IDEALE CATTOLICO DEL MATRIMONIO

Matrimonio e genitorialità, l’ideale cattolico

Le nozze di Cana”, c. 1500 d.C., di Gerard David, Musée du Louvre, Parigi

Estratto da: “Matrimonio e genitorialità, l’idea cattolica”

Dal Rev. P. Thomas J. Gerrard, 1911 DC, Imprimatur

“Lo stato del matrimonio, quindi, come riflesso nei misteri dell’Incarnazione e della Chiesa, viene visto avere l’alta funzione non solo di procreare gli esseri umani per ricostituire la terra, ma anche di addestrarli nella vita superiore della grazia e quindi prepararli per la vita ancora più alta della gloria ….

“La ragione principale dell’istituzione del matrimonio è stata il benessere della prole, non solo l’esistenza della prole, bensì la sua crescita e sviluppo, nonché la promozione di tutti i suoi interessi. Perciò Dio ha fatto sì che l’uomo e la donna si amassero l’un l’altro, che dovessero coltivare quell’amore, concentrarsi l’uno sull’altro escludendo ogni altro amore dello stesso tipo, e renderlo così forte e duraturo che solo la morte avrebbe potuto essere in grado di provocare una violazione dell’unione. – Tutto ciò indica che il legame matrimoniale è una legge di natura: è un mutuo accordo attraverso il quale un uomo e una donna si donano l’un l’altro fino alla morte, e questo principalmente per il supremo interesse dei figli che devono nascere …. – La Chiesa quindi … mette da parte ogni falsa modestia e dice loro in linguaggio grave e chiaro quali siano i loro doveri. Il primo dovere è quello di “portare” i bambini nel mondo ed educarli poi al servizio di Dio; il secondo dovere è l’amore ed il servizio reciproco nella intimità della vita domestica ….

Pure importante, tuttavia, è la situazione in cui il giovane trova nella vita singola una costante tentazione all’impurità. Quindi egli deve rivolgere seriamente la sua attenzione al matrimonio per la sua salvezza. “È meglio sposarsi che bruciare”. Ed è meglio sposarsi presto, prima che si formino cattive abitudini. Il numero di case infelici, causato dalla “curiosità” giovanile prima del matrimonio, è spaventoso. Sarebbe stato quindi meglio sposarsi, anche con la prospettiva di una povertà materiale, piuttosto che condurre da solo una vita continuamente tentata e forse in continua caduta …

Ci sono tre fini per i quali è stato istituito il matrimonio e, di conseguenza, tre motivi che rendono il matrimonio atto lecito e santo. .1.- Il primo e il principale è: la generazione di figli. 2.- Il secondo è calmare la concupiscenza ed evitare di conseguenza l’incontinenza. 3.- Il terzo è la promozione dell’amore e dell’affetto coniugale …. “

SCUDO DELLA FEDE -III- : LA DIVINA RIVELAZIONE

III.

LA DIVINA RIVELAZIONE.

[Da: A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede” S.E.I. Ed. Torino, 1927 -impr.]

La divina rivelazione è possibile. — Fu per noi necessaria. — Esiste.

— È possibile che Iddio abbia parlato agli uomini per rivelar loro delle verità da credere?

Non solo è possibile, ma indubitato. Forse che tu non possa, ogni qual volta lo voglia, parlare con gli altri uomini per rivelar loro i pensieri della tua mente? E se ciò puoi farlo tu, perché non avrà potuto farlo Iddio, che è onnipotente?

— Ma Iddio nel parlare agli uomini non si sarebbe abbassato, avvilito?

Si sarebbe abbassato, avvilito, se avesse fatto cosa indegna di Lui. Ma si può dire forse che il parlar, che egli fece agli uomini, sia stato indegno della sua divina bontà? Tutt’altro. Se fosse così si dovrebbe dire che si è pure abbassato nel creare gli uomini e che continuamente si abbassa nel conservarli. No, la divina rivelazione non è un avvilimento della divina maestà: essa anzi è la cosa più conforme alla stessa, la cosa più degna e conveniente. E non ti pare che se Iddio, dopo aver creati gli uomini, non si fosse loro rivelato, fatto conoscere, la sua Provvidenza verso di noi apparirebbe monca ed imperfetta? Non dovremmo dire che Egli si è curato poco di noi, che poco gli preme il nostro culto e la nostra felicità.

— Ciò è verissimo. Ma gli uomini avranno potuto intendere Iddio a parlare?

Perché no? Se Iddio si è espresso in modo da farsi intendere (e dal momento che

egli voleva rivelare agli uomini delle verità da credere, non poteva far diversamente), era più che naturale che gli uomini, benché con una intelligenza finita, lo abbiamo potuto intendere.

— Ma non capisco, perché Iddio avendoci data la intelligenza, con la quale possiamo noi conoscere le cose, abbia poi ancora voluto Egli parlare agli uomini per apprendere loro le verità da credere.

Caro mio, non bisogna dimenticare che vi sono due sorta di verità: di quelle che con la nostra intelligenza possiamo comprendere e di quelle alla nostra intelligenza affatto incomprensibili, ossia misteri. Ora poiché Iddio volle che noi, ad essere salvi, credessimo non solo alle prime verità, ma eziandio alle seconde, non era assolutamente necessario, che ce le manifestasse? Anzi era pur necessario, non assolutamente, ma moralmente, la manifestazione o rivelazione di quelle stesse verità che con la nostra intelligenza possiamo comprendere. Dimmi, se tu vuoi imparar bene una scienza od arte, hai bisogno, sì o no del maestro?

— Senza dubbio, perché capisco bene che assolutamente parlando potrei imparare una scienza od un’arte anche da me, come han fatto taluni, ma ordinariamente no, perché allora mi ci vorrebbe chi sa quanto tempo.

Benissimo. Così le verità, che la nostra stessa intelligenza può comprendere, assolutamente parlando, dagli uomini si potevano venir a conoscere, come ad esempio che Dio esiste, che Egli è giusto, che l’anima è spirituale ed immortale, che vi ha. una vita futura, che i buoni han da essere premiati e i cattivi castigati: che perciò bisogna onorare quel Dio che esiste, fare il bene, evitare il male, combattere le nostre cattive inclinazioni, amare il nostro prossimo, essere giusti con tutti, fedeli ai propri doveri, prudenti nelle difficoltà, forti in mezzo ai pericoli, e simili. Ma a questa cognizione potevano pervenire tosto, di per sé, con sicurezza e in modo chiaro tutti quanti gli uomini?

— Eh! si sa, gli uomini dotati di bell’ingegno e di facile intendimento sono pochi.

Aggiungi che tra gli stessi uomini di grandi forze intellettuali ve ne sono moltissimi che per la loro bassa condizione, per il lavoro manuale, cui devono continuamente attendere affine di guadagnarsi il pane, non avrebbero potuto applicarsi a tale studio. E posto pure che un gran numero di uomini avessero avuto tale agiatezza da potervisi applicare, l’esperienza non dimostra forse che costoro, in parte abbastanza grande, avrebbero avuto ben poca voglia di farlo? Epperò che cosa sarebbe stato dei più?

— Non avrebbero neppure conosciute quelle verità, che pure, assolutamente parlando, sono all’umana intelligenza accessibili.

Certamente. E così solamente alcuni filosofi privilegiati sarebbero pervenuti al conoscimento di dette verità, e ben s’intende dopo un lungo e non facile studio.

— Ebbene, non avrebbero poi potuto questi filosofi insegnare essi tali verità agli uomini?

L’esperienza dimostra chiaramente che no. Siccome anche, i grandi sapienti hanno le loro passioni, e se ne lasciano pur troppo dominare, perciò o dalla loro superbia, o dalla loro invidia, o dall’amore ai malvagi piaceri, o da altra simile causa si lasciano traviare assai facilmente, sia nella ricerca delle verità, sia nel dedurne delle applicazioni pratiche. Difatti se tu getti lo sguardo sugli stessi più celebri filosofi antichi, ne troverai forse uno solo che non sia caduto in vari e gravissimi errori? – Per citarti qualche esempio, il famoso Socrate, benché ammettesse un Dio supremo, non negava la pluralità degli dei, e in quanto all’immortalità dell’anima la riteneva solo probabile. Il celebre Platone, che per la sua scienza fu chiamato addirittura divino, non ostante l’altezza dei suoi concetti, e il soffio poetico, e la dolce eloquenza, con cui li esprime, ribocca ancor esso di errori. Egli insegna fra le altre cose, che Dio e la materia hanno un’esistenza esattamente parallela ed infinita, e che quello si è giovato di questa per formare il mondo; che l’uomo ha tre anime diverse, una ragionevole, che è esistita prima di lui, un’altra virile, che è il principio del volere, dell’avere coraggio e forza, l’altra femminile, che è la fonte delle passioni sensuali; che il matrimonio deve essere abolito come istituzione costante; che gli schiavi non sono uomini ma cosa. – Così pure errò gravissimamente Aristotile, che arrivò al punto da negare la Provvidenza e da asserire che solamente gli uomini liberi hanno diritti, mentre gli schiavi sono naturalmente animali bipedi destinati a servire gli altri. Or ti pare che questi filosofi sarebbero stati buoni maestri degli altri uomini?

— No certamente. Ma i filosofi moderni però …

I filosofi moderni, che non han voluto prestar fede alla rivelazione, sono caduti in errori anche più grossolani. Figurati che hanno rigettata la creazione e l’esistenza di Dio, che hanno detto, che la virtù e il vizio sono nomi inventati dagli uomini, ma che in realtà non v’è distinzione di sorta tra il bene e il male. Ora ti sembra che i filosofi moderni potrebbero essere per l’umanità maestri migliori dei filosofi antichi? E poi, dimmi, la verità è, sì o no, una sola?

— Non vi può essere alcun dubbio.

E dunque da quale di questi maestri, vuoi antichi, vuoi moderni, gli uomini avrebbero appresa la verità, se quasi nessuno fra di loro è andato d’accordo con un altro nelle sue dottrine? Se anzi, come ha detto lo stesso Giangiacomo Rousseau, tutti per ragione del loro egoismo hanno messo il massimo studio per pensare diversamente dagli altri, preferendo ognuno la menzogna trovata da lui alla verità scoperta per altri?

— Capisco; questi maestri per difetto di unità dottrinale non avrebbero autorità di sorta.

E supponiamo pure per un momento che l’avessero, forse che la più parte degli uomini avrebbe la comodità e la voglia di andarli a sentire? Ti pare, a te, che i poveri, gli operai i contadini, le donne i fanciulli andrebbero alla loro scuola? Eh! caro mio, questa gente ha ben altro a fare per guadagnarsi il necessario sostentamento. Vedi adunque come la ragione stessa dimostra, che anche per la conoscenza sicura, pronta ed universale delle verità di ordine naturale era necessaria la rivelazione divina, che cioè Dio manifestasse Egli agli uomini tali verità. E questa necessità fu riconosciuta dagli stessi filosofi antichi e moderni, ancorché miscredenti.

— Dunque in realtà gli uomini tutti senza la rivelazione divina non possono conoscere nessuna verità, neppure d’ordine naturale.

Adagio a dir ciò. Questo pure è un errore, e grave; errore nel quale sono caduti ultimamente certi filosofi, che si chiamano tradizionalisti, i quali asserirono che senza la rivelazione, senza la tradizione primitiva, che ci viene con la parola, noi non possiamo conoscere nulla; il che come potrai riconoscere da quanto fu detto di sopra, è falso perché distrugge le forze della ragione e sconvolge ogni ordine

— In conclusione adunque la rivelazione divina è possibile ed è necessaria.

Sì nel senso che ti ho spiegato.

— Ora sarei curioso di sapere quando, dove e a chi Iddio ha fatto tale rivelazione.

Ottima curiosità, che subito ti soddisfo. Iddio ha cominciato la divina rivelazione delle verità, che si hanno a credere per essere salvi, al principio del mondo al nostro primo padre Adamo nel paradiso terrestre; in seguito continuò a far tale rivelazione ai patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe nelle pianure della Caldea; di poi al grande legislatore ebraico, Mosè, sulla vetta del Sinai, al re Davide, a Salomone, ai profeti, e per essi a tutto il popolo ebreo sia nella sua patria come nelle terre di esilio e di schiavitù. E da ultimo Egli la compì per mezzo del suo Divin Figlio, che mandò sulla terra nella Palestina, e che ammaestrò dodici uomini, che si chiamano Apostoli, ossia ambasciatori suoi all’umanità, e per essi la sua Chiesa, ora e sempre suo gran testimonio ed organo infallibile.

— Ma tutti costoro, come Adamo, Abramo Mosè, Davide, eccetera, i quali asserirono di aver inteso Iddio a parlare e manifestare loro delle verità da credersi da tutti, non potrebb’essere che siano stati furbi impostori, che abbiano detto ciò per ingannare gli uomini a seconda di qualche loro interesse, oppure poveri imbecilli, che si siano creduto nelle loro allucinazioni e nei loro sogni da matto, che Dio abbia loro parlato, mentre non era vero?

Questa obbiezione è giustissima. Ma io ti rispondo subito, che la nostra ragione nel

ricercare il fatto della divina rivelazione non solo trova per mezzo della storia i luoghi, i tempi e le persone, cui la divina rivelazione fu fatta, ma trova pure della medesima prove evidentissime e di tale forza, per cui, a meno di voler essere irragionevoli, bisogna ammettere assolutamente la verità di essa, e cioè la verità della fede cristiana, ossia di quel complesso di verità, che la Chiesa Cattolica insegna e che noi dobbiamo credere.

— E quali sono queste prove?

Sono due principali: le profezie e i miracoli. Ed una volta che tu abbia riconosciuto,

come realmente Iddio si sia servito di questi due mezzi per rendere certa presso di noi la fede che ci ha rivelato, avrai riconosciuto altresì, che per credere vi sono dei motivi, e motivi assoluti.

To be a soldier of Christ by means of the “Sword of the Spirit” – Essere soldato di Cristo ma con la “Spada dello Spirito”.

To be a soldier of Christ by means of the “Sword of the Spirit”

Some people hold the idea of the restoration of the “military orders” of the Middle Age type, for the purpose of defending the Catholic Faith and the Church from her enemies, by the means of using deadly weapons.

Of course, it is commonly known, that military orders in the Middle Ages played their important role when the Catholic Church had millions of faithful, and the Monarchs who supported them were Catholics too. Military orders were supported by wealthy people, who offered their properties, goods and became knights. Civil authorities also helped to maintain the Military orders, and that indeed was powerful Catholic cooperation.

Also, when we talk about military orders of the Middle Ages, we should remember one important nuance. Yes, Popes sometimes approved military orders, and even asked men, for example, to defend Holy Land and Christian states in Europe from Muslim invasion. But sometimes Popes prohibited and even dissolved already existing orders. Popes have done so, because military orders are not a dogma of the Faith, and there is no grave duty for the faithful to become members of such orders. Military orders were not a means of salvation of the souls, but a temporal instrument used in one or another earthly situation.

“In 1312, at the Council of Vienna, Pope Clement V suppressed the Order of the Knights Templars as a matter of prudence.” (p. 95).  “Fifteenth General Council. The Council of Vienne in the year 1312 suppressed the order of the Knights Templars, condemned errors

against faith, and enacted disciplinary canons for the better government of the Church.” (p. 113).
COMPENDIUM OF CHURCH HISTORY.
COMPILED FOR USE IN CATHOLIC SCHOOLS
BY THE SISTERS OF NOTRE DAME, NAMUR.
NEW YORK. SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS.
Nihil Obstat: KEMHUUS LAFORT, S.T. L., Censor.
Imprimatur: +J.J011N M. FARLEY, D.D., Archbishop of New York,
NEW YORK, January 2, 1911.
COPYRIGHT, 1911, BY SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS. p.p. 95, 113.

“In the long list of these military orders there are several which accomplished in their day real work, and work which could not have been accomplished so well by any other agency. When the organization of society as a whole was still imperfect, kings were glad to employ these partial organisations, in which the actuating principle was religious enthusiasm or love of fame, to check enemies abroad and abuses at home that otherwise could not easily have been reached. Yet it is impossible not to suspect that a large proportion of these institutions did more harm than good by fostering aristocratic pride and exclusiveness, and pandering to social or personal vanity thus raising barriers unnecessarily between class and class, and furnishing fuel to those smarting feelings of envy and alienation which are wont only to be appeased by revolution. (Helyot.)”
(p.p. 577, 578.)

“The knights took the three vows of religion; wealth poured in upon them, was even thrust upon them, but it aggrandised the order, not the individual. In little more than a century the nine knights had grown into a trained army of fifteen thousand warriors. That fervour declined, that contact with Oriental manners sometimes corrupted, that the respect in which they were held engendered pride, and overflowing wealth sometimes brought luxury along with it – all this is true; but to admit it is but to say that the Templars, like other men, felt the pressure of circumstances and were subject to human frailty; it is no proof that their institute was either a mistake or a mischief. While the Christian kingdom endured, the Templars fought strenuously for its preservation; but the unfortunate rivalry between them and the Knights of St. John [HOSPITALLERS] robbed the military efforts of both orders of much of their efficacy.” … “Philip the Fair, irritated at the state and splendour which the Templars observed, and coveting their wealth, laid a deep plot for tbeir destruction. An apostate Italian Templar and a French heretic, his accomplice, informed the king that they could make fearful revelations. Charges were formulated (1307), at the head of which was that of formally denying Christ and spitting on the cross at the time of initiation into the order. They were also accused of sorcery, of idolatry, of foul and unnatural lusts, of causing parts of the Canon of the Mass to be omitted in their churches, of betraying the Christian cause in the East, &c.” … “The Council of Vienne (1311) decreed the entire dissolution of the order.” (p.p. 790, 791).

A CATHOLIC DICTIONARY.
BY REV. WILLIAM E. ADDIS and THOMAS ARNOLD, M.A.
NEW YORK. THE CATHOLIC PUBLICATION SOCIETY CO. 9 BARCLAY STREET.
1887.
NlHIL OBSTAT. EDUARDUS S. KEOGH, CONG. ORAT., CENSOR DEPUTATUS.
IMPRIMATUR. HENRICUS EDUARDUS, CARD. ARCHIEP. WESTMONAST.
Die 18 Dec., 1883.
IMPRIMATUR. JOHN CARD. McCLOSKEY, ARCHBISHOP OF NEW YORK.
Feb. 14, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1887.
p.p. 577,578, 790, 791.

Today, when the Catholic Church is in the minority and even in eclipse, all her churches, monasteries, hospitals, schools, lands etc., are already appropriated and taken out of the Church’s ownership. There is not even one Catholic monarch, who would be able to support the Church, so the situation is completely different, and thus what was possible in the Middle Ages, is absolutely impossible today.

It does not matter which historical circumstances we are in, God does not need to defend His Church and Faith by means of a sword, of a gun, or of artillery. Actually God does not need our help; He just wants our humble cooperation in spreading His Gospel. He does not need us to defend Him; He wants to defend us. Not we, but He came to save us from our sins.

Our Lord Jesus Christ Himself did not tolerate the knightly activity of St. Peter, who, even out of supernatural motive, wanted to defend Him by the sword:

“And behold, one of them that were with Jesus, stretching forth his hand, drew out his sword; and striking the servant of the high priest cut off his right ear. Then Jesus saith to him: Put up again thy sword into its place; for all that take the sword shall perish by the sword. Thinkest thou that I cannot ask my Father and He will give me presently more than twelve legions of angels?” (St. Matthew 26:51-53).

“Then Simon Peter, having a sword, drew it and struck the servant of the high priest cut off his right ear. And the name of the servant was Malchus. Jesus therefore said to Peter: put up thy sword into the scabbard. The chalice which my Father hath given me, shall I not drink it?” (St. John 18:10-11).

Jesus Christ not only commanded St. Peter to “put up the sword into the scabbard”, but He also healed the servant of the high priest, who was His personal enemy:

“And when He had touched his ear, He healed him” (St. Luke 22:51).

It seems to be incredible, but that was the real fact from the earthly life of Our Saviour.

In our day, the duty to defend Faith and to overcome the enemies of the Faith, of the Church and of God Himself, are chiefly of spiritual format and by the means of spiritual weapons. The Christians of the early Church were bound by the same duties, from the beginning.

St. Apostle Paul, “an ambassador in a chain”, teaches: “In all things taking the shield of faith, wherewith you may be able to extinguish all the fiery darts of the most wicked one. And take unto you the helmet of salvation and the sword of the Spirit (which is the word of God)” (To the Ephesians 6:16-17).

Our Lord did not give His Church a commandment to kill people, but, He did give His Church the commandment:

“Going, therefore, ye teach all nations; baptizing them in the name of the Father and of the Son and of the Holy Ghost. Teaching them to observe all things whatsoever I have commanded you” (St. Matthew XXVIII: 19-20).

Moreover, the Catholic Catechism, Dogmatic Theology, Moral Theology, Canon Law etc., say nothing about a military order as a means of salvation of souls.

For example, Catholic Catechism teaches that the main purpose for man is his salvation by good works and through the union of the soul to God.

“Good works are necessary to salvation. The good works most pleasing in God’s sight are these: Prayer, fasting, and alms deeds”.

“Prayer, fasting, and almsgiving are the principal means of attaining perfection, because they combat the three evil appetites, the concupiscence of the flesh, the concupiscence of the eyes, and pride of life; and thus the soul is enabled to rise more freely to God”.

The virtues that unite our soul to God are the three theological virtues: Faith, Hope, and Charity.

“We receive the three theological virtues to render us capable of performing good works simultaneously with sanctifying grace”.

The principal moral virtues are the seven capital virtues: Humility, obedience, meekness, liberality, temperance, chastity, and diligence in what is good”.

All the moral virtues proceed from the four cardinal virtues: Prudence, justice, temperance, and fortitude (Wisd. viii. 7).

The greatest and noblest of all the virtues is charity.

Because it alone unites man to God, it alone gives value to the other virtues, and it alone will last beyond the grave.”

The Catechism Explained,
From the original of Rev. Francis Spirago, Professor of Theology,
Edited by Rev. Richard F. Clarke, S.J.

New York, Cincinnati, Chicago

Benzinger Brothers. Printers to the Holy Apostolic See

1899
Nihil Obstat: Thos. L. Kinkead, Censor Librorum,
Imprimatur: + MICHAEL AUGUSTINE, Archbishop of New York.
New York, August 8, 1899.
Copyright 1899, by Benzinger Brothers

p.p. 436, 442, 444, 447

Thus, to be saved and to defend the Faith, i.e. to practice it in daily life, Catholics are not obliged to join any military order; they should just keep God’s and His Church’s commandments.

Those who want to be a soldier of Christ and a zealous defender of Christian Faith should receive the Sacrament of Confirmation.

The Moral Theology teaches about the Sacrament of Confirmation:

Confirmation is the Sacrament in which, through the imposition of hands and anointing with chrism together with the use of certain sacred words, a baptized person receives the Holy Ghost in order to steadfastly confess his faith by word and deed”.

“The effects of Confirmation are: an increase of sanctifying grace and of the Gifts of the Holy Ghost, a strengthening of the faith to combat the enemies of salvation, and the impression of an indelible character which marks the recipient as a soldier of Christ”.

“A grave obligation to be confirmed cannot be proved with certainity. He sins gravely, however, who refuses to be confirmed out of contempt. Great stress should be laid upon the reception of this holy Sacrament by reason of the increased paganizing influences of our times.”

Moral Theology
by Rev. Heribert Jone, O.F.M. CAP., J.C.D., by Rev. Urban Adelman, O.F.M. CAP., J.C.D.
The Mercier Press Limited, Cork, Ireland
Nihil Obstat: PIUS KAELIN, O.F.M. CAP, Censor Deputatus
Imprimi Potest: VICTOR GREEN, O.F.V. CAP., Provincial, July 2, 1955
Nihil Obstat: RICHARD GINDER, S.T.I., Censor Librorum
Imprimatur: JOHN FRANCIS DEARDEN, D.D., Bishop of Pittsburg, August 15, 1955
Copyright 1929 and 1951
Printed in the United states of America
p.p. 336, 337, 342.

So, as we see, according to the teaching of Our Lord Jesus Christ and His Catholic Church, it is possible and even is obligatory to be a soldier of Christ.

There is no obligation, however, to be a member of a military order of the Middle Age type. As well it is absolutely understandable from the teaching, that outside of such military orders there is salvation, but there is no salvation outside of the Catholic Church.

Someone could say, that being a citizen of an earthly state, we have a duty to defend our families and our earthly motherland by taking part in military service.

Yes, that is a correct statement. Citizens, particularly men liable to military service, have a duty (vocation) to defend the borders of an earthly state by means of a deadly sword. But that is another theme entirely.

Above all earthly duties and vocations, via the Sacrament of Baptism we have the supernatural vocation to become citizens of the Heavenly State, and furthermore via the Sacrament of Confirmation, to be soldiers of Christ, whose duty is to defend the borderless Kingdom of Christ by means of “the sword of the Spirit”.

