GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA (1)

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA

[Lettera pastorale scritta il 17 dicembre 1967; «Rivista Diocesana Genovese»,1968. pp. 28-63 ]

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Lo scopo di questa lettera

Il sacramento della Penitenza è il primo tipico strumento per la remissione dei peccati, nonché il massimo mezzo per la profonda formazione cristiana dei fedeli, come singoli. Il nostro scopo non è quello di ripetere qui quanto può essere facilmente letto in qualunque testo approvato di Teologia morale. Per questo sarebbe sufficiente pubblicare una nota bibliografica con la raccomandazione di servirsene.Il nostro scopo è solo quello di illustrare la proposizione espressa in apertura di questa lettera e di concorrere, per quanto ci è possibile, a crearne nei nostri Sacerdoti il convincimento serio e operante. Riteniamo che, per conseguire questo scopo, si debbano trattare diverse questioni.

Perché la Penitenza è il primo tipico strumento per la remissione dei peccati personali?

Perché, nella ipotesi esistano peccati personali, la penitenza è necessaria, ossia senza di essa in re od almeno in voto non si dà perdono dei peccati. Ciò pone, nel caso esistano peccati mortali personali, una alternativa netta ed impreteribile: o penitenza, almeno in voto, o dannazione. Gli altri mezzi per ottenere il perdono dei peccati senza la attuale amministrazione della Penitenza sono validi e raggiungono l’effetto in quanto contengono in qualche modo il «voto» e pertanto il riferimento al sacramento stesso della Penitenza. La affermazione – estremamente grave – non è una sottigliezza teologica, è un dato fondamentale ed elementare del semplice catechismo. – Per vedere chiaramente la gravità della affermazione, bisogna aver precise e stagliate due verità altrettanto elementari. Il peccato è la più vergognosa e terribile macchia che possa incogliere l’uomo, perché la legge divina – contro cui si lancia il peccato – è condizione impreteribile di salvezza eterna. Legge e peccato sono termini collegati: per dimenticare l’uno bisogna dimenticare anche l’altro. La incarnazione del Verbo ha una sua ragione fondamentale nella redenzione dal peccato; Gesù è l’Agnello che toglie i peccati dal mondo.Il sacramento della Penitenza, collocato nella cornice di queste due verità, assume la sua grandiosità imponente. Se il nostro ministero non compie quello che occorre per togliere i peccati dal mondo, resta un ministero sostanzialmente sterile. Il sacramento della penitenza è la riduzione sacramentale della vicenda espiatrice del Verbo fatto uomo.

Perché la Penitenza è il massimo mezzo per la formazione dei fedeli come singoli?

Perché il confessore, che è nella Penitenza padre e dottore, deve compiere le funzioni di medico dell’anima ed in tale veste deve rendersi conto delle radici dei peccati, deve prescrivere rimedi congrui, deve dare consigli salutari, deve pensare ad evitare le ricadute. Tutto questo fa nel segreto del sigillo, per il quale più facilmente le anime si aprono, nella intimità discreta della cognizione, la quale dispone con singolare naturalezza il penitente alla umiltà, nella dignità di un sacramento del quale non si evita il soprannaturale prestigio. Ossia: nella Penitenza il confessore agisce in maniera diretta sulla vita interiore, vi ha una ineguagliabile capacità incisiva, si impone con giustificata autorità, quanto compie è accompagnato da una divina grazia che supera ogni altra umana efficienza. Nella Penitenza il confessore, ben conscio del suo ministero, illumina, corrobora, orienta, rassicura. Ciò dimostra la capacità educativa dello strumento sacramentale. Nessuno in questo mondo entra nell’anima altrui con la nobiltà, intimità ed efficacia, offerto dalla Penitenza. La psicanalisi entra nella situazione psicologica di fatto, che è un’altra cosa, perché l’anima di un uomo non è da confondersi con la sua fantasia, con i l suo istinto e con il suo subcosciente. Alle spalle della psicanalisi non ci sta un ordine ed una efficacia di ordine divino.

Perché preoccuparsi dello scopo specifico della Penitenza?

Perché si tratta di uno scopo essenziale della nostra Fede. Dove si arriva, infine, se non si tolgono i peccati dal mondo? Poiché nasciamo peccatori, liberi ed immaturi, abbiamo bisogno di una educazione. Poiché la nostra fisionomia interiore e la indefinita varietà degli atti personali che ci seguono portano ad una non minore varietà di situazioni personali, il più delle volte indecifrabili dall’esterno, non è affatto sufficiente ed adeguata una educazione esteriore e di massa. Occorre che il tocco educativo attinga le singole anime. Finalmente a nessuno può sfuggire che l’avvenire del popolo di Dio, formato di fedeli singoli, è intimamente legato alla esistenza di una educazione cristiana, specifica e pertinente. – Questo è necessario capire: che nessuno strumento per quanto ingegnoso, per quanto tecnicamente perfetto, ha nel sacro ministero la potenza penetrativa, la capacità forgiatrice del sacramento della Penitenza. – C’è tuttavia un motivo che dimostra la urgenza di occuparsi dell’argomento. La tecnica ministeriale, che deve pur essere considerata con fiducioso rispetto, tende per un complesso di fatti (che non possiamo esaminare qui) ad invadere e dominare il campo dell’apostolato sacerdotale. I mezzi sacramentali vengono ricercati meno, spesso troppo poco. Un certo umanesimo, di sapore del tutto pelagiano, nel campo intellettuale tende a mettere in primo piano risorse, anche oneste in sé (come la tecnica psicologica, età), ma che in molti servono a distogliere dalla stima per i superiori mezzi: origine divina, quali sono il Sacrificio e i sacramenti. Il naturalismo acquista ogni giorno espressioni scaltre, che paiono accreditarlo non meno del soprannaturale, specialmente se presentato come un ragionevole compromesso per incontrare il mondo, mentre l’incontro con il mondo deve essere fatto nell’ambito segnato dall’Evangelo applicato dai santi Apostoli. Il demonio gioca la tattica di far sostituire ai mezzi dell’Evangelo i sotterfugi di una vacua razionalità mondana. E talvolta ci riesce. Non esitiamo affatto a giudicare tutto questo preoccupante e spaventoso. Ed è per questo che questa Nostra lettera è un grido di allarme. Avevamo cominciato a stenderla or sono diciannove anni allora ci preoccupavamo di richiamare la perfetta e santa amministrazione del sacramento della Penitenza. Quella lettera non fu allora compiuta perché attendevamo l’esito di talune avventure intellettuali. Gli anni sono passati ed oggi a farci ritornare sull’argomento non è solo la preoccupazione della santa amministrazione del Sacramento, bensì il dovere di ridare al Sacramento il prestigio e la preminenza, perdute purtroppo nell’anima di taluni ministri di Dio. Il confronto tra la lettera mai pubblicata e la lettera presente è testimone che talune cose si sono volte al peggio e non al meglio. Contro questa diminuzione di un prestigio della Penitenza si levano alcuni fatti o difetti, che avremo occasione di esaminare appresso. Si leva soprattutto la fame e la sete, che del Sacramento e della direzione spirituale (così legata al Sacramento) prova un numero infinito di anime, pur senza saperlo. Non si dimentichi che il sacramento della Penitenza è la porta più ordinaria al sacramento della Eucaristia, cibo e vita delle anime, ed allora si capirà quanto sia vera la equazione: la formazione profonda dei cristiani è pari alla frequenza ed alla santità con le quali si amministra il sacramento della Penitenza! – C’è un’ultima generale ragione per preoccuparsi assai dello scopo specifico del sacramento della Penitenza. Essa è la necessità della educazione individuale delle anime. Cioè: per educazione non basta affatto quella cosiddetta comunitaria, semplicemente ecclesiale, collettiva, di massa, perché le anime si formano ad una ad una. Nessuno vuol negare che la educazione collettiva sia complementare e qualche volta suppletiva della educazione individuale; si afferma solo che generalmente non è sufficiente. – Sta il fatto che la opinione di comodo scivola verso la convinzione di occuparsi della educazione collettiva, abbandonando la educazione individuale come colpevole di opprimere la libertà della persona umana. E proprio la persona umana, che in ogni caso è ontologicamente persona e in moltissimi casi non è affatto «moralmente» persona, ad invocare l’intervento della formazione individuale. – Ora nella testa di coloro i quali credono alla educazione esclusivamente comunitaria, disprezzando la educazione individuale, entra altrettanto la convinzione che in fin dei conti la Penitenza è solo per rimettere i peccati, una sorta di lavatrice automatica. Noi dobbiamo reagire con tutta la forza contro una simile erratissima concezione che non ha nessuna verità ed un solo pregio: quello di essere molto, ma vergognosamente, comoda. Ecco le principali ragioni per le quali le anime, finché è possibile, vanno formate una per una. Si ammette che è difficile ottenere questo, ma Dio non ci imputerà ciò che diventasse praticamente impossibile, per il numero dei fedeli, per la insufficienza delle forze, per la riottosità delle stesse anime a lasciarsi guidare verso Dio. Mentre dovremo rendere conto di tutto quello che potevamo fare. Le anime sono dissimili. Riesce difficile sostenere che le anime siano o possano essere ontologicamente dissimili. Però, poiché entrano per la unione sostanziale in un composto umano che porta con sé tracce di tutte le generazioni preterite e queste tracce compone e scompone in svariatissimi modi, senza tener conto della intrusione di molti dati di fatto, le anime sono praticamente dissimili tra di loro. A noi poco importa che la ragione della dissomiglianza sia una piuttosto che l’altra; basta il fatto che la dissomiglianza c’è. – La dissomiglianza mette fuori gioco la efficacia di molti mezzi, altri riduce, altri altera. La azione educativa per questo motivo deve partire non solo da una base di principio teorico ed astratto, ma dalla conoscenza del singolo caso in concreto. Spesso accade che lo stesso metodo rende un educando amico ed un altro educando nemico e tanto basta a far capire che i metodi educativi non si possono applicare sempre e dovunque indiscriminatamente. – Le esperienze interiori – oltre che esteriori – delle anime sono dissimili. Queste esperienze infatti dipendono da ambienti, da contatti, da persone, dal grado di doti di relazione, dalle reazioni esterne e finalmente dalla stessa recettività o reattività del singolo. Anime simili possono avere esperienze non solo dissimili, mai addirittura opposte. Tutto ciò porta l’impegno educativo sempre alla considerazione e all’impegno individuale. Affinità ed analogie non mancano, si danno accostamenti che possono permettere anche qualche classificazione, ma con tutto questo non si arriva a poter abitualmente provvedere alla educazione spirituale in una formai semplicemente collettiva. Tanto quanto questa verità entrerà nella convinzione dei nostri confratelli, altrettanto aumenterà la giusta stima del sacramento della Penitenza. – Si potrebbe aggiungere che infinite compressioni di anime trovano uno sfogo giusto solo nell’ombra discreta del sacramento della Penitenza. Pensiamo che i dolori e le solitudini angustiose degli altri debbano avere il loro peso nel farci giudicare con saggezza in merito alla presente questione. Il fatto che lentamente si stia facendo una diversione falsa e dalle incalcolabili conseguenze, – dalla educazione anzitutto individuale alla educazione anzitutto od esclusivamente collettiva, dalla educazione che si adatta alla indefinita ricchezza e varietà delle anime a quella ispirata semplicemente al tipo standard, moda, folla… – deve attirare la nostra attenzione. Esso, soprattutto se entra inavvertitamente (come accade nella maggior parte dei fenomeni), ci fa mettere da parte il sacramento della Penitenza quale lo ha concepito e configurato Gesù Cristo. Infatti da qualche parte – non qui – qualcuno si è provato a dispensare dalla accusa individuale, dando larghe e gratuite assoluzioni generali alla massa. Forse qualcuno ha fatto a meno persino di quella.

La regola morale ed oggettiva divina non cambia

Il sacramento della Penitenza viene amministrato in forma di giudizio, per il fatto che si opera una scelta tra due estremi e questa scelta non è arbitraria, ma guidata dal merito delle cose tra cui si sceglie. I due estremi tra cui si sceglie sono: rimettere o ritenere il peccato. Quale il criterio per scegliere? Gli atti e le disposizioni del penitente. Le disposizioni del penitente in che consistono? Nel pieno rinnegamento del peccato. Allora, presuppongo che qualcosa sia peccato, qualcosa no. Che cosa decide tra i due casi? La Legge, ossia la regola morale obiettiva congiuntamente con la situazione soggettiva. – Comunque tutto comincia a dipendere dal fatto che vi è una regola o legge morale oggettiva, e cioè indipendente da noi, superiore a noi, anche ammettendo la esistenza di leggi positive variabili. Ecco perché in tema di confessione sarebbe inutile continuare ogni discorso ed ogni uso se non esistesse una regola morale oggettiva, capace di discriminare tra il bene ed il male. Ecco perché è importante rispondere alla laconica domanda: cambia la morale? La regola morale oggettiva e divina non cambia. Ed ecco il perché. Il piano di Redenzione delineato nella rivelazione divina ha fissato un tipo dell’uomo con una legge precisa e degli scopi ben definiti. Questo piano non cambia. Per cambiare dovrebbe cadere – contro tutte le affermazioni di Cristo e degli Apostoli – il piano divino. La natura umana non cambia. La sua costituzione, la essenzialità sei suoi rapporti sono immutabili. L’ambiente presenta infinite inazioni accidentali, che non toccano mai l’essenza dell’uomo. La Legge è stata data come definitiva ed eterna. Le norme morali date da Cristo hanno valore fino a che Egli non «verrà di nuovo», e cioè per tutti i tempi fino al momento escatologico. La fissità della norma fino all’ultimo giudizio è una delle cose che risaltano nella predicazione evangelica. – La Chiesa ha in tempo recente chiaramente disapprovato la cosiddetta «morale della situazione» ed il Vaticano II ha richiamato – fatto di morale, sia pure interpretandola secondo lo sviluppo dei tempi [chiaramente questo è criticare il conciliabolo senza che i suoi insipienti “censori” se ne rendessero conto, viste poi le successive affermazioni in evidentissimo contrasto -ndr.-], le norme sempre affermate dal magistero ecclesiastico. Contro questa fissità della regola morale si levano talvolta voci discordi, o – piuttosto – si insinuano «modi» di considerare le cose, i quali dovrebbero a poco a poco arrivare a dissolvere la norma stessa. La confusione in materia, la incompetenza teologica e la presunzione di facili scrittori possono creare il miraggio di una fata morgana possono sedurre anche dei confessori. Noi li mettiamo severamente in guardia. – A tale fine osserviamo più da vicino taluni punti sui quali è facile creare il rovesciamento della norma divina.

1. – Qualcuno ha creduto che nel Concilio venisse indotto qualcosa di nuovo a proposito del matrimonio con tutte le sue conseguenze. Vediamo anzitutto il «creduto nuovo». Si tratta dell’amore coniugale. In effetti a questo amore si dà una attenzione non consueta ai Documenti antecedenti del Magistero. Non è mancato durante la elaborazione conciliare qualcuno che avrebbe voluto si asserisse l’amore essere fine essenziale del matrimonio [tesi eretica -ndr.-]. La verità è che questa asserzione non venne e che quanto detto sull’amore coniugale era già ben noto ed è tutto uno sviluppo di quanto san Paolo afferma al capo 5 della lettera agli Efesini. Vediamo le conseguenze. Essa – la novità – sarebbe stata, nei desideri di qualcuno, una tale precedenza dell’amore sulla fecondità da consentire al primo almeno qualche sbizzarrimento ai danni della seconda. Ma questo non accadde. Si dice invece (1. c. 50) espressamente: «Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio». Si è fatto un gran parlare di qualche rimedio costrittore e riduttore della fecondità coniugale. I principi della morale non hanno mai ammesso mutilazioni né anatomiche, né fisiologiche, né biologiche. Restava a vedere se il conclamato rimedio fosse nulla di tutto questo, ma solo un vero ed onesto regolatore nell’ambito della natura. Dire se lo fosse e lo fosse nel senso voluto dalla morale accettata non appartiene ai teologi, ma agli scienziati. Per studiare la cosa il Sommo Pontefice [quello falso del falso concilio -ndr.] ha costituito una numerosa commissione, la quale ha già presentato il frutto dei propri studi. Ma la Santa Sede non si è ancora pronunciata in alcun modo. Pertanto le regole morali restano quelle di prima. [e tali resteranno sempre! – ndr. – ]

2. – Si è notata una certa tendenza qua e là a dare più importanza alla persona umana che alla legge divina. Il che è inammissibile, perché non esiste nella persona umana alcun diritto di legittima emancipazione dalla legge. E non che tutto questo lo si dica chiaro, ma si inducono tali accentuazioni, tali toni e tali sfumature, dalle quali è facile dedurre un qualche lenimento della legge a favore della emancipazione umana. Questi toni sdrucciolevoli si trovano generalmente negli scritti superficiali, dall’andamento più giornalistico che ragionato, tuttavia creano delle perplessità nelle anime. Noi mettiamo severamente in guardia tutti i sacerdoti contro quello che si accenna, nei facili scritti, verso una maggiore emancipazione del volere umano e li esortiamo a stare accuratamente agli insegnamenti dei testi di Teologia morale che la scuola ha messo loro in mano [cioè quelli antecedenti al conciliabolo! -ndr.-]. Facciamo qualche esempio per spiegarci meglio. Quando si mette troppo l’accento sulla incomprensione che taluni giovani constatano da parte dei rispettivi genitori ed educatori, si tace troppo e volentieri che, ad onta di qualsivoglia incomprensione, intatta – e per diritto divino — la patria potestà con le sue emanazioni. Così, per compiangere i giovani, si giunge praticamente ad asserire la loro emancipazione dalla virtù della obbedienza, dal dovere della disciplina, sostituendo un certo colloquio, che sarà sempre utile, ma non è un equivalente della obbligazione voluta da Dio. Per lo stesso motivo si finisce con l’addurre le generazioni giovanili a disprezzare l’apporto insostituibile della esperienza e ciò con danno enorme dei giovani stessi, spinti in tal modo a ricredersi per la via dell’esperimentato e generalmente tardivo dolore inutile. – Pare che molti lentamente stiano arrivando ad ammettere che tutto diventa morale quando è afferente alla libertà ed alla personaumana. Ciò in contrasto con il dato fondamentale della vita che è una prova di come ci si sa diportare di fronte ad una Legge, non deterministica, ma obbligante in linea morale.

3 — E cambiato qualcosa in materia di castità, di purezza, di modestia? (Modernamente si direbbe: «in materia sessuale», ma preferiamo mantenere la vecchia e più cauta terminologia). È certamente cambiato in molti il modo di considerare il sesto comandamento, ma non è cambiata la Legge. Vediamo dunque come è cambiato questo «modo». – Anzitutto si parla della materia come se il parlarne non implicasse più ragioni di educazione, di pudore, di cautela, di difesa dal fomite della concupiscenza. Di conseguenza se ne parla troppo. Ciò è connaturato al diffondersi della teoria freudiana. Ma, riteniamo, è dovuto molto più all’esagerato senso della personalità umana, per cui si cerca di eliminare tutto quanto alla stessa è limite, contenimento, sacrificio. Questo, dopo aver dimenticato che la persona umana è soggetta alla Legge e non è arbitra della Legge. Finalmente se ne parla troppo per non esser da meno della grande stampa, la quale ostenta abitualmente in materia la più grande procacità o la più voluta indifferenza, salvo ad abbandonarla contradditoriamente quando una regola morale le viene bene per creare lo scandalo e l’utile dello scandalo. Guardandosi intorno si può avere anche la impressione che si debba considerare morto il senso del pudore. Ma, stiano attenti i sacerdoti: non esiste un consenso nel male, ossia, il largo consenso nel male non modifica in nulla la legge del bene. Si dovrebbe osservare la Legge di Dio, anche se si restasse soli! Una ben intesa psicologia ed una retta pedagogia, considerando l’insieme del quadro in cui oggi avviene lo sviluppo e la educazione, potranno variare certe impostazioni affatto secondarie e probabilmente nocive nella situazione moderna; ma non toccano né la debolezza, né il fomite, né il rapporto di attrattiva, né la sostanza del peccato e della virtù. Siamo d’accordo nel dire che la sola modestia degli occhi oggi non basta più, data la esibizione del contegno e di tutte le comunicazioni sociali. Ma ciò significa che si deve tutelare la virtù piuttosto con il metodo attivo, positivo e combattivo, e che occorrono maggiori riserve interiori; non significa affatto che la modestia degli occhi oggi non sia più necessaria. Il pericolo di peccato è aumentato, non diminuito. Il rapporto tra l’anima ed il corpo rimane lo stesso; le conseguenze del peccato originale non si sono affatto affievolite; il rumore, la fretta e la incessante varietà delle sensazioni non dispensano dai problemi, ma ne creano uno nuovo togliendo concentrazione e indipendenza all’azione dello spirito. Il mistero del quanto il materiale attinga lo spirito e del quanto lo spirito incida sul materiale è ben grande; rimane non meno il dovere obiettivo di difendere lo spirito, di prendere tutte le necessarie cautele contro le debolezze proprie del composto umano. – Dovremo appresso ritornare sull’argomento.

