26 OTTOBRE 1958: HABEMUS PAPAM! LA CHIESA ECLISSATA COMPIE 60 ANNI!

Pio XII, crea Cardinale il suo successore, il futuro Gregorio XVII.

La colomba, simbolo dello SPIRITO SANTO, mostra il vero designato da DIO.

26 ottobre 1958 ore 18.00:

FUMATA BIANCA: HABEMUS PAPAM:

Pontifex Maximus Gregorius XVII
(1958 – 1989 A. D.)

PAPA GREGORIO XVII

(1906-1989)

NascitaGiuseppe Siri, 20 Maggio, 1906, Genova, Italia.

Studi. Seminario di Genova; Università Pontificia Gregoriana, Roma.

Sacerdozio. Ordinato il 22 Settembre, 1928, Genova. Ulteriori studi, 1928-1930. Membro della Facoltà del Seminario di Genova e lavoro pastorale a Genova, 1930-1944.

Episcopato. Eletto Vescovo titolare di Liviade e nominato ausiliario di Genova, 14 Marzo, 1944. Consacrato, il 7 Maggio 1944, a Genova, dal Cardinale Pietro Boetto, S.J., Arcivescovo di Genova. Promosso  alla sede metropolitana di Genova, 14 Maggio 1946.

Cardinalato. Creato  Cardinale prete, il 12 Gennaio 1953; riceve la beretta rossa con il titolo di S. Maria della Vittoria, il 15 Gennaio 1953. Delegato Papale alla celebrazione del 4° centenario della morte di S. Ignazio di Loyola il 19 giugno del 1956,  e alle celebrazioni religiose dell’Esposizione Internazionale di Bruxelles, Belgio, il 24 luglio del 1958.

Romano Pontefice. Eletto  261° Successore di San Pietro, all’unanimità, con il nome di Gregorio XVII, il 26 Ottobre del 1958 in S. Pietro a Roma. (Scelse il nome di Gregorio in onore del Papa S. Gregorio VII)

Importanti Atti pontifici. Crea Cardinali (compresa la designazione di un Camerlengo) onde perpetuare la missione della Chiesa (Gerarchia) nel 1988. Elabora il Piano di continuità Papale che attua dal 1988 al 1989, comprese le direttive Pontificie per eleggere prontamente il suo successore nel caso fosse morto in modo improvvio (come effettivamente avvenne).

Morte. Muore il 2 maggio del 1989 in esilio (come S. Gregorio Vll) a Villa Campostano, Albaro, Genova, Italia.

 … le vera Fede si è spenta e la falsa luce rischiara il mondo … il Vicario di mio Figlio dovrà soffrire molto, perché per qualche tempo la Chiesa sarà abbandonata a grandi persecuzioni: quello sarà il tempo delle tenebre … la Chiesa avrà una crisi orrenda. –  Roma perderà la Fede e diventerà la sede dell’Anticristo La Chiesa sarà eclissata ed il mondo sarà nella costernazione

[La Beata Vergine a La Salette]

 “… il popolo romano, un po’ prima della fine del mondo, ritornerà al Paganesimo e scaccerà il Romano Pontefice…  (S. Roberto Bellarmino)

[Roma] da cristiana ridiventerà ribelle. Scaccerà il cristiano Pontefice e i fedeli che aderiscono a lui. Li perseguiterà e li ucciderà. …   (Cornelio Alapide in: comm. Apoc. cap. XVII).

… Verumtamen Deus confringet capita inimicorum suorum, verticem capilli perambulantium in delictis suis … [Sì, Dio schiaccerà il capo dei suoi nemici, la testa altéra di chi percorre la via del delitto]- Ps. LXVII, 22.

ET IPSA CONTERET CAPUT TUUM…

 

 

 

LE PIAGHE DELLA COMUNITA’ CRISTIANA: GLI SCISMI (4)

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ’ CRISTIANA

Capitolo I

Gli SCISMI,

ferite alla unità della fede (4)

[“Somma del Cristianesimo”, a cura di R. Spiazzi, vol. II Ed. Paoline, Roma, 1958]

SPECCHIETTO CRONOLOGICO DEI PRINCIPALI SCISMI

Scisma– Inizio (I.)  Fine (f.) Reg. geogr. (Rg.) – Fautori (Ft.)

EBIONITA   (I.) 63; (f.) sec. IV;  (Rg.) Palestina: Pella di Perea;     (Ft.): Tebutis

MARCIONITA (I.): 144; (f.):  s. III;     (Rg.): Roma (e   passim);                                                (Ft.): Marcione

MONTANISTA    (I.):177;   (f.): s. VIII;    (Rg.) Frigia e Asia minore, Roma e  Africa (fino al 360); (Ft.): Montano

IPPOLITO (di(I.) :217; (f.) : 235 (?);     (Rg.):  Roma;

 (Ft.): Ippolito (I antipapa)

MONARCHIANI   (I.) 190     (f.) s. V;      (Rg.): Roma, Siria,  Egitto; (Ft.): Teodoto il Conciatore, per gli adoziani;          Noeto per i modalisti.

ARABICO       (I.): s. II;  (f.):244;   (Rg.):   Arabia

FELICISSIMO      (I.): 250;   (f): 252;   (Rg.): Cartagine;                 (Ft.):     Felicissimo

NOVAZIANO        (I.): 251; (f.): s. VI; (Rg.): Roma; poi Gallia,   Africa, Siria;         (F.t.): Novaziano

APOSTOLICI (antichi) (I.):260; (f.): s. V (Rg.): Frigia, Cilicia, Pamfìlia

MELEZIANO (d’Egitto) (I.):306; (f.)s. VI  (Rg.) Egitto; (Ft.)  Melezio di Licopoli

MELEZIANO (d’Antiochia) (I.): 360 (330); (f.)394 (413); (Rg.) (Siria);   –                 (Ft.):     Melezio (Paolino)

DONATISTA (I.):313; (f.): 650; (Rg.): Africa (Ft.):Donato

MESSALIANI  (I.): s. IV; (f.): s. X; (Rg.): Siria, Asia Minore

APOTATTICI  (I.): s. IV; (f.): s. V; (Rg.): Asia Minore

ARCONTICI    (I.): s. IV; (f.): 383; (Rg.): Armenia e Palestina

ARIANI (I.): 320; (f.): s. V; (Rg.): Diffusisi dappertutto;  (Ft.)Ario

AUDIANI  (I.) :325; (f) :671; (Rg.): Siria, Asia Minore; (Ft.)Audi

AERIANI   (I.): s. IV; (f): s. V; (Rg.): Sebaste (Armenia); (Ft.)Aerio

PELAGIANO    (I.): 411; (f): s. VI; (Rg.): Roma, Africa, Palestina;

semipelagianesimo (in Gallia);       (Ft.)Pelagio

MONOFISITA (I.): 451;  (Rg.): Siria e Palestina; Egitto; Armenia; Etiopia.

ACACIANO (I.): 484; (f): 519 (Rg.): Costantinopoli; (Ft.): Acacio

ACEFALI (I.): 486; (f): s. IX; (Rg.): Egitto e Siria.

ACEMITI (I.): s. V; (f): 534; (Rg.): Costantinopoli.

NESTORIANO (I.): 486; (Rg.): Persia, India.

AFTARDOCETA (I.): s. VI; (f): s. VIII; (Rg.): Egitto, Asia Minore; (Ft.): Giuliano di Alicarnasso. 

ACTISTETA (I.): s. VI; (f): s. VI; (Rg.): Asia Minore.

AGNOETA (I.): s. VI; (f): s. VI; (Rg.): Egitto;(Ft.): Temistio

BARSANIANO (I.): s. VI; (f): s. X; (Rg.): Siria; (Ft.): Barsanio

TRE CAPITOLI (I.): 553; (f): 687; (Rg.): Africa; Milano; Aquileia.

PAULICIANI (I.): s.VI; (f): s. IX; (Rg.): Armenia; (Ft.): Costantino

MONOTELITA (I.): 640; (f): 681; (Rg.): Costantinopoli; (Ft.): Sergio. 

ICONOCLASTA I (I.): 726; (f): 787; (Rg.): Patriarcato Costantinopolitano.

ICONOCL. II (I.): 813; (f): 842;     (Rg.): Patr. Costantinop.

ADOZIANI (I.): 782; (f.) s. IX; (Rg.): Spagna, Francia (Ft.): Elipando di Toledo. (Spagnoli)

e Felice di Urgel.

ABRAMITI (I.): s. IX; (f.): s. IX; (Rg.): Siria;  (Ft.): Abramo di Antiochia.

FOZIANO (I.): 867; (f.): 879; (Rg.): Costantinopoli; (Ft.): Fozio.

BOGOMILI (I.): s. IX; (f.): s. XI; (Rg.): Bulgaria, Russia; (Ft.): Bogomil.

BIZANTINO (I.): 1054; (Rg.): Patriarcato costantinopolitano e Paesi da esso dipendenti; (Ft.): Michele Cerulario

APOSTOLICI (I.): (secolo XII);  (f.): s. XII; (Rg.): Francia, Renania, Fiandre.

CATARI (I.): s. XII; (f.): s. XIV; (Rg.): Francia sett., Fiandre. Italia, Germania, Inghilterra.

ALBIGESI (I.): s. XII; (f.): s. XIV; (Rg.): Linguadoca.

ALBANESI (I.): s. XII; (f.): s. XIV; (Rg.): Albano in Lombardia.

VALDESI    (I.):1179        (Rg.): Lione; poi Piemonte (Italia); (Ft.): Pietro Valdo.

FRATICELLI (I.):1290; (f.): s. XVII; (Rg.): Italia, Francia.

OCCIDENTALE (I.): 1378; (f.): 1417; (Rg.): Tutta la Chiesa Cattolica.

CALISTINO (I.): 1435; (f.): 1471; (Rg.): Cecoslovacchia; (Ft.): Rokyçana

BASILEA (I.):1437; (f.): 1449; (Seguito assai limitato, di persone più che di Paesi).

PROTESTANTE (I.): 1509; (Rg.): Germania, Svizzera, Norvegia, Svezia, Olanda, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, ecc.; (Ft.): Lutero, Calvino,  Edoardo VII, ecc.

UTRECHT (I.): 1702;                 (Rg.): Olanda.

ABRAMITI (I.): s. XVIII; (f.): 1783; (Rg.): Boemia.

BOEMI

PETITE ÉGLISE (I.): 1801;         (Rg.): Francia.

TEDESCO – CATTOLICI  (I.): 1845; (Rg.): Germania.

VECCHI-CATTOLICI (I.): 1871; (Rg.): Germania.

AGLIPAYTA (I.): 1902;  (Rg.): Isole Filippine.

CHIESA Naz. CECA (I.): 1920; (Rg.): Cecoslovacchia.

 

 

 

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ CRISTIANA: GLI SCISMI (3)

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ CRISTIANA

Capitolo I

Gli SCISMI

ferite alla unità della fede (3)

[“Somma del Cristianesimo”, a cura di R. Spiazzi, vol. II Ed. Paoline, Roma, 1958]

Iconoclasti. – La lotta contro il culto delle immagini, iniziata dall’imperatore Leone III l’Isaurico e che doveva travagliare la Chiesa per ben 116 anni (726-842), diede luogo a due separazioni della Chiesa costantinopolitana da quella romana: separazione della Chiesa ufficiale solamente, perché, mentre l’episcopato e l’esercito sostenevano l’imperatore, ì monaci, seguiti dalle persone pie e dalle masse popolari, erano per il culto delle immagini e quindi per il Papa, il quale da Roma difendeva le immagini. 1) La prima separazione ebbe luogo nel 726, quando Leone III cominciò col distruggere la veneratissima immagine di Cristo che stava sopra una porta di Costantinopoli. Di fronte all’opposizione di Roma, l’imperatore fece rompere le relazioni ecclesiastiche, giungendo fino a deporre il patriarca Germano (730). La lotta fu continuata dai suoi successori, Costantino Copronimo, Leone IV e Costantino VI. Vi mise termine l’imperatrice Irene nel 787 con la coadunazione del II Concilio di Nicea (il VII ecumenico), il quale permise che si venerassero le immagini, ma insistette sulla differenza tra venerazione e adorazione. 2) La seconda separazione cominciò nell’815, anno in cui Leone l’Armeno ricominciò la lotta contro le immagini. Terminò nell’842 e vi mise fine l’imperatrice reggente Teodora nell’842. La prima domenica di quaresima (11 marzo 843) una solenne processione a Santa Sofia, presente l’imperatrice e il nuovo patriarca Metodio, introdusse il popolo alla cattedrale, in cui erano nuovamente esposte le immagini sacre.

(Di) Ippolito.Sotto il nome di « Scisma di Ippolito » viene comunemente indicato uno dei primi scismi consumati nella Chiesa romana, agli inizi del secolo III, da parte del presbitero romano di nome Ippolito, il quale si fece eleggere vescovo di una ristretta cerchia di persone influenti per nascita e per cultura, in opposizione al Papa Callisto (217-222). Ippolito, ambizioso e rigorista, accusò di sabellianesimo e di indulgenza verso i peccatori il Papa legittimo, dando inizio a uno scisma che si protrasse per alcuni anni. Sembra che i suoi fedeli gli erigessero la famosa statua di marmo ritrovata nel 1551 e ora nel Museo Lateranense, in cui sono incisi il computo pasquale e la lista dei suoi scritti. Se è così, questo Ippolito va identificato con lo scrittore Ippolito. Però, non dovrebbe essere confuso con l’autore dei Filosofumeni, né con l’Ippolito martire in Sardegna insieme a papa Ponziano. Oggi, infatti, si tende a distinguere tre Ippoliti, i cui dati bibliografici alla metà del secolo scorso erano stati identificati.

Luterani: vedi Protestanti.

Macedoniani: vedi Ariani.

Mandei. – È una setta che esiste tuttora con circa 8.000 persone nella Bassa Mesopotamia, presso Bagdad. Oscurissime le sue origini, sembra si possano far risalire agli insegnamenti gnostici dei primi secoli del Cristianesimo. – Essi stessi si chiamano Nazorei, mentre il nome di mandei viene da « manda » che significa gnosi. La dottrina mandea parte dall’emanatismo gnostico; la sua morale consiste nella liberazione della luce, l’anima, caduta nel corpo, personificazione della materia. Mezzi di questa liberazione sono la vita austera, la rinunzia ai piaceri e il battesimo, amministrato per triplice immersione.

Maratoniani: vedi Ariani.

Marcioniti. – Si diede questo nome ai seguaci dello gnostico Marcione, il quale fondò una setta sua, risultata la più importante delle sette gnostiche, la più pericolosa per la Chiesa e che durò per vari secoli. Marcione, abbandonando l’insegnamento della fantastica dottrina degli eoni e delle allegorie intorno alle parole della S. Scrittura, poneva in primo piano gli intenti pratici della dottrina gnostica. Al Dio creatore degli Ebrei, il demiurgo, pieno di somma giustizia e d’iracondia, opponeva il Dio ignorato dell’amore, manifestatosi nel Cristo, con corpo puramente apparente. Creò un suo proprio Nuovo Testamento da un raccorciato Vangelo di S. Luca e da 10 lettere di San Paolo. Scomunicato dal proprio padre, vescovo di Sinopo, fu dapprima accolto nella Chiesa romana intorno al 139, ma già nel 144 venne espulso.

Meleziani. – Il nome di « Scisma meleziano » è dato a due scismi ben differenti, uno nella Chiesa di Antiochia, l’altro nella Chiesa di Alessandria.

1) Lo scisma meleziano di Antiochia piglia il nome da S. Melezio, già Vescovo di Sebaste in Armenia, elevato alla sede di Antiochia nel 360. Qui egli trovò la Chiesa divisa in due fazioni, che si disputavano il campo e l’episcopato fin dal 330. Essendo stato inviato in esilio il Vescovo Eustazio, difensore della fede nicena, gli era stato sostituito l’ariano Eudossio. Ma gli ortodossi niceni, diretti dal prete Paolino, rimasti fedeli ad Eustazio (onde furono detti « eustaziani »), non l’avevano voluto riconoscere. Ora, nel 360, passato Eudossio alla sede costantinopolitana, Melezio fu eletto dagli ariani a sostituirlo. Senonché egli deluse le loro speranze, predicando secondo la formula e la dottrina nicena. Gli ariani, allora, Io accusarono di pretese irregolarità canoniche e lo fecero inviare in esilio dall’imperatore (360-362), sostituendolo con l’ariano Euozio. La massa degli antiocheni rimase fedele a Melezio, e, capeggiata da Flaviano, il futuro successore di Melezio, formò una comunità detta dei « meleziani ». Così, tornato dall’esilio, il Vescovo trovò la sua Chiesa divisa in tre partiti: gli eustaziani, i quali, sempre diretti da Paolino, non avevano voluto riconoscere Melezio, perché eletto dagli ariani; i suoi seguaci, i meleziani; gli ariani. La differenza tra i primi due era verbale: gli eustaziani ammettevano una usia e tre ipostasi nella Trinità; gli eustaziani, fedeli all’antica terminologia che identificava ipostasi e usia, parlavano di una usia o ipostasi e tre prosopa (= persone). Venuto a mettere pace, l’intransigente niceno Lucifero di Cagliari non fece che accrescere la divisione, consacrando vescovo Paolino. Nel 378 Melezio fu finalmente riconosciuto da Roma come rappresentante degli ortodossi, ma non da Alessandria. Morto Melezio, nel 381 durante il Concilio di Costantinopoli, fu eletto a succedergli Flaviano, confermato dal Concilio. Morto Paolino nel 388, i seguaci elessero Evagrio. La Chiesa antiochena continuava ad essere travagliata dallo scisma fra due partiti cattolici. È vero che Roma e Alessandria non riconobbero mai Evagrio, ma tardarono ugualmente a riconoscere Flaviano. Morto Evagrio (392), Flaviano riuscì a non fargli dare un successore. Nel 394 Flaviano fu riconosciuto da Roma e Alessandria in un sinodo a Cesarea di Palestina. I resti degli eustaziani rientrarono nella comunità nel 413 sotto il vescovo Alessandro.

2) Lo scisma meleziano di Alessandria fu originato da Melezio Vescovo di Licopoli. Nel 306 durante la persecuzione di Diocleziano, essendosi nascosto il vescovo di Alessandria Pietro, Melezio, forse considerandolo decaduto per tradimento, si arrogò il diritto di ordinare e scomunicare in tutto l’Egitto. Al ritorno Pietro difese la legittimità della fuga e sancì un trattamento disciplinare non molto rigoroso verso i lapsi. Melezio fu contrario a tanta remissività, e, deposto, si diede a organizzare la « Chiesa dei martiri », rinvigorita dalla costanza di Melezio nel subire la condanna alle miniere (308-311). Per contrastarne l’influsso al suo ritorno, Pietro dichiarò invalido il battesimo amministrato dai meleziani; il che non piacque a molti del suo clero, fra cui il celebre Ario, il futuro eresiarca. Melezio, prima di morire, riuscì a darsi un successore, Giovanni di Arkaph. La setta in stretta alleanza con gli ariani condusse una lotta spietata contro il nuovo vescovo di Alessandria Atanasio. Per questo venne annoverata tra gli ariani e ne subì le sorti. Se ne trovano tracce fino al principio del sec. VI.

Mennoniti: vedi Protestanti.

Messaliani o Massaliani. – Eretici del secolo IV. Erano anche detti in greco Euchiti (= « gli oranti »; anche « messaliani », nome d’origine caldaica, significa «gli oranti ») o Eufemiti. Dicevano essere la preghiera il solo mezzo per vincere il demonio e unirsi a Dio. Rigettavano i Sacramenti e la Gerarchia. Mantenevano il più gran segreto sulle loro dottrine. Sopravvissero alle varie condanne fino al secolo X in Asia Minore, dissimulati variamente.

Metodisti: vedi Protestanti.

Modalisti: vedi Monarchiani.

Monarchìani. – L’antica formula battesimale usata in Oriente conteneva questa professione di fede: «Noi crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, e in un solo Signore Gesù Cristo, vero Dio, e in un solo Spirito Santo, il Paraclito » (DENZ. 8). Come si accordava questa fede trinitaria con lo stretto monofisismo del Vecchio Testamento? Giacché la S. Scrittura non dava allo Spirito Santo esplicitamente il nome di Dio, le controversie per la soluzione della questione riguardarono agli inizi del Cristianesimo la divinità del Figlio. Una serie di eretici e di movimenti ereticali, per salvare l’unicità di Dio, o negarono la divinità di Gesù Cristo, o non distinsero realmente il Verbo dal Padre. A tutti costoro, poiché vogliono conservare l’unità o monarchia divine, vien dato il nome comune di monarchiani. Ma differenti sono i punti di vista da cui partono.

Gli Adoziani pongono il Figlio fuori della sfera divina. L’errore rimane associato in Occidente al nome di Teodoto, un mercante d’Oriente, fattosi ricco col commercio dei cuoi e perciò detto « il Conciatore», e trasferitosi a Roma, dove cominciò a insegnare teologia (intorno al 190). Fu noto anche Artemate (circa il 235). In Oriente, invece, l’errore fu insegnato da Paolo vescovo di Samosata, condannato nel 267-268 da un Concilio in Antiochia. In questo sistema, che del resto conosciamo assai male, Gesù non è Dio per natura, ma un uomo, sul quale discese dal cielo Cristo, o il Verbo (secondo Paolo Samosateno), o lo Spirito Santo (secondo Teodoto). La sua personalità morale, superiore senza alcun paragone a quella di ogni altro uomo, gli ottenne da Dio la potenza dei miracoli; la sua virtù e la sua passione gli ottennero di essere elevato alla sfera della divinità. Teodoto fu condannato da Papa Vittore (195); Paolo Samosateno dai vescovi della sua regione e poi da tutta la Chiesa. L’adozianismo fu un fenomeno di carattere episodico.

I Modalisti non negarono la divinità del Verbo, ma identificarono la realtà divina del Verbo con quella del Padre, ponendo fra loro una differenziazione solo apparente. Contro gli adoziani sono difensori della divinità del Verbo, ma soprattutto difensori dell’unità e monarchia divina (onde a loro spetta più propriamente il nome di « monarchiani »). L’errore è associato ai nomi di Noeto (intorno al 220), di Prassea e particolarmente di Sabellio (intorno al 220), da cui derivò l’altro nome di Sabellianismo dato all’errore. Secondo i Modalisti il Padre e il Figlio denotano solo differenti modi o aspetti (da qui il nome di « modalisti ») della stessa realtà divina rigorosamente unitaria nelle sue differenti mansioni. Così, è lo stesso Padre che si è incarnato nel seno della Vergine, perciò è divenuto Figlio, ed ha patito sulla croce (da qui il nome di Patripassiani appioppato ai seguaci del sistema). – Questa è la forma antica, più rudimentale del sistema; più tardi esso si perfezionò. In Egitto, per esempio, ammisero una monade, la quale prende successivamente tre aspetti temporanei e transitori, secondo che si tratti della creazione (Padre), dell’incarnazione e della redenzione (Figlio), della santificazione (Spirito Santo). È da notare come in questa teoria il patripassianesimo è eliminato e lo Spirito Santo trova posto in una posizione uguale a quella del Padre e del Figlio. Il modalismo continuò fino al secolo V, combattuto e in Occidente e in Oriente da scrittori di grande fama: Tertulliano, Ippolito, Eusebio di Cesarea, S. Atanasio, S. Ilario di Poitiers.

Monofisiti. – Definita nel Concilio di Calcedonia (451) la dottrina delle due nature e dell’unica ipostasi o Persona in Cristo, molti seguaci della formula alessandrina, tanto cara anche a S. Cirillo d’Alessandria, dell’« una natura », vi si opposero. Dopo le persecuzioni subite sotto gli imperatori Marciano (450-457) e Leone I (457-474), si ripresero con l’appoggio di Zenone (474-491), di Basilisco (475-476) e di Anastasio (491-518), tanto da conquistare a un dato momento tutti e tre i grandi patriarcati di Costantinopoli, Alessandria e Antiochia. Ma, sotto Giustino (518-527) perdettero quasi tutti i posti conquistati. Purtroppo Giustiniano nei primi tempi del suo regno (527-565) pensò di poterli ricondurre all’unità attraverso discussioni teologiche tenute alla sua presenza. Non ottenne altro che di coadunarne i capi a Costantinopoli, dove essi si rinvigorirono anche con l’appoggio dell’imperatrice Teodora. Quando, nel 536, Giustiniano si decise a tornare alla maniera forte contro di loro, i monofisiti espulsi da Costantinopoli, si diedero a organizzare una loro gerarchia ecclesiastica in Egitto e in Siria. Questa organizzazione fu opera soprattutto del monaco Giovanni detto Baradai (il « Cencioso »). In seguito anche in Armenia, dove la gerarchia aveva sottoscritto l’Enoticon di Zenone per motivi politici, si formò una tendenza decisamente anticalcedonese. L’Etiopia, per la sua originaria dipendenza dall’Egitto e per una nuova, più profonda evangelizzazione fatta da monaci monofisiti, fu anch’essa acquisita allo scisma. – Oggi si contano le seguenti Chiese nazionali monofisite: 1) Giacobita (da Giacomo Baradai) in Siria e Palestina, dove al suo formarsi molto peso ebbero le tendenze nazionalistiche e antibizantine delle masse rurali; 2) Copta (dal nome geografico del paese nella dizione araba) in Egitto, dove giocarono le stesse tendenze antibizantine della Siria; 3) Armena in Armenia; 4) Etiopica in Etiopia. Il monofisismo di tutte queste Chiese è solo verbale.

Millenaristi: vedi Protestanti.

Monoteliti. – Definita a Calcedonia (451) l’esistenza delle due nature, la umana e la divina, nell’unica Persona del Verbo, restava da risolvere in termini tecnici quale fosse il modo d’operare di ciascuna natura. Avevano ciascuna una propria volontà? Se così era, non potevano queste volontà essere discordi fra loro? Sergio, patriarca di Costantinopoli, per non ammettere due volontà in possibile conflitto fra loro, sostenne che in Cristo c’era una sola attività e una sola volontà (mónon thélema = una volontà; donde il nome di «. monotelismo » data a questa erronea dottrina). Altri, asserendo che la natura umana in Cristo fosse quasi inerte, parlavano di una sola operazione (energeia; donde il nome di « monoenergismo »), quella divina. Di fronte all’opposizione di Papa Onorio, Sergio fece pubblicare dall’imperatore Eraclio un editto (l’Ekthésis) che vietava di parlare di una o due operazioni (638). La lotta continuò fino al Concilio di Costantinopoli del 680-681 (il VI ecumenico), il quale ristabilì la comunione interrotta di Costantinopoli con Roma e definì le due volontà in Cristo, mai in opposizione fra loro. La salita al trono di Filippico l’Armeno (711-713) fece risuscitare per un momento il monetelismo, al quale pose fine definitiva Anastasio II (713-715).

Montanisti. – Montano, neofita della Frigia, poco dopo il 170 iniziò a predicare la prossima Parusia del Cristo, alla quale bisognava prepararsi con maggiori austerità, digiuni prolungati, rinunzia all’unione coniugale, assoluta prontezza al martirio e una rigorosissima penitenza per i peccati commessi dopo il Battesimo. La Chiesa gerarchica non aveva motivo di essere, giacché i poteri ecclesiastici si perpetuavano per la trasmissione dei poteri carismatici, donati anche alle donne, come Priscilla e Quintilla, le prime adepte di Montano. – La diffusione della setta fu enorme, soprattutto in Asia Minore, ma anche a Roma e in Africa, dove vi si ascrisse Tertulliano. Papa Zefirino condannò i nuovi profeti intorno al 200. Ma essa continuò in Asia Minore fino al sec. VIII, sebbene non più con lo stesso seguito.

Mormoni: vedi Protestanti.

Nazorei: vedi Mandei.

Nestoriano. – Nella condanna di Nestorio al Concilio efesino (431) i Vescovi e teologi antiocheni videro la condanna della loro scuola. Non presenti al Concilio, che Cirillo non li aveva voluti attendere, si riunirono, appena giunti, per condannare Cirillo. Ma, col favore imperiale, da lui conquistato con tanti sforzi, Cirillo ottenne l’esilio di Nestorio. Gli antiocheni non si arresero se non dopo due anni, dopo una lunga corrispondenza con Cirillo e quando questi si convinse a sottoscrivere una formula sulle due nature, abbandonando per un momento le sue espressioni monofisitiche (433). Allora i più accaniti nestoriani furono perseguitati. Molta parte del clero antiocheno si trasferì ad Edessa, dove la Scuola locale continuava l’insegnamento diofisitico antiocheno, quello soprattutto di Teodoro di Mopsuestia. Iniziatasi, dopo il Concilio di Calcedonia (451), l’opposizione monofisita, la Scuola di Edessa fu costretta a trasferirsi a Nisibi. Qui divenne il centro della difesa antimonofisita, con influenza soprattutto sulla vicina Chiesa persa. Un cumulo di circostanze politiche ed ecclesiastiche condussero questa Chiesa alla separazione ufficiale dalle altre Chiese, motivata da una resistenza antimonofisitica (489). – Non Nestorio, quindi, ma Teodoro di Mopsuestia è il grande maestro di questa Chiesa cosidetta « nestoriana ». Essa ebbe un periodo di grande sviluppo, giungendo ad estendersi fino in Cina e in India. Oggi, però, non conta che poche decine di migliaia di fedeli nell’Iran e nell’Iraq, più qualche migliaio in India (Malabar).

Novaziani.Seguaci di Novaziano intorno al 251, quando questi si staccò dalla Chiesa, sostenendo in opposizione al nuovo Papa, Cornelio, un forte rigorismo contro gli apostati durante la persecuzione. Molto devono avere giuocato nell’animo di Novaziano le sue profonde ambizioni, giacché, mentre inizialmente fu sostenitore di Cipriano di Cartagine contro Felicissimo, non appena eletto papa Cornelio, egli passò alla sentenza opposta. Si fece consacrare antipapa da tre vescovi dell’Italia Meridionale. La sua Chiesa fu il ricettacolo di tutti gli ambiziosi: un Novato, il quale si era opposto al rigorismo di Cipriano, ora, venuto a Roma, si schierava per Novaziano. Lo scisma ebbe molti seguaci in Italia, in Gallia, in Africa e in Oriente, dove si protrasse fino al VI secolo.

Occidentale. – Si produsse nel 1378 a motivo del lungo esilio dei Papi ad Avignone, i quali avevano francesizzato la curia. Appena l’anno prima Gregorio XI era tornato, dopo tenaci resistenze, definitivamente a Roma. Alla sua morte i romani, timorosi che fosse eletto un francese e che questi riportasse la curia ad Avignone (i cardinali erano per la massima parte francesi), fecero sentire la loro voce, chiedendo l’elezione di un romano o almeno un italiano. I cardinali, non potendo mettersi d’accordo su uno di loro con due terzi dei voti, elessero un prelato di curia, Bartolomeo Prignani, arcivescovo di Bari, il quale assunse il nome di Urbano VI. Il suo proposito di non lasciare Roma, di creare nuovi Cardinali e, soprattutto, i suoi modi bruschi, disgustarono i cardinali francesi. Essi si riunirono a Fondi e, col pretesto di non essere stati liberi nell’elezione di Urbano, elessero Clemente VII. Si ebbero così due papi: uno scisma, che era piuttosto un periodo di incertezza su chi fosse il vero Capo della Chiesa. Sarebbe durato per 38 anni. Col concilio di Pisa (1409), radunato per porre fine all’incertezza, si ebbe l’elezione d’un nuovo papa, Alessandro V, aggiungendo così una terza obbedienza. In ognuna di esse si riteneva di ubbidire al vero Papa, anche perché vi erano persone sante e illustri per ognuna di esse. La fine si ebbe col Concilio di Costanza (1414-1417), il quale procedette alla deposizione di Giovanni XXIII (il papa di Pisa risiedente a Bologna), all’accettazione delle dimissioni di Gregorio XII (il Papa legittimo di Roma) e alla condanna di Benedetto XIII (il papa di Avignone). Fu eletto come nuovo papa Martino V (11 novembre 1417).

Omeusiani: vedi Ariani.

Pauliciani. – Con questo nome, — Non si sa se derivato da Paolo di Samosata, per un supposto nesso della setta con le sue dottrine, o da un armeno Paolo, che fu tra i primi loro capi, o dall’Apostolo Paolo, da loro molto esaltato — si designa una setta propagata da un certo Costantino verso la metà del secolo VII nell’Armenia. Come dottrina avevano un dualismo tra il Dio celeste e il Creatore e Signore di questo mondo, seguito dalla negazione dei dommi fondamentali del Cristianesimo, sebbene essi si dicessero « cristiani » e rifiutassero l’accusa di dipendenza dal manicheismo. Respingevano il Vecchio Testamento, il Battesimo, l’Eucaristia, il culto delle immagini. Niceforo I, (802-811), perché buoni soldati, li arruolò e li inviò in Tracia a difendere i confini contro i Bulgari e nella stessa Costantinopoli. Dopo Niceforo, i successori li perseguitarono fortemente per oltre mezzo secolo. Parte si rifugiarono in Persia, donde fecero ripetute incursioni nelle province bizantine, finché Basilio III li sconfisse definitivamente (871). I pauliciani di Tracia sopravvissero nei bogomili (vedi).

Patripassiani: vedi Monarchiani.

Pelagiani. – 1) Il monaco laico Pelagio, originario forse dell’Irlanda, molto stimato per l’austerità dei costumi, visse verso la fine del secolo IV a Roma, dove diffuse la sua dottrina sulla natura e la grazia, sul peccato originale e il Battesimo dei bambini. Partito da un ideale di rigorismo morale, per cui tendeva a imporre a tutti i fedeli l’osservanza dei consigli evangelici, costruì un sistema in cui l’uomo può giungere alla « giustizia » da sé solo, in forza della sua scelta, della rettitudine della ragione e l’esercizio della libertà, senza alcun intervento da parte di Dio, in una parola senza bisogno della Grazia. L’anima umana, creata immediatamente da Dio, non può portare il peso di alcun peccato, è amorfa dal punto di vista morale, ma capace per le sue stesse facoltà di raggiungere la « santità naturale ». Il peccato personale di Adamo ha avuto solo conseguenze fisiche. Sicché il Battesimo amministrato ai bambini non ha alcun significato, mentre è indispensabile ai pagani per la loro salvezza e agli adulti per la remissione dei loro peccati personali. Pelagio trovò in Celestio un propagandista indefesso delle sue idee, mitigate però quanto al rigorismo morale, e un polemista nato; in Giuliano, vescovo di Eclano, il sistematico del pelagianesimo. L’ideale di giustizia perfetta e della costituzione di una «Chiesa immacolata e senza rughe» incontrò, tra il 411 e il 415, grandissimo favore in Italia, specie in Sicilia. Ma il pelagianesimo si diffuse dovunque, anche in Oriente. Combattuto in Africa, specie da Sant’Agostino, e dappertutto da vari concili, sopravvisse come setta fin verso il 490. Come dottrina ebbe dei fautori, qua e là, anche in seguito.

2) Una conseguenza del pelagianesimo fu il semi-pelagianesimo. Si trattò di libere opinioni, divenute incompatibili con la dottrina Cattolica solo dopo il Concilio di Orange (529). U n gruppo di scrittori galli, Cassiano, Vincenzo di Lerino, Fausto di Riez, preoccupati delle affermazioni di Sant’Agostino sulla assoluta iniziativa della Grazia, quasi che si distruggesse così il libero arbitrio, e dalla affermazione della predestinazione degli eletti e dei reprobi, vollero salvare l’efficacia degli sforzi della volontà in vista del bene e la validità delle buone opere in vista del merito soprannaturale e della salvezza eterna. Essi cercarono di insistere sulla universalità dell’appello divino alla salvezza, sulla misericordia di Dio, che « vuole che tutti gli uomini siano salvi », e cercarono di tornare alla tesi pelagiana della proporzionalità della grazia secondo i meriti attuali o futuri di ciascuno. Si opposero a questi scrittori Prospero di Aquitania, San Fulgenzio di Ruspe, San Cesario di Arles. La controversia ebbe fine nel Concilio di Orange, nel quale si venne a queste conclusioni: a) il libero arbitrio a causa del peccato originale non è sufficiente, senza la Grazia, ad innalzarsi all’amore di Dio; b) i giusti del Vecchio Testamento devono i loro meriti non al « bene naturale », ma alla Grazia di Dio; c) la Grazia del Battesimo permette a tutti i cristiani la salvezza e dà il potere di compiere i doveri necessari; d) in ogni azione buona il primo impulso viene da Dio.

Petite-Eglise. – Si dà questo nome allo scisma sorto in Francia dal rifiuto di seguire la Chiesa nella concessione di un concordato con il potere napoleonico, sorto dalla Rivoluzione (1801). Fin dal 1847 tutti i vescovi e i sacerdoti che l’avevano provocato erano già morti. Continuarono tuttavia i seguaci laici. Ai giorni nostri, essi hanno rifiutato di aderire all’appello loro rivolto dal card. Gerlier, arcivescovo di Lione, di ritornare all’ovile (20 febbraio 1949).

Pneumatomachi: vedi Ariani.

Protestanti. – Si dà il nome di protestanti a tutte le sette derivate dal movimento di rivolta contro la Chiesa Cattolica e di cosidetta « riforma » inaugurato da Lutero, Calvino, Zuinglio ecc. nel secolo XVI. È impossibile enumerarle tutte: sono oltre 200; molte di esse non ritengono di cristiano che il solo nome e, a volte, neppure questo; del resto moltissime sono considerate « sette » anche dalle grandi Chiese protestantiche. I gruppi protestanti più importanti sono:

1) Luterani, diffusisi particolarmente in Germania e in tutti i paesi nordici, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia. L’idea fondamentale di Lutero è la giustificazione attraverso la sola fede, senza le opere. È per lui impossibile porre una relazione giuridica tra Dio e l’uomo. La « giustizia » di Dio nell’uomo è il suo stesso amore. La parola di Dio nella Bibbia è l’unico mezzo di salvezza; per questo la predicazione della parola divina è collocata al di sopra dei Sacramenti. La Chiesa, nella sua concezione, è di conseguenza invisibile: la comunità di coloro che sperimentano in sé la salvezza. Nella Chiesa Cattolica, dispensatrice di Grazia coi Sacramenti e luogo di salvezza, egli vide una bestemmia e nel Papa l’Anticristo. I Sacramenti del Battesimo, Penitenza, Eucaristia, che all’inizio Lutero fece sopravvivere, sono sottovalutati rispetto alla predicazione, e servono solo come segno sensibile della giustificazione ottenuta mediante la parola divina.

