griderà che è perduto solo perché i suoi genitori lo vollero, e invocherà la collera di Dio, e gli domanderà colle più orribili grida di concedergli d’essere il carnefice del padre suo. Una giovane strapperà gli occhi a sua madre che invece di condurla al cielo, l’ha spinta, trascinata all’inferno co’ suoi cattivi esempi, colle parole che spiravano solo mondanità, libertinaggio. Quei figli vomiteranno bestemmie orribili contro Dio per non aver abbastanza forza e furore di far soffrire i loro parenti: correranno attraverso l’abisso disperati, prendendo e trascinando i demoni, gettandoli sui padri e sulle madri loro: per fare sentire ad essi che non saranno mai abbastanza tormentati di averli perduti, mentre facilmente potevano salvarli. O eternità infelice! o sventurati padri e madri, quanto sono terribili i tormenti a voi riservati! Ancora un istante, e li proverete; ancora un istante, ed abbrucerete nelle fiamme!… – Ma no, F. M., non andiamo più oltre: non è il momento di trattenerci su un argomento così triste e doloroso: non turbiamo la gioia che abbiamo provato all’avvicinarsi del giorno consacrato a celebrare la felicità di cui godono gli eletti nella città celeste e permanente. – Vi dissi, che quattro cose opprimeranno di mali i reprobi nelle fiamme: lo stesso avviene dei beati. Quattro cose si uniscono insieme per non lasciar loro nulla più a desiderare. Queste cose sono:

1° la vista e la presenza del Figlio di Dio, che si manifesterà in tutto lo splendore di sua gloria, di sua bellezza, e di tutte le sue amabilità; cioè quale è nel seno del Padre suo;

2° il torrente di dolcezze e di caste delizie che godranno, e sarà simile al traboccar d’un mare agitato dal furore della tempesta: esso li travolgerà nei suoi flutti e li sommergerà in una ebbrezza così estasiante che quasi oblieranno di esistere.

3° Altra causa di felicità in mezzo a tutte le delizie sarà la certezza che esse non avranno mai fine, e da ultimo,

4° ciò che li immergerà totalmente in questi torrenti d’amore, sarà che tutti questi beni sono dati loro per ricompensa delle virtù e delle penitenze esercitate. Quelle anime sante vedranno che alle proprie opere buone sono debitrici dei casti amplessi dello sposo. Anzitutto il primo trasporto d’amore che si accenderà nel loro cuore sorgerà alla vista delle bellezze che scopriranno accostandosi alla presenza di Dio. In questo mondo sia pur bello e seducente un oggetto che ci si presenta, dopo un istante di piacere il nostro spirito si stanca e si volge da un’altra parte, per trovarvi di che soddisfarsi meglio; passa da una ad altra cosa senza poter trovare d’accontentarsi: ma in cielo non sarà così: bisognerà anzi che Dio ci partecipi le sue forze, per poter sostenere lo splendore delle sue bellezze, e delle cose dolci e meravigliose che si offriranno continuamente ai nostri occhi. E ciò sprofonderà le anime degli eletti in un abisso tale di dolcezza e d’amore, che non potranno distinguere se vivano o se siano tramutate in amore. O avventurata dimora! o felicità permanente! chi di noi ti gusterà un giorno? Poi per quanto grandi e inebrianti siano queste dolcezze, sentiremo continuamente gli Angeli ripetere che esse dureranno sempre. Vi lascio pensare quanto i beati ne godranno. Notate, P. M., se gustiamo in questo mondo alcuni piaceri, non tardiamo a provare qualche pena che ne diminuisce le dolcezze, sia per il timore che abbiamo di perderli, sia anche per le premure necessarie per conservarli: dal che avviene che non siamo mai perfettamente contenti. In cielo non succederà così: ci troveremo nella gioia e nelle delizie, sicuri che nulla potrà mai rapircele né diminuirle. Finalmente l’ultimo dardo d’amore che colpirà il nostro cuore, sarà il quadro che Dio metterà davanti ai nostri occhi di tutte le lagrime venate e delle penitenze fatte durante la nostra vita, senza lasciare da parte neppure un pensiero o un desiderio buono. Oh! qual gioia per un buon Cristiano, vedere il disprezzo avuto per se medesimo, il rigore esercitato sul suo corpo, il piacere che provava in vedersi disprezzato, vedere la sua fedeltà nel respingere quei cattivi pensieri coi quali il demonio aveva cercato di turbare la sua immaginazione: ricorderà le preparazioni per la confessione, la premura di nutrire l’anima sua alla sacra mensa: avrà davanti agli occhi tutte le volte che si privò degli abiti per coprire il fratello povero e sofferente. “O mio Dio! mio Dio! esclamerà ad ogni istante, quanti beni per così poca cosa!„ Ma Dio, per infiammare gli eletti di amore e di riconoscenza, metterà la sua croce sanguinosa in mezzo alla sua corte celeste, e farà loro la descrizione di tutti i patimenti sofferti per renderli felici, mosso com’era soltanto dal suo amore. Vi lascio immaginare i loro trasporti di amore e di riconoscenza: quali casti abbracci non le prodigheranno durante l’eternità, ricordandosi che questa croce è lo strumento di cui si servì Iddio per donar loro tanti beni! I santi Padri, facendoci la descrizione delle pene che soffrono i reprobi, ci dicono che ognuno dei loro sensi è tormentato, a seconda delle colpe commesse e dei piaceri gustati: chi avrà avuto la sfortuna di essersi abbandonato al vizio impuro sarà coperto di serpenti e dragoni che lo divoreranno per tutta l’eternità: i suoi occhi che ebbero sguardi disonesti, le orecchie che si compiacquero di canzoni impudiche, la bocca che pronunciò quelle impurità, saranno altrettanti canali donde usciranno turbini di fiamme a divorarli: gli occhi non vedranno che oggetti orribili. Un avaro soffrirà tal fame che lo divorerà, un orgoglioso verrà calpestato sotto i piedi degli altri dannati, un vendicativo sarà trascinato dai demoni tra le fiamme. Non vi sarà parte alcuna del nostro corpo che non soffrirà in proporzione dei peccati da essa commessi. O orrore! o sventura spaventevole! Altrettanto sarà della felicità dei beati nel cielo: la felicità, i piaceri, le gioie loro saranno grandi in proporzione di quanto fecero soffrire ai loro corpi durante la vita. Se avremo avuto orrore delle canzoni e dei discorsi disonesti, non udremo lassù che cantici dolci e meravigliosi, di cui gli Angeli faran ripercuotere la vòlta dei cieli: se saremo stati casti negli sguardi, i nostri occhi non saranno occupati che in contemplare oggetti, la cui bellezza li terrà in continua estasi senza potersene stancare: cioè scopriremo sempre nuove bellezze, come ad una sorgente d’amore che scorre senza esaurirsi mai. Il nostro cuore che aveva emesso gemiti, pianto durante l’esilio, proverà una ebbrezza tale di diletto che non sarà più padrone di sé. Lo Spirito Santo ci dice che le anime caste saranno simili ad una persona stesa sopra un letto di rose, le cui fragranze lo tengono in un’estasi continua. In una parola, solo di piaceri casti e puri i santi saranno nutriti ed inebriati per tutta l’eternità. – Ma, penserete dentro di voi, quando saremo in cielo, saremo tutti felici ugualmente? — Sì, amico mio, ma v’è qualche distinzione da fare. Se i dannati sono infelici e soffrono secondo i delitti commessi, parimente non devesi dubitare che più i Santi fecero penitenze, più la lor gloria sarà brillante; ed ecco come avverrà. E necessario, o piuttosto, conviene che Dio ci dia aiuti proporzionati alla gloria della quale vuol incoronarci, perciò ci darà soccorsi in proporzione delle dolcezze che vuol farci gustare. A coloro che fecero grandi penitenze, senza aver commesso peccati, darà delle forze sufficienti per reggere alle grazie che comunicherà loro per tutta l’eternità. È verissimo che saremo tutti completamente felici e contenti, perché troveremo tante delizie quante ce ne occorrerà per non lasciarci nulla a desiderare. – “O mio Dio! mio Dio! esclamava san Francesco in una furiosa tentazione provata, i vostri giudizi sono spaventosi: ma se io fossi tanto sventurato da non amarvi nell’eternità, accordatemi almeno la grazia d’amarvi quanto potrò in questo mondo.„ Ah! poveri peccatori che non volete tornare al vostro Dio, se almeno aveste gli stessi desideri di questo gran santo, amereste il Signore quanto potete in questa vita! O mio Dio! quanti Cristiani che mi ascoltano non vi vedranno mai! O cielo bello! o bella dimora! quando ti vedremo? Mio Dio! sino a quando ci lascerete languire in questa terra straniera? in questo esilio? Ah! se vedeste Colui che il mio cuore ama! ah! ditegli che languisco d’amore, che non vivo più, ma che muoio ad ogni ora!… Oh! chi mi darà ali come di colomba per lasciar questo esilio e volare nel seno del mio diletto?… O città felice! donde sono bandite tutte le pene, e dove si nuota in un torrente delizioso di eterno amore!…

II. – Ebbene! amico mio, vi affliggerà di essere in questo numero, mentre i dannati abbruceranno e manderanno grida orribili senza speranza che ciò debba finire? — Oh! mi direte, non solo non me ne affliggerò, ma vorrei già esservi. — Pensavo bene che m’avreste risposto così: ma non basta desiderare il cielo, bisogna lavorare per guadagnarselo. — E che si deve fare adunque ? — Nol sapete, amico mio? ebbene, eccovi: ascoltate bene, e lo saprete. Bisognerebbe non attaccarvi tanto ai beni di questo mondo, aver un po’ più di carità per la moglie, i figli, i domestici e i vicini: aver un cuore un po’ più tenero per gli sventurati: invece di non pensare che ad accumular denaro, acquistar terreni, dovreste pensare a guadagnarvi un posto in cielo: invece di lavorare la domenica, dovreste santificarla venendo nella casa di Dio per piangervi i vostri peccati, domandargli di non più ricadervi, e di perdonarvi: lungi dal non conceder tempo ai figli ed ai domestici di compiere i loro doveri di religione, dovreste essere i primi ad indurveli colle parole e col buon esempio: invece di incollerirvi alla minima perdita o contraddizione che vi succede, dovreste considerare che essendo peccatore, ne meritate ben di più, e che Dio si diporta con voi nel modo più sicuro per rendervi un giorno felice. Ecco, amico mio, ciò che occorrerebbe per andare in cielo, e che voi non fate. E che sarà di voi, fratello mio, poiché seguite la strada che conduce là dove si soffrono mali sì spaventosi? Ricordatevi, che se non lasciate questa strada, non tarderete a cadervi: fate le vostre riflessioni, e poi mi direte che cosa avrete trovato; ed io vi dirò che cosa bisognerà fare. Non invidiate forse, amico mio, tutti quei felici abitanti della corte celeste? — Ah! vorrei esservi già; almeno sarei liberato da tutte le miserie di questo mondo. — Ed anch’io lo vorrei; ma v’è ben altro da fare e da pensare.  Cosa devesi dunque fare e lo farò? — Le vostre intenzioni sono assai buone: ebbene! ascoltate un istante, e ve lo mostrerò. Non dormite, per favore. Bisognerebbe, sorella mia, essere un po’ più sottomessa al marito, non lasciarvi salire il sangue alla testa per un nonnulla; bisognerebbe avere con lui un po’ più di garbo; e quando lo vedete tornare a casa ubbriaco, ovvero dopo aver fatto un cattivo contratto, non dovreste scagliarvi contro di lui e farlo infuriare tanto che non sappia più trattenersi. Di qui vengono le bestemmie e le maledizioni senza numero contro di voi, e che scandalizzano i figli ed i domestici: invece di girar per le case a riferire quanto vi dice o fa il marito, dovreste occupare questo tempo in preghiere per domandare a Dio di darvi la pazienza e la sottomissione dovuta al marito: domandare che Dio gli tocchi il cuore per cambiarlo. So bene quanto sarebbe ancora oltre a ciò necessario per andare in cielo: madre di famiglia, ascoltatelo e non vi sarà inutile. Sarebbe necessario impiegare un po’ più di tempo nell’istruire i figli e i domestici, nell’insegnar loro ciò che devono fare per andar in cielo: sarebbe necessario non comperar loro abiti così belli, per aver modo di fare elemosina, ed attirar le benedizioni di Dio sulla vostra casa; e fors’anche poter pagare i vostri debiti: bisognerebbe lasciar da parte le vanità; e che so io? Bisognerebbe che non vi fossero nella vostra condotta che dei buoni esempi, l’esattezza nel far le vostre preghiere mattina e sera, nel prepararvi alla santa Comunione, nell’accostarvi ai Sacramenti: sarebbe necessario il distacco dai beni del mondo, un linguaggio che mostri il disprezzo che avete di tutte le cose di quaggiù, ed il conto che fate delle cose dell’altra vita. Ecco quali dovrebbero essere le vostre occupazioni e tutte le cure vostre: se fate diversamente, siete perduta: pensatevi bene oggi, forse domani non sarete più in tempo: fatevi sopra il vostro esame, giudicatevi da voi stessa: piangete i vostri sbagli, e procurate di far meglio; altrimenti non entrerete mai in cielo. Non è vero, sorella mia, che tutte queste meravigliose bellezze di cui i santi sono inebriati vi fanno invidia? — Ah! mi direte, si invidierebbe anche una fortuna meno grande di questa. — Avete ragione, ed anch’io sono del vostro parere: ma m’inquieta il pensiero che non ho fatto nulla per meritare il cielo; e voi? — Qualsiasi cosa occorra fare, pensate voi, la farei se la conoscessi: che cosa non dovrebbesi fare pur di procurarsi un sì gran bene? Se fosse necessario tutto abbandonare e sacrificare, lasciare il mondo per passare il resto dei propri giorni in un monastero, lo farei ben volentieri. — Ecco una bellissima disposizione: questi pensieri sono degni davvero d’una buona cristiana: non credeva che il vostro coraggio fosse così grande: ma vi dirò che Dio non ve ne domanda tanto. — Ebbene! pensate voi; ditemi che cosa bisogna fare, e la farò assai volentieri. — Vel dirò adunque, e vi prego di porvi ben attenzione. Occorrerebbe non prender tanta cura del vostro corpo, farlo soffrire un po’ di più: non temer tanto che questa beltà si perda o diminuisca: non essere così lunga alla domenica mattina in abbigliarvi, osservarvi davanti allo specchio, per aver più tempo da dare al buon Dio. Bisognerebbe avere un po’ più sottomissione ai parenti, ricordandovi che dopo Dio dovete ad essi la vita, e obbedir loro di buon animo e non mormorando. Bisognerebbe anche, invece di vedervi ai divertimenti, ai balli, alle conversazioni, vedervi nella casa del Signore a pregare, a purificarvi dei peccati, e nutrir l’anima vostra col pane degli Angeli. Bisognerebbe anche essere un po’ più riservata nelle vostre parole, nelle relazioni che avete con persone di sesso diverso. Ecco quanto domanda Dio da voi: se lo fate, andrete in cielo. – E voi, fratel mio, che pensate voi di tutto ciò? da qual lato volgete i vostri desideri? — Ahi voi dite, preferirei bene d’andare in cielo, giacche vi si sta così bene, piuttosto che d’esser cacciato all’inferno dove si soffre tanto ed ogni sorta di tormenti: ma v’è molto da fare per andarvi, e mi manca il coraggio. Se un solo peccato ci condanna, io, che ad ogni istante vado in collera, non cerco neanche di incominciare “Voi non osate provare? Ascoltatemi un momento, e vi mostrerò chiaramente che non è tanto difficile come credete: e che fareste meno fatica per piacere a Dio e salvar l’anima vostra, che per procurarvi i diletti e per contentare il mondo. Rivolgete solo a Dio le cure e premure che aveste pel mondo; e vedrete che Egli non ve ne domanda tante quante il mondo. I vostri piaceri sono sempre uniti a tristezza ed amarezza, seguiti dal pentimento d’averli gustati. Quante volte ritornato dall’aver passato una parte della notte all’osteria od al ballo, dite: “Son malcontento d’esservi stato: se avessi saputo quanto vi avviene, non vi sarei andato.„ Ma, invece, se aveste passato una parte della notte in preghiere, ben lungi dall’esser afflitto sentireste dentro di voi una tal gioia, una dolcezza che vi accenderebbe il cuor d’amore. Ripieno di gioia, direste come il santo re David: “Mio Dio! un giorno passato nella casa vostra quanto è preferibile a mille passati nelle riunioni del mondo.„ I piaceri che provate nel mondo vi disgustano: quasi ogni volta che vi abbandonate ad essi, risolvete di non più ritornarvi: spesso anche vi sciogliete in lagrime, sino a disperarvi di non potervi correggere: maledite coloro che incominciarono a sviarvi: ve ne lamentate ad ogni istante: invidiate la fortuna di quelli che ora scorrono tranquillamente i loro giorni nella pratica della virtù, in un intero disprezzo dei piaceri del mondo: quante volte anche gli occhi vostri versano amare lagrime vedendo quella pace, quella gioia che brillano sulla fronte dei buoni Cristiani: che dico? Invidiate sin coloro che hanno la ventura di abitare sotto il vostro tetto. Dissi, amico mio, che quando avete passata la notte negli eccessi del vino, non trovate in voi che agitazione, noia, rimorso, disperazione: eppure avete fatto quanto potevate per accontentarvi, ma senza alcun risultato. Ebbene! amico mio: vedete quanto è più dolce soffrir per Iddio che pel mondo. Quando si ha trascorsa una notte o due in preghiera, lungi dall’esserne annoiati, pentiti e dall’invidiare coloro che passano questo tempo nel sonno e nelle comodità, si piange invece la loro sventura ed accecamento: mille volte si benedice il Signore di averci mandata l’ispirazione di procurarci tante dolcezze e consolazioni: lungi dal maledire chi ci fece abbracciare un tal genere di vita, non possiam vederlo senza la sciare scorrere lagrime di riconoscenza, tanto ci troviamo felici: lungi dal risolvere di non più ritornarvi ci sentiamo decisi di fare ancor più, ed abbiamo una santa invidia di coloro che non sono occupati che a lodare il buon Dio. Se avete speso del danaro per i vostri piaceri, il domani lo piangete: ma un Cristiano che l’ha adoperato per conservare in vita un povero che non poteva sostenersi, un Cristiano che ha vestito uno sventurato ignudo, lungi dal rimpiangerlo, cerca invece di continuo il mezzo di farlo ancor più: è pronto se occorre, a privarsi del necessario, a spogliarsi di tutto, tanta gioia risente soccorrendo Gesù Cristo nella persona dei suoi poveri. Ma, senza andar così lontano, non vi costerà certo di più, amico mio, quando siete in chiesa, lo starvi con rispetto e modestia che non ridere e volger attorno lo sguardo: sareste egualmente comodo avendo le ginocchia piegate a terra quanto tenendone uno levato per aria: quando ascoltate la parola di Dio, sarebbe più penoso ascoltarla con intenzione di approfittarne e di metterla in pratica appena il potrete, oppure andarvene fuori per divertirvi a chiacchierare di cose indifferenti, forse cattive? Non sareste più contenti se la coscienza non vi rimproverasse di nulla, e vi accostaste di tempo in tempo ai Sacramenti, ricevendo così molta forza per sopportare con pazienza le miserie della vita? Se ne dubitate, F. M., domandate a coloro che fecero la loro pasqua, come erano contenti per un po’ di tempo; cioè sino a quando ebbero la fortuna di restare amici del buon Dio. Ditemi, amico mio, vi sarebbe più duro e penoso che i parenti vi rimproverassero perché vi fermaste troppo in chiesa, ovvero vi rinfacciassero d’aver passato la notte negli stravizi? — No, no, amico mio, da qualsiasi lato consideriate quanto fate pel mondo, vi costa più caro che fare ciò che occorre per piacere a Dio e salvare l’anima vostra. Non vi parlerò della differenza, che vi sarà all’ora della morte, tra un Cristiano che servì bene Iddio, ed i rimorsi e la disperazione di chi non seguì che i suoi piaceri, non cercò che d’accontentare i corrotti desideri del cuore: perché nulla è tanto bello quanto il veder morire un santo: Dio stesso si compiace assistervi, come narrasi nelle vite di molti. Si può forse paragonarla agli orrori che accompagnano quella del peccatore, mentre i demoni lo circondano sì dappresso, e si dilaniano gli uni gli altri, per avere la barbara soddisfazione d’essere i primi a trascinarlo negli abissi? Ma, no, lasciamo tutto ciò: consideriamo soltanto la vita presente. Concludiamo, che se faceste per Iddio quanto fate pel mondo, sareste santi. — Oh! soggiungete dentro di voi, ci andate dicendo che non è difficile arrivare in cielo; a me sembra che v i siano molti sacrifici da fare. — Non v’ha dubbio: vi sono dei sacrifici da fare, altrimenti Gesù Cristo, contro verità, ci avrebbe detto che la porta del cielo è stretta, che bisogna sforzarsi per entrarvi, che occorre rinunciare a se stessi, prender la croce e seguirlo, che molti non saranno nel numero degli eletti: perciò ci promette il cielo come una ricompensa che avremo meritata. Vedete quanto fecero i santi per procurarsela. Andate, F. M., in quegli antri in fondo ai deserti, entrate nei monasteri, percorrete quelle rocce, e domandata a tette quelle schiere di santi: Perché tante lagrime e penitenze? Salite sui patiboli, ed informatevi dai martiri che cosa aspettano. Tutti vi diranno che fanno così per guadagnarsi il cielo. O mio Dio! quante lagrime versarono quei poveri solitari durante tanti anni! O mio Dio! quante penitenze e rigori non esercitarono sui loro corpi tutti quegli illustri anacoreti! Ed io non vorrò soffrir nulla! io, che ho la medesima loro speranza, ed il medesimo giudice che mi deve esaminare? O mio Dio, quanto sono neghittoso quando trattasi di lavorare pel cielo! Come mi condanneranno i santi, quando mostreranno tanti sacrifici da loro fatti per piacervi! Voi dite che è faticoso andar in cielo: ma, amico mio, non costò forse nulla a san Bartolomeo il lasciarsi scorticare vivo per piacere a Dio? Nulla a S. Vincenzo martire l’essere disteso su d’un cavalletto, ove gli si abbruciò il corpo con torce accese, finché le sue viscere caddero nel fuoco, e l’essere poi condotto in prigione, ove gli si fece un letto di pezzi di vetro e vi fu steso sopra? Amico mio, domandate a S. Ilarione perché durante ottanta anni visse nel deserto, piangendo giorno e notte. Andate, interrogate S. Girolamo, quel gran santo: domandategli perché si percuoteva il petto con un sasso, fino ad esserne tutto ammaccato. Andate nelle spelonche a trovare il grande Arsenio, e domandategli perché lasciò i piaceri del mondo per venire a piangere tutto il resto dei suoi giorni frammezzo alle belve feroci. Non avrete altra risposta, amico mio, che questa: “Ahi per guadagnar il bel cielo; eppure non ci è costato nulla: oh! queste penitenze sono ben poca cosa, se le confrontiamo alla felicità che ci preparano! „ Non vi è qualità di tormenti che i santi non siano stati pronti a soffrire per guadagnare il cielo. Leggiamo che l’imperatore Nerone, trattò i Cristiani con crudeltà sì spaventose, che il solo pensiero ci fa fremere ancora. Non sapendo con qual pretesto incominciare la persecuzione contro di essi, incendiò la città, per far credere che n’erano stati autori i Cristiani. Vedendosi applaudito dai suoi sudditi, si abbandonò a tutto quanto il furore suo poteva ispirargli. Simile aduna tigre furibonda, spirante strage, faceva uscire gli uni entro pelli di belve, e li gettava nel circo in pasto ai cani: altri faceva ricoprire di vesti intrise di pece e zolfo, poi li appendeva agli alberi delle vie maggiori por servir da torce ai passeggieri durante la notte: egli stesso ne aveva disposti due file nel suo giardino, e di notte li faceva accendere per avere il barbaro diletto di condurre il suo cocchio allo splendore di questo spettacolo triste e  straziante. Non trovandosi ancora soddisfatto il suo furore, inventò un altro supplizio: fece fondere urne di bronzo in forma di toro, nelle quali, arroventate per più giorni, gettava i Cristiani in gran numero e stava a vederli abbrustolire spietatamente. In questa stessa persecuzione S. Pietro fu messo a morte. Essendo in prigione con S. Paolo, al quale fu troncata la testa, trovò S. Pietro il mezzo di fuggire. Sulla strada apparvegli nostro Signore, che gli disse: “Pietro, vado a Roma a morire una seconda volta, „ e scomparve. S. Pietro conoscendo da ciò che non doveva fuggire la morte, ritornò in prigione, e fu condannato a morire in croce. Quando udì pronunciar la sentenza: “O grazia! esclamò: o felicità, il morire della morte del mio Dio! „ Ma domandò un favore ai suoi carnefici, di essere cioè crocifisso con la testa in giù : ” … perché, diceva, non merito la fortuna di morire in modo somigliante al mio Dio. „ Ebbene! amico mio, non è costato nulla ai santi l’andare in cielo? O cielo bello! se deve costare a noi quanto a tutti questi beati, chi di noi vi andrà? Ma no, F. M., consoliamoci Dio non ci domanda tanto. Ma, penserete, cosa bisogna far dunque per andarvi? — Ah! amico mio, lo so ben io cosa bisogna fare. Avete desiderio d’andarvi? — Oh! senza dubbio, voi dite; è ben questo il mio desiderio; se prego, se faccio penitenze è appunto per meritar questa fortuna. — Ebbene! ascoltatemi un istante e lo saprete. Cosa dovete fare? non tralasciar le preghiere mattina e sera: non lavorare in domenica: frequentar di tratto in tratto i Sacramenti: non ascoltare il demonio quando vi tenta, e ricorrere subito a Dio. — Ma, penserete voi, molte cose si possono benissimo fare, ma certe altre, il confessarsi, p. es., non è tanto comodo. — Non è tanto comodo, amico mio? dunque preferite restare in mano al demonio che cacciarlo per rientrare nel seno di Dio, che tante volte vi fece provare quanto è buono? Non considerate adunque come il momento più felice per voi quello in cui avete la fortuna di ricevere il vostro Dio? O mio Dio! se vi si amasse come si sospirerebbe questo momento felice!…Coraggio, amico mio, non disanimatevi: presto sarete al termine delle vostre pene; guardate al cielo, quella dimora santa e permanente; aprite gli occhi,e vedrete il vostro il vostro Dio che vi stende la mano per attrarvi a Lui.  Si, amico mio, tra poco farà con voi ciò che fu fatto con Mardocheo, per celebrare la grandezza delle vostre vittorie sul mondo e sul demonio. Il re Assuero per riconoscere i benefizi del suo generale,volle farlo montare sul suo carro di trionfo, con un araldo che camminava innanzi a lui, gridando: “Così il re ricompensa i servizi a lui resi. „ Amico mio, se adesso Dio presentasse agli occhi nostri uno di quei beati in tutto lo splendore della gloria di cui è rivestito in cielo, e ci mostrasse quelle gioie, quelle dolcezze e delizie delle quali sono inondati i santi nella patria celeste, e gridasse a noi tutti: O uomini! Perché non amate il vostro Dio? Perché non faticate a guadagnare un sì gran bene? O uomo ambizioso, che attaccasti il tuo cuore alla terra, che cosa sono gli onori di questo mondo frivolo e perituro a confronto degli onori e della gloria che Dio ti prepara nel suo regno? O uomini avari che desiderate queste ricchezze periture, quanto siete ciechi a non lavorare per meritarvi ora quelle che non finiranno mai! L’avaro cerca la felicità nei suoi beni, l’ubbriacone nel vino, l’orgoglioso negli onori, e l’impudico nei piaceri della carne. Ah! no, no, amico mio, vi ingannate; alzate gli occhi dell’anima vostra verso il cielo, volgete i vostri sguardi a questo cielo bello e troverete la felicità perfetta: calpestate e disprezzate la terra e troverete il cielo! Fratel mio, perché ti immergi in questi vizi vergognosi? Osserva quali torrenti di delizie Gesù Cristo ti prepara nella patria celeste! Ah! sospira questo felice momento!… „ Sì, F. M., tutto ci predica, tutto ci sollecita di non perdere questo tesoro. I santi che sono in quel bel soggiorno ci gridano dall’alto dei loro troni di gloria: “Oh! se poteste comprendere bene la felicità di cui godiamo per alcuni momenti di combattimento. „ Ma i dannati cel dicono in modo più toccante: “O voi che siete ancor sulla terra, quanto siete fortunati di poter guadagnare il cielo, che noi perdemmo! Oh! se fossimo al vostro posto quanto saremmo più saggi di quello che fummo: abbiam perduto il nostro Dio, e l’abbiamo perduto per sempre! O sventura incomprensibile!… o sventura irreparabile!… cielo bello non ti vedremo mai!… „ F. M., chi di noi non sospira una sì grande felicità?

I MAGGIO, FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2021)

TRIDUO A SAN GIUSEPPE IN OCCASIONE DI QUALCHE GRAVE FLAGELLO .

I. È con noi il Cielo sdegnato, o nostro ammirabile Protettore Giuseppe e con pesante flagello ci affligge, e percote . E a chi noi miseri ricorreremo, se non a Voi, cui la vostra amata Sposa Maria tutti i suoi ricchi tesori consegnò perché a nostro vantaggio Voi li versaste? Andate al mio Sposo Giuseppe, par ci dica Maria, ed Egli vi consolerà, e sollevandovi dal mal, che vi opprime, vi renderà felici, e contenti. Pietà dunqne, Giuseppe, pietà di noi, per quanto amor nutriste verso una Sposa cosi degna, ed amabile.

Un Pater, Ave, e Gloria.

II. Sotto la sferza noi siamo della divina Ginstizia, che va sopra di noi aggravando e raddoppiando i suoi colpi. Or qual sarà il nostro rifugio? In qual porto ci potremo noi mettere in salvo? Andate a Giuseppe, par ci dica Gesù, andate a Giuseppe, che fu da me tenuto e riverito in luogo di Padre. A Lui come a Padre ho io ogni mio potere comunicato, perché d’esso si serva vostro bene, a suo talento. Pietà dunque amore, Giuseppe, pietà di noi talento per quanto amore, portaste ad, un Figlio così rispettabile, e caro.

Un Pater, Ave, e Gloria.

III. L’ira di Dio, dalle nostre colpe provocata, sopra il nostro capo non va por rumoreggiando, ma già infierisce con nostro grave danno, e desolazione. In qual arca però ci ricovereremo noi, onde salvarci? Qual sarà quell’Iride benefica, che in tanto affanno ci conforterà? Andate a Giuseppe, par ci dica, l’Eterno Padre, a lui, che le mie veci in terra sostenne sopra l’umanato mio Figlio. lo gli affidai il figliol mio fonte perenne di grazie, ogni grazia però è in mano di Lui. Pietà dunque, Giuseppe, pietà di noi per quanto amore al grand’Iddio addimostraste, così liberale verso di noi.

Pater, Ave, Gloria.

PREGHIERA.

INFIERISCA pure il Cielo e minacci ora turbini ora procelle, ora siccità inondazioni; si scuota pure sin da’ suoi cardini la terra; e la fame, la guerra, la pe ste minaccino pare esterminio, e morte. Sol che voi, o inclito nostro Avvocato S. Giuseppe, un grado propizio a noi rivolgiate, in un’istante saranno qual polve al vento disperse e dissipate le calamită tutte, e tutti i disastri. La vostra possanza sì altamente stabilita, e fondata non solamente nel potere vastissimo di Maria vostra Sposa; ma più ancora in quello immenso ed infinito del Figliuol vostro, del vostro Dio, per sì fatto modo garantisce la nostra fiducia d’esser da Voi soccorsi, che sin d’ora si asciugano le nostre lacrime, fin d’ora cessano i nostri sospiri, e di un bel sereno rivestonsi i nostri volti. Riguardateci dunque con occhio amorevole o Protettor nostro ammirabile, e quel male, che sì fieramente ci travaglia, e per cui abbiamo a Voi fatto ricorso, anderà lungi da noi, e non tornerà più a darci molestia, ed affanno. Noi per tanto beneficio vi renderemo sempre li più devoti ringraziamenti, e finché spirito avremo e vita, non cesseranno mai di risuonare sulle nostre labbra le vostre lodi. Così sia.

ORAZIONE DA RECITARSI OGNI GIORNO IN ONORE DI S. GIUSEPPE.

