29 SETTEMBRE: S. MICHELE

29 Settembre: In Dedicatione S. Michælis Archangelis ~ Duplex I. classis

Doppio di 1′ classe. – Paramenti bianchi.

Il 29 settembre era una volta consacrato a tutti gli Angeli (Intr., Or., Grad., Com.); il Papa Bonifacio II, verso il 530, scelse questadata per dedicare a S. Michele una chiesa nel gran circo, a Roma.La Messa, usata per la circostanza, fu quella della 18a Domenica dopo la Pentecoste e si riferisce ad una dedicazione dellaChiesa. Quella attuale è di epoca più recente. Il nome di Michele significa in ebraico: «Chi come Dio?» e ci ricorda il combattimento che si scatenò In cielo tra « l’Arcangelo di Dio, che meritò di essere messo alla testa della milizia celeste » e il demonio. Caduti noi in potere di satana per il peccato, tocca a S. Michele continuare la lotta per liberarci (All. e Preghiera dopo la Messa). Egli ha vinto l’orgoglio di satana e ci ottiene l’umiltà. Egli presiede al culto di adorazione che si rende all’Altissimo, perché offre a Dio le preghiere dei Santi, simbolizzate dall’incenso il cui fumo sale verso il cielo (Off. Benedizione dell’incenso). Quando un Cristiano ha abbandonato questo mondo, si prega che il vessillifero S. Michele lo faccia entrare nel cielo: sovente viene rappresentato con la bilancia della giustizia divina, dove sono pesate le anime. Il suo nome si trova nel Confiteor dopo quello di Maria, che è la Regina degli Angeli. Angelo protettore della Sinagoga, S. Michele è anche quello della Chiesa che le succedette La liturgia attribuisce a lui la rivelazione del futuro fatta a San Giovanni nella sua Apocalisse (Ep.).

[Messale Romano di S. Bertola e G. De Stefani; L.I.C.E – R. Berruti & c. Torino, 1936]

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps CII: 20.
Benedícite Dóminum, omnes Angeli ejus: poténtes virtúte, qui fácitis verbum ejus, ad audiéndam vocem sermónum ejus. [Benedite il Signore, voi tutti Ángeli suoi: gagliardi esecutori dei suoi ordini, pronti ad una sua parola].Ps CII: 1
Benedic, ánima mea. Dómino: et ómnia, quæ intra me sunt, nómini sancto ejus.
[
Benedici, ànima mia, il Signore, e tutto il mio intimo benedica il suo santo nome].

Benedícite Dóminum, omnes Angeli ejus: poténtes virtúte, qui fácitis verbum ejus, ad audiéndam vocem sermónum ejus. [Benedite il Signore, voi tutti Ángeli suoi: gagliardi esecutori dei suoi ordini, pronti ad una sua parola].

Oratio

Orémus.
Deus, qui, miro órdine, Angelórum ministéria hominúmque dispénsas: concéde propítius; ut, a quibus tibi ministrántibus in coelo semper assístitur, ab his in terra vita nostra muniátur. [O Dio, che con ordine meraviglioso distribuisci gli uffici degli Angeli e degli uomini, concédici, propizio, che da coloro che in cielo continuamente servono alla tua presenza, sia difesa in terra la nostra vita].

Lectio

Léctio libri Apocalýpsis beáti Joánnis Apóstoli.
Apoc 1: 1-5
In diébus illis: Significávit Deus, quæ opórtet fíeri cito, mittens per Angelum suum servo suo Joánni, qui testimónium perhíbuit verbo Dei, et testimónium Jesu Christi, quæcúmque vidit. Beátus, qui legit et audit verba prophetíæ hujus: et servat ea, quæ in ea scripta sunt: tempus enim prope est. Joánnes septem ecclésiis, quæ sunt in Asia. Grátia vobis et pax ab eo, qui est et qui erat et qui ventúrus est: et a septem spirítibus, qui in conspéctu throni ejus sunt: et a Jesu Christo, qui est testis fidélis, primogénitus mortuórum et princeps regum terræ, qui diléxit nos et lavit nos a peccátis nostris in sánguine suo.
[In quel tempo: Dio rivelò le cose che presto debbono accadere, inviando per mezzo del suo Angelo il messaggio al suo servo Giovanni, il quale attesta che tutto quello che vide è parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo. Beato chi legge e ascolta le parole di questa profezia: e serba le cose che in essa sono scritte, poiché il tempo è vicino. Giovanni alle sette Chiese che sono nell’Asia. Grazia a voi e pace da parte di Colui che è, era e sta per venire; e dei sette spiriti che sono dinanzi al suo trono, e di Gesù Cristo che è il testimonio fedele, il primogenito tra i morti e il principe dei re della terra, il quale ci amò e ci lavò dai nostri peccati col proprio sangue].

Graduale

Ps CII: 20; :1
Benedícite Dóminum, omnes Angeli ejus: poténtes virtúte, qui fácitis verbum ejus.
V. Benedic, ánima mea, Dóminum, et ómnia interióra mea, nomen sanctum ejus. Allelúja, allelúja.  

V. Sancte Míchaël Archángele, defénde nos in proelio: ut non pereámus in treméndo judício. Allelúja.


[Benedite il Signore, voi tutti Ángeli suoi, gagliardi esecutori dei suoi ordini, pronti ad una sua parola.
V. Benedici, ànima mia, il Signore, e tutto il mio intimo benedica il suo santo nome. Allelúia, allelúia.
V. San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, affinché non periamo nel tremendo giudizio. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XVIII: 1-10
In illo témpore: Accessérunt discípuli ad Jesum, dicéntes: Quis, putas, major est in regno cœlórum? Et ádvocans Jesus parvulum, statuit eum in médio eórum et dixit: Amen, dico vobis, nisi convérsi fuéritis et efficiámini sicut párvuli, non intrábitis in regnum cœlorum. Quicúmque ergo humiliáverit se sicut párvulus iste, hic est major in regno coelórum. Et qui suscéperit unum párvulum talem in nómine meo, me súscipit. Qui autem scandalizáverit unum de pusíllis istis, qui in me credunt, expédit ei, ut suspendátur mola asinária in collo ejus, et demergátur in profúndum maris. Væ mundo a scándalis! Necésse est enim, ut véniant scándala: verúmtamen væ hómini illi, per quem scándalum venit! Si autem manus tua vel pes tuus scandalízat te, abscíde eum et prójice abs te: bonum tibi est ad vitam íngredi débilem vel cláudum, quam duas manus vel duos pedes habéntem mitti in ignem ætérnum. Et si óculus tuus scandalízat te, érue eum et prójice abs te: bonum tibi est cum uno óculo in vitam intráre, quam duos óculos habéntem mitti in gehénnam ignis. Vidéte, ne contemnátis unum ex his pusíllis: dico enim vobis, quia Angeli eórum in cœlis semper vident fáciem Patris mei, qui in cœlis est.
[In quel tempo: Si presentarono a Gesú i discepoli e gli dissero: Chi ritieni tu il piú grande nel regno dei cieli? E Gesú, chiamato a sé un fanciullo, lo pose in mezzo ad essi e rispose: In verità vi dico che, se non vi convertirete e non diverrete come fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli. Quindi, chiunque si farà piccolo come questo fanciullo, questi sarà il piú grande nel regno dei cieli. E chiunque accoglierà nel nome mio un fanciullo come questo, accoglie me stesso. Chi poi scandalizzerà uno di questi piccoli, che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una màcina d’àsino e fosse immerso nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali. Poiché è inevitabile che vi siano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale viene lo scandalo. Che se la tua mano e il tuo piede ti è di scandalo, troncali e gettali via da te: è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che essere gettato nel fuoco eterno con tutte e due le mani o i piedi. E se il tuo occhio ti è di scandalo, lévatelo e géttalo via da te: è meglio per te entrare nella vita con un solo occhio, che essere gettato nel fuoco della geenna con due occhi. Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli: vi dico che i loro Ángeli nei cieli vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli].

Omelia

[Dom P. Guéranger. L’Anno liturgico, vol. II, Ed Pailine, Alba, 1956]

La dedicazione di S. Michele è la festa più solenne che la Chiesa celebra nel corso dell’anno in onore di questo Arcangelo, e tuttavia lo riguarda meno personalmente perchè vi si onorano tutti i cori della gerarchia angelica. Nell’inno dei primi Vespri la Chiesa propone alla nostra preghiera l’oggetto della festa di oggi con le parole di Rabano Mauro, abate di Fulda: Celebriamo con le nostre lodi Tutti i guerrieri del cielo, Ma soprattutto il capo supremo Della milizia celeste: Michele che, pieno di valore, Ha abbattuto il demonio (versione antica del Breviario monastico).

Origine della festa.

La festa dell’otto maggio richiama il ricordo dell’apparizione al monte Gargano e nel Medioevo si celebrava soltanto nell’Italia del Sud. La festa del 29 settembre è propria di Roma e segna l’anniversario della Dedicazione di una basilica, oggi scomparsa, che sorgeva sulla via Salaria, a Nord-Est della città. Il fatto della dedicazione spiega il titolo conservato alla festa nel Messale Romano: Dedicatio sancti Michaèlis. Le Chiese di Francia e Germania, che nel Medioevo seguivano la liturgia romana, hanno attenuato spesso nei loro libri liturgici il titolo originario della festa, che venne presentata come festa In Natale o In Veneratione sancti Michaèlis, così che dell’antico titolo non restava altro che il nome dell’Arcangelo.

L’ufficio di san Michele.

Anche l’Ufficio non poteva conservare il ricordo della dedicazione. Infatti gli antichi Uffici relativi alle dedicazioni celebravano il Santo in onore del quale la chiesa era consacrata e non l’edificio materiale in cui egli era onorato; non avevano perciò niente di impersonale e rivestivano anzi un carattere molto circostanziato. – L’Ufficio di san Michele può essere considerato una delle più belle composizioni della nostra liturgia e ci fa contemplare ora il Principe delle milizie celesti e capo degli Angeli buoni, ora il ministro di Dio, che assiste al giudizio dell’anima di ogni defunto, ora ancora l’intermediario, che porta sull’altare della liturgia celeste le preghiere dell’umanità fedele.

L’Angelo turiferario.

I primi Vespri cominciano con l’Antifona Stetit Angelus, che deriva il testo dall’Offertorio della Messa del giorno: « Un Angelo stava presso l’altare del tempio e aveva un incensiere in mano: gli diedero molto incenso e il fumo profumato si elevò fino a Dio ». L’Orazione della benedizione dell’incenso alla Messa solenne designa il nome di questo Angelo turiferario: « Il beato Arcangelo Michele ». Il libro dell’Apocalisse dal quale son presi i testi liturgici ci spiega che i profumi, che salgono alla presenza di Dio sono le preghiere dei giusti: « Il fumo degli aromi formato dalle preghiere dei santi salgono dalla mano dell’angelo davanti a Dio » (Apoc. 8, 4). –

Il Mediatore della Preghiera eucaristica.

È ancora Michele che presenta al Padre l’offerta del Giusto per eccellenza ed Egli infatti è designato nella misteriosa preghiera del Canone della Messa in cui la santa Chiesa chiede a Dio di portare sull’altare sublime, per mano dell’Angelo Santo, l’oblazione sacra in presenza della divina Maestà. È cosa molto sorprendente notare negli antichi testi liturgici romani che san Michele è sovente chiamato l’Angelo Santo, l’Angelo per eccellenza. Probabilmente sotto il pontificato di Papa Gelasio fu compiuta la revisione del testo del Canone nel quale l’espressione al singolare Angeli tui fu sostituita con quella al plurale Angelorum tuorum. Proprio a quell’epoca, sul finire del v secolo, l’Angelo era apparso al vescovo di Siponto, presso il Monte Gargano.

Vocazione contemplativa degli Angeli.

Come si vede la Chiesa considera san Michele mediatore della sua preghiera liturgica; egli è posto tra l’umanità e la divinità. Dio, che dispose con ordine ammirabile le gerarchie invisibili (Colletta della Messa) impiega, per opulenza, a lodare la sua gloria il ministero degli spiriti celesti, che contemplano continuamente l’adorabile faccia del Padre (Finale del Vangelo della Messa) e, meglio che gli uomini, sanno adorare e contemplare la bellezza delle sue infinite perfezioni. Mi-Ka-El: Chi è come Dio? Il nome esprime da solo, nella sua brevità, la lode più completa, la più perfetta adorazione, la riconoscenza totale per la trascendenza divina e la più umile confessione della nullità delle creature. – Anche la Chiesa della terra invita gli spiriti a benedire il Signore, a cantarlo, a lodarlo e esaltarlo senza soste (Introito, Graduale, Communio della Messa; Antifona dei Vespri). La vocazione contemplativa degli Angeli è modello della nostra e ce lo ricorda un bellissimo prefazio del Sacramentario leoniano: « È cosa veramente degna… rendere grazie a Te, che ci insegni, per mezzo del tuo Apostolo, che la nostra vita è trasferita in cielo, che, con benevolenza comandi, di trasportarci in spirito là dove quelli che noi veneriamo servono e di tendere verso le altezze, che nella festa del beato Arcangelo Michele contempliamo nell’amore, per il Cristo nostro Signore ».

Aiuto dell’umanità.

La Chiesa sa pure che a questi spiriti consacrati al servizio di Dio è stato affidato un ministero al fianco di coloro, che devono raccogliere l’eredità della salvezza (Ebr. I, 14). Senza attendere la festa del 2 ottobre, dedicata in modo speciale agli Angeli custodi, la Chiesa già oggi chiede a san Michele e ai suoi Angeli di difenderci nei combattimenti che dobbiamo sostenere (Alleluia della Messa; Preghiera ai piedi dell’altare dopo l’ultimo Vangelo). Chiede ancora a san Michele di ricordarsi di noi e di pregare per noi il Figlio di Dio, perché nel giorno terribile del giudizio non abbiamo a perire. Nel giorno terribile del giudizio il grande Arcangelo, vessillifero della milizia celeste, difenderà la nostra causa davanti all’Altissimo (Antif. Del Magnificat ai secondi Vespri) e ci farà entrare nella luce santa (Offertorio della Messa dei defunti).

Preghiera.

Da questa terra, nella lotta contro le potenze del male, possiamo rivolgere all’Arcangelo la preghiera di esorcismo che Leone XIII inserì nel rituale della Chiesa Romana: « Principe gloriosissimo della celeste milizia, san Michele Arcangelo, difendici nel combattimento contro le forze, le potenze, i capi del mondo delle tenebre e contro lo spirito di malizia. Vieni in soccorso degli uomini, che Dio ha fatti a sua immagine e somiglianza e riscattati a duro prezzo dalla tirannia del diavolo. » La Santa Chiesa ti venera come custode e patrono; Dio ti ha confidato le anime redente per portarle alla felicità celeste. Prega il Dio della pace, perché schiacci satana sotto i nostri piedi, per strappargli il potere di tenere gli uomini in schiavitù e di nuocere alla Chiesa. Offri le nostre preghiere all’Altissimo perché sollecitamente scendano su noi le misericordie del Signore e il dragone, l’antico serpente, chiamato diavolo e satana, sia precipitato, stretto in catene, nell’abisso, perché non possa più sedurre i popoli ».

 Credo …

Offertorium

Orémus
Apoc VIII: 3; 4
Stetit Angelus juxta aram templi, habens thuríbulum áureum in manu sua, et data sunt ei incénsa multa: et ascéndit fumus aromátum in conspéctu Dei, allelúja.  [L’Angelo si fermò presso l’altare del tempio, tenendo un turíbulo d’oro in mano, e gli fu dato molto incenso: e il fumo degli aromi salí al cospetto di Dio, allelúia].

Secreta

Hóstias tibi, Dómine, laudis offérimus, supplíciter deprecántes: ut easdem, angélico pro nobis interveniénte suffrágio, et placátus accípias, et ad salútem nostram proveníre concédas. [Ostie di lode Ti offriamo, o Signore, pregandoTi supplichevoli: affinché, per intercessione degli Ángeli, le accetti propizio e le renda proficue alla nostra salvezza].

Communio

Dan III: 58
Benedícite, omnes Angeli Dómini, Dóminum: hymnum dícite et superexaltáte eum in sǽcula. [Benedite il Signore, Angeli tutti del Signore: cantate inni e superesaltatelo nei secoli].

Postcommunio

Orémus.
Beáti Archángeli tui Michælis intercessióne suffúlti: súpplices te, Dómine, deprecámur; ut, quod ore prosequimur, contingamus et mente.
[Sostenuti dall’intercessione del tuo beato Michele Arcangelo: súpplici Ti preghiamo, o Signore, affinché di quanto abbiamo ricevuto con la bocca, conseguiamo l’effetto nell’ànima].

Per l’ordinario vedi:

http://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

19 Agosto: SAN GIOVANNI EUDES

19 AGOSTO: San GIOVANNI EUDES

[Mons. Carlo SALOTTI: I SANTI E BEATI del 1925 – S. E. I. Torino, 1927]

Giovanni Eudes fu canonizzato, insieme al Curato d’Ars, nel giorno della Pentecoste, il 31 maggio 1925. Ed io, che avevo già avuto l’onore di perorare, quale avvocato concistoriale, la sua causa di canonizzazione nel Concistoro pubblico del 2 aprile del medesimo anno, fui invitato a celebrarne le lodi nella Chiesa del Gesù il 4 giugno, giorno di chiusura delle solenni feste triduane.

Labora sicut bonus miles Christi Jesu.

( II Tim., II, 3)

Se vi fu, specialmente per la Francia, un secolo travagliato, agitato e abbastanza discusso nella storia, fu il secolo XVII. Secolo di luce e di ombre, di glorie e d’ignominie, di eroismi e di debolezze, di civiltà e di decadenza. Molti personaggi di quel tempo riflettono questo stato di cose nel loro temperamento personale e nelle loro pubbliche azioni. Il re Enrico IV, ripudiato per la seconda volta il Calvinismo e pubblicato l’editto di Nantes, si propone di rimediare ai mali della guerra civile, ch’egli stesso aveva provocato; e mentre riordinava le sorti della Francia e ne restaurava le finanze, promovendo nel tempo stesso il commercio e l’agricoltura, veniva trucidato per le mani di un fanatico, Francesco Ravaillac. Maria de’ Medici, che assumeva il potere, dopo aver contaminato il trono con intrighi e con amori colpevoli, finiva col morire in esilio. Luigi XIII, salendo sul trono, vede minacciata la Francia su tutte le frontiere; e, mentre combatteva con ardimento per ricacciare i nemici, il suo nome era oscurato dalle discordie intestine e dai favoritismi di corte. La sua sposa, Anna d’Austria, donna di grande bontà e di pietà sincera, sopraffatta dalle vicende di quel periodo turbinoso, è costretta a fuggire da Parigi. In mezzo a questi avvenimenti politici appare la porpora di due Cardinali, che ebbero tanta parte nel governo della pubblica cosa: Armando Richelieu e Giulio Mazarino. Il Richelieu. mente vasta e profondamente comprensiva, volontà ferrea e indomita, che non si piegava nemmeno dinanzi alle trame ed ai pericoli, genio assai pratico che passava dall’idea all’azione con sorprendente abilità. All’audacia che gli veniva dal genio accoppiava una inflessibilità assoluta, per la quale molti lo giudicarono un despota. Secondo il giudizio del Montesquieu, egli diede al Monarca il secondo posto nella monarchia, ed il primo nell’Europa; avvilì il re, ma illustrò il regno. I servigi che rese alla Francia furono immensi; poiché ne accrebbe la potenza politica e ne favorì il progresso sotto tutte le forme, dal commercio alle arti, dall’industria alla letteratura. Egli, ministro di Luigi XIII, poté giustamente vantarsi di governare non la sola Francia, ma l’intera Europa. È doveroso tuttavia riconoscere, che la grandezza dell’eminente uomo di Stato non andò scevra di colpe e di difetti, che difficilmente si potevano conciliare con la dignità del Cardinale. – Continuatore della sua opera fu il Cardinale Mazarino che, nominato primo ministro della regina Anna d’Austria, accrebbe ancora l’influenza della Francia in Europa, rese più compatta l’unità della nazione ed aprì la via al dispotismo di Luigi XIV. Luci ed ombre avvolgono la figura di quest’uomo di Stato, che ottenne ed esercitò una potenza straordinaria. Dietro di lui è Luigi XIV, che afferra il governo del suo Paese con tale energia, da divenire uno dei più potenti sovrani. Egli porta l’assolutismo della monarchia al più alto grado di espressione, il suo potere è senza limiti. Il re incarna in sé lo Stato, il quale alla sua volta proclama la sua supremazia sulla Chiesa. Potenza e soprusi, guerre ed amori, vittorie e dolori, grandezze e difetti accompagnano la vita di questo monarca, il quale, morendo, lascia un grande vuoto nello Stato, giacché tutto aveva concentrato nelle proprie mani. – Attorno a questi personaggi è tutto un affermarsi audace di errori e di sistemi perniciosi ai diritti della Chiesa e alle pure dottrine del Cattolicismo, e nel tempo stesso nocivi alla concordia degli animi e al benessere sociale. Il Gallicanismo alza la testa, e, assumendo proporzioni allarmanti, detta i famosi quattro articoli, coi quali veniva limitata l’autorità pontificia in Francia; e l’illustre vescovo di Meaux, Benigno Bossuet, ponendo il suo alto ingegno a servigio dei principi gallicani, contribuiva a separare lo spirito della sua nazione dalla Chiesa romana. Il Giansenismo, per il suo doppio carattere, ereticale e scismatico, attenta all’unità delle credenze, e, raffreddando la pietà e allontanando i fedeli dai Sacramenti, attraversa le vie della Chiesa, ne diminuisce il prestigio e le sottrae grande parte di quelle attività, che avrebbero potuto spiegarsi più efficacemente per la salute delle anime. Il Calvinismo, penetrato in Francia, diventa una forza poderosa, dinanzi alla quale lo Stato deve spesso patteggiare e cedere. Violento ed armato détta leggi, s’impone agli uomini del governo, divide i cittadini, provoca guerre, fa versare del sangue e disperde le energie della Chiesa francese. Le conseguenze di questa triplice lotta, che si combatteva contro lo spirito genuino del Cattolicismo, furono funeste ed esiziali. Il clero di Francia era impotente ad arrestare l’onda sovvertitrice degli errori. Pur troppo esso erasi allontanato dalle sorgenti. Le correnti politiche lo avevano distolto dall’azione religiosa. Il suo atteggiamento non corrispondeva alla dignità dell’ufficio e del carattere sacerdotale. Si saliva sulle cattedre episcopali per protezionismo. Così i pastori di anime non erano più in grado di promuovere efficacemente la salute del gregge e gl’interessi della religione. Mancando sacerdoti idonei e zelanti, le popolazioni erano abbandonate a se stesse, e non posero più freno alle passioni che furono lasciate libere ad ogni sfogo. La voce di Roma non destava più un’eco in Francia. O era arrestata ai confini, o veniva soffocata sotto la tempesta suscitata dal genio del male. Di qui lotte civili, contrasti religiosi, confusione d’idee, corruzione di costumi, abusi senza limiti e sfrenate licenze. S. Vincenzo de’ Paoli con le sue opere benefiche, col suo apostolato evangelico, con i suoi consigli alla Corona, con gl’insegnamenti preclari delle sue virtù, cercò di opporsi alla iniquità dilagante. Ma l’organismo sociale era troppo inquinato di un veleno che minava la vita religiosa e sociale. – In queste condizioni aspre e difficili, si svolse l’apostolato di Giovanni Eudes, al quale noi oggi prestiamo il culto dei Santi. Nato all’alba di quel secolo XVII nella piccola borgata del comune di Ri, in terra normanna, egli fu l’operaio evangelico, il santo provvidenziale, che durante quella lunga epoca storica compì una grande missione, la quale, a mio modesto avviso, assunse un’importanza anche maggiore di quella che gli è stata universalmente riconosciuta. In lui è mestieri ravvisare il soldato valoroso, che in settantanove anni di vita consacrò tutto se stesso per riparare i mali prodotti dall’errore e dal malcostume, per conservare viva e operosa la fede nella sua patria. Egli fu fedele al monito di S. Paolo: labora sicut bonus miles Christi Jesu; e fu soldato forte, intrepido, coraggioso, che non si risparmiò giammai nel combattere incessantemente le più nobili battaglie. – Studiamo oggi l’opera multiforme e svariata di questo soldato di Cristo, che col suo travaglio, col suo valore, co’ suoi eroismi e con i suoi sacrifizi tenne alto in Francia il vessillo della fede, nobilitandolo con i sudori del suo apostolato, le cui benemerenze sono scritte a caratteri indelebili nei fasti della Chiesa e della civiltà.

