SAN PASQUALE BAYLON

San Pasquale Baylon

(Panegirico recitato il 17 maggio, giorno dell’Ascensione nel 1798 dal p. m. Vincenzo Cassitti In Ariano nella Chiesa dei PP. Riformati – Da: Saggio di Eloquenza Sacra, parte Seconda; Napoli, tipogr. De Cristofaro – 1854]

Videntibus illìs elevatus est, et nubes suscepìt eum,

Negli atti Apostolici capo 1,

Tra i molti e segnalati benefici, che fece Iddio al popol d’Israello, l’ultimo luogo certamente quello non merita col quale per mezzo di una nuvola prodigiosa, che dal tabernacolo usciva, e che su del popolo pellegrino bellamente stendevasi per luoghi aridi, deserti, e scabrosi libero dalle sferze cocenti del sole lo conduceva. Il perché  Davidde in impegno di rinfacciare alla sempre ingrata e rivoltosa gente le sue sconoscenze, quella nube di protezione singolarmente rammenta. Ma poiché quanto nell’antico Testamento avvenne, ombra soltanto fu e figura dei futuri beni, che nella Legge novella doveva a noi toccare con altra più maestosa nube, che pur esce dal Tabernacolo, e che su dei Fedeli tutti distendesi, in questo misero pellegrinaggio ci accompagna e difende. Voi ben lo intendete, accorti Ascoltanti, che dell’augusto Sagramento dell’Altare senzappiù, io intenda parlare, dove velato come da nube sotto gli Eucaristici accidenti lo stesso Dio, Re Signor degli Eserciti adoriamo, che della Chiesa è il refrigerio, il conduttore, il Maestro. Ed oh! veramente tre e quattro volte felici que’ fedeli che da questa nube amorevole non rifuggono, e si fan da quella amorevolmente condurre! Illustrati singolarmente nell’intelletto, accesi prodigiosamente nel cuore s’innalzeranno eglino dal basso tenebrìo della terra, andranno di virtù in virtù, ed in carne fuor di carne vivendo l’amorevole protezione del Sacramentato Iddio potranno sperimentare. E felice, e fortunato voi ben conchiuderò che foste il pria Pastorello, e poi umile Laico, ma infervorato amante ed Apostolo del Sacramento, onor delle Spagne, gioiello illustre dell’Ordine de’ Minori fecondo mai sempre di Eroi, S. Pasquale Baylon, che a cagion di onore nomino io qui per la prima volta solennemente. E chi meglio si fece condurre dall’Eucaristica nube, chi più di lui fu del sacramentato Iddio e nell’intelletto, e nel cuore singolarmente favorito? Or poiché di sì gran Santo a scioglier voto in suo onore già fatto, imprender devesi da me a tesserne serto di lodi, rallegromi meco stesso non poco che abbia a farlo nel dì in cui la memoria rinnova dell’Ascensione prodigiosa di Gesù Cristo nel Cielo. Io veggio non esser ciò senza occulta disposizion di provvidenza accaduto, perché congiunto osservo in modo l’elogio del Santo con le circostanze che, al riferir di S. Luca negli atti Apostolici l’odierno mistero accompagnarono, che ne resto sopraffatto oltremodo e sbalordito. Elevossi di terra il Redentore, così il Sagro Storico, ed una nuvola tutto ingombrollo. Videntibus illis elevatus est, et nubes suscepit eum. Or quel che accadde in quel dì memorando, veramente accadde moralmente nell’anima del Baylon. Una nube, e ben l’udiste, che fu il Sacramento Eucaristico, l’ingombrò tutto, e mente e cuore, innalzò sua mente, elevò suo cuore, cosicché di lui possiam dir altrettanto, benché in moral senso e spirituale; Elevatus est, et nubes suscepit eum. Egli dunque il gran Santo investito da questa nuvola, elevato fu sinpolarmente nella mente: Posuit nubem ascensum tuum. Egli per ajuto, difesa, e virtù di questa mistica nuvola, elevato venne singolarmente nel cuore. Accensiones in corde suo disposuit. Elevatus diciamolo poi in una parola, elevatus est et nubes suscepit eum. Questi saranno i due riflessi, che senza partirmi dall’odierna geminata solennità, e dall’odierno mistero, in onor di S. Pasquale io andrò proponendo, onde convinti esser possiate quanto più dell’antica sia potente a proteggere, a difendere, ad accompagnare la nube che dal nostro Santuario ascende, cioè il Sacramento dell’Altare; e quanto avventurato fu il nostro Santo che si fè da quella amorevolmente condurre, in virtù di cui ad imitazion dell’ascendente Signore elevossi di terra con la mente, e col cuore; Elevatus est; et nubes suscepit eum.

I . Egli è ben certo, o Signori, che l’uomo non peraltro è creato che per lo Cielo, e che là dovrebbero esser fissi i nostri pensieri, e i nostri affetti indirizzati, dove sono, come nell’orazione dell’odierna festività dice la Chiesa, i veri gaudi riposti: Ibi nostra fixa sunt corda, ubi vera sunt gaudia. Questa è la morale riflessione, che dall’augusto mistero dell’Ascensione vuol che i suoi figliuoli ritraggano l’amorevole Madre S. Chiesa. Come fare però, se per funesto retaggio della colpa primiera si sente l’anima a basso tratta così ed inchinata, che difficil troppo sperimenta e malagevole il volar sempre mai all’unico stato beato, eterno principio e fine? Come fare: un occhio a quel Sacramentato Iddio. Egli velato sotto 1’eucaristica nube, laddove l’anima investa, all’alto la rapisce, la conduce, la trasporta. Ed eccone il bellissimo esempio nel gran Santo del Sacramento, S. Pasquale Baylon. – Anche pria di nascer egli nel Villaggio di Torre Formosa in Aragona, rinchiuso ancora nel seno della Madre Isabella dà segno già, che doveva per 1’Eucaristia esser elevato nella mente e nel cuore. E che altro di fatti voglion dire quei salti che dà il portato gentile, emulando quasi la virtù del gran Battista, nel portarsi in sua Casa l’Uomo Dio medesimo dalle Sacramentali specie coperto e velato, approssimandosi per conforto estremo del già vicino agli ultimi aneliti genitor di lui Martino? Voglion dire, che siccome a quella presenza s’intese muovere, e sollevare nel corpo, così doveva poi e con la mente col cuore e corpo dietro la mistica nuvola sollevarsi. Che cresca pure sotto auspici sì fausti Bambinello sì amabile, e con la bocca spruzzolata ancora di latte non parli che degli altissimi Misteri della Religione; s’involi benché muova ancor titubante il picciol piede agli occhi degli uomini, ed o nel più remoto angolo della casa, o nel più ascoso tugurio della vicina selva si asconda, che non farà che additar al Mondo come da superna forza aveva sua mente investita, e come questa era rapita al Cielo dietro la nube Eucaristica. Ponit ut nubem. – Non giunge di fatti se non al primo fiore di sua giovinezza, e già corre veloce nel tempio, e nell’offrirsi a Dio Padre l’adorata incruenta vittima in guisa di celeste ardore si accende, che sembra un nobello Mosè dopo il memorando colloquio sul Sina; e immobile, modesto, con occhi bassi innanzi al Sacramentato Iddio non fa che meditare, che contemplare. Che preme intanto, che destinato egli venga alla custodia del lanuto armento? Egli ancor nelle foreste non fa che volgersi alle più vicine Chiese, e meditare. Bel vederlo , quando in cava spelonca ritrovarsi mentre sicure pascevano le pecorelle, e quivi impennar le ali, e verso il suo Dio nel Sacramento rivolgersi. Bel vederlo svellere dagli alberi i tronchi, il riverito segno della Redenzione formando contemplar il sacrificio, che da quello operato sulla Croce sol perché senza sangue differisce. Oh quante volte conducendo innanzi le pecorelle, ricordavasi del buon Pastore Gesù; oh! quante volte conducendole a pastura, ricordavasi dell’amor del Pastore medesimo Uomo-Dio, che noi sue pecorelle col sangue proprio, e con le carni sue ne pasce! Puro nelle mani, e di cuore innocente in somma si fa scala delle creature a contemplare Iddio e nelle valli, nelle colline, e ne’ monti e negli alberi, e nell’erbe e nelle piante, e nel fiume o nel rio ritrova sempre somiglianze, che lo ricordano dell’Eucaristia, questa sempre medita, sempre questa  contempla. – Or se così dalla misteriosa nuvola era di Pasquale la mente ingombrata e posseduta, se tanto alto ella poggiava per la contemplazione, figuratevi se poteva farsi trattenere dalle basse cose del mondo, dalle pie ricchezze e da Martino Garzia, e da Giovanni Apparizio offertegli. Che anzi spiccando Aquila generosa di grandi ali ardito il suo volo, d’ogni impaccio di secol togliendosi nei Chiostri di S. Francesco sen fugge, che insiem con Chiara ve lo aveva invitato, e propriamente nella sì romita solitudine di S. Pietro d’Alcantara, che inaccessibil si rende all’armento, al pastore, al bifolco, al pellegrino. – Oh! Quì sì che nella Casa ammesso del suo Dio Sacramentato, felice veramente si stima. Le ore, le notti in santa contemplazione dinanzi a lui ne impiega, né ha riposo, né si sazia, né si stanca dal contemplare. Ha ben dunque a designare questa sublime sua elevazione di mente, ha ben destinato il Cielo che ora tra sontuose Basiliche prodigiosamente da invisibil destra innalzate ai tremendi sacrifici assister si vegga: ed ora tra nobil coro di Angeli si osservi dell’Eucaristia cibarsi. Sia dall’obbedienza inviato di porta in porta ad accattar il necessario vitto; sia impiegato in esercizi meccanici, in servigi annosi, e che preme? Eh! che Pasquale ne punto né poco sa discostarsi dalla contemplazione, e dovunque si porti, qualunque cosa ne operi non pensa che al suo Sacramentato Dio. –  Ed or si che intender possiamo donde e come il Baylon, senza studio, senza lettere, passato dallo stato di Pastorello a quello di umile Laico, tanta dottrina abbia imparato quanta ne dimostrò in ogni rincontro. Nella scuola del Sacramento, nella contemplazione, nella meditazione elevata venne in modo sua mente, che non vi son già dubbiosi, che ei non consigli; non ignoranti, che non siano ammaestrali da lui; e quel che reca più stupore, non sono scolastiche difficoltà, non sono nelle sagre pagine oscure antilogie,

sono di mistica acute questioni, che egli il bel Santo non isviluppi, non ispieghi, non decida o scrivendo o parlando dell’ineffabil mistero della Incarnazione del Verbo, della Triade Sacrosanta, dei Divini attributi, dell’Eucaristico pane con tal precisione, con tal profondità di sentimenti, che stupidi fa esclamare i popoli; E donde Pasquale Baylon semplice idiota cotanto sapere apprese? Quomodo hic scit, eum litteras non didicerit? Donde lo apprese tanto sapere? E non lo vedete investito, ripieno lutto nella mente dell’Eucaristica nube, e non lo vedete sempre a contemplare, ad orare? Ecco la sua scuola, ecco l’origine della elevatezza di sua fortunata mente. Elevatus est, et nubes suscepit eum. Posuit nubem ascensum suum. – Ma se è così, che più si aspetta? Spediscasi pure per obbedienza il Laico Baylon in Francia (ed oh! fosse vissuto a dì nostri per andarvi). A che fare? A predicare, a convincere, a confutare Quingliani, Sociniani, Ugonotti, Luterani con la parola, con la dottrina, cogli esempli, coi prodigi? Eccolo intanto accinto al grand’uopo. Egli verso Parigi a pie nudi incamminasi, mal coperto da poveri cenci; passa i monti Pirenei tra i rigor del Verno, perviene ferito, straziato, e giunto finalmente a fronte degli scherni, delle contumelie, delle minacce, de’ sassi, de’ veleni, delle prigioni, delle ferite, dei pugnali, delle lance, qual altro Stefano pieno di fortezza e di grazia, qua difende la real presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia contro i seguaci di Berengario, di Carlo Stadio, di Zuinglio, di Calvino; là convince Pascasio Roberio e i Luterani, l’uno della impanazione, gli altri della consustanziazione nella Eucaristia acerrimi sostenitori. Or di Filippo Melantone gli audaci discepoli rampogna, che nell’ ostia Santissima non esservi sempre il Signore, ma sol quando ai popoli si distribuisce sostengono: ora altri dommi della Religione contro Pietro Vermiglio, e contro Teodoro Beza, e contro gli Ubiquisti, e contro gli Ugonotti tutti, ed altri innumerevoli settari, con tal felice successo, che moltissimi attoniti e confusi i loro errori detestano. – O mente davvero elevata dal Sacramento, o mirabili ascensioni dell’intelletto di Pasquale da quella nuvola mistica condotto, illustrato, sollevato, difeso: Ponit ut nubem ascensum. Io sbalordisco, Signori, io mi confondo, e sol meco stesso non fo che replicare quante volte queste cose contemplo. Ah ! mio Dio! cosi è, mio Dio creator del Cielo e della terra, è, che ai superbi negaste i misteri vostri, e li deste agli umili, agli idioti: Confiteor tibi Pater. Il perché non fidandomi più di tener dietro ai voli spicca il nostro Santo colla mente, miglior partito stimo che sia se mi rivolga a contemplar le ascensioni del suo cuore: Ascensiones in corde suo disposuit, giacché della nube stessa Eucaristica e l’intelletto, e il cuor di lui sono elevati: Elevalus est, et nubes suscepit eum. Ponit nubem ascensum tuum; ascensiones in corde suo disposuit.

II. Per ammirabile comunicazione non può la volontà e il cuore volere se non quello, che l’intelletto le presenti. Quindi ben persuaso l’intelletto, facil cosa è penetrar per occulte vie nel cuore. Or poiché la mente di Pasquale Baylon fu così ben elevata e sublimata a contemplare il Sacramento, e i misteri, inferir giustamente possiamo, che il cuore suo ancora sia stato tratto dalla mente, poiché l’uno e l’altra furono dall’Eucaristica nube investiti. – Ed oh! se tutti espor vi potessi gli amorosi slanci di quel cuore, i sussulti, i voli, le alterazioni meravigliose! Deh! Quante volte poiché contemplato aveva grandezze del suo Dio e Signore, a se stesso rivolgevasi, ed alto coll’Apostolo sclamava, chi mi spezzerà queste catene? chi mi libererà dai legami di questa morte? Oh! quante volte poi la terra guardando, chiama a gran voce ed invita le creature tutte, le stupide finanche e le insensate ad accompagnar suoi cantici di benedizione e di ringraziamento, ed al risponder degli antri, de’ macigni, degli alberi curvi ed annosi disfogasi in amorosi lamenti! Oh! quante fiate posto in dimenticanza il suo frale, senza moto, senza fiate, e pressocchè senza vita nell’abisso tuffasi della Divina Luce, con esso lei si mischia, si unisce, si confonde in guisa, che già comprensore, e non più viatore comparisce. – Uditelo in grazia, come l’Eucaristico Pane contemplando fuor di se stesso rapito variamente seco stesso favella secondo che vari sono gli affetti, che lo sorprendono: Ahi di me… Il mio Gesù… Dunque per me Sacramentato… Il freddo mio cuore… E dietro a tal voci con occhi ruggiadosi, con volto proprio di Angelo, con pianto non interrotto sospira, geme, grida, si  lamenta. – Qual mirammo noi aerostatico globo per forza di attrazione, e reso specificamente dell’aere più leggiero incamminarsi per le vie del Cielo, tal direi il cuor di Pasquale verso Dio s’indirizza, s’innalza, sen vola, se non conoscessi che scarso pur troppo ei l’è il paragone Pensate voi poi se un cuor così innamorato del Sacramento, non fosse ad imitazion del suo Dio Sacramentato stato amante ancor degli uomini. Si sa bene che, che nella puerile età or il cibo scarso a se destinato riserbava pei poveri, e più grandicello arrivò a togliersi per vestirli il suo pastorale pelliccio. Si sa che egli ora sgrava di pesi i passaggieri, e qual vile giumento sulle sue spalle sacchi interi di frumento, e fasci ben grandi di legna si caricava; ed ora illuminava per carità i ciechi, raddrizzava zoppi, guariva infermi, suscitava defunti, consolava, istruiva – Pensate, se un cuor così innamorato del Sacramento non sapeva umiliarsi ed ubbidire ad imitazione dal suo caro Dio nell’Eucaristia umiliato ed ubbidiente, se il suo stato non fu che di umiltà e di ubbidienza per lo appunto. Ma che dirò della virginea purità, della severa penitenza, della rigida povertà, c del coro delle virtù tutte nelle quali egli andò anzicché profittando, volando a passi di gigante per la contemplazione ed amore del Sacramento? Dirò, che se lingue cento io avessi e cento bocche non potrei fil filo tutto narrare; dirò che tutte queste virtù tutte in eroico grado, sublime egli ebbe; dirò, che il suo cuore infiammato di amore con tutto il treno delle virtù fu elevato dal Sacramento in modo che di pochi si legga altrettanto. Ascensiones in corde suo disposuit. De virtute in virtutem. – Volete convincervene senzappiù, o Signori? Miratelo in grazia disteso sul povero letticciuolo nei giorni di Pentecoste, in quelli appunto nei quali venuto era al mondo, e nei quali è per dipartirsi dal mondo? Penetriamo in quel cuore, esaminiamone i sentimenti. Ah! sono essi un complesso di tulle le virtù dominanti, elevate, condotte dall’amore verso Gesù Sacramentato. Io per me par che lo sento coll’infervorato Davide in quegli ultimi istanti di sua illibatissima vita ripetere: Oh Sacro Altare, o Ciborio, o Tabernacolo del mio Dio, quanto a me siete cari, quanto da me siete amati. Non solo il mio intelletto è rapito in estasi di meraviglia a contemplarvi, ma il cuore altresì s’innammora, ed il corpo sollevasi, s’innalza, esulta per voi: Quam dilecta tabernacula tua. E come non sentirmi rapito, mio Dio, se io penso se anche il passerino sa ritrovarsi una comoda abitazione, un buon nido, voi scegliete ad abitarne mio Dio, mio Re, i Sacri Aliati, e sotto l’umiltà degli Eucaristici accidenti vi nascondete. Ah! beato chi vi sta dappresso sempre, e vi loda in eterno. Ah! beato chi cibato dalle vostre carni, salirà col cuore di virtù in virtù, e malgrado le miserie di questa vita gusterà la felicità dell’altra. Sì, mio Dio, ascoltate le mie preghiere; fate, che dopo di avervi contemplato ed amato Sacramentato in terra venga a contemplarvi ed amarvi in Cielo. Benedetto quel dì che venni nella vostra casa, benedetto quel punto che mi scelsi di star abietto in vostra casa anziché rimanermi nel mondo a mezzo a ricchezze e piaceri, che almen ho speranza così, che voi, che siete tanto pieno di bontà mi darete grazia e gloria, perché sta scritto che arricchirete di beni coloro che camminano nell’innocenza, e beato è l’uomo che in Voi confida: Non privabit bonis, qui ambulant in innocentia. – Queste dovettero esser le voci, e i sentimenti estremi di Pasquale Baylon; queste le tenere espressioni di suo cuore amante. Voli intanto la bell’alma innocente in Cielo, e resti a noi il suo corpo incorrotto per sempre esser testimonio di sua verginità prodigioso. Resti il suo corpo in terra, questo ancora benché senz’anima dimostrerà con inusitato prodigio come fu elevata la mente, il cuor dal Baylon dall’Eucaristica nube, poiché in elevarsi la Sacra Ostia, alza il capo dalla bara più volte, balza, si muove, apre gli occhi prodigiosamente, e li chiude. Resti con noi il suo corpo e sian le sue reliquie, che dimostrano l’amore, ch’ei portò al prossimo, ed ora con festosi rimbombi arrivino le speranze de’ miseri, ora con mesti colpi presagiscano imminenti castighi. Voli al Cielo l’anima e resti il suo corpo con noi, e sia egli in Cielo a vegliare, come dice nel suo antico officio la Chiesa, al ben degli uomini con impegno. Mortalium bono sollicitam vigilantiam. – Ma che vado io più trattenendovi, o Signori, a dimostrare che S. Pasquale Baylon fu elevato nella mente, elevato nel cuore in virtù ed in forza di quella nube Eucaristica che tutto riempillo? La Chiesa stessa che nelle orazioni in onor dei Santi le virtù di essi principali ne addita, non altre ha saputo trovarne infra mille per decorar la memoria e i merito del Baylon, che quella dell’amore verso il Santissimo Sacramento dell’Altare. Gli scultori stessi ed i Pittori in atto di estasi cel rappresentano verso il Sacramento che in mezzo a nuvole un Angelo gli dimostra, quasi per indicar quelle elevazioni di mente, quelle di cuore che dalla nuvola Eucaristica ebbe il Baylon, il caro l’amabile Santo del Sacramento; onde ripeter noi siamo a ragione: Elevatus est, et nubes suscepit eum, cioè quanto veramente avvenne nell’Ascensione del Signore, moralmente nell’anima di S. Pasquale avvenne.  Si elevò colla mente per virtù di quella nuvola benedetta: Posuit nubem ascensum suum, si elevò col cuore; Ascensiones in corde suo disposuit. Elevatus et nubes suscepit eum. – Or che rimane a fare in più di questo vostro qualunque siasi Elogio, o gran Santo, se non pregarvi dall’intimo del cuore, che per le vostre preghiere, per lo vostro merito facciate, che siano i nostri pensieri ancora i nostri desideri al Cielo rivolti, dove l’Autore della solennità odierna ne entra, dove aveste voi rivolta e la mente vostra e i1 cuore. Deh! per quella pinguedine meravigliosa, che voi dall’Eucaristico cibo ricavaste; Deh! per quel meraviglioso amore che portaste al Sacramentato Iddio, fate, o gran Santo, che quella mente, e quell’amore noi abbiamo, onde volar coi pensieri, volar col cuore, dove voi volaste; ut quam ex illo Divino convivio spiritus percepisti pinguedinem, eamdem et nos percipere mereamur; ch’è quanto per i meriti vostri la Chiesa prega in questo giorno il Signore. Ho detto.

Leone XIII, in Mirae caritatis (28 maggio 1902):… di aver curato che i congressi eucaristici fossero numerosi e fruttuosi come conviene; di avere ad essi e ad altre opere simili assegnato per protettore celeste san Pasquale Baylon, che si segnalò nella devozione e nel culto verso il mistero eucaristico.

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (4)

SAN GIUSEPPE, IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (4)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO I.

Della Santità eminente di S. Giuseppe e del grado di culto a lui dovuto.

Se noi gettiamo lo sguardo lassù in cielo in una notte serena ed osserviamo per poco le stelle, vediamo tosto che non tutte brillano del medesimo splendore, ma che le une risplendono di più ed altre risplendono meno. Così pure assai diversa dalla chiarezza delle stelle ci apparirà la chiarezza della luna. Ma quando sul mattino dalle balze d’Oriente vien fuori il sole, allora il suo splendore fa eclissare quello di tutti gli altri astri. Tant’è: altra è la chiarezza del sole, altra la chiarezza della luna, altra la chiarezza delle stelle ed ogni stella ancora differisce in chiarezza dalle altre: Alia claritas solis, alia claritas lunæ, alia claritas stellarum. Stella enim a stella differt in claritate(I Cor. XV, 41). È questa l’osservazione,che fa S. Paolo scrivendo ai cristiani diCorinto, servendosene come di comparazione perfar loro intendere anzi tutto la differenza chepassa tra il corpo dell’uomo mortale e quellodell’uomo risuscitato ed in secondo luogo ladifferenza dei gradi di gloria, che vi sarà neicorpi dei risuscitati.Ma noi possiamo valerci di questa osservazioneper comprendere un’altra verità, quella cioè checi insegna S. Agostino quando dice che i Santinon sono tutti santi alla stessa guisa, ma che visono di quelli che sono più Santi degli altri edegli altri migliori. Ed in vero al di sopra ditutti i Santi vi ha primieramente il Santo deiSanti, il tre volte Santo, Iddio, il quale è a guisadi sole che illumina tutto il Paradiso; vi ha poila Santissima Vergine, la quale risplende comela luna; vengono in seguito gli altri Santi, chesi possono paragonare alle stelle, le quali peròdifferiscono in chiarezza l’una dall’altra.Or bene quale sarà tra i Santi quello che lassùin cielo formerà la stella più brillante? O mieicarissimi, voi tutti l’avete già indovinato:egli è S. Giuseppe, Sposo di Maria Santissima eCustode di Gesù durante la sua vita mortale. Nondeve far dunque meraviglia se si vede la ChiesaCattolica prodigar tanti onori a questo Santo ese i Cristiani hanno presa la bella abitudine diconsacrare anche a lui un mese intero. Imperciocchése noi dobbiamo onorare tutti i Santi edonorarli tanto più quanto maggiore è la loro santità,non si dovrà da noi onorare S. Giuseppe aldi sopra di ogni altro Santo, essendo egli il piùgrande fra tutti i Santi? Sì, senza dubbio la cosaè chiarissima. Ma è poi egli vero che S. Giuseppesia il più grande di tutti i Santi? Ecco una domanda,alla quale, secondo il mio avviso, devesi prima chead ogni altra rispondere nel dar principio al mesedi S. Giuseppe; perché risposto che noi avremo affermativamentea questa domanda, riconosceremoaltresì come a S. Giuseppe si debba il maggiorgrado di quel culto che si dà ai Santi e quanto convenga per conseguenza di consacrare a lui un intero mese. – O S. Giuseppe! Eccomi qui per imprendere il canto delle vostre lodi. Voi lo sapete, il desiderio del mio cuore è grande, ma son poche le forze della mia mente. Come già ho fatto in privato, lasciate che ancora una volta in pubblico io invochi il vostro santo aiuto. Che in questo mese, a voi consacrato, almeno un poco io valga a farvi meglio conoscere, almeno un poco io possa accrescere la divozione per voi e nel cuor mio e nel cuore di questi miei carissimi uditori.

PRIMA PARTE.

A dimostrare che S. Giuseppe è il più grande fra tutti i Santi non è per nulla difficile, e si può dimostrare con molte ragioni. Tuttavia io ne scelgo una sola, che a me pare anche la più forte di tutte, ed è quella della perfetta corrispondenza che S. Giuseppe diede alla grazia da Dio ricevuta. Udite. È volere espresso di Dio che noi ci facciamo Santi, che cioè attendiamo ad osservare in questa vita la sua divina legge, a praticare la virtù, a fuggire il peccato per essere poi eternamente beati nella gloria del Cielo: Hæc est voluntas Dei sanctificatio vestra (I Tess. IV, 3). Ma possiamo noi colle sole nostre forze naturali operare la nostra santificazione? No. È dottrina di fede, insegnataci dalla Chiesa e ripetutamente scritta nei Santi libri che noi, da noi medesimi, non possiamo far nulla in ordine alla nostra eterna salute, neppure concepire nell’anima un buon pensiero. Or dunque Iddio, che ci comanda di farci santi, comanderà a noi l’impossibile? Sarà Egli perciò un Dio crudele, un Dio tiranno?…. Oh! lontane, lontane da noi tali supposizioni. Iddio che vuole la nostra santificazione, pieno di amore e di bontà, non lascia di darci i mezzi necessari ad operarla, ed il mezzo che tutti gli altri comprende è quello della sua grazia. Sì, è certo che Iddio dà a tutti gli uomini quella grazia, per mezzo della quale, se essi risolutamente il vogliono, possono salvarsi ed essere un giorno nel novero dei Santi. E se vi hanno pur troppo di quelli, i quali si dannano, ciò non avviene perché sia loro mancato l’aiuto della grazia di Dio, ma bensì perché a questo aiuto della grazia essi non hanno corrisposto; sicché se le anime dannate dal fondo dell’inferno, ove si trovano, osassero muovere lamento contro alla divina giustizia, il Signore potrebbe bene rispondere a ciascuna di esse: Taci là, che la tua perdizione è opera tua: Perditio tua ex te. Or bene come è certo che il Signore dà a tutti gli uomini la grazia sufficiente per operare la loro eterna salute, così è certo che Egli non dà a tutti la stessa quantità di grazia, ma a chi ne dà più, a chi ne dà meno. E forsechè si potrà perciò accusarlo di ingiustizia? Deve forse a qualcuno degli uomini qualche cosa? Egli deve un bel niente a nessuno. E non è egli forse il padrone assoluto della grazia? Dunque potrà distribuirla come e a chi gli piace. Tuttavia, benché Iddio sia liberissimo distributore della sua grazia agli uomini, dicono i Santi Dottori, tra i quali l’Angelico S. Tommaso, che Egli è solito dare la sua grazia in proporzione dell’ufficio, cui Egli elegge gli uomini, e che però quanto più alto è l’ufficio, cui un uomo è dalla divina Provvidenza eletto, tanto maggiore è la grazia, che da Dio riceve. – Or bene, venendo al nostro caro S. Giuseppe, quali erano gli uffici, cui Iddio l’aveva destinato? Anzi tutto egli era destinato al nobilissimo ufficio di Sposo di Maria Santissima, vale a dire di Colei che era la più pura, la più santa, la più grande fra tutte le creature, di Colei, che Iddio avrebbe sollevato alla dignità più sublime, alla dignità di sua Madre istessa, di Colei che perciò sarebbe stata la Regina del cielo e della terra, degli Angeli e degli uomini. E di Costei, di Maria, S. Giuseppe doveva essere lo Sposo! Doveva cioè vivere con lei e per lei, essere il suo capo, manifestare a lei i suoi pensamenti, i suoi desideri e persino i suoi ordini, essere il suo intimo confidente e ricevere da lei il deposito delle sue gioie e de’ suoi affanni, essere il suo sostegno, il suo aiuto, il suo scudo, la sua difesa, il suo visibile angelo custode. E quando S. Giuseppe non avesse dovuto esercitare altro ufficio in sulla terra che questo, non si richiedeva già per questo solo un tesoro immenso di grazia? Ma oltre ad essere eletto all’ufficio di Sposo di Maria, S. Giuseppe era eletto ad un altro ufficio anche più sublime, a quello cioè di essere quaggiù il vicepadre di Gesù Cristo, di Colui che da tutta l’eternità generato dal divin Padre nello splendore dei Santi si sarebbe incarnato e fatto uomo per opera dello Spirito Santo nel seno purissimo della Vergine e da lei sarebbe nato e poi vissuto e morto per la redenzione del mondo. Ora che avrebbe importato un tale ufficio? Avrebbe importato, che Giuseppe prendesse cura e sollecitudine di Gesù come suo figliuolo, che con le sue fatiche e con i suoi sudori pensasse a procacciare il sostentamento per Colui, che colla sua divina provvidenza lo procaccia a tutti gli uomini del mondo e persino a tutti gli uccelli dell’aria, a tutti i pesci del mare, a tutti gli animali della terra, che Giuseppe a costo di qualsiasi sacrificio scampasse Gesù dai pericoli della sua vita privata e diventasse per tal guisa il Salvatore del Salvator del mondo, che Giuseppe insegnasse a Gesù a lavorare e dirigesse per tal modo quelle mani che hanno creato e sostengono il mondo, che Giuseppe avesse soggetto ed obbediente a sé Colui, nel quale gli Angeli non osano di fissare lo sguardo, che tocca col dito i monti e li fa fumare, che fa un cenno del capo e trema la terra, che insomma Giuseppe fosse un’altra volta Angelo custode visibile e lo fosse dell’Uomo Dio! – Or dunque se tale era l’altro sublimissimo ufficio al quale S. Giuseppe era da Dio trascelto, chi non argomenterà, che a S. Giuseppe convenivasi una grazia smisurata? Per certo e in cielo e in terra dopo l’ufficio di Madre di Dio a cui venne eletta Maria, non vi era ufficio più alto di quello a cui venne eletto Giuseppe, Sposo di Maria e Custode di Gesù. Epperò siccome l’ufficio suo sorpassava di gran lunga quello di tutti gli altri Santi, e dei patriarchi, e dei profeti, e degli Apostoli, e dei Martiri, e dei confessori e dei vergini, così a lui si conveniva una grazia, che fosse pure di gran lunga superiore a quella ricevuta da tutti gli altri Santi. Ora chi potrà anche solo pensare che Iddio non abbia dato a Giuseppe una tal grazia? Ah! Quello che potrà più facilmente accadere in tutti si è di non sapere neppur pensare quanto grande sia stata la grazia di cui il Signore volle arricchire questo Santo. Epperò ormai non vi ha più alcuno che dubiti sopra di ciò, che, sebbene non sia di fede, tuttavia comunemente si ammette da molti sacri Dottori, che cioè San Giuseppe sia stato santificato insin dal seno materno, epperò sia venuto alla luce del mondo scevro dalla macchia del peccato originale. Imperciocché se un tanto privilegio venne concesso, come ci insegnano le Sacre Scritture, al profeta Geremia ed a S. Giovanni Battista, perché Iddio l’avrebbe negato a colui, che già abbiamo riconosciuto per il suo ufficio essere superiore ad ogni altro Santo? Ma che vuol dire questo privilegio della santificazione prima della nascita? Vuol dire non solo essere mondati, prima di nascere, dalla macchia del peccato originale, ma per soprappiù essere ammirabilmente invasi dalla divina grazia e per mezzo di questa essere fatti belli, santi, sommamente cari a Dio. Se adunque noi piamente riteniamo che S. Giuseppe sia stato santificato insino dal seno materno, riteniamo altresì che Iddio gli abbia allora riversato nel cuore una pienezza di grazia tutta conforme all’ufficio, cui lo aveva eletto da tutta l’eternità e che una tale pienezza di grazia fosse superiore a quella di tutti gli altri Santi. – Or bene, stabilita questa verità, a riconoscere secondo il nostro proposito, che S. Giuseppe è il più grande di tutti i Santi, bisogna ancor riconoscere se egli corrispose convenientemente alla grazia da Dio ricevuta. E per ciò non abbiamo bisogno di lunghe indagini: basta che ci appigliamo al Santo Vangelo e il Santo Vangelo, benché di Giuseppe ci parli pochissimo, a questo riguardo tuttavia ci dice quanto è basta. Di fatti, come mai il Vangelo chiama Giuseppe? Qual è la qualità, la virtù, che per eccellenza ci dimostra trovarsi in lui? Attenti bene: Joseph autem cum esset iustus: Giuseppe, dice il Vangelo, era giusto. Giusto? Ma che significa qui questo nome di giusto? Questo nome, dice S. Girolamo, il dottor massimo di Santa Chiesa, questo nome qui significa il possessore di tutte le virtù: Giuseppe è chiamato giusto propter omnium virtutum perfectam possessionem: per la perfetta possessione di tutte le virtù. Non per una virtù sola, non per molte, non per moltissime, ma per tutte; anzi nemmeno solo per tutte le virtù, ma per tutte praticate in perfetto grado: propter omnium virtutum perfectam possessionem! E che cosa può dirsi di più di un uomo, quanto il dire che egli possiede ogni perfezione e la possiede perfettamente? Non vi par questo un elogio sublime? un encomio sommo? E se è così qual dubbio si può avere che egli non abbia pienamente corrisposto alla grazia da Dio ricevuta? sì, vi corrispose; vi corrispose quanto poteva corrisponderle; è lo Spirito Santo che ce ne fa fede, e poiché la grazia a lui data da Dio, dopo quella data a Maria, fu una grazia  superiore a quella data a tutti gli altri santi. perciò S. Giuseppe anche solo per questa ragione della perfetta corrispondenza alla grazia, fu il più grande fra tutti i Santi. E come tale appunto lo riconoscono e lo predicano il celeberrimo cancelliere di Parigi, Gersone, i devotissimi Bernardino da Busto, Giovanni di Cartagena. Isidoro soprannominato Isolano, S. Leonardo da Porto Maurizio ed il piissimo Suarez, uomo il cui voto, al dire del padre Paolo Segneri, equivale quello d’una intera università. E tutti questi Santi uomini riconoscendo S. Giuseppe come il più grande fra tutti i Santi, sciolgono essi medesimi la difficoltà, che potrebbe nascere da quell’elogio. Gesù Cristo fece un giorno di S. Giovanni Battista, quando disse di lui che non surrexit major E dicono: Questa parola del divin Redentore a lode di S. Giovanni Battista non deve far difficoltà a riconoscere S. Giuseppe anche maggiore di S. Giovanni, perché S. Giuseppe non entra in rigacogli altri nati di donna, essendo che egli fu di un ordine sopra ogni ordine, fu nell’ordine supremo dell’unione ipostatica; epperò quando Gesù Cristo disse ad onor di Giovanni, che non era nato alcuno maggiore di lui, S. Giuseppe ne era totalmente escluso ed eccettuato. – S. Giuseppe adunque, ripetiamolo pure lietamente, è il più grande fra tutti i Santi e come il più grande fra tutti i Santi merita di essere onorato da noi col maggior grado di quel culto, che si dà ai Santi. – Il culto che noi rendiamo ai Santi è un culto di venerazione, che si differenzia da quello che rendiamo a Dio, in ciò che Iddio lo adoriamo come Creatore e Signore supremo di tutte le cose, mentre i Santi li veneriamo in quanto sono immagini della bontà di Dio, avendo in sé qualche cosa delle divine perfezioni e qualche somiglianza della divina eccellenza sopra le creature. Dal che si vede, per dirlo anche solo di passaggio, quanto la sbagliano i Protestanti, i quali per il culto che noi rendiamo ai Santi arrivano a tale da accusarci di idolatria. Ma forse ché noi adoriamo i Santi, come adoriamo Iddio! Niente affatto. I Santi li veneriamo soltanto. E venerare i Santi non è cosa al tutto conforme alla ragione! Poiché si onora i l re, non è giusto onorarne anche, sebbene in modo inferiore, i suoi amici! coloro che dal re istesso sono stimati ed onorati! coloro che ne sono la rappresentanza? E tali presso a poco sono appunto per rispetto a Dio i Santi, sicché il non onorarli sarebbe lo stesso che disprezzare Iddio. Epperciò la Chiesa, checché ne sembri ai Protestanti, ha sempre venerato i Santi fin dai tempi apostolici. – Or dunque se i Santi meritano di essere onorati, benché solo col culto di venerazione, e la Chiesa li venera qual più qual meno, secondo che in essi appare una maggiore o minore santità, non è egli vero che S. Giuseppe per essere il più grande di tutti i Santi merita di avere in questo culto di venerazione il maggior grado? Sì, senza dubbio. Epperò si doni pure a Maria, Madre di Dio, un tutto speciale, il culto della somma venerazione, che tenga come un posto di mezzo tra quello che si dà a Dio e quello che si dà ai Santi, ed a S. Giuseppe non si doni altro culto che quello della semplice venerazione, ma glielo si dia nel suo maggior grado, perché giustamente gli è dovuto. Così consacrisi pure a Gesù il mese di Giugno per esaltare le misericordie del suo divin Cuore, si consacri pure a Maria il mese di Maggio per disfogare l’animo ripieno di amore per Lei, ma sia pur bello consacrare a Giuseppe il mese di Marzo per manifestare viemeglio la divozione che si nutre verso di lui. Onorare con tanto alari S. Giuseppe non è far altro che seguire l’esempio della Chiesa; anzi non è far altro che seguire l’esempio di Maria Santissima e dello stesso nostro Signor Gesù Cristo, come vedremo dopo breve riposo.