2) Calvinisti e Zuingliani, i quali ebbero origine in Svizzera da Zuinglio e Calvino e si diffusero in Francia, nei Paesi Bassi e in Inghilterra. Zuinglio introdusse per primo le idee riformatrici in Svizzera. Conservò Battesimo ed Eucaristia, ma solo come espressione della fede, un puro simbolo. La sua meta concreta era l’educazione morale del popolo e lo sviluppo della cultura nazionale per la gloria di Dio. Su queste aspirazioni lavorò Calvino, il quale guidò con mano ferrea e una serie di « ordinanze ecclesiastiche » l’opera riformatrice in Svizzera. Nel pensiero di Calvino l’idea fondamentale era quella di Dio e della sua potenza: è Dio che fa tutto in tutto e, come predestina alla vita beata, così muove anche i peccatori al peccato e li predestina alla perdizione. – Per Calvino la fede nella predestinazione ha la stessa importanza che per Lutero ha la fede nella giustificazione.

3) Anglicani, sorti inizialmente come Chiesa scismatica, per la sfrenata libidine e il bisogno di denaro di Enrico VIII. Sebbene egli intendesse non mutare nulla dell’insegnamento della Chiesa antica, la Chiesa anglicana scivolò alla sua morte man mano nel protestantesimo. La Chiesa anglicana, sotto le forme cultuali esterne dell’antico Cattolicesimo e della sua organizzazione gerarchica, nasconde un mondo ideale protestante a tinta riformistica moderata. Vi prevale il temperamento pragmatista inglese, con la negazione del lato duro e oscuro del calvinismo. – Questi tre grandi gruppi protestanti raccolgono oggi da soli oltre 100 milioni di fedeli. Tutte le altre innumeri confessioni e sette raggiungono altri 100 milioni di fedeli. La pullulazione delle sette è stata una caratteristica del protestantesimo fin dal suo inizio, accentuatasi nei tempi moderni, particolarmente negli Stati Uniti. Era il fondamento stesso posto da Lutero, la salvezza, non più collettiva in una Chiesa dispensatrice di Grazia, ma nella sola Bibbia, a originare questa dispersione di opinioni, giacché ogni protestante veniva implicitamente autorizzato a proporre la sua personale interpretazione della Bibbia, come unica, sicura dottrina rivelata, e unica certezza di salvezza. – Due comunità, l’una nata prima della riforma, l’altra al di fuori di essa, si frammischiarono poi al protestantesimo:

1) I Valdesi, i quali risalgono al secolo XII. Il mercante lionese Valdo, impressionato dall’improvvisa morte di un suo amico, distribuì tutte le sue ricchezze ai poveri, e con alcuni compagni detti « poveri di Cristo » si prefisse il ritorno alla povertà evangelica. Attirarono l’attenzione per la loro vita austera, moderata e pura. Non accettavano né la gerarchia ecclesiastica, né la devozione ai santi, né le feste e i digiuni. Dopo essersi sparsi in molti paesi, si ridussero principalmente in Italia nelle valli celtiche tra il Monviso e il Moncenisio. Attualmente il loro centro è Torre Pellice (Torino). Il loro passaggio ufficiale al protestantesimo riformato avvenne nel 1532 in un sinodo tenuto a Cianforan in Val Angrogna. Oggi sono circa 50.000, dei quali 36.000 in Italia.

2) Gli Unitari, detti Ariani moderni o anche Antitrinitari (sebbene questo nome generico va attribuito anche ad altre confessioni protestantiche che negano la Trinità come i Quaccheri, gli Scientisti, ecc.), nella loro doppia ramificazione di Socìniani e di Unitari liberali. L’umanista Fausto Socino da Siena, passato in Polonia nel 1579, diede nuova vita al movimento unitario polacco, sfruttandolo come veicolo del proprio pensiero. Egli disse la ragione umana superiore alla Bibbia. Negò la Trinità, la divinità di Cristo, perché incomprensibile, la prescienza divina e la grazia dell’uomo allo stato originale, la necessità della grazia dato che non esiste peccato originale, la risurrezione della carne, l’eternità dell’inferno, ammettendo i sacramenti solo come cerimonie religiose. Ridotti al niente in Polonia, rimasero in altri paesi, come in Ungheria e in Romania (circa 60.000 oggi), e in Olanda. Da qui l’unitarismo passò in Inghilterra, predicato da Lindsey e Priestley, i quali ne fecero una religione puramente etico-naturalistica. Priestley lo trasportò in America, dove oggi conta circa 80.000 seguaci. – Fra le sette derivate dalle grandi correnti protestantiche vanno ricordati gli Anabattisti (= ribattezzatori), perché non ritenendo valido il Battesimo conferito ai bambini, lo rinnovano in età adulta. Sorsero già al tempo di Lutero. – Volevano far rivivere l’epoca apostolica con la bontà primitiva e con la pretesa comunità dei beni. Ben presto il movimento fu pervaso da sogni millenaristi: un regno di Cristo in terra per mille anni dopo la sua prossima venuta. – Dagli anabattisti sono derivati i Mennoniti, i quali ebbero una concezione spirituale del regno di Dio e rinunciarono a mezzi violenti degli anabattisti per realizzarne l’avvento. Il loro nome deriva dal loro primo organizzatore Menno Simone (1492-1539). Mennoniti (di gran lunga la maggior parte) e anabattisti oggi contano circa 600.000 fedeli, dei quali circa mezzo milione negli Stati Uniti. Il battismo mennonita passò dall’Olanda in Inghilterra, dividendosi in varie denominazione: i Battisti generali, i quali contrariamente al domma calvinista, ammettevano la generale distribuzione della grazia; i Battisti particolari, i quali intendevano invece la predestinazione in senso rigorosamente calvinista. Ma, il regno del Battismo dovevano diventare gli Stati Uniti, dove si contano circa 15.000.000 battisti delle varie confessioni; mentre quelli d’Europa non arrivano a un centinaio di migliaia. Oltre alla Bibbia come fonte unica della fede e il domma della predestinazione inteso in senso più o meno stretto, i gruppi battisti hanno questo di particolare, che ogni comunità è indipendente e riconosce come capo soltanto Cristo. – Altri gruppi sorti in seno al protestantesimo ebbero un tentativo di risveglio della pietà e diedero importanza alle buone opere, in opposizione al domma fondamentale protestantico della sufficienza della sola fede. Si accentuava la morale di fronte alla fede. I Quaccheri furono fondati come « Società degli amici » da Giorgio Fox in Inghilterra (1624). Secondo lui l’uomo non può raggiungere la salvezza neppure nella lettura della Bibbia, ma l’apprenderà dalla voce di Dio che parla nella sua anima. Quacchero significa « tremante ». Si vuole che questo nome sia stato appioppato al fondatore da un giudice civile, quando Fox, invece di rispondere alle sue questioni, lo esortò a « tremare davanti a Dio ». I quaccheri — che si possono considerare come l’estremo sviluppo logico dei principi protestanti — hanno spesso raggiunto un alto grado di perfezione morale, e sono sempre rimasti uno sparuto numero. – Assai più grande sviluppo, invece, hanno avuto i Metodisti, nelle loro varie denominazioni: oltre 10.000.000 in America, compresi i bambini, di cui gran parte negri; circa 1.500.000 in Europa. Fondatore ne è G. Wesley (1703-1781), il quale con un’infaticabile opera di predicazione, risvegliò la coscienza cristiana dell’Inghilterra, dando vita a pratiche collettive di pietà che immisero nuova linfa nell’arido protestantesimo. Imparentato con il metodismo, sebbene si proclami interconfessionale, è l’Esercito della Salvezza, fondato da W. Booth (1829-1912), come movimento sociale per la salvezza del prossimo. I suoi principi sono quelli metodisti, esclusi i sacramenti. Non si nutrono pregiudizi verso le altre confessioni. Il servizio divino consiste in preghiere, canto, predica. L’organizzazione è militare: un esercito contro il peccato, composto da circa 25.000 ufficiali, circa 100.000 ufficiali laici subalterni, 265.000 cantori, 80.000 musicisti, 30.000 cadetti. – Ultima propaggine nel terreno protestante, fecondo di sette, sono i movimenti escatologici, risalenti tutti al secolo scorso. La Comunità cattolico-apostolica, fondata nel 1826 a Londra da E . Drummond, indirizzata all’idea della prossima fine del mondo da Ed. Irving, è una specie di ideale ritorno verso la Chiesa Cattolica. Esso si manifesta nell’imitazione della liturgia cattolica, nell’introduzione dei 7 sacramenti, nella venerazione della Madonna, nelle benedizioni, ecc. Nel 1901, morto l’ultimo dei dodici apostoli nominati dal Drummond, è venuto a mancare anche il sacerdozio e la comunità va spegnendosi. L a Comunità neo-apostolica è una derivazione della precedente, sorta in Germania, fondata da due cattolico-apostolici, H. Geiger e F. W. Schwarz. Essi vedendo diminuire con la morte il numero degli apostoli, sostennero la necessità di sostituirli; ma furono espulsi dalla comunità. Anche per loro il ritorno di Cristo è imminente. Egli apparirà con 144.000 giusti, legherà la potenza di satana e regnerà sulla terra per mille anni coi giusti. Poi avverrà la risurrezione generale, con la definitiva ricompensa o pena eterna. I Mormoni sono una deviazione del protestantesimo, che di cristiano ha solo il nome. La loro teologia somiglia allo gnosticismo antico. La « materia primitiva spirituale » produsse il « dio primitivo », questi a sua volta infiniti esseri spirituali, generatori anch’essi di altri esseri, fra cui l’anima umana, i quali per divinizzarsi devono passare attraverso la carne. Dar vita a corpi umani è dare la possibilità di sviluppo a figli e figlie degli dei non ancora evolutisi; da qui la pratica e la santa missione della poligamia. Ma, oggi, la legittimità di questa pratica è discussa. Non esiste peccato originale, però si parla della morte espiatrice di Cristo. Il battesimo, invalido se amministrato dai non mormoni, si dà solo per immersione dopo gli otto anni. Esiste la Cena e l’imposizione delle mani. Si crede nel regno millenario. Il culto divino è improntato a gaiezza, con musica e danze. Nello stato dell’Utah (Stati Uniti), retto dai mormoni (circa 700.000), le bevande alcooliche sono proibite, vige un ottimo sistema scolastico e una grande attività caritativa. N e esistono circa 12.000 anche in Germania e Svizzera. Il fondatore fu J. Smith (1805-1844), un visionario, cui successe Brigham Yung, il quale trasferì con una marcia leggendaria la comunità mormone dall’Illinois nell’Utah fondando nel deserto la città di Salt Lake.

Gli Avventisti furono fondati negli Stati Uniti da W. Miller, il quale profetizzò la fine del mondo per il 1844. Non avveratasi la profezia, la setta si divise in varie denominazioni, spiegandosi da alcuni la data del 1844 come quella dell’ingresso del Cristo nel santuario del cielo. Oggi sono circa 500.000. Superano di assai tutti gli altri gli avventisti del giorno. Essi santificano il sabato, dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato. Il battesimo è riservato agli adulti ed è conferito per totale immersione. Dopo il giudizio universale si avrà un regno pacifico di Cristo con 144.000 avventisti del settimo giorno. Astinenza rigorosa dal vino, dal tè, dal tabacco e dalla carne suina, sono i precetti positivi. È prassi un furioso astio anticattolico e antipapale. Dagli avventisti si separò nel 1879 C. Taze Russel, dando vita agli « Studiosi della Bibbia », detti Millenaristi o Russelliani. I suoi discepoli, nel luglio del 1931, decisero di darsi il nome di Testimoni di Geova. Il successore di Russel, il giudice Rutherford, fissò la dottrina della setta in parecchie pubblicazioni. Tutto del Cristianesimo vien negato: spiritualità di Dio, Trinità, divinità di Cristo e dello Spirito Santo, Sacramenti, immortalità dell’anima. Il culto comporta solo il battesimo per immersione, la celebrazione annuale della morte di Gesù Cristo e la lettura della Bibbia. Alla fine del mondo, che è vicina, Gesù verrà a separare i Testimoni di Geova dagli altri uomini e con essi regnerà per 1000 anni di paradiso terrestre. Essi combattono la Chiesa con l’odio e la calunnia. Sono circa 88.000.

Quaccheri: vedi Protestanti.

Russelliani: vedi Protestanti.

Sabelliani: vedi Monarchiani.

Semiariani: vedi Ariani.

Semidaliti: vedi Barsaniani.

Semipelagiani: vedi Pelagiani.

Sociniani: vedi Protestanti.

Tedesco-cattolici. – L e comunità scismatiche fondate nel 1845 da due sacerdoti tedeschi, Ronge e Czerski, fusisi insieme lo stesso anno, si diedero questo nome. Ma contemporaneamente la setta passava dallo scisma all’eresia, facendo predominare principi protestantici (la Scrittura come unica norma di fede), razionalistici e nazionalistici. Il nazionalismo e un pronunciato antiromanesimo tiene unite tutte le varie confessioni derivate da questo movimento.

Testimoni di Geova: vedi Protestanti.

Tre-capitoli. – Giustiniano nel 543 emanò un editto di condanna sotto forma di capitoli o anatematismi (donde il nome assunto anche dagli scismi successivi al II Concilio Costantinopolitano) alcune proposizioni estratte dalle opere di Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa, tutti e tre celebri rappresentanti dell’indirizzo dualistico in cristologia vigente nella scuola antiochena. Dopo lunghe peripezie si giunse al Concilio di Costantinopoli del 553, il quale rinnovò la prima condanna di Giustiniano. L’imperatore si riprometteva di ricondurre così all’unità ecclesiastica i monofisiti, pervicaci nel non volere ammettere in Cristo le due nature definite al Concilio di Calcedonia (451), quasi che questo Concilio fosse stato una vittoria della scuola antiochena e di quel suo dualismo a volte tanto esagerato da fare temere che non ammettesse un’unione perfetta tra le due nature. La speranza di Giustiniano riguardo al ritorno dei monofisiti fallì. Invece, al Concilio del 553 seguirono vari scismi: 1) quello della Chiesa dell’Africa, dove parecchi scrittori pubblicarono opere in difesa dei Tre Capitoli. Ma fu represso da Giustiniano abbastanza presto alla maniera forte, con l’esilio d i tutti i vescovi oppositori. 2) Lo scisma della Chiesa di Milano, favorito dalla invasione dei Longobardi, anch’esso finito fortunatamente assai presto. 3) Lo scisma della Chiesa di Aquileia, il quale non ebbe termine che alla fine del secolo VII.

Unitari: vedi Protestanti.

Utraquisti: vedi Calistini.

(Di) Utrecht. – Questo scisma è nato in Olanda agli inizi del secolo XVIII, in seguito alla condanna del vescovo Pietro Codde (1702) per giansenismo. Alla sua morte i seguaci gli diedero un successore, facendolo consacrare da un vescovo sospeso. A lui si associarono altri due vescovi sospesi. Ancora nel 1763 la Chiesa di Utrecht conservava tutte le dottrine e le pratiche cattoliche, eccetto il primato del Papa. Respinse la proclamazione del domma dell’Immacolata Concezione (1854). Dopo il Concilio Vaticano (1870), i suoi vescovi furono i consacratori di quelli della Chiesa dei Vecchi-cattolici, sorta in opposizione alle definizioni in tale Concilio. Dal 1931 ha cominciato a sacrificare alcuni punti di dottrina, dopo aver sancito la intercommunicatio in sacris con gli anglicani. Si compone di circa 10.000 fedeli.

Valdesi: vedi Protestanti.

Vecchi-Cattolici. – Si denominano così gli oppositori del Concilio Vaticano e particolarmente della infallibilità pontificia ivi proclamata. Si costituirono in comunità a Monaco di Baviera nel 1871. Nel 1873 elessero un vescovo che fecero consacrare da un vescovo della Chiesa di Utrecht, con la quale si collegarono nel 1889. Secondo loro la Chiesa visibile è composta da tutte le confessioni cristiane, nessuna delle quali da sola realizza in pieno la vera Chiesa di Cristo. In ogni nazione in cui si trovano (Germania, Svizzera, Austria, Iugoslavia, Polonia) essi formano altrettante Chiese autonome, dirette da un sinodo composto anche di laici. Complessivamente ammontano a circa 100.000 fedeli.

BENIAMINO ELMI

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ CRISTIANA: GLI SCISMI (2)

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ CRISTIANA

Capitolo I

Gli SCISMI,

ferite alla unità della fede (2)

[“Somma del Cristianesimo”, a cura di R. Spiazzi, vol. II Ed. Paoline, Roma, 1958]

Abramiti. – Sotto questo nome si hanno due sette: 1) Alcuni seguaci di Abramo di Antiochia, i quali negavano la divinità di Cristo. Sorti nel secolo IX, scomparvero presto. 2) Una setta di deisti boemi, sorta nei dintorni di Padubice nel secolo XVIII. Dicevano di volersi conformare alla fede in Dio di Abramo prima della circoncisione. Rifiutavano quasi tutti i dommi cristiani, come la Trinità, la divinità del Cristo, la penitenza, l’eternità delle pene dell’inferno. Della Sacra Scrittura ritenevano solo il Decalogo e il Padre Nostro. Tuttavia facevano battezzare i loro figli dai preti cattolici. L’imperatore Giuseppe coscrisse gli uomini nei battaglioni di frontiera (1783) e cosi disperse la setta, che presto scomparve.

Acaciano. – Prende il nome da Acacio, patriarca di Costantinopoli (471-489), il quale, dopo essere divenuto famoso per la caduta dell’imperatore monofìsita Basilisco, da lui agevolata, consigliò Zenone a promulgare l’Enoticon, favorevole ai monofisiti (482). Allora egli fu invitato da papa Felice III a discolparsi a Roma. Seppe tergiversare, giocando d’astuzia i legati. Ma, nel sinodo romano del 484 il Papa lo condannò. Egli per tutta risposta bandì il nome del Papa dai dittici, dando così inizio allo Scisma Acaciano, il quale durò per 35 anni, finché il suo terzo successore, Giovanni II, si riconciliò con il papa Ormisda (519).

Acéfali. – Eretici monofisiti alessandrini, i quali rigettarono l’Enoticon di Zenone, perché condannava Eutiche e perché non prendeva una posizione netta contro il Concilio di Calcedonia. Essendosi il Patriarca Pietro Mongo riconciliato con Acacio, essi, monofisiti più rigorosi, si separarono da lui, considerando ultimo legittimo patriarca Timoteo Eluro. Poiché erano senza patriarca, furono detti senza capo (a-cefalì). In seguito si diedero un capo. Sopravvissero fino al secolo IX, se ancora San Teodoro Studita componeva un trattato contro di loro.

Acemiti. – È il nome dato ai monaci fondati da Sant’Alessandro (+ 430), i quali risiedettero inizialmente a Irenaion (oggi Cibukli) nella costa asiatica del Bosforo e poi a Costantinopoli nel monastero dello Studios. Poiché si alternavano incessantemente, in vari turni, nella preghiera liturgica, essi furono chiamati dal popolo gli insonni (a-cémiti). Difensori accaniti del Concilio di Calcedonia, furono più volte i protagonisti di importanti avvenimenti ecclesiastici: denunziarono Acacio a Roma; denunziarono i monaci sciti per la formula « Uno della Trinità ha patito nella carne ». L’accanimento antimonofisita li spinse in seguito ad esagerare le proprietà delle nature umana e divina nel Cristo e quasi a separarle, sicché furono accusati di nestorianesimo. Dietro richiesta di Giustiniano, papa Giovanni II li condannò il 24 marzo 534. Così essi scomparvero, pur rimanendo il monastero, che passò ai celebri monaci detti Studiti.

Actisteti. – È una setta nota solo per pochissime righe di Timoteo di Costantinopoli (MG, 136, col. 4). Non hanno lasciato traccia né nomi. Si diede loro questo soprannome perché ritenevano la carne del Cristo, non solo, come i giulianiti o aftardoceti, cui erano apparentati, incorruttibile, ma anche increata (a-ctistos).

Adoziani. – Sotto questo nome vengono due sette : 1) Gli antichi adoziani o monarchiani (vedi Monarchiani). 2) Gli adoziani spagnuoli. Furono seguaci di Elipando di Toledo e di Felice di Urgel, i quali insegnavano la doppia adozione del Cristo, una divina e una umana. Come uomo il Cristo è soltanto figlio adottivo di Dio, mentre come Dio è Figlio vero. Dimenticavano che l’idea di filiazione è legata all’idea di Persona e non a quella di natura, per cui, parlando di due adozioni, rischiavano di separare il Cristo in due persone, sebbene essi asserissero, e dal loro modo di parlare risulta, che ammettevano una sola persona nel Cristo. La teoria, che fece la sua comparsa con Elipando nel 782, si sparse in Spagna, ma ben presto anche nel sud della Francia. Combattuta da Alcuino e da Leidrado arciv. di Lione, diede luogo a vari sinodi, finché in quello di Aquisgrana del 799 Felice di Urgel lesse la sua abiura. Ne rimasero tracce in Spagna fino al secolo IX. – Eustazio vesc. di Sebaste (eletto intorno al 356) commise la direzione dell’ospizio dei poveri. Ma egli, forse geloso del vescovo, suo antico compagno di ascetismo, si ribellò e con un gruppo di seguaci professò il semiarianesimo (sebbene lo storico Epifanio lo dica ariano esagerato), insegnò l’uguaglianza tra Vescovi e Sacerdoti, l’inutilità delle preghiere per i defunti, la libertà dei digiuni, che non potevano essere obbligatori, ma andavano fatti spontaneamente anche di Domenica, e rigettava la celebrazione della Pasqua come pratica giudaica. Al tempo di Sant’Agostino le idee aeriane erano diffuse negli ambienti monastici. Ma la setta scomparve presto.

Aeziani: vedi Ariani.

Aftardoceti. – Eretici monofisiti del secolo VI, seguaci di Giuliano di Alicarnasso. Ebbero vari nomi: giulianiti, gaianiti, fantasiasti, ecc. Insegnavano l’incorruttibilità (aftarsia) e l’impassibilità della carne del Cristo fin dal primo istante della sua concezione, giacché, non essendo il Cristo nemmeno lontanamente soggetto al peccato, la sua carne non poteva subire alcuna passione, che è appunto conseguenza del peccato. Egli, però, derogava di volta in volta a questa legge della sua umanità per le passioni che non avessero alcuna relazione col peccato e servivano alla Redenzione. Cominciarono a decadere nel secolo VIII e non se ne trovano più tracce nel secolo IX. Nemico acerrimo di Giuliano fu Severo di Antiochia, il quale per opposizione fu detto « ftartolatro » ( = adoratore della corruttibilità).

Aglipayti. – Il sacerdote filippino Gregorio Aglipay y Labayan, acceso nazionalista contro gli spagnoli, vedendo svanire i suoi sogni d’indipendenza nazionale con l’occupazione americana, volle dare alla sua patria almeno una Chiesa nazionale, e nel 1902 fondò la « Chiesa Filippina Indipendente », di cui si proclamò sommo pontefice e dichiarò vescovi alcuni sacerdoti suoi seguaci. – Ben presto passò ad insegnare molte eresie: negò la Trinità, la crocifissione, la resurrezione e la divinità di Gesù Cristo, la Maternità divina di Maria, l’inferno, il purgatorio, il primato del Papa. Raggiunse un gran numero di adepti: 1.500.000 intorno al 1918. Ma ben presto il movimento si sgonfiò e oggi è sparutissimo.

Agnoeti. – Setta di monofisiti del secolo VI, detti anche « Temistiani » dal loro fondatore, il diacono Temistio di Alessandria, discepolo di Severo di Antiochia. Temistio attribuì all’anima umana del Cristo l’ignoranza (agnoia) di certe cose, particolarmente del giorno del giudizio. Per questo fu respinto dal suo patriarca Teodoro (535-567) come eretico, ed egli si separò da lui, fondando una sua setta. Ma essa ebbe effimera vita. L’agnoetismo dell’anima umana di Cristo non può essere detto una eresia (cfr. Decreto del Sant’Uffizio del 7-6-1818).

Albanesi. – Eretici del secolo XIII, sorti con probabilità ad Albano presso Bergamo (donde il nome), i quali professavano un manicheismo rigido. Per reazione contro alcuni catari d’Italia, i concorrezzesi, i quali avevano attutito il manicheismo dicendo creato e non eterno il principio del male; questa setta riaffermava l’eternità e l’uguale potenza dei due principi, insegnamento originario del dualismo manicheo. Si estesero alla Lombardia tutta, al Veneto, e parte della Toscana, con propria gerarchia.

Albigesi. – La famosa setta degli albigesi piglia il nome dalla città di Albi in Linguadoca, i cui adepti professavano il dualismo. Condannavano il matrimonio, la procreazione dei figli; l’autorità ecclesiastica era considerata corrotta ed avevano perciò una propria gerarchia; respingevano l’adorazione della Croce e delle immagini e la costruzione delle chiese, interpretavano a loro senso la Bibbia; negavano ubbidienza all’autorità civile, proibivano i giuramenti e la pena di morte. Per la parte morale della loro dottrina si può vedere quella dei catari, giacché « cataro » non è che nome generico e «Albigese » il nome geografico locale della stessa fondamentale eresia. Furono estirpati dalla Crociata indetta contro di loro da Innocenzo III e guidata da Simone di Monfort. Gli ultimi focolai furono spenti dall’inquisizione fondata da Gregorio IX.

Anabattisti: vedi Protestanti.

Anglicani: vedi Protestanti.

Anomei: vedi Ariani.

Antitrinitari: vedi Protestanti.

Apostolici. – Le sette che vanno sotto questo nome convengono tutte nell’idea del ritorno della Chiesa alla primitiva semplicità dell’età apostolica.

1) Nell’antichità una setta, le cui origini sono molto oscure, ma che debbono risalire intorno al 260 (ne parla San Efrem), insegnava la totale povertà come obbligo assoluto, nonché un rigorismo assoluto a modo degli encratiti, con i quali sembrano affini. Oltre ai Vangeli usavano anche gli Atti apocrifi di Sant’Andrea e di San Tommaso. Si diffusero nell’Asia minore, soprattutto in Frigia, Cilicia e Pamfilia.

2) Nel secolo XII sorsero vari movimenti con questa idea fondamentale della povertà apostolica. Una setta col nome di « apostolica » ebbe ramificazioni in Francia, in Renania, nelle Fiandre. Mentre altri movimenti, sottomessi alla gerarchia ecclesiastica, entrarono nell’alveo cattolico, gli adepti di questa setta attaccavano la gerarchia ecclesiastica come decaduta dalla sua missione e corrotta.

3) Alcune sette protestantiche vanno sotto il nome di « apostoliche » (vedi Protestanti).

Apotattici. – Setta del secolo IV, scomparsa subito. Faceva centro nell’Asia Minore. Su sfondo manicheo, proibivano il matrimonio, la povertà privata e ostentavano il più assoluto rigorismo morale. Teodosio li incluse nella condanna del manicheismo (383).

Arabici. – Questo nome è dato da Sant’Agostino agli adepti di una setta sorta intorno al secolo II. Fondandosi su una falsa interpretazione di 1 Tim. VI, 16, insegnavano la morte dell’anima insieme al corpo per risorgere nel giudizio finale insieme ad esso. Era una specie di materialismo, in cui il corpo veniva considerato la parte principale dell’uomo. Furono convertiti da Origene in uno dei suoi viaggi in Arabia (intorno al 244).

Arcontici. – Eretici gnostici del secolo IV, diffusi specialmente in Armenia e in Palestina. Ponevano al principio e al di sopra di tutti gli esseri un ente chiamato la « Madre luminosa », da cui dipendevano 7 arconti, i quali, coadiuvati dagli angeli, loro creature, governavano i 7 cieli. Al primo posto era Sabaoth, il dio dei Giudei, autore del male e generatore del demonio. Caino e Abele sarebbero nati dall’unione carnale del demonio con Eva ; la loro lotta ebbe origine dall’amore comune della stessa sorella. Da Adamo ed Eva, invece, nacque Seth. I misteri cristiani, a cominciare dal battesimo per finire alla risurrezione della carne, erano ripudiati.

Ariani. – Con il nome comune di ariani sono designati i seguaci della dottrina di Ario, il prete di Alessandria che intorno al 320 cominciò ad insegnare che il Verbo non era veramente Dio, ma una creatura tratta dal nulla, adottata da Dio in Figlio in previsione dei suoi meriti. Era il crollo di tutti i dogmi più fondamentali del Cristianesimo: dell’Incarnazione e della Redenzione. Ario fu condannato nel Concilio di Nicea (325). Ma la sua dottrina continuò in varie forme, dando luogo a lungo travaglio per la Chiesa:

1) Gli Anomei o Aeziani o Eunomiani (ed ebbero ancora altri nomi) rimasero dopo la condanna di Ario il gruppo degli ariani puri. Insegnavano che il Verbo è dissimile (anomios; onde furono detti anomei) dal Padre. Celebri dottori furono Aezio di Antiochia ( + 367), Eunomio di’ Cizico ( + c. 395) e Eudossio di Costantinopoli.

2) I Semiariani o Omeusiani insegnavano, invece, che il Verbo non è dissimile dal Padre, ma neppure consustanziale (secondo la definizione di Nicea: omoùsios), bensì simile nella sostanza (pmoiùsios; onde furono detti Omeusiani). 3) Una conseguenza dell’arianesimo fu il Macedonianesimo, così detto da Macedonio vescovo di Costantinopoli ( + c. 341), il quale tuttavia non sembra che abbia insegnato l’errore che da lui piglia il nome. Quest’errore era l’applicazione della dottrina di Ario allo Spirito Santo, negandone la divinità e facendone la prima creatura del Figlio, che secondo Ario era stato scelto dal Padre a strumento della creazione. L’errore ebbe origine dalla affermazione di un gruppo di semiariani che, pur ammettendo in modo piuttosto chiaro la divinità del Figlio, la negò allo Spirito Santo (intorno al 360). I seguaci furono detti anche Maratonìani, da Maratonio, vescovo di Nicomedia, uno dei loro capi, o anche Pneumatomachi (« avversari dello Spirito »). Essi si distinsero dagli ariani per la loro credenza nella divinità del Verbo. – L’arianesimo, sotto le sue molteplici forme, sparì, dall’impero romano con l’ascesa al trono (379) di Teodosio. Ma intanto si era infiltrato tra i popoli barbari da poco convertiti al Cristianesimo, quei popoli che tra poco avrebbero governato i territori dell’impero occupandoli: Visigoti, Ostrogoti, Vandali, Longobardi, Svevi. Anch’essi man mano, al contatto del Cristianesimo ufficiale, si andarono convertendo: ultimi i Longobardi nel 671.

Si dà il nome di « ariani moderni » ad alcune sette antitrinitarie (vedi Protestanti).

Armeno: vedi Monofisita.

Audiani.Seguaci di Audi, arcidiacono della Chiesa di Edessa, il quale non volle seguire il computo pasquale fissato dal Concilio di Nicea, per conservare quello locale secondo il sistema giudaico. Per questo motivo e per il suo zelo esagerato si allontanò sempre più dalla Chiesa. Confinato da Costantino in Scizia, lavorò alla conversione dei Goti. Morì nel 372. Gli audiani rifiutavano di pregare insieme ai membri della Chiesa. L’errore principale loro imputato era l’antropomorfismo, perché dicevano che l’immagine di Dio nell’uomo è il corpo umano e perciò anche Dio ha un corpo. Li si accusò anche di dottrine gnostiche. La setta continuava ancora nel secolo V nella Siria e nell’Asia Minore.

Avventisti: vedi Protestanti.

Bagnolesi: vedi Catari.

Barsaniani. – Setta derivata dagli acefali. Essi per darsi un capo elessero, Barsanio, pretendendo consacrarlo vescovo mediante l’imposizione delle mani di un vescovo morto di recente. Celebravano l’Eucaristia cospargendo le sacre Specie, già consacrate moltissimi anni prima dal patriarca Dioscuro, di fior di farina (chiamata in greco semidalis; onde essi furono detti anche Semidaliti); vi intingevano un dito, che portavano alla bocca. Scomparvero tra i giacobiti nel secolo IX.

(Di) Basilea. – A Basilea si adunò il 14 dicembre 1431 un concilio indetto da Papa Martino V. Il successore Eugenio IV prima lo sciolse (18 dicembre), poi, ad evitare uno scisma — dato che il Concilio nel frattempo aveva proclamato di derivare la sua autorità da Cristo e di non potere essere sciolto da alcuna autorità (15 febbraio 1432) — lo riconobbe. Ma lo spirito del Concilio rimaneva ancora poco cattolico e tendeva a porre la sua autorità al di sopra di quella del Papa. Per questo Eugenio IV lo trasferì a Ferrara (18 settembre 1437). Il Concilio di Basilea continuò, divenendo così da questo momento scismatico. Dichiarò « come articolo di fede » che il Papa non può trasferire un Concilio (15 marzo 1438), sospese il Papa (24 aprile) e poi lo depose (25 luglio), eleggendo infine come nuovo pontefice Amedeo IV di Savoia (5 dicembre), il quale prese il nome di Felice V. Morto Eugenio IV (1447) ed eletto Nicolò V, i membri del concilio di Basilea, ormai radunatisi a Losanna, trattarono con lui, ritirarono le censure lanciate contro i legittimi Pontefici, e, avendo Felice V abdicato, elessero anch’essi per proprio conto Nicolò V (7 aprile 1449).

Battisti: vedi Protestanti.

Bizantino. – È il più grande scisma della Chiesa, che ancora continua e costituisce la più grave ferita aperta nel Corpo mistico di Cristo. Gli si assegna come data iniziale il 1054, anno in cui i legati del papa Leone IX deposero sull’altare della cattedrale di Costantinopoli, Santa Sofia, la bolla di scomunica contro il patriarca Michele Cerulario. La Chiesa bizantina, che pur aveva conosciuto tanti scismi dalla Chiesa Romana, ma sempre era ritornata nell’unico ovile, da allora rimase sempre separata. E tutti gli « ortodossi » orientali — i seguaci cioè della « retta fede » (Orthodoxid) cristologia sancita dal Concilio di Calcedonia (451) — furono da essa trascinati nello scisma: fra questi i nuovi popoli convertiti da Bisanzio al Cristianesimo: Russi, Bulgari, Rumeni, Serbi, ecc. In realtà al tempo di Michele Cerulario la Chiesa bizantina era di fatto separata da Roma da lunghi anni (dagli inizi del secolo sotto il patriarca Sergio II), e il Cerulario non faceva che difendere pertinacemente l’autonomia pratica eli cui godeva. Perciò si oppose recisamente al tentativo di riconciliazione, religiosa e politica, perseguito, con assai poco tatto e con superba arroganza dai legati romani. Michele Cerulario riprese contro Roma le accuse già lanciate da Fozio, aggiungendovi di suo quella dell’invalidità della consacrazione con il pane azimo. Ma in realtà queste questioni teologiche avevano meno peso di quelle di carattere politico, etnico, culturale, le quali avevano scavato come un abisso tra l’Oriente e l’Occidente cristiano. In seguito, affievolitisi i motivi d’attrito politico, sono rimasti intatti quelli della differente cultura e mentalità, anche religiosa e canonica, mentre sono andate aumentando le differenze teologiche. I molteplici tentativi fatti per porre fine a questo scisma così doloroso riuscirono vani. Si giunse, è vero, nei Concili di Lione (1274) e di Firenze (1438), alla proclamazione dell’unione delle Chiese, ma essa non ebbe che risultati assai parziali ed effimeri.

Bogomili o Bulgari. – Setta eretica apparsa in Bulgaria (onde furono detti anche Bulgari) nella prima metà del secolo X. Il loro nome più comune proviene dal loro capo Bogomil ( = amico di Dio). In realtà i bogomili non erano che la continuazione dei vecchi pauliciani dell’Asia Minore, trasferiti in forti contingenti militari dall’imperatore Niceforo i (802-811) per difendere l’impero dai Bulgari. Bogomilismo e paulicianesimo sono in sostanza tutt’uno. Al fondo del loro sistema dottrinale sta un dualismo di marca manichea, ma mitigato. Il mondo materiale è opera non del Dio supremo, ma del primo degli esseri spirituali, Satanaele, ribelle al Padre eterno. Satanaele creò l’uomo, ma, incapace di dargli un’anima, invocò l’aiuto del Dio supremo, il quale gliela infuse. Satanaele, però, non seppe stare ai patti con Dio, onde sorse la continua lotta fra il bene e il male, finché venne nel mondo un altro spirito, Gesù il Figlio di Dio, il Verbo, rivestito solo in apparenza di carne mortale. Satanaele ne tramò la morte, credendo di vincerlo, ma ne fu vinto, che Gesù risuscitò e, così, privò di ogni potenza Satanaele, il quale d’ora in poi divenne semplicemente Satana. Questi continua a lottare contro il bene, ma lo Spirito di Gesù gli suscita contro i veri fedeli: i dodici Apostoli, che furono le prime creature dello Spirito Santo, e, al loro seguito, gli « amici di Dio » ( = bogomili). – Essi sono sicuri di non morire di definitiva e assoluta morte, mediante la loro adesione allo Spirito. Per ottenerla non è necessario il battesimo, ma l’imposizione delle mani degli Apostoli e dei loro successori. È ripudiata anche l’Eucaristia dei Cattolici, considerata anzi come un sacrificio offerto agli spiriti maligni di cui satana è il capo. Seguirà più tardi anche il rifiuto del culto dei santi e di Maria, delle immagini e della Croce. Per garantirsi contro i maltrattamenti degli spiriti cattivi, i bogomili ammettevano un compromesso: rendersi loro complici, ma solo esternamente, con la partecipazione esteriore al culto della Chiesa Cattolica. (I catari dell’Occidente non accetteranno questo compromesso). Tuttavia, celebravano i loro riti in conventicole private per mettersi in contatto con lo Spirito di Gesù. Erano estremamente fanatici. Quanto alla morale pare fosse della più rigida: astensione dall’unione carnale, astinenza rigorosa, osservanza dei comandamenti, preghiera, culto delle virtù morali dell’umiltà, misericordia, mitezza. In questo secolo X furono combattuti dal grande teologo Cosma, poi si perdettero di vista, per riapparire nel secolo XIV, in cui furono combattuti dal patriarca Teofilo e dal monaco Teodoro. Ma già si erano grandemente diffusi in Occidente, confusisi o identificatisi coi catari.

Calistini. – Il « calice ai laici » dopo la morte di Huss (6 luglio 1415) divenne un motto che suscitò come una febbre nazionale in Boemia. I calistini (da «calice») sostenevano anch’essi la comunione sotto le due Specie (sub utraque specie; onde furono detti anche utraquisti), ma non negavano la presenza reale del Cristo sotto ciascuna specie. Si separarono dalla Chiesa con l’elezione d’un loro vescovo nella persona di Rokacana (1435), mai riconosciuto da Roma. Dopo la morte di lui avvenuta nel 1471, i calistini vivacchiarono tollerati, ma non legalmente autorizzati. Dopo il « defenestramento di Praga » (1618), motivato da loro, i calistini passarono parte al Cattolicesimo, parte al protestantesimo.

Caloiani: vedi Catari.

Calvinisti: vedi Protestanti.

