SCUDO DELLA FEDE: -IV- LE PROFEZIE

LE PROFEZIE.

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

Ciò che siano le profezie.-Loro possibilità. — Loro esistenza. — Loro oggetto.—

Loro avveramento. — Le Profezie di Gesù Cristo. — La forza dimostrativa delle profezie.

— Dunque che cosa sono propriamente le profezie?

⁕ Eccomi a dirtelo. Le profezie sono predizioni certe di un avvenimento futuro, che non si può vedere nelle cause naturali. Sono predizioni di un avvenimento futuro, e cioè le profezie devono evidentemente essere anteriori all’avvenimento, che annunziano; sono predizioni certe, cioè devono determinare tale avvenimento specificamente, ossia in termini chiari, precisi, netti, scevri di equivoci; tale avvenimento non deve essere veduto nelle cause naturali, vale a dire, deve essere tale, che non si possa in nessuna causa naturale prestabilire, che umanamente sia impossibile a conoscersi, che solamente Iddio, il quale vede anche il futuro, lo conosca.

— Vuol dire, che un medico, il quale predica le fasi e il termine di una malattia appoggiato a sintomi, che conosce per esperienza, non sarebbe profeta.

⁕ Precisamente. Come non lo sarebbe quell’astronomo, che sottopone a calcoli il cammino regolare degli astri e annunzia le loro fasi diverse, l’epoca precisa, in cui comparirà o ricomparirà quella meteora, e cose simili; perciocché tutte queste cose mercè la scienza si possono in cause naturali prevedere. E neppure non si possono chiamare profeti coloro, i quali dotati di alto buon senso pratico, da certi disordini, che avvengono tra gli uomini in questo o in quell’altro paese, ne predicono delle gravi sventure. Il vero profeta è colui, che predice gli avvenimenti futuri solo perché è Iddio onniveggente che glieli fa conoscere.

— Un profeta allora dovrà essere in comunicazione con Dio? Certamente. Il futuro, che umanamente, in nessuna causa naturale non si può conoscere, è Dio solo, che lo vede e conosce, non essendovi per lui né passato né futuro, ma tutto presente. Perciò, affinché l’uomo conosca questo futuro, bisogna che in qualche modo sia messo in comunicazione con Dio, ossia che Iddio glielo faccia conoscere.

— E in quale modo ciò accade?

⁕ Ciò può avvenire in modi vari e diversi, Iddio può far conoscere all’uomo il futuro facendolo udire direttamente al suo orecchio, o illustrando miracolosamente la sua niente, o dipingendolo al suo sguardo con simboli, segni, figure, immagini, o dandogliene un’intima persuasione, o manifestandoglielo per mezzo degli Angeli, o in altri modi simili come appunto ci apprendono i libri santi.

— Ma è possibile che Iddio riveli a certi uomini il futuro da predire!

⁕ Ascolta. Tutte le religioni, anche false, vantano dei profeti. Ora è certissimo, come meglio rileveremo in seguito, che coloro i quali passano per profeti nelle false religioni, non sono tali. Non di meno questa pretesa, che le stesse false religioni sparse per tutto il mondo hanno, di aver dei profeti non dimostra chiaro, che per tutto il mondo si è sempre ritenuto che la Divinità si ponga talora in comunicazione con l’uomo per rivelargli il futuro da predire? Ora vorresti che sia impossibile ciò, che tutto il mondo ha sempre ritenuto che non solo sia possibile, ma realmente si effettui? Lo so benissimo che i razionalisti dicono impossibile, assurda la profezia, ma per tal guisa si mettono in opposizione alle credenze ed alla storia di tutti i popoli, precisamente come fa l’ateo quando nega Iddio. Del resto ammetti tu che Dio conosca il futuro?

— Ciò sarebbe impossibile il non ammetterlo.

⁕ Vedi: se a Dio si negasse il conoscimento del futuro, bisognerebbe negargli anche la sua provvidenza, che non è altro che prevedere e regolare il presente in ordine al futuro; bisognerebbe dire che tutto il mondo si regge a caso, che Iddio deve subirne gli effetti imprevisti, che Dio è soggetto ad essere giuocato dalle sue creature. E allora non sarebbe minor male negare addirittura l’esistenza di Dio?

— Queste cose sono chiare e non abbisognano di dimostrazioni.

⁕ Dunque se Dio conosce il futuro, perché non potrà a chi, quando e come gli piaccia rivelarlo? Negando a Dio il potere di manifestarci l’avvenire, forse che gli si faccia meno torto che ricusandogli quello di conoscerlo? La profezia perciò è possibile, possibilissima.

— Vi sono dunque stati realmente degli uomini, che abbiano fatto delle vere profezie? Certo. Essi rispondono ai nomi di Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Samuele, Davide, Salomone, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Amos, Malachia ed a non pochi altri. Suscitati da Dio essi comparvero sulla faccia della terra, gli uni dopo gli altri lungo il corso dei secoli, che precedettero la venuta di Gesù Cristo. Di essi chi fu semplice pastore, chi legislatore, chi giudice, chi re, chi sacerdote, chi ministro in una qualche corte regale, chi di altra condizione. Tutti con la santità della vita fecero onore alla loro missione, giacché essi menarono tutti una vita austera ed illibata, e se qualche volta taluno di essi commise qualche fallo, lo pianse poscia amaramente. Non cercarono né onori, né ricchezze, ma unicamente la gloria di Dio e la conversione delle anime, e ciò anche a costo della loro vita; difatti Isaia, Geremia, Baruch, Ezechiele e vari altri affrontarono oltraggi, tormenti e sanguinosi supplizi per quella santa ed indomabile libertà, di cui giustamente andarono alteri nella missione, che avevano ricevuta da Dio, di annunziare la verità e profetare altresì terribili castighi a coloro, che non volevano conoscerla e seguirla.

— Sta bene tutto ciò, e mi compiaccio di saperlo. Ma di qual maniera questi veri profeti attestarono di essere tali? Senza dubbio essi dovettero dare delle prove che erano divinamente ispirati in ciò che profetavano, e le prove dovevano essere esterne e certe così da togliere della loro missione ogni dubbio. E tali prove le diedero non solo con l’elevatezza del loro linguaggio, con la convinzione profonda di quel che annunziavano, con l’eccellenza della dottrina che predicavano e con la santità della vita che menavano, ma perentoriamente coi miracoli che andavano operando. Chi a conferma di una profezia che fa, compie altresì dei veri miracoli, dimostra chiaramente che è ispirato, mandato da Dio.

— E che cosa profetarono?

⁕ L’oggetto principalissimo delle profezie fu Gesù Cristo con tutto ciò che a Lui necessariamente si riferiva e congiungeva, e cioè gli Apostoli, la Chiesa, le sue sorti, la sua vita, le sue grandezze, eccetera.

— E questi profeti hanno ciascuno profetato interamente tale oggetto delle profezie? ⁕ Eh! no. Ed è questo appunto, che desta una gran meraviglia al considerarlo. I profeti furono in gran numero e di ogni età, e l’uno predisse una cosa e l’altro un’altra, e con queste predizioni particolari di ciascuno ne risultò un complesso di profezie perfetto ed esatto.

— E ciò non potrebbe essere opera del caso?

⁕ Opera del caso il complesso delle profezie? Ma prendendo tu in mano la Divina Commedia di Dante, anche quando non sapessi nulla affatto del suo autore, oseresti dire che sia opera del caso? Come mai il caso avrebbe potuto mettere insieme quei versi, quelle terzine, quei canti e formarne quell’opera magistrale? E così come potresti credere, che il caso abbia potuto coordinare ad un solo e medesimo oggetto futuro le parole di una bella schiera di uomini diversi lungo il corso di quattromila anni?

— Capisco, ciò è assolutamente impossibile. Ma è poi certo che tutte quante le profezie si siano avverate?

⁕ Certissimo. E per convincersi di ciò non occorrerebbe far altro che confrontare le profezie col santo Vangelo. In questo confronto si vedono come due copie di un medesimo libro. Senza dubbio le profezie essendosi svolte successivamente ed essendo state dette l’una riguardo a un fatto, l’altra riguardo ad un altro, fa d’uopo unirle insieme e metterle ciascuna al suo posto. Ma come quando esistono e si ritrovano i frammenti di un’antica iscrizione, con un lavoro intelligente e paziente si possono mettere assieme ed ordinarli in guisa da riavere tutta intera l’iscrizione, così si può fare e si è fatto riguardo alle profezie, giacché esse e il loro adempimento bisogna che siano considerate non isolatamente, ma nel tutto insieme.

— Amerei di intendere un saggio almeno delle profezie.

⁕ Eccomi ad appagarti. – Il precursore di Gesù Cristo, S. Giovanni Battista, fu profetato da Isaia 750 anni all’incirca, e da Malachia 450 innanzi con queste parole: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i sentieri del Dio nostro. (V. in Isaia, Capo XL, Versetto 3; ed in Malachia, Capo III, Versetto 1 e seguenti). La Madre di Gesù Cristo fu da Isaia profetata così: Ecco che una Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio, che si chiamerà l’Emanuele, ossia Dio con noi (V. Isaia, Capo VII, Versetto l4). La città, in cui nacque Gesù Cristo, fu profetata da Michea 750 anni innanzi in questo modo: Da te, o Betlemme, uscirà il dominatore in Israele e la sua uscita è dal principio, dai giorni dell’eternità (V. Michea, Capo V. Versetto 2). Il tempo, in cui nacque il Redentore, fu indicato 1700 anni avanti dal Patriarca Giacobbe, che stando per morire disse: Non sarà tolto lo scettro dal regno di Giuda fino a che venga chi deve essere mandato, ed egli sarà l’aspettazione delle genti (V. Genesi, Capo XLIX, Versetto 10). – I profeti Aggeo e Daniele lo determinarono anche con maggior precisione dicendo, che prima della distruzione del secondo tempio di Gerusalemme doveva venire il Re della pace, e che si dovevano contare circa 490 anni della promulgazione del decreto di riedificazione di Gerusalemme alla venuta del Santo dei Santi (V. Aggeo e Daniele, Capo II). –  I miracoli, che Gesù Cristo avrebbe operati, li predisse chiaramente Isaia in questa guisa: Dio stesso verrà e ci salverà. Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi intenderanno. Allora lo zoppo salterà come un cervo, e la lingua dei muti sarà sciolta (V. Isaia, Capo XXXV, Versetti 4, 5, 6). – La passione di Gesù Cristo fu profetata nelle più minute circostanze dell’odio dei maggiorenti di Gerusalemme, del tradimento di Giuda, della fuga degli Apostoli, della flagellazione, dello strappo delle vesti, degli insulti, della crocifissione, eccetera, da Davide 1500 anni prima, con tanti passi, che sarebbe troppo lungo ricordarti. Ma di ciò basti, perché da questo saggio poi arguire esattamente di tutte le altre profezie numerosissime e particolarissime.

— Ma ho inteso dire che Gesù Cristo da giovane apprese le profezie e poi affine di farli avverare si è acconciato alle medesime?

⁕ Già, anche questo si dice da certi pretesi sapienti dei giorni nostri. Ma dimmi un po’ come avrebbe fatto Gesù Cristo per far avverare ad esempio le profezie riguardanti la propria nascita, se egli non era Dio? Hai mai inteso dire che un uomo, sia pure il più sapiente e potente, prima di nascere si sia eletto i genitori, il tempo, il luogo, e le circostanze della propria nascita? Vedi a quali assurdi e stupidezze arrivano certi falsi dottori, che nel loro orgoglio non si vogliono arrendere alla luce della verità.

— È proprio così: non si può disconoscerlo.

⁕ E poi resterebbero a spiegare le profezie? che ha pur fatto lo stesso Gesù Cristo.

Come? Anche Gesù Cristo fu profeta?

⁕ Senza dubbio, e precisamente secondo ché i profeti dell’antica legge avevano annunziato. Basta che tu legga il Vangelo per riconoscere, come Gesù Cristo profetò la sua morte e quasi tutte le circostanze della sua passione, le persecuzioni e la morte violenta cui sarebbero andati incontro i suoi discepoli, la conversione del mondo, la diffusione del Vangelo, lo stabilimento della sua Chiesa e la sua vita immortale, cose tutte che si sono perfettamente avverate o che continuano tuttora ad avverarsi.

— È vero che Gesù Cristo profetò eziandio la totale rovina di Gerusalemme?

⁕ Sì, questa è una delle sue più celebri profezie. Un giorno discendendo egli col popolo il colle degli Olivi, vede da lungi questa sventurata città: l’anima sua si commuove ed esclama: « Gerusalemme, per te verranno giorni, nei quali i tuoi nemici ti accerchieranno con trincee e ti stringeranno d’ogni lato. Essi ti getterano a terra, te, i tuoi figli, e tutti quelli che sono entro le tue mura, e di te non lasceranno pietra sopra pietra, perché tu non hai riconosciuto i l tempo della visita di Dio ». (V. Vangelo di S. Luca, Capo XIX, versetti 43, 44). – I n altra circostanza parlando del tempio disse ai suoi discepoli: « Vedete voi tutte queste cose? Ebbene vi dico in verità, che tutto sarà distrutto e non si lascerà più pietra sopra pietra… e non passerà questa generazione prima che avvenga questa calamità » (V. Vangelo di S. Matteo, XXIV, versetti 2 e seguenti).

— E tutto ciò è avvenuto!

⁕ Ah! il furore del popolo romano giustificò alla lettera queste tristi predizioni, non ostante l’intenzione e gli ordini di Tito. E passati tre secoli dall’eccidio di quella città, Giuliano l’Apostata volle rendere inadempiuta la profezia di Cristo, ch’egli sdegnosamente chiamava il Galileo, e si accinse alla riedificazione del tempio. Ma non appena gli ebrei sotto la direzione del loro capo Alipio ebbero messo allo scoperto le fondamenta del tempio rovinato, la terra orribilmente si scuote, fiamme spaventevoli escono da ogni parte avventandosi contro gli operai e incenerendone un gran numero insieme coi loro strumenti, sicché si dovette abbandonare l’impresa; e rimosse per tal guisa le poche pietre che ancor rimanevano dell’antica casa di Jehovah, si avverava nel modo più preciso e completo la profezia di Gesù Cristo. E nota bene, che il fatto, oltreché dagli storici cristiani contemporanei, è narrato dallo stesso Ammiano Marcellino, ufficiale fidatissimo dell’imperatore Giuliano l’Apostata, il quale avrebbe avuto tutto l’interesse a negarlo, se fosse stato possibile.

— Tutto ciò è di una forza incontestabile. Ma ora vorrei intendere, come mai le profezie siano una prova della verità di quella fede, che la Chiesa cattolica insegna.

⁕ È ciò appunto, cui mirava condurti. Attento bene. Già ti ho detto che Dio solo può conoscere il futuro e comunicarne agli uomini il conoscimento, e che perciò se vi ha tra gli uomini chi abbia profetato, ossia predetto il futuro, che poi si è perfettamente avverato, non è per altra ragione se non perché Dio glielo ha o in un modo o in un altro rivelato, se non perché Dio stesso è intervenuto nelle profezie. – Ma i profeti nel mentre che hanno profetato, hanno pure insegnato una dottrina, hanno profetato ed insegnato i misteri dell’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, hanno profetato ed insegnato la SS. Eucaristia, la Verginità di Maria, la fondazione della Chiesa, eccetera, eccetera: hanno profetato ed insegnato cioè quanto ha poi insegnato lo stesso Gesù Cristo, quanto hanno insegnato gli Apostoli, quanto insegna presentemente la Chiesa Cattolica. Dunque Iddio con le profezie, col suo intervento nelle medesime, ha dimostrato chiaramente la verità di tale insegnamento; giacché non è possibile, che Egli sia intervenuto per approvare la menzogna. Se fosse così, Dio ci avrebbe ingannati, avrebbe apposto il suo suggello all’errore.

— Ho inteso. Ma appunto perciò; che la Chiesa insegna la stessa dottrina che hanno insegnato i profeti, non si potrebbe pensare, che la Chiesa abbia inventati essa i libri delle profezie?

⁕ Perdona, caro mio, ma mi fai veramente ridere. Tutti i libri sacri, presso dei quali si

trovano le profezie, erano in possesso degli Ebrei molti secoli innanzi la venuta di Gesù Cristo, e 250 anni incirca prima della sua nascita furono tradotti dall’ebraico in greco con la massima fedeltà possibile, d’ordine del re d’Egitto Tolomeo Filadelfo, da settanta dotti, propriamente per accontentare i numerosi Ebrei, che dopo la conquista di Gerusalemme fatta da Nabucodònosor si erano rifugiati nel suo regno, e che desideravano avere in lingua ellenica, divenuta per essi nuova lingua madre, i Libri santi per farne la lettura nel servizio religioso del sabbath e nelle riunioni delle sinagoghe. Anche presentemente gli Ebrei conservano quei libri, i quali alla fin fine sono la condanna della loro ostinazione a non voler riconoscere la venuta di Gesù Cristo. E tutto ciò non dimostra chiaro, chiarissimo, essere assolutamente impossibile che le profezie siano state inventate dalla Chiesa?

— Sono convinto, di quanto ho appreso.

⁕ E se sei convinto, devi conchiudere che la fede cattolica, ossia il complesso di tutti gli insegnamenti della Chiesa, è vera e divina, perché a comprova di tale verità e divinità, ha le profezie perfettamente avverate, le quali hanno per autore lo stesso Iddio.

LA RETTA INTENZIONE

LA RETTA INTENZIONE.

[d. Giacomo della Vecchia: “Albe primaverili”, Libr. G. Galla, VICENZA, 1911]

Revela Domino opera tua, et dirigentur cogitationes tuæ,

[Riferisci al Signore le opere tue, ed i tuoi pensieri avranno buon effetto.]

(PROV. XVI, v. 3)

ESORDIO. — Molti cristiani si lamentano di non sapere lodare e servire il Signore … Dicono: Recito ogni dì le mie preghiere, vado alla santa Messa anche di frequente… Ma poi, lungo il giorno, la mente preoccupata dai doveri, dagl’interessi …, non ricorda il Signore. — Se vi fosse un mezzo pratico di lodare e benedire il Signore; un mezzo di farmi santo, anche fra le mie occupazioni! Miei cari, il mezzo vi è, ed alla portata di tutti…  È la retta intenzione; fare cioè tutte le cose per amore di Dio. Lo insegna lo Spirito Santo: Indirizza al Signore le opere tue, ed i tuoi pensieri (di lodarlo, servirlo, di santificarti) avranno buon effetto… Revela Domino opera tua, et dirigentur cogitationes tuæ.

Voi lo vedete: Il soggetto della nostra considerazione è della massima importanza…

PARTE PRIMA

Retta intenzione vuole dire « indirizzare a lode e gloria di Dio tutto quello che si fa, si dice, si pensa; anche le cose più indifferenti.

(a) E’ un dovere. Dio ti ha creato per la sua gloria; in gloriam suam creavit omnia Deus… Sei al mondo per lodare, servire ed amare il Signore… È il tuo fine… Dio ha tutto il diritto, che le tue azioni siano dirette a Lui solo…; perché Egli ti conserva la vita …, le forze …, la mente … ; ti aiuta …, ti sorregge… : da Lui solo viene la volontà …, la possibilità di pensare, parlare, operare … Senza la sua assistenza resteresti cieco, muto, inerte, inebetito, morresti … Dunque è giusto, è doveroso, che tutte le tue azioni, interne ed esterne, siano indirizzate alla sua gloria. Tibi sacrificabo hostiam laudis et nomen Domini invocabo. (Salmo CXV, 7).