To be the defenders of a temporal motherland by means of deadly weapons, in just battles, is a noble and great vocation for Catholic men who are able to do this military service.

But the noblest and greatest Vocation of every Catholic, in all times is to be knights and crusaders by means of the “the sword of the Spirit”. In order to spread the Perpetual Kingdom of Christ, this Vocation was an obligation in the beginning, it is an actual obligation now, and it will be an actual obligation until the consummation of the world, until the Second Advent of Our Lord Jesus Christ.

Fr. UK

P.S. To see the position of the Church, according to The Code of Canon Law of 1918, concerning the participation of the clergy and religious in the army and politics, see the following Appendix:

OCCUPATIONS AND AMUSEMENTS FORBIDDEN TO THE CLERGY

CAN. 138

Clerici ab iis omnibus quae statum suum dedecent, prorsus abstineant; indecoras artes ne exerceant; aleatoriis ludis, pecunia exposita, ne vacant; arma ne gestent, nisi quando iusta timendi causa subsit; venationi ne indulgeant, clamorosam autem nunquam ex erceant; tabernas aliaque similia loca sine necessitate aut alia iusta causa ab Ordinario loci probata ne ingrediantur.

The carrying of arms, fire arms as well as others, is forbidden also in the Decretals.47 But we remember that, about ten years ago, when there was a morbid agitation against the clergy in Italy, and especially in Rome, many priests received license from the Pretor to carry a revolver. This was purely a means of self-defence; hence the very reasonable clause in the new Code.

47 C. 2, X, III, I.

CAN. 141

1. Sæcularem militiam ne capessant voluntarii, nisi cum sui Ordinarii licentia, ut citius liberi evadant, id fecerint; neve intestinis bellis et ordinis publici perturbationibus opem quoquo modo ferant.
2. Clericus minor qui contra præscriptum paragraph 1 sponte sua militiæ nomen dederit, ipso iure e statu clericali decidit.

The first clause of the first paragraph and the second paragraph treat the same subject, viz.: volunteering for military service, which now-a-days is mostly done by enlisting in the army or navy. Some countries permit clerical students to escape further service by volunteering for one year. If a cleric in minor or major orders should wish to choose this course, he must first obtain the permission of his Ordinary. A cleric in minor orders who voluntarily enlists against the prescription of paragraph I, forfeits the clerical state. 69

To participate in internal troubles (revolutions, etc.) is strictly forbidden to the clergy. Leo XIII advised the Spanish clergy not to allow themselves to be wholly absorbed by party spirit lest they might seem to care more for human than for heavenly things.70  As to political activity in the U. S., which a clergyman might be called upon to take up, a time may come when the freedom of our schools will require the clergy to exert political influence. The social question, too, is becoming a “burning”  problem in public life. In any combat for principles the direction of political action will rest, first and above all, with the hierarchy. Uniform procedure, firm and unflinching, will lend great strength to the cause of the Church. But moderation and loyalty must always be combined with firmness, and the clergy will usually be safe if they follow the guidance of the hierarchy.

In purely political issues arising between parties the clergy are free, and the bishop cannot compel them to follow his opinion, much less forbid them to vote. For the right of voting is, radically at least, an inborn right, inherent in a citizen by the fact of his belonging to the State. And the State we hold to be of natural or divine origin. Hence the clergy, remaining citizens though clerics, cannot be deprived of that natural right by any authority, except by way of penalty.

However, we would not deny ecclesiastical authorities the right to forbid the clergy to vote in some particular case which involves great disturbance to state or diocese.71 But this only by way of exception. And what we have said concerning the clergy in general, must fully be applied to religious, for that mystic mors civilis has now ceased in most countries.

69 Can. 188, 6. Decidere a statu clericali it seems to us, involves a radical and absolute loss of that state, wherefore the reassuming of the clerical garb, which formerly (cfr. Bened. XIV, De  Syn. Dioesc., XII, 3, i) could be performed privately, is no longer sufficient.

70 “Cum multa,” Dec. 8, 1882; “Postquam catholici,” Dec. 10, 1894; S.C.P.F., Instr. of Nov. 23, 1845, n. 7; S.C.C., Jul. 12, 1900.

71 Leo XIII, “Cum multa”; Heiner, i. c., I, 229, justly remarks that the bishops are empowered to see to it that the clergy do not, on account of political activity, neglect their clerical duties or transgress the bounds of Christian charity and truthfulness.

CAN. 188

Ob tacitam renuntiationem ab ipso iure admissam quaelibet officia vacant ipso facto et sine ulla declaratione, si clericus:

6. Contra præscriptum can. paragraph 141, i militiae sæculari nomen sponte dederit.

This canon presumes resignation, to which it applies the effect which certain facts are supposed to produce under the law. This effect is vacancy of the office held, whether adduced by privation, as punishment,20 or simply due to the incompatibility of certain offices with the newly chosen state of life or other offices.

(6) Enlisting in the army has been touched above.26

20 Really, it would be privation, but the Code presumes resignation ipso facto.

26 Can. 141.

A COMMENTARY ON THE NEW CODE OF CANON LAW
By THE REV. CHAS. AUGUSTINE, O.S.B., D.D.
Professor of Canon Law
VOLUME II. Clergy and Hierarchy (p.p. 86, 87, 93, 94, 95, 160)
B. HERDER BOOK CO.
17 SOUTH BROADWAY, ST. Louis, Mo.
AND 68 GREAT RUSSELL ST. LONDON, W. C.
1918
Cum Permissu Superiorum
NIHIL OBSTAT. F. G. Holweck, Censor Librorum. Sti. Ludovici, die Sept.7,1918
IMPRIMATUR. +Joannes J. Glennon, Archiepiscopus Sti. Ludovici. Sti. Ludovici, die Sept.8,1918
Copyright, 1918 by Joseph Gummersbach
All rights reserved
Printed in U. S. A.

Fr. UK

[Soldati di Cristo, ma … con la “spada dello Spirito”!]

Ci sono taluni che pensano sia il caso di ripristinare gli “Ordini Militari” dell’epoca medioevale, allo scopo di difendere la Fede cattolica e la Chiesa dai suoi nemici, con l’impiego di armi letali. – Ora è ben noto che gli Ordini Militari nel Medioevo abbiano svolto un  ruolo importante allorquando la Chiesa Cattolica aveva milioni di fedeli, ed i monarchi che li sostenevano erano Cattolici. Di solito il sostentamento degli Ordini Militari era fornito mediante la direzione ed il contributo generoso di persone facoltose, le quali offrivano le loro proprietà ed i loro beni diventando cavalieri, e dalle autorità civili che erano davvero zelanti cattolici. – Inoltre, quando parliamo di Ordini Monastici Militari del Medioevo, dovremmo ricordare una sfumatura importante: sì, è vero che i Papi talvolta approvassero gli Ordini Militari, e persino chiedessero agli uomini, ad esempio, di difendere la Terra Santa e gli Stati Cristiani in Europa dall’invasione dei musulmani. Ma altre volte i Papi proibivano e persino scioglievano gli Ordini Monastici già esistenti. I Papi hanno fatto questo, perché gli Ordini Militari non sono un dogma di Fede, e non c’è un grave dovere per i fedeli di diventare membri di tali ordini. Gli Ordini Militari non erano un mezzo di salvezza delle anime, bensì uno strumento temporale per l’una o per l’altra situazione terrena. –

“Nel 1312, nel Concilio di Vienna, papa Clemente V soppresse l’Ordine dei Cavalieri Templari come una questione di prudenza”. (pagina 95). “Quindicesimo Concilio Generale: Il Concilio di Vienne nell’anno 1312 soppresse l’ordine dei Cavalieri Templari, per gli errori condannati contro la fede e promulgando i canoni disciplinari per il migliore governo della Chiesa “(p.113).

COMPENDIUM OF CHURCH HISTORY.
COMPILED FOR USE IN CATHOLIC SCHOOLS
BY THE SISTERS OF NOTRE DAME, NAMUR.
NEW YORK. SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS.
Nihil Obstat: KEMHUUS LAFORT, S.T. L., Censor.
Imprimatur: +J.J011N M. FARLEY, D.D., Archbishop of New York,
NEW YORK, January 2, 1911.
COPYRIGHT, 1911, BY SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS. p.p. 95, 113.

“Nella lunga lista di ordini militari ce ne sono diversi che riescono a compiere il loro lavoro quotidiano, un lavoro che non avrebbe potuto essere realizzato così bene in nessun’altro modo. Quando l’organizzazione della società nel suo insieme era ancora incompleta, i re erano lieti di impiegare queste organizzazioni irregolari, in cui il principio trainante era l’entusiasmo religioso o l’amore per la fama, il controllo dei nemici all’esterno e degli abusi all’interno, abusi che altrimenti non sarebbero stati facilmente regolati, ma non è impossibile sospettare che una gran numero di queste istituzioni abbia fatto più male che bene, promuovendo l’orgoglio e l’esclusività di aristocratici, o assecondando la vanità sociale o personale, innalzando inutilmente barriere tra classe e classe, e fornendo combustibile a quei sentimenti di invidia e alienazione che non sono solo appagati dalla rivoluzione. (Helyot.)”(p.p. 577, 578.)

“I cavalieri presero i tre voti religiosi; la prosperità si riversò su di loro, fu persino spinta su di loro, ma questa ingrandì l’ordine, non l’individuo. In poco più di un secolo i nove cavalieri erano diventati un esercito addestrato di quindicimila guerrieri. Questo fervore declinò, il contatto con le abitudini orientali a volte corruppe, al punto che il rispetto a cui erano tenuti degenerò in orgoglio, e la prosperità traboccante a volte portò il lusso insieme ad essa – tutto ciò è vero, ma ammettere che il  Templari, come gli altri uomini, sentivano la pressione delle circostanze ed erano soggetti alla fragilità umana, non è una prova che il loro istituto fosse un errore o un danno. Mentre il regno cristiano subiva, i Templari combattevano strenuamente per la sua conservazione, ma la sfortunata rivalità tra loro e i Cavalieri di San Giovanni [OSPEDALIERI] ha privato gli sforzi militari di entrambi gli ordini di gran parte della loro efficacia “. … “Filippo il Bello, irritato dallo stato e dallo splendore che i Templari avevano raggiunto, e desiderando la loro ricchezza, ordì un profondo complotto per la loro distruzione. Un Templare italiano apostata ed un eretico francese, suo complice, informarono il re che essi potevano fare rivelazioni spaventose. Furono così formulate accuse (1307), prima fra tutte quella di negare formalmente il Cristo e lo sputare sulla croce al momento dell’iniziazione nell’ordine. Furono anche accusati di stregoneria, di idolatria, di cupe ed innaturali concupiscenze, di far sì che parti del Canone della Messa fossero omesse nelle loro chiese, di tradire la causa cristiana in Oriente, ecc. “…” Il Concilio di Vienne (1311) decretò il completo scioglimento dell’ordine. “(Pp 790, 791).

[ A CATHOLIC DICTIONARY.
BY REV. WILLIAM E. ADDIS and THOMAS ARNOLD, M.A. NEW YORK. THE CATHOLIC PUBLICATION SOCIETY CO. 9 BARCLAY STREET.  1887.
NlHIL OBSTAT. EDUARDUS S. KEOGH, CONG. ORAT., CENSOR DEPUTATUS.
IMPRIMATUR. HENRICUS EDUARDUS, CARD. ARCHIEP. WESTMONAST. Die 18 Dec., 1883.
IMPRIMATUR. JOHN CARD. McCLOSKEY, ARCHBISHOP OF NEW YORK.
Feb. 14, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1887.
p.p. 577,578, 790, 791.].

Ma, oggi, nella situazione cioè in cui la Chiesa Cattolica è in minoranza e persino “in eclissi”, tutte le sue chiese, i monasteri, gli ospedali, le scuole, le terre ecc. sono già state espropriate, usurpate, e non sono più di proprietà della Chiesa stessa, ed inoltre non c’è nemmeno un Monarca cattolico che sarebbe in grado di sostenere la Chiesa Cattolica; la situazione pertanto è completamente diversa, e quindi ciò che era possibile nel Medioevo, oggi è assolutamente impossibile. – Ma le circostanze storiche nelle quali ci troviamo, hanno una relativa importanza! Dio non ha bisogno di difendere la Sua Chiesa e la sua fede per mezzo di una spada, di una pistola o di un plotone di artiglieria. In realtà Dio non ha bisogno del nostro aiuto, vuole solo la nostra umile collaborazione per diffondere il Suo Vangelo. Egli vuole non che lo difendiamo, ma vuole difenderci Lui stesso dai nostri peccati. Non noi, ma Egli è venuto per salvarci dai nostri peccati. – Nostro Signore Gesù Cristo stesso non ha tollerato l’attività “cavalleresca” di San Pietro, che, anche per motivi soprannaturali, ha voluto difenderlo con la spada: “Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, allungando la mano, estrasse la sua spada; e colpendo il servo del sommo sacerdote gli tagliò l’orecchio destro. Allora Gesù gli disse: Rimetti la tua spada al suo posto; poiché tutti coloro che metteranno mano alla spada periranno per mezzo della spada (chi di spada ferisce di spada perisce!). Pensa, non potrei Io forse chiedere aiuto al Padre Mio, Lui manderebbe immediatamente più di dodici legioni di Angeli?”(San Matteo XXVI: 51-53). – “Allora Simon Pietro, impugnando una spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote tagliandogli l’orecchio destro. E il nome del servo era Malco. Quindi Gesù disse a Pietro: riponi la spada nel fodero. Il calice che mio Padre mi ha dato, non lo berrò?”(San Giovanni XVIII: 10-11). – Gesù Cristo non solo ha comandato a San Pietro di “riporre la spada nel fodero”, ma ha anche guarito il servo del sommo sacerdote, che era suo personale acerrimo nemico: “E quando gli toccò l’orecchio, lo guarì” (San Luca XXII:51). Sembra incredibile, ma quello è stato un fatto vero della vita terrena del Nostro Salvatore. – Ai nostri giorni, i doveri di difendere la Fede e di sconfiggere i nemici della Fede, della Chiesa e di Dio stesso, sono principalmente di matrice spirituale, da attuarsi mediante le armi spirituali. – E a tal proposito, vediamo come gli stessi doveri obbligavano i Cristiani fin dall’inizio della Chiesa. San Paolo Apostolo, “un ambasciatore in catene”, insegna: “In tutte le cose prendi lo scudo della fede, con cui potresti essere in grado di spegnere tutti i più feroci dardi infuocati. E prenditi l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito (che è la parola di Dio)” (Agli Efesini VI: 16-17). – Nostro Signore non ha dato alla Sua Chiesa un comandamento per uccidere le persone, ma ha dato alla Sua Chiesa il sommo Comandamento: “Andando, dunque, insegnate a tutte le nazioni; battezzando nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando ad osservare tutte le cose che vi ho comandato.” (San Matteo XXVIII: 19-20). – Inoltre, il Catechismo Cattolico, la Teologia Morale, la Teologia dogmatica, ecc. non dicono nulla sugli Ordini Militari come mezzo di salvezza delle anime. – Ad esempio, il Catechismo Cattolico insegna che la cosa principale per l’uomo sia la salvezza mediante le buone opere e l’unione dell’anima a Dio. “Le buone opere sono necessarie per la salvezza. Le opere buone più gradite agli occhi di Dio e le più raccomandate sono queste: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. – La preghiera, il digiuno e l’elemosina sono i mezzi principali per raggiungere la perfezione, perché combattono i tre appetiti malvagi: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita; così l’anima è in grado di elevarsi più liberamente a Dio! – Le virtù che uniscono la nostra anima a Dio sono le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. Riceviamo le tre virtù teologali per renderci capaci di eseguire buone opere contemporaneamente con la grazia santificante.

Le principali virtù morali sono le sette virtù capitali: umiltà, obbedienza, mitezza, liberalità, temperanza, castità, benignità. – Tutte le virtù morali derivano dalle quattro virtù cardinali: la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza (Sap. VIII).

“La più grande e più nobile di tutte le virtù è la carità”. Perchè questa sola unisce l’uomo a Dio, questa da sola dà valore alle altre virtù, e solo essa continuerà oltre la morte”.

[The Catechism Explained,

From the original of Rev. Francis Spirago, Professor of Theology, Edited by Rev. Richard F. Clarke, S.J. New York, Cincinnati, Chicago

Benzinger Brothers. Printers to the Holy Apostolic See 1899

Nihil Obstat: Thos. L. Kinkead, Censor Librorum – Imprimatur: + MICHAEL AUGUSTINE, Archbishop of New York. New York, August 8, 1899.

Copyright 1899, by Benzinger Brothers

p.p. 436, 442, 444, 447

Quindi, per essere salvati e per difendere la Fede, cioè per praticarla nella vita quotidiana, i Cattolici non sono obbligati ad unirsi a nessun Ordine Militare, devono semplicemente osservare i Comandamenti di Dio ed i precetti della Sua Chiesa. – Coloro che vogliono essere soldati di Cristo, zelanti difensori della fede cristiana, dovrebbero ricevere il Sacramento della Cresima. La teologia morale infatti, insegna riguardo al Sacramento della Cresima: “La Confermazione o Cresima è il Sacramento per mezzo del quale, attraverso l’imposizione delle mani, l’unzione del Sacro crisma ed il proferimento di determinate parole sacre, un battezzato riceve lo Spirito Santo per confessare fermamente la sua fede con parole e azioni” – “Gli effetti della Cresima sono: un aumento della grazia santificante e dei Doni dello Spirito Santo, un rafforzamento della fede per combattere i nemici della salvezza e l’impressione di un carattere indelebile che segna il destinatario come un Soldato di Cristo” . “… Peccano gravemente, tuttavia, coloro che rifiutano  di essere confermati per disprezzo”. – Quindi, come vediamo, secondo l’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo e della Sua Chiesa Cattolica, è possibile ed anzi è obbligatorio essere un Soldato di Cristo, ma non c’è alcun obbligo  di essere membri di un Ordine Militare di stampo medievale. Inoltre è assolutamente chiaro e comprensibile dall’insegnamento dottrinale, che al di fuori di tali Ordini Militari c’è la salvezza, ma non c’è salvezza al di fuori della Chiesa Cattolica. – Qualcuno potrebbe forse obiettare che, essendo cittadini di uno stato terreno, abbiamo il dovere di difendere le nostre famiglie e la nostra patria terrestre, prendendo parte ad un servizio militare. – Sì, è questa un’affermazione corretta. I cittadini, in particolare gli uomini atti, soggetti al servizio militare, hanno il dovere (o in certi casi la vocazione) di difendere i confini di uno stato terreno mediante una spada mortale. Ma questo è un altro tema. – Al di sopra di tutti i doveri e delle vocazioni terrene, attraverso il Sacramento del Battesimo abbiamo ricevuto la vocazione soprannaturale di diventare cittadini dello Stato Celeste, e inoltre, tramite il Sacramento della Confermazione, di essere Soldati di Cristo, il cui compito è difendere il Regno di Cristo senza confini mediante “la spada dello Spirito”. – Essere difensori della madrepatria temporale per mezzo delle micidiali armi di guerra, è una nobile e grande vocazione per gli uomini Cattolici che siano in grado di svolgere questo servizio militare. Ma la più nobile e la più grande vocazione di ogni Cattolico in tutti i tempi, è essere cavalieri e crociati per mezzo della “spada dello Spirito” per diffondere il Regno Perpetuo di Cristo. Questa Vocazione era un obbligo all’inizio, e tuttora ancora lo è, e lo sarà fino al compimento del mondo, fino alla Seconda Venuta di Nostro Signore Gesù Cristo.]

Fr. UK

[sac. della Chiesa Cattolica, una cum Gregorio XVIII].

(trad. redaz. di G. d. G.)

AI CHIERICI SONO PROIBITI  IMPIEGHI E DIVERTIMENTI

CAN. 138

Clerici ab iis omnibus quæ statum suum dedecent, prorsus abstineant; indecoras artes ne exerceant; aleatoriis ludis, pecunia exposita, ne vacant; arma ne gestent, nisi quando iusta timendi causa subsit; venationi ne indulgeant, clamorosam autem nunquam ex erceant; tabernas aliaque similia loca sine necessitate aut alia iusta causa ab Ordinario loci probata ne ingrediantur.

Il trasporto di armi, armi da fuoco e altri, è vietato anche nei Decreti. (C. 2, X, III, I).  Ma ricordiamo che, circa dieci anni fa, quando c’era un’agitazione accanita contro il clero in Italia, e specialmente a Roma, molti sacerdoti ricevevano licenza da Pretor per trasportare una pistola. Questo era puramente un mezzo di autodifesa; quindi la clausola molto ragionevole nel nuovo codice.

CAN. 141

1. Sæcularem militiam ne capessant voluntarii, nisi cum sui Ordinarii licentia, ut citius liberi evadant, id fecerint; neve intestinis bellis et ordinis publici perturbationibus opem quoquo modo ferant.
2. Clericus minor qui contra praescriptum paragraph 1
sponte sua militiæ nomen dederit, ipso iure e statu clericali decidit.

La prima clausola del primo paragrafo e il secondo paragrafo trattano lo stesso argomento, vale a dire: il volontariato per il servizio militare, che ora si svolge per lo più arruolandosi nell’esercito o nella marina. Alcuni paesi permettono agli studenti clericali di essere esonerati da un ulteriore servizio di volontariato per un anno. Se un chierico in ordini minori o maggiori dovesse voler scegliere questo corso, deve prima ottenere il permesso dal suo Ordinario. Un chierico in ordini minori che si arruola volontariamente contro la prescrizione del paragrafo I, perde lo stato clericale. (69) –

La partecipazione a questioni interne (rivoluzioni, ecc.) è severamente vietata al clero. Leone XIII consigliò al clero spagnolo di non lasciarsi assorbire interamente dallo spirito di partito, per paura che sembrasse che si preoccupassero più dei problemi umani che per le cose celesti. (70) Per quanto riguarda l’attività politica negli Stati Uniti, ove un ecclesiastico potrebbe essere chiamato a prenderne parte, potrebbe arrivare un momento in cui la libertà delle nostre scuole richiederà al clero di esercitare un’influenza politica. Anche la questione sociale sta diventando un problema “ardente” nella vita pubblica. In qualsiasi combattimento per i princìpi, la direzione dell’azione politica si baserà, prima di tutto e soprattutto, sulla gerarchia. Una procedura uniforme, ferma e risoluta, darà grande forza alla causa della Chiesa. Ma la moderazione e la lealtà devono sempre essere combinate con fermezza, e il clero sarà di solito al sicuro se seguirà la guida della gerarchia.

Nelle questioni puramente politiche che sorgono tra i partiti, il clero è libero e il Vescovo non può costringerli a seguire la sua opinione, né tanto meno vietare loro di votare. Perché il diritto di voto è, almeno in modo radicale, un diritto innato, inerente a un cittadino per il fatto di appartenere allo Stato. E lo Stato riteniamo essere di origine naturale o divina. Quindi il clero, i restanti cittadini, sebbene chierici, non possono essere privati di quel diritto naturale da alcuna autorità, tranne che a titolo di penalità.

Tuttavia, non negheremmo alle autorità ecclesiastiche il diritto di vietare al clero di votare in un caso particolare che comporta un grande turbamento allo stato o alla diocesi. (71) Ma ciò solo in via eccezionale. E ciò che abbiamo detto riguardo il clero in generale, deve essere pienamente applicato ai religiosi, poiché il mistico mors civilis è ormai cessato nella maggior parte dei paesi.

[69] Can. 188, 6. Decidere a statu clericali … sembra implicare una perdita radicale e assoluta di quello stato, onde il poter riassumere l’abito clericale, come in precedenza  (cfr. Bened. XIV, De  Syn. Dioesc., XII, 3, i) quando ciò poteva essere fatto privatamente, non è più possibile.

[70] “Cum multa,” Dec. 8, 1882; “Postquam catholici,” Dec. 10, 1894; S.C.P.F., Instr. of Nov. 23, 1845, n. 7; S.C.C., Jul. 12, 1900.

[71] Leo XIII, “Cum multa”; Heiner, i. c., I, 229, giustamente osserva che i Vescovi hanno il potere di fare in modo che il clero, a causa dell’attività politica, non trascuri il proprio dovere ecclesiastico o trasgredisca i limiti della carità cristiana e della sincerità.

CAN. 188

Ob tacitam renuntiationem ab ipso iure admissam quælibet officia vacant ipso facto et sine ulla declaratione, si clericus:

6. Contra præscriptum can. paragraph 141, i militiæ sæculari nomen sponte dederit.

Questo canone presume la rassegnazione, a cui è applicato l’effetto che determinati fatti dovrebbero produrre per legge. Questo effetto è la vacanza della carica ricoperta, che si produce per privazione, come punizione, (20) o semplicemente a causa dell’incompatibilità di alcuni uffici con il nuovo stato di vita o di altri uffici.

