O’ MUNACIELLO E’ PIETRELCINA

O’ munaciello ‘e Pietrelcina:

L’ultima beffa a Padre Pio!

Durante tutto l’anno, gli artisti di san Gregorio Armenio, la celebre stradina del centro storico della città partenopea, ultimo baluardo della tradizione del presepio napoletano, si affannano a ricercare nuovi personaggi da inserire nelle rappresentazioni moderniste del presepio napoletano, che oramai è un bazar di personaggi bislacchi e che nulla hanno a che vedere con la rappresentazione sacra originale. Quest’anno però sono stati preceduti dal convento dei francescani di S. Giovanni Rotondo che, forse a corto di denaro per pagare il tempio massonico edificato nella cittadina garganica, hanno pensato di forgiare un nuovo “munaciello”, per cercare di rimpinguare le casse esauste della struttura che occupano. Il “munaciello”, per i non cultori extracampani, è una figura tipica del presepio napoletano, circondato da  miti, leggende e da superstizioni, ma un presepio napoletano che si rispetti, non può essere privo di questo “pastore”, caratterizzato da un saio e cappuccio nero, marrone, o bianco-nero, e da una testa enorme, sproporzionata rispetto al resto del corpo. Il “pastore”, come sempre, era realizzato con i tipici materiali tradizionali del ‘700: corpo di fil di ferro e stoppa, mani e piedi di legno, testa in terracotta con occhi di vetro, colori ad olio e abiti in tela sottile appositamente prodotta dalla real seteria di San Leucio di Caserta. Ma i nostri neo-presepari modernisti, si sono evoluti e, ai classici materiali, alcuni dei quali non più reperibili ai giorni nostri, hanno preferito maschere in terracotta e silicone, barba con peli di Yak tibetano, lasciando però gli altri materiali, [ … legno della val Gardena, in Trentino, terracotta rossa raffinata, colori però acrilici … orrore!], anche se in formato ad “altezza naturale” lasciando al momento la dimensione classica di 33 centimetri [.. forse dava troppo sospetti per la colleganza con la conventicola del grande oriente?]. Di occhi di vetro [oggi prodotti da artigiani tedeschi] non c’è stato bisogno, poiché il “munaciello” modernista ha occhi chiusi dormienti. Il “munaciello” è stato addirittura composto in un centro d’arte, il Gems Studio di Londra, che a giudicare dai risultati, effettivamente nulla ha da invidiare al sommo Giuseppe Sammartino ed ad altri celebri scultori presepiali del ‘700. A darne notizia, il mensile Valle di Suessola titola, nel numero di Giugno: “Non è il corpo incorrotto di padre Pio” e pubblica una serie di “interessanti” foto che mostrano la grande competenza raggiunta dagli artisti inglesi … probabilmente diretti da qualche preseparo napoletano. Il mensile chiede addirittura l’intervento della magistratura per far luce sul “papocchio”! Nel frattempo che la magistratura si allerti e si pronunci sull’affare, coloro che vogliono ammirare questo “miracolo” d’arte moderna “vintage”,  si sbrighino a recarsi alla chiesa, pardon … al “tempio massonico-museo” di San Giovanni Rotondo, per convincersene e lasciare anche qualche obolo per i “fraticelli” osservanti la regola della francescana povertà.

Ecco quanto riporta il mensile: Non è il corpo incorrotto di padre Pio. A San Giovanni Rotondo continuano a fare fessi i fedeli.

A sinistra delle foto: È un pupazzo di legno fatto realizzare da un artigiano della Val Gardena nel Trentino Alto Adige. A destra: non sono i peli della barba di padre Pio, ma sono i peli di un bue tibetano. Si chiede un intervento della magistratura per porre fine a questa “sporca attività” [… rubare il mestiere agli artisti di San Gregorio.. ndr.].

Nel riquadro delle foto: “Pronta in due settimane – Le varie fasi del lavoro degli artisti del Gems Studio di Londra, per arrivare alla maschera che copre il volto di Padre Pio. Da sinistra: la scultura in argilla realizzata come modello; la maschera di silicone; utimi ritocchi di colore. Qui a sinistra, il lavoro concluso prima di essere spedito in Italia.

[Con l’autorizzazione del direttore, che ringraziamo per la disponibilità]

LITURGIA BIZANTINA detta di SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

RITO BIZANTINO

MODO FACILE DI SEGUIRE LA LITURGIA BIZANTINA DETTA DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

[ROMA Pont. Istitutum Orientalium Studiorum, 1937 – impr.]

Per seguire la messa bizantina non basta stare attento a ciò che fa e dice il sacerdote celebrante; sarebbe però impossibile, perché per un lungo tempo del S. Sacrificio egli è nascosto dall’iconostasi, che separa il Santuario coll’altare dalla navata. – E’ dunque necessario stare attento anche alle faccende del diacono il quale ha l’ufficio non soltanto di aiutare il Sacerdote all’altare, ma precisamente di fare da intermediario molto attivo tra il popolo e il Sacerdote. Gioverà infine stare attento al Coro che esegue i suoi canti quasi durante tutto il tempo della Messa. – Così l’orecchio ancora più che l’occhio servirà a guidarsi nelle varie fasi della messa. In questo libretto, col gentile permesso dell’autore, trascriviamo per intero tutte le preghiere o orazioni nella traduzione italiana che ne ha fatto il Rev. Placido de Meester O.S.B. [R. P. D. PLACIDO DE MEESTER, O. S. B., La divina Liturgia del nostro Padre S. Giov. Crisostomo, testo greco e traduzione italiana con introduzione e note (in nero e rosso) 3a Edizione. Roma, Tipogr. Poligl. Vatic. 1925.]

Abbiamo omesso o modificato qualche parte di questo testo e vi abbiamo intercalato delle divisioni, allo scopo di mettere alla portata dei fedeli occidentali la liturgia bizantina in un manualetto che può aiutarli a seguire facilmente le cerimonie del divino Sacrificio.

I. RITO DELLA PREPARAZIONE

(Pròtesi).

1. Orazioni preparatorie

II Sac. e il Diac. non ancora rivestiti dei paramenti liturgici, vanno dinanzi alle porte sante, che son chiuse, e s’inchinano tre volte. Quindi, a voce bassa, dice:

Il Diac. Benedici, Signore.

Il Sac. Benedetto sia Iddio nostro in ogni tempo, ora sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il Diac. Così sia.

Il Sac. Gloria a te, o Dio nostro, gloria a te! Re celeste, Paraclèto, Spirito di verità, che in ogni luogo sei presente ed ogni cosa riempi, tesoro dei beni e datore di vita, vieni ed alberga nel nostro petto, purificaci da ogni macchia, e salva, o Buono, le anime nostre.

Il Diac. Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi! (tre volte).

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

O Triade tuttasanta, abbi pietà di noi. Signore, perdonaci i nostri peccati. Sovrano, perdona le nostre iniquità. Santo, visita e guarisci le nostre infermità, per la gloria del tuo nome. Signore pietà! Signore pietà! Signore pietà!

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

Padre nostro, che sei ne’ cieli, sia santificato il nome tuo; venga il regno tuo; sia fatta la volontà tua, come in cielo, così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno.

Il Sac. Poiché tuo è il regno e la potenza e la gloria, di te Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il Diac. Così sia.

Poi seguita il Sac.: Abbi pietà di noi, o Signore, abbi pietà di noi; poiché, in difetto di ogni giustificazione, peccatori come siamo, ti rivolgiamo questa supplica, come a nostro Sovrano: deh! abbi pietà di noi!

 Il Diac. Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo.

Signore, abbi pietà di noi, che in te abbiamo riposto ogni nostra fidanza: non adirarti fortemente, né ti rammenta delle nostre iniquità; ma rivolgi anche ora il tuo sguardo su di noi, misericordioso quel sei, e ci riscatta dai nostri nemici; poiché tu sei il nostro Dio, e noi il tuo popolo, siamo tutti opera delle tue mani, ed abbiamo invocato il tuo nome.

Il Sac. E d ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

Aprici, o benedetta Madre di Dio, la porta della misericordia, (e qui si tira la cortina delle porte): deh! che non andiamo perduti, noi che speriamo in te; deh! che per l a tua intercessione siamo liberati dalle avversità; tu, infatti, sei la salvezza dei cristiani.

[Vanno quindi ad inchinarsi alle sante iconi, prima di Cristo, poi della Madonna recitando apposite invocazioni. E vanno di nuovo avanti alle porte e …

il Sac. recita la preghiera]:

Signore, stendi la tua mano dall’alto del tuo abitacolo, e confortami nel presente tuo ministero, acciocché io, stando senza condanna davanti al tuo tremendo altare, celebri l’incruento sacrificio. Poiché tua è la potenza e la gloria nei secoli dei secoli. Così sia.

[Poi entrano nel Santuario dicendo ciascuno da sé]:

Entrerò nella tua casa, mi prostrerò al tuo tempio santo nel tuo timore.

2. La vestizione

Il Sac. indossa lo sticario (alba), l’epitrachèlio (stola), la zona (cintura), le soprammaniche, poi il felonio (casula), mentre il Diac. si mette lo sticario, l’orario sull’omero sinistro, e le soprammaniche, e ambedue dicono le apposite preghiere.

3. Lavabo

Poi si lavano le mani, recitando il salmo:

Lavabo inter innocentes

3. Preparazione del pane e del vino

indi il sac. Va col Diac. All’altare della preparazione, a sinistra dell’altare maggiore; il Sac. Con la lancia toglie del pane la parte media che porta l’impronta

[Poi il Diac. Versa nel calice vino ed acqua insieme].

[Segue un rito proprio ai Bizantini: il Sac. toglie dallo stesso pane o da un altro particelle diverse, la prima in onore e memoria della Madonna, le seguenti in memoria dei Santi, dei viventi, dei defunti e di se stesso. – Tutte quelle particelle sono disposte in ordine, insieme col pane che sarà consacrato, nel disco o patena. (Questa è molto più grande della patena latina ed è talvolta sostenuta da un piede). Quanto rimane del pane è tagliato in pezzetti che saranno benedetti dopo la consacrazione e alla fine della liturgia distribuiti sotto il nome di antidoron. – Il Sac. pone sopra il pane e le particelle prima l’asterisco e copre il disco con un velo; con un altro velo copre il calice, quindi con l’aere, cioè un. terzo grande velo, copre insieme il disco e il calice. Tutte queste cerimonie sono accompagnate da rispettive orazioni. In fine dopo aver incensato le oblate, il Sacerdote dice la preghiera della Pròtesi]:

5. Preghiera della Pròtesi

O Dio, Dio nostro, che mandasti il pane celeste, cibo di tutto il mondo, il Signore e Dio nostro Gesù Cristo, Salvatore, Redentore e Benefattore, che ci benedice e ci santifica; benedici tu stesso questa Pròtesi, e l’accetta nel tuo sovracceleste altare; ricordati, buono qual sei ed amante degli uomini, di coloro che l’hanno offerta, e di coloro per i quali l’hanno offerta, e noi custodisci irreprensibili nella celebrazione dei tuoi divini misteri. Poiché è stato santificato e glorificato l’onorabilissimo e magnifico nome tuo o Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Così sia.

[Si riapre il velo delta porta del santuario.]

6. Incensamento

[Il Diac. incensa le oblate, l’altare intorno intorno, il santuario e tutta la navata ed il popolo presente; indi rientra nel santuario ed incensa di nuovo l’altare ed infine il Sac.]

[Finora tutto il rito si è svolto dietro all’iconostasi; adesso il Diac. inviterà il popolo a pregare e il coro a lodare il Signore. Chiede dunque la benedizione al Sac. e viene a prendere il suo posto davanti alle porte sante, tenendo il suo orario nella mano destra elevata].

II. LA MESSA DEI CATECUMENI,

1. L’inizio

II Diac. dice ad alta voce: Benedici, Signore.

Il Sac. all’altare, risponde: Benedetto sia il regno del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre e ne’ secoli de’ secoli. Il coro: Cosi sia.

a. Colletta maggiore

Quindi il Diac. pronuncia le preci ireniche:

Preghiamo in pace il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Per la pace che vien dall’alto, e per la salute delle anime nostre, preghiamo il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Per la pace di tutto quanto il mondo, per la prosperità delle sante chiese di Dio e per l’unione di tutti, preghiamo il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Per questa santa casa e per coloro che vi entrano con fede, devozione e timor di Dio, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per il nostro beatissimo (si fa il nome del capo gerarchico della diocesi) Patriarca o Metropolita, o Arcivescovo o Vescovo N., per l’onorabile ordine dei preti, per il diaconato in Cristo, per il clero e il popolo tutto, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà! Per i nostri re piissimi e custoditi da Dio, per tutto il palazzo e per l’esercito loro, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Perché li aiuti in guerra e sottometta ai loro piedi ogni nemico ed avversario, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per questa santa dimora, per ogni città e paese, e per tutti i fedeli che vi abitano, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per la salubrità dell’aria, per l’abbondanza dei frutti della terra e per i tempi tranquilli, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per i naviganti, i viandanti, i malati, i sofferenti, i prigionieri, e per la loro salvezza, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Acciocché siamo liberati da ogni afflizione, ira, pericolo, necessità, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Facendo memoria della tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio e sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Perché ogni gloria, onore e adorazione si conviene a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

b. Prima antifona

[Dopo si cantano dal coro i tipici o la 1a antifona secondo le rubriche. Durante il canto, il Diac. Si allontana dal suo posto e va a mettersi dinanzi alla icone della Madre di Dio.]

[Intanto il Sac. Dice la preghiera della prima antifona in segretoSignore, Dio nostro, di cui incomparabile è la forza, incomprensibile la gloria, immensa la misericordia e ineffabile l’amore per gli uomini; tu, o Sovrano, secondo la tua clemenza, volgi uno sguardo a noi e a questa santa casa, e largisci a noi e a quelli che con noi pregano, le dovizie delle tue misericordie e delle tue commiserazioni.]

[Terminato il 1° salmo dei tipici o la 1a antifona, il Diac. ritorna al luogo consueto e recita la colletta minore]:

Ancora e poi ancora, preghiamo in pace il Signore. Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi, e ci custodisci, o Dio, colla tua grazia.

Il coro: Signore, pietà. Facendo memoria della tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio e sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tua è la forza e il regno e la potenza e la gloria, di te Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo,ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

c. Seconda antifona

Quindi il coro canta il secondo salmo dei tipici o la seconda antifona ed alla fine si aggiunge:

[Il Sac. recita segretamente la Preghiera della seconda antifona: Signore, Dio nostro, salva il popolo tuo, benedici la tua eredità, custodisci tutta quanta la tua Chiesa; santifica quelli che amano lo splendore della tu casa; tu in contraccambio li glorifica con la tua divina potenza, e non volere abbandonare noi che in te riponiamo ogni speranza].

O Figlio Unico e Verbo di Dio, tu che, essendo immortale, volesti incarnarti a per la nostra salute nel seno della santa Madre di Dio, sempre Vergine, Maria; Tu che, senza mutarti, ti facesti uomo e fosti crocifisso, o Cristo Dio, schiacciando la morte con la tua morte; Tu che sei una delle Persone della santa Trinità, glorificato con il Padre e lo Spirito Santo, salvaci.

[Il Diacono va a collocarsi di nuovo davanti alla icone della Madre di Dio; e alla fine della 2a antifona torna al posto consueto e recita la colletta minore]:

Ancora e poi ancora, preghiamo in pace il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e ci custodisci, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Facendo memoria della tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio e sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni e gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, o Signore.

Egli entra nel santuario, e il Sac. dice ad alta voce:

Poiché tu sei Iddio buono e amante degli uomini, e noi rendiamo gloria a te Padre e al Figliolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

d. Terza antifona

Il coro canta la terza antifona. 

[Il Sac. legge segretamente la preghiera della terza antifona: Tu che ci donasti queste comuni e unanimi preghiere, che a due o tre uniti a pregare nel nome tuo promettesti di concedere quanto chiedessero; Tu anche in questo momento esaudisci, per loro vantaggio, le richieste dei servi tuoi, accordandoci la conoscenza della tua verità nel secolo presente e donandoci in quello avvenire la vita eterna].

[Il Diac. è già entrato nel Santuario dove aiuta il Sac. che si prepara a fare il piccolo introito. Il Sac. prende il S. Evangelo (che si trova sempre sull’altare) e lo dà al Diac. che gli bacia la mano. Mentre ancora continua il canto, la processione esce dal Santuario].

2. Introito

Ingresso col Vangelo

[Si può comparare quest’ingresso del Sacerdote a l’introito del rito romano. Escono dal Santuario, preceduti da uno o due servienti che portano faci; il Diac. con in mano il Vangelo, e il Sac. Giunti nel mezzo della navata, il Sac. recita segretamente l’orazione del piccolo introito].

Dominatore Signore, Dio nostro, che ne’ cieli hai costituito legioni ed eserciti d’Angeli e d’Arcangeli in servizio della tua gloria, fa’ che col nostro ingresso si effettui l’ingresso di Angeli santi, che con noi concelebrino e con noi glorifichino la tua bontà. Poiché a te si conviene ogni gloria, onore e adorazione, a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Così sia.

Terminato il canto, il Diac. dà a baciare il Vangelo al Sac. e quindi, elevando il sacro libro, dice ad alta voce:

Sapienza! stiamo in piedi!

Mentre Diac. e Sac. entrano nel Santuario, il coro canta:

Venite, adoriamo e prostriamoci avanti a Cristo. Deh! salva, o figliuolo di Dio, mirabile nei santi, noi che a te cantiamo: alleluia!

E si cantano i tropari ossia brevissime melodie in onore di Santi o del mistero del giorno.

Quindi il Diac. dice: Preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà.

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tu sei santo, o Dio nostro, e a te rendiamo gloria, a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre.

Il Diac.: E ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

3. Canti e Letture

a. Trisagio

Indi si canta dal coro l’inno trisagio:

Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi ! (tre volte).

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo; ed ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia. Santo Immortale, abbi pietà di noi!

Il Diac. si reca vicino alle porte sante e, tenendo nella destra l’orario, dice ad alta voce: Forza!

Il coro: Santo Iddio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi!

[Mentre si canta l’inno trisagio, il Sac. recita segretamente questa preghiera: O Dio santo, che nei santi riposi, cantato cogli accenti dell’inno trisagio dai Serafini, glorificato dai Cherubini e adorato da tutte le potestà sovraccelesti; Tu che dal nulla hai tratto all’essere le cose tutte, che hai creato l’uomo a tua immagine e somiglianza, e di tutti i tuoi carismi lo hai adornato; tu che doni saggezza e prudenza a chiunque te ne prega, e non disprezzi il peccatore, ma hai istituito la penitenza per la salute; che noi, umili e indegni tuoi servi, hai fatto degni di stare anche in questo momento dinanzi alla gloria del tuo santo altare e di offrirti l’adorazione e la glorificazione a te dovuta; tu, o Signore, accetta anche dal labbro di noi peccatori l’inno trisagio e visitaci nella tua bontà. – Perdonaci ogni trascorso volontario e involontario, santifica l’anima nostra e il nostro corpo, e ci concedi di poterti servire in santità tutti i giorni di nostra vita, per l’intercessione della santa Madre di Dio e di tutti i santi che dal principio del mondo piacquero agli occhi tuoi. Perché T u sei santo, o Dio nostro, e noi rendiamo gloria a Te Padre e al Figliuolo e allo Spiritò Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Così sia.]

b. Epistola

Terminato il canto del trisagio, il Lettore si pone nel mezzo della navata.

Il Diac.: Stiamo attenti!

Il Lettore pronuncia i versetti del prokimenon.

Il Diac.: Sapienza!

Il Lettore recita il titolo della lezione apostolica.

Il Diac.: Stiamo attenti!

Il Lettore recita la pericope assegnata a quel giorno (Notiamo il modo di cantare l’epistola secondo l’uso degli Slavi; il Lettore comincia con un tono molto basso, che eleva poco a poco alla fine di ogni frase).

Intanto il Sac. si reca alla cattedra dietro l’altare e il Diac. incensa il santuario e il popolo; fa ciò in preparazione alla lettura del Vangelo.

c. Vangelo

Terminata la lezione dell’epistola, il coro canta tre volte: Alleluia! Alternativamente con la recitazione di versetti.

[Il Sac. dinanzi alla s. mensa recita in segreto questa orazione:

Fa’ che risplenda nei nostri cuori, o misericordioso Signore, la pura luce della tua divina conoscenza, aprici gli occhi della mente, perché possiamo intendere le tue evangeliche predicazioni. Infondici altresì il timore dei tuoi santi comandamenti, acciocché, calpestati tutti i desideri carnali, pratichiamo una vita tutta spirituale, pensando e operando tutto ciò che è di tuo gradimento. Tu, infatti, sei la luce delle anime nostre e de’ nostri corpi, o Cristo Dio, e a te rendiamo gloria, e, insieme, all’eterno tuo Padre e al tuo Spirito tutto santo, buono e vivificante, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Cosi sia].

Il Diac. prende il S. Vangelo, riceve la benedizione dal Sac. e preceduto da faci se ne va all’ambone.

Il Sac. dalla porta del Santuario esclama: Sapienza!

Il coro: E allo spirito tuo.

Il Diac.: Lettura del Santo Vangelo secondo N.

Il Sac.: Stiamo attenti!

Il coro: Gloria a te, Signore, gloria a te.

Il Diac. legge la prescritta pericope. (Il tono è molto semplice).

Terminata la lettura, il coro: Gloria a te, Signore, gloria a te.

Il Diac. s’avanza fino alle porte sante e consegna al Sac. il libro.

4. Orazioni e Rinvio dei Catecumeni

Quindi postosi dinanzi al Santuario, recita l’ectenès:

Diciamo tutti con tutta l’anima, e con tutta la mente nostra diciamo.

Il coro: Signore, pietà! Signore, Onnipotente, Dio de’ Padri nostri, noi ti preghiamo, esaudisci ed abbi pietà.

Il coro: Signore, pietà.

[Intanto il Sac. dice segretamente:

Signore, Dio nostro, accetta da’ servi tuoi questa prolungata supplicazione, ed abbi pietà di noi secondo la tua grande misericordia, e fa’ discendere le tue commiserazioni sopra di noi e su tutto il tuo popolo, che aspetta copiosa la tua misericordia (che viene da te)].

     Abbi pietà di noi, o Dio, secondo la tua grande misericordia; noi ti preghiamo, esaudisci ed abbi pietà.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo per tutti i pii ortodossi e cristiani.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per il nostro beatissimo Patriarca o Metropolita, o da Dio Arcivescovo o Vescovo nostro N.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per i nostri fratelli, sacerdoti ieromonaci, ierodiaconi e monaci, e per tutta la nostra fratellanza in Cristo.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per implorare misericordia, vita, pace, sanità, salvezza, visita, perdono e remissione dei peccati de’ servi di Dio, di quelli che dimorano in questa città o dei fratelli di questo santo monastero.

Il coro: Signore, pietà!

Noi preghiamo ancora per i beati fondatori di questa santa chiesa o santo monastero, degni di perpetua ricordanza, e per tutti i padri e fratelli nostri defunti, che qui piamente riposano, e per gli ortodossi di tutto il mondo.

Il coro: Signore pietà!

Noi preghiamo ancora per coloro che offrono frutti e operano il bene in questo santo e venerabile tempio, vi faticano e vi cantano, e per tutto il popolo qui presente, che aspetta la tua grande e copiosa misericordia.

Il coro: Signore, pietà!

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tu sei un Dio misericordioso e amante degli uomini, e noi rendiamo gloria a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Quindi il Diacono incomincia la supplica per i catecumeni :

Catecumeni, pregate il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Fedeli, preghiamo per i catecumeni.

Il coro: Signore, pietà!

Acciocché il Signore abbia misericordia di loro.

Il coro: Signore, pietà!

Li istruisca nella parola della verità.

Il coro: Si gnore, pietà!

Riveli loro l’Evangelio della giustizia.

Il coro: Signore pietà!

[Il Sac. recita segretamente l’orazione per i catecumeni:

Signore, Dio nostro, che abiti nel più alto de’ cieli e riguardi alle più umili creature, che per la salute del genere umano hai inviato l’unigenito tuo Figliuolo e Dio, il nostro Signor Gesù Cristo, volgi benigno lo sguardo sovra i tuoi servi catecumeni, che a te vengono inchinata la loro cervice, e renditi degni, nel tempo opportuno, del lavacro della rigenerazione, della remissione de’ peccati e della veste dell’incorruttibilità; uniscili alla tua santa Chiesa cattolica ed apostolica, e annoverali tra l’eletto tuo gregge].

Li unisca alla sua santa Chiesa cattolica ed apostolica.

Il coro: Signore, pietà!

Salvali, abbine pietà, li soccorri e li custodisci, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Catecumeni, inchinate il vostro capo al Signore.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Acciocché essi pure insieme con noi glorifichino l’onorabilissimo e magnifico nome tuo, o Padre, e quello del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Quindi il Sac. spiega l’iletón (corporale) sulla santa mensa.

Il Diac. dice : Quanti siete catecumeni, uscite. Catecumeni, uscite. Catecumeni, quanti siete, uscite. Nessuno dei catecumeni rimanga qui.

III. LA MESSA DEI FEDELI.

Il Diac. continua senza interruzione:

Quanti siamo fedeli, ancora e poi ancora, in pace preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e custodiscici, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Il Diac. Sapienza!

Il Sac. ad alta voce:

Poiché si conviene ogni gloria, onore e adorazione a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

1. Preghiere dei fedeli

[E il Sac. legge segretamente la prima orazione dei fedeli:

Rendiamo grazie, o Signore, Dio delle Schiere, a te che ci hai fatti degni di stare anche in questo momento presso il tuo santo altare, e d’implorare prostrati le tue misericordie per i nostri peccati e per le ignoranze del popolo. Accogli, o Dio, le nostre preci; fa’ che siamo degni d’offrirti preghiere e supplicazioni e sacrifici incruenti per tutto il tuo popolo; e rendi capaci noi, che tu hai posto a questo ministerio, per la virtù dello Spirito Santo, d’invocarti in ogni tempo e in ogni luogo, senza condanna e senza inciampo, con la pura testimonianza della coscienza nostra, acciocché, esaudendoci, Tu ci sii propizio nella grandezza della tua bontà.]

Il Diac. Ancora e poi ancora preghiamo in pace il Signore. Il Coro: Signore, pietà!

Il Diac. Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e ci custodisci, o Dio, con la tua grazia. Il coro: Signore, pietà!

Il Diac. Sapienza! Ed entra nel santuario.

Il Sac. dice ad alta voce:

Acciocché custoditi sempre dalla tua potenza, rendiamo gloria a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

[Il Sac. legge segretamente la seconda orazione dei fedeli:

Di nuovo e molte volte ci prostriamo dinanzi a te e ti preghiamo, o buono, o misericordioso, di riguardare benigno alla nostra prece, e purificare le nostre anime e i nostri corpi da ogni sozzura della carne e dello spirito; concedine d’assistere scevri di colpa e senza condanna al tuo santo altare. Concedi per tua grazia, o Dio, anche a coloro che pregano con noi l’avanzamento nella vita, nella fede e nell’intelligenza spirituale. Dà loro di sempre adorarti con timore e con amore, di partecipare scevri di colpa e senza condanna ai tuoi santi misteri e d’essere fatti degni del tuo regno sovracceleste.]

2. Introito maggiore

Il coro incomincia a cantare lentamente e melodicamente l’inno cherubico:

Noi che misticamente rappresentiamo i Cherubini, e alla Triade vivificante cantiamo l’inno trisagio, su via! deponiamo Ogni mondana sollecitudine.

[Mentre si canta questo, il Sacerdote dinanzi alla santa mensa legge segretamente la seguente preghiera:

Niuno, che sia schiavo di desideri carnali e di voluttà, è degno di presentarsi o d’appressarsi o di offrir sacrificio a te, o Re della gloria; ché servire a te è cosa grande e tremenda anche alle stesse Podestà sovraccelesti. Ma nondimeno, per la ineffabile e immensa tua misericordia, essendoti fatto uomo senza verun cambiamento e mutazione, sei divenuto nostro Pontefice e ci hai trasmesso, come Signore che sei dell’universo, il ministero di questo liturgico ed incruento sacrificio. Tu solo infatti, o Signore Dio nostro, imperi sovrano sulle celesti e terrestri cose, assiso sul trono de’ Cherubini, tu Signore de’ Serafini e re d’Israele, tu che sei il solo santo e nei santi riposi. Te adunque prego, te che solo sei buono e pronto ad ascoltarmi. Volgi benigno lo sguardo sopra di me peccatore e inutile tuo servo, e purifica da prava coscienza la mia anima e il mio corpo: e per la virtù del tuo Santo Spirito, fa che io, rivestito della grazia del sacerdozio, possa presentarmi a questa tua sacra mensa e consacrare il santo e immacolato tuo Corpo e il tuo Sangue prezioso. A te m’appresso, inchinando la mia cervice, e così ti prego: Non rivolger da me la tua faccia e non rigettarmi dal numero dei tuoi servi, ma concedi che da me peccatore e indegno tuo servo ti si offrano questi doni. Tu infatti, o Cristo Dio nostro, sei l’offerente e l’offerto, quei che riceve e quei che è distribuito, e a te rendiamo gloria in unione con l’eterno tuo Padre e col tuo tutto santo Spirito, buono e vivificante, ora e sempre, e nei secoli de’ secoli. Così sia.

