SAN PIETRO IN VINCOLI

1 Agosto.

S. PIETRO AI VINCOLI

[RACCOLTA di vita dei SANTI, I ed. veneta vol. 7-8; D. Ferrarin ed. 1778]

Nel cap. 12. degli Atti Apostolici è descritta la prigionia, e la liberazione prodigiosa di S. Pietro. S. Gregorio Magno nell’Epistola a Costanza Augusta, ch’è la 30. del lib. 3 . , parla dè miracoli, che si operavano per mezzo delle catene dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo. Parimenti il medesimo S. Pontefice in più Epistole, e speciamente  nell’Epistola 6. del lib. 5, nell’Epistola 23. del lib. 6. favella delle chiavi, nelle quali si rinchiudeva della limatura delle catene di S. Pietro, e dei miracoli operati per mezzo di esse.

1. Celebra in questo giorno Santa Chiesa la festa delle catene, con le quali fu avvinto il Principe degli Apostoli San Pietro, tanto in Gerusalemme sotto il Re Erode Agrippa, quanto in Roma sotto l’Imperator Nerone: e intende ancora di rendere al Signore le debite grazie, per essersi degnato di liberare il Capo della sua Chiesa dalle mani del sopraddetto Erode, e de’ Giudei nella maniera prodigiosa che narra S. Luca negli Atti Apostolici.

2. Dice adunque S. Luca, che Erode Agrippa circa l’anno 44 della nostra salute, dopo aver fatto decapitare S. Giacomo Apostolo, come si è detto nel giorno 25 dello scorso mese di Luglio, vedendo recava piacere ai Giudei, nemici capitali di Gesù Cristo, e de’ suoi discepoli, fece arrecare e mettere in prigione anche l’Apostolo S. Pietro, con idea di farlo morire dopo la festa di Pasqua, e lo diede in custodia a più soldati, i quali lo tenevano legato con due catene. I Fedeli intanto porgevano ferventi preghiere al Signore, acciocché soccorresse la sua Chiesa, e liberasse il Santo Apostolo dall’imminente pericolo di perdere la vita. Esaudì il Signore le orazioni dei servi suoi; e la notte precedente al giorno in cui doveva S. Pietro essere giustiziato per ordine di Erode, apparve un Angelo nella prigione, la quale fu riempiuta d’un celeste splendore, e svegliando l’Apostolo, che dormiva legato con due catene fra due soldati, gli disse, che si vestisse, si calzasse, e lo seguisse. Si sciolsero immediatamente le sue catene; onde egli così libero e sciolto seguitò l’Angelo, e passata la prima, e la seconda guardia de’ soldati, giunse alla porta di ferro, la quale si aprì da se medesima; ed essendo così S. Pietro in sicuro, l’Angelo sparve. Allora S. Pietro, il quale credeva, che tutto ciò non fosse se non un fogno ed una visione, conobbe che il Signore Io aveva liberato dalle mani di Erode, e dal furore de’ Giudei. Se ne andò alla cala della madre di Giovanni Marco, dove i Fedeli stavano radunati pregando Iddio per lui; e recò loro la lieta novella della sua miracolosa liberazione; per cui ognuno si può immaginare, quali azioni di grazie essi rendessero al Signore, che aveva esaudite le loro orazioni.

3. Ora queste catene, che avvinsero il beato corpo di S. Pietro in Gerusalemme, insieme con quelle, con cui fu legato in Roma sotto Nerone prima del suo martirio, si conservano nella Chiesa, che fino dal quinto secolo fu per ordine dell’Imperatrice Eudossia fabbricata in Roma sul monte Esquilino, e dedicata in onore di S. Pietro, e delle sue catene, e perciò chiamata S. Pietro né Vincoli. Queste catene, assai più preziose dell’oro, e delle gemme, sono sempre state venerate in modo particolare dalla pietà de’ fedeli; e per mezzo di esse ha il Signore operato isigni miracoli, come riferisce S. Gregorio Magno, che governò la Chiesa sul fine del sesto secolo, e nel principio del settimo. Solevano i Pontefici mandare in dono ai Re e ai Principi della limatura di queste catene, rinchiusa dentro piccole chiavi d’oro e d’ argento, che si portavano al collo, come un pegno della protezione del Principe degli Apostoli; ed il medesimo S. Gregorio mandò una di queste chiavi a Childeberto Re di Francia, e gli scrisse queste parole: Vi mandiamo le chiavi dì S. Pietro, ed in esse la limatura delle sue catene, acciocché portandole al collo, vi difendano da tutti i mali. – Veneriamo noi pure le catene del Santo Apostolo, delle quali, come dice S. Giovanni Grisostomo, egli assai più godeva, e si gloriava, che de’ prodigi, e de’ miracoli, che Iddio operava fino con l’ombra sua; perocché per mezzo di esse dimostrava l’amore sincero e ardente, che portava a Gesù Cristo, e rendeva testimonianza alla verità del Vangelo, che predicava. Quella è la nostra gloria , dice egli stesso nella prima sua Epistola (1 Piet. II; 19-21), questa è la vocazione dei veri seguaci del Salvatore, di essere maltrattati, vilipesi, ed oltraggiati, ed anche privati di vita per la verità e per la giustizia. A questo fine, soggiunge, Cristo ha patito per lasciare a noi l’esempio, acciocché seguitiamo le sue vestigie, e dopo brevi patimenti conseguiamo l’eterna felicità, ch’Egli ci ha meritata e promessa. – Alle volte il Signore , anche in questa vita libera i suoi fervi dalle tribolazioni e persecuzioni, come liberò S. Pietro dalle mani di Erode, e dalla prigione di Gerusalemme; e con ciò dimostra la sua potenza, alla quale tutte le cose sono soggette, e dà a conoscere, che niun male può loro accadere senza la sua volontà. – Altre volte permette, che i suoi servi siano oppressi dalle violenze, ed ingiustizie degli uomini perversi, come avvenne allo steso S. Pietro dopo venti anni in Roma sotto Nerone; e allora glorifica il suo nome, concedendo loro la pazienza, per mezzo della quale conseguiscono l’unico e sommo bene di unirli a Lui in eterno nel Cielo. Qualunque sia la condotta, che a Dio piaccia di tenere verso di noi, siamo sempre rassegnati alla sua volontà, con sicurezza, che tutto ridonderà in vantaggio e profitto delle anime nostre, come ce ne assicura Egli medesimo per bocca del suo Apostolo delle Genti (Rom. VIII, 28).

PETRE, Surge velociter. Et ceciderunt catenæ de manibus ejus …  Con questo augurio al nostro Santo Padre in Vincoli, Gregorio XVIII, preghiamo per lui, senza dimenticare la preghiera per i nostri nemici, i cabalisti-talmudisti, nemici di Dio e di tutti gli uomini. Raccomandiamo per questo la recita del Salmo LXXX:

SALMO LXXX (80)

[1] In finem. Pro torcularibus. Psalmus ipsi Asaph.

[2] Exsultate Deo adjutori nostro, jubilate Deo Jacob.

[3] Sumite psalmum, et date tympanum; psalterium jucundum, cum cithara.

[4] Buccinate in neomenia tuba, in insigni die solemnitatis vestrae;

[5] quia præceptum in Israel est, et judicium Deo Jacob.

[6] Testimonium in Joseph posuit illud, cum exiret de terra Aegypti; linguam quam non noverat audivit.

[7] Divertit ab oneribus dorsum ejus; manus ejus in cophino servierunt.

[8] In tribulatione invocasti me, et liberavi te. Exaudivi te in abscondito tempestatis; probavi te apud aquam contradictionis.

[9] Audi, populus meus, et contestabor te. Israel, si audieris me,

[10] non erit in te deus recens, neque adorabis deum alienum.

[11] Ego enim sum Dominus Deus tuus, qui eduxi te de terra Aegypti. Dilata os tuum, et implebo illud.

[12] Et non audivit populus meus vocem meam, et Israel non intendit mihi.

[13] Et dimisi eos secundum desideria cordis eorum; ibunt in adinventionibus suis.

[14] Si populus meus audisset me, Israel si in viis meis ambulasset,

[15] pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, et super tribulantes eos misissem manum meam.

[16] Inimici Domini mentiti sunt ei, et erit tempus eorum in sæcula.

[17] Et cibavit eos ex adipe frumenti, et de petra melle saturavit eos.

SAN PANTALEONE MARTIRE

[Ampolla con il sangue di S. Pantaleone a Ravello (Sa)]

S. PANTALEONE MARTIRE

[p. V. STOCCHI: Discorsi Sacri, disc. n. XLVII – Befani ed.; ROMA, 1884]

Un celebre storico delle cose romane indagando la cagione perché tanto scarse e malsicure contezze rimanessero ai suoi tempi delle origini di Roma e degli uomini che illustrarono gli esordi di quella città, dice che tanta penuria provenne principalmente a ciò, che quegli uomini veramente egregi tutti intesi ad operare, poco si brigarono di scrivere, e più che di raccontare le imprese altrui, furono vaghi di esercitarsi in cose che da altri potessero essere raccontate. Questa sapiente speculazione mi si offerse da se medesima al pensiero allora che applicai l’animo a tessere il panegirico di questo gran martire, al quale è sacra la odierna solennità. Celebre è il nome di Pantaleone nei sacri fasti, e i monumenti liturgici della Chiesa greca e della latina ci attestano che nel culto e nella venerazione del mondo cristiano vendicò sempre a se medesimo un luogo insigne fra i più nobili martiri, ma chi ricerchi con occhio sagace i documenti sinceri della storia trova che in gran maniera vacilla quello che di lui contano le leggende orientali, e deplora per conto di lui quel medesimo che Sallustio deplorava in servigio degli eroi pagani della sua Roma, che da un nome celebre infuora a poche gesta precipue nulla ci resta. Il qual difetto non è così proprio di Pantaleone, che non sia comune a un numero senza numero di martiri insigni, a una Cecilia per esempio, a un Sebastiano, a un’Agnese, a un Lorenzo, e la cagione non è per mio credere altro che questa; che mentre la persecuzione dibatteva la Chiesa coi suoi furori, i campioni di Gesù-Cristo più che a scrivere i combattimenti altrui intendevano a mietere gloriose palme per sé. Le quali cose essendo così, non è buon consiglio ragionando di Pantaleone, procedere storicamente, dando per cose certe le dubbie, e per genuina istoria le poche e mal sicure contezze che di lui ci rimangono: ma dai pochissimi accenni sicuri che ci porge la storia e dai monumenti liturgici inferire argomentando la sua grandezza. E questa signori è la via che terró in questa invitando a seguirmi la vostra pietà mi argomenterò di mostrarvi come fu veramente Pantaleone un testimonio insigne di Gesù Cristo. Forse chi sa, aiutandomi il santo martire, dirò cose non affatto indegne di lui: ma ad ogni modo se quel che dirò non sarà degno né del martire che celebro né dell’udienza che mi circonda; questo certamente vi prometto che darò un non inutile pascolo alla vostra pietà.

1. E ho già accennato o signori come nella Chiesa cattolica il santo martire Pantaleone nella fama medesima del suo nome porta il suo panegirico. Conta infatti la Chiesa un numero infinito di martiri, splendide gemme della corona nuziale che alle tempie, sposandola, le intrecciò Gesù Cristo. Ma a quel modo che nel diadema di una regina le gemme sono un gran numero, ma tra le molte alcune soltanto eccedono insigni per vistosità di mole e chiarità di fulgori; così nel coro innumerabile dei santi martiri alcuni soltanto rifulgono di chiarezza particolare, insigni nel gran popolo dei rimanenti; e di questi è celebre il nome, popolare la ricordanza, vetusto il culto, solenne la liturgia. E per verità un Ignazio, un Policarpo, un Apollinare, un’Agata, una Lucia sono tali martiri che non è vanto il conoscere, ma sarebbe in un cristiano negligenza turpissima l’ignorare. Ora che in questa inclita schiera di martiri insigni vendichi a se medesimo un luogo insigne Pantaleone, appena ha mestiere di essere dimostrato. Piene sono le concioni dei santi Padri massime greci delle lodi di questo gran martire, pieno il mondo cristiano di altari e di templi dedicati al culto di lui, pieni gli ecclesiastici dottori dei monumenti delle sue glorie. Ma io passandomi di ogni altro argomento, dirò tal cosa che sola vale un gran panegirico. Il gran Costantino poiché col segno trionfale della croce ebbe sconfitto i nemici non tanto suoi quanto di Gesù Cristo, dette siccome è noto, la pace alla Chiesa, e tribolata e lacera da trecento anni di proscrizione e di sangue, la trasse colla regia mano dalle catacombe, la pose in trono, e le die sul mondo l’imperio che sulla croce le conquistò Gesù Cristo. Si diede allora ad edificare templi e basiliche ai Santi di Gesù Cristo, e colle regie mani trattò il tridente, e sulle regie spalle portò la terra cavata dove ora sorgono le basiliche di Pietro e di Paolo, e nel Laterano aperse al popolo romano la prima chiesa del mondo. Ora questo gran principe empiendo di basiliche dedicate ai più gloriosi martiri di Gesù Cristo l’Occidente e l’Oriente, non lasciò dimenticato indietro Pantaleone, ma una basilica gli dedicò in Nicomedia sopra la tomba che ne accoglieva le ossa e le ceneri, e una seconda sul Bosforo celebri entrambe per sontuosità di edifizio, più celebri pei prodigi coi quali Dio onnipotente glorificava il suo martire. D’allora in poi fu una gara per tutto l’Oriente di fare onore al martire Pantaleone, e io percorrendo il dotto volume dove un savio continuatore del Bollando ha raccolto i monumenti che di lui ci ha tramandato l’antichità, sono stato preso di altissima meraviglia, e vi confesso che io non credeva che di questo gran martire tanto fosse stato il culto, tanto l’onore. I quali monumenti non è qui luogo di riferire perché non sono erudizione da panegirico, ma questo ad ogni modo non tacerò. Teodosio il grande dapprima e poi Giustiniano sulla spiaggia del Bosforo in luogo di lontano e largo prospetto edificarono al nostro martire un tempio: tempio nobile e insigne così, che e degnamente testificava la pietà dei due Cesari, ed era ornamento e presidio della imperiale Bisanzio, e il navigante che tragittava lo stretto vedeva dall’alto della poppa la sacra mole, e leggendo nella marmorea fronte il nome di Pantaleone lodava Gesù Cristo nel suo martire, e il martire supplicava che al suo corso porgesse sereno il cielo, il mare tranquillo, propizi i venti, e frastornasse ogni incorso di nemico e di traversia. Le quali contezze piene di irrefragabile certezza sono di avanzo perché si conchiuda che Gesù Cristo pose in Pantaleone una compiacenza particolare, e che nella Chiesa è stato sempre riputato martire insigne, essendo chiaro che un culto insigne argomenta stima anche insigne, e stima insigne non fa la Chiesa se non di quelli che nella testimonianza che a Gesù Cristo rendettero furono insigni.

2. E insigne fu veramente la testimonianza che Pantaleone a Gesù Cristo rendette, e la storia ci è avara sì, ma non tanto che non ci porga quanto è mestiere ad asserire e confermare a lui questo vanto. Al quale effetto considerate, che l’avere data per Gesù Cristo la vita e il sangue, basta per essere martire, ma non basta per essere martire insigne. La vita e il sangue profuso per Gesù Cristo è gloria comune a tutti quei che sono martiri, e chi non toccò questo termine non ha né il nome, né la corona né il culto di martire. Ma perché altri sia e si dica martire insigne, è richiesto che sia stato insigne in quelle cose per le quali il martire è martire. Le quali chi bene osservi si riducono a tre. La prima è il numero e l’atrocità dei tormenti, la seconda la costanza nel sostenerli, la terza il fervore della carità nel confessare Gesù Cristo. Ora io dico che bastano le poche contezze che del martirio di Pantaleone ci ha tramandato la storia per fare aperto che furono insigni i tormenti che egli sostenne per Gesù Cristo, e nei tormenti insigne la costanza, insigne la carità. Vediamolo brevemente, e cominciamo dai tormenti. I quali e per atrocità furono crudelissimi, e per prolungamento diuturni, e per numero molteplici e per efferatezza immani. Apriamo la storia. – La persecuzione nella quale Pantaleone mieté la palma fu la decima ed ultima, e la mossero quelle due tigri coronate, che furono Diocleziano e Massimiano Galeno. Questa persecuzione fra quante percossero la Chiesa di Gesù Cristo fu spietatissima, a segno tale che neppure quella di Nerone poté essere con questa paragonata, e i santi Padri e le storie ecclesiastiche e i libri liturgici la distinguono sempre col nome di persecuzione immane. In un mese solo, scrive S. Damaso, diciassette mila cristiani furono trucidati con crudelissime morti; ora la persecuzione durò venti anni; e l’Italia e l’Africa e l’Asia proconsolare, e l’Egitto e la Siria e la Palestina ridondarono del sangue di vecchi e di giovani, di vergini e di matrone non d’altro ree che di credere e di amare Gesù Cristo. Si invadevano le case, s’imprigionavano le famiglie, si bruciavano gli oratori, le chiese, gli archivi, agli imprigionati cristiani s’intimava di rinnegare Gesù Cristo. Resistevano? Confessavano la fede? Bastava. Si inserivano ai magnanimi e alle magnanime tra le unghie e le carni canne acutissime, si applicavano all’ignudo corpo fiaccole ardenti e lastre infuocate, alle fanciulle e alle spose si traforava 1’utero con ispiedi candenti, quali scannava il ferro, quali bruciava vivi il fuoco, quali tagliava a membro a membro il coltello con lenta carneficina, quali scerpavano i pettini, i graffi, le unghie di ferro, quali dilaniavano gli artigli e le zanne di crudelissime fiere, quelli che alla strage avanzavano, uccidevano meno violenti, ma non meno efficaci carnefici, le prigioni, gli ergastoli, le miniere, gli esili. A noi pare moltissimo quello che ci costringe a patire la nequizia dei nostri tiranni e ci quereliamo con Gesù Cristo quasi non curi più la sua Chiesa: ma siamo ancora lontani da quello che patirono quegli eroi che pure chiamiamo trionfatori e felici. Ora questa persecuzione che infuriò terribile per tutto il mondo romano, in nessun luogo imperversò più spietata che in Nicomedia. In Nicomedia infatti capitale celebratissima della Bitinia facevano di quei giorni residenza gli imperatori. Quivi si meditarono per conseguenza i feroci consigli, si scrissero i sanguinolenti editti, quivi si promulgarono, quivi sotto gli occhi dei Cesari dettero prova e di sagacità più operosa i delatori, e di severità più inesorabile i giudei, e di crudeltà più efferata i carnefici. Fiorenti erano di quei giorni le chiese della Bitinia, fiorente soprattutto quella di Nicomedia. L’avea fondata Pietro medesimo principe degli Apostoli, e con la parola prima, poi con le lettere vi aveva infuso la fede di Gesù Cristo e l’amore. E in Nicomedia il nome di Pantaleone era celebre, fino dal primo rompere della persecuzione chiamò sopra di sé gli occhi dei delatori e le mani dei sgherri imperiali e fu tratto al tribunale stesso e al cospetto di Massimiano Galerio. Ora i tormenti che Pantaleone sostenne furono l’eculeo, le lastre infuocate, e da ultimo ebbe recisa la testa. Era l’eculeo un’orribile macchina da tormentare, quadrata a modo di letto e congegnata così, che posto a giacere in essa il misero condannato, e inserite in due cappi le mani e i piedi veniva per viva forza di ruota e di argani stirato cosi, che se gli sconnettevano le giunture, e con orribile cigolio si scollegavano le ossa. A questo martirio fu posto Pantaleone, provò le stirature orribili di quella macchina, durò più ore a un supplizio più tormentoso che morte, ebbe scompaginate le giunture, scollegate le ossa, ma il dolore del corpo non vinse la costanza dell’ animo, Gesù Cristo vivo nel suo cuore domò i carnefici, fu tratto dal martirio con le membra infrante e disfatte, ma nelle infrante e disfatte membra vigeva lo spirito indomito, e la lingua cui lo Spirito Santo dava la fiamma, confessava la fede. Tu avevi vinto o Pantaleone, i tuoi carnefici erano vinti, ma la infermità aveva vinto la forza, e la forza efferata dalla sconfitta si armò alla riscossa. Ecco enormi lastre di acciaio si gettano ad infuocare nella fornace, ventano i mantici nella preparata materia, affaticato dalla commossa aria scintilla il fuoco, in fuoco, concepito l’ardore, si convertono le fiere lamine e vengono tratte all’aperto luminose e candenti. Pantaleone queste lastre sono per te: vedi come ardono, come splendono, come scintillano, rinnega Gesù Cristo, o applicate all’ignudo corpo puniranno l’empietà e la follia che ti accecano. Giaceva Pantaleone per terra dissoluto e disfatto dall’atroce eculeo; guardò le candenti lamine, non mutò sembiante, non batté ciglio, invocò con ferma voce Gesù Cristo, e porse l’innocente corpo al martirio. Ed ecco si mette mano: si applicano le rosseggianti lamine al petto ignudo del martire, si applicano all’ignudo ventre alle cosce, al dorso, alle spalle, cigolano le arsicciate carni, esala dalle piaghe che bruciano fumo e puzzo, il martirio eccede ogni comprensione, i cuori più efferati si commuovono, gli occhi più crudeli si torcono da tanta atrocità di carneficina, un grido di orrore si solleva tra la turba spettatrice, Pantaleone solo sorride, nello strazio del corpo che brucia esulta l’anima invitta, e al crepitare delle cotte carni mescendo il nome e la lode di Gesù Cristo, lo ringrazia che lo fa degno di congiungere il suo olocausto con l’olocausto del Golgota. Bastava una sua parola e il tormento cessava, rinnegasse Gesù Cristo, e al fuoco succedeva il refrigerio, alla ignominia l’applauso, ma Pantaleone non volle altro refrigerio che l’eterno, né altro onore fuorché la palma di martire. Perché altri sia martire insigne, deve avere sostenuto insigni tormenti; ma quali tormenti saranno insigni se questi non sono? Deve in insigni tormenti avere dimostrato insigne costanza; ma qual costanza di martire vinse la costanza di Pantaleone? Nei tormenti e nella costanza deve avere dimostrato insigne l’amore di Gesù Cristo e la fede; ma donde o Pantaleone attingesti l’animo che ti indurò e mantenne al Aero conflitto, se non alla fede e alla carità di Gesù Cristo, che signora onnipotente ti faceva di smalto il corpo e di ferro il cuore?

