NOVENA AI SANTI MAGI

NOVENA AI SANTI MAGI

(Manuale di FILOTEA, XXX ED. MILANO, 1888)

NOVENA AI SANTI MAGI (inizia il 28 dicembre, festa il 6 Gennaio). Battezzati da S. Tomaso Apostolo, i loro corpi trasportati in Costantinopoli poi in Milano, riposano ora in Colonia.

I. Fortunate primizie del Gentilesimo, Santi Magi, ottenete a noi tutti la grazia di seguir fedelmente le divine ispirazioni, come Voi foste pronti a  seguire gli inviti della stella miracolosa che vi precedette in tutto il vostro cammino. Tre Gloria.

II. Veri modelli di cristiano coraggio, santi Magi,  ottenete a noi tutti la grazia di non essere mai atterriti dagli ostacoli che s’incontrano nella via della salute come Voi non vi sgomentaste né per la lunghezza del viaggio, né pel nascondimento della stella, né per il turbamento di Gerusalemme all’annuncio della nascita del Re de’ Giudei, che Voi cercavate per adorarlo sinceramente. Tre Gloria.

III. Perfettissimi adoratori del neonato Messia, santi Magi, ottenete a noi tutti la grazia che, a vostra imitazione adoriamo sempre Gesù Cristo con viva fede quando entriamo nella sua casa, e gli offriamo continuamente l’Oro della carità, l’Incenso della orazione, la Mirra della penitenza, e non decliniamo giammai dalla strada della santità,  ch’Egli ci ha insegnato così bene col proprio esempio, prima ancora che colle proprie lezioni. Tre Gloria.

27 DICEMBRE: SAN GIOVANNI APOSTOLO ED EVANGELISTA

S. GIOVANNI APOSTOLO ED EVANGELISTA

[Otto Hophan: GLI APOSTOLI; Casa Editrice Marietti, Torino, 1951]

Giovanni è una figura nobile e sublime, la seconda vetta nel Collegio apostolico, meno grande di Pietro per potere, ma a lui superiore per conoscenza e amore. Già Agostino paragona Giovanni a un monte, che “ha ricevuto la pace per il popolo”. Monti sono le anime grandi e sono colli le anime piccole. Le anime più piccole non riceverebbero la fede, se le anime più grandi, i monti, non fossero esse stesse illuminate dalla sapienza, affinché possano partecipare alle piccole quello che le piccole possono ricevere »  Giovanni in tutti i cataloghi degli Apostoli sta fra i primi quattro, vetta radiosa anelante al cielo, al di sopra delle bassure di questo mondo, monte altissimo dello spirito; nella lista degli Atti il suo nome segue immediatamente quello di Pietro: una vetta accanto all’altra! Anche Paolo enumera con rispetto Giovanni fra quegli Apostoli, « ch’erano ritenuti come colonne nella Chiesa ». – La Scrittura, la tradizione e, in accordo con tutte e due, la vera arte ci rappresentano Giovanni talmente grande ed elevato, rivestito di signorilità tranquilla e mite, da suscitare insieme ammirazione, simpatia e venerazione. Negli Atti gnostici di Giovanni, sorti nell’ultima metà del secondo secolo, si parla la prima volta d’una sua immagine, che sarebbe stata così bella e sublime, che Licomede, il cultore di Giovanni, l’avrebbe circondata di lumi, di corone e di altari, in modo quasi idolatrico. « Valde honorandus est beatus Ioannes — è molto venerabile San Giovanni », si affretta ad avvertirci la stessa Liturgia, quasi per metterci in guardia da quell’avvilimento e contraffazione dell’Apostolo, che ne farebbe uno sdolcinato e un sentimentale. Dal quarto secolo in poi Giovanni fu chiamato semplicemente i Teologo, e la tradizione gli assegnò qual simbolo l’aquila superba e ardita, che, secondo la favola, spicca il volo verso il sole direttamente e però l’occhio non ne è abbagliato. E Giovanni è davvero un’aquila, il suo pensiero si eleva più in su di quello degli altri.

L’AQUILA

Giovanni non era di sangue nobile, ma solo il figlio di Zebedeo e di Salome, il fratello di Giacomo Maggiore, e di professione pescatore, oriundo probabilmente di Bethsaida, come l’altra coppia di fratelli apostoli, Pietro e Andrea. Ma Colui, che ci elegge sin dal seno materno, non bada alle culle d’oro e anche i doni dello Spirito partecipa a ciascuno come vuole; del resto Zebedeo e Salome, come abbiam visto trattando di Giacomo, erano genitori di nobili sentimenti. Qualche allusione qua e là nel Vangelo fa supporre che la condizione economica e sociale di Giovanni fosse alquanto elevata; il pescatore di Galilea amabile, sveglio e giovane — i Padri della Chiesa lo ritengono il più giovane di tutti gli Apostoli, perché sopravvisse lungamente a tutti — a Gerusalemme possedeva probabilmente una casa propria, nella quale, dopo la morte del Figlio suo, accolse Maria, ed era così ragguardevole da aver rapporti persino con l’ambiente dei Sommi Sacerdoti. Giovanni ci attrae come l’incarnazione di quell’ideale, cui si rifiutò il giovanetto del Vangelo: con sguardo di predilezione il Signore voleva chiamarlo a Sé, ma quegli s’allontanò triste, perché era dato al denaro e non allo spirito. Giovanni non frequentò le scuole superiori; insieme con Pietro, anch’egli è sbrigato dal Sinedrio come uomo « indotto e incolto », ma questo « idiota » un giorno scriverà dei libri, che le scuole di tutti i millenni non finiranno mai di scrutare. Maestra nella sua giovinezza gli fu la natura e prima di tutto il lago; quando remava con le sue braccia giovanili e nerborute e la barchetta avanzava sulla superficie liscia come uno specchio, i suoi occhi miravano estasiati le acque azzurre e i lontani orizzonti. Ascoltò il murmure canto delle onde fluenti e anche il sibilo delle tempeste, che, improvvise e terrificanti, s’abbattevano sul lago, e conobbe l’abisso e il pericolo; sul lago gli si offrirono le immagini con le quali più tardi rivestì i sublimi pensieri di Dio. Il lettore, infatti, che percorra attentamente gli scritti giovannei, avverte subito con quale frequenza il sacro autore scrive del lago, del mare e dell’acqua, delle nubi e del tuono; persino nell’Apocalisse, il suo libro più misterioso, egli ritrae con preferenza le ineffabili visioni dell’al di là nella perspicua lingua del pescatore: la voce di Gesù è per lui « come il mugghio di molte acque »; il canto dei cori angelici, che viene dalle profondità del Cielo, sembra « come il rumore di molte acque e il rombo di tuono possente »; il cantico dei redenti risuona «come il rumore di molte acque e il fragore di forte tuono ». Persino quello che nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha udito… Giovanni lo rinchiude nella lingua del pescatore: « L’Angelo mi fece vedere un fiume dell’acqua della vita, che luccicava come un cristallo. Sgorgava dal trono di Dio e dell’Agnello ». L’Apostolo, che fra tutte le aquile dello spirito salì più in alto, parla nel linguaggio del… pescatore! Oh, se anche le aquile d’oggi s’abbassassero un pochino e sapessero parlare in modo semplice! Seguendo l’impulso alle altezze, il nostro Giovanni ricercò un altro Giovanni, come un’aquila un’altra aquila; accanto al Battista, nella preghiera e nella penitenza, si preparò a incontrare Colui, che avrebbe battezzato non soltanto con acqua — acqua! —, ma con Spirito e fuoco. È compito dell’aquila adulta allettare l’aquila giovane a lasciare il nido e a dirigersi verso il sole: un giorno di primavera il Battista vide venire a sé Gesù; fece allora vibrare con forza la sua voce e gridò: « Ecco l’Agnello di Dio! ». L’Agnello di Dio! Questo termine del vecchio maestro s’impresse così profondo e indelebile nel giovane Giovanni, ch’egli stesso più tardi parlerà con predilezione di Cristo come dell’« Agnello »; questo nome diverrà per lui l’appellativo fisso e continuo per indicare il Cristo glorificato: « L’Agnello, che fu sgozzato, è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, lode e gloria »; « l’Agnello stava sul monte Sion, e accanto a Lui erano cento e quarantaquattro mila »; « L’Agnello vincerà la bestia e i re ». L’« aquila » ha spiato l’« Agnello », non Lo perderà mai più di vista. – Quasi settant’anni più tardi, Giovanni scriverà di quel primo incontro d’amore con Gesù: « Era circa l’ora decima ». Non conosciamo le parole, che in quell’inoltrato pomeriggio e sino avanti nella sera silenziosa si scambiarono Gesù e Giovanni, quel primissimo tratto del lieto messaggio all’umanità a noi fu nascosto; ma dovette essere tutto così nitido e puro, come il suono delle campane nel mattino della domenica, come il campo di croco alla luce di primavera, come il paradiso prima del peccato originale. Più tardi le parole di Gesù agli uomini verranno adulterate, chiamate in sospetto e persino respinte; ma il primo di tutti le accolse in amore tripudiante e le conservò nel nitido calice della sua anima. Di questo ci rallegriamo anzitutto per Gesù stesso, ma ancor più quasi per il povero genere umano, perché nel suo primo incontro con il Redentore fu rappresentato in modo così nobile e ideale da Giovanni. Percorrendo nel quarto vangelo le pagine, che vengono dopo la chiamata  presso il Giordano, si scorge sempre nello sfondo l’Evangelista stesso: egli fu presente alle nozze di Cana, e ne conchiude la sua relazione rilevando l’effetto: « Gesù manifestò con questo la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in Lui ». Poco dopo si trovò presente alla scena tumultuosa della purificazione del Tempio in Gerusalemme: « Allora si ricordarono i discepoli suoi della parola della Scrittura: “Lo zelo per la tua Casa Mi divora” ». Giovanni dovette essere ammesso, come uditore silenzioso, anche al colloquio di Gesù con Nicodemo; leggendo anzi quel dialogo notturno, si ha l’impressione ch’esso si dilegui nelle profonde riflessioni dello stesso Evangelista: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno più care le tenebre che la luce ». Ma anche per Giovanni giunse poi il giorno, in cui dovette lasciare l’elevato mondo di Gesù per tornare nuovamente laggiù in Galilea, dove l’attendevano la rete e la barca; ma, dopo essere stato accanto al Signore, la sua nobile mente non riusciva più a fermarsi a quelle meschine cose da giorno feriale, e chissà quante risposte distratte dovette dare al padre suo Zebedeo. Se i flutti minacciavano di riempirgli la barca, riandava ammirato e sorridente alle idrie piene sino all’orlo nelle nozze di Cana e alla sorpresa del maestro della tavola, sconcertato e felice insieme; quando dalle cime il vento soffiava giù sul lago tanto infossato, si ricordava della parola di Gesù a Nicodemo: « Il vento soffia dove vuole; senti il suo rumore; ma non sai donde viene né dove vada »; quando, dopo la notte passata vegliando, dava mano ai remi per raggiungere la riva mattutina, rifletteva al mistero: « Chi percorre la via della verità, viene alla luce ». Continuamente ripeteva a se stesso e al vecchio Zebedeo e al fratello Giacomo le parole di Gesù; non aveva che Gesù nell’anima. Oh, se quel Sublime venisse a prenderlo per portarlo alla luce, alla luce completa e duratura! Dopo dieci mesi di doloroso e dolce tempo d’Avvento, Gesù finalmente giunse e comandò alle due coppie di fratelli, Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, di spingersi in alto mare — « duc in altum! »; Giovanni, ch’era d’alto sentire più di tutti, col suo sguardo d’aquila, intuì forse che quell’ingiunzione esigeva una partenza di maggior portata che non fossero i consueti giri sul lago in ordine alla pesca. « Duc in altum » — verso le altezze! Era la parola d’ordine, che Giovanni attendeva ansiosamente da lungo tempo. Dopo quella prima pesca miracolosa, con quanta esultanza del suo spirito trasse a terra la sua barca, legò stretta la rumorosa catena e seguì il Signore per sempre « in altum », verso le altezze, nella luce! L’aquila aveva raggiunta la meta, Gesù, l’Agnello. Volesse il Cielo che tutti coloro, che sono aquile, guadagnassero nostro Signore Gesù Cristo! Anche gli spiriti più arditi non possono trovare una meta più elevata e più degna di loro. – Giovanni, in antitesi a Pietro, rivolto alla vita immediata e pratica, è l’uomo della elevatezza spirituale, dedito più alla contemplazione che all’attività concreta; vola intorno alle vertiginose altezze della trina Divinità già col primo batter d’ala all’inizio del suo Vangelo: « In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Iddio, e Dio era il Verbo ». Agostino, ch’era pure un’aquila dello spirito, è ammirato dallo scosceso sentiero di Giovanni: « Egli ascese al di là di tutte le vette della al di là di tutti gli spazi dell’aria, al di là di tutte le altezze degli astri, al di là di tutti i cori e le legioni di Angeli. Perché, se non ascendesse al di là di tutto quanto è stato creato, non giungerebbe a Colui, per mezzo del quale tutto è stato fatto ». E in queste altezze d’aquila Giovanni s’indugia. Della differenza fra Giovanni e gli altri tre Evangelisti, i Sinottici, diremo diffusamente più sotto; frattanto si noti che negli scritti giovannei non domina più, come negli altri autori neotestamentari, l’idea del regno di Dio e della volontà salvifica di Dio, ma quella della vita da Dio e la vita in Dio; « vita », « luce », « amore » e i loro contrari « morte », « tenebre », « odio » sono le idee basilari degli scritti di Giovanni, che continuamente ritornano. Quand’egli scriveva, questi concetti, e anzitutto l’idea del « Logos-Parola », erano diffusi anche nella filosofia del giudeo Filone e nelle religioni dell’Oriente; ora, dovendo egli annunziare le verità eterne nella lingua del suo tempo, come fa ogni predicatore, accolse senza timori i termini religiosi in circolazione, allo stesso modo di Paolo, li purificò e, come vasi adatti per un liquido, li riempì di contenuto cristiano. Non v’è « vita », non v’è « luce » nella religione di Mitra, non nel culto di Dioniso e neppure nell’adorazione dell’imperatore, ma… in Cristo: «In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini ». E Gesù Cristo è pure il vero « Logos », non come se l’era immaginato Filone e già cinquecento anni prima di lui il filosofo pagano Eraclito di Efeso — della stessa Efeso, ove Giovanni scrisse il suo Vangelo —, quasi fosse un essere intermedio fra Iddio e il mondo, un essere creato e che comincia nel tempo. No, la vera « Parola » era già « in principio »; era « presso Iddio » come personalità sussistente in sé; anzi « la Parola era Iddio » stesso. Giovanni in questo modo indicava alle correnti spiritualistiche del suo tempo la via che portava a Cristo. L’aquila dello spirito poté penetrare e portare a Cristo gli alti ideali del pensiero contemporaneo, senza pericolo di attaccarsi ad essi. – Essendo egli uno dei tre prediletti, aveva potuto contemplare sul Tabor la gloria svelata di Gesù Cristo e sul Monte degli Olivi la sua profonda umanità. In queste circostanze, da Cristo stesso e non dalla filosofia alessandrina attinse l’arditissima idea: « La Parola è divenuta… carne »; durante la vita pubblica del Maestro, era stato quanto mai vicino ai suoi Misteri; non ebbe dunque bisogno di contrarre prestiti presso l’antica religione persiana o babilonese o egiziana; le ali del suo spirito erano abbastanza robuste per prendere su di sé le idee e le immagini proprie di quelle religioni, che gli erano utili; e per portarle in alto, nella luce dell’Agnello. Giovanni, l’aquila! Gesù si scelse in lui quell’Apostolo, che poté seguirLo sino alle massime altezze; certamente, neppure un’aquila vola oltre i monti eterni. « Oso affermare, o fratelli miei, che nemmeno Giovanni ha detto come sono le cose, ma come poté. Anche lui ha parlato di Dio come un uomo, come un uomo, sì, illuminato da Dio, ma sempre come uomo. Perché era illuminato, ha detto qualche cosa. Se non fosse stato illuminato, non avrebbe detto nulla. Ma perché era un uomo illuminato, non ha detto tutto quello che è, ma quello che un uomo poté dire » (S. Agostino).

IL FIGLIO DEL TUONO

Qualcuno potrebbe pensare che uno spirito così elevato, come era Giovanni, si aggirasse unicamente nel mondo scolorito del pensiero; vi fu di fatto, e per un tempo abbastanza lungo, certa arte volgare, che rappresentò l’Apostolo come un giovanetto fantastico e delicato, e fu certo una cattiva interpretazione non tanto della sua spiritualità quanto piuttosto della sua amabilità, della quale non abbiamo ancor scritto. Nonostante i suoi pensieri rivolti all’alto, egli non era affatto una natura di dotto freddo e asciutto, ma vivo e vivace; questo lato anzi del suo temperamento bollente spiccava così chiaro, che nell’elezione degli Apostoli il Signore stesso lo fece rilevare, aggiungendogli sorridente il soprannome già visto: « Egli impose a lui e a suo fratello Giacomo il nome di Boanerges, che vuol dire figli del tuono »; e forse un motivo, per cui Giovanni nei suoi libri scrive così spesso della « vita », può essere il fatto, che le parole del Signore riguardanti la « vita » ebbero nel suo animo, tanto vivace, una ripercussione tutta particolare. Questa disposizione ardente e collerica costituiva certamente anche un pericolo per lui; Agostino coniò una volta la bella espressione dell’« atmosfera terrena, che avvolge anche le cime altissime dell’umana elevatezza »; Giovanni pure, l’aquila, fu talvolta soggetto a quest’atmosfera del troppo umano. Veramente la richiesta ambiziosa e svergognante dei primi posti nella gloria del Signore, che un giorno Giacomo e Giovanni presentarono a Gesù, sembra che partisse più da Giacomo che da Giovanni; l’orgogliosa pretesa infatti era diretta evidentemente contro Pietro; ora Giovanni era legato con stretta amicizia a Pietro, e nei suoi rapporti con lui era di tale delicatezza, che la mattina di Pasqua non osò neppur metter piede nel sepolcro vuoto prima di lui; non si può dunque pensare che di propria iniziativa contendesse al suo amico il primo posto nel regno di Dio; a quel grossolano sproposito contro la delicatezza e l’umiltà egli fu indotto certamente da suo fratello più anziano, Giacomo. – Il suo temperamento invece di Boanerges ebbe il suo frutto in uno zelo aspro e intollerante; ne abbiamo due esempi, riferitici nel Vangelo. Insieme con suo fratello Giacomo, anche Giovanni desiderò che discendesse fuoco dal cielo sopra i Samaritani inospitali e li divorasse. Il secondo episodio, narrato da Marco e Luca, accenna evidentemente a Giovanni: « Giovanni Gli riferì: “Maestro, abbiam visto un tale scacciare i demoni nel tuo nome. Gliel’abbiamo proibito, perché non appartiene al nostro gruppo di discepoli ». È questo uno zelo violento, un interesse duro per il regno di Dio, e troppe volte nel corso dei secoli ha scambiato e mischiato la causa di Cristo col proprio onore e col proprio diritto; Gesù lo ricaccia nei suoi confini: « Non impediteglielo! Poiché chi compie miracoli nel mio Nome, non dirà tanto facilmente male di Me. Chi non è contro di voi, è per voi ». Sotto questo aspetto, Paolo oltrepassò Giovanni; nella lettera ai Filippesi scrisse una parola, che risuona come un’eco di questa lezione evangelica: «Vi son taluni, che predicano Cristo per invidia e gelosia… Che importa? Purché in tutti i modi Cristo venga annunziato, sia per pretesto sia con intenzione. Di questo mi rallegro e mi rallegrerò ancora ». Giovanni dovette certamente sorvegliarsi durante la sua vita per contenere sul santo binario del Vangelo la sua tendenza alla violenza, che poteva farlo deragliare nell’asprezza; ancor oggi nei suoi scritti lampeggia qua e là la sua indole calda e violenta; scrive, ad esempio, nonostante la sua avanzata età, che a un falso dottore non si deve offrire nemmeno il saluto, e a Efeso, secondo quanto riferisce Ireneo, lui stesso balzò fuori dal bagno, quando s’accorse che c’era Cerinto; in un incontro a Roma, sembra abbia data allo stesso eretico la piccante risposta: « Ti conosco bene, il primogenito di satana ». Questi stessi esempi però ci rivelano anche quale fosse il motivo ultimo della sua intolleranza così inesorabile; essa non derivava da prepotenza, ma da profondo amore; Giovanni si oppose con tutta la veemenza della sua indole a ogni ingiuria e detrazione del Signore precisamente perché Lo amava con tutto l’ardore del suo cuore infuocato; non si trattava di lui stesso, ma del suo amato Signore. – Il Signore tuttavia insegnò a lui, e con lui a tutti coloro che con amore zelano la sua gloria, che « il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere, ma a salvare le anime » e che ogni attività spesa per Cristo merita d’essere ammessa. Giovanni, il figlio del tuono, dovette lottare per la conquista di quest’amore benigno; i suoi scritti lo rivelano chiaramente: se continuamente, senza stancarsi, dice dell’amore, dobbiamo scorgere in questa sua insistente ripetizione anche il suo sforzo personale, affinché il suo amore acerbo avesse a maturare al sole dell’amore del Signore. Poiché l’amore del Signore non è « tonante », non incendia, non uccide, sebbene la verità non possa piegarsi; il vero e maturo « amore è longanime, l’amore è benevolo, l’amore non è geloso. Non conosce amarezza alcuna. Non serba rancore, soffre tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto ».

IL DISCEPOLO DELL’AMORE

Discepolo dell’amore e Boanerges sembrano contradirsi; e però, come abbiamo visto or ora, la veemenza di Giovanni è rumore e lampo del suo acceso amore; non la caratteristica del tuono, nemmeno quella dell’aquila dicono l’essenza più profonda di quest’Apostolo, ma quella dell’amore. Nel suo Vangelo designa se stesso non meno di cinque volte quale « il discepolo, che Gesù amava »; il Signore amava certamente anche gli altri; nel Cenacolo rivolse loro la parola, chiamandoli persino coll’affettuoso vocativo: « Filioli-figlioletti » e fece loro l’esplicita assicurazione: « Non vi chiamo più servi, vi ho chiamati amici »; tuttavia fra Gesù e Giovanni v’era un’intimità misteriosa, un’intesa più profonda d’amore, che non v’era con tutti gli altri. Gli altri tutti, a eccezione, ben inteso, di Giuda, se prendevano atto con venerazione di quella preferenza dell’amore e non contesero a Giovanni quel suo primo posto, come invece contesero a Pietro il suo. Eppure sarebbe certamente meglio se i discepoli si studiassero di più di conseguire il posto  di Giovanni sul Cuore del Signore, anziché quello di Pietro nella gloria del Signore…! –  Vorremmo indagare il motivo del mistero fra Gesù e Giovanni; ma l’amore sta sempre al di sopra della ragione, tanto più quando chi ama è Iddio; non ci è possibile quindi scoprire il recondito segreto di quell’amicizia, che trasse il Figlio di Dio al meschino figlio del pescatore Zebedeo. Nondimeno, anche se il figlio di Zebedeo non era all’altezza dell’amicizia col Figlio di Dio, non era però di essa incapace: era un’aquila e un Boanerges; ora proprio in questo v’era una lontana analogia della sua anima con la grande anima di Gesù, Che era disceso dal Cielo, per dirla con la sua stessa parola, per gettare sulla terra fuoco, non certamente perché divorasse gli uomini, come Giovanni pensava, ma perché li accendesse | con un indomabile incendio. Un motivo ancor più profondo della speciale amicizia con Giovanni ce lo rivelano i testi liturgici della sua festa, che furono ispirati dal pensiero dei Padri antichi: Gesù era legato a Giovanni con particolare dilezione a motivo della sua verginità; l’Apostolo stesso scrive, in un capitolo della sua Apocalisse, degli uomini vergini, « che seguono l’Agnello ovunque Egli vada »; poté dunque seguirLo egli stesso sino alle altezze del Dio Trino, perché quelli, che hanno il cuore puro, vedranno Iddio. – Nel suo Vangelo ci parla di tre giorni specialmente della sua amicizia con Gesù. Il primo è il Giovedì Santo. A preparare la cena di quell’ultima sera, il Maestro aveva prescelto Pietro e Giovanni, i due discepoli, che Lo amavano, ciascuno alla sua maniera, più di tutti gli altri: « Andate e preparateci l’agnello pasquale, perché lo mangiamo ». Giovanni aveva imbandito l’agnello — l’agnello! — con intima angoscia e presentimento, e aveva preparato al Signore il calice, dal quale avrebbe dovuto bere lui stesso… Al momento di sedere sui divani, disposti a semicerchio intorno alla bassa mensa, Gesù invitò Giovanni al posto, ch’era molto più nobile di quelli a destra e a sinistra nel regno, da lui e dal fratello Giacomo un giorno tanto sospirati, lo chiamò al posto di mezzo, sul suo stesso Cuore. In quel momento egli fu così vicino al suo Amico Divino da sentire i battiti di quel Cuore, che in quell’ora pulsava, come una sorgente schiudentesi di primavera. Con desiderio intenso ho bramato di mangiare questa pasqua con voi prima della mia passione »; fu tanto vicino a quelle labbra, da poter raccogliere, qual nobile ammirabili parole, che il Signore, per consolare, disse ai suoi Discepoli, o meglio, a Se stesso, all’avanzare dwll’amaro e cruento dolore della separazione e della morte. Solo Giovanni ci ha trasmesso, in cinque interi capitoli del suo Vangelo, i discorsi di addio di Gesù, così pregni del sangue insieme e della tenerezza umana e della sublimità divina. « Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con Me, affinché voi siate dove sono Io… Non vi lascerò orfani… Il Paraclito, lo Spirito Santo, che il Padre manderà in mio Nome, vi insegnerà ogni cosa e vi richiamerà tutto quello che Io vi ho detto… Sì, voi rimanete (nonostante la separazione) in Me e Io in voi… Io sono la vite, voi siete i tralci. Chi rimane in Me e nel quale Io rimango, questi porta frutto abbondante ». Sarà proprio inverosimile che Giovanni abbia potuto rendere fedelmente i pensieri di quegli ultimi discorsi di Gesù anche dopo molti decenni? Ah, in quell’ora indimenticabile Egli li aveva detti immediatamente negli orecchi del Discepolo o piuttosto dentro nel suo cuore! A metà della cena Gesù gridò: « In verità Io vi dico: uno di voi, uno che mangia con Me, Mi… tradirà! ». Giovanni percepì il tremito, che corse attraverso il Maestro; chi legga anche oggi la sua relazione sul Traditore, vi sente un fremito più vivo e concitato che non in quella degli altri Vangeli. L’eccitazione, che s’impossessò dei Discepoli quando Gesù fece loro la terrificante comunicazione, è stata ritratta drammaticamente da Leonardo da Vinci nella sua Cena immortale. Il gruppo soprattutto più vicino al Signore, Giovanni, Pietro, Giuda, è incredibilmente agitato. Giovanni è chino verso di Pietro e sta in ascolto; Pietro sta in forte urto con Giuda; Giuda afferra con la sinistra tremante l’orrenda corrente, che balza su di lui dalla destra del Signore in posizione di difesa. Là, fra quelle due mani si dividono i mondi. Nel suo capolavoro Leonardo da Vinci ha rappresentato con forme e colori quanto con la massima chiarezza Giovanni stesso racconta nel suo Vangelo. « Allora i Discepoli si guardarono l’un l’altro, esitanti di chi Egli dicesse. Simone Pietro fece cenno al discepolo, che riposava sul petto di Gesù, e gli disse: “DomandaGli di chi dice” ». Pietro tiene le chiavi del regno dei Cieli, ma Giovanni tiene la chiave dei segreti del Cuore di Gesù. « Egli si chinò subito all’indietro sul petto di Gesù e Gli chiese: “Signore, chi è?”. Gesù rispose: “È colui, al quale Io intingerò e darò il boccone” ». In questo racconto dell’Evangelista si sente ancor oggi l’insostenibile tensione degli animi; attraverso i suoi occhi sbarrati leggiamo l’angoscia e lo spavento di quell’istante, in cui Gesù, secondo il costume del padre di famiglia, che voglia dimostrare a uno dei suoi cari un’attenzione particolare, « intinse il boccone, lo prese e… lo porse a Giuda Iskariote ». Giovanni — Giuda! Il discepolo dell’amore e il discepolo del tradimento! Già da lungo tempo i loro contatti erano occasione di reciproca molestia e l’uno sospettava di quanto l’altro nascondeva, perché amore e odio hanno buoni occhi tutti e due. Giuda seguiva i segni di distinzione concessi a Giovanni con cuore perfido e occhio sprezzante; Giovanni andava indagando l’occulto crimine di Giuda con severità e asprezza. Già da un anno ormai portava scolpita nel più intimo del suo cuore la parola detta dal Maestro, dopo il discorso eucaristico nella sinagoga di Cafarnao: « “Uno di voi è un demonio”. Diceva con questo di Giuda, il figlio di Simone di Karioth. Perché questi voleva tradirLo, uno dei Dodici »;  dopo l’unzione di Betania lo chiama senza riguardi ipocrita e « ladro », che in qualità di cassiere soleva sottrarre quanto si introduceva nella cassa. Giovanni quindi sapeva che, se uno dei Dodici avesse perpetrato l’incredibile e mostruoso delitto del tradimento, questi non poteva essere altri che Giuda; solo questo « demonio » e « ladro » era pure capace di quella vile infamia; ci doveva essere in lui « satana stesso ». Gli fosse lecito scagliarsi contro il Traditore! Ma Gesù non tradì il Traditore agli altri e trattenne Giovanni sul suo Cuore. Questi allora s’appoggiò nuovamente al suo santo posto, al Cuore del Signore, mentre gli occhi giovani gli si rigonfiavano delle lacrime della stizza e dell’amore. É come commuove il pensiero che in quell’ora grave Gesù trovò conforto nell’amicizia di questo Giovanni, che L’amava con ardore e veemenza. « Quando Giuda ebbe preso il boccone, se ne uscì subito fuori. Era notte »; dentro però, nella sala, dopo l’uscita del Traditore, i fiotti di luce e di amore ebbero libero il corso né lo poté ostacolare la notte. « Poiché Gesù aveva amato i suoi, ch’erano in questo mondo, provò l’amore sino all’estremo ». « Prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede a loro con le parole: « Questo è il mio Corpo, che è dato per voi…”, dopo la cena, prese il calice e disse: “Questo è il Calice del Nuovo Testamento nel mio Sangue, che è effuso per voi” ». Giovanni in quella Cena era vicinissimo al Cuore e alla mano del Signore; egli dovette ricevere primo di tutti il Corpo e il Sangue di Gesù; ora tutto questo è insieme una felicità e un simbolo: a quella mensa, con Giovanni, il primo comunicante, si verificò la perfetta « com-unio, com-unione », non solamente da parte di Gesù, ma anche da parte di Giovanni, il discepolo dell’amore. Il grande discorso eucaristico, dopo la moltiplicazione miracolosa del pane, fu messo per iscritto da Giovanni e da lui soltanto: « Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, rimarrà in Me e Io in lui. Come Io vivo per mezzo del Padre, così pure chi mangia Me, vive per mezzo mio ». Quello, ch’egli aveva notato, lo vide e, ciò che importa ben di più, lo esperimentò nel grande giorno dell’amicizia con Gesù. Il secondo grande giorno del suo amore lo festeggiò il Venerdì Santo. È già stato mosso rimprovero a Giovanni perché sul Monte degli Olivi, solo un’ora dopo che aveva riposato amorosamente sul Cuore del Signore, s’addormentò e poi, come tutti gli altri,… se ne fuggì. Luca, il medico buono, scusa quel sonno incomprensibile: « Li trovò addormentati per tristezza »; e per questo Gesù stesso, pur in preda alla sua angoscia mortale, comprese e fu indulgente: « Lo spirito è pronto, è vero, ma la carne è debole ». L’informazione alquanto sommaria di Marco: « Tutti Lo abbandonarono e fuggirono » è integrata sommessamente da Giovanni stesso, in quanto scrive che, dopo il primo spavento, « Simone Pietro e un altro discepolo seguirono Gesù » sino dentro, nel cortile del Sommo Sacerdote; ivi, col cuore stretto dall’angoscia, Giovanni attese la sentenza, che colpì il suo amato Maestro. Ma perché egli, l’amico, non si fece vedere sulla via della croce, tanto che si dovette costringere un forestiero a rendere l’ultimo servizio al Signore? Ah! in quell’ora Giovanni ne prestò un altro ineffabilmente più grave: condusse su, al Calvario, Maria, la Madre del Signore. Fu Giovanni a consolare Maria o Maria consolò Giovanni? Per i due non v’era ormai alcun conforto, all’infuori della volontà del Padre; eppure il nostro cuore si allarga ricordando che Maria non stava sola accanto alla croce, non era affatto sola la povera Madre accanto al povero Figlio: v’era anche Giovanni. Non si vergognò del suo Amico, quando fu giustiziato come un delinquente, né temette per la sua propria vita, come gli altri Apostoli; la sua vita è Gesù, e per Lui morire adesso sarebbe un guadagno. Giovanni perseverò presso la Croce. Udì il martellare dei carnefici, udì le bestemmie dei nemici e udì pure quello, ch’era ancor più raccapricciante, il grido pieno di mistero: « Mio Dio, mio Dio, perché Mi hai abbandonato? », il grido di Colui, che pure era presso Iddio ed era anzi Iddio Lui stesso; Giovanni rimase accanto all’Amico Divino, abbandonato anche da Dio. Stava ancor là, assorto quasi in un’estasi di dolore e di amore, quando vennero i soldati e uno di loro « trapassò con la lancia il fianco » a Gesù, quel fianco, sul quale egli la sera prima aveva riposato; i suoi occhi, mortalmente tristi, privi di lacrime, videro chiaramente che dal Cuore trapassato « uscì subito sangue e acqua »; Giovanni, ch’è l’evangelista non solo della gloria di Gesù, ma anche del suo Cuore, giura, nel suo Vangelo, la verità di questa sua informazione: « Chi ha visto, ne è testimonio, e la sua testimonianza è vera. Egli sa che dice la verità, affinché voi crediate »; poi s’allontana da quella striscia sottile e rossa, unico ornamento di quel pallido cadavere, e volge lo sguardo: al futuro e, come in una visione, scorge le folle, che « guarderanno in alto al Trafitto ». – L’amore di Giovanni seguì il Signore nel suo tramonto, come un ultimo raggio d’oro; Gesù solo sa quanto Gli tornò gradita, in quelle ore terrificanti, la fedeltà del suo amico; uno almeno era là, ed era in verità il più caro, era Giovanni, il fiore, la corona, il sugello degli altri. In quel momento il Cuore di Gesù s’aprì ancora una volta per donare: tanto povero ormai, da non possedere più nemmeno le vesti, regalò al suo amico l’ultimo possesso e il più prezioso, la Madre sua. « Quando Gesù vide che stavano ivi sua Madre e il discepolo, ch’Egli amava, disse alla Madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Dopo di che disse al discepolo: “Ecco tua Madre! ”. Da quell’ora il discepolo la prese in casa sua ». Chi potrebbe mai donare al suo amico qualche cosa di più della madre sua? e chi donare a sua madre di più del suo amico? I due amori, orbati dell’Amato, furono disposati insieme davanti alla croce per mezzo del Signore e nel Signore; Giovanni sarà sollecito di Maria e Maria di Giovanni; Maria non potrebbe meglio essere soccorsa che accanto a Giovanni e Giovanni non lo potrebbe essere meglio che accanto a Maria; si comprende bene che l’arte cristiana ami rappresentare il Calvario in questa sublime trinità d’amore: Gesù, Maria, Giovanni. E da Maria e Giovanni, stretti a Gesù sulla croce, s’aprono in direzione della cristianità visioni luminose ed eloquenti: Maria sarà sempre premurosa per i discepoli, che amano Gesù, e i discepoli, che amano Gesù, dovranno sempre prendere con sé anche Maria. – Il terzo grande giorno dell’amore per Giovanni fu il dì di Pasqua. È vero che le sacre relazioni non sanno nulla di speciali apparizioni del Risorto concesse a Giovanni, come per esempio a Pietro; ma appunto questo è mirabile, che la sua fede cioè di pasqua si sia aperta alla luce per forza di amore, prima di ogni apparizione, che ve lo costringesse. Quando la mattina di Pasqua Maria Maddalena, tutt’ansante e i capelli svolazzanti, gridò a « Simone Pietro e all’altro discepolo che Gesù amava: “Han portato via dal sepolcro il Signore e non sappiamo dove l’abbian messo”. Pietro e l’altro discepolo uscirono e andarono al sepolcro. Correvano tutti e due, ma l’altro discepolo corse più svelto di Pietro e giunse prima al sepolcro ». Giovanni, più giovane, aveva le gambe più leste; ma non solo le gambe, più ancora il cuore lo rese più veloce di Pietro; pieno però di delicatezza, rispetta i diritti della sua preminenza e della sua età: « S’inchinò (soltanto) e vide i panni di lino giacere, ma non entrò ». Pietro riconosce obiettivamente e quasi ufficialmente il risultato dell’inchiesta, il sepolcro vuoto: « Vide giacere a terra i panni di lino e il sudario, ch’era posto sul suo capo; non stava però insieme con gli altri pannilini, ma a sé, ripiegato in un altro luogo ». Pietro vede e… riflette; Giovanni vede e… crede; « l’altro discepolo corse più svelto di Pietro… »; egli crede, sebbene ci assicuri esplicitamente che « non avevano ancor capita la Scrittura, ch’Egli doveva risorgere da morte ». Giovanni, il primo alla comunione e l’unico accanto alla Croce, fu pure il primo a credere il giorno di Pasqua; il suo amore lo fece avvantaggiare sempre sugli altri, persino su Pietro. Possiamo rilevare questo vantaggio dell’amore anche in un altro episodio pasquale, e cioè in occasione della seconda pesca miracolosa, detta pure « dimenticata », perché quel miracolo, omesso dagli altri Evangelisti, fu supplito solo da Giovanni. In quel giorno tutto si offriva come nella prima pesca miracolosa, quand’erano stati nella primavera del loro amore e della loro vocazione: il lago, i compagni e anche l’intera notte passata faticando inutilmente; ma al mattino un forestiero gridò loro dalla riva: « “Gettate le reti a destra della barca e prenderete”. La gettarono e non la potevan più ritirare per la moltitudine di pesci ». In quel momento fu di nuovo Giovanni, che riconobbe nel forestiero il Signore; sommesso ma ardente, lo bisbiglia a Pietro: « È il Signore ». Giovanni è il primo a riconoscere perché era il primo nell’amore. Questi rilievi giovano assai anche all’intelligenza della personalità e degli scritti di Giovanni. Dei suoi scritti scriveremo ampiamente in seguito; sono diversi da quelli dei Sinottici, più maestosi, più profondi e nelle loro sconfinate prospettive oltrepassano di molto il mondo sinottico; quello, che nei primi tre Evangelisti è talora appena accennato, in Giovanni è messo in luce viva e splendida. Per spiegare queste diversità, si possono addurre vari motivi: la scena riferita nel quarto Vangelo è differente; è differente il tempo, nel quale il Vangelo fu scritto; soprattutto si ricorre allo spirito d’aquila proprio al quarto Evangelista, che si vibrò al di là dei compagni d’apostolato. Tutte queste ragioni valgono a spiegare il problema; il segreto però del problema giovanneo sta più in fondo: Giovanni era il discepolo, che Gesù amava e che a sua volta amava Gesù più degli altri; perché fu l’amante, fu pure l’intelligente, poiché solo l’amante è l’intelligente più profondo; l’intelligenza, infatti, vede solo le qualità, l’amore scorge l’essenza; e solo chi dall’amante è tratto alla confidenza, conosce più degli altri. Tutti i discepoli amavano e Cristo li chiamò amici, perché « vi ho detto tutto quello, che ho udito dal Padre »; ma Giovanni li oltrepassò tutti in amore e quindi salì più in su di loro anche in cognizione. Qui sta l’ultima soluzione della questione giovannea. Egli, con l’occhio dell’amore, aveva riconosciuto in Gesù il Messia sin dal primo incontro con Lui; per questo nel suo Vangelo il Signore ci appare più chiaramente Messia e Figlio di Dio fin dal principio. Assetato com’era d’amore, Giovanni bevette le parole di Gesù, che quindi ritenne inobliabili sino all’età più avanzata. Nell’intimità dell’amore ascoltò il pulsare del Cuore del Maestro e nel dolore dell’amore Lo contemplò trafitto. Con l’ardore e il sangue e l’acqua di quel Cuore fluirono a lui anche le profonde cognizioni. « Cucurrit citius — Giovanni, il discepolo che Gesù amava, corse più svelto… ». Nella sua prima lettera scrisse la propria definizione: « Chi non ama Iddio, non Lo conosce ». Lo amassimo noi per conoscerLo! Lo amassimo di più per conoscerLo più profondamente! E non conoscessimo che Lui, per amarLo sempre più ardentemente!

