Strategia della Chiesa nelle persecuzioni dei “rossi”

20.000 sacerdoti dietro la cortina di ferro uccisi / esiliati dai russi

Le persecuzioni di Comunisti hanno dimezzato il numero totale dei Sacerdoti dietro la cortina di ferro

“The Free Lance-Star” – 11 novembre 1954

“Msgr Alfred Kindermann ha dichiarato che lo scopo della politica comunista nei confronti della Chiesa è la completa separazione del clero dal suo gregge”.

Francoforte, Germania -La persecuzione comunista ha dimezzato il numero dei Sacerdoti cattolici nell’Europa dell’est oltre la cortina di ferro – da 40.000 a 20.000 – negli ultimi otto anni, secondo un esperto leader.

Questi Francescani furono tutti assassinati dai comunisti

Mons. Alfred Kindermann, direttore del Seminario Albertus Magnus a Koenigstein, vicino a Francoforte, afferma che se la persecuzione comunista continuerà al ritmo attuale, il clero Cattolico romano all’interno del blocco sovietico sarà sterminato entro 10 o 20 anni.

Il seminario è il più grande college religioso dell’Europa occidentale per i Sacerdoti rifugiati dai Paesi a guida “rossa”.

Intervistato dal giornale americano Stars & Stripes dell’esercito statunitense, Mons. Kindermann ha affermato che lo scopo della politica comunista nei confronti della Chiesa è la completa separazione del Clero dal suo gregge. Ha pure detto che i Sacerdoti vengono giustiziati, imprigionati, espulsi o sottoposti ad altre pene e che i seminari ed i conventi sono stati chiusi o posti sotto il controllo delle autorità comuniste.

* La Chiesa ha utilizzato una strategia per portare i Sacramenti alla gente in alcuni paesi comunisti, facendo apparire al pubblico i Sacerdoti come dei laici sposati con relative mogli. I  “coniugi” convivevano in totale castità sotto lo stesso tetto. La donna devota si dedicava alle faccende ed ai servizi per il Sacerdote, ecc. I loro “matrimoni civili” venivano registrati dallo stato comunista. In tal modo il Sacerdote poteva incontrare i fedeli Cattolici perseguitati nelle loro case e portar loro i Sacramenti, sperando di passare  inosservato ai “rossi”.

La Chiesa Cattolica sotterranea

** “Dove la Sede del Beato Pietro e la Cattedra della Verità sono state erette per la luce delle genti, lì hanno posto il trono dell’abominazione della loro malvagità, così che, essendo stato colpito il Pastore, possono disperdere il gregge “. (Visione di papa Leone XIII dell’usurpazione papale)

“Infine, Cornelio a Lapide riassume quella che si ritiene essere l’interpretazione più comune dei teologi, commentando il diciottesimo capitolo dell’Apocalisse, dicendo:” Queste cose devono essere riferite alla città di Roma, non a ciò che è, né a ciò che era, ma a ciò che sarà alla fine del mondo, perché allora la città di Roma tornerà alla sua antica gloria, e similmente alla sua idolatria ed agli altri peccati, e tornerà come era nel tempo di San Giovanni, sotto Nerone, Domiziano, Decio, ecc. Poiché da cristiana tornerà ad essere pagana, caccerà il Cristiano Pontefice e i fedeli che aderiranno a lui, li perseguiterà e li ucciderà “. [tcwblog, 13 marzo 2015]

Padre Pio da Pietrelcina ai “fratelli in esilio”

“Dom.: Padre, nell’ultima vostra Messa a chi rivolgerete l’ultimo sguardo? Risposta: “Ai fratelli in esilio”. Era l’ultimo giorno della sua vita terrena e, terminata l’ultima Messa, prima di alzarsi dalla sedia ha sostato a lungo in quello sguardo persistente, così a lungo, da creare meraviglia nei sedili che si assiepavano come non mai quel mattino, la chiesa divenuta incapace di contenerli tutti. Il convegno internazionale dei gruppi di preghiera che si svolgeva in quel giorno aveva chiamato intorno al padre tutti i figli suoi, accorsi da tutto il mondo”. – [Didascalia dell’ultima foto del libro “Lettere di Pare Pio” presentate dal Card. Lercaro.]

E chi erano questi “fratelli in esilio” ai quali Padre Pio rivolse il suo ultimo sguardo dopo avere celebrato la sua ultima Messa, Messa “vera”, non la porcata satanico-massonica attuale, bensì la Messa cattolica di sempre, quella nella quale il Figlio di Dio, sotto le specie del pane e del vino, in Olocausto incruento si offre al Padre, Dio onnipotente degli Eserciti, il Creatore dei cieli e della terra, per redimerci dai nostri peccati e riconciliarci con il Giudice supremo? – “Fratelli” per Padre Pio, erano tutti i consacrati in Cristo Signore, i sacerdoti fedeli, i vescovi ed il Papa, il “vero” Santo Padre, come lui fedeli alla Chiesa Cattolica, l’unica vera Chiesa nella quale c’è grazia, redenzione e salvezza. E questi fratelli erano, e sono ancora, così come lo era lui, in esilio, allontanati dalle sedi che avrebbero dovuto legittimamente occupare. Anche Padre Pio era un perseguitato, esiliato e prigioniero dalla quinta colonna degli infiltrati “servi” della massoneria guidata dal baphomet-lucifero. Egli lo sapeva molto bene, ma per amor di Dio, e a beneficio delle anime dei fedeli, soffriva, accettava ed offriva. Era una condizione dunque che egli ben conosceva, ma nella sua generosa carità si rivolgeva con il pensiero, e noi pensiamo sicuramente anche con la preghiera e la penitenza, a quei fratelli, il piccolo resto cattolico, il “pusillus grex” perseguitato, esiliato, a cui tutto era stato usurpato, ma che pure incarnavano la promessa evangelica di N. S. Gesù-Cristo sull’indefettibilità ed sull’eternità della Chiesa, sulla quale le forze del male e l’anticristo non avrebbero mai prevalso, malgrado le apparenze di devastazione, distruzione, tabula rasa.

Qualcuno doveva tornare sul Calvario …

A proposito di Padre Pio si narra che S. S. Gregorio XVII aveva un giorno detto a chi gli chiedeva del cappuccino perseguitato, esiliato e “crocifisso”: “Un uomo che sta crocifisso per mezzo secolo? Che cosa vuol dire questo? Sapete perché Gesù Cristo è andato in croce? È andato in croce per i peccati degli uomini e quando, nella storia, compare qualche “crocifisso” … vuol dire che il peccato degli uomini è grande e che per salvarli occorre che qualcuno ritorni sul Calvario, rimonti la croce, e stia li a soffrire per i fratelli. Il nostro tempo ha bisogno di gente che soffra quello che l’Unigenito Figlio ha sofferto …. Qui c’è tutto il fatto di padre Pio”. – E qui c’è anche tutto il fatto di Gregorio XVII, il Papa “impedito”, cacciato, esiliato, tormentato, messo in croce, ed infine, quando i nemici di Dio si sono accorti che stava manovrando per dare continuità alla Chiesa di Cristo, ucciso e poi sepolto finanche nei ricordi dei fedeli, facendolo passare addirittura per uno di loro, … il Cardinale è traditore come gli altri, … il Papa è connivente … novello Liberio, accusato ingiustamente di eresie mai immaginate, mai proferite, mai appoggiate. Eccoli entrambi accomunati nella loro condizione di “Esiliati”. “Esiliati”, come il Sommo Pontefice attuale, Gregorio XVIII, deportati in terre straniere, come il popolo di Israele deportato in Egitto, e poi a Babilonia per il peccato di idolatria e per essersi allontanato dall’Alleanza ma che, una volta duramente provato, viene liberato dalla potente mano di Dio che in pochi attimi “affonda” i nemici suoi e del suo popolo. – Padre Pio tutto questo lo meditava e forse già vedeva il trionfo, dopo la prova, con quel suo sguardo penetrante le nubi per levarsi alla contemplazione delle cose divine. Dopo la Messa: la Messa che è il sacrificio di Cristo sulla croce rinnovato a riscatto del genere umano … ecco perché i “fratelli” [nella fede] sono cacciati in esilio, soffrono il Getsemani, vengo battuti e percossi, ma vivono tuttavia ancora nelle catacombe, negli anfratti, nei sotterranei, nel sepolcro di una morte apparente. Ma quando tutto sembrerà concluso e senza speranze, …  “le donne vanno al sepolcro e vedono un Angelo di bianco splendente che dice loro …”Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto” … e Gesù stesso dice loro: “Nolite timere: ite, nuntiare fratribus meis ut eant in Galilæam; ibi me videbunt.” Ci piace pensare che Padre Pio, dopo la Santa Messa, rapito meditabondo nei suoi santi pensieri, rivivesse la stessa scena di Gesù che ancora una volta dice ai pochi fedeli della “sua” Chiesa: “Nolite timere: ite, nuntiare fratribus meis ut eant in Galilæam; ibi me videbunt”. A tutti noi allora il dovere di annunziare con fede le parole riportate da S. Matteo: “Cristo Gesù non è morto nel suo Vicario, non temete, Egli ci aspetta in Galilea, nella terra di Gesù, cioè nella sua Chiesa Cattolica, sulla sua Cattedra usurpata, e “ibi me videbunt”, li lo rivedremo ancora e sempre glorioso e maestoso più che mai, guidare l’arca di coloro che desiderano entrare per la porta della salvezza eterna, perché solo Egli ne possiede le chiavi! Exsurgat Deus et dissipentur inimici ejus

LA RUSPA NELLA SANTA CHIESA: LO SMANTELLAMENTO DEL SANTO UFFIZIO

LA RUSPA NELLA SANTA CHIESA: LO SMANTELLAMENTO DEL SANTO UFFIZIO

Otto settembre 1907: Papa San Pio X promulga l’enciclica “Pascendi dominici gregis” per condannare il modernismo, “sintesi di tutte le eresie, strada aperta all’ateismo”. Nel paragrafo VI dell’enciclica, Papa Sarto elenca i punti principali del programma riformatore dei modernisti: tra essi lo svecchiamento delle Congregazioni romane, ed in capo a tutte “quella del Sant’Uffizio e dell’Indice”. – Sette dicembre 1965: ultima sessione pubblica del (falso)-Concilio Vaticano II, nella quale l’antipapa Paolo VI, il marrano Patriarca degli Illuminati, proclama il satanico-gnostico culto dell’uomo (allocuzione “Noi concludiamo”). Lo stesso giorno, furono votati e promulgati gli ultimi quattro documenti conciliari, tra i quali la dichiarazione “Dignitatis humanæ personæ” sulla libertà religiosa, mentre Paolo VI ed il “patriarca scismatico Atenagora” (due fratelli di loggia!)

I due “fratelli” si tengono la mano con la “stretta” massonica ben evidente … per chi doveva capire ….

dichiaravano la reciproca remissione delle scomuniche del 1054. Porta la data del 7 dicembre 1965 anche il motu proprio “Integræ servandæ” con il quale era soppressa la Suprema Congregazione del Sant’Ufficio, da allora sostituita dalla congregazione della dottrina della (non)-fede. Non si trattava solo di un cambiamento di nome o di regolamento, ma di spirito e finalità, in accordo appunto con la dichiarazione Dignitatis humanæ che, proclamando il diritto alla libertà religiosa, in assoluta contraddizione con tutta la dogmatica ed il Magistero cattolico, oltre che con la Tradizione dei Padri e l’insegnamento evangelico di Cristo stesso, condannava implicitamente la dottrina e la prassi contraria della Chiesa. Vennero esauditi così i voti dei modernisti della “quinta colonna”, dei quali si erano fatti portavoce, l’8 novembre 1963, nel famoso discorso contro la curia romana ed il Sant’ufficio tenuto in concilio [il conciliabolo c.d. Vaticano II], il cardinale Frings ed il suo giovane perito, l’ebreo marrano Joseph Ratzinger, divenuto poi anch’egli Patriarca degli Illuminati di Baviera. “La procedura del Sant’Uffizio, – aveva dichiarato il cardinale Frings – non si addice più alla nostra epoca, nuoce alla Chiesa ed è oggetto di scandalo per molti”. Certamente l’inquisizione nuoceva alla falsa chiesa ecumenica noachide dell’uomo, dove tutto era ed è eresia, o meglio apostasia dalla Fede Cattolica. Invano aveva replicato “in preda ad un’emozione violenta e con la voce interrotta da singhiozzi”, il segretario del Sant’Uffizio, card. Ottaviani, appellandosi all’autorità del Papa [o meglio dell’usurpante marrano], che egli sapeva però bene essere un antipapa, avendo egli partecipato ai conclavi del 1958 e del 1963, innalzando “un’altissima protesta contro le parole che sono state pronunciate contro la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio, il cui presidente è il Sommo Pontefice”. Quel presidente in cui confidava il cardinal Ottaviani, meno di due anni dopo, avrebbe solennemente dato ragione al cardinal Frings e a tutti i nemici del Sant’Uffizio (e della Chiesa), poiché tanto era solo un antipapa, un burattino nelle mani del B’nai B’rith che aveva infiltrato una robusta quinta colonna nella Chiesa di Cristo. Meraviglia il comportamento del “povero” Ottaviani, che pure aveva assistito alle fasi del Conclave del 1958, quando gli infiltrati della quinta colonna, agli ordini del massone 33° Tisserant, e dei suoi tanti “comparielli”, un Lienart, un Bea, etc. etc., aveva imposto al neo eletto Papa Gregorio XVII, di allontanarsi e serbare un rigorosissimo “segreto sul Conclave”, sotto pena di gravi minacce, imposizione poi ribadita anche agli altri cardinali in una seduta straordinaria notturna postconciliare, del tutto illegittima, dal massone Roncalli che, per rendere noto ai suoi “mentori” burattinai il successo della loro “impresa”, assumeva il nome di un antipapa dei tempi dello scisma d’Occidente: Giovanni XXIII. Da persona intelligente qual era, Ottaviani non avrebbe dovuto meravigliarsi, ma la sua coscienza di “cane muto” evidentemente si ribellò a quell’affronto, a quello schiaffo in piena faccia della Chiesa e del suo Capo, Gesù-Cristo. -È poi del tutto evidente che i malfattori di ogni risma non possono desiderare che l’abolizione della polizia, così come il nemico alle frontiere si rallegrerebbe della soppressione dell’esercito avversario. Allo stesso modo, il Pastore del gregge non ha solo il compito di condurre pecore e agnelli nei pascoli, ma anche di difenderli dal lupo rapace. Un Pastore che, per principio, ritenesse non essere suo dovere e suo compito combattere contro i lupi che non cercano che di uccidere e sbranare, e avesse come intenzione programmatica non opporsi ad essi e persino incoraggiarli, avrebbe per il fatto stesso dichiarato le sue dimissioni dal ruolo di Pastore. Questo è appunto il principio che avrebbe dovuto illuminare i sedicenti cattolici e soprattutto i sedicenti “tradizionalisti”, che avrebbero avuto la possibilità lampante di capire che dal 1958 in poi si sono succeduti visibilmente solo clown e marrani-Pulcinella (senza offesa per la maschera partenopea!), invece di giustificare le “porcate” dis-teologiche propinate adducendo la fallibilità di documenti e bolle, o indicando erroneamente ai fedeli come “Papa”, eretici manifesti e noti agenti di conventicole massoniche. Evidentemente anch’essi facevano e fanno parte dei gioco delle “tre carte” attuato dai soliti imbroglioni, da coloro cioè che “odiano Dio e gli uomini” o, per dirla con più eleganza, della Dialettica hegeliana che contempla Tesi [Chiesa Cattolica di sempre], Antitesi [anti-Chiesa conciliare] e Sintesi [Tradizionalismo di copertura dell’apostasia]. Gli altri, chi per minacce, chi per quieto vivere, hanno preferito fare i “cani muti” e tornarsene “a cuccia” a rosicchiare l’osso polposo che era stato messo loro davanti nella ciotola. Ed anche i “presunti” fedeli, se avessero messo in funzione i pochi neuroni attivi necessari, avrebbero facilmente capito: Cristo stesso ha affidato ai pastori della Chiesa le sue pecorelle, le anime redente dal suo Sangue, e l’integra dottrina da Lui rivelata, che sola può salvare: senza la Fede, difatti, è impossibile piacere a Dio. Ma la fede va difesa, come si difende l’agnello dal lupo, la pecora dal cinghiale, con ogni mezzo, anche cruento se necessario, perché in gioco c’è la salvezza eterna di anime riscattate dal sangue di Cristo sulla croce strappandole al “signore dell’universo”, il principe di questo mondo! Quindi, una volta insediatisi, i lupi travestiti, … molto male in verità, nell’ovile delle pecore, la prima cosa che hanno fatto è stata quella di eliminare i cani guardiani posti a protezione del gregge stesso [… beh diciamo pure che anche molti grassi cani in realtà hanno dormito e non hanno abbaiato al momento giusto e con il vigore necessario]. – I Papi ed i Vescovi “veri”, canonicamente eletti come successori rispettivamente di Pietro e degli Apostoli, hanno pertanto sempre tenuto fede al loro sacro dovere di combattere l’eresia e tutti gli errori contro la Fede e la morale. Illusione pericolosa è pensare che “la verità non si impone che in virtù della stessa verità, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore (DH 1) e che pertanto la Chiesa non deve chiedere per sé che la libertà”. È vero, verissimo, che la Fede, in quanto dono sovrannaturale di Dio, può venire solo dalla sua grazia. Ma difendere la Fede, favorirne la propagazione, reprimere gli errori ad essa contrari, punirne l’abbandono: tutto questo è compito dell’autorità della Chiesa con l’aiuto ed il sostegno del potere temporale, al quale spetta assicurare alla società il culto pubblico del vero Dio, la confessione della vera Religione, ed il bene prezioso dell’unità religiosa. – Pensare il contrario è non solo un grave errore, ma anche un pratico misconoscimento della natura umana ferita dal peccato originale nell’intelletto, nella volontà e nelle altre facoltà inferiori, e che tende con tanta facilità al male e all’errore. La soppressione del Santo Ufficio, avrebbe dovuto mettere tutti in subbuglio, in allerta, tutti dovevano intervenire, per chiedere le ragioni di un gesto così insano ed offensivo, oltre che contrario a tutta la prassi ecclesiastica di sempre. Anche i “cani muti” avrebbero dovuto svegliarsi, ringhiare ed all’occorrenza mordere, invece di sonnecchiare ammiccanti come nella pennichella dopo un’abbuffata solenne. Ma non disperiamo, il Signore ancora ci mette alla prova. Nei momenti di maggior pericolo, quando la tempesta si manifestava così pericolosa che si poteva pensare che tutto era perduto, che la navicella di Pietro affondasse, ecco che la Chiesa, a mali così gravi oppose valido rimedio, che solo i nostri tempi, che nulla stimano Dio e la Fede, possono aborrire, e questo rimedio fu il tribunale della Santa Inquisizione. Leggiamo qualche pagina della gloriosa storia della Chiesa:

Un primo grave pericolo, si manifestò nel medioevo col diffondersi dell’eresia catara e manichea, distruttrice non solo delle fondamenta del Cristianesimo, ma anche di tutta la vita sociale. Contro questa eresia, la Provvidenza rispose non solo con la santità – si pensi a San Domenico ed a San Francesco – ma anche con la nascente Inquisizione, ovvero con l’invio di giudici delegati direttamente dal Papa per gli affari della Fede e la repressione dell’eretica pravità. E furono proprio due Papi strettamente legati a San Francesco, Innocenzo III e Gregorio IX, che provvidero a questo rimedio (in modo compiuto solo con Gregorio IX, personale amico del Santo di Assisi). Ed è agli ordini mendicanti, tanto amati dal popolo, i Domenicani soprattutto, ma anche i Francescani, che la Chiesa affidò questo compito. Il secondo pericolo, la seconda grave infezione che minacciava di corrompere tutta la Cristianità, si manifestò nella penisola iberica alla fine del XV secolo, quando riconquistata la Spagna alla fede dopo quasi otto secoli di occupazione della maggior parte del territorio, i Cristiani si trovarono a convivere con numerosi musulmani e giudei, nemici interni che spesso solo apparentemente e falsamente si facevano battezzare [i marrani di sempre!], covando nel loro cuore un insanabile odio per i dogmi della Trinità e dell’Incarnazione, per la Chiesa ed il Battesimo. Papa Sisto IV istituì allora, su domanda dei Re Cattolici, con la bolla “Exigit” quell’Inquisizione che sarà detta Spagnola (e poi estesa al Portogallo, e a tutti i domini delle due corone) e che durò fino al 1820, appoggiandosi sempre su di un vasto sostegno popolare.