Ci umiliamo dinanzi a voi, o nostro amorosissimo San Giuseppe, ed adorandovi di tutto cuore ci protestiamo di esser sempre vostri sinceri divoti. Voi però qual Padre amante sovvenitevi de’ miseri vostri figli, i quali ricorrono a voi, perché sanno, che soccorrete i vostri divoti in ogni qualunque siasi indigenza. Donateci sanità e quel tanto di vitto, e di vestito, che abbisognar possa per mantener questa vita nel divin servizio. Donateci pace e tranquillità, l’allontanamento di ogni disgrazia, e l’abbondanza di que’ beni tutti, che render ci possono lieti, e contenti. Tutto questo ci sarà grato, o nostro amabilissimo avvocato; ma soprattutto vi raccomandiamo l’anima nostra, rivestitela voi di tutte quelle virtù che vi fecero degno dell’immenso onore di essere Sposo di Maria, e di esser Padre Putativo di Gesù. Foste umile voi? Fate, che lo siamo ancor noi. Foste puro, foste mite, foste paziente? Fate, che lo siamo egualmente anche noi. Ma più di tutto vi supplichiamo, che ci arricchite l’anima di quella fede, di quella speranza e di quella carità ardentissima, di cui Voi foste sì abbondantemente ricolmo, affinché con questa veste nuziale siamo benignamente accolti a quella Real mensa che a tutti tiene .Iddio imbandita nel Cielo. Sia dunque la nostra vita sotto la vostra protezione, Giuseppe, si riguardo al tempo; sì riguardo all’eternità, e sia ancora sotto la vostra protezione la nostra morte, cosicché come voi abbiamo ad esalare lo spirito fra Gesù, e Maria. Amen.

1. MEDITAZIONE I.

Gesù il primo nostro Maestro, ed Esemplare in onorare S. Giuseppe.

1 . TUTTA la vita del Figlio di Dio nostro Redentore è un Esempio perfetto, anzi un’Esemplare Divino di nostra imitazione. Exemplum dedi vobis, ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis (Johan. III.). Or se è cosi, vediamo l’esempio, ch’ei ci lasciò intorno a dovere imitarlo in ciò, che riguarda all’onore di S. Giuseppe. Egli è stato il primo tra tutti gli uomini, che l’ha onorato. Dacché ilDivin Genitore glie l’assegnò in terra insuo luogo, dedit illi Deus nomen et auctoritatem Patris, come dice il Damasceno,Gesù sempre lo riguardó come Padre; egli rese gli ossequi, più rispettosi in guisa che maggiori non glie li avrebbe potutirendere , quando stato fosse veramente suoFigliuol naturale. L’Evangelista S. Luca descrivendoci la vita di Gesù Cristo dai dodici ai trent’anni, ne fa tutta l’istoria inqueste tre sole parole. Erat subitus illis (II. v. 51). Oh misteriose parole! Qualsublime. lezione non si rinchiude in esse! È indubitato, che il Figliuolo di Dio nello spazio di que’ diciott’anni operò cosegrandi, e misteriose, e che fece una infinità d’azioni eroiche di pietà, di pazienza, di carità, di zelo, e di tutte le piùeccellenti virtù. E perché dunque non farne menzione? Forse le ignorava il Santo Evangelista? Non ebbe egli S. Luca per Maestra la Santissima Vergine, com’egli medesimo accenna, secondo i ss. Interpreti nel principio del suo santo Evangelo, che molti Scrittori l’hanno chiamato: Notariam Virginis? No, non fu dunque per ignoranza. Ma mentr’egli riduce a queste tre sole parole la più lunga parte della vita di Gesà Cristo: Erat subditus illis; bisogna dire, che Gesù fece una professione si costante di ubbidire in tutte le cose alla Ss. Vergine, e a S. Giuseppe, che sembra, che l’unica sua occupazione sia stata questa di fare l’altrui volere; ond’è, che ha voluto, che tacendosi ogni altra cosa, questa sia espressamente notata nell’Evangelo, come la più degna, la più gloriosa, la più divina.

II. Or vanne, o Anima divota in quella Santa Casa di Nazaret, ad apprendere sì bella lezione, di cui gli Angeli beati ne fanno le più alte meraviglie, e mira attentamente gli ossequi, e gli atti d’obbedienza che presta a Giuseppe come a suo Padre il Divin Figlio. Chi non resta attonito a prima vista! Attonito ammira il Mondo come alla voce di Giosuè obbediente il Sole arrestò il suo corso. Ma oh quanto maggior meraviglia si è, che alla voce di S. Giuseppe non una sola volta, ma mille e mille il Divin Sole di giustizia or si fermasse, or si movesse, e che Giuseppe dasse il moto al Creatore medesimo dell’AUrora, e del sole! Sub quo curvantur, qui portant orbem (Job. cap . IX) Di questa obbedienza del Divin Figlio a Giuseppe cosi rese testimonianza la sua Sposa Maria ss. a S. Brigida: Sic Filius meus obediens erat ut cum Joseph cosas diceret, fac hoc, vel illud, statim ipse faciebat. (Lib. 6. Revel. c. 58.) Il mio Figlinolo era cosi obbediente che appena usciva di bocca a Giuseppe: convien fare questa, o quell’altra cosa; Egli subito pronto la faceva. Non così pronta uscì dagli oscuri abissi del nulla al comando suo la luce: Fiat et facta est lux, con quanta prestezza, e alacrità egli eseguiva i cenni di Giuseppe a porgergli il martello, ed altri fabrili istromenti a segar legni, a raccogliere le schegge in bottega. Così ce lo descrivono S. Basilio nelle sue Regole, S. Giustino nel suo Dialogo con Trifone, S. Girolamo: (Ep. 47) e S. Bonaventura (L. 1. de vita Christi c. 15) Anzi si prestava in Casa a tutti gli uffici domestici ancora i più bassi. Spesse volte accende il fuoco, sovente prepara officioso il cibo. Lava i vasi va ad attinger l’acqua, e la reca dal vicino fonte; ed ora scopa la casa, dice il dotto , e pio Gersone Ora avviva, o anima cara la tua fede. Chi è quegli, che si presta sì ossequioso a Giuseppe? Miralo in Cielo nel suo Trono, come lo videil Profeta Daniele attorniato da innumerabili schiere di Angeli ossequiosi a servirlo: Millia millium ministrabant ei, et decies centena millia assistebant ei (Dan. VII.) ed osservalo qui in terra prostrato a’ suoi piedi, più che Giacobbe riverente al suo Giuseppe, aspettar i snoi ordini per eseguirli. Che te ne sembra?

COLLOQUIO.

Eccomi, o gran Patriarca, che io oggi, vi eleggo per Padre mio, prostrato insieme col divin Figlio a prestarvi riverente i miei omaggi. In voi ebbe compimento quel sogno misterioso dell’antico Giuseppe, che fu vostra figura; mentre non solamente a Voi prestò i suoi ossequj il Divin Sole, ma ancora la mistica Luna Maria sua Madre. Se l’esempio di Giacobbe in ossequiare il Figlio esaltato al secondo trono di Egitto ebbe forza ad animare i suoi Figli ad essergli obbedienti, ed ossequiosi; come l’esempio di Gesù, che seco nella stessa carriera tirò la bella Luna la Madre sua non tirerà ancor me vostro fratello? Deh! Voi non mi sdegnate, rammentatevi, che quell’antico Giuseppe non isdegnò i sleali suoi fratelli, ma pieno di amore li accolse, li protesse, li nutri, e salvò dalla fame, e dalla morte. Casi Voi, che avete cuore, e potere più grande, non isdegnate ma benché indegno, e sconoscente. Ammettetemi nel numero de’ vostri clienti. Siate da oggi in poi il mio Padre, il mio Avvocato, il mio Protettore; mentre per tale io vi eleggo, ed esser voglio vostro Figlio, e Cliente fino all’ultimo mio respiro. Amen.

Frutto . Obbedienza ai Genitori, ed a tutti i Snperiori. Eum parentis honore coluit, omnibus filiis exemplum tribuens, ut subjiciantur parentibus: Gesù onorò come Padre Ginseppe, dando così esempio a tutti i Figlinoli, onde sieno soggetti ai loro Genitori scrisse Origene, Hom. 20. in Luc.

Ossequio. Fare qualche atto speciale di riverenza prostrandosi avanti le sagre immagini della B. Vergine, e di S. Giuseppe. – Volo, ut omni die specialem facias reverentiam laudum B. Virgini, et S. Josepho devotissimo Nutritio meo: Voglio, che tu ogni giorno faccia special riverenza di lodi alla B. Vergine, ed a S. Giuseppe devotissimo mio Nutrizio, disse il Signore a S. Margherita da Cortona. Ap. Bolland. 22. Feb.

Esempio. Tutti i Fedeli debbono prestar riverenza a S. Giuseppe, ma in modo specialissimo dovrebbero venerarlo i Capi di Casa per la bona condotta della loro famiglia, da che questo Santo fu da Dio costituito Capo, e Signore della sua Sacrosanta Famiglia su questa terra. I figli son senza dnbbio i mobili più preziosi delle case Cristiane; onde il loro buon riuscimento dee essere il negozio dei Genitori più premuroso; perciò lo raccomandino al Patrocinio di S. Ginseppe, tanto più, che per la paterna cura, la quale Egli ebbe del Figliuolo di Dio, nella di lui Santissima Infanzia, in particolare si ha preso carico di vigilare alla custodia de’ Figliuoli, massime piccolini. Eccone una prova nel seguente esempio.  Narra il Recapito nelle osservazioni, che fa sopra il monte Vesuvio, come nell’anno 1631, apertasi quivi una larga voragine, né sboccò un tal diluvio di fuoco, e di cenere, che a maniera d’allagamento andò a scaricarsi sopra tutta la provincia circonvicina, ma molto più nella sottoposta Città detta la Torre del Greco, patria d’una donna chiamata Camilla devotissima di San Giuseppe. In tal frangente, preso in braccio un suo nipotino chiamato Giuseppe si die alla fuga per trovare scampo da quell’inondazione di fuoco; ma avendola inseguita il torrente, e chiusole il passo da un’alta rupe, che sporgeva sul mare, si vide in evidente pericolo o d’essere sopraffatta dal fuoco, o incendiata arrestandosi, o di perire nell’acqua saltando in mare. In sì dubbioso cimento la poverina, implorato l’ajuto del suo Santo Avvocato: S. Joseph, disse, commendo tibi Josephulum; Deh! San Giuseppe, prendete voi la custodia del mio Giuseppino: e senza più lasciatolo in abbandono, pensò a salvare se stessa con un salto ardito dall’alta rupe alla riva del mare. Così vedutasi a salvamento, si ricordo del suo fanciullino lasciato sullo scoglio in preda alle fiamme. Onde a guisa di frenetica smaniando qua e là correndo sopra d’un ponte, sotto cui passa il fiume Sabeto, si sente chiamar per nome, ed era appunto il caro suo nipotino che la chiamava, e venivale incontro festosetto giulivo. O Dio (esclamò la Camilla dandogli molti abbracciamenti) e chi mai ti ha potuto salvare, o figliuolo, dall’imminente rischio del fuoco? Chi poté sottrarti dal diluvio della cadente cenere? E il bambino ridente rispose; San Giuseppe, a cui mi deste in custodia: Egli mi ha preso per mano e a questo lido m’ha guidato con sicurezza Allora piena di dolci lagrime la pia Donna genuflessa ringraziò il suo amorevolissimo Protettore, il quale due prodigj avea fatto a un tempo liberando lei dalla caduta nell’acqua, e il suo nipotino dal fuoco. Che non farà dunque per noi, e per i nostri il gran Padre S. Giuseppe per liberarci dal fuoco dell’inferno  se avremo in Lui una simil fiducia?

MEDITAZIONE II.

Maria Santissima secondo Esemplare di Divozione a S. Giuseppe.

I. Mostrò Iddio all’antico Giuseppe in un Sogno Misterioso i Principi de’ Pianeti il Sole e la Luna in atto di ossequiosa adorazione inclinati davanti a lui: Vidi per Somnium quasi Solem , et Lunam et Stellas undecim adorare me. (Gen. XXXVII) Si vide un tal sogno adempito in Egitto; allor quando esaltato al secondo trono, e divenuto Giuseppe Arbitro e Padrone di tutto quel Regno, a lui prestarono il Padre significato nel Sole, e gli undici Fratelli indicati nelle undici stelle, i loro omaggi. Ma  ov’era la Madre significata nella Luna? Ella era già defunta, né poté trovarsi presente col Consorte a prestare anch’essa al fortunato figlio i suoi onori. Un altro Giuseppe era segnato nei decreti di Dio, e un’altra Donna si aspettava nel mondo; perché quel Divino oracolo avesse tutto il suo compimento. Ecco pertanto in questo avverato il tutto in ogni sua parte. Non solamente il Divin Sole s’inclina a Lui riverente, ma del pari, di concerto con esso anche la mistica Luna la Madre divina, ed ambedue gli rendettero come a lor Capo il tributo d’ogni ossequio più rispettoso; nella picciola Casa di Nazaret Gesù, e Maria sempre furono ossequiosi, ed obbedienti ai cenni di Ginsseppe. Abbiamo nella presente meditazione veduto, come si portasse Gesù con Giuseppe; or qui conside riamo come con Lui si portasse Maria. Ella sollecita di adempire perfettissimamente tutte le obbligazioni del suo stato, riconoscendosi come Sposa soggetta al suo Sposo, chi può intendere la venerazione, la deferenza, la sommissione di Lei la più Santa fra tutte le Sante donne conjugate, al suo Sposo ch’era per se stesso, attese le sue sublimi virtù, degno di venerazione, ed il più Santo fra tutti i conjugati? Sapeva la Vergine, che l’eterno Padre nelle mani di Giuseppe, come di suo Vicario, aveva data non meno la direzione del suo Figliuolo, che della Madre; perciò Ella similmente nelle mani di Giuseppe avea riposto qual pia e riverente Figliuola ogni suo arbitrio per esser governato. Giuseppe vuol che gravida si porti seco a Betlemme; ecco pronta Maria in cammino. Vuol, che seco fugga in Egitto col Bambinello; ecco Maria col suo pegno in braccio seguirne i passi per quel viaggio sì disastroso . Sette anni si ferma Giuseppe in quel paese infedele; ecco Maria, che neppure apre bocca per cercare la causa di sì lunga dimora. Intima Giuseppe il ritorno dall’Egitto in Giudea; ecco Maria, che, qual pecorella docile al suo Pastore, lo segue, contenta, che il Cielo a Lui, e non a Lei mandi gli Angeli a far palesi i suoi ordini. Ma tutto ciò è poco. Che diremo, quando poi vide il Figliuolo di Dio, che lo rispettava qual Padre, che lo serviva come Signore e che l’ascoltava come Maestro dica chi può, quanto crescesse in Maria la stima, la venerazione, l’amore verso Giuseppe? Ella gareggiava col Figlio nell’onorarlo: ma perché non poteva ella adeguare un esempio d’umiltà, che in Gesù era Divina, rimaneva confusa; e questa sua bella confusione offriva a Giuseppe in compenso di quel rispetto maggiore, che desiderava non che quale Sposa, ma quale ancella rendergli col Figlio. Quindi ella non isdegnava di apprestare a lui tutto il bisognevole, e di servirlo a mensa, e in tutto ciò, che occorresse come rivelò a Santa Brigida (Revel. L. 7. c. 35) Non dedignabar parare, et ministrare, quæ erant necesaria Joseph et mihi ipsi: altrove ci descrive anche il modo, con cui ciò faceva; Ego me ad opera sua minima humiliabam sua opera: lo mi umiliavo ad ogni minima sua opera.

II . Tal fa l’ossequio, che la gran Madre di Dio prestò in terra al Padre eletto del Salvatore. Ma qui considera , ch’Ella non paga di questo, fin del Cielo nel più alto soglio della sua gloria si è inchinata, dirò cosi, a continuarne la servitù con allettare, ed invitare i Cristiani tutti alla venerazione del suo Sposo: Non allicit Diva Virgo, ut Sponsum ejus veneremur, suscipiamus. (Hieron. Quadalup. in c. 2. Luc.): Ella fu, che nella Santa Casa di Nazaret, oggi Lanretana, dove a Giuseppe rese vivendo Maria tante testimonianze di onore, e di servitù tanto esimie, diede ordine a quel suo gran Servo (di cui faceva alta stima s. Teresa) dico il P. Baldassarre Alvarez della Compagnia di Gesù, di eleggersi S. Giuseppe per suo particolar Protettore: Ella fu, che ad un altro insigne suo devoto dell’Ordine Premostratense per nome Ermanno, mutò il nome, e gl’impose quel di Giuseppe (In ejus Vita c . 6): Ella fu, che ad uno schiavo moro in Napoli comandò, che al sacro fonte prendesse il nome di Giuseppe in memoria del suo carissimo Sposo (Surius 17 Apr.); Ella fu, che in ricognizione della gloria, la quale a questo suo Sposo aveva procurata la Santa Madre Teresa venne dal Cielo a portarle un preziosissimo donativo (In ejus vita c. 6). Ella fu,  che scoperto il Cielo, diede a vedere agli occhj di Santa Geltrude l’immensa gloria del Soglio, in cui stava assiso il suo Sposo, e le fece anco vedere come al nome solo di Giuseppe inchinavano dolcemente per riverenza il loro capo i Santi tutti del Paradiso (Revel. l. 4. 6. 12.) Or noi che faremo?

COLLOQUIO.

Eccomi, o gran Patriarca, prostrato ancor io chinarmi riverente al vostro sublime trono. Mi unisco fin da questo momento alla vostra Sposa Maria, ed a tutt’i Santi del Cielo ad asseqojarvi. Intendo di dedicare a Voi la mia servitù. Tutto ciò, che saprò fare per vostro onore, intendo di farlo in tutti giorni della mia vita; affinché voi mi assistiate sempre, ma specialmente nell’estremo momento, onde sia fatto degno di venire ad onorarvi nel celeste Regno per tutta la beata eternità. Così sia.

Frutto. Imitare gli esempi di Maria SS. e di Gesù nell’onorare S. Giuseppe, e, cercare Gesù nella loro santa unione. Se tu vuoi trovar Gesù, cercalo con Giuseppe con Maria; scrisse Origene: Tu Jesum quærens cum Joseph Mariaque reperies. Hom. 18. in Luc.

Ossequio. Onorare l’immagine di s. Giuseppe tenendola nella camera, ove si dorme, come la Santissima Vergine onora la sua persona; imitando S. Francesco di Sales, il quale nel suo Breviario altra immagine non aveva, che quella di S. Giuseppe.

Esempio. Non v’ha Immagine su questa terra che ci rappresenti con vera simiglianza il glorioso S Giuseppe. Il seguente esempio autenticamente approvato, come vale ad ispirarci fiducia nel Santo così serve ancora a darci un’idea delle sue fattezze. Ritrovavasi in Lione di Francia oppressa da mortale infermità già vicina a spirare Suor Giovanna degli Angeli Priora dell’Orsoline. Priva già di sensi esterni, ma colla mente libera si vide recato dal cielo il soccorso per mano di S. Giuseppe suo singolare Avvocato. Ed Oh! che bella vista. La sua cella le si cangiò in un piccolo Paradiso: imperocchè videsi comparire una vaghissima nuvoletta, entro cui dalla parte destra, mirò assiso un leggiadro Giovine con laminosa capelliera longa, e distesa, con in mano una candida face ma fiammeggiante; e questo era l’Angelo suo Custode. Dall’altra parte mirò il glorioso Patriarca S. Giuseppe, che con un viso più brillante del Sole, e con una maestà soprumana, non vecchio ma di età ben matura, di crine splendido sì, ma non già canuto. Il Santo con occhio pien di dolcezza prima la riguardò; indi accostatosi al letto stava, le radice pose la mano sopra la costola, ove stava la radice del male, e fattale sopra un’unzione di prodigioso liquore, disparve la visione, e nell’istesso istante l’inferma si trovò perfettamente guarita. Si levò di letto, e venuto il Medico, che temeva di trovarla morta, gli andò incontro sana e libera, qual’egli la dichiarò Ma qui non finirono le meraviglie. Poiché la guarita Religiosa sentendo qualche umidore nel la costola unta dal Santo, l’asciugò con in pannolino, e sentì, che spargeva un odore soavissimo eziandio di Paradiso a medaglie, il quale si comunicava eziandio ad immagini e corone, che gli si applicavano, operando altre guarigioni meravigliose, che qui per brevità si tralasciano. (Vide Paulum de Barry c. 12)

28.– MEDITAZIONE XXVIII.

Gesù occupato nella Bottega di Nazaret .

CONSIDERA, come nel tempo, in cui il Signore dimorò in Nazaret, ajutava il suo Padre putativo S. Giuseppe ch’era Legnajuolo, nell’arte sua per potere colle fatiche delle sue mani soccorrere ai bisogni della S. Famiglia. Ciò è manifestato dal S. Vangelo, in cui Gesù è chiamato Fabro (Marc. cap. VI.). Or chi può intendere quali fossero i sentimenti di Maria, e di Giuseppe in vedere quelle mani Divine, che fabbricarono l’Aurora, ed il Sole, maneggiar l’ascia, la pialla, ed altri rozzi strumenti, in vedere grondante di sudore quella fronte Divina, in cui si specchiano gli Angeli beati? Oh come si umiliava Giuseppe, e s’industriava ad alleviare la sua fatica! mentre dall’altra parte lo preveniva Gesù, bene intendendo ciò che avrebbe voluto fare Giuseppe. Che bella gara era questa! Un Dio, che ama obbedire, ed un’Uomo costretto a comandargli, che tutte le strade cerca di alleggerire i di lui travagli. E di Maria che diremo? Immaginati di vederla occupata nelle incombenze proprie d’una Madre di Famiglia, che non le lascia, o trascura per esser presente al suo benedetto Figliuolo. Qual sacrificio non era mai questo? Non sapea la Maddalena staccarsi dai piedi del Redentore per l’amore, che a lui portava, e per la dolcezza, che sentiva alla cara di Lui presenza. Né il Signore volle darle la pena di mandarla ad ajutare la sua Sorella, che di lei si querelava. E Maria amantissima Madre non manca di di staccarsene per attendere alle sue faccende. Oh Dio! Quest’è la mortificazione ed abnegazione più grande della propria volontà che mai si sia veduta su questa Terra.

II. Quindi impara, o anima Cristiana, che tutta la perfezione consiste in fare la volontà di Dio in ogni cosa, e perfettamente. Ecco perciò Giuseppe, per quanto ciò gli fosse arduo, comandare al Figliuolo di Dio, e tenerlo assistente nella sua Bottega. Questa era la volontà di Dio, e questa egli eseguisce continuamente. Ecco perciò Maria ora presente al Figlio ed ora da lui appartata e divisa, secondo che la voleva la medesima volontà Divina. A te come piace far questa? Oh quante anime insensate non la curano! Oh quante cieche credono di farla, e non la fanno, seguendo i loro capricci, e le immaginazioni di una falsa pietà! Quante seducono loro stesse dicendo, che sarebbero pronte a fare la volontà del Signore, ma che non sanno qual sia. Hai tu, anima cara, impegno di sapere qual sia riguardo a te la volontà Divina per eseguirla? Non hai da stentare a conoscerla. Torna a guardare Maria, e Giuseppe. Com’essi fanno il volere di Dio? Con eseguire perfettamente ciò che si conviene al proprio stato. Or questa è, e non altra, che la volontà Divina, che ognuno adempia i doveri di quello stato, in cui essa lo ha collocato. Chi per esempio trascura questi per starsene in Chiesa ancora opere le più sante, non fa certamente la volontà di Dio, ma contra quella di Dio fa la sua propria.

COLLOQUIO.

Cara Madre, o mio Giuseppe, quanto mai mi sono allontanato dai vostri esempi, coi quali si bene mi mostraste la via della perfezione adempiendo sempre perfettamente la volontà Divina! Oh Dio! E perché mai io ho così traviato? Ah si! l’intendo: solo perché la volontà di Dio non si accordava colla mia storta, ed iniqua, ebbi l’ardire di seguire questa per regola del mio vivere falsamente devoto, e conculcai quella arditamente. Ah! chi mi dà ora due fonti di lagrime per piangere giorno e notte in disordine si mostruoso! Voi Madre di Pietà, e di Misericordia: dolce rifugio de’ miseri: Voi che qual Padre, la volontà di cui volle eseguire il Divin Figlio, da lui foste tenuto qui in terra, o Glorioso S. Giuseppe, impetratemi una tal grazia e quella di far sempre in tutto e per tutto la volontà del mio Signore. Amen.

Frutto. Essere inappuntabile in eseguire i propri doveri.

Ossequio. Fare oggi il proprio dovere nell’ufficio, e nello stato proprio con ogni attenzione ad onore di S. Giuseppe.

Esempio. La Ven. Suor Margherita Teresiana, chiamata da Gesù la Sposa della sua SS.ma Infanzia, fin da fanciulla interrogata sopra a varie cose di San Giuseppe; ella dava ai quesiti risposte altissime e tanto più degne d’ammirazione, quanto più concordi a quelle, ch’hanno scritto Teologi i più famosi; tant’era penetrata per la continua contemplazione dell’eccellenze di questo Santo. Una delle belle pratiche di Margherita nelle faccende diurne del suo Convento era questa da lei medesima inculcata in una lettera ad una Monaca sua confidente: lo godo dic’ella (L. 5. c. 5.) di vederyi nell’ufficio, in cui siete. lo vi supplico di legarvi al nostro caro, ed amato Gesù Fanciullo, il quale nella Bottega non presiedeva come Capo al ļavoro, ma n’era solo per ajuto di S. Giuseppe, Unite l’uffizio vostro a quello di questo Divino Infante; attendete a riguardar la Suora, a cui vi siete data in ajuto, co me questo Bambino riguardava S. Giuseppe glorioso. Io ancora servo d’ajutatrice a una, e per quanto mi sarà possibile procurerò di rendermi fedele in questa pratica. Dopo la sua morte furono ritrovate nel suo cuore tre preziose Margherite. Nella prima era scolpita Maria Santissima con corona d’oro in testa. Nella seconda il Bambino in mezzo a due giumenti. E nella terza S. Giuseppe con manto d’ oro e con una Colomba sul capo, a’ cui piedi stava prostesa Margherita in segno del grande amore, che gli aveva portato in vita. Beato Cuore, che fosti un amoroso sacrario di Gesù, Maria, e Giuseppe. Profittiamo della pratica insegnataci da questa serva di Dio, che riceveremo ancora noi le grazie a proporzione della nostra divozione. (Razzini in ejus vita, P. Barri.).

(IL MESE DI MARZO CONSECRATO AL GLORIOSISSIMO PATRIARCA SAN GIUSEPPE SPOSO DI MARIA VERGINE

Composto dal dotto, e pio Sacerdote

GIUSEPPE MARCONI

DEDICATO ALLA SANTITA’ DI N. SIGNORE PAPA PIO VII.

ROMA MDCCCXVIII. – NELLA STAMPERIA CONTEDINI

Con licenza de’ Superiori)

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (6)

VITA
dell’Angelico Dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (6)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA – FRANCESCO FERRARI, 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

38. — La Canonizzazione.

Mentre S. Tommaso spirava a Fossanova, il Beato Alberto Magno che in Colonia si accingeva a partire pel Capitolo di Lione, ove sperava rivederlo, fu veduto a un tratto dare in un dirotto pianto e fu udito esclamare: È morto Fra Tommaso, il mio figliolo in Cristo! La desolante notizia si sparse rapidamente per tutto. L’Università di Parigi, scrivendo al Capitolo di Bologna che doveva tenersi in quell’anno, si fece eco dei lamenti di tutta la Chiesa e ne pianse la rapida scomparsa come di un sole che in pieno mezzogiorno avesse sottratto al mondo i suoi raggi. – A Fossanova i monaci, pel gran concorso del popolo, doveron collocare per vari giorni la bara ove giaceva il sacro cadavere alla porta del monastero. Nei funerali solenni che si fecero, Fra Re- ginaldo fu invitato a parlare, e non potè sottrarsi a quelle preghiere. Le parole che egli disse, spesso interrotte dal pianto, furono il più bel panegirico che forse alcuno abbia mai fatto del Santo Dottore. Gli fu data sepoltura nella Chiesa davanti all’altar maggiore, prova luminosa del concetto che si aveva della sua santità. Ma prima che il corpo fosse collocato nella tomba, Fra Reginaldo ebbe cura di togliere dai suoi fianchi il cingolo prodigioso di cui gli angeli lo avevano cinto nel giorno del suo trionfo più bello, come in pegno dell’immacolata verginità che avrebbe conservato fino alla morte, e lo recò con sé al Concilio di Lione, ove, per incarico dei Padri, egli doveva portare il manoscritto del Santo Dottore domandato da Gregorio X. Il Beato Giovanni da Vercelli, che già si trovava, dal febbraio, a Lione presso il Pontefice, lo ricevé come il più prezioso tesoro; e terminato il Concilio, lo portò al suo convento di Vercelli dove fu venerato sino alla fine del secolo XVIII. Di là nel 1802, alla soppressione di quel Convento, fu recato a San Domenico di Chieri, ove tuttora si trova. Come fu chiusa la tomba, Fra Reginaldo si allontanò da Fossanova collo strazio nel cuore: ma prima di partire, dichiarò formalmente a nome dell’Ordine, che quella sepoltura non era che provvisoria, avendo ogni diritto d’avere quel venerato corpo la famiglia domenicana. – Non così pensarono i Cistercensi, che allegavano in difesa del loro diritto a ritenerlo una certa consuetudine; e per timore che un giorno o l’altro esso venisse sottratto, il loro Abate Giacomo da Firenze lo fece toglier via segretamente e lo fece deporre in un angolo della cappella di Santo Stefano. Ma sette mesi dopo fu riportato al suo luogo per comando dell’Abate stesso, che era stato atterrito da una visione. Dal corpo, trovato mirabilmente intatto, si diffuse per tutta la chiesa e il monastero un soavissimo odore. Fu celebrata allora una messa come di un santo confessore, e nessuno ebbe ardire di recitare le preci dei defunti e di usare i paramenti da morto. Intanto a quel sepolcro avvennero le grazie più strepitose, e di molte restò memoria nei processi: tutti acclamavano la santità del Dottore Angelico e ne predicavano le virtù. – Né minor lode veniva tributata alla sua dottrina, giudicata dai più non solo sicura, ma santa e prodigiosa. Un tal giudizio non era però ancora stato confermato ufficialmente dalla Chiesa, che suol prendere lentamente le sue decisioni; e non mancavan perciò i dissidenti, anche negli stessi centri di studio. Non era possibile, del resto, che la dottrina d’un uomo che, per stabilirla su solide basi, erasi dovuto opporre a tante correnti intellettuali, e che sebbene avesse derivato il suo sapere dalle maestose sorgenti della verità, poteva sembrare un novatore, fosse subito accettata senza contrasti. E questi sorsero; e, duole il dirlo, fu la stessa Università di Parigi, col Vescovo Stefano Tempier a capo, che appena tre anni dopo la morte del Santo Dottore, condannò, tra le altre, varie proposizioni che contenevano la dottrina di lui e della nuova scuola domenicana. Si vide allora partirsi da Colonia e venire a Parigi, sebbene vecchio di oltre ottant’anni, il Beato Alberto Magno, stato già a Tommaso maestro e padre, e che già eletto Vescovo di Ratisbona, era poi tornato alla quiete del chiostro. Nella celebre Università fece udire le sue parole in difesa del suo grandissimo alunno, che egli affermò vivente, dicendo che non avrebbe avuto bisogno d’esser difeso da un vecchio, che aveva ormai i piedi nella fossa! – La verità si fece strada a poco a poco, le opposizioni lentamente cessarono e la dottrina di San Tommaso andò prendendo piede via via in tutte le scuole. Una sentenza solenne della Chiesa aveva perciò nel caso nostro un doppio valore: dalla santità di Tommaso non avrebbe potuto disgiungersi la dottrina, ma l’una e l’altra dovevano in certo modo essere canonizzate. – E così, tra le altre cause che ritardavano la sentenza definitiva della Chiesa, fra le quali son da porsi le vicende travagliose della Santa Sede che poi la condussero all’esilio di Avignone, questa riesce tutta in lode del Santo Dottore, ed è il significato che tale sentenza avrebbe avuto in faccia al mondo cattolico. Non solo era da provarsi nel modo consueto la sua santità, ma glorificarsi in modo tutto speciale la sua dottrina, che per il suo carattere e la sua comprensione doveva esser manifestata come la dottrina comune della Chiesa e meritare a lui il titolo di dottore universale. – Introdotta infatti la causa nel 1318, fu compilato un processo, raccogliendo a Napoli ed a Fossanova le testimonianze, dal 23 luglio 1319 al 26 novembre del 1321. La Curia Romana, che risiedeva in Avignone, ne fece un rigoroso esame; e il 18 luglio del 1323, Giovanni XXII succeduto a Clemente V che là aveva trasferito la Sede, scriveva Tommaso nel catalogo dei Santi con gran solennità, alla quale intervennero Roberto d’Angiò Re delle Due Sicilie colla Regina e molti nobili del Regno, diciassette Cardinali, il Patriarca d’Antiochia, gli Arcivescovi di Capua e di Arles, il Vescovo di Londra ed altri altissimi Personaggi. Quel giorno, per volere del Pontefice fu festeggiato come la solennità del Natale. – Che tale esaltazione avesse altresì il valore di una consacrazione delle dottrine di San Tommaso, fu palesato dallo stesso Pontefice, che nella bolla di canonizzazione chiamò Opere di Dio gli scritti del Santo, e proferì quella sentenza rimasta famosa: Quanti articoli egli ha scritto, tanti miracoli ha fatto, aggiungendo che dopo gli Apostoli e i primi Dottori, egli aveva più di tutti illuminato la Chiesa di Dio. – Le solenni funzioni furon celebrate nella Chiesa di Nostra Signora des Doms, e i Domenicani le continuarono nella loro Chiesa. La canonizzazione di San Tommaso fu più efficace di qualunque apologia contro quelli che tuttora impugnavano alcune parti della sua dottrina. Essa fu il punto di partenza, veramente ufficiale, che lo condusse alla supremazia dottrinale che oggi ormai più nessuno gli contrasta.