IL COAPOSTOLO

Se confrontiamo fra di loro i due cataloghi degli Apostoli, che ci lasciò Luca nel suo Vangelo e negli Atti, avvertiamo subito che in quello del Vangelo Giovanni è ricordato solo al quarto posto, mentre negli Atti viene subito nel secondo, immediatamente dopo Pietro; è già un segno e una prova della crescente importanza di Giovanni nella Chiesa primitiva. A dir vero, gli Atti non danno di lui notizie dettagliate, come per Pietro e Paolo; Pietro sta nel proscenio illuminato; accanto a lui però si eleva silenzioso e grande e inseparabile Giovanni. La comunità dei credenti ammutoliva piena di venerazione, quando i due Grandi si avvicinavano, appena ieri semplici pescatori nel lago di Galilea, gettavano adesso insieme altre reti nell’alto mare dell’umanità, le reti per Cristo, che tutti e due ama si presentano quasi sempre insieme: Pietro con Giovanni e non con suo fratello Andrea; Giovanni con Pietro e non con suo fratello Giacomo o con un altro dei Dodici; ambedue camminano e operano e soffrono insieme. Alberto Durer, unendo insieme nel suo splendido quadro Giovanni e Pietro, non fa che ritrarre la realtà offerta dalla Scrittura. Giovanni opera insieme il miracolo sullo storpio dalla nascita: « Pietro, come pure Giovanni, lo fissarono in volto »; Giovanni beve insieme il primo calice della passione: « Posero le mani su Pietro e Giovanni e li fecero mettere in carcere »; Giovanni dice insieme, con tanta franchezza e grazia, la magnifica parola: « Non possiamo tacere quello che abbiamo udito e visto »; Giovanni s’accompagna a Pietro quando va in Samaria: « Imponevano loro le mani, ed essi ricevevano lo Spirito Santo ». È molto significativo che Pietro e Giovanni percorrano la vita della Chiesa primitiva in questa perfetta unione, perché erano l’Apostolo della roccia e il Discepolo che aveva riposato sul Cuore di Gesù; l’Apostolo dalle chiavi pesanti e l’Evangelista che ha per simbolo l’aquila; l’Apostolo, che aveva rinnegato il Signore e il Boanerges, che aveva agognato il primo posto. Pietro era grande e Giovanni era grande, ma, posti l’uno accanto all’altro, divennero tutti e due più grandi. Pietro, con l’aiuto di Giovanni, penetrò nelle profondità del Signore; Giovanni attraverso Pietro, entrò nelle sollecitudini del gregge; Pietro ebbe in Giovanni come espiare la colpa del suo rinnegamento; Giovanni ebbe in Pietro come espiare la colpa del suo orgoglio. Oh, se Pietro e Giovanni andassero ovunque insieme! quale benedizione sarebbe per il gregge e quale gloria ne verrebbe al Signore! L’ultima preghiera di Gesù ebbe per scopo proprio questa benefica intesa: « Fa che siano una cosa sola! Allora il mondo conoscerà che Tu Mi hai mandato e che li hai amati ». – Frattanto, verso l’anno 42-43, il coapostolo Giacomo, fratello naturale di Giovanni, cadde vittima della Spada di Erode, V’è stato chi, male interpretando la parola del Signore a Giacomo e a Giovanni: « Voi berrete (tutti e due) il mio calice », ha asserito che anche Giovanni cadde vittima di quella persecuzione; il che è evidentemente falso, perché, pur prescindendo dal fatto che l’informazione biblica non scrive una sillaba sulla morte di Giovanni insieme al fratello, il discepolo dell’amore compare nella Scrittura anche dopo l’uccisione di Giacomo. Probabilmente, quando Erode assassinò l’Apostolo, Giovanni, impegnato in uno dei suoi frequenti viaggi apostolici, si trovava assente da Gerusalemme. Mentr’era intento al suo ministero, venne a conoscenza della morte cruenta del fratello: Giacomo, suo fratello, quell’uomo pieno di vita e di forza e di fuoco, era già morto! Gli si ripresentarono i ricordi della giovinezza: la casa lontana dei genitori, il lago azzurro e tutte quelle sere, quand’essi avean sognato nel profondo silenzio, sotto il chiaror delle stelle. Giovanni pensò a sua madre Salome; in quel momento piangeva certamente, la povera donna! Il pensiero corse pure al padre Zebedeo, rimasto solo; in quell’ora avrà guardato stordito al di là delle acque, lontano lontano, perché le vie del Signore non sono le nostre vie e i suoi pensieri non sono i nostri. Ma poi Giovanni si scosse e risolvette: Giacomo è morto! Lui, Giovanni, lavorerà per tutti e due! Adesso sapeva che cosa vuol dire il « calice », che nel suo impeto giovanile aveva chiesto al Signore, insieme con Giacomo, di poter bere; egli pure berrà questo calice, quando, dove e come il Signore vorrà. – La Scrittura Santa ricorda anche un altro Apostolo, che in quel torno di tempo si trova vicino a Giovanni, ed è Paolo. S’incontrarono forse la prima volta nel Concilio apostolico di Gerusalemme nell’anno 49. Gli Atti degli Apostoli veramente non annotano nessuno speciale apporto di Giovanni in quella riunione; poiché aveva parlato Pietro, egli non aveva nulla da aggiungere; Paolo invece nella sua lettera ai Galati ricorda che anche Giovanni consentì esplicitamente al suo modo di vedere: « Giacomo, Kefas e Giovanni, ch’erano ritenuti quali colonne, porsero a me e a Barnaba la mano in segno di società ». Giovanni e Paolo si danno la mano! Scena veramente degna d’un artista! Quanto son diversi fra loro Giovanni e Paolo per origine, per disposizioni interiori e per vita passata! Giovanni è il discepolo, che Gesù amava, Paolo, il discepolo, cui Gesù gridò: « Perché Mi perseguiti? »; Giovanni il mistico profondo, Paolo lo sconvolgitore del mondo. Eppure, le loro mani stanno bene assai l’una nell’altra, perché tutti e due sono un’unica cosa nell’infocato amore per Cristo, sono anzi simili, e in modo sorprendente, anche nella loro spiritualità. I pensieri di tutti e due si aggirano intorno a Cristo così elevati, ch’è difficile dire quale dei due, se Giovanni o Paolo, sia salito più in alto; sono aquile tutti e due. Spesso abbiamo l’impressione che l’uno sia come l’eco vigorosa dell’altro. Giovanni esulta per il Verbo divino: « Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di quello ch’è fatto »; e Paolo gli grida in risposta: « Egli è l’immagine dell’invisibile Iddio, il Primogenito di tutta la creazione. In Lui tutto è stato fatto nel cielo e sulla terra: le cose visibili e invisibili, Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutto è stato creato per mezzo di Lui. Egli sta in capo a tutto. Tutto ha la sua consistenza in Lui ». Che accordo signorile udiamo qui dalle due campane più gravi! Si è molto parlato della teologia giovannea e di quella paolina, e se ne parlerà ancora; ma, in questo argomento, bisognerà tener sempre presente che Giovanni e Paolo non sono avversari o contrari nemmeno nella loro teologia, sono invece fratelli e banditori d’una stessa verità, sono due campane, che, in oscillazione profonda e armonica, anche se diversa, suonano all’umanità l’identica eterna domenica, che è Cristo. Oh, Giovanni e Paolo, che si stringono la mano per Cristo e in Cristo! – A conclusione di questo capitolo dobbiamo aggiungere una cosa ancor più cara: Maria e Giovanni. Leggenda ed arte intessono, a questi nomi, i più soavi idilli; ed è certo che Giovanni provvide a Maria come solo un Discepolo dell’amore poteva provvedere; Maria però, disinteressata e grande, era sollecita nel declinare le delicate attenzioni di Giovanni per se stessa € le faceva volgere a vantaggio del gregge di Cristo; non era una signora, che pretendesse d’essere circondata e servita; Lei si riteneva sempre « la schiava del Signore », che nulla conosce di più sublime e di più amabile del compiersi della parola di Dio. Secondo la testimonianza della Scrittura, Giovanni era spesso assente da Gerusalemme; quando Paolo, ad esempio, ascese a Gerusalemme la prima volta, non vi incontrò degli Apostoli che Pietro e Giacomo; può essere che anche il viaggio apostolico in Samaria abbia trattenuto Giovanni lontano dalla città parecchi mesi; egli non è ricordato nemmeno in occasione dell’ultimo viaggio di Paolo a Gerusalemme. Ora non si può pensare che nelle sue faticose peregrinazioni apostoliche l’Apostolo prendesse con sé Maria, ch’era donna inoltrata negli anni; Maria rimase a Gerusalemme e fu di nuovo sola, come un tempo, laggiù a Nazareth, prima che venisse a Lei l’Angelo; come aveva consentito che se n’andasse da Lei il Figlio suo per correre le vie degli uomini, generosa, dolorosa e gioiosa, così non frappose nemmeno la più sommessa preghiera quando si trattò dell’apostolato di Giovanni; no, egli deve andare nel mondo e sempre più avanzare, come gli ha ordinato il Figlio di Lei e l’Amico di lui. – È abbastanza sicuro che Maria morì a Gerusalemme. Di un suo soggiorno a Efeso, dove Ella avrebbe passati i suoi ultimi anni di vita, si fa parola soltanto dal secolo decimoterzo in poi. Un tale soggiorno veramente non è impossibile, è però improbabile; mancano a questo riguardo notizie sicure; gli antichi Padri della Chiesa, che spesso ricordano il sepolcro a Efeso dell’apostolo Giovanni, non accennano mai che ivi ci fosse un sepolcro di Maria. (Nel 1946 un operaio arabo, lavorando in una cantina di Gerusalemme, fece una scoperta del massimo interesse e di straordinaria importanza: immediatamente dirimpetto al sepolcro, nel quale, secondo la tradizione, era stata sepolta Maria, fu scoperto un corridoio che conduceva a una cripta gigantesca, la quale risultò essere un’antica chiesa in onore di Maria. Così fu confermata la tradizione, secondo la quale la Beatissima Vergine morì e fu sepolta a Gerusalemme e non a Efeso, come vorrebbero certe rivelazioni private (Schweizerische Kirchenzeitung, 31 ottobre 1946). Giovanni, accompagnato dalla benedizione di Maria, uscì nel mondo per conquistarlo a Cristo. E chi potrebbe immaginare quale messe copiosa sia maturata nei campi apostolici di Giovanni, ch’erano esposti ai raggi silenziosi degli occhi benedicenti e morenti di Maria!

IL PRESBITERO

Dopo la menzione di Giovanni, fatta da Paolo nella lettera ai Galati, in occasione del Concilio apostolico nell’anno 49; di questo grande Apostolo non v’è più traccia nella Sacra Scrittura per più decenni; soltanto nell’Apocalisse egli torna alla luce del dato biblico; lo troviamo a Patmos, una piccola isola del Mare Egeo, che dista da Efeso forse cento chilometri; Giovanni stesso ci indica questo luogo nella visione introduttoria dell’Apocalisse: « Io Giovanni… fui nell’isola di Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù ». Frattanto questa lacuna biblica per più di quarant’anni della vita dell’Apostolo è colmata da informazioni sicure della tradizione ecclesiastica, secondo la quale egli scelse come suo campo di lavoro l’Asia Minore con sede a Efeso, donde resse, qual pontefice e capo spirituale, le chiese circostanti. Efeso era la città più importante dell’Asia Minore e forse era fin d’allora la residenza del proconsole della provincia romana dell’Asia. La felice ubicazione sul Caistro, fiume navigabile, non lungi dalla sua foce nel Mare Egeo, e insieme nel punto d’incontro di due strade romane, faceva di Efeso un centro anche per gli affari e il commercio. Era rinomata anche per le arti, ma insieme era pure sede della superstizione e del culto immorale della dea Artemide o Diana, il cui tempio era annoverato fra le antiche meraviglie del mondo. E nondimeno l’elezione della grazia cadde precisamente su questa città. Verso l’anno 53, durante il suo secondo viaggio apostolico, Paolo, che intuiva l’avvenire, fece visita a questa importante città dell’Oriente quasi per averne una prima informazione”; l’anno seguente invece vi si stabilì e vi lavorò fino al 57 con sì grande successo, che la popolazione ancor pagana, sobillata dall’argentario Demetrio, mosse all’assalto contro il Cristianesimo e contro Paolo con « un violento tumulto »; quel Demetrio infatti, che aveva la produzione di statue di Diana, s’era accorto dell’efficacia della predicazione di Paolo a danno della sua arte. Paolo tuttavia diresse spiritualmente la comunità di Efeso anche dopo il suo congedo e sino alla sua morte nel 67, valendosi del suo discepolo prediletto Timoteo, e alla stessa fece l’onore d’una sua dotta lettera, dettata durante la sua cattività a Roma, la città cosmopolita dell’Occidente. – Da questi dati biblici intorno all’attività di Paolo a Efeso si possono dedurre delle conclusioni certe anche per l’opera di Giovanni nella stessa città. Egli non dovette reggerla prima della morte di Paolo nel 67; è una conseguenza del principio paolino di « non annunziare il Vangelo là, dove il Nome di Cristo è già conosciuto »; d’altra parte egli dovette lasciare definitivamente la Palestina solo poco prima dell’inizio della guerra giudaica nel 67, attenendosi alla parola del Signore: « Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua rovina è vicina », e si trasferì ad Efeso, quando e perché essa, dopo la morte di Paolo, era spiritualmente orfana. Circa questo soggiorno di Giovanni ad Efeso sono stati mossi dei dubbi, come per quello del suo amico e compagno di apostolato Pietro a Roma. La questione non è senza importanza, perché ad essa è strettamente legata l’altra, dell’autenticità del quarto Vangelo. Il dubbio si riallaccia a un detto dell’antico Papia (130 c.), che dell’Apostolo Giovanni fu pure uditore; egli avrebbe detto che « Giovanni il teologo e suo fratello Giacomo furono uccisi dai Giudei »; ma, quand’anche queste parole siano state conservate fedelmente da Filippo di Side, del secolo quinto — vi si oppongono serie considerazioni — , esse non escludono in alcun modo un soggiorno del nostro Apostolo ad Efeso; nello stesso passo infatti Papia attesta pure d’averlo visto lui personalmente, quando dimorava a Efeso al tempo dell’imperatore Nerva (96-98); ci troviamo dunque dinanzi a un fatto, che non si può conciliare con la morte di Giovanni nell’anno 42, insieme con suo fratello Giacomo. Ma a questa testimonianza se ne aggiungono altre del secondo secolo, che sono d’altrettanta importanza. Il martire Giustino, quarant’anni circa dopo la morte dell’apostolo Giovanni, scrive: « Da noi — a Efeso, dove Giustino difese la verità del Cristianesimo contro il giudeo Trifone — vi fu anche un uomo di nome Giovanni, uno degli Apostoli di Cristo, che vaticinò le rivelazioni a lui fatte ». Veneranda e misteriosa, per così dire, è pure la testimonianza di Policrate, Vescovo di Efeso verso il 190, data al Papa Vittore I: « Giovanni, che posò sul petto del Signore, e portò la benda — il segno del potere pontificale —, sacerdote del Signore, martire e dottore » era sepolto a Efeso. Anche Ireneo, Vescovo di Lione, verso l’anno 202 assicura ripetutamente che « Giovanni, il discepolo del Signore, che aveva riposato sul Cuore di Gesù, pubblicò un Vangelo, quando dimorava ad Efeso »; e la sua testimonianza è tanto più preziosa, in quanto risale al padre spirituale di Ireneo, a Policarpo, che morì nel 156 ed era stato costituito Vescovo di Smirne dallo stesso Giovanni. Alla testimonianza delle parole accede la muta testimonianza delle rovine d’un’immensa chiesa dedicata a Giovanni nel luogo, ove un giorno sorgeva la città di Efeso; Efeso infatti, città un giorno tanto grande e orgogliosa, è oggi distrutta e abbandonata; ma il minuscolo e misero villaggio, che s’è stabilito in quella contrada, col suo nome accenna ancor oggi a Giovanni: Aya-Soluk = la città del Santo Teologo. – E ora dobbiamo chiarire una seconda questione, se cioè con l’Apostolo Giovanni e circa lo stesso tempo abbia lavorato a Efeso anche un altro Giovanni, il « presbitero Giovanni ». L’ipotesi d’un « presbitero Giovanni », distinto dall’Apostolo, s’appoggia di nuovo a un testo di Papia sopra ricordato. Questi di fatto confessa quanto gli stesse a cuore di udire le relazioni dei « Presbiteri », letteralmente « dei vecchi », « degli anziani », e con questo termine intende designare probabilmente gli Apostoli stessi: « Se in qualche luogo giungeva uno, che fosse stato in relazione con i presbiteri, lo ricercavo premurosamente dei discorsi dei presbiteri, che cosa avesse detto Andrea, che cosa Pietro, che cosa Filippo, che cosa Tommaso, che cosa Giacomo, che cosa Giovanni, che cosa Matteo o un altro dei discepoli del Signore, che cosa dicessero Aristione e il presbitero Giodiscepoli del Signore ». Giovanni in questo testo è ricordato due volte, la prima fra coloro che in passato « avevano detto », la seconda fra coloro che nel presente « dicevano »: « che cosa Aristione e il presbitero Giovanni dicono »; e tutte e due le volte può essere che si tratti dell’Apostolo, dapprima addotto con gli Apostoli già rimpatriati, poi con i testi ancor viventi; l’una e l’altra volta il testo lo enumera fra « i Presbiteri » e « i Discepoli del Signore ». In realtà nessun scrittore dei primi due secoli conosce un « presbitero Giovanni » diverso dall’apostolo Giovanni; il vescovo Policrate, nel suo scritto inviato a Papa Vittore I verso il 190, enumera gli uomini eminenti della chiesa dell’Asia Minore, ma non ricorda questo « presbitero Giovanni », mentre avrebbe dovuto farlo se fosse esistito, perché sarebbe pur stato un dottore di molto credito. Il primo a distinguere due Giovanni fu Dionisio, patriarca di Alessandria, verso l’anno 250; dopo di lui, nel secolo quarto fece la stessa distinzione lo storico ecclesiastico, non sempre del resto sicuro, Eusebio, che fu tratto in errore dalla sua avversione per l’Apocalisse. Ma « né Eusebio né alcuno dei suoi successori ha potuto dimostrare l’esistenza d’un presbitero Giovanni distinto dall’Apostolo Giovanni, e l’esistenza fortuita, sincrona di due discepoli di Gesù di nome Giovanni in Asia resta del tutto esclusa da Papia, come da tutta la restante tradizione. Il presbitero Giovanni è assolutamente un aborto della insufficienza critica e dell’esegesi difettosa di Eusebio »; il « presbitero » Giovanni è l’Apostolo Giovanni. Questa designazione di « presbitero » però è tanto significativa per l’Apostolo Giovanni. Letteralmente vuol dire « il Vecchio », « l’anziano »; ora nella sua seconda e terza lettera si presenta egli stesso come « Anziano ». « L’Anziano alla Signora eletta e ai suoi figli, ch’io amo in verità ». « L’Anziano al diletto Gaio, ch’io amo in verità ». È degno di nota come nell’arte orientale, creata dalla tradizione ecclesiastica, Giovanni apparisca come « Anziano », in opposizione all’arte dell’Occidente, che, sotto l’influsso del Vangelo, lo rappresenta di preferenza come « il più giovane ». Egli era stato « il più giovane » una volta; ma poi i decenni l’avevano incanutito ed era divenuto « Anziano »; suo fratello Giacomo era tornato in patria; così pure Andrea, col quale aveva vissuta « la decima ora », e altrettanto il suo amico Pietro; tutti tornati a casa, vicini al Signore; solo lui, proprio lui restava ancora, come un dimenticato dalla morte; è comprensibile che l’interno anelito sul finire dell’Apocalisse sia esploso in quel grido: « Vieni, Signore Gesù! »; e il Signore gli promise: « Io vengo… presto » su Giovanni dovette pazientare ancora un poco, perché alti compiti lo attendevano; come « Anziano », è il patriarca delle chiese dell’Asia Minore, il padre dei Vescovi, il custode della verità, il banditore delle ultime parole. Questa eminente e solitaria grandezza del « presbitero » Giovanni è messa in luce dall’introduzione dell’Apocalisse: « Quanto vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette comunità dell’Asia: a Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea ». A quel modo che la suprema vetta nevosa dispare agli ultimi rossi bagliori della sera, mentre tutte le altre cime sono già scomparse, così Giovanni, proprio Giovanni doveva inviare la luce e l’amore dell’età apostolica agli albori del secolo seguente.

IL VEGGENTE

Il vecchio Giovanni sedette solitario sulle coste dell’isola di Patmos; i suoi occhi stanchi cercavano le lontane regioni, ma il mare gagliardo gli gettava contro le onde eterne. L’imperatore Domiziano (81-96) aveva relegato l’ultimo degli Apostoli in questa piccola isola delle Sporadi, nel Dodecanneso settentrionale, di soli quaranta chilometri quadrati di superficie, che forse offriva ricetto anche ai pirati. Dalla fine del secolo undecimo si eleva sulla scoscesa cima meridionale dell’isola un monastero, dedicato al veggente Giovanni, che quivi, sulla soglia di due secoli, sulla soglia anzi fra il tempo e l’eternità, previde « quello che accadrà presto »; sul pendio del monte si fa vedere ancor oggi la caverna, dove Giovanni avrebbe scritte le sue rivelazioni. – Per noi resterà sempre un mistero il fatto che Iddio abbandoni alla prepotenza dei ribaldi i suoi servi e persino quelli, che Gli sono così cari, da permettere loro di riposare sul suo Cuore, quasi non si curasse di loro. Giovanni-Domiziano! Nelle sue biografie degli imperatori, Svetonio tratteggia la figura di Domiziano col seguente giudizio: « Si mostrò (al principio del suo governo) come un miscuglio in proporzioni uguali di vizi e di virtù, finché alla fine storse in vizi anche le virtù. Contro la sua indole naturale, fu per necessità rapace e per paura sanguinario quanto è lecito pensare. La sua crudeltà non era solo spaventosamente grande, ma anche astuta e inopinata. Non v’era segno più certo d’un esito crudele che la mitezza del suo dire all’inizio ». Svetonio ci fa pure sapere perché anche i Cristiani, che da principio erano tollerati, incapparono poi nel bersaglio di quella tigre imperiale. « Il diritto delle imposte sui Giudei fu perseguito in modo squisitamente duro. Presso il fisco dello stato furono deferiti tanto coloro che vivevano alla maniera giudaica, senza che si professassero giudei (i Cristiani), come anche coloro, che, occultando la loro origine, avevano tentato di sottrarsi al pagamento delle tasse imposte al loro popolo ». Fu questa l’occasione, di cui profittò l’imperatore negli ultimi anni del suo governo per muovere la seconda persecuzione contro i Cristiani, della quale fu vittima anche il vecchio venerando Giovanni. Domiziano, tanto megalomane da chiamarsi « Signore e Dio », e tanto briccone da sollazzarsi un’ora ogni giorno nell’infilzare mosche, strappò all’amata comunità dei credenti di Efeso l’Evangelista del Verbo divino e lo confinò nella sperduta isola di Patmos. Spettacolo quanto triste altrettanto grandioso! « Nell’isola di Patmos a causa della testimonianza di Gesù », si presenta nell’Apocalisse Giovanni stesso. Tertulliano, scrittore della Chiesa morto dopo il 220, è il primo a comunicarci la notizia che Giovanni, a del suo esilio, fu immerso a Roma in una caldaia d’olio bollente, senza tuttavia riportarne danno; e la Chiesa romana celebra il ricordo di questo martirio il giorno sei maggio; le fonti greche però non ne sanno nulla, e l’informazione stessa di Tertulliano per molti motivi è dubbia. – L’Apocalisse, che Giovanni scrisse nella provvidenziale solitudine di Patmos, mentre faceva personale esperienza della persecuzione a causa di Cristo — « Io, Giovanni, vostro fratello e compartecipe nella tribolazione » —, è il libro profetico del Nuovo Testamento, ispirato a nostra consolazione. L’Apostolo lo dedicò principalmente alla Chiesa del suo tempo, che realmente abbisognava di conforto e di irrobustimento, e anche di esortazione e ammonizione. Perché sul finire del primo secolo la giovane Chiesa era sbattuta dalle tempeste; la persecuzione dell’imperatore, l’ostilità dei pagani, l’odio dei Giudei infuriavano contro di lei, e ancor più pericolose la minacciavano le false dottrine e i vizi serpeggianti fra le proprie file, come l’eresia dei Cerintiani e dei Nicolaiti. Possiamo intravvedere quanto fossero preoccupanti la stanchezza e lo scoraggiamento dei buoni, ascoltando il lamento, che leggiamo nel Santo Libro, « delle anime sotto l’altare, ch’erano state uccise a causa della parola di Dio e della testimonianza, che avevano resa. Esse gridavano a voce alta: “Santo e verace Signore, sino a quando non giudichi e non vendichi il nostro sangue sugli abitanti della terra?” ». Giovanni allora consola i fratelli trepidanti del suo tempo; solleva i veli del prossimo futuro e fa vedere la vittoria di Cristo sopra l’onnipossente regno dei Romani. – Ecco perché l’Apocalisse abbonda di immagini e di allusioni all’impero romano del tempo; i contemporanei dovettero pensare subito alla Roma sita sui sette colli, quando lessero: « Vidi ascendere dal mare una bestia, che aveva dieci corna e sette teste; le sette teste sono i sette monti. Sulle sue corna portava dieci corone e sulle sue teste nomi blasfemi… Il dragone diede ad essa la sua forza, il suo trono e grande potenza. Tutto il mondo, preso d’ammirazione, seguiva la bestia e adorava il dragone, perché aveva comunicata la potenza alla bestia ». Parimenti non dovette tornar difficile per le comunità cristiane del tempo indovinare chi Giovanni intendesse con l’« altra bestia »: « Aveva due corna come un montone e parlava come un dragone. Essa esercita tutta la potenza della prima bestia sotto i suoi occhi e porta la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia ». Si trattava del culto idolatrico dell’imperatore romano, ch’era il compendio e la testa di Roma, la prima bestia, culto introdotto dall’Oriente ed elevato a religione dello stato. Altrettanto ovvio era per i primi Cristiani anche il confronto di Roma con « Babilonia, la grande meretrice, che siede su molte acque, con la quale i re della terra hanno fornicato »; già Pietro nella sua lettera aveva chiamata Roma « Babilonia ». Lo sguardo però del veggente Giovanni oltrepassa il prossimo futuro e si spinge a tutta la lunga teoria dei secoli della storia della Chiesa; nelle pene e nelle tribolazioni delle sette comunità dell’Asia Minore gli è rivelata la sorte di tutti i tempi cristiani; la lotta, che la giovane Chiesa sostenne con l’impero romano, è insieme simbolo dell’eterna guerra, che il dragone e le sue due bestie combattono con la Chiesa lungo tutti i « mille anni », che intercorrono fra la prima e la seconda venuta di Cristo. « Il dragone montò sulle furie contro la donna e andò per muovere guerra col resto dei suoi figli, che osservano i comandamenti di Dio e restano fermi pella testimonianza di Gesù ». Sarà però sempre compito difficile trascegliere dall’Apocalisse dei dettagli, che si riferiscano con certezza ad eventi precisi dei « mille anni » della storia cristiana; bisognerà contentarsi delle grandi prospettive svelate da Giovanni: il demonio si accamperà sempre contro il regno di Dio; le due bestie, nelle quali si possono vedere rappresentati a buon diritto il potere statale ateo e le scienze atee, sì metteranno in tutti i tempi a servizio del dragone; tuttavia, coloro che non adorano la bestia e la sua immagine e che non portano sulla mano e in fronte il suo segno, otterranno sempre con Cristo il dominio lungo tutti i mille anni”. L’Apocalisse è quindi una grandiosa estensione e spiegazione di quella parola del Vangelo, rivolta da Gesù a Pietro: « Le porte dell’inferno non prevarranno ». Con questa consolazione l’ultimo degli Apostoli avvia la cristianità al faticoso pellegrinaggio attraverso i millenni, sino alla seconda venuta di Cristo. Nei capitoli conclusivi, quando Giovanni finalmente passa a dire dell’ultimo tempo, le sue espressioni sono di nuovo più intelligibili e ancor più terrificanti: « Quando i mille anni saran passati, satana sarà sciolto nuovamente dal suo carcere. S’incamminerà allora per sedurre i popoli ai quattro angoli della terra e per adunarli per la battaglia … . Se ne vanno per il vasto mondo e circondano l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma dal cielo cade fuoco e li divora. Il demonio che li sedusse è gettato nella pozza di fuoco e di zolfo, dove son pure la bestia e il falso profeta » . – Non è lecito leggere troppo fra le righe nell’Apocalisse, ma neppure leggervi troppo poco. Il popolo semplice, allettato dal titolo del libro « Apocalisse = rivelazione, manifestazione misteriosa », ama applicare i dati del libro a tempi determinati e anzitutto ai propri; una spiegazione però, che in esso voglia vedere indicati singoli eventi o periodi della storia della Chiesa o esatte particolarità — per esempio, nel numero 6661 —, sarà sempre fantastica. D’altra parte non attribuiremmo tutto il suo significato a questo libro, che è l’unico libro profetico del Nuovo Testamento, se in esso non volessimo scorgere altro che una rappresentazione della lotta fluttuante fra Cristo e satana; Giovanni non voleva presentare soltanto delle supposizioni, dei presagi e delle descrizioni, ma intendeva consegnare delle reali rivelazioni specialmente alle comunità cristiane tribolate del suo tempo e alla generazione spaventosamente minacciata della fine dei tempi. In una lingua, che ricorda i grandi profeti dell’Antico Testamento Daniele ed Ezechiele, con immagini sempre nuove e inaudite, che arrestano il respiro, Giovanni prevede e predice alla sua generazione e all’ultima e a ogni generazione cristiana « quello ch’è presente e quello che avverrà poi ». L’Apocalisse non è libro della consolazione, perché neghi la tragicità della terrena esistenza o la sminuisca quasi fosse una bagatella; al contrario, non v’è altro libro al mondo che enumeri così spietatamente gli orrori, che imperverseranno sull’umanità; su di questa vengono aperti sette sigilli del raccapriccio, vengono suonate sette trombe del terrore: « Guai, guai agli abitanti della terra a motivo degli squilli di tromba! »; su di essa sono effuse sette coppe dell’ira. E poi la cosa più terrificante: « Il demonio (stesso) è sceso a voi in violento furore. Egli sa quanto sia corto il suo tempo. Guai alla terra e al mare! ». Non dunque un soave idillio né alcuna irreale fantasia è l’argomento dell’Apocalisse di Giovanni, bensì la spaventosa realtà della storia del mondo, vista in sintesi, e che nell’acme del furore toccherà l’inimmaginabile caos; persino l’atrio esterno del Santuario è dato in balia ai pagani e da essi viene calpestato; solo la vita cristiana, ch’è all’interno resta ancora sottratta ai delittuosi assalti. – Eppure il libro dell’Apocalisse è percorso dall’esultanza d’un imperturbabile ottimismo; poiché, al di sopra di tutti i dolori e le doglie della terra, Giovanni, vede il trono di Dio circonfuso di tranquilla maestà. Dalla solitaria Patmos, balbettando e chiedendo soccorso alle parole degli antichi Profeti, il Veggente parla di Colui, che nessun occhio ha ancor visto e nessun orecchio ha udito: « Caddi subito in estasi, ed ecco un trono stava in Cielo e sul trono sedeva Uno. Colui che sedeva su di esso era simile a una pietra di diaspro e di sardio. Circondava il trono un’iride, che aveva l’aspetto d’uno smeraldo. Intorno al trono stavano altri ventiquattro troni; sui troni sedevano ventiquattro seniori in bianche vesti e corone d’oro sul loro capo. Dal trono procedevano lampi e rumorosi tuoni. Dinanzi al trono ardevano sette lampade; sono i sette spiriti di Dio. Dinanzi al trono v’era qualcosa come un mare di cristallo. In mezzo, dinanzi al trono e intorno al trono si trovavano quattro esseri viventi, pieni d’occhi dinanzi e di dietro… Questi cantavano notte e giorno senza interruzione: ”Santo, santo, santo è il Signore, l’onnipotente Iddio, che era, che è e che verrà!” ». Mentre Giovanni passa a contemplare gli orrori della terra, è assorto in questa radiosa visione; i raccapriccianti eventi del mondo, che vengono poi, sono da quella illuminati; Iddio, il Creatore e l’unico Signore del mondo, troneggia silenzioso, in attesa, nonostante tutto, sopra tutto. Ma v’è anche di più! Iddio non se ne sta a crapulare nelle lontane e solitarie beatitudini del cielo, disinteressato delle rovine della terra; non è solo al di sopra di ogni evento, ma anche In ogni evento. Egli ha affidato all’Agnello i setti sigilli chiusi, le sette trombe e le sette coppe dell’ira. « E io vidi che in mezzo al trono e ai quattro esseri viventi e in mezzo ai seniori stava un Agnello come sgozzato, con sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio, inviati a tutta la terra. Ed egli venne e prese (il libro con i sette sigilli) dalla destra di Colui, che siede sul trono. E quand’ebbe preso il libro, i quattro esseri viventi e i ventiquattro seniori si prostrarono dinanzi all’Agnello, tutti con un’arpa e con coppe d’oro piene di profumi, che sono le preghiere dei Santi. E cantavano un cantico nuovo: “Degno sei Tu, o Signore, di prendere il libro e di aprire i suoi sigilli. Poiché Tu sei stato sgozzato e col tuo Sangue ci hai comprato” ». – La figura di Cristo nell’Apocalisse è la più sublime di tutto il Nuovo Testamento, essa illumina persino quella del quarto Vangelo e ci fornisce così anche una prova a favore dell’intrinseca credibilità di questo libro, del quale diremo presto. Giovanni nel suo Vangelo ha scritte le rivelazioni di Gesù, quelle però di quaggiù; nell’Apocalisse invece egli Lo contempla nello splendore sconfinato dell’al di là: « Io vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri la figura d’un figliolo d’uomo. Portava un mantello ondeggiante e intorno al petto una fascia d’oro. Il suo capo e i suoi capelli eran bianchi come candida lana, i suoi occhi come fiamme di fuoco, e i suoi piedi come bronzo arroventato nella fornace, la sua voce come il rumore di acque impetuose. Nella sua destra teneva sette stelle. Dalla sua bocca usciva una spada affilata, a due tagli. Il suo volto splendeva come il sole ». Questo Gesù soggiogherà il demonio e quest’Agnello vincerà il dragone. L’Apocalisse, dopo aver esposto tutti gli orrori della storia, si sperde nell’Alleluja del Cielo trionfante. La grande Babilonia, la Roma di Nerone e di Domiziano, cadrà e lo stesso satana durante i « mille anni » della storia cristiana sarà represso e messo in ceppi; che se va raccogliendo tutte le energie per sferrare l’ultimo e più spaventoso assalto, sarà anche però confermata la sua irrevocabile rovina. « È gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono pure la bestia e il falso profeta, e giorno e notte saranno tormentati per tutta l’eternità ». E poi dinanzi agli sguardi estasiati del veggente Giovanni salgono « il nuovo cielo e la nuova terra », e noi vorremmo piangere, vedendo l’immensa felicità, che ci attende dopo tanta tribolazione. Nessuno mai più di Giovanni, negli ultimi due capitoli dell’Apocalisse, ha scritto meravigliosamente del Cielo. « Il primo cielo e la prima terra sono passati, e anche il mare non è più — il mare, in mezzo al quale l’Apostolo sedeva esule e desioso! —. Io vidi la città santa, la nuova Gerusalemme discendere dal Cielo da presso Dio. Era ornata quale una sposa, che s’è abbigliata per il suo sposo. Dal trono udii una gran voce che diceva: ’”Ecco la tenda di Dio fra gli uomini. Egli abiterà ‘presso di loro. Essi saranno il suo popolo, ed Egli, Iddio, sarà presso di loro. Asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Non vi sarà più morte, non lutto, non lamento e non più dolore. Perché quello ch’era un tempo è passato”. Colui, che sedeva sul trono, disse: “Ecco, faccio tutto nuovo” » È questa la consolazione dell’Apocalisse, di questo libro misterioso, l’ultimo del Nuovo Testamento, che la Provvidenza ha regalato alla cristianità, perché lo porti con sé come viatico lungo i millenni, sino alla seconda venuta di Cristo. Nonostante tutti i delitti, le persecuzioni e le seduzioni, Iddio è sopra tutto, è anzi in tutto; nemmeno il dragone e la bestia possono oltrepassare i confini loro assegnati da Dio e vengono ingaggiati per l’attuazione di disegni, che sono oscuri ma altrettanto sublimi. E anche se in questo tempo del mondo il bene e il male si trovano apparentemente indistinti sotto i sigilli degli eventi, l’occhio di Dio però ha notato già i fedeli con segno particolare: « Non recate danno alla terra e al mare e alle piante, finché non abbiamo contrassegnati i servi del Dio nostro con un sigillo sulla loro fronte ». Il nostro tempo è veramente apocalittico; saremmo tentati di pensare che in realtà « il satana sia stato sciolto di nuovo per sedurre i popoli ai quattro angoli della terra e per adunarli a battaglia »; faremo dunque tanto bene a salvarci dall’orrore e dalla malvagità, che ci circondano, poggiando sul solido terreno di questo libro consolante. Esso non è stato scritto meno per noi che per le comunità cristiane oppresse dell’Asia Minore sul finire del primo secolo: « Non sigillare le parole profetiche di questo libro! Perché il tempo è vicino. Il malfattore faccia il male ancor più e l’impudico ancor più l’impudicizia. Ma il giusto agisca ancor più giustamente e il santo ancor più si santifichi. Ecco, Io vengo presto e con Me la mia mercede per compensare ciascuno secondo il suo operato ».