(b) E’ necessario. — Se lavori, fatichi, operi il bene per interesse …, per fini mondani …, per seguire il tuo temperamento …, nulla guadagni per il cielo … Gesù è la vite, noi i tralci… Se stiamo uniti a Lui con la retta intenzione di glorificare il Padre celeste, la nostra vita sarà feconda… per il cielo… Se ci stacchiamo da Lui … per cercare noi stessi nel nostro operare…, per noi l’è finita! — Lavorare, faticare, soffrire per poi, al punto di morte, dover dire: Mi sono affannato tanti anni…, e nulla ho guadagnato! … Non vi pare una cosa stolta ? Per totam noctem laborantes, nihil cepimus. (S. Luca V, 5). Senza la retta intenzione, cioè se ti proponi fini terreni, la pietà diventa spesso ipocrisia …, il lavoro è una speculazione, la virtù è una finzione … ; e 1’anima muore di anemia e di sfinimento… Dio allora rigetta le tue opere buone … ; e che importa la stima del mondo …; senza quella del Signore?

(c) E’ utilissima. — Ogni opera buona, fatta per amor di Dio, acquista un nuovo merito ed un nuovo grado di grazia… e poi di gloria… Pratiche di pietà, fatiche, privazioni, dolori… — Le stesse azioni più indifferenti…, mangiare, bere, dormire, sollevarsi, se con retto fine, diventano meritorie per il cielo! — Quanti meriti per il Paradiso!

— Le api industriose suggono il nettare dei fiori e lo tramutano in miele dolcissimo. — Così noi dobbiamo cercare, in tutte le occasioni, di praticare l’obbedienza, la mortificazione, le virtù, con atti buoni, con pensieri santi … Ma, perché i nostri sforzi diventino miele soave che nutra 1’anima, dobbiamo sempre indirizzare al Signore le nostre industrie spirituali e sante.

— Scrive S. Gregorio: Vale più una cosa piccola fatta per amore di Dio, che molte opere grandi, fatte per scopi terreni. — Per questo Gesù apprezzava i due centesimi della povera donna, e rigettava l’argento di quei signori …

— Gesù tutto accetta, anche una lagrima, un sospiro, che sia diretto a Lui …; altrimenti ti dirà: Nulla ho da darti; che sulla terra hai già ricevuto la tua ricompensa. — recepisti mercedem tuam. – Terminerò con le parole del B. Curato d’ Ars: Nel cielo vivremo del patrimonio (di meriti) acquistato sulla terra; è necessario di accrescerlo a tutta possa; e noi lo accresceremo indirizzando tutto a Dio.

PARTE SECONDA

Per avere la retta intenzione, che influisca continuamente e con tanto vantaggio sul nostro operare, non occorre sforzo di mente, né ansietà …; un po’ di buona volontà …, ecco tutto… Veniamo alla pratica.

2. – Il mattino, appena svegliati, offerite al Signore la novella giornata…, con pietà, fervore, con un certo slancio…, dichiarandovi pronti a ricevere ogni cosa dalle sue mani … — Cosà tutte le vostre azioni giungeranno fino a Dio, che s i degna accettare la nostra buona disposizione.

– Prima delle azioni principali fatevi il segno della Croce…, che garantisce il vostro proposito di volere lodare il Signore … Poi compite i vostri doveri con diligenza ed amore, perché già offerti al Signore … Giunge una tentazione? — Pronti rispondete: Vattene, o satana; quest’azione, non l’ho incominciata per te, e per te non voglio guastarla… Vade satana, Dominum Deum tuum adorabis, et Hi soli servies. (Matt. IV, 10).

— Sotto il cocente sol leone del deserto il pio solitario si reca alla lontana sorgente, per attingervi un po’ di acqua: in ispirito di penitenza, offre al Signore i suoi passi, come atti di amore … Nella silente solitudine ode una voce numerare …, uno, due, tre … — Si arresta …; silenzio … Ripiglia il cammino, e la voce misteriosa: quattro, cinque… — Confuso si volge indietro, guarda all’ingiro … Nulla di nulla … Ma, se avanza, la voce continua a numerare … ; se si arresta … ; ella si tace. Sconcertato, teme di un inganno… Ed ecco innanzi a lui un Angelo, che gli dice: Non temere, sono 1’Angelo tuo Custode. Io numero i passi, che tu hai offerto al Signore …; li trascrivo nel libro della vita, e li troverai tutti al momento di morire.

— Dunque ripetete spesso con S. Ignazio: Ad maiorem Dei gloriam; tutto alla maggior gloria di Dio.

.3. – Dopo le azioni, esaminatevi, se vi siete lasciati vincere dall’amor proprio; al caso, rimediate con un atto di umiltà. — Non parlate delle cose vostre, né in bene, né in male. — Non v’insuperbite del bene che avete fatto, e rigettate pronti e con disprezzo i pensieri di vana compiacenza … Ripetete a voi stessi le parole di S. Paolo: Che cosa hai che non abbia ricevuto (da Dio)? E, se hai (tutto) ricevuto, perché te ne vanti come di cosa tua ? « Quid autem habes quod non accepisti ? si autera accepisti, quid gloriaris, quasi non acceperis? (I Cor. IV.)

— La retta intenzione, ecco il grande segreto dei santi.

— Non badavano alle lodi, ed alle critiche, agli onori ed ai disprezzi. Calmi, imperterriti, diritti, come freccia sprigionata dall’arco, tendevano a Dio. Solo per Lui ed in Lui pensavano, amavano, sostenevano fatiche, persecuzioni, malattie, abbandoni … Rigettavano con sdegno i pensieri di vanagloria, di grandezze, di fini terreni, ed anelanti, ardenti, andavano esclamando: Deus meus et omnia.

— Dio solo, il mio Dio, e tutto possiedo. A questo modo nulla in essi andava perduto; ma accumulavano con un crescendo non interrotto tesori per il cielo. — Ecco i nostri modelli; imitiamoli. Qui ambulat simpliciter, ambulat confidenter. — Opus iusti ad vitam (Parab. c. 10.).

LA PERFEZIONE

LA PERFEZIONE

[d. Giacomo della Vecchia: “Albe primaverili”, Libr. G. Galla, VICENZA, 1911]

Estote ego vos perfecti, sicut et Pater vester cœlestis perfectus est.,

[Siate adunque voi perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli.]

(MATT. V, 48)

ESORDIO. — Tutto in natura, tende a perfezionarsi con un continuo crescendo fino al completo sviluppo specifico… Anche il nostro corpo, prima piccino e quasi inerte, cresce, si muove con maggiore forza ed agilità, si perfeziona nel suo organismo… Esso però, come tutte le cose materiali, ad un certo punto si arresta, per poi lentamente declinare; e termina colla corruzione della tomba…

— Anche il nostro spirito, per sé  e di sua natura, tende ad elevarsi fino a quel grado di santità e di perfezione, che da lui esige il Signore … Il suo progresso non deve conoscere tramonto … Ma lo spirito, per il peccato originale, nella sua elevazione viene ostacolato dai sensi, dalle passioni, dalla natura decaduta… Occorre abbattere questi ostacoli, rinnegare le inclinazioni meno rette, lottare contro il sensibile, che ci tira all’ingiù… Appunto a questa lotta c’invita il divino Maestro con le sue esplicite parole : « Siate dunque voi perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli. » Animiamoci, oggi, a questa battaglia, che apporta pace e felicità alle anime che vi si mettono con tutta la forza della convinzione e dell’ amore. Quali motivi ci spingono ad abbracciare la via della perfezione?

I . – È necessaria. — (a) Il Signore lo comanda ripetutamente nelle sante Scritture: Santificatevi e siate santi, perché io sono il Signore Dio vostro… (Levit. XX, 7).

— Dio vuole da noi soltanto la nostra santificazione ; Hæc est voluntas Dei sanctificatio vestra (S. Paolo). — Gesù Cristo è venuto sulla terra per darci la vita spirituale, ma una vita rigogliosa e feconda … Egli, vera luce del mondo, perfetto modello da imitare, verità e via di salute, ci intima esplicitamente di essere perfetti; e propone al nostro sguardo un esemplare inarrivabile di perfezione, il nostro Padre celeste. Estote ergo perfecti, sicut et Pater vester cœlestis perfectus est. – In altre parole: dobbiamo crescere ogni giorno nel bene, dobbiamo cercare di renderci continuamente migliori, avvicinarci sempre più alla perfezione del nostro buon Dio, … È un pelago immenso …, e mai si deve arrestare la candida vela dell’anima nostra … , mai volgere indietro lo sguardo, come a misurare la via percorsa …; sempre avanti, per non perdere tempo …, che la vita è breve … e sorgerà improvvisa la notte…, a sospendere il nostro cammino. – Non è cosa, questa, dei religiosi soltanto, e dei sacerdoti, ma di tutti; che tutti siamo fatti per il Paradiso… ; ed i poltroni non entreranno in quel regno beato. — Si tratta dunque della tua eterna salute. – Infatti: Se non attendi con impegno alla tua eterna salute, commetterai molti difetti … ; poi molti peccati veniali …; questi ti ridurranno debole ed inetto alla lotta contro i nemici spirituali …; cadrai nelle colpe gravi …; miseramente perirai …

II. — Vi pensi mal sul serio? Mettiti con impegno, e subito per riuscirvi.

Non è difficile. — Non occorrono grandi digiuni e penitenze …, non miracoli, o cose straordinarie… — Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore…, la mente…, le forze…; per amore di Dio ama il tuo prossimo come te stesso…; e sarai perfetto… Plenitudo legis est dilectio (Rom. XV, 10). — Più sarà grande il tuo amore, e più ti avvicinerai a Dio, la stessa carità, 1’infinita perfezione. « Deus caritas est, et qui manet in dilectione, in Deo manet et Deus in eo. (I. Ioan.; cap. IV, 16). Ma sia un amore pratico:… cioè devi osservare la sua legge, i suoi Comandamenti… — E tutti; non solo quelli che ti piacciono ; … ma tutti… « Vos amici mei estis si feceritis, quæ ego præcipio vobis ». — Li osserva conformandoti alla volontà di Dio…, nelle cose piccole e grandi, nelle facili e difficili… ; li osserva con l’essere fedele, ogni giorno, a tutti i tuoi doveri… ; col fare bene tutte le azioni della giornata… Preghiere, lavori…, occupazioni…, anche quando provi noia…, ripugnanza. – Il vangelo in due sole pennellate ci dà 1’idea più perfetta della santità di Gesù: Bene omnia fecit (S. Marco VII); ha fatto bene tutte le cose… .

— Insegna il Rodriguez: « Il nostro profitto, la nostra perfezione consiste nel fare bene tutte le nostre azioni quotidiane, i doveri di ogni giorno ».

Dunque per arrivare alla perfezione basta un po’ di buona volontà, un po’ di riflessione; e sopra tutto un po’ di pazienza nelle difficoltà… In una parola basta amare praticamente il Signore; non a parole…, ma a fatti… Ama et fac quod vis (S. Agost.),

III. – Dunque tendere alla perfezione è per noi una necessità, un dovere; non è cosa difficile da superare le nostre forze, anzi tutt’altro.

Inoltre ti deve allettare alla nobile impresa di tendere alla perfezione il pensare che:

(a) Darai gloria e gusto al Signore… Egli viene onorato ben più da un’anima amante della perfezione, che non da molte tiepide e negligenti.

(b) Sei sicuro di salvarti, perché Dio ti concederà le sue grazie in grande abbondanza; mentre troverà in te un terreno adatto e pronto…

(c) Starai brevissimo tempo in purgatorio, perché piccolo sarà il numero dei tuoi difetti volontari; e ti acquisterai un grado molto elevato di gloria nel cielo…

(d) Godrai pace e gaudio nello Spirito Santo; che la tristezza non è la porzione di coloro, che amano il Signore …

Sarai consolato con l’effluvio delle delizie spirituali, che il Signore riserva ai suoi amanti. Voluntarie sacrifìcabo tibi…, Domine -; quoniam bonum est (Salmo CXVIII, 6).

– Per riuscirvi:

1. Desidera ardentemente di amare il Signore… ; di adempiere esattamente la legge di Dio; di farti santo… Ogni giorno, procura di aumentare questo desiderio. — S. Teresa scrive: « Per fare poco bisogna desiderare moltissimo. » — Hæc est vita nostra, ut desiderando exerceamur. (S. Agost.).

2. Tieni gran conto delle piccole virtù. — Bontà di cuore in famiglia…, coi dipendenti…; prestarti, dove puoi, a fare del bene …; sopprimere quella parola pungente …; ascondere un torto ricevuto.

— Fa gran conto dei piccoli difetti. — Tronca quel risentimento …; raffrena quello scatto di collera …; evita l’alterigia nel parlare…, la facilità di giudicare …; fuggi le inutili curiosità…, l’affetto sregolato alle vanità, alle grandezze, alle lodi… Ogni giorno, quindi, lavora a correggere, ad addolcire il tuo carattere … Tieni presente: Chi è fedele nelle cose piccole, lo sarà pure nelle grandi.

3. Non ricusare al Signore la minima cosa… Ti chiederà il sacrificio di quell’oggetto, di quella persona, di quell’occasione, di quell’ideale da te tanto vagheggiato…

Ti dirà: Rinnega te stesso, prendi la tua croce, di malattie, di povertà, di umiliazioni, di abbandoni, di strazi del cuore… Ti dirà: Seguimi al calvario, al flagelli, alle spine, alle agonie, alla morte… E tu rispondi con slancio ed entusiasmo: Paratum est cor meum, Deus. Signore, sono pronto; ti seguirò dovunque tu mi condurrai, sequar te quocumque ieris; ti seguirò in tutti i giorni della mia vita …, nel cielo … Tu autem Deus noster suavis et verus es, patiens, et in misericordia disponens omnia (Sap. XV).

— Ecco la perfezione!

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: I CONTENUTI (3)

GREGORIO XVII

IL MAGISTERO IMPEDITO

I CONTENUTI (3)

VIII. – Ortodossia

[lettera pastorale del luglio 1971; «Rivista Diocesana Genovese», 1971]

VI

I «contenuti» per il popolo di Dio

1. Noi abbiamo posto il problema dei «contenuti» al livello delle persone che leggono libri, che pongono e capiscono problemi di pensiero e che facilmente vogliono vedere il fondo degli argomenti. Ma c’è il popolo. Sono i più. La questione dei «contenuti» per il popolo, per i più, assume una particolare complessità, che Noi non possiamo assolutamente evadere. Il «contenuto» della Fede, e di quanto è a qualunque titolo connesso con la Fede, il popolo lo lega a cose concrete, semplici, tradizionali. Esaminiamo questa posizione del problema, che è di somma importanza. Queste cose concrete sono: la Chiesa, i libri di devozione, le sacre immagini, tutti i segni religiosi dei quali nel corso dei secoli sono stati abbondantemente fregiati portici, porte, muri, complessi di arredamento, canti, musica, cerimonie sacre, sacri paludamenti. Sarebbe un errore sottovalutare questo, quasi la Fede del «popolo» sia materiale e talvolta superstiziosa, anche perché ogni regione ha la sua propria emotività, che gli altri o non intendono o intendono male. La verità è che «niente è nell’intelletto se prima non è sta nell’immagine sensitiva» e tale regola può subire una applicazione più «caricata» in molti fedeli. Tutte le cose concrete enumerate, ed altre ancora, mantengono in qualche modo (magari riassuntivo, poco definito, frammentario, ma forte) il senso della Fede. E ringraziamone Dio, se ha permesso che le cose materiali e concrete concorressero tanto a mantenere la Fede del suo popolo. Spesso le nostre linfatiche prediche ed il nostro frettoloso catechismo, talvolta il nostro parlare da iniziati (teologia del linguaggio) non fanno altrettanto. Ed è per questo che la sottovalutazione delle cose concrete quando si tratta della Fede del popolo è per lo meno incapacità di comprendere, spesso insipienza completa, talvolta pazzia! È per questo che il disprezzare o distruggere queste cose concrete, le loro giuste manifestazioni esterne, le loro dignitose coreografie o cambiarle a piacimento, senza riguardo, oltre che iconoclastia è distruzione della Fede. La tradizione per il popolo ha importanza, che non potrà mai essere valutata appieno e coi suoi elementi bisogna fare i conti con pazienza e lungimiranza. – Cari confratelli, vi abbiamo spinto a togliere tutte le immagini sacre che non sono dignitose e che non hanno una giusta e possibilmente architettonica collocazione; ma vi abbiamo esortato sempre a credere nella efficacia delle Immagini sacre. – Le cose più concrete sono: il Tabernacolo, il Crocifisso, la Madonna, gli Angeli, i Santi. Prima di essere cose concrete per l’apprendimento degli uomini sono cose reali, vere! Per carità, non toccatele, non umiliatele, non affrettatene l’oblio, non diminuitene il rispetto e la presenza. Sarebbe un distruggere la Fede. A poco a poco. Cose semplici. – Sono le formulazioni riassuntive, ridotte al midollo, forse anche scarnite ed anche queste frammentarie, resti sufficienti di una impalcatura impostata dal primo catechismo della infanzia, di una saltuaria predicazione, di molti casuali incontri riesumatori e vivificatori. Ma tutto questo nella mente dei fedeli è vero «contenuto» della Rivelazione e lo sarà fintanto che si useranno catechismi chiari, semplici, dai termini assolutamente comuni e quindi accessibili, dalle definizioni precise. Le formulazioni generiche, le allusioni di scorcio, i discorsi in «ottica» e con chissà quale «prospettiva», le innovazioni maniache delle mode, le esposizioni tratte da modelli umani (troppo umani e poco ortodossi), non possono dare il solido fondamento dell’umile vero catechismo. Cose semplici sono per il popolo i racconti della storia sacra, della vita dei Santi; tali veridici strumenti nella loro ricostruzione apparentemente quasi visiva di fatti tangibili custodiscono il segreto di cose profonde, di intuizioni, di godimenti spirituali. E non c’è da aspettarsi che queste cose semplici vengano sempre a fior di labbra con parole proprie e definizioni perfette. Per fortuna l’uomo afferra molto più ed approfondisce molto più di quanto sa rendere letterariamente nella comunicazione con gli altri. L’uso degli «astratti», dei termini accarezzati, perché impegnano nessuno e niente. Non serve a mantenere la Fede del popolo. – Cose semplici sono tutte le sane, ortodosse e magari ingenue e candide devozioni, le pratiche di pietà che esse ispirano. Custodiscono e traducono a modo loro, ma generalmente efficace, quello che neppure grandi teologi saprebbero inoculare con erudite spiegazioni nell’animo dei bimbi e dei semplici, degli ignoranti in materia religiosa (che è peggiore delle incapacità infantili!). Non distruggete, per carità, Rosari, Via Crucis, piccole immagini, giaculatorie, novene, tridui, quarantore, pratiche eucaristiche,… Naturalmente tenetele nel giusto binario. Ma se vi trovaste a sottovalutare o addirittura a disprezzare e ridicolizzare tutto questo santo armamentario degli indotti ed anche dei dotti, dovremo avvertirvi che siete certamente fuori strada. Avreste perduto la nozione del modo graduale, dei diversi successivi livelli, della progressione ineffabile e mai riducibile in formule, col quale si costruiscono negli uomini e si consolidano i fatti spirituali, gli orientamenti costruttivi, tra i quali sta in primo piano la Fede. I «contenuti veri della stessa Fede» li custodirete quanto più voi farete parlare nel Tempio le «cose». – «I contenuti» (parliamo sempre del «popolo») sono profondi: Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, Gesù Dio Crocifisso e risorto, la Madre di Dio, la Vita eterna, il peccato, la Santa Messa, la Sacra Comunione, la Confessione, la preghiera, l’Inferno, i morti nel purgatorio… il Rosario, le Litanie, la Via Crucis, le orazioni – quelle del catechismo e imparate da bimbi – , il «Dio sia benedetto » … sono al disotto della Divina Liturgia, ma spesso prima di essa e in sostituzione di essa, valevoli ad imprimere nel popolo i «contenuti» della salvezza. Non disprezzate mai, per carità, i mezzi umili e semplici. Spiegateli, teneteli nella giusta e cristiana interpretazione ma non lasciateli cadere. – Le cose semplici noi le afferriamo se guardiamo al modo umile col quale tra gli uomini avvengono i fatti più necessari, si hanno le risorse più modeste eppure più indispensabili alla vita. In fin dei conti anche gli uomini più grandi, forse più superbi, magari più tiranni e dominatori, debbono scendere a un certo punto tra le cose comuni e naturali, tra i sentimenti più domestici e spontanei, non scoppiare della loro miserabile inflazione!