Catari. – Il nome catari è di origine greca (catharòs = puro) ed era dato a quella parte degli adepti, « puri » o «perfetti», i quali praticavano la più rigida morale della setta. Il fondo della loro concezione dualistica era comune ai pauliciani (vedi), ai bogomili (vedi), e agli albigesi (vedi), i quali ultimi del resto non erano che i catari della Linguadoca con centro ad Albi. Non staremo a ripeterla. Facciamo solo notare che questa concezione dualistica era a volte rigida, con l’insegnamento della perfetta uguaglianza dei due principi del bene e del male, a volte mitigata, facendo del principio del male una creatura del Dio supremo, un angelo decaduto, creatore a sua volta del mondo, ma col permesso di Dio, e per potenza inferiore al Dio supremo. – Il movimento cataro, a differenza di quello bogomilo, è religioso e sociale allo stesso tempo. Si dubita se veramente il catarismo abbia una vera dipendenza d’origine dal bogomilismo (e quindi, risalendo più avanti nella storia, dal paulicianesimo), oppure sia una efflorescenza locale, collegatasi in un secondo tempo con i movimenti similari dell’Oriente. Certo si è che le Chiese dei catari dell’Occidente dal secolo XII sono in stretta dipendenza dottrinale e gerarchica coi capi e comunità similari dell’Oriente. La morale catara parte dal concetto della fuga della vita, perché essa è in sé malvagia. L’endura, la pratica di lasciarsi morire di fame o svenandosi o con altro mezzo violento, era il loro ideale, il quale però si attenuò col tempo. – Il consolamentum era una specie di sacramento, sostitutivo del battesimo, consistente nell’imposizione delle mani da parte dei vescovi, accompagnata dalla professione di fede e dalla promessa di rimanere sempre fedeli alla fede catara, di vivere in castità e di non cibarsi di carne. Rinunzia all’unione carnale, ai cibi animali e lunghi digiuni rituali, erano la pratica dei « perfetti ». Essi giungevano a questo grado dopo una lunga iniziazione, che sfociava poi in una vita di tipo monastico. Ai « credenti » bastava, invece, un rito di adorazione verso i perfetti, detto melioramentum, dando loro ospitalità e cibo, ricevendone in cambio la benedizione e il pane benedetto (in un rito che sostituiva l’Eucaristia), facendo loro una specie di confessione generica (detta apparelhamentum). In realtà la massa dei credentes poteva anche darsi alla dissolutezza più sfrenata nella speranza di ricevere il consolamentum all’ultimo istante. – Ciò spiega la feroce repressione contro questa eresia, vera disgregatrice della famiglia e della società cristiana. In Italia si notano tre sette catare: gli Albanesi, che erano dualisti rigidi; i Concorezzesi o Garati dal loro capo Garato; i Bagnolesi o Caloìani dal loro vescovo Caloiano. Questi ultimi due gruppi erano dualisti mitigati, ma differivano fra loro perché i concorezzesi ammettevano la realtà materiale del corpo di Cristo e la propagazione dell’anima per generazione, mentre i bagnolesi ritenevano il corpo di Cristo solo apparente e dicevano tutte le anime create da Dio all’origine del mondo spirituale e peccatrici già fin dal cielo.

Chiesa Filippina indipendente: vedi Aglipayti.

Chiesa nazionale Ceca. – Fondata nel 1920, come comunità distaccata dalla Chiesa cattolica, sembra sia in fondo una reviviscenza dell’Ussitismo. In essa si ristabiliva la comunione sotto le due specie, si sopprimeva il celibato obbligatorio dei sacerdoti, si introduceva la lingua Ceca nella liturgia. Ebbe gerarchia propria con un patriarca e quattro vescovi. Raggiunse all’inizio la cifra di quasi un milione di fedeli, scendendo in breve tempo a 150.000 e infine a un esiguo numero. Vive tuttora.

Comunità Cattolica-Apostolica: vedi Protestanti.

Concorezzesi: vedi Catari.

Copto: vedi Monofisiti.

Crisostomiano. – Il papa Innocenzo I e tutto l’Occidente ruppero la comunione con la sede costantinopolitana in seguito al secondo esilio di S. Giovanni Crisostomo (404), e non fu ripresa che nel 415. È uno dei tanti scismi passeggeri della Chiesa costantinopolitana prima di quello definitivo del 1054.

Docetismo. – Una delle più diffuse eresie dell’antichità cristiana, ch’ebbe inizio fin dai tempi apostolici. Insegnava fondamentalmente la sola apparenza del corpo di Cristo. Deriva dalla difficoltà di concepire una realtà umana materiale e carnale, unita intimamente a una realtà divina e soprannaturale. Più che una setta determinata fu una corrente d’idee che penetrò i giudaizzanti e gli gnostici. Le determinazioni particolari di questa eresia furono molte: da quelle che ammettevano solo l’apparenza (docheia; donde il nome) della carne del Cristo a quelle che parlavano d’una dimora temporanea di Cristo nell’uomo Gesù, abbandonato da Cristo al momento della passione. È chiaro che i dommi fondamentali della Religione Cristiana venivano completamente sovvertiti.

Donatisti. – È il più grande degli scismi che conobbe l’Africa romana. Durò dal 313 alla conquista araba dell’Africa nel 650. Ebbe origine dalla persecuzione di Diocleziano, in cui era stato fatto obbligo ai cristiani d i consegnare i libri sacri. Molti nell’intento di salvare e la fede e la vita consegnarono altri libri. Tra questi il vescovo di Cartagine Mensurio, il quale chiamato a Roma a discolparsi mori nel ritorno (311). Gli fu dato come successore Ceciliano, assenti i vescovi della Numidia. Questi gli contestarono di essersi fatto consacrare da Felice d’Aptungi, uno dei « traditores » ( = consegnatari) dei libri sacri, e gli sostituirono Maggiorino. Quando Costantino, ingerendosi negli affari ecclesiastici, volle mettere fine allo scisma, ne divenne suo capo Donato (donde il nome dei seguaci), successo poi a Maggiorino. Alle misure imperiali, i donatisti opposero resistenza, anzi con gli adepti fanatici detti « Circumcelliones » perseguitavano i cattolici e distruggevano i loro edifici sacri. Presto i donatisti divennero anche eretici, sostenendo l’invalidità dei sacramenti amministrati dai ministri indegni, e quindi la necessità di ripetere il Battesimo da loro conferito. Considerarono la Chiesa composta solo dai « perfetti ». Sebbene l’imperatore Onorio li perseguitasse come eretici (editto del 405), essi sopravvissero ancora. Perseguitati in una coi cattolici dai Vandali invasori e ariani, durarono fino all’occupazione musulmana. Parecchi concili si interessarono dei donatisti. Essi furono dottrinalmente combattuti particolarmente da Sant’Agostino.

Ebioniti. – Essendo il Cristianesimo nato giudeo, i primo compito era di definire ciò che bisognava ritenere delle pratiche giudaiche: circoncisione, digiuni, purificazioni, osservanza del sabato, ecc. Un forte gruppo di Cristiani provenienti dal giudaismo, intorno al 63, con a capo un certo Tebutis, si staccò dalla Chiesa apostolica, sostenendo l’immutabilità e l’insostituibilità del Vecchio Testamento. In seguito essi si frazionarono in varie sette. Ebioniti viene da « ebion », termine aramaico che significa povero, umile; ma nel linguaggio popolare venne a significare la grettezza della legge mosaica e l’incapacità di comprendere la legge dell’amore sostituita da Cristo alla legge del rito. [Fu un monaco ebionita siriano a comporre il “Corano” che in pratica è la sintesi delle tesi eretiche ebionite – ndr. -]

Encratiti. – Il nome significa «astinenti» dal greco encràteia (= padronanza di sé). Verso la fine del sec. III appaiono in Siria, ma si diffusero in Gallia e in Spagna. Consideravano, con derivazione manichea, essenzialmente cattiva la materia, dichiaravano illecita l’unione coniugale, intimavano ai ricchi lo spogliamento da tutti i beni, pena la dannazione eterna. Proibito era l’uso della carne e del vino. Anche l’Eucaristia doveva celebrarsi senza vino, con solo acqua, onde furono detti anche « acquariani ». Austerissimi, negavano per sempre la Comunione ai peccatori. Si ritenevano esenti da ogni legge, perchè « il giusto è legge a se stesso ». Lo scrittore Taziano, già discepolo di San Giustino a Roma, fu detto il principe degli encratiti.

Esercito della Salvezza: vedi Protestanti.

Etiopico: vedi Monofisiti.

Eunomiani. – Seguaci di Eunomio vescovo di Cizico (360), il quale attrasse a sé altri vescovi della Siria, della Palestina e della Cappadocia, dando luogo a una gerarchia ariana (per la dottrina vedi: ariani) opposta a quella cattolica. Scomparvero presto come Chiesa scismatica.

(Di) Felicissimo e Fortunato. – È lo scisma consumato in Cartagine nel 250 dal diacono Felicissimo, il quale con altri cinque compagni, fra cui Fortunato e Novato, si oppose alle decisione di San Cipriano intorno ai « lapsi » della persecuzione di Decio. Cipriano aveva deciso che gli apostati durante la persecuzione avrebbero dovuto essere riammessi alla Chiesa solo dopo severa penitenza; se, però, fosse scoppiata una nuova persecuzione, essi avrebbero potuto essere corroborati subito con la santa Eucaristia anche prima della fine del periodo di penitenza. Sebbene ancora nel 252 venisse contrapposto a Cipriano un vescovo nella persona di Fortunato, lo scisma rimase senza grande importanza. Novato, recatosi a Roma, vi appoggiò lo scisma di Novaziano (vedi).

Foziano. – È lo scisma del patriarcato di Costantinopoli dalla Chiesa romana consumato da Fozio. Egli era stato scelto dall’imperatore Michele III a sostituire Ignazio, uomo pio e retto, ma ostinato, nell’858. Sembra che Ignazio si dimettesse dietro la promessa che Fozio l’avrebbe trattato come patriarca onorario e non avrebbe agito contro i suoi fautori. Ma Fozio si fece consacrare da Gregorio Asbesta, arcivescovo di Siracusa in esilio a Costantinopoli, che era appunto il più accanito avversario di Ignazio. Questi ricorse a Roma. Due legati inviati a Costantinopoli da Roma per esaminare il caso si fecero convincere da Fozio e comunicarono con lui. Ma, al loro rientro, il Papa Nicolò I li sconfessò e nel sinodo romano dell’863 scomunicò Fozio, il quale non se ne diede per inteso. Anzi, complicatasi la questione con l’affare di Bulgaria — giacche questa nazione, convertita da Bisanzio, era passata sotto la giurisdizione romana e i missionari bizantini erano stati scacciati — Fozio convocò un sinodo e scomunicò a sua volta il Papa (867). Con una enciclica alle Chiese orientali accusò la Chiesa romana di errori disciplinari e dell’aggiunta del « Filioque » al Credo. Ma pochi mesi dopo, Basilio, successo a Michele, fatto da lui uccidere, depose Fozio e richiamò Ignazio (867). Lo scisma ufficiale della Chiesa costantinopolitana dalla romana era di fatto finito, sebbene continuasse quello dei foziani contro Ignazio. L’ottavo Concilio ecumenico di Costantinopoli (869-870) confermò solennemente la condanna di Fozio. Ma, morto Ignazio (878), Fozio fu richiamato da Basilio al patriarcato. Un anno dopo, nel Concilio di Costantinopoli dell’879-880, avvenne la sua riabilitazione personale e il suo riappacificamento con il Papa Giovanni VIII.

Fraticelli. – Fu uno dei movimenti ereticali a sfondo sociale del sec. XIV Originato da alcuni Francescani fanatici, insegnarono che tutta la vita cristiana si riduceva alla pratica della povertà assoluta. Durante la lotta di Giovanni XXII contro Ludovico il Bavaro, trovarono nell’imperatore un protettore. Percorrevano le città e le campagne predicando la povertà. Si elessero vescovi e papi propri. Si estesero anche fuori d’Italia. Poterono essere estirpati nella seconda metà del secolo XV con i rimedi più drastici.

Garati: vedi Catari.

Giacobiti: vedi Monofisiti.

Giulianiti: vedi Aftardoceti.

Gnostici. – Questo nome di origine greca (gnosis = scienza) fu assunto da quei « sapienti » i quali agli inizi del Cristianesimo asserivano di avere, solo essi, una vera conoscenza salvifica della dottrina cristiana. Più che una eresia, essi formano un pullulare di eresie nel secolo II e III: un’infinita varietà di sette, dalle dottrine non solo differenti, ma anche opposte fra loro. Una sintesi del loro insegnamento è quanto mai difficile. Con un misto di idee filosofiche, religiose e culturali, sia greche, sia d’origine orientale, cercavano di dare una spiegazione razionalistica dei misteri cristiani. A base comune si può trovare un dualismo radicale tra Dio e la materia, per spiegare il problema del male. Dalla materia proviene tutto il male. Liberarsi dal male è liberarsi dalla materia, per ridurre alla originaria purezza la scintilla divina, la luce, che è nella materia. Perché, mentre la materia fu opera di uno degli eoni emanati o generati da Dio, di cui è composto il mondo spirituale, e precisamente dall’ultimo di questi, degenerato, cioè dal Demiurgo (il Dio degli Ebrei), la luce fu immessa nella materia da un altro eone, la Sofia. Per aiutare gli uomini a liberare in se stessi la luce dalle tenebre, venne nel mondo Gesù, il Salvatore: è questa l’opera della sua redenzione. Gli uomini, però, si dividono in tre gruppi: gli ilici ( = materiali), per i quali non c’è salvezza; gli psichici (da psyche = anima), per i quali con l’aiuto di Cristo c’è la salvezza; gli pneumatici (da pneuma = spirito), che sono gli gnostici perfetti, i quali sono già salvi e non hanno, quindi, bisogno di ulteriore salvezza. – I maestri gnostici furono numerosissimi, fondatori ciascuno d’un proprio sistema, differente in molti punti dagli altri: celebri Basilide, Valentino, Marcione — il cui complesso sistema fu considerato dagli scrittori cristiani pericolosissimo — Eracleone, Bardesane, Tolomeo, ecc. Si vuol fare risalire lo gnosticismo fino a Simon Mago. Molti Padri scrissero contro lo gnosticismo, particolarmente Sant’Ireneo, Sant’Ippolito, Tertulliano, Origene.

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ’ CRISTIANA: GLI SCISMI (1)

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ’ CRISTIANA

Capitolo I

Gli SCISMI,

ferite alla unità della fede (I)

[“Somma del Cristianesimo”, a cura di R. Spiazzi, vol. II Ed. Paoline, Roma, 1958]

Art. 1. – NATURA DELLO SCISMA.

Significato e uso della parola. – Scisma è parola greca (σχίσμα = skisma) la quale, nel suo significato letterale di fenditura, strappo, separazione materiale, spaccatura, è d’uso corrente tanto nei classici, quanto nel Nuovo Testamento. (La traduzione greca dei LXX del Vecchio Testamento usa in questo senso il sinonimo (σχισμη). Invece, nel suo significato figurato di dissensione, divergenza d’opinione, scissione, è d’uso assai raro nei classici, ma lo si ritrova in San Giovanni e in San Paolo. In San Giovanni (VII, 43; IX, 16: X, 19) indica tutte e tre le volte un disaccordo prodottosi fra i giudei in seguito a discussioni intorno al Cristo. In San Paolo (1 Cor. I,10; XI,18; XII, 25) indica i dissensi interni alla comunità di Corinto, sorti per varie cause: ora a motivo dell’autorità cui i vari partiti si appoggiano, Paolo o Apollo o Cefa (I, 10); ora a causa delle diversità di classi e di condizioni sociali (XI, 18); ora per l’egoismo naturale dei singoli membri della comunità (XI, 18). È certamente l’uso di San Paolo che ha fatto entrare la parola « scisma » nel linguaggio ecclesiastico. Il latino classico la sconosce. Ma dal latino ecclesiastico è passata in tutte le lingue moderne occidentali, con un senso ecclesiologico tecnico. – Questo senso tecnico è frutto di una lunga evoluzione attraverso i secoli. In San Paolo non si parla ancora di veri scismi nel senso attuale della parola: non di gruppi usciti dalla comunione ecclesiastica, ma di partiti formatisi nel seno della stessa Chiesa locale. – Anche la parola « eresia », che si trova in uno di questi passi di San Paolo accostata a «scisma» (1 Cor. XI, 18-19), non ha ancora un significato ben distinto e tecnico: tutt’al più indica vagamente un’aggravante dello scisma. Con i Padri apostolici, che pur si riferiscono a San Paolo, o esplicitamente, come San Clemente Romano, o implicitamente, come San Ignazio, la parola si è caricata d’un senso più forte. Sta ad indicare la rottura dell’unità nell’ambito della Chiesa locale, attraverso il rifiuto dell’autorità del vescovo, attraverso la rottura della fedeltà alla sua fede, attraverso la negazione della partecipazione alla sua Mensa eucaristica. (Cfr. San Clemente Romano, 1 Cor., II, 16; 46,5,9; Sant’Ignazio, il quale però usa solo il participio σχίζωντι, Ai Filad. I 3 ; e cfr. le condizioni dell’unità della Chiesa in Agli Smirn., c. 7-8; Ai Filad., c. 3-4; A Polic., c. 6; Didachè 4,3; Barnaba, 19,12; Erma, Simil. VIII, 9,4). – Ma, quando si rompe con una Chiesa locale, si rompe anche con tutte le Chiese locali, le quali sono tutte unite fra loro dai profondi legami dell’unica fede e della medesima carità. Così, « scisma » passa presto a designare la rottura dell’unità con la Chiesa universale. È soprattutto San Cipriano che gli dà questo senso più vasto, nelle sue Epistole e nel suo trattato “De Ecclesiæ imitate”, composto per combattere lo scisma di Felicissimo a Cartagine, inviato poco dopo a Roma perché servisse a combattervi lo scisma di Novaziano. – Poiché l’unità della Chiesa si ottiene con l’unione di ciascun fedele al proprio Vescovo, chi non sta con lui, non sta neppure nella Chiesa. L’episcopato, però, è unico, giacche tutti i Vescovi costituiscono una vera unità, derivante da quell’unica autorità di legare e di sciogliere che il Cristo concesse inizialmente a uno solo, a Pietro, ma che estese poi anche agli altri Apostoli facendoli ugualmente partecipi della stessa autorità di Pietro. Pertanto, separarsi dal proprio Vescovo, è separarsi dalla Chiesa unica e universale (Epist. 43,5; 66,8; 68,3-5; 69,3; De Eccl. un. 7). San Cipriano non distingue ancora bene lo scisma dall’eresia. Spesso i due termini sono da lui abbinati o usati promiscuamente l’uno per l’altro. Tuttavia, a volte intravede l’eresia come qualcosa di più grave che lo scisma (Cfr. Epist. 51,1; 55,24). La distinzione dello scisma dall’eresia è indicata con chiarezza, ma solo da un punto di vista pratico, senza alcuna spiegazione teorica, da Ottato di Milevi. Sul problema della validità dei sacramenti amministrati dagli eretici, punto tanto discusso tra l’Africa e Roma, Ottato sostiene che quelli conferiti dagli scismatici sono validi, perché costoro spezzano l’unità della Chiesa, ma conservano la medesima fede, mentre quelli conferiti dagli eretici sono invalidi, perché costoro adulterano la fede stessa. (De schimate donat., I , 10-11). -Una precisazione ancora più netta tra scisma ed eresia la dà Sant’Agostino, questa volta dal punto di vista teorico: l’eresia viola la fede; lo scisma spezza il vincolo della carità fraterna (De fide et symb. 10,2). Siamo nel 393. Lo stesso egli ripeterà nel 420 (Contra Gaudentium, 2,9). Ma intorno al 406 per difendere la costituzione dell’imperatore Onorio, che sottoponeva gli scismatici donatisti alle medesime pene sancite contro gli eretici, Sant’Agostino espresse l’idea che ogni dissenso, se pertinacemente protratto, diventa per questo solo motivo una eresia (Contra Cresconium, I I , 7-9). – San Girolamo in un testo divenuto famoso nel Medio Evo, ha le idee altrettanto nette, anzi più esatte ancora di S. Agostino: « Tra l’eresia e lo scisma pensano che ci sia questa differenza, che l’eresia tiene un domma perverso, lo scisma per dissensione episcopale si separa dalla Chiesa: il che si può in certo modo capire al suo inizio. Però non c’è nessuno scisma che non si foggi una eresia, per sembrare che si è separato dalla Chiesa giustamente » (In epist. ad Titum, 3,10-11). Così Girolamo, più acutamente di S. Agostino, osserva che non la durata fa diventare lo scisma una eresia, ma è lo scisma a fabbricarsi una eresia, per giustificare la sua secessione dalla Chiesa universale. Sono queste le idee che la Scolastica, quando formerà la grande sintesi teologica, in cui si definisce e distingue scisma ed eresia, troverà dinanzi a sé. – C’è anche da aggiungere che ormai con S. Agostino lo scisma è stato riferito, non solo alla Chiesa universale in genere, come aveva fatto S. Cipriano, ma alla Chiesa romana in particolare, che, quale Sede Apostolica per eccellenza, è il criterio pratico, unico e centrale, dell’unità della Chiesa universale (Epist. 43,7; 52,3). Già prima di lui, fin dal II secolo S. Ireneo aveva scelto questa referenza esplicita alla Chiesa romana come segno e criterio della vera tradizione. Ottato di Milevi, poco prima di S. Agostino, chiama scismatico chiunque osi contrapporre la propria sede episcopale a quella di Roma (De schismate donat., II, 2). – Ecco lo scisma assumere il significato più pratico di «scissione dalla Chiesa Romana, ribellione al Papa ». È questo il senso che avrà ormai per sempre. Quando col sec. XI l’Occidente vivrà una vita ecclesiastica praticamente separata da quella dell’Oriente, la rEferenza al Papa diventerà essenziale ed esclusiva.

Lo SCISMA SECONDO LA TEOLOGIA.

1. Nozione cattolica.

– « Scismatici sono detti coloro che rifiutano di sottostare al Sommo Pontefice e coloro che ricusano di comunicare coi membri della Chiesa a lui sottomessi ». Questa è la definizione data da S. Tommaso a conclusione del suo articolo in cui considera lo scisma come peccato speciale (Somma, II-II q. 39, a. 1). La stessa definizione, quasi con le stesse parole, dà il Codice di Diritto Canonico (can. 1325, § 2). Lo scisma, dice San Tommaso, è peccato speciale perché si oppone alla carità principio formale della comunione ecclesiastica, cioè di quell’unità ecclesiastica per cui tutti i Cristiani vivono in pace vicendevole e spirituale come membri della medesima e inscindibile Chiesa. Quest’unione ecclesiastica ha un duplice aspetto: da una parte è comunione dei singoli membri fra loro, dall’altra è ordine di tutti i membri verso un solo capo, lo stesso Cristo, di cui fa le veci il Sommo Pontefice. – Commette, pertanto, peccato di scisma, sia chi rigetta l’autorità del Sommo Pontefice sia chi si stacca da uno dei membri della Chiesa comunicante con il Sommo Pontefice (Somma II-II, q. 39, a. 1). Il Sommo Pontefice è, per San Tommaso, l’ultimo criterio pratico di comunione e d’unità. Criterio importantissimo; ma non esclusivo. Perché anche chi si stacca da una Chiesa locale, rifiutando l’obbedienza al proprio Vescovo, in quanto questi fa parte della Chiesa universale, è scismatico. L’antica visione dello scisma nel quadro della Chiesa locale viene così accolta e inserita, ma non sommersa, nel nuovo quadro più vasto della Chiesa universale. L’unità da cui lo scismatico si stacca è concepita da S. Tommaso come una unità, non sostanziale, quale è ad esempio quella del corpo umano, ma un’unità di ordine e di relazione, propria di ogni società. L’unità della società civile scaturisce dalle mutue relazioni suscitate dalla ricerca del bene comune da parte di tutti i membri di essa. Così anche l’unità della Chiesa, benché costituita da valori superiori, nasce dalle mutue relazioni derivanti dalla ricerca del loro bene soprannaturale, dalla ricerca comune di attuare il Corpo Mistico di Cristo. Come nella società civile, la ricerca del fine comune si attua sotto la guida d’una autorità, così l’unità della Chiesa, in quanto relazioni di membri al capo, si attua quando il capo dà a ogni membro ciò che gli conviene e quando i membri regolano la loro attività spirituale di fede, di carità, di mutuo aiuto, ecc. secondo le norme sancite dal capo (Somma, ivi; cfr. In IV Sent., dist. 24, q. 3, a. 2, sol. 2; Commen. in Eph., c. 4, lect. 1; Commen. in Coloss., c. 1, lect. 5; Somma II-II, q. 183, a. 2, ad. 1; Commen. in 1 Cor., c. 12, lect. 2). – Il Caietano, commentando San Tommaso, nota con acume che, in ultima analisi, l’unità della Chiesa è opera dello Spirito Santo, « il quale, ripartendo i doni secondo il suo beneplacito, ha voluto che la Chiesa Cattolica, cioè universale, fosse unica e non frazionata. Di conseguenza, Egli muove ciascuno dei suoi membri a comportarsi nelle sue azioni interiori ed esteriori come parti di un tutto (ut partes unius), per questo tutto, e conformemente a questo tutto. Ogni fedele, infatti, sa dalla sua fede che egli è membro della Chiesa, ed è come membro della Chiesa che egli crede, spera, amministra o riceve i Sacramenti, insegna o apprende, ecc. Ed è per la Chiesa ch’egli fa ciò, come parte per il tutto, cui appartiene tutto ciò che egli è » (In II-II, q. 39 a. 1, n. 2). Così, secondo la precisazione del Caietano, l’unità della Chiesa è costituita, più che dai medesimi Sacramenti o dalle medesime virtù teologiche, più che dalla unione derivante da uno stesso governo, dall’assoluta comunione di animi e di cuori, frutto di quella carità che è opera dello Spirito Santo, per la quale tutti i membri si regolano secondo le norme dettate dal capo e vivono secondo queste norme per il tutto. Scismatico è, allora, chi rifiuta di agire come parte (ut pars), per volere pensare, agire, vivere, non nella Chiesa e per la Chiesa, ma come essere autonomo, il quale determina da solo e per sé solo una propria legge di pensiero, di azione e di vita. Osserva ancora il Caietano che il peccatore, pur avendo perduto la carità, non è ancora uno scismatico, perché sebbene abbia perduto la radice della comunione ecclesiastica, tuttavia conserva ancora le regole dell’unione, in quanto agisce ancora ut pars. Insomma, il Cristiano che ha perduto col peccato la carità, non diventerà scismatico se non offenderà la carità in quanto forma l’unione della Chiesa (Ivi, n. 3).

2. Nozione di scisma secondo i dissidenti.

– Occorre notare subito che tali idee sulla natura dello scisma rispondono al punto di vista cattolico, secondo cui la Chiesa è un corpo visibile, gerarchicamente costituito sotto la guida del Romano Pontefice. Per i protestanti propriamente detti, i quali negano la visibilità della Chiesa e la sua costituzione gerarchica, lo scisma è una rottura, non meglio definita, dei legami spirituali fra le comunità cristiane. Gli anglicani e gli « ortodossi » ammettono la visibilità della Chiesa e della sua comunione ecclesiastica, ma negano una autorità universale, la quale possa costituire l’organo e il criterio della sua unità. È la confederazione delle Chiese particolari, aventi la stessa fede fondamentale, gli stessi essenziali sacramenti, che costituisce l’universalità e l’unità della Chiesa. Per gli anglicani, i quali concepiscono la confederazione come risultante dalla comunione delle varie diocesi, si commette peccato di scisma quando si rifiuta l’autorità del vescovo della propria diocesi o quando si celebra a un altare eretto contro la sua autorità … Per gli ortodossi, i quali concepiscono la confederazione come risultante della comunione fra le Chiese nazionali, è scismatico chi si separa dalla propria Chiesa nazionale. Per quanto riguarda la separazione fra la Chiesa romana e loro, non parlano di scisma ma di eresia, giacché imputano alla Chiesa latina non pochi errori.

3. Gravità dello scisma.

– La gravità essenziale dello scisma — a prescindere dalle circostanze in cui è prodotto — va misurata come quella di qualsiasi altro peccato, dal suo oggetto: più grande è il bene di cui esso è la negazione, più profonda è la sua gravità. Ora, lo scisma attenta al più grande fra i beni creati: il comune fine soprannaturale dell’umanità, realizzato in terra dalla comunione ecclesiastica. Lo scisma, opponendosi a questo fine soprannaturale, rompe l’unità della Chiesa. – La Chiesa è raffigurata nella S. Scrittura, nei Padri e nella Tradizione come una unità organica, simile a un regno, a un corpo, destinato a un fine soprannaturale. Lo scisma viola questa unità organica, reca frattura al « grande e glorioso Corpo di Cristo », come si esprime Sant’Ireneo (Adv. hæreses, IV, 37,5). – La Chiesa è una società di fedeli (societas fidelium), costituiti e viventi in perfetta comunione spirituale. Ma, se questa. comunione. è anzitutto ed essenzialmente spirituale, essa è tuttavia realizzata in un corpo visibile cioè nella vita societaria collettiva dei suoi membri presi insieme. È comune vita teologica, liturgica, morale, contemplativa, di vicendevole aiuto sociale ed ecclesiastico. L’impulso di questa vita comune proviene dall’autorità, che ne è il principio d’unità. Chi nega sia l’autorità ecclesiastica — quella cioè dei capi visibili della Chiesa e del suo capo supremo, il Sommo Pontefice — sia la comunione tra i membri della Chiesa, promossa, assicurata e misurata dalla loro unione ai capi, si esclude automaticamente dai benefici di questa comunione ecclesiastica. – Lo scismatico diventa allora come un membro reciso dal capo, un ramo staccato dall’albero, cui non giunge più la linfa vitale che proviene dal tronco e dal cuore. Per questo motivo alcuni Padri e Dottori dicono che lo scisma è il più grave peccato (ad esempio San Bernardo, Epist. 219). Anzi Sant’Agostino, portando dei paragoni, dice esplicitamente che lo scisma è più grave dell’idolatria e dell’infedeltà (Epist. 51,1-2; De baptismo contra Don., I , 8,10). Essi partono dalla considerazione del gravissimo castigo inflitto da Dio agli scismatici, come Core, Dathan e Abiron, per i quali la terra si apri inghiottendoli (Num, XVI,28-35); mentre, in paragone, al peccato di bestemmia è riservata la sola lapidazione (Lev., XXIV,14-16). – Ma, in una rigorosa sistemazione teologica, la quale considera ogni peccato in sé e non nelle circostanze in cui è avvenuto, la quale sa vedere negli esempi biblici il loro carattere prevalentemente didattico e non scientifico, l’affermazione dei Padri non trova motivazione logica. Essa va intesa o corretta nel senso che lo scisma è il più grave fra i peccati opposti ad un bene creato, precisamente il più grave dei peccati esterni contro il prossimo (SAN TOMMASO, Somma II-II, q. 39, a. 2; in IV Sent., dist. 13, q. 2, a. 2, ad 4; De malo, q. 2, a. 10). Altri peccati vanno considerati ancora più gravi dello scisma: quelli che si oppongono a un bene increato. Così, il più grave fra. tutti i peccati è l’odio contro Dio, perché si dirige contro lo stesso Sommo Bene (SAN TOMMASO, Somma, II-II,’ q. 34, a. 2; cfr. ivi, a. 4).

4. Scisma e disubbidienza.

– Lo scisma comporta sempre anche un peccato di disubbidienza. Ma, non ogni peccato di disubbidienza contro l’autorità della Chiesa è un peccato di scisma. La disubbidienza che comporta lo scisma è accompagnata, dalla ribellione pertinace all’autorità ecclesiastica legittima: « Costituisce l’essenza dello scisma la disubbidienza ai precetti accompagnata da una certa ribellione. Dico « con ribellione »: il che avviene quando si disprezza con ostinazione (pertinaciter) i precetti della Chiesa e si rifiuta dì piegarsi al suo giudizio » SAN TOMMASO, Somma, II-II, q. 39, a. 1, ad 2). – Il Caietano con tre chiari esempi precisa di che disubbidienza si tratti. Quando qualcuno si rifiuta di osservare i precetti del superiore per il loro contenuto, che in quel momento non piace o non conviene, senza però mettere in causa né l’autorità né la persona del superiore, commette un peccato di semplice disubbidienza, anche se si tratta dell’autorità della Chiesa, ma non di scisma: così, quando, nei secoli scorsi, il Papa comandava di astenersi da una guerra o di restituire uno stato ingiustamente occupato, chi disubbidiva errava gravemente, ma non poteva essere detto scismatico. Quando qualcuno rifiuta di sottostare ai precetti del superiore mettendo in causa la sua persona, ma rispettando la sua funzione in se stessa, come quando, per una ragione o l’altra, sospetta della sua stessa persona o della sua competenza o della sua legittimità, disubbidisce, anche se si tratta della autorità della Chiesa, ma non è scismatico: così chi disubbidisce a un comando del Papa, perché crede che egli governa in modo tirannico, non è da considerarsi scismatico. – Quando, invece, il rifiuto di ubbidire si riferisce all’autorità stessa e alla funzione del capo ecclesiastico, considerata e conosciuta come tale, allora e solo allora si verifica il peccato di scisma: « Cum quis autem Papæ præceptum vel iudicium ex parte sui officiì recusat, non recognoscens eum ut superiorem, quamvìs hoc credat, tunc proprie scismaticus est » (In II-II, q. 39, a. 1, n. 7). La precisazione del Caietano, molto acuta, serve da sola a sfatare la asserzione di quegli autori moderni i quali sostengono che, una volta definito dal Concilio Vaticano il primato del Romano Pontefice, non è più possibile uno scisma senza eresia. Chi pertinacemente e volontariamente nega che il primato del Romano Pontefice sia un domma da credersi da tutti i fedeli, commette un peccato di eresia. Ma, chi, pur credendo al primato del Papa, rifiuta di sottomettersi ai suoi ordini legittimi e si considera praticamente come un essere ecclesiasticamente autonomo, non agisce cioè « ut pars » della comunione ecclesiastica, direbbe il Caietano, commette semplicemente un peccato di scisma puro: separatosi così dalla comunione ecclesiastica, la linfa vitale proveniente dal centro della Chiesa non può più giungere fino a lui, sebbene non sostenga alcuna eresia. Praticamente sarà magari indotto a sostenere una eresia per giustificare il suo modo di agire, ma ciò non toglie la possibilità, almeno teorica, di uno scisma senza eresia. – Del resto questi due concetti, di scisma e di eresia, e i loro rapporti, vanno meglio precisati.

5. Scisma ed eresia.

– Oltre allo scisma, anche l’eresia rompe l’unità ecclesiastica, e separa i suoi fautori dalla comunione ecclesiastica. I due peccati non vanno, tuttavia, confusi. La loro distinzione è, del resto, teoricamente facile, essendo differente l’oggetto formale dei due atti: l’eresia si oppone alla fede, lo scisma si oppone alla comunione ecclesiastica nata dalla carità. Si può essere scismatici senza essere eretici, quando cioè non si sostiene pertinacemente alcun errore contro la fede, ma si nega solo o l’autorità della Chiesa o la comunione ecclesiastica. – L’eretico, al contrario, è anche scismatico; perché nega il fondamento radicale su cui si basa la comunione ecclesiastica, la verità cioè rivelata da Dio e proposta autenticamente come tale dalla Chiesa. Pertanto, tutte le eresie possono essere considerate anche come scismi (l’elenco storico degli scismi del seguente articolo va intesa in questo ampio senso); ma non tutti gli scismi possono essere detti eresie. Si chiama scisma puro quello in cui al pertinace rifiuto dell’autorità della Chiesa non si aggiunge alcun errore contro la fede; si dice scisma misto quello in cui si aggiunge la negazione pertinace di una o più verità definite dalla Chiesa e. proposte, ai fedeli come dommi di fede. Tutti gli autori, seguendo la vecchia osservazione di S. Girolamo (In Epist. ad Titum, 3,10-11), fanno notare che lo scisma trascina verso l’eresia, giacche ogni scismatico tende a giustificare la sua secessione dando vita a una eresia. La storia della Chiesa è là a dimostrare che difficilmente si trova uno scisma, il quale non sia accompagnato, almeno successivamente al suo inizio, da una eresia. Quando si dice che lo scismatico e l’eretico rompono, mutilano, sovvertono l’unità della Chiesa, s’intende che è in loro stessi — e in tutti quelli che con la stessa conoscenza e la stessa pertinacità li seguono — ch’essi la rompono, la mutilano, la sovvertono. In se stessa la Chiesa è indivisibile, inseparabile, immortale. La Chiesa può cessare di far giungere la sua linfa vitale ad alcuni uomini o ad alcuni gruppi umani, ma perché questi si sono staccati volontariamente dalla sua unità organica di Corpo e di Anima.

6. Scisma interno e scisma esterno;  scisma occulto e scisma pubblico.

– Lo scisma è interno se la negazione della comunione ecclesiastica o dell’autorità della Chiesa risiede solo nell’animo, e non è accompagnato da alcun segno esterno. È, invece esterno, se è manifestato con qualche segno esteriore, per esempio con parole o con scritti. Lo scisma esterno, cioè manifestato con parole o con qualche scritto, è considerato occulto, se queste manifestazioni esterne non sono a conoscenza di alcuno, per esempio se uno ha pronunziato da solo quelle parole o non ha mai mostrato a nessuno i suoi scritti, e anche se sono a conoscenza di ben poche persone. Se invece è ormai noto a molti, in modo che non si può nascondere, è scisma pubblico. La distinzione tra scisma interno ed esterno interessa principalmente il Diritto Canonico, perché per incorrere le pene ecclesiastiche sancite contro gli scismatici è necessario l’atto esterno dello scisma, dato che la Chiesa non suole punire se non gli atti esterni. Anche la teologia, tuttavia, si interessa a questa distinzione, a causa del problema se basta il peccato di scisma puramente interno ad escludere un battezzato dalla Chiesa. Qualche teologo, come Th. Spàcil, lo sostiene, considerando l’appartenenza alla Chiesa da un punto di vista anzitutto interiore e morale. Ma la maggior parte dei teologi, e sono quelli di più gran nome, come Cano, Soto, Bellarmino, D. Palmieri, Mazzella, d’Herbigny, G. Philipps, considerando l’appartenenza alla Chiesa da un punto di vista anzitutto sociale e giuridico, lo negano, affermando che gli scismatici puramente interiori rimangono membri della Chiesa, allo stesso modo dei comuni battezzati peccatori. Questi scismatici interni, se pur nell’intimo del loro cuore non amano più la comunione ecclesiastica, ne subiscono tuttavia ancora gli obblighi, e, trascinati dall’ambiente, potranno più facilmente tornare a riceverne tutti i benefici con un ritorno anche interiore all’unità.