Dopo questa orazione recita col Diac. tre volte l’inno cherubico. Quindi il Sac. incensa intorno intorno la s. mensa, il Santuario, le icóni e il popolo. Poi Sac. e Diac. baciano l’altare, si volgono al popolo, inchinano il capo e vanno alla pròtesi. Allora il Sac. pone il velo grande sugli omeri e il disco coperto sul capo del Diac. che nello stesso tempo tiene con un dito anche il turibolo. Il Sac. prende nelle mani il s. calice egualmente coperto.

Quindi esce la processione dal santuario e voltisi verso il popolo, il Sac. ed il Diac. con i doni nelle mani esprimono i voti di benedizione per il Pontefice, la gerarchia, e i fedeli presenti ed invitano il popolo ad unirsi a quelle intenzioni.

[Rientrano nel Santuario e depongono il disco ed il calice sopra l’altare e il Sac. incensa.]

Appena entrati nel santuario, il coro termina l’inno cherubico:

Per ricevere il Re dell’universo scortato invisibilmente dalle angeliche schiere. Alleluia.

Si tira il velo della porta del santuario.

3. Offertorio

Il Diac. dopo aver baciata la destra al Sac. esce e si pone nel luogo consueto.

Indi recita le petizioni seguenti:

Compiamo la nostra preghiera al Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per i preziosi doni che sono stati offerti, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Per questa santa casa e per coloro che vi entrano con fede, devozione e timor di Dio, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

[Mentre dal Diacono si recita questa colletta, il Sacerdote legge segretamente la seguente orazione della Pròtesi:

Signore, Dio onnipotente, tu che solo sei santo e che accetti il sacrificio di laude da coloro che con tutto il cuore t’invocano, accogli altresì la preghiera di noi peccatori, e fa che giunga al tuo santo altare: rendici abili ad offrirti doni e sacrifici spirituali per i nostri peccati e per le ignoranze del popolo. Rendici anche meritevoli di trovar grazia al tuo cospetto, acciocché ti sia accetto il nostro sacrifizio, e lo Spirito della tua grazia, che è buono, scenda ad abitare in noi e in questi doni, qui preparati, e in tutto il popolo tuo.]

Acciocché siamo liberati da ogni afflizione, ira, pericolo e necessità, preghiamo il Signore:

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e custodiscici, o Dio, con la tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Domandiamo al Signore, che tutto questo giorno sia perfetto, santo, pacifico e senza peccato.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore un angelo di pace, guida fedele, custode delle anime nostre e de’ nostri corpi.

Il coro: Concedi o Signore.

Domandiamo al Signore il perdono e la remissione dei nostri peccati e dei nostri falli. Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore tutto ciò che sia buono e vantaggioso alle anime nostre, e la pace per il mondo.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore la grazia di passare in pace e in penitenza quanto ci resta di vita.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore una morte cristiana, senza dolore e senza rimorso e placida, e una buona difesa dinanzi al tremendo tribunale.

Il coro: Concedi, o Signore.

Facendo memoria della tuttasanta, intemerata, benedetta sopra ogni creatura e gloriosa nostra Signora, la Madre di Dio sempre vergine Maria, con tutti i santi, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce :

Per le misericordie del tuo unigenito Figliuolo, con il quale sei benedetto, insieme col santissimo tuo Spirito, buono e vivificante, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Cosi sia.

Si apre il velo della porta.

4. Bacio di pace

Il Sac. Pace a tutti.

Il coro: E allo spirito tuo.

[Intanto il Sac. bacia i santi doni, il Diac., il suo orario dov’è la figura della croce; quindi,  se vi sono parecchi celebranti, questi si abbracciano.]

Il Diac. Amiamoci gli uni gli altri, affinché in unità di spirito confessiamo la nostra fede.

Il coro: Nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo, Triade consostanziale e indivisibile.

.5. Simbolo

Il Diac. ad alta voce : Le porte! le porte! Con sapienza stiamo attenti.

[Il Sac. alza l’aera sopra i doni e lo agita tenendolo spiegato mentre recita tra sé il Credo]

Il coro: Credo in un solo Padre ecc.

6. Anafora

a. Inviti al popolo

Indi il Diac. ad alta voce:

Stiamo devotamente, stiamo con timore, stiamo attenti ad offrire in pace la santa oblazione.

Il coro: Misericordia di pace, sacrificio di laude.

Il Sac. dice ad alta voce :

La grazia del Signor nostro Gesù Cristo, e la carità di Dio Padre, e la partecipazione dello Spirito Santo sia con tutti voi.

E voltosi al popolo, lo benedice. Il Diacono entra nel santuario.

Il coro: E con lo spirito tuo.

Il Sac. alzando ambe le mani esclama:

Leviamo in alto i cuori!

Il coro: Li abbiamo verso il Signore.

Il Sac. rivolto ad oriente esclama: Rendiamo grazie al Signore.

Il coro: E’ degno e giusto adorare il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo Triade consostanziale e inseparabile

[Il Sac. prega segretamente:

– Si, certo, è degno e giusto celebrarti, benedirti, lodarti, ringraziarti in ogni parte del tuo impero perché tu sei un Dio ineffabile, inconcepibile, invisibile, incomprensibile, sempre esistente e sempre nello stesso modo, tu e il tuo unigenito Figliuolo e il tuo Spirito Santo. Tu dal nulla ci hai tratti all’esistenza e caduti ci hai rialzati, e nulla hai omesso di fare, fino a tanto che ci hai ricondotto al cielo e ci hai donato il tuo regno avvenire. Per tutti questi beni rendiamo grazia a te e all’unigenito tuo Figliuolo e al tuo Spirito Santo, per tutto quello che sappiamo, e per quello che non sappiamo, per i benefici a noi fatti, siano palesi, siano occulti. Ti rendiamo grazie altresì per questo sacrifizio, che ti sei degnato di ricevere dalle nostre mani, sebbene ti stiano innanzi migliaia di Arcangeli e miriadi di Angeli, i Cherubini e i Serafini con sei ali, con molti occhi, sublimi, alati…]

Il Sac. ad alta voce:

… i quali cantano, esclamano, gridano l’inno della vittoria, e dicono:

b. Sanctus

Il coro: Santo, santo, santo è il Signore delle Schiere; il cielo e la terra son pieni della tua gloria. Osanna nel più alto dei cieli! Benedetto colui che vine nel nome del Signore Osanna nel più alto dei cieli!

[Il Sac. prega segretamente :

Noi pure, Signore misericordioso, con questi beati spiriti celesti esclamiamo e diciamo: Sei santo, tuttosanto, tu e il tuo unigenito Figliuolo e il tuo Spirito Santo. Sei santo, tuttosanto, e magnifica è la gloria di te, che amasti tanto il mondo, da dare 1’unigenito tuo Figliuolo, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma ottenga la vita eterna; il quale, essendo venuto ed avendo compiuta la sua missione a prò di noi, la notte che veniva tradito, o piuttosto si lasciava tradire per la vita del mondo, prese del pane nelle sue mani sante, intemerate e immacolate, dopo aver rese grazie lo benedisse, lo santificò, lo spezzò e diede ai suoi santi discepoli ed apostoli, dicendo:

c. Consacrazione

Il Sac. inchina il capo, e alzando devotamente la destra, benedice il santo pane, dicendo ad alta voce: Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, che per voi si spezza in remissione dei peccati.

Il coro: Così sia.

Mentre si dicono queste parole, il Diac. indica al Sacerdote il santo disco, tenendo colle tre dita della destra l’orario. Similmente, anche quando il Sacerdote dice: « Bevetene », esso indica il santo calice.

Quindi il Sac. prosegue segretamente:

Similmente anche il calice, dopo che ebbe cenato, dicendo:

Il Sac. tenendo in alto la mano devotamente e benedicendo, dice ad alta voce:

Bevetene tutti. Questo è il mio sangue, quello del Nuovo Testamento, che per voi e per molti è sparso in remissione de’ peccati.

Il coro: Così sia.

d. Anamnesi

Il Sac. inchinato il capo, prega segretamente:

Memori adunque di questo comandamento salutare e di tutto ciò che è stato fatto per noi, della croce, della tomba, della resurrezione dopo tre di, dell’ascensione al cielo, della sede alla destra (del Padre), del secondo e glorioso avvento.

Ad alta voce: Le cose tue scelte tra quelle che son tue a te offriamo in tutto e per tutto.

Il coro: Te inneggiamo, te benediciamo, a te rendiamo grazie, o Signore, e ti preghiamo, O Dio nostro.

 

[Il Sac. inchinato di nuovo il capo, prega segretamente: Ancora ti offriamo questo  culto spirituale ed incruento, e t’invochiamo, ti preghiamo e ti supplichiamo. Manda il tuo Santo Spirito sovra di noi e sovra questi doni posti qui sull’altare.

e. Epiclesi

Il Sac. e il Diac. s’inchinano tre volte ed il Sac. facendo il segno della croce sopra il s. pane, dice: E fa di questo il prezioso corpo del tuo Cristo.

Il Diac. Così sia.

Poi benedicendo il calice: E di ciò che è in questo calice, il prezioso sangue del tuo Cristo.

Il Diac. Così sia.

E, benedicendo l’uno e l’altro, dice: Transmutandole per virtù del tuo Santo Spirito.

Il Diac. Così sia, così sia, così sia.

[Il Sac. continua segretamente: Acciocché per coloro che si comunicano siano purificazione dell’anima, remissione de’ peccati, comunicazione dello Spirito Santo, adempimento del regno de’ cieli, titolo a libera confidenza davanti a te, non cagione di giudizio e di condanna.]

f. Intercessione

Ancora ti offriamo questo culto razionale, per quei che riposano nella fede, progenitori, padri, patriarchi, profeti, apostoli, predicatori, evangelisti, martiri, confessori, continenti e per ogni spirito consumato nella fede.

Quindi, incensando la s. mensa sul davanti, dice ad alta voce:

In modo particolare per la tutta santa, intemerata, benedetta sopra ogni creatura, la gloriosa nostra Signora, Madre di Dio e sempre vergine Maria.

E passa il turibolo al Diacono che, incensando intorno la s. mensa, commemora i morti inscritti nei dittici.

E il coro canta il megalinario della Madre di Dio:

Egli è veramente giusto chiamar beata te, o Deipara, sempre benavventurata e tutta immacolata e Madre del nostro Dio. Te più onorabile dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, te che senz’ombra di corruzione partoristi il Verbo di Dio, te magnifichiamo qual vera Madre di Dio.

[E mentre si canta questo, il Sac. benedice l’antidoron e continua a pregare segretamente: Per il santo Profeta e Precursore, Giovanni il Battista, per i santi, gloriosi e illustri Apostoli, per il santo N., del quale celebriamo la memoria, e per tutti i santi tuoi, per le cui suppliche, o Dio, deh! Riguardaci benignamente.Ti ricorda altresì di tutti quei che si sono addormentati nella speranza della resurrezione alla vita eterna (e commemora per nome i morti che vuole), e fa’ che riposino là dove brilla la luce del tuo volto. Ancora ti preghiamo, ricordati o Signore, di tutto l’episcopato degli ortodossi, di coloro che bandiscono rettamente la tua parola di verità, di tutto il presbiterato, del diaconato in Cristo, e di ogni ordine sacerdotale. Ancora ti offriamo questo culto razionale, per tutto il mondo, per la santa Chiesa cattolica ed apostolica, per coloro che vivono nella castità e nella santità, per i nostri re fedelissimi e amanti di Cristo, per tutta la corte e l’esercito loro. Concedi loro, o Signore, un regno pacifico, onde noi pure, nella calma loro, viviamo una vita quieta e tranquilla con tutta l a pietà ed onestà.]

Dopo ciò il Sac. commemora i vivi che vuole. Quindi dice ad alta voce: Ricordati in primo luogo, o Signore, del nostro santissimo Padre N., Papa di Roma, di T V. (ed enuncia il nome dell’ ordinario del luogo, sia esso semplice Vescovo o Arcivescovo o Metropolita o Patriarca) e concedi alletue sante chiese che essi in pace salvi, onorati, sani, longevi, predichino rettamente la tua parola di verità.

Il Diac. Stando presso la porta commemora i vivi inscritti nei dittici, e poi ad alta voce: E di quelli che ciascuno ha in mente, e di tutti e di tutte.

[Il Sac. continua a pregare segretamente: Ricordati, o Signore, della città (o monastero), nella (nel) quale dimoriamo, di ogni città e paese, e di tutti i fedeli che vi abitano. Ricordati, o Signore, dei naviganti, dei viandanti, dei malati, dei sofferenti, dei prigionieri e della loro liberazione. Ricordati, o Signore, di coloro che portan frutti e operano il bene nelle tue sante chiese e si ricordano de’ poveri, e manda sopra di noi tutti le tue misericordie.]

Il Sacerdote ad alta voce: E concedine che non una sola bocca e con un sol cuore diamo gloria e inneggiamo all’onorabilissimo e magnifico nome tuo, o Padre, e a quello del Figliuolo e dello Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

E voltosi al popolo, lo benedice dicendo:

E le misericordie del grande Iddio e Salvator nostro Gesù Cristo siano con tutti voi.

Il coro: E col tuo spirito.

7. Dall’Anafora alla Comunione

a. Colletta

Il Diac. esce, e, postosi nel luogo consueto, dice:

Avendo fatto memoria di tutti i santi, ancora e poi ancora preghiamo in pace il Signore

Il Coro: Signore, pietà!

Per i preziosi doni, che sono stati offerti e consacrati, preghiamo il Signore.

Il Coro: Signore, pietà!

[Mentre si recitano queste preci, il Sac. prega segretamente.

Ti raccomandiamo, o Signore misericordioso, tutta la nostra e la nostra speranza, e t’invochiamo, ti preghiamo, ti supplichiamo. Rendici degni di partecipare dei sovraccelesti e tremendi misteri di questa sacra e spiritual mensa, con pura coscienza, per la remissione dei peccati, per il perdono dei falli, per la comunione dello Spirito Santo,  per l’eredità del regno dei cieli, per un titolo alla tua confidenza, e non per nostro giudizio e condanna.]

Acciocché il misericordioso Dio nostro, che li ha ricevuti, in odore di soavità Spirituale nel suo santo, sovracceleste, spirituale altare, ci mandi in contraccambio la divina grazia e il dono del Santo Spirito, preghiamo.

Il coro: Signore pietà!

Acciocché siamo liberi da ogni afflizione, ira, pencolo e necessità, preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi e ci custodisci, o Dio, colla tua grazia.

Il coro: Signore, pietà!

Domandiamo al Signore che tutto questo giorno sia perfetto, santo, pacifico e senza peccato.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore un angelo di pace, guida fedele, custode delle anime nostre e de’ nostri corpi.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore perdono e remissione dei nostri peccati e dei nostri falli.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore quanto è buono ed utile alle anime nostre, e la pace per il mondo.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore la grazia di passare nella pace e nella penitenza quanto ci resta della vita nostra.

Il coro: Concedi, o Signore.

Domandiamo al Signore una morte cristiana, senza dolore, senza biasimo, placida, e una buona difesa dinanzi al suo tremendo tribunale.

Il coro: Concedi, o Signore.

Dopo aver domandata l’unità della fede e la comunione dello Spirito Santo, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo nostro Dio. Il coro: A te, o Signore.

b. Pater Noster

Il Sac. ad alta voce:

E rendici degni, o Signore, che con piena fiducia e senza condanna osiamo invocare te Dio Padre celeste, e dire:

Il coro: Padre nostro, che sei ne’ cieli, sia santificato il nome tuo, venga il regno tuo; sia fatta la volontà tua, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori; e non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno.

Il Sac. Poiché il regno e la potenza e la gloria appartiene a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Il Sac. Pace a tutti (e benedice).

Il coro: E allo spirito tuo.

c. Orazione col capo inchinato

Il Diac. Inchinate il vostro capo al Signore.

Il coro: A te, o Signore.

Il Sac. ad alta voce: Per la grazia, per le misericordie e per la benignità dell’unigenito tuo Figliuolo, col quale sei benedetto insieme col tutto santo, buono e vivificante Spirito, ora e sempre, e nei secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

[Il Sac. prega segretamente: Ti rendiamo grazie, o Re invisibile, che con la tua infinita potenza hai creato l’universo, e nella grandezza della tua misericordia tutte le cose dal nulla hai tratto all’esistenza. Tu, o Signore, riguarda dal cielo a questi che hanno umilmente inchinato la fronte innanzi a te, poiché non l’han chinata alla carne e al sangue, ma a te Dio tremendo. Tu dunque o Signore, compartisci a noi tutti, per nostro bene e secondo il bisogno di ciascuno, i doni qui presenti; naviga coi naviganti, viaggia coi viandanti, sana i malati, tu medico delle nostre anime e de’ nostri corpi.]

d. Elevazione e frazione

Poi il Diac. ad alta voce: Stiamo attenti!

E il Sac. inchinandosi ed elevando il santo pane, dice ad alta voce:

Le cose sante ai santi.

Il coro: Un solo è il Santo, un solo è il Signore, Gesù Cristo, nella gloria di Dio Padre. Così sia.

Quindi si canta il Kinonikon.

[Il Sac. spezza il s. pane in Quattro e lo dispone nel s. disco in forma di croce; il Diac. dice: Signore, empi il s. calice.

Il Sacerdote prende la particola segnata IC, e la mette nel calice. Poi il Diac. versa un po’ d’acqua calda nel s. calice].

8. La S. Comunione

a. Comunione del Sac. e del Diac.

Il Sac. ed il Diac. recitano le preghiere della Comunione.

Credo, o Signore, e confesso che tu sei veramente il Cristo, figliuolo di Dio vivente venuto nel mondo per salvare i peccatori, de’ quali il primo sono io. Credo ancora che questo è il medesimo tuo Corpo immacolato, e questo il medesimo tuo sangue prezioso. Te ne prego adunque, abbi pietà di me e perdonami le mie colpe, volontarie e involontarie, commesse colla parola e coll’opera, con conoscenza e senza. Fammi degno di partecipare, senza condanna, de’ tuoi misteri immacolati, per la. Remissione dei peccati e per la vita eterna. Così sia.

Ecco io m’appresso alla divina comunione:

O mio Creatore, deh! non bruciarmi con questa partecipazione,

Poiché tu sei fuoco che arde gl’indegni.

Deh! purificami dunque da ogni sozzura.

Del tuo mistico convito, o figliuolo di Dio, fammi oggi partecipe; che io non paleserò il Mistero ai tuoi nemici; non ti darò un bacio come Giuda; ma come il Ladrone io ti dico: Ti sovvenga di me, o Signore, quando sarai nel tuo regno.

Rabbrividisci, o uomo, vedendo il sangue divino:

Che è carbone ardente che brucia gl’indegni.

Il corpo di Dio m’india e mi nutrisce;

India lo spirito e mirabilmente nutrisce l’intelletto.

– Tu mi hai attirato, o Cristo, col desiderio e inebriato col tuo amore divino deh! ardi con fuoco immateriale i miei peccati e fammi degno di saziarmi delle tue delizie, affinché nell’esultanza io magnifichi, o Buono, le due tue venute.

– Come entrerò io, indegno come sono, negli splendori del tuo Santuario? Poiché, se oso entrare nella sala delle nozze, l’abito che io porto mi condanna, perché non è l’abito nuziale; e, incatenato, sarò cacciato via dagli Angeli. Lava, o Signore, la sozzura dell’anima mia, e mi salva, tu che sei amante degli uomini.

– O Sovrano amante degli uomini, Signore Gesù Cristo, mio Dio, fa’ che questi doni non siano per me causa di condanna a motivo della mia indegnità, ma siano purificazione e santificazione dell’anima e del corpo e caparra della vita e del regno futuro. E’ buono per me l’essere unito a Dio, riporre nel Signore la speranza della mia salvezza.

E di nuovo :

Del tuo mistico convito ecc. (come sopra).

Il Sac. poi prende una particola, del santo pane e dice:

Si comunica a me N. Sacerdote il prezioso e tuttosanto corpo di nostro Signore e Dio Salvatore Gesù Cristo, in remissione dei miei peccati e per la vita eterna.

E così si comunica del santo pane con timore e con ogni precauzione.

Poi dice: Diacono, appressati.

E il Diac. appressandosi, dice:

Ecco, io m’appresso a Cristo Re immortale e Dio nostro. Impartiscimi, o Sovrano, il prezioso e santo corpo del Signore e Dio Salvatore nostro Gesù Cristo, in remissione de’ miei peccati e per la vita eterna.

E fa un’inchino, chiedendo piamente perdono. E il Sac. prendendo del s. pane lo dà al Diacono, dicendo:

Si comunica a te N. Diacono il prezioso e Santissimo corpo del Signore e Dio Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione dei tuoi peccati e per la vita eterna.

Il Diac., dopo aver baciato la mano che lo comunica, si ritira dietro l’altare, dove, come il sacerdote, si comunica col santo pane che tiene nella palma della destra. Indi il Sac. prende con ambe le mani il santo calice insieme col velo e dice:

Ancora si comunica a me N. Sacerdote il prezioso e santissimo sangue del Signore e Dio e Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione de’ miei peccati e per la vita eterna.

E ne prende tre volte, si asterge col velo che tiene in mano le labbra e il calice, e dopo averlo baciato, chiama il diacono, dicendo:

Ierodiacono, appressati anche una volta.

Il Diac. va innanzi alla s. mensa, si asterge attentamente sul s. disco la palma della mano con la spugna, dicendo:

Mi appresso ancora una volta: impartiscimi, Signore, il prezioso e santissimo sangue del Signore e Dio Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione dei miei peccati e per la vita eterna.

E il Sac., facendolo partecipare tre volte del s. calice, dice:

Ancora si comunica a te Àr . Ierodiacono il prezioso e santissimo sangue del Signore e Dio e Salvator nostro Gesù Cristo, in remissione de’ tuoi peccati, e per la vita eterna.

Dopo che il Diac. s’è comunicato, il Sac. dice:

Questo ha toccato le tue labbra, e cancellerà le tue iniquità e purgherà i tuoi peccati.

Allora il Diac. prende il S. disco e, tenendolo sopra il s. calice, lo terge molto accuratamente con la Spugna, e con attenzione e devozione copre col velo il santo calice, e parimenti pone sul santo disco lasterisco e i veli.

[Intanto il Sac. legge segretamente la Preghiera di ringraziamento: Ti rendiamo grazie, misericordioso Signore, benefattore delle anime nostre, perché anche in questo giorno ci hai tenuti degni dei tuoi sovraccelesti e immortali misteri. Rendi diritta la nostra via, confermaci tutti nel tuo timore, custodisci la nostra vita, assicura i nostri passi in considerazione delle preghiere e delle suppliche della gloriosa Madre di Dio e sempre vergine Maria, e di tutti i santi tuoi.]

b. Comunione dei fedeli

Dopo l’Alleluia del kinonikon, apertasi la porta speciosa, il Diac. prende dal Sacerdote il santo calice coperto, e, avanzandosi sulla porta, lo eleva e dice ad alta voce: Con timore di Dio, con fede e carità appressatevi.

Il Sac. si avvicina, prende il Calice dalle mani del Diac. Quindi distribuisce la S. Comunione col cucchiaino ai fedeli che la ricevono sotto le due specie. Il

Sac. dice al Comunicante: Il Servo di Dio N. riceve il prezioso e tutto santo corpo e sangue del Signore e Dio Salvatore nostro Gesù Cristo per la remissione de’ suoi peccati e per la vita eterna. Così sia.

Mentre i fedeli si comunicano il coro canta una o più volte, secondo il numero de’ comunicanti, il tropario: Del tuo mistico Convito, o Figliuolo di Dio, fammi oggi partecipe; ch’io non paleserò il Mistero ai tuoi nemici; non ti darà un bacio come quello di Giuda; ma come il Ladrone io ti confesso: Ti sovvenga di me, o Signore, quando sarai nel tuo regno.

Quindi il Sac. benedicendo il popolo, dice: Salva, o Dio, il tuo popolo, e benedici la tua eredità.

c. Reposizione delle s. specie

Il coro: Abbiam veduto la vera luce, abbiam ricevuto lo spirito sovracceleste, abbiam trovata la vera fede, adorando la Triade indivisibile, poiché questa ci salvò.

[Il Sac. e il Diac. fanno ritorno alla s. mensa.

Quindi il Sac. prende il s. disco e lo pone sul capo al diacono.

Questo tenendolo devotamente e guardando verso il popolo senza dir nulla, se ne va alla Pròtesi e ve lo depone.]

[Il Sac. preso il santo calice, dice segretamente: Benedetto sia il nostro Dio.]

E rivolto al popolo, ad alta voce: In ogni tempo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

E depone il calice sull’altare della preparazione.

9. Ringraziamento e rinvio

E il diacono uscito e messosi nel solito posto, dice:

In piedi! Ora che abbiam partecipato dei divini, santi, intemerati, immortali, sovraccelesti e vivificanti tremendi Misteri di Cristo, rendiamo degne grazie al Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Soccorrici, salvaci, abbi pietà di noi, e ci custodisci, o Dio, con la tua grazia. Il coro: Signore, pietà!

Dopo aver domandato che questo giorno tutto sia perfetto, santo, tranquillo e senza peccato, raccomandiamo noi stessi, e gli uni gli altri, e tutta la nostra vita a Cristo Dio.

Ed entra nel santuario.

Il coro: A te, Signore.

Il Sac. ad alta voce:

Poiché tu sei la nostra santificazione, e rendiamo gloria a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e nei secoli de’ secoli.

Il coro: Così sia.

Il Sac.: Andiamo in pace.

Il Diac.: Preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Il Sac. esce dalla porta santa e stando dinanzi alla icone di N. S. Gesù Cristo, recita ad alta voce questa preghiera detta opistambona:

O Signore, tu che benedici quei che ti benedicono, e santifichi coloro che confidano in te, salva il popolo tuo e benedici la tua eredità. Custodisci l’insieme della tua Chiesa, santifica coloro che amano il decoro della tua casa; tu in contraccambio li glorifica con la tua divina potenza, e non abbandonar noi che speriamo in te. Dona la pace al mondo ch’è tuo, alle tue chiese, ai Sacerdoti, ai nostri re, all’esercito e a tutto il popolo tuo; poiché ogni grazia buona e ogni dono perfetto vien dall’alto, scendendo da te Padre dei lumi, e a te rendiamo gloria, azione di grazie e adorazione, a te Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Il coro: Così sia.

Il coro: Sia benedetto  il nome del Signore da ora e fino all’eternità (tre volte).

[Il Sacerdote rientra per le porte sante, si reca alla Protesi e dice segretamente questa orazione:

O Cristo, Dio nostro, tu che sei l’adempimento della legge e de’ profeti, che hai compiuta pienamente la missione avuta dal Padre, riempi di gioia e di letizia i nostri cuori, in ogni tempo, ora e sempre, e ne’ secoli. Così sia.]

Il Diac. Preghiamo il Signore.

Il coro: Signore, pietà!

Il Sac. benedicendo:

La benedizione e la misericordia del Signore scenda sopra di noi colla sua grazia e il suo amore per gli uomini, in ogni tempo, ora e sempre, e nei secoli dei secoli.

Il coro: Così sia.

Il Sac. Gloria a te, o Cristo Dio, speranza nostra, gloria a te.

Il Lettore: Gloria al Padre  e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e nei secoli de secoli. Cosi sia. Signore, pietà! (tre volte) Signore venerando, benedici.

[Frattanto il Diac. Recatosi alla Pròtesi raccoglie e riunisce con timore e con ogni cura le sante specie, onde nessuna particella, sia pur tenuissima, cada o rimanga; poi si lava le mani nel lavabo.]

Il Sac. rivolto al popolo dice l’apolisi:

Cristo verace Dio nostro, per l’intercessione della santa Madre sua, tutta intemerata, tutta immacolata, per la virtù della preziosa e vivificante Croce, per la protezione delle venerande e sovraccelesti Podestà incorporee, per le supplicazioni del venerando e glorioso Profeta e Precursore Giovanni Battista, dei gloriosi e celebrati Apostoli (del santo della chiesa, se e Profeta, Apostolo o Gerarca), de’ santi gloriosi e vittoriosi Martiri (del santo della chiesa, se è Martire), dei venerandi e teofori Padri nostri (del santo della chiesa, se Confessore), del santo Padre nostro Giovanni Crisostomo, Arcivescovo di Costantinopoli, dei santi e giusti progenitori di Dio, Gioacchino ed Anna (del santo del giorno), di cui celebriamo la memoria e di tutti i Santi, abbi pietà di noi e ci salvi, Dio buono qual è ed amante degli uomini.

Il Sac. di nuovo:

Per le preghiere de’ nostri santi padri, Signore Gesù Cristo, Dio nostro, abbi pietà di noi.

Il coro: Così sia.

10. Distribuzione dell’antidòro

Quindi il Sac. distribuendo il santo antidòro, dice ad ognuno:

La benedizione e la misericordia del Signore scenda sopra di te, in ogni tempo, ora e sempre, e ne’ secoli de’ secoli. Così sia.

E ognuno, ricevuto che abbia l’antidòro e fatto un inchino profondo, esce in buon ordine dalla chiesa.