39. — Le Sante Reliquie e il Sepolcro.

I Domenicani che avevano con somma gioia veduto alfine il loro grande Dottore decorato dell’aureola dei Santi, non ne possedevano ancora il corpo. Da esso i Monaci avevano nel 1288 tolta la mano destra, per farne regalo alla Contessa Teodora, sorella del Santo; e quando, nel 1304, salì al trono Pontificale Benedetto XI, Domenicano, temendo di perdere quelle sacre reliquie, avevano tolto il capo dal corpo ancora in carne e l’avevano dato in consegna al Conte di Piperno, pensando che se i Domenicani fossero riusciti ad avere il corpo, almeno la testa sarebbe rimasta nelle loro mani. – Così rimasero le cose fino al momento della canonizzazione, per la quale, strano a dirsi, non venne fatta alcuna ricognizione delle sante reliquie. Mentre Giovanni XXII in Avignone decretava a Tommaso gli onori dei Santi, il suo corpo restava, senza altro onore, a Fossanova. – Il timore di perdere le sacre reliquie si ridestò nei Monaci nel 1349, quando il Conte di Piperno, che già possedeva il capo, tentò d’impadronirsi del corpo. Il suo pensiero, possedute le reliquie, era di darle a Ludovico Re di Sicilia amico dei Domenicani, e aver denaro in compenso. La cosa fu scoperta dal Conte di Fondi Niccolò Caetani suo nemico, che si accordò col Vescovo della sua città e coll’Abate di Fossanova, perché il sacro corpo fosse trasportato nel suo castello, ove restò celato per dieci anni. Ma caduto egli un giorno da cavallo ed essendo in pericolo di vita, fe’ voto, che se ottenesse la guarigione, avrebbe restituito ai Monaci il sacro corpo. Il Conte guarì, e riportò il corpo a Fossanova, ma per breve tempo, perché poi, dimentico del voto, trovò modo di rapirlo di nuovo e lo riportò a Fondi, ove lo tenne nella propria camera, dalla quale fu poi recato nella cappella del castello. – Nella Città di Fondi i Domenicani avevano un Convento, già monastero benedettino, detto di Santa Maria, il più antico del Regno, dopo quello di Napoli. D’accordo col loro Generale Fra Elia da Tolosa, essi tanto fecero, che riuscirono ad avere dal Conte le desiderate reliquie, e le collocarono in un Oratorio dentro quel loro Convento. Era l’anno 1368. Sedeva sulla cattedra di San Pietro Urbano V, già abate di San Vittore a Marsiglia, favorevole ai Cistercensi. Maestro Elia fu da lui giudicato come un rapitore; ed avutolo a sé in Roma il sabato in alòis di quell’anno, il Papa gli disse: Tu hai rubato il corpo di San Tommaso! Ma il Padre Generale si gettò ai suoi piedi, ed esclamò: Padre Santissimo, e fratello nostro e carne nostra! Il Pontefice restò colpito da quelle parole, ed abbracciò il Padre Generale; e udito come alle ossa mancasse il capo e fosse tuttora a Piperno, ordinò che anche questo venisse restituito. E così fu fatto; ma rimane assai dubbio se fosse ceduto il vero capo; certo in Piperno è venerata una testa, ed è creduta del Santo Dottore. Si conservò memoria, in questo frattempo, di un altro colloquio avvenuto tra il Pontefice e il Padre Elia. Era il 16 giugno del detto anno, vigilia del Corpus Domini; e il Padre Generale disse al Pontefice: Un vostro grande predecessore, che portava appunto il vostro nome, Urbano IV, comandò a San Tommaso di scrivere l’Ufficio del Santissimo Sacramento. — È vero, disse il Pontefice, esso è cosa mirabile! Iddio concesse a San Tommaso una grazia singolarissima per potere scriver così della Santa Eucaristia! — Ebbene, disse il Padre Generale, per tanto merito abbia San Tommaso da Vostra Santità la grazia di poter alfine riposare presso i suoi confratelli! E così fu firmata la Bolla di concessione, e fu stabilito che il sacro corpo fosse trasportato a Tolosa, patria del Generale, anche perché, come fu detto, essa non aveva potuto avere, come avrebbe desiderato, il corpo di San Domenico, rimasto a Bologna. San Domenico, che raccolse i suoi primi religiosi a San Romano di Tolosa, poteva considerarsi come figlio di quel Convento. Durante il loro passaggio per le varie contrade d’Italia, le sante reliquie restarono celate; ed arrivate in Provenza, furon depositate nel monastero di Prouille all’insaputa delle suore. Intanto si preparò il solenne trasporto, che prese l’aspetto di un vero trionfo. Il venerdì 26 gennaio partì come un solenne corteo da Prouille, sostò ad Avignonet, ed arrivò all’aurora del 28 ad una cappella detta la Faretra fuori delle mura di Tolosa. La processione che di qui si svolse fu addirittura uno spettacolo: vi intervenne Luigi di Angiò fratello del Re Carlo, con molti Principi e Prelati; e l’intera turba si calcolò che giungesse a 150 mila persone. Mille faci accompagnarono le sante reliquie fino alla chiesa dei Frati Predicatori. Fu ad esse eretto un monumento in marmo, che dové certo abbellirsi di tutte le grazie dell’architettura e scultura trecentesca. Ma nel 1562 esso fu distrutto dal furore degli Ugonotti, i quali, fortunatamente, non dispersero le sacre ossa, che vennero trovate per terra avvolte in un drappo. Fu allora ideato un superbo mausoleo, di cui diè il disegno Fra Gaudio Borrey architetto e scultore domenicano. Era come un grandioso arco trionfale, aperto da quattro lati, che faceva riparo all’altare; lo adornavano dodici statue in dimensioni naturali; e tutto era scolpito con gusto e leggiadria. – Ma anche questo insigne monumento andò completamente distrutto nel 1790 dalla furia dei rivoluzionarii francesi: e la cassa fu posta in salvo nella Cattedrale di San Saturnino, dove nel 1878, per cura dell’Arcivescovo Desprez, poi Cardinale si coprì d’oro e di gemme.

40. — Il Dottore della Chiesa e il Patrono delle Scuole cattoliche.

Il titolo di Dottore con altri aggiunti di altissima lode fu dato a San Tommaso ancora vivente e subito dopo la sua morte: ma presto egli ebbe anche il nome di Dottore comune, ossia generale e universale: essendo la dottrina di lui fino dal suo secolo riconosciuta come dottrina comune nella Chiesa, quasi dottrina ufficiale, appartenente a lei come cattolica, vale a dire come universale. Così il titolo di Dottore Angelico vennegli dato fino dai primi tempi, essendo egli, come scrisse Leone XIII, da paragonarsi cogli angelici spiriti, non meno per l’innocenza che per l’intelligenza ». Toccava però al Santo Pontefice Pio V ad enumerare solennemente San Tommaso fra i Dottori della Chiesa, aggiungendolo come quinto ai quattro già salutati con quel titolo fra i Latini: San Gregorio Magno, Sant’Ambrogio, San Girolamo e Sant’Agostino. E questo egli fece con un celebre documento, di cui si conserva l’originale in San Domenico Maggiore di Napoli nella Cappella dedicata al Santo Dottore. Nell’emanare quella Bolla, firmata da trentacinque Cardinali, il grande Pontefice, mentre conferma a San Tommaso il titolo di Dottore Angelico, lo saluta fra i grandi Dottori, per aver egli non solo confutato gli errori del tempo suo, ma somministrato il modo di debellare anche le eresie che in seguito sarebbero sorte, del che aveva dato prova luminosa il Concilio di Trento. Ordina altresì che il giorno della sua santissima morte, 7 Marzo, sia celebrato in Napoli e in tutto il Regno come festa solenne. Così devesi a San Pio la celebre edizione, detta Pianeta di tutte le opere del Santo Dottore. – La decisione di San Pio V intorno alla nuova festa, accettata dai Napoletani col più vivo entusiasmo, li indusse a chiedere, dopo pochi anni, alla Santa Sede la nomina di San Tommaso a Patrono della Città e del Regno, da aggiungersi agli altri Santi Patroni. La domanda fu fatta a Clemente Vili dal Re, da cittadini d’ogni ordine e dal popolo intero. E il 22 Novembre del 1603, il Pontefice con viva compiacenza soddisfece al comune desiderio. Un’altra gloria era preparata a San Tommaso sullo scorcio del secolo XIX, quando al trono di San Pietro salì il gran Pontefice Leone XIII. Contro gli errori che traviano le intelligenze e corrompono i cuori egli non vide miglior rimediò che il ritorno alle sane dottrine e ai santissimi esempi del Dottore d’Aquino. A Leone XIII si deve la celebre enciclica Æterni Patris, che tutto il mondo accolse con plauso; a lui l’iniziativa della nuova e splendida edizione delle Opere di San Tommaso, detta Leòniana, ed a lui la nomina, domandata da quasi tutti i Vescovi della Cristianità, di San Tommaso a Patrono di tutte le scuole cattoliche, fatta col memorabile documento del 4 Agosto 1880. Alla gioventù che va educandosi nelle Università, nei Collegi, nei Seminarii e in tutti gli istituti cattolici, il gran Pontefice assegna Tommaso d’Aquino come celeste protettore, sia per la vita purissima, sia per lo studio di quella scienza che viene soltanto da Dio; e a tutti lo indica come guida sicura del pensiero cristiano. – A Duce degli studi additò San Tommaso il regnante Pontefice Pio XI fino dai primi giorni del suo sapiente governo, e confermò insieme quanto sotto i suoi predecessori Pio X e Benedetto XV era stato stabilito e confermato dal Codice di Diritto Canonico intorno al dovere di tenere come unica guida nelle discipline filosofiche e teologiche la dottrina di tanto maestro. E cólta l’occasione del sesto centenario della canonizzazione del Santo Dottore, Egli lo ha solennemente celebrato come eroe di santità e ad un tempo come maestro di vera sapienza; lo ha esaltato col nome di Dottore Eucaristico per aver egli divinamente scritto e poetato in lode del Divin Sacramento e ne ha presentato in modo speciale la purissima immagine alla cara gioventù come modello di quella purezza angelica, che è così necessaria per salire alle altezze della divina contemplazione. £ tutti i giovani egli ha chiamato, con amoroso invito, ad arrolarsi nella Milizia Angelica., perché mettano la loro purità sotto la tutela dell’Angelo delle scuole.

41. — L’arte e il “Trionfo di San Tommaso „.

Le belle arti, a cui San Tommaso indicò la più nobile via, spronandole, nel più decisivo momento della loro storia, alla riproduzione nella natura del vero e del buono, e che ebbero dalle sue dottrine un impulso potente a risorgere, dovevano compensare nel più bel modo un tanto benefizio. La pittura specialmente, che è la più spirituale delle arti, glorificò il Santo Dottore ideando per lui quello che per nessun altro Santo ella aveva concepito: una forma nuova di glorificazione tanto della sua santità che della sua dottrina. Rappresentò fin dal secolo XIV, e continuò nei successivi. San Tommaso come un pacifico trionfatore, che seduto nella sua cattedra accoglie in sé un tesoro di sapienza divina ed umana, e fattolo suo, lo converte in dottrina salutare a beneficio di tutto il popolo cristiano, mentre i contradittori sono costretti ad umiliarsi ai suoi piedi. Tale è il concetto del Trionfo di San Tommaso, quale ci rimane in meravigliosi dipinti dovuti ai nostri principali maestri e conservati i più nelle chiese domenicane. Primo fra tutti fu quello che colorì per la chiesa di Santa Caterina di Pisa Francesco Traini, di poco posteriore a Giotto, in una tavola, già terminata in cuspide, il cui centro è occupato dalla grande figura di San Tommaso seduto entro un sole luminoso. Manda su di lui un triplice raggio di luce il Verbo di Dio fatto carne, e Mosè, San Paolo e i quattro Evangelisti illuminano ad un tempo la sua intelligenza, mentre altri due raggi a lui giungono da Aristotile e Platone che gli mostrano aperti i loro libri. Tutta questa dottrina divina ed umana si aduna nel volume di San Tommaso, da cui poi si diffonde largamente nel clero e nel popolo, mentre si vede prostrato ai suoi piedi il filosofo arabo Averroè, ed il suo « gran commento » è fulminato da un raggio che esce dai volumi del Santo Dottore. Dietro l’esempio del Traini, Andrea di Bonaiuto, sotto la guida’ del celebre Fra Iacopo Passavanti, colorì un più splendido Trionfo di San Tommaso nel Capitolo di Santa Maria Novella in Firenze, e vi aggiunse l’omaggio delle virtù teologiche e cardinali e il corteggio di tutte le scienze e delle arti, mentre i contradittori umiliati son tre: Sabellio, Ario e Averroè. Non mancò di colorire il suo Trionfo di San Tommaso il Beato, suo confratello, Fra Giovanni da Fiesole, che ebbe con lui comune il titolo di Angelico, e immaginò con semplicità, ma con vera genialità, San Tommaso che trionfa nella sua scuola, ove vediamo, tra gli altri uditori, San Luigi Re di Francia, mentre i contradittori sono Sabellio, Averroè e il celebre Guglielmo di Sant’Amore che, come vedemmo, fu da San Tommaso vittoriosamente confutato. – Splendido è il trionfo che il discepolo del Beato Angelico Benozzo Gozzoli colorì per la Primaziale Pisana e che sta ora nel Museo del Louvre in Parigi. Con arte più perfetta egli ripete il concetto del Traini, ed aggiunge nella base in piccole figure la scena della canonizzazione del Santo fatta da Giovanni XXII. – Due dipinti di questo soggetto ci lasciò, fra gli altri, la celebre scuola siciliana di Antonello da Messina. Uno, dovuto probabilmente allo stesso Maestro, già adornò la Chiesa domenicana di Santa Cita di Palermo, l’altro, della sua scuola, era già nella Chiesa dei Domenicani in Siracusa. In questi due dipinti è specialmente segnalato il vantaggio reso dalle dottrine di San Tommaso non meno alla Chiesa che alla civile società, rappresentata la prima dal Pontefice, la seconda dal Re; e la grandezza della scienza del Maestro Angelico si deduce dalla luce celeste che a lui viene dai due grandi apostoli Pietro e Paolo. Un più grandioso sviluppo si ha nel Trionfo di San Tommaso dovuto al pennello di Filippino Lippi, che lo affrescò nella Cappella Carafa in Santa Maria sopra Minerva di Roma. San Tommaso siede in ornatissimo trono, e gli stanno al fianco quattro vergini che figurano la Grammatica, la Dialettica, la Filosofia e la Teologia; e gli eretici più famosi, Ario, Sabellio, Apollinare, Fozio, Manete, stanno aggruppati ai piedi del trono e mirano i loro libri caduti a terra e lacerati, mentre il volume di San Tommaso splende di vivissima luce e Averroè giace vinto sotto i suoi piedi. La scuola spagnola tributò a San Tommaso un encomio sublime colla tavola di Francesco Zurbaran, vera apoteosi dell’Angelico Dottore, su cui discende la celeste sapienza dallo Spirito stesso di Dio; e i quattro massimi Dottori della Chiesa latina gli fanno a destra e sinistra solenne corteggio. Anche l’arte moderna rese a San Tommaso il suo tributo di ammirazione coi due celebri affreschi nei quali Ludovico Seitz si fece interprete del pensiero di Leone XIII, da cui ebbe incarico di colorirli nella volta della Galleria dei Candelabri in Vaticano. In due dipinti esagonali figurò l’omaggio che San Tommaso fa delle sue opere alla Chiesa, che le offre il ramo di lauro, mentre egli le dice di avere attinta tutta la sua scienza da Gesù Crocifisso, che a lui rivolge le parole: Hai scritto bene di me. I suoi libri di Teologia, di Filosofìa e i Commenti sulla Sacra Scrittura sono tenuti in alto e mostrati a tutti da tre Angeli bellissimi, mentre i corifei dell’empietà sono in vari modi atterriti. E vediamo tra questi Guglielmo di sant’Amore col suo impotente libello, Berengario, i due giudei Avice-bron e Mosè Maimonide e i corruttori arabi di Aristotile Avicenna e Averroè, debellati tutti per sempre dalle dottrine di San Tommaso d’Aquino. – A quest’omaggio della pittura, che in varii modi figurò il trionfo di San Tommaso e con Raffaello nella sua celebre Disputa lo pose in mezzo ai grandi dottori della Chiesa prima che San Pio V gli decretasse un tale onore, ed illustrò in tanti capolavori i fasti della sua vita, si unì quello non solo della scultura e dell’architettura, ma della musica e della poesia. E basti per ogni elogio la glorificazione che ne fece Dante Alighieri nella sua Divina Commedia, precorrendo il decreto di Giovanni XXII e collocando San Tommaso nel cielo del sole, tra le più alte intelligenze che brillano di perpetua luce presso il trono di Dio.

APPENDICE

Cenno sulle fonti storiche più antiche della Vita di San Tommaso d’Aquino.

I. — Fra Gerardo di Frachet, Domenicano, vestito nel 1225 e morto nel 1271, è l’autore del prezioso libro Vitæ Fratrum, da lui composto per ordine del Beato Umberto de Romanis, quinto Generale dei Predicatori. Parla di San Tommaso ancora vivente, e perciò non lo nomina. Narra di lui il fatto del suo arresto per opera dei fratelli, una visione avuta in Parigi, l’apparizione a lui della sorella e il sogno avuto prima di tenere il suo Principium per il Dottorato. — V. ed. di Lovanio 1896, pag. 201, § III e pag. 215, §§ VI, VII e VIII.

II. Fra Tommaso da Cantimprato, Domenicano belga, nato nel 1201 a Leuwis presso Bruxelles, entrò nell’Ordine nel 1232 nel Convento di Lovanio. Fu discepolo del B. Alberto Magno in Colonia prima che vi venisse San Tommaso. Morì verso il 1272. È celebre il suo volume Bonum universale de Apibus, dedicato al B. Umberto de Ro- manis. Nel libro I, cap. 20 (Ed. Donai 1627) parla della gioventù di San Tommaso e delle celebri contese sorte nell*Università di Parigi al tempo di Guglielmo di Sant’Amore.

III. — Fra Guglielmo di Tocco, Domenicano, da Benevento, nato verso il 1250 e morto dopo il 1323. È autore della più completa biografia del Santo, da lui scritta in previsione della Canonizzazione. Fu già discepolo di lui in Napoli. Dai Superiori dell’Ordine ebbe incarico di raccogliere le testimonianze per il processo. La biografia, dal titolo Historia Beati Thomae de Aquino Ordinis Frairum Praedicatorum, è stampata per intero nei Bollandisti Acta San- ctorum, nuova edizione, T. I di Marzo, pagg. 657-687 e ristampata dal P. Prum- mer O. P. nella sua collezione : Fontes Vilae ó*. Thomae Aquinatis, Tolosa 1912, Fase. II, p. 57-152.

IV. — Fra Tolomeo da Lucca, Domenicano, morto nel 1322, ha varie notizie biografiche su San Tommaso nella sua Historia Ecclesiastica (lib. XXII, cap, 20-25, 29, e lib. XXIII cap. 8-15) scritta poco prima del 1317 e stampata da L. A. Muratori nell’Opera Rerum italicarum Scriptores, Milano 1727. T. XI, col. 1151-1173. Fra Guglielmo di Tocco lo cita nella sua Historia Beati Thomae, Fu discepolo di San Tommaso in Roma nel 1272, e poi in Napoli fino alla partenza del Santo Dottore per il Concilio di Lione; e udì spesso le confessioni di lui. Fu eletto nel 1318 Vescovo di Torcello, e resse quella sede per circa 4 anni.

V. — Fra Pietro Calò, di Chioggia, Domenicano; scrisse verso il 1320 in 2 grossi volumi le sue Sanctorum, e fra queste una biografia di San Tommaso stampata recentemente dal P. PrOmmer o. c. Fase. I, pag. 17-55.

VI. — Fra Bernardo Guidonis (de la Guyonne), Domenicano, nato nella diocesi di Limoges verso il 1260 eletto nel 1324 Vescovo di Tuy e poi di Lodève, prov. di Narbona, morto nel 1331, scrisse, tra le altre cose, una Legenda Sancii Thomae de Aquino stampata da Boninus Mombritius, nella sua opera Sanciuarium, seu Vitae Sanctorum, Milano 1480. T. IL (Altra edizione Parigi 1910 in 2 volumi). Vi fu tralasciata una parte, edita però nei Bollandisti op. cit. Vol I. Martii, p. 716-722.

VII. — Processus ìnquisitionis factae super mia, conversatione ei miraculìs recoL mem. Fr. Thomae de Aquino Ord. Frairum Prae- dicaiorum, Sacrae Theologiae Doctoris anno salutis MCCCXIX etc. Bollandisti, op. cit. pag. 684-714. Il Processo fu tenuto a Napoli dal 21 luglio al 18 settembre 1319 e poi a Fossanova nel 1321. Manca un frammento stampato dal Baluzio, Vita Paparum Avenionensium, Parigi 1693. T. II col. 7 e dall’Ab. Uccelli, che ne aggiunse un altro, totalmente inedito, nello scritto: Due documenti inediti per la vita di S. Tommaso d’Aquino, Napoli 1873.

VIII. — Bolla di canonizzazione di S. Tommaso, del dì 18 Luglio 1323, di Giovanni XXII. Stampata più volte, e recentemente nel voi. XVI degli Analecta Sacri Ord. Fratrum Prædicatorum, pag. 173-192, con un esame diplomatico e molte annotazioni, e nel volume: In honorem D. Thomae Aquinatis documenta pontificia ele. Tip. Vaticana, 1923, pag. 9-27, con fac-simile tratto dall’esemplare autentico.

IX. — Fra Raimondo di Ugo, segretario e compagno del P. Elia da Tolosa Maestro Generale dell’Ordine dal 1367 al 1369, lasciò uno scritto intitolato: Historia Transla- tionis Corporis S. Thomæ da Aquino, stampato dai Bollandoti dall’autografo di Tolosa, op. cit. pag. 723-731, con varii documenti, pag. 731-736. Morì nel 1368.

X. — Sant’Antonino Pierozzi, Domenicano, Arcivescovo di Firenze nato nel 1389, morto nel 1459 ha una completa biografia di San Tommaso nel vol. III delle sue celebri Cronache, Tit. XXIII, c. VIII, p. 644- 656. In essa è raccolto con diligenza e in bella forma in 14 paragrafi quanto si ha negli storici precedenti, sicché poco, nella parte sostanziale, hanno potuto aggiungere i biografi posteriori.

Altre preziose notizie, specialmente sull’insegnamento di San Tommaso a Parigi e sulla parte da lui presa nelle cose concernenti l’Ordine Domenicano, si hanno dalla pubblicazione del Chartulariicm Universitaria Parisiensìs, stampato a Parigi nel 1889 dal P. Denifle O. P. e da P. Chatelain; e dai volumi degli Aria Capitulì Generalis Ord.

Praedìc. stampati a Roma 1898-1900 dal P. Reichert O. P. Si aggiungano gli estratti da varii Capitoli Generali, pubblicati nel detto voi. Analecta S. O. P. da pag. 168 a pag. 173, Vari eruditi, al presente, come i Domenicani P. Mandonnet, P. Destrez e P. Prùmmer, il P. Pelster S. I., il Prof. Scandone ed altri vanno compiendo diligenti studi sulle predette fonti ed accurate ricerche negli archivi d’Europa, per avere altri dati biografici, e specialmente per stabilire la cronologia, ancora incerta in vari punti, della vita di San Tommaso. E da sperarsi che si giunga a buoni risultati, e che si possa alfine avere una vita veramente critica, cosa che il P. Prùmmer (o. c. p. 7) ritiene impossibile nel momento. Mentre questo serve a giustificare le lacune e incertezze che potranno trovare i lettori nel nostro umile lavoro, non potrà però provare V inutilità di quegli scritti che fanno conoscere, come al presente si può, la vita mirabile del Santo Dottore.

F I N E

MESSA DI SAN GIUSEPPE (2021)

MESSA DI SAN GIUSEPPE (2021)

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCI: 13-14
Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.

Ps XCI: 13-14.
[Il giusto fiorisce come palma, cresce come cedro del Libano: piantato nella casa del Signore: negli atrii della casa del nostro Dio.]
Ps 91:2
Bonum est confiteri Dómino: et psállere nómini tuo, Altíssime.

Ps XCI: 2.
[É bello lodarTi, o Signore: e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.]

V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.

V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.

R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.

R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.

Justus ut palma florébit: sicut cedrus Líbani multiplicábitur: plantátus in domo Dómini: in átriis domus Dei nostri.

[Il giusto fiorisce come palma, cresce come cedro del Libano: piantato nella casa del Signore: negli atrii della casa del nostro Dio.]

Oratio

Orémus.
Sanctíssimæ Genetrícis tuæ Sponsi, quǽsumus, Dómine, méritis adjuvémur: ut, quod possibílitas nostra non óbtinet, ejus nobis intercessióne donétur:


[Ti preghiamo, o Signore, fa che, aiutati dai meriti dello Sposo della Tua Santissima Madre, ciò che da noi non possiamo ottenere ci sia concesso per la sua intercessione… ]

Lectio

Lectio libri Sapientiæ
Eccli XLV: 1-6
Diléctus Deo et homínibus, cujus memória in benedictióne est. Símilem illum fecit in glória sanctórum, et magnificávit eum in timóre inimicórum, et in verbis suis monstra placávit. Glorificávit illum in conspéctu regum, et jussit illi coram pópulo suo, et osténdit illi glóriam suam. In fide et lenitáte ipsíus sanctum fecit illum, et elégit eum; ex omni carne. Audívit enim eum et vocem ipsíus, et indúxit illum in nubem. Et dedit illi coram præcépta, et legem vitæ et disciplínæ.

[Fu caro a Dio e agli uomini, la sua memoria è in benedizione. Il Signore lo fece simile ai Santi nella gloria e lo rese grande e terribile ai nemici: e con la sua parola fece cessare le piaghe. Lo glorificò al cospetto del re e gli diede i comandamenti per il suo popolo, e gli fece vedere la sua gloria. Per la sua fede e la sua mansuetudine lo consacrò e lo elesse tra tutti i mortali. Dio infatti ascoltò la sua voce e lo fece entrare nella nuvola. Faccia a faccia gli diede i precetti e la legge della vita e della scienza.]

Graduale

Ps XX: 4-5
Dómine, prævenísti eum in benedictiónibus dulcédinis: posuísti in cápite ejus corónam de lápide pretióso.
V. Vitam pétiit a te, et tribuísti ei longitúdinem diérum in sǽculum sǽculi.

[O Signore, lo hai prevenuto con fauste benedizioni: gli ponesti sul capo una corona di pietre preziose.
V. Ti chiese vita e Tu gli concedesti la estensione dei giorni per i secoli dei secoli.]


Tractus

Ps CXI: 1-3
Beátus vir, qui timet Dóminum: in mandátis ejus cupit nimis.
V. Potens in terra erit semen ejus: generátio rectórum benedicétur.
V. Glória et divítiæ in domo ejus: et justítia ejus manet in sǽculum sǽculorum …

[Beato l’uomo che teme il Signore: e mette ogni delizia nei suoi comandamenti.
V. La sua progenie sarà potente in terra: sarà benedetta la generazione dei giusti.
V. Gloria e ricchezza sono nella sua casa: e la sua giustizia dura in eterno.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum
R. Glória tibi, Dómine.
Matt I: 18-21
Cum esset desponsáta Mater Jesu María Joseph, ántequam convenírent, invénta est in útero habens de Spíritu Sancto. Joseph autem, vir ejus, cum esset justus et nollet eam tradúcere, vóluit occúlte dimíttere eam. Hæc autem eo cogitánte, ecce, Angelus Dómini appáruit in somnis ei, dicens: Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est. Páriet autem fílium, et vocábis nomen ejus Jesum: ipse enim salvum fáciet pópulum suum a peccátis eórum.

[Essendo Maria, la Madre di Gesù, sposata a Giuseppe, prima di abitare con lui fu trovata incinta, per virtù dello Spirito Santo. Ora, Giuseppe, suo marito, essendo giusto e non volendo esporla all’infamia, pensò di rimandarla segretamente. Mentre pensava questo, ecco apparirgli in sogno un Angelo del Signore, che gli disse: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, cui porrai nome Gesù: perché egli libererà il suo popolo dai suoi peccati.]

OMELIA

GRANDEZZA E BONTÀ DI SAN GIUSEPPE

[G. Colombo: Pensieri … ed. Vita e Pens. Milano 1956]

Il piccolo figliuolo di Giacobbe, una mattina svegliandosi, diceva ai suoi fratelli e a suo padre: « Io ho sognato una bellissima cosa. Mi trovavo sospeso non so per quale virtù, in mezzo all’azzurro del cielo: ed ecco il sole, la luna e undici stelle fermarsi in giro a me; e adorarmi ». Dopo averlo ascoltato, tutti sgranarono gli occhi e non compresero il significato: quel bambino sarebbe un giorno diventato il Viceré d’Egitto, e suo padre e sua madre e i suoi undici fratelli si sarebbero prostrati a’ suoi piedi implorando un po’ di pane e di misericordia. Il fanciullo sognatore narrò ancora un’altra visione: « Si era nel campo in una giornata ardente di mietitura. Io mieteva ed anche voi mietevate: quand’ecco il mio covone levarsi da solo e starsene ritto mentre i vostri, curvi attorno ad esso, l’adoravano ». I fratelli, tra invidiosi e irosi, scoppiarono a ridere. « Forse che tu sarai il nostro Re? Forse che noi saremo i sudditi della tua minuscola potestà? ». Essi non sapevano come l’avvenire avrebbe dato ragione a quei sogni. Noi invece lo sappiamo dalla storia sacra. Ma noi sappiamo anche come Giuseppe figlio di Giacobbe non è che un’immagine profetica di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, lo sposo della vergine Maria. È per lui che in modo più grande e più vero si realizzarono i sogni dell’antico Giuseppe. Vidi quasi solem et lunam et stellas undecim adorare me. Il sole di giustizia e di verità che illumina ogni uomo che viene al mondo è Gesù Cristo. La luna di grazia e di candore è Maria che nella Scrittura è detta splendida più che la luna.

Ebbene, nella quieta dimora di Nazareth, Gesù e Maria si curvavano ubbidienti al cenno di Giuseppe, capo della santa famiglia, e lo veneravano affettuosamente.

Vidi consurgere manipulum meum et stare; vestrosque manipulos circumstantes adorare.

La Chiesa è simile ad un’ampia campagna pronta per la mietitura: S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, vi sta ritto in mezzo a custodirla e a benedirla; mentre intorno a lui accorrono i fedeli da ogni parte. Oh come è grande, come è buono San Giuseppe! Della sua grandezza e della sua bontà dobbiamo parlare quest’oggi, ch’è la sua festa.

Un retore famoso tesseva un giorno nell’aeropago l’elogio di Filippo il Macedone. Decantate le nobili origini del suo eroe, le ricchezze, la potenza, il coraggio, le vittorie, tacque un istante come se non avesse più nulla d’aggiungere. Ma poi subitamente gridò: « Tutto questo è nulla. Egli fu il padre d’Alessandro, il conquistatore del mondo; ecco la sua gloria immensa». Anch’io, se vi facessi passare ad una ad una le virtù di S. Giuseppe, potrei infine concludere: « Tutto questo è nulla, la sua gloria eterna è di essere stato il padre custode di Gesù, Salvatore del mondo, e d’essere stato il casto sposo della vergine Maria, madre di Dio. Per ciò egli è al disopra dei santi. Questi sono i suoi titoli di nobiltà: consideriamoli singolarmente.

a) Sposo di Maria. — Benché Giuseppe e Maria rimanessero per tutta la vita vergini, vivendo insieme come vivrebbero gli Angeli, tuttavia contrassero un legittimo matrimonio; e così S. Giuseppe fu suo sposo vero. Ora, la sposa — come dice anche S. Paolo — è soggetta allo sposo: Maria quindi fu soggetta a S. Giuseppe. Pensate, quanto onore! Sposo di Maria significa essere sposo della creatura più grande che vi fu mai in cielo e in terra, della creatura che fu Madre di Dio. – Sposo di Maria significa essere sposo della Regina degli Angeli, degli Arcangeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei martiri; della Regina senza macchia; della Regina di pace.

b) Padre di Gesù. — Giuseppe non fu, è vero, il padre naturale di Gesù, perché il Figlio di Dio si fece uomo incarnandosi nel seno purissimo di Maria vergine per opera dello Spirito Santo. Eppure nel Vangelo più volte è chiamato col nome di padre. Dopo d’aver descritto il mistero della presentazione al tempio, dopo d’aver ricordato le profezie di Simeone, l’Evangelista aggiunge: « Erano suo padre e sua madre meravigliati » (Lc, II, 33). E la Madonna stessa nella gioia di ritrovare il Bambino tra i dottori ricorda S. Giuseppe col nome di padre: « Tuo padre ed io, piangendo, t’abbiamo molto cercato ».