7. Scisma materiale o scisma come stato.

– Fin qui lo scisma è stato considerato come l’atto positivo, cosciente e pertinace, di chi rifiuta di sottomettersi all’autorità della Chiesa o di comunicare coi membri della Chiesa. Ma chi dovesse aderire a uno scisma in buona fede o chi fosse nato in una Chiesa separata da quella cattolica, può essere detto scismatico? L’uso popolare lo dice « scismatico in buona fede », considerando lo scisma non più un peccato, ma uno stato. L’espressione è quanto mai impropria, anzi assurda nella sua intima contraddizione, perché attribuisce un peccato (e che grave peccato) a chi non ha commesso questo peccato. Allo scisma si richiede, infatti, quella pertinacia, la quale è negata dalla supposta buona fede. La teologia recente usa chiamarlo, allora, con espressione non troppo elegante, uno scismatico materiale, riservando il titolo di scismatico formale a chi ha veramente commesso personalmente il peccato di scisma. La distinzione è divenuta d’uso comune tra i moralisti ed è conosciuta anche dal Diritto Canonico. Tuttavia, questi cosiddetti « scismatici materiali », particolarmente quelli nati nelle Chiese orientali — alla cattolica tanto vicine per la sostanza della fede e dei mezzi della grazia e del valido sacerdozio — avendo ricevuto validamente il Battesimo, e col Battesimo la grazia e le virtù infuse, appartengono fin da bambini al corpo e all’anima della vera Chiesa, allo stesso modo dei bambini nati nella Chiesa Cattolica. Quando essi arrivano all’uso di ragione e all’età della deliberazione, nutriti dalla profonda efficacia dei sette sacramenti e da una fervida linfa liturgica, non sapranno discernere, fra tanta chiarezza di fede e tanto amore, quel che di falso e di tenebra è loro pervenuto come patrimonio d’uno scisma commesso lontano nei secoli. Accetteranno, allora, in blocco questa eredità dell’antico scisma, il quale diventerà per loro un puro stato, un modo di essere, acquisito involontariamente. Ma, non cesseranno per questo di appartenere alla vera Chiesa. Perché dare, allora, questo nome di scismatici, così odioso e infamante, anche se attutito dall’aggettivo «materiali», a chi non è scismatico? I documenti ufficiali della Santa Sede danno ormai alle Chiese orientali e ai suoi fedeli il nome di « dissidenti ». Ecco il titolo adatto a sostituire il termine di « scismatici materiali ».

LO SCISMA SECONDO IL DIRITTO CANONICO,

– 1. Scisma come delitto.

– Il Diritto Canonico s’interessa allo scisma soprattutto come delitto, cioè come « esterna e moralmente imputabile violazione di una legge o precetto, alla quale sia annessa una sanzione penale » (can. 2195, § 1). Dopo aver dato la definizione di scismatico da noi riportata sopra (can. 1325, § 2), il Codice di Diritto Canonico enumera lo scisma tra i delitti (can. 2314, § 1,1°). Perché uno sia reo di vero e proprio delitto di scisma si richiede:

a) una manifestazione esterna, non necessariamente pubblica, ma basta solo occulta, purché abbia il carattere di un rifiuto che possa essere contestato;

b) un atto moralmente imputabile. Pertanto è necessaria la piena conoscenza e la perfetta libertà della volontà. Ogni diminuzione della conoscenza o della libertà, poiché toglie l’imputabilità morale, toglie anche l’essenza del delitto. Non basta, quindi, la colpa meramente giuridica, ma si richiede una colpa morale grave. – Praticamente, quanto alla conoscenza, il soggetto deve sapere che la Chiesa romana è la sola vera Chiesa di Cristo e che il Sommo Pontefice è il suo capo visibile a lei assegnato per diritto divino. – Quanto alla libertà della volontà, il soggetto deve spontaneamente e pertinacemente staccarsi dalla comunione ecclesiastica col rifiuto di essa o col rifiuto di sottomettersi alla autorità della Chiesa. Basta, però, questo rifiuto pertinace, anche se egli non ha dato il proprio nome ad alcuna setta scismatica o non ne ha fondata una sua. Colui che ha già dato il nome a una setta scismatica in buona fede, commette il delitto di scisma al momento che, venuto in qualsiasi modo a conoscenza che quella setta non fa parte della vera Chiesa di Cristo, si ostina tuttavia a rimanervi. Segue chiaramente da ciò che a tutti i cosiddetti « scismatici materiali » mancano i requisiti perché si parli d’un loro delitto di scisma, a norma del Codice di Diritto Canonico. Pertanto essi non sono colpiti da alcuna pena. Perché, infatti, siano applicate le pene sancite per il delitto di scisma, si richiede, oltre la piena avvertenza e la libertà dell’atto, anche il disprezzo della legge, la contumacia, la quale nel caso è già implicita nella sua stessa trasgressione pertinace (can. 2242, § 1, 1° e § 2).

2. Pene ecclesiastiche sancite per lo scisma.

– Sono le stesse sancite per l’eresia. La pena principale è la scomunica riservata speciali modo alla Sede Apostolica (can. 2314, § 1, 1° e § 2). Dopo un avvertimento infruttuoso, lo scismatico deve essere privato dei benefici, dignità, pensioni, uffici o privilegi che eventualmente aveva nella Chiesa; deve anche essere dichiarato infamis; e, se chierico, dopo una nuova ammonizione infruttuosa, deve essere deposto (ivi, § 1, 2°). L’infamia giuridica, che si incorre, come in questo caso, dopo la sentenza del giudice, o ipso facto, come nel caso successivo, comporta l’irregolarità riguardo al ricevimento degli ordini sacri o per difetto o per delitto (can. 984, 5° e 985, 1°), l’inabilità a ottenere ed esercitare ogni ufficio o beneficio o dignità, e la proibizione di esercitare il ministero ecclesiastico nelle sacre funzioni (can. 2294). Se lo scomunicato ha dato pubblicamente il nome a una setta eretica è ipso facto infamis, e, se è chierico, dopo una nuova ammonizione infruttuosa, deve essere degradato (can. 2314. § 1., 3°). – ‘Lo scismatico, inoltre, non può essere padrino nel Battesimo e nella Cresima di Cattolici (can. 765, 2° e can. 795, 2°). – Non si può trasmettere validamente a uno scismatico il diritto di patronato (can. 1453, § 1); se gli viene trasmessa la proprietà della cosa cui è annesso il diritto di patronato, il diritto di patronato relativo resta sospeso (ivi, § 3). Lo scismatico incorre nella irregolarità ex delicto quanto al ricevimento degli ordini sacri (can. 985, 1°). È privato della sepoltura ecclesiastica (can. 1240, § 1, 1°) e gli si debbono rifiutare sia la Messa funebre, anche anniversaria, sia tutti gli uffici funebri (can. 1241). Però, le Messe private, se è tolta ogni occasione di scandalo, possono essere applicate per lui.

3. Scisma come stato o scisma materiale.

– Dicevamo sopra che questo concetto non è ignoto al Diritto Canonico. Il can. 731, § 2 dice: «È proibito amministrare i sacramenti della Chiesa agli eretici o scismatici, anche se errano in buona fede, ed anche se li chiedono se prima, rigettati i loro errori, non si siano riconciliati con la Chiesa ». Questo canone contiene due proibizioni di natura assai differente. La prima vieta l’amministrazione dei Sacramenti ai veri eretici e ai veri scismatici, a quelli cioè macchiatisi del relativo delitto. È una proibizione di natura penale: una conseguenza della scomunica. Tutti i veri eretici e i veri scismatici sono allontanati dai Sacramenti (can. 2260, § 1), perché tutti costoro sono scomunicati (can. 2314, § 1). – L’altra proibizione, invece, non è affatto di natura penale, ma nasce da un ostacolo naturale (can. 87). Trattandosi di soggetti che non hanno commesso il delitto, non li si può colpire con alcuna pena. Tuttavia una norma di sana prudenza vieta che l’errore, anche se non imputabile, e la verità possano venire confusi insieme. – La duplice considerazione di scisma come delitto e scisma come stato è implicita in altri canoni che vietano la communicatio in sacris (can. 1258 e can. 2316). – La proibizione dell’amministrazione dei sacramenti anche agli scismatici « materiali » (can. 731, § 2) è senza dubbio grave, ma deve essere benignamente interpretata in caso di estrema necessità e anche in alcuni casi di particolare gravità in cui la legge divina della carità richiede di prevalere sulla legislazione positiva ecclesiastica. Se altri beni della Chiesa, ad esempio le benedizioni, possono essere date agli acattolici in genere per ottenere loro la luce della fede e con essa, in certi casi, anche la sanità corporale (can. 1149), non c’è motivo di dubitare che anche i Sacramenti possono essere amministrati agli « scismatici materiali » per assicurare o facilitare la loro salvezza eterna. – In pratica, è certo che a uno « scismatico materiale » moribondo e privo di sensi si possono conferire i Sacramenti, sotto condizione; se, invece, egli è ancora in sensi, il decreto del Sant’Officio del 15 nov. 1941 (cfr. Monitor Eccl. 1942, p. 117) richiede che nel modo migliore, secondo le circostanze, rigetti almeno implicitamente gli errori e faccia professione di fede; tuttavia di fronte al timore che la sua buona fede possa venire profondamente turbata, si può procedere ugualmente al conferimento dei Sacramenti, sempre che egli stesso li abbia chiesti. – E severamente proibita ai Cattolici qualunque partecipazione attiva in sacris con gli scismatici (can. 1258). Le pene sancite contro i Cattolici trasgressori sono gravissime: essi sono sospetti di eresia (can. 2316), anzi se entro sei mesi non si sono ravveduti vanno considerati eretici e sottomessi alle stesse pene di costoro (can. 2315), compresa la scomunica (can. 2314, § 1).

LE PIAGHE DELLA COMUNITA’ CRISTIANA: LE ERESIE (4 b)

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ’ CRISTIANA

Capitolo I

Le ERESIE,

ferite alla unità della fede

(4 b)

[“Somma del Cristianesimo”, a cura di R. Spiazzi, vol. II Ed. Paoline, Roma, 1958]

Art. 4. – LE ERESIE MODERNE. –B

 

Eresie sulla costituzione della Chiesa.

Movimenti materialmente ereticali, anche se non sfociati in scismi aperti e irreparabili, sono il Gallicanesimo, il Febronianesimo, ed il Giuseppinismo. Essi concordamente sottoponevano l’autorità del Papa al Concilio universale, negavano l’Infallibilità pontificia. Queste tendenze ereticali scompaiono definitivamente solo al concilio Vaticano, con esclusione del movimento apertamente scismatico ed ereticale dei Vecchi Cattolici, fondato da Dòllinger. Le teorie conciliari medievali e la difficoltà a distinguere tra il Papa come sommo Pontefice e il Papa come sovrano d’uno stato hanno causato questi errori. Ora queste teorie riconoscono contro il Protestantesimo, la costituzione divina della Chiesa; errano sul come intenderla.

Il Gallicanesimo ha questo nome perché assunse la sua forma classica in Francia. C’è un Gallicanesimo teologico che tende a deprimere il potere del Papa in favore dell’episcopato e del laicato: esiste un Gallicanesimo episcopaliano (Gersone), presbiteriano (Richer) e multitudinario (Marcantonio de Dominis). Il Gallicanesimo politico consiste in una scuola dottrinaria che deprime l’autorità della Chiesa in favore di quella dello stato. Secondo gli 83 articoli formulati nell’opera Les lìbertés de l’Eglise gallicaine di P. Pithou il re francese poteva impedire il ricorso dei Vescovi al Papa, negare il visto agli atti pontifici, non ammettere i decreti dei Concili. Il Gallicanesimo teologico ebbe come suoi teologi principali Richer, Pietro de Marca, H . Tournely; il centro principale fu la Sorbona. Richer, insegnante alla Sorbona, nel suo libro De ecclesiastica et politica potestate libellus nel 1611, affermava che il potere ecclesiastico è nella Chiesa intera; però si esercita soltanto attraverso un organo: la monarchia pontificia per l’esecutivo, per il potere legislativo l’organo è il sinodo che ha autorità sul Vescovo, e il Concilio che è superiore al Papa. Pietro de Marca nel De concordia Sacerdotii et Imperii asserisce che l’infallibilità pontificia compete al Papa soltanto quando segue il consenso di tutta la Chiesa. – H. Tournely (1658-1729), specialmente nella sua opera De “Ecclesia Christi” afferma che la costituzione della Chiesa è per istituzione divina monarchico-papale; però l’infallibilità è soltanto nella Chiesa universale dispersa o riunita. L’uso del potere pontificio deve essere regolato da canoni. Al Papa poi si deve obbedienza; però, non avendo infallibilità, i suoi giudizi non sono irreformabili senza il consenso dei Vescovi. Il Concilio è superiore al Papa. – Il Galliganesimo teologico e politico fu compendiato nei quattro articoli della Declaratio cleri gallicani composti da Bossuet e votati il 19 marzo 1682. Essi affermano: 1. l’assoluta indipendenza dei re e principi dall’autorità pontificia in cose temporali; 2. il Papa è inferiore al concilio; 3. il Papa non può esercitare il suo potere se non in conformità ai canoni della Chiesa universale e con le consuetudini della Chiesa gallicana; 4. al Papa spetta la preminenza in questione di fede; i suoi giudizi non sono però irreformabili senza il consenso di tutta la Chiesa. I quattro articoli furono condannati da Alessandro VIII nella bolla Inter multiplices del 4 agosto 1690. – Queste idee gallicane trovarono la loro ultima espressione nelle discussioni avvenute in Francia al tempo del concilio Vaticano, specialmente per opera del Vescovo Monsignor Maret che in un’opera Du concile general et de la paix relìgieuse affermava che l’Infallibilità pontificia aveva luogo soltanto col consenso dell’episcopato. – Anche in Germania si svilupparono idee erronee sulla costituzione della Chiesa, specialmente per mezzo di Nicolò de Hontheim (1701-1790), ausiliare del Vescovo di Treviri, chiamato Febronio dallo pseudonimo con il quale pubblicò nel 1763 la sua famosa opera De statu prœsenti Ecclesiaeœ et legitima potestate romani Pontifìcis. Influenzato da Van Espen, canonista dell’università di Lovanio e di idee gallicane, vuol ricondurre il Papa nei suoi poteri primitivi, che consistono nell’essere soltanto primus in ter pares ed esecutore dei canoni decisi dal concilio Universale del quale è delegato. Perché le leggi pontificie avessero valore dovevano essere approvate dai Vescovi i quali potevano deporre, con l’aiuto dell’autorità civile, il Papa stesso, se non rientrava nei suoi limiti originari. Il Primato pontificio è dato dal Cristo o dalla Chiesa? Febronio ha affermazioni contrastanti al riguardo; ad ogni modo dà alla Chiesa una certa costituzione democratica in quanto il potere della gerarchia deve essere esercitato sotto il controllo dei fedeli. L’opera ebbe successo e ebbe varie traduzioni e riduzioni; fu condannata dall’Indice nel 1764 e disapprovata pure dall’Assemblea del clero francese nel 1775. Febronio fece nel 1778 una ritrattazione che si presta ad ambiguità. – Il Febronianesimo fu ripreso specialmente dal canonista Eybel, nell’opera Che cosa è il Papa?, dove afferma che il Papa, il cui potere gli viene dalla Chiesa, ha soltanto gli stessi poteri e diritti dei Vescovi; al Papa poi si nega, se non in caso straordinario, di intervenire nelle altre diocesi. Pio VI nel 1786 nel breve Super solìditate condanna le idee fondamentali del Febronianesimo. – Queste idee ebbero un’attuazione politica da parte di Giuseppe II di Austria (donde Giuseppinismo) il quale si arrogò il governo temporale della Chiesa indipendentemente dai Vescovi. Proibì ogni comunicazione dei Vescovi col Papa e legiferò arbitrariamente in campo ecclesiastico, liturgico, matrimoniale, disciplinare da meritarsi l’appellativo di « re sacrestano ». I suoi consiglieri erano Rautenstrauch e Eybel. Un viaggio a Vienna di Pio VI non sortì effetto. Giuseppe II non fece che realizzare le idee del Febronianesimo e del Giansenismo. In fin di vita revocò molte disposizioni limitatrici dei diritti della Chiesa. – Anche il Giansenismo ebbe dottrine che negavano la costituzione della -Chiesa. Il sinodo giansenista di Pistoia asseriva che ogni potere era dato originariamente alla Chiesa della quale il Papa era soltanto l’esecutore; queste ed altre idee di ispirazione febroniana furono condannate nella bolla Auctorem fidei il 28 agosto 1794 da Pio VI. – Idee che corrispondono a quelle gallicane o febroniane come quelle conciliari per cui il concilio era superiore al Papa, furono varie volte condannate dalla Chiesa. [Oltre la terribile bolla “Exsecrabilis” di Pio II, Piccolomini –ndr. -] … Martino V condanna la procedura che appella al nuovo concilio; il concilio Lateranense V afferma la superiorità del Papa sui concili. Il concilio Vaticano il 18 luglio 1870 definiva solennemente la giurisdizione pontificia come ordinaria, immediata, suprema e completa su tutta la Chiesa (cfr. DENZ. 1831): inoltre definiva la infallibilità del Sommo Pontefice nel supremo esercizio della sua funzione di Dottore universale, infallibilità, « ex sese, non autem ex consensu ecclesiæ », per dottrine riguardanti la fede e la morale, (DENZ. 1839). Era la condanna definitiva di ogni idea di una Chiesa di costituzione conciliare, episcopaliana o democratica, come era nei sistemi dottrinali dei gallicani o febroniani. Tutti accettarono fuorché il teologo tedesco Dòllinger il quale, con la sua Chiesa dei cosidetti Vecchi Cattolici tedeschi entrava così nella eresia formale. Dòllinger infatti fu scomunicato dai Vescovi della Germania il 23 aprile 1871.

Il semirazionalismo e le reazioni del tradizionalismo e del fideismo.

La cultura illuministica e razionalistica del XVIII e XIX secolo è caratterizzata dall’abbandono del concetto di soprannaturale. La religione è accettata soltanto entro i limiti della ragione che diventa la norma e la fonte unica, ed assoluta di ogni verità, anche di quella religiosa. L’influsso di Kant poi è determinante: chiuso l’intelletto nel mondo fenomenico, solo la ragione pratica nelle sue esigenze morali induce ad affermare verità di ordine morale e religioso. Hermes (1775-1831), teologo tedesco, professore a Mùnster e poi a Bonn, vuol fare per la teologia ciò che Kant ha fatto per la filosofia. Il suo sistema è esposto in varie opere, tra le quali: Einleitung in die christ-Katholische Theologie: I Teil: Philosophische Einleitung 1819; II Teli: Positive Einleitung (18Z9); Christ-Katholische Dogmatik, 3 voll.; opera postuma. Accoglie come metodo un assoluto criticismo che bandisca il dogmatismo, per vedere se si possa conoscere con certezza scientifica il fatto della Rivelazione e giustificare razionalmente la fede; questo metodo lo vede imposto dalla filosofia del tempo. Hermes accettava questa filosofia nelle sue esigenze critiche e nei suoi principi secondo i quali ogni verità doveva avere un fondamento razionale, come pure accettava la Rivelazione con i suoi misteri. Dal tentativo di dare una giustificazione razionale secondo le esigenze filosofiche del suo tempo, e dalla accettazione di verità soprarazionali, nasce in Hermes un sistema apologetico caratteristico che sovverte lo stesso concetto di fede. Hermes non è un razionalista perché accetta la rivelazione, è un semirazionalista perché vuol dare un esclusivo motivo razionale alla fede stessa. Non discute il contenuto; vuol dare a questa accettazione del contenuto una base inconcussa tale da costringere i non credenti ad accettarlo necessariamente, come una conclusione dimostrata dalla ragione, se non si vuol abdicare alla ragione stessa. – Hermes accetta la distinzione kantiana di ragione pura o teorica e ragion pratica. La prima tiene per vere verità metafisiche, di necessità intrinseca. Per le verità di ordine morale, religioso e storico interviene la ragion pratica la quale fa ammettere per vero ciò che è necessario alle obbligazioni morali, come condizione o conseguenza della loro validità. Se Dio non fosse giusto, per portare un esempio, non avrebbe senso il mio agire bene del quale Egli, se non fosse tale, potrebbe non tenerne nessun conto; ciò ripugna alla nostra obbligazione morale. Così a credere si è obbligati necessariamente da imperativi morali. Allora per Hermes « la fede è uno stato di certezza e di persuasione in rapporto alla verità della cosa conosciuta, stato al quale noi siamo condotti con l’assentimento necessario della ragion pratica » (HERMES, Philosophische Einleitung p. 261). Ogni dubbio allora è escluso. L’autorità divina con la sua illuminazione ed elevazione interiore dell’intelligenza non è l’unico morivo della fede. Il vero motivo critico che ha valore probativo è la necessità morale di accettare la Rivelazione, non l’autorità di Dio. La fede è la conclusione di un sillogismo fondato su rigorose esigenze morali; non è per Hermes una conoscenza che sia frutto della grazia. È una fede di ragione (Vernunft glaube), la quale non differisce dalla fede che si presta a qualsiasi avvenimento storico. La grazia è necessaria appena per la fede viva o del cuore (Herzensglaube). Inoltre Hermes pare esigere inizialmente un vero dubbio reale, obbligatorio, secondo il quale, per avere una fede giustificata, il credente dovrebbe fare inizialmente un atto di incredulità e ciò senza colpa. Alcuni interpreti però come Schròrs e K. Erchweiber, asseriscono che il dubbio di Hermes sia soltanto metodico. – Se l’atto di fede è una conclusione di ragione consegue che non è più né libero, né soprannaturale; infatti il suo motivo non è l’autorità elevante di Dio, e in ciò sta il carattere eterodosso della dottrina di Hermes: verrebbe a negare il soprannaturale. Alla base di queste conseguenze erronee sta la dottrina di Hermes sulla grazia alla quale negava ogni carattere di divinizzazione ed illuminazione intrinseca: la considerava soltanto una benevolenza di Dio. Hermes ha avuto il torto di aver indicato una via puramente filosofica per arrivare al Cristianesimo. – I libri contenenti la sua dottrina furono condannati nel breve di Gregorio XVI Duna acerbissimas del 26 settembre 1835; diciotto tesi di Hermes furono condannate dal Vescovo di Colonia. Il Concilio Vaticano, pur senza nominare Hermes e seguaci, ne condanna la dottrina quando definisce la soprannaturalità della fede; ripetendo le espressioni dell’antico Concilio di Orange afferma che questa, sotto qualsiasi forma, non può essere ottenuta « senza l’illuminazione e l’ispirazione dello Spirito Santo » (DENZ. 1791); definisce pure la libertà esplicitamente: «se alcuno dice che l’assenso di fede cristiana non è libero, ma è prodotto necessariamente da argomenti della ragione umana, o che la grazia di Dio è necessaria per la sola fede viva che opera per la carità, sia anatema » (DENZ. 1814). Non solo la fede del cuore, ma anche quella di ragione è così soprannaturale. Espressamente condannato è pure il dubbio reale di Hermes (KARL ERSCHWEIBER, Die zwei Wege der neuen TheoLogie, 1926; G. B . GUZZETTI, La perdita della fede nei cattolici, 1940; R. ATJBERT, Le Problème de l’acte de foi, p. 102 sgg). Anche A. Gùnther (1783-1863) esagera in moltissime opere, tra le quali specialmente Vorschule e Euristheus und Heracles, l’eccessivo potere della ragione riguardo alla Rivelazione e mette in pericolo la soprannaturalità dell’aspetto essenziale di mistero che ha il Cristianesimo. Egli è guidato dalla preoccupazione costante di inserirsi in dialogo con la filosofia del tempo strutturalmente razionalista, per la quale la ragione è la norma unica ed assoluta di verità. Accetta la Rivelazione, però nella intelligenza di essa si appoggia piuttosto sui dati della ragione nei quali ha assoluta fiducia; l’intelligenza, messa in possesso dei dati della fede, per Gùnther, può penetrarne con le proprie forze il senso e dimostrarne scientificamente la verità. La teologia è allora un prodotto della filosofia: è la filosofia applicata ai dati rivelati, senza bisogno alcuno di una elevazione. Mentre però le affermazioni di Hermes riguardavano piuttosto i diritti della ragione per giungere con le proprie forze alla fede, il razionalismo di Gùnter si applica piuttosto ai diritti della ragione nella intelligenza della fede già accettata: i misteri sono così dimostrabili (Cfr. GUZZETTI, op. c., p. 20).Egli infatti insegna che l’anima, dalla conoscenza di sé può salire filosoficamente fino ad affermare e intendere il mistero della Trinità; e tutto ciò che esiste nella libera volontà di Dio rimane così completamente svelato alla ragione naturale, onde l’uomo in se stesso, non soltanto trova la testimonianza di Dio che crea, ma di Dio che redime e beatifica l’uomo. Il credere non è un ricevere, ma un sapere dei misteri di Dio con deduzione necessaria dallo spirito; la Rivelazione per se stessa non è trascendente in senso assoluto allo spirito umano, « la trascendenza della Rivelazione sulle forze naturali dell’uomo si intende come relativa, cioè causata dal peccato, ma che per i progressi nella formazione della ragione teoretica e pratica si può superare » (Vorschule, II, 510 cit. da: I . BEUMER. Theologia als Glaubensverstànduis, p. 138).L’applicazione di. questo metodo razionalistico ai vari misteri porta ad errori preoccupanti in Gùnther; sulla dottrina trinitaria, attingendo dalla filosofia idealistica, insegna che una Persona fa essere Persone le altre due; non tiene un solo Dio per la singolarità della sostanza (egli pare ne ammette tre in Dio), ma soltanto per la eguaglianza della sostanza stessa e la relazione delle persone.La condanna di questa dottrina, già pronta per la definizione al Concilio Vaticano, non poté essere raggiunta per l’interruzione del concilio stesso, (Cfr. L. ORBAN, Theologia gunthenana et concilium Vaticanum, 2 voll.).Riguardo ancora alla dottrina di Dio, Gùnther viene a negare la libertà della creazione e della Redenzione. Dio si manifesta a se stesso nella Trinità; questa manifestazione a se stesso per la sua sostanza, deve essere la manifestazione di un ens realissimum, sommamente attivo. Questa manifestazione a se stesso nelle sue opere, come attivo, è il complemento della manifestazione che Dio fa di sé a se stesso nella Trinità. Il pensiero del non-io, del mondo appartiene quindi alla spiegazione della divina coscienza e deve esserle dato con la necessità con cui si spiega Dio come assoluto. Dio non poteva non creare, perché non poteva manifestarsi a sé come impotente, o solo come potenza potenziale [trattasi, evidentemente, di una variante della dottrina gnostica del panteismo … la solita coda ofitica … -ndr-]Influenzato dal kantismo [è a tutti noto lo gnosticismo massonico del “fratello di loggia” E. Kant – ndr. -] è poi il suo dualismo antropologico e gnoseologico. L’uomo è una natura spirituale, cioè persona libera: infatti pensando alle sue manifestazioni le riferisce a sé come causa. Ma l’uomo è pure una natura fisica (Leibseele): la natura fisica non esiste per sé come lo spirito, ma per gli altri; questa natura fisica è unica in tutti gli esseri nei quali essa è contenuta e nei quali tende sempre a prender coscienza di sé nei vari generi e specie degli individui in cui si trova: solo però negli individui forniti di sensi questa materia pensa l’universale; onde nasce la conoscenza concettuale. L’io e la personalità spirituale è inconoscibile; la conoscenza concettuale in senso kantiano non trascende mai il mondo dei fenomeni. Solo la conoscenza ideale lo trascende. Ogni uomo è composto così di uno spirito (Geist) e di una realtà fisica unica che non può mai trascendere se stessa. Questo dualismo nega l’unità umana ed ha i suoi riflessi nel problema morale, ma specialmente nel problema del Cristo e nella unione ipostatica. Queste idee furono condannate nel breve Eximiam tuam del 15 giugno 1857 (cfr. DENZ. 1655-1658). Il Concilio Vaticano ha condannato la razionalizzazione che Gùnther fa del mistero : « se qualcuno dicesse che nella rivelazione divina non si contengono veri e propri misteri, ma che tutti i dogmi di fede possano essere compresi e dimostrati da principi naturali a mezzo di una ragione dovutamente educata, sia anatema » (DENZ. 1816); inoltre riafferma la libertà della creazione (DENZ. 1805). Hermes ha fatto della fede un atto umano; Gùnther ha reso il mistero termine proporzionato all’intelligenza: si tratta sempre di una fiducia illimitata nella ragione e della implicita eliminazione del soprannaturale quando questo è reso accessibile alla ragione non elevata ed illuminata dalla grazia. Il carattere ereticale della dottrina dei due teologi tedeschi (personalmente avendo accettato la condanna non sono eretici) è messo in risalto dai diversi accenni ad essi che si fa negli atti che preparano la formulazione dei canoni del Concilio Vaticano il quale in due diverse definizioni ha avuto presente i loro errori.

Tradizionalismo e fideismo.

Nel secolo XIX, oltre a questi errori nati tutti da infelici tentativi di una conciliazione del Cristianesimo con le idee del tempo a danno del soprannaturale, nacquero pure dei movimenti erronei di pensiero dovuti ad una reazione contro un’eccessiva fiducia nella ragione. Nella rivoluzione francese la ragione ebbe perfino un culto come dea; successivi insuccessi patiti dall’uomo in una spiegazione di sé e organizzazione della propria vita come autosufficiente, generarono una sottovalutazione della ragione alla quale fu negata, a causa del peccato originale, ogni capacità naturale di conoscenza riguardo alla esistenza e natura di Dio. Tali movimenti sorsero specialmente in Francia: furono il Tradizionalismo e il Fideismo.

Il tradizionalismo fu rappresentato specialmente dal Bonald (1754-1840), da De Lamennais (1782-1854) e da Bonnety (1798-1879). Lamennais e Gerbet hanno una sfiducia assoluta nella ragione individuale: ogni scienza comincia con l’atto di fede nel senso comune, nella ragione espressa nella collettività. La verità è estrinseca alla ragione stessa: le viene dall’autorità della società, senza una elevazione intrinseca della intelligenza stessa. Si ammette una vera impotenza fisica a giungere alla conoscenza delle verità metafisiche, morali e religiose riguardanti l’esistenza e l’essenza di Dio senza la rivelazione ricevuta; come l’uomo riceve passivamente l’essere e la vita, così riceve le verità. L’ordine della fede riguarda le verità primordiali concernenti Dio, l’ordine dei concetti invece ha per oggetto la scienza. Queste dottrine furono condannate da Gregorio XVI nelle Encicliche Mirari e Singulari nos. L’errore di Bonnety fu condannato da un decreto dell’Indice del 15 giugno 1855 in cui si afferma la precedenza della ragione alla fede. Il tradizionalismo riprese, mitigato da parte di vari professori dell’università di Lovanio, tra i quali Ubaghs, Beelen, Laforet. – L’uomo attuale ha un indigenza assoluta riguardo alla conoscenza di Dio; pur avendone la capacità non ha la spontaneità; perché questa si sviluppi condizione indispensabile è l’essere istruiti dagli altri, per autorità. Anche questa tendenza fu condannata varie volte da Pio IX nel 1864 e nel 1866 in due interventi.

Il Fideismo invece è rappresentato da Bautain. Anche il tradizionalismo era un fideismo, perché ammetteva la fede come base della conoscenza; però nel tradizionalismo la fede la si ottiene solo attraverso la società che istruisce; per Bautain invece da una comunicazione diretta. Egli ha sfiducia nella ragione che non può dar certezza della esistenza di Dio e delle sue perfezioni; solo per la fede, solo per una rivelazione diretta, si conosce Dio come esistente. Anche riguardo alla giustificazione della fede si esclude qualsiasi apologetica e la necessità di una riflessione sul miracolo: c’è una comunicazione diretta con Dio. Questa diretta intuizione di Dio era affermata anche dall’ontologismo. – Bautain non fu affatto un ribelle ed un pertinace nelle sue idee che rifiutò nella sottoscrizione di un formulario nel 1860. Questi movimenti eterodossi del secolo XIX non creano eretici, perché  quasi tutti si sottomettono alla Chiesa. Le loro idee però sono eterodosse appunto perché unilaterali: non sanno conciliare Dio e l’uomo, fede e ragione. Consegue una certa autosufficienza e il Cristianesimo perde il carattere di grazia: alla fede si giunge con le proprie forze. Esagerando il ruolo di soprannaturale si nega la natura, rifiutando all’intelligenza la sua naturale apertura a Dio si rende Dio totalmente inconoscibile; ed allora anche lo stesso soprannaturale viene messo in pericolo, perché si presenta come l’assolutamente arbitrario. Il Concilio Vaticano afferma la possibilità della conoscenza mediata della esistenza di. Dio da parte della ragione, con la sua luce naturale: « la Chiesa tiene e insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con la luce naturale della ragione partendo dalle cose create » (DENZ. 1785). Viene ristabilito l’equilibrio rotto e l’armonia tra naturale e soprannaturale, tra ragione e fede che si integrano nella grazia. La ragione è un vero conoscere, però finito; la fede è il perfezionamento di questo conoscere il quale è così per dono di Dio reso capace di affermare con certezza ciò di cui non era capace.

Il modernismo.

[“sintesi di tutte le eresie”]

Il razionalismo di Hermes si applicava soltanto all’atto con il quale l’uomo raggiunge la fede o alla intelligenza della fede stessa: questi atti non erano soprannaturali, ma secondo la capacità naturale dell’uomo. In seguito il razionalismo divenne più radicale e fu applicato alla stessa rivelazione e alla figura del Cristo stesso, come del resto già aveva fatto Kant con la sua opera La religione entro i limiti della ragione. Vari autori che trattano della vita di Cristo come G. H . Paulus (1761-1851), D. F. Strauss (1808-1874), F. C. Baur (1792-1860) con.la scuola di Tubinga, e infine più recentemente A . Harnack (1851-1930), A. Loisy e Renan negano la divinità di Cristo in nome dell’esegesi storico-scientifica degli stessi Vangeli al cui studio storico-letterario e interpretativo si misero con accanimento e arbitrarietà. Come secoli addietro si era negata la Chiesa, con Hermes e Gùnther si era razionalizzato l’accesso alla fede, ora viene completamente negato il contenuto soprannaturale. La divinità del Cristo viene comunemente negata, pur trovandosi tra di loro in contraddizioni sull’interpretazione della figura di Gesù, che vien presentato come l’assertore e il simbolo della immanenza di Dio nel mondo (Baur), o come colui che nella intuizione della paternità Divina ebbe di Dio una idea liberatrice per la psicologia oppressa dal concetto di Dio giudice, (Harnack), oppure come il profeta escatologico, cioè annunziatore di una fine imminente del mondo ( A . Loisy). Viene negato il soprannaturale e quindi il miracolo in nome della ragione o della scienza, norme assolute di ogni verità. Inoltre il romanticismo del teologo protestante di F . Schleiermacher (1768-1834) ha influenzato moltissimo le generazioni seguenti per il concetto immanentistico di religione basata sul sentimento e sull’esperienza personale: religione è l’atto con cui l’uomo percepisce di essere in unione con l’infinito, onde nasce nell’animo un « sentimento di dipendenza ». Questa intuizione può assumere forme diverse (donde le varie religioni) e forme nuove che danno luogo alla rivelazione. (Cfr. Histoire de la Theologie protestante au xix siecle: L. PERRIRAZ, 3 coll.). A. Sabatier affermerà poi esplicitamente che tutte le religioni sono il risultato di questa esperienza originaria: la cristiana è la più perfetta. I dogmi poi non hanno valore oggettivo: sono la trascrizione inadeguata e relativa di una esperienza soggettiva (cfr. A . SABATIER, Esquisse d’une Philosophie de la religion). – Queste idee esegetiche e religiose hanno prodotto anche tra i Cattolici movimenti di pensiero in parte rimasti nell’ortodossia e in parte staccati: è l’eresia modernista i cui più espressivi e radicali rappresentanti sono tra gli altri, l’inglese G. Tyrrell (1861-1909), in Francia A . Loisy (1857-1940) con diramazioni anche in Italia, specialmente, per mezzo di E . Bonaiuti (Per la bibliografia si confronti l’opera fondamentale di I . RIVIÈRE, Le modernisme dans l’Eglise, Paris 1929; cfr. id. D.T.C, t. x c. 2009-2047; G. MARTINI, Cattolicesimo e storicismo, 1951. L . DA VEIGA COUTINHO, Tradition et Histoire dans la controverse moderniste, Roma). –

L’errore modernista, a differenza di precedenti eresie che negavano un punto del dato dottrinale, riguarda la base di tutto il Cristianesimo, perché mette in discussione i suoi elementi fondamentali, come il concetto di religione e di rivelazione, onde l’enciclica Pascendi lo definirà come « la sintesi di tutte le eresie». Tyrrell stesso affermava: «non è, come i nostri avversari lo suppongono, sopra uno o due articoli del simbolo che noi differiamo; gli articoli noi li accettiamo tutti, ma ciò che è in gioco è la parola credo, è il senso della parola « vero » quando la si applica al dogma, è tutto il valore della rivelazione » (Lettera a Von Hugel citata da R. ATTBERT, Le problème de l’acte de foi, 2 ed. p. 369). – Il modernismo è nato da una pretesa inadeguatezza riscontrata tra i fatti storici e la scienza sacra che ne è sorta. Loisy afferma che i miracoli e le profezie e l’insieme dei fatti straordinari non costituiscono che un cumulo di probabilità, onde la necessità, per fondare assolutamente la fede, di trovare una base nella stessa conoscenza religiosa. Non è necessario che tra i fatti storici e la dottrina ci sia una omogeneità oggettiva: è sufficiente il rapporto di simbolo e di realtà: i fatti storici non fondano la dottrina, ma ne sono le espressioni simboliche, soggettive, mutevoli. Il fondamento di ogni religione non consiste in basi esegetiche o storiche, ma la vita e la esigenza dello spirito umano, conformandosi in ciò all’immantismo del tempo in campo religioso e filosofico. I modernisti italiani nella risposta all’enciclica Pascendi affermavano: « la critica recente delle varie teorie della conoscenza porta a concludere che tutto è soggettivistico e simbolistico nel campo della conoscenza: la legge della scienza come le teorie metafisiche. Ma ciò non toglie che ciascuna delle creazioni dello spirito umano nelle sue varie sfere di attività abbia un valore assoluto. Anche il campo della fede ha il suo valore vitale e nel suo genere è assoluto» (Il Programma dei modernisti, 1908, pag. 111). La religione non è fondata sulla rivelazione trascendente che viene al soggetto, ma emana dalla vita, come frutto immanente in essa [la solita solfa gnostico-immanentista –ndr.-]: « e perché la nostra vita è per ciascuno di noi qualcosa di assoluto, anzi l’unico assoluto, tutto ciò che da essa emana e ad essa ritorna, tutto ciò che ne alimenta e arricchisce l’esplicazione, ha ugualmente il valore assoluto» (id. p. 112). – Mentre la religione è il senso dell’assoluto immanente vitalmente nell’uomo, la rivelazione ne è la manifestazione, « è la coscienza acquisita dall’uomo della sua relazione a Dio », come dice l’enciclica Pascendi (cfr. DENZ. 2020), interpretando alla lettera ciò che dice Loisv: « ciò che si chiama rivelazione non ha potuto essere che la coscienza acquisita dall’uomo del suo rapporto con Dio » (LOISY, Autour d’un petit livre, p. 195). Si tratta di un senso dell’assoluto immanente nell’uomo e di una intuizione originaria dell’umanità che si va sempre più perfezionandosi, sotto l’influsso della vita, con la percezione di nuovi rapporti. Per Tyrrell la rivelazione è una esperienza, cioè un fenomeno profetico morale e interiore; « non può essere introdotta in noi dal di fuori, essa può essere occasionata, ma non può essere prodotta per l’istruzione. L’insegnamento esterno deve evocare in noi una rivelazione » (TYRRELL, Trough Scyìla and Charybdis, p. 306). Colui che rivela non dà contenuti oggettivi nuovi, ma con la manifestazione della sua particolare esperienza ne risveglia di simili negli altri uomini. I sacramenti della Chiesa sono nati dal bisogno vitale di dare alla religione un corpo sensibile, mentre invece i dogmi sono la trascrizione di questa esperienza mutevole sviluppata nel corso dei secoli e che ha il potere suggestivo di risvegliare e riprodurre la stessa esperienza negli altri. – Per i modernisti la fede non è l’assenso a verità storiche ed oggettive, ma il risultato di una esperienza dove l’uomo prende coscienza della ricchezza spirituale del Cristianesimo considerato come l’unico fattore capace di far sviluppare il senso religioso, che consiste in una innata comunicazione personale con l’Infinito [e qui siamo in pieno campo gnostico – ndr. -]. La fede è una percezione di Dio immanente nel cuore, non l’affermazione di Dio che oggettivamente parla nella storia e attraverso di essa alle coscienze. I dogmi non sono altro che la trascrizione simbolica e l’intelligenza fa di questo dato vitale originario nel cui potenziamento e sviluppo consiste tutta la rivelazione; non sono oggettivi, ma la reazione tutta umana ed emotiva a questa forza vitale religiosa; hanno un valore pratico ed utilitario per esprimere la fede dell’individuo e suscitarla negli altri. In conclusione i dogmi sono un saggio tentato dall’uomo per formulare un’esperienza che muta; e quindi mutano anch’essi. Il simbolo è « una realtà, una realtà sui generis a cui la fede conferisce un valore inestimabile fino a farlo diventare veicolo reale e occasione benefica di una elevazione dello spirito e di una più profonda elevatezza religiosa» (Il Programma dei modernisti, p. 112); possono essere falsi o veri; però devono avere un valore pratico, quello di alimentare la pietà. Hanno quindi un valore soggettivo; non sono irreformabili, sono mezzi per suscitare la fede, non sono l’espressione oggettiva ed intellettuale dell’affermazione della rivelazione oggettiva e storica: esprimono il soggetto non l’oggetto. Il modernismo riduce il soprannaturale al sentimento del soprannaturale, il quale sentimento è un aspetto della vita psichica dell’uomo; la rivelazione nasce dall’uomo, non è l’atto libero di Dio trascendente che si rivela all’uomo nella storia; i dogmi non sono l’espressione autentica di una rivelazione oggettiva, la quale può essere tale soltanto se, essendo assoluta, si esprime come tale. Per il modernismo invece la conoscenza umana è chiusa nel mondo dei fenomeni e del relativo, come affermava Kant. Loisy parlando dei dogmi che afferma relativi e mutabili dice: «non è con gli elementi del pensiero umano che si può costruire un edificio eterno. La verità solo è immutabile, ma non la sua immagine nel nostro spirito » (L’Evangile et l’Eglise, ed. 1, p. 166, ed. 2, p. 210). Agnosticismo e immanentismo sono le basi filosofiche del modernismo, onde il senso stesso della parola credo è pervertito: non è l’affermazione oggettiva soprannaturale di una realtà vera, ma l’espressione soggettiva e quindi mutevole di una realtà e verità inconoscibili in se stesse e non attingibili dall’uomo che rimane chiuso in se stesso. – Per questo il decreto Lamentabili del 3-4 luglio del 1907 e poi in maniera più solenne l’enciclica Pascendi (8 settembre 1907) condanna il modernismo come « sintesi di tutte le eresie ». Svalutata la Chiesa nel protestantesimo, negato il Cristo con Dio nel liberalismo protestante, negato il soprannaturale nel razionalismo e reso oggetto dell’intelligenza nel semirazionalismo di Hermes e di Gùnther, il modernismo ha ridotto la stessa affermazione fondamentale cristiana e la rivelazione ad essere un prodotto dello spirito nella sua facoltà di alienarsi.