11. Ultime preghiere

Il Sac. dopo la distribuzione del s. antidòro, entrato nel santuario, si spoglia delle vesti sacerdotali, dicendo:

Or tu rimandi il tuo servo, o Signore, secondo la tua parola, in pace: poiché han veduto gli occhi miei la tua salute, la quale hai preparata nel cospetto di tutti i popoli luce per illuminar le genti, e gloria d’Israel, tuo popolo.

Poi recita il trisagio, l’apolytikion del giorno e quello di s. Giov. Crisostomo:

La grazia, che brillò dalla tua bocca, qual face, illuminò l’universo, depose nel mondo tesori di disinteresse, mostrò a noi la sublime altezza dell’umiltà. Or tu, ammaestrandoci con la tua parola, o padre nostro Giovanni Crisostomo, prega Cristo, il Verbo Divino, di salvare le anime nostre.

Quindi il kontàkion del giorno e quello di s. Giovanni Crisostomo.

Dal cielo hai ricevuta la grazia divina, e dalle tue labbra noi tutti impariamo ad adorare Iddio Uno nella Trinità, o beatissimo s. Giovanni Crisostomo. Giustamente a te inneggiamo: sei difatti Dottore nostro, poiché ci scopri le verità divine.

Ovvero: Signore, pietà (12 volte).

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo, ed ora e sempre, e ne’ secoli dei secoli. Così sia.

Te più onorabile de’ Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, te che senz’ombra di corruzione partoristi il Verbo di Dio, te magnifichiamo qual vera Madre di Dio.

Fa quindi l’apòlisi.

E, dopo aver baciata la santa mensa, dalla quale ricevette la grazia del sacerdozio come sorgente delle divine grazie e della santificazione, dice:

Per le preghiere de’ nostri santi Padri, ecc.

E fatto un inchino, e rese grazie a Dio, esce.

IMPRIMI POTEST

Romæ, 19 ian. 1937.

P . RAPHAEL BITETTI

Præp. prov. Rom. S. I.

IMPRIMATUR

Romæ, 19 ian. 1937.

ALOYS. TRAGLIA

Archiep. Cæsar., Vic. ger.

ROMÆ

 

I PAPI DELLE CATACOMBE (10)

I Papi delle Catacombe [10]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]


San Ponziano (230-235), successore di Urbano, esiliato dapprima nell’isola di Buccina, una delle più selvagge della costa meridionale della Sardegna, ebbe in seguito la testa tagliata nel primo anno della persecuzione di Massimiano.

San Antero (235-236), eletto in dicembre, fu martirizzato il 3 gennaio seguente, dopo un mese di Pontificato, consacrato a raccogliere gli atti dei martiri, comprovati da notai o scrivani deputati a questo scopo dopo il pontificato di San Clemente. –

Un avvenimento meraviglioso decise l’elezione di San Fabiano (236-250). I confratelli erano riuniti per l’elezione, e si proposero diversi personaggi considerevoli, senza pensare a Fabiano, che era presente, ma che non ancora apparteneva al clero. Tutto ad un tratto una colomba, volando sopra l’assemblea, venne a posarsi sul capo di Fabiano. Si considerò questo fatto straordinario come un’indicazione del cielo, e Fabiano fu acclamato ad una voce. Fu durante questo Pontificato che San Gregorio, soprannominato Taumaturgo, o fautore di miracoli, per i numerosi prodigi che operò, cominciò ad essere conosciuto in tutta la Chiesa. Questo Santo nacque a Cesarea, nel Ponto. I suoi genitori erano pagani; ancora giovane si recò a Cesarea in Palestina, e vi incontrò Origene, al tempo nel pieno fulgore della sua rinomanza. Le lezioni di questo grande maestro lo attrassero talmente, che non volle più lasciarlo. Egli abbracciò il Cristianesimo e fu battezzato. Essendo Origene obbligato a nascondersi a causa della persecuzione, Gregorio si recò ad Alessandria dove un prodigio venne ad attestare la castità dei suoi costumi, che aveva eccitato la gelosia di qualcuno dei suoi compagni di studi. Egli tornò a Cesarea, quando Origene poté ricominciare le sue lezioni, e dopo essersi rafforzato nella fede, tornò nella sua patria. Ci si aspettava di vedere un oratore abile ed un eminente giureconsulto; egli si mostrò ai suoi concittadini come un fervente neofito. Ben presto Fedimo, Vescovo di Amasea, lo giudicò degno dell’episcopato, e lo mise a capo della Chiesa di Neocesarea, che all’epoca non contava che diciassette cristiani. Neocesarea era una città ricca, grande e popolosa, ma i costumi erano corrotti e l’idolatria vi regnava senza ostacoli. La fede di Gregorio si infiammò e gli fece operare dei miracoli. La sua vita, a partire da questo momento, non fu che una serie di prodigi che attestavano alla lettera queste parole del Signore Gesù-Cristo. « La fede trasporta le montagne … voi farete miracoli più grandi dei miei. » Un sacerdote pagano gli disse un giorno: « comandate a questa roccia di andare in quel posto, ed io crederò a Gesù. » Gregorio comandò alla roccia che si spostò fino al punto designato. Le sue prime predicazioni ed i suoi miracoli operarono numerose conversioni a Neocesarea. Il Lycus, fiume che scorre vicino a questa città, straripava spesso devastando le campagne circostanti; il Santo piantò il suo bastone in un punto vietando al fiume di oltrepassarlo. San Gregorio di Nissa scriveva, più di cento anni dopo, che da allora non si erano più avuti straripamenti. Durante un viaggio che il Santo fece, due giudei, che conoscevano la sua carità, fecero ricorso ad uno stratagemma per ingannarlo. Uno dei due si stese a terra fingendosi morto; l’altro si lamentava pregando il Vescovo di dargli qualcosa per sotterrare il compagno. Il santo prese il suo mantello e lo pose sul preteso morto. Quando fu ben distante, l’impostore corse dal compagno dicendogli di alzarsi, ma costui era realmente morto. I miracoli, la saggezza, la carità e lo zelo di Gregorio furono ampiamente ricompensati. Sentendo approssimarsi la sua ultima ora (verso il 270) si informò se ci fossero ancora molti pagani nella sua città episcopale; non se ne trovarono che diciassette. Egli allora alzò le mani al cielo, sospirando del fatto che la vera religione non era la sola della sua diocesi; ma nello stesso tempo ringraziò il Signore che, come quando era arrivato, non si erano trovati che diciassette cristiani, nel lasciarla alla sua morte, non si erano trovati che diciassette infedeli. Il Pontificato di Fabiano fu illustrato dalla pietà e dallo zelo profuso contro l’eresia dal Santo Pontefice. Egli raccomandò il culto dei martiri, fece distribuire in maniera regolare le risorse che la carità dei fedeli metteva tra le sue mani, e morì gloriosamente per Gesù-Cristo nel primo anno della persecuzione di Decio. Qualche storico gli attribuisce la conversione dell’imperatore Filippo. La sede di Roma restò vacante per diciotto mesi, dopodiché fu eletto San Cornelio, che governò la Chiesa solo per quindici mesi (251-252). « È stato necessario, dice S. Cipriano, costringere il nuovo Pontefice per fargli accettare questa dignità. In lui non si vide che la tranquillità, la modestia connaturale a coloro che Dio sceglie come Vescovi. È così che egli giunse al supremo grado del sacerdozio, dopo essere passato attraverso tutti i ministeri della gerarchia, ed essersi mostrato in ciascuno di essi lo strumento della grazia divina. » Tuttavia questa elezione fu contestata, ed è all’epoca che si vide il primo Antipapa: Novaziano, che accusò Cornelio di essere un “libellatico”, cioè di avere comprato la propria vita con il denaro durante la persecuzione. Cinque sacerdoti di Roma seguirono Novaziano. L’antipapa si fece ordinare da tre vescovi italiani, dei quali carpì grossolanamente la buona fede facendoli piombare in uno stato quasi di ebrezza. Allo scisma, Novaziano aggiunse ben presto l’eresia; egli pretendeva che la Chiesa non avesse il potere di assolvere coloro che erano caduti nella persecuzione, qualunque penitenza venisse fissata; egli condannò assolutamente le secondo nozze, e sedusse un gran numero di persone con le sue apparenze di austerità e severità. San Dionigi di Alessandria combatté vigorosamente lo scisma; egli rispose in questi termini alla notifica dell’antipapa: « Se vi si è ordinato vostro malgrado, come pretendete, datene una prova abdicando dal vostro pieno grado, perché bisogna soffrire tutto, piuttosto che dividere la Chiesa di Dio. Il martirio che avreste da sopportare per evitare uno scisma, non sarebbe meno grave dell’altro. » San Cipriano radunò a Cartagine un Concilio di settanta vescovi, che anatemizzarono Novaziano e riconobbero il Papa legittimo. San Cornelio radunò da parte sua a Roma un Concilio si sessanta vescovi: Novaziano fu condannato; i cinque sacerdoti che lo avevano seguito, si sottomisero, come uno dei Vescovi che avevano consacrato Novaziano, e lo scisma finì per risolversi con la riprovazione di tutte le Chiese. San Cornelio fu messo in prigione per ordine dell’imperatore Gallo, che era succeduto a Decio, e fu in seguito esiliato a Civitavecchia, ove la gloriosa morte giunse il 14 settembre 252. Egli meritava, ha detto San Cipriano, la palma dei Confessori, perché aveva sfidato il furore dei tiranni, osando accettare un titolo che in questi tempi era una sentenza di morte. » Si è lodata in lui una purezza veramente verginale, una moderazione ed una fermezza singolare. Gli si attribuisce il decreto che vietava di ammettere alcun fedele a prestare un giuramento o a pronunciare dei voti, prima dei quattordici anni. [L’abbé Darras, Histoire de l’Église,].

San Luce, o Lucio, successore di San Cornelio, e che era stato esiliato con lui, non governò la Chiesa che per cinque mesi (25 settembre-4 marzo 253). La sua elevazione al Pontificato supremo, lo espose alla collera di Gallo, che lo esiliò quasi subito. Egli potette tornare a Roma dove lavorò febbrilmente a distruggere i resti dello scisma; ma catturato nuovamente, fu decapitato.

Santo Stefano I 253-257) ebbe fin dall’inizio a segnalarsi per la sua carità durante una orribile peste che devastò tuto l’impero e che fece a Roma in un solo giorno quasi cinquemila vittime. Egli si dimostrò degno Pastore di questo gregge desolato, ed inviò soccorsi fin nelle città più sperdute dell’impero. Una grave questione venne ad affliggere il suo cuore e minacciò di dividere la Chiesa. Si trattava di decidere se il Battesimo, conferito dagli eretici, fosse valido o meno. La dottrina della Chiesa, fuor di contestazione oggi, è che ogni Battesimo conferito nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito-Santo, è valido, fosse anche amministrato da un eretico o un pagano, ma che invece è nullo, fosse anche conferito da un Cattolico o un sacerdote, se mancano le condizioni che ne costituiscono l’essenza: l’acqua ed il Nome delle tre Persone della Santissima Trinità. La sede di Pietro non ha mai variato su questo punto, ed è la dottrina che sostenne il Papa Stefano. Ma San Cipriano fu di opposto parere; egli sostenne che bisognava battezzare di nuovo gli eretici e gli scismatici che si convertivano, e lo sostenne con tenacia tale che stava per condurre ad uno scisma. Santo Stefano si mostrò pieno di longanimità; contento di aver proclamato la legge, lasciò che il tempo portasse alla riflessione per ricondurre gli uomini che si ostinavano per un eccesso di zelo perché credevano essere quella la verità. San Cipriano espiò ben presto con un glorioso martirio ciò che gli si poteva rimproverare in questa diatriba; Santo Stefano avrebbe poi conquistato la medesima corona  qualche tempo prima di lui. Si è scritto di Santo Stefano che avrebbe contraddetto San Cornelio facendo reintegrare nella loro sede due vescovi di Spagna che Cornelio avrebbe destituito, e che avesse errato nella questione del Battesimo degli eretici. Ciò che è stato già detto, confuta la seconda accusa. Quanto ai Vescovi spagnoli di cui si tratta, è stato dimostrato che Cornelio né il suo successore Lucio, avessero mai avuto a che fare con loro, e che solo Santo Stefano ebbe a riformare un primo giudizio che aveva espresso sulla base di false informazioni. Ma si trattava in ogni caso di una questione disciplinare, che non tocca l’infallibilità della sede di Roma [Vedi in: l’abbé Constant, l’Histoire et l’infaillibilité des Papes.].

San Sisto II (257-258) successe a Santo Stefano; si è già parlato in precedenza del suo martirio e di quello del suo diacono San Lorenzo. Il suo Pontificato fu seguito dalla vacanza di un anno.

San Dioniso, che infine fu eletto, governò la Chiesa per dieci anni, (259-269). La persecuzione di Valeriano e le eresie di Sabellio e Paolo di Samosata turbarono il suo Pontificato. Il Martirologio dice di lui: « Egli si rese celebre per i grandi lavori che intraprese per la difesa della Chiesa, e per le istruzioni salutari che ha lasciato alla posterità. » San Basilio lo chiama un Papa illustre per l’integrità della sua fede e lo splendore delle sue virtù. Questi elogi mostrano che il santo Papa fosse degno dei suoi predecessori.

San Felice I fu eletto all’indomani della morte di San Dioniso. In capo a cinque anni (269-274), conquistò tra i tormenti la corona del martirio, durante la persecuzione di Aureliano.

San Eutichiano governò la Chiesa per quasi nove anni (275-283). I Cristiani godevano allora di grande libertà. Eutichiano si dimostrò pieno di sollecitudine per la conservazione delle reliquie dei martiri, e dichiarò che i fedeli che avevano sposato una donna non battezzata, godevano del diritto di ripudiarla o tenerla, a loro piacere. Qui ancora entra in gioco la disciplina della Chiesa, che non è contraria all’indissolubilità del matrimonio, poiché il Sacramento non può esistere che tra Cristiani.

Il Papa San Caio (283-296) vide ricominciare le persecuzioni. Cosa rimarchevole, egli era della Dalmazia, come l’imperatore Diocleziano, ed anche parente dell’imperatore, e fu dapprima schiavo di un senatore romano. La Provvidenza, dice uno storico della Chiesa (l’abbé Darras), destinava a due membri della stessa famiglia due sovranità ben diverse: l’uno assumeva con l’omicidio una corona che doveva ancora tingere con il sangue di migliaia di Cristiani; l’altro otteneva con le sue virtù una regalità spirituale che tanti dei suoi predecessori avevano pagato con il loro sangue. Era la differenza tre l’impero pagano e l’impero cristiano; essa indica tutto ciò che l’umanità aveva da guadagnare nella sostituzione del secondo al primo. Caio fu all’altezza delle terribili prove che si abbattevano sulla Chiesa: egli fu, dicono gli storici, un Pontefice di rara prudenza e di una virtù coraggiosa. Le sue sofferenze per la fede gli meritarono il titolo di martire.

San Marcellino, che gli successe (296-304), si dimostrò, dice Teodoreto, tanto forte per la persecuzione venuta ai suoi tempi. Non si poteva fare un elogio più bello ad un Papa che vide aprirsi l’era dei martiri. I donatisti, scismatici dell’Africa, osarono tuttavia, più di un secolo dopo, offuscare la memoria di questo coraggioso Pontefice, producendo gli atti supposti di un falso concilio di Sinuessa, che accusavano Marcellino di aver consegnato le Scritture sante ai persecutori e di avere, in un momento di debolezza, offerto incenso agli idoli. I lavori della moderna erudizione, in accordo con le testimonianze contemporanee più autentiche, hanno vendicato il Santo Papa di una calunnia che si appoggiava falsamente su di una leggenda inserita nel breviario romano. Sant’Agostino aveva già risolto la questione, rispondendo a Petiliano, capo e difensore dei donatisti: « Ed ora c’è dunque bisogno di rifiutare le accuse portate da Petiliano contro i Vescovi di Roma, che egli perseguitava con le sue imposture e calunnie con un accanimento incredibile? Egli accusa Marcellino, Melchiade, Marcello, Silvestro di aver consegnato i libri santi e presentato dell’incenso agli idoli;  ma un rimprovero che non è fondato su niente, può dunque da se stesso solo, stabilire la loro colpevolezza? Petiliano assicura che essi sono stati dei sacrileghi, ma io rispondo che essi sono innocenti: perché mettermi in pena di sviluppare mezzi di difesa, quando l’accusa non è sostenuta da alcuna prova? » Dopo il martirio di San Marcellino, la Santa Sede restò vacante per quasi quattro anni (304-308), tanto la persecuzione infuriava con violenza. Infine poté essere eletto San Marcello.

San Marcello. Il nuovo Papa doveva attendersi il martirio. Massenzio, figlio di Massimiano Ercole, essendo divenuto padrone di Roma, lo fece imprigionare, e gli ordinò di rinunciare al titolo di Vescovo e di sacrificare agli idoli. Marcello resistette: fu condannato a servire tra gli schiavi che prestavano cura alle scuderie imperiali. « Stravolto dalle fatiche e dalle umiliazioni di questa miserevole condizione, morì tra i rifiuti e le deiezioni. » È così che una pretesa Storia dei Papi, racconta la fine di San Marcello!  Quel che è vero però, è che dopo nove mesi dall’odioso supplizio che gli si inflisse, Marcello fu liberato nella notte dal suo clero, accolto nella casa ospitale di una dama romana, di nome Lucilla, che lo nascose con estrema cura. La polizia di Massenzio finì per scoprire il suo rifugio, ed il tiranno condannò il Santo Papa all’ultimo supplizio. San Marcello, eletto nel 308, morì nel 310.

San Eusebio,  che gli successe, governò la Chiesa solo per pochi mesi, durante i quali mostrò un grande zelo per la disciplina e la fede. Massenzio, che l’autorità del Sovrano-Pontefice, metteva in grande imbarazzo per la sua tirannia, volle mescolarsi agli affari della Chiesa, come d’altra parte fecero tanti imperatori e re dopo di lui. Eusebio conservò l’indipendenza del potere spirituale, ma fu esiliato in Sicilia, ove morì il 26 settembre del 310. La Santa Sede restò vacante quasi per un anno: i persecutori dovettero credere che avevano soffocato nel sangue questa Religione che perseguitavano così violentemente da sette interi anni. Si sono trovate delle iscrizioni nelle quali Diocleziano ed i suoi colleghi si vantavano di questa vittoria: « Diocleziano Giove, Massimiano Ercole, cesari augusti, dopo aver esteso l’impero romano in Oriente ed Occidente, ed aver abolito il nome di Cristiani che destabilizzavano lo Stato. » Triste trionfo! Diocleziano moriva a Salone, Massimiano Ercole moriva qualche mese dopo San Eusebio, la punizione di Massenzio era in preparazione, e dall’anno seguente, Galero doveva firmare, nel suo letto di dolore, l’editto che rendeva la pace alla maggior parte dell’impero. Questi sono i trionfi che si riportano sulla Chiesa. Lo stesso successore di San Eusebio,  San Melchiade, vide Costantino entrare a Roma; con questo grande imperatore, il Cristianesimo prendeva possesso del mondo.

San Melchiade, era il trentunesimo successore di San Pietro. Quale magnifica serie di santi e di martiri! Hanno tutti brillato per magnificenza di santità, di fede e di dottrina; tutti i Vescovi hanno reso loro omaggio, ed essi hanno dimostrato di condividere la sollecitudine di tutte le Chiese. L’eresia ha trovato in essi i più intrepidi avversari, la disciplina i suoi più decisi sostenitori; essi erano veramente i Vescovi dei Vescovi; era certamente la Chiesa Romana la madre e maestra di tutte le altre; era certamente là la sede di Pietro e queste porte contro le quali l’inferno non può prevalere. I fatti sono là; la storia, seriamente studiata, dissipa tutte le nubi che potrebbero restare negli spiriti: la falsa scienza, la blasfemia ed il sarcasmo non possono nulla contro la travolgente testimonianza di tutti i secoli.

FINE

 

 

I PAPI DELLE CATACOMBE (9)

I Papi delle Catacombe [9]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

V

Successione dei Papi.

I Papi meritavano di essere i generali di queste armate di martiri, di queste legioni di dottori, di santi, di vergini? Quasi tutti coloro che si succedettero sulla cattedra di San Pietro, nei due secoli che vennero ad attraversare la storia, morirono martiri, e tutti furono modello di ogni virtù, tutti si mostrarono intrepidi difensori della fede e della dottrina; nelle difficoltà gli occhi erano voltati a loro, ad essi venivano indirizzati. Tutte le Chiese li riconoscevano come i Vescovi dei Vescovi: il loro primato brilla, da questi primi secoli, di un bagliore sul quale la sola empietà può tentare di ammassare nubi. Non li si vede indubbiamente produrre delle opere così magnifiche come quelle conosciute di diversi dottori; ma essi, quasi continuamente nascosti nelle catacombe, regnano spesso solo qualche anno o qualche mese, sostenendo le fatiche delle persecuzioni, affaticati dalle sollecitudini di una Chiesa tormentata più vivamente di tutte le altre, e dalla sollecitudine di tutte le Chiese del mondo, avrebbero mai potuto avere il tempo di scrivere magnifiche opere come quelle dei dottori che tutti i secoli hanno studiato ed ammirato? L’autorità ha generalmente un’azione meno eclatante, ma non meno utile e spesso più efficace della discussione, e questo lo si vede precisamente nell’oscurità relativa che circonda i primi Papi, una prova in più dell’universalità della loro azione e dell’autorità generale di cui essi godevano. Un rapido colpo d’occhio sulla loro successione fa vedere quale posto importante occupino nella Chiesa. Il Primato di san Pietro nel collegio apostolico non può essere contestato. Avendo Gesù-Cristo promesso alla Chiesa di essere con essa fino alla fine dei secoli, è ai successori di San Pietro che doveva passare questo Primato, con tutti i privilegi del Principe degli Apostoli, il potere supremo delle chiavi, e l’infallibilità che gli permetteva di confermare i suoi fratelli, secondo le stesse parole del Salvatore. Avendo San Pietro occupato successivamente due sedi, quella di Antiochia e quella di Roma, non potevano aversi dubbi che su queste due sedi. Ora non è ad Antiochia che Pietro è morto; il suo successore ad Antiochia, non potendo essere il capo della Chiesa quando S. Pietro viveva, non poteva trasmettere al suo successore se non i suoi privilegi, cioè quelli di un semplice Vescovo. Infatti mai Antiochia ha reclamato il primato; e si è visto sant’Ignazio, scrivendo ai romani, distinguere la loro Chiesa tra tutte le altre. Tutto si riduce dunque nel constatare che San Pietro è morto Vescovo di Roma e, fatto stabilito nel modo più incontestabile, a constatare la successione legittima degli altri Vescovi di Roma. Ora se c’è qualche difficoltà nell’ordine della successione dei due o tre Pontefici e sulla data precisa della loro nomina e della loro morte, queste difficoltà si spiegano perfettamente con lo stato di violenta persecuzione in cui essi si trovavano, e per le differenze di cronologia che esistono anche per i fatti più universalmente ammessi nella storia di tutti i tempi. Così, nel primo secolo, esistono delle difficoltà per i primi tre o quattro primi successori di San Pietro: alcuni dànno i nomi di Lino, Cleto, Clemente e Anacleto, altri non ammettono che tre Pontefici: Lino, Cleto e Clemente. Questo proverebbe solo che ci sono stati recenti dubbi su questa successione, e non certo che ai tempi dei Papi i Cristiani ignorassero in quale ordine questi si fossero succeduti. L’erudizione moderna è venuta poi a risolvere la difficoltà: si riconosce oggi generalmente che Cleto ed Anacleto non formano che un solo Papa. Cleto, eletto come successore a San Lino, l’anno 78, fu compreso in un ordine di esilio contro i Cristiani reso, sotto Vespasiano, dal prefetto di Roma; al suo ritorno, sotto il regno di Tito, egli prese il nome di Anacleto, che in greco significa “richiamato”.

San Lino successe dunque a San Pietro, nell’anno 65 dopo Gesù-Cristo.

San Cleto o Anacleto successe a San Lino nel 76.

San Clemente successe a San Anacleto nel 91.

San Evaristo successe a San Clemente, nell’anno 100.

Il Pontificato di San Evaristo (dal 100 al 109), vide la terza persecuzione, quella di Traiano. Si attribuisce a questo Papa, che fu una delle vittime della persecuzione, l’istituzione dei Cardinali-Preti, poiché fu il primo che divise Roma in titoli o parrocchie, assegnandovi a ciascuna un sacerdote; egli ordinò pure che sette diaconi accompagnassero il Vescovo quando predicava.

Sant’Alessandro I (109-119), morto pure martire, ordinò ai preti di richiamare nella Messa il ricordo della Passione; egli ordinò la mescolanza dell’acqua e del vino nel calice, ed introdusse tra i Cristiani l’avere acqua benedetta nelle loro case. Gli si attribuisce pure l’uso del pane senza lievito per il santo sacrificio. « Così, sottolinea in questa occasione il cardinale Baronio, le pie tradizioni venute dagli Apostoli venivano confermate e ricevevano una sanzione regolare dai loro immediati successori. »

San Sisto I (119-128), che fu martirizzato sotto Adriano, emanò un decreto per riservare ai soli ministri il potere di toccare le cose sante, e completò la liturgia della Messa con il canto del Sanctus. Egli ordinò pure che i Vescovi che erano stati inviati alla Cattedra apostolica, non potessero essere ricevuti nel luogo della loro giurisdizione, se non con lettera della Santa-Sede, indirizzata in forma di saluto al loro popolo. La gerarchia si costituiva dunque nell’unità di governo, nell’autorità dei successori di San Pietro, e nessuno vi resisteva perché si riconosceva che il Vescovo di Roma non faceva che uso di un legittimo diritto.

San Telesforo, che governò la Chiesa dal 128 al 139, confermò l’istituzione apostolica della quaresima, ordinando un digiuno di sette settimane prima di Pasqua, mantenendo così l’uso di non celebrar Messa prima dell’ora terza (le nove del mattino), eccetto per la Messa di mezzanotte di Natale, ed introdusse nella liturgia il canto del Gloria in excelsis. Un glorioso martirio pose fine alla sua vita come a quella dei suoi predecessori.

San Igino (139-142), era nato ad Atene, e si era convertito dalla filosofia pagana alla fede. Egli scomunicò l’eresiarca Cerdone, che era venuto a predicare i suoi errori a Roma; tentò di ricondurre all’ovile con la dolcezza un altro eresiarca, Valentino; ma costui continuò a propagare le sue dottrine gnostiche, ed il successore di Igino dovette allontanarlo dalla comunione con la Chiesa. Igino morì martire, gli si attribuisce il costume di prendere un padrino ed una madrina per il Battesimo dei bambini.

San Pio I (142-157) morì martire. Uno dei suoi decreti mostra che il Battesimo dato dagli eretici è stato in ogni tempo considerato valido, quando le condizioni richieste per la somministrazione di questo Sacramento, fossero state adempiute.

Sotto il pontificato di Sant’Aniceto (157-158), cominciò ad agitarsi una questione che preoccupò per lungo tempo la Chiesa: quella della celebrazione della Pasqua. Siccome si era trasferita la celebrazione del sabato alla domenica, San Pietro aveva trasferito ugualmente in questo giorno la celebrazione della festa di Pasqua, ma non ne aveva fatto un obbligo, ed i Pontefici romani tollerarono in Oriente la celebrazione del sabato. Ben presto si ebbero delle discussioni tra i Cristiani sul soggetto di questa differenza. San Policarpo venne a Roma per conferire con Sant’Aniceto: il venerabile discepolo di San Giovanni aveva lavorato con successo a sradicare diversi usi introdotti nella Chiesa dai giudei convertiti; egli non credeva di dover sradicare questo uso, al quale egli stesso teneva perché lo aveva sempre visto seguito dall’Apostolo suo maestro. Aniceto pensò che non fosse ancora venuto il momento di cambiare su questo punto la disciplina della Chiesa orientale; egli permise anche agli asiatici che si trovavano a Roma di seguire l’usanza dei loro paesi. Policarpo fu trattato con grandi onori;  Aniceto gli fece celebrare i santi misteri in sua presenza; molti eretici si convertirono alla predicazione del Vescovi di Smirne, e l’insolenza di Marcione fu confusa da queste parole, che sono state già riportate: « Io ti conoscono come il figlio primogenito di satana. » I due santi Pontefici si diedero il bacio di pace prima di separarsi; essi non dovevano più rivedersi che nel cielo, ove il martirio li condusse entrambi. Il viaggio di San Policarpo a Roma è una preziosa testimonianza del primato della Cattedra apostolica e romana. Sant’Aniceto proibì ai chierici di lasciarsi crescere i capelli, secondo il precetto dell’Apostolo, ciò che si deve senza dubbio intendere della tonsura.