Il terzo, quasi mortale pericolo, si manifestò con l’eresia luterana. Fu allora che, su domanda del cardinal Gian Pietro Carafa, futuro Papa Paolo IV, il Papa Paolo III istituì con la bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542 la prima e più importante congregazione della curia romana: la Sacra ed Universale Inquisizione. Anche la storiografia più recente, seppure con intenti non condivisibili e con falsità storico-ambientali, ha enormemente rivalutato il ruolo di Papa Carafa, il “Papa di bronzo”, e di questa istituzione nel successo della Controriforma Cattolica e quindi nella salvezza della Chiesa (umanamente parlando) pericolante. Alla riforma dei costumi ed al conseguente rifiorire della santità era però sempre necessario affiancare – pensava Paolo IV, e dopo di lui il Santo Pio V – il Tribunale della Fede. Ad esso dobbiamo se l’Italia fu preservata dalle terribili guerre di religione che devastarono altri Paesi, conservando l’unità religiosa nella vera fede. Santità ed Inquisizione! … santità di tanti inquisitori, uomini religiosi, uomini di legge, ma anche pastori, che avevano come scopo la conversione e la salvezza dei rei, e che sapevano bene che esponevano la loro vita al coltello dell’eretico, come lo dimostrano i tanti martiri e confessori: pensiamo ad esempio alla grande santità di un San Pietro da Verona, o dello stesso Michele Ghislieri, San Pio V. – Quando gli Stati Cattolici iniziarono ad allontanarsi dalla Chiesa, minati dai Lumi dei filosofi e delle Logge foraggiate dagli storici “nemici di Dio”, i Re tolsero il loro appoggio del “braccio secolare”, e soppressero questi Santi Tribunali. Si voleva rendere onore ai valori gnostico-massonici, cioè alla Tolleranza, alla Libertà-libertinaggio, e rendersi autonomi dall’autorità “di Roma”. Pochi anni dopo, resa la Chiesa inerme ed indifesa, indifeso ed inerme fu pure lo Stato, e la Rivoluzione eresse in pianta stabile la “tolleranza” della ghigliottina. Sono gli eredi di quei Lumi (lo ammettono essi stessi) e di quelle Logge che hanno voluto distruggere l’ultima difesa della dottrina, il Sant’Uffizio, l’9 novembre 1863, ed il 7 dicembre 1965. Con il documento sfacciatamente anticattolico: “memoria e riconciliazione della Chiesa e le colpe del passato” redatta dalla commissione teologica internazionale e approvata dal prefetto della congregazione per le dottrina della Fede-(persa), J. Ratzinger, si proprio lui, il famoso patriarca degli Illuminati, i modernisti apostati hanno rinnegato il passato della Chiesa e la lotta contro l’eresia voluta dalla Chiesa, dai Sommi Pontefici, da tanti i Santi, per preservare la fede dei semplici, salvare le anime, mantenere integro il deposito della Fede. Al contrario hanno introdotto libertà di eresia, libertinaggio ed apostasia senza condanne e censure … il trionfo della sinagoga di satana!  Noi, al contrario, “pusillus grex” della “vera” Chiesa Cattolica, in unione con il Santo Padre Gregorio XVIII, successore canonicamente eletto di Gregorio XVII G. Siri, del passato della Santa Madre Chiesa, Sposa infallibile di Cristo, Corpo mistico di Cristo stesso, non ci vergogniamo, anzi lo rivendichiamo tutto, condannando come “deliramento”, secondo il linguaggio di S.S. Gregorio XVI nella celebre “Singulari nos”, e di Pio IX nella “Quanto conficiamur”, detto “presunto diritto alla libertà religiosa” ed all’indifferentismo religioso, via aperta verso all’ateismo e la dannazione eterna, ed a rendere pure l’omaggio dovuto a quei tanti Santi che tale lo considerarono e come tale lo combatterono. Exsurgat Deus … et dissiperunt inimici ejus

ORIGENE

[G. Panzini: Compendio storico dei Padri della Chiesa; tipog. Artigianelli, Napoli, 1905]

Origene. Celeberrimo Scrittore Ecclesiastico, ed uno de’più grand’ingegni, e dei più dotti uomini, che siano fioriti nella primitiva Chiesa nel III secolo, nacque in Egitto nella città d’ Alessandria, l’anno di G. C. 185. Fu in dalla tenera infanzia fu piamente educato da suo padre Leonida, che gl’ispirò sin d’allora il gusto della Sacra Scrittura, di cui facevagli recitar ogni giorno qualche parte. Questo padre veramente cristiano fatieavasi per prevenire qualunque benché minimo difetto, in cui il figlio potesse cadere; ma non poteva fare a meno d’ ammirare l’eccellenza dei suoi talenti. Spesso mentre il fanciullo dormiva,  gli scopriva il petto e riverentemente lo baciava come il tempio dello Spirito Santo. Era Origene ancor fanciullo, quando prese a desiderare così ardentemente di soffrire il martirio, che sarebbesi presentato di propria volontà, se la madre sua non lo avesse trattenuto con le lagrime e con le preghiere. Quando seppe che il padre era arrestato e posto in prigione, raddoppiò i suoi sforzi, e la madre fu costretta a nascondergli gli abiti per ritenerlo in casa. Altro non potendo egli fare, scrisse al padre una fortissima lettera affin d’incoraggiarlo al martirio: State fermo, gli diceva, e non vi affliggete per noi. Essendo stato Leonida decapitato per Gesù Cristo, vennero confiscati i suoi beni e la vedova del medesimo restò carica di sette figli in estrema povertà; tra i quali Origene, ch’era il primogenito, non aveva ancora 17 anni compiuti. Una gentildonna cristiana di Alessandria molto ricca lo ricevette nella propria casa; ma la medesima ospitava pure un eretico per nome Paolo, cui considerava molto. Origene era per conseguenza obbligato a vederlo; ma non volle mai comunicare seco lui nella preghiera. Non sappiamo se per tal motivo perdette la buona grazia della sua benefattrice; comunque sia, egli aprì in Alessandria una scuola di grammatica, che lo mise in grado di non aver bisogno del soccorso altrui – L’anno seguente, vale a dire nel 203, istruì alcuni catecumeni diressisi a lui. Il Vescovo Demetrio, conoscendo il suo raro merito, gli affidò la scuola della catechesi ad Alessandria, quantunque non avesse che 18 anni. Fu questo per Origene una distinzione molto gloriosa, avvegnaché quel posto non davasi d’ordinario se non a persone avanzate in età: di tal che egli era già un dotto formato in un’età in cui gli altri uomini sono appena capaci di studi serii. Lo fece universalmente ammirare e rispettare la superiorità del genio, andavasi a consultarlo da ogni parte, ed egli videsi in poco tempo alla testa d’un gran nunerodi discepoli. Quelli che avevano ascoltati i più abili maestri, venivano sotto di lui a perfezionarsi. Al pari degli altri andavano ad udirlo i pagani. Origene li accoglieva con bontà e colpiva tutte le occasioni, che presentavansi per far gustare loro la dottrina del cristianesimo. Egli insegnava con pari successo la teologia e tutte le altre scienze. Malgrado le fatiche della sua carica, egli era in grado di tenere occupati sette scrivani, e quello eh’è più ammirabile si è, che la fecondità del suo genio non impedivagli di mettere ogni idea al suo posto, di svilupparla come conveniva, di rendere, in una parola, tutti i suoi pensieri con una energia e facilità, che faranno l’ammirazione di tutti i secoli. I suoi studi non erano quasi mai interrotti, e l’unico sollievo che si permetteva era la varietà negli argomenti del suo lavoro. Studiava fin nei viaggi e per ogni dove era circondato da discepoli, e non v’era luogo dove non lasciasse tracce della sua immensa erudizione. Videsi uscire dalla sua scuola un gran numero di dottori e di Sacerdoti, che illuminarono la Chiesa con la loro scienza, e l’edificarono con la virtù; ed altri poi ebbero la gloria del martirio, tra questi S. Plutarco, S. Sereno e S. Eraclitide. – La funzione di Catechista obbligava Origene a conversar con le donne come cogli uomini, ed egli interpretando letteralmente quanto leggesi nei libri santi, onde mettersi al sicuro da qualsiasi tentazione, si fece eunuco. Quest’azione, il cui motivo era lodevole, derivò senza dubbio da uno zelo indiscreto; laonde Origene in appresso si condannò egli stesso. – Quando Origene cessò d’insegnare grammatica, vendette tutti i libri di letteratura profana, e si contentò di avere quattro oboli al giorno da quegli che li aveva comprati. Visse parecchi anni in tal modo. L’amore per la penitenza facevagli praticare ogni sorta d’austerità. Andava scalzo ed astenevasi dall’uso della carne. Un’estrema debolezza di stomaco fu solo capace di determinarlo a permettersi un po’di vino. Si coricava sempre sul nudo suolo, digiunava e vegliava molto. Praticava in grado eminente la povertà volontaria, e rifiutò costantemente le offerte di soccorso fattegli da varie persone. Egli visitava nelle prigioni i Confessori della Fede, li accompagnava per incoraggiarli nel loro interrogatorio, e parlava ad essi francamente quando erano condotti al supplizio. Così grande era il suo zelo, che non potevansi contare il numero delle conversioni da lui procurate. In guisa tale egli divenne il principale oggetto del furore dei Pagani, che lo cercavano da per ogni dove e l’obbligavano a cangiar soggiorno continuamente, cosicché la città d’Alessandria non sembrava essere grande abbastanza per nasconderlo: quindi spesse volte egli fu preso, strascinato per la città e messo alla tortura. Origene fece un viaggio a Roma sotto il Pontificato di S. Zefirino per soddisfare al desiderio che aveva di vedere una Chiesa così antica. Non fu quivi lungo il suo soggiorno. Ritornato in Alessandria riprese le sue catechesi. – Nel 230 partì da Alessandria per andare in soccorso delle Chiese di Acaja turbate da varii eretici. Avendo egli preso la volta di Cesarea in Palestina, Teoclisto Vescovo di detta città, l’ordinò Sacerdote con l’approvazione di S. Alessandro di Gerusalemme e di varii altri prelati della provincia. – Siffatta Ordinazione occasionò grandi torbidi. Demetrio depose Origene in due concilii e lo scomunicò. Allegò per ragioni della sua condotta:

1.°che Origene erasi fatto eunuco (cosa che la Chiesa nel tratto successivo, mise effettivamente nel numero delle irregolarità).

2° — ch’era stato ordinato senza il consenso del proprio Vescovo.

3° — che aveva insegnato molti errori; tra gli altri che il demonio sarebbe stato in fine salvato e liberato dalle pene dell’Inferno. Origene, per cedere all’uragano, che piombava su di lui, prese la fuga nel 231 e ritirossi in Cesarea di Palestina, d’onde scrisse ai suoi amici d’Alessandria per giustificarsi degli errori di cui veniva accusato. Spiegavasi in modo ortodosso intorno alle pene dei demoni, e dichiarava non doversi renderlo responsabile d’aver gli eretici corrotto i suoi scritti. Di fatti pare ch’egli non abbia negata recisamente l’eternità delle pene dei demonii, ed abbia asserito che i demonii si salverebbero se si pentissero. L’assicura egli stesso nelle sue Opere citate da S. Pamfilo e da S. Girolamo. – Facendo plauso al motivo che indusse Haloix, Tillemont, e Ceillier a prenderne le difese, noi crediamo, senza volere oscurare la reputazione di questo grand’ uomo, essere difficile cosa giustificarlo in tutto. Rilevasi infatti dai libri dei principii ch’egli cadde per qualche tempo in errori e perfino in istravaganze, tra gli altri alla preesistenza delle anime in una regione superiore, di là, secondo lui, venivano in questo mondo a dar vita ai corpi [platonismo e neo-platonismo alessandrino –ndr.-]. – Gli origenisti, il cui principale errore consisteva nel negare l’eternità delle pene, poggiavansi fortemente sull’ autorità di Origene. Per tale ragioni alcuni antichi scrissero con tanta amarezza contro questo grand’uomo. Il loro scopo era di scemarne l’autorità, affinché coloro i quali dicevansi suoi discepoli, non se ne prevalessero. Per mettere fine a tutte le contestazioni, che turbavano la Chiesa, il quinto Concilio generale condannò le Opere di Origene. Del resto, questo Padre morì nella comunione della Chiesa, e non sostenne mai i propri errori con quella ostinazione che forma gli eretici; errò Origene, ma siccome niuna definizione della Chiesa aveva condannato i suoi errori, non possiamo asserire esser morto fuori il grembo di lei. – Origene ritirossi in Cappadocia durante la persecuzione di Massimino, e a Tiro durante quella di Decio. Fu arrestato in questa seconda città, vi stette lungo tempo in prigione carico di catene, avendo al collo un collare di ferro e le pastoie ai piedi, soffrì diverse torture e fu spesso minacciato del fuoco; non si fece però morire, colla speranza di abbattere colla sua caduta un maggior numero di Cristiani. Egli stette sempre costante, e in questo frattempo scrisse alcune lettere per incoraggiare gli altri fedeli. Origene non sopravvisse lungamente dopo i tormenti sofferti pel nome di Gesù Cristo e morì in Tiro, l’anno 253, in età di 69 anni. Fu sepolto nella Cattedrale presso l’Altare Maggiore, e si pose il suo epitaffio sopra un pilastro di marmo, che durò lunghissimo tempo.

OPERE

1°- Le Esapli : Egli lavorò molto per dare un’edizione della Scrittura che fece in sei colonne e per tal motivo le intitolò Esapli:

– La l.a contiene il testo Ebraico della Scrittura scritta in caratteri ebraici: la 2.a lo stesso testo ebraico scritto in carattere greco, a beneficio di quelli che intendevano 1’ebraico senza saperlo leggere : la 3.a conteneva la versione di Aquila: la 4.a colonna quella di Simmaco: la 5.a quella de’ Settanta— e la 6.a quella di Teodozione. – Questa raccolta fu anche denominata Ottapli, che erano state poco prima trovate, senza saperne gli Autori, e che formavano otto colonne nel libro dei Salmi, in quello di Abacue, e forse anche d’alcuni altri Profeti. La quinta versione era stata rinvenuta a Gerico, e la sesta a Nicopoli, nell’Epiro. Le Tetrapli non contengono che le versioni di Aquila, di Simmaco, dei Settanta e di Teodozione, poste l’una di fronte all’altra. Non ci restano più oggidì che dei frammenti dell’Esapli di Origene. Il Di Monfaucon raccolse tutto ciò che poté trovarne e lo fece stampare a Parigi nel 1713 in due volumi in foglio. L’Opera originale di Origene, da lui stesso deposta, insieme agli altri suoi scritti nella Biblioteca di Cesarea, esistette lungo tempo. Credesi fosse perita, quando Cesarea fu distrutta dai Saraceni nel 653, dopo un assedio di sette anni. Vedi il Lexicon di Koffman.

2°- Dei commentarii sulla Scrittura: Huet pubblicò con dissertazioni quelli di cui si ha ancora il testo greco. Carlo di la Rue ridette gli stessi commentarii con addizioni, e quelli di cui non abbiamo più d’una sola traduzione latina.

3.° Il Periarcon (scritto prima del 231), ovvero i quattro libri dei principii, così intitolati, perché intendeva stabilire in essi quei principii, a cui è d’uopo appigliarsi in materia di Religione. È questo il più famoso scritto di Origene contro gli eretici, e quello in cui segue maggiormente il raziocinio umano e la Filosofìa di Platone. Lo scopo inoltre di Origene in questi libri era quello di rovesciare dai fondamenti le Eresie di Valentino, di Marcione, e degli altri seduttori, i quali per ritrovare la causa del male, avevano inventato due principii e volevano che ci fossero degli Spiriti e degli Uomini di due diverse nature, gli uni essenzialmente buoni e gli altri essenzialmente cattivi. Origene, al contrario, stabilisce non esservi che Dio; il quale è di natura buono, ed immutabile; che ogni creatura è capace del bene e del male, e che la cagione del male è l’imperfezione della creatura, la quale fa male uso della propria libertà. – Non ci resta più che una traduzione latina di quest’opera. Rufino, che ne è l’autore, dice d’aver corretti gli errori insinuativi dagli eretici. Questo non impedisce che vi si trovino ancora opinioni pericolose intorno alla preesistenza delle anime, sulla pluralità dei mondi, sulla natura degli astri, sull’eternità delle pene, sulla salvazione degli Angeli ribelli ecc. Si volle rimproverare ad Origene d’aver voluto accoppiare i principii della religione con quelli di varie sette filosofiche; egli è vero pertanto che non assume il tono affermativo, ed abbandona le proprie opinioni al giudizio dei lettori. Dice inoltre nel prologo, non doversi ammettere come articolo di fede se non ciò che accordasi con la tradizione della Chiesa e la dottrina predicata dagli Apostoli.

Un trattato sulla preghiera, scritto fra il 231 e 240. Origene dopo avere in esso  stabilita la necessità della preghiera e designate le disposizioni cui deve farsi questo santo esercizio, passa alla spiegazione della orazione domenicale.

Il libro del Martirio, scritto verso 1′ anno 235: È una esortazione delle più commoventi diretta ai cristiani detenuti in prigione pel nome di Gesù-Cristo.

Gli otto libri contro Celso, scritti verso l’anno 249. È questa la più completa e preziosa di tutte le Opere di Origene. Celso, cui Origene cominciò a confutare, era un filosofo Epicureo, vivente sotto il regno dell’Imperatore Adriano, e che non devesi confondere con un altro Celso, anche filosofo, vivente ai tempi di Nerone. La religione cristiana non aveva avuto ancora un avversario così formidabile, né chi l’attaccasse con tanta sottigliezza. Non sono da paragonarsi a Celso quelli, che dopo di lui scrissero contro il Cristianesimo. Di questa opera, ecco come ne parla un insigne Teologo: I soli otto libri di Origene contro Celso Filosofo Epicureo, lavoro a nostro credere, il più eccellente, che tramandato ci abbia in tal genere l’antichità, ci fan vedere dispersi, ed annientati d’una maniera trionfante i folli divisamenti, che quali novelle scoperte ha vomitato in questi ultimi tempi la miscredenza, e i fondamenti della Religione Cristiana per ogni lato invittamente assodati. Sicché questa sol’opera bastar potrebbe ad abbrobrio e confusione eterna dei miscredenti (Valsecchi: Verità della Chiesa Cattolica). – L’edizione delle Opere di Origene, fatta dai Benedettini è la più completa che abbiamo; essa fu incominciata da Carlo di la Rue, il quale pubblicò i due primi volumi. Il terzo, che egli aveva preparato, venne alla luce nel 1744, mercé le cure di Carlo Vincenzo di la Rue suo nipote. Quest’ ultimo dette nel 1759 un quarto volume con note giudiziosissime su diversi punti dell’Origeniana di Huet.

 

TESI, ANTITESI, SINTESI, Ovvero la favola (mal raccontata) del Tradizionalismo.

TESI, ANTITESI, SINTESI

Ovvero la FAVOLA (mal raccontata) del Tradizionalismo.

[Riflessioni di un Cattolico, di Raffaele De Filippo]

Il mai-prete M. Lefebvre con il gran maestro 33° card. Tisserant … i legami con il grande Oriente, sono molto stretti ?!