ALBERTO BELLINI

[Grassetto e colore sono redazionali]

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L’eresia modernista, che è la sintesi di tutte le eresie considerate fin qui, ha trovato suo pieno compimento: prima nel conciliabolo cosiddetto Vaticano II, e poi nell’opera ferocemente anticattolica, destabilizzante e demolitrice dei falsi prelati e degli antipapi apostati succedutisi dopo il 26 ottobre del 1958, giorno del trionfo di satana in Vaticano, giorno in cui è stato estromesso, esiliato ed umiliato il Santo Padre Gregorio XVII (già Cardinal G. Siri), la Cattedra di Pietro usurpata da un massone 33°, servo dell’anti-Cristo, e tutta la Cristianità un tempo Cattolica passata, suo malgrado e senza colpo ferire, con uno scisma formale e materiale, nella setta del “Novus Ordo” « … e la Chiesa sarà eclissata » [Apparizione approvata a La Salette, 1846]

LE PIAGHE DELLA COMUNITA’ CRISTIANA: LE ERESIE (4 a)

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ’ CRISTIANA

Capitolo I

Le ERESIE,

ferite alla unità della fede

(4 a)

[“Somma del Cristianesimo”, a cura di R. Spiazzi, vol. II Ed. Paoline, Roma, 1958]

Art. 4. – LE ERESIE MODERNE. –A

La cultura moderna ai suoi inizi si presenta dominata dall’umanesimo: questo movimento di pensiero condusse ad un paganesimo pratico, però rifacendosi ad una scoperta dell’uomo nei suoi valori e non essendo sorto nell’ambito del pensiero cristiano, come reazione ad esso o accentuazione unilaterale di qualche suo aspetto, ma autonomo, non produsse nessuna eresia, pur avendo dell’uomo e del suo potere un concetto esageratamente ottimistico e quindi non cristiano. Però il metodo esegetico dei testi da essi introdotto avrà i suoi effetti sulla Riforma protestante, specialmente su Zuinglio che, rifiutando il Magistero ecclesiastico, ad essa appella, per l’interpretazione della Sacra Scrittura. Le eresie moderne invece si presentano con il Protestantesimo e Giansenismo come antiumanistiche, in quanto v’è negato all’uomo la partecipazione al divino e la cooperazione alla salvezza propria. Oltre la negazione dell’uomo si nega la Chiesa, svalutando la ecclesiasticità come opus operatum. Nel secolo XIX si indebolisce lo stesso soprannaturale in quanto con il semirazionalismo di Hermes e Gùnther il suo accesso e la sua penetrazione vien resa possibile alle forze naturali dell’uomo. La negazione esplicita del soprannaturale della rivelazione e della stessa divinità del Cristo si avrà col razionalismo esegetico e col modernismo.  – L’uomo tende a ridurre il rapporto religioso ad un fatto soggettivo di alienazione con lo scopo di eliminare anche Dio dopo aver rifiutato la Chiesa, la rivelazione e il Cristo.

Il Protestantesimo.

Il protestantesimo si presenta come affermazione della trascendenza di Dio e della sovranità assoluta e totale della grazia che tutto opera nella salvezza dell’uomo. È eresia non per l’affermazione di questi principi che sono la base del Cristianesimo, ma perché li considera unilateralmente. – La trascendenza assoluta di Dio non impedisce che la sua azione diventi immanente nell’uomo, partecipata intrinsecamente come grazia; invece il protestantesimo, in base alla assoluta trascendenza di Dio, afferma una radicale opposizione tra Dio e l’uomo che dall’azione di Dio non viene intrinsecamente mutato. Inoltre il principio che la grazia è sovrana e tutto opera diventa nella dottrina luterano-calvinistica il principio della esclusiva azione della grazia la quale esclude quindi ogni cooperazione dell’uomo. – Anche qui unilateralità: non sa conciliare l’onnipotenza della grazia con la sua capacità di suscitare con essa altre attività libere e cooperatrici rese tali non per virtù propria di queste attività, ma per il dono di Dio. – L’eresia protestante consiste allora nel negare un rinnovamento ontologico nell’essere dell’uomo; nell’escludere ogni cooperazione dell’uomo e della sua libertà all’azione di Dio operante nella grazia; nel rifiutare ogni ecclesiasticità come strumentalità e realtà in se stessa costituita da Dio santa, perché mezzo con il quale la sua salvezza si perpetua, si manifesta ed opera nel mondo e sugli uomini. Innanzitutto il protestantesimo è eresia perché rifiuta ogni significato ontologico alla giustificazione che Dio opera per l’uomo. Infatti per la Riforma la grazia è benevolenza, giudizio misericordioso, favore che Dio usa verso l’uomo; è un atto trascendente e sovrano di Dio per il quale l’uomo rimanendo nel suo essere e nel suo operare, quello che era prima, cioè peccato e impotenza, dalla bontà di Dio viene considerato e reputato giusto. Infatti Lutero afferma: « sei giusto per la misericordia e la compassionevolezza di Dio. Ciò non è habitus o qualità tutte del mio cuore, ma qualche cosa di estrinseco, cioè la misericordia divina, perché sappiamo rimesso il nostro peccato e perché viviamo nelle sue misericordie numerose e grandi » (W. A. 40, I I , 353,3 : cfr. W. ELERT, Morphologie des Luthertums vol. I , p. 69, n. 1). Anche per Calvino « l’uomo non è oggettivamente giusto » (Inst. Christ.), come egli stesso asserisce in polemica contro i Cattolici. La giustificazione così viene descritta da Melantone nella sua Apologia: « essere giustificato significa assolvere il reo come avviene nei Tribunali (forensi consuetudine) e dichiarare uno giusto, per una giustizia estrinseca, cioè quella del Cristo, la quale giustizia estrinseca viene a noi comunicata per mezzo della fede » (Ap. 4, 305 da : Die Bekenntnisschriften der Evangelisch-lutherischen Kirche, p. 219). Sul presupposto di una trascendenza divina esageratamente intesa si esclude ogni partecipazione, interiorizzazione dell’azione di Dio nell’uomo nel quale nulla viene posto di realmente e oggettivamente nuovo come termine dell’azione divina. Viene rifiutata un’azione la quale sia veramente e ontologicamente rinnovatrice e santificatrice e la giustificazione non fa giusti, ma dichiara soltanto giusti. Il Protestantesimo non comprende come la parola creatrice di Dio la quale, dato un essere e un significato intrinseco alle cose che Egli ha creato dal nulla, può anche nella sua azione ricreatrice e giustificativa porre nell’uomo una realtà e una capacità santa. L’uomo è allora veramente giusto in se stesso, non per capacità propria, ma per dono di Dio. Lutero invece asseriva che l’uomo è simul justus et peccator: peccatore e non giusto in se stesso, giusto nel giudizio benevolo e gratuito di Dio. Invece la giustizia non viene soltanto imputata all’uomo, ma partecipata; e la redenzione oggettivamente compiuta nel Cristo, si soggettivizza in ogni uomo, con la cooperazione dello stesso uomo elevato dalla grazia. – Anche quando Lutero e Calvino affermano che la giustificazione è in se stessa santificatrice, escludono ogni valore ontologico e intrinseco a questa rinnovazione dell’uomo; infatti queste azioni sante non sono in quanto tali operate dall’uomo. Dio soltanto opera la santificazione con l’esclusione di ogni cooperazione umana: le opere compiute dall’uomo hanno solo il valore di segno di una attività santificatrice operata fuori dell’uomo. – Il Protestantesimo quindi diventa eresia perché rifiuta che la grazia possa essere intrinsecamente presente nell’uomo in modo che l’uomo sia reso giusto in se stesso. Il Concilio di Trento dichiara eretico colui che afferma che la grazia è soltanto un favore di Dio: infatti la carità e la grazia «ineriscono» all’uomo. Nella Rivelazione la grazia è presentata come una vita comunicata e partecipata all’uomo che di essa vive e in essa è intrinsecamente rinnovato. È la nozione troppo pessimistica nell’uomo che nella dottrina della Riforma diventa eretica. Infatti il peccato originale, identificato con la concupiscenza, è considerato una « corruzione della natura » (W. A. 8,105); è poi talmente radicale nell’uomo da rendere intrinsecamente cattivi tutti gli atti naturali: « Dio creò retto l’uomo, ma quando ha peccato, la volontà tutta fu corrotta e tutte le capacità naturali, e credo che siano corrotti anche i sensi naturali e che il corpo è viziato negli stessi sensi, nel sangue e nei nervi » (W. A. 40,2,323). Tutte le azioni dell’uomo sono allora peccato, anche le azioni naturalmente buone, e « le virtù dei pagani non sono altro che menzogna » (W. A. 2,458,613). Viene negato ogni valore etico alla natura in sé e quindi vien rifiutata ogni morale naturale; come del resto vien rifiutata ogni filosofia, poiché le cose hanno il valore che dà loro la Parola di Dio. – Questa radicale corruzione della creatura e l’esclusione di ogni rinnovamento intrinseco dell’uomo nella grazia porta al rifiuto di ogni libero arbitrio e di ogni cooperazione dell’uomo alla grazia. Lutero e la Riforma non escludono la libertà psicologica dell’uomo che può volere e non volere; escludono che questa libertà si applichi alla operazione della propria salvezza. La libertà dell’uomo è « res de solo titulo, figmentum penitus » cioè è « soltanto un vocabolo, una pura finzione ». – Non hanno più senso allora tutti gli inviti che Dio nella Sacra Scrittura fa all’uomo perché costui operi la propria salvezza, né ha senso l’ordine naturale dell’uomo come realtà elevata e perfezionata dalla grazia. Per il Concilio di Trento, nel settimo e venticinquesimo canone sulla giustificazione, le opere morali dell’uomo prima e dopo della giustificazione sono azioni buone e non peccato, come invece afferma Lutero: sono azioni di una natura incorrotta e quindi buona, anche se, in seguito alla privazione del soprannaturale, con più difficoltà l’uomo esplica la sua stessa naturalità. – Il Protestantesimo rifiuta così ogni cooperazione dell’uomo alla grazia e conseguentemente il valore delle opere buone e del merito. Negata ogni partecipazione intrinseca della grazia a una rinnovazione reale dell’uomo e non sapendo conciliare la cooperazione dell’uomo con la onnipotente, sovrana grazia che opera tutto nell’ordine della salvezza, Lutero e Calvino rifiutano ogni cooperazione attiva dell’uomo: « noi siamo giustificati per la sola fede senza le opere » (W. A. 30,2,659). Non viene negata la necessità delle buone opere, viene negato il loro ruolo attivo e cooperante. Calvino asserisce: « noi non siamo giustificati senza le opere, quantunque non sia per le opere » (Inst. Christ., III, 161) e Lutero nel suo scritto «della libertà cristiana» dice: «le opere buone e giuste non fanno mai un uomo buono e giusto, ma un uomo buono e giusto fa delle buone opere » (W. A. 7,32); onde la fede non giustifica per le opere, non però senza le opere: queste seguono soltanto come segno, ad onore di Dio, per obbedienza, senza però nessun valore e senza nessun influsso. – Qualora ciò avvenisse, per Calvino l’onore di Dio verrebbe diviso e Dio non sarebbe più il gran sovrano, poiché la sua gloria sarebbe divisa; per Lutero invece Dio non sarebbe più la causalità che tutto produce e opera. Il Protestantesimo non è eresia perché afferma che nella salvezza nulla viene operato fuori di Dio, ma perché nega che questa azione elevante di Dio sia talmente onnipotente da suscitare l’attività dell’uomo e porlo per grazia cooperatore nella propria santificazione. – Il Cattolicesimo non asserisce che la cooperazione dell’uomo si aggiunge a quella di Dio, come se questa non fosse efficace, ma afferma che la cooperazione umana nasce da questa grazia originaria, come suo frutto. Grazia e cooperazione sono inseparabili, anche nello stesso atto della giustificazione. L’uomo riceve il dono di operare con libertà la propria salvezza che è così tutta di Dio e tutta dell’uomo che agisce in subordinazione a Dio; il concilio di Trento, in armonia con la dottrina della Chiesa afferma che gli uomini adulti « resi capaci e aiutati dalla grazia divina si muovono liberamente verso Dio » (DENZ. 798), « assentendo e cooperando liberamente alla stessa grazia » (DENZ. 797). Il primato della grazia viene così salvato perché essa rimane unica causa della cooperazione dell’uomo la quale senza il dono di Dio non avrebbe luogo.- Il Protestantesimo è eresia perché è unilaterale: nella sua affermazione fondamentale della salvezza per la sola grazia non ha saputo vedere come esso non nuoceva alla cooperazione dell’uomo la quale nasceva dalla grazia stessa. Onde l’uomo veniva reso passivo, senza la libertà elevata a volere un oggetto più grande di sé, la vita di Dio, senza essere immesso in una realtà nuova, soprannaturale: la grazia santificante. Per il Protestantesimo l’uomo è soltanto un mendicante; per il Cattolicesimo l’uomo è reso da Dio cooperatore e degno di merito e tutto ciò per azione della grazia. Nella grandezza del dono sorge nell’uomo il potere di meritare come si esprime il concilio di Orange del 529: « la ricompensa è dovuta alle buone opere, se si fanno, non per qualsiasi merito che abbia preceduto la grazia, ma la grazia, che non è dovuta, precede perché esse siano compiute » (DENZ. 191). Negato all’uomo il dono della libera cooperazione, la salvezza dell’uomo è una decisione che si compie fuori dell’uomo, onde si cade nell’eresia predestinazionistica, affermata da Lutero nel suo De servo arbitrio e da Calvino: è la conseguenza della dottrina riformata della grazia che esclude ogni cooperazione umana. Nata con la pretesa di magnificare la grazia onnipotente la Riforma la svaluta: mentre per i cattolici essa è talmente attiva e sovrana da rendere altri attivi e sovrani in essa, per il Protestantesimo è resa impotente a rendere gli uomini potenti ed attivi. E questa potenza e attività non nuoce a quella di Dio, ma è effetto della Grazia talmente ricca e potente da rendere anche altri potenti ed attivi. – Il Protestantesimo nega pure ogni ecclesiasticità: non ha saputo vedere nella funzione gerarchica, nel Papato, nel Sacerdozio, nel Magistero ecclesiastico dei servizi e ministeri santi per istituzione divina, per mezzo dei quali soltanto l’uomo entra nella salvezza e nella comunità di Dio: essi sono soltanto delle creazioni umane, non istituzioni divine. Lutero e Calvino non sono stati fedeli alla dottrina della incarnazione che pure accettavano: se l’umanità in Gesù è veramente l’umanità di Dio e strumentalità di grazia e di salvezza, non nuoce alla trascendenza e alla libertà sua se Dio perpetua visibilmente la comunicazione dei frutti della salvezza attraverso altre umanità, quella della Chiesa visibile e dei suoi mezzi. Erede di movimenti di sfiducia nella Chiesa visibile, movimenti nati dal grande scisma occidentale e da assertori di uno spiritualismo disincarnato come Wyclif e Huss, l’eresia protestante rifiuta il visibile nella Chiesa. Anche coloro che come Calvino e Bucer accettano delle istituzioni ecclesiastiche come istituzioni divine, si nega da alcuni l’episcopato, da tutti il Papato, il Magistero ecclesiastico e la Tradizione come fonte della Parola di Dio. Il primato della Parola di Dio accentuato dai Protestanti diventa eresia quando questa Parola di Dio è ridotta alla sola Sacra Scrittura, e l’interpretazione della Parola di Dio non è autenticata in un magistero: allora vien meno la stessa rivelazione la quale, per non essere lasciata alle supposizioni e alle arbitrarietà soggettive; deve aver la possibilità di prodursi in modo sensibile, cioè adatto all’uomo; Dio non rivelerebbe se non fosse dato all’uomo il mezzo d’interpretare la sua parola: ogni messaggio per essere tale deve aver la capacità di farsi intendere dal destinatario in modo proporzionato alla sua natura. Negando il Magistero ecclesiastico il Protestantesimo diventa eresia, perché nega un elemento essenziale alla stessa Parola di Dio. Questa non viene resa schiava o subordinata nel magistero: soltanto requisisce per volontà sua il mezzo di farsi intendere dall’uomo in modo adatto all’uomo stesso.  Anche la stessa funzione sacramentale è intesa ereticamente dalla Riforma, almeno da diversi dei suoi movimenti, precisamente da quelli che riducono i sacramenti ad essere solo segni della fede o della grazia a donare la quale non cooperano affatto. Dell’Eucaristia o vien negata la presenza reale (Zuinglio e Calvino) o la transustanziazione (Lutero) o la sua funzione sacrificale nella Messa. – Come conseguenza del pessimismo sull’uomo e della negazione di ogni partecipazione intrinseca della grazia vien negato ogni culto ai santi. Essendo così unilaterale nell’intendere la grazia ed eliminando la ecclesiasticità o il primato il Protestantesimo non è una riforma della Chiesa, ma una rottura da essa e una separazione dalla sua dottrina. Per questo la condanna di Lutero nella bolla pontificia Exurge, Domine del 15 giugno 1520 e la condanna di tutte le dottrine della Riforma nel Concilio di Trento (1545-1563) non è altro che la conseguenza ultima di un movimento che già si era staccato dalla Chiesa stessa rifiutandone la fede in tutti i suoi aspetti. – Tolta l’interpretazione della Sacra Scrittura alla Chiesa si sviluppa in certi ambienti periferici alla stessa Riforma una tendenza razionalistica secondo la quale è la ragione che ha la signoria della Sacra Scrittura. Questo metodo ed interpretazione vengono specialmente applicati al dogma della Santissima Trinità. Si parte dalle affermazioni trinitarie considerate però da una intelligenza che è in rivolta contro di esse; onde queste affermazioni della Rivelazione vengono ridotte ad una pura funzione manifestativa di una unicità che nega ogni vera e reale Trinità. È l’eresia antitrinitaria: Fu negata dalla stessa Riforma e Calvino condannerà perfino alla morte il suo maggior rappresentante M. Serverò; però fu certamente la tendenza protestante a considerare la Trinità solamente in rapporti a noi, a far affermare ai nuovi eretici che essa non ha alcun valore oggettivo ed assoluto nella divinità in sé, ma solo nel suo manifestarsi a noi. – Gli Antitrinitari si dividono in due correnti: quella più mistica rappresentata da M. Serveto e quella razionalistica da Lelio Socino. M. Serveto (1509-1533) nato a Villanuova in Aragona scrisse nel 1531 un trattato De Trinitatis erroribus libri VII, come pure un’opera Christianismi restitutio. Contro di lui scriverà nel 1543 Calvino una Defensio orthodoxiae fidei de sancta Trinitate contra prodigiosos errores M. Serveti Hispani. Serveto ha affermato l’unicità di Dio considerato neo-platonicamente e panteisticamente come “essentia essentians” che si è rivelata in tre modi: come Parola o Verbo, come Cristo e come Spirito. Antitrinitari sono pure B. Ochino nei suoi Dialoghi, senese, e G. Blandrata che chiama la Trinità « Deum conflatum ». Ochino è alla testa dell’unitarismo che ebbe in Biddle (1601-1662) uno dei suoi maggiori rappresentanti.

Lelio Socino (1525-1562) nega la Trinità perché non in accordo con la ragione; la Trinità nella Sacra Scrittura deve essere intesa come una molteplicità di manifestazione.

Baianismo e Giansenismo.

– M. Baio.

Nei secoli XVI e XVII sorsero due eresie sviluppatesi nella difficoltà d’intendere l’azione della grazia nella libertà dell’uomo e di armonizzare la natura con il soprannaturale. Michele de Bay, alla latina detto Baius, nacque a Melin, oggi Meslin l’Evéque nel 1531; fu associato come professore di teologia all’Università di Lovanio; nel 1563 fece parte di una delegazione al concilio di Trento. Mori nel 1589. I suoi errori furono condannati da Pio v nel 1567 con la bolla Ex omnibus afflictionibus, compendiati in 79 proposizioni tolte dai suoi numerosi opuscoli. Baio si sottomise totalmente alla condanna. – Baio esprime un ottimismo esagerato sulla natura e la dignità dell’uomo prima del peccato originale, di modo che il peccato ha prodotto in esso un disordine totale e completo da rendere le azioni umane tutte peccaminose. Innanzitutto prima del peccato originale il soprannaturale e la vita eterna come conoscenza e possesso di Dio erano il termine e il riposo naturale delle tendenze spirituali dell’uomo: «come la natura dell’occhio è di vedere, così la natura della ragione e della volontà in Adamo fu di conoscere Dio, affidarsi a Dio, temere Dio » (citato da F. X. JANSEN, Baius et le Bajanisme, p. 36). Data la volontà e l’intelligenza in quanto tali è data la loro gravitazione naturale a Dio contemplato e posseduto: Baio confonde lo stato di Adamo innocente con lo stato naturale e normale dell’uomo e non sa che la vita in Dio non era termine naturale di Adamo, ma dono di Dio ad una natura resa capace di raggiungere un fine superiore e impossibile alle proprie tendenze. – Il peccato originale per Baio non soltanto ha privato l’uomo della elevazione e capacità soprannaturale, ma, dato il rapporto di necessità esistente in antecedenza tra l’uomo e Dio come vita eterna, ha reso le stesse facoltà naturali dell’uomo fuori dell’ordine e della legge propria; le sue azioni non giungono al fine a cui in quanto tali dovrebbero giungere nella legge del loro dinamismo; e quindi sono tutte peccaminose. Tutto l’uomo in quanto tale è senza senso, perché chiuso in se stesso e nel proprio egoismo in rottura radicale con Dio e quindi immorale in tutte le sue opere. Per Baio il peccato originale non è la privazione del soprannaturale, privazione che lascia l’uomo ancora nella bontà della sua natura e delle sue azioni; ma un atto dell’uomo, una concupiscenza, una perversione positiva dello spirito umano che viene corrotto e reso incapace di esplicare e tradurre in atto la propria dinamicità. La concupiscenza, il disordine e la disarmonia essenziale dell’uomo rimangono anche dopo il Battesimo, il quale toglie il reato e non imputa la colpa, ma non dà nessuna realtà nuova all’uomo. Questa concupiscenza congenita nell’uomo è sempre peccato, anche se non è voluta positivamente dall’uomo. Baio infatti confonde volontarietà con spontaneità: onde per commettere il peccato non si richiede che l’azione sia in potere dell’uomo nel suo essere adempiuta, ma che proceda dalla spontaneità della natura: non importa se è intrinsecamente determinata, come un istinto; purché non sia soggetta a costrizione estrinseca. L’uomo è una realtà dinamica protesa nell’agire e nell’operare; ma siccome è ora nella natura dell’uomo essere fuori del fine, cioè fuori della capacità di raggiungere Dio, tutte le azioni dell’uomo, come espressioni di questo dinamismo vano, frustrato nel suo scopo, cioè di questa concupiscenza, sono peccato. Sono peccati tutte le azioni dell’uomo dopo l’uso di ragione (cfr. la proposizione condannata 49: DENZ. 1049): Infatti «tutto ciò che opera il peccatore o il servo del peccato, è peccato» (pr. 35: DENZ. 1035) e «tutte le opere degli infedeli sono peccati e le virtù dei filosofi sono vizi » (pr. 25: DENZ. 1025). Le singole azioni dell’uomo, siano essi liberi o no, come atti ed espressioni di una natura radicalmente male orientata, sono azioni cattive e peccaminose. Per Baio peccato e natura si identificano. Nella sua attività l’uomo non può far altro che peccare (cfr. pr. 28): questa è la sua unica scelta e libertà; e la tragicità dell’uomo è di dovere essere condannato per azioni che non può evitare. La Sorbona ha condannato di Baio una proposizione: «L’uomo pecca e merita la condanna in ciò che fa necessariamente ». La tendenza di Baio è di accentuare la diversità tra la vita naturale e quella etico-religiosa. Negata l’autonomia della natura e asserita come necessaria l’esigenza che questa ha del soprannaturale considerato come il fine nel quale il suo tendere ha senso, tutto ciò che è natura è incompletezza essenziale; la natura in se stessa non ha quindi alcun valore etico-religioso. Il rapporto al fine, il quale per Baio non può essere che quello soprannaturale, costituisce l’oggetto morale come tale; dove esso fa difetto non ci può essere che immoralità e peccato; non si ammette una bontà naturale. – Baio non conosce la divinizzazione dell’uomo e la grazia elevante che ponga nell’uomo giustificato una realtà nuova e deifica; la giustificazione allora non è un’azione rinnovatrice ed elevante dell’uomo, ma soltanto consiste e nella osservanza perfetta dei comandamenti ottenuta per dono di Dio e realizzata dalla natura non perfezionata, e ancora nella remissione dei peccati che sono la conseguenza di una osservanza imperfetta. La giustificazione non è una grazia elevante, ma aiuto medicinale alla natura perché osservi la legge. – La giustizia non è una forma deifica, ma la semplice rettitudine della volontà e l’osservanza della legge; che le opere siano meritorie non deriva dalla grazia, ma dalla proporzione che esse hanno di natura loro con la ricompensa. La carità può trovarsi nell’uomo con il peccato. La grazia quindi non è il perfezionamento dell’uomo, ma il dono che permette alle facoltà dell’uomo di raggiungere il fine alle quali esse naturalmente gravitano. Il perdono di Dio rimane estrinseco all’uomo, viene soltanto imputato; l’effetto interiore non è una forma nuova perfettiva dell’uomo, ma il semplice raggiungimento di un fine proporzionato. Baio non ha saputo vedere l’uomo nella sua realtà naturale elevato ad una grandezza e ad un fine soprannaturale, in un innestarsi armonico di due ordini in cui la grazia è puro dono, e quindi in nessun modo dovuto. La natura senza la grazia, per Baio, è esclusiva concupiscenza; onde negazione di qualsiasi valore e bontà naturale dell’uomo fuori della grazia, con la conseguente separazione del divino dall’umano visto solo negativamente e non come la base sulla quale si inserisce il divino come perfettivo. Baio è antiumanista: fuori della grazia non c’è bontà. Se l’uomo è solo peccato fuori della grazia, questa allora è l’esclusiva agente e non può essere che necessitante, perché non è data al volere libero dell’uomo e la cui volontà non vi può cooperare attivamente. Per Baio la volontà libera naturale non ha altra scelta che il peccato e quindi non può avere come sua scelta l’accoglienza della grazia, la quale non può essere che necessitante. Rifiutata la libertà, quando si osserva che la grazia non ha effetti in tutti gli uomini, questi limiti alla sua estensione non possono essere che voluti da Dio; ed allora vien negata la volontà salvifica universale di Dio. Sono queste le conclusioni che Giansenio dedurrà fino alle ultime conseguenze. Solo una grazia sufficiente cioè la grazia considerata con la libertà vera e reale dell’uomo ad essa può spiegare che la grazia è veramente tale anche se non è efficace.

Giansenio e Giansenismo.

