CONOSCERE SAN PAOLO (31)

III. LE PREPARAZIONI PROVVIDENZIALI.

1. LA PRIMA TAPPA DELL’UMANITÀ. – 2. L’ÈRA DELLA PROMESSA. — 3. IL REGIME DELLA LEGGE. — 4. GLI ELEMENTI DEL MONDO. — 5. LA PIENEZZA DEI TEMPI.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Decretato il disegno della salvezza, bisognava differirne l’esecuzione? Poiché l’uomo non può rialzarsi da sé, a che scopo fargli sperimentare la propria impotenza? Quale gloria può rendere a Dio un ritardo fatale a tante vittime? Si risponde che avendo la missione del Cristo un effetto retroattivo, il valore della sua morte redentrice riguarda dunque anche le generazioni anteriori. Siccome vi furono dei giusti prima di Gesù Cristo e non poterono essere giusti se non per mezzo del Mediatore universale della grazia, i santi dell’antica alleanza sono dunque frutti anticipati del Calvario. Ma se l’Apostolo ci autorizza a trarre queste conclusioni non le trae egli stesso: egli si contenta di fare appello al « proposito » di Dio che si svolge « nel corso dei secoli » (Ephes. III, 11); al più invoca il bisogno provvidenziale di lasciare che i tempi giungano alla loro pienezza e il genere umano arrivi alla maggiore età. È legge di natura che si vada alla perfezione per gradi, e l’uomo non arriva all’età matura se non passando per l’infanzia e la giovinezza. Dio non ha sdegnato di piegarsi a queste armonie, perché esse fanno maggiormente risplendere la sua misericordia e la sua sapienza. Egli condurrà dunque l’uomo al suo punto terminale per quattro tappe successive: la legge di natura, il tempo delle promesse, il periodo dell’alleanza e l’èra della grazia. Così la provvidenza conduce l’umanità di progresso in progresso: questa idea eminentemente biblica, da cui si sono ispirati due dei più bei libri usciti dalla mano dell’uomo, è quella che si è convenuto di chiamare, in san Paolo, la filosofia della storia, è quella che assai più giustamente si chiamerebbe la sua teologia della provvidenza. – La creazione della prima coppia umana apre la storia religiosa dell’umanità. San Paolo non ci dice quale sarebbe stata la condizione dell’uomo sopra la terra, se l’uomo non avesse peccato: come i suoi colleghi egli non cerca di esplorare le regioni nebulose delle possibilità o delle ipotesi e raramente spinge il suo sguardo di là dall’orizzonte reale. Egli si contenta di rimandarci al racconto della Genesi quando fa dipendere dalla disobbedienza di Adamo la perdita dell’amicizia divina, la morte e l’inclinazione al male. Egli non fa nessuna allusione a una rivelazione primitiva, poiché la rivelazione per mezzo della quale i pagani percepivano gli attributi di Dio nello specchio del mondo sensibile, è una rivelazione naturale, inerente all’intelligenza (Rom. I, 20), e la conoscenza che essi ebbero della legge eterna non era che il giudizio della loro coscienza e della loro ragione (Rom. II, 14-15). – La sollecitudine di cui furono sempre oggetto i pagani anche quando furono peggiori i loro traviamenti, quella sollecitudine che aveva lo scopo immediato di incitarli a cercare Dio e lo scopo ultimo di condurveli (Act. XVII, 26-27), non si potrebbe chiamare provvidenza soprannaturale, se non si fosse prima dimostrato che non ve ne fu altra nell’ordine presente. In virtù della stessa provvidenza, Dio li tiene, come gli Ebrei, sotto il dominio del peccato: a tutti poi si propone di fare misericordia (Rom. XI, 32; Gal. III, 22). Se altrove si dice che Dio, « nei secoli passati, lasciò che tutti i Gentili camminassero nelle loro vie (Act. XIV, 16) » tortuose, che li abbandonò ai loro istinti perversi e al loro senso riprovato (Rom. I, 28), questo non si può intendere di un abbandono totale e assoluto, perché nello stesso luogo si afferma che Dio non ha cessato di rendere testimonianza a se stesso con i suoi benefizi (Act. XIV, 17), che rimane sempre il Dio dei Gentili non meno che degli Ebrei (Rom. III, 29), che medita di trarre profitto dalla loro miseria e persino dalla loro malizia, per trarli dall’abisso (Rom. III, 29). L’allegoria dell’olivo buono e dell’olivastro (Rom. XI, 24) dimostra bensì che gli Ebrei avevano ricevuto dal celeste agricoltore cure speciali, ma non permette di conchiudere che l’olivastro fosse restato privo di ogni cura; anzi l’educazione naturale della gentilità è talora messa a confronto con l’educazione soprannaturale di cui fu favorito il popolo eletto, e da ambe le parti le istituzioni morali e religiose che preludevano al Vangelo, per quanto fossero differenti, sono messe sotto il medesimo concetto di dottrine elementari e somigliate ad un alfabeto che il mondo, ancora bambino, si provava a decifrare (Gal. IV, 9; Col. II, 8). – La preparazione dei Gentili alla fede può parere soprattutto negativa; ma la diffusione del Cristianesimo nei paesi pagani sta a dimostrare che essa non fu meno efficace. Il disprezzo ispirato dall’assurda e immonda folla del panteon greco-romano, il disgusto prodotto, a lungo andare, da una corruzione sfrenata, la sazietà del vizio, che a poco a poco andava guadagnando le anime oneste, il disordine intellettuale prodotto dal fallimento delle filosofie, l’aspirazione ad un ideale religioso più elevato, il risveglio delle coscienze, il vago sospetto del Dio sconosciuto, furono altrettanti predicatori muti che prepararono la via ai banditori del Vangelo.

2. Tra lo stato di natura e il regime della Legge, s’intercala l’èra della promessa. Se ne potrebbero cercare gli inizi nel primo annunzio di un redentore dato subito dopo la caduta, oppure nella speranza data a Noè dopo il diluvio; ma si sa che l’Apostolo la fa datare da Abramo il quale la personifica. La promessa è quasi sempre definita con la Legge in funzione. Perché dunque la Legge! Essa fu aggiunta per le trasgressioni, fino a che venisse quel seme cui era stata fatta la promessa; (essa fu) promulgata dagli Angeli per mezzo di un mediatore. Ora il mediatore non è di uno solo, ma Dio è solo (Gal. III, 19-20). Bisogna dire che quest’ultima frase sia molto oscura, se suggerì agli esegeti centinaia di spiegazioni. Però, siccome la maggior parte dei commentatori suppongono, contro ogni evidenza, che qui il mediatore sia Gesù Cristo, e siccome quasi tutti gli altri considerano più le parole che il contesto, il numero delle interpretazioni veramente ammissibili si riduce in modo singolare. Il mediatore della Legge non è Gesù Cristo, ma Mosè, e lo scopo di san Paolo non è quello di far vedere la superiorità della Legge, ma la sua imperfezione e la sua instabilità. L’inferiorità della Legge, messa in confronto con la promessa, risulta, da questo stesso contrasto: la promessa è un testamento, la Legge è un contratto; la promessa è assoluta, la Legge è condizionata; la promessa viene da Dio senza intermediari, la Legge è promulgata dal mediatore; la promessa è confermata da Dio con giuramento, la Legge è preparata e trasmessa dagli Angeli. Per conseguenza la promessa è immutabile, la Legge è suscettibile di abrogazione; la promessa fatta senza limitazione di tempo è eterna, la Legge data sotto la riserva della promessa è temporanea; la promessa impegna la fedeltà di Dio in modo assoluto, la Legge non impegna la fedeltà di Dio se non soltanto finché dura la fedeltà del popolo. Tutto questo si riassume nella formola: « Il mediatore », per sua natura, « non è mediatore di un solo » contraente. Dove egli interviene, vi è sempre un contratto bilaterale, che, subordinato a due volontà differenti, si può rescindere; « ma », nella promessa fatta da Dio senza restrizioni e senza condizioni « Dio. è solo » in causa; nessuno potrà infirmare la sua irrevocabile decisione, ed Egli è obbligato verso se stesso a non ritirarla a danno degli interessati. Perciò la Legge, venendo dopo le promesse, non può né abolirle né modificarle; mentre la promessa di Dio porta in se stessa la sua garanzia. San Luca, san Paolo e l’autore dell’Epistola agli Ebrei sono i soli che parlino della promessa nel senso tecnico. Con questo essi intendono il complesso delle prospettive graziose aperte nell’avvenire al padre dei credenti, per lui e per la sua discendenza: il possesso di una dimora stabile, una discendenza più numerosa che le stelle del cielo ed i granelli di sabbia del deserto, finalmente e soprattutto la benedizione che si deve riversare sopra tutte le nazioni della terra. Nel senso più largo, la promessa comprende tutti i benefici messianici fino alla loro completa realizzazione in cielo. Siccome l’oggetto ne è insieme uno e multiplo, gli autori sacri parlano ora di più promesse, ora di una sola (Rom. IV, 13-20; IX, 8-9, etc. ); ma è certo che tutte le promesse hanno il loro compimento nel Cristo: « I n virtù della promessa Dio ha suscitato a Israele un Salvatore, Gesù… Poiché quanto vi è di promesse divine tutto è diventato in Lui; perciò anche noi (pronunziamo) per mezzo di lui alla gloria di Dio l’amen (II  Cor. ) » della lode e del ringraziamento. – Quali sono i veri eredi della promessa? A prima vista la risposta sembra facile. Il possesso delle promesse non è uno dei privilegi d’Israele? (Rom. IX, 4). I Gentili non erano estranei alla promessa e perciò senza speranza? (Ephes. II, 12). Il Cristo non è forse « ministro della circoncisione per (provare) le veracità di Dio, confermando le promesse fatte ai padri? (Rom. XV, 8) ». Ma d’altra parte, i Gentili divenuti Cristiani sono di pieno diritto compartecipi della promessa (Ephes. III, 6), e l’Apostolo afferma a più riprese che la promessa era loro destinata fin dall’origine (II Cor. VII, 1; Gal. IV, 28, etc.). Per risolvere l’antinomia, bisogna scoprire il principio secondo il quale si distribuiscono e si comunicano le benedizioni lasciate in eredità ad Abramo. Qui trionfa il dialettico rotto alle sottigliezze della scuola. Nella storia della promessa, Paolo rileva tre particolarità notevoli. La promessa non si estende a tutti i figli di Abramo; passa prima ad Isacco con l’esclusione d’Ismaele, poi a Giacobbe con l’esclusione di Esaù (Rom. IX, 8). Il principio di questa differenza è quello dell’elezione, della libera scelta di Dio: non è la posterità carnale quella che erediterà benedizioni, ma la posterità spirituale. In secondo luogo, la promessa fatta ad Abramo è universale, perché in lui saranno benedette tutte le nazioni (Gal. III, 8). Il principio di questa estensione è la fede: i veri figli di Abramo saranno quelli che avranno la fede del padre dei credenti. Finalmente la promessa è collettiva poiché si riferisce non a ciascuno dei discendenti del patriarca, ma alla sua razza, al suo seme (Rom. III, 9). Il principio di questo rapporto collettivo è l’unione al Cristo, sorgente unica di benedizioni: i veri eredi di Abramo non sono dunque gli Ebrei, ma i Cristiani, in quanto formano col Cristo una medesima Persona mistica, la discendenza spirituale di Abramo. Così la promessa ha tre caratteri che la rendono somigliante al Vangelo: come il Vangelo, essa è universale; come il Vangelo, si poggia sopra la fede; come il Vangelo, dipende dalla grazia. La promessa è il Vangelo in prospettiva, e il Vangelo è la promessa compiuta.

3. Se tali sono le prerogative della promessa, il regime della Legge, invece di essere un passo innanzi nella marcia dell’umanità, non segnerà dunque un passo indietro? Questa obiezione si presentò alla mente di san Paolo il quale ne dà la risposta: « Ebbene, (noi Ebrei) siamo forse da più (dei Gentili)? Non del tutto (Gal. III, 16) ». Vi sono due punti nei quali vi è eguaglianza, e nei quali gli Ebrei non si possono vantare di alcun privilegio: il dominio del peccato e il modo di giustificazione per mezzo della fede (Gal. II, 16; Rom. III, 9); questo tuttavia non esclude ogni differenza. « Che cosa ha dunque di più l’Ebreo o che cosa gli giova la circoncisione? Molto per ogni verso. Anzitutto essi hanno ricevute in deposito gli oracoli di Dio (Rom. III, 9) ». È forse poca cosa l’essere depositari della rivelazione? La rivelazione è una luce per l’intelligenza e una guida per la volontà. L’abuso che si può fare di un benefizio, non ne diminuisce punto il valore. Ma la rivelazione non è sola: essa è per gli Ebrei il principio o l’accompagnamento di altri titoli onorifici. Essi sono figli d’Israele; essi hanno l a filiazione adottiva e la gloria e le alleanze, e la legislazione (mosaica) e il culto (legittimo) e le promesse; essi sono della stirpe dei patriarchi e da essi è nato, secondo la carne, il Cristo che è sopra tutte le cose Dio benedetto nei secoli (Rom. IX,4). – Queste nove prerogative riassumono la loro preminenza: Israeliti, portano il nome di uno dei più grandi servi di Jehovah; questo nome scelto da Dio medesimo non è una semplice denominazione nazionale; è un titolo glorioso del quale gli Ebrei furono sempre fieri, che san Paolo rivendica a sé con orgoglio e non teme di applicare ai Cristiani. — Come popolo specialmente eletto da Dio, sono figli di adozione; di loro Dio poté dire per bocca dei profeti: « Israele è il mio primogenito »; questa adozione, benché sia collettiva, è pur sempre una preziosa fonte di benefizi divini. — Jehovah abita in mezzo ai suo popolo e manifesta sensibilmente la sua presenza con la gloria, con quello splendore soprannaturale che talora avvolgeva il propiziatorio dell’arca e ricordava la nube luminosa che guidava gli Israeliti attraverso il deserto. — Eredi dei patriarchi e come essi oggetto di una predilezione divina, gli Ebrei ereditano pure alleanze conchiuse tra Dio e i santi personaggi del passato, Noè, Abramo, e Mosè; queste alleanze che impegnano la fedeltà di Dio, sono per essi un pegno di protezione e di aiuto. — Soli fra tutte le nazioni della terra, essi posseggono una Legge discesa dal cielo e trasmessa per mezzo degli Angeli; se la Thora fu per essi un peso, fu anche un sommo onore: « Dio non fece altrettanto con le altre nazioni e non manifestò loro i suoi giudizi ». — Con la Legge, è rivelato il culto legittimo, il solo gradito a Dio poiché è il solo ispirato e sanzionato da Lui, il solo che al suo valore intrinseco unisca un significato figurativo che lo rialza e lo nobilita. — Gli Ebrei sono ancora in un senso speciale i detentori delle promesse fatte da Dio all’umanità; siccome queste promesse riguardano il Messia ed il Messia deve nascere da loro, essi ne hanno in certo modo il patrimonio. — È per loro anche un titolo di gloria il discendere da quei patriarchi che Dio onorò di più con la sua amicizia; la gloria del padre è pure la gloria dei figli, e la famiglia partecipa all’onore, di ciascuno dei suoi membri; san Paolo combatte il sentimento esagerato degli Ebrei a questo riguardo, ma non ne contesta il principio: « Se la radice è santa, anche i rami saranno santi ». — Finalmente il sommo onore è quello di essere, secondo la carne, i parenti del Cristo, del Messia, dell’Uomo-Dio. Ciò che soprattutto distingue gli Ebrei dagli altri popoli, è il privilegio di custodire il deposito della rivelazione e di avere ricevuto la Legge per loro guida. Quando san Paolo parla della Legge, intende sempre la Legge mosaica; egli non ne riconosce altra, benché qualche volta dia il nome di legge, per analogia, ad altre forze morali. Ora — e su questo punto l’Apostolo non mutò mai parere — la Legge è buona, la Legge è giusta, la Legge è nobile, la Legge è santa, la Legge è spirituale, la Legge è di Dio. Essa non è assolutamente perfetta, nel senso che non si possa immaginare nulla di meglio, ma è eccellente perché si riassume in quello che vi è di più eccellente, l’amore; e a lei non si possono imputare gli abusi di cui fu occasione. La sua imperfezione compare soltanto se si paragona a qualche cosa di più perfetto, o se si riflette agli inconvenienti che ne derivano. Questa considerazione si può fare sotto quattro aspetti: l’aspetto storico, l’aspetto psicologico, l’aspetto metafisico e l’aspetto teologico. Storicamente, la promessa fatta ai patriarchi è assoluta e anteriore alla Legge: dunque la Legge non può né annullarla né  restringerla; e la giustificazione, dipendendo dalla promessa, non può neppure dipendere dalla Legge. Questa non guarì affatto gli Ebrei dalle loro passioni; allo straripare del male non oppose che una diga impotente. — Non si poteva sperarne di più, poiché in fin dei conti, che cosa è una legge? È una luce e una barriera; una luce che mostra la via, una barriera che non permette di uscirne: luce inopportuna per una volontà vacillante, barriera provocatrice per una volontà perversa (Rom. VII, 7-9). La legge porta una nuova obbligazione senza portare un nuovo aiuto; essa dunque altro non può fare che manifestare, aggravare, moltiplicare il peccato (Gal. VIII, 19). — L’esperienza più comune c’insegna che l’uomo, in presenza di una legge, prova istinti di ribellione, e sente nel tempo stesso che l’appoggio offerto dalla ragione alla legge, non è un contrappeso sufficiente: egli non fa il bene che ama, e fa il male che aborrisce. Se non capisce nulla di questo fenomeno contradittorio, lo constata tuttavia facilmente. Così pure capisce che la legge non è la causa del male e che ne è solamente l’occasione; e intanto, essendo conscio dell’insufficienza della legge, cerca un aiuto fuori di essa e si rivolge verso la misericordia (Rom. VII, 5-25). — Qui interviene il principio teologico. Si potrebbe concepire un altro ordine di provvidenza, nel quale la Legge potesse giustificare; e in tale ipotesi « la giustizia sarebbe veramente per mezzo della Legge (Gal. III, 21) ». Ma nell’economia attuale, la salvezza dell’uomo dipende dalla grazia, e l’uomo nonna diritto di vantarsene (Gal. VI, 14). Ora se la Legge sola giustificasse, l’uomo potrebbe vantarsi di aver compiuto con le sole sue forze una magnifica prodezza; ma allora noi non avremmo più bisogno dei Cristo e « il Cristo sarebbe morto invano (Gal. II, 21) ». Pure dichiarando che la Legge « è incapace di giustificare », Paolo dice che « coloro che avranno osservato la Legge saranno giustificati (Gal. III, 21) ». Egli assicura che la Legge fu data « per (condurre a) la vita », e afferma che fu sopraggiunta « per aumentare le trasgressioni (Rom. VII, 12) ». Non vi è una flagrante contradizione in queste asserzioni? Niente affatto. La Legge per se stessa è incapace di giustificare, ma gli Ebrei non furono mai lasciati con la sola Legge. Nel dare la Legge agli Ebrei, che erano già i depositari delle promesse fatte ad Abramo, Dio voleva conferire loro la vita soprannaturale, non per mezzo della sola Legge che ne era incapace, ma per mezzo della grazia aggiunta alla Legge come un principio superiore e indipendente. Quando Dio vide che la sua prima intenzione era frustrata per colpa degli Ebrei, sanzionò il fatto compiuto e volle che il peccato abbondasse per mezzo della Legge, per far sovrabbondare la grazia (Rom. V, 20). Le due finalità non sono punto contrarie perché si muovono in piani diversi. Da quanto precede, si può vedere che la dottrina di san Paolo relativamente alla Legge mosaica è di una grandissima complessità. Proviamoci a segnarne le linee principali: Come espressione della volontà divina, la Legge è buona, santa e spirituale (Rom. VII, 12); ma considerata in se stessa essa è soltanto una luce che rischiara l’intelligenza senza dare forza alla volontà, è soltanto una barriera la quale provoca lo spirito di ribellione senza arrestarlo efficacemente; essa è dunque, per un essere corrotto, una causa accidentale di trasgressioni, ed in questo senso essa moltiplica il peccato e fa nascere l’ira (Rom. V, 15-20). Sotto l’aspetto storico, la Legge veniva dopo la promessa gratuita, assoluta, universale, eterna, che essa stessa non poteva né annullare né soppiantare né limitare né completare né restringere (Gal. III, 21). Essa era dunque, per sua natura, temporanea e locale, destinata ad un popolo unico e per un tempo determinato. Non bisognerebbe conchiudere che essa fosse nociva o inutile: era un benefizio di Dio e una prerogativa d’Israele, non soltanto come rivelazione, ma come intimazione del volere divino (Rom. IX, 4). Bene osservata, essa sarebbe stata una sorgente di meriti e una causa di giustificazione (Rom. II, 13). Questo appunto è ciò che Dio aveva di mira nel concederla: essa era data per condurre alla vita eterna (Rom. VII, 10). Infatti essa per se medesima non conferisce i l privilegio della fede e della grazia, non lo toglie neppure; ora essa veniva proposta ad un popolo che già possedeva la promessa, e da questa poteva derivare l’aiuto necessario all’osservanza salutare della Legge. onesto primo fine della Legge fu reso vano dall’indurimento degli Ebrei: la Legge infatti non oppose che un ostacolo impotente all’irrompere del peccato e al traboccare del male (Rom. VIII, 3). Dio tuttavia la mantenne per motivi degni della sua sapienza; Egli ne fece una custode attenta per preservare gli Ebrei dai contatti pericolosi, un’istitutrice incaricata di condurli al Cristo. E se il compito pedagogico della Legge fu soprattutto negativo, essa ebbe tuttavia l’onore di essere la depositaria del monoteismo e della verità rivelata (Gal. III, 24). Ma essa portava in sé germi molteplici di caducità. Il regime della Legge doveva morire di morte naturale, quando fosse giunta l’età matura del genere umano (Gal. II, 25), quando fosse venuto il momento fissato da Dio per l’emancipazione del mondo (Gal. IV, 4-5), quando fosse sonata l’ora segnata per l’adempimento della promessa fatta al Padre dei credenti (Gal. V, 4-5), quando fosse apparso il Cristo che è il suo fine e il suo limite, quando fosse inaugurata l’economia della grazia con la quale essa è, incompatibile.