(6) L’arruolamento nell’esercito è stato tattato sopra26

 20 In realtà, sarebbe una privazione, ma il Codice presume la dimissione “ipso facto”.

26 Can. 141.

A COMMENTARY ON THE NEW CODE OF CANON LAW
By THE REV. CHAS. AUGUSTINE, O.S.B., D.D.
Professor of Canon Law
VOLUME II. Clergy and Hierarchy (p.p. 86, 87, 93, 94, 95, 160)
B. HERDER BOOK CO.
17 SOUTH BROADWAY, ST. Louis, Mo.
AND 68 GREAT RUSSELL ST. LONDON, W. C.
1918
Cum Permissu Superiorum
NIHIL OBSTAT. F. G. Holweck, Censor Librorum. Sti. Ludovici, die Sept.7,1918
IMPRIMATUR. +Joannes J. Glennon, Archiepiscopus Sti. Ludovici. Sti. Ludovici, die Sept.8,1918
Copyright, 1918 by Joseph Gummersbach
All rights reserved
Printed in U. S. A.

ERESIA

Nelle attuali foschie/follie dottrinali, comuni alle diatribe inutili e ridicole tra gruppi o corpuscoli settari filo-modernisti o filo-[pseudo-] tradizionalisti, si può rilevare, specie tra laici autoreferenziati “teologi-fai-da-te”, l’ignoranza abissale delle più elementari definizioni teologiche, oltre che delle verità dogmatiche e magisteriali, per cui si usano impropriamente termini e locuzioni, senza comprenderne il reale significato ed usandole a sproposito tale, da non sapere se ridere o piangere, specie se utilizzate nei confronti della Chiesa Eclissata o del Papa “impedito” Gregorio XVII, già Cardinal Siri. Si è così sentito il bisogno di compensare almeno approssimativamente qualche lacuna tra le più marcate. Parliamo oggi di:

ERESIA

[Da: Enciclopedia cattolica vol. V, coll. 487-490]

ERESIA. – Parola greca, che significa « scelta », « elezione ».

SOMMARIO: I. Nozioni generali. – II. Nella dogmatica : l’e.-dottrina. – III. Nella morale: l’e.-peccato. – IV. Nel diritto canonico : l’e.-delitto. –

I. NOZIONI GENERALI. – Il termine assai frequente nell’uso profano, originariamente serviva soprattutto a indicare la preferenza per una data dottrina religiosa, filosofica o politica, poi i seguaci di tale dottrina e infine la dottrina stessa, senza però includere alcuna nota di biasimo o di condanna. Nel Nuovo Testamento, dove ricorre per 9 volte, è usata in senso di setta o dottrina da riprovarsi: così S. Paolo respinge il titolo di e. applicato dai Giudei al Cristianesimo nascente (Act. XXIV, 14).

I Padri Apostolici, gli apologisti e specialmente Tertulliano (De Præscr.., 6) ne precisano ulteriormente il significato, qualificando per eretici quanti vogliono introdurre una variazione personale in seno al Cristianesimo in contrasto con l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Finalmente con S. Girolamo il termine fu usato solo per indicare gruppi separati dalla Chiesa per false dottrine, mentre si chamò scisma il distacco per rifiuto di obbedienza  alla gerarchia: « Inter hæresim et Schisma, hoc arbitror interesse, quod hæresis perversum dogma habeat, schisma autem quod ab Ecclesia separet » (In Epist. Ad Titum: PL 26, 598). Resta  così ormai fissato che nell’eresia prevale un dissenso dottrinale, nello scisma un dissenso disciplinare. Termini e concetto, elaborati in tal modo dai Padri, passarono nell’uso ecclesiastico successivo. L’e. presenta molteplici problemi per la teologia, da esaminare considerandone l’aspetto dogmatico, morale, canonico e storico.

II. NELLA DOGMATICA: L’E.-DOTTRINA. – Oggettivamente considerata, l’e. può definirsi « una dottrina che contraddice direttamente a una verità rivelata e come tale proposta dalla Chiesa ai fedeli ». Un triplice elemento viene dunque a comporla: 1. Una verità rivelata, contenuta cioè implicitamente esplicitamente, ma formalmente in una almeno delle due fonti della Rivelazione. Non potranno costituire materia di e. né le verità dedotte da principi rivelati mediante una premessa di naturale (conclusioni teologiche), né quelle verità filosofiche o quei fatti che sono intimamente e necessariamente connessi con la dichiarazione e la sicurezza della Rivelazione stessa. Tali verità e fatti rientrano bensì nell’orbita dell’infallibilità della Chiesa, da cui potrebbero ricevere anche certezza e immutabilità assoluta, non per questo però diventano rivelati, da credersi cioè sull’autorità di Dio, o come si suol dire, con fede divina. 2. Un intervento del magistero infallibile della Chiesa che attesti il carattere rivelato della dottrina, per cui ciò che prima era solo oggetto di fede divina viene ad assumere la qualifica di verità da credersi per fede divina e cattolica. 3. Un’opposizione alla verità rivelata; e tale opposizione deve essere immediata, diretta e contraddittoria. Mancando uno di tali elementi, una proposizione non potrà dirsi propriamente eretica, ma, secondo i casi, si chiamerà: prossima all’e., se contraddice a una dottrina prossima alla fede, cioè a quella che, pur non essendo ancora definita, è considerata dai teologi come definibile; erronea, se nega una conclusione teologica o in genere una verità intimamente connessa con il dogma; sapiens hæresim, se la forma dell’espressione in certe circostanze genera sospetto di e. .

III. NELLA MORALE: L’E. – PECCATO. – S. Tommaso la riduce ad una specie di infedeltà positiva (Sum. Theol., 2a – 2æ, q. 11, a. 1). Quindi come peccato si suole definire: « l’errore volontario e pertinace di un cristiano contro una verità divino-cattolica ». Si dice: Errore volontario. Il peccato di e., infatti, corrispondendo in senso contrario all’atto di fede, è anzitutto un atto dell’intelletto costituito da un giudizio erroneo contro la regola della fede. Esso può manifestarsi in una negazione oppure anche in un dubbio positivo che riduca la certezza a semplice opinione. Il dubbio negativo che si limita a una sospensione di giudizio, quantunque possa essere gravemente peccaminoso, non si oppone ancora direttamente alla fede. Il dubbio positivo invece, appunto perché infirma l’adesione all’insegnamento della Chiesa, è già una rivolta formale contro la fede stessa, che importa un assenso fermo e incrollabile. Oltre l’elemento intellettuale, nella genesi dell’e. interviene pure un impulso da parte della volontà, analogamente a quanto avviene per l’atto di fede: solo per mezzo di tale influsso infatti si spiega come l’intelletto possa liberamente determinarsi a dare il suo assenso erroneo circa la Rivelazione. 2. Pertinace. Questa pertinacia costituisce l’elemento specifico della sua colpevolezza morale. – Non consiste in una ostinazione speciale, ma nella consapevolezza che uno ha di opporsi alla regola della fede, per cui, mancando questa, l’e. sarà puramente materiale, non formale. 3. Di un cristiano, per cui il soggetto capace può essere solo chi per mezzo del Battesimo è entrato a far parte della società ecclesiastica: il catecumeno quindi, o chi è stato invalidamente battezzato, potrà commettere peccato di infedeltà, non di e. 4. Contro una verità, ecc. Queste parole si riferiscono all’elemento oggettivo già sopra trattato. Il peccato di e. si suddivide in: 1. formale e materiale, se è congiunto o meno con la pertinacia; 2. Interno ed esterno, se risiede solo nell’animo oppure si manifesta anche esteriormente; 3. occulto e pubblico, se viene manifestato o a nessuno o a pochi e in segreto, oppure davanti ad un numero considerevole di persone. Tra i peccati di infedeltà è il più grave, perché più di ogni altro si oppone alla virtù della fede: anzi per tale opposizione supera la gravità di qualsiasi peccato, ad eccezione dell’odio contro Dio. Tale gravità si riflette nelle molteplici conseguenze che vengono a colpire l’eretico nei rapporti con la vita interiore cristiana e con la società ecclesiastica. Le più importanti sono : 1. la perdita della vita della Grazia; 2. la distruzione della virtù infusa della fede; 3. la separazione dal corpo della Chiesa nel caso di e. pubblica, per cui l’eretico viene a costituirsi membro avulso e separato, anche se, come vuole la dottrina più comune, aderisce all’è, solo materialmente. Non è certo che altrettanto possa dirsi dell’eretico occulto, di chi cioè ancora non si è professato tale ufficialmente.

IV. NEL DIRITTO CANONICO: L’E.- DELITTO. – L’e., in quanto rompe l’unità della Chiesa, è per sua natura un fatto eminentemente antisociale: non può quindi sottrarsi al potere coercitivo della medesima. Per quanto grave però sia nei confronti della dottrina e della morale, il peccato di e., se rimane un fatto puramente interno, non costituisce ancora un delitto nel senso giuridico della parola, passibile quindi di sanzioni canoniche. Per divenire tale, è necessario che l’e. rivesta anche un carattere esterno, pubblico od occulto che sia. Tale manifestazione esterna può esprimersi in qualsiasi maniera, con segni, scritti, parole e azioni, purché risulti sufficientemente che si tratta di un’adesione vera e propria e per di più pienamente deliberata, cioè formale. Vario fu il modo usato lungo i secoli dalla Chiesa nella repressione dell’e. Severissima da principio, più tardi temperò alquanto il primitivo rigore, pur riservando a tale delitto penitenze molto gravose. Divenuto cristiano l’Impero, alle pene ecclesiastiche si aggiunsero ancora sanzioni civili come l’esilio, la confisca dei beni e anche la morte. Particolarmente aspra fu la lotta contro gli eretici dopo il Mille, per l’insorgere di nuovi movimenti ereticali. Rimonta a quest’epoca l’istituzione dell’Inquisizione. – Le pene oggi in vigore sono le seguenti (can. 2314 del CIC): 1. Gli eretici incorrono ipso facto nella scomunica. – 2. Se ammoniti non si ravvedono, saranno privati dei benefìci, dignità, pensioni, uffici e altri incarichi ecclesiastici; saranno dichiarati infami e, se chierici, dopo una seconda ammonizione, deposti. – 3. Gli ascritti o aderenti pubblicamente a sètte acattoliche sono per ciò stesso infami, e, se chierici, dopo essere stati ammoniti inutilmente, devono esser degradati. – A chi è sospetto di e., inutilmente ammonito, saranno proibiti gli atti legittimi ecclesiastici, e, se chierico, sarà sospeso a divinis; se entro 6 mesi non si emenda, sarà considerato eretico (can. 2315). – L’assoluzione dalla scomunica è riservata alla Sede apostolica; se però il delitto fu deferito all’Ordinario in foro esterno, anche per libera confessione, questi, previa abiura, può assolvere il delinquente in foro esterno; questi quindi potrà dal confessore ricevere l’assoluzione dal peccato (can. 2314 § 2). …

CHE COS’E’ LA FEDE CATTOLICA

“Che cos’è la fede cattolica” di p. Michael Müller, C.SS.R

Fonte: “IL DOGMA CATTOLICO”

Di Michael Müller, C.SS.R

New York, Cincinnati e Chicago:

FRATELLI BENZIGER

Stampanti per la Santa Sede Apostolica

Permissu Superiorum, 1888 d.C.

[da TCWblog.]

CHE COSA È CATTOLICO.

Nessuno può andare in paradiso se non conosce la via per il paradiso. Se vogliamo andare in una determinata città, la prima cosa che facciamo è chiederci come fare per arrivarci, quale strada prendere. Se non conosciamo la strada, non possiamo aspettarci di arrivare in quella città. Allo stesso modo, se desideriamo andare in paradiso, dobbiamo conoscere il modo per arrivarci. Ora, la via che conduce ad essa è la conoscenza e il fare la volontà di Dio. Ma è Dio solo che può insegnarci la sua volontà, cioè, ciò che ci richiede di credere e di fare per essere beati con Lui in cielo. Il fine per il quale l’uomo è stato creato – la sua unione eterna con Dio – dice il Concilio Vaticano , è di gran lunga al di sopra della comprensione umana. Era quindi necessario che Dio si facesse conoscere all’uomo per insegnargli il fine per il quale è stato creato e ciò che deve credere e fare per diventare degno della felicità eterna. – “Se vuoi conoscere bene un grande edificio, devi studiare in dettaglio la sua forma e le sue dimensioni, devi esaminare minuziosamente il suo stile di architettura e sforzarti di comprendere il progetto dell’architetto. Tutto ciò ti causerà molti problemi e genererà impazienza, ed in ogni caso la tua conoscenza dell’edificio non sarà completa. – “Ma se l’architetto stesso ti spiega il suo piano e, oltre alla conoscenza che hai già acquisito dell’edificio, ti dà pure sufficienti informazioni sulla sua prima causa, allora sarai in grado di poter fare una descrizione completa e distinta dell’intero edificio. – “Allo stesso modo, sebbene un uomo istruito possa sforzarsi sempre e comunque con tutti i mezzi naturali in suo potere, che gli sono molto problematici, di conoscere la causa prima del grande edificio della Creazione, il suo piano e il suo obiettivo, eppure la sua conoscenza dell’opera della creazione sarà largamente incompleta fintanto che non avrà appreso la sua prima causa, il piano e l’obiettivo dallo stesso Architetto divino. ” (San Tommaso d’Aquino). – Ora, Dio stesso, nella sua infinita misericordia, è venuto a dirci perché ci aveva creati; è venuto e ci ha insegnato le verità che dobbiamo credere, i Comandamenti che dobbiamo osservare ed i mezzi di grazia che dobbiamo usare per ottenere la nostra salvezza. – Conoscere la volontà di Dio è conoscere la vera Religione o la vera via verso il paradiso. Come Dio non è che uno, così la sua santa volontà non è che una, e quindi la sua Religione è solo una, volontà di Dio e vera Religione sono quindi la stessa cosa. Per poter apprendere, con infallibile certezza, questa unica vera Religione, Dio Onnipotente nominò una sola autorità che possiede un insegnamento infallibile – la Chiesa Cattolica Romana – e comandò a tutti di ascoltarla e credere alla sua dottrina infallibile, sotto pena dell’esclusione dalla vita eterna. – “Dio Onnipotente ha nominato un’unica autorità il cui insegnamento è infallibile: la Chiesa Cattolica Romana” – Ora, Dio è la stessa verità infinita. Conosce soltanto Lui come sono le cose, e può parlarne perché solo Lui le conosce. Come Autore sovrano e Signore di tutte le cose, Dio ha un’autorità assoluta su tutti gli uomini, – un’autorità che può essere esercitata direttamente e personalmente, oppure attraverso un Angelo, o un Profeta, o una o più delle sue creature ragionevoli. Dio, quindi, ha il diritto di comandare, sotto pena della dannazione eterna, alla comprensione umana sta invece il credere a certe verità; Dio ha il diritto di comandare alla volontà umana di svolgere certi doveri ed ai sensi di fare certi sacrifici. Niente può essere più ragionevole che sottomettersi a un tale comando di Dio. Questa sottomissione della comprensione e della volontà alla rivelazione di Dio si chiama fede, che, come dice san Paolo, “…distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo” porta in cattività ogni comprensione all’obbedienza di Cristo”. (II Cor . X. 5.) Non appena, quindi, l’uomo ascolta la voce del suo Creatore, è obbligato a dire: Amen, così sia, … ci credo, non importa se lo capisco o no. Il Signore del cielo e della terra è Egli stesso verità infallibile, non può né ingannare né essere ingannato. Lui è il solo perché e l’unico perché della mia convinzione. – Quindi, San Basilio dice: “La fede, sempre potente e vittoriosa, esercita sulle menti un ascendente maggior rispetto a tutte le prove che la ragione e la scienza umana possono fornire, perché la fede sorpassa tutte le difficoltà, non con la luce delle prove manifeste, ma per il peso dell’autorità infallibile di Dio, che le rende incapaci di ammettere qualsiasi dubbio “.

“C’è,” dice Tommaso d’Aquino , “più certezza nella fede che nella scienza umana e in tutte le altre virtù intellettuali; noi dobbiamo considerare la certezza di una cosa o nella sua causa, o nell’oggetto che la riceve. Essendo Dio, la fonte e l’origine di ogni verità quindi, secondo questo principio, nessuna certezza è paragonabile a quella della fede. – “Si potrebbe dire che colui che sa percepisce meglio di colui che crede; ne conseguirebbe dunque che la conoscenza naturale abbia maggiore certezza della fede? No, perché una cosa deve essere considerata piuttosto per la sua causa che per la disposizione di colui che la riceve. – “La scienza umana e l’arte sono solo contingenze, ma l’oggetto della fede è la conoscenza delle verità eterne: la prudenza e la conoscenza procedono dalla ragione e dall’esperienza, ma la fede viene dall’azione dello Spirito Santo. Tutti i nostri organi sensibili e le nostre facoltà intellettuali sono esposte all’ errore, ma la fede è infallibile, poiché è fondata sulla parola di Dio: “… accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete “. “(2 Tess. II, 13. )

Il Dottore Angelico, San Tommaso d’Aquino

Ora, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ha rivelato la nostra Religione e ha investito di tutte le verità della sua rivelazione un corpo Insegnante infallibile – la Santa Chiesa Cattolica Romana, attraverso la quale ha fatto conoscere e continua a farle conoscere, a tutte le nazioni, fino alla fine dei tempi, nel modo più facile e infallibile. La Chiesa è l’erede dei diritti di Gesù Cristo. Essa è la fedele depositaria dei tesori spirituali di Gesù Cristo. Essa è l’infallibile Maestra delle dottrine di Gesù Cristo. Essa esercita l’autorità di Gesù Cristo … vive della vita e dello spirito di Gesù Cristo., … gode della guida e dell’aiuto di Gesù Cristo. Parla, ordina, comanda, concede, proibisce, definisce, scioglie e lega nel nome di Gesù Cristo. Alla luce della fede divina, che il cattolico ha ricevuto nel Battesimo, il fedele crede all’autorità divina della Chiesa, e perciò crede ed obbedisce a tutte le cose; e credendo e obbedendo ad Essa, crede ed obbedisce a Dio Onnipotente stesso, che disse agli Apostoli e ai loro legittimi successori nella Chiesa Cattolica: “Chi ascolta voi ascolta Me, e colui che vi disprezza, disprezza Me”. (Luca, X. 16.) La fede cattolica, quindi, è divina, perché è basata sull’autorità divina: il Cattolico sa e crede che Gesù Cristo gli parla attraverso la sua Chiesa, e quindi crede tutte le verità che Essa gli insegna, con la massima fermezza e semplicità, con una convinzione incrollabile della loro veridicità. Il fatto che Gesù Cristo abbia detto, abbia fatto, abbia insegnato alla sua infallibile Chiesa e le abbia comandato di insegnarlo a tutte le nazioni, è per lui il più ponderoso di tutti i motivi per credere. La famosa parola degli gnostici Pitagorici, “il maestro ha detto”, era una sciocca idolatria credendo, essi, che nessuno potesse essere da lui ingannato … come lo erano essi! Applicato, invece, a Gesù Cristo, è un principio assoluto, un assioma sacro per ogni Cattolico. I cieli e la terra passeranno, ma … veritas Domini manet in æternum – la verità del Signore rimane per sempre” (Ps. CXVI, 2). Il buon cattolico sopprime ogni obiezione alla sua fede dicendo: “Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, ce lo ha rivelato dalla sua Chiesa, e non abbiamo più domande da porre”.

Quindi san Tommaso d’Aquino dice:

“I principi e le regole della fede dipendono dall’autorità e dalla dottrina della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, quindi secondo la vera Chiesa non c’è fede o salvezza se non quando la luce della fede e della grazia  risplende nell’anima dell’uomo che crede fermamente tutto ciò che Dio ha rivelato e propone alla nostra fede attraverso la sua Chiesa; un atto di fede quindi differisce da tutti gli altri atti dell’intelletto umano per discernere ciò che è vero o falso “. – Questo è il motivo per cui la Chiesa non permette a nessuno dei suoi figli di rimettere in discussione la sua missione divina. La luce della fede che risplende nella mente di un cattolico consuma così completamente il dubbio, che, da quel momento in poi, non può essere ritenuto se non con sua grande colpa. – “La fede”, dice Sant’Alfonso, “è una virtù, o un dono, che Dio infonde nelle nostre anime nel Battesimo, dono mediante il quale crediamo alle verità che Dio stesso ha rivelato alla Santa Chiesa, e che essa propone alla nostra credenza. – “Per Chiesa si intende la Congregazione di tutti coloro che sono battezzati e professano la vera fede sotto un Capo visibile, cioè il Sommo Pontefice. – “Dico, la vera fede, per escludere gli eretici che, sebbene battezzati, sono separati dalla Chiesa. – “Io dico: “sotto un capo visibile”, per escludere gli scismatici, che non obbediscono al Papa, e per questo motivo passano facilmente dallo scisma all’eresia.” San Cipriano dice bene: “Eresie e scismi non hanno altra origine che questa: il rifiuto di obbedire al Sacerdote di Dio, e alla nozione che ci possa essere un prete che presiede la Chiesa, che sia, in più nello stesso tempo, un giudice che occupi l’ufficio del Vicario di Cristo “. – “Abbiamo tutte le verità rivelate nelle Sacre Scritture e nelle Tradizioni gradualmente comunicate da Dio ai suoi servi, ma come possiamo essere in grado di accertare quali siano le vere Scritture e le vere Tradizioni, e qual è il loro vero significato, se non avessimo la Chiesa ad insegnarcelo, … questa Chiesa che Gesù Cristo ha stabilito come pilastro e fondamento della verità? A questa Chiesa il nostro stesso Salvatore ha promesso che non sarà mai conquistata dai suoi nemici. ‘Le porte dell’inferno non prevarranno contro di Essa’ (Matteo XVI, 18). Le porte dell’inferno sono le eresie e gli eresiarchi che hanno fatto sì che tante anime illuse deviassero dalla retta via. Questa Chiesa è quella che ci insegna, attraverso i suoi pastori, le verità che dobbiamo credere. Sant’Agostino al proposito dice: “Non crederei al Vangelo se non fossi mosso dall’Autorità della Chiesa”. La causa, quindi, che impone l’obbligo di credere alle verità della fede è, che Dio, la verità infallibile, le ha rivelate, e che la Chiesa le propone alla mia fede. La nostra regola di fede, quindi, è questa: “Mio Dio, poiché Tu, che sei la verità infallibile, hai rivelato alla Chiesa le verità della fede, io credo tutto ciò che la Chiesa propone alla mia fede. “. – Tale è la fede che Dio prescrive nel primo comandamento. È solo con tale fede che Dio è veramente onorato ed adorato, poiché, con tale fede, lo riconosciamo come l’Essere Sovrano delle infinite Perfezioni, rese note a noi per rivelazione; e come Verità Sovrana, non può né ingannare né essere ingannata. … Senza questo inestimabile dono di grazia che è la luce della fede divina – è impossibile essere salvati …. (FINE)

LO SCUDO DELLA FEDE: I. LA FEDE

I.

L A FEDE.

Il dovere di credere. — La fede in accordo con la ragione. — Con la libertà. — Con la scienza. — Perché taluni non credono. — Ciò che bisogna fare per credere.

 [A. Carmignola: Lo scudo della Fede, S.E.I. Ed. Torino, 1927]

 [Avviso il lettore che i dubbi, le difficoltà, le obbiezioni, le parole tutte dell’avversario saranno segnate con una lineetta, che serve pure ad indicare il meno, il difetto, il mancamento; e le risposte si indicheranno con una stelletta, simbolo della luce e della verità.]

– E quali cose ho io il dovere di credere?

Hai il dovere di credere a molte cose, ma qui annunziandoti il dovere di credere intendo di dire che devi credere alle verità, che insegna la Chiesa Cattolica.

— Io penso di compiere benissimo questo dovere, perché io suppongo che la più parte delle cose che la Chiesa Cattolica insegna, siano verità, e talune di esse non ho nessuna difficoltà a crederle tali.

Ed io debbo dirti invece che se tu fai così, adempì malissimo, anzi non adempì affatto il dovere di credere.

— E perché?

Primieramente perché tu pensi che in quanto alle verità della fede cristiana si possa prendere la parola credere nel senso del linguaggio ordinario, in cui tale parola per lo più non vuol dir altro se non supporre, immaginare, ritenere come possibile, non escludendo per tal guisa il dubbio e il timore dell’inganno. E poi perché tu ritieni che basti credere solamente alcune delle verità, che la Chiesa insegna.

— Che cosa vuol dunque dire in quanto alle verità che insegna la Chiesa la parola Credere?

Vuol dire confessare e tenere una cosa senza esitazione di sorta, senza assecondare il minimo dubbio, senza concepire il fin piccolo timore di non essere con la mente abbracciati alla verità.

— Ed è per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica che si deve credere cosi?