Dopo anni di ricerche sulla situazione ecclesiale, mi sono ultimamente soffermato sul Tradizionalismo (che ho condiviso per qualche tempo anch’io), facendo una scoperta – credo – degna di attenzione, perché riguarda un aspetto forse volontariamente ignorato, in ogni caso, sottovalutato: Marcel Lefebvre è stato ordinato nel 1929 e consacrato nel 1947 da Achille Liénart: http://fr.wikipedia.org/wiki/Marcel_Lefebvre. Potrebbe sembrare, – a prima vista – la scoperta dell’acqua calda, ma credo non sia così, giacché riflettendoci seriamente, vengono alla luce implicazioni tanto gravi quanto insospettabili. Lo stesso Lefebvre – costretto dall’evidenza (altrimenti si può esser quasi certi che non l’avrebbe mai rivelato) l’ha chiaramente ammesso, nel quadro di una o due conferenze tenute a Montreal nel maggio 1976 (vedi TRADITIONAL CATHOLICS), aggiungendo con amara sorpresa (che solo un perfetto ipocrita poteva così ben simulare), di averlo appreso da Chiesa viva, (N. 51 del Marzo 1976) e che – secondo lui – questo fatto non metteva in dubbio la validità della sua ordinazione. Non si capisce su cosa fondasse questa conclusione se non su un’incredibile sfrontatezza. Un vero cattolico che avesse saputo una cosa simile avrebbe rinunciato ipso facto alla sua presunta e sacrilega ordinazione. Giacché non l’ha fatto, va da sé che Lefebvre era tutto fuorché un vero cattolico. Chi era Liénart? Per farsene una idea, vale la pena guardare questo video:

https://www.youtube.com/watch?v=QKijx6HH6dk.

L’autore non lo dice perché lui stesso è un povero semi-posseduto, ma i Grigi e gli extraterrestri di cui parla commentando il monumento a Liénart, sono manifestazioni squisitamente demoniache. Non credo sia normale che la città di Lille dedichi al più importante vescovo del suo recente passato una simile mostruosità. Il (falso) vescovo, arcivescovo, cardinale Achille Liénart era un 30° grado della Massoneria, entrato nella Loggia di Cambrai nel 1912. È stato il principale regista del sabotaggio conciliare, assieme al cardinale Frings, di cui Ratzinger – guarda caso – era il teologo personale o di riferimento! [si veda nel blog: “Il cavaliere kadosh Achille Lienart” (1-4)// exsurgatdeus.org.(*)]. Lista del 1976, che documenta la sua appartenenza alla Massoneria:

http://www.virgomaria.org/articles_HTML/2007/008_2007/VM-2007-08-11/VM-2007-08-11-C-00-Liste-Pecorelli.htm

Dappertutto su Internet si trova pressappoco la stessa cosa. Non credo si tratti di una menzogna o congiura creata ad arte, sebbene quest’accusa non sia mai stata ufficialmente smentita. http://catholicapedia.net/Documents/cahiersaintcharlemagne/documents/C152_Franquerie_infaillibilite_44p.pdfpag.30.http://www.todayscatholicworld.com (*)/1976-doc.htm http://www.todayscatholicworld.com/jul08tcw.htm#cum-ex (*) http://www.todayscatholicworld.com/jul08tcw.htm 2 (*) – Sul letto di morte, al colmo del suo lucido delirio, questo inquietante personaggio ha autorizzato il confessore a rivelare al mondo di aver lavorato tutta la vita alla distruzione della Chiesa, esprimendo la frase lapidaria: “La Chiesa Cattolica è umanamente perduta”. Il Can. 2335 del Codice di Diritto Canonico del 1917 (che persino il massone Gasparri non riuscì a eliminare), dice testualmente che chi aderisce alla massoneria è ipso facto scomunicato, con scomunica semplice riservata alla Sede Apostolica [che può essere cioè rimessa solo dal Pontefice “vero” o da un suo delegato]: “Nomen dantes sectæ massonicæ aliisve eiusdem generis associationibus quae contra Ecclesiam vel legitimas civiles potestates machinantur, contrahunt ipso facto excommunicationem Sedi Apostolicæ simpliciter reservatam”. http://www.internetsv.info/Text/CIC1917.pdf Come pure la Bolla infallibile e irrevocabile (che oggi, nella generale confusione apostatica, persino i Tradizionalisti cercano in tutti i modi di affossare) Cum ex Apostolatus Officio di Paolo IV (1559) http://www.dailycatholic.org/cumexapo.htm che si riferisce ovviamente agli antenati giudeo-comunisti-satanisti di Liénart, che – tra l’altro – fu curiosamente soprannominato “Il Cardinale rosso” (non di … vergogna, ovviamente, ma di giudeo-satanico marxismo).

Il Cavaliere kadosh A. Lienart, padre “spirituale” del non-prete  M. Lefebvre

http://laportelatine.org/bibliotheque/encycliques/PaulIV/Cum_Ex_Apostolatus.php“… se giammai dovesse accadere che un vescovo, arcivescovo, patriarca o primate; che un cardinale della Chiesa romana, anche legato; che lo stesso Sovrano Pontefice, prima della promozione o elevazione al cardinalato o al pontificato, abbiano deviato dalla fede cattolica o siano caduti in qualche eresia, la loro promozione o elevazione, anche se ha avuto luogo con il consenso unanime di tutti i cardinali, è nulla, invalida, vana. Tutte le loro parole, i loro fatti e gesti, tutti i loro atti amministrativi con quello che consegue, non hanno il minimo effetto giuridico e non conferiscono il minimo diritto ad alcuno. Queste persone così promosse o elevate saranno, ipso facto, senza la necessità di ulteriore dichiarazione, private di ogni dignità, posizione, titolo, autorità, funzione e potere”.

exsurgatdeus.org //”Ex apostolatus officio” ed “Inter multiplices curas”: le Bolle bollenti! (*)

Liénart non è mai stato un vescovo e tutti gli individui che ha ordinato e/o consacrato, a cominciare dallo stesso Lefebvre, non sono mai stati preti e ancor meno vescovi validi. La lettera scritta da Mons. Thuc a Lefebvre la dice lunga sulla storia del fondatore di Ecône. Ovviamente (anche) i vescovi e i preti della FSSPX non sono validi, sono cioè semplici laici “in gonnella”, che senza alcun ritegno mentono a se stessi e alle povere anime che li seguono. Come pure quelli che, in percentuale elevatissima, (200 su 500 preti ordinati) hanno lasciato la Fraternità, la maggior parte dei quali ha confluito nella nuova chiesa conciliare, mentre gli altri hanno preferito lavorare in proprio fondando personali e forse più gratificanti fraternità, ignorando peraltro (o fingendo d‘ignorare?) che in mancanza di un Papa legittimo che – solo – ha la giurisdizione sulla Chiesa universale (ricevuta da Cristo stesso), chiunque prenda iniziative senza alcun mandato, inganna se stesso, e, quel che è peggio, gli incoscienti che lo seguono, diventando tutti apostati-eretici sulla strada della dannazione. http://disputationes.over-blog.com/article-episcopalisme-collegialisme-et-souverain-pontificat-124088631.html. –

In altre parole, l’espressione tradizionalista più celebre e potente, (ispiratrice e locomotiva del tradizionalismo mondiale), cioè la Fraternità fondata da Lefebvre, è (col corollario dei falsi preti che l’hanno lasciata), una gigantesca impostura che strumentalizza, per giunta, la memoria di un santo Papa di cui pretendono condividere la condanna del modernismo. Ciò che resta della FSSPX, dopo essersi frantumata in mille pezzi (schegge impazzite) che procedono ognuno per conto proprio, amoreggia spudoratamente con Roma. Questa sarebbe la Chiesa Cattolica? E se non lo è, la Chiesa Cattolica dov’è, giacché Nostro Signore ha garantito a Pietro che le porte degli inferi mai prevarranno e la Vergine a La Salette ha detto che sarà eclissata e non sparita? Le riforme conciliari altro scopo non ebbero se non quello di caricare (volutamente e a ragion veduta) i Riti di Ordinazione e di Consacrazione (come pure la Messa) di dubbi e ambiguità che li hanno resi praticamente invalidi, col risultato che da quasi cinque decenni la Gerarchia della Chiesa è stata sostituita da semplici laici (per giunta senza fede!) travestiti da preti, vescovi, cardinali e papi. [v. in exsurgatdeus.org: “18 giugno 1968″ (1-7) (*)– Liénart, come alto esponente della Massoneria, non soltanto è stato il principale regista degli sconvolgimenti conciliari, ma – COSA CHE HA DELL’INCREDIBILE – aveva già in tasca la carta della FALSA opposizione tradizionalista, che con astuzia e lucidità luciferine, avrebbe calato poco tempo dopo la chiusura del Vaticano II, onde chiudere la partita e rinchiudere l’intera Cattolicità sedotta e inebetita dal modernismo, in un inganno stratosferico che non avrebbe risparmiato praticamente nessuno. Questo Jolly era uno dei suoi ordinati/consacrati qualche decennio prima: Marcel Lefebvre! Il Tradizionalismo, pur sembrando a prima vista, una lodevole reazione al nefasto aggiornamento, è sotto ogni aspetto un’assurdità, perché chiunque agisce in ambito ecclesiale senza il mandato di un legittimo Pontefice, è un non senso [un ladro ed un brigate, di evangelica memoria!]. Lefebvre avrebbe dovuto saperlo e, se lo ignorava, non aveva – tout-court – la fede. A dispetto delle apparenze che hanno ingannato mezzo mondo, il suo atteggiamento è stato dall’inizio (volutamente?) ambiguo, perfezionando così quel “disorientamento diabolico” di cui parlò Suor Lucia di Fatima, quando preconizzò la deriva conciliare.

Il cardinale Siri, arcivescovo di Genova, è stato legittimamente eletto nel Conclave del 1958, accettò l’elezione e assunse il nome di Gregorio XVII. Davanti a Dio che lo aveva scelto, era il solo vero Papa, che gli agenti sionisti del B’nai B’rith, costrinsero, con minacce inaudite, alla rinuncia, per fare eleggere subito dopo un loro uomo di cui avere la certezza che fosse un vero antipapa (e che non a caso assunse il nome proprio di un altro antipapa dello scisma d’Occidente … giusto per far capire a chi doveva capire, chi fosse!): il rosacroce Roncalli. Il Codice di Diritto Canonico (1917) dice chiaramente che una rinuncia fatta a seguito di gravi minacce non ha alcun valore. “Una dimissione è invalida per legge, se è stata fatta per grave timore ingiustamente inflitto, per frode, errore sostanziale o simonia” – Can. 185.  – Gregorio XVII (G. Siri) è stato tenuto in ostaggio per ben trentuno anni. Poco prima di morire la Provvidenza gli ha mandato questo prete vietnamita (P. Khoat Van Tran) con cui è riuscito – superando difficoltà d’ogni genere – a creare un organismo che ha permesso di assicurare la legittima successione sulla cattedra di Pietro.

P. Khoat Van Tran [a sinistra] con Gregorio XVII ed il carceriere (… o pardon … il finto segretario M. Grone – a destra-]

Nel giugno 1990 il Cardinale Camerlengo di Gregorio XVII convocò un conclave che si tenne segretamente il 3 maggio 1991 ed elesse Gregorio XVIII, (anche lui, costretto all’esilio), che Dio manifesterà prima o poi al mondo, giacché “PORTÆ INFERI NON PRÆVALEBUNT” sulla sua Chiesa, vale a dire, sul suo legittimo Vicario. Il diavolo, nella sua intelligenza tanto grande quanto spietata, non soltanto ha creato la rivoluzione conciliare, ma anche la sua contro-rivoluzione, in un perfetto equilibrio hegeliano di Tesi, Antitesi, Sintesi. Dove la Tesi è la chiesa conciliare, l’Antitesi è l’opposizione tradizionalista, la Sintesi è la dannazione quasi universale delle anime. Il tutto sotto lo sguardo bonario e paterno del vicario dell’Anticristo che ha usurpato nel 1958 e tuttora occupa con simulazione luciferina, la cattedra di Pietro. “LA CHIESA SARA’ ECLISSATA E DIVENTERÀ LA SEDE DELL’ANTICRISTO” – (La Salette, 1846). Della “vera” Chiesa Cattolica (eclissata da quasi sessant’anni) è oggi il legittimo Papa Gregorio XVIII costretto a nascondersi, (non per viltà ma per divina prudenza, la stessa che costrinse la Sacra Famiglia a rifugiarsi in Egitto), da qualche parte, per non essere ucciso anche lui, come Siri, [appena se ne intuirono le manovre di “continuità apostolica” iniziate dal 1988].

http://it.wikipedia.org/wiki/Unam_Sanctam_Ecclesiam.

Per essere salvati, i cattolici tutti devono essere sottomessi al Papa” (Unam Sanctam, Bonifacio VIII), cioè a Gregorio XVIII e alla sua Gerarchia (almeno virtualmente) perché “fuori della Chiesa Cattolica non c’è salvezza”. Mi rendo perfettamente conto di quanto un simile linguaggio sia incomprensibile per la mentalità dell’uomo contemporaneo, anche e persino del sedicente e miglior tradizionalista. Questo dà la misura di quanto la fede si sia diluita nel corso degli ultimi secoli in modo quasi impercettibile, fino al colpo di grazia finale del Concilio Vaticano II (il cnciliabolo roncallo-montiniano, ha potuto pertanto operare indisturbato nella totale insipienza di laici e chierici molti dei quali in totale colpevole malafede!) Per quanto riguarda i Sacramenti, Dio non chiede l’impossibile. Se non ci si può accostare a Sacramenti amministrati da preti validamente ordinati e uniti al legittimo papa Gregorio XVIII, si è dispensati, purché siano sostituiti dalla recita frequente del S. Rosario e da altre preghiere e pratiche di pietà, di cui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Quanto alla Confessione, essa può essere sostituita da un Atto di Contrizione perfetta, e la Comunione sacramentale, dalla Comunione spirituale. Una cosa è certa: bisogna assolutamente evitare i falsi sacramenti amministrati da preti non validamente ordinati e ancor meno in comunione col Papa legittimo, alfine di evitare peccati mortali devastanti [“aderire ad un falso vescovo di Roma, come l’attuale, significa essere fuori della Chiesa Cattolica”, … sentenza di S. Cipriano!]. Se non si crede a tutto ciò, significa che si è privi della vera fede cattolica di cui il Papa legittimo è l’unico e insostituibile garante. Chi non ha la fede Cattolica Apostolica Romana, è – in linea di principio – sulla strada della dannazione. È sufficiente un’oncia di onestà intellettuale per capire che i sedicenti preti e vescovi tradizionalisti d’ogni specie, ingannano se stessi e, quel che è peggio, le povere anime che ingenuamente li seguono, pur avendo anch’esse le loro responsabilità, giacché Dio le ha dotate di un cervello e del germe battesimale della Fede che ognuno ha il sacrosanto dovere di sviluppare. Come Cattolico, mi permetto di ricordare che se tutti costoro, chierici in testa, non fanno marcia indietro, rischiano nel migliore dei casi un lungo e terribile Purgatorio. Non sono io che lo dico, ma la Chiesa Cattolica Apostolica Romana di sempre che essi s’illudono di rappresentare e difendere. È urgente che riflettano sull’eternità che li attende, perché si trovano, davanti a Dio, in una situazione spaventosa. Su questa terra si può mentire a se stessi e agli altri finché si vuole, ma occorre altresì tener presente che con Dio, cui dobbiamo rendere conto, nell’ora della morte, del più piccolo pensiero, non si scherza. “Io non ho inviato questi profeti ed essi corrono; non ho parlato a loro ed essi profetizzano”. (Ger XXIII,21).

LA FRANC-MAÇONNERIE A ECONE.http://www.tcwblog.com/182861438/1085213/posting/marcel-lefebvre-s-freemasonic-activity-at-sspx-hq-econe (*)

POURQUOI MGR. LEFEBVRE N’A JAMAIS ÉTÉ EVEQUE OU PRETRE: http://www.tcwblog.com/182861438/1071164/posting/why-mr-marcel-lefebvre-was-never-a-priest-or-bishop (*)

LETTRE DE MONS. THUC http://www.tcwblog.com/182861438/1095650/posting/thuc-s-letter-to-lefebvre-consecration-by-li%C3%A9nart-null (*)

Non si può pensare che un alto grado della Massoneria come Liénart (la cui laidezza interiore traspare – com’è logico – anche dal volto): http://it.wikipedia.org/wiki/Achille_Li%C3%A9nart) abbia ordinato preti e consacrato vescovi per amore della Chiesa Cattolica, quando lui stesso confessò in punto di morte, di avere lavorato tutta la vita per la sua distruzione. Anche la classica vecchietta illetterata (ma con un pizzico di autentica fede) cui si spiegasse questa vicenda capirebbe che il sedicente arcivescovo di Lille, non solo ha abusato sacrilegamente della sua autorità ecclesiastica, peraltro acquisita con la frode, facendo ciò che non poteva e non avrebbe dovuto fare, ma gli individui (evidentemente della stessa stoffa), che ha selezionato, ordinato e/o pseudo-consacrato, si può essere certi, che li ha anche sorvegliati e “paternamente” seguiti [non a caso il Lefebvre lo chiamava affettuosamente “suo padre spirituale”!] affinché agissero secondo i desiderata della sua Loggia di appartenenza.  – Detto questo, è evidente che Lefebvre (come i siti indicati e il suo sguardo volpino rivelano), era uno strumento privilegiato della Massoneria per simulare, condurre, controllare un’opposizione al Concilio e alle sue  direttive, ASSOLUTAMENTE PREVISTA E COMPLETAMENTE FALSA.

Era cosciente? A questo punto, penso di sì, ma non ha molta importanza, anche perché una sua presunta incoscienza non farebbe che confermare la sua falsa ordinazione/consacrazione. Come si può dubitarne (o quantomeno non porsi seri interrogativi), di fronte alle rovine provocate dalla bomba atomica conciliare sganciata dallo stesso vescovo che ha ordinato e consacrato Lefebvre? Il quale avrebbe dovuto almeno denunciare Liénart su tutti i media del mondo, se la sua opposizione fosse stata sincera. Non solo non l’ha fatto, ma ha pure firmato tutti i documenti conciliari. Bisogna essere ciechi o assai poco perspicaci o addirittura in mala fede per non scorgere il legame.  – I massoni son tutto fuorché imbecilli. Gli imbecilli (se d’imbecilli si può parlare) sono piuttosto coloro che, per un piatto di lenticchie (che resterà loro sullo stomaco per tutta l’eternità, provocando una “pirosi” non solo gastrica), vendono la loro anima al diavolo e accettano di diventare i servitori fedeli dei suoi ministri, per un’ora di gloria, sia essa civile o ecclesiale, ricompensata (dallo stesso diavolo che in vita hanno adorato e servito) con un’eternità di tormenti, odio e disperazione indicibili. Attenzione! Queste non sono le solite favole del solito Medioevo oscurantista che i “senza Dio” evocano come un disco rotto. Queste sono tremende realtà, che quando questi autentici disgraziati scopriranno, sarà per loro troppo tardi, giacché negare volontariamente e lucidamente Dio fino all’ultimo [l’impenitenza finale è uno dei peccati contro lo Spirito Santo, peccati che il divin Maestro ci assicura non essere perdonati né in cielo nè in terra!], significa consegnarsi mani e piedi legati a satana, il quale farà scempio delle loro anime per i secoli dei secoli.