4. Cosi l’umanità in cammino s’istruisce e progredisce come un uomo che dovrà vivere sempre. Questo essere collettivo che cerca oscuramente il suo destino e non lo trova se non nel Cristo, è per san Paolo il mondo: il mondo che fu già invaso dal peccato (Rom. V, 12), che si ammanta invano di sapienza (I Cor. V, 12), che Dio cerca di riconciliarsi nel Cristo (Rom. III, 19), che egli obbliga a dichiararsi debitore verso la giustizia divina (Rom. III, 19), che egli giudicherà un giorno in compagnia degli eletti (I. Cor. VI, 2). L’istruzione che il mondo va raccogliendo nel corso dei secoli e di cui è tanto orgoglioso, altro non è, in confronto con la scienza del Cristo, che un’educazione rudimentale, paragonabile all’alfabeto che s’insegna ai bambini, e san Paolo le dà il nome espressivo di elementi del mondo. Quattro volte, in due testi distinti, l’Apostolo adopera questa espressione che il contesto mette in luce. Egli scrive ai Galati: « Anche noi, quando eravamo bambini, eravamo asserviti agli elementi del mondo… Allora non conoscendo Dio, voi servivate quelli che per natura non sono dèi; ma ora conoscendo Dio o piuttosto essendo conosciuti da lui, perché ritornate a gli elementi deboli e poveri ai quali di nuovo volete assoggettarvi! Voi osservate i giorni e i mesi e le stagioni e gli anni » (Gal. IV, 3). Il pensiero dell’Apostolo è semplice: Una volta, ignorando Dio, voi servivate esseri che non avevano nulla di divino; ma ora conoscendo il vero Dio, perché vi asservite a cose vane, quali sono gli elementi dal mondo? Il contrasto è tra l’ignoranza passata e la presente che rende i Galati giudaizzanti affatto, inescusabili; e l’accento sta su la parola « servire » che indica una soggezione volontaria. Tre particolari ci aiuteranno a stabilire il senso degli « elementi del mondo ». Prima della loro conversione, gli Ebrei erano come minorenni (νήπιοι=nepioi) che in san Paolo vuol sempre dire uno stato di conoscenza imperfetta; ma oggi, illuminati dalla fede, essi hanno cessato di essere pupilli, non sono più sotto il pedagogo. Una volta essi erano sotto il giogo e la custodia della Legge e così erano asserviti agli elementi del mondo: essere liberati dalla Legge mosaica ed essere liberati dagli elementi del mondo, per l’Apostolo, è una sola e medesima cosa. In quanto ai Gentili, essi erano pure sotto il dominio degli elementi del mondo, e san Paolo rimprovera loro con un’insistenza non priva di pleonasmo, di voler ritornare a quella schiavitù, perché osservano i giorni, i mesi, le stagioni e gli anni. I Galati non volevano ritornare all’idolatria né ad un culto superstizioso degli angeli e dei geni: nell’Epistola non vi è nulla che suggerisca tale ipotesi; dappertutto non si tratta che di osservanze legali o di prescrizioni innestate sopra la Legge. Bisogna dunque dire che san Paolo comprende in una nozione generale il rituale mosaico ed i costumi religiosi del gentilesimo, per qualificarli tutti insieme come « rudimenti poveri e infermi ». È la religione cristiana che al confronto li rimpiccolisce e li schiaccia. – Coloro che negli elementi del mondo vorrebbero vedere degli esseri personali, fanno vedere che essi sono paragonati a tutori e ad economi, che sono chiamati poveri e infermi, che i Galati sono loro asserviti come erano una volta asserviti agli idoli. Ma queste ragioni sono assai deboli, e molto si stenterebbe a prenderle sul serio, se non fossero presentate con tanta sicurezza. Infatti anche la Legge è paragonata ai tutori e agli economi ed anzi è chiamata pedagogo, senza che per questo diventi una persona; l’Epistola agli Ebrei può benissimo fare menzione dell’infermità della Legge senza conferirle con questo la personalità, ed è noto che l’aggettivo povero (πτωχός =ptokos) si applica molte volte alle cose; Analmente se gli elementi del mondo rivestissero un carattere personale per il fatto che i Galati sono asserviti a loro, che cosa si dovrà dire del testo di san Paolo: « Essi servono il loro ventre e non il Cristo? ». – Il passo dell’Epistola ai Colossesi dice ancora più chiaramente che cosa sono gli elementi del mondo: “Vigilate affinché nessuno vi seduca con la filosofia e con un vano inganno, secondo la tradizione degli uomini, secondo gli elementi del mondo e non secondo il Cristo. Se siete morti col Cristo agli elementi del mondo, perché vi lasciate imporre leggi come se viveste nel mondo? Non prendere ( vi si dice), non assaggiare, non toccare! Tutto questo è di un uso pericoloso. (Sì, ma solamente) secondo i precetti e gl’insegnamenti degli uomini” (Col. II, 8). – Gli elementi del mondo non potrebbero essere meglio definiti, per una parte, dalla loro identità reale con la tradizione degli uomini, dall’altra parte, con la loro opposizione alla vera dottrina del Cristo. La sinonimia, tra elementi del mondo e tradizione degli uomini è molto chiara, perché il mondo è per san Paolo l’umanità lasciata a se stessa o sottratta all’influenza vivificatrice del Cristo, e perché tutto il contesto converge verso l’idea di una dottrina filosofica, tradizionale, elementare, che si deve correggere con l’insegnamento del Vangelo. E non si dica che la Legge di Mose, essendo un’istituzione divina, non può essere presentata come una tradizione umana; poiché, in questo caso, i falsi dottori di Colossi mescolavano alle osservanze mosaiche certe pratiche di un ascetismo arbitrario; e del resto le prescrizioni mosaiche non hanno più altro valore che quello di tradizioni puramente umane, dal momento in cui il Cristo morendo le ha inchiodate alla sua croce. L’antica legislazione, Legge imperfetta abrogata dal Vangelo, ombra che svanisce dinanzi alla nuova luce, ha fatto il suo tempo. – Ancorché per gli altri conservasse ancora un qualche valore, la Legge mosaica non ne avrebbe più per il Cristiano morto con Gesù Cristo a tutte le passate servitù. Infatti « per la Legge il Cristiano è morto alla Legge », egli non vive più « nel mondo (Gal. II, 19) » estraneo alle influenze del Cristo e ancora soggetto alle istituzioni rudimentali di altri tempi. Oramai quelle restrizioni caduche hanno perduto per lui la loro forza imperativa. Non sono più altro che « insegnamenti umani i quali possono avere una (falsa) rinomanza di sapienza, di pietà spontanea, di umiltà, di austerità, ma che in realtà, pure mortificando il corpo, non fanno che impinguare la carne (Col. Ii, 22-23) », il principio opposto all’azione dello Spirito Santo in noi. – Prescrizioni mosaiche, tradizioni sovrapposte dai rabbini al codice del Sinai, pratiche suggerite dal sentimento religioso normale o sviato, ecco che cosa indica san Paolo costantemente col nome di elementi del mondo, che l’apparizione del Cristo, nel quale sono tutti i tesori di scienza e di sapienza, dissipa come un’ombra.

5. Questo improvviso rovesciamento di cose, questo gran cambiamento di scena avviene nella pienezza dei tempi o nella pienezza del tempo (Ephes. I, 10). Le due espressioni non sono totalmente sinonime: la seconda indica l’istante in cui l’umanità uscita dall’infanzia e resa capace di istituzioni più robuste, più virili, entra in possesso dei suoi diritti, dei suoi privilegi e della sua eredità: la prima implica una serie di periodi storici che si succedono secondo un disegno prestabilito, come il ciclo regolare delle stagioni porta a volta a volta le gemme, i fiori e i frutti. La pienezza del tempo è il termine liberamente fissato dalla sapienza divina; la pienezza dei tempi è il coronamento delle preparazioni provvidenziali.

CONOSCERE SAN PAOLO (30)

CAPO II.

L’iniziativa del Padre .

I. DISEGNI DI MISERICORDIA.

1. VOLONTÀ DI SALVARE. — 2. DIVERSI ASPETTI DEL VOLERE DIVINO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Poiché l’uomo non può rialzarsi da sé né liberarsi con le sue forze, bisogna che Dio gli tenda la mano. Questa premura benevola, di Dio, doppiamente immeritata sia perché l’uomo non ne ha nessun diritto, sia perché ne è positivamente indegno, si chiama misericordia. Paolo estende a tutti gli uomini, finché sono nello stato di prova, la misericordiosa bontà del Padre celeste. « Anzitutto io esorto a offrire preghiere, domande, suppliche, ringraziamenti per tutti gli uomini, (in particolare) per i re e tutte le persone costituite in dignità, affinché noi meniamo una vita tranquilla e pacifica, in ogni pietà e santità. Questo è buono e grato agli occhi di Dio nostro Salvatore, i l quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e arrivino alla conoscenza della verità: poiché unico è Dio, unico pure il mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo uomo, il quale si è dato come riscatto per tutti » (I Tim. I, 1-5). – Il pensiero dell’Apostolo è così chiaro, che nessun sofisma lo può oscurare; esso si riduce a questo; bisogna pregare per tutti gli uomini senza eccezione, perché Dio, che è il Dio di tutti e il cui Figlio è morto per tutti, vuole anche la salvezza di tutti. Bisogna pregare per tutti gli uomini senza eccezione: non soltanto per i Cristiani, ma anche per gli stessi pagani, particolarmente per i prìncipi, qualunque sia l’infamia della loro condotta, perché essi possono di più per il bene come per il male. Questa prescrizione è di un’attualità che colpisce, quando si pensi che l’imperatore allora regnante si chiamava Nerone e che aveva allora allora scatenato contro la Chiesa nascente la più orribile persecuzione. Un corollario immediato della prescrizione apostolica è che la preghiera giova a tutti gli uomini; infatti chi mai penserebbe a prescrivere l’impossibile e l’assurdo? Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini: e questo si deve intendere di tutti senza eccezione, poiché l’eccezione non è indicata ma è invece esclusa dall’enfasi del discorso e dalla parola « tutti » ripetuta quattro Tolte. Invano si obietta che la volontà di salvare è necessariamente limitata dall’aggiunta: « e che tutti arrivino alla conoscenza della verità »: non potendo essere vera di un’assoluta universalità questa seconda proposizione, si dice, neppure la prima si deve intendere di un’assoluta universalità. La risposta è facile: non tutti gli esseri umani hanno l’uso di ragione, eppure tutti, senza nessuna eccezione; sono capaci della salute eterna; perciò mentre l’inciso che si riferisce alla conoscenza della verità si limita da se stesso agli uomini capaci di conoscere la verità, l’altro inciso non è limitato da nulla e deve conservare, secondo le regole di una sana esegesi, tutta la sua estensione. Dio vuole la salvezza di tutti perché è il Dio di tutti, e perché Gesù Cristo, il mediatore universale, si è dato alla morte per tutti.  Siccome Dio è unico, Egli è necessariamente il principio e il fine supremo di tutti gli uomini: non è naturale che desideri di condurli tutti al conseguimento del loro fine! Questa è la considerazione che l’Apostolo ha già fatto valere nell’Epistola ai Romani (Rom. III, 29-30). Né qui vale opporre la caduta originale che, rompendo l’armonia tra Dio e l’uomo, rese questo indegno della benevolenza divina. Accanto al Dio unico vi è il mediatore universale la cui missione è appunto quella di ristabilire l’armonia tra il cielo e la terra, e che morendo per tutti, acquista a tutti lo stesso titolo alla misericordia. –  Le diverse spiegazioni immaginate da certi teologi prevenuti, per restringere la volontà di salvare, si confutano abbastanza da se stesse al solo presentarle:

a) Dio vuole che tutti coloro i quali saranno realmente salvi, siano salvi. È chiaro!

b) Dio vuole che alcuni uomini di tutti i paesi e di tutte le condizioni siano salvi. E qual è l’esegesi che permette di fare di « tutti » un sinonimo di « alcuni »?

c) « Tutti » è iperbolico e vuol dire « molti ». Ma lo stesso Apostolo col ripetere a sazietà la parola « tutti » si è incaricato di confutare questa singolare ipotesi.

d) Dio vuole solamente la salvezza degli eletti, ma vuole che noi desideriamo la salvezza di tutti gli uomini. Egli vuole dunque farci desiderare l’impossibile e farci volere quello che Egli stesso non vuole! E poi nel testo si tratta di quello che Dio vuole, non di quello che vuole che vogliamo noi.

e) Dio vuole la salvezza di tutti in questo senso, che fa qualche cosa per tutti, benché questo qualche cosa sia insufficiente per salvarli. Questo equivale a dire che vuole e non vuole, in altri termini, che non vuole sul serio, o più semplicemente che non vuole affatto.

f) Gesù Cristo, in quanto uomo, vuole la salvezza di tutti, con un volere inefficace del quale sa che è irrealizzabile l’oggetto. Ma qui non si tratta della volontà di Gesù Cristo: si parla della volontà di Dio. E poi chi sa mai perché Gesù Cristo, anche come uomo, vorrebbe quello che suo Padre non vuole?

È cosa incontestabile che l’Apostolo qui si mette nell’ipotesi del peccato originale; infatti, prescrivendo di pregare per tutti gli uomini, egli afferma che Dio presentemente vuole la salvezza di tutti, e che Gesù Cristo è morto per tutti. Nessuno certamente oserà attribuire a san Paolo questo strambo ragionamento: « Pregate per tutti gli uomini, perché Dio vuole la salvezza di alcuni, perché Gesù Cristo è morto per tutti ». Per essere conseguenti, si dovrebbero restringere ugualmente queste tre proposizioni così strettamente incatenate, e dire, per esempio: « Pregate per i soli eletti, perché Dio vuole la salvezza dei soli eletti, e Gesù Cristo è morto per i soli eletti ». Ma allora si resterebbe nella logica soltanto per vagare nell’arbitrario e per cadere nell’eresia. Non è qui il luogo opportuno per svolgere i corollari di questo insegnamento. Con un semplice sguardo, si vede che la riprovazione positiva di Calvino gli è diametralmente opposta, poiché la volontà antecedente di salvare tutti gli uomini, esclude ipso facto la volontà antecedente di dannarne alcuni, anche nell’ipotesi del peccato originale; infatti, come si è dimostrato, l’Apostolo si mette appunto in questa ipotesi. Non siamo mai riusciti a capire in qual maniera i difensori della riprovazione negativa arrivino ad eludere il nostro testo. Questa riprovazione è chiamata negativa sia perché è espressa con una negazione, sia perché è la negazione di un benefizio; ma essa consiste in un atto positivo di Dio: i partigiani stessi del sistema lo riconoscono e, se lo negassero, sarebbe facile il dimostrarlo. Ora la volontà antecedente di rifiutare la salute eterna ad alcuni uomini è assolutamente incompatibile con la volontà antecedente di salvarli tutti, perché la prima volontà distrugge la seconda di cui è la contraddizione. E non servirebbe a nulla, per cercare di mettere queste due volontà in piani differenti, il fare appello al peccato originale; infatti, secondo san Paolo, la volontà di salvare resta universale nella stessa ipotesi del peccato originale. Nessuna sottigliezza di esegesi non potrà mai sfuggire a questo argomento di logica elementare e di senso comune. La volontà di salvare non è assoluta, altrimenti si dovrebbe compiere necessariamente; essa è condizionale, ma sotto una condizione che non dipende da essa sola, altrimenti sarebbe illusoria e si potrebbe formulare così: « Io vorrei se volessi », il che equivale perfettamente al dire: « Non voglio ».

2. Quanto è irragionevole il cercare in san Paolo la terminologia scolastica attuale, altrettanto sarebbe temerario e poco scientifico il non distinguere in lui le diverse espressioni della volontà divina. Non bisogna confondere il proposito (πρόησις = protesis), il beneplacito (εὐδοκία = eudikìa), il consiglio (βουλή=boule), la volontà di Dio (βούλημα, θέλημα =boulema, telema). Il proposito di Dio (Rom. VIII, 28) è un atto eterno e assoluto della volontà conseguente che si riferisce a un benefizio particolare, come la vocazione efficace alla fede: osso è libero poiché si regola secondo il beneplacito; è grazioso, poiché non dipende dai meriti dell’uomo; è assoluto, perché ha per effetto la vocazione efficace; è eterno, poiché è anteriore ai secoli. In realtà il proposito divino è quello che meglio risponde alla predestinazione, termine del quale san Paolo non fa uso; però la predestinazione implica, per rapporto all’ordine di esecuzione, un’anteriorità che il proposito per se stesso non esprime. — Il beneplacito (Ephes. I, 5), come dice la stessa parola, indica tanto la spontaneità quanto la libertà del volere divino; per conseguenza si dice soltanto di una volontà benevola e graziosa e non si applica mai alla permissione del male né alla punizione della colpa. Il consiglio (Ephes. I, 11) illumina e dirige la volontà. San Paolo poteva dire, senza pleonasmo, che Dio « opera tutte le cose secondo il consiglio della sua volontà », perché la volontà divina non è né cieca né arbitraria, perché obbedisce a ragioni profonde, benché sovente impenetrabili, perché si svolge armonicamente nel tempo e nello spazio, secondo un disegno concepito da tutta l’eternità. — Si possono distinguere quattro volontà di Dio: la volontà di precetto, la volontà di desiderio, la volontà di decreto e la volontà di permissione. La prima è evidentemente assoluta, perché si confonde con la legge morale; ma la necessità che ne risulta riguarda l’obbligazione dell’atto, non l’esistenza dell’atto stesso. La volontà di desiderio è una volontà seria e attiva la cui realizzazione è però condizionata dall’esercizio di una volontà estranea. La volontà di decreto è assoluta e ineluttabile; ma quando ha per oggetto gli atti liberi dell’uomo non è anteriore ad ogni previsione di questi atti, come vedremo in seguito. Finalmente la volontà di permissione è una specie di volontà negativa che lascia il loro libero esercizio, anche per il male, alle facoltà umane. – La volontà di Dio, rispettando la volontà delle creature, non sempre ottiene il suo effetto: ecco perché noi ogni giorno preghiamo che la volontà di Dio si compia sempre più sopra la terra come in cielo. Nulla accade senza qualche intervento della sua volontà: il male stesso non si produrrebbe senza una tolleranza da parte sua (ὰνοχή= anoke) (Rom. II, 4). I profeti, dicendo che Dio crea il male, intendono parlare del male fisico, castigo del male morale; ma san Paolo non esita ad affermare che Dio abbandona i pagani alle loro passioni, alle loro cupidigie, al loro senso riprovato (Rom. I, 24-28). Quando Dio volge il male in bene, col ripararlo, o col punirlo, si può dire che egli lo vuole con una volontà virtualmente doppia, la quale da una parte permette il male, e dall’altra lo fa volgere in bene.

II. IL DISEGNO DELLA REDENZIONE.

1 . GRAZIA E LIBERO ARBITRIO. — 2. ORDINE D’INTENZIONE E ORDINE DI ESECUZIONE. 3. ESTENSIONE DEL DISEGNO DIVINO.

1. Giuseppe [Flavio] attribuisce, in qualche luogo, ai farisei del suo tempo, una dottrina analoga alla professione di fede degli stoici, la quale aspetta tutto da Dio, eccetto la virtù. Secondo lui, gli esseni riferivano tutto al destino; i sadducei, nulla; i farisei, parte al destino e parte al libero arbitrio. Il destino — idea totalmente estranea alla teologia ebraica — rappresenterebbe forse qui la provvidenza o il decreto divino! In altri passi, Giuseppe modifica in questa maniera il suo giudizio intorno alla teoria farisaica: « Benché tutto dipenda dal destino, l’uomo non cessa di essere libero, perché Dio ha stabilito una specie di temperamento tra il decreto del destino e la libertà umana (Antiq. Jud. XIII, V, 9) ». Tuttavia i farisei dovevano, nella pratica, diminuire e attenuare l’iniziativa divina. Siccome per loro la giustizia non era altro che l’esecuzione di un contratto conchiuso con Dio, essi si credevano dispensati da ogni gratitudine quando l’avessero fedelmente osservata, anzi allora si consideravano come creditori di Jehovah. Non vi è nulla che ci permetta di supporre che Saulo partecipasse a questo errore prima della sua conversione, perché è in lui troppo vivo e profondo questo doppio sentimento che l’uomo non può mai vantarsi in materia di salvezza, e che tutto viene da Dio così nell’ordine soprannaturale come nell’ordine naturale (Rom. XI, 36). Ma se egli non sacrifica al libero arbitrio dell’uomo il supremo dominio di Dio, non edifica neppure il supremo dominio di Dio sopra le rovine del libero arbitrio. Le sue ripetute esortazioni non avrebbero nessun senso qualora l’uomo non fosse libero di fare il bene e di evitare il male. Ricorderemo solamente, per non dover poi ritornare sopra una questione così chiara, le tre asserzioni seguenti: L’uomo è responsabile delle sue azioni buone e cattive; egli ne deve rendere conto al giudice supremo (Rom. II, 12-13); è senza scusa quando fa il male perché sa che, facendolo, è degno di morte (Rom. I, 32), e perché Dio, non contento di dargli la nozione del bene, fa da parte sua quanto occorre per condurlo al bene (Fil. II, 12-13). — L’atto di fede del credente è un atto di obbedienza grato a Dio; l’incredulità è un atto di ribellione, di disprezzo, di ostinazione e d’indurimento volontario che attira l’ira di Dio (Rom. II, 8); ora chi dice obbedienza e disobbedienza, dice libertà. — Ma né l’infedele è perduto irremissibilmente, né il fedele è salvato, se non nella speranza (Rom. VIII, 24): questi deve sempre temere, e l’altro può sempre sperare. La salvezza del credente è assicurata soltanto da parte di Dio, ma è condizionata da parte dell’uomo, « se persevera nella fede (Rom. XI, 22; Col. I, 23) »; così pure la perdita dell’incredulo non è certa se non nel caso che egli si ostini nell’incredulità: si converta ed egli pure sarà salvo (Rom. XI, 23). È cosa degna di nota, che Paolo riunisce nella stessa frase queste due idee che paiono contradditorie a tanti teologi eterodossi, senza che mostri di vedere in esse una antinomia: « Lavorate per la vostra salvezza con timore e tremore, perché è Dio che opera in Voi il volere e il fare (Fil. II, 12-13) ». – Dobbiamo lavorare per la nostra salvezza come se tutto dipendesse da noi, e abbandonarci a Dio come se tutto dipendesse da Lui. È cosa più che legittima, che noi dobbiamo procedere in questo lavoro con timore e con tremore, poiché ne va di mezzo la nostra felicità o infelicità eterna, e perché nessuno è al sicuro contro le deficienze della propria volontà. Paolo stesso prova questo timore: egli sa che, pure non avendo coscienza di nessun male, non per queste si è sicuri di essere giustificati (I Cor. IV, 4); egli mortifica il suo corpo e lo tratta come schiavo per timore che, dopo di aver predicato agli altri, egli stesso non venga riprovato (I Cor. IX, 27). Ma ecco qui una massima che pare un paradosso: dobbiamo lavorare per la nostra salvezza, perché Dio opera in noi il volere e il fare. – Parecchi teologi protestanti dei nostri giorni vedono in questi due membri della frase un’opposizione irreducibile e deplorano altamente che san Paolo non se ne sia accorto. Alcuni lo scusano dicendo che qui si tratta di un mistero impenetrabile; ma uno di essi, più irriverente degli altri, lo rimanda dalla scuola di Gamaliele a quella di Aristotele, dove s’impara a ragionare meglio (Fritzsche). L’argomento di questi grandi pensatori è semplicista: Se Dio fa tutto, nell’opera della salvezza, l’uomo non ha nulla da fare: e se fa tutto l’uomo, non rimane più nulla per l’opera divina. Il loro errore deriva da questo, che essi concepiscono l’azione combinata di Dio e dell’uomo, alla maniera di un sinergismo. Se Dio e l’uomo fossero cause parziali e dello stesso ordine, l’obiezione terrebbe, ma non è così: Dio e l’uomo producono l’effetto tutto intero, ciascuno nel suo ordine (A. Thom. Contra Gentes, III, LXX); e pertanto l’effetto non si potrebbe produrre senza il loro concorso simultaneo. È dunque la sicurezza del concorso divino, congiunta al sentimento della propria insufficienza, che ispira all’uomo la fiducia e il timore; ma più ancora la fiducia che il timore, infatti ammessa la citazione tacita del Salmista, il consiglio di temere qui è soltanto un accessorio, e l’enfasi del discorso accentua queste parole: « Lavorate per la vostra salvezza ». Tale è il pensiero profondo, ma perfettamente coerente, di san Paolo.