4. – Non è mutata la fisionomia teologica del sacramento della Penitenza. E dottrina cattolica che esso è intrinsecamente, oltre che un sacramento, un giudizio. La interpretazione che la Tradizione ha sempre dato di tutte le parole evangeliche riferentisi alla istituzione del sacramento ed al conferimento del perdono non lascia dubbi al riguardo. Il consenso di tutta la Chiesa, durato tanti secoli, chiama in causa la sua infallibilità e pertanto la divina garanzia. Chi volesse toccare il carattere giudiziario del sacramento della Penitenza sarebbe obbligato a distruggere la Tradizione ed il magistero ecclesiastico. Per questo motivo la fisionomia teologica e giuridica del sacramento non viene né può venire in discussione, come non possono discutersi tutte le conseguenze della essenza; anche giuridica. È per questo motivo che, salvo il caso di necessità urgente o di impossibilità, nessuno può arbitrarsi di manomettere in qualsivoglia modo la integrità formale della accusa dei peccati, sostituirla con accuse generiche e collettive o trovate simili.

5. – Fino a questo momento non è cambiato neppure il rituale del Sacramento. Il rituale costituisce una Legge, che vincola in coscienza. Pur sapendo che anche il rituale dei sacramenti andrà soggetto ad una riforma, bisogna attendere che venga e nessuno è autorizzato a sostituirsi nelle innovazioni ad una Autorità, quale risiede solo nella Chiesa. In conclusione: solo la Legge può addurre mutazioni; prima della legge, quando non si voglia garantire la perfetta osservanza, non resta altro che la indisciplina e la anarchia. Il diritto liturgico è stato legittimamente per molti secoli riservato al potere supremo della Chiesa; attualmente il Concilio Vaticano II ha riconosciuto alcuni poteri ad organi inferiori [altra chiara stoccata alle mutazioni del falso concilio – ndr.-]. Nella materia di loro competenza bisogna attendere che questi decidano. L’ondata pseudoculturale di estrazione hegheliana che ha investito tutte le manifestazioni intellettuali, impoverendole, ha investito anche talune scuole e persone ecclesiastiche. Si tratta di ignoranza di quella estrazione (come abbiamo già molte volte ammonito), si tratta di complessi di inferiorità rispetto ai grandi colori della messinscena pubblicitaria, si tratta in ultima analisi di uno svanire nella distinzione del bene dal male, della verità dall’errore, di una pretesa creativa dell’essere nel vero e nel buono: gli ecclesiastici se ne guardino specialmente a proposito di un sacramento fondamentale per la salvezza dell’uomo peccatore. L’idea della indifferenza tra bene e male è praticamente presentata in concreto dalla grandissima maggioranza degli attuali mezzi di comunicazione, in termini espliciti da imprese editoriali, che non si occupano né del bene né del male, ma solo del danaro. Essa, immessa dalla lettura quotidiana, a poco a poco, si può insinuare e di fatto in qualche modo si insinua anche nel clero. Questo denunciamo altamente e contro questo pericolo mettiamo tutti in guardia. – Il sacramento della Penitenza è legato con situazioni che non muteranno mai; neppur esso cambierà, quanto alla sua sostanza ed alla base morale che sempre suppone il giudizio morale.

[Continua… ]

PERSEVERANZA

PERSEVERANZA

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio Alapide ; S.E.I. Ed. Torino, 3a ed. 1930]

1.-Necessità della perseveranza. — 2. Per perseverare ci vuole coraggio. — 3. Motivi di attendere alla perseveranza. — 4. Esempi di perseveranza. — 5. Eccellenza e vantaggi della perseveranza. — 6. Facilità della perseveranza. — 7. Disgraziati quelli che non perseverano! — 8. Mezzi di perseverare.

1. Necessità della perseveranza. — Dopo che Gesù Cristo aveva già detto in particolare della preghiera che « è necessario pregare sempre, cioè perseverare nella preghiera, e non stancarsi mai di pregare » (Luc. XVIII, 1); venne ad una sentenza più generale e disse perentoriamente che « quegli solo andrà salvo, il quale persevererà fino in fin di vita, nella fede, nella pietà, nella religione, nell’adempimento insomma di tutto ciò che costituisce la vita del cristiano » (Matth. XXIV, 13). Perché «chi mette mano all’aratro e si rivolge indietro, non è fatto per il regno dei cieli » (Luc. IX, 62). E con ragione: infatti non è forse l’uomo tenuto a progredire sempre in perfezione? Sì certo: e come potrà egli pervenirvi senza perseveranza? Ricordatevi, dice S. Bernardo, che il cristiano non si obbliga a servire Dio per un anno o per un determinato tempo, come un mercenario; ma per tutta la vita come un figlio; e quindi per quanto corra, non avrà mai il premio, se non corre fino alla morte : e ne ha esempio in Gesù Cristo che fu obbediente fino alla morte.
Ascoltiamo i salutari ammaestramenti che ci forniscono su questo punto gli Apostoli. S. Paolo, per animare i Romani a non più ricadere nel peccato dopo esserne siati mondati col battesimo e con la penitenza, ma a perseverare nel bene, propone loro l’esempio di Gesù Cristo il quale risuscitato una volta da morte, più non muore (Rom. VI, 9); e incoraggiava i Corinzi a mantenersi fermi e saldi, a proseguire anzi più alacri nelle opere del Signore, col ricordare loro che di quanto facessero, Dio nulla avrebbe lasciato senza mercede (I Cor. XV, 58). I Galati ammoniva che stessero nella libertà ricevuta da Cristo, e non si lasciassero più piegare al giogo della servitù del demonio; che non facessero solamente il bene in sua presenza, nè si stancassero qualche volta di farlo, ma fossero sempre zelanti per tutto ciò che vi è di buono (Gal. V, 1) (Gal. VI, 9) (id. IV, 18). – Scongiurava gli Efesini, per le sue catene, che si regolassero in maniera degna della loro vocazione, cioè come figli di luce, perché se altre volte erano stati tenebre, fatti cristiani erano divenuti luce del Signore (Eph. IV, 1) (Id. V, 8). Sì, la vocazione del cristiano è la perseveranza nel bene che egli cominciò a praticare dal punto in cui pose piede nelle vie spirituali. Ma chi cammina, moltiplica i suoi passi, avanza per arrivare alla mèta; voi dunque che avete ricevuto Gesù Cristo, vi dirò col medesimo Apostolo, camminate sui suoi passi, stretti a lui, edificati sopra di lui, e fermi nella fede che vi fu insegnata, ma fermi così ch’ella cresca ogni giorno nella vostra gratitudine (Coloss. II, 6-7). Guardate che nessuno di voi manchi alla grazia di Dio; non lasciate che la stanchezza vi accasci, o la tristezza vi abbatta (Hebr. XII, 15-3). – Crediamo rivolto ad ognuno di noi in particolare quel comando di San Paolo a Timoteo: « Ti ordino innanzi a Dio che tutto vivifica, e innanzi a Gesù Cristo, di osservare questo precetto immacolato e irreprensibile, fino alla venuta del Signore; perchè chi combatte nell’arringo, non è coronato se non ha combattuto come deve » (I Tim. VI, 13-14) (Il Tim. II, 5). – « Voi dunque, o fratelli miei, vi dirò con S. Pietro, che avete conosciuto il bene, custoditelo gelosamente, perchè non vi accada di scadere dalla vostra fermezza; ma crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo » (II Petr. III, 17-18). « Conservatevi nell’amor di Dio », vi dirò con S. Giuda. « Mantenetevi fedeli fino alla morte », vi ripeterò con S. Giovanni (Apoc. II, 10). « Ricordatevi di quello che avete udito e ricevuto, e osservatelo per modo che chi è giusto lo divenga di più; chi è santo, diventi più santo » (Id. III, 3) (Id. XXII, 11). – « Tenetevi fermi dinanzi al Signore », inculcava Samuele al popolo ebreo (I Reg: X, 19). « Sta saldo a tuo luogo, dice a ciascun uomo il Savio, e persevera nell’invocazione dell’altissimo Iddio » (Eccli. XVII, 24). Ben comprendeva questa necessità della perseveranza il Salmista il quale diceva a Dio: « Assodate i miei passi per la strada che conduce a voi, affinché non mi avvenga di barcollare » (Psalm. XVI, 5).

2. Per perseverare ci vuole coraggio. — Tutte le frasi che adopera nella Santa Scrittura lo Spirito Santo, quando parla di perseveranza nel bene, accennano a fortezza, a coraggio, a lotta, a combattimento, a sforzi, a fatiche : « Noi ci sforziamo di piacere a Cristo », confessava di sé l’Apostolo delle genti (II Cor. V, 9); e scrivendo a Timoteo lo confortava che combattesse il buon combattimento della fede, e s’impadronisse della vita eterna alla quale era chiamato (I, VI, 12); altra volta lo esortava a fortificarsi nella grazia della perseveranza che è in Cristo Gesù (II, II, 1).
« Una pietra quadrata, scrive S. Agostino, da qualunque parte si volti, si ferma e sta; così dev’essere del cristiano; egli deve temprarsi ed acconciarsi ad ogni tentazione in modo che per nessun urto cada, per nessun assalto crolli, ma si trovi saldo in ogni circostanza ». Il levriere che scorge la lepre, la insegue tra selve e spine e burroni, né cessa di correre finché non l’abbia presa. Ecco l’immagine del cristiano che aspira alla vita eterna… – Fratelli miei, scriveva S. Paolo ai Filippesi, io cammino verso la mèta che mi fu assegnata dal Signore Gesù Cristo. Non penso affatto di averla raggiunta, ma solamente, obliando quello che mi sta dietro e spingendomi a quello che mi sta dinanzi, tendo al termine, alla ricompensa celeste che Dio mi destina in Cristo Gesù. Noi tutti dunque che vogliamo essere perfetti, siamo di questo sentimento (Philipp. IlI, 12-15). L’Apostolo esamina, non dove è giunto, ma quello che gli resta di via da percorrere, per giungere al cielo. E si sforza e suda per tendere alla vita eterna, dimenticando tutto il resto… « Beati quelli, dice a questo proposito S. Gerolamo, i quali non riposando su le opere di giustizia per lo innanzi fatte, ogni giorno, a imitazione dell’Apostolo, si rinnovano e progrediscono in virtù: poiché la giustizia non giova al giusto dal giorno in cui egli cessa di essere tale. Santità è, non cominciare ma finire ». Quindi S. Cipriano, scrivendo ai martiri, così li esortava: «Se il combattimento vi chiama, se il giorno della battaglia è giunto, combattete da valorosi, lottate con perseveranza: ben sapendo che vi battete sotto gli occhi del Signore, che i generosi vostri sforzi sta considerando ».
La moglie di Lot fu cambiata in una statua di sale, non appena fermò il piede e si voltò indietro : per significarvi che vera sapienza è progredire, dannosa follia è arrestarsi o indietreggiare… Serva questo esempio a incuterci un salutare spavento, mentre ci dà un utile ammaestramento. Il cristiano è raffigurato in quel cavaliere che fu veduto da S. Giovanni nell’Apocalisse, montare un bianco cavallo e partire vincitore con nella destra un arco e in capo una corona, per vincere ancora (Apoc. VI, 1-2). Egli deve, come la Sposa dei Cantici, levarsi la notte, percorrere la città, cercare colui che è l’amore dell’anima sua; cercarlo per le contrade e per le piazze; e trovatolo afferrarlo, stringerlo, abbracciarlo così stretto che non l’abbandoni mai più (Cant. III, 2-4). – « Sta nel luogo, nell’uffizio che ti è toccato e continua nella preghiera », ci dice lo Spirito Santo (Eccli. XVII, 24). Questa parola sta, dimora, sii fermo, significa: 1° la lotta che si deve sostenere contro i nemici per perseverare… ; 2° il coraggio, l’energia con cui si deve combattere per ottenere la perseveranza … Sta, tienti saldo; resisti generosamente; non cedere, non indietreggiare; solo in questo modo tu persevererai… – I soldati, sul campo di battaglia, resistono, combattono con eroico valore; tuttavia qualche volta sono vinti dai nemici. Ma i soldati di Gesù Cristo, se si tengono fermi, sono sempre vittoriosi; poiché nessuno può rapire loro la virtù e la perseveranza nella virtù; nessuno, eccetto la loro propria volontà… Essi si mostrano quali li dipinge S. Cipriano, irremovibili in mezzo alle torture, più forti dei carnefici; e le loro membra scerpate, slogate, peste, resistono alle verghe, ai graffi, alle lame ardenti. Il più lungo e atroce supplizio non può vincere la loro fede; e quando non possono più servire Dio con i loro corpi, perché esanimi, non cessano di servirlo con le loro ferite (De Martyr.)… Sta, invincibile e perseverante contro il demonio, le tentazioni, il mondo, la carne. – Entrate a parte della felicità dei Santi, vi dirò con l’Ecclesiastico, per mezzo delle buone opere; studiatevi di progredire ogni giorno in virtù, perchè entriate nel numero di quelli che vivono e danno gloria a Dio; andate al cielo, vivete per l’eternità (Eccli. XVII, 25). Fruttificate come rosai piantati presso un ruscello (Eccl. XXXIX, 17). Crescete, moltiplicate le vostre virtù, spiegatele; siate fecondi in foglie, in fiori, in frutti di carità, di pazienza, di umiltà, di soggezione, di modestia, di purità, e di ogni virtù… « Studiate a divenire migliori di giorno in giorno, dice S. Basilio; progredite nelle virtù, affinché vi accostiate sempre più agli angeli e diveniate simili a loro ».

3. Motivi di attendere alla perseveranza. — « Io proseguo, dice l’Apostolo, per arrivare allo scopo » (Philipp. Ili, 12). Queste parole cosi spiega il Crisostomo: Io ho tuttavia una vita piena di combattimenti; mi trovo ancora lontano dalla mèta, sono poco avanzato nella corsa. Il grande Apostolo usa il verbo perseguito anziché corro; perchè colui il quale anela dietro un oggetto, se lo fa con ardore, non bada a persona, supera coraggioso ogni ostacolo, v’intende gli occhi, il cuore, il corpo, le forze, l’anima tutta; non pensa ad altro, ma tutto si volge ad ottenere il suo fine (In Verb. Apost.). – « Ecco che io vengo presto, dice il Signore nell’Apocalisse; e porto con me la mercede, per ricompensare ciascuno a ragione delle opere sue » (Apoc. XXII, 12). « Mantenetevi dunque fedeli fino alla morte, ed io vi cingerò la corona di vita» (Apoc. II, 10). « Badate a tenervi ben custodito ciò che avete, affinché non sia data ad altri la vostra corona » (Id. IlI, 11). – Regoliamoci in modo, secondo l’avviso di S. Paolo, che guadagniamo sempre meglio (I Thess. IV, 1). Perché parola certa e degna di fede è questa, che se noi moriamo con Gesù Cristo, vivremo con lui.; se con lui duriamo nei patimenti, con lui regneremo (II Tim. II, 11-12). Noi conserveremo mirabilmente l’acquisto fatto, se studieremo del continuo ad acquistare; invece vedremo diminuire e andare in fumo quello che possediamo, se cessiamo dall’aggiungervene. Come stanno bene su le labbra del cristiano quei detti della Sposa dei Cantici: «Mi sono spogliata della tunica, forse che la vestirò di nuovo? Ho lavato i miei piedi, come mai li imbratterò ancora? » (Cant. V, 3). « Perseveriamo adunque, se vogliamo essere coronati, conchiuderò col Crisostomo; perché nobile ricompensa non può mancare a chi segue il Signore » (In Verb. Apost.) (Homil. VIII); e con Fausto, vescovo di Reims: siamo perseveranti nel servizio di Dio, avendo di mira l’eterna mercede e adoperiamoci a sempre fare meglio ogni giorno. Il desiderio di raggiungere la corona e l’abitudine del bene ci portino a sempre crescere in meriti (In Vita).

4. Esempi di perseveranza. — Gesù Cristo durava le notti intere nella preghiera (Luc. VI, 12). S. Paolo non cessava notte e giorno dall’ammonire con lacrime ciascuno in particolare dei fedeli (Act. XX, 31); e già allora vedeva tanti esempi di Cristiani fermi e costanti nella pratica del bene, che poteva dire agli Ebrei : « Accerchiati da un nuvolo tale di testimoni, deponiamo ogni peso ed ogni peccato, e corriamo con pazienza di carriera per l’arena che ci è aperta » (Hebr. XII, 1). Di S. Barnaba nota il sacro testo, che « esortava tutti i fedeli a perseverare con animo saldo nel Signore » (Act. XI, 23). E tanto valevano presso quei fervidi cristiani le apostoliche esortazioni, che di loro in generale può attestare S. Luca, che « erano perseveranti nella dottrina degli Apostoli, nella partecipazione del pane che loro veniva distribuito, e nella preghiera » (Act. II, 42). – Bisogna fare per la conservazione e l’acquisto della grazia e della virtù, quello che fa l’avaro per l’oro, e imitarne la perseveranza. Oh felici noi! felice il mondo! se si potesse rendere di ogni cristiano quella testimonianza che di S. Agata rendeva Afrodisio, al tiranno Quinziano: « Sarebbe più facile ammollire i macigni e il diaspro, cambiare il ferro in piombo, anziché cambiare l’animo di Agata, e sviarla dall’amore di Gesù Cristo e dal proposito della castità» (In Vita); se su la tomba di ciascun fedele si potesse incidere l’elogio che fece di Tobia lo Spirito Santo : « Stette immobile nel timor di Dio, rendendogli grazie tutti i giorni del viver suo » (Tob. II, 14). – Così era Davide il quale poteva dire: « Signore, io non ho abbandonato la vostra legge; ma perseverava tra i miei, nella innocenza del mio cuore » (Psalm. CXIII, 87) (c. 2). Tale era Giobbe che esclamava: Finché avrò un filo di vita, le mie labbra non proferiranno parola men che retta, la mia lingua non pronunzierà menzogna, praticherò l’innocenza, non devierò mai di un passo dalla giustizia (Iob. XXVII, 3-6).