San Sotero gli successe (168-177); egli ebbe a sostenere la persecuzione di Marco Aurelio: i gloriosi martîri di Santa Felicita, di San Policarpo, dell’apologista San Giustino e di migliaia altri, precedettero il suo. Egli mostrò un grande zelo contro l’eresia, principalmente contro quella dei montanisti che allora si moltiplicavano, ed una grande carità per le chiese che soffrivano della persecuzione. Una lettera di San Dionigi di Corinto richiama l’antica e toccante carità di questi Pontefici romani, la cui sollecitudine paterna si estendeva ai bisogni di tutte le chiese dell’universo, e sovveniva all’indigenza ed alle necessità dei fedeli esiliati per la fede, o condannati dai persecutori alle cave ed alle miniere: « il vostro beato Vescovo Sotero, diceva San Dionigi ai romani, non soltanto ha conservato questo costume, ma ha fatto ancor più, distribuendo delle elemosine più abbondanti agli indigenti delle provincie, accogliendo con affettuosa carità i fratelli che si recano a Roma, prodigando loro le consolazioni della fede, con la tenerezza di un padre che riceve dei figli nelle proprie braccia. »

Il Pontificato di San Eleuterio (177-186) è celebre per il martirio di San Potino, di Santa Blandina, si San Sinforiano e altri migliaia in Gallia. La persecuzione non impediva che la fede si estendesse. Mentre essa infuriava, un piccolo re della Bretagna (Inghilterra), chiamato Lucio, inviò al Papa Eleuterio una lettera in cui lo pregava di procurargli la conoscenza della Religione cristiana. Eleuterio inviò in Bretagna dei sacerdoti che battezzarono Lucio con un grande numero dei suoi sottoposti. La luce della fede era penetrata nelle isole britanniche fin dal primo secolo; una tradizione vuole  che San Paolo sia stato a predicare il Vangelo fino a queste isole lontane; la conversione di Lucio rianimò la fede e ne estese l’impero. Era senza dubbio un re tributario dei Romani, forse anche di origine romana; checché ne sia, si può considerarlo come il primo re cristiano dell’Europa. Qualche storico moderno, fondandosi su dei testi non compresi degli antichi Padri, ha accusato San Eleuterio di avere ad un certo punto tollerato e condivisa l’eresia dei montanisti. [tra gli altri, M. Amédée Thierry, nella sua Histoire de la Gauli sous l’administration romaine.]. Alcuni di questi testi, come ha dimostrato il sapiente abbate Gorini, [Défense de l’Église contre les erreurs historiques.], non prova ciò che si sostiene; ce n’è uno di Tertulliano che si cita, che non prova niente, mentre ce n’è un altro che prova il contrario. Tertulliano dice: « Prassea denunciava i montanisti e le loro assemblee e, per farli condannare, si appoggiava sull’autorità dei predecessori del Papa a cui parlava. » Ora questo Papa, a cui parlava Prassea, era San Vittore, i cui predecessori sono San Sotero e san Eleuterio »; questi ultimi non si erano però mai mostrati favorevoli a Montano. San Ireneo, del quale si invoca l’autorità contro Eleuterio, dice, dopo aver dato la lista dei Pontefici che si sono succeduti sulla sede di Roma, da San Pietro fino ad S. Eleuterio, dice inclusivamente: «  È da essi che la tradizione e la predicazione apostolica è stata conservata nella Chiesa, ed è arrivata fino a ni. È di tutta evidenza che la fede vivificante di questi Vescovi è la medesima di quella degli Apostoli conservata e trasmessa in tutta purezza fino a questo momento ». [S. Ireneo: Contra Hæres.]. –  Una terza testimonianza si legge nel libro dei Pontefici [L’abbé Constant, l’Histoire et l’infaillibilité des Papes.]: « San Eleuterio, vi si dice, rinnovò e confermò con decreto la proibizione, fatta ai Cristiani, di respingere, adducendo motivi superstiziosi, alcun genere di nutrimento di cui gli uomini hanno costume di servirsi. » Questa privazione di certi alimenti era evidentemente una pratica della nuova setta. A San Eleuterio, morto martire per questa fede che lo si accusa falsamente di aver abbandonato, successe San Vittore I (186-200), sotto il cui Pontificato cominciò la persecuzione di Settimo Severo. La questione della Pasqua si ripropose: gli orientali celebravano sempre questa festa il quattordicesimo giorno della luna, come i Giudei; gli Occidentali la rinviavano alla Domenica seguente. I Papi avevano tollerato questa divergenza disciplinare, ma gli orientali, e soprattutto il metropolita di Efeso e le Chiese che erano sotto la sua dipendenza, se ne prevalsero per dire che la Chiesa latina aveva torto, e portarono una tal vivacità nei loro attacchi, che divenne urgente adottare una decisione definitiva. Il Papa decise che l’uso della Chiesa romana dovesse essere seguito dappertutto. Un Concilio dei Vescovi italiani, riuniti a Roma, era di questo avviso. I concili provinciali, riuniti in Oriente, accettarono la decisione venuta da Roma; solo il Concilio di Efeso rifiutò di accettarle: Vittore minacciò di scomunicare gli Asiatici che vi resistessero. Sant’Ireneo intervenne per consigliare misure di conciliazione; il Papa giudicò che si potesse attendere ancora qualche tempo prima di imporre la sua decisione e la diatriba si quietò. Quasi tutte le Chiese d’Oriente adottarono l’uso di Roma, che alcuni del resto già seguivano; gli altri si videro sempre più isolati nel loro sentimento, ed il Concilio di Nicea poté chiudere interamente questo affare che aveva fatto brillare l’autorità della Sede di Roma. A coloro che continuarono nella pratica dei Giudei, si diede il nome di Quartodecimani, o uomini del quattordicesimo giorno. Alcuni autori moderni hanno accusato San Vittore di durezza e di ira eccessiva in questa questione della Pasqua; lo studio serio dei fatti però ridimensiona questa accusa, come quella di montanismo che pure si è intentata nei suoi riguardi, appoggiandosi senza ragione su di un testo di Tertulliano già caduto in questa eresia. [Si veda in: l’abbé Constant, l’Histoire et l’infaillibilité des Papes.]. San Vittore aveva, in effetti, inviato in un primo tempo delle lettere di comunione a Montano, Ma questo avvenne su di un esposto che non mostrava alcun errore nella dottrina dell’eresiarca; quando il Papa si informò meglio circa questa dottrina, revocò le sue lettere. San Vittore confessò la fede nei tormenti; egli ha ricevuto il titolo di martire, ma si ignorano i particolari della sua morte. Egli emise un decreto con il quale dichiarava che l’acqua comune della fontana, di stagno, di fiume o di mare, potesse servire, in caso di necessità, per l’amministrazione del Battesimo. Questo decreto mostra che fino ad allora ci si serviva di acqua benedetta per amministrare questo Sacramento. San Zefirino (200-217), successore di San Vittore, ebbe a sopportare tutto il peso della persecuzione di Settimo Severo; ebbe il dolore di vedere la caduta di Tertulliano; vide elevarsi, al posto del dottore caduto, il sapiente Origene, la cui dottrina non fu sempre irreprensibile, ma i cui immensi lavori hanno reso onore alla Chiesa. Origene aveva per padre San Leonida, che morì martire. San Zefirino mostrò un grande zelo contro le eresie che andavano allora moltiplicandosi, ed ebbe la gloria di soffrire per la fede; ma non si sa se egli morisse tra i tormenti; qualche storico nota che fosse il primo Papa che non terminasse la sua vita da martire. Gli si deve qualche decreto importante, come quello che ordina di consacrare d’ora innanzi, il prezioso Sangue di Gesù-Cristo in coppe di vetro o di cristallo, e non in vasi di legno. San Callisto, o Callisto I (217-222), morì martire sotto Eliogabalo dopo aver fatto ingrandire considerevolmente il cimitero che porta il suo nome. Regolò l’istituzione del digiuno delle quatempora. La scoperta fatta, in questi ultimi tempi, di un libro intitolato “Philosophumena”, attribuito falsamente a San Ippolito, vescovo di Porto, e che è l’opera di un eretico del terzo secolo, ha fatto nascere delle gravi controversie sull’ortodossia e sulle legittimità di questo Papa, indegnamente calunniato dallo scrittore sconosciuto. Ecco come questo scrittore racconta la storia di Callisto: « Callisto era schiavo di un cristiano di nome Carpoforo, che faceva parte della casa dell’imperatore. Poiché professava la medesima fede del suo padrone, questi gli affidò una somma considerevole per fargli fare delle operazioni di banca. Callisto stabilì il suo “banco” in un luogo che si chiamava la “piscina publica”, e in qualità di incaricato degli affari di Carpoforo, ricevette da un certo numero di vedove e di fedeli, dei depositi importanti. Egli perse tutto e cadde nel più grande imbarazzo. Si ebbero delle persone che avvertirono il padrone dei disordini nei suoi affari, e Carpoforo annunciò l’intenzione di chiederne conto. A questa nuova, Callisto tentò di nuocere chi lo minacciava, e prese la fuga verso il mare. Trovò ad Ostia un vascello pronto a partire e vi si imbarcò; ma quanto avvenuto venne risaputo da Carpoforo che, sulla base delle indicazioni ricevute, si diresse verso il porto e si dispose a salire su di un naviglio che stazionava in mezzo alla rada. La lentezza del pilota fece sì che Callisto, che era nel bastimento, scorgesse da lontano il suo padrone; vedendo che stava per essere preso, e non badando alla sua vita in questa triste estremità, si gettò in mare; ma i marinai, gettandosi a loro volta dalla barca, lo salvarono, malgrado lui e, tra i clamori che spingevano coloro che erano sulla riva, lo consegnarono al suo padrone, che lo riportò e lo mise a girare la macina. Dopo qualche tempo, come di solito succede, alcuni Cristiani vennero a trovare Carpoforo per pregarlo di perdonare al suo schiavo, assicurando che dichiarava di aver affidato a certe persone una somma considerevole. Carpoforo, che era un uomo pio, rispose che egli faceva poco caso a ciò che gli apparteneva, ma attribuiva importanza ai depositi, perché molte persone venivano a lamentarsi da lui lamentandosi del fatto che si erano affidati a Callisto sulla sua raccomandazione. [Il sapiente abbate Doellinger, in Germania, e Mgr. Cruice, vescovo di Marsiglia, hanno fatto giustizia di tutte le calunnie lanciate dall’autore delle Philosophumena contro San Callisto. – L’Histoire della Chiesa di Roma, dall’anno 192 all’anno 224, di Mgr. Cruice, allora direttore della scuola ecclesiastica degli studi superiori. Parigi, 1856]. Tuttavia Carpoforo si lasciò persuadere ed ordinò di liberare lo schiavo; ma costui che non aveva nulla da rendere, e che si trovava nell’impossibilità di fuggire di nuovo, perché sorvegliato, immaginò un mezzo per esporsi alla morte. Un sabato, fingendo di andare a trovare dei creditori, si recò alla sinagoga, ove i Giudei erano radunati, e cercò di eccitare una turba durante la loro riunione. Essendosi i Giudei sollevati contro di lui, lo insultarono e lo caricarono di colpi; poi lo trascinarono davanti a Fusciano, prefetto della città, e deposero contro di lui in questi termini: “i Romani ci hanno permesso di esercitare pubblicamente il culto dei nostri padri, ed ecco, quest’uomo viene ad impedirlo e disturba le nostre cerimonie, dicendo che egli è Cristiano”.  Fusciano si indignò della condotta che i giudei rimproveravano a Callisto, e riferì a Carpoforo ciò che succedeva. Costui si affrettò ad andare dal prefetto e gli disse: “vi prego, signor Fusciano, non crediate che questo uomo sia Cristiano, perché egli cerca un’occasione per morire avendo dissipato grosse somme di denaro, come vi proverò”. I giudei credendo di vedere in ciò un sotterfugio usato da Carpoforo per liberare il suo servo, e ne reclamarono immediatamente le sentenza dal pretore. Egli cedette alle loro sollecitazioni, fece frustare Callisto e l’inviò alle miniere in Sardegna. Qualche tempo dopo, siccome altri martiri erano esiliato in quest’isola, la concubina di Commodo, Marcia, che aveva qualche sentimento religioso, volle fare una buona azione; fece venire il beato Vittore, Vescovo della Chiesa in questa epoca, e gli domandò chi fossero i martiri di Sardegna. Vittore le diede i nomi di tutti, eccetto quello di Callisto, di cui conosceva la condotta colpevole. Marcia, che godeva di grande favore presso Commodo, ne ottenne le lettere di liberazione che affidò ad un vecchio eunuco chiamato Giacinto. Costui si recò in Sardegna, ed avendo portato l’ordine al governatore di questo paese, liberò i martiri ad eccezione di Callisto. Ma Callisto, gettandosi alle ginocchia e versando lacrime, lo pregò di non escluderlo. Giacinto si lasciò commuovere e consentì a chiedere al governatore la libertà del prigioniero, dicendo che aveva egli stesso allevato Marcia, che si assumeva la responsabilità della decisione favorevole che sollecitava. Il governatore, cedendo a questa preghiera, liberò Callisto con gli altri. Essendo questi tornato a Roma, Vittore fu vivamente afflitto da ciò che era successo; ma poiché aveva buon cuore, mantenne il silenzio. Tuttavia, per evitare i rimproveri di un gran numero di persone (perché i crimini di Callisto erano recenti, e per soddisfare Carpoforo, che non cessava dal reclamare), ordinò a Callisto di ritirarsi ad Antium [Anzio] assegnandogli una pensione per il suo sostentamento. Dopo la morte di Vittore, Zefirino, suo successore, avendo scelto Callisto come amministratore degli affari ecclesiastici, gli fece un onore che divenne funesto a se stesso; lo richiamò da Antium e gli conferì la sorveglianza dei cimiteri dei Cristiani. Callisto, trovandosi sempre con Zefirino, gli rendeva delle cure ipocrite, giungendo ad affossarlo completamente. Il Vescovo divenne incapace di discernere ciò che si diceva e di sorprendere il disegno segreto di Callisto, che si accomodava a tutto ciò che facesse piacere al suo protettore. Dopo la morte di Zefirino, Callisto, credendo di essere pervenuto allo scopo che si era prefisso da tempo, cacciò Sabellio come eretico. » – Questa recita, disseminata da inverosimiglianze e contraddizioni, è come il modello di tutti coloro che si sono dati da fare per calunniare altri Papi. Non è difficile infatti dare giustificazioni a Callisto. Innanzitutto nulla prova che Callisto abbia commesso delle frodi: da ciò che si vede, egli fece delle speculazioni maldestre, che si lasciò ingannare, che mancò di abilità; ma quando si vedono i Cristiani intercedere per lui presso Carpoforo che lo aveva condannato a girar la mola, non si può essere impediti dal pensare che Callisto non demeritasse la stima dei suoi confratelli. Carpoforo stesso non mostra egli stesso la stima e l’affetto che ha conservato per Callisto tentando di sottrarlo alla sentenza provocata dai giudei? Quanto al dolore che provò il Papa San Vittore al suo ritorno, il calunniatore ha cura di dire che il Pontefice non testimoniò nulla; aggiungendo poi che San Vittore gli assegnò una pensione per farlo vivere ad Antium, egli dimostra che il Papa non lo considerasse con tanta pena e gli affidasse poi un impiego importante. Infine quest’uomo che si pretende essere così disprezzato e spregevole, diventa sacerdote, cosa che prova, essendo egli schiavo, che Carpoforo lo stimasse sempre e lo considerasse veramente come un martire che aveva sofferto per la fede. La fiducia che gli assegnò poi San Zefirino nel corso di un Pontificato di diciannove anni, ci completa la giustifica che rende sovrabbondante l’ultimo tratto della recita: San Callisto scaccia da Roma l’eretico Sabellius; il suo odio per l’eresia, le misure che aveva indubbiamente suggerito a San Zefirino contro gli eretici: ecco la spiegazione delle calunnie che lo perseguitano. L’autore dei “Philosophumena” fa tre rimproveri principali a San Callisto dopo l’elevazione all’Episcopato: secondo lui il Papa errava sul dogma della Trinità, nella disciplina relativa alla penitenza, e nella disciplina relativa al matrimonio ed al celibato imposto agli ecclesiastici. Sul primo punto c’è la testimonianza anche dall’autore dei Philosophumena stessi, che la dottrina di Callisto era perfettamente ortodossa, e quando dice che la parte di Callisto, componente la maggioranza, conservò anche dopo la morte la sua dottrina, egli confessa implicitamente che la fede del Papa era quella di tutta la Chiesa. I rimproveri relativi alla disciplina della penitenza provano semplicemente che Callisto mostra grade dolcezza nei riguardi dei settari che tornano alla Chiesa Cattolica, e che rendendo facile il ritorno degli apostati pentiti, agisse con una carità ed una saggezza che trovano imitatori tra i suoi più illustri successori. San Callisto pretendeva di rendere la legislazione ecclesiastica relativa al matrimonio affatto indipendente dalla legislazione romana. Egli dichiarava validi, contrariamente alla legge romana, i matrimoni contratti dalle giovani libere o nobili con gli schiavi o con gli uomini liberi, ma poveri. Così la Chiesa migliorava sempre più la condizione della schiavitù, ed elevava la dignità dell’uomo; non è certo ai nostri giorni che si possono rimproverare al santi Papa le misure adottate a questo riguardo. – Quanto alla legge del celibato ecclesiastico, l’autore del “Philosophumena” dice solamente che S. Callisto aveva ammesso nel clero degli uomini sposati; ma non fa intendere se non che fossero membri del basso clero, che allora erano molto numerosi. – Così nessuna delle calunnie lanciate contro Callisto sussiste, anzi molte tornano a sua gloria, ed il libro, recentemente ripubblicato, serve come tanti altri, scritti per ben altro scopo, alla glorificazione della Chiesa romana e del Papato. Noi lo constateremo più di una volta nel corso della storia della Chiesa.

Sant’Urbano I (222-230), trascorse quasi tutto il suo Pontificato nelle catacombe; abbiamo già visto come il suo martirio seguì di poco quello di Santa Cecilia. Questo grande Papa si distinse per un grande zelo per la fede, ed operò numerose conversioni tra i pagani. Nello stesso tempo provvide alla dignità ed allo splendore del culto. Rinnovò i vasi dell’altare in argento, e fece fare venticinque patene per le diverse parrocchie della città.

I PAPI DELLE CATACOMBE [8]

 I Papi delle Catacombe [8]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

L’era dei martiri (203-213).

L’inferno stava per fare un potente ed ultimo sforzo per distruggere il Cristianesimo, stava per insanguinare talmente la Chiesa, che l’ultima persecuzione generale ha preso il nome di “era dei martiri”. Essa ha fatto perire più Cristiani che probabilmente tutte le altre persecuzioni messe insieme, ma, più la battaglia fu terribile, più la vittoria doveva essere brillante: i coraggiosi soldati di questa guerra suprema conquistarono la libertà della Chiesa, e stabilirono definitivamente il Cristianesimo sulla terra. Ci vorrebbe qui un volume intero per raccontare i principali dettagli di questa lotta magnifica; ci vorrebbero un gran numero di pagine per citare solo gli eroi di cui gli annali della Chiesa hanno conservato i nomi; dobbiamo qui rinunciare a questo racconto che presenta tanto fascino ed attrattive, e ci contenteremo qui di tracciare un quadro generale della persecuzione. Erano tre secoli che Nostro Signore Gesù-Cristo era sceso sulla terra, ed il Vangelo era professato da milioni di fedeli che avevano acquisito il diritto di elevare dei templi al vero Dio, e che si trovavano dappertutto, nelle armate, nella magistratura, nel senato, nei palazzi stessi dell’imperatore, e fin sul cammino del trono. Prisca, la prima moglie di Diocleziano, e Valeria, sua figlia, passavano per Cristiane. Diocleziano stesso non si era dedicato a perseguitare il Cristianesimo; già oberato dal potere, egli esitava a ricominciare una lotta di cui non poteva prevedere il termine. Ma Massimiano era di tutt’altra disposizione, ed il cesare Galero, che Diocleziano aveva associato all’impero, come d’altra  parte Costanzo Cloro, padre di Costantino, portava ai Cristiani un odio implacabile. Verso la fine dell’anno 302, siccome Diocleziano si trovava a Nicomedia, Galero lo sollecitò vivamente. Il vecchio imperatore all’inizio resistette: « Era pericoloso, egli diceva, turbare ancora una volta il riposo del mondo, e versare flutti di sangue. I supplizi, da allora, non sarebbero avvenuti, poiché i Cristiani non chiedevano che di morire. » Si radunò un consiglio di magistrati e di ufficiali di guerra. I consiglieri che temevano tutta la collera di Galerio, si pronunciarono per la persecuzione. Diocleziano ancora esitava; egli inviò a consultare a Mileto l’oracolo di Apollo. Apollo rispose « … che i giusti sparsi sulla terra gli impedivano di dire la verità. » La pitonessa rimaneva muta, i sacerdoti dicevano che i giusti erano i Cristiani. Diocleziano non esitò più, ed il 23 febbraio comparve il decreto di sterminio. « Le chiese saranno abbattute, vi si leggeva, ed i libri santi bruciati; i Cristiani saranno privati di tutti gli onori, di tutte le dignità, e condannati al supplizio senza distinzione di ordine né di rango: essi potranno essere perseguitati davanti ai tribunali e non saranno ammessi a perseguire nessuno nemmeno per reclamare un furto, per riparare ad ingiurie o adulterio. Gli affrancati Cristiani ritorneranno schiavi. » In una parola i Cristiani erano messi fuori dalla legge; un editto particolare colpiva i Vescovi, ordinava di metterli ai ferri e forzarli all’abiura. La lotta fu atroce da parte dei carnefici; i Cristiani mostravano un coraggio intrepido, e si lasciavano sgozzare come agnelli. I Galli soltanto, tra cui comandava Costanzo Clorio, furono risparmiati; dappertutto allora le chiese crollavano sotto le mani dei soldati; i magistrati stabilivano i loro tribunali nei templi o nei pressi delle statue dei falsi dei, e forzavano la moltitudine a sacrificare; chiunque si rifiutasse di adorare gli dei era condannato e dato ai carnefici; le prigioni rigurgitavano di vittime; i sentieri erano coperti da truppe di uomini mutilati che venivano inviati a morire in fondo alle miniere o nei cantieri pubblici. Le fruste, i cavalletti, le unghie di ferro, la croce, le bestie feroci, laceravano teneri fanciulli con le loro madri. Qui si sospendevano per i piedi donne nude a dei pali, e le si lascia spirare in questo supplizio vergognoso e crudele; là, si legavano le membra dei martiri ad alberi avvicinati con la forza; gli alberi, raddrizzandosi portavano via brandelli della vittima. Ogni provincia aveva un particolare supplizio: il fuoco lento in Mesopotamia, la ruota nel Ponto, l’ascia in Arabia, il piombo fuso in Cappadocia. Spesso in mezzo ai tormenti, si leniva la sete del confessore, gettandogli dei getti di acqua in viso, per paura che l’ardore della febbre ne accelerasse la morte. Talvolta, stanchi di bruciare separatamente i corpi, i pagani li precipitavano in massa nei roghi; le ossa delle vittime, ridotte in cenere, erano disperse al vento. [Chateaubriand, Études historiques; l’abbé Darras, Histoire de l’Église]. Non c’era mai stata certamente alcuna religione così perseguitata e che avesse resistito a tali e numerosi supplizi, ed i Cristiani non erano accusati di altri crimini se non di rifiutarsi di adorare i falsi dei ed obbedire su questo punto agli imperatori. È impossibile, riflettendo su di un fatto così strabiliante, non riconoscere la divinità del Cristianesimo. Diversi Papi, centinaia di Vescovi, migliaia di Cristiani perirono nella decima persecuzione, ed è nella più grande debolezza dell’età e del sesso, che brillò soprattutto la forza divina che sosteneva i martiri. Due esempi tra gli altri sono sufficienti per darne un’idea. – C’era a Roma una giovane vergine di appena quattordici anni, di meravigliosa bellezza, che la rendevano ricercata per il matrimonio da parte di molti giovani romani delle famiglie più illustri dell’impero. Ella rifiutò tutti i partiti. Irritati da questa ingiuria, alcuni dei suoi pretendenti la denunciarono; essi si lusingavano del fatto che la costanza della giovane vergine non reggesse alla minaccia dei tormenti. Agnese, questo era il suo nome, respinse le promesse più seducenti dei suoi giudici; ella non fece attenzione alcuna alle loro minacce. Si portarono gli artigli di ferro, i cavalletti, tutti gli strumenti di tortura e si accese un grande fuoco. Agnese assistette a questi spaventosi preparativi senza mostrare alcuna emozione. La si trascinò dinanzi agli idoli per forzarla ad offrir loro incenso; ella non alzò la mano se non per farsi il segno della croce. Il giudice, stupito da tale costanza, ebbe un’ispirazione degna dell’inferno: minacciò la santa di mandarla in un luogo di dissolutezza, ove sarebbe stata esposta agli insulti dei libertini:  «Gesù-Cristo, rispose dolcemente Agnese, è troppo geloso della purezza delle sue spose per soffrire che tale virtù venga strappata; Egli ne è il guardiano ed il protettore. Voi potete spargere il mio sangue, ma non è in vostro potere profanare il mio corpo. » Il giudice fu talmente preso dalla collera per questa risposta, che mise in atto la sua minaccia. Ma i giovani libertini accorsi per oltraggiare la casta giovane, furono colpiti da tal rispetto alla sua vista, che restarono impietriti. Uno di essi, che si mostrava il più insolente, fu tutto ad un colpo gettato a terra mezzo morto e privo di vista. I suoi compagni, spaventati lo rialzarono e supplicarono la santa di aver pietà di lui. Agnese pregò ed il malcapitato recuperò subito la vista e la salute. Queste meraviglie, non fecero che irritare ancor più i nemici della santa, ed il giudice la condannò ad essere decapitata. La vista del carnefice riempì di gioia Agnese; ella andò al supplizio come ad una festa; rispose ancora una volta, agli ultimi tentativi che si facevano per convincerla, che ella non avrebbe mai tradito il suo Sposo celeste; pregò, abbassò la testa e ricevette il colpo che doveva colmare tutti i suoi desideri.  – Ad Antiochia, si conduce nella sala degli interrogatori, Barallah, un bambino di sette anni: « Bisogna adorare più dei o uno solo? » gli domanda il governatore. Il bambino sorride e risponde: « Non c’è che un solo Dio, e Gesù-Cristo è il Figlio suo. – Chi ti ha istruito così, piccolo empio? Riprende il prefetto. – È mia madre, dice il bambino, che mi ha insegnato queste verità, ed è Dio che le ha insegnate a mia madre. » Viene chiamata allora la madre. Due aguzzini spogliano il piccolo confessore dei suoi vestiti, lo sospendono in aria e colpi di frusta tagliano in mille parti la sua carne innocente. Ogni volta che l’impietoso osa colpire questa tenera vittima, ne resta coperto di nuovo sangue. Tutti gli astanti si sciolgono in lacrime; gli stessi carnefici colpiscono piangendo. Tuttavia il povero bambino si sente come bruciato da rigore dei tormenti: « Ho sete! Grida, datemi un poco d’acqua. » Ma sua madre, in cui la grazia trionfa sulla natura, lo guarda con aria severa, poi gli dice: « Ben presto figlio mio, tu giungerai alla fonte di acque vive. » Il bambino non sogna che il cielo. Il giudice lo condanna ad avere la testa tagliata. La madre di Barallah lo conduce ella stessa, nelle sue braccia, al luogo del supplizio. Ella lo bacia teneramente, si raccomanda alle sue preghiere, lo affida all’esecutore e stende il suo velo per ricevere la testa del giovane martire. [L’abbé Leroy, le Règne de Dieu]. L’inferno era vinto! Diocleziano, minacciato di morte da Galero, aveva abdicato; si ritirò a Salone, ove visse divorato dai rimorsi, non dormiva più, non mangiava più; prima di spirare vomitò la sua lingua rosa dai vermi. Sua moglie Prisca e sua figlia Valeria, che non avevano avuto il coraggio di confessare la loro fede, furono decapitate: i loro corpi furono gettati in mare. Massimiano Ercole era stato costretto ad abdicare; volle riprendere il potere, ma fu sconfitto. Egli fuggì allora presso Costantino, successo tra i Galli a suo padre Costanzo Cloro, e complottò per disfarsi di questo principe. Il complotto fu scoperto, e Massimiano si vide costretto a strangolarsi con le proprie mani. Infine la mano di Dio si appesantì su Galero. Un’ulcera spaventosa rose la parte inferiore del suo corpo, facendo fuoriuscire un sangue nero e corrotto, vermi che si replicavano incessantemente, ed un odore insopportabile. Domato dai dolori atroci che lo affliggevano, riconobbe infine la mano che lo colpiva, ed il terrore gli fece firmare un editto che era una eclatante dimostrazione dell’impotenza dell’uomo a distruggere ciò che Dio ha stabilito; eccone il testo: « L’imperatore Cesare, Galerio, Valerio Massimiano, invincibile, augusto, sovrano pontefice, grande Germanico, grande Egiziano, gran sarmatico, tebaico, Persiano, Carpico, armeno., medio, adiabenico, l’anno ventesimo della sua potenza tribuna, diciannovesimo anno del suo impero, console per la diciottesima volta, padre della patria, proconsole, agli abitanti delle sue provincie: salute. –  Tra le cure continue che prendiamo degli interessi pubblici, noi abbiamo cercato dapprima di far rivivere i costumi degli antichi romani, ed a riportare i Cristiani alla religione degli ancestri che essi hanno abbandonato. Subendo una influenza nuova, essi avevano abbandonato le massime dei loro padri, e formavano delle assemblee per un nuovo culto. In seguito alle nostre ordinanze, molti tra loro sono morti con supplizi diversi. tuttavia, poiché vediamo che restano perseveranti nei loro sentimenti e rifiutano di servire gli dei, per quanto non abbiano la libertà di adorare il Dio dei Cristiani, confidando nella nostra clemenza e questa bontà naturale che ci fatto sempre propendere dal lato dell’indulgenza, abbiamo creduto dover estendere anche ad essi la nostra paterna misericordia. Essi potranno dunque professare liberamente la loro religione. E ristabilire i luoghi delle loro assemblee, sottomettendosi alle leggi dell’impero. Noi faremo sapere ai magistrati, con altro decreto, la condotta che dovranno tenere. In virtù di queste grazie che noi accordiamo loro, i Cristiani saranno tenuti a pregare il loro Dio per la nostra salute, per la salvezza della repubblica, affinché l’impero prosperi in ogni parte, e possano essi stessi vivere in sicurezza e pace. » L’invincibile augusto e sommo Galero, non raccolse alcun frutto da questo pentimento forzato e da questa clemenza ipocrita: egli morì come Antioco, dopo aver vissuto come lui (311 dell’era cristiana). Costantino stava per diventare l’unico padrone del mondo, e la croce del Dio dei Cristiani stava per brillare sugli stendardi dell’impero.