2. Quello che Dio opera nel tempo, lo ha stabilito da tutta l’eternità. La storia della redenzione non si svolge dinanzi a lui come ma panorama che Egli contemplerebbe accettandolo come si presenta, ma come n gran dramma, del quale Egli dirige l’azione, combina le peripezie e prepara lo svolgimento. San Paolo ritorna frequentemente sopra questo disegno divino che egli chiama « il proposito eterno anteriore alla costituzione del mondo »; egli lo riassume magnificamente in un passo il cui tono lirico e l’andatura ritmica fanno pensare ad un cantico o ad un inno:

  1. Benedetto (sia) Dio, Padre del Nostro Signore Gesù Cristo;

.A.] il quale ci ha colmati di benedizioni spirituali, nei cieli, nel Cristo;

4. come ci ha eletti in lui, prima della fondazione del mondo, per essere santi e senza macchia dinanzi a lui, nella carità;

B.] 5. predestinandoci ad essere suoi figli di adozione per mezzo di Gesù Cristo,

secondo il beneplacito della sua volontà,

6. per far risplendere la gloria della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Prediletto,

7. per il sangue del quale, abbiamo la redenzione, la remissione delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia che egli ha versato sopra di noi,

8. con ogni sapienza e intelligenza;

C] 9. notificandoci il mistero della sua volontà, secondo il benevolo disegno che egli formò in lui,  per essere effettuato nella pienezza dei tempi, di riunire ogni cosa nel Cristo, le cose del cielo e quelle della terra,

a) 11. in lui nel quale noi, i primi a sperare nel Cristo, siamo stati fatti eredi, predestinati secondo il proposito di colui che opera tutto secondo il consiglio della sua volontà,

12. per essere l’elogio (vivente) della sua gloria;

b) 13. in lui nel quale anche voi, avendo udito la parola di verità, il vangelo della nostra salvezza, e avendovi aderito, siete stati segnati col sigillo dello Spirito Santo promesso,

14. caparra della nostra eredità, per la redenzione (totale) di quelli che si è acquistati, a lode della sua gloria ( I, 3-14).

Le nozioni teologiche accumulate in questo passo richiederebbero un lungo commento. Basti per ora  il distinguere le tre idee dominanti: A Dio solo spetta la gloria e l’iniziativa della nostra salvezza: predestinazione, elezione, remissione dei peccati, dono della grazia, benedizioni celesti nel significato più esteso, tutto viene da Lui. — Tutto questo, così nell’ordine di esecuzione come nell’ordine d’intenzione, si fa in vista del Cristo, « nel Prediletto ». — Finalmente l’ordine di esecuzione si svolge lungo i secoli, conforme all’ordine d’intenzione concepito da Dio da tutta l’eternità. – Prima di scrutare il mistero del disegno divino, conviene definire i concetti di predestinazione, di elezione, e di prescienza. La parola predestinazione non è biblica, ma la parola predestinare si trova cinque volte in san Paolo, nei passi seguenti:

« Noi predichiamo la sapienza di Dio, nel mistero, quella sapienza nascosta che Dio ha predestinato prima dei secoli per nostra gloria.

Quelli che egli ha conosciuto prima ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine di suo Figlio, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli.

Ora quelli che ha predestinati, ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati ha pure glorificati. (Rom. VIII, 29, 30)

Egli ci elesse nel Cristo prima della fondazione del mondo, ad essere santi e immacolati dinanzi a lui, predestinandoci ad essere suoi figli di adozione per mezzo di Gesù Cristo.

In lui abbiamo pure ricevuto la nostra parte (di eredità), essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che opera tutte le cose secondo il consiglio della sua volontà, affinché serviamo ad esaltare la sua gloria, noi che abbiamo da principio sperato nel Cristo » (I Cor. II, 7; Rom. VIII, 29-30; Ephes, V, 5-11. – Predestinare si trova anche in CT. IV, 28, nel senso di “decretare”). Da tutti questi passi risulta che l’atto col quale Dio predestina è sommamente comprensivo. È un atto eterno perché esiste prima dei secoli ed è simultaneo o logicamente anteriore all’elezione la quale è essa stessa anteriore alla fondazione del mondo. È un atto assoluto, ed efficace nella misura in cui è assoluto, perché è frutto del « consiglio » o del « proposito » divino. È un atto sommamente libero, perché si compie secondo il proposito di Colui che opera tutte le cose per consiglio della sua volontà; non ha dunque causa propriamente detta da parte dell’uomo benché possa avere per ragione di essere una condizione dipendente da Dio. Gli atti divini si succedono nell’ordine seguente: prescienza, predestinazione, vocazione, giustificazione, glorificazione; le due prime appartengono all’ordine d’intenzione, le ultime tre all’ordine di esecuzione. La predestinazione è dunque logicamente preceduta dalla prescienza: « quelli che ha conosciuti prima ha pure predestinati »; poiché è nella natura delle cose, che la volontà segua l’intelligenza e non la preceda. Finalmente Dio predestina l’uomo ad un benefizio o un benefizio all’uomo, ma questo benefizio non è mai direttamente la gloria eterna. Mentre la predestinazione appartiene soltanto all’ordine di intenzione, l’elezione comprende anche l’ordine di esecuzione. Essa aggiunge alla predestinazione o alla vocazione efficace un’idea di favore in rapporto a coloro che si trovano predestinati o chiamati efficacemente e un’idea di predilezione in rapporto a Dio che predestina o chiama. Una specie di pleonasmo viene qualche volta ad accentuare questa doppia idea: « Il Signore tuo Dio ti ha eletto fra tutte le nazioni ad essere suo popolo speciale ». Se tutti gli uomini fossero predestinati, non sarebbero eletti nel senso proprio usitato nella Scrittura. Per conseguenza la predestinazione non suppone necessariamente l’elezione, ma l’elezione suppone necessariamente la predestinazione: « Dio ci ha benedetti con ogni sorta di benedizioni spirituali, in cielo, nel Cristo, come ci ha eletti in lui prima della fondazione del mondo, per essere santi e immacolati dinanzi a lui, predestinandoci (oppure avendoci predestinati) ad essere suoi figli adottivi per mezzo di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà (Ephes. I, 3) ». Come la predestinazione, l’elezione è eterna, poiché esiste nel decreto divino prima della creazione del mondo. Essa avviene « nel  Cristo », in vista dei suoi meriti, e non indipendentemente da Lui, come pretendono il Caetano per tutti i santi, e Catarino per una classe di eletti. Essa ha per suo scopo una vita « santa e irreprensibile, dinanzi a Dio »; non ha dunque come termine diretto immediato la gloria eterna. Finalmente essa è la sorgente delle benedizioni spirituali, perché l’ordine di esecuzione, è conforme all’ordine d’intenzione. Nel passo che abbiamo citato, l’elezione è connessa infatti con l’ordine d’intenzione; ma in tutti gli altri luoghi, in san Paolo, essa appartiene all’ordine di esecuzione. Allora l’elezione si confonde con la vocazione efficace, e tutti i fedeli si chiamano eletti: « Sforzatevi, dice san Pietro, di rendere sicura la vostra vocazione e la vostra elezione (II Piet. I, 10) ». — « Io soffro tutto per gli eletti, affinché si salvino », dice san Paolo (II Tim. II, 10).Se la predestinazione è logicamente posteriore alla prescienza ed è illuminata da essa, altrettanto si deve dire a fortiori dell’elezione che è logicamente posteriore o al più simultanea alla predestinazione. Dio conosce prima, poi predestina ed elegge secondo la sua sapienza; tuttavia benché la prescienza preceda e la predestinazione venga dopo, non vi è tra questi due atti una relazione di causalità. In altri termini, Dio non predestina l’uomo alla fede perché Dio prevede che l’uomo crederà: né la fede né la previsione della fede non possono essere causa della predestinazione poiché, in qualunque ipotesi, la previsione della fede suppone la previsione della grazia liberamente offerta. D’altra parte non si potrebbe, rigorosamente parlando, dire che noi crediamo perché siamo predestinati a credere, poiché la previsione della fede è logicamente anteriore alla predestinazione. La predestinazione non è altro che un aspetto particolare della provvidenza soprannaturale, come la prescienza di Dio non è che un aspetto particolare della sua onniscienza. Ora è facile capire che la previsione di un atto libero, cioè la sua visione nell’avvenire, non è contraria alla sua libertà più che non lo sia la sua visione nel presente; che l’atto cosi previsto avviene infallibilmente senza che avvenga per necessità; che la prescienza non cambia dunque nulla al corso degli avvenimenti e dimostra soltanto l’infinita perfezione di un’intelligenza determinata, per sua natura, a percepire ogni verità.

3. In generale, il disegno della redenzione ha come orizzonte il nostro pianeta ed abbraccia soltanto il genere umano; però qualche volta l’orizzonte si allarga, il disegno divino si estende all’universalità degli esseri, facendo convergere verso il Cristo il complesso della creazione: « Affinché abbia il primato in tutte le cose; perché piacque (a Dio) di far abitare in lui ogni pienezza, e di riconciliare par mezzo di Lui tutte le cose (dirigendole) verso di Lui, pacificando col sangue della sua croce, per mezzo di lui (dico), e quello cha vi è in terra e quello che vi è in cielo » (Col. I, 19-20). L’idea dominante di questo passo, come di tutta l’Epistola, è il primato del Cristo. Egli deve primeggiare in tutto, perché tutta la pienezza abita in Lui. Lasciamo all’espressione tutta la sua ampiezza, poiché san Paolo non crede opportuno di restringerla: sarà allora la pienezza dell’essere come pure la pienezza di grazie. Per avere il primato in tutto, il Cristo dev’essere senza pari nei due ordini della grazia e della natura. E il suo primato risplende nel fatto che con la sua mediazione, Dio riconcilia e pacifica tutte le cose; non le riconcilia a se stesso, ma le riconcilia tra loro per mezzo del Cristo, dirigendole verso di Lui come al loro fine e facendole convergere verso di Lui come al loro centro comune. Non si ha diritto di rifiutare alla particella componente del verbo riconciliare il suo valore proprio, quello cioè di un ritorno ad uno stato anteriore di concordia, prima che apparisse il peccato. Tutte le cose oramai ritrovano la loro unità primitiva, in quanto che tutte rientrano sotto l’egemonia del Cristo. La condizione o la risultante della riconciliazione degli esseri è la loro pacificazione. Paolo non parla di una pacificazione mutua delle cose del cielo con quelle della terra — l’espressione che adopera li oppone a questa interpretazione — ma parla di una pacificazione generale di tutti gli esseri tra loro, sia in terra, sia in cielo. Tutti gli esseri sono pacificati come sono riconciliati nel Cristo che è il loro centro di gravitazione e il loro fuoco di convergenza. Nel passo parallelo, il campo di visione resta ancora così vasto, ma l’unione di tutti gli esseri, sotto lo scettro del Verbo incarnato, è descritta con termini ancora più precisi. « Benedetto sia Dio, il Padre del Nostro Signor Gesù Cristo… che ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà (secondo il benevolo disegno che aveva formato in se stesso per effettuarlo quando fosse compiuta la pienezza dei tempi), di riunire tutte le cose nel Cristo, quelle che sono in cielo e quelle che sono su la terra » (Ephes. I, 9-10). – L’oggetto del mistero o segreto divino è espresso in greco con una parola composta che ha dato luogo a interpretazioni diverse ma non disparate. I commentatori latini, seguendo la Volgata e l’antica versione, adottano volentieri il senso suggerito dal verbo instaurare o restaurare. Così l’Ambrosiastro: « Ogni creatura, in cielo e sopra la terra, è restaurata dalla conoscenza del Cristo, nello stato in cui essa fu creata ». E sant’Agostino vede compiuta questa doppia restaurazione: nei cieli, quando il vuoto lasciato dalla caduta degli angeli, è colmato dagli eletti; sopra la terra, quando i predestinati, liberati dalla corruzione del peccato, sono rivestiti della gloria eterna (S. Agost. Enchir., VI). – Questa è un’esegesi teologicamente irreprensibile, ma filologicamente alquanto dubbia; non pare infatti che san Paolo alluda soltanto agli esseri ragionevoli, ed un ritorno allo stato primitivo, per mezzo della riparazione del peccato, non rende tutto il suo pensiero. Tertulliano, espressamente approvato da san Gerolamo, traduceva recapitulare (Contra Marcion., V, 17). Questo è proprio il significato della parola greca, e sant’Ireneo lo spiega dicendo che tutte le cose sono compendiate o contenute in riassunto nel Cristo (Hæreses III , XVI, 6). Questo si può intendere in tre maniere: nel senso ontologico, Gesù Cristo, Dio e uomo, riassume in certo modo la creazione intera, il mondo degli spiriti e il mondo dei corpi; nel senso soteriologico, il Cristo riassume tutta l’economia della redenzione, in quanto che le profezie hanno tutte il loro compimento in lui, e tutta l’opera di Dio tende verso di lui come al suo fine; sotto l’aspetto rappresentativo, il Cristo può riassumere tutti gli esseri dotati di ragione, come Adamo riassumeva in sé tutta l’umanità di cui era padre. Se queste considerazioni trovano grazia agli occhi del grammatico, non soddisfano però totalmente l’esegeta. È vero che il Cristo realizza nella sua persona le profezie e le figure dell’antica alleanza, e che la sua doppia natura contiene eccellentemente le perfezioni di tutti gli esseri; ma l’affermazione generale del nostro testo rimane sempre limitata in modo piuttosto arbitrario, e questo non combina più con l’oggetto riconosciuto dell’Epistola agli Efesini, che è di presentare il Cristo come un principio di unione universale. Perciò i migliori interpreti afferrano meglio il pensiero di san Paolo, quando dicono, per esempio, con san Gerolamo: « Dio ha dato il Cristo per capo a tutti gli esseri, agli Angeli e agli uomini. Così si forma l’unione, il vincolo perfetto, quando tutte le cose sono messe sotto un solo capo e ricevono dall’alto un vincolo indissolubile… ». Il peccato del primo uomo, lo dice san Paolo, aveva prodotto nella natura intera un disordine, una scissione, un conflitto di tendenze ostili. Gesù Cristo vi ristabilisce la concordia — o almeno v’introduce l’armonia — perché Egli è il capo naturale degli esseri ragionevoli e il centro che domina la creazione materiale. Ora si vedono gli stretti rapporti dei nostri due testi, mentre una prima lettura ce ne faceva vedere piuttosto le divergenze. Da tutte e due le parti, il disegno della redenzione, uscendo dalla nostra sfera, abbraccia la terra e il cielo; da tutte e due le parti, il Cristo è mediatore di pace e strumento di unione, e tale è come uomo, nella pienezza dei tempi; da tutte e due le parti è indicato — o almeno insinuato — il ritorno ad uno stato primitivo di armonia e di concordia; da tutte e due le parti finalmente il compito cosmico del Cristo serve di preludio alla riconciliazione dei pagani con Dio e alla riunione degli Ebrei e dei Gentili in un medesimo corpo mistico. – Anche come uomo, Gesù Cristo ha dunque una specie di compito cosmico: Egli è capo degli Angeli e domina la creazione tutta quanta. Se si pensa al disordine prodotto dal peccato in tutta l’opera di Dio ed all’armonia che la presenza del Cristo v’introduce nuovamente, questo compito cosmico appartiene in qualche modo alla soteriologia (Rom. VIII, 20-21): è una specie di ripercussione mondiale dell’incarnazione ed un improvviso ingrandimento dell’orizzonte contemplato dall’Apostolo il cui sguardo ordinariamente non si spinge oltre la salvezza degli uomini.

L’ANNO ECCLESIASTICO

DIVISIONE DELL’ANNO ECCLESIASTICO.

(Messale Romano di Bertola e De Stefani; L.I.C.E. Ed. – Torino, 1950)

L’anno ecclesiastico comincia con la prima Domenica d’Avvento e finisce il Sabato che segue l’ultima Domenica dopo Pentecoste. Si compone di stagioni o Tempi liturgici chiamati Ciclo del tempo o Proprio del Tempo. Il suo scopo è di mostrarci nostro Signore nel quadro tradizionale dei grandi misteri della nostra Religione. – Contemporaneamente a questo ciclo se ne svolge un altro che è secondario: lo si chiama Ciclo del Santi o Proprio dei Santi, perché si compone di tutte le feste delle anime sante, che Dio associò a Gesù nell’opera della Redenzione.

I. — CICLO DEL TEMPO.

Questo ciclo è diviso in due parti che sono il ciclo di Natale e il ciclo di Pasqua. Ognuno di essi si suddivide a sua volta in tre tempi: l’uno precede, l’altro accompagna, il terzo segue queste due grandi feste, ed hanno il fine di prepararvi l’animo, di farle celebrare solennemente e dì prolungarle poi per parecchie settimane.

A. — Il Ciclo di Natale o dell’Incarnazione.

1) Il Tempo d’Avvento (dal latino adventus), si compone di 4 settimane che ci fanno aspirare coi Patriarchi e i Profeti alla venuta del Salvatore.

2) Il Tempo di Natale ci presenta la Nascita del Verbo Incarnato, che si riproduce in noi con la grazia e la sua Epifania o manifestazione al mondo.

3) Il Tempo dopo l’Epifania conta da due a sei settimane, che ci ricordano la vita nascosta di Nazaret e ci manifestano la sua Divinità.

B. — Ciclo di Pasqua o della Redenzione. Questo ciclo essendo dipendente dalla luna pasquale, comincia fra queste date, estreme, del 18 Gennaio e del 22 Febbraio.

La festa di Pasqua, centro di tutto l’anno, si celebra sempre nella domenica dopo il 14° giorno della luna di marzo. Si conta questo 14° giorno a partire dal 21 marzo. Se la luna piena fosse prima del 21, la luna pasquale sarebbe la seguente: donde uno sbalzo talvolta d’un mese; cioè Pasqua si celebra fra le date estreme del 22 marzo e de! 25 aprile.

1) Nove settimane preparano alla grande festa di Pasqua. E  sono divise in tre Tempi:

a) Il Tempo della Settuagesima, che dura tre settimane, ci prepara già in qualche modo al mistero pasquale, e, con la Quaresima che viene dopo, ci dà una sintesi della vita pubblica di Gesù.

b) Il Tempo della Quaresima, che comincia il mercoledì delle ceneri, ci fa partecipare mediante 40 giorni di penitenza, al digiuno di 40 giorni di nostro Signore nel deserto ed alla sua vita apostolica.

c) Il Tempo della Passione, che comprende le due ultime settimane di Quaresima, ci mostra durante 15 giorni le ultime sofferenze di Cristo e la sua agonia sulla Croce, affinché noi possiamo morire con Lui ai nostri peccati.

2) Il Tempo Pasquale ci fa celebrare la più grande fra tutte le feste: Pasqua e la sua ottava privilegiata, affinché la nostra anima risusciti con Cristo e viva, durante le cinque settimane seguenti con Gesù che istituisce la Chiesa e sale al Cielo nel giorno dell’Ascensione. La festa di Pentecoste viene a chiudere questo Tempo con la discesa dello Spirito Santo nelle nostre anime.

3) Il Tempo dopo la Pentecoste ci mostra per 24 o 28 domeniche le fioriture di santità che lo Spirito Santo e l’Eucarestia faranno nascere nella Chiesa e nei suoi Santi sino alla fine del mondo, epoca questa ricordata dalla ventiquattresima domenica dopo Pentecoste.

II. — CICLO DEI SANTI.

Pio X, nella sua bolla Divino Afflatu, ci indica la gerarchia che dobbiamo osservare nella celebrazione delle feste dei Santi che vengono ad intercalarsi, nel corso dell’anno, fra i grandi misteri del ciclo Cristologico.

Il primo posto è per la Madonna.

Poi vengono i Santi Angeli; e quindi, conforme all’ufficio più o meno intimo ch’essi ebbero nel piano dell’Incarnazione, S. Giovanni Battista, precursore del Messia; S. Giuseppe, S. Pietro e S. Paolo e gli altri Apostoli il cui culto era una volta solenne.

Le feste dei Santi d’una Nazione, d’una Diocesi, d’un Paese, d’una Parrocchia, d’un Ordine o Congregazione religiosa sono pure elevati al primo grado per la riconoscenza dovuta a questi Santi Protettori.