5. Eccellenza e vantaggi della perseveranza. — S. Bernardo fa questo elogio della perseveranza: «La perseveranza è il vigore delle forze, la consumazione della virtù, la nutrice dei meriti, la mediatrice delle ricompense, la sorella della pazienza, la figlia della costanza, l’amica della pace, il nodo della carità, il legame dell’unanimità, la cittadella della santità. Togliete la perseveranza, e l’obbedienza non ritrae più premio, il benefizio perde la sua grazia, il coraggio non merita più lode. Solo alla perseveranza si concede l’eternità, meglio, è essa che restituisce l’uomo all’eternità, dicendo il Signore: Chi persevera fino alla fine, sarà salvo ». « La perseveranza, scrive il medesimo Dottore, è la figlia prediletta del gran re, il frutto e il compimento delle virtù, l’arca che contiene ogni bene. E tale virtù, senza la quale nessuno vedrà Dio, nè sarà veduto da Dio, è il termine della giustizia per ogni credente: infatti che cosa giova il correre, e poi stancarsi ed arrestarsi prima di toccare la mèta? Corriamo in modo che arriviamo al premio! ». – Le più munite fortezze cedono agli sforzi di un assedio perseverante… La perseveranza è più potente che la forza; anzi è essa una forza ed una potenza irresistibile… Senza la perseveranza, dice S. Lorenzo Giustiniani, né chi combatte, vince; né chi vince, ottiene la palma. Solo la perseveranza merita la corona della felicità eterna; che più? questa corona le appartiene… – Basti ricordare a questo proposito il fatto della donna cananea e la parabola di colui che va la notte a chiedere tre pani ad un amico. Quella supplica a calde lacrime il Redentore che abbia pietà di lei, e Gesù non la degna di una parola: si prostra per terra e grida: Signore, soccorretemi, e Gesù la rimprovera dicendole che non bisogna gettare ai cani il pane dei figli. La donna non si perde di coraggio, ma con perseveranza nella preghiera volge a suo vantaggio il paragone, facendo osservare al Redentore che se ai cani non si dà il pane, ben si gettano le briciole e gli avanzi della mensa. E questa perseveranza le vale, oltre una perfetta guarigione, un magnifico elogio dalla bocca del divin Maestro: Grande è la tua fede, o donna! (Matth. XV, 22-28). E colui che si vede arrivare nel cuore della notte, mentr’egli è in letto coi chiavistelli alle porte, un amico che gli chiede del pane, non è vero che se, dopo di averlo mandato due o tre volte con Dio, l’altro non si parte, ma continua a chiedere e bussare, egli finisce col levarsi su e, se non in riguardo dell’amicizia, per togliersi almeno la seccatura, dà all’importuno quello che gli bisogna? (Luc. XI, 5-8). Poteva la Sapienza incarnata metterci più vivamente sott’occhio l’eccellenza e l’umiltà della perseveranza? – Perché, osserva qui S. Agostino, colui che è coricato, si alza per dare a chi picchia alla sua porta? Perché questi non cessa dal bussare, perché non ottenendo nulla in su le prime, persiste a domandare. Colui che non voleva dare, vi si risolve alfine, perché il suo amico continua e non si offende del rifiuto. Ora come vorrete che Dio il quale è così buono, Dio che ci esorta a domandare, e si offende se non domandiamo, come vorrete, dico, che non ci dia tutto e più ancora di quello che domandiamo, se perseveriamo! (In Verb. Domini). Questa violenza piace a Dio, ce ne assicura Tertulliano (De Orat.). – Gesù, salito su la nave di Pietro, gli ordina di spingersi in alto mare e di gettare le reti per la pesca. Simone gli fa osservare che già per tutta la notte si erano affaticati indarno, ma che tuttavia fidente nella sua parola non ricusava di rimettersi all’ingrato lavoro : e gettate infatti le reti, le ritirarono tanto piene di pesci, che dovettero chiamare aiuto e poco mancò non si squarciassero (Luc. V, 3-6). Perché questa pesca miracolosa? Per due ragioni : 1° perché avevano continuato tutta la notte a pescare, ancorché loro non venisse fatto di prendere nulla; 2° per la pronta obbedienza di Pietro a ripigliare il lavoro… Qui si adatta la sentenza di Seneca: « Non vi è cosa né cosi ardua, né così sublime che una perseveranza solerte, forte, irremovibile non giunga a conquistare. Molto in alto sta la vita beata, ma la perseveranza la raggiunge. È vergogna soccombere vilmente sotto il peso, e contrastare col proprio dovere. L’uomo forte e animoso non scansa la fatica; la difficoltà dell’impresa gli infonde coraggio anziché togliergliene ». – L’apostolo S. Giacomo ci assicura che colui il quale tiene fisso lo sguardo nella legge perfetta di libertà e vi persevererà, senza dimenticare quello che ha inteso, ma operando secondo la legge, questi sarà beato ne’ suoi fatti (Iacob. I, 25). Anche Gesù aveva detto : « Se dimorate in me, e le mie parole dimorano in voi, voi domanderete tutto quello che vi gradirà, e l’avrete » (Ioann. XV, 7). Chi poi dimora, cioè sta fermo, persevera in Gesù Cristo, costui non pecca, dice il medesimo Apostolo. Ora chi è che si tiene saldo in Gesù, e in cui Gesù dimora? è colui che ne osserva i comandamenti (I Ioann. IlI, 6, 24). Queste parole suggerirono al Venerabile Beda la seguente esortazione: « Sia Iddio la casa vostra, e siate voi la casa di Dio. Dimorate in Dio, e Dio dimori in voi. Dio abita in voi per contenervi nella perseveranza; voi abitate in Dio per non cadere ». – Molti altri preziosi e nobili vantaggi della perseveranza accenna Iddio nell’Apocalisse: « Chi vincerà, mediante la perseveranza, non vedrà la seconda morte » (Apoc. II, 11); cioè egli sarà esente dal peccato che separa l’anima dalla sua vita, che è la grazia di Dio. La prima morte è quella che percuote il corpo nella vita presente; la seconda morte è quella che percuote l’anima nel tempo, e quindi il corpo e l’anima nell’eternità. In altro luogo fa annunziare che al vincitore egli darà una manna sconosciuta ed una pietruzza candida nella quale sta scolpito un nome nuovo, che nessuno conosce, eccetto colui che lo riceve (Id. II, 17). Ora assicura che chi avrà vinto sarà vestito di bianchi lini, non vedrà mai il suo nome cancellato dal libro dei viventi, ed egli, Gesù, lo confesserà per suo innanzi al Padre ed agli Angeli suoi : anzi lo farà sedere accanto a sè sul suo medesimo trono; come egli stesso, avendo vinto, si è assiso sul trono con suo Padre (Id. III, 5-21). Altrove dice che del vincitore ne farà una colonna che starà in eterno nel tempio del suo Dio, che scriverà sopra di lui il nome del suo Dio e il nome della città di Dio, della nuova Gerusalemme che discese dal cielo da Dio e finalmente il nome suo (Id. III, 12). Quanti vantaggi, quante ricchezze, quanta felicità, quanta gloria per quelli che trionfano per mezzo della perseveranza! Essa racchiude adunque tesori infiniti… – Quando Dio vede una generosa perseveranza, immantinente colma l’anima di favori celesti; e più vede fedeltà e fervore, più egli abbonda in grazia ed in gloria, secondo quelle sue parole : « Sarà dato a colui che già ha, ed abbonderà » (Matth. XIII, 12). Poiché la grazia nasce dalla grazia, i progressi aiutano i progressi, i meriti fanno scala ai meriti, i trionfi procurano trionfi; di modo che più uno si adopera ad acquistare ed a perseverare, e più si arricchisce di virtù; più attinge di sapienza alla sorgente della sapienza, e più desidera attingerne. Affrettiamo il passo, cerchiamo, domandiamo, desideriamo, picchiamo fino alla fine, acciocché ci sia dato rallegrarci e godere senza misura e senza fine. Diciamo a Dio col Salmista: « Noi non ci allontaniamo più da te; tu ci renderai la vita e noi invocheremo il tuo nome: e l’anima nostra vivrà sempre per te » (Psalm,. LXXIX, 19) (Psalm. XXI, 30). « Felice l’uomo che a te si appoggia, che da te aspetta il suo soccorso! Egli traversa le sabbiose valli della morte; vi trova sorgenti di acqua viva; le piogge le fecondano; accresce del continuo la sua forza, finché giunge in presenza del Signore su la montagna di Sionne » (Psalm. LXXXIII, 6-8). Diciamogli anche con Salomone: «O Signore, Dio d’Israele, voi conservate l’alleanza e la misericordia ai vostri servi che camminano con perseveranza e con amore innanzi a voi » (III Reg. VIII, 23).87.

6. Facilità della perseveranza. — Certamente, se soltanto dagli sforzi dell’uomo dipendesse il perseverare nel bene, sarebbe cosa non solo difficile, ma superiore alle sue forze; ma quando al buon volere dell’uomo si unisca l’aiuto di Dio, diventa impresa facile e leggera. Ora non vi è pagina nella Scrittura santa che non ci prometta e ci assicuri questo soccorso : « Fedele è quel Dio che vi ha chiamati, scriveva S. Paolo, ai Tessalonicesi, ed egli medesimo verrà in vostro aiuto, vi conforterà e stabilirà e custodirà dal male, purché voi non cessiate per parte vostra di esercitarvi nel bene. Ah sì! noi confidiamo nel Signore, che quanto vi comandiamo, voi lo adempite e l’adempirete » (I Thess. V, 24) (II Thess. IlI, 2) (Id. 13) (Id. 4). – Rammentiamo sempre che Dio è fedele e che non permette che siamo tentati oltre le nostre forze; ma quando la tentazione ci assale, egli la tiene in tali confini, che torna facile, a chi vuole, il superarla (I Cor. X, 13). Prendiamo dunque vigore nella grazia che è in Cristo Gesù; lavoriamo, sopportiamo le fatiche della perseveranza, come valorosi soldati di Gesù Cristo (II Tim. II, 1) (Id. 3). – Di coloro che perseverano, leggiamo nella Sapienza che riceveranno il regno di gloria e il diadema di onore dalla mano del Signore; il quale li coprirà con la sua destra e li difenderà col suo braccio onnipotente: li guarderà dai nemici, li difenderà dai seduttori; li prova con dure battaglie per renderli trionfanti, e loro mostra qual è il valore della sapienza : non li abbandona neppure tra le catene, finché loro non abbia rimesso lo scettro e la potenza reale; paga ad essi il prezzo dei loro lavori, li guida per una via meravigliosa; fa a loro ombra di giorno, e luce di notte (Sap. V, 17; X, 12, 14, 17). – Affinché perseverino nelle vie della giustizia, Dio veglia su quelli che lo amano, dicono i Proverbi (II, 8), e il Signore medesimo ci esorta per bocca del Savio, a combattere per la giustizia, a cagione dell’anima nostra; ma combattere fino alla morte; e Dio sbaraglierà per noi i nostri nemici (Eccli. IV, 33). Alla perseveranza può applicarsi quello che di sè afferma la Sapienza: « Chi si ciba di me, avrà ancora fame; chi beve al mio fonte, avrà ancora sete » (Eccli. XXIV, 29); perché la pena che prova in sul principio chi si dà al bene, gli si cambia, se persevera, in facilità, gioia, felicità, allegrezza… Quando un cristiano comincia a vivere bene e a consacrarsi con fervore alle buone opere, a calpestare il secolo, i cristiani tiepidi e rilassati si burlano di lui, dice S. Agostino; ma se egli persevera, se si mostra superiore a loro con la pazienza, finisce col vedere coloro medesimi che lo canzonavano, mettersi a poco a poco dietro di lui e seguirlo (In Psalm.). . Ben conosceva questa consolante verità il profeta Abacuc, il quale esclamava : « Dio è la mia forza; egli darà a’ miei piedi la velocità del cervo; e mi condurrà, trionfando in vece mia, nelle altezze, mentre inneggerò alla sua gloria » (Habac. IlI, 19). « Siano grazie a Dio, dice S. Paolo, il quale ci fa sempre trionfanti in Gesù Cristo » (II Cor. II, 14).

7. Disgraziati quelli che non perseverano! — A quanti cristiani si può applicare la parola di Gesù: « Quest’uomo ha cominciato a fabbricare, ma non ha potuto terminare » (Luc. XIV, 30). Chi comincia a servire Dio e non persevera, chi volge indietro lo sguardo, è come un edilizio cominciato e non terminato, sul quale non fu posto il tetto; si sfascia a poco a poco, si sgretola, e finisce per cadere affatto in rovina. Perciò quando Gesù guariva qualche malattia, o corporale, o spirituale, sempre diceva ai guariti : Andate, non peccate più, ma perseverate nella sanità dell’anima, affinché non v’incolga di peggio (Ioann. V, 14). Assolse la donna adultera quando seppe che nessuno dei suoi accusatori l’aveva condannata, ma le raccomandò di non più peccare (Ioann. VIII, 10-11). – Quando uno spirito immondo esce cacciato via da un uomo, va errando per luoghi aridi in cerca di riposo, e non trovandone, dice tra sé: Ritornerò là di dove sono uscito e venendo trova la casa scopata, pulita, sgombra e ornata. Allora se ne va a prendere sette altri spiriti peggiori di lui e con questi entra nella casa; e l’ultimo stato di quest’uomo è molto peggiore del primo (Matth. XII, 43-45). – Vi è forse disgrazia più terribile e più grave di quella di essere dichiarato inetto al regno dei cieli? Ora questo appunto affermò il Verbo divino in termini formali, di chi non persevera nel bene, non continua nella retta via : « Nessuno che mette mano all’aratro, disse Gesù, e si volge a guardare indietro è fatto per il regno dei cieli » (Luc. IX, 62). Considerate quello che avvenne alla moglie di Lot, affinché non abbiate da provare l’effetto di quella terribile sentenza del Signore: « Maledetto colui che non sta saldo nei precetti della mia legge e che non ne adempie le opere! » (Deuter. XXVI, 26). – Saullo aveva cominciato bene, ma non la durò e si perdette… Salo-mone aveva cominciato con ottimi principi, non si tenne fermo, e terribile dubbio lascia la Scrittura su la sua salvezza… Aveva cominciato bene Sansone, ma non perseverò, e i Filistei lo accecano, lo costringono a girare, come giumento, una macina; ne fanno il loro ludibrio, l’oggetto dei loro scherni… La Scrittura dice che il giusto è immutabile come il sole, mentre l’insensato è come la luna (Eccli. XXVII, 12). – S. Bernardo deplora la misera condizione di un giovane che aveva egregiamente cominciato, ma poi si era intiepidito, aveva guardato indietro ed era caduto in gravi eccessi. « Amaramente di te mi dolgo, o figlio mio, indicibile è il dolore che per causa tua io provo, o Goffredo. E chi infatti non si rattristerà vedendo il fiore della tua giovinezza, già da te offerto a Dio in odore di soavità, alla presenza degli Angeli che tripudiarono di gioia, ora calpestato dai demoni, lordato delle immondezze del secolo corrotto? Come mai, tu che eri chiamato da Dio, ora segui il demonio che a sé ti richiama? Come mai hai potuto, dalla sequela di Cristo, al quale or ora ti eri dato, rivolgere il passo addietro, e ritrarre il tuo piede dalla soglia della vera gloria? ». – Dal fonte battesimale parte la strada la quale mette capo al cielo; e per perseverare in questa via divina si rinunzia anticipatamente agli ostacoli che s’incontrano nel viaggio; si rinunzia solennemente al demonio, al mondo, alle sue pompe e alle sue opere; là il cristiano si obbliga, in faccia al cielo e alla terra, a vivere e morire per Gesù Cristo; cioè prende formale impegno di perseverare nel bene e allontanarsi dal male. Perciò colui il quale ha la disgrazia di non continuare per il retto cammino, dimentica, trascura, calpesta tutte queste risoluzioni. Allora succede uno sconcerto generale, una deplorabile confusione. Ecco colui che aveva rinunziato al demonio e al mondo, al vizio, alle cattive inclinazioni, al peccato, colui che aveva fatto giuramento di non seguire mai altri, né di servire ad altri che a Gesù Cristo, divenirgli infedele, volgergli le spalle, disprezzarlo e aborrirlo. Rinnega Gesù, abbraccia Barabba.  E furfanti più insigni di Barabba, il demonio e il mondo, gli tolgono tutto ciò che ha di prezioso, grazia, virtù, merito e gloria. Allora si grida come gli Ebrei deicidi al tempo della passione: « Non vogliamo che Gesù regni sopra di noi » (Luc. XIX, 14). Allora si ripete l’infame azione di Giuda che diceva ai principi dei sacerdoti : « Che prezzo mi offrite? ed io ve lo darò nelle mani » Matth. XXVI, 15). Satana, mondo, passioni, concupiscenza, che volete voi darmi? ed io vi consegno l’innocenza del mio battesimo, le mie promesse, i miei voti, la mia anima, la mia salute, la mia corona, la mia gloria, il mio Dio, la mia eternità! Ah! grande purtroppo è il numero di coloro che non perseverano! e piccola è la squadra di coloro che hanno la fortuna di toccare al termine della perfezione! « È di molti l’incamminarsi bene, ma di pochi l’arrivare alla vetta » (Sup. Matth.). Questa sentenza di S. Gerolamo serve di commento a quell’altra del Vangelo : « Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti » (Matth. XX, 16).

8. Mezzi di perseverare. — 1° Chi vuol durarla fino al fine, bisogna che abbia sempre sotto gli occhi il fine. 2° Stare vigilante : « Veglia su di te affinché non cada», dice il Savio (Eccli. XXIX, 27). « E chi si crede di stare saldo; badi di non cadere », dice S. Paolo (1 Cor. X, 12). Chi si è già avanzato per la via del cielo, cammina carico d’oro, deve perciò guardarsi attentamente dai ladri (Hyeron. Epist.). 3° Applicarsi alle cose di Dio. Di Maria Vergine, nota il Vangelo, che raccoglieva attenta, conservava e meditava tutto ciò che sentiva dirsi dai pastori e dagli altri testimoni della nascita di Gesù Bambino (Luc. II, 19). 4° Vivere tutti i giorni come se ogni giorno cominciasse l’opera della salute, o come se fosse l’ultimo della vita, e come vorremmo essere vissuti al punto di morte. 5° Lavorare alla presenza di Gesù Cristo e in sua compagnia. 6° Osservare fedelmente la legge di Dio : « Se la vostra legge, o Signore, confessava il Salmista, non fosse stata la mia continua occupazione, io già sarei perito » (Psalm. CXVIII, 92). 7° Camminare alla presenza di Dio e dei suoi Angeli: « Sia felice il vostro viaggio, disse Tobia; Dio sia con voi nel cammino, e l’angelo suo vi accompagni »  (Tob. V, 31). 8° Rammentarsi che Dio non muta e imitarlo (Malach. IlI, 6). 9° Tenersi strettamente aggrappati alla roccia incrollabile della Chiesa cattolica, apostolica, romana… [la “vera” Chiesa attualmente in esilio -ndr.-] Chi vuole davvero perseverare, deve : 1° riposare l’anima sua in Dio; 2° amare Dio con tutto l’affetto; 3° bramare ardentemente di progredire nella virtù; 4° considerare quanto grandi opere si possono fare da chi ha la volontà ferma e perseverante; 5° non dimenticare mai che brevi sono tutte le pene ed eterna la ricompensa; 6° invocare l’arcangelo Gabriele, che è l’Angelo della costanza e che è chiamato : Fortezza di Dio. 5° non dimenticare mai che brevi sono tutte le pene ed eterna la ricompensa; 6° invocare l’arcangelo Gabriele, che è l’Angelo della costanza e che è chiamato: Fortezza di Dio.

DUPLEX

DUPLEX

Posto dell’ufficio dei Santi a fianco dell’ufficio feriale o domenicale. –

[R. Aigrain: “Enciclopedia liturgica” – Ed Paoline, Alba; 1957 – pp.537-538]

Per lungo tempo la differenza di origine dei due uffici, ufficio del tempo ed ufficio dei santi, si manifestò nella maniera di recitarli.

1) Dapprima, l’ufficio dei santi, nato sulle tombe dei martiri, per conseguenza fuori delle grandi basiliche, fu per lungo tempo fedele alla sua tradizione di ufficio cimiteriale; esso si sovrapponeva all’ufficio feriale o domenicale; invece di sostituirsi o di incorporarsi ad esso, come avvenne in seguito, si limitò ad aggiungersi al primo. – Ancora nel IX secolo, queste doppie vigilie esistevano in certe feste maggiori come quella di S. Pietro e Paolo, di S. Andrea, di S. Lorenzo, della Assunzione, di S. Giovanni Battista; erano totalmente scomparse a Roma nel secolo XIII: non resterà che l’espressione liturgica, altrimenti inesplicabile, di festa doppia o ufficio doppio, duplex.