Segnalo i siti seguenti che fanno capire l’origine e lo svolgimento della catastrofe, soprattutto delle anime, passata, presente e futura, di cui il sedicente Tradizionalismo è un autore e protagonista di primo piano.

http://theplotagainstthepope.blogspot.it/ – http://www.thepopeinred.com/gr%C3%A9goire-xvii-1988.htm-(*)

http://www.thepopeinred.com/index.htm (*)– http://www.todayscatholicworld.com/index.htm (*)

http://www.tcwblog.com/182861438 – http://www.papalrestoration.com/ 7 (*)

http://www.mjjprophecy.com/ – http://tychique.net (*)/pdf/Courrier_N_307.pdf – http://tychique.net/pdf/Courrier_N_309.pdf

CHIESA VIVA: Chi è don Villa? Biografia di Franco Adessa, pag. 7: “Un altro caso doloroso fu quello del card. Achille Liénart. A Parigi, mentre aspettava, nei pressi di una loggia massonica, l’uomo che gli doveva confermare l’esistenza di documenti attestanti l’appartenenza del card. Liénart alla Massoneria, don Villa vide all’improvviso piombare su di lui un giovane uomo che, aggredendolo, gli sferrò un colpo di pugno “ferrato” in pieno volto, gridando: “Esiste un diavolo su questa terra!” Don Villa si ritrovò in una farmacia, la bocca insanguinata, la mascella rotta e senza più denti”.http://www.chiesaviva.com/donluigivilla%20fra.pdf

TRADITIONAL CATHOLICS: Non conosco l’autore, ma non credo abbia importanza. I riferimenti al caso Liénart sono concludenti, a cominciare dal N. 51 del marzo 1976 della rivista CHIESA VIVA, il cui fondatore, Don Luigi Villa, ha rischiato la vita in svariati attentati. D’altronde, quando diverse fonti d’informazione concordano su una notizia, è quasi impossibile smentirla.

http://bishopjosephmarie.org/doctrine/invalidorders.html

http://catholicapedia.net/Documents/cahier-saint-charlemagne/documents/C152_Franquerie_infaillibilite_44p.pdf PAGINA 30

http://www.saintremi.fr/medias/extraits/Un_grand_adversaire_de_la_franc_maconnerie_Don_Luigi_Villa_extrait.pdf – http://www.meramo.net/AmigosdeMeramo/Francais_files/LanuIgSinFR.pdf

http://www.chiesaviva.com/donluigivilla%20fra.pdf http://roresanctifica.org/bibilotheque_rore_sanctifica/Diaporama/RoreSanctificaVersionFRVIrevB%20%28DRAFT%201%29P5.pdf

http://aveclimmaculee.blogspot.it/2013/08/liste-de-116-noms-prelats-et-quelques.html

http://www.a-c-r-f.com/documents/AGNOLIMaconnerie_conquete_Eglise.pdf

http://www.rore-sanctifica.org/etudes/2010/RORE_Communique-2010-02-28_Chronologie_v1.pdf

http://padrepioandchiesaviva.com/uploads/Lettre_aux_Cardinaux.pdf

http://www. exsurgatdeus.org. /Il cavaliere kadosh Achille Lienart (1) – (2) – (3) – (4) (*)

http: //www. exsurgatdeus.org /LA DIALETTICA HEGELIANA NELL’OPERATO DEL SIG. Marcel Lefebvre (*)

La posta in gioco – per chi non l’avesse ancora capito – è la sorte eterna delle anime, che significa, per chi non apre gli occhi in tempo, un Purgatorio più o meno lungo e intenso nel migliore dei casi e, nel peggiore, … non oso neanche pensarci. Se, davanti alla montagna di macerie spirituali e morali che aumenta di giorno in giorno, continuiamo a credere anche alla favola del Tradizionalismo, significa che siamo ciechi o ubriachi e che camminano sul bordo di un precipizio. – Il “giallo” degli ultimi cinquant’anni di vita ecclesiale non si è spontaneamente realizzato, ma ha avuto autori, scenografi, registi e attori ben precisi, che occorre almeno identificare per non cadere passivamente nella loro rete infernale. Uno dei principali protagonisti è stato l’insospettabile e insospettato Lefebvre, che quasi tutti i Tradizionalisti hanno in cuor loro già canonizzato, mentre la chiesa conciliare continua, con impareggiabile ipocrisia, a condannare nei suoi figli e figliastri, mostrando di esserne pure scandalizzata! – Neanche Agatha Christie (che, tra l’altro, firmò con svariati intellettuali dell’epoca, una famosa petizione in favore del mantenimento della Liturgia latina), avrebbe saputo immaginare una simile trama.

Si avvisano i gentili lettori che i siti con l’asterisco (*) sono da considerarsi sicuramente Cattolici Romani perchè aderenti alla “vera” Chiesa in unione con Gregorio XVII, ed approvati dalle Gerarchia. Degli altri siti vengono riprese solo le informazioni funzionali all’oggetto trattato, ma senza che siano da considerarsi cattolici nel senso canonico, pertanto da evitare per altri contenuti di carattere modernista, pseudo-tradizionalista, scismatico o altro [ndr.].

 

 

 

 

IL PAPA

Il Papa

[Giacomo Bertetti: “Il Sacerdote Predicatore”- S.E.I. ED. Torino, 1919)

Chi è il Papa. — 2. Il nostro dovere.

1.- CHI È IL PAPA. — Il Papa non è un angelo:… è un uomo composto come noi d’anima e di corpo;… nato come noi col peccato originale,… sottoposto come noi alle conseguenze del peccato originale,… può come noi peccare, e peccare anche gravemente;… è Pietro … Ma quel Dio che elegge le cose stolte del mondo per confondere i sapienti, e le cose deboli del mondo per confondere le forti, e le ignobili cose del mondo e le spregevoli e quelle che non sono per distruggere quelle che sono, affinché nessuna carne si dia vanto innanzi a lui » (la Cor., 1, 27 – 29) , ha fatto di Pietro la pietra fondamentale della Chiesa; .., «.Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei; e a te darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sopra la terra, sarà sciolta anche nei cieli » (MATTH. , 16, 18, 19) Una casa non può sussistere senza fondamenta:… e così per volontà di Dio non potrebbe sussistere la Chiesa senza il Papa, che n’è la pietra fondamentale… Tutt’i fedeli sono parti di quella Chiesa ch’è fondata su Pietro, finché rimangono uniti col Papa; … ove se ne scostassero, cesserebbero di far parte della Chiesa… Lontani dal Papa, s’è lontani dai Sacramenti, lontani dalla grazia santificante, lontani dalla verità, lontani dalla salvezza eterna… A Pietro soltanto Gesù diede il potere supremo di pascere gli agnelli e le pecorelle del mistico ovile (JOAN. , XII, 15-17,);… e chiunque ci si presentasse a parlarci di Dio e delle cose celesti, senza essere mandato dal Papa, lo dovremmo riguardare come un ladro e come un assassino dell’anima; … « In verità, in verità vi dico: chi non entra nell’ovile per la porta, ma vi sale per altra parte, è ladro e assassino » ( JOAN., X, 1). Nel mistero dell’Incarnazione la natura divina e la natura umana furono riunite in una sola persona;… nell’opera della santificazione la persona umana e le persone divine si uniscono in una sola natura, poiché Dio per mezzo di Gesù Cristo « fece a noi dono di grandissime e preziose promesse, affinchè per queste diventaste partecipi nella divina natura » (2a PETR., 1, 4 ) … E questa partecipazione della divina natura proviene in noi dalla spirituale unione con Cristo (la Cor., VI, 15; Ephes., III, 17; V, 30);… dall’adozione in figli di Dio (JOAN., 1, 12; la JOAN., 4, 7); … dall’abitazione dello Spirito Santo in noi (la Cor., III, 16, 17);… dall’imitazione della bontà e della santità di Dio (Ephes., V, 8)… — Ma al Papa, e al Papa soltanto, è stata concessa una partecipazione tutta speciale della divina natura, a beneficio di tutt’i fedeli;… la partecipazione dell’eterna verità, per cui, quando in materia di fede e di costumi ammaestra tutta la Chiesa, qual supremo suo pastore e dottore, dandone un giudizio definitivo, gode di quella medesima infallibilità, di cui Cristo volle adorna la Chiesa… Pietra fondamentale della Chiesa, principio d’unità e di fermezza del mistico edificio e pastore supremo dell’ovile di Cristo, deve sostenere quel regno ch’è anzitutto regno di verità e congregazione di credenti; deve somministrare il pascolo d’eterna salute al gregge; deve con sicura mano esercitare il potere delle somme chiavi, mettendo la terra in diretta comunicazione col cielo… Dell’infallibile magistero di P i e t r o abbiamo l’esplicita, formale e assoluta promessa di Gesù Cristo: « Simone, Simone, ecco che satana va in cerca di voi per vagliarvi, come si fa del grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno: e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli» (Luc., XXII, 31, 32).

2.- IL NOSTRO DOVERE. -— Se il Papa è la pietra fondamentale della Chiesa, se è il Pastore dei Pastori, se è il Vicario di Gesù Cristo, se è il Maestro infallibile, se fuori di lui non si può aver salute, dobbiamo starcene con lui strettamente uniti, per la vita e per la morte… Dobbiamo dirgli con le opere ciò che Pietro disse a Gesù, quando Gesù disse ai dodici apostoli: « Volete forse andarvene anche voi? » — « Signore, a chi andremo noi? tu hai parole di vita eterna» (JOAN. ,VII, 68, 69)… Consideriamo qual sarebbe la nostra angustia, se il Signore ci avesse lasciati in questo mondo pieno d’errori e d’iniquità senza un Capo visibile della Chiesa, il quale fa conservare intemerato il deposito della fede?… come faremmo ad accertarci d’essere sulla via della salute? … come faremmo ad accertarci se siano veramente pastori quei che ci predicano Dio e la sua legge, e se per essi debbonsi veramente applicare quelle parole: « Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me; e chi disprezza me, disprezza chi m’ha mandato »? (Luc,, X, 16) –

Dobbiamo al Papa il più grande rispetto, come la più grande autorità dopo Dio … Se i semplici sacerdoti « debbono essere per noi a ragione non solo più formidabili dei potenti e dei sovrani, ma ancora più venerandi dei nostri padri, perché questi ci hanno generato dal sangue e dalla volontà della carne, mentre quelli sono per noi autori del nascimento da Dio, della beata rigenerazione, della vera libertà e dell’adozione secondo la grazia» (S. Giov. CRIS., De sacerd., 3), che sarà del Sommo Pontefice, da cui unicamente deriva la potestà dell’ordine e della giurisdizione sovra gli altri sacerdoti?… — Rispettiamo il Santo Padre, … il Padre della nostra vita spirituale … Non tocca ai figli il giudicare i difetti e le mancanze del padre, anche quando paressero evidenti e inescusabili … tocca ai figli stendere sul padre quel velo di carità che pur siamo obbligati a stendere su qualsiasi nostro fratello:… facendo altrimenti saremmo maledetti da Dio (Gen.., IX, 25)… Che dire poi di coloro che prestano cieca fede alle maligne dicerie sparse intorno ai Papi da uomini senza timor di Dio, da uomini venduti ai nemici della Chiesa?… Che dire di coloro che sono soliti a leggere senza alcun rimorso di coscienza libri e giornali spiranti odio e disprezzo contro il Papa?

Dobbiamo obbedire al Papa... È la più grande autorità di questa terra;., gli stessi sovrani sono soggetti alla sua spirituale giurisdizione;… e chiunque non obbedisce al Papa, non obbedisce a Gesù Cristo, non obbedisce a Dio … Se l’Apostolo, parlandoci dell’ubbidienza che dobbiamo prestare alle autorità secolari, ebbe a scrivere: « Ogni anima sia soggetta alle podestà superiori; poiché non c’è podestà se non da Dio, e quelle che ci sono, son da Dio ordinate: e perciò chi s’oppone alla podestà, resiste all’ordinazione di Dio; e quei che resistono, si comprano la dannazione » (Rom., XIII, 1, 2), quanto maggior obbedienza non dobbiamo noi prestare al Vicario di Gesù Cristo! … — Ubbidiamo al Papa, non solo nelle cose di fede, ma anche nelle cose di semplice disciplina;… chi non gli ubbidisce nelle cose di fede è un eretico, uno scomunicato;… ma chi non gli ubbidisce nelle cose disciplinari, è pur sempre un ribelle, un figlio indocile e cattivo; … e all’inferno si può andare non solo per i peccati commessi contro la fede, ma anche per i peccati commessi contro qualsiasi altra virtù… —- Ubbidiamo al Papa, accettando con filiale sottomissione gli ordini ch’ei ci comunica mediante i Vescovi, i parroci, i sacerdoti;… pretendere che il Papa parli singolarmente a ciascuno di noi sarebbe stoltezza, e superbia inaudita l’interpretare la volontà del Papa dalle ciance degl’increduli e dei cattivi  cristiani, piuttosto che dalla voce dei legittimi pastori… — Ubbidiamo al Papa non solo con l’ubbidienza dell’opera, facendo ciò che ci viene comandato;… non solo con l’ubbidienza della volontà, conformandola a quella del Papa; … ma anche con l’ubbidienza dell’intelletto, conformando il nostro giudizio con quello del Papa, in modo da ritenere come cosa migliore di qualsiasi altra ciò che il Papa ci comanda… Basta un po’ d’umiltà e un po’ di fede per raggiungere quest’ubbidienza intera e perfetta, … considerando che il Papa si trova in un luogo molto più elevato di quello in cui ci troviamo noi, per giudicare quello che meglio si convenga alla gloria di Dio e alla salute delle anime.

Dobbiamo amare il PapaAnzitutto con la nostra perfetta ubbidienza: … un padre sa d’essere amato sinceramente dai figli, quando li vede docili ai suoi voleri; … allora spariscono per lui le difficoltà e le amarezze, e nell’obbedienza dei figli trova il più caro compenso e la più forte spinta nel continuare a sacrificarsi per loro:… « Siate ubbidienti ai vostri superiori e siate loro soggetti (poiché essi vigilano, come dovendo rendere conto delle anime vostre), affinché ciò facciano con gaudio e non sospirando » (Hebr., XIII, 17)… Quanto deve il Papa sospirare non solo per la guerra mossagli dai nemici, ma ancora per la pervicacia di molti figli, i quali fìngono di non udire e di non comprendere ciò ch’egli prescrive per il loro vantaggio!… —- Amiamo il Papa, pregando per lui e secondo le sue sante intenzioni; … soccorrendo la sua augusta povertà;… favorendo le opere buone da lui raccomandate;… difendendolo contro le ingiurie e le calunnie dei tristi … — Amiamo il Papa, prendendo viva parte alle sue gioie e a’ suoi dolori;… le gioie e i dolori del Papa son gioie e dolori di tutta la Chiesa;… chi ne rimanesse insensibile, chi ne facesse conto come di cosa estranea, chi non considerasse come suoi gl’interessi del Papa, denoterebbe d’essere indegno del nome cristiano, della grazia di Dio e della gloria eterna… «Se un membro soffre, soffrono insieme tutt’i membri; e se un membro gode, godono insieme tutti gli altri: ora voi siete corpo di Cristo e membri uniti a membro » (la Cor., XII, 26, 27); … un membro che non gode o non Soffre quando gode o soffre il capo, non è più un membro vivo, ma è un membro morto …

[Oggi ancor di più, abbiamo il dovere di amare il Santo Padre, ben visibile ma esiliato ed impedito nel suo legittimo ufficio pastorale e magisteriale, perseguitato insieme alla gerarchia apostolica della Chiesa “eclissata”, anch’essa in esilio e sparsa sui 5 continenti, irriso da apostati, eretici, scismatici di ogni risma aderenti a ridicole ed illegittime chiesuole e ad immaginari monasteri, da atei e settari di ogni razza ed obbedienza, da idolatri ed adoratori del baphomet-lucifero. Terribile deve essere il suo Getsemani, abbandonato e sofferente in ogni attimo della sua vita, in costante pericolo ma fiducioso sempre perché assistito dalla grazia divina che giammai permetterà che le porte dell’inferno prevalgano sulla Chiesa di Cristo e sulla sua “Pietra”, pietra sulla quale è fondato l’intero edificio divino voluto dal Padre ed eretto dal Figlio Gesù-Cristo sul Golgota. A noi “pusillus grex” il compito arduo ma ineludibile di pregare e sostenere, come ognuno può, secondo i propri mezzi e possibilità, il Vicario di Cristo in questo momento cruciale per la storia della Chiesa e dell’umanità intera – ndr.-].

  Successori di San Pietro:

San Pietro m. 67
San Lino 67-76
San Anacleto I 76-88
San Clemente I 88-97
San Evaristo 97-105
San Alessandro I 105-115
San Sisto I 115-125
San Telesforo 125-136
San Igino 136-140
San Pio I 140-155
San Aniceto 155-166
San Sotero 166-175
San Eleuterio 175-189
San Vittore I 189-199
San Zefirino 199-217
San Callisto I 217-222
San Urbano I 222-230
San Ponziano 230-235
San Antero 235-236
San Fabiano 236-250
San Cornelio 251-253
San Lucio I 253-254
San Stefano I 254-257
San Sisto II 257-258
San Dionisio 260-268
San Felice I 269-274
San Eutichiano 275-283
San Caio 283-296
San Marcellino 296-304
San Marcello I 308-309
San Eusebio 309(310)
San Milziade 311-314
San Silvestro I 314-335
San Marco 336
San Giulio I 337-352
Liberio 352-366
San Damaso I 366-383
San Siricio384-399
San Anastasio I 399-401
San Innocenzo I 401-417
San Zosimo 417-418
San Bonifacio I 418-422

San Celestino I 422-432
San Sisto III 432-440
San Leone Magno  440-461
San Ilario 461-468
San Simplicio 468-483
San Felice III 483-492
San Gelasio I 492-496
Anastasio II 496-498
San Simmaco 498-514
San Ormisda 514-523
San Giovanni I 523-526
San Felice IV 526-530
Bonifacio II 530-532
Giovanni II 533-535
San Agapito I 535-536
San Silverio 536-537
Vigilio 537-555
Pelagio I 556-561
Giovanni III 561-574
Benedetto I 575-579
Pelagio II 579-590
San Gregorio Magno 590-604
Sabiniano 604-606
Bonifacio III 607
San Bonifacio IV 608-615
San Deusdedit(Adeodato I) 615-618
Bonifacio V 619-625
Onorio I 625-638
Severino 640
Giovanni IV 640-642
Teodoro I 642-649
San Martino I 649-655
San Eugenio I 655-657
San Vitaliano 657-672
Adeodato (II) 672-676
Dono 676-678
San Agato 678-681
San Leone II 682-683
San Benedetto II 684-685
Giovanni V 685-686
Conone 686-687
San Sergio I 687-701
Giovanni VI 701-705
Giovanni VII 705-707
Sisinnio 708

Constantino 708-715
San Gregorio II 715-731
San Gregorio III 731-741
San Zaccaria 741-752
Stefano II 752
Stefano III 752-757
San Paolo I 757-767
Stefano IV 767-772
Adriano I 772-795
San Leone III 795-816
Stefano V 816-817
San Pasquale I 817-824
Eugenio II 824-827
Valentino 827
Gregorio IV 827-844
Sergio II 844-847
San Leone IV 847-855
Benedetto III 855-858
San Niccolò Magno 858-867
Adriano II 867-872
Giovanni VIII 872-882
Marino I 882-884
San Adriano III 884-885
Stefano VI 885-891
Formoso 891-896
Bonifacio VI 896
Stefano VII 896-897
Romano 897
Teodoro II 897
Giovanni IX 898-900
Benedetto IV 900-903
Leone V 903
Sergio III 904-911
Anastasio III 911-913
Lando 913-914
Giovanni X 914-928
Leone VI 928
Stefano VIII 929-931
Giovanni XI 931-935
Leone VII 936-939
Stefano IX 939-942
Marino II 942-946
Agapito II 946-955
Giovanni XII 955-963
Leone VIII 963-964
Benedetto V 964
Giovanni XIII 965-972
BenedettoVI 973-974
Benedetto VII 974-983
Giovanni XIV 983-984
Giovanni XV 985-996
Gregorio V 996-999
Silvestro II 999-1003
Giovanni XVII 1003
Giovanni XVIII 1003-1009
Sergio IV 1009-1012
Benedetto VIII 1012-1024
Giovanni XIX 1024-1032
Benedetto IX 1032-1045
Silvestro III 1045
Benedetto IX 1045
Gregorio VI 1045-1046
Clemente II 1046-1047
Benedetto IX 1047-1048
Damaso II 1048
San Leone IX 1049-1054
Vittorio II 1055-1057
Stefano X 1057-1058
Niccolò II 1058-1061
Alessandro II 1061-1073
San Gregorio VII 1073-1085
Beato Vittore III 1086-1087
Beato Urbano II 1088-1099
Pasquale II 1099-1118
Gelasio II 1118-1119
Callisto II 1119-1124
Onorio II 1124-1130
Innocenzo II 1130-1143
Celestino II 1143-1144
Lucio II 1144-1145
Beato Eugenio III 1145-1153
Anastasio IV 1153-1154
Adriano IV 1154-1159
Alessandro III 1159-1181
Lucio III 1181-1185
Urbano III 1185-1187
Gregorio VIII 1187