L’EVANGELISTA

Ogni esilio ha un giorno fine; su tutti i mari v’è una volta ritorno. Anche Giovanni poté far ritorno dalla solitaria isola di Patmos al suo gregge in Efeso al tempo dell’imperatore Nerva, ch’era di buoni sentimenti e revocò i crudeli decreti del suo predecessore Domiziano, ch’era stato ucciso. Oh, quanto volentieri l’Apostolo sarebbe partito per la patria del Cielo per essere col Signore! « Vieni, Signore Gesù! ». Ma gli restava ancora da compiere l’opera più sublime, quell’opera, che, come un fuoco sulle vette, dalla vetta del primo secolo doveva continuare a risplendere dinanzi a tutte le future generazioni cristiane; doveva scrivere il Vangelo. – Giovanni, il vecchio bianco e tremante, tanto debole ormai, che, secondo la leggenda, non era più in grado di predicare se non l’unica e sempre medesima frase: « Figlioletti, amatevi l’un l’altro! », di sua iniziativa non avrebbe steso per iscritto un Vangelo; le sue due ultime lettere, che fan l’impressione di scritti asmatici, provano chiaramente quanto tornasse penoso al vegliardo lo scrivere. Tutte e due le volte sospira: « Avrei da scrivervi (scriverti) ancor tante cose; ma non lo voglio fare con carta e inchiostro. Spero però di venire da voi; allora ci parleremo a viva voce, perché la nostra gioia sia completa ». Il Frammento così detto Muratoriano, antichissimo documento della fine del secondo secolo, riferisce esplicitamente che Giovanni scrisse il suo Vangelo dietro l’insistente preghiera di discepoli e di Vescovi; e dello stesso fatto ci assicurano altri scrittori ecclesiastici antichi, quali Ireneo (+ 202), Clemente alessandrino (214) Terttulliano (+ 240), Origene (+ 254) e Girolamo (+ 420). Quest’ultimo compendia così la tradizione ecclesiastica: « Giovanni, l’Apostolo, che Gesù amò più di tutti, il figlio di Zebedeo, il fratello dell’apostolo Giacomo, che Erode decapitò dopo la morte del Signore, scrisse ultimo di tutti un Vangelo, dietro preghiera dei Vescovi dell’Asia ». – Fecero davvero opera di bene quei primi nostri fratelli di fede, quando pregarono Giovanni di scrivere un Vangelo! Certamente era già a loro disposizione il meraviglioso Vangelo uno e trino di Matteo, Marco e Luca, ch’è un triplice splendore dell’unico Cristo; e Giovanni riconobbe la verità di quelle informazioni; un’antica tradizione orientale, trasmessaci da Isodad de Merw, riferisce: « Poichè i fratelli ritenevano che la testimonianza di Giovanni fosse più sicura di quella di ogni altro, perché egli aveva avuto rapporti con nostro Signore fin da principio, portarono a lui gli altri tre libri del Vangelo per sapere quale fosse la sua opinione al riguardo. Egli lodò altamente la verità degli Autori e disse che i libri erano stati scritti per mezzo della grazia dello Spirito ». Giovanni stesso però sapeva bene e anche meglio di tutti gli altri quanto vi sarebbe stato da dire ancora di quel Sublime, che tutti i libri del mondo non valgono a contenere; la pienezza di Cristo è troppo profonda perché possa mai essere esaurita; tutto quello, che di Lui continuamente si dice, si scrive o si canta con giubilo — « quantum potes tantum aude, quia maior omni laude, nec laudare sufficis!—, non è che un misero calice, immerso in un mare sterminato. Anche Giovanni quindi non poté offrirci di Cristo che un calice, anche se è certamente il più ricolmo e il più spumeggiante; alle parole, che di Lui sono state già dette, vuole aggiungere anche la sua, la più sublime e l’ultima, affinché, come lo scampanio dei bronzi festanti all’imbrunire della vigilia, echeggi e vibri ancora nel silenzio ormai imminente. Giovanni dunque s’alza, dimentica debolezza e vecchiaia, tocca le corde e ne sprigiona sin dall’inizio vigorosi accordi: « In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Iddio. E il Verbo era Iddio », conquistandosi, sebbene stanco, il posto di corifeo fra gli Evangelisti. Negli Atti di Giovanni v’è una leggenda, che dipinge drammaticamente quell’ora d’incalcolabile portata: l’Apostolo scrive il suo Vangelo fra lampi e tuoni e tremar del monte; « il discepolo Procoro cade al suolo mezzo morto; Giovanni lo prende per mano, lo rialza e gli ordina di mettersi a sedere alla sua destra; indi prega un’altra volta, apre la bocca e con lo sguardo rivolto verso il Cielo, dice:  “In principio era il Verbo… ”. Giovanni parlava stando in piedi, Procoro scriveva sedendo, e così fecero per due giorni e sei ore ». Lo scopo e il significato del suo Vangelo ci sono notificati dall’Apostolo stesso verso la fine, quand’egli dice: « Questo è stato scritto, affinché crediate che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, e affinché nella fede abbiate la vita nel suo Nome ». Con la sua ultima informazione l’Evangelista intendeva certamente reprimere anche le eresie pullulanti al suo tempo e anzitutto quella di Cerinto, che spacciava Cristo come una congiunzione di uomo e di Angelo, quella degli Gnostici, che ritenevano il mondo creato come cattivo in se stesso, e anche quella dei discepoli di Giovanni — appunto a Efeso contavano molti aderenti —, che stimavano il Battista superiore al Cristo; contro questi ultimi, discepoli ciechi del Precursore, Giovanni, che sulle rive del rumoroso Giordano era stato pure discepolo del Battista, adduce le umili ma insieme anche energiche testimonianze di lui: « Giovanni riconobbe e non si smentì e disse apertamente: “Non sono io il Cristo… Io sono solo inviato qual suo Precursore. Egli deve crescere, io debbo diminuire”». Eppure, il desiderio dell’evangelista Giovanni non è la difesa, ma l’esposizione della verità, perché il focoso Boanerges aveva appreso nella sua lunga vita anche questo: la migliore confutazione dell’errore è la stessa luminosa verità. Entrando nel Vangelo di Giovanni, ci sorprendono i brividi della venerazione, come quando mettiamo piede in una grande cattedrale dove sia esposto il Santissimo Sacramento, e ardano le candele e s’elevi giubilante il « Tantum ergo ». Sì, « Tantum ergo Sacramentum »: veneriamo chini profondamente un sì grande Sacramento! « Genitori Genitoque »: al Genitore e al Generato lode e giubilante canto! « Genitori Genitoque »: è questo il tema proprio del quarto Vangelo: il Procedente dal Padre prima di tutti i tempi, Figlio consostanziale di Dio, il suo Unico, che riposa sul Cuore del Padre, inviato da Dio nel mondo, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo per mezzo di Lui sia salvo; i profondissimi misteri cristiani della Trinità, dell’Incarnazione e della Redenzione emergono dovunque dalle parole del quarto Vangelo con tanta chiarezza. Il prologo, portale sontuoso di tutto il libro, annunzia subito a tinte cariche quanto poi osserviamo nel santuario stesso: il Verbo, ch’era in principio, ch’era presso Iddio ed era Iddio stesso, è divenuto carne ed ha abitato fra noi; e noi abbiamo visto la sua gloria, la gloria dell’Unico dal Padre. E della sua pienezza noi tutti abbiam ricevuto grazia su grazia. Si può quindi dire che quello, che gli altri Evangelisti manifestano chiaramente soltanto alla fine della via, dopo i miracoli, dopo la risurrezione e l’ascensione, nel Vangelo di Giovanni splende, qual sole a mezzodì, profuso già nella prima pagina. Il quarto Vangelo, dunque, è profondamente diverso dai tre più antichi dei Sinottici sin dalla presentazione esterna della vita di Gesù. Matteo, Marco e Luca riferiscono in prevalenza l’attività svolta da Lui fra il popolo semplice laggiù, in Galilea, e la sua predicazione del regno di Dio; Giovanni invece ci presenta il Maestro su di un altro teatro, e cioè lassù, in Giudea, nella capitale Gerusalemme, alle prese con gli uomini che guidavano il popolo e avversavano Lui. Nella prima parte (capi 1, 19-4, 54) abbiamo gli inizi della manifestazione del Signore: testimonianze del Battista e dei discepoli, miracolo di Cana, purificazione del Tempio, colloqui con Nicodemo e con la Samaritana, guarigione del figlio dell’ufficiale regio. Una seconda parte (capi 5, 1-12, 50) abbraccia il progresso e l’approfondimento dell’automanifestazione di Gesù per mezzo di miracoli e discorsi: guarigione dell’ammalato alla piscina di Bethesda, moltiplicazione dei pani, cammino sulle onde, guarigione del cieco nato, risurrezione di Lazzaro; il discorso di Gesù sulla sua consostanzialità col Padre, il discorso eucaristico, i discorsi fatti nella festa dei Tabernacoli e in quella della Dedicazione del Tempio. – La terza parte (capi 13, 1-20, 31) racconta come il Signore abbia completato il suo insegnamento e abbia dato le supreme prove del suo amore: lavanda dei piedi, discorsi di addio ai discepoli, preghiera pontificale, passione, morte e risurrezione. Giovanni ha in comune con i Sinottici, oltre la storia della passione, solo quattro tratti maggiori: la moltiplicazione dei pani, il camminar sul lago, l’unzione a Betania e l’ingresso solenne a Gerusalemme la domenica delle Palme. Tutta l’informazione evangelica di Giovanni s’aggira e s’appoggia ai cinque viaggi di Gesù a Gerusalemme, e i sette miracoli, che vi si raccontano, emergono dai discorsi come alti monti da un profondo e azzurro lago. – Anche maggiore della esterna è l’intima differenza del Vangelo di Giovanni da quello dei Sinottici. Nei primi tre Vangeli Gesù appare il predicatore semplice e benigno del popolo, tutto misericordia dinanzi alle sue tribolazioni, tanto paziente di fronte alla sua tardezza, che cerca di condurlo adagio, un po’ alla volta verso le altezze della fede; il Gesù invece del Vangelo di Giovanni è il Figlio di Dio circonfuso di maestà, esistente prima del mondo, ultraterreno, uguale al Padre; il pensiero corre alle rigide e austere immagini bizantine di Cristo, che probabilmente furono ispirate dal Vangelo giovanneo, corre all’idea del « Pantokrator », dell’onnipotente e sovrumano signore e dominatore. Non quasi questo Vangelo passi sotto silenzio o addirittura cancelli l’umanità di Gesù; che anzi, a confutazione delle fantasticherie gnostiche, secondo le quali Egli non avrebbe avuto che un corpo apparente, proprio in Giovanni abbiamo dei tratti commoventi della sua umanità e benignità: Egli per stanchezza si mette a sedere al pozzo di Giacobbe; piange sul sepolcro di Lazzaro; si consola all’amore di Giovanni; si lascia commuovere dal pensiero della morte. In Giovanni però attraverso a questa umanità, come attraverso a trasparente nube, s’apre la via l’abbagliante potenza della divinità del Signore; e anche i suoi discorsi son qui più solenni, più gravi, più sostenuti che nei Sinottici: « In verità, in verità Io vi dico… »; si confronti, ad esempio, il discorso sul monte in Matteo con i discorsi nella festa dei Tabernacoli in Giovanni, e balzerà subito agli occhi la differenza notata, differenza come fra una sorgente lietamente gorgogliante e un torrente largo e solenne, che ne fluisce. Gli increduli salutano con piacere queste divergenze del quarto Vangelo, che servono loro di argomento per respingerlo come non genuino; di qui la battaglia intorno a questo Vangelo è divenuta la battaglia per la divinità di Gesù Cristo. Ma già i Padri della Chiesa avevano notato le differenze fra Giovanni e i Sinottici, senza che per questo siano deviati; chiamano l’ultimo Vangelo il Vangelo « pneumatico » = spirituale, a differenza del « somatico » = corporale dei Sinottici, come leggiamo in Clemente Alessandrino; lo esaltano quale « fiore e sigillo del Vangelo », come « colonna della Chiesa »; nessuno però forse ha detto  più stupendamente di Origene intorno alla dignità di questo libro: « Osiamo affermare che i Vangeli sono le primizie di tutta la Scrittura Sacra, ma il Vangelo di Giovanni è la primizia dei Vangeli. Poteva comprenderne il senso solo colui, che riposò sul Cuore di Gesù e da Gesù ricevette pure Maria ». – Le divergenze di questo Vangelo dagli altri — divergenze, si noti, non Opposizioni! — non costituiscono di fatto un enigma insolvibile; insolvibile è invece per gli increduli la questione, come mai fin dalla prima metà del secondo secolo si sia potuto introdurre e diffondere nella Chiesa un Vangelo, che si distaccava dai precedenti tanto marcatamente. È ovvio piuttosto che, se Giovanni si accinse alla composizione d’un Vangelo, sebbene ormai fosse uno stanco vegliardo, non volle ripetere e compendiare le notizie già conosciute, ma, presupposti i precedenti Vangeli, volle mettere in evidenza un aspetto della vita di Gesù, che dai Sinottici era stato quasi omesso, E cioè l’opera sua a Gerusalemme. Non può quindi essere altrimenti: il Vangelo di Giovanni deve essere diverso da quello degli altri fin dalla sua cornice esterna; entrano così in scena la città orgogliosa, il ceto delle guide responsabili del popolo, la categoria degli addottrinati, dinanzi ai quali il modo di condursi di Gesù diverso si spiega facilmente: laggiù, fra il semplice popolino di Galilea, Egli poté presentarsi qual salvatore benigno, tutto proteso ad aprirsi un varco nel cuore delle folle per mezzo dei miracoli della sua carità e con le prediche ornate d’immagini e di poesia; lassù invece a Gerusalemme, fra i circoli autorevoli e i dotti in teologia, fin da principio poté dar notizia di quello che veramente era e in solenni discorsi e repliche avanzare i diritti della sua missione messianica. – S’aggiunge inoltre anche un altro fatto, certamente: i primi Evangelisti non poterono esporre le verità più profonde del Signore a una cristianità, ch’era ancora nella sua infanzia; raccontano i fatti della vita di Gesù secondo ch’erano avvenuti storicamente, senza addentrarsi nelle interpretazioni e spiegazioni teologiche; persino Paolo si lamenta ancora della comunità cristiana di Corinto, poco progredita, ancora nell’infanzia spirituale: « Fratelli, non potei parlare con voi come con uomini spirituali, ma solo come con uomini di sentimenti terreni, come con bambini in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non solido cibo, perché non lo potevate ancora tollerare; non lo potete nemmeno adesso ». Giovanni invece, che scrisse il suo Vangelo alla fine del primo secolo, ebbe a che fare con una situazione spirituale ben diversa e più felice; la sua cristianità aveva frequentato la prima scuola del Vangelo ed era quindi maturata per la pienezza della verità cristiana. Non si concluda però da quanto sopra che Giovanni abbia messe innanzi delle verità del tutto sconosciute ai Sinottici; il quarto Vangelo non aggiunge nulla di essenzialmente nuovo alle verità fondamentali, annunziate dagli Evangelisti precedenti; si riscontrano in questi dei testi riguardanti la persona del Cristo, che con ragione sono stati detti senz’altro « giovannei », come, ad esempio, quello che leggiamo in Matteo: « Tutto mi è stato trasmesso dal Padre mio. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre; e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui, al quale il Figlio lo vuole rivelare ». Anche i Sinottici conoscono un’attività di Gesù a Gerusalemme; Matteo e Luca riferiscono quel commovente lamento del Signore sulla Capitale: « Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto radunare i tuoi figli, come una gallina prende i suoi pulcini sotto le sue ali! ». I Sinottici dunque non contradicono Giovanni, né Giovanni smentisce i Sinottici, bensì li completa, e quello che di Gesù nei primi fu solo notato, in Giovanni ottiene uno sviluppo più vasto e prospettive più profonde. A questo riguardo possiamo anzi affermare che Giovanni stesso, nel corso di tanti decenni, penetrò sempre più profondamente nel mistero del Cristo; giacché nella sua conoscenza non si giunge mai alla fine; sebbene già in Lui, siamo tuttavia sempre in cammino verso di Lui; possiamo raggiungerLo, ma mai comprenderLo. Nel Vangelo di Giovanni, insieme con la vita di Gesù, freme pure l’esperienza religiosa propria dell’Evangelista; le parole e le opere del Signore son divenute patrimonio spirituale del Discepolo dell’amore, e questi le trasmette alla cristianità, mentre è sotto l’influsso delle ricchezze accumulate con le pie riflessioni del suo spirito e con l’amore del suo cuore; egli, l’amico del Signore, aveva fatto propri i pensieri e anzi le parole stesse di Lui e ce li trasmise con quella libertà, che l’amicizia può concedersi; del resto in chi mai le idee e i discorsi del Signore potevano essere custoditi più fedelmente che nel cuore dell’amico Giovanni? Ci commuove, quand’egli stesso giura, per così dire, la verità delle sue parole nella prima lettera, che scrisse per accompagnare il suo Vangelo: « Quello, ch’era da principio, quello che noi abbiamo udito e visto con i propri occhi, quello che abbiamo osservato e palpato con le nostre mani, voglio dire il Verbo della vita, questo annunciamo a voi. La vita è apparsa visibilmente; noi l’abbiam veduta. Noi vi testifichiamo e annunciamo la Vita eterna, ch’era presso il Padre ed è apparsa visibilmente. Quello dunque che abbiam visto e udito annunciamo a voi, affinché anche voi abbiate comunione con noi ». E in realtà basta uno sguardo anche superficiale al quarto Vangelo per persuadere il lettore non prevenuto di un’onestà a tutta prova dell’Evangelista, come pure della sua meticolosa conoscenza delle minime circostanze della vita di Gesù. Si leggano, ad esempio, la relazione della chiamata dei primi discepoli, quella della guarigione del cieco nato, quella della risurrezione di Lazzaro, e altre ancora. Nel quarto Vangelo inoltre sorprende che non siano mai ricordati i nomi dell’evangelista Giovanni e di suo fratello Giacomo, come neppure quelli dei loro genitori, contrariamente ai Vangeli precedenti, nei quali il posto eminente dei due fratelli Apostoli è ricordato spesso ed esplicitamente. Quando Giovanni riferisce di se stesso, lo fa sempre in modo da conservare l’anonimo, con quelle espressioni: « Un altro discepolo…, il discepolo, che Gesù amava… ». Ora questo modo tacito di scrivere intorno ad uno degli Apostoli più quotati si comprende solo se l’evangelista stesso era l’Apostolo Giovanni; egli ha taciuto modestamente il suo posto e lo stesso suo nome. Al termine del quarto Vangelo gli anziani di Efeso aggiunsero l’ultima proposizione: « Questo è il Discepolo, che testimonia queste cose e queste cose ha scritto. Noi sappiamo che la sua testimonianza è vera »: noi, i credenti di venti secoli dopo, lo sappiamo e lo crediamo con loro. La Chiesa nella sua Liturgia dispone che i fedeli s’alzino in piedi alla lettura dei santi Vangeli, ordina anzi al celebrante di baciare questi quattro santi libri come un carissimo tesoro; ma dinanzi al Vangelo di Giovanni ella cade in ginocchio: « Il Verbo è divenuto carne… ». Rendiamo grazie alla divina Provvidenza, perché per mezzo di Giovanni ha fatto dono all’umanità dell’ultima e più sublime rivelazione! Insieme però vediamo di calmare la nostra sete di Dio con quest’acqua santa, che scende giù rumoreggiando dal più alto nevaio; perché, se la vita religiosa di molte persone anche pie impoverisce e diventa ordinaria, lo si deve anche al fatto che attingono soltanto a sorgenti poco profonde; Giovanni ritenne che la cristianità vivente sulla fine del primo secolo fosse abbastanza matura per la pienezza di Cristo. Oh, fossimo anche noi maturi per questo sublimissimo dono della rivelazione, per ricevere dalla pienezza di Cristo grazia su grazia! Ce lo porge con mano tremante l’incanutito Giovanni!

IL PASTORE

Lo scrittore ecclesiastico Origene fa la stupenda dichiarazione: « La tromba di Giovanni suonò una volta ancora per cantare con le lettere ». Sono tre. La prima, se la giudichiamo dalla forma, la diremmo piuttosto una predica o una pia riflessione; è diretta alle chiese dell’Asia Minore e fu ritenuta sempre, dai primi secoli sino a noi, come una lettera accompagnatoria del Vangelo. La seconda porta lo strano indirizzo: « All’eletta Signora e ai suoi figli », col quale Giovanni si rivolge e onora una chiesa, che non voleva ulteriormente determinare. Il destinatario della terza è « il diletto Gaio », un membro tanto benemerito di quella comunità, cui era indirizzata la seconda lettera. Queste tre lettere costituiscono certamente la parte più commovente di tutti gli scritti dell’Apostolo; commuovono già perchè in esse trapela finalmente la stanchezza della vecchiaia. La mano veneranda stenta ormai a condur la penna, tanto che nella seconda e terza lettera mette punto dopo tredici e quindici versetti; non guizzano più nuovi pensieri: il vulcano, da cui l’eruzione dell’Apocalisse, il cuore, donde il torrente del Vangelo, stanno per spegnersi. In queste lettere ritornano i pensieri e le immagini, che incontriamo nel Vangelo: luce e tenebre, menzogna e verità, amore e odio, vita e morte; il vecchio Apostolo anzi prende da quello le stesse frasi e intere proposizioni. È l’aquila, eppure si dimentica e si ripete, proprio come si dimenticano i vecchi e ripetono sempre le stesse poche cose, che però sono l’essenziale: « Scrivo a voi, padri: Voi avete riconosciuto Colui, che è da principio. Scrivo a voi, giovani: Voi avete vinto il maligno. Scrivo a voi, fanciulli: Voi avete riconosciuto il Padre. Io ho scritto a voi, padri: Voi avete riconosciuto Colui, che è da principio. Ho scritto a voi, giovani: Voi siete forti. La parola di Dio rimane in voi. Voi avete vinto il maligno ». Nonostante questa umana debolezza, Giovanni s’accinse a scrivere delle lettere, perché l’amore e la sollecitudine per i suoi « figli » non gli permettevano di riposare ancora; li minacciava da parte del mondo la seduzione e dalle proprie file la scissione e l’eresia. Come un patriarca già ammantato della luce dell’alba eterna, il Discepolo dell’amore consegnò loro l’ultima volontà, ch’era la fede nel Signore e la carità anche verso i fratelli per amore di Lui. « Chiunque crede che Gesù è il Messia, è nato da Dio. E chiunque ama il Padre, ama pure il figlio di Lui… Se qualcuno dice: Amo Iddio, ma frattanto odia il fratello suo, questi è un menzognero; poiché chi non ama il fratello che vede, non può neppure amare Iddio, che non vede. Noi dunque abbiamo questo comandamento da Lui: Chi ama Iddio, deve amare anche il fratello suo ». – Le lettere di Giovanni ci rivelano di lui il ritratto più commovente: il Veggente di Patmos, che previde gli eventi giganteschi di tutta la storia umana, non dimentica d’esser sollecito per i figli che lottano « nella concupiscenza degli occhi, nella concupiscenza della carne e nella superbia della vita »; l’Evangelista, pur rapito nell’esultanza del Verbo eterno, dichiara: « Non v’è per me gioia più grande che sentire che i miei figli camminano nella verità ». Nell’ultimo capitolo del suo Vangelo riferisce la triplice interrogazione, rivolta dal Signore a Pietro: « Simone, figlio di Giovanni, Mi ami tu? — Pasci i miei agnelli! »; nelle sue lettere è egli stesso un fulgido esempio del suo amore verso il Signore, che appunto per questo si dona nella sollecitudine per il gregge di Lui. Clemente Alessandrino ci ha trasmesso un episodio, che al suo tempo — + 214 — si raccontava ancora nei riguardi del vecchio Apostolo e che bene completa questi rilievi intorno alle sue pastorali sollecitudini: un giovane era stato guadagnato a Cristo da Giovanni; più tardi però incappò su cattiva strada e divenne addirittura il capo d’una banda di briganti; il vecchio Giovanni, di ritorno dall’esilio, non risparmiò né viaggi né fatiche finché ricondusse all’ovile il giovane traviato. Giovanni il veggente, Giovanni l’aquila, Giovanni il pastore! Ov’è maggior grandezza?

IL SANTO

Giovanni morì vecchio di quasi cent’anni, circa settanta dopo la risurrezione del Signore, al tempo dell’imperatore Traiano (98-117), probabilmente nell’anno 104. A somiglianza dei primi padri dell’umanità, anche Giovanni, vero patriarca della cristianità, ricevette il dono d’una età longeva, affinché in lui e per mezzo di lui la giovane vita cristiana avesse a formarsi e a rinvigorirsi. Un’età così straordinariamente lunga provocò il sospetto che Giovanni non dovesse affatto morire, tanto più che Gesù stesso un giorno aveva detto all’Apostolo una parola, che poteva essere interpretata in questo senso. Quando cioè il Signore predisse a Pietro la sua fine dolorosa, questi, mosso da desiderio e invidia insieme, volse il suo viso all’amico Giovanni e la sua parola a Gesù, chiedendoGli: « Signore, e di costui che cosa sarà? »; e il Signore, preciso e conciso, gli diede la risposta che non ammetteva replica: « Se voglio ch’egli rimanga in vita finch’Io ritorni, che te ne dai tu pensiero? ». Negli ultimi anni di vita, quando s’era diffusa la voce che quella misteriosa parola del Signore voleva significare la sua immortalità terrena, Giovanni aggiunse un’appendice al suo Vangelo per opporsi a quella interpretazione: Gesù non gli aveva detto: “Egli non muore”, ma:  s’Io voglio ch’egli rimanga in vita finch’Io ritorni, che te ne dai tu pensiero?” ». L’Evangelista non spiega nemmeno lui quella parola, la propone semplicemente così, come il Signore l’aveva detta: Egli disse non che Giovanni sarebbe rimasto in vita, ma solo: se rimanesse questo non riguardava affatto nessuno, nemmeno Pietro. Da quest’ultima parola di Giovanni traluce ancora una volta quel misterioso amore, che lo stringeva a Gesù. Secondo la leggenda, quando sentì prossima la fine, egli stesso si portò al luogo del sepolcro; un’immagine di Luca Cranach il Vecchio rappresenta questa autosepoltura dell’Apostolo in maniera meravigliosamente cara e ingenua: dopo l’ultima liturgia domenicale, Giovanni, stanco, s’allontana dal popolo in preghiera e scende giù per i gradini incontro alla morte, come la sapienza nel « Teatro del mondo » del Calderon: « Vieni, Signore Gesù! »; al di sopra, un fanciullo spegne l’ultima candela dell’altare. Il tempo apostolico non è più; l’ultima vetta è scomparsa. Scomparsa? Il grande Agostino riferisce che uomini degni di fede gli assicuravano ancora al tuo tempo (+ 430) che il sepolcro di Giovanni s’alzava e s°abbassava al respiro tranquillo del sepolto. È almeno un simbolo stupendo! Il respiro di Giovanni, del discepolo dell’amore, palpita lungo tutti i secoli cristiani, ora elevandosi, ora abbassandosi; « Giovanni rimane in vita finché ritorna il Signore »; l’amore verso Gesù, ch’egli ha acceso con mano tremante, non si spegnerà mai più nell’umanità. La sua sepoltura a Efeso è già attestata dal Vescovo Policrate verso il 190. Il suo sepolcro fu celebre; probabilmente fu aperto al tempo dell’imperatore Costantino, che volle costruirvi sopra una nuova chiesa; invece però di resti mortali, si trovò solo un po’ di polvere, « manna », e per questo fatto attecchì la leggenda che anche Giovanni fosse stato assunto in Cielo col corpo. La Chiesa latina celebra la sua festa il giorno 27 dicembre, in prossimità del Natale, e anche in questo v’è un profondo significato: si tratta, per così dire, d’un ringraziamento per il solenne Vangelo, ch’egli intona a Natale: « In principio era il Verbo… Il Verbo è divenuto carne ». Anticamente tutti e tre gli Apostoli primi fra i Dodici, Pietro, Giacomo e Giovanni, erano festeggiati il giorno 27, come corteo d’onore e primizie di Colui, della cui pienezza essi hanno ricevuto prima di tutti gli altri. Il nome gentile di Giovanni — «Iddio è benigno » — risulta imposto come nome di battesimo sino dal quinto secolo e oggi è forse il nome più diffuso e conosciuto, anche se spesso è purtroppo così mutilato da non essere più riconoscibile. Giovanni, in un quadro del Rubens, è raffigurato col calice: secondo la leggenda, il gran sacerdote di Diana ad Efeso avrebbe offerto all’Apostolo un calice avvelenato per mettere a prova così la verità di quanto diceva e la sua santità; alla benedizione di Giovanni sarebbe sfuggito dal calice un serpente. Nella bella immagine del Rubens non v’è il serpente, si vede solo il calice, il calice santo. Giovanni e il calice! Un giorno ormai tanto lontano, nel tempo d’oro del primo amore, il Signore gli aveva domandato: « Potete voi bere il calice, ch’Io berrò? »; nell’ultima Cena s’era seduto vicinissimo alla preziosa e santa coppa, quando risuonarono le parole della transustanziazione: « Questo calice è il Nuovo Testamento nel mio Sangue »; qualche ora dopo aveva sentito sul Monte degli Olivi la supplica: « Padre, passi da Me questo calice »; e sul Calvario forse aveva disposte le mani a calice per raccogliere quel Sangue santissimo, che scorreva giù dalla Croce. Oh, il calice! Anche Giovanni lo bevette durante una vita intensa di lavoro e di fatica, di dolore e di amore, lo sorseggiò sino all’ultimo. Il calice resta il simbolo della sua più intima comunione col Signore. Nel giorno di San Giovanni la Chiesa porge ai fedeli un calice con vino dal colore d’oro e ordina loro: « Bibe amorem sancti Joannis — bevi l’amore di San Giovanni! ». O Giovanni santo, ottieni a noi, con la tua preghiera, la sete e l’ebbrezza dell’amore di Gesù Cristo.

SAN TOMMASO APOSTOLO

S. TOMMASO

(Otto Hophan: Gli APOSTOLI – MRIETTI ED. 1951)

Tommaso è l’apostolo, cui facciamo torto, perché tutte le volte che ripetiamo il suo nome, forte o piano, aggiungiamo: « l’incredulo »; l’« incredulo Tommaso » è divenuto proverbiale, come se tutto l’essere di questo Apostolo, quasi come  per Giuda il traditore, si riducesse al suo peccato, alla sua « incredulità »; il rinnegamento di Pietro non fu meno riprovevole del dubbio di Tommaso; ma chi mai, che sia ragionevole, riduce Pietro al suo peccato? Pietro fu ben di più, e anche Tommaso è molto di più che non il suo peccato soltanto. Il povero Tommaso è stato persino proposto quale patrono e precursore di tutti gli « increduli, dubbiosi, cavillatori e teste leggere »; e questo è un grave torto che si fa a un uomo, cui la vita era amara anche senza di questo apprezzamento e che inoltre dovette tanto soffrire solo per nostro vantaggio. Lo scetticismo infatti e l’incredulità di Tommaso non hanno nulla a che fare con quell’atteggiamento tanto borioso e altrettanto sciocco, che pretende di citare dinanzi al tribunale della sua misera ragione Iddio e i suoi Misteri per la smania di trovar da ridire persino intorno all’Altissimo; 1’« incredulità » del nostro Apostolo è una conseguenza del dolore e fu trasformata in benedizione; come ogni altro peccato, bisogna considerarla insieme alla sua dolorosa radice e al coronamento della misericordia di Dio; solo così la possiamo valutare giustamente.

LO SCETTICO

Il nome stesso di Tommaso ha dato motivo a un giudizio meno lusinghiero di lui; l’Evangelista Giovanni di fatto gli aggiunge in due passi il soprannome « Didimo », che alla lettera significa « il duplice », ma in senso più largo « il gemello »; ora qualcuno ha tentato di attribuire a questo termine il senso di « discorde », quasi di schizofrenico, ch’è un’interpretazione del tutto infondata ed è respinta dalla esegesi biblica prudente; perché Giovanni nient’altro intende, che fornire ai lettori greci del suo Vangelo l’interpretazione del nome aramaico « Tommaso », che nella greca ha per corrispondente « Didimo, gemello ». Una leggenda indiscreta e pettegola credette d’aver individuato il compagno nel seno materno di Tommaso nel fratello gemello Eleazaro o nella sorella gemella Lisia; gli Atti di Tommaso apocrifi vanno anche più oltre: Cristo stesso sarebbe stato il fratello gemello, e Tommaso gli sarebbe stato tanto somigliante, che veniva scambiato con Lui spesso: Tommaso era creduto Cristo e Cristo era creduto Tommaso. Forse questa maligna leggenda si riconnette con la tradizione della chiesa di Edessa, secondo la quale il vero nome dell’apostolo Tommaso sarebbe stato « Giuda », detto pure Tommaso, cioè Didimo, Gemello; questo fatto condusse allo scambio con l’apostolo Giuda Taddeo, che senza dubbio, come a suo luogo sarà detto, era un « Fratello », ossia un cugino del Signore; la leggenda, con tutta sicurezza, fece di Giuda un Tommaso, un fratello e anzi un fratello gemello del Signore. Intorno alla origine dell’apostolo Tommaso, ai suoi genitori e alla sua vita precedente la chiamata del Signore non abbiamo dalla Sacra Scrittura nessun ragguaglio; è il primo dei Dodici, che, per così dire, entra nel Vangelo inosservato, egli è in testa agli Apostoli silenziosi o quasi muti; il suo nome comincia a splendere solo nei cataloghi degli Apostoli, come un raggio di sole sul limitare della foresta, cui finora non s’era fatta attenzione, senza che mai nell’intervallo precedente si faccia menzione di lui, a differenza dei primi sette colleghi. La leggenda fa di Tommaso un architetto e l’arte, sin dal secolo decimoterzo, gli ha messo in mano la squadra, come a patrono dell’ingegneria; ma secondo un accenno del Vangelo Tommaso era pescatore, non sembra quale padrone, come Pietro e Andrea e i figli di Zebedeo, ma piuttosto in qualità di garzone; questa ipotesi s’accorda con delle informazioni antiche, che fanno discendere Tommaso da genitori poveri e meschini della tribù di Giuda o di Issacar. A queste condizioni di vita misera e stentata risale forse la sua indole inceppata, incerta e oppressa. Perché egli nel Vangelo appare chiaramente un melanconico; Giovanni, fine ritrattista nonostante tutta la sua sublimità, riferisce in tre passi poche parole di Tommaso, ma essenziali; si danno pure talora delle espressioni, che, per quanto brevi e laconiche, fanno passare dinanzi alla mente in un baleno l’intera figura d’un individuo. I Sinottici ricordano Tommaso unicamente nei cataloghi degli Apostoli, all’ottavo posto Marco e Luca, al settimo Matteo; nel Canone della Messa e nelle Litanie dei Santi, persino anzi negli Atti degli Apostoli egli non viene dopo i colleghi Filippo, Bartolomeo e Matteo, che nei Vangeli lo precedono, ma prima di loro, quale qualificato ed importante teste della risurrezione. Tommaso però, nonostante questi compagni d’apostolato a destra e a sinistra, ci lascia l’impressione d’essere in qualche modo solo e sperduto nella serie dei Dodici, enumerati nei cataloghi; se si paragonava con gli altri, come amano fare i melanconici, si vedeva inferiore e l’ultimo di tutti; non avevano tutti gli altri preminenze e privilegi, ch’egli non aveva? Pietro era il primo nel potere, Giovanni il primo nell’amore, Andrea e Giacomo potevano fruire del sole delle prerogative dei loro grandi fratelli, Filippo aveva il suo allegro amico Bartolomeo e Bartolomeo aveva il suo Filippo, Matteo era una persona esperta e ricca, mentre Giacomo Minore, Taddeo e Simone erano fratelli di Gesù, come scriveremo a suo luogo; è vero che questi ultimi venivano dopo di lui, Tommaso, ma questo era dovuto solamente alla nobile delicatezza del Signore, che ai suoi parenti aveva assegnato gli ultimi posti; infine Giuda Iscariote, il collega incomodo e quasi malsicuro, godette tuttavia la fiducia, in vista della quale poté tener la cassa; solo Tommaso dunque se ne sta senza titoli e rapporti d’intimità, solitario, ultimo di tutti. Queste nostre supposizioni — non pretendono essere di più — non saranno giudicate infondate, se i testi evangelici, riferentisi a Tommaso, vengono considerati in tutta la loro portata. Tommaso compare la prima volta in precedenza alla risurrezione di Lazzaro, poche settimane prima della passione del Signore. Maria e Marta, le sorelle addolorate di Lazzaro, di lassù a Betania avevan inviato a Gesù un corriere, perché in quel tempo, dinanzi alle intenzioni omicide dei suoi nemici, Egli si era ritirato nella regione della Perea. Quand’ebbe appreso della grave malattia di Lazzaro, Egli diede l’oscura e misteriosa risposta: « Questa malattia non conduce alla morte, ma serve alla glorificazione di Dio; il Figlio di Dio sarà glorificato per essa »; soltanto due giorni dopo disse ai suoi Discepoli: « Andiamo di nuovo in Giudea! »; i Discepoli, costernati e impauriti fino nel fondo dell’animo, Gli opposero: « Maestro, appena ora i Giudei volevano lapidarti, e Tu vuoi andar là nuovamente? »; quando parlò loro del « sonno » di Lazzaro, essi non badarono volutamente al vero senso di quella parola per potervisi aggrappare avidamente: « Signore, se dorme, guarirà nuovamente »; nonostante però questo affannoso sotterfugio, Gesù rimase fermo nella sua decisione di mettersi in quel viaggio pericoloso, che doveva farGli incontrare la morte. Fu Tommaso, che in quel momento gridò, triste e fedele insieme, agli Apostoli suoi compagni: « Andiamo insieme e moriamo con Lui! ». Uscita piena di malinconia e di amore! Egli, melanconico com’era, s’era già immaginate le ultime vicende e le vedeva certamente oscure; non fa accettare a se stesso nessuna consolante bugia né si lascia illudere, come gli altri, da palme e da osanna; egli vede arrivare ore nere, nerissime; qualora però il Signore, nonostante tutti i moniti dei suoi Discepoli, voglia avviarsi alla sua fine, questo non Gli deve capitare da solo; noi, noi tutti andiamo con Lui e con Lui moriamo! Pietro, dopo il primo annunzio della passione, nella sua impetuosità, aveva gridato ben diversamente per un timore nei riguardi del Maestro e… di se stesso: « Lungi da Te, o Signore! Questo non Ti deve accadere! ». La parola di Tommaso è più matura, più grave, come una spiga che abbandonandosi si piega verso il suolo, dal quale è cresciuta. Nel quadro dell’ultima Cena di Leonardo da Vinci Tommaso, il secondo a sinistra di Cristo, Lo assicura con forza e quasi minaccioso della sua fedeltà. L’evangelista Giovanni riferisce anche la seconda espressione di Tommaso, melanconica quanto la prima, ch’egli disse nel Cenacolo. In quell’ora dolorosa il Signore era tutto intento ad aiutare i suoi Discepoli a togliersi dal proprio cuore mortalmente triste, inconsolabile per il dolore della separazione; e la prima consolazione, ch’Egli offrì loro, fu l’arrivederci nella sua gloria presso il Padre: « Il vostro cuore non tema! Credete in Dio e credete in Me! Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se così non fosse, ve l’avrei detto. Io vi vado per preparare a voi un posto; quando vi sia andato e abbia preparato un posto per voi, allora torno di nuovo e vi prendo con Me, perché anche voi siate dove sono Io ». Per richiamarli ai suoi precedenti discorsi e insieme per invitarli a uscire dall’opprimente silenzio, entrando in colloquio con Lui, Egli dice ancora quasi incidentalmente: « Dove Io vado voi lo sapete, e anche la via sapete »; e non vi fu nessuno che replicasse parola; solo Tommaso, in preda a desolazione commovente, confessò: « Signore, noi non sappiamo dove Tu vada, e come possiamo conoscere la via? ». Dice bene « noi », perché è sicuro che nemmeno gli altri avevano investigate le vie e le mete del Signore, « le sue vie sono ininvestigabili! », ma gli altri non ebbero la franchezza di aprire dinanzi a tutti la loro interna incertezza; Tommaso invece, che soffriva più di tutti per la gravità della situazione, non trattenne la sua domanda, ma con franchezza pose lealmente la sua anima straziata dinanzi al Signore. E Gesù, con grande comprensione per l’intimo tormento del suo Apostolo, gli disse una parola, che è fra le più regali di tutto il Vangelo, perché consentiva al riflessivo e sofistico Tommaso di dare uno sguardo nelle profondità del Maestro e anzi negli abissi dello stesso Iddio Trino, oscuri per la troppa luce: « Gesù gli rispose: “Io sono la via e la verità e la vita. Nessuno va al Padre se non per Me. Se voi Mi conosceste, conoscereste anche il Padre mio. Da questo momento Lo conoscete, L’avete anzi già visto” ». Questo splendido sguardo sulla nostra eterna dimora familiare col Padre e col Figlio e sulla via che ad essa conduce, che è Cristo, noi lo dobbiamo al tormento e alla domanda di Tommaso. Ma egli, per la sua indole e a salvezza di tutti, ha patito un’altra volta e ancor più dolorosamente nel tormento del suo dubbio, mentre risuonava giulivo l’Alleluia della prima settimana pasquale. – Tommaso, più d’ogni altro Apostolo all’infuori di… Giuda, aveva previsto il Venerdì Santo con chiarezza inesorabile; nelle profondità del loro cuore fondamentalmente diverso, tutti e due, il melanconico e il traditore, sapevano della sorte, che s’avvicinava al Signore; ma in una piega di quel cuore Tommaso — ah, Giuda stesso forse! — sperava che il Signore avesse il dominio della difficile situazione e la cambiasse; quando però la passione del Signore, come una catastrofe della natura, prese irrefrenabile il suo corso, e si succedettero cattura, condanna, crocifissione e morte, Tommaso fu schiacciato dal peso della realtà; questo per lui era troppo; da questo colpo non si rialzerà più. – Il Venerdì Santo aveva scosso anche gli altri Apostoli. Gli increduli veramente sostengono che essi, per un’intima speranza, erano febbricitanti nell’attesa della risurrezione, tanto che finirono per crearsene la persuasione; frattanto le relazioni evangeliche dimostrano inequivocabilmente che gli Apostoli non avevano della resurrezione nemmeno l’idea, tanto meno potevano nutrirne la speranza; alla  fine essi si arresero non ai sogni, ma unicamente ai fatti. Quando Maddalena gridò loro il primo messaggio pasquale, li incontrò « compagni afflitti e piangenti; quand’essi udirono ch’Egli vive ed è apparso a lei, non credettero » ; disorientati e tristi erano pure i discepoli, che andavano in Emmaus; anzi, quando il Signore stesso la sera di Pasqua irruppe come sole nella sala, persino in quel momento « credettero per l’angoscia e lo spavento di vedere uno spirito. Allora Egli disse a loro: “Perché siete così sbigottiti e per qual motivo pensieri sorgono nei vostri cuori?” ». In quell’ora del primo incontro con tutti, il Signore di sua iniziativa aveva concesso la prova palpabile, che poi avrebbe desiderato tanto anche Tommaso: « Guardate le mie mani e i miei piedi! Sono proprio Io; palpateMi e vedete! Uno spirito non ha carne né ossa, come vedete in Me ». Allora soltanto, come su monti dopo una notte di paurosi temporali, il Sole pasquale si levò su quegli uomini, persino in quel momento timidi e tremanti, come la prima luce dorata, che piove sulle nostre vette, quasi tutto quello che osservavano fosse troppo bello per esser vero: « Per la gioia non potevan ancor credere, ma solo stupivano », finché « Egli mangiò dinanzi ai loro occhi ». – Fatalità volle, si direbbe quasi, che Tommaso, proprio Tommaso, che aveva bisogno della Pasqua con più urgenza di tutti gli altri, non avesse a godere di quella prima ora del tripudio pasquale: « Tommaso non era con loro quando venne Gesù ». Ma perché no? solo per caso? Giovanni tace, e certo per sommo di delicatezza, che il povero, perplesso ed esacerbato collega era sul punto di ritirarsi dal loro gruppo; ché la sua speranza era stata lacerata e la sua fiducia delusa troppo crudelmente; che sta a cercare ancora nel gruppo dei delusi come lui? Quando gli altri andarono con fraterna bontà e in pienezza di gaudio a riferirgli, nella sua pericolosa solitudine, l’Alleluia: « Abbiamo visto il Signore», egli ne fu amareggiato; non era disposto a credere al loro messaggio così, per sentito dire; si è già proposto come norma, di non cadervi più dentro; del resto, se il Signore è veramente risorto, perché è apparso a tutti gli altri e solamente a lui no? non lo meritava quanto gli altri? Era l’ultimo degli Apostoli, sta bene, ma tuttavia era sempre uno dei Dodici; se al Signore non importa più di Tommaso, a che pro allora credere? E a questa maniera il poveretto passava di palo in frasca, avviluppandosi sempre più nel dubbio, nel rancore e nell’amarezza. Una cosa, un’unica cosa ammette ancora: « Se non vedo nelle sue mani il livido dei chiodi » — e frattanto dentro di sé va formulando la riserva: « vedere » soltanto non è ancora sicuro, perchè vedere può ingannare —, « se non posso mettere il mio dito nel posto dei chiodi e la mia mano sul suo fianco, non credo ». – Per la gioia pasquale degli Apostoli Tommaso era come un’ombra densa: se lo minacciasse una sorte simile a quella di Giuda? S’adoprarono per strappare il pericolante dall’abisso dell’incredulità; andò il buon Pietro e gli raccontò cento volte quello, ch’era avvenuto il dì di Pasqua; anzi per far animo al poveretto, gli confessò il peccato del proprio rinnegamento; andò Andrea, andò Giovanni, andarono a lui i discepoli di Emmaus, andarono le pie donne. Invano! A tutti egli oppose la sua ostinata condizione per dare la sua adesione. Alla fine, spossato, accondiscese almeno a non allontanarsi per allora dalla comunità, ché il Signore alla comunità s’era pur fatto vedere; però sedeva fra gli Undici come un assente; la gioia degli altri lo turbava, si sentiva straziato. In tali condizioni nessuno più poteva soccorrere, se non il Signore soltanto! La salvezza di Tommaso dipendeva unicamente dalla sua misericordia; la festa del nostro Apostolo viene celebrata nel giorno più corto dell’anno, quando il sole sta al suo punto più basso: anche nella sua anima stette il Sole tanto in basso, che egli riteneva non dovesse più levarsi. – « La pace sia con voi! »: fu come il canto d’un organo nella sala chiusa degli Undici. Il Signore! Veramente il Signore! Lui solo può entrare nelle sale e nelle anime chiuse. Era venuto per Tommaso; perché Egli è il buon pastore, che corre dietro alla pecorella smarrita finché non la ritrovi, e un Apostolo è in tanta dignità che per lui Egli si fa persino visibile e palpabile; aveva già rintracciato Pietro nel suo peccato e l’aveva ricondotto a Sé; Tommaso non è da meno dinanzi a Lui; lo va dunque a prendere nella pena dell’astio e del dubbio per condurlo al focolare della sua pace. E Gesù riprende sulle sue labbra, parola per parola, quella caparbia condizione richiesta da Tommaso per poter prestar fede: « Metti il tuo dito qui e vedi le mie mani! Stendi la tua mano e mettila sul mio fianco! »; e anche il biasimo suona come un balsamo: « Non essere incredulo, o Tommaso, ma credente », « fidelis — fedele », come con maggior profondità dicono il testo greco e latino. La sala era dominata da un grave silenzio; sembrava che non vi ci si trovassero che Gesù e Tommaso soltanto; mai la realtà divina e il dubbio umano stettero così vicini, faccia a faccia, l’una di fronte all’altro come qui: Tommaso, il povero rappresentante del dubbio, deve ora vedere e toccare a tranquillizzazione di tutti gli scettici. Egli vide il corpo luminoso; vide le rosse cicatrici delle ferite, come rose fiorenti, nel centro delle mani; vide la ferita del fianco, la porta aperta che mette nel Cuore di Dio; vide il Cuore palpitante, che, come acceso rubino, riluceva dietro a quella ferita tremendamente preziosa. Ne aveva abbastanza; non desiderò più di palpare quello che aveva visto; vinto dalla realtà e più ancora dalla carità del Signore, che è la suprema realtà, Tommaso si gettò a terra singhiozzando e abbandonò al Signore le profondità del suo spirito, tutti i lamenti non proferiti, tutte le questioni non sciolte, tutte le brame non saziate: « Mio Signore e mio Dio! Mio Signore e mio Dio! ». Nessuno degli Apostoli finora aveva chiamato il Signore « Iddio » così chiaramente, nemmeno Pietro nella sua professione a Cesarea di Filippo; il dubbioso e sofferente Tommaso fu il primo di tutti a fissare Cristo nel diadema della sua divinità; ed era stato precisamente il suo bisogno, che l’aveva condotto al Signore e a Dio, al « suo Signore, al suo Dio ». – L’evangelista Giovanni intendeva di concludere il suo Vangelo con l’episodio di Tommaso; quello ch’egli riferisce dopo nel capitolo ventunesimo: l’apparizione di Gesù al lago di Tiberiade, è solo un complemento, che aggiunse più tardi; la parola conclusiva, che Gesù disse a Tommaso, doveva riecheggiare nei lunghi millenni della fede, in quel momento al loro inizio, come un « Amen » vigoroso, riepilogante il Vangelo intero: « Perché Mi hai visto, Tommaso, tu credi. Beati coloro, che non vedono e però credono ». Questo non vedere e tuttavia credere è un atto umanamente e divinamente così sublime, che Pietro nella sua prima lettera gli rende apertamente omaggio: « Voi L’amate (Gesù Cristo), sebbene non L’abbiate visto; credete in Lui, sebbene non L’abbiate sotto gli occhi. Per questo esulterete di gioia inesprimibile e gloriosa, se raggiungete lo scopo della vostra fede, la salvezza delle anime » 13. Tommaso, che credette solo per aver visto, fu dal Signore chiamato per rassodare nella fede tutti coloro, che credono, sebbene non veggano; fu dunque disposizione provvidenziale, non fatalità, ch’egli la prima sera di Pasqua non fosse con gli altri; il suo dubbio doveva prevenire il nostro; nella sua incertezza doveva trovare base inconcussa la nostra sicurezza; egli passò vicino vicino all’infelicità, perché noi fossimo beati della nostra fede. Noi quindi dobbiamo un grazie cordiale all’« incredulo » Tommaso: egli ha sofferto il dubbio, uno dei tormenti più spaventosi dello spirito umano, per nostro vantaggio; la sua ferita doveva servire alla nostra salute. Tommaso è davvero « Didimo », un duplice, un gemello, perché con la sua fede ebbe i suoi natali anche la nostra. Vorremmo dirla un’amabile ironia quella del 21 dicembre, quando, pochi giorni prima di Natale, la Liturgia previene il presepio di Betlem colla festa di Tommaso e presenta al Bambino il Santo irremovibile. Ivi, ai piedi del Bambino divino, egli recita per i sofistici e i melanconici di tutti i tempi la sua profonda e insieme infantile preghierina: « Mio Signore e mio Dio! Mio Signore e mio Dio! ».