Per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica come verità di fede, cioè da doversi assolutamente credere, pena a non essere cristiano cattolico. Se tu negassi .anche una sola verità, o di una sola dubitassi, sarebbe lo stesso come se le negassi o ponessi in dubbio tutte.

— E perché mai?

Supponi un po’ che tornato tu da un viaggio mi raccontassi molte cose da te vedute con tutta certezza, e che io a talune di esse credessi e a tali altre ti dicessi di non voler credere, non ti darei più o meno gentilmente del bugiardo o dell’imbecille? e non ti recherei un’offesa come se non credessi a nulla di quanto tu narri?

— È… offesa durissima.

Allo stesso modo chi rigetta anche una sola delle verità della fede dà dell’ingannatore o dell’ingannato a Dio stesso, nega la sua sapienza ed infallibilità.

— A me pare però che sia difficile credere così a tutte le cose, che la Chiesa insegna come verità di fede.

Ti pare a primo aspetto, ma così non è. Dimmi, tu sei cristiano, non è vero?

— Sì perché ho ricevuto il Battesimo.

Dunque se sei cristiano, avendo ricevuto il Battesimo, sei anche atto a credere tatto ciò, che il cristiano deve credere. E quello che è di te, lo è di tutti gli altri cristiani.

— Non capisco.

Col diventar cristiani nel ricevere il Battesimo si riceve altresì da Dio in dono, senza alcun nostro merito, la virtù della fede, ossia una forza, una potenza, una capacità di credere a Dio e a tutte le verità, che Egli ci ha rivelate e che ci insegna per mezzo della Chiesa; virtù, forza, potenza, capacità, che l’uomo può e deve mettere in atto col concorso della sua volontà appena sia giunto all’uso di ragione col prestare il suo assenso alle verità suddette.

— Ed è questo un dovere assoluto?

Senza dubbio, perché sebbene tra le verità della fede ve ne siano di quelle, che noi con la stessa ragione possiamo riconoscere, come ad esempio che Dio esiste, che Egli è il Creatore dell’universo, che premia i buoni e castiga i cattivi, ed altre simili, non di meno ve ne sono molte altre, come ad esempio la Trinità e la reale presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia, che con la nostra ragione non potremmo riconoscere, se Dio non ce le avesse rivelate, e che quantunque rivelate non possiamo comprendere. – Ma tanto le une come le altre Iddio vuole assolutamente che le crediamo, e solo a questa condizione noi saremo salvi, avendo detto San Paolo a nome di Dio che « senza la fede è impossibile piacergli » (V. Lettera agli Ebrei, capo XI, versetto 6), ed essendo stato insegnato esplicitamente da Gesù Cristo che « colui il quale non avrà creduto sarà condannato » (V. Vangelo di S. Marco, capo XVI, versetto 10).

— Se è così, i bambini che muoiono prima dell’uso della ragione, andranno perduti?

Oh! no, caro mio, se essi hanno ricevuto il Battesimo. Perché essi, ancorché non arrivati all’uso della ragione, per il Battesimo posseggono la fede, di cui sono capaci. Già te l’ho detto che con questo sacramento riceviamo il dono della fede. È vero che fino all’uso della ragione rimane in noi mia virtù abituale, cioè un’attitudine a credere, senza che si sia ancora capaci di metterla in esercizio; è vero altresì che appena giunti all’uso di ragione dobbiamo renderla attuale col prestare l’assenso nostro alle verità cristiane, che impariamo a conoscere; ma precisamente perchè il bambino non ha l’uso della ragione per prestare tale assenso, può, morendo, salvarsi lo stesso e realmente si salva col dono della fede abituale.

— Ho inteso.

Ecco dunque come la fede ci è assolutamente necessaria e doverosa per salvarci.

— Ma la fede non è forse contraria alla ragione?

Così si dice, ma così non è. Non t’ho io appreso che la fede è dono di Dio? E la ragione non è data all’uomo dallo stesso Iddio, che ci ha creati ragionevoli?

— Così è senza dubbio.

E vuoi dunque che Iddio, il quale è l’autore sì della fede come della ragione, le metta in urto tra di loro? E poi non risiedono tutte e due nella stessa casa, che è l’intelletto? E non hanno forse per oggetto la stessa cosa, ossia la verità? La fede adunque e la ragione sono due sorelle nate dà un medesimo padre, abitanti nel medesimo luogo, aventi lo stesso oggetto, con questo solo divario che la ragione ha per oggetto le verità naturali, la fede quelle soprannaturali, la ragione ad un certo punto s’arresta e la fede invece si spinge più innanzi a contemplare un orizzonte più elevato e più vasto.

— Ma appunto perché la fede va assai più in là che non possa andare la ragione, non l’avvilisce forse?

Oseresti tu dire che i telescopio avvilisca l’occhio umano, perché lo aiuta a discoprire quegli astri, che sono invisibili ad occhio nudo?

— Eh! no. Tutt’altro!

Dunque non devesi neppur dire che la fede avvilisca la ragione, mentre invece l’aiuta a discoprire e conoscere tante verità, a cui di per sé non potrebbe giungere. « Non avete mai visto, dice a questo proposito un illustre apologista, in giorno di festa pubblica qualche buona e robusta figlia del popolo pigliare la sua piccola sorella tra le braccia e sollevarla al di sopra di una moltitudine di teste curiose, affinché potesse a suo agio contemplare una maestà che passava? Ecco la fede: allo stesso modo essa piglia tra le sue gagliarde braccia la sua piccola sorella, la ragione, e la solleva al disopra del mondo oscuro della natura, affinché possa contemplare il mondo luminoso del soprannaturale. » (Monsabrè). -E non solo la Fede aiuta la ragione a discoprire le verità soprannaturali, ma l’aiuta, eziandio a conoscere più presto e con tutta certezza le verità d’ordine naturale, le quali altrimenti non potrebbero conoscersi se non con grande difficoltà e dopo lungo studio, massime trattandosi di gente del popolo. – Ma anche la ragione rende dei servigi alla fede. È a lei che spetta di stabilire la verità della fede, cioè « è dessa che deve informarsi diligentemente del fatto della rivelazione, onde essa sia certa, che Dio ha parlato, e così possa offrirgli una sommissione ragionevole, come sapientemente insegna l’Apostolo » (Pio IX, Enciclica del 9 novembre 1846). Essa inoltre illustra e dilucida le parole oscure della fede, scioglie le difficoltà che si possono fare, trae le conseguenze da principii dalla fede stabiliti, coordina tra di loro tutte le verità rivelate, eccetera, eccetera. – Di modo che si deve dire, che quantunque la fede sia al di sopra della ragione, tuttavia non può esistere tra loro né dissenso, né separazione, essendo esse ordinate ad aiutarsi scambievolmente.

— Vuol dire adunque che ognuno affine di pervenire alla fede potrebbe e dovrebbe valersi della ragione.

Adagio, caro mio. Qui bisogna distinguere. Se si tratta di un pagano, di un buddista, di un mussulmano, di un razionalista, allora sì, affin di pervenire alla fede potrà e dovrà usare della ragione. È dessa che lo deve illuminare e disporre a ricevere la luce delle verità rivelate. Ma se si tratta di un cristiano cattolico, che crede, non gli è certamente lecito di sospendere l’assenso alle verità della fede o di mettere in dubbio la loro certezza per ricostruirne l’edificio con la sola ragione.

— Dunque se io, che son cristiano cattolico, le muovo difficoltà contro la fede unicamente per averne più che sia possibile le prove razionali faccio male?

In questo caso non fai male, purché tu tenga sempre salda la fede; giacche è pur certo che il cristiano cattolico, senza dubitare minimamente della sua fede, può con la ragione ricercare ed esaminare tutte le prove razionali, su cui le verità della fede si appoggiano, ossia pur tenendo fermissimamente tali verità cattoliche può, per confermarsi sempre più in esse e difendersi dagli assalti contro di esse, farne una specie di controprova.

— Ho inteso. Vuol dire adunque che possiamo continuare nei nostri ragionamenti.

Anzi faremo cosa utilissima.

— Non si potrà negare tuttavia che la fede sia contraria alla libertà dello spirito umano. Ho letto in un libro queste parole : « Bisogna serbar la mente integra. La integrità della mente ne richiede la libertà. È dovere trovarsi libero nel proprio pensiero. Pensiero violentato, tiranneggiato, è pensiero distrutto; il pensiero vuole la libertà come i nostri polmoni l’ossigeno, come la pianta la luce ». E dunque?

Senti, caro mio, le parole che tu hai lette, sono molto altisonanti. Ma se siano giuste è altra cosa. E qui facciamo bene ad intenderci. Se chi dice che lo spirito, il pensiero umano dev’essere libero, intende di dire che esso non può essere in alcun modo fisicamente forzato ad ammettere qualsiasi proposizione vera o falsa, dice cosa di tale evidenza, che non ha da farne poi tanto chiasso. Lo capisci questo?

— Lo capisco benissimo. È più che certo che nella mia mente posso fare i pensieri che voglio, e posso pensar bene e giusto o pensar male e falso senza che alcuno con la forza materiale, magari con la spada alla mano, possa impedirmelo.

Hai capito perfettamente. Ma se invece chi dice che il pensiero deve essere libero, che non deve essere violentato, tiranneggiato, intende di dire che la mente umana è in diritto di respingere qualsiasi proposizione, non solo le false, ma anche le vere, pare a te che dica giusto, o non piuttosto che abbia perduto il senno? Hai tu la libertà morale, vale a dire conforme a giustizia, di dire che una camera quadrata è rotonda? che il sole è buio pesto? che due più due fanno tre? che truffare il prossimo è cosa ottima? che ammazzare un innocente è l’azione più meritoria?

— Se io pretendessi d’avere tale libertà, temerei di essere mandato al manicomio.

  E perché?

— Perché se sono fisicamente libero di pensare quelle assurdità, non lo sono moralmente.

Benissimo. Ora ciò che è delle verità d’ordine naturale, lo ha da essere altresì di quelle religiose e d’ordine soprannaturale. Quando la ragione stessa ci ha fatto conoscere che si tratta propriamente di verità, perché rivelateci da Dio, che non s’inganna né può ingannarci, la mente non è più nella libertà morale di respingerle. Se non vuole infrangere la stessa legge di natura, che impone all’uomo di star soggetto a Dio in tutto il suo essere, non solo nella sua volontà, ma eziandio nel suo intelletto, nella sua mente, nel suo spirito deve assolutamente credere alle verità, che Dio gli ha rivelate come tali. E se non ci crede, ben sì capisce che fa male, malissimo. Del resto credendo alle verità, che Dio ci ha rivelate e che la Chiesa c’insegna, è vero che si faccia cosa contraria alla integrità, alla libertà dello spirito? è vero che si subisca una violenza, una tirannia? Di’ un po’: la strada è contraria al viandante, perché lo guida alla sua meta? le vene e le arterie sono tiranne al sangue, perché lo fanno convenevolmente circolare? e per servirmi dei paragoni del libro che hai letto, l’ossigeno è nemico ai polmoni, perché li fa ben respirare? e la luce è violenta contro la pianta, perché la disseta de’ suoi gaz e la incolora?

— Oh! tutt’altro

Così nessuno mai potrà dire, che la fede sia contraria alla integrità e libertà del pensiero, che lo violenti, che lo tiranneggi, perché lo conduce alla integrità del vero e lo fa vivere in esso. Sai che cosa è contrario allo spirito umano, che cosa lo violenta, e tiranneggia? È l’errore e l’ignoranza. Queste sì che sono catene che impediscono alla mente di levarsi su a spaziare liberamente nel campo della verità. Epperò coloro, che non vogliono saperne di credere, sono dessi propriamente, che nell’atto che si proclamano liberi pensatori, si rendono pensatori incatenati.

— Ciò è verissimo. Ma ho pur inteso varie volte a dire che la fede è contraria alla scienza.

E lo si dice e si scrive tanto, che questa insensataggine in certi libri, che pure passano per opere scientifiche, è diventato un luogo comune. Ma io ti dico invece che la fede è contraria all’ignoranza, perché ci fa conoscere le più grandi verità, che senza di essa non conosceremmo.

— Ma non è forse vero che la fede arresta la mente nelle cognizioni e impedisce il progresso scientifico?

La fede arresterà la mente, perché non cada negli errori e nelle falsità, ina non le impedirà mai di far acquisto della scienza e di progredire in essa.

— Dunque anche chi crede può studiare e diventare sapiente?

Perché no? Mancano forse i sapienti tra i credenti? Lo stesso D’Alembert, che fu miscredente, ha detto che la lista dei sapienti, che s’inchinarono alla fede, sarebbe interminabile. Non furono preti e frati, che nel medio evo oltre all’aver mantenuto in vita la classica letteratura scopersero la bussola, la polvere, la rotazione della terra, il movimento del cielo? E sempre, come anche oggidì, a far corona alla fede non si trovano un gran numero di filosofi, di poeti, di letterati, di scienziati d’ogni maniera? Potresti leggere a questo proposito una erudita conferenza del Padre Zham, che ha per titolo La Chiesa e la scienza, e vedresti come i più esimi cultori della scienza furono o ecclesiastici o fervidi credenti.

— E non c’è pericolo, che la scienza nel suo progredire arrivi a dimostrar falso qualche insegnamento della fede?

Quante volte si è pensato ciò dai nemici della fede! Ma poi… sempre furono scornati. Senti che cosa scrive in proposito il Canchy, uno dei più illuminati cultori della scienza: « Coltivate con ardore le scienze astratte e naturali; decomponete la materia, mettete in mostra le meraviglie della natura, esplorate se è possibile ogni angolo del creato; sfogliate in seguito gli annali delle nazioni, la storia degli antichi popoli, consultate dovunque gli antichi monumenti dei secoli passati. Ben lungi dallo spaventarmi per queste ricerche io provocherò di continuo gli scienziati, li spingerò a farlo con ogni sforzo; io non temerò che la verità, si levi a contraddire la verità o che i fatti e i documenti raccolti siano mai in urto coi nostri libri rivelati ». Ecco la bella sfida che un uomo di fede fa alla scienza. Credilo, amico mio, qui l’esito del passato è garante dell’avvenire, e in ogni passo che continuerà a dare la scienza la fede acquisterà una nuova e più solenne conferma della verità.

— Come mai adunque, per quel che sento a dire, vi sono tanti professori, tanti uomini d’ingegno, che disprezzano la fede nei libri che scrivono e dalle cattedre da cui insegnano?

Anzi tutto non devi credere che costoro siano veramente tanti come si dice. Non di meno ve ne sono, e sommandoli insieme fanno un certo qual numero. Di essi ve n’hanno di coloro, che sembrano provare un gusto matto, se a proposito ed a sproposito nelle loro lezioni possono entrare a sparlare di preti, di Chiesa, di fede per lanciarvi contro qualche vieta calunnia o per coprire tutto ciò del loro ridicolo. Costoro pur troppo dimostrano di essere dominati dalla brutta superbia, che li fa credere uomini superiori anche ai più grandi geni del Cristianesimo, e che pensano di avvilirsi nel rispettare quella fede, che tali gemi hanno creduto e seguito. Ma taluni di essi, negli errori che insegnano contro la fede e nel disprezzo, a cui la fanno segno, non sono altro che povere vittime dell’ignoranza, in cui si trovano rispetto alle sue verità. Certamente, essi conosceranno molte cose, ma non conoscono quel che più importerebbe di conoscere, sicché per questo riguardo un bambino, che crede a Dio suo creatore, e sa perché Dio l’ha creato, è di gran lunga più sapiente di loro. Non conoscendo la fede la snaturano e la combattono.

— Forse però nel combatterla saranno convinti di far bene?

Non credo. Perché ordinariamente al punto di morte si mostrano convinti di aver fatto male e mutano sentimenti. Un professore della città di Parigi, non sono molti anni, il senatore Littré, dopo essere stato maestro di materialismo, dopo avere fatta esplicita professione di sfacciata incredulità, nei suoi ultimi giorni ritornò a Dio, ed abiurati i suoi errori, morì pieno di fede.

— E perché vi sono ancora al mondo tanti altri che non credono?

È sempre la stessa cosa. A superbia ed ignoranza, aggiungi indifferenza, rispetto umano, passioni e scostumatezza, ed avrai le cause principali e vere della incredulità.

— Dunque: superbia…

Sì, vi sono alcuni talmente dominati da sì detestabile vizio, che non vogliono saperne di credere, solo perché non vogliono fare ciò che i più fanno. Crederebbero di abbassarsi, di avvilirsi ad essere uomini di fede, epperò van predicando che la fede è buona per le donne, pei fanciulli e per il popolo, quasi che non avessero anche gli uomini, gli adulti e le persone colte un’anima da salvare e che non si può salvare senza la fede. Ma anche per costoro si avvera, che chi si esalta sarà umiliato. E non è una umiliazione il credere che essi fanno, per lo più, alle sonnambule, ai mediums, agli spiritisti, alle tavole parlanti, al diavolo? Non è un’umiliazione il mettersi alla fin fine a paro delle bestie? Ascolta: Un giovane reduce da Parigi, ov’era stato agli studi, trovandosi in conversazione in casa d’una buona e brava signora, faceva superba mostra di miscredenza. E siccome non lo si approvava, prese a dire: « Come? sareste voi di quegli imbecilli, che credono all’insegnamento del prete? » « Scusi, rispose prontamente la padrona di casa, se non siamo tutti del suo parere. Vi sono due individui però, che al pari di lei non credono a nulla, e senza che siano andati a Parigi. « Chi sono dessi? li voglio tosto abbracciare ». « Sono il mio cane ed il mio cavallo ». – È facile immaginare con quanti palmi di naso rimanesse quel giovane.

— E dopo la superbia, l’ignoranza.

Sì, altri vi sono, una specie di semisapienti, che di religione non sanno se non ciò che hanno letto su pei romanzi e nei giornali, che danno scherni invece di prove e con ciò solo in nome di quella tintura di scienza, si credono in diritto di impancarsi a dottori e giudicar favole le verità della fede. A ciascuno di costoro però si potrebbero rivolgere i versi di Dante:

Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna

Per giudicar da lungi mille miglia

Con la veduta corta d’una spanna?

(Paradiso, Canto XIX) .

Al qual proposito si racconta che un uomo trovandosi un giorno in ferrovia con una signora, uditala vantarsi della sua incredulità, le domandò: « Ma avete voi studiata la religione? » e che quella rispose: « Perfettamente! Ho letto l’enciclopedia, le opere tutte di Voltaire, Diderot, d’Alembert ». « E Bossuet, Fénelon, Wiseman li avete Letti? » « Le pare!… Leggere quelle cose! Non le ho neppur mai vedute ». « Allora, o signora, perdonate, ma non avendo letto il prò e il contro, non potete più essere un’incredula, ma un’ignorante ». Risposta dura, ma vera.

— E dopo la superbia e l’ignoranza anche l’indifferenza.

Precisamente. Taluni pur troppo della fede non si danno alcun pensiero. I comodi della vita, l’amore sfrenato ai guadagni, il godimento dei piaceri, gli affari, i viaggi, i negozi, gli studi, gli uffizi, le preoccupazioni soverchie dei materiali interessi, e cose simili li inchiodano in una massima indifferenza per le cose di Dio e dell’anima. E se loro ne spunta in mente un pensiero, lo scacciano tosto come importuno, dicendogli quel che dissero taluni degli Ateniesi a S. Paolo, quando nell’Areopago prese a predicare le verità della fede: « Ti ascolteremo sopra di ciò un’altra volta ». – Altri ancora respingono la fede per viltà, per paura del rispetto umano. Al vederla tanto schernita, al sentir chiamare sciocchi ed ipocriti quelli che la seguono, al riconoscere che l’empietà è considerata come diploma di capacità per ottenere impieghi, favori, eccetera, taluni si spaventano e benché in fondo al cuore sentano il dovere di credere, al di fuori mostrano tuttavia di non credere, e non di rado si atteggiano ad increduli peggiori degli altri.

— Questo è vero. Non capisco però come anche le passioni…

Le passioni anzi sono la sorgente precipua della incredulità. Chi ha corrotto il cuore avrà altresì guasta la mente. Volendo continuare nella sua mala vita fa ogni sforzo per non credere alle verità della fede affine di non averle a temere. Rousseau diceva: « Datemi un uomo, che viva in modo da desiderare che il Vangelo sia vero, ed egli crederà nel Vangelo ». Oh! se tra le verità della fede non ci fosse quel Decalogo,- specie con quei due comandamenti 6° e 7°, si crederebbe dalla più parte con la massima facilità! L’incredulità invece è un guanciale comodo per la disonestà e per l’ingiustizia.

— Dunque se tanti non credono, non è propriamente perché siano intimamente persuasi di non dover credere.

No, non è propriamente così. La realtà dolorosa è questa, che costoro sono divenuti

miseri schiavi di qualche turpe passione e ne sono crudelmente signoreggiati.

— E se io non potessi credere?

Ti risponderò che questa sarebbe una pura illusione, che non ti scuserebbe un dì al tribunale dell’inesorabile Giudice. So bene che c’è chi dice: Io vorrei credere, ma non posso. Ma io gli domando: Che mezzi hai tu usato per giungere alla fede? Chi vuole il fine vuol pure i mezzi, e chi non cura i mezzi mostra evidentemente, che poco gl’importa del fine. Or questo è il caso tuo, se non hai la fede. Hai tu studiato la religione con amore sincero della verità? – Ti rechi ad ascoltare umilmente la parola di Dio, dalla quale appunto, come insegua S. Paolo, viene la fede? (V. Lettera ai Romani, capo X, versetto 17). Hai consultato qualche bravo sacerdote per esporgli i tuoi dubbi, per sciogliere le tue difficoltà? Hai preso tra mano qualche libro di religione, di apologetica cristiana? Hai smessa la lettura di certi romanzi, di certi giornali, pieni zeppi di errori, di accuse, di calunnie contro la fede? Ti sei liberato da certe compagnie, da certi convegni, da certe conversazioni, ove la fede è posta in ludibrio? – Hai cominciato a mondare il tuo cuore da certi vizi, da certe passioni? – Ti sei rivolto a Dio a pregarlo che illumini la tua mente? Fino a che non avrai fatto nulla di ciò, se non puoi credere la causa non è che tua.

— Ho inteso. E in quanto a me, fra l’altro, desidero appunto che ella continui ad illuminarmi.

 

INDULGENZE

INDULGENZE

[G. Bertotti: I Tesori di S. Tommaso d’Aquino; S.E.I. Ed. Torino, 1918

1- Valore delle indulgenze. — 2. Chi può concederle. — 3. Condizioni per lucrarle (Sent, 4, dist. 20, q. 1).