3. Le quali cose vie meglio si schiariranno, e voi conferirete con cognizione maggiore a Pantaleone il vanto di martire insigne se porrete mente alle condizioni particolari e agli aggiunti che rendono e Pantaleone più glorioso nella confessione di Gesù Cristo, e Gesù Cristo più glorioso nella confessione di Pantaleone. Cominciamo da Gesù Cristo; il quale in ogni confessione di martire viene senza dubbio glorificato, ma se il martire che gli rende testimonianza sia stato innanzi la confessione o indifferente, o nemico, od incredulo, è manifesto che la confessione di tal testimonio torna a Lui più gloriosa, onde Gesù Cristo trionfa in esso in due modi: il primo facendolo suo per fede ed amore, il secondo riscuotendone la testimonianza più ardua che dare si possa, la testimonianza del sangue. Ora o signori Pantaleone era nato di padre idolatra, ma idolatra non aveva già avuto la madre. Cristiana era Eubula madre del martire e cristiana degna di questo nome, e aver generato il suo figlio a questa vita caduca le pareva sventura se non lo rigenerava alla eterna. E per la possanza che nella istituzione della prole Dio onnipotente ha dato alle madri riuscì nell’intento, e Pantaleone giovinetto fu col battesimo in Gesù Cristo rigenerato. Ma il mondo nemico di Gesù Cristo lo avvinse di buon’ ora tra le sue spire, avvinto lo rapì a Gesù Cristo, rapito a Gesù Cristo lo pose nella potestà del demonio, che con le ritorte dei piaceri e delle ricchezze a se lo teneva strettissimo. Nobile aveva Pantaleone l’ingegno, con nobile ingegno nella palestra degli studi fece nobili voli, professò l’arte salutare e levò tal grido che Massimiano Galerio lo volle in corte e fu medico carissimo della casa imperiale. Vuole Gesù Cristo ricevere da Pantaleone testimonianza? Si conviene che lo raggiunga tra le corruttele e le superbie di una corte immondissima, raggiuntolo se ne impossessi, impossessandosene lo illumini, illuminandolo lo sani, sanandolo lo innamori di sé, e tale fiamma gli accenda in petto di carità, che ne estorca quella dimostrazione della quale non si può dare la maggiore, la dimostrazione di porre per esso l’anima sua. E Gesù Cristo lo fece, e si valse dell’opera del santo vecchio Ermolao prima maestro di martiri nella chiesa di Nicomedia poi martire incoronato per sé. Teneva egli d’occhio Pantaleone, lo sapeva cristiano, lo vedeva degenerare dai costumi e dagli istituti cristiani, e il veleno di corte insinuatosi nell’animo suo, e Gesù Cristo nella viltà della sua vita disonorato, e la confessione del suo nome lungi dal suo labbro e più dal suo cuore, Lo trasse a se con le arti della carità, si fece a lui ogni cosa per guadagnarlo a Gesù Cristo, e come si avvide di avere in pugno il cuore del giovane gli parlò amorosamente così. Voi siete cristiano Pantaleone, il segnacolo di Gesù Cristo suggella l’anima vostra: ma la vita e le opere di cristiano dove son esse? Io vedo in voi il cortigiano, vedo il medico, vedo l’uomo di lettere, ma il cristiano non vedo. O se la benedetta Eubula madre vostra tornasse in vita! Che cuore sarebbe il suo vedendovi così mutato da quel che foste! E voi come sosterreste la rampogna di lei rimproverante i giuramenti conculcati e il sangue di Gesù Cristo tradito? Deh! Pantaleone tornate al cuore, retrocedete, e rifacendovi quello che foste, glorificate Gesù Cristo e consolate con la conversione questa Chiesa che avete con la apostasia contristato. Così parlava Ermolao, Pantaleone arrossiva, pentimento e vergogna davano insieme al cuore fiera battaglia, calde e inesauste gli piovevano dagli occhi le lacrime, tornerò Cristiano o Ermolao, tornerò siate certo, glorificherò Gesù Cristo, consolerò la Chiesa e le opere del convertito faranno ammenda delle ignominie e degli scandali del disertore. Così disse, e come disse fece, e partire convertito glorificò Gesù Cristo più che non avrebbe fatto innocente. Imperocché rivocare il piede dalla strada di perdizione è difficile a tutti, ma a Pantaleone era cimento di lotta e di travaglio incredibile. Conveniva mutare procedimenti e costumi, e alle corruttele pagane sostituire la verità della disciplina cristiana. Tal mutamento sì repentino in corte corrottissima non poteva farsi senza tirare sopra di sé gli occhi e gli stupori dei cortigiani. Gli occhi dei cortigiani esercitati e sagaci avrebbero subito inteso il mistero, e una sarebbe stata la voce di tutti, Pantaleone è cristiano. Questa o diceria o supposizione o sospetto imponeva a Pantaleone la necessità di confessare la fede quando o i cortigiani o l’imperatore o gli amici interrogato lo avessero: dì, sei cristiano? La confessione della fede lo faceva ignominioso, lo bollava col marchio d’ingrato, lo spogliava di tutto, lo cacciava di corte, lo designava all’ira dei Cesari, lo dava in mano al carnefice. Ed ecco come le più veementi passioni e gli affetti più vivaci e congeniti al cuore umano entravano in isteccato per labefattare il consiglio e debilitare il proposito e la lena del martire. Il quale tutto vinse e combattendo in lui, Gesù Cristo prima manifestò la fede con l’opere, poi la confessò con la costanza, poi la confermò con la vita. Non curò la malignità curiosa dei cortigiani, spregiò le rampogne e le derisioni degli emoli, indurò l’animo alle lusinghe, non temé le minacce, sfidò le ire dei Cesari furibondi, sostenne il cospetto di Massimiano Galerio che lo chiamò ingrato e fellone, dalla corte privo di tutto passò ai tribunali, dai dai tribunali all’eculeo, dall’eculeo alle lastre. Pantaleone vinceva sempre, e con le sue vittorie svergognava i nemici di Gesù Cristo. Che farem noi, disse fremendo Massimiano Galerio? Quello che né l’eculeo né le lastre ottennero espugni la spada, e la testa del fellone cadendo in terra ne risarcisca le offese, ne espugni la pertinacia e plachi l’ira dei numi. Così sentenziò il tiranno: Pantaleone tratto al supplizio porse con gran costanza il capo al carnefice. Lampeggiò brandita in alto l’atroce mannaia, un silenzio profondo compresse la voce e lo spirito della attonita moltitudine, scese il fendente sul collo, del martire, scoppiò un urlo dalla plebe spettatrice e, il capo santo del martire rotolando per terra, il nome di Gesù Cristo usciva dalla recisa gola col sangue. – Grande è nella santa Chiesa o Pantaleone il tuo nome, ma anche tu fosti grande nella testimonianza a Gesù Cristo renduta, e noi a ragione ti salutiamo esultando martire insigne.

4. E qui o signori metterei volentieri il suggello al mio dire dimostrando che, come Pantaleone rese un’insigne testimonianza a Gesù Cristo col sangue, così Gesù Cristo ha renduto e rende a Pantaleone testimonianza insigne anche in terra conferendogli a pro di coloro che fedelmente lo invocano virtù e possanza. E questo è ordinario costume di Gesù Cristo glorificare dopo la morte chi glorificò Lui con la vita, e niuno è che non sappia quanti miracoli opera Dio tutto dì facendone strumento le ossa, le ceneri, le tombe, gli altari, il nome, la invocazione dei martiri. E fra i martiri taumaturghi in Occidente non meno che nel suo Oriente Pantaleone fu insigne. Fu io dico? E doveva dire, è tuttavia dopo tanto corso di secoli, e mentre altri martiri simili a fonti temporanee e caduche ebbero alla gloria e ai prodigi un corso di anni e di secoli misurato, Pantaleone simile a fontana viva in deficiente e perpetua dura tuttavia profondendo con inesausta vena grazie e favori, e miracoli recenti aggiunti agli antichi provano al mondo quanto in lui si compiaccia il Signore. Ma è tempo ormai che io raccolga le vele alla troppo vaga orazione, e però contento di questo cenno sulla postuma gloria di sì gran martire, mi sollevo su quest’ultimo dalla terra al cielo e con l’estatico Evangelista di Patmos, mi inoltro animoso fino al trono ed all’altare di Dio. Vidi, son parole di Giovanni che narra una stupenda visione, vidi sub altare animas interfectorum propter verbum Dei et propter testimonium quod habebant. (Apoc. VI, 9.) Vidi sotto l’altare le anime degli uccisi per lo Verbo di Dio e per la testimonianza che gli avevano renduta. Queste anime di uccisi che riposano in paradiso sotto l’altare di Dio sono senza dubbio le anime dei Santi martiri uccisi per aver reso a Gesù Cristo testimonianza. Udiamo ora quello che fanno queste anime benedette. Et clamabant voce magna dicentes, usquequo domine sanctus et verus non iudicas et vindicas sanguinem nostrum de his qui sunt in terra? (Apoc. VI, 10.) E gridavano a gran voce, e dicevano: che fai o Signore? Che indugi? Perché non bandisci il giudizio e non vendichi il nostro sangue sopra coloro che sono in terra? Et datæ sunt illis singulæ stolæ albæ, et dictum est illis ut requiescerent adhuc modicum, tempus, donec compleantur conservi eorum et fratres eorum qui interficiendi sunt sicut et illi. (Apoc. VI, 11.) E fu data a ciascuna di esse una stola bianca, e fu detto loro che quietassero alcun poco tempo, finché non sia compiuto il numero dei conservi e fratelli loro, che come essi debbono essere uccisi. Ora mentre io favello e voi mi ascoltate l’anima gloriosa di Pantaleone vestita della candida stola riposa sotto l’altare di Dio ed aspetta che il momento dei martiri che debbono essere uccisi per Gesù Cristo si compia, e il Figlio dell’ uomo venga come ha promesso in terra, e giudice dei vivi e dei morti faccia la tremenda vendetta del versato sangue dei santi. Quando questo numero dei Martiri che cresce ogni giorno sia per compiersi, non si sa: ma se giriamo gli occhi per l’ambito di questa terra ubriaca di empietà e di delitto e dementata dalla maledizione di Dio, ci persuaderemo di leggieri che anche il nostro secolo, durante questa seconda metà che noi percorriamo, dava a questo numero di martiri che deve compiersi il suo contingente. Lasciate o signori, che io liberamente favelli. – Allora che negli anni più verdi della nostra vita andavamo svolgendo le memorie e leggendo gli atti dei martiri, ci pareva impossibile che in questo secolo in questa Italia, in tanto tranquillo di pace, splendore di fede, e gloria della Religione Cattolica, si avesse a parlare di martiri e di martirio, e credevamo che i persecutori e i tiranni convenisse andare a cercarli nelle spiagge inospite del Giappone o nelle coste della Cocincina e del Tonchino. Ma piena il petto del veleno e della rabbia che satana generandola le travasò nel cuore, si annidava nel mezzo a noi la rivoluzione, e negli antri tenebrosi fra i sacrilegi, le bestemmie e i pugnali o le libidini, apparecchiava le macchine ed ordinava le squadre. L’ira di Dio per flagello del mondo le ha rotto la catena e la sbarra e l’ha licenziata ad un infelice trionfo, ed ella non ha mancato a se stessa. È mestiere che io vi contristi dipingendone i delitti e le opere infami, mentre ogni ordine domestico, religioso e sociale volto sossopra tutto è pieno di soqquadro, di bestemmia, di rapina, di meretricio, di sacrilegio? Non ha ancora fra noi dato di piglio al ferro ed al fuoco, né tuffato le truculenti mani nel sangue e l’avida bocca. Con freddo consiglio di gelida ipocrisia si contenta di straziare gli animi con angherie e fierezze poco meno dolorose che morte. Ma quali siano le opere finali che medita lo ha mostrato. E tu lo sai per esperienza terribile o Francia infelice. Tu consegnata dall’ira vendicatrice di Dio alle mani di quei mostri che tu medesima t’eri allevata in seno e nutricato col latte dei tuoi principi e della tua civiltà, tu allagata di sangue e di fuoco, di rapina, di stupro, di vitupero, tu hai provato al mondo esterrefatto, che i mostri, le fiere, le furie, i demoni sotto umana sembianza non si convengono cercare fra i barbari nelle nazioni selvagge, ma nelle terre europee e fra i popoli educati coi famosi principi e fazionati con le dottrine e con le opere della civiltà e del progresso. Ahimè signori che vi dirò? Che una sorte eguale aspetta anche noi? Ahimè la natura delle cose porta che le cause medesime partoriscano i medesimi effetti. Veggo o sì,  veggo con l’occhio atterrito dell’animo veggo come in Patmos vide già S. Giovanni. Veggo la bestia venir su dalla terra. Vidi bestiam ascendentem de terra. Questa bestia rassomiglia a un leopardo, ha piedi come piedi di orso, ha bocca quasi di leone, e il dragone le ha dato la sua virtù e potestà grande. Bestia quam vidi similis erat pardo, et pedes eius sicut pedes ursi et os eius sicut os leonis, et dedit itti draco virtutem, suam et potestatem magnam. (Apoc. XIII, 2.) Ha questa bestia denti di ferro grandi e divora e stritola ogni cosa e quello che avanza ai suoi denti schiaccia coi piedi. Dentes ferreos habebat magnos, comedens atque comminuens, et reliqua pedibus suis conculcans. (Dan. VII, 7.) Questa bestia deve fare le vendette di Dio. Sotto l’incesso di questa bestia veggo sì desolata la Chiesa, rapinato il santuario, disperse le cose sante, versato il sangue dei sacerdoti e delle vergini di Gesù Cristo, vidi ebriam sanguine sanctorum. (Apoc. XVII, 6.) Ma vedo ancora abbattute per terra le potestà, diroccati i troni, disfatte le dinastie, annichilati i consigli delle volpi politiche, e nella rapina delle cose sacre involta la rapina delle sostanze private, e al fumo delle chiese ardenti mescolata la fiamma dei palagi incendiati, e il sangue dei mercanti dei popoli mischiato col sangue dei servi di Gesù Cristo, e la strage confusa degli idolatri di questa civiltà corrotta e corrompitrice mostrare alle future generazioni, che l’apostasia da Gesù Cristo non è progresso, non è civiltà, ma sterminio. Io tremo e gelo dicendo queste cose, e Dio placato disperda l’orribile vaticinio ed abbia misericordia del mondo. – Ma se questi tempi ci soprastessero e questa Italia dovesse con questi scempi scontare i suoi sacrilegi e col sangue dei suoi martiri placare l’ira del Dio degli eserciti, allora tu o Pantaleone martire di Gesù Cristo, a noi servi di Gesù Cristo impetra e prima del cimento una vita santa, e nel cimento una pazienza, una costanza, una fede che somigli alla tua.

ORAZIONE IN LODE DI SAN PIETRO APOSTOLO

ORAZIONE IN LODE

DI S. PIETRO APOSTOLO

RECITATA NELLA CHIESA DI S.  FERDINANDO IN NAPOLI

Dal P. M. COSTANTINO ROSSINI

Tu es Petrus et super hanc petram ædificabo Ecclesiam.

[S. Matteo, Capo XVI].

[Saggio di eloquenza sacra– Parte Seconda. – Tipogr. De Cristofaro, Napoli, 1854]

Dovendo, spettabilissimi uditori, tenere a voi ragionamento di Pietro che il principato si ebbe in fra tutti gli Apostoli: dovendo tessere le laudi di un discepolo del Cristo, a cui Egli commetteva la potestà suprema di legare, e di sciogliere: dovendo alla vostra mente, e alla vostra fede incarnare con la mia povera parola le virtù, di lui, per le quali è insieme fondamento  e vertice della Chiesa di Dio: il mio pensiero in tanta vastità, in tanta amplitudine, ed in tanta altezza di grado, e di postura; smarrisce, e smarrito si arresta. E di vero; se io mi fo a considerarlo quanto all’imperio, per Daniele mi si dice la potestà di lui essere sempiterna, ed il suo regno di generazione in generazione: potestas ejus, potestas sempiterna, et regnum ejus in generationem, et generationem. Se mi fo a contemplarlo nella sua fede, ella fu tale, e tanta che il Verbo incarnato ebbe a dirgli, la carne, e il sague non a te fu maestra, ma il Padre mio che è nei cieli: caro, et sanguis non revelavit libi, sed Pater meus qui in cœlis est. Se mi fo ad affissarlo nella sua carità, ed ella fu tanto viva, e tanto fervente, che il divin maestro vedendo in lui l’immagine dell’amor suo, volle sopra gli omeri di lui posar le fondamenta della sua Chiesa: tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam. Se mi fo a risguardare l’amore che portò ai suoi fratelli, fu questo così intenso, e per modo sentito che l’eterno Pastore a lui trasferiva del gregge redimito la pastura « pascola le mie pecore: pasce oves meas. » Se mi fo ad addentrare la fortezza del suo animo, ed a lui fu detto, « conferma i tuoi fratelli qualche volta vacillanti: confirma fratres tuos. » Se pongo mente al suo apostolato, ed egli dopo aver seminato il semente della parola divina nell’Asia, ed aver qua, e là molte Chiese fondate, diritto si volge a Roma, regina dell’universo, e asilo di tutti gli errori de’ popoli conquistati, e quivi rovesciato il Panteon, stabilisce la sua cattedra, onde il magno Leone disse: ad hanc Urbem, beatissime Petre venire non metuis … silvam frementium bestiarum. Se da ultimo mi fo a riflettere alla sua umiltà, ed egli nel versare il sangue, che fu l’umor fecondante della sua fede; volle capovolto esser crocefisso, reputando indegno morir sulla Croce nel modo che l’immacolato Agnello moriva. Egli adunque il maggiore, ed il Principe degli Apostoli, egli il candelabro acceso innanzi al tabernacolo di Dio, egli la pietra angolare dell’edificio gettato sulla terra dal Redentore, egli il pastore vigilantissimo del gregge di Cristo, egli la ferma colonna del tempio di rigenerazione, egli la tromba sonora che rintrona negli estremi della terra la sacra parola, egli la cattedra della vera sapienza nella scuola della fede, egli il custode, ed interprete delle ieratiche dottrine, egli l’esempio vivo della vera umiltà. Perloché primeggiando egli nella fede, nella carità, nella fortezza, nello zelo, nella umiltà, nell’imperio, e nella dignità; l’acume del pensiero tanta celsitudine non mai raggiunge, né tutta quanta può cogliere la grandezza di lui. Laonde perchè il mio ragionare fosse ad un’ora e all’altezza del soggetto in qualche modo dicevole, e alla vostra aspettazione corrispondente, m’ingegnerò dimostrarvi esser Pietro la pietra fondamentale dell’edilizio civile: I riflessione: esser Pietro la pietra fondamentale dell’edificio II. riflessione: esser Pietro la pietra fondamentale dell’edificio spirituale, III. riflessione. Epperò la pietra angolare del regno del Cristo : Tu es Petrus, et super hanc petram ædifìcabo Ecclesiam meam.