2) Verso il 754, questo secondo ufficio cominciò a fondersi nel grande ufficio quotidiano. Amalario, analizzando l’antifonario di Corbia, inviato da Papa Adriano, segnala ancora due uffici alla vigilia delle grandi feste, l’uno al cadere della notte, senza invitatorio, senza Alleluja, al quale il popolo non assisteva; l’altro a mezzanotte, con invitatorio, al quale i fedeli sono invitati: « io penso, scrive il Batiffol, che l’ufficio celebrato senza invitatorio al cadere della notte, fosse l’ufficio proprio del santo, la vigilia; e l’ufficio con l’invitatorio, celebrato a mezzanotte, fosse l’ufficio feriale trasformato poi in ufficio del Santo »

3) Esisteva quindi una specie di compromesso fra i due uffici senza che si possa dire con esattezza in che cosa consistesse; è probabile che nelle feste semplici, come si pratica tuttora, i salmi fossero della feria, le lezioni invece fossero del Santo; nelle feste più solenni l’ufficio del santo era di nove salmi e nove lezioni, come nelle feste di Nostro Signore a Natale,- all’Epifania, alle Ascensione; i salmi che dovevano formare il comune si riferivano al Santo; le lezioni erano prese, almeno in parte, dalla sua vita; così pure il testo delle antifone, dei responsori, dei versetti. Infine, l’ufficio dei santi prese completamente il posto dell’ufficio feriale, il quale veniva così soppiantato man mano che le feste dei santi si moltiplicavano e queste aumentarono soprattutto quando, all’ufficio delle ferie o delle feste semplici, si aggiunse l’obbligo di recitare il Piccolo ufficio della B. Vergine e l’ufficio dei morti. – Era lasciata grande libertà nell’accettare o meno una festa e nella scelta dell’ufficio; ogni chiesa, ogni monastero seguiva la propria devozione e non tutti i santi iscritti nel calendario venivano necessariamente celebrati. – Alla fine del IX secolo, tuttavia, « l’ufficio romano nel suo insieme, che abbiamo descritto, era giunto ad uno stato di perfezione tale, che non essere né superato né conservato… Opera anonima formatasi lentamente, opera singolare in cui viveva l’anima di Roma! Roma infatti vi aveva messo il meglio della sua letteratura e della sua storia: il suo salterio, la sua Bibbia, i suoi martiri. Vi aveva impresso il suggello della sua pietà lineare e semplice, più storica che sottile; della sua estetica, rimasta sensibile alle composizioni sobrie, vaste ed armoniose; della sua lingua concisa, chiara, concreta, fatta di termini biblici e ben ritmata. Essa vi aveva infine e soprattutto messo il suo canto » (Batiffol). I cambiamenti successivi non faranno che appesantirlo, e tutte le riforme, in ciò che avranno di saggio, consisteranno nel ricondurlo alla forma che ebbe in questa epoca.

DIVORZIO CRISTIANO – IL MAGISTERO IMPEDITO DI GREGORIO XVII

GREGORIO XVII –

IL MAGISTERO IMPEDITO:

DIVORZIO CRISTIANO?

[«Renovatio», V (1970), fasc. 2, pp. 165-166.]

Si è udita qualche voce che parla di un «secondo» matrimonio cristiano. Che sarebbe mai un secondo matrimonio cristiano? Niente altro che la dissoluzione del primo. Affermare un secondo matrimonio cristiano è affermare la legittimità del divorzio, cioè lo scioglimento non solo del matrimonio basato sul semplice diritto di natura, ma anche di quello che è Sacramento. – Ma il matrimonio cristiano non è dissolubile per sé: lo scioglimento dei matrimoni rati non consumati e quello operato dal privilegio paolino non costituiscono, come è noto, eccezione a questo principio. Non c’è posto per un «divorzio cristiano». – Naturalmente i fautori del divorzio cristiano si appellano, almeno per il caso di adulterio, al testo di Matteo XIX, 9. Ma a torto, perché esiste l’interpretazione autentica di questo testo, la quale esclude il divorzio. Infatti il Concilio di Trento ha sancito: «Se qualcuno dicesse che la Chiesa erra quando ha insegnato e insegna, secondo la evangelica ed apostolica dottrina, che il vincolo non può essere sciolto a causa dell’adulterio di uno dei due coniugi… sia anatema». Il punto della discussione trova la sua ragione nella celebre clausola di Matteo «excepta fornicationis causa». Secondo il significato letterale questo testo può non essere interpretato in senso divorzista e pertanto deve, dal punto di vista teologico, essere interpretato nel senso non divorzista: esiste una interpretazione autentica data, sia pure in maniera indiretta, sotto forma di «anatema» dal Concilio di Trento. Dunque non si dà né secondo matrimonio cristiano, né divorzio. Non che non siano mancate nei secoli talune rare voci discordi o dubitanti; ma quello che interessa è la prassi comune della Chiesa, che attesta una comune convinzione ed una comune dottrina. Quello che impressiona è il fatto che dei cattolici possano gettare il piccone demolitore su verità saldamente e universalmente acquisite. Tale fatto rivela qualcosa di grave. Anzitutto va in crisi in talune intelligenze la concezione della verità assoluta. La verità non va in crisi più di quanto non ci vada l’essere: sono troppo intimamente legati. La verità relativa, verso la quale vanno dubbie compiacenze, ha il suo incentivo nello spasmo divorzista che stiamo vivendo, quasi che, tra tante realtà umane ormai in decomposizione, non possa sopravvivere neppure un matrimonio per sempre sigillato da Dio. Probabilmente il grande principio al quale ci si deve attenere è il seguente, secondo taluni: dobbiamo enunciare verità deformandole sino a che non compiacciano il mondo moderno. Quasi che questo non sia meno morituro del mondo antico. In secondo luogo va in crisi tutta la logica della teologia. Infatti la teologia ha i suoi metodi di prova, che non possono sostituirsi ad arbitrio. Magistero e quanto è riflesso dal Magistero, anche solo ordinario, sui Padri, sui Dottori e sui teologi pare sia svanito dalle non ammirevoli considerazioni qua e là affioranti. – In terzo luogo va in crisi la dignità dell’uomo, al quale si vorrebbe manifestare indulgenza, prima negando a torto un diritto naturale che postula «fin dall’inizio» (Mt. XIX,8) l’indissolubilità del matrimonio, poi ritenendo l’uomo incapace di mantener un impegno. Il divorzio infatti vorrebbe dissuadere tutti e per sempre dal credere che tra gli uomini possa esistere un impegno durevole. Il che è indegno e triste. – Ma non si deforma la verità per compiacere chi intende togliere agli uomini la nobiltà di fare ancora fede alla propria parola.

[Cosa bisogna spettare per capire che il “divorzio breve cattolico”, oltre che un’idiozia teologica, è “anatema” – Conc. Trento, Sess. XXIV, Can. VII-, cioè scomunica irreformabile, esclusione dalla Chiesa Cattolica, dalla comunione dei santi, morte certa dell’anima, … farina velenosa e mortifera di satana, sparsa a piene mani dal suo “vicario” e dai suoi lacchè? Bisogna forse aspettarne di riparlarne nell’inferno, anch’esso cancellato con un colpo di mano dagli gnostici della setta vaticana del “novus ordo”, che osa contraddire tutte le leggi naturali, divine, i dettami evangelici, oltre che ripudiare il Magistero di sempre … certo che ci vuole un bel coraggio! … il coraggio di Giuda, l’Iscariota! E allora non possiamo che augurare agli adepti del loro maestro, se non si pentono: buona impiccagione! … Scegliete almeno un albero buono, magari non OGM! – ndr.-]

IGNORANZA

IGNORANZA

[G. Bertetti: “I Tesori di San Tommaso d’Aquino”; S.E.I. Ed. – Torino, 1918]

– 1. Ignoranza causa di peccato. — 2. Se l’ignoranza scusi o diminuisca il peccato. — 3. Ignoranza colpevole (De Malo, q. 3, art. 6, 7, 8).

1. Ignoranza causa di peccato. — La scienza pratica che dirige le azioni umane, non solo ci conduce al bene, ma ci allontana dal male: l’ignoranza dunque, togliendoci l’ostacolo che la scienza pratica ci opporrebbe a commettere il male, è causa di peccato, com’è causa d’errori di lingua l’ignoranza delle regole grammaticali. Ma doppia è la scienza direttiva negli atti morali, la scienza che ci può impedire il peccato. C’è una scienza universale, per cui noi giudichiamo che un atto è retto o deforme: e in tale scienza l’uomo trova talvolta ostacolo al peccato, come quando al considerar che la fornicazione è peccato se ne astiene: che se invece di tale scienza ci fosse l’ignoranza, questa sarebbe allora causa d’un peccato di fornicazione. — C’è poi una scienza particolare, ossia la scienza delle circostanze dell’atto stesso. Per questa scienza può accadere che l’uomo s’allontani senz’altro dal peccato oppure da una determinata specie di peccato. Così se un sagittario sapesse che ci passa un uomo, per niun conto scoccherebbe il dardo; ma non sapendo che quello è un uomo e credendolo un cervo, lancia la saetta e uccide l’uomo: in tal caso l’ignorar la circostanza della persona è stato causa d’un omicidio. Se invece un sagittario volesse uccidere un uomo, ma non suo padre, non lancerebbe certamente il dardo, se sapesse che chi passa è suo padre: ma poiché non lo sa, tira e uccide suo padre; l’ignorar questa circostanza è stato causa manifesta di peccato d’omicidio: perché in ogni caso questo sagittario è reo d’omicidio, quantunque in ogni caso non sia reo di parricidio. In diversi modi adunque l’ignoranza è causa di peccato.

2. Se l’ignoranza scusi o diminuisca il peccato. — Essendo il peccato una cosa essenzialmente volontaria, l’ignoranza scuserà in tutto o in parte il peccato, secondo che in tutto o in parte toglie il volontario: il volontario, s’intende, che venne dopo l’ignoranza, non quello che l’avesse preceduta. Tolta la cognizione dell’intelletto, è tolto l’atto della volontà: e così è tolto il volontario quanto a quello che s’ignora. Laonde, se nel medesimo atto c’è qualcosa d’ignorato e qualcosa di conosciuto, può esserci il volontario quanto a ciò che si sa, ma sempre c’è l’involontario quanto a ciò che non si sa: sia che non si sappia l’immoralità dell’atto, sia che se n’ignori qualche circostanza. – Benché l’ignoranza sia sempre causa d’un atto non volontario, non sempre tuttavia è causa d’un atto involontario. Non volontario si dice, solo perché manca l’atto della volontà; si dice invece involontario, perché la volontà è contraria a ciò che si fa: perciò all’involontario tien dietro la tristezza, che non sempre segue il non volontario, come quando, conosciuto uno sbaglio, non ci si rattristasse, anzi ci si provasse piacere. Ma anche l’atto della volontà può precedere l’atto dell’intelletto, come quando noi vogliamo comprendere noi stessi: e per la medesima ragione l’ignoranza cade sotto la volontà, e diviene volontaria. Questo può accadere in tre modi: — 1° quando uno direttamente vuol ignorare la scienza della salute, per non allontanarsi dall’amore del peccato (JOB, 21, 14); — 2° quando si trascura di conoscere ciò che si dovrebbe sapere: e quest’è ignoranza indirettamente volontaria o ignoranza di negligenza; — 3° quando direttamente o indirettamente si vuole ciò ch’è cagione d’ignoranza: direttamente, come appare in chi volesse ubriacarsi per privarsi dell’uso di ragione; indirettamente, come chi trascurasse di reprimere i moti che insorgono nella passione e che crescendo legano l’uso della ragione nel caso pratico di scegliere fra il bene e il male. Considerandosi negli atti morali come volontario ciò ch’è causato dal volontario, l’ignoranza volontaria, appunto perché volontaria, non può causare un atto non volontario, e perciò non iscusa dal peccato. – Quando dunque direttamente si vuol ignorare per non essere dalla scienza distolti dal peccato, l’ignoranza non iscusa il peccato né in tutto né in parte, anzi l’aumenta: poiché è segno di grande amore verso il peccato il voler soffrire un danno nella scienza per poter peccare liberamente. – Quando poi indirettamente si vuol ignorare, trascurando d’imparare, o anche quando per caso si vuole l’ignoranza, volendo direttamente o indirettamente quello che porta con sé l’ignoranza, questa non iscusa interamente l’involontario nell’atto che ne deriva: perché l’atto, procedendo da ignoranza volontaria, è, in certo qual modo, volontario. Tuttavia ne diminuisce il volontario: poiché l’atto derivato da tale ignoranza è meno volontario di quello che si commetterebbe, se scientemente e senza alcuna ignoranza si eleggesse un tal atto; perciò siffatta ignoranza scusa l’atto seguente, non in tutto, ma in parte. È però da avvertire che talvolta e lo stesso atto seguente e l’ignoranza precedente sono un solo peccato, come sono un solo peccato il piacere e l’atto esterno del peccato: onde può accadere che il peccato sia reso più grave dal volontario dell’ignoranza, non meno di quanto sia scusato dall’atto diminuito del peccato. Se infine l’ignoranza non è volontaria secondo alcuno dei modi predetti e non è accompagnata da alcun disordine della volontà, allora fa involontario del tutto l’atto che ne deriva.

3. Ignoranza colpevole. – Non sempre l’ignoranza è colpevole. Non è colpevole ignorare ciò che non siamo obbligati a sapere: ma è colpevole l’ignorare ciò che dobbiamo sapere. — Ognuno deve sapere le cose che lo dirigano nei suoi atti: quindi ognuno deve sapere le cose di fede, perché la fede dirige l’intenzione; ognuno deve sapere i precetti del decalogo, per mezzo dei quali noi possiamo evitare il male e fare il bene: perciò furono promulgati da Dio alla presenza di tutto il popolo (Exod., 20). — Le cose più recondite della legge Mose soltanto e Aronne le udirono dal Signore: e intorno a queste ognuno è tenuto a sapere ciò che s’appartiene al suo ufficio; così il Vescovo deve sapere ciò che s’appartiene all’officio episcopale, e così degli altri; né senza colpa sarebbe per essi l’ignoranza di siffatte cose. Può dunque l’ignoranza considerarsi sotto un triplice aspetto: -— 1° in se stessa, e così considerata non ha ragione di colpa, ma di pena; — 2° in confronto alla sua causa: come causa di scienza è l’applicazione dell’animo al sapere, così è causa d’ignoranza il non applicar l’animo alla scienza, e il fatto stesso di non applicar l’animo a sapere ciò che si deve sapere è peccato d’omissione; — 3° in confronto a quel che ne segue: e così talvolta è causa di peccato, come sopra si disse. – Può ancora considerarsi l’ignoranza come conseguenza del peccato originale. — Nel peccato d’origine c’è la parte formale, appartenente alla volontà, cioè la mancanza della giustizia originale. Siccome poi dalla giustizia originale, per cui la volontà s’univa con Dio, derivava nelle altre forze una certa ridondanza di perfezione, di modo che, illustrata la ragione dalla conoscenza della verità, l’irascibile e il concupiscibile conservavano la lor rettitudine: così, tolta la giustizia originale della volontà, viene a mancare la conoscenza della verità nell’intelletto, la rettitudine nell’irascibile e nel concupiscibile. E così l’ignoranza e il fomite son la parte materiale nel peccato d’origine; come nel peccato attuale è parte materiale il rivolgersi a un bene commutabile.

TEMPO DI AVVENTO

TEMPO DI AVVENTO

[J.-J. Gaume: Catechismo di Perseveranza, vol. IV, lez. XXV, Torino 1881]

La vita dell’uomo dev’essere una festa continua; tutti i giorni, tutte le ore che la compongono, debbono essere santificate in modo, che ogni istante della nostra esistenza sia come un inno di gloria a Colui che ha creato l’uomo e il tempo. – Ma tanta si è l’umana fragilità, tanta la preoccupazione degli affari, tanta la violenza delle passioni, che la Chiesa nella sua materna tenerezza ha riputato conveniente di stabilire certi giorni e certi periodi speciali destinati a purificare il nostro cuore con la preghiera, con la mediazione delle verità eterne e con la penitenza: ecco quello che noi abbiamo velato nella precedente lezione.

I. – Idea dell’Avvento. — Nel primo ordine di quest’epoche salutari vuolsi collocare il tempo dell’Avvento. Infatti l’Avvento è un tempo di preghiera e di penitenza che la Chiesa ha stabilito per preparare suoi figli alla nascita del Salvatore. Ciò che sono le vigilie per le feste ordinarie, ciò che la Quaresima è per la Pasqua, ciò che quattro mila anni del vecchio mondo furono in ordine alla venuta del Messia, è l’Avvento alla solennità del Natale. – Quattro settimane di preparazione non sembreranno soverchie, quantunque si consideri l’eccellenza del mistero che le segue. Se il popolo d’Israele dovè prepararsi con tanta accuratezza a ricevere la legge promulgata sul monte Sinai”, a varcare le acque del Giordano e penetrare nella Terra promessa, a partecipare alle inefficaci sue vittime, o a celebrare le sue feste figurative, quali a parer vostro esser devono le preparazioni dei cristiani per riavere il Dio del Cielo, il Verbo eterno, il legislatore supremo, la vittima senza macchia, il tipo eterno di tutte le feste e di tutti i sacrifici?

II. – Antichità dell’Avvento. — Penetrata di questi alti pensieri, la Chiesa ha istituito l’Avvento per facilitare al Messia l’adito del nostro cuore. Sembra che la celebrazione dell’Avvento sia antica al pari della festa del Natale, quantunque la disciplina della Chiesa non sia stata a questo proposito sempre costante. Per molti secoli l’Avvento fu di quaranta giorni come la Quaresima, e incominciava a san Martino; e la Chiesa di Milano, fedele agli usi antichi, ha conservato le sei settimane dell’Avvento primitivo, che erano state adottate dalle Chiese di Spagna. Non andò molto per altro che dalla Chiesa di Roma fu ridotto a quattro settimane, cioè a quattro domeniche, compresa la porzione di settimana che precede il Natale. Tutto l’Occidente ne ha seguito l’esempio. – Per l’addietro si digiunava nell’Avvento, e in alcuni paesi questo digiuno era obbligatorio per tutti, in altri era di semplice devozione. L’istituzione del digiunoIè attribuita a san Gregorio Magno, il quale però non ebbe in mente di farne un precetto generale. Fino dalla metà del quarto secolo, nell’anno 462, san Perpetuo, vescovo di Tours, ordinò nella sua diocesi tre giorni di digiuno per ogni settimana, da san Martino fino a Natale; regolamento che divenne generale nella Chiesa di Francia nel settimo secolo dopo la convocazione del Concilio di Macon nel 581. Quella santa adunanza prescrisse che pel comune dei fedeli i digiuni si osservassero nel lunedì, mercoledì e venerdì di ciascuna settimana, dalla feria o festa di san Martino fino a quella della nascita di Nostro Signore, e che gli uffizi, e specialmente il sacrificio della Messa fossero celebrati come in Quaresima; vietò inoltre l’uso della carne in tutti i giorni durante lutto l’Avvento. La medesima astinenza era osservata nelle altre provincie cattoliche, e ne abbiamo la prova in una donazione pia di quell’epoca. Nel 753 avendo Astolfo re dei Longobardi in Italia concesso l’uso delle acque di Nonantola alla badia di questo nome, si era riservato quaranta lucci per uso della sua tavola durante la Quaresima di san Martino; dal che si può dedurre, che nell’ottavo secolo i Longobardi osservavano il digiuno nei quaranta giorni che precedono la festa di Natale, o che almeno si astenevano dalle carni – Al digiuno si aggiungevano le preghiere ed altri esercizi di penitenza. « Presso noi, scrive un antico autore, dalla festa di san Martino fino a quella di Natale, l’astinenza da ogni carne viene comandata a tutti i figli della Chiesa, come un mezzo indispensabile di accostarsi ai sacramenti nel giorno della nascita del Salvatore ». Il Pontefice Bonifazio VIII nella Bolla di canonizzazione di san Luigi dichiara, che quel degno successore di Carlo Magno passava tutti i giorni dell’Avvento in,digiuni e preghiere. Tale era la condotta dei semplici fedeli. – Quanto ai religiosi, essi digiunavano come in tempo di Quaresima, e i più hanno conservato fino ai dì nostri quest’uso. Aggiungeremo che questo è il corso naturale delle cose, poiché è colui che di tutti i suoi giorni non fa che una continua preparazione alle cose eterne, che conserva le strette osservanze di preparazione e di digiuno; è colui che non è più in battaglia, che conserva la propria arme mentre quegli la cui vita è una continua distrazione, un avvicendamento di piaceri e di disordini si disarma e più non veglia per difendersi dal nemico.