1 . Valore delle indulgenze. — Tutti ammettono un valore nelle indulgenze: sarebbe empio il dire che la Chiesa fa opere inutili. Ma alcuni dicono ch’esse non valgono ad assolvere dal reato di pena che si possa secondo il giudizio di Dio meritare in purgatorio: ma che valgono soltanto ad assolvere dall’obbligo della penitenza imposta dal confessore o dalle disposizioni canoniche. Ma contro questa opinione sta anzi tutto il privilegio dato a Pietro che sia rimesso in cielo ciò ch’egli rimette in terra: quindi la remissione fatta innanzi alla Chiesa vale anche innanzi a Dio. Oltre a ciò la Chiesa concedendo le indulgenze arrecherebbe un danno maggiore dell’utilità, perché, assolvendo dalle penitenze ingiunte, ci riserberebbe a più gravi pene da scontarsi in purgatorio. – Le indulgenze valgono, e di fronte alla Chiesa e di fronte al giudizio di Dio, per la remissione della pena che rimane dopo la contrizione, la confessione e l’assoluzione sacramentale. La ragione poi per cui le indulgenze possono valere è quell’unità del corpo mistico, nella quale molti fecero opere di penitenza oltre la misura dei loro debiti e sostennero anche molte tribolazioni innocentemente e pazientemente, che avrebbero potuto servir d’espiazione a una moltitudine di pene, se loro fossero dovute. Tant’è l’abbondanza di questi meriti. che eccedono tutte le pene dovute ai viventi: sovra ogni altro merito, il merito di Gesù Cristo: merito, che, lungi dall’esaurirsi nei Sacramenti, sopravanza con la sua infinità l’efficacia esercitata nei Sacramenti. Ora si sa che uno può soddisfare per un altro. Ebbene i Santi, in cui si riscontra sovrabbondanza d’opere satisfattorie, compirono queste opere non a determinato vantaggio di chi avesse bisogno di remissione (la quale in tal caso s’otterrebbe senza bisogno d’alcuna indulgenza), ma le compirono a vantaggio comune di tutta la Chiesa, come l’Apostolo (Coloss., 1, 24) dice d’adempire nel suo corpo ciò che manca alla passione di Cristo a beneficio della Chiesa a cui scrive. Dunque tali meriti sono comuni a tutta la Chiesa. Le cose comuni a tutta una moltitudine son distribuite a ciascuno degli individui a piacimento di chi presiede alla moltitudine: perciò, come noi conseguiremmo la remissione della pena se un altro soddisfacesse per noi, altrettanto ci accadrà se la soddisfazione di un altro ci sarà distribuita da chi ne ha il potere. Le indulgenze dunque non tolgono la quantità della pena dovuta alla colpa, ma applicano la soddisfazione d’un altro che spontaneamente sostenne la pena dovuta alla nostra colpa. Chi riceve le indulgenze non è assolto, a rigor di termini, dal debito di pena, ma gli è dato di che pagare il suo debito. Benché le indulgenze molto valgano per la remissione della pena, tuttavia le altre opere di soddisfazione sono più meritorie rispetto al premio essenziale: il che è infinitamente meglio che la remissione della pena temporale. Nel conceder le indulgenze i ministri della Chiesa esercitano la loro potestà, non a distruzione, ma ad edificazione dei fedeli. Certo, ad evitare i peccati, la grazia ci presenta un maggior rimedio di quello che ne possa derivare dalla consuetudine delle buone opere. Ma acquistando le indulgenze, noi ci sentiamo portati con l’affetto verso la causa per cui furono concesse: perciò le indulgenze ci dispongono alla grazia e in tal modo riescono anche di rimedio per evitare i peccati. È tuttavia da consigliar sia quei che lucrano le indulgenze, che non s’astengano per questo dalle opere ingiunte di penitenza, trovando così anche in esse il rimedio per evitare i peccati, posto pure che si sia immuni dal debito di pena:, tanto più che talvolta s’è debitori più di quanto si creda. Nelle indulgenze, causa di remissione di pena non è altro che l’abbondanza dei meriti della Chiesa: abbondanza ch’è sufficiente a espiare tutta la pena. – Perciò la quantità di remissione non vuol essere proporzionata né alla divozione di chi acquista l’indulgenza né alla causa estrinseca per cui l’indulgenza fu accordata: ma ai meriti della Chiesa che sempre sovrabbondano. La remissione sarà conforme alla misura onde questi meriti sono applicati. Le indulgenze valgono senz’altro tantum quantum prædicantur, purché ci sia l’autorità in chi le concede, ci sia la carità in chi le riceve, ci sia nella causa la pietà che comprende l’onor di Dio e l’utilità del prossimo. – Essendo l’effetto dei Sacramenti determinato non dall’uomo, ma da Dio, il sacerdote non può in confessione tassare con la chiave dell’ordine quanto s’abbia a rimettere di pena dovuta, la quale invece si condona nella misura voluta da Dio. Ma la chiave di giurisdizione non è cosa sacramentale; soggiace all’arbitrio dell’uomo il suo effetto, ch’è la remissione per mezzo delle indulgenze: sta dunque all’arbitrio di chi concede delle indulgenze il determinare quanto si rimetta di pena.

2. Chi può concedere le indulgenze. — Le indulgenze hanno effetto in quanto le opere satisfattorie di uno si computano a un altro, non solo per forza di carità, ma anche per l’intenzione dell’operante diretta in qualche modo a tale scopo. Ora in tre modi può esser l’intenzione d’uno diretta a un altro: in modo singolare, in modo speciale, in modo generale. In modo singolare, quando uno soddisfa determinatamente per un altro, e così ciascuno può comunicar le sue opere ad altri. In modo speciale, come quando si prega per la propria congregazione, per la propria famiglia, per i benefattori, e a tale scopo s’ordinano anche le proprie opere satisfattorie: e così chi presiede a una congregazione può comunicar ad altri le opere satisfattorie applicando direttamente le intenzioni di quei che appartengono alla congregazione. In generale, quando si coordinano le opere al bene della Chiesa in generale: e così quei che presiede alla Chiesa, può in generale, applicandovi la sua intenzione, comunicar le opere a questo o a quello. E poiché l’uomo è parte della congregazione, e la congregazione è parte della Chiesa, nell’intenzione del bene privato sta in chi usa l’intenzione del bene della congregazione e del bene di tutta la Chiesa; quindi chi presiede alla Chiesa può comunicare le opere degl’individui che vi appartengono: ma non viceversa. Né la prima comunicazione in modo individuale, né la seconda in misura speciale, si chiama indulgenza, ma solo la terza in modo generale. E ciò per due ragioni: — 1° perché con le due prime comunicazioni l’uomo, benché sia sciolto dal reato di pena quanto a Dio, non è sciolto però dal debito di compier la soddisfazione ingiunta dal precetto della Chiesa, mentre che è sciolto anche da quesito debito con la terza comunicazione; — 2° perché in una sola persona o in una sola congregazione non v’è indeficienza di meriti da poter valere anche per tutti gli altri: ma nella Chiesa v’è un’assoluta indeficienza di meriti, principalmente per il merito di Gesù Cristo: perciò solo chi è capo della Chiesa può largire indulgenze. – Il Papa ha la pienezza della potestà pontificale, come il re nel regno: perciò la potestà, d’accordare indulgenze risiede pienamente nel Papa. Ma il Papa si assume i Vescovi a partecipar della sua cura, come il re mette i suoi giudici in ogni città: perciò il Papa nelle sue lettere chiama i soli Vescovi col nome di fratelli, gli altri col nome di figli. Anche i Vescovi dunque possono dar indulgenze, ma solo secondo la misura determinata loro dal Papa. – Essendo cosa di giurisdizione il dare indulgenze, e non perdendosi col peccato la giurisdizione, le indulgenze accordate da chi fosse in peccato mortale hanno il medesimo valore che avrebbero se fossero accordate dal più santo fra gli uomini: perché chi concede le indulgenze non rimette la pena in forza dei suoi meriti, ma in forza dei meriti riposti nel tesoro della Chiesa.

  1. Per lucrare le indulgenze bisogna far quello per cui fu data l’indulgenza. Se non s’adempie la condizione, non s’ottiene ciò che si dà sotto condizione: dandosi l’indulgenza sotto la condizione che si faccia una qualche determinata cosa, se non la si fa, non s’acquista l’indulgenza. – E non s’acquista neppure quando si tralascia d’adempire la condizione, non perché non si voglia, ma perché non si può: come quando l’indulgenza è accordata per qualche elemosina che un povero non può fare e che pur farebbe volentieri. La buona intenzione gli sarà computata per il premio essenziale, come se avesse fatto l’elemosina, non per gli altri premi accidentali, come sarebbe la remissione della pena temporale, e simili. – Possiamo con l’intenzione applicare le opere nostre a chiunque vogliamo e perciò possiamo soddisfare per chiunque vogliamo. Ma l’indulgenza non si può applicare fuorché con l’intenzione di chi la concede: ora l’intenzione di chi la concede è che si applichi a chi fa una determinata cosa. Chi dunque fa l’opera prescritta riceve l’indulgenza, ma non può trasferire ad altri l’intenzione di chi la concede; dunque uno non può acquistare l’indulgenza per un altro: Tuttavia se l’indulgenza fosse esplicitamente accordata per colui che fa e per quello a cui vantaggio si fa, varrebbe anche per quest’ultimo: ma allora chi fa quella determinata opera non darebbe ad altri l’indulgenza: la dà chi concede l’indulgenza sotto tal forma (L’odierno Diritto Canonico -C.J.C., can. 630- stabilisce che « nessuno, acquistando indulgenze, le può applicare ad altri viventi; alle anime poi del Purgatorio sono applicabili tutte le indulgenze concesse dal Romano Pontefice, salvo che consti altrimenti). – Per chi si trova in peccato mortale le indulgenze non valgono alla remissione della pena, perché a nessuno può esser perdonato il castigo, se prima non gli è perdonata la colpa: poiché chi non ha ottenuto l’opera di Dio nella remissione della colpa, non può conseguire la remissione della pena dal ministro della Chiesa né nelle indulgenze né nel foro penitenziale. Valgono almeno per ottenere la grazia? Potrebbero valere a ottener la grazia per il peccatore quei meriti che gli si comunicano mediante le indulgenze, come potrebbero valere per ottenergli la grazia e molti altri beni i meriti applicatigli anche da un semplice fedele. Ma non per questo fine s’accordano le indulgenze, sebbene per la remissione della pena, perciò non hanno valore per quei che si trovano nel peccato mortale. Un membro morto non riceve l’influsso dagli altri membri vivi: chi si trova nel peccato mortale è un membro morto, dunque non può con le indulgenze ricevere l’influsso derivato dai meriti dei membri vivi.

 

INFERNO -2-

INFERNO [2]

[E. Barbier: I tesori di Cornelio Alapide, S.E.I. Ed. Torino – vol. II, 1930]

3. Il reprobo è maledetto da Dio, dal demonio, e dagli altri reprobi. — 4. Morte nell’inferno.— 5. Come i demoni trattano i reprobi. — 6. Disperazione nell’inferno. — 7. Gradazioni di supplizi. — 8. Eternità delle pene infernali. — 9. L’inferno è conforme alla giustizia di Dio. — 10. Mezzi per schivare l’inferno.

3. – IL REPROBO È MALEDETTO DA DIO, DAL DEMONIO E DAGLI ALTRI REPROBI. — Dall’istante in cui il Giudice supremo avrà pronunziato contro i peccatori che entrano nell’eternità macchiati anche di un solo peccato mortale la terribile, irrevocabile sentenza: Partitevi da me, o maledetti, e andate al fuoco eterno: — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum (MATTH. XXV, 41), la maledizione di Dio non si allontanerà mai più da loro, ma li pigerà e li travolgerà per tutti i secoli. Della maledizione di Dio leggiamo nella Scrittura: « Amò la maledizione e gli pioverà sul capo; non volle la benedizione e si scosterà da lui. La maledizione lo coprirà come vestimento, entrerà come acqua nelle sue interiora, penetrerà come olio nelle sue midolla. Diventerà per lui come abito che mai non si depone, come fascia che gli cinge le reni » — Dilexit maledictionem et veniet ei; noluit benedictionem et elongabitur ab eo. Et induit maledictionem sicut vestimentum, et intravit sicut aqua in interiora eius. Fiat ei sicut vestimentum quo operitur; et sicut zona qua semper præcingitur (Psalm. CVIII, 16-18). Ecco dunque designati quattro terribili effetti della maledizione di Dio: 1° essa circonda all’esterno il reprobo…; 2 ° entra nell’interno e si appiglia alle potenze dell’anima …; 3 ° si spinge ancora più innanzi e la ferisce fin dentro la sua sostanza, come olio che penetra fino alle midolla…; 4° questa maledizione non l’abbandonerà mai un momento … Tale è l’infelice condizione del dannato sotto l’incubo della maledizione divina! . . . Un’anima creata a immagine di Dio, redenta col sangue di un Dio, essere maledetta dal suo Dio, dal suo Creatore, dal suo Redentore, dal suo solo ed unico bene! Chi può comprendere, chi può spiegare questo sommo, indefinibile male?… Mentre i peccatori sono in questo mondo, i demoni non cessano di adularli, per sedurli e precipitarli nell’inferno. Come già ai nostri progenitori, essi offrono loro ad ogni ora dei frutti vietati, dicendo: « Non morrete, ma diventerete come altrettanti dèi » — Nequaquam moriemini; eritis sicut dii (Gen. III, 4-5). Ma nell’inferno invece di adularli, malediranno senza fine quei ciechi che trangugiarono il veleno della seduzione… Nell’orribile prigione dove si scontano fra supplizi atroci le colpe della vita, si troveranno radunati insieme i compagni di dissolutezza che gareggiavano a chi più facesse onta al pudore. Là gli amici diventeranno carnefici degli amici; si svillaneggeranno a vicenda, si oltraggeranno, si caricheranno di amari rimproveri, si scaglieranno sanguinose ingiurie e orrende maledizioni. Là il padre negligente e scandaloso si troverà col figlio scapestrato che griderà furioso: Padre maledetto, sei tu che mi mettesti nella via del delitto; tu mi hai insegnato ad ingannare il semplice e l’incauto, a frodare l’artigiano; tu mi hai seminato in cuore i funesti germi dell’ambizione, tu mi hai insegnato a profanare la domenica, a bestemmiare, ad ubbriacarmi, a disprezzare i precetti della Chiesa. Tu sei l’autore della mia disgrazia; io ti maledico e ti maledirò in eterno! La figlia si avventerà quale furia contro sua madre, urlando: Madre disgraziata, perché darmi alla luce, se volevi prepararmi un’eternità di supplizi? Il tuo esempio mi fu continua scuola d’immodestia, di civetteria, di libertinaggio; la tua colpevole e frivola noncuranza, la tua rilassatezza mi ha perduta! Perché non mi hai strozzata di tua mano, in culla? Sii maledetta per sempre! E tutti gli echi dell’inferno ripeteranno: Sii maledetta per sempre! Là, o libertini scandalosi, vi troverete con le vittime delle vostre seduzioni; esse vi staranno sempre ai fianchi per pungervi e dilaniarvi e ciascuno dei loro rimproveri sarà acuta e ardente saetta che vi trafiggerà il cuore. – Corruttore abbominevole, assassino crudele, seduttore ipocrita, tu mi hai tolto la mia innocenza, rapito la mia verginità, rubato l’onore, involato la corona; mi hai ucciso l’anima e fatto perdere il mio Dio! Va, diavolo incarnato! in che ti aveva offeso l’anima mia immortale, destinata alla vita della eterna gloria, da meritare che tu le vibrassi il colpo di eterna morte? Soffri e disperati, o crudele, soffri per sempre! Nell’implacabile odio mio, ti maledico in eterno!

4. – MORTE NELL’INFERNO. — Dice il profeta che i reprobi saranno stipati come pecore nell’inferno e la morte ne farà suo pasto: — Sicut oves in inferno positi sunt; mors depascet (Psalm. XLVIII, 14). « Ottimo paragone è questo, scrive S. Bernardo: perduto il vello delle ricchezze, i reprobi duramente e interamente spogliati, sono gettati ad ardere nudi tra le fiamme eterne. La morte ne farà suo alimento, perché moriranno sempre alla vita e vivranno sempre per la morte; il loro corpo è abbandonato ai vermi, l’anima al fuoco fino al giorno in cui nuovamente congiunti in un’infelice unione, patiranno insieme i supplizi, essi che furono compagni nei vizi ». – « La morte, soggiunge S. Gerolamo, commentando le citate parole del Salmista, la morte sarà il mandriano dei dannati; è giusto che siano guardati e pasciuti dalla morte coloro che non vollero avere per buon pastore il Cristo ». « Il peccato consumato genera la morte » — Peccatum cum consummat um fuerit generat mortem ( IACOB. I, 15). « E non vi è morte, dice S. Agostino, tanto terribile e disgraziata, quanto la morte che non muore mai (Lib. VI, De Civ. cap. ultimo) ». – Quaggiù in terra, osserva anche S. Gregorio, il peccatore muore alla vita, nell’inferno vivrà della morte. La morte vive per voi, o reprobi sventurati, e la vostra fine è sempre sul cominciare. Il dannato sconterà tutti i suoi delitti, ma non sarà distrutto. La morte non lo annichila, perché se la vita di questa morte fosse distrutta, egli cesserebbe di esistere; ma affinché sia tormentato senza fine, è costretto a vivere nei supplizi; è giusto che quegli la cui vita su la terra fu una morte nel peccato, soffra nell’inferno una morte che sia una vita nei castighi (Mor. 1, XV, c. XII). «Nell’inferno, ripete altrove il medesimo santo, l’anima perde la vita della felicità, ma non il suo essere; di qui la dura necessità per lei, di soffrire la morte senza morire, di perire senza perire, di finire sempre senza finire mai; perché per essa la morte è immortale; è una consunzione senza consumazione, un fine senza termine. La morte è dunque per i dannati una morte immortale, un fine infinito, una distruzione indistruttibile (Dialog. 1. IV, 45) ». Come triste e terribile è la sorte dei reprobi! Poiché, come i cadaveri servono di pastura ai vermi, così le anime riprovate servono di alimento alla morte per tutta l’eternità e la loro vita sarà un nutrirsi della morte!… Nell’inferno la morte è sempre vivente; là è il suo regno, il suo trono; là trova una fecondità immancabile. Se dunque volete sapere che cosa sia l’inferno, udite: l’inferno è la dimora, il regno della morte; perché la morte eterna vi domina assoluta, regna su tutti i dannati, uomini e demoni e il suo impero non vedrà mai fine. Sulla terra, i peccatori stanno nel vestibolo dell’abitazione della morte, ma nell’inferno stanno nei più segreti appartamenti, nelle stanze più interne del suo palazzo. Il cielo è il regno della vita, perché ne è il re Iddio; l’inferno è il regno della morte, perché essa vi comanda e signoreggia sola padrona. « Mi fa spavento, esclama inorridito S. Bernardo, la morte sempre vivente; rabbrividisco al pensiero di cadere preda di quella morte che sempre vive, di quella vita che sempre muore; è questa la seconda morte che mai non toglie i sentimenti, eppure sempre uccide. O Dio! chi darà tal grazia ai peccatori, che muoiano una volta, perché non muoiano in eterno! (De consid. I, V. c. XII) ». – E poi a proposito di quelle parole d’Osea: « Diranno ai monti, rovesciatevi addosso a noi ed alle colline, seppelliteci » (OSE. X, 8), così continua: « Che vogliono i dannati se non la morte della morte, perché possano finalmente morire, o fuggire la morte”? Ma per quanto essi invochino la morte, la morte non verrà mai a liberarli ». (De Consid. I. V) – « Poiché nell’inferno, dice S. Gregorio, l’anima è immortalmente mortale, e mortalmente immortale. E immortale in modo però che può morire, ed è mortale in modo che non può morire: il vizio ed il tormento le tolgono bensì la vita beata, ma le lasciano la vita che dipende dalla sua essenza ( Moral. Lib. IV, c. VII ) ».

5. – COME I DEMONI TRATTANO I REPROBI. – — Udite come Isaia descrive l’accoglienza che si fa al reprobo nell’inferno: « Al suo primo comparire su la soglia dell’inferno, la casa della morte ne va sossopra; i demoni che v’imperano, gli si slanciano incontro a dargli il benvenuto e tutta la turba dei dannati, battendo a palma e levando orrende, altissime strida, gli dice: Anche tu sei stato ferito come noi! Anche tu sei divenuto simile a noi! La tua alterigia è caduta in fondo all’abisso, il tuo corpo giace in terra e i vermi saranno il tuo vestimento » — Infernus subter conturbatus est i n occursum adventus tui. Omnes principes surrexerunt de soliis suis, universi dicent tibi: Et tu vulneratus es sicut et nos, nostri similis effectus es. Detracta est ad inferos superbia tua, concidit cadaver tuum; subter te sternetur tinea, et operimentum tuum erunt vermes ( ISAI. XIV, 9-11). Tutti i demoni si attruppano alla porta dell’abisso e al presentarsi di un dannato, gridano con gioia infernale: Vieni, o reprobo, a dimorare con noi, in mezzo al fuoco, tra fiamme eterne; vieni a bearti del fumo dei tormenti, che ascende nei secoli. Vieni, che nulla tanto ci preme quanto premiarti dell’obbedienza con cui accogliesti le nostre sollecitazioni. Tu ci hai ascoltati e seguiti allorché ti andavamo susurrando: Bevi di questo liquore della voluttà, inebriati di collera, di bestemmia, ecc. … Tu ci porgevi orecchio su la terra, ascoltaci anche adesso che ti diciamo: Bevi il calice del fuoco misto a zolfo; tracanna la coppa della collera del Dio vivente; tuffa le labbra nel vaso del nostro furore… Tutti i demoni sono accaniti nel perseguitare e malmenare e straziare il reprobo. Vittima sulla terra delle loro suggestioni, diventa nell’inferno vittima del loro incessante furore… Meditate, o peccatori, queste terribili, ma salutari verità.

6. – DISPERAZIONE NELL’INFERNO. — I reprobi sono scomunicati e separati per sempre da Dio, dagli Angeli, dalla Chiesa. Essi né ricevono né possono ricevere aiuto né da Dio, né dagli Angeli, né dagli uomini, né da altra creatura di sorta. Dimenticati e abbandonati da Dio, dal cielo e dalla terra, ormai non hanno più modo di fare penitenza; le loro preghiere non hanno più valore, la redenzione non può più essere loro applicata; esclusi per sempre dalla misericordia sono condannati, per irrevocabile giudizio, a non vedere mai più Iddio, a dimorare eternamente con i demoni, in un fuoco che non sarà mai spento; tutte le creature visibili ed invisibili, corporali e spirituali sono loro nemiche; si odiano e si maltrattano a vicenda; sono privi di ogni carità e di riconciliazione; chiarissimamente comprendono e vivissimamente sentono quello che hanno perduto per sempre e quello che si guadagnarono col peccato; si vedono stremati di ogni mezzo, chiusa ogni via di giungere ad amare Dio … – In quest’orrendo stato, il reprobo digrigna i denti e si abbandona alla più desolante e crudele disperazione. Nella rabbia della sua irrimediabile disgrazia, va ripetendo: Il mio fine è perduto, non vi è più per me filo di speranza: — Periit finis meus, et spes mea a Domino (Lament. III, 18). Il mio smarrimento è senza uscita, non più scampo, non più vita; vana, impossibile è ogni speranza di vedere la fine delle mie disgrazie; esse non avranno più termine; non ne sarò mai più liberato; non avrò mai più minuto di riposo, di libertà, di gioia, di consolazione! L’orribile carcere donde non uscirò mai più, non ha porta! — Periit finis meus, et spes mea. — E non è questo, un argomento da invelenire la loro rabbia, da costringerli a digrignare i denti! – « In braccio all’orribile disperazione, essi fanno udire, dice S. Efrem, questo doloroso addio: Addio, apostoli, profeti, martiri, giusti tutti quanti! addio, senato dei patriarchi! addio, esercito degli anacoreti! addio, croce preziosa e vivificante! addio, eterno regno dei cieli, bella Gerusalemme, madre degli eletti, paradiso di delizie! addio anche a voi, Signora nostra, madre di Dio, genitrice di Colui che ha tanto amato gli uomini! Addio, padri e madri, figli e figlie, sposi e spose; addio, noi non ci rivedremo mai più! •> (Tract., de Abrenunt. et variis inferni poenis).