Perché, se non cooperò alla sua generazione, S. Giuseppe fu chiamato Padre di Gesù? Per due motivi : perché fu sposo di Maria, e perché di padre ebbe tutta l’autorità e la responsabilità. – Il primo motivo è spiegato da S. Francesco di Sales. « Supponete che una colomba, volando dal suo becco lasci cadere un dattero in un giardino. Il frutto caduto dall’alto s’interra, e sotto l’azione dell’acqua e del sole germoglia, cresce, e diventa una bella palma. Questa palma di chi sarà? Evidentemente del padrone del giardino, come ogni altra cosa è sua che in esso vi nasca. Ora: quella colomba raffigura lo Spirito Santo che lasciò cadere il dattero divino, — il Figlio di Dio, — nel giardino conchiuso dove ogni virtù è fiorita, — il seno di Maria. — E Gesù nacque da Maria; ma appartenendo essa di pieno diritto al castissimo suo sposo, anche Gesù, — palma celeste, — almeno in qualche modo appartiene a Giuseppe ». – Il secondo motivo è spiegato da S. Giovanni Damasceno: « Non è appena la fecondità nel generare che ad alcuno dà il diritto di chiamarsi padre, ma anche l’autorità nel governare, e la responsabilità della vita ». E fu S. Giuseppe che lo sottrasse ad ogni pericolo, che lo allevò in casa sua, che lo fece crescere. Fu S. Giuseppe che insegnò un mestiere al Figlio di Dio, che comandò a lui come a un garzone. E chissà come tutto tremava in cuore, e come gli si inumidivano gli occhi, quando Gesù gli diceva: « Padre! ».

c) Più grande dei Santi. — Se Iddio destina una persona a qualche sublime ufficio, lo riveste di tutte le virtù necessarie per bene adempirlo. Così avendo eletto Maria ad essere sua Madre, la riempì di grazia sopra ogni creatura. Allo stesso modo, in proporzione, avendo eletto S. Giuseppe alla dignità di suo padre putativo e di sposo della Vergine, lo colmò di grazie immense, come nessun altro santo. – Il Vangelo chiama Giuseppe « uomo giusto ». E S. Girolamo spiega che quella parola « giusto » significa che egli possedeva tutte le virtù. Mentre gli altri santi si segnalarono particolarmente chi nell’una chi nell’altra virtù, egli fu perfetto egualmente in tutte le virtù. Per questo il 31 dicembre 1926, nella Basilica di S. Pietro, Pio XI cantando solennemente le litanie dei Santi, immediatamente dopo l’invocazione alla Madonna soggiunse quella a S. Giuseppe: — Sante Joseph intercede prò nobis.

2. BONTÀ DI GIUSEPPE

Re Assuero, una notte che non poteva prendere sonno, si fece leggere gli annali del suo regno. Il lettore nella quietudine notturna rievocava le gesta del re insonne: le battaglie sanguinose, le vittorie sonanti di grida, i movimenti più trepidi di gioia, e quelli spasimanti di pericolo, ed arrivò ad una congiura. Una congiura ordita da due ufficiali nella stessa reggia: fatalmente il re sarebbe caduto sotto le lame dei cospiratori, se la sagacia vigilante del primo ministro non fosse giunta a svelare la trama iniqua a tempo opportuno. «Fermati!» esclamò Assuero balzando sul letto d’oro… «Chi dunque mi ha salvato? ».

« Il primo ministro, sire ».

« E quale ricompensa si ebbe? ».

« Finora nessuna ».

Allora ordinò che al levar del sole il primo ministro fosse rivestito con abiti regali, e cavalcasse il suo cavallo più bello e girasse per le strade di tutta la città, mentre un araldo gridasse davanti a lui: — Così è onorato colui che il re vuol esaltare. — Questi ordini furono eseguiti: e chiunque aveva bisogno di grazia si rivolgeva al primo ministro, sicuro d’essere esaudito dal re. – Ma anche S. Giuseppe, o Cristiani, ha salvato la vita del Re del Cielo, — di Gesù Bambino, — quando la congiura d’Erode ha cercato di soffocarlo nel sangue. E pensate voi che verso il suo salvatore il Re del Cielo sia meno generoso di Re Assuero? Come potrà Iddio negare una grazia quando colui che gliela chiede è San Giuseppe? Si capisce allora come S. Teresa poteva dire: « Non si è mai sentito che alcuno abbia ricorso alla bontà di S. Giuseppe e non sia stato esaudito. Se non mi credete, per amor di Dio vi supplico a farne la prova, e mi crederete ». Gesù predicando alle turbe insegnava: « Chi avrà dato anche solo un bicchier d’acqua chiara all’ultimo povero di questo mondo in nome mio, avrà gran mercede ». Quale mercede non avrà dunque in Paradiso S. Giuseppe che, non appena un bicchier d’acqua all’ultimo poverello, ma per trent’anni ha nutrito e protetto in casa sua il Figlio di Dio? Rallegriamoci: presso il trono dell’Altissimo abbiamo un protettore onnipotente e buono, che può e desidera soccorrerci in tutti i travagli della vita. La vita è un peso, ha detto S. Paolo, e noi lo esperimentiamo ogni giorno: peso per i dolori, peso per i lavori, peso per la morte.

a) Ricorriamo a S. Giuseppe nel dolore. — Tutta la vita non la passò forse in patimento? Ricordate la notte di Natale: nell’albore del verno bussò invano di porta in porta, e fu costretto a porre nella greppia delle bestie i l Figlio di Dio. Ricordate la sua fuga, lontano dai parenti, dal paese, dalla bottega, da’ suoi affari. Ricordate i tre giorni di affannosa ricerca, quando lo smarrì in Gerusalemme. Oh! insegni anche a noi a far la volontà di Dio quando siamo tribolati; ci dia la pazienza di vivere in questa valle di lacrime; ci conforti.

b) Ricorriamo a S. Giuseppe nel lavoro. — Ci sono alcune volte in cui gli affari vanno male, ed il guadagno manca; in cui ci sembra d’andare in rovina, noie la nostra famiglia. Alziamo lo sguardo a lui: queste angustie egli le ha provate. Chi sa quante volte nella bottega nazarena si sarà sentito accasciato sotto la fatica,e quante volte anch’egli avrà visto i suoi modesti affari prendere una cattiva piega, e forse avrà pianto nel timore di far duramente soffrire la Vergine e il Figlio, dicui aveva la custodia e la responsabilità. Questo santo che prima di noi ha provato quello che soffriamo noi, non ci negherà nulla. Ma avanti d’esigere che ci ascolti, bisogna sforzarci sull’orma delle sue virtù. Siamo onesti nel lavoro come onesto era lui?

c) Ricorriamo a S. Giuseppe per una buona morte. — Morir bene è la cosa più importante di questo mondo. Eppure non è cosa facile: i progressi della civiltà, automobili, treni, velivoli, navi, hanno segnato un crescendo di morti improvvise; la corruzione dei costumi ha segnato un crescendo di morti impenitenti. Occorre il protettore per una morte buona: è S. Giuseppe.

Ed invero nessuno ha fatto una morte buona come la sua. Quando Gesù non ebbe più bisogno di chi lo nutrisse e lo allevasse, egli si sentì male ed entrò in agonia. Da una parte aveva la Madonna che piangeva e pregava; dall’altra aveva Gesù che gli sosteneva la testa languida e gli sussurrava: « Grazie di tutto quello che mi hai fatto; ora muori in pace. Muori nel mio bacio, e discendi al Limbo ove annunzierai che l’ora della redenzione è ormai giunta. Pochi anni, e passerò di là a prenderti per sollevarti nel Paradiso che dischiuderò con le mie mani che saranno trafitte ». S. Giuseppe non risponde che non ha più la forza: solo accenna a sorridere e muore.

«Oh che anch’io possa morire così! » sospira ognuno di noi, pensando a quelle beata fine. Questa sarebbe la grazia più bella e più grande che S. Giuseppe ci possa fare. Ma la morte del Giusto, o Cristiani, l’otterrà soltanto chi nella vita l’avrà imitato ed invocato.

CREDO …

IL CREDO

Offertorium


Orémus
Ps LXXXVIII: 25
Véritas mea et misericórdia mea cum ipso: et in nómine meo exaltábitur cornu ejus.

[La mia fedeltà e la mia misericordia sono con lui: e nel mio nome sarà esaltata la sua potenza].

Secreta

Débitum tibi, Dómine, nostræ réddimus servitútis, supplíciter exorántes: ut, suffrágiis beáti Joseph, Sponsi Genetrícis Fílii tui Jesu Christi, Dómini nostri, in nobis tua múnera tueáris, ob cujus venerándam festivitátem laudis tibi hóstias immolámus.

[Ti rendiamo, o Signore, il doveroso omaggio della nostra sudditanza, prengandoTi supplichevolmente, di custodire in noi i tuoi doni per intercessione del beato Giuseppe, Sposo della Madre del Figlio Tuo Gesù Cristo, nostro Signore, nella cui veneranda solennità Ti presentiamo appunto queste ostie di lode].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de S. Joseph

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes: Sanctus …
[Èveramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode: Santo …]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 1:20
Joseph, fili David, noli timére accípere Maríam cónjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spíritu Sancto est.

[Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere Maria come tua sposa: poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo.]

Postcommunio

Orémus.
Adésto nobis, quǽsumus, miséricors Deus: et, intercedénte pro nobis beáto Joseph Confessóre, tua circa nos propitiátus dona custódi.

[Assistici, Te ne preghiamo, O Dio misericordioso: e, intercedendo per noi il beato Giuseppe Confessore, propizio custodisci in noi i tuoi doni.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

19 MARZO: FESTA DI SAN GIUSEPPE (2021)

FESTA DI S. GIUSEPPE

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi. VI ediz.– Soc. Ed. Vita e Pensiero; Milano, 1956]

GRANDEZZA E BONTÀ DI SAN GIUSEPPE

Il piccolo figliuolo di Giacobbe, una mattina svegliandosi, diceva ai suoi fratelli e a suo padre: « Io ho sognato una bellissima cosa. Mi trovavo sospeso non so per quale virtù, in mezzo all’azzurro del cielo: ed ecco il sole, la luna e undici stelle fermarsi in giro a me; e adorarmi ». Dopo averlo ascoltato, tutti sgranarono gli occhi e non compresero il significato: quel bambino sarebbe un giorno diventato il Viceré d’Egitto, e suo padre e sua madre e i suoi undici fratelli si sarebbero prostrati a’ suoi piedi implorando un po’ di pane e di misericordia. Il fanciullo sognatore narrò ancora un’altra visione: « Si era nel campo in una giornata ardente di mietitura. Io mieteva ed anche voi mietevate: quand’ecco il mio covone levarsi da solo e starsene ritto mentre i vostri, curvi attorno ad esso, l’adoravano ». I fratelli, tra invidiosi e irosi, scoppiarono a ridere. « Forse che tu sarai il nostro Re? Forse che noi saremo i sudditi della tua minuscola potestà? ». Essi non sapevano come l’avvenire avrebbe dato ragione a quei sogni. Noi invece lo sappiamo dalla storia sacra. Ma noi sappiamo anche come Giuseppe figlio di Giacobbe non è che un’immagine profetica di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, lo sposo della vergine Maria. È per lui che in modo più grande e più vero si realizzarono i sogni dell’antico Giuseppe. Vidi quasi solem et lunam et stellas undecim adorare me. Il sole di giustizia e di verità che illumina ogni uomo che viene al mondo è Gesù Cristo. La luna di grazia e di candore è Maria che nella Scrittura è detta splendida più che la luna.

Ebbene, nella quieta dimora di Nazareth, Gesù e Maria si curvavano ubbidienti al cenno di Giuseppe, capo della santa famiglia, e lo veneravano affettuosamente.

Vidi consurgere manipulum meum et stare; vestrosque manipulos circumstantes adorare. La Chiesa è simile ad un’ampia campagna pronta per la mietitura: S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, vi sta ritto in mezzo a custodirla e a benedirla; mentre intorno a lui accorrono i fedeli da ogni parte. Oh come è grande, come è buono San Giuseppe! Della sua grandezza e della sua bontà dobbiamo parlare quest’oggi, ch’è la sua festa.

GRANDEZZA DI GIUSEPPE

Un retore famoso tesseva un giorno nell’aeropago l’elogio di Filippo il Macedone. Decantate le nobili origini del suo eroe, le ricchezze, la potenza, il coraggio, le vittorie, tacque un istante come se non avesse più nulla d’aggiungere. Ma poi subitamente gridò: « Tutto questo è nulla. Egli fu il padre d’Alessandro, il conquistatore del mondo; ecco la sua gloria immensa». Anch’io, se vi facessi passare ad una ad una le virtù di S. Giuseppe, potrei infine concludere: « Tutto questo è nulla, la sua gloria eterna è di essere stato il padre custode di Gesù, Salvatore del mondo, e d’essere stato il casto sposo della vergine Maria, madre di Dio. Per ciò egli è al disopra dei santi. Questi sono i suoi titoli di nobiltà: consideriamoli singolarmente.

a) Sposo di Maria. — Benché Giuseppe e Maria rimanessero per tutta la vita vergini, vivendo insieme come vivrebbero gli Angeli, tuttavia contrassero un legittimo matrimonio; e così S. Giuseppe fu suo sposo vero. Ora, la sposa — come dice anche S. Paolo — è soggetta allo sposo: Maria quindi fu soggetta a S. Giuseppe. Pensate, quanto onore! Sposo di Maria significa essere sposo della creatura più grande che vi fu mai in cielo e in terra, della creatura che fu Madre di Dio. – Sposo di Maria significa essere sposo della Regina degli Angeli, degli Arcangeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei martiri; della Regina senza macchia; della Regina di pace.

b) Padre di Gesù. — Giuseppe non fu, è vero, il padre naturale di Gesù, perché il Figlio di Dio si fece uomo incarnandosi nel seno purissimo di Maria vergine per opera dello Spirito Santo. Eppure nel Vangelo più volte è chiamato col nome di padre. Dopo d’aver descritto il mistero della presentazione al tempio, dopo d’aver ricordato le profezie di Simeone, l’Evangelista aggiunge: « Erano suo padre e sua madre meravigliati » (Lc, II, 33). E la Madonna stessa nella gioia di ritrovare il Bambino tra i dottori ricorda S. Giuseppe col nome di padre: « Tuo padre ed io, piangendo, t’abbiamo molto cercato ».

Perché, se non cooperò alla sua generazione, S. Giuseppe fu chiamato Padre di Gesù? Per due motivi : perché fu sposo di Maria, e perché di padre ebbe tutta l’autorità e la responsabilità. – Il primo motivo è spiegato da S. Francesco di Sales. « Supponete che una colomba, volando dal suo becco lasci cadere un dattero in un giardino. Il frutto caduto dall’alto s’interra, e sotto l’azione dell’acqua e del sole germoglia, cresce, e diventa una bella palma. Questa palma di chi sarà? Evidentemente del padrone del giardino, come ogni altra cosa è sua che in esso vi nasca. Ora: quella colomba raffigura lo Spirito Santo che lasciò cadere i l dattero divino, — il Figlio di Dio, — nel giardino conchiuso dove ogni virtù è fiorita, — il seno di Maria. — E Gesù nacque da Maria; ma appartenendo essa di pieno diritto al castissimo suo sposo, anche Gesù, — palma celeste, — almeno in qualche modo appartiene a Giuseppe ». – Il secondo motivo è spiegato da S. Giovanni Damasceno: « Non è appena la fecondità nel generare che ad alcuno dà il diritto di chiamarsi padre, ma anche l’autorità nel governare, e la responsabilità della vita ». E fu S. Giuseppe che lo sottrasse ad ogni pericolo, che lo allevò in casa sua, che lo fece crescere. Fu S. Giuseppe che insegnò un mestiere al Figlio di Dio, che comandò a lui come a un garzone. E chissà come tutto tremava in cuore, e come gli si inumidivano gli occhi, quando Gesù gli diceva: « Padre! ».

c) Più grande dei Santi. — Se Iddio destina una persona a qualche sublime ufficio, lo riveste di tutte le virtù necessarie per bene adempirlo. Così avendo eletto Maria ad essere sua Madre, la riempì di grazia sopra ogni creatura. Allo stesso modo, in proporzione, avendo eletto S. Giuseppe alla dignità di suo padre putativo e di sposo della Vergine, lo colmò di grazie immense, come nessun altro santo. – Il Vangelo chiama Giuseppe « uomo giusto ». E S. Girolamo spiega che quella parola « giusto » significa che egli possedeva tutte le virtù. Mentre gli altri santi si segnalarono particolarmente chi nell’una chi nell’altra virtù, egli fu perfetto egualmente in tutte le virtù. Per questo il 31 dicembre 1926, nella Basilica di S. Pietro, Pio XI cantando solennemente le litanie dei Santi, immediatamente dopo l’invocazione alla Madonna soggiunse quella a S. Giuseppe : — Sante Joseph intercede prò nobis.

2. BONTÀ DI GIUSEPPE

Re Assuero, una notte che non poteva prendere sonno, si fece leggere gli annali del suo regno. Il lettore nella quietudine notturna rievocava le gesta del re insonne: le battaglie sanguinose, le vittorie sonanti di grida, i movimenti più trepidi di gioia, e quelli spasimanti di pericolo, ed arrivò ad una congiura. Una congiura ordita da due ufficiali nella stessa reggia: fatalmente il re sarebbe caduto sotto le lame dei cospiratori, se la sagacia vigilante del primo ministro non fosse giunta a svelare la trama iniqua a tempo opportuno. «Fermati!» esclamò Assuero balzando sul letto d’oro… «Chi dunque mi ha salvato? ». « Il primo ministro, sire ». « E quale ricompensa si ebbe? ». « Finora nessuna ». – Allora ordinò che al levar del sole il primo ministro fosse rivestito con abiti regali, e cavalcasse il suo cavallo più bello e girasse per le strade di tutta la città, mentre un araldo gridasse davanti a lui: — Così è onorato colui che il re vuol esaltare. — Questi ordini furono eseguiti: e chiunque aveva bisogno di grazia si rivolgeva al primo ministro, sicuro d’essere esaudito dal re. – Ma anche S. Giuseppe, o Cristiani, ha salvato la vita del Re del Cielo, — di Gesù Bambino, — quando la congiura d’Erode ha cercato di soffocarlo nel sangue. E pensate voi che verso il suo salvatore il Re del Cielo sia meno generoso di Re Assuero? Come potrà Iddio negare una grazia quando colui che gliela chiede è San Giuseppe? Si capisce allora come S. Teresa poteva dire: « Non si è mai sentito che alcuno abbia ricorso alla bontà di S. Giuseppe e non sia stato esaudito. Se non mi credete, per amor di Dio vi supplico a farne la prova, e mi crederete ». Gesù predicando alle turbe insegnava: « Chi avrà dato anche solo un bicchier d’acqua chiara all’ultimo povero di questo mondo in nome mio, avrà gran mercede ». Quale mercede non avrà dunque in Paradiso S. Giuseppe che, non appena un bicchier d’acqua all’ultimo poverello, ma per trent’anni ha nutrito e protetto in casa sua il Figlio di Dio? Rallegriamoci: presso il trono dell’Altissimo abbiamo un protettore onnipotente e buono, che può e desidera soccorrerci in tutti i travagli della vita. La vita è un peso, ha detto S. Paolo, e noi lo esperimentiamo ogni giorno: peso per i dolori, peso per i lavori, peso per la morte.

a) Ricorriamo a S. Giuseppe nel dolore. — Tutta la vita non la passò forse in patimento? Ricordate la notte di Natale: nell’albore del verno bussò invano di porta in porta, e fu costretto a porre nella greppia delle bestie i l Figlio di Dio. Ricordate la sua fuga, lontano dai parenti, dal paese, dalla bottega, da’ suoi affari. Ricordate i tre giorni di affannosa ricerca, quando lo smarrì in Gerusalemme. Oh! insegni anche a noi a far la volontà di Dio quando siamo tribolati; ci dia la pazienza di vivere in questa valle di lacrime; ci conforti.

b) Ricorriamo a S. Giuseppe nel lavoro. — Ci sono alcune volte in cui gliaffari vanno male, ed il guadagno manca; in cui ci sembra d’andare in rovina, noie la nostra famiglia. Alziamo lo sguardo a lui: queste angustie egli le ha provateChi sa quante volte nella bottega nazarena si sarà sentito accasciato sotto la fatica,e quante volte anch’egli avrà visto i suoi modesti affari prendere una cattiva piega,e forse avrà pianto nel timore di far duramente soffrire la Vergine e il Figlio, dicui aveva la custodia e la responsabilità. Questo santo che prima di noi ha provatoquello che soffriamo noi, non ci negherà nulla.Ma avanti d’esigere che ci ascolti, bisogna sforzarci sull’orma delle sue virtù.Siamo onesti nel lavoro come onesto era lui?

c) Ricorriamo a S. Giuseppe per una buona morte. — Morir bene è la cosa più importante di questo mondo. Eppure non è cosa facile: i progressi della civiltà, automobili, treni, velivoli, navi, hanno segnato un crescendo di morti improvvise; la corruzione dei costumi ha segnato un crescendo di morti impenitenti. Occorre il protettore per una morte buona: è S. Giuseppe.

Ed invero nessuno ha fatto una morte buona come la sua. Quando Gesù non ebbe più bisogno di chi lo nutrisse e lo allevasse, egli si sentì male ed entrò in agonia. Da una parte aveva la Madonna che piangeva e pregava; dall’altra aveva Gesù che gli sosteneva la testa languida e gli sussurrava: « Grazie di tutto quello che mi hai fatto; ora muori in pace. Muori nel mio bacio, e discendi al Limbo ove annunzierai che l’ora della redenzione è ormai giunta. Pochi anni, e passerò di là a prenderti per sollevarti nel Paradiso che dischiuderò con le mie mani che saranno trafitte ». S. Giuseppe non risponde che non ha più la forza: solo accenna a sorridere e muore.

CONCLUSIONE

« Oh che anch’io possa morire così! » sospira ognuno di noi, pensando a quelle beata fine. Questa sarebbe la grazia più bella e più grande che S. Giuseppe ci possa fare. Ma la morte del Giusto, o Cristiani, l’otterrà soltanto chi nella vita l’avrà imitato ed invocato.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (5)

VITA
dell’Angelico Dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (5)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA – FRANCESCO FERRARI, 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

31. — La Somma Teologica.

Scongiurato il pericolo, Tommaso restò nella sua cella di Santa Sabina ringraziando il Signore per la quiete che gli aveva conservato; e si sentì obbligato ancor più ad un assiduo lavoro per il bene della Chiesa. Pose allora mano a quell’opera grandiosa, a cui doveva per sempre legare il suo nome: La Somma Teologica. Il lavoro durò circa nove anni, alternato alla composizione di altre varie opere più o meno estese, come i mirabili Commenti sopra Aristotile e molti trattati più o meno lunghi, raccolti sotto il titolo di Quodlibeti, Questioni disputate ed Opuscoli, scritti la maggior parte per rispondere a quesiti che da varie parti gli venivano mossi. – Nel ripensare a così poderoso lavoro e al breve tempo che vi impiegò, non ci fa meraviglia se leggiamo di lui, e troviamo confermato nei Processi, che dettasse talvolta a tre e quattro scrittori ad un tempo, di diverse materie. Ma nulla è impossibile a Dio, che volle in Tommaso stampare una vasta orma del suo infinito potere. – L’idea di San Tommaso nel metter mano alla Somma Teologica non poteva esser più modesta. Volle unire, ei ci dice, come in compendio, nella forma di brevi articoli, quanto da diversi era stato scritto intorno alle dottrine cristiane, e quanto egli stesso aveva scritto più ampiamente in altri luoghi; fare quasi una compilazione a vantaggio degli incipienti e con un metodo ad essi proporzionato; perché molti, dalle troppe questioni che si facevano e dalla mancanza di ordine, restavano confusi ed impediti. Ne sorse invece un capolavoro immenso, il primo e il più complesso insieme di Teologia cattolica, che fosse fino allora comparso, e tale da togliere a chiunque la speranza di superarlo. Pel numero delle questioni risolute da lui in ogni loro parte intorno a Dio e alle opere sue, può chiamarsi una portentosa enciclopedia, mentre per l’ordine meraviglioso e per l’esatta rispondenza delle parti abbiamo il diritto di dirla una sintesi perfetta, a cui nulla manca, né la necessaria chiarezza, né la scrupolosa precisione, né la vigorosa brevità, né la sicurezza assoluta della dottrina. – La Somma Teologica è divisa in tre grandi parti, di cui la seconda, per la vastità della materia, è suddivisa in due. Da Dio uno e trino tutte le creature procedono; gli Angeli e l’uomo sono le più perfette. Degli Angeli quei che peccarono sono in eterno lontani da Dio; l’uomo peccò, ma trovò presso Dio misericordia e grazia per Gesù Cristo, che è lo stesso Dio fatto carne. Chi sta unito a Cristo e si giova dei mezzi da lui stabiliti, salirà al possesso eterno di Dio; chi non vive di Cristo resterà in eterno lontano da Dio. Tale è il concetto semplice e meraviglioso di tutto il lavoro, che in 512 questioni, divise in 2652 articoli, nulla tralascia di quanto spetta alle materie teologiche e morali necessarie a conoscersi dagli studiosi. Le grandi intelligenze, di cui Iddio aveva fatto dono al mondo fino allora, non avevan saputo crear nulla di simile, né alcuno poi, in questa materia, ha potuto o saputo far meglio che tener dietro a lui. – Nessun libro ha avuto dalla Chiesa tante lodi come la Somma, e basti in luogo di tutte il fatto, che nel Concilio di Trento essa venne posta dai Padri in mezzo all’aula insieme alla Sacra Scrittura e ai decreti dei Pontefici, come la guida dottrinale più solida che potessero trovare. Il lavoro fu cominciato nel 1265, quando San Tommaso ebbe evitato il pericolo dell’elezione ad Arcivescovo di Napoli. Lo continuò, salvo alcune interruzioni, fino al 6 dicembre del 1273, e, come vedremo, lo lasciò interrotto. Venne completato dal suo fedele compagno, Fra Reginaldo da Piperno, con un Supplemento, tratto in gran parte dai Commentari del Santo Dottore sui Libri delle sentenze di Pietro Lombardo.

32. — Al Capitolo di Bologna.

Per il Capitolo Generale del 1267 era stato scelto dai Padri il Convento di Bologna. Fu appresa con somma gioia in quella città la notizia, che vi si sarebbe recato, in tale occasione, il celebrato Dottore; e la celebre Università soprattutto si tenne sommamente onorata di riceverlo e di udirlo. – Raccontano gli storici che la venuta di Tommaso in Bologna pose in tutti quei Professori e studenti come un nuovo ardore per lo studio della verità. Le lezioni che vi tenne per varie settimane restarono memorabili; e si sa che Tommaso condiscese volentieri a rispondere a molti quesiti che gli vennero fatti; così si ebbero nuovi e importanti opuscoli che poi furono raccolti. Ma un vero motivo di gioia ebbe Tommaso da quel viaggio, per essersi potuto trovare ad una cerimonia che fu oltremodo cara al suo cuore di figlio di San Domenico. Il 6 di agosto del 1221 il Santo Patriarca, in Bologna, spirava serenamente, tra il pianto dei suoi figli, che, per eseguire la sua volontà, lo avevano sepolto in umile luogo. Ma il 24 maggio del 1233 il suo successore, il Beato Giordano di Sassonia, aveva fatto aprire la tomba ed aveva trovato il cadavere incorrotto ed esalante gratissimo odore; ed aveva ordinato che venisse collocato in una tomba di pietra all’ingresso del coro. Il 3 luglio del seguente anno Gregorio IX proclamò solennemente la santità del grande Fondatore dei Predicatori; e si pensò allora ad una tomba più decorosa. Si dové alle premure del Beato Giovanni da Vercelli, quando fu eletto Provinciale di Lombardia, l’iniziativa del nuovo lavoro; ed eletto, come vedemmo, nel capitolo di Parigi, Generale dell’Ordine, fece decretare dal Capitolo seguente di Montpellier la costruzione di un solenne monumento, come veniva chiamato. Fu posto mano all’opera ; e sapendo che nel 1267 il lavoro sarebbe stato pronto, ottenne dai Padri adunati l’anno innanzi a Treviri che il Capitolo del 67 si tenesse in Bologna. E veramente solenne fu il lavoro che nella primavera della nostra scultura uscì dalle mani dei maestri di Pisa, e specialmente del bravo e dolce Fra Guglielmo, che lavorò per intiero, o almeno in gran parte, le ammirabili storie dello stupendo sarcofago. Aveva preso l’abito di converso nel convento pisano di Santa Caterina, ed aveva soli 26 anni quando si recò a Bologna con Niccola suo maestro, che dai Domenicani aveva avuto la commissione dell’opera; e ben volentieri il Maestro concesse al bravo artista di lavorare attorno alla tomba del Padre diletto. In due anni la bellissima arca fu scolpita, e così la nuova traslazione del corpo del Santo Padre poté essere onorata dalla presenza di tutti i Padri capitolari. Con essi e con quelli accorsi da varie parti, i religiosi raggiunsero il numero di cinquecento. – In questa bella schiera troviamo dei santi, come lo stesso Beato Giovanni da Vercelli, il Beato Giacomo da Varazze, poi Arcivescovo di Genova e il Beato Bartolomeo da Braganza, già Vescovo di Vicenza. Ma era dolce il vedere nella bella schiera spiccare la figura di San Tommaso, il più grande tra i figli di tanto Padre. – Alla festa celebrata nel giorno 5 giugno, solennità di Pentecoste, prese parte il Potestà di Bologna con tutto il suo seguito; e Clemente IV inviò speciali indulgenze. In tale circostanza San Tommaso mostrò il suo cuore di figlio, scrivendo in lode del Santo Patriarca un sermone, ove lo rassomiglia al sole, ministro di generazione delle cose, che le vivifica e nutre, le aumenta e perfeziona, le purifica e le rinnova. – Dopo il Capitolo di Bologna, se ne tornò a Roma sollecitamente, ove continuò nella quiete a lavorare attorno alla Somma.

33. — Al Re di Cipro.