IV

Le Eresie.

La sanguinosa persecuzione non fu però per la Chiesa l’unico pericolo che ebbe a correre nei primi secoli della sua esistenza. Dai tempi degli Apostoli, l’eresia aveva tentato di alterare la purezza della fede; essa fece nuovi sforzi durante i due secoli dei quali tracciamo rapidamente la storia, e non poco contribuì alle defezioni che vennero ad affliggere i fedeli durante le persecuzioni, poiché forniva ai pagani dei pretesti per accusare i Cristiani di cattivi costumi e di colpevoli pratiche. Ma Dio, che al furore dei pagani opponeva la costanza dei martiri, oppose anche alla perfidia dell’errore, la scienza e l’energia degli apologisti e dei dottori, che formarono come una seconda corona intorno alla testa gloriosa della Chiesa. – Quando cominciò la predicazione evangelica, l’idolatria, diffusa in tutto il mondo come culto, non era più che una forma simbolica per i filosofi; si lasciava la forma al volgare, e si cercava la scienza che doveva essere nascosta sotto i simboli. Una celebre scuola, fondata ad Alessandria d’Egitto, raccoglieva le tradizioni di Occidente e d’Oriente. Essa fede un miscuglio tra le dottrine filosofiche dei Greci e delle credenze dell’Asia, e da qui uscì ciò che si chiamò la conoscenza per eccellenza, o la “gnosi”, donde il nome di gnostici dati ai settari di queste dottrine. Gli gnostici facevano tutto emanare dall’intelligenza eterna; ma non vi erano emanazioni immediate se non quelle intelligenze; era una intelligenza inferiore, un demiurgo, come dicevano, che aveva creato la materia. Sotto il regno di Adriano, Valentino aggiunse alle antiche fantasticherie, nuove favole, e tentò di fare entrare il Cristianesimo nel suo sistema, spiegando i misteri a suo modo. Secondo lui il principio dell’essere abitava delle profondità inaccessibili con il suo pensiero; la profondità ed il pensiero, generano l’intelligenza e la verità, ciò che formò in tutto quattro esseri primitivi o eoni; era una tetrade che rimpiazzava la Trinità. L’intelligenza e la verità produssero il Logos o Verbo, e Zoé o la vita che a loro volta produssero l’Antropos o uomo, e la Chiesa. Questo formava gli otto eoni superiori che, padri di altri ventidue, formavano con questi il Pleroma o la pienezza. Gli ultimi eoni, produssero a loro volta, tre essenze: la “pneumatica” o spirituale, la “psichica” o animale, e l’”hylica”, o materiale, che costituivano il genere umano. La classe degli uomini pneumatici o spirituali comprendeva gli gnostici; gli psichici, partecipavano dello spirito e della materia; gli hylici formano una razza infima che vive una vita terrestre e soggetta ai sensi. Gli psichici avevano avuto bisogno di una redenzione, ed era l’ “eone” Gesù che, per riscattarli, si era incarnato nel Figlio di Maria; ma Egli si era ritirato al momento della passione, di modo che non c’era che il Cristo-materiale a soffrire. Così il Cristianesimo era capovolto da cima a fondo, gli hylici erano votati ad una morte eterna dall’imperfezione stessa della loro sostanza; ma gli gnostici erano impeccabili; la loro anima non poteva essere toccata da alcuna corruzione, di modo che, per essi, tutte le azioni divenivano indifferenti, ed essi potevano impunemente darsi a tutti i disordini. Era la distruzione di ogni morale e di ogni società; era, in altri termini, la riabilitazione della carne, tanto vantata ai giorni nostri; concezioni mostruose che produrrebbero in una generazione, l’annientamento del genere umano, se fossero completamente realizzate. Ma, se queste teorie hanno ancora una seduzione ai giorni nostri, in pieno Cristianesimo, immaginarsi quali devastazioni potevano fare in mezzo alle corruzioni del paganesimo, e come importasse che la Chiesa le combattesse vigorosamente. Il Cristianesimo, impedendo l’invasione dello gnosticismo, ha certamente reso uno dei più gradi servizi all’umanità [che purtroppo oggi rivive propagato dalle sette massoniche e dal modernismo anticristiano della setta del “Novus Ordo” -ndr. -]. Non è qui il caso di confutare tutte queste pericolose assurdità, che non possono trovare credito che in certe teste disordinate, o in costumi corrotti. È necessario solo sottolineare con quale nettezza, con quale verità la dottrina cristiana esponga tutte queste questioni circa l’origine e il destino dell’uomo: un Dio tre Persone, Creatore dello spirito e della materia, l’uomo creato per gioire del possesso di Dio, il male spiegato con la caduta degli angeli e quella dell’uomo, la riparazione del Figlio di Dio e la santificazione dello Spirito-Santo. Qui, nessuna incoerenza, nulla che porti a conseguenze assurde ed immorali. L’errore conduce direttamente al male, alla distruzione dei corpi ed alla corruzione dell’anima; si sa ciò che fa il Cristianesimo, quante virtù fa brillare sulla terra, quale rispetto manifesta per il corpo umano, e a quale altezza eleva le anime. Verso la metà del secondo secolo, un siro di nome Cerdone, venne a Roma e mescolò agli errori della gnosi, un nuovo errore preso dalle credenze della Persia. Valentino, conservava un principio unico, posto nelle profondità dello spazio; Cerdone insegnò che vi sono due principi uguali e due dei, uno buono e benefico, l’altro giusto e severo; uno invisibile e sconosciuto, l’altro visibile e manifesto; il primo, padre di Gesù-Cristo; il secondo creatore dell’universo; quello autore della grazia, l’altro della legge. Il Papa S. Igino scomunicò Cerdone, e fece tutti i suoi sforzi per premunire i fedeli contro le sue false dottrine. Qualche anno dopo, un certo Marcione, che aveva dapprima condotto una vita edificante, venne a soccombere ad una passione impura, e fu bandito dalla comunione dei fedeli, venne a Roma ove si legò a Cerdone, del quale amplificò gli errori. Egli negava l’incarnazione di Gesù-Cristo e la Resurrezione del corpo. Siccome i disordini degli gnostici allontanavano da essi i Cristiani, egli prese un’altra via ben più perfida per sedurli, e si mise ad esaltare la mortificazione ed il martirio. Così i marcioniti fecero un gran numero di adepti, e la loro setta visse più a lungo di quella di Cerdone; essa fece grande devastazione in Oriente ed in Occidente. Uno degli stessi discepoli di san Giustino, il sacerdote Tatiano, che aveva edificato i suoi fratelli con le sue virtù ed i suoi scritti, si lasciò sedurre dai marcioniti, fino a condannare il matrimonio come un adulterio. Egli si asteneva nello stesso tempo dal mangiare la carne degli animali e dal bere vino,  cosa che face dare ai suoi settari il nome di encratili o temperanti. Così il demonio cercava di prendere le anime che gli sfuggivano con rigori insopportabili, quando non poteva prenderli con l’attrattiva della voluttà: la Chiesa solo sapeva tracciare la vera strada che allontana da ogni degenerazioni, e cammina senza ondeggiare a destra o a sinistra verso gli errori più opposti. Verso la fine del secondo secolo, apparve l’impostore Montano, che fondò una setta di illuminati soggetti a convulsioni di natura straordinaria, facendole passare come il risultato dell’azione divina. Due donne opulente, Priscilla e Massimilla, si lasciarono sedurre da questo epilettico; esse ebbero come lui delle estasi e si misero a profetizzare. Montano si vantava di avere la pienezza dello Spirito-Santo, che gli Apostoli avevano ricevuto solo in parte nel giorno della Pentecoste; egli si presentava come il “paracleto” o il consolatore per eccellenza, e pretendeva di riformare la Chiesa, proibiva le seconde nozze, ma permetteva il divorzio; ordinava tre quaresime all’anno, imponeva ai suoi discepoli dei digiuni straordinari, diffidava dal fuggire durante la persecuzione e non ammetteva quasi nessun peccatore alla penitenza. Aveva pure stabilito il capoluogo della sua eresia in una piccola città di Frigia, da dove si diffuse in Asia ed Africa. I Vescovi si allertarono; un concilio condannò l’eresia, ed il Papa san Sotero confermò la sentenza del Concilio. Montano non si sottomise; si crede che finisse per darsi la morte, e la profetessa Massimilla fece altrettanto. Sembra assai certo che, sotto le apparenze di una austerità rigorosa, i montanisti avevano i costumi più licenziosi. Tertulliano, dopo aver combattuto con tanta eloquenza ed energia il paganesimo e l’eresia di Marcione, si lasciò sedurre dall’apparente austerità dei montanisti che non abbandonò che per formare una setta a parte. Terribile esempio di caduta in cui può condurre l’orgoglio! Tertulliano moriva (verso il 245) nel mentre che compariva una nuova eresia, quella di Sabellius, che negava la Trinità e la distinzione delle Persone divine. Diversi vescovi d’Egitto adottarono i suoi errori, combattuti vivamente da San Dionigi, Vescovo di Alessandria. Questa lotta fu l’occasione di una brillante testimonianza di fede resa al primato della Sede di Roma. Dei fedeli di Alessandria credettero di vedere negli scritti di San Dionigi delle espressioni che sembravano indicare che il Figlio è una creatura e che non è consustanziale al Padre; essi accusarono il Vescovo presso il Papa San Dioniso, che radunò subito un concilio a Roma. – Il Concilio condannò i due opposti errori, quello di Sabellius, che non distingueva le tre Persone, e quello che si attribuiva a Dionigi di Alessandria, che rigettava la consunstanzialità del Verbo. San Dionigi protestò la sua fede nel Verbo consustanziale, spiegò quelle sue parole che lo avevano fatto sospettare di eresia, e si giustificò completamente. Un altro errore eccitò ben presto lo zelo dello stesso Patriarca. Paolo di Samosata, Vescovo di Antiochia, uomo vano ed orgoglioso, insegnò che in Gesù-Cristo vi erano due persone, l’una Figlio di Dio per natura ed eterno, l’altra che non aveva ricevuto il nome di Figlio di Dio, dopo la sua unione con il Verbo, che per abuso di linguaggio. Sabellius era il precursore di Ario; Paolo di Samosata era il precursore di Nestorio. San Dionigi di Alessandria gli scrisse subito per dimostragli quale era la credenza della Chiesa: « Il Verbo si è fatto carne, egli diceva, senza divisione né frazionamento. Non si distinguono in Lui due persone, come se il Verbo abitasse nell’uomo e non gli fosse unito. Come osate definire Gesù-Cristo un uomo distinto dal suo genio, Egli, vero Dio, adorato da tutte le creature con il Padre e lo Spirito-Santo, incarnato nella Vergine Maria, Madre di Dio? » Questo passaggio è notevole poiché mostra la fede della Chiesa nella divina Maternità della Santa Vergine, che il Concilio generale di Efeso doveva rivendicare più tardi contro altri eretici. Paolo di Samosata finì per essere solennemente deposto a causa delle sue opinioni pertinaci nell’errore. – Un’altra eresia che doveva essere ben altre volte e contro la quale la Chiesa doveva combattere ancora nel Medio-Evo, uscì dal profondo della Persia con Manès. Questo eresiarca, padre del manicheismo, era nato in condizione servile: egli voleva accordare il Cristianesimo con la credenza ai due princîpi uguali, che si trova nel fondo della religione di Zoroastro, e farsi capo di una nuova setta. Egli colpiva le moltitudini per la singolarità del suo costume, più che per la bizzarria della sua dottrina; portava degli stivali molto alti per far apparire la sua statura più elevata; si avvolgeva in un mantello variopinto, ampio e fluttuante, che dava al suo incedere un certo apparente aspetto aereo; teneva in mano un gran bastone di ebano al quale si appoggiava nel camminare, e sotto il braccio un libro scritto con caratteri babilonesi; infine aveva una gamba avvolta da una stoffa rossa, e l’altra da una stoffa di color verde. Questo ciarlatanismo da solo avrebbe dovuto rivelare l’impostore, ma ci sono sempre immaginazioni malate e cuori viziosi che si lasciano sedure da tutto ciò che non è verità! Manès si fece numerosi partigiani, con i suoi due dii eterni, nati da se stessi, opposti l’uno all’altro, l’uno principe del bene, che egli chiamava “luce”, l’altro principe del male, che egli chiamava tenebre. Secondo lui l’anima era una scintilla di luce, mentre il corpo una particella di tenebre; poi venivano le emanazioni e gli eoni gnostici … ; il manicheismo fu proscritto pure dagli imperatori pagani e, poiché non era la verità, fu infine vinto. Il re di Persia, fece prendere Manès, che fu scorticato vivo con una punta di canna, ed il cui corpo fu abbandonato ai cani ed agli uccelli predatori. I partigiani dell’errore non si moltiplicarono con tanta rapidità come i difensori della verità. Si è già citato qualcuno di questi apologisti e dottori che rivendicavano la vera fede contro tutti gli attacchi della filosofia pagana e le assurde immaginazioni degli eretici. I loro nomi splendono con luce non meno brillante dei martiri, di cui la maggior parte condivisero battaglie e trionfi. San Ignazio, san Policarpo, san Papia, san Dionigi l’Aeropagita, san Quadrato, san Giustino, san Dionigi di Corinto, san Ireneo, Apollinare, Clemente Alessandrino nel secondo secolo, e nel terzo secolo Origene, Tertulliano, Minucio Felice, san Cipriano, san Dionigi di Alessandria, san Gregorio Taumaturgo, Arnobio, etc.: ecco dei nomi davanti ai quali impallidivano gli eresiarchi ed i filosofi pagani degli stessi tempi. Attaccati su tutti i punti nei suoi dogmi, nella sua disciplina, nella sua morale, nel suo culto, la Chiesa si difendeva su ogni punto. Essa spegneva la persecuzione nei flutti del proprio sangue, e faceva fuggire l’eresia davanti ai torrenti di luce diffusi dai suoi dottori; essa si trovava veramente alla testa dell’umanità, che andava conquistando l’impero del suo capo e suo Re, l’Uomo-Dio, Gesù-Cristo, il Figlio di Dio ed il vero Re dell’uomo …

I PAPI DELLE CATACOMBE (7)

I Papi delle Catacombe [7]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

Ottava persecuzione (257).

La Chiesa aveva avuto appena il tempo di respirare, quando l’imperatore Valeriano, che regnava dal 253, e che aveva inizialmente risparmiato i Cristiani, firmò un nuovo editto di persecuzione. Il Papa Stefano fu portato davanti all’imperatore: « Sei tu, dice Valeriano, che cerchi di rovesciare la repubblica e che persuadi il popolo ad abbandonare il culto degli dei? – Io non cerco di rovesciare la repubblica, risponde Stefano, ma esorto il popolo ad abbandonare il culto dei demoni che si adorano negli idoli, e riconoscere il vero Dio, e Colui che lo ha inviato, Nostro Signore Gesù-Cristo. » Santo Stefano Papa ebbe la testa mozzata! San Sisto, successore di Santo Stefano, non doveva tardare molto a raggiungerlo in cielo. L’anno seguente, il 6 agosto 258, mentre celebrava i santi misteri al cimitero di Callisto, dei soldati lo arrestarono e lo condussero al supplizio. Lorenzo, l’arcidiacono della Chiesa di Roma, lo seguiva piangendo: « Dove andate, padre mio, senza vostro figlio? – diceva – dove andate, santo Pontefice, senza il vostro diacono? Voi non avete l’usanza di offrire il sacrificio senza ministro; permettete che io aggiunga il mio sacrificio al vostro. – Io non vi abbandono, figlio mio – gli rispondeva il venerabile vegliardo, ma il cielo vi riserva per un combattimento più grave; voi mi seguirete tra tre giorni. » E lo incaricò sul campo di distribuire ai poveri i tesori della Chiesa di cui era depositario, per paura che i pagani se ne impossessassero. I soldati tagliarono la testa a Sisto. – Lorenzo, tutto pieno di gioia nella prospettiva di un prossimo martirio, si occupò subito di seguire le raccomandazioni del Pontefice. La Chiesa romana aveva al tempo delle ricchezze considerevoli, frutto delle elemosine e dei doni dei fedeli; esse venivano impiegate per sostenere i suoi ministri, per alleviare le vedove, gli orfani ed i poveri e ad inviare abbondanti elemosine alle altre chiese che potevano averne bisogno; le sue ricchezze erano veramente il patrimonio dei poveri e dei bisognosi. I pagani lo sapevano, e queste ricchezze eccitavano la loro cupidigia. Il prefetto di Roma fa venire Lorenzo e gli dice: « Io non vi convoco per inviarvi al supplizio, io voglio domandarvi una cosa che dipende da voi. Si dice che voi abbiate dei vasi d’oro e d’argento ed una grande quantità di denaro: l’imperatore chiede tutto questo, rendetelo a noi. – È vero, risponde Lorenzo, che la nostra chiesa è ricca, e lo stesso imperatore non ha tanti grandi tesori. Io vi farò vedere ciò che essa ha di più prezioso; datemi soltanto qualche tempo per mettermi in ordine, redigere il punto della situazione e fare il calcolo. » Il prefetto gli accordò tre giorni. Lorenzo percorse tutta la città per cercare i poveri che la Chiesa sosteneva con le sue elemosine; egli raccolse tutti i malati, zoppi, ciechi, lebbrosi. paralitici, malati coperti di ulcere, e li radunò n un vasto cortile; poi andò a trovare il prefetto e lo pregò di venire a vedere i tesori di cui aveva parlato: « Voi vedrete, egli diceva, un grande cortile pieno di vasi preziosi e di lingotti d’oro ammassati sotto le gallerie. » L’uomo di Dio voleva colpire questo pagano con un grande spettacolo, e fargli comprendere quanto le ricchezze della terra siano disprezzabili: « L’oro che voi desiderate, gli dice, non è che un metallo senza valore, ed è la causa di tanti crimini. Il vero oro è la luce del cielo di cui godono questi poveri, presenti davanti ai vostri occhi. Essi trovano nelle loro infermità e nelle loro sofferenze, sopportate pazientemente, i più preziosi benefici; voi vedete nelle loro persone i tesori che io ho promesso di mostrarvi. Vi aggiungo le perle e le pietre preziose della Chiesa, le vedove e le vergini consacrate a Dio: è la corona della Chiesa. Godete di queste ricchezze per Roma, per l’imperatore e per voi stesso. » Il prefetto, per tutta risposta, fece approntare una immensa graticola di ferro, sotto la quale si misero dei carboni ardenti. Si spogliò il generoso diacono dei suoi vestiti, e lo si legò su questa graticola, aumentando gradualmente l’intensità del calore. Lorenzo conservò un viso sereno e tranquillo; il suo pensiero era a cielo, la sofferenza sembrava non sfiorarlo. Dopo essere rimasto per un certo tempo esposto a questo atroce supplizio, egli dice dolcemente al tiranno: « Ora fatemi rigirare, perché da questo lato mi sono già arrostito! » I carnefici allora lo rigirarono effettivamente. Dopo un poco di tempo aggiunse: « Ora la mia carne è ben cotta, potete pure mangiarla. » Il prefetto non rispose a questo meraviglioso coraggio se non con insulti. Tuttavia il martire pregava con fervore, chiedeva a Dio la conversione di Roma, e pregava Gesù-Cristo di accordare questa grazia ai santi Apostoli Pietro e Paolo, che vi avevano piantato la croce bagnandola con il proprio sangue. Finita la preghiera, levò gli occhi al cielo e rese lo spirito, martire della fede e della carità … Lo stesso anno vide il martirio di San Cipriano, vescovo di Cartagine, una delle luci più brillanti della Chiesa. Il proconsole Galero lo cita davanti al suo tribunale: « Tu sei Tascio Cipriano – gli dice – Si, io lo sono. – Sei tu il capo dei Cristiani? – Si, sono io! – Sacrifica dunque agli dei. – Io non posso. – Riflettete, dice il proconsole; in una giusta cosa – replica Cipriano – ho ben riflettuto; eseguite gli ordini di cui siete incaricato. » Galero delibera con il suo consiglio, e di seguito dice: « Tu sei vissuto senza pietà; ha trascinato una moltitudine di persone al tuo culto, noi ti condanniamo ad essere decapitato. – Dio sia benedetto! » esclama il generoso Vescovo. Allora i Cristiani che erano intorno al tribunale, urlano: « Che ci si faccia morire con lui! » Ne segue una scena tumultuosa, ed il proconsole, temendo una sedizione, ordina di portare Cipriano fuori dalla città; molti cristiani lo accompagnano. Quando Cipriano giunge sul luogo dell’esecuzione, mette le ginocchia a terra e prega per un po’ di tempo; poi si toglie il mantello, si spoglia della sua dalmatica, o veste di sopra, rimanendo con una semplice tunica di lino. Si benda da se stesso gli occhi; un sacerdote ed un diacono che l’accompagnano gli legano le mani. Egli fa dare venticinque monete d’oro all’esecutore, e presenta la sua testa al carnefice, che la taglia con un colpo solo. I Cristiani raccolgono il suo sangue in stoffe di lino e di seta. Galero muore solo qualche giorno dopo. Si potrebbero raccontare tutti questi gloriosi combattimenti che illustrarono la Chiesa in tutte le provincie dell’impero, ma necessiterebbe uno spazio enorme. A Cirto, in Numidia, vi fu una strage di Cristiani,; in Spagna, San Fruttuoso, Vescovo di Tarragona, fu martirizzato con due dei suoi diaconi; ad Antiochia, un sacerdote, di nome Sapricio, che aveva in odio un cristiano chiamato Niceforo, apostatò vigliaccamente, malgrado le esortazioni di questo cristiano che gli chiedeva perdono, e che ricevette al suo posto la corona del martirio; a Cesarea, in Palestina, tre amici, Prisco, Malco ed Alessandro andarono insieme al cielo, dopo essere stato esposti alle bestie feroci; a Melitene, in Armenia, un ufficiale delle truppe dell’impero, Polieucto, che ha ispirato una tragedia così bella al poeta Corneille, confessò strenuamente la sua fede, malgrado le preghiere e le lacrime di Paolina, sua sposa, e dei suoi figli. Citiamo ancora San Romano, soldato, che San Lorenzo aveva convertito; la vergine Santa Eugenia, che era la maestra di diverse altre vergini consacrate a Dio; i santi detti della “massa bianca” a Utica che, in numero di centocinquantatré, furono precipitati in una fornace di calce, e le cui ossa, mescolate alla calce, formarono una massa bianca, da cui il nome designante, etc. etc. Ma il castigo di tanta crudeltà non tardò a raggiungere Valeriano. Mentre la peste devastava ancora una volta le grandi città dell’impero, i barbari invasero le frontiere, penetrando fin nel cuore delle più belle province e, in Oriente, i Persiani, sotto la guida di Sàpore, minacciavano l’Asia minore. Valeriano partì alla testa di un’armata per respingere il nemico, ma fu sconfitto e fatto prigioniero. Sàpore lo trascinò dappertutto, carico di catene, per renderlo testimone della devastazione delle più fertili contrade dei suoi stati; e quando il superbo vincitore voleva salire a cavallo, gli faceva un segno, e l’imperatore romano curvava il dorso affinché le sue spalle, ricoperte di porpora romana, servissero da sgabello al barbaro monarca. Questo supplizio durò tre anni. Quando Valeriano morì, si scorticò il suo cadavere, se ne conciò la pelle, la si tinse di rosso, e restò così sospesa per diversi secoli alle volte del tempio principale della Persia. Tuttavia Gallieno, figlio di Valeriano, si dispiacque ben poco della sorte del padre e, quando apprese della sua morte, si contentò di dire: « Lo sapevo che mio padre era mortale! »

Nona persecuzione (274)

Alla morte di Gallieno, trenta tiranni si disputarono l’impero. Aureliano finì per restare l’unico padrone nel 270; egli ristabilì la tranquillità, respinse i barbari, vinse Zenobia, regina di Palmira, e regnò gloriosamente, ma egli attribuì i suoi trionfi ai suoi falsi dei, e volle acquisire un’ultima gloria, quella di distruggere una religione che i suoi predecessori avevano invano proscritto. Dio non gli lasciò che più di otto mesi di regno. Un prima volta, un fulmine cadendo ai suoi fianchi, nel momento in cui stava firmando l’editto di proscrizione, aveva arrestato la sua mano; ma egli non ignorò questo avvertimento, e corse verso la sua fine. Il Papa San Felice fu uno delle sue vittime; la morte di Aureliano, ucciso da uno dei suoi ufficiali, non fece che rallentare la persecuzione, ma non la fece cessare completamente, e si contano ancora numerosi martiri fino alla fine del terzo secolo, benché non vi fosse stato un nuovo editto imperiale. Si cita, tra questi illustri confessori della fede, san Genesio, commediante che si convertì nel corso di una parodia teatrale delle cerimonie del Battesimo; san Maurizio ed i suoi compagni, tutti soldati di una legione chiamata Tebana, che si lasciarono sgozzare nel Valais  piuttosto che sacrificare ai falsi dei; San Crespino e San Crespiniano, nobili romani che furono martirizzati a Soissons; San Quintino, cittadino romano di famiglia senatoriale, che ha dato il suo nome ad una delle più fiorenti città della Francia; San Firmino, primo vescovo di Amiens; San Luciano, primo vescovo di Beauvais; San Vincenzo, in Spagna, i due Papi, San Sotero e San Caio, e soprattutto San Sebastiano, il cui martirio è rimasto celebre nella Chiesa. Gli imperatori si erano succeduti rapidamente dopo Galliano, ed i flagelli si succedevano ancor più rapidamente. Nel  284, Diocleziano salì al trono; gli si aggiunse, come pari, Massimino Ercole; l’ordine si ristabilì, ma non la pace della Chiesa. Sebastiano, originario di Narbonne nella Gallia, era capitano di una compagnia di guardie pretoriane: pieno di zelo per la fede, egli visitava i Cristiani prigionieri, incoraggiava i deboli, ed aveva convertito un gran numero di pagani che ebbe la ventura di condurre in seguito in cielo per la via del martirio. Lo stesso prefetto di Roma, di nome Cromazio, si convertì con tutta la famiglia, i suoi servi ed i suoi schiavi, in numero di millequattrocento persone. La sua casa era diventata come un tempio, ove il Papa Caio celebrava i divini misteri. Questi progressi del Cristianesimo allarmarono Massiminiano Ercole. Per evitare la persecuzione, Cromazio si rifugiò in campagna con una parte della sua casa, mentre il resto rimase a Roma con il Papa; tra questi ultimi si trovava Tiburzio, figlio di Cromazio; Sebastiano non aveva abbandonato il suo posto. La persecuzione scoppiò. Santa Zoé, pia dama convertita da San Sebastiano, fu arrestata per prima, nel momento in cui pregava sulla tomba di San Pietro e di San Paolo, il giorno della loro festa; la si sospese per i piedi sopra un fuoco il cui fumo la soffocò. Altri sei cristiani, tra i quali era Nicostrato, sposo di Zoé, furono gettati in mare dopo essere stati torturati; altri furono lapidati, altri inchiodati con i piedi a dei pali ed uccisi a colpi di lancia. Tiburzio, tradito da una spia, disse ai suoi giudici: « Come! Perché rifiuto di adorare una prostituta nella persona di Venere, l’incestuoso Giove, un ingannatore come Mercurio e Saturno, assassino dei suoi figli, io disonoro la mia razza, e sono un infame! » Per tutta risposta, gli si tagliò la testa. Sebastiano che aveva mandato tanti Martiri in cielo, sospirava il momento in cui si sarebbe riunito a loro. I suoi voti non tardarono ad essere esauditi. Egli fu denunciato a Diocleziano che allora si trovava a Roma; l’imperatore rimproverò al capitano delle guardie la sua ingratitudine; egli lo accusò di tradimento, perché avrebbe usato, contro il suo governo, l’autorità che gli dava il suo grado: « Io non ho mai cessato di essere fedele al mio dovere, rispose Sebastiano, né di fare voti per la salvezza del principe e dell’impero; ma io ho da lungo tempo riconosciuto che è follia adorare gli dei di pietra e di legno, ed ho rivolto le mie preghiere al vero Dio che è nei cieli, e al suo Figlio Gesù-Cristo. » Diocleziano, irritato dal generoso ardimento del confessore, fece venire una compagnia di arcieri di Mauritania che servivano tra le sue guardie, Si spogliò Sebastiano dei suoi vestiti; gli arcieri lo trafissero con le frecce e lo lasciarono morto sulla piazza. La pia vedova di un martire, venne di notte per prenderne il corpo. Poiché comprese che il santo ancora respirava, lo trasportò nella sua casa, nello stesso palazzo dell’imperatore, e dopo qualche giorno, Diocleziano vide con stupore, in mezzo alle guardie schierate al suo passaggio, sulla scala d’onore, colui che credeva morto sotto i colpi dei suoi arcieri. Furioso lo fece subito condurre nell’ippodromo del palazzo, ove Sebastiano fu finito a colpi di bastone. Il suo corpo fu gettato in una fogna, dalla quale poi i Cristiani lo estrassero. Questo avvenne tra il 19 ed il 20 di gennaio del 288.