I . Che Pietro sia la pietra fondamentale dell’edifìcio civile, frughiamo col pensiero indagatore la civile comunanza prima della società del Cristo, e fuori questa società. Cerchiamo la famiglia domestica nella Città, e fuori dell’eterna Città, che il Verbo del Padre venne a porre in atto sulla terra. – Smarrita l’uomo l’idea per la sua ribellione a Dio, smarriva seco e il dritto, e lo scopo del dritto. E di vero: richiamando alla mente la famiglia domestica, fondamento della civil famiglia; in questa non si vede che un capo il cui dritto riposa nell’essere il più forte, ed è questo il marito. La donna non è, che istrumento delle sue voluttà, delle sue libidini, non è che l’oggetto de’ suoi appetiti, l’esca, ed il fuoco delle sue lascivie, e se ei l’ama, non è amor di amicizia, amor d’istinto, il quale intiepidisce, e s’infredda appena avvizzano le rose delle sue guance, non appena si appanna il rubino delle labbra, l’aureo color delle chiome, il vermiglio del suo seno, le grazie della persona. Perdute le quali, non è più compagna della sua vita, obbietto delle sue tenerezze, ond’è che rimane deserta, abbandonata, ed in preda delle sventure, e delle miserie, delle lacrime. I figliuoli, in questa famiglia domestica, non sono che proprietà del padre, accessione pel suo conjugio. Egli ha il dritto di alienare, di vendere, di uccidere la propria prole, né la tenera età, né la debolezza, né il pianto, né i vezzi fanciulleschi, né le grazie, né l’amore istintivo. è loro di scudo all’arbitrio, ed all’ira del padre. I servi, in questa famiglia, non sono che strumenti di lavoro, e di fatiche, ed organi passivi del capriccio delle furie del padrone. Egli li condanna alla fame, ed al digiuno, alle torture, ed ai flagelli, gli vende nei mercati, gli uccide né sospetti, e la proprietà materiale ha più valore della proprietà personale. Questa è la famiglia domestica di Atene, di Sparta, di Grecia, di Roma, questa è la famiglia dell’Asia, e dell’America in cui la luce del Vangelo non è stata ancora ricevuta. Se tale adunque è la famiglia domestica, quale poi non è la famiglia civile? Guerre, discordie, lizze, soprusi, favore, arbitrio, violenza, ecco il corredo della civile comunanza prima del Cristianesimo. Venne sulla terra il Verbo dal Padre, rischiarò le nebbie della umana ragione, seminò il buon semente della divina parola, ruppe le catene del servaggio, strinse il freno alle passioni, e all’imperio della forza, sostituì l’imperio del dritto. Nel Cristianesimo la moglie è la tenera compagna della vita, uguale ne’ diritti, nei doveri al marito, perché sta scritto « ciò che Dio congiunse, l’uomo non può separare. È questo connubio gran sacramento al dir di Paolo, ed è simbolo di quel connubio che il Cristo stringeva indivisibilmente con la Chiesa. Nel Cristianesimo i figliuoli non sono accessioni, e proprietà dei parenti, non è loro dato il potere di uccidere, e di alienare, perocché essi non sono che pegni della bontà consegnati ai genitori, e tenere piatite che debbono allevare all’ombra vitale del Vangelo, perché sta scritto: “lasciate i pargoli venissero a me”. Nel Cristianesimo i servi non sono animali condannati alle più dure fatiche, semoventi al capriccio del padrone, ma perché figli del medesimo Padre celeste, e rigenerati alla fede del Cristo, son fratelli al Signore, e soci, e compagni nella famiglia. Nel Cristianesimo non solamente vennero restituiti i dritti alle persone, ma eziandio venne garantito il diritto, od imposto il rispetto, imponendo l’esercizio delle morali virtù, nel qual esercizio sta ogni bene. E se la società civile è composta dalla società domestica, migliorata l’una ch’è base e fondamento, senza dubitare  è migliorata l’altra. Oltre a ciò, se a sentenza di due gravi Sapienti della Gentilità, non vi può essere civile comunanza senza religione, e senza vera religione; ivi questa civile società di uomini è perfetta, ove la religione è vera, e dove la religione è santa. E se non vi è verità di religione fuori della religione del Cristo, aperto conseguita che vi può esser consorzio veramente civile fuori della Chiesa. E dove mai, spettabilissimi Signori, questa Chiesa riposa? Portatevi col pensiero nelle parti di Cesarea, ed ecco al vostro cospetto un uomo mite di cuore, mansueto negli atti, gentile nei modi, soave nelle parole: eccolo in mezzo ad un cerchio de’ suoi discepoli, altri vengono dalle reti, altri dal traffico, e tutti dalla gente minuta, rozzi di costume, ignari di lettere, poveri di fortuna e ruvidi della persona. Ecco che così dice « Chi dicono essere il Figliuol dell’uomo? Altri rispondono, gli uomini forse, avendo riguardo alla solitudine della tua vita, alla forza della tua voce, alla calca delle turbe che spesso ti seguono, alla rigidità del tuo costume, dicono esser tu il Battista, e la voce che grida nel deserto, preparate la via del Signore: altri avendo forse riguardo alle luce di cui sul monte flagrò il tuo volto e le tue vestimenta addivenir bianche come la neve, dicono esser tu Elia dal carro infuocato: altri avendo riguardo alle tue profetiche parole, ai tuoi avverati vaticini, ed all’altezza delle dottrine, dicono esser tu Geremia, o uno de’ profeti della Santa Città. Ed egli allora disse, se ciò dicono di me gli uomini, di me che dite? E Pietro rispose, tu sei il Cristo, Figliuolo di Dio vivo: allora il Maestro, vedendo risosta cotale Tirata non esser opera del sangue, e della carne, ma della Grazia che in lui potentemente operò; rispose; sei beato, o Simone Bariona, ed io ti dico tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò fa mia Chiesa, ed ecco Pietro pietra fondamentale dell’edificio civile, perciocché, Pietro innalzando la bandiera della Croce, predicando ai popoli esser Figliuoli del medesimo Padre cioè Iddio; le varie razze degli uomini si ridussero all’unità, le varie famiglie all’unico principio. Sparvero le divisioni degli imperi, dei Regni, delle Provincie: sparve alla luce del Vangelo l’opposizione, e la varietà delle complessioni dipendenti dal vario cielo, dal vario clima: sparve al suono della parola divina che rintronò per tutti gli angoli della terra la varietà, e l’opposizione dei riti, dei culti: sparve alla parola di pace la discordia, e la guerra che divideva, e insanguinava le nazioni: parve alla promulgazione della legge del perdono l’odio intestino che rodeva lentamente gli umani: sparve alla nuova dottrina la dissonanza delle opinioni, e degli errori: sparve al nuovo patto la tenebra che avvolgeva gli umani intelletti, si ruppero le cabine del servaggio cui l’angelo delle tenebre teneva stretti i figliuoli della colpa. E predicandosi un Dio principio, e fine degli esseri, predicando il Cristo Redentore del genere umano, predicando un culto, ed un rito, predicando una legge, ed un dritto stabilì quella teocrazia perfetta desiderata dai Santi, veduta dai Profeti, conosciuta in fra le tenebre della ragione dai Sapienti della terra, e disegnata ab eterno nella mente di Dio: quella teocrazia in cui Iddio realmente comunica cogli uomini, e gli uomini con Dio: quella teocrazia in cui scopo è la verità per essenza, la virtù, la felicità eterna dei popoli: quella teocrazia ch’è fondamento, è radice, è mezzo, è fine di ogni civile comunanza: quella teocrazia insomma che restituiva agli uomini il dritto usurpato, dettava la legge infallibile, e segnava la meta cui devono tendere incessantemente e governanti, e governati, perché uno è il pastore, ed uno l’ovile. Ma Pietro non è pure pietra fondamentale dell’edificio civile, sebbene pietra fondamentale dell’edilizio morale.

  1. Per quaranta secoli -, l’umana ragione si era studiata trovare un principio di giure, un criterio di bene e di male, un modo a distinguere la virtù, e il vizio, e per quaranta secoli non altro si era veduto, che errori, congetture, opinioni. I Greci che tanto s’innalzarono sugli altri, e che nella sapienza riponevano ogni umana grandezza, i Greci stessi che in contemplando trapassavano, e consumavano i giorni, nella variabilità quasiché infinita delle molle principali delle umane azioni, nel complesso indefinito degli effetti non avevano potuto con l’analisi pervenire al primo principio, giungere alla prima cagione. I Legislatori più prudenti, e più maturi si veggono smarrire il sentiero, e senza tipo di giusto, e di bene sanzionare false leggi. Dracone detta leggi di sangue: Licurgo reputato sapientissimo punisce la deformità, e per fare robusti gli uomini eradica il pudore: Solone signoreggiato dall’idea di patria grandezza corrompe la severità de’ nativi costumi. Zeleuco sancisce la legge di vendetta. Numa rende superstizioso un popolo sorto dal coraggio, e dal valore. Caronda legittima il furto. Ma non pure i Legislatori, i Filosofi più accurati, e maggiormente intesi alla morale degli uomini, errabondano nel campo della ragione, e malgrado tanti sforzi, tante vigilie, tante fatiche; non sanno discendere nell’uman cuore, e trovare la prima forza che l’abita, né sanno salire nella mente, e vedere lo scopo a cui tende, e la destinazione per la quale venne creato. – Pitagora altro non vede che armonia nel creato, e da questa armonia vuol ricavare la legge. Platone non vede che tipi, ed a questi tipi vuol ridurre la norma. Aristotile non iscopre che sviluppamento sociale, ed in questo sviluppamento ripone il dritto. Zenone non altro vede, che relazioni tra azioni, ed obblighi, ed in questa reciprocanza statuisce il Catecon. Cicerone non altro vede che consentimento universale di popoli, ed in questo consentimento alloga l’officio. Epicuro altro non scorge che voluttà, ed in questa voluttà statuisce la virtù. Quindi nei magni Filosofi non altro si vede che aberrazioni di mente. L’umana ragione dunque errava di sistema in sistema, di opinioni in opinioni, di errore in errore senza poter conoscere il vero, il buono, il giusto. Nella lotta di tanti sistemi, nella discordia di vari elementi politici, contrasto di varie credenze, appare un uomo di invano cerchi l’educazione, invano il luogo della giovanil dimora, invano la scuola delle dottrina che professa. Parla, e divien muta la Sinagoga, si muove, e le turbe lo seguono, comanda, e la natura gli ubbidisce, opera ed una serie di meraviglie lo accompagna. Non profeta, predica l’avvenire, non dottore, adempie e modifica la legge,  non filosofo, ritrova il legame della società, non politico stabilisce il fondamento di un’ ampia famiglia. Quest’uomo misteriosamente pacifico minaccia una guerra, mentre è umile, affronta i superbi, mentr’è inerme, combatte, e vince i secoli, mentre è solo lotta con gl’lmperii. Questo essere misterioso, quest’uomo dei portenti è il Verbo del Padre: la sua lingua grida amore, ed ecco a questa parola onnipotente fuggir la guerra nel luogo dond’era sbucata, estinguersi la fiaccola della discordia. La sua lingua grida pazienza, ed ecco spuntati i pungoli del dolore, delle ingiurie, dei morbi, degli affanni, della morte. La sua lingua grida perdono, ed ecco attutite le vendette, racquetati gli odii, estinte le ire. La sua lingua grida povertà, ed ecco abborrite le grandezze, detestati i tesori. La sua lingua grida abnegazione, ed ecco l’uomo dal mondo del senso, della voluttà, rientrato nel mondo della contemplazione, della mortificazione. Tutte queste dottrine le compie con l’esemplo di se stesso: la legge la scrive con il suo sangue, la vita l’apre con la sua morte, l’ira l’espugna col suo sacrificio, l’inferno lo vince con la sua passione. Questo potere, il Verbo del Padre, trasmette agi Apostoli con quelle parole « come mandò me il Padre, così io mando voi, andate nella universal terra, predicate il mio Vangelo, battezzate le creature nel Nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. E dopo questa missione, e questo potere delegato rivolto a Pietro dice, e tu conferma i tuoi fratelli qualvolta volta vacillanti. Ed Egli perché fosse la pietra fontale dell’edificio morale, e come colonna sopra riposava cotanto apostolato; dal centro della Galilea, altri manda nella Siria, altri nell’Acaja, altri nella Giudea, altri nella Bitinia, altri nell’Armenia, altri nella Macedonia, altri nella Grecia, altri nell’Epiro, altri| in Cartagine, altri nelle Gallie, ed ei medesimo stabilita la Cattedra in Antiochia, dopo la predicazione in varie Regioni, e Città, prende la volta dell’Italia, e pervenuto in questa Regione Signora, e Regina dell’universo, parla e l’ira depone il suo tosco, l’avarizia lascia le sue arche, la libidine rompe i suoi lacci, la superbia depone il suo cipiglio, l’ambizione si spoglia dei suoi titoli. Parla e l’ipocrisia si denuda del velo, la menzogna, e l’errore perde le sue apparenze ed i pregiudizi, e le superstizioni di quaranta secoli vengono eradicate dall’annoso tronco. E qui si vedono rovesciati gli altari sozzi di sangue, altrove i fani, ed i delubri tramutati in tempio del Signore, altrove gli Oracoli caduti da’ loro tripodi, altrove l’areopago confuso: qui i panteon distrutti, qui i sistemi filosofici obbliati, altrove le aquile tarpate le penne, altrove lo stendardo della guerra umiliato al vessillo della Croce, e tutta l’umanità per lo innanzi divisa in principati, in caste, in reami, in imperii, lacerata da discordie e da ire intestine, sorretta da affetti, da opinioni, guidata dal senso, dal capriccio, rientrare nell’unità di famiglia, nell’unità di fede, avendo per fondamento la pace, per guida la Croce, per iscopo un bene che avanza i desiderii. Ben dunque vi diceva sin da prima che Pietro è la pietra fondamentale dell’edificio morale.

III. Il Cristo assumendo nella sua Persona l’umana natura, sublimava seco l’umanità. E però come il Padre si compiace di Lui giusta quelle parole, tu sei il mio figliuolo diletto in cui mi son compiaciuto; compiacendosi, si compiace ancora della natura umana nella persona del Cristo. E se prima per la ribellione al suo volere il genere degli uomini venne condannato al dolore, all’ira, ed alla morte; dopo la pienezza del tempo, rediviva la natura per il Cristo, sottentrava al dolore il gaudio, all’ira la clemenza, alla morte la vita. E pel novello Adamo offerto il cruento olocausto, vinto l’inferno, espugnata la morte, rovesciata la muraglia di bronzo che separava dal Cielo la terra, eretta di nuovo la scala di Giacobbe che pone il piede nel disco della terra, e la cima al trono di Dio, avvenne che fosse 1′ umanità conciliata col Cielo, la  fattura in grazia del suo fattore, e l’uomo con Dio; donde nel Cristo quella perfetta teocrazia in cui Iddio realmente comunica cogli uomini, e gli uomini con Dio; gli uni, e l’altro avente il medesimo scopo, il medesimo fine. E però il Cristo è il vero Signore degli uomini,  il ministro della salute del genere umano, ed il capo del nuovo gregge. Questo suo potere ei lo delega a Pietro, perciocché vedendo in lui quella carità di cui Egli fin dai secoli eterni arse per la salute degli uomini; vedendo in lui quell’amore di cui sempre palpitò il suo tenero cuore, quella carità, e quell’amore che è l’epigrafe della sua bandiera, la legge del suo imperio, la catena de’ suoi soci, e il patto sanzionato con la sua Chiesa; a lui rivolto, sicuro dell’amor di Pietro in lui, e per lui nel suo ovile, disse, a te do le chiavi del regno de’ Cieli, tu aprirai a tua posta le porte della celeste Sionne, tu chiuderai a tuo arbitrio le porte dell’inferno: tu scioglierai, e legherai, sulla terra: tu imporrai le mani sopra i miei eletti, e lo Spirito che da me, e dal Padre procede, scenderà su di loro: tu insomma avrai quel potere nella terra che io ebbi dal Padre mio. E Pietro rispose nella carità, perché aveva risposto nella fede, quindi pervenuto a Roma, condotta a salute nel Tevere la nave del Vangelo innalzato sul Campidoglio l’albero trionfale del riscatto, stabilita sopra eterne fondamenta la cattedra di verità, perché in tutto fosse somigliante al suo maestro, compiva il suo sacrificio nel centro dell’Universo, e Roma pagana signora de’ popoli, santificata dal sangue del principe degli Apostoli, addivenne signora, e Regina di un impero che ha per limiti la terra, e il Cielo, il visibile, e l’invisibile, per sudditi le generazioni, per legge la fede, per capo, Iddio, per fine l’eternità. – Salve adunque, o Pietro, salve, o pietra fondamentale dell’edificio civile, pietra fondamentale di edilizio morale, pietra fondamentale di edilizio spirituale. Deh! tu in questi tempi in cui l’errore tenta di spandere la tenebrosa sua ala in questo Cielo d’Italia rischiarato sempre dal vivo fuoco che tu accendevi nel centro di essa, e dalla luce che perenne splenderà e splende fino alla conclusione dei secoli, deh! tu tarpa le sue penne, tronca i suoi muscoli, dissipa le sue ombre, perché conosciuto il vero, le nostre menti fossero tratte dal suo bello, e dal suo bene, ed a lui strette nella milizia della vita, lo fruissero poi nel trionfo della gloria.

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In questo giorno di festa, auguriamo al Santo Padre, Gregorio XVIII, lunga vita, salutandolo con le parole che l’Angelo rivolse a Pietro nel liberarlo dalla prigione: “Petre, exurge velociter… et ceciderunt catenae de manibus ejus”. [Act. XII, 7]

I° MAGGIO: S. GIUSEPPE, PATRONO DEI LAVORATORI

I° MAGGIO

S. GIUSEPPE, PATRONO DEI LAVORATORI.

[Dom P. Gueranger. L’Anno Liturgico, vol. II, Ed. Paoline, Alba, 1957 impr.]

Felice novità che certamente riempie di gioia il cuore di Maria! Riguarda una festa di S. Giuseppe che ormai aprirà il suo mese, maggio. Dall’inizio dell’anno liturgico la Chiesa ci dà più volte l’occasione di meditare la vocazione e la santità straordinaria del più umile e più nascosto di tutti gli uomini. La devozione verso S. Giuseppe, fondata sullo stesso Vangelo, si è però sviluppata lentamente. Ciò non vuol dire che nei primi secoli la Chiesa abbia posto ostacolo agli onori che avrebbero voluto tributargli i fedeli; ma la Divina Provvidenza aveva le sue ragioni misteriose per ritardare l’ora in cui gli sarebbero stati offerti gli onori della Liturgia. – La bontà di Dio e la fedeltà del Redentore alle sue promesse s’uniscono di secolo in secolo sempre più strettamente per conservare in questo mondo la scintilla della vita soprannaturale che deve sussistere fino all’ultimo giorno. A questo scopo misericordioso, un succedersi ininterrotto di aiuti viene, per così dire, a riscaldare ogni generazione e ad apportare un nuovo motivo di confidenza nella Redenzione. A partire dal secolo XIII, in cui il raffreddamento spirituale del mondo comincia a farsi sentire, ogni epoca ha visto scaturire una nuova sorgente di grazie. – Si iniziò con la festa del Santissimo Sacramento che suscitò una grande devozione al Cristo presente nell’Eucarestia; poi venne la devozione al santo Nome di Gesù di cui S. Bernardino fu il principale apostolo; nel secolo XVII si diffuse il culto al Sacro Cuore; nel XIX e ai nostri giorni la devozione alla Santa Vergine ha assunto un’importanza in continuo aumento e che costituisce uno dei caratteri soprannaturali del nostro tempo. – Ma la devozione a Maria non poteva svilupparsi senza trarre seco il culto di S. Giuseppe. Maria e Giuseppe hanno effettivamente ambedue una parte troppo intima nel mistero dell’Incarnazione, l’una come Madre di Dio, l’altro come custode dell’onore della Vergine e Padre nutrizio del Bambino-Dio, perché si possano separare l’una dall’altro. Una venerazione particolare a S. Giuseppe è dunque stata la normale conseguenza della pietà verso la Santissima Vergine. E come, per rispondere alla devozione del popolo cristiano, Pio IX, il Papa che doveva proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione, aveva esteso alla Chiesa universale il Patrocinio di S. Giuseppe ora unito alla festa del 19 marzo, così, a sua volta, il Papa che proclamò nel 1950 il dogma dell’Assunzione corporale di Maria al cielo, conscio dei bisogni del nostro tempo, ha voluto anche lui onorare S. Giuseppe in un modo tutto particolare.