Giansenio, nato nel 1585 in Olanda: dal 1634 vescovo di Ypres, lasciò alla sua morte, avvenuta nel 1638, un’opera l’Augustinus che fu pubblicata postuma nel 1640, a Lovanio. L’opera già condannata nel 1641 dalla Inquisizione, e nel 1642 da Urbano VIII, in quanto ripeteva gli errori di Baio, nel 1649 fu denunciata alla Sorbona compendiata in sette proposizioni. Innocenzo X il 31 maggio 1653, nella bolla Cum occasione ne condannò cinque proposizioni; condanna che fu poi confermata da Alessandro VII nel 1656 con la bolla Ad Sanctam Beati Petri Sedem contro coloro che sfuggivano la condanna asserendo che le proposizioni erano eretiche, però esse non erano espressioni nel senso inteso da Giansenio. Alessandro VII ha definito che le cinque proposizioni erano condannate in tal senso e in una nuova costituzione « Regiminis Apostolici » del 15 febbraio 1665 impose un formulario che doveva essere sottoscritto dai Giansenisti. Clemente XI, nel 1705, nella costituzione Vineam Domini esigeva non solamente il rispettoso ossequio alla condanna, ma l’adesione interna; nel 1713 colla Bolla Unigenitus fu definitivamente rifiutata ogni forma giansenistica, con la condanna di 101 proposizioni di Quesnel. – I sostenitori del Giansenismo furono Saint-Cyran che mori nel 1643; suo successore fu A. Arnauld resosi famoso con il suo libro La fréquente Communion a ricevere la quale esigeva condizioni estremamente difficili. Arnauld mori nel 1694. Il terzo uomo del Giansenismo fu Quesnel con le sue Riflessioni sul nuovo testamento. Il movimento trovò appoggi specialmente nel Monastero di Port-Royal che, sotto la guida di Madre Angelica, ne divenne la cittadella spirituale. Il Giansenismo, dopo l’ultimo tentativo di appellare, donde il partito degli appellanti, ad un Concilio, dopo la bolla Unigenitus si esauri lentamente, prima di tutto per la morte di Quesnel che avvenne il 2 dicembre 1719 da impenitente e poi con l’accettazione della bolla stessa da parte di Noailles, Arcivescovo di Parigi, favorevole alle dottrine giansenistiche. Non tutti i Giansenisti aderiscono alle cinque proposizioni condannate. Molte volte si tratta di un Giansenismo inteso in senso più largo, consistente piuttosto in un comportamento che in una dottrina, nell’accettazione di un certo rigorismo e nell’accentuazione della necessità dell’amore di Dio per dare un qualsiasi valore alle buone opere. Ciò avviene in special modo nel Giansenismo italiano, dove assume anche un aspetto riformistico. L’espressione massima del movimento in Italia la si ha nel sinodo di Pistoia nel 1786, condannato il 28 Agosto del 1794 da Pio vi con la bolla Auctorem fidei. L’anima di questo sinodo fu il Vescovo di Pistoia Scipione de Ricci. Specialmente in quest’ultimo il Giansenismo fa sentire il suo influsso anche sulla dottrina ecclesiologica. La tendenza ad un esagerato spiritualismo fa affermare che la Chiesa non è di questo mondo ed è pienamente spirituale, onde viene condannata ogni sua azione temporale, che viene concessa esclusivamente ai principi. Però il Giansenismo è principalmente una eresia che concerne la grazia. – II Giansenismo si presenta come un tentativo d’imporre alla Chiesa, sotto il patronato di Sant’Agostino, una concezione tetra e severa del Cristianesimo, tendendo a scoraggiare lo sforzo umano, ingigantendo arbitrariamente le conseguenze incresciose del peccato originale e annientando la natura dinanzi alla grazia. Esso è frutto della dottrina di Baio, alla difesa del quale egli avrebbe voluto dedicare il suo Augustìnus; ne dipende specialmente riguardo alla concezione di un Dio severo e terribile, giudice del peccato inevitabile e tuttavia punibile, di una grazia assolutamente dispotica e non concessa a tutti gli uomini. Tutta la dottrina giansenistica fa perno suìl’Augustinus di Giansenio. Innanzitutto il Giansenismo vuol presentarsi come un Agostinismo riguardo alla dottrina del peccato e della grazia, del rapporto tra grazia e libertà e della predestinazione. Pur ammettendo molte espressioni verbali simili e impronte materialmente identiche, Giansenio ha travisato Sant’Agostino perché ha staccato frasi che si inserivano in un particolare contrasto polemico o rispondevano a domande o situazioni particolari e, non tenendo conto di altre espressioni agostiniane che potevano integrarle e farle intendere giustamente, le ha innestate in un sistema più vasto e universale, per rispondere a problemi alla cui soluzione esse non erano create, perché destinate a preoccupazioni particolari e storicamente diverse degli interlocutori agostiniani. – La dottrina giansenistica, come quella di Baio, è ottimistica e semi-pelagiana sullo stato dell’uomo prima della caduta. La grazia, chiamata grazia di Dio (grada Dei) per distinguerla da quella concessa all’uomo decaduto (gratia Christi), è postulata necessariamente dalle esigenze essenziali dell’uomo e in certo qual modo dovuta come sua perfezione. La 35a proposizione condannata di Quesnel dice: « la grazia di Adamo è conseguenza della creazione ed era dovuta alla natura sana ed integra » (DENZ. 1385). Il semipelagianesimo sta in ciò che la grazia, dono iniziale di Dio e soltanto condizione necessaria all’azione dell’uomo (adjutorium sine quo non), era tradotta in atto dalla volontà libera, senza che fosse indispensabile il concorso della grazia stessa per elevare e applicare la libertà ad operare il dono di Dio. – All’ottimismo sulla situazione iniziale dell’uomo prima del peccato originale subentra un pessimismo esagerato sullo stato dell’uomo attuale. Il peccato originale non è la perdita del soprannaturale, ma è atto peccaminoso trasmesso ad ogni uomo, è una corruzione profonda prodotta nell’animo e in tutte le facoltà, trasmessa come abitudine collettiva attraverso la nascita, in modo che tutti gli atti umani sono sviati da una concupiscenza congenita, e quindi sono peccaminosi: « la volontà non prevenuta dalla grazia non ha luce che per traviarsi, ardore che per precipitare, forze che per ferirsi, essa è incapace di ogni male e impotente ad ogni bene» (Quesnel citato da H. BONDET, Gratia Christi, p. 317). La grazia del Cristo perdona la colpa nel battesimo, ma lascia l’atto del peccato, cioè la concupiscenza. L’uomo è nella necessità di peccare, tutti i suoi atti sono di questa concupiscenza congenita e quindi meritano dannazione. La grazia è richiesta per ogni atto buono, di modo che viene svalutata ogni morale naturale. Consegue un pessimismo assoluto sulla natura, sulle opere degli uomini e sulla civiltà: tutto è corrotto dalla concupiscenza, quindi è condannabile: « tutto ciò che non è dalla fede cristiana soprannaturale che opera per carità è peccato» (proposizione condannata da Alessandro VIII nel 1690: DENZ. 1301). È per questo che Giansenio afferma che i bambini morti senza Battesimo vanno all’inferno: anche loro hanno peccato. Se la concupiscenza congenita nella natura fa peccare necessariamente, l’uomo è ancora libero? A questa domanda Giansenio risponde affermativamente, ma ha della libertà un concetto assolutamente errato. Giansenio non ammette, nello stato attuale dominato necessariamente dalla concupiscenza necessitante, una indifferenza attiva per la volontà la quale non è padrona del suo agire o non agire, dell’agire bene o male: essa non ha che una scelta: l’agire peccaminosamente e essere travolto dalla concupiscenza irresistibile. Giansenio confonde la libertà con la volontarietà e la spontaneità, cioè il fare con amore e senza costrizione esterna ciò che non si può in alcun modo non fare. – Lo stato dell’uomo quindi è quello di subire con spontaneità e con diletto, e quindi nel senso di Giansenio, liberamente, l’impulso necessitante della concupiscenza o di una forza superiore a questa, la grazia vittoriosa, senza che il volere una o l’altra sia in suo potere: esse le si impongono con necessità, come si impone a lui la conclusione di un teorema matematico. Ed allora per Giansenio la grazia è una delectatio victrix cioè è una concupiscenza santa con la quale Dio agisce finalisticamente sulla volontà in modo che sia più forte di quella carnale e la superi. Questa grazia è necessitante, è irresistibile e quindi ha sempre effetto ed è sempre vittoriosa: « in stato di natura decaduta alla grazia interiore mai si resiste » (È la seconda delle famose cinque proposizioni condannate dell’Augustinus: DENZ. 1093). Nella grazia la libertà dell’uomo è l’amare spontaneamente ciò che l’uomo non opera e non ha in suo potere, ma gli è dato come voluto. Questa azione voluta non gli è data come potuta (in Giansenio non c’è potere separabile dal volere) e quindi la libertà non è veramente libertà. – Il pessimismo sull’uomo, di cui afferma la radicale corruzione di ogni sua tendenza nella concupiscenza peccaminosa, ha veramente impedito a Giansenio di vedere l’aspetto ontologico della grazia. Nella dottrina cattolica essa è perfettiva ed elevante, di modo che raggiungere il fine consegue ad un dinamismo soprannaturale che la grazia ha creato e sostiene nella volontà dell’uomo elevato. Se la grazia è elevante e perfettiva significa che nell’uomo deve esservi un dinamismo fondamentalmente buono il quale deve essere elevato a raggiungere attivamente un fine superiore alle proprie capacità ed esigenze naturali; questo dinamismo soprannaturale per essere veramente umano deve essere in potere dell’uomo, cioè totalmente libero, se non è libera la grazia, non è interiore. Giansenio la chiama tale, ma quando afferma che la grazia è necessitante e proporzionalmente inversa alla concupiscenza e rifiuta che essa elevi soprannaturalmente, inserendosi perfettiva sulla base di un substrato naturale e di un dinamico tendere che viene rispettato e portato a capacità e a fini superiori alle proprie fondamentali esigenze, allora essa non è più veramente interiore. – Giansenio ha visto nella grazia solo l’aspetto finalistico, non quello ontologico di elevazione. La grazia per essere elevante e perfettiva dell’uomo deve donare un vero, reale e perfetto potere soprannaturale il cui tradursi in atto dipende veramente anche dall’uomo; se non si realizza è nella esclusiva responsabilità dell’uomo. Qualora ciò succeda la grazia in se stessa non è meno la vera, reale e perfetta grazia. Questa grazia che per la mancata libertà dell’uomo non giunge ad effetto è chiamata dalla dottrina teologica grazia sufficiente. E questa è negata da Giansenio per il quale la grazia ha sempre necessariamente ed irresistibilmente un effetto; se questo non ha luogo la grazia non è vera grazia. La grazia è sempre efficace, sempre vittoriosa (delectatio victrix). Infatti, affermando come cattivo ogni volere dell’uomo, l’unico volere è quello di Dio e questo, se è un volere, deve essere un volere, un effetto. Per Giansenio negare la grazia sufficiente equivale a rifiutare ogni cooperazione attivamente positiva dell’uomo ed affermare quindi che la salvezza può essere operata esclusivamente da Dio, perché l’uomo ha il suo potere soltanto teso verso il male. La grazia vera non è ora quella di Dio per Adamo (gratia Dei), che dava il potere; ma la gratia Christi sempre efficace, perché dà il volere senza il potere attivo dell’uomo. Giansenio dice che affermare la grazia sufficiente è un non senso, oppure è eresia, perché dottrina semipelagiana: la quarta proposizione condannata dice: « i semi-pelagiani ammettevano la necessità della grazia interiore proveniente per ciascun atto in particolare, perfino per l’inizio della fede: erano eretici per il fatto che essi volevano che questa grazia fosse tale che la volontà potesse resistere o obbedirgli » (DENZ. 1095). Per Giansenio non si dà grazia se non irresistibile, necessitante, di infallibile effetto, vittoriosa. Per il Cattolicesimo l’affermazione della grazia sufficiente equivale quindi alla affermazione che Dio dà la sua grazia anche a coloro per i quali essa non è stata efficace, ai quali tuttavia è dato un vero potere; la loro libertà è stata veramente elevata a poter realmente volere la salvezza; il mancato raggiungimento è colpa esclusiva dell’uomo. Sant’Agostino portato dai Giansenisti a loro testimonianza afferma invece: «consentire all’appello di Dio o dissentirgli ecco ciò che è proprio della volontà » (De Spiritu et littera, 34, n. 60). Anche quando la grazia è detta muovere irresistibilmente (insuperabiliter), questo effetto irresistibile non s’impone all’uomo, ma è realizzato nella libertà rispettata e potenziata dell’uomo. Il Giasenismo ha saputo e voluto soltanto considerare della grazia l’aspetto della sua irresistibilità, negando che ciò è avvenuto soltanto con la liberazione e la elevazione della libertà umana a volere attivamente essa pure. In questa esclusività sta la sua eresia, perché praticamente ha negato la libertà. I Giansenisti hanno quindi negato la grazia liberatrice ed elevante, la grazia che libera ed eleva la libera volontà dell’uomo a volere atti salutari e a raggiungere la sua vocazione soprannaturale per cui l’uomo è chiamato ad essere e ad operare azioni maggiori di se stesso e della sua capacità ed esigenza. Quando si afferma che la grazia non può essere se non vittoriosa nell’uomo e non può non avere il suo effetto ne consegue che tutti coloro i quali non si salvano, non si salvano perché non ricevono la grazia. Viene quindi dal Giansenismo negata l’universalità della redenzione, con conseguenze predestinazionistiche. La quinta proposizione condannata dell’Augustinus afferma : « è semipelagiano dire che Gesù Cristo è morto o ha sparso il suo sangue per tutti gli uomini » (DENZ. 1096). Se i dannati sono in questo stato è perché il Cristo non ha voluto esser loro redentore. « I pagani, i giudei, gli eretici ed altri di questo genere non ricevono da Cristo nessun influsso: e da ciò deduci rettamente che in essi la volontà è nuda e inerme senza qualsiasi grazia efficiente » (proposizione condannata da Alessandro VIII nel 1690: DENZ. 1295). Tristissima è questa visione giansenistica di una gran parte dell’umanità in marcia verso la dannazione, soltanto perché per istinto nella loro concupiscenza operano il male che non possono evitare e alla cui eliminazione non è dato alcun aiuto da parte di Dio! – La morale giansenistica è per conseguenza eccessivamente rigorista. Qualsiasi amore delle creature è sempre concupiscenza e quindi peccaminoso. Scopo della religione è liberare l’uomo da qualsiasi amore terreno. Non è permesso quindi gioire delle creature; queste si devono rifiutare sempre perché suscitano concupiscenza. Per la moralità dell’atto è sempre richiesto amore perfetto e diretto di Dio. Per la frequenza dei sacramenti Arnauld nel suo libro De la frequente Communion richiede condizioni impossibili e considera la comunione, più che alimento della debolezza, come una ricompensa ad una virtù che però è difficilissima. – Il Giansenismo è così un pessimismo: l’uomo è necessariamente proteso al male e tutte le sue azioni compiute fuori della grazia sono cattive; l’umanità nella sua maggioranza è in una marcia fatale verso la dannazione; il mondo e le creature non sono lo specchio, ma soltanto occasione di male e quindi sono sempre da rifiutarsi; la concupiscenza è solo la tentazione che l’uomo porta come conseguenza del peccato; invece di essere considerata nel piano attuale come strumento di prova e di merito e di essere considerata male soltanto quando è voluta, per il Giansenismo è sempre male. – Giansenio mette sempre in opposizione l’umano con il divino e lo spirituale ed il bene è assolutamente identificato col soprannaturale. Non c’è un atto buono naturale, c’è solo concupiscenza. Per ogni atto buono si esige la carità: « tutto ciò che non è dalla fede soprannaturale che opera per l’amore è peccato » (proposizione condannata da Alessandro VIII nel 1690 : DENZ. 1301). Il binomio cupiditas-caritas è esclusivo, non c’è il posto per la natura e per tutto ciò che, pur essendo naturale, è in se stesso buono e base su cui lo stesso soprannaturale s’inserisce come perfettivo. Perde senso il mondo, la cultura ed il profano sui quali non c’è che una parola di condanna. Saint-Cyran, entrando un giorno in una scuola, apertamente afferma che Virgilio era dannato. Nel rapporto uomo-Dio l’uomo non viene elevato, ma soltanto umiliato nella sua volontà e dimenticato nella sua attività. Il Giansenismo risulta così un antiumanesimo, dimenticando che è falsa la pretesa di dare lode a Dio, di dar risalto alla sua Onnipotenza e tener l’uomo nell’umiltà quando si dimentica o si vilipendia le opere nelle quali Dio è potente come suscitatore di potenza. – Il Giansenismo ha affermato che tutto viene dalla grazia; ha però dimenticato, e in questo sta la sua eresia, che dalla grazia viene anche la grandezza dell’uomo, la positività del mondo e l’esser l’uomo reso capace di operare attivamente la propria salvezza. La condanna esiste soltanto quando l’uomo al quale data per grazia la possibilità e realtà del rispondere attivamente, rifiuta l’amore. Il Dio del Giansenismo è soltanto l’Onnipotenza terribile, quello del vero Cristianesimo è l’amore; è la libertà usata male che lo rende terribile. Contemporaneamente si sviluppò in Italia, specialmente a Roma, per opera di un prete spagnolo, Michele Molinos, un’espressione ereticale, chiamata Quietismo. Fu divulgata specialmente nello scritto la Guida spirituale di Molinos, pubblicato a Roma nel 1675. Si affermava che la perfezione cristiana consisteva in uno stato perenne di contemplazione e di amore dove l’anima subisce soltanto l’azione di Dio ed è dispensata dall’azione e da tutti gli atti espliciti di virtù e dalla resistenza alle tentazioni che si dovevano accettare passivamente. Innocenzo XI con la costituzione Cœlestis Pastor del 1687 condannò 68 proposizioni di Molinos (DENZ. 1221-1288). In Francia rappresentante di questa tendenza fu Giovanna Bouvier Gujon; anche lo stesso Fénélon ne fu leggermente indiziato con il suo libro Esplications des maximes des Saints condannato da Innocenzo XII nel 1699.

(Continua …)

LE PIAGHE DELLA COMUNITA’ CRISTIANA: LE ERESIE (3)

LE PIAGHE DELLA COMUNITÀ CRISTIANA

Capitolo I

Le ERESIE,

ferite alla unità della fede (3)

[“Somma del Cristianesimo”, a cura di R. Spiazzi, vol. II Ed. Paoline, Roma, 1958]

Art. 3. – LE ERESIE MEDIOEVALI.

Caratteri generali.

La spiritualità medioevale, nelle sue forme monastiche, numerose e incessanti, e nelle sue espressioni popolari, vastissime, ha mantenuto operose nella Chiesa, inserita nelle strutture temporali e impegnata nei compiti civili della « respublica Christiana », la pratica delle virtù evangeliche, l’imitazione di Gesù Cristo, l’amore ai misteri della sua vita terrena, lo slancio verso la contemplazione, la ricerca e il gusto dell’alta unione con Dio. – Questa ricchezza di espressioni ascetiche e d’esperienze mistiche, tramite l’umanità di Gesù Cristo, ha configurato anche quella varietà di movimenti eterodossi dell’Occidente latino che, dal mille al cinquecento, sono qualificati come eresie medioevali. Esse sorgono come espressione del sentimento religioso che anima la società cristiana e sono volte non all’indagine del domma, ma all’attuazione (eresie pratiche) di un sistema di giustificazione e di salvezza, degli individui e del mondo, in contrasto con quella dipendente dall’autorità della Gerarchia ecclesiastica e dall’Ordine sacerdotale. Questo intento e la sua realizzazione concreta contribuiscono al successo dei moti ereticali, a cui aderiscono gruppi e adepti di ogni classe sociale (eresie popolari); l’elemento democratico (eresie laiche) più che dalla condizione, molto varia, degli eresiarchi e dei loro seguaci, è rappresentato dalla rivendicazione, da parte degli elementi laici, d’una religiosità non soggetta alla disciplina della Chiesa e dei poteri di magistero e di santificazione propri del Sacerdozio. Nella nuova economia religiosa, che essi propugnano, l’elemento propriamente ereticale, che s’aggiunge alle insurrezioni disciplinari, si manifesta nelle molteplici negazioni di carattere dottrinale, a giustificazione del rifiuto dell’ordinamento vigente del Cristianesimo e nella concezione e sistemazione unilaterale della Religione cristiana sia in uno o l’altro dei suoi elementi e fattori ascetici (eresie evangeliche) sia in una particolare interpretazione teologica e mistica (eresie dottrinarie). Questa unilateralità pragmatica ha tenuto le eresie medioevali ai margini della speculazione cristiana e filosofica, ne ha limitato il significato e il valore ed è stata la causa interna della loro dissoluzione.

Riforma ed eresie nel secolo X.

– Nel secolo X, in cui la feudalizzazione della Gerarchia ecclesiastica provocò l’abuso della investitura laica dei vescovadi, dei canonicati, delle abbazie, delle parrocchie e di altre dignità ecclesiastiche, e nel quale l’aristocrazia romana e gli imperatori germanici misero le mani sull’elezione papale, con .la conseguente designazione di persone indegne o inadatte, e il dilagare della simonia e del concubinato o del matrimonio illegale degli ecclesiastici, agisce soltanto la reazione riformativa che scaturisce dagli stessi ambienti inquinati. Nessun movimento ereticale compare accanto alla potente organizzazione monastica di Cluny (910), che svincola l’istituto benedettino dalla giurisdizione sia laica sia episcopale; con essa s’accompagna quella meno vasta dei centri riformatori lorenesi di Brogne (914) e di Gorzia (933), mentre nell’Italia meridionale influisce l’esperienza eremitica di San Nilo di Rossano (+ 1004). L’unico episodio ereticale di Vilgardo, in quel di Ravenna, nella seconda metà del secolo, ha carattere letterario, che lo isola nella tipologia degli eretici. Questo insegnante di grammatica si inorgoglì talmente della sua cultura classica da ritenere come oracoli gli autori pagani e da disprezzare le comuni nozioni religiose e la dottrina teologica; propugnò idee contrarie alla Fede Cattolica; può darsi sia arrivato al politeismo e alla morale dei pagani. È significativo il fatto che questo caso di eresia, rimasto senza imitazioni nel medioevo, sia provocato da un umanesimo vissuto in un’epoca che, per solito, è calunniata come decadente anche culturalmente.

Le origini del dualismo (secolo XI).

– Le prime comparse di gruppi ereticali e del loro proselitismo in Italia, Francia e Germania sono segnalate nella prima metà del secolo XI. Sono indiziati genericamente come manichei, in quanto i contemporanei riscontravano nei loro errori alcuni tratti, come la condanna del matrimonio, della manducazione delle carni e dei cibi provenienti dalla generazione, che erano tramandati dalla polemica di Sant’Agostino contro il manicheismo. Si tratta, in effetto, di manifestazioni pre-catare, del primo annunzio, cioè, nei paesi latini di quel catarismo, che dal secolo XII costituisce l’eresia più eminente, più organica e più pericolosa del medioevo. La sua concezione dualistica del principio creatore, del cosmo e dell’uomo si svolse piuttosto all’infuori dell’ortodossia cristiana e tentò di sostituire, con una nuova religione, il Cristianesimo latino, di cui però, valorizzò lo slancio ascetico. Il catarismo è legato idealmente alla tradizione dualistica orientale e balcanica, che è rappresentata nell’antichità dallo gnosticismo, dal marcionismo, dal manicheismo; quest’ultimo sincretismo dualistico, che si diffuse come organismo religioso, rimase vivo alla cultura medioevale, la quale qualificò di manicheo ogni ulteriore fenomeno dualistico, catarismo compreso (neo-manicheismo). – Nei Balcani non mancarono le infiltrazioni di dualismo ascetico del messalianismo siriaco; in Bulgaria si diffuse nel secolo IX la propaganda dei pauliciani armeni e dell’Asia Minore.Il bogomilismo, che fu predicato in Bulgaria, circa il 927, dal pope Bogomilo in una prima forma dualistica mitigata (chiesa bulgara) e che si sviluppò durante il secolo XI nel mondo bizantino in una speculazione dualistica assoluta (chiesa o ordine di Dragowitza) e si frazionò circa il 1200 in una terza confessione in Bosnia (chiesa o ordine di Slavonia), oscillante tra il primitivo dualismo mitigato e quello radicale, si rivelò come il movimento eretico più importante dei Balcani, dal quale dipese anche il catarismo occidentale latino. Il nucleo dottrinale del bogomilismo è costituito dalla teoria che presenta satana come creatura ribelle a Dio (principio buono) e come padrone del mondo, creatore del corpo umano; in esso ha imprigionato le anime, da lui fatte prevaricare dal cielo; il demonio è causa di tutti i mali di questa terra e della società. Gli spiriti, che mediante le nascite, si susseguono da corpo a corpo e da spirito a spirito (traducianismo), vengono a conoscenza di questa loro origine celeste ed allora iniziano la propria redenzione con la fuga dal mondo malvagio, dalle sue istituzioni politiche, come pure dalle forme religiose della Chiesa bizantina, gerarchica, sacramentale, cultuale; i bogomili, in apparato penitenziale, si rifugiano nella preghiera, nella pratica del digiuno, della mendicità, del proselitismo vagante all’apostolica; si astengono dai cibi animali e dai latticini, perché provenienti dalla generazione, condannano il matrimonio che, con la generazione dei corpi, procura a satana la schiavitù di nuovi spiriti.Gesù Cristo ebbe corpo e attività umana apparente; i bogomili rigettano il culto della croce perché la crocifissione rappresentò il trionfo di satana; la redenzione si compì nel richiamo degli spiriti al regno del Dio buono, da cui decaddero. Il rito della imposizione delle mani da parte dei maggiorenti costituisce il loro battesimo spirituale, che conferisce lo spirito di salvezza.Questa nuova religiosità era di carattere esoterico e iniziatico; i suoi primi araldi nel mondo occidentale tennero segreta la teorica dualistica e misero in risalto il programma ascetico, che si intonava con l’atmosfera evangelica in cui prendevano vigore gli istituti della Chiesa. Durante il secolo XI l’invasione della riforma cluniacense in tutti i paesi europei provocava il fiorire di altre congregazioni benedettine che ad essa si ispirano; la fuga dal mondo in un regime di penitenza s’incrementava coll’eremitismo dell’Ordine camaldolese (1012) e con quello di Fonte Avellana (1043); i nuovi Ordini di Vallombrosa (1035-1036), Chaise-Dieu (1046-1052), Grande Selve (1079), dei «Boni homines » di Granmont (1077), Grande-Chartreuse (1084), superano il monachismo tradizionale con una povertà più rigida, con l’isolamento dalla feudalità temporale, con il lavoro manuale; la riforma del clero, secolare e collegiale, moltiplicava i centri dei canonici regolari, che s’ispirano alla vita comune e apostolica della Chiesa primitiva, e danno nuovo incremento al culto divino, alla cura spirituale e all’assistenza sociale. L’opposizione alla simonia e al concubinato del clero feudale determinò il passaggio dalla riforma morale alla lotta contro l’investitura laica, e chiamò il popolo alla resistenza passiva ai sacerdoti degeneri, la quale nei moti patarinici passa a collaborare attivamente con l’azione della S. Sede e soprattutto con i propugnatori della riforma gregoriana. Nel settore ereticale, il cenacolo, scoperto a Orléans nel 1022, di una dozzina di chierici e canonici eminenti, e in maniera più manifesta la comunità di eretici laici, con elementi nobili, costituitasi nel castello di Monforte d’Asti, catturata nel 1028, professano una dottrina illuministica e praticano un programma ascetico, la cui ispirazione si ricollega facilmente con un dualismo mitigato; il gruppo vagante, di popolani, che fu confutato nel sinodo di Arras, 1025, proclama invece che il proprio rito di santificazione e la professione di vita evangelica e apostolica eliminano ogni atto sacramentale e cultuale della Chiesa gerarchica. I contorni dottrinali di altri episodi ereticali a Chalons sur Marne, c. 1045, e di Goslar, 1051, sfumano nella reticenza degli indiziati.

Sviluppo del catarismo (secoli XII-XIII).

– I catari (= puri) si ripresentano sulla scena della professione apostolica, del Cristianesimo povero, casto, penitente, nella prima metà del secolo XII; i sospetti e gli allarmi dei rappresentanti dell’ortodossia squarciano a stento questo velo con cui coprono la dottrina e l’organizzazione delle loro comunità in Aquitania, a Mont-Aimé in Sciampagna, dove si insidia, verso il 1144, il primo vescovo cataro della Francia Settentrionale; da cui si diffonde nel 1174 la nuova religione in Italia settentrionale e meridionale; un secondo episcopato si costituisce nel Mezzogiorno francese, vicino ad Albi, da dove derivò la denominazione di albigesi, attribuita impropriamente a tutto il movimento cataro; gli eretici della regione di Colonia, già attivi nel 1143-1145, trovano nell’abate Ecberto di Schònau, 1163, il polemista personalmente informato, che denuncia la loro dottrina del diavolo come ordinatore dell’universo, fattore del corpo umano e del matrimonio, e che volgarizza il termine di catari, già comparso, però, un secolo prima, nelle recriminazioni di Landolfo il Seniore contro i patarini milanesi. I rapporti con il bogomilismo bulgaro-greco si intensificarono mediante gli scambi commerciali tra Oriente e Occidente, i pellegrinaggi in Terra Santa, il regno latino di Gerusalemme (1099), i reduci dalla sfortunata seconda crociata (1147-1148). Nel 1167 Niceta, vescovo dei bogomili radicali di Costantinopoli, radunò i vescovi catari dell’Italia e della Francia, con numerosi « perfetti », in un concilio di Saint-Felix de Caraman, presso Tolosa, in cui riconsacrò questi rappresentanti del primitivo dualismo mitigato, di carattere pratico, nella nuova fede del dualismo assoluto di tipo dommatico. Il catarismo s’opponeva ormai palesemente al domma cristiano con una teologia, miti, gerarchia, organizzazione, culto propri; le comunità catare sono disseminate nelle movimentate città e borgate d’Italia, dal Settentrione alla Calabria, nelle regioni della Francia meridionale hanno sede i vescovi delle principali diocesi catare di Albi, Carcassona e Tolosa, il cui conte Raimondo V costatava allarmato, nel 1177, che il suo territorio pullulava di perfetti e simpatizzanti; la prima propaganda franco-renana si moltiplica nella Sciampagna, in Borgogna, nelle Fiandre e si diffonde lungo le grandi arterie di comunicazione commerciale e di pellegrinaggio sul Reno e sul Danubio, nelle antiche città episcopali tra Colonia e Vienna. – Questo successo di proselitismo svigorì lo slancio ascetico e spezzò l’unità nelle controversie dottrinali e personali. Dalla Bulgaria verso il 1180 vennero bogomili ad oppugnare la predicazione radicale di Niceta. In Italia si formarono sei gruppi regionali o diocesi con propri vescovi, che seguivano tre professioni di fede dualistica, attinta a tre differenti centri dommatici e giurisdizionali, fiorenti nei Balcani. Il primitivo dualismo mitigato dei bogomili bulgari fu ritenuto dalla chiesa di Concorezzo (Milano), i cui diaconi e fedeli erano numerosi in Lombardia; il loro vescovo, Garatto, si fece riconsacrare dal capo della chiesa di Bulgaria, nonostante fosse stato colto in peccato con una donna catara; alla esigenza della vita pura si sostituiva il valore predominante della vera credenza e della legittima ordinazione. I concorezzesi ritenevano Lucifero, decaduto dal cielo per il peccato con gli angeli complici, come l’artefice del mondo creato e del corpo umano, in cui rinchiuse un angelo da lui sedotto, al quale insegnò l’atto generativo con Eva; dalla prima coppia derivarono, per traducianismo, le anime umane, che si salveranno o si danneranno a seconda che avranno praticato la penitenza catara. Si frazionarono sulla natura dell’anima di Gesù Cristo e sulla realtà del suo corpo e delle sue azioni materiali; furono parimenti fluttuanti, successivamente, su altri punti dottrinali e miti come l’origine delle anime. – Dall’ordine dei dualisti assoluti, la chiesa bulgaro-greca di Dragowitza, in Tracia, dipendeva la corrente radicale degli albanesi, così denominati da un loro primo vescovo Albano, con sede centrale a Desenzano sul lago di Garda, e con diaconi e seguaci a Verona, in molte città lombarde, e nelle circoscrizioni catare della Marca Trevisana, Toscana, Valle Spoletana. Ritenevano la coesistenza dei due principi: il Dio buono con il suo regno celeste di spiriti buoni, e il dio perverso con il suo mondo terrestre di spiriti maligni, di animali e di corpi. Gli angeli sedotti da Lucifero, figlio del dio malo, furono incarcerati nei corpi umani e animali, nei quali trasmigrano successivamente fino a ricongiungersi coi propri corpi e spiriti lasciati in cielo. Cristo, figlio del Dio buono, venuto a richiamare queste anime, ebbe corpo apparente. Ulteriori sviluppi fecero coesistenti ai due principi i quattro elementi, rispettivamente di ordine spirituale e materiale; il parallelismo tra i due mondi indusse a far compiere in quello celeste al figlio del dio cattivo le stesse azioni che Gesù Cristo svolse in questo terreno. Tutte le anime, sia quelle celesti incarcerate sulla terra, sia quelle terrene incarcerate nel cielo, ritorneranno rispettivamente nel proprio mondo; ma la lotta tra i due regni, che personificano il bene e il male, ricomincerà sempre, fatalmente. Tra queste due frazioni opposte e rivali fluttuava la comunità dei bagnolesi, con sede gerarchica più probabilmente a Bagnolo di San Vito (Mantova), che riceveva l’ordine dalla chiesa di Bosnia. Insegnavano un dualismo mitigato; gli angeli caddero per malizia, e sono i diavoli, che non si salveranno, parte per seduzione, e questi ritorneranno al cielo; di questi sono Adamo ed Eva, da cui procedono però altre anime per traducianismo, a complemento del numero degli angeli decaduti e non redimibili. Seguivano il docetismo dei concorrezzesi; tuttavia il loro eclettismo facilitava le variazioni dottrinali. Avevano seguaci in Lombardia e nelle Romagne; la loro posizione dommatica era seguita, pur senza stabilità, dalla chiesa di Verona o della Marca Trevisana, dipendente dalla chiesa bosniaca. La Chiesa della Toscana evolvette dal dualismo assoluto alle posizioni bagnolesi per ritornare a quelle degli albanesi. Anche la sesta circoscrizione italiana della Valle Spoletana, ossia della Toscana papale e delle città del patrimonio di S. Pietro, pare condividesse la fede dei confinanti toscani. I Catari della Francia regia, d’antica professione mitigata, cacciati dalle reazioni dei re e dell’episcopato, si rifugiarono in Lombardia e in quel di Verona, e aderirono al credo dei bagnolesi; i catari, invece, della Francia meridionale professarono il vecchio dualismo radicale e trovarono potenti alleati nei signori feudali e nel conte Raimondo vi di Tolosa. La crociata armata contro gli albigesi (1209-1229), che .fu sollecitata da Innocenzo III dopo il fallimento delle missioni apostoliche e di quelle di San Domenico per salvare l’ortodossia e la stessa civiltà cristiana, e che finì con l’annessione della contea di Tolosa alla corona del regno, diede molta notorietà al catarismo albigese; i suoi capi e gregari, emigrati in Lombardia e nelle Puglie, riportarono in patria nella seconda metà del secolo le credenze del dualismo mitigato, che furono professate accanto a quelle radicali nella fase decadente del catarismo francese.

Fine del catarismo.

L’inquisitore domenicano R. Sacconi, a mezzo secolo XIII, riferisce che i censimenti, tentati più volte dai catari stessi, davano un totale di circa 4.000 d’ambo i sessi, per le 16 chiese o circoscrizioni bogomilico-catare costituite nei Balcani e nell’Occidente latino. I vescovi delle singole diocesi erano assistiti da un « figlio maggiore » e da un « figlio minore »; i tentativi di darsi un papa cataro, da contrapporre al Sommo Pontefice della Chiesa cattolica, non ebbero esito durevole e autorevole, per la mancanza di unità intrinseca del movimento. Esso si era andato provvedendo di dottori o maestri, provenienti anche dalle università, che dirigevano le scuole proprie della setta; gli altri, i «perfetti», funzionavano da gerarchi, si davano al proselitismo, assistevano i gruppi dei semplici « credenti » e simpatizzanti, il cui numero imprecisato è da aggiungere al computo suddetto della classe dirigente. Il rito fondamentale del « consolamentum » con il quale i candidati, dopo una conveniente preparazione e prova, venivano ammessi tra i « perfetti », con l’impegno di vivere la vita pura e penitente del primitivo catarismo, veniva conferito in extremis al credente per assicurargli la salvezza; per impedire un suo ritorno alla vita peccaminosa oppure per esprimere l’odio cataro all’esistenza corporea non era infrequente l’uso della morte violenta, sia mediante l’endura, suicidio per inedia o fame, scelto o imposto all’ammalato grave, sia mediante la forma più cruda del martyrium o tormentum, inflitto per mano altrui con la soffocazione del paziente, o in altro modo. Il semplice credente si obbligava alla recezione di questo sacramento cataro di salvezza mediante un patto detto « convenentia »; durante la vita non era tenuto a osservare la severa morale dualistica, ma solo a rendere onore e prestare aiuto ai perfetti, ricevendone la benedizione (= melioramentum), e a prender parte alla benedizione del pane, alla confessione generica dei peccati (= servitium o apparellamentum). L’affievolirsi dell’ideale della vita pura diffuse la confessione dei peccati gravi da parte dei perfetti, che venivano riconsolati dopo determinate penitenze. – Con il frazionamento dottrinale della fine del secolo XII e con l’aumentare dei semplici partecipanti ad una religione che non impegnava la loro condotta, il catarismo patteggiò con gli interessi mondani e non sdegnò di intensificare i rapporti con quella vita terrena, dal cui disprezzo era invece partito. Ad esso aderirono non solo gli entusiasti della predicazione evangelica, ma anche gli interessati che vi trovavano una salvezza facile ad essere ottenuta e un ideale che si poteva ammirare senza praticare e che non s’opponeva alla realtà del peccato e delle cupidigie umane. I suoi seguaci appartenevano ad ogni classe sociale, sia nobile sia contadina; ma andò aumentando il contingente del ceto medio dei possidenti, artigiani, mercanti e banchieri. Non solo i catari accettarono denaro, ma ammisero anche il prestito ad interesse e l’usura, che erano deprecati dalla coscienza contemporanea; si diedero al commercio del denaro e dei terreni; i perfetti vissero di beni loro offerti. La classe feudale, soprattutto la nobiltà decaduta della Francia meridionale, considerò la predicazione catara contro le temporalità della Chiesa cattolica come un efficace alleato della loro brama dei ricchi patrimoni ecclesiastici e monastici. – Dopo l’annessione della contea di Tolosa al regno di Francia (1229), i catari albigesi persero l’appoggio delle autorità locali, perché alle medesime non portavano più il giovamento popolare della loro avversione alle gerarchie ecclesiastiche e ai cristianissimi re di Francia. Anche nei movimenti comunali potevano entrare in combutta con le insurrezioni contro i privilegi feudali del clero; ma finirono nell’isolamento, quando le comunità cittadine organizzarono la loro, tutt’altro che pacifica, autonomia. Del resto la dottrina catara era avversa ai poteri statali, soprattutto all’esercizio dello « jus gladii », come espressione dell’impero del maligno; ogni compromesso pratico significava soltanto una svalutazione della loro dottrina e forza spirituale, mentre l’avversione al mondo, in cui si erano contraddittoriamente insediati, li indiziava come nemici e sovvertitori della società medioevale e della repubblica cristiana. – La legislazione ecclesiastica ed imperiale, come pure quella delle città, li colpì come eretici eminenti; l’inquisizione monastico-papale divenne intensa durante la seconda metà del secolo XIII; le comunità furono disperse, aumentando il loro frazionamento dottrinale. Gli albigesi, ritornati in patria dall’esilio verso la fine del secolo, riaccesero debolmente gli ultimi guizzi, che furono spenti definitivamente con l’ultimo cataro bruciato a Carcassona nel 1330. Intorno al 1300 finisce la notorietà del catarismo nell’Italia settentrionale; i suoi epigoni si perdono in Sicilia e nelle valli piemontesi, in sincretismo con altre sette, particolarmente valdesi; qui tuttavia si mantennero in contatto con i bogomili della Bosnia. – L’eresia dualistica fallì nel suo pretenzioso tentativo di assorbire nel dualismo orientale il Cristianesimo latino, per la povertà del suo contenuto teologico e filosofico e la fantasiosità dei suoi miti; essa rimase in arretrata inferiorità di fronte al completo sviluppo del pensiero scolastico nella considerazione dei problemi dell’umano e del divino, della scienza e della fede, dei rapporti tra Dio l’anima in una sintesi religiosa di umanesimo e di misticismo. Anche nel settore ascetico, che aveva offerto al dualismo antropologico ed etico della propaganda bogomilica e catara il mordente necessario per suggestionare l’anima medioevale, si trovò non solo soverchiato dal fiorire evangelico ed apostolico degli ordini mendicanti, soprattutto dei francescani e domenicani, che ripresero, dagli inizi del secolo XIII, l’esperienza ascetica degli istituti monastici precedenti con il dinamismo popolare e culturale del duecento, ma fu anche contestato dalla concorrenza contemporanea, già nella seconda metà del secolo XII, di altre sette e movimenti ereticali, che predicavano la salvezza mediante un particolare regime di opere ascetiche, oppure con la sola predestinazione, e che eliminavano il problema del dualismo con l’assorbimento dell’umano nel divino.

Insurrezioni antiecclesiastiche (secolo XII).

– Dall’inizio del secolo XII, nell’atmosfera della riforma gregoriana e dell’attivismo riformatore dei predicatori ambulanti, come San Roberto d’Arbrissel (+ 1117), San Vitale di Savigny (+ 1112), San Bernardo di Tiron ( + 1117), San Gaucherio d’Aureil (+ 1140), San Gilberto di Sempringham (+ 1189) e soprattutto San Norberto di Xanten (+ 1134), fondatore dei premonstratesi, si agitano anche eresiarchi che sommuovono il popolo contro la gerarchia ecclesiastica, i suoi poteri sacramentali e riti, appellando all’una o all’altra virtù come fattore o elemento di giustificazione e di salvezza. – Dall’opposizione al clero feudale, fautore del concubinato e dello pseudomatrimonio del clero, partì l’opposizione anche armata della truppa con una gilda apostolica di Tanchelmo (+ c. 1114) nelle regioni di Utrech, Zelandia, Anversa; la negazione delle forme religiose vigenti finì nella deificazione dello stesso eresiarca; i suoi seguaci furono dispersi dalla predicazione dei premostratesi. – Il sacerdote fedifrago Pietro di Bruis (1132-1135) condusse una campagna violenta nel Delfinato e nella Linguadoca contro la castità ecclesiastica e monastica, costringendo preti e monaci a sposarsi; questa difformità sia dalla lotta dei riformisti per l’integrazione del celibato ecclesiastico, sia dalla stessa critica degli eretici alle infrazioni morali del clero, combinava con l’eccentricità personale del laicismo religioso dei pietrobrusiani, che esigeva il battesimo insieme con una fede cosciente per la salvezza e destinava alla perdizione sia gli adulti non battezzati come i neonati inconsapevolmente battezzati, e che ripudiava il culto della croce, l’Eucarestia, le preghiere per i defunti, le chiese materiali, l’arte sacra, il canto liturgico. L’ex-monaco Enrico (+ dopo i l 1145) invece, che ne continuò l’agitazione nella Linguadoca, dopo aver turbato Le Mans, il Poitou e l’Aquitania, negò la necessità stessa del Battesimo per tutti, perché non ammetteva la imputabilità ai singoli del peccato originale, ritenendolo personale dei primogenitori; imitò l’apparato degli eremiti e dei predicatori di penitenza, diresse i suoi strali contro lo stesso ordine sacerdotale, contestandone i poteri, perché li dichiarava inesistenti a causa dei beni e dei privilegi della Chiesa e dei chierici, del lusso dei prelati, e trasferendoli ai laici, i quali, agendo per virtù dello Spirito Santo, possono consacrare il pane e il vino per le strade e le piazze, ricevere la confessione dei peccati, unirsi in matrimonio senza vincoli di legge e di riti. Enrico accasò le meretrici di Le Mans con i suoi discepoli, provvedendo a questi focolari, risultati assai presto instabili, con le risorse della cassa della sua comunità pellegrinante. La missione capitanata da San Bernardo di Clairvaux, nel 1145, sembrò chiudersi con la vittoria dell’ortodossia nella regione di Tolosa; ma lo sconvolgimento portato dalle rivolte’ di Pietro di Bruis e di Enrico aveva preparato il terreno al prorompere del catarismo albigese. – Elementi spirituali e sociali eterogenei infierirono confusamente nelle folla di servi della gleba in Bretagna che il fanatico Eon della Stella (1148). attribuendosi poteri di giudice divino, sistemò nei quadri d’una qualificazione angelica e d’una gerarchia apostolica e vescovile, con poteri sacerdotali; lanciò però questi diseredati alla conquista violenta dei beni terreni dei signori feudali, dei vescovadi e dei monasteri.

Deviazione arnaldista, valdese e umiliata dell’evangelismo (secoli XII-XV).