III. Liturgia dell’Avvento. — Intanto la Chiesa non trascura alcun mezzo per eccitare neI propri figli l’antico fervore dei padri loro. E non è forse con ragione? – Il Bambino che noi aspettiamo è forse meno amabile, meno santo, men degno di tutto l’amor nostro oggi che in altro tempo? Ha egli forse cessato di essere l’amico dai cuori puri? La sua venuta nelle anime nostre è forse meno necessaria? Ah! Che noi forse abbiamo rialzato in cuore gli idoli che Egli era venuto a rovesciare diciotto secoli fa! Deh! facciam senno davvero ed entriamo nei disegni della Chiesa, dacché vediamo come questa madre affettuosa raddoppia le sue premure per fermare in noi le disposizioni di penitenza e di carità necessarie al buon ricevimento del Bambino di Betlemme. Nei suoi uffizi ella dimette i suoi ornamenti di gioia e prende il color violetto in segno di compunzione. Il Gloria in excélsis si tralascia alla Messa; ma la stessa mestizia è temperata dalla speranza, ed ecco perché essa ripete l’Alleluia alla Messa della domenica. Lo sopprime alle ferie per richiamarci alla penitenza e per dire ai cristiani d’oggidì: sappiate che per i vostri padri tutti i giorni dell’Avvento erano giorni di astinenza e di digiuno: siano per voi almeno giorni di pentimento e dì preghiera. – E a fine di eccitare in tutte le anime questo doppio sentimento di speranza e di compunzione, ecco che adopra a vicende la voce di Paolo, la voce d’Isaia, la voce di Giovanni sulle rive del Giordano, la voce dello stesso Messia che si mescola agli accenti dei predicatori e agl’inni della Chiesa. « È tempo che ci svegliamo, l’ora della nostra redenzione si avvicina, la notte s’inoltra, il giorno è per nascere; affrettiamoci dunque ad abbandonare le opere delle tenebre, e rivestiamoci delle armi di luce. Camminiamo con onestà e decenza come si conviene nel giorno; non vi abbandonate ai vizi, ma rivestitevi del Nostro Signore Gesù Cristo ». Sono questi gli avvertimenti che ci dà l’apostolo san Paolo nell’epistola della prima domenica dell’Avvento. Allo scopo di rendere questa lezione più efficace, la Chiesa ci rammenta nel Vangelo il giudizio finale e la seconda venuta del Figlio di Dio; egli è come se dicesse: Se volete vedere senza timore arrivare il Dio ch’io vi annunzio, allorché verrà come vindice deivivi e dei morti, preparatevi a riceverlo ora ch’Ei viene come Salvatore. Beato chi è docile al mio avviso! Vedete quanto sarà formidabile la sua seconda venuta. « Si vedranno dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle; le nazioni della terra saranno nella costernazione; gli uomini geleranno di spavento nell’aspettativa di ciò che deve accadere all’universo; le colonne del firmamento crolleranno; ed ecco arrivare il Figlio dell’Uomo sopra una nube, armato di gran potenza e maestà. Quanto a voi, allorché vedrete succedere tali cose, aprite gli occhi ed alzate il capo, perché la vostra redenzione è vicina. Giudicatene dal paragone del fico e degli altri alberi: quando li vedete fiorire voi dite, l’estate è vicina. Per egual modo quando vedrete quel ch’Io vi predico, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità Io vi dico, questa generamene non passerà senza che ciò si adempia. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno ». – Ditemi di grazia, poteva forse la Chiesa trovare una verità più capace di gettare il terrore nelle anime, e di forzare i cristiani a rientrare in loro stessi? Ma ella vuole che alle lacrime della penitenza e ai terrori del giudizio si uniscano i sospiri e le consolazioni della speranza. Perciò all’uffizio della sera essa li palesa nell’inno, Statuta decreto, le cui note e parole esprimono una dolce ma profonda malinconia.

« Ecco finalmente venire i tempi designati dai decreti del Signore;

» Ecco venire il giorno che si è fatto aspettare per tanti secoli.

» La posterità di un padre colpevole giaceva tribolata ed in angustie sopra un letto di dolori;

» Gli uomini erano senza forza, scoraggiati, sepolti nelle ombre della morte;

» I terrori della tomba, i tormenti dell’inferno erano la loro eredità;

» I figli d’Adamo tremavano e si esinanivano nell’aspettazione del supremo Giudice.

» Ohimè! chi poteva liberarli da mali sì grandi? Qual mano sarà abbastanza potente per sanare una piaga sì profonda?

» Voi solo, o Cristo! voi solo potete, scendendo dal vostro trono, rendere alla vostra immagine la sua forma e la sua bellezza!

» O cieli, apritevi sul nostro capo, lasciate cadere la vostra preziosa rugiada, e la terra fecondata dia al mondo il suo Salvatore.

» O Figlio, che venite per essere il nostro liberatore, sia lode a voi col Padre e con lo Spirito nei secoli eterni ».

.- In vece dell’Inno Statuto decreto, la Chiesa romana canta l’Inno. En clara vox redarguit, di cui porgiamo qui la poetica versione.

VERSIONE DELL’INNO

En clara vox redarguit.

Di buie tenebre fra l’ombre nere

Chiara una voce tuonar s’udì;

Lungi dei sogni sgombran le schiere,

Cristo dall’alto ci apporta il dì.

Dal reo torpore sorga la mente,

Assai sen giacque depressa al suo.

Novello un astro brilla repente

Sanando i mali, calmando il duol.

Ecco l’Agnello dal ciel s’invia

A nostro scampo già muove il piè.

Col mesto canto, o gente pia,

Dei nostri falli chiediam mercè.

– Tutto il popolo che la mattina tremava alla ricordanza della valle di Giosafatte, esulta la sera di deliziosa speranza, intravedendo il presepio di Betlemme, e mille schiette armonie esprimono questi sentimenti. E ne abbiamo una bella prova in quel cantico popolare che il fanciullo e il vecchio si dilettano di ripetere la sera nel cantuccio del fuoco: « Venite, divino Messia, cambiate i nostri giorni affannosi; venite, sorgente di vita, venite, venite, venite, ecc.». – La seconda domenica dell’Avvento la Chiesa continua le sue istruzioni; esse divengono sempre più preziose, a misura che il grande avvenimento si avvicina: è la luce che divien più viva a misura che il sole si avvicina all’orizzonte. Nell’epistola il grande Apostolo fa ancora udire la sua voce; egli annunzia che Gesù Cristo è inviato per adempiere tutte le figure e per riunire in un solo gregge i giudei e i gentili. – Il vangelo ci presenta il Precursore che addita nella persona di Gesù Cristo il Redentore aspettato da quaranta secoli. Egli conosceva quest’Agnello di Dio, ma i suoi discepoli nol conoscevano. Per ammaestrarli, egli spedì a Gesù due di loro con ordine di fargli questa interrogazione e aspettarne la risposta: « Sei Tu Colui che deve venire, o dobbiamo noi aspettarne un altro? » Gesù, avendo in loro presenza operato diversi miracoli, a cui secondo Isaia si riconoscerebbe il Cristo, Gesù rispose loro: « Andate, e dite a Giovanni quello che avete veduto; i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano;

Quando alla terra di nuovo splenda,

Cingendo il mondo d’alto terror,

Sul reo la giusta pena non scenda,

Ma ci protegga pietoso allor.

Sia gloria eterna al Genitore,

Sia gloria all’unica prole immortale,

All’almo Spirito, divino amore

Per tutti i secoli sia gloria egual.     P. L,

« Il vangelo è predicato ai poveri; felice colui che non si sarà scandalizzato: » Più si avvicina il momento solenne cui il Messia deve fare il suo ingresso nel mondo, e più la Chiesa raddoppia le sue esortazioni. – La terza domenica S. Paolo ci parla ancora nell’epistola e ci invita al giubilo: L’aurora della liberazione splende sull’orizzonte; alla gioia egli vuole che aggiungiamo la preghiera,  vale a dire quel desiderio ardente che attrae Dio in noi, e che chiamerà nei nostri cuori. Nel Vangelo san Giovanni Battista, più che profeta, non predica più il Messia ma asserisce che è già nel mondo, e infatti Egli era in mezzo dei Giudei, e anche noi già l’adoriamo in seno a sua Madre allorché ascoltiamo questo Vangelo. Il Precursore aggiunge una parola che si verifica anche oggigiorno. « Egli è in mezzo di voi, e voi non lo conoscete ». Poi prendendo il tuono d’Isaia, egli fa echeggiare le volte dei nostri templi, come in addietro le rive del Giordano, di queste potenti parole: « Voce di colui che grida nel deserto: fate diritte le vie del Signore, abbassate le colline, colmate le valli, cioè preparate il vostro spirito e il vostro cuore e i vostri sensi al ricevimento del Messia. Ecco ch’ei viene, ed io non sono degno di sciogliere i lacciuoli delle tue scarpe » – E colui che tiene questo linguaggio è il più grande dei figli degli uomini! Oh! Quanto è grande, santo e rispettabile il Messia! Con quale zelo dobbiamo prepararci a riceverlo! – Finalmente la quarta domenica, allorché il divino Fanciullo è sul punto d’entrare nel mondo, allorché quest’amabile sposo batte già alla porta dei nostri cuori, la Chiesa termina tutte le sue istruzioni con queste parole: «Ogni carne vedrà il Salvatore inviato da Dio»; concetto meraviglioso che ne dice: state pronti, i tempi sono adempiti, il sole di giustizia e di verità è per splendere nell’universo; la sua luce è per diffondersi su tutti gli uomini, senza distinzione di ricchi e di poveri, di dotti e d’ignoranti, io vi ripeto, siate preparati. intendete voi l’immensa importanza, il sommo valore di quest’ultimo annunzio: ogni carne vedrà il Salvatore inviato da Dio? » Non ci contentiamo di ammirare la sapienza con cui la Chiesa distribuisce le sue istruzioni durante l’Avvento, ma entriamo eziandio nel suo spirito; aumentimo di fervore e di raccoglimento a misura che ci avviciniamo alla nascita del Desiderato dalle nazioni, che dev’essere pur anche il Desiderato del nostro cuore.

Antifone O. — A fine di rendere più vivi i nostri sospiri e i nostri voti, la Chiesa ha instituito la festa dell’Espettazione, ossia dell’aspettativa del parto divino. Questa festa, instituita al 16 dicembre, dura per tutta un’ottava ed in Francia stessa dura nove giorni. Ecco perché dal 15 al 23 dicembre la Chiesa canta a Vespro, innanzi e dopo il cantico della santa Vergine, le grandi antifone le quali sono chiamate le antifone “O”, perché incominciano tutte con questa invocazione. Esse sono ripetute tre volte per giorno all’uffizio della sera, di maniera che la festa dell’Espettazione è una specie di novena di sospiri, di gemiti, d’invocazioni. È impossibile per chi ha fede il recitarle senza entrare nei sentimenti ch’esse esprimono. Esse continuano per nove giorni in onore dei nove cori angelici; e scongiurano gli spiriti celesti a sospirare con noi per la venuta del Liberatore che ha pacificato tutto ciò ch’è nel cielo ed in terra. Con la loro varietà queste antifone esprimono i diversi caratteri del Messia e i diversi bisogni del genere umano. – Dal giorno della sua caduta l’uomo è un insensato quasi senza cognizione e senza gusto die veri beni; la sua condotta fa paura e pietà: egli ha bisogno di saviezza, e la Chiesa con la prima antifona la implora per lui: O Sapientia: « O Salienza, che sei uscita dalla bocca dell’Altissimo, che raggiungi il tuo scopo con forza, e che disponi tutte le cose con dolcezza, vieni ad insegnarci la via della prudenza ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è uno schiavo del demonio: egli ha bisogno di un potente liberatore, e la Chiesa con la seconda antifona lo implora per lui: O Adonai: « O potente Iddio, condottiero della casa d’Israele! che vi siete mostrato a Mosè nel roveto ardente, e che gli avete dato la legge sul Sinai, venite a riscattarci con la potenza del vostro braccio ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è venduto all’iniquità: egli ha bisogno di un Redentore, e la Chiesa lo chiede per lui con la terza antifona : O radix Jesse: « O radice di Jesse, che sei esposta come uno stendardo agli occhi delle nazioni, davanti alla quale i monarchi staranno in silenzio, e cui i gentili offriranno le loro preghiere, vieni a redimerci, non indugiare ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è un prigioniero chiuso nel carcere tenebroso dell’errore e della morte: egli ha bisogno di una chiave per uscirne, e là Chiesa nella quarta antifona la chiede per lui: O clavis David: « O chiave di David e scettro della casa d’Israele, che apri e nessuno chiude, che chiudi e nessuno apre, vieni a levare il prigioniero dal carcere, quello sventurato ch’è immerso nelle tenebre e nell’ombra della morte». Dal giorno della sua caduta l’uomo è un cieco: egli ha bisogno di un sole che lo illumini, e la Chiesa con la quinta antifona lo chiede per lui: O Oriens: « O Oriente, splendore dell’eterna luce e sole di giustizia, vieni ad illuminare coloro che stanno sepolti nelle tenebre e nell’ombra della morte ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è tutto corrotto: egli ha bisogno di un santifìcatore, e la Chiesa con la sesta antifona la chiede per lui: O sancte sanctorum: « O Santo de’ santi, specchio senza macchia della maestà di Dio e immagine della sua bontà, venite a distruggere l’iniquità ed a portare l’eterna giustizia ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è come una grande rovina: egli ha bisogno d’un restauratore, e la Chiesa con la settima antifona lo domanda per lui: O Rex gentium: « O Re delle nazioni, Dio e Salvatore d’Israele, pietra angolare, che unite in un solo edificio i Giudei e i Gentili, venite e salvate l’uomo che avete formato del fango della terra ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo ha curvato la testa sotto il giogo di tutte le tirannie: egli ha bisogno d’un legislatore giusto, e la Chiesa con l’ottava antifona lo domanda per lui : O Emmanuel: « O Emanuele, nostro re e nostro legislatore, aspettato dalle nazioni, oggetto di tutte le brame, venite a salvarci, Signore Dio nostro ». – Dal giorno della sua caduta l’uomo è una pecorella smarrita ed esposta al furore dei lupi: egli ha bisogno di un pastore che lo difenda e che lo conduca in buoni pascoli, e la Chiesa lo domanda per lui con la nona antifona: O Pastor Israel: « O Pastore e Dominatore della casa di David, voi che siete da tutta l’eternità, venite a pascolare il vostro popolo nella pienezza della vostra potenza, e regnate sopra di lui nella giustizia e nella saviezza ». – Chi può additare qualche cosa di più commovente e di più completo di queste magnifiche invocazioni? Quanto a noi ci sembra che uno dei migliori preparativi alla festa del Natale sia di ripetere spesso queste belle antifone e di chiedere il dono dei sentimenti ch’esse esprimono. Sì, se vogliamo passare santamente il tempo dell’Avvento, uniamo i nostri desideri a quelli della Chiesa, dei patriarchi, dei profeti, dei giusti dell’antica legge; adottiamo qualcuna delle loro più fervorose parole; sia ella la nostra orazione giaculatoria di ogni giorno, affinché Dio possa dire di noi: « Ecco un uomo di buona volontà » così verremo esauditi. E se meglio ne talenta, scegliamo tra le seguenti preghiere, efficaci per formare in noi le disposizioni che la Chiesa richiede; « Io ve ne supplico, o Signore, inviate quello che voi dovete inviare. — Venite, Signore Gesù, e non indugiate; cieli, apritevi, lasciate discendere la vostra rugiada. — Divino bambino Gesù, venite a nascere nel mio cuore per bandirvi il peccato e collocarvi le vostre virtù ». – Uniamo alla preghiera un raccoglimento più grande e una vigilanza più continua; discendiamo più spesso nel nostro cuore per purificarlo ed onorarlo; pensiamo che ci deve diventare la cuna del divino Fanciullo. – Ma il grande preparativo è la rinunzia al peccato, e in modo speciale al peccato mortale. Che cosa può esservi di comune tra il Figlio di Maria e un cuore macchiato d’iniquità? – Ascoltiamo san Carlo che esorta il suo popolo a santificare l’Avvento, e applichiamo a noi stessi le parole di quel grande arcivescovo: « Durante l’Avvento noi dobbiamo prepararci a ricevere il Figlio di Dio che lascia il seno del Padre suo per farsi uomo ed abitare fra noi. Fa di mestieri ogni giorno sottrarre un poco di tempo alle nostre occupazioni per meditare in silenzio sopra le seguenti domande: Chi è colui che viene? Donde viene? Come viene? Chi sono coloro per i quali viene? Quali sonò i motivi, e quale deve essere il frutto della sua venuta? Chiamiamolo con tutti i nostri voti, unendoci ai giusti e ai profeti dell’antico Testamento che lo hanno sì a lungo aspettato; poscia per aprirgli il cammino del nostro cuore purifichiamoci mediante la Confessione, il digiuno e la Comunione « Non dimentichiamo che per l’addietro si digiunava tutto l’Avvento come se fosse la vigilia di Natale. E a gran ragione, perciocché la grandezza e la santità di questa festa ben richiedono una sì lunga vigilia e un sì lungo preparativo. Ma se in oggi non è il digiuno quotidiano come in allora prescritto dovrebbe ogni cristiano digiunare uno o più giorni la settimana, secondo la propria devozione. Conviene otre a ciò distribuire più larghe limosine ai poveri in un tempo in cui il Padre eterno ci diede, e ci dà ancora ogni anno, il suo proprio Figlio come una grande elemosina, e un tesoro di grazie e di misericordie; esser più attenti, che in altro tempo, alle opere buone e alla lettura dei libri devoti; finalmente prepararsi a questa prima venuta del Figlio di Dio, in maniera da poter aspettare la sua seconda venuta non solo senza timore, ma con quella fiducia e contentezza che accompagnano sempre una buona coscienza ». – E gravissimi sono i motivi che ha ciascuno di noi per seguire i consigli di questo grande apostolo dei tempi moderni, e per santificare l’Avvento.

1°.-  L’obbedienza al precetto della Chiesa, «io sono la voce di colui che grida nel deserto; preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri; la scure sta già alla radice dell’albero ». Quest’invito che il santo Precursore dirigeva ai Giudei riguarda egualmente gli uomini di tutti i secoli. Gesù Cristo venne al mondo per tutti: è dunque obbligo indispensabile per tutti di riceverlo. Per timore che noi trascuriamo un punto così essenziale, la Chiesa, sempre intenta al bene spirituale dei propri figli e interprete fedele degli oracoli divini, di cui le è affidata la cura, proclama nella maniera più stringente e più solenne l’invito del santo precursore per tutto il tempo dell’Avvento. La Giudea si scosse al suono di quella voce profetica che si alzava sulle rive del Giordano; i sacerdoti, i leviti, i soldati, i pubblicani, i peccatori di ogni classe e d’ogni condizione accorrevano in folla per chiedere il battesimo della penitenza. – Ora la voce stessa risuona nei nostri templi: abbiamo noi per avventura minor bisogno di penitenza? Abbiamo noi meno da temere di questo gran Dio che ora viene come Salvatore, e che un giorno verrà come giudice? Lasceremo noi che la Chiesa si affatichi invano a ripeterci: « Preparate i vostri cuori; ecco che ogni carne vedrà ben presto il Salvatore inviato da Dio? »

2°.- La gratitudine verso il Salvatore. Che cosa era l’uomo prima dell’incarnazione del Salvatore? Che cosa saremmo noi senza di Lui? Poveri, ciechi, schiavi, vittime del demonio, del peccato e dell’inferno, di che mai non gli andiamo noi debitori? E per liberarci, illuminarci, redimerci, restituirci i perduti nostri diritti, che non ha costato al Figlio di Dio? Un Dio che si nasconde sotto le sembianze di schiavo, che si sottomette a tutte le miserie dell’umanità; un Dio povero; un Dio fanciullo: ciò nulla dirà al nostro cuore? E noi che siamo riconoscenti ai minimi benefizi, nol saremo per un Dio che ci dà se stesso?