Atti di S. S. Pio XII.

Ecco ciò che dicono gli Atti Pontifici che leggiamo nell’Ufficio di questo giorno: « La Chiesa, nella sua materna vigilanza, ha sempre avuto la più grande cura degli operai, pronta a difenderli e confortarli, creando e incoraggiando le loro associazioni, che il Sommo Pontefice Pio XII da molto tempo ha pensato di affidare al potentissimo patrocinio di S. Giuseppe. – Infatti questo santo, padre putativo di Gesù che s’è degnato farsi chiamare operaio e figlio di un operaio, ha attinto abbondantemente dalla sua intimità con Gesù quello Spirito che nobilita ed eleva il lavoro. È per questo che le associazioni operaie devono fare ogni sforzo perché Cristo sia sempre presente in loro, nei loro membri e nelle loro famiglie e infine in tutto il mondo operaio. Il più nobile scopo di queste associazioni non è forse quello di conservare e alimentare la vita cristiana dei loro iscritti e d’estendere il regno di Dio specialmente tra i compagni di lavoro? Di questa sollecitudine verso il mondo del lavoro, il Sommo Pontefice, di felice memoria, ne diede una nuova prova quando, in occasione del Congresso dei lavoratori riuniti a Roma il 1° maggio 1951, parlando all’immensa folla riunita in piazza S. Pietro, raccomandò vivamente l’educazione degli operai. Essa rappresenta effettivamente un dovere essenziale della nostra epoca poiché se gli operai saranno impregnati della dottrina cristiana, eviteranno gli errori oggi correnti sulla costituzione della società e dell’economia; e se conosceranno a fondo l’ordine morale istituito da Dio e promulgato e interpretato dalla Chiesa sui diritti e sui doveri degli operai e se prenderanno parte alla direzione degli affari, lavoreranno attivamente per instaurare tale ordine. In realtà è Cristo che, per primo, ha promulgato sulla terra ed ha affidato alla Chiesa quei principi che, per dirimere le questioni, rimangono immutati e conservano tutta la loro forza. – Ma affinché la dignità del lavoro e i principi che la costituiscono si radichino più profondamente negli animi, Pio XII istituì la festa di S. Giuseppe operaio, perché egli fosse il modello e il protettore di tutto il mondo lavoratore. Appunto da questo esempio, coloro che esercitano un’arte manuale devono apprendere in quale modo devono assolvere il loro dovere professionale, affinché, obbedendo subito all’ordine di Dio, rendano soggetta la terra (Gen. 1, 28) e lavorino per la prosperità economica e nello stesso tempo meritino le ricompense della vita eterna. Il vigile custode della Famiglia di Nazareth non mancherà di coprire con la sua protezione coloro che, come lui, esercitano un mestiere laborioso e d’arricchire le loro famiglie dei beni celesti. Ed è molto a proposito che Pio XII prescrisse che questa festa fosse celebrata il 1 maggio, giorno che il mondo del lavoro aveva adottato, con la speranza che questo giorno ormai consacrato a S. Giuseppe operaio non ecciterà più l’odio né provocherà discordie, ma che col suo annuale ritorno inviterà ogni lavoratore a completare sempre meglio ciò che manca alla pace dei cittadini e sia anche di stimolo ai governanti a condurre a buon fine ciò che esige l’ordine naturale della comunità umana. – L’umile condizione della Sacra Famiglia era per gli Scribi e i Farisei causa di scandalo. Per i loro occhi, colui che era di origine povera e disprezzabile non poteva essere il Cristo Signore, l’Unto di Dio. Invece, per coloro che hanno una vita laboriosa e modesta, costituisce un motivo di confidenza. I piccoli, gli umili, i poveri vi trovano un invito divino ad amare la condizione in cui vivono poiché ebbe il privilegio d’attirare sulla terra il Figlio di Dio e perché le sono anticipatamente assicurate le compiacenze del Padre celeste.

Nazareth.

Vien dunque a proposito ricercare nel Vangelo le manifestazioni di questa umiltà. La stessa città ove visse la santa Famiglia sembra aver avuto la proverbiale riputazione di mediocrità: « Può forse uscir qualcosa di buono da Nazareth? » diceva Natanaele (Gv. 1, 46). Eppure, « non è nella città reale di Gerusalemme e neppure nel tempio che le dava splendore, che viene mandato il santo Angelo; ma… in una piccola città dal nome quasi sconosciuto; ma alla sposa di un uomo che, veramente, era come lei di famiglia reale, ma ridotto ad un mestiere pesante, moglie di un artigiano ignoto, di un  povero falegname ». In questo villaggio « un’umile casa, ma più augusta del tempio; un arredamento umile e povero; un operaio, la sua sposa vergine. Osserviamo: abbiamo tutto da imparare. Nazareth è la scuola per eccellenza. Notiamo l’ambiente e l’atmosfera in cui si compiono le opere di Dio: l’umiltà, la povertà, la solitudine, la purezza, l’obbedienza ».

Betlemme.

La nascita di Gesù apporta forse qualche lustro alla Sacra Famiglia? Quantunque decaduta dalla sua origine reale, per ciò stesso che discende dalla stirpe di Davide e che i Magi hanno portato i loro doni al neonato fa supporre in lui un rivale che Erode tenterà di eliminare. Per sottrarlo a questo pericolo è necessario fuggire in Egitto. « Strana condizione di un povero artigiano che si vede bandito improvvisamente, e perché? Perché ha Gesù e l’ha in sua compagnia. Prima ch’Egli fosse nato alla sua santa Sposa, essi vivevano poveramente ma tranquilli nella loro casa, guadagnando alla bell’e meglio la vita col lavoro delle loro mani; ma appena viene loro dato Gesù, non hanno più riposo. Tuttavia Giuseppe si sottomette e non si lamenta di questo bambino fastidioso che porta solo la persecuzione; parte; va in Egitto dove tutto gli è nuovo, senza sapere quando potrà ritornare nella sua povera casa. Non si ha Gesù per niente: bisogna prender parte alle sue croci » (Bossuet). – Anche qui S. Giuseppe è il modello di tutti coloro che, in questa nostra società paganeggiante, dovranno aspettarsi d’essere segnati a dito, forse d’essere anche perseguitati, privati del lavoro, per l’unica ragione che sono fedeli a Cristo. Quanti genitori dovranno assottigliare le già modeste risorse e imporsi duri sacrifici per assicurare ai loro figli un’educazione cristiana, perché il Cristo viva nelle loro anime! La riflessione del Bossuet ha tutto il suo valore: « Ovunque entra Gesù, vi entra con la sua croce… Non si ha Gesù per niente ».

Il laboratorio di Nazareth.

Tuttavia la Sacra Famiglia rientrò dall’Egitto e, per consiglio dell’Angelo, ritornò a stabilirsi a Nazareth. Il fanciullo Gesù cresceva in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini e il Vangelo ci dice semplicemente che era loro sottomesso. « È dunque tutta qui l’occupazione di un Gesù Cristo, del Figlio di Dio? Tutto il suo lavoro, tutto il suo esercizio sta nell’obbedire a due sue creature? E in che cosa poi? negli uffici più bassi, nell’esercizio di un mestiere manuale. Dove sono quelli che si lamentano, che brontolano quando il loro impiego non corrisponde alle loro capacità?… Vengano nella casa di Maria e Giuseppe e osservino Gesù Cristo al lavoro. Non leggeremo mai che i suoi genitori abbiano avuto dei servi: come tutta la povera gente, sono i figli che fan da servitori ». Ora Gesù, come tutti gli operai dapprima fu apprendista e il maestro che l’avviò all’umile professione non fu altri che Giuseppe, suo padre putativo. Quale fosse il mestiere di S. Giuseppe e, per conseguenza, quello di Gesù, il Vangelo non lo dice espressamente; però non ci lascia completamente al buio a questo riguardo. Infatti S. Marco scrive che Gesù era faber, e S. Matteo fabri filius. Senza dubbio questa parola designava ogni operaio che lavorava materia dura, legno, pietra o metallo; ma la tradizione più comune e la sola che sia rimasta fino ai nostri giorni, vuole S. Giuseppe un lavoratore del legno. Lo si dice anche carpentiere, ma questa parola non dev’essere presa nel senso preciso che le vien dato oggi: allora indicava chiunque lavorasse il legno. – Anche i Padri della Chiesa si sono compiaciuti di rilevare il valore simbolico dell’arte manuale che S. Giuseppe insegnò a Gesù, il costruttore del mondo « fabricator mundi », che è venuto per edificare la Chiesa prefigurata nell’arca di Noè, quella vasta casa natante ove trovarono rifugio quelli che dovevano sfuggire al diluvio. Essi hanno soprattutto notato che Gesù, il quale aveva scelto il legno della croce per salvare il genere umano, durante la sua vita nascosta si era preparato all’opera della salvezza lavorando il legno. – Ed è coi gesti che gli erano da tanto tempo familiari che Gesù si è caricato sulle spalle la pesante croce del suo supplizio. Insegnandogli il suo mestiere, Giuseppe dava il suo contributo all’opera redentrice di Gesù. Vi fu mai sulla terra lavoro più glorioso, più utile agli uomini, più ricco di insegnamenti, che l’umile lavoro manuale che veniva fatto nella povera falegnameria di Nazareth dal falegname Giuseppe e da Gesù, figlio di Dio, suo garzone?

Preghiera.

Umile artigiano di Nazareth, glorioso protettore degli operai, volgete il vostro sguardo verso gli operai del nostro secolo. Il loro lavoro generalmente non rassomiglia a quello che voi faceste un tempo, né le moderne officine al quieto laboratorio di Nazareth. Il rumore assordante che vi regna impedisce allo spirito di elevarsi, come vorrebbe, al di sopra della materia; ma, soprattutto, una specie di paganesimo ne ha allontanato il Cristo che, solo, vi poteva portare la sua pace, la sua giustizia, la sua carità. Per alleviare il peso, insegnateci ad amare il lavoro. Da semplice svago qual era nel paradiso terrestre, è diventato un castigo con la caduta del primo uomo. Considerato disonorevole dal mondo antico, era riservato agli schiavi. Però già da tempo il salmista ne aveva proclamato la nobiltà: « Nutriti col lavoro delle tue mani e sarai felice e colmo di beni ». Ma Cristo è venuto e vi si è sottomesso, « e ciò facendo nobilitava il lavoro degli uomini e mutava in rimedio l’antica maledizione portata contro l’uomo in punizione del peccato originale. Sottoponendosi alla legge del lavoro, insegnava agli uomini, ai peccatori, a santificarsi per questa via » (Bossuet). A vostro esempio, o Giuseppe, a loro basta ormai unire il loro lavoro a quello di Cristo per farne un’opera meritoria che riunisce Cristo e i suoi fratelli sotto lo stesso sguardo di compiacenza del Padre celeste. Reso più facile agli uomini, il lavoro sarà anche un’offerta grata a Dio se, attenti allo spettacolo della vostra bottega di Nazareth, vi prendono l’esempio d’unione al Figlio di Dio che lavora con le sue mani, di fedeltà ai doveri del proprio stato, nella giustizia e nella Carità che farà del loro lavoro una vera preghiera e tra i loro compagni di lavoro una vera testimonianza resa a Cristo. Possiamo noi essere docili al vostro esempio, fiduciosi nel vostro patrocinio e, compiendo l’opera che ci è indicata dal Signore, ottenere le ricompense ch’Egli ci promette. Così sia.

 

Preghiera a S. Giuseppe prima del lavoro.

-478-

Joseph, modèle de tous ceux qui sont voués au travail, obtenez-moi la gràce de travailler en esprit de pénitence, pour l’expiation de mes nombreux péchés; de travailler en conscience, mettant le culte du devoir au dessus de mes inclinations; de travailler avec reconnaissance et joie, regardant comme un honneur d’employer et de développer, par le travail, les dons reçus de Dieu; de travailler avec ordre, paix, modération et patience, sans jamais reculer devant la lassitude et les difficultés; de travailler surtout avec pureté d’intention et avec détachement de moi-mème, ayant sans cesse devant les yeux la mort et le compte que je devrai rendre du temps perdu, des talents inutilisés, du bien omis et des vaines complaisances dans le succès si funestes à l’oeuvre de Dieu. Tout pour Jesus, tout par Marie, tout à votre imitation, ó Patriarche Joseph! Tèlle sera ma devise à la vie et à la mort. Ainsi soit-il.

[O Glorioso S. Giuseppe, modello di tutti coloro che son dediti al lavoro, ottenetemi la grazia di lavorare con spirito di penitenza, per l’espiazione dei miei numerosi peccati; di lavorare con coscienza, ponendo il culto del dovere al di sopra delle mie inclinazioni; di lavorare con riconoscenza e gioia, considerando un onore l’impiegare e sviluppare, con il lavoro, i doni ricevuti da Dio; di lavorare con ordine, pace, moderazione e pazienza, senza mai indietreggiare davanti alla stanchezza e alle difficoltà; di lavorare soprattutto con purezza di intenzione e distacco da me stesso, avendo incessantemente davanti agli occhi la morte ed il conto che dovrò rendere del tempo perso, dei talenti non utilizzati, del bene omesso e del vano compiacimento del successo, sì funesto all’opera di Dio. Tutto per Gesù, tutto per Maria, tutto a vostra imitazione, o Patriarca Giuseppe! Tale sarà il mio motto in vita ed in morte. Così sia.]

Indulgentia quingentorum dierum (Pius X, Rescr. Manu Propr., 23 nov. 1906, exhib. 15 mart. 1907; S. Pæn.  MAGGIOAp., 28 mart. 1933).

SAN MARCELLINO PAPA, eretico come PAPA GREGORIO XVII, … dicono gli asini …

SAN MARCELLINO PAPA E MARTIRE

(26 aprile – Festa di Papa San Marcellino)

Alcune persone non catechizzate, o volutamente ignoranti, osano dire, dall’alto della loro orgogliosa empietà, che Papa Gregorio XVII (1958-1989), che fu vittima di grave violenza per 30 anni da parte dei massoni della “sinagoga di satana”, quinta colonna infiltrata nella Chiesa Cattolica, “avrebbe perso il suo Papato” per aver “forse” celebrato il reprobo “Novus Ordo Missæ”.

A tal proposito si cita il precedente storico nella vita della Chiesa Cattolica, di un altro Papa prigioniero, che ebbe il suo libero arbitrio impedito da satanici persecutori (anche questi della sinagoga di satana): Sua Santità, Papa San Marcellino, la cui festa è celebrata il 26 aprile:

Nel breviario romano si legge il 5 aprile. “Durante la crudele persecuzione dell’imperatore Diocleziano, Marcellino di Roma, sopraffatto dal terrore, offrì incenso agli idoli degli dei: per questo peccato fece penitenza e indossò un silicio, andò al Concilio di Sinuesse, dove molti Vescovi si erano radunati e lì apertamente ebbe confessato il suo crimine “.

Nota : questo atto non costituiva la perdita del Papato, dal momento che era commesso sotto grave costrizione. Papa San Marcellino è elencato ovviamente nella lista ufficiale dei Papi e finanche Canonizzato e considerato Martire della fede. Più volte abbiamo poi riportato su questo blog, a beneficio dei numerosi e saccenti pseudo-teologi, ignoranti veri, o “finti tonti” (specie tra gli eretici sedevacantisti, gli scismatici lefebvriani o i ridicoli tesisti) che, come riporta qualsiasi manualetto di Teologia morale, un conto è il “peccato” di eresia (commesso materialmente ma senza assenso interno), altro è il delitto di eresia, nel quale c’è condivisione convinta e pertinace, nonché pieno assenso in foro interno. Il peccato di eresia, benché grave, è considerato come un qualsiasi altro peccato grave in cui possa incorrere anche un Papa (senza perdere il suo incarico, come ribadito da sempre, v. Conc. di Costanza), mentre il “delitto” di eresia è la condizione in cui un Papa possa essere destituito, una volta che, avvertito da chi ne ha facoltà, sia pertinace. Quindi tutti gli “ignoranti” muli [senza offesa per i muli!] che, in buona o (soprattutto) in cattiva fede, si ostinano a non riconoscere come vero Papa Gregorio XVII, arrogandosi il diritto di condanna che non compete loro in nessun caso, sono da considerarsi, oltre che ignoranti pertinaci, degli eretici e scismatici, e quindi fuori dalla Chiesa Cattolica, e pertanto già con due piedi nell’inferno fino alla cintola, se non ricorrono ai ripari quanto prima (rimozione delle censure da chi ne ha potestà e Confessione Sacramentale) … a Napoli si dice però che: a voler lavare la testa dell’asino, si perde la pezza ed il sapone (cioè il tempo, e l’impegno…). Inoltre occorre ricordare ai teologi dell’inganno, che: la proposizione 46 [A] Per la natura e per la definizione del peccato non è richiesta la volontarietà, e il problema non è di definizione, ma di causa e di origine, se ogni peccato debba essere volontario” e la proposizione 64(67), secondo la quale: “L’uomo pecca anche in modo degno di condanna, in quello che compie per necessità”, furono condannate da S. Pio V nel lontano 1568 nella bolla “Ex omnibus afflictionibus” contro Bajo.  Pertanto non c’è nemmeno peccato di eresia in Gregorio XVII. Beata ignoranza degli eretici modernisti, dei sedevacantisti scismatici, dei tradizionalisti vetero-gnostici del cavaliere kadosh! Andate a studiare, e prima di ragliare, … documentatevi!

* San Tommaso d’Aquino insegna che per costituire un vero atto della volontà: l’atto deve essere eseguito spontaneamente [o liberamente] – senza costrizione o forza- (e che) l’uomo può essere costretto o indotto a fare qualcosa contro il suo volere in due modi: dalla violenza e dalla paura (VI 4, 5,6). Ciò che si fa sotto la violenza esteriore è del tutto involontario (VI 5).

(La vita di San Marcellino, Papa e martire, morto nel 304 d.C.)

San Marcellino, nato a Roma, succedette al Papa San Caio, il 30 giugno 296, governando poi la Chiesa per otto anni. Fu vittima della persecuzione di Diocleziano. Non sappiamo se morisse sotto i colpi dei suoi carnefici, o in seguito alle ferite riportate. La sua tomba, nel cimitero di Priscilla visitata dai fedeli, testimonia la venerazione che suscitò. I Donatisti, nel v secolo pretendevano che prima avesse offerto incenso agli dei, e che poi, pentitosi della sua colpa, l’abbia riparata con una coraggiosa confessione della fede, che gli valse infine la corona del martirio. [l’Anno Liturgico, vol. II]

* Nota: Il Papa S. Marcellino non perse ipso facto il suo ufficio di Papa, ma fu confermato da numerosi Vescovi al Sinodo di Sinuesse.

Quando Marcellino stava per essere decapitato, si dichiarò indegno della sepoltura cristiana e scomunicò tutti coloro che presumevano di seppellirlo. Così il suo corpo rimase insepolto per 35 giorni. Alla fine di quel tempo l’Apostolo Pietro apparve a Marcello, che  era succeduto a Papa e gli disse: “Fratello Marcello, perché non mi seppellisci?” Marcello rispose: “Non sei ancora stato sepolto, mio ​​Signore?” … e Pietro: “Mi considero insepolto finché Marcellino è insepolto!” “Ma non lo sai, mio ​​signore,” Marcello  rispose, “che egli ha lanciato una maledizione su chiunque lo voglia seppellire?” Pietro disse ancora: “Non è scritto che “chi si umilia deve essere esaltato”? Avresti dovuto tenerlo a mente! Ora va’ e seppelliscimi ai miei piedi. “Marcello andò subito e eseguì lodevolmente le ordinanze.” (Dal beato Giacomo, in “Legenda Aurea” , 1260 d.C.)