– Più netta e vigorosa la posizione estremista del pauperismo evangelico di Arnaldo da Brescia (+ 1155), che negò al Papato, come pure a tutti i chierici e monaci, lo stesso diritto di possedere, facendo di questa povertà assoluta non solo un postulato ascetico di fatto, ma una condizione giuridica di validità dei loro poteri giurisdizionali e delle loro funzioni sacerdotali, anzi teologicamente, una dottrina di salvezza. Sul terreno politico avversò con la facondia e l’irruenza del tribuno popolare il potere temporale della feudalità ecclesiastica e in modo particolare del Papato, entrando nel gioco delle fazioni comunali a Brescia e con maggiore clamore in quello della repubblica romana del 1144; questa azione politico-religiosa lo coinvolse fatalmente nelle vicende dei rapporti della stessa con l’imperatore Federico Barbarossa, e lo portò alla impiccagione e alla cremazione della salma per opera del prefetto Pietro. – Gli arnaldisti aggravarono, sotto l’insegna della povertà, l’avversione all’autorità sacerdotale, rivendicandone i compiti ai laici di condotta evangelica insieme con il diritto della libera predicazione. – Questa episodica ereticale, nei quadri della religiosità del secolo XII, rappresentò l’eccesso polemico e libertario di quell’evangelismo e di quella conformazione alla vita apostolica e all’intensità interiore della Chiesa primitiva che continuava a fermentare negli istituti monastici e canonicali, anche come polemica interna per una rivendicazione di maggior conformità ai suddetti ideali, e che traboccava in quelle associazioni di laici da essi dipendenti e assistiti. Mentre il mondo feudale era preso dalle contese di supremazia e d’indipendenza tra Papato, Federico Barbarossa e Comuni, proprio nelle regioni in cui il catarismo erompeva nella sua fase più alta, la borghesia della Francia meridionale e della Lombardia induceva due diverse professioni di evangelismo. – Il ricco borghese di Lione, Valdo, seguì tra il 1173-1178, con intensità generosa, la forma tradizionale della rinuncia ai beni, alla famiglia, per la pratica della povertà assoluta con una vita pellegrinante e mendica, sull’esempio degli Apostoli; i suoi poveri di Lione non solo predicavano al popolo questo ideale, ma difendevano l’ortodossia cattolica contro i catari e distinguevano nei Sacerdoti incriminati la condotta personale riprovevole dai loro poteri di santificazione e dall’autorità di magistero; inoltre non condannavano coloro che rimanevano nel mondo e usavano dei loro beni. Nel III concilio lateranense, del 1179, Alessandro III si mostrò benevolo verso Valdo e seguaci, ma ordinò che la loro predicazione fosse autorizzata e dipendente dall’autorità vescovile. Il cardinale Enrico, nella missione del 1181 contro gli eretici, ricevette nella cattedrale di Lione la professione di fede di Valdo. Ma l’opposizione dell’arcivescovo di Lione, Giovanni Bellesmains, che non sopportò la predicazione valdese nella città, avviò il movimento nello scisma. Nelle città lombarde, soprattutto a Milano, si opponevano agli eretici, particolarmente ai catari, con una polemica popolare e in modo più efficace con l’emulazione di una virtù ortodossa, quei mercanti e artigiani che si erano uniti nell’associazione laicale, detta degli umiliati, perché, d’apparato dimesso nelle vesti grezze, erano alieni dall’orgoglio delle classi borghesi, dalle contestazioni giudiziarie e dalle frodi dei mercanti; rimanevano nelle loro case e famiglie e si prestavano assistenza nel lavoro contro i soprusi del capitalismo nascente. Questo programma d’umiltà evangelica, ma familiare, lavorativo e industriale, li distingue dai valdesi, alla cui predicazione in Lombardia erano di poco anteriori. Alessandro III condizionò la sua approvazione con il divieto di celarsi in adunanze segrete e di predicare al popolo; con questa tattica, infatti, si era diffusa l’eresia catara, la cui virulenza causava questa severa sorveglianza dell’attività polemica e riformatrice d’iniziativa laica. La disobbedienza provocò la condanna solenne, a Verona, 1184, da parte del papa Lucio III e dell’imperatore Federico Barbarossa, sia dei catari e di altre sette, sia di quelli che si qualificavano umiliati o poveri di Lione. Tuttavia Urbano III (1187), che conservò anche la sede arcivescovile di Milano, due anni dopo prese sotto la sua protezione la chiesa di Viboldone degli umiliati: Innocenzo III approvò, nel 1201, i tre rami, o Ordini, laicale, monastico e canonicale in cui il movimento si sistemò. Una corrente estremista s’ostinò nella ribellione, s’unì con i valdesi di Lombardia e fondò il gruppo dei Poveri Lombardi, sotto il comando di Giovanni da Ronco; per questa unità organizzativa, il lavoro, le possessioni, il vincolo familiare, essi s’opposero a Valdo (1205) e si divisero dai poveri di Lione (1218). I Lombardi, sotto l’influsso arnaldista, già dall’inizio furono più decisamente contrari alla Gerarchia e Sacerdozio cattolico, investirono i loro laici dei poteri sacramentali. Ma anche i valdesi francesi, dopo le esitazioni di Valdo, dalla negazione dell’efficacia dei sacramenti, se amministrati da sacerdoti indegni, progredirono a costituire un proprio sacerdozio e una propria gerarchia; identificarono la santità con la pratica della povertà; il voto della vita povera e del celibato introduceva l’aspirante (« novellianus ») nella classe dei « maestri » e delle «maestre», detti « sandalati », perché l’uso di sandali di legno o di cuoio era sopravvalutato come professione di povertà; si qualificavano « apostoli » anche per la rivendicazione della libera predicazione ad uomini e donne. La repressione religiose e civile durante il secolo XIII li fece confluire nelle vallate delle Alpi Cozie. particolarmente intorno alla fortezza di Pinerolo e di Torre Pellice, e aumentò il loro distacco dall’ortodossia con la negazione del culto della Vergine e dei santi, delle Messe e preghiere in suffragio delle anime purganti, delle indulgenze, della Bibbia o del Nuovo Testamento, e con inquinamenti con altre sette; condannavano inoltre ogni giuramento, il servizio militare e la pena di morte, anche se era inflitta da un tribunale regolare. I loro simpatizzanti, detti « amici », pur partecipando alla vita esterna della Chiesa cattolica, aderirono sempre più alle comunità valdesi, che nel Piemonte e nel Delfinato erano governate da maestri detti «barba» ( = zio). Nella prima metà del Cinquecento entrarono in contatto con i luterani e calvinisti; nella « comune » (= congresso generale) di Chanforans (Val d’Angrogna), 12 settembre 1532, sciolsero la loro organizzazione sacramentale e smisero il costume penitenziale in ossequio al domma protestante della fede giustificante e a quello calvinista della predestinazione assoluta.

La soluzione predestinazionista (secoli XII-XIII).

– Il principio della giustificazione interiore, in virtù della predestinazione, costituì la dottrina centrale del sistema di Ugo Speroni, un civilista della scuola bolognese, console di Piacenza; la sua opposizione alla Gerarchia ecclesiastica lo trasformò, tra il 1177-1185, in eresiarca, con fisionomia singolare e rappresentativa nel confusionismo contemporaneo di sette e fazioni in Lombardia. Espose la sua dottrina in un libro: Iddio ritiene mondi e santi, per una giustizia intrinseca, coloro che Egli ha predestinato alla salvezza; questo giudizio di Dio, attivo e permanente, non muta anche quando i predestinati si comportano esternamente da peccatori e permangono nella colpa; per aderire a questa volontà divina giustificante non sono necessarie le opere buone, sia sacramentali sia precettive e devozionali; bastano quelle disposizioni interiori di pentimento dei peccati, di fiducia in Gesù Cristo, d’amore di Dio, che la scienza divina considera come sempre esistenti in colui che è destinato alla salvezza. Per contro, il prescritto non muta il suo stato interiore di peccaminosità e di dannazione nonostante le azioni esterne di giustizia e di santità. Gli speronisti perdurarono sulla scena ereticale durante la prima metà del Duecento; la loro concezione salvifica non solo ripudiava il processo cristiano di giustificazione attiva, ma sconfessava anche tutto quell’ascetismo penitenziale, con cui gli eretici affermavano la loro superiorità sull’efficacia giurisdizionale e sacramentale della Chiesa; anche il dualismo cataro veniva svuotato della sua drammaticità con l’assoluto predominio della prescienza e volontà divine.

Fermentazione escatologica e misticismo libertario {secoli XIII- XV).

– La temperie spirituale dei secoli XIII e XIV, particolarmente quella ereticale, si alimentò dell’annunzio di una nuova età, proclamato dall’abate Gioacchino da Fiore (+ 1202). Ogni movimento ereticale si rivendica la pretesa di rinnovare la Chiesa, la religione,, la società; a questa ambiziosa missione diede ansa lo escatologismo gioachimita, che descrisse la risoluzione dell’attuale età evangelica del Figlio, della Chiesa dei chierici e dei prelati, nella terza epoca dello Spirito Santo, della libertà e dell’amore, con una effusione carismatica più abbondante e con il predominio dei monaci contemplativi. La simmetria simbolica dei suoi calcoli nella divisione trinitaria della storia del mondo faceva cadere nell’anno 1260 l’inizio della rivelazione del « vangelo eterno », cioè della interpretazione spirituale di quello scritto, e della sua attuazione. -Tra i segni di dissolvimento dell’età presente Gioacchino contava anche il progresso delle sette ereticali, in modo particolare dei catari e valdesi; la sua ortodossia pratica, in cui svolse la sua attività di riformatore dei cistercensi con la sua congregazione di San Giovanni in Fiore, era lontana da ogni intento di reazione dommatica e disciplinare. – L’elemento escatologico si attuò nel monismo mistico degli Amalriciani, comunità spirituale di scolastici chierici e di laici della Francia settentrionale, che furono condannati a Parigi nel 1220. Sull’insegnamento del maestro parigino Amalrico di Bène (c. 1206), che affermò l’identità di essenza e d’esistenza tra Dio e le creature, i suoi discepoli si considerarono gli araldi della nuova età, caratterizzata dall’incarnazione in loro dello Spirito Santo; questa conoscenza della propria divinizzazione anticipava il paradiso e li toglieva dai limiti del peccato, poiché autore d’ogni loro azione ritenevano Dio stesso. Questa economia salvifica della terza epoca avrebbe eliminato, entro quindici anni, l’organismo ecclesiastico della Chiesa cattolica. Il superamento d’ogni opposizione dualistica di tipo cataro, come pure della stessa distinzione tra Dio e l’uomo costituisce il punto di partenza di quelle degenerazioni pseudomistiche che sono comprese sotto la qualificazione generale di libero spirito e che ebbero varia manifestazione nei secoli XIII-XV; il gruppo di Ortlieb di Strasburgo (c. 1200), gli eretici della diocesi d’Augusta, che professavano gli errori denunciati da Sant’Alberto Magno circa il 1262; quei nuclei eterodossi di beghine, begardi, bizzocche, che provocarono la condanna del concilio di Vienne, 1311-1312; la setta dello Spirito di libertà diffusa nell’Umbria durante la prima metà del Trecento; gli uomini dell’intelligenza facenti capo a un certo Egidio « le chantre » di Bruxelles, tra i cui discepoli si distinse l’ex-carmelitano Guglielmo di Hildernisse, condannato dal vescovo di Cambrai, nel 1411. Con varie formulazioni questi spiritualisti convenivano nell’affermare che l’anima, stabilita in una illuminata conoscenza o contemplazione di Dio e in una assorbente unione amorosa con la sua volontà, era sciolta dai vincoli delle autorità ecclesiastiche e della legge morale, e non era più legata ai comuni mezzi, sacramentali ed ascetici, di giustificazione e di santificazione; il determinismo divino santificava ogni attività, anche sensuale, a cui l’uomo poteva abbandonarsi quietisticamente. Il celebre scrittore mistico fiammingo G. Ruysbroek denunciò le contaminazioni erotiche, che i seguaci di Edvige Blomarts ( + 1335), una spirituale molto influente sulla nobiltà del Brabante, derivarono dalla sua dottrina sull’amore divino. Il milanese A. Saramita e due monache umiliate capeggiarono a Milano il cenacolo dei Guglielmiti, così nominati perché proclamavano la incarnazione dello Spirito Santo, ad inizio pentecostale di una terza era spirituale, nella principessa Guglielma o Guglielmina, d’origine boema, morta in concetto di santità a Milano (1282) e venerata nella sua tomba presso la abbazia cistercense di Chiaravalle. Nuovi vangeli e testi liturgici, una gerarchia femminile con particolari riti, la conversione degli ebrei e maomettani, i pellegrinaggi a Chiaravalle, avrebbero qualificato la imminente chiesa dello spirito. – Una fermentazione di sensualismo spiritualizzato s’accompagnò con la pratica della povertà in quegli eretici della Savoia e Delfinato, durante la metà del Trecento, che furono indiziati con il termine oscuro di turlupini.

Pauperismo messianico {secoli XIII-XV).

– Dall’inizio del Duecento, a partire dal pontificato di Innocenzo III, che con la preminenza spirituale del Papato domina la scena politica della società cristiana, lo spirito evangelico manifestò una vigorosa ripresa con gli ordini mendicanti; essi praticano la virtù nella forma radicale, con esclusione della proprietà in comune e d’ogni possessione e bene stabile; derivano il loro sostentamento dalle offerte occasionali o mendicate, svolgono un’opera di apostolato non legato a determinati luoghi o regioni, in plurima obbedienza ai propri superiori locali, provinciali e generali, alle richieste della santa Sede. I più attivi e numerosi di queste agili milizie dell’ascetismo completo, del misticismo fervido ed equilibrato, i francescani cioè e i domenicani, si scontrarono con le sette ereticali sul terreno dell’imitazione apostolica e le soverchiarono con il vigore della dottrina. Ma gli spirituali, capeggiati in Provenza da Pietro Giovanni Olivi ( + 1298), in Umbria da Angelo Clareno (+ 1337), in Toscana da Ubertino da Casale (+ dopo il 1329), fecero della povertà più rigida l’essenza della perfezione evangelica, che esigettero l’osservanza da tutti come condizione di salvezza e come fattore di rinnovamento nella Chiesa nella terza epoca monastica del «vangelo eterno», ossia dello Spirito Santo. Dopo complicate vicende polemiche furono condannati da Giovanni XXII (1317); quelli che s’ostinarono nella ribellione, detti fraticelli, ritennero eretico il Papa, di cui contestavano i poteri, s’opposero al Sacerdozio e alla Gerarchia, s’inquinarono con altre deviazioni gioachimite e pseudomistiche. La riforma dell’Ordine francescano fu compiuta nel Quattrocento dal movimento rigoglioso dell’Osservanza. Il fanatismo pauperistico dei discepoli di Guglielmo Cornelio di Anversa, condannato dopo il 1245, arrivò a ritenere lo stato d’i povertà come supremo fattore di giustificazione dagli altri peccati e di salvezza. – Una deformazione dell’azione missionaria dei francescani fu rappresentata in modo chiassoso dagli « apostoli » e « apostolissae » del parmese Gerardo Segarelli, che predicavano la penitenza e fomentavano la devozione popolare con canti e preghiere, ma si ritenevano spiritualmente liberi da ogni vincolo di comunità, di regola, di voti, di giuramenti. Gli successe, nel 1300, fra Dolano (+ 1307) che, a questo apostolismo libertario, aggiunse l’escatologismo di una quarta età, che doveva essere instaurata dall’autorità imperiale e superare l’epoca gioachimito-spirituale degli Ordini mendicanti.

Evangelismo e predestinazionismo {secoli XIV-XV).

– Il problema della povertà di Gesù Cristo venne ripreso da G. Wyclif (+ 1384), maestro di Oxford, contro il Papato, tutto il clero e i monaci che avevano possessioni terrene e godevano di benefici, dichiarando che per questo facevano parte, come presciti, del corpo dell’anticristo; inviò (1377) i suoi « poveri preti » , detti anche « lollardi », attraverso l’Inghilterra a predicare popolarmente il Vangelo in funzione antipapista, a cui s’aggiunse l’opposizione anche contro i rivali Ordini mendicanti. – Propugnava una invisibile chiesa di predestinati, che per il loro stato permanente di grazia non necessitano dell’opera sacramentale del Sacerdozio cattolico ed hanno un dominio sovrano sulle cose. Del resto anche la validità d’ogni potere sia temporale dei principi sia spirituale della gerarchia ecclesiastica era condizionata dallo stato di grazia, dipendente dalla predestinazione. Tutta questa teorica offriva a Wyclif e seguaci un comodo espediente per mettere sotto discussione l’autorità della Chiesa, a cui sostituivano il ricorso personale alla bibbia e il ministero dei laici. – G. Huss attinse queste, dottrine dalle opere di Wyclif, nell’ambiente universitario di Praga, di cui capeggiò le rivolte nazionali contro la Germania; e le diffuse con una predicazione che, pur vietatagli dall’arcivescovo, suscitava l’entusiasmo del popolo e della, nobiltà povera; i suoi sermoni e le lettere in lingua ceca rinfocolavano anche il sentimento nazionale contro il germanesimo della classe dominante; sostenne la richiesta della comunione sotto le due specie (utraquismo). L’imperatore Sigismondo eseguì con il rogo la condanna (1415) del concilio di Basilea. Gli utraquisti e soprattutto i taboriti continuarono l’opposizione armata, politica e religiosa sotto la guida di G. Zizka (+ 1424) e di Procopio il Calvo (+ 1434), fino alla pace con l’imperatore, 1434; ma dissensi e degenerazioni furono causati dalle licenziosità dei millenaristi in attesa della fine del mondo, dagli adamiti, promossi dall’illuminato Picardo, proveniente dalle Fiandre, che praticava il nudismo e la promiscuità dei sessi, in nome della restaurata integrità della natura umana. La « unione dei fratelli boemi » propugnò sotto l’influsso di P. Chelciky (+ 1460) una spiritualizzazione evangelica sia della religione sia della stessa società civile; ma finì per sistemarsi, per opera di Luca di Praga, nell’eterodossia moderna. – Il lollardismo tenne vivo l’antipapismo in Inghilterra; ma le sue imprese rivoluzionarie, in complicità con qualche eminente signore, provocarono una dura repressione da parte di Enrico IV.

Flagellantismo salvifico (secoli XIV-XV).

– Il carattere parossistico di molte correnti ereticali, che disarticolano il complesso unitario delle virtù ascetiche, è manifesto nelle esagerazioni dei flagellanti. Questa prassi penitenziale, molto in uso negli istituti monastici e nelle confraternite dei « disciplinati o « battuti », assurse al valore di mezzo necessario ed esclusivo di santificazione nella predicazione di alcuni circoli, denunciati da Clemente VI nel 1349. Il Concilio di Costanza condannò i flagellanti della Turingia e Sassonia che predicavano l’avvento della nuova economia redentrice della fustigazione a sangue con l’eliminazione della Chiesa romana.

Involuzione ebraica (secoli XII-XV).

– Il panorama tumultuario delle eresie medioevali conobbe anche le rappresentanze dell’influsso dell’antica religione ebraica, variamente presente nella civiltà del medioevo cristiano. Il monoteismo antitrinitario venne professato dai passagini lombardi dei secoli XII-XIII, insieme con la ripresa dell’osservanza del sabato, della circoncisione, ecc.. I circoncisi del Duecento probabilmente aggiunsero ai riti e Sacramenti cristiani la pratica della circoncisione; nei secoli XIV-XV si pose il problema dei «marrani» cioè di quegli ebrei e anche musulmani, che adottarono, per opportunismo, le esteriorità del Cristianesimo; di essi si occuperà in modo particolare la inquisizione spagnola (1482).

O’ MUNACIELLO E’ PIETRELCINA

O’ munaciello ‘e Pietrelcina:

L’ultima beffa a Padre Pio!

Durante tutto l’anno, gli artisti di san Gregorio Armenio, la celebre stradina del centro storico della città partenopea, ultimo baluardo della tradizione del presepio napoletano, si affannano a ricercare nuovi personaggi da inserire nelle rappresentazioni moderniste del presepio napoletano, che oramai è un bazar di personaggi bislacchi e che nulla hanno a che vedere con la rappresentazione sacra originale. Quest’anno però sono stati preceduti dal convento dei francescani di S. Giovanni Rotondo che, forse a corto di denaro per pagare il tempio massonico edificato nella cittadina garganica, hanno pensato di forgiare un nuovo “munaciello”, per cercare di rimpinguare le casse esauste della struttura che occupano. Il “munaciello”, per i non cultori extracampani, è una figura tipica del presepio napoletano, circondato da  miti, leggende e da superstizioni, ma un presepio napoletano che si rispetti, non può essere privo di questo “pastore”, caratterizzato da un saio e cappuccio nero, marrone, o bianco-nero, e da una testa enorme, sproporzionata rispetto al resto del corpo. Il “pastore”, come sempre, era realizzato con i tipici materiali tradizionali del ‘700: corpo di fil di ferro e stoppa, mani e piedi di legno, testa in terracotta con occhi di vetro, colori ad olio e abiti in tela sottile appositamente prodotta dalla real seteria di San Leucio di Caserta. Ma i nostri neo-presepari modernisti, si sono evoluti e, ai classici materiali, alcuni dei quali non più reperibili ai giorni nostri, hanno preferito maschere in terracotta e silicone, barba con peli di Yak tibetano, lasciando però gli altri materiali, [ … legno della val Gardena, in Trentino, terracotta rossa raffinata, colori però acrilici … orrore!], anche se in formato ad “altezza naturale” lasciando al momento la dimensione classica di 33 centimetri [.. forse dava troppo sospetti per la colleganza con la conventicola del grande oriente?]. Di occhi di vetro [oggi prodotti da artigiani tedeschi] non c’è stato bisogno, poiché il “munaciello” modernista ha occhi chiusi dormienti. Il “munaciello” è stato addirittura composto in un centro d’arte, il Gems Studio di Londra, che a giudicare dai risultati, effettivamente nulla ha da invidiare al sommo Giuseppe Sammartino ed ad altri celebri scultori presepiali del ‘700. A darne notizia, il mensile Valle di Suessola titola, nel numero di Giugno: “Non è il corpo incorrotto di padre Pio” e pubblica una serie di “interessanti” foto che mostrano la grande competenza raggiunta dagli artisti inglesi … probabilmente diretti da qualche preseparo napoletano. Il mensile chiede addirittura l’intervento della magistratura per far luce sul “papocchio”! Nel frattempo che la magistratura si allerti e si pronunci sull’affare, coloro che vogliono ammirare questo “miracolo” d’arte moderna “vintage”,  si sbrighino a recarsi alla chiesa, pardon … al “tempio massonico-museo” di San Giovanni Rotondo, per convincersene e lasciare anche qualche obolo per i “fraticelli” osservanti la regola della francescana povertà.

Ecco quanto riporta il mensile: Non è il corpo incorrotto di padre Pio. A San Giovanni Rotondo continuano a fare fessi i fedeli.

A sinistra delle foto: È un pupazzo di legno fatto realizzare da un artigiano della Val Gardena nel Trentino Alto Adige. A destra: non sono i peli della barba di padre Pio, ma sono i peli di un bue tibetano. Si chiede un intervento della magistratura per porre fine a questa “sporca attività” [… rubare il mestiere agli artisti di San Gregorio.. ndr.].

Nel riquadro delle foto: “Pronta in due settimane – Le varie fasi del lavoro degli artisti del Gems Studio di Londra, per arrivare alla maschera che copre il volto di Padre Pio. Da sinistra: la scultura in argilla realizzata come modello; la maschera di silicone; utimi ritocchi di colore. Qui a sinistra, il lavoro concluso prima di essere spedito in Italia.

[Con l’autorizzazione del direttore, che ringraziamo per la disponibilità]

LITURGIA BIZANTINA detta di SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

RITO BIZANTINO

MODO FACILE DI SEGUIRE LA LITURGIA BIZANTINA DETTA DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

[ROMA Pont. Istitutum Orientalium Studiorum, 1937 – impr.]

Per seguire la messa bizantina non basta stare attento a ciò che fa e dice il sacerdote celebrante; sarebbe però impossibile, perché per un lungo tempo del S. Sacrificio egli è nascosto dall’iconostasi, che separa il Santuario coll’altare dalla navata. – E’ dunque necessario stare attento anche alle faccende del diacono il quale ha l’ufficio non soltanto di aiutare il Sacerdote all’altare, ma precisamente di fare da intermediario molto attivo tra il popolo e il Sacerdote. Gioverà infine stare attento al Coro che esegue i suoi canti quasi durante tutto il tempo della Messa. – Così l’orecchio ancora più che l’occhio servirà a guidarsi nelle varie fasi della messa. In questo libretto, col gentile permesso dell’autore, trascriviamo per intero tutte le preghiere o orazioni nella traduzione italiana che ne ha fatto il Rev. Placido de Meester O.S.B. [R. P. D. PLACIDO DE MEESTER, O. S. B., La divina Liturgia del nostro Padre S. Giov. Crisostomo, testo greco e traduzione italiana con introduzione e note (in nero e rosso) 3a Edizione. Roma, Tipogr. Poligl. Vatic. 1925.]

Abbiamo omesso o modificato qualche parte di questo testo e vi abbiamo intercalato delle divisioni, allo scopo di mettere alla portata dei fedeli occidentali la liturgia bizantina in un manualetto che può aiutarli a seguire facilmente le cerimonie del divino Sacrificio.

I. RITO DELLA PREPARAZIONE

(Pròtesi).

1. Orazioni preparatorie

II Sac. e il Diac. non ancora rivestiti dei paramenti liturgici, vanno dinanzi alle porte sante, che son chiuse, e s’inchinano tre volte. Quindi, a voce bassa, dice:

Il Diac. Benedici, Signore.

Il Sac. Benedetto sia Iddio nostro in ogni tempo, ora sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il Diac. Così sia.

Il Sac. Gloria a te, o Dio nostro, gloria a te! Re celeste, Paraclèto, Spirito di verità, che in ogni luogo sei presente ed ogni cosa riempi, tesoro dei beni e datore di vita, vieni ed alberga nel nostro petto, purificaci da ogni macchia, e salva, o Buono, le anime nostre.

Il Diac. Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi! (tre volte).

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

O Triade tuttasanta, abbi pietà di noi. Signore, perdonaci i nostri peccati. Sovrano, perdona le nostre iniquità. Santo, visita e guarisci le nostre infermità, per la gloria del tuo nome. Signore pietà! Signore pietà! Signore pietà!

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

Padre nostro, che sei ne’ cieli, sia santificato il nome tuo; venga il regno tuo; sia fatta la volontà tua, come in cielo, così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno.

Il Sac. Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria, di te Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il Diac. Così sia.

Poi seguita il Sac.: Abbi pietà di noi, o Signore, abbi pietà di noi; poiché, in difetto di ogni giustificazione, peccatori come siamo, ti rivolgiamo questa supplica, come a nostro Sovrano: deh! abbi pietà di noi!

 Il Diac. Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo.

Signore, abbi pietà di noi, che in te abbiamo riposto ogni nostra fidanza: non adirarti fortemente, né ti rammenta delle nostre iniquità; ma rivolgi anche ora il tuo sguardo su di noi, misericordioso quel sei, e ci riscatta dai nostri nemici; poiché tu sei il nostro Dio, e noi il tuo popolo, siamo tutti opera delle tue mani, ed abbiamo invocato il tuo nome.

Il Sac. E d ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

Aprici, o benedetta Madre di Dio, la porta della misericordia, (e qui si tira la cortina delle porte): deh! che non andiamo perduti, noi che speriamo in te; deh! che per l a tua intercessione siamo liberati dalle avversità; tu, infatti, sei la salvezza dei cristiani.

[Vanno quindi ad inchinarsi alle sante iconi, prima di Cristo, poi della Madonna recitando apposite invocazioni. E vanno di nuovo avanti alle porte e …

il Sac. recita la preghiera]:

Signore, stendi la tua mano dall’alto del tuo abitacolo, e confortami nel presente tuo ministero, acciocché io, stando senza condanna davanti al tuo tremendo altare, celebri l’incruento sacrificio. Poiché tua è la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Così sia.

[Poi entrano nel Santuario dicendo ciascuno da sé]:

Entrerò nella tua casa, mi prostrerò al tuo tempio santo nel tuo timore.

2. La vestizione

Il Sac. indossa lo sticario (alba), l’epitrachèlio (stola), la zona (cintura), le soprammaniche, poi il felonio (casula), mentre il Diac. si mette lo sticario, l’orario sull’omero sinistro, e le soprammaniche, e ambedue dicono le apposite preghiere.

3. Lavabo

Poi si lavano le mani, recitando il salmo:

Lavabo inter innocentes

3. Preparazione del pane e del vino

indi il sac. Va col Diac. All’altare della preparazione, a sinistra dell’altare maggiore; il Sac. Con la lancia toglie del pane la parte media che porta l’impronta

[Poi il Diac. Versa nel calice vino ed acqua insieme].

[Segue un rito proprio ai Bizantini: il Sac. toglie dallo stesso pane o da un altro particelle diverse, la prima in onore e memoria della Madonna, le seguenti in memoria dei Santi, dei viventi, dei defunti e di se stesso. – Tutte quelle particelle sono disposte in ordine, insieme col pane che sarà consacrato, nel disco o patena. (Questa è molto più grande della patena latina ed è talvolta sostenuta da un piede). Quanto rimane del pane è tagliato in pezzetti che saranno benedetti dopo la consacrazione e alla fine della liturgia distribuiti sotto il nome di antidoron. – Il Sac. pone sopra il pane e le particelle prima l’asterisco e copre il disco con un velo; con un altro velo copre il calice, quindi con l’aere, cioè un. terzo grande velo, copre insieme il disco e il calice. Tutte queste cerimonie sono accompagnate da rispettive orazioni. In fine dopo aver incensato le oblate, il Sacerdote dice la preghiera della Pròtesi]:

5. Preghiera della Pròtesi

O Dio, Dio nostro, che mandasti il pane celeste, cibo di tutto il mondo, il Signore e Dio nostro Gesù Cristo, Salvatore, Redentore e Benefattore, che ci benedice e ci santifica; benedici tu stesso questa Pròtesi, e l’accetta nel tuo sovracceleste altare; ricordati, buono qual sei ed amante degli uomini, di coloro che l’hanno offerta, e di coloro per i quali l’hanno offerta, e noi custodisci irreprensibili nella celebrazione dei tuoi divini misteri. Poiché è stato santificato e glorificato l’onorabilissimo e magnifico nome tuo o Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Così sia.

[Si riapre il velo delta porta del santuario.]

6. Incensamento

[Il Diac. incensa le oblate, l’altare intorno intorno, il santuario e tutta la navata ed il popolo presente; indi rientra nel santuario ed incensa di nuovo l’altare ed infine il Sac.]

[Finora tutto il rito si è svolto dietro all’iconostasi; adesso il Diac. inviterà il popolo a pregare e il coro a lodare il Signore. Chiede dunque la benedizione al Sac. e viene a prendere il suo posto davanti alle porte sante, tenendo il suo orario nella mano destra elevata].

II. LA MESSA DEI CATECUMENI,

1. L’inizio

II Diac. dice ad alta voce: Benedici, Signore.

Il Sac. all’altare, risponde: Benedetto sia il regno del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre e ne’ secoli de’ secoli. Il coro: Cosi sia.

a. Colletta maggiore

Quindi il Diac. pronuncia le preci ireniche:

Preghiamo in pace il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Per la pace che vien dall’alto, e per la salute delle anime nostre, preghiamo il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Per la pace di tutto quanto il mondo, per la prosperità delle sante chiese di Dio e per l’unione di tutti, preghiamo il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Per questa santa casa e per coloro che vi entrano con fede, devozione e timor di Dio, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per il nostro beatissimo (si fa il nome del capo gerarchico della diocesi) Patriarca o Metropolita, o Arcivescovo o Vescovo N., per l’onorabile ordine dei preti, per il diaconato in Cristo, per il clero e il popolo tutto, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà! Per i nostri re piissimi e custoditi da Dio, per tutto il palazzo e per l’esercito loro, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Perché li aiuti in guerra e sottometta ai loro piedi ogni nemico ed avversario, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per questa santa dimora, per ogni città e paese, e per tutti i fedeli che vi abitano, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per la salubrità dell’aria, per l’abbondanza dei frutti della terra e per i tempi tranquilli, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per i naviganti, i viandanti, i malati, i sofferenti, i prigionieri, e per la loro salvezza, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Acciocché siamo liberati da ogni afflizione, ira, pericolo, necessità, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Facendo memoria della tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio e sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Perché ogni gloria, onore e adorazione si conviene a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

b. Prima antifona

[Dopo si cantano dal coro i tipici o la 1a antifona secondo le rubriche. Durante il canto, il Diac. Si allontana dal suo posto e va a mettersi dinanzi alla icone della Madre di Dio.]

[Intanto il Sac. Dice la preghiera della prima antifona in segretoSignore, Dio nostro, di cui incomparabile è la forza, incomprensibile la gloria, immensa la misericordia e ineffabile l’amore per gli uomini; tu, o Sovrano, secondo la tua clemenza, volgi uno sguardo a noi e a questa santa casa, e largisci a noi e a quelli che con noi pregano, le dovizie delle tue misericordie e delle tue commiserazioni.]

[Terminato il 1° salmo dei tipici o la 1a antifona, il Diac. ritorna al luogo consueto e recita la colletta minore]:

Ancora e poi ancora, preghiamo in pace il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi, e ci custodisci, o Dio, colla tua grazia.

Il coro: Signore, pietà. Facendo memoria della tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio e sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tua è la forza e il regno e la potenza e la gloria, di te Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo,ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

c. Seconda antifona

Quindi il coro canta il secondo salmo dei tipici o la seconda antifona ed alla fine si aggiunge:

[Il Sac. recita segretamente la Preghiera della seconda antifona: Signore, Dio nostro, salva il popolo tuo, benedici la tua eredità, custodisci tutta quanta la tua Chiesa; santifica quelli che amano lo splendore della tu casa; tu in contraccambio li glorifica con la tua divina potenza, e non volere abbandonare noi che in te riponiamo ogni speranza].

O Figlio Unico e Verbo di Dio, tu che, essendo immortale, volesti incarnarti a per la nostra salute nel seno della santa Madre di Dio, sempre Vergine, Maria; Tu che, senza mutarti, ti facesti uomo e fosti crocifisso, o Cristo Dio, schiacciando la morte con la tua morte; Tu che sei una delle Persone della santa Trinità, glorificato con il Padre e lo Spirito Santo, salvaci.

[Il Diacono va a collocarsi di nuovo davanti alla icone della Madre di Dio; e alla fine della 2a antifona torna al posto consueto e recita la colletta minore]:

Ancora e poi ancora, preghiamo in pace il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e ci custodisci, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Facendo memoria della tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio e sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni e gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, o Signore.

Egli entra nel santuario, e il Sac. dice ad alta voce:

Poiché tu sei Iddio buono e amante degli uomini, e noi rendiamo gloria a te Padre e al Figliolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

d. Terza antifona

Il coro canta la terza antifona. 

[Il Sac. legge segretamente la preghiera della terza antifona: Tu che ci donasti queste comuni e unanimi preghiere, che a due o tre uniti a pregare nel nome tuo promettesti di concedere quanto chiedessero; Tu anche in questo momento esaudisci, per loro vantaggio, le richieste dei servi tuoi, accordandoci la conoscenza della tua verità nel secolo presente e donandoci in quello avvenire la vita eterna].

[Il Diac. è già entrato nel Santuario dove aiuta il Sac. che si prepara a fare il piccolo introito. Il Sac. prende il S. Evangelo (che si trova sempre sull’altare) e lo dà al Diac. che gli bacia la mano. Mentre ancora continua il canto, la processione esce dal Santuario].

2. Introito

Ingresso col Vangelo

[Si può comparare quest’ingresso del Sacerdote a l’introito del rito romano. Escono dal Santuario, preceduti da uno o due servienti che portano faci; il Diac. con in mano il Vangelo, e il Sac. Giunti nel mezzo della navata, il Sac. recita segretamente l’orazione del piccolo introito].

Dominatore Signore, Dio nostro, che ne’ cieli hai costituito legioni ed eserciti d’Angeli e d’Arcangeli in servizio della tua gloria, fa’ che col nostro ingresso si effettui l’ingresso di Angeli santi, che con noi concelebrino e con noi glorifichino la tua bontà. Poiché a te si conviene ogni gloria, onore e adorazione, a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Così sia.

Terminato il canto, il Diac. dà a baciare il Vangelo al Sac. e quindi, elevando il sacro libro, dice ad alta voce:

Sapienza! stiamo in piedi!

Mentre Diac. e Sac. entrano nel Santuario, il coro canta:

Venite, adoriamo e prostriamoci avanti a Cristo. Deh! salva, o figliuolo di Dio, mirabile nei santi, noi che a te cantiamo: alleluia!

E si cantano i tropari ossia brevissime melodie in onore di Santi o del mistero del giorno.

Quindi il Diac. dice: Preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà.

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tu sei santo, o Dio nostro, e a te rendiamo gloria, a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre.

Il Diac.: E ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

3. Canti e Letture

a. Trisagio

Indi si canta dal coro l’inno trisagio:

Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi ! (tre volte).

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo; ed ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia. Santo Immortale, abbi pietà di noi!

Il Diac. si reca vicino alle porte sante e, tenendo nella destra l’orario, dice ad alta voce: Forza!

Il coro: Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi!

[Mentre si canta l’inno trisagio, il Sac. recita segretamente questa preghiera: O Dio santo, che nei santi riposi, cantato cogli accenti dell’inno trisagio dai Serafini, glorificato dai Cherubini e adorato da tutte le potestà sovraccelesti; Tu che dal nulla hai tratto all’essere le cose tutte, che hai creato l’uomo a tua immagine e somiglianza, e di tutti i tuoi carismi lo hai adornato; tu che doni saggezza e prudenza a chiunque te ne prega, e non disprezzi il peccatore, ma hai istituito la penitenza per la salute; che noi, umili e indegni tuoi servi, hai fatto degni di stare anche in questo momento dinanzi alla gloria del tuo santo altare e di offrirti l’adorazione e la glorificazione a te dovuta; tu, o Signore, accetta anche dal labbro di noi peccatori l’inno trisagio e visitaci nella tua bontà. – Perdonaci ogni trascorso volontario e involontario, santifica l’anima nostra e il nostro corpo, e ci concedi di poterti servire in santità tutti i giorni di nostra vita, per l’intercessione della santa Madre di Dio e di tutti i santi che dal principio del mondo piacquero agli occhi tuoi. Perché T u sei santo, o Dio nostro, e noi rendiamo gloria a Te Padre e al Figliuolo e allo Spiritò Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Così sia.]

b. Epistola

Terminato il canto del trisagio, il Lettore si pone nel mezzo della navata.

Il Diac.: Stiamo attenti!

Il Lettore pronuncia i versetti del prokimenon.

Il Diac.: Sapienza!

Il Lettore recita il titolo della lezione apostolica.

Il Diac.: Stiamo attenti!

Il Lettore recita la pericope assegnata a quel giorno (Notiamo il modo di cantare l’epistola secondo l’uso degli Slavi; il Lettore comincia con un tono molto basso, che eleva poco a poco alla fine di ogni frase).

Intanto il Sac. si reca alla cattedra dietro l’altare e il Diac. incensa il santuario e il popolo; fa ciò in preparazione alla lettura del Vangelo.

c. Vangelo

Terminata la lezione dell’epistola, il coro canta tre volte: Alleluia! Alternativamente con la recitazione di versetti.

[Il Sac. dinanzi alla s. mensa recita in segreto questa orazione:

Fa’ che risplenda nei nostri cuori, o misericordioso Signore, la pura luce della tua divina conoscenza, aprici gli occhi della mente, perché possiamo intendere le tue evangeliche predicazioni. Infondici altresì il timore dei tuoi santi comandamenti, acciocché, calpestati tutti i desideri carnali, pratichiamo una vita tutta spirituale, pensando e operando tutto ciò che è di tuo gradimento. Tu, infatti, sei la luce delle anime nostre e de’ nostri corpi, o Cristo Dio, e a te rendiamo gloria, e, insieme, all’eterno tuo Padre e al tuo Spirito tutto santo, buono e vivificante, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Cosi sia].