Clemente III 1187-1191
Celestino III 1191-1198
Innocenzo III 1198-1216
Onorio III 1216-1227
Gregorio IX 1227-1241
Celestino IV 1241
Innocenzo IV 1243-1254
Alessandro IV 1254-1261
Urbano IV 1261-1264
Clemente IV 1265-1268
Beato Gregorio X 1271-1276
Beato Innocenzo V 1276
Adriano V 1276
Giovanni XXI 1276-1277
Niccolò III 1277-1280
Martino IV 1281-1285
Onorio IV 1285-1287
Niccolò IV 1288-1292
San Celestino V 1294
Bonifacio VIII 1294-1303
Beato Benedetto XI 1303-1304
Clemente V 1305-1314
Giovanni XXII 1316-1334
Benedetto XII 1334-1342
Clemente VI 1342-1352
Innocenzo VI 1352-1362
Beato Urbano V 1362-1370
Gregorio XI 1370-1378
Urbano VI 1378-1389
Bonifacio IX 1389-1404
Innocenzo VII 1406-1406
Gregorio XII 1406-1415
Martino V 1417-1431
Eugenio IV 1431-1447
Niccolò V 1447-1455
Callisto III 1445-1458
Pio II 1458-1464
Paolo II 1464-1471
Sisto IV 1471-1484
Innocenzo VIII 1484-1492
Alessandro VI 1492-1503
Pio III 1503

Giulio II 1503-1513
Leone X 1513-1521
Adriano VI 1522-1523
Clemente VII 1523-1534
Paolo III 1534-1549
Giulio III 1550-1555
Marcello II 1555
Paolo IV 1555-1559
Pio IV 1559-1565
San Pio V 1566-1572
Gregorio XIII 1572-1585
Sisto V 1585-1590
Urbano VII 1590
Gregorio XIV 1590-1591
Innocenzo IX 1591
Clemente VIII 1592-1605
Leone XI 1605
Paolo V 1605-1621
Gregorio XV 1621-1623
Urbano VIII 1623-1644
Innocenzo X 1644-1655
Alessandro VII 1655-1667
Clemente IX 1667-1669
Clemente X 1670-1676
Beato  Innocenzo XI 1676-1689
Alessandro VIII 1689-1691
Innocenzo XII 1691-1700
Clemente XI 1700-1721
Innocenzo XIII 1721-1724
Benedetto XIII 1724-1730
Clemente XII 1730-1740
Benedetto XIV 1740-1758
Clemente XIII 1758-1769
Clemente XIV 1769-1774
Pio VI 1775-1799
Pio VII 1800-1823
Leone XII 1823-1829
Pio VIII 1829-1830
Gregorio XVI 1831-1846
Venerabile Pio IX 1846-1878
Leone XIII 1878-1903
San Pio X 1903-1914
Benedetto XV 1914-1922
Pio XI 1922-1939
Pio XII 1939-1958
Gregorio XVII 1958-1989
Gregorio XVIII 1991-Vivente

(Nota sul Papato in Esilio):

Il Cardinal Camerlengo di Gregorio XVII annunciò il Conclave il 3 giugno 1990: legalmente convocato questo si svolse a Roma il 2 Maggio del 1991 – Gregorio XVIII fu eletto il 3 Maggio del 1991.

 

Abbigliamento del Cristiano: Beata Umbelina

ABBIGLIATURA

[G. Bertetti: Il Sacerdote predicatore. S.E.I. Torino, 1921]

1. – Decadenza e abbrutimenti. — 2. Il lusso.- 3. La nudità. — 4. La moda dei Cristiani.

1.- DECADENZA E ABBRUTIMENTO. Da quando il Signore rivestì egli stesso con tuniche di pelli Adamo ed Eva dopo il peccato, venne agli uomini l’obbligo di coprirsi….. Le vestimenta devono esser per noi un continuo ricordo della caduta, della corruzione, della morte…. Semplice e modesto fu il vestire di Gesù, della Madonna, dei Santi….. sfarzoso e procace è il vestire ch’è oggi di moda Segno della decadenza d’un popolo è il lusso.., segno di abbrutimento la nudità..: questi due disordini si sono riuniti nelle mode odierne….. Anche nel tempio santo di Dio penetra talvolta questo abominio…..

2. IL LUSSO. — «Non ti gloriar mai nel tuo vestito » (Eccli. XI 4); « … quanto più splendida appare la donna agli occhi degli uomini, tanto più è dispregiata da Dio » (S. AMBROGIO); … « il lusso del vestire. indica la nudità dell’anima » (S .Giov. CRISOSTOMO)… « perché adornare il corpo e non adornar d’opere buone quell’anima che dagli uomini dovrà esser presentata a Dio in cielo? Perché disprezzar l’anima ed anteporre il corpo? enorme abuso è questo: che comandi chi dovrebbe servire e che serva chi dovrebbe comandare » (S. BERNARDO)… — E questi abbigliamenti sfarzosi «spesso son frutto d’infamia, e di delitto. Le superbe matrone romane si vantavano di portar indosso il patrimonio d’intere province depredate dai loro mariti…. di dove proviene il lusso sproporzionato addirittura alle modeste rendite familiari di certa gente?… E quelle madri che non hanno denari per procurare una cameretta e un letto ai bambini, ma sanno trovar il modo di mandar vestite le ragazze come altrettante reginette?

3. L A NUDITÀ. -Il santo Vescovo Nonno, nell’apprendere il vestire scandaloso di certa Pelagia, proruppe in pianto; domandatone del perché, rispose: « due pensieri m’affliggono; l’uno è la perdita di questa donna e di tante anime da lei sedotte; l’altro si è che io non cerco di piacer tanto a Dio, quanto costei di piacere agli uomini. » Le lacrime del santo Vescovo salvarono Pelagia, che si convertì e divennè santa anche lei. – Potessero le lacrime della Chiesa far rinsavire certe Palagie dei nostri giorni!… – Nè serve il dire che la moda vuol così… Prima della moda c’è il Vangelo…; anche per gli uomini c’è la moda di bestemmiare, di profanar le feste, di non far più pasqua; menate loro buona la scusa della moda? — E neppure si dica che se l’esterno è sfrontato, il cuore è puro…. Credo allo Spirito Santo che dice: « Il vestito, il riso, il portamento ci fanno conoscere chi uno sia» (Eccli. XIX, 27); non credo alle spampanate di certi poeti pagani, i quali si vantavano d’essere immacolati nella condotta e luridi nei versi; non c’è fumo senza fuoco! Ma poniamo pure che, nonostante l’abbigliatura immodesta, siate angeli di costumi … ed il male che fate commettere agli altri?.… e i pensieri, ed i desideri cattivi che suscitate? Il vizio trionfa di più per la l’ingenua galanteria delle donne oneste, che per la sfacciata provocazione delle donne perdute … si badi però che l’onestà voluta da Dio nella donna è qualcosa di molto superiore all’onestà secondo il moderno concetto pagano …

4. LA MODA DEI CRISTIANI. — Con ciò non si vuol dire che i semplici fedeli debbano vestire come i monaci… molto meno che debbano imitare le fogge da strapazzo di certi Santi, che ciò facevano per umiltà e mortificazione… chi vive in società ha il dovere di rendersi amabile e non ributtante … ci furono delle regine e delle principesse che vestirono riccamente e furano sante… le splendide vesti nascondevano però il cilicio … —Vestendo ognuno decorosamente secondo la sua condizione non si tralasci di portar indosso qualche segno di penitenza e di devozione: l’abitino del Carmine… quello del terz’ordine di S. Francesco… la medaglia della Madonna… il Crocifisso……

Leggiamo a proposito la storia della beata Umbelina, sorella di S. Bernardo [da Massini: Vita dei Santi; vol. VIII – Venezia, MDCCLXXVIII]

Beata UMBELINA.

Secolo XII.

Nella vita di S. Bernardo, e negli Annali Cisterciensi sono riportate le virtuose azioni di questa B. Sorella del Santo Abate.

1.- Umbelina sorella di S. Beranardo nacque circa l’anno 1092, e la B. Aletta sua madre, dopo averla offerta a Dio, subito nata, secondo il lodevole costume da lei tenuti in tutti i suoi parti, la nutrì col proprio latte e curò che fosse educata in una maniera, conveniente bensì alla sua nobile condizione, ma cristiana. Le ricordava frequentemente quella verità che stentano tanto a comprendere i Grandi del secolo, cioè: che è molto meglio l’esser povero ma caro a Dio, che l’esser ricco ma senza virtù; attesochè il principale fondamento della vera nobiltà e delle sole ricchezze consiste nell’amore di Dio e nell’esatta osservanza della sua santa Legge. Umbelina vide tutte quelle massime praticate dalla sua piissima madre, e si può credere che le avrebbe seguite ella se avesse avuto il vantaggio di esser istruita più lungo tempo da una sì saggia conduttrice. Ma Dio ritirò da questo mondo Aletta, mentre la sua figliuola era ancor fanciulla, onde i materni ricordi, che a cagione della tenera età poca impressione avevano fatta nel suo animo, si andarono insensibilmente cancellando e cederono il luogo all’amore del mondo, da cui si lasciò talmente signoreggiare che non pareva la sorella di San Bernardo e degli altri suoi virtuosi fratelli. Ma il momento in cui ella doveva imitarli non era ancora giunto; e Dio permise che vivesse qualche tempo secondo il mondo, non solo perché avesse poi occasione di maggiormente umiliarsi, ma anche perché provasse con la propria esperienza quanto siano vani e folli i piaceri mondani che appena giungono a soddisfare per un momento i sensi quando si prendono, e poi lasciano, quando sono passati, un lungo ed amaro rammarico e pentimento.

2- Umbelina, divenuta erede di un ricchissimo patrimonio, lasciatole dai suoi fratelli, che si erano tutti ritirati dal mondo e fatti monaci cistercensi, ad altro più non pensò che a godere del presente, poco o nessun pensiero prendendosi del futuro e dell’eternità. Si maritò con un giovane cavaliere che era stretto parente della duchessa di Lorena, e tutta si occupò nel soddisfare non tanto al genio del suo sposo, quanto alla propria inclinazione per la vanità. Così quella pecorella smarrita, che la misericordia del Signore aveva destinato di richiamare un giorno al suo ovile, andava inconsideratamente preparando a se stessa la materia di un gran pianto e di una lunga penitenza. Ella passò più anni in questa vita mondana e rilassata, e intanto S. Bernardo e gli altri fratelli, amareggiati per la sua mala condotta, facevano continue e ferventi oraziani a Dio per la sua conversione. Si degnò finalmente il Signore di esaudire le loro preghiere, inspirando ad Umbelina il desiderio di andare a rivedere i propri fratelli a Chiaravalle. Il lusso e lo sfarzo dell’abito e dell’equipaggio con cui ella comparve e si presentò alla porrà del monastero, non poteva essere uno spettacolo accetto e confacente a quel sacro luogo, che da tutte le parti spirava modestia e penitenza. Infatti S. Bernardo, avendo saputo che la sorella era venuta carica degli ornamenti del secolo e con un accompagnamento pomposo, si protestò dì averla in aborrimento e in orrore; e riguardandola come una rete tesa dal demonio in pregiudizio dell’anime, ricusò costantemente di abboccarsi con lei. Anche gli altri suoi fratelli, informati della sua venuta e del suo fasto, deplorando la sua cecità, non vollero in alcun modo vederla né parlarle. Ad un tale inaspettato rifiuto, Umbelina si riempì di tristezza e di confusione; tanto più che Andrea, uno dei suoi fratelli, che era più giovane di lei, essendosi accidentalmente trovato alla porta e non potendo sfuggire di parlarle, la riprese fortemente perché fosse venuta in quella maniera tanto contraria allo spirito e all’umiltà di Gesù Cristo; e trasportato dal suo zelo francamente le disse: Con tutti i vostri abiti preziosi che cosa siete voi, se non un sacco di lordura ben coperto? Umbelina pertanto prorompendo in un dirotto pianto, disse al fratello: lo son peccatrice, è vero, ma Gesù Cristo è morto per li peccatori. Per questo appunto io ricorro alle persone dabbene. Che Bernardo disprezzi il mio corpo, io l’intendo, ma non conviene ad un servo di Dio che disprezzi l’anima mia. Venga dunque, parli, comandi; e mi troverà pronta e disposta a far tutto ciò che vorrà.

3. – Riferito a Bernardo quel discorso, andò a trovarla con tatti gli altri fratelli, e dopo averle con dolcezza insieme e con forza parlato della necessità di fu penitenza, le diede utilissimi consigli intorno al metodo della nuova vita che doveva intraprendere; e perché essendo legata in matrimonio non poteva separarsi dal suo marito, il S. Abate le disse che doveva cominciare la riforma e la mutazione della vita dal riseccare affatto ogni superfluità e vanità, ogni sorta di lusso dalle sue vesti e dal suo treno, e dal privarsi di tutti i piaceri, i divertimenti profani del secolo. Le propose per modello da imitare, la vita, della. B. Aletta loro madre che, sebbene facoltosa e nobilissima, era però vissuta sempre con gran semplicità ed umiltà cristiana, e aveva mostrata una particolar avversione alle mode e ai passatempi mondani. Dopo averle dati questi ed altri salutari consigli, S. Bernardo si congedò dalla sua sorella e si ritirò a pregar Dio, acciocché si degnane d’imprimer bene nell’animo di lei tutte le verità che aveva in quei giorno ascoltate.

4. – Umbelina, tornata che fu alla propria casa, eseguì puntualissimamente tutto ciò che le aveva prescritto il S. Abate, e la sua conversione fu a tutti i suoi parenti e cittadini un oggetto di stupore insieme e di edificazione, poiché ciascuno ammirava una dama giovane, nobile e ricca, non distinguersi più dalle altre, se non per la modestia e costumatezza: digiunare frequentemente, orare, vegliare ed osservare un esatto ritiro. Suo marito, lungi dal contraddirla e opporsi a questo nuovo tenore di vita così diverso da quello che aveva tenuto per l’addietro, se ne mostrò contentissimo, e ne ringraziò, e benedisse il Signore; anzi due anni dopo la sua conversìone, liberandola affatto dal giogo maritale, consentì ch’ella si dedicasse interamente al servizio di Dio.

5. – Tostochè Umbelina si vide in quella libertà che tanto bramava, andò a ritirarsi nel monastero di Tulli, che era stato poco prima fondato per le donne per opera di S. Bernardo, e dopo aver ivi abbracciata e professata la vita religiosa, vi passò il resto dei suoi giorni in una continua penitenza. Per l’abbondanza delle grazie che il Signore Iddio si compiacque di spargere sopra di lei, giunse a tal grado di santità che divenne in breve tempo l’ammirazione di tutti quelli che la vedevano ed un soggetto di estrema gioia per S. Bernardo e per gli altri suoi fratelli. Passava sovente le intere notti in recitar Salmi e in meditare la Passione di Gesù Cristo; e quando si sentiva oppressa dal sonno, prendeva un poco di riposo, coricandosi sopra le nude tavole. Era sempre la prima agli esercizi della Comunità, e li faceva con tanto fervore, che edificava le più osservanti e stimolava insieme le più tepide ad imitarla. Visse così per lo spazio di diciassette anni, meritando con quella continua penitenza la corona di gloria, che è prometta a quelli che perseverano nel bene fino al fine. Nella ultima sua infermità accorgendosi le sue compagne che ella andava giornalmente perdendo le forze, e che si avvicinava alla sua morte, ne fecero avvertito S. Bernardo, il quale venne subito a visitarla, e dopo un lungo e tenero colloquio ch’ebbero insieme sopra la divina misericordia, di cui ella aveva provati in se stessa con tanta abbondanza gli effetti, nelle braccia di lui placidamente spirò nel1’anno 1141 della nostra salute, e cinquantesimo dell’età sua. Pare a prima vista eccessiva la durezza e severità con cui S. Bernardo trattò Umbelina, eppure ella fu il mezzo di cui il Signore si servi per umiliarla, compungerla, e convertirla. La carità, dice S. Agostino, usa il rigore e la severità quando lo crede opportuno in benefizio del prossimo, come il chirurgo adopra qualche volta il ferro ed il fuoco, per restituire la sanità all’infermo. Senza di un tal rigore forse Umbelina non avrebbe conosciuto il suo errore, né avrebbe rinunziato a quelle pompe e vanità, che il cieco mondo purtroppo crede innocenti. Quante vi sono anche ai giorni nostri, che menano una vita tutta mondana e tutta voluttuosa, e che non si fanno scrupolo di portare, come in trionfo, il fasto, l’orgoglio, la vanità e l’immodestia fino nel luogo santo e in faccia ai sacri altari. Sarebbe dunque per queste tali un effetto della divina misericordia, se qualche ministro di Dio mosso da quello spirito, da cui era animato S. Bernardo, facesse loro conoscere l’inganno in cui vivono e il pericolo, a cui espongono la loro eterna salute! Oltre l’esempio di un Santo sì illuminato, qual era S. Bernardo, basta leggere il capo terzo del Profeta Isaia per rimanere persuoso quanto dispiacciano al Signore i vani e preziosi abbigliamenti, il portamento altero ed immodesto, ed il lusso delle femmine alle quali per mezzo dello stesso Profeta, Iddio minaccia terribili castighi.

“Et dixit Dominus: Pro eo quod elevatæ sunt filiæ Sion, et ambulaverunt extento collo, et nutibus oculorum ibant, et plaudebant, ambulabant pedibus suis, et composito gradu incedebant; decalvabit Dominus verticem filiarum Sion, et Dominus crimen earum nudabit. In die illa auferet Dominus ornamentum calceamentum, et lunulas, et torques, et monilia, et armillas, et mitras, et discriminalia, et periscelidas, et murenulas, et olfactoriola, et inaures,  et annulos, et gemmas in fronte pendentes, et mutatoria, et palliola, et linteamina, et acus, et specula, et sindones, et vittas, et theristra. Et erit pro suavi odore foetor, et pro zona funiculus, et pro crispanti crine calvitium, et pro fascia pectorali cilicium.” [Is. III, 16-24] [Dice il Signore: “Poiché si sono insuperbite le figlie di Sion e procedono a collo teso, ammiccando con gli occhi, e camminano a piccoli passi facendo tintinnare gli anelli ai piedi, perciò il Signore renderà tignoso il cranio delle figlie di Sion, il Signore denuderà le loro tempie”. In quel giorno il Signore toglierà l’ornamento di fibbie, fermagli e lunette, orecchini, braccialetti, veli, bende, catenine ai piedi, cinture, boccette di profumi, amuleti, anelli, pendenti al naso, vesti preziose e mantelline, scialli, borsette, specchi, tuniche, cappelli e vestaglie. Invece di profumo ci sarà marciume, invece di cintura una corda, invece di ricci calvizie, invece di vesti eleganti uno stretto sacco, invece di bellezza bruciatura.]