SECONDA PARTE.

Onorare S. Giuseppe è anzitutto seguire l’esempio della Chiesa. Difatti non vi ha alcun Santo che la Chiesa onori tanto quanto S. Giuseppe. Gli altri Santi hanno nel corso dell’anno un solo giorno di festa, o tutto al più due. Ma S. Giuseppe ne ha tre; anzi tutto quel del 19 Marzo, nel quale comunemente si crede sia avvenuto il suo transito; e poi la terza domenica dopo Pasqua per onorare ed invocare il suo santo Patrocinio; e poi ancora il 23 Gennaio per ricordare il suo sposalizio colla Beata Vergine. Inoltre la Chiesa consacra a S. Giuseppe come fa per Maria, un giorno della settimana, il mercoledì, e persino un intero mese, il mese di Marzo, o quello che corre dal 18 Febbraio al 19 Marzo. Quante poi sono le chiese che ora si vanno innalzando ad onor di S. Giuseppe! e di tutte le altre dedicate ad altri Santi, manca forse un altare per S. Giuseppe? Si può dire ancora, che ogni qualvolta la Chiesa per ottenere da Dio grazie speciali interpone l’intercessione dei Santi in generale e di alcuni in particolare, non lascia mai di interporre quella di S. Giuseppe; per modo che chiaramente apparisce che non vi è Santo, che la Chiesa onori così come S. Giuseppe. Ma se così fa la Chiesa, è perché la Chiesa si modella per questo culto sulla stessa Santissima Vergine e sopra Gesù Cristo. Di fatti Maria quanto onorò il suo sposo quaggiù! Lo riguardò sempre come il suo capo, come colui al quale doveva essere sottomessa e lo trattò sempre con grande rispetto, non ostante che fosse a lui tanto superiore. E come l’onorò essa, così si adoperò per farlo onorare dagli altri ed è certo che anche dopo che avvenne la morte di lui, sempre portandolo scolpito nella memoria e nel cuore, ne parlava con venerazione ed affetto, studiandosi di far concepire nel cuore dei primitivi Cristiani una grande stima ed un grande amore per lui. E dopo averlo onorato qui in terra, l’onora anche presentemente lassù in cielo, poiché possiamo bellamente immaginare, che se Maria in Paradiso passando avanti a tutti gli altri Santi è da loro profondamente inchinata, passando anche dinnanzi a S.Giuseppe e riguardandolo sempre, come suo carissimo sposo, ella a lui si inchina con riverenza ed amore. Così adunque Maria ha onorato ed onora S. Giuseppe. E Gesù? Oh! in quanto a Gesù basta per tutto quel che leggiamo nel Vangelo. Là si dice che Gesù a Nazaret era soggetto a Maria ed a Giuseppe: et erat subditus illis. Soggetto anche a San Giuseppe? Ma quale onore più grande gli poteva rendere in sulla terra? E se tanto l’ha onorato qui in terra non l’onorerà altresì grandemente lassù in Cielo? Non vi può essere di ciò alcun dubbio. – Se pertanto onorare S. Giuseppe è fare quel che fa laChiesa, quel che fa Maria, quel che fa Gesù, onoriamolo grandemente anche noi, onoriamolo con grande slancio particolarmente in questo mese a lui consacrato; veniamo sovente dinnanzi al suo altare per pregarlo, veniamo a sentire le sue lodi, ad imparare le lezioni che egli ci dà; studiamoci altresì di guadagnargli ancora altri devoti, e per tal modo oltre al renderci sicuri della protezione di questo gran Santo, faremo ancora una cosa sommamente gradita alla Chiesa, a Maria ed a Gesù.

SAN GIUSEPPE IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (3)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXX.

Del potere di S. Giuseppe, della sua bontà per noi, e della grande fiducia che in lui dobbiamo riporre.

Una delle cose di cui il mondo suole fare maggior conto si è la grandezza delle aderenze. Ad esempio, stimasi sommamente fortunato colui che ha un amico tra i suoi superiori, tra i suoi padroni, tra i deputati e senatori del regno, tra i ministri e i grandi della corte. E perché? Perché generalmente si dice, si crede (io non vo’ cercare se a ragione o a torto) che il più delle volte si ottengono aiuti, si conseguono cariche, si fanno guadagni, si va in alto più per via di protezione che di merito. Ebbene, noi dobbiamo stimarci sommamente avventurati perché come fedeli devoti di S. Giuseppe abbiamo in lui un amico potentissimo ed ottimo presso alla stessa corte celeste. Gettiamo pure lo sguardo sull’innumerevole moltitudine di Santi che si trovano in Paradiso, ma nessuno ne troveremo che torni più di S. Giuseppe accetto a Dio, a Gesù ed alla Vergine, epperò nessuno il cui potere e la cui bontà verso di noi sorpassi il potere e la bontà del medesimo. Oh pensiero consolantissimo che è mai questo! Se tanta è la potenza e la bontà di S. Giuseppe e noi gli professeremo una sincera divozione, possiamo ancor temere, ancor dubitare di non ottenere mercé la sua mediazione, le più belle, le più importanti grazie? E non riporremo in lui una straordinaria fiducia? Studiamoci pertanto in quest’oggi di considerare e comprendere meglio che ci è possibile un tale potere di S. Giuseppe presso Dio, ed un tale amore per noi, affinché il cuor nostro sempre piò si allieti e si infiammi dei sentimenti della divozione verso il Santissimo Custode della Divina Famiglia. Incominciamo senz’altro.

PRIMA PARTE.

A ben riconoscere quale sia la potenza di San Giuseppe in cielo non avremmo a far altro che rappresentarci alla mente quel che ne dicono i santi, che di lui furono tanto devoti. Ecco come si esprime a questo proposito B. Antonino: « Il potere di una persona viene dalla natura, dalla grazia e dal merito. La natura rende un padre onnipotente sul cuor di suo figlio; la grazia rende un marito onnipotente sopra il cuore della propria sposa; il merito rende un servo onnipotente presso il suo padrone cui abbia reso grandi servigi. Ora qual creatura ha più stretti vincoli di Giuseppe con Gesù e con Maria, essendo il padre dell’uno e lo sposo dell’altra? Chi potrebbe essere più grato a Dio di quel gran santo la cui angelica purità non fu mai offuscata dal soffio delle passioni, e che nel corso di trent’anni esercitò tutte le opere di misericordia verso l’adorabile persona del Figlio di Dio con sì ardente zelo, con umiltà così profonda e con fedeltà così inviolabile? » – S. Bernardo dice : « Se è scritto che il Signore fa la volontà di coloro che lo temono, come rifiuterà di fare quella di S. Giuseppe, che lo nutrì così lungo tempo col sudore della sua fronte? Voluntatem timentium se faciet, quomodo voluntatem nutrientium non faciet? – S. Alfonso de Liguori : « Dobbiamo essere ben persuasi, che Dio, in considerazione de’ suoi grandi meriti, non negherà mai a S. Giuseppe una grazia in favore di coloro che lo onorano. » Il grande dotto Gersone dice che « S. Giuseppe non domanda, ma ordina: Non impetrat, sed imperat. » – « Gesù, dice S. Bernardino da Siena, vuol continuare nel cielo a dare a S. Giuseppe prove del suo rispetto figliale obbedendo ai suoi desideri: Dum pater orat natum, velut imperium reputatur.» –  « Oh quanto saremo felici, dice s. Francesco di Sales, se possiamo meritare di aver parte alle sue sante intercessioni! Perché niente gli sarà negato, né da Maria SS., né dal suo Figlio. Ci otterrà, se in lui confideremo, un santo accrescimento di ogni virtù, ma specialmente di quelle ch’egli possedeva in più alto grado, quali sono la santissima purità di corpo e di spirito, l’amabilissima virtù dell’umiltà, la costanza, e la perseveranza; virtù che ci renderanno vittoriosi dei nostri nemici in questa vita, e degni di andare a godere nella vita eterna la ricompensa che è preparata a coloro che imiteranno gli esempi, che S. Giuseppe ha loro dati. » – « Parecchi santi, dice l’angelico Dottore, hanno ricevuto da Dio il potere di assisterci e di aiutarci in certi particolari bisogni; ma il potere di S. Giuseppe non è limitato; si estende a tutte le nostre necessità; e tutti quelli che lo invocano con confidenza sono certi d’essere esauditi. Gli altri santi godono, è vero, un gran credito in cielo; ma essi intercedono e supplicano come servi, e non comandano come padroni. Giuseppe, che ha veduto Gesù sottomesso alla sua autorità, ottiene quanto desidera dal Re suo figlio. » – « E difatti, prosegue il devotissimo Cartagena, che potrebbe negar Gesù Cristo a Giuseppe, il quale niente negò mai a Lui nel tempo della sua vita! Mosè non era nella sua vocazione, se non il capo e il conduttore del popolo d’Israele, eppure si portava con Dio con tanta autorità, che, quando lo pregava in favore di quel popolo ribelle ed incorreggibile, la sua preghiera sembrava farsi comando, il quale legasse, in certo modo, le mani alla divina maestà, e la riducesse a non poter quasi castigare i colpevoli, finché gliene avesse resa la libertà: Dimitte me, ut irascatur furor meus contra eos et deleam eos. (Esodo, XXXII). Ma quanta maggior virtù e potenza non avrà la preghiera che Giuseppe volge per noi al sovrano Giudice, di cui egli fu guida e padre adottivo? Poiché, s’egli è vero, come dice S. Bernardo, che Gesù Cristo, il quale è nostro avvocato presso il Padre, gli presenta le sacre sue piaghe ed il sangue adorabile che ha sparso per la nostra salute; se Maria, per parte sua, presenta all’unico Figlio il seno che lo portò e nutrì, non possiamo noi aggiungere che S. Giuseppe mostra al Figlio ed alla Madre le mani le quali hanno tanto affaticato per loro ed i sudori che egli ha sparso per guadagnare il loro vitto sopra la terra? E se Dio Padre non può nulla negare al suo Figlio diletto, quando lo prega per le sue sacre piaghe, né il Figlio nulla negare alla sua Santissima Madre, quando lo scongiura per le viscere che lo hanno portato, non siam noi tenuti a credere che né il Figlio, né la Madre divenuta la dispensatrice delle grazie che Gesù Cristo ha meritato, non possono nulla negare a S. Giuseppe quando egli li prega per tutto ciò che ha fatto per essi in trent’anni di sua vita? Immaginiamoci che il nostro santo Protettore volga per noi a Gesù Cristo, di lui Figlio adottivo, questa commovente preghiera: « O mio divin Figlio, degnatevi di spargere le vostre più abbondanti grazie sopra i miei servi fedeli; io ve lo domando pel nome di padre, di cui mi avete tante volte onorato, per queste braccia che vi ricevettero e vi riscaldarono nella vostra nascita, e vi trasportarono in Egitto per salvarvi dal furor di Erode; ve lo chiedo per quegli occhi di cui asciugai le lagrime, per quel prezioso sangue che io raccolsi nella vostra circoncisione; pei travagli e per le fatiche che io portai con tanta contentezza per nutrire la vostra infanzia, per allevarvi nella vostra giovinezza » Gesù così pieno di carità potrebbe Egli resistere a tale preghiera ? » – Ma ascoltiamo infine la grande devota di San Giuseppe, la serafina del Carmelo S. Teresa. Le sue parole sembrano essere più persuasive e convincenti di tutte le altre. Parli dunque essa medesima. « Io presi per avvocato e per protettore il glorioso S. Giuseppe e mi raccomandai a lui col più gran fervore. Il suo soccorso si manifestò visibilmente. Questo tenero padre della mia anima, questo amatissimo protettore si affrettò a cavarmi dallo stato in cui languiva il mio corpo; come mi tolse da pericoli più grandi di altro genere, che minacciavano il mio onore e la mia eterna salute. Per colmo di ventura egli mi esaudì sempre al di là delle mie preghiere e delle mie speranze. Non mi ricordo d’aver sinora domandato grazia che non me l’abbia ottenuta. Quale spettacolo presenterei ai vostri sguardi se mi fosse dato di riferire le grazie insigni, di cui Dio mi colmò, ed i pericoli sì dell’anima come del corpo da cui fui liberata per mediazione di questo gran Santo! L’Altissimo concede agli altri santi soltanto la grazia di soccorrerci in tale o in tal altro bisogno; ma il glorioso S. Giuseppe, lo so per esperienza, stende il suo potere sopra tutte le nostre necessità. Nostro Signore vuole con ciò farci intendere, che nello stesso modo che gli fu sottomesso sopra questa terra d’esilio, riconoscendo in lui l’autorità di padre putativo e di governatore, si compiace ancora nel cielo di fare la sua volontà con l’esaudire tutte le sue domande. Molte persone a cui io aveva consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile Protettore, lo hanno del pari esperimentato; ond’è che il numero delle anime che lo onorano va crescendo, ed il felice successo della sua mediazione conferma ogni giorno più la verità delle mie parole. Epperò conoscendo oggi per lunga esperienza il meraviglioso potere di S. Giuseppe presso Dio, vorrei persuadere a tutti di onorarlo con culto particolare. Sinora ho sempre veduto le persone che hanno per lui devozione vera e sostenuta dalle opere progredire nella virtù; perché questo celeste Protettore favorisce in modo meraviglioso l’avanzamento spirituale delle anime, che a lui si raccomandano. Da molti anni che nel giorno di sua festa gli domando un favor particolare, non me l’ha mai rifiutato. Se per qualche imperfezione la mia domanda si allontanava dalla mira della gloria divina, egli la raddrizzava in modo da farmene ridondare un bene maggiore. Se io avessi autorità per iscrivere, qual puro piacere proverei a raccontare minutamente le grazie di cui tante persone sono, al par di me, debitrici a questo gran Santo. Ma mi basti scongiurare per l’amor di Dio quelli che non mi danno fede di farne prova; e vedranno quanto sia vantaggioso il raccomandarsi a questo gran Patriarca, e onorarlo in modo speciale. » Fin qui S. Teresa. – Or bene, dopo testimonianze così autorevoli e così ricche di profonde ragioni possiamo noi avere il minimo dubbio sulla potenza veramente grande di S. Giuseppe? Ma ciò che deve raddoppiare la nostra confidenza in S. Giuseppe si è la sua ineffabile carità per noi. Non c’è altra misura dell’amore, che si ha pel prossimo, che quella dell’amore che si porta a Dio. L’amor di Dio e del prossimo sono, dice S. Gregorio, due anelli di una medesima catena, due numi che scaturiscono dalla medesima sorgente. Egli è indubitabile che l’amor di S. Giuseppe verso Dio, quando era ancor sopra la terra, superava incomparabilmente l’amore di tutti gli uomini, di tutti i santi e di tutti gli Angeli. Egli è dall’amore, di cui Giuseppe arde per Dio, che bisogna misurare quello che ha per noi; ed è facile il comprendere che l’uno e l’altro oltrepassano l’umano intendimento. – A cotesta ragione fondamentale se ne devono aggiungere molte altre. Giuseppe è nostro padre, poiché noi siamo figli di Maria, fratelli e coeredi di Gesù Cristo, suo divin Figlio. Gesù, facendosi suo Figlio gli pose nel cuore un amore più tenero di quello del miglior dei padri; e ciò non solo per essere amato come figlio, ma acciocché quello stesso amore si spandesse sopra tutti gli uomini divenuti parimenti suoi figli. Egli è in questo modo, che gli comunicò una grazia tutta speciale d’amore, di tenerezza e di sollecitudine per noi, la quale lo porta a farci tanto bene quanto il padre più sviscerato possa desiderare ai suoi figli, che egli ama più di se stesso. – Il Divinissimo Gesù, che ebbe riposato tante volte sopra il cuore di Giuseppe per accendervi una fornace d’amore proporzionato alle cure paterne di cui egli era incaricato, seppe rendere così grande quel cuore, affinché tutti i Cristiani potessero trovarvi un asilo nelle loro pene e nei loro travagli. S. Giuseppe sa che il suo divin Figlio ci amò sino ad incarnarsi, soffrire e morire per noi. Quante volte nel corso di sua vita non ha egli inteso il Salvatore manifestare il vivo desiderio di cui ardeva di dare per ciascuno di noi, sino all’ultima stilla, il suo sangue! Come sarebbe dunque possibile, che Giuseppe ci guardasse con indifferenza e vedesse perire senza dolore una famiglia di cui Gesù Cristo è il primogenito? Egli è in servigio degli uomini che S. Giuseppe fu arricchito di tante grazie e di privilegi cotanto gloriosi, e che fu scelto per essere il casto sposo di Maria ed il padre di Gesù. Se non ci fossero stati degli uomini, e se Dio non li avesse amati sino al punto d’incarnarsi per salvarli, Giuseppe non avrebbe ricevuto il titolo sublime che lo colloca al di sopra di tutti gli Angeli e di tutti i santi. Egli conosce queste verità; come potrebbe dunque, egli tanto riconoscente, non essercene grato e non amarci? Quando Giuseppe viveva sopra la terra era dotato di cuore eccellente, inclinato alla compassione ed alla misericordia verso tutti gli uomini. Ora che nel cielo la sua carità è perfetta, potrebbe egli essere insensibile ai nostri pericoli, alle nostre miserie ? Giuseppe è nostro padre sì, ma della stessa natura di noi, egli soffrì e pianse come noi; conobbe tutti i nostri pericoli; e questo è un motivo di più per amarci e compatirci nelle nostre pene. Animo adunque, se tale è la potenza, tale la bontà di S. Giuseppe per noi, ricorriamo a lui fiduciosi in tutti i nostri bisogni, e proveremo la verità di ciò che ci è dato per certo da S. Teresa: che cioè non mai persona alcuna, per quanto fosse povera ed abbandonata, l’invocò invano; sempre dall’alto dei cieli egli rivolge i suoi sguardi pieni di misericordia verso gl’infelici che lo implorano dal tristo loro esilio. Dalle mani di Giuseppe come dalle mani di Maria piovono a torrenti le grazie; egli versa le benedizioni del cielo sopra tutti gli uomini: ma le spande con maggior abbondanza sopra quelli che lo invocano. Imploriamolo con fiducia, e non scoraggiamoci, se la nostra preghiera non è esaudita tanto prontamente quanto vorremmo. Perseveriamo allora nella preghiera, applicandoci nello stesso tempo ad imitare le sue virtù, e S. Giuseppe non lascerà di ottenerci la grazia richiesta se può giovare alla gloria di Dio e al bene della nostra anima.

SECONDA PARTE.

Abbiamo già altre volte osservato come l’antico Giuseppe sia stato una bella figura del nostro in moltissimi tratti della sua vita. Or bene lo fu eziandio della pienezza del suo potere e della sua somma bontà verso degli uomini. Faraone per ricompensare i servigi, che da Giuseppe figliuolo di Giacobbe aveva ricevuto, lo stabilì intendente generale della sua casa, padrone di tutti i suoi beni, volendo che ogni cosa si facesse secondo il suo cenno. Dopo averlo costituito viceré dell’Egitto gli affidò il sigillo della sua autorità reale, e gli donò il pieno potere di  concedere tutte le grazie che volesse. Ed allora che i popoli, sollecitati dalla fame si rivolgevano al re d’Egitto per aver del frumento, quel principe li inviava a Giuseppe, da lui stabilito dispensatore di tutte le ricchezze del suo regno. Ei diceva: Ite ad Ioseph, et quidquid dixerit vóbis, facite. Andate da Giuseppe, fate tutto quello che egli vi dirà, e ricevete da lui quanto egli vorrà donarvi (Gen. XLI, 55). E Giuseppe, pieno di compassionevole carità verso di quei bisognosi aperuit universa horrea, et vendébat Ægyptiis ; aperse tutti i granai, ed a prezzo distribuiva il frumento a quei poveri oppressi dalla fame. Così pure, o miei carissimi Cristiani, da quanto abbiamo oggi considerato dobbiamo riconoscere che Gesù Cristo avendo costituito S. Giuseppe quale suo plenipotenziario in cielo, egli è altresì a S. Giuseppe che ci invia per ottenere più sicuramente a sua intercessione le grazie che ci sono necessarie, e che S. Giuseppe pieno di bontà per noi, purché gli offriamo il prezzo delle nostre preghiere e delle nostre opere buone, è prontissimo ad aprire i tesori delle grazie celesti e distribuircene in grande abbondanza. Ricorriamo adunque a Giuseppe colla ferma fiducia di ottenere quanto gli chiederemo. Egli è il favorito del Re del cielo, a cui dobbiamo piacere se vogliamo essere bene accolti dalla divina Maestà; egli è il padre che dobbiamo renderci favorevole per poter ottenere qualche grazia dal Figlio; egli è l’intendente della sua casa, che deve presentare le nostre suppliche per farle gradire dal padrone; egli è il migliore ed il più caritatevole avvocato che possiamo impiegare presso la sua sposa, per patrocinare la nostra causa presso Gesù Cristo, riconciliarci con Lui e rimetterci nelle buone grazie sino al nostro ultimo respiro. Andiamo a Giuseppe, acciocché interceda per noi. Tutti i Cristiani devono trovare nella vita di questo gran Patriarca grandi motivi di confidenza. I nobili ed i ricchi devono considerare pregandolo, che S. Giuseppe è il pronipote dei Patriarchi e dei re; i poveri considerino, ch’egli visse come essi nella povertà; gli operai, che egli ha continuamente lavorato come un semplice operaio; le persone vergini, che egli conservò per tutta la sua vita la più perfetta verginità, e fu trascelto da Dio per essere il custode ed il protettore della Regina delle Vergini; le persone maritate, ch’egli fu il capo della più augusta famiglia che possa mai esistere: i fanciulli, ch’egli fu il padre putativo di Gesù, il conservatore, il governatore della sua infanzia: i sacerdoti, ch’egli ebbe sovente la somma ventura di portare Gesù fra le braccia; che di più ha offerto al Padre eterno le primizie del Sangue del Salvatore nel giorno della circoncisione; le persone religiose, ch’egli santificò la sua solitudine di Nazaret con la pratica delle più perfette virtù e con pii ragionamenti con Gesù e Maria. Da colui, che siede sul trono fino a chi per vivere deve mendicare il pane, tutti debbono trovare i più forti motivi per riporre una fiducia illimitata nella sua potenza e nella sua bontà.

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (2)

IL PROTETTORE DEI CRISTIANI

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXIX.

Della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe qui sulla terra lungo il corso dei secoli.

Discorrendo S. Bernardo dell’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, osserva, giusta quel che ne dice la Santa Scrittura, che tali erano le sue doti e le sue qualità da tirarsi dietro come rapito da dolce incanto tutto l’Egitto: Ioseph universum Ægyptum post se currere fecit(Serm. II in Cant.). Ma ciò non è che una meschina figura di quanto si è realizzato del nostro S. Giuseppe nel corso dei secoli cristiani. Di mano in mano che si misero sempre più in chiara luce le sue eccelse virtù, i suoi preclari meriti, si videro altresì correre dietro a lui i cuori di tutti i Cristiani! Difatti la divozione verso questo Santo Patriarca, nascosta per così dire nel cuore dei primitivi Cristiani, svolta quindi dai sentimenti espressi dai Santi Padri, e resasi in seguito apertamente manifesta, si è distesa non solo in tutta Europa, centro della nostra santissima Religione, ma è passata ancora nell’Asia, nell’Africa, nell’America e nell’Oceania e nelle più remote contrade del mondo, e da per tutto coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria si ripete e si invoca ancora il nome di Giuseppe. Da per tutto col più fervido slancio di pietà si celebrano le sue feste, lo si onora nel mercoledì di ogni settimana, gli si consacra il mese di Marzo, si implora la sua possente protezione in vita e specialmente al punto di morte. Da per tutto e tutte le classi della società, tutte le età della vita a lui si rivolgono tributandogli l’omaggio dei loro ossequi e delle loro preci: i sovrani Pontefici, i re, i vescovi, i regni, le città, le ville, le famiglie, gli istituti religiosi, la Cristianità tutta quanta, per modo che si ha da dire di lui che per la sua singolare grandezza ha fatto correre dietro a sé tutto il mondo e tutto il mondo ha guadagnato alla sua glorificazione. Iosepli universum mundum post se currere fecit. Ma per farci un’ idea più ampia e più particolare di una tale verità, rifacciamoci da capo e trascorriamo oggi almeno i principali periodi della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe sopra di questa terra.

PRIMA PARTE.