3°.- Il nostro vantaggio spirituale. La sorgente delle grazie non rimane esausta in nessun tempo dell’anno; ma le grandi feste sono giorni più propizi, son giorni in cui le grazie vengono sparse con maggior abbondanza. Tutta la Chiesa, animata allora dal medesimo spirito, offre a Dio un omaggio più solenne, gl’indirizza preghiere più fervide, lo piega con lacrime più sincere. Gesù Cristo è nato per la nostra salvezza; ma egli spande le sue grazie sopra quelli soltanto che si presentano con un cuore preparato a riceverlo. Le disposizioni ch’ei trova in noi diventano la misura dei suoi favori. Ebbene, abbiamo noi poco o nulla da domandargli? Scrutiamo l’interno del nostro cuore, interroghiamo la nostra vita passata, il nostro stato presente, il nostro avvenire, e risponderà per noi l’abisso delle nostre miserie.

Preghiera.

O mio Dio, che siete tutto amore, io vi ringrazio che abbiate instituito il santo tempo dell’Avvento per prepararmi alla festa del Natale; fatemi la grazia ch’io la celebri santamente. Mi propongo di amar Dio sopra tutte le cose, e il prossimo come me stesso per amor di Dio, e in prova di questo amore,  io ripeterò ogni giorno, durante l’Avvento questa preghiera: Divino bambino Gesù, venite a nascere nel mio cuore.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: TEOLOGI IN TEMPO DI CRISI

IL MAGISTERO IMPEDITO:

TEOLOGI IN TEMPO DI CRISI

[«Renovatio», VII (1972). fasc. 3, pp. 331-332.]

 Il consenso dei teologi nella Chiesa è criterio certissimo di verità, ossia è sufficiente per dimostrare la verità teologica di un asserto. Tale valore non viene affatto ai teologi di per sé, ma dall’approvazione esplicita, od implicita, dell’autorità magistrale della Chiesa. Se non esiste una solida ragione per cui si possa ritenere che la Chiesa docente ha in qualche modo ratificato una tesi teologica, questa non ha autorità sul piano della fede. Con questo, abbiamo ricordato semplicemente un principio della dottrina cattolica. – È possibile allora rispondere alla domanda: chi, nella Chiesa, è il teologo» nel pieno e vero senso della parola, quello cioè che può concorrere alla formazione del «consenso» dei teologi, criterio certissimo di verità? La risposta è conseguente e necessaria: è teologo chi è in grado di avere l’approvazione del Magistero e pertanto può unirsi alla schiera degli altri che ottengono su un punto lo stesso consenso. Per essere teologi nel senso pieno, e fuori di ogni equivoco o sospetto, non basta aver una laurea in materia, non basta essere professore di teologia, scrivere, disputate, affermare circa la stessa. – La conclusione è netta: molti, moltissimi che oggi si dicono teologi non lo sono affatto nel senso sopra indicato. Non possono turbare la coscienza di alcuno, possono essere discussi da tutti, non sono strumenti utili per l’esercizio del Magistero. La nostra rivista protesta fortemente contro l’abuso che si fa del nome di «teologo». E non è affatto una mera questione di titoli, è invece una questione di sostanza e di serenità nella Chiesa. L’argomento dell’individuazione dei veri teologi, distinti dai non veri, ci porta ad alcune note storiche su quel che accade nel campo, non sempre a ragione, detto «teologico». – Le ideologie culturali che dominano la piazza «laica» non permettono di riconoscere il rapporto tra concetto ed essere, tra parola e vita. L’oggettività del linguaggio è misconosciuta, come lo fu, talvolta, in passato. Infatti per Heidegger il linguaggio coglie l’essere solo nel momento in cui l’essere si dilegua. È evidentemente come dire, in linguaggio corrente, che non coglie nulla. La filosofia analitica afferma che nessuna proposizione ha senso se non è immediatamente verificabile dall’esperienza. In ambedue i modi viene frustrato il rapporto tra concetto e realtà. Essi aprono la via all’affermazione arbitraria perché nel loro quadro il problema della verità neppure esiste. Ciò appare chiaramente nella filosofia ermeneutica, per cui il significato di ogni espressione è ridotto all’incidenza del testo espresso sulla condizione del lettore. Tutto deve ricondursi alla situazione del soggetto che ascolta o legge, disegnata dal messaggio implicito del linguaggio. Questa filosofia non risolve una questione, ma la nasconde nelle pieghe di una trovata. Infatti l’ermeneutica toglie la consistenza al linguaggio per ricondurlo semplicemente ad una soggettiva rielaborazione in colui che lo ascolta. [questa ad esempio è l’“ermeneutica” dietro la quale nasconde le sue eresie il teologo neo-gnostico J. Ratzinger – ndr-]. È nudo soggettivismo. Accostiamoci un momento al campo morale o della norma del costume. Si coglie qua e là, talvolta sussurrato, talvolta esplicito, l’unico riferimento ad un essere «collettivo». Non c’è più il riferimento alla coscienza individuale e di questa alla «norma» che ha un fondamento trascendente: il singolo uomo, la persona è alienata nelle regole puramente esteriori del comportamento collettivo. Questo è lo stato del pensiero nella sua trincea creduta avanzata. Un complesso d’inferiorità inspiegabile, uno zelo discutibile di incontro col mondo e con le «ricchezze» del pensiero moderno hanno autorizzato molte persone, laureate in teologia e non, ad immettere tutto questo nella teologia. – L’immissione è avvenuta non avvertendo che si scardinava tutto: uomo, pensiero, teologia, chiesa, fede. – L’immissione è aggravata da altri fatti dei quali ora citiamo i maggiori. I teologi protestanti, soprattutto tedeschi ed americani, hanno applicato senza risparmio le nuove ideologie alla loro teologia. Ciò è potuto accadere assai facilmente perché alla radice del luteranismo ci sta una fede che è soltanto fiducia e pertanto non espressiva della verità obiettiva immutabile. Non pochi cattolici nell’entusiasmo del dialogo hanno direttamente preso da teologi protestanti armi e bagagli, senza approfondirne le implicazioni. E così ci è dato di leggere quello che ci è dato di leggere. La volontà ecumenica è una ragione ottima. Ma non è mai una ragione valida per tradire la verità obiettiva, anzi rivelata. – La nostra prima considerazione ci ha fatto capire che molti professori di teologia non concorrono a formare il «consenso dei teologi», avente valore di criterio certissimo per la verità. Pensiamo che la seconda serie di considerazioni sull’attuale momento culturale ponga un ulteriore criterio di discrimine. Il soggettivismo conduce dalle vie del pensiero creativo alle vie del pensiero vano, del vaneggiamento. E allora, quanti sono i teologi, quelli che, in regola con la Chiesa, possono essere ascoltati, possono diventare strumento valido del Magistero, soprattutto di quello ordinario? Su quanti oggi scende il consensus Ecclesiæ seu Magisteri? [ … il breve passo omesso è chiaramente manipolato.] La verità non la si ritrova se non nell’unità. Qua e là maestri autentici parlano: siano benedetti. Il loro criterio sia sempre l’accordo con la Chiesa Universale, ossia col Romano Pontefice.

INFALLIBILITA’ DEL PAPA

Infallibilità del Papa.

[G. Bertetti: Il Sacerdote predicatore. – S.E.I. ed. Torino, 1919]

  1. In che consiste l’infallibilità pontificia, 2. Come si dimostra. — 3. Il nostro dovere.

1. – IN CHE CONSISTE L’INFALLIBILITÀ PONTIFICIA. — Infallibilità non vuol dire impeccabilità; .. l’impeccabilità fu propria di Gesù Cristo per natura, fu propria di Maria Santissima per grazia,… non è propria né del Papa, né di qualsiasi altro mortale… tutti possiamo mancare nell’osservanza della legge santa di Dio, e tutti più o meno manchiamo, compreso il Papa che deve riconoscersi anche lui peccatore e confessarsi anche lui some qualsiasi altro fedele! … – Infallibilità pontifìcia non vuol dire che il Papa sia immune da errore in qualsiasi argomento o materia;… anche lui si può sbagliare, come qualsiasi altro, scrivendo o ragionando d’arti profane, e in tal cosa la sua opinione è discutibile come quella di qualsiasi altro- Infallibilità pontificia non vuol dire nemmeno che il Papa sia esente da errore, quando tratta d’argomenti religiosi in qualità di persona privata nelle familiari conversazioni; … e nemmeno quando ne tratta come semplice predicatore, catechista, confessore. – Infallibilità pontificia vuol dire « che il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, cioè quando adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutt’i Cristiani, in virtù della suprema sua apostolica autorità definisce una dottrina intorno alla fede o ai costumi, da tenersi da tutta la Chiesa, mercé dell’assistenza divina a lui promessa nella persona del Beato Pietro, è dotato di quella infallibilità, della quale il divin Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede, o ai costumi; e che però cotali definizioni del Romano Pontefice per sé sole, e non già pel consenso della Chiesa, sono irreformabili » (Conc. Vat., Sess. IV. c. 4)

2. – COME SI DIMOSTRA. — La Chiesa di Gesù Cristo è « la casa di Dio, la colonna e l’appoggio della verità» ( la Tim., III, 15);… stabilita da Dio nella verità mercé l’assistenza dello Spirito Santo promessole da Gesù Cristo, la Chiesa stabilisce a sua volta i fedeli nella verità, senz’ombra d’errore e d’incertezza… Ma questa casa di Dio, questa colonna e quest’appoggio ha il fondamento in Gesù Cristo e in Pietro: « E io dico a te, che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non avranno forza contro di lei; e a te io darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra sarà legata anche nei cieli: e qualunque cosa avrai sciolta sopra la terra sarà sciolta anche nei cieli » (MATTH., XVI, 18, 19)… Con queste parole il Redentore comunicava a Pietro e ai suoi successori non solo la sua suprema autorità e per così dire la sua stessa personalità, ma anche l’infallibilità nell’esercizio delle somme chiavi… Quel che Pietro avrebbe legato e sciolto sarebbe pure nello stesso tempo legato e sciolto in Cielo;… perché Pietro sarebbe sempre stato in perfetta corrispondenza col Cielo nelle cose che riguardano la costituzione stessa della Chiesa – Lo promise esplicitamente Gesù con quelle parole a Pietro: « Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga mai meno » ( Luc., 22, 37):… quella fede per cui Gesù Cristo l’aveva detto beato e l’aveva costituito pietra fondamentale della Chiesa… Una tale preghiera, fatta da Gesù Cristo, non a vantaggio personale di Pietro, ma di tutta quanta la Chiesa, fu certamente esaudita dal Padre;… poiché Gesù, Sacerdote eterno «nei giorni della sua carne, avendo offerto preghiere e suppliche, con forti grida e lagrime, a colui che poteva salvarlo dalla morte, fu esaudito per la sua riverenza » (Hebr., VII, 7).

3. – IL NOSTRO DOVERE. — Gesù, comandando a Pietro di pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle (JOAN., XXI, 15-17), comanda pure a noi di credere con fermissimo assenso alla suprema autorità dottrinale della Chiesa… L’infallibilità del Papa è ora il segno di riconoscimento del “vero” Cattolico, come in altri tempi fu la consustanzialità del Verbo, la maternità divina di Maria, la giustificazione… Chi osasse anche soltanto dubitarne sia per noi eretico ed infedele… Vada tutto l’omaggio della nostra mente e del nostro cuore a Dio, infallibile per natura, e al Papa, infallibile per grazia;… fin quando staremo col Papa, staremo nella Chiesa, staremo con Gesù Cristo… Lontani dal Papa, saremo pure lontani dalla Chiesa, lontani da Gesù Cristo, lontani dalla via che conduce a salute. Siamo docili alla parola del Papa non solo quando ci parla come Maestro infallibile della Chiesa, ma anche quando ci parla piuttosto come Padre;… ricordandoci la legge del Signore,… avvisandoci dei pericoli, … esortandoci al bene,… invitandoci a partecipare ai gaudi o ai dolori della Chiesa … Chi si contenta d’obbedire al Papa nelle cose di fede, riservandosi la più ampia libertà di consenso in tutto il resto, si condannerebbe da se stesso;… poiché è di fede che si può andare all’inferno non solo per peccati commessi contro la fede, ma anche per peccati commessi contro l’umiltà e l’obbedienza… È forse un leggero peccato di superbia pretender di saperne più del Papa?… È forse un peccato leggero d’obbedienza il disprezzare la parola del Papa e collegarsi con i suoi nemici?… Son forse infallibili nostro padre e nostra madre?… Che direste di quel figlio che rispettasse i suoi genitori come certi cattolici rispettano il Papa? … -— « Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza Quello che m’ha mandato » ( Luc., X, 16)… queste parole, dette da Gesù ai settantadue discepoli aggiunti al Collegio Apostolico, queste parole non dovranno forse applicarsi con molto maggior rigore ai nostri doveri di sudditanza verso il Principe degli Apostoli, il Capo visibile della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo!

GRAZIA

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GRAZIA

[G. Bertetti: I Tesori di San Tommaso d’Aquino; S.E.I. Ed. Torino, 1922]

1. Necessità della grazia. – 2. Suoi effetti. — 3. Grazie gratis date [Contra Gent., 3, q. 147-154]

1. Necessità della grazia. — Le creature razionali, secondo la convenienza della loro natura, pervengono a una più alta partecipazione del fine che non le altre creature. Essendo di natura intellettuale, possono con la loro operazione attingere la verità intelligibile: il che non è dato alle altre creature prive d’intelligenza. Oltre l’intelletto e la ragione, per cui si può discernere e investigare la verità, furono anche date all’uomo le forze sensitive, interne ed esterne, in aiuto all’investigazione della verità. Gli fu anche dato l’uso della parola, affinché possa per mezzo di essa manifestare a d altri i suoi pensieri, e così ne risulti un vicendevole aiuto nella conoscenza della verità e in tutte le altre cose necessarie alla vita. Ma poi oltre ancora, l’ultimo fine dell’uomo è costituito in una conoscenza tale della verità da eccedere le sue facoltà naturali: cioè nella visione della stessa prima verità in se stessa. Se dunque l’uomo è ordinato a un fine che sorpassa le sue forze naturali, ha bisogno d’un aiuto soprannaturale da Dio per poter raggiungere un tal fine; ne ha bisogno per non poter esser allontanato dai molti impedimenti che vi si frappongono: impedimenti nella debolezza della ragione che facilmente è tratta in errore e disviata dal retto cammino, impedimenti nelle passioni e nelle affezioni che ci trascinano alle cose sensibili e inferiori, impedimenti anche nell’infermità del corpo che ci disturba nell’esercizio degli atti virtuosi. Questo aiuto divino rispetta però la libertà dell’uomo e non gli reca alcuna coazione a fare il bene. Dio provvede a tutte le cose secondo il loro modo: provvede dunque all’uomo e a ogni creatura ragionevole secondo il modo loro proprio d’agire volontariamente e d’essere padroni dei loro atti. Essendoci dato il divino aiuto allo scopo precipuo di farci raggiungere il nostro fine, e tendendo noi al fine per mezzo della volontà, Dio non esclude da noi l’atto della volontà, anzi ce lo forma precipuamente (Philipp., 2, 13). All’ultimo fine perveniamo con atti di virtù, e premio della virtù ci si propone appunto la felicità: ora nella virtù è essenziale da parte nostra la libera scelta, che non soffre alcuna violenza e coazione. L’aiuto divino ci è dato non per i nostri meriti (come sostenevano i Pelagiani), quasi dipendesse da noi il principio della nostra giustificazione, e da Dio ne dipendesse il compimento. L’effetto del divin aiuto è superiore alla facoltà della natura, e non è proporzionato agli atti che l’uomo produce secondo la facoltà naturale. Quella conoscenza soprannaturale del fine, che precede necessariamente il modo della volontà, non può venirci altronde che da Dio: a ciò non basterebbe la nostra ragione naturale. Di qui si spiegano quelle parole: « Non per le opere di giustizia fatte da noi, ma per sua misericordia ci fece salvi, mediante la lavanda di rigenerazione e di rinnovellamento dello Spirito Santo» (Tit., III, 5); «non è dunque di chi vuole né di chi corre, ma di Dio che fa misericordia » (Rom., IX, 16). A volere e a operare il bene noi abbiamo bisogno d’esser prevenuti col divino aiuto; noi siamo gli ultimi operatori, Dio è il primo movente; Dio è il duce, noi siamo ì soldati. Si dà gratis ciò che si dà a qualcuno senza un merito precedente: gratis dunque si dà all’uomo l’aiuto divino che previene ogni merito umano. Di qui il nome di grazia con cui è chiamato: «se per grazia, dunque non per le opere, altrimenti la grazia non è più grazia » (Rom., 11, 6). Ma non solo perché vien concessa gratuitamente si dice grazia: si dice grazia anche perché mediante essa, come una speciale prerogativa, l’uomo si rende grato a Dio, che con amore speciale ci aiuta a conseguire un bene superiore alla nostra natura, ossia il perfetto godimento non d’un bene creato, ma di se stesso. – Perché l’uomo possa, in modo quasi connaturale, facile e dilettevole, fare il bene e farlo bene, gli occorrono oltre le potenze naturali alcune perfezioni e abiti di virtù. Dio che a tutti provvede secondo la lor natura, ci dà la sua grazia come una forma o una perfezione per il conseguimento del nostro ultimo fine. Perciò la grazia di Dio si designa come una luce nella Scrittura: « Eravate tenebre una volta, ora siete luce nel Signore » (Ephes., V, 8). Luce, cioè principio del vedere, è quella perfezione che ci promuove alla visione di Dio, nostro ultimo fine. È un errore dunque il dire che la grazia di Dio non pone nulla nell’uomo, come nulla si pone in chi si dice d’aver la grazia del re, ma solo nel re che gli accorda i suoi favori. Tal errore deriva dal non badare alla differenza fra l’amor divino e l’amor umano: l’amor divino è cagione del bene che Dio ama in noi; non sempre l’amor umano.

2. – Effetti della grazia. — La grazia che ci rende grati a Dio è in noi effetto del divino amore. Effetto proprio del divino amore è il farci amar Dio: poiché chi ama, ha come scopo principale del suo amore il farsi amare dalla persona amata. — Il fine ultimo a cui l’uomo è condotto con l’aiuto della grazia divina è la visione di Dio per essenza, visione propria dello stesso Dio: e così questo bene finale è comunicato da Dio all’uomo. – Non può dunque l’uomo esser condotto a questo fine, se non si unisca a Dio per la conformità della volontà, il che è effetto proprio dell’amore, essendo proprio degli amici il volere e il non volere le stesse cose, e il goderne e il dolersene. Per la grazia dunque che ci fa grati a Dio noi siamo diretti al fine comunicatoci da Dio e perciò diveniamo amanti di Dio. — Alla perfezione d’un’opera si richiede costanza e prontezza d’azione, e ciò s’ottiene principalmente con l’amore che ci fa apparir leggiere le cose difficili e gravi. Dovendo la grazia rendere perfette le nostre operazioni, è necessario che per essa si costituisca in noi l’amore di Dio. Con l’amor di Dio la grazia ci dà pure la fede. — Il moto per cui tendiamo all’ultimo fine con la grazia è volontario, non violento. Ora, il moto Volontario può esserci solo verso una cosa conosciuta: conosciuto dunque da noi dev’essere il fine cui tendiamo volontariamente. Ma non potendo noi aver questa conoscenza secondo l’aperta visione nello stato di mortali, quaggiù l’abbiamo per fede. — Il modo di conoscere la verità segue il modo della natura di chi conosce; ma per il raggiungimento dell’ultimo fine s’aggiunge sopra la natura dell’uomo una perfezione, cioè la grazia: è dunque necessario che sopra la cognizione naturale dell’uomo s’aggiunga in lui qualche cognizione che oltrepassi la ragione naturale. Quest’è la cognizione della fede, ch’è di quelle cose che non si vedono con la ragione naturale. In ogni amante sorge il desiderio d’unirsi per quanto è possibile con l’amato: di qui si spiega il gran piacere che si prova a vivere insieme con gli amici. Se dunque con la grazia l’uomo è fatto amante di Dio, sorge necessariamente in Lui il desiderio d’unirsi, per quanto è possibile, a Dio. La fede poi, causata dalla grazia, ci dichiara possibile questa unione dell’uomo con Dio secondo il perfetto godimento, in cui consiste la beatitudine. Dunque dall’amor di Dio deriva nell’uomo il desiderio di goder Dio; ma il desiderio d’una cosa molesterebbe l’anima del desiderante, se non ci fosse la speranza di conseguir l’oggetto desiderato: fu dunque conveniente che negli uomini, in cui l’amor di Dio e la fede son prodotti dalla grazia, fosse anche prodotta la speranza d’acquistar la futura beatitudine. – Oltre a ciò, nelle cose ordinate alla consecuzione di qualche fine desiderato, quando spuntano le difficoltà, si trova un sollievo nella speranza. Or bene, quante difficoltà spuntano sul cammino per cui ci dirigiamo verso la beatitudine, verso il fine di tutti i nostri desideri! A spianarci queste difficoltà la grazia ci dà la speranza: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale per sua misericordia grande ci ha rigenerati a una viva speranza, con la risurrezione di Gesù da morte: a un’eredità incorruttibile e incontaminata e immarcescibile, riservata nei cieli » ( la PETR., 1, 3, 4); « siamo stati fatti salvi dalla speranza » (Rom., VIII, 24).