Tra gli scritti che gli storici assegnano al tempo della dimora dell’Angelico Dottore in Bologna è degno di esser ricordato l’opuscolo del Governo dei Principi. Come già alla Duchessa del Brattante aveva il Santo Dottore indirizzato un opuscolo sapientissimo su varie questioni, specialmente sul modo di governare i Giudei, così ad istruzione del giovane Ugo II, Re di Cipro, della nobile dinastia dei Lusignani, cominciò a scrivere in Bologna quel celebre trattato, ove parla delle origini del potere, dei diritti e doveri dei governanti, e dell’esercizio della sovranità. Ma essendo morto, prima della fine di quell’anno 1267, il giovane Re, quel libro rimase incompleto e fu poi terminato dal suo discepolo Fra Tolomeo da Lucca, credesi sopra appunti lasciati dal Maestro. – Nei diciannove capitoli dovuti interamente al Santo Dottore si hanno mirabili documenti della sua alta sapienza. Dalla sorgente stessa del vero essa traeva le sue origini, e ben poteva estendersi anche alla pratica delle cose umane ed alla stessa politica, che non è arte astuta per reggersi sopra un trono od in un seggio qualunque, ma scienza diretta a ben governare gli uomini: e nessuno avrebbe allora pensato che per far godere ai popoli la prosperità materiale fosse espediente il privarli di quei beni dello spirito che la religione soltanto può dare. – Fu certo mirabile cosa il vedere un religioso mendicante che, senza uscire nemmeno di un passo dalla sua condizione, diveniva precettore dei re, e dall’umile sua cella dava lezioni ai potenti della terra. La superiorità morale di quest’uomo si sente dalla stessa nobiltà dello stile. Egli vuole presentare al re cosa che sia degna della reale maestà, e ad un tempo conveniente alla sua professione ed ai suoi doveri. E per farlo, egli chiede l’aiuto a Colui per cui regnano i re e i legislatori determinano le cose secondo giustizia. Parla anzitutto del regio potere in generale, e lo richiama al primitivo concetto dell’ufficio del pastore e del padre, così nobilitato dal Santo Vangelo. Esso gli vien suggerito dalla natura stessa dell’uomo e della società e dallo scopo finale dell’uno e dell’altra: Il pastore cerca il bene del suo gregge e non il comodo proprio, il padre vive pei figli e li provvede del necessario alla vita, regge la famiglia coll’autorità a lui data da Dio; tutti e due amano e vogliono essere amati, obbediti, seguiti. È regime perverso quello di chi cerca il vantaggio proprio e non il bene comune; e se un tal regime risiede in un solo, è tirannia. Esalta il Santo Dottore la superiorità del regime monarchico quando è giusto; perché meglio imita il governo di Dio nell’universo, ed ha ottimi esempi nell’unità dell’anima nell’uomo e del capo nel corpo; ma l’unità del capo, egli dice, vuole il concorso di tutte le membra all’azione, come l’unità dell’anima richiede l’esercizio conveniente delle varie facoltà spirituali e corporali. Così è bella la similitudine della nave, ove sian pure molti uomini nelle varie parti, ed artisti a restaurarla se guasta, ma a governarla non deve starvi che un capo. In quest’armonia tra il diritto di chi comanda e i doveri di chi ubbidisce, il dovere di ben governare e il diritto nei popoli d’esser ben governati, si ha il gaudio della pace, il fiore della giustizia, l’affluenza dei beni, la stabilità del governo. « Quando il regime è giusto, egli dice è bene che esso stia nelle mani di un solo; perché  così sarà più forte ». Ma se in chi regge le sorti della città e dello stato manchino le doti e virtù necessarie, né possa ottenersi che le acquisti, allora al cattivo governo di quest’uno sarebbe da preferirsi il governo di più; male minore che ne impedisce uno maggiore; la tirannia è pessima cosa, perché direttamente opposta al virtuoso governo di un solo, che ha chiamato ottimo. Per evitar tanto male, lo stesso monarca dev’esser richiamato a considerare lo stretto dovere che ha di rendersi degno di tenere uno scettro. Né la corona d’oro che gli cinge la fronte egli deve credere che talvolta non sia irta di spine. Per il bene altrui e per osservare debitamente la giustizia non è raro che tocchi al monarca tollerar pene e sacrifici; non è privo di angustie il pastore che vuol governare e difendere il suo gregge, né il padre che dà alla famiglia il frutto dei suoi sudori. A lui darà la religione virtù e fortezza per sacrificarsi quando occorra, pel bene del suo popolo. Ed un altro premio avrà dall’amore dei sudditi; preziosa ricompensa di chi ben governa, invano cercata dal tiranno che non trova chi lo ami, se non per proprio interesse, e finché questo dura. Ma d’altra parte anche ai sudditi conviene rendere men grave il peso a chi governa colla docilità e ubbidienza, ed anche col tollerarne le imperfezioni né sempre esigere l’ottimo, che nelle cose umane non si trova. Così a chi regge è tolto ogni motivo di incrudelire e piegarsi a tirannia. Se questo non si fa, sul popolo stesso ricade il danno, perché sono non di rado un castigo di sudditi indocili gli inetti o cattivi governanti. – Ed è mirabile il vedere con che acume il Santo Dottore tratta di ciò che spetta alle sollecitudini che ha da prendersi tanto il re quanto chi lo aiuta nell’esercizio del suo potere; l’udirlo trattare della necessità di promuovere il benessere dello stato col far prosperare soprattutto l’agricoltura e cercare lo sviluppo dei commerci. In questo punto è notevole come egli preferisca, in vantaggio comune, la ricerca della ricchezza che l’uomo trova nel suolo, e chiama più degna la nazione che ha l’abbondanza delle cose dal territorio proprio ». Non vieta al monarca di cercar ricchezze, onore e fama, e soprattutto la stabilità del suo potere, quando tutto sia rivolto al comune vantaggio che rimane sempre il fine d’ogni onesto regime; così la sua ricchezza e la sua gloria è come un patrimonio di tutti. Fu un vero danno che quest’opera rimanesse incompleta; sebbene in ciò che ci resta siano poste sapientemente le basi a dimostrare il vantaggio che alla società civile possono apportare i principii della morale cristiana.

34. — Ultimo viaggio a Parigi, e ritorno in Italia.

La dimora in Italia del Santo Dottore dové interrompersi un’altra volta per la sua andata a Parigi, ai primi del 1269 pel Capitolo Generale. Fu pregato a voler riprendere nello studio generale di San Giacomo il suo uffizio di Reggente, ed acconsentì. Il Capitolo fu tenuto, come per il solito, nella Pentecoste; e lo presiedé il Padre Giovanni da Vercelli. Sebbene la presenza di San Tommaso in quel Consesso abbia portato senza dubbio qualche vantaggio, e si ricordi in particolare un suo giudizio dottrinale intorno al segreto, pure è da pensarsi che qualche altra grave ragione inducesse. Tommaso a sostener la fatica di questo viaggio. Il Beato Giovanni era entrato in relazione con Clemente IV; e perfettamente si era inteso con lui intorno al gran bisogno della Cristianità in questo momento. Il comune desiderio era la sospirata unione della Chiesa Greca colla Latina, ed insieme il buon esito di una nuova Crociata contro gli infedeli; e il Papa sperava molto dall’Ordine di San Domenico, così diffuso anche in Oriente, e dalla scienza dei suoi Dottori, che avrebbe domato l’orgoglio dei Greci, ostacolo principale alla desiderata unione, che all’opera della Crociata avrebbe recato vantaggi immensi. Con una lettera del 9 giugno del 1267 si era rivolto al Maestro Generale, facendo assegnamento sull’aiuto di tanti bravi difensori della Chiesa, chiamati a riparare la grave rottura che lo scisma aveva fatto nella veste inconsutile di Gesù Cristo; e domandava intanto tre Religiosi per inviarli come suoi Legati all’Imperatore Michele Paleologo. – Non meno intense erano le premure del Santo Re Luigi IX, che non poteva consolarsi d’aver dovuto lasciare nelle mani degli infedeli il Santo Sepolcro di Cristo, e voleva bandire un’altra volta la guerra santa, nonostante i recenti disastri delle armi cristiane. Ottenuto il consenso da Clemente IV, si era anch’egli rivoltò ai Frati Predicatori per aver bravi missionari che bandissero ovunque la nuova crociata. Si sa infatti che per tutto quell’anno 1268 molti religiosi dell’Ordine furon destinati a tale ufficio. – Ma il 29 novembre dello stesso anno Clemente IV, dopo appena tre anni e dieci mesi di pontificato, moriva in Viterbo; e per deplorevoli circostanze l’elezione del successore ebbe un ritardo di due anni e nove mesi, con danno non leggiero per la Chiesa. Nondimeno i predicatori della Crociata continuarono nella loro missione, e il Capitolo di Parigi cercò di giovare alla grande opera, ordinando che si annunziasse la prossima partenza del Re e si raccogliessero offerte e pii legati dai fedeli. Intanto arrivavano orribili notizie dall’Oriente. Antiochia era caduta, Fra Cristiano, già Frate Predicatore, Patriarca di quella sede, era stato assassinato con quattro religiosi, nella sua Cattedrale, dai militi di Saladino; centomila Cristiani erano stati massacrati, molte suore oltraggiate e passate a fil di spada. Questi fatti aumentarono lo zelo del re, che cercò di affrettare la partenza col suo esercito. Ma prima di prendere in San Dionigi la croce e il bordone da pellegrino, ebbe varii colloqui col suo dolce amico San Tommaso. Era l’ultima volta che queste due grandi anime si incontravano su questa terra. Tommaso non doveva più toccare il suolo di Francia; ed il buon re, che il 1° luglio del 1270 partì da Aigues-Mortes, dopo lo sbarco a Cartagine, sotto i dardi di un sole cocente, il 25 agosto, colto dalla peste che distrusse gran parte dell’esercito crociato, spirò fra le braccia dei Frati Predicatori che nel viaggio gli erano stati amorosi compagni. Il suo corpo, recato da una nave a Trapani, traversò poi tutta l’Italia, portato come in trionfo fra le popolazioni commosse. Non mancaron certo le lacrime del suo grande amico San Tommaso d’Aquino. In Parigi Tommaso era da tutti ricercato. Può dirsi che dalla sua cattedra egli dirigesse il pensiero cristiano del suo tempo. Ciò che egli diceva era la dottrina cattolica che lo diceva; e tutti convenivano in questo pensiero. Tacevano le dispute ai piedi della sua cattedra, ogni dubbio svaniva; e la verità si manifestava in tutta la sua limpidezza. Né cessò in questo frattempo di scrivere o dettare; e i suoi sapienti consigli erano ricercati da tutti. Ma la volontà dei superiori lo richiamava a Roma; ed egli se ne tornò con molto rammarico di ognuno, non senza esprimere la sua viva gratitudine e la sincera affezione che conservava verso una città così piena per lui di grate memorie. Non i trionfi della sua dottrina gli tornarono a mente, ma i ricordi dei bravi maestri, dei colleghi e condiscepoli, di tanti alunni, insieme coi quali era salito alle altezze della divinità, di tanti confratelli, che lo avevano amato, e di cui egli aveva ricambiato con tenerezza la devota affezione. Ripassò da Bologna, ove la sua pietà era attratta dal sepolcro ove egli stesso aveva visto porre con tanto onore le ossa del suo caro e venerato Patriarca, di cui era così viva tra quei religiosi e in tutto il popolo la memoria. E forse in quest’occasione accadde il fatto che dobbiamo narrare, ricordato dai biografi, che fé conoscere quanto in lui fosse radicata la virtù dell’obbedienza. Un frate converso, che doveva uscire per la città a far provvisioni, chiese al Padre Priore la consueta benedizione ed il compagno. Il Priore, senz’altro pensare, gli disse che prendesse per socio il primo frate che gli capitava. Sceso il converso, s’imbattè in Fra Tommaso, che non conosceva, e gli riferì le parole del Priore. Tommaso accettò senz’altro; e fu visto tener dietro a stento per le vie di Bologna al frettoloso converso, sebbene stanco, e impedito da certo dolore ad una gamba. Ma per la città alcune persone riconobbero nel religioso zoppicante il celebrato Maestro, ed avvisarono il laico. Figurarsi la meraviglia, le scuse, le proteste del povero frate! Ma Tommaso non fece altro che sorridere; e disse con tutta calma: Son piuttosto io che merito rimprovero; voi avete fatto l’obbedienza, ed io invece non son riuscito a farla come avrei desiderato! Dopo aver pregato e pianto sulla tomba del santo Patriarca, rivalicò l’Appennino e se ne tornò a Roma.

35. — San Tommaso a Napoli.

Sebbene ancora il Santo Dottore fosse nella sua piena maturità ed avesse appena toccato il quarantacinquesimo anno, egli prevedeva la sua rapida scomparsa. La sua vita si faceva sempre più calma, i rapimenti erano più frequenti, una dolcezza inesprimibile, quasi come in dolce parola d’addio, si vedeva in tutti i suoi atti; e i suoi discorsi mostravano come egli si andasse sempre più staccando dalla terra ed anelasse al cielo. Varie città, intanto se lo contendevano a gara. La sua fama era volata tanto alta, che il solo averlo con sé sarebbe parso onore sì grande, da essere ambito più che qualunque altra gloria. Parigi, che ne aveva educato l’ingegno e dove egli aveva rivelato la sua grandezza, lo richiedeva nella sua Università; Bologna, dove egli aveva trovato tanta corrispondenza di stima e di affetto, gli offriva la più generosa ospitalità; Roma, la metropoli del mondo cattolico, lo avrebbe visto volentieri restare a fianco del Pontefice; e Napoli, che, d’altra parte, poteva dirlo suo e dove aveva ricevuto l’abito dell’Ordine, si lagnava che ancora non aveva potuto averlo; e tutte queste città moltiplicarono le loro istanze al Generale dell’Ordine. Il Capitolo Generale, che si tenne nel 1272 a Firenze, ebbe da quasi tutte le Università d’Europa domanda di averlo, almeno per qualche tempo; e sembra quasi che ovunque si prevedesse la sua scomparsa, e tutti desiderassero di udir quella voce prima che tacesse per sempre. La vittoria toccò a Napoli. I Superiori dell’Ordine, consentendo il Pontefice, accolsero le istanze del Re Carlo d’Angiò e Tommaso, dopo aver venerato per l’ultima volta le tombe dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, e salutati i suoi confratelli di Santa Sabina, se ne parti per Napoli col suo indivisibile compagno, Fra Reginaldo. Vi giunse alla fine dell’estate del 1272. – La gioia della città fu indescrivibile; fu portato come in trionfo fino alla porta del suo convento; altissimi prelati e personaggi dei più nobili gradi si confondevano colla folla almeno per  vederlo o udirlo quando predicava nella Chiesa o dava lezioni dalla cattedra, ma nemmeno l’alito della vanagloria giunse a toccarlo per sì festose accoglienze: all’altezza dell’ingegno che sempre più in lui si rivelava, rispondeva d’altra parte l’umiltà del suo animo riconoscente a Dio di tanta luce che gli aveva infuso, senza attribuir nulla, proprio nulla, a se stesso. A lui era grato starsene ritirato nella sua cella a pregare o a dettare i suoi preziosi volumi. Era giunto allora alla terza parte della Summa Teologica., a quel trattato dell’Incarnazione, che è il più gran monumento che la ragione umana abbia innalzato in omaggio al Verbo di Dio fatto carne. E sia che pregasse, sia che dettasse, egli era sempre come rapito e fisso nella contemplazione del vero: ed altissimi personaggi che in quei momenti si recavano a visitarlo, ne restavano ammirati e non osavano disturbarlo. Non dissimile era la sua predicazione che mai tralasciò. Rimase memoria della quaresima da lui predicata, certo nel 1273, tutta sull’Ave Maria. E così nello scrivere delle cose più alte, come dell’unione ineffabile del Verbo colla natura umana, dei misteri di Gesù Cristo, della sua vita e della sua passione, del divino influsso della sua virtù riparatrice per mezzo dei Sacramenti, delle grandezze della Vergine Madre, se egli, seguendo rigorosamente il suo metodo, e sempre più addentrandosi nei divini segreti, sembrava rattenere gli slanci del cuore, nel pregare davanti agli altari, nel celebrare il divin sacrificio, nel dir le lodi di Dio e della Vergine Madre, raggiungeva un tal grado di fervore, che sembrava non bastare il suo cuore all’influsso che a lui veniva dalla fonte increata della verità e della vita. Durante uno di questi slanci accadde il fatto raccontato da tutti gli storici sulla fede giurata del piissimo religioso Fra Domenico da Caserta, che ebbe la sorte di esserne testimone. Egli lo vide nella cappella di San Niccolò, ov’era solito pregare, sollevato di due cubiti da terra, davanti a un devoto Crocifisso. A un tratto dalle labbra del Divin Redentore uscirono queste parole: Tommaso, tu hai scritto bene di me. Qual premio dunque tu vuoi? E Tommaso: Nient’altro che voi, o Signore! Le sue preghiere da quel momento si fecero ancor più fervide e più abbondanti le lacrime. Nella Compieta secondo il rito domenicano, suol cantarsi per due settimane di quaresima, un responsorio commovente, interrotto da un versetto del Salmo 70°, che dice: Non mi rigettate, o Signore, nel tempo della mia vecchiezza, non mi abbandonate quando le mie forze verranno meno. Il versetto suol cantarsi da un sol religioso a turno; e quando toccò a Tommaso, tutto il suo volto si coprì di pianto. – Tra gli altri rapimenti fu notato quello della domenica di Passione, durante la Santa Messa. Mentre teneva in mano il corpo di Nostro Signore, prima di comunicarsi, ebbe un’estasi assai lunga, che fu avvertita dagli astanti, tra cui erano alcuni ministri del Re, i quali non si stancarono, ma s’infervorarono nella pietà ed attesero fino al termine. Non tralasciò, in questo tempo, le lezioni che tenne sia nella celebre Università ov’era stato discepolo, per le quali gli era stato assegnato da Re Carlo lo stipendio d’un’oncia d’oro al mese, sia nel convento in una vasta aula, ove tuttora si conserva la sua cattedra; e il concorso era immenso. Tra i discepoli che ebbe a Napoli è da ricordarsi Fra Guglielmo di Tocco, che doveva poi scriverne la vita, e lavorare per la sua canonizzazione; e Fra Bartolomeo, detto più comunemente Tolomeo da Lucca, altro suo biografo, che ascoltò talvolta le sue confessioni e che fu poi elevato al vescovado di Torcello. – A dimostrare la sua attività anche in questo tempo e le sue cure indefesse per il profitto dei giovani negli studi sta il fatto di un viaggio, avvenuto certamente tra l’estate e l’autunno di quell’anno 1273, a Viterbo, Perugia, Firenze e fino a Pisa, ove, per incarico del Capitolo tenuto l’anno precedente, stabilì nel celebre convento di Santa Caterina, ove si conserva ancora la sua cattedra, uno studio generale di Teologia. Altri piccoli viaggi egli fece a Salerno; e restò memoria di quello fatto al Castello di San Severino nel Salernitano, ove dimoravano le sue sorelle, Teodora sposata a Ruggero Conte di Marsico, e Maria signora di Marano. E qui avvenne che stando ad orare nella cappella, entrò in un’estasi lunghissima, che fece stare le sorelle in pensiero. Lo stesso Fra Reginaldo che lo aveva accompagnato si meravigliò perché mai l’aveva visto restare immobile e fuori di sé per tanto tempo. Come si fu riavuto, il compagno gli chiese con molta premura che cosa avesse veduto o udito in quel tempo; e Tommaso gli rispose colle parole di San Paolo: Ho visto e udito tali meraviglie, che all’uomo non è possibile raccontarle. Tutto quello che ho scritto non è che paglia, al confronto di quello che Iddio mi ha rivelato. E poi soggiunse: A te, o Reginaldo, manifesto il segreto del cuor mio: il mio insegnamento e la mia vita presto avranno fine. – Da quel giorno, che era il 6 di dicembre del 1273, il Santo Dottore cessò di scrivere. La Somma Teologica rimase interrotta alla fine del trattato della Penitenza, e la parte con cui essa è condotta a termine, chiamata il Supplemento, fu poi tratta, come sopra dicemmo, da altre opere del Santo Dottore da Fra Reginaldo, che gli succedé nella Cattedra di Teologia a Napoli.

36. — A Fossanova.

La scelta di Tebaldo Visconti a successore di Clemente IV fu un indizio del desiderio vivissimo che in tutto il mondo si aveva di vedere ormai terminata la lacrimevole separazione della Chiesa Greca dalla Latina e riunito tutto il popolo cristiano nella grande opera della liberazione del Santo Sepolcro. Egli era infatti uno dei più fervorosi apostoli che mai si fossero recati tra i Cristiani d’Oriente; e ricevuto in Palestina, ove si trovava, il decreto della sua nomina, si mise in viaggio per l’Italia e andò tosto a trovare in Viterbo i Cardinali per trattare subito con loro dei grandi interessi della Cristianità. Una delle cose a cui prima pensò fu di dare a Gerusalemme un buon pastore; e la scelta del nuovo Patriarca cadde su Fra Tommaso Agni da Lentino, che, come vedemmo, aveva già ricevuto nelle proprie mani la pròfessione del giovane Tommaso d’Aquino, ed era stato poi elevato all’arcivescovato di Cosenza. Nessuna idea ebbe per allora Gregorio IX di preparativi guerreschi, che da sé soli a nulla approdavano; molto invece egli sperò da una comune intesa dell’Episcopato cattolico, che lavorasse alla desiderata unione delle due Chiese; e indisse per il 1274 il Concilio Ecumenico da tenersi a Lione. Gli uomini più grandi di quel tempo, insieme coi Vescovi di tutta la cristianità vi furon chiamati; e tra gli altri, il Beato Alberto Magno, il Beato Pietro da Tarantasia. San. Bonaventura e il nostro Santo Dottore, che fu invitato con lettere particolari e incaricato dal Pontefice di recare con sé il suo celebre trattato Contro gli errori dei Greci. – Così ai primi di febbraio del 1274 Tommaso si congedò dai suoi confratelli di Napoli e si mise in viaggio col fedele Fra Reginaldo, sebbene sofferente e assai indebolito, soffermandosi in vari luoghi, dappertutto accolto con festa e caramente ospitato. Stando per via, Fra Reginaldo gli disse che correva voce che il Papa, nel Concilio, lo avrebbe fatto Cardinale con Fra Bonaventura e che sarebbe stato questo un grande onore pei due Ordini! State certo, rispose il Santo, che io non muterò mai lo stato in cui mi trovo. E quanto al mio Ordine, in nessuno stato gli potrei essere utile quanto in quello in cui resterò. Passò per Aquino, e al luogo della sua nascita diè l’ultimo saluto. Il suo pensiero salì anche all’asilo della sua infanzia: e ai piedi di Montecassino ebbe una lettera premurosa dell’Abate Bernardo, che lo invitava a salir lassù, anche perchè i monaci desideravano una sua spiegazione di un passo oscuro dei Morali di San Gregorio. Ma egli si scusò, dicendo d’essere stanco pel viaggio e pei digiuni dell’Ordine. Alcuni monaci allora discesero, ed egli rispose in iscritto colla consueta chiarezza. Entrato nella diocesi di Terracina, si fermò al castello di Maenza, nella vallata del Sacco, ov’era una sua nipote, la Contessa Francesca d’Aquino maritata ad Annibale da Ceccano, che lo trovò molto deperito e gli fece apprestare le più sollecite cure. Ma il male progrediva, e la Contessa chiamò a curarlo un medico, certo Guido da Piperno. La nipote avrebbe voluto trattenerlo, ma Tommaso non volle mettersi in letto fuori d’una casa religiosa, e si trascinò a stento sopra un muletto, entrò nella vallata dell’Amaseno, traversò Prossedi, passò sotto Sonnino e si fermò stanchissimo alla badia cisterciense di Fossanova, fra Terracina e Piperno. Entrando in quella sacra dimora, fu udito ripetere le parole del salmo CXXXI (14), che presso i Domenicani sono in uso nell’ufficiatura dei morti: Questo è il mio riposo nei secoli dei secoli; qui abiterò, perché me lo sono eletto. Gli furono assegnate due cellette presso quelle dell’Abate; in una stava un camino, nell’altra il letto. Le cure che gli ebbero i monaci durante un mese non si potrebbero descrivere. Tutti si tenevano onorati di poterlo servire; e basti il dire che andando a far legna nella foresta per fargli fuoco, vollero sempre portarle sopra le loro spalle, né mai permisero che gli animali portassero sul dorso cose che servivano per il Santo Dottore. La notizia si sparse per tutto. Corse la Contessa Francesca, che volle ogni giorno saper le nuove della malattia; vennero premurosi da Anagni, da Fondi, da Gaeta, ed anche da Napoli e da Roma, molti Domenicani, e ad essi si unirono vari Monaci e Frati Minori per aver notizie e ricever dal Santo qualche ricordo. Egli si sforzava di rispondere a tutti. A un religioso che gli chiese come avrebbe potuto fare a non perder mai la grazia di Dio, rispose: Cerca di vivere, come se in ogni ora tu dovessi morire. Alla nipote premurosa, che gli mandò a dire se gli occorresse nulla, fece rispondere: Non mi manca nulla; e diqui a poco avrò tutto. – Nemmeno una parola di lamento uscì dal suo labbro, e dal suo volto sempre più traspariva la serenità dell’anima. I monaci ne restarono ammirati; e alcuni di loro gli ricordarono che San Bernardo, prima di morire, aveva spiegato a quelli che lo assistevano il Cantico dei Cantici, e lo pregarono a fare altrettanto. Datemi lo spirito di San Bernardo, egli rispose, e anch’io farò lo stesso. Ma insistendo essi, egli dettò un mirabile commento che ancora rimane. Fu questa per Tommaso d’Aquino la più bella preparazione alla morte.Fra Reginaldo non lo abbandonò un momento; e Tommaso gli mostrò tutto il suo affetto lasciandogli i più cari ricordi e aprendosi con lui in confidenze affettuose. Un giorno gli disse: Di tre cose io devo ringraziare il Signore in modo speciale. La prima è di avermi dato un cuore nobile, che non si è lasciato attrarre dalle cose vili della terra. La seconda è di avermi lasciato nell’umiltà e povertà del mio Ordine. La terza è stata quella d’avermi fatto conoscere lo stato felice del mio fratello Rinaldo. Il suo pensiero correva a Rinaldo! A lui che lo aveva già malmenato e condotto alla carcere, a lui che, accordatosi col fratello, gli aveva preparato una spaventosa caduta, la quale avrebbegli tolto, se Dio non fosse corso in suo aiuto, il suo massimo onore e il nome di Angelico, a lui, che sapeva ora accolto nella gloria dal Dio delle misericordie, che tanti falli perdona per un atto generoso, egli andava ora col pensiero, sicuro di trovarlo presto nel cielo.

37. — La morte. Ritratto del Santo.

Sentendosi vicino alla sua fine, Tommaso chiese a Fra Reginaldo di udire la sua confessione generale; e poi domandò la grazia di restar solo, per disporsi a ricevere il Santo Viatico. Volle che lo togliessero dal suo letticciolo e lo ponessero a giacere in terra, sopra la cenere. Furon raccolte le parole che proferì nel momento in cui l’Abate gli presentò la Santa Eucarestia, e gli chiese di fare la consueta Professione di fede: Io ti ricevo, o Dio, prezzo della redenzione dell’anima mia, viatico del mio pellegrinaggio, per amore del quale ho vegliato e studiato, predicato ed insegnato. E tutto quello che ho scritto, io lo sottopongo alla correzione della Santa Chiesa Romana, nella cui obbedienza ora passo da questa vita. Ricevuta poi l’estrema unzione, placidamente spirò la mattina del 7 marzo del 1274, prima che spuntasse il sole, in età, a quanto sembra, di quarantotto anni. – Egli era grande e diritto di persona, ben formato, di corporatura oltre l’ordinaria, di complessione delicata, faccia tendente al bruno. Ebbe la fronte ampia ed elevata, e sul davanti alquanto calva, acuto lo sguardo, ma pieno d’inesprimibile dolcezza. Nei suoi gesti e in tutto il suo portamento mai si vide nulla di incomposto: taceva e meditava quasi sempre; interrogato rispondeva cortesemente e qualche volta con arguzia, ma sempre con semplicità e candore. Chiunque lo vedesse sentivasi stimolato ad abbracciar la virtù. Mai fu visto adirato, né turbato, nemmeno leggermente. Non amò affatto le grandezze di quaggiù, che lusingano l’ambizione, né le ricchezze, che non ci sanno dare la vera felicità. Una volta un compagno gli mostrò da un’altura la città di Parigi e gli domandò se avesse desiderato di esserne padrone; e rispose: Prenderei più volentieri le Omelie del Crisostomo su San Matteo. Come compendio di quanto fu detto e scritto della sua santità e delle grazie a lui concesse, bastino le due promesse che Iddio gli fece: che non sarebbe stato mai vinto dagli allettamenti della carne, né mai avrebbe sentito gli stimoli della vanagloria; basti la testimonianza di Fra Reginaldo, che tante volte lo aveva confessato, e fino sul letto di morte, di non aver trovato in lui se non la coscienza d’un bambino di cinque anni. – Quale fu nella vita tale è negli scritti. La tranquillità del ragionamento non si altera mai; sembra che egli tema degli slanci del cuore nel trattare dei divini misteri. Tutto è misurato nel suo eloquio: una parola di più lo guasterebbe, una di meno vi lascerebbe un vuoto. Contro gli erranti non ha mai parole di rimprovero, mentre li confonde collo splendore della verità. La frase più severa che sia uscita dalla sua penna fu quella che usò contro David de Dinant, quando chiamò stoltissima la sua dottrina, che confondeva Dio colla materia prima! Fu amantissimo del suo Ordine, e preferì a tutti gli onori del mondo il suo povero cappuccio di frate. Vero predicatore, seppe ben distinguere la cattedra dal pergamo; e parlando al popolo, mentre attingeva dalla sorgente stessa della divina eloquenza la sua dottrina, la esponeva con parole semplici e chiare, che egli paragonava alle monete, di cui tutti devon conoscere il valore. Ma ancor meglio che colla predicazione e l’insegnamento, egli parlò colla sua vita; e bene egli disse di se stesso con Sant’Ilario: Riconosco che il dovere principale che lega a Dio la mia vita, è che ogni mia parola ed ogni mio sentimento parli di Dio. E veramente egli sembrò in mezzo agli uomini la più alta espressione della verità. Ed un sincero amore della verità sarebbe stato anche causa della sua morte immatura ed avrebbe dato ad essa il valore di un martirio, se fosse accertato quanto vari storici affermarono, che essa fosse accelerata da un lento veleno fattogli dare da Carlo d’Angiò. Sospettoso e crudele com’era, quel Re avrebbe saputo di una risposta data dal Santo Dottore a chi gli aveva domandato che cosa egli avrebbe detto delle cose sue al Concilio di Lione, se ne fosse stato richiesto: Certamente io dirò la verità. Ed è la verità che spesso fa paura ai potenti.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (6)

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (4)

VITA
dell’Angelico Dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (4)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti.
Card. Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA FRANCESCO FERRARI 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

23. — Ritorno in Italia.

A Santa Sabina.

Il 25 Maggio del 1261 moriva Alessandro IV in Viterbo, ove si trovava allora il Patriarca di Gerusalemme, già Arcidiacono di Liegi e poi Vescovo di Verdun Giacomo Pantaleone, venuto per chiedere alla corte papale protezione in favore dei poveri Cristiani di Palestina. A lui si rivolse il pensiero dei Cardinali nel Conclave; ed eletto Pontefice, prese il nome di Urbano IV. – Uno dei primi pensieri del novello Papa fu di giovarsi della dottrina di Tommaso d’Aquino, che in breve aveva acquistato sì alta fama tra i dotti e che egli stesso aveva conosciuto in Francia al tempo della celebre lotta contro i religiosi, nella quale il savio Arcidiacono si era schierato tra i loro difensori. Lo volle presso di sé, e gli comandò di venire in Italia, respingendo ogni domanda che faceva con insistenza l’Università di Parigi per ritenere il suo Dottore. Ai primi del 1261, Tommaso dové sospendere le sue lezioni cedendo la sua cattedra a un suo illustre discepolo, Fra Annibale di Molaria, e mettersi in viaggio per l’Italia. Andò per diritta via ad Orvieto, ove si trovava il Pontefice, lietissimo di aver vicino a se l’uomo più dotto del tempo suo, che gli sarebbe stato di potente aiuto per attuare, a benefizio della Chiesa, quelle idee che occupavano tutta la sua mente. – D’altra parte i superiori della Provincia Romana, andarono lieti di riavere questo loro alunno, a cui senza indugio affidarono la cattedra di teologia nel celebre convento di Santa Sabina sull’Aventino. Lassù, ove si era rifugiato giovanetto, fuggito da Napoli e perseguitato dai parenti per aver preferito agli agi della vita del mondo la povertà dell’abito domenicano, tornava ora pieno di gloria, ma cresciuto nel basso sentire di sé dopo diciassette anni; e vi trovava più che altrove la pace, nel silenzio, nei colloqui con Dio e nelle care memorie del suo venerato Patriarca. – Il Convento di Santa Sabina, che già era stato sotto Onorio III palazzo pontificale, presso la Chiesa gloriosa che lo stesso Pontefice aveva dato all’Ordine, era il centro, a quel tempo, della Provincia Romana, a cui Tommaso apparteneva per esser figlio dei Convento di Napoli, estendendosi allora la vasta Provincia domenicana all’Etruria, all’Umbria, al Lazio e a tutta l’Italia inferiore. Così a lui poté affidare il P. Troiano del Regno, allora Provinciale, l’istruzione dei giovani studenti in quel glorioso convento. Questo periodo di dodici anni, durato fino alla morte, e interrotto, come vedremo, dalle sue gite a Londra, a Bologna e a Parigi pei Capitoli Generali, dobbiamo chiamarlo, nella vita del Santo Dottore, il più fecondo, se pensiamo al molteplice e arduo lavoro a cui egli si diede, oltre al soddisfare ai delicati incarichi a lui affidati dal Papa. Le pratiche religiose, a cui fu sempre fedelissimo, le orazioni lunghe e ferventi, da lui alternate alla predicazione quasi continua della parola di Dio ed alla fatica dell’insegnamento, non gli impedirono di meditare e scrivere opere meravigliose, che formano ora l’ammirazione del mondo. Basti ricordare la Somma contro i Gentili, la Catena d’oro e soprattutto la Somma Teologica. Ma questa vita gloriosa doveva tosto abbellirsi di una nuova e splendidissima luce: e a nessun altro che al Dottore Angelico aveva riservato la Provvidenza questa purissima gloria.

24. — Il Dottore e Poeta eucaristico.