SAN LEONE PAPA

11 APRILE

SAN LEONE, PAPA E DOTTORE DELLA CHIESA

Il difensore del dogma dell’Incarnazione.

Oggi, nel Calendario liturgico, troviamo uno dei nomi più gloriosi della Chiesa: san Leone Magno. Meritò questo titolo, avendo nobilmente lavorato per illuminare la fede dei popoli sul mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. La Santa Chiesa aveva trionfato delle eresie che attaccavano il dogma della Trinità; allora ogni sforzo infernale fu portato contro quello del Dio fatto uomo. Un vescovo di Costantinopoli, Nestorio, osò negare l’unità di persona in Gesù Cristo, separando in lui il Dio dall’uomo. Il concilio di Efeso condannò quest’errore, che annullava la Redenzione. Ma non tardò a sollevarsi una nuova eresia, opposta alla prima, ma non meno nociva per il cristianesimo. Il monaco Eutiche sosteneva che, nell’Incarnazione, la natura umana era stata assorbita da quella divina, e quest’errore dilagava con una rapidità paurosa. La Chiesa sentì il bisogno dell’opera di un dottore che riassumesse con precisione e autorità il dogma, che è la base delle nostre speranze. – Apparve allora Leone, che dall’alto della cattedra apostolica, ove lo Spirito Santo l’aveva fatto assidere, proclamò con una eloquenza ed una chiarezza senza uguali, la formula della fede primitiva, sempre la stessa, ma risplendente di una luce nuova. Un grido di ammirazione partì dal seno stesso del Concilio ecumenico di Calcedonia, riunitosi per condannare l’empia tesi di Eutiche. I Padri esclamarono: « Pietro ha parlato per mezzo della bocca di Leone »! e quattordici secoli non hanno ancora cancellato, nella Chiesa d’Oriente, l’entusiasmo suscitato dall’insegnamento che san Leone dette a tutta la Chiesa.

Il difensore di Roma.

L’occidente, in preda a tutte le calamità dell’invasione dei barbari, vedeva crollare gli ultimi avanzi dell’impero, e Attila, Flagello di Dio, era già alle porte di Roma. I barbari indietreggiarono di fronte alla maestà del contegno di Leone, come l’eresia si dissipava davanti all’autorità della sua parola. Il capo degli Unni, al quale avevano ceduto i più formidabili bastioni, conferì col Pontefice presso le sponde del Mincio, e s’impegnò di non entrare a Roma. La calma e la dignità di Leone, che affrontava, senza difesa, il più temibile dei vincitori dell’Impero, esponendo la vita per il suo gregge, aveva scosso quel barbaro. I suoi occhi avevano scorto nell’aere l’Apostolo Pietro, sotto l’aspetto d’un augusto personaggio che proteggeva l’intercessore di Roma. Nel cuore di Attila, il terrore si unì all’ammirazione. Momento sublime, in cui si rivela tutto un mondo nuovo! Il Pontefice disarmato, che affronta la violenza del barbaro; questi, commosso alla presenza di una dedizione che non comprende ancora; il cielo che interviene per aiutare l’uomo dalla natura feroce ad inchinarsi dinanzi alla forza morale. – L’atto generoso compiuto da Leone esprime, in un solo tratto, ciò che diversi secoli videro operarsi nell’Europa intera; ma l’aureola del Pontefice ne risulta più risplendente.

L’oratore.

Affinché Leone non mancasse di nessun genere di gloria, lo Spirito Santo l’aveva dotato di una eloquenza che si poteva chiamare « papale », tanto completa e imponente era la sua impronta. La lingua latina, che declinava, vi ritrovò quegli accenti, e una forma che, a volte, ricordavano l’epoca del suo vigore; e il dogma cristiano, formulato in uno stile nobile e nutrito dal più puro succo apostolico, vi risplendette di meravigliosa luce. Leone, nei suoi memorabili discorsi, celebrò Cristo, uscente dalla tomba, invitando i suoi fedeli a risuscitare con lui. Egli caratterizzò, tra gli altri, il periodo dell’Anno liturgico che stiamo percorrendo in questo momento, quando disse: « I giorni che trascorsero tra la Risurrezione del Signore e la sua Ascensione, non furono oziosi: poiché fu allora che vennero confermati i Sacramenti e rivelatii grandi misteri » (Discorso LXXIII).

Vita. – San Leone nacque a Roma tra il 390 e il 400. Fu prima diacono sotto il Pontefice Celestino; divenne poi arcidiacono di Roma e, alla morte di Sisto III, fu eletto Papa. La sua consacrazione ebbe luogo il 29 settembre 440. Durante tutto il Pontificato, rivolse le sue cure all’istruzione del popolo, con i suoi sermoni così dogmatici e semplici, con zelo nel preservarlo dagli errori dei manichei e dei pelagiani, e facendo condannare, nel Concilio Ecumenico di Calcedonia, nel 451, Eutiche ed il Monofisismo. Nel 452, andò incontro ad Attila che minacciava Roma, e lo indusse a la sciare l’Italia. Nel 455 non poté però impedire a Genserico ed ai suoi Vandali di prendere e saccheggiare la capitale: nondimeno, accogliendo le sue preghiere, i barbari risparmiarono la vita degli abitanti, rispettando anche i principali monumenti della città. San Leone morì nel 461 e fu inumato a San Pietro in Vaticano. Nel 1751 Benedetto XIV lo proclamò dottore della Chiesa.

Preghiera a Cristo.

Gloria a te, o Cristo, Leone della tribù di Giuda, che hai suscitato nella tua Chiesa un altro Leone per difenderla nei giorni in cui la fede correva grandi rischi. Tu avevi incaricato Pietro di confermare i suoi fratelli; e noi vedemmo Leone, nel quale Pietro era vivente, compiere questa missione con autorità sovrana. Abbiamo inteso risuonare le acclamazioni del Concilio, che inchinandosi di fronte alla sua dottrina, proclamava il beneficio insigne che, in questi giorni, hai conferito al tuo gregge, quando donasti a Pietro la cura di pascere, tanto le pecore come gli agnelli.

Preghiera a san Leone.

O Leone, tu hai degnamente rappresentato Pietro sulla sua cattedra! La tua parola apostolica non cessò di discenderne sempre veritiera, eloquente e maestosa. La Chiesa del tuo tempo ti onorò come maestro di dottrina; e la Chiesa di tutti i secoli ti riconosce per uno dei dottori più sapienti che abbiano insegnato la divina Parola. Dall’alto del cielo, ove ora siedi, riversa su di noi la grazia dell’intelligenza del mistero che fosti incaricato di esporre. Sotto la tua penna ispirata, esso diventa evidente; la sua armonia si rivela; e la fede si rallegra di percepire, così distintamente, l’oggetto al quale aderisce. Fortifica in noi questa fede, o Leone! Anche nei nostri giorni si bestemmia il Verbo incarnato; rivendica la sua gloria, mandandoci nuovi dottori. Tu hai trionfato della barbarie, o nobile Pontefice! Attila depose le armi di fronte a te. Ai nostri giorni, altri barbari si sono levati: barbari civilizzati, che vantano, quale ideale della società, quella che non è più cristiana, quella che nelle sue leggi e nelle sue istituzioni non confessa più re dell’umanità Gesù Cristo, al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Vieni in nostro soccorso, poiché il male è arrivato al suo culmine. Molti sono i sedotti che vanno verso l’apostasia, senza rendersene conto. Ottieni che la luce da noi non si spenga totalmente, che lo scandalo finalmente si arresti. Attila non era che un pagano; gli utopisti moderni sono cristiani, o almeno, qualcuno vorrebbe esserlo [per non parlare dei modernisti – ndr.-]; abbi pietà di loro, e non permettere che restino più a lungo vittime delle loro illusioni. – In questi giorni di Pasqua, che ti ricordano l’opera del tuo ministero pastorale, quando, circondato dai neofiti, ne alimentavi la fede con discorsi immortali, prega per i fedeli che, in questa medesima solennità, sono risuscitati con Gesù Cristo. Essi hanno bisogno di conoscere sempre più il Salvatore delle anime, affinché possano seguirlo, per non più separarsene. Rivela loro tutto ciò che egli è, nella sua natura divina e nell’umana: come Dio, loro ultimo fine e giudice dopo questa vita; come uomo, loro fratello. Redentore e modello. O Leone! benedici, sostieni il tuo successore sulla cattedra di Pietro, e, in questi giorni, mostrati protettore della nostra Roma, di cui hai sostenuto, con tanta eloquenza, i santi eterni destini.

Preghiere per il Santo Padre [Gregorio XVIII]

-652-

Oremus prò Pontifice nostro (Gregorio).

R.. Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius  [Ps. XL] (ex Brev. Rom.).

Pater, Ave…

Indulgentia trium annorum [tre anni]. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, precibus quotidie per integrum mensem devote recitatis (S. C. Indulg., 26 nov. 1876; S. Pæn. Ap., 12 oct. 1931).

-653-

Oratio

O Signore, noi siamo milioni di credenti, che ci prostriamo ai tuoi piedi e ti preghiamo che Tu salvi, protegga e conservi lungamente il Sommo Pontefice, padre della grande società delle anime e pure padre nostro. In questo giorno, come in tutti gli altri, anche per noi egli prega, offrendo a te con fervore santo l’Ostia d’amore e di pace. Ebbene, volgiti, o Signore, con occhio pietoso anche a noi, che quasi dimentichi di noi stessi preghiamo ora soprattutto per lui. Unisci le nostre orazioni con le sue e ricevile nel seno della tua infinita misericordia, come profumo soavissimo della carità viva ed efficace, onde i figliuoli sono nella Chiesa uniti al padre. Tutto ciò ch’egli ti chiede oggi, anche noi te lo chiediamo con lui. – Se egli piange o si rallegra o spera o si offre vittima di carità per il suo popolo, noi vogliamo essere con lui; desideriamo anzi che la voce delle anime nostre si confonda con la sua. Deh! per pietà fa’ Tu, o Signore, che neppure uno solo di noi sia lontano dalla sua mente e dal suo cuore nell’ora in cui egli prega e offre a te il Sacrificio del tuo benedetto Figliuolo. E nel momento in cui il nostro veneratissimo Pontefice, tenendo tra le sue mani il Corpo stesso di Gesù Cristo, dirà al popolo sul Calice di benedizioni queste parole: « La pace del Signore sia sempre con voi», Tu fa’, o Signore, che la pace tua dolcissima discenda con una efficacia nuova e visibile nel cuore nostro ed in tutte le nazioni. Amen.

Indulgentia quingentorum dierum semel in die (Leo XIII, Audientia 8 maii 1896; S. Pæn. Ap., 18 ian. 1934).

654

Oratio

Deus omnium fidelium pastor et rector, famulum tuum (Gregorium)., quem pastorem Ecclesiæ tuæ praeesse voluisti, propitius respice; da ei, quæsumus, verbo et exemplo, quibus præest, proficere; ut ad vitam, una cum grege sibi credito, perveniat sempiternam. Per Christum Dominum nostrum. Amen (ex Mìssali Rom.):

Indulgentia trìum annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo devota orationis recitatio, quotidie peracta, in integrum mensem producta fuerit (S. Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

655

Oratio

Omnipotens sempiterne Deus, miserere famulo tuo Pontifici nostro (Gregorio)., et dirige eum secundum tuam clementiam in viam salutis aeternæ: ut, te donante, tibi placita cupiat et tota virtute perficiat. Per Christum Dominum nostrum. Amen. (ex Rit. Rom.).

Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem oratio pia mente recitata fuerit (S. Pæn. Ap., 10 mart. 1935).

Tu sei Pietro e su questa roccia costruirò la mia Chiesa

(San Matteo XVI 18).

La Chiesa di Gesù Cristo, nella misura in cui è una società, un regno divinamente stabilito, deve avere un capo. Il suo Capo invisibile è Gesù Cristo stesso; il capo visibile è il nostro Santo Padre, il Papa.

Chi è il Papa? Il Papa è il successore di S. Pietro, il vicario di Gesù Cristo e il suo rappresentante sulla terra, il pilota della “barca” di San Pietro, il Capo visibile della Chiesa e padre comune di tutto i fedeli.

Diciamo che il Papa è il successore di San Pietro. Facendo dell’Apostolo San Pietro la roccia fondante, la pietra angolare della sua Chiesa, Gesù Cristo gli ha promesso successori fino alla fine dei tempi. Questa roccia inamovibile implica che Pietro sarà il capo perpetuo della Chiesa, che sarà sempre necessario sostenere e governare. Ma come potrà governare sempre la Chiesa, essendo mortale come il resto degli uomini? Come farà a governare ancora la dopo la sua morte? Mediante i suoi successori, chi saranno gli eredi del suo potere, dei suoi privilegi e anche del suo spirito apostolico. Pietro, come dicono i Padri, è sempre vivente, e vivrà sempre nella persona dei successori che Cristo gli ha promesso con queste parole: “Tu sei Pietro, e su questa roccia costruirò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa”. La promessa del Salvatore è stata soddisfatta: Pietro, dopo aver riparato la sua sede pontificia a Roma, ha avuto Come successori tutti i vescovi o i Pontefici Romani che hanno occupato la sua sede nel corso dei secoli fino ai nostri giorni. – La storia ci svela questa successione incomparabile. È una catena d’oro tenuta per mano di Gesù Cristo. Il suo primo collegamento è Pietro, e ne vediamo gloriosamente regnante oggi il duecentocinquantanovesimo nella persona dell’augusto Leone XIII. Dopo di lui la catena continuerà ad allungarsi fino al raggiungimento del collegamento finale: vale a dire fino all’ultimo Papa, che concluderà il suo regno con la fine dei secoli. – Questa serie ininterrotta di successori di San Pietro ci presenta uomini che differivano nel nome, nel tempo, nel carattere; ma tutti hanno occupato la medesima Sede ed hanno tenuto nelle loro mani le stesse chiavi che sono state consegnate da Gesù Cristo all’Apostolo San Pietro. In altre parole, insegnando essi la stessa dottrina, ne hanno posseduto lo stesso potere e gli stessi privilegi; tanto che se il Principe degli Apostoli dovesse tornare di persona ad esercitare l’autorità pontificia, i suoi poteri e privilegi non differirebbero da quelli dell’augusto Leone XIII., il vero detentore della sua immortale eredità [oggi il Santo Padre Gregorio XVIII –ndr.-].

I Papi possono morire; il Papato non muore mai. né subisce cambiamenti.

 Ringraziamo Dio, fratelli miei, per aver fondato la sua Chiesa sulla roccia indistruttibile del Papato, e abbiamo sempre la più grande riverenza ed amore per il nostro Santo Padre, il Papa, il successore di San Pietro.

Fonte: “SHORT SERMONS FOR THE  Low Masses of Sunday.
COMPRISING IN FOUR SERIES.  “A Methodical Exposition of Christian Doctrine”, BY THE Rev. F. X. SCHOUPPE, S. J. Imprimatur 1884

SANTA GEMMA GALGANI

Santa GEMMA GALGANI

Triduo in onore di Santa Gemma per ottenere un favore speciale

Giorno 1

O Vergine compassionevole, Santa Gemma, durante la tua breve vita sulla terra, hai dato un bellissimo esempio di innocenza angelica e di amore serafico e sei stata ritenuta degna di portare nella tua carne i segni della Passione di Nostro Signore, abbi pietà di noi che siamo così tanto bisognosi della misericordia di Dio e ottienici per i tuoi meriti e la tua intercessione, il favore speciale che imploriamo con fervore.
Pater, Ave, Gloria …

V. Prega per noi, Santa Gemma.

R. Affinché siamo resi degni delle promesse di Cristo.

Preghiamo
O Dio, che hai modellato la santa vergine Gemma, a somiglianza del tuo Figlio Crocifisso, concedici per sua intercessione, che come partecipi delle sofferenze di Cristo, possiamo meritare di diventare pure partecipi della Sua Gloria, Che con te vive e regna nell’unità dello Spirito Santo, senza fine. Amen.

Giorno 2

O degna Sposa dell’Agnello di Dio, che si ciba tra i gigli, tu hai conservato l’innocenza e lo splendore della verginità, dando al mondo un luminoso esempio delle più esaltate virtù, abbi pietà dal tuo alto luogo nel cielo di noi chi confidiamo in te, ed implora per noi il favore che desideriamo tanto ardentemente.

Pater, Ave, Gloria …

V. Prega per noi, Santa Gemma.

R. Affinché Che possiamo essere resi degni delle promesse di Cristo.

Preghiamo
O Dio, che hai modellato … (come sopra)

3 ° giorno

O amabile vergine, Santa Gemma, degna di ogni ammirazione, che durante la tua vita in questo mondo sei diventata agli occhi di Dio un gioiello prezioso, risplendente di ogni virtù, abbassati pietosamente su di noi chi ti invochiamo nella confidente speranza di ricevere questo favore attraverso la tua amorevole intercessione.
Pater, Ave, Gloria …

V. Prega per noi, Santa Gemma.

R. Affinché siamo resi degni delle promesse di Cristo.

Preghiamo
O Dio, che hai modellato … (come sopra)

Canonizzazione di S. Gemma  dal S. P.  PIO XII

Triduo in onore di Santa Gemma: per i malati e gli infermi

Giorno 1

O vergine-vittima, Santa Gemma, la tua vita fu consumata nella dolce fiamma dell’amore per Dio e per il tuo prossimo, hai sofferto nel tuo fragile corpo e nel tuo cuore sensibile, pene e amari dolori. Abbi pietà di tutti coloro che si trovano nella croce della sofferenza corporale, di tutti quelli che si soffrono per i loro cari, nella malattia. Ottieni la grazia della guarigione per i nostri malati e trasforma il nostro dolore in gratitudine gioiosa verso te in cui riponiamo la nostra fiducia.
Pater, Ave, Gloria …

Giorno 2

O Santa Gemma tenera e generosa, il tuo cuore fu così profondamente commosso dalle miserie di questa vita mortale che il povero, l’ammalato ed il peccatore trovarono in te simpatia e generosità e confidarono nell’efficacia delle tue preghiere. Eleviamo gli occhi fiduciosi anche in mezzo alle prove, alle malattie, alle tentazioni della vita. Pregate per noi davanti al trono di Dio per tutti i nostri bisogni spirituali e temporali, specialmente per il ritorno alla salute di coloro che ci sono vicini e cari.
Pater, Ave, Gloria …

3 ° giorno

O eroica amante di Gesù Crocifisso, la tua vita è stata una prolungata penitenza, una preghiera perpetua e ardente, trascorsa ai piedi della Croce con la nostra Madre Addolorata. Ora in cielo, godendo del frutto della tua santa vita, ottieni misericordia e consolazione per l’umanità peccatrice e sofferente. Offri le tue penitenze e preghiere a Gesù e Maria affinché mandi conforto nel dolore, speranza nella disperazione, salute agli ammalati. Ricorda i nostri cari sui letti del dolore; intercedi per loro perché, riguadagnando la salute, possano servire il nostro amorevole Salvatore con rinnovato fervore e fedeltà.
Pater, Ave, Gloria …

Preghiera in ringraziamento per il favore ricevuto

O umile vergine, Santa Gemma, a quale potenza Dio ti ha esaltato! Tu sei invocata da coloro che soffrono dolori e pene in questa valle di lacrime. Miracoli e grazie si ottengono ogni giorno implorando il tuo nome, come abbiamo sperimentato. Sia benedetto il nostro Dio misericordioso per averti concesso un tale potere in nostro favore! Grati per la tua amorevole benignità, ci decidiamo ad imitare le tue virtù affinché, un giorno, ci uniamo a te in Paradiso e nell’inno eterno di ringraziamento.
Pater, Ave, Gloria …

SAN GABRIELE ARCANGELO

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Deus, qui inter ceteros Angelos, ad annuntiandum incarnationis tuæ mystèrium, Gabrielem Archangelum elegisti; concede propitius, ut, qui festum eius celebramus in terris, ipsius patrocinium sentiamus in cœlis: qui vivis et regnas in sæcula sæculorum. Amen (ex Missali Rom.).