Già fin da’ suoi primi tempi la Chiesa prese ad onorare S. Giuseppe. Poiché sebbene, come già osservammo in uno di questi primi ragionamenti, a principio ella andasse con molta cautela nel rendere a questo Santo la gloria dovuta per mettere in salvo il dogma della verginità di Maria, non lasciò tuttavia di dipingere e di scolpire nei venerandi asili delle catacombe, sui sarcofagi, nei codici, sui dittici e persino sopra le gemme insieme con l’immagine di Gesù e di Maria quella di S. Giuseppe. A Roma in un affresco del cimitero di Priscilla, che è della fine del primo secolo o del principio del secondo, S. Giuseppe è rappresentato in piedi vicino alla Beata Vergine, che tiene in seno il divin Pargoletto. Nel cimitero di S. Callisto vi ha un altro affresco del secondo secolo, dove S. Giuseppe è posto ritto tra la Vergine ed il Divino Infante. Così pure trovasi sempre effigiato in diversi sarcofagi, tutti dei primi quattro secoli, come anche nei mosaici di Santa Maria Maggiore sia quando si rappresenta il mistero della nascita di Gesù, sia quello dell’adorazione dei Magi, o della fuga in Egitto. Fuori di Roma trovansi queste simili pitture o sculture ad Ancona sopra un sarcofago del quarto o al più del quinto secolo, a Firenze nel codice siriaco della Bibbia, opera del sesto secolo, a Ravenna sulla Cattedra episcopale ancor essa del secolo sesto, a Milano sopra il dittico della Chiesa metropolitana, che pare appartenere al quinto secolo più che al sesto, sopra il sarcofago di S. Celso del secolo quarto, sopra quello assai prezioso che vi ha sotto il pulpito della basilica di S. Ambrogio, dove S. Giuseppe è rappresentato in età giovanile con bella e lunga capigliatura in atto di porgere il Bambino ai Santi Magi. E fuori della stessa Italia non mancano tali immagini e di vote memorie della primitiva devozione a S. Giuseppe, tra le quali vogliono essere segnalate un’effigie del santo scolpita nell’avorio, appartenente ad un monastero di Werden della Vestfalia, lavoro del sesto secolo, ed una gemma trovata in Oriente e che non è certamente più in là del quinto secolo, intorno alla quale si legge una epigrafe in lingua greca, che suona nella lingua nostra: « O Giuseppe assistetemi nei miei lavori e concedetemi la vostra protezione ». – Ma alla glorificazione, che di S. Giuseppe presero a fare nei primi secoli della Chiesa gli artisti, devesi aggiungere quella degli scrittori ecclesiastici e dei Santi Dottori. Il martire S. Giustino ed Origene del secondo secolo, poi i Santi Epifanio, Giovanni Crisostomo, Giovanni Damasceno nella Chiesa orientale, ed i Santi Ambrogio, Gerolamo, Agostino ed Ilario nella Chiesa occidentale rendono nelle loro opere splendida testimonianza della loro venerazione verso di S. Giuseppe. Fra di essi Origene nota come S. Giuseppe fosse onorato dal Figliuol di Dio col titolo di padre; S. Ilario (In Matt. cap. II) lo riguarda come tipo e figura degli Apostoli tanto presso degli Ebrei, come presso dei gentili, osservando che S. Giuseppe dapprima condusse Gesù a Gerusalemme nel tempio giudaico e poi nell’Egitto tra i popoli idolatri; e S. Agostino infine (Serm. LXXXI, de temp.), per non fare più altre citazioni, avverte che il nostro Giuseppe non aveva già solamente radunato del grano per i sudditi di un solo principe, come aveva fatto l’antico Giuseppe divenuto viceré dell’Egitto, ma che egli aveva dato e conservato a tutti i figli della Chiesa il vero pane vivo e vivificante che nutre le anime per renderle immortali, e che se l’antico Giuseppe era nato pel bene dell’Egitto, il nostro era venuto al mondo pel bene di tutto il genere umano. – Or dunque, da tutte queste bellissime e gravi testimonianze risulta chiaro, che S. Giuseppe fin dall’origine della Chiesa e dai suoi primi secoli venne pure, sebbene piuttosto in privato che in pubblico, assai onorato e glorificato dal popolo cristiano. Ma questo culto, che infino al secolo ottavo rimase per così dire alquanto velato, prese poscia nei secoli successivi a manifestarsi e svolgersi sempre più apertamente sia con chiese ed altari dedicati ad onore di S. Giuseppe, sia con feste speciali, sia con pratiche devote. Pare fuor di dubbio che la prima a tributare un pubblico culto a S. Giuseppe sia stata la Chiesa orientale. Nel secolo nono il beato Giuseppe, nativo di Sicilia, poi monaco e prete di Tessalonica, che scrisse molti inni sacri, per cui fu soprannominato Innografo, ne compose eziandio uno ad onore di S. Giuseppe, il quale doveva servire per la festività di questo Santo, che si celebrava nella domenica dopo la Natività di Gesù Cristo. Il che chiaramente dimostra che nel secolo nono presso la Chiesa orientale già si onorava di festa speciale epperò di pubblico culto il Custode della Divina Famiglia. Ma se la Chiesa orientale fu la prima riguardo al tempo ad onorare pubblicamente S. Giuseppe, la Chiesa occidentale, alla quale noi apparteniamo, non fu seconda riguardo allo slancio ed al fervore. Ne abbiamo una prova anzitutto del secolo decimo primo nella frequenza con cui nei loro scritti parlano di S. Giuseppe il mellifluo S. Bernardo e Ruperto abbate. Questi chiama S. Giuseppe massimo fra tutti i Santi, dopo la Beata Vergine; quegli nelle sue opere se ne dimostra devotissimo e gli tesse i più alti encomi. Altra prova ci è la certezza, che ne risulta da autentici documenti, dell’esistere fin dal secolo decimo secondo in Bologna un borgo detto di San Giuseppe, ed in esso una Chiesa parrocchiale a lui dedicata. Altra prova ancora vi ha nella sollecitudine, con cui gli Ordini religiosi presero a mettersi sotto la special protezione di questo Santo. Presso i Servi di Maria, come chiaro si legge nei loro annali, essendosi raccolti a capitolo generale in Orvieto l’anno 1324, furono rinnovati e dichiarati i decreti, i quali prescrivevano che in ciascuna Chiesa dell’ordine si celebrasse il dì 19 Marzo la festa di S. Giuseppe. Presso i Frati minori Francescani, in alcune loro generali adunanze stabilirono ripetutamente la stessa cosa. E così pure si prescrissero solenni onori al nostro Santo presso dei Domenicani e dei Carmelitani, intorno ai quali ultimi è sentenza comune degli eruditi aver essi trasportato dall’occidente in Oriente questa santa pratica del porgere culto amplissimo a S. Giuseppe. Ma le prove più belle della sua glorificazione per parte della Chiesa occidentale cominciamo ad averle dal secolo decimo quinto. In questo secolo spargeva gran fama di sé il dotto e pio Gersone, gran Cancelliere dell’Università di Parigi. Or bene fu egli che in Francia cooperò mirabilmente a dare nuovo ed imperituro splendore al culto di S. Giuseppe. Egli non omise giammai occasione alcuna per far conoscere al mondo le sublimi prerogative e i tesori di virtù racchiusi nel cuore del nostro Santo. Soprattutto si applicò ad ispirare questa divozione agli ecclesiastici ed ai principi, giovandosi di tutto l’ascendente che gli dava il suo stato e scrivendo a tal fine inni, panegirici, lettere piene di unzione e di dottrina. Nell’anno 1414 intervenuto al Sinodo di Costanza, ed adoperandosi efficacemente per la cessazione dello sciagurato scisma di Occidente, propose quale mezzo sicuro ad ottenere la pace della Chiesa l’istituzione di una speciale solennità ad onore di S. Giuseppe. Incaricato in quel sinodo di predicare il giorno della natività di Maria Santissima, impiegò la massima parte del discorso nell’encomiare le prerogative dell’augusto Sposo di lei, e seppe parlarne con tanta energia, che lasciò quella santa assemblea penetrata dalla più viva ammirazione per lui e della più tenera confidenza verso di San Giuseppe. – Ma quel che allora andava facendo Gersone in Francia è pure quel che faceva in Italia San Bernardino da Siena, l’apostolo della divozione al Santissimo nome di Gesù, ed una delle più splendide glorie dell’ordine serafico. Questo Santo in tutte le sue apostoliche escursioni non lasciava mai di raccomandare con quello zelo efficacissimo che era tutto suo, la divozione ed il culto di San Giuseppe. Egli ne aveva composto un devotissimo sermone, e lo andava recitando con gran fervore in quasi tutte le città italiane, che egli percorse predicando. Per ogni dove magnificava le sue glorie, esaltava la sua santità, e la sua dignità altissima di Sposo di Maria e di Custode di Gesù, ne asseriva la sua santificazione nel seno materno e la sua assunzione in cielo in corpo ed anima; per modo che mercé un tanto zelo la venerazione a S. Giuseppe andava mirabilmente accrescendo in tutte le nostre terre. Nel secolo seguente suscitava nuove fiamme di amore a S. Giuseppe il frate Isidoro Isolano dell’ordine di S. Domenico. Egli l’anno 1522 pubblicava in Pavia un libro intitolato: Somma dei doni di S. Giuseppe, e lo presentava al Sommo Pontefice Adriano VI, accompagnandolo con calde preghiere, perché volesse accrescere onore al gran Santo e lo dichiarasse patrono della Chiesa militante, assicurando che ne sarebbe derivato un gran bene a tutta la Chiesa. Ma intanto ecco sorgere contemporaneamente nella Spagna la stella fulgidissima del Carmelo, S. Teresa di Gesù, la quale può a tutta ragione chiamarsi l’apostola della devozione a S. Giuseppe. Fin dalla sua tenera età si sentì nel cuore una tenerezza ed una fiducia particolare per questo Santo. Lo chiamava col nome di suo padre e signore, e lo riguardava, dopo Maria, come il suo primo protettore. Cresciuta negli anni e nella perfezione, accrebbe pure l’amore per lui. Nel giorno della sua festa faceva cantare la messa e l’ufficio solenne; a capo alle sue lettere metteva sempre con quello di Gesù e di Maria anche il nome di Giuseppe. In suo onore fece innalzare delle chiese, gli dedicò dodici monasteri dei diciassette che fondò per le monache carmelitane e tutti li mise sotto la sua protezione: a tutte le suore non solo, ma a tutti i fedeli, con cui aveva occasione di parlare, raccomandava sempre la divozione a questo santo e ciò con uno zelo ed una efficacia ammirabile. Sulla fine poi dello stesso secolo XVI e sul principio del XVII facevasi fervidissimo promotore del culto a S. Giuseppe il dolcissimo S. Francesco di Sales. Il Santo Vescovo di Ginevra con uno slancio meraviglioso prese a parlare di lui presso che in tutte le sue opere. Come al suo unico e più caro protettore volle dedicato il suo sublime trattato dell’amor di Dio: lui scelse come principale patrono ed angelo tutelare dell’ordine della visitazione; e lo diede ancora quale particolar guida nella via dell’orazione mentale e della contemplazione alle novizie. Per suo zelo si eresse nella città di Annecy un bel tempio ad onore di lui; ed alla vigilia della sua morte, al rettore di quella Chiesa che era venuto a trovarlo, disse: Non sapete, padre mio, che io sono tutto di San Giuseppe? Il religioso che lo assisteva, prendendo in mano il breviario di lui, non vi trovò se non un’immagine, ed era quella di S. Giuseppe. Tale e tanta era la divozione che nutriva in cuore per lui e che desiderava accendere nel cuor degli altri. Finalmente per non essere più particolare, dirò che largamente promossero la glorificazione di S. Giuseppe in sulla terra S. Ignazio di Loyola, S. Camillo de Lellis, S. Tommaso d’Aquino, S. Vincenzo de Paoli, S. Alfonso Maria de Liguori, Bernardino da Busto, Giovanni di Cartagena, il piissimo Suarez, S. Leonardo da Porto Maurizio e moltissimi altri. Quindi è che per opera di questi santi e dotti personaggi accendendosi sempre più nel cuor dei Cristiani l’amore a S. Giuseppe, i Romani Pontefici non indugiarono più a decretare al nostro Santo solenni onori. Essi fecero scrivere il suo nome nel Martirologio romano e lo inserirono nelle litanie dei santi. Stabilirono la sua festa il 19 di marzo da celebrarsi per tutta la Chiesa, prima per divozione e poscia per precetto; composero un ufficio proprio per lui, lo diedero per protettore a vari regni, arricchirono di sante indulgenze le pratiche della sua divozione, aggiunsero la festa del suo sposalizio e del suo Patrocinio, ed intromisero il suo nome in tutte le più importanti preghiere. Ed ecco l’umile granello di senapa diventato a poco a poco albero gigantesco, ecco la piccola scintilla suscitare un grande incendio, ecco con bella gara semplici fedeli e Pastori della Chiesa, santi e sante, scrittori ed oratori sacri, concorrere con zelo ognor crescente ad onorare il custode fedelissimo della divina Famiglia. Che si poteva dunque fare di più per glorificare S. Giuseppe? Non gli furono date così le più splendide testimonianze di onore a preferenza di qualsiasi altro santo dopo la Beata Vergine? Eppure in questi ultimi tempi la glorificazione di San Giuseppe raggiunse un grado di gran lunga superiore a quelli di cui ho finora parlato. Ma di esso vi dirò ancora qualche cosa dopo brevissima pausa.

SECONDA PARTE.

L’anno 1854, nel dì 8 dicembre, l’immortale Pontefice Pio IX proclamava solennemente il dogma della Immacolata Concezione di Maria SS. CoN la proclamazione di una tanta verità veniva posata sulla corona di Maria una delle più brillanti gemme e si andava mirabilmente riaccendendo nel cuor dei Cristiani l’amore e la divozione per lei. Lo stesso Pontefice nell’anno 1856, zelando altresì grandemente il culto del Sacratissimo Cuore di Gesù, estendeva a tutta la Chiesa la sua festa, che fino allora non si celebrava che in alcuni luoghi e prescriveva che da per tutto se ne recitasse l’ufficio e se ne dicesse la Messa. E nel 1864 innalzando ancora all’onor degli altari la Beata Margherita Alacoque, Apostola della divozione al Sacro Cuore, questa divozione istessa andava infiammando del pari che quella dell’Immacolata Maria. Ma il Cuore di Gesù e la Vergine Santissima sommamente teneri, l’uno del suo custode fedelissimo, l’altra del suo purissimo sposo, parvero non esser paghi di questo nuovo accrescimento del loro culto, se non si accresceva eziandio quello di S. Giuseppe. Epperò eccoli essi medesimi, senza dubbio, che sono gli ispiratori massimi dei Sommi Pontefici, venire eccitando colui, che già potevasi chiamare il Pontefice dell’Immacolata e del Sacro Cuore, a far opera tale da potersi pure meritamente chiamare il Pontefice di S. Giuseppe. – Di fatti quel grande Papa che fu Pio IX, eccolo nel 1862 in una allocuzione pronunciata il 9 di luglio all’occasione della canonizzazione dei SS. Martiri Giapponesi, alla presenza di più che duecento Vescovi, eccolo, dico, fuor della consuetudine dei suoi predecessori invocare subito il patrocinio di San Giuseppe dopo quello della Beatissima Vergine e prima di quello dei SS. Apostoli Pietro e Paolo; il qual fatto non è a dire quanto servisse a ravvivare in tutti i fedeli il desiderio di vedere anche più accresciuto il culto del gran Santo. Ma ciò non era che il faustissimo preludio di un più consolante avvenimento. Ed in vero l’anno 1870, il dì 8 dicembre e sacro perciò all’Immacolata Concezione, Pio IX assecondando i voti dei Vescovi, del clero e del popolo cristiano, dichiarava solennemente S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, ne faceva in quel giorno stesso pubblicare il decreto nelle tre patriarcali basiliche di Roma, Lateranense, Vaticana e Liberiana, e comandava che la festa di sì gran Santo del 19 marzo fosse celebrata col rito più solenne che si usa nella Chiesa. – Per questo fatto e dopo il medesimo incominciò il periodo della glorificazione massima per questo Santo. Furono introdotte novelle pratiche di divozione in suo onore, si composero speciali preghiere ad invocare il suo possente patrocinio, gli si eressero nuove chiese ed altari, si fecero di lui quadri, statue, immagini e medaglie, si estese larghissimamente l’uso di celebrare con devota pompa il suo mese di Marzo, e più e più si prese a fervidamente pregarlo invocando mai sempre il suo nome insieme coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria. – E intanto al grande Pio IX succeduto nel Sommo Pontificato il sapientissimo Leone XIII, non meno zelante e sollecito del suo antecessore nel promuovere il culto di Maria e del Sacro Cuore di Gesù, non lasciò neppure di promuovere quello di San Giuseppe. E mentre prendeva ad esaltare il Cuore SS. di Gesù coll’innalzare a più solenne rito la sua festa, mentre ripetutamente si faceva a raccomandare ai fedeli la divozione a Maria colla recita del Santo Rosario, prendeva altresì ad eccitare i fedeli a riporre una grande fiducia in S. Giuseppe. Ed oltre al farne invocare l’aiuto dopo il Santo Sacrificio della Messa, in una sua stupenda enciclica dell’anno 1889 avvisava che, per meglio rendere alle nostre preci favorevole Iddio e perché egli, da più intercessori supplicato, porga più pronto e largo soccorso alla sua Chiesa, era sommamente convenevole che il popolo cristiano si accostumasse a pregare con singolare divozione ed animo fiducioso, insieme alla Vergine Madre di Dio, il suo castissimo sposo S. Giuseppe; raccomandava che gli si consacrasse con giornaliero esercizio di pietà il mese di marzo, o si facesse almeno precedere la sua festa con un devoto triduo di preghiere, proponeva egli stesso una bellissima orazione da recitare a questo Santo dopo il Rosario di Maria specialmente nel mese di Ottobre d’ogni anno e l’arricchiva di bellissime indulgenze; e finalmente nell’anno 1891 con un breve pontificio soddisfacendo alla brama del suo cuore e assecondando i voti dei Vescovi del Piemonte, della Liguria e della Sardegna, ristabiliva di precetto la festa di S. Giuseppe anche in dette provincie e nella Lombardia. – Or dunque, vedendo i Romani Pontefici, capi della Chiesa di Gesù Cristo, così mirabilmente intenti a glorificare San Giuseppe, facciamo d’intendere sempre più l’importanza della sua divozione. Che sempre più in noi si accresca, come si andò crescendo nel corso dei secoli. Che anche noi più e piò, colle nostre preci, con la imitazione delle sue virtù, con la recita delle sue lodi, attendiamo a glorificare S. Giuseppe qui in terra onde meritarci così la grazia di poterlo poi glorificare assai meglio in cielo.

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

SAN GIUSEPPE IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXVIII.

Della glorificazione di S. Giuseppe in cielo e della mira che noi dobbiamo sempre avere alla gloria celeste.

È cosa che desta gran meraviglia il considerare la grande gloria, alla quale tutto ad un tratto Faraone sublimò Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Aveva egli, Faraone, fatto due sogni, che nessuno gli sapeva interpretare. Allora il suo coppiere maggiore, ricordandosi della spiegazione che del suo sogno aveva avuto in carcere da Giuseppe, ne parlò al re, il quale fattolo venire alla sua presenza gli raccontò i due sogni che aveva veduti. E Giuseppe, illuminato da Dio, disse: Una medesima cosa significano i due sogni del re. Iddio per essi ha significato a Faraone ciò che è presso ad avvenire. Le sette vacche belle e grasse e le sette spighe prospere e piene significano che vengono sette anni continuati di grandissima abbondanza di biade in tutto Egitto; le sette vacche magre e le sette spighe vuote preannunciano che a i sette anni di abbondanza ne seguiteranno altri sette continuati di grandissima carestia, la quale farà dimenticare l’abbondanza dei precedenti, e la fame consumerà il paese. Provvedasi adunque il re di un uomo industrioso e sapiente, e lo deputi sopra l’Egitto, acciocché in tutte le Provincie statuisca ufficiali, che negli anni dell’abbondanza radunino pel re la quinta parte di tutte le biade, ed esso le faccia riporre nei granai della città a ristoro degli sterili anni che vengono, acciocché il paese per la gran fame non rimanga disabitato. Piacque grandemente al re, ed a tutti gli altri, l’interpretazione ed il consiglio di Giuseppe, ed allora voltosi Faraone a’ suoi ministri disse: Dove mai potremmo noi trovare un uomo il quale come questo sia pieno dello spirito di Dio? Di poi, rivoltosi a Giuseppe continuò: Dappoiché Iddio ti mostra tutte queste cose, che ne hai dette, potrò io forse trovare altro uomo, che per sapienza sia maggiore di te o a te somigliante? Tu sarai sopra la mia casa e sopra il mio regno; tutto il popolo obbedirà al comandamento della tua voce; io non avrò più di te altro che il soglio. Ciò detto, Faraone ‘si tolse di mano l’anello e lo pose in mano a Giuseppe, lo fece vestire di una veste di bisso, gli mise al collo una collana d’oro, lo fece salire sul suo secondo cocchio, e lo fece condurre per tutta la città, mandandogli innanzi un banditore, il quale da parte di Faraone gridava che tutti avanti a Giuseppe si inginocchiassero, e tutti sapessero che esso era costituito dal re sopra tutto il paese d’Egitto. Tale è lo splendore di gloria, da cui venne come d’improvviso circondato l’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Or ecco una bellissima figura di quella gloria, alla quale venne sollevato il nostro amatissimo S. Giuseppe in quel giorno faustissimo, in cui col divino Redentore Gesù entrò in corpo ed anima nel bel Paradiso. Procuriamo di farcene oggi una qualche idea, onde accrescere sempre più in noi la stima e la venerazione verso di sì gran Santo.

PRIMA PARTE.

La gloria a cui venne sollevato S. Giuseppe in Paradiso deve essere senza dubbio la più grande, dopo quella a cui venne sollevata in seguito la beatissima Vergine. E che grandissima sia una tal gloria, ben lo ritiene e dimostra la Chiesa, la quale nelle ufficiature delle due principali feste di questo Santo è tutta nell’esaltarla, servendosi a tal uopo dei passi più espressivi delle Sacre Scritture. Essa riferendosi prima alla sua dignità di Sposo di Maria ed alla fedeltà con cui adempì tale ufficio, e poi alla sua grandezza come Custode di Gesù Cristo, applica a lui quello che si legge nel libro dei Proverbi (XXVIII e XXVII), dicendo che l’uomo fedele sarà molto lodato e che il custode del suo Signore sarà glorificato: Vir fidelis multum laudàbitur. Et qui custos est Domini sui, glorificabitur. Giovandosi poscia di varie espressioni degli altri libri Sapienziali, dopo di aver detto che Iddio costituì S. Giuseppe come Signore della sua casa e principe della sua possessione, aggiunge che grande è la sua gloria, che il Signore lo ha rivestito di gloria e di splendore, che giusto qual egli è per eccellenza, germinerà e fiorirà in eterno al cospetto del Signore come giglio piantato nella sua casa, che per lui insomma sono la gloria e le ricchezze e che la sua giustizia rifulgerà per tutti i secoli. Dopo di che ha ben ragione il dotto e pio Suarez, il quale asserisce che tutt’altro che essere temerario è del tutto buono e conforme a verità il sentimento di coloro, i quali assicurano che la gloria di S. Giuseppe in cielo, dopo quella di Maria, è superiore a quella di tutti gli altri Santi. E non meno rettamente crede il celebre Gersone, ritenendo ed insegnando che S. Giuseppe in paradiso sovrasta per la gloria tutti i beati, come il mistero della incarnazione s’innalza sopra ogni altra cosa. – Ed in vero una tal gloria gli era dovuta anzitutto per ragione della sua santità. Avendo egli ricevuto da Dio una pienezza di grazie proporzionata alla sublimità della missione da Dio affidatagli, e colla perfetta corrispondenza alla medesima essendosi reso in terra il più grande di tutti i Santi, non doveva eziandio avere in paradiso una gloria che fosse a quella di tutti gli altri Santi superiore? Sì, senza dubbio! Epperò essendo stato più Santo dei Patriarchi, più santo dei Profeti, più santo degli Apostoli, degli Evangelisti, dei martiri, dei pontefici, dei dottori, degli anacoreti, dei confessori e dei vergini, più santo anzi degli Angeli e degli Arcangeli, dei Cherubini e dei Serafini, venne altresì innalzato al di sopra di tutti gli Angeli e di tutti i santi: e quindi si può cantare di lui quel chela Chiesa canta di Maria nel dì della sua assunzione: Exaltatus est beatus Ioseph super choros Angelorum ad cœlestia regna. E poiché la beatissima Vergine, dopo l’Ascensione al Cielo del suo divin figliuolo Gesù, dietro divina disposizione, restò ancora sulla terra per un bel numero di anni, affinché fosse il conforto, la consigliera e la guida degli Apostoli e dei primitivi cristiani, così in tutto quel tempo S. Giuseppe fu propriamente colui che venne da Dio maggiormente glorificato. Il che tuttavia non vuol dire che dopo l’Assunzione di Maria diminuisse la gloria di S. Giuseppe. Anzi in certa guisa si accrebbe, perché alla glorificazione, che già aveva preso a fare di lui nostro Signor Gesù Cristo, si venne ad aggiungere quella che di lui prese a fare Maria Santissima. Ed in vero potendo allora Maria nella sublimità del suo trono disfogare pienamente la gratitudine dell’animo suo verso del suo fedelissimo ed amatissimo sposo, come mai non avrà ‘ella preso a celebrare la grandezza dei suoi meriti al cospetto di tutti gli Angeli e di tutti i Santi? come non avrà cercato di esaltarli dinnanzi allo stesso Iddio? Ma la gloria a cui S. Giuseppe venne sublimato, doveva essere grandissima non solo per ragione della sua santità, ma eziandio per due altre principali ragioni. È bensì vero che S. Giuseppe non fu solamente padre di Gesù che secondo lo spirito, ma, come abbiamo avuto occasione di dire con S. Agostino, appunto perché più castamente, così tanto più fermamente fu suo padre. Or bene Gesù Cristo, quel Dio che disse « Onora il padre e la madre », avendo voluto essere figliuolo di Giuseppe secondo lo spirito, e comparire persino in faccia agli uomini quale suo figliuolo secondo la carne, come mai non avrebbe osservata la medesima legge verso di San Giuseppe lassù in paradiso, come l’aveva osservata sopra di questa terra? Per tanto la maggiore obbligazione che si trova verso degli uomini, quella cioè che contraggono i figliuoli verso dei loro genitori, oppure anche verso di coloro che ne tengono le veci, costituisce una seconda importantissima ragione, per cui S. Giuseppe doveva essere grandissimamente glorificato, essendo che l’onore e la gloria verso di lui da parte di Gesù Cristo, riguardato sia come suo figliuolo secondo lo spirito, sia come suo pupillo, doveva corrispondere alla grandezza infinita di lui. Ma ciò non è tutto. Nostro Signor Gesù Cristo, predicando la sua celeste dottrina, aveva detto che il più piccolo atto di carità fatto ad un poverello in suo nome non sarebbe stato da Lui lasciato senza mercede e in terra e in cielo, perché l’avrebbe ritenuto come fatto a se medesimo. Ora S. Giuseppe nel tempo della sua vita, passata in unione di Gesù e di Maria, aveva esercitato non solo dei piccoli, ma dei grandissimi e continui atti di carità verso lo stesso Gesù e la stessa Maria. Come sposo di Maria eletto ad essere il suo confidente, il suo aiuto, il suo sostegno, il suo difensore, con quale attenzione e con qual amore non attese Egli mai a compiere sì gravi uffici? E come custode di Gesù, avendo usato verso di Lui tutte quelle diligentissime cure, che usano verso di noi gli Angeli custodi, non fu veramente il suoangelo tutelare? Ed avendolo riscattato dalle mani dei Sacerdoti nel dì della sua presentazione al tempio, e più ancora avendolo scampato da tanti pericoli e massime da quello della persecuzione di Erode non fu per tal guisa il suo Salvatore? – Se pertanto S. Giuseppe esercitò le opere più belle di carità e le esercitò immediatamente verso la Persona adorabile di Gesù Cristo e della sua santissima Madre, non doveva egli in virtù della promessa del Divin Redentore ricevere una mercede corrispondente, cioè una gloria superiore a quella di tutti gli altri Santi? Epperò, a nostro modo di intendere, nel giorno solenne dell’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, giorno in cui, come dicemmo, fu pure assunto S. Giuseppe, si dovette compiere una scena somigliante a quella che si compì nella casa del santo vecchio Tobia, allora che vi tornò il suo figliuolo, scampato da vari pericoli e largamente beneficato nel suo viaggio dall’Arcangelo S. Raffaele, che credeva essere solamente un uomo. Allora Tobia chiamò a sé il suo figliuolo e gli disse: Che possiamo noi dare a questo uomo santo, che è venuto con te? E il figlio rispose e disse a suo padre: Padre, qual ricompensa gli daremo noi? O che vi sarà egli, che possa agguagliare i suoi benefizi? Egli mi ha condotto e rimenato in sanità, egli ha riscosso il denaro di Gabelo, egli mi ha fatto avere la moglie, ed ha tenuto lungi da lei il demonio, ha consolati i genitori di lei, me stesso egli salvò che non fossi divorato dal pesce; a te pure ha dato di vedere la luce del cielo, e di ogni sorta di beni siamo stati ricolmati per mezzo di lui: che potrem noi dargli che sia proporzionato a tanto bene? Quid illi ad hæc poterimus dignum dare? (Tob. XII, 1, 2, 3) Così Gesù Cristo, dopo di essere entrato glorioso e trionfante lassù in cielo, voltosi al suo divin Padre e al tempo stesso additandogli Giuseppe: Padre mio, dovette dire, ecco il vostro rappresentante sulla terra, che ha sopra di me esercitata la sua dolce paternità; ecco quegli che per tanti anni mi ha governato con tanto amore. Fu egli che mi cercò un ricovero per la mia nascita, egli che mi ricoperse con Maria dei suoi panni, egli che mi fabbricò una culla, egli che mi portò in Egitto liberandomi dalla spada omicida di Erode, egli che sofferse e lavorò per me, egli che mi nutrì del pane guadagnato con i suoi sudori, egli che mi resse, che mi guidò, che mi amò, che mi onorò, che mi servì, che mi ricolmò di ogni sorta di beni. E fu egli ancora che tanta cura si ebbe della mia amatissima Madre, egli che la difese dai falsi sospetti de’ Giudei, egli che la sostenne negli affanni, egli che la scampò nei pericoli, egli che la consolò in tante afflizioni, egli insomma che fu il suo fedelissimo sposo. Ora, o Padre amantissimo, qual mercede gli daremo noi per degnamente ricompensarlo? Di quale gloria rivolgendo verso di S. Giuseppe il suo sguardo pieno di compiacenza dirgli: Bene, servo buono e fedele, vieni, ti appressa e ricevi un’immarcescibile corona di eterna gloria, una corona del tutto rispondente agli eccelsi tuoi meriti, una corona, che ricompensi degnamente tutte le tue azioni, tutte le tue parole, tutti i tuoi pensieri, tutte le tue cure verso il mio divin Figliuolo, e la sua santissima Madre. E poscia mentre Davide, avo di S. Giuseppe, trasalisce di gioia, mentre gli Angeli e gli Arcangeli esultano, mentre le Virtù, i Principati, le Podestà, le Dominazioni sono inebriate del più santo giubilo, mentre i Cherubini ed i Serafini cantano inni giocondissimi, ecco Gesù con Dio Padre e con lo Spirito Santo, in mezzo agli applausi di tutta la corte celeste, deporre sulla fronte di Giuseppe una splendidissima corona; ecco Gesù collocare Giuseppe su di un magnifico trono alla sua sinistra non riserbando altro soglio più onorifico che quello posto alla sua destra per Maria santissima. E gli Angeli alla loro volta presero a glorificare quanto più poterono S. Giuseppe. Poiché, come allorquando il buon Giacobbe nell’estrema sua vecchiaia, recatosi in Egitto per vedere ed abbracciare il suo figlio Giuseppe, condotto alla presenza di lui e dimenticandosi in certo modo di essergli padre, nel prostendersi ossequiosamente innanzi a lui lasciò agli altri suoi figli il più forte stimolo ad offrire ancor essi l’attestato più sincero della loro pietà ed amor fraterno, così l’ammirabile esempio di Dio nel glorificare cotanto S. Giuseppe dovette senza dubbio agli Angeli, creature sì intelligenti e ragionevoli, rivelare meglio la grandezza di lui e fortemente eccitarli a rendergli i più alti ossequi della loro venerazione e del loro affetto. Eccoli pertanto inchinarsi riverenti dinnanzi a lui e cantare giubilanti le glorie di lui che per la sua purezza era stato più Angelo che uomo, che di Angelo aveva con Gesù e con Maria esercitato l’ufficio, e che sebbene non di natura angelica ma umana, pure tanto sorpassava essi medesimi; eccoli offrirsi altra volta ai suoi servizi, come già lo erano stati nel tempo della sua vita; eccoli riconoscerlo quale loro altissimo principe. Oh onore, oh gloria veramente sublime! Gloria ed onore, che furono solamente sorpassati nella Assunzione ed Incoronazione della beatissima Vergine. E così Gesù Cristo mise perfettamente in esecuzione la promessa da lui fatta, quando disse: Il mio fedel servo e ministro sarà là dove io sono: Ubi sum ego illic et minister meus erit (Gio. XII, 26). E tale, secondo che colle deboli forze della nostra intelligenza possiamo immaginare, fu la glorificazione di S. Giuseppe in cielo. Ora se Iddio medesimo volle dispiegare tanta generosità e grandezza nell’esaltare questo santo, se gli Angeli, adorni di sapienza e di intelligenza divina, giudicarono bene impiegati gli atti di venerazione, di rispetto e di amore verso questo gran personaggio, non faremo altrettanto noi miseri ed ignoranti mossi da sì sublimi esempi? temeremo di essergli troppo larghi dei nostri ossequi? crederemo di far troppo per onorarlo? No, no, o Cristiani. Anzi unitevi anche voi con Dio, con Gesù Cristo, colla Vergine e cogli Angeli e glorificate quanto più potete questo gran Santo. Cantate illi et benedicite nomini eins annuntiate inter gentes gloriam eius (Salm. XCV). Glorificatelo voi e studiatevi di farlo glorificare ancora dagli altri, epperò parlate delle sue grandezze, della efficacia e della giustezza della sua divozione, accendetene oltre i vostri cuori, anche i cuori altrui, e Dio stesso ve lo conterà a gran merito.

SECONDA PARTE.