Vengono quindi le feste della Dedicazione delle chiese, e quelle dei Martiri, dei Pontefici (cioè dei Papi o Vescovi), dei Dottori (cioè dei Padri della Chiesa, interpreti più autorizzati della parola divina), dei Confessori (di quelli cioè che con la loro vita e con le loro dottrine hanno reso testimonianza a Dio), delle Vergini e delle Sante Donne. – Le più importantie numerose solennità di questo ciclo mattono, per il posto che occupano – specialmente nel tempo dopo la Pentecoste – in piena luce il ciclo riservato a Gesù, poiché è mediante Cristo che il mondo dev’essere ricostruito: «instaurare omnia in Christo».

 

1. — DELLA OCCORRENZA E DELLA CONCORRENZA DELLE FESTE.

Da questo movimento simultaneo del ciclo del Tempo e del ciclo dei Santi nascono incontri di feste del Tempo e dei Santi che prendono il nome di occorrenza, quando due feste sono assegnate al medesimo giorno, e di concorrenza, quando i secondi Vespri di una festa si incontrano con i primi Vespri della seguente. ( I primi Vespri si dicono la vigilia ed i secondi nel giorno della festa).

Nel caso di occorrenza, la festa meno privilegiata cede all’altra, nel caso di concorrenza la più degna prevale sull’altra e se esse sono dello stesso grado, si dividono i Vespri, cioè a cominciare dal Capitolo i Vespri sono del giorno seguente.

2. — DEL RITO E DEI GRADI DELLE FESTE.

Le feste assegnate a ciascun giorno dell’anno non sono uguali in importanza e in solennità. La Chiesa stabilisce la loro dignità con un rito speciale e con gradi differenti. Il rito di una festa consiste nella forma che la costituisce. E sono tre principali:

1° Il rito doppio, così chiamato perché si raddoppiano le antifone ripetendole cioè per intero sia prima che dopo ciascun salmo dell’Ufficio.

— Nelle Messe di questo rito (a meno che non vi siano commemorazioni di uno o più santi) non vi è che una sola orazione.

2° Il rito semidoppio, nel quale prima del salmo non si dice che l’inizio dell’antìfona (la quale sarà poi detta interamente dopo il salmo). Nelle Messe di questo rito vi sono sempre tre orazioni.

3° Il rito semplice.

I gradi di una festa consistono nella maggiore o minore solennità che le conviene.

Perciò si distinguono:

I doppi di prima classe

I doppi di seconda classe

I doppi maggiori

I semidoppi

I doppi minori

I semplici

3. — LE DOMENICHE DI PRIMA E DI SECONDA CLASSE

LE DOMENICHE ORDINARIE,

a) Le Domeniche di prima classe sono:

la prima Domenica d’Avvento e le 4 Domeniche di Quaresima;

la Domenica di Passione e la Domenica delle Palme;

la Domenica di Pasqua;

la Domenica in Albis (prima dopo Pasqua);

la Domenica di Pentecoste.

Queste dieci Domeniche non cedono il posto a nessun’altra Festa.

  1. b) Le Domeniche di seconda classe sono:

La seconda, la terza e quarta di Avvento;

Le Domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima

Queste Domeniche non cedono il posto che ai doppi di prima classe;

c) Le altre Domeniche dell’anno cedono il posto alle Feste di prima e di seconda classe, come pure alle Feste di nostro Signore, ma prevalgono sopra ogni altro Doppio maggiore o minore e semidoppio. La Feste doppie sono allora semplificate: se ne fa solamente commemorazione alla Messa e nell’Ufficio.

4. — LE OTTAVE PRIVILEGIATE COMUNI E SEMPLICI.

Se il rito doppio di prima classe ha l’Ottava questa può esse

I.Una ottava privilegiata

a) di primo ordine (Pasqua e Pentecoste), durante la quale non è ammessa la celebrazione di nessun’altra festa, ma solo la commemorazione ed anche questa è esclusa nel lunedì e martedì.

b) di secondo ordine (Epifania e Corpus Domini) durante la quale si possono celebrare soltanto le feste di rito di prima classe e nel giorno Ottavo ammette solo una festa di prima classe, e nel giorno ottavo ammette solo una festa di prima classe della Chiesa universale. In questi casi si fa la commemorazione dell’Ottava.

c) di terzo ordine (Natale, Ascensione e il Sacro Cuore) che giorni durante l’Ottava ammette tutte le feste superiori al semplice, ma nel giorno Ottavo non cede che a una festa di prima e di seconda classe. Si fa sempre commemorazione dell’Ottava.

II. — Una Ottava comune.

Hanno questa Ottava:

1° le seguenti feste della Chiesa universale: Immacolata Concezione; Assunzione; Natività di S. Giovanni Battista; Solennità di San Giuseppe; Ss. Apostoli Pietro e Paolo; Tutti i Santi. – 2° Le feste primarie delle Chiese particolari. – 3° Per privilegio qualche altra festa. Questa Ottava ammette la celebrazione delle stesse feste che le Ottave privilegiate di terzo ordine. Si omette la memorazione dell’Ottava nei doppi di prima e seconda classe, non però nel giorno ottavo.

Quando il rito doppio di seconda classe ha l’Ottava, questa è:

Una Ottava semplice.

Dell’Ottava semplice si celebra solo il giorno ottavo e con rito semplice (S. Giovanni Ap., S. Stefano, ecc.). Se occorre una festa di rito superiore si fa la commemorazione, eccetto che nella festa

di rito di prima classe. .

5. — LE FERIE PRIVILEGIATE E NON PRIVILEGIATE.

Le ferie seno giorni liberi nei quali non si celebra alcuna festa. La Quaresima, che un tempo serviva di preparazione al Battesimo, amministrato nel giorno di Pasqua, possiede una Messa speciale per ogni Feria, cioè per ogni giorno della settimana. – Nelle ferie che non hanno Messa propria, si celebra la Messa della Domenica precedente.

a) Le ferie maggiori privilegiate sono:

Il Mercoledì delle Ceneri e tutti i giorni della Settimana Santa.

Queste ferie prevalgono su ogni altra festa.

b) Le ferie maggiori non privilegiate sono:

Quelle dell’Avvento, della Quaresima (dopo il Mercoledì delle Ceneri), di Passione (prima della Domenica delle Palme), delle Quattro Tempora dì Settembre ed il lunedì delle Rogazioni. Se ne fa sempre la commemorazione e si legge il loro Vangelo in fine della Messa.

In queste ferie, nelle Quattro Tempora dell’Avvento e nelle Vigilie Comuni (v. N° 6, b) se si fa l’Ufficio di un Doppio maggiore o minore o di un Semidoppio, nelle Messe private si può leggere la Messa della feria o della vigilia con la Commemorazione della festa, oppure la Messa della festa con la Commemorazione della feria o della vigilia.

La Commemorazione di tutti i fedeli Defunti esclude (anche se trasferita al giorno seguente, quando il 2 Novembre cade in Domenica) le Feste sia occorrenti che trasferite di qualsiasi rito.

6. — LE VIGILIE.

Le vigilie, o veglie, preparano con ufficio speciale la celebrazione della festa del giorno successivo. Alcune sono caratterizzate dalla penitenza e spesso da uffici più lunghi e dal colore violaceo dei parati. Vi sono vigilie:

a) Privilegiate:

di prima classe: vigilia di Natale e di Pentecoste che non cedono il posto a nessuna festa.

di seconda classe: vigilia dell’Epifania che non ammette che le feste di prima e seconda classe e di nostro Signore.

b) Comuni ordinarie: Apostoli, ecc.

7. LE MESSE VOTIVE.

Messe Votive si chiamano quelle che si celebrano, nei giorni prescritti dalle Rubriche, indipendentemente dall’Ufficio dei giorno e sono state istituite per soddisfare il voto o desiderio della stessa S. Chiesa, dei fedeli che le domandano, e del Celebrante medesimo.

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DIVISIONE SCHEMATICA DELL’ANNO ECCLESIASTICO

A. — CICLO DI NATALE

MISTERO DELL’INCARNAZIONE.

PREPARAZIONE

(Par. Violacei)

I. Tempo di Avvento (dalla 1a Dom. di Avvento al 24 dicemb.) – 4 Domen.

CELEBRAZIONE

(Par. Bianchi)

Natale

Epifania

II.Tempo di Natale   (dal 24 dic. Al 13 gennaio)      2 Domen.

PROLUNGAMENTO.

(Par. Verdi)

III. Tempo dopo l’Epifania)    (dal 14 gennaio alla Settuagesima) 6 Dom.

 

B. — CICLO DI PASQUA.

MISTERO DELLA REDENZIONE.

PREPARAZIONE

(Par. Violacei)

I. remota (Tempo di Settuag.) da Settuagesima alle Ceneri 3 Domen.

II. prossima (Tempo di Quares.)  dalle Ceneri alla Dom. di Passion         4 Domen.

III. immediata (Tempo  di Passione ) dalla Dom. di Passione a Pasqua               2 Dom.

CELEBRAZIONE

IV. Pasqua (Par. Bianchi)

Pentecoste ed Ottava (Par. Rossi)

(Tempo Pasquale) da Pasqua alla Trinità – 7 Dom.

PROLUNGAMENTO

(Par. Verdi)

V. Tempo dopo Pentecoste dalla Trinità all’Avvento                   – Domen. 24

LO SCUDO DELLA FEDE (XXXIX)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

LO SCUDO XXXIX.

IL PAPA.

Visibilità della Chiesa e spirito privato del protestantesimo. — Istituzione divina del Papato. — S- Pietro a Roma. — Autorità del Papa. — Sua infallibilità. — Necessità della medesima. — Anche di fronte ai Concili!. — Un’infallibilità pontificia non è un dogma nuovo? — E i Papi che hanno errato? — E quelli malvagi?

— È dunque proprio vero che Gesù Cristo nel fondare la sua Chiesa ha inteso di fondare una società visibile?

Non se ne può avere il minimo dubbio. Già fin dai tempi antichi i profeti avevano annunziato che Gesù Cristo avrebbe creato una società visibile a guisa di un regno potente, che si sarebbe esteso sino agli estremi confini della terra (V. Daniele, capo II, versetto 44); a guisa di una casa del Signore, che sta sulla vetta dei monti e si solleva sopra tutti i colli, ed alla quale sarebbero accorsi in folla tutti i popoli; a guisa di una città santa, nella quale sarebbero entrate le moltitudini delle nazioni ed i popoli gagliardi (V. Isaia., capo II e LX). Lo stesso Gesù Cristo poi promise durante la sua predicazione, che per la salvezza universale degli uomini avrebbe edificato la sua Chiesa: e parlando di essa la paragonò ad un gregge e ad un ovile, al quale dovevano pervenire tutte le pecorelle disperse per tutto il mondo; ad un banchetto, a cui sono chiamate persone di ogni stato; ad una rete gettata nel gran mare dell’umanità e che piglia ogni specie di pesci; ad un granellino di senapa, che si converte poscia in un albero immenso, nel quale vanno a riposarsi ogni sorta di uccelli; ad un regno di Dio aperto a tutti i popoli della terra.

— Come dunque i protestanti osano negare la visibilità della Chiesa?

Si capisce. Tutto il sistema del protestantesimo si basa sopra lo spirito privato. Essi sostengono cioè che ognuno degli uomini può stare da sé e dipendere direttamente da Dio, il quale illumina ogni uomo intorno a quel che deve credere e a quel che deve operare per mezzo della Bibbia; che perciò non vi è bisogno di nessun’autorità nella Chiesa, la quale ci spieghi e quel che dobbiamo credere e quel che dobbiamo operare. Quindi in conformità a questo suo errore capitale il protestantesimo nega la necessità che la Chiesa di Gesù Cristo sia visibile, nega cioè che debba essere visibile nel suo insegnamento, nel suo culto, nel governo delle anime, nell’autorità dei suoi Pastori e specialmente del Sommo Pontefice, lasciato da Gesù Cristo a governarla visibilmente sulla terra. E ciò esso fa propriamente per poter affermare di sé che, allontanatosi dall’ovile e sottrattosi all’autorità del supremo pastore il Papa, forma nondimeno la Chiesa di Gesù Cristo.

— E non risulta forse chiaro dal Vangelo che Gesù Cristo ha preposto un capo supremo a governare visibilmente la Chiesa?

Risulta chiarissimo. Tu sai che fra i dodici Apostoli suoi riguardò sempre Pietro come il primo di tutti. A lui cambiò il nome di Simone in quello di Cefa ossia Pietra, ad indicare che lo voleva fare la pietra fondamentale della sua Chiesa. Predicò di preferenza dalla barca di lui. Pregò distintamente per lui. Da lui cominciò a lavare i piedi agli Apostoli. Lui fece camminare sulle onde. A lui apparve singolarmente dopo la risurrezione; lui insomma designò chiaramente al disopra di tutti. E tutto ciò è ancor poco, perciocché ben più apertamente Gesù Cristo fece intendere il suo disegno e la sua volontà riguardo a Pietro. Quel dì, che a nome degli altri Apostoli Pietro confessò esplicitamente la Divinità di Lui, Gesù Cristo rivolgendosi ad esso gli disse queste precise parole : « Ed io dico a te, che tu sei Pietro, e sopra di questa pietra fabbricherò la mia Chiesa, e le potenze d’inferno non prevarranno contro di essa giammai. A te io darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che avrai legato sopra la terra sarà legato anche nei cieli, e tutto ciò che in sulla terra avrai sciolto, sarà sciolto anche ne’ cieli » (V. Vangelo di S. Matteo, capo XXVI). – Nell’ultima cena poi rivolto a Pietro, gli dice: « Simone, io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli » (V. Vangelo di S. Luca, capo XXII). E dopo la sua risurrezione apparendo ai suoi discepoli e volgendosi ancora a Pietro, dopo averlo per tre volte interrogato se lo amava ed essersi inteso a rispondere che sì, gli disse due volte: « Pasci i miei agnelli; » ed una terza: « Pasci le mie pecorelle » (V. Vangelo di S. Giovanni, capo XXI). – Ora per negare che in queste sentenze Gesù Cristo abbia costituito Pietro capo, fondamento, clavigero, legislatore, pastore, maestro supremo del suo regno, cioè della sua Chiesa, bisognerebbe far contro allo stesso buon senso naturale.

— E si può essere certi che S. Pietro abbia riconosciuto d’aver ricevuto tale potestà e che gli altri Apostoli e i primitivi fedeli l’abbiano riconosciuta?

Certissimi. Difatti appena salito in cielo Gesù Cristo, Pietro nel cenacolo piglia il primo posto, parla pel primo e propone egli l’elezione di un altro Apostolo in luogo di Giuda il traditore. Nel dì della Pentecoste è egli che pel primo predica la fede di Gesù Cristo e la conferma coi miracoli. In seguito è ancor egli che pel primo avendo convertito i Giudei, va pel primo a battezzare i Gentili. Così è egli Pietro, che stabilisce i primi punti di disciplina e compone qualsiasi dissidio che insorga, tanto che tutta la Chiesa, pastori e fedeli a lui si affidano, lui seguono, lui obbediscono; e lo stesso grande S. Paolo, benché fatto Apostolo direttamente da Gesù Cristo non si tiene pago fino a che non ha fatto confermare il suo apostolato da S. Pietro.

— Ciò va benissimo. Ma non si potrebbe obbiettare che l’autorità che Gesù Cristo conferì a Pietro sia stato un privilegio personale?

Il credere ciò sarebbe lo stesso che credere che Gesù Cristo non abbia voluto che durasse in perpetuo la sua Chiesa, ma che invece con la morte di Pietro si disgregasse e andasse in rovina. Dimmi, a non sovvertire l’idea istessa di famiglia, di stato, di società, non si appalesa a primo aspetto la necessità di un rispettivo capo?

— Sì, senza alcun dubbio.

Dunque se Gesù Cristo voleva che la sua Chiesa durasse perpetuamente quaggiù (e lo volle davvero, perché ha dichiarato apertamente essere sua volontà che tutti gli uomini pervengano al conoscimento della verità), non doveva volere che a conservarsi integra, una, indissolubile vi fosse pur sempre in essa un capo supremo?

— Anche ciò è chiarissimo.

Dunque il primato di Pietro non è un privilegio personale, che abbia a perire con la sua morte; è un privilegio che raccoglierà ogni suo successore, un privilegio che rimarrà in tutti quelli che continueranno il suo Pontificato sino alla consumazione dei secoli, ascendendo quella stessa cattedra romana, sulla quale per divina ispirazione egli andò ad assidersi e ad esercitare il suo supremo potere ed infallibile magistero.

— Mi pare però che si dubiti assai che S. Pietro si sia recato a Roma a stabilire la sua cattedra episcopale.

Oh sì, caro mio, dai protestanti ciò si è messo in dubbio e lo si è negato addirittura, e sempre con questo intento maligno di negare l’autorità suprema del Vescovo di Roma. Ma il fatto della venuta, dimora e morte di San Pietro in Roma, e per conseguenza dello stabilimento della sua sovrana autorità in detta città è di una certezza storica tale, che fa peranche oggi sin ridere il doverlo provare. I monumenti archeologici specialmente, con quelle illustrazioni che ebbero ultimamente dal celebre Giovan Battista de Rossi, forniscono oggi, oltre ad altri innumerevoli, uno dei più convincenti argomenti della verità di tal fatto. D’altronde gli stessi protestanti e razionalisti dei dì nostri, in gran parte, benché non vogliano saperne del primato del Papa, Vescovo di Roma, hanno ancor essi respinto questo errore del vecchio protestantesimo. Dico però solamente in gran parte, perché taluno di essi che passa per la maggiore, come lo storico Ferdinando Gregorovius, osa asserire impudentemente, pur sapendo di mentire, che « la storia non sa nulla di questa presenza dell’apostolo Pietro in Roma, e che perciò non è altro che un fondatore leggendario della comunità romana ». E di ciò è a rincrescere assai, perché certi giovani studenti delle scuole superiori se si imbatteranno in tale asserzione, o se l’intenderanno a fare da qualche loro professore, senza punto darsi la pena di rettificarla con studi appositi, solo perché è l’asserzione di un tedesco, l’accetteranno come oro di coppella, e diranno poi contro la sentenza opposta e dimostrata matematicamente vera: « Ecco un’altra invenzione dei preti ».

— Stia certo che essendo stato posto sull’avviso, ciò non accadrà di me. Ma l’autorità suprema del Papa fu pure sempre riconosciuta lungo il corso dei secoli?

Sempre. Tutti i Padri, tutti i Dottori, tutti i Concilii furono sempre d’accordo nel credere e proclamare che il Papa, il Pontefice romano è il Vicario di Gesù Cristo, il Successore di S. Pietro, il Reggitore e Maestro supremo della Chiesa universale. Ed ogni qualvolta i reggitori e maestri delle Chiese particolari, i Vescovi, si trovarono nel dubbio e nella controversia per riguardo a qualche pratica religiosa o a qualche punto di dottrina fu sempre al Papa che si rivolsero, e fu sempre alla sua decisione che si affidarono ed obbedirono come all’oracolo divino, conoscendo per fede e di fatto che S. Pietro persevera e vive nei suoi successori.

— Vuol dire adunque che il Papa ha il potere di ammaestrare, dirigere e comandare anche i Vescovi?

Senza dubbio. Sebbene i Vescovi siano i successori degli Apostoli, opperò abbiano anch’essi quell’autorità divina, che Gesù Cristo diede agli Apostoli dicendo loro: « Tutto ciò che avrete legato sulla terra sarà pure legato in cielo; tutto ciò che avrete sciolto sulla terra sarà sciolto in cielo; come il Padre celeste ha mandato me, così io mando voi eccetera, eccetera; » non di meno il Papa per essere il Capo supremo della Chiesa, per avere ricevuto da Gesù Cristo l’ordine e il potere di pascere non solo gli agnelli figura dei fedeli, ma eziandio le pecorelle figura dei Vescovi, di confermare nella fede i suoi fratelli, cioè gli stessi Vescovi, perciò ha realmente l’autorità di ammaestrare, dirigere e comandare anche i Vescovi, ed anche i Vescovi devono stare a Lui soggetti.

— E in tal guisa l’autorità dei Vescovi non ne scapita?

No affatto. L’autorità dei Vescovi, che come ti dissi, è pur essa divina, rimane quella che è. Epperò anche i Vescovi nella loro diocesi hanno il potere di ammaestrare nella fede, di conferire la grazia coi Sacramenti, di far leggi conducenti alla salvezza delle anime in particolar modo affidate alle loro cure, di punire con pene adatte alla natura ed indole della Chiesa i figli disobbedienti, e cose simili; ma la loro autorità è sempre subordinata a quella del Pontefice secondo che Gesù Cristo ha voluto, di quella guisa che in un esercito i diversi generali e colonnelli, avendo pur ciascuno una vera autorità, stanno tuttavia soggetti al generale in capo, costituito dal re anche sopra di essi.

— Ho inteso, e sono ora più che convinto riguardo all’autorità del Papa. Ciò che però non capisco ancor bene si è la sua infallibilità. Mi pare impossibile che il Papa, per quanto Papa, non possa peccare come tutti gli altri uomini! e che si debba aggiustar fede ad ogni parola, ad ogni giudizio che egli esprima su qualsiasi soggetto.

Come ? anche tu hai delle idee così storte a questo riguardo? Caro mio, l’infallibilità non è affatto l’impeccabilità come tu, ed altri pensano: la Chiesa non ha mai insegnato ciò; perché il Papa in quanto è uomo potrà anche egli peccare, e dovrà perciò anch’egli gettarsi ai piedi di un altro ministro del Signore per implorare il perdono delle sue colpe. Così pure non è vero assolutamente che l’infallibilità sia legata ad ogni sua parola e ad ogni suo giudizio, che anch’egli, come persona privata, esprimendo il suo parere o sopra la storia, o sopra la scienza, o sopra la filosofia, o sopra la teologia, o sopra la politica, o sopra l’arte, o sopra qualsiasi altra cosa può fallire. L’infallibilità è quella prerogativa, per cui il Papa come Capo della Chiesa, in virtù della promessa di Gesù Cristo, giudicando e definendo dall’alto della sua suprema cattedra cose riguardanti la fede o i costumi, non può cadere in errore, né quindi ingannar se stesso o gli altri. Ecco che cosa è l’infallibilità.

— Tutto ciò va bene; ma io ho sempre udito dire che al mondo non c’è altri infallibile che Iddio!