Le cose tradizionali. – Non parliamo qui della tradizione divina, che nessuno può toccare. Parliamo di quello che fu e resta, che ha fatto parte giusta e non ignobile della nostra vita, che fu soddisfazione e costume di quanti sono vissuti prima di noi ed hanno costruito il clima e il contesto nel quale siamo cresciuti. Parliamo di noi gente, che ha avuto un passato, ed un passato trasmesso attraverso legami sacri di amicizia e di beneficenza, di arte e di intelligenza, soprattutto di sangue! Questa tradizione certamente non può considerarsi vetrificata, mummificata e deve costantemente accogliere apporti e variazioni, non violenze e irruzioni pazzesche. Essa deve lasciare al rotare dei fatti e della Storia, in modo amabile, senza vittime, di procedere innanzi, di percorrere il suo cammino. Non può considerarsi statica; ma i suoi adattamenti debbono avvenire in modo utile, schietto ed umano. Tutto questo va tenuto in conto quando si tratta dell’ambiente popolare più facile alla emotività che al secco ragionamento. – Il succo del discorso è questo: non distruggiamo per il popolo gli umili strumenti, che salvano ad esso il contenuto della Fede!

2. Quando si parla di «contenuti» per il popolo cristiano in genere dobbiamo soffermarci su un altro grave e impegnativo aspetto del problema. Ecco di che si tratta. – I -contenuti» della Fede intanto sono tali in quanto vengono in qualche modo «appresi». Dove non c’è l’apprendimento il «contenuto» non entra. L’apprendimento è legato alla «intelligenza» della cosa presentata. L’intelligenza penetra nella realtà, anche invisibile e non semplicemente fenomenica: è la sua caratteristica. – Ora le verità della Fede non sono rebus da imparare semplicemente a memoria. E verissimo che i misteri non possono comprendersi, non possono cioè essere esauriti dalla nostra intelligenza. Essa non ne può toccare il fondo. Però, anche quello che non si può comprendere, si può in qualche grado intendere. Si tratterà di intendimento certamente parziale ed anche estremamente umile, ma si tratta di vero intendimento. Lo si chiama analogico, perché in parte coincide con la cosa che intende, in parte (ed è infinitamente maggiore) non la raggiunge. Resta ad un modesto inizio della lunga via: è qualcosa, per noi molto. – Bisogna affermare con tutta la forza che, se non ci fosse alcun intendimento delle verità rivelate, la Rivelazione rimarrebbe incomprensibile e sarebbe inutile. – Resta dunque vero che qualcosa, anche nel catechismo dei bimbi, qualcosa deve essere capito, poco o tanto. Ecco ora la conseguente grave affermazione: per capire bisogna spiegare. Chi, come, con che mezzo? Ma si può dire anche una sola parola della Sacra Scrittura. Perché  essa non sia scritta invano (il che è impossibile nella divina saggezza), deve qualche poco essere capita. La spiegazione non può partire che da una certa interpretazione della parola stessa e, se non in tutta la Scrittura, in molte parti di essa è pur necessario capire con certezza qualcosa. Ora questo è possibile applicando le regole della ermeneutica cattolica guidata dalla divina tradizione e dal Magistero della Chiesa. – Ma non ci sono solamente i concetti, le parole, ci sono le proposizioni intere che costituiscono, ad esempio, i Dogmi. Per  queste «proposizioni» non è affatto sufficiente capire le singole parole staccate della proposizione stessa. Non sempre l’ermeneutica, che può spesso tenere la chiave del significato delle parole e dei modi di dire, è in grado di farci penetrare tutta la sostanza della verità. A questo punto appare evidente la assoluta necessità della teologia speculativa. Essa sola ci permette quella intelligenza delle proposizioni dottrinali tale da spiegare e rendere più intelligibile ai piccoli, al popolo, agli ignoranti, le medesime verità. Abbiamo inteso dire da maestri saggi e venerati che per spiegare dieci, bisogna almeno avere imparato e capito cento. L’aspetto pastorale della catechesi non può essere raggiunto se non c’è una teologia speculativa che ne doni lo strumento. – Errano pertanto coloro che tacciono o addirittura vorrebbero distrutta la teologia speculativa. Senza di essa e supponendo la giusta ermeneutica della Bibbia, l’insegnamento del Vangelo si ridurrebbe ad una recitazione continua, forse ad un balbettio, degno delle scuole cinesi dei tempi andati. – Anche perché il popolo vuol capire qualcosa. Ha generalmente senso dei propri limiti, ma qualcosa vuole capire: ce lo chiede. Senza teologia speculativa che possiamo dire a chi ci propone questioni, dubbi, a chi ci chiede approfondimenti, ci domanda di aprire vie che possono anche mirare alle altezze della intelligenza mistica? Noi teniamo nel debito conto tutti gli strumenti culturali ed afferenti a tale scopo, ma ricordiamo che non si spiega nulla senza teologia speculativa. – La teologia speculativa ha un valore reale. Ha certamente il valore  della sua chiarezza, logica, capacità esplicativa. Ha il peso di una tradizione scolastica che non può essere sottovalutata. Ha il pregio di portare ai confini della conoscenza nella Parola di Dio. Ha la forza di sciogliere le apparenti contraddizioni che talvolta affiorano nel mistero, donando una quiete reale all’intelletto. Ma c’è altro. – In molti punti essa sostanzialmente raccoglie il consenso dei dottori e il consenso almeno tacito della Chiesa Maestra. Nessuno ad esempio può dubitare che taluni punti esplicativi del Dogma Trinitario e del Dogma Cristologico, nel secolo quarto e quinto, non sono semplici tentativi di scuola. Essa, se stiamo in un certo alveo, ha avuto il benevolo incoraggiamento e la approvazione della Chiesa Docente. Per tali motivi la teologia speculativa non è oggetto di demitizzare, ma soltanto da approfondire ed arricchire nel solco della Tradizione della Chiesa. Non dimentichiamo mai che generalmente è per la teologia speculativa che si arriva a vedere sistematicamente la coordinazione e la sintesi: punti di vista panoramici per godere nel suo insieme la Divina Rivelazione. Del resto Dio ha consegnato alla nostra intelligenza la Sua Rivelazione salvifica; dobbiamo mantenere il contenuto nella luce della intelligenza e non possiamo rassegnarci a vederla consegnata puramente all’udito toccato solo da onde sonore. –  Possiamo concludere che i «contenuti» possono restare incompresi e sminuiti della loro mirabile efficacia per difetto di metodo e cioè per rinuncia all’uso impegnato della intelligenza e di tutti i suoi strumenti offerti dalla esperienza scolastica e dalla storia sotto lo sguardo del Magistero. – In argomento non possiamo tacere che sono stati tentati dei succedanei della Teologia speculativa, né conformi al senso della ispirazione, né esatti, né concludenti. – La speculativa parte dal principio che Dio ha assunto nel rivelare parole e pensiero umano, nonché dal principio che la verità rivelata rappresenta realtà superiori alla comprensione umana, sicché è possibile solo un tentativo della parziale, coscienziosa, metodica penetrazione. I «succedanei», anche se non lo dicono, hanno semplicemente saltato l’ostacolo attenuando il soprannaturale, spaziando nel campo naturalistico, che non spiega, ma elimina la Rivelazione. È il caso di qualche celeberrima pubblicazione, sulla quale mettiamo in guardia. Talvolta l’ostacolo si salta negando esplicitamente la autenticità del testo biblico o rifiutando o ignorando la sola legittima interpretazione di esso, quale è data dalla Tradizione della Chiesa. – I «contenuti» possono essere violentati da queste forme erronee di interpretazione e ne possono uscire completamente svuotati. – Non è questo che il popolo cristiano attende.

3. I «contenuti» nel popolo di Dio possono più o meno lentamente svanire, sotto diverse pressioni. Non c’è dubbio che la Fede del popolo resiste più di quella di taluni ceti. Tuttavia anch’essa va soggetta ad usura. I giovani, quelli che ora si stanno facendo le ossa in tutti i sensi, sono i più esposti a tale usura, pur dimostrando ma sete di nutrimento spirituale che meraviglia quando si avvicinano senza paura e senza complessi.

Ecco i due più gravi pericoli:

a. I «contenuti» sentono la sferza della «moda». La moda ha tanto  maggiore presa quanto più uno ha bisogno della presenza, degli occhi, del consenso degli altri (si tratti di salotto, di bar, di club, di branco occasionale, di amicizie a denominatore comune). La «moda» è effimera e per questo ha un contenuto – se si tratta di mode intellettuali – che in parte almeno non è veritiero. Ora esistono mode di affermazioni sconcertanti e sconvolgenti su tutto, non fosse altro che per gustare l’effetto del disagio su chi ascolta. Non facciamo un elenco delle diverse mode, perché non abbiamo mai voluto metterci in polemica diretta. Facciamo il nostro dovere, ma non amiamo le liti tra fratelli!

b. I «contenuti» per il popolo sono insidiati dal «dileggio», oggetto del dileggio è quanto esisteva alcuni anni addietro. Per secoli si dovrebbe credere che non ne hanno indovinata una. Questo modo di comportarsi dimentica che le cose mutano e possono essere valide per una epoca e non valide per un’epoca susseguente. Proviamo a paragonare i vestiti dell’epoca vittoriana coi nostri. Eppure allora ne andavano pazzi, come i contemporanei vanno ugualmente pazzi per i loro vestiti. Il dileggio generalmente colpisce addobbi, vestiti, espressioni d’arte, modi di comportarsi etc. Si tratta di cose esterne, ma proteggono verità e sostanze non sempre tali da esporsi al dileggio. – Stanno ad esempio perdendosi buone costumanze liturgiche, né proibite, né diffidate dalla recente legislazione e che avevano una immediata influenza indicativa e stimolante. Conopei e pallii vanno scomparendo, togliendo quella immediata presenza che rendeva anche gli indotti più consci e più vicini al culto del Signore. Si gareggia in spogliazioni e ci domandiamo a quali spogliazioni delle anime e della Fede esse possano condurre.

4. Il deperimento del canto e della musica è impressionante. L’uno e l’altra hanno una efficacia insostituibile nel tenere il popolo avvinto alla sua Chiesa. La diminuzione dei fedeli che partecipano alla Messa festiva la si può già benissimo registrare e non è il caso di dare tutta la colpa al turismo domenicale. La Fede deve pure essere sostenuta con quegli onesti mezzi che la millenaria tradizione ha esperimento ed indicato, anche se non sono mancate le esagerazioni e le deformazioni. La psicologia e la emotività dei fedeli non possono essere trascurate. Sì, si tratta di cose esterne, ma i grandi «contenuti» hanno bisogno, per secondare la natura dell’uomo, anche di sostegni ed incitamenti esterni.

Conclusione

Insomma alle parole vuote, ai termini evanescenti, di cui si compiacciono letteratura e moda, vanno opposti dei «contenuti». La Fede ha un «contenuto» essenziale, preciso, intoccabile: senza questo «contenuto» non resiste. – Bisogna che saggistica, letteratura, ricerca, stampa quotidiana e periodica — cattolici beninteso – ritornino ad avere l’impegno dei «contenuti» immutabili, sacri. – Bisogna che la predicazione ritorni «decisamente» ai «contenuti». Tutti parlano di giovani. Ebbene è ora di accorgersi che questi hanno fame e sete di verità, di sostanza, di speranza, anche se per ottenerli occorre la durezza e la austerità. Col diluire, coll’accomodare si ottiene in essi la precisa sensazione che vengono ingannati e fuggono. – Capiscono che il Cristianesimo non si ha senza Croce e, per quanto possa sembrare duro, essi lo vogliono come è. Non vogliono un Cristianesimo addomesticato ed imbastardito. La ragione principale per la quale la massa giovanile manifesta segni di antipatia religiosa, sta nel fatto che da un certo numero di anni, troppi untorelli hanno predicato un Cristianesimo, che tutti capiscono non essere né vero, né serio. – E ora di finirla. Che esisteva lo scandalo della Croce, lo abbiamo sempre saputo e ce lo aveva detto Dio; abbiamo voluto edulcorare lo scandalo e la gente non ci crede più. Ha proprio tutti i torti? Bisogna che i catechismi, di prossima redazione, obbediscano a questa suprema esigenza di completezza, di chiarezza, magari di durezza. Che non si facciano prendere la mano da pubblicazioni responsabili di avere sconvolto la autentica Fede. Non si segue il mondo; anche qui: si segue Gesù Cristo!

[Fine]

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: I CONTENUTI (2)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I CONTENUTI (2)

[lettera pastorale del luglio 1971; «Rivista Diocesana Genovese», 1971]

III

I «contenuti» distrutti dalle reinterpretazioni

1. Il termine di «reinterpretazione» è di per sé più che sospetto, per solo fatto che la «reinterpretazione» non è più la semplice interpretazione. In realtà la interpretazione, bene o male, rimuove o tenta rimuovere il velo che inibisce la chiara lettura di un testo, di una verità, di un fatto; la «reinterpretazione» suppone una interpretazione precedente, alla quale si oppone. Tanto è, se diamo alle parole il senso che naturalmente hanno. Una reinterpretazione del «contenuto cristiano» vorrebbe dir di per sé una interpretazione per lo meno diversa o addirittura contraria a quella che è stata data fin qui. Conterrebbe: il relativismo della, verità, negherebbe il carisma certo della infallibilità della Chiesa affermerebbe, almeno per due mila anni, la inutilità sostanziale della Rivelazione. Addio Santo Vangelo! Con tutto questo, chiaro e ben definito, taluni continuano a parlare di «reinterpretazione» del dogma usando artificiosi ghirigori e non sono pochi quelli che li stanno a sentire. C’è solo da sperare che gli uni e gli altri non sappiano quello che fanno. Nessuno nega che passi della Sacra Scrittura ed anche lunghe pericopi di essa, sulle quali non esiste un dato certo e conclusivo di Tradizione Divina o di Magistero almeno ordinario, o di consenso avallato dal Magistero, possano con nuovi strumenti di indagine essere meglio interpretati. – Noi stiamo parlando del «contenuto» dottrinale, patrimonio delia Chiesa Cattolica, nei limiti già sopra ben delimitati. Qualunque interpretazione nuova o reinterpretazione della verità certa, che variasse il contenuto, aggiungesse qualcosa di non contenuto nelle fonti teologiche sicure, cadrebbe senza dubbio nelle condanne della Enciclica Pascendi e del Decreto Lamentabili.

2. È tuttavia importante chiedersi, prima di esaminare qualche dettaglio, quale sia la radice logica delle interpretazioni. Noi diciamo che quanti parlano di reinterpretazioni partono coscientemente da quelle radici; diciamo solo che da quelle dovrebbero partire se fossero veramente logici. Perché le vere reinterpretazioni non possono avere altro iter.

a) La radice meno disonesta è la seguente: adattiamoci, per adeguare la dottrina cattolica alla mente dei nostri contemporanei, alla apertura loro, alla cultura del tempo. Non neghiamo che qui ci possano essere dei sentimenti e degli intenti generosi, ma solo sentimenti e mire, niente altro. – Il volere adattare la sacra dottrina, alterandola nel fondo, nella prospettiva e nel dettaglio è senz’altro la negazione del Cristianesimo. – Infatti la Dottrina nella nostra Fede viene da Dio immutabile ed eterno: partecipa della Sua eternità ed immutabilità, deve cambiare gli uomini, non essere da essi cambiata o comunque alterata. Le qualità divine si sposterebbero senz’altro e con ben poca forza di convinzione agli uomini ed alla loro storia. In più, un tal modo di pensare rivela la convinzione che nella natura umana, nell’ordine in cui è iscritta, nella Legge cui è sottoposta, tutto sia fluido e tale da variare i principi primi dello stesso pensare. –

b) La radice vera e autentica, quella che vien fatto di richiamare dopo la considerazione ora appena conclusa, è il relativismo. Nulla è, tutto scorre; così la vita, così l’uomo, così la sua esperienza. Nel relativismo non può esistere Dio e pertanto non può esistere il relativismo stesso. – Sappiamo bene che la tragica esperienza di una civiltà materiale ed ingiusta ha stancato talmente gli uomini da trovarsi essi propensi ad accogliere qualunque cosa irrazionale pur di poter pensare che quanto li ingolfa e li stufa cambierà. Ma questo spiegherà le malinconie degli uomini, non giustifica il relativismo. Del resto non è questa la prima volta che ne parliamo e pertanto rimandiamo a quanto già scritto. – Ma vorremmo ci si rendesse conto come talune concezioni sulla Sacra Scrittura e talune interpretazioni, per nulla scientifiche (oltre tutto), sono semplicemente i preamboli per coloro che debbono dedicare le loro fatiche alle affermazioni del relativismo. Purtroppo, nonostante tutto e nonostante le contraddizioni, certi scritti continuano a comparire, rendendo ulteriormente impossibile trattare la Bibbia col rispetto e la fiducia di sempre. Sono i demolitori!

c) Per le reinterpretazioni si tira in ballo l’intento ecumenico, Questo intento è certamente santo, ma un intento santo non può usare mezzi disonesti, perché il fine non giustifica mai i mezzi. – Un certo modo di reinterpretare, cassando, limando e magari sostituendo vorrebbe rendere facile il ritorno ai fratelli separati. Esso va in cerca di denominatori comuni. Ma i denominatori comuni eliminano di per sé i denominatori «non comuni» e cioè cancellano con un semplice rigo le obiettive ragioni, che ancora dolorosamente ci separano dai fratelli separati.

3. Cerchiamo ora di esemplificare su taluni modi di reinterpretazione storicamente attuati. Quello che si presenta per primo nella nostra tormentata epoca; la reinterpretazione cosmica. Molti ne hanno parlato e si è stabilita così una gamma, che va dallo strano modo di filosofare fino alla distruzione di tutto il contenuto cristiano. Abbiamo assistito ad apologie eroiche che non hanno convinto. E non può essere diverso quando in questioni del genere c’entrano motivi eterogenei come la simpatia, l’amicizia, la poesia e via di seguito. Lasciamo da parte i nomi e consideriamo per il momento solo la punta estrema della reinterpretazione cosmica. – Per essa Incarnazione, Redenzione, finalità, vita eterna vengono spostate dal piano concreto delle singole umane persone ad una interpretazione cosmica. Il vero soggetto di questo fatto grande come è la Incarnazione rischia di diventare il cosmo. Se non ci si casca del tutto siamo evidentemente a poca distanza dal panteismo. –  Ci sono modi di reinterpretare in chiave cosmica la Rivelazione più attenuati e felpati, ma hanno il torto di tutte le teorie, le quali accettano principi e si fermano prima di averne dedotte tutte le ultime conseguenze. Quando si desiste dal procedere da un principio adottato, per timore di andare oltre, si smentisce e si rinnega il principio stesso. –  Questa reinterpretazione ha avuto una certa fortuna perché spesso si implicava con la poesia, con la ammirazione dell’immenso creato, col cantico di tutte le cose. Ma questa fortuna forse non ha scavato molto a fondo nelle anime per il carattere incerto, inafferrabile nei contorni, della sua stessa poesia!