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo devota orationis recitatio, quotidie peracta, in integrum mensem producta fuerit (S. Pæn. Ap., 25 apr. 1949).

SAN GABRIELE ARCANGELO

[G. Lardone: Fra gli astri della santità cattolica; S.E.I. Ed. Torino, 1928 –impr.]

Fra gli innumerevoli spiriti che formano la vasta gerarchia dei cieli, compongono la corte del gran Re e ne eseguiscono gli ordini in qualità di fedeli ministri, tre ve ne sono dei quali i libri santi ci hanno in modo esplicito rivelati i nomi: Michele, Raffaele e Gabriele. Le loro apparizioni ed i rapporti particolari che ebbero con gli uomini nel rivelare i decreti di Dio possono considerarsi come la causa di questa distinzione così onorevole per essi, e così preziosa per noi. Il pontefice San Gregorio nella sua trentaquattresima omelia sul Vangelo ci illustra il significato dei lor nomi; e, seguendo, con S. Girolamo, l’etimologia ebraica, assegna a Gabriele precisamente la significazione di Forza di Dio: Gabriel antera fortitudo Dei (S. GREG. , Op., Parigi, 1535, Voi. I , p. 1478). Il nome adunque è significativo ed eloquente; e, se la Chiesa ha voluto ricordarcelo con una speciale solennità si è perché da lui, Forza di Dio, che fu l’Arcangelo dell’Incarnazione in Cielo, nella Antica Legge e nel Nuovo Testamento, apprendiamo anche noi ad aderire sempre più a Gesù Cristo Redentore per portare con fortezza alle genti l’annunzio della Buona Novella.

1 . — IN CIELO.

Nella sua prescienza innata Iddio ha dall’eternità previsto la caduta dell’uomo dallo stato soprannaturale per causa della colpa di origine. Ma siccome in Lui non vi è successione né di tempo né di momenti, nella stessa previsione della prima e universale caduta, volle la Redenzione, cioè la riparazione dei danni del peccato, affinché l’uomo potesse di nuovo sollevarsi all’abbraccio del perdono d’Iddio e riascendere a quella felicità soprannaturale dalla quale era volontariamente decaduto. Decretò quindi l’Incarnazione cioè che il Verbo Eterno assumesse la umana carne con tutte le miserie ad eccezione del peccato, affinché abbassandosi Iddio fino all’uomo, potesse di nuovo l’uomo risollevarsi fino a Dio. Senonché fra quegli spiriti che Iddio aveva creato perché fossero come intravede Ezechiele il primo Angelo Signaculum similitudinis, plenus sapientia et perfectus decore in deliciis paradisi Rei (EZECH., XXVIII), uno ve ne fu, Lucifero, che desiderò, inordinatamente l’unione ipostatica per essere assunto all’ufficio altissimo di Redentore (SUAREZ, lib. VII, 13, De Angelis). « Ascenderò nel Cielo, egli disse, eleverò il mio trono sopra gli astri del firmamento… siederò sulla più vertiginosa altezza, ai lati dell’aquilone al disopra delle stesse nubi e sarò simile all’Altissimo » (ISAIA, XIV). Ma Iddio rigettò la natura angelica che aspirava all’unione con la divinità, e prescelse invece la natura umana per unirla, nell’unione personale, col Verbo, che doveva incarnarsi per la salute del mondo: Miniasti eum paulo minus ab Angelis (Salm., VIII). E chi prescelse Iddio dall’eternità, mentre volle la Redenzione e stabilì l’incarnazione del Verbo, per darne l’annunzio consolatore? L’arcangelo Gabriele, il quale, nel pensiero di Dio, divenne lo spirito più adatto per essere il messaggero di così alti misteri e per proclamare al cospetto dei cori angelici prima che alla terra che tutti avrebbero dovuto adorare il Figlio di Dio fatto uomo: Et adorent eum omnes Angeli eius (Hebr., I , 6). Maturata poi la rivolta di Lucifero, il quale, non volendo assoggettarsi ai decreti di Dio, pronunziò il suo: Non serviam (IER., II, 20), fu allora che, secondo la visione di San Giovanni: Factum est prœlium magnum in cœlo (Apoc, XII, 7) con l’arcangelo Michele, essendo conveniente che colui il quale voleva essere simile a Dio fosse sconfitto da quegli il cui nome significa appunto nell’interpretazione etimologica e gregoriana: quis ut Deus! Tale fu adunque il ministero dell’Arcangelo Gabriele in cielo: quello di essere l’angelo dell’Incarnazione onde proclamare l’onore che le potestà celesti dovevano al Figliuolo di Dio fatto uomo.

  1. — NELL’ANTICA LEGGE.

Però il suo carattere di nunzio dell’Incarnazione ha un più evidente risalto dalle narrazioni dell’Antica Legge che al mistero del Redentore si riferiscono e specialmente dalle visioni di Daniele. Trovandosi alla corte di Baldassarre, parve al profeta di venir trasportato a Susa e là intravide quanto sarebbe accaduto nelle monarchie e nei regni futuri. Descrisse quindi, secondo gli interpreti, le lotte di Alessandro con Dario, dei Greci con i Persiani: previde la potenza e la crudeltà di uno fra i successori di Alessandro che i commentatori credono Antioco Epifane (A LAPIDE, Vol. XIII, pag. 98, Ed. Parigi, 1866). Per interpretare questa visione così complicata e così confusa Iddio inviò al Profeta l’arcangelo Gabriele: Stetit in conspectu meo, dice il Veggente, quasi species viri (DAN., VIII, 15), il quale dopo avergli spiegata la visione secondo la storica successione degli imperi, fermandosi in modo particolare ad illustrare le persecuzioni che avrebbero dovuto soffrire gli Ebrei degeneri, conchiuse: Tu ergo visionem signa (ivi, 26) cioè conservala: perché allora nessuno avrebbe potuto comprenderla ma soltanto quattrocento anni dopo, cioè quando sarebbero stati maturi i tempi stabiliti dall’Eterno per l’avvento del Messia. – In una seconda visione, essendo il Profeta afflitto dal pensiero che il tempo della desolazione si approssimava per la città santa, rivolse a Dio, prosternato nella polvere, la celebre preghiera che noi leggiamo nel capo IX della sua profezia. Poi, narra il racconto profetico: « Mentre pregavo e confessavo i miei peccati e quelli del mio popolo Israele … ecco Gabriele, che avevo visto fin da principio in visione, il quale, appressandosi nel volo a me, mi raggiunse durante il sacrificio serotino … e mi disse: Daniele, io sono venuto affine di insegnarti e farti comprendere… tu dunque medita la parola e comprendi la visione… ». E l’Arcangelo Gabriele allora gli rivelò il Messia, l’epoca in cui sarebbe venuto al mondo, la sua morte, la riprovazione del popolo giudaico e l’alleanza che Iddio avrebbe stretto con nuovi popoli più fedeli alla sua legge santa. Tale rivelazione è contenuta nella profezia detta delle settanta settimane (DAN., IX, 20-27): « Sono state fissate settanta settimane per il popolo tuo e per la tua città santa, affinché la prevaricazione sia tolta… e sia cancellata l’iniquità… Sappi adunque… da quando uscirà l’editto per la riedificazione di Gerusalemme fino al Cristo principe vi saranno sette settimane e sessanta due settimane… E dopo sessanta due settimane il Cristo sarà ucciso e non sarà più suo il popolo che lo rinnegherà… E la città e il Santuario sarà distrutto da un popolo con un condottiero che verrà… E alla metà della settimana verranno meno le ostie ed i sacrifici e sarà nel tempio l’abbominazione della desolazione… ». Da questo annunzio profetico è adunque chiaro che la missione dell’arcangelo Gabriele ebbe per oggetto l’Incarnazione di Gesù e la Redenzione del genere umano. – Il suo carattere di fortezza poi l’Arcangelo nostro lo conserva ancora in numerose altre apparizioni tramandateci dalle sacre carte. Nota, ad es., quella del capo X di Daniele, dell’anno terzo di Ciro, re dei Persiani, allorché al Profeta, macero dai digiuni e dalle penitenze, apparve l’Arcangelo «vestito di abiti di lino con i fianchi ricinti di fusciacca di fino oro: e il suo corpo era come il brisolito e la sua faccia aveva la somiglianza di folgore, e gli occhi di lui come lampada ardente, e le braccia e le parti all’ingiù fino ai piedi erano simili ad un bronzo rovente: e il suono di sue parole come il mormorio di una gran turba» (DAN., X, 5-6, Trad. Martini). Cornelio A Lapide commenta che fu conveniente questa apparizione nuova ed in forma così maestosa da parte dell’Arcangelo, perché veniva ad annunziare al Profeta le vittorie dei Maccabei, e per conseguenza, la gloria e la maestà che ne proveniva al popolo di Dio. Tanto più che le lotte e le vittorie annunziate erano tipo e figura delle lotte e dei trionfi che i cristiani avrebbero col tempo dovuto sostenere contro gli idolatri e contro gli infedeli che avrebbero perseguitato nella Chiesa il regno spirituale del Salvatore.

  1. — NEL NUOVO TESTAMENTO.

Ma dove più spicca per il nostro il carattere di Angelo dell’Incarnazione si è nel Nuovo Testamento, poiché appunto nel Nuovo Testamento si narra come l’Arcangelo Gabriele …

…Venne in terra col decreto

della molt’anni lacrimata pace

ch’aperse il ciel dal suo lungo divieto.

(Purg., X).

Si approssimava il tempo nel quale Colui che è la forza e la sapienza di Dio doveva venire nel mondo. Le settimane profetate da Daniele erano oramai compiute: il Santo dei Santi doveva ricevere l’unzione divina che lo costituiva sacerdote eterno nel tempo stesso in cui doveva diventare la grande vittima offerta per la salute del mondo; doveva, in una parola, compiersi il mistero dell’Incarnazione. Orbene sei mesi innanzi l’Annunziazione della Vergine un grande avvenimento accadde al tempio di Gerusalemme: l’Arcangelo Gabriele vi discese dal cielo per annunziare l’inizio della gioia che la nascita del Redentore doveva portare a compimento. C’era, dice San Luca, un sacerdote per nome Zaccaria della classe di Abia: sua moglie, delle figlie di Aronne, si chiamava Elisabetta. Erano tutte e due giusti al cospetto di Dio, camminando irreprensibili nei precetti e decreti del Signore. Posta una così perfetta ubbidienza a Dio, una edificazione così grande per il prossimo, non è a stupire che i coniugi santi abbiano attirato su di sé e sulla loro famiglia gli sguardi e la benedizione del Signore, non è a stupire che siano stati eletti a portare al mondo il Precursore del Verbo. E fu l’arcangelo Gabriele che venne loro inviato, nunzio della lieta novella. Egli comparve alla destra dell’altare dell’incenso, mentre Zaccaria offriva il sacrificio, e, visto lo sbigottimento del sacerdote, gli disse: « Non temere, Zaccaria, perché è stata esaudita la tua preghiera, tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio, a cui metterai nome Giovanni, e sarà a te di allegrezza e di giubilo, e molti si rallegreranno per la sua nascita, ecc. ». Siccome poi Zaccaria recava in campo l’età avanzata sua e di Elisabetta, l’Arcangelo soggiunse: « Io sono Gabriele che sto in presenza di Dio e sono stato mandato a parlarti e recarti questa buona notizia » (LUCA, I, 5-19). I più importanti prodigi stavano per avverarsi ed era ben conveniente che quel Dio il quale Fecit potentiam in brachio suo (LUCA I, 51), inviasse colui che era più spiccatamente la rivelazione della sua forza per portarne l’annunzio al Giusto prescelto pure a grandi cose. Però dove l’Arcangelo fu propriamente Nunzio di grandi cose si fu nell’annunziazione della Vergine benedetta: allorché fu mandato « ad una città di Galilea di nome Nazaret, ad una Vergine che aveva per sposo un uomo della stirpe di Davide per nome Giuseppe e la Vergine si chiamava Maria » (LUCA, I, 26). È qui il più bel trionfo di Gabriele perché la gloria che gli venne nella sua qualità di ambasciatore dell’Altissimo fu immensa. « Non bisogna credere, esclama San Bernardo, che egli sia uno di quegli Angeli che Iddio invia frequentemente sulla terra e per una causa ordinaria. Egli deve custodire un segreto che nessuno degli Angeli deve conoscere prima della Vergine: eppure Iddio a lui lo confida perché dev’essere di una perfetta eccellenza per venir ritenuto degno e del nome che porta e della missione che gli viene confidata. Fu lui il primo che ha pronunziato il saluto che si ripete oramai da due mila anni nel mondo intero e che dovette pure essere adottato in cielo dai cori angelici per onorar la loro regina. « Salve, o piena di grazia, il Signore è con te! ». Fu lui che rassicurò la Vergine turbata all’annunzio del tremendo mistero: « Non temere, o Maria, hai trovato grazia davanti a Dio ». Fu lui che alla Vergine diede chiara, esplicita, formale la rivelazione dell’incarnazione del Verbo: « Concepirai nel seno e partorirai un figlio ». Fu lui che pronunziò per primo il nome adorabile del Figlio di Dio fatto uomo: « Cui porrai nome Gesù» (LUCA, I, 26-32). F u lui infine che venne fatto degno di ricevere il consenso di Maria per portarlo al trono dell’Eterno. – Potevano dunque darsi rapporti più stretti tra l’Arcangelo nostro ed il mistero della nostra salute? Inoltre questi rapporti furono confermati da altre apparizioni, le quali nell’ora della Redenzione, vengono attribuite all’Arcangelo della fortezza. San Cipriano ed altri scrittori pii opinano che lo stesso San Gabriele sia apparso ai pastori nella notte della natività di Gesù per convocarli alla culla del Messia. Altri dottori pensano che lo stesso Arcangelo sia disceso all’Orto degli Ulivi per confortare il Salvatore nella spasimante agonia del sudore di sangue (SUAEEZ, I part., tom. II, disp. 244, n. 3; e LUDOVICO DA PONTE, Med. de agon. Christi in Orto). Alcuni infine opinano che Gabriele Arcangelo sia stato deputato alla custodia del Sepolcro di Cristo e che a luì sia stato concesso l’onore di dare per il primo l’annunzio della Risurrezione del Salvatore. Orbene, questi molteplici rapporti, così augusti, così intimi, così misteriosi col mistero del Verbo Incarnato mentre ci donano la più alta idea di questo spirito immortale che sta davanti al trono del Signore ci devono ispirare la più viva confidenza nella sua valida protezione e ci devono spronare a celebrarne la festa con venerante pietà. – Creato arcangelo dell’Incarnazione per la sua fortezza, egli fu l’annunziatore di Gesù. Preghiamolo adunque affinché apporti anche a noi la buona novella del Cristo, ci comunichi in abbondanza i lumi supremi sui misteri adorabili della di lui persona e ci insegni ad amarlo ed a servirlo con una fedeltà inviolabile. Egli fu il visitatore di Maria. Chi mai, dopo Gesù, ha visto Maria più da vicino? Chi è meglio penetrato nei sublimi segreti della di Lei anima? Chi ha potuto avere una più giusta ammirazione per la purezza perfetta, per l’umiltà profonda, per l’ubbidienza ammirevole della Vergine Santa? Egli fu certo il primo devoto di Maria. Preghiamolo quindi affinché ci conduca alla Vergine e ci renda meritevoli di stringere con Lei quei legami di venerazione che hanno caratterizzato la sua visita all’umile dimora nazarena. – In un’antica effigie scoperta a Palermo nel 1516 (A LAPIDE, Vol. 21, pag. 21-2) il nostro Arcangelo è rappresentato mentre tiene nella destra una face e nella sinistra uno specchio di diaspro verde chiazzato di macchie rosse. Possano i suoi simboli segnare la nostra via. Agitiamo anche noi la face che segnali a tutti la nostra fede in Gesù: sia la nostra vita come uno specchio fedele delle virtù mariane: e noi, come l’Arcangelo, annunzieremo Gesù e saremo realmente uniti a Maria. Imploriamo quindi da San Gabriele che ci impetri la grazia di essere forti e costanti nell’attaccamento a Gesù ed a Maria; che ci ottenga l’onore di pronunziare sempre, come egli li ha pronunziati, questi nomi sacri, in modo degno del Figlio e della Madre, affinché un giorno siamo ancora noi glorificati per la vista di Gesù e di Maria.

 

 

NELLA FESTA DI SAN GIUSEPPE [2018]

– 458 –

Fac nos innocuam, Ioseph, decurrere vitam,

Sitque tuo semper tuta patrocinio.

(ex Missali Rom.).

Indulgentia trecentorum (300) dierum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocatione quotidie per integrum mensem pie recitata (S. C. Indulg., 18 mart. 1882; S. Pæn. Ap., 13 maii 1933).

HYMNI

– 463-

Te, Ioseph, celebrent agmina Cœlitum

Te cuncti rèsonent Christiadum chori,

Qui, clarus meritis, iunctus es inclytæ

Casto fœdere Virgini.

Almo cum tumidam germine coniugem

Admirans, dubio tangeris anxius,

Afflatu superi Flaminis, Angelus

Conceptum puerum docet.

Tu natum Dominum stringis, ad exteras

Aegypti profugum tu sequeris plagas;

Amissum Solymis quæris et invenis,

Miscens gaudia fletibus.

Post mortem reliquos sors pia consecrat,

Palmamque emeritos gloria suscipit:

Tu vivens, Superis par, frueris Deo,

Mira sorte beatior.

Nobis, summa Trias, parce precantibus,

Da Ioseph meritis sidera scandere:

Ut tandem liceat nos tibi perpetim

Gratum promere canticum. Amen.

(ex Brev. Rom.).

(Indulgentia trium (3) annorum. – Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana hymni recitatione in integrum mensem producta (S. Pæn. Ap., 9 febr. 1922 et 13 iul. 1932). 

– 464 –

Salve, Ioseph, Gustos pie

Sponse Virginis Mariae

Educator optime.

Tua prece salus data

Sit et culpa condonata

Peccatricis animae.

Per te cuncti liberemur

Omni poena quam meremur

Nostris prò criminibus.

Per te nobis impertita

Omnis gratia expetita

Sit, et salus animae.

Te precante vita functi

Simus Angelis coniuncti

In cadesti patria.

Sint et omnes tribulati

Te precante liberati

Cunctis ab angustiis.

Omnes populi laetentur,

Aegrotantes et sanentur,

Te rogante Dominum.

Ioseph, Fili David Regis,

Recordare Christi gregis

In die iudicii.

Salvatorem deprecare,

Ut nos velit liberare

Nostræ mortis tempore.

Tu nos vivos hic tuere

Inde mortuos gaudere

Fac cadesti gloria. Amen.

Indulgentia trium (3) annorum (S. Pæn. Ap., 28 apr.1934).

– 473 –  

Virginum custos et Pater, sancte Ioseph, cuius

fideli custodiæ ipsa Innocentia, Christus Iesus,

et Virgo virginum Maria commissa fuit, te per

hoc utrumque carissimum pignus Iesum et Mariani

obsecro et obtestor, ut me ab omni immunditia

præservatum, mente incontaminata, puro

corde et casto corpore Iesu et Mariæ semper

facias castissime famulari. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum singulis mensis marti: diebus necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem pia mente iterata (S. C. Indulg., 4 febr. 1877; S. Pæn. Ap., 18 maii 1936 et 10 mart. 1941)

-475-

Memento nostri, beate Ioseph, et tuæ orationis

suffragio apud tuum putativum Filium intercede;

sed et beatissimam Virginem Sponsam

tuam nobis propitiam redde, quæ Mater est

Eius, qui cum Patre et Spiritu Sancto vivit et

regnat per infinita sæcula sæculorum. Amen.

(S. Bernardinus Senensis).

(Indulgentia trium annorum. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote recitata fuerit (S. C. Indulg., 14 dec. 1889; S. Pæn. Ap., 13 iun.1936).

476

Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra

confugimus, atque, implorato Sponsæ tuæ

sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter

exposcimus. Per eam, quæsumus, quæ

te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit,

caritatem, perque paternum, quo Puerum

Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope

succurras. Tuere, o Custos providentissime divinæ

Familiæ, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e cœlo adesto; et

sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate

defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

 (Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

477

O Ioseph, virgo Pater Iesu, purissime Sponse

Virginis Mariæ, quotidie deprecare prò nobis

ipsum Iesum Filium Dei, ut, armis suae gratiæ

muniti, legitime certantes in vita, ab eodem coronemur

in morte.