Perdinci ! Tu mi spari davvero una bomba, ma è bomba di carta. Lo so anch’io che Iddio solo è infallibile, e so anche che Dio solo può conoscere il futuro, che Dio solo può far dei miracoli, che Dio solo può assolvere i peccati e compiere altre simili cose. Ma forse che Dio non può comunicare, quando gli paia e piaccia, questi doni a taluno degli uomini? Forse che non li abbia comunicati? Dunque anche essendo Egli solo infallibile può comunicare al Papa il dono dell’infallibilità e realmente glielo comunica, affinché quando parla come Papa, cioè come Vicario suo e definisce una qualche cosa che riguardi la fede o i costumi non cada in errore.

— Ma quale necessità che Dio partecipi la sua infallibilità al Papa? Io non la vedo affatto.

Non la vedi? Eppure non v’è nulla di più chiaro. Secondo le parole di Gesù Cristo a S. Pietro, ogni Papa deve pascolare agnelli e pecore, deve cioè istruire tutta la Chiesa, e questa deve ricevere i suoi pascoli, i suoi insegnamenti. – Ora se il Papa ne’ suoi insegnamenti circa la fede o i costumi errasse o per ignoranza o per malizia, non sarebb’egli come un pastore, che conduca gli agnelli e le pecore a pascoli avvelenati, un pastore che invece della vita darebbe loro la morte? – Inoltre il Vangelo ci dice che Gesù Cristo pregò pel Capo della sua Chiesa, affinché la sua fede non venisse meno e così potesse confermare in essa i suoi fratelli. Ma potrebbe fare ciò il Papa, se la preghiera di Gesù Cristo non fosse stata dal suo Celeste Padre esaudita, ed il Papa non fosse infallibile nel suo Magistero supremo? – Supponi che nella Chiesa nasca una questione gravissima riguardo a qualche dottrina o a qualche pratica religiosa, questione che assolutamente bisogna decidere per tranquillizzare le coscienze, per illuminarle e dirigerle secondo la verità; si potrebbe fare ciò, se il Papa, capo della Chiesa, appoggiandosi alla promessa di Gesù Cristo non potesse egli decidere in modo infallibile, che si tratta sì o no di una dottrina rivelata, di una pratica conforme o disforme alla legge di Dio?

— Le ragioni che mi adduce sono veramente forti; ma per decidere queste questioni religiose non si sono radunati pel passato e non si possono ancora radunare adesso e in seguito dei Concilii di tutti i Vescovi della Chiesa?

Sì, ciò è vero, ma anzitutto ti osservo che i Concilii ecumenici, ossia generali di tutti i Vescovi, non si possono raccogliere in ogni tempo, né possono essere per loro natura un tribunale permanente. E se la cosa fosse urgente e si esigesse subito una parola chiara, autorevole, che cessi i dissidi e tronchi le lotte, come si farebbe? In secondo luogo tu devi sapere che nessun Concilio può aver valore nella Chiesa se non è ratificato dal Papa, e che le decisioni dogmatiche di un Concilio ecumenico sono infallibili in quanto che in detto Concilio i Vescovi sono congiunti al Papa, capo della Chiesa, il quale, a guisa di sole nel quale s’incentra la infallibilità, la irradia sopra il corpo episcopale a lui unito.

— Vuol dire adunque che un Concilio, fosse pure di tutti i Vescovi del mondo, senza il Papa o contro il Papa, non sarebbe infallibile.

Precisamente così. Il Papa è sempre lui il fondamento della Chiesa, e qualsiasi corpo, fosse pure quello di tutti i Vescovi del mondo, che non si basi sopra il fondamento stabilito da Gesù Cristo, non può partecipare a quella incrollabilità di fede, che Gesù Cristo ha assicurato al detto fondamento.

— Ma il dogma dell’infallibilità del Papa non è ancor esso un dogma nuovo? Dunque i Papi, che esistettero prima di questo dogma, non saranno stati infallibili.

Ricorda quanto già ti ho detto riguardo alla definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. La Chiesa quando definisce un nuovo dogma non introduce una nuova verità da credere, ma dichiara che una dottrina, che sempre vi è stata nella Chiesa, è una verità rivelata da Dio precisamente perché fa parte della divina rivelazione. Dunque sebbene il dogma dell’infallibilità del Papa sia stato definito soltanto il 18 luglio 1870 nel Concilio Vaticano, perché allora si vide l’opportunità di definirlo, non di meno è una verità sempre esistita e in fondo in fondo sempre riconosciuta, dacché Gesù Cristo disse a San Pietro: « Tu sei Pietro; pascola i miei agnelli e le mie pecorelle; conferma nella fede i tuoi fratelli ».

— Ma pure alcuni Papi in passato non sono caduti in errore? Ho sentito parlare di Liberio, di Marcellino, di Onorio.

Basta, basta; ho già inteso. Ma prima di tutto bisogna ricercare se le cose, che di questi Papi si dicono, siano vere. In secondo luogo bisogna vedere se le cose, quali sono realmente, contengano errori contro la fede o la morale. E da ultimo, qualora ci fossero veramente degli errori, bisogna dimostrare se sono stati profferiti da questi Pontefici come da Papi, nell’esercizio supremo della loro autorità, propriamente per fare una definizione dogmatica, oppure come da dottori privati. Fino a che non si provino queste tre cose, e non si potranno mai provare, è inutile far delle obbiezioni aeree.

— Dunque non è mai accaduto che nella Chiesa vi siano stati dei Papi, che abbiano errato?

No; dei Papi che nell’esercizio supremo del loro ministero abbiano errato, non ve ne sono stati mai, e non mai ve ne saranno. Ed è questa una cosa al tutto mirabile che in sì lungo corso di secoli, con tante e sì svariate dottrine, che i Papi come Capi della Chiesa hanno proposte e definite, non siano mai caduti in alcun errore o contraddizione.

— Ciò che però non mi potrà negare si è che tra i Papi ve ne siano stati anche di quelli malvagi, per esempio un Alessandro VI, nei quali non saprei proprio come vi abbia potuto essere la infallibilità!

Io non ti nego che vi sia stato tra i Papi qualcuno di una vita non dicevole alla sublime sua dignità. Ma che per questo? Se come persone private fallirono, come Pontefici vennero forse meno al loro gravissimo ufficio? No, mai. Lo stesso Alessandro VI, di cui tanti scrittori farisaici inorridiscono, dato pure che la sua vita privata non sia stata sempre buona, non diede mai alcun insegnamento, che pregiudicasse la fede e la morale cristiana. La purità della dottrina anche sotto di lui rimase intatta. – « In ogni epoca, ti dirò col valentissimo storico dei Papi, Dottor Lodovico Pastor, si sono dati nella Chiesa da canto a cattivi Cristiani anche indegni sacerdoti, come tra gli stessi Apostoli vi fu un Giuda. Ma a quella guisa che una cattiva incastonatura non scema il pregio di una gemma, così pure la peccabilità di un sacerdote non può recar scapito essenziale né al Sacrificio ch’egli offre, né ai sacramenti di cui è ministro, né alla dottrina ch’egli insegna. Il perché eziandio il sommo sacerdote (il Papa) non è in grado di togliere alcunché dal merito dei tesori celesti, che gli sono nella loro pienezza affidati e cui egli amministra e dispensa. L’oro rimane oro, sia che lo dispensi una mano pura od impura. Con questi criteri giudicava ormai Leone Magno; « La dignità di Pietro (e si può dire lo stesso della sua infallibilità) non va a scadere né anche in un indegno successore » (V. Storia dei Papi, ecc. di Lodovico Pastor, volume III, pagina 435).

L’ISTRUZIONE RELIGIOSA

L’ISTRUZIONE RELIGIOSA

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli. Domenica XXIV dopo PENTECOSTE – Scuola tipog. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929; imprim.]

“Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, affinché  camminiate in maniera degna di Dio, sì da piacergli in tutto; producendo frutti in ogni sorta di opere buone, e progredendo nella cognizione di Dio; corroborati dalla gloriosa potenza di lui in ogni specie di fortezza ad essere in tutto pazienti e longanimi con letizia, ringraziando! Dio Padre che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce, sottraendoci al potere delle tenebre, e trasportandoci nel regno del suo diletto Figliuolo, nel quale, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati (Col. 1, 9-14).”

L’Epistola è tratta dal principio della lettera ai Colossesi. Dopo il saluto, le congratulazioni, il ringraziamento a Dio per la fede e la pietà che regna tra i Colossesi, assicura — come vediamo dal brano riporta; — prega il Signore che dia loro una conoscenza perfetta della volontà di Dio, così che possano piacergli, mediante i frutti delle buone opere; e che queste opere progrediscano sempre più, per mezzo di una cognizione sempre maggiore delle cose celesti. Prega pure che dia loro la forza di sopportare con letizia le prove immancabili a chi vive cristianamente; e che siano fedeli nel ringraziare Dio Padre, il quale li ha resi degni di partecipare al consorzio dei santi, cioè dei fedeli, li ha strappati alla schiavitù del demonio e delle sue opere tenebrose per metterli sotto il regno del suo Figlio, nostro Redentore. – Quest’epistola ci apre la via a parlare dell’istruzione religiosa.

1. Al Cristiano è indispensabile l’istruzione religiosa,

2. Che gli servirà di guida nella vita,

3. E lo renderà costante contro i falsi insegnamenti e le storte teorie.

1.

Fratelli: Non cessiamo di pregare per voi, e di chiedere che abbiate la piena cognizione della volontà di Dio, con ogni sapienza e intelligenza spirituale. L’Apostolo, dicendo ai Colossesi che egli domanda che, per mezzo di quella scienza e sapienza che non viene dagli uomini, ma dallo Spirito Santo, imparino sempre più ciò che Dio vuole da loro; viene bellamente a inculcare il dovere che essi hanno di avanzare sempre più nella cognizione delle verità essenziali del Cristianesimo. E’ una raccomandazione che S. Paolo fa parecchie volte, e che è di grande importanza per i Cristiani di tutti i tempi, perché pare che in tutti i tempi si dia molto più importanza all’istruzione profana che all’istruzione religiosa. Non parliamo, poi, dei tempi nostri.Noi sentiamo dei fanciulli, con il sussiego di chi la sa lunga in materia, narrare le avventure delle pagine illustrate delle riviste settimanali. Se li interrogate, non sanno ripetere un sol fatto della Storia Sacra. I giovinetti danno l’assalto alle edicole, ai giornalai che escono dalle stazioni per aver notizia, delle vicende dei giocatori. Vi sanno dire chi è riuscito primo nel pugilato, nella gara podistica; chi primo nella corsa delle biciclette, delle automobili. ecc. Vi dicono il nome, la paternità, la patria del campione nazionale, del campione europeo, del campione del mondo: ma non vi sanno fare il nome di un campione del Cristianesimo. – Gli adulti la sanno forse più lunga in fatto di religione? Se  provaste a interrogarli resterete meravigliati della loro ignoranza. Non dissimili dagli uomini sono spesso le donne; e non dissimile dall’operaio e dal contadino è il ricco, la persona colta. Sarebbe già molto, per una buona parte, se arrivassero a far bene il segno della croce. E questa ignoranza è assolutamente inammissibile in un Cristiano. « E’ un errore non conoscere Dio come si conviene ». L’uomo è figlio di Dio: deve, per conseguenza conoscere questo Dio, che lo ha creato, che lo governa, che è il suo ultimo fine; conoscere la sua natura, conoscere i suoi attributi per quanto è possibile a persona pellegrina su questa terra: sapere qual è il premio per quelli che lo servono; qual è il castigo per coloro che si ribellano al suo volere. – Dio nella sua bontà infinita ha voluto risollevare l’uomo dalla sua miseria per mezzo della redenzione. È  interesse dell’uomo redento, del Cristiano, è suo obbligo istruirsi in questo mistero: conoscere la persona di Gesù Cristo, quanto ha fatto per noi, il merito della sua opera, la dottrina che Egli ha insegnato, e che le turbe del suo tempo ascoltavano con tanta brama da dimenticare casa, occupazioni e perfino il nutrimento. È interesse e obbligo del Cristiano conoscere chi è la depositaria della sua dottrina, la Chiesa; conoscere gli aiuti che ci ha dato, i sacramenti. Si tratta d’una istruzione che interessa il Cristiano direttamente, in modo particolare. Si tratta poi d’un interesse che non si limita ai quattro giorni che passiamo sulla terra, ma che varca i confini della vita e dura per tutta l’eternità.

2.

Paolo desidera che i Colossesi abbiano una piena conoscenza della volontà del Signore affinché si diportino in maniera degna di Dio, sì da piacergli in tutto. Cioè, conducano una vita in tutto degna di un vero Cristiano. Una vita simile non può prender norma che dalla dottrina della Chiesa. Nella dottrina della Chiesa si trovano i rimedi adatti a tutte le infermità dell’umana natura, e la difesa contro i pericoli e le illusioni che l’accompagnano. In questa dottrina si trovano gli insegnamenti opportuni per qualunque circostanza della vita. Essa contiene insegnamenti per la vita individuale e per la vita sociale: indica i diritti nella loro giusta misura, e inculca i corrispondenti doveri. – Tolti gli insegnamenti della Religione, ben poca efficacia hanno gli altri mezzi sulla condotta dell’uomo e sull’andamento morale della società. Il ven. Antonio Chevrier era stato arrestato da due guardie urbane di Lione, che l’avevano trovato a questuare alla porta di una chiesa. Condotto dal Commissario, risponde ai rimproveri facendo osservare che egli fa la questua pel mantenimento e l’educazione di una sessantina di ragazzi vagabondi, parecchi dei quali erano certamente passati nell’ufficio del commissario, prima di andare da lui. Quando il commissario sa con chi tratta non può trattenere la commozione, e due lacrime spuntano sopra i suoi occhi. Poi riprende : «Ah! Padre, continui la sua opera di rigenerazione ben più utile dì tutte le nostre case di reclusione; continui a chieder l’elemosina per i suoi ragazzi, non avrà più noie; io stesso voglio partecipare alla sua opera» (Villefranche. Vita del Ven. Servo di Dio Padre Antonio Chevrier. Versione di Alfonso Codaghengo. Roma – Torino. 1924. Pag. 97-98). – Possiam poi, ad osservare che la sanzione delle leggi umane, già poco efficace per sé, è relativamente rara. Le leggi umane sono di quelle reti da cui si può sfuggire con tutta facilità. Si possono trasgredire in modo da far quanto la legge proibisce, senza incorrere nella sanzione. Fatta la legge, trovato l’inganno. Se la legge non è scritta nel cuore, fa ben poco. Le cattive inclinazioni hanno origine dal cuore: nel cuore deve stare il loro correttivo. « Serbo nel cuore i tuoi detti per non peccare contro di te », dice il Salmista; ma è impossibile che la legge sia scolpita nel cuore, se non la si considera come ricevuta da Dio. – Ci sono inoltre tante azioni, che la legge umana non considera perché interne, come l’odio, i desideri malvagi ecc.; ma che non cessano per questo di essere condannabili, e che sono, difatti, severamente condannate dalla dottrina della Chiesa. – Non si può negar l’efficacia dell’insegnamento della Chiesa dal fatto che alcuni anche fortemente istruiti nella Religione, conducono una vita riprovevole. La dottrina religiosa da essi imparata è la loro più severa condanna: Essa li richiama continuamente alla riforma della propria condotta, che, con l’aiuto della grazia di Dio, può sempre compiersi. A ogni modo è sempre un freno potentissimo con la minaccia dei castighi eterni, riservati a coloro che si ostinano nel male… E coloro che se ne scandalizzano, al punto di voler negare l’efficacia dell’istruzione religiosa, sono forse migliori? Del resto, si dia uno sguardo alla storia. Si vedrà che la dottrina della Chiesa, alla corrotta vita pagana ha sostituito una vita di grande dignità e di santità. Si vedrà che quando le popolazioni si avvicinano ai principii del Vangelo sono civili; quando se ne allontanano diventano barbare.

3.

L’Apostolo augura ai Colossesi che vadano progredendo nella cognizione di Dio, cioè nello studio delle verità cristiane. Come grande è, dunque, l’errore di coloro che, studiati i primi elementi della dottrina cristiana da fanciulli al catechismo parrocchiale o alla scuola, non se ne curano più nel restante della vita. Il condurre una vita veramente cristiana non è cosa da animi deboli. Si richiede grande costanza contro ogni genere di contrarietà. Cresciuto il fanciullo negli anni, da chi imparerà il modo di resistere alle passioni? Che cosa lo terrà saldo contro la corrente dei cattivi costumi e delle massime perverse? L’ideale! si dirà. Ma quale? Noi vediamo che sono tanti ideali quante sono le scuole, quanti sono i partiti, quanti sono i gusti. E ciascuno si sceglie l’ideale che accontenta maggiormente le passioni, che cominciano a dominarlo. Sta bene che al Catechismo dei fanciulli abbiamo imparato i primi elementi della dottrina; abbiamo imparato per qual fine Dio ci ha creati ecc.; ma, cresciuti in età, dobbiamo approfondire le nostre cognizioni mano a mano che ci troviamo davanti circostanze che richiedono da noi la manifestazione di principi solidi. Col crescere degli anni si allarga anche il campo dei nostri doveri; dobbiamo quindi cercare di averne una più larga e profonda cognizione. « Che giova — dice S. Bernardo — saper dove sia da andare, se non sai la via per la quale hai da andare » (S. Bernardo. In festa Ass. Serm. 4, 9). Quando si è uomini maturi, si dice, non c’è più bisogno di guida. Il buon senso e la ragione insegnano quel che c’è da fare. Peccato, che la storia ci dimostri il rovescio. Essa ci dimostra che, quanto alla verità, non c’è assurdo che non sia stato insegnato da qualche filosofo; e che intorno ai doveri degli uomini i sapienti del mondo non hanno mai potuto stabilire un sicuro codice di morale. In pratica, poi, la norma più comune è la pubblica opinione. Questa è né più né meno che una moda qualunque. La moda va e viene: peggio ancora, va da un estremo all’altro. Così, la pubblica opinione oggi condanna ciò che ieri era lecito; con la più grande facilità oggi pone uno sull’altare, domani lo getta nel fango. La sua regola è il tornaconto del momento. Precisamente opposto è l’insegnamento della Chiesa, il cui linguaggio è « sì, sì; no, no », (Matth. V, 37) e non si adatta mai alle circostanze. La, dottrina che essa insegna è la stessa che fu insegnata da Gesù Cristo, che fu bandita dagli Apostoli e dai loro successori e, attraverso a persecuzioni e lotte, arrivò fino a noi senza mutamenti (ci si riferisce ovviamente alla vera Chiesa Cattolica, non alle sette, come quella a-cattolica attualmente dominante del novus ordo Vaticano II –ndr.-). A questa dottrina deve attenersi chi, nel mar tempestoso della vita, vuol rimaner fermo come uno scoglio che non è smosso dalle opposte correnti. «Alcune cose si apprendono per averne la cognizione solamente, altre, invece, per metterle anche in pratica », osserva S. Agostino (In Ps. CXVIII, En. 17, 3). Perciò il Salmista si rivolge a Dio con quella preghiera: « Insegnami a fare la tua volontà » (Ps. CXLII, 10). Sull’esempio del Salmista rivolgiamoci noi pure a Dio pregando, che ci aiuti a conoscere ciò che dobbiam credere, e ci aiuti a conoscere ciò dobbiam fare, rendendocene soave l’adempimento.

IL SACERDOTE RISPONDE: Chiarimento di un dubbio!

Il Sacerdote risponde: “Chiarimento di un dubbio”

Caro Fedele,

Dopo aver letto l’articolo “The Perpetual Sacrifice of the Cross” (∗), uno dei fedeli mi ha posto una domanda:

“Sono un po’ confuso: … questo significa che il Vaticano II possiede ancora il sacerdozio, la Messa (il Sacrificio incruento) e i Sacramenti?”

Trovo che questa domanda sia molto importante, ed è per questo che ho chiesto al fedele che me l’ha posta, il permesso di rispondere pubblicamente. Il permesso mi è stato concesso, e quindi ecco la mia risposta …

Dom: Sono un po’confuso: questo significa che il Vaticano II possiede ancora il sacerdozio, la Messa (il Sacrificio incruento) ed i Sacramenti? “

Risp.: È molto importante che tu chieda al tuo sacerdote, dato che è canonicamente corretto per i fedeli ascoltare le risposte ed i chiarimenti dai loro sacerdoti piuttosto che dare un’interpretazione personale e giungere a delle conclusioni private, cosa proibita dalla Legge della Chiesa.

Penso che sarai contento di sentire la seguente mia breve risposta:

1) Ai giorni nostri solamente i preti in comunione con Sua Santità, il Papa in esilio Gregorio XVIII, possono offrire il Sacrificio Incruento validamente e lecitamente. Tutti possono trovare questa dichiarazione pubblicata su T.C.W. Blog. com.

2) Il Vaticano II, essendo quindi fuori della Chiesa di Cristo, non possiede il sacerdozio di Cristo.

Tuttavia, è mio dovere di sacerdote fornirti una risposta un po’ più esauriente, in quanto vi sono alcuni elementi essenziali da prendere in considerazione.

Sulla base del punto 1), dovresti concordare sul fatto che l’affermazione “Sappiamo ora che i sacerdoti non possono essere ordinati, visto che il Papato stesso è stato estromesso, trovandosi in esilio”, è falsa, perché contraddice la possibilità dell’esistenza reale dei Sacerdoti anche quando il Papato stesso sia in esilio. Credo che tu sia a conoscenza di questa realtà da T.C.W. Blog e anche dall’esperienza personale.

Il motivo per cui la suddetta affermazione contraddice la Sacra Bibbia e la Santa Tradizione, lo conosci già dal precedente articolo, “Il Sacrificio Perpetuo della Croce”.

Per quanto riguarda il punto 2), ci sono due tipi o gruppi nel clero all’interno del Vaticano II: a) quelli che furono ordinati prima del 1968 e  b) quelli che sono stati ordinati dopo il 1968 (18 giugno 1968 -ndt. -).

Il primo gruppo:

I sacerdoti, validamente ordinati secondo il rito cattolico antecedente al 1968, sono dei sacerdoti validi. Quando celebrano una Messa nel rito latino, possono consacrare il pane e il vino, purché mantengano determinate condizioni.

Se le specie del pane e del vino sono quelle prescritte e convalidate con la giusta intenzione, pronunciando la formula corretta, in tal caso c’è il Santissimo Sacramento.