4. Abbiamo la interpretazione «demitizzante». Avvertiamo subito che tale interpretazione rivela nei vari autori diverse sfumature non imponderabili ed anche larghe contaminazioni col relativismo. Parliamo di un tipo medio, che può rappresentarli tutti. Questa interpretazione è partita da alcuni teologi protestanti. È ovvio che essa deve avere alla base strani concetti sulla autenticità e ispirazione della Sacra Scrittura. Mira infatti a sfrondare fatti e verità per ridurre ad un nucleo, il quale – molto logicamene – varia a seconda della posizione degli interlocutori in questa materia. – Molte cose accolte da millenni nella Fede e nella pratica cristiana vengono sottoposte ad un giudizio negativo. – La reinterpretazione «demitizzante» non può comporsi con la ortodossia cattolica per i principi che accetta, per l’arbitrio infondato con cui depenna, per il concetto naturalistico da cui è pervasa. Nessuno infatti mette le mani riformatrici in dottrina e in fatti che si sanno avere natura ed origine soprannaturali. Si ha motivo di credere che non vengano rispettati i canoni scientifici. – Infatti oggi, per grazia di Dio, i documenti dei primi tre secoli, sia scritti, sia reperti archeologici, sono tali che permettono di controllare storicamente se la Chiesa abbia avuto mutazioni nella sua sostanza da allora ad oggi. Ora la demitizzazione in genere suppone esattamente il contrario, cioè il falso. – C’è da fare un’altra grave considerazione. Il complesso rivelato è talmente armonico, unito, logico in se stesso, che non è possibile cancellarlo in una minima parte, senza dover arrivare a negarlo tutto. E la stessa interna armonia che rivela questo. Una superiore filosofia della teologia crediamo conduca agevolmente alla evidenza di questa affermazione. Taluni, ad esempio, vorrebbero, demitizzando, ridurre tutto al nucleo centrale della salvezza. Ma che significato ha la salvezza, se non si accettano i dogmi relativi allo stato dell’uomo decaduto e pertanto tale da poter essere salvato? E come ha necessità di salvarsi dal peccato e sue conseguenze, se non si premette la nozione e il fatto del peccato? Questo come sussiste, senza la Legge, e la Legge come sussiste senza Dio? Che significato ha la Incarnazione senza la elevazione all’ordine soprannaturale? Che significato ha la umanità di Cristo senza l’uso di quei mezzi per i quali i rapporti tra Dio e l’uomo restano nella forma umana, non violano i limiti dell’uomo, pur producendo qualcosa di soprannaturale (i Sacramenti ad esempio)? Come è possibile parlare della Legge senza parlare della persona che ne è recettiva e che senso ha una legge se manca la sanzione? Ci pare ovvio che questo modo di reinterpretare sia assolutamente alieno da ogni razionalità.

5.  Ci sono singolari tipi di reinterpretazione, che affiorano qua e là, che sono poco coordinati, talvolta timidi, talvolta petulanti. Tale reinterpretazione riduce tutto all’afflato della carità e dell’amore. Dovremo riprendere il discorso più avanti in questa lettera. Qui basti osservare che un tale modo di vedere butta fuori: complesso dogmatico, Rivelazione e sua funzione, Chiesa. È difficile dire se rimane la morale perché in tale contesto la carità e l’amore possono diventare proteiformi, inafferrabili e indefinibili. Si salva abbastanza Gesù Cristo, perché la carità ad un certo modo l’ha insegnata Lui. Ma fino a che punto? È difficile rispondere. Certo si è del tutto fuori strada.

IV

I «contenuti» sostituiti

1. Le «sostituzioni» nascono dalla speranza o dalla illusione cui non ci si accorga che qualcosa è stato sottratto. Il posto è occupato e forse nessuno dirà niente. Purtroppo la sostituzione è uno dei metodi apprezzatissimi per distruggere la Fede. La tecnica del metodo può descriversi nel modo seguente. Si calca la penna su punti od affermazioni, che hanno realmente a che fare col dogma rivelato, ma che non sono quello o «tutto» quello. – L’affinità e la parentela di quel che si afferma con quello che si vuol mandare in ombra copre l’operazione. E a forza di battere, rimane quello che si dice e si fa scivolare verso l’oblio quello di sostanziale che non piace. È un metodo volpino, ma è un metodo che dà frutti e deve essere apertamente smascherato. Ci interessa più parlare del «metodo» che delle singole «sostituzioni» perché possiamo prevedere che queste non sono ancora finite.

2. Che il mistero pasquale sia centrale ed espressione concreta delia divina opera di salvezza tutti lo sanno, i cattolici lo venerano. – Ma che il mistero pasquale debba servire a tacere, coprire, annullare il mistero della sofferenza, della morte in Croce, della Passione del Signore, questo nessun maestro vero nella Chiesa l’ha mai detto! L’intenzione è chiara e la strana logica non meno. Ecco come La Croce, il Sacrificio, la piena e perenne dedizione non piacciono, si tratta di cose indigeste al «mondo», rendono più difficile l’accostamento dei «lontani», disturbano la buona digestione ai gaudenti. Conclusione: parliamo della Pasqua, per nascondere e far sparire il Venerdì Santo. Questo non è né vero né giusto!

3. Uno dei tentativi maggiori, fatto talvolta con connivenze proditorie, è quello di «sostituire» una inafferrabile comunità, senza autorità e con un mal definito amore, al posto della Legge, alla Santa Chiesa di Dio, società gerarchica da Cristo costituita e voluta in tutti i suoi elementi sostanziali, immutabili. Di questa sostituzione abbiamo parlato abbastanza nella nostra Lettera Pastorale Le ombre di questi anni al punto primo ed a quella rimandiamo. Ma qui vogliamo sia chiaro, senza ombra di dubbio, che una tale posizione è perfettamente e certamente eretica, mette fuori della Chiesa e priva dei Sacramenti. La realtà della Chiesa è troppo chiara, nei Vangeli, negli scritti Neotestamentari, nella divina tradizione, per poter ammettere una qualsivoglia ombra pur tenuissima di dubbio. Che poi la parte umana della Chiesa possa conoscere umani difetti non diminuisce la sua natura di istituzione divina, ma la esalta perché solo Dio può senza pericolo mettere in mano d’uomini, che lascia perfettamente liberi, una istituzione tanto delicata. – Vogliamo notare che, se pochi forsennati fanno la piena sostituzione della acefala comunità alla Chiesa di Dio, molti con il loro silenzio e con la loro indifferenza, tacendo della Chiesa, aiutano quella già denunciata congiura del silenzio, che può concorrere a far perdere la nozione concreta della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica. – Siamo della opinione che si debba parlare sempre di più della Chiesa in concreto, senza paure. Emarginata la Chiesa, che cosa resta, alla fine?

4. Altra «sostituzione» indegna ed ereticale è quella della carità o amore alla Legge. Parliamo della sostituzione vera, quella che con la carità intende eliminare la Legge, quindi il diritto canonico, la sacra Autorità e qualunque cosa si frapponga alle personali idee fisse. – Prima di tutto la carità è essa stessa una Legge. In secondo luogo la carità impera essa stessa (appunto perché contiene o suppone molti atti, quali sono recensiti mirabilmente da San Paolo nella I Cor. c. XIII). In terzo luogo perché Gesù ha spiegato chiaramente che «amare Lui», amare il Padre, significa obbedire a tutta la Legge stabilita da Dio. E si potrebbe continuare. –  Ma la «sostituzione» diventa addirittura indecente per la contraddizione, che la inficia: infatti sostituisce all’ordine stabilito da Dio un altro ordine, forse mai precisato nella mente di quanti vi si appellano. – La carità è una cosa seria e tutta la vita del Divino Salvatore, fattosi Uomo per salvare gli uomini, è una concreta e precisa descrizione di che cosa comporti «amare» nella linea dell’Evangelo. La carità non è uno strumento per coprire stoltamente cose indegne.

5. C’è la sostituzione della «propria libera coscienza» alla obbedienza.

Bisogna ricordare che la «coscienza individuale» è criterio di moralità quando è formata ed informata. Formazione e soprattutto informazione vengono dall’esterno di essa, cioè da Dio e da ogni mezzo eletto all’uopo da Dio. La coscienza non crea la Legge, la norma, ma giudica nel caso particolare della rispondenza o meno degli atti alla Legge stessa. Il concetto di Legge e pertanto di sudditanza è intrinseco alla coscienza. Fintantoché esisterà la Legge, sarà necessaria ed inderogabile per gli uomini la obbedienza. La rivolta insita nella sostituzione della coscienza alla legge è intrinsecamente illogica, assurda. La coscienza che si regola da sé non è più intelligenza giudicante su una uniformità o difformità, ma è solo una cessione al sentimento, all’istinto, alla reazione di queste cose, al complesso, ad oscuri istinti, a tutto meno che all’intelligenza. La sostituzione della coscienza alla Legge è esattamente la sostituzione di se stessi a Dio! Bella Religione! – Per tale ignobile sostituzione basta spostare l’angolo e si può volere ammazzare, rubare, ingannare, fornicare… con la falsa idea che non ci sia più Dio a controllare le azioni degli uomini. – Chi ha la norma della sua autonoma coscienza deve ammetterla per tutti gli altri e non può lamentarsi se l’ammazzano, se lo derubano, se lo insozzano… ; se qualche Autorità gli comanda… – Siamo all’inverosimile di ogni capovolgimento, al contrario ed al contrario di tutto, al contraddittorio di ogni contradditorio ed alla indifferenza di ogni affermazione e negazione. La incauta ed esagerata difesa della persona umana porta lentamente a questo disordine.  Dio ha voluto la persona umana con la sua autonomia, ma ha messo accanto sullo stesso piano la Legge e la sanzione. Nessuna delle tre cose nel presente ordine di Provvidenza può essere mai separata dalle altre due. – Tanto abbiamo ricordato perché si rifletta su questo: che le oltraggiose «sostituzioni» cominciano assai lontano e che taluni sbandamenti intellettuali, troppo leggermente considerati innocui, portano, con una progressione logica e inarrestabile, assai lontano, persino a rompere tutti i legami con Dio! L’obbedienza resta la grande obbligazione dell’uomo. La sua vita è il lasso di tempo libero lasciatogli perché liberamente dica di sì o di no a Dio. E cioè il tempo in cui per salvarsi deve obbedire ed in cui, se non vuol obbedire, si danna. La vita religiosa non esiste senza obbedienza, a qualunque livello. La obbedienza fa sì che la nostra poca saggezza sia sostenuta da una Eterna Saggezza, che il nostro limitato periodo di luce sia acceso da una Eterna Luce. La obbedienza fa sì che diventi strumento di vita e gloria eterna anche quello che umanamente può sembrare piccolo, irrilevante, forse… stolto. – Quando  si volesse dare un peso esagerato alla «dignità» dell’uomo, sarà opportuno ricordarsi delle sue molte miserie, a cominciare da quelle fisiche.

V

I «contenuti» svuotati

1. Assistiamo a dei fenomeni generali, che avremmo potuto trattare nel capitolo delle «sostituzioni»; ma che preferiamo chiamare svuotamenti del Cristianesimo. Infatti le «sostituzioni» sono meno radicali degli svuotamenti. Come abbiamo già detto questi tristi fenomeni cominciano da lontano. Si svuotano piccole cose, si deformano particolari che stanno nell’ordine delle sfumature; si commettono piccole leggerezze, talvolta nell’ordine pratico della tattica associativa; si permette che si scollino connessure soprannaturali nella valutazione dei fatti; si mina colpevolmente e contro ogni serio criterio scientifico ogni base storica della Rivelazione e della costituzione della Chiesa; si affina lo sforzo per mettere d’accordo Hegel con Cristo, Freud con Cristo. Si arriva al blasfemo termine della «morte di Dio» e così si hanno gli svuotamenti generali del contenuto cristiano. Il triste iter dello svuotamento è chiaramente inciso in particolari morali, in arbitrarie interpretazioni liturgiche destinate ad eliminare Eucarestia e Parola di Dio, in volontà di non differenziarsi a tutti i costi da quelli che dissentono dalla Chiesa Cattolica. – L’iter lo si vede dappertutto, si rivela in antipatie di cose e di persone, in scelte di simpatia e di odio; ma la tremenda spirale si delinea. – La via degli svuotamenti totali sta sovente in sfumature.

2. Il sociologismo nella sua posizione estrema, l’unica logica e coerente, è la forma più chiara, decisa e delimitata dello svuotamento del Cristianesimo. Attentato, s’intende! – Raccogliendo i “placita” da ogni parte, ecco come lo si può presentare:

– Di Cristo sussiste la carità e l’amore. Il resto forse è mito. Che poi riesca a sussistere la «carità» (cosa che non coincide in tutto con quello che può classificarsi «amore») senza la certezza di Dio Padre e di tutto un rapporto Creatore e creatura, senza la divina storia della Rivelazione, è al tutto incomprensibile.

– Ci si deve occupare anzitutto di redimere l’uomo dai mali terreni.

Taluno, non tutti, aggiunge «poi ci occuperemo del bene eterno oltre la morte». Chi ha cominciato a mettere l’accento forte sulla redenzione terrena era cattolicissimo e lo abbiamo sentito chiamare da qualcuno «santo». Ma il fermento dell’errore deve svolgersi ed arrivare all’assurdo. Non parliamo più di Paradiso, parliamo invero di tutte quelle cose che portano alla perfetta eguaglianza nel perfetto benessere, al livellamento tra il primo, il secondo, il terzo e il quarto mondo… – Se poi talune cose, pie o devozionali, possono servire a percorrere il cammino verso questa pura umana redenzione, si tolleri pure! …

– Per redimere gli uomini dalla loro miseria, dalle guerre etc. parliamo soprattutto di solidarietà. Questa consiste in un sentimento umano che scopre i vincoli per i quali siamo legati a tutti gli uomini, li accetta quando può, li salva, li anima… La pura solidarietà difficilmente supera gli scogli continui dell’orgoglio e della sensualità umani.

– Ci si dedichi ad un’opera sociale: il rimanente serve come puro strumento, molte volte utile, qualche volta necessario per la redenzione sociale. – Non tutti i sociologisti dicono questo o tutto questo. Ma qualunque sociologista è sulla via di dire questo e, se non si libera dalla spinta, logicamente deve finire col dire questo. Noi attiriamo l’attenzione dei nostri cari confratelli, non tanto su coloro che dicono tutto questo (costoro hanno già spiritualmente apostatato), ma sui molti che dicono, recitano, inculcano briciole di quello strano catechismo. E il piccolo contrabbando fatto passando a piedi da minori valichi alpini. –

3. A questo proposito è necessario parlare della «liberazione globale» della quale si comincia a fare un uso forse esagerato. Niente meglio che chiarire.

Il termine «liberazione globale» può avere un significato perfettamente ortodosso, che è il seguente:

– liberazione dal peccato;

– liberazione dal livello terreno mediante la grazia santificante;

– liberazione dalla pressione della debolezza umana, mediante la grazia attuale, i doni dello Spirito Santo etc;

– liberazione della transitorietà effimera della vita presente nella Vita eterna;

– liberazione dalla corruzione della morte nella risurrezione finale.

La «liberazione globale» sulle labbra di altri pare avere un valore assai ridotto. Si tratterebbe della liberazione dalla fame, dalle strettezze, dai limiti coartati per la espansione personale, dai tiranni, dagli oppressori etc. In quale Luna si trovino coloro che sognano in una vita umana questa perfetta liberazione, non ci riesce di dire. – Comunque una cosa è chiara: che questa liberazione, dato e non concesso che possa esistere, non sarebbe globale. La ragione è che non si preoccupa affatto di altre cose spirituali dalle quali l’uomo dovrebbe essere liberato per una passabile vita, anche solo i n questa valle di lagrime. Ma sulle labbra di molti la «liberazione globale» suona sinistro. E cioè:

– liberazione dai limiti messi dalla virtù;

– liberazione dal mito della vita eterna, del soprannaturale;

– liberazione da ogni forma di obbedienza.

Talune celebri contestazioni hanno preso questa ultima via. Non occorre aggiungere parole perché tutto risulti svuotato nella Fede quando le «liberazioni globali» si prendono a certi modi. – Il modo di comportarsi di talune persone, anche religiose, fa fortemente sospettare che in fondo non abbiano più Fede e credano solo a questa liberazione globale. E nel frattempo stanno più comode che possono.

[2 – Continua …]

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: I CONTENUTI (1)

GREGORIO XVII

IL MAGISTERO IMPEDITO

I CONTENUTI (1)

VIII. – Ortodossia

[lettera pastorale del luglio 1971; «Rivista Diocesana Genovese», 1971]

 Cari confratelli, parliamo dei contenuti della predicazione, della Catechesi, dei libri in qualche modo religiosi, dell’apostolato. Intendiamoci subito sul valore della parola «contenuto». Il contenuto – in oggetto – è la dottrina cattolica. Spieghiamoci chiaro su quello che è «dottrina cattolica». È tale: – quanto è espresso dalla Rivelazione sia per mezzo della Sacra Scrittura, sia per mezzo della Divina Tradizione;

– quanto è stato esplicitato o dedotto con certezza dalla divina rivelazione;

– quanto è stato interpretato, esplicitato, insegnato dal Magistero infallibile della Chiesa, sia solenne che ordinario;

– quanto è garantito dalle ordinarie fonti teologiche, nelle condizioni in cui esse sono capaci di generare vera certezza.

Nessuno si meravigli che la dottrina cattolica contenga anche verità indirettamente rivelate. Infatti: la Rivelazione contiene ricchezze che possono essere svolte e dipanate nella loro grande ricchezza; molte verità non rivelate sono talmente connesse con le verità rivelate che, quelle distrutte, anche queste patirebbero danno; finalmente il Magistero non è un organo stabilito da Cristo per «solamente ripetere» a guisa di semplice registratore, ma è vero Magistero e verte su quanto è necessario alla esplicitazione ed all’approfondimento della piena verità contenuta o connessa con la Divina Rivelazione.

Per quale motivo si parla di «contenuti»

La domanda è ovvia e la risposta è semplice: perché i «contenuti» vengono taciuti deducendoli in tal modo, col silenzio, a graduale morte nella mente dei fedeli; perché vengono reinterpretati in maniera eterodossa; perché vengono sostituiti; perché vengono addirittura svuotati. Premettiamo che l’attentato più lene, ma più immediato contro i «contenuti», che spesso accade sornionamente attraverso la porta maggiore, è quello per cui vengono «diluiti» nella nuova teologia del linguaggio.

Cominceremo da questa ultima.

È nostro preciso dovere mettervi in guardia, affinché la vostra buona fede non venga sorpresa per la grande foschia in cui nuotano oggi troppe pubblicazioni.