L’APOSTOLO

Gli Scritti Sacri non forniscono nessuna notizia intorno alle ulteriori vicende della vita di Tommaso; gli Atti degli Apostoli, ad esempio, non hanno conservata nessuna parola di lui, non ci informano di alcuna lettera sua. Ma potrebbe egli accomiatarsi dal Nuovo Testamento in modo più bello che con la sua professione nel Signore e Dio Gesù Cristo? Le notizie della tradizione ci indirizzano tutte verso oriente, verso la terra del sole levante, anzi nella leggenda siriaca e armena egli appare quale Apostolo principale dell’Oriente. Le antiche informazioni, capeggiate dallo stesso Origene (+ 253), parlano d’una attività apostolica di Tommaso fra i Parti; vengono ricordati pure i popoli dei Medi, Persiani, Ircani e Bactriani, che abitavano i territori degli odierni Iran, Irak, Afganistan e Belucistan; una leggenda deliziosamente ingenua dice che Tommaso incontrò fra i Persiani gli stessi Maghi, che un dì avevano reso omaggio al Bimbo di Betlem, e amministrò loro il battesimo. – La leggenda, secondo la quale Tommaso si sarebbe spinto ancor più innanzi, sino cioè alla vera India odierna, ebbe a suo favore anche scrittori cattolici solo dalla metà del secolo quarto; questa notizia non è in sé inconciliabile con le più antiche; nell’India stessa è sopravvissuta sino ad oggi l’opinione che Tommaso giungesse nella regione per la « via di seta », attraverso cioè la Persia e il Tibet. Quasi negli stessi anni, molti fuggitivi giudeocristiani sarebbero arrivati per via di mare in Cochin, dove il nostro Apostolo avrebbe faticato, finché più tardi si sarebbe inoltrato nel Travancore. Una antica tradizione siriaca chiama Tommaso « guida e maestro della Chiesa dell’India, ch’egli fondò e resse ». I così detti « Cristiani di Tommaso », che sono sopravvissuti sino al nostro tempo nella costa del Malabar — quelli uniti a Roma ascendevano nel 1937 a 700.000 credenti —, vedono in questo Apostolo il loro padre spirituale. Nonostante però tutti questi indizi, che pur meritano considerazione, la scienza cristiana trova difficoltà ad ammettere come efficaci le prove, che si adducono a favore d’un’attività di Tommaso nell’India. V’è anche un’altra opinione, secondo la quale egli avrebbe predicato il Vangelo addirittura in Cina; ma neppure questa si può dimostrare storicamente vera. Ancor più incerte e in gran parte fantastiche sono le informazioni sull’attività apostolica di Tommaso, che rigurgitano di miracoli; forse nessun altro Apostolo è stato quanto lui, l’« incredulo », soffocato dalla esuberanza della leggenda. Tutte queste notizie leggendarie dipendono dagli « Atti di Tommaso » apocrifi, che furono scritti nella prima metà del secolo terzo in ambienti gnostici, probabilmente a Edessa, e ben presto furono rielaborati da un cattolico siriaco o greco. Il loro contenuto in breve è il seguente: nella spartizione del mondo fra gli Apostoli, Tommaso tirò la sorte per l’India, ma per un sentimento di paura si rifiutò d’andarvi; per questo è venduto dal Signore stesso come schiavo al commerciante indiano Abbanes, che per incarico del suo re Gundaphar — alcune monete ritrovate attestano che un re indiano di nome Gundaphar fra gli anni 20-50 dopo Cristo è storicamente esistito — cerca un architetto. Tommaso, insieme con Abbanes, s’incammina silenzioso per il viaggio in India; il re accorda piena fiducia allo sconosciuto « architetto » e mette a sua disposizione enormi ricchezze per la costruzione del palazzo reale; l’Apostolo dispensa queste somme, fissate per la costruzione, ai poveri, con la motivazione che facendo così egli costruiva al re un palazzo in Cielo. Il principe inviperisce; ma gli appare il fratello defunto che lo rassicura della verità e della magnificenza di quel palazzo all’al di là, costruitogli da Tommaso; il re e suo fratello, risorto a nuova vita, si fanno battezzare. Tommaso s’inoltra nel regno vicino, dove induce parecchie donne di stirpe principesca a eleggere la verginità anziché il matrimonio — idee gnostiche, ostili al corpo e al matrimonio fanno spesso capolino proprio negli Atti di Tommaso —; per questo il re Mazdai ordina a quattro soldati di infilzarlo nello spiedo. La morte di spiedo sarebbe sino ad oggi una punizione per i delitti politici secondo la costituzione del Siam. Come luogo della morte, la tradizione ricorda « Kalamina », località, che sino ad oggi non si è potuta identificare con certezza; forse è in relazione col grande « monte di Tommaso » presso Mailapur, sul quale nel 1547 fu costruita una chiesa in onore dell’Apostolo Tommaso, supponendolo il luogo della sua morte; sull’altare si trova la croce di pietra di Tommaso, con iscrizioni del sesto, settimo e ottavo secolo. – È difficile sceverare nella leggenda di Tommaso la verità dalla finzione. Verso la metà del secondo secolo lo gnostico Eracleone afferma che l’Apostolo morì di morte naturale. La chiesa di Edessa si gloria del suo sepolcro, che in una predica il Crisostomo enumera fra i quattro sepolcri conosciuti degli Apostoli; la leggenda indiana cerca di andare incontro a questo dato, mentre riferisce che la maggior parte delle reliquie di Tommaso fu trasportata a Edessa nel secolo terzo; nel 1258 sarebbero passate da Edessa nell’isola greca di Chios e di qui, più tardi, a Ortona, dove attualmente sono onorate. All’Apostolo Tommaso vengono anche attribuiti diversi scritti, che però sono tutti apocrifi. Un « vangelo di Tommaso », ch’era sorto in ambienti di gnostici Naasseni, andò perduto; frammenti di quest’opera gnostica più estesa si trovano probabilmente nell’odierno « vangelo di Tommaso », che riferisce numerose leggende intorno all’infanzia di Gesù con profusione di chiacchiere: il bambino Gesù, ad esempio, in giorno di sabato, avrebbe plasmato degli uccellini di creta; al richiamo fatto da un giudeo a Giuseppe per l’infrazione del riposo sabbatico, il divino Infante avrebbe battute le mani e gli uccellini di creta se ne sarebbero volati via. L’unico pregio di questa e simili favole per il nostro tempo sta nel fatto, che, confrontate con i Vangeli genuini — si pensi, ad esempio, alla storia dell’infanzia di Gesù in quello di Luca —, ne mettono in risalto la dignitosa serietà. – Al nostro Apostolo risalirebbe pure un’« Apocalisse » dal titolo: « Lettera di nostro Signore Gesù Cristo al discepolo Tommaso ». Questo scritto, che è già stato condannato dal Papa Gelasio I alla fine del quinto secolo, va ciarlando sugli orrori degli ultimi sette giorni prima dell’ultimo giudizio, tre dei quali sarebbero dominati dalle tenebre. Tommaso viene pure messo in relazione con la leggendaria lettera del Signore al re di Edessa Abgar: quella lettera sarebbe stata scritta, per incarico di Gesù, dallo stesso Tommaso, che, dopo l’ascensione di Cristo, avrebbe inviato al principe Abgar Taddeo, uno dei settantadue discepoli, per guarirlo dalla sua grave malattia. – Frattanto quello, che di veramente storico ci fu trasmesso intorno a Tommaso nel Vangelo stesso, ci offre elementi più sicuri per delinearne l’attività apostolica che non gli apocrifi, così fantastici e smaniosi di miracoli. Qualche moderno fanatico dell’eugenica avrebbe sentenziato che Tommaso era inetto alla vita, ne era anzi indegno; poiché a che scopo un simile melanconico, che rende pesante la vita a sé e agli altri? E invece quali grandi cose non possono realizzare appunto tali uomini, qualora una mano benevola li aiuti a uscire dalla loro crisi! Dopo il consolante miracolo, che la divina misericordia operò la sera della seconda domenica di Pasqua, Tommaso fu libero dal fardello del proprio pesante « io » e non appartenne ormai che al Signore; portò ancora solo un carico, quello della riconoscenza, d’una riconoscenza tanto grande, da non potervi soddisfare in eterno; egli va debitore solo alla misericordia del Signore se non è divenuto apostata, ma è rimasto Apostolo; come per Paolo, il persecutore domato, così anche per Tommaso, l’incredulo richiamato, lo stimolo che lo spinse innanzi fu la misericordia del Signore. È profondamente simbolico che, secondo le notizie della storia o della leggenda, proprio questi due Apostoli abbiano lavorato nelle regioni più remote, Paolo in Spagna, ai confini dell’Occidente, e Tommaso in India, ai confini dell’Oriente; l’amore di Cristo infuocato e impellente spingeva i due sempre più avanti, più avanti ancora, come un fuoco, che mai si fa sazio. – L’attività apostolica di Tommaso dovette essere sicuramente mite, benigna, quasi tenera, come il suono d’una campana, cui, nel laborioso processo di fusione, sia stato infuso molto argento; Tommaso sapeva per propria esperienza le tremende possibilità del cuore umano. In uno scritto d’autore ecclesiastico orientale, nel sermone Bachios sul giudizio nella valle di Giosafat, il Signore rivolge la parola a Tommaso, esortandolo amorevolmente: « Tommaso, mio diletto, sii compassionevole verso il mio popolo, gli occhi del quale guardano a te, come presso di te fosse la risurrezione. Ricordati della mia amicizia con te nel giorno della tua incredulità! Io ti confortai e dissi a te: “Vieni, Tommaso, metti la tua mano sul mio fianco! Vieni, Tommaso, metti il tuo dito nella mia mano!”. Sappi, o Tommaso, mio diletto, ch’Io sono un cuore pietoso e misericordioso. Io ho accordato a voi la misericordia fin da principio. Voglio che voi la esercitiate oggi nella mia compassione, oggi ». Ascoltiamo qui messo in bocca al Signore quello, che nell’intimo del suo cuore Tommaso stesso si diceva continuamente; lui, che sa, perché gli fu usata compassione, aveva troppo sofferto per non capire anche gli altri, che avevano il cuore esulcerato. Ma era in grado di capire soltanto? Il sofferente e dubbioso Tommaso, su di cui il Sole pasquale era sorto in magnificenza particolare, poteva non solo capire le oscurità umane, ma anche illuminarle; con profondo intuito la leggenda gli attribuisce l’articolo del Simbolo apostolico: « Discese all’inferno; il terzo giorno risuscitò nuovamente da morte »; egli non deve annunziare melanconia e neppure compassione soltanto, ma anche Alleluia, quell’Alleluia, ch’egli attinse, come da una fresca sorgente, con mano tremante, dal Cuore del Signore. Oh, quel luminoso Cuore del Signore! Due Apostoli nel Vangelo ci vengono ricordati presso il Cuore del Signore, Giovanni e Tommaso, l’amante e il sofferente, e si direbbe quasi che il sofferente vi sia penetrato più a fondo dell’amante, anzi che tutto il significato della sua grande meschinità fosse spingerlo nelle profondità consolatrici di quel Cuore. Una bella leggenda riferisce che la mano di Tommaso, che s’era posata sul fianco di Gesù, rimase intrisa di sangue per tutta la sua vita: Tommaso non potrà dimenticare mai più quel fianco rosso e rifulgente; esso gli rischiarerà tutte le vie della vita. – La bella testa di Tommaso, che seppe creare il Rubens, ci commuove: quel volto purificato e maturato nel dolore, quella fronte solcata, che ha rimuginato tanti pensieri e sollecitudini, quegli occhi, che han vegliato molte notti e han pianto molte lacrime ci guardano stanchi e miti. Ora tutto è superato; la via, che un dì Tommaso disse sospirando di non conoscere, è percorsa e il buon vegliardo è già soffuso della luce del porto eterno. Oh, come dev’essere bello un giorno aver conservata la fede, aver combattuta la battaglia, aver sofferto lungo la via e trovarsi alla meta, nel Cuore del Signore, ove ogni inquietudine si trasfigura nella quiete! San Tommaso, prega per noi!

S. ANDREA APOSTOLO (30 NOVEMBRE 2022)

(Otto Hophan: Gli Apostoli – Marietti ed. 1951)

Passando da Pietro ad Andrea, suo fratello e compagno d’apostolato, ci sembra di trasferirci da un lago agitato a una spiaggia tranquilla; egli attrae persino col suo bel nome. « Andrea » — da « andreîos » — significa « virile », « valoroso », e sebbene nome greco, era diffuso fra i Giudei fin dal secondo secolo precristiano; gli artisti, che ci diedero le prime immagini di Andrea nel secolo quarto e quinto, erano evidentemente sotto l’influsso del significato di questo nome; sempre e ovunque infatti lo rappresentano robusto, virile; la presenza risoluta ed energica trapela sin dai capelli, che son rivolti all’insù quasi irti. « Andrea non era piccolo ma grande, un po’ ricurvo, con naso grande e alte ciglia »: così è dipinto in una biografia del nono secolo, che certamente desunse queste notizie da fonti ben più antiche. « Non piccolo, ma grande »: in queste parole è ritratta anche la figura morale dell’Apostolo. Le informazioni del Vangelo sono scarse, ma quelle che abbiamo provano chiaramente ch’egli fu in verità quello che il nome significa: un uomo; e però non si notano in lui quei lineamenti rigidi, che troppo spesso macchiano proprio gli uomini dalla forte tempra, non è ruvido, duro né ambizioso; ha colto giusto lo Spagnoletto, dipingendo Andrea come un vecchio tranquillo, serio, affabile, che tiene nella destra nerboruta un pesce pendente dall’amo. Ora egli ci deve raccontare come abbia preso il Pesce santissimo (*) o, meglio, come egli stesso sia stato preso da Lui per sempre. (Il pesce è un intelligente e caro simbolo di Cristo fin dall’età cristiana più remota. Nella parola greca I-Ch-Th-Y-S = pesce, si vedevano le lettere iniziali del nome e delia natura di Cristo; I = Gesù; Ch = Cristo; Theoù = di Dio; Youiòs = Figlio; Sotér = Salvatore).

ANDREA IL PRIMO

Andrea era fratello naturale di Simone Pietro (Giov. 1, 40); non è però possibile precisare se fosse di lui più giovane o più anziano; si inclina a ritenerlo piuttosto per il più giovane, nonostante la sua indole equilibrata, poiché abitava nella casa di Simone, in quella casa, che ebbe l’alto onore di offrire ospitalità al Signore stesso durante la sua attività pubblica in Galilea e che anzi Gli servì di prima chiesa e di primo pulpito. Può essere che Andrea, dopo una morte prematura del padre Giona (Giovanni), si fosse trasferito col fratello Pietro da Bethsaida, dov’erano nati tutti e due, a Cafarnao. Quivi visse nell’oscurità e anche, — perchè no? — nella vivacità della famiglia del fratello, con la sposa e i piccoli di lui e… la suocera. Che si debba a questa situazione familiare, se il popolo cristiano ha scelto l’apostolo Andrea a patrono dei matrimoni felici e del… buon tempo? – Andrea era pescatore come il fratello, il Vangelo anzi fa pensare che esercitassero il mestiere uniti, in modo che con i loro guadagni potevano far fronte alle spese per il mantenimento della famiglia; poiché l’arte era sì modesta, ma insieme anche redditizia; si sa infatti che i pesci abbondavano nel lago di Genezareth e il mercato del pesce era molto frequentato; era dunque assicurato un buon introito. E il Signore, merita che lo si noti, scelse per apostoli anzitutto dei pescatori; è vero, accogliendo nel collegio apostolico Giacomo Minore e suo fratello Taddeo,  accordò tanto onore anche all’agricoltura; accogliendovi poi Paolo, onorò la scienza e con Matteo — per tacere di Giuda! — fece onore pure agli affari e al commercio; tuttavia non sarebbe difficile provare che fra i dodici Apostoli almeno sei erano pescatori; il Signore anzi delineò l’ufficio apostolico proprio come una « pesca d’uomini ». Abbiamo qui un simbolo profondo! Soltanto colui che conosce il tempo e le correnti, colui che il sole non accieca e la tempesta non spaventa, colui che sa stare attento, colui soprattutto che sa portare pazienza, come un pescatore, solo costui è idoneo all’apostolato. Quando dunque Andrea col fratello suo Simone gettava le reti nel lago azzurro e tranquillo e, dopo lunghe ore, le ritirava con grande gioia, se cariche, o con calma rassegnazione, se leggere, egli era già alla scuola preparatoria all’apostolato. Oh, se i due fratelli avessero potuto sospettare che un giorno avrebbero dovuto consacrare la loro vita al santo « Ichthys » — Gesù Cristo! – Ma un simile pio presentimento non doveva essere tanto lontano dal loro spirito, perché dovevano sentirsi fortemente inclinati alla religione; il Vangelo infatti non ce li presenta soltanto intenti al lavoro sul lago, ma ce li fa incontrare anche al Giordano, nel gruppo dei discepoli di Giovanni (Giov. 1, 35 Ss.). Il potente grido del Battista: « Il regno dei Cieli è vicino! » aveva tratto fuori dalla loro esistenza civilmente onesta anche i nostri due fratelli; ed essi, tutti protesi, stettero in ascolto dei passi di Colui, che doveva venire. E fu appunto ivi, presso il Battista, che Andrea visse la grande ora del suo incontro con Gesù…, perché noi non possiamo mai percorrere da soli tutta la via che mena a Lui, Egli ci viene incontro con la sua grazia… Non sarebbe possibile riferire quell’incontro in un modo più attraente di quello dell’evangelista Giovanni, che in quell’ora era compagno di Andrea, ma tace modestamente il proprio nome. Giovanni Battista « vide Gesù venire a sé e disse: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo!”. I due discepoli lo sentirono dir così e seguirono Gesù. Gesù si voltò e, quando vide ch’essi Lo seguivano, chiese loro:  “Che cosa cercate?”. Essi Gli risposero: “Rabbi — che vuol dire: Maestro —, dove abiti?”. Egli rispose: “Venite e vedete!”. Essi andarono e videro dov’Egli abitava, e rimasero quel giorno con Lui. Era l’ora decima — pomeriggio inoltrato —. Uno dei due, che L’avevano seguito alla parola di Giovanni, era Andrea, il fratello di Simone Pietro ». Andrea insieme con Giovanni è il primo fra tutti, che seguì Gesù; per questo antichi manoscritti gli concedono il titolo onorifico del « primo chiamato ». Il suo nome risplende come un vessillo in testa ai miliardi di uomini, che nei secoli seguiranno Cristo; possa adempiersi il detto: « Nomen est omen — il nome annunzia l’avvenire »! Andrea! Chiunque corre il rischio di seguire Cristo dev’essere «andreîos — virile ». Andrea fu anche il primo, che reclutò uomini a Cristo. Il Vangelo sopra riferito continua la sua narrazione: « Andrea incontrò dapprima suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia — che significa l’Unto —”. E lo condusse a Gesù ». In un’ora decisiva della vita pubblica del Signore, Simone Pietro professerà dinanzi a Lui: « Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente » (Matth. XVI, 16), e questa sua professione, emessa quando l’insegnamento di Gesù era al suo apice, è senza dubbio più matura e più profonda che il grido giulivo di Andrea, risuonato al primo presentarsi in pubblico del Maestro; ma nessuno potrà togliere ad Andrea il merito d’aver seminato nell’anima di suo fratello Pietro, quale germe di fede, la parola del Messia Gesù e d’aver dato Gesù a Pietro e Pietro a Gesù; questa fu la pesca più ardita e l’azione apostolica più sublime di tutta la sua vita. Non ci potrà or sorprendere se un uomo così bene disposto sarà chiamato a condividere in pieno la vita di Gesù. Dal primo incontro con Lui presso il Giordano erano passati parecchi mesi, quasi un anno, e Andrea era ritornato al lago, alla barca e alla rete; i suoi pensieri però non erano più, come per l’addietro, tutti fissi al mestiere; ritornavano insistentemente a Colui, del quale nell’intimo del suo cuore sperava il ritorno. E il Sublime venne, e questa volta lo chiamò non per un giro o una predica o un miracolo semplicemente, ma per sempre. Questa chiamata a seguire stabilmente Gesù è riferita da Luca subito dopo la pesca miracolosa (Lc. V, 1-11): anche Andrea dovette fissare con occhi sbalorditi il miracolo vivente della rete; perché, dopo che « per tutta la notte non avevano preso nulla », sull’« ordine del Signore » presero una così grande quantità di pesci, che « le loro reti minacciavano di rompersi »; presso il Giordano l’aveva affascinato la personalità di Gesù, sul lago di Genezareth lo costrinse a inginocchiarsi la sua potenza; anche Andrea forse ripeté timidamente, balbettando, la confusa preghiera di suo fratello: «allontanati da me, perché sono un uomo peccatore! ». Ma Gesù non era venuto per spingerli, bensì per chiamarli a Sè; « Egli disse loro: “SeguiteMi! Vi farò pescatori d’uomini”. Essi condussero a terra le barche, abbandonarono tutto e Lo seguirono »!. Le barchette se ne stettero solitarie sulla riva del lago tranquillo; e il lago stesso sembrò tener dietro, con i suoi occhi azzurri, interrogativi pescatori, e mesti ai buoni che si allontanavano da esso per sempre, verso un mare, ch’era più vasto, più profondo, più tempestoso di quello di Galilea, ch’era addirittura immenso. Chi fa così è veramente «andreios », un uomo, un grande, un primo. – Il posto eminente di Andrea è evidente anche nei quattro cataloghi degli Apostoli, contenuti nella Sacra Scrittura, perché il suo nome è costantemente ricordato nella prima delle tre serie, insieme con i confidenti di Gesù; gli evangelisti Matteo e Luca lo mettono persino al secondo posto, immediatamente dopo Simone Pietro, di cui è detto fratello con enfasi (Matth. X, 12). Anche nel Canone della Santa Messa il suo nome viene subito dopo quello dei due Principi degli Apostoli Pietro e Paolo; il Pontefice Gregorio Magno lo accolse pure nel così detto « Embolismus » — preghiera interpolata —, che segue il « Pater Noster », e ci fa ricorrere all’Apostolo per supplicarlo, unitamente a Maria, a Pietro e a Paolo, d’una speciale impetrazione. Un posto tutto suo Andrea lo occupa pure nella venerazione del popolo fedele; se ne ha la prova negli usi svariati del giorno della sua festa il 30 novembre. Andrea è un primo; sotto certi aspetti anzi è il primo fra tutti i dodici Apostoli.

ANDREA IL NASCOSTO

Non può quindi non sorprendere che questo Apostolo  passi tanto sotto silenzio nel Vangelo e ancor più negli Atti degli Apostoli:  non si riferisce di lui nessun gesto, non si ricorda nessuna lettera, che sia stata ricevuta da lui. Oltre la notizia della sua vocazione, il Vangelo non ha di lui che tre soli accenni assai brevi. Il primo s’incontra nella moltiplicazione miracolosa del pane (Giov. VI, 1 ss.): di fronte alle folle affamate gli Apostoli sono perplessi; Filippo osserva timidamente: « Pane per duecento denari — oltre 150.000 lire secondo l’odierna quotazione del denaro — non basta per costoro, anche se ciascuno non dovesse riceverne che un pezzetto »; Andrea, obbediente e inosservato, s’informa delle provviste a disposizione e poi comunica il meschino risultato: « V’è qui un fanciullo, che ha cinque pani d’orzo e due pesci »; quindi, quasi scusandosi di non portare migliore notizia, soggiunge: « Ma che è mai questo per così tanti? »; poi rientra modestamente fra le fila. –  L’evangelista Giovanni, che dovette guardare all’amico della sua giovinezza sempre con particolare affetto, come si può dedurre dalla vicenda primaverile dei due sulle rive del Giordano, riferisce una seconda singolare apparizione di Andrea. Prima dell’ultima festa di Pasqua, « alcuni greci », che erano certo dei « proseliti », ossia dei pagani convertiti alla pura fede nel Dio dei Giudei, stavano in Gerusalemme e si rivolsero all’apostolo Filippo con la richiesta: « Signore, vorremmo vedere Gesù ». Filippo, alquanto formalista, non volle prendersi da solo tutta la responsabilità della cosa, perché sapeva della riservatezza di Gesù nei riguardi dei gentili; portò dunque la richiesta non a Pietro e non a Giovanni, ma al suo compatriota Andrea, ch’era d’animo cortese e risoluto insieme. E in questa umile circostanza Andrea mostrò il suo carattere: non si disinteressò del servizio e neppure si diede aria d’importanza: « Andrea e Filippo andarono e lo dissero a Gesù ». L’Evangelista non ci riferisce se Gesù abbia esaudita quella preghiera, nota però una profonda parola, detta dal Signore in quell’occasione e proprio di fronte ad Andrea: « Se il grano di frumento non cade a terra e muore, rimane solo; ma se muore, porta molto frutto ». Solo pochi giorni dopo, Andrea è ricordato dal Vangelo di sfuggita una terza volta: il Signore aveva profetizzato la distruzione di Gerusalemme, che per un giudeo era tale avvenimento da sconvolgergli tutta l’anima: « quando poi si fu messo a sedere sul Monte degli Olivi di fronte al Tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, rimasti soli, Lo interrogarono: “Di a noi, quando avverrà questo, e qual è il segno che questo s’adempirà?” » (Mc. XIII, 3, segg.). Se si prescinda da questi tre testi, Andrea rimane sempre nascosto nello sfondo del Vangelo, e questo deve sorprendere specialmente se pensiamo agli Apostoli in prima linea: quanto spesso si parla di Pietro e con quale importanza! Con quanta disinvoltura si fanno innanzi i figli di Zebedeo: « Fa’ che nella tua gloria uno di noi sieda alla tua destra e l’altro alla tua sinistra »!; richiesta talmente presuntuosa, che sarebbe inconcepibile in Andrea. Ci colpisce ancor più che il Signore stesso abbia lasciato il nostro Apostolo nell’oscurità: chiamò a presiedere e a precedere non lui, ma suo fratello Simone, sebbene questi dovesse ad Andrea la sua conoscenza di Gesù; non sarebbe stato capace anche Andrea di tenere le chiavi del regno dei Cieli? o non sarebbe stato anche più idoneo del suo tempestoso fratello, almeno umanamente parlando? Nell’ultima Cena Gesù permise che riposasse sul suo cuore Giovanni, non Andrea; amava questi il Signore meno di Giovanni? Non aveva vissuto anche lui con Giovanni l’ebbrezza della « decima ora »? Non appartenne neppure al gruppo dei tre intimi, che il Signore mise a parte nelle ore supreme della sua vita: alla risurrezione della figlioletta di Giairo lui dovette attendere fuori della camera, insieme con gli altri otto Apostoli; con questi fu pure lasciato a valle, quando il Signore con Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, s’incamminò verso la cima del Tabor per la trasfigurazione; nemmeno fu ammesso alla rivelazione più profonda dell’umanità di Gesù sul Monte degli Olivi, sebbene quivi forse si sarebbe tenuto più desto che i tre primi, i quali s’addormentarono! La posizione un po’ staccata di Andrea nel Collegio apostolico appare anche dai cataloghi degli Apostoli. Marco nel Vangelo e, ciò che sorprende ancor di più, Luca pure negli Atti non hanno più Andrea al secondo posto, ma senz’altro al quarto; gli son passati innanzi i figli di Zebedeo e l’hanno cacciato, per così dire, ai margini del primo gruppo. Può essere che Pietro stesso abbia vietato a Marco di scrivere tante cose, che tornavano a lode della sua famiglia; Luca poi avrà voluto farci intendere il posto di prima importanza, ch’ebbe Giovanni nella Chiesa primitiva, dinanzi al quale dunque Andrea dovette retrocedere. Dai testi addotti più sopra appare che il Vangelo ricorda per due volte Andrea insieme con Filippo; ora nei Cataloghi degli Apostoli Filippo è sempre il quinto, in testa cioè al secondo gruppo: possiamo concluderne che Andrea, il quarto, quando non poteva accompagnarsi con i tre privilegiati, cercava volentieri di unirsi al suo compaesano Filippo. E così Andrea è certamente uno dei primi, ma l’ultimo dei primi; è grande, ma un grande nascosto e un nascosto grande. Ma si badi: questo non vuol dire che il Signore lo abbia stimato da meno dei primi tre; piuttosto, precisamente in questa apparente noncuranza era palese una grande fiducia: Andrea era stato chiamato per primo, era, per così dire, il primogenito di Gesù; fra Gesù e lui correva quella tacita intesa, che v’è fra un padre e il figlio suo maggiore; questi comprende il padre, anche se non è dovunque accanto a lui; si sa da lui stimato; anche se non riceve speciali incarichi; si sente amato anche senza manifeste preferenze; così dobbiamo pensare che fosse anche di Andrea nei suoi rapporti con Gesù. La lezione, che dobbiamo apprendere da questo grande nascosto, è quindi di tenerci piccoli anche se siamo grandi, e come gli ultimi anche se primi; poiché è più facile all’orgoglio umano essere primo in un posto umile, che secondo o quarto in un posto elevato; Andrea, il grande ultimo, è esempio della difficile umiltà dei grandi e realizza la parola del Signore: « Il più grande tra voi sia come il minimo e il superiore come il servo » 2°(S. Luc. XXII, 26). Benedetta quella comunità, che ha più grandi uomini che uffici elevati! Giacché è molto meglio che un uomo grande onori un piccolo ufficio, che non un alto ufficio debba onorare un uomo piccolo.

ANDREA IL FORTE

La Sacra Scrittura non fa nessun accenno all’attività apostolica di Andrea; nemmeno gli Atti degli Apostoli, che pur riferiscono la seduta vivace del Concilio apostolico; ricordano ancora una volta il suo nome, e poi il più alto silenzio; non vi può essere però nessun dubbio circa l’intenso suo lavoro apostolico, anche se non conseguì speciali onori; era stato il primo fra i Dodici a scendere in campo, quando aveva condotto al Signore il fratello Simone e più tardi, facendosi intermediario a favore dei gentili, ancor prima del loro tempo; quale non sarà stato il suo zelo quando venne a trovarsi nella messe! Nel giorno della sua festa il Breviario lo esalta così: « Andrea con la sua predicazione e con i suoi miracoli convertì a Cristo innumerevoli uomini », e in una lezione applica all’Apostolo l’eloquente tratto della lettera ai Romani: « Chiunque invoca il Nome del Signore sarà salvato. Ma come invocheranno — giudei e pagani — Colui, nel quale non credono? Ma come crederanno in Colui, del quale non hanno nulla udito? Come udranno senza predicatore… Ma chiedo: “Non hanno forse udito?”. Oh, certamente! In tutto il mondo si spinse il loro suono, sino ai confini della terra le loro parole » (Rom. X, , 13-18). Gli « Atti di Andrea e Matteo » apocrifi, scritti nell’ultima metà del secondo secolo, indicano come campo missionario di Andrea « la città dei cannibali », detta pure « città dei cani ». Essi ebbero la loro continuazione, versione ed elaborazione negli « Atti di Pietro e Andrea », negli « Atti di Andrea e Bartolomeo » e negli « Atti di Paolo e Andrea »; ma sono tutti scritti favolosi, che non meritano d’essere citati; l’unica notizia degna di fede è che Andrea, insieme con un altro Apostolo, che per buoni motivi si può concludere essere stato Simone Pietro, annunziò il lieto messaggio in una regione di barbari. Eusebio, il padre della storia ecclesiastica (270-339), assegna ad Andrea quale campo d’apostolato la selvaggia Scizia, quelle regioni cioè che oggi costituiscono quasi la Russia meridionale; questa notizia però non è troppo sicura, perché finora non consta di nessuna traccia di Cristianesimo nella Scizia durante i tre primi secoli; in quelle regioni inoltre non v’erano forse colonie giudaiche, che Andrea potesse evangelizzare, e d’altra parte la popolazione indigena, selvaggia com’era — « città degli antropofagi! » —, doveva essere ancor troppo refrattaria al Vangelo. È più credibile invece che Andrea, come sappiamo da informazioni antiche e abbastanza concordi, abbia faticato nelle terre limitrofe alla Scizia, nella Bitinia, nel Ponto e specialmente in Sinope, regione che si stende a sud e a est del Mar Nero, insieme al fratello Simone Pietro; questi di fatto indirizza la sua prima lettera « ai pellegrini nella diaspora del Ponto, della Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia ». In biografie più tardive e anche più leggendarie vengono ricordate, come campo apostolico di Andrea, le terre di Lidda, del Kurdistan e dell’Armenia. È probabile che, in un tempo posteriore della sua attività, dalla Bitinia, sita a nord-est, attraverso la Tracia, la Macedonia e la Grecia, si sia spinto fin giù nell’Acaia, nell’odierno Peloponneso: le vie apostoliche di Andrea si incrociano con quelle di Paolo; perché, non dimentichiamolo, anche se Paolo ha lavorato più degli altri, non ha lavorato però lui soltanto; è vero che non era nel suo metodo metter la falce nel campo altrui, ma può essere che nel suo campo si siano dischiusi parecchi germi sparsi dalla mano di altri; e poi per ogni Apostolo s’adempie in qualche proporzione la parola del Signore: « Uno semina, l’altro raccoglie. Altri si sono affaticati e voi siete entrati nelle loro fatiche » (S. Giov. IV, 37). In Grecia, e precisamente a Patrasso, l’operosità apostolica di Andrea ebbe anche, secondo sicure informazioni, il suo coronamento sanguinoso. Una « lettera » circolare dei preti e diaconi dell’Acaia intorno al martirio di Sant’Andrea» racconta con tinte vivaci e devozione la morte del santo Apostolo. Questa « circolare », di cui si vale la Chiesa per le lezioni del Breviario nella festa di Sant’Andrea, non si deve scambiare con gli Atti apocrifi di Andrea sopra ricordati; veramente risale solo alla fine del quarto secolo, ma nelle sue linee principali attinge a una storia sicura della vita e della passione dell’Apostolo più antica. Secondo questa circolare, dopo ch’egli, in qualità di vescovo di Patrasso, detta allora « Patræ », ebbe annunziato il Vangelo in Acaia, dal governatore (Helladarchen) Ægeates o anche Ægeas fu condannato alla morte sulla croce, che, secondo una diffusa opinione, era croce obliqua; ma, perché il tormento durasse più a lungo, non fu fermato alla croce con chiodi, bensì con le corde, sicché Andrea, benché fosse stato prima flagellato, visse sulla croce ancora due giorni. La sentenza fu eseguita nonostante il popolo avesse insistito perché si accordasse indulgenza; migliaia erano accorsi sul luogo della esecuzione, chiedendo la liberazione da quel tormento; persino il fratello del governatore, Stratokles, s’era interposto a favore dell’Apostolo, ma inutilmente. Dopo la morte, ne seppellì la salma una samaritana. Nell’anno 365 le reliquie furono trasportate nell’imperiale Bisanzio, il capo però nel 1452 fu portato a Roma; così i due fratelli Simone Pietro e Andrea, che come pescatori tante notti avevano sonnecchiato nella barca l’uno accanto all’altro sul lago di Galilea, riposano nuovamente l’uno vicino all’altro, assopiti e però così vigili pescatori d’uomini. Oh, come è larga e mirabile la via dei pescatori, che si sono consacrati al santo « Ichthys »! Non conosciamo l’anno della morte di Andrea; solo gli apocrifi ci trasmettono, abbastanza concordi, la curiosa notizia che egli era già morto quando rimpatriò Maria santissima. La sua festa è celebrata fin da epoca remota il 30 novembre. La lettera circolare del clero di Acaia sopra ricordata ha una descrizione commovente della morte del nobile Apostolo: « Quando Andrea fu condotto al luogo del martirio, alla vista della croce gridò a lungo e ad alta voce: “O buona croce! Tu hai ricevuto il tuo ornamento dalle membra del Signore. O croce per tanto tempo bramata, ardentemente amata, incessantemente ricercata ed ora all’anima bramosa preparata! Toglimi agli uomini e dammi al Maestro mio! Per te m’accolga Colui, che per te m’ha redento!” ». Un giorno, nella primavera della sua vita, il Battista gli aveva gridato sulle rive del Giordano: « Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo! »; e il Signore stesso, pochi giorni soltanto prima della sua morte violenta, aveva risposto a una richiesta di Andrea con la metafora del « grano di frumento », che deve morire per portare frutto ». Ci è lecito pensare che il sacrificio del Signore fosse impresso nell’anima di Andrea più profondamente che non negli altri Apostoli, di più che non in suo fratello Simone, che un dì s’era interposto con una energica protesta contro la croce; Andrea invece saluta la croce col grido di festa: « Salve crux! »: un grido e un saluto eroico; solo a pochi riesce di emetterlo; è già molto se lo si balbetta; però ogni sì detto alla croce, per quanto lo si dica sommessamente, è un atto sublimissimo; chi alla sua croce dice « Salve », è anche « Andrea », è un uomo virile! – La croce, sulla quale morì Andrea, era forse obliqua e per questo una croce di questa forma è chiamata « croce di Sant’Andrea »; essa ha la forma d’un «X »; ora l’«X » è anche la lettera iniziale del nome greco di Cristo. Qui dunque v’è un’ultima cosetta da notare: chi è confitto all’« X », a questa grandezza doppiamente sconosciuta, chi è confitto alla croce, costui è pure confitto a Cristo, e chi vuol essere confitto a Cristo, costui deve anche essere confitto alla croce; il Signore stesso lo esige: « Chi vuol essere mio discepolo, prenda ogni giorno su di sè la sua croce! » (S. Matth. XVI, 24). «X» = «X»; croce = Cristo; Cristo = croce! La croce ha il compito di condurci alla più intima somiglianza col Signore, a « darci al Maestro », proprio come pregava Andrea dinanzi alla sua; un altro Apostolo, Paolo, esprime lo stesso mistero con le profonde parole: « Sono crocifisso con Cristo. Non son più io che vivo, ma Cristo vive in me»? (Gal. II, 19 segg.). E per questo, soprattutto per questo, anzi unicamente per questo esclamiamo: « Salve, crux — ti saluto, o croce! ».

NOVENA A S. ANDREA APOSTOLO

NOVENA A S. ANDREA APOSTOLO

(G. Riva: Manuale di Filotea – XXX Ed. Milano, 1888)

(inizia il 21 novembre, festa il 30 novembre)

crocefisso in Acaja dal Proconsole Egea l’anno 69, traslocato poi in Costantinopoli.

I. Per quell’ammirabil prontezza onde voi, o glorioso S. Andrea, vi deste a seguir Gesù Cristo, appena lo sentiste qualificato da S. Giovanni per l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, indi a lui conduceste il vostro fratello, che divenne poi il capo dell’apostolico collegio e la pietra fondamentale della Chiesa, ottenete a noi tutti la grazia di seguir prontamente tutte le divine ispirazioni, e di adoperarci con tutte le forze per avviare e tenere sul buon sentiero tutti quanti i nostri prossimi. Gloria.

II. Per quell’ammirabile zelo, onde voi, o glorioso S. Andrea, scorreste la Tracia, l’Epiro, la Scizia, la Cappadocia, la Bitinia e l’Acaja, predicando il Vangelo della salute, e convertendo infiniti popoli all’adorazione di Gesù Cristo, ottenete a noi tutti la grazia di confessar sempre generosamente la verità, e di zelar sempre la gloria di nostra santissima Religione, malgrado tutte le dicerie e le persecuzioni del mondo. Gloria.

III. Per quella santa allegrezza onde voi, o glorioso S. Andrea, salutaste da lungi ed abbracciaste quella croce su cui dovevate essere confitto, e per quel vivissimo desiderio che aveste del martirio, fino a pregare il Signore a non permettere che foste staccato dal vostro patibolo allorquando, per timore di una popolare sedizione voleva il proconsole Egea restituirvi alla pristina libertà, ottenete a noi tutti la grazia d’amar sempre le croci e i patimenti di questa terra, affine di assicurarci i beni perfetti ed eterni del Paradiso. Gloria.

1° NOVEMBRE (2022) FESTA DI TUTTI I SANTI

FESTA DI TUTTI I SANTI (2022)

Doppio di 1a classe con Ottava comune. – Paramenti bianchi.