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Vi ha una doppia specie di soldato: il soldato del re e della patria, il soldato di Cristo e della Chiesa. Il soldato del re offre la sua spada e il suo sangue per un ideale nobile, ma umano, quale è il trono, la patria, la libertà: ideali terreni, nei quali la passione può portare delle ombre e suscitare diversità di apprezzamenti. Ma il soldato di Cristo si consacra ad un ideale più alto, cioè al servizio del Re dei re, alla difesa della Religione, alla causa della Chiesa, alla elevazione spirituale dei popoli, al vero progresso civile e morale dell’umanità. Qui le finalità sono più pure, e s’innalzano al di sopra di tutte le passioni e delle contingenze della politica umana. Giovanni Eudes è il forte e magnanimo soldato di Cristo. La bandiera, sotto la quale si è schierato, è la stessa bandiera di Dio. Le finalità, per le quali lotta fino al sacrifizio, non sono gl’interessi umani e caduchi del tempo, bensì i supremi interessi delle anime, cioè a dire le alte ragioni di Dio. Sono varie e molteplici le armi, con le quali sogliono combattere i soldati di Cristo e gli apostoli del bene. Si combatte con l’azione multiforme e con l’organizzazione sapiente di opere salde e durature, come fecero S. Vincenzo de’ Paoli e il Venerabile Giov. Bosco. Si combatte con l’arma tagliente e vibrante della parola, che scuote, illumina e converte, come fecero S. Bernardino da Siena e S. Leonardo da Porto Maurizio. Si combatte con la penna, mercé la quale si difendono le grandi verità, e si stritolano gli errori perniciosi, come usarono San Tommaso d’Aquino e S. Francesco di Sales. Si combatte con la preghiera, che in certi periodi critici e dolorosi fu un mezzo potente per salvare la Chiesa e la società, come attesta la vita di S. Caterina da Siena e della Beata Anna Maria Taigi. Si combatte con l’esempio magnifico delle virtù, che ha tale eloquenza da sospingere i popoli verso la fede e la morale evangelica, come fecero tutti i santi del Cattolicismo. Si combatte infine col coraggio, che affronta tutte le difficoltà, che non si arresta dinanzi agli ostacoli, e che non teme lo sdegno dei forti e dei potenti, come praticarono S. Ambrogio di Milano e S. Francesco da Paola. Il nostro santo, Giovanni Eudes, non trascurò nessuna di queste armi nell’esercitare il suo ufficio di soldato di Cristo. – Egli è soldato fin dalla sua fanciullezza. Predestinato a cose grandi, si raccoglie nella preghiera e si esercita in atti fervorosi di pietà. A nove anni, schiaffeggiato da un compagno, non si vendica, ma offre eroicamente ad una nuova offesa l’altra guancia. A dodici anni, riceve per la prima volta con l’ardore dei santi il pane eucaristico. A quattordici anni si consacra definitivamente a Dio col voto di perpetua castità. Inviato a Caen nel collegio reale diretto dai padri Gesuiti, si segnala presto nello studio e nella pietà, facendo meravigliosi progressi. Destinato dai parenti ad essere sposo di una onesta fanciulla, ricca di fortuna, di bellezza e di virtù, respinge l’offerta e si mantiene fedele alle promesse fatte al suo Dio. Nella lotta coi genitori è saldo e fermo. I diritti dello spirito sono da lui difesi con incrollabile energia. La sua vocazione è il sacerdozio, ed egli lo raggiungerà. Sarà Giovanni Eudes sacerdote secolare o religioso? Con volontà più che mai risoluta delibera di entrare nella Società dell’Oratorio, fondata a Parigi dal P. De Bérulle, per realizzare i suoi disegni. Il suo padre lo tratta da inumano e da ingrato, che calpesta i doveri di figlio per correre dietro ad una chimera, che una fantasia troppo accesa gli aveva creato nell’anima. La tempesta è grave. Impetuoso è l’assalto. I soldati deboli tentennano e cedono al primo irrompere delle forze nemiche. Giovanni non cede. La voce di Dio nel suo cuore è più forte di quella del sangue. Egli vince la resistenza paterna, parte per Parigi, entra nella casa dell’Oratorio, e si prepara nella solitudine, nello studio, nella preghiera ed in una più intima unione con Gesù Cristo al grande atto. Il 20 dicembre 1625 egli è religioso e sacerdote. Qui comincia la sua azione apostolica. L’attività, l’organizzazione e la predicazione sono tre forme di apostolato, che in lui si accoppiano insieme e procedono di pari passo. Sono tre armi che vengono adoperate dal giovane soldato simultaneamente e con immenso successo. – Nell’anno 1627 il terribile flagello della peste cominciò a portare lo sterminio in molte regioni francesi. Le campagne nei dintorni di Argentan erano desolate dalla morte, che seminava dovunque innumerevoli vittime. Giovanni rimase commosso dinanzi all’abbandono in cui erano lasciate le sue terre native, e sente di non potere rimanere più oltre inoperoso sotto la tenda, mentre i suoi compatrioti morivano senza assistenza e senza conforti. Egli lotta contro la resistenza dei superiori, che temevano di lui per la temerità dell’impresa; e, riuscito vincitore, prende il suo breviario, un po’ di biancheria, un altare portatile, una scatoletta per riporvi le specie Eucaristiche, e solo prende la strada della Normandia. Il coraggio, col quale a ventisei anni, sprovvisto di mezzi e di cautele, affrontava l’ardua impresa, rivela l’anima del soldato già temprata all’asprezza delle battaglie e al pericolo dei cimenti. Il santo non trova né un gentiluomo né un prete che gli offra ospitalità. Affidato al suo Dio, percorre impavido i paesi straziati dal morbo, visita gl’immondi abituri come le case dei ricchi, confessa gli appestati, somministra il viatico agli agonizzanti; è l’angelo consolatore che porta sollievo alle anime e rinfranca i corpi abbattuti. Pari zelo dispiega nella città di Argentan, ove conforta i morenti, rianima i superstiti, e, consacrata con pubblico voto solenne la città alla Vergine, ottiene la cessazione del flagello. – Rientrato in una casa dell’Oratorio, a Caen, per prepararsi alle missioni, manifesta un’altra volta il suo spirito di sacrifizio, quando, quattro anni dopo, la peste venne a desolare questa città. Egli, offerta a Dio la sua vita, corre sollecito al letto degli appestati, e mentre tutti fuggono e si riversano nelle campagne, il santo è l’anima consolatrice degli infermi e dei desolati; sale e scende le scale delle case, ove si soffre, si agonizza e si muore; assiste anche i suoi confratelli colpiti dal morbo, converte un calvinista che chiuso in casa con sua moglie era agli estremi, e, poste le immagini della Madonna come salvaguardia a tutte le porte della città, vede la peste rallentare e poi cessare del tutto. Il soldato eroico aveva compiuto il suo dovere. – Dal capezzale degli appestati eccolo quindi salire sui pergami a combattere col vigore della sua parola l’ignoranza, i vizi e la corruzione sfrenata del tempo. La Società dell’Oratorio si era proposta di evangelizzare i popoli. E ve ne era veramente bisogno, massime nella Normandia, che ancora risentiva le conseguenze funeste dell’eresia calvinista. Gesù Cristo non era più conosciuto. La fede o era interamente perduta, o si era illanguidita al punto da non informare più la vita dei cittadini. Delitti orrendi, vizi vergognosi, cupidigie sfrenate, violenze inaudite, superstizioni ridicole, costituivano il fondo di quel quadro storico, che richiamò a sé le cure di pochi ma ferventi apostoli, i quali, commossi da sì triste spettacolo, si dedicarono ad evangelizzare la Francia. Giovanni Eudes è uno di questi eroi. Primo tra i primi si slancia nell’agone della battaglia. Egli predica, catechizza, confessa, illumina, converte. Acceso di ardore divino e penetrato da una virtù celeste, corre dovunque è chiamato. Alla parola gagliarda dell’apostolo non si resiste; si ridesta la fede, si migliorano i costumi, si riaccende il coraggio cristiano, e perfino i protestanti ritornano sulle vie della verità. L’efficacia della sua predicazione, come la forza del suo esempio riescono spesso a trionfare di tutti gli ostacoli. E là, dove i soldati del re non valgono a restaurare l’ordine fra i cittadini, che erano in preda al terrore, questo soldato di Cristo calma gli spiriti e ristabilisce la pace. – Nel fervore delle sue battaglie, egli si era convinto che non poteva migliorarsi il popolo, se prima non si riformasse il clero; giacché principale ostacolo al successo delle missioni era la corruzione dei pastori di anime. Come convertire il gregge, e come farlo poi perseverare in propositi di bene, se il clero, ignorando l’eccellenza del sacerdozio e la importanza de’ suoi obblighi, era con la sua condotta motivo continuato di scandalo ai fedeli? Di qui nasce nel santo e si matura lentamente, ma inesorabilmente, il primo disegno di fondare una nuova società che intendesse a trasformare radicalmente il clero, attraverso l’opera dei seminari, nei quali avrebbe dovuto essere preparato adeguatamente per corrispondere alle finalità della sua missione. Egli prega, si consiglia, discute. Il suo disegno non arride a molti de’ suoi confratelli, i quali prevedono che, per attuarlo, Giovanni Eudes sarebbe uscito dalla Società dell’Oratorio. Essi ben conoscevano la tempra dell’Uomo, che, quando si vedeva chiamato da Dio ad un’ardua impresa, non vi rinunziava facilmente. – L’opposizione frattanto si accentuava. Il santo, che ama il suo Istituto e che non riesce a fargli abbracciare l’idea ch’egli perseguiva con tanto entusiasmo, soffre immensamente. La sua anima è lacerata da una terribile lotta. È una dolorante tragedia che si svolge nel suo cuore. Ma, scoccata l’ora di Dio, non tentenna, e non si ritrae indietro. Pur sentendosi desolato e trafitto dal pensiero di dover abbandonare luoghi così cari e persone così venerate, si distacca coraggiosamente dall’Oratorio. Tale distacco gli procura il titolo di orgoglioso, di ambizioso e di ribelle. Non importa. Si può combattere lo stesso nemico anche in altre trincee, purché si militi sotto la stessa bandiera, si serva la medesima causa e si dilati il regno del condottiere supremo, Cristo, nostro Signore. L’oratore e il missionario diventa così organizzatore. Come un soldato, assurgendo alla condizione di capitano, organizza una milizia e prepara il suo piano di battaglia per sconfiggere i nemici della patria, così il valoroso soldato di Cristo, desiderando di abbattere l’iniquità che imperversava sulla sua nazione, organizza la Congregazione di Gesù e Maria e si accinge alle più aspre battaglie per la difesa della fede e della morale. Nacque così dal suo cuore, in un impeto di amore gagliardo a Cristo, il nuovo sodalizio, che si proponeva due scopi precipui: formare, con gli esercizi del seminario e dei ritiri, dei buoni ecclesiastici, e suscitare lo spirito cristiano nel popolo mediante le missioni, le predicazioni e l’amministrazione dei Sacramenti. Il rinnovamento del clero e del popolo fu il suo nobile obbiettivo. Con un clero ricco di coltura e di pietà, pieno di spirito di sacrificio, e posto a disposizione del Papa e dei Vescovi, si sarebbero restaurate le sorti della Religione, e, con queste, quelle della società civile. A tredici chilometri da Caen, verso il mare, in un santuario dedicato a Maria, si raccoglie il primo manipolo di eroi, che sotto la guida del santo giurano dinanzi all’altare di consacrarsi a quest’epoca di restaurazione. Per conseguire il primo de’ suoi scopi, la rinnovazione del clero, occorreva santificare i membri della sua Congregazione, rendendoli strumenti adatti a formare nuovi ecclesiastici, degni di esercitare poi santamente il loro ministero. Qui convergono i primi sforzi del fondatore. Né gli fu difficile creare una milizia di santi fra i suoi seguaci. L’esempio del maestro era un fascino per i discepoli. Alla scuola del suo esempio e della sua dottrina integra ed illuminata cresce e giganteggia il manipolo dei valorosi. Preghiera e studio, azioni di pietà ed edificanti letture, alternate coll’esercizio del ministero, sono il loro cibo quotidiano. Il progresso spirituale li accompagna di giorno in giorno. Lo spirito di povertà, di semplicità, di candore viene ad informare le loro anime; lo zelo più ardente le eccita a promuovere seriamente la causa di Dio; la fiamma della carità le pervade e le accende, stimolandole a suscitare in tutti faville d’amore e sante aspirazioni. Quei prodi, corroborati settimanalmente in questa scuola di virtù sode e robuste, nei giorni festivi si recavano nelle diverse parrocchie per diffondere nei cuori altrui quelle spirituali ricchezze ond’essi erano ricolmi. Ad ecclesiastici di tal fatta si poteva affidare sicuramente la riforma del clero. – Con l’aiuto di questi uomini, Giovanni Eudes forma dei preti secondo lo spirito di Cristo, si studia poi di rivederli nelle riunioni da lui organizzate, per rassodarli nella vocazione e nei propositi di bene. Quando si recava ad evangelizzare una città od una campagna, affrettavasi a riunire gli ecclesiastici della contrada, e li intratteneva con molta cordialità su quanto potesse contribuire alla loro perfezione individuale, ad un più efficace esercizio del loro ministero e ad un adempimento più scrupoloso dei loro doveri sacerdotali. Erano veri cenacoli di pietà e di studio, nei quali talvolta si contavano fino a trecento gli ecclesiastici che vi prendevano parte. Da questi ritiri spirituali, ravvivati dalla rugiada di celesti consolazioni, l’anima del clero usciva commossa e rinnovata. All’opera di questi ritiri si aggiunse la fondazione dei seminari di Caen, di Coutances, di Lisieux, di Rouen, di Evreux e di Rennes, scuole autentiche di santi, nelle quali i compagni di Giovanni Eudes lavoravano a formare, istruire ed esercitare coloro che aspiravano al sacerdozio o che l’avevano raggiunto. Da quei seminari, che la pietà e lo zelo del santo avevano aperto e consolidato, uscirono legioni di sacerdoti, che perpetuarono la missione del fondatore e fecero risuonare un’altra volta sotto i cieli di Francia il nome benedetto di Cristo. Il primo scopo prefìssosi dal santo era raggiunto. La restaurazione del clero era in gran parte compiuta. Da per tutto si scorgevano preti operosi e zelanti, tutti intenti alla salvezza delle anime. La buona reputazione degli ecclesiastici, cresciuti alla scuola dell’Eudes, venne universalmente riconosciuta. In quasi tutte le diocesi si notava una trasformazione confortante. I Vescovi ne godevano. La società ne intese influssi benefici e duraturi. – Mercé la sua Congregazione, ove il nostro eroe formò missionari pieni di zelo, che correvano per tutte le regioni di Francia, predicando la fede e la morale cristiana, riuscì a rinnovare interamente paesi, città e provincie. Egli fu l’anima di quest’apostolato. Oratore nel più alto grado della parola, possedeva tutte le qualità fisiche e morali, che lo rendevano eloquente e gli assicuravano il successo. Voce, gesto, vivacità di sguardo, espressione di viso, dominio assoluto del pubblico, andavano congiunti ad una dottrina soda, ad una facilità di comunicativa, ad uno slancio, ad una prontezza che gli permettevano di conquistare fin dall’inizio il cuore delle masse. La fiamma poi della grazia lo investiva talmente, che in lui tutti riconoscevano il santo e il messaggero di Dio. Ad un santo i popoli non resistono mai, e gli si danno in una dedizione completa. Giovanni Eudes fu un vero conquistatore di anime. Predicava, catechizzava, confessava per settimane intere, per mesi interi. Quando terminava la sua missione in una località, trasportava altrove le sue tende e ricominciava lo stesso lavoro. Furono ben poche le terre di Francia, che non ebbero la fortuna di giovarsi del suo apostolato. Folle imponenti si gettavano ai suoi piedi; i peccatori più ostinati gli si arrendevano; i vizi più disonoranti erano estirpati; riparate le ingiustizie; abolite le cattive pratiche; ricomposte le paci; bruciati i libri nefandi; maledetta la bestemmia; impugnati gli errori; combattuto il giansenismo; trionfante la fede; Gesù Cristo amato e adorato. Che più? I figli, camminando sulle orme del padre, sono come le squadre volanti che rapidamente si recano da una diocesi ad un’altra per predicare la buona novella e per sradicare la immonda zizzania. È una milizia agguerrita, pronta a respingere tutti gli assalti ed a difendere con vigore le posizioni e le dottrine del Cattolicismo. Mentre il santo dava tutta la sua esuberante attività a quest’opera di apostolato, creava insieme l’Istituto di Nostra Signora della Carità, generosa milizia femminile, destinata da Dio ad uno sviluppo veramente straordinario, giacché i suoi due rami, quello del Rifugio e quello del Buon Pastore, contano oggi circa 15.000 Suore, che in diverse parti del mondo si adoperano generosamente per la redenzione e riabilitazione delle infelici vittime del vizio. Molte famose peccatrici, dopo aver ascoltato il nostro missionario, toccate dalla grazia avevano formato il proposito di abbandonare la loro vita colpevole. Di qui sorse in lui l’idea di costituire un Ordine religioso, con la missione esclusiva di ricondurre le Maddalene a Gesù e di farle perseverare nel bene. Donne magnanime si ascrissero a quell’Ordine, legandosi, oltreché coi tre voti ordinari di religione, con un quarto voto, quello cioè di consacrarsi alla santificazione delle pentite. In questo voto audace e sublime, che rispecchia la misericordia di Gesù, s’innalza come sopra una roccia la nuova religiosa famiglia, che per virtù del suo fondatore e per lo spirito di sacrificio che egli seppe comunicarle, fiorisce ancora rigogliosa, testimone perenne di quell’azione provvidenziale, spiegata dall’eroico soldato di Cristo. – Oltreché con la parola, con l’orazione e con la organizzazione di due poderosi Istituti, egli combatté altresì valorosamente con la penna. Se questa nelle mani di un eretico o di un miscredente è causa di naufragio e di morte per tante anime, nelle mani di Giovanni Eudes fu strumento di vita e di propaganda cristiana. I molti libri vergati dalla penna dell’infaticabile missionario, erano un vero arsenale di sapienza e di dottrina non comune, ed un focolare ardente di pietà. È veramente da deplorarsi che gran parte di quei tesori sia andata perduta. Quei che sono rimasti, rivelano il suo immenso amore a Cristo ed alla Vergine, i due radiosi ideali, che gli palpitavano nell’anima e gl’infondevano l’ardore nelle lotte dell’apostolato. Il suo libro « Vita e regno di Gesù nelle anime cristiane », è un’eco fedele dei sentimenti di chi si era proposto di far vivere e regnare Gesù Cristo in tutte le intelligenze, in tutte le volontà, in tutti i cuori, e sottomettere al suo impero tutte le potenze e facoltà dell’anima e del corpo. In quel libro è come una visione profetica del regno sociale di Cristo, di cui egli fu un ardito precursore ed un assertore illuminato. Quello che poi scrisse di Maria intorno alla sua ammirabile fanciullezza ed al suo Cuore di Madre, è quanto di più squisito poteva sgorgare da un’anima, amante appassionata di questa celeste regina. Fin dalla età di diciotto anni aveva scelto Maria come sua sposa; e più tardi firmava col suo sangue gli sponsali mariani, che sono il canto d’amore da lui sciolto alla sua diletta, il dolce e magnifico epitalamio, scritto con accenti di tenerezza commossa, che solo il grande amore poteva ispirare. Altra arma potente di battaglia fu per lui la preghiera. Tutta la sua vita può dirsi un atto continuato di orazione. Dinanzi all’altare, prima e dopo la Messa, egli bruciava di ardore divino ed era assorto nei sublimi misteri. Le sue missioni erano precedute e accompagnate dall’aroma della preghiera, alla quale sola affidava i successi del suo ministero. Conquistava le anime dei popoli più con la preghiera che con l’azione; questa senza di quella sarebbe stata sterile e incapace di produrre tante trasformazioni e conversioni; ravvalorata invece dalla preghiera, fu una forza incoercibile che dominava gli spiriti e li rinnovava. La sua attività, privata e pubblica, era plasmata di quello spirito di orazione, che la rendeva feconda ed efficace. Parlare, predicare, confessare, organizzare, scrivere era per lui pregare. Il presidio più valido, che lo sostenne durante le vicende dolorose e angoscianti della sua vita, fu la preghiera. Se non fosse appoggiato a questa forza soprannaturale, avrebbe dovuto soccombere. Uomo di orazione e di contemplazione, fu un gigante che combatté e vinse, conquistando la palma degli eroi. – Il buon soldato di Cristo si segnala altresì con l’esercizio indefesso delle virtù cristiane, la cui potenza d’attrazione sulle masse è immensa. Il popolo non bada tanto alla scienza quanto alla santità. La scienza potrà interessare i dotti, ma la santità conquista tutti; e questa si manifesta nello splendore delle virtù, esercitate eroicamente giorno per giorno con la costanza propria dei santi. In Giovanni Eudes rifulse in maniera speciale l’amore di Dio, forte, sincero, puro, che gli traboccava dall’anima, e fu la sorgente di tutte le opere che intraprese a vantaggio del prossimo. Egli non visse un giorno solo per sé; non conobbe affatto l’egoismo di una gran parte degli uomini, che si racchiudono nella cerchia della propria individualità, e non si curano che di se stessi; arse invece di fervido zelo che lo spinse a consumare le sue forze e la sua vita in un lavoro nobilissimo per la salvezza delle anime. Per strappare i peccatori al vizio, all’errore e all’inferno, non badò a fatiche, a sacrifici, ad ostacoli, a minacce. Un mare di lacrime e di sangue – egli diceva – non basterebbe a piangere il danno delle anime che si perdono per mancanza di operai apostolici. Fermo e saldo nell’avversa fortuna, paziente ed inalterabile fra i disprezzi e le persecuzioni, tranquillo e perseverante nella sua propaganda, sottomesso in tutti gli eventi alla volontà divina, retto nei suoi intendimenti, puro nei pensieri e nelle opere, fu modello di bontà, di giustizia e di santità alla sua patria. Sul letto di morte coronava la sua vita di santo con un atto sublime di fede, di umiltà, di amore e di sacrifizio, allorché, accasciato e morente, volle lasciare il suo giaciglio e inginocchiarsi sul nudo pavimento per ricevere l’Ostia santa. Dinanzi a questa dichiarò di fare ammenda dei suoi peccati, chiese perdono ai suoi confratelli, e si strinse a Dio in un palpito supremo, che era il compimento dell’immolazione e l’ultimo grido di amore al Padre, che andava a raggiungere nei cieli. – Verrei meno al mio dovere di panegirista e di storico, se passassi sotto silenzio quel coraggio eroico, del quale il santo dette continue prove durante il suo lungo apostolato. Il soldato deve essere per sua natura coraggioso; deve affrontare con petto impavido tutti i pericoli; né deve sgomentarsi per le durezze dei cimenti o ripiegare la bandiera dinanzi all’irrompere delle forze nemiche. Giovanni Eudes, forte e valoroso soldato di Cristo, nell’adempimento della sua missione, non conobbe nessuna di quelle debolezze, che potrebbero oscurare la luce dell’eroe; e in tutte le circostanze più aspre e difficili combatté con coraggio di Cristiano e di apostolo. Al cospetto dei nobili e dei magistrati predicò ugualmente la verità, senza attenuarla in qualsiasi maniera. Di fronte ai potenti del secolo non usò blandizie di sorta, né ricorse ad alcuna di quelle accortezze, che potrebbe suggerire la prudenza o la pusillanimità. Nelle sue frequenti relazioni con i sovrani, aborrì dalle servilità del cortigiano, come dalle facili e mendaci approvazioni dell’adulatore. Ai potenti ed ai despoti si curvano sempre le schiene in un servilismo ributtante. È la storia di tutti i paesi e di tutti i tempi. Il nostro santo, che aveva a schifo cotesti sistemi, in tutti i suoi atti s’ispirava alla semplicità del Vangelo, ai diritti della verità, alle esigenze della giustizia. I suoi memoriali alla reggente Anna d’Austria, con i quali la richiamava ai suoi doveri di regina, erano capolavori di dignità e di ardimento. Nell’additarle le piaghe del tempo, e nel chiedere provvedimenti contro gli abusi e le iniquità che desolavano la Francia, e contro i danni che l’audacia del Giansenismo produceva nelle anime, non ricorreva a circonlocuzioni, né si valeva di eufemismi poco sinceri, ma scriveva con precisione e con energia, come gli dettava la sua coscienza di sacerdote. Nel 1660, chiudendo un corso di missioni a Parigi, non si peritò d’indirizzarsi pubblicamente alla regina madre, supplicandola con vivo ardore di fede, perché estirpasse le vecchie e nuove eresie, e rimuovesse le cause di tante miserie. Nell’anno appresso, mentre predicava in una festa solenne, non appena scórse la predetta regina, che era venuta ad ascoltarlo, cambiò il soggetto del suo discorso; e, prendendo motivo dal fuoco, che due giorni prima aveva incendiato al Louvre la galleria del re, ne trasse argomento per ammonire che se il fuoco temporale non aveva risparmiate le case del re, il fuoco eterno non perdonerebbe né ai principi e sovrani, né a principesse e regine, se non vivessero cristianamente e non impiegassero la ‘loro autorità a distruggere la tirannia del peccato e del demonio, ed a stabilire nelle anime dei sudditi il regno di Dio. Non per questo si offese Anna d’Austria, che era solita dire: « Ecco come bisogna predicare; coloro che ci adulano, c’ingannano, e dovrebbero invece dirci con tutta franchezza la verità ». Invitato nel 1671 dal re a predicare il Giubileo di Clemente X al castello di Versailles, accettò l’incarico, e dinanzi al potente sovrano Luigi XIV ed alla sua sposa Teresa d’Austria, parlò con franchezza cristiana in quella corte, ove si trascorreva il tempo di festa in festa, e non mancavano cortigiani che facevano a gara nel lusingare le passioni del re. Due anni dopo predicava a Saint-Germain en Laye alla presenza del re, della regina, delle dame e dei gentiluomini di corte, e col suo coraggioso linguaggio commosse tutto l’uditorio e suscitò nel cuore dei monarchi sentimenti più vivi di cristiana pietà. In grazia dei suoi ardimenti, il santo vinse ben dure battaglie per la fede e per Cristo. Con pari animo tenne fronte alle persecuzioni che gli vennero mosse, alle tempeste che gli si scatenarono contro, all’uragano che tentò di rovesciare con lui i suoi disegni e le sue opere. Rare volte nella storia si legge di persecuzioni ostinate, ingiuste e violente, quali furono quelle che ebbe a subire il nostro santo. Offese ed ingiurie, provenienti non solo da uomini sregolati e corrotti, ma anche da preti e religiosi, da curati e vicari, che dal pulpito e nel confessionale lo attaccavano con inaudita animosità; accuse di spergiuro, di sacrilegio e di ribellione, che gli furono formulate; miserabili libelli pubblicati per distruggere la sua reputazione e per prevenire in suo danno le autorità ecclesiastiche e civili; calunnie infamanti, per le quali lo si qualificava uomo senza fede, senza pudore, senza religione; odio implacabile che giunse al punto da fare interdire la cappella del suo seminario di Caen; maneggi ignobili per suscitare contro di lui le diffidenze o le inimicizie di personaggi eminenti, di Vescovi e degli stessi monarchi; tutte le armi più disoneste e sleali furono adoperate a fine di annientare l’opera sua, paralizzare la sua azione, e creare il vuoto e la solitudine attorno all’uomo che combatteva con purezza d’intendimenti per salvare le anime, per restaurare la Francia, per difendere la causa della Religione. Altri al suo posto avrebbe finito col cedere le armi. Egli non si perdette mai di coraggio; fissando gli occhi sulla croce, rinfrancava le sue speranze; e impavido atleta giurava di morire combattendo per il Signore. Làbora sicut bonus miles Christi Iesu. Il forte soldato di Cristo non si arrestò mai nel suo lavoro; proseguì animosamente la sua battaglia; e, sopportando con animo invitto tutte le persecuzioni, insegnò col suo esempio che non ai deboli ed ai pusillanimi, ma solo ai generosi ed eroici lottatori è riserbata, nella storia e nella luce dell’immortalità, la corona e la gloria.

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Chi mai sostenne e confortò Giovanni Eudes fra le vicende di quelle terribili persecuzioni? Quando un povero mortale è per cadere sotto il peso della sventura, se ha un cuore amico che gli batte vicino, se la parola tenera di una madre gl’infonde balsamo e vita, egli non cade e non dispera. Il dolore non lo abbatte. Una grande speranza lo sorregge e lo guida. Quando un soldato, circondato da tanti nemici, è per soccombere sul campo di battaglia, se al suo fianco vede agitarsi la bandiera, nelle cui pieghe palpita il cuore della patria, egli riprende tosto vigore e combatte da eroe, compiendo generosamente tutto il suo dovere. Allorché sui campi lombardi i soldati, che si erano uniti per la vita e per la morte, si videro circondati dalle compatte falangi tedesche, in quell’ora fatale fissando il Carroccio, in cui l’ideale della patria e della fede parlava al loro cuore, quei giovani figli d’Italia, in un impeto gagliardo che travolse l’esercito del Barbarossa, salvarono l’onore della patria e la libertà dei Comuni. – Anche al santo, nei suoi aspri e lunghi cimenti, sorrisero due bandiere, nelle quali erano scolpiti due cuori: il Cuore santissimo di Gesù e quello di Maria. Queste furono le sue più belle e dolci devozioni. Con una fede che ha del sublime, e con una costanza che ha del meraviglioso, erasi fatto propagatore delle due devozioni. Per più di mezzo secolo fece sventolare queste due fiammanti bandiere sotto il cielo di Francia, difendendole contro il giansenismo imperante e contro le varie opposizioni congiurate a disperdere il culto liturgico dei Sacri Cuori, che trionfò pienamente. Egli moriva sulla breccia, salutando quelle due bandiere gloriose, che lasciava come retaggio di salvezza alla Francia e come pegno di riscossa alla Chiesa. La devozione ai Cuori di Gesù e di Maria, divulgata per l’apostolato di Giovanni Eudes, salvò veramente la Francia nel periodo più funesto e più tragico della sua storia. Ricordiamo una pagina che ci riporta ai tempi del Terrore. Luigi XVI, balzato dal trono, è rinchiuso nella prigione del Tempio. La sposa Maria Antonietta, la sorella Elisabetta e la principessa di Lamballe, anch’esse sono gettate nel fondo del carcere. Quest’ultima, di sangue e di stirpe italiana, aveva voluto dividere la sorte degl’infelici monarchi. Condannata a morte, è trucidata ferocemente da alcuni miserabili che le mozzarono il capo e, conficcatolo in cima ad una picca, lo mostrarono alle finestre del carcere, ove era chiusa la famiglia regale. In quell’ora di crudele martirio Elisabetta, serena e forte, è l’angelo che consola quelle anime martoriate. Il monarca è tratto al patibolo, e vi lascia la testa perdonando e pregando. La stessa sorte è riserbata più tardi a Maria Antonietta, che affronta il supplizio con un coraggio ed una dignità che toccano la cima dell’eroismo. Rimane Elisabetta, la sorella del re. Anche per essa è aperta la via del patibolo. Quando i commissari della rivoluzione frugano nelle sue tasche, non vi trovano che due cose: un libretto di devozione, entro il quale era una immagine dei due Cuori di Gesù e di Maria, ed un foglio di quattro pagine intitolato: Consacrazione della Francia al Sacro Cuore di Gesù. Quella immagine dei due Cuori santissimi ci richiama l’apostolato di Giovanni Eudes, e il pegno di salvezza che egli aveva lasciato alla sua patria. Senza l’apostolato del santo, quante più gravi iatture sarebbero state riserbate alla Francia! Senza la sua opera restauratrice, continuata con ardore dai suoi figli e coadiuvata da quella di altri campioni della fede, il clero ed il popolo cristiano sarebbero stati travolti interamente dalla rivoluzione. La resistenza non sarebbe stata possibile in alcuna maniera. Ecco la luce più fulgida che abbellisce la fronte dell’apostolo. Il clero ed il popolo francese, per quanto gli editti di proscrizione e di morte lo permettessero, resistettero impavidi contro la bufera. Ogni paese ed ogni città di quella nazione ebbe i suoi martiri e le sue catacombe. Gli eroismi di quei confessori, che vennero trucidati nel Carmine ed a S. Firmino, tra i quali si contano non pochi figli del Santo, non sarebbero stati così cospicui, se il germe che produsse gesta tanto gloriose, non fosse stato seminato nel secolo antecedente da questo apostolo. Giovanni Eudes aveva lasciato alla Francia due grandi patrimoni: una fede ed una fiamma; la fede restaurata nel clero e nel popolo; la fiamma di due cuori divini, che creò la forza di quella Chiesa militante. La Francia cristiana sotto i colpi formidabili di quella rivoluzione satanica che uccideva preti, bruciava altari, chiudeva chiese ed aboliva il culto cattolico, cadde, è vero, intrisa di sangue e gemette per tante ferite. Ma dopo la tempesta risorse più gagliarda e più giovane, in virtù di quella fede e di quella fiamma. – Io saluto il soldato invitto, l’eroe magnanimo, l’alfiere impavido e l’intrepido condottiero, che amando e soffrendo, evangelizzando e combattendo, salvò la sua patria. Onore all’eroe! – I martiri della rivoluzione levino la testa dai loro avelli, benché deturpata dal ferro dei manigoldi, e con tutti gli spiriti immortali della Francia cantino l’epopea gloriosa di questo eroe, il cui solo nome basta ad illustrare la fede e la grandezza di un popolo. – O santo, Roma ha rivendicato giustamente il tuo merito ed i tuoi sacrifici; giacché non solo approvava le tue opere e benediceva i tuoi Istituti, ma afferrava dalle tue mani la bandiera dei Sacri Cuori e, inalberandola su tutti gli altari, realizzava il tuo nobile ideale. Ma Roma, la città di Dio, la patria delle anime, la città pontificale che gusta tutta la bellezza e il dono della sua cattolicità, ti ha posto anche sulla fronte l’aureola dei santi, ed oggi in questo tempio farnesiano ti offre le primizie del culto, che ti sarà reso in ogni terra. Roma eterna, che vive d’immortalità, ed è la sola città del mondo che può dispensare agli uomini l’immortalità, ha consacrato il tuo nome non sulla fragile pietra o sul marmo muto, ma nei cuori riconoscenti dei fedeli, nella poesia sublime della fede, nel canto suggestivo del culto, nel plauso e nell’ammirazione della storia.