I

I «contenuti» svuotati dal linguaggio

  1. Non si può dare ancora una definizione stabile ed univoca della teologia del linguaggio. Si parla anche di una filosofia del linguaggio, etc. Noi chiamiamo teologia del linguaggio quella che risulta non da una teoria, ma da un fatto, accessibile da tutti. descriviamo il fatto, per maggiore chiarezza, attraverso varie tappe.

a) Si cercano parole, mai o solo raramente usate in Teologia prima dell’ultimo decennio. Queste parole vengono elette coi seguenti criteri:

– siano il più «nuove» possibili. Anzitutto e soprattutto bisogna purificarsi da ciò che è vecchio. Si tratta di un criterio inconsistente, perché il termine «nuovo» può indicare indifferentemente il bene e il male, non più del termine vecchio. Questa opzione di relatività sta a indicare che il vero e il falso, il bene e il male, il conveniente e lo sconveniente importano poco, se non addirittura niente;

– siano suggestive, prese non solo da idee, ma da scienze e fatti (angolazione, ottica, tangente, prospettiva, cosmico…) tali da destare una certa impressione e – perché no? – strappare una certa ammirazione;

– siano «sfuggenti», e cioè o di per se stesse non abbiano una prensione indicativa di verità teologiche, o siano mantenute libere da epesegetici, da definizioni, cioè da limiti e permettano sempre di dire e non dire, di piacere a destra e a sinistra, a cattolici e a protestanti, a ortodossi e a eterodossi…. Insomma «non devono impegnare» e debbono lasciare una porta aperta a tutte le situazioni (sono ricavate soprattutto dai teologi protestanti ora di moda).

b) Si cercano «modi di dire», slogans (ci scusiamo di usare una parola neppure italiana, ma fortunata), che permettano soprattutto la illusione di presentare le idee da punti di vista nuovi. Purtroppo il punto di vista «nuovo» rispetto alla «verità» potrebbe essere facilmente 1’«errore».

2. C’è una tecnica nell’uso della invadente terminologia. Essa deve avvicinarsi il più possibile al rischio, al colpo sovversivo, al rovesciamento di qualcosa. La tecnica risulta «felice» quando fa sbalordire, produce i crampi, mette in stato di depressione coloro che ancora usano nelle scienze teologiche i termini: definizione, proposizione, sostanziale, materiale, formale, efficiente, per sé, per accidens… Evidentemente la fatica di tanti secoli per mettere nelle mani della Teologia termini sicuri, irreversibili, indeformabili, delimitati per ogni verso, allo scopo di salvaguardare la proprietà e la chiarezza delle idee, è stata fatica inutile. La questione è di sapere se ancora ci si tenga alle idee e se ancora in molte teste ci siano idee. Spesso si ha la impressione che alle idee vengano sostituite le emozioni e gli stati d’animo. Tutto questo i nostri lettori potranno verificarlo in libri e riviste che hanno tra mano. È così che con alcune decine di termini e di frasi fatte è possibile parlare di ogni argomento teologico, fare messaggi, prediche … Tanto più che quanto accade in teologia, accade in filosofia, in sociologia, in politica… Si dirà che chi legge o ascolta simili divagazioni, non sempre al corrente del fluidissimo significato di termini e frasi, stenterà a capire. Ciò sarebbe naturale, ma spesso non è affatto naturale, perché tra gli ideali massimi del nostro «momento di civiltà » c’è quello di pensare solo quello che pare e piace. E il modo più adatto per permettere a chi legge o ascolta, di pensare ciò che più gli pare e piace è quello di scrivere e parlare nel modo sopraddetto. Quasi più nessuno vuole «impegni» con la verità immutabile. Per tutto questo abbiamo sopra parlato di «illusione».

3. La teologia e la filosofìa del linguaggio dimostrano e circoscrivono uno degli aspetti più scadenti della nostra idolatrata cultura. Noi siamo arrivati al pieno «nominalismo». Trattiamo il linguaggio come se esso non avesse più una sostanza, fondamento, una obbiettiva giustificazione, insomma un significato. È il risultato di un processo storico di cultura, che ha radici lontane. La sostituzione dell’oggetto col soggetto fu fatta da un tale ben noto al principio del decimosesto secolo. Cominciò allora il processo di un graduale assorbimento ed annichilimento dell’oggetto nel soggetto. Grande cosa! Quel «tale» però fece la confusione dell’oggetto col soggetto unicamente perché ciò serviva a lui per risolversi un problema personale; questione, adunque, di comodo. – Sono passati quattro secoli ed in essi si sono allineati nomi ritenuti grandi a sostenere le aste di un simile baldacchino. La finale ci riporta al principio: il nominalismo odierno fa lo stesso servizio che faceva quasi cinque secoli innanzi. Nessuno vorrà negare che la teoria hegeliana, ad esempio, col suo metodo sempre vivo ed imperante, è comodissima per farsi una verità di comodo, una morale di comodo, una politica di comodo e così via. La grandiosità storica di tutto un periodo di cultura arriva a questo punto. – Quanto detto in questo capitolo va completato con quanto si trova al capitolo III e IV.

II

I «contenuti» eliminati dal silenzio

1. Un sistema più facile e meno dispendioso per eliminare sacri «contenuti» della nostra Fede è quello del silenzio. Ossia ci sono verità anche «capitali» delle quali da troppi non si parla più. Il silenzio, oltre la restante confusione, eliminerà, se non si provvede a tempo, un parte, forse tutto il patrimonio cristiano dal consenso dei fedeli. – Questo silenzio non sempre è deliberato e cosciente e si può ammettere che molti seguano la folla e la moda, senza rendersi ben conto di quello che fanno. La nostra lettera è diretta a loro soprattutto, perché si sveglino a tempo. Una cosa è certa: il silenzio su qualche parte del «contenuto» della Divina Rivelazione dimostra la vera mancanza di logica. Infatti tale è la coerenza della nostra Fede che, sgranato un punto, tutto deve cadere! – Il silenzio diventa grave e progressivo. Infatti si estende per la forza di imitazione, che seduce gli uomini. – Questa eliminazione di verità fondamentali si attua a mezzo di una congiura del silenzio, si direbbe furbescamente organizzata e saggiamente orchestrata, con l’impiego di tutti i mezzi che distraggono,  impauriscono, addormentano gli uomini. – Non illudiamoci: esiste gente che può e che vuole la distruzione del Cristianesimo. Questa gente che ritiene fastidiosissimo il Cristianesimo deve sapere che nel caso la operazione migliore è la operazione «indolore», quella del silenzio. Vien fatto di sospettare, esaminando anche la editoria detta cattolica (che sfugge spesso al controllo dei Vescovi) come le altre «operazioni» sui «contenuti» sono in realtà in funzione della «operazione silenzio». In tutte queste operazioni gira troppo danaro. Si comincia col far tacere qualche registro dell’organo, poi si aumenta la chiusura fino ad arrivare all’ultima parte che è quella in cui è tolto il fiato alle trombe! La  «operazione silenzio» è tale che permette di trovare soldati di ventura anche dove non si crederebbe. E dunque una questione grossa. Evidenziamo alcuni punti circa i quali è più acuta la «operazione silenzio». – Vorremmo, prima di addivenire a singoli punti d’esame, notare che è giusto ed esatto dover essere la predicazione anzitutto biblica. Ma sarebbe grave errore pastorale puntare su una predicazione esclusivamente biblica. Ciò perché esistono la Tradizione Divina, la prassi, gli esempi, gli strumenti della santità (stupendo commento alla Parola di Dio); perché ci sono verità ed applicazioni che debbono essere attinte a diverse fonti; perché una predicazione esclusivamente biblica difficilmente potrebbe essere sistematica e non si servirebbe probabilmente della parte speculativa teologica. Senza conoscenza di teologia speculativa nessuno può riuscire a spiegare quello che dei dogmi è spiegabile, sia ai dotti che agli indotti. La  Teologia speculativa, necessaria alla Pastorale, è oggi oggetto forse primario della operazione silenzio. – Oggetto del silenzio è la parte fondamentale, dimostrativa della verità e validità della Divina Rivelazione. La si chiamava «Teologia Fondamentale». Per esse si seguiva e tuttavia si segue, ove la ragione prevale ancora, la linea logica. Era: la dimostrazione della storicità dei documenti coi quali si accerta il fatto storico di Cristo, nonché delle prove da Lui addotte per dare garanzia della verità rivelata. Era la b ricostruzione storica della Sua opera, da Lui fondata, la Sua Chiesa. Era, su tali fondamenti, la ricostruzione degli elementi da Lui lasciati come fonti della Rivelazione e come argomenti probanti le verità dottrinali e pratiche. – Da tutto questo e su un formidabile basamento storico emerge il Cristo Dio, la Sua Chiesa; emergono le fonti della Rivelazione, il Magistero infallibile ed autentico. In tal modo lo spirito critico di chi voleva sapere se «poteva» credere e se «doveva credere» a Cristo arrivava al cosiddetto giudizio di credibilità e di credendità. L’atto di Fede lo si fa per la grazia di Dio, ma alle soglie dell’atto di Fede, con certezza poteva spingersi la ricerca razionale. Di questo non si sente quasi più parlare. – Aveva cominciato anni or sono qualcuno a schernire la Apologetica». Oggi lo scherno è forse finito, ma per molti è calato il silenzio. Eppure lo spirito critico degli uomini, la loro ricerca, per convincersi che possono e debbono credere, non sono finiti. La ragione per la quale molti non praticano è perché non sentono più corrisposte, dalla catechesi corrente, le certe ragioni per le quali possono credere. – Oggi, andando completamente al di fuori della tradizione cattolica e, non meno, della metodologia scientifica, si cercherà di sgretolare in modo demoniaco punto per punto gli elementi coi quali si risponde allo spirito critico dei contemporanei. Per questo motivo si erode la storicità dei Vangeli; saltando a piè pari il fatto che sulla storicità dei medesimi rendono testimonianza gli elementi del primo secolo e dimenticando che la critica interna deve seguire e non precedere la critica esterna. Contemporaneamente si demolisce la teologia fondamentale dei poveri, che è costituita dalla presenza della Vergine Santissima e dei Santi; si bandiscono dalle Chiese e si dimentica che il popolo bene spesso crede in Dio perché crede nella intercessione e questa accoglie perché crede nei miracoli della Vergine, dei Santi, dei loro santuari, etc. Si tratta di una logica certamente semplificata, ma che contiene una sostanza perfettamente valevole e concludente. Chiediamo: che cosa si è sostituito alla dimostrazione storica della verità di Cristo?

Il silenzio convince nessuno.

2. Altra eliminazione col silenzio viene fatta circa la impostazione fondamentale della vita umana. Ognuno ha il diritto di chiedersi perché io sono in questo mondo, perché nasco, muoio e debbo conoscere tra queste due parentesi l’indeclinabile dolore? In un procedimento razionale (quello che si conviene ad uomini intelligenti) la soluzione di questo problema, per sé, non segue l’idea religiosa, ma la precede. Infatti, se uno avesse sufficientemente deciso di trovarsi a caso in questo mondo e di non avere un preciso e valido fine per la propria vita, sarebbe difficile convincerlo che deve avere la Religione. – Molti hanno eliminato la meditazione del fine persino dagli esercizi spirituali, sostituendola, magari, con acconce discussioni sul sesso. Si tratta di una verità che fa da travatura portante – come le altre che qui recensiamo – e la mancanza di travature portanti è talmente avvertita dal popolo, e massimamente dai giovani, che hanno crescente disgusto della predicazione. – Il tracciato base sta nella idea della finalità della vita. Guai a trascurarlo!

3. La congiura del silenzio raggiunge una capacità addirittura ferina a proposito dei Novissimi. Sono le ultime verità: morte, giudizio, Inferno e Paradiso. Questa congiura è sconcertante. Qando taluni aprono bocca sullo scottante argomento è per dire che l’Inferno è solo uno spauracchio, che – anche se c’è – nessuno ci va: testi nei quali è chiaramente portato dalla Rivelazione sono di dubbia autenticità etc. L’Inferno c’è chiarissimo nella sacra Scrittura e nella Tradizione ed ha questa grande interessante diversità dal Paradiso: che mentre per andare in Paradiso bisogna crederci, per andare all’Inferno non occorre affatto crederci. La mancanza di Fede diventa una facilitazione. Pensare che, se non esistesse l’Inferno, noi non troveremmo più il bandolo per la Provvidenza, per la legge, per la moralità, per la giustizia, per la caduta dell’uomo, per la Incarnazione, per la Redenzione… Qui la concatenazione è troppo grave e fermamente cogente!

4. La eliminazione dei Novissimi porta in modo logico alla disintegrazione di tutta la morale con conseguenze tali da annullare ogni Traccia di umano e da rendere addirittura stupido il timore di qualunque peccato. Infatti si è cominciato su questa via di perdizione. Si è scritto – Dio perdoni! – che la masturbazione non è peccato, che le esperienze totali prematrimoniali non sono più peccato, che pertanto è logico e consigliabile il libero amore, che siamo pienamente arbitri di aprire a piacimento e di chiudere altrettanto a piacimento la via della vita… questo è poco, perché, arrivati alla negazione dei Novissimi, non si capisce che senso abbiano l’onore, la lealtà, la giustizia, la solidarietà, la sociologia, l’amore e quanto si può pensare… Se l’Inferno non esiste (e poiché esiste contiene la privazione della gloria e quindi della grazia), vien fatto di domandarsi per quale motivo ci sarebbe stata la Incarnazione del Verbo.

5. È lecito e forse molto utile chiedersi se la congiura del silenzio circa una parte della dottrina cristiana, oltre ad avere come fine ultimo – si è detto – la distruzione del Cristianesimo, non abbia anche qualche fine mediato. Ecco perché facciamo questa domanda. Ci è occorso di avere tra mani una lettera di un illustre Vescovo d’oltralpe, diretta ad un teologo, nella quale si chiedeva allo stesso di spiegarsi chiaro circa la divinità di Cristo, dato che un suo modo di esprimersi in una assemblea lasciava dubbi su un dogma fondamentale del Cristianesimo. Abbiamo pure tra mani la risposta del nominato teologo per nulla soddisfacente. L’episodio è un sintomo rivelatore: il centro dell’attacco è la divinità di Cristo. Senza di essa non esiste il Cristianesimo. Non per nulla, quando al secolo quarto ci si accorse che la Chiesa superava ormai le persecuzioni e poteva ormai procedere vittoriosa in mezzo al già fatiscente impero greco-romano, si negò il dogma della divinità di Cristo. Era l’assalto diretto e disperato. L’eresia era certamente antitrinitaria, ma era antitrinitaria perché negava la divinità del Verbo incarnato.La straordinaria grandezza del Concilio di Nicea (325) sta nel fatto che non solo affermò la divinità del Verbo contro le varie e ramificate negazioni della prima generazione ariana; ma che prevalse decisamente e definitivamente contro l’impressionante riflusso di tali errori alla fine del IV secolo (come ci attestano molti Padri del tempo, e in particolare S. Girolamo) culminato al Concilio, non ecumenico, di Rimini (359) causato da molteplici debolezze. Tale vittoria della verità cattolica rimane ammonizione a tutti i tempi. Il silenzio tenuto da molti sulla Vergine Santissima, sugli Angeli, sui santi e sulla controfigura dei demoni, è la preparazione del silenzio intorno a Nostro Signore Gesù Cristo.Naturalmente l’iconoclastia, quella per cui si cacciano le sacre immagini, ormai dilagante, è una forma di silenzio artefatto. Ma ha tutta la logica di questo colpevole e distruttore silenzio. Vorremmo si notasse che non abbiamo recensito tutti i punti sui quali si tace; abbiamo soltanto esemplificato, richiamando l’attenzione sulle più gravi lacune dovute al silenzio.

6. Ci sono le forme maggiormente colpevoli del silenzio. Bisogna enumerare le principali. Il silenzio comincia a gravare sulla intera catechesi. Perché viene disertata e perché spesso si creano le premesse da questa diserzione. Intanto la «omelia» difficilmente assolve a compito di una formazione sistematica, anche se rimane la prima forma di sacra predicazione ed anche se, con taluni accorgimenti può essere abbastanza piegata a divenire maggiormente una sistematica esposizione della Dottrina. Non è questo il momento di parlare degli accorgimenti a tale scopo. In secondo luogo la catechesi propriamente detta «degli adulti» era legata ad una più seria coscienza del dovere di santificare la festa. Era legata non meno a pratiche liturgiche (il Vespro e la Ufficiatura) e paraliturgiche od extra liturgiche. Si direbbe che in questi ultimi anni i Vespri, la Benedizione col Santissimo Sacramento, il Santo Rosario, la Via Crucis etc. abbiano subito un notevole collasso. Noi abbiamo sempre detto e ripetuto che ove fossero cadute la altre pratiche di pietà in breve volgere di tempo sarebbe svanita la coscienza del dovere, la devozione, il sacro sentimento verso la Santa Messa. Per salvare questa, occorre salvare tutto il resto. – Ma, diminuite le pratiche sacre, è diminuita la catechesi degli adulti. Forse per talune località sarebbe meglio dire che può essere grave e,, se la misuriamo nelle conseguenze lontane, gravissima diminuzione catechetica. – Il catechismo dei fanciulli comincia a vacillare là dove è legato al solo giorno festivo: il giorno festivo è giorno di fuga da molti doveri. Ma comincia a svanire anche per la incertezza ingiustificata che grava sul testo del catechismo. Molti non sanno che i catechismi fino a questo momento approvati dalla competente Autorità Ecclesiastica conservano tutto il loro valore. Quando ci saranno nuove redazioni, migliori delle antiche, le adotteremo; ma intanto non condanniamo al «vuoto religioso» le generazioni che crescono. Conosciamo e lodiamo degni sforzi che si fanno per salvare gli Esercizi Spirituali nella loro forma e nel loro necessario contenuto. Ma sappiamo anche che molti Esercizi che diventano amene conversazioni, magari prolungate, sul sesso, che tacciono del tutto le verità fondamentali atte alla purificazione ed alla conversione della vita. – Abbiamo saputo di Sacre Missioni nelle quali nessuno ha parlato di peccato, morte, giudizio, Inferno e Paradiso. Non sappiamo su quale fondamento abbiano edificato questi stolti missionari. La predicazione in genere subisce la tentazione di adeguarsi a contenuti evanescenti, al tutto di dubbia ortodossia, di gerghi incomprensibili, di astrattismi intellettualistici. Crediamo che il peccato del silenzio macchi molte anime!

[Continua …]

IDEALE CATTOLICO DEL MATRIMONIO

Matrimonio e genitorialità, l’ideale cattolico

Le nozze di Cana”, c. 1500 d.C., di Gerard David, Musée du Louvre, Parigi

Estratto da: “Matrimonio e genitorialità, l’idea cattolica”

Dal Rev. P. Thomas J. Gerrard, 1911 DC, Imprimatur

“Lo stato del matrimonio, quindi, come riflesso nei misteri dell’Incarnazione e della Chiesa, viene visto avere l’alta funzione non solo di procreare gli esseri umani per ricostituire la terra, ma anche di addestrarli nella vita superiore della grazia e quindi prepararli per la vita ancora più alta della gloria ….

“La ragione principale dell’istituzione del matrimonio è stata il benessere della prole, non solo l’esistenza della prole, bensì la sua crescita e sviluppo, nonché la promozione di tutti i suoi interessi. Perciò Dio ha fatto sì che l’uomo e la donna si amassero l’un l’altro, che dovessero coltivare quell’amore, concentrarsi l’uno sull’altro escludendo ogni altro amore dello stesso tipo, e renderlo così forte e duraturo che solo la morte avrebbe potuto essere in grado di provocare una violazione dell’unione. – Tutto ciò indica che il legame matrimoniale è una legge di natura: è un mutuo accordo attraverso il quale un uomo e una donna si donano l’un l’altro fino alla morte, e questo principalmente per il supremo interesse dei figli che devono nascere …. – La Chiesa quindi … mette da parte ogni falsa modestia e dice loro in linguaggio grave e chiaro quali siano i loro doveri. Il primo dovere è quello di “portare” i bambini nel mondo ed educarli poi al servizio di Dio; il secondo dovere è l’amore ed il servizio reciproco nella intimità della vita domestica ….