LA COMMEMORAZIONE DI PIO XII del S. P. GREGORIO XVII

S. GREGORIO XVII:

LA COMMEMORAZIONE DI PIO XII

[Tenuta alla presenza del massone 33° A. Roncalli,

l’antipapa sedicente Giovanni XXIII]

S. S. Pio XII con il Cardinal Siri, suo successore con il nome di  Papa Gregorio XVII

Sono ben certo di interpretare il comune pensiero ringraziandovi per l’insigne esempio che voi ci date manifestando, si può dire ogni giorno, ammirazione venerazione e rimpianto per il vostro antecessore Pio XII [in realtà Gregorio XVII sapeva bene chi era e quale era il vero intento del massone Roncalli, usurpatore all’epoca della Sede Pontificia … – ndr.-]. Ed è tale convinto, affettuoso vincolo di soprannaturale pietà, che vi ha spinto a donare a questa commemorazione il lustro, singolare davvero, della vostra augusta presenza. [si può cogliere la nota sarcastica del “vero” Santo Padre nei confronti dell’usurpatore massone 33° –ndr.- ]. L’esempio che voi, padre santo, ci date ponendo tale cura a che rimanga viva e venerata la memoria del defunto Pontefice, mi pare così preziosa anche perché a pochi uomini accade di ricordare degnamente quelli che li hanno preceduti. Grazie, padre santo. Per quel che mi riguarda debbo dire che solo pensando alla sincerità e forza di questo esempio ho trovato il coraggio di far risuonare l’umile mia voce in tale solenne adunanza. Per questo, fatto sicuro della benignità vostra, ritrovo la gioia di esprimere la riconoscenza che lega i moltissimi di tutto il mondo alla santa memoria di Pio XII. – La odierna commemorazione è promossa con augusto consenso di vostra santità [si legga satanità! – ndr. -] dal benemerito circolo di san Pietro e dalla Pontificia opera di assistenza, per i particolari vincoli che quel sodalizio illustre e quell’ente benefico ebbero con Pio XII; ma è ovvio che, dovendo io parlare di lui, prenda l’avvio da quella più ampia considerazione che la storia deve pure accordare ad un vicario, ad un successore di Pietro. Sento dunque il dovere di leggere, quanto mi riesce nei fatti la grandezza di un Pontificato per poi ravvisare nel Pontificato stesso il valore egregio e non comune dell’uomo, che fu romano, che si chiamò Eugenio Pacelli fino al 2 marzo 1939 e che da quel giorno portò, dodicesimo nella serie, il nome di Pio. – Naturalmente questo farò per la vastità della materia e grandezza del soggetto solo indugiando in qualche linea generale. La prospettiva storica ci obbliga a vedere subito con chiarezza che Pio XII fu Papa durante una guerra, che il suo Pontifìcato ha accompagnato una guerra. Questa fu cruenta fino all’8 maggio 1945 e, da quel giorno, abbandonato l’uso degli strumenti bellici, volse in più ampia anzi universale competizione gli strumenti naturalmente assegnati alle umane relazioni della pace, non disdegnando talvolta parziali ritorni al furore della vicendevole offesa o della distruzione. In realtà, di quella guerra che scoppiò nel 1939, pochi mesi dopo la assunzione di Pio XII al Pontificato, è sancita e non del tutto, a causa di permanenti pendenze, la pace diplomatica; non è certamente fatta la pace spirituale. Esprimo il modesto parere che questo Pontificato non lo si possa “leggere” fuori di quella generale qualifica “che ha accompagnato una guerra”. Mi chiedo allora: ma che significa per un Papa avere accompagnato il mondo attraverso una guerra? Vediamo. I palazzi apostolici divennero il punto di partenza per arginare con svariatissima azione, contenere, umanizzare. La loro naturale fisionomia di essere casa di tutte le genti si avvivò in mille modi. Essi divennero quel tal punto di passaggio, tra i diversi belligeranti, tra belligeranti e non belligeranti, nel quale lo scambio delle notizie volte a lenire infinite ansietà e lacrimevoli miserie, la organizzazione dei soccorsi, riassunse e sviluppò la prima esperienza del 1914. Fu opera grandiosa e qui sono presenti molti fedeli e piissimi strumenti di essa. Però non mi posso arrestare qui. La organizzazione della carità prese in qualche momento un posto preminente. Ciò fu in modo particolare per Roma prima e poi per tutta l’Italia. Il 18 aprile 1944, sorgeva, per volontà del Papa, la Pontificia opera di assistenza: egli dichiarò di fare così “guerra alla guerra” e di imporsi il criterio “che si doveva fare una carità fino in fondo”. In quegli anni tragici 1943-1945 il suo contatto con Roma, alla quale rimane unico vero schermo, divenne più intimo, più semplice, più affettuoso e vibrante nella comune pena. Il 13 giugno del 1943 radunava nel cortile del Belvedere 23 mila oratori come in un grande abbraccio; il 19 luglio seguente era tra il popolo sulle fumanti rovine dei quartieri di san Lorenzo; il 13 agosto era nello strazio del quartiere Prenestìno. La domenica 12 Marzo 1944 concesse una grande udienza in piazza san Pietro: era la folla del terrore, della miseria, della fuga in cerca di un rifugio; sprizzò dalle sue parole la scintilla e i figli si sentirono fusi nella fede e nella fiducia del padre. L’abbraccio alle immense folle restò fino all’ultimo una consuetudine della sua vita. Resisté alla pressione di abbandonare Roma: rimase ed affrontò gli eventi. Il suo rimanere, l’immenso prestigio col quale egli fece da schermo alla città eterna, i suoi interventi consci e decisi, si ha motivo di credere abbiano salvata la città stessa, come furono causa di salvezza per altre città e terre italiane. Il 4 giugno 1944 fu giornata decisiva: il popolo attendeva che il Papa andasse a visitare la Madonna del Divino Amore e la misericordia di Dio fu manifesta: gli occupanti lasciavano Roma senza opporre quella resistenza che avrebbe trasformata la città in un nefasto campo di battaglia. – Pio XII ha accompagnata la guerra, materialmente intesa, ben da vicino: le bombe hanno violata anche la Città del Vaticano. Come le vicende belliche tacquero, tutto fu volto al sollievo delle immense miserie, al ricupero delle giovanissime generazioni minacciate per la scarsità del nutrimento, alla supplenza di un periodo che tutto doveva ricostruire. Per quanto concerne l’Italia fu suo strumento principe la Pontificia commissione di assistenza trasformata il 15 giugno 1953 in Pontificia opera di assistenza, mentre già dal 20 ottobre 1951 era sorta per suo volere la conferenza internazionale delle “Carità cattoliche”, detta anche semplicemente “Caritas internationalis”. – Debbo venire a parlare d’altro: Pio XII ha accompagnato quel periodo di guerra cruenta ed incruenta in ben altro modo, sia nei confronti del mondo, sia nei confronti della Chiesa. Alla base della guerra stavano delle idee, anzi stavano degli errori. È naturale pensare che le guerre scaturiscano da passioni, da appetiti incontenuti e da interessi; ma tutto questo aveva il suo fondamento in errori che fermentavano da secoli per causa di altri errori e che per ragioni non intellettuali erano stati aiutati a fermentare e ad esplodere. La grande trama era orrendamente scavata su linee deformatrici della verità. La vera guerra si germinava là e stava là. Se non si arriva a questo punto credo non si possa capire la nota saliente del Pontificato di Pio XII. Egli ha visto questo. Forse nessuno lo ha visto come lo ha visto lui; da questa visione è nata la sua più grande fatica, la fedeltà ad essa scavando di essa profondissimo il solco e stabilendo una diversa caratura ai diversi impegni. Di questi taluni debbono per necessità storica passare in secondo piano quando un maggiore impegno si impone, lo capiscano o non lo capiscano gli altri che non sono sul ponte di comando della navicella. La fedeltà alla sua tipica missione ha reso eroico Pio XII, siccome dovrò ancora illustrare. – Mi si consenta di ritornare alla affermazione: la trama della guerra stava in errori o, se piace, in carenze di verità. Il fatto va considerato accuratamente perché è quello che illumina Pio XII. Tutti sanno del determinismo biologico figlio, speriamo unico, di quello teologico, del relativismo, dell’individualismo, dell’amoralismo, del criticismo e quelli che conoscono la storia in modo sufficiente da poter risalire per i rami sanno anche dove fanno capo, tanto da avere con impressionante evidenza documentato quanto il mondo paghi col sangue le ferite inferte alla verità di Dio, sia pure espressa soltanto in natura. Gli errori obbligano i fatti ad uscire di strada. Implacabilmente. Gli errori entrano dovunque anche dove non c’è neppure capacità di percepire in modo profondo la sana dottrina, perché hanno due vie insinuanti: quella delle loro metodologie e quella degli stati d’animo. Molte filosofie hanno conosciuto, se non un tramonto, un declino; eppure la loro metodologia si afferma poderosamente. I metodi di pensare e valutare idealisticamente, positivisticamente, esistenzialisticamente sono vivi anche se maneggiati dai più senza alcuna conoscenza del loro fondamento teorico. Gli stati d’animo possono generarsi concependo idee e presentando anche artisticamente fatti secondo quella vibrazione emotiva che è omogenea ad una filosofia — supponiamo — rovinosa e come tali entra in tutti, anche in quelli che nulla sanno di cultura. Ma, una volta entrati, orientano ad agire ed a simpatizzare come se quelle filosofie accettassero e vivessero. È così che gli errori hanno raggiunto una capacità nelle masse tanto incosciente quanto esplosiva. – Tutto questo accadeva ed accade mentre la fretta e la molteplicità degli oggetti offerti in sovrabbondanza alla considerazione di tutti ogni giorno, diminuiscono in tutti la possibilità di approfondimento, di sviluppo logico, di critica e pertanto di difesa. Si ha allora l’errore subcosciente, che è assai più difficile a combattere ed anche solo ad isolare e denunciare, che non l’errore aperto, definito ed espresso con proporzioni pertinenti. – Era dunque duplice l’aspetto negativo della situazione: gli errori fermentanti al disotto della inquietudine degli uomini, ed il modo crepuscolare col quale tali errori agivano ed inquinavano. – In questo soggiacere all’indettamento degli errori, senza averne coscienza chiara e precisa, per essere travolto dagli strumenti che si è creato, sta per il mondo il suo più grande dramma, assai peggiore di quello della guerra cruenta. – L’insegnamento multiforme per il bene delle anime e dei popoli Colui che fu detto “pastore angelico” vide tutto questo. Le pupille gli si dilatarono — lo si è osservato quando benediceva spalancava in croce le braccia e guardava in alto e lontano lontano —, salì idealmente su un podio in atteggiamento concentrato e raccolto, di asceta e quasi eremita proveniente da una lunga considerazione interiore e parlò. Parlò sempre toccando col pensiero vette di verità e abissi di errori, obbligando a dipanarsi questioni che stavano avviluppate e sornione, chiamando in giudizio tutti i fatti sostanziali del nostro tempo per obbligarli ad un tempestivo esame di coscienza, non avendo timori dinanzi alle scienze che salutò ed aiutò nel loro naturale e supremo raccordo a Dio loro Autore; incalzò, perseguì, analizzò, toccò sempre la corda del cuore. E parlò fino all’ultimo giorno in cui resse in piedi. Il giorno dopo l’ultimo discorso di Castelgandolfo Pio XII era alle soglie della morte. Parlare! Per Pio XII parlare era questo. Studiare personalmente portandosi con singolare acutezza in tutte le direzioni. Lo studio di un discorso talvolta durava molti mesi. Se l’argomento eccedeva il campo delle ordinarie discipline familiari ad un ecclesiastico, egli vedeva tutta la bibliografia recente di un determinato argomento, l’ultima che fosse uscita nel mondo. Aveva per questo una sorta di contratto con una organizzazione attrezzata all’uopo. La singolare conoscenza delle lingue gli facilitava il compito dello studio diretto e personale. Parlare una sola volta, per lui era raccogliere un materiale e spesso un ritornare a lunghi impegnativi colloqui — fuori di tabella — con uomini anche di disparate tendenze per acquisire una più completa ed obiettiva informazione. In taluni discorsi era meticolosissima la cura degli stessi particolari tecnici, dovuti non ad esibizione ma unicamente allo scrupolo di documentare obiettivamente l’onesto studio, per manifestare che le considerazioni inerenti ai rapporti colla fede e al giudizio morale non erano né inconsapevoli, né avventati. Per Pio XII il parlare era questo ed era anche qualcosa d’altro: lo dirò appresso. Per parlare impose limitazioni a sé e agli altri; il dovere principale in un momento prevale sui doveri in quel momento secondari. Svolse così una catechesi di una serietà ineccepibile, di un raggio universale, di una concludenza fascinosa. Il silenzio, che amava e lo stesso isolamento, che spesso prediligeva non erano altro che il raccogliersi necessario alla sua catechesi; del resto è ovvio che il serio parlare sia punteggiato dall’altrettanto serio silenzio. E certe caratteristiche proprie di Pio XII hanno la giustificazione nella particolarità della sua missione. – La definizione solenne del dogma della Assunzione della Vergine, per la rilevanza obiettiva, sta al centro del suo compito magisteriale e non sono poche le questioni teologiche e morali, le quali hanno avuto da lui ricchezza di documentazione magisteriale e di precisazione. Mi si conceda però di soffermarmi brevemente su alcuni punti che per il mondo affaticato nel quale viviamo, hanno una particolare importanza. Nel Natale del 1942 rivolse al mondo un messaggio relativo a un ordine nell’interno delle nazioni. Quel messaggio credo rimanga tuttavia il punto di riferimento per quanti in materia sociale vogliano ragionare esattamente e vogliano evitare il pericolo di essere dannosi ai propri simili. Egli aveva avvertito il centro della questione. Che era questo: accettare inconsciamente — siccome ho già detto sopra — sia da parte materialistica che dalla banda opposta l’idea di un determinismo, nel quale gli uomini si sarebbero meccanicamente cambiati verso il meglio, deducendo la logica di quel determinismo a poggiare riforme sociali piuttosto su elementi soggettivi ed anonimi, dimenticando pertanto con nefasta carenza che gli uomini sono liberi e sono persona? Di qui la sovrana indicazione di quel messaggio: strumento delle giuste riforme essere essenzialmente la legge, sia perché è elemento obiettivo sia perché essa si propone agli uomini in modo “morale”, ossia in modo conveniente al rispetto della persona umana. La imponenza di quel messaggio e di quel supremo richiamo ritengo non sia ancora sufficientemente intesa. Non mi meraviglia questo: è infatti proprio dei Papi, vicari di Dio, parlare per i secoli, inserirsi da maestri nella tradizione cristiana e restarvi. Ad essi può dunque benissimo accadere di non essere del tutto ascoltati dai contemporanei, perché la provvidenza ha loro preparato ascoltatori che li seguiranno anche dopo molti secoli. – L’ordine internazionale e la pace dovevano giustamente temere le molte e facili illusioni. Nel radiomessaggio ai governanti e ai politici del 24 agosto 1939 Pio XII affermò che « nulla è perduto con la pace, tutto può essere perduto con la guerra ». Lo stesso anno a Natale trattò — nella allocuzione al sacro collegio — dei punti fondamentali per la pacifica convivenza dei popoli. Nel messaggio del Natale 1940 disse i presupposti essenziali di una pace giusta e duratura, completando questo corpo dottrinale nel Natale del 1941 col messaggio sulle sicure basi per il nuovo ordinamento del mondo. Aveva di fronte il rassegnato cedimento alla ineluttabilità del male, la disonorevole rinuncia alla fiducia nell’intimo valore della verità e della giustizia. Allora il richiamo a valori morali e soprannaturali, nei quali si possono redimere le cose umane, si fa preciso, incalzante, concreto. Egli vedeva, e giustamente, lo stesso danno, diffuso da un cedimento di più secoli, sul valore della persona e sulla capacità di reagire alle avverse fortune: nel Natale del 1943, dovrei dire, cantò la vittoria sulla delusione, e l’attesa della pace. – Quando la stanchezza stessa degli eventi fece presagire forse non lontana la ricostruzione dalle rovine, ne trattò gli strumenti. Cosi nel messaggio natalizio del 1944 dissertò della democrazia nei suoi aspetti e nei suoi strumenti, completando il grande messaggio del 1942. – È proprio dei grandi dolori conferire la capacità di alterare i confini tra la realtà ed il sogno; è nefasto nel reggimento dei popoli che quella alterazione dia avvio a linee e programmi difformi dalla umana natura e dal comportamento naturale della umana società. Pio XII si prese cura di riportare in quel messaggio la questione sul terreno concreto e trattò dei caratteri dei cittadini e del carattere dei responsabili in regime democratico, avvertendo che a questo né si convengono, né mai saranno utili le astrazioni. I problemi sociali sarebbero riapparsi per ragione di ovvia giustizia, ma coi caratteri conseguenti alle immani prove subite: cioè brucianti e frettolosi. Fino all’ultimo riprese il messaggio sociale di Leone XIII, di Pio XI. Fu accanto a quelli che attendevano una migliore promozione ai beni della terra, una maggiore considerazione obiettiva nel concreto della vita civile. Soprattutto, mirò sempre a difenderli dal supremo oltraggio pel quale usandosi la fascinosa proposizione di dare a loro un migliore pane, non si attuasse in verità il disegno di defraudarli della libertà e della dignità umana, fomentando passioni per averne frutti di tirannia sui popoli. La sua voce fu severa e chiara. Non accolse le facili suggestioni della popolarità che inganna; reciso nella giustizia, austero nei doveri maggiori, nelle maggiori responsabilità ammonì a non seguire metodi i quali partendo da false concezioni dell’uomo, l’uomo oltraggiano e non redimono affatto dalla miseria e dall’avvilimento. – Questo insegnamento magistrale è arrivato dappertutto; esso si rifrange per mille raggi su ogni argomento, su errori, su costumi pericolosi, su stati d’animo equivoci, su illusioni facili e seducenti per gli uomini. Ha il carattere dell’universalità ed appare dominato dalla ansietà di tutto raggiungere e per arrivare a tempo. Pio XII avvertiva che le articolazioni di una guerra fredda seguono le articolazioni di idee vaganti; avvertiva non meno che, oltre una guerra fredda tra schieramenti, esiste non meno grave una guerra tra uomini ed interessi. L’ansietà sua di chiarire ed ammonire crebbe cogli anni, anche se negli ultimi anni la sua visione appariva meno preoccupata ed angosciata. Così accompagnò il tempo di questa singolare guerra. Ed il suo insegnamento fu l’asse della sua azione di governo, aperto, unitario, coerente. Le guerre fanno camminare le cose, perché sono fatte di mutamenti. La accelerazione delle esperienze e del progresso, tali da far superare un secolo in pochi decenni non lo sorprese: chi numera le riforme, le possibilità date alla vita religiosa, l’amore all’Azione Cattolica, i ritocchi apportati all’ordinamento liturgico, il respiro della metodologia, il ritmo dei contatti, può rilevare che con lui la Chiesa ha accompagnato il ritmo stesso del nostro tempo. La guerra talune cose ha livellate, altre ne ha svuotate, altre ha spogliate di moto e di ideale, altre finalmente ha ricominciate a vestirne di illusioni. Se ne è disegnata una mentalità, che forse, solo la prospettiva storica permetterà di afferrare. Chi guarda da un punto unitario il multiforme operato di Pio XII si accorge che egli aveva compreso. – La seconda guerra è lo scoppio, per ora ultimo, di una prevalenza materiale sullo spirituale, di un comando che la macchina, creatura degli uomini, esercita ormai sugli uomini, senza risolvere più problemi di quanti ne aggrava. Pio XII parve sfiorare la terra, che toccò solo con gentilezza e carità grandi. Fu colle caratteristiche che tutti videro, col suo riserbo colla sua pietà, mite che poté sfiorare la terra e librarsi sopra di essa, sovra del suo dramma. La Chiesa? La Chiesa è per la salvezza del mondo e rappresenta bene la Chiesa chi sulle orme del Salvatore lavora bene per la salvezza del mondo. Pio XII ne vestì la responsabilità e la gloria, accompagnando il mondo nella sua grande prova. È evidente che nell’ultimo secolo le pagine della storia si accompagnano ai Pontificati e che i Pontificati sono essi a scandirla. Ciò è naturale, se si considera che in ragione della Incarnazione la storia cammina nel senso del regno di Dio e pertanto ne assume di fatto l’incomparabile ritmo. Il clero, le scuole, le scienze, le missioni, le nuove prospettive accolsero di Pio XII l’attenzione impegnata, non scevra di dolorosa preoccupazione, la fatica incessante. L’azione di governo gli impose l’usura di una precisione assorbente. I contatti coi popoli, con tutti, li moltiplicò imponendo ad un temperamento per natura riservato lo sforzo continuo della parola e del tratto accoglientissimo. Era evidente in lui una disciplina imposta per altissimo senso di dovere. Non gli era facile il parlare, nonostante le straordinarie capacità. Scrisse e imparò a memoria: solo negli ultimi anni si rassegnò a leggere, non sempre. In un solo anno tenne 183 discorsi: erano stati tutti diligentemente vergati da lui e detti inappuntabilmente con scrupoloso rispetto dell’esattezza, spesso con sforzo e disagio penosi. Era suo dovere, così pensava. A considerarlo ci si accorge di una grande limatura fatta in se stesso ed attorno a se stesso come se il superfluo del grande servizio a Dio dovesse essere allentato e nulla potesse ingombrare il tempo, la mente ed il diuturno sacrificio. La sua figura fisica ben si acconciava a questa sorta di transumanazione anche esterna, che le innumerevoli genti, passate di qui, comprendevano anche senza saperla analizzare e ricevendone per irradiazione quasi il dono di una divina grazia. Il Papa imponeva a sé limitazioni, che parvero estendersi al di là di lui stesso e che erano un atto di virtù e di fedeltà alla missione, portando con sé, e lo si intuiva, il segreto di un sacrificio, raccolto e penitente. La gentilezza dell’animo, la finezza della sensibilità gli moltiplicarono le pene, gli aggravarono le preoccupazioni, gli resero più dolorosi i timori e le ansietà. La fermezza del pensiero, il nitore del magistero, la forza delle grandi decisioni passavano in lui attraverso questo personale travaglio che trasformarono in purissimo sacrificio non pochi giorni del suo Pontificato. Con tale sacrificio, illuminato dalle caratteristiche della sua natura e dai tratti della sua personalità egli accompagnò la grande prova del mondo e della Chiesa. A lui, per temperamento restio, toccò di stabilire nella carità della dedizione e con una sorta di violenza fatta a se stesso, il più grande contatto che — in ragione dei moltiplicati mezzi tecnici — sia mai stato attuato dai Papi prima di lui. Quello che fece, fece per comprensione profonda, per comprensione lungimirante, soffrendo, ove i limiti si imponevano per sé e per tutti gli altri. La sua radiosa pietà, che lo aveva portato a scrivere e compiere cose grandi nella teologia mariana e nella glorificazione della Vergine Santissima, Assunta in cielo, che lo faceva inginocchiare con chiunque si trovasse nella sua biblioteca privata allorché percepiva il segno dell’Angelus per recitarlo, completò in angelica luce i suoi tratti. – Verso il termine della vita parve crescere una luminosa serenità, come se avesse sentito il profumo di una messe matura e nel messaggio della Pasqua del 1958, l’ultimo dei grandi messaggi della sua vita, additò non solo speranze, ma esultò come chi si trova in cospetto di luminose certezze: contemplò, si direbbe, lo splendore di una aurora. Molti furono stupiti ad intenderlo parlare cosi. – Quella visione di aurora è auspicio e promessa, suggello gioioso della continuità di sacrificio e di vittoria che raccoglie i Papi nella unica indefettibile realtà di Pietro vivente.