A Tommaso d’Aquino che Urbano IV, stando in Orvieto, fece venire a sé, manifestò un suo pensiero. Disse che essendo egli più di venti anni addietro, Arcidiacono di Liegi, aveva conosciuto nel convento di Mont-Carillon una serafica vergine, chiamata Giuliana, che professava la regola di Sant’Agostino, devotissima della Santa Eucaristia. Questa suora, fino dai suoi primi anni, ogni volta che orava, aveva una visione misteriosa: le sembrava vedere una luna piena, ma da un lato un po’ mancante; e chiestone a Dio con fervide preghiere il significato, aveva inteso che la luna significava la Chiesa, e il difetto che si vedeva era la mancanza in lei di una festa speciale del Santissimo Sacramento. Dopo molte esitazioni, ella aveva manifestato la cosa ad un canonico di Liegi, che l’aveva poi riferita a lui Arcidiacono e ad altri Dottori, tra i quali era il Domenicano Fra Ugo di San Caro, allora Provinciale di Francia, che là si trovava per la visita canonica ai conventi del suo Ordine. – Ma non eran mancate le critiche più acerbe contro la novità voluta dalla suora. Però quei sapienti si erano mostrati favorevoli in gran parte, specialmente il Domenicano; sicché il Vescovo, che era Roberto di Torota, aveva pensato nel 1246 di istituire nella sua diocesi la festa desiderata, ma fu prevenuto dalla morte. Quello che egli non aveva potuto fare, lo fece sei anni dopo lo stesso Fra Ugo da San Caro, che eletto Cardinale e Legato della Santa Sede in quelle regioni, istituì in Liegi, e per quanto si estendeva la sua legazione, la nuova festa, fissando per essa il giovedì dopo l’Ottava della Pentecoste. Egli stesso con gran solennità la celebrò in Liegi stessa nella cattedrale di San Martino. Ma le ostilità furon riprese con maggior furore dopo la partenza del Cardinale. La Beata Giuliana fu presa specialmente di mira e cacciata dal suo convento: e il 5 Aprile del 1258 erasene volata al cielo. Ma prima di morire, aveva fatto partecipe una povera reclusa, chiamata Èva, sua amica, ripiena dello spirito di Dio, dei suoi dolori e delle sue speranze. Aggiungeva il Pontefice come a lui, che era tuttora Arcidiacono, e soleva inviarle delle elemosine, aveva potuto la povera Èva far pervenire i suoi lamenti e ne aveva avuto conforto. Ed ora che la Provvidenza avevalo elevato sul più alto trono del mondo, voleva ad ogni modo che i voti di quelle candide anime fossero esauditi. – Egli ben sapeva che collo spirito della Beata Giuliana, la quale aveva ormai deposto il corpo nel suo sepolcro, e con quello della reclusa superstite, che gemeva nella sua povera grotta, tante e tante anime avevan comuni i desideri ed i voti; e tra queste anime era certamente quella del gran Dottore d’Aquino. – Tommaso non esitò un istante ad approvare il pensiero del Pontefice; e vide in tutto quel fatto l’opera di Dio. E pregato da lui di metter subito mano alla composizione del nuovo ufficio liturgico e della messa per la grande solennità, umilmente accettò. Quell’ufficio rimane; ed è un vero capolavoro di poesia e di scienza teologica. Possiamo dire che la mente ed il cuore del Dottore Angelico si rivelano a noi in quelle antifone, in quegli inni e in quei canti, in mirabile modo. E veramente conveniva che un Dottore, a cui la Chiesa avrebbe poi dato il nome di Angelico per la sua purissima vita e la celeste dottrina, ponesse sul labbro di lei le sue parole per celebrar la virtù e grandezza di quel dono, che è chiamato Pane degli Angeli. Come premio pel suo lavoro ebbe Tommaso da Urbano IV un prezioso dono, che fu ad un tempo un graziosissimo simbolo: una colomba d’argento. V’è chi aggiunge che Urbano volesse anche nominarlo cardinale, ma che non riuscisse a vincere le sue più vive resistenze. – La bella festa del Sacramento fu instituita il 2 Agosto del 1264 ed estesa a tutta la Chiesa. Con vari prodigi Iddio stesso aveva manifestato in varie parti che il tempo in cui sarebbesi tra gli uomini maggiormente glorificato il mistero di amore era vicino; specialmente nel celebre miracolo di Bolsena, avvenuto appunto in quei giorni. Un sacerdote alemanno, nel celebrarvi la santa Messa, ebbe fortissimi dubbi sulla presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia. Ma quando fu al momento di dovere spezzar l’Ostia che teneva nelle mani, egli vide uscirne vivo sangue in copia, sì che il corporale ne fu in varie parti macchiato. Lo stesso Urbano IV recò ad Orvieto colle proprie mani quel sacro corporale, che divenne insigne reliquia. Ad esso non solo la mirabile custodia d’argento e di gemme lavorata da Ugolino da Siena, ma la cattedrale stupenda, che sorse in quella città, sarebbe rimasta solenne monumento. Intanto il decreto del 2 Agosto veniva pubblicato per tutte le diocesi, e destava nel popolo cristiano il più vivo entusiasmo. – La sollecitudine per il bene della Chiesa universale non aveva cancellato nella mente del Pontefice sommo il ricordo della povera reclusa di Liegi. A lei egli mandò con una sua lettera una copia tanto del decreto quanto del nuovo ufficio composto da San Tommaso. Meraviglioso esempio in faccia al mondo, che così spesso tra il grande ed il piccolo, tra gli alti intelletti e le menti degli umili innalza muri di divisione!

25. — La Somma contro i Gentili.

Un altro grande pensiero del Pontefice Urbano IV era la conversione di tanti poveri infedeli, a molti dei quali mancava il benefizio di una parola apostolica, che togliesse dalla loro mente i pregiudizi e li guidasse per sicura via alla verità. Egli aveva visto coi propri occhi quante anime si perdevano per questa funesta ignoranza e il poco frutto, o piuttosto il danno che si faceva a tanti popoli d’Oriente andando contro di loro colle armi e con mire ambiziose piuttosto che colla parola di pace e colla buona novella del Vangelo. Nei missionarii che si recavano nelle terre dei Saraceni e dei Giudei e in mezzo ad altre nazioni separate dalla Chiesa, due cose essenzialissime spesso mancavano: la conoscenza delle lingue ed una sufficiente istruzione religiosa per catechizzare quelle genti. E spesso si trattava non di ammaestrare turbe di neofiti nelle verità della fede, ma di piegare intelletti traviati da un falso cristianesimo, e specialmente quelli che si davan per dotti, in cui da secoli si eran fatte strada le più assurde dottrine. – L’Ordine di San Domenico aveva un uomo che viveva di questa idea: un dotto spagnolo, il Padre Raimondo da Pennafort, che la Chiesa avrebbe poi iscritto nel catalogo dei Santi. Egli che aveva fatto per varii anni, prima di entrare nell’Ordine, la vita di missionario, di 46 anni aveva vestito l’abito, e nel 1238 era stato eletto Maestro Generale, succedendo al Beato Giordano di Sassonia. Una forte debolezza a lui sopravvenuta, dopo soli due anni, lo aveva costretto a lasciar quella carica; ma poi, riacquistate le forze, erasi dato ad una vita laboriosissima dedicata soprattutto alla conversione degli infedeli. Presso i Generali dell’Ordine a lui succeduti, e specialmente presso Fra Giovanni Teutonico, aveva fatto premure per la fondazione di varie scuole di arabo e di caldeo in alcuni Conventi dell’Ordine, e sollecitato l’invio di alcuni frati spagnoli a Tunisi e nella Murcia, allo scopo di apprender quelle lingue. Essi avevan portato con sé il testo autentico della Bibbia, con cui si erano studiati di palesar gli errori di cui eran piene le versioni falsate dei dottori arabi. All’opera di evangelizzazione già aveva cercato Fra Raimondo di unire quella della carità più eroica, colla fondazione dell’Ordine della Mercede per la redenzione degli schiavi, che imponeva ai suoi membri di restare in pegno nelle mani degli infedeli per ottener la liberazione dei cristiani fatti prigionieri. – Il Capitolo Generale di Parigi del 1256 si era reso conto di questa necessità, ed aveva encomiato l’opera intrapresa dal generoso Fra Raimondo. Ma non bastò. Egli vide quanto sarebbe stata necessaria per una soda educazione dei missionari, sia di quelli che in Spagna vivevano a contatto cogli Arabi che l’avevano invasa, sia di quelli che per cagione delle crociate si trovavano allora in Oriente, ed erano anche provocati a difficili dispute, un’opera che facesse conoscere le verità divine a cui può giungere l’umana ragione e insieme confutasse tutti gli errori e le superstizioni dei nemici della fede, fossero essi Ebrei, o Maomettani, o semplicemente Pagani; e mettere in mano all’Apostolo di Cristo valide armi per combatterli; e pensò che nessuno avrebbe meglio di Tommaso d’Aquino compiuto un tale lavoro. Al desiderio di Fra Raimondo si aggiunse quello del Pontefice e la volontà del Capo dell’Ordine; e San Tommaso pose mano al poderoso lavoro. – Così si ebbe la celebre Somma contro i Gentili, che egli cominciò a scrivere, a quanto pare, in Parigi e a cui pose termine in Roma nel 1261 dopo l’esaltazione di Urbano IV, e che così bene corrispondeva ai generosi intenti del grande Pontefice. San Raimondo l’ebbe come un dono a lui venuto dal cielo. Le verità naturali a cui l’uomo può giungere colla ragione e per la via delle creature, e quelle che, pur essendo contenute nei limiti della facoltà intellettiva, ci vengono insegnate dalla fede che sovviene alla debolezza nostra, sono da Tommaso illuminate con tal forza di ragionamento, che più oltre non è dato salire ad umano intelletto. E quanto alle verità superiori, che i Cristiani ritengono per fede, a lui basta mostrare che contro di esse nulla può opporre la ragione umana, e che sono invece con essa in mirabile armonia. Tutto ciò che dai sistemi filosofici dei vari tempi, dalla negazione giudaica e dalle false dottrine degli eretici, specialmente dalle sottigliezze degli Arabi e dalla perfidia dei Manichei viene opposto contro di loro, non è che vano sofisma o gratuita negazione. – Con quest’opera meravigliosa, tradotta’ subito in greco, in arabo ed in siriaco, a cui solo fanno riscontro i famosi libri della città di Dio di Sant’Agostino, non solo S. Tommaso giovò allo scopo voluto da S. Raimondo e meritò l’ammirazione del Pontefice, ma fu utile a tutti i tempi, restando essa guida sicura ai forti intelletti per giungere ad una chiara visione della cattolica verità e per conoscere i solidi fondamenti su cui essa è basata.

26. — La Catena d’oro.

Un altro lavoro appartenente a questo periodo, è la Catena d’oro. Fu la posterità che diede questo bel titolo alla preziosissima opera che S. Tommaso compose sui quattro Vangeli per espresso comando, come egli dice, del Vicario di Gesù Cristo, a cui egli dedicò la prima parte, cioè il Vangelo di S. Matteo, e che dopo la morte del Papa, avvenuta solo due anni dopo l’elezione, egli condusse a termine. L’incarico di distendere un commento completo del Santo Vangelo riunendo insieme le molte testimonianze dei Padri Greci e Latini aveva pensato il Pontefice di affidarlo ai due grandi Dottori S. Tommaso e S. Bonaventura, che, dividendosi l’arduo e lungo lavoro, lo avrebbero condotto a termine con maggior sollecitudine. Ma S. Bonaventura, allora Generale del suo Ordine, si scusò; e il lavoro rimase al solo Tommaso. Nella Catena d’oro il testo sacro viene a noi attraverso la mente dei suoi più grandi conoscitori, quali furono i Santi Padri, i Dottori della Chiesa e gli antichi interpreti, di cui vengono riportate, quasi sempre a lettera, le testimonianze, così bene accordate, da farne come un concerto di voci solenni. Ventidue Padri e scrittori Greci e venti Latini, appartenenti a dodici secoli, cioè tutto il fiore dei commenti fino allora conosciuti, noi lo abbiamo in quest’unico libro, che, oltre al procurarci un risparmio immenso di tempo e di studio, ci presenta il testo sacro in una mirabile e divina unità, e ne espone lucidamente tanto il senso letterale quanto lo spirituale o mistico, con quell’autorità che tutta la Chiesa riconosce in tali espositori. Sono essi soli che parlano; S. Tommaso tace; ma la luce di quell’intelletto angelico rifulge in ogni pagina del libro, ed è essa che congiunge gli anelli della preziosa catena. – I biografi videro quasi un miracolo nel fatto che, con tanta penuria di codici quale eravi in quel tempo, potesse S. Tommaso unire insieme tante testimonianze; e dicono che, percorrendo per vari monasteri, facesse suo molto materiale colla sua prodigiosa memoria. Comunque sia, e tenuto conto anche del ricco contributo di cui poté far tesoro, stando specialmente a fianco del Pontefice, il lavoro meritò l’ammirazione di tutti i dotti al tempo suo e le lodi di tutta la posterità. Scrivendo al Cardinale Annibaldo, a cui, dopo la morte di Urbano, dedicò i tre volumi dei Vangeli di S. Marco, di S. Luca e di S. Giovanni, S. Tommaso dice di aver durato in questo lavoro molta fatica e di avervi posto uno studio amoroso. Questo studio è principalmente nella scelta dei testi, dai quali sono tolte via le sottili e inutili questioni e che sono stati messi ingegnosamente a raffronto, prendendone veramente il fiore. In tal modo le più belle pagine di S. Giovanni Crisostomo, di Sant’Agostino, di S. Gregorio, di Sant’Ambrogio, di Tertulliano, di Origene, così calde, così ricche di vera eloquenza, illustrano nel più mirabile modo la parola divina del Vangelo.

27. — Prodigi e celesti favori.

Colla preziosa opera della Catena d’oro sono da ricordarsi altri dotti commenti della Sacra Scrittura, come quelli sui libri di Giobbe e d’Isaia, sui primi cinquanta salmi, sui Vangeli di San Matteo e di San Giovanni e sulle quattordici Epistole di San Paolo; minuta analisi del pensiero del grande Apostolo delle Genti, che riesce una perfetta esposizione di tutta la dottrina cattolica. – Fu concesso da Dio al nostro Santo uno specialissimo lume per entrare nei secreti del testo sacro, che egli sempre interpretò dopo lunghe orazioni, alle quali aggiungeva il digiuno quando si presentavano a lui speciali difficoltà. Lo vedevano spesso in chiesa starsene lunghe ore col capo appoggiato al Tabernacolo, ove si conservava la Santa Eucaristia. E in quei momenti ripeteva le parole di Sant’Agostino: « Possa io ottenere l’aiuto da te, fonte dei lumi; e mentre batto alla tua porta, mi sia rivelato il segreto dei tuoi sermoni. » – Ricordano i processi un fatto attestato dal fedele compagno di Tommaso, Fra Reginaldo. Era andato il Santo al suo notturno riposo; e Fra Reginaldo, che dormiva nella cella accanto, si destò al rumore di alcune voci che si udivano in quella di Tommaso. Poco dopo, il Santo lo chiamò dicendo: Portatemi il lume e la carta, ove abbiamo scritto sopra Isaia. Il frate obbedì, e scrisse quanto il Santo Dottore gli venne dettando. Era la spiegazione di un passo difficilissimo del Profeta. Com’ebbe terminato di scrivere, Fra Reginaldo si gettò in ginocchio presso il letto del Santo, e lo scongiurò a dirgli con chi avesse parlato: « Non mi partirò di qui, »esclamava, finché non me lo avrete detto! Alfine il Santo condiscese, c disse che gli erano apparsi i Santi Apostoli Pietro e Paolo e gli avevano spiegato il difficile passo, Ma insieme gli impose di non far parola della cosa a nessuno prima della sua morte. – Altri prodigi confermarono la santità della sua vita e dei suoi insegnamenti. Uno di essi accadde nella Basilica Vaticana ove predicò una quaresima. Nel Venerdì Santo parlò dei dolori del Redentore con tanta devozione che mosse tutti al pianto. E nella Pasqua vi fu gran concorso; ed egli esortò tutti ad esultare nel Signore e celebrare la sua resurrezione. Nell’uscir dalla Chiesa, una donna che pativa un flusso di sangue, avvicinatasi a lui tutta piena di fede, gli toccò il lembo della cappa e rimase d’un tratto sanata. – Un altro prodigio avvenne nel castello della Molara, nelle colline Tu- sculane, ove San Tommaso fu un giorno invitato dal Cardinale Riccardo di Sant’Angelo. Vi andò col suo amato Fra Reginaldo, che si ammalò gravemente e si mise in letto con altissima febbre; sicché era quasi disperato dai medici. Tommaso aveva una specialissima devozione verso la Vergine e Martire Romana Sant’Agnese, e ne teneva continuamente appesa al collo una piccola reliquia. Se la tolse e l’accostò al petto del povero Fra Reginaldo, che si alzò subito dal letto perfettamente guarito. Tommaso, attribuendo tutto all’intercessione della beata verginella, mostrò desiderio che ogni anno se ne facesse la festa nel convento, ove si trovava, con letizia speciale. Tra gli altri favori celesti che gli furon concessi furono le rivelazioni che egli ebbe intorno ai suoi due fratelli Landolfo e Rinaldo. Di Landolfo, allorché morì, seppe che era andato in purgatorio, e ne sollecitò con ardenti preghiere la liberazione, e che Rinaldo, il quale, come vedremo, per una santa e nobile causa aveva dato la vita, toltagli dai sicari di Federico II, era salito alla gloria celeste. E gli fu mostrato un libro, ove il nome di Rinaldo era scritto a caratteri d’oro ed azzurro. Allo stesso modo fu accertato dell’eterna salute della sua sorella Marotta, Badessa del monastero di Santa Maria di Capua, ov’era vissuta in santità di vita e che alcuni anni innanzi era morta.

28. — I due Rabbini.

Stando a Roma, Tommaso fu di nuovo invitato dal Cardinale Riccardo al detto castello della Molara, perché passasse in sua compagnia la festa del Santo Natale. Vi andò, e trovò che stavano presso il Cardinale due Rabbini, padre e figlio, uomini ricchi e di forte ingegno, molto conosciuti in Roma. Al Santo Dottore disse molto famigliarmente il Cardinale: Fra Tommaso, dite qualcuna delle vostre buone parole a questi Ebrei indurati. E il Santo: Dirò quel che potrò, purché mi vogliano ascoltare. Entrarono in discorso; ed era bello udir questi Ebrei esaltare, in tono di vittoria, la loro religione, come la più antica del genere umano, la custode fedele della divina rivelazione, l’erede delle più sante promesse, e specialmente di quella a loro fatta da Dio, del dominio su tutti i popoli della terra con l’assicurazione di un’eterna durata. Chi avesse udito quei vanti, avrebbe forse crollato il capo e pensato ad opporre altre grandezze da parte della nostra fede; ma Tommaso tutto approvò, e si unì ai suoi interlocutori in quegli elogi. Anzi, continuando, mostrò che quelle grandezze avrebbero potuto conservarsi e avrebbe dovuto compiersi quel grande destino, né mai interrompersi tradizioni così gloriose. E con la profonda cognizione che aveva delle Sacre Scritture, mostrò come tanti simboli sarebbero ora senza alcun significato, tante predizioni non si sarebbero verificate, se non si fosse ammesso quanto i Cristiani ritengono di Gesù Cristo e della sua Chiesa; il solo regno spirituale veduto dai Profeti, che avrebbe esteso i suoi domini fino ai confini della terra. – I due Rabbini rimasero stupiti, ma non si diedero per vinti. Allora la parola del Santo Dottore divenne più accesa; e veramente usciva da un cuore pieno di desiderio della salute di quelle anime, anch’esse redente da Cristo; e parlava di Cristo, solo erede delle promesse di Abramo, di Isacco, di David e di tutti i Patriarchi e Profeti, di Cristo, a cui i dolori e le pene non tolsero nulla della sua divina grandezza, anzi aumentarono la sua virtù riparatrice dei nostri falli, consolatrice dei nostri cuori. E il suo volto manifestava l’interno desiderio, e già da esso traspariva la letizia per la conquista che egli era per fare di queste due anime. – Si separarono quella sera: i Rabbini ridotti al silenzio, erano ancora ostinati. Tommaso non andò al consueto riposo: ma si trattenne per tutta la notte in devota preghiera. Era appunto la notte del Santo Natale: il suo Dio doveva in quei cuori versare la sua luce; Tommaso chiedeva questa grazia al suo Dio, che era disceso nel mondo fra il canto degli Angeli a recar la vera pace. Riferiscon gli storici dal processo, che il Santo Dottore, devoto com’era di quell’ineffabile mistero, era solito ogni anno, nella festa di Natale, aver qualche visione del Santo Bambino e della sua divina Madre ed ottener qualche grazia da lui desiderata; e che quest’anno la grazia che chiese fu la conversione di queste due anime. – I Rabbini passarono la notte nella più viva agitazione. Alzatisi innanzi giorno, si recarono come per istinto nella cappella del castello, e udirono la voce di due che cantavano. Erano Fra Tommaso e Fra Reginaldo, che avevano intuonato il Te Deum, A quella voce erano accorsi i cappellani e familiari del Cardinale, e il Cardinale stesso, sebbene incomodato dalla podagra, si fece portare nella chiesa. Finito il canto, che gli stessi accorsi avevano compiuto, i due Ebrei si prostrarono davanti al Santo colle lacrime agli occhi. Non avevano altre ragioni da opporre, né ebbero altro da domandare se non la grazia del santo Battesimo. – Nel giorno stesso, che era la Solennità del Natale, furono battezzati con gran letizia del Cardinale e gran festa in tutto il palazzo, e vi presero parte molti nobili venuti da Roma, dove presto fu divulgata la cosa con grande ammirazione di tutti.

29. — Al Capitolo di Londra.

Fra Umberto de Romanis, il venerando uomo che aveva per nove anni governato l’Ordine domenicano con sapienza e fortezza e ne aveva difesi validamente i diritti, e veduta la crescente prosperità ed anche indovinata la futura grandezza e gli alti destini a cui Iddio lo chiamava, specialmente col concedere ad esso un uomo come il Dottore d’Aquino, aveva passato il sessantesimo anno, ed era risolutamente deciso di rinunziare al suo ufficio nel prossimo Capitolo che doveva tenersi a Londra. Egli pensò che l’arduo peso poteva bene esser sostenuto da più giovani spalle, e che a lui era utile tornare alla condizione di umile suddito ed alla vita di orazione e di ritiro nella pace della sua cella. Varie infermità, del resto, lo avevano visitato di quando in quando, e ne avevano allentato l’attività mirabile. – La città di Londra era stata scelta nel Capitolo tenuto in Bologna nella Pentecoste del 1262; e San Tommaso era stato eletto Definitore della Provincia Romana. Ai Padri capitolari che non potevano opporre ragioni assolute di impossibilità, non era permesso dispensarsi; e Tommaso considerò come un sacro dovere l’intervenirvi, sebbene il lunghissimo viaggio costasse a lui assai tempo e molto disagio. Partì da Roma alla fine dello stesso anno 1262 con alcuni compagni. Ci fu conservata  la cara memoria della sosta che fece nel celebre convento di Sant’Eustorgio in Milano, ove il Beato Giovanni da Vercelli, allora Provinciale, aveva istituito una scuola di logica. Ma la pietà di Tommaso eravi attratta soprattutto dalle memorie del gran martire suo confratello, San Pietro da Verona. – Questo eroe della fede, dieci anni innanzi, era caduto vittima dell’odio dei Manichei nella foresta di Barlassina, tra Como e Milano, e morendo aveva scritto la parola Credo nel terreno col dito intriso nel proprio sangue. Non ancora spirato l’anno da quella morte gloriosa, Innocenzo IV lo aveva ascritto nel catalogo dei Santi ed alla sua tomba erano continui i miracoli e le grazie. – Dinanzi a quelle sacre reliquie si prostrò il Santo Dottore, che volle lasciarvi il prezioso ricordo di otto versi, che furono poi incisi sulla tomba. In essi è esaltato lo spirito apostolico del difensore di Cristo e del popolo fedele, caduto sotto il ferro dei Catari, e vien resa testimonianza dei prodigi che Cristo compiva a gloria di lui ed a vantaggio della fede. – Dinanzi ai Padri Capitolari il Beato Umberto, dopo di avere esattamente reso conto del suo governo, domandò umilmente d’esser prosciolto dall’ufficio. Invano si opposero i Padri, che sapevano essere egli specchio di pietà, amato da tutti e venerato, zelante al sommo del bene dell’Ordine. Ma furon così vive le sue istanze, che essi pensaron meglio di non contristarlo ed appagarono il suo desiderio. Trattavasi però della nomina di un successore, alla quale molti, in verità, non erano preparati. Ed era affare di molta importanza, in quel momento specialmente, la scelta del novello Generale, e cosa assai ardua dare un degno erede al Beato Umberto. Fu molto opportuno il consiglio suggerito dal Santo Dottore d’Aquino. Con altri Capitolari egli pensò doversi dare ai Padri un anno di tempo per tale scelta; e propose frattanto l’elezione di un Vicario. E forse si deve a lui se, per il bene dell’Ordine, accettò quell’incarico il suo caro condiscepolo sopra ricordato, Fra Pietro da Tarantasia, allora Provinciale di Francia, uomo santissimo, che avrebbe saputo in quell’intervallo, con prudenza e forza, calcare le orme del beato Umberto, per poi tornare alla sua cattedra di Parigi e agli altri ministeri che lo tenevano legato. Quel consiglio fu di somma utilità, perché da un lato si provvide assai bene al bisogno del momento; dall’altro poté poi scegliersi un uomo veramente degno di quell’altissima carica. Infatti, spirato l’anno, i voti dei Padri capitolari si raccolsero sul nome del Beato Giovanni da Vercelli, che fu veramente l’uomo della Provvidenza, eletto a conservare la famiglia domenicana nelle sue tradizioni gloriose ed avviarla ai nuovi destini in difficili tempi. – A Fra Pietro da Tarantasia era riservata una più gloriosa carriera, che, come vedemmo, lo condusse al più alto soglio della terra. Terminato il Capitolo di Londra, il Santo Dottore riprese il suo viaggio per l’Italia.

30. — La rinunzia all’Arcivescovato di Napoli.

Tornato in Italia, ebbe Tommaso assai presto il dolore di perdere un amico ed un padre, il Pontefice Urbano IV. A lui succede, col nome di Clemente IV, il Cardinale Vescovo di Sabina, Guido Fulcodi, di Linguadoca, che sembrò avere ereditato da Papa Urbano i sentimenti di stima e di affezione sincera verso il nostro grande Dottore, a cui però, col pensiero di premiarne i meriti, procurò le angustie più vive. – Era rimasto vacante l’Arcivescovato di Napoli; e il novello Pontefice giudicò che a nessuno meglio che a Tommaso d’Aquino poteva affidar quella sede. I Napoletani, giustamente orgogliosi di lui, desideravano unanimi quella nomina; e il Pontefice, in segno di predilezione verso il Santo, aveva pensato di aggiungere alle rendite dell’Arcivescovato quelle del Monastero di San Pietro ad Aram. In questa decisione era compreso anche un nobile intento, secondo il suo parere: quello, cioè, di dare il modo a Tommaso di rialzare la famiglia d’Aquino, assai decaduta per le vicende politiche di quei tempi. Federigo II imperatore, divenuto crudele e ribellatosi alla Chiesa, era stato scomunicato da Gregorio IX nel 1239. Allora molti Signori d’Italia lo abbandonarono, né vollero prender più parte alle sue guerre ingiuste. Furon tra questi i Conti d’Aquino, fratelli di San Tommaso, Landolfo e Rinaldo, che si unirono ai Conti di Sora, fattisi difensori del Papa. Per vendicarsi di loro, Federigo II nel 1250 fece smantellare la città di Aquino e privò la illustre famiglia di tutti i suoi beni. E non bastò; perché Rinaldo fu ucciso a tradimento e Landolfo mandato in esilio. Ma Tommaso, che già sotto Urbano IV, a quanto sembra, aveva saputo sottrarsi all’onore della porpora, poté evitare anche il nuovo pericolo. Tutto ormai era disposto per l’elezione, ed egli ancora nulla sapeva. Ma quando la cosa gli giunse all’orecchio, rimase così colpito, che più non si sarebbe addolorato per una grave sventura che gli fosse ad un tratto piombata addosso. Il motivo d’aiutare i parenti non valse: quanto a loro egli aveva altre idee: se la Provvidenza avesse voluto ricondurli a prospera condizione, non sarebbero a lei mancati i mezzi; ma le rendite della Chiesa, egli pensava, non dovevano servire a questo. Tra il desiderio del Santo di voler restare nell’umiltà del suo abito religioso e il volere del Papa di esaltarlo ad ogni costo, la lotta si continuò alquanto; e Tommaso tutto sperò dalle preghiere che giorno e notte rivolse a Dio in quei momenti. Alfine il Pontefice depose quel pensiero, con grande allegrezza del Santo Dottore. – Quanto alla famiglia d’Aquino Iddio provvide a suo tempo, perché da Carlo d’Angiò, eletto dopo cinque anni re delle Due Sicilie, essa fu restituita nel pieno godimento di tutti i suoi beni. Napoli non ebbe in Tommaso il suo Arcivescovo. Ma se lo avesse avuto, dobbiamo certo pensare che l’attività scientifica di Tommaso, in altri ministeri occupato, si sarebbe troncata, e forse la Chiesa non avrebbe avuto da lui la Somma Teologica.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (3)

VITA
dell’Angelico Dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (3)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA
FRANCESCO FERRARI
1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

18. — La difesa dei religiosi.

Guglielmo di Sant’Amore era uomo irrequieto e fantastico. Sebbene gli fossero mostrati con ogni evidenza i suoi torti, e quasi tutti i Vescovi e lo stesso Re Io avessero riprovato, si ostinò nei suoi errori, e neppure lo mosse una nuova Bolla di Alessandro IV del 18 giugno 1255, in cui venivano a lui ed ai suoi compagni minacciate le pene più severe della Chiesa. Comparve allora un opuscolo anonimo, di cui lo stesso Guglielmo fu poi riconosciuto autore, intitolato: Dei pericoli degli ultimi tempi. L’autore protesta di non essere animato se non dal desiderio del bene, e di dovere, per questo, additare alle anime uno dei più gravi pericoli che minacciava la Chiesa. Ed afferma che la comparsa nel mondo degli Ordini mendicanti non era che la venuta dei falsi profeti predetta da San Paolo, esser sola finzione la loro virtù, pompa vana la scienza, utile a poco il loro apostolato, vana ostentazione la loro povertà, inganno e menzogna le loro penitenze. Se a un tal danno non si fosse posto sollecitamente un rimedio, se non fossero proscritti come infesti alla Chiesa e alla Società questi uomini nuovi, altri gravi pericoli, egli diceva, avrebbe dovuto temere l’intera umanità. Sarebbe stato dovere della Chiesa disperdere per sempre queste istituzioni inutili e dannose, prima tollerate, ma poi approvate per deplorevole errore; perché i loro membri non erano che figli di satana, messi dell’Anticristo. – In verità le accuse di Maestro Guglielmo furono dai più giudicate tosto appassionate e false, specialmente nei punti ov’egli attaccava la natura e lo scopo delle due sante istituzioni, non nominate da lui, ma descritte con esatte particolarità. Ma purtroppo alcune accuse, che avevano una certa apparenza di vero, acquistarono credito, come quella del danno che veniva al clero secolare dall’attività dei frati, ed altre a cui forse avevan dato occasione alcuni membri dei due Ordini, che, nel calore della disputa, non avevano saputo conservare quella serenità e quella calma, di cui Tommaso dava si splendido esempio. Il libro fu inviato dal Re San Luigi a Roma per chiederne la condanna; e là si recaron di nuovo lo stesso Guglielmo di Sant’Amore con altri tre dottori dell’Università; mentre dal loro canto vi accorsero in propria difesa alcuni religiosi Domenicani e Francescani. Frattanto il Pontefice diede il libro in esame a quattro Cardinali, fra i quali era il Domenicano Ugo di San Caro, che manifestò al Beato Umberto Generale dell’Ordine il desiderio che intervenisse nella lotta anche Tommaso d’Aquino, da lui creduto l’uomo più adatto per ribattere accuse così maligne, mentre la sua vita, d’altra parte, ne era la confutazione più aperta. Era l’anno 1256; e Fra Tommaso per la prima volta tornava in Italia. La fama lo aveva precorso; ed Alessandro IV già ne aveva parlato con alte lodi scrivendo il dì 11 marzo di quel medesimo anno al Cancelliere dell’Università di Parigi; e chiamandolo illustre per nobiltà di natali non meno che per onestà di costumi, aveva affermato che nella sua mente aveva accolto, col divino aiuto, un tesoro di scienza nelle lettere sacre, e desiderava perciò che gli venisse conferito il grado di Dottore nella celebre Università, sebbene non avesse l’età prescritta dagli statuti, che esigevano trentacinque anni. Venne Fra Tommaso in Italia col caro Maestro Alberto Magno e il Generale dell’Ordine Beato Umberto; e fu lieto di avere per compagno San Bonaventura, il suo fedele amico, condotto da Fra Giovanni da Parma Generale dei Minori. Si trattava di un pericolo comune; e i campioni dei due Ordini dovevano sostenere insieme la lotta. – Il Pontefice dimorava allora in Anagni. Come là fu giunto, il Beato Umberto radunò nel convento dell’Ordine il Capitolo, e in presenza dei religiosi diede ordine a Tommaso, anche in nome del Vicario stesso di Gesù Cristo, di stendere una confutazione dell’infame libello del Maestro Guglielmo. Tommaso obbedì senz’altro; e dopo aver rivolto a Dio fervorose preghiere, si mise al lavoro, e scrisse quella difesa, che ancora rimane, ove son messi al nudo tutti i sofismi dell’astuto scrittore, che vien confutato vittoriosamente. Allo scritto unì la parola: e in un giorno stabilito tenne dinanzi al Papa un sermone così chiaro e stringente sull’argomento, che il Papa col sacro Collegio applaudì calorosamente. Il libro ad una voce fu giudicato contrario alla fede, dannoso alla pietà cristiana, ingiurioso alla Chiesa e sorgente di scandalo pei fedeli; e i deputati dell’Università doverono umiliarsi a sottoscrivere la propria condanna. Ma Guglielmo di Sant’Amore perseverò nella sua ostinazione, e fu perciò degradato ed escluso dall’Università, mentre gli altri tre dottori doverono ascoltare nella Cattedrale d’Anagni la lettura del decreto, che condannava il libro ad essere arso pubblicamente alla presenza del Papa. – Il trattato di San Tommaso scritto in tale occasione e che ha per titolo: Contro coloro che impugnano lo stato religioso, è uno dei più celebri che ci abbia lasciato il santo Dottore. Alla consueta solidità delle ragioni egli aggiunge in queste pagine quella potenza e calore di stile che nasce dall’intima persuasione della bontà della causa che difende e dal desiderio di mettere in salvo da ogni attacco presente e futuro l’umano diritto ad una vita di ritiro e di studio, d’innocenza e di bontà, consigliata dal Vangelo e congiunta coll’attività apostolica. Opera che molto utilmente può leggersi anche ai dì nostri, mentre da varie parti le accuse contro gli Ordini religiosi si sono rinnovate, sebbene i fatti più luminosi le smentiscano continuamente.