La glorificazione di S. Giuseppe in cielo ci ricorda che abbiamo lassù un Dio giusto, che si ricorda di tutto e nulla dimentica nella rimunerazione. E se è così, che importano allora le difficoltà, le tristezze, i languori, le tribolazioni di questa breve vita? Alla fine « ci sta riserbata una corona di giustizia, che in quel giorno ci darà il giusto giudice ». Uomini insensati, che correte dietro i beni di quaggiù, potete dire altrettanto del mondo e dei potenti del mondo? Essi vi promettono ricchezze, piaceri, celebrità, amore. E voi vi umiliate, vi travagliate, vi martirizzate financo per raggiungere ciò che il mondo vi promette. Ma pur non potete mai tenervi sicuri di raggiungerlo; e tante volte la corona vi sfugge di mano nel punto istesso che credete di stringerla. E quand’anche riusciste ad ottenere dal mondo tutte in una volta le sue corone, che vi varrebbero nel comparire davanti al tribunale di Dio? Allora Egli nel furore della sua collera ve le strapperebbe di fronte e le butterebbe a marcire là ove furono raccolte. Noi invece, o Cristiani, se ad esempio di San Giuseppe lavoriamo in Dio e per Iddio, un giorno riceveremo da Lui stesso una corona, che al par di quella di S. Giuseppe brillerà eternamente sulla nostra fronte e non impallidirà giammai: Percipietis immarcescibilem aeternæ gloriæ coronam (I. Petri V, 4). Animo adunque, e tenendo fisso lo sguardo alla gloria del cielo, calpestiamo generosamente la gloria mondana. Rifuggiamo dagli onori, dalle cariche, dalle dignità, dalle preminenze; soffochiamo nel cuor nostro le brame di voler fare bella comparsa davanti agli uomini; evitiamo di mettere in mostra ciò che in noi vi ha di bene per cattivarcene la loro ammirazione e la loro lode; teniamo sempre bene impressa nella nostra mente la massima di S. Paolo: Qual cosa è in te, che non l’abbi ricevuta gratuitamente da Dio? E se il tutto hai ricevuto in dono dalle sue mani benefiche, perché te ne glori? Perché te ne vanti? Perché te ne compiaci! Perché ne cerchi lode, quasi che l’avessi da te e non da Lui, quasi che fosse cosa tua e non sua? Insomma, non temiamo di umiliarci e di essere umiliati, amiamo di esserlo, cerchiamo noi stessi le occasioni per esserlo, ed allora possiamo essere sicuri, che saremo circondati un giorno della verace ed imperitura gloria del cielo: poiché Gesù Cristo lo ha detto, e la sua parola non falla: Chi servirà a me, vale a dire chi nelle opere sue non cercherà la sua gloria, ma la mia, sarà onorato dal Padre mio: Si quis mihi ministraverit, honorificàbit eum Pater meus (Giov. XII, 26).

14 GENNAIO: SANT’ILARIO CI PROTEGGA DALLA CLOACA MODERNISTA DEL NOVUS ORDO E DAGLI PSEUDOTRADIZIONALISTI!!!

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14 GENNAIO

SANT’ILARIO, VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA

[Dom Guéranger: L’Anno Liturgico, vol. I, Ed. Paoline, 1957 – imprim.-]

Dopo aver consacrato alla gloria dell’Emmanuele manifestato alla terra l’Ottava dell’Epifania, sempre intenta al divino Bambino e alla Madre sua, fino al giorno in cui Maria porterà fra le braccia il frutto benedetto del suo seno al Tempio, dove deve essere offerto, la santa Chiesa celebra numerosi amici di Dio che ci segnano dal cielo la via che conduce dai gaudi della Natività al mistero della Purificazione. Innanzitutto, ecco fin dall’indomani del giorno consacrato alla memoria del Battesimo di Cristo, Ilario, onore della Chiesa delle Gallie, fratello di Atanasio e di Eusebio di Vercelli nelle lotte che sostenne per la divinità dell’Emmanuele. Le persecuzioni sanguinose del paganesimo sono appena finite che comincia l’Arianesimo. Questo aveva giurato di sottrarre a Cristo – vincitore con i suoi martiri della violenza e della politica dei Cesari – la gloria e gli onori della divinità. La Chiesa non venne meno su questo nuovo campo di battaglia; numerosi Martiri sigillarono ancora con il proprio sangue, versato da principi ormai Cristiani ma eretici, la divinità di Colui che si è degnato di apparire nella debolezza della carne. Ma a fianco di questi coraggiosi atleti brillarono, anch’essi martiri di desiderio, grandi Dottori che rivendicarono, con la dottrina e l’eloquenza, la fede di Nicea che era stata quella degli Apostoli. In primo piano appare Ilario, elevato – come dice san Girolamo – sul coturno gallico e ornato dei fiori della Grecia, il Rodano dell’eloquenza latina e l’insigne Dottore delle Chiese – secondo S. Agostino. Sublime per il genio, profondo nella dottrina, Ilario è ancora più grande nell’amore per il Verbo incarnato e nello zelo per la libertà della Chiesa; sempre divorato dalla sete del martirio, sempre invitto in quell’epoca in cui la fede, vittoriosa sui tiranni, sembrò un giorno sul punto di spirare, per l’astuzia dei principi e per la vile diserzione di tanti pastori.

Vita. – Sant’Ilario nacque in Aquitania fra il 310 e il 320. Unitosi prima in matrimonio, fu quindi elevato alla sede di Poitiers nel 353. A quell’epoca, l’imperatore Costanzo perseguitava i Cattolici. Ilario si oppose con tutte le sue forze all’eresia ariana, ciò che gli meritò, nel 356, di essere esiliato in Frigia. È qui che scrisse i suoi dodici libri sulla Trinità. Nel 360 si trova a Costantinopoli dove chiede all’imperatore il permesso di discutere intorno alla fede con gli eretici. Questi ultimi, per sbarazzarsene, lo fanno rimandare a Poitiers. Nel 361 per opera sua tutta la Gallia, nel Concilio nazionale di Parigi, condanna l’empietà ariana. Muore nel 368. Pio IX lo dichiarò Dottore della Chiesa il 29 marzo 1851.

La lotta per la libertà della Chiesa.

Così ha meritato di essere glorificato il santo Vescovo Ilario, per aver custodito con la sua opera coraggiosa, fino a rischiare la vita, la fede nel principale dei misteri. Un’altra gloria che Dio gli ha concessa è quella di aver messo in luce il grande principio della Libertà della Chiesa, principio senza il quale la Sposa di Gesù Cristo è minacciata di perdere insieme la fecondità e la vita. Poco fa abbiamo onorato la memoria del santo Martire di Cantorbery; oggi celebriamo la festa di uno dei più illustri Confessori il cui esempio lo illuminò e lo incoraggiò nella lotta. L’uno e l’altro si ispiravano alle lezioni che avevano impartite ai ministri di Cristo gli stessi Apostoli, quando comparvero per la prima volta davanti ai tribunali di questo mondo e pronunciarono la profonda massima che è  meglio obbedire a Dio che agli uomini (Atti V, 29). Ma gli uni e gli altri erano così forti contro la carne e il sangue solo perché erano distaccati dai beni terreni e avevano compreso che la vera ricchezza del Cristiano e del Vescovo risiede nell’umiltà e nella nudità della mangiatoia, come la sola forza vittoriosa nella semplicità e nella debolezza del Bambino che ci è nato. Avevano gustato le lezioni della scuola di Betlemme, e appunto per questo nessuna promessa di onori, di ricchezze e persino di pace poté sedurli. Con quanta dignità questa nuova famiglia di eroi di Cristo sorge in seno alla Chiesa! Se la politica dei tiranni, che vogliono apparire Cristiani malgrado il Cristianesimo, rifiuta ad essi ostinatamente la gloria del martirio, con quale voce vibrante non proclamano la libertà dovuta all’Emmanuele e ai suoi ministri! Innanzitutto, sanno dire ai principi, come il nostro grande Vescovo di Poitiers nel suo primo Memoriale a Costanza: « Glorioso Augusto, la tua singolare sapienza comprende che non è giusto, non è possibile costringere con la violenza uomini che si rifiutano, con tutte le loro forze, di sottomettersi e di unirsi a coloro che non cessano di spargere i semi corrotti d’una dottrina adultera. L’unico scopo delle tue fatiche, e dei tuoi disegni, del tuo governo e delle tue veglie deve essere di far godere le dolcezze della libertà a tutti quelli che comandi. Non c’è altro modo di sedare i tumulti, e di riunire ciò che era stato violentemente diviso, fuorché rendere ciascuno esente dalla servitù e padrone della propria vita. Lascia dunque giungere alle orecchie della tua mansuetudine tutte le voci che gridano: io sono Cattolico e non voglio essere eretico; sono Cristiano, e non sono ariano: preferisco morire in questo mondo piuttosto che lasciar corrompere dal dominio d’un uomo la purezza immacolata della verità » (P. L. X, c. 557-558).

Supremazia della legge divina.

E quando si faceva risuonare agli orecchi d’Ilario il nome profanato della Legge per giustificare il tradimento di cui era oggetto la Chiesa da parte di coloro che preferivano le buone grazie di Cesare al servizio di Gesù Cristo, il santo Vescovo, nel suo Libro contro Ausenzio, richiamava coraggiosamente ai suoi colleghi l’origine della Chiesa, la quale ha potuto stabilirsi solo contro le leggi umane, e si gloria di infrangere tutte quelle che ostacolano la sua conservazione, i suoi sviluppi e la sua azione. – « Quale pietà ci ispirano tutte le brighe del nostro tempo, e come dobbiamo piangere considerando le folli opinioni di questo secolo, quando si incontrano uomini i quali pensano che le cose umane possano proteggere Dio e che cercano di difendere la Chiesa mediante l’ambizione secolare! Io chiedo a voi, o Vescovi: di quale appoggio si sono valsi gli Apostoli nella diffusione del Vangelo? Quali sono le potenze che li hanno aiutati a predicare il Cristo, a far passare quasi tutte le nazioni dal culto degli idoli a quello di Dio? Ottenevano forse qualche dignità dalla corte essi che cantavano inni a Dio nelle prigioni, stretti in catene, e dilaniati dai flagelli? Era forse con gli editti del principe che Paolo radunava la Chiesa di Cristo? Certo, agiva sotto il patrocinio d’un Nerone, d’un Vespasiano o d’un Decio, di principi il cui odio ha fatto fiorire la predicazione divina! Erano Apostoli che vivevano con il lavoro delle proprie mani, che tenevano le loro assemblee in luoghi segreti, che percorrevano i villaggi, le città e le nazioni, per terra e per mare, a dispetto dei Senaticonsulti e degli Editti reali, e perciò non potevano aver le chiavi del Regno dei Cieli! E poi, non era certo la virtù di Dio che trionfava sulle passioni umane in quei tempi in cui la predicazione del Cristo si diffondeva in proporzione delle proibizioni a cui era soggetta! » (P. L. X, c. 610-611).

La persecuzione senza il martirio.

Ma quando è giunto il momento di rivolgersi all’Imperatore stesso e di protestare apertamente contro l’asservimento della Chiesa, Ilario, il più dolce degli uomini, si riveste di quella divina indignazione di cui Cristo stesso parve animato contro i violatori del Tempio, e il suo zelo apostolico sfida tutti i pericoli per segnalare gli errori del sistema che Costanzo ha inventato per soffocare la Chiesa di Cristo dopo averla inaridita. « È giunto il tempo di parlare, perché è finito il tempo di tacere. Bisogna che aspettiamo il Cristo, poiché è cominciato il regno dell’Anticristo. Che i pastori diano l’allarme, poiché i mercenari hanno preso la fuga. Diamo la vita per le nostre pecore, poiché sono entrati i ladri e il leone furioso gira intorno a noi. Andiamo incontro al martirio, poiché l’angelo di satana è trasformato in angelo di luce. » Perché, o Dio onnipotente, non mi hai fatto nascere e compiere il mio ministero al tempo di Nerone o di Decio? Pieno del fuoco dello Spirito Santo, non avrei avuto timore dei supplizi, al ricordo di Isaia segato in due, e non mi avrebbe spaventato il fuoco al pensiero dei Fanciulli Ebrei che cantavano in mezzo alle fiamme; né mi avrebbero fatto paura la croce e le torture, ricordando il ladrone trasportato in paradiso dopo tale supplizio; non avrebbero indebolito il mio coraggio gli abissi del mare o il furore delle onde, perché l’esempio di Giona e di Paolo mi avrebbero insegnato che i tuoi fedeli possono vivere anche sotto i flutti. » Contro i tuoi nemici accaniti, avrei combattuto volentieri, perché non avrei avuto alcun dubbio che fossero veri persecutori quelli che mi avessero voluto costringere, con i supplizi, con il ferro ed il fuoco, a rinnegare il tuo Nome; per renderti testimonianza, sarebbe bastata solo la nostra morte. Avremmo combattuto apertamente e fiduciosamente contro coloro che ti rinnegano, contro i carnefici e i giustizieri, e i nostri popoli, venutine a conoscenza per il clamore della persecuzione, ci avrebbero seguiti come loro capi nel sacrificio che ti rende testimonianza. » Ma oggi dobbiamo combattere contro un persecutore mascherato, contro un nemico che ci lusinga, contro l’Anticristo Costanzo che ha per noi non colpi mortali ma carezze, che non proscrive le sue vittime per dare loro la vera vita, ma le colma di carezze per dar loro la morte, che non dà la libertà delle prigioni oscure, ma una servitù di onori nei propri palazzi, che non lacera i fianchi, ma invade i cuori, che non stacca la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro, che non pubblica editti per condannare al fuoco, ma accende per ciascuno il fuoco dell’inferno. Non discute, per timore di essere sconfitto, ma lusinga per dominare, confessa Cristo per rinnegarlo, procura una falsa unità perché non vi sia affatto la pace, infierisce contro alcuni errori per meglio distruggere la dottrina di Cristo, onora i Vescovi, perché cessino di essere Vescovi, costruisce chiese, mentre va distruggendo la fede. » Si finisca di accusarmi di maldicenza e di calunnia; il dovere dei ministri della verità è di dire soltanto cose vere. Se diciamo cose false, siano le nostre parole ritenute infami; ma se facciamo vedere che tutto ciò che diciamo è manifesto, non abbiamo oltrepassato la libertà e la modestia degli Apostoli, noi che accusiamo solo dopo lungo silenzio. » Io dico ad alta voce, o Costanzo, quanto avrei detto a Nerone e quanto avrebbero inteso dalla mia bocca Decio e Massimiano; tu combatti contro Dio, infierisci contro la Chiesa, perseguiti i santi, odi i predicatori di Cristo e distruggi la religione; sei un tiranno, se non nelle cose umane, almeno nelle cose divine. Ecco quanto avrei detto a te e ad essi. Ora, ascolta quanto fa solo per te. Sotto la maschera di Cristiano, tu sei un nuovo nemico di Cristo; precursore dell’Anticristo, tu metti già in opera i suoi odiosi misteri. Vivendo contro la fede, ti ingerisci per dettare formule; distribuisci i vescovadi alle tue creature e sostituisci i buoni con i cattivi. Per un nuovo trionfo della politica, trovi il modo di essere persecutore senza fare dei martiri. » Quanto fummo più debitori alla vostra crudeltà, o Nerone, Decio e Massimiano! Con voi abbiamo vinto il diavolo. La pietà ha raccolto in ogni luogo il sangue dei martiri, e le loro ossa venerate rendono testimonianza da ogni parte. Ma tu, più crudele di tutti i tiranni, ci attacchi con molto maggior pericolo, e ci lasci minor speranza di perdono. A coloro che avessero avuto la disgrazia di esser deboli, non rimane nemmeno la scusa di poter mostrare all’eterno Giudice il segno delle torture e le cicatrici dei loro corpi lacerati, per farsi perdonare la debolezza in considerazione della necessità. Come il più scellerato degli uomini, tu temperi i mali della persecuzione in modo tale che togli l’indulgenza alla colpa e il martirio alla confessione. » Noi ti riconosciamo sotto le tue vesti di agnello, o lupo rapace! Con l’oro dello Stato decori il santuario di Dio, e gli offri quanto sottrai ai templi dei Gentili e quanto estorci con i tuoi editti e le tue esazioni. Ricevi i Vescovi con lo stesso bacio con il quale fu tradito Cristo. Chini il capo alla benedizione, e calpesti la fede; esenti dalle imposte i chierici per farne dei Cristiani rinnegati e rinunci ai tuoi diritti con lo scopo di far perdere a Dio i suoi » (Libro contro Costanzo, P. L. X, c. 577-587).

Lotta contro il Naturalismo.

Ecco il coraggio del santo Vescovo di fronte ad un principe il quale finì per fare dei martiri. Ma Ilario non ebbe solo da lottare contro Cesare. In tutti i tempi la Chiesa ha avuto nel suo seno dei mezzi fedeli che l’educazione, un certo benessere e qualche prestigio di grandezza e di talento trattengono fra i cattolici, ma che lo spirito del mondo ha pervertiti. Essi si sono fatta una Chiesa umana, poiché, avendo il naturalismo falsato il loro spirito, sono divenuti incapaci di cogliere l’essenza soprannaturale della vera Chiesa. Abituati ai mutamenti della politica e agli abili raggiri con i quali gli uomini di Stato giungono a mantenere un effimero equilibrio attraverso le crisi, sembra loro che la Chiesa, anche nella proclamazione dei dogmi, debba tener conto dei suoi nemici, che potrebbe ingannarsi sull’opportunità delle sue risoluzioni e che in una parola la sua precipitazione può attirare su di essa e su quelli che comprometterà con sé, un funesto svantaggio. Alberi sradicati, dice un Apostolo, poiché infatti le loro radici non affondano più nel suolo che li avrebbe nutriti e resi fecondi. Le promesse formali di Gesù Cristo, l’immediata assistenza dello Spirito Santo sulla Chiesa e l’aspirazione del vero fedele a sentir proclamare nella sua pienezza la verità che nutre la fede nell’attesa della visione, e la sottomissione passiva dovuta previamente ad ogni definizione che emana ed emanerà dalla Chiesa sino alla fine del mondo: tutto ciò non appartiene per essi all’ordine pratico. Nell’ebbrezza della politica mondana e degli appoggi che essa procura loro da parte di quelli che odiano la Chiesa, si compromettono davanti a Dio e davanti alla storia con i disperati sforzi che ardiscono fare per arrestare la promulgazione della verità rivelata.

La pace nell’unità e nella verità.

Anche Ilario doveva incontrare sul suo cammino questi uomini atterriti dal consustanziale, come già altri si sono adirati per la transustanziazione e per l’infallibilità. Si oppose come un baluardo alle loro pusillanimità e ai loro volgari calcoli. Ascoltiamolo mentre è commentato dal più eloquente dei suoi successori : « E la pace? Mi dite. Non turberai forse la pace e l’unione? ». – « È un bel nome quello della pace ed è anche una bella cosa l’idea d’unità; ma chi ignora che, per la Chiesa e per il Vangelo non vi è altra unità e altra pace fuorché l’unità e la pace di Gesù Cristo? ». – « Ma, gli si obiettava ancora, non sai forse con chi ti misuri, e non hai paura ? ». – « Sì, veramente ho paura; ho paura dei pericoli che corre il mondo; ho paura della terribile responsabilità che graverebbe su di me per la connivenza e la complicità del mio silenzio. Ho paura infine del giudizio di Dio, ne ho paura per i miei fratelli usciti dalla via della verità e ne ho paura per me, che ho il dovere di guidarveli ». Si aggiungeva ancora: « Ma non vi sono delle reticenze lecite, degli adattamenti necessari? ». Ilario rispondeva che la Chiesa non ha affatto bisogno di essere istruita, e che non può dimenticare la sua missione essenziale. Ora, ecco quella missione: «Ministri della verità, spetta a noi dichiarare ciò che è vero. Ministros veritatis decet vera proferre » (Opere del Cardinal Pie, vescovo di Poitiers).

* * *

Tutto le parole di S. Ilario possono essere ancor più oggi essere applicate ai falsi vescovi e prelati modernisti, gli apostati del novus ordo e gli scismatici pseudotradizionalisti, tutti conniventi dei poteri kazaro-massonici con cui stanno mietendo anime a milioni, senza pietà e riguardi, in disprezzo della dottrina di Cristo e delle leggi della sua unica e vera Chiesa, la Chiesa Cattolica Romana. Altro che imperatore eretico, oggi abbiamo da fare con finti vescovi e marionette in talare di ogni colore, che si spacciano per pastori e sono lupi e leoni ruggenti in cerca di anime da divorare. Venga con la Santissima Vergine e San Michele Arcangelo,  Sant’Ilario a difenderci, ad urlare come un tempo: al fuoco, al fuoco, stanno uccidendo i nostri fratelli, stanno massacrando le anime di tanti uomini, donne, bambini, giovani e vecchi con la spada dell’eresia modernista, la cloaca di tutte le eresie, la fogna putrida che ha invaso i templi cristiani ed i sacri palazzi del mondo intero!!! [ndr. -].

 

SAN GIOVANNI EVANGELISTA

SAN GIOVANNI EVANGELISTA

L’APOSTOLO PREDILETTO

[G. COLOMBO: Pensieri sui Vangeli; Soc. Ed. “Vita e Pensiero” – Milano, 1939]

Nelle domeniche antecedenti il santo Natale, ci siamo messi alla scuola di S. Giovanni Battista, poiché nessuno meglio di lui poteva insegnarci ad aspettare il Signore. Ora che Gesù è venuto, ci mettiamo alla scuola di S. Giovanni Evangelista, poiché nessuno meglio di lui può insegnarci a seguirlo con ardore fedele.

Di S. Giovanni Evangelista dobbiamo farci un’idea molto diversa da quella che ci vollero dare gli artisti. Essi lo rappresentano con il viso gracile e pallido circondato da un’abbondante e soffice capigliatura, con nello sguardo e nell’atteggiamento un che di languido, di abbandonato, di femmineo. Invece egli era un temperamento impetuoso, pronto ad ogni magnanimo ardimento, generoso nel donarsi a un ideale e terribile nel difenderlo. Quando Gesù lo vedeva venire insieme al fratello Giacomo, diceva non senza segreta compiacenza: «Arrivano i figli del tuono » (Mc, III, 17).

Forse perché fu il confidente delle tenerezze virginali del Cuore di Gesù, ci si è fatta di lui una raffigurazione quasi dolciastra. Ma l’amor di Dio è qualcosa di robusto e tremendo come il fuoco che brucia ogni impurità, come la morte che separa da ogni vanità. Quanto fosse veemente e virile l’amore di S. Giovanni Evangelista, apparirà chiaramente considerando i due aspetti più evidenti della sua santità: Apostolo e prediletto di Gesù.

1. APOSTOLO

Giovanni e suo fratello Giacomo aiutavano nel mestiere della pesca il loro padre Zebedeo. Questi doveva godere d’un’agiatezza discreta, perché aveva una barca sua sul lago di Genezareth e teneva gente a giornata (Mc., I, 20). Nei momenti di maggior lavoro si associava anche gli uomini di una famiglia vicina di cui il capo si chiamava Giona, e i suoi due figli Simone (che diverrà S. Pietro) e Andrea ( Lc., V, 10). Dio che crea ad uno ad uno i cuori secondo un suo misterioso disegno, bisogna ammettere che abbia formato quello di Giovanni per le cose grandi e belle. Quando nella sinagoga, o anche in famiglia nelle soste del lavoro, udiva raccontare le profezie che annunciavano il Messia come il liberatore del popolo, come il fondatore di un impero splendido e potente per la nazione d’Israele, il suo cuore doveva sobbalzare nella speranza che gli toccasse di vivere in quei giorni avventurosi, poiché gli bastava l’animo di consacrarsi a Lui per la vita e per la morte. Cresceva così con l’animo in ascolto verso un appello che non si udiva ancora.

Il suo sogno s’avverò, attuandosi attraverso tre momenti che potremmo indicare così: il tirocinio con Giovanni Battista, la chiamata di Gesù, la comprensione della divina chiamata.

a) Con Giovanni Battista. Appena sulla riva del Giordano risuonò la parola del Battista, egli insieme ad Andrea il compagno di lavoro, accorse nella certezza d’essere tra i primi ad arruolarsi per l’avvento del regno di Dio. Si fece battezzare, e volle essere suo discepolo. Ma il profeta del deserto badava a dissipare qualunque illusione sul suo conto. «Non sono io il Cristo: ve l’ho già detto. Io non sono che l’araldo che lo precede sulla via. Bisogna che io scompaia e che Egli si avanzi » (Giov., III, 30).

Il figlio di Zebedeo cominciò a rivolgere i desideri verso quel Grande che stava per giungere, a cui il Suo Maestro si professava indegno perfino di legare i calzari. Ed ecco un giorno verso il tramonto, egli e Andrea, essi due soli, stavano col Battista; e questi vedendo Gesù passare l’additò a loro: «Ecco l’Agnello di Dio! ». Non poterono più resistere; abbandonarono il Precursore, e gli andarono dietro conservando qualche passo di distanza. Ma Gesù s’accorse d’essere seguito, e volgendosi si trovò di fronte a quei due: « Che cosa volete? ». Avrebbero voluto dirgli che volevano stare con Lui, divenire suoi discepoli per sempre, ma si credevano troppo rozzi e indegni per sperare tanto. S’accontentarono di rispondergli: «Maestro, dove stai di casa?». «Venite e vedrete ». E quella sera e tutta la notte furono ospiti nella casa di Gesù, mangiarono alla sua mensa, dormirono sotto il suo tetto. Che cosa avrà provato Giovanni, il puro, in quella dolcissima intimità? Non l’ha scritto nel suo Vangelo.

b) La chiamata di Gesù. Sappiamo però che un giorno lo vide venire, camminando sulla riva del lago, mentre con suo fratello Giacomo sulla barca metteva a posto le reti. E Gesù chiamò proprio loro due: « Se venite con me, vi farò pescatori d’uomini ». Giovanni abbandonò le reti e la barca e i pesci, lasciò suo padre che s’affannava con gli uomini a giornata. Non vide che Gesù, non udì che la sua voce, e gli andò dietro (Mc., I, 19-20). Era Apostolo.

c) La comprensione della divina chiamata. Ma sapeva bene che cosa significasse diventare apostolo di Gesù? non ancora. Il Maestro divino glielo insegnò a poco a poco, perché non era una cosa facile da capire per gli uomini, anche per gli uomini generosi e puri come Giovanni. Da pochi mesi seguiva Gesù, quando venne a morire la figlia dodicenne di Giairo il capo della sinagoga di Cafarnao. Gesù si staccò dalla folla e prese con sé Giovanni, Giacomo e Pietro, questi tre soltanto, ed entrò nella stanza della morta. Fuori echeggiavano i pianti e le grida di lutto, ma la giovinetta non era più morta. S’era alzata, camminava, mangiava sotto gli occhi di suo padre (Mc., V, 37-43). Giovanni vide e comprese che il Regno di Dio non doveva essere una potenza di forza e di ricchezza materiale, ma una resurrezione a nuova vita, una consolazione, una grazia divina per la salvezza di ognuno che crede. – Un altro giorno, avendo saputo che alcuni, non della famiglia apostolica, esorcizzavano gli ossessi nel nome di Gesù, si adombrò come d’un furto fatto al diritto degli Apostoli e all’onore di Dio. « Maestro — disse a Gesù — io gliel’ho proibito! ». Ma Gesù gli rispose: « Un’altra volta guardati bene dal farlo: colui che non è contro di voi, è con voi » ( Lc., IX, 49-50). Giovanni comprese allora che l’Apostolo deve dimenticare la propria persona, soffocare ogni suscettibilità. Purché il bene si faccia, purché il Regno, di Dio si diffonda! Un fatto ancora. S’avvicinava per Gesù il tempo di patire e morire, ed egli si mostrò risoluto di andare a Gerusalemme. Ma bisognava attraversare la Samaria, terra ostile ai Giudei, ed una città negò a loro il passaggio. Allora Giovanni, a cui fece eco il fratello, esclamò: «Signore, bisogna far piovere dal cielo un fuoco che li divori ». Gesù si rivolse a lui e al fratello con la faccia oscura: « Non sapete di che spirito siete, voi due! Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere gli uomini ma a salvarli » ( Lc., IX, 55-56). Giovanni allora comprese che non la violenza, né il ferro, né il fuoco avrebbero conquistato il mondo, ma l’amore.

Ed infine fu la volta di Salomè, la madre dei due figli di Zebedeo. Questa generosa donna che sull’esempio dei figli s’era messa alla sequela di Gesù, un giorno si presentò con Giovanni e Giacomo al Maestro per chiedergli qualche cosa. « Che volete? ». « Procura che i miei due figli siano i primi nel tuo regno, l’uno a destra e l’altro a sinistra ». « Voi non sapete — le rispose Gesù — quello che chiedete. Potete bere il calice che berrò? Potete battezzarvi nel battesimo in cui mi battezzerò? ». Tre voci dissero: « Sì! lo possiamo ». « Ebbene avrete il mio calice e il mio battesimo. Quanto poi ai primi posti nel mio regno spetta al Padre mio designarli » (Matth., XX, 20-23). Giovanni comprese che amare Dio, servire gli uomini, dimenticarsi, erano cose sublimi; ma che l’Apostolo deve fare ancora di più: sacrificarsi. E lo farà.

2. PREDILETTO

Giovanni sapeva di essere con più tenerezza amato, e nel suo Vangelo allude a se stesso con queste parole : « Quel discepolo che Gesù amava… » (Giov., XIII, 23). Per quali motivi fu il prediletto? Perché era vergine; perché intuiva i misteri del divino amore; perché riamava con una gagliarda e tenacia infrangibile.

a) Prediletto perché era vergine.

È detto nella Sacra Scrittura che « chi ama la mondezza del cuore avrà per amico il Re » (Prov., XXII, 11). Ed ecco avverata questa divina parola in S. Giovanni.

b) Prediletto perché intuiva i misteri del divino amore.

Per capire le cose di Dio, purissimo spirito, occorre non tanto l’intelligenza e lo studio quanto la purezza. « Beati i mondi di cuori perché vedranno Dio! ». Anche questa parola si è avverata in S. Giovanni: sul lago vide per primo e riconobbe Gesù quando nessuno ancora l’aveva riconosciuto (Giov., XXI, 7). San Giovanni è l’apostolo dell’Eucaristia. Non solo perché insieme a S. Pietro fu mandato a preparare il cenacolo ( Lc., XXII, 8), ma perché più profondamente degli altri capì l’amore di Gesù che restava nostro cibo. Il discorso di Cafarnao in cui Gesù promise l’Eucaristia, e i discorsi dell’ultima cena come sono riferiti nel suo Vangelo, ce lo testimoniano. – S. Giovanni è l’apostolo del Sacro Cuore. Nei momenti della gioia o del dolore, Giovanni era vicino al Cuore di Gesù: sul Tabor e nel Getsemani. Giovanni ha posato il capo sul Cuore divino nell’ora più intensa della sua vita mortale, ha udito quei palpiti, li ha compresi. Giovanni, unico tra gli apostoli, vide il Cuore di Gesù nell’atto che la lancia del soldato lo squarciava, facendone sgorgare acqua e sangue (Giov., XIX, 34). S. Giovanni è l’Apostolo della Madonna. Quando Gesù fu sul punto di spirare, aveva un gran tesoro e voleva metterlo in mano di chi fosse capace di riceverlo, di custodirlo, di comprenderlo. Perciò dall’alto della croce disse a Giovanni: « Ecco la tua Madre ». Solo Giovanni poteva accogliere e intendere la Madonna nelle sue divine altezze. Maria aveva reso visibile ai nostri occhi il Verbo rivestendolo d’umana natura nel suo seno virgineo; Giovanni lo rese intelligibile ai nostri spiriti rivestendolo con le sue parole ispirate e sgorgate dal suo virgineo cuore.

c) Prediletto perché riamava con forza e tenacia infrangibile.

Quando tutti gli altri fuggirono, ed anche Pietro fuggì, a S. Giovanni non venne meno l’amore e seguì Gesù fin sotto la croce. Che cosa non dovette soffrire nel suo cuore per quelle tre ore lunghissime d’agonia, con sempre davanti le pupille Gesù nudo e insanguinato? Si ricordò allora del calice che aveva detto di poter bere. Quello era il momento.

Passò molto tempo: era circa l’anno 92, il sedici marzo. Fuori di porta Latina, a Roma, in cospetto dei monti Albani, Giovanni fu giudicato e condannato a morte in nome dell’imperatore Domiziano, che egli ricusava di riconoscere Dio. Gli vennero tagliati i capelli e poi fu immerso lentamente in una caldaia d’olio bollente. Dovette ricordarsi allora del battesimo in cui affermò di voler essere battezzato. Ma non vi trovò la morte. Uscì immune per miracolo divino, come da un bagno nell’acqua di rose. E forse questa inattesa salvezza fu il suo martirio più crudele. Essere risospinto nell’esilio quando già allargava le braccia all’amplesso dell’Amore Eterno! Fu trascinato in un’isola rocciosa e deserta: l’isola di Patmos.

« O figliuoli miei — scriveva — non dobbiamo amare con le chiacchiere e con la lingua, ma coi fatti e con la verità… L’amore di Dio fu conosciuto dal fatto che Egli diede la vita per noi: del pari, noi dobbiamo far conoscere il nostro amore dando la vita per i nostri fratelli (I Giov., III, 18-19).