(Indulgentia quingentorum (500) dierum (Pius X, Rescr. Manu Propr., 11 oct. 1906, exhib. 26 nov. 1906; S. Paen. Ap. 23 maii 1931).

#     #     #

Nella festa di S. Giuseppe.

[G. Lardone: “Fra gli Astri della Santità Cattolica”, S.E.I. ed. Torino, 1928 – impr.]

Nei tramonti luminosi del nostro bel cielo italico si contempla a volte un fenomeno interessante. Mentre il sole declina lentamente a l’occaso e presenta in tutto il fulgore che le è proprio la sua enorme massa incandescente, è circondato attorno attorno da nuvole gigantesche, come disposte in un trionfo di gloria, le quali, dando riflessi di porpora e d’oro, sembrano risplendere di luce propria, per quanto non riflettano che la luce ricevuta dall’astro maggior dell’universo. Tale fenomeno singolare si ripete sempre nel cielo fulgido della cristiana santità. Stelle splendenti nel divin firmamento della Chiesa trionfante e della Chiesa militante i Santi danno una luce che non è terrena: a primo aspetto sembra una luce loro personale: in realtà non è che la luce loro inviata dal Santo dei Santi che è nostro Signor Gesù Cristo. E più essi si avvicinano all’Autore ed al centro della santità o per l’altezza della loro missione o per l’eroismo delle loro virtù, tanto più essi sono irradiati ed irradiano della luce che viene da Lui. – Orbene quale dei Santi, dopo la Vergine, e per l’altezza del ministero e per l’eccellenza della perfezione si è avvicinato di più al Sole divino di giustizia del glorioso San Giuseppe? Ecco perché noi lo contempliamo come un astro di prima grandezza nel cielo dell’eternità. Perché nessuno più di lui si tuffò nell’oceano di luce di Cristo, nessuno più di lui fu scelto all’onore di rifletterne, come in un’aureola incomparabile, i raggi sempiterni. Eleviamo lo sguardo a lui che la Provvidenza ha eletto a destini ineffabili e, rapiti alla contemplazione delle sue virtù perfette, delle sue grandezze ammirabili, dei suoi poteri trascendenti, lo troveremo perfettamente degno di riflettere la luce che gli viene da Gesù.

— « IPSI VIRTUS ».

Al glorioso S. Giuseppe, che gli Evangeli hanno lasciato in una discreta penombra fra tutti i personaggi della Redenzione, non può ascriversi alcuna di quelle qualità esteriori che gli uomini ammirano e che strappano gli applausi del mondo. La sua vita ordinaria, semplice, comune, intessuta di doveri e di opere in apparenza volgari, non ebbe per teatro che una povera officina di villaggio e per testimoni che gli occhi di una donna e di un fanciullo. Tuttavia le sacre carte hanno sintetizzato, con un motto unico, ma tanto comprensivo, la virtù eccelsa dell’umile fabbro di Nazareth: Joseph autem cum esset iustus (MATT., I, 19). È qui il titolo di sua nobiltà. La giustizia non ha altro principio né altra regola che la volontà divina: questa volontà che fissa i nostri doveri e determina tanto gli omaggi che dobbiamo al nostro Creatore, quanto l’amore ed i servizi che dobbiamo al nostro prossimo. D’onde segue che il fondamento ed il carattere essenziale della giustizia sono rappresentati dalla sottomissione alla volontà divina. Ora la santità di S. Giuseppe non ha altra origine che questa. La sudditanza a Dio non solamente egli la prova con la fedele osservanza delle leggi promulgate ai suoi padri per il magistero di Mose, ma ancora corrispondendo alla ispirazione celeste, abbracciando con amore il proprio stato, sottomettendosi agli avvenimenti più misteriosi e disparati ed assoggettandosi ai travagli più gravosi che Dio suscita sui suoi passi. È veramente il giusto per eccellenza. Tale è sempre il primo effetto della sottomissione alla volontà di Dio: il mantenersi nello stato in cui la Provvidenza ci ha posto. Come il Signore, sovrano ed arbitro dei nostri destini, istituendo la società ne ha fissato l’ordine e la pace sulla diversità delle condizioni e proporziona le sue grazie ai diversi uffici ai quali ci ha eletto, così è giusto, è necessario che l’uomo accetti volonterosamente la posizione voluta da Dio e cerchi di adempierne con fedeltà i doveri. – Tale fu San Giuseppe, il quale, oltre ad amare la propria oscurità, adempì con trasporto i doveri che la sua modesta condizione gli imponeva. E se ogni stato ha le sue responsabilità specifiche e le sue speciali difficoltà, tutti gli stati convengono sostanzialmente in un dovere comune, il lavoro: il lavoro imposto a tutti i figli di Adamo come retaggio della prima colpa, come mezzo di sostentamento, come strumento di elevazione. Ebbene lo stesso Evangelo ci ricorda che il buon Giuseppe traeva dal lavoro delle sue mani il cibo quotidiano e la tradizione ce lo richiama intento a formare gioghi per bovi e carri per agricoltori. Il suo mestiere oscuro lo metteva a contatto con i ceti più umili dei suoi conterranei e lo esponeva sovente al loro gratuito disprezzo. Difatti, allorché Gesù parlava alla Sinagoga di Nazareth, il popolo ascoltandone le parole nuove diceva: « Non è costui il figliuolo del fabbro? Non è fabbro egli stesso? Nonne Me est fabri filius? (MATT. XIII, 55). Nonne Me est faber filius Mariæ? (MARC, VI, 3). Oh! Perché tante volte pesano i doveri umili e rudi a quanti sono condannati a professioni che il mondo non stima? Perché molti sentono in fondo all’anima l’onta ed il peso del loro mestiere? Guardino costoro a S. Giuseppe, il Padre custode di Gesù, lo sposo eletto della Regina del Cielo. Guardino costoro a Gesù medesimo, il Re del cielo e della terra. Dal momento che l’uno e l’altro hanno maneggiato gli strumenti dell’artigiano il lavoro non dev’essere per nessuno un’umiliazione, ma un onore ed una gloria ambita. È naturale poi che la figura del buon Giuseppe si mantenga storicamente circoscritta alla povera casa di Nazareth e non partecipi punto a nessun episodio glorioso della vita terrena del Salvatore: la storia si direbbe che ricordi soltanto gli avvenimenti tristi perché meglio sia provata e più evidentemente rifulga la sua virtù. Il Salvatore era già nato a Betlemme; gli Angeli ne avevano cantato l’avvento nei cieli; i pastori, dopo averlo adorato alla grotta, avevano divulgato fra i vicini centri la venuta del Liberatore d’Israele; i Magi, guidati dall’astro misterioso, erano venuti d’oriente per offrire i loro omaggi al Figlio di Dio e deporre attorno alla sua culla i loro doni simbolici. Gerusalemme stessa sapeva oramai che il Messia annunciato dai profeti era nato. Ma Erode sospettoso e crudele, paventava che la nascita di quel fanciullo, accompagnata da tante meraviglie, rappresentasse un pericolo per il proprio potere: quindi non ascoltando che la propria gelosia, meditò il delitto di perderlo con la progettata strage degli innocenti. Fu allora che Dio parlò a S. Giuseppe per mezzo del suo Angelo: e il Padre custode di Gesù, ubbidiente alla voce del cielo, partì immediatamente con quel fanciullo la cui presenza sulla terra non causava a lui che avversità e dolori. Ma per seguire la voce dell’alto dovette tutto abbandonare, la patria, la famiglia, la stessa sua officina per avviarsi in esilio e rimanervi fino a che un nuovo ordine di Dio lo riportasse a Nazareth. In chi troveremo una sottomissione più pronta, una carità più viva, una più umile docilità alla voce della Provvidenza? E tutte queste virtù che brillano in lui con tanto splendore a che si devono attribuire se non alla unione assoluta con la volontà divina, e quindi a quella giustizia fondamentale che forma l’ornamento più prezioso del suo carattere? A buona ragione dunque noi lo chiamiamo il giusto per eccellenza, perché ci dice S. Pier Grisologo, possiede la perfezione di tutte quante le virtù: Joseph vocari iustum attendite, propter omnium virtutum perfectam possessionem (SAN PIER. GRIS. , serm. 50).

— « IPSI GLORIA ».

Quale fu la gloria con cui fu premiata l’eccellenza della virtù di S. Giuseppe? Lo possiamo dedurre dalle prerogative che la liberalità divina concentrò in lui e dalla missione cui venne dalla Provvidenza eletto, Iddio anzitutto concesse a lui la rivelazione dei suoi misteri. Il mistero dell’Incarnazione, nascosto nella mente dell’Altissimo, non era ancora uscito dal silenzio eterno. Maria SS., senza cessare di essere vergine, concepiva per opera dello Spirito Santo, il Figlio di Dio fatto Uomo. Ma questo avvenimento che doveva riempire il cuore della Vergine di una dolce emozione, fu per il cuore di Giuseppe il soggetto di una crudele perplessità. – La sua giustizia, la sua sottomissione ai divini voleri, gli faceva senza dubbio intravedere un miracolo: ma non poteva mettere fine totalmente alle sue apprensioni. Allora Iddio, per bandire le sue inquietudini gli inviò un Angelo che gli disse: « Non paventare di ritenere presso di te, Maria tua sposa: il frutto che Ella porta nelle viscere verginali è opera dell’Onnipotente ». Così per lui si compie il giorno che Abramo ha sospirato di vedere: le profezie si avverano ed il più grande mistero è svelato all’umile operaio nazareno. Perché quel Dio che nasconde i suoi segreti alle anime orgogliose, li rivela alle anime sottomesse: e rivelandoli a S. Giuseppe ricompensa con una gloria incomparabile la sua giustizia eccelsa. – Ma vi è di più: Iddio lo elevò ad un’altra grandezza associandolo, quale cooperatore, ai suoi disegni. Avendo decretato di salvare il mondo per mezzo dell’Incarnazione ha voluto celare questo mistero altissimo sotto il velo di un coniugio per nascondere il Figlio suo agli occhi del demonio, per confonderlo tra i figli di Adamo e sottometterlo a tutte le miserie della vita terrena. Però il disegno di dissimulare l’avvento del Verbo Incarnato nell’oscurità di una vita comune esigeva che si trovasse un uomo eccezionale a cui si potesse affidare; l’amministrazione degli interessi visibili del Figlio di Dio fatto uomo. Se Iddio voleva che Gesù nascesse da Maria, occorreva pure a questa Vergine benedetta uno sposo elettissimo che potesse essere il testimone della di Lei verginità, il protettore della di Lei innocenza, il garante del di Lei onore. Se Iddio voleva assoggettare Gesù a tutte le vicissitudini della nostra vita era necessario un uomo che al Verbo incarnato potesse tener le veci di padre e sapesse vegliare alla di Lui conservazione. Giuseppe fu appunto colui che Iddio giudicò degno di questi eminenti ministeri. Egli fu prescelto ad essere lo Sposo della Vergine. – Come potremo noi divinare la gloria di questa sublime prerogativa? Occorrerebbe penetrare in tutta la misteriosa profondità della maternità divina: comprendere gli eccezionali avvenimenti che, per opera dello Spirito Santo si compirono in Lei: sapere le vie ineffabili per cui il Verbo si è fatto carne per la redenzione degli uomini. Essere lo sposo di Maria, esclama San Giovanni Damasceno, vuol dire avere una dignità così eminente che la lingua umana non può assolutamente esprimere. Quando si è detto: San Giuseppe è lo sposo di Maria; non si può far altro che tacere ed adorare. Virum Mariæ: hoc est prorsus ineffabile et nihil præterea dici potest. – Eppure non è qui ancora la gloria più fulgida del nostro Santo. Egli fu altresì il Padre custode di Gesù: l’Eterno gli comunicò una partecipazione della paternità divina. Questo titolo che è proprio dell’Onnipotente, questo titolo che nessun Santo, nessun Angelo ha mai potuto possedere neppure per un istante, San Giuseppe l’ha portato. Nomine Patris neque Angelus neque Sanctus in cœlo, brevi licei spatio meruit appellari; hoc unus Joseph meruit nuncupari (S. BASILIO, Orat. 20). Quale dignità! Egli fu il padre del Figlio di Dio, non solamente per riputazione ma per l’autorità, per il potere di rappresentanza che Iddio gli elargì sul Verbo Incarnato, confidandogli realmente tutti i diritti che un padre ha per natura sulla propria prole. Quindi egli, padre vergine del Figlio di una Madre vergine, padre adottivo prescelto volontariamente con abbondanza di grazio provenienti dallo stesso suo Figlio, padre infine per la feconda verginità della sua sposa, si presenta, tra i protagonisti stessi dell’Incarnazione, come un agente necessario per lo svolgimento dei disegni divini accanto a Gesù ed a Maria, e brilla nell’empireo della santità di una gloria talmente eccelsa .che non ha sopra di sè che la gloria di Gesù e di Maria.

— « IPSI IMPERIUM ».

Non possiamo quindi dubitare che, eletto, per la sua virtù, a tanta gloria, S. Giuseppe eserciti un potere od un’autorità senza esempio: potere ed autorità che hanno avuto in lui il loro inizio primo durante la stessa sua vita terrena, e che egli ha esercitato sulla più straordinaria delle Vergini, Maria SS. e sul più eccezionale dei Figli, Gesù Cristo. Dal momento che il matrimonio suo con la Vergine fu vero e perfetto ne venne di conseguenza che esso conferì al giusto Giuseppe tutti i diritti che per legge di natura e per legge positiva-divina allo sposo si attribuiscono, ed impose alla Vergine tutti i doveri che una donna ha verso il compagno dei suoi giorni. Di qui in Giuseppe il potere di comandare e nella Vergine il dovere di ubbidire. Comando certo fatto di bontà riguardosa e di premurosa dolcezza quello del santo sposo di Nazareth: ciò non toglie che si esercitasse in forza di un vero potere e di una indiscutibile autorità, a cui la Vergine « alta più che creatura » sottostava con docilità pronta e con divozione perenne. 0 sublimitas ineffabilis, esclama qui Gersone, ut Mater Dei, Regina Cœli, domina mundi, appellare te dominum, non indignum putaverit. – Tale sublimità di potere si accresce ancora se noi la consideriamo in esercizio verso il Verbo Incarnato. Nell’Evangelo di San Luca che più di tutti illustrò i quadri dell’infanzia del Salvatore, noi troviamo una frase che involge un mistero per una parte di autorità e per l’altra di umiliazione profonda. Ritornata la Sacra Famiglia, dopo le cerimonie della prima Pasqua e lo smarrimento del dodicenne Infante nel Tempio, alla povera dimora nazaretana, Gesù se ne andò con loro et erat subditus illis (LUCA, II, 51). Il Re del Cielo e della terra, Colui il quale ventis et mari imperai et obœdiunt ei (LUCA, VIII, 25) si inchina docilmente all’operaio a cui ha conferito in antecedenza affectum, sollicitudinem ei auctoritatem patris (S. GIOVANNI DAMASCENO). Mai alcun re ottenne simile potere; mai alcuna creatura ha esercitato una sì eccezionale autorità: lo stesso S. Giuseppe anzi non si sarebbe adattato a tale altissimo ministero, se Iddio Padre di cui egli era il vero e legittimo rappresentante, non gliene avesse fatto un preciso dovere. – Forse che in cielo è venuta meno la sua autorità maritale e sono cessati i suoi diritti paterni? Tutt’altro: è in mezzo allo splendore dei Santi che egli svolge ancora il suo impero: il suo trono si eleva presso quello della Sposa Immacolata che Iddio gli ha prescelta, e la sua potenza di intercessione presso il cuore dell’Altissimo conserva sempre dell’autorità paterna. È principio teologico indiscusso, illustrato sapientemente dall’angelico, che quanto più i Santi nel cielo sono vicini a Dio, tanto più le loro orazioni sono efficaci: Quanto Sancii qui sunt in patria sunt Deo coniunctiores, tanto eorum orations sunt magis efficaces (2a , 2æ, quæst. 83, art. 11). – Ora chi più unito a Dio da vincoli di intimità, di familiarità del nostro San Giuseppe che anche in Cielo può chiamare suo Figlio lo stesso nostro Signor Gesù Cristo? All’infuori di lui e della Vergine, dice San Cipriano, non est in cælestibus agminibus qui Dominum Jesum audeat filium nominare (De Bapt. Ghrist.). Se chiama Gesù suo Figlio, non è più a stupire che la sua intercessione acquisti l’efficacia di un vero comando. Tale il pensiero di un pio dottore: Quanta vis in eo impetranti quia dum pater filium orai, imperium reputatur. Ha qui il suo naturale fondamento la fiducia che la Chiesa santa e tutti i fedeli cristiani hanno sempre riposto nel suo potente patrocinio: ma è qui ancora il premio più ambito per la santità perfettissima di cui fu adorno, il fastigio supremo ed il coronamento più bello di quella gloria che a lui si proietta da Gesù e che egli riflette in tanta copia e con tanta fulgida paradisiaca luminosità. – L’antico patriarca Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, che del nostro era figura e promessa, essendo in tutto lo splendore della sua potenza faraonica, fece un sogno impressionante che le sacre carte ci hanno tramandato: vide mentalmente che il sole, la luna e le stelle erano intenti ad adorarlo. Quello che nella visione antica non era che il simbolo di un potere politico e la prova di una gloria transeunte, nel nostro San Giuseppe è invece una perfetta ed indubitata realtà. Attorno a lui noi troviamo il Sole di giustizia che è Gesù, la Luna candida ed Immacolata che è Maria, le stelle fulgidissime che rappresentano i Santi del Cielo, da S. Bernardo a San Francesco di Sales, da Santa Teresa alla Chantal. A ragione quindi la Chiesa ci invita considerare la di lui esaltazione e ci sprona ad onorarlo quale patrono universale, con un culto speciale di suprema dulia. Vi è un sapiente, vi è un re, un conquistatore che ottenga oggi omaggi così universali e lodi così entusiastiche? Dappertutto si elevano templi ed altari in suo onore: le arti vanno a gara nel fissare il suo nome e la sua immagine nella memoria degli uomini, e l’eloquenza deputa i suoi geni più celebrati per esaltarne la giustizia e le alte prerogative. Uniamoci dunque a questo coro di esaltazioni ed invochiamo dalla intercessione quasi onnipotente di San Giuseppe la grazia di avvicinarci in qualche modo alle sue virtù, affinché, ottenendo poi un qualche grado della sua gloria eccelsa, possiamo nel cielo testimoniare gli effetti del suo illimitato potere.

 

SAN TOMMASO D’AQUINO: CONOSCERE, AMARE, SERVIRE DIO.

SAN TOMMASO D’AQUINO
CONOSCERE, AMARE, SERVIRE DIO

[G. COLOMBO: “Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi” Vol. I; Soc. Ed. “Vita e pensiero”, Milano, 1939- impr.]

Aveva appena cinque anni: racchiuso in un abito nero, ricoperto di un nero scapolare, con un cappuccetto a punta che nel traversare i chiostri pieni di silenzio si tirava come uno spegnitoio sul capo, Tommaso già si crucciava dietro a questa domanda: « Chi è Dio? ». – Pronipote a Federico Barbarossa e nel sangue l’audacia e la tenacia dei Normanni suoi avi materni, il cadetto dei signori d’Aquino, come poté far senza della madre e della nutrice, era stato offerto alla badia di Monte Cassino con gran pompa: così l’abito di San Benedetto era venuto a rivestire lui giovanissimo, e la sottile tonsura a rigirargli la piccola testa. – Fosse la profonda religione materna a condurlo là, o fosse invece l’ambizione della famiglia che sognava di vederlo un giorno abate potente dell’abbazia principale delle Puglie col dominio di sette vescovati, è difficile decidere per noi ora; ma è facile invece immaginarci il monacello benedettino assillato dal suo problema: « Dio, chi è? ». – O che pregasse sperduto sotto l’ombrosa navata, o che mirasse il tramonto arrossare i colli in giro e, sopra essi, il torvo castello paterno, o che davanti all’enorme antifonario si levasse in punta di piedi nello sforzo di voltare la pagina, — che tale era il suo compito in coro, — sempre, ce lo attesta Guglielmo di Tocco suo biografo, ripeteva la terribile domanda: « Chi è Dio ? ». – Chi è Dio: non vi sembri strano che questo bambino interroghi così. Iddio, dopo d’avere stampato in lui una più vasta orma d’ingegno e di genio, quasi geloso aveva disposto che in nessun giorno quella poderosa mente avesse gli occhi distratti dal suo lume inaccessibile. Ed ecco dal primissimo uso di ragione, tutta la vita del santo fu un salire di gradino in gradino, di anelito in anelito, di spasimo in spasimo, verso la sublime risposta. E quando l’avrà toccata con la punta della sua anima, — la mattina del 6 dicembre 1273, — spezzerà la penna e dirà: « Reginaldo, ho finito: io muoio ». Chi è Dio: sotto queste parole si sprofonda l’abisso del vero. I suoi, quando lo chiamarono Tommaso, non sapevano che etimologicamente quel nome significa «abisso» e non potevano prevedere che nell’abisso della realtà nessun uomo, forse mai, si sarebbe inoltrato quanto quel loro bambino. – Chi è Dio: rispondere a tale domanda non è come rispondere a tutte le altre, poniamo a questa «che è la luna?». Poiché, dato pure che trovassimo per la luna la risposta esatta, poi lasceremmo ch’ella se ne vada per la sua strada celeste, e noi, senza badarci più, ce ne andremmo per la nostra strada terrestre. Ah no: man mano conoscere Dio vuol dire amarlo man mano ed anche man mano servirlo.