9 AGOSTO: S. GIOVANNI MARIA VIANNEY, IL CURATO D’ARS

San GIOVANNI MARIA VIANNEY

CURATO D’ARS

(1786-1859)

[Mons. C. Salotti: i Santi ed i Beati proclamati nell’Anno Santo 1925 – Panegirici- S.E.I. Torino, 1927 – ]

La canonizzazione del Curato d’Ars ebbe luogo il 31 maggio 1925. Nei tre giorni successivi, nella Chiesa nazionale di S. Luigi dei Francesi, si celebrò in suo onore un solennissimo triduo. Io recitai questo mio panegirico il 2 giugno dinanzi ad una folla immensa di pellegrini francesi, tra i quali si notavano vescovi e prelati, ragguardevoli personalità e moltissimi parroci. L’attuale Curato d’Ars, Mons. Converi, che era presente, volle poi il mio discorso che, tradotto in francese, venne per sua cura pubblicato e diffuso.

In bonitate et alacritate animæ suæ placuit Deo prò Israel.

(Eccles. XLV, 29)

La Francia è indiscutibilmente una nazione nobile e grande, che occupa un posto d’onore nella storia della Chiesa e della civiltà. È la terra di Clodoveo che sui campi di Tolbiac, invocato il Dio di Clotilde, riportava un’insigne vittoria e gettava le basi granitiche della nazionalità franca. È la terra di Carlo Magno, che, consacrato imperatore dal Papa, poneva la sua spada al servizio della Chiesa, ed inaugurava una nuova èra storica, in cui la Francia, divenuta scudo e baluardo del Cattolicismo, difendeva con esso le ragioni supreme della civiltà. È la terra di Luigi IX, il santo, che moriva da eroe sui campi africani per un ideale religioso, dopo che coll’esempio delle sue virtù regali aveva nobilitato gli splendori del trono e additato ai monarchi la via luminosa della vera grandezza. È la terra dei Crociati e dei cavalieri senza macchia e senza paura, i quali, offrendo la spada e la vita alla difesa del diritto, fecero sventolare in tante parti del mondo la loro bandiera, su cui scrissero col proprio sangue le parole fatidiche che la storia ha baciato e benedetto: Gesta Dei per Francos. Di quanti nomi illustri e di quante fulgide glorie può menar vanto la Francia nel corso dei secoli! Essa mi ricorda Bernardo da Chiaravalle, il solitario ed austero cenobita, che con la parola, con la penna e coll’attività instancabile di uno spirito conoscitore dei tempi e dei bisogni sociali, sorge a paladino del dogma e della giustizia, e viene salutato apostolo della restaurazione cattolica nel secolo II. Essa rammenta con orgoglio la sua Giovanna d’Arco, che, ispirata da Dio, corre sui campi di battaglia per salvare la patria e la corona del Re. Né dimentica S. Vincenzo de’ Paoli, il meraviglioso organizzatore della carità, il quale preludendo ad una sana democrazia, intendeva, con la elevazione dei poveri e degli umili, compiuta nel nome del Vangelo, affratellare le classi e spingere la questione sociale sulla via di una pacifica soluzione. Patria di santi e di combattenti, ha visto brillare sulla fronte de’ suoi figli la luce del genio e della fede, ed ha comunicato loro l’ardore dei prodi e l’entusiasmo per le più sante battaglie. Essa suscitò i Chaminade, i Fournet, i La Mennais, i Garicoits, le Postel e le Barat, perché sulle ruine della rivoluzione edificassero un nuovo edifìcio di vita religiosa e nazionale. Essa è la patria gloriosa di Montalembert e di Chateaubriand, di Veuillot e di Lacordaire, di Leone Harmel e di Alberto de Mun, uomini di mente e di cuore, di pensiero e d’azione, che, assertori d’ideali magnifici, lavorarono sinceramente per il bene della nazione e per il trionfo della fede. Ed è pur sempre ammirevole ed eroica questa Francia moderna, che, aggredita, difende con ardore indicibile i suoi confini, la sua bandiera, la sua esistenza; e contempla schierati attorno ai suoi stendardi di guerra tutti i suoi figli, anche quei religiosi e quei preti, che, cacciati e proscritti dalla patria in nome del laicismo imperante, accorsero perfino dalle missioni più lontane per venire a difendere il suolo nativo. Quando ieri l’altro nella Basilica di S. Pietro, in mezzo alla gloriosa schiera dei preti francesi, scórsi qualche mutilato di guerra, portante sulle proprie carni le stigmate del sacrificio, la mia anima fu invasa da un fremito d’intensa commozione. E allorquando mi fu additato un prete, che camminava su una gamba di legno, e mi fu detto che fu un ufficiale dell’esercito, il quale si batté da eroe sul campo, io avrei voluto baciare quell’eroe sulla fronte. Egli per me era il genuino rappresentante di quella Francia, che è stata sempre grande nella storia, perché in ogni secolo ha attinto dalle sorgenti della fede l’ispirazione del bene e la fiamma degli eroismi. È vero che nella storia di questa nazione, specialmente negli ultimi tempi, vi sono state delle ombre fosche e dei contrasti dolorosi. Perché stupirsene? Di fronte alla potenza del bene si levano spesso uomini, che, immemori dei loro doveri, o traviati dalle loro passioni, si fanno a diffondere il male. Quanto più risplende il bene, tanto è più aspra la lotta che contro la sua luce muovono i fautori delle tenebre. Quanto più in una nazione echeggia forte e vibrante l’inno della fede, con cui si saluta Cristo, tanto più satana scatena le tempeste e affila le armi per contrastare alle conquiste del Cristianesimo. Ma sono sempre i Santi che hanno vegliato sulla Francia e l’hanno in pericolosi frangenti salvata. La salvarono prima con la fecondità del loro apostolato e coll’esempio eloquente delle loro virtù eroiche. La salvano oggi dal cielo mercé il loro possente patrocinio, che è difesa e garanzia per la patria che amarono tanto quaggiù. Perciò la Chiesa di Roma, ponendo sulla testa dei migliori figli della Francia l’aureola della santità, porge ad essa un pegno di rigenerazione e di salvezza. – Il Curato d’Ars è uno di questi salvatori. Che figura geniale ed attraente è la sua! È uno di quegli eroi valorosi che, brillando nella costellazione dei santi, mandano una luce imperitura e sono la salute e il conforto dei popoli. Una nazione, che possiede un tal Santo, non perisce; giacché dai ricordi di lui trae la forza per sottrarsi a tutte le decadenze e per assorgere ai più alti destini. II nome di Giovanni Battista Maria Vianney è legato interamente alla storia della Francia. Furono la bontà e l’ardore della sua anima che piacquero al Signore per salvare questo grande paese. In bonitate et alacritate animæ suæ placuit Deo prò Israel. Infatti il Vianney con la sua bontà ed alacrità operò tre grandi cose che furono benedette da Dio: 1. Rinnovò la parrocchia di Ars, di cui fece un piccolo paradiso terreno; 2. Trascinò a sé le folle, conquistandole a Cristo; 3. Dominò un secolo ribelle, facendogli sentire il fascino della santità cristiana. O Giovanni Battista Vianney, parlando oggi dinanzi ai tuoi Vescovi, ai tuoi confratelli ed ai tuoi connazionali, vorrei avere l’eloquenza propria del genio francese; per lo meno vorrei che la mia parola di umile e modesto oratore fosse un’eco, per quanto debole e pallida, di quella che fu la tua più grande eloquenza, l’eloquenza cioè di una bontà incomparabile, l’eloquenza di un ministero santamente esercitato, l’eloquenza dei fatti meravigliosi, dei quali tu fosti nelle mani di Dio lo strumento sublime, l’eloquenza infine di una santità che ci conquista, ci domina e ci affascina.

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Nel luglio del 1789 si chiudeva per la Francia una storia, e se ne apriva un’altra ben diversa. I sintomi di un rivolgimento straordinario apparvero in tutta la loro crudezza. Parigi era in fermento. Il primo sangue cittadino scorreva per le vie. Grida furibonde echeggiavano sinistramente. La moltitudine assaliva la Bastiglia e la conquistava. Il Re turbato esclamò: – È dunque una rivolta? – No, sire, gli fu risposto, è una rivoluzione! – E quale rivoluzione! La più tragica, la più funesta e la più sanguinaria che fino allora si conoscesse. L’assemblea nazionale costituente approvava la famosa dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Sono i nuovi princîpi che vengono inaugurati; è il prodromo fatale dei luttuosi avvenimenti che si svolgeranno; è una scossa potente che si dà a tutto il passato; è la sfida più audace e più violenta degli uomini contro Dio. Ebbene in quell’anno, a Dardilly, non lungi da Lione, in una borgata di 1300 anime, un fanciullo che contava appena tre anni, si raccoglieva nella preghiera preparando la rivincita contro la rivoluzione. O dinanzi al focolare della casa, o in un angolo riposto della stalla, o ai piedi degli altari, il piccolo Giovanni gustava, nella sua pietà intensa, le sante gioie della preghiera. Senonché queste dovevano presto essere turbate. La chiesa parrocchiale è chiusa dai nuovi rappresentanti del potere rivoluzionario; il ministro di Dio è cacciato via dal santuario; non è più lecito pregare nel tempio consacrato dalle lacrime e dalle preghiere degli avi. La nuova libertà ha soppresso tutti i diritti dello spirito. Credevano i settari che, chiuso il tempio. Iddio non parlerebbe più alle anime, e che la voce del dovere non scuoterebbe più le coscienze. La casa del pio fanciullo sostituisce la chiesa del villaggio. Ogni giorno ivi si prega, si adora Dio e si soccorrono i poveri. E non era stata la casa dei Vianney designata come il rifugio dei bisognosi? E non aveva già accolto tra le sue mura ospitali un giovane ventenne dal vecchio e lacero mantello, Benedetto Labre, quando lasciava la Francia per venire mendicante a Roma, ove il popolo lo avrebbe acclamato santo e i Papi gli avrebbero poi decretato la gloria degli altari? Giovanni Vianney, piccolo e geloso custode di questa tradizione, raccoglieva nella sua casa quanti mendicanti incontrava per via. Ad essi donava gli avanzi della mensa paterna, distribuiva abiti e vestimenti, e insegnava le preghiere e le prime verità della fede. Il turbine rivoluzionario non riusciva a disperdere il nome di Dio. Giovanni fronteggiava la rivoluzione, continuando nella sua casa l’apostolato cattolico, e consolando i poveri, dinanzi ai quali agitava la bandiera di Dio. A sette anni conduceva al pascolo poche vacche, un asino e tre pecore. Mentre a Parigi e in altre città della Francia si bestemmiava Iddio e si trucidavano barbaramente i propri fratelli, il pastorello nell’aperta campagna rende omaggio alla Madonna sopra un altare di verdi zolle, e canta coi suoi compagni al buon Dio, che gli parlava e gli sorrideva nelle incantevoli bellezze della natura. Anima profondamente mistica aspira al suo Dio; ed a tredici anni nascostamente, come ai tempi delle catacombe, nella casa di un conte si accostava per la prima volta alla mensa Eucaristica. Quale fremito di commozione dovette avvolgere in quell’ora l’animo dell’adolescente! Dinanzi alle infamie dei persecutori ed all’apostasia dei codardi, egli assaporò tutto il profumo che i martiri antichi emanavano dalle catacombe, e s’intese forte e impavido soldato di Cristo. La sua via ormai è segnata. Sotto la guida di un eroico confessore della fede, l’abate Carlo Balley, apre l’anima sua all’ideale radioso del sacerdozio. D’ingegno tardo e di memoria ingrata, si sente stringere il cuore dall’avvilimento; e si decide di andare, elemosinante e a piedi, alla tomba di S. Francesco Regis per ottenere la grazia d’imparare quanto gli bastasse per divenire un operaio fedele del Signore. Pertanto si slancia indefesso nella via degli studi, alternandoli con opere di bontà e di carità. Chiamato per errore al servizio militare, sfugge per ragioni misteriose ai doveri di soldato, mentre ogni giorno il suo spirito sempre più si eleva nelle cose di Dio. Non è un disertore che si ribella all’appello della patria, ma è un soldato di Cristo che si prepara per le future battaglie. Prima nel piccolo seminario di Verrières, poi in quello grande di Lione si addestra nelle discipline scientifiche, disponendosi all’ordinazione sacerdotale. La sua condotta e la sua pietà erano titoli ben ragguardevoli, perché non gli si chiudessero le vie del sacerdozio. Ma egli era ben poco istruito. Che fare? Rimandarlo ai parenti ed ai lavori dei campi? L’abate Courbon, che reggeva le sorti dell’amministrazione metropolitana, nel suo intuito penetrativo comprende i tesori nascosti in quel giovane, e ne assume le difese. Quello che in Giovanni Vianney non fece la natura, farà la grazia. Questa, sostituendosi alla natura ostinatamente ribelle, compie in quell’anima, ora per ora, giorno per giorno, un lavoro misterioso, che ci ricorda quello compiuto dai grandi artisti sull’informe tela o sul grezzo marmo. – Eccolo sacerdote nel 9 agosto 1815, a 29 anni di età, nella piena consapevolezza della dignità eminente, di cui era stato insignito. Eccolo tosto vicario ad Ecully, ove si consacra con ardore giovanile alla salute del gregge. Eccolo poi nominato Curato d’Ars, quando l’ab. Courbon gli dice : « Andate, amico mio, non vi è molto amore di Dio in quella parrocchia, ma voi ce lo metterete ». Ars non è la fiorente e industriosa Lione; non è la vasta e monumentale Parigi; non è la Cina dagli ampi confini; non è il Giappone con le sue isole immense; ma è un piccolo villaggio agricolo di poche centinaia di anime. Ecco la palestra dell’uomo di Dio; piccola, immensamente piccola palestra, che diventerà celebre nella storia. Quali erano le condizioni religiose e morali di Ars? Non era questa davvero una parrocchia esemplare. La virtù non era più praticata, un indifferentismo glaciale dominava sul villaggio, gl’interessi più vitali delle anime erano totalmente trascurati, i giovani correvano dietro ai piaceri ed ai sollazzi, e i vecchi rimanevano impassibili dinanzi al vicino tramonto della vita. Nelle domeniche, a pochi passi dalla chiesa, s’intrecciavano danze, e tutti pensavano a divertirsi follemente. Le osterie del villaggio rigurgitavano di gente, appassionata di vino e di giuoco. Solo la casa di Dio era vuota e deserta. Che cosa fare in mezzo a tanta desolazione? Abbandonare forse il campo e ritirarsi solitario sotto la tenda a piangere sulle rovine del popolo? Il nuovo Curato non si scoraggia né si sgomenta. Egli si propose di fare della sua chiesa la casa di tutti, un focolare vivo di pietà, il convegno di tutte le anime dinanzi al tabernacolo del Signore. E vi riuscì. Quali mezzi adoperò per raggiungere sì arduo compito? Egli cominciò coll’amare la sua chiesa, che divenne la sua quotidiana dimora. Dall’aurora al tramonto viveva entro quelle mura, dalle quali non usciva se non per ragioni di ministero. O chiuso nella sacrestia, ove componeva i suoi sermoni, o presso il divin tabernacolo, ove consumavasi nell’amore divino, si sentiva legato a quel santuario, che fu testimone di tanti eroismi, compiuti nascostamente nelle intime comunicazioni con Dio. Chi aveva bisogno di lui, era sicuro di trovarlo nel tempio. Nel rimirare quella faccia scarna e secca, e nel fissare quello sguardo scintillante, che al chiaror della lampada rivelava gl’interiori commovimenti, si rimaneva commossi ed edificati. Fu questa la prima attrazione che egli esercitò sugli spiriti indifferenti. Quest’attrattiva fu di somma efficacia, perché accompagnata da una immensa bontà. Sulla strada, sui campi, nel focolare di famiglia, al capezzale degl’infermi, manifestò tutte le squisitezze generose del suo cuore. Affabile, semplice, modesto, aveva una parola buona per tutti. Il suo sorriso ingenuo e spontaneo, per quanto velato da una tenue nube di malinconia, penetrava nelle anime più dure e le rammolliva. Ebbe un secreto per farsi amare: amò tutti, e li amò con profondo disinteresse e con cuore paterno. Andava dove era chiamato e dove non era chiamato. Con la gentilezza del tratto, con la soavità dei modi, con la dolce familiarità con cui conversava, rapiva a sé gli animi parlando loro di cose divine, o narrando con semplicità di fanciullo storie belle e meravigliose. La carità verso il suo popolo non ebbe limiti né confini. – Vi hanno diversi gradi nella carità. Egli raggiunse il massimo. Non poteva andarsi più oltre. Niente per sé, tutto per i poveri: fu questa la sua divisa, degna dei più grandi eroi evangelici. Ai poveri donò tutto, e avrebbe donato anche la vita. Incontrando un giorno un mendicante, che, curvo sotto il peso degli anni, non osava perigliarsi per la china ripida ed agghiacciata del luogo, se lo prende pel braccio, e poi si carica sulle spalle la pesante bisaccia del vecchio, e non gliela restituisce se non quando sta per essere sorpreso nella sua buona azione. Per un altro povero, dai piedi nudi e sanguinolenti, si spoglia delle sue calze e scarpe; e cerca poi di nascondere sotto la sottana strisciante sul terreno i piedi e le gambe ignude. La penuria e la povertà dei suoi abiti rivelavano la grandezza della sua carità. Alcuni parroci gli fecero dono di un paio di calzoni nuovi di velluto, pregandolo d’indossarli per loro memoria. Egli non fece onore all’offerta degli amici, giacché imbattendosi in un povero seminudo, che era intirizzito dal freddo, si affrettò a nascondersi dietro una siepe per togliersi quei calzoni che donò a quell’infelice. Con tali atti di carità eroica avvinse a sé i cuori dei parrocchiani. Spogliandosi di tutto, divenne povero e visse nella povertà più estrema. La sua biancheria era passata tutta nelle mani degl’indigenti. Le poche cose che gli rimanevano, erano vecchie e rattoppate. Qualsiasi accortezza usata da chi gli rendeva qualche servigio, s’infrangeva dinanzi alla sua volontà risoluta a non uscire dallo squallore di quella povertà. Perfino il letto gli parve ricchezza, e se ne disfece. Il materasso, la coltrice di piume, il guanciale sparirono l’uno dopo l’altro; rimaneva il solo pagliericcio; e perché non privarsi anche di questo? Bastava una sola tavola per riposare in qualche breve ora della notte. Anche quella tavola gli sembrò un comodo troppo agiato; e il Vianney, ripudiati il letto e la camera, finì col dormire nel granaio. – Ad una povertà di questo genere, che non è comprensibile nella natura umana, si aggiunsero atti di penitenza e di austerità, che ci ricordano quelli dei più rigidi cenobiti. Il suo nutrimento era un po’ di pane cattivo, nero e ributtante a vedersi. Alcune patate bollite nell’acqua gli bastavano per una settimana. Quando era ridotto all’estremo, pigliava un pugno di farina che scioglieva nell’acqua e ne faceva tre pezzetti di pasta, i quali, cotti così alla buona, formavano tutto il suo desinare. Una volta aveva tentato perfino di pascersi di erba, ma rimase stremato di forze. Spesso si asteneva per giorni interi da qualsiasi nutrimento. Le provvisioni, che qualcuno furtivamente gli faceva penetrare nel presbiterio, dall’armadio del Curato passavano tosto nelle mani del primo mendicante che fosse capitato. Quel fragile corpo, così maltrattato, non si reggeva più. Il Vicario generale di Lione, temendo che una vita così penitente ed austera, distruggesse la salute del santo, gli fece intendere che non si conquista il cielo con la fame. Ma egli con la sua temperanza, sia pure eccessiva, conquistava le anime e dominava il cuore dei suoi parrocchiani. Cotale complesso di virtù affascinatrici era irradiato da uno zelo ardente per la salute delle anime. La perdita di una sola anima gli avrebbe procurato patimenti infiniti. Signor Curato, gli disse un giorno un missionario, se Dio vi proponesse o di salire al cielo in sull’istante, o di rimanere sulla terra a faticare per la conversione dei peccatori, che fareste voi? — Credo, amico mio, che resterei. — Possibile, signor Curato! I santi sono così felici in cielo! Non più tentazioni, non più miserie! — È vero, amico mio, ma i santi vivono di rendita. Hanno ben lavorato, poiché Dio punisce l’inerzia; ma non possono più come noi glorificare Dio coi sacrifici per la salute delle anime. — Restereste voi sulla terra fino alla fine del mondo? — Sì, certamente. — In tal caso avreste assai tempo dinanzi a voi. Vi levereste nondimeno di sì buon mattino? — Sì, amico mio, a mezzanotte. — Con la sua bontà, con le sue virtù e con l’ardore del suo zelo valse a rinnovare completamente il villaggio d’Ars. Il culto divino, per lo innanzi trascurato, si affermò nella pienezza de’ suoi splendori. Restaurata la chiesa, frequentati i sacramenti, praticata in maniera speciale la comunione, istituite le confraternite, ravvivate le funzioni religiose, Gesù Cristo amato e adorato privatamente e pubblicamente. Era uno spettacolo bello e commovente quello di vedere raccolti sulla sera nel tempio quei poveri agricoltori, i quali, deposti i loro strumenti di lavoro, andavano ai piedi di Cristo Eucaristico ad offrire i loro dolori e ad attingere forza e conforto per le battaglie della vita. Ed era cosa assai confortante lo scorgere la domenica santificata dal popolo. Dalle prime ore alle ultime la giornata era consacrata al Signore, solo al Signore; le danze abolite, le osterie chiuse, i divertimenti pericolosi cessati; la santa poesia della domenica giocondava gli animi; ed era una gioia magnifica dei figli nello stringersi attorno al padre per partecipare con lui ai riti così suggestivi del tempio. Tutto era rinnovato ad Ars. Dopo tante fatiche del santo Vianney il terreno era pienamente dissodato e fecondato. Del vizio non rimase alcuna traccia, le virtù cristiane tornarono a risplendere nel loro fulgore nativo, la pietà e la devozione fiorirono come per incanto, nelle famiglie rivissero l’amore e la concordia, un sentimento di dolce fraternità allietava gli spiriti; ed in mezzo a questo rifiorimento della vita cristiana, non una bestemmia che offendesse le timorate coscienze, non una parola che oltraggiasse il pudore, non uno scandalo che turbasse la vita religiosa del paese. Ars subì una trasformazione radicale; e da Ars si diffondeva nelle campagne e nelle borgate vicine un profumo di vita spirituale che scuoteva le anime dal torpore, e, richiamandole all’adempimento dei doveri religiosi, era motivo di salutari ravvedimenti. La bontà e l’ardore del santo rinnovarono la terra privilegiata di Ars. In bonitate et alacritate animæ suæplacuit Deo prò Israel. O Ars, piccola terra del Lionese, io bacio le zolle conservanti ancora le orme del tuo santo Curato. Io respiro la fragranza che fra le tue mura e fra le tue campagne lasciò quell’incomparabile prete. Io sento, dopo più che mezzo secolo, tutto il fascino che emana dal tuo nome e dai tuoi più cari ricordi. O terra invidiabile, io ti saluto. Tu per il tuo santo divenisti un lembo di paradiso. Tu ci fai pensare, ci fai piangere, ci fai arrossire. Se tutte le parrocchie, se tutte le borgate, se tutti i paesi del mondo avessero un parroco come lo possedesti tu, l’anima del secolo sarebbe rinnovata. Tu sei per noi sacerdoti un monito severo, che ci richiama ai grandi doveri della missione sacerdotale.La bontà e l’ardore, che animavano questo santo, trascorsero i piccoli confini della parrocchia di Ars e riuscirono a trascinare attorno all’uomo di Dio le folle accorrenti da tutte le parti e composte dei più vari ceti sociali, che egli seppe guadagnare alla causa cristiana. Pochi uomini nella storia ebbero la fortuna di suscitare tanto fremito di entusiasmo e tanto consenso di venerazione. Pel corso di trenta anni fu un affluire continuo e crescente di popolo, che andava a ricercare quella piccola terra, come attratto da una misteriosa potenza. Dagli angoli più remoti della Francia, della Savoia, del Belgio, dell’Inghilterra e della Germania erano ondate di folle che bramavano mettersi in comunicazione coll’uomo, il cui nome già risuonava pel mondo, circondato dall’aureola di una bontà soprannaturale. Vi furono degli anni, in cui non meno di 80.000 pellegrini s’intesero spinti a conoscere quel volto scarno e melanconico, dove erano scolpiti i lineamenti di un animo mite e sereno. Erano persone di alto lignaggio, che non disdegnavano porsi a contatto coll’umile figlio della gleba. Erano anime elette, che, agitate da turbamenti interiori, avevano bisogno di luce e di direzione. Erano uomini politici, che, dimenticando per qualche giorno gli affari dello Stato e gl’intrighi faziosi di parte, andavano in cerca di un’emozione o di un insegnamento. Erano filosofi, che disputavano sulle cattedre; letterati di grido, i cui libri si commentavano in tutti i cenacoli di studio; poeti, i cui versi infiammavano d’ardore l’anima francese; oratori insigni, la cui parola aveva risuonato alta e squillante dalle tribune e dai pergami; erano generali di esercito, magistrati, professori, avvocati; erano credenti ed increduli, cattolici e protestanti, avidi di avvicinarsi al santo e di goderne il sorriso di una bontà incantevole. Tutti rimanevano soggiogati e conquistati. Un poeta celebre, dopo averlo veduto, non riuscì a vincere la sua profonda emozione, e lo s’intese esclamare: « Non ho mai contemplato Dio così da vicino ». Il P. Lacordaire, ascoltato una volta in umile raccoglimento un sermone del Curato d’Ars, ne comprese tutta la santità che appariva sotto le più semplici forme; e invitato dal santo prete a dirigere al popolo la sua eloquente parola, provò una di quelle esitazioni e commozioni, che il genio più illuminato esperimenta sempre dinanzi al più umile santo. L’illustre vescovo di Orléans,, Mons. Dupanloup, che più volte andò ai piedi del buon Curato per confidargli i timori e le ansie derivanti dal suo ufficio pastorale, rimase grandemente commosso nel sentirsi rispondere: « Vi hanno molti vescovi nel martirologio, e quasi non vi sono curati; a me. Monsignore, a me tocca tremare ». E coi sapienti e coi grandi erano i poveri che andavano a lui, per chiedere pane e accenti di vita; gli afflitti che sapevano come dalle sue labbra uscissero balsami ristoratori; i peccatori che erano oppressi da pesanti fardelli; i traviati che non riuscivano a decidersi di ritornare alle sorgenti della fede; i giusti che agognavano di riscaldarsi e di ritemprarsi alle fiamme di un amore più forte; gl’infermi, i ciechi, gli storpi, i paralitici, perché desiderosi di veder rinnovati i miracoli della Palestina. Erano folle che si confondevano e non si contavano più. E quei che non potevano andare, scrivevano; e sulla piccola tavola di quercia ogni giorno si accumulavano lettere spedite da tutte le parti del mondo. Si chiedevano consigli e preghiere, conforti e guarigioni, lumi ed ammaestramenti. Tutte le anime, che da vicino o da lontano gli si aprivano nella confidenza più intima, venivano conquistate alla virtù, alla fede, al regno di Cristo. Ma perché da ogni canto si accorreva verso l’umile prete? Risplendeva forse in lui la luce del genio, che si afferma nelle grandi creazioni e nei nuovi e geniali concepimenti dello spirito? Era forse in lui l’acuto teologo, dal cui labbro sgorgavano sapienti ed ispirate dottrine, che sciogliessero i tormentosi problemi delle coscienze e dissipassero i dubbi e gli enigmi della vita? Era forse dotato di spiccate qualità naturali, che lo ponessero al di sopra dei contemporanei e lo facessero apprezzare dalle moltitudini? Non è qui il secreto delle potenti attrattive e delle clamorose conquiste. Sono sempre la bontà e l’ardore della sua anima che attirano e conquistano. Le anime buone e appassionate del bene sono generalmente dotate di una grande semplicità; ed è da questa virtù che scaturisce la potenza dei santi. Francesco d’Assisi, uno dei santi più meravigliosi dell’umanità, ebbe la semplicità d’un fanciullo, ed ha dominato la storia di sette secoli. Il Curato d’Ars era un incanto di semplicità. Non rideva se non col sorriso dell’anima che ispirava serenità e confidenza. O tacesse oparlasse, si rimaneva conquisi dal suo atteggiamento; ed ognuno si sentiva più puro e più buono, quando era con lui. Certe espressioni sulla sua bocca raggiungevano un’efficacia assai commovente. Un dì gli fu detto: — Voi, signor Curato, parlate talvolta della strada ferrata, sapete voi che sia? — No, rispose, né mi importa di saperlo; ne parlo perché ne odo parlare. — Le strade ferrate ogni giorno conducevano a lui centinaia di ammiratori; ed egli si disinteressava di questo potente mezzo di locomozione moderna. Che cosa importava a lui di tutto questo? Nella sua semplicità che ignorava i progressi del mondo moderno, possedeva la scienza di Dio e con questa dominava le anime. E come le dominava? Con i suoi colloqui e discorsi, con i suoi consigli e col confessionale. Nei suoi colloqui era una forza avvincente. Nel conversare era talvolta riservato, ma sempre piacevole. Se l’occasione lo richiedesse, non mancava di finezza né di risposte piccanti, che non umiliavano e riuscivano all’effetto da lui desiderato. – Un tale, che era fornito di vigorosa salute e di larghe spalle, gli disse un giorno: « Spero che voi non dimentichiate i vostri amici e che li mettiate a parte del merito dei vostri digiuni e sacrifici. Quando andrete in cielo, proverò di attaccarmi alla vostra sottana ». Il santo, gettando uno sguardo sulle larghe spalle dell’amico, gli rispondeva: « Guardatevi bene dall’attaccarvi alla mia sottana; l’entrata del cielo è stretta; e resteremmo alla porta entrambi ». Una volta, facendosi allusione alle sue onorificenze, uscì in queste espressioni: « Io sono canonico onorario per la troppa bontà di Monsignore, cavaliere della Legion d’onore per un errore del governo, e mandriano di un asino e di tre pecore per volere di mio padre, ». Le volontà più dure non resistevano a questo linguaggio, e i cuori cedevano. – Nei catechismi e nei sermoni religiosi era insuperabile. Sebbene il suo linguaggio fosse incolto e assai dimesso, era come trasfigurato dall’ardore che lo infiammava. Nello scorgere sul pulpito quel sembiante pallido di asceta, e nell’ascoltare quella voce debole e penetrante, che annunziava le grandi verità e accennava agl’immancabili castighi di Dio, si tremava e si piangeva. Un distinto medico di Lione, non incredulo, ma assai spregiudicato in materia di religione, ascoltando un catechismo del santo, dapprima fu preso da smoderata voglia di ridere. Dopo cinque minuti non rideva più, ma piangeva, e non fu in grado di nascondere le sue lacrime. Quando nel 1833 il colera visitò Marsiglia, Parigi, e minacciava Lione, il santo Vianney cominciò un suo discorso con questi accenti: « Fratelli miei, Iddio si è messo a spazzare il mondo ». La impressione fu immensa. Un artista presente deve a quelle parole l’inizio della sua conversione. – Le folle erano conquistate anche dai saggi consigli del santo. In poche parole decideva questioni, che uomini sapienti non avevano saputo risolvere. Aveva una risposta adeguata a tutte le domande; con uno sguardo penetrava nei cuori e vi faceva scendere la luce bramata; con un solo richiamo abbatteva alle radici una passione; la sua parola, proporzionata ai bisogni di ciascuno, lasciava solchi luminosi nelle anime. I consigli del santo, espressi in pochi tratti e in una forma semplice ma perentoria, che non permetteva repliche, guadagnavano le moltitudini, le quali non potevano fare a meno di ammirare quella rapidità d’intuizione e quella rettitudine di giudizio, che parevano ispirate. Un curato della diocesi di Autun, rimasto sorpreso per una risposta che non aveva trovato in alcun libro, pensò che il santo avesse un suggeritore, e non si peritò a domandargli: «Dove avete fatto voi il vostro corso di teologia? » Il Curato d’Ars non gli rispose, ma gli additò il suo inginocchiatoio. Le conquiste del santo si completavano nel confessionale. Ondate di gente assalivano quella cattedra secreta, la quale, sebbene disprezzata dal mondo, è un potentissimo mezzo di redenzione individuale e di rigenerazione sociale. Si passava parecchio tempo sotto il portico, per poter penetrare in chiesa a mezzanotte, e potersi avvicinare a quel santo tribunale, ove l’uomo di Dio rimaneva lunghe e lunghe ore, onde soddisfare al maggior numero possibile di pellegrini. Donne della nobiltà offrivano perfino il danaro a povere contadine per farsi cedere il posto già da loro raggiunto, ma si sentivano rispondere: « Grazie, signora, ciascuno qui è per suo conto ». Vi era gente che veniva da lontano per confessarsi a tutti i costi con lui. Spesso erano confessioni generali, intricate, interessanti, decisive. Dopo quelle confessioni si cambiava vita. Il Vianney leggeva nel cuore dei penitenti, vi scopriva le colpe, gl’inganni, le insidie, le debolezze; ed aveva la virtù di rinnovare le coscienze. Quando usciva dal confessionale, e occorreva aprirgli un passaggio per difenderlo dalle intemperanze della folla, quante barriere erano state abbattute in tante anime, quante fortezze smantellate, quante conquiste operate! Egli fu un dominatore nel vero senso della parola; e questo dominio trovava le sue ragioni fondamentali nella bontà della sua anima e nel fervore del suo ministero. In bonitate et aìacritate animæ mæ. Senonchè, mentre le folle continuavano ad accalcarsi attorno a lui, perché avevano bisogno di lui per ritrovare Cristo, e con Cristo la pace e la letizia dell’anima, il santo, come spaventato dai grandi successi, ebbe la tentazione e il desiderio di fuggire. Fuggì una prima volta, ricoverandosi a Dardilly. Richiamato dalla voce di Dio e da quella del suo popolo, ritornò ad Ars; e quel ritorno fu un trionfo memorando. Tentò una seconda volta di fuggire per raccogliersi nella solitudine, ma non vi riuscì. I suoi parrocchiani si erano messi in guardia, le sentinelle vegliavano nel folto della notte; in un momento le campane suonano a martello, tutto il popolo accorre, e si getta in ginocchio supplicante dinanzi al suo curato. La via è sbarrata; il popolo gli forma come una muraglia insormontabile; il santo ritorna sopra i suoi passi, entra in sacrestia e piange lungamente. Mai pianto più sincero, più generoso, più eroico di quello. Egli si riteneva inutile per il suo gregge. Pene strazianti desolavano quello spirito. Egli voleva nascondersi nel deserto per chiedere a Dio misericordia; e i figli gli si stringono attorno, perché abbia misericordia di loro e non li abbandoni. Egli vuole fuggire dal mondo; e questo mondo, gettandosi ai suoi piedi, lo acclama, lo benedice e gli si offre in una suprema dedizione, per farsi conquistare a Cristo.