L’ultima parola che scrisse è come un grido d’aquila ferita dal dardo dell’amore: Veni Domine! E il Signore venne e lo portò con se nella santa città, l’eterna Gerusalemme, dove noi lo vediamo con la fiera testa curvata sul Cuore dell’Unigenito del Padre Celeste.

CONCLUSIONE

Giovanni, già vecchio, vide in mezzo alla folla d’una città asiana un giovane dalla pupilla ardente, dall’aspetto bello, e dall’anima ancora più bella del volto. Lo prese in disparte, gli disse parole che lo toccarono al cuore; poi dovendo ritornare ad Efeso, lo affidò al Vescovo di quella città dicendo: « Ve lo affido davanti alla Chiesa e davanti a Cristo. Ritornerò a prenderlo ». Il Vescovo accolse quel giovane nella propria casa, lo istruì, lo battezzò. Ma poi che fu segnato col sigillo dello Spirito Santo, cominciò a frequentare compagni oziosi, sfrontati e di licenziosi costumi. A grandi tappe percorse la via del male: dapprima feste con donne, poi ladro di notte, infine anche delitti di sangue. E nell’abisso spalancatosi nella coscienza buttò dentro la fede ed ogni ricordo di grazia e di bontà. – Ed ecco, S. Giovanni ritornò. « O Vescovo, rendimi il mio deposito che t’avevo affidato in cospetto di Cristo e della Chiesa ».

Il vescovo impallidì, abbassò gli occhi, e le labbra gli tremarono. « E’ morto ». « E’ morto?! ma di qual morte? ». « E’ morto a Dio e alla Grazia: lussurioso e violento vive sulle montagne assaltando i pellegrini ».

Giovanni si fece dare un cavallo, e vecchio com’era saltò in groppa, e spronò via. Incappò in una banda di ladri. « Vi supplico — disse loro — di condurmi dal vostro capo: debbo parlargli ». Ma il loro capo, quando riconobbe colui che lo chiamava, preso da una gran vergogna, fuggì disperatamente. E il santo ansimante sul cavallo lo rincorreva e gli lanciava questi gridi: « Fermati! sono io, il tuo vecchio padre. C’è speranza ancora. Darò la mia anima per la tua. Cristo mi manda. Fermati, che mi spezzi le ossa! Fermati che mi scoppia il cuore! » E l’altro si fermò, non sapendo più resistere. Era bianco come la morte. S. Giovanni allora discese da cavallo si buttò a quei piedi ribelli. Pregava, incoraggiava, accarezzava… Il capo dei ladri si mise le mani sugli occhi e scoppiò a piangere. Le lacrime lavavano la rapina e il sangue da quelle dita. Era salvo, era vivo. Vivo in Cristo e nella Grazia, vivo della vita vera. Questo fatto (che è in EUSEBIO, Hist. eccl., lib. III, cap. 23, quasi con le stesse parole con cui l’ho qui trascritto) è come una profezia. S. Giovanni col suo Vangelo, con la sua predicazione aveva convertito a Cristo gli uomini, poi li affidò ai vescovi e ai preti e salì al Cielo.

Ma gli uomini ora sono ritornati troppo cattivi: l’immoralità, la violenza, la brutalità sanguinaria hanno operato il pervertimento. Ritorni S. Giovanni! Insegni ancora le sue tre devozioni: l’Eucaristia, il Sacro Cuore, la Madonna. Il mondo sarà salvo un’altra volta.

IL PRECURSORE (5-6)

QUARTA DOMENICA D’AVVENTO

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I, soc. Ed. Pensiero e Vita, Milano 1939)

( Lc., III, 1-6)

1.

APRI IL CUORE AL SIGNORE CHE NASCE

Pochi giorni ci separano dal santo Natale. Penso a molti secoli fa, nell’imminenza del grande avvenimento, quando in Betlemme gremita di forestieri, entrarono due modesti sposi che venivano da Nazareth. Penso alla trepidazione di Giuseppe che supplicava con la parola e con gli occhi sulle porte degli alberghi, perché facessero al Padrone del mondo un po’ di posto per nascere. In mezzo agli uomini non ce n’era più: dovette trovarglielo in mezzo alle bestie.

Se per il prossimo Natale, S. Giuseppe ritornasse a cercargli un posto, lo credereste più fortunato dopo venti secoli? Purtroppo il crudele rifiuto si ripeterebbe punto per punto. Immaginiamolo. Ecco S. Giuseppe batte alla porta del ministero di qualche nazione moderna, dove si forgia il destino dei popoli, e chiede umilmente: « Fate la carità di un posto per nascere al Re del Cielo! ».

« Ma non c’è più il Cielo. Non sapete ch’era una fandonia inventata per tener quieti quelli che non potevano mangiare abbastanza sulla terra? … ».

« … È il Padron del mondo ».

« Il padrone del mondo siamo noi. Noi lo coltiviamo con le macchine e con i concimi chimici, noi lo scaviamo per estrarne oro e petrolio, noi lo percorriamo in alto e in basso, per lungo e per traverso, con treni con navi, con aeroplani. E poiché il rombo del temporale non fa più paura, noi lo spaventiamo con il rombo dei cannoni e lo scoppio delle bombe ».

« … È Dio ».

« Silenzio! Noi abbiamo le temibili organizzazioni dei « Senza Dio » (… O.N.U., U. E., F. M. I., Fed. R., Banca Mondiale, Novus Ordo, Massoneria, I.O.R. … -ndr.-)

Ed ecco S. Giuseppe in giro per le città moderne. Batte alla porta dei cinema e dei teatri, dei caffè, delle osterie, ma spesso si vedono e si dicono cento cose che non è conveniente siano udite o viste dalla Vergine Maria: e lo respingono. Batte alla porta di negozi e di officine, ma si sente dire in faccia: « Indietro! se ti facciamo un posto, poi bisognerà osservare la morale nel commercio. E con la morale non si fanno affari, e si va alla malora ».

Batte alle edicole dei giornali, per chiedere se qualcuno inserisca tra gli avvisi economici una domanda d’alloggio per lui e per la Vergine Maria, e per il Bambino che deve nascere. « An no ! — gli rispondono.

— Se incominciamo a metter sui giornali i nomi dei Santi e le cose vere e serie della Madonna e del Signore, i lettori s’infastidiscono, e non li vogliono più leggere. Perfino i Cattolici preferiscono i giornali un po’ liberali e larghi, e lasciano volentieri entrare in casa certi settimanali, illustrati magari con poca arte, ma con molta immodestia… ».

Giuseppe si decide di battere alla porta di famiglie private. Gli viene incontro il capo di casa che gli getta addosso uno sguardo non incoraggiante.

« Impossibile: non ho stanze. Di figliuoli in casa non ne voglio più, primo perché non ho posto, e poi perché la mia moglie ha già troppi fastidi; figurarsi se posso prendermi in casa un figlio di altri, sia pure il Figlio di Dio! ».

[Giuseppe batte ad una chiesa di Roma. C’è un uomo senza segni e senza talare:

« Mi dispiace ma il Cristianesimo oramai è stato eliminato, noi tutti professiamo una religione unica mondiale, indifferente ai culti e di teologia gnostica, non c’è più posto per Cristo, lo abbiamo sostituito con il baphomet! »   -ndr.].

Che resta ancora a S. Giuseppe? Gli resta da battere alla porta del nostro cuore. Non lo sentite panarvi, in questi giorni di santa aspettativa, con la voce della coscienza con la voce delia liturgia con la voce innocente dei vostri bambini? « Apri il tuo cuore al Signore che nasce ».

Il nostro cuore! da quanto tempo è forse ingombro di passioni cattive e di affetti illeciti e di peccati non confessati, o confessati male, o confessati senza né dolore né proponimento! Il nostro cuore forse è diventato una regione dove il demonio impera con la sua legge d’orgoglio, con i piaceri della sensualità, con le frodi e le ipocrisie.

Come quando in una città deve arrivare il Re, ferve da per tutto il lavoro di pulizia, di riordino, di abbellimento, così con tutte le forze dobbiamo in questi giorni lavorare, nel raccoglimento, intorno al nostro cuore per disporvi le degne accoglienze al Re dei Re. E che dobbiamo fare? Ce lo dice S. Giovanni nel Vangelo di questa domenica.

« Udite la voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore.  Spianate i monti.

Colmate le valli. Raddrizzate i sentieri tortuosi ».

1. SPIANATE I MONTI

Le vette da rovesciare sono quelle irte e gelide dell’odio e del rancore. Nel Vangelo è detto: « Da questo vi riconoscerò per miei discepoli se vi amerete tra di voi » (Giov. XIII, 35). Ecco che Gesù viene nel santo Natale, e guarda i cuori che sono suoi, per entrarvi. Ma dove c’è rancore, desiderio di vendetta, odio, egli non li riconosce per suoi, e non entra. Nel Vangelo è detto: « Se stai per presentarti all’altare e ti ricordi che c’è una ruggine tra te e il tuo fratello, torna indietro, e va prima a riconciliarti » (Matth., V, 23-24). Se questo comandamento vale per ogni occasione, tanto più nella massima festa cristiana del santo Natale. « Ho già perdonato una volta e due — si scuserà qualcuno — ma poi mi ha fatto peggio ». Anche questo caso è contemplato nel Vangelo. « Se tuo fratello ha sbagliato verso di te, perdonagli. E quand’anche sbagliasse sette volte al giorno, s’egli venisse sette volte al giorno a chiederti scusa, tu sempre gli perdonerai » ( Lc., XVII, 3-4).

2. COLMATE L E VALLI

Le valli da colmare, acquitrinose e malariche, donde esala un’aria febbricosa, sono quelle dei piaceri sensuali, degli affetti morbidi, dei desideri impuri. Per nascere, al Figlio di Dio non importò né di ricchezze, né di casa, né di cuna. D’una sol cosa non potè fare a meno, essendo Dio: della purezza. Nacque da una Vergine. Beati quelli che saranno trovati in questi giorni col cuore puro: la grazia del santo Natale li inonderà, sentiranno la bellezza e il fascino di questa virtù che ci rende capaci di vedere Dio, godranno la pace promessa dagli Angeli agli uomini di buona volontà. Buona volontà di mortificare i sensi e il cuore, perché Dio non può nascere « dove i demoni ballano e le sirene fanno il nido » (S. GEROLAMO, P. L., XXII, 398).

3. RETTIFICATE I SENTIERI TORTUOSI

I sentieri tortuosi sono tutte quelle vie coperte di frodi, di furti più o meno piccoli, di inganni, di bugie, di sotterfugi di cui troppo spesso si lascia inquinare anche l’uomo onesto. « Sono inezie, è un danno di cui non s’accorge nessuno! ». « Colui che è fedele nelle piccole cose è anche fedele nelle grandi, e colui che è infedele nelle piccole è anche infedele nelle grandi » (Lc., XVI, 10). « Fanno tutti così ». Eppure vi dispiacerebbe che si sapesse che anche voi fate come tutti; che si sapesse quella vostra astuzia, o la provenienza di quella roba, o il modo di farvi dare quel danaro. E del Signore, che lo sa, non vi rincresce? Non temete la sua giustizia? S. Giovanni grida ancora dal deserto: « Ah, gente tortuosa come le vipere, chi vi insegnerà a sfuggire l’ira ventura? Viene il Signore col ventilabro, e separerà nettamente il grano dalla pula ». Raddrizzate i sentieri del vostro lavoro e del vostro commercio.

CONCLUSIONE

Francesco d’Assisi, parecchi giorni prima della festa di Natale, chiamò un uomo molto pio, di nome Giovanni, e gli disse che desiderava passare il Natale a Greccio. Doveva però preparargli nella foresta un presepio con la mangiatoia e col bue e l’asino, per rappresentare in una maniera viva il mistero della divina nascita. Nella santa notte arrivò gente da tutte le parti con fiaccole e con lanterne: tutta la foresta palpitava di luce e risonava di gioia. Francesco co’ suoi frati, in ginocchio, cantava le lodi del Signore davanti alla mangiatoia. Fu allora che al buon Giovanni parve di vedere una cosa meravigliosa. Nella greppia c’era un Bambino con gli occhi chiusi, come un morto. San Francesco si avvicinò dolcemente e lo svegliò da quel profondo sonno di morte. Cristiani, il Natale è qui. Ma nella cuna di tanti cuori, il Bambino Gesù è morto. Sono stati i peccati a ucciderlo, così piccolo ed innocente! Lo dice S. Paolo che chi commette peccato lo fa morire nel proprio cuore. Bisogna farlo rinascere.

2

IL BATTESIMO DI PENITENZA

Sardanapalo, il famoso re d’Assiria, statua di fango e di vizi da vivo, ha voluto che dopo la sua morte gli fosse eretta sulla pubblica piazza una statua di bronzo, con questa infame iscrizione sul piedestallo: « Passante, bevi, mangia, godi: il resto è nulla ». Aristotile stesso ch’era un pagano, leggendola esclamò: « Che altro scriveresti sul sepolcro non di un re, ma di un bue? ». – Eppure Sardanapalo, simbolo del godimento sensuale, è oggi deificato da per tutto, sulla grande piazza pubblica del mondo e gli uomini ripetono il grido che San Paolo pose in bocca ai disperati mondani: « Non ci sia piacere che l’anima nostra non abbia provato; incoroniamoci di rose prima che marciscano; mangiamo e beviamo perché domani morremo » (I Cor., XV, 32). Ma in faccia alla statua di Sardanapalo, da due mila anni, un’altra fu eretta, non di bronzo, ma di legno; e sul legno inchiodato e sanguinante sta Gesù Cristo che morendo dice: « Se qualcuno mi vuol seguire, prenda la sua croce, e vi configga sopra spietatamente le sue cattive passioni » (Matth., XVI, 24). – Dove ci mettiamo noi? Sotto la statua di Sardanapalo o sotto la croce? sceglieremo i piaceri del mondo e la vita sensuale delle bestie o la penitenza di Cristo e la vita spirituale degli angeli? Sceglieremo la strada larga dell’inferno o quella stretta del Paradiso? Quello che ci convien fare, ce lo predica dal Vangelo San Giovanni Battista. – Regnava a Roma da quindici anni Tiberio Cesare, Ponzio Pilato era governatore di Gerusalemme, Erode tetrarca della Galilea, Anna e Caifa sommi sacerdoti, quando il figliuol di Zaccaria venne nei paesi lungo il Giordano a predicare il battesimo di penitenza. Prædicans baptismum pœnitentiæ. A quelli che l’ascoltavano diceva: « Razza di vipere! chi v’insegnò a fuggire l’ira che vi sovrasta? fate penitenza. Già l’ascia è sulla radice della pianta: fate penitenza. Già s’avvicina il regno dei cieli: fate penitenza ». Non è dunque la vita spensierata, ma la vita dura del proprio dovere che impone il Precursore; e dopo il mangiare, il bere e il godere ricordiamoci che c’è l’ira che ci sovrasta, c’è l’ascia che abbatte, c’è il regno dei cieli per i buoni e l’inferno per i cattivi. Facciamo dunque penitenza. Ma che cos’è la penitenza? Ce lo spiega chiaramente S. Gregorio Magno: transacta fiere et illa deinceps non committere. È il dolore, dunque, dei peccati, ed il fermo proposito di evitarli. Il dolore è la penitenza che cancella i peccati commessi. Il proposito è la penitenza che preserva dai peccati futuri.

1. PENITENZA CHE CANCELLA I PECCATI

Dopo la Pentecoste, S. Pietro uscì sulla pubblica piazza e predicò con parole ferventissime. « Uomini d’Israele! Ascoltatemi in silenzio. Gesù Nazareno, figlio di Dio, famoso per dottrina, per virtù, per miracoli, voi l’avete ucciso. Vos interemistis. Perché l’avete ucciso? forse perché illuminò i vostri ciechi, o forse perché mondò i lebbrosi? Forse perché guariva i vostri ammalati, o perché abbracciava, benedicendo, i vostri bambini? Perché l’avete ucciso? rispondete! ». – Sotto la rovente foga di quel discorso la folla doveva sussultare come un bosco battuto dal vento. Gli uomini d’Israele si guardavano in faccia, atterriti, e gemevano tristamente: « Quid faciemus, viri fratres? ». Che faremo adesso per cancellare il delitto enorme? Come S. Pietro li udì mormorare così, rispose: « Fate penitenza! ». Pæenitentiam agite (Atti, II, 38). Non appena agli ebrei, ma anche a noi S. Pietro potrebbe ripetere: « Gesù Nazareno, voi l’avete ucciso. Voi, con i vostri peccati, l’avete di nuovo crocifisso nell’anima vostra ». Quando avete assecondato quei desideri disonesti, voi l’avete novellamente crocifisso sul legno infame della vostra impurità. Quando avete violata la giustizia, o prendendo o non restituendo, voi l’avete novellamente crocifisso sul legno infame della vostra avarizia. Quando avete trasgredito il precetto del venerdì, voi l’avete novellamente crocifisso sul legno infame della vostra golosità. E potrei continuare. Ma allora, o fratelli, se noi siamo colpevoli di così gran delitto che dobbiamo fare? Pænitentiam agite. Buttiamoci ai piedi del crocifisso, guardiamo quelle piaghe che noi abbiamo aperte, e domandiamogli perdono. Questa contrizione delle nostre colpe, questo vivo rincrescimento d’aver offeso Dio che è tanto buono, questo dispiacere grande d’aver nuovamente crocifisso Cristo, è la penitenza che predicava S. Giovanni nei paesi lungo il Giordano, quella penitenza che è simile al Battesimo perché ci lava da ogni peccato. Prædicans baptismum pœnitentiæ. Il dolore d’aver offeso Dio, quanto più è perfetto tanto più ci otterrà, non solo il perdono dei peccati, ma anche la remissione della pena dovuta al peccato. – Quando S. Vincenzo Ferreri predicò in Francia, un giovane andò a gettarsi ai suoi piedi, piangendo. Aveva condotto una vita dissoluta, ora la grazia di Dio lo toccava in un modo mirabile. Il santo ascoltò la sua lunga confessione, poi gli assegnò una penitenza austera di sette anni. « Ma come, padre! — ripigliò il giovane — a me che tanto peccai, solo sette anni di penitenza! » e singhiozzava. Il santo, vedendo tanto dolore, rispose: « Figlio, andate: farete soltanto tre giorni di penitenza perché Dio è tanto buono ». – « Appunto perché Dio è buono e nonostante io l’offesi, merito una grande penitenza ». « Orsù — rispose il santo — contentatevi di recitare tre Ave ». Allora il giovane scoppiò in pianto e S. Vincenzo Ferreri, per virtù di Dio, vide la sua anima così bianca che se fosse morto in quell’istante, senz’altra penitenza che il suo dolore, sarebbe volato direttamente in Cielo.

2. PENITENZA CHE PRESERVA DAL PECCATO

E Gesù entrò in Gerico. Passando sotto un sicomoro, scorse tra le foglie una breve figura d’uomo: Zaccheo. Lo chiamò: « Zaccheo, scendi in fretta che ho pensato di venire a casa tua ». La guardia doganale confusa e commossa, si calò giù dall’albero e si trovò in faccia al Signore: « Andiamo, Zaccheo, — disse Gesù — oggi voglio fermarmi un poco da te ». E s’avviarono. Zaccheo intanto pensava alle sue ingiustizie, ai furti, alle esose estorsioni di danaro fatte sulle carovane che passavano il confine tra la Giudea e la Perea; Zaccheo intanto sentiva i mormorii della folla scandalizzata al vedere il divin Maestro prendere stanza presso quel doganiere.

Pensava e sentiva tutto questo con un senso di disgusto e di dolore per la sua vita passata. Ma a che sarebbe valso questo dolore, se non fosse stato seguito dal proposito efficace? Per ciò quando furono sul limitare si rivolse e disse: « Signore! dò la metà dei miei beni ai poveri e per ogni estorsione ingiusta, restituirò il quadruplo ». Gesù guardò con amore quell’uomo di forte proposito, e in faccia alla folla gli rispose: « Questa casa ha ricevuto la salute, oggi, poi che anche costui è diventato figlio d’Abramo ». – Da questo brano evangelico consegue che la vera penitenza non consiste solo nel detestare i peccati commessi, ma soprattutto nel ripararli, e nell’usare tutti quei mezzi che ci possono preservare dalle ricadute. Non bastano quindi parole e sospiri: mi confesso, mi pento, è mia colpa, mia massima colpa; ci vogliono i fatti. A quante persone si potrebbe dire: la tua voce è quella di Giacobbe, ma la tua mano è quella d’Esaù! Di parole e di promesse ne hai tante, ma in pratica c’è troppo poco. – Il santo Natale è vicino, Gesù ha pensato di venire in casa nostra, come un giorno nella casa di Zaccheo; via le chiacchiere adunque e convertiamoci. È necessario distruggere il corpo del peccato che è dentro di noi come dice l’apostolo: Ut destruatur in vobis corpus peccati (Rom., VI, 6). Rinunciamo a quelle mille cose dilettevoli che acuiscono in noi le passioni: perciò via da nostri occhi oggetti e libri che suscitano la concupiscenza. Via dal nostro labbro quella scandalosa libertà di parola che rovina la nostra anima e l’altrui. Via quegli spettacoli, dei quali l’unico effetto è di ridestare le immagini più losche. Via quelle amicizie morbose nelle quali noi stessi presentiamo vicina la caduta fatale. Anche la gola bisognerà mortificare, anche la pigrizia che ci tiene a letto quando alla prim’alba le campane ci chiamano alla Messa. Il regno dei cieli si conquista con la violenza; con la violenza che ciascuno di noi deve fare alla propria carne. Castigo corpus meum et in servitutem redigo (I Cor., I X , 27).

CONCLUSIONE

Ma dunque, dirà qualcuno spaventato da questo battesimo di penitenza, la Religione Cristiana è proprio melanconica. Aveva ragione il poeta paganeggiante quando diceva a Cristo: cruciato martire, tu cruci gli uomini. Ascoltate: Gesù, un giorno andò a un banchetto di nozze che si faceva in Cana. Sul più bello del convito manca il vino: nessuno ci aveva pensato. Gesù allora, benché a malincuore, — ma come resistere alla Madonna che lo pregava! — chiamò i servi: « Riempite le idrie d’acqua e poi versate che ne uscirà vino ». Tutti bevvero il vino del miracolo; ma come l’ebbe saggiato l’architriclino, ne fu meravigliato. Lo pacchiò due o tre volte in bocca e poi esclamò: « Maestro! tutti, in principio, offrono ai convitati il vino migliore e poi, quando sono ubriachi, li riempiono di quello scadente; tu invece hai fatto il contrario. Hai dato prima il vino peggiore ed hai serbato alla fine un vino estasiante ». Cristiani: il calice del mondo e del demonio, il calice di Sardanapalo comincia col dolce, e poi dopo averci ubriacati nei vizi, finisce con il fiele del rimorso, in questa vita, e con l’inferno, nell’altra. Il calice di Cristo comincia con l’amaro della penitenza e finisce con la pace e la benedizione di Dio, in questa vita, e con il paradiso, nell’altra.

3.

GESÙ’ VIENE

Da quindici anni Tiberio Cesare, figliastro di Augusto suo predecessore, sedeva sul trono imperiale di Roma. A Valerio Gracco nella procura della Giudea era successo il lionese Pilato, sopranominato Ponzio per aver conquistato l’isola Ponzia con le armi romane. L’adultero Erode Antipa, figlio di Erode l’infanticida, teneva la tetrarchia della Galilea. Il suo fratellastro Filippo teneva la tetrarchia dell’Iturea e della Traconitide. Lisania, di cui non si conosce altro che il nome, teneva quella di Abila. Il sommo pontificato era in mano di Caifas e del suo suocero Anna. In questi tempi Giovanni di Zaccaria uscì dal deserto e venne lungo il Giordano a predicare il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati. E predicando diceva : « Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via al Signore che viene. Colmate le valli, spianate i colli! Allora ogni uomo vedrà il Salvatore ». Omnis vallis implebitur et omnis collis humiliabitur. In questa domenica, ultima d’Avvento, l’austero Battezzatore s’avvicina anche alle anime nostre e grida: « Gesù viene nel Santo suo Natale: colmate le valli, spianate i colli ». Che sono queste valli e questi colli? Le valli sono il vuoto che fanno in noi i peccati, spogliandoci della grazia. I colli sono i nostri atti di superbia che ci rendono spiacenti a Dio. – Bisogna riacquistare la grazia con una santa confessione. Bisogna ricominciare una vita più umile e più sincera. Questa è la miglior preparazione al Natale di Colui che dal Cielo discese in terra a portarci la grazia, a insegnarci l’umiltà.

  1. COLMATE L E VALLI DEL PECCATO CON LA GRAZIA

La guerra europea non era ancor finita; ma appena le armi tedesche furono obbligate a ritirarsi dal Belgio invaso, il re Alberto volle rientrarvi. Ma per quali strade sarebbe ritornato nel suo regno il re del Belgio, se non v’erano più strade? I ponti bombardati e sfasciati erano mucchi enormi di macerie. Carri sconquassati, affusti di cannoni spezzati, elmetti d’acciaio smarriti, scarpe di cuoio e di ferro abbandonate nel fango, carogne di cavalli e di muli e talvolta cadaveri umani insepolti, ingombravano il piano. Lungo i dossi s’aprivano le trincee scavate nella pietra e nella creta rossastra con ancora i segni di un crudele patire; nei punti d’incrocio le strade si sprofondavano in una fossa aperta dalle mine; le case scoperchiate e diroccate alzavano al cielo pietosamente le pareti frastagliate e fendute. Non importa: il re Alberto vuol rientrare e subito. Ecco: e delle squadre di uomini e di donne e di fanciulli s’impegnano a preparare la strada, ad appianare ogni asprezza, a riempire con le macerie ogni vallo di trincea, ogni sprofondamento di mina. « Viene il Re! ». E questo grido rinvigoriva quella povera gente, immetteva ancora energia nelle toro membra affrante, ancora speranza nei loro cuori sfiduciati. « Viene il Re! ». E passò il Re Alberto, piangendo, sopra quelle strade rifatte con rovine e con sangue. E quando le donne gli additavano le case crollate, egli diceva: « Non temete, io torno: le riedificheremo più belle ». E quando un fanciullo agitava verso lui le sue braccia stroncate dalla barbarie del nemico, egli diceva: « Non temere, io torno e le mie braccia possono lavorare per te; non ti mancherà il pane ». O Cristiani, forse, se consideriamo il nostro cuore in questo istante ci somiglia alla rovina del Belgio invaso. Sopra di esso è passata l’aspra guerra delle passioni: i cupi istinti della carne ebbero il sopravvento ed hanno soffocato e stroncato le buone ispirazioni; il demonio con i suoi inganni ha minato l’anima nostra, squarciandola qua e là; i peccati come obici disastrosi ci hanno rovinato e scrollato tutto quello che avevamo edificato con pazienza e sacrificio per giorni, per mesi, per anni. I nostri meriti, il frutto di tante preghiere, la grazia bellezza suprema dell’anima, tutto abbiamo perso; ed ora non ci rimane che la vergogna d’aver ceduto al mondo, alla carne, al demonio; ed ora non ci rimane che la nostra miseranda rovina. – Ma ecco il Natale è vicino, Gesù ritorna: vuol rientrare nell’anima nostra, in questo regno ch’è suo, in questo regno da cui lo scacciammo per dar posto a satana. Imitiamo anche noi i doloranti figli del Belgio: prepariamogli la strada del cuore, sopra cui passando, Egli possa ritornare in noi. Omnis vallis implebitur: colmate le valli! È necessario una buona Confessione, prima del santo Natale, che ci ricolmi di grazia, che spazzi via le carogne e le macerie del peccato. Gesù rientrando in noi, guardando la rovina dell’anima nostra., piangerà: ma è tanto buono, che avrà parole di consolazione e di coraggio per noi. Egli riedificherà quello che fu distrutto, Egli con le sue braccia potentissime ci aiuterà a lottare contro il demonio e a non lasciarci ingannare e vincere mai più. – Gesù viene: colmate le valli! Omnis vallis implebitur. Dice una leggenda che nella notte in cui Cristo nacque, a Roma spontaneamente cadde la statua di Romolo e stritolossi; e tutti gli altri idoli in tutti gli altri luoghi caddero. O Cristiani! Cristo sta per nascere: abbattiamo con una sincera Confessione, stritoliamo con vero dolore la statua dei nostri peccati e delle nostre passioni. Che la notte santa in cui celebreremo la natività dell’eterno Figlio di Dio, in nessuno di noi si trovi in piedi e dominante l’immagine del demonio!

 2. SPIANATE I COLLI DELLA SUPERBIA CON UNA VITA UMILE

Giovanni, l’alto funzionario dell’imperatore bizantino in Damasco, nella pienezza dei mondani onori e delle forze, si ritirò dalla vita galante e rumorosa della corte verso la solinga pace del deserto: nel chiostro di S. Saba. Là, davanti a Dio e a una voragine rocciosa il cui riverbero offendeva l’occhio, cominciò la rude scuola della perfezione. Nelle ore libere dall’orazione, colui che aveva l’eloquio d’oro e aveva scritto mirabili apologie della fede doveva intrecciare canestri, tanto da guadagnare il cibo quotidiano. Ora proprio a Giovanni toccò una volta di portare sul mercato di Damasco simili ceste: le sue e quelle degli altri monaci. E acciocché l’umiliazione gli fosse maggiore, il solito prezzo delle sporte fu aumentato del doppio. Come poteva nel suo povero abito monacale attraversare quelle stesse vie per le quali era passato poco tempo prima come alto impiegato statale, fra gli inchini di tutti? Come poteva mostrarsi ai suoi nobili amici, divenuto quasi uno schiavo che vende ignobile mercanzia? Sentiva tutto il suo sangue ruggire nelle vene e la sua anima rivoltarsi. Gli venne in mente di gettare la sua cocolla sulla strada, fra Damasco e il deserto, e ritornarsene com’era, onorato ricco felice. Ma una voce gli disse in fondo al cuore : « Giovanni! non Io prima di te ho lasciato la reggia del cielo per la stalla dei giumenti? prima di te, non Io innocente mi sono confuso tra i peccatori, mi sono addossato la loro onta e il supplizio? Perché dunque ha fatto questo il Figlio di Dio, se gli uomini non lo vorranno imitare? ». Comprese Giovanni ed entrò in Damasco con volto ilare. Girò a lungo per. la città: qualcuno lo riguardava maliziosamente; qualche altro s’avvicinava per comprare, ma alla profferta del prezzo gli gettava addosso una sbruffatina di risa. Da ultimo fu ravvisato da un suo antico servo che, mosso a compassione del padrone d’una volta, senza darsi a conoscere, gli comperò i panieri al prezzo richiesto. A sera Giovanni Damasceno tornò al chiostro più santo. Quanta superbia c’è anche nella nostra vita! La maggior parte delle nostre colpe sono di superbia.

a) Siamo superbi con Dio.

Ogni giorno riceviamo infiniti benefizi da Dio: ci conserva, ci dà le forze e l’intelligenza per lavorare, benedice i nostri affari e le nostre famiglie, non ci lascia mancare il pane, ci aiuta nelle tentazioni, ci santifica coi sacramenti. E pure noi non lo ringraziamo mai o quasi mai; anzi crediamo che tutti questi benefizi non ci vengono da altri se non dalla nostra solerzia e abilità. Questa è superbia. – Quando ci capitano malattie o disgrazie negli affari, o altri dolori, non facciamo che lamentarci dell’ingiustizia di Dio a nostro riguardo, che imprecare, che smaniare. E non si pensa che siam peccatori, che meriteremmo ben altri e più terribili castighi; e non si pensa che siam come cavalli bizzarri a cui è di bisogno sentir la frusta per tenersi sulla strada buona. Questa è fior di superbia. Non è superbia quella che spinge molti Cristiani a criticare perfino la Provvidenza? « Perché Iddio permette così?… Sarebbe molto meglio se queste cose non le avesse permesse… Ma se c’è davvero, si faccia vivo!… ». Ingenua imbecillità! si ha la vista lunga una spanna e si pretende di veder meglio di Dio che conosce il passato, il presente, il futuro.

b) Siamo superbi con il prossimo.