“La materia e la forma devono essere utilizzate senza variazione alcuna. Modifiche sostanziali invalidano l’atto”, e “ … non avviene la consacrazione se un sacerdote che intende amministrare un Sacramento, si trovi in stato di ebbrezza, sia mentalmente disturbato o addormentato.” (Teologia morale. Il segno esterno. IL MINISTRO DEI SACRAMENTI).

Uno potrebbe pure ritenere che i sacerdoti validamente ordinati (membri del Vaticano) possano essere ubriachi, dementi o addormentati a causa dell’adesione alla nuova religione non-cattolica. Quindi, c’è il pericolo fondato che essi non abbiano più intenzione di agire come membri del Sacerdozio di Cristo.

Inoltre, tutti i sacerdoti validamente ordinati, che sono membri del Vaticano II, sono o scismatici, oppure scismatici ed eretici.

a) Sono scismatici nel caso in cui, in “foro interno” (in coscienza) non accettino tutte le “riforme” anti-cattoliche del Vaticano II, ma tuttavia, nonostante la loro coscienza,  decidano di aderire al sistema non-Cattolico del Vaticano II.

b) Sono scismatici ed eretici nel caso invece in cui, anche nella loro coscienza, abbiano accettato tutte le “riforme” anticattoliche del Vaticano II, aderendovi.

In entrambi i casi sono “ipso facto” scomunicati dalla Chiesa Cattolica.

A causa dei suddetti enunciati, possiamo concludere che esiste un solo comportamento moralmente e canonicamente corretto dei fedeli Cattolici rispetto a tali “sacerdoti”. Le messe celebrate da questi ministri del Vaticano II dovrebbero essere evitate senza alcun compromesso dai fedeli Cattolici, anche se è noto che potrebbero essere dei sacerdoti validamente consacrati [messe illecite –ndr. -].

Tuttavia, quando parliamo del Sacramento della penitenza, secondo la legge canonica, un Cattolico può fare la Confessione da un sacerdote validamente ordinato solo in pericolo di morte [in articulo mortis].

“Il pericolo di morte può essere determinato da malattie o da cause diverse potenzialmente mortali, ad esempio pericolo di incendio, guerre, naufragi, ecc. Ogni sacerdote ha questo potere, persino il prete irregolare, censurato, apostata, scismatico o eretico, fornito di valida ordinazione. “. (C. 882. Teologia morale, Il ministro del sacramento della penitenza.)

Ma pure in tal caso c’è ancora pericolo per l’anima di un Cattolico. Un sacerdote pur validamente ordinato, che è un membro del Vaticano II, non ha intenzione di assolvere, ma ascolta solo un penitente, per cui in tal caso non c’è assoluzione e non c’è il Sacramento della Penitenza. Questo atto può essere definito come un “monologo” di un penitente, o una conversazione, priva però di qualsiasi effetto sacramentale.

Quando un Prete sicuramente Cattolico non sia quindi disponibile ed il fedele Cattolico non possa confessarsi difronte ad un vero prete, la soluzione migliore è quella di praticare un attento esame quotidiano di coscienza, con un atto di “perfetta contrizione”. In pericolo di morte, è ugualmente richiesto un atto di contrizione perfetta.

Il secondo gruppo:

Tutti gli uomini che la gente chiama “preti” e “vescovi”, ordinati con il nuovo rito dell’antipapa “Paolo VI” dopo il 1968, sono in realtà non sacerdoti, bensì dei “presbiteri laici”, insediati, secondo l’uso protestante, per presiedere alle cerimonie non sacramentali.

Il potere del Sacerdozio di Cristo non è stato dato loro, e quindi essi non possono amministrare Sacramenti validi. L’unica eccezione è il Battesimo, qualora usino la materia e la forma valide, con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, nel caso in cui non ci sia un Prete cattolico presente.

(Un Sacerdote Cattolico in esilio)

[Traduz. di G. D. G.]

(∗) hhttp://www.exsurgatdeus.org/2018/11/11/il-sacrificio-della-croce-e-un-sacrificio-perpetuo

LO SCUDO DELLA FEDE (XXXVIII)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XXXVIII.

LA CHIESA CATTOLICA.

Se Gesù Cristo non poteva far a meno di fondare la Chiesa. — Come l’abbi fondata. — Vane invenzioni del Paolinismo e Petrinismo. — I caratteri della vera Chiesa. — Non si trovano presso i protestanti e gli scismatici. —  Indefettibilità della Chiesa di Gesù Cristo. — Immutabilità del dogma e suo mirabile sviluppo.

— Ricordo che lei mi disse come Gesù Cristo per la salvezza degli uomini ha pur fondato la sua Chiesa.

Sì, Gesù Cristo per salvare tutti gli uomini ha fondato la sua Chiesa, e cioè ha creato un ente morale, che ricevuti dalle sue mani i stesse i tesori della sua dottrina e dei suoi sacramenti, e fornito del suo espresso mandato e della necessaria autorità, valesse a comunicare quegli stessi tesori agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo sino alla fine del mondo.

— E non avrebbe potuto Gesù Cristo, senza valersi di alcun intermediario, applicare agli uomini l’efficacia della redenzione, comunicando egli a ciascuno la luce della sua dottrina e l’aiuto della sua grazia?

Non c’è nessun dubbio che egli avrebbe potuto far ciò; ma oltreché questa rivelazione immediata a ciascuno avrebbe moltiplicato i miracoli senza necessità, avrebbe isolato l’uomo dagli altri, l’avrebbe fatto inorgoglire e l’avrebbe abbandonato ad una deplorevole inerzia per non essere costretto a fare alcuno sforzo per conoscere la verità, il fatto è che a Gesù Cristo così non piacque, e che egli scelse la via dell’insegnamento vivo per mezzo della Chiesa appositamente fondata.

— Ma io ho appreso dal Catechismo che « la Chiesa è la congregazione di tutti i fedeli, che fanno professione della fede e legge di Gesù Cristo, nella ubbidienza ai legittimi Pastori e principalmente al Papa ». Or quando è che Gesù Cristo, ha fondato questa Chiesa? Io non ho mai inteso dire nel Vangelo che Gesù Cristo abbia congregato dei fedeli, eccetera eccetera.

Non devi mica credere che Gesù Cristo per fondare la sua Chiesa abbia seguito quelle formalità, che si seguono oggidì ogni qual volta si fonda una società; che cioè egli ne abbia preparato e scritto lo statuto, e poi abbia scelto un giorno apposito, nel quale radunando degli individui intorno a sé abbia loro detto formalmente: « Ecco: io ho intenzione di fondare una società così e così per questo fine e con questo scopo, con questi obblighi e con questi vantaggi, epperò v’invito ad ascrivervi in essa, eccetera, eccetera; » e che poscia realmente taluni si siano ascritti, accettando le condizioni da lui proposte, e in tal guisa la Chiesa sia nata col suo perfetto organismo in pochi istanti. No, non fu così che Gesù Cristo ha fondato la sua Chiesa.

— Come fece egli adunque?

* Egli incominciò dal radunare intorno a sé dei discepoli, che si diedero a seguirlo ovunque si recava per lo spazio di tre anni incirca, cioè per l’intero periodo della sua vita pubblica. Era di essi ne scelse specialmente dodici, cui diede il nome di Apostoli, ossia mandati. A poco a poco li andò istruendo delle divine verità e della missione che intendeva loro di affidare. Stando quindi per lasciare la terra e ritornare al cielo, in modo chiaro e preciso li incaricò di spargere per ogni dove il suo Vangelo e di trasmettere agli uomini la sua grazia con queste parole : « Come il Padre celeste ha mandato me, così io mando voi. Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me. Ricevete lo Spirito Santo; i peccati saranno rimessi a chi li rimetterete, saranno ritenuti a chi li riterrete. Andate, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo; insegnando loro ad osservare tutto quello che io vi ho insegnato ». Per tal guisa egli conferì agli Apostoli la missione e la potestà di applicare agli uomini il benefizio della sua redenzione.

— E quando è che gli Apostoli incominciarono ad esercitare questa loro missione e potestà?

Incominciarono il dì della Pentecoste, nel quale avendo ricevuto lo Spirito Santo, secondo che loro aveva promesso Gesù Cristo, si sentirono ripieni di forza celeste. D i maniera che si può dire che nel dì della Pentecoste fu dagli Apostoli inaugurata solennemente la Chiesa di Gesù Cristo. Giacché in quel giorno incominciarono ad esservi in gran numero dei credenti e dei battezzati, che presero a professare la fede e la legge di Gesù Cristo nell’obbedienza degli Apostoli, primi pastori del gregge cristiano e principalmente di S. Pietro, primo Papa. E d ecco in tal guisa costituita quella società, che ben presto cresciuta riempì tutto il mondo.

— Ma ho inteso dire che l’origine della Chiesa è ben altra. Ho inteso dire che è l’effetto di una evocazione naturale, per quanto meravigliosa, di cui Gesù Cristo sarebbe fattore parziale, e gli Apostoli, i filosofi, la società, gli uomini, persino Nerone, sarebbero i fattori collettivi e quasi inconsci. Così si tenta di dimostrare dagli scienziati razionalisti moderni con lavori vasti, pazienti, e potremmo anche dire profondi, che certamente sarebbero degni di stima se, anziché a sistemare l’errore, fossero indirizzati a far maggiormente rilucere la verità. E ciò si tenta propriamente con questo fine di mostrare che la Chiesa non è l’opera di Gesù Cristo Dio, ma il risultato di molte cause umane, e quindi opera nient’altro che umana. Anzi taluni spingono così innanzi le loro elaborazioni razionalistiche da considerare addirittura quale fondatore della Chiesa e del Cristianesimo l’apostolo Paolo. Ora è verissimo che S. Paolo è uno dei più grandi geni del Cristianesimo, è verissimo che Dio lo elesse ad essere il grande apostolo delle genti, e che a tal fine decuplo colla sua grazia

le doti eminenti che erano in lui, è verissimo che egli attese in modo speciale a liberare la Chiesa nascente dalle pastoie legali e cerimoniali della sinagoga e a formulare nelle sue lettere l’insegnamento dogmatico e morale del Vangelo; ma affermare che sia egli il fondatore della Chiesa e del Cristianesimo, è un falsare apertamente la storia e un negare la missione medesima, che S. Paolo ripetutamente afferma aver ricevuta da Gesù Cristo stesso di predicare il Vangelo di lui.

— Ho appunto inteso dire anche questo: che la Chiesa Cattolica sia l’effetto della prevalenza del Paolinismo sul Petrinismo. A dirle il vero però io non so di che cosa si tratti.

Vedi: nei primi tempi della Chiesa sorsero delle questioni riguardo a certe pratiche

giudaiche e gentilesche, che tanto i giudei, come i gentili che si convertivano alla fede, pretendevano conservare gli uni in opposizione agli altri. Ora S. Pietro nella sua prudenza credeva più a proposito usare dei riguardi ai convertiti dal giudaismo; S. Paolo invece, pieno di ardore, avrebbe voluto subito farla finita coi riti mosaici e dava appoggio di preferenza ai convertiti dal gentilesimo. Prendendo occasione da ciò i razionalisti moderni (specialmente il Baur fondatore della Scuola di Tubinga), hanno sognato il Cristianesimo del 1° secolo diviso in due grandi sistemi religiosi con a capo dell’uno S. Pietro, e chiamato perciò Petrinismo, e dell’altro S. Paolo e detto Paolinismo, i quali sistemi si sarebbero dopo la morte degli Apostoli a poco a poco accordati tra di loro, prevalendo però il secondo sul primo. Ma questi sono sogni di menti inferme. La verità è che le questioni, insorte tra Giudei e Gentili convertiti, nel consiglio di Gerusalemme furono sciolte in favore della libertà, ma che i due Apostoli erano in perfetto accordo tra di loro nel predicare l’identica dottrina di Gesù Cristo. – Epperciò parlare di Chiesa Pietrina e di Chiesa Paolina fondate l’una da Pietro e l’altra da Paolo, e opposte l’una all’altra fino a che quest’ultima trionfò della prima costituendo essa la Chiesa e il Cristianesimo, è un trottolare da matti.

— La Chiesa dunque è opera esclusiva di Gesù Cristo?

* Sì, fu egli che la volle, egli che la fondò, egli che la stabilì. E se a poco a poco la Chiesa mediante l’opera degli Apostoli, dei loro successori, dei martiri, dei dottori, dei Padri, eccetera, prese quello sviluppo che Gesù Cristo; stesso le aveva profeticamente assicurato, ciò non è già in forza di una evoluzione naturale! per quanto meravigliosa, ma in forza di quella! divina virtù, che ad essa Chiesa Gesù Cristo! suo divin Fondatore, comunicò, assicurandole che sarebbe rimasto con lei sino alla consumazione dei secoli.

— Di ciò sono ben persuaso. Se non chi come si fa a conoscere con precisione e sicurezza che la società religiosa di noi Cattolici veramente la Chiesa di Gesù Cristo? Forse che non si arrogano un tale vanto anche società religiose dei Protestanti e dei Scismatici ?

Basta considerare dove si trovino i caratteri essenziali, di cui Gesù Cristo, appositamente ha voluto che fosse dotata la Chiesa sua.

— E quali sono questi caratteri? Sono quattro: l’unità, la santità, la cattolicità

e l’apostolicità.

— E come si sa che Gesù Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse dotata di questi quattro caratteri?

Lo si sa dal suo insegnamento o da quello degli Apostoli. Riguardo all’unità Gesù Cristo ha rivolta al suo padre celeste prima di andarsi ad immolare per noi questa preghiera: « Padre Santo, io ti raccomando coloro, che mi hai affidato, conservali affinché tutti siano una cosa sola come la siamo noi. Io non ti prego per essi soltanto, ma per tutti coloro, che devono credere in me sulla loro parola, affinché tutti siano una cosa sola in noi… e tutti siano consumati nell’unità (Vedi Vangelo di S. Giovanni, capo XVII, versetti 11, 20, 21, 23). Riguardo alla santità S. Paolo dice: « Gesù Cristo nell’amor suo per la Chiesa si è dato per lei affine di renderla gloriosa, senza macchia e senza ruga, santa ed immacolata » (Vedi lettera agli Efesini, capo V, versetti 25, 27). Riguardo poi alla cattolicità ossia universalità, Gesù Cristo ha detto chiaro agli Apostoli: « Andate per tutto il mondo predicate il Vangelo a tutti gli uomini (Vedi Vangelo di San Marco, Capo XVI, versetto 15). E in conformità a tale comando li chiamò pescatori d’uomini, li volle luce del mondo e sale della terra. E finalmente riguardo all’apostolicità, ad essere cioè poggiata sull’autorità degli Apostoli e sul loro insegnamento lo stesso Gesù Cristo dichiarò la sua volontà col dire: « Come il Padre ha mandato me, così io mando voi: chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me » (Vedi Vangelo di S. Giovanni, capo X versetto 21, e Vangelo di S. Luca – capo XX, versetto 16).

— E questi caratteri voluti da Gesù Cristo  a contrassegno della sua Chiesa si trovano essi nella nostra Chiesa Cattolica?

^ Sì, e solamente in essa. È la nostra Chiesa, che chiamata anche Romana dal suo capo visibile, il Vescovo di Roma, anzi tutto è una. Per quanto siano diversi per origine, per costumi, per colore, per linguaggio, i popoli che vi appartengono, essi professano tutti lo stesso Credo; essi ricevono da per tutto gli stessi Sacramenti; essi obbediscono tutti allo stesso Capo, il Papa, Pater Patrum, padre dei padri, formando un solo ovile sotto la scorta di un solo pastore. – È la nostra Chiesa che in secondo luogo è santa, giacché è in essa che il Capo invisibile Gesù Cristo è tre volte santo, che vi ha una dottrina che guida alla santità, che abbondano i mezzi per operare la propria santificazione, tra i quali come precipui i santi sacramenti, che si contano a centinaia, a migliaia, a milioni i santi e le sante di ogni età, di ogni sesso, di ogni condizione, che non cessarono e non cesseranno mai sino alla fine del mondo. – È la nostra Chiesa, che in terzo luogo è Cattolica, giacché è essa sola, che ha ricevuto da Gesù Cristo il diritto di espandersi da per tutto, essa sola che realmente si espande sino agli estremi confini della terra. – E finalmente è la nostra Chiesa, che è apostolica, perché è in essa che si crede e si insegna, si crederà e si insegnerà mai sempre quello, che hanno creduto ed insegnato gli Apostoli; è in essa che con una catena non mai interrotta dal Pontefice gloriosamente regnante si va sino a S. Pietro, dai Vescovi che la governano si arriva sino agli altri Apostoli, sicché il Pontefice e i Vescovi che in essa vi sono e saranno sino alla fine del mondo, sono e saranno sempre i veri e soli successori degli Apostoli.

— Dunque non si trova nulla di tutto ciò presso dei Valdesi, dei Luterani, degli Anglicani, degli Scismatici, eccetera?

Nulla. Non si trova l’unità, perciocché per quanto costoro si vantino di credere tutti

a Gesù Cristo e al suo Vangelo, discordano tuttavia tra di loro nella fede, quante sono

nazioni, quanti sono paesi, quante sono famiglie, quanti sono individui, e più ancora

quante sono le voglie di uno stesso individuo, cui oggi piace di credere ad una cosa e domani ad un’altra. – Non si trova la santità, perciocché come sarebbe possibile dove le dottrine erronee sono impotenti a produrla? dove ad essa manca l’aiuto dei Sacramenti, in massima parte ripudiati? dove i capi sono un Lutero, monaco apostata, vanitoso, ghiottone, ubbriacone, libidinoso, che confessava di avere il diavolo attaccato al collo; un Calvino uomo pieno di orgoglio e di crudeltà: un Enrico VIII, re dissoluto e sanguinario; una Elisabetta d’Inghilterra mostro di libidine e di barbarie? E come a queste società religiose manca l’unità e la santità, così manca la cattolicità. È vero i protestanti vorrebbero riuscire a questo di ottenere una specie di universalità, epperò inviano i loro ministri carichi di bibbie nei lontani paesi; ma questi ministri, che accompagnati dalla, moglie nel loro apostolato non mirano che a far la loro fortuna, a che sono essi riusciti? Essi medesimi lo dovettero confessare: i loro sforzi per diffondere il pane della vita (come essi chiamano la parola della Bibbia da loro falsificata) non ostante alcuni successi ottenuti qua e là, riuscirono perfettamente inutili. E la ragione è chiara : né le sètte dei protestanti, né le altre sette eretiche e scismatiche sono apostoliche. Dal momento che con l’eresia e con lo scisma rifiutarono la dottrina degli Apostoli e si staccarono dalla catena dei loro legittimi successori, cessarono affatto di possedere l’apostolicità; e se pure vanno pel mondo a predicare una dottrina, oltreché non predicano la dottrina creduta ed insegnata dagli Apostoli, non vi vanno perché mandati da Gesù Cristo, ma perché essi medesimi si sono arrogata questa missione.

— Ho inteso pienamente. Se adunque la vera ed unica Chiesa di Gesù Cristo, è la sola Chiesa nostra, bisognerà altresì che a salvare per essa gli uomini di ogni luogo e di ogni tempo Gesù Cristo l’abbia resa indefettìbile.

Certamente. Ed è questa per l’appunto una verità inconcussa. Gesù Cristo nei termini più formali assicurò alla Chiesa che egli sarebbe rimasto con lei sino alla consumazione dei secoli, e che le porte dell’inferno non avrebbero contro di essa prevalso giammai. E Gesù Cristo ha fatto e farà sempre onore alla sua parola. Nemici d’ogni maniera si scagliarono del continuo contro di lei, ma ognuno sempre dovette poi confessare:

Stolto, che volli coll’immobil Fato

Cozzar della gran Roma, onde ne porto

Rotte le tempia e il fianco insanguinato;

Che di Giuda il Leon non anco è morto;

Ma vive e fugge, e il pelo arruffa e gli occhi,

Terror d’Egitto e d’Israel conforto.

E se monta in furor, l’aste e gli stocchi

Sa spezzar dei nemici, e par che gridi:

Son la forza di Dio, nessun mi tocchi.

(MONTI, Basvilliana).

 

No, la Chiesa non verrà meno giammai. Gesù Cristo l’ha giurato, e lì è il gran segreto.

— Ma se la Chiesa è indefettibile in quanto alla sua esistenza, si può dire che lo sia pure in quanto al resto, cioè in quanto al simbolo, al decalogo e ai sacramenti? Io ho inteso dire che la Chiesa ha già variati più volte i suoi dogmi.

Questa è un’infame calunnia del protestantesimo. Già abbiamo riconosciuto che la

Chiesa perciò appunto si chiama apostolica, perché professa mai sempre la stessa dottrina, che gli Apostoli impararono da Gesù Cristo e che essi credettero e predicarono ; epperò non è assolutamente vero e neppure possibile che la Chiesa abbia fatto delle variazioni. Dico neppure possibile, perché dacché Gesù Cristo ha istituito la sua Chiesa per salvare gli uomini d’ogni luogo e d’ogni tempo, gli uomini d’ogni luogo e d’ogni tempo debbono, per salvarsi, credere gli stessi insegnamenti di Gesù Cristo, osservare la stessa sua legge, valersi degli stessi suoi sacramenti, bisogna assolutamente, che la Chiesa non possa per nessuna ragione né per ignoranza, né per interesse, né per timore, né per debolezza, né per malvagità, fare alterazioni di sorta, o permettere che se ne facciano. Se Gesù Cristo non avesse dato alla Chiesa questa potenza di mantenere sempre inviolato il deposito da lui ricevuto, non avrebbe certamente provveduto a che tutti gli uomini possano per essa salvarsi. – Del resto i protestanti che asseriscono aver la Chiesa variato i dogmi ricevuti dagli Apostoli ci dicano quando si fece tale variazione, chi la fece, e su qual punto di dottrina venne fatta! La storia della Chiesa ci dice con la massima precisione tutte le eresie, che tentarono d’infestare la Chiesa incominciando dal tempo degli Apostoli sino ai nostri giorni; la storia ci dice altresì le innumerevoli variazioni, che fecero le sètte protestanti, ma non ci parla mai e poi mai di alcuna variazione avvenuta nella Chiesa Cattolica riguardante o il dogma, o la morale, o i Sacramenti di Gesù Cristo.

— Non è vero tuttavia che la Chiesa lungo il corso dei secoli ha introdotti dei nuovi

dogmi ed ha così accresciuto gli articoli di fede?