I PAPI DELLE CATACOMBE (6)

I Papi delle Catacombe [6]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

Sesta persecuzione (anno 235).

Caracalla, che regnò dal 211 al 217, fu un mostro degno di sedere sui troni dei vari  Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo. Egli uccise suo padre; si sbarazzò di suo fratello Géta, sotto gli occhi della loro comune madre; fece mettere a morte tutti coloro che a Roma rappresentavano i cittadini più raccomandabili. Gli alessandrini si erano permessi qualche battuta scherzosa sulla sua persona, ed egli fece mettere il villaggio al saccheggio. Imitatore di Alessandro il Grande, fece avvelenare uno delle sue favorite per piangere come Alessandro aveva pianto Efestione. Macrino, prefetto del pretorio, sbarazzò l’impero romano di questo flagello che non aveva risparmiato i Cristiani più degli altri, ma che tuttavia li fece respirare un poco. Macrino non gioì che di qualche mese del frutto del suo crimine: i soldati infatti proclamarono imperatore un pronipote di Settimo Severo, chiamato Eliogabalo, nuovo mostro che sembrò essersi proposto di sorpassare tutti i suoi predecessori in fatto di stravaganze, scelleratezze e crudeltà. Il palazzo imperiale non fu che un luogo di nefandezze; il prefetto del pretorio era un buffone; commedianti, cocchieri divenivano consoli e senatori. Eliogabalo creò anche un senato di donne per decidere delle mode. Ecco a quali padroni si affidavano questi fieri romani che non volevano riconoscere il solo vero Dio. Il Papa San Callisto I, che aveva ingrandito considerevolmente il cimitero conosciuto con il suo nome, fu una delle vittime di Eliogabalo. Messo in prigione, ebbe a soffrire tutti gli orrori della fame; i suoi carcerieri non gli accordavano un po’ di nutrimento se non per lasciargli la forza di sopportare il supplizio delle verghe, al quale essi lo sottoponevano ogni giorno; infine lo precipitarono dalla finestra della sua prigione in fondo ad un pozzo ove egli trovò la morte. Lo stesso anno (222) finì il regno di Eliogabalo. Questo insensato, che non credeva potesse morire di morte naturale, aveva preparato, per uccidersi, dei cordoni di seta, un pugnale d’oro, dei veleni chiusi in vasi di cristallo e di porfido, ed aveva fatto pavimentare una corte interna di pietre preziose sulla quali contava di precipitarsi dall’alto di una torre. Tante precauzioni furono inutili; egli venne ucciso in una fogna, e la popolazione gettò il suo cadavere nel Tevere. Dopo di lui apparve un imperatore stimabile che regnò dal 222 al 235, era Alessandro Severo, cugino di Eliogabalo, figlio di Mammeo, che si pensa essere stato Cristiano ed allievo di Origene, uno dei più celebri dottori della Chiesa. Questo principe aveva eccellenti disposizioni alla virtù. Aveva un grande amore per la giustizia, ed amava ripetere questa massima cristiana: “Non fate agli altri quello che non volete sia fatto a voi”. Egli lasciò libertà ai Cristiani; li elevò anche agli onori; ne aveva un gran numero nella sua casa, e permise loro di edificare templi al vero Dio, li sostenendoli anche in una circostanza contro le ingiurie di certi teatranti di Roma che reclamavano uno spazio dove i Cristiani avevano costruito una chiesa: « è meglio, disse, che vi sia adorato Dio, in qualunque modo sia, che vedere questo luogo occupato da teatranti. » Ma questo principe non ebbe il coraggio di riconoscere pubblicamente il vero Dio, e mescolò al suo rispetto per Gesù-Cristo, che egli aveva posto tra i suoi dei nel suo larario (cappella domestica), le peggiori superstizioni. Egli avrebbe voluto costruire un tempio a Gesù-Cristo; gli fu impedito, dice il suo storico Lampride, dicendogli che tutti si sarebbero fatti Cristiani, e che gli altri templi sarebbero stati abbandonati se si rendeva un tale onore al Cristo. Non ci sarebbero state persecuzioni a ritardare il trionfo definitivo del Cristianesimo. Alessandro Severo non perseguitò i Cristiani, tuttavia si ebbero dei martiri sotto il suo regno. Le leggi dell’impero erano più forti della sua volontà, anche a Roma e nelle provincie lontane che dipendevano da governatori locali. Alcuni autori collocano il martirio del Papa san Callisto durante i primi giorni del regno di Alessandro. Sette anni dopo ebbe luogo a Roma, il martirio di san Tiburzio, Valeriano e Massimo, e l’anno seguente quello di Santa Cecilia, sposa di Valeriano. I pagani avevano approfittato di un’assenza di Alessandro Severo per eccitare il prefetto della città, Almachio, che era pure lui molto mal disposto verso di loro. Cecilia era di famiglia illustre; benché i suoi genitori fossero idolatri, essa conosceva bene il Cristianesimo; ella ascoltava con la più grande docilità le lezioni del Santo Papa Urbano, ed aveva fatto voto di verginità. Quando i suoi genitori vollero maritarla a Valeriano, giovane pagano di alto lignaggio e di grandi meriti, si trovò in una grande imbarazzo. Infine ella acconsentì; ma quando si trovò sola con il suo sposo, gli dichiarò il voto che aveva fatto e gli parlò con tanta dissuasione che Valeriano andò, in quello stesso giorno, a richiedere il Battesimo a Papa Urbano. I due sposi vissero come fratello e sorella, Valeriano convertì suo fratello Tiburzio, che ebbe la sorte di essere martire insieme a lui. Cecilia seppellì ella stessa i santi corpi dei coraggioso atleti, come quello di Massimo, impiegato di Almachio, che il coraggio dei martiri aveva convertito. Almachio, un po’ spaventato per le conseguenze della sua crudeltà, tentò di indurre Cecilia alla persuasione: gli fece ricordare, dai suoi inviati, che ella doveva avere qualche considerazione per la sua giovinezza, la sua beltà e la sua fortuna: « Morire per il Cristo, rispose la vergine cristiana, non è sacrificare la propria giovinezza, è rinnovarla; è dare come un po’ di fango in cambio di oro; è come cambiare una dimora angusta e vile con un magnifico palazzo; è offrire una cosa deperibile in cambio di un bene immortale. » Ella poi parlò con tanta eloquenza e ardore, che gli ufficiali del prefetto e più di quattrocento persone accorse per ascoltarla, si convertirono e ricevettero il Battesimo. – Almachio non prese più altre iniziative. Ordinò che Cecilia fosse rinchiusa nella sala da bagno della sua casa e che venisse asfissiata da vapori brucianti. La giovane vergine si lasciò condurre con gioia in questa sala, e vi passò il resto del giorno e della notte seguente, senza che i vapori soffocanti che respirava le facessero alcun danno. Almachio, informato del prodigio, inviò un littore con l’ordine di tagliare la testa alla santa. Il littore, dopo tre colpi male assestati, lasciò Cecilia bagnata dal suo sangue e ancora respirante. Una legge proibiva ai carnefici che dopo tre colpi non aveva finito la vittima, di colpirla ancora. Cecilia sopravvisse tre giorni, durante i quali i Cristiani vennero a visitarla e raccolsero in dei panni il sangue che colava dalle sue ferite. Furono tre giorni di predicazione. Anche il Papa Urbano venne a sua volta; la santa gli disse:« Padre, io ho chiesto al Signore questo ritardo di tre giorni per rimettere nelle mani della vostra beatitudine il mio ultimo tesoro: sono i poveri che io nutrivo ed ai quali sto per mancare. Io vi affido anche questa casa che abito, affinché sia da voi consacrata come chiesa e diventi un tempio del Signore per sempre. » Dopo queste parole, Cecilia si raccolse in sé ascoltando solo le armonie del cielo, sorda a tutti i brusii della terra. I cieli si aprivano già al suo occhio moribondo, ed un ultimo svenimento annunciò l’avvicinarsi della morte. Essa era distesa sul lato destro, con le ginocchia riunite con modestia. Giunto il momento supremo, le sue braccia si abbandonarono l’una sull’altra, e come se avesse voluto conservare il segreto di questo ultimo sospiro che ella inviava al divino Oggetto del suo unico amore, girò verso terra la sua testa solcata dalla spada, e la sua anima si staccò dolcemente dal suo corpo. La memoria di santa Cecilia è stata grandemente venerata dalla Chiesa, le arti si sono ingegnate con l’intento di celebrarla, e si sa che i musicisti l’hanno adottata come loro patrona perché ella era stata sempre più attenta, durante la sua vita, agli accenti degli Angeli che ai rumori di questo mondo. Il Papa Sant’Urbano la seguì ben presto; il prefetto Almachio lo fece morire un mese dopo. Alessandro Severo morì assassinato in una sedizione eccitata da Massimino, che gli successe. Il regno di Massimino non durò che tre anni (dal 235 al 238), e si segnalò per una violenta persecuzione contro la Chiesa. I due Papi, san Ponziano e San Antero furono martirizzati. Massimino era un uomo di grande taglia e di una straordinaria voracità, ma ci si stancò ben presto di lui, il senato pronunciò la sentenza di decadenza mentre era lontano da Roma. A questa notizia, Massimino entrò in un pauroso eccesso di furore: correva di qua e di la, lacerando i suoi abiti e rotolandosi per terra. Marciò di gran lena sull’Italia e mise la sua sede nei pressi di Aquileia. Ma scoppiò una sedizione generale nel suo campo; fu così ucciso. Quando a Roma si apprese della morte del tiranno, il popolo che era a teatro, si alzò con movimento unanime e corse ai templi a rendere grazie agli dei.

Settima persecuzione (250).

 

Al regno di Massimino, successe l’anarchia. Cinque imperatori sparirono in dieci anni. Un sesto, di nome Filippo, regnò cinque anni (244-249). Filippo era Cristiano, ma disonorava la Religione con la sua condotta, e non era degno di far sedere con lui il Cristianesimo su di un trono ove era salito come assassinio. Tuttavia i Cristiani godettero di una certa tranquillità sotto il suo regno, e viene citato un episodio che mostra che la fede nel suo cuore non era del tutto spenta. Si trovava ad Antiochia, nel 244, il 14 aprile, giorno in cui si celebrava la festa della Pasqua, e si presentò all’assemblea dei fedeli. Ma il vescovo San Babila lo fermò alle porte della chiesa rimproverandogli l’omocidio dell’imperatore Gordiano, suo predecessore, e finì dichiarando che fosse indegno di partecipare ai santi misteri, finché non avesse espiato il suo peccato con la penitenza. Filippo si sottomise, e più tardi si riconciliò con la Chiesa. L’avvento di Decio, che detronizzò Filippo e lo fece sgozzare dai suoi soldati a Verona, fu il segnale di una delle più sanguinose persecuzioni che i Cristiani ebbero a soffrire. – Fortunatamente il suo regno fu breve 249-251). Nel suo editto di proscrizione, Decio dichiarava che, « Benché deciso a trattare tutti i suoi soggetti con clemenza, ne era impedito dalla setta dei Cristiani, che per la loro empietà attiravano la collera degli dei e tutte le calamità sull’impero. Egli ordinò dunque che tutti i Cristiani, senza distinzione di qualità, o rango, di sesso o di età, fossero obbligati a sacrificare nei templi; che tutti coloro che rifiutavano fossero rinchiusi nelle prigioni di stato e sottomessi prima ai supplizi minori, per vincere poco a poco la loro costanza, ed infine, se restassero ostinati, precipitati in fondo al mare, gettati vivi in mezzo alle fiamme, gettati alle fiere, sospesi ad alberi per essere pasto degli uccelli da preda, o mutilati in mille modi con i più crudeli tormenti. » C’era tutta un’arte per condurre all’apostasia mediante la tortura: le spade, la pira, le bestie feroci, le sedie roventi, le tenaglie di ferro, i cavalletti, gli strumenti per ridurre le carni a brandelli o dislocare le ossa, etc. La persecuzione si diffuse in tutto l’impero: il Papa san Fabiano cadde per primo, e ben presto dopo di lui, san Babila di Antiochia, san Saturnino di Tolosa, san Marziale di Limoges, san Trofimo di Arles, san Alessandro di Gerusalemme, san Ippolito vescovo e dottore, una moltitudine di sacerdoti, Cristiani e Cristiane di ogni condizione, dei quali non sapremo mai tutti i nomi. Si cita tra di essi san Cirillo, fanciullo di Cesarea, che suo padre aveva cacciato dalla casa paterna, perché si rifiutava di adorare gli idoli. Il governatore della città volle prima convincerlo con le carezze, e non vi riuscì; impiegò poi minacce e fece accendere un gran fuoco per spaventare il fanciullo; ma non riuscì nel suo intento. La spada troncò i giorni del coraggioso bambino. Ad Alessandria c’era una donna che dava l’esempio di un coraggio simile: si chiamava Apollonia. I carnefici gli fecero dapprima saltare tutti i denti a colpi di pugni; poi alzarono ed accesero un falò e minacciarono di bruciarla viva se rifiutava di blasfemizzare con essi. La coraggiosa vergine deliberò in se stessa in un istante e tutta infervorata, dice il martirologio, di un sacro fuoco che lo Spirito-Santo aveva acceso nel suo cuore, si gettò in mezzo alle fiamme, di modo che gli autori di questa crudeltà restarono stupefatti ed interdetti per come una donna avesse potuto soffrire con prontezza una morte sì crudele e tale che i suoi nemici non erano riusciti a preparare. Due città della Sicilia, Palermo e Catania si disputano l’onore di aver dato alla luce un’altra celebre vergine ancora più forte. Agata aveva consacrato a Dio la sua verginità fin dagli anni più teneri. Un personaggio di nobile nascita, chiamato Quintiano, affascinato dalla sua bellezza, e sapendo che oltretutto era molto ricca, ne aveva chiesto la mano. Irritato dal rifiuto di Agata, si risolse di profittare dell’editto di Decio per giungere al suo scopo. Egli fece prendere la giovane vergine e la mandò davanti ad un tribunale. « Signore Gesù, disse Agata vedendosi consegnata ai persecutori, Voi siete il mio Pastore, io la vostra pecorella; rendetemi degna di vincere il demonio. » Quintiano la pose tra le mani di una donna di mala vita che la fece entrare in un luogo infame. La casta vergine vi restò per un mese, esposta a tutti i pericoli ma senza che la sua virtù ne ricevesse oltraggio. Quintiano allora la fece comparire una seconda volta davanti a lui: furioso per le sue risposte, la fece oltraggiare e condurre in prigione. All’indomani distese Agata sul cavalletto e le si fecero soffrire le più orribili torture. Ma nulla distruggeva la sua costanza. Quintiano non si poté più contenere; preso dalla rabbia, diede ordine di tagliarle le mammelle: « Crudele tiranno, esclamò la giovane, subendo questo martirio, non arrossisci nel farmi questa ingiuria, tu che hai succhiato le mammelle di tua madre? » Quintiano la rimandò in prigione, con la proibizione di curare le sue piaghe e di nutrirla. Ma Dio vegliava sulla sua intrepida serva: San Pietro apparve ad Agata in visione, la consolò, la guarì e riempì la sua cella di una luce sfolgorante. Una tale meraviglia avrebbe dovuto aprire gli occhi di Quintiano, ma la gelosia e la rabbia l’accecarono. Egli la mandò a cercare quattro giorni dopo e la fece rotolare su pezzi di cocci rotti, misti a carboni ardenti. Poi la fece ricondurre in prigione: « Signore mio Dio, dice la vergine arrivando, Voi mi avete sempre protetto fin dalla culla; avete sradicato dal mio cuore l’amore del mondo, e mi avete dato la pazienza necessaria per soffrire; ricevete ora il mio spirito. » E così spirò. Il suo nome è inserito nel canone della Messa. Affianco a tanti nobili esempi, si ebbero deplorabili defezioni. La pace di cui i Cristiani avevano goduto per qualche tempo, aveva prodotto un rilassamento tra loro; si ebbero degli apostati, dei deboli nella fede; ma diversi di questi apostati espiarono più tardi il loro crimine con la penitenza ed il martirio, e la Chiesa riprese un nuovo vigore durante questo terribile tormento che Dio aveva permesso per rianimare il fervore dei fedeli. I flagelli desolarono nello stesso tempo i persecutori: una peste violenta colpì le principali città dell’impero, e le invasioni dei barbari, Geti o Goti, portarono la desolazione nelle provincie più belle. Decio volle marciare contro di essi, annegò nelle paludi adiacenti al Danubio e perì sotto i colpi dei barbari con i suoi tre o quattro figli e gran parte della sua armata. La persecuzione continuò sotto il suo successore Gallo, ma con minor violenza. Il Papa San Cornelio fu martirizzato; il Papa San Lucio fu esiliato e morì poco dopo il suo ritorno a Roma. I Papi erano sempre alla testa di queste gloriose falangi che conquistarono il cielo con il loro martirio, e che preparavano con l’effusione del loro sangue l’avvento del regno di Gesù-Cristo sulla terra.

I PAPI DELLE CATACOMBE (5)

I Papi delle Catacombe [5]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

Quinta persecuzione (anno 199).

Il regno di Commodo (dal 180 al 192) fu un periodo di tranquillità relativa per il Cristianesimo. C’è da stupirsene, quando si pensa che questo figlio di Marco Aurelio era un mostro di dissolutezza e di crudeltà. Questo imperatore romano aveva dei divertimenti singolari. Egli faceva abbigliare da giganti e da mostri mendicanti e storpi; poi li abbatteva egli stesso a colpi di bastone, e si faceva nominare l’Ercole romano. Un giorno incontrò un uomo di taglia straordinaria: lo tagliò in due per provare la sua forza e per gioire del piacere di vedere spargere le viscere della vittima. L’incesto ed i crimini più abominevoli infestavano allora il suo palazzo; ma una donna, di nome Marcia, che stimava i Cristiani, alla quale Commodo accordò onori da imperatrice, addolcì il “mostro” riguardo ai fedeli, procurando così qualche anno di tregua alla Chiesa. Numerose conversioni segnalarono questo breve periodo di pace; la più celebre è quella di un senatore di nome Apollonio, che fu denunciato da uno dei suoi schiavi. Una legge aveva proibito di accusare i Cristiani come tali e il delatore fu condannato a morte. Ma la decisione data da Traiano a Plinio era sempre in vigore; una volta denunciato, il Cristiano non poteva evitare una condanna se non apostatando. -Apollonio, per decisione dei senatori, ebbe la testa tagliata, dopo aver confessato la sua fede in pieno senato. Commodo angustiava l’impero con le sue stravaganze e le sue crudeltà. Egli aveva deciso ad esempio di far uccidere i due consoli da una schiera di gladiatori. La viglia del giorno fissato per questa cruenta follia, fu strangolato però dalla sua concubina principale e dai due prefetti del pretorio. I soldati affidarono poi l’impero ad un vecchio generale, di nome Pertinace, dal quale si staccarono in capo a tre mesi, perché era troppo severo. Allora essi offrirono la corona a chi potesse dar loro più denaro: costui fu un certo Didio Giuliano, che era così ricco da comprare l’impero; ma i soldati non lo trovarono così generoso; ben presto lo si depose e lo si portò al supplizio. Tre generali si disputarono in seguito il potere. Settimio Severo ebbe la meglio sui competitori e regnò dal 193 al 211. Egli si mostrò all’inizio molto favorevole ai Cristiani ed affidando addirittura l’educazione dei suoi figli ad uno di essi chiamato Proculo. Ma queste buone disposizioni non durarono a lungo; egli lanciò un nuovo editto di persecuzione, ed i supplizi ricominciarono particolarmente presso i Galli, in Italia, in Egitto e nell’Africa settentrionale, che i Romani chiamavano la provincia d’Africa. A Cartagine, il proconsole Saturnino aveva già fatto morire san Sperato e i suoi compagni, chiamati: “dodici martiri scillitani”, perché erano di Scillite, piccola città di provincia. Uno dei suoi successori fece dei martiri ancora più illustri, come nella persona di Santa Perpetua e santa Felicita, il cui glorioso combattimento meritò loro di avere i nomi inseriti nel Canone della Messa. Perpetua non aveva che 22 anni; aveva un bambino al seno; suo padre e sua madre vivevano ancora; suo padre era pagano, si pensa che la madre fosse cristiana. Felicita era una schiava cristiana; ella era allora incinta. Con esse venne arrestato Revocato, che era schiavo con Felicita, Saturnino, Saturo e Secondulo. Santa Perpetua scrisse ella stessa gli atti del suo martirio fino alla vigilia della sua morte. Bisogna leggere questi atti, scritti da una giovane donna, madre di famiglia, di nobile nascita, cara ai suoi, alla quale nulla mancava per essere felice nel mondo, e che si vide separata da suo padre, da sua madre, dal suo sposo, dal figlioletto, per essere divorata dalle bestie sotto gli sguardi di tutto il popolo. Ella vede il suo vecchio padre che l’ama e che l’ama con tenerezza, baciarle le mani, gettarsi ai suoi piedi per convincerla a farle dire una parola che la salvasse; ella compatisce il dolo di questo padre e lo consola, ma non dirà la parola, perché questa parola sarebbe stata una menzogna, ed ella scrive tutto ciò alla vigilia del suo supplizio, con un candore, una calma sovrumana. « No, esclama a questo proposito uno storico, questa pace che l’uomo non saprebbe dire, e neanche concepire, Dio solo la può dare. » [Rohrbacher]. La sola vera Religione, aggiungeremmo noi, può presentare tali meraviglie. Ma ascoltiamo santa Perpetua: « Noi eravamo nelle mani dei nostri persecutori, quando mio padre, spinto dalla tenerezza che aveva per me, venne a tentare nuovi sforzi per vincere la mia costanza. Poiché egli continuava, io gli dissi: “Questo vaso che vedete a terra, può cambiare nome? – No assolutamente, mi rispose. – Così, gli replicai, io non posso dirmi altra cosa che io non sia, cioè Cristiana.” A queste parole mio padre si gettò su di me come se volesse strapparmi gli occhi; ma si contentò di maltrattarmi, e si ritirò poi tutto confuso per non aver potuto vincere la mia risoluzione con tutti gli artifici che il demonio gli aveva suggerito. Essendo stata qualche giorno senza rivederlo, resi grazie a Dio e mi trovai risollevata. E fu in questo intervallo di tempo che fummo battezzati [Perpetua e Revocato non erano ancora che dei catecumeni]. Io non domandai nient’altro all’uscita dall’acqua, se non la pazienza nelle pene corporali. – « Pochi giorni dopo, mi si gettò in una prigione; ne fui affranta, perché non avevo mai visto tali tenebre. Giornata dura! Un calore soffocante a causa della folla; i soldati ci spingevano ed io morivo di inquietudine per mio figlio che non avevo con me. Allora i beati diaconi Terzio e Pomponio che ci assistevano ottennero, dietro ricompensa in denaro, che ci fosse permesso di uscire e passare qualche ora in un luogo più comodo della prigione. Profittammo di questa situazione vantaggiosa per allattare il mio bambino, lo raccomandai a mia madre; rinvigorii mio fratello; fui affranta dal dolore nel vedere le sofferenze che provocavo loro. Passai dei giorni nella più crudele delle pene; ma avendo ottenuto che mi si lasciasse mio figlio nella prigione, mi tranquillizzai completamente, e la prigione mi sembrò un gradevole soggiorno, tanto che amavo meglio essere lì che altrove … Si era così sparsa la voce che noi dovevamo essere interrogati, e mio padre venne a trovarmi, tutto affranto dalla tristezza; e mi diceva: « Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi, abbi pietà di me! Se io sono degno di essere chiamato tuo padre, se ti ho allevata fino a questa età, se ti ho preferita ai tuoi fratelli, non mi rendere l’obbrobrio degli uomini. Guarda tua madre, considera che tuo figlio che non potrà vivere dopo di te … abbandona questa ostinazione per non perderci tutti, perché nessuno di noi oserà più apparire in pubblico, se vieni condannata al supplizio. » E parlando così, mio padre mi baciava le mani e poi, gettandosi ai miei piedi, piangeva, non mi chiamava più sua figlia, ma sua “dama”. Ed io lo compiangevo, vedendo che della mia famiglia era il solo a non gioire del mio martirio. Per consolarlo gli dicevo: « Sarà quel che a Dio piacerà, perché sapete che noi non siamo in nostro potere, ma nel suo. » Egli se ne andò tutto rattristato. L’indomani, come già sapevamo, ci vennero a cercare per l’interrogatorio. La voce si sparse in tutti i quartieri vicini, ed una folla di popolo prese posto in tribunale. Gli altri subirono l’interrogatorio e confessarono generosamente Gesù-Cristo. Quando arrivò il mio turno, mio padre si avvicinò a me tenendo in braccio mio figlio dicendo: « Abbiate pietà di vostro figlio. » Il procuratore Ilariano mi disse dal suo canto: « Risparmiate la vecchiaia di vostro padre; risparmiate l’infanzia di vostro figlio. Sacrificate agli dei, per la prosperità dell’imperatore. – Io non sacrificherò risposi. – Siete dunque Cristiana? Mi disse. – Si, io sono cristiana. » E mio padre si sforzava di portarmi via dal tribunale. Ilariano diede ordine di allontanarlo, ed il littore gli diede un colpo di frusta. Io avvertii questo colpo come se fossi stata colpita io stessa, tanto soffrivo nel vedere insultare a causa mia, i capelli bianchi di mio padre. Allora Ilariano pronunciò la sentenza del nostro arresto, e ci condannò tutti ad essere dati alle belve. Noi tornammo pieni di gioia in prigione. Appena rientrata, inviai il diacono Pomponio a richiedere mio figlio a mio padre che non volle mandarmelo. Ma Dio permise che il bambino non chiedesse più di succhiare e che il mio latte non gli servisse più … – « Avvicinandosi il giorno destinato agli spettacoli (ed al martirio), mio padre ritornò a trovarmi. Era in uno stato di depressione inesprimibile: si strappava la barba, si prostrava con la faccia a terra, malediceva la sua vecchiaia, diceva cose capaci di smuovere tutte le creature. Io morivo di dolore nel vederlo in questo stato … la vigilia dello spettacolo, ebbi una visione che mi fece comprendere che io non combattevo contro le bestie, ma contro il demonio, e così mi assicuravo la vittoria. Questo è quanto ho fatto fino alla vigilia degli spettacoli; qualcun altro scriverà ciò che sta per succedere. » Così finisce la relazione di Santa Perpetua. Secondulo morì nella prigione. Felicita era incinta di otto mesi; ella si affliggeva nel timore che il suo martirio fosse differito, perché la legge proibiva di mettere a morte le donne incinte. I santi confessori si misero in preghiera, ed ottennero che fosse proposta la liberazione di Felicita. Ella mise al mondo una figlia che una donna cristiana allevò come figli propria. La vigilia del combattimento si diede ai confessori, secondo il costume, l’ultimo cibo che si chiamava appunto l’ultimo pasto e che si faceva in pubblico. I cristiani ebbero in questa occasione il permesso di entrare nella prigione il cui guardiano, chiamato Pudente, si era convertito. Quest’ultimo festino fu un’agape; i martiri profittarono del concorso che si faceva intorno ad essi per pregare ancora una volta Gesù-Cristo: “ … e che! Disse Saturo alla folla, il giorno di domani non sarà sufficiente a soddisfare la vostra curiosità? Oggi voi sembrate aver pietà di noi, e domani applaudirete alla nostra morte. Tuttavia, guardate bene i nostri volti, per riconoscerci nel terribile giorno del giudizio. » Il giorno dopo essi si recarono all’anfiteatro come se andassero al cielo. Il loro viso irradiava ina gioia ineffabile. Arrivata alla porta, si voleva far prendere agli uomini la veste dei sacerdoti di Saturno, ed alle donne la striscia che portavano le sacerdotesse di Ceres. I martiri rifiutarono questi indumenti di idolatria: « Noi non siamo qui, dissero, per conservare la nostra libertà; noi abbiamo sacrificato la nostra vita per non fare nulla di simile; e siamo convenuti quì. » A questo punto li si lasciò tranquilli. Iniziò il combattimento: si diedero Saturnino e Revocato in pasto ad un leopardo e ad un orso che li colpì ma senza ucciderli; il convittore li colpì più tardi. Saturo fu esposto ad un cinghiale che uccise il cacciatore e rispettò il martire; lo si espose poi ad un leopardo, che con un sol colpo di denti lo abbatté bagnandolo nel suo sangue. Perpetua e Felicita furono spogliate e messe in delle reti, per essere esposte ad una vacca furiosa. Il popolo stesso si rivoltò a questa raffinata crudeltà, e si rivestirono le generose donne di abiti fluttuanti. La vacca si gettò dapprima su Perpetua, la lanciò in aria e la lasciò ricadere sul dorso. Perpetua si sedette; rimise in ordine i suoi vestiti e raccolse i suoi capelli disordinati per non sembrare in lutto, e vedendo Felicita tutta accasciata per una caduta simile alla sua, le tese la mano e l’aiutò a sollevarsi. Entrambe stavano in piedi approssimandosi un nuovo combattimento; ma il popolo vinto da tanto coraggio e dolcezza non volle che le si esponessero una seconda volta. Richiamate qualche momento dopo per ricevere l’ultimo colpo, esse ritornarono con gioia. Felicita cadde per l’azione di un convittore maldestro che le fece gettare un grido di dolore; Perpetua condusse ella stessa alla sua gola la mano tramante del carnefice. L’Egitto aveva i suoi martiri come la provincia d’Africa: i Cristiani vi furono perseguitati con estremo rigore; fu allora che S. Leonida, padre di Origene, morì per Gesù-Cristo. – In Gallia, sant’Ireneo seguiva il suo maestro San Potino. Si contarono a Lione quasi ventimila martiri. Quanto a Settimo Severo, la mano di Dio si appesantì su di lui come sugli altri persecutori della Chiesa: suo figlio Caracalla aveva tentato di ucciderlo; impegnato in una guerra ai Calcedoniensi (in Scozia), egli si sottopose a tante fatiche che lo resero malato; la gotta lo tormentava, ed una sedizione venne ad aumentarne le sofferenze tanto che volle abbreviarle avvelenandosi; ma poiché gli si rifiutava del veleno, mangiò avidamente cibi indigesti tanto da morirne, nella città di York. Una delle sue ultime parole fu: « Io sono stato tutto e ora niente mi serve! » Esclamazione di disperazione che dipinge in modo vivo la vanità della potenza di questo imperatore, nemico degli uomini e di Dio.