Pure importante, tuttavia, è la situazione in cui il giovane trova nella vita singola una costante tentazione all’impurità. Quindi egli deve rivolgere seriamente la sua attenzione al matrimonio per la sua salvezza. “È meglio sposarsi che bruciare”. Ed è meglio sposarsi presto, prima che si formino cattive abitudini. Il numero di case infelici, causato dalla “curiosità” giovanile prima del matrimonio, è spaventoso. Sarebbe stato quindi meglio sposarsi, anche con la prospettiva di una povertà materiale, piuttosto che condurre da solo una vita continuamente tentata e forse in continua caduta …

Ci sono tre fini per i quali è stato istituito il matrimonio e, di conseguenza, tre motivi che rendono il matrimonio atto lecito e santo. .1.- Il primo e il principale è: la generazione di figli. 2.- Il secondo è calmare la concupiscenza ed evitare di conseguenza l’incontinenza. 3.- Il terzo è la promozione dell’amore e dell’affetto coniugale …. “

SCUDO DELLA FEDE -III- : LA DIVINA RIVELAZIONE

III.

LA DIVINA RIVELAZIONE.

[Da: A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede” S.E.I. Ed. Torino, 1927 -impr.]

La divina rivelazione è possibile. — Fu per noi necessaria. — Esiste.

— È possibile che Iddio abbia parlato agli uomini per rivelar loro delle verità da credere?

Non solo è possibile, ma indubitato. Forse che tu non possa, ogni qual volta lo voglia, parlare con gli altri uomini per rivelar loro i pensieri della tua mente? E se ciò puoi farlo tu, perché non avrà potuto farlo Iddio, che è onnipotente?

— Ma Iddio nel parlare agli uomini non si sarebbe abbassato, avvilito?

Si sarebbe abbassato, avvilito, se avesse fatto cosa indegna di Lui. Ma si può dire forse che il parlar, che egli fece agli uomini, sia stato indegno della sua divina bontà? Tutt’altro. Se fosse così si dovrebbe dire che si è pure abbassato nel creare gli uomini e che continuamente si abbassa nel conservarli. No, la divina rivelazione non è un avvilimento della divina maestà: essa anzi è la cosa più conforme alla stessa, la cosa più degna e conveniente. E non ti pare che se Iddio, dopo aver creati gli uomini, non si fosse loro rivelato, fatto conoscere, la sua Provvidenza verso di noi apparirebbe monca ed imperfetta? Non dovremmo dire che Egli si è curato poco di noi, che poco gli preme il nostro culto e la nostra felicità.

— Ciò è verissimo. Ma gli uomini avranno potuto intendere Iddio a parlare?

Perché no? Se Iddio si è espresso in modo da farsi intendere (e dal momento che

egli voleva rivelare agli uomini delle verità da credere, non poteva far diversamente), era più che naturale che gli uomini, benché con una intelligenza finita, lo abbiamo potuto intendere.

— Ma non capisco, perché Iddio avendoci data la intelligenza, con la quale possiamo noi conoscere le cose, abbia poi ancora voluto Egli parlare agli uomini per apprendere loro le verità da credere.

Caro mio, non bisogna dimenticare che vi sono due sorta di verità: di quelle che con la nostra intelligenza possiamo comprendere e di quelle alla nostra intelligenza affatto incomprensibili, ossia misteri. Ora poiché Iddio volle che noi, ad essere salvi, credessimo non solo alle prime verità, ma eziandio alle seconde, non era assolutamente necessario, che ce le manifestasse? Anzi era pur necessario, non assolutamente, ma moralmente, la manifestazione o rivelazione di quelle stesse verità che con la nostra intelligenza possiamo comprendere. Dimmi, se tu vuoi imparar bene una scienza od arte, hai bisogno, sì o no del maestro?

— Senza dubbio, perché capisco bene che assolutamente parlando potrei imparare una scienza od un’arte anche da me, come han fatto taluni, ma ordinariamente no, perché allora mi ci vorrebbe chi sa quanto tempo.

Benissimo. Così le verità, che la nostra stessa intelligenza può comprendere, assolutamente parlando, dagli uomini si potevano venir a conoscere, come ad esempio che Dio esiste, che Egli è giusto, che l’anima è spirituale ed immortale, che vi ha. una vita futura, che i buoni han da essere premiati e i cattivi castigati: che perciò bisogna onorare quel Dio che esiste, fare il bene, evitare il male, combattere le nostre cattive inclinazioni, amare il nostro prossimo, essere giusti con tutti, fedeli ai propri doveri, prudenti nelle difficoltà, forti in mezzo ai pericoli, e simili. Ma a questa cognizione potevano pervenire tosto, di per sé, con sicurezza e in modo chiaro tutti quanti gli uomini?

— Eh! si sa, gli uomini dotati di bell’ingegno e di facile intendimento sono pochi.

Aggiungi che tra gli stessi uomini di grandi forze intellettuali ve ne sono moltissimi che per la loro bassa condizione, per il lavoro manuale, cui devono continuamente attendere affine di guadagnarsi il pane, non avrebbero potuto applicarsi a tale studio. E posto pure che un gran numero di uomini avessero avuto tale agiatezza da potervisi applicare, l’esperienza non dimostra forse che costoro, in parte abbastanza grande, avrebbero avuto ben poca voglia di farlo? Epperò che cosa sarebbe stato dei più?

— Non avrebbero neppure conosciute quelle verità, che pure, assolutamente parlando, sono all’umana intelligenza accessibili.

Certamente. E così solamente alcuni filosofi privilegiati sarebbero pervenuti al conoscimento di dette verità, e ben s’intende dopo un lungo e non facile studio.

— Ebbene, non avrebbero poi potuto questi filosofi insegnare essi tali verità agli uomini?

L’esperienza dimostra chiaramente che no. Siccome anche, i grandi sapienti hanno le loro passioni, e se ne lasciano pur troppo dominare, perciò o dalla loro superbia, o dalla loro invidia, o dall’amore ai malvagi piaceri, o da altra simile causa si lasciano traviare assai facilmente, sia nella ricerca delle verità, sia nel dedurne delle applicazioni pratiche. Difatti se tu getti lo sguardo sugli stessi più celebri filosofi antichi, ne troverai forse uno solo che non sia caduto in vari e gravissimi errori? – Per citarti qualche esempio, il famoso Socrate, benché ammettesse un Dio supremo, non negava la pluralità degli dei, e in quanto all’immortalità dell’anima la riteneva solo probabile. Il celebre Platone, che per la sua scienza fu chiamato addirittura divino, non ostante l’altezza dei suoi concetti, e il soffio poetico, e la dolce eloquenza, con cui li esprime, ribocca ancor esso di errori. Egli insegna fra le altre cose, che Dio e la materia hanno un’esistenza esattamente parallela ed infinita, e che quello si è giovato di questa per formare il mondo; che l’uomo ha tre anime diverse, una ragionevole, che è esistita prima di lui, un’altra virile, che è il principio del volere, dell’avere coraggio e forza, l’altra femminile, che è la fonte delle passioni sensuali; che il matrimonio deve essere abolito come istituzione costante; che gli schiavi non sono uomini ma cosa. – Così pure errò gravissimamente Aristotile, che arrivò al punto da negare la Provvidenza e da asserire che solamente gli uomini liberi hanno diritti, mentre gli schiavi sono naturalmente animali bipedi destinati a servire gli altri. Or ti pare che questi filosofi sarebbero stati buoni maestri degli altri uomini?

— No certamente. Ma i filosofi moderni però …

I filosofi moderni, che non han voluto prestar fede alla rivelazione, sono caduti in errori anche più grossolani. Figurati che hanno rigettata la creazione e l’esistenza di Dio, che hanno detto, che la virtù e il vizio sono nomi inventati dagli uomini, ma che in realtà non v’è distinzione di sorta tra il bene e il male. Ora ti sembra che i filosofi moderni potrebbero essere per l’umanità maestri migliori dei filosofi antichi? E poi, dimmi, la verità è, sì o no, una sola?

— Non vi può essere alcun dubbio.

E dunque da quale di questi maestri, vuoi antichi, vuoi moderni, gli uomini avrebbero appresa la verità, se quasi nessuno fra di loro è andato d’accordo con un altro nelle sue dottrine? Se anzi, come ha detto lo stesso Giangiacomo Rousseau, tutti per ragione del loro egoismo hanno messo il massimo studio per pensare diversamente dagli altri, preferendo ognuno la menzogna trovata da lui alla verità scoperta per altri?

— Capisco; questi maestri per difetto di unità dottrinale non avrebbero autorità di sorta.

E supponiamo pure per un momento che l’avessero, forse che la più parte degli uomini avrebbe la comodità e la voglia di andarli a sentire? Ti pare, a te, che i poveri, gli operai i contadini, le donne i fanciulli andrebbero alla loro scuola? Eh! caro mio, questa gente ha ben altro a fare per guadagnarsi il necessario sostentamento. Vedi adunque come la ragione stessa dimostra, che anche per la conoscenza sicura, pronta ed universale delle verità di ordine naturale era necessaria la rivelazione divina, che cioè Dio manifestasse Egli agli uomini tali verità. E questa necessità fu riconosciuta dagli stessi filosofi antichi e moderni, ancorché miscredenti.

— Dunque in realtà gli uomini tutti senza la rivelazione divina non possono conoscere nessuna verità, neppure d’ordine naturale.

Adagio a dir ciò. Questo pure è un errore, e grave; errore nel quale sono caduti ultimamente certi filosofi, che si chiamano tradizionalisti, i quali asserirono che senza la rivelazione, senza la tradizione primitiva, che ci viene con la parola, noi non possiamo conoscere nulla; il che come potrai riconoscere da quanto fu detto di sopra, è falso perché distrugge le forze della ragione e sconvolge ogni ordine

— In conclusione adunque la rivelazione divina è possibile ed è necessaria.

Sì nel senso che ti ho spiegato.

— Ora sarei curioso di sapere quando, dove e a chi Iddio ha fatto tale rivelazione.

Ottima curiosità, che subito ti soddisfo. Iddio ha cominciato la divina rivelazione delle verità, che si hanno a credere per essere salvi, al principio del mondo al nostro primo padre Adamo nel paradiso terrestre; in seguito continuò a far tale rivelazione ai patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe nelle pianure della Caldea; di poi al grande legislatore ebraico, Mosè, sulla vetta del Sinai, al re Davide, a Salomone, ai profeti, e per essi a tutto il popolo ebreo sia nella sua patria come nelle terre di esilio e di schiavitù. E da ultimo Egli la compì per mezzo del suo Divin Figlio, che mandò sulla terra nella Palestina, e che ammaestrò dodici uomini, che si chiamano Apostoli, ossia ambasciatori suoi all’umanità, e per essi la sua Chiesa, ora e sempre suo gran testimonio ed organo infallibile.

— Ma tutti costoro, come Adamo, Abramo Mosè, Davide, eccetera, i quali asserirono di aver inteso Iddio a parlare e manifestare loro delle verità da credersi da tutti, non potrebb’essere che siano stati furbi impostori, che abbiano detto ciò per ingannare gli uomini a seconda di qualche loro interesse, oppure poveri imbecilli, che si siano creduto nelle loro allucinazioni e nei loro sogni da matto, che Dio abbia loro parlato, mentre non era vero?

Questa obbiezione è giustissima. Ma io ti rispondo subito, che la nostra ragione nel

ricercare il fatto della divina rivelazione non solo trova per mezzo della storia i luoghi, i tempi e le persone, cui la divina rivelazione fu fatta, ma trova pure della medesima prove evidentissime e di tale forza, per cui, a meno di voler essere irragionevoli, bisogna ammettere assolutamente la verità di essa, e cioè la verità della fede cristiana, ossia di quel complesso di verità, che la Chiesa Cattolica insegna e che noi dobbiamo credere.

— E quali sono queste prove?

Sono due principali: le profezie e i miracoli. Ed una volta che tu abbia riconosciuto,

come realmente Iddio si sia servito di questi due mezzi per rendere certa presso di noi la fede che ci ha rivelato, avrai riconosciuto altresì, che per credere vi sono dei motivi, e motivi assoluti.

To be a soldier of Christ by means of the “Sword of the Spirit” – Essere soldato di Cristo ma con la “Spada dello Spirito”.

To be a soldier of Christ by means of the “Sword of the Spirit”

Some people hold the idea of the restoration of the “military orders” of the Middle Age type, for the purpose of defending the Catholic Faith and the Church from her enemies, by the means of using deadly weapons.

Of course, it is commonly known, that military orders in the Middle Ages played their important role when the Catholic Church had millions of faithful, and the Monarchs who supported them were Catholics too. Military orders were supported by wealthy people, who offered their properties, goods and became knights. Civil authorities also helped to maintain the Military orders, and that indeed was powerful Catholic cooperation.

Also, when we talk about military orders of the Middle Ages, we should remember one important nuance. Yes, Popes sometimes approved military orders, and even asked men, for example, to defend Holy Land and Christian states in Europe from Muslim invasion. But sometimes Popes prohibited and even dissolved already existing orders. Popes have done so, because military orders are not a dogma of the Faith, and there is no grave duty for the faithful to become members of such orders. Military orders were not a means of salvation of the souls, but a temporal instrument used in one or another earthly situation.

“In 1312, at the Council of Vienna, Pope Clement V suppressed the Order of the Knights Templars as a matter of prudence.” (p. 95).  “Fifteenth General Council. The Council of Vienne in the year 1312 suppressed the order of the Knights Templars, condemned errors

against faith, and enacted disciplinary canons for the better government of the Church.” (p. 113).
COMPENDIUM OF CHURCH HISTORY.
COMPILED FOR USE IN CATHOLIC SCHOOLS
BY THE SISTERS OF NOTRE DAME, NAMUR.
NEW YORK. SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS.
Nihil Obstat: KEMHUUS LAFORT, S.T. L., Censor.
Imprimatur: +J.J011N M. FARLEY, D.D., Archbishop of New York,
NEW YORK, January 2, 1911.
COPYRIGHT, 1911, BY SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS. p.p. 95, 113.

“In the long list of these military orders there are several which accomplished in their day real work, and work which could not have been accomplished so well by any other agency. When the organization of society as a whole was still imperfect, kings were glad to employ these partial organisations, in which the actuating principle was religious enthusiasm or love of fame, to check enemies abroad and abuses at home that otherwise could not easily have been reached. Yet it is impossible not to suspect that a large proportion of these institutions did more harm than good by fostering aristocratic pride and exclusiveness, and pandering to social or personal vanity thus raising barriers unnecessarily between class and class, and furnishing fuel to those smarting feelings of envy and alienation which are wont only to be appeased by revolution. (Helyot.)”
(p.p. 577, 578.)

“The knights took the three vows of religion; wealth poured in upon them, was even thrust upon them, but it aggrandised the order, not the individual. In little more than a century the nine knights had grown into a trained army of fifteen thousand warriors. That fervour declined, that contact with Oriental manners sometimes corrupted, that the respect in which they were held engendered pride, and overflowing wealth sometimes brought luxury along with it – all this is true; but to admit it is but to say that the Templars, like other men, felt the pressure of circumstances and were subject to human frailty; it is no proof that their institute was either a mistake or a mischief. While the Christian kingdom endured, the Templars fought strenuously for its preservation; but the unfortunate rivalry between them and the Knights of St. John [HOSPITALLERS] robbed the military efforts of both orders of much of their efficacy.” … “Philip the Fair, irritated at the state and splendour which the Templars observed, and coveting their wealth, laid a deep plot for tbeir destruction. An apostate Italian Templar and a French heretic, his accomplice, informed the king that they could make fearful revelations. Charges were formulated (1307), at the head of which was that of formally denying Christ and spitting on the cross at the time of initiation into the order. They were also accused of sorcery, of idolatry, of foul and unnatural lusts, of causing parts of the Canon of the Mass to be omitted in their churches, of betraying the Christian cause in the East, &c.” … “The Council of Vienne (1311) decreed the entire dissolution of the order.” (p.p. 790, 791).

A CATHOLIC DICTIONARY.
BY REV. WILLIAM E. ADDIS and THOMAS ARNOLD, M.A.
NEW YORK. THE CATHOLIC PUBLICATION SOCIETY CO. 9 BARCLAY STREET.
1887.
NlHIL OBSTAT. EDUARDUS S. KEOGH, CONG. ORAT., CENSOR DEPUTATUS.
IMPRIMATUR. HENRICUS EDUARDUS, CARD. ARCHIEP. WESTMONAST.
Die 18 Dec., 1883.
IMPRIMATUR. JOHN CARD. McCLOSKEY, ARCHBISHOP OF NEW YORK.
Feb. 14, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1887.
p.p. 577,578, 790, 791.

Today, when the Catholic Church is in the minority and even in eclipse, all her churches, monasteries, hospitals, schools, lands etc., are already appropriated and taken out of the Church’s ownership. There is not even one Catholic monarch, who would be able to support the Church, so the situation is completely different, and thus what was possible in the Middle Ages, is absolutely impossible today.

It does not matter which historical circumstances we are in, God does not need to defend His Church and Faith by means of a sword, of a gun, or of artillery. Actually God does not need our help; He just wants our humble cooperation in spreading His Gospel. He does not need us to defend Him; He wants to defend us. Not we, but He came to save us from our sins.

Our Lord Jesus Christ Himself did not tolerate the knightly activity of St. Peter, who, even out of supernatural motive, wanted to defend Him by the sword:

“And behold, one of them that were with Jesus, stretching forth his hand, drew out his sword; and striking the servant of the high priest cut off his right ear. Then Jesus saith to him: Put up again thy sword into its place; for all that take the sword shall perish by the sword. Thinkest thou that I cannot ask my Father and He will give me presently more than twelve legions of angels?” (St. Matthew 26:51-53).

“Then Simon Peter, having a sword, drew it and struck the servant of the high priest cut off his right ear. And the name of the servant was Malchus. Jesus therefore said to Peter: put up thy sword into the scabbard. The chalice which my Father hath given me, shall I not drink it?” (St. John 18:10-11).

Jesus Christ not only commanded St. Peter to “put up the sword into the scabbard”, but He also healed the servant of the high priest, who was His personal enemy:

“And when He had touched his ear, He healed him” (St. Luke 22:51).

It seems to be incredible, but that was the real fact from the earthly life of Our Saviour.

In our day, the duty to defend Faith and to overcome the enemies of the Faith, of the Church and of God Himself, are chiefly of spiritual format and by the means of spiritual weapons. The Christians of the early Church were bound by the same duties, from the beginning.

St. Apostle Paul, “an ambassador in a chain”, teaches: “In all things taking the shield of faith, wherewith you may be able to extinguish all the fiery darts of the most wicked one. And take unto you the helmet of salvation and the sword of the Spirit (which is the word of God)” (To the Ephesians 6:16-17).

Our Lord did not give His Church a commandment to kill people, but, He did give His Church the commandment:

“Going, therefore, ye teach all nations; baptizing them in the name of the Father and of the Son and of the Holy Ghost. Teaching them to observe all things whatsoever I have commanded you” (St. Matthew XXVIII: 19-20).

Moreover, the Catholic Catechism, Dogmatic Theology, Moral Theology, Canon Law etc., say nothing about a military order as a means of salvation of souls.

For example, Catholic Catechism teaches that the main purpose for man is his salvation by good works and through the union of the soul to God.

“Good works are necessary to salvation. The good works most pleasing in God’s sight are these: Prayer, fasting, and alms deeds”.

“Prayer, fasting, and almsgiving are the principal means of attaining perfection, because they combat the three evil appetites, the concupiscence of the flesh, the concupiscence of the eyes, and pride of life; and thus the soul is enabled to rise more freely to God”.

The virtues that unite our soul to God are the three theological virtues: Faith, Hope, and Charity.

“We receive the three theological virtues to render us capable of performing good works simultaneously with sanctifying grace”.