3. – Grazie gratis date. — Son certi effetti di grazia ordinati all’istruzione e alla confermazione della fede, e l’Apostolo li enumera dicendo: « All’uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, all’altro il linguaggio della scienza secondo il medesimo Spirito, a un altro la fede per il medesimo Spirito, a un altro il dono delle guarigioni per il medesimo Spirito, a un altro l’operazione dei prodigi, a un altro la profezia, a un altro la discrezione degli spiriti, a un altro ogni genere di lingue, a un altro l’interpretazione delle lingue ( la Cor.,. XII, 8-10). – Da Dio solo, che perfettamente comprende se stesso e che naturalmente vede la sua essenza, ci possono arrivare le cose di fede. Or bene, nella manifestazione delle cose di fede, come in tutte le opere divine, c’è un ordine. Alcuni ricevono immediatamente la verità di Dio, altri da questi, e così per ordine fino agli ultimi. Le cose invisibili, la cui visione forma i beati, e che sono oggetto di fede, vengono anzitutto rivelate con aperta visione da Dio agli Angeli beati; poi per mezzo degli Angeli ad alcuni uomini, non già con aperta visione, m a con una certezza che deriva dalla divina rivelazione. Questa rivelazione delle cose invisibili fatta da Dio appartiene alla sapienza, la quale consiste appunto nel conoscere le cose di Dio (Sap., VII, 27-28; Eccli., XV, 5). Ma poiché «le cose invisibili di Dio, si vedono dopo averle intese per mezzo delle cose fatte » (Rom., 1, 20), con la divina grazia non solo ci si rivelano le divine cose, ma anche alcune delle create: il che appartiene alla scienza (Sap., VII, 17; 2 ° Paralip., 1, 12). – Quei che ricevono la rivelazione da Dio devono, secondo l’ordine stabilito da Dio, istruir altri; e ciò non potendosi fare senza il linguaggio, fu necessario che loro si desse anche l a grazia, del parlare, secondo che richiede l’utilità delle persone da istruire ( ISA., 50, 4; Luc., XXI, 15). E perciò, quando per mezzo di pochi doveva predicarsi la virtù della fede fra diverse genti, furono alcuni ammaestrati da Dio a parlar diverse lingue (Act., II, 4 ). – L’insegnamento, se non è di cose per sé evidenti, ha bisogno di conferma per essere accolto; ma le cose di fede non sono per sé manifeste all’umana ragione; di qui la necessità d’una conferma per le parole di quei che predicano la fede. Non potendosi aver tal conferma per mezzo di qualche principio della ragione con modo dimostrativo, perché le cose di fede sorpassano la ragione, ci fu bisogno di alcuni indizi che chiaramente dimostrassero come da Dio erano derivate le parole dei predicatori, i quali operavano intanto cose che Dio solo poteva compiere, come la guarigione degli infermi e altre siffatte meraviglie (MATTH., X, 8; MARC., XVI, 20). Un’altra conferma si ha quando i predicatori di verità risultano aver detto il vero circa le cose occulte che possono poi manifestarsi: allora si crede anche quando dicono cose che sfuggono all’esperimento degli uomini. Necessario fu quindi il donò della profezia, per cui gli uomini possono conoscere e indicare ad altri, per rivelazione di Dio, le cose future e occulte ( la Cor., 24, 25). Quelli che ricevettero la rivelazione immediatamente da Dio, non solo la narrarono agli uomini contemporanei, ma la scrissero per l’istruzione dei posteri; dovettero pertanto esserci anche di quelli che ne interpretassero gli scritti: il che s’ha dalla grazia di Dio, come dalla grazia di Dio s’ha la rivelazione (Gen., XL, 8). – Vengono infine quei che credono fedelmente alle cose rivelate e interpretate: e questo s’ha col dono della fede. Ma poiché gli spiriti maligni fanno qualcosa di simile a ciò ch’è di conferma alla fede, tanto nei prodigi quanto nella rivelazione del futuro, è necessario che gli uomini, per non essere ingannati dalla menzogna, sappiano discernere spirito da spirito ( la JOAN., IV, 1). – In tutti gli effetti accennati della grazia occorre considerare una differenza. Benché a tutti competa il nome di grazia, perché gratuitamente e senza alcun merito anteriore si conferiscono, tuttavia il solo effetto dell’amore si merita il nome di grazia in quanto ci rende grati a Dio (Prov., VIII, 17). Perciò la fede, la speranza, e gli altri effetti ordinati alla fede, possono trovarsi anche nei peccatori, che non sono grati a Dio; invece il solo amore è dono dei giusti, perché « chi rimane nella carità, rimane in Dio, e Dio è con lui» (la JOAN. , IV, 16). – C’è ancora un’altra differenza da considerare negli effetti della grazia. Alcuni d’essi son necessari per tutta la vita dell’uomo, come il credere, lo sperare, l’amare e ubbidire ai comandi di Dio, perché non potrebbe aversi altrimenti la salvezza: e a questi effetti si richiedono in noi alcune perfezioni secondo cui possiamo operare a suo tempo. Altri effetti son necessari, non più per tutta la vita, ma in determinati tempi e luoghi, come il far miracoli, predire il futuro, e simili: e a questi effetti non si danno perfezioni abituali, ma si fanno da Dio alcune impressioni che cessano col cessar dell’atto. Si ripetono le medesime impressioni, quando sarà opportuno il ripetere l’atto: così i profeti, in qualsiasi rivelazione, sono illustrati da un nuovo lume; così in qualsiasi operazione di miracoli s i richiede una nuova efficacia della virtù divina.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (2)

IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (2)

— Ortodossia-

[Lettera pastorale scritta il 23 luglio 1963; «Rivista Diocesana Genovese», 1963, pp.192-245.] – Parte Prima: Ideali santi -B-

Verso i lontani

Il provvidenziale rifiorire dell’ideale ecumenico e dell’ideale pastorale, intesi secondo le indicazioni dell’Evangelo, porta ad una importante conseguenza pratica, la quale, pur appartenendo alle considerazioni pastorali, ha più di una ragione d’essere considerata a parte. Infatti l’ideale ecumenico è generalmente inteso verso i fratelli cristiani separati e verso i non battezzati. Esso ha addotto nuova luce e circa il dovere e circa il metodo, siccome brevemente si è visto sopra. Ma si tratta di un indirizzo che è valevole per un altro soggetto: i lontani di casa nostra, ossia i battezzati nella Chiesa cattolica che hanno perduto in diversi gradi la pratica, o la stessa fede. Chi ha spirito ecumenico e pastorale – e tutti gli ecclesiastici debbono averlo – logicamente arriva a sentire impegno e amore per questi «lontani». Rischierebbe di essere ipocrita l’afflato ecumenico che si arrestasse ai separati e ai non cristiani, E dunque argomento da trattarsi per la logica forza di quanto premesso, per se stesso ed anche per difenderne il concetto da indirizzi sospetti e pericolosi. Costituisce pur esso un ideale santo. Radice dell’obbligo di occuparsi dei «lontani» è la volontà salvifica universale di Dio, di cui si è parlato sopra, la quale diventa legge per coloro ai quali Cristo ha affidato di proseguire la sua stessa missione. – Del resto esplicitamente il codice di Diritto Canonico richiama i Pastori a tale dovere (can. 1350). Altro fondamento dell’obbligo è nella natura di società e di famiglia di Dio, propria della Chiesa; tale natura non può ammettere che qualcuno sia abbandonato a se stesso. Non si può tacere, per coloro che tengono un ufficio adeguato, il corrispondente obbligo di giustizia e, per tutti, il dettame della carità. – Vale la pena di riflettere anche su notevoli ragioni di convenienza, che da sole avrebbero funzione determinante. I lontani sono molti. Questo è vero, se si parla dei «relativamente lontani». Nella nostra città di Genova in una sola notevole parrocchia il numero di coloro che ascoltano la santa Messa arriva al 60-70%. Un’altra parrocchia si avvicina a questa consolante percentuale. Le altre stanno più basse nella graduatoria. Se prendiamo la pratica della S. Messa festiva come punto di distinzione tra i praticanti e i poco o nulla praticanti, bisogna dedurne che non esiste parroco il quale abbia la facoltà di disinteressarsi dei lontani, anche nei monti dove, in qualche paese, solo tre o quattro persone talvolta non fanno Pasqua. – I «lontani» sono in vario modo dei potenziali vicini. Più o meno profondo resta in tutti qualcosa del catechismo della infanzia o d’altro. Non possiamo dimenticare che un giorno, celebrando la santa Messa nel carcere giudiziario di Genova, alla Comunione per la sezione minorenni e non solo per quelli, abbiamo visto ritornare i comportamenti e i gesti di ex chierichetti in un numero non indifferente di detenuti. Lo abbiamo voluto dire e le lacrime, che abbiamo colto su molti visi a questo accenno, ci rassicuravano che non avevamo sbagliato. Ma era vero che l’antico chierichetto riviveva anche in prigione e riviveva per spingere alla Comunione con un sentimento forse più profondo di quello della infanzia. In molti, che si giudicano lontani, resta, magari sigillato accuratamente, l’antico membro di qualche buona scuola, di qualche buon collegio. Niente va perduto. – I lontani finiscono sempre coll’avere in qualche modo «sete di Dio», magari a modo loro, agitati e scontrosi. Non vi inganni il fatto che talvolta, cari confratelli, vi guardano male. Può essere una forma di debolezza. Ma una cosa è certa: è più facile recuperare chi ci guarda male che chi non ci guarda affatto. Chi guarda male, sente qualcosa: un contrasto, un problema; e tutto questo diventa un amore a rovescio. E più difficile ricuperare chi ha o affetta la più completa indifferenza. I lontani sentono la lima degli anni che passano, della caducità ed insufficienza di tutte le cose terrene; spesso hanno consumato la capacità di godere ed hanno così toccato il limite di saturazione. Esistono delle male azioni che si possono definire una forma di pianto. I lontani sono nella posizione di apprezzare di più quello che non hanno. Questa è del resto legge generale. Abbiamo sempre notato che il fascino della divina liturgia produce, in coloro che vanno poco o mai in chiesa, effetti maggiori che nei fedeli abitualmente praticanti. – Riassumiamo. Nella massa dei «lontani» noi possiamo trovare chi sta attendendo gli si porga la mano ad onta del suo viso ostile; chi soffre e nascostamente prega; chi ha incredibili affinità cogli ideali santi, non appena gli vengono rivelati o rinfrescati nella memoria; chi può essere tra i maggiori collaboratori nell’apostolato. – Questa massa non deve far paura, bensì deve ispirare fiducia e amore. Essa può ispirare un coraggio teso a tentativi nei quali anche i vecchi possono trovare la primaverile passione della loro giovinezza. Chi si restringe a coloro che vanno a lui, può finire in esigua e persino meschina compagnia. – Dopo una notte di lavoro insonne ed infruttuoso, Pietro il pescatore si lamentava col Signore di non aver preso neppure un pesce. Gesù diede a lui e a tutti i secoli il grande ordine: «Duc in altum» (Lc. V,4), va al largo. Pietro, ad andare al largo, ci guadagnò l’avventura di una pesca la più fruttuosa (miracolosamente) che si potesse pensare. Ma il fatto era pure un simbolo. Noi abbiamo applicato ed applichiamo tuttavia, umilmente sempre, questo ordine del Salvatore di andare al largo e potremmo, di oltre trent’anni, scrivere volumi sulla fecondità dell’«andare al largo». – Parliamo ora della «metodologia» verso i «lontani». E qui che troviamo la giustificazione al fatto di trattare l’argomento in una lettera sulla «ortodossia». Infatti il metodo deve ispirarsi a concetti giusti e deve evitare indirizzi erronei. Abbiamo conosciuto persone che hanno svisato se stessi, seguendo, in un apostolato per i «lontani», direttive e idee sbagliate. L’argomento è del massimo interesse, anche perché pensiamo che dopo il Concilio esso entrerà in una più universale ed attenta considerazione [questo naturalmente in chiave ironica! –ndr. -]. – Riassumiamo le riflessioni che ci paiono fondamentali.

— La visione soprannaturale. Per essa si vedono cogli occhi della fede (continuamente esercitata): le anime, il sangue di Cristo versato per ognuna di esse, il Padre che attende ognuno sulla «soglia di casa» e che muove tutto colla sua grazia dentro ognuno (grazia interna) e dal di fuori di ognuno (grazia esterna), la Provvidenza che nel governo del nostro mondo tende supernamente a realizzare il Regno di Dio e si serve di tutto in tutta la Storia. Questa visione rassicura, incoraggia, arma; rende intraprendenti, suggerisce risorse, infonde perseveranze inaudite. Nessuno pensi che questa visione, necessaria alla partenza e a tutto il decorso della azione pastorale ed apostolica, possa resistere senza una adeguata vita di preghiera. Questa visione soprannaturale è l’abolizione della paura e dei complessi di inferiorità, dà il passo del legionario vincitore, libera dalla complicata e miserella casistica dei «sé» e delle ipersensibilità psicologiche; aiuta ad uscire dai difetti di temperamento, primo fra tutti la timidezza. Questa visione fa incontrare la grande parrocchia, dove è parroco Dio stesso e dove si vedono i balzi dal vizio al chiostro, dalla diffidenza alla dedizione eroica, dalla insignificanza al rilievo. Dio vi lavorò in un modo ineffabile! Insomma per questa battuta bisogna partire con la coscienza che non si è soli!

– Diffidare del piacere umano, credere solo al dovere. Il piacere o, se volete, la umana soddisfazione che si può provare facendo del bene, finisce col tenerci prigionieri; il dovere ci fa liberi. Ad ispirare apostolato dei lontani non può essere insomma la propria esibizione, la personale conquista, il fascino da offrire agli altri con la propria intuizione e scioltezza, l’esercitazione di una ginnastica d’avventura, deve essere solo il servizio di Dio. Così si dà agli altri la sensazione del distacco da un interesse terreno, ed è proprio il distacco a costituire il primo umano mezzo di convinzione per chi è lontano dalla pratica religiosa. Se c’è difficoltà a capire un ragionamento, la difficoltà è certamente e notevolmente minore per capire il distacco di un uomo da interessi terreni e una sua vera levatura morale.

– La verità netta, la procedura intelligente e, occorrendo, graduale. Infatti è sempre negativo l’effetto di chi si presenta nascondendo, manipolando, minimizzando qualcosa. Nei rapporti d’anima, e tutti lo capiscono, la sincerità siede regina. Guai ad offenderla.

– La dimostrazione di serena fiducia, di affettuosa attesa. Si comincia col fare il bilancio del bene. Poi, se sarà necessario, si farà nello del male.

– Passare attraverso tutti gli onesti incontri e rapporti umani, senza mai arenarsi a quelli. La strumentazione di questo umano incontro va all’infinito ed è variabile sempre; quello che importa è non scambiare lo strumento con lo scopo: lo strumento è sempre e solo un passaggio. A questo fine, la amicizia è una salita, non un piano di riposo. Molte conquiste sono impedite dalla dimenticanza di questa regola fondamentale. Dunque (una volta chiaro il criterio): strumentazione larga! Attenti, che è in sede di scelta di strumenti che si corrono i rischi maggiori di dirottamenti dalla via giusta, di complessi di inferiorità, pleonasmi, inutili a tutti e dannosi a chi li inventa. Noi pensiamo ai casi, incontrati nella nostra vita, in cui il banditore rimase egli stesso fuori della porta! Tra gli strumenti ci stanno tecniche e metodologie, anche eccellenti se usate al loro posto, tenendo fermo che nessuna tecnica sostituisce i basilari elementi coi quali si fa per volontà di Cristo l’apostolato. Quegli elementi basilari possono sostituire tutte le tecniche. Dovendosi scegliere si sa a che cosa dare la preferenza. – Non occorre qui se ne faccia un esame analitico, perché ad indicarvi quello che va e quello che non va c’è l’attenzione ordinaria delle autorità. Qui occorrono i criteri limpidi. Forse, però, non è inutile esemplificare un caso concreto. Oggi le adunanze amichevoli sotto un certo aspetto private – è il caso di Rinascita, delle Domus Christianae etc. — sono un mezzo facile di incontro. Anzi riteniamo che senza mezzi di questo tipo, in una normale parrocchia di città, non si arriverà mai da parte dei parroci a compiere tutto il dovere catechistico che a loro incombe. Però sarà sempre grave la questione del sacerdote che deve fare in tali incontri la sua parte; sia perché deve essere intellettualmente ferrato, sia, soprattutto, perché, trovandosi in facile posizione di esibirsi, di essere ammirato e seguito, ne può patire danno il suo spirituale equilibrio. Bisogna lasciare il posto a Dio solo, per camminare senza inciampi. – Nel disporre la azione pastorale verso i lontani, occorre evitare taluni notevoli errori di impostazione anzitutto mentale e poi di metodo. Ripetiamo: è questo il punto che giustifica la trattazione nella presente lettera. Prima di enumerarveli, evitiamo un equivoco. In qualunque metodologia ogni uomo entra colla sua personalità tipica, col suo temperamento, colla sua capacità, colla sua arte. Deve essere così, perché nella unità la varietà è principio della stessa natura creata. Lungi da noi pertanto il lasciare anche solo supporre che si intenda annullare questa legittima libertà. Noi parliamo solo di principi generali, ben fermi e documentati.

– È errore credere che per avvicinare i lontani si debba assumere una patina mondana o comunque scanzonata e spregiudicata. Su tutto il nostro agire pendono sempre due chiare direttive date da Gesù Cristo: «Vos estis in mundo… sed non estis de mundo»

(Gv. XIV,17). «Videant opera vestra bona et glorifìcent Patrem vestrum…» (Mt. V,16). Dunque: niente di comune col mondo e «da esibire», scegliamo le opere buone in se stesse, quelle che Gesù Cristo giudicherebbe buone; non le opere inutili, incoerenti col proprio sacro carattere, pantomimiche, sciocche, svenevoli. Non si nega che tutte queste cose possano fare degli amministratori e dare soddisfazioni a chi usa strumenti mondani. Ma questi lavorerebbero per se stessi e non per Dio. Avrebbero i seguaci, la ammirazione, la cosiddetta opinione pubblica favorevole, prenderebbero persino il ruolo di «divi» (ne abbiamo conosciuti), ma non sarebbero né apostoli, né veri sacerdoti. Molta gente ha in un primo momento il piacere di aver contatti con ecclesiastici che si avvicinino più ai loro difetti e che, parteggiandoli, in fin dei conti li scusino, emulandoli li piaggino. Certo! Ma questa gente rientra pure in se stessa e finisce sempre col provare una gioia amara ed una disillusione: il prete lo vogliono prete. La esperienza ormai lunga ci dice che quanto più sono lontani, tanto più il prete lo vogliono prete. Ci sono molti vicini che, ben provveduti spiritualmente (se pur è sempre così!), sono disposti a concedere largheggiando col contegno dei propri sacerdoti. Costoro non fanno un buon servizio. Sarà bene che chi si trova nella situazione di cui trattiamo, pensi sempre non a quello che gli concedono i vicini, ma a quello che con sacrosanto diritto esigono da lui i lontani. Non diciamo la mondanità, ma le sue stesse più innocenti lustre esterne diventano ripugnanti per i moltissimi che dal «non uso» hanno tratto in fin dei conti un alto concetto del sacerdozio (anche se questo pare un controsenso, e non lo è perché è regola generale si stimi di più quello che non si ha, sull’altro!) allo stesso modo che onesti, ma incongrui segni di affetto possono sembrare addirittura sacrileghi. – Leggete dunque bene il Vangelo ed osservate se Cristo ha fatto qualcosa per mettersi al livello della mondanità del suo tempo!