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Dominare le folle è gran cosa. Ma dominare con la santità di una vita semplice un secolo ribelle a tutte le affermazioni spirituali, è un prodigio. Era quello il secolo del razionalismo, del naturalismo e del positivismo. Augusto Comte e Edmondo Littré signoreggiavano incontrastati nel campo intellettuale. Le loro aberrazioni filosofiche erano dogmi che non si aveva il diritto di confutare. La ragione con audacia nuova assaltava le dottrine fondamentali del Cristianesimo. Le stesse basi del soprannaturale erano impugnate. I colpi erano vigorosi, l’assalto formidabile. Dalla cattedra e dal parlamento, con la parola e con la penna si combatteva una lotta spietata. – La scienza, attaccando le trincee della fede, tentava divinizzare l’uomo. Tutto era ridotto a fenomeni; le leggi dello spirito e di un mondo invisibile sono soppresse; non esistono che le leggi naturali. Dio è una chimera, il cielo con i suoi Angeli e con i suoi Santi una leggenda, il miracolo l’assurdo. – Ad Ars viene dato il colpo più fiero a queste perverse e fatali dottrine. Il santo Curato cogli splendori della sua santità sgomina le nubi dell’errore e dell’empietà, e dinanzi alle follie del naturalismo fa rifulgere e trionfare le alte ragioni dello spirito. – Il naturalismo è impotente di fronte ai dolori dell’umanità. La filosofia umana, rinnegatrice delle fonti soprannaturali, non è riuscita mai né ad alleviare un dolore né a tergere una lacrima. Il Curato d’Ars, il quale non conosce altra filosofia che quella del Vangelo, e non possiede altra scienza che quella di Dio, profonde il balsamo su tutte le ferite, consola tutte le sventure, rialza gli animi oppressi e comunica agli uomini la luce della speranza, il secreto della felicità. – Un giorno due madri angosciate, che avevano sepolte ad una ad una tutte le loro speranze terrene, s’incontrarono ad Ars. Le grandi sventure s’intendono fra loro; e le due donne sventurate si conobbero, si abbracciarono e piansero insieme. L’una era credente, e, dopo aver visto morire i suoi tre figli, trascorreva i suoi giorni ai piedi degli altari, accorata dal pensiero che il nome d’una famiglia illustre si andava spegnendo. L’altra, correndo dietro ai frivoli piaceri del mondo, era stata anche essa colpita nel suo affetto più caro, poiché aveva veduto morire l’unico suo figliuolo. Il santo Curato ha parole di speranza e di vita per entrambe. Austero e fermo con la prima, non le rimprovera le lacrime versate, ma, riprendendola pel suo affetto troppo egoista e terreno, la solleva alle regioni sublimi della fede, e le richiama al pensiero le amarezze fortificanti della croce. Tenero e compassionevole con l’altra, la fa inginocchiare, si pone anch’egli in ginocchio e prega con lei. Le due donne provarono la grande potenza delle consolazioni divine. Ecco la vittoria del Curato d’Ars sulla impotenza d’un secolo scettico e naturalistico. La scienza sfrontata di quell’epoca, proclamata l’apostasia da Dio, scherniva la fede, e, valendosi delle armi dell’ironia e del sarcasmo, allontanava gli uomini dal tempio. Giovanni Vianney con la sua bontà operosa e coll’ardore di quel fuoco, che divampava dal cuore e dal volto di un apostolo, riconduceva a Dio gli erranti, gl’incerti, i peccatori e gl’increduli, facendo loro gustare le bellezze squisite della fede. – Una donna giansenista, imbevuta di tutto lo spirito della setta e nota per lo zelo indiscreto del suo proselitismo, dopo aver lungamente osservato il santo prete nel tempo dei vesperi, fu vinta da quell’atteggiamento, e, gettatasi ai suoi piedi, ritrovò nei sacramenti della Chiesa il secreto di quella felicità che invano aveva cercato altrove. Un dotto di Lione, che dal giorno della prima Comunione non era andato più a Messa, e che si burlava di preti e di cerimonie religiose, quando i suoi occhi per la prima volta s’incontrarono con quelli del santo, rimase come atterrito da quello sguardo e nascose la testa fra le mani. E allorché la mano scarna del Curato si posò sulla sua testa, egli, l’incredulo, s’intese attratto da una forza invincibile, e non poté fare a meno di dirgli: — Signor Curato, ho sulle spalle un peso che mi schiaccia. — Invitato a liberarsi di quel peso, si metteva in ginocchio dinanzi all’uomo di Dio, e, mescendo le sue lacrime con quelle di lui, ritrovava nella luce del perdono e nel corpo di Cristo le gioie più pure dello spirito. Erano queste le vittorie d’ogni giorno, vittorie della santità sopra un secolo ribelle, il quale, dopo aver negato Dio, si sentiva incatenato da quell’uomo, che sulle macerie accumulate dalla incredulità agitava la fiaccola conquistatrice della fede. – La boria del secolo, di fronte ad alcuni progressi scientifici, coi quali si esaltavano le conquiste compiute nel campo terapeutico, attaccava spietatamente le guarigioni così dette miracolose, e, passando dal campo clinico sperimentale a quello filosofico, negava con disinvoltura farisaica perfino la possibilità del miracolo. Il Curato d’Ars, che nelle mani di Dio è lo strumento delle meraviglie, annienta l’orgoglio del secolo, facendo brillare, dinanzi alle negazioni materialistiche, la realtà luminosa del miracolo. Egli in verità avrebbe preferito guarire le anime piuttosto che i corpi; gli sorrideva assai più la dolce visione di un’anima convertita, che non di un corpo risanato. Dio gli comunicò anche questo dono, che concorse a rendere più celebre la terra di Ars. Molti che portavano sulle carni le tracce sanguinanti di malattie fastidiose o incurabili, ad Ars trovavano il medico che senza medicamenti umani, ma solo con una parola potente di fede o con una preghiera decisiva, ridonava la salute ai corpi e la giocondità agli spiriti. Un medico non è un enciclopedista; non possiede l’arte di curar tutti i mali; e pur curando quei pochi, che rientrano nelle sue competenze cliniche, deve spesso riconoscere la sua impotenza di fronte al male che incalza furente e distrugge tutte le risorse dell’organismo. Pel Curato d’Ars non vi ha genere di malattia, che si sottragga alla sua virtù risanatrice. Le guarigioni straordinarie si moltiplicano per lui sotto gli occhi delle moltitudini. Il secolo miscredente è dominato un’altra volta da questo portentoso assertore del soprannaturale. Quel dominio incontrastato è la prova della sua santità. L’aureola del santo che brillava sul suo volto, ed esercitava un fascino misterioso sopra gli spiriti, lasciò sulla terra una scia luminosa, alla quale da ogni angolo del mondo si rivolgevano gli sguardi dei credenti come quelli degli scettici. « Da per tutto, dove passano i Santi, Iddio passa con essi »; così aveva detto il Curato d’Ars. In lui infatti tutti vedevano l’impronta e la rivelazione di Dio. Dio trionfava di nuovo, quando i filosofi si lusingavano di averne demolito il trono e distrutto l’impero nelle coscienze. Tale santità resistette a tutte le contradizioni e ad ogni genere di perfidia umana e diabolica. Dispregi, insulti, calunnie, sospetti, denunzie, minacce, tutto fu messo in opera contro di lui. Si gridava contro il continuato affluire di gente ad Ars; si parlava e si scriveva contro l’ignoranza del santo Curato; si osò perfino attribuirgli turpitudini abbiette, che solo una perversità diabolica poteva inventare. Alle tempeste suscitate dagli uomini si aggiunsero quelle provocate dai demoni. satana vedeva strapparsi ogni giorno le prede fatte nel mondo, e ruggiva contro l’artefice di tante conversioni; lo assale soprattutto nelle ore della notte; con colpi violenti gli turbava il silenzio e la preghiera; gli si asside sotto il capezzale e gli fa risuonare all’orecchio accenti disperati; gli fa vacillare perfino le mura della casa e sembra voglia seppellirlo sotto le rovine del presbiterio. Trentacinque anni di martirio incessante non abbattono l’uomo di Dio; nelle tempeste non teme né si avvilisce; egli è un gigante, la cui santità si eleva al di sopra di tutte le persecuzioni, e le domina vittoriosamente. Una santità così cospicua fu anche più bella ed attraente, perché informata, alimentata e coronata dall’umiltà. A quel secolo XIX, pieno d’orgoglio e inebriato de’ suoi successi; che, ricco delle tanto decantate conquiste moderne, se ne giovò per dare l’assalto alla rocca del Cattolicismo; che, esaltatore di spiriti ribelli, fomentò nella società il fuoco di tutte le rivolte, preparando la Comune di Parigi, le lotte civili e le guerre internazionali; che alla scuola di nuovi e sedicenti princîpi suscitò i conflitti di classe, le barricate sulle piazze e la guerra alla borghesia; a quel secolo superbo l’umile curato d’Ars opponeva quello spirito di umiltà cristiana, che tronca tutte le borie, che è luce di carità e di bontà, e che riunisce gli animi nell’amplesso fraterno dell’amore. – Quanto Giovanni Vianney fosse profondamente umile ce lo dicono queste sue parole: « Dio mi ha scelto a strumento delle grazie ch’Egli concede ai peccatori, perché sono il più ignorante e il più miserabile degli uomini. Se vi fosse stato nella diocesi un prete più miserabile di me, lo avrebbe preferito ». Una volta disse che per fare il Curato d’Ars ci vuole un’oca, un tacchino ed un gambero; e si ritenne sempre per tale, non riconoscendo in sé alcuna qualità benché mediocre. – Un giorno gli venne recata una lettera, dove si leggevano frasi di questo genere: « Signor Curato, quando si sa così poco di teologia come voi, non si dovrebbe mai entrare in un confessionale ». Il santo, che non trovava quasi mai il tempo per rispondere alle tante lettere che gli pervenivano da molte parti, prese tosto la penna e scrisse: « Quante ragioni ho d’amarvi, carissimo e veneratissimo fratello! Voi siete il solo che mi abbia ben conosciuto. E poiché siete sì buono e caritatevole, che vi degnate prendere interesse alla povera anima mia, vogliate aiutarmi ad ottenere la grazia che io domando da sì gran tempo, affinché dispensato da un posto che non sono degno di occupare a motivo della mia ignoranza, io possa ritirarmi in qualche cantuccio a piangere la mia povera vita ». – Da questi sentimenti di umiltà sinceramente praticata scaturì la grandezza di quella santità, che ammaliò il secolo XIX, il quale fu costretto o a venerare o ad ammirare o per lo meno a rispettare la meravigliosa figura di questo eroe del Cattolicismo. Non mancarono, è vero, di quelli che lo qualificarono un pazzo, un fanatico, un isterico. Or bene, sia benedetta questa santa pazzia, che gli permise, a traverso la bontà e l’alacrità dell’anima sua, di rinnovare Ars e di farne un lembo invidiato di paradiso. Sia benedetto questo preteso fanatismo, il quale, manifestatosi in generosi ardori di carità, gli avvinse attorno le folle, che furono guadagnate alla verità, alla virtù, alla fede cristiana. Sia benedetto questo santo isterismo, che, rivelatosi in opere prodigiose di bene, gli dette la forza di debellare un secolo nemico di Dio e di salvare la Francia da quei naufragi intellettuali e sociali, che le dottrine naturalistiche le avrebbero immancabilmente procurato. In bonitate et alacritate animæ suæ placuit Deo prò Israel. – O Francia, ama, ammira e venera il tuo santo, e ne scrivi con mano commossa il nome glorioso nei tuoi fasti, nelle tue cattedrali, nei tuoi monumenti e nel cuore riconoscente della tua stirpe eroica.

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Si è voluto fare un paragone tra Voltaire e Giovanni Battista Vianney, tra Ferney ed Ars. Se tra il profilo fisico dei due uomini vi furono tratti naturali di somiglianza, io non discuto. Ma quanto più erano simili i lineamenti esteriori dei due personaggi, che nacquero e vissero nella stessa contrada, tanto maggiori furono i contrasti d’indole morale, per i quali l’uno si contraddistingue dall’altro. Ci troviamo senza dubbio di fronte a due celebrità. È l’uomo del secolo XVIII, e l’uomo del secolo XIX. L’uno prepara coi suoi scritti la rivoluzione, l’altro ne ripara col suo ministero di prete le immense iatture. L’uno lancia il grido della bestemmia a Cristo, e tenta di demolirne gl’insegnamenti divini. L’altro inneggia a Cristo, e conduce le turbe a’ suoi piedi, perché lo riconoscano Dio e lo acclamino Maestro. L’uno sospinge la Francia per le vie dell’apostasia e della ribellione. L’altro addita alla Francia le vie luminose della fede, che sono anche le vie della giustizia e del progresso sociale. L’uno in nome della ragione e del naturalismo si leva superbo a sfidare Iddio, e si lusinga di averne fatto crollare l’impero assoluto sul mondo. L’altro con l’ossequio della ragione e con l’ardore della fede adora Dio e lo fa adorare dai contemporanei. La gloria dell’uno è tramontata per sempre. La gloria dell’altro sfolgora in un meriggio senza tramonto. A Ferney non è rimasto che il nome e il castello di quel Voltaire, che insultava Giovanna d’Arco e si prostituiva in blandizie dinanzi ad una imperatrice scismatica. Attorno a quel castello oggi è il vuoto più desolante; nessuna eco di grandezza vi risuona; l’idolo della rivoluzione è infranto. Ad Ars è un nome che grandeggia nel ricordo suggestivo di fatti e di avvenimenti che non si dimenticano più; è una gloria che non muore, perché suggellata dal consenso rinnovato dei popoli; è una testimonianza perenne di quella santità, che, valicate le alpi ed i mari, prosegue ad affascinare tutte le genti, che sanno ancora apprezzare il tesoro prodigioso della virtù e dell’apostolato cristiano. – Roma ha avuto l’intuito di riconoscere questa santità, ed ha avuto il merito di glorificarla. È sempre Roma che ha rivendicato e consacrato le glorie più belle della Francia. Rivendicò le gesta purissime di Giovanna d’Arco, purgandola dalle calunnie e dalle leggende; e la collocò sugli altari, perché i cittadini e i soldati ravvisassero in lei il simbolo più alto del patriottismo, incoronato dai fulgori della santità cristiana. Rivendicò gli eroismi dei forti confessori della fede, che furono le vittime più spietate di una rivoluzione satanica; e li esaltò quali campioni d’incrollabile fede e di coraggio indomito. Oggi Roma solleva nella luce degli altari l’umile parroco di Ars, additandolo alla venerazione dei fedeli, alla imitazione del clero, all’ammirazione di tutti. – O santo Giovanni Battista Vianney, oggi a te porgo il saluto della mia Roma. È il saluto delle catacombe, che ti si dischiudono dinanzi nella porpora fiammante dei primi eroi. È il saluto delle nostre Cecilie ed Agnesi, che osannano al tuo martirio d’amore, consumato in un olocausto che fu immolazione suprema di tutto te stesso sull’altare di Cristo. È il saluto di tutti i nostri Santi romani, che alzano ora il capo dai loro sepolcri per prendere parte alla tua festa di gloria. È il saluto del Pontefice Pio XI, che nella pienezza della sua maestà pontificale, dalla Cattedra infallibile di Pietro, ti ha posto sul capo l’aureola dei Santi. È il saluto del popolo romano, che, fraternizzando coi tuoi fratelli di Francia, domenica scorsa, nella basilica augusta di S. Pietro, ti acclamava con fede squisitamente romana. È il saluto del clero d’Italia, che, sparso lungo le nostre marine e sulle vette dei nostri Appennini, saluta con affetto riverente l’astro che brillò sulla terra privilegiata d’Ars. – In questo saluto romano ed italico vibra la nota calda di sincera ammirazione per la tua Francia eroica, la quale, se per merito dei suoi Santi grandeggiò nella storia, oggi nel nome dei nuovi Santi, assertori intrepidi della libertà dello spirito, ha il dovere di combattere ancora nuove e più fiere battaglie per i diritti intangibili della fede e pel trionfo delle libertà cristiane.

1 Agosto: SAN PIETRO IN VINCOLI (2019)

San Pietro in Vincoli

Hymnus {ex Proprio Sanctorum}
Quodcúmque in orbe néxibus revínxeris,
Erit revínctum, Petre, in arce síderum:
Et quod resólvit hic potéstas trádita,
Erit solútum cæli in alto vértice;
In fine mundi judicábis sǽculum.

Patri perénne sit per ævum glória,
Tibíque laudes concinámus ínclitas,
Ætérne Nate; sit, supérne Spíritus,
Honor tibi decúsque: sancta júgiter
Laudétur omne Trínitas per sǽculum.
Amen.

Lettura 1


Dagli Atti degli Apostoli

Atti XII: 1-5
1 Il re Erode mise mano a maltrattare alcuni della Chiesa.
2 Uccise di spada Giacomo, fratello di Giovanni.
3 E vedendo che ciò piaceva ai Giudei, procedé anche all’arresto di Pietro. Erano i giorni degli azimi.
4 E fattolo catturare, lo mise in prigione, dandolo in guardia a quattro picchetti, di quattro soldati ciascuno, volendo dopo la Pasqua processarlo davanti al popolo.
5 Pietro dunque era custodito nella prigione. Ma dalla Chiesa si faceva continua orazione a Dio per lui.

Lettura 2
Atti XII: 6-8
6 Or, la notte stessa che Erode stava per processarlo, Pietro dormiva tra due soldati, legato con due catene; e le sentinelle alla porta custodivano la prigione.
7 Quand’ecco si presenta un Angelo del Signore e brilla una luce nella cella, e dato un colpo nel fianco a Pietro, lo risvegliò, dicendo: Lévati su in fretta. E caddero le catene dalle mani di lui.
8 Poi l’Angelo gli disse: Mettiti la cintura e lègati i sandali. Ed egli fece così. E gli soggiunse: Buttati addosso il tuo mantello, e seguimi.

Lettura 3
Atti XII: 9-11
9 E uscito che fu, lo seguiva, senza rendersi conto che fosse realtà quanto si faceva dall’Angelo; ma credeva di avere un’allucinazione.
10 E passata la prima e la seconda sentinella, giunsero alla porta di ferro che mette in città, la quale s’aprì loro da sé medesima; e usciti fuori, s’inoltrarono in una contrada, e d’improvviso l’Angelo si partì da lui.
11 Pietro allora, rientrato in se, disse; Adesso riconosco veramente che il Signore ha mandato il suo Angelo, e m’ha liberato dalle mani d’Erode, e da tutta l’attesa del popolo dei Giudei.

Lettura 4
Sotto l’imperatore Teodosio il giovane, Eudossia, sua sposa, essendo andata a Gerusalemme per sciogliere un voto, vi fu colmata di numerosi doni. Il più prezioso di tutti fu il dono della catena di ferro, ornata d’oro e di gemme, colla quale si affermava essere stato legato l’Apostolo Pietro da Erode. Eudossia, dopo aver venerato piamente detta catena, l’inviò in seguito a Roma, alla figlia Eudossia, che la portò al sommo Pontefice. Questi a sua volta glie ne mostrò un’altra colla quale lo stesso Apostolo era stato legato sotto Nerone.

Lettura 5
Mentre dunque il Pontefice confrontava la catena conservata a Roma con quella portata da Gerusalemme, avvenne ch’esse si unirono talmente da sembrare non due, ma una catena sola fatta dallo stesso artefice. Da questo miracolo si cominciò ad avere tanto onore per queste sacre catene , che la chiesa del titolo d’Eudossia all’Esquilino venne perciò dedicata sotto il nome di san Pietro in Vincoli, in memoria di che fu istituita una festa al 1° Agosto.

Lettura 6
Da questo momento, gli onori che usavasi tributare in questo giorno alle solennità dei Gentili, si cominciò a darli alle catene di Pietro, il contatto delle quali guariva i malati e scacciava i demoni. Il che avvenne nell’anno dell’umana salute 969 a un certo conte, famigliare dell’imperatore Ottone, il quale essendo posseduto dallo spirito immondo, si lacerava coi proprii denti. Condotto per ordine dell’imperatore dal Pontefice Giovanni, non appena le sante catene n’ebbero toccato il collo, il maligno spirito se ne fuggì all’istante lasciando libero l’uomo: dopo di che la devozione alle sante catene si diffuse in Roma sempre più.