7. – GRADAZIONI DI SUPPLIZI. — « Giudizio severissimo aspetta quelli che sovrastano », dico la Sapienza, e quindi un castigo più rigoroso sta preparaper costoro nell’inferno: — Iudicium durissimum his qui præsunt fiet (VI, 6). I più famosi nei delitti, i più astuti nelle seduzioni, i più scandalosi nei costumi, i più furfanti negli impieghi, saranno condannati a più duri tormenti, sottoposti a più atroci supplizi, un fuoco più ardente, una notte più buia, un freddo più intenso, strazi più orrendi, angosce più cocenti, insomma un inferno più spaventoso dovranno provare quelli che nel mondo ebbero più facoltà di fare il male: — Potentes potenter tormenta patientur… Fortioribus fortior instat cruciatio (Ib. 7-9). « Molti appartamenti vi sono nella casa del padre mio », disse Gesù Cristo: In domo Patris mei multæ mansiones sunt (IOANN. XIV, 2); poiché i giusti hanno una gloria adeguata ai loro meriti, essendo da Dio premiati ciascuno secondo le sue opere. Or bene, il medesimo avviene nell’inferro: vi sono colà molti e diversi stalli; quanto più ree sono le anime che vi cadono, tanto più in basso e vicina ai demoni è la loro dimora, tanto più gravi sono i loro supplizi. La giustizia di Dio regna nell’inferno come nel cielo. Gli Apostoli tengono lassù u n luogo distinto dagli altri eletti, il loro seggio è vicino al trono dell’Agnello; Giuda, l’apostolo traditore, occupa nell’inferno uno stallo ben diverso da quelli della folla dei reprobi. Ogni peccato mortale merita l’inferno; perciò chi vi precipita carico di cento, di mille colpe gravi, deve incontrare tormenti cento, mille volte più gravi di quelli che soffre il reprobo il quale fu condannato per un solo peccato mortale; supposto che un peccato di quel primo reprobo sia in gravità affatto uguale a quello di questo secondo; perché vi sono peccati molto più gravi gli uni degli altri, ed i più gravi vanno soggetti a pena più grave… – Dio infinitamente saggio e giusto pesa tutto scrupolosamente e dà a ciascuno quello che gli tocca, sia premio o sia castigo… Come cieco ed infelice si mostra l’uomo che non cerca di accrescere ogni istante il tesoro dei meriti, lo splendore della sua corona; aumenta invece ogni momento i suoi peccati e l’acerbità dei suoi supplizi! …

8. – ETERNITÀ DELLE PENE INFERNALI. — Per quanto gravi, orribili, insopportabili siano i tormenti infernali, essi sarebbero ancora poca cosa se dovessero finire, ma l’eternità loro è il peggiore dei supplizi. Quel fine che sempre comincia, secondo l’espressione di S. Agostino: — Finis semper incipiet, — è ciò che propriamente forma l’inferno e dà alle pene che là si soffrono, l’ineffabile, indefinibile qualità che le distingue da tutte le altre pene, ancorché atrocissime. Tutti i reprobi soffriranno tra l’orrore e l’affanno, sempre vivranno della morte, sempre disperati di misericordia e di perdono. Eccola disgrazia delle disgrazie, l’inferno dell’inferno. Tormenti eterni! … Non vedere mai più Iddio, né la Santa Vergine, né i santi, né gli amici, né i fortunati parenti, né il cielo; e quel che è più, non poter nemmeno figurarsi una lontana ombra di speranza di vederli: ecco il sommo dei supplizi, ecco la più atroce delle torture! « Partitevi da me, o maledetti, e andate al fuoco eterno, sentenzierà il Giudice supremo, e a quell’intimazione, andranno i reprobi nel supplizio eterno e gli eletti nella vita eterna » — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum. Et ibunt hi in supplicium æternum, iusti autem in vitam æternam (MATTH. XXV, 41, 46). Già vediamo accennata questa sentenza in quelle parole di Daniele: « Quelli che dormono nella polvere della terra si sveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per l’ignominia la quale si vedranno sempre dinanzi » — Qui dormiunt in terræ pulvere evigilabunt; alii in vitam aeternam, et alii in opprobrium ut videant semper (DAN. XII, 2). – Oh! se almeno a tutti i mali dell’inferno vi fosse un termine! Ma no; non vi sarà mai né termine, né fine, né sospensione, né diminuzione di pena; o Dio! che disgrazia, che infelicità è mai quella!… No, non vi è redenzione per il reprobo: « Il sangue che Gesù Cristo ha sparso sulla terra non penetra nell’inferno, dice S. Cipriano, perché tutto lo bevvero i peccatori (Serm.) » i quali pertanto, dice l’Apostolo, sconteranno la pena di un’eterna dannazione: — Pœnas dabunt in interitu æternas (Thess. II, I, 9). – «La miseria della pena, scrive Ugo da S. Vittore, cadrà sulla miseria della colpa, affinché restino insieme congiunte e fino a tanto che rimarrà la colpa, durerà la pena; ora siccome nell’inferno la colpa resta in eterno, così in eterno ancora restano la pena e il castigo » (Lib. de Anima). « E non è forse giusto, dice S. Gregorio, che coloro i quali avrebbero voluto sempre vivere per peccare sempre e dimostrarono questo loro desiderio col peccare sempre, finché vissero e non vollero mai separarsi dal peccato durante la vita, non siano mai dopo morte separati dal supplizio? (De pœnitentia, can. LX) ». «Bene sta, ripiglia S. Agostino, che la volontà la quale volle l’eterno godimento del peccato, sia punita con un’eterna severità di vendetta (In Spec. peccat.)», – Ogni peccato mortale importa di sua natura una punizione eterna. L’uomo, cadendo in colpa grave, si uccide per l’eternità e non può più risuscitare senza l’onnipotenza di Dio. Ora questo miracolo di risurrezione, a cui Dio punto non è tenuto, quando avviene, non avviene che nel tempo: ma giunto che sia l’uomo nell’inferno, il miracolo non ha più luogo: chi passa all’eternità macchiato di peccato mortale, vede la sua colpa e la pena di questa colpa diventare eterne… Dio è buono; ma appunto perché infinitamente buono deve odiare il peccato finché ne rimane traccia; ma non essendo mai distrutto il peccato nell’eternità, ne segue che sarà eternamente punito in forza dell’odio eterno che gli porta Iddio… La Scrittura ci dice che Dio ha viscere di misericordia per gli uomini, ma si dichiara ancora nel medesimo tempo che vi è un fuoco eterno, che Dio ha decretato eterne pene al peccato non cancellato dalla penitenza. Oseremo dire che Dio non è giusto! È vero che l’azione colpevole dura poco; ma il male più che nell’azione, sta nella malizia, nella disobbedienza, nella volontà. Accuserete voi d’ingiusta la legge umana, che punisce nel malfattore il delitto di un momento con lunghi anni di pena infamante?… « L’uomo peccatore, dice S. Gerolamo, deve soddisfare eternamente a Dio, perché era sua volontà di resistere eternamente a Dio» (In Psalm. XVIII). «In una volontà perversa non si deve tanto guardare all’effetto, dice S. Agostino, ma all’affetto del cuore; quantunque l’effetto fallisca, perché non dipende dall’uomo, è giusto che la volontà sia punita con pena proporzionata alla sua malvagia disposizione (De Civ. Dei)». Ora che altro vorrebbe il peccatore ostinato, se non che sempre vivere per burlarsi sempre di Dio e della sua coscienza? L’atto del peccato non dura, ma l’affetto al peccato dura sempre in fondo al cuore… Inoltre nell’inferno il peccatore è privo della grazia e senza di questa è impossibile ottenere il perdono dei peccati… Il peccato è un allontanamento volontario da Dio, è un disprezzo formale della Maestà divina, è l’amore della creatura preferita al Creatore, ossia un adulterio spirituale, è quindi la più enorme ingiuria che si possa fare a Dio. Misurate la gravità di una tale ingiuria con la grandezza del Dio ch’essa oltraggia e vedrete che è infinita nel suo oggetto perché intacca una grandezza infinita. Ma un essere finito nella sua essenza, non può sopportare una pena infinita in intensità; ne segue dunque la necessità di una pena infinita in durata. Le parole di Geremia: « Il peccato (dei reprobi) sta scritto con penna di ferro a punta di diamante e scolpito su tutta l’ampiezza dei loro cuori » — Peccatum scriptum est stylo ferreo, ungue adamantino, exaratum super latitudinem cordis eorum (XVII, 1), mentre denotano l’ostinata volontà dei peccatori nel mal fare, significano ancora che le loro colpe stanno scritte nel libro della morte a lettere di fuoco e che né acqua, né lagrima basteranno per tutta l’eternità a raderle o cancellarle. Sono scolpite nella memoria e nella coscienza dei reprobi e come verme roditore non cesseranno mai dal morderlo e divorarlo. Che disgrazia è mai questa eternità dei tormenti! Che sventura, essere condannato a vivere sepolto nelle fiamme eterne! O insensatezza degli uomini che per un vile piacere di un istante si precipitano in torture senza fine! O eternità di fuoco, di disperazione! O eternità, tormento incomparabile! O morte che non si trova mai compita! O vita che è un’eterna morte!… Si beve, si giuoca, sì scherza un momento; questo passa veloce ed ecco succedergli immantinente una calamità eterna! Così si va ridendo all’inferno, all’eterna infelicità! Vi si va, ma più non se ne torna; perché la fine della vita presente è il principio dell’eternità e questo principio è la fine delle cose di quaggiù. O fine che non termini! o morte che non sei la morte, mentre chiudi il tempo, apri l’eternità che non ha mai più fine!… Viviamo dunque in questo mondo così, che meritiamo di vivere eternamente…

9. – L’INFERNO È CONFORME ALLA GIUSTIZIA DI DIO. — Iddio non è autore del peccato, ma giusto estimatore e conservatore dell’ordine; punisce il disonore della colpa coll’onore della giustizia. « Tutte le cose fatte da Dio sono ottime», dice la Sacra Scrittura. (Gen. I , 31), egli non h a dunque fatto quello che si trova di malvagio nell’uomo. Quello che vi è di cattivo nell’uomo, è un disordine; ora ogni disordine merita castigo; ma chi si deve punire, domanda S. Agostino, se non l’autore? e chi è l’autore del peccato nell’uomo, se non lo stesso uomo ribelle a Dio? Questa punizione dell’uomo ribelle a Dio non è un disordine, anzi è l’ordine: la pena è l’ordine del misfatto. Quando io dico peccato, dico disordine, perché esprimo la ribellione; quando poi dico punito, dico cosa ordinatissima, perché è retto ordine che l’iniquità abbia castigo. Il peccatore, come un pazzo, si uccide per l’eternità; ammonito fa il sordo; vuole giustizia che sia punito… Qui viene a proposito l’avviso di San Paolo ai Galati: «Non illudetevi, con Dio non sì scherza. L’uomo raccoglierà di quello che h a seminato: se carne, mieterà dalla carne corruzione; se spirito, mieterà dallo spirito vita eterna » — Nolite errare, Deus non irridetur. Quæ enim seminaverit homo, hæc et metet. Quoniam qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem; qui autem seminat in spiritu, de spiritu metet vitam æternam (Gal. VI, 7-8). – La vera, la propria causa dell’inferno è il peccato: — Persecutionem passi ab ipsis factis suis (Sap. XI, 21). Quello che forma l’inferno, non è la pena, ma il peccato. Infatti, in che cosa consiste essenzialmente l’inferno? Nella privazione della vista e del godimento di Dio, ossia nell’essere separati da Dio, che è la felicità suprema; ora solo il peccato è la causa della separazione dell’uomo da Dio. Voi dunque, o peccatori ostinati, voi vi portate l’inferno nelle viscere, perché portate dentro di voi il peccato che vi fa di scendere vivi nell’inferno. Dio non sarebbe Dio se non fosse giusto; egli deve pagare ciascuno secondo i fatti propri… A chi dunque oppone: perché un inferno, sotto un Dio buono? la risposta viene chiara e facile: Appunto perché Dio è buono, è necessario l’inferno, come perché è infinitamente buono, vi dev’essere un inferno eterno; infatti dove sarebbe la bontà, l’equità, la rettitudine sua, se il disordine morale andasse impunito? Se i tribunali non punissero, non ostante la evidenza delle prove, il parricidio, l’omicidio, il furto, l’incendio, che ne sarebbe della giustizia e della società? Se piace un paradiso per ricompensare i buoni che patirono negli stenti e nelle avversità, perché non ammettere un inferno dove siano puniti i malvagi che vissero nell’empietà e nei delitti? Dio è buono e giusto; ma ognun vede che molte virtù anche eroiche, come il martirio, non hanno in questo mondo, o nessuna o certo una inadeguata ricompensa; vi sono non pochi delitti che su questa terra sfuggono ad ogni castigo; vuole dunque giustizia che vi sia e un paradiso e un inferno.

10. – MEZZI PER SCHIVARE L’INFERNO. — I mezzi che abbiamo per evitare l’inferno sono:

La preghiera. Volgiamoci a Dio gridando col profeta: « Deh! o Signore, non mi sommerga la tempesta delle onde, non m’inghiottisca l’abisso, non si chiuda sopra di me la bocca della voragine » — Non me demergat tempestas aquae neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum (Psalm. LXVIII, 16).

Il pensiero ed il timore dell’inferno. « Discendiamo nell’inferno mentre siamo vivi, dice un santo padre, se non vogliamo andarvi dopo morte ». – « Quanto si mostra sensato ed è felice, esclama S. Agostino, colui che in vita si dà tanto pensiero del supplizio, da scampare a pericolo di subirlo, dopo morte. Volesse Iddio che intendeste e comprendeste quello che è il mondo e quello che è l’inferno! Certamente voi allora temereste Iddio, desiderereste le cose celesti, disprezzereste il mondo e avreste orrore dell’inferno (In Spec. peccat.) » . – Infatti chi di voi può dimorare in mezzo a un fuoco divoratore, tra vampe ardenti e sempiterne? — Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante? quis habitabit ex vobis cum ardoribus sempiternis? — domanda Isaia (XXXIII, 14).

3 ° Il pentimento delle colpe, la detestazione e confessione dei peccati, la conversione della vita. « Chi darà al mio capo, gemeva S. Bernardo, un torrente di pioggia; ai miei occhi una fonte di lagrime; affinché prevenga col mio pianto e con i miei gemiti, il pianto unito allo stridore dei denti? (Serm. in XVI Cantic.) » .

INFERNO -1-

INFERNO [1]

[E. Barbier: I tesori di Cornelio Alapide, S.E.I. Ed. Torino – vol. II, 1930]

– 1. Che cosa è l’inferno? — 2. Pene dell’inferno: 1ª il fuoco; 2ª le tenebre; 3ª il verme roditore; 4ª la schiavitù; 5ª la separazione da Dio; 6ª ogni sorta di mali. — 3. Il reprobo è maledetto da Dio, dal demonio, e dagli altri reprobi. — 4. Morte nell’inferno.— 5. Come i demoni trattano i reprobi. — 6. Disperazione nell’inferno. — 7. Gradazioni di supplizi. — 8. Eternità delle pene infernali. — 9. L’inferno è conforme alla giustizia di Dio. — 10. Mezzi per schivare l’inferno.

1. – CHE COSA È L’INFERNO! — L’inferno, a definirlo in una parola, è la privazione di ogni sorta di beni e l’abbondanza di ogni sorta di mali; la privazione di ogni piacere, il colmo di ogni tormento… Nell’inferno, non più ricchezze…, non più onori…, non più libertà…, non più gioia…, non più consolazione…, non più lumi …, non più speranza…, non più carità…, non più felicità…, non più riposo…, non più grazie…, non più Dio …, ecc., ecc. … Ma a farcene una sbiadita idea chiamiamo a breve rassegna le varie pene che costituiscono quello che si chiama inferno.

2. – PENE DELL’INFERNO. lª Il Fuoco. — « I reprobi, dice S. Paolo, sono condannati a stare in mezzo alle fiamme vendicatrici perché non vollero conoscere Iddio, né obbedire al Vangelo — In fiamma ignis dantis vindictam iis qui non noverunt Deum, et qui non obediunt Evangelio (II Thess. I , 8). La mano del Signore, come annunziava il Salmista, si stenderà sopra i suoi nemici e la sua destra afferrerà coloro che l’odiano; li getterà in un forno ardente: — Inveniatur manus tua omnibus inimicis tuis; dextera tua inveniat omnes qui te oderunt. Pones eos ut clibanum ignis (Psalmi. XX, 8-9); l’ira sua ha acceso un fuoco che avvamperà fino al fondo dell’inferno: — Ignis succensus est in furore meo, et ardebit usque ad inferni novissima (Deuter. XXXII, 22); e durerà, a tormento dei maledetti, per tutti i secoli, senza mai né spegnersi, né scemare: — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum (MATTH. XXV, 41). Il fuoco dell’inferno fa patire all’anima, separata dal corpo, gli strazi medesimi che sentirebbe, se gli fosse unita e quando dopo il giudizio universale, lo avrà compagno, daranno ambedue continuo alimento al fuoco, senza che ne restino distrutti. « Il fuoco divino, dice Lattanzio, brucerà e ribrucerà sempre con la medesima attività ed energia gli empi e quanto toglierà ai corpi, tanto vi rimetterà per consumarli di nuovo; somministrando così a se medesimo un pascolo eterno (Divinus ignis, una eademque vi atque potentia, et cremabit impios, et recremabit, et quantum e corporibus absumet, tantum reponet; ac sibi ipsi aeternum pabulum subministrabit – Lib. VII, c. XXI) ». – Quindi il fuoco infernale, come supplizio ed effetto della vendetta divina, è il sommo dei mali; tanto più se si consideri: 1° che esso è un fuoco ardentissimo, cocentissimo, penetrantissimo… 2° Che abbrucia le anime non meno che i corpi, senza mai annientarli … 3° Che è un fuoco tenebroso, puzzolente, il quale tormenta i dannati non solamente con la sua intensità, ma ancora con la sua oscurità, col suo fumo densissimo, con l’intollerabile suo fetore di zolfo. « Pioverà (Iddio) sopra di loro i suoi lacci; il fuoco, lo zolfo, il vento delle tempeste saranno il calice che loro prepara » — Pluet super peccatores laqueos; ignis et sulphur, et spiritus procellarum, pars calicis eorum (Psalm. X, 6). S. Giovanni li vide affondare vivi in uno stagno di fuoco e zolfo e vomitare dalla bocca fiamme, iumo e zolfo: – Vivi mìssi sunt in stagnum ignis ardentis in sulphure (Apoc. XIX, 20): — De ore eorum procedit ignis et fumus et sulphur (Id. IX, 17). E più oltre: « In quanto ai vili, agli increduli, agli abbominevoli, agli omicidi, ai fornicatori, agli avvelenatori, agli idolatri, ai mentitori, essi toccheranno per loro eredità lo stagno ardente di fuoco e zolfo, che è la seconda morte » — Timidis, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus, et veneficis, et idolatris, et omnibus mendacibus pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure, quod est mors secunda (Id. XXI, 8). 4° Finalmente, questo fuoco sarà eterno; non può né spegnersi, né diminuire mai e tiene in continua agitazione, in un tremito incessante, gli adoratori della bestia, dall’ira di Dio colà confinati: — Et fumus tormentorum eorum ascendet in sæcula sæculorum, nec habent requiem die ac nocte, qui adoraverunt bestiam (Id. XIV, 11). « Meditate, esclama qui S. Agostino, queste verità e di questo fuoco dell’inferno fatevi schermo contro le fiamme della concupiscenza che vi tormentano nella vita presente. Il fuoco materiale che serve ai nostri usi investe gli oggetti a cui si appicca e li consuma; ma il fuoco dell’inferno divora i reprobi, e ciò nulla meno sempre li conserva interi per sempre castigarli. Perciò si chiama inestinguibile, non solamente perché non si spegne mai, ma anche perché non uccide e non distrugge coloro che consuma. La potenza poi e l’efficacia di quella pena e di quel fuoco, non vi è né lingua né parola che possa esprimerla (Serm. CLXXXI) ».Venite a contemplare l’orrendo spettacolo delle vittime del fuoco infernale! Entrate in ispirito in quelle prigioni ardenti, osservate quegli schiavi legati con catene di fiamme! Essi non stanno semplicemente nel fuoco, nota Gesù Cristo, ma vi stanno sepolti: — Sepultus est in inferno ( Luc. XVI, 22). Guardate quel fuoco che divampa da quegli occhi ebbri di lascivia, o che si dilettarono tante volte di fermarsi in oggetti osceni! Mirate quel fuoco che entra ed esce a onde da quelle bocche che vomitarono tanto spesso canti impuri, parole sconce, esecrabili bestemmie e velenose maldicenze! Guardate come quelle fiamme avvolgono tutte le membra, come penetrano nelle midolle, come scorrono per tutte le vene per fare del reprobo un carbone acceso! Giustizia del mio Dio, quanto sei tremenda! Quelle vittime sciagurate non vedono che fuoco, non toccano, non inghiottono, non sentono, non sono che fuoco: — Crucior in hac fiamma (Luc. XVI, 24). Ah! « chi di voi, esclama Isaia, potrà dimorare con quel fuoco divoratore? Chi sosterrà quegli ardori sempiterni? » — Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante? quis habitabit ex vobis cum ardoribus sempiternis? ( ISAI. XXXIII, 14). Il fuoco di quaggiù, già tanto ardente, è il fuoco della bontà di Dio; pensate, quale sarà il fuoco infernale che è il fuoco della giustizia e della vendetta del Signore!…

Le tenebre. — I reprobi non vedranno più raggio di luce in eterno: — In æternum non videbit lumen (Psalm. XLVIII, 19), perchè sprofondati nell’abisso, nel regno delle tenebre, nella notte della morte: — Posuerunt me in lacu inferiori, in tenebrosis, et in umbra mortis (Psalm. LXXXVII. 6), vi staranno come morti sempiterni: — In tenebrosis collocavit me, quasi mortuos sempiternos (Lament. III, 6). Il peccatore in vita, andava cercando l’oscurità delle tenebre per abbandonarsi senza ritegno alle brutali sue passioni e trova nell’inferno tenebre senza misura e senza fine, in punizione dei suoi misfatti … L’inferno, regno di satana, è regno di tenebre, di oscurità, di notte densissima ed eterna… Rappresentatevi un disgraziato incatenato in oscurissimo carcere, condannato a non uscirne più mai e a non più vedere un barlume di luce: o Dio, che desolante, disperata condizione sarebbe mai questa! meglio cento volte la morte. Lontana immagine dell’infelice stato dei reprobi, stipati nell’orrendo buio dell’inferno, nei densi vortici del fumo, che si alza dallo stagno del fuoco e dello zolfo, meno orribile e puzzolente delle colpe dei dannati! …

Il verme roditore. — Nell’inferno, nel fuoco che sempre brucia, si mantiene tuttavia, dice Gesù Cristo, sempre vivo in seno ai reprobi un verme che li rode del continuo senza mai consumarli: — Vermis eorum non moritur (MARC. IX, 43); adempiendosi in loro quel detto della Scrittura: « Il Signore darà la loro carne alla fiamma e ai vermi, affinché siano tormentati e straziati per sempre » —- Dabit ignem et vermes in carnea eorum, ut urantur et sentiant usque in sempiternum ( IUDITH. X V I , 21). Questo verme roditore indica i rimorsi e gli inutili rammarichi dei dannati. – S. Cirillo dice: « I reprobi gemono continuamente e nessuno ha pietà di loro; gridano dal fondo dell’abisso e nessuno li ode; si lagnano e nessuno li soccorre; piangono e nessuno li compassiona. O peccatori riprovati, dove è ora la superbia del secolo? dove sono l’alterigia, le delicatezze, gli ornamenti, la potenza, il fasto, le ricchezze, la nobiltà, la forza, la seduttrice avvenenza, l’audacia altera ed insolente, la gioia nel misfatto? » (De exitu animæ). Il medesimo linguaggio tiene S. Efrem: « I dannati versano fiumi di amaro pianto e tra gemiti, singhiozzi e strida vanno gridando: Noi infelici! come mai abbiamo potuto sciupare in tanto torpore e negligenza il nostro tempo? Perché lasciarci cogliere così goffamente alle reti delle passioni? O come lo scherno e il disprezzo che noi facevamo delle cose sante si è riversato sul nostro capo! Dio ci parlava e noi ci turavamo le orecchie! ora noi gridiamo ed Egli è sordo. Che vantaggio abbiamo ora delle grandezze del mondo? Dov’è il padre che ci ha generati? dove la madre che ci mise alla luce? dove i figli, gli amici, le ricchezze, i poderi? dove la turba dei clienti, lo sciame dei parassiti e degli adulatori; dove i balli, i festini, le danze, i divertimenti, i conviti, le geniali conversazioni? » (Serm.). « In tre modi, osserva Innocenzo III, il verme roditore della coscienza lacera ì dannati: col ricordo, col pentimento troppo tardo e con le ambasce. I reprobi rammentano con un rammarico ed un rimorso ineffabile, infinito, quel che fecero nel mondo con tanto diletto; il pungolo della memoria punge tormentosamente coloro che lo stimolo del peccato aveva spinto al male » (In lib. Sap.). – « Il verme roditore, dice anche S. Bernardo, è la memoria del passato; nato nell’anima insieme col peccato, così tenacemente vi si aggrappa, che portato da lei con se nell’interno, più non se ne distaccherà in eterno; ma incessantemente rodendola e nutrendosi di questo alimento inconsumabile, prolungherà i n eterno la sua vita ». E poco dopo fa esclamare al reprobo: «Misero me! Perché, o madre mia, hai tu dato alla luce un figlio di dolore, di amarezza, di sdegno, di pianto e di rammarico eterno! ». Quindi conchiude tremante: «Ah! io inorridisco al pensiero di questo verme roditore! (De Consider. Lib. V) ». Il verme della coscienza, che rode fino al midollo e roderà eternamente i dannati, farà loro risonare del continuo agli orecchi queste lugubri, strazianti parole: Come avete voi venduto a prezzo così vile l’anima vostra così preziosa, l’anima unica ed immortale”? Come, per un breve ed abbietto piacere, vi siete gettati in queste fiamme spaventose ed inestinguibili? Voi potevate servirvi, secondo la volontà del Signore, di quanto possedevate e farvene scala per meritare la gloria eterna, per ascendere i seggi degli angeli e dei beati; ma voi stolti voleste abusare di tutto, perciò la vostra sorte sarà di abitare eternamente coi demoni. Poveri pazzi! perché siete stati così crudeli verso di voi medesimi? Perché cambiare la beatitudine eterna contro un sozzo alimento? Perché comprarvi, per un istante di vile piacere, un’eternità di sventura e di pianto? Che vi resta dei vostri colpevoli diletti? Tutto svanì come ombra, come sogno, come fumo. I dannati vedono i loro traviamenti e se li rimproverano essi medesimi dicendo gemebondi e inveleniti: Ah! se almeno, vittime di un destino inesorabile, noi non avessimo potuto evitare la fatale nostra sorte, sapremmo adattarci alla forza della necessita e meno dolorosa ci riuscirebbe l’infelice nostra condizione; ma il pensare che era in nostra facoltà il salvarci e che ci siamo perduti per nostra colpa, questo ci tormenta più di tutto! A noi soli dobbiamo l’orribile nostra disgrazia. Noi siamo gli artefici della nostra sventura, a noi soli dobbiamo imputare l’infinita, irreparabile perdita che abbiamo fatto di Dio. Da noi dipendeva il possederlo eternamente in cielo, il regnare con i santi; a noi stava aperta non meno che agli altri la porta di quel beato soggiorno; ma noi ci siam rifiutati d’entrarci e abbiamo abbandonato la strada che conduce lassù, per tenerci alla via spaziosa che ci ha condotti a perdizione: « O Israele, la tua perdita vien da te stesso » — Perditio tua ex te, Israel (OSE. X III, 9). Ah! ciechi ed insensati che fummo! valeva la spesa che per beni così fragili e così fugaci, quali sono i terreni, per insipidi e abbietti piaceri, dei quali non ci rimane che la memoria e l’onta, facessimo getto dei beni eterni, delle ineffabili delizie di cui ora godremmo nel regno della gloria? Conveniva che ci affezionassimo ad un’indegna creatura anziché al Creatore il quale solo poteva soddisfare i nostri immensi desideri? – Oh! che acutissima spina per i reprobi la perdita volontaria di Dio, del cielo, della salvezza eterna; che amaro cordoglio, che cocente rimorso strazierà loro le viscere! I n quell’inferno, dove l’anima ristretta in se stessa, non avrà più modo di uscire né mezzo di stordirsi, di distrarsi, ella sentirà tutta l’acerbità e lo strazio di questi rimorsi; ne sarà come cinta, assediata, punta da tutte le parti; su qualunque lato si volga, incespicherà in queste spine le quali penetreranno così profondamente in lei, che le sarà impossibile strapparle. Non passerà momento ch’ella non si rappresenti, si rimproveri i peccati commessi e quelli di cui fu cagione; l’abuso da lei fatto delle grazie concessele dal suo Dio: né già confusamente, o le une dietro le altre le si presenteranno innanzi le sue colpe, ma distintamente, tutte a un tratto e in tutta la loro deformità e le diranno: Ci riconosci? sei tu che ci hai fatte, noi siamo l’opera delle tue mani. Questo crudele pensiero — Io ho perduto Dio per mia colpa — non lascerà mai un istante il dannato che ne sarà incessantemente travagliato, afflitto, tormentato. Me disgraziato, andrà dicendo a se stesso, che ho mai fatto? Ho sacrificato il mio Dio, la mia anima, la mia eternità; ho attirato sopra di me supplizi eterni! ho abusato del sangue di Gesù Cristo e calpestate le sue grazie! io mi vedo ai fianchi il Calvario, vedo il sangue di Gesù gocciolarmi dalla croce sul capo e

alimentare la fiamma che mi divora! O reprobi sciagurati, voi ora vedete i vostri misfatti e ne avete orrore, ma è troppo tardi! Infelici! nessuno vi sforzava a peccare; il mondo, il demonio, le passioni vi invitavano e sollecitavano, ma non vi violentavano. Siete voi che avete liberamente scelto la morte in cambio della vita, il demonio invece di Dio, l’inferno in luogo del cielo!…