I PAPI DELLE CATACOMBE (4)

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

Quarta persecuzione (166).

Si è detto di Marco Aurelio che fu la “filosofia assisa sul trono”, giustificando le parole di Platone: “… che il popolo sarebbe stato felice quando i filosofi fossero diventati re”. Marco Aurelio fu in effetti riformatore dei costumi con lo stoicismo, sottomesso al senato per orgoglio, clemente per vanità; ma questo filosofo spinse l’empietà fino a fare di suo fratello Vero, l’uomo più crudele e dissoluto del tempo, e di Faustina, sua sposa pubblicamente adultera, una doppia e scandalosa apoteosi; egli manifestò un tale disprezzo per il pudore che accordò delle dignità ad uomini di notoria impudicizia; egli stesso viveva in pubblico concubinaggio e questo modello di filosofi, per i quali i moderni scrittori non trovano che elogi, fu uno dei più violenti persecutori dei Cristiani, cioè degli uomini più virtuosi del suo impero. Dopo un regno contrassegnato da inondazioni, carestie, pestilenze, rivolte e guerre quasi continue, egli morì, probabilmente avvelenato, lasciando il trono a suo figlio Commodo, un pazzo furioso incoronato, che fece crudelmente espiare ai Romani quel poco di tranquillità e di gloria di cui avevano goduto sotto Marco Aurelio: … è così che i popoli sono felici quando loro re sono i filosofi pagani! L’editto che rinnovò la persecuzione era così concepito: « L’imperatore Aurelio a tutti i suoi amministratori ed ufficiali. Ci hanno riferito che coloro che nei nostri giorni si chiamano Cristiani, violano le ordinanze della legge. Arrestateli; e se essi non sacrificano ai nostri dei, puniteli con supplizi diversi a tal sorta che la giustizia sia congiunta alla severità e che la punizione cessi quando cessa il crimine. » Marco Aurelio era dunque filosofo nello stesso senso dell’epicureo Gelso, che allora scriveva contro i Cristiani; allo stesso modo di Crescente il cinico che, vinto da San Giustino nella disputa, lo denunciò e lo fece mettere a morte [Rohrbacher Histoire de l’Église, liv. XXVII.,]. La persecuzione di Marco Aurelio fece illustri martiri, oltre ai santi Papi Aniceto e Sotero. Il più illustre è San Policarpo che san Giovani Evangelista aveva ordinato vescovo della Chiesa di Smirne intorno all’anno 96, governandola per settanta anni, in maniera tale da meritare questo elogio indirizzato nell’Apocalisse all’Angelo di Smirne: « Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita: Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – tuttavia sei ricco – e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana. Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. » [Ap. II, 8-10]. Policarpo in effetti fu fedele fino alla morte. Di concerto con sant’Ignazio combatté l’eresia con un vigore degno di un immediato successore degli Apostoli. – Egli si recò a Roma per conferire con il Papa Aniceto sulla celebrazione della Pasqua. Qui incontrò l’eretico Marcione che gli domandò se lo conoscesse: « … senza dubbio, disse il santo Vescovo, io ti conosco come il figlio primogenito di satana. » Policarpo meritò bene di essere uno delle prime vittime della persecuzione di Marco Aurelio. Il proconsole d’Asia, Stazio Quadrato, si distingueva per la sua crudeltà. Una lettera scritta dalla Chiesa di Smirne a quella di Filadelfia e a tutte le Chiese del mondo, ci ha trasmesso dei dettagli che mostrano a qual punto fosse giunto il furore dei pagani, e qual era il coraggio dei cristiani: « I martiri, si dice in questa lettera, erano frustati a tal punto che erano scoperte le loro ossa e si potevano contare le loro vene e i loro tendini. Mossi da compassione, gli assistenti non potevano frenarsi dal gemere per come essi sembrassero estranei al loro corpo, o che Gesù Cristo stesso fosse venuto a consolarli con la sua presenza. Coloro che erano stati condannati alle fiere, furono sottomessi, nella prigione, a diverse torture. I tiranni si illudevano così di costringerli a rinnegare la loro fede. Ma i loro sforzi infernali restavano inutili. Il giovane e coraggioso Germanico, segnalò la sua costanza sopra tutti gli atri. Al momento di combattere, il proconsole lo esortava ancora ad aver pietà della sua giovane età. Senza rispondere nulla, l’intrepido atleta di Gesù-Cristo si lanciò con un salto davanti alle bestie che sbranarono voracemente le sue membra sanguinanti: egli aveva voluto uscire più prontamente da questo empio mondo. Sorpreso ed irritato da questo coraggio eroico, il popolo gridò a gran voce: A morte gli atei! Che si cerchi Policarpo! » Il vegliardo, dopo aver resistito lungo tempo alle insistenze dei fedeli, si era ritirato in una casa di campagna alle porte della città. Tre giorni prima del suo martirio, Dio gli rivelò il genere di morte che egli avrebbe subito: « Io sarò bruciato vivo, » disse ai suoi discepoli. Un servo lo tradì rivelando il suo rifugio e guidò i soldati che lo cercavano. La casa fu circondata. Il santo poteva ancora scappare ma non volle, ed andando innanzi a coloro che lo cercavano, fece loro gli onori di casa e parlò loro con tanta dolcezza che più di uno si rifiutò di catturare un vegliardo così venerabile. Lo si condusse in città caricato su di un asino, come un tempo lo fu il Salvatore quando entrò in Gerusalemme. Due magistrati lo incontrarono, lo presero con loro e cercarono di convincerlo: « Che male c’è, gli dicevano a riconoscere la divinità di Cesare o a sacrificare agli dei per salvare la propria vita? » Policarpo li ascoltò dapprima senza rispondere, infine disse loro: « io non farò mai quanto mi chiedete. » A queste parole essi lo caricarono di insulti, e lo spinsero così rudemente fuori dal carroccio che lo portava, che il santo cadde e si ruppe una gamba. Il vegliardo accettò gaiamente questi cattivi trattamenti e si lasciò condurre nell’anfiteatro. Appena vi entrò, intese una voce dal cielo che diceva: « Coraggio Policarpo, tieniti saldo! » Il proconsole tentò allora di far capitolare il santo Vescovo: « Abbi pietà della tua età, gli disse, giura per la fortune di Cesare, rinnega il Cristo, ed io ti rilascerò. » Policarpo rispose: « Sono ottantasei anni che io servo il Cristo ed Egli non mi ha mai fatto del male. Come potrei rinnegare il mio Salvatore e Re? Ascoltate qual è la mia religione: io sono Cristiano; se volete conoscere la dottrina dei Cristiani, datemi un giorno ed io vi istruirò in essa. – Persuadi il popolo! … disse il proconsole. – No, rispose Policarpo. La nostra religione ci insegna a rendere ai potenti l’onore loro dovuto e che non è incompatibile con la legge di Dio; io devo dunque parlare quando voi mi interrogate; ma il popolo non è il mio giudice, ed io non devo giustificarmi ai suoi occhi. – Lo sai, gridò il console infuriato, che io posso ordinare che tu venga esposto alle bestie? – Voi potete farle venire, disse tranquillamente il vegliardo. – Io ti farò consumare dal fuoco, se disprezzi le bestie, rispose il proconsole. – Voi mi minacciate, disse il Santo, con un fuoco che brucia in un’ora e che dopo si spegne, perché voi non conoscete il fuoco del giudizio imminente e del supplizio eterno riservato agli empi. » Allora il popolo gridò: « È il dottore dell’Asia, il padre dei Cristiani, il distruttore dei nostri dei: che si lanci un leone contro Policarpo! » Gli si fece sapere che questo non era possibile, perché i combattimenti delle bestie erano finiti: « Che Policarpo sia bruciato vivo!, gridò allora il popolo ad una voce. E quando il proconsole ne ebbe ordinato l’arresto, il popolo corse in massa a prendere legna nelle case e nei pubblici bagni; si notò tra l’altro che i Giudei erano i più lesti ed accaniti a preparare il supplizio. Quando la catasta di legno fu pronta, Policarpo allentò la sua cintura e si spogliò dei suoi abiti. E quando gli aguzzini si accinsero a legarlo ad un palo in mezzo al falò, disse loro: « Lasciatemi, questa precauzione è inutile; Colui che mi da la forza di soffrire, me ne darà pure per restare fermo in mezzo alle fiamme. » Ci si contentò di legargli le mani dietro il dorso. Allora il santo vegliardo levò gli occhi al cielo e fece questa preghiera: « Signore Dio Onipotente, Dio di tutte le creature, io vi rendo grazia di ciò che mi avete procurato in questo giorno in cui devo essere ammesso nel numero dei martiri. Io prendo parte al calice del vostro Cristo, per resuscitare alla vita eterna dell’anima e del corpo nella incorruttibilità dello Spirito Santo. Che in questo giorno possa io essere ammesso alla vostra presenza come vittima di gradevole odore. Io vi benedico, vi glorifico per il Pontefice eterno Gesù-Cristo, vostro Figlio diletto, al quale sia resa gloria insieme a Voi ed allo Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen. » Appena completata la preghiera si dette fuoco alla catasta e si levò una gran fiamma. Allora si compì un miracolo che riempì di consolazione i fedeli: le fiamme si dislocarono intorno alla testa del martire come una vela di nave gonfiata dal vento; il santo, dicono i suoi Actes, somigliava all’oro o all’argento provato nel crogiuolo, ed esalava un odore di incenso o di qualche prezioso profumo. I pagani, vedono che le fiamme rispettavano il corpo del santo vegliardo, comandarono ad uno di quelli che negli anfiteatri davano il colpo di grazia agli animali selvaggi, di finirlo con un colpo di spada. Il “confector”, era questo il nome di questa specie di aguzzino, eseguì l’ordine e trafisse Policarpo. Il sangue che ne uscì in abbondanza spense il fuoco. I Cristiani speravano che potessero ottenere le reliquie del loro Vescovo; ma la malizia dei giudei, levò loro questa consolazione. Costoro fecero una tal guardia intorno al falò, che i Cristiani non poterono prendere nulla, il corpo fu gettato nelle fiamme ed i fedeli non poterono conservare che le ossa del martire. Queste ossa, più preziose di gemme, come dicono gli Atti di San Policarpo, furono deposte con onore in un luogo confacente ove ci si riuniva ogni anno per celebrare il glorioso trionfo del santo. Così morivano i capi della Religione Cristiana. Si comparino questi trapassi alla morte degli imperatori! Ma il demonio, che cerca sempre di sedurre le anime, operava delle parodie. Nel primo secolo egli aveva ispirato quell’Apollonio di Tyana, del quale si è voluto fare un personaggio degno di essere paragonato a Gesù-Cristo; questa indegna parodia non aveva però arrestato il progresso del Cristianesimo. Nel secolo secondo il demonio volle avere anche un suo martire illustre, ed ispirò così il cinico Peregrinus, che era morto su un rogo l’anno precedente. Questo Peregrinus, nato vicino a Lampsaco, in Asia minore, aveva trascorso la sua gioventù nella totale dissipazione. Si rifugiò in giudea, ove si fece Cristiano; poi abbandonò la sua nuova religione per farsi filosofo e venne a Roma da dove si fece cacciare per aver declamato contro l’imperatore Marco Aurelio. Si comparava volentieri ad Epitteto, e si spacciava per martire della filosofia. Infine, vedendo che nessuno più gli prestava attenzione, rese pubblica dichiarazione che ai giochi olimpici si sarebbe gettato nel fuoco, sull’esempio di Ercole, per insegnare ai mortali a non temere la morte. In effetti si fece preparare un’immensa catasta e la notte, all’ora in cui cominciava a spuntare la luna, uscì con una truppa di filosofi cinici, che portavano tutti in mano delle torce illuminate. Là, alla presenza di una folla numerosa di popolo attirata dalla singolarità dello spettacolo, fu dato fuoco alla pila di legna di sarmenti. Peregrinus vi gettò qualche grano di incenso, poi invocò i geni di suo padre e di sua madre, e si lanciò in mezzo alla fiamme ove restò consumato, martire dell’inferno e della vanità. [Rohrbacher, Histoire de l’Église, liv. XXVII]. Lo stesso paganesimo si prese burla di questa stravaganza; i Martiri Cristiani non avevano timore del confronto. La Chiesa possedeva all’epoca un santo, decorato pure con il nome di filosofo, ma che amava veramente la saggezza, e che le rendeva testimonianza con la sua morte, come lo aveva fatto con la sua vita ed i suoi scritti: era San Giustino. Nato a Neapolis, o Napluse, l’antica Sichem della Palestina, aveva fatto solidi studi letterari e filosofici; ma né la dottrina di Pitagora, né quella di Platone soddisfavano la sua intelligenza avida di verità. La lettura della Sante Scritture e l’esame della condotta dei Cristiani lo convertirono. Egli visitò l’Egitto e venne a Roma. Da allora non pensò più che a far brillare a tutti gli occhi, la verità che aveva avuto la felicità di scoprire. Le opere che ha lasciato sono annoverate tra le migliori opere di polemisti Cristiani, soprattutto le due Apologie che egli indirizzò l’una ad Antonino Pio, e l’altra a Marco Aurelio. La prima aveva contribuito a far rallentare la persecuzione; la seconda, irritando i suoi nemici, lo condusse al martirio: « Voi ci accusate, diceva in essa, di commettere in segreto dei crimini orribili. Ma questi abomini che noi detestiamo e che voi ci rimproverate, con la calunnia più ingiusta, non temete di commetterli voi stessi in pubblico. Non potremmo noi forse, forti dei vostri esempi, sostenervi arditamente che queste sono delle azioni virtuose? Non potremmo noi rispondervi che macellando bambini, come voi ci accusate falsamente, noi celebriamo i misteri di Saturno, o che le mani dei più illustri personaggi dell’impero si arrossiscano di sangue umano? Quanto ai nostri pretesi incesti, non potremmo noi dire che seguiamo l’esempio del vostro Giove o degli dei, o che noi mettiamo in pratica la morale di Epicuro, dei vostri filosofi e dei vostri poeti? Adunque, è perché noi insegniamo che bisogna fuggire da tali massime, è perché noi cerchiamo di praticare le virtù opposte a questi vizi mostruosi, che voi ci perseguitate senza sosta e ci mandate a morte ? … Ma qualunque giudizio voi portiate su di noi, la nostra dottrina vale molto meglio di tutti gli scritti degli epicurei, di tante infami poesie, di tante opere impudiche che si rappresentano o si leggono con intera libertà. » San Giustino diceva ancora: « I Cristiani non soffrivano la morte con tanta gioia, se fossero stati capaci dei crimini di cui li si accusa. La loro vita e la loro dottrina offre loro molti vantaggi sui filosofi. Socrate ha certamente avuto discepoli, ma non ne ha trovato nessuno che sia stato martire per la sua dottrina. Io so bene, continuava, che questo scritto mi costerà la vita, e che diventerò la vittima del furore di coloro che portano un odio implacabile alla Religione che difendo. » – San Giustino, non si sbagliava: il vigore di questa apologia finì per irritare i suoi nemici contro di lui: un filosofo cinico, Crescente, con il quale aveva disputato e che aveva vinto, non si diede pace finché Giustino non fu arrestato per “crimine” di Cristianesimo, con alcuni dei suoi discepoli: Caritone, Ierace, Peone, Evelpisto e Liberiano. Rustico, prefetto di Roma, cominciò l’interrogatorio: « Obbedite agli dei e conformatevi agli ordine dell’imperatore. – Non si può, senza ingiustizia, diceva Giustino, accusare o punire coloro che obbediscono ai comandamenti d Gesù-Cristo nostro Salvatore. – Di qual genere di filosofia ti occupi? domandò a Giustino il prefetto. Io ho esaminato ogni tipo di dottrina; infine mi sono fermato a quella dei Cristiani, benché sia calunniata da coloro che non la conoscono. – Cosa! Miserabile, tu parteggi per questa dottrina? – Io me ne faccio una gloria, perché essa mi mette nel cammino della verità. – Quali sono i dogmi della religione cristiana? – Noi altri Cristiani, crediamo in un solo Dio, Creatore di tutte le cose visibili ed invisibili, e confessiamo Nostro Signore Gesù-Cristo, Figlio di Dio, predetto dai profeti, Fautore e predicatore di salvezza, giudice di tutti gli uomini. » Il prefetto comandò allora dove si tenessero le assemblee dei Cristiani: « I Cristiani, disse Giustino, si adunano dove vogliono e dove possono. Il nostro Dio non è chiuso in un luogo particolare; poiché Egli è invisibile e riempie il cielo e la terra, lo si adora e si glorifica dappertutto. – Io voglio sapere dove riunisci i tuoi discepoli, riprese il giudice! – Io ho abitato fin qui ai bagni di Timoteo, vicino alla casa di un certo Martin; quando sono venuto a Roma per la seconda volta, non ho frequentato altri luoghi, ed ho insegnato la dottrina della verità a coloro che venivano a trovarmi. – Tu dunque sei un Cristiano? – Si, lo sono. » I discepoli di San Giustino fecero la medesima confessione. Il prefetto disse allora a Giustino: « Ascolta, tu che passi per eloquente e che credi di aver trovato la vera dottrina, quando sarai smembrato dai colpi di frusta dal capo fino ai piedi, immagini dunque che potrai salire al cielo? – Io non lo immagino, rispose Giustino, ne sono certo, e non ho alcun dubbio su lassù. Gesù-Cristo ha promesso questa ricompensa a coloro che avranno osservato la sua legge. » Quando il prefetto vide che non ricavava nulla dal disputare con il santo confessore, ordinò a lui ed ai suoi discepoli di andare a sacrificare agli dei. Giustino rispose a nome di tutti: « Noi non desideriamo altro che soffrire per Gesù-Cristo. I tormenti affretteranno la nostra felicità, e ci ispireranno fiducia in questo tribunale davanti al quale dovranno comparire tutti gli uomini per essere giudicati. » I discepoli aggiunsero: « È inutile farci languire per più tempo; noi siamo Cristiani, non sacrificheremo agli idoli. » Allora il giudice pronunciò la sentenza in questi termini: « … Che coloro che hanno rifiutato di sacrificare agli dei e di conformarsi all’editto dell’imperatore, siano frustrati pubblicamente, poi condotti a morte, così come le leggi prescrivono. » Essi furono dunque condotti sul luogo del supplizio, e dopo aver patito la flagellazione, ebbero la testa tagliata. La morte di San Giustino, si converrà, ha tutto un altro carattere che quella di Peregrinus. Un evento miracoloso venne a dare un cero conforto ai Cristiani. Marco Aurelio faceva guerra ai Quadi, popolo insediato nell’attuale Boemia. Egli si vide chiuso tra le montagne, nel 174, ed i Romani, si trovarono nell’impossibilità di sfuggire a nemici ad essi superiori per numero, e inoltre ridotti agli stremi dalla mancanza d’acqua e dal calore soffocante. Nell’armata imperiale c’erano diversi Cristiani, soprattutto nella legione chiamata “Fulminante” che ordinariamente aveva i suoi quartieri a Melitene, in Armenia. I Cristiani si misero in ginocchio ed implorarono Dio per la salvezza dell’armata. Tutto ad un tratto apparvero grosse nubi in cielo, e cadde una pioggia abbondante. I Romani erano così assetati, che essi ricevettero dapprima l’acqua in bocca, la raccolsero dopo nei loro scudi e nei loro elmi, potendo abbeverare i cavalli, dopo avere abbondantemente soddisfatto la loro sete. I nemici vollero approfittare di questo disordine e piombarono su di essi, ma alla pioggia videro mescolarsi fulmini e grandine che si abbatterono sui barbari e risparmiarono i Romani. I Quadi furono completamente disfatti. – La riconoscenza dell’imperatore per un tale beneficio, non durò però a lungo. I sacerdoti dei falsi dei finirono per persuaderlo che egli doveva la vittoria a Giove e a Marte, e la persecuzione ricominciò in capo a tre anni. I martiri si moltiplicarono. I Cristiani di Lione e di Vienne ebbero particolarmente a soffrire. San Ireneo ha raccontato le loro lotte in un’ammirevole lettera indirizzata da lui e dai fedeli di Lione ai loro fratelli d’Asia, da dove veniva il loro Vescovo san Potino, discepolo di san Policarpo, come san Ireneo. Non sapremmo far di meglio che riprodurre i principali passaggi di questa lettera: « L’animosità dei pagani contro di noi era tale, dicevano i Cristiani di Lione e di Vienne, che venivamo cacciati dalle nostre case, dai bagni e dalle piazze pubbliche. La nostra presenza, in qualunque luogo fosse, era sufficiente ad attirare su di noi gli oltraggi della moltitudine. I santi confessori supportarono con la più generosa costanza tutto ciò che si può sopportare da una popolazione insolente: vociferazioni ingiuriose, saccheggi, insulti, sassaiole ed altri eccessi ai quali si abbandona un popolo furioso contro colo che considera suo nemico. Trascinati sulla pubblica piazza ed interrogati dai magistrati, essi confessarono altamente la loro fede e furono gettati in prigione fino all’arrivo del governatore. Dato che colui che fu incaricato di questo affare, fece arrestare i Cristiani più distinti e fermi sostenitori delle due chiese di Vienne e di Lione, il furore della moltitudine, del governatore e dei soldati si accanì particolarmente contro Santo, diacono di Vienne, contro Maturo, neofito pieno di coraggio e di zelo, contro Attalo, originario di Pergamo, uno dei principali difensori della fede, e contro Blandina, giovane schiava, delicata e debole, che trovò nella sua costanza tanta forza per lasciare che i carcerieri incaricati la torturassero a turno dalla mattina fino alla sera. Quando essi le fecero soffrire tutti i generi di supplizi, si dichiararono vinti, non comprendendo come fosse possibile che ella respirasse ancora dopo mille specie di torture, delle quali una sola sarebbe stata capace di toglierle la vita. « Il diacono Santo non si dimostrò meno irremovibile nella fede. A tutte le interrogazioni del governatore circa il suo nome, la sua origine, la sua patria, non volle rispondere che con le parole. “Io sono Cristiano”. Lame di rame si resero incandescenti sul fuoco, e si applicarono sui distretti più sensibili del suo corpo. Il santo martire vide così arrostire la sua carne, ma senza cambiare posizione, perché la fonte della vita, Gesù-Cristo, spandeva su di lui una rugiada celeste che lo rinfrescava e lo fortificava. Qualche giorno dopo, gli aguzzini lo sottomisero ad un nuovo tormento, quando l’infiammazione delle sue prime piaghe le rendeva così dolorose che egli non poteva soffrire il tocco più leggero. Il suo corpo, lacerato dal dolore, lungi dal soccombere a questa nuova prova, riprese la sua solida flessibilità, di modo tale che, per grazie di Gesù-Cristo, le ultime piaghe divennero un rimedio alle prime. Infine si condannarono alle bestie gli eroici confessori: Maturo e Santo, esposti per primi nell’anfiteatro, furono dapprima battuti con verghe; li si fecero poi sedere su uno scanno di ferro incandescente; la loro carne bruciata spandeva un odore insopportabile; ma gli spettatori non erano ancora sazi di chiedere nuovi supplizi, onde infrangere questa pazienza irriducibile. Li si abbandonò ai morsi delle bestie, e fornirono così, per un giorno intero, il crudele divertimento che diverse coppie di gladiatori davano ordinariamente al popolo. Poiché dopo tanti tormenti, essi ancora respiravano, gli aguzzini furono obbligati a sgozzarli nell’anfiteatro. « Attalo era conosciuto dal popolo come un atleta intrepido della fede. Gli spettatori chiedevano a gran voce che lo si introducesse nell’arena. Per soddisfare la loro rabbia cieca, il santo martire vi fu condotto. Gli si fece fare il giro dell’anfiteatro, con una scritta che portava in latino queste parole: “Attalo il Cristiano”. Prima di essere esposto alle bestie fu posto su di una sedia incandescente. Mentre lo si arrostiva, e l’odore de questo olocausto umano si spandesse lontano, egli diceva al popolo, rispondendo alle accuse di omicidio portate contro i Cristiani: « Siete voi che fate arrostire carne umana per mangiarne. Ma noi non mangiamo uomini, e la nostra religione ci vieta ogni crimine. » – « Blandina, ultima di questa eroica società di martiri, entrò in scena con tanta gioia, come ad un festino nunziale. Dopo ver sofferto le fruste, i morsi delle bestie, la sedia infuocata, la si chiuse in una rete, e la si presentò ad un toro, che più volte la lanciò in aria. Ma la Santa presa dalla speranza che le dava la sua fede, si intratteneva con Gesù-Cristo, e non era più sensibile ai tormenti. Infine si sgozzò questa vittima innocente, ed i pagani stessi confessarono che non avevano mai visto una donna soffrire tante orribili torture con un coraggio simile. « Anche il discepolo di san Policarpo, il vecchio san Potino, rese, con la sua morte, testimonianza alla fede. Vecchio di novant’anni, era attualmente malato e lo si dovette trasportare al tribunale. Sembrava che la sua anima non fosse che legata al suo corpo se non per servire al trionfo di Gesù-Cristo. Mentre i soldati lo trasportavano, egli era seguito da una folla di popolo vociante mille ingiurie contro di lui. Ma questi oltraggi non potettero smuovere il santo vegliardo, né impedirgli di confessare vigorosamente la sua fede. « Qual è il Dio dei Cristiani? Gli domandò il governatore. – Voi lo sapreste se ne foste degno, rispose il Vescovo. Subito, senza rispetto per la sua età, fu indegnamente maltrattato dalla popolazione infuriata. Coloro che potevano avvicinarsi a lui lo colpivano con pugni e calci; i più distanti gli lanciavano tutti i proiettili che trovavano sottomano. Essi non ritenevano essere un crimine insultare il santo vecchio, per vendicare sulla sua persona l’onore dei loro dei. Dopo aver sopportato, senza farsi sfuggire un lamento, questo orribile trattamento, Potino fu gettato in prigione e morì in capo a due giorni per le sue ferite. » La persecuzione continuò, nulla di più toccante che il martirio di San Alessandro e san Epipodio, due giovani delle più illustri famiglie di Lione, legati da una stretta amicizia, si esortavano reciprocamente a soffrire coraggiosamente per amore di Gesù-Cristo. Li si separarono, ma non si mostrarono men coraggiosi; non ci fu che la morte che impedì loro di confessare altamente Gesù-Cristo. Ad Autun, un altro giovane manifestò un coraggio simile. Si faceva una processione solenne in onore della dea Cibele: questo giovane, chiamato Sinforiano, non potette impedirsi di testimoniare il più alto disprezzo che gli ispirava questa cerimonia. I pagani lo condussero davanti l tribunale del proconsole Eraclio. « Perché non vuoi onorare Cibele, la madre degli dei? … domandò costui. – Io adoro il vero Dio, rispose Sinforiano. Per quanto riguarda l’idolo dei vostri demoni, se lo permettete, io lo frantumerò a colpi di martello sotto i vostri occhi. – Non ti basta essere sacrilego; tu vuoi pure farti punire come ribelle? » Si batté con le verghe Sinforiano. Qualche giorno dopo, Eraclio tentò di persuaderlo, promettendogli onori e piaceri. Sinforiano rigettò questi propositi con orrore e, prendendo la parola, si mise a descriverne, facendone risaltare la stravaganza e il ridicolo, le corse insensate dei coribanti in onore di Cibele, la soverchieria dei sacerdoti che rendevano oracoli in nome di Apollo, e le caccie superstiziose in onore di Diana. Egli fu condannato ad avere la testa troncata; mentre si conduceva al luogo del supplizio, fuori dalle mura della città, ecco uno spettacolo sublime e toccante: egli ritardò un momento la marcia … si vide sui bastioni una dama venerabile per l’età e le virtù; era la madre di Sinforiano, che era accorsa a vedere un’ultima volta ed incoraggiare il martire: « Sinforiano, figlio mio, gli gridò, coraggio caro figlio mio, ricordati del Dio vivente, mostra la costanza della tua fede. Non si deve temere una morte che conduce sicuramente alla vita. Tu non devi rimpiangere la terra: riguarda in alto, caro figlio mio, e disprezza i tormenti che durano tanto poco; là in alto c’è la ricompensa! Coraggio! Questi tormenti si cambieranno in una eterna felicità. » Degno figlio di tal madre, Sinforiano soffrì generosamente il martirio e fu decapitato. Si raccolsero le sue reliquie, che formarono più tardi uno dei più preziosi tesori di una basilica elevata sul luogo dove lo si era deposto.