Lettura 7
Lettura del santo Vangelo secondo Matteo
Matt 16:13-19
In quell’ occasione: Gesù venuto nelle parti di Cesarea di Filippo, interrogò i suoi discepoli dicendo: La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? Eccetera.


Omelia di sant’Agostino Vescovo

Sermone 29 sui Santi, alla metà
Pietro è il solo degli Apostoli che meritò di udire: «In verità ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa» Matth. XVI,18; degno certo d’essere, per i popoli di cui sarebbesi formata la casa di Dio, la pietra fondamentale, la colonna di sostegno, la chiave del regno. Così leggiamo nel sacro testo: «E mettevano fuori, dice, i loro infermi, affinché, quando Pietro passava, almeno l’ombra sua ne coprisse qualcuno» Act. V,15. Se allora l’ombra del suo corpo poteva portare soccorso, quanto più ora la pienezza del suo potere? se, mentr’era sulla terra, si sprigionava al suo passaggio tal fluido salutare per i supplicanti, quanta maggior influenza non eserciterà ora ch’è nel cielo? Giustamente dunque in tutte le chiese cristiane si ritiene più prezioso dell’oro il ferro delle catene onde egli fu legato.

Lettura 8
Se fu sì salutare l’ombra del suo passaggio, quanto più la catena della sua prigionia? Se la fuggitiva apparenza d’una vana immagine poté avere in sé la proprietà di guarire, quanta maggior virtù non meritarono d’attrarre dal suo corpo le catene onde egli soffrì e che il peso impresse nelle sacre membra? S’egli a sollievo dei supplicanti fu tanto potente prima del martirio, quanto più efficace non sarà dopo il trionfo? Benedette catene, che, da manette e ceppi dovevano poi cambiarsi in corona, e che toccando l’Apostolo, lo resero così Martire! Benedette catene, che menarono il loro reo fino alla croce di Cristo, più per immortalarlo, che per farlo morire!

(dal Breviario Romano, Mattutino).

La Santa Madre Chiesa ha istituito questa festa proprio per questi tempi, per richiamarci alla fiducia in Gesù-Cristo ed alla presenza ininterrotta fino alla fine dei tempi, del suo Vicario in terra che, se pur tra vincoli come ai tempi di Erode, è tra noi, impedito ed ammutolito dai nemici di Dio, tradito dai falsi prelati che sanno e restano cani muti, e da quelli che sono sotto costante ricatto perché … non amano la verità, ma il loro ventre … i precursori dell’anticristo che è oramai alle porte, quelli della lobby gay del “novus ordo” ed i fiancheggiatori empi delle sette sedevacantiste e dei fallibilisti disobbedienti delle fraternità paramassoniche. Pietro è vivo e presto tornerà libero ed operante quando il soffio di Cristo brucerà l’anticristo ed i suoi seguaci maledetti, gli usurpanti servi di satana.

Viva Pietro, il Principe degli Apostoli, Vicario di Cristo e pietra fondante la Chiesa Cattolica, l’unica Arca in cui c’è salvezza e vita eterna.

Qui mange le Pape meurt!!!

3 LUGLIO: SAN LEONE II PAPA

SAN LEONE II, PAPA E CONFESSORE

L’onore della Santa Sede.

Il Papa san Leone II ebbe un regno brevissimo: dal 682 al 683; tuttavia la Provvidenza gli aveva addossato la grande responsabilità di approvare gli atti del VI Concilio ecumenico che condannava la memoria di uno dei suoi predecessori, il Papa Onorio, morto da circa mezzo secolo. Si comprende come ciò sia avvenuto solo per motivi gravissimi: questi erano infatti tali che il santo Papa non indietreggiò davanti al suo penoso compito. Ne andava di mezzo l’onore stesso della Santa Sede, e su un punto al quale esso è particolarmente sensibile: la sua infallibilità dottrinale. San Leone II approvò il concilio che aveva rilevato un grande mancamento nella vigilanza di Onorio e lo aveva condannato per aver lasciato libero corso a un’eresia sottile e capziosa che era sfuggita alla sua censura.

L’Eresia monotelita.

Questa eresia era nata dal falso zelo d’un patriarca di Costantinopoli, Sergio. Egli aveva riconquistato alla vera fede i monofisiti, molto numerosi in Oriente, i quali volevano vedere una sola natura nel Verbo Incarnato, negando in tal modo che Egli fosse vero uomo e insieme vero Dio. Sergio pensò, verso il 620, di far sottoscrivere loro una formula che affermava le due nature, ma che autorizzava la fede all’unità di volontà in nostro Signore. Era questa la nuova eresia, il monotelismo o dottrina dell’unica volontà, che negando l’esistenza di una volontà umana in Cristo distruggeva l’integrità della sua natura umana e di conseguenza riportava a galla il monofisismo che si voleva combattere.

L’inavvertenza di Onorio.

Questa eresia trovò presto dei potenti avversari in due monaci: san Massimo di Costantinopoli, che subirà in martirio insieme con il Papa san Martino I per la difesa della fede; e san Sofronio, che diventerà poco dopo patriarca di Gerusalemme. Disgraziatamente, i patriarchi di Antiochia e di Alessandria sostennero Sergio; e solo l’autorità di Roma poteva arrestare il progresso dell’eresia. Ma in quella battaglia in cui il Sommo Pontefice avrebbe dovuto trovarsi in prima fila. Papa Onorio venne meno. Sergio l’aveva abilmente sedotto. Gli aveva presentato la sua formula come perfettamente conforme alla dottrina delle due nature, e d’altronde particolarmente adatta a riconciliare i monofisiti. Onorio, fino allora estraneo alle discussioni che dividevano gli Orientali, era mal preparato a trattare tale questione dal punto di vista dottrinale. Egli vide soltanto il fine da raggiungere: il ritorno dei dissidenti. Dette fiducia a Sergio, lo incoraggiò nel tuo tentativo, e gli inviò una lettera di approvazione redatta dal suo segretario Giovanni, lettera piena di equivoci. Vi si affermava che il Verbo Incarnato opera divinamente le cose divine e umanamente le cose umane; ma vi si diceva pure che non avrebbero potuto esservi in Cristo volontà di senso diverso o contrario. Il Papa senza dubbio non si poneva dal punto di vista della composizione delle due nature di Cristo, ma solo delle sue virtù morali, e intendeva così manifestare la sua perfetta obbedienza. Tuttavia, ritenendo alcune delle riprovevoli espressioni di Sergio, sembrava approvarle. Poco dopo, san Sofronio pubblicò a questo riguardo la sua prima lettera sinodale. Quel magnifico trattato di teologia illuminò Onorio il quale si affrettò a scrivere egli stesso a Sergio una seconda lettera in cui, senza ritrattare i suoi incoraggiamenti ad agire per la riconciliazione degli eretici, fissava nettamente il limite delle concessioni da farsi. Ma il male era fatto, e Sergio, appoggiato dall’Imperatore stesso, aveva già abusato della libertà concessa dalla prima lettera del Papa.

La condanna di Onorio.

Cosicché, cinquant’anni dopo, in seguito al trionfo dell’ortodossia, il VI Concilio ecumenico tenutosi a Costantinopoli nel 680-681, dopo aver condannato l’eresia monotelita, scomunicava Sergio e i suoi seguaci, fra i quali ritenne di poter annoverare anche Onorio. Era un andare troppo oltre: bisognava pur fare una distinzione. E quando il Papa san Leone II ricevette gli atti del Concilio, li sanzionò solo dopo aver specificato la colpa di Onorio, che non bisogna confondere con gli eretici. « Invece di purificare questa Chiesa apostolica – egli scrive – ha permesso che l’Immacolata fosse contaminata da un tradimento profano » (Héfèle-Leclercq, Hist. des Cons., III, 514). Questo severo giudizio non è mai stato revocato da alcun Papa. Del resto, fin dall’inizio l’errore di Onorio fu considerato come una colpa personale che non implicava affatto l’autorità della Santa Sede (L. Bréhier, in Storia della Chiesa di Pliche e Martin, V, 190). Ma un Papa, anche quando non parla ex cathedra e come dottore infallibile, reca tuttavia immense responsabilità nel suo insegnamento ordinario. Onorio non è stato eretico, anzi è stato anche tenuto in grande onore dai Papi san Martino e sant’Agatone. La Chiesa d’Occidente è stata governata da lui con saggezza. Ma il VI Concilio ecumenico ha messo in evidenza che in Oriente egli era venuto meno al suo compito. E san Leone II rese giustizia.

Vita. – San Leone II, siciliano d’origine, fu eletto papa nel 681, ma fu consacrato solo dopo l’accettazione dell’imperatore nell’agosto del 682. Il suo Pontificato ebbe termine meno d’un anno dopo, essendo morto nel luglio del 683. Era molto versato nelle lettere e amante della musica. Riedificò la chiesa di San Giorgio al Velabro e dedicò a san Paolo una chiesa che arricchì di reliquie tratte dalle Catacombe. Era dottore, predicatore, amico della povertà e dei poveri. Sostenne i diritti della Sede di Roma contro le pretese di quella di Ravenna, la città in cui risiedeva l’imperatore. Sanzionò infine gli atti del VI Concilio ecumenico. Fu sepolto in San Pietro.

Cristo, vero Dio e vero Uomo.

O glorioso Pontefice, tu hai avuto il privilegio di completare la confessione apostolica, dando il suo ultimo sviluppo alla testimonianza resa da Pietro a quel Figlio del Dio vivo che era insieme figlio dell’uomo. Tu eri degno di portare a termine l’opera dei concili di Nicea, di Efeso e di Calcedonia, che avevano rivendicato nell’Emmanuele la divinità consustanziale al Padre, l’unità di Persona che faceva di Maria la sua vera Madre, e quella dualità delle nature senza la quale Egli non sarebbe stato nostro fratello. Ora satana, che sui primi due punti si era facilmente lasciato battere, attaccava rabbiosamente il terzo: poiché nel giorno della grande battaglia che lo scacciò dal cielo, la sua ribellione era consistita nel rifiuto di adorare Dio sotto la forma umana; costretto dalla Chiesa a piegare il ginocchio, la sua rabbia avrebbe voluto almeno che quel Dio non avesse preso dall’uomo se non una natura incompleta. Che il Verbo sia carne, ma che non abbia in questa carne altro impulso, altre energie se non quelle della divinità stessa: e quella natura inerte, privata della volontà, non sarà più l’umanità, anche se dovesse conservarne tutto il resto; e lucifero, nel suo orgoglio, sarà meno umiliato. L’uomo infatti, oggetto della sua ira infernale, non avrà più in comune con il Verbo divino se non una Vana apparenza. Grazie a te, o san Leone II, grazie in nome di tutta l’umanità! Per tuo mezzo, al cospetto del cielo, della terra e dell’inferno, viene autenticamente promulgato l’incomparabile privilegio che stabilisce, senza restrizioni di sorta, la nostra natura alla destra del Padre, nel più alto dei cieli; per tuo mezzo la Vergine schiaccia il capo dell’odioso serpente.

Preghiera per i Sommi Pontefici.

Ma quale tattica in questa campagna di satana! Quale plauso nell’abisso allorché un giorno il rappresentante di Colui che è la luce apparve complice delle potenze delle tenebre per recare la notte! Previeni, o Leone, il ripetersi di situazioni così penose! Mantieni il Pastore al disopra della zona delle malefiche brume che si levano dalla terra; conserva nel gregge quella preghiera che deve salire continuamente a Dio per lui dalla Chiesa (Atti XII, 5): e Pietro, foss’anche sepolto nel profondo delle più oscure prigioni (come avviene  oggi per Papa Gregorio XVIII – ndr.-), non cesserà di contemplare il puro splendore del Sole di giustizia; e l’intero corpo della santa Chiesa si troverà nella luce. Il corpo infatti – dice Gesù – è rischiarato dall’occhio: se l’occhio è semplice, tutto il corpo risplende (Mt. VI, 22).

Il Magistero infallibile.

Ammaestrati da te sul valore del beneficio che il Signore ha elargito al mondo quando lo stabilì sull’insegnamento infallibile dei successori di Pietro, conosciamo ora la forza della roccia che sostiene la Chiesa; sappiamo che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa (ibid. XVI, 18). Mai infatti lo sforzo di quelle potenze dell’abisso andò tanto oltre come nella funesta crisi alla quale tu ponesti termine. Del resto, il loro successo, per quanto doloroso, non andava contro le promesse divine: non già al silenzio di Pietro, ma al suo insegnamento è stata promessa l’immancabile assistenza dello Spirito di verità. O piissimo Pontefice, ottienici, insieme a quella rettitudine della fede, il celeste entusiasmo che occorre per celebrare Pietro e l’Uomo-Dio nell’unità che Gesù stesso ha stabilita fra loro. La sacra Liturgia ti fu grandemente debitrice: facci gustare sempre più la manna nascosta che essa racchiude; possano i nostri cuori e le nostre voci interpretare degnamente le sacre melodie!

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Preghiamo soprattutto oggi per la peste dei gallicani fallibilisti pseudo- tradizionalisti, che facendo di Papa Onorio una loro falsa bandiera, trovano spazio per diffondere le loro eresie ed il loro scisma formale dal Vicario di Cristo impedito ed eclissato, appoggiando materialmente gli antipapi usurpanti della kazaro-massoneria … chi vi ha convinti di impunità, razza di vipere, pensate di finire nel “pleroma-ensof” kabalistico e non temete l’inferno ove ben presto finirete … convertitevi finché siete in  tempo, tornate all’unità con il Vicario di Cristo e salverete l’anima vostra dal fuoco eterno. Et IPSA CONTERET…

SAN PASQUALE BAYLON

San Pasquale Baylon

(Panegirico recitato il 17 maggio, giorno dell’Ascensione nel 1798 dal p. m. Vincenzo Cassitti In Ariano nella Chiesa dei PP. Riformati – Da: Saggio di Eloquenza Sacra, parte Seconda; Napoli, tipogr. De Cristofaro – 1854]

Videntibus illìs elevatus est, et nubes suscepìt eum,

Negli atti Apostolici capo 1,

Tra i molti e segnalati benefici, che fece Iddio al popol d’Israello, l’ultimo luogo certamente quello non merita col quale per mezzo di una nuvola prodigiosa, che dal tabernacolo usciva, e che su del popolo pellegrino bellamente stendevasi per luoghi aridi, deserti, e scabrosi libero dalle sferze cocenti del sole lo conduceva. Il perché  Davidde in impegno di rinfacciare alla sempre ingrata e rivoltosa gente le sue sconoscenze, quella nube di protezione singolarmente rammenta. Ma poiché quanto nell’antico Testamento avvenne, ombra soltanto fu e figura dei futuri beni, che nella Legge novella doveva a noi toccare con altra più maestosa nube, che pur esce dal Tabernacolo, e che su dei Fedeli tutti distendesi, in questo misero pellegrinaggio ci accompagna e difende. Voi ben lo intendete, accorti Ascoltanti, che dell’augusto Sagramento dell’Altare senzappiù, io intenda parlare, dove velato come da nube sotto gli Eucaristici accidenti lo stesso Dio, Re Signor degli Eserciti adoriamo, che della Chiesa è il refrigerio, il conduttore, il Maestro. Ed oh! veramente tre e quattro volte felici que’ fedeli che da questa nube amorevole non rifuggono, e si fan da quella amorevolmente condurre! Illustrati singolarmente nell’intelletto, accesi prodigiosamente nel cuore s’innalzeranno eglino dal basso tenebrìo della terra, andranno di virtù in virtù, ed in carne fuor di carne vivendo l’amorevole protezione del Sacramentato Iddio potranno sperimentare. E felice, e fortunato voi ben conchiuderò che foste il pria Pastorello, e poi umile Laico, ma infervorato amante ed Apostolo del Sacramento, onor delle Spagne, gioiello illustre dell’Ordine de’ Minori fecondo mai sempre di Eroi, S. Pasquale Baylon, che a cagion di onore nomino io qui per la prima volta solennemente. E chi meglio si fece condurre dall’Eucaristica nube, chi più di lui fu del sacramentato Iddio e nell’intelletto, e nel cuore singolarmente favorito? Or poiché di sì gran Santo a scioglier voto in suo onore già fatto, imprender devesi da me a tesserne serto di lodi, rallegromi meco stesso non poco che abbia a farlo nel dì in cui la memoria rinnova dell’Ascensione prodigiosa di Gesù Cristo nel Cielo. Io veggio non esser ciò senza occulta disposizion di provvidenza accaduto, perché congiunto osservo in modo l’elogio del Santo con le circostanze che, al riferir di S. Luca negli atti Apostolici l’odierno mistero accompagnarono, che ne resto sopraffatto oltremodo e sbalordito. Elevossi di terra il Redentore, così il Sagro Storico, ed una nuvola tutto ingombrollo. Videntibus illis elevatus est, et nubes suscepit eum. Or quel che accadde in quel dì memorando, veramente accadde moralmente nell’anima del Baylon. Una nube, e ben l’udiste, che fu il Sacramento Eucaristico, l’ingombrò tutto, e mente e cuore, innalzò sua mente, elevò suo cuore, cosicché di lui possiam dir altrettanto, benché in moral senso e spirituale; Elevatus est, et nubes suscepit eum. Egli dunque il gran Santo investito da questa nuvola, elevato fu sinpolarmente nella mente: Posuit nubem ascensum tuum. Egli per ajuto, difesa, e virtù di questa mistica nuvola, elevato venne singolarmente nel cuore. Accensiones in corde suo disposuit. Elevatus diciamolo poi in una parola, elevatus est et nubes suscepit eum. Questi saranno i due riflessi, che senza partirmi dall’odierna geminata solennità, e dall’odierno mistero, in onor di S. Pasquale io andrò proponendo, onde convinti esser possiate quanto più dell’antica sia potente a proteggere, a difendere, ad accompagnare la nube che dal nostro Santuario ascende, cioè il Sacramento dell’Altare; e quanto avventurato fu il nostro Santo che si fè da quella amorevolmente condurre, in virtù di cui ad imitazion dell’ascendente Signore elevossi di terra con la mente, e col cuore; Elevatus est; et nubes suscepit eum.

I . Egli è ben certo, o Signori, che l’uomo non peraltro è creato che per lo Cielo, e che là dovrebbero esser fissi i nostri pensieri, e i nostri affetti indirizzati, dove sono, come nell’orazione dell’odierna festività dice la Chiesa, i veri gaudi riposti: Ibi nostra fixa sunt corda, ubi vera sunt gaudia. Questa è la morale riflessione, che dall’augusto mistero dell’Ascensione vuol che i suoi figliuoli ritraggano l’amorevole Madre S. Chiesa. Come fare però, se per funesto retaggio della colpa primiera si sente l’anima a basso tratta così ed inchinata, che difficil troppo sperimenta e malagevole il volar sempre mai all’unico stato beato, eterno principio e fine? Come fare: un occhio a quel Sacramentato Iddio. Egli velato sotto 1’eucaristica nube, laddove l’anima investa, all’alto la rapisce, la conduce, la trasporta. Ed eccone il bellissimo esempio nel gran Santo del Sacramento, S. Pasquale Baylon. – Anche pria di nascer egli nel Villaggio di Torre Formosa in Aragona, rinchiuso ancora nel seno della Madre Isabella dà segno già, che doveva per 1’Eucaristia esser elevato nella mente e nel cuore. E che altro di fatti voglion dire quei salti che dà il portato gentile, emulando quasi la virtù del gran Battista, nel portarsi in sua Casa l’Uomo Dio medesimo dalle Sacramentali specie coperto e velato, approssimandosi per conforto estremo del già vicino agli ultimi aneliti genitor di lui Martino? Voglion dire, che siccome a quella presenza s’intese muovere, e sollevare nel corpo, così doveva poi e con la mente col cuore e corpo dietro la mistica nuvola sollevarsi. Che cresca pure sotto auspici sì fausti Bambinello sì amabile, e con la bocca spruzzolata ancora di latte non parli che degli altissimi Misteri della Religione; s’involi benché muova ancor titubante il picciol piede agli occhi degli uomini, ed o nel più remoto angolo della casa, o nel più ascoso tugurio della vicina selva si asconda, che non farà che additar al Mondo come da superna forza aveva sua mente investita, e come questa era rapita al Cielo dietro la nube Eucaristica. Ponit ut nubem. – Non giunge di fatti se non al primo fiore di sua giovinezza, e già corre veloce nel tempio, e nell’offrirsi a Dio Padre l’adorata incruenta vittima in guisa di celeste ardore si accende, che sembra un nobello Mosè dopo il memorando colloquio sul Sina; e immobile, modesto, con occhi bassi innanzi al Sacramentato Iddio non fa che meditare, che contemplare. Che preme intanto, che destinato egli venga alla custodia del lanuto armento? Egli ancor nelle foreste non fa che volgersi alle più vicine Chiese, e meditare. Bel vederlo , quando in cava spelonca ritrovarsi mentre sicure pascevano le pecorelle, e quivi impennar le ali, e verso il suo Dio nel Sacramento rivolgersi. Bel vederlo svellere dagli alberi i tronchi, il riverito segno della Redenzione formando contemplar il sacrificio, che da quello operato sulla Croce sol perché senza sangue differisce. Oh quante volte conducendo innanzi le pecorelle, ricordavasi del buon Pastore Gesù; oh! quante volte conducendole a pastura, ricordavasi dell’amor del Pastore medesimo Uomo-Dio, che noi sue pecorelle col sangue proprio, e con le carni sue ne pasce! Puro nelle mani, e di cuore innocente in somma si fa scala delle creature a contemplare Iddio e nelle valli, nelle colline, e ne’ monti e negli alberi, e nell’erbe e nelle piante, e nel fiume o nel rio ritrova sempre somiglianze, che lo ricordano dell’Eucaristia, questa sempre medita, sempre questa  contempla. – Or se così dalla misteriosa nuvola era di Pasquale la mente ingombrata e posseduta, se tanto alto ella poggiava per la contemplazione, figuratevi se poteva farsi trattenere dalle basse cose del mondo, dalle pie ricchezze e da Martino Garzia, e da Giovanni Apparizio offertegli. Che anzi spiccando Aquila generosa di grandi ali ardito il suo volo, d’ogni impaccio di secol togliendosi nei Chiostri di S. Francesco sen fugge, che insiem con Chiara ve lo aveva invitato, e propriamente nella sì romita solitudine di S. Pietro d’Alcantara, che inaccessibil si rende all’armento, al pastore, al bifolco, al pellegrino. – Oh! Quì sì che nella Casa ammesso del suo Dio Sacramentato, felice veramente si stima. Le ore, le notti in santa contemplazione dinanzi a lui ne impiega, né ha riposo, né si sazia, né si stanca dal contemplare. Ha ben dunque a designare questa sublime sua elevazione di mente, ha ben destinato il Cielo che ora tra sontuose Basiliche prodigiosamente da invisibil destra innalzate ai tremendi sacrifici assister si vegga: ed ora tra nobil coro di Angeli si osservi dell’Eucaristia cibarsi. Sia dall’obbedienza inviato di porta in porta ad accattar il necessario vitto; sia impiegato in esercizi meccanici, in servigi annosi, e che preme? Eh! che Pasquale ne punto né poco sa discostarsi dalla contemplazione, e dovunque si porti, qualunque cosa ne operi non pensa che al suo Sacramentato Dio. –  Ed or si che intender possiamo donde e come il Baylon, senza studio, senza lettere, passato dallo stato di Pastorello a quello di umile Laico, tanta dottrina abbia imparato quanta ne dimostrò in ogni rincontro. Nella scuola del Sacramento, nella contemplazione, nella meditazione elevata venne in modo sua mente, che non vi son già dubbiosi, che ei non consigli; non ignoranti, che non siano ammaestrali da lui; e quel che reca più stupore, non sono scolastiche difficoltà, non sono nelle sagre pagine oscure antilogie,

sono di mistica acute questioni, che egli il bel Santo non isviluppi, non ispieghi, non decida o scrivendo o parlando dell’ineffabil mistero della Incarnazione del Verbo, della Triade Sacrosanta, dei Divini attributi, dell’Eucaristico pane con tal precisione, con tal profondità di sentimenti, che stupidi fa esclamare i popoli; E donde Pasquale Baylon semplice idiota cotanto sapere apprese? Quomodo hic scit, eum litteras non didicerit? Donde lo apprese tanto sapere? E non lo vedete investito, ripieno lutto nella mente dell’Eucaristica nube, e non lo vedete sempre a contemplare, ad orare? Ecco la sua scuola, ecco l’origine della elevatezza di sua fortunata mente. Elevatus est, et nubes suscepit eum. Posuit nubem ascensum suum. – Ma se è così, che più si aspetta? Spediscasi pure per obbedienza il Laico Baylon in Francia (ed oh! fosse vissuto a dì nostri per andarvi). A che fare? A predicare, a convincere, a confutare Quingliani, Sociniani, Ugonotti, Luterani con la parola, con la dottrina, cogli esempli, coi prodigi? Eccolo intanto accinto al grand’uopo. Egli verso Parigi a pie nudi incamminasi, mal coperto da poveri cenci; passa i monti Pirenei tra i rigor del Verno, perviene ferito, straziato, e giunto finalmente a fronte degli scherni, delle contumelie, delle minacce, de’ sassi, de’ veleni, delle prigioni, delle ferite, dei pugnali, delle lance, qual altro Stefano pieno di fortezza e di grazia, qua difende la real presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia contro i seguaci di Berengario, di Carlo Stadio, di Zuinglio, di Calvino; là convince Pascasio Roberio e i Luterani, l’uno della impanazione, gli altri della consustanziazione nella Eucaristia acerrimi sostenitori. Or di Filippo Melantone gli audaci discepoli rampogna, che nell’ ostia Santissima non esservi sempre il Signore, ma sol quando ai popoli si distribuisce sostengono: ora altri dommi della Religione contro Pietro Vermiglio, e contro Teodoro Beza, e contro gli Ubiquisti, e contro gli Ugonotti tutti, ed altri innumerevoli settari, con tal felice successo, che moltissimi attoniti e confusi i loro errori detestano. – O mente davvero elevata dal Sacramento, o mirabili ascensioni dell’intelletto di Pasquale da quella nuvola mistica condotto, illustrato, sollevato, difeso: Ponit ut nubem ascensum. Io sbalordisco, Signori, io mi confondo, e sol meco stesso non fo che replicare quante volte queste cose contemplo. Ah ! mio Dio! cosi è, mio Dio creator del Cielo e della terra, è, che ai superbi negaste i misteri vostri, e li deste agli umili, agli idioti: Confiteor tibi Pater. Il perché non fidandomi più di tener dietro ai voli spicca il nostro Santo colla mente, miglior partito stimo che sia se mi rivolga a contemplar le ascensioni del suo cuore: Ascensiones in corde suo disposuit, giacché della nube stessa Eucaristica e l’intelletto, e il cuor di lui sono elevati: Elevalus est, et nubes suscepit eum. Ponit nubem ascensum tuum; ascensiones in corde suo disposuit.