4ª La schiavitù. — I dannati, sono legati e incatenati tutti insieme, e cIascuno alla propria catena: ceppi particolari, ceppi universali; ma tutti arroventati ad un medesimo fuoco, tutti temprati nelle loro stesse lacrime, affinché non si spezzino e non si logorino. – Il Savio vide i disertori della divina Provvidenza giacere tutti legati ad una medesima catena di tenebre: — Una catena tenebrarum omnes erant colligati… Vinculis tenebrarum, et longœ noctis compediti… fugitivi perpetuæ Providentiæ iacuerunt (Sap. XVII, 17,2); li vide come covoni di paglia, legati insieme, consumarsi nel fuoco: — Stuppa collecta synagoga peccantium, et consummatio illorum fiamma ignis (Eccli. XXI, 10); la medesima similitudine f u adoperata da Gesù Cristo, quando simboleggiando i cattivi nella zizzania, disse che sarebbe stata falciata e, legata in covoni, gettata ad ardere: — Colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum (MATTH. XIII, 30). – Nelle galere, i condannati erano legati parecchi insieme, per modo che, quando un galeotto cammina, si ferma, monta, discende, imprime agli altri i medesimi movimenti. Scolorita imagine di quello che avviene nell’inferno! Tutti i reprobi, legati gli uni agli altri, sono costretti a subire tutti i movimenti, le agitazioni, i contorcimenti dì ogni reprobo; e ciascun condannato gli scotimenti e le agitazioni di tutti i dannati. In conseguenza di questa furiosa e incessante scossa, tutti gli echi dell’inferno rimbombano del continuo del confuso, assordante rumore prodotto dallo strascico delle pesanti catene dell’innumerevole torma dei demoni e dei reprobi. – Come leone incatenato e furibondo si agita, addenta rabbioso la sua catena e la rode ruggendo, così il dannato si travaglia continuamente a limare coi denti le sue catene, cerca di romperle senza che gli venga mai raggiunto lo scopo…

5ª La separazione da Dio. — L a privazione della vista di Dio forma la principale e più acerba pena dei dannati. Un Dio perduto! questo bene per eccellenza, l’autore, la sorgente di ogni bene; o cielo, che perdita! Può mai l’uomo sentirne tutta l’amarezza, misurarne tutta l’estensione? Non vi è mente che possa comprenderla. Chi vuole farsene una qualche idea, ricordi quell’invincibile brama di felicità di cui siamo tutti assetati. Questa brama è un sentimento profondo che ci signoreggia e ci segue dovunque; è il movente di tutti i nostri disegni, di tutte le nostre imprese e azioni. Questo desiderio è l’opera di Dio medesimo; è Lui che l’ha inserito nel cuore dell’uomo nell’atto medesimo che lo creava. Ora Dio solo può soddisfarlo; Egli ha fatto per sé il cuore dell’uomo ed Egli solo può contentarlo: perciò questo cuore chiama Iddio suo unico e sommo bene. Ma intanto l’uomo, distratto dalle inclinazioni e dal solletico dei sensi, si discosta da Dio e cerca altrove la soddisfazione dei suoi desideri; siccome però è fuori di strada, si sente agitato e conturbato per la mancanza di quell’oggetto che solo può formare la sua fortuna. E chiunque l’ha per poco provato ben può dire quanta inquietudine e quanto affanno gliene venne nei giorni di tale sventura. Viaggiatore sulla terra, se invece di alzare lo sguardo al cielo, lo fissa su ciò che lo circonda, se pone nelle ricchezze, negli onori, nei piaceri l’oggetto della sua felicità, con quanta foga non si getta dietro a queste chimere! Niente lo impedisce e lo trattiene; egli corre al vagheggiato oggetto, i rischi e i pericoli, invece di spegnere le sue voglie, le infiammano, gli ostacoli ne irritano l’ardore. Vedete il guerriero che affronta mille volte la morte sui campi di battaglia, per cingere una corona di quercia! Il mercadante si allontana dalla famiglia, dalla patria, dagli amici, valica monti, passa mari sconosciuti, sfida tempeste e naufragi, in cerca di fortuna. Chi può dire l’impeto violento delle brame di colui che è dominato dall’amore delle creature? La passione s’impadronisce di tutte le sue facoltà; il più breve indugio lo impazienta; il bisogno di possedere quello che ama lo assorbisce per tal modo, che qualche volta diventa più forte che lo stesso amore della vita; non di rado si vedono di quelli che si tolgono la vita per mania amorosa. I disgraziati si uccidono perché non sono riusciti a raggiungere quel fantasma che essi credevano dover formare la loro felicità. O ciechi e stupidi mortali, non vedete voi che niente di ciò che è in terra può soddisfare i desideri del vostro cuore? Mettete pure insieme tutti quanti i diletti, cambiateli, variateli a talento, moltiplicateli senza fine, ma non tardate a sentirne l’insufficienza e il vuoto. Incapaci a sbramare la fame del cuore, questi frutti della terra incantano e seducono all’apparenza, ma appena gustati danno amarezza e putredine. I piaceri, le affezioni del mondo si consumano ben presto e con dolore. Tutto passa e non si lascia dietro se non disgusto, angoscia, ansietà, inquietudine e quella vaga, indefinibile noia che forma, si può dire, la trama della vita umana. No, no, niente può quaggiù riempire il cuore umano; egli è troppo più grande che il mondo; domanda il suo Dio, vuole il suo Dio; cercava il suo Dio anche allora che un oggetto ingannatore lo sedusse e l’illuse… Quaggiù in terra l’uomo distratto e ingannato da ciò che lo circonda, non riflette su questa verità; agli occhi dei mondani poi passa del tutto inavvertita; ma nell’inferno non vi saranno più distrazioni, perché non vi saranno più illusioni. L’anima del peccatore che su la terra dormiva, si sveglia nell’inferno e vi si sveglia per non più addormentarsi. Ella vede, non più accecata e illusa, il suo Dio; lo vede come suo unico bene, come il solo oggetto che possa renderla felice. Ella vi si slancia allora con la celerità del lampo; ma un invisibile braccio la ferma, la respinge, un intervallo immenso la separa dal suo Dio; secondo quel che rispose Abramo dal cielo al ricco malvagio, che lo pregava di una goccia di acqua dall’inferno: « Figliuol mio, un grande abisso sta scavato tra noi e voi: chi vuole passare di qua a voi, non può, né da codesto luogo venire fin qua» — Fili … inter nos et vos chaos magnum firmatum est: ut hi, qui volunt hinc transire ad vos, non possint, neque inde huc transmeare (Luc. XVI, 26). Tuttavia l’anima piombata nell’inferno non cessa di volgere gli occhi al cielo; essa ci vede sempre il suo Dio, ne conosce la grandezza, ne scorge le perfezioni. Gran Dio, va gridando, non c’è dunque più riparo, io vi ho perduto e perdendo voi ho perduto tutto! Bel paradiso, per il quale io era fatta, mai, mai più non ti vedrò! O beato soggiorno; o patria di delizie, le tue porte mi stanno chiuse in faccia per sempre! Un trono di gloria mi stava in te preparato ed ora ne sono sbalzato in eterno! Cari parenti, diletti amici, che ne siete i fortunati abitatori, io vi ho dunque dato un eterno addio! non godrò mai più con voi della vista e della presenza del mio Dio! non gusterò mai di quel torrente di delizie, dal quale voi siete inondati! non sarò mai a parte con voi della vostra gloria! Sul vostro capo splende la corona dell’immortalità e quella ch’era a me destinata l’ho lasciata cader dal mio capo per sempre! Non vi è rimedio; io ho perduto ogni cosa e la mia perdita è irreparabile! – E intanto quest’anima s’infiamma di nuovo ardore, prende nuovo slancio, ma invano! Ella si sente stringere e inchiodare nell’inferno dalle catene che non può spezzare. Chi può immaginarsi l’acerbità di questa tortura; sentirsi attratta e spinta senza posa verso il cielo e vedersi del continuo risospinta e ricacciata nell’inferno! Essa tende a Dio come a suo centro, si porta a Lui con foga impetuosa; le onde di un mare in burrasca che si accavallano, si urtano, si sospingono e rompono senza tregua contro gli scogli, sono una debole immagine dell’agitazione, del turbamento di quell’anima. Dove vai tu, anima colpevole”? Bada che tu voli dinanzi al tuo giudice, tu ti getti nelle braccia del tuo nemico, sotto i colpi di un Dio onnipotente e punitore! Ma no; né questi riflessi, né queste apprensioni, né i castighi che si prepara possono frenare il violento impulso che la trascina. Ella si slancia per necessità di sua natura e il peso della sua iniquità la fa ricadere sopra se stessa; trova nei suoi peccati un muro insuperabile ai suoi più impetuosi desideri. – Ella s’innalza portata dal bisogno immenso che ha del suo Dio e tutti i divini attributi da lei oltraggiati la respingono; Dio la respinge per l’odio necessario che porta al peccato. Ella tenta nuovamente la prova di slanciarsi verso Dio e la rapidità e persistenza dei suoi sforzi le fanno comprendere che era fatta per godere Dio; ne è rigettata e il peso del colpo che la stritola, le fa meglio intendere che ha obbligato Dio a respingerla. Tutto il suo essere, tutte le sue tendenze la trascinano al seno della divinità e quella mano medesima che imprime questi movimenti alla sua volontà, con invincibile forza la respinge da sé. Ella s’innalza per disperazione, Dio la respinge per giusta vendetta. Due terribili movimenti se la palleggiano continuamente: di qua è tratta irresistibilmente verso Dio per possederlo, lontana dai demoni e dal fuoco per schivarlo; di là è costretta a ricadere, respinta da Dio e tirata dai demoni. Essa si spinge senza posa verso Dio e Dio la respingo continuamente; essa fugge sempre dai diavoli e i diavoli la tengono sempre incatenata in fondo all’abisso. Dio al quale essa tende, la fugge; i demoni, ch’essa abbomina, l’abbracciano. Ella fugge se stessa senza potersi fuggire; sospesa tra Dio e i demoni, tra il colmo della felicità e il sommo della miseria; egualmente infelice e quando si sforza d’avvicinare la sorgente di ogni bene e quando n’è violentemente strappata; tanto tormentata quando esce di se stessa, come quando è obbligata a rientrarvi, ella trova il suo Dio senza poterlo possedere, lo desidera senza poter gustare la dolcezza dei suoi desideri; l’odia, senza assaporare il triste conforto che dà talora l’odio; passa dalle tenebre alla luce, dalla luce alle tenebre; va di abisso in abisso, di orrore in orrore; porta l’inferno verso il cielo e riporta l’immagine del cielo fin nell’inferno medesimo. 0 crudele tormento!

6ª Ogni sorta di mali. — Dice S. Cipriano: « Il reprobo, spoglio di ogni vestimento, sarà bruciato da fiamme incorruttibili; il ricco, oggi vestito di porpora, sarà abbandonato nudo all’attività di un fuoco divoratore. Le passioni troveranno il loro supplizio e il loro alimento eterno nei loro propri ardori; i miseri dannati saranno consumati in caldaie roventi. Ahi! Che luogo crudele è l’inferno! luogo di pianto, di gemiti, di singhiozzi. Il reprobo aspira e respira l’orribile incendio dell’abisso e delle fiamme che si slanciano furiose come da un cratere, nell’orrenda notte delle tenebre. Da monti di fuoco franano macigni ardenti su tutti e su ciascuno dei dannati e li schiacciano. Lave bollenti ed infiammate di zolfo e pece e bitume formano un torrente impetuoso che li trascina e travolge in fondo all’abisso, dove restano annegati e seppelliti, come Faraone e il suo esercito nei gorghi del Mar Rosso. Le fiamme ardenti che riempiono l’inferno ne uscirebbero, se trovassero uno spiraglio, ma siccome l’inferno è ermeticamente chiuso col sigillo del Dio vendicatore, le fiamme che ne arroventano la volta si curvano e ricadono su se stesse, avviluppando in mille guise i dannati» (Serm. de Ascens. Domin.). – « Il ricco venne a morte e fu sepolto nell’inferno», disse Gesù Cristo — Mortuus est dives et sepultus est in inferno ( Luc. XVI, 22). Vivendo, aveva sepolto l’anima nella gozzoviglia; eccolo ora morto, giacere nel sepolcro dell’inferno e chiedere per grazia una goccia d’acqua. « O ricco miserabile! esclama il Crisostomo, tu supplichi Abramo e tu t’inganni! Abramo non può darti nulla, né concederti nulla, ma può soltanto ricevere. Specchiamoci in questo ricco che abbisogna del povero!» (Concio. I, de Lazaro). Io brucio in quest’incendio, deh, mi sia data una sola goccia d’acqua! grida il crapulone disgraziato. Ma se il fuoco dell’inferno ti accende tutto intero, gli risponde S. Pier Crisologo, se le fiamme ti circondano, perché non domandi altro sollievo se non refrigerio alla lingua?… Ah, risponde il santo, perché è la sua lingua, quella lingua che insultava il povero e negava l’elemosina, è troppo più atrocemente tormentata che tutte le altre membra (Serm. CXXIV). « Egli implora, dice S. Agostino, una goccia d’acqua da colui che lo aveva pregato di una briciola di pane; la misericordia gli è negata a proporzione della sua avarizia. Questo ricco, sempre duro, sempre spietato, vuole ora venire in aiuto dei suoi fratelli; ma troppo tardi tenero e pietoso, non otterrà nulla di quello che domanda. Il povero Lazzaro si acquista la beatitudine con la stessa sua povertà; il ricco malvagio si procura l’infelicità col suo oro. O ricco! con che fronte implori tu una stilla d’acqua, tu che rifiutasti una briciola di pane? Tu avresti quello che domandi, se avessi donato quello che ti era chiesto» (Serm. CX, de Temp.). – Nell’altra vita, il ricco malvagio ha per palazzo l’inferno medesimo; per vivande il fuoco, lo zolfo, il fiele e rettili di ogni sorta; per profumi la più nauseante e insopportabile puzza; per amici, i demoni; per adulatori, manigoldi che lo flagellano; per sinfonia, pianti, strida, urli orrendi; invece di porpora è cinto di fiamme; zolfo e pece gli servono di vestimenta; ha per luce le tenebre, per compagnia i demoni i quali come cani arrabbiati, si mordono e lacerano tra di loro. Insomma tutti i membri del corpo, tutte le facoltà, tutte le potenze dell’anima, che furono strumento ai piaceri, sono tormentate da castighi e flagelli propri a ciascun senso e a ciascuna facoltà… – « Il reprobo, dice l’Apocalisse, beverà del vino dell’ira di Dio, mescolato col vino schietto nel calice della sua vendetta e sarà tormentato con fuoco e zolfo » — Bibet de vino iræ Dei, quod mixtum est mero in calice iræ ipsius, et cruciabitur igne et sulphure (Apoc. XVI, 10). Meditino i peccatori su queste frasi e vi troveranno i frutti e i castighi del peccato in queste pene: 1° Il dannato beverà il fiele della collera del Signore… 2° Questo fiele sarà senza goccia d’acqua, ossia di consolazione e farà le veci di ogni genere di supplizio… 3° Il reprobo si ciberà di fuoco e zolfo… 4° Sarà oggetto di scherno e di vitupero agli angeli ed ai santi, in presenza dell’Agnello… 5° Il fumo dei suoi tormenti esala per i secoli dei secoli… 6° Non godrà un istante di tregua… Considerando queste cose, dicano a se stessi: vorremo noi essere così pazzi, che per un sorso di miele ingannatore, per un piacere passeggero, ci anneghiamo in un mare di fiele? saremo così storditi, che per una soddisfazione vergognosa ci gettiamo a occhi chiusi per sempre nell’inferno? Ah no! non sia mai! quello che quaggiù diletta, passa in un attimo, quello che nell’inferno tormenta, dura in eterno: — Momentaneum quod delectat, æternum. quod cruciat (AUG., Serm. XC). – «L’inferno, scrive Ugo da S. Vittore, è un luogo che non si può misurare, è un baratro senza fondo, pieno di ogni sorta di dolori e di tutti i tormenti immaginabili» (Lib. IV, de Anim.). In esso è lo scolo di ogni feccia di ribaldi, di assassini, di adulteri, di ladri, ecc. … La vista è del continuo funestata da orribili spettri, da spaventosi fantasmi; la carne è assiderata dal più intenso freddo mentre divampa accesa d’inestinguibile fuoco. Oltre ciò, ogni passione vi trova il suo speciale castigo: il beone sarà arso da una sete divorante, e avrà per bevanda il fiele; l’orgoglioso sarà coperto di onta e di ignominia, di fango, di marciume; l’impudico ingoierà fuoco; il vanitoso vestirà sudici cenci; l’avaro sarà nella miseria; l’accidioso sarà eternamente stimolato, punzecchiato e senza riposo; la bellezza si muterà in ributtante laidezza; la potenza in schiavitù; la gloria in vitupero… Dio, secondo le energiche allegorie del Salmista, pioverà lacci sui miseri dannati, assegnerà per loro porzione il fuoco, lo zolfo e il turbinìo delle procelle, li abbevererà alla coppa di un’amara mistura; e della feccia di quel calice, che andrà qua e là spargendo, saranno costretti a bere tutti quanti i peccatori: — Pluet super peccatores laqueos; ignis et sulphur, et spiritus procellarum pars calicis eorum (Psalm. X, 6). — Calix in manu Domini vini meri plenus misto; fæx eius non est exinanita; bibent omnes peccatores terræ (Psalm. LXXIV, 7-8). Ecco l’orrendo quadro che dei terribili spettri infernali ci dà il Savio: « Là sono animali di generi non più veduti, di sconosciute forme, di inaudita ferocia; dalla bocca vomitano fuoco, dalle nari sbuffano nubi di denso fumo, sprizzano dagli occhi fiamme ardenti; con i morsi uccidono, col fiato appestano, la sola vista fa allibire di spavento » — Novi generis, ira plenas, ignotas bestias, vaporem igneum spirantes, fumi odorem proferentes, horrendas ab oculis scintillas emittentes, quarum non solum læsura poterat illos exterminare, sed et aspectus per timorem occidere (Sap. XI, 19-20). « Là tonfi di pietre che rotolano, muggire di belve, scorrazzare di animali, da cui rintrona fra quei monti di fiamme, un’eco spaventosa » — Sonus præcipitatarum petrarum, animalium cursus, mugientium valida bestiarum vox, resonans de altissimis montibus echo, defìcientes faciebant illos præ timore (Ib. XVII, 18). Tutto si rivolta contro i reprobi e muove loro accanitissima guerra… Nel mondo, il peccatore abusava di ogni cosa, tutto insozzava, tutto profanava; nell’inferno tutto gli si convertirà in istrumento di supplizio e di tortura … Immaginate quanti generi di tormenti, di strazi, di pene può inventare la più raffinata barbarie e pensate che, messe a confronto del fuoco e dei patimenti dell’inferno, non danno che una smorta immagine, un’ombra leggera della realtà. Là si avvera in tutta la sua crudezza ed estensione quella minaccia del Signore: « Accumulerò sopra di loro tutti i mali, lancerò contro di essi tutte le mie saette » — Congregabo super eos mala, et sagittas eas complebo in eis (Deuter. XXXII, 25). Li darò in cibo alle belve, li getterò preda al furore dei serpenti; saranno consunti dalla fame e serviranno di pasto agli uccelli di rapina (Ib. 24). – Nell’inferno è un continuo piangere, gemere, urlare, tremare della persona e digrignare i denti. E un oceano immenso di fuoco che si agita, s’innalza e si sprofonda; sono ondate di fiamme che s’incalzano, si accavallano, mugghiano e trascinano una turba di uomini e di demoni, che si sfiatano senza posa in strazianti e disperati lamenti. Bruciare nel fuoco, gridando mercé senza speranza; non poter né uscire, né muoversi di quella nera prigione, di quel tenebroso caos; essere guardato da manigoldi feroci, carico di catene, inseguito continuamente dai demoni con artigli da sparviere, flagellati a colpi di frusta; tuffati nelle fiamme, annegati i n un torrente di pece e zolfo; distesi su letti di carboni ardenti, inestinguibili; perseguitati dal verme roditore, da un giudice inesorabile; non trovare scampo, non sperare difesa da nessuna creatura, ma da tutte essere accusato: ecco la condizione dei dannati, esclama S. Cirillo Alessandrino (Orat, de Animæ excessu). I reprobi nell’inferno sono rosi dall’invidia, dalla, gelosia, dalla collera, dall’odio, dalla tristezza, dalle angosce, dai rimorsi, dalla disperazione… – La pena dell’inferno è pena lunghissima che si perde nell’eternità; è pena estesissima, che affligge tutti i sensi, tutti i membri del corpo, tutte le potenze, tutte le facoltà dell’anima; è pena altissima, che priva di Dio, del cielo, della felicità degli eletti; è pena profondissima, che crocifigge l’interno dell’anima, la inchioda in fondo all’abisso infernale… « O quanto è grande, esclama S. Prospero, la disgrazia di essere estraneo dall’ineffabile gioia della divina contemplazione, venire escluso dalla beata società dei santi, di non giungere mai alla cittadinanza del paradiso, di essere morto alla vita del cielo, di vivere per l’eterna morte; di essere cacciato per sempre, col dragone e con gli angeli suoi, nello stagno del fuoco, dove si trova la seconda morte, l’esilio, la dannazione, il supplizio della vita; di stare sepolto in mezzo a fiamme tenebrose, in un lago di fuoco che arde e non consuma mai, che abbrucia e agghiaccia a un tempo; di non vedere nulla e di soffrire tutti i tormenti immaginabili! Là sono gemiti incessanti, crocifissione perpetua, dolore infinito! Pensare a queste pene, vuol dire dare l’addio a tutti i vizi e ripudiare tutte le seduzioni delle passioni » (De Vita contemp. lib. III). – Nell’inferno, il fuoco punisce la lussuria dei reprobi; una tempesta di pietre infiammate fiacca la loro boria e il loro fasto; la fame castiga la loro golosità; la morte colpisce la loro vita empia e scandalosa; le zanne delle bestie feroci dilaniano la violenza e la tirannia con cui oppressero i poveri e le anime pie. Il leone li sbrana; lo scorpione li strazia; il serpente fa loro scontare la malignità e la gelosia che li ha travagliati. Onta, confusione eterna! Là i più ricchi non si distinguono dai pezzenti; i più alti giacciono nell’infimo luogo; i più saggi sono convinti di essere stati i più stolti; coloro che si stimarono di più sono i più disprezzati; i più vanitosi della loro bellezza sono i più schifosi; quelli che furono più profumati saranno i più fetenti; quelli che amavano dominare su tutti sono calpestati da tutti, ecc…. [1- Continua]