Se riceviamo un’offesa, anche piccola la coviamo in cuore per mesi e mesi, la gonfiamo con la fantasia, attendiamo con rabbia e con gioia il momento d’una bella vendetta. Chi crediamo di essere, per far pagare così care le nostre offese? Se ci avviene di fare un favore, se l’altro se ne dimentica presto, subito glielo rinfacciamo. Invece, dei piaceri, e non pochi e non piccoli, che ricevemmo, perdiamo subito ogni riconoscenza. Ci pare, insomma, che tutti devono inchinarsi a noi, e noi a nessuno. Questa è superbia! Che cos’è se non superbia quella smania di mettersi davanti a tutti, quel pretendere d’aver sempre ragione, e con gli inferiori e con i superiori? Di qui le disubbidienze, di qui le discordie nelle famiglie, e di qui i rancori. Gesù viene nel santo Natale: spianate i colli! Omnis collis humiliabitur. Facciamo anche noi come S. Giovanni Damasceno; soffochiamo, per amore di Dio che s’è annichilito facendosi uomo, la nostra superbia. Dice un’altra leggenda che nella notte in cui nacque Gesù, a Roma una fontana cessò di dare acqua rumorosamente, e diede olio purissimo soavemente. Di noi pure deve avvenire così: cessiamo una vita fatta di opere di superbia, e cominciamo una vita umile e sincera. Preghiera e confidenza col Signore, dimenticanza di ogni offesa, in pace con tutti, compatire tutti, amarci: ecco la nostra vita nuova.

CONCLUSIONE

Mentre era intento ai suoi giochi, il piccolo Antonio da Padova vide, un giorno, un bambino della sua età: bello d’una bellezza nuova sopra la terra, teneva il grembiulino rialzato e girava intorno gli occhi grandi come desideroso di preziose raccolte.

« Donde vieni? Come ti chiami? che cerchi? ».

« Donde venga? dal cielo. Come mi chiamo? il mio nome lo troverai scritto in lettere di fuoco sopra una grotta a Betlemme; in lettere di sangue sopra una croce a Gerusalemme; in lettere d’oro sopra tutti i tabernacoli della terra. Sono il Bambino Gesù e vado alla cerca del cuore degli uomini ».

« O Bambino Gesù, che vuoi da me? » supplicò il piccolo Antonio premurosamente.

« Antonio, dammi il tuo cuore ».

Fra pochi giorni l’immagine del Bambino celeste ritornerà sui nostri alatri, e, chiamando ciascuno per nome, dirà: « Dammi il cuore ». Ma come potremo noi darglielo, se il peccato v i ha scavato paurose voragini e la superbia vi ha innalzato colli rocciosi? Omnis vallis implebitur et omnis collis humiliabitur. Colmate le valli del peccato con la santa Confessione, spianate i colli della superbia con la vita umile, e poi rispondetegli: « Bambino Gesù ! eccoti il mio cuore ».

4.

VOCE NEL DESERTO: PREPARATE LA VIA

Quando gli esploratori della terra promessa ritornarono da Mosè con gli occhi ancora dilatati dalla meraviglia, dissero: «Abbiamo veduto degli uomini giganteschi, in confronto dei quali noi parevamo grilli » (Num., XIII, 34). – Il medesimo stupore prende anche le anime nostre, leggendo il Vangelo di queste domeniche d’Avvento, davanti all’eroica figura di San Giovanni Battista: egli è un gigante della santità in confronto del quale noi siamo dei grilli. – Probabilmente era l’anno 27 dell’era volgare, quando fra le dune e i tamerischi del deserto la voce di Dio risuonò per la bocca di Giovanni, figlio di Zaccaria.

Era coperto con una pelle di cammello, stretta alle reni da una cinghia di cuoio. Molti anni aveva trascorso nella solitudine sconfinata, fra le pietre e le belve… Molti anni s’era cibato appena di miele selvatico e di locuste e s’era dissetato appena di acqua. Solo un uomo cresciuto così, può avere la forza di varcare la soglia d’un re incestuoso, di gridargli in faccia il suo delitto, di lasciarsi stroncare il capo. Tra i nati da donna egli è il più santo. La sua voce possente risonava nei dintorni del Giordano, attirando da ogni parte gente al battesimo e alla remissione dei peccati. Voce di gridatore nel deserto: preparate la via del Signore. Spianate i sentieri: dove adergono, livellate; dove sprofondano, colmate; dove serpeggiano, raddrizzate. Così ogni uomo vedrà il Salvatore. Fermiamoci a una frase soltanto, e commentiamola nelle sue due parti: Voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore.

1. VOCE NEL DESERTO

Dice S. Tommaso da Villanova, che l’anima del peccatore è un deserto. Ne ha infatti tutto l’aspetto: è arida e incolta, non produce frutto alcuno di vita, è ingombra dei rovi di cattivi pensieri, delle spine di cattivi desideri, delle ghiande di passioni immonde. E neppure mancano i serpenti, che sono i demoni. E poi, quanta solitudine dove Dio manca! quanta siccità dove la grazia non piove!… Ebbene in questo deserto Dio non cessa di parlare per chiamarci al battesimo della penitenza e alla remissione dei peccati. E ci chiama con la voce della predicazione e con quella dell’ispirazione; con la voce del beneficio e con quella del castigo.

a) Voce della predicazione. — Come in quei tempi il Signore si fece preparare i cuori dalle prediche del Battista, così attraverso i secoli egli si è sempre servito della parola dei sacerdoti. La predicazione è come l’acqua fecondatrice: ove essa non discende, vi è terra dura e sterile. La predicazione è come la manna alimentatrice: chi non ne raccoglie morirà di fame spirituale. La predicazione è come l’olio che nutre la lampada: chi non se ne procura, rimarrà al buio. – S. Ilario d’Arles vide una volta alcune persone che, appena ebbe cominciata la spiegazione del Vangelo, si dileguarono fuori di Chiesa per sottrarsi alla noia d’una predica. Il santo allora gridò verso di quelli: « Uscite pure: ora potete fuggire dalla Chiesa, ma verrà un tempo che non potrete fuggire dall’inferno ».

b) Voce dell’ispirazione. — Ma talvolta il peccatore è così indurato che nessuna voce esteriore può penetrarlo, nessun grido può r i svegliare il suo deserto. E allora Dio, buono e misericordioso, parla direttamente a quel cuore, parla quella sua parola viva, più acuta della spada a due tagli, che penetra gelida o rovente fino alle più intime compagini dell’anima (Hebr., IV, 12).

« Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio? » diceva l’Innominato dei Promessi Sposi, quell’uomo che aveva riempito di spavento e di delitto una intera regione. E a lui il Card. Federico Borromeo rispondeva così: « Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate? ».

c) Voce dei benefici. — Ci sono certi periodi nella vita in cui Dio ci manda ogni fortuna: salute, danaro, onori; ed aspetta quasi che l’uomo dica: «Anima mia, serviamo un Padrone così buono e generoso: non vedi che meritiamo pène e ci dà gioie? ». Ma invece l’uomo non riconosce attraverso le creature, la voce del suo Padrone. Il cielo grida: « O uomo, io giro per tuo comodo e utilità ». Il sole grida: « O uomo, io ti riscaldo e ti fortifico; io, a primavera, rinnovo la terra e l’adorno come un paradiso; io faccio crescere i frutti sulle piante e le piante sul suolo ». Grida la terra: « O uomo, io ti sostengo, ti nutro co’ miei campi e coi vigneti ». Grida l’acqua: « O uomo, io ti lavo, rinfresco, e fecondo ogni cosa ». E tutte insieme dicono le creature: « Riconosci dunque, e ringrazia il tuo generoso Signore ». L’uomo non ode. E Dio si lamenta: « Anche il bue è grato all’uomo che lo nutre, anche l’asino riconosce che la stalla è del suo padrone: solo Israele non ha conosciuto me, solo il mio popolo lascia cadere nel deserto la mia voce » ( I s., 1).

d) Voce dei castighi. — Come un padre che ama suo figlio ricorre ai castighi quando non è ubbidito, così il Padre eterno fa con noi. Anche i suoi castighi sono un segno del suo grande e tenero amore. Se la malattia non lo avesse costretto a letto, Ignazio di Loyola forse non sarebbe mai diventato santo. Se una ostinatissima piaga non avesse travagliato Camillo de Lellis, egli non sarebbe forse mai diventato il grande amico degli ammalati. Se la morte non avesse rapito crudelmente il marito a Margherita di Cortona, noi ora non la venereremmo. E se la miseria e la tribolazione non avesse colpito i fratelli di Giuseppe, essi non si sarebbero giammai pentiti del loro peccato orribile ». « Merito hæc patimur, — dicevano, — quia peccavimus in fratrem nostrum » (, XLII, 21). I veri Cristiani che non sono sordi alla voce di Dio così devono dire nei dolori:

« Soffro giustamente, perché ho peccato contro il mio fratello Gesù Cristo ».

1. PREPARARE LA STRADA DEL SIGNORE

La strada per la quale il Signore deve venire nel nostro cuore, al prossimo Natale, ora è impedita, forse, dalle colline del peccato, dalle valli che simboleggiano la mancanza delle buone opere, dai sentieri tortuosi che invece di mirar diritto al fine si perdono nei piaceri e nelle lusinghe del mondo.

  1. a) Abbattiamo i colli del peccato con una sincera confessione.

Sarebbe un’ironia crudele per un Cristiano festeggiare la venuta del Salvatore, mentre il suo cuore è già occupato dal demonio. Una buona confessione dunque! Non come quella di Saul che disse a Samuele: « Ho peccato! » e si sentì rispondere : « Il Signore ti ha rigettato ». perché non era pentito; ma una confessione sincera e dolorosa come quella di David che disse a Nathan: « Ho peccato !» e si sentì rispondere: « Il Signore ha già distrutto il tuo peccato ».

b) Non basta la confessione, se poi non si continua, con le opere buone, a camminare sulla strada intrapresa. Le opere buone che meglio al santo Natale ci preparano sono la preghiera e la elemosina: la preghiera perché senza di essa noi siamo come una città senza difesa; l’elemosina perché in cielo è preferita a qualsiasi penitenza corporale: « Non sapete quale sia il digiuno che io prediligo? dice il Signore Iddio: Spezzare il proprio pane con l’affamato, Albergare i poveri senza asilo, Vestire chi si trova ignudo, Non sottrarsi alle necessità del proprio fratello. Allora la tua luce spunterà come l’aurora… ». (Is., LVIII, 6-8)

c) Ed infine viviamo un po’ più ritirati; amiamo un poco anche noi il deserto, come S. Giovanni Battista. Lontani dai divertimenti pericolosi, lontani dai ritrovi rumorosi, lontani dalle compagnie corrompitrici, noi vivremo dolcemente, cristianamente tra la nostra casa e la nostra chiesa. Senza questa volontà di isolamento, le antiche abitudini cattive ci riprenderanno facilmente. Quando S. Antonio passò da Alessandria, il governatore d’Egitto voleva fermarlo per qualche giorno. Gli rispose il santo: « Capita al monaco quello che capita al pesce: l’uno muore se lascia l’acqua, l’altro muore se lascia la sua solitudine ». Capita anche al Cristiano quello che al pesce: l’uno muore se lascia l’acqua, l’altro muore alla grazia se lascia la solitudine della sua casa e della sua chiesa, e si espone ai pericoli e alle seduzioni del mondo.

CONCLUSIONE

Compariremo un giorno al tribunale di Dio. E Cristo, giudicandoci, ci dirà: « Vieni, o benedetto! Ero pellegrino e mi accogliesti ». « Quando, Signor mio, vi ho incontrato pellegrino per accogliervi? ». «Ti ricordi del Natale 19…? Io camminavo allora sulla terra, e stanco passavo per la strada del tuo cuore. Tu allora hai spianato i colli del peccato con una sincera confessione; tu hai colmato le valli delle omissioni con opere buone; tu hai raddrizzato nella solitudine il sentiero; così ho potuto trascorrere nella tua cara compagnia quella festa santa ».

« Avete ragione, Signore mio buono ».

5.

PREPARAZIONE AL SANTO NATALE

Molti secoli or sono, proprio in questi giorni, una giovane donna e il suo sposo erano in viaggio verso le montagne di Giuda. Venivano da molto lontano, dalla Galilea, e andavano alla città dei loro vecchi, a Betlemme, per dare il nome al gran censimento dell’imperatore Ottaviano Augusto. Una lolla immensa era accorsa in città, per ciò Maria e Giuseppe passarono di porta in porta bussando e chiedendo con lagrime un po’ di posto, invano. Nessuno li accolse. E nella notte, mentre Erode adagiato tra gli ori e la porpora terminava il suntuoso banchetto, mentre per le vie ormai deserte si spegneva l’ultima acclamazione al feroce Idumeo e all’usurpatore Romano, in una stalla nasceva il Re dei re. Perché questo delitto d’ingratitudine più non si rinnovi nel mondo ora che il Re dei re sta per tornare tra noi nel suo Natale, ecco che la Chiesa manda avanti S. Giovanni Battista ad avvisarci di preparare il cuore. « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la strada al Signore. Se la via è tortuosa per monti e per valli, colmando le valli e spianando i monti rendetela dritta; se la via è malagevole per triboli e pietre, togliendo ogni scabrosità rendetela liscia… » et erunt prava in directa ed aspera in vias planas. Nella regione selvaggia ove il Giordano precipita nel Mar Morto, il Precursore gridava queste parole; ma il suo monito sorpassa i secoli, sorpassa le vicende degli uomini, il trambusto della vita materiale, la nostra dissipazione e giunge fino a noi: « Voce di uno che nel deserto grida: preparate la via del Signore ». Ormai Gesù sta alla porta dell’anima nostra e bussa. Anche noi, come quei di Betlemme, gli chiuderemo l’uscio in faccia e lo costringeremo a nascere in una stalla? Nessuno vorrà essere crudele così. Ma in che maniera potrà venire dentro di noi se il nostro cuore è una strada impraticabile? Se il peccato vi ha scavato burroni scoscesi e vi ha innalzato greppi rocciosi e nudi? Ecco: una bella Confessione prima del santo Natale colmerà ogni valle e spianerà ogni colle per fare nel nostro cuore uno strada diritta. Et erunt prava in directa. In altri cuori invece la strada per il Signore c’è già, non essendoci il peccato mortale. Però è una strada pietrosa e scomposta che fa sanguinare i piedi al pellegrino: costoro hanno soltanto da lisciarla, col togliere la tiepidezza e i molti attacchi mondani. Et erunt aspera in vias planas. Ecco i due pensieri: I peccatori si devono preparare al Santo Natale col togliere il peccato; I giusti col togliere ogni più piccolo difetto.

1. RADDRIZZARE LA VIA PRAVA: TOGLIERE IL PECCATO

a) In casa vostra, in questi giorni, tutto diventa nitido e profumato: le pareti sono sbiancate, il pavimento è scopato, ogni ragnatela è levata. Anche la cucina del più povero si adorna con qualche ramo di sempreverde alloro, e di qualche frutto colorito. Fra tanto nitore, soltanto l’anima vostra rimarrà nera e sporca di peccato? Fra tanto profumo soltanto l’anima vostra, morta alla grazia, esalerà un fetore cadaverico? No, Cristiani: inutilmente v’affacendate a tergere e abbellire la vostra dimora, quando prima non vi curate di tergere ed abbellire la vostra coscienza!

b) In casa vostra in questi giorni c’è molta abbondanza e un lusso discreto: ognuno si procura abiti nuovi o almeno ben ripuliti; si acquistano carni e vivande squisite, si prepara un vino più vecchio e più schietto, si comperano dolci insueti. Ma, dite, a che vale tutto questo quando l’anima, che di noi è la parte più preziosa, muore di fame e si dispera per la sete? O peccatori, non la sentite dentro di voi l’anima vostra piangere a lungo e singhiozzare pietosamente perché ha fame e ha sete del suo Dio e voi glielo negate crudelmente, e glielo negate anche in questi giorni di feste quando nulla rifiutate al vostro corpo? No, Cristiani: non siate cattivi con l’anima vostra, che è preziosa tanto ed immortale!

c) In casa vostra, in questi giorni, c’è molta letizia. Gli affanni della vita sembrano più leggeri, ogni lavoro par meno pesante: c’è nell’aria una diffusa allegria che si respira con soave piacere. Beate, poi, le famiglie dove ci sono bambini! contano i giorni che ci separano dalla grande solennità, pregano con più innocenza, aspettano i doni, sognano il Pargolo divino che passa… Soltanto il vostro cuore resterà cupo, o peccatori? Soltanto l’anima vostra resterà amara? Perché non diverrete anche voi lieti come i vostri bambini? che cosa vi manca? L’innocenza perduta nel peccato. Ricordate la parola del Vangelo: « Chi non si farà come uno di questi piccoli, non entrerà nel regno dei cieli ». No, Cristiani, non resistete più all’amore di Dio: confessatevi e riavrete la vostra innocenza, e diventerete anche voi, come i vostri figliuoli, lieti. – Forse il demonio vi spaventa col timore delle difficoltà che dovrete affrontare per togliere i vostri peccati, distruggere le vecchie abitudini, ricominciare una vita nuova. Sentite. Camminava Sansone per una strada solitaria e boschiva: ecco un improvviso ruggito, un lampo rossastro, un tonfo. Un grosso leone era balzato fuori dalla selva sulla strada e gli muoveva incontro con negli occhi la brama della sua carne. Fu una lotta tremenda, corpo a corpo, tra l’uomo e la belva. – Sansone era inerme, ma investito dallo Spirito con le sue mani afferrò il leone per la gola e lo strozzò come un capretto. Madido di sudore, macchiato di sangue a lunghi passi proseguì ansimando il cammino. Ma quando ritornò per quella strada, trovo la massa inerme del leone che nella bocca aveva un dolce e profumato favo di miele (Giudici, XIV, 8). Così è anche di voi, o peccatori: è dura la lotta corpo a corpo col demonio e con la passione, ma dopo che avrete vinto, là dove c’era il peccato troverete il miele; e sentirete com’è soave la vita quando si è in grazia di Dio! – Sentirete anche voi, come in quella notte i pastori innocenti, oltrepassare nel cielo di Natale, le schiere angeliche, cantando: «Gloria a Dio nell’altissimo cielo, pace in terra agli uomini di buona volontà ». E potrete dire: « Angeli, anche a me un po’ di pace, perché ora anch’io sono uomo di buona volontà ».

2. LASCIARE LA VIA SCABROSA: PURIFICARCI DALLA TIEPIDEZZA

Ora parlo a quelli che già sono in grazia di Dio.

a) Che cosa sono quei piccoli odi che nutrite contro il vostro vicino? Quella superbia con quelli di casa vostra, quell’antipatia tra cognati e cognati, tra parenti e parenti, che cosa è? È una pietra aguzza sulla strada del vostro cuore, che pungerà i piedi del Bambino Celeste quando verrà. – Orsù toglietela via generosamente. Che importa se la ragione è nostra e il torto è degli altri, che importa se ci toccherà umiliarci, che importa se perderemo del nostro, quando il Signore entrerà volentieri in noi e ci colmerà di grazie eterne che valgono migliaia di volte più di quelle inezie che per suo amore abbiamo sacrificato?

b) Che cosa sono quelle trascuratezze nelle opere di pietà, quell’omettere facilmente il santo Rosario, quella negligenza nel mandar i figliuoli all’Oratorio, quel vivere intere giornate senza una giaculatoria e una comunione spirituale? Sono tutti indizi che il nostro cuore è più attaccato al mondo che a Dio. Bisogna lisciar via i maligni attacchi.

c) Che cosa sono quelle negligenze nel respingere i pensieri cattivi e nel mortificare gli occhi e la lingua, quelle intemperanze nel bere nel mangiare nel fumare? Sono le spine della sensualità che ingombrano la strada su cui Gesù dovrà passare per giungere a noi. Bisogna strapparle. In questi ultimi giorni che ci separano dal Santo Natale sforziamoci con entusiasmo di lisciare la via al Signore, levando ogni più piccola scabrosità e lordura che possa offendere il suo piede o il suo sguardo.

Rosa da Lima si era appassionata con troppa sollecitudine a una pianticella di basilico. All’alba, appena desta, correva ad esporla perché ricevesse i primi raggi umidi di rugiada. Quando il sole montava verso il mezzodì, Rosa pronta la ritirava perché l’eccessivo calore non l’inaridisse. Quando al tramonto le ombre s’allungavano e di lontano ogni montagna s’imporporava, Rosa tornava ad esporla, bramosa che si ristorasse negli ultimi tepori del giorno; ma al sopraggiungere della notte, subito la nascondeva perché le brine troppo fredde non la danneggiassero. Così e in Chiesa, e in cella, e in parlatorio, e in cortile, sempre il pensiero della verde e olezzante pianticella era con lei. Ma una mattina svegliandosi trovò l’amata pianticella divelta e gettata sul suolo a marcire. Non poté trattenere il pianto: « Qual mano — esclamò — fu così invidiosa da troncare la vita ad una pianta così innocente? Perché mi sono affannata a salvarla dalla brina e dall’arsura, se poi doveva finire così? ». Mentre si lamentava, ecco apparirle Gesù. Era mesto negli occhi e senza sorriso: « Non l’invidia, ma Io divelsi il tuo basilico con la mia mano. Potevo forse sopportare che una parte di quell’amore e di quei pensieri che a me sono dovuti, andassero ad una creatura vile com’era la tua pianta? ». O Cristiani, quando nel santo Natale verrà nel nostro cuore, che non sia mesto negli occhi, che non sia senza sorriso! che non trovi dentro di noi pensieri e affetti inutili e pericolosi verso le cose e le persone di quaggiù! Anche un solo peccato veniale potrebbe fargli tanto dispiacere.

CONCLUSIONE

I ladroni Amaleciti erano venuti a predare nei campi del popolo di Israele. Ma nel tumulto della fuga, un povero schiavo abbandonato dal suo padrone perché ammalato, era rimasto disteso sulla nuda terra a morire di febbre e di sfinimento. Ed ecco passarono di là i soldati del re Davide, che lo videro sdraiato nella campagna come un morto. Lo portarono al re, il quale n’ebbe compassione, e ordinò che gli dessero pane da mangiare e acqua da bere, e una parte di fichi e alcuni grappoli d’uva. L’infelice schiavo a poco a poco rinvenne e si ristorò. « Non più schiavo, ma libero sarai. In guerra combatterai al mio fianco da valoroso,, e in pace vivrai onorato con molte ricompense ». Così gli parlò il re Davide, e lo condusse seco a far grande strage di nemici (I Re, XXX, 11-16). Cristiani, lo schiavo Amalecita è un simbolo dell’anima nostra. Essa ha servito il demonio, predatore e assassino dei cuori, e stanca e febbricitante per i peccati e per gli affetti mondani, è rimasta a languire sulla strada della vita. Ma ecco che già viene il nostro re Gesù: viene col suo santo Natale. O Gesù, salvatore! non siate meno pietoso di quello che già Davide fu col suo suddito. Ristorateci col vostro cibo e con la vostra bevanda, riscaldateci con l’alito del vostro amore. Poi conduceteci sempre al vostro fianco: in guerra e in pace: in questa e nell’altra vita.

6.

PER VEDERE IL SIGNORE NEL S. NATALE

E un’altra volta è vicino il Natale del Signore. In questa solennità, alcuni vedono una festa di piacere. Già stanno organizzando veglie danzanti, spettacoli lussuriosi, ricevimenti mondani, e trascorreranno la notte santa in cui il Salvatore venne al mondo per redimerli, nell’ebbrezza dei sensi sprofondando sempre più nel fango e nel peccato. Altri vedono invece nel Natale una festa di benessere corporale. Anche i più poveri per un giorno almeno all’anno possono nutrirsi a sazietà, e con cibi succulenti e con bevande corroboranti; quelli poi che non son poveri imbandiscono la loro mensa con inconsuete e laute vivande. Sicché c’è della gente che tutta questa settimana sarà indaffarata per il pranzo di Natale, senza trovare tranquillità e tempo per pensieri diversi da quelli gastronomici. – Vi sono altri ancora che vedono nel Natale una festa sportiva. Alla vigilia o all’antevigilia, con maglioni e calzettoni per difendersi dal rigore invernale, partiranno per la montagna, a sciare. « Ah che religiosità commovente — dicono — contemplare dalle finestre d’un albergo alpino le stelle della notte natalizia scintillanti sugli abeti coperti di neve! Che senso di pace e di purezza volare tutto il giorno come angeli sui campi immacolati! ». E la Messa di Natale? «Probabilmente non mancherà. Forse verrà lassù un prete a celebrare ». Così tutta la santificazione della grande solennità cristiana si esaurisce in una ipotetica Messa. E nessuno, che non sia maligno, sospetti ipotetiche profanazioni. – Altri infine nel Natale non vedono che una festa di poesia domestica. Nessuno manca della famiglia, anche i lontani son ritornati, almeno per un giorno. È gioia del cuore raccogliersi in casa, dove tutto luccica per la recente pulizia, e arde il fuocherello sul camino, e c’è l’albero fosforescente di candeline e di dolciumi, e c’è il presepio, e c’è qualche fanciullo che declama un complimento in rima stringendo nelle mani i doni del Bambino Gesù. – Ma non è Natale veramente e compitamente cristiano se non quello in cui si vede con la fede il Signore. « E vedrà ogni uomo la salvezza di Dio ». Questo è l’insegnamento che S. Giovanni Battista ci dà nel Vangelo odierno.

Infatti, prima che Gesù incominciasse la vita pubblica, egli si mosse a preparargli la strada, e predicando la penitenza, diceva: « Preparate la via al Signore che viene! Ogni valle si colmi; ogni colle si spiani; ogni tortuosità si rettifichi. Così vedrà ogni uomo la salvezza di Dio ». Bisogna dunque prepararci al Santo Natale in modo tale da meritare di vedere spiritualmente il Signore. Ma per meritare tanta grazia occorre prepararci: con la purità dell’anima; con la bontà delle opere.

Quando a Presburgo, in Ungheria, nel 1207, nacque S. Elisabetta, un poverello malato e cieco s’avvicinò alla culla, e toccando quella bambina riebbe improvvisamente la vista. Se la nascita dei Santi è accompagnata spesso da simili prodigi, maggiori meraviglie può operare in noi la nascita di Colui che è la stessa Santità. E se il peccato ci ha resi miseri e ciechi, avviciniamoci con cuore preparato alla culla del Pargolo divino, e otterremo la grazia di vederlo, adesso, con la fede, e, un giorno, senza veli nella gioia del suo regno.

1. PURITÀ’ DELL’ANIMA

È l’anima che vede Dio; ma per vedere ha bisogno di luce e di igiene.

a) Luce dell’anima è la grazia. Cristiani, che il Santo Natale non vi trovi immersi nelle tenebre. Luminosa è la casa tutta ripulita, luminosi i vostri vestiti nuovi, tutto è luminoso al di fuori: e dentro c’è il buio del peccato mortale? Questo sarebbe un’ipocrisia peggiore di quella dei Farisei che pulivano il piatto all’esterno e nell’interno lo lasciavano insudiciato. « Che unione ci può essere tra la luce e le tenebre, tra il giorno e la notte, tra la vita e la morte? » esclamava S. Paolo; e come può illudersi d’avvicinarsi a Gesù, colui che tiene il peccato sulla coscienza? Gesù è la luce, egli è tenebre; Gesù il giorno, egli è notte; Gesù è la vita, egli è morte.

b) Igiene dell’anima è la custodia dei sensi, specialmente della vista. Chi vuole vedere il Signore con l’anima, preservi gli occhi del corpo dalle mondane vanità. Ci sono dei bambini che mettono in bocca tutto. Quello che scovano negli angoli più remoti della dispensa, quello che viene loro donato per strada o in visita presso qualche famiglia, quello che colgono dalle piante del giardino o a passeggio lungo una siepe. Dopo scontano la vorace imprudenza con dolori lancinanti alle viscere. Milioni e miliardi di microbi ingeriscono, e non sospettano mai che forse tra quelli c’è uno che supererà le forze di resistenza dell’organismo, si moltiplicherà, disgregherà il sangue o i tessuti interni, produrrà la morte. – Ci sono dei figliuoli, delle figliuole, dei giovani, degli uomini che sono peggiori dei bambini. Essi guardano tutto: qualsiasi giornale, cartolina, illustrazione, libro che capiti tra mano; qualsiasi figura reclamistica sui muri della via, o sulle stecconate intorno alle case in costruzione, o nelle luminose vetrine dei negozi; entrano in qualsiasi sala da spettacoli, vedono qualsiasi proiezione. Poi son dolori! Sì, perché gli occhi sono la bocca dell’anima, e l’anima ha pure la sua igiene che va rispettata come e meglio dell’altra per lo stomaco. Perché hanno continuamente l’anima ottenebrata da nuvole dense di pensieri e desideri perversi, e non possono più pregare con gusto e fervorosa attenzione, e non possono più credere con la gioia e la spontaneità di quando erano piccoli? Perché i loro occhi non sono stati custoditi. Bisognerebbe cavar fuori tutte le figuracce vedute, le novelle e i romanzi letti, le scene provocanti dei cinema, le cronache nere, gli scherni religiosi raccolti sui giornali. Siate meticolosi nell’igiene dell’anima! Specialmente in questi giorni d’attesa santa, conservate mondi i vostri occhi, quelli dei vostri figli, perché possano vedere il Signore.

2. BONTÀ DELLE OPERE

Perché l’anima veda Iddio, non basta colmare le valli del peccato con una sincera confessione, non basta spianare ogni ostacolo opaco con la custodia dei sensi: occorre che Dio viva nell’anima con le opere buone.

Verso il Natale del 396, l’ultimo che gli restava da vivere in terra, S. Ambrogio si sentiva stanco e alla fine delle sue eroiche fatiche, ma aveva il cuore pieno d’una pace vasta e serena com’è quella del colono quando in certe domeniche d’autunno contempla beato la sua campagna colma di frutti, mentre in lontananza campane suonano a distesa. In quei giorni appunto, a Paolino il suo fedele segretario, dettava queste parole: «Cristo vive in me: cioè, vive quel Pane vivo che discese dal cielo e nacque a Betlemme, vive la sua carità, vive la sua pace, vive la sua giustizia, vive la sua sapienza ». Mirabili espressioni, che ci suggeriscono con quali buone opere Cristo deve nascere in noi nel prossimo Natale. Vive in me quel Pane vivo; La prima opera, la più bella e cara a Lui che sta per venire, è la santa Comunione. I pastori si ritennero fortunatissimi in quella notte in cui lo poterono vedere e forse baciare. I re magi fecero lunghissimo e pericoloso viaggio per poterlo trovare. Il vecchio Simeone per i molti anni di sua vita non desiderò altro, e come lo poté stringere tra le sue braccia tremanti, disse che non gli importava di morire, perché il suo cuore non chiedeva più nulla. La gioia dei pastori, dei magi, di Simeone, ci è vicina: perché non ne approfitteremo? È vero che siamo peccatori e oppressi d’infinite miserie; però se un rincrescimento profondo delle nostre colpe, se un desiderio vivo di farci più puri per più vedere il Signore c’è dentro di noi, quel Dio che venne al mondo in una stalla, non sdegnerà il nostro povero cuore.

Vive in me la sua carità: Non può gustare il Natale cristiano chi si priva della consolazione di fare, in questi giorni un po’ di carità, con le opere di misericordia corporali o spirituali. I poveri pastori e i ricchi magi non si presentarono a mani vuote al Celeste Bambino, ma ciascuno con un dono proporzionato alla propria condizione: agnellini, frutti agresti, formelline di tenero cacio erano i doni dei poveri; oro, incenso, mirra erano i doni dei re. Così tutti noi, poveri e ricchi, dobbiamo avvicinarci alla culla di Gesù col nostro dono proporzionato. È dato al Dio nato poverissimo e inerme tutto quanto è donato senza ostentazione ai poveri e agli infermi.

Vive in me la sua pace: Colui che nasce fu vaticinato come il Principe della pace. Egli stesso ha detto : « Io vi dono la mia pace: ma non ve la dono come fa il mondo » (Giov., XIV, 27). Il mondo, quando vuol sembrare buono, fa la pace con quei che la meritano; i Cristiani, che vogliono essere buoni, fanno pace con tutti, anche con quelli che non la meritano, e da cui sono stati offesi. Perciò nessuna scusa, è valevole, nessuna ragione è plausibile, perché tra noi si conservi anche un solo rancore durante il santo Natale.

Vive in me la sua giustizia: Quand’Egli nacque gli Angeli dissero agli uomini: « Non temete più: vi annunciamo una grande gioia ». Ora che il suo Natale ritorna, c’è forse qualcuno che non può gioire per colpa nostra? Nessuno dei nostri fratelli può accusarci d’ingiustizia nei danari, nella roba, nei commerci, nei contratti, nei debiti e nei crediti. Non abbiamo nulla con noi che invoca il suo legittimo padrone?

Vive in me la sua sapienza: Ascoltiamo e meditiamo volentieri in questi giorni santi la parola di Dio per poter capire qualche cosa almeno dell’infinita sapienza nascosta nel mistero della natività del Salvatore. Se il tempo e l’occasione si trova, leggete nel Vangelo il racconto della nascita di Gesù, così lo potrete raccontare alla sera ai vostri figliuoli, che sono avidissimi d’ascoltarlo dalle vostre labbra.

CONCLUSIONE

Un giorno Napoleone passava in rivista le sue truppe. Un umile soldato anziano attirò il suo sguardo, per alcune cicatrici che gli apparivano sul volto. L’imperatore si fermò davanti a lui, e, con un gesto consueto gli pose una mano sulla spalla; poi, guardandolo negli occhi gli rivolse brevissime domande.