Il tempio romano di Agrippa fu dedicato, sotto Augusto, a tutti i dei pagani, perciò fu detto Pantheon. Al tempo dell’imperatore Foca, tra il 608 e il 610, Bonifacio IV Papa, vi trasportò molte ossa di martiri tolte dalle catacombe. Il 13 maggio 610 egli dedicò questa nuova basilica cristiana a « S . Maria e ai Martiri ». Più tardi la festa di questa dedicazione fu solennemente celebrata e si consacrò il tempio a « Santa Maria » e a “Tutti i Santi“. E siccome esisteva in precedenza una festa per la commemorazione di tutti i Santi, celebrata in tempi diversi dalle varie chiese e poi stabilita da Gregorio IV (827-844) il 1° novembre, papa Gregorio VII traportò in questo giorno l’anniversario della dedicazione del Panteon. La festa di Ognissanti ci ricorda il trionfo che Cristo riportò sulle antiche divinità pagane. Nel Pantheon si tiene la Stazione nel venerdì nell’Ottava di Pasqua. – Santi che la Chiesa onorò nei primi tre secoli erano tutti Martiri, e il Pantheon fu dapprima ad essi destinato: per questo la Messa di oggi è tolta dalla liturgia dei Martiri. l’Introito è quello della Messa di S. Agata, più tardi usato anche per altre feste; il Vang., l’Off., e il Com., sono tratti dal Comune dei Martiri. La Chiesa oggi ci presenta la mirabile visione del Cielo, nel quale con S. Giovanni ci mostra il trionfo dei dodicimila eletti (dodici è considerato come un numero perfetto) per ogni tribù di Israele e una grande, innumerevole folla di ogni nazione, di ogni tribù, di ogni popolo e di ogni lingua prostrata dinanzi al trono ed all’Agnello, rivestiti di bianche stole e con palme fra le mani (Ep.). Intorno al Cristo, la Vergine, gli Angeli divisi in nove cori, gli Apostoli e i Profeti, i Martiri, imporporati del loro sangue, i Confessori, rivestiti di bianchi abiti e il coro delle caste Vergini formano, canta l’Inno dei Vespri, questo maestoso corteo. Esso si compone di tutti coloro che, qui, hanno distaccato i loro cuori dai beni della terra, miti, afflitti, giusti, misericordiosi, puri, pacifici, di fronte alle persecuzioni, per il nome di Gesù. « Rallegratevi dunque perché la vostra ricompensa sarà grande nei Cieli » dice Gesù (Vang., Com.). Fra questi milioni di giusti, che sono stati discepoli fedeli di Gesù sulla terra, si trovano numerosi nostri parenti, amici, comparrocchiani, che adorano il Signore, Re dei re e corona dei santi (invit. del Matt.) e ci ottengono l’implorata abbondanza delle sue misericordie (Or.). Il sacerdozio che Gesù esercita invisibilmente sui nostri altari, dove Egli si offre a Dio, si identifica con quello che Egli esercita visibilmente in Cielo. – Gli altari della terra, sui quali si trova «l’Agnello di Dio», e quello del Cielo, ov’è l’ « Agnello immolato », sono un solo altare.: perciò la Messa ci richiama continuamente alla patria celeste. Il Prefazio unisce i nostri canti alle lodi degli Angeli, e il Communicantes ci unisce strettamente alla Vergine e ai Santi.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

[Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]

Ps XXXII:1.
Exsultáte, justi, in Dómino: rectos decet collaudátio.

[Esultate nel Signore, o giusti: ai retti si addice il lodarLo.]

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre Sanctórum ómnium: de quorum sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei

 [Godiamo tutti nel Signore, celebrando questa festa in onore di tutti i Santi, della cui solennità godono gli Angeli e lodano il Figlio di Dio.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui nos ómnium Sanctórum tuórum mérita sub una tribuísti celebritáte venerári: quǽsumus; ut desiderátam nobis tuæ propitiatiónis abundántiam, multiplicátis intercessóribus, largiáris.
 

[O Dio onnipotente ed eterno, che ci hai concesso di celebrare con unica solennità i meriti di tutti i tuoi Santi, Ti preghiamo di elargirci la bramata abbondanza della tua propiziazione, in grazia di tanti intercessori.]

Lectio

Léctio libri Apocalýpsis beáti Joánnis Apóstoli.
Apoc VII:2-12
In diébus illis: Ecce, ego Joánnes vidi álterum Angelum ascendéntem ab ortu solis, habéntem signum Dei vivi: et clamávit voce magna quátuor Angelis, quibus datum est nocére terræ et mari, dicens: Nolíte nocére terræ et mari neque arbóribus, quoadúsque signémus servos Dei nostri in fróntibus eórum. Et audívi númerum signatórum, centum quadragínta quátuor mília signáti, ex omni tribu filiórum Israël, Ex tribu Juda duódecim mília signáti. Ex tribu Ruben duódecim mília signáti. Ex tribu Gad duódecim mília signati. Ex tribu Aser duódecim mília signáti. Ex tribu Néphthali duódecim mília signáti. Ex tribu Manásse duódecim mília signáti. Ex tribu Símeon duódecim mília signáti. Ex tribu Levi duódecim mília signáti. Ex tribu Issachar duódecim mília signati. Ex tribu Zábulon duódecim mília signáti. Ex tribu Joseph duódecim mília signati. Ex tribu Bénjamin duódecim mília signáti. Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumeráre nemo póterat, ex ómnibus géntibus et tríbubus et pópulis et linguis: stantes ante thronum et in conspéctu Agni, amícti stolis albis, et palmæ in mánibus eórum: et clamábant voce magna, dicéntes: Salus Deo nostro, qui sedet super thronum, et Agno. Et omnes Angeli stabant in circúitu throni et seniórum et quátuor animálium: et cecidérunt in conspéctu throni in fácies suas et adoravérunt Deum, dicéntes: Amen. Benedíctio et cláritas et sapiéntia et gratiárum áctio, honor et virtus et fortitúdo Deo nostro in sǽcula sæculórum. Amen. – 

[In quei giorni: Ecco che io, Giovanni, vidi un altro Angelo salire dall’Oriente, recante il sigillo del Dio vivente: egli gridò ad alta voce ai quattro Angeli, cui era affidato l’incarico di nuocere alla terra e al mare, dicendo: Non nuocete alla terra e al mare, e alle piante, sino a che abbiamo segnato sulla fronte i servi del nostro Dio. Ed intesi che il numero dei segnati era di centoquarantaquattromila, appartenenti a tutte le tribú di Israele: della tribú di Giuda dodicimila segnati, della tribú di Ruben dodicimila segnati, della tribú di Gad dodicimila segnati, della tribú di Aser dodicimila segnati, della tribú di Nèftali dodicimila segnati, della tribú di Manasse dodicimila segnati, della tribú di Simeone dodicimila segnati, della tribú di Levi dodicimila segnati, della tribú di Issacar dodicimila segnati, della tribú di Zàbulon dodicimila segnati, della tribú di Giuseppe dodicimila segnati, della tribú di Beniamino dodicimila segnati. Dopo di questo vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, uomini di tutte le genti e tribú e popoli e lingue, che stavano davanti al trono e al cospetto dell’Agnello, vestiti con abiti bianchi e con nelle mani delle palme, che gridavano al alta voce: Salute al nostro Dio, che siede sul trono, e all’Agnello. E tutti gli Angeli che stavano intorno al trono e agli anziani e ai quattro animali, si prostrarono bocconi innanzi al trono ed adorarono Dio, dicendo: Amen. Benedizione e gloria e sapienza e rendimento di grazie, e onore e potenza e fortezza al nostro Dio per tutti i secoli dei secoli.]

Graduale

Ps XXXIII:10; 11
Timéte Dóminum, omnes Sancti ejus: quóniam nihil deest timéntibus eum.
V. Inquiréntes autem Dóminum, non defícient omni bono.

[Temete il Signore, o voi tutti suoi santi: perché nulla manca a quelli che lo temono.
V. Quelli che cercano il Signore non saranno privi di alcun bene.]

Alleluja

(Matt. XI:28)
Allelúja, allelúja – Veníte ad me, omnes, qui laborátis et oneráti estis: et ego refíciam vos. Allelúja.

[Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi: e io vi ristorerò. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt V: 1-12
“In illo témpore: Videns Jesus turbas, ascéndit in montem, et cum sedísset, accessérunt ad eum discípuli ejus, et apériens os suum, docébat eos, dicens: Beáti páuperes spíritu: quóniam ipsórum est regnum cœlórum. Beáti mites: quóniam ipsi possidébunt terram. Beáti, qui lugent: quóniam ipsi consolabúntur. Beáti, qui esúriunt et sítiunt justítiam: quóniam ipsi saturabúntur. Beáti misericórdes: quóniam ipsi misericórdiam consequéntur. Beáti mundo corde: quóniam ipsi Deum vidébunt. Beáti pacífici: quóniam fílii Dei vocabúntur. Beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam: quóniam ipsórum est regnum cælórum. Beáti estis, cum maledíxerint vobis, et persecúti vos fúerint, et díxerint omne malum advérsum vos, mentiéntes, propter me: gaudéte et exsultáte, quóniam merces vestra copiósa est in cœlis.”

[In quel tempo: Gesù, vedendo le turbe, salì sul monte, e postosi a sedere, gli si accostarono i suoi discepoli, ed Egli, aperta la bocca, li ammaestrava dicendo: « Beati i poveri di spirito, perché loro è il regno de’ cieli. Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra. Beati coloro, che piangono, perché essi saranno consolati. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché  anch’essi troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati per cagione della giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi quando vi avranno vituperati e perseguitati e, mentendo, avranno detto ogni male di voi, per cagione mia. Rallegratevi e giubilate, perché grande è la mercede vostra in cielo ».]

Omelia

[Giov. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle Feste del Signore e dei Santi – Soc. Edit. Vita e Pensiero, Milano, VI ed. 1956]

CHI SONO I SANTI

Prima ancora della venuta del Salvatore Gesù, un famoso architetto di nome Marco Agrippa, aveva innalzato in Roma un tempio magnifico detto Pantheon, cioè consacrato a tutti gli dei, a quelli noti e a quelli ignoti. Quando Roma fu convertita al Cristianesimo, quel tempio non fu distrutto: se i pagani avevano i loro dei bugiardi, non avevamo noi i nostri santi da onorare? Perciò dal Papa Bonifacio IV fu consacrato al culto dei Martiri che in ogni parte della terra avevano offerto il sangue e la vita a Dio. Dal culto di tutti i Martiri al culto di tutti i Santi fu breve il passo. Ed è chiara la ragione. Di quanti Santi noi non conosciamo né la storia, né il nome! Dio solo ha visto e compreso la loro anima, le loro virtù, le preghiere, le sofferenze lunghe, le penitenze aspre… E poi, anche di tutti quelli che conosciamo, non ci è possibile celebrare una festa particolare durante l’anno. Eppure non è giusto che molti di questi eroici Cristiani siano dimenticati, e non è bene perdere la protezione loro potente. Per tutte queste ragioni la santa Chiesa ha stabilito una festa per onorarli e invocarli insieme. Permettetemi ancora due altre chiarificazioni: 1. Quando veneriamo i Santi, noi non siamo idolatri, perché ogni onore dato a questi, termina sempre a Dio, a cui soltanto si deve l’onore, la gloria, l’adorazione. Se voi ammirate e lodate un quadro di valore, forse che il pittore si offenderà? Ebbene, i Santi sono le opere artistiche di Dio, il quale ha scolpito e dipinto il suo volto nella loro anima. Se voi ammirate e lodate i figlioli, forse che il padre si offenderà? ebbene i Santi sono i figli prediletti del Signore, quelli che più gli assomigliano. 2. I Santi poi si devono onorare santamente, e non come il mondo festeggia i suoi amici. Ci sono di quelli che amano la festa perché sono esercenti e sperano guadagno; amano la festa perchè potranno darsi all’allegria, al piacere della gola, allo sfoggio d’un bel vestito. « Che maniera è questa? — esclama sdegnato S. Gerolamo. — Con la sovrabbondanza del bere e del mangiare volete onorare chi ha vissuto nella solitudine e nella modestia angelica? Voi amate la festa del Santo, ma non il Santo » (S. Hier., 44 Eust.). – Ci sono poi degli altri che amano il Santo, ma non la sua santità. Ne troverete moltissimi in giro all’altare di S. Antonio, di S. Espedito, di S. Teresa; moltissimi che portano lumi e fiori agli altari; ma sono pochi quelli che si mettono dietro gli esempi che i Santi ci hanno lasciato. Eppure non v’è devozione più efficace dell’imitazione. « È falsa pietà onorare i Santi, e trascurare di seguirli nella santità » (S. Eusebio, in homilia, in homilia). E allora? allora noi dobbiamo sforzarci di raggiungere la vera devozione dei Santi, quella che è fatta di umiliazione e di preghiera, poiché i Santi sono un grande esempio ed un grande aiuto per noi. – 1. I SANTI SONO UN GRANDE ESEMPIO. Erano tristissimi giorni per il popolo israelitico. Gerusalemme posseduta dallo straniero; il tempio invaso, derubato, profanato; la gioventù uccisa o prigioniera; e per ogni villaggio s’udivano le feroci canzoni dei soldati d’Antioco, sempre bramosi di predare e di massacrare. Matatia, il vecchio genitore dei Maccabei, s’era nascosto nel deserto, ove, un po’ per l’età e molto per l’angoscia, s’ammalò da morire. Ma prima di chiudere la sua bocca nel silenzio eterno, si chiamò vicino i suoi cinque figli e disse: « Creature mie! vi tocca vivere in un mondo perverso, in un tempo di peccato e di scandalo: la nazione nostra è distrutta. Ricordate la rassegnazione di Giuseppe, venduto da’ suoi fratelli crudeli e pure tanto timoroso della legge di Dio che fuggì dall’impura donna di Putifarre, e fu promessa. Ricordate Davide, quanto fu pio, quanto fu saggio! e Dio gli diede un trono nei secoli. Ricordate Daniele che per la sua rettitudine fu messo nella fossa dei leoni, e quei tre giovanetti che preferirono farsi gettare nel forno acceso piuttosto che trasgredire la legge… ». Così di generazione in generazione, il vegliardo morente rievocava ai figli le gesta dei santi dell’Antico Testamento. E quand’ebbe finito, alzò le mani a benedire: ma già le sue labbra non si agitavano più: era spirato (I Macc., II). A me pare che, come il vecchio Matatia, anche la Chiesa raduni oggi i suoi figliuoli e additi gli esempi dei Santi. Noi viviamo in tempi di peccato e in un mondo maligno, ma prima di noi ci vissero i Santi che ora sono in paradiso. Ricordiamo i loro esempi, per imitarli e farci ancora noi Santi. « Ma io non ho tempo — si dice da alcuni — per pensare alla santificazione dell’anima, e a tante devozioni: sono troppo occupato negli affari ». E credete voi che S. Teresa di Gesù, S. Caterina da Genova, S. Filippo Neri non avessero occupazioni materiali? Ah, se deste all’anima vostra tutto il tempo che date al divertimento, alle vanità, alle conversazioni mondane e frivole, quanto grande sarebbe la vostra santificazione! Dite di non aver tempo: ma voi avete tutta la vita, perché Dio vi ha creati solo per questo. « Ma io ho famiglia, io vivo in un ambiente corrotto, io mi trovo in mezzo a scandali ». Non crediate che solo i frati o le suore possano diventare santi: ci fu S. Luigi, re di Francia; e una S. Pulcheria che viveva nella corruzione della corte di Costantinopoli; e un S. Isidoro contadino; e una S. Zita serva in famiglie private. In ogni ambiente si può salvare l’anima. « Ma io ho un temperamento focoso, superbo, sensuale… non posso resistere alle tentazioni ». Anche i Santi ebbero una carne e un sangue come il vostro; anch’essi provarono tutte le vostre tentazioni; eppure riuscirono, se quelli riuscirono, e perché non noi? Non crediate che a S. Agostino sia stato facile vivere in purità, non crediate che a S. Carlo sia costato poco vivere in umiltà, non crediate che a S. Francesco di Sales sia stato naturale vivere in soavità: studiate la loro vita, e conoscerete che furiose lotte sostennero contro le passioni! Eppure vinsero. Soltanto noi non vinceremo? – 2. I SANTI SONO UN GRANDE AIUTO. Quando la carestia affamò la terra di Canaan un vecchio e i suoi figli vennero in Egitto, e si presentarono al Faraone per avere da mangiare. Ma in Egitto, nello stesso palazzo del Faraone v’era Giuseppe. « È mio padre! Sono i miei fratelli! » disse Giuseppe presentandoli al Sovrano. E quelli ebbero da mangiare, da vivere beatamente e terre da coltivare: ebbero quello che chiedevano e molto di più. Anche noi abbiamo nella regione d’ogni abbondanza, nella magione stessa del gran sovrano Iddio, i nostri ricchi fratelli: i Santi. Ogni volta che per carestia spirituale o materiale ci rivolgiamo al cielo, essi si volgono a Dio per dirgli: « Ascoltali! Esaudiscili, perché sono i nostri fratelli minori ». Potrà il Signore non ascoltare la preghiera de’ suoi intimi amici? I Santi nel cielo non diventano egoisti che si godono la meritata felicità, essi si ricordano ancora di noi poveri mortali. Essi che soffrirono un tempo quello che oggi soffriamo noi, sanno capirci e ci seguono con ansietà per ogni peripezia del viaggio terreno e supplicano, con vive istanze Colui che comanda ai venti e al mare di proteggere la nostra barchetta dalla burrasca delle passioni. Essi che già esperimentano la infinita gioia del paradiso, tremano che noi abbiamo a perderla e supplicano perché ci si conduca nel beato porto. I Santi in cielo e i Cristiani in terra sono una famiglia unica; e come in una famiglia il fratello buono intercede presso il padre adirato per la disubbidienza dei figli discoli, così i Santi placano Iddio quando vuole castigarci per i peccati. Non avete letto nella Storia Sacra che il Signore aveva una volta deciso di sterminare la gente di Israele, perché s’era ribellata a’ suoi comandamenti? Ma in mezzo al popolo maledetto stavano due anime sante: Mosè ed Aronne. « Allontanatevi voi! — diceva nel suo furore Iddio. — Perché io voglio sterminare tutti in un momento ». Quelli invece non si ritirarono, e Dio per la loro intercessione s’accontentò di punire soltanto i tre più colpevoli (Num., XVI, 20 ss.). Come Mosè, come Aronne, i Santi si mettono tra l’ira di Dio e noi. Chi può dire quanti fulmini hanno sviato dal nostro capo? Perché non siamo morti dopo il primo peccato mortale? Perché il Signore ci lascia ancora tempo a penitenza? Oh se potessimo vedere quello che avviene in paradiso!… Se i Santi sono così potenti per chiedere ed intercedere, è tutto nostro interesse pregarli frequentemente, fervorosamente. Però non facciamo come molti Cristiani i quali ricorrono ai Santi solo per gli interessi materiali: sarebbe un grave torto verso di loro che tanto disprezzo hanno avuto per le cose mondane. Tante preghiere per la salute del corpo, e per quella dell’anima? Tanti lumi e tanti fiori per un affare di danaro o di roba, e per gli affari della gloria di Dio e della conversione dei peccatori? Chiediamo prima il regno di Dio, che il resto non ci mancherà. Il Signore ha promesso che dove sono in due o più a pregare nel suo nome, Egli è in mezzo a loro e li esaudisce: ebbene, in paradiso, non uno o due appena, ma sono migliaia e migliaia, e santi, che pregano per noi. La loro preghiera quindi è il nostro più grande aiuto. – S. Giovanni l’Evangelista, rapito in visione, vide aperta innanzi a sé una gran porta, per la quale entrava in cielo una sterminata moltitudine; d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni tempo, d’ogni condizione di vita. Questa rivelazione è consolante. Se il numero degli eletti è interminabile così che neppure S. Giovanni è riuscito a contarli, vuol dire che non è poi tanto difficile salvarsi, vuol dire che anche noi possiamo riuscire a passare per quella porta che è Cristo, ed entrare in compagnia dei Santi. V’è però una condizione essenziale. Quelli che giungono a salvamento, recano tutti in fronte un suggello che è come il carattere di somiglianza e di appartenenza all’Eterno Padre e al suo Figlio Unigenito. Questo suggello, — secondo il profeta Ezechiele, — ha la forma d’un T. cioè d’una croce, e vien impresso sulla fronte di coloro che piangono e gemono. Signa Thau super frontem vivorum gementium et flentium (Ezech., IX, 4). Che vuol dir ciò? vuol dire che per essere partecipi della gloria e del gaudio dei Santi, bisogna prima aver partecipato alle loro penitenze e sofferenze.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Sap III:1; 2; 3
Justórum ánimæ in manu Dei sunt, et non tanget illos torméntum malítiæ: visi sunt óculis insipiéntium mori: illi autem sunt in pace, allelúja.

[I giusti sono nelle mani di Dio e nessuna pena li tocca: parvero morire agli occhi degli stolti, ma invece essi sono nella pace.]

Secreta

Múnera tibi, Dómine, nostræ devotiónis offérimus: quæ et pro cunctórum tibi grata sint honóre Justórum, et nobis salutária, te miseránte, reddántur.

[Ti offriamo, o Signore, i doni della nostra devozione: Ti siano graditi in onore di tutti i Santi e tornino a noi salutari per tua misericordia.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

Communis
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessione dicéntes:
[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli:, lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt V: 8-10
Beáti mundo corde, quóniam ipsi Deum vidébunt; beáti pacífici, quóniam filii Dei vocabúntur: beáti, qui persecutiónem patiúntur propter justítiam, quóniam ipsórum est regnum cœlórum.

[Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio: beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio: beati i perseguitati per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.]

Postcommunio

Orémus.
Da, quǽsumus, Dómine, fidélibus pópulis ómnium Sanctórum semper veneratióne lætári: et eórum perpétua supplicatióne muníri.

[Concedi ai tuoi popoli, Te ne preghiamo, o Signore, di allietarsi sempre nel culto di tutti Santi: e di essere muniti della loro incessante intercessione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

28 OTTOBRE: SANTI SIMONE E GIUDA

28 OTTOBRE: SANTI SIMONE E GIUDA

[Otto Hophan: Gli Apostoli – Ed. Marietti, Torino, 1951)

S. SIMONE

Questo buon Simone è il più sconosciuto di tutti gli Apostoli e dobbiamo quasi farci violenza per non dirlo il più insignificante dei Dodici. L’intera Sacra Scrittura non conserva di lui che il solo nome, e il nome stesso, « Simone », lui lo dovette condividere con un altro; giacché nel gruppo dei Dodici con lui sedeva anche un altro Simone — curiosa la duplicità dei nomi nel Collegio apostolico: due Simone, due Giacomo, due Giuda —, Simone Primo, Simone il Grande, Simone la Roccia; anzi questo Simone compariva ovunque sul proscenio e in prima fila in modo che Simone il Piccolo, Simone l’Ultimo non emergeva affatto; quando il Signore dovette trattare di « Simone » — « Beato te, Simone! », « Io ho pregato per te, Simone », « Simone, Mi ami tu? » —, intese sempre l’altro, il Primo e non lui, l’Ultimo; egli era solo come l’eco lontana, come l’umile ombra e come una fugace ripetizione di quel primo Simone, onusto di dignità; questi gli aveva sottratto tutto in precedenza, per così dire, come il patriarca Giacobbe a suo fratello Esaù! Valgano le poche pagine presenti ad accostare con particolare affetto all’anima cristiana questo dimenticato Simone, poiché anch’egli è uno dei Dodici Grandi nel regno dei Cieli. Come di Giuda Taddeo, anche di Simone abbiamo un chiaro abbozzo già nel Vecchio Testamento, in due uomini, che furono insigniti di questo nome. Il primo di essi, Simeone, il secondo figlio del patriarca Giacobbe, fu dal padre severamente biasimato e punito a causa del suo zelo indiscreto e crudele, con cui vendicò nei Sichemiti l’infamia perpetrata contro sua sorella Dina; nella spartizione della Terra Promessa egli non ricevette un proprio territorio per la sua tribù, ma solo un certo numero di località nella porzione della tribù di Giuda, assegnategli come abitazione. Giacobbe nel suo testamento disse espressamente il motivo della posizione insignificante e di dipendenza, ch’era riservata alle tribù di Simeone e di Levi: era il vile gesto compiuto dal loro zelo eccessivo. « Simeone e Levi: qual coppia di fratelli! Le loro spade sono strumenti della violenza. Uomini uccisero nell’ira. Maledizione al loro furore, che fu violento, alla loro collera, che fu così crudele! Così li spartirò in Giacobbe, li disperderò in Israele ». La tribù di Simeone di fatto emerse ben poco nella storia del popolo eletto in Canaan, non fu mai un valido sostegno del regno. Giuditta, la donna ed eroina della tribù di Simeone, non si fermò certo al lato oscuro dell’anima ultrice del suo capostipite, ma a quello favorevole, quando pregò: « Signore, Iddio di mio padre Simeone! Tu gli hai porta la spada per punizione degli stranieri, che nella loro depravazione deflorarono una vergine ». L’altro Simone, preannunzio del nostro Apostolo, fu Simone Maccabeo, condottiero del popolo eletto negli anni 142-135 prima di Cristo, soprannominato « Thasi », che vuol dire « Zelante ». Anche questi se ne stette a lungo ai secondi posti, perché, sebbene fosse per anzianità il secondo figlio di Matatia, servì nondimeno sotto la direzione dei suoi fratelli Giuda e Gionata; solo quando anche Gionata non poté più reggere la comunità giudaica perché caduto in prigionia, Simone passò avanti e, dopo la morte del fratello, assunse ia direzione del popolo. Questi due Simoni dunque dell’Antico Testamento ci appaiono come una profezia dell’apostolo Simone; anche in lui sono profondamente impressi i loro tratti essenziali, perché è l’Apostolo sconosciuto, quasi dimenticato. Non sappiamo nulla di sicuro intorno alla sua patria. Matteo e Marco veramente, nei loro cataloghi degli Apostoli, gli danno il soprannome: « Il Cananeo » per distinguerlo da altri Simone contemporanei e anzitutto da Simone Pietro; per questo molti e lo stesso Girolamo furono indotti all’ipotesi che Simone fosse originario di Cana; i Greci e i Copti anzi ravvisano in lui quel discepolo, che secondo la testimonianza del Vangelo viene certamente da Cana, e cioè Natanaele; ma Natanaele si deve identificare con l’apostolo Bartolomeo piuttosto che con Simone; altri in « Simone il Cananeo » vide lo sposo delle nozze di Cana, cui il Signore soccorse col vino miracoloso, ma anche questa opinione manca di ogni fondamento. Il termine « Cananeo », derivato dal vocabolo aramaico « quana », infervorarsi, non indica un luogo, ma un partito; Luca esprime esattamente la stessa cosa col termine greco « Zelotes », lo Zelante. Ora l’ambiente evangelico e specialmente il partito dei « Cananei » o Zeloti fanno piuttosto pensare che la patria di Simone fosse la Galilea; non è però possibile dir nulla di più preciso al riguardo. Non sappiamo nulla di certo neppure intorno alla famiglia di Simone; non mancano però dei motivi per avallare l’ipotesi che anch’egli fosse un « fratello del Signore ». Matteo e Marco infatti fra i fratelli di Gesù fanno menzione anche d’un Simone: « Gli uditori (a Nazareth) stupirono della sua (di Gesù) dottrina e chiedevano: “Donde può Egli aver tutto questo?… Non è il fratello di Giacomo, Giuseppe, Giuda e Simone?»; anche nei cataloghi degli Apostoli tutti e tre i Sinottici ricordano un Simone insieme con Giacomo e Giuda; Marco poi, tanto nel testo in cui enumera i fratelli del Signore, come in quello in cui cataloga gli Apostoli, segue persino il medesimo ordine esatto dei nomi: Giacomo, Giuda, Simone, legittimando così la supposizione che anche il fratello del Signore Simone, come gli altri due fratelli di Gesù, Giacomo e Giuda, appartenesse al Collegio apostolico. Questa interpretazione è appoggiata dall’opinione di Egesippo, il quale attesta che Simone, secondo Vescovo di Gerusalemme, era un figlio di Clopas, fratello di Giuseppe, padre nutrizio del Signore; ora Clopas o Cleofa si deve identificare con Alfeo, ch’era il padre di Giacomo; Giacomo quindi, Giuda e Simone, fatte le debite osservazioni e riserve, erano fratelli fra di loro e cugini corporali del Signore; un sola differenza, che cioè questa determinazione per Simone resta nell’oscurità; ma già nella sua famiglia prima di lui venivano i fratelli più anziani e più in vista, che si muovevano a piacere; a lui, l’ultimo, il più giovane non restava che tenersi piccolo e in silenzio. – Nemmeno della sua vocazione possiamo dire qualche cosa di più preciso. Quando il Signore scelse i Dodici, egli si trovava confuso fra la folla dei discepoli sul monte; i suoi due fratelli più anziani, Giacomo e Giuda, forse s’indignarono internamente quando « il piccolo » li seguì di soppiatto, poiché uno dei tre almeno doveva dare una mano a casa al padre Alfeo, che era agricoltore e come tale non mancava di lavoro in nessun giorno dell’anno. Può essere che anch’essi, irritati come Eliab, il fratello più anziano del giovanetto David, abbiano tuonato contro il giovane Simone: « A che scopo propriamente sei venuto qui? a chi hai lasciato le poche pecore nel deserto? Tu sei venuto solamente per stare a guardare »?. E Simone stette davvero a guardare con occhi spalancati e attoniti quando, alla chiamata del Signore, si staccarono successivamente dalla moltitudine degli uomini per presentarsi innanzi a Lui primo Simone, poi il gentile Andrea, poi l’ardente Giacomo e poi l’ardito Giovanni. E adesso sta in ascolto ed ecco! Il Signore chiama suo fratello Giacomo e, onore inaudito per la famiglia, anche Giuda. I due passarono dinanzi dignitosamente al loro piccolo fratello Simone, il quale risplendeva d’orgoglio e di gioia. Ora dieci uomini ornano Gesù come dieci diamanti una corona. Chiamerà anche degli altri? e chi? E Gesù chiamò: « Simone! ». Questi si guardò d’intorno perplesso, ché dei Simone ce n’erano molti. Gesù ripetè: « Simone! ». Una breve pausa; poi, quasi esitante: « Lo Zelante ». Lo Zelante? Quando il « Cananeo » entrò nel gruppo del Signore, percorse le folle un incredulo stupore. Nei cataloghi degli Apostoli di Matteo e di Marco Simone è l’undicesimo e il penultimo; solo Giuda viene dopo di lui e gli fa ombra; può essere anzi che il Signore chiamasse Giuda prima di Simone e che solamente il crimine commesso lo abbia ricacciato dietro a Simone. Ci fa compassione il semplice Simone, ricordato così d’un fiato insieme col Traditore; forse lui stesso qualche volta, senza sapere perché, si sentì malsicuro in vicinanza dell’oscuro suo compagno; e probabilmente toccò proprio a lui accompagnarsi al futuro Traditore, quando il Maestro inviò i suoi Apostoli per un primo viaggio missionario « a due a due ». Nell’ultima Cena di Leonardo da Vinci Simone siede all’estrema sinistra, e riportiamo l’impressione che sia stato necessario quasi uno sforzo per arrivare a trovargli un posto: nel Collegio apostolico egli è solamente tollerato. Della sua attività apostolica non sappiamo nulla, affatto nulla; tace il Vangelo, tacciono gli Atti degli Apostoli; suo fratello Giuda ha pure messo insieme alcuni pochi versi per una letterina, ma egli nemmeno questa; a lui non fu mai detta una parola né lui chiese mai una spiegazione, che agli occhi degli Evangelisti sembrasse degna d’essere resa in iscritto, mentre ci tramandarono pure, per esempio, le osservazioni incidentali, che Tommaso, Filippo e Giuda Taddeo fecero nel Cenacolo; nella cerchia degli Apostoli Simone è la comparsa autentica; sembra che non abbia nient’altro da fare che esser là. Quando gli Apostoli, dopo la loro prima missione ritornarono a Gesù e Gli riferirono tutto quello, che avevano fatto e insegnato, si conchiusero racconto e insegnamenti prima che venisse la volta di Simone. Non leggiamo che gli sia stata mai concessa una distinzione, mai affidato un incarico, mai una comparsa di lui in particolare; forse la domenica delle Palme poté sciogliere almeno l’asinello; se neppure questo, egli non ci si fa mai innanzi, non si distingue mai; è sempre nel gruppo, insieme con gli altri, quasi senza propria personalità, è solo Apostolo, solo uno dei Dodici. E questo essere ignorato persevera come suo particolare segno distintivo sino ad oggi: le sue reliquie riposano in Vaticano; ma chi mai, fra le centinaia di migliaia di persone, che a Roma visitano San Pietro, si ricorda ivi dello sconosciuto Simone? L’edificio è sacro al primo Simone, a Simone Pietro; la sua statua è baciata con riverenza e con gratitudine, tanto che il piede è consumato persino; invece Simone l’undecimo può rallegrarsi della sua quiete indisturbata. Simone, lo sconosciuto, è il patrono dei discepoli e delle discepole senza numero di Cristo, che, per così dire, passano la loro vita senza nome; è il patrono degli eserciti di operai dimenticati nella vigna del Signore, che per il regno di Cristo si affaticano nei terzi, quarti e ultimi posti; è il patrono degli ignorati soldati del Signore, che combattono su fronti ingrati e sconosciuti. Nessuno s’avvede, loda o premia questi apostoli nascosti, spesso male interpretati, nessuno, se non… il Padre, che vede nel segreto. Simone, l’ultimo, fu meno degno degli Apostoli primi, perché di lui non si fa mai parola? È uno dei Dodici anche lui, e lo è tanto quanto il potente Pietro e l’aquila dello spirito Giovanni; ebbero valore anche per lui le parole del Signore: « Non vi chiamo più servi, vi ho chiamati amici, perché  vi ho comunicato tutto quello, che ho udito dal Padre ». Può darsi che il Signore abbia onorato appunto questo Apostolo sconosciuto e apparentemente poco interessante col dirgli non poche parole in particolare, ma dovette farlo tanto sommessamente, che nessuno degli altri ne percepì qualche cosa né ne scrisse alcunché. E così precisamente quest’Apostolo sconosciuto ebbe con Lui, ch’è il Dio sconosciuto, una somiglianza tutta sua. Ma quale l’atteggiamento di Simone stesso? sdegnato per essere stato cacciato all’ultimo posto, ha forse lavorato meno degli altri? Anche lui invece percorse generosamente le vie del Vangelo, « senza pane, senza bisaccia, senza denaro e predicò: “Il regno dei Cieli è vicino”. Guarì ammalati, risuscitò morti, mondò lebbrosi e cacciò gli spiriti cattivi ». Nella sua opera apostolica non si lasciò paralizzare né dai moti della suscettibilità né dal fatto della sua inferiorità; ora anzi nei cataloghi degli Apostoli precisamente questo sconosciuto Simone porta un titolo, che in lui ci sorprende più che in ogni altro: egli è detto « Simone… lo Zelante ».

SIMONE LO ZELANTE

Il titolo « Zelotes », lo Zelante, direttamente ha un senso politico, non senso ascetico. Gli « Zeloti » erano una fazione giudaica, che con tutti i mezzi, anche i più violenti, aveva di mira la libertà e l’indipendenza dei Giudei dalla dominazione dei Romani. Loro fondatore può ritenersi un certo Giuda della Galilea, il quale aizzò i Galilei a una accanita ribellione, quando, nell’anno 7 dopo Cristo, il governatore romano della Siria, Quirino, introdusse in Palestina il testatico. La ribellione da lui promossa e il suo esito infelice sono ricordati anche negli Atti degli Apostoli: Gamaliele dissuase i sinedristi da una repressione violenta del Cristianesimo da poco spuntato colla motivazione che i movimenti messianici, se non vengono da Dio, finiscono da sé; bastava pensare a « Giuda di Galilea, che nei giorni del censimento si sollevò e istigò molto popolo a defezionare; egli perì e tutti i suoi aderenti furono dispersi ». Gli Zeloti erano vinti, non però le idee, che essi propugnavano; il fuoco della libertà, coperto, continuava ad ardere nascostamente e veniva continuamente attizzato dagli Zeloti, che in gruppi sciolti, costituiti di volontari, conducevano una guerra sorda e continua. Si distinguevano però fra di loro due indirizzi: il gruppo religioso del partito sosteneva che la condizione indispensabile e previa del rinnovamento e della esaltazione nazionali era il fervente ed esatto adempimento della legge mosaica; prima che si fosse soddisfatto a questa condizione, non sarebbe apparso il liberatore promesso da Dio, il Messia. Secondo questo indirizzo, anche Paolo forse apparteneva al partito degli Zeloti, perché confessa di se stesso: « Nello zelo per il Giudaismo oltrepassai molti dei miei coetanei nel mio popolo; ebbi anzi zelo eccessivo per le tradizioni dei miei padri ». L’altro indirizzo invece, il politico, guardava sbrigliato solo all’aspetto politico della situazione e del problema; non intendeva affatto di attendere, in tranquilla rassegnazione, finché albeggiasse, secondo il disegno di Dio, il giorno della libertà e s’adempisse la speranza di Israele; fra loro e gli empi nemici doveva decidere la spada. Siffatte teste calde furono condannate all’impotenza per decenni; il pugno di Roma represse i corpi di volontari, e i partiti ufficiali del paese, i Sadducei cioè e i Farisei, si diedero premura di distanziarsi da loro; alla fine però riuscì agli elementi rivoluzionari di far divampare il fuoco devastatore della guerra giudaica; essi divennero quanto più a lungo tanto più audaci e violenti, e sotto l’etichetta dello zelo religioso perpetrarono crimini politici. I Sadducei, aristocratici, e i Farisei, avveduti, erano contrari a una guerra con i Romani, perché la ritenevano senza speranza; questo timore delle sfere dirigenti appare anche nel Vangelo, in rapporto a Gesù: «Se noi Gli (a Gesù) lasciamo così ampia libertà, tutti crederanno in Lui; vengono allora i Romani e ci prendono (anche gli ultimi resti di diritto sul) paese e popolo… È meglio (quindi) che un uomo muoia per il popolo, piuttosto che tutto il popolo vada in rovina ». Ma gli Zeloti volevano ad ogni costo l’insurrezione e la guerra contro i Romani; s’impossessarono della fortezza Masada e ottennero che a Gerusalemme non si offrissero più i sacrifici consueti per l’autorità romana; e con questo il segnale della guerra giudaica era già dato; ma gli Zeloti dovettero pagarne duramente il fio. Fin da quando Vespasiano, nell’anno 67, assoggettò la Galilea, i Romani li raggiunsero su zattere, mentre essi tentavano di fuggire sul lago di Genezareth; fu ingaggiata la battaglia navale ed essi furono trucidati; così quel lago azzurro e tranquillo, che il Signore aveva tante volte tragittato, fu disseminato di cadaveri. In quella battaglia perdettero la vita 6500 Zeloti; altri 1200 furono fatti sgozzare da Vespasiano nello stadio di Tiberiade, 6000 furono mandati nell’istmo di Corinto e 30.000 furono venduti; nelle città di Galilea caddero complessivamente 80.700 uomini, mentre 36.400 furono venduti. L’eccidio fu ancora più terrificante a Gerusalemme, dove, sotto Giovanni di Ghiscala, gli Zeloti esercitarono durante l’assedio un dominio crudele; con l’aiuto degli Idumei, che s’erano uniti, uccisero 12.000 individui; ma la vendetta di tutto questo fu raccapricciante: secondo la testimonianza, forse un po’ esagerata, dello storico Giuseppe Flavio, durante l’assedio e l’espugnazione di Gerusalemme perirono un milione e centomila giudei; 97.000 furono condotti prigionieri e poi o venduti o destinati a sgozzarsi vicendevolmente nei giochi dei gladiatori. Ora soltanto siamo in grado di valutare la chiamata nel Collegio apostolico di Simone «lo Zelote ». Tutti gli Apostoli certamente, e non solo Simone, erano interessati ai movimenti politici del loro tempo; anch’essi amavano la libertà, anch’essi erano galilei dal sangue caldo, tutti quindi desideravano ardentemente il giorno della liberazione. Per loro l’atteso Messia era il grande figlio di David, che doveva spezzare in aspra lotta il giogo straniero dei Romani e instaurare il grande regno giudaico; lo stesso sacerdote Zaccaria del resto, padre del Battista, persona pur tanto avanti nello spirito, attende il Messia quale « salvezza dai nostri nemici e dalle mani di tutti coloro, che ci odiano ». A una domanda male interpretata di Gesù, gli Apostoli Gli portarono dinanzi, con l’animo concitato per l’allegrezza e gli occhi raggianti, le armi accuratamente custodite: « Signore, ecco due spade! ». È vero che i più di loro avevano compiuto il tirocinio con Giovanni Battista, il quale aveva predicato abbastanza energicamente la necessità di volgere il pensiero dalla politica alla religione: « Cambiate il vostro modo di vedere! Mutate pensiero! », e grazie a quell’educazione e alla ferma istruzione poi del Signore avevano intravvisto che il regno messianico era essenzialmente religioso; frattanto alla nota politico-nazionale non potevano rinunziare; molestarono il Signore persino mentre andavano con Lui nel luogo scelto per l’Ascensione, chiedendoGli: « Signore, restauri nuovamente Israele in questo tempo? »; essi seguirono Gesù con entusiasmo e con generosità e per Lui anzi abbandonarono casa e cortile, la moglie e i figli, speravano però in compenso per sé e per i loro congiunti i primi posti nel regno messianico. Tre evidenti tentativi della gente della libertà per indurre Gesù a farsi condottiero della loro impresa sono indicati anche nel Vangelo, e gli Apostoli vi avrebbero collaborato tanto volentieri ogni volta. Dopo la prima moltiplicazione miracolosa dei pani, le folle cercarono « di farLo re con la forza; ma Egli si ritirò tutto solo sul monte e obbligò i suoi Discepoli ad ascendere nella barca e a precederLo all’altra riva ». Prima della festa dei Tabernacolo. Lo sollecitarono di andare a Gerusalemme in testa a loro e di ivi « mostrarsi pubblicamente al mondo »; ma Gesù differì il viaggio e giunse nella capitale, carica d’alta tensione politica, in ritardo, solo verso la metà della settimana festiva. La terza volta sembrò che gli Zeloti fossero riusciti a guadagnare il Signore per i loro piani: fu il solenne ingresso in Gerusalemme fra le palme e gli osanna; ma anche quella volta Egli seppe prevenire un’interpretazione politica del suo trionfale ingresso, creando una piccola e gaia, quasi, circostanza: non entrò nella capitale, cavalcando su di un alto e superbo destriero, ma… su di un puledrino d’asino; e chi medita rovine, non avanza su d’un asinello! E chissà quanto quell’asinello dispiacque appunto al nostro Simone Zelote! E quale ironia sapiente e amabile insieme avremmo avuto, se avesse dovuto menarlo a Gesù proprio lui, che era febbricitante per la conquista del potere politico più di tutti gli altri Apostoli! – Il Vangelo veramente non ci offre nessuna prova per ritenere che Simone apparteneva alla corrente politica del partito degli Zeloti; forse s’era meritato il suo titolo di « Zelote » con la sua amorosa fedeltà alla legge del Vecchio Testamento, a somiglianza di quei giudeocristiani, che negli Atti degli Apostoli vengono lodati come « ferventi seguaci della Legge »; lo zelotismo religioso nondimeno stava molto vicino al politico; e di fatto furono proprio « i fratelli di Gesù », che in precedenza alla festa dei Tabernacoli Lo volevano spingere a una dimostrazione pubblica di carattere politico. Il posto undecimo di questo Apostolo e l’assoluto silenzio nella Sacra Scrittura a suo riguardo si devono spiegare forse con il suo atteggiamento personale, spiccatamente politico; e il Signore, che si rifiutò costantemente e risolutamente di permettere che il suo regno scivolasse verso il campo puramente terreno e politico — « Il mio regno non è di questo mondo! Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei ministri avrebbero certamente combattuto » —, non poteva permettere che fossero messe a repentaglio la sua persona e la sua opera per uno zelote; Simone quindi dovette essere tenuto piccolo nel Collegio apostolico, affinché, seguendo l’esempio del suo patrono onomastico dell’Antico Testamento, Simeone, capostipite della tribù omonima, non avesse con zelo indiscreto e violento a danneggiare piuttosto che giovare; egli doveva purificare il suo zelo e conservare, anzi rafforzare quanto in esso v’era di buono attraverso un rigido periodo di prova, che, negandogli ogni incarico e attenzione speciale, lo tenne nel nascondimento. Ma qui rifulgono anche gli alti pregi personali del nostro Apostolo. Richiama già la nostra attenzione su di un uomo di intrinseco valore il fatto che il Signore l’abbia chiamato a far parte del Collegio dei Dodici, nonostante il suo fardello o inclinazione politica. Con lui, infatti, Egli corse un rischio simile a quello corso con Matteo, sebbene in senso opposto, indubbiamente: Matteo era pubblicano; Simone, zelote; con la chiamata del pubblicano Gesù si compromise presso le folle, che anelavano alla libertà e alla indipendenza; con la chiamata dello Zelote si rese sospetto agli ambienti dirigenti ufficiali. Come potevano mettersi d’accordo i due, Matteo pubblicano e Simone zelote, nello stesso ristretto Collegio? Provenivano da un mondo spirituale totalmente diverso: il pubblicano prestava servizio al dominio straniero, lo zelote vi si scagliava contro; il pubblicano era esattore delle tasse, lo zelote si rifiutava di pagarle. E Cristo ottenne di unire insieme nel medesimo gruppo, come discepoli, Matteo e Simone; la potenza del suo amore è tanto grande e tanto vasta è la visione della sua sapienza, ch’Egli prende a suo servizio il Pubblicano e lo Zelote, perché ha compiti per tutti e due. Ancor più che nella chiamata, la grandezza morale dell’apostolo Simone appare evidente nella costanza, con la quale seppe tener fede al Signore. A eccezione di Giuda, nessun Apostolo fu da Gesù così amaramente disingannato quanto Simone nelle sue aspettative; di fronte a quella delusione Giuda s’infranse, Simone invece crebbe. Questo Zelote ardeva più degli altri del desiderio veemente che Gesù erigesse un regno terreno; possiamo pensare che le bande della libertà facessero spesso visita a lui, perché traesse finalmente Gesù agli scopi del loro partito; Gesù non accedette mai a simili intimazioni, non mise mai in prospettiva ch’Egli avrebbe sodisfatto anche uno solo di quei desideri; a bella posta Simone fu tenuto undecimo, cui nient’altro restava da fare che tacere. Eppure, nonostante questo inflessibile rifiuto, Simone perseverò accanto al Signore; sacrificò parte a parte il cuore con tutti i suoi desideri piuttosto che… Gesù, al contrario di Giuda, che ricercando se stesso tradì scelleratamente il Maestro. Chi è « zelote » in modo che nel suo zelo si lascia guidare solamente da Gesù, questi e certamente solo questi è un vero e bravo apostolo di Lui; il suo zelo è una forza potente, non dispersa per fini secondi, ma convogliata all’attuazione dei sublimi disegni di Cristo.