II. Per ammirabile comunicazione non può la volontà e il cuore volere se non quello, che l’intelletto le presenti. Quindi ben persuaso l’intelletto, facil cosa è penetrar per occulte vie nel cuore. Or poiché la mente di Pasquale Baylon fu così ben elevata e sublimata a contemplare il Sacramento, e i misteri, inferir giustamente possiamo, che il cuore suo ancora sia stato tratto dalla mente, poiché l’uno e l’altra furono dall’Eucaristica nube investiti. – Ed oh! se tutti espor vi potessi gli amorosi slanci di quel cuore, i sussulti, i voli, le alterazioni meravigliose! Deh! Quante volte poiché contemplato aveva grandezze del suo Dio e Signore, a se stesso rivolgevasi, ed alto coll’Apostolo sclamava, chi mi spezzerà queste catene? chi mi libererà dai legami di questa morte? Oh! quante volte poi la terra guardando, chiama a gran voce ed invita le creature tutte, le stupide finanche e le insensate ad accompagnar suoi cantici di benedizione e di ringraziamento, ed al risponder degli antri, de’ macigni, degli alberi curvi ed annosi disfogasi in amorosi lamenti! Oh! quante fiate posto in dimenticanza il suo frale, senza moto, senza fiate, e pressocchè senza vita nell’abisso tuffasi della Divina Luce, con esso lei si mischia, si unisce, si confonde in guisa, che già comprensore, e non più viatore comparisce. – Uditelo in grazia, come l’Eucaristico Pane contemplando fuor di se stesso rapito variamente seco stesso favella secondo che vari sono gli affetti, che lo sorprendono: Ahi di me… Il mio Gesù… Dunque per me Sacramentato… Il freddo mio cuore… E dietro a tal voci con occhi ruggiadosi, con volto proprio di Angelo, con pianto non interrotto sospira, geme, grida, si  lamenta. – Qual mirammo noi aerostatico globo per forza di attrazione, e reso specificamente dell’aere più leggiero incamminarsi per le vie del Cielo, tal direi il cuor di Pasquale verso Dio s’indirizza, s’innalza, sen vola, se non conoscessi che scarso pur troppo ei l’è il paragone Pensate voi poi se un cuor così innamorato del Sacramento, non fosse ad imitazion del suo Dio Sacramentato stato amante ancor degli uomini. Si sa bene che, che nella puerile età or il cibo scarso a se destinato riserbava pei poveri, e più grandicello arrivò a togliersi per vestirli il suo pastorale pelliccio. Si sa che egli ora sgrava di pesi i passaggieri, e qual vile giumento sulle sue spalle sacchi interi di frumento, e fasci ben grandi di legna si caricava; ed ora illuminava per carità i ciechi, raddrizzava zoppi, guariva infermi, suscitava defunti, consolava, istruiva – Pensate, se un cuor così innamorato del Sacramento non sapeva umiliarsi ed ubbidire ad imitazione dal suo caro Dio nell’Eucaristia umiliato ed ubbidiente, se il suo stato non fu che di umiltà e di ubbidienza per lo appunto. Ma che dirò della virginea purità, della severa penitenza, della rigida povertà, c del coro delle virtù tutte nelle quali egli andò anzicché profittando, volando a passi di gigante per la contemplazione ed amore del Sacramento? Dirò, che se lingue cento io avessi e cento bocche non potrei fil filo tutto narrare; dirò che tutte queste virtù tutte in eroico grado, sublime egli ebbe; dirò, che il suo cuore infiammato di amore con tutto il treno delle virtù fu elevato dal Sacramento in modo che di pochi si legga altrettanto. Ascensiones in corde suo disposuit. De virtute in virtutem. – Volete convincervene senzappiù, o Signori? Miratelo in grazia disteso sul povero letticciuolo nei giorni di Pentecoste, in quelli appunto nei quali venuto era al mondo, e nei quali è per dipartirsi dal mondo? Penetriamo in quel cuore, esaminiamone i sentimenti. Ah! sono essi un complesso di tulle le virtù dominanti, elevate, condotte dall’amore verso Gesù Sacramentato. Io per me par che lo sento coll’infervorato Davide in quegli ultimi istanti di sua illibatissima vita ripetere: Oh Sacro Altare, o Ciborio, o Tabernacolo del mio Dio, quanto a me siete cari, quanto da me siete amati. Non solo il mio intelletto è rapito in estasi di meraviglia a contemplarvi, ma il cuore altresì s’innammora, ed il corpo sollevasi, s’innalza, esulta per voi: Quam dilecta tabernacula tua. E come non sentirmi rapito, mio Dio, se io penso se anche il passerino sa ritrovarsi una comoda abitazione, un buon nido, voi scegliete ad abitarne mio Dio, mio Re, i Sacri Aliati, e sotto l’umiltà degli Eucaristici accidenti vi nascondete. Ah! beato chi vi sta dappresso sempre, e vi loda in eterno. Ah! beato chi cibato dalle vostre carni, salirà col cuore di virtù in virtù, e malgrado le miserie di questa vita gusterà la felicità dell’altra. Sì, mio Dio, ascoltate le mie preghiere; fate, che dopo di avervi contemplato ed amato Sacramentato in terra venga a contemplarvi ed amarvi in Cielo. Benedetto quel dì che venni nella vostra casa, benedetto quel punto che mi scelsi di star abietto in vostra casa anziché rimanermi nel mondo a mezzo a ricchezze e piaceri, che almen ho speranza così, che voi, che siete tanto pieno di bontà mi darete grazia e gloria, perché sta scritto che arricchirete di beni coloro che camminano nell’innocenza, e beato è l’uomo che in Voi confida: Non privabit bonis, qui ambulant in innocentia. – Queste dovettero esser le voci, e i sentimenti estremi di Pasquale Baylon; queste le tenere espressioni di suo cuore amante. Voli intanto la bell’alma innocente in Cielo, e resti a noi il suo corpo incorrotto per sempre esser testimonio di sua verginità prodigioso. Resti il suo corpo in terra, questo ancora benché senz’anima dimostrerà con inusitato prodigio come fu elevata la mente, il cuor dal Baylon dall’Eucaristica nube, poiché in elevarsi la Sacra Ostia, alza il capo dalla bara più volte, balza, si muove, apre gli occhi prodigiosamente, e li chiude. Resti con noi il suo corpo e sian le sue reliquie, che dimostrano l’amore, ch’ei portò al prossimo, ed ora con festosi rimbombi arrivino le speranze de’ miseri, ora con mesti colpi presagiscano imminenti castighi. Voli al Cielo l’anima e resti il suo corpo con noi, e sia egli in Cielo a vegliare, come dice nel suo antico officio la Chiesa, al ben degli uomini con impegno. Mortalium bono sollicitam vigilantiam. – Ma che vado io più trattenendovi, o Signori, a dimostrare che S. Pasquale Baylon fu elevato nella mente, elevato nel cuore in virtù ed in forza di quella nube Eucaristica che tutto riempillo? La Chiesa stessa che nelle orazioni in onor dei Santi le virtù di essi principali ne addita, non altre ha saputo trovarne infra mille per decorar la memoria e i merito del Baylon, che quella dell’amore verso il Santissimo Sacramento dell’Altare. Gli scultori stessi ed i Pittori in atto di estasi cel rappresentano verso il Sacramento che in mezzo a nuvole un Angelo gli dimostra, quasi per indicar quelle elevazioni di mente, quelle di cuore che dalla nuvola Eucaristica ebbe il Baylon, il caro l’amabile Santo del Sacramento; onde ripeter noi siamo a ragione: Elevatus est, et nubes suscepit eum, cioè quanto veramente avvenne nell’Ascensione del Signore, moralmente nell’anima di S. Pasquale avvenne.  Si elevò colla mente per virtù di quella nuvola benedetta: Posuit nubem ascensum suum, si elevò col cuore; Ascensiones in corde suo disposuit. Elevatus et nubes suscepit eum. – Or che rimane a fare in più di questo vostro qualunque siasi Elogio, o gran Santo, se non pregarvi dall’intimo del cuore, che per le vostre preghiere, per lo vostro merito facciate, che siano i nostri pensieri ancora i nostri desideri al Cielo rivolti, dove l’Autore della solennità odierna ne entra, dove aveste voi rivolta e la mente vostra e i1 cuore. Deh! per quella pinguedine meravigliosa, che voi dall’Eucaristico cibo ricavaste; Deh! per quel meraviglioso amore che portaste al Sacramentato Iddio, fate, o gran Santo, che quella mente, e quell’amore noi abbiamo, onde volar coi pensieri, volar col cuore, dove voi volaste; ut quam ex illo Divino convivio spiritus percepisti pinguedinem, eamdem et nos percipere mereamur; ch’è quanto per i meriti vostri la Chiesa prega in questo giorno il Signore. Ho detto.

Leone XIII, in Mirae caritatis (28 maggio 1902):… di aver curato che i congressi eucaristici fossero numerosi e fruttuosi come conviene; di avere ad essi e ad altre opere simili assegnato per protettore celeste san Pasquale Baylon, che si segnalò nella devozione e nel culto verso il mistero eucaristico.

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (4)

SAN GIUSEPPE, IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (4)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO I.

Della Santità eminente di S. Giuseppe e del grado di culto a lui dovuto.

Se noi gettiamo lo sguardo lassù in cielo in una notte serena ed osserviamo per poco le stelle, vediamo tosto che non tutte brillano del medesimo splendore, ma che le une risplendono di più ed altre risplendono meno. Così pure assai diversa dalla chiarezza delle stelle ci apparirà la chiarezza della luna. Ma quando sul mattino dalle balze d’Oriente vien fuori il sole, allora il suo splendore fa eclissare quello di tutti gli altri astri. Tant’è: altra è la chiarezza del sole, altra la chiarezza della luna, altra la chiarezza delle stelle ed ogni stella ancora differisce in chiarezza dalle altre: Alia claritas solis, alia claritas lunæ, alia claritas stellarum. Stella enim a stella differt in claritate(I Cor. XV, 41). È questa l’osservazione,che fa S. Paolo scrivendo ai cristiani diCorinto, servendosene come di comparazione perfar loro intendere anzi tutto la differenza chepassa tra il corpo dell’uomo mortale e quellodell’uomo risuscitato ed in secondo luogo ladifferenza dei gradi di gloria, che vi sarà neicorpi dei risuscitati.Ma noi possiamo valerci di questa osservazioneper comprendere un’altra verità, quella cioè checi insegna S. Agostino quando dice che i Santinon sono tutti santi alla stessa guisa, ma che visono di quelli che sono più Santi degli altri edegli altri migliori. Ed in vero al di sopra ditutti i Santi vi ha primieramente il Santo deiSanti, il tre volte Santo, Iddio, il quale è a guisadi sole che illumina tutto il Paradiso; vi ha poila Santissima Vergine, la quale risplende comela luna; vengono in seguito gli altri Santi, chesi possono paragonare alle stelle, le quali peròdifferiscono in chiarezza l’una dall’altra.Or bene quale sarà tra i Santi quello che lassùin cielo formerà la stella più brillante? O mieicarissimi, voi tutti l’avete già indovinato:egli è S. Giuseppe, Sposo di Maria Santissima eCustode di Gesù durante la sua vita mortale. Nondeve far dunque meraviglia se si vede la ChiesaCattolica prodigar tanti onori a questo Santo ese i Cristiani hanno presa la bella abitudine diconsacrare anche a lui un mese intero. Imperciocchése noi dobbiamo onorare tutti i Santi edonorarli tanto più quanto maggiore è la loro santità,non si dovrà da noi onorare S. Giuseppe aldi sopra di ogni altro Santo, essendo egli il piùgrande fra tutti i Santi? Sì, senza dubbio la cosaè chiarissima. Ma è poi egli vero che S. Giuseppesia il più grande di tutti i Santi? Ecco una domanda,alla quale, secondo il mio avviso, devesi prima chead ogni altra rispondere nel dar principio al mesedi S. Giuseppe; perché risposto che noi avremo affermativamentea questa domanda, riconosceremoaltresì come a S. Giuseppe si debba il maggiorgrado di quel culto che si dà ai Santi e quanto convenga per conseguenza di consacrare a lui un intero mese. – O S. Giuseppe! Eccomi qui per imprendere il canto delle vostre lodi. Voi lo sapete, il desiderio del mio cuore è grande, ma son poche le forze della mia mente. Come già ho fatto in privato, lasciate che ancora una volta in pubblico io invochi il vostro santo aiuto. Che in questo mese, a voi consacrato, almeno un poco io valga a farvi meglio conoscere, almeno un poco io possa accrescere la divozione per voi e nel cuor mio e nel cuore di questi miei carissimi uditori.

PRIMA PARTE.

A dimostrare che S. Giuseppe è il più grande fra tutti i Santi non è per nulla difficile, e si può dimostrare con molte ragioni. Tuttavia io ne scelgo una sola, che a me pare anche la più forte di tutte, ed è quella della perfetta corrispondenza che S. Giuseppe diede alla grazia da Dio ricevuta. Udite. È volere espresso di Dio che noi ci facciamo Santi, che cioè attendiamo ad osservare in questa vita la sua divina legge, a praticare la virtù, a fuggire il peccato per essere poi eternamente beati nella gloria del Cielo: Hæc est voluntas Dei sanctificatio vestra (I Tess. IV, 3). Ma possiamo noi colle sole nostre forze naturali operare la nostra santificazione? No. È dottrina di fede, insegnataci dalla Chiesa e ripetutamente scritta nei Santi libri che noi, da noi medesimi, non possiamo far nulla in ordine alla nostra eterna salute, neppure concepire nell’anima un buon pensiero. Or dunque Iddio, che ci comanda di farci santi, comanderà a noi l’impossibile? Sarà Egli perciò un Dio crudele, un Dio tiranno?…. Oh! lontane, lontane da noi tali supposizioni. Iddio che vuole la nostra santificazione, pieno di amore e di bontà, non lascia di darci i mezzi necessari ad operarla, ed il mezzo che tutti gli altri comprende è quello della sua grazia. Sì, è certo che Iddio dà a tutti gli uomini quella grazia, per mezzo della quale, se essi risolutamente il vogliono, possono salvarsi ed essere un giorno nel novero dei Santi. E se vi hanno pur troppo di quelli, i quali si dannano, ciò non avviene perché sia loro mancato l’aiuto della grazia di Dio, ma bensì perché a questo aiuto della grazia essi non hanno corrisposto; sicché se le anime dannate dal fondo dell’inferno, ove si trovano, osassero muovere lamento contro alla divina giustizia, il Signore potrebbe bene rispondere a ciascuna di esse: Taci là, che la tua perdizione è opera tua: Perditio tua ex te. Or bene come è certo che il Signore dà a tutti gli uomini la grazia sufficiente per operare la loro eterna salute, così è certo che Egli non dà a tutti la stessa quantità di grazia, ma a chi ne dà più, a chi ne dà meno. E forsechè si potrà perciò accusarlo di ingiustizia? Deve forse a qualcuno degli uomini qualche cosa? Egli deve un bel niente a nessuno. E non è egli forse il padrone assoluto della grazia? Dunque potrà distribuirla come e a chi gli piace. Tuttavia, benché Iddio sia liberissimo distributore della sua grazia agli uomini, dicono i Santi Dottori, tra i quali l’Angelico S. Tommaso, che Egli è solito dare la sua grazia in proporzione dell’ufficio, cui Egli elegge gli uomini, e che però quanto più alto è l’ufficio, cui un uomo è dalla divina Provvidenza eletto, tanto maggiore è la grazia, che da Dio riceve. – Or bene, venendo al nostro caro S. Giuseppe, quali erano gli uffici, cui Iddio l’aveva destinato? Anzi tutto egli era destinato al nobilissimo ufficio di Sposo di Maria Santissima, vale a dire di Colei che era la più pura, la più santa, la più grande fra tutte le creature, di Colei, che Iddio avrebbe sollevato alla dignità più sublime, alla dignità di sua Madre istessa, di Colei che perciò sarebbe stata la Regina del cielo e della terra, degli Angeli e degli uomini. E di Costei, di Maria, S. Giuseppe doveva essere lo Sposo! Doveva cioè vivere con lei e per lei, essere il suo capo, manifestare a lei i suoi pensamenti, i suoi desideri e persino i suoi ordini, essere il suo intimo confidente e ricevere da lei il deposito delle sue gioie e de’ suoi affanni, essere il suo sostegno, il suo aiuto, il suo scudo, la sua difesa, il suo visibile angelo custode. E quando S. Giuseppe non avesse dovuto esercitare altro ufficio in sulla terra che questo, non si richiedeva già per questo solo un tesoro immenso di grazia? Ma oltre ad essere eletto all’ufficio di Sposo di Maria, S. Giuseppe era eletto ad un altro ufficio anche più sublime, a quello cioè di essere quaggiù il vicepadre di Gesù Cristo, di Colui che da tutta l’eternità generato dal divin Padre nello splendore dei Santi si sarebbe incarnato e fatto uomo per opera dello Spirito Santo nel seno purissimo della Vergine e da lei sarebbe nato e poi vissuto e morto per la redenzione del mondo. Ora che avrebbe importato un tale ufficio? Avrebbe importato, che Giuseppe prendesse cura e sollecitudine di Gesù come suo figliuolo, che con le sue fatiche e con i suoi sudori pensasse a procacciare il sostentamento per Colui, che colla sua divina provvidenza lo procaccia a tutti gli uomini del mondo e persino a tutti gli uccelli dell’aria, a tutti i pesci del mare, a tutti gli animali della terra, che Giuseppe a costo di qualsiasi sacrificio scampasse Gesù dai pericoli della sua vita privata e diventasse per tal guisa il Salvatore del Salvator del mondo, che Giuseppe insegnasse a Gesù a lavorare e dirigesse per tal modo quelle mani che hanno creato e sostengono il mondo, che Giuseppe avesse soggetto ed obbediente a sé Colui, nel quale gli Angeli non osano di fissare lo sguardo, che tocca col dito i monti e li fa fumare, che fa un cenno del capo e trema la terra, che insomma Giuseppe fosse un’altra volta Angelo custode visibile e lo fosse dell’Uomo Dio! – Or dunque se tale era l’altro sublimissimo ufficio al quale S. Giuseppe era da Dio trascelto, chi non argomenterà, che a S. Giuseppe convenivasi una grazia smisurata? Per certo e in cielo e in terra dopo l’ufficio di Madre di Dio a cui venne eletta Maria, non vi era ufficio più alto di quello a cui venne eletto Giuseppe, Sposo di Maria e Custode di Gesù. Epperò siccome l’ufficio suo sorpassava di gran lunga quello di tutti gli altri Santi, e dei patriarchi, e dei profeti, e degli Apostoli, e dei Martiri, e dei confessori e dei vergini, così a lui si conveniva una grazia, che fosse pure di gran lunga superiore a quella ricevuta da tutti gli altri Santi. Ora chi potrà anche solo pensare che Iddio non abbia dato a Giuseppe una tal grazia? Ah! Quello che potrà più facilmente accadere in tutti si è di non sapere neppur pensare quanto grande sia stata la grazia di cui il Signore volle arricchire questo Santo. Epperò ormai non vi ha più alcuno che dubiti sopra di ciò, che, sebbene non sia di fede, tuttavia comunemente si ammette da molti sacri Dottori, che cioè San Giuseppe sia stato santificato insin dal seno materno, epperò sia venuto alla luce del mondo scevro dalla macchia del peccato originale. Imperciocché se un tanto privilegio venne concesso, come ci insegnano le Sacre Scritture, al profeta Geremia ed a S. Giovanni Battista, perché Iddio l’avrebbe negato a colui, che già abbiamo riconosciuto per il suo ufficio essere superiore ad ogni altro Santo? Ma che vuol dire questo privilegio della santificazione prima della nascita? Vuol dire non solo essere mondati, prima di nascere, dalla macchia del peccato originale, ma per soprappiù essere ammirabilmente invasi dalla divina grazia e per mezzo di questa essere fatti belli, santi, sommamente cari a Dio. Se adunque noi piamente riteniamo che S. Giuseppe sia stato santificato insino dal seno materno, riteniamo altresì che Iddio gli abbia allora riversato nel cuore una pienezza di grazia tutta conforme all’ufficio, cui lo aveva eletto da tutta l’eternità e che una tale pienezza di grazia fosse superiore a quella di tutti gli altri Santi. – Or bene, stabilita questa verità, a riconoscere secondo il nostro proposito, che S. Giuseppe è il più grande di tutti i Santi, bisogna ancor riconoscere se egli corrispose convenientemente alla grazia da Dio ricevuta. E per ciò non abbiamo bisogno di lunghe indagini: basta che ci appigliamo al Santo Vangelo e il Santo Vangelo, benché di Giuseppe ci parli pochissimo, a questo riguardo tuttavia ci dice quanto è basta. Di fatti, come mai il Vangelo chiama Giuseppe? Qual è la qualità, la virtù, che per eccellenza ci dimostra trovarsi in lui? Attenti bene: Joseph autem cum esset iustus: Giuseppe, dice il Vangelo, era giusto. Giusto? Ma che significa qui questo nome di giusto? Questo nome, dice S. Girolamo, il dottor massimo di Santa Chiesa, questo nome qui significa il possessore di tutte le virtù: Giuseppe è chiamato giusto propter omnium virtutum perfectam possessionem: per la perfetta possessione di tutte le virtù. Non per una virtù sola, non per molte, non per moltissime, ma per tutte; anzi nemmeno solo per tutte le virtù, ma per tutte praticate in perfetto grado: propter omnium virtutum perfectam possessionem! E che cosa può dirsi di più di un uomo, quanto il dire che egli possiede ogni perfezione e la possiede perfettamente? Non vi par questo un elogio sublime? un encomio sommo? E se è così qual dubbio si può avere che egli non abbia pienamente corrisposto alla grazia da Dio ricevuta? sì, vi corrispose; vi corrispose quanto poteva corrisponderle; è lo Spirito Santo che ce ne fa fede, e poiché la grazia a lui data da Dio, dopo quella data a Maria, fu una grazia  superiore a quella data a tutti gli altri santi. perciò S. Giuseppe anche solo per questa ragione della perfetta corrispondenza alla grazia, fu il più grande fra tutti i Santi. E come tale appunto lo riconoscono e lo predicano il celeberrimo cancelliere di Parigi, Gersone, i devotissimi Bernardino da Busto, Giovanni di Cartagena. Isidoro soprannominato Isolano, S. Leonardo da Porto Maurizio ed il piissimo Suarez, uomo il cui voto, al dire del padre Paolo Segneri, equivale quello d’una intera università. E tutti questi Santi uomini riconoscendo S. Giuseppe come il più grande fra tutti i Santi, sciolgono essi medesimi la difficoltà, che potrebbe nascere da quell’elogio. Gesù Cristo fece un giorno di S. Giovanni Battista, quando disse di lui che non surrexit major E dicono: Questa parola del divin Redentore a lode di S. Giovanni Battista non deve far difficoltà a riconoscere S. Giuseppe anche maggiore di S. Giovanni, perché S. Giuseppe non entra in rigacogli altri nati di donna, essendo che egli fu di un ordine sopra ogni ordine, fu nell’ordine supremo dell’unione ipostatica; epperò quando Gesù Cristo disse ad onor di Giovanni, che non era nato alcuno maggiore di lui, S. Giuseppe ne era totalmente escluso ed eccettuato. – S. Giuseppe adunque, ripetiamolo pure lietamente, è il più grande fra tutti i Santi e come il più grande fra tutti i Santi merita di essere onorato da noi col maggior grado di quel culto, che si dà ai Santi. – Il culto che noi rendiamo ai Santi è un culto di venerazione, che si differenzia da quello che rendiamo a Dio, in ciò che Iddio lo adoriamo come Creatore e Signore supremo di tutte le cose, mentre i Santi li veneriamo in quanto sono immagini della bontà di Dio, avendo in sé qualche cosa delle divine perfezioni e qualche somiglianza della divina eccellenza sopra le creature. Dal che si vede, per dirlo anche solo di passaggio, quanto la sbagliano i Protestanti, i quali per il culto che noi rendiamo ai Santi arrivano a tale da accusarci di idolatria. Ma forse ché noi adoriamo i Santi, come adoriamo Iddio! Niente affatto. I Santi li veneriamo soltanto. E venerare i Santi non è cosa al tutto conforme alla ragione! Poiché si onora i l re, non è giusto onorarne anche, sebbene in modo inferiore, i suoi amici! coloro che dal re istesso sono stimati ed onorati! coloro che ne sono la rappresentanza? E tali presso a poco sono appunto per rispetto a Dio i Santi, sicché il non onorarli sarebbe lo stesso che disprezzare Iddio. Epperciò la Chiesa, checché ne sembri ai Protestanti, ha sempre venerato i Santi fin dai tempi apostolici. – Or dunque se i Santi meritano di essere onorati, benché solo col culto di venerazione, e la Chiesa li venera qual più qual meno, secondo che in essi appare una maggiore o minore santità, non è egli vero che S. Giuseppe per essere il più grande di tutti i Santi merita di avere in questo culto di venerazione il maggior grado? Sì, senza dubbio. Epperò si doni pure a Maria, Madre di Dio, un tutto speciale, il culto della somma venerazione, che tenga come un posto di mezzo tra quello che si dà a Dio e quello che si dà ai Santi, ed a S. Giuseppe non si doni altro culto che quello della semplice venerazione, ma glielo si dia nel suo maggior grado, perché giustamente gli è dovuto. Così consacrisi pure a Gesù il mese di Giugno per esaltare le misericordie del suo divin Cuore, si consacri pure a Maria il mese di Maggio per disfogare l’animo ripieno di amore per Lei, ma sia pur bello consacrare a Giuseppe il mese di Marzo per manifestare viemeglio la divozione che si nutre verso di lui. Onorare con tanto alari S. Giuseppe non è far altro che seguire l’esempio della Chiesa; anzi non è far altro che seguire l’esempio di Maria Santissima e dello stesso nostro Signor Gesù Cristo, come vedremo dopo breve riposo.

SECONDA PARTE.

Onorare S. Giuseppe è anzitutto seguire l’esempio della Chiesa. Difatti non vi ha alcun Santo che la Chiesa onori tanto quanto S. Giuseppe. Gli altri Santi hanno nel corso dell’anno un solo giorno di festa, o tutto al più due. Ma S. Giuseppe ne ha tre; anzi tutto quel del 19 Marzo, nel quale comunemente si crede sia avvenuto il suo transito; e poi la terza domenica dopo Pasqua per onorare ed invocare il suo santo Patrocinio; e poi ancora il 23 Gennaio per ricordare il suo sposalizio colla Beata Vergine. Inoltre la Chiesa consacra a S. Giuseppe come fa per Maria, un giorno della settimana, il mercoledì, e persino un intero mese, il mese di Marzo, o quello che corre dal 18 Febbraio al 19 Marzo. Quante poi sono le chiese che ora si vanno innalzando ad onor di S. Giuseppe! e di tutte le altre dedicate ad altri Santi, manca forse un altare per S. Giuseppe? Si può dire ancora, che ogni qualvolta la Chiesa per ottenere da Dio grazie speciali interpone l’intercessione dei Santi in generale e di alcuni in particolare, non lascia mai di interporre quella di S. Giuseppe; per modo che chiaramente apparisce che non vi è Santo, che la Chiesa onori così come S. Giuseppe. Ma se così fa la Chiesa, è perché la Chiesa si modella per questo culto sulla stessa Santissima Vergine e sopra Gesù Cristo. Di fatti Maria quanto onorò il suo sposo quaggiù! Lo riguardò sempre come il suo capo, come colui al quale doveva essere sottomessa e lo trattò sempre con grande rispetto, non ostante che fosse a lui tanto superiore. E come l’onorò essa, così si adoperò per farlo onorare dagli altri ed è certo che anche dopo che avvenne la morte di lui, sempre portandolo scolpito nella memoria e nel cuore, ne parlava con venerazione ed affetto, studiandosi di far concepire nel cuore dei primitivi Cristiani una grande stima ed un grande amore per lui. E dopo averlo onorato qui in terra, l’onora anche presentemente lassù in cielo, poiché possiamo bellamente immaginare, che se Maria in Paradiso passando avanti a tutti gli altri Santi è da loro profondamente inchinata, passando anche dinnanzi a S.Giuseppe e riguardandolo sempre, come suo carissimo sposo, ella a lui si inchina con riverenza ed amore. Così adunque Maria ha onorato ed onora S. Giuseppe. E Gesù? Oh! in quanto a Gesù basta per tutto quel che leggiamo nel Vangelo. Là si dice che Gesù a Nazaret era soggetto a Maria ed a Giuseppe: et erat subditus illis. Soggetto anche a San Giuseppe? Ma quale onore più grande gli poteva rendere in sulla terra? E se tanto l’ha onorato qui in terra non l’onorerà altresì grandemente lassù in Cielo? Non vi può essere di ciò alcun dubbio. – Se pertanto onorare S. Giuseppe è fare quel che fa laChiesa, quel che fa Maria, quel che fa Gesù, onoriamolo grandemente anche noi, onoriamolo con grande slancio particolarmente in questo mese a lui consacrato; veniamo sovente dinnanzi al suo altare per pregarlo, veniamo a sentire le sue lodi, ad imparare le lezioni che egli ci dà; studiamoci altresì di guadagnargli ancora altri devoti, e per tal modo oltre al renderci sicuri della protezione di questo gran Santo, faremo ancora una cosa sommamente gradita alla Chiesa, a Maria ed a Gesù.

SAN GIUSEPPE IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (3)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXX.

Del potere di S. Giuseppe, della sua bontà per noi, e della grande fiducia che in lui dobbiamo riporre.

Una delle cose di cui il mondo suole fare maggior conto si è la grandezza delle aderenze. Ad esempio, stimasi sommamente fortunato colui che ha un amico tra i suoi superiori, tra i suoi padroni, tra i deputati e senatori del regno, tra i ministri e i grandi della corte. E perché? Perché generalmente si dice, si crede (io non vo’ cercare se a ragione o a torto) che il più delle volte si ottengono aiuti, si conseguono cariche, si fanno guadagni, si va in alto più per via di protezione che di merito. Ebbene, noi dobbiamo stimarci sommamente avventurati perché come fedeli devoti di S. Giuseppe abbiamo in lui un amico potentissimo ed ottimo presso alla stessa corte celeste. Gettiamo pure lo sguardo sull’innumerevole moltitudine di Santi che si trovano in Paradiso, ma nessuno ne troveremo che torni più di S. Giuseppe accetto a Dio, a Gesù ed alla Vergine, epperò nessuno il cui potere e la cui bontà verso di noi sorpassi il potere e la bontà del medesimo. Oh pensiero consolantissimo che è mai questo! Se tanta è la potenza e la bontà di S. Giuseppe e noi gli professeremo una sincera divozione, possiamo ancor temere, ancor dubitare di non ottenere mercé la sua mediazione, le più belle, le più importanti grazie? E non riporremo in lui una straordinaria fiducia? Studiamoci pertanto in quest’oggi di considerare e comprendere meglio che ci è possibile un tale potere di S. Giuseppe presso Dio, ed un tale amore per noi, affinché il cuor nostro sempre piò si allieti e si infiammi dei sentimenti della divozione verso il Santissimo Custode della Divina Famiglia. Incominciamo senz’altro.