– E errore credere che per avvicinare i lontani si debba accettare un confronto ed un contegno che annulli, anche solo formalmente, la sacra ed indistruttibile differenza tra chi è consacrato con l’Ordine e chi non lo è. Il sacramento dell’Ordine è il segreto di tutto nei pastori, è di esso che tutti hanno la profonda anche se spesso incosciente percezione e l’istintivo rispetto. Non si commetta l’errore di laicizzarci di fronte a gente che non ha bisogno di noi altro che per il sacramento scolpito in noi e per la missione avuta da Cristo. Di compagnoni, di divertenti, di interessanti, di bellimbusti ne hanno di meglio altrove. E non illudiamoci quando i meno provveduti fanno le mostre di ammirarci per cose che non sono né il sacramento dell’Ordine, né il mandato evangelico. È il caso di mettersi all’erta. A fare il Diogene, il grossolano, l’imitatore, il rinunciatario, il proletario (prendendo il termine nel senso deteriore e relativo alla educazione), ci si guadagna nulla e tanto meno ci si guadagna in estimazione produttiva ai fini dell’apostolato. Si dà spettacolo, e forse si dà spettacolo di visibile ingenuità. Ciascuno rimanga se stesso.

– E errore credere che per avvicinare i lontani si debba modificare qualcosa nella nostra fede e si debba dare a taluni punti altra interpretazione e dimensione. In tal caso saremmo addirittura su una strada ereticale. Ma l’errore ci sarebbe anche a dare versioni edulcorate e infiacchite di quello che nostro Signore ha lasciato alla sua Chiesa. Qualunque lontano sa che per avvicinarsi a Cristo bisogna fare dei sacrifici coraggiosi ed arrivare ad accettazioni energiche. Ci diceva il capo di una comunità protestante: «il disagio dei nostri è nel non avere punti fermi ed un magistero indiscutibile. I migliori, quelli che si pongono seriamente il loro problema religioso, cercano quello. Guai a toccarlo». Il degno uomo che ci diceva questo fa il suo esperimento religioso ogni anno su non meno di diecimila suoi correligionari. Nella nostra lunga esperienza in proposito abbiamo sempre constatato che la stessa angolosità apparente delle verità serve. Insomma: chi si muove, non si muove per poco.

— E errore ritenere che per avvicinare i lontani si debbano rilassare le briglie della morale. Non diremo che si debbano stringere più di quello che le ha strette sempre la sana accettata dottrina. Un metodo che coltivasse una simile illusione oltre l’inganno otterrebbe un successo minore, perché la vera sete interiore delle anime, la grande attrattiva è in loro verso ideali seri e più alti di loro. Il mimetismo viene bene nelle azioni tattiche di guerra, ma nel caso nostro non serve che a raccogliere sfiducia, disistima e persino disprezzo, da parte di quelli che, dopo un giudizio di inadeguatezza delle cose umane, domandano assistenza per ritrovare una solida piattaforma al piano divino. Per andare verso i lontani non bisogna partire da una disistima degli uomini, quasi che essi non possano essere capaci d’altro che di sopportare pietose bugie. Non è sull’attenuazione della legge che occorre puntare, ma su una emancipazione da linguaggi triti e formalistici, da atteggiamenti e risorse pietistiche, insincere ed artificiali, da manifestazioni interessate, da stile untuoso, da inscenature prive di convinzione, da spettacoli di debolezza propri di uomini troppo comuni. – Si osservi come molti diventano «lontani». Alle prime grandi tentazioni non hanno chi li sorregga. Quelli che sono stati avviati da una seria direzione spirituale hanno chi li sorregge. Altri ascoltano discorsi, leggono smontature e falsità e non hanno chi li riporti ad un senso critico, a risposte chiarificatrici e sufficienti. Altri sono presi nel gorgo di passioni divoratrici, di seduzioni. Altri, forse i più, mancano semplicemente di cibo spirituale e a forza di anemia sono portati alla deriva, anche non avendone una precisa coscienza. La «lontananza» comincia da qualcosa in cui noi ministri di Dio abbiamo spesso la nostra parte di negligenza colpevole. Ad ogni modo l’argomento sul come nascono le «lontananze» è tale che dovrà essere da noi ripreso. – Il ricupero dei lontani è il problema di fondo di tutta la pastorale, se si avverte che lo stato di fatto nei rapporti col mondo è di lotta accanita. Esso ha messo in opera tutto per spegnere la fede, perché gli uomini non pensino e siano suoi facili e docili strumenti, perché la materializzazione meccanica della vita arrivi a costituire od a sostituire una sorta di determinismo meccanico. Infatti il protestantesimo del XVI secolo indusse il determinismo teologico; a tappe la cosiddetta Riforma, sfuggita di mano agli stessi Protestanti, è arrivata a dare il determinismo meccanico: «gli uomini guidati dalla macchina loro creatura». In questo stato di cose – autorizzata la amoralità, quando non è oggetto di codice penale, con palese contraddizione – la battaglia è su tutto il fronte. O c’è una pastorale vitale sul modello di Cristo o le file dei lontani sono destinate ad ingrossarsi paurosamente. Ed è quello che bisogna evitare in ogni modo.

L’ideale della Chiesa

Il Concilio Vaticano II ha fatto di taluni punti pertinenti alla dottrina della Chiesa un oggetto fondamentale [ma invertendoli completamente! … questo Gregorio XVII non lo poteva scrivere! –ndr. -]. Poiché questo è derivato e dalla logica del Vaticano I e da un afflato dei Vescovi, se ne deve dedurre che la considerazione della Chiesa è impegno ed ideale sentito. – Il mondo, a modo suo, porta alla stessa conclusione; perché presta attenzione alla Chiesa; perché è sensibilissimo – cristiano e non cristiano, cattolico e non cattolico — alla presenza e funzione della Chiesa Romana. Negli ultimi tempi è significativo che tale attenzione sia rilevata, soprattutto e senza confronti per fatti similari, in occasione della morte di Papi e di elezione di Papi. Il che riguarda la Chiesa perché Romana. Si direbbe che esso, il mondo, più che in posizione di antitesi, ad onta delle sue colpe (delle quali si è parlato sopra), sia in verità in una segreta posizione di attesa. I segni non mancano. E infatti, portato ormai a considerazioni abituali sul piano mondiale, di organizzazione che si levi con unitaria imponenza spirituale, convinzione, realtà e fiamma interiore, non trova che la Chiesa cattolica apostolica romana. Forse, da questa attenzione prestata dall’esterno, noi siamo portati a considerare la Chiesa in se stessa e per se stessa un ideale. Quelli tra noi che sono, si può dire, nati colla loro vocazione, che sono fioriti sempre e solo all’ombra nella Chiesa e non hanno vissuto che pensando e volendo nei suoi termini [come il Cardinal Siri, poi dal 26 ottobre 1958 Gregorio XVII – ndr. -], non trovano nulla di strano in questo, essendo diventato per ero una seconda natura. Tuttavia l’ideale della Chiesa in un mondo che si sente monco per il suo unilaterale materialismo è cosa da considerarsi; non certo per trovare novità, ma per apprezzare e vivere il mistero del più singolare avvenimento nella vita associata umana. Noi scriviamo di questo, sia per rispondere ad una esigenza che è nei fatti; sia perché questo senso della Chiesa è potente e risolutivo fondamento della disciplina ecclesiastica e dello spirito di obbedienza; sia perché è opportuno assicurare alle formulazioni una piena esattezza dottrinale. – Intenzionalmente, invece di parlare di «piano costituzionale della Chiesa», noi parliamo di «mistero» della Chiesa ed usiamo questo termine perché il «mistero» ci porta non solo a vedere delle proposizioni di teologia come solitamente si enunciano, ma accusa delle proporzioni, delle rispondenze, dei ritmi i quali avviano ad intuire la realtà posta «oltre», e cioè il «mistero». Ecco una serie di enunciati che permettono o facilitano la percezione di tali proporzioni, ritmi, rispondenze. – Dio è vicino per presenza, essenza, potenza alle sue creature; la Provvidenza è un aspetto di questa sublime realtà. Questo è il dato fondamentale di tutto: la vicinanza di Dio alla creatura, all’uomo ed a quello che lo riguarda. Il dato (anche se non ci fosse rivelato espressamente), se si tien conto della necessità che ha la creatura del Creatore e della nessuna necessità che il Creatore ha della creatura, finisce coll’essere espressivo di un amore eterno sotto il cui calore si dipana la storia di tutte le cose. La elevazione all’ordine soprannaturale dilaterà oltre ogni misura da noi concepibile il dato di questa «vicinanza»; ma resterà nella linea di essa. La stessa elevazione non può capirsi che nella luce della verità ora enunciata. La cosa ha tale importanza che l’intelligenza degli illuministi ha cominciato di lì a demolire (in vano tentativo) il prestigio di Dio, confinandolo nella dignità di un sovrano, ma sovrano costituzionale, lontano dagli uomini e troppo grande per occuparsi minutamente delle sue creature. Tutto va posto sullo sfondo di quella «comunità divina». La «vicinanza o presenza» di Dio alle sue creature è indipendente in se stessa dal loro modo di essere, ossia dalla loro natura. Questo è ovvio; perché diversamente Dio non sarebbe più Dio. Ma l’effetto di essa nelle creature avviene secondo la loro natura anche quando la eleva. Ciò perché la «natura» delle cose rappresenta anzitutto un «ordine» di eterna sapienza e perché stabilisce la loro possibilità recettiva anche solo potenziale. E così che nel ritmo si incontra questa grande parola fondamentale e la corrispondente realtà: «Natura». – Tutte le cose che seguono correranno sempre su questi due parametri con stupendi sviluppi: vicinanza intima di Dio, natura delle cose e dell’uomo. Ma l’una e l’altra realtà non possono separarsi. – Con l’elevazione all’ordine soprannaturale, la presenza di Dio alla sua creatura acquista qualcosa di ineffabilmente nuovo. Dovunque, a studiarlo bene si troverà nell’uomo il riflesso del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Taluni elementi nel piano naturale appaiono predisposti, perché l’uomo abbia ad intendere qualcosa della superiore realtà in cui viene immesso dalla Rivelazione. Questo accade, ad esempio, coll’ordine del «relativo» nel creato, che serve da chiave per poter entrare umilmente nella analogica conoscenza del dogma trinitario. – Ma, accanto ai riflessi di una realtà soprannaturale, o superiore alla natura, perseverano le modanature richieste, in questa nuova intima vicinanza, dalla natura dell’uomo. Si comincia a vedere una «dualità» della quale troveremo tra poco una impressionante conferma. Infatti la natura umana è composta di anima e di corpo. Si capisce perché, di questa unione sostanziale, si sia occupato con fervore il Concilio ecumenico di Vienne: creature superiori spirituali creature inferiori materiali, mondo celeste e mondo terrestre si uniscono nell’uomo che acquista la caratteristica del «ponte». I ponti avvicinano e, per il fatto del corpo materiale, l’uomo non solo è legato fisicamente a tutti gli uomini (la generazione vi provvede),  porta in sé una materia che perennemente ruota, che appartiene a innumerevoli esseri successivi, che ritornerà certamente ad essere solo la sua, quella da cui si distaccherà morendo e colla quale, identica, risorgerà. Anche lui è presente a questo modo a tutti i tempi della creazione, come sta documentando la scienza genetica. Ecco come l’uomo entra nel cosmo, senza alcun bisogno, come qualcuno ha fatto, di alterare la fisionomia della verità di Cristo. Alla materia è unita l’anima, la quale è in qualche modo condizionata dalla materia. Questo condizionamento ha sempre urtato le gnosi di tutti i tempi, e le gnosi sono andate per questo fuori della realtà: la spiritualità deve accettarlo e farlo sorgente di merito, non deve rinnegarlo, o pretendere non esista. L’uomo, costituito di anima e di corpo, è per natura sociale e tende alla famiglia, e la famiglia tende alla comunità maggiore. – Quando, realizzando la Redenzione per riportare la famiglia umana alla perduta dignità e speranza, Dio volle attuare una presenza più intima tra gli uomini passò – ecco la unità del coerente disegno – attraverso il tratteggio della umana natura. Per la Incarnazione, il Figlio di Dio prese una natura umana come la nostra, ebbe un corpo ed un’anima, ebbe natura umana e natura divina. Non restò così tra gli uomini, ma dando a tutto la impronta del divino ed umano in perfetto ritmo, passò attraverso gli altri divenendo sociale: costituì la Chiesa! La Chiesa o Regno di Dio abbraccia il cielo e la terra. In terra coincide colla Chiesa cattolica. La Chiesa cattolica può essere raggiunta anche col martirio e col votum baptismi. Il disegno soprannaturale di Dio ha camminato su linee segnate dalla natura. – La Incarnazione del Verbo diventa tipo di tutto. Le due nature sono il testo sul quale si stende il fatto divino, mantenendo di questo una analogia impressionante nel ritmo. La Chiesa ha un elemento divino ed un elemento umano. Come in Cristo la natura divina non altera la natura umana e la natura umana non condiziona quella divina, così nella Chiesa. L’umanità vi è piena e può arrivare nei singoli al peccato, nei molti al difetto, all’avventura ed alla sofferenza. Ma nulla è toccato della istituzione divina. La libertà resta intatta agli individui ed alla storia. L’umanità porta con sé tutto il suo patrimonio e la sua possibile zavorra: nessuno può scandalizzarsene. Nel suo elemento di costituzione divina la Chiesa è disegnata con elementi anche noti all’esperienza umana, per quanto arricchiti di soprannaturale realtà, capacità, garanzia nonché di soprannaturali collegamenti. La costruzione della società, l’autorità, gli strumenti della autorità sono analogici a realtà terrene. Si noti bene che diciamo «analogici». La società terrena ha una comunità, una autorità centrale, ed ha società minori che sono derivanti non da diritto positivo, bensì da quello naturale: come è la famiglia che. vivendo di suo diritto inalienabile, è tuttavia subordinata alla comunità. Nella Chiesa noi abbiamo qualcosa di analogo. Le singole famiglie, le Chiese particolari poggiano sul diritto divino, e tuttavia i Vescovi loro capi, non meno delle stesse Chiese particolari, sono soggetti alla Chiesa Romana, che è quanto dire al Romano Pontefice. – Il disegno continua con lo stesso ritmo. Il Sacrificio e i sacramenti sono costituiti sempre intervenendo un elemento sensibile ed un elemento divino. La «dualità» è la misteriosa articolazione per cui tutto resta intatto alla dignità divina, tutto resta intatto alla funzione umana. La stessa Chiesa ha un’operazione ed una realtà esterna e giuridica (è società necessaria alla salvezza); ma oltre all’espressione esterna ne ha una interna: si parla infatti di appartenenza al corpo e all’anima della Chiesa. Su questa articolazione si allarga la porta del Regno di Dio, che ha una vita visibile e ne ha una invisibile, sotterranea, mirabile. – Qui occorre ritornare per un istante al punto di partenza: la presenza e la intima relazione che c’è tra le cose create e l’Increato. Nell’articolazione della «dualità» di cui si è parlato sopra, si ha la comunicazione della vita divina, la filiazione adottiva a Dio. La vita divina si dilata a tutti coloro che ne hanno i l principio e ne rispettano la legge. Ma coloro che stanno nella Chiesa acquistano una fecondità da tutti gli altri attraverso la riversibilità dei meriti. Nella comunità divina, nella grazia, nella comunicazione dei meriti per connessione a Cristo, Dio e uomo, dal cielo e dalla terra si realizza la comunione dei Santi, il Corpo Mistico di Cristo stesso. – Il Corpo Mistico sta di fronte al mondo, che corre sulla sua grande traiettoria del tempo, dello spazio, delle mutazioni. Il mondo è non solo il piccolo sfondo del grande dramma ma, constando e delle cose e degli uomini, e avendo con sé scritta la tavola della legge naturale divina, è il terreno di radicazione dello stesso dramma, il quale di quella legge ha rispettato ed impiegato le linee. Questa e non altra è la funzione cosmica rispetto a Cristo e la funzione di Cristo rispetto al cosmo, che non può andare oltre perché il cosmo è sempre ristretto nei limiti quantitativi della sua struttura. – Nel mondo e nel cosmo, la parte principale non si chiama storia delle variazioni, ma storia delle azioni degli uomini. Sì, la storia del genere umano è più grande del cosmo, e non è il caso di mettere in vergogna questa dinnanzi a quello; perché quello è solo l’ambiente ed il terreno di radicazione di questa. Anche qui il ritmo continua: la vita del cosmo non inibisce la storia del Regno di Dio che, almeno in questo ordine, ne è causa finale. Il Regno di Dio non inibisce nulla del ritmo e della libertà della storia. Influisce, certo, per amplificare i poteri di quella libertà e di quella ricchezza. – Tutte le parole che abbiamo detto, che si collegano l’una all’altra, che si riprendono in ritmo perfetto attraverso tutti gli sviluppi, hanno dietro di sé verità e realtà che si perdono all’infinito. I miracoli, la santità, l’esperienza mistica, la temerarietà delle esperienze, dalle quali solo la Chiesa esce viva, sono, come sul Tabor, piccoli sprazzi di luce rivelatrice di ben più alta grandezza. Si intravvede qualcosa oltre il disegno, si ha la certezza che esso radica all’infinito, se ne mutua lo stupore per la unità e l’articolazione, per la inalterata coerenza del ritmo; ma, ad un certo momento, si sa che la realtà continua e l’intelligenza si arresta. E il punto ove si incontra veramente il mistero. – Il mistero della Chiesa deve apparire e nella sua completezza e nell’inserzione dalla quale supera le nostre prospettive. I concetti meramente giuridici sono veri e necessari, ma solo particolari di un tutto. Dio, che solo causa senza restringere il potenziale dell’effetto creato, ha messo «dualità anche nel nostro ordine». Mondo e corpo mistico procedono di pari passo senza che sia diminuito nulla di nessuno. Come quando il Verbo entrando nel mondo lasciò vergine la Madre sua e come quando entrando nel cenacolo il giorno della Resurrezione non ebbe bisogno di aprire le porte. Così si dispiega lo stile di Dio dagli infiniti richiami in esattezza ritmica su tutti i punti della Rivelazione divina. Niente di nuovo. Ma la Chiesa bisogna abituarsi a vederla così. Se il mondo oggi ha orizzonti più ampi è anche perché noi siamo spinti dai limiti dilatati del suo paesaggio a meglio abbracciare la solennità divina del fatto che ospita. Ecco come la Chiesa diventa ideale; senza aver paura di nulla, senza mutare nulla, dando alle azioni degli uomini umili e grandi una aumentabile dimensione. Essa porta con sé il vero, unico, grande ideale della avventura umana. E per questo che sono fortunati i chiamati all’altare. Ecco perché diventano singolarmente venerabili i portatori di Cristo nel sacramento dell’Ordine, circonfusi di spirituale decoro i vescovi, di unica maestà il romano Pontefice. – Ecco perché l’arte ed il gusto non sono mai menzogneri quando, alle cose e persone di venerando decoro, di spirituale autorità, di rappresentativa maestà, prestano la loro grazia, il loro potere espressivo, il loro dignitoso commento, aiuto per la comprensione dei pellegrini in terra, modulazione d’un canto a cui solo l’eternità risponde. La Chiesa si staglia sul cosmo e non è serva del cosmo. Gli uomini, redenti da Cristo e liberi per Cristo, non hanno alcun motivo di lasciarsi impressionare dalla grandezza quantitativa del cosmo. Il mistero della Chiesa è anche il mistero della sua indipendenza dal cosmo: della sua superiorità rispetto ai confini di quello.

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