Roma, 8 marzo 1959

IL MALE COME UN FUOCO DIVORANTE

COME FUOCO DIVORANTE

etenim Deus noster ignis consumens est [Hebr. XII, 29]

[Les Prophéties de La Fraudais, 9°ed. 2007, p. 270]

Si avranno gravi malattie [dopo i tre giorni di buio –ndr.-] che l’arte medica dell’uomo non potrà alleviare. Questo male attaccherà dapprima il cuore, poi lo spirito e nello stesso tempo la lingua. Sarà orribile. Il calore che l’accompagnerà sarà come un fuoco divorante, insopportabile e tanto forte che le aree del corpo colpite ne saranno arrossate, infiammate in modo insopportabile. Nell’arco di sette giorni questo male, seminato come il grano nei campi, germoglierà rapidamente dappertutto e farà progressi immensi. Figlioli miei, ecco il solo rimedio che potrà salvarvi:  Voi conoscete le foglie del biancospino che cresce vicino a tutte le siepi. Le foglie di questo biancospino potranno fermare l’avanzarsi di questa malattia.  – Raccogliete le foglie, non le parti legnose: esse anche secche, conserveranno la loro efficacia. Voi le metterete in acqua bollente e le lascerete per 14 minuti, coprendo il recipiente per conservarne il vapore. Quando si presenterà il male, bisognerà servirsi di questo rimedio tre volte al giorno.

«IL LUNEDI DOPO LA MIA ASSUNZIONE, tu mi presenterai queste foglie di biancospino ed ascolterai attentamente le mie parole. … il male produrrà nausea, palpitazioni continue e vomito. Se il rimedio è assunto troppo tardi, le parti del corpo affette diverranno nere e nel nero si formeranno come dei solchi che tenderanno ad un giallo pallido.

Si chieda alla nost­ra Madre Santissima di benedire le foglie per guarire le persone eventualmente colpite dalla malattia ventura; si chie­da l’aiuto per farlo correttam­ente. Si offrano poi tre Ave Maria in onore del­la Purezza del corpo, della Purezza della mente e della Pure­zza dell’anima della Beatissima Vergine. È opportuno spruz­zare dell’acqua santa, debitamente benedetta da un “vero” Sacerdote cattolico, sulle fogl­ie raccolte.”

[M. J. Jahenny; 5 agosto 1880]

alcune varietà di biancospino: “Cratægus”

Ulteriori informazioni in:www. MJJProphecy.com,  sito approvato dalla Gerarchia Cattolica in esilio.

LEGITTIMITA’ E RISULTATI DELLE CROCIATE.

[Mons. J. Fèvre: LÉGITIMITÉ ET RÉSULTATS DES CROISADES – LA SEMAINE DU CLERGÉ, Parigi, maggio 1873]

 Dopo le guerre per le investiture e dell’impero, l’avvenimento più grande del Medio-evo è, senza dubbio, quello delle Crociate. – Non c’è un fatto storico che manifesti così perentoriamente la potenza dello spirito cristano, il regno della Chiesa nel Medio-Evo e la supremazia del Papato, per cui dei popoli si levano in massa alla voce di un Pontefice disarmato, al fine di liberare il Santo Sepolcro: quale gloria per il Cristianesimo! Per questo motivo, il gallicanesimo del XVII secolo, l’empietà del XVIII ed il razionalismo del XIX secolo, si sono messi con tenacia a recriminare contro le crociate [nel XX e inizio XXI secolo a questi si sono aggiunti tutti gli imbecilli laico-progressisti social-comunisti, i radical schic sinistrorsi del pensiero unico dominante, gli storici falsificanti massonizzati, laici e finti chierici usurpanti! – ndr.-]. Le Crociate, essi dicono, non erano altro che eccessi di fanatismo, il disprezzo flagrante dei diritti dell’islam, delle barbarie senza ombra di pretesto e senza un utile ritorno. Illegittime nei loro principi, sterili nei loro risultati, tali sarebbero state le Crociate. « L’uomo oltraggia, dice lord Byron, ed il tempo vendica. »  Dopo due secoli di ingiurie, il progresso “onesto” degli studi storici, conduce non alla vendetta, bensì alla giustizia. Noi cerchemo di illustrare i benefici delle crociate, dimostrando la perfetta legittimità di queste spedizioni, nonché l’immensità provvidenziale dei loro risultati. Dapprima però, cerchiamo di comprendere cosa si intenda per Crociate. Come nostra prima idea, la Crociata non è altro che il mistero della Croce, meditato e realizzato, messo in pensieri ed in azione in tutta la loro estensione, non da un individuo solo, né da un’unica nazione, ma dalla intera Cristianità, da tutto il Corpo mistico di Gesù Crocifisso e Resuscitato. «  Era necessario che il Cristo soffrisse ed entrasse nella sua gloria. » Ciò che era necessario per Gesù-Cristo, lo è ancor più per l’umanità rigenerata. In ogni uomo si agitano gli istinti contrari del vecchio e del nuovo Adamo. Nel mondo si elevano le due città costruite dai due amori. La terra è un campo di battaglia ove si compie la lotta dei due “uomini” e delle due città. La Chiesa, incarnazione permanente di Gesù-Cristo, è sempre attaccata, sempre nella necessità di difendersi e, con la forza del suo principio vitale, sempre vittoriosa nei suoi sacrifici. [come lo sarà ancora tra breve dopo l’attuale “eclissi” –ndr. -]. Partendo da questa idea generale, si intende per Crociata una spedizione militare in cui i soldati hanno per bandiera la Croce, e come scopo diretto il bene della religione; – e più in particolare, queste spedizioni militari, intraprese dai principi cristiani nel medio-evo, per punire e riparare la profanazione dei luoghi santi ed assicurare, con la conquista della Palestina, il libero accesso alla Terra Santa. Le crociate, prese nel loro ultimo senso, non sono, come spesso si è detto, un episodio interessante del Medio-evo; esse sono invero, per così dire, il focolaio, il punto centrale dal quale emanano tutti i raggi della forza  vitale e dell’azione civilizzatrice.

I.

Le Crociate sono legittime, si possono giustificare agli occhi della ragione, della politica e della Chiesa? Il principio di diritto, per la Chiesa, è nella divinità della sua origine e la missione del suo stabilirsi. « Mi è stata data ogni potenza in cielo e sulla terra, dice Gesù-Cristo; andate, insegnate a tutte le nazioni, » Secondo queste parole, la Chiesa non solo ha il diritto, ma il dovere di inviare dappertutto i suoi Apostoli; ed Ella gode, per proteggerli, soccorrerli, e al bisogno vendicarli, della potenza del Salvatore. Se i suoi Apostoli sono accolti, si stabilise una chiesa tra i popoli in predenza seduti all’ombra della morte. Se i suoi Apostoli sono respinti, la Chiesa ha diritto non di imporre la fede con la forza, ma di far rispettare con la forza i suoi missionari. Se i suoi Apostoli sono sgozzati, la Chiesa ha il diritto di domandare il riscatto del loro sangue. Un altro principio di diritto, per la Chiesa, o piuttosto l’applicazione del diritto constatato in precedenza, sono le assurde e funeste superstizioni che seducono i popoli inflici. La Chiesa è inviata per salvare i peccatori, e più è grande la degradazione dei peccatori, più è necessaria l’impegno che deve salvarli. Secondo questo principio, non si può dire che il Cristianesimo abbia il diritto di liberare, anche con la forza, un povero popolo di una religione che autorizza la schiavitù, la poligamia, l’infanticidio, e che rende impossibile ogni civilizzazione? Un filosofo lo dice con finezza tale che ci dispensa da altre prove: « Si fa la guerra per avere la libertà di comprare la polvere di cannella, e non si ha il diritto ugualmente di farla per la difesa della virtù e della propagazione della verità, per salvaguardare la dignità dell’uomo e la prosperità della terra. » [Bacon, De Bello sacro, Citato in “Dimostrazioni evangeliche” di Migne]. Quando noi diciamo che la Chiesa ha il diritto di mettere la forza al servizio della giustizia, noi non pretendiamo che la Chiesa faccia indossare la corazza ai suoi sacerdoti. Coloro che sono arruolati nella milizia di Cristo non si interessano delle armi secolari. Noi vogliamo dire però che la Chiesa, pur avendo il diritto radicale di usare la forza, può, se Essa lo giudica utile ed opportuno, fare appello alle Potenze cattoliche per sostenere o rivendicare i suoi diritti. Una volta riconosciuti questi princȋpi, la questione si riduce a questi termini: la Chiesa che nel Medio-evo si trovava in presenza del maomettismo, era nella condizione di usare i suoi diritti? Per saperlo, bisogna esaminare la situazione rispettiva di queste due potenze. Tutto il mondo sa, che agli occhi del Corano, ogni non-musulmano è un “giaurro” [termine dispregiativo usato dai musulmani nei confronti dei non musulmani, soprattutto Cristiani], infedele, e che contro di lui la guerra è santa. Dapprima puramente difensiva, questa guerra, dopo i successi iniziali, divenne aggressiva, animata da una insaziabile sete di conquista. Verso i pagani, la condotta del Profeta era: « Credi o muori. » Ai credenti della scrittura, giudei o Cristiani, la guerra doveva essere fatta fino a che essi divenissero tributari. Così il combattere per la fede diviene obbligatorio per tutti i musulmani, senza eccezioni: chiunque, non malato o inabile, se ne esentasse, era destinato all’inferno! « Il paradiso è sotto l’ombra della spada, diceva Maometto. “È meglio combattere che pregare settanta anni nella propria casa”, “andare una volta alla guerra santa vale più di cinquanta pellegrinaggi”; “una ferita è sufficiente per ricevere da Dio il sigillo del martirio”; “i martiri in cielo aspirano a tornare sulla terra per perirvi ancora dieci volte sul cammino di Dio, istruiti delle ricompense legate ad una tale morte”. – Con simili immagini, e con il fanatismo delle sue predicazioni, il novatore aveva acceso i fedeli di un ardore guerriero che doveva minacciare tutti gli imperi. Ne consegue che la dichirazione di guerra è permanente nel maomettismo, contro tutti i non-musulmani; da ciò segue ancora che tutti i non-musulmani sono riconosciuti dai credenti in diritto di attaccare per prevenire le aggressioni che, più tardi, non saprebbero probabilmentee evitare. Quando il maomettismo, in parte con la parola,  in parte con la scmitarra, ebbe riunito nell’unità di uno stesso culto le tribù feticiste dell’Arabia, lanciò le sue orde da un lato verso la Persia, l’India, la Palestina, la Siria e l’Asia minore, dall’altra sull’Egitto, il litorale settentrionale dell’Africa, la Spagna ed il paese dei Franchi. I suoi soldati, piombando sui popoli minati dalla corruzione o infettati dall’arianesimo, fecero rapide conquiste. Venne il giorno tuttavia che essi attaccarono i figli della Chiesa ove trovarono ad arrestarli: il petto degli eroi di Cavadonga e di Poitiers e le falangi veglianti dei crociati. La storia attesta dunque che i devoti dell’islam furono gli aggressori, e che i Crociati, respingendoli, non fecero che attuare la loro legittima difesa. Inoltre il maomettanesimo, sempre armato, marciava contro il Cristianesimo senza tener alcun conto delle più elementari nozioni dei diritti delle genti. Con esso non c’era pace se non quando non potevano attaccare. Poiché si sentivano forti, si lanciavano negli attacchi senza preavvisi né alcuna dichiarazione di guerra. Nei combattimenti, essi impiegavano strumenti di guerra vietati dall’umanità; popo la vittoria sottoponevano i prigionieri alla barbarie più orribili. La Chiesa poteva dunque, ed anzi doveva armarsi contro questo nemico selvaggio, ed applicare in tutto il suo rigore le leggi delle dodici tavole: “Adversus hostem, æterna auctoritas esto”. Per la crudeltà, ed anche per la sua audacia, l’islam aveva conquistato la Spagna, stava per invadere l’Italia, minacciava il Bosforo. Conquistando i Darfanelli ed i Balcani, la valle del Danubio li avrebbe introdotti nel cuore dell’Europa se per arrestarli non ci fosse stato né Vienna, né la Polonia di Jagellone, né i cavalieri teutonici. I fratelli della Spagna ed i vincitori dell’Italia portarono ad arrestare l’avanzata. Per evitare le Crociate, bisognava subire l’avanzata o mettere il turbante. C’era dunque, per la Cristianità, non solo il diritto, ma la necessità di attaccare il maomettismo. E la legislazione del corano, gli attacchi dell’islam, le sue crudeltà, le sue conquiste, le sue minacce, sono altrettante ragioni che legittimano le crociate. – Per completare questa dimostrazione, occorre stabilire il diritto particolare che avevano i Cristiani di correre in soccorso della Terra Santa: le Crociate avevano lo scopo primario di liberare la tomba di Gesù-Cristo. La Terra Santa appartiene ai Cristiani per il possesso che ne ha fatto Gesù-Cristo. Bethleem, Nazareth, il Calvario, la santa Grotta, i luoghi ove furono la culla del Salvatore e la sua Croce, sono di proprietà mistica dei suoi discepoli. Questo cade tanto bene sotto il senso che mai l’islam, malgrado il suo odio, lo ha mai contestato; ed oggi ancora, malgrado le eresie e gli scismi che affliggono i Cristiani, noi li vediamo tutti dediti a raccogliere la loro parte della santa Eredità. Noi Cattolici, che troviamo in questa eredità tanto il soggetto di duolo, noi dobbiamo almeno avere, pur nella competizione delle sette, la conoscenza non interrotta del principio dei nostri diritti. Questa proprietà mistica era sotto la salvaguardia del diritto pubblico. Durante le persecuzioni, i Cristiani non avevano cessato di conservare la maggior parte dei luoghi santificati dala Passione di Gesù-Cristo. Costantino e sua madre Elena, li avevano ristabiliti nell’integrità dei loro diritti e avevano aggiunto a questo atto di giustizia i più nobili marchi della munificenza imperiale. L’impero greco di Costantinopoli aveva naturalmente aggiunto a questo diritto di proprietà la consacrazione del diritto politico. Il califfo Omar, nelle capitolazioni, aveva riconosciuto agli abitanti di Gerusalemme, con la consacrazione dei loro beni, la conservazione dei loro beni, la conservazione e l’uso esclusivo dei Luoghi Santi. Infine, per meglio riconoscere il diritto dei Cristiani, l’amico di Carlo Magno, Haroun-al-Raschid, aveva aggiunto al testo delle capitolazioni come omaggio pubblico di vassallato, inviando al grande Imperatore di Occidente, le chiavi del Santo Sepolcro. Senza misconoscere il diritto dei Cristiani, i musulmani, sotto i fatimiti e il furore di una setta fanatica, inflissero loro ogni sorta di vessazioni e di ingiurie. Le lettere dei Cristiani di Oriente e d’Occidente, i discorsi di Pietro l’eremita e di Urbano II fanno un quadro drammatico degli abomini che si compivano in Gerusalemme. Poiché questi rapporti e discorsi potrebbero essere tacciati di esagerazione, – perché è proprio del dolore esaltare la sensibilità, – noi citiamo un “asettico” rapporto diplomatico, la lettera di Alessio Gomnenio ai principi d’Occidente. « I turchi ed i pincinai invadono il nostro impero, dice il cesare bizantino; le cose sante ed i fedeli di Gerusalemme sono ogni giorno l’oggetto di nuovi oltraggi. Sui fonti battesinali i barbari, in disprezzo al Salvatore, fanno colare il sangue dei nostri bambini e dei nostri giovani sotto i ferri della circoncisione. Essi oltraggiano le nobili matrone come dei vili animali; disonorano le vergini sotto gli occhi delle loro madri costrette ad applaudire e a cantare canzoni empie e licenziose. I Babilonesi, tra gli altri scherni, dicevan al popolo di Dio: “Cantateci i cantici di Sion”. Qui le madri sono costrette a cantare il disonore delle loro figlie! È piuttosto il caso di piangere con Rachele. Ancora le madri degli innocenti sgozzati da Erode, se dovevano da un lato piangere la loro morte, potevano consolarsi con la salvezza delle loro anime. Ma qui, nessuna consolazione, perché periscono i corpi e le anime. Che diremo ancor noi? Ci sono cose ancor più spaventose. I turchi, perché bisogna dirlo, costringono ad essere assecondati nel crimine di Sodoma; essi vi costringono gli uomini di ogni età e di ogni condizione. Essi profanano i luoghi santi in mille modi, li distruggono minacciando di fare peggio. Chi non verserà una lacrima al racconto di tanti mali? » Questi barbari hanno invaso quasi tutti i paesi, da Gerusalemme fino alla Grecia, tutte le regioni superiori dell’impero greco, le due Cappadocie, le due Frigie, la Bitinia, Troia, il Ponto, la Galazia, la Libia, la Pamfilia, l’Isauria, la Licia, con le prinipali isole; non mi resta che Costantinopoli, che essi minacciano di invadere quanto prima, se Dio ed i Latini non vengono in nostro soccorso; perché già con duecento navigli, che essi hanno fatto costruire da prigionieri greci, si sono impadroniti di un luogo importante sul Propontide, da cui minacciano di prendere ben presto Costantinopoli da terra e dal mare. Noi vi preghiamo dunque, per l’amore di Dio e per compassione di tutti i Greci che sono Cristiani, di raccogliere tutti i guerrieri cristiani che potrete, e venire in nostro soccorso; affinché, come questi guerrieri hanno già cominciato a lberare i Galli e gli altri reami dell’Occidente dal giogo dei pagani, si sforzino di liberare parimenti l’impero greco per la salvezza delle loro anime; perché, per me, benché sia imperatore, non posso trovare né rimedio né consiglio; incessantemente io fuggo davanti ai turchi e i pincinati; io non resto in questa città aspettando che si avvicinino. Preferisco di più essere sottomesso ai Latini che diventare il giocattolo di questi barbari pagani. – Prima che Costantinopoli sia presa da essi, voi dovete dunque combattere con tutte le vostro forze, alfine di ricevere nello stesso tempo la ricompensa gloriosa ed ineffabile del Cielo. » Così il diritto dei cristiani sui Luoghi Sacri, le crudeltà di cui sono oggetto, il loro grido di dolore spinto verso l’Occidente, l’appello dell’imperatore d’Oriente, sovrano politico della Terra Santa, la decisione di due Concilii di Piacenza e di Clermont, l’appello di Urbano II e dei suoi successori, sono tanti fatti il cui fascicolo prova invincibilmente la legittimità delle crociate. Questa legittimità tanto sentita in questa epoca, fece sì che tutti, principi e popoli, rispondessero all’appello. L’Eurosa subì un impulso generale; essa aveva l’energia della fede e la fibra del guerriero. Piuttosto queste risorse si sono poi indebolite o sono venute meno. – Le crociate si sono dunque fatte in virtù del diritto di proprietà, del diritto politico di attacco e di difesa, del diritto ecclesiastico, del diritto delle genti; esse si sono fatte nell’ora della Provvidenza.