PRIMA PARTE.

A ben riconoscere quale sia la potenza di San Giuseppe in cielo non avremmo a far altro che rappresentarci alla mente quel che ne dicono i santi, che di lui furono tanto devoti. Ecco come si esprime a questo proposito B. Antonino: « Il potere di una persona viene dalla natura, dalla grazia e dal merito. La natura rende un padre onnipotente sul cuor di suo figlio; la grazia rende un marito onnipotente sopra il cuore della propria sposa; il merito rende un servo onnipotente presso il suo padrone cui abbia reso grandi servigi. Ora qual creatura ha più stretti vincoli di Giuseppe con Gesù e con Maria, essendo il padre dell’uno e lo sposo dell’altra? Chi potrebbe essere più grato a Dio di quel gran santo la cui angelica purità non fu mai offuscata dal soffio delle passioni, e che nel corso di trent’anni esercitò tutte le opere di misericordia verso l’adorabile persona del Figlio di Dio con sì ardente zelo, con umiltà così profonda e con fedeltà così inviolabile? » – S. Bernardo dice : « Se è scritto che il Signore fa la volontà di coloro che lo temono, come rifiuterà di fare quella di S. Giuseppe, che lo nutrì così lungo tempo col sudore della sua fronte? Voluntatem timentium se faciet, quomodo voluntatem nutrientium non faciet? – S. Alfonso de Liguori : « Dobbiamo essere ben persuasi, che Dio, in considerazione de’ suoi grandi meriti, non negherà mai a S. Giuseppe una grazia in favore di coloro che lo onorano. » Il grande dotto Gersone dice che « S. Giuseppe non domanda, ma ordina: Non impetrat, sed imperat. » – « Gesù, dice S. Bernardino da Siena, vuol continuare nel cielo a dare a S. Giuseppe prove del suo rispetto figliale obbedendo ai suoi desideri: Dum pater orat natum, velut imperium reputatur.» –  « Oh quanto saremo felici, dice s. Francesco di Sales, se possiamo meritare di aver parte alle sue sante intercessioni! Perché niente gli sarà negato, né da Maria SS., né dal suo Figlio. Ci otterrà, se in lui confideremo, un santo accrescimento di ogni virtù, ma specialmente di quelle ch’egli possedeva in più alto grado, quali sono la santissima purità di corpo e di spirito, l’amabilissima virtù dell’umiltà, la costanza, e la perseveranza; virtù che ci renderanno vittoriosi dei nostri nemici in questa vita, e degni di andare a godere nella vita eterna la ricompensa che è preparata a coloro che imiteranno gli esempi, che S. Giuseppe ha loro dati. » – « Parecchi santi, dice l’angelico Dottore, hanno ricevuto da Dio il potere di assisterci e di aiutarci in certi particolari bisogni; ma il potere di S. Giuseppe non è limitato; si estende a tutte le nostre necessità; e tutti quelli che lo invocano con confidenza sono certi d’essere esauditi. Gli altri santi godono, è vero, un gran credito in cielo; ma essi intercedono e supplicano come servi, e non comandano come padroni. Giuseppe, che ha veduto Gesù sottomesso alla sua autorità, ottiene quanto desidera dal Re suo figlio. » – « E difatti, prosegue il devotissimo Cartagena, che potrebbe negar Gesù Cristo a Giuseppe, il quale niente negò mai a Lui nel tempo della sua vita! Mosè non era nella sua vocazione, se non il capo e il conduttore del popolo d’Israele, eppure si portava con Dio con tanta autorità, che, quando lo pregava in favore di quel popolo ribelle ed incorreggibile, la sua preghiera sembrava farsi comando, il quale legasse, in certo modo, le mani alla divina maestà, e la riducesse a non poter quasi castigare i colpevoli, finché gliene avesse resa la libertà: Dimitte me, ut irascatur furor meus contra eos et deleam eos. (Esodo, XXXII). Ma quanta maggior virtù e potenza non avrà la preghiera che Giuseppe volge per noi al sovrano Giudice, di cui egli fu guida e padre adottivo? Poiché, s’egli è vero, come dice S. Bernardo, che Gesù Cristo, il quale è nostro avvocato presso il Padre, gli presenta le sacre sue piaghe ed il sangue adorabile che ha sparso per la nostra salute; se Maria, per parte sua, presenta all’unico Figlio il seno che lo portò e nutrì, non possiamo noi aggiungere che S. Giuseppe mostra al Figlio ed alla Madre le mani le quali hanno tanto affaticato per loro ed i sudori che egli ha sparso per guadagnare il loro vitto sopra la terra? E se Dio Padre non può nulla negare al suo Figlio diletto, quando lo prega per le sue sacre piaghe, né il Figlio nulla negare alla sua Santissima Madre, quando lo scongiura per le viscere che lo hanno portato, non siam noi tenuti a credere che né il Figlio, né la Madre divenuta la dispensatrice delle grazie che Gesù Cristo ha meritato, non possono nulla negare a S. Giuseppe quando egli li prega per tutto ciò che ha fatto per essi in trent’anni di sua vita? Immaginiamoci che il nostro santo Protettore volga per noi a Gesù Cristo, di lui Figlio adottivo, questa commovente preghiera: « O mio divin Figlio, degnatevi di spargere le vostre più abbondanti grazie sopra i miei servi fedeli; io ve lo domando pel nome di padre, di cui mi avete tante volte onorato, per queste braccia che vi ricevettero e vi riscaldarono nella vostra nascita, e vi trasportarono in Egitto per salvarvi dal furor di Erode; ve lo chiedo per quegli occhi di cui asciugai le lagrime, per quel prezioso sangue che io raccolsi nella vostra circoncisione; pei travagli e per le fatiche che io portai con tanta contentezza per nutrire la vostra infanzia, per allevarvi nella vostra giovinezza » Gesù così pieno di carità potrebbe Egli resistere a tale preghiera ? » – Ma ascoltiamo infine la grande devota di San Giuseppe, la serafina del Carmelo S. Teresa. Le sue parole sembrano essere più persuasive e convincenti di tutte le altre. Parli dunque essa medesima. « Io presi per avvocato e per protettore il glorioso S. Giuseppe e mi raccomandai a lui col più gran fervore. Il suo soccorso si manifestò visibilmente. Questo tenero padre della mia anima, questo amatissimo protettore si affrettò a cavarmi dallo stato in cui languiva il mio corpo; come mi tolse da pericoli più grandi di altro genere, che minacciavano il mio onore e la mia eterna salute. Per colmo di ventura egli mi esaudì sempre al di là delle mie preghiere e delle mie speranze. Non mi ricordo d’aver sinora domandato grazia che non me l’abbia ottenuta. Quale spettacolo presenterei ai vostri sguardi se mi fosse dato di riferire le grazie insigni, di cui Dio mi colmò, ed i pericoli sì dell’anima come del corpo da cui fui liberata per mediazione di questo gran Santo! L’Altissimo concede agli altri santi soltanto la grazia di soccorrerci in tale o in tal altro bisogno; ma il glorioso S. Giuseppe, lo so per esperienza, stende il suo potere sopra tutte le nostre necessità. Nostro Signore vuole con ciò farci intendere, che nello stesso modo che gli fu sottomesso sopra questa terra d’esilio, riconoscendo in lui l’autorità di padre putativo e di governatore, si compiace ancora nel cielo di fare la sua volontà con l’esaudire tutte le sue domande. Molte persone a cui io aveva consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile Protettore, lo hanno del pari esperimentato; ond’è che il numero delle anime che lo onorano va crescendo, ed il felice successo della sua mediazione conferma ogni giorno più la verità delle mie parole. Epperò conoscendo oggi per lunga esperienza il meraviglioso potere di S. Giuseppe presso Dio, vorrei persuadere a tutti di onorarlo con culto particolare. Sinora ho sempre veduto le persone che hanno per lui devozione vera e sostenuta dalle opere progredire nella virtù; perché questo celeste Protettore favorisce in modo meraviglioso l’avanzamento spirituale delle anime, che a lui si raccomandano. Da molti anni che nel giorno di sua festa gli domando un favor particolare, non me l’ha mai rifiutato. Se per qualche imperfezione la mia domanda si allontanava dalla mira della gloria divina, egli la raddrizzava in modo da farmene ridondare un bene maggiore. Se io avessi autorità per iscrivere, qual puro piacere proverei a raccontare minutamente le grazie di cui tante persone sono, al par di me, debitrici a questo gran Santo. Ma mi basti scongiurare per l’amor di Dio quelli che non mi danno fede di farne prova; e vedranno quanto sia vantaggioso il raccomandarsi a questo gran Patriarca, e onorarlo in modo speciale. » Fin qui S. Teresa. – Or bene, dopo testimonianze così autorevoli e così ricche di profonde ragioni possiamo noi avere il minimo dubbio sulla potenza veramente grande di S. Giuseppe? Ma ciò che deve raddoppiare la nostra confidenza in S. Giuseppe si è la sua ineffabile carità per noi. Non c’è altra misura dell’amore, che si ha pel prossimo, che quella dell’amore che si porta a Dio. L’amor di Dio e del prossimo sono, dice S. Gregorio, due anelli di una medesima catena, due numi che scaturiscono dalla medesima sorgente. Egli è indubitabile che l’amor di S. Giuseppe verso Dio, quando era ancor sopra la terra, superava incomparabilmente l’amore di tutti gli uomini, di tutti i santi e di tutti gli Angeli. Egli è dall’amore, di cui Giuseppe arde per Dio, che bisogna misurare quello che ha per noi; ed è facile il comprendere che l’uno e l’altro oltrepassano l’umano intendimento. – A cotesta ragione fondamentale se ne devono aggiungere molte altre. Giuseppe è nostro padre, poiché noi siamo figli di Maria, fratelli e coeredi di Gesù Cristo, suo divin Figlio. Gesù, facendosi suo Figlio gli pose nel cuore un amore più tenero di quello del miglior dei padri; e ciò non solo per essere amato come figlio, ma acciocché quello stesso amore si spandesse sopra tutti gli uomini divenuti parimenti suoi figli. Egli è in questo modo, che gli comunicò una grazia tutta speciale d’amore, di tenerezza e di sollecitudine per noi, la quale lo porta a farci tanto bene quanto il padre più sviscerato possa desiderare ai suoi figli, che egli ama più di se stesso. – Il Divinissimo Gesù, che ebbe riposato tante volte sopra il cuore di Giuseppe per accendervi una fornace d’amore proporzionato alle cure paterne di cui egli era incaricato, seppe rendere così grande quel cuore, affinché tutti i Cristiani potessero trovarvi un asilo nelle loro pene e nei loro travagli. S. Giuseppe sa che il suo divin Figlio ci amò sino ad incarnarsi, soffrire e morire per noi. Quante volte nel corso di sua vita non ha egli inteso il Salvatore manifestare il vivo desiderio di cui ardeva di dare per ciascuno di noi, sino all’ultima stilla, il suo sangue! Come sarebbe dunque possibile, che Giuseppe ci guardasse con indifferenza e vedesse perire senza dolore una famiglia di cui Gesù Cristo è il primogenito? Egli è in servigio degli uomini che S. Giuseppe fu arricchito di tante grazie e di privilegi cotanto gloriosi, e che fu scelto per essere il casto sposo di Maria ed il padre di Gesù. Se non ci fossero stati degli uomini, e se Dio non li avesse amati sino al punto d’incarnarsi per salvarli, Giuseppe non avrebbe ricevuto il titolo sublime che lo colloca al di sopra di tutti gli Angeli e di tutti i santi. Egli conosce queste verità; come potrebbe dunque, egli tanto riconoscente, non essercene grato e non amarci? Quando Giuseppe viveva sopra la terra era dotato di cuore eccellente, inclinato alla compassione ed alla misericordia verso tutti gli uomini. Ora che nel cielo la sua carità è perfetta, potrebbe egli essere insensibile ai nostri pericoli, alle nostre miserie ? Giuseppe è nostro padre sì, ma della stessa natura di noi, egli soffrì e pianse come noi; conobbe tutti i nostri pericoli; e questo è un motivo di più per amarci e compatirci nelle nostre pene. Animo adunque, se tale è la potenza, tale la bontà di S. Giuseppe per noi, ricorriamo a lui fiduciosi in tutti i nostri bisogni, e proveremo la verità di ciò che ci è dato per certo da S. Teresa: che cioè non mai persona alcuna, per quanto fosse povera ed abbandonata, l’invocò invano; sempre dall’alto dei cieli egli rivolge i suoi sguardi pieni di misericordia verso gl’infelici che lo implorano dal tristo loro esilio. Dalle mani di Giuseppe come dalle mani di Maria piovono a torrenti le grazie; egli versa le benedizioni del cielo sopra tutti gli uomini: ma le spande con maggior abbondanza sopra quelli che lo invocano. Imploriamolo con fiducia, e non scoraggiamoci, se la nostra preghiera non è esaudita tanto prontamente quanto vorremmo. Perseveriamo allora nella preghiera, applicandoci nello stesso tempo ad imitare le sue virtù, e S. Giuseppe non lascerà di ottenerci la grazia richiesta se può giovare alla gloria di Dio e al bene della nostra anima.

SECONDA PARTE.

Abbiamo già altre volte osservato come l’antico Giuseppe sia stato una bella figura del nostro in moltissimi tratti della sua vita. Or bene lo fu eziandio della pienezza del suo potere e della sua somma bontà verso degli uomini. Faraone per ricompensare i servigi, che da Giuseppe figliuolo di Giacobbe aveva ricevuto, lo stabilì intendente generale della sua casa, padrone di tutti i suoi beni, volendo che ogni cosa si facesse secondo il suo cenno. Dopo averlo costituito viceré dell’Egitto gli affidò il sigillo della sua autorità reale, e gli donò il pieno potere di  concedere tutte le grazie che volesse. Ed allora che i popoli, sollecitati dalla fame si rivolgevano al re d’Egitto per aver del frumento, quel principe li inviava a Giuseppe, da lui stabilito dispensatore di tutte le ricchezze del suo regno. Ei diceva: Ite ad Ioseph, et quidquid dixerit vóbis, facite. Andate da Giuseppe, fate tutto quello che egli vi dirà, e ricevete da lui quanto egli vorrà donarvi (Gen. XLI, 55). E Giuseppe, pieno di compassionevole carità verso di quei bisognosi aperuit universa horrea, et vendébat Ægyptiis ; aperse tutti i granai, ed a prezzo distribuiva il frumento a quei poveri oppressi dalla fame. Così pure, o miei carissimi Cristiani, da quanto abbiamo oggi considerato dobbiamo riconoscere che Gesù Cristo avendo costituito S. Giuseppe quale suo plenipotenziario in cielo, egli è altresì a S. Giuseppe che ci invia per ottenere più sicuramente a sua intercessione le grazie che ci sono necessarie, e che S. Giuseppe pieno di bontà per noi, purché gli offriamo il prezzo delle nostre preghiere e delle nostre opere buone, è prontissimo ad aprire i tesori delle grazie celesti e distribuircene in grande abbondanza. Ricorriamo adunque a Giuseppe colla ferma fiducia di ottenere quanto gli chiederemo. Egli è il favorito del Re del cielo, a cui dobbiamo piacere se vogliamo essere bene accolti dalla divina Maestà; egli è il padre che dobbiamo renderci favorevole per poter ottenere qualche grazia dal Figlio; egli è l’intendente della sua casa, che deve presentare le nostre suppliche per farle gradire dal padrone; egli è il migliore ed il più caritatevole avvocato che possiamo impiegare presso la sua sposa, per patrocinare la nostra causa presso Gesù Cristo, riconciliarci con Lui e rimetterci nelle buone grazie sino al nostro ultimo respiro. Andiamo a Giuseppe, acciocché interceda per noi. Tutti i Cristiani devono trovare nella vita di questo gran Patriarca grandi motivi di confidenza. I nobili ed i ricchi devono considerare pregandolo, che S. Giuseppe è il pronipote dei Patriarchi e dei re; i poveri considerino, ch’egli visse come essi nella povertà; gli operai, che egli ha continuamente lavorato come un semplice operaio; le persone vergini, che egli conservò per tutta la sua vita la più perfetta verginità, e fu trascelto da Dio per essere il custode ed il protettore della Regina delle Vergini; le persone maritate, ch’egli fu il capo della più augusta famiglia che possa mai esistere: i fanciulli, ch’egli fu il padre putativo di Gesù, il conservatore, il governatore della sua infanzia: i sacerdoti, ch’egli ebbe sovente la somma ventura di portare Gesù fra le braccia; che di più ha offerto al Padre eterno le primizie del Sangue del Salvatore nel giorno della circoncisione; le persone religiose, ch’egli santificò la sua solitudine di Nazaret con la pratica delle più perfette virtù e con pii ragionamenti con Gesù e Maria. Da colui, che siede sul trono fino a chi per vivere deve mendicare il pane, tutti debbono trovare i più forti motivi per riporre una fiducia illimitata nella sua potenza e nella sua bontà.

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (2)

IL PROTETTORE DEI CRISTIANI

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXIX.

Della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe qui sulla terra lungo il corso dei secoli.

Discorrendo S. Bernardo dell’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, osserva, giusta quel che ne dice la Santa Scrittura, che tali erano le sue doti e le sue qualità da tirarsi dietro come rapito da dolce incanto tutto l’Egitto: Ioseph universum Ægyptum post se currere fecit(Serm. II in Cant.). Ma ciò non è che una meschina figura di quanto si è realizzato del nostro S. Giuseppe nel corso dei secoli cristiani. Di mano in mano che si misero sempre più in chiara luce le sue eccelse virtù, i suoi preclari meriti, si videro altresì correre dietro a lui i cuori di tutti i Cristiani! Difatti la divozione verso questo Santo Patriarca, nascosta per così dire nel cuore dei primitivi Cristiani, svolta quindi dai sentimenti espressi dai Santi Padri, e resasi in seguito apertamente manifesta, si è distesa non solo in tutta Europa, centro della nostra santissima Religione, ma è passata ancora nell’Asia, nell’Africa, nell’America e nell’Oceania e nelle più remote contrade del mondo, e da per tutto coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria si ripete e si invoca ancora il nome di Giuseppe. Da per tutto col più fervido slancio di pietà si celebrano le sue feste, lo si onora nel mercoledì di ogni settimana, gli si consacra il mese di Marzo, si implora la sua possente protezione in vita e specialmente al punto di morte. Da per tutto e tutte le classi della società, tutte le età della vita a lui si rivolgono tributandogli l’omaggio dei loro ossequi e delle loro preci: i sovrani Pontefici, i re, i vescovi, i regni, le città, le ville, le famiglie, gli istituti religiosi, la Cristianità tutta quanta, per modo che si ha da dire di lui che per la sua singolare grandezza ha fatto correre dietro a sé tutto il mondo e tutto il mondo ha guadagnato alla sua glorificazione. Iosepli universum mundum post se currere fecit. Ma per farci un’ idea più ampia e più particolare di una tale verità, rifacciamoci da capo e trascorriamo oggi almeno i principali periodi della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe sopra di questa terra.

PRIMA PARTE.

Già fin da’ suoi primi tempi la Chiesa prese ad onorare S. Giuseppe. Poiché sebbene, come già osservammo in uno di questi primi ragionamenti, a principio ella andasse con molta cautela nel rendere a questo Santo la gloria dovuta per mettere in salvo il dogma della verginità di Maria, non lasciò tuttavia di dipingere e di scolpire nei venerandi asili delle catacombe, sui sarcofagi, nei codici, sui dittici e persino sopra le gemme insieme con l’immagine di Gesù e di Maria quella di S. Giuseppe. A Roma in un affresco del cimitero di Priscilla, che è della fine del primo secolo o del principio del secondo, S. Giuseppe è rappresentato in piedi vicino alla Beata Vergine, che tiene in seno il divin Pargoletto. Nel cimitero di S. Callisto vi ha un altro affresco del secondo secolo, dove S. Giuseppe è posto ritto tra la Vergine ed il Divino Infante. Così pure trovasi sempre effigiato in diversi sarcofagi, tutti dei primi quattro secoli, come anche nei mosaici di Santa Maria Maggiore sia quando si rappresenta il mistero della nascita di Gesù, sia quello dell’adorazione dei Magi, o della fuga in Egitto. Fuori di Roma trovansi queste simili pitture o sculture ad Ancona sopra un sarcofago del quarto o al più del quinto secolo, a Firenze nel codice siriaco della Bibbia, opera del sesto secolo, a Ravenna sulla Cattedra episcopale ancor essa del secolo sesto, a Milano sopra il dittico della Chiesa metropolitana, che pare appartenere al quinto secolo più che al sesto, sopra il sarcofago di S. Celso del secolo quarto, sopra quello assai prezioso che vi ha sotto il pulpito della basilica di S. Ambrogio, dove S. Giuseppe è rappresentato in età giovanile con bella e lunga capigliatura in atto di porgere il Bambino ai Santi Magi. E fuori della stessa Italia non mancano tali immagini e di vote memorie della primitiva devozione a S. Giuseppe, tra le quali vogliono essere segnalate un’effigie del santo scolpita nell’avorio, appartenente ad un monastero di Werden della Vestfalia, lavoro del sesto secolo, ed una gemma trovata in Oriente e che non è certamente più in là del quinto secolo, intorno alla quale si legge una epigrafe in lingua greca, che suona nella lingua nostra: « O Giuseppe assistetemi nei miei lavori e concedetemi la vostra protezione ». – Ma alla glorificazione, che di S. Giuseppe presero a fare nei primi secoli della Chiesa gli artisti, devesi aggiungere quella degli scrittori ecclesiastici e dei Santi Dottori. Il martire S. Giustino ed Origene del secondo secolo, poi i Santi Epifanio, Giovanni Crisostomo, Giovanni Damasceno nella Chiesa orientale, ed i Santi Ambrogio, Gerolamo, Agostino ed Ilario nella Chiesa occidentale rendono nelle loro opere splendida testimonianza della loro venerazione verso di S. Giuseppe. Fra di essi Origene nota come S. Giuseppe fosse onorato dal Figliuol di Dio col titolo di padre; S. Ilario (In Matt. cap. II) lo riguarda come tipo e figura degli Apostoli tanto presso degli Ebrei, come presso dei gentili, osservando che S. Giuseppe dapprima condusse Gesù a Gerusalemme nel tempio giudaico e poi nell’Egitto tra i popoli idolatri; e S. Agostino infine (Serm. LXXXI, de temp.), per non fare più altre citazioni, avverte che il nostro Giuseppe non aveva già solamente radunato del grano per i sudditi di un solo principe, come aveva fatto l’antico Giuseppe divenuto viceré dell’Egitto, ma che egli aveva dato e conservato a tutti i figli della Chiesa il vero pane vivo e vivificante che nutre le anime per renderle immortali, e che se l’antico Giuseppe era nato pel bene dell’Egitto, il nostro era venuto al mondo pel bene di tutto il genere umano. – Or dunque, da tutte queste bellissime e gravi testimonianze risulta chiaro, che S. Giuseppe fin dall’origine della Chiesa e dai suoi primi secoli venne pure, sebbene piuttosto in privato che in pubblico, assai onorato e glorificato dal popolo cristiano. Ma questo culto, che infino al secolo ottavo rimase per così dire alquanto velato, prese poscia nei secoli successivi a manifestarsi e svolgersi sempre più apertamente sia con chiese ed altari dedicati ad onore di S. Giuseppe, sia con feste speciali, sia con pratiche devote. Pare fuor di dubbio che la prima a tributare un pubblico culto a S. Giuseppe sia stata la Chiesa orientale. Nel secolo nono il beato Giuseppe, nativo di Sicilia, poi monaco e prete di Tessalonica, che scrisse molti inni sacri, per cui fu soprannominato Innografo, ne compose eziandio uno ad onore di S. Giuseppe, il quale doveva servire per la festività di questo Santo, che si celebrava nella domenica dopo la Natività di Gesù Cristo. Il che chiaramente dimostra che nel secolo nono presso la Chiesa orientale già si onorava di festa speciale epperò di pubblico culto il Custode della Divina Famiglia. Ma se la Chiesa orientale fu la prima riguardo al tempo ad onorare pubblicamente S. Giuseppe, la Chiesa occidentale, alla quale noi apparteniamo, non fu seconda riguardo allo slancio ed al fervore. Ne abbiamo una prova anzitutto del secolo decimo primo nella frequenza con cui nei loro scritti parlano di S. Giuseppe il mellifluo S. Bernardo e Ruperto abbate. Questi chiama S. Giuseppe massimo fra tutti i Santi, dopo la Beata Vergine; quegli nelle sue opere se ne dimostra devotissimo e gli tesse i più alti encomi. Altra prova ci è la certezza, che ne risulta da autentici documenti, dell’esistere fin dal secolo decimo secondo in Bologna un borgo detto di San Giuseppe, ed in esso una Chiesa parrocchiale a lui dedicata. Altra prova ancora vi ha nella sollecitudine, con cui gli Ordini religiosi presero a mettersi sotto la special protezione di questo Santo. Presso i Servi di Maria, come chiaro si legge nei loro annali, essendosi raccolti a capitolo generale in Orvieto l’anno 1324, furono rinnovati e dichiarati i decreti, i quali prescrivevano che in ciascuna Chiesa dell’ordine si celebrasse il dì 19 Marzo la festa di S. Giuseppe. Presso i Frati minori Francescani, in alcune loro generali adunanze stabilirono ripetutamente la stessa cosa. E così pure si prescrissero solenni onori al nostro Santo presso dei Domenicani e dei Carmelitani, intorno ai quali ultimi è sentenza comune degli eruditi aver essi trasportato dall’occidente in Oriente questa santa pratica del porgere culto amplissimo a S. Giuseppe. Ma le prove più belle della sua glorificazione per parte della Chiesa occidentale cominciamo ad averle dal secolo decimo quinto. In questo secolo spargeva gran fama di sé il dotto e pio Gersone, gran Cancelliere dell’Università di Parigi. Or bene fu egli che in Francia cooperò mirabilmente a dare nuovo ed imperituro splendore al culto di S. Giuseppe. Egli non omise giammai occasione alcuna per far conoscere al mondo le sublimi prerogative e i tesori di virtù racchiusi nel cuore del nostro Santo. Soprattutto si applicò ad ispirare questa divozione agli ecclesiastici ed ai principi, giovandosi di tutto l’ascendente che gli dava il suo stato e scrivendo a tal fine inni, panegirici, lettere piene di unzione e di dottrina. Nell’anno 1414 intervenuto al Sinodo di Costanza, ed adoperandosi efficacemente per la cessazione dello sciagurato scisma di Occidente, propose quale mezzo sicuro ad ottenere la pace della Chiesa l’istituzione di una speciale solennità ad onore di S. Giuseppe. Incaricato in quel sinodo di predicare il giorno della natività di Maria Santissima, impiegò la massima parte del discorso nell’encomiare le prerogative dell’augusto Sposo di lei, e seppe parlarne con tanta energia, che lasciò quella santa assemblea penetrata dalla più viva ammirazione per lui e della più tenera confidenza verso di San Giuseppe. – Ma quel che allora andava facendo Gersone in Francia è pure quel che faceva in Italia San Bernardino da Siena, l’apostolo della divozione al Santissimo nome di Gesù, ed una delle più splendide glorie dell’ordine serafico. Questo Santo in tutte le sue apostoliche escursioni non lasciava mai di raccomandare con quello zelo efficacissimo che era tutto suo, la divozione ed il culto di San Giuseppe. Egli ne aveva composto un devotissimo sermone, e lo andava recitando con gran fervore in quasi tutte le città italiane, che egli percorse predicando. Per ogni dove magnificava le sue glorie, esaltava la sua santità, e la sua dignità altissima di Sposo di Maria e di Custode di Gesù, ne asseriva la sua santificazione nel seno materno e la sua assunzione in cielo in corpo ed anima; per modo che mercé un tanto zelo la venerazione a S. Giuseppe andava mirabilmente accrescendo in tutte le nostre terre. Nel secolo seguente suscitava nuove fiamme di amore a S. Giuseppe il frate Isidoro Isolano dell’ordine di S. Domenico. Egli l’anno 1522 pubblicava in Pavia un libro intitolato: Somma dei doni di S. Giuseppe, e lo presentava al Sommo Pontefice Adriano VI, accompagnandolo con calde preghiere, perché volesse accrescere onore al gran Santo e lo dichiarasse patrono della Chiesa militante, assicurando che ne sarebbe derivato un gran bene a tutta la Chiesa. Ma intanto ecco sorgere contemporaneamente nella Spagna la stella fulgidissima del Carmelo, S. Teresa di Gesù, la quale può a tutta ragione chiamarsi l’apostola della devozione a S. Giuseppe. Fin dalla sua tenera età si sentì nel cuore una tenerezza ed una fiducia particolare per questo Santo. Lo chiamava col nome di suo padre e signore, e lo riguardava, dopo Maria, come il suo primo protettore. Cresciuta negli anni e nella perfezione, accrebbe pure l’amore per lui. Nel giorno della sua festa faceva cantare la messa e l’ufficio solenne; a capo alle sue lettere metteva sempre con quello di Gesù e di Maria anche il nome di Giuseppe. In suo onore fece innalzare delle chiese, gli dedicò dodici monasteri dei diciassette che fondò per le monache carmelitane e tutti li mise sotto la sua protezione: a tutte le suore non solo, ma a tutti i fedeli, con cui aveva occasione di parlare, raccomandava sempre la divozione a questo santo e ciò con uno zelo ed una efficacia ammirabile. Sulla fine poi dello stesso secolo XVI e sul principio del XVII facevasi fervidissimo promotore del culto a S. Giuseppe il dolcissimo S. Francesco di Sales. Il Santo Vescovo di Ginevra con uno slancio meraviglioso prese a parlare di lui presso che in tutte le sue opere. Come al suo unico e più caro protettore volle dedicato il suo sublime trattato dell’amor di Dio: lui scelse come principale patrono ed angelo tutelare dell’ordine della visitazione; e lo diede ancora quale particolar guida nella via dell’orazione mentale e della contemplazione alle novizie. Per suo zelo si eresse nella città di Annecy un bel tempio ad onore di lui; ed alla vigilia della sua morte, al rettore di quella Chiesa che era venuto a trovarlo, disse: Non sapete, padre mio, che io sono tutto di San Giuseppe? Il religioso che lo assisteva, prendendo in mano il breviario di lui, non vi trovò se non un’immagine, ed era quella di S. Giuseppe. Tale e tanta era la divozione che nutriva in cuore per lui e che desiderava accendere nel cuor degli altri. Finalmente per non essere più particolare, dirò che largamente promossero la glorificazione di S. Giuseppe in sulla terra S. Ignazio di Loyola, S. Camillo de Lellis, S. Tommaso d’Aquino, S. Vincenzo de Paoli, S. Alfonso Maria de Liguori, Bernardino da Busto, Giovanni di Cartagena, il piissimo Suarez, S. Leonardo da Porto Maurizio e moltissimi altri. Quindi è che per opera di questi santi e dotti personaggi accendendosi sempre più nel cuor dei Cristiani l’amore a S. Giuseppe, i Romani Pontefici non indugiarono più a decretare al nostro Santo solenni onori. Essi fecero scrivere il suo nome nel Martirologio romano e lo inserirono nelle litanie dei santi. Stabilirono la sua festa il 19 di marzo da celebrarsi per tutta la Chiesa, prima per divozione e poscia per precetto; composero un ufficio proprio per lui, lo diedero per protettore a vari regni, arricchirono di sante indulgenze le pratiche della sua divozione, aggiunsero la festa del suo sposalizio e del suo Patrocinio, ed intromisero il suo nome in tutte le più importanti preghiere. Ed ecco l’umile granello di senapa diventato a poco a poco albero gigantesco, ecco la piccola scintilla suscitare un grande incendio, ecco con bella gara semplici fedeli e Pastori della Chiesa, santi e sante, scrittori ed oratori sacri, concorrere con zelo ognor crescente ad onorare il custode fedelissimo della divina Famiglia. Che si poteva dunque fare di più per glorificare S. Giuseppe? Non gli furono date così le più splendide testimonianze di onore a preferenza di qualsiasi altro santo dopo la Beata Vergine? Eppure in questi ultimi tempi la glorificazione di San Giuseppe raggiunse un grado di gran lunga superiore a quelli di cui ho finora parlato. Ma di esso vi dirò ancora qualche cosa dopo brevissima pausa.