LO ZELANTE SCONOSCIUTO

Le notizie della leggenda intorno al nostro Apostolo sono contraddittorie, quanto quelle intorno al fratello suo e coapostolo Giuda Taddeo. La più probabile dice che, dopo la morte nell’anno 62 di suo fratello più anziano Giacomo, gli succedette sulla cattedra come Vescovo di Gerusalemme; lo storico ecclesiastico Eusebio infatti ci ha conservato una nota di Egesippo, della metà del secondo secolo, secondo la quale un Simone, figlio di Clopas, sarebbe stato secondo Vescovo di Gerusalemme; sia Eusebio poi che Niceforo, nelle loro liste dei vescovi, ricordano questo Simone come secondo Vescovo di Gerusalemme, che avrebbe retto la sua chiesa secondo l’uno per 23 anni, secondo l’altro per 26. Questa notizia è confermata da un’antica tradizione abissina, secondo la quale l’apostolo Simone, lo Zelote, dopo avere svolto un’intensa attività in Samaria, sarebbe divenuto Vescovo di Gerusalemme, ove sarebbe pure morto in croce. Il Breviario romano veramente celebra due feste distinte per l’apostolo Simone e per Simeone, Vescovo di Gerusalemme, la prima il 28 ottobre, l’altra il 18 febbraio. – L’attività episcopale dell’Apostolo in Gerusalemme coincise con gli anni spaventosi dell’assedio, dell’espugnazione e della distruzione della Città Santa; spesso forse sorsero nel suo spirito sentimenti di invidia per il fratello e predecessore Giacomo, ch’era passato alla Patria, cui era stato risparmiato di vedere l’orrore della desolazione nel luogo santo. Memore dell’avvertimento del Signore: « Quando vedrete Gerusalemme circondata dagli eserciti, allora sapete che la sua distruzione è vicina! Allora la gente in Giudea fugga ai monti, quella in città ne esca fuori, quella in campagna non entri in essa », egli se ne fuggì a tempo col suo gregge di fedeli nella città pagana di Pella in Perea, che non era esposta ai pericoli della guerra: sfollamento ed emigrazione dei primi nostri fratelli nella fede, che ordinò il Signore stesso nella sua grande sollecitudine per i suoi fedeli! Quali pensieri avranno occupato l’animo di Simone, lo Zelote, durante quella fuga? Un tempo era stato implicato anche lui nel partito degli Zeloti, che ora aveva procurato alla propria terra e al proprio popolo spettacolo tanto orrendo e raccapricciante; allora sacrificare al Signore i desideri del suo cuore gli era tornato difficile; adesso, mentre Gerusalemme era divorata dagli incendi del divino giudizio, comprendeva quanto fosse buona cosa offrire in sacrificio al Signore anche il proprio cuore; e un’onda di calda riconoscenza gli saliva dal fondo dell’anima, perché il Signore l’aveva strappato allo zelotismo tanto pericoloso per farlo ardere d’un più nobile zelo, dello zelo per la casa del Signore e per il suo gregge. – L’attività episcopale in Gerusalemme non impedisce che egli, prima di essa e forse anche dopo, abbia portato il lieto messaggio anche ad altre terre; un’idea di quanto potesse essere ampio il raggio dell’attività apostolica ce la forniscono le lettere dell’apostolo Paolo; ora non solamente a lui, ma anche agli altri Apostoli premeva di adempiere la parola del Signore: « Andate e istruite tutti i popoli! Sarete miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, e sino ai confini della terra ».  Le terre assegnate dalle leggende al nostro silenzioso Simone sono varie e distanti, né è possibile estrarre dal materiale favoloso quello, che forma il nocciolo storico. Secondo gli « Atti di Andrea » apocrifi, egli si portò, come compagno di Andrea, nelle contrade sul Mar Nero, nella città di Bosporos, nel Chersoneso taurico e a Nikopsis, paese dei Zekchen o Zyger, popolazione caucasica. Anche le tradizioni armene e georgiche ci rinviano alle terre del Caucaso; dopo un’attività di Simone con Matteo e Andrea, quest’ultimo lo avrebbe lasciato a Sebastopoli. Non è escluso però che questa leggenda sia sotto l’influsso della omonimia con Simone Pietro, poiché, secondo informazioni molto antiche, in quelle regioni lavorarono insieme i due fratelli Simone Pietro e Andrea, che poi si separarono per andare Andrea verso l’Oriente e Simone Pietro verso l’Occidente; la leggenda forse ha accreditato a Simone lo Zelote quello, che invece in quelle contrade fu opera apostolica di Simone Pietro. Gli « Atti di Simone e Giuda » trasferiscono l’attività apostolica di Simone in Babilonia e in Persia, come hanno messo in evidenza le trattazioni su Giuda Taddeo; egli in Babilonia aveva una sede, donde, insieme con Giuda, percorse le dodici provincie dell’impero persiano. Ma forse in questa leggenda fa capolino di nuovo Simone il Maggiore, Simone Pietro; questi infatti scrisse la sua prima lettera da Babilonia, sotto il qual nome è da intendersi Roma, la città « babilonica » per i vizi e gli errori; può darsi che la leggenda abbia attribuito a Simone lo Zelote, quale campo della sua missione, la Babilonia geografica, perché l’Apostolo dello stesso nome, Simone Pietro, faticò nella Babilonia simbolica. Secondo questa leggenda, Simone muore martire nella «città Suanir»; ma una città persiana di questo nome non è conosciuta; è da pensare piuttosto alla regione dei « Suanen » nella Colchide settentrionale, che ci ricondurrebbe ai paesi sul Mar Nero. Una terza opinione, che ricorre specialmente presso gli autori greci posteriori, menziona quale campo dell’attività apostolica di Simone l’Egitto, la Libia, la Mauritania e persino la Britannia; anche il Breviario romano ricorda un’attività apostolica in Egitto e dice che Simone s’incontrò con Giuda Taddeo in Persia soltanto più tardi. – Secondo una notizia di Egesippo, egli soffrì il martirio sotto l’imperatore Traiano nell’anno 107, nell’avanzata età di 120 anni; se questa attestazione, che per quanto riguarda l’età ci sembra un po’ improbabile, risponde a verità, il nostro Apostolo sarebbe vissuto tre anni anche dopo Giovanni, che dalla tradizione è ritenuto come l’ultimo degli Apostoli. La maggior parte delle relazioni dicono ch’egli morì crocifisso; una piccola ma impressionante immagine dei Monologhi dell’imperatore Basilio II lo rappresenta sulla croce in abiti pontificali, con le spalle verso la città di Gerusalemme e il viso rivolto al vasto mondo. Simone in croce! Simone lo Zelote un giorno non aveva elevate le sue proteste contro la croce, almeno in cuor suo, con minore veemenza dell’altro Simone: «Questo non sia mai! »; le sue propensioni non correvano certo alla croce, ma alla corona; anche lui però si lasciò educare dal Signore, docile e contento, finché Gli divenne conforme… sulla croce. Ma è così: non si possono prevedere i tratti di strada, che un uomo percorre, quando si sia affidato senza riserve a Cristo! Altre tradizioni direbbero che Simone fu segato; l’immagine di Luca Cranak, nella serie dei martiri degli Apostoli, illustra questo orrendo martirio con un realismo non sospetto; la sega fu quindi assegnata allo Zelote come simbolo e, quanto al culto del popolo, gli ha fruttato il patrocinio dei legnaiuoli, che è un po’ meno di quello degli architetti, conciliato all’apostolo Tommaso dalla sua squadra; il buon Simone è e rimane in ogni campo… l’undecimo! Tutte queste informazioni della tradizione sono poco sicure e appena conciliabili; una cosa però è insinuata da tutte, che cioè Simone fu uno zelante e un appassionato anche nella sua attività apostolica. Che abbia lavorato nella terra dei Suanen o in Babilonia, che sia stato crocefisso o segato, lo zelo, col quale questo Apostolo sconosciuto attese agli interessi del Signore e del suo gregge, fu ardente. Sconosciuto e zelante: un connubio strano e meraviglioso! Perché di solito lo zelante cessa di essere sconosciuto, mentre molti, che dovettero lavorare nell’oscurità, perdettero per questo il loro fervore; l’insegnamento quindi di questo semplicissimo fra tutti gli Apostoli è tanto profondo: conserviamo il fervore, anche se sconosciuti e dimenticati, e se ferventi, non lavoriamo per essere visti dagli uomini; « altrimenti non avete nessuna mercede presso il Padre vostro in Cielo »; « la vostra vita sia nascosta con Cristo in Dio ».

S. GIUDA TADDEO

L’Apostolo Giuda Taddeo porta un nome, che in passato fu tanto onorato quanto è ora esecrando. Si chiamarono Giuda molti e celebri uomini del Vecchio Testamento; i due più eminenti sono Giuda, il padre della tribù di Giuda, uno dei dodici figli di Giacobbe, e Giuda il Maccabeo. Parecchi tratti di questi due grandi del popolo eletto si riflettono anche nell’apostolo Giuda; perché v’è qualche cosa di misterioso nei nomi, si potrebbe quasi pensare ch’essi in qualche modo imprimano negli uomini un’idea preconcepita. Quando nacque Giuda, il figlio di Giacobbe, sua madre Lia esclamò pia e festante insieme: «”Jehfdah”, che vuol dire “loderò il Signore ”, per questo lo chiamò ” Juda ” »; sebbene egli non fosse il più anziano dei figli di Giacobbe, ebbe però un posto di direzione fra i suoi fratelli, grazie al suo carattere deciso e fermo. Nella vicenda di suo fratello, l’egiziano Giuseppe, egli appare una lodevole eccezione: si oppose alle brame degli altri e propose il male minore: invece del fratricidio, la vendita del fratello ai mercanti madianiti per venti denari. Combinazione curiosa! Un altro Giuda, con peggiori intenzioni, richiese trenta denari in una vendita più detestabile. Il patriarca Giacobbe, morendo, designò il suo figlio Giuda quale antenato del Messia con la seguente lode e benedizione: « A te, Giuda, dicono lode i tuoi fratelli. La tua mano pesa sulla cervice dei tuoi nemici. Innanzi a te si piegano i figli di tuo padre. Un leoncello è Giuda. Chi osa stuzzicarlo? Non recederà da Giuda lo scettro, dai suoi piedi il bastone del dominatore finché venga colui, cui esso appartiene e cui i popoli obbediscono ». L’accenno alla potenza e al valore sembra una profezia anche per l’apostolo Giuda Taddeo, perché colgono nel centro del suo essere. – Vigoroso, figura di primo piano è anche l’altro grande Giuda del Vecchio Testamento, il terzo figlio di Matatia; egli fu chiamato il « martellatore », da maqab, perché si distinse con le sue gesta eroiche, compiute nella guerra giudaica per la libertà nel secolo secondo prima di Cristo; di molto inferiore per truppe e armamento, egli riuscì a trionfare, con gloriose battaglie, sui grandi eserciti dell’empio re Antioco IV, ch’erano guidati dai generali Nicanore, Gorgia, Timoteo, Bacchide e Lisania; gli riuscì di espugnare la città santa di Gerusalemme, superando le forze d’occupazione nemiche e pagane, e nel Tempio purificato e riconsacrato furono offerti nuovamente al Dio di Israele i sacrifici prescritti dalla Legge. Gli eroismi di questo Giuda sopravvivevano nel ricordo di tutti; Giuda Taddeo ascoltava con occhi scintillanti il racconto, che gliene facevano in casa il padre e il nonno; molti sabbati si parlava con entusiasmo di quell’eroe della religione e della patria, che in una epoca dura aveva indicata la via col suo fulgido esempio. Il nostro Giuda, quindi, andava orgoglioso del suo nome, che uomini tanto valorosi avevano portato; egli li imiterà; anch’egli vuol divenire nel proprio tempo « leoncello » e « martellatore ». – Purtroppo questo nome ardito e nobile fu così infelicemente macchiato da un altro Giuda, dal Traditore, che non si riuscirà a purificarlo mai più; l’ignominioso gesto di costui è penetrato corrosivo in questo nome, è divenuto anzi con esso una unica cosa; per noi di fatto « Giuda » equivale a « traditore » e non più a « loderò il Signore », come aveva esclamato Lia, la mamma buona e cisposa. Non vi sarà individuo cristiano che porti il nome « Giuda », non si vuole anzi nemmeno ripeterlo; perché si danno nomi, che sono — anche oggi! — così esecrati, che non si possono affatto ripetere. Tutti e due i Giuda, il Taddeo e il Traditore, sedettero in qualità di Apostoli intorno al Signore, anzi nel catalogo degli Apostoli di Luca essi sono l’uno accanto all’altro. Quando il Signore chiamava « Giuda », tutti e due tendevano l’orecchio; forse era solo un leggero tono della voce che li distingueva; il Venerdì Santo, quando come un baleno s’era diffusa la notizia inaudita che Giuda aveva tradito il Maestro e poi s’era impiccato, parecchi pensarono che quel delinquente fosse Giuda Taddeo; il Traditore aveva gettato il disonore anche sul nome del buon Giuda. Quasi in riparazione di questo oltraggio, il popolo cattolico onora d’una singolare fiducia il Santo omonimo dell’infelice Traditore sin dal secolo decimottavo e con un tale sentimento umano e credente insieme, che commuove: Giuda Taddeo è divenuto per esso il protettore nelle « richieste gravi e disperate ».

GIUDA, IL FRATELLO.

L’imbarazzo di fronte al nome « Giuda », carico di colpa e di dolore, appare evidente anche nei Vangeli. Giovanni scrive in un unico testo di Giuda Taddeo, ma s’affretta ad aggiungere subito: « Giuda, non Iscariote! »; ci colpisce ancor di più che Matteo e Marco non designano mai il nostro Apostolo col nome « Giuda », ma solamente col soprannome « Taddeo »; possiamo a buon diritto ritenere che essi sostituirono il nome proprio con questo soprannome per allontanare dal loro buon compagno nel Collegio apostolico l’ombra, che vi proiettava il nome « Giuda ». Soltanto Luca osò chiamare quest’Apostolo col suo proprio nome, ma non senza elevare una luce sull’oscurità di esso; egli lo chiama « Judas Jacobi », Giuda, quello di Giacomo; l’espressione sulle prime fa pensare che Giuda fosse il figlio d’un Giacomo, e non mancano traduzioni cattoliche della Bibbia, che rendono il passo con questo senso; essa però può anche significare « Giuda, il fratello di Giacomo »; la Sacra Scrittura stessa accenna questo secondo senso di « fratello ». Nel Vangelo, infatti, un Giacomo è chiamato esplicitamente fratello d’un Giuda e un Giuda, nella sua lettera, si dice fratello di Giacomo. Questo Giacomo, che Luca nei suoi cataloghi degli Apostoli fa che risplenda su Giuda, doveva essere una personalità conosciuta e tenuta in alta stima dai Cristiani; ma non si può pensare che fosse Giacomo Maggiore, ch’era morto già da vent’anni ed è sempre ricordato come fratello di Giovanni solo e mai come fratello d’un Giuda; Giuda quindi è fratello di Giacomo Minore, del Vescovo di Gerusalemme; si comprende che gli Evangelisti Matteo e Marco, nei loro cataloghi degli Apostoli, collochino i due l’uno accanto all’altro immediatamente. Invece, nei riguardi di questa parentela, non è ancora risolta la questione se Giacomo fosse un fratello in senso stretto di Giuda o soltanto un fratello in senso di cugino. Ma comunque questo celebre Giacomo illumina il fosco nome di Giuda. – Sul nostro buon Giuda però, ch’ebbe l’infausta sorte di dover condividere il nome col Traditore, piove una luce ancor più abbondante: egli non è solo « fratello » dello stimatissimo Giacomo, ma è anche « fratello » del Signore. I Nazzareni domandano di Gesù: « Non è costui il falegname… il fratello di Giacomo… e di Giuda? ». Ci colpisce e ci piace ripensare che quest’Apostolo, nei giorni allegri della sua giovinezza, abbia giocato e pregato insieme col giovane Gesù, che con Lui abbia corso e girato sin lassù a Gerusalemme, in occasione delle grandi feste; è anche possibile che Maria, angosciata nella ricerca del suo Dodicenne, si sia rivolta anzitutto ai giovani cugini di Lui, Giuda e Giacomo, e abbia loro chiesto quando e dove essi erano stati insieme col suo amato Gesù per l’ultima volta. Come Giacomo, anche quest’Apostolo ebbe con Gesù rapporti umanamente molto intimi ed egli pure raggiunse un po’ alla volta la debita distanza; nella sua lettera di fatto egli si chiama « fratello di Giacomo », ma con religiosa riverenza non « fratello », bensì « servo di Gesù Cristo ».

GIUDA, IL CONTADINO

Giuda Taddeo, prima della sua vocazione, era sposato; anzi, secondo una notizia, che leggiamo in Niceforo Callisto e che Eusebio cita nella sua « Storia Ecclesiastica », sarebbe stato lo sposo delle nozze di Cana. Questa deposizione è certo discutibile; essa però spiegherebbe molto bene la presenza di Gesù e di sua Madre a quelle nozze; essi vollero rendere a un cugino l’alto onore della loro partecipazione. Dei due nipoti di Giuda, di nome Zoker e Giacomo, che l’imperatore Domiziano citò a Roma per sottoporli a interrogatorio, abbiamo scritto trattando di Giacomo; essi vivevano nella Palestina quali semplici coloni e quale reddito del loro esiguo podere denunciarono all’imperatore mille denari. Forse anche il loro nonno Giuda s’era affaticato sulle medesime zolle, che lavoravano essi; la sua lettera, come quella di suo fratello Giacomo, è lettera d’un contadino, forte, quasi rude, non delicata e profumata, con similitudini tolte dalla vita dei campi. Egli paragona i maestri di errore ai pastori, « che pascono se stessi », con « le nubi senz’acqua, che son trasportate qua e là dal vento », con « gli alberi nel tardo autunno, senza frutti, morti due volte, divelti ». Giuda contadino! Prima di spargere la semente della parola di Dio nel vasto mondo come apostolo, seminò come contadino orzo e grano nel fondo della sua terra, inciso dall’aratro. Come dovette quindi comprendere bene le parabole del Signore! Quella, per esempio, del seminatore, cui nel seminare il grano cadde parte sulla via, parte su fondo sassoso e parte fra le spine; quella della semente, che di giorno e di notte cresce da sé e l’agricoltore non sa come; e quella della zizzania, che germoglia col grano e al tempo della raccolta viene legata in fastelli per essere bruciata. Tutto questo il Signore l’aveva potuto osservare nei campi dei suoi cugini. In novembre, caduti i primi acquazzoni della pioggia temporanea, Giuda attaccava bue e asino per rivoltare il terreno, nel quale poi seminava orzo e grano; in febbraio badava alle viti, recideva i germogli selvatici e mondava i tralci buoni perché  portassero frutto ancor più abbondante; alla fine di marzo sospirava ardentemente la pioggia serotina, che consentiva al grano di spigare; nella primavera, bella come un paradiso ma breve, coltivava l’orto a cocomeri, cetrioli, fagioli, lenticchie, cipolle e aglio, anice, menta e comino; sin dalla fine di maggio cominciava a trebbiare il grano e lo ventilava con grandi pale al vento della sera; terminata la messe dei cereali, seguiva la tosatura delle pecore; sul finire d’agosto si portava nel vigneto a vendemmiare; in settembre maturavano i fichi e infine le olive, l’ultimo frutto, che venivano pigiate nei torchi come i grappoli d’uva. Così ogni giorno aveva la sua fatica e la sua pena. Giuda non se ne arricchì. I suoi nipoti Zoker e Giacomo, nell’interrogatorio subìto dinanzi a Domiziano, confessarono candidamente che i mille denari, che la loro domestica sostanza fruttava, erano esauriti per sostentare la vita e pagare le tasse. Le tasse infatti erano gravose; vi furono periodi, nei quali il contadino doveva consegnare un terzo della sua raccolta di cereali e persino metà dell’olio e del vino; Erode Antipa, al cui servizio era stato Matteo, il compagno d’apostolato di Giuda, dalla sua tetrarchia, che non era poi grande, ricavava ogni anno, come gettito delle tasse, due milioni di franchi, e cioè cinque volte tanto secondo il valore del denaro oggi. Ai Romani dovevano essere pagati la tassa fondiaria e il testatico; dieci anni prima che Gesù desse inizio alla sua vita pubblica, una legazione dei Giudei si portò a Roma per sollecitare un alleggerimento delle imposte, ché il buon popolo era oppresso ab immemorabili e solo perché alcuni pochi grandi potessero crapulare e millantarsi; le sontuose costruzioni dell’ambiziosa famiglia degli Erodi ingoiavano somme, che furono pagate col sangue dei poveri. Quando il Signore scagliò contro i ricchi i suoi « Guai a voi! », il semplice Giuda dovette farGli intendere, con un significativo cenno del capo, tutto il suo consenso. Nonostante però il lavoro e la povertà, Giuda visse contento e beato, chino sulle zolle della sua patria; pellegrinava, come d’obbligo, a Gerusalemme per le tre feste di Pasqua, di Pentecoste e dei Tabernacoli, ma poi se ne tornava di nuovo contento al suo villaggio in Galilea; forse era Cana, se non era la stessa Nazareth; lassù, nella Città Santa, si faceva così strepito e poi quel mercato profano… e il mondo si dilettava di teatri, di progetti per le corse, di piazze per lo sport e per tutta la sua concupiscenza degli occhi, per la concupiscenza della carne e la superbia della vita. Che Iddio non permetta mai ch’egli debba portarsi in mezzo a quel cattivo mondo! Egli vuol vivere e morire laggiù, nella sua terra e in seno alla sua famiglia; quivi fioriscono i suoi campi e la sua donna e giocano i suoi figli. E invece era ormai vicino il giorno, in cui avrebbe preso congedo dalla sua famiglia, avrebbe abbandonata la patria e avrebbe scelto in compenso l’essere senza patria, come chi vaga per le strade, e se ne sarebbe andato in tutto il mondo. Un sacrificio eroico per un contadino! E Giuda fu tanto generoso per sostenerlo; egli rispose il suo « Adsum! », quando il Signore, volendone fare un messaggero del suo regno, lo chiamò via dalla sposa e dai figli e dai campi.

GIUDA, IL CORAGGIOSO

Sulle prime si direbbe che la Sacra Scrittura non ci fornisca intorno al nostro Apostolo nessuna notizia; e infatti, se si eccettui una breve espressione nel Vangelo di Giovanni, né gli altri Evangelisti né gli Atti degli Apostoli ci ricordano di lui più del suo nome. Ma precisamente questo nome è significativo e ricco di luce; perché Matteo e Marco aggiungono a Giuda un soprannome, ch’egli non dovette ricevere, come ad esempio Pietro e i Boanerges, solo al momento della chiamata del Signore; l’opinione pubblica, è evidente, glielo aveva accordato in precedenza. Giuda è chiamato « Taddeo » o, secondo parecchi manoscritti antichi, « Lebbeo »; ma Taddeo e Lebbeo significano in realtà la stessa cosa; Taddeo, dall’aramaico «thad » = petto, e Lebbeo da «leb » = cuore, significano l’intrepido, l’impavido, l’ardito; in certi testi del Vangelo si leggono tutti e tre i nomi: Giuda Taddeo Lebbeo, tanto che già Girolamo chiamava quest’Apostolo « trinomico », quello dai tre nomi”. – Questo soprannome doveva distinguere anzitutto il buon Giuda dal Giuda traditore; esso però voleva pure esprimere la natura propria di questo Apostolo, perché non senza un motivo doveva toccargli d’essere designato col nome onorifico di « Taddeo », l’audace. L’audacia, che confina con la temerarietà, era certamente una caratteristica comune ai Galilei; un filosofo romano era ammirato del loro coraggio; per difendere la loro fede sfidavano persino i tiranni; un vecchio proverbio diceva che per i Giudei il denaro la vinceva sull’onore, ma per i Galilei l’onore andava sopra il denaro. E questo proverbio getta luce sui due Giuda del Collegio apostolico, sì che ne possiamo scorgere più chiaramente la profonda differenza: Giuda il traditore, che proveniva dalla Giudea, riservato e calcolatore già per la sua origine, metteva il denaro al di sopra degli ideali; Giuda invece l’audace stimava la fedeltà e l’onore più dei denari. Tutto questo è vero; nondimeno Taddeo dovette essere d’un’arditezza, che faceva stupire gli stessi Galilei, se lo chiamarono semplicemente « l’ardito »; e come tale egli è entrato anche nei cataloghi degli Apostoli. E ch’egli fosse quale il nome io diceva, un tipo cioè energico, coraggioso, robusto da fare onore ai suoi patroni, Giuda capostipite della tribù e Giuda Maccabeo, lo dimostra in tutti i secoli la sua lettera. Nel battistero di Ravenna si conserva un’immagine in mosaico del quinto secolo, che traduce felicemente quello, che la prima età cristiana pensava di quest’Apostolo: egli ha un volto allungato, teso, tendineo, che rivela energia e decisione. Chissà come avranno lampeggiato gli occhi di Taddeo, quando il Signore parlava a lui e ai compagni di coraggio e di forza! « Non abbiate paura di loro. Quello che Io dico nelle tenebre, voi annunziatelo nella luce! Quello ch’Io vi ho sussurrato nell’orecchio, predicatelo sui tetti! Non temete coloro, che possono ben uccidere il corpo, non però l’anima! Neppure crediate ch’Io sia venuto a portare pace sulla terra! Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Chi cerca di guadagnare la sua vita, la perderà; chi invece perde la sua vita per amor mio, la guadagnerà ». – Basta quest’unico Apostolo, Giuda Taddeo, per rovesciare dalla base tutte le denigrazioni contro il Cristianesimo, quasi sia un affare per indoli frolle e leziose o per individui inabili alla vita e indegni di essa. Cristo chiamò a far parte della sua ridottissima compagnia un uomo, ch’era senz’altro proverbiale per il suo ardire. E Taddeo non era l’unico di questa tempra; Gesù stesso designò Giacomo e Giovanni col titolo « Boanerges », figli del tuono, e d’un Simone fece la roccia; l’altro Simone era uno Zelote; tutti poi erano uomini completi e sicuri, che offrirono e compirono cose sovrumane. Cristo esige nature forti; si noti però quello ch’è ancor di più: Egli può educare alla fortezza anche le nature deboli; il forte è richiesto da Cristo, il debole ne è attratto; poiché la virtù di Cristo è tanto esimia, che in essa si perfeziona il forte e il debole. I Libri Sacri non ci forniscono nessuna spiegazione in ordine al come Taddeo abbia meritato il suo nome glorioso, quali fossero le gesta eroiche compiute, quali difficoltà sfidasse con cuore ardito, a quali tempeste e pericoli esponesse il petto e la fronte; si inclina a ritenere ch’egli si sia procurato il titolo « l’audace » nel « movimento di resistenza » della sua terra. Al tempo infatti di Gesù la Galilea era febbricitante per le agitazioni politiche; sopportava il giogo della brutale forza d’occupazione romana digrignando i denti; dei fanatici giudei, gli « Zeloti », i « Maquis » = partigiani di quel tempo, accaniti e santamente sdegnati, cercavano di aiutarsi nell’impresa con la violenza; molestavano i Romani dove potevano e facevano le loro vendette sui rinnegati e traditori in seno al popolo proprio; valendosi di corpi volontari, conducevano una guerriglia continuata; erano in ogni luogo e in nessun luogo, e quindi difficilmente potevano venire assaliti. Simone, ch’era probabilmente un fratello di Giuda Taddeo, uno dei dodici Apostoli, porta espressamente il soprannome «lo Zelote ». È permesso pensare che anche Giuda prendesse parte a quel movimento patriottico e si sia guadagnato l’appellativo « Taddeo », l’ardito, con non pochi colpi di mano audaci, che gli sarebbero costati la vita, qualora fosse stato acciuffato; anch’egli del resto porta spesso, specialmente negli autori latini, la designazione propria del partito: « lo Zelote »; è vero che può trattarsi d’uno scambio con Simone, sarebbe però uno scambio, che non manca di qualche motivo intrinseco. Non ci sfugge certo il grande rischio corso da Gesù, chiamando nella cerchia dei suoi Dodici simili individui, che, come un Giuda Taddeo e un Simone Zelote, erano carichi di dinamite; ma Egli per l’erezione del suo regno sulla terra abbisogna anche di caratteri tali, si direbbe anzi proprio di questi, eroi arditi, santi avventurieri, che sappiano maneggiare la spada per Iddio. Taddeo e Simone avevano certamente, riguardo al futuro regno messianico, delle concezioni false, come tutti gli Apostoli e anche più degli altri loro due; per loro il Messia era l’attesissimo liberatore del popolo oppresso, il glorioso trionfatore del dominio straniero dei Romani; ma il Signore non respinse i suoi discepoli perché avevano la testa piena di queste fantasie e speranze inesatte e contaminate, procurò invece di nobilitarli; e questa tattica del Signore ci è indicata chiaramente dall’unico passo, in cui nel Vangelo si fa parola di Giuda e a Giuda. Il testo ricorre nel discorso di congedo, tenuto da Gesù nel Cenacolo la sera del Giovedì Santo; nello strazio della separazione. Egli fece dono ai suoi Discepoli anche della consolazione d’una misteriosa e permanente unità con Lui: « Non vi lascio orfani; Io vengo a voi. Ancor poco tempo e il mondo non Mi vede più; voi però Mi vedete, perch’Io vivo e anche voi vivrete… ». Il mondo… voi! L’onda del dire del Signore mormorava ormai più avanti, ma Giuda Taddeo restò a pensare a quelle parole e dopo alcuni versetti troncò in bocca al Maestro le preziose sentenze, proponendogli la questione che non sapeva sciogliere: « Signore, che è avvenuto che Ti manifesterai a noi e non al mondo? ». È l’unica parola che ascoltiamo da Giuda Taddeo, il Vangelo non ce ne ha conservate altre; ma essa guizza dall’intimo del suo essere e illumina per un istante quest’Apostolo, quasi sconosciuto. Giuda è entusiasta di Cristo; egli desidera e vuole con passione le sue « manifestazioni »; per lui quindi è un enigma tormentoso, anzi un’amara delusione che il Signore voglia manifestarsi soltanto al ristretto gruppo dei Dodici — « solo a noi! » —, e non anche alle moltitudini — « al mondo » —. Così cinque giorni prima, la domenica delle Palme, egli aveva trovato incomprensibile e inaudito che Gesù avesse fatto sì il solenne ingresso, ma non avesse poi preso possesso della Città; precisamente lui, Giuda del Nuovo Testamento, si struggeva dal desiderio che « la sua mano pesasse sulla cervice dei nemici », come il patriarca Giacobbe aveva profetizzato di Giuda, padre della tribù, e potesse ripulire la Città Santa dal nemico pagano, come un tempo Giuda Maccabeo, per restituirla al Dio di Israele e al suo inviato. « Perché non Ti manifesti anche al mondo? ». Questa domanda, dettata dall’ardore impaziente, si connetteva, e sino a fondersi in una sola, con quella richiesta che i fratelli di Gesù, scontenti, Gli avevano presentata già prima della festa dei Tabernacoli; e il nostro Giuda Taddeo era appunto uno di quelli. « Va via di qui (da quest’angolo sperduto della Galilea) e portati in Giudea, affinché anche i tuoi discepoli veggano le opere, che Tu compi. Nessuno. infatti, che voglia essere riconosciuto pubblicamente, opera di nascosto. Se Tu puoi fare tali cose, mostraTi apertamente al mondo! ». Che quindi Gesù non voglia manifestare la sua dignità, annientare i suoi nemici ed erigere il suo regno con potenza e splendore cozza contro tutte le idee dell’audace Giuda. « Perché solo a noi? Perché non al mondo? ». Ecco la domanda, l’unica di Giuda Taddeo. Il seguito del discorso di Gesù non sembra riferirsi affatto alla sua meschina obiezione, perché « Gesù gli replicò: “Se uno Mi ama, osserva la mia parola, e mio Padre lo amerà, e verremo a lui e metteremo dimora presso di lui. Chi non Mi ama, non osserva neppure le mie parole ». E nondimeno nelle profondità di questa risposta c’era la soluzione del problema, che tormentava Taddeo: Giuda, l’intrepido, chiedeva le manifestazioni della potenza e della gloria di Gesù; Gesù promette le manifestazioni del Padre e del Figlio nelle profondità delle anime; ma l’intima esperienza di Dio e l’unità con Lui è riservata esclusivamente agli amanti; il mondo quindi, che non ama, non può neppure godere di queste manifestazioni. « V’è dunque una certa rivelazione interiore di Dio, che gli empi non conoscono affatto, perché non hanno parte alla rivelazione del Padre e dello Spirito Santo. Fu loro possibile avere la rivelazione del Figlio, ma solo quella nella carne, la quale né è della natura di quella, né può rimanere sempre con loro, qualunque sia in realtà, ma solo per breve tempo e a dir vero per il giudizio e non per la gioia, per il castigo e non per il premio ». Queste sublimi parole segnano la strada che lo stesso Taddeo dovrà seguire in avvenire, Egli è un apostolo intrepido; e il Signore non scorcia l’eroe, nessuno anzi meno del Signore lo mutila, invece lo eleva e nobilita; Taddeo deve restare audace e operare cose audaci; non però con colpi arditi per un regno del mondo, bensì impegnando il suo ardimento per il regno di Dio nel mondo; compito degno del suo cuore generoso non è la politica, ma l’avvento del Padre e del Figlio e della carità dello Spirito nelle anime degli uomini.

LA LETTERA DI GIUDA

Fra i Libri Sacri del Nuovo Testamento troviamo una lettera, che ha per autore un Giuda e che fin dai primi tempi fu attribuita all’apostolo Giuda. E per buone ragioni. La lettera infatti è audace e forte, come solo un « Taddeo », un ardito, poteva scrivere. È un breve brano di appena 25 versetti; già Origene, lodandola, scriveva: « Giuda scrisse una lettera breve, ma ricca di parole di celeste sapienza »; è indirizzata « ai chiamati, che sono diletti in Dio Padre e per Gesù Cristo conservati ». Da essa veniamo a conoscere anche i suoi destinatari, ch’erano i giudeocristiani della Palestina e della Siria, poiché le poche righe rigurgitano di prove e di allusioni dal Vecchio Testamento e adducono anche dei libri extrabiblici, scritti per edificazione dei lettori, che erano noti ai Giudei, quali « il libro di Henok » e « L’Assunzione di Mosè ». Nella lettera leggiamo pure il motivo, che indusse Giuda a scriverla: « Si sono intrusi degli individui, che da lungo tempo sono segnati per la condanna, empi, che cambiano la grazia del nostro Dio in lussuria e negano l’unico nostro dominatore e Signore Gesù Cristo ». Questi maestri d’errore, che erano certamente i così detti « Nicolaiti », travisando la cristiana libertà, che affrancava dalla legge dell’Antico ‘Testamento, richiesta da Paolo e da tutti gli Apostoli decisa, respingevano totalmente ogni legame di coscienza e predicavano che il nuovo e vero « vangelo » era il vivere sbrigliato degli istinti. Già Paolo s’era acremente avventato contro quella genia, « il dio della quale è il ventre e la gloria è l’obbrobrio »; anche Pietro, nella sua seconda lettera, scagliò il suo supremo anatema contro quella sfrenatezza morale, che voleva camuffare impudentemente i suoi vizi, valendosi ipocritamente del motto tanto efficace, proprio della « cristiana libertà »: « Per i puri tutto è puro! ». Nella sua lettera Pietro si servì molto dello scritto di Giuda; confrontando anche solo il secondo capitolo, ad esempio, con la lettera di quest’ultimo, si ha l’impressione quasi di una rielaborazione della lettera allo scopo di migliorarla e anche di mitigarla un po’. Il fatto che Pietro abbia quasi inserito semplicemente, così com’era, la lettera del collega nel proprio scritto attesta la stima che aveva di lui. Essa dovette essere scritta fra l’anno 62, primo anno dalla morte di Giacomo Minore, e l’anno 67, epoca di composizione della seconda lettera di Pietro. Possiamo di qui dedurre che per tutto il tempo, in cui Giacomo resse la Chiesa di Palestina, questa non fu tocca da false dottrine, come del resto sappiamo da una testimonianza di Egesippo. L’inizio della lettera di Giuda si può dire un nutrito squillo di tromba, che annuncia il tema: « Lottate per la fede, che una volta per tutte fu trasmessa ai Santi! ». L’intera lettera poi è un severissimo monito contro i maestri dell’eresia, cui vengono comminati i giudizi di Dio con riferimento a esempi dell’Antico Testamento. Impressiona la lingua usata; è realmente ardita, energica, cruda quasi, richiama il grido infuocato e irato dei Profeti dell’Antico Patto: « Questi sognatori (gli eretici) contaminano la carne, disprezzano l’autorità e bestemmiano gli insigniti della maestà… Bestemmiano tutto quello che non comprendono; ma trovano la loro rovina in tutto quello, che, come animali irragionevoli — Giuda, il contadino! —, intendono per naturale istinto. Guai a loro! Son macchie d’ignominia, che nelle vostre agapi gozzovigliano impudici e ingrassano se stessi; furiosi flutti marini, che spumano la loro turpitudine; stelle erranti, cui è riservata in eterno l’oscurità delle tenebre; mormoratori che lamentano la loro sorte e in aggiunta però soddisfano le loro passioni ». Questa lingua ci rivela il nostro « Taddeo », l’audace; non è un uomo servile, un tipo avveduto sette volte, un cappellano di corte; pesta anche sul gregge del Signore col suo pesante passo di contadino e mette le cose a posto. Non gli interessa di essere amato od onorato, ma « mi sta molto a cuore di scrivere a voi intorno alla comune nostra salvezza »; dove questa salvezza è in pericolo, egli mette la sua mano energica, taglia sul vivo imperterrito, predica senza paura e senza timidi riguardi quello che lo Spirito di Dio gli comanda, riesca opportuno o importuno. Ma appunto in questo procedere appare pure che l’arditezza dell’apostolo Giuda è un’altra, è spiritualizzata: l’insegnamento del Signore nel Cenacolo aveva fruttato. Egli non si accinse a scrivere la sua lettera, stimolato da un bisogno naturale di lottare e di; essa non è un’esplosione di temperamento violento; nell’introduzione vi leggiamo persino una scusa: « Mi vedo necessitato ad ammonirvi con uno scritto »; non gli sta a cuore la lotta, ma « la comune salvezza », per assicurare la quale non paventa certo neppure la lotta. Dopo aver respinto i maestri della falsità con espressioni pungenti e decisive, aggiunge i suoi mirabili avvisi sul modo di condursi praticamente con loro, perché anche la loro salvezza sta a cuore al nostro ardito. « Mettete sulla buona via quelli, che ancora vacillano! Altri salvate, strappandoli dal fuoco; dei terzi abbiate compassione con… timore! Guardatevi però persino dalla veste, che sia macchiata di carne! ». La lettera di Giuda, tanto vecchia per il nostro tempo, ha nondimeno una particolare importanza, perché il culto della carne è stato nuovamente eretto a sistema di falsa dottrina; essa potrebbe servire di spunto scritturistico per molte prediche contro gli abusi morali dell’epoca nostra. – La finale della lettera sembra volerci trasportare d’improvviso dalla severa predica, potremmo dire, « da spiaggia balneare » in un coro di monaci benedettini, ove si eleva solenne il canto del « Gloria Patri ». La meravigliosa dossologia finale è l’eco riconoscente delle parole, che il Signore un giorno aveva detto nel Cenacolo al suo audace apostolo Giuda circa la venuta del Padre e del Figlio nell’anima di chi è in grazia: «A Lui, che può preservarvi dalla caduta e presentarvi senza macchia e ripieni d’esultanza dinanzi alla sua gloria, a Lui, all’unico Iddio, nostro Salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, sia onore e gloria, dominio e potenza innanzi a tutti i tempi e adesso e per tutta l’eternità! Amen ».