I PAPI DELLE CATACOMBE (3) J. Chantrel

I Papi delle Catacombe [III]

[J. Chantrel: I Papi delle Catacombe. Dillet ed. Parigi, 1862]

III

I Martiri.

Quando morì l’Apostolo San Giovanni, nello stesso anno del Papa San Clemente, il Vangelo era già stato predicato su tutta la terra, e floride comunità cristiane esistevano nelle principali città dell’Impero. Questa rapida propagazione di una Religione nemica della voluttà e della tirannia, spaventò gli imperatori: Nerone e Domiziano avrebbero voluto distruggerla, ma essi erano dei mostri di crudeltà, e si poteva credere che non fossero stati perseguitati se non perché questi fossero dei tiranni; la persecuzione di Traiano, uno de più grandi imperatori che abbia mai avuto Roma pagana, celebre per la sua giustizia e la sua dolcezza, mostrò ciò che il Cristianesimo poteva attendersi anche da principi migliori. Uno dei primi atti di Traiano infatti, fu quello di bandire il Papa San Clemente; subito dopo rimise in vigore un’antica legge romana che proibiva di riconoscere alcun dio senza l’approvazione del senato. Tutto si fece con la massima regolarità; non si ebbero editti cruenti, ci si contentò di proibire nelle provincie le associazioni e le assemblee notturne. Era una persecuzione di carattere politico, a giudizio dell’imperatore. In effetti, non si accusavano i Cristiani di alcun crimine, non si contestava la loro innocenza, ma essi adoravano un Dio non riconosciuto dalla legge, essi erano in contravvenzione con i regolamenti relativi al culto ufficiale dell’impero, dunque essi meritavano la morte. È curioso vedere come le più belle intelligenze del paganesimo e lo stesso imperatore trattano questa questione. Plinio il Giovane, uno dei migliori scrittori latini e uno dei più bei caratteri dell’antica Roma, era governatore di Bitinia, e un particolare amico di Traiano. Dopo aver interrogato i Cristiani per far loro rispettare la legge, si credette obbligato a scrivere all’imperatore per sapere come comportarsi di fronte a questa gente alla quale non aveva nulla da rimproverare: « Io ho voluto esaminare personalmente, egli dice, la condotta dei Cristiani. Essi hanno l’abitudine di riunirsi in un dato giorno, prima del levarsi del sole, e di cantare insieme degli inni in onore del Cristo, che venerano come un Dio. Essi si obbligano con giuramento ad evitare tutti i crimini, a non commettere frode alcuna, furto, né adulterio e a non mancare mai alla propria parola, a non negare un prestito. Essi poi si ritirano e si riuniscono nuovamente per consumare in comune un pasto ordinario ed innocente. Per la proscrizione che si dirige contro i Cristiani si mettono in pericolo una moltitudine di persone di ogni età, sesso e di ogni condizione, perché questa superstizione contagiosa ha raggiunto non solo le città, ma pure le borgate e le campagne. Si abbandonano i templi degli dei, i sacrifici solenni sono interrotti da molto tempo e nessuno compra più le vittime, io ho esitato non poco per sapere se occorre nei processi di questo genere, ammettere qualche differenza di età o di rango; se i più teneri fanciulli non debbano essere distinti dalle persone adulte; se occorre perdonare ai pentiti, o se è sufficiente non essere più Cristiani a chi lo è stato una volta; infine se ciò che si punisce sia il nome soltanto, senza aggiungere altri reati, o siano altri crimini legati al nome. » Non si potrebbe trovare una testimonianza così magnifica resa alla purezza dei costumi dei primi Cristiani ed alla loro innocenza. La lettera di Plinio prova nel tempo stesso quanto il Cristianesimo sia progredito. Si doveva attendere una risposta imperiale che mettesse i Cristiani fuori causa, perché la loro Religione non aveva ricevuto ancora l’approvazione del senato, Traiano avrebbe proposto senza dubbio a questa assemblea di riconoscere Gesù-Cristo come uno degli dei tollerati nell’impero. Ma si dimentica che i sacerdoti degli dei vedevano deserti i loro templi, che la Religione del Crocifisso è la nemica delle passioni, e che l’errore, tollerante verso tutti gli errori, è sempre intollerante verso la verità. Così Traiano rispose a Plinio: « Non bisogna ricercare i Cristiani, ma se essi sono denunciati e persistono nella loro fede, bisogna punirli. » Su questo Tertulliano scrive: « strano decreto questo che, proibendo di ricercare i Cristiani, riconosce implicitamente la loro innocenza ed ordina comunque di punirli come colpevoli in seguito ad una semplice denunzia! » Tertulliano aveva ragione, ma la passione non ragiona, ed il paganesimo ed il dispotismo imperiale sentivano comunque troppo bene a qual punto la nuova Religione li minacciasse per consentire di tollerarla: essa rendeva gli uomini migliori e faceva diminuire il numero di crimini e, cosa più importante, proscriveva le voluttà e gli eccessi della tirannia!

Terza persecuzione (106)

La persecuzione seguì dunque sotto Traiano con lo stesso furore che sotto Nerone e Domiziano, con degli intervalli di tregua seguiti da nuovi rigori nelle varie provincie, secondo le disposizioni particolari dei governatori romani. È allora che morirono per il nome di Gesù-Cristo, il venerabile vecchio Simeone, parente di Nostro Signore e vescovo di Gerusalemme ed i discepoli degli Apostoli, Onesimo e Timoteo, il Papa Sant’Evaristo, e altri migliaia. Ma tra tutti si distinse l’illustre vescovo di Antiochia, Sant’Ignazio, discepolo di Giovanni Evangelista, che era succeduto a Sant’Avodio, a sua volta successore di San Pietro. Traiano marciava allora contro i Parti. Arrivato ad Antiochia, pensò di riconciliarsi con i propri dei facendo ricercare i Cristiani. Ignazio comparve davanti al potente imperatore che gli dice subito. « Sei tu dunque, cattivo demonio, che osi sfidare i miei ordini e persuadere gli altri a perire miseramente? – “Nessuno, risponde San Ignazio, chiama Teoforo un cattivo demonio” (Ignazio era soprannominato teoforo che in greco significa portatore di Dio) – E chi è Teoforo? – riprese Traiano – Colui che porta Gesù-Cristo nel suo cuore. – Tu credi dunque che non abbiamo anche noi, nei nostri cuori, gli dei che ci danno la vittoria? – È un errore chiamare dei i demoni che voi adorate, riprende Ignazio; non c’è che un solo Dio che ha fatto i cieli e la terra con tutto quanto contengono, ed un solo Gesù-Cristo suo unico Figlio, nel regno del quale io desidero ardentemente essere ammesso. – Tu voi parlare senza dubbio di colui che è stato crocifisso sotto Ponzio Pilato? Dice l’imperatore. – È quello stesso che con la sua morte ha crocifisso il peccato con l’autore del peccato, replicò il santo Vescovo. – Tu porti dunque Gesù Cristo in te? Disse ancora Traiano. – Si, rispose Ignazio, perché è scritto: Io abiterò e riposerò in voi. » Traiano disperando di vincere la costanza del Vescovo troncò la questione dicendo: « Noi ordiniamo che Ignazio, che dice di portare in sé il Crocifisso, venga legato e condotto a Roma per esservi divorato dalle bestie e servire da spettacolo al popolo. » Ascoltando questo ordine, Ignazio esclamò con trasporto di gioia: « Io vi rendo grazie, o Signore, di questo onore che mi fate di portare le stesse catene con cui avete onorato il grande Paolo, nostro Apostolo. » E raccomandando a Dio la sua Chiesa, si incatenò egli stesso consegnandosi ai soldati. Gli imperatori romani non erano abituati a vedere tali “crimini”. Il viaggio di Sant’Ignazio a Roma fu un lungo trionfo ed una missione fruttuosa. – I diversi Cristiani della Siria gli inviavano delegazioni; ma egli li supplicava di non ritardare la consumazione del proprio martirio. Egli temeva che i Cristiani di Roma facessero delle rimostranze in suo favore; scrisse loro questa lettera, monumento magnifico dell’amore con il quale i Cristiani di allora abbracciavano la croce e le torture, e nuova prova del primato riconosciuto alla sede di San Pietro: « Ignazio alla Chiesa favorita di Dio, illuminata dalla luce di Colui che dispone tutto secondo l’amore di Gesù-Cristo, a questa Chiesa, elevata su una sede d’onore al di sopra delle altre Chiese, ove tutto è regolato dalla prudenza, ove tutto è condotto con saggezza, ove regna la carità, ove trionfa la castità … io temo che non abbiate per me una compassione tanto tenera e, opponendovi alla mia morte, non vi opponiate alla mia felicità. Soffrite perché io sia immolato, mentre è drizzato l’altare! Unite soltanto le vostre voci e cantate, durante il sacrificio, degli inni di lode … non lasciatevi andare ad una falsa compassione per me. Lasciate che diventi pasto delle bestie. Che io sia il frumento di Dio; bisogna che io sia macinato dai denti delle bestie affinché diventi un pane degno di essere offerto a Gesù-Cristo. Oh! Accarezzate queste bestie feroci affinché divorandomi interamente divengano la mia tomba. Io sospiro le bestie che mi sono preparate: possano esse distruggermi sul campo! Io le irriterò affinché mi divorino prontamente e che non sia di me come un qualcuno che esse non hanno osato toccare. Se esse non vogliono, io le forzerò … Io vi ho scritto vivente, ma desidero morire. Il mio amore è crocifisso. Io sono insensibile sia al cibo corruttibile, sia ai piaceri di questa vita. Io desidero il pane di Dio, che è la carne di Gesù-Cristo. Io desidero per bevanda il sangue dello stesso Gesù-Cristo, che è la carità incorruttibile. » – Si trova forse nel paganesimo un tale amore di Dio, un tale disprezzo della vita, una tale aspirazione verso l’infinita Bontà e l’infinita Santità? Come aveva, il Cristianesimo, trasformato la natura umana! Qual superiorità non dava allo spirito sulla carne! È questa quella rivoluzione che il paganesimo avvertiva fremendo e di cui tentava di respingere il definitivo avvento, elargendo e moltiplicando i supplizi e le seduzioni! Il santo vescovo di Antiochia non scrisse solo ai fedeli di Roma: egli indirizzò ancora lettere alle Chiese di Efeso, da Magnesia, Tralleis, Smirne e Filadelfia, e a San Policarpo, discepolo come lui di San Giovanni Evangelista e Vescovo di Smirne; tutte queste lettere sono dei monumenti di saggezza, di fede e di carità. Egli si era dapprima fermato per un certo tempo a Smirne; le sue guardie lo condussero poi a Troade, a Neapoli, in Macedonia ed a Filippi. Egli dovette attraversare a piedi tutta la Macedonia e l’Epiro. Si imbarcò ad Epidauro in Dalmazia, passò nei pressi di Regesta, Pozzuoli, e sbarcò nei pressi di Ostia da dove si recò a Roma; i Cristiani accorsero numerosi al suo arrivo. Egli arrivò a Roma il 20 dicembre dell’anno 107: era questo l’ultimo giorno dei giuochi pubblici che allora si celebravano. Il prefetto della città lo fece subito condurre all’anfiteatro. Ignazio ascoltando i ruggiti dei leoni, riprese queste parole dalla sua lettera ai Romani: « Io sono il frumento di Dio, bisogna che sia macinato dai denti delle bestie perché divenga un pane degno di Gesù-Cristo. » Appena le ebbe pronunciate, due leoni furono lanciati su di lui e lo divorarono in un istante, non lasciando del suo corpo se non le ossa più grandi e più dure. Dio lo aveva esaudito. « A questo triste spettacolo, dicono i Cristiani che avevano accompagnato e che hanno raccontato il suo martirio, scoppiammo tutti in lacrime. Passammo la notte seguente in preghiera e nella veglia, scongiurando il Signore che ci consolasse di questa morte, dandoci qualche segno della gloria che la seguiva. Il Signore ci esaudì; essendosi alcuni tra noi addormentati, videro Ignazio in una gloria ineffabile. » Traiano fu meno malvagio di altri persecutori, si impegnò in diverse spedizioni militari che lo coprirono di gloria; ma la mano di Dio alla fine si appesantì su di lui. Egli era in Oriente, e gli si preparava a Roma e in tutta l’Italia un ritorno trionfale. Assediò una città quasi sconosciuta degli arabi agareni o saraceni, ma fu battuto e costretto a ritirarsi. Allora si ammalò; si sospettò che si fosse avvelenato. Appena tornato in Italia, morì a Selinunte, in Sicilia, nell’anno 112, dopo diciannove anni di regno, lasciando suo successore: Adriano, marito di sua nipote. Traiano non ebbe posterità; nel momento della morte poté apprendere che tutte le provincie da lui conquistate si erano rivoltate. Nella sua condotta privata si era distinto per infami dissolutezze che condivise con il suo successore, del quale era tutore. Questo uomo, che i suoi abominevoli costumi avrebbero reso ai nostri tempi oggetto di disprezzo e di disgusto universale, fu tuttavia uno dei “migliori” imperatori romani, vantato come il modello dei principi: ecco ciò che il paganesimo produceva di più perfetto! – Adriano, che regnò dal 117 al 138, si disonorò ancor più del suo predecessore per l’infamia dei costumi; tutte le abominazioni di Sodoma erano familiari a questo imperatore del secondo secolo dell’era cristiana, che gli storici considerano tuttavia il secolo d’oro dell’impero. La persecuzione continuò sotto Adriano come era stato sotto Traiano. Due Papi, sant’Alessandro e san Sisto I ne furono le vittime. Si annovera tra esse pure Dionigi l’Aeropagita, che si era convertito alla predicazione di San Paolo; egli divenne il primo Vescovo di Atene, e fu molto probabilmente il primo Vescovo di Parigi: così almeno ce lo riportano le più antiche tradizioni ed i martirologi di Roma e dei Greci, autorità che valgono bene quella dei critici che hanno voluto fare due Dionigi del discepolo di San Paolo. Non c’era forse un disegno provvidenziale nella missione data all’Aeropagita, di venire il Gallia per morirvi su questa collina di Montmartre (mons martyris = mote dei martiri) che domina la “moderna Atene” e la nuova capitale intellettuale del mondo moderno, come Atene lo era del mondo romano? Ma il martirio più celebri di questi tempi fu quello di santa Simforosa e dei suoi figli: Crescente, Giuliano, Nemesio, Primitivo, Giustino, Stratteo ed Eugenio. Adriano aveva fatto costruire una magnifica casa di campagna a Tibur (Oggi Tivoli). Venne a sapere che colà viveva una vedova di un cristiano martire, chiamata Simforosa, che non si occupava che di pregare ed allevare piamente i suoi figli. Egli volle vederla, tanto più che i suoi sacerdoti pretendevano che gli dei si sarebbero irritati contro di lui se Simforosa ed i suoi figli continuassero ad invocare il nome di Gesù-Cristo. Adriano impiegò dapprima la dolcezza e la persuasione. Simforosa rispose a nome di tutti: « Getullio, mio marito, e mio fratello Amanzio, entrambi tribuni nelle vostre armate, hanno sofferto tormenti diversi per il nome di Gesù-Cristo, piuttosto che sacrificare agli idoli. Noi vogliamo imitarli! » – Adriano, irritato da questa risposta, prese allora un tono severo: « Se tu non sacrifichi con i tuoi figli, egli disse a Simforosa, voi sarete tutti offerti in sacrificio ai nostri dei potenti. – I vostri dei non possono ricevermi in sacrificio, replicò la santa vedova; ma se io sono bruciata per il nome di Gesù-Cristo, la mia morte aumenterà i tormenti che i vostri demoni soffrono nelle loro fiamme. – Sacrificate ai miei dei, o perirete tutti miseramente, esclamò l’imperatore. – Non crediate che la paura possa farmi cambiare idea, rispose dolcemente Sinforosa, io desidero essere riunita nel luogo di riposo con mio marito morto per il nome di Gesù-Cristo. » Non si poté cavare null’altro da questa coraggiosa cristiana. La si condusse al tempio di Ercole ove ebbe il viso tempestato da pugni. Venne sospesa poi sui cavalletti e, poiché si mostrava irriducibile, la si gettò nel fiume con una grossa pietra al collo. L’indomani Adriano fece venire i sette figli della santa. Dopo aver inutilmente utilizzato carezze e minacce per farli apostatare, fece piantare intorno al tempio di Ercole sette pali sui quali li stese con delle pulegge serrate con tale violenza che le loro ossa furono slogate. Ma lungi dal cedere alla crudeltà degli aguzzini, essi si animarono gli uni con gli altri. L’imperatore, furioso per una tale resistenza, comandò che venissero messi a morte nel posto stesso ov’erano: Crescente fu trafitto con un colpo di spada alla gola; Giuliano ebbe il petto trafitto da diverse punte di ferro ivi spinte; Nemesio ebbe il cuore trafitto da una lancia, Primitivo fu colpito allo stomaco; si ruppero le reni a Giustino e si aprì il costato a Stratteo, ed Eugenio, che era il più giovane, fu squarciato dall’alto in basso. Adriano fece scavare una fossa profonda ove vennero gettati i corpi dei martiri. I sacerdoti pagani chiamarono questo luogo i sette Biothanates, cioè i sette suppliziati. Tali erano i divertimenti del clementissimo e dolcissimo Adriano che, salendo al trono, aveva proclamato che avrebbe dimenticato tutte le sue antiche ingiurie e che si era fermato un giorno alle grida di una donna che domandava giustizia all’imperatore e dicendogli di cessare di regnare se non voleva rendere giustizia a questi soggetti. Ma a parte qualche tratto di virtù puramene umana, a parte alcuni reali miglioramenti portati all’amministrazione dell’impero, quanta crudeltà! Quante bassezze ed infamie che disonorerebbero per sempre un principe cristiano! Adriano amava l’arte e per gelosia faceva perire gli artisti la cui gloria lo offuscava; egli amava la giustizia e faceva morire i Cristiani innocenti. Quando si avvicinò alla morte, accelerò le sue vergognose scelleratezze, si mostrò più crudele e più fanatico che mai: fece perire suo cognato Serviano e il pronipote Fusco; fece morire di dolore o di veleno sua moglie Sabina, della quale fece poi una dea; fece morire suo figlio adottivo Vero, perché questi persecutori non avevano figli, e ne fece parimenti un dio. Nulla di tutto questo calmava le sue sofferenza, egli desiderava morire e non poteva; chiedeva del veleno o una spada, e nessuno gliene dava; si lamentava di non poter morire, egli che poteva ancora far morire gli altri. Infine mangiò e bevve delle cose che non convenivano al suo stato, e morì così come un animale al quale non interessa né il passato né l’avvenire; il senato fece un “dio” di questo dissoluto che aveva temuto e disprezzato quando era in vita. Tuttavia la persecuzione si era rallentata verso la fine del suo regno: le delegazioni di governatori delle provincie e gli eloquenti apologisti dei Cristiani, avevano finito per ispirare ad Adriano migliori sentimenti riguardo alla religione di Gesù-Cristo; si dice anche che pensò di inserire Gesù nel numero dei suoi dei, e che permise ai Cristiani di erigere dei templi. Ma la persecuzione, benché meno viva, faceva sempre delle vittime, sia in una provincia che in un’altra, ed il regno di Antonino Pio, successore di Adriano, non fu che un periodo di tranquillità relativa: ma non era la pace! Antonino, il più dolce degli imperatori romani, regnò dal 138 al 161; si ebbero a lodare in lui molte eccellenti qualità; ma in fondo era di carattere debole e senza energia, voleva il bene solo per essere tranquillo, e sognava soprattutto di vivere la vita gioiosamente, senza ricusare i piaceri più divertenti. In questa epoca viveva anche qualche pagano di vita più stimabile, come lo storico Plutarco ed il filosofo Epitteto. Leggendo il primo, si ama il suo carattere, ma la sua morale è ancora molto lontana da quella evangelica! Il secondo, nato schiavo, fu veramente un modello di fermezza e di pazienza: avendogli un giorno il suo maestro fratturato una gamba battendolo, egli si contentò di dirgli: « Ve lo avevo detto che me la fratturavate. » La raccolta di sentenze di Epitteto forma un bel codice morale; ma in questo codice, se si avverte la fermezza dello stoico, non si sente la tenera carità del Vangelo che egli forse già conosceva all’epoca, e le virtù che ispira non hanno quel profumo di dolcezza e di umiltà che esala da tutte le virtù cristiane. Sembra che il demonio abbia tentato di sedurre le anime più generose con l’attrazione di queste virtù naturali che egli era ben sicuro di abbattere facilmente, qualora fossero riuscite a dissuadere gli uomini dall’abbracciare il Cristianesimo. Vedendo che non poteva sedurre tutti con le attrattive grossolane della voluttà, egli tentava almeno di arrestare i pagani più virtuosi a metà del cammino lungo la strada che conduceva al Cristianesimo. Alcuni autori, ammirando la purezza e l’elevazione della morale di Epitteto, hanno pensato che fosse cristiano, e che avesse conversato in gioventù con san Paolo, poiché faceva parte della casa di Nerone quando san Paolo venne a Roma. È possibile che in effetti Epitteto abbia visto san Paolo; non si può dubitare che egli abbia conosciuto la morale del Vangelo, e che non abbia studiato una religione che faceva tanto scalpore in quei tempi; ma degli indici troppo evidenti di paganesimo, che affastellano il suo libro, non permettono di credere che egli abbia realmente aderito al Cristianesimo. Ad ogni modo e malgrado le belle massime dei filosofi, malgrado la dolcezza di Antonino Pio, la Chiesa ebbe a soffrire durante questo regno e l’imperatore stesso ebbe a prendere parte alla persecuzione. – C’era a Roma una vedova, degna emula di Simforosa, assai distinta per la sua virtù e per la nascita. Ella allevava sette figli nel timore del Signore e nella pratica di ogni virtù. I sacerdoti pagani, furiosi per i progressi di una religione che rendeva deserti i propri templi, e per l’influenza che questa vedova, di nome Felicita, esercitava intorno ad essa, chiesero all’imperatore di farla morire o di costringerla a sacrificare agli dei con i suoi figli. Antonino, che era superstizioso, non avrebbe del resto osato resistere ai sacerdoti dei suoi dei, ma non voleva turbare per questo il suo riposo; incaricò allora di quest’affare Publio, prefetto della città. – Publio fece dunque venire davanti al suo tribunale Felicita con i suoi figli. Egli la prese da parte e cercò di invogliarla all’apostasia, mettendola al corrente degli ordini dell’imperatore, raccomandandole l’esempio che ella doveva dare alla città, e la salvezza dei suoi figli che dipendeva dalla risoluzione che avrebbe preso. « Voi non mi conoscete, rispose tranquillamente Felicita, se credete di spaventarmi con le vostre minacce o sedurmi con le belle parole. Io spero che Dio mi sosterrà nel combattimento che si avvicina. – Maledizione! Esclamò Publio, se la morte ha per te tanto fascino, non impedire almeno ai tuoi figli di vivere! – I miei figli vivranno, riprese la santa vedova, se rifiutano di sacrificare agli idoli; ma se soccombono, essi dovranno attendersi dei supplizi eterni. » Il giorno seguente Publio tenne una seduta solenne davanti al tempio di Marte, e fece nuovamente condurre al suo tribunale la nobile donna ed i suoi figli; poi rivolgendosi alla madre: « Abbi pietà di questi figli nel fiore dell’età, e che possono aspirare alle più alte dignità dell’impero. – Questa pietà, rispose la santa, sarebbe un’empietà, e la compassione che voi mi prospettate è una vera crudeltà. » Allora, volgendosi verso i suoi figli: « ragazzi miei, ella disse, guardate in alto, guardate il cielo: è la che Gesù-Cristo vi attende con i suoi santi; persistete nel suo amore e combattete generosamente per le vostre anime. » Preso da furore per l’affronto, Publio disse: « Tu osi in mia presenza disprezzare gli ordini dell’imperatore? » Egli si decise allora a fare un nuovo tentativo per impaurire i giovani, affrontandoli l’uno dopo l’altro; ma si vide rinnovare la sublime scena dell’interrogatorio di Antioco ai Maccabei. Il primogenito dei sette, chiamato Gennaro, rispose: « Ciò che voi mi consigliate di fare è contrario alla ragione; io aspetto dalla bontà del Signore Gesù che Egli mi preservi da una tale empietà. » Gennaro fu battuto con la verga e messo in carcere. Il secondo fratello, Felice, fu poi portato davanti al prefetto. « Non c’è che un solo Dio, esclamò, è a Lui solo che dobbiamo sacrifici: tutti gli artifici e le finezze della crudeltà saranno vani, noi non abbandoneremo la nostra fede. » Felice venne trattato come il fratello. Venne poi il terzo, di nome Filippo: « Il nostro signore, l’imperatore Antonino, gli disse Publio, ti ordina di sacrificare agli dei onnipotenti. – Coloro ai quali tu vuoi che io sacrifichi, rispose Filippo, non sono né dei, né onnipotenti; essi sono dei vani simulacri privi di sentimenti, chiunque sacrifico fatto a loro, precipita in una infelicità eterna. » A Filippo successe Silvano, il quarto dei fratelli: « A quanto vedo, gli disse Publio, voi avete cospirato con la più malvagia delle madri per sfidare l’ordine del principe ed andare incontro alla vostra perdita? – Se noi temeremo, rispose Silvano, questa perdita passeggera, noi cadremo in una disgrazia eterna. Ma voi non conoscete quale ricompensa è riservata ai giusti e qual supplizio attende i peccatori; ecco perché noi disprezziamo senza paura la legge dell’uomo per obbedire a quella di Dio. Coloro che disprezzano gli idoli e servono Dio onnipotente, troveranno la vita eterna; coloro che adorano i demoni cadranno con essi in un eterno incendio. » Alessandro rimpiazzò Silvano: « Abbi pietà della tua giovane età, gli disse il prefetto, salva una vita che è ancora nel corso dell’infanzia, sacrifica agli dei e diverrai amico dell’imperatore. – Ma io, esclamò Alessandro, sono servo di Gesù-Cristo; i vostri dei saranno precipitati in un supplizio eterno con i loro adoratori. » Vitale, il sesto dei fratelli, si mostrò altrettanto intrepido. Infine venne Marziale, il più giovane, dolce piccolo agnello che il prefetto sperava di far piegare:« Sii più saggio dei tuoi fratelli, gli disse; essi si attirano la sventura disprezzando le leggi dell’imperatore. – Ah! gridò il bambino, se voi sapeste quali tormenti sono riservati a coloro che servono i demoni! Dio tarda ancora a far vendetta su di voi e sui vostri idoli; ma infine tutti coloro che non confessano che Gesù-Cristo è il vero Dio, saranno gettati nel fuoco eterno. » Tutti questi gloriosi martiri furono tormentati cl fuoco dopo essere stati crudelmente frustati. Publio ne fece un rapporto ad Antonino che rinviò i sette fratelli a diversi giudici, per farli morire con diversi generi di supplizi. Gennaro fu battuto fino a morirne con fruste guarnite con sfere di piombo. Felice e Filippo caddero sotto i violenti colpi di bastoni scaricati su i essi. Silvano fu gettato a testa in giù da un precipizio; Alessandro, Vitale e Marziale, furono decapitati. Felicita aveva assistito a questi supplizi: aveva nuovamente generato i suoi figli alla vita eterna sostenendoli con le sue esortazioni e le sue preghiere. Il suo martirio si prolungò ancora quattro mesi; ella fu allora decapitata ed andò così a raggiungere in cielo i suoi generosi figli. Questo accadeva nell’anno 150 dell’era cristiana. – Il pio Antonino morì per un eccesso alimentare senza lasciare posterità; ma egli aveva adottato Marco Aurelio, che gli successe e che regnò dal 161 al 180. Durante il regno di Antonino erano morti martiri tre Papi: San, Igino, San Telesforo e san Pio I.