Il Diac. prende il S. Vangelo, riceve la benedizione dal Sac. e preceduto da faci se ne va all’ambone.

Il Sac. dalla porta del Santuario esclama: Sapienza!

Il coro: E allo spirito tuo.

Il Diac.: Lettura del Santo Vangelo secondo N.

Il Sac.: Stiamo attenti!

Il coro: Gloria a te, Signore, gloria a te.

Il Diac. legge la prescritta pericope. (Il tono è molto semplice).

Terminata la lettura, il coro: Gloria a te, Signore, gloria a te.

Il Diac. s’avanza fino alle porte sante e consegna al Sac. il libro.

4. Orazioni e Rinvio dei Catecumeni

Quindi postosi dinanzi al Santuario, recita l’ectenès:

Diciamo tutti con tutta l’anima, e con tutta la mente nostra diciamo.

Il coro: Signore, pietà! Signore, Onnipotente, Dio de’ Padri nostri, noi ti preghiamo, esaudisci ed abbi pietà.

Il coro: Signore, pietà.

[Intanto il Sac. dice segretamente:

Signore, Dio nostro, accetta da’ servi tuoi questa prolungata supplicazione, ed abbi pietà di noi secondo la tua grande misericordia, e fa’ discendere le tue commiserazioni sopra di noi e su tutto il tuo popolo, che aspetta copiosa la tua misericordia (che viene da te)].

     Abbi pietà di noi, o Dio, secondo la tua grande misericordia; noi ti preghiamo, esaudisci ed abbi pietà.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo per tutti i pii ortodossi e cristiani.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per il nostro beatissimo Patriarca o Metropolita, o da Dio Arcivescovo o Vescovo nostro N.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per i nostri fratelli, sacerdoti ieromonaci, ierodiaconi e monaci, e per tutta la nostra fratellanza in Cristo.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per implorare misericordia, vita, pace, sanità, salvezza, visita, perdono e remissione dei peccati de’ servi di Dio, di quelli che dimorano in questa città o dei fratelli di questo santo monastero.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per i beati fondatori di questa santa chiesa o santo monastero, degni di perpetua ricordanza, e per tutti i padri e fratelli nostri defunti, che qui piamente riposano, e per gli ortodossi di tutto il mondo.

Il coro: Signore pietà!

Noi preghiamo ancora per coloro che offrono frutti e operano il bene in questo santo e venerabile tempio, vi faticano e vi cantano, e per tutto il popolo qui presente, che aspetta la tua grande e copiosa misericordia.

Il coro: Signore, pietà!

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tu sei un Dio misericordioso e amante degli uomini, e noi rendiamo gloria a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Quindi il Diacono incomincia la supplica per i catecumeni :

Catecumeni, pregate il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Fedeli, preghiamo per i catecumeni.

Il coro: Signore, pietà!

Acciocché il Signore abbia misericordia di loro.

Il coro: Signore, pietà!

Li istruisca nella parola della verità.

Il coro: Si gnore, pietà!

Riveli loro l’Evangelio della giustizia.

Il coro: Signore pietà!

[Il Sac. recita segretamente l’orazione per i catecumeni:

Signore, Dio nostro, che abiti nel più alto de’ cieli e riguardi alle più umili creature, che per la salute del genere umano hai inviato l’unigenito tuo Figliuolo e Dio, il nostro Signor Gesù Cristo, volgi benigno lo sguardo sovra i tuoi servi catecumeni, che a te vengono inchinata la loro cervice, e renditi degni, nel tempo opportuno, del lavacro della rigenerazione, della remissione de’ peccati e della veste dell’incorruttibilità; uniscili alla tua santa Chiesa cattolica ed apostolica, e annoverali tra l’eletto tuo gregge].

Li unisca alla sua santa Chiesa cattolica ed apostolica.

Il coro: Signore, pietà!

Salvali, abbine pietà, li soccorri e li custodisci, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Catecumeni, inchinate il vostro capo al Signore.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Acciocché essi pure insieme con noi glorifichino l’onorabilissimo e magnifico nome tuo, o Padre, e quello del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Quindi il Sac. spiega l’iletón (corporale) sulla santa mensa.

Il Diac. dice : Quanti siete catecumeni, uscite. Catecumeni, uscite. Catecumeni, quanti siete, uscite. Nessuno dei catecumeni rimanga qui.

III. LA MESSA DEI FEDELI.

Il Diac. continua senza interruzione:

Quanti siamo fedeli, ancora e poi ancora, in pace preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e custodiscici, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Il Diac. Sapienza!

Il Sac. ad alta voce:

Poiché si conviene ogni gloria, onore e adorazione a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

1. Preghiere dei fedeli

[E il Sac. legge segretamente la prima orazione dei fedeli:

Rendiamo grazie, o Signore, Dio delle Schiere, a te che ci hai fatti degni di stare anche in questo momento presso il tuo santo altare, e d’implorare prostrati le tue misericordie per i nostri peccati e per le ignoranze del popolo. Accogli, o Dio, le nostre preci; fa’ che siamo degni d’offrirti preghiere e supplicazioni e sacrifici incruenti per tutto il tuo popolo; e rendi capaci noi, che tu hai posto a questo ministerio, per la virtù dello Spirito Santo, d’invocarti in ogni tempo e in ogni luogo, senza condanna e senza inciampo, con la pura testimonianza della coscienza nostra, acciocché, esaudendoci, Tu ci sii propizio nella grandezza della tua bontà.]

Il Diac. Ancora e poi ancora preghiamo in pace il Signore. Il Coro: Signore, pietà!

Il Diac. Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e ci custodisci, o Dio, con la tua grazia. Il coro: Signore, pietà!

Il Diac. Sapienza! Ed entra nel santuario.

Il Sac. dice ad alta voce:

Acciocché custoditi sempre dalla tua potenza, rendiamo gloria a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

[Il Sac. legge segretamente la seconda orazione dei fedeli:

Di nuovo e molte volte ci prostriamo dinanzi a te e ti preghiamo, o buono, o misericordioso, di riguardare benigno alla nostra prece, e purificare le nostre anime e i nostri corpi da ogni sozzura della carne e dello spirito; concedine d’assistere scevri di colpa e senza condanna al tuo santo altare. Concedi per tua grazia, o Dio, anche a coloro che pregano con noi l’avanzamento nella vita, nella fede e nell’intelligenza spirituale. Dà loro di sempre adorarti con timore e con amore, di partecipare scevri di colpa e senza condanna ai tuoi santi misteri e d’essere fatti degni del tuo regno sovracceleste.]

2. Introito maggiore

Il coro incomincia a cantare lentamente e melodicamente l’inno cherubico:

Noi che misticamente rappresentiamo i Cherubini, e alla Triade vivificante cantiamo l’inno trisagio, su via! deponiamo Ogni mondana sollecitudine.

[Mentre si canta questo, il Sacerdote dinanzi alla santa mensa legge segretamente la seguente preghiera:

Niuno, che sia schiavo di desideri carnali e di voluttà, è degno di presentarsi o d’appressarsi o di offrir sacrificio a te, o Re della gloria; ché servire a te è cosa grande e tremenda anche alle stesse Podestà sovraccelesti. Ma nondimeno, per la ineffabile e immensa tua misericordia, essendoti fatto uomo senza verun cambiamento e mutazione, sei divenuto nostro Pontefice e ci hai trasmesso, come Signore che sei dell’universo, il ministero di questo liturgico ed incruento sacrificio. Tu solo infatti, o Signore Dio nostro, imperi sovrano sulle celesti e terrestri cose, assiso sul trono de’ Cherubini, tu Signore de’ Serafini e re d’Israele, tu che sei il solo santo e nei santi riposi. Te adunque prego, te che solo sei buono e pronto ad ascoltarmi. Volgi benigno lo sguardo sopra di me peccatore e inutile tuo servo, e purifica da prava coscienza la mia anima e il mio corpo: e per la virtù del tuo Santo Spirito, fa che io, rivestito della grazia del sacerdozio, possa presentarmi a questa tua sacra mensa e consacrare il santo e immacolato tuo Corpo e il tuo Sangue prezioso. A te m’appresso, inchinando la mia cervice, e così ti prego: Non rivolger da me la tua faccia e non rigettarmi dal numero dei tuoi servi, ma concedi che da me peccatore e indegno tuo servo ti si offrano questi doni. Tu infatti, o Cristo Dio nostro, sei l’offerente e l’offerto, quei che riceve e quei che è distribuito, e a te rendiamo gloria in unione con l’eterno tuo Padre e col tuo tutto santo Spirito, buono e vivificante, ora e sempre, e nei secoli de’ secoli. Così sia.

Dopo questa orazione recita col Diac. tre volte l’inno cherubico. Quindi il Sac. incensa intorno intorno la s. mensa, il Santuario, le icóni e il popolo. Poi Sac. e Diac. baciano l’altare, si volgono al popolo, inchinano il capo e vanno alla pròtesi. Allora il Sac. pone il velo grande sugli omeri e il disco coperto sul capo del Diac. che nello stesso tempo tiene con un dito anche il turibolo. Il Sac. prende nelle mani il s. calice egualmente coperto.

Quindi esce la processione dal santuario e voltisi verso il popolo, il Sac. ed il Diac. con i doni nelle mani esprimono i voti di benedizione per il Pontefice, la gerarchia, e i fedeli presenti ed invitano il popolo ad unirsi a quelle intenzioni.

[Rientrano nel Santuario e depongono il disco ed il calice sopra l’altare e il Sac. incensa.]

Appena entrati nel santuario, il coro termina l’inno cherubico:

Per ricevere il Re dell’universo scortato invisibilmente dalle angeliche schiere. Alleluia.

Si tira il velo della porta del santuario.

3. Offertorio

Il Diac. dopo aver baciata la destra al Sac. esce e si pone nel luogo consueto.

Indi recita le petizioni seguenti:

Compiamo la nostra preghiera al Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per i preziosi doni che sono stati offerti, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per questa santa casa e per coloro che vi entrano con fede, devozione e timor di Dio, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

[Mentre dal Diacono si recita questa colletta, il Sacerdote legge segretamente la seguente orazione della Pròtesi:

Signore, Dio onnipotente, tu che solo sei santo e che accetti il sacrificio di laude da coloro che con tutto il cuore t’invocano, accogli altresì la preghiera di noi peccatori, e fa che giunga al tuo santo altare: rendici abili ad offrirti doni e sacrifici spirituali per i nostri peccati e per le ignoranze del popolo. Rendici anche meritevoli di trovar grazia al tuo cospetto, acciocché ti sia accetto il nostro sacrifizio, e lo Spirito della tua grazia, che è buono, scenda ad abitare in noi e in questi doni, qui preparati, e in tutto il popolo tuo.]

Acciocché siamo liberati da ogni afflizione, ira, pericolo e necessità, preghiamo il Signore:

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e custodiscici, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Domandiamo al Signore, che tutto questo giorno sia perfetto, santo, pacifico e senza peccato.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore un angelo di pace, guida fedele, custode delle anime nostre e de’ nostri corpi.

Il coro: Concedi o Signore.

Domandiamo al Signore il perdono e la remissione dei nostri peccati e dei nostri falli. Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore tutto ciò che sia buono e vantaggioso alle anime nostre, e la pace per il mondo.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore la grazia di passare in pace e in penitenza quanto ci resta di vita.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore una morte cristiana, senza dolore e senza rimorso e placida, e una buona difesa dinanzi al tremendo tribunale.

Il coro: Concedi, o Signore.

Facendo memoria della tuttasanta, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce :

Per le misericordie del tuo unigenito Figliuolo, con il quale sei benedetto, insieme col santissimo tuo Spirito, buono e vivificante, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Cosi sia.

Si apre il velo della porta.

4. Bacio di pace

Il Sac. Pace a tutti.

Il coro: E allo spirito tuo.

[Intanto il Sac. bacia i santi doni, il Diac., il suo orario dov’è la figura della croce; quindi,  se vi sono parecchi celebranti, questi si abbracciano.]

Il Diac. Amiamoci gli uni gli altri, affinché in unità di spirito confessiamo la nostra fede.

Il coro: Nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, Triade consostanziale e indivisibile.

.5. Simbolo

Il Diac. ad alta voce : Le porte! le porte! Con sapienza stiamo attenti.

[Il Sac. alza l’aera sopra i doni e lo agita tenendolo spiegato mentre recita tra sé il Credo]

Il coro: Credo in un solo Padre ecc.

6. Anafora

a. Inviti al popolo

Indi il Diac. ad alta voce:

Stiamo devotamente, stiamo con timore, stiamo attenti ad offrire in pace la santa oblazione.

Il coro: Misericordia di pace, sacrificio di laude.

Il Sac. dice ad alta voce :

La grazia del Signor nostro Gesù Cristo, e la carità di Dio Padre, e la partecipazione dello Spirito Santo sia con tutti voi.

E voltosi al popolo, lo benedice. Il Diacono entra nel santuario.

Il coro: E con lo spirito tuo.

Il Sac. alzando ambe le mani esclama:

Leviamo in alto i cuori!

Il coro: Li abbiamo verso il Signore.

Il Sac. rivolto ad oriente esclama: Rendiamo grazie al Signore.

Il coro: E’ degno e giusto adorare il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo Triade consostanziale e inseparabile

[Il Sac. prega segretamente:

– Si, certo, è degno e giusto celebrarti, benedirti, lodarti, ringraziarti in ogni parte del tuo impero perché tu sei un Dio ineffabile, inconcepibile, invisibile, incomprensibile, sempre esistente e sempre nello stesso modo, tu e il tuo unigenito Figliuolo e il tuo Spirito Santo. Tu dal nulla ci hai tratti all’esistenza e caduti ci hai rialzati, e nulla hai omesso di fare, fino a tanto che ci hai ricondotto al cielo e ci hai donato il tuo regno avvenire. Per tutti questi beni rendiamo grazia a te e all’unigenito tuo Figliuolo e al tuo Spirito Santo, per tutto quello che sappiamo, e per quello che non sappiamo, per i benefici a noi fatti, siano palesi, siano occulti. Ti rendiamo grazie altresì per questo sacrifizio, che ti sei degnato di ricevere dalle nostre mani, sebbene ti stiano innanzi migliaia di Arcangeli e miriadi di Angeli, i Cherubini e i Serafini con sei ali, con molti occhi, sublimi, alati…]

Il Sac. ad alta voce:

… i quali cantano, esclamano, gridano l’inno della vittoria, e dicono:

b. Sanctus

Il coro: Santo, santo, santo è il Signore delle Schiere; il cielo e la terra son pieni della tua gloria. Osanna nel più alto dei cieli! Benedetto colui che vine nel nome del Signore Osanna nel più alto dei cieli!

[Il Sac. prega segretamente :

Noi pure, Signore misericordioso, con questi beati spiriti celesti esclamiamo e diciamo: Sei santo, tuttosanto, tu e il tuo unigenito Figliuolo e il tuo Spirito Santo. Sei santo, tuttosanto, e magnifica è la gloria di te, che amasti tanto il mondo, da dare 1’unigenito tuo Figliuolo, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma ottenga la vita eterna; il quale, essendo venuto ed avendo compiuta la sua missione a prò di noi, la notte che veniva tradito, o piuttosto si lasciava tradire per la vita del mondo, prese del pane nelle sue mani sante, intemerate e immacolate, dopo aver rese grazie lo benedisse, lo santificò, lo spezzò e diede ai suoi santi discepoli ed apostoli, dicendo:

c. Consacrazione

Il Sac. inchina il capo, e alzando devotamente la destra, benedice il santo pane, dicendo ad alta voce: Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, che per voi si spezza in remissione dei peccati.

Il coro: Così sia.

Mentre si dicono queste parole, il Diac. indica al Sacerdote il santo disco, tenendo colle tre dita della destra l’orario. Similmente, anche quando il Sacerdote dice: « Bevetene », esso indica il santo calice.

Quindi il Sac. prosegue segretamente:

Similmente anche il calice, dopo che ebbe cenato, dicendo:

Il Sac. tenendo in alto la mano devotamente e benedicendo, dice ad alta voce:

Bevetene tutti. Questo è il mio sangue, quello del Nuovo Testamento, che per voi e per molti è sparso in remissione de’ peccati.

Il coro: Così sia.

d. Anamnesi

Il Sac. inchinato il capo, prega segretamente:

Memori adunque di questo comandamento salutare e di tutto ciò che è stato fatto per noi, della croce, della tomba, della resurrezione dopo tre di, dell’ascensione al cielo, della sede alla destra (del Padre), del secondo e glorioso avvento.

Ad alta voce: Le cose tue scelte tra quelle che son tue a te offriamo in tutto e per tutto.

Il coro: Te inneggiamo, te benediciamo, a te rendiamo grazie, o Signore, e ti preghiamo, O Dio nostro.

 

[Il Sac. inchinato di nuovo il capo, prega segretamente: Ancora ti offriamo questo  culto spirituale ed incruento, e t’invochiamo, ti preghiamo e ti supplichiamo. Manda il tuo Santo Spirito sovra di noi e sovra questi doni posti qui sull’altare.

e. Epiclesi

Il Sac. e il Diac. s’inchinano tre volte ed il Sac. facendo il segno della croce sopra il s. pane, dice: E fa di questo il prezioso corpo del tuo Cristo.

Il Diac. Così sia.

Poi benedicendo il calice: E di ciò che è in questo calice, il prezioso sangue del tuo Cristo.

Il Diac. Così sia.

E, benedicendo l’uno e l’altro, dice: Transmutandole per virtù del tuo Santo Spirito.

Il Diac. Così sia, così sia, così sia.

[Il Sac. continua segretamente: Acciocché per coloro che si comunicano siano purificazione dell’anima, remissione de’ peccati, comunicazione dello Spirito Santo, adempimento del regno de’ cieli, titolo a libera confidenza davanti a te, non cagione di giudizio e di condanna.]

f. Intercessione

Ancora ti offriamo questo culto razionale, per quei che riposano nella fede, progenitori, padri, patriarchi, profeti, apostoli, predicatori, evangelisti, martiri, confessori, continenti e per ogni spirito consumato nella fede.

Quindi, incensando la s. mensa sul davanti, dice ad alta voce:

In modo particolare per la tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura, la gloriosa nostra Signora, Madre di Dio e sempre vergine Maria.

E passa il turibolo al Diacono che, incensando intorno la s. mensa, commemora i morti inscritti nei dittici.

E il coro canta il megalinario della Madre di Dio:

Egli è veramente giusto chiamar beata te, o Deipara, sempre benavventurata e tutta immacolata e Madre del nostro Dio. Te più onorabile dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, te che senz’ombra di corruzione partoristi il Verbo di Dio, te magnifichiamo qual vera Madre di Dio.

[E mentre si canta questo, il Sac. benedice l’antidoron e continua a pregare segretamente: Per il santo Profeta e Precursore, Giovanni il Battista, per i santi, gloriosi e illustri Apostoli, per il santo N., del quale celebriamo la memoria, e per tutti i santi tuoi, per le cui suppliche, o Dio, deh! Riguardaci benignamente.Ti ricorda altresì di tutti quei che si sono addormentati nella speranza della resurrezione alla vita eterna (e commemora per nome i morti che vuole), e fa’ che riposino là dove brilla la luce del tuo volto. Ancora ti preghiamo, ricordati o Signore, di tutto l’episcopato degli ortodossi, di coloro che bandiscono rettamente la tua parola di verità, di tutto il presbiterato, del diaconato in Cristo, e di ogni ordine sacerdotale. Ancora ti offriamo questo culto razionale, per tutto il mondo, per la santa Chiesa cattolica ed apostolica, per coloro che vivono nella castità e nella santità, per i nostri re fedelissimi e amanti di Cristo, per tutta la corte e l’esercito loro. Concedi loro, o Signore, un regno pacifico, onde noi pure, nella calma loro, viviamo una vita quieta e tranquilla con tutta l a pietà ed onestà.]

Dopo ciò il Sac. commemora i vivi che vuole. Quindi dice ad alta voce: Ricordati in primo luogo, o Signore, del nostro santissimo Padre N., Papa di Roma, di T V. (ed enuncia il nome dell’ ordinario del luogo, sia esso semplice Vescovo o Arcivescovo o Metropolita o Patriarca) e concedi alletue sante chiese che essi in pace salvi, onorati, sani, longevi, predichino rettamente la tua parola di verità.

Il Diac. Stando presso la porta commemora i vivi inscritti nei dittici, e poi ad alta voce: E di quelli che ciascuno ha in mente, e di tutti e di tutte.

[Il Sac. continua a pregare segretamente: Ricordati, o Signore, della città (o monastero), nella (nel) quale dimoriamo, di ogni città e paese, e di tutti i fedeli che vi abitano. Ricordati, o Signore, dei naviganti, dei viandanti, dei malati, dei sofferenti, dei prigionieri e della loro liberazione. Ricordati, o Signore, di coloro che portan frutti e operano il bene nelle tue sante chiese e si ricordano de’ poveri, e manda sopra di noi tutti le tue misericordie.]

Il Sacerdote ad alta voce: E concedine che non una sola bocca e con un sol cuore diamo gloria e inneggiamo all’onorabilissimo e magnifico nome tuo, o Padre, e a quello del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

E voltosi al popolo, lo benedice dicendo:

E le misericordie del grande Iddio e Salvator nostro Gesù Cristo siano con tutti voi.

Il coro: E col tuo spirito.

7. Dall’Anafora alla Comunione

a. Colletta

Il Diac. esce, e, postosi nel luogo consueto, dice:

Avendo fatto memoria di tutti i santi, ancora e poi ancora preghiamo in pace il Signore

Il Coro: Signore, pietà!

Per i preziosi doni, che sono stati offerti e consacrati, preghiamo il Signore.

Il Coro: Signore, pietà!

[Mentre si recitano queste preci, il Sac. prega segretamente.

Ti raccomandiamo, o Signore misericordioso, tutta la nostra e la nostra speranza, e t’invochiamo, ti preghiamo, ti supplichiamo. Rendici degni di partecipare dei sovraccelesti e tremendi misteri di questa sacra e spiritual mensa, con pura coscienza, per la remissione dei peccati, per il perdono dei falli, per la comunione dello Spirito Santo,  per l’eredità del regno dei cieli, per un titolo alla tua confidenza, e non per nostro giudizio e condanna.]

Acciocché il misericordioso Dio nostro, che li ha ricevuti, in odore di soavità Spirituale nel suo santo, sovracceleste, spirituale altare, ci mandi in contraccambio la divina grazia e il dono del Santo Spirito, preghiamo.

Il coro: Signore pietà!

Acciocché siamo liberi da ogni afflizione, ira, pencolo e necessità, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e ci custodisci, o Dio, colla tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Domandiamo al Signore che tutto questo giorno sia perfetto, santo, pacifico e senza peccato.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore un angelo di pace, guida fedele, custode delle anime nostre e de’ nostri corpi.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore perdono e remissione dei nostri peccati e dei nostri falli.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore quanto è buono ed utile alle anime nostre, e la pace per il mondo.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore la grazia di passare nella pace e nella penitenza quanto ci resta della vita nostra.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore una morte cristiana, senza dolore, senza biasimo, placida, e una buona difesa dinanzi al suo tremendo tribunale.

Il coro: Concedi, o Signore.

Dopo aver domandata l’unità della fede e la comunione dello Spirito Santo, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo nostro Dio. Il coro: A te, o Signore.

b. Pater Noster

Il Sac. ad alta voce:

E rendici degni, o Signore, che con piena fiducia e senza condanna osiamo invocare te Dio Padre celeste, e dire:

Il coro: Padre nostro, che sei ne’ cieli, sia santificato il nome tuo, venga il regno tuo; sia fatta la volontà tua, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno.

Il Sac. Poiché il regno e la potenza e la gloria appartiene a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Il Sac. Pace a tutti (e benedice).

Il coro: E allo spirito tuo.

c. Orazione col capo inchinato

Il Diac. Inchinate il vostro capo al Signore.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce: Per la grazia, per le misericordie e per la benignità dell’unigenito tuo Figliuolo, col quale sei benedetto insieme col tutto santo, buono e vivificante Spirito, ora e sempre, e nei secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

[Il Sac. prega segretamente: Ti rendiamo grazie, o Re invisibile, che con la tua infinita potenza hai creato l’universo, e nella grandezza della tua misericordia tutte le cose dal nulla hai tratto all’esistenza. Tu, o Signore, riguarda dal cielo a questi che hanno umilmente inchinato la fronte innanzi a te, poiché non l’han chinata alla carne e al sangue, ma a te Dio tremendo. Tu dunque o Signore, compartisci a noi tutti, per nostro bene e secondo il bisogno di ciascuno, i doni qui presenti; naviga coi naviganti, viaggia coi viandanti, sana i malati, tu medico delle nostre anime e de’ nostri corpi.]

d. Elevazione e frazione

Poi il Diac. ad alta voce: Stiamo attenti!

E il Sac. inchinandosi ed elevando il santo pane, dice ad alta voce:

Le cose sante ai santi.

Il coro: Un solo è il Santo, un solo è il Signore, Gesù Cristo, nella gloria di Dio Padre. Così sia.

Quindi si canta il Kinonikon.

[Il Sac. spezza il s. pane in Quattro e lo dispone nel s. disco in forma di croce; il Diac. dice: Signore, empi il s. calice.

Il Sacerdote prende la particola segnata IC, e la mette nel calice. Poi il Diac. versa un po’ d’acqua calda nel s. calice].

8. La S. Comunione

a. Comunione del Sac. e del Diac.

Il Sac. ed il Diac. recitano le preghiere della Comunione.

Credo, o Signore, e confesso che tu sei veramente il Cristo, figliuolo di Dio vivente venuto nel mondo per salvare i peccatori, de’ quali il primo sono io. Credo ancora che questo è il medesimo tuo Corpo immacolato, e questo il medesimo tuo sangue prezioso. Te ne prego adunque, abbi pietà di me e perdonami le mie colpe, volontarie e involontarie, commesse colla parola e coll’opera, con conoscenza e senza. Fammi degno di partecipare, senza condanna, de’ tuoi misteri immacolati, per la. Remissione dei peccati e per la vita eterna. Così sia.

Ecco io m’appresso alla divina comunione:

O mio Creatore, deh! non bruciarmi con questa partecipazione,

Poiché tu sei fuoco che arde gl’indegni.

Deh! purificami dunque da ogni sozzura.

Del tuo mistico convito, o figliuolo di Dio, fammi oggi partecipe; che io non paleserò il Mistero ai tuoi nemici; non ti darò un bacio come Giuda; ma come il Ladrone io ti dico: Ti sovvenga di me, o Signore, quando sarai nel tuo regno.

Rabbrividisci, o uomo, vedendo il sangue divino:

Che è carbone ardente che brucia gl’indegni.

Il corpo di Dio m’india e mi nutrisce;

India lo spirito e mirabilmente nutrisce l’intelletto.

– Tu mi hai attirato, o Cristo, col desiderio e inebriato col tuo amore divino deh! ardi con fuoco immateriale i miei peccati e fammi degno di saziarmi delle tue delizie, affinché nell’esultanza io magnifichi, o Buono, le due tue venute.

– Come entrerò io, indegno come sono, negli splendori del tuo Santuario? Poiché, se oso entrare nella sala delle nozze, l’abito che io porto mi condanna, perché non è l’abito nuziale; e, incatenato, sarò cacciato via dagli Angeli. Lava, o Signore, la sozzura dell’anima mia, e mi salva, tu che sei amante degli uomini.

– O Sovrano amante degli uomini, Signore Gesù Cristo, mio Dio, fa’ che questi doni non siano per me causa di condanna a motivo della mia indegnità, ma siano purificazione e santificazione dell’anima e del corpo e caparra della vita e del regno futuro. E’ buono per me l’essere unito a Dio, riporre nel Signore la speranza della mia salvezza.

E di nuovo :

Del tuo mistico convito ecc. (come sopra).

Il Sac. poi prende una particola, del santo pane e dice:

Si comunica a me N. Sacerdote il prezioso e tuttosanto corpo di nostro Signore e Dio Salvatore Gesù Cristo, in remissione dei miei peccati e per la vita eterna.

E così si comunica del santo pane con timore e con ogni precauzione.

Poi dice: Diacono, appressati.

E il Diac. appressandosi, dice:

Ecco, io m’appresso a Cristo Re immortale e Dio nostro. Impartiscimi, o Sovrano, il prezioso e santo corpo del Signore e Dio Salvatore nostro Gesù Cristo, in remissione de’ miei peccati e per la vita eterna.

E fa un’inchino, chiedendo piamente perdono. E il Sac. prendendo del s. pane lo dà al Diacono, dicendo:

Si comunica a te N. Diacono il prezioso e Santissimo corpo del Signore e Dio Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione dei tuoi peccati e per la vita eterna.

Il Diac., dopo aver baciato la mano che lo comunica, si ritira dietro l’altare, dove, come il sacerdote, si comunica col santo pane che tiene nella palma della destra. Indi il Sac. prende con ambe le mani il santo calice insieme col velo e dice:

Ancora si comunica a me N. Sacerdote il prezioso e santissimo sangue del Signore e Dio e Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione de’ miei peccati e per la vita eterna.

E ne prende tre volte, si asterge col velo che tiene in mano le labbra e il calice, e dopo averlo baciato, chiama il diacono, dicendo:

Ierodiacono, appressati anche una volta.

Il Diac. va innanzi alla s. mensa, si asterge attentamente sul s. disco la palma della mano con la spugna, dicendo:

Mi appresso ancora una volta: impartiscimi, Signore, il prezioso e santissimo sangue del Signore e Dio Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione dei miei peccati e per la vita eterna.

E il Sac., facendolo partecipare tre volte del s. calice, dice:

Ancora si comunica a te Àr . Ierodiacono il prezioso e santissimo sangue del Signore e Dio e Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione de’ tuoi peccati, e per la vita eterna.

Dopo che il Diac. s’è comunicato, il Sac. dice:

Questo ha toccato le tue labbra, e cancellerà le tue iniquità e purgherà i tuoi peccati.

Allora il Diac. prende il S. disco e, tenendolo sopra il s. calice, lo terge molto accuratamente con la Spugna, e con attenzione e devozione copre col velo il santo calice, e parimenti pone sul santo disco lasterisco e i veli.

[Intanto il Sac. legge segretamente la Preghiera di ringraziamento: Ti rendiamo grazie, misericordioso Signore, benefattore delle anime nostre, perché anche in questo giorno ci hai tenuti degni dei tuoi sovraccelesti e immortali misteri. Rendi diritta la nostra via, confermaci tutti nel tuo timore, custodisci la nostra vita, assicura i nostri passi in considerazione delle preghiere e delle suppliche della gloriosa Madre di Dio e sempre vergine Maria, e di tutti i santi tuoi.]

b. Comunione dei fedeli

Dopo l’Alleluia del kinonikon, apertasi la porta speciosa, il Diac. prende dal Sacerdote il santo calice coperto, e, avanzandosi sulla porta, lo eleva e dice ad alta voce: Con timore di Dio, con fede e carità appressatevi.

Il Sac. si avvicina, prende il Calice dalle mani del Diac. Quindi distribuisce la S. Comunione col cucchiaino ai fedeli che la ricevono sotto le due specie. Il

Sac. dice al Comunicante: Il Servo di Dio N. riceve il prezioso e tutto santo corpo e sangue del Signore e Dio Salvatore nostro Gesù Cristo per la remissione de’ suoi peccati e per la vita eterna. Così sia.

Mentre i fedeli si comunicano il coro canta una o più volte, secondo il numero de’ comunicanti, il tropario: Del tuo mistico Convito, o Figliuolo di Dio, fammi oggi partecipe; ch’io non paleserò il Mistero ai tuoi nemici; non ti darà un bacio come quello di Giuda; ma come il Ladrone io ti confesso: Ti sovvenga di me, o Signore, quando sarai nel tuo regno.

Quindi il Sac. benedicendo il popolo, dice: Salva, o Dio, il tuo popolo, e benedici la tua eredità.

c. Reposizione delle s. specie

Il coro: Abbiam veduto la vera luce, abbiam ricevuto lo spirito sovracceleste, abbiam trovata la vera fede, adorando la Triade indivisibile, poiché questa ci salvò.

[Il Sac. e il Diac. fanno ritorno alla s. mensa.

Quindi il Sac. prende il s. disco e lo pone sul capo al diacono.

Questo tenendolo devotamente e guardando verso il popolo senza dir nulla, se ne va alla Pròtesi e ve lo depone.]

[Il Sac. preso il santo calice, dice segretamente: Benedetto sia il nostro Dio.]

E rivolto al popolo, ad alta voce: In ogni tempo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

E depone il calice sull’altare della preparazione.

9. Ringraziamento e rinvio

E il diacono uscito e messosi nel solito posto, dice:

In piedi! Ora che abbiam partecipato dei divini, santi, intemerati, immortali, sovraccelesti e vivificanti tremendi Misteri di Cristo, rendiamo degne grazie al Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi, e ci custodisci, o Dio, con la tua grazia. Il coro: Signore, pietà!

Dopo aver domandato che questo giorno tutto sia perfetto, santo, tranquillo e senza peccato, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Ed entra nel santuario.

Il coro: A te, Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tu sei la nostra santificazione, e rendiamo gloria a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Il Sac.: Andiamo in pace.

Il Diac.: Preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Il Sac. esce dalla porta santa e stando dinanzi alla icone di N. S. Gesù Cristo, recita ad alta voce questa preghiera detta opistambona:

O Signore, tu che benedici quei che ti benedicono, e santifichi coloro che confidano in te, salva il popolo tuo e benedici la tua eredità. Custodisci l’insieme della tua Chiesa, santifica coloro che amano il decoro della tua casa; tu in contraccambio li glorifica con la tua divina potenza, e non abbandonar noi che speriamo in te. Dona la pace al mondo ch’è tuo, alle tue chiese, ai Sacerdoti, ai nostri re, all’esercito e a tutto il popolo tuo; poiché ogni grazia buona e ogni dono perfetto vien dall’alto, scendendo da te Padre dei lumi, e a te rendiamo gloria, azione di grazie e adorazione, a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Il coro: Così sia.

Il coro: Sia benedetto  il nome del Signore da ora e fino all’eternità (tre volte).

[Il Sacerdote rientra per le porte sante, si reca alla Protesi e dice segretamente questa orazione:

O Cristo, Dio nostro, tu che sei l’adempimento della legge e de’ profeti, che hai compiuta pienamente la missione avuta dal Padre, riempi di gioia e di letizia i nostri cuori, in ogni tempo, ora e sempre, e ne’ secoli. Così sia.]

Il Diac. Preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Il Sac. benedicendo:

La benedizione e la misericordia del Signore scenda sopra di noi colla sua grazia e il suo amore per gli uomini, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

Il Sac. Gloria a te, o Cristo Dio, speranza nostra, gloria a te.

Il Lettore: Gloria al Padre  e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e nei secoli de secoli. Cosi sia. Signore, pietà! (tre volte) Signore venerando, benedici.

[Frattanto il Diac. Recatosi alla Pròtesi raccoglie e riunisce con timore e con ogni cura le sante specie, onde nessuna particella, sia pur tenuissima, cada o rimanga; poi si lava le mani nel lavabo.]

Il Sac. rivolto al popolo dice l’apolisi:

Cristo verace Dio nostro, per l’intercessione della santa Madre sua, tutta intemerata, tutta immacolata, per la virtù della preziosa e vivificante Croce, per la protezione delle venerande e sovraccelesti Podestà incorporee, per le supplicazioni del venerando e glorioso Profeta e Precursore Giovanni Battista, dei gloriosi e celebrati Apostoli (del santo della chiesa, se e Profeta, Apostolo o Gerarca), de’ santi gloriosi e vittoriosi Martiri (del santo della chiesa, se è Martire), dei venerandi e teofori Padri nostri (del santo della chiesa, se Confessore), del santo Padre nostro Giovanni Crisostomo, Arcivescovo di Costantinopoli, dei santi e giusti progenitori di Dio, Gioacchino ed Anna (del santo del giorno), di cui celebriamo la memoria e di tutti i Santi, abbi pietà di noi e ci salvi, Dio buono qual è ed amante degli uomini.

Il Sac. di nuovo:

Per le preghiere de’ nostri santi padri, Signore Gesù Cristo, Dio nostro, abbi pietà di noi.

Il coro: Così sia.

10. Distribuzione dell’antidòro

Quindi il Sac. distribuendo il santo antidòro, dice ad ognuno:

La benedizione e la misericordia del Signore scenda sopra di te, in ogni tempo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

E ognuno, ricevuto che abbia l’antidòro e fatto un inchino profondo, esce in buon ordine dalla chiesa.

11. Ultime preghiere

Il Sac. dopo la distribuzione del s. antidòro, entrato nel santuario, si spoglia delle vesti sacerdotali, dicendo:

Or tu rimandi il tuo servo, o Signore, secondo la tua parola, in pace: poiché han veduto gli occhi miei la tua salute, la quale hai preparata nel cospetto di tutti i popoli luce per illuminar le genti, e gloria d’Israel, tuo popolo.

Poi recita il trisagio, l’apolytikion del giorno e quello di s. Giov. Crisostomo:

La grazia, che brillò dalla tua bocca, qual face, illuminò l’universo, depose nel mondo tesori di disinteresse, mostrò a noi la sublime altezza dell’umiltà. Or tu, ammaestrandoci con la tua parola, o padre nostro Giovanni Crisostomo, prega Cristo, il Verbo Divino, di salvare le anime nostre.

Quindi il kontàkion del giorno e quello di s. Giovanni Crisostomo.

Dal cielo hai ricevuta la grazia divina, e dalle tue labbra noi tutti impariamo ad adorare Iddio Uno nella Trinità, o beatissimo s. Giovanni Crisostomo. Giustamente a te inneggiamo: sei difatti Dottore nostro, poiché ci scopri le verità divine.

Ovvero: Signore, pietà (12 volte).

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e ne’ secoli dei secoli. Così sia.

Te più onorabile de’ Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, te che senz’ombra di corruzione partoristi il Verbo di Dio, te magnifichiamo qual vera Madre di Dio.

Fa quindi l’apòlisi.

E, dopo aver baciata la santa mensa, dalla quale ricevette la grazia del sacerdozio come sorgente delle divine grazie e della santificazione, dice:

Per le preghiere de’ nostri santi Padri, ecc.

E fatto un inchino, e rese grazie a Dio, esce.

IMPRIMI POTEST

Romæ, 19 ian. 1937.

P . RAPHAEL BITETTI

Præp. prov. Rom. S. I.

IMPRIMATUR

Romæ, 19 ian. 1937.

ALOYS. TRAGLIA

Archiep. Cæsar., Vic. ger.

ROMÆ