No, non è assolutamente così. La Chiesa certamente lungo il corso dei secoli, specialmente nei suoi Concili, quando parve necessario od opportuno, fece delle definizioni dogmatiche, vale a dire riconobbe che certe verità, che prima già si credevano, ma che da taluni si osarono mettere in dubbio, sono veramente contenute nella divina rivelazione, ed esservi perciò l’obbligo di crederle ad essere veri Cristiani, ma non perciò introdusse delle nuove verità ed aggiunse dei nuovi articoli di fede. E non era forse in dovere la Chiesa di fare così? Sorgeva, per esempio, Ario a negare la divinità di Gesù Cristo, e la Chiesa doveva lasciar che si credesse alla blasfema dottrina di quell’eresiarca? e non condannarla, e non dichiarare che Gesù Cristo è vero Dio, consostanziale al Padre celeste? Sorgeva Nestorio a negare la divina Maternità di Maria, e la Chiesa non doveva proclamare solennemente questa verità sempre creduta, che Maria è vera Madre di Dio?… Pertanto tutt’altro che aggiungere nuove verità e nuovi articoli di fede, la Chiesa lungo il corso dei secoli non ha fatto altro che salvare e mantenere con tutta l’energia quelle verità, che da Gesù Cristo e dagli Apostoli aveva ricevuto in sacro deposito. – Naturalmente che in tal guisa ne è venuto nella Chiesa un vero sviluppo dogmatico, ossia da certi dogmi, da certe verità ne furono dedotte altre in quelle già racchiuse, e le une e le altre si sono rassodate con prove più copiose e più valide, si sono meglio illustrate, dichiarate, eccetera, ma ciò non è aggiungere delle verità o mutare le esistenti. « Di quella guisa, dice S. Vincenzo Lirinense, che un uomo crescendo negli anni sviluppa il suo organismo ma resta sempre il medesimo nella sua natura e nella sua persona, così la dottrina della Chiesa seguendo la regola del progresso e affermandosi, sviluppandosi, approfondendosi in ragione del tempo, resta tuttavia sempre una, incorrotta e pura ». – Ma a questo proposito, se tu volessi approfondirti meglio, potresti leggere l’opera dell’inglese Cardinale Enrico Newman intitolata: Saggio sopra lo sviluppo della Dottrina cristiana; scritta da lui prima ancora che dall’Anglicanismo si convertisse al Cattolicismo. In quanto a me non ti aggiungo altro.

— Ed io la ringrazio di quanto mi ha detto, perché mi sembra chiaro assai e penso d’averlo ben inteso.

CONOSCERE SAN PAOLO (29)

LIBRO II.

Preistoria della redenzione.

CAPO I

L’umanità senza il Cristo. (3)

III. SCHIAVITÙ DELLA CARNE E LIBERTA’ DELLO SPIRITO.

1. FALSE PESTE. — 2. LA CARNE E LO SPIRITO. — 3. LA CARNE E IL PECCATO. — 4. RIASSUNTO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA; S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Quando l’uomo possiede i tre elementi essenziali della vita morale, — conoscenza di Dio, legge naturale e libero arbitrio — che cosa gli manca ancora per raggiungere il suo ultimo fine? E fine di un essere non si deve cercare fuori della sua sfera di operazione, e se l’uomo è destinato alla beatitudine dev’essere in grado di giungervi. Eppure sembrerebbe che risulti il contrario dalla dottrina di san Paolo, e particolarmente dalla Lettera ai Romani, in cui egli insegna che l’impotenza morale dell’uomo deriva dalla carne e non ha altro rimedio che lo Spirito di Dio. Tra lo spirito e la carne, abbiamo già indicate due opposizioni: l’una fisica, tra le parti che costituiscono un medesimo essere, e l’altra ontologica, tra sostanze complete il cui carattere rispettivo è la spiritualità e la corporalità. Bisogna ora aggiungervi l’opposizione morale e religiosa, la principale e la più importante, la sola caratteristica del vangelo di san Paolo. L’errore di molti teologi eterodossi è stato quello di confondere praticamente l’antitesi morale « carne e spirito » o con l’opposizione fisica o con l’opposizione ontologica. Essi speravano così di unificare i concetti e di semplificare le teorie, ma invece di rendere più chiaro il problema, non fecero altro che renderlo ancora più oscuro. I primi, che dipendono tutti dalla scuola di Baur, pretendono che Paolo, abbandonando qui il terreno familiare agli Ebrei, faccia una disgraziata incursione nel campo della filosofia greca. Tuttavia il monoteismo biblico lo ferma a mezza via, ed egli non arriva fino al dualismo metafisico ma si ferma al dualismo morale (Holsten). Paolo avrebbe trasportato nell’ordine morale l’antitesi fisica che l’Antico Testamento suole stabilire tra Dio e il mondo, tra l’uomo e lo spirito di Dio, senza accorgersi del paralogismo e senza riflettere che questo equivale a far risalire al Creatore della natura l’origine del peccato. Per sostenere questo paradosso, bisogna imputare all’Apostolo contraddizioni su contraddizioni. Se la carne è cattiva in se stessa, in quanto è opposta allo spirito, come mai la carne del Cristo sarà santa? Ora è cosa indiscutibile, che san Paolo attribuisce al Cristo una carne simile alla nostra e che tuttavia gli nega ogni relazione col peccato (II Cor. V, 21). Questo prova evidentemente che il peccato non è inerente alla carne dalla quale è separabile. Se il nostro corpo è irrimediabilmente impuro, come mai sarà il tempio dello Spirito Santo? (I Rom. VI, 19). Come mai servirà di strumento alle opere di giustizia? (Rom. VI, 13). Come potrà essere offerto a Dio come ostia di grato odore? (Rom. XII, 1). L’Apostolo c’invita a schivare ogni macchia della carne e dello spirito (II Cor. VII, 1) »: ora se la relazione della carne col peccato fosse essenziale, non dipenderebbe da noi né il macchiarla né il preservarla dalle macchie. Paolo non potrebbe parlare, dal punto di vista dualista, di una redenzione del corpo e presentarla come il pieno compimento della salute? « La nostra salute, al contrario, dovrà essere perfetta allorché l’anima nostra sarà libera dai vincoli della materia (Sabatier) ». Nella teoria dualista, Adamo non avrebbe nessun significato: sarebbe soltanto il primo peccatore perché è il primo uomo. Ora si va facendo sempre più unanime l’accordo nel riconoscere che l’antropologia di san Paolo si fonda sulla base dell’Antico Testamento. Il racconto della Genesi con i suoi due corollari immediati — Dio personale e superiore al mondo, materia creata e perciò buona — è sempre presente al suo pensiero. Cercare nei suoi scritti il dualismo gnostico che della materia fa un principio cattivo, è un paradosso audace, smentito da tutti i testi, inconciliabile con l’educazione biblica di Paolo e con le sue ripetute allusioni ai primi capitoli della Genesi. Resta da discutersi la parte d’influenza ellenica; ma per quanto la si voglia supporre profonda, la sua importanza viene assai diminuita da questa considerazione, che la psicologia dell’Apostolo è soltanto un accessorio nel suo insegnamento: non è la psicologia quella che domina e orienta la sua dottrina teologica, ma è la sua dottrina teologica quella che comanda e determina la sua psicologia. Dal fatto che, in San Paolo, la carne è sempre la materia animata, che essa nel suo concetto comprende l’anima, che certi peccati di ordine intellettuale sono riferiti alla carne, che una volta le espressioni « voi siete uomini » e « voi siete carnali » si scambiano come sinonime, altri teologi protestanti conchiudono che la carne, nel senso morale di cui qui si tratta, indica la natura umana. Se il peccato abita nella carne, questo vuol dire, secondo loro, che l’uomo per la sua imperfezione naturale, ha l’occasione e il potere di mettersi in opposizione con Dio (Thouluce). Per essere logici, dovrebbero anche conchiudere — ed alcuni non esitano a confessarlo — che l’uomo è carnale non in quanto è uomo, ma in quanto è creatura: di qui risulterebbe il triplice paradosso, che anche Adamo era carnale come i suoi discendenti, che l’Angelo è carnale quanto l’uomo, e che né l’Angelo né l’uomo non potranno mai cessare di essere carnali perché sono essenzialmente esseri creati. Questo vuol dire attribuire gratuitamente a Paolo una confusione grossolana del male morale col male metafisico, della privazione di un bene che la natura ragionevole dovrebbe possedere secondo i disegni di Dio, con l’assenza di una perfezione multante dalla limitazione essenziale di ogni essere finito, indipendentemente da queste conseguenze assurde, il sistema in questione non si regge, poiché dall’organismo materiale dell’uomo San Paolo fa dipendere il peccato.

2. La carne, soprattutto sotto l’aspetto morale del quale ci occupiamo, non si può quasi definire senza la funzione dello spirito. Nell’Antico Testamento, lo spirito di Dio è il creatore e il conservatore se, l’agente del miracolo e dell’ispirazione profetica. Nel Nuovo Testamento la sua sfera di azione si allarga ancora di più: esso è lo spirito vivificatore, rigeneratore e santificatore; tutto ciò che concerne la grazia e i carismi è di suo dominio; siccome è l’anima del corpo mistico del quale il Cristo è il capo, tra lui e il giusto si stabilisce una relazione stretta, un vincolo intimo; il suo nome proprio, tratto dal suo carattere personale, è Spirito Santo; la sua presenza in noi è più che un rinnovamento interiore, e una metamorfosi, una vera creazione, la produzione di una natura divina dotata di proprietà e di operazioni nuove (II Cor. V, 17). A questa nuova natura Paolo dà anche il nome di spirito. Per non aver voluto riconoscere questo, certi esegeti vanno a perdersi nelle spiegazioni più inverosimili. Essi vogliono distinguere soltanto tra lo spirito dell’uomo o l’anima ragionevole, e lo Spirito di Dio, cioè la terza Persona della Santissima Trinità; vi è invece un mezzo termine: lo spirito che è formato in noi dallo Spirito Santo e che a lui si riferisce come l’effetto alla causa. Quando « lo Spirito rende testimonianza al nostro spirito (Rom. VIII, 16) », non è possibile nessun equivoco: lo Spirito che rende testimonianza è certamente lo Spirito di Dio, e perciò lo spirito in cui favore rende testimonianza non può essere altro che quel senso nuovo prodotto in noi dallo Spirito, e capace di percepire le cose divine; infatti l’intelletto abbandonato a se stesso non sa nulla della nostra filiazione adottiva. Non mancano altri esempi di questo sdoppiamento delle nostre facoltà: il glossolalo non è compreso dai presenti né da se stesso, ma soltanto da Dio, eccetto che abbia ricevuto per di più il dono dell’interpretazione: « E suo πνεῦμα (= pneuma) prega, ma il suo νοῦς (= nous) è senza frutto (I Cor. XIV, 14, 15) ». Per lui l’ideale sarebbe di pregare col νοῦς (= nous) e col πνεῦμα (= pneuma). Una preghiera fatta in lingua sconosciuta, sotto l’impulso della grazia, può essere una preghiera eccellente, capace di edificare il glossolalo con i sentimenti devoti che suggerisce; ispirata dallo Spirito di Dio, essa alimenta lo spirito dell’uomo; ma siccome non è compresa, è priva di azione sopra l’intelletto. Lo spirito e l’intelletto sono qui due princìpi distinti; l’uno rappresenta in noi l’elemento naturale, e l’altro l’elemento soprannaturale. Sotto questo aspetto, lo spirito comprende tanto il corpo quanto l’anima, poiché i l nostro corpo, destinato a diventare spirituale, ha ricevuto in precedenza il germe dello Spirito ed è il tempio dello Spirito Santo (II Cor. I, 22). Se lo spirito indica tutto l’uomo quale lo rifà la grazia, anche la carne indica tutto l’uomo quale lo ha fatto il peccato: l’intelletto diventa carnale quando è sregolato; vi è una sapienza carnale; i Corinzi sono chiamati carnali perché mantengono litigi e discordie; la carne ha i suoi pensieri e le sue volontà, le sue affezioni ed i suoi odi; finalmente i peccati che derivano dall’intelligenza, come l’idolatria, l’invidia, l’inimicizia, i dissensi, sono classificati tra le opere della carne (Col. II, 18). Di più, l’uomo è carnale per il solo fatto che rimane estraneo alle influenze dello Spirito di Dio. La sapienza secondo la carne, che per se stessa sarebbe cosa indifferente, diventa cattiva quando entra in lotta con lo spirito: « Poiché le dispute regnano tra voi, è detto ai Corinzi, non siete voi forse carnali e non camminate forse secondo l’uomo? Quando uno dice: Io sono di Paolo, e l’altro: Io sono di Apollo, non siete forse uomini? ». Se Paolo può rimproverare ai neofiti di essere uomini e di camminare secondo l’uomo, vuol dire che vi è disordine nella nostra natura; vuol dire che l’uomo non è più quale dovrebbe essere secondo i disegni di Dio; vuol dire che, sotto l’aspetto morale, v i sono i n noi due uomini, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo. L’uomo vecchio non è Adamo, e l’uomo nuovo non è Gesù Cristo, come vollero sostenere, per ragioni assai deboli, certi esegeti male ispirati, l’uomo vecchio che muore, in principio, nel Battesimo, del quale san Paolo c’invita a spogliarci sempre di più, è l’eredità del nostro primo padre, è questa natura decaduta e corrotta che ci ha trasmessa, è quell’io carnale del quale si parla nell’Epistola ai Romani. l’uomo nuovo, che gli succede, è l’uomo rigenerato, nel quale la grazia soprannaturale conduce a termine l’immagine divina abbozzata dal fiat creatore. “Non mentite tra voi, poiché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere, e vi siete rivestiti dell’uomo nuovo il quale si rinnova in conoscenza (soprannaturale) a immagine di colui che lo ha creato. Deponete l‘uomo vecchio, corrotto dalle concupiscenze ingannatrici, rinnovatevi nella vostra intelligenza (resa) spirituale, e rivestitevi dell’uomo nuovo creato secondo Dio in una vera giustizia e santità (Col. III, 9). – Mentre l’uomo interiore e l’uomo esteriore, dei quali si è parlato prima, sono le due parti che compongono l’uomo, in qualunque ordine di provvidenza si consideri, l’uomo vecchio e l’uomo nuovo sono due stati consecutivi del medesimo uomo, abbandonato prima alle influenze del peccato di cui Adamo è la sorgente, poi a quelle della grazia di cui Gesù Cristo è il dispensatore. L’uomo nuovo coincide dunque, per il significato, con lo spirito, e l’uomo vecchio con la carne.

  1. 3. Ma benché la carne indichi tutto l’uomo, in quanto è decaduto dalla giustizia originale, l’Apostolo mette frequentemente la carne in relazione speciale con la parte materiale del composto umano: « So che nulla di buono abita in me, cioè nella mia carne (Rom. VII, 18) ». Qui la carne è distinta dall’io, come la parte dal tutto; la carne appartiene pure all’io, ma essa ne è soltanto la metà meno nobile, quella che si oppone alla ragione, all’uomo interiore e che san Paolo chiama anche « la legge del peccato che è nelle membra (Rom. VII, 22, 23) ». Non vi è dubbio: la sede del male, il focolare del peccato, è dunque proprio il corpo medesimo; perciò la parte materiale dell’uomo, senza essere cattiva in se stessa, è tuttavia la sorgente del male morale. Come si risolve questo enigma? Anzitutto il peccato, entrato nel mondo con la colpa

di Adamo, invade tutta la posterità di lui, perché noi siamo, col nostro primo padre, una medesima carne; allora ogni carne diventa peccatrice, fatta eccezione per colui che prese « la somiglianza della carne del peccato » ma senza conoscere il peccato, poiché non usciva dalla massa peccatrice secondo le leggi della generazione naturale, e poi perché il peccato è assolutamente incompatibile con la sua persona. Tuttavia bisogna ricorrere ad un’altra considerazione per giustificare il linguaggio dell’Apostolo. È un fatto di esperienza, così vero da diventare persino volgare, che il corpo impedisce gli slanci dell’anima. Paolo lo aveva compreso meglio di qualunque altro quando esclamava: Quis me liberabit de corpore mortis huius? In forza dell’intima unione del composto umano, non vi è forse azione dell’anima che non si ripercuota sul corpo, nè impressione del corpo che non sia risentita nell’anima. Ora gli appetiti dei sensi sono moltissime volte in conflitto col fine della natura superiore che è la vera natura dell’uomo; e per colmo di disgrazia, essi sono essenzialmente ciechi ed egoisti. Così mentre l’uomo trova nella sua ragione un aiuto sicuro, benché insufficiente, contro l’attrattiva del male, da parte dei sensi non trova che ostacoli. Per ristabilire l’equilibrio e per neutralizzare l’attrazione della carne, l’uomo ha bisogno dello spirito, cioè di un aiuto superiore alla sua natura, di un principio soprannaturale. Ecco perché in san Paolo l’«omo carnale, l’uomo psichico, l’uomo naturale, o semplicemente l’uomo, sono locuzioni sinonimo che indicano l’uomo abbandonato a se stesso e alla sua corruzione naturale, senza l’antidoto dello spirito. Così la carne, nel senso morale del quale qui si tratta, è insieme la causa e l’effetto del peccato; e in tutti e due i modi, è la parte materiale del nostro essere quella che stabilisce tale relazione, perché essa è, in certo modo, il veicolo del peccato originale e lo stimolo al

peccato attuale. D a ciò si vede quanto era differente la condizione del primo uomo, e quanto sarebbe anche differente l a condizione dell’umanità nello stato di pura natura. Per un benefizio gratuito del Creatore, la ragione del primo uomo, dominando l’appetito sensibile, faceva regnare l’armonia in tutto il suo essere. Quest’armonia, è vero, non ci sarebbe nello stato di pura natura; ma indipendentemente dal peccato, sarebbe soltanto un’imperfezione fisica e non un disordine morale. Della concupiscenza si deve dire — e a più forte ragione — lo stesso che si dice della morte. Nello stato di pura natura, l’una e l’altra sarebbero una semplice risultante della nostra costituzione organica; nell’ordine attuale invece sono una decadenza, perché ci privano di un bene che noi, secondo i disegni di Dio, dovremmo avere; esse rivestono dunque un carattere morale perché sono frutti del peccato, e, se si tratta della concupiscenza, perché è la radice vivente da cui germoglia il peccato.

  1. 4. Riassumiamo: Per quanto siano svariate le accezioni di carne e di spirito, tutte però dipendono dal significato fondamentale di materia animata e di essere immateriale. Lo spirito e la carne, nel senso morale caratteristico della teologia paolina, comprendono tutto l’uomo sotto diversi aspetti: lo spirito è l’uomo sotto l’influenza dello Spirito Santo; la carne è l’uomo senza lo Spirito Santo.La carne, la parte materiale dell’uomo, non è né cattiva in se stessa né essenzialmente peccatrice, poiché è suscettibile di purificazione, di santificazione e di glorificazione. Tuttavia la carne, così come è attualmente in noi, implica una doppia relazione col peccato: relazione storica col capo colpevole della nostra razza, relazione psicologica con l’atto colpevole al quale è inclinata. La relazione psicologica dipende dagli istinti bassi, egoisti e ciechi della natura sensibile, i quali la mettono in un antagonismo continuo col bene essenziale della natura ragionevole. In tale conflitto, l’intelletto abbandonato a se stesso è infallibilmente vinto e diventa carnale; ma, con l’appoggio dello Spirito, esce vincitore dalla lotta, e tutto l’uomo diventa spirituale.

CONOSCERE SAN PAOLO (28)

LIBRO II

Preistoria della redenzione.

CAPO I

L’umanità senza il Cristo. (2)

II. IL REGNO DEL PECCATO.

1. ORIGINE DEL PECCATO. — 2. ESTENSIONE DEL PECCATO. — 3. L’IMPERO DI sATANA. — 4. GLI SPIRITI ELEMENTARI.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA; S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. La corruzione del genere umano, luogo comune della teologia ebraica, non poteva non colpire gli stessi pagani. È noto che i primi tre capitoli della Lettera ai Romani svolgono questa tesi: « Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio… Tutti, Ebrei e Greci, sono sotto il (giogo del) peccato ( Rom. III, 23 e 9) ) ». L’Apostolo espone il fatto e non lo dimostra altrimenti che con appellarsi all’esperienza confermata, specialmente per gli Ebrei, dalla testimonianza della Scrittura. Il doppio fine, a cui mira, è di provare che non vi è salvezza fuori del Vangelo (Rom. III, 20), e che gli Ebrei, nonostante le loro incontestabili prerogative, non hanno, in faccia al peccato e alla giustizia soprannaturale, nessun privilegio sopra i Gentili, oggetto del loro disprezzo (Rom. II, 1). Un fenomeno generale deve risalire alla medesima causa, e si poteva pensare che l’Apostolo, descritto lo straripamento del male, ne avrebbe indicata la sorgente comune. Egli invece è trascinato altrove da due idee sussidiarie: gli preme di conchiudere che il Vangelo promette e dà quello che la Legge faceva sperare invano (Rom. III, 21-26); e poi non vuole lasciare il lettore sotto l’impressione che la salute portata dal Vangelo sia in contraddizione con la Legge (Rom. II, 13 e cap. V). Perciò quando viene a parlare dell’origine del peccato, non la mette in rapporto diretto con la corruzione morale di cui ha tracciato il triste quadro, ma si contenta di metterla in linea parallela con l’origine della giustizia che essa per analogia rischiara (ivi, V, 12-21): questo è passare dal più conosciuto al meno conosciuto, è procedere secondo le regole della logica. Infatti nessun Ebreo e nessun proselito poteva ignorare la storia della creazione e della caduta, e non vi è dubbio che questa storia facesse parte delle dottrine elementari insegnate a tutti i catecumeni che venivano dai Gentili. – Ora dal racconto della Genesi risulta chiaramente che la disobbedienza di Adamo attirò sopra l’umanità la morte, l’inimicizia di Dio e un cumulo di miserie delle quali la più umiliante è la ribellione dei sensi. L’uomo, formato di elementi perituri, trovava nell’albero della vita un antidoto contro la sua naturale corruttibilità; ma il peccato, scacciandolo dal paradiso terrestre, fece cadere sopra di lui e sopra la sua discendenza il fatale decreto di morte. Allora invece della familiarità divina e dei premurosi favori di cui era stato ricolmo, si vide cadere addosso maledizioni su maledizioni: infertilità del terreno, dura legge del lavoro, esilio lontano dalla faccia di Dio. Adamo ed Eva, creati nella rettitudine e nell’innocenza, non portavano in se stessi i germi della perversione morale; bisognò che la suggestione al male venisse loro dall’esterno; ma il peccato turbò subito l’armonia delle loro facoltà e tolse loro il dominio sopra le potenze inferiori; col sentimento del pudore nacque in essi la concupiscenza. Senza troppo speculare su questi tre dati scritturali, ogni lettore di buon senso conchiuderà che una penalità comune implica un’offesa comune; che la perdita dell’amicizia divina suppone uno stato anteriore di favore e di grazia; che per attirare sopra tutti i suoi discendenti una sentenza di condanna, Adamo doveva rappresentarli per un titolo che non gli era conferito soltanto dalla sua qualità di primo uomo, e che vi era dunque, nei disegni di Dio, tra Adamo e la sua discendenza, un’unione di solidarietà, assai poco conforme alle nostre idee moderne di individualismo a oltranza, ma perfettamente accessibili al pensiero antico. Perciò il dogma della decadenza originale non poteva creare nessuna difficoltà per i contemporanei di san Paolo poiché ammettevano senza esitare, sopra la fede delle Scritture, che la disobbedienza di Adamo ci procurò la morte, l’inclinazione al male e le tristi condizioni dell’umanità attuale. Le favole puerili, aggiunte più tardi al fondo biblico dai redattori del Talmud, non alterarono l’essenza del dogma. Paolo dunque non mira a dimostrare la caduta originale: egli suppone che sia già conosciuta, come suppone che sia conosciuto il rapporto di solidarietà senza del quale non sarebbe comprensibile la caduta originale; ma egli si serve di due idee per spiegare l’opera del rialzamento. Difatti la reversibilità dei demeriti nella persona di Adamo spiega la reversibilità dei meriti nella persona del Cristo, dato che la prima verità sia affatto incontestabile, e che vi sia tra Adamo e il Cristo una relazione facilmente ammissibile. Ciò posto, l’insegnamento dell’Apostolo si riassume così: Il peccato deriva da Adamo; la morte deriva dal peccato. Il peccato deriva da Adamo. « Per un solo uomo il peccato è entrato nel mondo ( V, 12) ». Quest’uomo è evidentemente il nostro primo padre; il peccato è la potenza del male che Gesù Cristo verrà a distruggere; il mondo significa il genere umano, e l’entrata del peccato non è un’apparizione isolata e passeggera, ma un’invasione trionfale. Il peccato non si propaga soltanto per imitazione, col contagio dell’esempio, ma si trasmette per eredità. « Infatti per la disobbedienza di un solo uomo, tutti nonostante il loro numero sono stati costituiti peccatori ». Non vi è che una sola colpa, e tuttavia vi sono molti condannati, molti colpevoli, molti peccatori: dunque la colpa di uno solo era comune a tutti.