« Tu, a Ulm? ». « C’ero ».

« A Austerlitz? ». « C’ero ».

« A Iena? ». « C’ero ».

_ « A Wagram? ». « C’ero ».

« A Dresda? ». « C’ero ».

« Bene, capitano ! ».

L’altro, ch’era soltanto soldato, voleva correggere il grado, credendo fosse uno sbaglio. Ma l’imperatore, senza correggersi, aggiunse: « Capitano, decreto per voi la grande croce della legione d’onore ». – Quando, preparate le strade secondo il consiglio di Giovanni Battista, il nostro Re divino giungerà nel santo suo Natale e passerà in rivista i suoi fedeli, felice colui che potrà rispondere alle sue domande franco e ardito come quel soldato napoleonico.

« Alla Messa festiva? ». « C’ero ».

« Alla dottrina cristiana? ». « C’ero ».

« Al confessionale? ». « C’ero ».

« Alla balaustra? ». « C’ero ».

« Nella resistenza aspra contro le tentazioni? ». « C’ero ».

« Nella professione coraggiosa della fede in faccia a chiunque? ».

« C’ero ».

« Bene, servo buono e valoroso: perché nel poco sei stato fedele, ti darò autorità su molto: e verrai nella gioia del tuo Re ».

IL PRECURSORE (4)

Il PRECURSORE (4)

TERZA DOMENICA D’AVVENTO

(Giov., I. 19-28).

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I, soc. Ed. Pensiero e Vita, Milano 1939)

4.

LO SCONOSCIUTO

Il mondo era stanco d’attendere. Eran secoli e secoli che i patriarchi e i profeti l’avevano annunciato, ed ogni giorno il popolo scrutava i confini del deserto per vedere se venisse verso Sion il Dominatore della terra (Is., XVI, 1), ed ogni alba alzava le mani verso l’alto e scongiurava che si squarciasse alfine il cielo e il Salvatore discendesse ( Is., LXIV, 1). Ed ecco che fuori dalle lande desolate della Perea esce un uomo, e si ferma sulla riva sinistra del Giordano, presso Betania, a battezzare e a predicare. L’asprezza del suo abito, fatto con peli di cammello e stretto ai fianchi con cinghia di cuoio, l’austerità del suo volto e della sua vita, che sostentava di radiche amare e di miele silvestre, la sua parola minacciosa e sdegnosa fece balenare a molti l’idea ch’egli fosse il Messia atteso. – I Giudei di Gerusalemme lo mandarono ad interrogare per bocca di autorevoli rappresentanti: sacerdoti e leviti. « Sei tu il Cristo? ». Ma il Battezzatore protestò e confessò: « No: io non sono il Cristo ». « Allora sarai Elia ? o almeno un profeta? ».

« Né Elia io sono, né un profeta. Sono l’eco della Sua parola che  s’alza dal deserto; sono l’ombra della Sua figura che s’avanza; sono indegno di essergli schiavo e di curvarmi a sciogliergli i legacciuoli dei calzari ».

Quelli disillusi protestarono: « Allora perché battezzi? ».

« In acqua soltanto io battezzo. Ma in mezzo a voi c’è Uno che voi non conoscete ».

Medius autem vestrum stetit quem vos nescitis.

Ed in mezzo a quella gente, ignoto, c’era il Figliol di Dio, incarnato per la salute del mondo. Portava vesti d’operaio, mangiava carne e beveva vino coi peccatori, lo chiamavano il figlio del fabbro. Sì, figlio del fabbro: ma di quel fabbro che edificò il mondo non col martello, ma con il comando della sua volontà, di quel fabbro che compaginò con ordine gli elementi dell’universo, di quel fabbro che accese il sole e le stelle con fuoco non terreno, di quel fabbro che, all’impeto della sua voce, fece balzare dal nulla ogni cosa.

Medius autem vestrum stetit quem vos nescitis.

Questo rimprovero può essere rivolto anche a un gran numero di Cristiani, ai nostri tempi. Quel Gesù che era presente e sconosciuto in mezzo agli Ebrei ai giorni del Battista, è pure presente e sconosciuto in mezzo a noi.

Il piccolo Catechismo c’insegna che nell’Eucaristia vi è lo stesso Gesù che nacque dalla Vergine Maria; che vi è vivente e immortale come lo è in Paradiso; che vi è certamente perché ce l’assicurò Egli medesimo quando disse: questo è il mio corpo. Da fanciulli imparammo queste verità, le credemmo, e le crediamo ancora; ma in pratica Gesù Eucaristico è uno sconosciuto tra gli uomini. – Perché i Cristiani sentono così poco desiderio della S. Comunione? – Perché a stento e non tutti riescono ad ascoltare una Messa alla settimana? – Perché le chiese sono sempre silenziose e deserte, mentre tutta la vita ferve nei teatri, nelle osterie, nelle piazze? Perché Gesù Eucaristico è in mezzo a noi come uno sconosciuto:

sconosciuto nella S. Comunione

sconosciuto nella S. Messa

sconosciuto nel S. Tabernacolo.

Oggi, davanti a Lui che ci guarda e ci vede fin nel profondo del cuore, esaminiamo in proposito la nostra coscienza.

1. GESÙ È SCONOSCIUTO NELLA S. COMUNIONE

Una tempesta improvvisa colse la nave su cui viaggiava Satiro, fratello di S. Ambrogio quando già all’orizzonte s’intravvedeva il profilo scialbo del porto. – Il vento gonfiava le onde enormemente e le nubi erano discese in giro alla nave come una coltre grigia e densa. Il fragore dell’acque copriva l’ululo delle donne e il pianto dei bambini. Qualche mercante s’era buttato sopra le sue casse, piene di prodotti oltremarini, quasi per strapparle alla furia selvaggia dell’elemento, o per sommergersi con esse in fondo al mare. Satiro, quando vide che la nave, sbattuta contro uno scoglio, faceva acqua da ogni parte e calava a picco, dimenticò la sua roba e i suoi denari, e gridò ad alcuni Cristiani: « Datemi l’Eucaristia ». – Quelli portavano seco il Sacramento come permetteva la liturgia del tempo. Ma Satiro non poteva far la Comunione, che ancora non era battezzato: perciò, posta sul cuore l’Ostia santa, si gettò in mare. Che cosa può fare un uomo contro l’infinita rabbia del mare? Ma quest’uomo portava Gesù, il dominatore del mare, e toccò la sponda della salvezza. Ogni giorno quante persone fan naufragio nella vita! Sono giovani travagliati dalla passione impura, che a loro suscita in mente una fosca nuvolaglia di pensieri, che a loro ridesta in cuore rabbiose ondate di desideri, e deboli e stanchi della dura lotta si abbandonano agli istinti cattivi disperatamente. Sono fanciulle che dopo aver cercato di resistere alle frivolezze della moda, dei divertimenti, delle compagnie, sfiduciate si lasciano trascinare dalla corrente vorticosa del male verso la rovina eterna. Sono uomini che non si sentono capaci di liberarsi dalla bestemmia, dal gioco, dal vino, dal furto, da un affetto proibito e impuro. Sono madri di famiglia che hanno persa la pazienza e la forza di portar la croce: e non sanno più educare i figliuoli, e s’imprecano la morte ogni giorno, e più volte al giorno. – Povera gente! Avete in mezzo a voi Colui che può salvarvi dalla bufera, e voi non lo conoscete, non lo volete conoscere. Perché v’attaccate a mille cose di quaggiù, come quei mercanti che speravano di salvarsi dal naufragio gettandosi sopra le cassi delle loro merci? Imitate piuttosto l’esempio di Satiro; gridate anche voi: « Datemi l’Eucaristia!» Con essa nel cuore non temerete né il demonio, né le passioni; con la forza che in voi metterà Gesù Eucaristico trionferete di ogni vizio, porterete ogni croce e la serenità della vita ritornerà ancora sopra il vostro cielo. – Alcuni credono di aver toccata la perfezione se una volta all’anno, a Pasqua, non tralasciano la Comunione. Oh quanto poco conoscono Gesù! Valeva forse la pena, allora, di rimanere tra noi sotto le specie di pane? « Si panis est — dice S. Ambrogio — quomodo illum post annum sumis? ». Se questo pane celeste avesse virtù di prolungare per molti anni la vita terrena, o soltanto di guarire dalle infermità corporali, in folla il popolo si accosterebbe alla sacra mensa. Ma la vita e la salute dell’anima non è da più di quella del corpo? Ma Gesù Cristo non è il dono che supera ogni dono? Si: ma troppi Cristiani lo ignorano. Medius vestrum stetit quem vos nescitis.

2. GESÙ SCONOSCIUTO NELLA MESSA

Circa l’ora nona d’un Venerdì, lontano ormai dei secoli, moriva in croce il Salvatore del mondo. Era disceso dal cielo in una notte rigida d’inverno, era cresciuto nel lavoro e nell’umiltà, per tre anni aveva camminato senza requie predicando e facendo miracoli, ed infine perseguitato e calunniato e flagellato moriva come un delinquente, lui il Figlio di Dio, per la salvezza degli uomini. E gli uomini non se ne davano pensiero. – A Roma forse in quell’ora tutto il popolo era assembrato nella cavea del circo, urlando di gioia beluina ad ogni gladiatore che gettasse il rantolo dell’agonia. Ad Atene la gente non pensava che a danzare e a mangiare allegramente. Ad Alessandria, ad Antiochia affluivano i mercanti non desiderosi d’altro che di perle e di profumi orientali. A Gerusalemme stessa la maggior parte della popolazione attendeva alle solite faccende d’ogni giorno. E Gesù, intanto, spasimava e agonizzava per tutti costoro. – Sul Calvario c’erano delle persone. Ma i più erano là indifferenti e curiosi: Stabat populus spectans ( Lc., XXIII, 35). E Gesù moriva per loro. I ricchi e i caporioni lo beffavano: « Alios sàlvos jecit, se salvum faciat ». E Gesù moriva per loro. Anche i soldati lo prendevano in giro, e gli umettavano le labbra riarse con l’aceto : « Si tu es rex, salvum te fac ». E Gesù moriva per loro. Perfino il ladro, a sinistra crocifisso, lo scherniva: « Si tu es Christus, salvum fac temetipsum et nos ». E Gesù moriva per lui. Cristiani, questa tragedia che non ha confronti nel mondo, si ripete ancora e spesso tra noi. Che cosa è la S. Messa? è il Sacrificio della croce, — risponde il Catechismo, — che si rinnova sui nostri altari realmente quantunque senza spargimento di sangue. È ancora Gesù che si sacrifica al suo divin Padre per la salute di noi peccatori. « Prendimi, o Dio — sembra che dica ogni volta che il sacerdote leva l’ostia e il calice in alto — prendimi, ma salva gli uomini ». – Fra tutte le azioni più sacre e venerande della fede, non ve n’ha  alcuna che possa paragonarsi al sacrificio della Messa: questa è il compendio di tutta la nostra santissima Religione. Eppure gli uomini, ancora come in quel venerdì ormai lontano nei secoli, se ne danno così poco pensiero! Come gli antichi Romani, come gli Ateniesi, come i commercianti di Alessandria e d’Antiochia gli uomini anche oggi hanno tempo per tutto: per i teatri, per i balli, per le chiacchiere, per gli affari; ma per la Santa Messa, no. Quanti Cristiani hanno il coraggio di non trovare, nemmeno alla festa, il tempo per ascoltare la S. Messa? I selvaggi, convertiti dai missionari, fanno giornate di cammino, attraverso foreste senza sentieri, per udire una S. Messa; e noi non sappiamo balzare dal letto qualche tempo prima, e noi non abbiamo la forza di fare un piccolo sacrificio per ricevere tanto bene.

Medius vestrum stetit quem vos nescitis.

Oh se lo si conoscesse Gesù che s’immola ogni giorno sull’altare, sarebbe ben diverso il nostro contegno durante la S. Messa! Molti vi assistono di malavoglia e con la noia in cuore. Si preferisce stare in fondo alla chiesa, addossati alla porta, e nei giorni d’estate si ama rimanere fin sul sacrato per divagarsi meglio con la gente che passa. Si mormora del prete che nel celebrare non è frettoloso come si desidera. Si girano gli occhi su tutto e su tutti con un’aria curiosa e maliziosa. Si cerca un amico per scambiare qualche chiacchiera o qualche sorriso. Si viene alla chiesa a sfoggiare il lusso delle vesti, l’acconciatura del volto e della persona. Così, così han fatto i Giudei sotto la croce. Intanto sull’altare Gesù muore un’altra volta per noi! … – S. Giovanni Crisostomo, accortosi un giorno che durante il Santo Sacrificio stavano taluni in piedi e cianciavano, in un impeto di zelo così li apostrofò: « Qui stanno tremanti perfino gli Angeli e voi, in piedi, cianciate? Mi meraviglio come non vi colpisca un fulmine, o sacrileghi. Mentre il sangue dell’Agnello leva al Padre per i Cristiani voci di misericordia, contro voi lancia una voce terribile di vendetta e maledizione ». Non così, o Cristiani, rechiamoci ad ascoltare la S. Messa, ma coi sentimenti di Tomaso apostolo quando disse: « Andiamo anche noi e moriamo con lui! » (Giov., XI, 16). Con Cristo che rimuore sull’altare, moriamo al peccato e al mondo.

3. GESÙ SCONOSCIUTO NEL TABERNACOLO

Assalonne, privato da Davide suo padre dell’onore di comparire alla sua presenza, non sa trovar pace. Che gli vale essere sfuggito alla morte, se vivo gli è proibito di vedere il volto di suo padre? Che sollievo potevano dargli, in questo stato, le parole degli amici da cui era corteggiato e l’abbondanza dei beni che possedeva? Cupo di giorno, inquieto di notte, s’aggira come un’ombra singhiozzante intorno alla reggia, penetra furtivamente nelle anticamere, e scongiura qualcuno che gli ottenga il sospirato favore. Un giorno, non potendone più, ferma Gioab e gli dice: « Recati innanzi al re mio padre e digli che da due anni languisco. Che non mi neghi più di vedere la sua faccia ! E se il mio delitto è tale da non lasciarmi sperar perdono, o Gioab, digli allora che mi è più dolce morire che vivere senza vederlo ».  Obsecro ergo ut videam faciem regis; quod si memor est iniquitatis meæ, interficiat me (II Reg., XIV, 32). – Quale stridente confronto, o Cristiani, tra noi e quel figlio sgraziato!

Gesù nel Santo Tabernacolo ove s’è fatto eterno prigioniero d’amore, non ci proibisce d’andare a lui, anzi c’invita: «Voi che faticate, voi che siete angosciati, venite da me che vi ristorerò » (MT., XI, 28). « O assetati, venite all’acqua !» (Is., LV, 1). Eppure le chiese per tutta la giornata sono sempre silenziose e deserte come una tomba. Quante volte si passa davanti alla chiesa e perché non si entra almeno un minuto a salutare Gesù?

— Non si ha tempo — si dice; ma se s’incontra un amico per strada, nonostante tutta la fretta che ci sospinge, ci si indugia per delle mezz’ore. Perché nei lunghi pomeriggi le buone donne di casa non sanno correre da Gesù per una visitina? Perché si va, a poco a poco, dimenticando la bella consuetudine di passare da Gesù, dopo il lavoro della giornata, a prendere la perdonanza?

Medius vestrum stetit quem vos nescitis.

Quando il rimorso dei peccati vi stringe il cuore, voi cercate il rimedio nelle dissipazioni: e in mezzo a voi c’è Uno che vi può guarire, e non lo conoscete. Quando qualche disgrazia, qualche calunnia, qualche discordia vi strazia l’anima, voi cercate conforto tra gli amici, che non vi sanno comprendere, né vi possono aiutare; e in mezzo a voi c’è Uno che vi può consolare, e non lo conoscete.

CONCLUSIONE

Nella notte di Natale, S. Gaetano da Thiene, vegliava in preghiera ardente davanti ai presepio nella basilica di S. Maria Maggiore. Con la sua fede rifaceva la storia di quella notte santa, e gli pareva d’esser lui pure un pastore a cui l’Angelo annunciasse la grande gioia. E gli pareva d’accorrere anche lui giù per le stradette rupestri verso la grotta di Betlemme, ove con un fìl di voce gemeva l’Onnipotente nato bambino. Ed ecco, mentre così meditava, gli apparve davvero la Vergine Maria che portava il Bambino. E venne da lui e reclinò sulle sue braccia aperte e tremanti il piccolo Figlio di Dio. E Gaetano lo guardava, e stringeva al suo cuore di povero uomo quel Cuore di Dio, e gustava il paradiso. (Brev. Ambr.: 9 Agosto).

Cristiani, in questo tempo d’Avvento, ravviviamo il nostro amore e la fede verso il santissimo e divinissimo Sacramento. Che Gesù Eucaristico non sia più per noi lo Sconosciuto! Allora nella Comunione di Natale, che tutti vorremo ricevere, sarà la Madonna che metterà tra le nostre braccia, nel nostro cuore tremante di poveri peccatori il suo piccolo Figlio di Dio. E gusteremo un presagio di paradiso.

5.

PREPARIAMOCI AL S. NATALE CON L’UMILTÀ’

Quando sulle rive del Giordano venne San Giovanni a predicare e a battezzare, le speranze del popolo si rivolsero segretamente a lui come all’atteso da secoli. Ma di questo favore popolare ognora crescente s’insospettì il Sinedrio di Gerusalemme, che gli mandò una delegazione di preti e di leviti.

Gli chiesero : « Tu chi sei: ».

Giovanni più che alla loro domanda espressa, rispose al loro secreto sospetto decisamente. « No: io non sono il Messia ». I delegati, sicuri ormai sul punto capitale proseguirono la loro inchiesta.

« Non sei forse Elia ? ».

« No: io non sono Elia ».

« No: io non sono il Profeta ».

« Non sono che una voce che vien dal deserto a dire: fate la strada al Signore che viene ».

Rimasero delusi. E qualcuno obbiettò: « Se non sei il Messia, non sei Elia, non sei il Profeta, perché battezzi? ». Allora disse chi era: un semplice precursore, e il suo battesimo una cerimonia di preparazione. Ma in mezzo a loro, benché ancora sconosciuto, già stava Uno a cui si sentiva indegno perfino di slegare le stringhe dei calzari. – Davanti alla rude umiltà di san Giovanni Battista viene spontanea questa osservazione. Il primo peccato nell’universo fu di superbia. A redimere il mondo rovinato dalla superbia ci volle l’umiltà di Colui che, essendo Dio per natura, s’abbassò fino alla nostra misera condizione di uomini. Volendo poi mandare avanti chi gli preparasse la strada, era conveniente che scegliesse un uomo come Giovanni, che sapeva stare al proprio posto. Questi infatti non s’arrogò il posto di Dio:

«No, io non sono il Cristo ». Questi infatti non s’arrogò il posto del prossimo:

« No, io non sono Elia; no, io non sono il profeta ».

Umiltà con Dio, umiltà col prossimo prepareranno nel nostro cuore la strada al Signore che viene nel santo Natale.

1 . UMILTÀ CON DIO

Nella Storia sacra si racconta che a Nabucodònosor venne in mente di farsi una statua d’oro e di innalzarla in mezzo a un vasto piano. Nel giorno dell’inaugurazione fece dare questo bando: « Magistrati e popolo, siete avvisati: appena udrete la poderosa orchestra suonare con trombe, flauti, arpe, cetre, zampogne, sull’istante vi butterete per terra adorando la statua del Re. Se qualcuno non lo farà, una fornace di fuoco inestinguibile già arde per lui ».

Evidentemente una folle superbia spingeva Nabucodònosor a credersi Dio, e a scimmiottare il castigo divino dell’inferno. Non passò molto tempo che la vendetta del Signore lo raggiunse. Fu preso da un male strano e bestiale per cui urlava e morsicava come una belva, mangiava fieno come un bue, e gli crescevano sulle dita le unghie come artigli. Chi volle farsi Dio, si trovava ad essere bestia. (DAN.. III, 17; IV, 26-30). L’orgoglio è quella profonda depravazione che induce l’uomo a mettersi al posto di Dio.

a) Sono io il Messia! gridano tante anime, non a parole ma con la pratica della vita: ad esempio, con lo spirito d’indipendenza dalle leggi di Dio. Perché il Signore deve proibirmi questo piacere? Che c’entra lui con l’uso che del matrimonio io credo di fare nel secreto della mia famiglia? Così della propria volontà si fanno una statua d’oro da adorare.

b) Sono io il Messia! gridano tante anime con il loro spirito d’egoismo che le inclina ad operare per sé, come se fossero fine a se stesse.Perché devo perdere un guadagno se mi viene da un lavoro di festa? Che mi viene in tasca a frequentare la Chiesa, le prediche? Così, del proprio interesse si fanno una statua d’oro da adorare.

c) Sono io il Messia! gridano tante anime con il loro spirito di vana compiacenza che si diletta nelle proprie qualità come se Dio non ne fosse l’autore; che si vanta per qualche opera buona come se essa non fosse, prima di tutto e principalmente, il risultato dell’azione divina in loro. Così della propria stima si fanno una statua d’oro da adorare.E in conclusione, tante anime, arrogandosi il posto di Dio, misconoscendo la loro realtà di creature che devono ubbidire, servire, adorare il Signore, sono diventate più felici? più elevate? Né più felici, né più Dio le vede cadute nell’abbiezione di Nabucodònosor. Si sono preclusa la comprensione e la grazia dell’umile nascita di Gesù nella stalla di Betlemme.

1. UMILTÀ COL PROSSIMO

San Giovanni Battista ricusò di innalzarsi nella stima dei suoi contemporanei, proclamandosi Elia o il Profeta. Quanti invece tenendosi per grandi uomini, disprezzano il prossimo col cuore, con la parola, con gli atti.

a) Col cuore perché hanno invidia dei buoni successi altrui; si rattristano come di un torto fatto a loro; e giungono perfino a desiderarne il male. Essi sono il grande Elia, il Profeta atteso, e guai a chi fa ombra su di loro.

b) Con la parola perché vedendo il prossimo sbagliare, lo diffamano ripetendo a tutti con maligna mormorazione quel che hanno veduto o saputo. E non vedono i loro sbagli e i loro peccati; si credono zelanti come Elia, santi come il Profeta.

c) Con gli atti perché non riconoscono nessuna superiorità più in su della loro, e vogliono’ a tutti soprastare. Se si ricordassero che coi loro peccati hanno meritato l’inferno, e dovrebbero stare sotto i piedi del demonio, con quanta più delicata carità tratterebbero il prossimo! Ma essi si credono come Elia destinati al Paradiso prima ancora di morire.

CONCLUSIONE

Il santo Natale s’avvicina. Moviamo incontro a Gesù Bambino col sentimento della nostra nullità e miseria. Egli è Colui che redimendoci dalla maledizione e dalla schiavitù ci ha riaperto le porte del paradiso, di cui avevamo smarrito la chiave.

A S. Gerardo Maiella, quand’era fanciullo, capitò un caso tanto bello che quasi non parrebbe vero: ma è degno di fede perché fu esaminato e riconosciuto dalla Chiesa quando si trattò la causa della sua beatificazione. Gerardo faceva da servitorello al vescovo di Lacedonia. Un giorno fu visto con la faccia pallida e piena di spavento vicino al grande pozzo sulla piazza del mercato. Con negli occhi una muta angoscia guardava in quell’oscura profondità. Neppur lui sapeva dire come fu: ad un certo momento udì un tonfo, ed erano le chiavi di casa sgusciategli dalle dita. E adesso che fare? che cosa gli avrebbe detto il suo padrone, malaticcio e nervoso? Forse l’avrebbe messo alla porta. Dove sarebbe andato, solo senza lavoro, senza tetto? Di colpo gli balenò un’idea. Attraversa correndo la piazza, entra nella cattedrale, e prende dalla cuna in cui giaceva, la statuetta del Bambino Gesù. « Bambino Gesù! — supplica Gerardo quasi stringesse non una figura di gesso, ma proprio Lui di carne, vivo e respirante. — Tu soltanto puoi aiutarmi. Tu e nessun altro: fammi dunque ripescare la chiave! » Poi legò il Bambino Gesù alla corda del pozzo e lo fece calare dolcemente. Come lo sentì nell’acqua gli gridò dentro con tutta la forza della sua speranza: « Bambino Gesù! portami su la chiave ». E cominciò a ritirare la corda. Un grido di gioia: già sull’orlo era apparso il Bambino Gesù e nella manina teneva la chiave. Gerardo la prese da lui, e poi sospinto come da un vento di allegrezza e di riconoscenza corse a riportarlo nella sua cuna. – Cristiani, questo fatto è la conclusione più bella al Vangelo che abbiamo spiegato in questa terza domenica d’Avvento. Gli uomini per la loro superbia avevano persa la chiave della loro casa, cioè del Paradiso. Il demonio con l’astuzia e con la menzogna l’aveva fatta sgusciare dalle loro mani, e con riso beffardo l’aveva gettata in un abisso, donde era impossibile riprenderla. Venne Gesù Bambino, ci ripescò la chiave, e ci riaprì il cielo: non da noi, ma solo da lui venne la nostra salvezza. Umiliamoci! Il triste tempo della chiave perduta è finito: la chiave del Paradiso c’è per tutti che la vogliono. Rallegriamoci con riconoscenza amorosa! E se qualcuno sentisse di non potersi rallegrare perché nel suo cuore s’è spalancato ancora un pozzo di peccati e la chiave di nuovo gli è caduta dentro, con un’umile, sincera confessione faccia calare Gesù Bambino in quel suo pozzo. Riavrà la chiave.

6.

PREPARATE LA STRADA AL SIGNORE

Tutti correvano al Giordano. Fuori dal deserto, a quelle sponde era venuto un uomo austero che insegnava alla gente come dovevano prepararsi alla venuta del Messia. Gli esattori non dovevano esigere più di quanto era stato fissato; i soldati dovevano accontentarsi della loro paga; chi aveva due tuniche doveva darne una a chi n’era senza; lo stesso doveva fare chi avesse cibo e vino in abbondanza. Alcuni andarono da Gerusalemme a chiedergli chi fosse. « Sei tu Elia ».

« No ».

« Sei tu il profeta? ».

« No ».

« Sei tu il Cristo? ».

« No ».

« Chi sei, dunque? ».

« Io son la voce che grida dal deserto: preparate la strada al Signore ».

Anche a noi che ci prepariamo al santo Natale, S. Giovanni grida:

Dirigite viam Domini. Gesù Bambino è per venire e la via per cui verrà è il nostro cuore: bisogna prepararglielo. Per preparare la strada all’ingresso d’un re prima la si eguaglia, poi la si netta da ogni lordura, infine la si adorna. Eguagliar la via del cuore significa, dunque, togliere ogni occasione di caduta in peccato. Nettare il cuore da ogni lordura significa purificarlo da ogni colpa. Infine adornarlo non è altro che abbellirlo d’opere buone. Queste son le tre cose che verrò spiegando un poco, son le tre cose che dobbiamo fare prima che giunga Natale

1. TOGLIERE LE OCCASIONI

Gerolamo il dalmata, un giorno, sparì dalle liete brigate romane: lo si cercò alle terme, al circo, ai divertimenti; invano. Per lunghi anni non si seppe più nulla di lui, così allegro, così intelligente. Ma una volta Vigilanzio lo scovò in una grotta di Palestina presso Bethlem, sfinito dalla penitenza, colla faccia sulla terra, pregante. Lo chiamò:

« Gerolamo! perché ti sei rintanato come un orso in questa spelonca, di che temi? ».

Si rizzò il santo sulle ginocchia e, guardandolo, gli disse: « Vigilanzio; sai di che temo? temo di tanti pericoli tra i quali tu vivi, temo i discorsi oziosi, le liti, l’avarizia sordida, temo gli occhi della donna mondana ».

Poi ritornò a poggiare la testa sul suolo di quella grotta dove quattro secoli prima era nato Gesù, il Salvatore.

« Questo è un fuggir da vigliacco, — insistè Vigilanzio, — e non un vincere da glorioso. Bello è saper resistere al male pur vivendone in mezzo! ».

« Basta, Vigilanzio. Se questa mia è debolezza, confesso d’essere debole. Confiteor imbecillitatem meam. Preferisco fuggire per vincere, che rimanere per perdere ».

L’unico modo, dunque, di toglier le occasioni è quello di fuggirle. Se un santo, già disfatto dalle penitenze, assicura di non saper resistere in mezzo alle occasioni, come pretenderemo noi di non cadere senza lasciar quella compagnia, senza abbandonar quel ritrovo, quella relazione, senza bruciar quel libro? – S. Bernardo dice che la nostra natura è troppo debole, e perciò è più facile risuscitare un morto che vivere nelle occasioni senza peccare. – Via adunque quella lettura, via quella persona, via quel gioco. Il Signore viene, bisogna preparargli la strada.

2. TOGLIERE IL PECCATO

Era un giorno arioso d’aprile quando Gesù uscito dalla casa di Marta prese la via di Gerusalemme. Il mezzogiorno dorato si stendeva sopra la città affollata d’ogni gente accorsa per la celebrazione della Pasqua vicina. La notizia si diffuse rapidamente e la moltitudine cominciò ad affluire. Irrompeva giù dall’Oliveto incontro al Signore, agitando rami di palma, frasche di mortella, ciocche d’ulivi. Alcuni gettavano sotto al suo passo i propri mantelli. – Gesù avanzava: mite e solenne come un trionfatore, cavalcando un asino non mai aggiogato. Tutti che l’accompagnavano si sentivano esaltare in quell’ora di trionfo luminoso.

« Benedetto chi viene in nome di Dio! » gridò qualcuno; tutta la folla rispose con urlo impetuoso: « Osanna, osanna! ».

« Benedetto il re d’Israele che viene! » gridarono altri che sopraggiungevano allora e tutti in un rapimento sovrumano risposero: « Osanna, Osanna!». Non era questo il giorno più bello per Gesù? Eppure, come dall’alto della costa Gesù vide Gerusalemme bianca di marmo e piena di sole, scoppiò in pianto sopra di essa.

Videns civitatem, flevit super illam ( Lc., XIX, 41).

Buon Dio! Ora che la città è tutta in festa dentro le sue mura, ora che tutto il popolo corre ad incontrarlo con fronde e con grida, Gesù piange. Gesù, che non ha pianto quando quelli del suo paese lo buttarono fuori dalla sinagoga; che non ha pianto quando gli gridarono dietro ch’era indemoniato; che non ha pianto quando tolsero su i sassi per lapidarlo, piange ora, nel giorno suo più bello.

Videns civitatem flevit super illam.

Perchè? Egli intravvedeva sotto le frondi di palma e d’ulivo il tradimento; distingueva tra osanna e osanna il terribile crucifìge di pochi giorni dopo; e quei mantelli sotto il suo passo gli erano immagine delle sue vesti di cui l’avrebbero tra poco spogliato. Per questo piangeva. Or ecco, Cristiani, che Gesù sta ancora per venire. Nel santo Natale Gesù entra nel mondo, entra nei nostri cuori. Io so che in tutte le famiglie all’avvicinarsi di questa solennità c’è molta preparazione. Le massaie fan rilucere il rame; il capo di famiglia pensa ai vestiti nuovi per i figliuoli; i figliuoli sognano i regali; ogni soglia s’adorna con vischio, con fronde di alloro, con piccoli abeti. Tutto questo va bene: ma forse son come le palme agitate dagli ebrei, son come gli osanna d’allora. Tutta esteriorità e sotto c’è il peccato. Gesù Bambino venendo nelle nostre case, nei nostri cuori, Egli che vede fino in fondo alla coscienza, forse scoppierà in pianto. Videns… flevit. Vede che abbiamo dimenticato i nostri doveri di famiglia: che abbiamo trascurato l’educazione dei figli; che li abbiamo considerati come un fastidio da evitare. Vede la nostra passione per il gioco, per il vino; vede quell’amicizia indegna, vede i cattivi desideri, i pensieri. Vede che da mesi e mesi non ci confessiamo mentre sulla coscienza pesano certi peccati, certi sacrilegi, certe confessioni mal fatte. – Gesù Bambino vede e piange. – Come fa pena un bimbo che piange! quando di notte, svegliandoci, s’ode il suo vagito passare nel tenebroso silenzio, ci si stringe il cuore, non possiamo riprendere sonno e mormoriamo: « Ma perché lo lasciano piangere?… ». – Allora, perché non ci farà pena il vagito di un Dio Bambino, perché lo lasceremo piangere? Purifichiamoci con una bella confessione! che non li veda più i nostri peccati! sorriderà.