19- — Ritorno in Francia, e tempesta di mare.

Chiesta umilmente la benedizione al Sommo Pontefice, Tommaso, in compagnia del Padre Generale e del Beato Alberto, si rimise in viaggio per la Francia e giunto a Civitavecchia prese la via del mare. Si crede che in questo viaggio accadesse la furiosa tempesta, di cui gli storici conservarono il ricordo. – Era partito il naviglio con vento propizio, e veleggiava per le acque del Tirreno verso i lidi di Provenza, quando il cielo si fé oscuro, il vento impetuoso, la pioggia violentissima, sicché la nave era in serio pericolo. Il capitano sbigottito temeva da un momento all’altro che la nave si rovesciasse od andasse ad urtare in certi scogli che si trovano appunto in quel tratto di mare, ove la burrasca li aveva colti; e tutti i passeggeri si raccomandavano a Dio con altissime grida. In quei terribili momenti Tommaso nulla perdé della sua calma consueta, e restò assorto per tutto quel tempo in devota preghiera. Come Dio volle, i flutti si abbonirono e, cessata la procella, tornò favorevole il vento, che condusse la nave al porto di Marsiglia. La calma tornata nel mare per le preghiere di Tommaso fu come un preludio della pace che man mano si venne a ristabilire negli animi tanto per la volontà risoluta del Pontefice e la santa accortezza del Re San Luigi, quanto per la luce che l’intelletto di San Tommaso aveva apportato nell’ardua questione.

20. — Il Dottorato.

Conferma di questa pace e quasi pegno di riconciliazione dei dottori dell’Università coi religiosi già calunniati ed esclusi, fu la decisione che essa prese di concedere il supremo grado del dottorato ai due santi religiosi Tommaso e Bonaventura. Tommaso aveva oltrepassato di poco il trentesimo anno, ma era ben lieto di avergli accordata l’opportuna dispensa Alessandro IV, che aveva già avuto nella famosa disputa un sì bel saggio della sua dottrina. Così dal grado di Baccelliere, col quale aveva continuato il suo insegnamento esponendo i celebri libri di Pier Lombardo in mirabili lezioni che rimangono tra i suoi scritti, salì a quello del Dottorato. Ma per la sua modestia e profondissima umiltà fu una gran prova per lui il dovere accettare quel grado; e solo per obbedienza consentì ad esser chiamato maestro, mentre nell’insegnare e nel predicare aveva sempre cercato di porre in luce la dottrina e nascondere se stesso; e ai propri occhi egli appariva immeritevole di qualunque onore. Molto diversamente invece la pensavano gli altri. Egli si rivolse a Dio colla preghiera; e rapito in estasi, vide comparire davanti a sé un bel vecchio, a cui egli espose tutte le sue esitazioni. Non temere, gli rispose il vecchio, e tieni come volere di Dio il comando dei tuoi superiori. E intanto gli suggerì il testo da esporre nel cosiddetto Principio, o prolusione, da recitarsi in presenza di tutta l’Università nell’atto di ricevere il Magistero. Era il versetto del salmo centesimo terzo: Tu dai luoghi superiori innaffi i monti: e dei frutti, che sono opera tua, sarà saziata la terra. Quel sermone fu tenuto dal Santo il 23 ottobre 1257, e tutti lo udirono meravigliati. Esso tuttora ci rimane; ed oltre ad essere un documento mirabile della scienza del novello Dottore, è un chiaro saggio della sua umiltà, e un grande presagio, come Giovanni XXII lo giudicò nella celebre Bolla con cui decretava a lui gli onori degli altari. Poiché in Tommaso stesso sì adempì, a benefìcio della Chiesa, quanto dice il Reale Profeta: riceverono la sua celeste sapienza le grandi intelligenze, paragonate ai monti, irrigati da alte sorgenti; mentre la santità di lui, come acqua ristoratrice della terra, che rende atta a produrre frutti copiosi, è di somma edificazione a tutto il popolo di Dio.

21. — San Luigi Re di Francia.

Della elevazione di San Tommaso al grado del dottorato andò lieto soprattutto il santo Re Luigi, che ebbe sempre per lui una specialissima predilezione. Eran due anime grandi, che appena si furon conosciute, si compresero e si amarono, e, possiamo anche dire, lavorarono insieme per il bene della società e della Chiesa. Lietissimo San Luigi d’avere nella sua Università il celebrato Maestro, ebbe occasione più volte di ammirarne la profonda e vasta dottrina. Ben presto si strinse con lui in familiarità cortese, prese a consultarlo intorno a quanto egli intendeva di fare a benefizio della religione e dello stato, e sempre si attenne ai suoi prudenti consigli. E spesso eran cose ardue e del tutto estranee alle occupazioni dei religiosi; ma Tommaso, certo illuminato dallo spirito di Dio, portava nelle questioni come una luce superiore e rispondeva ai dubbi e quesiti del re colla massima sapienza e sicurezza. Sebbene di rado Tommaso si recasse alla corte, qualche volta accettò gl’inviti del Re, e gli occorse anche di restare a pranzo con lui. Ma era cosa mirabile per tutti quei che sedevano a mensa il vederlo assorto in Dio anche in quel tempo, ed affatto estraneo a quello che si faceva o si diceva dai commensali. – Ci conservarono gli storici il ricordo d’un fatto, accaduto appunto quando Tommaso ebbe occasione una volta di sedere a pranzo col Re. Sa ognuno quanto fosse allora occupato il pensiero della Chiesa e dei principi cristiani per le minacce dell’eresia manichea, più volte abbattuta, ma non vinta; e che sotto diversi titoli tentava pullulare di nuovo. San Tommaso che stava allora scrivendo la celebre Somma contro i Gentili, pensava a trovare le ragioni più convincenti per confutare il famoso errore dei due principi del sommo bene e del sommo male, che rinnovava la fatale dottrina del dualismo pagano. In quei pensieri egli s’immerse anche nel momento della mensa; quando a un tratto egli batté un pugno sulla tavola, ed esclamò: È finita pei Manichei! Possiamo figurarci lo stupore dei commensali! Il Priore dei Domenicani, che lo aveva accompagnato, lo avvertì tirandolo per la cappa; ed egli, come riscosso da un sonno, chiese perdono al Re della sua distrazione, dicendo che in quel momento credeva di stare nella sua cella e non alla mensa del Re. Ma questi volle che subito fosse chiamato uno scrittore, il quale subito raccolse, dalla bocca di Tommaso, l’argomento da lui trovato, semplice e luminoso, contro i Manichei. — Se il male, in quanto male, non esiste perché assenza di bene e di entità, il sommo male è somma assenza di entità: è il nulla. E così il preteso dio dei Manichei, che essi chiamano il sommo male, non è che il nulla. – Conservò San Luigi, finché visse, la preziosa amicizia dell’Angelico Dottore, e fu lieto di rivederlo e trattenersi a lungo con lui nel 1270, prima di partire per il suo viaggio, ove trovò, com’è noto, la morte. L’impresa d’Oriente era in cima di tutti i suoi pensieri: e possiam bene immaginare come agli slanci di quel cuore generoso aggiungesse fervore la parola mite, ma calda del nostro Santo, a cui stava così a cuore, come a tutte le anime grandi di quell’età, il trionfo della Chiesa sulla barbarie, annidata presso il sepolcro di Cristo. Da quel momento essi non si rividero più in terra, per ritrovarsi presto nel cielo, ove lo figurò in dolce colloquio, presso il trono della Vergine, il Beato Angelico.

22. — L’ordinamento degli studi domenicani.

L’Ordine di San Domenico ebbe fino dai primordii, e per volontà del suo grande Istitutore, un carattere dottrinale. La sua missione si compendiò nel dare largamente alle anime, per mezzo della parola, il frutto della contemplazione, la verità, meditata ed amata. Ebbero perciò sempre cura i Superiori Domenicani di raccomandare ai religiosi lo studio ; e lo stesso San Domenico diede ai suoi figli un luminoso esempio, quando volle egli stesso, coi primi che gli si unirono, sebbene già ricco di sapere, assistere talora alle lezioni di Maestro Alessandro. Ad essi, tornato una volta da Roma dopo il celebre colloquio col Papa Onorio III, tracciava in due parole la vita che dovevano condurre : Studiare e predicare. I primi conventi furono edificati presso le più celebri università, o altri luoghi di studi ; e questo anche giovò perchè accorressero a domandar l’abito dell’Ordine gli scolari più eletti, desiderosi di darsi tutti al ministero apostolico, ed anche maestri già celebrati nel secolo o insigni luminari del clero. Varie deliberazioni erano state prese intorno agli studi nei Capitoli Generali che si tenevano ogni anno per la festa di Pentecoste ; e specialmente sotto i tre Generali Beato Giordano di Sassonia, San Raimondo da Pennafort e Fra Giovanni Teutonico, erano state fissate alcune norme intorno all’insegnamento nei conventi, tra le quali non fu la meno importante quella dell’erezione di varie cattedre di lingue orientali. La fondazione ordinata nel i348 dei quattro grandi centri di studio che venivano ad aggiungersi a quello più antico di Parigi e ai quali dovevano inviarsi gli studenti migliori da ogni parte d’Europa, ci manifesta la somma premura che l’Ordine si prendeva per la prosperità degli studi, e per l’unità e serietà dell’insegnamento. – Non esisteva però ancora un ordinamento scolastico comune ed uniforme nei conventi domenicani, sia intorno alla durata dei corsi, sia intorno ai doveri particolari dei lettori e degli studenti : e ci piace vedere come a stabilire tutto questo portasse il suo valido contributo San Tommaso d’Aquino. Nel 1259 fu convocato il Capitolo Generale a Valenciennes nell’ Hainaut, che dopo la fondazione dell’Ordine era il trentesimo ottavo ; e vi furono chiamati cinque dottori domenicani, tra i quali, come vedemmo, il Beato Alberto Magno, Fra Pietro da Tarantasia, e San Tommaso. Generale dell’Ordine era tuttora il Beato Umberto de Romanis, scflecito non meno della disciplina religiosa che dello studio, in cui vedeva per l’Ordine la sorgente d’una prosperità vitale. Nello studio (egli diceva) sta tutto il vigore dell’Ordine, come nell’ anima il vigore del corpo. Sotto questo abilissimo capo, le ordinazioni sugli studi domenicani dovevano prendere la loro forma definitiva. Nel celebre Capitolo molte ordinazioni, prese qua- e là nei varii Capitoli provinciali, vennero discusse ed approvate; e si aggiunsero altri nuovi provvedimenti, che, dopo quasi sette secoli, sono ancora in vigore nelle loro parti fondamentali; prova la più evidente della sapienza che li ispirò. Nè poteva esser diversamente, se pensiamo che in quel venerando consenso splendeva la luce dell’intelletto di Tommaso. Mentre ai discepoli viene imposto lo studio come un sacro dovere e la religiosa disciplina, il silenzio soprattutto, vien suggerita come mezzo per conservare il necessario raccoglimento, ai Superiori son date norme precise per la scelta dei lettori abili all’insegnamento e lodevoli per bontà di vita, e si stabilisce che le Provincie che ne fossero mancanti vengano aiutate dalle altre. Così son dati precisi incarichi ai Visitatori, i quali debbano riferire ai Capitoli provinciali i difetti che troveranno nell’applicazione dei varii decreti, e stabilire le pene ai trasgressori. Aiuto più valido ancora avrebbe poi dato Tommaso all’avanzamento degli studi domenicani, quando la sua dottrina, accettata solennemente da tutto l’Ordine e strenuamente difesa, avrebbe procurato ad esso la lode di una meravigliosa unità dottrinale, a sommo vantaggio della Chiesa Cattolica.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (4)

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (2)

VITA dell’angelico dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (2)


dell’ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA – FRANCESCO FERRARI, 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

8. — Professione religiosa e andata a Colonia.

Pio XI nella sua enciclica Studiorum Ducem così si esprime: « Se la pudicizia di Tommaso, nel pericolo estremo a cui fu esposta, fosse venuta meno, è da ritenersi che la Chiesa non avrebbe avuto il suo Angelico Dottore. A nessuna virtù infatti meglio si collega la sapienza celeste, che alla mondezza del cuore; e Cristo lo insegnò dicendo: Beati i mondi di cuore, perché essi vedranno Dio. Ben giudicarono i superiori di Napoli che il noviziato di Tommaso, anche lungi dal chiostro, fosse compiuto. E qual maggior prova si richiedeva da lui per ammetterlo alla professione religiosa? Il farlo professare era, d’altra parte, un mezzo per metterlo sempre più al sicuro; ed egli davvero ne aveva il più pieno diritto. Contro i fratelli, essendo stata risaputa la loro infamia, erasi mosso lo sdegno tanto del Pontefice Innocenzo IV, quanto dell’Imperatore Federico; e la contessa Teodora era ormai disarmata, tanto più che le figlie si eran così volte in favore del giovane perseguitato. Nelle mani del ricordato Priore Fra Tommaso Agni da Lentino poté il novizio emettere i suoi voti solenni di povertà, castità ed obbedienza, ed ascriversi definitivamente all’Ordine Domenicano. Questo santo religioso, che fu poi Vescovo di Betlemme e Legato di Terra Santa, e che più volte aveva visitato Tommaso nel carcere col favore delle sorelle di lui, era in quel momento raggiante di gioia. E fu maggiore la sua soddisfazione quando seppe che in Roma il Pontefice aveva presa la cosa su di sé ed erasi mostrato irremovibile dinanzi ai lamenti e alle proteste della famiglia d’Aquino, difendendo ad un tempo e il diritto di Tommaso di seguire la sua vocazione e l’operato dei religiosi che alcuni avevano messo in mala vista agli occhi di lui. Prima, infatti, di pronunziarsi in favore del novizio, il Papa lo aveva voluto a sé e lo aveva interrogato intorno alla sua vocazione. Davanti al Pontefice il giovane religioso aveva, con ammirabile candore, difeso il suo diritto, ma non aveva per nulla accennato alle violenze patite. Solo aveva chiesto umilmente al Vicario di Gesù Cristo libertà di seguire, per la via della croce, il Divino Maestro. E il Papa lo aveva benedetto, vietando ai parenti di perseguitarlo in qualunque modo. Ad evitar però ogni pericolo, il Generale dell’Ordine, che era allora Fra Giovanni di Wildehausen, detto il Teutonico, il quale doveva recarsi a Parigi e quindi in Germania, prese con sé Fra Tommaso e lo condusse a Colonia, tanto più che soltanto in quel celebre studio dell’Ordine sapeva che egli avrebbe trovato il suo più degno maestro, Alberto Magno. Partirono da Roma nel settembre del 1244.

9. — Alberto Magno.

L’uomo che Dio aveva destinato ad essere a Tommaso maestro e padre, Alberto di Colonia, della nobile famiglia dei Conti di Bollstadt, non aveva forse l’uguale nell’Ordine Domenicano per santità di vita e altezza di dottrina. Dal Beato Giordano di Sassonia, succeduto a San Domenico nel governo dell’Ordine, egli aveva di 19 anni ricevuto l’abito nel convento di Parigi; ed oltre ad aver tutti meravigliato per la profondità del suo ingegno, per la prontezza della sua memoria e per il profitto che fece ben presto in tutte le scienze del tempo suo, aveva dato altresì esempio della più ardente pietà, e soprattutto della più viva divozione verso il SS. Sacramento e la Vergine Madre. In Parigi, ove prima insegnò, poi a Strasburgo, a Ratisbona, a Colonia acquistò sì alta fama che gli fu dato il soprannome di Grande. In Roma, ove aveva tenuto in Vaticano l’ufficio di Maestro del Sacro Palazzo e Teologo del Papa, era rimasto celebre il suo nome. Gareggiò colla scienza la sua santità: zelantissimo per la salute delle anime non tralasciò mai la predicazione della divina parola e la alternò sempre coll’insegnamento: ebbe una carità inesauribile verso i poveri; e quando gli fu dato, li soccorse nel modo più largo. Uomo di orazione, ebbe in pratica di recitare ogni giorno finterò salterio. Gli furono commesse le cariche più onorifiche nell’Ordine, e dalla Santa Sede venne eletto Vescovo di Ratisbona e Legato in Polonia. – Nato più che tre lustri prima del suo discepolo Tommaso, gli sopravvisse di altri 16 anni; e fu somma gloria di lui l’aver avuto un tal discepolo, di cui aiutò i progressi nella scienza con indicibile amore, di cui vide con gioia i trionfi e di cui pianse finalmente la morte. E se Tommaso volò agli eterni riposi senza poter giungere al Concilio di Lione, ov’era chiamato, in questo venerando consesso Alberto Magno sembrò parlare in suo luogo e zelare per lui l’onore di Dio e della Chiesa. La storia ci mostra ad evidenza come il Beato Alberto concepisse fin da principio verso il giovane Tommaso un grandissimo affetto e lo tenesse veramente come figlio. Di qui si spiega quanto valore acquistassero per Tommaso i suoi insegnamenti e quanto giovassero alla completa formazione di lui i suoi esempi; e come l’angelico giovane, quasi per via di un amore docile e veramente filiale, entrasse man mano nel segreto dei più alti pensieri del grande Maestro a lui comunicati con affetto di padre.

10 — Il bue muto

Se col santo suo Maestro trattava Tommaso con filiale espansione, ed a lui furon subito note, coll’altezza dell’ingegno, tutte quelle doti di mente e di cuore che nel carattere italiano, e con più evidenza nei meridionali, si uniscono spesso in dolce armonia coll’affabilità e gentilezza dei modi, coi suoi compagni egli fu piuttosto restio, e non mostrò dapprima familiarità nessuna. Assorto com’era nello studio e nel meditare continuo, osservante al sommo del silenzio, abitualmente serio e composto, fu giudicato soltanto da quella superficie, e creduto povero d’ingegno e del tutto inesperto. Si aggiunga una circostanza notata dagli storici, che Tommaso, quasi del tutto astratto dalle cose di quaggiù, non si accorgeva spesso di ciò che avveniva attorno a lui, sicché egli ebbe poi bisogno di una continua guida per le cose materiali, e fu provveduto che un religioso fosse addetto alla cura della sua persona. Questa singolarità dové certo esser notata anche nella sua giovinezza, e poté venire diversamente giudicata. Certo è che i suoi compagni di scuola presero a chiamarlo il bue muto di Sicilia ». Quel soprannome gli venne dato dapprima dai meno riflessivi di quei giovani, ma presto divenne comune, e non mancò chi giudicò scarsità d’ingegno quella taciturnità e alienazione dai sensi; fino al punto che un suo condiscepolo si offrì amorevolmente a fargli da ripetitore, pensando che poco o nulla avesse compreso delle lezioni del maestro. Per più giorni Tommaso ascoltò quelle ripetizioni, mostrando sempre all’improvvisato maestro la più schietta gratitudine pel benevolo ufficio; e se frattanto non si accresceva la sua scienza, faceva invece grandi progressi la sua umiltà; mentre provava un’interna gioia per la poca stima che si aveva di lui. Egli aveva appreso che l’umiltà è la sola via per salire alla grandezza vera; e che nel disprezzo di sé e nello star lietamente in basso sta il fondamento della virtù più sublime.

11. — Il presagio del Beato Alberto

Al Beato Alberto non restò celato il fatto di quel soprannome, e forse rise in cuor suo dell’inganno in cui eran caduti i suoi scolari intorno al giovane napoletano nuovo venuto. Tacque per allora, ed aspettò che si presentasse un’occasione per correggere quell’errore. E questa non tardò, perché avendo egli un giorno spiegato un passo difficilissimo dell’opera « sui nomi divini » da tutti allora attribuita a San Dionigi Areopagita, il condiscepolo di Tommaso, che gli faceva da ripetitore, disse a lui di mettere in carta ciò che per avventura avesse compreso della lezione del maestro. Tommaso lo fece con semplicità mirabile; e accadde che quello scritto capitò nelle mani del Maestro Alberto, che ne restò stupito, per quanto fosse certo del sublime ingegno di Tommaso. Ma perché a tutti fosse nota la cosa ed egli avesse dalla scolaresca il rispetto che si meritava, stabilì pel giorno seguente una disputa, nella quale Tommaso avesse la parte di difensore. Egli dové obbedire; e le sue risposte pronte, sicure, luminose, superarono ogni aspettativa. Gli oppositori, secondo l’uso della scuola, insistevano colle più sottili obiezioni che avrebbero messo in imbroglio i più provetti; ma egli ne vide subito il debole e le sciolse senza difficoltà veruna, sì che il Maestro degli studenti, che guidava la disputa, gli disse: Voi qui non parlate da scolaro ma piuttosto da Maestro! Allora il Beato Alberto credé giunto il momento di rompere il silenzio: e rivolto a tutta la scolaresca esclamò: Voi lo chiamate il bue muto; ma questo bue manderà tali muggiti, che se ne udirà l’eco in tutto il mondo! – Uno storico fedele del Santo aggiunge: La testimonianza di tanto maestro non lo fece per nulla montare in superbia; ed egli continuò nella sua solita ed esemplare semplicità. E interrogato più tardi perché egli avesse sempre taciuto nella scuola di Maestro Alberto, rispose: Perché ancora non avevo imparato a parlare.

12. — All’Università di Parigi.

Da quel momento a Tommaso furono affidati nella scuola i più delicati uffici. Ma il Capitolo Generale dell’Ordine, tenuto appunto in Colonia nel 1245, prese la determinazione di presentare Alberto all’Università di Parigi perché prendesse la laurea del dottorato, da cui nessuno veniva insignito innanzi il trentacinquesimo anno. Ma non si separò per questo il discepolo dal Maestro, perché insieme fu determinato che si recasse in quella metropoli anche Fra Tommaso, per continuarvi il suo corso di teologia. Partirono nell’autunno del medesimo anno; e in Parigi presero dimora nel celebre Convento di San Giacomo, già fondato nel 1217 dal Beato Mannes fratello di San Domenico, quattro anni avanti la morte del Santo Patriarca. Nel corso di quasi trent’anni quel Convento aveva acquistato una celebrità senza pari, specialmente per avere i Generali dell’Ordine risposto con larghezza ai desideri di San Luigi re di Francia, che bramò aver nella sua metropoli i più eletti ingegni dell’Ordine; favore che egli ricambiò coi benefìzi più larghi. Questi religiosi, uniti ai più celebri di altri Ordini, specialmente di quello dei Minori, occuparono nella celebre Università varie cattedre importanti. Per la venuta di Maestro Alberto ebbe l’Università un notevole incremento, e le sue lezioni furono le più frequentate. La sua fama corse per tutto e attirò scolari dai più lontani paesi. – La vita di Tommaso studente di teologia nell’Università di Parigi fu quella del più umile religioso. Dicon gli storici che egli era sempre occupato in gravi pensieri, e sembrava quasi non curare le necessità della vita. Sedeva a mensa e sembrava mangiar senza gusto; sorgeva e non ricordava affatto quel che aveva mangiato. I libri eran la sua passione più viva; e quando poté avere alcuni volumi dei Padri, avidamente li lesse e colla prodigiosa memoria li fece suoi; soprattutto cercò di penetrar nella mente di Sant’Agostino, che sempre considerò come suo speciale Maestro. – La sua preghiera si fece sempre più intensa, né mai era impedita dallo studio, che, del resto, era anch’esso una preghiera. Colla pietà più profonda e coll’esercizio continuato delle religiose virtù si preparò ai sacri Ordini, che via via gli vennero conferiti, per ricever finalmente quello a cui sapeva di doversi preparare col massimo fervore: il Sacerdozio.

13. — Ritorno a Colonia. L’ordinazione sacerdotale.

Era stato tenuto nel 1248 il Capitolo Generale dell’Ordine a Parigi per la festa di Pentecoste; ed erano state scelte dai Padri quattro città per erigervi gli studi generali, oltre quello che già esisteva in San Giacomo di Parigi, ove ogni provincia dell’Ordine doveva inviare tre studenti: Bologna per l’Italia, Colonia per la Germania, Oxford per l’Inghilterra e Montpellier per la Provenza. A diriger quello di Colonia fu nominato il Beato Alberto Magno, che nell’autunno di quell’anno si mise di nuovo in viaggio e condusse seco Fra Tommaso, che sotto la sua guida continuò con sommo profitto il corso dei suoi studi teologici durato, a quanto sembra, fino al 1252. Al sacerdozio fu promosso Tommaso in Colonia nel suo anno venticinquesimo. La celebrazione della Santa Messa fu per lui da quel momento la cosa senza paragone più degna della giornata. Gli storici della sua vita raccontano che, mentre diceva la Messa, egli era tutto rapito in Dio; che il suo volto, come accadeva a San Domenico, era spesso coperto di lacrime, e sembrava bevere a gran sorsi a quella fonte di vita e di grazia, che è la Divina Eucarestia. Giovanni XXII, nel proclamare la sua santità, lo additava ad esempio; perché ogni giorno, prima di salire la cattedra, il Santo Dottore era solito celebrare con somma devozione la Santa Messa e poi udirne un’altra; e se talvolta non poteva celebrare, ascoltavane due. E le più volte amava servire egli stesso ai confratelli che celebravano, parendogli questo un ministero angelico; ma doveva porre una speciale attenzione per rattenere gli slanci del suo spirito e non restare rapito in Dio. È facile comprendere come le giornate di lui passassero nella più intima unione col suo Signore. Lo studio, l’insegnamento e la contemplazione delle cose celesti si alternavano e, possiam dire, si compenetravano; e quando scriveva o dettava, poteva paragonarsi ad una fonte tranquilla che versa in abbondanza acque salutari. Tale specialmente era Tommaso quando predicava. Per la predicazione egli sapeva avere il Santo Patriarca Domenico fondato il suo Ordine, e dall’insegnamento della cattedra non disgiunse mai il ministero della parola. Possiamo figurarci come fossero sante ed amabili le predicazioni di San Tommaso! Dice un suo storico che il popolo udiva con tanta riverenza la sua parola, come se venisse da Dio. Delle prediche da lui tenute sui Vangeli e sulle Epistole di tutte le domeniche dell’anno e per molte feste dei Santi non restano che brevi note, ma esse ci bastano a dimostrare come egli sempre cercasse di rendere amabile la verità, da lui mostrata nei suoi molteplici aspetti; e che la parola di Dio rivelata fosse sempre la sua guida. Nulla vi si trova di sapienza terrena; è la parola evangelica nel suo senso più vero e più pieno; e sotto il rigore del ragionamento, si sente la dolcezza del cuore di un Santo. – Se il popolo accorreva nelle chiese ad udirlo, lo avrebbero ammirato i dotti non meno nella scuola. Il Beato Alberto era in quel momento l’oracolo dei tempi suoi, nessuno dottore aveva levata di sé più alta rinomanza. Ma Tommaso, senza perder nulla dell’umiltà del discepolo, doveva presto superare il maestro per la nuova luce che parve gettare sulle grandi verità filosofiche e teologiche e per l’invidiabile chiarezza dell’esposizione. Per tutti i centri di studio corse la fama di giovane sì raro; e l’Università di Parigi desiderò di riaverlo come Maestro, dopo averlo ammirato come studente. Il Generale dell’Ordine, che era tuttora il Padre Giovanni Teutonico, consentì alla domanda che specialmente ne faceva il celebre Cardinale Domenicano Ugo di San Caro, il quale prevedeva quanto splendore avrebbe apportato a quella celebre scuola il bravo Dottore italiano. E così nell’anno 1252 tornò a Parigi e inaugurò il suo insegnamento col grado di Baccelliere.

14. — Amicizia con San Bonaventura.

Con altri frati Minori era stato inviato all’Università di Parigi, in quel tempo, anche Fra Bonaventura da Bagnorea, elettissimo ingegno ed uomo ammirabile per purità e santità di vita. Nato nel 122, ebbe al battesimo il nome di Giovanni, che fu poi mutato in quello di Bonaventura per questo fatto. In età di quattro anni fu colto da grave malattia, ed era in pericolo di vita. La madre prostrata ai piedi di San Francesco d’Assisi, lo scongiurò a salvarle il figlioletto. Il Santo si mise a pregare, e il bambino guarì. Allora il Santo lo prese nelle mani, e, levati gli occhi al cielo, esclamò: O buona ventura! Con questo nome egli prese poi l’abito del santo poverello. Appena s’incontrarono, questi due grandi italiani, che dovevano essere i più fulgidi luminari del loro secolo nei due grandi Ordini, si conobbero e si amarono teneramente, come già si erano amati i loro due santissimi padri Domenico e Francesco. Come tra di loro gareggiarono nella pietà e nell’amore delle celesti cose, così si emularono nella virtù dell’umiltà; e si narra che spesso si intrattenessero insieme in santi colloqui. In uno di questi, Tommaso trovò il compagno tutto intento a scrivere la vita di San Francesco. Non volle distrarlo da quella santa occupazione, e ritirandosi, disse: Lasciamo che un Santo lavori per un altro Santo. Un’altra volta a Bonaventura che lo interrogava onde avesse tratto tutto il sapere di cui erasi arricchita la sua intelligenza, Tommaso mostrò il Crocifìsso, dicendo esser quello il libro da cui aveva imparato tutto ciò che sapeva. E fu dolce per il nostro Tommaso che mentre egli, come vedremo, dové accettare, per volere dei Superiori, il Dottorato nella celebre Università, venisse ad un tempo conferito il grado stesso al suo grande amico Fra Bonaventura, come fu a lui di conforto il vederselo a fianco nella lotta che dové sostenere per la difesa dei diritti che vennero in quel tempo contrastati ai nuovi Ordini religiosi. Sarebbe venuto un giorno in cui un grande Pontefice, desideroso di unire gli sforzi dell’Europa cristiana per la grande causa religiosa e civile che agitava allora gli animi, avrebbe voluto in Lione al Concilio Generale questi due grandi luminari della Chiesa; ma, alla vigilia del grande avvenimento, la morte doveva separare Tommaso dall’amato compagno, che si sarebbe poi a lui ricongiunto nel cielo.

15 — Il Beato Pietro da Tarantasia e il Beato Ambrogio da Siena.