La morte deriva dal peccato. « La morte passò in tutti gli uomini perché tutti avevano peccato ». Non si tratta di peccati personali, ma di un peccato unico comune a tutti. Difatti se l’Apostolo parlasse qui di peccati attuali, assegnerebbe alla morte un’origine differente da quella che le assegnava al cominciare della frase. Egli le assegnerebbe un’origine manifestamente falsa, poiché si sa che tutti gli uomini muoiono ma che non tutti sono colpevoli di peccati attuali. Le assegnerebbe una causa che egli stesso non ammette, poiché soggiunge tosto che « il peccato non viene imputato », come degno di morte, « a difetto di una legge » che pronunzi contro di esso la pena di morte, e che tuttavia « la morte ha regnato anche sopra quelli che non avevano peccato a imitazione della trasgressione di Adamo », in altri termini, « che non erano colpevoli di peccati attuali ». Perciò i migliori commentatori protestanti e razionalisti, quando fanno da esegeti e non da teologi, accettano la nostra spiegazione, per quanto questa possa essere contraria alle loro prevenzioni e ai loro sistemi, perché essa appare come la sola ragionevole e la sola conforme alla manifesta intenzione dell’Apostolo. – La trasmissione del peccato originale ha come corrispondente la diffusione della giustizia del Cristo: non bisogna allontanarsi da questa analogia. Come la privazione della grazia originale è consumata, in diritto e in principio, dalla disobbedienza di Adamo il quale agisce in nome e a danno di tutta la sua posterità, e come essa per diffondersi non aspetta che la nostra entrata reale nella famiglia umana per mezzo della generazione naturale, così il merito guadagnato da Gesù Cristo il quale agisce in nome ed a vantaggio dell’umanità di cui è rappresentante, ci è acquisito, in diritto e in principio, una volta per sempre, e per comunicarsi non aspetta che la nostra unione effettiva al Cristo per mezzo della fede e del battesimo. Se in questa solidarietà del merito e del demerito rimane sempre qualche cosa di misterioso, il mistero è il medesimo da una parte e dall’altra, ma la spiegazione di questo mistero non è di competenza della teologia biblica.

2. Il peccato, entrato nel mondo e stabilitovisi come in una fortezza, vi regna dispoticamente. L’impero del male cresce e si dilata sempre più; la corruzione del cuore guadagna la mente, e la perversione della mente affretta quella dei costumi. Così si spiega, agli occhi di san Paolo, il progresso dell’idolatria e lo straripare del vizio. L’essere divino, percepito attraverso il velo della creazione e in fondo alla coscienza, imponeva all’uomo un triplice dovere: cercare Dio intravveduto dalla ragione, onorarlo dopo di averlo trovato, ringraziarlo dei suoi benefizi per renderselo propizio. Al contrario i pagani, traviati dai loro istinti depravati, disprezzarono la felicità di conoscere Dio, incatenarono la verità per non udirne la voce molesta, prostituirono gli onori divini alle creature più abiette, spinsero il traviamento fino al punto di compiacersi della menzogna e della Così cadde su loro la pena del taglione, terribile e inesorabile. Prima di tutto si oscurò la loro ragione, i loro pensieri divennero vani, essi medesimi diventarono zimbello delle illusioni e dei sofismi, la loro stoltezza divenne tanto più incurabile, quanto più essi facevano pompa di sapienza. L’accecamento della loro mente, unito con l’indurimento del cuore, li abbandonò ben presto alle passioni impure; essi stessi si votarono all’ignominia e si fecero, senza volerlo, gli esecutori delle divine vendette (Rom. I, 18-28). Finalmente come essi avevano abbandonato Dio, così Dio li abbandonò al loro senso riprovato; essi furono « pieni d’iniquità, di malvagità, di cupidigia, di malizia, d’invidia, di omicidio, di dissenso, di astuzia, di furberia; detrattori, maledici, empi, insolenti, superbi, vanitosi, inventori di delitti, ribelli ai loro genitori; senza intelligenza, senza lealtà, senza affezione, senza misericordia (Rom. I, 29-31) ». Questo quadro fu molte volte confrontato con quello che fa l’autore della Sapienza (capp. XIII,- XIV). Se non vi è affatto dipendenza letterale e neppure un’imitazione voluta, è però difficile non vedervi una reminiscenza. L’assurdo del politeismo e la scostumatezza dei pagani dappertutto ripugnavano al senso morale degli Ebrei. Quello che distingue Paolo dai suoi compatrioti, è che nel flagellare con estremo rigore i vizi dei Gentili, simpatizza con la loro persona e stabilisce la loro colpabilità sopra le basi della moralità naturale, invece di fondarla sopra l’ignoranza della Legge, spiega il progresso dell’idolatria e della sfrenatezza con una specie di processo psicologico che serve ad un tempo come castigo e come rimedio e che fa risultare il bene dallo stesso eccesso del male. Qualcuno ha voluto sostenere che Paolo, non mantenendosi fedele alle sue massime, non attribuisse la corruzione generale dell’umanità alla caduta originale, e citano, come prova, queste sue parole: « Anche noi una volta camminavamo tutti nei nostri desideri carnali, facendo la volontà della carne e dei pensieri (cattivi) ed eravamo per natura figli d’ira come gli altri (Ephes. II, 3) ». Ma che cosa significa questa frase! In qualunque maniera si vogliano intendere, le parole « noi eravamo per natura figli di ira come gli altri », abbracciano necessariamente tutti gli uomini senza eccezione. Difatti se « noi » indica gli Ebrei, secondo la spiegazione comune, « gli altri » sono i non Ebrei, ossia tutti i Gentili; e se « noi » indica i Cristiani, come vogliono certi commentatori, « gli altri » saranno i non Cristiani, ossia tutti gli infedeli o Ebrei o Gentili: in tutti e due i casi l’affermazione è universale. D’altra parte, secondo l’analogia biblica, i « figli dell’ira » sono gli uomini meritevoli dell’ira divina, ed esposti ai colpi di quest’ira, vendicatrice. Non si tratta dunque più che di stabilire il significato della parola « naturalmente » o « per natura ». Siccome si chiamano disposizioni naturali quelle che noi portiamo nascendo, sia che le abbiamo per eredità, sia che le abbiamo per qualunque altra causa, sant’Agostino pensava che noi siamo « figli dell’ira per natura » in quel modo che uno è cieco di nascita o moro di razza, perché il peccato, senza appartenere alla costituzione essenziale del nostro essere, è ereditario in noi. Calvino attaccandosi a questa interpretazione, esagera, secondo il suo solito, il pensiero di sant’Agostino e pretende che noi nasciamo col peccato come il serpente nasce col suo veleno. Molti teologi protestanti arrivano a pretendere che il peccato originale sia inerente alla nostra natura. L’Apostolo non dice questo; egli indica ben chiaramente quello che ci rende « figli dell’ira »: è l’obbedire « ai desideri e alla volontà della carne »; è, in altri termini, il commettere il peccato attuale. Quando egli aggiunge che tali siamo « per natura », il senso di questa espressione dev’essere fissato dall’opposizione latente che essa implica; ora la sola opposizione qui suggerita dal contesto è quella della grazia: per la grazia, noi siamo giusti, santi, figli di Dio; per natura siamo peccatori e figli dell’ira, ossia evidentemente per la natura abbandonata a se stessa e senza l’appoggio della grazia. Se dunque il peccato originale qui non è nominato, è però sufficientemente indicato come la sorgente comune delle inclinazioni cattive che infettano la nostra natura.

3. Noi arriviamo così a tracciare la genealogia del male. Il regno del peccato si spiega con l’abuso della libertà umana; il cattivo uso della libertà dipende dalla corruzione della natura, dalla potenza della carne; la corruzione naturale deriva dalla disobbedienza di Adamo; ma bisogna risalire ancora più in alto. Secondo san Paolo come pure secondo san Giovanni, poiché tutti e due si ispirano dal racconto della Genesi e dal Libro della Sapienza, il primo istigatore del peccato fu il diavolo, il serpente infernale che sedusse Eva e, per mezzo di Eva, il nostro primo padre, e che, omicida fin da principio prosegue sempre, senza tregua, la sua opera di morte (Gen. III, 1-4). E diavolo è quello che suscita ostacoli a i predicatori del Vangelo e persecuzioni contro i fedeli; è quello che fomenta l’idolatria, insinua il dubbio nelle intelligenze e mette la ribellione nei cuori. Il suo nome ordinario è satana, ma Paolo lo chiama anche Belial e serpente, nelle Epistole ai Corinzi, diavolo nell’Epistola agli Efesini, nelle Pastorali e negli Atti (Rom. XVI, 20; I Cor. V, 5; etc.) …. Ora lo descrive come un solo personaggio o come un essere collettivo che rappresenta il potere del male; ora lo dissemina in una folla di spiriti cattivi che abitano le sfere superiori, le regioni sopramondane, le tenebre (Ephes. II, 2; VI, 12). È difficile decidere in quale misura l’Apostolo adoperi, senza troppo valutarlo, il linguaggio comune, perché le sue formule generalmente non sono l’oggetto di un’asserzione espressa e si trovano quasi tutte nella teologia ebraica e rabbinica.- Quello che afferma chiaramente, è che il gran nemico si è creato anche lui un regno col fine di distruggere il regno di Dio. Ogni regno si svolge nel tempo e nello spazio, occupa un territorio e riempie un’epoca: il territorio in cui si esercita l’impero di satana è questo mondo; l’epoca che gli è assegnata è il secolo presente. Per gli Ebrei contemporanei degli Apostoli, il mondo presente e il secolo presente erano due locuzioni simili che avevano come corrispondenti un mondo futuro e un secolo futuro, cioè un regno terreno del Messia o un regno celeste di Dio nei suoi santi. Esse assumevano da questo contrasto un senso peggiorativo più o meno marcato, secondo i diversi autori. Non occorre conoscere a fondo il linguaggio di san Paolo per aver osservato che in esso la parola mondo raramente indica il complesso della creazione materiale; molte volte il mondo vuol dire la dimora, il teatro, la condizione attuale dell’uomo; più spesso ancora indica l’umanità presente, debole, cieca, abbandonata alle passioni, lontana dal suo ultimo fine. Dopo il peccato, il mondo è nemico di Dio; la sapienza del mondo si oppone alla sapienza di Dio, lo spirito del mondo allo spirito di Dio, la tristezza del mondo alla tristezza secondo Dio, le cose del mondo alle cose di Dio. Paolo esprime con singolare energia questa irreconciliabile ostilità con dire che egli è crocifisso al mondo e che il mondo è crocifisso per lui. Lo stesso senso peggiorativo lo ha pure qualche volta il secolo presente in forza di un’antitesi espressa o sottintesa col secolo futuro. E secolo futuro è l’era della felicità senza mescolanza di mali e senza fine; il secolo presente, in preda alle miserie, alla morte e al peccato, è perverso nei suoi princìpi e nelle sue tendenze (Gal. I, 4). Di modo che il mondo e il secolo arrivano ad essere quasi sinonimi; tuttavia la distinzione etimologica rimane, e la sinonimia non è assoluta. Il mondo così inteso è il regno di satana; il secolo è la durata assegnata al suo regno. L’Epistola agli Ebrei, san Giovanni e san Paolo esprimono questa dominazione con formule alquanto differenti: san Giovanni chiama satana « il principe di questo mondo (Joan. XII, 31) »; l’Epistola agli Ebrei gli attribuisce « il potere della morte (Ebr. XII, 14) »; san Paolo, rincarando la dose, lo chiama « il dio di questo secolo (II Cor. IV, 4) ». Dopo il trionfo finale, Dio sarà tutto in tutti; ma durante il periodo di lotta che si estende alla parousia, l’impero del mondo è diviso, e il demonio si rivendica la sua parte di sovranità. Egli raccoglie intorno a sé i banditi, i ribelli, ì fuggiaschi; li acceca con i suoi sofismi e li sottrae all’influenza del Vangelo; egli regna interamente su loro: è il loro dio. Siccome la sua dominazione non può stabilirsi né durare se non con l’errore e la menzogna, « i l dio di questo secolo » è un dio delle tenebre: “Rivestite l‘armatura di Dio per poter resistere alle macchinazioni del diavolo; poiché noi non abbiamo da lottare contro la carne e il sangue, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo Mondo di tenebre, contro gli spiriti di malizia (che sono) nelle regioni celesti” (Ephes. VI, 11). – Il potere occulto che ci fa guerra, ora è concentrato nella persona del suo capo, ora è diviso tra una moltitudine di esseri nemici, « potenze e principati, prìncipi di questo mondo, spiriti di malizia ». La loro sfera di azione sono il mondo, le tenebre, le regioni sublunari. Se si prendono queste espressioni nel senso letterale, le regioni celesti non possono essere altro che i luoghi vicini al pianeta, conosciuti volgarmente col nome di cielo; e che i demoni vi risiedano, è una necessità portata dalla guerra da loro ingaggiata contro l’umanità. San Paolo ricorda agli Efesini il tempo in cui essi seguivano « il corso di questo mondo, il capo della potenza dell’aria, dello spirito che ora opera nei figli della ribellione (Ephes. II, 11) ». Il senso preciso di quasi tutte queste parole è discusso; tuttavia non si può sfuggire all’impressione che l’aria di cui si tratta, sia proprio l’atmosfera materiale in cui stanno annidati i diavoli per piombare improvvisamente sopra l’uomo e dove « il ruggente si aggira nell’ombra i n cerca di una preda (I Piet. V, 8) ». Questa concezione era allora comune, e non vi è anacronismo nell’attribuirla a san Paolo. – Il peccato che domina il genere umano e che ha la sua sede nella carne, invece di essere una personificazione del male, non sarebbe forse una persona vera, il diavolo stesso? Alcuni Padri lo hanno creduto, e parecchi teologi eterodossi lo sostengono ancora (Simon). Ma questa opinione che non poggia sopra nessuna ragione solida, urta contro gravi difficoltà esegetiche. Tutto quello che si può e che si deve concedere, è che la presenza di un essere personale dietro il principio del male facilita assai la personificazione costante del peccato.

4. San Paolo riconosce forse una classe di spiriti intermedi, né diavoli né Angeli, benché forse destinati a diventare un giorno o diavoli o Angeli, esseri ambigui, più scaltri che cattivi, per lo più ostili all’uomo per bricconeria e per capriccio, esseri che ricordano i fauni, i silvani, le driadi e le ninfe della mitologia greco-latina, i folletti, i silfi delle leggende medioevali, i peri e i djinn delle fiabe arabe, i geni dei venti e delle acque delle religioni animistiche e della superstizione popolare? Ecco una questione affatto moderna che gli antichi commentatori non hanno mai fatta né sospettata. Diciamo subito che in san Paolo non si trova la più piccola traccia di questa nuova concezione. Quando egli scrive ai Galati: « Se noi o un angelo del cielo vi annunziasse un altro Vangelo, sia anatema (Gal., I, 9) », parla degli Angeli buoni, di quelli che vedono la faccia di Dio: egli però non prende sul serio il caso in cui o un Angelo dal cielo o egli stesso venga a distruggere quello che ha costruito: l’ipotesi è irrealizzabile; soltanto essa ripugna di meno alla ragione, che la verità di un altro Vangelo. – Neppure il consiglio che dà ai Corinzi non accenna agli angeli prevaricatori. « La donna deve avere in capo » il velo, simbolo del « potere » maritale, « per causa degli angeli (I Cor. I, 10) ». Gli angeli, senz’altra spiegazione, significano sempre gli Angeli buoni; non bisogna dunque pensare a quegli spiriti celesti, né buoni né cattivi definitivamente, i quali, secondo il Libro di Enoch, s’invaghirono delle figlie degli uomini e peccarono con esse. Questa interpretazione ha l’inconveniente d’introdurre un motivo estraneo al contesto, senza avere il vantaggio di rispondere alle idee ebraiche contemporanee; infatti la caduta degli Angeli era per gli Ebrei un fatto di storia antica, del quale non si vedeva più la ripetizione. Un’interpretazione più semplice e più naturale viene suggerita dalla lettura attenta del passo: « Conoscendo il vincolo di subordinazione che unisce la donna all’uomo sia nell’atto stesso della creazione, sia nel disegno del Creatore, la donna deve portare sul capo il segno della sua dipendenza, per motivo degli Angeli associati da Dio all’atto della creazione e da Lui incaricati di promulgare la Legge e di vigilare perché sia osservata. « Si tratta dunque del rispetto dovuto non tanto agli Angeli che sono testimoni del sacrificio eucaristico, quanto piuttosto agli Angeli preposti al governo del mondo e della Chiesa. – In favore degli spiriti intermedi che non sarebbero né angeli né demoni, s’invoca pure il testo seguente: « Ai perfetti noi predichiamo la sapienza, non la sapienza di questo secolo né dei principi di questo secolo la cui autorità passa, ma predichiamo la sapienza di Dio che ha per oggetto il mistero, la (sapienza) nascosta, che Dio ha predestinata prima dei secoli per la nostra gloria. Questa sapienza non l’ha conosciuta nessuno dei prìncipi di questo secolo, poiché se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (I Cor. II, 6-8) ». Alcuni Padri hanno creduto che i « prìncipi di questo secolo » sono i demoni; certi commentatori moderni vedono in essi gli spiriti elementari che mettono in azione le forze fisiche della natura. Ma senza parlare di questa idea strana, che i demoni o gli spiriti elementari abbiano crocifisso il Cristo e che non lo avrebbero crocifisso se avessero avuto la vera sapienza, il contesto indica chiaramente che i « prìncipi di questo secolo » indicano esseri umani, quelli che governavano allora il mondo e che ebbero il potere di mandare alla morte Gesù. Infatti in questi due primi capitoli Paolo stabilisce un contrasto tra la sapienza umana, la sapienza secondo la carne, la sapienza di questo mondo, che è propria dei filosofi, dei nobili e dei potenti, e la sapienza divina, rivelata dallo Spirito Santo agli umili, ai deboli e ai piccoli che formano la gran maggioranza della Chiesa: questa sapienza fu ignorata dagli Erodi, dai Caifa e dai Pilati, perché se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso l’Autore stesso della sapienza. I fedeli dunque non arrossiscano della loro bassezza, della loro ignoranza, del loro nulla secondo il mondo, perché essi posseggono una scienza alla quale non possono arrivare i geni e le potenze di questo mondo. Chi non vede come l’intrusione di demoni o di spiriti elementari turberebbe il corso di un pensiero così limpido? La tesi degli spiriti elementari si ripara qualche volta sotto l’ombra protettrice di un testo oscuro. Dio « spogliando i principati e le potestà, le diede pubblicamente a spettacolo, conducendole in trionfo sopra la croce (Col. II, 15) ». Sappiamo che « i principati e le potestà » comprendono qualche volta gli spiriti infernali; ma qui la cosa è diversa. Difatti non si può credere che l’Apostolo non si riferisca ai « principati e alle potestà » che ha nominato pochi versetti prima. I Colossesi li onoravano con un culto superstizioso per causa della loro dignità intrinseca e perché li sapevano associati alla promulgazione e alla custodia della Legge mosaica. Paolo ricorda loro che Dio inchiodò sopra la croce di Gesù quella Legge decrepita e spogliò del loro potere i mediatori dell’antica alleanza. Non vi è più che un solo Mediatore; il compito degli Angeli è finito, ed essi ora servono all’esaltazione del Crocifisso e ne scortano, per così dire, il carro trionfale. Che essi siano stati infedeli alla loro missione, l’Apostolo non lo insinua affatto; ma comunque, la loro missione è terminata, e i Colossesi hanno torto a non riconoscerlo per inaugurare un culto ingiurioso al Cristo.