SECONDA PARTE.

L’anno 1854, nel dì 8 dicembre, l’immortale Pontefice Pio IX proclamava solennemente il dogma della Immacolata Concezione di Maria SS. CoN la proclamazione di una tanta verità veniva posata sulla corona di Maria una delle più brillanti gemme e si andava mirabilmente riaccendendo nel cuor dei Cristiani l’amore e la divozione per lei. Lo stesso Pontefice nell’anno 1856, zelando altresì grandemente il culto del Sacratissimo Cuore di Gesù, estendeva a tutta la Chiesa la sua festa, che fino allora non si celebrava che in alcuni luoghi e prescriveva che da per tutto se ne recitasse l’ufficio e se ne dicesse la Messa. E nel 1864 innalzando ancora all’onor degli altari la Beata Margherita Alacoque, Apostola della divozione al Sacro Cuore, questa divozione istessa andava infiammando del pari che quella dell’Immacolata Maria. Ma il Cuore di Gesù e la Vergine Santissima sommamente teneri, l’uno del suo custode fedelissimo, l’altra del suo purissimo sposo, parvero non esser paghi di questo nuovo accrescimento del loro culto, se non si accresceva eziandio quello di S. Giuseppe. Epperò eccoli essi medesimi, senza dubbio, che sono gli ispiratori massimi dei Sommi Pontefici, venire eccitando colui, che già potevasi chiamare il Pontefice dell’Immacolata e del Sacro Cuore, a far opera tale da potersi pure meritamente chiamare il Pontefice di S. Giuseppe. – Di fatti quel grande Papa che fu Pio IX, eccolo nel 1862 in una allocuzione pronunciata il 9 di luglio all’occasione della canonizzazione dei SS. Martiri Giapponesi, alla presenza di più che duecento Vescovi, eccolo, dico, fuor della consuetudine dei suoi predecessori invocare subito il patrocinio di San Giuseppe dopo quello della Beatissima Vergine e prima di quello dei SS. Apostoli Pietro e Paolo; il qual fatto non è a dire quanto servisse a ravvivare in tutti i fedeli il desiderio di vedere anche più accresciuto il culto del gran Santo. Ma ciò non era che il faustissimo preludio di un più consolante avvenimento. Ed in vero l’anno 1870, il dì 8 dicembre e sacro perciò all’Immacolata Concezione, Pio IX assecondando i voti dei Vescovi, del clero e del popolo cristiano, dichiarava solennemente S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, ne faceva in quel giorno stesso pubblicare il decreto nelle tre patriarcali basiliche di Roma, Lateranense, Vaticana e Liberiana, e comandava che la festa di sì gran Santo del 19 marzo fosse celebrata col rito più solenne che si usa nella Chiesa. – Per questo fatto e dopo il medesimo incominciò il periodo della glorificazione massima per questo Santo. Furono introdotte novelle pratiche di divozione in suo onore, si composero speciali preghiere ad invocare il suo possente patrocinio, gli si eressero nuove chiese ed altari, si fecero di lui quadri, statue, immagini e medaglie, si estese larghissimamente l’uso di celebrare con devota pompa il suo mese di Marzo, e più e più si prese a fervidamente pregarlo invocando mai sempre il suo nome insieme coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria. – E intanto al grande Pio IX succeduto nel Sommo Pontificato il sapientissimo Leone XIII, non meno zelante e sollecito del suo antecessore nel promuovere il culto di Maria e del Sacro Cuore di Gesù, non lasciò neppure di promuovere quello di San Giuseppe. E mentre prendeva ad esaltare il Cuore SS. di Gesù coll’innalzare a più solenne rito la sua festa, mentre ripetutamente si faceva a raccomandare ai fedeli la divozione a Maria colla recita del Santo Rosario, prendeva altresì ad eccitare i fedeli a riporre una grande fiducia in S. Giuseppe. Ed oltre al farne invocare l’aiuto dopo il Santo Sacrificio della Messa, in una sua stupenda enciclica dell’anno 1889 avvisava che, per meglio rendere alle nostre preci favorevole Iddio e perché egli, da più intercessori supplicato, porga più pronto e largo soccorso alla sua Chiesa, era sommamente convenevole che il popolo cristiano si accostumasse a pregare con singolare divozione ed animo fiducioso, insieme alla Vergine Madre di Dio, il suo castissimo sposo S. Giuseppe; raccomandava che gli si consacrasse con giornaliero esercizio di pietà il mese di marzo, o si facesse almeno precedere la sua festa con un devoto triduo di preghiere, proponeva egli stesso una bellissima orazione da recitare a questo Santo dopo il Rosario di Maria specialmente nel mese di Ottobre d’ogni anno e l’arricchiva di bellissime indulgenze; e finalmente nell’anno 1891 con un breve pontificio soddisfacendo alla brama del suo cuore e assecondando i voti dei Vescovi del Piemonte, della Liguria e della Sardegna, ristabiliva di precetto la festa di S. Giuseppe anche in dette provincie e nella Lombardia. – Or dunque, vedendo i Romani Pontefici, capi della Chiesa di Gesù Cristo, così mirabilmente intenti a glorificare San Giuseppe, facciamo d’intendere sempre più l’importanza della sua divozione. Che sempre più in noi si accresca, come si andò crescendo nel corso dei secoli. Che anche noi più e piò, colle nostre preci, con la imitazione delle sue virtù, con la recita delle sue lodi, attendiamo a glorificare S. Giuseppe qui in terra onde meritarci così la grazia di poterlo poi glorificare assai meglio in cielo.

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

SAN GIUSEPPE IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXVIII.

Della glorificazione di S. Giuseppe in cielo e della mira che noi dobbiamo sempre avere alla gloria celeste.

È cosa che desta gran meraviglia il considerare la grande gloria, alla quale tutto ad un tratto Faraone sublimò Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Aveva egli, Faraone, fatto due sogni, che nessuno gli sapeva interpretare. Allora il suo coppiere maggiore, ricordandosi della spiegazione che del suo sogno aveva avuto in carcere da Giuseppe, ne parlò al re, il quale fattolo venire alla sua presenza gli raccontò i due sogni che aveva veduti. E Giuseppe, illuminato da Dio, disse: Una medesima cosa significano i due sogni del re. Iddio per essi ha significato a Faraone ciò che è presso ad avvenire. Le sette vacche belle e grasse e le sette spighe prospere e piene significano che vengono sette anni continuati di grandissima abbondanza di biade in tutto Egitto; le sette vacche magre e le sette spighe vuote preannunciano che a i sette anni di abbondanza ne seguiteranno altri sette continuati di grandissima carestia, la quale farà dimenticare l’abbondanza dei precedenti, e la fame consumerà il paese. Provvedasi adunque il re di un uomo industrioso e sapiente, e lo deputi sopra l’Egitto, acciocché in tutte le Provincie statuisca ufficiali, che negli anni dell’abbondanza radunino pel re la quinta parte di tutte le biade, ed esso le faccia riporre nei granai della città a ristoro degli sterili anni che vengono, acciocché il paese per la gran fame non rimanga disabitato. Piacque grandemente al re, ed a tutti gli altri, l’interpretazione ed il consiglio di Giuseppe, ed allora voltosi Faraone a’ suoi ministri disse: Dove mai potremmo noi trovare un uomo il quale come questo sia pieno dello spirito di Dio? Di poi, rivoltosi a Giuseppe continuò: Dappoiché Iddio ti mostra tutte queste cose, che ne hai dette, potrò io forse trovare altro uomo, che per sapienza sia maggiore di te o a te somigliante? Tu sarai sopra la mia casa e sopra il mio regno; tutto il popolo obbedirà al comandamento della tua voce; io non avrò più di te altro che il soglio. Ciò detto, Faraone ‘si tolse di mano l’anello e lo pose in mano a Giuseppe, lo fece vestire di una veste di bisso, gli mise al collo una collana d’oro, lo fece salire sul suo secondo cocchio, e lo fece condurre per tutta la città, mandandogli innanzi un banditore, il quale da parte di Faraone gridava che tutti avanti a Giuseppe si inginocchiassero, e tutti sapessero che esso era costituito dal re sopra tutto il paese d’Egitto. Tale è lo splendore di gloria, da cui venne come d’improvviso circondato l’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Or ecco una bellissima figura di quella gloria, alla quale venne sollevato il nostro amatissimo S. Giuseppe in quel giorno faustissimo, in cui col divino Redentore Gesù entrò in corpo ed anima nel bel Paradiso. Procuriamo di farcene oggi una qualche idea, onde accrescere sempre più in noi la stima e la venerazione verso di sì gran Santo.

PRIMA PARTE.

La gloria a cui venne sollevato S. Giuseppe in Paradiso deve essere senza dubbio la più grande, dopo quella a cui venne sollevata in seguito la beatissima Vergine. E che grandissima sia una tal gloria, ben lo ritiene e dimostra la Chiesa, la quale nelle ufficiature delle due principali feste di questo Santo è tutta nell’esaltarla, servendosi a tal uopo dei passi più espressivi delle Sacre Scritture. Essa riferendosi prima alla sua dignità di Sposo di Maria ed alla fedeltà con cui adempì tale ufficio, e poi alla sua grandezza come Custode di Gesù Cristo, applica a lui quello che si legge nel libro dei Proverbi (XXVIII e XXVII), dicendo che l’uomo fedele sarà molto lodato e che il custode del suo Signore sarà glorificato: Vir fidelis multum laudàbitur. Et qui custos est Domini sui, glorificabitur. Giovandosi poscia di varie espressioni degli altri libri Sapienziali, dopo di aver detto che Iddio costituì S. Giuseppe come Signore della sua casa e principe della sua possessione, aggiunge che grande è la sua gloria, che il Signore lo ha rivestito di gloria e di splendore, che giusto qual egli è per eccellenza, germinerà e fiorirà in eterno al cospetto del Signore come giglio piantato nella sua casa, che per lui insomma sono la gloria e le ricchezze e che la sua giustizia rifulgerà per tutti i secoli. Dopo di che ha ben ragione il dotto e pio Suarez, il quale asserisce che tutt’altro che essere temerario è del tutto buono e conforme a verità il sentimento di coloro, i quali assicurano che la gloria di S. Giuseppe in cielo, dopo quella di Maria, è superiore a quella di tutti gli altri Santi. E non meno rettamente crede il celebre Gersone, ritenendo ed insegnando che S. Giuseppe in paradiso sovrasta per la gloria tutti i beati, come il mistero della incarnazione s’innalza sopra ogni altra cosa. – Ed in vero una tal gloria gli era dovuta anzitutto per ragione della sua santità. Avendo egli ricevuto da Dio una pienezza di grazie proporzionata alla sublimità della missione da Dio affidatagli, e colla perfetta corrispondenza alla medesima essendosi reso in terra il più grande di tutti i Santi, non doveva eziandio avere in paradiso una gloria che fosse a quella di tutti gli altri Santi superiore? Sì, senza dubbio! Epperò essendo stato più Santo dei Patriarchi, più santo dei Profeti, più santo degli Apostoli, degli Evangelisti, dei martiri, dei pontefici, dei dottori, degli anacoreti, dei confessori e dei vergini, più santo anzi degli Angeli e degli Arcangeli, dei Cherubini e dei Serafini, venne altresì innalzato al di sopra di tutti gli Angeli e di tutti i santi: e quindi si può cantare di lui quel chela Chiesa canta di Maria nel dì della sua assunzione: Exaltatus est beatus Ioseph super choros Angelorum ad cœlestia regna. E poiché la beatissima Vergine, dopo l’Ascensione al Cielo del suo divin figliuolo Gesù, dietro divina disposizione, restò ancora sulla terra per un bel numero di anni, affinché fosse il conforto, la consigliera e la guida degli Apostoli e dei primitivi cristiani, così in tutto quel tempo S. Giuseppe fu propriamente colui che venne da Dio maggiormente glorificato. Il che tuttavia non vuol dire che dopo l’Assunzione di Maria diminuisse la gloria di S. Giuseppe. Anzi in certa guisa si accrebbe, perché alla glorificazione, che già aveva preso a fare di lui nostro Signor Gesù Cristo, si venne ad aggiungere quella che di lui prese a fare Maria Santissima. Ed in vero potendo allora Maria nella sublimità del suo trono disfogare pienamente la gratitudine dell’animo suo verso del suo fedelissimo ed amatissimo sposo, come mai non avrà ‘ella preso a celebrare la grandezza dei suoi meriti al cospetto di tutti gli Angeli e di tutti i Santi? come non avrà cercato di esaltarli dinnanzi allo stesso Iddio? Ma la gloria a cui S. Giuseppe venne sublimato, doveva essere grandissima non solo per ragione della sua santità, ma eziandio per due altre principali ragioni. È bensì vero che S. Giuseppe non fu solamente padre di Gesù che secondo lo spirito, ma, come abbiamo avuto occasione di dire con S. Agostino, appunto perché più castamente, così tanto più fermamente fu suo padre. Or bene Gesù Cristo, quel Dio che disse « Onora il padre e la madre », avendo voluto essere figliuolo di Giuseppe secondo lo spirito, e comparire persino in faccia agli uomini quale suo figliuolo secondo la carne, come mai non avrebbe osservata la medesima legge verso di San Giuseppe lassù in paradiso, come l’aveva osservata sopra di questa terra? Per tanto la maggiore obbligazione che si trova verso degli uomini, quella cioè che contraggono i figliuoli verso dei loro genitori, oppure anche verso di coloro che ne tengono le veci, costituisce una seconda importantissima ragione, per cui S. Giuseppe doveva essere grandissimamente glorificato, essendo che l’onore e la gloria verso di lui da parte di Gesù Cristo, riguardato sia come suo figliuolo secondo lo spirito, sia come suo pupillo, doveva corrispondere alla grandezza infinita di lui. Ma ciò non è tutto. Nostro Signor Gesù Cristo, predicando la sua celeste dottrina, aveva detto che il più piccolo atto di carità fatto ad un poverello in suo nome non sarebbe stato da Lui lasciato senza mercede e in terra e in cielo, perché l’avrebbe ritenuto come fatto a se medesimo. Ora S. Giuseppe nel tempo della sua vita, passata in unione di Gesù e di Maria, aveva esercitato non solo dei piccoli, ma dei grandissimi e continui atti di carità verso lo stesso Gesù e la stessa Maria. Come sposo di Maria eletto ad essere il suo confidente, il suo aiuto, il suo sostegno, il suo difensore, con quale attenzione e con qual amore non attese Egli mai a compiere sì gravi uffici? E come custode di Gesù, avendo usato verso di Lui tutte quelle diligentissime cure, che usano verso di noi gli Angeli custodi, non fu veramente il suoangelo tutelare? Ed avendolo riscattato dalle mani dei Sacerdoti nel dì della sua presentazione al tempio, e più ancora avendolo scampato da tanti pericoli e massime da quello della persecuzione di Erode non fu per tal guisa il suo Salvatore? – Se pertanto S. Giuseppe esercitò le opere più belle di carità e le esercitò immediatamente verso la Persona adorabile di Gesù Cristo e della sua santissima Madre, non doveva egli in virtù della promessa del Divin Redentore ricevere una mercede corrispondente, cioè una gloria superiore a quella di tutti gli altri Santi? Epperò, a nostro modo di intendere, nel giorno solenne dell’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, giorno in cui, come dicemmo, fu pure assunto S. Giuseppe, si dovette compiere una scena somigliante a quella che si compì nella casa del santo vecchio Tobia, allora che vi tornò il suo figliuolo, scampato da vari pericoli e largamente beneficato nel suo viaggio dall’Arcangelo S. Raffaele, che credeva essere solamente un uomo. Allora Tobia chiamò a sé il suo figliuolo e gli disse: Che possiamo noi dare a questo uomo santo, che è venuto con te? E il figlio rispose e disse a suo padre: Padre, qual ricompensa gli daremo noi? O che vi sarà egli, che possa agguagliare i suoi benefizi? Egli mi ha condotto e rimenato in sanità, egli ha riscosso il denaro di Gabelo, egli mi ha fatto avere la moglie, ed ha tenuto lungi da lei il demonio, ha consolati i genitori di lei, me stesso egli salvò che non fossi divorato dal pesce; a te pure ha dato di vedere la luce del cielo, e di ogni sorta di beni siamo stati ricolmati per mezzo di lui: che potrem noi dargli che sia proporzionato a tanto bene? Quid illi ad hæc poterimus dignum dare? (Tob. XII, 1, 2, 3) Così Gesù Cristo, dopo di essere entrato glorioso e trionfante lassù in cielo, voltosi al suo divin Padre e al tempo stesso additandogli Giuseppe: Padre mio, dovette dire, ecco il vostro rappresentante sulla terra, che ha sopra di me esercitata la sua dolce paternità; ecco quegli che per tanti anni mi ha governato con tanto amore. Fu egli che mi cercò un ricovero per la mia nascita, egli che mi ricoperse con Maria dei suoi panni, egli che mi fabbricò una culla, egli che mi portò in Egitto liberandomi dalla spada omicida di Erode, egli che sofferse e lavorò per me, egli che mi nutrì del pane guadagnato con i suoi sudori, egli che mi resse, che mi guidò, che mi amò, che mi onorò, che mi servì, che mi ricolmò di ogni sorta di beni. E fu egli ancora che tanta cura si ebbe della mia amatissima Madre, egli che la difese dai falsi sospetti de’ Giudei, egli che la sostenne negli affanni, egli che la scampò nei pericoli, egli che la consolò in tante afflizioni, egli insomma che fu il suo fedelissimo sposo. Ora, o Padre amantissimo, qual mercede gli daremo noi per degnamente ricompensarlo? Di quale gloria rivolgendo verso di S. Giuseppe il suo sguardo pieno di compiacenza dirgli: Bene, servo buono e fedele, vieni, ti appressa e ricevi un’immarcescibile corona di eterna gloria, una corona del tutto rispondente agli eccelsi tuoi meriti, una corona, che ricompensi degnamente tutte le tue azioni, tutte le tue parole, tutti i tuoi pensieri, tutte le tue cure verso il mio divin Figliuolo, e la sua santissima Madre. E poscia mentre Davide, avo di S. Giuseppe, trasalisce di gioia, mentre gli Angeli e gli Arcangeli esultano, mentre le Virtù, i Principati, le Podestà, le Dominazioni sono inebriate del più santo giubilo, mentre i Cherubini ed i Serafini cantano inni giocondissimi, ecco Gesù con Dio Padre e con lo Spirito Santo, in mezzo agli applausi di tutta la corte celeste, deporre sulla fronte di Giuseppe una splendidissima corona; ecco Gesù collocare Giuseppe su di un magnifico trono alla sua sinistra non riserbando altro soglio più onorifico che quello posto alla sua destra per Maria santissima. E gli Angeli alla loro volta presero a glorificare quanto più poterono S. Giuseppe. Poiché, come allorquando il buon Giacobbe nell’estrema sua vecchiaia, recatosi in Egitto per vedere ed abbracciare il suo figlio Giuseppe, condotto alla presenza di lui e dimenticandosi in certo modo di essergli padre, nel prostendersi ossequiosamente innanzi a lui lasciò agli altri suoi figli il più forte stimolo ad offrire ancor essi l’attestato più sincero della loro pietà ed amor fraterno, così l’ammirabile esempio di Dio nel glorificare cotanto S. Giuseppe dovette senza dubbio agli Angeli, creature sì intelligenti e ragionevoli, rivelare meglio la grandezza di lui e fortemente eccitarli a rendergli i più alti ossequi della loro venerazione e del loro affetto. Eccoli pertanto inchinarsi riverenti dinnanzi a lui e cantare giubilanti le glorie di lui che per la sua purezza era stato più Angelo che uomo, che di Angelo aveva con Gesù e con Maria esercitato l’ufficio, e che sebbene non di natura angelica ma umana, pure tanto sorpassava essi medesimi; eccoli offrirsi altra volta ai suoi servizi, come già lo erano stati nel tempo della sua vita; eccoli riconoscerlo quale loro altissimo principe. Oh onore, oh gloria veramente sublime! Gloria ed onore, che furono solamente sorpassati nella Assunzione ed Incoronazione della beatissima Vergine. E così Gesù Cristo mise perfettamente in esecuzione la promessa da lui fatta, quando disse: Il mio fedel servo e ministro sarà là dove io sono: Ubi sum ego illic et minister meus erit (Gio. XII, 26). E tale, secondo che colle deboli forze della nostra intelligenza possiamo immaginare, fu la glorificazione di S. Giuseppe in cielo. Ora se Iddio medesimo volle dispiegare tanta generosità e grandezza nell’esaltare questo santo, se gli Angeli, adorni di sapienza e di intelligenza divina, giudicarono bene impiegati gli atti di venerazione, di rispetto e di amore verso questo gran personaggio, non faremo altrettanto noi miseri ed ignoranti mossi da sì sublimi esempi? temeremo di essergli troppo larghi dei nostri ossequi? crederemo di far troppo per onorarlo? No, no, o Cristiani. Anzi unitevi anche voi con Dio, con Gesù Cristo, colla Vergine e cogli Angeli e glorificate quanto più potete questo gran Santo. Cantate illi et benedicite nomini eins annuntiate inter gentes gloriam eius (Salm. XCV). Glorificatelo voi e studiatevi di farlo glorificare ancora dagli altri, epperò parlate delle sue grandezze, della efficacia e della giustezza della sua divozione, accendetene oltre i vostri cuori, anche i cuori altrui, e Dio stesso ve lo conterà a gran merito.

SECONDA PARTE.

La glorificazione di S. Giuseppe in cielo ci ricorda che abbiamo lassù un Dio giusto, che si ricorda di tutto e nulla dimentica nella rimunerazione. E se è così, che importano allora le difficoltà, le tristezze, i languori, le tribolazioni di questa breve vita? Alla fine « ci sta riserbata una corona di giustizia, che in quel giorno ci darà il giusto giudice ». Uomini insensati, che correte dietro i beni di quaggiù, potete dire altrettanto del mondo e dei potenti del mondo? Essi vi promettono ricchezze, piaceri, celebrità, amore. E voi vi umiliate, vi travagliate, vi martirizzate financo per raggiungere ciò che il mondo vi promette. Ma pur non potete mai tenervi sicuri di raggiungerlo; e tante volte la corona vi sfugge di mano nel punto istesso che credete di stringerla. E quand’anche riusciste ad ottenere dal mondo tutte in una volta le sue corone, che vi varrebbero nel comparire davanti al tribunale di Dio? Allora Egli nel furore della sua collera ve le strapperebbe di fronte e le butterebbe a marcire là ove furono raccolte. Noi invece, o Cristiani, se ad esempio di San Giuseppe lavoriamo in Dio e per Iddio, un giorno riceveremo da Lui stesso una corona, che al par di quella di S. Giuseppe brillerà eternamente sulla nostra fronte e non impallidirà giammai: Percipietis immarcescibilem aeternæ gloriæ coronam (I. Petri V, 4). Animo adunque, e tenendo fisso lo sguardo alla gloria del cielo, calpestiamo generosamente la gloria mondana. Rifuggiamo dagli onori, dalle cariche, dalle dignità, dalle preminenze; soffochiamo nel cuor nostro le brame di voler fare bella comparsa davanti agli uomini; evitiamo di mettere in mostra ciò che in noi vi ha di bene per cattivarcene la loro ammirazione e la loro lode; teniamo sempre bene impressa nella nostra mente la massima di S. Paolo: Qual cosa è in te, che non l’abbi ricevuta gratuitamente da Dio? E se il tutto hai ricevuto in dono dalle sue mani benefiche, perché te ne glori? Perché te ne vanti? Perché te ne compiaci! Perché ne cerchi lode, quasi che l’avessi da te e non da Lui, quasi che fosse cosa tua e non sua? Insomma, non temiamo di umiliarci e di essere umiliati, amiamo di esserlo, cerchiamo noi stessi le occasioni per esserlo, ed allora possiamo essere sicuri, che saremo circondati un giorno della verace ed imperitura gloria del cielo: poiché Gesù Cristo lo ha detto, e la sua parola non falla: Chi servirà a me, vale a dire chi nelle opere sue non cercherà la sua gloria, ma la mia, sarà onorato dal Padre mio: Si quis mihi ministraverit, honorificàbit eum Pater meus (Giov. XII, 26).