GIUDA, L’APOSTOLO

L’attività apostolica di Giuda Taddeo è velata dall’oscurità, come quella della maggior parte degli Apostoli, le notizie anzi intorno alla sua sono tanto più confuse in quanto i suoi tre nomi hanno dato occasione a molti scambi; le più sicure sono ancora le conclusioni, che possiamo dedurre dalla sua stessa lettera. Così come a campo principale della sua missione siamo rinviati alla Palestina; quivi i due fratelli e contadini Giacomo Minore e Giuda Taddeo, con la fatica e nel sudore della fronte, riposero nei granai di Cristo la messe raccolta fra il loro popolo, prima che, come temporale ormai imminente, lo raggiungesse la minacciosa catastrofe della rovina. S’accorda con la nostra supposizione una notizia fornitaci da Niceforo, secondo la quale l’apostolo Giuda Taddeo sarebbe stato missionario della Giudea, Galilea, Samaria e Idumea. Anche della Galilea! Ivi viveva la sua buona sposa, ormai attempata, vivevano i suoi figli, intenti alla coltivazione dei campi, che un giorno appartenevano a lui, vivevano pure i suoi nipoti Zoker e il piccolo Giacomo, i quali, quando il nonno stanco e polveroso ritornava dai suoi giri apostolici per far loro qualche rara visita, si stringevano a lui dintorno e lo accarezzavano; il giorno seguente s’allontanava di nuovo da quella amata tranquillità della patria per portarsi in terre lontane, urgendolo l’amore di Cristo: il sacrificio dell’Apostolo! Secondo le informazioni, che ci forniscono degli autori siriaci, l’attività apostolica di Giuda Taddeo resterebbe trasferita a Edessa, l’odierna Urfa nella Turchia orientale; infatti in un Innario armeno — l’anno 90 prima di Cristo il grande regno degli Armeni si estendeva ancora giù fino a Edessa — del secolo decimoterzo gli Apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo sono chiamati « i nostri primi illuminatori ». Un documento ufficiale assai strano dell’archivio di Edessa, che Eusebio cita nella sua « Storia Ecclesiastica », presenta uno scambio di lettere fra Cristo e il principe Abgar V di Edessa: Abgar prega il Signore di recarsi da lui in Edessa per guarirlo dalla sua malattia; Cristo risponde che dal Padre non ha ricevuto la missione che per Israele; ma dopo la sua ascensione manderà a Edessa uno dei suoi discepoli; più tardi dunque, secondo quanto riferisce Eusebio, l’apostolo Tommaso avrebbe inviato ad Abgar uno dei 72 discepoli, di nome Taddeo, chiamato anche Addeo; a questo punto la « Dottrina di Addeo », uno sviluppo dell’antica leggenda risalente all’anno 400 circa, inserisce pure la notizia che il messo inviato ad Abgar dipinse l’immagine di Cristo. Evidente che la lettera non è autentica; anche Eusebio ha qui confuso l’apostolo Taddeo, uno dei Dodici, con Addeo, uno dei 72 discepoli, il fondatore della chiesa di Edessa. Maggiore probabilità ha un’altra leggenda, secondo la quale Giuda Taddeo, dopo l’attività svolta presso i suoi compatriotti, si sarebbe portato nelle regioni limitrofe della Palestina, nell’Arabia, Siria e Mesopotamia; avrebbe sofferto la morte del martire a Berytus (Beirut) o ad Aradus in Fenicia, mentre invece la maggior parte degli autori greci afferma che Taddeo morì di morte naturale. Uno scritto del principio forse del quarto secolo, attribuito a Craton, un preteso alunno degli Apostoli, risultante di dieci libri, fa che Taddeo s’incontri col fratello suo Simone in Persia, insieme al quale evangelizza quel regno potente; nonostante la continua ostilità dei due maghi Zaroes e Arfaxat, i successi dei due Apostoli furono incredibili; nel giro di quindici mesi battezzarono in Babilonia. 60.000 uomini, senza contare le donne e i fanciulli, e in tredici anni percorsero le dodici provincie dell’impero persiano. Giunti nella città di Suanir, i due Apostoli furono richiesti di sacrificare nel tempio del sole al sole e alla luna, ma essi risposero che il sole e la luna erano solamente creature di quel grande Iddio, che essi annunziavano; cacciarono dagli idoli i demoni, che vi soggiornavano, e fra ululati e orrende bestemmie se ne scapparono due figure nere e terrificanti; allora i sacerdoti e il popolo si precipitarono sui due Apostoli; Giuda disse a Simone: « Vedo il mio Signore Gesù Cristo, che ci chiama »; furono uccisi da una grandine di sassi e a colpi di mazza, e per questo l’arte mette in mano all’apostolo Giuda una pesante mazza. Il re Serse avrebbe fatto trasportare i corpi dei santi Apostoli nella sua città residenziale, dove avrebbe edificato una splendida chiesa marmorea in forma di ottagono e avrebbe composte le salme in una stanza rivestita di lamine d’oro, entro a un sarcofago d’argento; la costruzione sarebbe stata ultimata e consacrata dopo tre anni, il primo giorno di luglio, nel giorno cioè della morte degli Apostoli. Tutto questo lo troviamo nella leggenda latina, che si richiama all’antico scritto di Craton ed è penetrata, nelle sue linee essenziali, come lezione nel Breviario romano per il giorno della festa in onore dei due Apostoli. Nella Chiesa occidentale essi vengono festeggiati nel medesimo giorno, come Filippo e Giacomo, come Pietro e Paolo, da tempo antichissimo; il motivo vero, oggettivo della loro festa in comune può essere la parentela di Simone e Giuda, accennata dal Vangelo, e la loro attività e morte insieme, affermata dalla leggenda. Come giorno per la festa è stato scelto il 28 ottobre, giorno del tardo autunno, che ci richiama, e richiamandolo ci ammonisce, il grave testo della lettera di Giuda, che dice « degli alberi spogli nel tardo autunno » e « delle nubi, che il vento caccia qua e là ». – La conclusione della vita degli Apostoli lascia quasi sempre un po’ insoddisfatti, perché sul loro conto, come per un padre che se ne va, desidereremmo avere notizie più sicure e più precise. Iddio solo sa quant’altre e grandi cose avrà compiute anche Giuda Taddeo, l’audace avventuriero di Cristo! Ma le sue gesta pure stanno dinanzi al Signore e non sono manifeste al mondo. Si spiega forse così che il nascondimento apostolico sia tanto importante? Dopo la parola, che il Signore rivolse a Giuda Taddeo di « non manifestarsi al mondo », ma di scorgere l’essenziale nel fatto che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo « prendono dimora presso di noi », quel nascondimento ci è di monito e conforto insieme.

SAN LUCA – 18 OTTOBRE (2022)

SAN LUCA

[Otto Hophan: Gli Apostoli; Marietti ed.Torino, 1951]

Luca chiude in questo libro la galleria degli avi santi della nostra fede. E potrebbe il loro numero chiudersi con una figura più amabile e significativa? Le parti più belle e più calde del lieto messaggio, i cantici più cari e le immagini più tenere sono legate al suo nome. Nell’opera di Luca s’armonizzano tutte le campane della Scrittura del Nuovo Testamento, Marco, Matteo, Pietro, Paolo ed egli è un’eco anche della campana maggiore e più solenne, e cioè di Giovanni. Ma Luca è un accordo e un’ultima vibrazione anche nella sua stessa persona. Se lo lasciamo per riandare, sfogliando questo libro, ai quindici uomini, che esso ha tentato di presentare, e risaliamo sino al primo, sino a Simone Pietro, abbiamo la percezione della vastità del Cristianesimo. Pietro-Luca! La via dall’uno all’altro è lunga, i portatori del lieto messaggio sino a quest’ultimo son del tutto diversi; in questi uomini tanto differenti trova la sua espressione tangibile l’ampiezza e la molteplicità del mondo spirituale del Cristianesimo, la «cattolicità» della Chiesa di Cristo nel senso più ampio della parola; e però essi tutti stanno al servizio del medesimo Signore. Luca, che fra tutti loro è l’unico gentile e un laico dell’accademia, è quasi un simbolo di quella verità, che in Cristo « non vale più pagano o giudeo, circonciso o incirconciso, barbaro o scita, schiavo o libero. No! Cristo è tutto e in tutti ». Per poter scrivere del caro Luca come conviene, bisognerebbe possedere la pienezza: e il colore della sua penna. Purtroppo le notizie, che intorno a lui ci fornisce direttamente la Santa Scrittura, sono molto scarse: tre brevi note nelle lettere di Paolo son tutto. La tradizione ecclesiastica più antica pure sa dire molto poco oltre a quello, che conosciamo dagli scritti del Nuovo Testamento. Ma la opera letteraria di Luca, e cioè il terzo vangelo e gli Atti degli Apostoli in quelle, che son dette « Sezioni-Noi », ci rivela chiaramente il suo autore, anche se indirettamente; come scrisse, così fu, giacché nell’opera d’un uomo risplende la sua personalità.

L’ELLENISTA

Il Prologo antimarcionista del vangelo di Luca, scritto nel secondo secolo, ci informa sommariamente della vita dell’autore: «Luca, un siro di Antiochia, di professione medico, discepolo degli Apostoli, più tardi seguì Paolo sino alla sua confessione (morte). Servì senza biasimo il Signore, non prese mai moglie né ebbe figli. Morì all’età di 84 anni in Beozia, pieno di Spirito Santo ». Fa pensare alla sua origine non giudaica la stessa sua patria, l’importante città di Antiochia; ma Paolo lo conferma esplicitamente, perché nella lettera ai Colossesi egli fa distinzione fra i suoi collaboratori giudeocristiani ed etnicocristiani e annovera Luca fra questi ultimi: « Vi salutano Aristarco e Marco… inoltre Gesù dal soprannome di Giusto. Sono gli unici fra quelli della circoncisione, che come cooperatori nel regno di Dio mi sono stati di conforto. Vi saluta il vostro compatriota Epafra… Vi saluta Luca, il medico amato, e Dema ». Da questo testo conosciamo che Luca non ricevette la circoncisione nemmeno più tardi; è vero che Girolamo lo dice un proselito, e cioè un pagano passato al giudaismo; però si fa distinzione fra « proseliti della giustizia », che si sottomettevano a tutte le esigenze della Legge, e i « proseliti della porta », i quali, standosene per così dire solamente alle porte d’Israele, professavano la fede pura in un Dio unico e osservavano il sabbato e le prescrizioni riguardanti i cibi. – Luca alle porte! Il paganesimo, con le sue favole vergognose intorno agli dei, con le sue tenebre spirituali e con l’imbarbarimento morale, l’aveva spinto alla ricerca religiosa sino a raggiungere le sante soglie d’Israele; qui però s’arrestò e non entrò nel giudaismo, perché tutto quell’apparato esterno e l’arrogante alterigia giudaica dovettero sorprenderlo. Posto così fra paganesimo e giudaismo, anelava penosamente a chi lo liberasse dalla sua intima meschinità e nell’oscurità opprimente del suo spirito sospirava a una grande luce; quando vediamo ch’egli, unico fra i quattro Evangelisti, prende nota della parola detta dal vecchio Simeone intorno al bambino Gesù: « I miei occhi han visto la salute, che Tu hai preparato dinanzi a tutte le genti, per i pagani una luce d’illuminazione », possiamo sentirvi a buon diritto la gioiosa risonanza nell’anima dello stesso Luca. Egli prese nota pure della parabola del grande convito, al quale furono chiamati « i poveri, gli storpi, i ciechi e i paralitici della città », persino anzi gli uomini delle « strade della campagna e delle siepi » ed anche lui era seduto sull’orlo della via qual mendicante dello spirito; seppe quindi apprezzare tanto più profondamente la chiamata a Cristo. Girolamo e dopo di lui  Sedulio Scoto danno una interpretazione molto significativa del nome di Luca, forma abbreviata di Lucano: il nome dev’essere di origine eolica, dal dialetto greco cioè dello stesso nome, e significare lo stesso che « alzarsi », «elevare se stesso », « perchè Luca, con l’assistenza della grazia, ha innalzato se stesso dal vizio del paganesimo alla luminosa altezza della cristiana verità e virtù ». Elevante se stesso e insieme elevato dalla grazia … il doppio segreto d’ogni cristiana vocazione. – La professione di medico, che esercitò più tardi, presuppone che Luca nei suoi giovani anni abbia consacrato un periodo assai lungo allo studio. In un antico discorso commemorativo, tenuto nel giorno della sua festa, si dice ch’egli sino dall’infanzia fu istruito nel miglior modo nella lingua siriaca ed ebraica; da giovanetto si segnalò per tanto progresso nella grammatica, retorica, poesia e filosofia da non esser secondo a nessuno dei suoi condiscepoli; apprese poi la medicina nell’Ellade e in Egitto. Ce lo raffiguriamo quindi con piacere giovane studente, disinvolto ed esemplare, che nobile e desioso si muove nel viavai delle città universitarie, con l’occhio fisso allo scopo sublime, che il suo Vangelo ci rivela ancor oggi, di soccorrere l’umanità sofferente. Ad Atene, nella città studentesca della Grecia ristette forse, immergendosi in profonda riflessione, dinanzi all’altare del « dio ignoto », del quale alcuni decenni più tardi avrebbe scritto negli Atti degli Apostoli?. Particolarmente celebri per la formazione medica erano le scuole superiori dell’Egitto, quali quella di Alessandria e soprattutto di Eliopoli e Sais, come pure quelle di Coo e Gnido; il tirocinio però per la specializzazione nell’arte medica veniva compiuto sotto la guida dei medici, che esercitavano già la professione e s’erano stabiliti nei templi di Esculapio. – È  probabile che Luca abbia studiato per qualche tempo anche a Tarso, che era tanto vicina alla sua città di Antiochia e quivi forse mosse incontro per la prima volta al suo destino e al suo Maestro Paolo. Terminata la sua formazione, prima di dar inizio alla sua arte, anch’egli emise il nobile giuramento di Ippocrate, di trattare cioè schiavi e liberi non altrimenti che come liberi, d’aver cura del frutto non ancor nato del ventre, di badare alla dieta e di non esercitare la professione per vile sete di guadagno; e a testimonio del suo giuramento chiamò Apollo, mentre il vero ed altissimo Iddio vedeva quanta serietà il giovane studente metteva nel giurare. Sappiamo che nell’antichità i medici erano spesso degli schiavi messi in libertà; quindi ci fu chi pensò a quest’umile origine anche per Luca e nell’« eccellentissimo Teofilo », cui egli dedicò il suo Vangelo e gli Atti degli Apostoli, scoprì il suo antico padrone; ma questa supposizione manca d’ogni fondamento sia intrinseco che estrinseco ai due libri. – La formazione scientifica di Luca si rivela chiara nei suoi scritti. Marco nei termini e nello stile è arruffato, come un giovane indomito; Giovanni è dimesso e cauto, come uno scolaro prudente, che è alle prese con la lingua; Luca invece scrisse il suo Vangelo in un greco scorrevole, terso e bello, sebbene nella lingua così detta «koiné »; egli ha a sua disposizione un vocabolario considerevolmente più ricco degli altri scrittori neotestamentari e 373 termini non s’incontrano che presso di lui; le sue proposizioni sono eleganti, i suoi periodi costruiti ingegnosamente, il suo prologo è lodato come « l’incanto del competente in filologia »; quando prende le notizie da Marco per inserirle nel suo vangelo, le stilizza e le distribuisce convenientemente, proprio come fa la mano d’una buona mamma col suo figliolo irrequieto. Al nostro Evangelista, infatti, stava a cuore non di annunziare il lieto messaggio semplicemente, ma di annunziarlo in bella maniera; come Maria, con la cooperazione dello Spirito Santo, ha intessuto alla persona del Verbo di Dio col suo purissimo sangue non un corpo umano qualunque, ma un corpo saturo di nobiltà e grazia — « Beato il ventre che T”ha portato! » —, in modo analogo Luca ha procurato alla Parola di Dio una splendida veste linguistica; poiché la Parola di Dio è degna d’ogni diligenza; tutti le devono offrire le espressioni più stupende, di cui sono capaci. A un mondo viziato dalla cultura e dalla letteratura Luca s’adoperò per accostare la stessa verità religiosa in una forma accurata; e quale prezioso contributo poté egli dare in questo modo al Vangelo, perché colto! Lo potrebbe e lo dovrebbe dare anche oggi ogni persona colta! – Luca però apportò al Cristianesimo un vantaggio, che va anche al di là di una delicata spiritualità soltanto; egli è come l’incarnazione dell’umanità nel senso dell’espressione del poeta: « L’uomo sia pietoso, nobile e buono »; non abbiamo certamente a questo riguardo nessuna testimonianza esplicita, ma di nuovo bastano gli scritti a rivelarci pure la nobiltà, la delicatezza e l’amabilità della persona del loro autore. Quando la cosa può andare senza pregiudizio della fedeltà storica, egli mitiga o tace espressioni, che avrebbero potuto ferire i suoi lettori etnicocristiani — « Non è giusto prendere il pane ai figli (del popolo eletto) e gettarlo ai cagnolini (i pagani) » ! —; omette dei conflitti e getta un ponte fra le parti in contrasto. Luca non è ironico, ma irenico, conciliativo, discreto, riservato, non si lascia mai sfuggire di mano il temperamento, ritiene per se stesso le cose più intime; spesso viene spontaneo un confronto con la musica di Mozart. In stridente contrasto con la sua indole educata, come evangelista gli è stato assegnato per simbolo un toro o almeno un bue, perché nel primo capitolo del suo Vangelo scrive del culto sacrificale del Vecchio Testamento; ma questo toro accanto a lui disturba veramente; si deve infatti ad esso se proprio al nobile ellenista ed evangelista è toccato il patrocinio dei macellai e, nelle Fiandre, persino dei legatori di libri, che confezionano anche legature di vacchetta! Ma non è possibile scoprire nessun rapporto fra questo simbolo curioso e l’Evangelista stesso, come invece fra l’Angelo e Matteo, il leone e Marco, l’aquila e Giovanni, a meno che non dicessimo che Luca, come Francesco al lupo feroce, può comunicare mansuetudine e amabilità anche a un toro. Non abbiamo indicazioni sufficienti per dire con certezza quando e dove la sua nobile e benigna figura, che offriva alla grazia un terreno così felice, si sia incontrata col Cristianesimo; secondo qualche tradizione, egli sarebbe stato uno dei settanta discepoli di Gesù, dei quali di fatto solo lui ci informa nel suo vangelo; altri volle ravvisare l’Evangelista in uno dei discepoli di Emmaus e precisamente in quello, di cui egli non fa il nome, quando ne descrive a tinte così vivaci il viaggio pasquale. A queste ipotesi però, per quanto rimontino ad epoche antiche, si oppone la prefazione stessa del suo Vangelo; in essa si distingue lui stesso dai « primi testi oculari e ministri della Parola »; se fosse appartenuto al ristretto gruppo dei discepoli di Gesù, sarebbe stato poi esonerato dalla fatica, per usare le sue stesse parole, di « seguire con diligenza gli avvenimenti sin dai primi loro inizi »; e il Frammento Muratoriano conferma espressamente che Luca « stesso non ha visto il Signore nella carne ». La sua patria però, Antiochia di Siria, ci permette di rispondere alla proposta questione con sicurezza sufficiente. Antiochia era il centro del Cristianesimo fra i gentili, e Luca, negli Atti degli Apostoli, si mostra ottimamente informato della prima comunità etnicocristiana, che fioriva nella città dei suoi padri; egli stesso quindi dovette vedere i banditori della nuova fede, dispersi sino ad Antiochia dalla persecuzione di Gerusalemme, aspersi e benedetti col sangue di Stefano; vide quell’uomo ragguardevole ed esimio, ch’era Barnaba, e il profondo pensatore Saulo di Tarso; s’accorse pure del numero crescente dei fedeli, che si convertivano al Signore. A quel modo che Marco crebbe, per dir così, nella culla della chiesa giudeocristiana di Gerusalemme, così Luca venne a trovarsi fra gli inizi della chiesa etnicocristiana di Antiochia; non poteva non avvenire che il giovane medico, serio e ricercatore di Dio, si sentisse allettato dalla predicazione del Vangelo sempre più fortemente ed « elevando sè ed elevato » dalla grazia, facesse il gran passo verso « la salute e la luce per l’illuminazione delle genti». Il testo occidentale degli Atti degli Apostoli ha una delle così dette « Sezioni-Noi » sin dal capitolo II, 27: « Mentre noi eravamo radunati, s’alzò Agabo e predisse una grande carestia ». Noi! Luca, che riferisce questa notizia, con quel « noi» vi include se stesso; faceva dunque parte della comunità cristiana di Antiochia già dall’anno 41-42, purché, com’è evidente, si supponga certa questa lezione variante, che risale al secondo secolo e probabilmente è un’estensione degna di fede del testo canonico. L’ellenista entrò nel Vangelo, e fu una benedizione per lui e per il Vangelo; giacché ogni persona colta è in grado di prestare utilissimi servigi al lieto messaggio e, coltivando la propria natura, prepara e facilita la vita al lavorio della grazia in se stessa; il Vangelo però dona ancor molto di più all’uomo e la soprannatura alla natura, dona il compimento, senza il quale anche la natura più nobile resta sempre un tronco soltanto, anelante alla corona, dona inoltre un fine, che per lo più e forse solo compensa la vita.

IL COLLABORATORE

Molti Padri e scrittori della Chiesa antica, da Ireneo in poi, ci assicurano con sorprendente decisione che Luca fu compagno e discepolo degli Apostoli; lo storico ecclesiastico Eusebio sottolinea con forza ch’egli « ebbe relazioni con tutti gli Apostoli, quanto mai premuroso ». E in realtà ad Antiochia, sua città natale, porta d’entrata e di uscita per le missioni fra gli etnicocristiani — Luca alle porte —, poté far conoscenza con parecchi di quei Principi di Cristo e custodire molte parole, che allora caddero dalle labbra di quei Grandi, per i libri, che avrebbe scritto più tardi. Per servire il Vangelo, dovette essere ben contento di stare a disposizione di quegli uomini, che si trovavano impacciati nel tramestio del gran mondo; e i semplici pescatori del lago di Galilea dovettero ben rallegrarsi che questo medico giovane e simpatico, questo caro fratello Luca portasse, in vece loro, il Vangelo negli ambienti a loro inaccessibili. Ma un Apostolo posò il suo occhio singolarmente perspicace su di lui e ne intravvide tutta l’importanza per il Vangelo; e fu Paolo, che nella breve lettera a Filemone ne ricorda il nome fra i suoi « collaboratori ». Egli dovette sentirsi attratto a Luca per vari motivi. Essendo colto, aveva in lui un compagno della sua stessa elevatezza spirituale; con lui poteva trattare di non poche questioni, che non ottenevano nessuna risonanza nell’animo degli Apostoli, una volta semplici pescatori e contadini. Come etnicocristiano, Luca era insieme un miracolo ambulante della grazia, un’apologia vivente della tesi fondamentale di Paolo: «Il Vangelo è una virtù di Dio per la salvezza d’ognuno, che crede, anche per i gentili ». E infine Paolo, ardente di passione come un vulcano, andava cercando nelle profondità del suo spirito, forse inconscio a se stesso, un compenso e un completamento, che riscontrava nella bella armonia della personalità di Luca; quale vantaggio non fu per lui avere nel discepolo un confidente perspicace e delicato insieme, quando il cuore, come un mare agitato, gli tumultuava in petto per le tante sollecitudini e per gli intricati problemi; in quei momenti Luca avanzava forse una domanda prudente, suggeriva sommessamente una proposta e così si delineava la via da prendere. Dal canto suo, il discepolo guardava stupito al gigante dello spirito, ch’era il suo maestro, e quanto abbia profittato di lui per arricchirsene, lo fanno intendere bene i suoi scritti anche oggi; sono saturi di idee paoline, quali l’universalità della salvezza, l’impotenza delle forze naturali, la misericordia della grazia; non quasi queste concezioni s’incontrino soltanto in Paolo; esse appartengono al patrimonio comune delle idee del Nuovo Testamento; l’Apostolo delle genti però vi mette l’accento e nel suo discepolo Luca riecheggiano vibrate e belle in modo tutto particolare; questi anzi si è così acclimatato con la vita del suo maestro, che si può dire che parli con le parole di lui — sono state segnalate 84 espressioni esclusive dei due — e di quando in quando trapianti nel suo Vangelo dei passi della predicazione paolina parola per parola. I rapporti dunque fra Luca e Paolo non furono quelli d’un impiegato o d’un suddito col suo superiore; fra 1’Apostolo e il suo « collaboratore » alitò il soffio caldo dell’amicizia; tutti e due erano convertiti, benché l’uno fosse giunto a Cristo in modo diverso dall’altro: Paolo abbattuto dalla folgore e sotto il soffio della bufera, Luca invece nel soave spirar del vento. Ma quale vantaggio per il Vangelo, che Paolo e Luca, la tempesta e lo spirar soave del vento, vadano insieme! Il primo testo degli Atti degli Apostoli, che ci presenta, l’uno a fianco dell’altro, Luca e Paolo, l’abbiamo nella relazione del secondo viaggio apostolico: « Essi (Paolo, Sila e Timoteo) attraversarono la Frigia e la regione della Galazia… Andarono verso la Misia e tentavano di raggiungere la Bitinia… Passarono innanzi alla Misia e discesero a Troade. Nella notte Paolo ebbe una visione. Dopo questa visione, noi cercammo subito d’andare in Macedonia ». Qui comincia la prima delle tre « Sezioni-noi », che son di disuguale lunghezza; Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, passa qui improvvisamente dal pronome « essi » di terza persona plurale al pronome di prima persona « noi », indicando così chiaramente, sebbene discretamente, ch’egli stesso, l’autore del libro, s’era trovato presente ai fatti, che riferisce nelle « Sezioni-noi »; questa è l’interpretazione, che a buon diritto fu data sin dai tempi di Ireneo di questa mutazione curiosa nel racconto degli Atti. – Luca probabilmente lavorava a Troade, importante città del Mare Egeo fornita di porto, in qualità di medico, e forse medico di nave, sino da quando aveva lasciato Antiochia; ci induce a pensarlo la sorprendente perizia in materia di navigazione e di linee di navigazione, ch’egli dimostra negli Atti degli Apostoli; adesso però si faceva sentire la chiamata del Signore a farsi missionario. Insieme con Paolo, che conosceva bene già da quando era ad Antiochia, verso gli anni 50-51 compie il memorabile viaggio a Filippi, su suolo europeo. Tutti e due, Luca e Filippi, il missionario e la missione, erano delle primizie. Anch’egli a Filippi abitò presso Lidia, la donna timorata di Dio; con lo sguardo scrutatore del medico, constatò la guarigione della fanciulla ossessa, medicò certamente anche le piaghe doloranti, che Paolo aveva riportate dai « molti colpi » della flagellazione patita a Filippi. Da questo momento Luca scompare dagli Atti degli Apostoli per una durata di cinque, sei anni; le « Sezioni-noi » s’interrompono con la partenza di Paolo da Filippi per Tessalonica; egli dunque non fu col maestro ad Atene, non a Corinto, non a Efeso; ricompare direttamente nel racconto solo quando, dopo il terzo viaggio apostolico, verso gli anni 57-58, l’Apostolo si mette in viaggio per ritornare a Gerusalemme: « Dopo i giorni dei pani azzimi, partimmo da Filippi ». Dove fu Luca durante il lungo intervallo? Leggiamo nella seconda lettera ai Corinti una nota, che forse può portar luce sulla nostra questione. Nell’estate dell’anno 57 Paolo inviò questa lettera a Corinto per mano del suo discepolo Tito, cui diede per compagno un altro, del quale tesse il seguente elogio: « Con Tito vi mandiamo il fratello, che viene lodato presso tutte le comunità per la predicazione del Vangelo. Egli inoltre è stato nominato dalle comunità a nostro compagno di viaggio per quest’opera di carità », la colletta cioè delle comunità etnicocristiane per soccorrere la comunità madre di Gerusalemme, che versava in povertà. Già Origene riteneva per certo che sotto il nome di «fratello» qui si doveva intendere non altri da Luca, e la stessa sentenza difendono in vari luoghi anche il Grisostomo e Girolamo. Ora questa notizia di Paolo illumina la vita nascosta dell’Evangelista durante gli anni 51-57. L’Apostolo, partendo nell’anno 51 da Filippi, lo lasciò in quella città, ch’era la sua prediletta; Filippi era degna di Luca e Luca, il medico amato, era degno di Filippi. Nei cinque o sei anni, che seguirono e di cui nulla è riferito, egli vi esplicò un’attività così meravigliosa, che la sua lode era sulla bocca di tutti, le comunità anzi della Macedonia e dell’Acaia lo elessero a loro uomo di fiducia per la colletta. Nel ritorno da Corinto, Paolo volle rendere a lui e alla sua comunità l’onore di celebrare la festa di Pasqua a Filippi. Luca, il fratello, cui viene tributata lode da tutte le comunità! Questa stupenda parola, che Paolo consegnò alla Sacra Scrittura, ci fa l’impressione d’una canonizzazione di Luca mentr’era ancora in vita. Da questo punto, negli Atti dal capitolo 20, 7, le notizie che vi leggiamo sono come un diario: « Noi li raggiungemmo a Troade… facemmo vela verso Asso… Noi toccammo Samo e il giorno dopo giungemmo a Mileto… Nella stessa direzione venimmo a Coo e il giorno seguente a Rodi e di lì a Patara… Dirigemmo il timone verso la Siria e arrivammo a Tiro… da Tiro pervenimmo a Tolemaide… il giorno dopo proseguimmo il viaggio per Cesarea… Ci disponemmo per la partenza e ascendemmo a Gerusalemme ». Sempre la prima persona plurale! Fedele, umile, rispettoso, Luca seguì il suo grande maestro Paolo per tutte le vie e in tutte le tempeste, anche durante la crudele sommossa di Gerusalemme, nella quale l’Apostolo quasi quasi periva; lo seguì sino alla soglia del carcere di Cesarea e anzi anche oltre la soglia, poiché il procuratore Felice « aveva dato l’ordine al centurione di non impedire a nessuno dei compagni di Paolo d’essere ai suoi servizi ». Chissà quanto spesso Luca sarà entrato e uscito dal carcere di Paolo! Gli portava le notizie liete o tristi delle varie comunità, gli procurava delle medicine e gli diceva certamente anche non poche parole buone, che all’oppresso maestro facevano più bene del balsamo. –  Mentre in questi anni 58-60 la fedeltà a Paolo lo teneva per così dire prigioniero anche lui, fermo e inattivo, non avrà fatto null’altro? È comune sentenza fra i Cattolici che la composizione del Vangelo di Luca abbia avuto luogo negli anni 59-63; ora questa sentenza trova nella vita di Luca una sorprendente spiegazione e conferma, Egli infatti proprio in questi anni soggiornava in Palestina e durante i lunghi mesi della prigionia di Paolo ebbe abbastanza comodità e occasione di informarsi degli avvenimenti evangelici presso i testi oculari e auricolari e di renderne nota. Strano che il più amabile dei Vangeli debba la sua origine a una prigionia! Quanto può essere fecondo un carcere! – Luca fu pronto sul posto, quando Paolo fu trasferito al carcere di Roma: « Quando fu stabilita la partenza per l’Italia… noi montammo su d’una nave adramitica, che doveva costeggiare i porti asiatici ». Noi! Egli accompagnò il suo maestro sulla via della croce, quasi come Giovanni aveva accompagnato Gesù. Anch’egli si trovò con gli altri in quella raccapricciante tempesta, che descrive negli Atti. Durante i due anni della prigionia romana di Paolo, utilizzò nuovamente il tempo prezioso per la stesura di scritti sacri; terminò forse in questo tempo la composizione del Vangelo e mise mano al suo secondo libro, gli Atti degli Apostoli; l’improvvisa conclusione di questi fa pensare che egli non si sia fermato a Roma tutt’interi i due anni, ma se ne sia andato prima ancora della liberazione del maestro, della quale non scrive sillaba; può darsi che Paolo stesso l’avesse allontanato da sé per rinviarlo, come Marco e Timoteo, ai campi, ch’erano rimasti orfani: « Nella mia prima difesa nessuno mi ha assistito », scriverà più tardi l’Apostolo stesso; il Vangelo infatti gli stava più a cuore che la sua stessa persona. Un’antica tradizione romana del secondo secolo afferma che Luca non avrebbe accompagnato Paolo in Spagna; d’altra parte fa spesso capolino la notizia che egli abbia scritto il suo Vangelo nell’Acaia; potremmo forse concluderne negli anni 63-65 egli esercitava il suo ministero di nuovo in Grecia; il suo pensiero però volava e si fermava frequentemente in Paolo. Questi, triste e però confortato, scrive dalla sua seconda prigionia di Roma: « Solo Luca è ancora presso di me ». Se nella lontana e pagana Roma, nelle ultime ore penose gli sta a fianco Luca, non è del tutto solo, ché nel discepolo diletto si vede intorno la patria, la mamma, un fratello, un’anima. Gli « Atti di Paolo », della metà del secondo secolo, riferiscono che Luca era presente anche nel luogo del supplizio; fu dunque così fedele da accompagnare Paolo, padre suo e suo amico, sino alle porte dell’eternità. Luca alle porte! E l’Apostolo, che tanto spesso aveva beneficiato nel corpo e nello spirito della presenza del discepolo, posò sulle sue spalle il capo stanco, che tosto doveva cadere sotto il colpo della spada per dargli l’ultimo addio, e con voce flebile, affettuosa e riconoscente gli ripeté ancora una volta la parola, con la quale lo ha eternato nella Scrittura: « Luca! Tanto amato! Medico! ».

IL MEDICO

Fu bene che Paolo avesse accanto a sé per compagno un medico; forse, dopo che a Dio, noi dobbiamo a Luca, se la vita preziosa dell’Apostolo dei popoli della terra fu conservata così a lungo; se gli fossero mancate le sollecitudini e le cure di Luca, probabilmente sarebbe venuto meno prima sotto il peso delle malattie, degli strapazzi e dei martiri subiti. Ma, quando il maestro progettava dei piani troppo arditi, il discepolo gli si opponeva supplicando; quando minacciavano gli assalti febbrili ormai cronici, il medico conosceva l’erba e la pozione adatte; si sedeva sul giaciglio dell’Apostolo estenuato in carcere, ne ascoltava il polso, ne osservava l’inspirazione e l’espirazione e, con l’accoramento che si rifletteva nel volto, prescriveva di cambiare medicina; il suo amore guarì pure le ferite, che l’odio aveva inferto al caro maestro. Siano rese grazie al medico Luca e a tutti i buoni medici, che si danno pensiero della vita, dono prezioso di Dio! Gli Atti degli Apostoli, specialmente riferendoci il soggiorno a Malta, ci fanno intendere che Luca funse da medico anche nei viaggi apostolici, e certamente esercitò la sua arte a Roma, dove si trattenne per quasi due anni; forse molti visitarono l’abitazione, che Paolo aveva presa a pigione, non spintivi da desideri spirituali, ma perché era possibile incontrarvi anche Luca, che poteva curare i loro acciacchi fisici, e così finivano per risanare nel corpo e nell’anima, come il paralitico guarito e assolto del Vangelo. La via infatti all’anima passa per il corpo e spesso per il corpo ammalato, che per la grazia è come una porta aperta. Vi sono delle immagini antiche, che rappresentano Luca con la borsa delle medicine: medico ed Evangelista! che accoppiamento significativo! Il medico prepara la via al Vangelo e il Vangelo è per molti il migliore dei medici. Luca è una bella immagine di nostro Signore Gesù Cristo, perché anch’Egli non si limitò ad annunziare la Parola, ma s’aggirò elargendo benefici; sì, per mezzo di Cristo deve trovare redenzione fin da quaggiù tutto l’uomo, non solo l’anima, ma anche il corpo per quanto è possibile. – Luca ha eretto a se stesso come medico un monumento perenne d’inesauribile benedizione, scrivendo il Vangelo; questo suo libro avrà sempre una parola tutta speciale per l’umanità ammalata, perché l’Evangelista dà in esso speciale rilievo alla compassione del Signore per le miserie umane. Matteo tratteggia Gesù come Messia, Marco come Figlio di Dio, Luca come Redentore; Gesù, il Salvatore del mondo: ecco il tema del Vangelo di Luca. La professione medica dell’autore traspare da molte espressioni e descrizioni; a quel modo che il pubblicano Matteo scrive più frequentemente degli altri di denaro e di beni, e il pescatore Giovanni scrive dell’acqua e delle nubi, così Luca nel suo Vangelo riferisce più spesso degli altri, e di loro più preciso, le guarigioni. Un’indagine accurata ha rilevato nei due libri di Luca non meno di 400 termini tecnici della medicina. Egli, ad esempio, non scrive semplicemente, come Marco o Matteo, della « febbre », ma della « grande febbre » in opposizione alla « piccola febbre », secondo la distinzione in uso fra i medici dell’epoca. Il lebbroso, che Gesù guarì, non aveva semplicemente « la lebbra », era « coperto di lebbra », il che accenna a un grado progredito della sua malattia. La mano inaridita e l’orecchio tagliato a Malco non erano una mano e un orecchio qualunque, ma « la mano destra », « l’orecchio destro », come ci fa notare, contro Marco, il nostro medico, abituato all’osservazione attenta. Egli fa pure sapere la durata esatta della malattia: « La donna del tutto ricurva, che non poteva in nessun modo drizzarsi », soffriva di questa lenta malattia già da « diciotto anni », sì che una guarigione, umanamente parlando, era esclusa. Il paralitico, che Pietro guarì presso la porta Bella, e quello guarito da Paolo a Listri erano ambedue paralitici « dal seno materno » , e solo questa precisazione mette il miracolo nella sua giusta luce. Questa esattezza in campo medico ci fa già pensare alla genuinità del Vangelo di Luca; e a questo riguardo non possiamo non scorgere una speciale disposizione della Provvidenza nel fatto che proprio un medico abbia dovuto riferire e descrivere i miracoli di Gesù e dei suoi Apostoli; il Vangelo di Luca… è il primo ufficio medico di controllo dei miracoli! Deliziosa sopra tutte è la differenza fra Marco e Luca nel racconto della guarigione dell’emorroissa; il primo, senza peli sulla lingua, narra: « Era ivi una donna, che soffriva di perdite di sangue già da dodici anni. Aveva molto patito da parte di molti medici e aveva dato fondo a tutto il suo patrimonio senza risentirne nessun beneficio, ma piuttosto era peggiorata. Quando udì Gesù… ». Luca mitiga quest’ultima osservazione poco favorevole ai medici, scrivendo: « Era ivi una donna, che soffriva di perdite di sangue già da dodici anni. Aveva speso l’intero suo patrimonio in medici, senza che nessuno l’avesse potuta guarire »; dipendeva cioè dalla malattia, non dal medico ch’ella fosse inguaribile; l’autore di questo tratto di Vangelo salva tacitamente l’onore dell’arte medica, e chi ha già goduto dei benefici del medico, non avrà difficoltà a dargli ragione. Ma la professione dell’Evangelista s’è impressa molto più profondamente, che non in simili espressioni, nell’intera sua opera letteraria. Il pensiero fondamentale del suo Vangelo è soccorrere e sanare; egli seppe e volle trascegliere dalla vita di Gesù quegli episodi e quelle sentenze, che asciugano le lacrime, attutiscono i dolori, creano la fiducia, apportano la salute e la guarigione. Luca e Luca soltanto fra gli Evangelisti narra del mendico Lazzaro, cui i cani lambivano le ulcere e che adesso si allieta eternamente nel seno di Abramo; del pubblicano peccatore, al quale Iddio usa benignità e misericordia; della madre di Naim, che piangeva inconsolabile e alla quale il Signore rivolse la confortatrice parola: « Non piangere »; del ladrone sulla croce, cui Gesù promise il paradiso per quello stesso giorno. – Oh, come infonde consolazione, quanto incoraggia e tranquillizza l’amabile Vangelo del medico Luca! D’ineffabile bellezza è la trilogia della divina misericordia, ch’egli ci ha donato nel capitolo decimoquinto — meriterebbe una cornice d’oro e di lacrime! —, che ben a ragione fu detto « il cuore del Vangelo », nel quale si legge quella storia, che conosciamo ma che è sempre nuova, della dramma perduta, della pecora smarrita e del figlio prodigo: « Il figlio disse: “Padre, io ho peccato”; e il padre rispose: “Portate subito la veste migliore e un anello per la mano e i calzari per i piedi. Banchettiamo e rallegriamoci! Poiché questo mio figlio era morto e vive di nuovo, era perduto ed è stato ritrovato” ». « In Cielo vi sarà gioia più grande per un solo peccatore, che si converte, che non per novantanove giusti, che non hanno bisogno di convertirsi ». Nella parabola del pietoso samaritano, che versa olio e vino sulle ferite, Luca ha tratteggiato se stesso e ha insieme regalato ai samaritani di tutti i tempi nome e onore. Così il medico Luca ci rende familiari dell’evangelista Luca; ma di lui in quanto evangelista resta ancora da scrivere qualche cosa in particolare.