The principal moral virtues are the seven capital virtues: Humility, obedience, meekness, liberality, temperance, chastity, and diligence in what is good”.

All the moral virtues proceed from the four cardinal virtues: Prudence, justice, temperance, and fortitude (Wisd. viii. 7).

The greatest and noblest of all the virtues is charity.

Because it alone unites man to God, it alone gives value to the other virtues, and it alone will last beyond the grave.”

The Catechism Explained,
From the original of Rev. Francis Spirago, Professor of Theology,
Edited by Rev. Richard F. Clarke, S.J.

New York, Cincinnati, Chicago

Benzinger Brothers. Printers to the Holy Apostolic See

1899
Nihil Obstat: Thos. L. Kinkead, Censor Librorum,
Imprimatur: + MICHAEL AUGUSTINE, Archbishop of New York.
New York, August 8, 1899.
Copyright 1899, by Benzinger Brothers

p.p. 436, 442, 444, 447

Thus, to be saved and to defend the Faith, i.e. to practice it in daily life, Catholics are not obliged to join any military order; they should just keep God’s and His Church’s commandments.

Those who want to be a soldier of Christ and a zealous defender of Christian Faith should receive the Sacrament of Confirmation.

The Moral Theology teaches about the Sacrament of Confirmation:

Confirmation is the Sacrament in which, through the imposition of hands and anointing with chrism together with the use of certain sacred words, a baptized person receives the Holy Ghost in order to steadfastly confess his faith by word and deed”.

“The effects of Confirmation are: an increase of sanctifying grace and of the Gifts of the Holy Ghost, a strengthening of the faith to combat the enemies of salvation, and the impression of an indelible character which marks the recipient as a soldier of Christ”.

“A grave obligation to be confirmed cannot be proved with certainity. He sins gravely, however, who refuses to be confirmed out of contempt. Great stress should be laid upon the reception of this holy Sacrament by reason of the increased paganizing influences of our times.”

Moral Theology
by Rev. Heribert Jone, O.F.M. CAP., J.C.D., by Rev. Urban Adelman, O.F.M. CAP., J.C.D.
The Mercier Press Limited, Cork, Ireland
Nihil Obstat: PIUS KAELIN, O.F.M. CAP, Censor Deputatus
Imprimi Potest: VICTOR GREEN, O.F.V. CAP., Provincial, July 2, 1955
Nihil Obstat: RICHARD GINDER, S.T.I., Censor Librorum
Imprimatur: JOHN FRANCIS DEARDEN, D.D., Bishop of Pittsburg, August 15, 1955
Copyright 1929 and 1951
Printed in the United states of America
p.p. 336, 337, 342.

So, as we see, according to the teaching of Our Lord Jesus Christ and His Catholic Church, it is possible and even is obligatory to be a soldier of Christ.

There is no obligation, however, to be a member of a military order of the Middle Age type. As well it is absolutely understandable from the teaching, that outside of such military orders there is salvation, but there is no salvation outside of the Catholic Church.

Someone could say, that being a citizen of an earthly state, we have a duty to defend our families and our earthly motherland by taking part in military service.

Yes, that is a correct statement. Citizens, particularly men liable to military service, have a duty (vocation) to defend the borders of an earthly state by means of a deadly sword. But that is another theme entirely.

Above all earthly duties and vocations, via the Sacrament of Baptism we have the supernatural vocation to become citizens of the Heavenly State, and furthermore via the Sacrament of Confirmation, to be soldiers of Christ, whose duty is to defend the borderless Kingdom of Christ by means of “the sword of the Spirit”.

To be the defenders of a temporal motherland by means of deadly weapons, in just battles, is a noble and great vocation for Catholic men who are able to do this military service.

But the noblest and greatest Vocation of every Catholic, in all times is to be knights and crusaders by means of the “the sword of the Spirit”. In order to spread the Perpetual Kingdom of Christ, this Vocation was an obligation in the beginning, it is an actual obligation now, and it will be an actual obligation until the consummation of the world, until the Second Advent of Our Lord Jesus Christ.

Fr. UK

P.S. To see the position of the Church, according to The Code of Canon Law of 1918, concerning the participation of the clergy and religious in the army and politics, see the following Appendix:

OCCUPATIONS AND AMUSEMENTS FORBIDDEN TO THE CLERGY

CAN. 138

Clerici ab iis omnibus quae statum suum dedecent, prorsus abstineant; indecoras artes ne exerceant; aleatoriis ludis, pecunia exposita, ne vacant; arma ne gestent, nisi quando iusta timendi causa subsit; venationi ne indulgeant, clamorosam autem nunquam ex erceant; tabernas aliaque similia loca sine necessitate aut alia iusta causa ab Ordinario loci probata ne ingrediantur.

The carrying of arms, fire arms as well as others, is forbidden also in the Decretals.47 But we remember that, about ten years ago, when there was a morbid agitation against the clergy in Italy, and especially in Rome, many priests received license from the Pretor to carry a revolver. This was purely a means of self-defence; hence the very reasonable clause in the new Code.

47 C. 2, X, III, I.

CAN. 141

1. Sæcularem militiam ne capessant voluntarii, nisi cum sui Ordinarii licentia, ut citius liberi evadant, id fecerint; neve intestinis bellis et ordinis publici perturbationibus opem quoquo modo ferant.
2. Clericus minor qui contra præscriptum paragraph 1 sponte sua militiæ nomen dederit, ipso iure e statu clericali decidit.

The first clause of the first paragraph and the second paragraph treat the same subject, viz.: volunteering for military service, which now-a-days is mostly done by enlisting in the army or navy. Some countries permit clerical students to escape further service by volunteering for one year. If a cleric in minor or major orders should wish to choose this course, he must first obtain the permission of his Ordinary. A cleric in minor orders who voluntarily enlists against the prescription of paragraph I, forfeits the clerical state. 69

To participate in internal troubles (revolutions, etc.) is strictly forbidden to the clergy. Leo XIII advised the Spanish clergy not to allow themselves to be wholly absorbed by party spirit lest they might seem to care more for human than for heavenly things.70  As to political activity in the U. S., which a clergyman might be called upon to take up, a time may come when the freedom of our schools will require the clergy to exert political influence. The social question, too, is becoming a “burning”  problem in public life. In any combat for principles the direction of political action will rest, first and above all, with the hierarchy. Uniform procedure, firm and unflinching, will lend great strength to the cause of the Church. But moderation and loyalty must always be combined with firmness, and the clergy will usually be safe if they follow the guidance of the hierarchy.

In purely political issues arising between parties the clergy are free, and the bishop cannot compel them to follow his opinion, much less forbid them to vote. For the right of voting is, radically at least, an inborn right, inherent in a citizen by the fact of his belonging to the State. And the State we hold to be of natural or divine origin. Hence the clergy, remaining citizens though clerics, cannot be deprived of that natural right by any authority, except by way of penalty.

However, we would not deny ecclesiastical authorities the right to forbid the clergy to vote in some particular case which involves great disturbance to state or diocese.71 But this only by way of exception. And what we have said concerning the clergy in general, must fully be applied to religious, for that mystic mors civilis has now ceased in most countries.

69 Can. 188, 6. Decidere a statu clericali it seems to us, involves a radical and absolute loss of that state, wherefore the reassuming of the clerical garb, which formerly (cfr. Bened. XIV, De  Syn. Dioesc., XII, 3, i) could be performed privately, is no longer sufficient.

70 “Cum multa,” Dec. 8, 1882; “Postquam catholici,” Dec. 10, 1894; S.C.P.F., Instr. of Nov. 23, 1845, n. 7; S.C.C., Jul. 12, 1900.

71 Leo XIII, “Cum multa”; Heiner, i. c., I, 229, justly remarks that the bishops are empowered to see to it that the clergy do not, on account of political activity, neglect their clerical duties or transgress the bounds of Christian charity and truthfulness.

CAN. 188

Ob tacitam renuntiationem ab ipso iure admissam quaelibet officia vacant ipso facto et sine ulla declaratione, si clericus:

6. Contra præscriptum can. paragraph 141, i militiae sæculari nomen sponte dederit.

This canon presumes resignation, to which it applies the effect which certain facts are supposed to produce under the law. This effect is vacancy of the office held, whether adduced by privation, as punishment,20 or simply due to the incompatibility of certain offices with the newly chosen state of life or other offices.

(6) Enlisting in the army has been touched above.26

20 Really, it would be privation, but the Code presumes resignation ipso facto.

26 Can. 141.

A COMMENTARY ON THE NEW CODE OF CANON LAW
By THE REV. CHAS. AUGUSTINE, O.S.B., D.D.
Professor of Canon Law
VOLUME II. Clergy and Hierarchy (p.p. 86, 87, 93, 94, 95, 160)
B. HERDER BOOK CO.
17 SOUTH BROADWAY, ST. Louis, Mo.
AND 68 GREAT RUSSELL ST. LONDON, W. C.
1918
Cum Permissu Superiorum
NIHIL OBSTAT. F. G. Holweck, Censor Librorum. Sti. Ludovici, die Sept.7,1918
IMPRIMATUR. +Joannes J. Glennon, Archiepiscopus Sti. Ludovici. Sti. Ludovici, die Sept.8,1918
Copyright, 1918 by Joseph Gummersbach
All rights reserved
Printed in U. S. A.

Fr. UK

[Soldati di Cristo, ma … con la “spada dello Spirito”!]

Ci sono taluni che pensano sia il caso di ripristinare gli “Ordini Militari” dell’epoca medioevale, allo scopo di difendere la Fede cattolica e la Chiesa dai suoi nemici, con l’impiego di armi letali. – Ora è ben noto che gli Ordini Militari nel Medioevo abbiano svolto un  ruolo importante allorquando la Chiesa Cattolica aveva milioni di fedeli, ed i monarchi che li sostenevano erano Cattolici. Di solito il sostentamento degli Ordini Militari era fornito mediante la direzione ed il contributo generoso di persone facoltose, le quali offrivano le loro proprietà ed i loro beni diventando cavalieri, e dalle autorità civili che erano davvero zelanti cattolici. – Inoltre, quando parliamo di Ordini Monastici Militari del Medioevo, dovremmo ricordare una sfumatura importante: sì, è vero che i Papi talvolta approvassero gli Ordini Militari, e persino chiedessero agli uomini, ad esempio, di difendere la Terra Santa e gli Stati Cristiani in Europa dall’invasione dei musulmani. Ma altre volte i Papi proibivano e persino scioglievano gli Ordini Monastici già esistenti. I Papi hanno fatto questo, perché gli Ordini Militari non sono un dogma di Fede, e non c’è un grave dovere per i fedeli di diventare membri di tali ordini. Gli Ordini Militari non erano un mezzo di salvezza delle anime, bensì uno strumento temporale per l’una o per l’altra situazione terrena. –

“Nel 1312, nel Concilio di Vienna, papa Clemente V soppresse l’Ordine dei Cavalieri Templari come una questione di prudenza”. (pagina 95). “Quindicesimo Concilio Generale: Il Concilio di Vienne nell’anno 1312 soppresse l’ordine dei Cavalieri Templari, per gli errori condannati contro la fede e promulgando i canoni disciplinari per il migliore governo della Chiesa “(p.113).

COMPENDIUM OF CHURCH HISTORY.
COMPILED FOR USE IN CATHOLIC SCHOOLS
BY THE SISTERS OF NOTRE DAME, NAMUR.
NEW YORK. SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS.
Nihil Obstat: KEMHUUS LAFORT, S.T. L., Censor.
Imprimatur: +J.J011N M. FARLEY, D.D., Archbishop of New York,
NEW YORK, January 2, 1911.
COPYRIGHT, 1911, BY SCHWARTZ, KIRWIN & FAUSS. p.p. 95, 113.

“Nella lunga lista di ordini militari ce ne sono diversi che riescono a compiere il loro lavoro quotidiano, un lavoro che non avrebbe potuto essere realizzato così bene in nessun’altro modo. Quando l’organizzazione della società nel suo insieme era ancora incompleta, i re erano lieti di impiegare queste organizzazioni irregolari, in cui il principio trainante era l’entusiasmo religioso o l’amore per la fama, il controllo dei nemici all’esterno e degli abusi all’interno, abusi che altrimenti non sarebbero stati facilmente regolati, ma non è impossibile sospettare che una gran numero di queste istituzioni abbia fatto più male che bene, promuovendo l’orgoglio e l’esclusività di aristocratici, o assecondando la vanità sociale o personale, innalzando inutilmente barriere tra classe e classe, e fornendo combustibile a quei sentimenti di invidia e alienazione che non sono solo appagati dalla rivoluzione. (Helyot.)”(p.p. 577, 578.)

“I cavalieri presero i tre voti religiosi; la prosperità si riversò su di loro, fu persino spinta su di loro, ma questa ingrandì l’ordine, non l’individuo. In poco più di un secolo i nove cavalieri erano diventati un esercito addestrato di quindicimila guerrieri. Questo fervore declinò, il contatto con le abitudini orientali a volte corruppe, al punto che il rispetto a cui erano tenuti degenerò in orgoglio, e la prosperità traboccante a volte portò il lusso insieme ad essa – tutto ciò è vero, ma ammettere che il  Templari, come gli altri uomini, sentivano la pressione delle circostanze ed erano soggetti alla fragilità umana, non è una prova che il loro istituto fosse un errore o un danno. Mentre il regno cristiano subiva, i Templari combattevano strenuamente per la sua conservazione, ma la sfortunata rivalità tra loro e i Cavalieri di San Giovanni [OSPEDALIERI] ha privato gli sforzi militari di entrambi gli ordini di gran parte della loro efficacia “. … “Filippo il Bello, irritato dallo stato e dallo splendore che i Templari avevano raggiunto, e desiderando la loro ricchezza, ordì un profondo complotto per la loro distruzione. Un Templare italiano apostata ed un eretico francese, suo complice, informarono il re che essi potevano fare rivelazioni spaventose. Furono così formulate accuse (1307), prima fra tutte quella di negare formalmente il Cristo e lo sputare sulla croce al momento dell’iniziazione nell’ordine. Furono anche accusati di stregoneria, di idolatria, di cupe ed innaturali concupiscenze, di far sì che parti del Canone della Messa fossero omesse nelle loro chiese, di tradire la causa cristiana in Oriente, ecc. “…” Il Concilio di Vienne (1311) decretò il completo scioglimento dell’ordine. “(Pp 790, 791).

[ A CATHOLIC DICTIONARY.
BY REV. WILLIAM E. ADDIS and THOMAS ARNOLD, M.A. NEW YORK. THE CATHOLIC PUBLICATION SOCIETY CO. 9 BARCLAY STREET.  1887.
NlHIL OBSTAT. EDUARDUS S. KEOGH, CONG. ORAT., CENSOR DEPUTATUS.
IMPRIMATUR. HENRICUS EDUARDUS, CARD. ARCHIEP. WESTMONAST. Die 18 Dec., 1883.
IMPRIMATUR. JOHN CARD. McCLOSKEY, ARCHBISHOP OF NEW YORK.
Feb. 14, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1884.
Copyright, LAWRENCE KEHOE, 1887.
p.p. 577,578, 790, 791.].

Ma, oggi, nella situazione cioè in cui la Chiesa Cattolica è in minoranza e persino “in eclissi”, tutte le sue chiese, i monasteri, gli ospedali, le scuole, le terre ecc. sono già state espropriate, usurpate, e non sono più di proprietà della Chiesa stessa, ed inoltre non c’è nemmeno un Monarca cattolico che sarebbe in grado di sostenere la Chiesa Cattolica; la situazione pertanto è completamente diversa, e quindi ciò che era possibile nel Medioevo, oggi è assolutamente impossibile. – Ma le circostanze storiche nelle quali ci troviamo, hanno una relativa importanza! Dio non ha bisogno di difendere la Sua Chiesa e la sua fede per mezzo di una spada, di una pistola o di un plotone di artiglieria. In realtà Dio non ha bisogno del nostro aiuto, vuole solo la nostra umile collaborazione per diffondere il Suo Vangelo. Egli vuole non che lo difendiamo, ma vuole difenderci Lui stesso dai nostri peccati. Non noi, ma Egli è venuto per salvarci dai nostri peccati. – Nostro Signore Gesù Cristo stesso non ha tollerato l’attività “cavalleresca” di San Pietro, che, anche per motivi soprannaturali, ha voluto difenderlo con la spada: “Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, allungando la mano, estrasse la sua spada; e colpendo il servo del sommo sacerdote gli tagliò l’orecchio destro. Allora Gesù gli disse: Rimetti la tua spada al suo posto; poiché tutti coloro che metteranno mano alla spada periranno per mezzo della spada (chi di spada ferisce di spada perisce!). Pensa, non potrei Io forse chiedere aiuto al Padre Mio, Lui manderebbe immediatamente più di dodici legioni di Angeli?”(San Matteo XXVI: 51-53). – “Allora Simon Pietro, impugnando una spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote tagliandogli l’orecchio destro. E il nome del servo era Malco. Quindi Gesù disse a Pietro: riponi la spada nel fodero. Il calice che mio Padre mi ha dato, non lo berrò?”(San Giovanni XVIII: 10-11). – Gesù Cristo non solo ha comandato a San Pietro di “riporre la spada nel fodero”, ma ha anche guarito il servo del sommo sacerdote, che era suo personale acerrimo nemico: “E quando gli toccò l’orecchio, lo guarì” (San Luca XXII:51). Sembra incredibile, ma quello è stato un fatto vero della vita terrena del Nostro Salvatore. – Ai nostri giorni, i doveri di difendere la Fede e di sconfiggere i nemici della Fede, della Chiesa e di Dio stesso, sono principalmente di matrice spirituale, da attuarsi mediante le armi spirituali. – E a tal proposito, vediamo come gli stessi doveri obbligavano i Cristiani fin dall’inizio della Chiesa. San Paolo Apostolo, “un ambasciatore in catene”, insegna: “In tutte le cose prendi lo scudo della fede, con cui potresti essere in grado di spegnere tutti i più feroci dardi infuocati. E prenditi l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito (che è la parola di Dio)” (Agli Efesini VI: 16-17). – Nostro Signore non ha dato alla Sua Chiesa un comandamento per uccidere le persone, ma ha dato alla Sua Chiesa il sommo Comandamento: “Andando, dunque, insegnate a tutte le nazioni; battezzando nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando ad osservare tutte le cose che vi ho comandato.” (San Matteo XXVIII: 19-20). – Inoltre, il Catechismo Cattolico, la Teologia Morale, la Teologia dogmatica, ecc. non dicono nulla sugli Ordini Militari come mezzo di salvezza delle anime. – Ad esempio, il Catechismo Cattolico insegna che la cosa principale per l’uomo sia la salvezza mediante le buone opere e l’unione dell’anima a Dio. “Le buone opere sono necessarie per la salvezza. Le opere buone più gradite agli occhi di Dio e le più raccomandate sono queste: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. – La preghiera, il digiuno e l’elemosina sono i mezzi principali per raggiungere la perfezione, perché combattono i tre appetiti malvagi: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita; così l’anima è in grado di elevarsi più liberamente a Dio! – Le virtù che uniscono la nostra anima a Dio sono le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. Riceviamo le tre virtù teologali per renderci capaci di eseguire buone opere contemporaneamente con la grazia santificante.

Le principali virtù morali sono le sette virtù capitali: umiltà, obbedienza, mitezza, liberalità, temperanza, castità, benignità. – Tutte le virtù morali derivano dalle quattro virtù cardinali: la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza (Sap. VIII).

“La più grande e più nobile di tutte le virtù è la carità”. Perchè questa sola unisce l’uomo a Dio, questa da sola dà valore alle altre virtù, e solo essa continuerà oltre la morte”.