3. ORNIAMO IL CUORE

È  commovente leggere nella Storia sacra, con quale desiderio bruciante i patriarchi invocavano la nascita del Messia. Quando qualche disgrazia li opprimeva, dicevano: « Gocciate o cieli, dall’alto; s’aprano le nubi e discenda il Giusto » (Is., XLV, 8). Quando la tirannia di qualche re li angariava, sognavano il soavissimo regno di Cristo: « Signore, dicevano, manda il tuo Agnello a regnare su Gerusalemme » (Is., XVI, 1). E quando Mose ebbe l’incarico di liberare il popolo dalla schiavitù, e tremava di spavento, gli sgorgò l’invocazione sublime: « Signore, manda colui che devi mandare, che m’aiuti » (Esodo, IV, 13). – In questi giorni che precedono il Santo Natale facciamo nostre queste aspirazioni; ripetiamole mattino e sera, ma soprattutto nei momenti della tentazione. Ripetiamole quando l’adempimento del nostro dovere ci pesa; quando l’osservanza della legge del Signore ci sembra dura e difficile. Solo così, con la preghiera e con le opere buone, si può adornare il nostro cuore. Gesù venendo non troverà in noi lo squallore della stalla di Bethlem, ma un’abitazione calda d’affetto.

CONCLUSIONE

L’anima diletta dei Sacri Cantici, nel cuore della notte, udì strepere vicino alla sua porta. Si sveglia e tende l’orecchio. Sentì una voce che la chiamava: « Aprimi, sorella mia, amica, colomba! ». Ella, sorpresa così tra la veglia e il sonno, pensava: « Devo proprio vestirmi e scendere ad aprire che fa freddo, che è notte, che ho sonno? E si voltò dall’altra parte. Ma poiché la voce insisteva a chiamarla, poiché alla sua porta s’insisteva a bussare, dopo un poco decise di scendere ad aprire. Ma quando fu aperta la porta, non trovò più nessuno. S’accorse, disperata, che di là era passato il suo Signore, che aveva bussato proprio alla sua porta, e ch’ella, per pigrizia, non gli aveva aperto, ed Egli se n’era andato lontano. – Lo chiamò allora, con quanto fiato avesse in gola, perché tornasse, ma la sua voce velata di pianto, tremava nella notte senza stelle, e nessuno le rispondeva:  vocavi et non respondit mihi. Lo cercò allora, correndo come pazza in giro per la città, interrogando le sentinelle, ma non lo trovò: quæsivi eum et non inveni. Il Santo Natale è vicino, e Gesù Cristo già bussa alla porta dell’anima nostra. Ci scuote dal sonno dei peccati e ci dice: « Aprimi! Scaccia fuori il demonio e apri al Signore ». – Temiamo che se ne vada via per sempre da noi. Forse è l’ultima volta che Gesù ci chiama a convertirci poi ci abbandonerà in balia delle nostre passioni. Forse è l’ultimo Natale della nostra vita, poi verrà la morte. – E nel momento della morte saremo noi che busseremo alla casa di Gesù; ma se adesso non gli apriamo, neppure Egli aprirà a noi, allora.

IL PRECURSORE (3)

IL PRECURSORE (3)

TERZA DOMENICA D’AVVENTO

(Giov., I. 19-28).

[G. Colombo: Pensieri sui Vangeli, vol. I, soc. Ed. Pensiero e Vita, Milano 1939)

1.

UMILE CONOSCENZA DI NOI STESSI

Antonio fu un giorno rapito in estasi: quando ritornò in sé, i suoi buoni religiosi gli si fecero intorno per domandargli quello che aveva visto. « Figli miei! — rispose il santo, — io ho visto il mondo tutto avvolto in fili invisibili entro i quali i miseri uomini incespicavano precipitando in abissi spaventosi ». Allora, i religiosi dissero: « Ma se tutto il mondo è fasciato da queste misteriose reti, chi mai ne potrà scampare? ». Rispose il santo: « Coloro che sono umili, e nella luce dell’umiltà hanno conosciuto se stessi ». – Or si capisce come S. Agostino levasse a Dio questa preghiera : « Signore, ch’io conosca me, ch’io conosca te! ». Si capisce anche come S. Bernardo potesse scrivere a papa Eugenio parole come queste: « Non sarai sapiente, se non conoscerai te stesso. Perché tanta curiosità d’indagare il mondo esteriore e tanta trascuratezza di scrutare il nostro mondo interiore? Ritorna in te; considerati qual sei. Non essere come l’occhio che tutto vede e sé non vede. Ti dico che nessuna ignoranza è peggiore di quella d’ignorarsi. Se ignorerai la filosofia, la letteratura, la meccanica, le leggi, la medicina ti potrai ancora salvare: ma se ignori te stesso, non ti salverai ».

Sed si te ignoras, non salvaberis.

Se uno vi fu al mondo che non ha meritato i rimproveri di S. Bernardo, questi è S. Giovanni Battista. Mentre battezzava sulle sponde boscose del Giordano, gli arriva una delegazione di sacerdoti leviti: « Noi veniamo a te da Gerusalemme — dissero — e siamo mandati dai capi della città e del popolo per chiederti se il Messia aspettato sei tu ». L’occasione era grande: bastava che egli accennasse col capo affermativamente, e tutti lo avrebbero proclamato. Ma il Battezzatore non ebbe un attimo d’incertezza: negò replicatamente di essere il Messia.

« No! io non lo sono. No! ». « Almeno sarai Elia, quello che dovrà precederlo ». E Giovanni ancora: « No ». –

« Allora sei un profeta ». E Giovanni sempre: « No ».

« Che risposta dobbiam dare a chi ci ha mandato? ».

« Dite — esclamò Giovanni — che io sono la voce che nel deserto grida: Spianate la via al Signore ». – Poteva essere più umile e più sincero? che cosa è una voce se non un brivido che nassa in un attimo e svanisce nell’aria? e che cosa è l’uomo davanti a Dio se non questo?… Ma quando egli credette d’essersi abbassato sotto il livello d’ogni uomo, Gesù lo esaltò sopra tutto i l mondo: « È più che un profeta! È un angelo! è il più grande dei nati da donna ». Che S. Giovanni ora ci aiuti a conoscere noi stessi, egli che così bene si era conosciuto. Dobbiamo scrutare chi siamo: chi siamo per natura, chi siamo per grazia.

1. CHI SIAMO PER NATURA

Per natura noi siamo un composto di anima e di corpo. Non dunque appena corpo, come molti dicono con la pratica della loro vita. Che cos’è il corpo. Il profeta Isaia udì una voce dirgli: « Grida! ». « Gridar che cosa? » rispose meravigliato. E quella voce insisté: « Grida che ogni corpo è come il fieno, che orai carne è come il fiore. Il fieno secca, il fiore cade, e che rimane? » (Is., XL). – Entriamo, nel cimitero, avviciniamoci ai sepolcri e vedremo che cosa è il nostro corpo. Homo putredo et filius hominis vermis (IOB., XXV). « Questo già lo sapevo » penseranno tra voi moltissimi. Ma se conoscete davvero che cos’è il vostro corpo, perché a lui sacrificate i diritti dell’anima? Perché lo circondate di mollezze e di vanità? Perché lo adornate, lo pitturate, lo vantate? – Che cos’è l’anima. È una creatura nobile ed immortale, sorella degli Angeli, simile a Dio: è un gran tesoro che noi portiamo in vaso fragile. Oh se conoscessimo davvero l’eccellenza della nostra anima, come ce la sapremmo guardare da ogni minima sozzura!… Dice la storia sacra che Nabucodònosor, da gran re che era, si trovò cambiato in bestia schifosa. Scacciato dalla sua reggia, andava carponi a cibarsi di erba come un bue: sul suo capo che aveva portato la corona imperiale i capelli divennero irsuti come penne d’aquila; sulle sue mani che tennero lo scettro, le unghie s’alzarono come gli artigli d’uccello rapace (DAN., IV). Questa pagina paurosa dei libri santi si avvera troppo spesso anche tra noi: molti non comprendono l’onore di un’anima bella e la costringono coi peccati a diventare bestia schifosa. Ci sono di quelli che si sono fatti simili ai cani per la loro incredulità: ad essi Gesù nega le sue cose sante. Nolite dare sanctum canibus (Matth., VII, 6). Ci sono di quelli che si sono fatti simili ai porci per la loro disonestà: ad essi Gesù nega le sue gemme. Neque mittatis margaritas ante porcos. Povera gente, che inconscia della propria dignità, si è abbassata ai giumenti, fino ad assimilarsi a loro!

2. CHI SIAMO PER GRAZIA

a) Per grazia siamo diventati cristiani.

Un giorno intorno a noi fu celebrata una misteriosa e sublime cerimonia. Contavamo pochi giorni di vita e i nostri pii genitori ci fecero portare alla Chiesa. « Rinunci a satana e a tutti i suoi piaceri? — ci domandò il Sacerdote rappresentante di Cristo Redentore. — Non si può servire a Dio e al demonio: scegli ». « Rinuncio al demonio e servirò Dio in tutti i giorni di mia vita » risposero per nostro bene i padrini. E noi l’abbiamo dimenticato e in molti giorni della nostra vita, forse anche oggi, siamo ritornati a servire al demonio o a chiedergli i suoi piaceri. – Ci rivestì anche di veste bianchissima e bella dicendoci: « Prendi questa veste immacolata, ricordati che con questa un giorno dovrai comparire davanti al tribunale di Dio ». E noi l’abbiamo dimenticato. Dov’è ora la nostra innocenza? dov’è quella veste spirituale? oh quanti strappi, quante macchie, quante toppe! Come faremo in simile guisa a ricomparire un giorno davanti al Signore? Infine il Sacerdote offrendoci un lume ardente: « Portalo, — ci disse, — acceso sempre, che ti farà luce nell’ora oscura della morte ». Quel lume era la fede: e noi l’abbiamo lasciato languire leggendo stampe che i Cristiani dovrebbero odiare, accettando discorsi che i Cristiani dovrebbero respingere, esponendoci ai venti delle passioni. Ora il nostro lume fumiga appena, e forse è spento; chi ci illuminerà nell’estrema agonia? – Quando uscimmo dal Battistero, una mirabile trasformazione era avvenuta in noi. Gli Angeli non ci riconoscevano più nel nuovo splendore per quelle miserabili creature di prima. L’ombra del Maligno era sparita dall’anima nostra ove, come in un tabernacolo di luce, era disceso ad abitare lo Spirito Santo. Da poveri figli dell’uomo che eravamo fummo elevati ad essere figli di Dio: Dio guardandoci riconosceva in noi un po’ della sua natura, trovava in noi una meravigliosa somiglianza col suo Unigenito Gesù Cristo. Ci dichiarava allora suoi veri figli, fratelli di Gesù Cristo stesso, col quale ci costituiva eredi de’ suoi possessi eterni.

b) O cristiano riconosci la grandezza di quello che sei!

I ricchi si vantano delle loro terre e dei castelli e delle grosse eredità che aspettano: ed il Cristiano possiede non terra ma cielo, non castelli diroccati ma la città divina costrutta di gemme, non eredità passeggere ma eterne. I sapienti insuperbiscono per la loro intelligenza, eppure non riescono a comprendere che poche cose create: il cristiano ha un lume nel quale un giorno vedrà e comprenderà i misteri di Dio. I nobili decantano l’antichità e il pregio della loro stirpe; il Cristiano è della stirpe di Dio. Genus Dei sumus (Atti, XVII, 29). I principi si gloriano se qualche volta il Re passa la soglia della loro casa; ma lo Spirito Santo abita dentro l’anima del vero Cristiano, in dolcissima e stabile dimora… Dio è in noi! … O Cristiano, conosci te stesso! O Cristiano non degradarti nel fango di quaggiù!… Le antiche cronache francesi narrano che il conte Beranger, che fu pio suocero di S. Luigi IX, s’era impaniato in cattivi affari fino a ridursi nella miseria più nuda. Ed ecco presentarsi a lui un pellegrino ignoto: egli lo riceve in casa ed avendolo conosciuto per un esperto maggiordomo gli affida i suoi affari malandati e la sovraintendenza della sua casa. Sembrerebbe incredibile, eppure quel pellegrino seppe agire con tanta sagacia e avveduta destrezza che, in pochi anni, i debiti furono estinti, le rendite furono triplicate, le casse della contea di Provenza riempite d’oro e d’argento, le quattro figlie del conte sposate degnamente a quattro re. L’invidia allora mosse le male lingue e le calunnie maligne giunsero fino alle orecchie del conte, il quale parve dubitare dell’onestà del suo maggiordomo. Il buon pellegrino, impotente a difendersi dalle accuse, rassegnò il suo ufficio e i conti esatti nelle mani del conte Béranger, e prima che altri lo scacciassero, partì da quella casa che aveva salvato dalla miseria e dal disonore. Non fu una vergogna questa per il conte? Supponete ora che non solo l’abbia lasciato partire, ma che dopo qualche mese, sentendone bisogno, l’abbia richiamato, e che ancora dopo qualche tempo senza motivo l’abbia preso per le spalle e scacciato con queste parole: « Via di qua, ospite inutile e sgradito! », e che così abbia fatto per dieci o venti volte; che pensereste voi? Non direste forse che quel conte, crudele e stupido, meriterebbe una fine vergognosa?… – Ecco quello che abbiamo fatto tante volte, non con un pellegrino ignoto, ma con lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo che è venuto dentro noi per il Battesimo, che ci ha pagato i nostri debiti, che ci ha nobilitati, arricchiti, resi degni delle nozze eterne del Re dei re, e che noi abbiamo scacciato ripetutamente con amare e blasfeme parole: «Via di qua, ospite inutile e sgradito, lascia il tuo posto a satana! ». – Pensate che ingiuria ! Pensate alle terribili conseguenze! O Cristiano, conosci te stesso! O cristiano non degradarti nei fango di quaggiù!

CONCLUSIONE

Agostino (Epist., XXII) dice che, dopo morte, l’anima nostra nuda e tremante batterà alla porta del Paradiso. « Chi sei? » rintronerà dal di dentro la voce di Cristo. « Fui un uomo » risponderà essa. E allora la medesima voce sussurrerà: « Come hai trattato il tuo corpo di fango? come hai trattato la tua anima immortale? ». Che risponderemo?…

« Sono Cristiano » aggiungerà l’anima; e Cristo di rimando:

« Fammi vedere le tue mani se sono piagate come le mie, fammi vedere la tua fronte se è coronata della mia corona. E la veste battesimale dov’è? E il lume acceso di fede dov’è? Mostrami la tua faccia affinché ti possa riconoscere per mio fratello… per figlio di mio Padre… per tempio dello Spirito d’Amore… ».

Che risponderemo allora?

2.

ESAME DI COSCIENZA

Giovanni Battista era un uomo veramente straordinario; correvano di bocca in bocca il suo nome, le sue virtù, le sue gesta. Si parlava di lui come d’un profeta, come del Messia. Ed il Sinedrio decise di inviare a lui un’ambasciata per chiedere spiegazione di quanto succedeva. « T u chi sei, dunque? ». E Giovanni non tacque ma confessò chi era, poiché egli non era un illuso sul proprio conto, o un distratto dalla propria realtà. – Quanto sarebbe opportuno che capitasse di frequente a molti Cristiani, a noi, ingolfati in cento preoccupazioni pur necessarie, ma sempre terrene e devianti, una bella e terribile ambasciata che ci obblighi ad una visione o revisione profonda, reale del nostro « io » e delle nostre partite. Ma se ascoltiamo, è un complesso di voci che davvero premono attorno a noi, suscitate da Dio e nascoste nelle pieghe della nostra coscienza, ovvero nel rude richiamo di certi contrattempi o nelle voci di chi ci critica e ci assale, o nelle circostanze diverse della vita. Una vera ambasciata che interroga spesso, rompendo gl’incantesimi: «Chi sei tu? Perché fai questo? Ne sei degno? Sai quello che compi? ». Se fossimo noi stessi, poi, che ci rivolgiamo tali domande e sapessimo rispondere con sincera franchezza, quale profitto nella nostra vita morale! L’esame di coscienza è argomento tanto utile: vediamone la necessità e le diverse specie.

I. L’ESAME DI COSCIENZA E’ NECESSARIO

a) Per conoscersi.

Colpisce il modo con cui Giovanni risponde ai suoi interlocutori. La sua coscienza è un libro aperto, ordinato, edificante. La sua risposta è sincera, chiara e di inconfondibile umiltà e verità. Non sono il Cristo; gli preparo, tuttavia, la strada. Battezzo, ma in acqua: è il preludio del grande Sacramento. Non sono né Elia, né un profeta, ma una voce soltanto. Vedete, piuttosto, il Messia che è già tra voi e nessuno s’accorge. Esame e risposta pronta. – Un segno, invece, di grossa trascuratezza morale in molti Cristiani è la riottosità e talora l a ripugnanza a mettersi di fronte al proprio « io ». Passare anche un sol minuto a faccia con se stessi par di morire. Ed è vero. Morirebbe quella personalità fittizia, bizzarra, insignificante che ci siam fatto di giorno in giorno dall’uso di ragione in poi. Son proprio gli antichi Pagani che ce ne danno la lezione. Essi ritenevano l’esame ai coscienza un mezzo importantissimo per acquistar la sapienza. Chi non ricorda il loro motto « conosci te stesso »? Lo scolpivano anche sul tempio. Seneca scrive di sé: « Io mi sforzo di ripensare alla mia responsabilità quotidiana, ogni sera quando il lume è spento e i servi dormono. Misuro le mie parole e le mie opere; non mi dissimulo nulla e mi castigo dove ho mancato per non ricadervi ». Sapienza antica, ma vera; e quanto perfezionata dal Cristianesimo! S. Paolo raccomandava ai Galati: « ciascuno esamini le proprie azioni ». S. Agostino, incamminandosi nella vita della luce ritrovata, mormorava in preghiera: « Noverim te Domine, noverim me: » Preghiera che dovremmo ripetere anche noi se aspiriamo ad un po’ di perfezione.

b) Per correggersi.

Non abbiam mai visto certe carte geografiche antiche, in certi punti segnate così : « Terra sconosciuta » « Zona ignorata »? Quanti di noi potrebbero dire così della loro coscienza! Quante pieghe del nostro cuore ancora inesplorate! Si arrischia davvero di morire senza esserci conosciuti almeno a sufficienza. Non sono pochi gli illusi che credono di essere galantuomini mentre hanno la coscienza letteralmente coperta di idee false e di pregiudizi sulla Religione, sul proprio carattere, sui doveri dello stato, della necessità delle opere buone, sull’obbligo dell’istruzione religiosa. E quando non si conosce una zona, come si può valorizzarla, bonificarla? Come ottenere rendimento? Se il medico non esamina bene l’ammalato, non gli sarà facile curarlo. È pretesa stolta di correggersi, di profittare nella virtù, se non ci si esamina. L’ottavo Sacramento (l’ignoranza) che spesso, si dice, salva molti Cristiani, è da vedere « se » e « quando » vale nel caso individuo, dopo tutti i richiami del Signore, che sono una vera ambasciata che ci assedia. – S. Ignazio di Lojola dice che la malattia, la quale ci dispensa dalla preghiera ordinaria, non ci esonera dall’esame di coscienza. S. Giovanni d’Avila, vero maestro di spirito dichiarò apertamente: « se voi fate con costanza l’esame di coscienza, i vostri difetti non possono durare a lungo ». Sicché potremmo affermare che più siamo consapevoli delle nostre condizioni di coscienza e più sarà elevata la nostra perfezione.

II. DIVERSI ESAMI DI COSCIENZA

Solitamente se ne distinguono tre sorta: l’esame per la Confessione, l’esame quotidiano e quello particolare.

a) Non si pretenderà sempre dalla comune dei fedeli l’esame particolare. Ma non si dica che sia una piccineria da convento. È un breve piccolo esame che si compie ogni tanto nella giornata su un fatto o su una virtù. Ad es. al mattino appena levato e fatto il segno di croce: mezzogiorno, cambiando gli abiti dopo il lavoro: « quante volte ho scivolato nella critica? Mi guarderò meglio, riprendendo il lavoro ». Piccole cose; ma non è di piccoli punti il prezioso ricamo? Non è a piccoli moti d’ala che l’uccello si eleva verso il cielo? Non è a piccole esplosioni che la motocicletta divora la via?

b) Se durante il giorno il lavoro ci assorbe, è pur bello e doveroso per un Cristiano piegar il ginocchio, a sera, e prender in mano come un libro la propria coscienza e rileggere sia pure a volo d’uccello quanto si è compiuto. Fissati i punti neri, sulle prime si constata che le colpe difficilmente diminuiscono; ma a poco, a poco la volontà reagirà con frutto. Bisogna rintracciare anche i punti d’oro (non solo evitare il male, ma è necessario far il bene) e chiedersi se non si è sciupato tempo prezioso. Meglio accorciare le preghiere se si è stanchi, ma non tralasciare l’esame di coscienza! Il vantaggio dell’esame quotidiano a sera, renderà molto facile l’esame di confessione.

c) Almeno qui, fossimo premurosi e seri! Proprio quelli che non si esaminano mai, non riescono a trovar mai nulla di grave. I santi invece, abituati a gettar fasci di luce nella loro coscienza scoprivano sempre difetti e rendevano di conseguenza sempre più rifulgente il loro spirito. Ecco perché S. Carlo conduceva persino in Visita pastorale il suo direttore spirituale: per non lasciarsi sfuggire nulla e risplendere sempre agli occhi del suo Dio.

CONCLUSIONE

La sincerità ci deve sempre guidare. Con Dio e con noi stessi. Non c’è che tender l’orecchio per sentirci richiamati dalla legge di Dio, dai nostri doveri, dai giudizi dei nostri amici e familiari. Quanto è utile, sì, far tesoro anche di questi. Tu quis es? Come ci sentiremo impacciati a rispondere anche a loro. Ci parrà di rimpiccolire. Anche di fronte a una nostra virtù essi possono sempre aggiungere un « però » un « ma » che ci confonde. Dunque la scena dell’ambasciata a S. Giovanni ci ricordi l’importante dovere dell’esame di coscienza.

3.

LA FERMEZZA CRISTIANA

Tutta l’antichità ha levato alle stelle Ercole, l’eroe che uccideva i leoni, che strozzava i giganti, che tagliava d’un colpo sette teste all’idra favolosa: eppure questo mitologico tipo della forza pagana era un debole perché non ha saputo vincere le proprie passioni della sensualità, dell’orgoglio, dell’ira. Più valente è colui che vince se stesso che non il capitano che vince alla guerra. Ora ecco un uomo che non solo ha saputo resistere ad ogni difficoltà esteriore, ma ha soffocato anche ogni passione nella sua anima: Giovanni Battista, il simbolo della fortezza cristiana. Per ciò di lui il Signore ha potuto dire: « Tra tutti gli uomini nessuno è grande come Giovanni Battista ». Non era egli una canna pieghevole al soffiare d’ogni venticello, ma tra il Giordano e il deserto appariva simile a un leone. Iustus quasi leo confidens absque terrore (Prov., XXVIII, 1). E dei leone aveva simile il vestito e la voce. A lui che battezzava nei dintorni di Betania di là del fiume, giunse una maligna ambasceria da parte dei Giudei di Gerusalemme. « Chi sei? » gli domandarono. Il Battezzatore comprese che quella gente sospettava ch’egli fosse il Messia. Che bella occasione per farsi proclamare Re, e gustar la gioia d’un immenso trionfo, fosse pure per breve tempo! Ma il precursore che aveva domata ogni sensualità vivendo per lunghi anni nel deserto e cibandosi di frutta e di miele selvatico, aveva soffocato anche ogni ribellione della superbia. Udite con che forza risponde:

« No: io non sono il Cristo che attendete ».

« Allora, sei forse Elia disceso dal carro di fuoco? ».

« No ».

« Sei almeno uno dei profeti ? ».

« No ».

« Chi sei allora? ».

« Sono soltanto un grido che s’alza nel deserto e dice: preparatevi che il Signore è alle porte ».

« Ma se tu sei niente, perché battezzi? ».

« I o sono niente e perciò battezzo in acqua. Ma Colui che è tutto, verrà dietro a me e battezzerà in fuoco e in Spirito Santo. Credetemi, non sono degno nemmeno di cavargli i sandali ».

Un uomo che parla e opera così, io non mi meraviglio più se avrà il coraggio di affrontare i più ricchi e i più influenti cittadini con rimproveri asprissimi: « Razza di vipere! Sepolcri imbiancati! Fate penitenza che la falce della morte vi è già alle gambe ». Non mi meraviglio, se avrà il coraggio di varcare la soglia della reggia e dire in faccia al re adultero: « Non si può ». Non mi meraviglio, se indomito piegherà la testa a lasciarsela stroncare sul piatto che sarà dato in premio a una ballerina. – Il Cristianesimo non si può vivere senza la forza; veri Cristiani non si può essere senza la forza. Non la forza del corpo che il mondo rimpaganito tanto apprezza negli sports e sulle gazzette, ma quella dell’anima che il mondo rimpaganito non capisce più. Oh quanti salutari insegnamenti giungono anche a noi dalla rude e violenta figura del Battezzatore! noi che siamo incostanti nella via del bene e tremiamo e cediamo a tutte le difficoltà; noi che un giorno siamo col Signore e con mille propositi di santificazione, e un giorno andiamo col demonio e con mille desideri di godimento peccaminoso. Ci vuol fortezza: nelle parole e nelle opere.

1. NELLE PAROLE

L’imperatore Valente, postosi a servizio degli Ariani, cercava tutte le maniere per distruggere la Chiesa Cattolica. Ma a Cesarea, impavido come una rupe sotto l’uragano, stava il vescovo Basilio. Contro di lui l’imperatore mandò il capitano della sua guardia armata, Domizio Modesto, uomo prepotente e sanguinario che già aveva ucciso ottanta ecclesiastici.

« Ma dunque che cosa vale per te l’imperatore? » gli diceva con tono minaccioso perché il Vescovo non si voleva arrendere.

« Quando dà simili comandi vale niente; niente di più di un uomo qualunque ».

Modesto rimane sconcertato di fronte a questa franchezza.

« E non temi i castighi che il mio comando ti può infliggere? ».

« E che castighi? » domandò calmo Basilio con un punta d’ironia.

« Confisca di beni, prigionia, morte! ».

« Se non hai niente di peggio, sappi che queste minacce non mi sfiorano neppure. Vuoi i miei beni? prenditi quest’abito logoro e i miei libri. Vuoi mandarmi in esilio? da per tutto troverò la mia patria e il mio Dio. La morte e la tortura? questi sono benefici che mi fanno giungere più presto a Dio, per il quale io vivo, al quale servo, a cui sospiro. – Modesto comprese che la partita era perduta e concedendogli un giorno di tempo, lo pregò che avesse a ponderare bene ogni cosa e a risolversi in meglio.

« È inutile, — rispose l’Arcivescovo, — domani sarò quello di oggi » .

Modesto era sbalordito.

« Nessuno mi ha mai parlato così » disse con voce fioca. E Basilio di rincalzo:

« Gli è perché non ti sei mai imbattuto in un vero Cattolico ».

Dunque se le vostre parole non sono così franche e schiette, è segno che non siete dei veri Cattolici. Queste sono le risposte che la fortezza cristiana deve dare a tutte le cattive domande. – Un valente intagliatore, padre di numerosa famiglia, nonostante l’abilità sua e il suo mestiere, pativa la miseria per la scarsità di lavoro. Ed ecco capitargli una lucrosa commissione, ma svolgendo i disegni s’accorse che la virtù della modestia era oltraggiata. « Signore! — disse respingendo la commissione — queste figure io non le so intagliare ». L’altro, che dagli occhi e dal volto aveva tutto compreso, gli rispose ridendo: «Via questi scrupoli! sarete ben retribuito. E poi l’arte è arte… ».

« Se l’arte è arte, anche la legge di Dio è legge, e bisogna osservarla ». E preferì patire la miseria ancora, ma non eseguire quel lavoro non bello.

Esaminiamo la coscienza: è così che noi rispondiamo ad ogni proposta d’ingiusto o d’illecito commercio? O l’amor del guadagno ci fa tremare e cadere come piante senza radici? Un «no » risoluto e detto a tempo è un bell’atto di fortezza. Quando taluno vi offre da leggere un giornale, un libro pericoloso: «No, — rispondetegli — questa roba non è fatta per i miei occhi, che un giorno vedranno Dio ».

Quando vi si invita a certi spettacoli, a certi balli, in certi ritrovi:

« No, — rispondete — questi divertimenti non rallegrano il mio cuore consacrato a Dio ».

Quando vi rivolgono qualche parola che suona offesa alla fede, alla Religione, ai ministri del Signore:

« No, — rispondete, — queste parole non le posso ascoltare, perché le mie orecchie vogliono un giorno deliziarsi alle armonie degli Angeli ». – Ma soprattutto ci vuol fortezza a rispondere in materia di onestà. Quando qualche cattivo ha il coraggio di indirizzarvi certi motti allusivi, maliziosi, equivoci, che il vostro occhio non resti brillante, né la vostra bocca atteggiata a sorriso! Tutto in voi deve dir di no: e gli occhi e la lingua e il volto corrucciato e i piedi incamminati altrove. Ricordatevi di S. Bernardino da Siena, che, giovanetto amabile, da una persona udì un cattivo invito: subito arrossendo, non si poté frenare e lanciò uno schiaffo dicendo:

« A un tal parlare conviene questo gestire ».

.2 CON LE OPERE

I santi ci hanno insegnato la sublime fortezza che talvolta giunge fino alla morte. Il bene costa, e senza fatica è difficile compiere opere buone. Costa fatica udire frequentemente la Messa, non perdere mai la spiegazione domenicale della dottrina, eppure senza la preghiera e senza l’istruzione cristiana non si può vivere bene. Costa fatica, e che fatica, perdonare le ingiurie, fare del bene a quelli che ci vollero male, mortificare la lingua che vorrebbe diffondere i difetti e i torti altrui: eppure senza l’amore del prossimo non si può ottenere l’amore di Dio. Costa fatica mantenersi casti secondo il proprio stato: tutto il giorno è una trafittura di tentazioni che ci assillano; in ogni parte si ascoltano parole impure, si vedono figure e persone immodeste. Eppure niente di contaminato entrerà nei cieli. – S. Ignazio per ciò esclamava: « Vengano pure contro di me e il fuoco e la croce e le belve; siano rotte le mie ossa, dilaniate le mie carni, tormentata la mia anima: tutto sopporterò purché un giorno possa godere Cristo ». – E S. Vincenzo martire, morendo, ci ha lasciato un sublime esempio di fortezza: spogliato fu disteso sull’eculeo e stirato così che ogni giuntura si slogò. Fu poi battuto con nervi con catenelle con graffi di acciaio; i carnefici stessi erano stanchi di tormentare, ma non lui di patire. Il prefetto Daciano impose allora di collocarlo sopra una graticola irta di punte sotto la quale ardevano i carboni: e Vincenzo da quel letto di strazio sovrumano parlava dell’amore di Dio con dolcezza che sembrava fosse disteso in un letto di morbidissime piume. Davanti a questi esempi, davanti all’esempio di Giovanni Battista, davanti all’esempio del Salvatore nostro crocifisso, ci sembrerà troppo greve sopportare le croci che ci sono nella nostra famiglia, senza lamentarci? – Ci sembrerà troppo duro superare le cattive abitudini già contratte o della bestemmia o del vino o dell’ira? Ci sembrerà ancora impossibile educare cristianamente tutti i figli che Iddio vorrà largirci, dar loro buon esempio, correggerli con severità e dolcezza? Se non abbiamo la forza di far questo, che Cristiani siamo? Il regno dei cieli patisce violenza e solo i forti lo raggiungono.

CONCLUSIONE

Una sera d’inverno che fioccava e tirava vento gelidissimo, S. Valerico giunse, dopo parecchi giorni di cammino, ad Amiens. Era tutto bagnato, era stanco, aveva freddo e fame. Per fortuna trovò aperta una locanda e vi chiese ospitalità per quella notte. Ma come si pose vicino al fuoco per rasciugarsi e rifocillarsi, s’accorse che le persone che là si trovavano, tenevano discorsi osceni.

« Se Dio domanderà conto anche di una sola parola inutile, che cosa farà per queste che voi dite? ».

Ma quelli non cedettero, anzi diabolicamente raddoppiarono le oscenità e cominciarono a maltrattare il santo. Questi, quando li vide irriducibili, disse: « Meglio il freddo che la puzza delle vostre parole ». E uscì. – Era notte oscura e nevicava: ogni casa era chiusa, non un lume traluceva più dalle finestre. Ed il santo si trovò sulla strada; bagnato e affamato, sotto la sferza di un ventaccio gelido, con tanto cammino da fare. Avanti, avanti, S. Valerico! Gli Angeli invisibili ti sono daccanto e camminano al passo con te. – Avanti, avanti, coraggiosi Cristiani che con sublime fortezza patite per la giustizia e siete perseguitati per la sincerità della fede e per il coraggio delle convinzioni! Forza e avanti: il mondo ignora il vostro eroismo, e non scrive il vostro nome sulle gazzette e sui manifesti; lo scrivono però gli Angeli di Dio sul libro del cielo.

Gaudete quia nomina vestra scripta sunt in cœlo.