BUON ESEMPIO

BUON ESEMPIO

[E. Barbier: “I Tesoti di Cornelio Alapide”; S.E.I. Ed. Torino, 1930 – vol. I]

1. – Necessità del buon esempio. — 2. Eccellenza e vantaggio del buon esempio. — 3. Sublimi esempi di Gesù Cristo e dei Santi. — 4. Quanto sia vantaggioso il buon esempio dei superiori. — 5. Perché gli scandalosi criticano le persone edificanti. — 6. In che consiste il buon esempio. — 7. Ricompense dei buoni esempi.-
1. – Necessità del buon esempio. – S. Gregorio dice: « Insegna con autorità colui che predica prima con l’esempio, poiché non si ha confidenza in colui le cui opere contraddicono alle parole ». Pastori, padri di famiglia, maestri, magistrati, padroni, superiori, che forza avranno le lezioni, gli avvisi, le correzioni vostre, se mentre insegnate agli altri, non riformate voi medesimi? (Rom. II, 21). « Parlar bene e viver male è forse altra cosa, dice S. Prospero, che condannarsi di propria bocca? ». E S. Bernardo soggiunge: « Cosa mostruosa è l’accoppiare un’alta posizione ad una vita vituperosa; una bocca eloquente a mani oziose; molte parole a poco frutto; un volto grave ad un operare leggero; una grande autorità ad uno spirito incostante; una faccia seria ad una lingua frivola ». Chi insegna e non fa ciò che insegna, veniva dall’abbate Pastore (Vit. Pat.) rassomigliato ad un pozzo che fornisce acqua a chi ne vuole, che lava le immondezze, e non può purificare se medesimo. È ancora simile alle pietre che lungo le strade indicano ai viaggiatori il cammino che devono seguire ed esse intanto se ne rimangono sempre fisse al loro luogo: « Bisogna, secondo l’avviso di S. Paolo, che noi rinunciamo alle opere delle tenebre, e ci vestiamo delle armi della luce » (Rom. XIII, 12) : « poiché siamo fatti spettacolo agli occhi del mondo, degli Angeli, degli uomini » (I Cor. IV, 9). « Noi siamo debitori, scrive S. Bernardo, del buon esempio verso il prossimo, e della buona coscienza verso noi medesimi ». La stessa cosa già inculcava S. Paolo ai Tessalonicesi, esortandoli a camminare per la via del bene per edificare coloro che erano tuttora fuori della Chiesa (1 Thess. IV, 12). E scrivendo agli Ebrei, insiste che si esortino vicendevolmente al bene finché dura quello che la Scrittura chiama, Giorno d’oggi, affinché non avvenga che alcuno sedotto dal peccato dello scandalo, rimanga indurato nella seduzione della colpa (Hebr. IlI, 13). Bisogna predicare Gesù Crocifisso più con l’esempio che con le parole. Viviamo di buone opere, perchè invano possederemmo la terra, se non la coltivassimo; essa non ci porterebbe frutto. « Comandiamo con l’esempio, dice S. Atanasio, e persuadiamo con la lingua ». « Quando le nuvole sono piene, scaricano piogge su la terra », leggiamo nell’Ecclesiaste (Eccle. XI, 3). Queste nuvole figurano gli uomini che non cessano di dare buon esempio. Fecondati dalla grazia del Signore, essi fanno il bene, spandono la vita sul loro cammino, mitigano l’ardore delle passioni, irrorano le anime aride e fanno loro produrre frutti abbondanti ed eccellenti di vita. « Chi ha l’ufficio di ammaestrare e guidare ed educare alla virtù i popoli, deve mostrarsi santo in tutto, ed in nulla riprensibile. Infatti chi ha da biasimare i peccati altrui, dev’essere senza macchia; perciò lasci d’insegnare il bene, colui che non si cura di praticarlo ». Anzi v’ha ben di peggio per questo tale; perché, come bene osserva S. Giovanni Crisostomo, « malamente vivendo egli indica, per così dire, a Dio il modo con cui deve condannarlo. Severo giudizio toccherà a colui che si studia di parlare bene, ma non pensa a viver bene. Comandare e non eseguire è un atteggiarsi a ipocrita e buffone. Dio ci ha scelti perchè risplendessimo: noi dobbiamo essere modelli. Sia lo splendore della nostra vita una pubblica scuola ed esemplare d’ogni genere di virtù ». Chi non pratica le cose che va insegnando, non è utile agli altri; anzi nuoce loro e condanna se stesso, perché, come dice la Scrittura, il Signore ha imposto a ogni uomo il dovere di procurare la salute del prossimo col buon esempio (Eccli. XVII, 12).» Bisogna che la pubblica stima renda testimonianza delle nostre azioni», dice S. Ambrogio; perché, come soggiunge S. Tommaso, « non si può a meno che disprezzare le parole di colui che ha costumi spregevoli ». Quindi S. Agostino esclama: « O voi che siete cristiani, date al prossimo degli esempi che diano la vita non la morte ».
2.- Eccellenza e vantaggio del buon esempio. — Su quelle parole del Cantico: «Io sono il fiore dei campi ed il giglio delle valli» S. Bernardo lasciò scritto: « Anche i costumi hanno i loro colori e i loro odori : il colore agli occhi della coscienza, l’odore nella fama. Il colore viene all’opera tua dalla bontà e dalla purità d’intenzione, l’odore dall’esempio di modestia e di virtù. Il giusto è in sè un giglio candido, e per il prossimo, un giglio odoroso ». Che cosa è la rosa? è la grazia della primavera: Che cosa è il buon esempio? la grazia della virtù, o, come lo chiama S. Paolo, « una parola di vita che mena alla gloria » (Philipp. II, 16). Dagli atti del corpo si conosce l’anima: i movimenti dell’uno sono la voce dell’altra. Col buon esempio si stimolano coloro coi quali si vive, a vigilare sul loro esteriore ed interiore; su gli occhi, su la lingua, su le orecchie, su le mani, sui piedi, su la mente, sul cuor loro. L’uomo che edifica gli altri col suo esempio è, al dire di S. Bernardo, un serbatoio riboccante, un canale che mena in abbondanza le acque della virtù (Serm. in Cantic.). Ed il pagano Seneca già notava nelle sue Lettere che « breve ed attraente è la strada dell’esempio, lunga e disgustosa quella dell’insegnamento ». Nulla può paragonarsi al modello che offre il cristiano virtuoso. A lui ci è lecito applicare quel detto del real Profeta a Dio: «Nella vostra luce noi vedremo la luce » (Psalm. XXXV, 10); infatti alla luce dei buoni esempi l’uomo scorge la bellezza della virtù e si sente stimolato a praticarla. Può dirsi del buon esempio che, a somiglianza di Gesù Cristo, esso rischiara ogni persona che viene in questo mondo; e di colui, che coi buoni esempi esala il profumo delle virtù, si può ripetere ch’egli è la via, la verità, la vita. Come del sole il quale diffonde nel suo corso per ogni dove torrenti di luce (Eccle. I, 6), il buon esempio risplende di meravigliosa bellezza, riscalda, feconda, vivifica tutto ciò che avvicina: è, come dice il Crisostomo, un’argomentazione a cui non si può contrastare. Quindi S. Gerolamo vede nella vita dei Santi una interpretazione chiara e incontrastabile delle Scritture sante. Tertulliano chiama il cristiano, un compendio del Vangelo; e S. Gregorio vede un gran dottore in colui che splende di molta santità p. La luce che spandono i giusti riempie di gioia il cuore (Prov. XIII, 3) e sgomina e atterra il demonio, il mondo, le passioni, perché le tenebre non possono sostenere la luce, dice S. Bernardo. Gedeone nascose delle lampade in vasi di creta, ma all’ora del combattimento rompe i vasi, e con la luce che improvvisamente risplende, spaventa il nemico, lo vince e lo mette in fuga. Le sorgenti d’acqua viva zampillano continuamente per dissetare e rinfrescare quelli che se ne vogliono giovare; ma se alcuno non vuole approfittarne, non lasciano perciò di scaturire. Il medesimo avviene del buon esempio… Il Concilio di Trento chiama il buon esempio una specie di predicazione continua; e S. Agostino dice che « la vita del cristiano ha da essere una predica di salute, perché i buoni esempi mandano fuori una voce più sonora e più potente che qualunque tromba ». E Gesù Cristo disse: «Risplenda la luce vostra in faccia agli uomini, sì, che essi vedano le vostre buone opere e diano gloria al Padre vostro che è ne’ Cieli » (Matth. V, 16), Il buon esempio dissipa le tenebre, apporta viva luce, traccia la retta strada. La virtù e le buone opere sono chiamate luce, 1° perché sono nate per la luce divina e illuminano gli uomini; 2° perché hanno origine da Dio, vera luce. Il buon esempio, dice S. Paolo, apporta la pace e la felicità e a chi lo dà e a chi lo riceve (Philem. 7) : trae a conoscere, amare, servire e glorificare Dio, soggiunge S. Pietro (1 Petr. II, 12). Per il buon esempio si osservano, si fanno osservare i comandamenti divini, aggiunge la Sapienza, e quindi l’uomo conserva se stesso e gli altri, illesi da ogni male (Sap. XIX, 6).
3.- Sublimi esempi di Gesù Cristo e dei Santi. — Gesù Cristo ha dato, in ogni istante della sua vita, al mondo intero i più sublimi esempi d’ogni genere di virtù; perciò l’Apostolo ci sprona a rivestirci di Gesù Cristo (Rom. XIII, 14). Gesù Cristo è nostra forza, nostra vita, nostro sposo, nostro cibo, nostra bevanda, nostro padrone e padre e fratello, nostro coerede e nostra eredità, nostra dimora ed ospite ed amico, nostro medico e medicina, nostra salute, ricchezza, luce e gloria, il sacerdote per antonomasia, la sorgente della grazia, della vita e della verità (Ioann. XIV, 6); sorgente da cui scaturisce l’abbondanza delle acque divine che dissetano le anime dei fedeli; visita la terra, l’innaffia e la feconda. Imitiamolo con una santa vita, così che possiamo ripetere, con S. Paolo, a chi ci vede: « Siate imitatori miei, come io lo sono di Cristo » (I Cor. XI, 1). Inspiriamoci agli esempi del Redentore e saremo di edificazione al nostro prossimo. « Teniamo fisso lo sguardo, dice l’Apostolo, nell’autore della nostra fede » (Hebr. XII, 2). « Gesù Cristo cominciò a fare, poi a insegnare », ci dicono gli Atti Apostolici (Act. I, 1). Così deve regolarsi il cristiano affinché ognuno si specchi in lui con piacere, desideri stargli dappresso, intenderlo, imitarlo, ed affinché gli uomini, vedendolo, credano di vedere un altro Gesù Cristo. Il cristiano è degno di questo nome, a misura che imita e presenta in sè Gesù Cristo; fuori di questo, il nome che porta è una parola vana… Il Redentore attestò di S. Giovanni Battista, che egli era « una lampada ardente e splendida » (Ioann. V, 35). E S. Bernardo fa la seguente osservazione : Vana cosa è il risplendere solamente, ma nulla il solamente ardere; ma ardere e risplendere insieme è la perfezione. S. Giovanni Battista era una lampada ardente e splendente; e non prima splendente poi ardente, ma prima ardente e poi splendente. La sua luce proveniva dal fervore che l’infiammava, e non già il fervore nasceva dalla luce che diffondeva. Per ciò vanità ed errore è il brillare per io splendore dell’ingegno, ed intanto essere privo del fuoco della pietà. S. Gregorio Nazianzeno dice di S. Basilio, che la parola di lui era tuono, perchè la sua vita era folgore ». I Santi spandono il buon odore di Gesù Cristo; e questo è « odore di vita che risuscita i popoli », come si esprime S. Paolo (lI Cor. II, 15-16). Più si pestano gli aromi, e più spandono all’intorno grato odore; così, più Gesù Cristo, gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, e tutti i Santi furono pigiati e pesti dalle tribolazioni e dalle persecuzioni, più abbondante sparsero il soave e divino odore del buon esempio e d’ogni virtù. Ad imitazione del grande Apostolo, tutti i Santi hanno fatto il bene non solamente innanzi a Dio e per Iddio, ma ancora in faccia agli uomini e per la salvezza loro (Il Cor. VIII, 21). S. Bernardo racconta del santo vescovo Malachia, che non muoveva membra senza che lo spingesse una ragione, e mirasse all’edificazione del prossimo. S. Luciano, prete e martire, convertì un gran numero di pagani con la modestia, serenità e pietà del suo sguardo. E di lui si narra, come essendo venuto alle orecchie dell’imperatore Massimiano per relazione di parecchie persone, che il volto suo inspirava tanto rispetto ed amore, che se egli l’avesse veduto si sarebbe fatto cristiano, gli fece velare il capo, per timore che quella vista convertisse lui e gli assistenti (Babon. Ann.). Udite S. Gregorio: In Abele contemplate uno specchio d’innocenza, in Enoch un modello di purità d’intenzione. Noè ci stimola col suo esempio a perseverare e non lasciarci mai cadere di speranza; Abramo ci addita fin dove deve spingersi la nostra obbedienza; Giobbe ci insegna la costanza nelle traversie; Mosè quale dev’essere la dolcezza e la mansuetudine. Così i Santi splendono, come stelle nel firmamento, per illuminarci e additarci la via delle buone opere, che è quella del Cielo. Quanti Santi Dio ha fatto, altrettanti astri splendenti ha creato per fugare le tenebre che avviluppano i peccatori (Lib. moral). Dopo ciò s’intende il senso di quelle parole di S. Paolo agli Ebrei: « Poiché siamo circondati da così gran numero di testimoni, liberiamoci di tutto ciò che ci pesa, spezziamo i legami del peccato, e corriamo mediante la pazienza, nell’arena che ci sta aperta dinanzi» (Hebr. XII, 1). Chi aspira alla santità, consideri la vita dei Santi, imiti i loro esempi, attinga al fuoco ed alla smagliante chiarezza di questi astri divini la luce dello spirito e la fiamma del cuore. A imitazione de’ Santi il cristiano procura, come dice S. Gregorio, di difendere con le parole il suo modo di vivere, e di far parere belle, con l’esempio della vita, le sue parole, non guardando in tutto questo alla sua gloria, ma a quella di Dio e alla salute del prossimo; e appunto perchè mira soltanto a questo doppio scopo, la gloria gli tien dietro e lo circonda, come dice S. Gerolamo di Santa Paola: Ella fuggiva la gloria, e la gloria la seguiva… «La vita del giusto, leggiamo ne’ Proverbi, somiglia al sole nascente il quale s’avanza e cresce fino alla pienezza del giorno » (Prov IV, 18). « Il cristiano persuade ancora prima di parlare, soggiunge il Crisostomo, a quel modo che lo splendore del sole fuga le tenebre al primo suo spuntare sull’orizzonte ». « I giusti sono gli angeli della terra, sono divinità provviste di corpo… L’occhio di Dio li contempla amoroso, dice l’Eaclesiastico, li esalta a misura che s’abbassano : e molti, dopo di averli osservati, cominciarono a onorare Dio » (Eccli. XI, 13). Il Papa Clemente VI nota, ad elogio di S. Tommaso d’Aquino, come egli fosse l’esemplare d’ogni virtù, perché ogni suo membro dava un insegnamento particolare : gli si leggeva la semplicità negli occhi, la bontà sul viso, l’umiltà nel suo modo di ascoltare; aveva la sobrietà nel gusto, la verità nella bocca; tutto all’intorno spandeva un profumo di virtù; irreprensibili ne erano le azioni, liberale la mano, grave il portamento, riserbato e grazioso il tratto, pietoso il cuore, splendido e acuto l’ingegno. La sua bontà era affettuosa, l’anima santa e ardente di carità. Fu, in una parola, il ritratto del cristiano esemplare, l’immagine vivente della virtù. S. Bernardo dice di S. Andrea apostolo, che « su la croce predicava Gesù Cristo crocefisso »; e Tertulliano, parlando dei primi cristiani, afferma che « coprivano di vergogna il vizio, con la sola loro presenza ».
4. – Quanto sia vantaggioso il buon esempio dei superiori. — Del Centurione sta scritto nel Vangelo, che credette lui e tutta la sua famiglia (Ioann. IV, 53). « L’anima mia, cantava il Salmista, servirà Dio e i miei posteri m’imiteranno » (Psalm. XXI, 31). Un pastore, un re, un magistrato, un padre di famiglia, un padrone, ecc. che danno buon esempio, procurano la gloria di Dio…, il trionfo della religione… la salute delle anime…; vedete Costantino…, Carlomagno…, S. Luigi.,. Portatevi a quella casa governata da un padre, da una madre edificanti… Che ordine, regolarità, felicità, ecc. Quanto disastrose non sono, al contrario, le conseguenze del cattivo esempio!
5. Perché gli scandalosi criticano le persone edificanti. — « Non vi prenda meraviglia, o fratelli, diceva S. Giovanni, se il mondo vi odia » (I Ioann. III, 13). Cinque sono i motivi che spingono i malvagi a criticare e condannare le persone edificanti. Il primo è la dissomiglianza de’ costumi; perchè se la somiglianza inclina all’amore, la difformità induce all’odio. II secondo è l’invidia… Il terzo è il dispetto che provano i mondani, vedendo i cristiani separarsi da loro e fuggire la loro compagnia. Il quarto è che non possono sostenere i rimproveri delle persone virtuose, poiché queste, con la loro vita, sono una severa condanna della malvagia condotta. Il quinto sta nell’opposizione che esiste tra i figli del secolo ed i santi; quelli son gonfi d’amor proprio, questi non si muovono che per amor di Dio.
6. In che consiste il buon esempio. — La perfezione del buon esempio si trova in quella esortazione di S. Paolo ai Romani: «Vestitevi di Gesù Cristo » (Rom. XIII, 14); e vestirsi di Gesù Cristo vuol dire, insegna il Crisostomo, rappresentare Gesù Cristo in tutte le nostre azioni con la santità e la mansuetudine (Homil. ad pop.). Sia dunque il cristiano un ritratto fedele, una viva immagine di Gesù Cristo; è questo per lui un sacro dovere solennemente contratto al fonte battesimale : là egli si è obbligato a rappresentare Gesù Cristo nella sua vita, nelle sue opere, nel suo esteriore, in tutto se stesso insomma. È cosa certa che tutti i cristiani dovrebbero essere altrettanti Cristi per l’imitazione e l’esempio; poiché ci avverte S. Gerolamo : « dover la vita e la conversazione del cristiano essere ordinata in modo che ne’ suoi gesti, nei portamenti, nelle azioni tutte traspiri la grazia celeste ». « Fate ogni cosa senza mormorazioni né dispute, scriveva il grande Apostolo ai Filippesi; affinché siate irreprensibili e sinceri figli di Dio, scevri di colpa in mezzo ad una nazione prava e perversa tra cui risplendete come luminari nel mondo, portando la parola di virtù » (Philipp. II, 14-16). S. Ambrogio così commenta queste parole: L’Apostolo avverte i cristiani e loro intima che ricordino la loro professione e vi corrispondano, affinché splendano tra gli increduli, come il sole e la luna in mezzo alle stelle, e servano con la vita, con le parole, con i costumi, di modello a chi li guarda (In Epl. ad Philipp.). «L’Apostolo, dice il Crisostomo, esorta i cristiani a gettare luce e splendore nelle tenebre del secolo, come altrettanti astri ». « Vuole, soggiunge S. Anseimo, che siano astri i quali, fissi nel Cielo, non sono punto solleciti di quello che avviene su la terra, ma intendono unicamente a compiere il loro corso e a illuminare il mondo ». Noi dobbiamo essere fari che rischiarano e guidano al porto i navigatori erranti nella notte e fra le tempestose vicende del mondo aiutarli ad evitare il naufragio e a tener la prora volta alla città santa: dobbiamo somigliare a quella donna dell’Apocalisse, immagine della Beata Vergine e della Chiesa, la quale è vestita di sole con la luna sotto i piedi ed una corona di dodici stelle attorno il capo (Apoc. XII, 1). Sia calma la voce, modesto il portamento, decente l’atteggiamento, circospetto il tratto, dimesso lo sguardo, la mente nutrita di buoni pensieri, l’anima al Cielo. Imitiamo i Tessalonicesi a cui lode S. Paolo scriveva: « Voi siete stati esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. Poiché da voi si divulgò la parola di Dio non solamente per la Macedonia e l’Acaia, ma di più per ogni luogo si propagò la fede che voi avete in Dio, tanto che non occorre che ne parliamo… Tutti raccontano il buon successo da noi ottenuto in mezzo a voi, e come vi convertiste dagli idoli a servire il Dio vivo e vero e ad aspettare il Figliuolo di lui dal Cielo (cui Egli risuscitò da morte), Gesù, il quale ci sottrasse all’ira che è per venire » (I Thess. I, 7-10). Dei Romani il medesimo Apostolo attestava che la loro fede era celebre su la bocca di tutto il mondo (Rom. I, 8); esortava il discepolo Timoteo ad essere esempio di carità, di fede, di castità ai fedeli, nei discorsi e nel tratto (I Tim. IV, 12); e animava gli Ebrei a vigilarsi vicendevolmente per provocarsi alla carità e alle buone opere (Hebr. X, 24). Finalmente suggeriva a Tito che si mostrasse modello di buone opere in tutto, con la dottrina, con la purità dei costumi, con la gravità (Tit. II, 7). Anche Socrate ordinava a’ suoi discepoli di acquistare e praticare queste tre virtù: 1° la prudenza; 2° il silenzio; 3° la modestia (Anton, in Meliss.). Quando per la prima volta si trattò di scegliere e stabilire de’ diaconi, gli Apostoli ammonirono i fedeli che cercassero e scegliessero di mezzo a loro sette persone d’integra fama, piene di Spirito Santo e di prudenza (Act. IV, 3). Il buon esempio richiede che noi viviamo in qualche modo come S. Bernardo il quale così ci fu dipinto da uno storico : La serenità brillava sul suo viso, la modestia regolava il suo portamento, la più consumata prudenza informava le sue parole: cauto nelle imprese, assiduo nell’orazione, pio nella meditazione, grande nella fede, fermo nella speranza, infiammato di carità, egli portava come speciale contrassegno un’umiltà profonda ed una pietà tenerissima. Prudente nei consigli, utile negli affari, lieto tra gli insulti, sempre pronto a far servigi, di costumi soavissimi, santo per i suoi meriti, egli era pieno di saggezza, di virtù e di grazia presso Dio e presso gli uomini. « Bisogna, dice S. Agostino, che gli adoratori e servi di Dio siano così mansueti, gravi, prudenti, pii, irreprensibili, immacolati, che chiunque li incontri li ammiri, e dica: Costoro son tutti dei ». Non per gli ornamenti del corpo, ma per quelli dell’anima, che sono la modestia e l’innocenza, noi dobbiamo distinguerci. A proposito di quella sentenza di Gesù Cristo, « portate nelle vostre mani lampade ardenti» (Luc. XII, 35), S. Gregorio scrive: « Noi abbiamo in mano lampade ardenti, quando per mezzo di buone azioni porgiamo agli altri luminosi esempi ». Udite ancóra S. Giovanni Crisostomo e S. Martino, il primo de’ quali ci dice che, « bisogna condurre una vita incolpata, affinché chi ci osserva, veda in noi e nella vita nostra uno specchio tersissimo. Potremmo quasi far a meno delle parole, se la nostra vita splendesse di santità ». Il secondo poi vorrebbe che dalla bocca nostra non uscissero che parole di pace, di castità, di carità, di religione; che il mondo vi trovasse ben di rado eco, e spesso vi risuonasse Cristo. Si possono anche applicare ai laici quelle prescrizioni che indirizzava al Clero il Concilio di Trento: «E assolutamente necessario che i chierici, chiamati al servizio del Signore, regolino così rettamente la vita ed i costumi loro, che e nel vestire, e nel trattare, tutto in essi spiri gravità, compostezza, religiosità, affinché quanti li osservano si sentano attratti dalle loro azioni a venerarli ».
7. Ricompense dei buoni esempi. — « Quelli che hanno la scienza, leggiamo in Daniele, rifulgeranno come la luce del firmamento, e quelli che insegnano a molti la giustizia, risplenderanno come stelle per tutta l’eternità» (Dan. XII, 3). Ora, il segno più incontrastabile e chiaro della vera scienza, ed il miglior mezzo d’istruire, consiste nel menare una vita esemplare… Per il buon esempio noi otteniamo quaggiù la pace, la grazia, una buona morte, e, nell’altro mondo, una felicità imperitura.