[The Catechism Explained,

From the original of Rev. Francis Spirago, Professor of Theology, Edited by Rev. Richard F. Clarke, S.J. New York, Cincinnati, Chicago

Benzinger Brothers. Printers to the Holy Apostolic See 1899

Nihil Obstat: Thos. L. Kinkead, Censor Librorum – Imprimatur: + MICHAEL AUGUSTINE, Archbishop of New York. New York, August 8, 1899.

Copyright 1899, by Benzinger Brothers

p.p. 436, 442, 444, 447

Quindi, per essere salvati e per difendere la Fede, cioè per praticarla nella vita quotidiana, i Cattolici non sono obbligati ad unirsi a nessun Ordine Militare, devono semplicemente osservare i Comandamenti di Dio ed i precetti della Sua Chiesa. – Coloro che vogliono essere soldati di Cristo, zelanti difensori della fede cristiana, dovrebbero ricevere il Sacramento della Cresima. La teologia morale infatti, insegna riguardo al Sacramento della Cresima: “La Confermazione o Cresima è il Sacramento per mezzo del quale, attraverso l’imposizione delle mani, l’unzione del Sacro crisma ed il proferimento di determinate parole sacre, un battezzato riceve lo Spirito Santo per confessare fermamente la sua fede con parole e azioni” – “Gli effetti della Cresima sono: un aumento della grazia santificante e dei Doni dello Spirito Santo, un rafforzamento della fede per combattere i nemici della salvezza e l’impressione di un carattere indelebile che segna il destinatario come un Soldato di Cristo” . “… Peccano gravemente, tuttavia, coloro che rifiutano  di essere confermati per disprezzo”. – Quindi, come vediamo, secondo l’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo e della Sua Chiesa Cattolica, è possibile ed anzi è obbligatorio essere un Soldato di Cristo, ma non c’è alcun obbligo  di essere membri di un Ordine Militare di stampo medievale. Inoltre è assolutamente chiaro e comprensibile dall’insegnamento dottrinale, che al di fuori di tali Ordini Militari c’è la salvezza, ma non c’è salvezza al di fuori della Chiesa Cattolica. – Qualcuno potrebbe forse obiettare che, essendo cittadini di uno stato terreno, abbiamo il dovere di difendere le nostre famiglie e la nostra patria terrestre, prendendo parte ad un servizio militare. – Sì, è questa un’affermazione corretta. I cittadini, in particolare gli uomini atti, soggetti al servizio militare, hanno il dovere (o in certi casi la vocazione) di difendere i confini di uno stato terreno mediante una spada mortale. Ma questo è un altro tema. – Al di sopra di tutti i doveri e delle vocazioni terrene, attraverso il Sacramento del Battesimo abbiamo ricevuto la vocazione soprannaturale di diventare cittadini dello Stato Celeste, e inoltre, tramite il Sacramento della Confermazione, di essere Soldati di Cristo, il cui compito è difendere il Regno di Cristo senza confini mediante “la spada dello Spirito”. – Essere difensori della madrepatria temporale per mezzo delle micidiali armi di guerra, è una nobile e grande vocazione per gli uomini Cattolici che siano in grado di svolgere questo servizio militare. Ma la più nobile e la più grande vocazione di ogni Cattolico in tutti i tempi, è essere cavalieri e crociati per mezzo della “spada dello Spirito” per diffondere il Regno Perpetuo di Cristo. Questa Vocazione era un obbligo all’inizio, e tuttora ancora lo è, e lo sarà fino al compimento del mondo, fino alla Seconda Venuta di Nostro Signore Gesù Cristo.]

Fr. UK

[sac. della Chiesa Cattolica, una cum Gregorio XVIII].

(trad. redaz. di G. d. G.)

AI CHIERICI SONO PROIBITI  IMPIEGHI E DIVERTIMENTI

CAN. 138

Clerici ab iis omnibus quæ statum suum dedecent, prorsus abstineant; indecoras artes ne exerceant; aleatoriis ludis, pecunia exposita, ne vacant; arma ne gestent, nisi quando iusta timendi causa subsit; venationi ne indulgeant, clamorosam autem nunquam ex erceant; tabernas aliaque similia loca sine necessitate aut alia iusta causa ab Ordinario loci probata ne ingrediantur.

Il trasporto di armi, armi da fuoco e altri, è vietato anche nei Decreti. (C. 2, X, III, I).  Ma ricordiamo che, circa dieci anni fa, quando c’era un’agitazione accanita contro il clero in Italia, e specialmente a Roma, molti sacerdoti ricevevano licenza da Pretor per trasportare una pistola. Questo era puramente un mezzo di autodifesa; quindi la clausola molto ragionevole nel nuovo codice.

CAN. 141

1. Sæcularem militiam ne capessant voluntarii, nisi cum sui Ordinarii licentia, ut citius liberi evadant, id fecerint; neve intestinis bellis et ordinis publici perturbationibus opem quoquo modo ferant.
2. Clericus minor qui contra praescriptum paragraph 1
sponte sua militiæ nomen dederit, ipso iure e statu clericali decidit.

La prima clausola del primo paragrafo e il secondo paragrafo trattano lo stesso argomento, vale a dire: il volontariato per il servizio militare, che ora si svolge per lo più arruolandosi nell’esercito o nella marina. Alcuni paesi permettono agli studenti clericali di essere esonerati da un ulteriore servizio di volontariato per un anno. Se un chierico in ordini minori o maggiori dovesse voler scegliere questo corso, deve prima ottenere il permesso dal suo Ordinario. Un chierico in ordini minori che si arruola volontariamente contro la prescrizione del paragrafo I, perde lo stato clericale. (69) –

La partecipazione a questioni interne (rivoluzioni, ecc.) è severamente vietata al clero. Leone XIII consigliò al clero spagnolo di non lasciarsi assorbire interamente dallo spirito di partito, per paura che sembrasse che si preoccupassero più dei problemi umani che per le cose celesti. (70) Per quanto riguarda l’attività politica negli Stati Uniti, ove un ecclesiastico potrebbe essere chiamato a prenderne parte, potrebbe arrivare un momento in cui la libertà delle nostre scuole richiederà al clero di esercitare un’influenza politica. Anche la questione sociale sta diventando un problema “ardente” nella vita pubblica. In qualsiasi combattimento per i princìpi, la direzione dell’azione politica si baserà, prima di tutto e soprattutto, sulla gerarchia. Una procedura uniforme, ferma e risoluta, darà grande forza alla causa della Chiesa. Ma la moderazione e la lealtà devono sempre essere combinate con fermezza, e il clero sarà di solito al sicuro se seguirà la guida della gerarchia.

Nelle questioni puramente politiche che sorgono tra i partiti, il clero è libero e il Vescovo non può costringerli a seguire la sua opinione, né tanto meno vietare loro di votare. Perché il diritto di voto è, almeno in modo radicale, un diritto innato, inerente a un cittadino per il fatto di appartenere allo Stato. E lo Stato riteniamo essere di origine naturale o divina. Quindi il clero, i restanti cittadini, sebbene chierici, non possono essere privati di quel diritto naturale da alcuna autorità, tranne che a titolo di penalità.

Tuttavia, non negheremmo alle autorità ecclesiastiche il diritto di vietare al clero di votare in un caso particolare che comporta un grande turbamento allo stato o alla diocesi. (71) Ma ciò solo in via eccezionale. E ciò che abbiamo detto riguardo il clero in generale, deve essere pienamente applicato ai religiosi, poiché il mistico mors civilis è ormai cessato nella maggior parte dei paesi.

[69] Can. 188, 6. Decidere a statu clericali … sembra implicare una perdita radicale e assoluta di quello stato, onde il poter riassumere l’abito clericale, come in precedenza  (cfr. Bened. XIV, De  Syn. Dioesc., XII, 3, i) quando ciò poteva essere fatto privatamente, non è più possibile.

[70] “Cum multa,” Dec. 8, 1882; “Postquam catholici,” Dec. 10, 1894; S.C.P.F., Instr. of Nov. 23, 1845, n. 7; S.C.C., Jul. 12, 1900.

[71] Leo XIII, “Cum multa”; Heiner, i. c., I, 229, giustamente osserva che i Vescovi hanno il potere di fare in modo che il clero, a causa dell’attività politica, non trascuri il proprio dovere ecclesiastico o trasgredisca i limiti della carità cristiana e della sincerità.

CAN. 188

Ob tacitam renuntiationem ab ipso iure admissam quælibet officia vacant ipso facto et sine ulla declaratione, si clericus:

6. Contra præscriptum can. paragraph 141, i militiæ sæculari nomen sponte dederit.

Questo canone presume la rassegnazione, a cui è applicato l’effetto che determinati fatti dovrebbero produrre per legge. Questo effetto è la vacanza della carica ricoperta, che si produce per privazione, come punizione, (20) o semplicemente a causa dell’incompatibilità di alcuni uffici con il nuovo stato di vita o di altri uffici.

(6) L’arruolamento nell’esercito è stato tattato sopra26

 20 In realtà, sarebbe una privazione, ma il Codice presume la dimissione “ipso facto”.

26 Can. 141.

A COMMENTARY ON THE NEW CODE OF CANON LAW
By THE REV. CHAS. AUGUSTINE, O.S.B., D.D.
Professor of Canon Law
VOLUME II. Clergy and Hierarchy (p.p. 86, 87, 93, 94, 95, 160)
B. HERDER BOOK CO.
17 SOUTH BROADWAY, ST. Louis, Mo.
AND 68 GREAT RUSSELL ST. LONDON, W. C.
1918
Cum Permissu Superiorum
NIHIL OBSTAT. F. G. Holweck, Censor Librorum. Sti. Ludovici, die Sept.7,1918
IMPRIMATUR. +Joannes J. Glennon, Archiepiscopus Sti. Ludovici. Sti. Ludovici, die Sept.8,1918
Copyright, 1918 by Joseph Gummersbach
All rights reserved
Printed in U. S. A.

ERESIA

Nelle attuali foschie/follie dottrinali, comuni alle diatribe inutili e ridicole tra gruppi o corpuscoli settari filo-modernisti o filo-[pseudo-] tradizionalisti, si può rilevare, specie tra laici autoreferenziati “teologi-fai-da-te”, l’ignoranza abissale delle più elementari definizioni teologiche, oltre che delle verità dogmatiche e magisteriali, per cui si usano impropriamente termini e locuzioni, senza comprenderne il reale significato ed usandole a sproposito tale, da non sapere se ridere o piangere, specie se utilizzate nei confronti della Chiesa Eclissata o del Papa “impedito” Gregorio XVII, già Cardinal Siri. Si è così sentito il bisogno di compensare almeno approssimativamente qualche lacuna tra le più marcate. Parliamo oggi di:

ERESIA

[Da: Enciclopedia cattolica vol. V, coll. 487-490]

ERESIA. – Parola greca, che significa « scelta », « elezione ».

SOMMARIO: I. Nozioni generali. – II. Nella dogmatica : l’e.-dottrina. – III. Nella morale: l’e.-peccato. – IV. Nel diritto canonico : l’e.-delitto. –

I. NOZIONI GENERALI. – Il termine assai frequente nell’uso profano, originariamente serviva soprattutto a indicare la preferenza per una data dottrina religiosa, filosofica o politica, poi i seguaci di tale dottrina e infine la dottrina stessa, senza però includere alcuna nota di biasimo o di condanna. Nel Nuovo Testamento, dove ricorre per 9 volte, è usata in senso di setta o dottrina da riprovarsi: così S. Paolo respinge il titolo di e. applicato dai Giudei al Cristianesimo nascente (Act. XXIV, 14).

I Padri Apostolici, gli apologisti e specialmente Tertulliano (De Præscr.., 6) ne precisano ulteriormente il significato, qualificando per eretici quanti vogliono introdurre una variazione personale in seno al Cristianesimo in contrasto con l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Finalmente con S. Girolamo il termine fu usato solo per indicare gruppi separati dalla Chiesa per false dottrine, mentre si chamò scisma il distacco per rifiuto di obbedienza  alla gerarchia: « Inter hæresim et Schisma, hoc arbitror interesse, quod hæresis perversum dogma habeat, schisma autem quod ab Ecclesia separet » (In Epist. Ad Titum: PL 26, 598). Resta  così ormai fissato che nell’eresia prevale un dissenso dottrinale, nello scisma un dissenso disciplinare. Termini e concetto, elaborati in tal modo dai Padri, passarono nell’uso ecclesiastico successivo. L’e. presenta molteplici problemi per la teologia, da esaminare considerandone l’aspetto dogmatico, morale, canonico e storico.

II. NELLA DOGMATICA: L’E.-DOTTRINA. – Oggettivamente considerata, l’e. può definirsi « una dottrina che contraddice direttamente a una verità rivelata e come tale proposta dalla Chiesa ai fedeli ». Un triplice elemento viene dunque a comporla: 1. Una verità rivelata, contenuta cioè implicitamente esplicitamente, ma formalmente in una almeno delle due fonti della Rivelazione. Non potranno costituire materia di e. né le verità dedotte da principi rivelati mediante una premessa di naturale (conclusioni teologiche), né quelle verità filosofiche o quei fatti che sono intimamente e necessariamente connessi con la dichiarazione e la sicurezza della Rivelazione stessa. Tali verità e fatti rientrano bensì nell’orbita dell’infallibilità della Chiesa, da cui potrebbero ricevere anche certezza e immutabilità assoluta, non per questo però diventano rivelati, da credersi cioè sull’autorità di Dio, o come si suol dire, con fede divina. 2. Un intervento del magistero infallibile della Chiesa che attesti il carattere rivelato della dottrina, per cui ciò che prima era solo oggetto di fede divina viene ad assumere la qualifica di verità da credersi per fede divina e cattolica. 3. Un’opposizione alla verità rivelata; e tale opposizione deve essere immediata, diretta e contraddittoria. Mancando uno di tali elementi, una proposizione non potrà dirsi propriamente eretica, ma, secondo i casi, si chiamerà: prossima all’e., se contraddice a una dottrina prossima alla fede, cioè a quella che, pur non essendo ancora definita, è considerata dai teologi come definibile; erronea, se nega una conclusione teologica o in genere una verità intimamente connessa con il dogma; sapiens hæresim, se la forma dell’espressione in certe circostanze genera sospetto di e. .

III. NELLA MORALE: L’E. – PECCATO. – S. Tommaso la riduce ad una specie di infedeltà positiva (Sum. Theol., 2a – 2æ, q. 11, a. 1). Quindi come peccato si suole definire: « l’errore volontario e pertinace di un cristiano contro una verità divino-cattolica ». Si dice: Errore volontario. Il peccato di e., infatti, corrispondendo in senso contrario all’atto di fede, è anzitutto un atto dell’intelletto costituito da un giudizio erroneo contro la regola della fede. Esso può manifestarsi in una negazione oppure anche in un dubbio positivo che riduca la certezza a semplice opinione. Il dubbio negativo che si limita a una sospensione di giudizio, quantunque possa essere gravemente peccaminoso, non si oppone ancora direttamente alla fede. Il dubbio positivo invece, appunto perché infirma l’adesione all’insegnamento della Chiesa, è già una rivolta formale contro la fede stessa, che importa un assenso fermo e incrollabile. Oltre l’elemento intellettuale, nella genesi dell’e. interviene pure un impulso da parte della volontà, analogamente a quanto avviene per l’atto di fede: solo per mezzo di tale influsso infatti si spiega come l’intelletto possa liberamente determinarsi a dare il suo assenso erroneo circa la Rivelazione. 2. Pertinace. Questa pertinacia costituisce l’elemento specifico della sua colpevolezza morale. – Non consiste in una ostinazione speciale, ma nella consapevolezza che uno ha di opporsi alla regola della fede, per cui, mancando questa, l’e. sarà puramente materiale, non formale. 3. Di un cristiano, per cui il soggetto capace può essere solo chi per mezzo del Battesimo è entrato a far parte della società ecclesiastica: il catecumeno quindi, o chi è stato invalidamente battezzato, potrà commettere peccato di infedeltà, non di e. 4. Contro una verità, ecc. Queste parole si riferiscono all’elemento oggettivo già sopra trattato. Il peccato di e. si suddivide in: 1. formale e materiale, se è congiunto o meno con la pertinacia; 2. Interno ed esterno, se risiede solo nell’animo oppure si manifesta anche esteriormente; 3. occulto e pubblico, se viene manifestato o a nessuno o a pochi e in segreto, oppure davanti ad un numero considerevole di persone. Tra i peccati di infedeltà è il più grave, perché più di ogni altro si oppone alla virtù della fede: anzi per tale opposizione supera la gravità di qualsiasi peccato, ad eccezione dell’odio contro Dio. Tale gravità si riflette nelle molteplici conseguenze che vengono a colpire l’eretico nei rapporti con la vita interiore cristiana e con la società ecclesiastica. Le più importanti sono : 1. la perdita della vita della Grazia; 2. la distruzione della virtù infusa della fede; 3. la separazione dal corpo della Chiesa nel caso di e. pubblica, per cui l’eretico viene a costituirsi membro avulso e separato, anche se, come vuole la dottrina più comune, aderisce all’è, solo materialmente. Non è certo che altrettanto possa dirsi dell’eretico occulto, di chi cioè ancora non si è professato tale ufficialmente.

IV. NEL DIRITTO CANONICO: L’E.- DELITTO. – L’e., in quanto rompe l’unità della Chiesa, è per sua natura un fatto eminentemente antisociale: non può quindi sottrarsi al potere coercitivo della medesima. Per quanto grave però sia nei confronti della dottrina e della morale, il peccato di e., se rimane un fatto puramente interno, non costituisce ancora un delitto nel senso giuridico della parola, passibile quindi di sanzioni canoniche. Per divenire tale, è necessario che l’e. rivesta anche un carattere esterno, pubblico od occulto che sia. Tale manifestazione esterna può esprimersi in qualsiasi maniera, con segni, scritti, parole e azioni, purché risulti sufficientemente che si tratta di un’adesione vera e propria e per di più pienamente deliberata, cioè formale. Vario fu il modo usato lungo i secoli dalla Chiesa nella repressione dell’e. Severissima da principio, più tardi temperò alquanto il primitivo rigore, pur riservando a tale delitto penitenze molto gravose. Divenuto cristiano l’Impero, alle pene ecclesiastiche si aggiunsero ancora sanzioni civili come l’esilio, la confisca dei beni e anche la morte. Particolarmente aspra fu la lotta contro gli eretici dopo il Mille, per l’insorgere di nuovi movimenti ereticali. Rimonta a quest’epoca l’istituzione dell’Inquisizione. – Le pene oggi in vigore sono le seguenti (can. 2314 del CIC): 1. Gli eretici incorrono ipso facto nella scomunica. – 2. Se ammoniti non si ravvedono, saranno privati dei benefìci, dignità, pensioni, uffici e altri incarichi ecclesiastici; saranno dichiarati infami e, se chierici, dopo una seconda ammonizione, deposti. – 3. Gli ascritti o aderenti pubblicamente a sètte acattoliche sono per ciò stesso infami, e, se chierici, dopo essere stati ammoniti inutilmente, devono esser degradati. – A chi è sospetto di e., inutilmente ammonito, saranno proibiti gli atti legittimi ecclesiastici, e, se chierico, sarà sospeso a divinis; se entro 6 mesi non si emenda, sarà considerato eretico (can. 2315). – L’assoluzione dalla scomunica è riservata alla Sede apostolica; se però il delitto fu deferito all’Ordinario in foro esterno, anche per libera confessione, questi, previa abiura, può assolvere il delinquente in foro esterno; questi quindi potrà dal confessore ricevere l’assoluzione dal peccato (can. 2314 § 2). …