Conoscerlo!
Amarlo!
Servirlo!

Ecco tre parole che sono nel piccolo catechismo per tutti: per questo non crediatele piccola cosa. Conoscerlo, amarlo, servirlo è lo sforzo sublime della piccola trinità ch’è in noi, — intelletto, cuore, volontà, — per assomigliare all’infinita Trinità ch’è in Dio, — Padre, Figliuolo, Spirito Santo. – In queste tre parole è racchiusa la santità di tutti i santi, la quale tuttavia è sempre diversa perché ciascun santo traduce nella vita pratica quelle tre parole in una maniera sempre diversa. S. Tommaso le ha realizzate nello studio. Lo studio fu tutta la sua vita, lo studio è tutta la sua grandezza nei secoli; ma lo studio è anche tutta la sua santità. Infatti: che cos’era per lui studiare? conoscere Dio; quale forza lo spingeva, notte e giorno, a consumarsi sui libri e sulle intricate questioni? l’amore di Dio; che cosa intendeva poi fare della sua miracolosa cultura? servire Dio.
1. CONOSCERE DIO
Camminava un giorno tra i suoi condiscepoli nei querceti e negli uliveti in giro all’abbazia; guidava l’escursione un religioso anziano. La piccola truppa si ferma d’un tratto e tutti si diffondono nel bosco chiassosamente. Tommaso, no: in disparte, poggiato a un tronco è silenzioso. Guarda le gemme nuove prorompere dalla scorza come occhi verdissimi, guarda i vertici ondeggiare nel vento, guarda le foglie dell’anno passato marcire in terra. Donde vengono le gemme e dove vanno le foglie? chi sospinge il vento invisibile a correre?… « Che cerchi, qui, solo? » gli domandò il religioso scorgendolo. « Cerco, — rispose, — di conoscere Dio ». Dunque davanti agli occhi profondi di quel fanciullo si compiva la parola d’Isaia: « Tutta la terra è colma della scienza del Signore ». – La brama di questa scienza che gli svela la faccia dell’Eterno, non che sminuire, crescerà nella sua anima a dismisura. All’Università di Napoli, poi a Colonia, sotto la guida illuminata di Alberto Magno, poi a Parigi, e di nuovo a Colonia, — lui, che quand’era in fasce non smetteva di piangere se non lo lasciavano biascicare un foglio di carta, — divorerà i libri allora più famosi, senza mai placare la sua sete di conoscere Dio. In Italia, per 10 anni, dal 1259 al 1269, senza tregua studierà, scriverà, insegnerà intorno a Dio. O silenziose celle d’Anagni, d’Orvieto, di Roma, di Viterbo, ove, anche quando il convento era sommerso nel buio del sonno, ardeva la vigile lampada di S. Tommaso! voi conoscete i tormenti dell’aspra ricerca e la gioia dell’amplesso con la verità ritrovata; voi conoscete l’affannoso ascendere, passo per passo, nell’analisi del pensiero e la mistica ebbrezza della sintesi contemplata dal vertice dell’idea raggiunta!… – « Le volte che davanti al dubbio l’ho visto lasciare la cella e fuggire in chiesa ed abbracciare i l tabernacolo ed interrogarlo e singhiozzare son più di cento ». Così ha giurato frate Reginaldo che gli viveva d’accanto e dormiva nella cella attigua. Orazione e studio erano per lui una cosa sola, un tendere al medesimo oggetto: Dio. – Cristiani, la vita e la santità di Tommaso d’Aquino è tutta un rimprovero alla società moderna, a ciascuno di noi, forse. Dov’è il desiderio nostro di conoscere Dio? Che cosa facciamo per, sapere le verità eterne? Perché tanto deserto sotto i pulpiti? Di tutto siamo curiosi e informati, eccetto che delle cose necessarie per salvarci. – Ma torniamo a S. Tommaso, il gigante dell’intelligenza, che armato di osservazione di studio di preghiera, ha saputo salire su su, scalare una montagna di questioni, di articoli, di scolii, di dilemmi, in cima alla quale, — come una volta sul Sinai, — sta Iddio nella nube fulgida. E Dio discende incontro a questo mortale, ed anche a lui come a Mosè concede sulla fronte due raggi della sua luce: la Summa contra gentes e la Summa Theologica. Sono le due « Somme » come due fiumi imperiali che entrambi sgorgano da Dio, — nella loro prima parte, — attraversano tutta la creazione visibile ed invisibile, — nelle altre due parti, — e, trascinando nella loro conquista il mondo intero, fanno — nell’ultima parte — ritorno a Dio. A Dio, che si nega ai superbi e si concede ai pargoli, a Dio che si è lasciato trovare da S. Tommaso perché umile. – A lodarvi la sua umiltà non ripeterò più come, diffidando delle sue forze, solo nella preghiera confidasse; né ricorderò con quale semplicità accoglieva le ripetizioni di quel suo compagno di Colonia, il quale capiva poco e faceva da maestro a lui che capiva tutto, e più ancora; dirò soltanto come l’umiltà è la base del suo alto e complesso sistema filosofico e teologico. In quei secoli, quando Roscellino osava applicare al mistero della Trinità la sua dottrina filosofica; e Abelardo e Gilberto della Porretta pretendevano di sgrandire la propria ragione fino a spiegare i domini, quasi a commisurare la loro statura con quella di Dio; in quei secoli, quando pur di non umiliare la ragione si era trovata la teoria della doppia verità, secondo la quale alcuno poteva credere un’asserzione in quanto teologo e cristiano e poi deriderla e negarla in quanto filosofo, sorse Tommaso e sottomise la fragile nostra mente alla infallibile rivelazione di Dio, negò qualsiasi dissidio tra il credo e la scienza, proclamò la teologia regina e la filosofia ancella. In questa limpida distinzione tra i due ordini di verità, quello di fede e quello di ragione, e nella subordinazione di questa a quella, sta la novità del pensiero di S. Tommaso, che è quindi un pensiero di umiltà. « S’incontrano oggi uomini — dice — che studiano filosofia e sostengono opinioni contrarie alla fede: falsi profeti sono, sono falsi dottori ». E prosegue: « La fede vale molto di più della filosofia, perciò se la filosofia è contraria alla fede bisogna rigettarla ». Era giusto allora che da questo umile atleta, che gli prosternava ai piedi la mente d’Aristotele e la propria, Dio si lasciasse conoscere. E amare.
2. AMARE DIO
Nella vita di S. Tommaso d’Aquino, i cilici cruenti, le flagellazioni, gli aspri digiuni con cui molti santi hanno significato a Dio la veemenza del loro amore, invano li cerchereste. Se una cosa straordinaria v’è, anch’essa è soave: il dono delle lagrime. – Quaggiù in hac lacrimarum valle, le lagrime non sembrano cosa rara: lagrime d’odio, lagrime di miseria, lagrime di morte, lagrime di vanità, lagrime di gioia anche; ma le lagrime dell’amor di Dio le versano solo i santi, ed essi pure non tutti. S. Tommaso piangeva d’amore. Quest’uomo alto, grosso, bruno — magnus, grossus, brunus, come dice il suo primo biografo, — che quand’era in viaggio, i contadini dal campo segnavano a dito e stupiti lo guardavano oltrepassare poderosamente, era di una delicatezza materna: confratelli e discepoli se ne meravigliavano. In Napoli, una Domenica di Passione, tutto il popolo lo vide effondersi in pianto, mentre celebrava; ogni giorno, celebrando, piangeva. Ed appena in coro la voce dei frati, in toni melanconiosi, cantava l’antifona Media vita in morte sumus: quem quærimus adiutorem nisi te Domine?… Sancte Deus, Sancte Fortis, Sancte Misericors, Salvator, amaræ morti ne tradas nos! » sempre Tommaso, il volto tra le mani, piangeva come un bambino. – Prima di giungere a questa sublime intimità con Dio, belle prove d’amore aveva saputo dargli. Gli aveva dimostrato che l’amava più della gloria e dell’opulenza tra cui era nato; che l’amava più di suo padre e di sua madre, de’ suoi due fratelli e delle sue due sorelle; che l’amava con tutte le forze. L’amava più della gloria e dell’opulenza: la guerra tra il Papa e l’imperatore aveva fatto fuggire i monaci dalla badia di Montecassino, e Tommaso quattordicenne ritornò in famiglia, lasciando per sempre in convento gli abiti da benedettino. I suoi però, che non avevano deposto il pensiero di farlo abate, lo mandarono all’Università di Napoli: col risveglio culturale di quegli anni intuivano che un monaco non avrebbe potuto figurare dignitosamente da abate, se non fosse stato dottore. A Napoli invece l’aspettava il Signore per dirgli in occulto: « Ti voglio domenicano ». E i sette vescovati che sua madre sognava per lui? e la badia sul colle che suo padre sperava d’avere come baluardo inespugnabile? e la prelatura? « Signore non altro che Te ». – La primavera del 1244, che rivestiva le frondi di nuovo colore, vide Tommaso rivestito di bianco e di nero come le rondini immigranti in quell’aprile. Per fortuna suo padre era già morto. Ma l’imperiosa Teodora da Chieti, sua madre, non era donna d’acquietarsi a quell’umiliazione del casato. Corse a Napoli, e le fu risposto che Tommaso viaggiava per Roma; corse a Roma, e le fu risposto che Tommaso viaggiava per Bologna. Dunque c’era qualcuno che osava prendersi gioco della cugina di Federico II? Le vennero in aiuto gli altri due figliuoli, Rinaldo e Landolfo, luogotenenti entrambi nell’esercito imperiale, che era allora acquartierato nelle terre d’Acquapendente. – Sul mezzodì, quando Tommaso fuggitivo col Maestro generale ed altri frati pellegrini sedeva ad una sorgente per consumare un frugale ristoro, in una nugola di polvere comparvero numerosi cavalieri. Lo accerchiarono. Non intendevano maltrattarlo, ma solo strappargli l’abito domenicano. Tommaso balza in piedi, con la testa alta sopra le messi biondeggianti: si stringe la cappa in giro alla persona e con tutte e due le mani se la preme sul cuore come una bandiera. Tace, ma sta di contro con la sua statura e con la forza de’ suoi vent’anni. Quella veste gli era più cara del blasone colorato sul castello di Roccasecca; era per lui il simbolo di un amore più grande dell’amore per suo padre morto, per sua madre viva, per i fratelli armati, per le dolci sorelle lontane. Per quest’amore era pronto a battersi. Dovettero giurare di lasciarlo vestito com’era. Allora curvò la testa grossa e li seguì. Poi venne l’ultimo tormento. Gielo mandava suo fratello Rinaldo, poeta d’amore alla corte e soldato: giacché non lo si poteva indurre a riprendere l’abito benedettino, piuttosto che domenicano era meglio sopportarlo cadetto nel secolo. Ma quando il prigioniero udì risonare le scale sotto il passo della tentazione veniente, ghermì il tizzone e, come il turbine, si scagliò contro la disonesta faccia. Vinse. In questa vittoria d’amore per Gesù che si pasce tra i gigli, tutte le forze aveva consumate; solo gliene rimase quanto bastò a tracciare una croce sul muro e baciarla. Poi s’addormentò, o svenne. – Eppure la manifestazione più alta della fiamma che dentro gli ardeva, non penso che sia questa, ma un’altra. Una volta, in scuola, sospinto da una segreta forza a lodar Dio, confidò ai suoi scolari che in tutta la vita non aveva mai ceduto coscientemente a un moto di superbia. Il grande Maestro che l’Europa applaudiva, che vivo ancora si sentiva citato al fianco d’Aristotele e d’Agostino, non è mai disceso ad una compiacenza di sè. Quale incendio d’amore doveva avvolgerlo per controbilanciare la tirannia del demone della superbia che, anche per gli uomini mediocri, è implacabile? Dicono che la superbia è l’impudicizia dello spirito: allora S. Tommaso fu purissimo e nella carne e nello spirito, perciò era giusto che Dio si lasciasse amare da lui.
3. SERVIRE DIO
Quando, come tesi dottorale, il laureando Tommaso d’Aquino prendeva a svolgere il passo: Rigans montes de superioribus suis, de fructibus operum tuorum satiabitur terra, non immaginava come si sarebbero avverate per lui quelle parole: acqua che disseta le vette dell’intelligenza e frutto che sazia la brama del cuore riuscì la sua opera nel mondo. E sì che a Colonia, un po’ per quella carnagione pingue e floscia, — che egli credeva confacente allo studio, —- e un po’ per la sua taciturnità, i condiscepoli gli avevano affibbiato il nomignolo di bue muto. È perché parlare se si trattava soltanto di eccellere fra gli altri e accaparrarsi una qualche simpatia dai professori? Aveva un padrone solo da servire, lui; servire ogni altro è schiavitù. Oh, se anche noi lavorassimo solo e sempre per Dio, e non sperdessimo nella vanità, nella sensualità, nell’avarizia, troppe energie, che ci sono date per amare il Signore! – Con la bocca sigillata, dunque, il bue muto scavava intanto i solchi e rivoltava ad una ad una le zolle dell’umano sapere. Appena il servizio di Dio lo richiederà, ecco egli è pronto: volgesi indietro e lancia il suo muggito. – Nell’Università di Parigi s’agitava una rivolta contro i religiosi. Era uscito un trattatello livido di calunnie De novissimorum temporum periculis; gli ultimi tempi dell’anti-Cristo sono giunti, vi si diceva, e i falsi profeti sono i frati domenicani. L’infame libello, come accade per ogni satina d’attualità, clandestinamente prima e poi sfacciatamente, si leggeva da per tutto, perfino a Roma. Gli studenti ne tiravano le chiose più matte e maligne. Il Papa stesso pregava che si trovasse un rimedio per far cessare lo scandalo. Allora ad Anagni si raccolse il capitolo a cui i padri Domenicani più dotti intervennero, accasciati per quella guerra di calunnie. Davanti agli adunati, Umberto di Romans si mosse dal suo stallo, e con un bel gesto mise nelle mani di fra Tommaso il manoscritto paventato. Il giovane dottore lo raccolse come un guanto di sfida: « Padri miei, questo libro l’ho già letto: poggia sulla sabbia ». E facendolo scricchiolare nel suo pugno aggiunse: « Lo confuterò ». Il bue muto comincia a mugghiare. – Nella Chiesa si era da poco istituita la festa del Corpus Domini. Papa Urbano IV- domandò a Tommaso di comporne l’ufficiatura. Che dolce servizio ora gli chiedeva Gesù! E dal cuore del teologo e dell’aristotelico eruppe una vena di poesia prodigiosa. O strofe del Lauda Sion sonanti come angeliche fanfare! O misteriosi accenti del Tantum ergo entro cui fluirono tutte le lagrime ch’egli versava di notte davanti ai silenziosi tabernacoli! O cadenze eteree dell’Adoro te devote ove par di cogliere i respiri commossi dell’anima ! Fra tutti i carmi dei poeti, quelli di Fra Tommaso ebbero la fortuna più grande. Nelle Americhe e nell’Australia, nelle pampas e nelle tundre, sotto le guglie gotiche e sotto il bambù impastato di fango, dai re e dai pezzenti, dai dotti e dagli analfabeti, di notte e di giorno, comprese ed incomprese, ora e sempre fino alla fine del mondo, quei carmi risuoneranno. Il bue muto ha dissuggellato la bocca ed il suo muggito ha riempito la terra davvero. – Ma un altro servizio, più diuturno e scabroso, ha reso a Dio e alla Chiesa e agli uomini di studio e di buona volontà. La diffusione della filosofia aristotelica nel sec. XII e XIII presentava un forte pericolo per la verità cattolica; tanto più che questa dottrina s’avanzava avvelenata dall’interpretazione degli Arabi, e specialmente di Averroé. Per una parte la potenza della sintesi, la profondità dei principi, il rigore delle deduzioni, affascinava i giovani studenti irresistibilmente. Ma per una altra parte, quella nuova filosofia insegnava che le anime degli uomini non sono immortali, che il mondo non ha avuto principio, che la fatalità lo governa, che il premio ed il castigo eterno sono una parabola per i semplici. Per ciò i Papi moltiplicavano le condanne contro lo Staggita e chi l’insegnava, poi che pareva impossibile il mettere una mano in quell’ingranaggio senza esserne stritolati. Ora venne Tommaso, prese nella sua morsa il pensiero della Grecia, gli strappò i pungiglioni velenosi, e lo gettò come uno sgabello ai piedi del Vangelo.
CONCLUSIONE
Sta scritto: « Chi vede Dio, muore ». La mattina del 6 dicembre 1273 mentre celebrava nella cappella di S. Nicola in Napoli, fu rapito in estasi e vide Dio. Doveva morire: non di terrore, ma di amore perché gli occhi che hanno visto la faccia del Signore, trovano così brutta la terra e le sue cose che ormai non possono se non desiderare di chiudersi nella morte, per vedere la Bellezza e l’Amore infinito. Da quella mattina non fu più lui: la gran Somma attendeva le ultime pagine, ma egli non lavorava più. Il medico non ci capiva niente: ma come sono ingenui i medici a voler capir tutto, quasi che l’uomo fosse solo carne ed ossa! Alla prima tappa del viaggio verso Lione, ove il Papa lo voleva per il gran concilio, s’accasciò. Fu trasportato nell’abbazia benedettina di Fossa Nova. Con che occhi riguardava quei neri monaci dalla sottile tonsura che rigirava a loro la testa! con che cuore ascoltava dal suo giaciglio le pacate salmodie, quelle salmodie che l’avevano accompagnato bambino, nei primi passi e che ora l’accompagnavano, non vecchio, all’ultimo passo! – Piangeva di commozione e di gratitudine, vedendo i monaci premurosi che nel rigore di quel febbraio andavano nella foresta a trascegliere i ceppi più belli e più secchi, e se li caricavano sulle loro spalle, poiché stimavano sacrilegio che la legna per riscaldare quel santo dottore fosse portata dalle bestie! Qualche monaco con scaltrezza piena di carità era riuscito a strappare un piccolo segreto a Fra Tommaso: il suo piatto preferito erano le aringhe fresche. Si mandò subito al mare a pescarle. – Tutto era finito. Già il suo pollice, stanco di rivolgere pergamene e fogli s’era fermato sulle pagine di un libro che Dio ha ispirato per le ultime estasi dei suoi santi: la Cantica. Già la sua bocca parlava d’Amore con parole che non si capiscono più in questo mondo. Quando il Viatico entrò nella cella, allargò le braccia e disse una preghiera che ogni cristiano, facendo una Comunione spirituale, dovrebbe ripetere ogni sera nell’addormentarsi:

« Ti ricevo Corpo Santissimo! prezzo del riscatto dell’anima mia… viatico del mio pellegrinaggio. Per amor tuo, Gesù, ho studiato, predicato, insegnato. Per te sono state, Gesù, le mie veglie; per te, Gesù, i miei lavori. Se qualche cosa avessi fatto che ti rincresce, mi sottometto alla correzione della Chiesa ».

Al termine d’ogni nostra giornata, al termine della vita, come sarebbe profondamente consolante ripetere queste parole! Le potremo ripetere soltanto se in tutti i giorni, in tutta la vita non avremo mai trascurato di conoscere, di amare, di servire Dio.