Tra i compagni di studio e d’insegnamento che ebbe in Parigi San Tommaso, meritano d’esser ricordati due sopra tutti: il Beato Pietro da Tarantasia, poi Papa Innocenzo V e il Beato Ambrogio da Siena. Era il primo un giovane savoiardo nato forse nel medesimo anno del Dottore Angelico in Tarantasia nella Valle d’Aosta ai pie’ dei ghiacciai del Monte Bianco. Per il suo svegliatissimo ingegno fu mandato a Parigi giovanetto di appena nove o dieci anni; e ivi restò subito incantato dei Frati Predicatori che vide a San Giacomo. Chiese l’abito, e tosto gli fu dato, nonostante la tenera età, tanto piacque la ingenuità e candore con cui lo chiese. Vestito con ben altri sessanta giovani dal Beato Giordano, succeduto a San Domenico nel governo dell’Ordine, fece tutti meravibilare per i progressi nella pietà e nello studio. Era uno spettacolo, in quei momenti, veder correre a quel convento il fiore della gioventù là convenuta da tanti paesi ed entrare a gara nella figliolanza di San Domenico! Nel Beato Giordano di Sassonia era come una meravigliosa attrattiva: narrano che, quando passava per le vie, le madri nascondessero i loro figlioli per timore che gli andassero dietro. Durante il suo generalato, che durò quindici anni, vestì oltre mille novizi. Sapeva infondere in essi l’amore di una vita perfetta e lo zelo più acceso per la salute delle anime. La prosperità dell’Ordine diceva poi con compiacenza, dipende da queste giovani piante. Fra Pietro, prima nelle scuole di San Giacomo e poi nell’Università, fu tra i discepoli più diligenti; e quando vi giunse da Colonia San Tommaso, nel 1252, egli attendeva ai suoi studi teologici e con lui udì le lezioni del Beato Alberto Magno. Due anni dopo San Tommaso, nel 1258 egli ottenne la laurea del Magistero. Troveremo poi insieme i due Santi religiosi col loro Maestro nel Capitolo di Valenciennes, ove portarono il contributo del loro sapere nelle decisioni prese intorno agli studi nell’Ordine. – La carriera percorsa dal Beato Pietro fu rapidissima e giunse al culmine più alto. Eletto nel 1262 Provinciale di Francia, diede all’Ordine grande impulso e ne tenne alto il prestigio. Nominato dieci anni dopo Arcivescovo di Lione e Primate delle Gallie, porse braccio validamente a Gregorio X nel preparare il Concilio che doveva tenersi in quella città, e dal medesimo, prima che il Concilio si aprisse, fu nominato Cardinale insieme con San Bonaventura, e i due Cardinali insieme col Beato Alberto Magno furono come l’anima di quell’assemblea. San Tommaso era già volato al cielo! Terminato il Concilio, Gregorio X prese con lui la via di Roma e s’infermò ad Arezzo, dove santamente morì. In Arezzo stessa si tenne il Conclave, e nel primo scrutinio il voto unanime dei Padri cadde sul Beato Pietro, che, eletto Papa, prese il nome di Innocenzo V. Era il primo Papa Domenicano. Fu stimato uno dei più eloquenti uomini del suo secolo: e a tutti fu esempio di virtù e di apostolico zelo. Scrisse anche opere teologiche pregiatissime; e nel breve pontificato, durato soli cinque mesi e due giorni, poté compiere in bene della Chiesa salutari riforme e lavorare a tutto potere per l’opera della riconciliazione tra i principi e i popoli, e specialmente per la sospirata unione della Chiesa Greca colla Latina. – Sebbene tutto nascosto nel più modesto ritiro, lo pareggiò per altezza d’ingegno il Beato Ambrogio, un po’ più di lui avanzato negli anni, che nato in Siena nel 1220 dalla nobilissima famiglia dei Sansedoni, di 17 anni vestì in patria l’abito religioso e fu inviato a Parigi, ove alla scuola di Alberto Magno fu condiscepolo al Beato Pietro e a San Tommaso. Sebbene molti lo giudicassero, per altezza d’ingegno, pari all’Angelico Dottore, non volle mai salire al grado del Magistero, e i Superiori, per non contristarlo, non crederono di fargliene un comando. Divise la sua vita tra le fatiche dell’insegnamento e quelle della predicazione; ed era cosa mirabile l’udirlo parlare, tanta era l’attrattiva della sua semplice e illuminata eloquenza. Non bastavano spesso le chiese a contenere la folla che si accalcava da ogni parte ; e gli convenne spesso parlar nelle piazze. Talvolta fu veduta al suo orecchio una bianca colomba, ed altri prodigi confermarono la santità della sua parola. Fu accettissimo a Clemente IV, che lo volle in Italia e gli affidò in Roma l’ufficio di Maestro del Sacro Palazzo e predicatore apostolico e l’incarico di riordinare nella città i buoni studi che erano assai in decadenza. Passò la sua vita in laboriosi impieghi, nel sedare inimicizie tra i popoli, e specialmente nel rivendicare la libertà delle elezioni papali. Fu Legato pontificio in Germania, pacificatore di regni e di repubbliche; e per comando di Gregorio X predicò con meraviglioso zelo la santa Crociata. Alla sua città scomunicata da Clemente IV per aver dato aiuto a Corradino di Svevia, contro Carlo d’Angiò, della cui crudeltà questi fu vittima a Tagliacozzo, egli ottenne la riconciliazione col Pontefice e la liberazione delle pene a lei minacciate. Si oppose a tutto potere alla sua elezione ad Arcivescovo di Siena, voluta dai suoi concittadini e dal Pontefice, ed amò continuare nella sua vita di apostolo e cogliere in essa quasi la palma del martirio, perché, predicando in Siena, con grande impeto, contro l’usura, gli si ruppe una vena nel petto e poco dopo morì in età di 66 anni, il 20 marzo del 1286. Lasciò pochi scritti, sebbene dottissimo; e si dice che tanto alta stima egli avesse verso il suo grande condiscepolo San Tommaso e sì basso sentire di sé, che si ricusasse di scrivere o dettare, parendogli bastare ad esuberanza quanto avrebbe scritto San Tommaso. – La nobiltà dei natali, l’altezza dell’ingegno, la gentilezza e soavità del carattere unirono il Beato Pietro e il Beato Ambrogio coi più stretti legami all’Angelico San Tommaso; ma ciò che maggiormente li strinse in dolce comunanza di affetto, fu il verginale candore e soprattutto l’umiltà del cuore per cui nessuno osava anteporsi all’altro, mentre a vicenda si stimavano e si amavano. Se la superbia divide gli animi ed è causa di contese e riprova dell’umana miseria, l’umiltà li unisce e li affratella nella giocondità della pace e ne mostra a tutti la vera grandezza.

16. — La lotta contro i religiosi.

Fu assai dolorosa la contesa che sorse nel seno dell’Università di Parigi intorno ai nuovi istituti religiosi, specialmente ai due Ordini mendicanti dei Domenicani e dei Francescani. La lotta, derivata certo dalla gelosia pel rapido prosperare delle due grandi istituzioni che avevan dato alla Chiesa ed al mondo dottori così eminenti, come Alberto Magno, Tommaso e Bonaventura, ebbe un pretesto dall’uccisione avvenuta in una notte del 1252 di uno studente dell’Università di Parigi, che con altri tre era stato villanamente assalito per le vie della città. I tre, dopo essere stati crudelmente maltrattati, furon tenuti prigioni, e ne vennero tratti il giorno seguente per le proteste dell’Università. Gli assalitori appartenevano alla guardia del celebre istituto, ove i più dei dottori secolari chiesero giustizia; e in segno di protesta, sospesero le loro lezioni. I dottori invece che appartenevano agli Ordini religiosi, vollero continuarle; e sorse di qui una fiera contesa fra gli uni e gli altri dottori, sebbene i rei fossero stati debitamente puniti di comune consenso. Intanto i dottori secolari fecero un decreto, ov’era stabilito che in simili casi dovessero sospendersi tutte le lezioni. Ai religiosi un tal decreto non piacque, non vedendo essi nell’interruzione delle lezioni nessun vantaggio in tali casi. Ma i secolari si ostinarono, e giunsero al punto di escludere dall’insegnamento i religiosi. La discordia non rimase soltanto nel seno dell’Università; la città stessa era divisa per le calunnie che si spargevano contro i dottori religiosi. Il Santo Re Luigi IX era allora in Palestina; Bianca di Castiglia, sua madre, che tanto aveva amato e protetto i nuovi Ordini, era morta; e teneva la reggenza Alfonso, Conte di Poitiers, fratello di San Luigi, che non seppe spiegare nel fatto la dovuta energia. E così seguitaron le liti, che furono lunghe ed aspre: e dové intervenirvi lo stesso Pontefice Innocenzo IV, a cui i superiori dei due Ordini avevano appellato. Con una bolla inviata da Assisi il 1° luglio del 1253, egli proibì severamente ogni vessazione che venisse fatta contro i Predicatori e i Minori, che dichiarava del tutto degni della sua particolare protezione. – Ma a turbare più profondamente gli animi apparve al 4 di febbraio del 1254 un vero libello diffamatorio, di cui furono fatti molti esemplari e che fu mandato agli Arcivescovi e Vescovi ed altri prelati. In esso la preponderanza dei religiosi nella celebre Università veniva mostrata come un danno per il cattolico insegnamento, ed erano accusati i Domenicani di aver tirato ai loro voleri lo stesso Conte di Poitiers. Il più celebre tra gli oppositori fu Guglielmo di Sant’Amore, Canonico di Beauvais. Questo famoso dottore ed abile sofista, armato di tutti gli strali della calunnia, fu spedito dalla parte avversa come procuratore alla corte di Roma, dove tanto si adoperò, che Innocenzo IV, da lui male informato, si mostrò dapprima esitante, e poi apertamente contrario ai religiosi, da lui colpiti con una celebre costituzione il 21 novembre di quell’anno. Guglielmo di Sant’Amore aveva lavorato per oltre quattro mesi per ottenere il suo intento, di trarre, cioè, almeno in parte, il Pontefice nelle sue vedute e fargli giudicare non giovevole alla salvezza delle anime e al diritto del clero secolare la troppa prosperità dei due Ordini dei Predicatori e dei Minori. Ma il giorno stesso il Pontefice restava colpito da una paralisi, in seguito alla quale egli moriva il 7 dicembre di quel medesimo anno. Tornava intanto dalla Palestina il Santo Re Luigi IX, che tosto intervenne nella questione, e tentò rimetter la pace, spinto particolarmente dall’amore che portava verso i due Ordini di San Domenico e di San Francesco, fino al punto che fu udito dire, che se avesse potuto dividersi in due, avrebbe dato una parte di sé ai Domenicani, l’altra ai Francescani. Sulla cattedra di San Pietro era intanto salito Alessandro IV, che un giorno solo dopo la sua elezione, il 22 dicembre del 1254, non esitò a dichiarar nulla la costituzione del suo Predecessore, e la fece seguire da una lettera al Generale dell’Ordine, il Beato Umberto de Romanis, ove gli mostrò la sua paterna benevolenza. D’altra parte lo stesso Padre Generale lavorava per l’opera della pacificazione insieme col Generale dei Francescani, Giovanni da Parma; e i loro sforzi riuniti, colla protezione ad un tempo del Pontefice e del Re, davano i loro buoni effetti. Alessandro IV in una celebre bolla del 14 aprile 1255 condannava severamente e revocava tutte le disposizioni dei dottori secolari dell’Università contro i religiosi. Ma ancora la lotta non era terminata.

17. — Il bidello Guillot.

Il nostro Tommaso, che si trovò in mezzo a tutte queste contese, die’ esempio ad ognuno della calma più serena, anche quando vide depresso il suo Ordine e non risparmiate a sé ed ai suoi derisioni e calunnie. Ci conservarono gli storici memoria di un fatto che ci dipinge al vivo il carattere di San Tommaso ed è ad un tempo una bella conferma della sua sapiente condotta in questi momenti travagliosi. Purtroppo la celebrità a cui era rapidamente salito questo italiano non ancora laureato, il concorso di uditori d’ogni parte alle sue lezioni, mentre quelle di altri, che già avevano acquistato grido, restavano deserte, era una delle segrete ragioni di tutta quella guerra. Egli forse non lo pensò, e continuò senz’altro per la sua strada; e quando gli fu vietato di tener pubbliche lezioni nelle aule dell’Università, le seguitò con eguale concorso nel suo convento di San Giacomo. Era la Domenica delle Palme, ed egli predicava nella chiesa appunto di quel convento, quando il devoto silenzio degli uditori fu interrotto ad un tratto dalla voce molesta di un uomo, che si alzò improvvisamente dinanzi al pulpito, ed impose silenzio al predicatore. Egli era un certo Guillot, che nell’Università aveva l’ufficio di bidello degli scolari della Picardia. Tommaso si tacque; e l’importuno interlocutore disse a tutta l’assemblea come egli aveva, d’urgenza, da comunicare a tutti un avvertimento a nome dei professori dell’Università. Ed allora trasse dalla tasca un foglio, e lesse un lungo scritto, ove erano accumulate accuse sopra accuse contro i dottori Domenicani e Francescani, con la relativa difesa dell’operato di Guglielmo di Sant’Amore. Come Dio volle, quella lettura terminò; e Tommaso, che in quel tempo era rimasto impassibile, seguitò senz’altro la sua predica, riprendendola precisamente dal punto in cui era rimasta interrotta. Ciò valse presso tutto l’uditorio a sua magnifica difesa. L’insolente bidello non rimase impunito. Alessandro IV, che riseppe la cosa, ordinò al Vescovo di Parigi di fulminargli la scomunica in presenza dei maestri e degli scolari, di privarlo della sua carica e di domandare al Re che lo cacciasse dalla città.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (3)

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (1)

VITA
dell’angelico dottore
SAN TOMMASO D’AQUINO (1)
dell’ ordine dei predicatori

SCRITTA
dal F. LODOVICO FERRETTI
DEL MEDESIMO ORDINE

Il più dotto tra i santi e il
più santo tra i dotti
Card.
Bessarione, Ad. calumn,
P
latonis, Lib. Il cap. VII.
ROMA

APPROVAZIONE DELL’ORDINE
Fr. Lodovico Theissling
Maestro Generale dei PP. Predicator
IMPRIMATUR
Fr. Alberto Lepidi O. P.
Maestro del Sacro Palazzo.
f Giuseppe Palica, Arciv. di Filippi
Vìcegerente.

LIBRERIA EDITRICE RELIGIOSA
FRANCESCO FERRARI 1923

ROMA – TIPOGRAFIA ARTIGIANELLI S. GIUSEPPE

PREFAZIONE

Questa breve narrazione della vita dell’Angelico Dottore San Tommaso d’Aquino non è scritta per gli eruditi né frutto d’indagini nuove. Non ha ingombro di citazioni; e basterà assicurare i lettori che il racconto è stato condotto dietro la traccia dei primi biografi e dei documenti più autorevoli, che essi potranno trovare enumerati in appendice. Quello che soprattutto preme, è che dai fatti essi deducano, per loro bene, utili insegnamenti e specialmente i giovani apprendano da questo santissimo Duce dei loro studi, che non si sale in alto se non coll’aiuto di due ali: la pietà e la scienza.
Quando diciamo che San Tommaso fu
il più dotto tra i Santi, e il più
santo tra i Dotti, intendiamo affermare che in lui dottrina e santità si eguagliarono} e furon somme ambedue; così poté salire ad un culmine, che ad altri
non fu dato toccare. Felice chi saprà seguirlo per quella via, ponendo, come lui, per fondamento della sua vita, l’umiltà che ci fa grandi, e la purezza del cuore, a cui è concessa la visione di Dio.

I. — Nascita e presagi felici.

La data della nascita di San Tommaso d’Aquino è incerta. Vari riscontri cronologici ci conducono all’anno 1226. Nell’anno stesso, in Assisi, volò al cielo San Francesco, e Dio dava alla terra San Tommaso; come cinque anni innanzi aveva dato San Bonaventura, mentre in Bologna moriva San Domenico. Anche sulla patria si ha qualche incertezza negli storici, però dai più si ritiene che la nascita avvenisse in Roccasecca, nella contea di Aquino, da cui traeva il titolo la nobile famiglia. Tommaso ebbe il nome dell’avo, e nacque da Landolfo Conte d’Aquino e Signore di Loreto e di Belcastro e da Teodora Caracciolo, figlia del Conte di Teate e oriunda dai Principi Normanni. Da Landolfo aveva avuto Teodora altri due figli: Landolfo e Rinaldo, e cinque figlie; ma per Tommaso, che fu l’ultimo, accaddero segni speciali che lo mostrarono vero frutto di benedizione anche prima della nascita. Narrano gli storici di un santo eremita, soprannominato il Buono, che si presentò a Teodora quand’era incinta, e le disse grandi cose del bambino che essa avrebbe dato alla luce: che sarebbe stato un gran luminare nella Chiesa, che avrebbe dato alla famiglia un sommo splendore; e le suggerì di dargli il nome dell’avo, Tommaso, che, secondo l’origine ebraica, significa abisso. Il fanciullino fu tenuto a battesimo dal Conte di Somma, che fece in quell’atto le veci di Papa Onorio III. Si parlò anche di una luce che splendé sul volto del neonato nel momento del battesimo, e si conservò memoria nella famiglia di un graziosissimo fatto, riferito poi nei processi, avvenuto quando il bambino aveva pochi mesi. Era stato condotto dalla madre ad un bagno; ed ivi la balia si accorse che egli aveva in mano un pezzetto di carta e lo stringeva forte. Tentò di averlo, ma il bambino con molte strida si opponeva. Corse la contessa, che gli tolse dalla manina la carta, ove lesse le parole Ave Maria. Ma il bambinello fece tutti gli sforzi per riaver nelle mani la carta; ed appena che l’ebbe, se la pose in bocca e la inghiottì. Così possiam dire che col latte materno Tommaso facesse sua la devozione verso la Vergine Madre.

2. — A Montecassino.

I Conti d’Aquino erano in relazione stretta coi Monaci di Montecassino, grande asilo di pietà e di scienza e vero faro di civiltà, ove i figli di San Benedetto, che ivi sui principii del secolo VI aveva gettato le basi del suo Ordine e di tutto il monachismo d’Occidente, vivevano santamente sotto la guida di Sinibaldo, della stessa famiglia d’Aquino, allora abate del Monastero. Di questa nobile abbazia si erano resi altamente benemeriti gli antenati del giovanetto per averla più volte difesa contro le violenze dei messi di Ruggero, Re delle due Sicilie. Com’era costume dei nobili di quei dintorni, specialmente quando i loro figli promettevano bene di sé, il Conte Landolfo affidò Tommaso, di soli cinque anni, a quei Monaci, perché ne avessero cura. Tommaso visse in Montecassino come nella casa del Signore; lassù apprese a pregare, ed ebbe da quei santi religiosi i primi insegnamenti delle lettere. 1 libri erano la sua passione, quando potevali avere; e tutti i Monaci ammiravano come il bambino agli studi convenienti all’età sapesse alternare le devote preghiere. Gli avevano parlato di Dio, delle sue perfezioni, della sua immensa bontà, di Dio creatore del cielo e della terra; ma egli non era pago. E rivolto al suo maestro, domandavagli con molte istanze: Chi è Dio? Il ripetersi di quella domanda era segno che egli avrebbe voluto sapere qualche cosa di più di quel che il buon maestro gli potesse dire. Questo lo avrebbe appreso più tardi colla preghiera e colla chiarezza che sarebbe venuta nella sua mente dalla luce di Dio; ma in parte soltanto, qui in terra; perché il luogo ove Dio pienamente si svela è solamente il cielo.

3. — Nel castello di Loreto.

I progressi fatti da Tommaso in Montecassino nei primi studi fu così straordinario, che il conte Landolfo pensò d’inviarlo alle scuole di Napoli. Ma per godere qualche mese almeno della sua compagnia, la famiglia lo volle con sé nel castello di Loreto Aprutino, che essa possedeva, e dove soleva passare la stagione autunnale. Partì Tommaso da Montecassino col suo aio, e si recò in Loreto, ove abitavano i suoi genitori con quattro figlie. La quinta era stata sventuratamente uccisa nella sua culla da un fulmine caduto sul patrio castello, mentre era presso il fratellino Tommaso, che rimase illeso. I due fratelli stavano iniziandosi alle armi sotto Federigo II. La gentilezza e bontà del giovinetto, la sua mirabile intelligenza, la sua angelica pietà si rivelarono a tutti; sebbene sotto il velo di una modestia ed umiltà senza pari egli tentasse di nascondere le sue doti di mente e di cuore. Appunto in quel tempo fu afflitto tutto il paese da una grave carestia. Le porte del castello erano assediate dai poveri; e Tommaso era tutto lieto quando gli veniva dato l’incarico di distribuire le elemosine. Si vedeva rapidamente scender la scala che conduceva alla ròcca, e portare a quei miseri il soccorso. E supplicava i genitori perché fossero larghi nel dare, promettendo loro, in compenso, benedizioni e grazie da parte di Dio. Ma la carità di Tommaso non aveva limiti; e spesso egli correva alla dispensa, e colmava di pane il grembo della sua veste. La cosa apparve eccessiva all’amministratore della casa, che volle avvertirne il padre; e questi attese ad ammonire il figliuolo appunto nel momento in cui questi usciva dalla rócca colla solita provvista. Trovatosi in faccia al padre, aprì la sua veste fissando con occhio sereno il volto leggermente adirato di lui. Ma il pane era scomparso; il grembo di Tommaso era pieno di fiori! Stupirono tutti del prodigio; e con Tommaso ne furono lieti in modo speciale i poverelli, che da quel momento ebbero da lui senza limiti i pietosi soccorsi.

4. — Nell’ Università di Napoli.

In Napoli, ove abitò sotto la custodia del suo aio fedele, attese Tommaso agli studi per cinque anni. Nella città bellissima era stata eretta di fresco un’Università, a cui subito era accorsa molta gioventù d’Italia e di fuori, specialmente per godere l’incanto di quel cielo e di quel mare. Fu stabilita nel 1224 da Federigo II imperatore, coll’intenzione di far diminuire d’importanza quella di Bologna, città a lui nemica. Tra gli uomini dotti che vi insegnavano nel tempo in cui la frequentò il giovinetto Tommaso, troviamo ricordato un Pietro Martino, maestro di umanità e retorica, e un Pietro d’Ibernia, professore insigne di filosofia. Questi specialmente furono i maestri di Tommaso nello studio napoletano. Tutti gli storici del Santo parlan di lui non solo come di un ottimo scolaro, ma come di un giglio di purezza conservatosi intatto in mezzo alla corruzione di quella città incantevole e al contatto di una gioventù sfrenata; parlano della sua carità verso i poveri, della sua semplicità e nobiltà di tratto unita ai più innocenti costumi, delle sue molte orazioni, specialmente quando nell’antica chiesa di San Michele a Morfìsa, che il popolo chiamava Sant’Angelo, ebbe conosciuto i Padri Domenicani. Il Santo Patriarca Domenico da appena vent’anni era morto ; e già il suo Ordine era salito in alta fama di santità e dottrina. Napoli nel 1231 aveva accolto i figli di lui, che nella Chiesa di San Michele, già appartenuta ai Benedettini, poi incorporata nel gran tempio di San Domenico Maggiore, attendevano ai sacri ministeri, e nella città e nei dintorni predicavano santamente la divina parola. Tommaso rimase incantato del loro abito, e più della loro modestia e bontà: la stretta povertà in cui vivevano li faceva ai suoi occhi più grandi ancora; perché egli aveva bene appreso che le ricchezze della terra sono tutt’altro che i veri beni per l’uomo; e soprattutto li rendeva a lui amabili la purità angelica di vita in cui vivevano e che aveva loro conciliato la stima universale. L’amore alla scienza divina di cui vedeva così pieni i Frati Predicatori e il desiderio di una vita perfetta tutta impiegata nel servizio di Dio e nella salute delle anime, furono i due grandi motivi che attrassero Tommaso alla vita domenicana. Egli conobbe altresì il pericolo in cui sarebbesi trovata la sua virtù in mezzo al mondo, che già facevagli udire da tante parti le voci lusinghiere della lode all’ingegno sublime, che già tanto lo sollevava sui suoi condiscepoli, e alle doti di cui la natura lo aveva fornito; e cercò un rifugio sicuro. San Domenico dal cielo fissò il suo sguardo sopra un giovinetto sì caro, e gli pose in cuore un vivo desiderio di divenir suo figliuolo. Sappiamo che Tommaso si unì in affettuosa amicizia col Padre Giovanni da San Giuliano, dotto e santo religioso, di cui narrano gli storici che più volte vide il santo giovinetto col volto irradiato di luce celeste, mentre, inginocchiato presso gli altari, intensamente pregava.

5. — Vestizione religiosa e prime lotte.

Verso il mese di Agosto del 1243, nella sua età di diciassette anni, Tommaso, nella Chiesa di San Michele a Morfisa, prostrato in terra, chiedeva la misericordia di Dio e dell’Ordine Domenicano; e rialzatosi, riceveva dalle mani del Padre Tommaso Agni da Lentino l’abito bianco, simbolo di innocenza, tutelato dal mantello nero della penitenza. La notizia della decisione presa dall’illustre figlio del Conte d’Aquino fece accorrere al Convento molte persone meravigliate al vedere un giovinetto così nobile e che tanto faceva sperare del suo ingegno, chiedere, nel più bel fiore della sua età, mentre tutto intorno a lui sorrideva, l’abito di un Ordine mendicante, che voleva anzitutto la penitenza e il nascondimento di sé. Chi lo vide raggiante di gioia tender le braccia all’abito bianco che il Priore gli porgeva, conobbe forse i disegni di Dio su quest’anima eletta, superiori assai alle vedute umane; ma non mancarono quelli che condannarono lui di inconsideratezza per essersi chiuse da se stesso tutte le vie che la fortuna avevagli aperto dinanzi, e i frati d’imprudenza e anche d’avarizia. In quel frattempo l’aio di Tommaso, a cui egli aveva candidamente palesata innanzi la sua decisione, aveva avvertito il Conte d’Aquino, che dimorava allora in Roccasecca. Ma il Conte non seppe forse la cosa che quando Tommaso era stato già accettato nell’Ordine. Sembra che poco dopo egli morisse; e si sa che la Contessa desolata si recò in Napoli per riavere a tutti i costi il figliuolo, anche perché la morte del marito pareva averne accresciuto in lei il diritto. Ella amava il suo Tommaso d’uno specialissimo amore, sapeva di non essere stata mai da lui contristata colla più leggiera disobbedienza; e forte si meravigliava, che, così docile com’era, avesse preso quella decisione senza nemmeno avvertirla! A Tommaso invece era parsa cosa tanto naturale, e tanto necessario da parte sua aveva veduto l’obbedir prontamente alla chiamata di Dio, che non aveva veduto probabile da parte dei pii genitori la minima opposizione. Del resto, di tali fatti non eran rari gli esempi in quella età; e questo giustifica anche i religiosi, che, del resto, vedevano nel giovanetto i più evidenti segni della chiamata di Dio. Purtroppo essi temerono opposizioni fin da principio, e si prepararono a difendere come un sacro diritto la vocazione di Tommaso. Saputo che la Contessa si era messa in viaggio per Napoli, vollero che il novizio evitasse quell’incontro, e lo fecero segretamente fuggire. Due religiosi Io accompagnarono al Convento di Santa Sabina sull’Aventino in Roma, ov’era fresco e vivo il ricordo del santo Fondatore. Forse fu lo stesso Tommaso che li pregò a non esporlo ai pericoli di quel colloquio; e sebbene fosse fermamente deciso, umilmente temé di se stesso. Teodora, dopo aver riempita Napoli dei suoi clamori, volle raggiungerlo a Roma. Al cuore di Tommaso sarebbe stato dolce rimanere in quel caro Convento ove ancora vivevano alcuni padri che erano vissuti col Santo Patriarca e dove trovava tutta la freschezza e semplicità di quei primi anni della vita domenicana. Ma i Superiori che avevano avuto sentore della cosa, lo avevano di nuovo fatto partire, perché prendesse la via della Francia.

6. — Fuga del Santo e suo arresto. La prima conquista.

Il buon novizio con quattro compagni se ne andava lieto, credendosi ormai sicuro, e cercando in paesi lontani la pace desiderata. Ma purtroppo eran pronte per lui altre lotte, e, per volere di Dio, altre vittorie. Bisognerebbe entrare nel segreto di quei tempi di contrasti feroci, in cui, pur di ottenere un intento, da nessun mezzo si recedeva, fosse pure il più indegno. A Tommaso d’Aquino i nobili parenti avrebbero volentieri concesso a suo tempo di vestire un abito ecclesiastico che lo stradasse a prelature o abbazie: la nota celebrità del casato, l’ingegno rarissimo che di giorno in giorno sempre più si rivelava, avrebbero aperto a lui le più splendide vie. Ma appunto queste vie egli aveva voluto chiuder tutte davanti a sé; e questa fu la ragione della lotta ch’ei sopportò da gigante. La madre di Tommaso, i fratelli, le sorelle non ascoltaron per allora che la voce della carne e del sangue. Teodora riuscì a sapere che il suo Tommaso batteva la via che da Roma conduce a Siena, e fece disperato appello ai due figli che militavano in quel momento ai servizi dell’Imperatore Federigo II, il quale aveva posto l’assedio a Viterbo: che in ogni modo cercassero il fratello per la via senese, ed arrestatolo, lo conducessero a lei. Il novizio, che era ormai vicino ai confini della Toscana, si vide presso Acquapendente assalito ad un tratto, circondato dalla soldatesca, e dagli stessi suoi fratelli strapazzato e costretto a separarsi dai suoi compagni, che si salvarono colla fuga, e, coll’abito mezzo lacero messo in groppa ai cavalli e condotto al patrio castello di Monte San Giovanni. – Fu questo il campo della lotta più fiera: qui Tommaso si mostrò veramente grande. Il primo incontro colla madre, armata di tutte le ragioni dell’umana prudenza, avvalorate dal più vivo affetto materno, fu per Tommaso un primo trionfo. Egli l’ascoltò in silenzio e con calma serena. Alle lacrime e preghiere di lei non si commosse, e a quelle voci del senso oppose una sola ragione: la volontà di Dio che lo chiamava e a cui doveva anzitutto obbedire. Di tale chiamata era sicuro, tanto viva gli si era fatta sentire nel cuore. Ma la povera madre non si arrese. Si separò dal figlio col proposito di tentare altre vie. Ordinò che si tenesse sotto custodia, e che soltanto alle due sorelle maggiori fosse permesso di visitarlo. Queste s’impegnarono ad aiutar la madre per ottenere l’intento. – Cominciò allora colle sorelle una seconda lotta, e fu davvero un maggiore trionfo; perché i colloqui colle sorelle, che soprattutto mettevano innanzi i diritti materni, furono da Tommaso volti a tal punto, che le due nobili giovinette sentirono man mano il loro cuore distaccarsi dai pensieri e dagli amori del secolo e fermamente desiderare e volere quello che il santo fratello desiderava e voleva. Anzi una di esse fin d’allora decise di consacrarsi a Dio: l’altra nell’esercizio delle più austere virtù passò poi la sua vita nel secolo. Alla madre, sulle prime, esse nulla rivelarono, per aver modo di recarsi liberamente dal fratello, dalle cui parole s’infervoravano sempre più. E al cuore di lui Iddio concedeva una calma ed una gioia ineffabile che lo avvalorava alle lotte future.

7. — La vittoria più bella.

E venne la lotta più terribile. Non tardò a scoprirsi il cambiamento avvenuto nelle sorelle, che tenevano segretamente informati di tutto i Domenicani. Questi, per mezzo loro, fecero pervenire al novizio un abito dell’Ordine ed alcuni libri di Filosofia e di Sacra Scrittura, nei quali tanto si deliziava, ed erano stati avvisati di stare all’erta nei pressi del castello per qualunque occorrenza. Ci duole il dire dell’infame pensiero che venne in mente ai due scostumati fratelli quando seppero dell’ostinazione di Tommaso. Farlo cadere, questo fu il loro diabolico intento; dalla vita di virtù farlo scivolare ad un tratto nelle vie della carne; questo mal passo sarebbe stato il più decisivo per fargli cambiare strada per sempre. Certamente alla madre essi non fecero trapelar nulla dello scellerato disegno. Una giovane dissoluta si prestò ai loro infami voleri; e mentre Tommaso una sera, a ora già tarda, stavasene solo nella sua carcere presso un focolare acceso, ella aprì cautamente la porta e si offerse a lui con tutte le grazie e le lusinghe della procacità femminile. La forza di Dio diè vigore in quel momento al cuore ed al braccio di Tommaso, che, vista la donna, non esitò un istante, e, con un tizzone acceso, si lanciò contro di lei per colpirla nella faccia. Dicono gli storici che il mite Tommaso fece quest’atto con grandissimo sdegno ». E mentre la donna fuggiva, egli, col tizzone stesso, delineava sul muro una croce e si gettava in ginocchio davanti a lei. – Fu questo il gran trionfo per cui la vita di Tommaso si abbellì di luce divina. A celebrarlo scesero gli Angeli del cielo, che si rallegrarono con lui, fatto ad essi più simile per quella vittoria, e cinsero i suoi fianchi di un cingolo sacro. – Corsero le sorelle e diedero avviso ai Domenicani, che penetrarono nella cinta più stretta del castello. Esse avevano preparato una cesta di vimini e una corda; e Tommaso, per le mani stesse delle due giovani sorelle, fu calato giù dal muro e scese nelle braccia dei frati, che nel buio della notte si diedero con lui alla fuga. Ai fratelli non fu dato nel momento di scoprir la cosa; e mentre essi forse già si allietavano della sua caduta, egli era già in via per il suo convento di Napoli.

VITA DELL’ANGELICO DOTTORE SAN TOMMASO D’AQUINO (2)