L’EVANGELISTA

« Molti hanno già intrapreso a riferire quello, che è avvenuto fra noi e che adesso ha raggiunto un certo compimento. Nel far questo si sono attenuti alle tradizioni, che ci sono giunte da parte dei primi testi oculari e ministri della Parola. Così mi son deciso anch’io di far un’indagine accurata in tutti questi avvenimenti sin dai loro primi inizi e di stenderli in scritto per te, o nobile Teofilo, in ordinata concatenazione. Possa tu persuaderti della sicurezza di questi racconti, dei quali hai già avuto notizia ». Questo prologo, che Luca premette al suo Vangelo, ci permette di vedere quale sia il compito, il disegno e il fondamento del Santo Libro. Il compito: secondo l’uso letterario del tempo, esso è dedicato a un’alta personalità, « al nobilissimo — eccellentissimo — Teofilo », cui più tardi Luca dedicherà pure gli Atti degli Apostoli; non doveva però, come un talento sepolto, riposare fra le mani di Teofilo, ma per mezzo di lui, che forse godeva di grande ascendente ed era facoltoso, doveva essere reso noto e diffuso. Luca in Teofilo e per mezzo di lui volle far dono del lieto messaggio all’intero mondo etnicocristiano, conquistato dal maestro Paolo; il suo Vangelo quindi ha un’impronta diversa da quella del Vangelo di Matteo, che fu scritto per i giudeocristiani; tenendo conto della condizione dei suoi lettori etnicocristiani, egli tralascia la sofistica e da casistica dei Farisei e le polemiche del Signore; la scena sacra nel terzo Vangelo è dominata non dalla casistica, ma dalla carità, dall’amore, non dalla Legge! Questa differenza fra il primo e il terzo Evangelista balza manifesta specialmente a un confronto delle loro due redazioni del discorso sul monte: Luca VI, 17-49; Matteo V. 6. 7. – Le comunità paoline erano certamente composte anche di giudeocristiani; e il Vangelo di Luca ne tiene conto; non è quindi come il vangelo di Marco, che ha scritto esclusivamente per gli etnicocristiani; ma anche di fronte ai giudeocristiani: Luca resta… Luca, il tipo benigno e pieno d’attenzioni, il medico, che procura di far meno male ch’è possibile; Matteo e Giovanni ci hanno trasmesso delle parole di Gesù molto più dure dell’etnicocristiano Luca nei riguardi del loro popolo, che aveva ripudiato il proprio Messia; questi invece, se trova qualche fatto a favore di Israele, l’accoglie subito nel suo Vangelo. Così Cristo è la gloria e la redenzione (specialmente) del popolo d’Israele; Luca, e non Matteo né Giovanni, ha raccolto pure le lacrime e il lamento di Gesù su Gerusalemme: « Se anche tu conoscessi quello che serve alla tua pace!… ». « Non piangete su di Me, ma piangete sopra di voi e i vostri figli! ». Quale vasta risonanza trovò la bontà del Signore nel buon Luca! – Il disegno del terzo Vangelo è storico-cronologico; l’Evangelista incornicia gli avvenimenti della nostra salute nel contesto della storia universale; e questo è quanto mai prezioso. La vita di Gesù non si svolse in un’epoca lontana lontana, avviticchiata da miti e da favole, e neppure in un’illusoria luce crepuscolare di poesia e verità; no, essa si svolse nella chiara luce meridiana della storia: « Nei giorni di Erode, re della Giudea… Nei giorni dell’imperatore Augusto… Nell’anno decimoquinto del governo dell’imperatore Tiberio, quando Ponzio Pilato era procuratore della Giudea ». Anche nel riferire le singole notizie Luca si attiene, per quanto gli è possibile, all’« ordine », vale a dire al corso cronologico dei fatti; non possiamo però aspettarci che il suo Vangelo sia un racconto della vita del Signore al modo d’un diario; dov’egli non può indicare il luogo storico delle parole e delle opere riferite, si serve delle espressioni generiche: « Un giorno Gesù insegnava… »; spesse volte unisce l’ordine cronologico con quello oggettivo, come, ad esempio, nella biografia del Battista, quando d’un tratto racconta le opere di lui sino all’imprigionamento. Il terzo Vangelo quindi, per questo suo disegno, è articolato in modo chiaro e trasparente: precede, come un coro d’Angeli, la storia dell’infanzia di Gesù: 1, 1-2, 52; quanto al ministero pubblico del Signore, l’Evangelista, deflettendo un po’ da Matteo e da Marco, lo divide in tre grandi sezioni: il ministero galilaico: III, 1-9, 59; la « relazione dei viaggi », detta pure la « grande inserzione », fatta da Luca nel materiale evangelico di Marco: IX, 51-19, 28; la conclusione a Gerusalemme: XIX, 29-24, 53. – Nel prologo Luca sottolinea specialmente il fondamento del suo Vangelo. È evidente che, come a colto ellenista, gli sta a cuore moltissimo assicurare, contro tutti i dubbi e le esitazioni, la certezza storica delle notizie non mai udite; e a questo riguardo è ammirabile la Provvidenza, perché s’è fatta garante della credibilità dei quattro Vangeli, valendosi dell’indole dei diversi Evangelisti, in un modo sempre nuovo: si servì dell’oggettività di Matteo per il primo, della fedeltà di Marco a Pietro per il secondo, della familiarità di Giovanni con Gesù per l’ultimo e dell’indagine di Luca per il terzo. Luca stesso ricorda fonti orali e scritte, cui si rifece nella stesura del suo libro; quella mano premurosa, che gli era propria anche come medico, vagliò ed esaminò pure scientificamente le fonti evangeliche. Poichè fu sollecito d’investigare la lieta novella sin dai suoi « primi inizi », non v’è dubbio che da Cesarea si portò lassù a Gerusalemme per far visita a Maria. Maria… Luca! Fu un’ora veramente grande quella, in cui egli, silenzioso quasi come l’Arcangelo Gabriele, entrò nella piccola stanza solitaria della Donna tanto benedetta. Maria cominciò a dire con semplicità e Luca la seguiva con venerazione, scrivendo sui suoi foglietti di papiro: «L’Angelo entrò e disse: “Ave, o Piena di grazia, il Signore è con te” ». L’Evangelista tese l’orecchio, per lui era come se suonassero le campane in tutto il mondo. E continuò a scrivere: « Magnificat — l’anima mia glorifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore », ed era così bello, ch’egli pregò Maria di cantargli ancora una volta quell’inno; ed Ella proseguì eseguendo, sommessamente, il cantico del sacerdote Zaccaria, il « Gloria in excelsis » degli Angeli nella Notte Santa, il cantico del sole del vecchio Simeone, cui risposero tripudiando centomila cori dell’avvenire. Sui due primi capitoli del vangelo di Luca è diffuso il profumo dei gigli e delle prime rose illibate; fu tanta la sua timida venerazione nel concepire questi primi messaggi per opera di Colei, che aveva concepito per opera di Spirito Santo, che non ebbe l’ardire di tradurli nel suo greco elegante; lasciò le parole così, come erano fiorite sulle labbra di Maria; ecco perché in questi due primi capitoli, a differenza del resto del Vangelo, echeggia spiccatamente la lingua aramaica: sono suoni della Mamma. Ave, Maria! – Lo storico della Chiesa Teodoro Lettore, del sesto secolo, ch’è anche detto Anagnoste, in un frammento della sua storia ecclesiastica, che si Conserva ancora, riferisce che l’imperatrice Eudossia da Gerusalemme inviò a Pulcheria l’immagine della Madre di Dio dipinta dall’evangelista Luca; Niceforo Callisto informa inoltre che si tratta dell’immagine di Maria, onorata nella bella chiesa « Segnavia », edificata da Pulcheria — «apò tòn hodegòn », donde anche il nome dell’immagine: « Hodegetria » —; aggiunge pure che Luca avrebbe dipinte molte altre immagini della Vergine non solo, ma anche di Pietro e Paolo e anzi di Cristo stesso; la leggenda poi finì per contare sino a seicento le immagini di Luca; sono per lo più d’origine bizantina e la più celebre di tutte è la dignitosa e cara immagine della Madonna della Neve. Non ci fa più meraviglia che l’Evangelista sia stato eletto a patrono — e con più diritto che non dai macellai! —, oltre che dai medici, anche dagli artisti. In realtà non è impossibile che il medico Luca fosse insieme anche pittore; quand’anche però tutto questo non fosse che una zara leggenda, è fuor di dubbio ch’egli nel suo Vangelo ha delineato un’immagine di Maria, che serve di tema e di modello per tutti gli artisti. Nei giorni lieti e in quelli di dolore, quest’immagine vo’ portar nel cuore. –  Luca aveva conosciuto Barnaba già ad Antiochia; ora a Cesarea prese alloggio nella casa del diacono Filippo, che aveva evangelizzata la Samaria; a Gerusalemme s’incontrò con Giacomo e forse anche con altri Apostoli; a Roma dimorò probabilmente nel medesimo tempo di Pietro e sicuramente di Marco: da tutti questi « testimoni oculari e ministri della Parola » egli raccolse con assiduità e diligenza le notizie del Vangelo; esse però scorrevano a lui da cento altri rigagnoli, ed egli le esaminò e discusse con gli Apostoli. Paolo, il suo grande maestro, non era in grado di riferirgli molto intorno alla vita storica di Gesù, perché non aveva vissuto accanto a Lui; nondimeno Luca gli sottopose lo schema del suo Vangelo e le idee basilari. Possiamo notare nel suo Vangelo un chiaro influsso anche da parte di Giovanni. Luca… Giovanni! il terzo e il quarto Evangelista! È possibile che Luca abbia incontrato Giovanni già a Gerusalemme, ma può darsi che l’incontro sia avvenuto solo nei decenni seguenti a Efeso. Quando Giovanni cominciava a parlargli del Verbo di Dio, Luca congiungeva le mani commosso, e forse egli fu uno dei primi a pregare Giovanni di scrivere un Vangelo proprio e sublime; frattanto però gli tolse e anticipò, per così dire, nel proprio Vangelo non poche sentenze intorno allo Spirito Santo, a Maria e anche a Maria e a Marta di Betania e alle altre pie donne; quando Giovanni le lesse, se ne rallegrò, sorridendo. – Nel suo prologo Luca parla anche di « molti, i quali hanno già intrapreso a scrivere una relazione sui fatti». Tutte queste relazioni scritte non ebbero certamente l’approvazione dei ministri della Parola; il nostro Evangelista si attenne anzitutto al Vangelo scritto e approvato di Marco e forse anche a quello di Matteo; probabilmente ebbe a sua disposizione una terza fonte ancora, che oggi però noi non conosciamo. Del vangelo di Marco prese per il proprio 350 versetti, più dunque d’una metà dell’intero Vangelo; con Matteo concorda in 230 versetti e per lo più nei discorsi del Signore; nonostante però questo sfruttamento dei precedenti Vangeli, la maggior parte del terzo è patrimonio di Luca, proprio a lui solamente; mendicando per tutte le vie e per tutti i sentieri, ch’egli ebbe occasione di percorrere, instancabile, fedele e buono, seppe raccogliere e metter insieme un Vangelo, che fra i quattro canonici è il più ricco, il più esteso e il più caldo. Sì, il più esteso e il più caldo! Esteso quanto i mari, che l’Evangelista solcò, caldo e lieto quanto il primo accordo, ch’egli tocca: « Ecco, io vi annunzio il lieto messaggio! ». Lieto messaggio! Nel Vangelo di Luca il Salvatore del mondo allarga le sue braccia e le protende lontano lontano verso l’umanità, gettando un ponte fra tutti i contrasti nazionali, sociali e persino religiosi, stringendo nel suo Cuore giusti e peccatori, poveri e ricchi, giudei, samaritani e pagani. Oggi noi siamo più che mai frantumati in razze, classi, popoli e individui, non siamo più quasi un’umanità: Luca mostra il Cuore che tutti unisce; oggi vi sono anche molti derubati sull’orlo della via, molti figli di vedove morti, molti prodighi che intristiscono in terra straniera e nella disperazione: Luca addita il misericordioso Samaritano, che fascia ferite, asciuga lacrime e si rallegra per ogni prodigo che rincasa più che per novantanove giusti.

IL CRONISTA

Noi andiamo debitori a Luca anche d’un secondo libro: gli Atti degli Apostoli. Che cosa ci mancherebbe, se non avessimo gli Atti! Son l’unico libro, che ci ragguaglia intorno al primo e importante periodo del giovane Cristianesimo. Molto opportunamente gli Atti degli Apostoli vengono posti fra i santi Vangeli e le lettere apostoliche, poiché essi presentano la realizzazione e il primo coronamento del Vangelo, mentre le lettere apostoliche in parecchi tratti sono un riflesso degli Atti. Ci richiama all’intima connessione degli Atti col Vangelo Luca stesso, quando nel prologo al secondo suo libro scrive: « Nella mia prima opera, o Teofilo, ho riferito intorno a tutto quello, che Gesù ha operato e insegnato dal principio sino al giorno, in cui fu assunto in Cielo » e poi riprende a descrivere di nuovo più dettagliatamente l’ultimo episodio riferito nel Vangelo, l’ascensione del Signore, per passare quindi alla narrazione di quanto avvenne nella Chiesa primitiva, la quale così, senza stacco né cucitura, si connette immediatamente e naturalmente col Vangelo, come l’estate con la primavera e il frutto col fiore: seguono infatti l’elezione di Mattia, la festa di Pentecoste, la guarigione del paralitico dalla nascita, il primo arresto degli Apostoli, l’interno ed esterno rafforzamento della comunità cristiana, la cattura di tutti gli Apostoli, l’opera e la morte di Stefano, la dispersione e i frutti del Cristianesimo in Samaria, la conversione dell’eunuco etiope, l’entrata di Saulo, la accettazione nella Chiesa del primo gentile, Cornelio, la fondazione della prima chiesa di gentili ad Antiochia, la persecuzione del re Erode Agrippa I il supplizio di Giacomo Maggiore, la liberazione di Pietro; dal capitolo decimoterzo entra nel cuore degli Atti l’Apostolo Paolo. – Luca però non mette semplicemente insieme episodi su episodi, come perle in un cordoncino; il suo libro è diretto da un disegno e animato da una passione. Il tema di tutta l’opera è indicato subito, nella prima pagina, e a forti colori con le parole di addio del Signore: « Voi sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaria, sino anzi ai confini della terra »; e l’ultima proposizione degli Atti è come un allegro grido di soldati: « Ordine eseguito! », poiché « Paolo (a Roma) predicava con tutta franchezza e libertà il regno di Dio e la dottrina intorno al Signore Gesù Cristo ». Luca raggruppa tutti gli avvenimenti intorno a tre grandi figure e a tre grandi città, come intorno a un simbolo; le figure sono Pietro, Paolo e Giacomo; le città sono Gerusalemme, Antiochia e Roma; Gerusalemme è la chiesa dei giudeocristiani, Antiochia quella dei giudeocristiani ed etnicocristiani insieme, Roma quella degli etnicocristiani. Sebbene avesse ripudiato il Messia, non fu tolto a Gerusalemme l’onore d’essere la sua figlia primogenita; solo più tardi, quando persistette nella sua pervicacia, la grazia migrò lentamente altrove, in Samaria, ad Antiochia, dalla capitale dei Giudei alla capitale dell’universo, a Roma. Giacomo è l’Apostolo dei giudeocristiani; Pietro à l’apostolo dei giudeocristiani ed etnicocristiani insieme; Paolo è l’Apostolo degli etnocristiani; nella prima parte degli Atti domina Pietro, nella seconda Paolo, in parecchie svolte importanti Giacomo. Degli altri Apostoli, se prescindiamo dal catalogo degli Apostoli, sono ancora ricordati Giovanni e suo fratello, Giacomo Maggiore; il titolo quindi del libro « Atti degli Apostoli » non è esatto; non tratta di tutti gli Apostoli — se così fosse, quanto più facile sarebbe stata questa nostra opera! —, ma riferisce alcune vicende di alcuni Apostoli. –  Si comprende facilmente che il distacco della Chiesa dalla sinagoga e il suo trapasso ai pagani non si effettuò senza tensioni e crisi; se ne percepiscono le vibrazioni anche negli Atti degli Apostoli, sebbene non vi si riflettano così violente come nelle lettere di Paolo. Si confronti, ad esempio, la relazione del Concilio apostolico nel capitolo decimoquinto degli Atti col secondo capitolo della lettera ai Galati: Luca narra oggettivamente, impersonalmente quello stesso episodio, che Paolo descrive con impeto, perché deve autodifendersi e precisare la sua condizione personale nei raffronti degli Apostoli più anziani. Anche come scrittore Luca è irenico, Paolo è polemico; Luca mette in luce l’unione, Paolo la tensione; anche Luca però conosce la tensione, come Paolo l’unione. Paolo infatti, nei riguardi di Gerusalemme, di Giacomo e di Pietro non si trova affatto in quella inconciliabile opposizione, che gli eruditi « paolinisti » vanno spacciando ai nostri giorni, egli non è così « paolino »; anche dopo ch’egli ebbe fatta la sua esposizione, gli Apostoli più anziani gli stesero la mano in segno di società. Luca dunque e Paolo anche nei loro scritti non si contradicono, ma felicemente si completano. Già gli antichi Padri fecero notare che Luca nel primo libro, il Vangelo, mise in iscritto quello che aveva udito, mentre negli Atti degli Apostoli scrisse quello che aveva visto. Di fatto egli fu presente a molti episodi narrati negli Atti e specialmente nella seconda parte di essi; altri gli furono riferiti da Paolo nei lunghi anni, nei quali gli stette a fianco con tanta bontà; e chi sa quante volte l’Apostolo gli avrà parlato soprattutto della propria conversione! Negli Atti non ne leggiamo meno di tre relazioni. Può darsi che ben volentieri abbiano fatto dono d’un mattone al nostro cronista, per la sua seconda opera, anche Pietro, Giovanni, Giacomo, Barnaba, Marco, il diacono Filippo e parecchi altri; probabilmente stavano pure a sua disposizione delle relazioni scritte, ch’egli accolse nel suo racconto, quali ad esempio, il decreto del Concilio apostolico, la lettera del tribuno Lisia, il discorso dell’avvocato Tertullo e forse anche degli schizzi delle prediche di Pietro e di Paolo. Non poté invece ancora utilizzare, per il suo libro, le lettere di Paolo, perché in quel tempo non erano ancora raccolte, ma disperse fra le comunità, che vivevano lontane le une dalle altre. Per essere in grado di conoscere a fondo la lealtà e la limpidezza degli Atti degli Apostoli, bisogna farne un confronto con i così detti « Atti degli Apostoli » apocrifi; che pio cicaleccio, quali miracoli ridicoli non si costruiscono mai in questi scritti non genuini. Ne abbiamo fornito qualche saggio nel corso di quest’opera « Le relazioni di Luca invece quanto sono sobrie, dignitose e precise quando si tratta di indicare il luogo, il tempo e le circostanze! I suoi Atti degli Apostoli hanno in se stessi il sigillo della genuinità. Volesse il Cielo che questo libro fosse letto e predicato di più, specialmente oggi! In esso soffia la bufera di Pentecoste, la bufera del primo amore e della prima fede, ma anche quella delle prime e pericolosissime persecuzioni; nell’ora più grave di tutta la storia della Chiesa, quando tutti gli Apostoli con unico colpo dovevano essere stesi a terra e il Cristianesimo con loro, Iddio ispirò la parola salvatrice al saggio Gamaliele: « Israeliti, badate bene a quello che state per fare con questa gente… Questo disegno o impresa viene soltanto dagli uomini: va in rovina di per sè; ma se è da Dio, non lo potete annientare ». Quell’« impresa » non andò in rovina; viene dunque da Dio; si affermerà quindi anche fra le tempeste del nostro tempo, ne abbiamo la lieta speranza!

IL SANTO

Chi può immaginare i sentimenti che avranno occupato lo spirito di Luca e quello di Marco, quando, il primo dal luogo del supplizio di Paolo e il secondo da quello di Pietro, si levarono e se n’andarono soli? Adesso l’onere e la beatitudine d’essere testimoni di Gesù sino alle estremità della terra incombeva su di loro. Ma purtroppo anche intorno agli ultimi anni di Luca abbiamo delle informazioni troppo scarse. Le testimonianze antiche sono imprecise, divergenti e contradittorie, provando così la loro poca sicurezza. Epifanio, il teste più antico (nacque verso il 315), riferisce che Luca evangelizzò la provincia della Dalmazia, le Gallie (confonderà con la Galazia?), l’Italia e la Macedonia. Gregorio di Nazianzo, Girolamo, Gaudenzio nelle loro relazioni additano come campo dell’attività apostolica di Luca l’Acaia, l’antica Grecia; anche Niceforo riferisce: « Dopo essere stato con Paolo a Roma, Luca andò nuovamente in Grecia, dove illuminò molti con la luce della dottrina e della scienza divina ». Mentre andava in Grecia o movendo da essa, visitò probabilmente anche Efeso, dove, dopo la morte di Paolo, aveva la sua sede l’apostolo Giovanni; il racconto dettagliato e caratteristico ch’egli negli Atti degli Apostoli ci fa di Efeso, induce a pensare che quella gli fosse ben nota e cara. – Molti scrittori greci ci informano d’un’attività missionaria di Luca nel basso Egitto; ad Alessandria, dopo la morte del vescovo Aniano, costituitovi da Marco, egli gli avrebbe dato un successore in Abilio; secondo Metafraste, sarebbe stato il primo pastore della città di Tebe, già da Omero chiamata la città dalle cento porte; ma è più probabile un’attività di Luca nella Tebe dalle sette porte, ch’era la capitale della provincia greca della Beozia, schernita per la goffaggine di spirito dei suoi abitanti. Le informazioni degli scrittori latini trasferiscono l’attività di Luca nella provincia di Bitinia nell’Asia Minore, un giorno percorsa da Pietro e lambita da Paolo; e anche questa tradizione ha le sue buone ragioni, e il Martirologio romano se l’è appropriata. Ma alla fin fine, che importa dove annunzi il lieto messaggio, se in una città con cento porte o solo con sette, se presso gli eruditi alessandrini o presso i tardi beoti. Purché Cristo sia predicato in tutti i modi e in tutto il mondo! Forse queste notizie tanto discordi intorno all’opera apostolica di Luca hanno il loro fondamento nella sua attività realmente molto estesa; si potrebbe dire ch’egli adì l’attività spirituale dell’Apostolo delle genti; ora quant’era stato vasto il mondo di Paolo! Può darsi che a Roma il gigante morente abbia trasmesso all’unico amico, che lo accompagnava alla porta dell’eternità, gli ultimi incarichi e commissioni per le sue molte comunità; e il fedele Luca portò la benedizione e le preghiere del padre, passato a vita migliore, in Beozia e in Bitinia, in Grecia e ad Alessandria e in tutto il mondo! Alla fine giunse anche per il nobile Luca il rimpatrio ai monti eterni, dove il Magnificat, l’encomio della divina misericordia, ch’egli aveva notato nel suo Vangelo, non tace mai. Con quanta clemenza Maria avrà rivolto al suo Evangelista i suoi occhi misericordiosi nel momento del suo ingresso nell’eternità e poi l’avrà condotto a Gesù, il frutto benedetto del ventre suo! Tutte le informazioni concordano nell’affermare che Luca s’addormentò nel Signore a età avanzata; i loro dati oscillano fra i 73 e 84 anni. Gli scrittori più antichi non sanno nulla d’un suo martirio, e noi ci aspetteremmo ch’egli morisse d’una morte tranquilla e soave; solo Gregorio Nazianzeno (+ 390) fa una prima allusione al suo martirio in una predica contro Giuliano l’apostata; più tardi Niceforo Callisto amplifica questa notizia e dice che Luca fu impiccato dai dileggiatori del Verbo di Dio a un albero di fertile olivo, perché non era stato possibile rintracciare nessun legno secco per prepararne una croce; sul suo sepolcro sarebbero piovuti dei panini, che avevano la virtù di guarire gli ammalati. E davvero noi tutti sino ad oggi gustiamo di quei pani e parole, ch’egli, anche dopo la sua morte, ci dona nelle sue opere. – L’antichità cristiana riferisce con singolare sicurezza, con precisione di dati riguardo al tempo e alle altre circostanze, la traslazione delle ossa di Luca dal loro primo sepolcro a Costantinopoli, nella magnifica chiesa degli Apostoli, edificata dall’imperatore Costanzo. Il giorno 3 marzo 357, quasi dunque trecento anni dopo la morte dell’Evangelista, avrebbe avuto luogo la detta traslazione e secondo gli uni dall’Acaia, secondo gli altri dalla Bitinia o da Efeso, a seconda del luogo, in cui lo ritengono morto. Il più antico testimonio di questo trasferimento delle reliquie di Luca è Girolamo, il quale ci riferisce che furono portate a Costantinopoli e ivi sepolte insieme con i resti mortali dell’apostolo Andrea, trasportati da Patrasso, nel ventesimo anno di governo dell’imperatore Costanzo. Luca… Andrea! Questi due nobili uomini, che evangelizzarono lo stesso suolo di Grecia quasi nel medesimo tempo, erano simili nell’anima, e finirono per riposare nell’imperiale Costantinopoli l’uno accanto all’altro. Non però per tutti i secoli! Le loro reliquie erano tanto desiderate — si desiderasse altrettanto il loro spirito! —, e oggi parecchie località si gloriano di possedere i resti mortali di San Luca: la cattedrale di Brescia, la chiesa di Fondi, il monastero di Sant’Andrea a Roma e più di tutte Padova, secondo la testimonianza del Martirologio romano. L’amato Luca riposerebbe solo a pochi passi dalla basilica di Sant’Antonio a Padova, nella chiesa di Santa Giustina; ma se così, sarebbe tanto desiderabile che le innumerevoli candele e baci, che gli italiani donano al sepolcro del loro « Santo », valessero ad accendere una luce e un amore anche per la tomba solitaria dell’evangelista Luca! Celebriamo la festa di San Luca il giorno 18 ottobre. In quel torno di tempo qui, da noi, i giorni sono spesso insolitamente miti e limpidi; tutto è maturato e si offre per donare: è un simbolo di Luca! Egli è una figura meravigliosamente chiara, mite e matura; in lui si sono disposate natura e sovrannatura, scienza, arte e religione, come la virtù del sole, la cura degli uomini e la benedizione dall’alto nei generosi grappoli dell’autunno; Luca, l’ellenista e il Cristiano, il medico e l’evangelista, la persona care ed il santo silenzioso, è come un grappolo generoso, venuto a maturazione nella vita vera, ch’è Cristo.

29 SETTEMBRE: DEDICAZIONE DI S. MICHELE ARCANGELO

29 SETTEMBREDEDICAZIONE DI SAN MICHELE, ARCANGELO

Oggetto della festa.

La dedicazione di S. Michele è la festa più solenne che la Chiesa celebra nel corso dell’anno in onore di questo Arcangelo, e tuttavia lo riguarda meno personalmente perché vi si onorano tutti i cori della gerarchia angelica. Nell’inno dei primi Vespri la Chiesa propone alla nostra preghiera l’oggetto della festa di oggi con le parole di Rabano Mauro, abate di Fulda: Celebriamo con le nostre lodi Tutti i guerrieri del cielo, Ma soprattutto il capo supremo Della milizia celeste: Michele che, pieno di valore, Ha abbattuto il demonio (Seguiamo la versione antica del Breviario monastico, non quella del Breviario romano, ritoccata da Urbano VIlI).

Origine della festa.

La festa dell’otto maggio richiama il ricordo dell’apparizione al monte Gargano e nel Medioevo si celebrava soltanto nell’Italia del Sud. La festa del 29 settembre è propria di Roma e segna l’anniversario della Dedicazione di una basilica, oggi scomparsa, che sorgeva sulla via Salaria, a Nord-Est della città. Il fatto della dedicazione spiega il titolo conservato alla festa nel Messale Romano: Dedicatio sancti Michaèlis. Le Chiese di Francia e Germania, che nel Medioevo seguivano la liturgia romana, hanno attenuato spesso nei loro libri liturgici il titolo originario della festa, che venne presentata come festa In Natale o In Veneratione sancti Michaèlis, così che dell’antico titolo non restava altro che il nome dell’Arcangelo.

L’ufficio di san Michele.

Anche l’Ufficio non poteva conservare il ricordo della dedicazione. Infatti gli antichi Uffici relativi alle dedicazioni celebravano il santo in onore del quale la chiesa era consacrata e non l’edificio materiale in cui egli era onorato; non avevano perciò niente di impersonale e rivestivano anzi un carattere molto circostanziato. L’Ufficio di san Michele può essere considerato una delle più belle composizioni della nostra liturgia e ci fa contemplare ora il principe delle milizie celesti e capo degli angeli buoni, ora il ministro di Dio, che assiste al giudizio dell’anima di ogni defunto, ora ancora l’intermediario, che porta sull’altare della liturgia celeste le preghiere dell’umanità fedele.

L’Angelo turiferario. I primi Vespri cominciano con l’Antifona Stetit Angelus, che deriva il testo dall’Offertorio della Messa del giorno: « Un angelo stava presso l’altare del tempio e aveva un incensiere in mano: gli diedero molto incenso e il fumo profumato si elevò fino a Dio ». L’Orazione della benedizione dell’incenso alla Messa solenne designa il nome di questo angelo turiferario: « Il beato Arcangelo Michele ». Il libro dell’Apocalisse dal quale son presi i testi liturgici ci spiega che i profumi, che salgono alla presenza di Dio sono le preghiere dei giusti: « Il fumo degli aromi formato dalle preghiere dei santi salgono dalla mano dell’angelo davanti a Dio » (Apoc. 8, 4).

Il Mediatore della Preghiera eucaristica.

È ancora Michele che presenta al Padre l’offerta del Giusto per eccellenza ed Egli infatti è designato nella misteriosa preghiera del Canone della Messa in cui la santa Chiesa chiede a Dio di portare sull’altare sublime, per mano dell’Angelo Santo, l’oblazione sacra in presenza della divina Maestà. È cosa molto sorprendente notare negli antichi testi liturgici romani che san Michele è sovente chiamato l’Angelo Santo, l’Angelo per eccellenza. Probabilmente sotto il pontificato di Papa Gelasio fu compiuta la revisione del testo del Canone nel quale l’espressione al singolare Angeli tui fu sostituita con quella al plurale Angelorum tuorum. Proprio a quell’epoca, sul finire del v secolo, l’Angelo era apparso al vescovo di Siponto, presso il Monte Gargano.

Vocazione contemplativa degli Angeli.

Come si vede la Chiesa considera san Michele mediatore della sua preghiera liturgica; egli è posto tra l’umanità e la divinità. Dio, che dispose con ordine ammirabile le gerarchie invisibili (Colletta della Messa) impiega, per opulenza, a lodare la sua gloria il ministero degli spiriti celesti, che contemplano continuamente l’adorabile faccia del Padre (Finale del Vangelo della Messa) e, meglio che gli uomini, sanno adorare e contemplare la bellezza delle sue infinite perfezioni. Mi-Ka-El: Chi è come Dio? Il nome esprime da solo, nella sua brevità, la lode più completa, la più perfetta adorazione, la riconoscenza totale per la trascendenza divina e la più umile confessione della nullità delle creature. Anche la Chiesa della terra invita gli spiriti a benedire il Signore, a cantarlo, a lodarlo e esaltarlo senza soste (Introito, Graduale, Communio della Messa; Antifona dei Vespri). La vocazione contemplativa degli Angeli è modello della nostra e ce lo ricorda un bellissimo prefazio del Sacramentario leoniano: « È cosa veramente degna… rendere grazie a Te, che ci insegni, per mezzo del tuo Apostolo, che la nostra vita è trasferita in cielo, che, con benevolenza comandi, di trasportarci in spirito là dove quelli che noi veneriamo servono e di tendere verso le altezze, che nella festa del beato Arcangelo Michele contempliamo nell’amore, per il Cristo nostro Signore ».

Aiuto dell’umanità.

La Chiesa sa pure che a questi spiriti consacrati al servizio di Dio è stato affidato un ministero al fianco di coloro, che devono raccogliere l’eredità della salvezza (Ebr. I, 14). Senza attendere la festa del 2 ottobre, dedicata in modo speciale agli Angeli custodi, la Chiesa già oggi chiede a san Michele e ai suoi Angeli di difenderci nei combattimenti che dobbiamo sostenere (Alleluia della Messa; Preghiera ai piedi dell’altare dopo l’ultimo Vangelo). Chiede ancora a san Michele di ricordarsi di noi e di pregare per noi il Figlio di Dio, perché  nel giorno terribile del giudizio non abbiamo a perire. Nel giorno terribile del giudizio il grande Arcangelo, vessillifero della milizia celeste, difenderà la nostra causa davanti all’Altissimo (Antif. Del Magnificat ai secondi Vespri) e ci farà entrare nella luce santa (Offertorio della Messa dei defunti).

Preghiera.

Da questa terra, nella lotta contro le potenze del male, possiamo rivolgere all’Arcangelo la preghiera di esorcismo che Leone XIII inserì nel rituale della Chiesa Romana: « Principe gloriosissimo della celeste milizia, san Michele Arcangelo, difendici nel combattimento contro le forze, le potenze, i capi del mondo delle tenebre e contro lo spirito di malizia. Vieni in soccorso degli uomini, che Dio ha fatti a sua immagine e somiglianza e riscattati a duro prezzo dalla tirannia del diavolo. » La Santa Chiesa ti venera come custode e patrono; Dio ti ha confidato le anime redente per portarle alla felicità celeste. Prega il Dio della pace, perché schiacci satana sotto i nostri piedi, per strappargli il potere di tenere gli uomini in schiavitù e di nuocere alla Chiesa. Offri le nostre preghiere all’Altissimo perché  sollecitamente scendano su noi le misericordie del Signore e il dragone, l’antico serpente, chiamato diavolo e satana, sia precipitato, stretto in catene, nell’abisso, perché non possa più sedurre i popoli »

[Dom Gueranger: l’anno Liturgico. Ed. Paroline, Alba, 1957]

SANTI COSMA E DAMIANO (27 SETTEMBRE)

Santi Cosma e Damiano

[B. Baur: I Santi nell’Anno Liturgico; Herden ed. 1958]

27 settembre

Ss. Cosma e Damiano, Martiri

I. Secondo un’antica tradizione largamente diffusa, alla cui base sta certamente un nocciolo storico, anche se con molto di leggendario, i fratelli gemelli Cosma e Damiano discendevano da una pia famiglia cristiana. Entrambi erano medici nella città di Egea in Cilicia. Poiché non volevano compensi per i loro servigi ai malati, furono detti « Anargyroi » ossia guaritori disinteressati. Essi guarivano gl’infermi col segno della croce più che con l’arte medica. Si servivano della medicina soprattutto per guadagnare i pagani a Cristo. Così facendo ebbero tanto successo che i pagani li denunciarono a Lisia, luogotenente di Diocleziano. Questi li fece tormentare crudelmente e gettare prima in mare e poi nel fuoco; ma ogni volta furono salvati per l’intervento miracoloso del Signore. Alla fine furono uccisi di spada. Il loro culto era già largamente diffuso in Oriente al principio del secolo 59. Anche in Roma, dal 500 in poi sorsero numerosi santuari in onore dei due Santi. L’Introito della festa odierna fu redatto per la dedicazione della basilica dei Ss. Cosma e Damiano al Foro Romano, intorno all’anno 530. I nomi di entrambi i Martiri sono citati nel canone della Messa.

2. – « Tutto il popolo cercava di toccarlo; perché  da lui scaturiva una forza che sanava tutti ». Così narra il Vangelo della messa odierna. Il Signore che al tempo della sua vita terrena risanò gli infermi e liberò gli ossessi (Vangelo) partecipa ai due medici Cosma e Damiano qualcosa del suo potere sulle malattie. Essi sono veramente medici cristiani, che adoperano la propria arte con fede nella forza del Signore che agisce in loro e con fiducia nel suo aiuto: medici che ripongono la loro fiducia più sulla virtù del segno di croce e nella potenza del soprannaturale, che non nella loro arte e nelle forze della natura: medici che esercitano le loro pratiche senza esigere nulla dai poveri infermi, ma unicamente per amore di Dio e di Cristo, per nobilissima carità cristiana. « Quello che avete fatto al minimo dei miei fratelli, lo avete fatto a me» (Matt. XXV, 41). Essi vogliono esser poveri coi poveri, confidando nella promessa del Signore: « Beati voi poveri, perché  vostro è il regno di Dio ». Quelli che sono poveri nel senso di Cristo non sono più in balìa delle cose create, dei beni e dei valori terreni. Liberati dalla signoria di questi, sono posti in condizione di aprire le anime loro alla luce dall’alto, alla grazia, al fluir della vita che Dio vuol loto partecipare. « Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati» (Vangelo). Quanto bene comprendono Cosma e Damiano questa beatitudine! Per soccorrere gl’infermi essi sacrificano il loro tempo, le loro forze, la loro salute. Soffrono la fame per calmare quella degli affamati. Questo è genuino Cristianesimo, questa è vera carità! Nessuna meraviglia che il Signore accompagni con la sua benedizione la loro attività. « Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, vi bandiranno e vitupereranno, e ripudieranno come abominevole il vostro nome, per cagione del Figlio dell’uomo », vale a dire perché credete in Cristo e per lui vivete. Proprio perché i due medici si occupano tanto amorevolmente dei poveri infermi ed adoperano la loro arte sanitaria per guadagnare i pagani a Cristo. contribuendo così a distruggere il regno di satana, essi vengono accusati presso il governatore Lisia. Viene loro ingiunto di rinnegare Cristo. Essi si rifiutano. Preferiscono sopportare l’odio degli uomini e lasciarsi torturare e uccidere dagli aguzzini. Sanno che « i giusti vivranno in eterno ». « Grande è la vostra ricompensa nei cieli ». « Riceveranno il regno della magnificenza e il diadema della bellezza dalla mano del Signore» (Epistola). « I giusti alzarono grida (al Signore per aver forza nelle loro pene e tormenti): e Dio li esaudì e li liberò da ogni loro angustia (dal profondo del mare in cui erano stati precipitati e dall’ardore del fuoco in cui erano stati gettati). Il Signore è vicino ai tribolati di cuore, e salva quelli che sono umili di Spirito » (Graduale). Oggi li vediamo meravigliosamente onorati da Dio in cielo. « Beati sarete, quando gli uomini vi odieranno per cagione del Figlio dell’uomo » perché siete fedeli a Cristo e vivete per lui con amore e con fedeltà.

3. – Nei santi Cosma e Damiano riconosciamo noi stessi. A noi vien detto: « Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che adesso avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che adesso piangete, perché riderete. Beati sarete quando gli uomini vi odieranno, vi bandiranno e vitupereranno, e ripudieranno come abominevole il vostro nome per cagione del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Vangelo). Proprio questo vogliamo partecipando alla celebrazione del santo Sacrificio: offrendo Lui vogliamo farci accogliere nella sua dedizione a Dio ed essere con Lui un’oblazione al Padre; vogliamo essere immolati con Cristo e siamo pronti a vivere insieme a Lui la sua vita di povertà, di umiliazione, di volontaria rinuncia. « Ma guai a voi, o ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che siete satolli, perché patirete la fame. Guai a voi che

ora ridete, perché piangerete e gemerete. Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Luc. VI, 24-26)

Preghiera

Fa, ti preghiamo, O Dio onnipotente, che celebrando la festa dei tuoi santi martiri Cosma e Damiano, noi siamo liberati per la loro intercessione da tutti i mali che ci minacciano. Amen

AI SS . FRATELLI MM. COSMA E DAMIANO (27 sett.)

martirizzati sotto Diocleziano nel 303.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX ed. Milano, 1888]

1. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che quanto foste naturalmente fra voi congiunti per identità di origine, cospicuità di casato, singolarità di talenti, specialità di tendenze, altrettanto foste sempre umilissimi nell’aderir fedelmente ai primi inviti del Signore, che volendo fare di voi due perfettissimi modelli di fratellanza cristiana, vi inspirò la generosa risoluzione di consacrarvi entrambi perpetuamente ad un apostolato quanto nuovo ed efficace, altrettanto nobile e meritorio, applicandovi sempre gratuitamente alla cura del prossimo travagliato da qualche infermità, impetrate a noi tutti la grazia che dei vincoli anche più naturali di parentela, di amicizia, di impiego, non ci serviam mai peraltro, che per reciprocamente avanzarci nella cognizione e nel I’amore di Gesù Cristo, in cui solo diventano sante e proficue tutte quante le relazioni coi nostri simili. Gl..

II. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che dei vostri singolari talenti nella professione nobilissima della medicina non vi serviste mai che per operare il maggior bene dei prossimi, non solo curandoli senza ombra di interesse nelle varie loro malattie, per cui veniste da tutti distinti col soprannome onorifico di Anargiri, che è quanto dire senz’argento, ma procurando ancora colle vostre preghiere un’efficacia sempre sicura a tutte le vostre mediche ordinazioni per poi guarir d’ogni errore e d’ogni vizio quelli stessi che da voi riconoscevano il loro corporale risanamento, impetrate a noi pure la grazia, che, staccati affatto dalle cose di questa terra, non usiamo mai dei nostri talenti e delle nostre sostanze, che per procurare ai nostri prossimi l’unico bene che si merita la nostra stima, qual è la santificazione dell’anima, nell’atto stesso che in ispirito di carità ci facciamo un dovere di assisterli in tutti i bisogni del corpo. Gl.

III. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che, in premio della vostra costanza nel rifiutarvi ai sacrileghi sacrificj cui tentò con ogni mezzo di indurvi in nome dell’imperatore Diocleziano il suo crudelissimo emulatore Lisia prefetto della Cilicia, vi vedeste prodigiosamente preservati così dall’affogamento nelle acque del mare, come dall’abbruciamento tra le fiamme delle ardenti cataste, in cui legati nelle mani e nei piedi foste dai carnefici precipitati, ottenete a noi tutti la grazia che, conservandoci sempre fedeli a tutti i nostri doveri, così di religione, come di stato, non riportiamo mai il più piccolo nocumento nė dagli ardori della concupiscienza che interiormente non cessa di molestarci, né dalle torbide acque degli scandali e delle insidie del mondo, che da ogni parte ci ammorbano e da per tutto minacciano di affogarci. Gl.

IV. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che consumato appena il vostro sacrificio col troncamento del capo con cui volle il Signore sollecitare il vostro incoronamento su in cielo, vedeste all’invocazione del vostro nome, e pel veneramento delle vostre reliquie, moltiplicarsi per modo i prodigi delle guarigioni le più istantanee dalle infermità le più disperate, che in ogni parte del mondo vi si dedicarono altari e templi, e la Chiesa vi ascrisse nel novero di quei Santi, la cui invocazione è obbligatoria per tutti i sacerdoti nella celebrazione della Messa, impetrate a noi tutti la grazia che, studiandoci sempre di imitar fedelmente le eminenti virtù di cui foste resi modelli, meritiamo di essere da voi efficacemente assistiti in tutti i nostri bisogni così di corpo, come di spirito. Gl.

V. Gloriosissimi martiri Cosma e Damiano, che non paghi di prestarvi sempre solleciti al risanamento di quegli infermi che in voi riposero la propria confidenza, vi degnaste ancora più volte di consolarli preventivamente colla vostra personale apparizione, come faceste specialmente coll’Imperatore Giustiniano nell’atto d’accordargli perfetta guarigione da quei mali che l’avevano ridotto agli estremi, per cui da Giustiniano medesimo in Costantinopoli, e dal sommo Pontefice S. Felice in Roma vi si innalzarono bentosto i più magnifici templi, e nel secondo Niceno Concilio, tenuto contro gli Iconoclasti, si celebrarono i prodigi da voi operati come una prova innegabile della sovrumana efficacia della invocazione dei Santi e della legittimità del culto che prestasi alle loro immagini e alle loro Reliquie; impetrate a noi tutti la grazia di sempre riguardare la santa Chiesa come maestra infallibile di verità, e quindi di zelar sempre con Lei la maggior possibile venerazione a tutto ciò che Ella reputa degno del nostro culto, e di sempre onorare per modo i Beati che godono in Dio la ricompensa della loro santità, da meritarci la partecipazione alla lor gloria nell’altra vita, dopo di aver ben usato della loro amorosa assistenza nella presente. Gl.