III.

Per apprezzare nel fondo la legittimità delle Crociate, non è sufficiente invocare i principi del diritto ed i fatti storici, non è sufficiente guardare verso terra; bisogna altresì alzare lo sguardo al Cielo. Le Crociate sono un avvenimento molto grande per non avere il sigillo divino. Dio, che le ha visibilmente preparate, ha voluto rivestirle di testimonianze autentiche della sua approvazione. Michaut, che ne ha scritto la storia con spirito di umiltà quaranta anni or sono, ne ha conservato le prove. Sfogliando le vecchie cronache, troviamo altri fatti meravigliosi che attestano tutti che le Crociate erano volute dall’Alto. Quando Pietro l’eremita pregava nella chiesa del santo Sepolcro, per il successo del suo ritorno, si addormentò, dice Guglielmo di Tyr, e vide in sogno Gesù Cristo che gli diceva: « alzati Pietro, esegui la tua commissione, senza nulla temere, perché Io sarò con te! È tempo che i Luoghi Santi siano purificati ed i miei servi soccorsi. » Al concilio di Clermont, quando Urbano II finì di parlare, l’agitazione fu molto grande; ben presto si udirono le acclamazioni: Deus lo volt! Deus lo volt! Noi ricorderemo a quresto proposito l’adagio conosciuto: “vox populi, vox Dei”; diremo ancora che questa acclamazione, che doveva diventare il grido di guerra dei Crociati, non ha potuto essere composto che per un istinto divinatorio. Da dove poteva venire, se non dal Cielo una simile ispirazione? Nella sede di Antiochia, quando i Crociati dimenticarono lo scopo del loro santo pellegrinaggio, apparve un segno dal cielo verso Oriente; un terremoto venne a richiamarli ad un sentimento più chiaro ed espresso del loro dovere. – Dopo la presa della città, i crociati, da che erano assedianti, divennero assediati con vigore. Un disertore, avendo voluto uscire da Antiochia, incontrò Gesù in persona. Gesù gli promise che l’assedio sarebbe stato tolto prossimamente. In altra sede, sant’Ambrogio apparve ad un venerabile prete e gli assicurò che i Cristiani, dopo aver abbattuto tutti i loro nemici, sarebbero entrati vincitori in Gerusalemme, ove Dio si riservava di ricompensare la loro dedizione. Un ecclesiastico lombardo, avendo trascorso la notte in una chiesa, vide Gesù accompagnato da Maria e dal Principe degli Apostoli. Il Figlio di Dio irritato per la condotta dei Crociati, rigettava le loro preghiere; avendo la Vergine placata la sua ira: «Alzati, dice Gesù al prete lombardo; fa conoscere al mio popolo il ritorno della mia misericordia. » Un prete marsigliese, chiamato Barthélemi, vide per tre volte sant’Andrea, ed ogni volta l’Apostolo gli diceva di andare nella chiesa di San Pietro, di scavare a destra dell’altare maggiore ove avrebbe ritrovato la lancia che aveva squarciato il fianco del Redentore. Si scavò, ed effettivamente si trovò questa lancia, « … ed io che scrivo, dice Raimondo d’Agiles, man mano che il reperto usciva dalla terra, lo baciavo devotamente. » – Presso la sede di Gerusalemme, in mezzo alle vicissitudini dell’assalto, si vide all’improvviso apparire, sul monte degli Ulivi, un cavaliere che agitava uno scudo dando all’armata cristiana il segnale per entrare in città. Goffredo, che lo intravide per primo, esclamò che San Giorgio veniva in soccorso dei Cristiani. La vista el cavaliere celeste, infiammò i cristiani di un nuovo ardore; essi tornarono alla carica e la sera stessa la città cadde in loro potere. Non citeremo altri fatti. Gli storici moderni, anche cristiani, suppongono che queste apparizioni non fossero che l’effetto di una immaginazione malata. Noi al contrario crediamo, dice Rohrbacher, che dopo i sacrifici dei Cristiani ed in mezzo alla loro afflizione, fu permesso, naturalmente alla fede cristiana, di credere che Dio inviasse ai suoi servi scoraggiati, come al Cristo agonizzante, dei messaggeri per ridar loro forza e coraggio. Secondo noi, attenendoci solo ai fatti riportati da testimoni oculari, vediamo, in questa serie di meravigliosi avvenimenti, la prova che le crociate fossero volute da Dio.

IV.

Quali furono i risultati delle Crociate? Il movimento dei Crociati tenne l’Europa in suspens per più di tre secoli. La prima grande spedizione, secondo le valutazioni di Foucher de Chartres, mise sul cammino della Terra Santa circa sei milioni di crociati. Le successive spedizioni, meno numerose, è vero, non lasciarono però all’Oriente prevedere un termine agli sforzi di una moltitudine di Cristiani. Se è vero che la civilizzazione cammina con le armate, dobbiano naturalmente credere che i Crociati, con i rapporti stabiliti, modificarono profondamente la situazione del mondo. Forse non è temerario dire che esse furono lo strumento scelto dalla Provvidenza per l’avanzamento dell’umanità. Si cita volentieri, a questo soggetto, la parola di M. de Maistre: « Nessuna crociata riuscì in pieno, anche i bambini lo sanno; ma tutte sono riuscite, e questo è quanto gli uomini stessi non vogliono vedere » L’antitesi è falice, ma non è vera che a metà. Nessuna crociata è andata fallita. Lo scopo primario di queste spedizioni era quello di onorare la Croce della tomba del Salvatore, di punire e riparare le profanazioni che vi facevano i saraceni, di riconquistarli con la forza, ridando ai Cristiani di Occidente il libero accesso ai Luoghi Santi. Questo scopo è stato raggiunto fin dall’inizio e non se ne sono poi mai persi i vantaggi conseguiti. Se le Crociate hanno fallito nella conquista della Terra Santa e nel ristabilimento definitivo del regno di Grusalemme, occorre dire che questo reame e questa conquista non erano, agli occhi della loro prudenza, che un mezzo per assicurare la fine delle Crociate. Almeno essi hanno ottenuto ciò a cui aspirava la loro pietà verso il Santo Sepolcro e la loro carità verso i Cristiani d’Oriente. Infatti, l’ “uomo propone e Dio dipone”, e bisogna essere fortemente ciechi per non riconoscere in questi relativi insuccessi le vedute sempr magnifiche della Provvidenza. A nostro umile avviso, la riuscita è stata pari a quanto si poteva desiderare: conservando i nostri diritti sui Luoghi Santi, noi abbiamo perso Gerusalemme. Il turco, padrone della Palestina, l’ha votata alla sterilità; così si compiono le profezie di rovina e di Gloria che riguardano il santo Sepolcro. È una armonia provvidenziale che i Cristiani soffrono sul teatro della Passione. Grazie alle loro umiliazioni, i Cristiani conservano per i Luoghi Santi sentimenti di vera pietà. Chissà, se noi fossimo rimasti padroni di Gerusalemme, forse la civilizzazione vi avrebbe portato le sue follie e le sue snervanti mollezze. Il Paese sacro per eccellenza sarebbe stato disonorato per la mal condotta dei Cristiani. – Le Crociate hanno tuttavia portato indirettamente degli immensi risutati: religiosi, politici, scientifici e letterari. Procediamo a farli conscere.

V.

Parliamo inizialmente dei riultati religiosi. Il primo, è di avere, con una diversa potenza, arrestata la tendenza razionalista che cominciava a sorgere nell’Europa cristiana. L’uomo non resta senza grande virtù nella semplicità della fede. Nel suo spirito c’è un fondo di inquietudine che lo spinge a scrutare le cose nascoste, ed in questo spirito un fondo di debolezza che non gli permette di scoprirlo sempre, o se lo scopre gli impedisce di sopportarne lo splendore senza esserne abbagliato. Nel X secolo, questo male cominciava a manifestarsi. Scott Eriugena e Gotescalco erano caduti in eresia. La vicinanza degli arabi faceva temere per la temerarietà dei sapienti, il contagio di falsi principi. Il movimento guerresco dei Crociati tagliò corto questo movimento di idee. Il pensiero Cristiano, depurato da errori e non esausto da dispute, guardò questa forte lucidità a ciò che irradiava nei capolavori innumerevoli del XIII secolo. Un secondo risultato religioso delle Crociate fu quello di aver rsvegliato la fede con la potenza delle idee che esprimevano e facendo fare a grandi colpevoli delle grandi espiazioni. La fede, anche se pura, tende incessantemente nell’uomo e deviare, sia per il semplice fatto dell’infermità umana, sia per l’influenza delle cattive inclinazioni sulle convinzioni. Nel Medio-evo, questa seconda causa esercitava sui Crociati una funesta influenza. L’uomo rude di questa epoca aveva la fede robusta e delle passioni violente; a dispetto di una fede che non doveva suscitare se non dei rimorsi, questi commetteva spesso i crimini più grandi; quando i predicatori vennero a lui, con la croce in mano, e gli parlarono di Gesù morto e del suo Sepolcro oltraggiato, la sua coscienza si risvegliò. I signori vendevano le oro terre per farne delle fondazioni pie, e con il ricavato dalle vedite contribuirono alle spese della spedizione, sopportandone così il carico maggiore. Il contraccolpo di queste penitenze fu, con un salutare rilassamento dela disciplina, il far sparire le istituzioni penitenziali della Chiesa primitiva, create solo in vista di bisogni passeggeri. Il Pellegrinaggio, le fondazioni, furono da allora una delle istituzioni pubbliche di penitenza. Un altro risultato fu quello di avere eccitato la pietà per il numero di immense reliquie che fu portato dalla Palestina in Europa. I viaggiatori che hanno visitato il Belgio o le rive del Reno conoscono bene questi preziosi tesori. Ed il cristiano che ha baciato una volta la traccia di sangue e le ossa di un martire sa quale virtù ne fuoriesce per animare la pietà. Inoltre queste Crociate, sempre predicate, dirette da lontano dai Papi, contribuirono grandemente all’esaltazione del Papato. In mezzo a questa spedizioni, l’Europa era come una anfizionia, una lega, che aveva come presidente il successore di San Pietro. Questa elevazione della Cattedra Apostolica doveva concorrere efficacemente allo sviluppo della civilizzazione cristiana per non essere considerata patrimonio religioso delle Crociate. – Infine, le crociate, dopo aver dato ai fasti militari di tutti i popoli. i nomi di grandi guerrieri, legarono alla Chiesa gli ordini militari. Gli ordini militari del Tempio, di San Giovanni di Gerusalemme, dell’Ordine Teutonico, di Calatrava, di Aire, sono la continuazione delle Crociate. Questa meravigliosa associazione della vita monastica e della vita religiosa, sostenendo sempre più la Croce contro gli sforzi della mezzaluna, rese alla Cristianità illustri servizi.

VI.

Dei i risultati sociali delle crociate, noi menzioniamo soltanto i due più importanti: la cessazione delle guerre private e la repressione del maomettismo. Prima di essere addolcite dal Criatianesimo, dice Rohrbacher, le popolazioni che compongono l’Europa non amano che la guerra. Il franco, il goto, il lombardo, il sassone, il vandalo, non lasciano mai la propria spada: è questa la sua vita e la sua salvezza durante la guerra; il suo tribunale e la sua giustizia durante la pace, così come può concepirsi la pace tra popolazioni barbare sempre in armi. Da qui, per chi ci pensa, è facile capire quanto sia servito alla Chiesa di Dio, di tempo e pazienza, per domare e addolcire questa moltitudine sì diversa di caratteri intrattabili. La grande “edulcorazione” dell’Europa da parte della Chiesa, avanzava molto facilmente sotto Carlo Magno; ma già sotto suo nipote, Carlo il Calvo, i terribili uomini del nord vennero a turbare ed interrompere questa assimilazione cristiana dell’Europa, non solo per il fatto che introducevano con la loro persona un elemento troppo selvaggio, ma per il fatto che, per l’impotena dell’autorità pubblica nel difendere la Francia contro le loro incursioni, ogni città, ogni monastero, ogi signorotto, ogni proprietario terriero, fu formalmente autorizzato a difendersi da sé. Da qui questa abitudine, già così naturale in questi popoli, di farsi guerra, non tra individuo ed individuo, ma tra città e città, tra castello a castello. Per porre un termine a queste guerre private, i Vescovi ed i Concili avevano ordinato una tregua divina; ma a questo male occorreva un rimedio più grande. Le crociate stornarono le passioni dalle loro sanguinose rivalità e diedero all’ardore bellico un nobile scopo, trasportando le ostilità d’Europa in Asia, sventolando in queste regioni lo stendardo di Cristo, e rimediando ad un’altra calamità: la mezzaluna e la croce erano irreconciliabili per natura. L’inimicizia era giunta all’ultimo grado di furore per mezzo di una lotta lunga ed accanita. Sui due lati: dai vasti piani ed una vasta potenza; sui due lati: popoli arditi, pieni di entusiasmo e pronti a precipitarsi gli uni sugli altri; sui due lati: grandi probabilità e speranze fondate sulla base del tionfo. A chi resterà la vittoria? Qual condotta dovevano tenere i Cristiani per preservarsi dal pericolo? Era meglio attendere tranquillamente in Europa l’attacco dei musulmani, o sollevarsi in massa, precipitarsi in Asia, attaccare là ove il nemico si credeva invincibile? Il problema fu risolto in questo ultimo senso, ed i secoli hanno dato il loro suffragio all’abilità di questa risoluzione. Cosa importano alcune declamazioni affettate del filosofismo! La filosofia della storia ha portato su questa causa un giudizio irrecusabile: su questi punto, come in tutti gli altri, la Religione ha trionfato sul tribunale della filosofia. Le Crociate, lungi dall’essere considerate un atto di temerarietà, sono oramai considerate come un capolavoro di sapienza sociale che, dopo avere liberato l’Europa dalle due divisioni, assicurò la sua indipendenza e conquistò ai popoli cristiani una decisa preponderanza sui musulmani.

VII.

Le modifiche politiche che si possono attribuire alle Crociate, si intrecciano in una serie di cause e di effetti correlati, e si riassumono nell’abbattimento della feudalità. Il feudalismo, all’origine, fu uno strumento di civilizzazione. Con la moltiplicazione della autorità locali, esso aveva lottato corpo a corpo con tuttti i princȋpi del disordine interiore, ed aveva visto il flusso delle incursioni nomadi sgretolarsi sotto i bastioni dei suoi castelli. Era come un rudimento di organizzazione sociali. Ma in seguito, questa stessa moltiplicazione di poteri, era stato un fermento di guerre private; per di più, ai signorotti laici, ripugnava l’affrancamento dei servi; di modoché la feudalità era divenuto un ostacolo al bene del popolo ed alla fondazione delle unità nazionali. Con la vendita dei feudi, la morte dei signorotti, o semplicemente con le conquiste fatte nello spirito di uguaglianza, le Crociate portarono al feudalesimo un colpo decisivo. Dal suo affievolimento risultano l’affermarsi del potere reale, lo stabilirsi di comuni, la formazione del terziario, l’affracamento dei servi, l’epurazione delle moltitudini armate ed una riconciliazione sensibile tra le diverse classi sociali; a questi effetti politici si collegano: 1° il progresso dell’arte militare in rapporto alla tattica, alla disciplina ed alla organizzazione finanziaria, 2° l’affermazione della marina, lo stabilirsi dei contatori, l’espansione del commercio, la distruzione dei pirati del Mediterranei e la definizione di un codice marinaro, 3° l’iniziazione dell’industria europea ai segreti dei Greci e dei saraceni. Infine i risultati scientifici e letterari furono immensi: la geografia imparò a conscere meglio il mondo; la storia ebbe dei nuovi soggetti e analisti meno sprovveduti; la filosofia si elevò prendendo Aristotele come testo base e le università come teatro; la medicina, le scienze matematiche, l’astronomia, presero un rapido slancio; le lingue moderne ricevettero un nuovo impulso di formazione; la lingua francese conquistò il suo ascendente; l’architettura si aprì delle vie veramente originali che devon qualcosa alle reminiscenza dei crociati; infine la poesia sembrò fremere davanti al materiale di una nuova Iliade. Tali sono, senza parlare degli effetti secondari e dell’nfluenza che fu esercitata sul maomettismo, i risultati generali delle Crociate. Tracciando questo quadro sommario, noi non vogliamo asserire che gli uomini dai quali furono concepite le Crociate, i Papi che le eccitarono, i signori ed i principi che li secondarono, i popoli che li seguirono, avessero misurato l’immensità di questi risultati. Ma facciamo però osservare che più che attribuire tali risultati alle previsione degli uomini, bisogna inchinarsi davanti all’importanza provvidenziale degli avvenimenti. – Noi diremo anche che la grande e generosa idea delle Crociate fu concepita con una certa vaghezza, ed eseguita con una certa precipitazione, frutto dello zelo e degli errori dell’impazienza. Ma gli errori e i tristi risultati dai quali le cose umane non sono mai esenti, occorre qui attribuirli all’imprevidenza ed alla debolezza degli uomini, all’imperfezione ed anche alla scarsità di mezzi materiali, benché la Chiesa avesse sollecitato a prevenire le impruenze, impedire i crimini e scongiurare imprese disastrose. Gli errori ed i guai entrano comunque nei disegni della Provvidenza che voleva alfine tenere la Cristianità in allerta , non annientando troppo presto l’islamismo.

JUSTIN FÈVRE, Protonotario apostolico.

[La Chiesa, la Sposa Immacolata di Cristo, non deve chiedere scusa a nessuno, mai e per nulla! Le infamità sono state e vengono compiute dagli infiltrati, i servi del “nemico”, ieri ed oggi sprattutto. Essi devono pentirsi, finché sono in tempo, davanti a Dio! Dopo sarà per loro pianto e stridor di denti in eterno! ndr. -]